IL SEGNO DELLA CROCE (7)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (7)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA SESTA.

Il 1 dicembre.

Sunto della lettera precedente. — Il segno della croce è un libro che istruisce — Creazione, Redenzione, Glorificazione, tre parole, che riassume la conoscenza di Dio, dell’uomo, del mondo. — Il legno della croce dice queste tre parole con autorità — con chiarezza — e profondamente. — Le insegna a tutti — dappertutto — e sempre.

Segno divino, distintivo del fiore della umanità, stemma del cattolico: tal è, mio caro Federico, il segno della croce considerato sotto il primo punto di vista. Se è vero che nobiltà obbliga, io non conosco, per inspirare all’ uomo il sentimento della sua dignità ed il rispetto di se stesso, un mezzo più semplice, più facile, e più efficace del segno della croce, fatto soventemente, attentamente e religiosamente. Questa è una delle ragioni di sua esistenza. Questo segno, dice un Padre (Magna hæc est custodia, quæ propter pauperes gratis datur sine labore propter infirmos, cum a Deo sit hæc gratia, Signum fidelium et timor dæmonum. Neque propterea quod est gratuitum, contemnas hoc signaculum; sed ideo magis venerare benefactorem. S. Cyril. Hier. Catech. XIII), è custodia potentissima, gratuita pe’ poveri, facile pei deboli. Benefizio divino e spavento di satana, a vece di disprezzarlo perché gratuito, aumenti in te la riconoscenza. Io aggiungo, che l’eloquenza della croce eguaglia la sua potenza. Qual cosa insegna dessa all’uomo? Vediamolo.

Ignoranti, il segno della croce è un libro, che e istruisce. Creazione, Redenzione, Glorificazione! Tutta la scienza teologica, filosofica, sociale, politica, isterica, divina ed umana, è raccolta in queste tre parole. Scienza del passato, scienza del presente e dell’avvenire, tutta è in esse e per esse, lume del mondo, base dell’intelligenza umana! Supponi un istante che il genere umano dimentichi queste tre parole, o che ne sconosca il vero senso: qual cosa mai diverebbe? Agglomerazione di atomi che si muovono nel vuoto senza direzione e senza scopo; cieco nato senza guida e senza bastone; mistero inesplicabile a se stesso; infelice senza consolazione; un forzato senza speranza. Ecco l’uomo e la società!  Creazione, Redenzione, Glorificazione: queste tre parole sono più necessarie alla umanità che il pane che lo vive, e l’aria che desso respira. Sono necessarie a tutti, a ciascuna ora, e sempre. Desse sole allietano la vita e tutte le vite, l’azione e tutte le azioni, la parola e tutte le parole, il pensiero ed ogni pensiero, la gioia e tutte le gioie, la tristezza e tutte le tristezze, il sentimento ed ogni sentimento.  Ciò posto, la semplice ragione insegna che Dio dovea per se stesso stabilire un mezzo facile, universale, permanente, per dare a tutti questa conoscenza fondamentale, e darla non una sola volta, ma rinnovarla di continuo come rinnova l’aria, che respiriamo. A qual dottore sarà commesso siffatto insegnamento? A s. Paolo, santo Agostino, e s. Tommaso ? Forse ai genii d’Oriente, e d’Occidente? No. Questi dottori parlano un linguaggio, che tutti non comprendono, è mestieri di un dottore che parli una lingua intelligibile a tutti, al selvaggio dell’Oriente, ed al civilizzato della vecchia Europa. Chi sarà dunque il mio dottore? Tu l’hai nominato, è il segno della croce. Desso, e lui solo raccoglie in se le condizioni esatte. Esso non muore, è da per tutto, la sua lingua è universale. Un solo instante richiede per insegnare la lezione, ed un momento solo basta a tutti per apprenderla. In prova di quanto dico, permetti ch’io ti disveli un mistero. Il Verbo incarnato, che Isaia chiama a ragione il Precettore del genere umano, avea risoluto di morire per noi. V’erano molti generi di morte la lapidazione, la decapitazione, precipitato da luogo eminente, l’acqua, il fuoco, e che so io? Fra tutte queste specie di morti perché ha Egli scelto la croce?  – Un profondo teologo ha risposto da molti secoli. Una delle ragioni perché la divina ed infinita saggezza scelse la croce, è per fermo, che un leggero movimento di mano basta a segnar su di noi lo strumento del divino supplizio; segno luminoso e potente, che c’insegna quanto è da sapere, e in che troviamo valida difesa contro i nostri avversari (Noluit Dominus lapidari, aut gladio truncari, quod videlicet nos semper nobiscum lapides aut ferrum forre non possumus, quibus defendamur. Elegit vero crucem, quæ levi manus motu exprimitur, et contra inimici versutias munimur.(Alcuin, De divin. off. c. XVIII).). Ecco il segno della croce stabilito catechista del genere umano. Ma è egli vero che desso soddisfi, com’è dovere, a tale uffizio, tu mi dimandi, e ch’esso ripeta a segno le tre grandi parole: Creazione, Redenzione, Glorificazione? Non solo le ripete, ma le esplica con tale autorità, profondità e chiarezza da essere tutto cosa sua. – Con autorità, divina nella sua origine, è organo di Dio stesso. Con profondità e chiarezza: siine tu stesso giudice. Quando tu porti la mano dalla tua fronte al petto dicendo in nome, il segno della croce t’insegna l’indivisibile unità dell’essenza divina. Per solo questa parola, siitu un fanciullo, od una semplice femmina, tu sei più sapiente che tutti i filosofi del Paganesimo. Qual progresso in un solo istante! Dicendo del Padre un nuovo ed immenso raggio di luce èimmerso nell’intelligenza tua. Il segno della croce ti apprende la esistenza di un Essere, Padre di tutti i padri, principio eterno dell’Essere da cui traggono la loro origine tutte le creature celesti e terrestri, visibili ed invisibili. Aquesta parola si dissipano per te le nebbie, che lungo venti secoli nascosero agli occhi del mondo pagano l’origine delle cose. Tu continui dicendo: e del Figlio, ed il segno della croce continua ad ammaestrarti. Ti dice che il Padre de’ padri ha un figlio simile a sé. E facendoti portar la mano sul petto quando tu pronunzi il suo Nome t’insegna che questo Figlio eterno del padre s’è reso Figlio dell’uomo nel seno di una Vergine, per riscattare il mondo. L’uomo è dunque scaduto dall’altezza di uno stato migliore. Una novella luce questa parola apporta alla tua intelligenza! La coesistenza del bene e del male, il terribile dualismo che sperimenti in te stesso, questa riunione di nobili istinti e d’inclinazioni abbiette, d’azioni sublimi e di atti ignobili, la necessità della lotta, la possibilità ed i mezzi della riabilitazione: tutti questi misteri la cui profondità straziava la filosofia pagana, non sono più ravvolti fra tenebre per te. Tu finisci dicendo: e dello Spirito Santo. Questa parola compie l’insegnamento della croce. Per essa tu sai che v’ha un Dio, Unità di essenza e Trinità di Persone: tu formi un’idea giusta dell’Essere per eccellenza, dell’Essere completo che non sarebbe tale se non fosse uno e trino. Se la prima Persona è necessariamente potenza, la seconda dev’essere sapienza e la terza a-more. Questo amore essenzialmente benefico compisce l’opera del Padre che crea, e quella del Figlio che riscatta; desso santifica l’uomo e lo conduce alla gloria. Per la direzione della vita delle nazioni e dell’individuo, per i re come per i sudditi, qual luminoso insegnamento! Se Aristotele, Platone, Cicerone, tutti gli antichi pensatori, filosofi, legislatori e moralisti, fatigati dallo studio e stanchi di dubbi insolubili avessero risaputo la esistenza di un Maestro, che insegnasse con la profondità e chiarezza della croce, avrebbero corso l’intero mondo per vederlo, stimandosi felici di passare la vita ad intenderne l’insegnamento.  – Pronunziando il nome dello Spirito Santo tu compisci la croce, e con ciò tu non solo conosci il Redentore, ma ancora lo strumento della redenzione. Di siffatto modo, nel mentre che desso inonda lo spirito di vivida luce, apre nel cuore una inesauribile fonte di amore, di che parleremo altrove. Ma attendendo, dimmi se torna possibile insegnare con minor numero di voci, e con simile eloquenza, e con lingua sì accessibile i tre grandi dogmi, Creazione, Redenzione, Glorificazione, ippomoclio del mondo morale, e principio generatore della umana intelligenza? Essere creato, essere riscattato, essere destinato alla gloria, ecco quello che sei, o uomo! – Che cosa ne pensi tu, caro amico, è far della teologia questo? Ma se la teologia è la scienza di Dio, dell’uomo e del mondo; se la filosofia, conoscenza ragionata di Dio, dell’uomo, del mondo è figlia della teologia; se dalla teologia e dalla filosofia derivano tutte le scienze, la politica, la morale, l’istoria, ne segue, che il segno della croce è il dottore più sapiente e meno verboso che abbia mai insegnato. Vuoi tu sapere quale sia il posto, che questo segno venerando ha nel mondo? Te lo dirò domani.

IL SEGNO DELLA CROCE (6)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (6)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA QUINTA.

30 novembre.

Il segno della croce ci nobilita. — Desso è il segno del fiore della umanità. — Il blasone del cattolico. — Quel che sia un cattolico. — II segno della croce nobilitandoci c’insegna il rispetto di noi stessi. — Importanza di tale insegnamento. — Onta di chi non fа il segno della croce. — Quadro del disfreno ch’eglino hanno per se stessi.

Ho detto, mio caro Federico, che il segno della croce è un segno che nobilita, perché quanto è divino nobilita. Questa sola ragione basterebbe; ma nondimeno continuandomi dico, che questo segno ci nobilita perché desso è il segno del fiorе della umanità. V’hanno mai pensato i compagni tuoi? Chi non si segna, ed ancor più, chi ha onta di questo segno, resta misto e confuso con i pagani, i musulmani, i giudei, gli eretici, i cattivi cattolici, infine con le bestie; è quanto dire, con la feccia della creazione. Che ne pensi tu? Non dobbiamo andare superbi di un segno che ci distingue sì nobilmente da tutti quelli che non lo hanno?  Il figlio ascrive a gran ventura essere membro di una famiglia veneranda per l’antichità sua, illustre per le gesta, rispettabile per le virtù, potente per le ricchezze. Egli pensa parimente del suo blasone. Lo fa scolpire in pietra, in marmo, in argento, in oro, in agata, ed in rubini; lo pone sulla sua abitazione, lo fa modellare su la mobilia, designare sul vasellame, e sui pannilini, lo fa incidere sul suo suggello, dipingere sulla sua carrozza, orna di esso i fornimenti de’ suoi cavalli, vorrebbe scolpirlo sulla propria fronte. Se tu ne togli la vanità, egli ha ragione. La sua condotta proclama altamente la legge pereminenza sociale, la solidarietà. La gloria degli avi, ègloria dei figli, èun patrimonio di famiglia. – Come cattolico, il segno della croce èmio stemma. Esso dice a me ed a tutti la nobiltà della mia schiatta, la sua antichità, le sue gesta, le glorie e le virtù sue. Come non andarne superbo? Io rinunzierei al sangue illustre, che mi corre per le vene! Indegno di avere un gran nome, rigetterei vigliaccamente la legge della solidarietà gettando nel fango le mie insegne gentilizie, ed al vento la ricca eredità degli avi miei. Gli uomini sono lieti di appartenere ad una grande nazione aristocratica. Lo Spagnuolo d’essere Spagnuolo, l’Inglese d’essere Inglese, ed il Francese d’essere Francese, l’Italiano di essere Italiano, come tutte le altre grandi nazioni. Dimmi, amico mio, qual è la nazione più grande, e la più aristocratica del pianeta? V’ha una nazione che tutte vinca in antichità, che conti fra i suoi membri un numero, che avanzi quello delle nazioni testé nominate? Una nazione che per i suoi lumi brilli come il sole nel firmamento; che essenzialmente espansiva, a prezzo di proprio sangue abbia sottratto il genere umano alla barbarie, e gli dia modo da non ricadervi, e che la storia ed il mappamondo ne facciano fede? Una nazione che veda e sola, nel mezzo de’ suoi figli, quanto l’uomo ha conosciuto di meglio in fatto di genio e di virtù, di scienza e di coraggio, legioni intere di dottori, di vergini, di martiri, di oratori, filosofi, artisti, i grandi legislatori, i buoni re, i guerrieri illustri di tutte le parti del mondo; una nazione altrettanto più aristocratica, che tutte le altre da essa debbono ripetere la loro superiorità? Che che si dica, e che che si faccia, la storia ha nominato la grande NAZIONE CATTOLICA. IO le appartengo: il segno della croce è. il suo stemma: potrei averne onta? Dio stesso ha voluto mostrare con strepitosi miracoli, quanto sia in onore agli occhi suoi la persona ed il membro che fa il segno della croce. Santa Èdita figlia di Edgardo re d’Inghilterra sin dalla infanzia fu tenerissima del segno della croce. Questa giovane principessa, uno de’ più belli fiori olezzanti verginità, che abbia ornato l’antica isola dei santi, nulla operava senza che innanzi segnasse il fronte ed il petto dello stemma de’ cattolici. A sfogo di sua devozione fece edificare una chiesa in onore di S. Dionisio, e pregò S. Dunstan Arcivescovo di Cantorbery per la solenne dedicazione. Il santo consenti volentieri, e nelle diverse conversazioni che tenne seco lei, ammirò che la giovane principessa, come i primi Cristiani si segnava frequentemente col pollice la fronte. Tale divozione tornò si cara al santo, ch’egli fe’ voti a Dio perché benedicesse questo pollice, e Io preservasse dalla corruzione della tomba. La preghiera fu esaudita. Quinci a poco tempo la vergine moriva al 23″ anno dell’età sua ed apparsa al santo gli disse: disumate il mio corpo, desso è incorrotto, eccetto le parti di che feci mal uso nella leggerezza della mia infanzia. Queste parti erano gli occhi, i piedi e le mani, eccetto il pollice con che faceva in vita il segno della croce. – Al punto di vista dell’onore gli avi nostri aveano eglino torto di fare si soventemente il segno della croce? E noi; abbiamo noi ragione di non più farlo? Ah! ch’eglino aveano ben altrimenti da noi la coscienza di loro nobiltà, ed il sentimento della dignità loro. Così ripetendosi di continuo nobiltà obbliga, non mi meraviglio che abbiano formato una società unica negli annali del mondo per l’eroismo di sue virtù: fra poco l’intenderai.- II primo sentimento, che il segno della croce sviluppa in noi nobilitandoci agli occhi nostri istessi, èil rispetto di noi medesimi. Il rispetto di noi medesimi! io dico, caro amico, una grande parola. Volgo io sguardo all’intorno, e vedo un secolo, un mondo, una gioventù che non rifinisce di parlare di dignità umana, di emancipazione, di libertà. Queste parole vuote di senso, o che uno ne raccolgono cattivo, rende il secolo, il mondo, la gioventù insofferente d’ogni maniera di governo ed impaziente del giogo d’ogni autorità divina, civile e paterna, corre all’impazzata dicendo a quanti incontra: Rispettami!  Benissimo; ma se vuoi essere rispettato, comincia tu a rispettar te stesso. Il rispetto degli altri, a nostro riguardo, è in ragione di quello che noi stessi abbiamo per noi. La crudeltà, l’ipocrisia, il sensualismo, il vizio orpellato, nascosto, ricco, coronato, possono inspirare timore, ma ottenere rispetto giammai. Ora l’uomo attuale giovane o vecchio che sia, che non si segna dello stemma cattolico si rispetta? Facciamo un saggio di autopsia.  La parte più nobile dell’uomo è l’anima, e di questa la facoltà, che vince in dignità le altre, è l’intelligenza. Vaso prezioso, formato dalla mano di Dio a raccogliere la verità, e solo la verità, di modo, che quanto non è verità la rende immonda e profana. L’uomo attuale rispetta la intelligenza, le lascia libero il cammino alla verità? Egli non ha che disgusto per le sorgenti pure, dond’essa deriva; oracoli divini, sermoni, libri ascetici o di filosofia cristiana lo appenano ed annoiano. Se tu discendi al fondo di queste intelligenze battezzate, ti crederai in un bazar. Tu vi ritroverai un rimescolio d’ignoranze, di baje, di frivolezze, pregiudizii, menzogne, errori, dubbii, obbiezioni, negazioni, empietà, inezie. Triste spettacolo che mi ricorda lo struzzo morto ultimamente a Lione. Tu sai che l’autopsia del suo stomaco rivelò l’esistenza di un vero arsenale di pezzi di ferro, di legno, di corde ecc. Ecco di che nutrica la sua intelligenza l’uomo, che non fa più il segno della croce: ecco com’egli la rispetta! Ed il suo cuore? Dispensami, caro Federico, dal rivelartene le ignominie. I moti suoi in vece d’essere ascendenti, sono discendenti, non si eleva spaziandosi a volo di aquila, ma si striscia sulla terra; non si nutre, come l’ape, del profumo de’ fiori, ma, qual mosca schifosa, fa suo pasto ogni maniera di lordura. Non v’ha violazione di legge che lo spaventi, né immondizia che eviti. Tu puoi bene convincertene, che la bocca parlando per la pienezza del cuore, la sua gola è spiraglio di sepolcro in putrefazione. Ed il suo corpo? Giovane che trovi indegno di te fare il segno della croce, tu credi essere un grande spirito, ma tu fai pietà! Ti credi indipendente, e sei schiavo; tu non vuoi onorarti facendo quanto fa il fiore della umanità, e per giusto castigo, tu fai quanto esegue il rifiuto della umana famiglia. La tua mano non segna la fronte del segno divino, ed essa toccherà quanto non dovrebbe mai toccare. Tu non vuoi ornare del segno protettore i tuoi occhi, le labbra ed il petto, ed i tuoi occhi s’insozzeranno guardando quanto non dovrebbero guardare, le tue labbra mute ciarliere, loquaces muti, come dice un gran genio (S. Aug. Medit. XXXV, S), diranno quanto non dovrebbero dire, e diranno quello che dovrebbero tacere; il tuo petto, profano altare, brucerà di un fuoco, il cui solo nome fa onta. È questa la tua storia intima; potrai negarla, ma cancellarla giammai. Dessa è scritta su questa carta con inchiostro, ma è letta in tutte le parti del tuo essere, scrittavi con sanguigni caratteri di colpa, in sanguine peccati. – E la sua vita! L’uomo che non fa più il segno della croce perde la stima della sua vita. Egli la vilipende, ne fa spreco, e mai la prende sul serio. Fare della notte giorno, e del giorno notte; poco lavoro e molto sonno, cibi delicati, senza nulla negare al gusto; consumarsi pel tempo, senza alcuna considerazione per l’eternità, ciò è a dire, tessere della tela di ragno, fare de’ castelli di carta, prender mosche, in una parola: usar della vita come padrone, non è prenderla al serio. Prender la vita al serio è fare di essa l’uso voluto da Colui che ce l’ha confidata, e che ce ne domanderà conto non in confuso, ma dettagliatamente; non ad anni, ma per minuto.  – Quando il disprezzatore del segno divino, che doven nobilitarlo inspirandogli sentimenti di rispetto per l’anima ed il corpo suo, è stanco della iniquità e delle inezie, che cosa farà egli? Soventemente egli rigetta la vita come un peso insopportabile. Considerandosi qual bestia priva di timore e di speranza oltre la tomba, si uccide. – Qui, mio caro, come potrò io tutta esprimerti la pena dell’animo mio? Quanto diceva l’Apostolo delle meraviglie del cielo, che l’occhio non ha visto, né l’orecchio sentito, né lo spirito concepito nulla di simile, è mestieri dirlo al presente gemendo, arrossendo e tremando. No, in nessuna epoca, sotto nessun clima, nel mezzo di nessun popolo, ancorché pagano ed antropofago, l’occhio non ha visto, l’orecchio non ha sentito, lo spirito non ha concepito quello che noi vediamo, intendiamo e tocchiamo con mano; qual cosa? Il suicidio. Il suicidio è su di una scala senza paragone nell’istoria. In Francia solamente cento mila suicidi nel corso degli ultimi trentanni. Cento mila! ed il numero va sempre più crescendo. Ora, io son sicuro, benché senza prova, che di questi cento mila, novanta nove mila aveano perduto l’uso di fare il segno della croce seriamente, sovente, e con ogni religione. Credi ciò come tredicesimo articolo del simbolo. A dimani.

IL SEGNO DELLA CROCE (7)

IL SEGNO DELLA CROCE (5)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (4)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA QUARTA.

29 novembre.

Risposta ad un’obiezione. — I tempi sono cambiati. Ragioni in favore de’ primi  Cristiani desunte dalla natura del segno della croce. — Il segno della croce è cinque cose. — Un segno divino, che nobilita l’uomo. — Prove che il segno della croce è divino.

« Per me, tu mi dici, mio caro Federico, la questione è giudicata. Giammai potrei credere che Iddio avesse dato la verità ed il buon senso a’ suoi inimici, condannando allo errore, ed alla superstizione i migliori amici suoi ».  Questa confessione mi consola, e non mi sorprende. Il tuo spirito cerca la verità, ed il tuo. cuore non la rigetta. Se tutti fossero nella istessa disposizione, il compito d’apologista sarebbe facile, ma sventuratamente l’è tutto altrimenti! Nella maggior parte delle controversie, e principalmente nelle controversie religiose l’uomo discute, non con la sua ragione, ma con le proprie passioni. Non per la verità, ma per la vittoria egli combatte. Triste vittoria, che conferma la sua schiavitù all’errore, ed al vizio.  – Quello, che so de’ tuoi compagni e di altri pretesi Cattolici del nostro tempo, mi fa temere ch’eglino agognino a siffatta vittoria. Io li amo, devo loro disputarla: e, per squarciare tutte le bende, in che si ravvolgono, e per illuminare la tua convinzione, voglio esporti le ragioni intrinseche, che giustificano l’inviolabile fedeltà de’ veri Cristiani al frequente uso del segno della croce. Ma facciamo innanzi giustizia alla grande obiezione de’ moderni disprezzatori del segno adorabile. Altri tempi, altri costumi, eglino dicono. Quanto era utile ed ancora necessario ne’ primi secoli della Chiesa, non l’è più di presente. I tempi si cambiano: è da vivere col proprio secolo.  San Pietro risponde loro, che : Gesù era ieri, egli è oggi, egli sarà lo stesso ne’ secoli de secoli. Tertulliano aggiunge: il Verbo incarnato si chiama verità, e non consuetudine. Ora la verità non cambia. Quello, che gli Apostoli e i Cristiani della primitiva Chiesa, i veri Cristiani di tutti i secoli hanno creduto utile, e fino ad un certo punto necessario, non ha finito di esserlo. Io oso affermare, che di presente è più necessario che in altri tempi. Il che è reso manifesto da’ caratteri di somiglianza che esistono fra le posizioni de’ Cristiani de’ primi secoli, e quella de’ Cristiani del secolo decimonono. Qual era la posizione de’ nostri padri delia Chiesa primitiva? Dessi erano al cospetto di un mondo non cristiano, che non voleva divenirlo, che non voleva che altri lo fosse, che perseguitava a morte quanti si ostinavano ad esserlo. E noi, non siamo noi in faccia di un mondo, che cessa di essere cristiano, che non vuole divenirlo di nuovo, che non vuole che altri lo sia, che perseguita, or con scaltrite arti, ed or con la forza quelli che coraggiosi professano il Cristianesimo? Se, in una eguale posizione i primi Cristiani, disciplinati alla scuola apostolica, hanno riconosciuto necessario l’uso frequente del segno della croce, quali ragioni avremmo di abbandonarlo? Siam noi forse più abili, o più forti? I pericoli sono meno grandi, i nemici in minor numero, o meno perfidi? Il proporre simili questioni, è un averle risolute. Passiamo innanzi! – Fino al presente, mio caro Federico, ho fatto valere le circostanze esteriori della causa; ora è mestieri difenderla a fondo, deducendo le ragioni dalla natura del segno istesso della croce. Queste per te, per me. per tutti gli uomini siffattamente si riassumono:  Figli della polvere, il segno della croce è un segno divino che ci nobilita; Ignoranti, il segno della croce è un libro che ci nstruisce;  Poveri, il segno della croce è un tesoro, che ci arrichisce; Soldati, il segno della croce è un’arma, che dissipa l’inimico;  Viaggiatori verso il ciclo, il segno della croce è una guida che ci conduce.  – Prendi la tua toga, siedi da giudice, ed ascolta!

Figli della polvere, il segno della croce è un segno divino che ci nobilita. Chi è, dimmi, questo essere che viene al mondo piangendo, soggetto come il più piccolo degli animali a tutte le infermità, incapace più di lui, e per maggior spazio di tempo, di soddisfare a’ suoi bisogni? Che l’uomo si chiami principe, re, imperatore; che la donna abbia titolo di contessa, duchessa, imperatrice, non ne vadano gonfii; poiché uno sguardo retrospettivo insegnerà loro, ch’eglino sono questo essere. Questo essere è l’uomo, verme nel suo principio, e cibo de vermi nella tomba (Primam vocem similem omnibus emisi plorans. In involumentis sum, et curis magnis. Nemo enira ex regibus aliud habuit nativitatis initium. Sap.VII. 3). – Questo essere tanto infermo, si nullo, e si vergognosamente confuso con i deboli e vili animali lungo i primi anni di sua esistenza, e spinto d’altronde a rassomigliarlo pe’ suoi instinti. Non pertanto, questo essere è l’immagine di Dio, il Re della creazione, egli non deve degradarsi. Dio lo tocca alla fronte, v’imprime un segno divino, che la nobilita, e la nobiltà obbliga. Rispettato dagli altri, egli rispetterà se stesso. Queste lettere di nobiltà, questo segno divino, è il segno della croce. È divino, cheviene dal cielo e non dalla terra: l’è divino, cheil padrone può solo marcare i suoi prodotti. Desso viene dal cielo, perché la terra confessa di non essere suo trovato. Percorri tutti i paesi, e tutti i secoli, in nessun luogo tu troverai l’uomo che abbia immaginato il segno della croce, il santo che l’abbia insegnato, come proprio insegnamento; il Concilio, che l’abbia imposto come suo precetto. La tradizione lo insegna, la consuetudine lo conferma, la fede lo pratica » (Harum et aliaruui hujusmodi disciplinarum si legem ex-postules, scripturarura nullam invenies. Traditio te prætenditur autrix, consuetudo confirmatrix, et fides observatrix. Ter. de Coron. c. III). Così Tertulliano: e per esso tu ascolti la voce della seconda metà del secondo secolo. S. Giustino (Dextera manu in nomine Cbristi quos crucis signo obsignandi sunt, obsignamus. Quæst. 118) parla per la prima, e ti apprende non solo la esistenza, ma il modo con che tale segno era fatto, è con ciò noi siamo a’ tempi primitivi, tempi di memoria eterna, che gli eretici istessi chiamano l’età d’oro del Cristianesimo, sì per la purezza della dottrina, che per la santità de’ costumi. Ora, noi vi troviamo il segno della croce in piena pratica in Oriente, come in Occidente.  Diamo qualche passo, e daremo la mano a s. Giovanni, quello, che sopravvisse a tutti gli Apostoli. Vedi il venerabile vecchio, che fa il segno della croce su di una coppa avvelenata, e beve il micidiale liquore impavidamente (S. Simeon: Metaph. in Joan.). Un po’ più lontano, ed ecco i suoi più illustri colleghi, Pietro e Paolo. Come Giovanni il discepolo amato dal divino Maestro, Pietro e Paolo, principi dell’apostolato, fanno religiosamente il segno della croce, e l’insegnano dall’oriente fino all’occidente, a Gerusalemme, in Antiochia, ad Atene, a Roma, ai Greci ed ai barbari. Ascoltiamo un irrecusabile testimone della tradizione, c Paolo, dice santo Agostino, posto dappertutto il reale stendardo della croce, pesca gli uomini, e Pietro segna le nazioni col segno della croce (Circumfert Paulus Dominicum in cruce vexillum. Et iste piscator hominum, et ille titulat signo crucis gentiles. S. loan Chrys. Ser. XXVIII). » Nè solamente eglino lo eseguono sugli  omini, ma sulle creature inanimate, e vogliono che altri ancora il facesse. Ogni creatura di Dio è buona, scrive il grande Apostolo, non è da rigettare alcuna cosa, che possa riceversi con rendimento di grazie; poiché dessa è santificata dalla parola di Dio, e dalla preghiera. Questa è la regola: quale n’é il senso? Nel diritto se v’ha un testo oscuro, come si chiarisce? Per chiarirlo, si consulta l’interprete il più autorizzato, ed il più vicino al legislatore: la sua parola è legge.  Ascolta la parola la più autorizzata dall’Apostolo s. Paolo, s. Crisostomo « Paolo, egli scrive, ha stabilito qui due cose: la prima che nessuna creatura è immonda: la seconda, che se lo fosse, facile cosa sarebbe purificarla. Segnala del segno della croce, rendi grazia e gloria al Signore, e detto fatto, l’immondizia partirà (Duo capita ponit, unum quidem quod creatura nulla communis sit. Secundo, quod etsi communis sit, medicamentum in promptu est. Signum illi crucis imprime, gratias age, Deo gloriam refer, et protinus immunditia omnis abscessit. In Tim. hom. XII). » Ecco l’insegnamento apostolico. I principi degli Apostoli non solamente facevano questo segno adorabile sulle cose inanimate, e sopra i popoli che accorrevano alla fede, ma sopra se stessi. Questo segno adunque esisteva prima di loro. Paolo il persecutore è rovesciato lungo il cammino di Damasco, perché divenga l’apostolo del Dio, ch’egli perseguita. Quale sarà il primo atto del Dio vincitore sul nobile vinto? Sarà segnarlo del segno della croce. Va, dice Egli ad Anania, e segnalo del mio segno (Vade ad eum, et signa eum charactere meo. S. Aug. Ser. l et Ser. XXV, De Sanctis). Chi è dunque l’autore e institutore del segno della croce? Per trovarlo è da sormontare tutti i secoli, tutte le cose visibili, tutte le gerarchie angeliche, per venire fino al Verbo eterno, alla verità istessa. Ascolta un altro testimone, perfettamente in grado di saperlo, e che ha confermato la testimonianza col suo sangue. Ho nominato l’immortale Vescovo di Cartagine, s. Cipriano. « Signore, egli esclama, sacerdote santo, voi ci avete legato tre cose che non periranno giammai: il calice del vostro sangue, il segno della croce e l’esempio de’ vostri dolori. (Tu Domine, sacerdos sáncte, constituisti nobis inconsumptibiliter potum vivificum, crucis Signum, et mortificationis exemplum. Serm. de Pass. Christi) » Santo Agostino aggiunge: Siete voi, o Signore, che avete voluto questo segno impresso sulla nostra fronte (Signum suum Christus in fronte nobis fligi voluit. In psal. 130). Sarebbe facile citare venti altri testimoni; ma perché scrivo delle lettere, e non un libro, mi arresto. Il segno della croce è un segno divino: ecco un fatto constatato per la discussione. Ve n’ha un altro, di che sarà parola dimani.

IL SEGNO DELLA CROCE (4)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (4)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA TERZA.

28 novembre.

Seguito della terza presunzione: I dottori dell’Oriente e dell’Occidente.— Costantino, Teodosio, Carlomagno, San Luigi, Baiardo, Don Giovanni d’Austria, Sobieski. — Quarta presunzione: La condotta della Chiesa. — Quinta presunzione: Quelli che non fanno il segno della Croce. — Riassunto.

Ora, mio caro amico, senza eccezione alcuna tutti questi grandi geni facevano il segno della Croce, come devote giovanette. Questi lo facevano continuamente e non rifinivano dall’inculcare i Cristiani di eseguirlo in tutte le occasioni. Fare il segno della croce sopra di quelli che mettono in Gesù Cristo ogni loro speranza, dice uno di loro, è cosa fra noi notissima, e studiosamente eseguita, Primum est et notissimum (S. Basil. De S. S. c. XXVII). Un altro: La croce è dappertutto: presso i re ed i sudditi, gli uomini e le femmine, le vergini e le spose, gli schiavi ed i liberi, tutti segnano di esso il membro più nobile, la fronte…. Non vogliate sortire dalla vostra abitazione senza dire: Rinunzio a satana, e sono seguace fedele di Cristo, e senza accompagnare queste parole col segno della croce: cum hoc verbo et crucem in fronte imprimas (Crysost. Him. XXI, ai pop. Antioch.). Ed un altro: Noi dobbiamo segnarci ad ogni operazione che ci occorre compiere nel corso del giorno; omne diei opus in signo facere Salvatori* (S. Ambr. Serm. XLIII). E Gaudenzio, il gran Vescovo: « Il segno della croce sia fatto constantemente sul cuore, sulle labbra, e sulla fronte, al pranzo, al bagno, al letto, entrando o sortendo da casa, nella gioia e nella tristezza, stando seduto ed in piedi, parlando, camminando, a dir corto, in ogni operazione: verbo dicam, in omni negotio. Facciamolo sul nostro petto e sopra tutte le membra, onde l’intiero nostro corpo sia difeso da questa invincibile arma de’ Cristiani: armemur hac insuperabili christianorum armatura » (S. Gaud. Ep. Brix Tract. de lect. evang., S. Ciril. Hier. Catech, iv, n. 14. – S Efrem de Panoplia). – Fino agli estremi di loro vita, confermando le parole coi loro esempi, noi vediamo questi geni morire, come l’illustre Crisostomo, questo re della eloquenza, segnandosi del santo segno redentore. Il fiore de’ Cristiani formato a questa scuola ne imitava gli esempi. Girolamo parlando di Paola, di questa discendente degli Scipioni, ci dice: Dessa, sul punto di rendere la sua bell’anima, quando ci era già impossibile più intendere le sue parole, avea il dito sulla bocca, e, fedele al pio uso, ella disegnava la croce sulle sue labbra (Ad Eustoch. De Epiph. Paulæ).  – Attraversiamo i secoli ed accenniamo qualche anello della catena tradizionale. Senza far parola degl’immortali imperatori, legislatori e guerrieri ad un tempo, Costantino, Teodosio, Carlomagno, fedeli al pio uso di segnarsi del santo segno della croce, arriviamo al migliore de’ re, che abbia avuto la Francia, S. Luigi. Il suo amico ed istoriografo de Joinville scrive di lui: « Il re cominciava dal segno della croce la tavola, il consiglio, la guerra, tutte le sue azioni »(Vita cap. XV). Del cavaliere senza paura e sema rimprovero, Baiardo, ferito a morte, ultimo gesto fu il segno della croce, ch’egli fece con la spada. La potenza cattolica e la potenza musulmana si trovano di rincontro nel golfo di Lepanto, rappresentate da due flotte che sorpassavano il numero di quattrocento vele. Da questa guerra dipende il trionfo della civiltà, o quello della barbarie, i destini dell’Europa sono nelle mani di Don Giovanni d’Austria. L’eroe cristiano innanzi di dare il segno della battaglia si segna, ed i capitani lo imitano. L’islamismo non ancora può rifarsi della completa rotta, che ne riportò. Ma non pertanto un secolo più tardi volea riparare le sue perdite. Le sue orde innumerevoli si avanzavano fin sotto le mura di Vienna. Sobieski accorre con forze che sono un nulla al confronto di quelle dell’inimico. Ma Sobieski è Cristiano. Innanzi di discendere nel campo della battaglia fa segnare di croce la sua armata, e se stesso segua di una croce vivente, ascoltando la messa con le braccia distese in forma di croce. Per questo segno, dice un guerriero Cristiano, il visir fu battuto.  Non la finirei, mio caro, se volessi narrare lutti i fatti storici che confermano la frequenza e la perpetuità di questo segno, presso i veri Cristiani di tutti i secoli e di tutte le condizioni, sì nel mondo, che nei chiostri dell’Oriente e dell’Occidente. Questa gloriosa tradizione non è una presunzione rispettabile in favore de’ nostri maggiori della Chiesa primitiva? Che cosa mai ne pensano i tuoi compagni?  

Quarta presunzione in favore de’ primi Cristiani è l’uso della Chiesa. I secoli, e con essi gli uomini cangiano leggi, abitudini, mode, linguaggio, maniera di vedere e di giudicare: tutto si modifica. Solo la Chiesa non cambia mai, immutabile come la verità di che è maestra, quanto essa insegnava e faceva ieri, insegna ed opera quest’oggi, insegnerà ed opererà domani e sempre. Qual è il suo pensiero e la sua condotta sul conto del segno delia croce? Nulla v’ha, su di che meglio si mostri la sua divina immutabililà. Da poi 18 secoli si può dire, che la Chiesa vive del segno della croce: un istante solo non lascia di praticarlo. Comincia, continua, compie ogni operazione con questo segno. Di tutte le sue pratiche il segno della croce è la principale, la più comune e familiare, desso è l’anima de’ suoi esorcismi, delle sue preghiere e benedizioni. Quanto essa opera al presente nelle nostre basiliche sotto i nostri occhi, essa operava nelle catacombe al cospetto de’ nostri padri. Senza il segno della croce, dicono essi, nulla si fa tra noi legittimamente, niente è santo e perfetto (Sine quo signo nihil est sanctum, neque alia consecratio meretur effectum. S. Cypr. de bapt. chr. Quod signum nisi adhibeatur, nihil recte perficitur. S. Aug Tract. 188 in Joan. n. 5). Il potere della Chiesa, come quello del suo Fondatore, si esercita sulle persone e sulle cose, si estende sino al cielo e per tutta la terra: Data est mini omnis potestas. Come la esercita essa? Per Io mezzo del segno della croce. Quanto essa destina a’ suoi usi, l’acqua, il sale, il pane, il vino, il fuoco, le pietre, il legno, l’olio, il balsamo, il lino, la seta, il bronzo, i metalli preziosi, tutto segna di croce. Quanto appartiene ai suoi figli, le loro dimore, i campi, gli armenti, i loro strumenti da lavoro, le invenzioni di loro industria, di tutto prende possesso col segno della croce.  Vuole dessa preparare al Signore del cielo un’abitazione sulla terra? Innanzitutto la croce deve conservare lo spazio che occuperà l’edilizio. Niuno, dicono i Concili, si permetta innalzare una Chiesa, innanzi venga il Vescovo e vi faccia il segno della croce per scacciare satana (Nemo Ecclesiam ædificet, antequam Episcopus civitatis veniat et ibidem crucem figat: addit glossa, ad abigendas inde dæmonum phantasia.’. (Novella T, paragraph. I. Cap. Nemo consecrat. dixt.). Il segno della croce è il primo mezzo, di che usa per benedire i materiali del tempio, e per ben venti volte lo esegue sul pavimento, sui pilastri, e l’altare, e per renderlo immobile fa sormontare il tempio da una croce di ferro. Quando i suoi figli verranno nella casa di Dio, che faranno eglino avanti che ne passino la soglia? Il segno della croce. Da qual cosa i capi della preghiera, i Vescovi ed i preti cominceranno a celebrare le lodi dell’Altissimo? Dal segno della croce. Quando al principio de’ santi uffizi noi facciamo il segno della croce accompagnandolo con le parole: Signore venite in mio soccorso; è come se dicessimo, scrive un’antico liturgista: Signore, la vostra croce è il nostro aiuto: la mano ve ne rappresenta il segno, e la lingua vi prega. satana è il condottiere di tutti i nostri nemici; egli governa il mondo, e solletica la nostra carne. Ma se voi, o Signore, verrete in nostro soccorso con la vostra croce, esso e tutti i nostri nemici verranno messi in fuga. Ecco la sua condotta per l’uomo tempio vivo della Trinità. Quello, che opera sopra di lui quando sorte dal seno materno, è il segno della croce; e quando l’uomo entra nel seno della terra, la Chiesa dello stesso segno l’adorna. Questo è il primo saluto e l’ultimo addio, ch’ella usa col figlio della sua tenerezza. E quanti segni di croce lungo il tempo interposto fra la tomba e la culla? Al Battesimo, quando egli diviene figlio di Dio, lo segna di croce; nella Confermazione, sul punto di divenire soldato della virtù, lo segna di questa croce; nella Eucaristia, quando riceve il Pane degli Angeli, lo segna parimente; alla penitenza, dove l’uomo riacquista la vita divina, il segno redentore è eseguito sopra di lui; nella Estrema unzione, dalla quale trae forza per l’ultima battaglia, la croce lo segna; nell’Ordine e nel Matrimonio, in questa associazione alla paternità divina,la Chiesa onora l’uomo con questo segno (Si regenerari oportet, crux adest; si mystico cibo nutriri, si ordinari, et si quidvis aliud faciendum, ubique nobis adest hòc victoriæ symbolum. (S. loan. Chrysot. iti Matth, homil. 54, ri. 4). Quod Signum nisi adbibeatur frontihus crederitium, sive ipsi aquæ in qua regenerantur, sive oleo quo cbrismate unguntur, sire sacrificio quo aluntur, nihil eorum recte perficitur. S. August, in Joan, tract. 128, n. 5). Ma v’ha di più. Quando la Chiesa nella persona del Sacerdote ascende l’altare armato della onnipotenza con che comanda, non più alla creatura ma al Creatore, non all’uomo ma a Dio, il cielo si apre alla sua voce, ed il Cristo rinnova tutti i misteri della sua vita, della sua morte, e della gloriosa Resurrezione; v’ha alto alcuno da eseguire con maggiore solenne gravità, e da cui è da eliminare accuratamente quanto potrebb’essere straniero e superfluo? Ora nel corso di questa azione per eccellenza, che cosa fa la Chiesa? In essa più che in ogn’altra moltiplica il segno della croce; dessa si ravvolge nel segno della croce; cammina attraverso questo segno, lo ripete sì soventemente, che il numero di questo potrebbe sembrare esagerato, se non fosse profondamente misterioso. Sai tu quante volte il prete esegue il segno della croce lungo il tempo della Messa? Egli lo fa quarantotto volte. Dico male: per quanto dura il Sacrifizio, il prete è un segno di croce vivente.  E la Chiesa cattolica, la grave institutrice delle nazioni, la grande maestra della verità, si compiacerebbe di ripetere in sì solenne azione, un segno inutile, superstizioso, o di nessuna importanza! Se i tuoi compagni lo credono, a torto sono increduli; non mancano di credulità. La condotta della Chiesa e de’ veri Cristiani di tutti i secoli, è una presunzione vittoriosa in favore de’ nostri antenati.

La quinta presunzione in favore de’ primi Cristiani sono quelli che non fanno il segno della croce. Sulla terra v’hanno sei categorie di esseri che non fanno il segno della croce. I pagani: Cinesi, Indiani, Tibetani, Ottentotti, i selvaggi dell’Oceania, gli adoratori d’idoli mostruosi, i popoli profondamente degradati, e non meno infelici; questi non fanno il segno della croce. I maomettani: simili agl’immondi animali pel sensualismo, ed alle tigri per la ferocia, sono automi del fatalismo; questi, non si segnano. I Giudei: incrostati di falde di profonda superstizione, sono una pietrificazione vivente di una razza scaduta; questi neanche si segnano. Gli eretici: settari orgogliosi a segno da voler riformare l’opera di Dio, e cui toccò in sorte perdere fin l’ultimo lembo di verità, lo posso, scriveva non ha guari uno de’ ministri prussiani, scrivere sull’unghia del mio pollice quanto v’ha di comune credenza fra i protestanti: i protestanti non hanno il segno della croce. I cattivi Cattolici: rinnegati del loro Battesimo, schiavi del rispetto umano, superbi ignoranti, che parlano di tutto del tutto, ignoranti, adoratori del dio ventre, del dio carne, del dio materia, e la cui vita è sozza al pari d’immondo limo: questi del pari non si segnano. Le bestie: bipedi e quadrupedi di tutte le specie; cani, gatti, asini, muli, cammelli, i barbagianni, i coccodrilli, le ostriche, gl’ippopotami, questi non si segnano. – Tali sono le sei categorie di esseri che non fanno il segno della croce. Se nei tribunali il carattere morale degli accusatori e dei difensori contribuisce grandemente, innanzi lo stesso esame della causa, a formare l’opinione de’ giudici; lascio a te stesso pensare se il carattere di quelli che non fanno il segno della croce sia una presunzione favorevolissima pei primi Cristiani!  A dir breve, relativamente al segno della croce frequentemente eseguito, il mondo è diviso in due campi opposti.

A favore: gli ammirevoli Cristiani della primitiva Chiesa, gli uomini di gran santità, i più grandi geni dell’Oriente e dell’Occidente, i veri Cristiani di tutti i secoli, la Chiesa Cattolica istessa, maestra di verità.

Contro: i pagani, i maomettani, i giudei, gli eretici, i cattivi cattolici e le bestie.

Mi pare che tu possa di già pronunziarti. Ma meglio lo potrai quando saprai le ragioni, che condannano gli uni e giustificano gli altri. Te le dirò nelle seguenti lettere.

IL SEGNO DELLA CROCE (5)

IL SEGNO DELLA CROCE (3)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (3)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA SECONDA.

27 novembre.

Esame della questione.— Presunzioni in favore dei primiCristiani. —1a presunzione: i loro lumi. — 2a presunzione: loro santità — 3a presunzione: l’uso dei veri Cristiani in tutti i secoli. — I padri della Chiesa erano dei grandi geni?

Mio Caro Amico

Ne’ giudizi ordinari le circostanze esteriori producono grande effetto. Soventi volte desse contribuiscono alla formazione della opinione de’ giudici, come le testimonianze dirette. Tu il sai, sono così detti gli antecedenti, la posizione, il carattere morale degli interessati nella causa. Perché eliminarle noi dal processo che ci occupa? Innanzi però di apportare le ragioni de’ primi Cristiani dedotte dalla natura istessa del segno della croce, esaminiamo insieme le presunzioni, che militano in favore della loro condotta.  –

Prima presunzione in favore de’ Cristiani è la loro vicinanza agli Apostoli. Gli Apostoli avevano conversato col Verbo incarnato, con la verità istessa, e vistala con ipropri occhi, toccata di loro mani. Eglino erano idepositari e gli organi infallibili della sua dottrina, con ordine d’insegnarla per intiero e senza mutamento alcuno. I Cristiani parimenti avevano visto gli Apostoli e gli uomini apostolici, li avevano intesi ed usato con loro frequentemente ricevendo la fede ed il battesimo dalla bocca e dalla mano di essi. Bevvero la verità alla fonte istessa! – Di questa verità, cui tutto dovevano, si nutrivano, ne facevano la norma del loro operare, conservandola con inviolabile fedeltà, perseverantes in doctrìna apostolorum. E chiaro che nessuno mai trovossi in condizioni migliori per conoscere il pensiero degli Apostoli, e di Nostro Signore istesso. È mestieri però affermare che, se i Cristiani primitivi avessero fatto il segno della croce a ciascun instante, avrebbero ubbidito ciò facendo ad una raccomandazione apostolica; altrimenti gli Apostoli ed i loro primi successori, custodi infallibili del triplice deposito della fede, della morale e della disciplina si sarebbero ben dato la pena d’interdire un uso inutile, superstizioso e tale da esporre i neofiti allo scherno del paganesimo ignorante. Sicché, lo ripelo, i Cristiani della Chiesa primitiva facendo soventemente il segno della croce agivano con piena conoscenza di causa. — Prima presunzione in favore di loro condotta.

Seconda presunzione in favore de’ primi Cristiani; la loro santità. I primi Cristiani erano, non solo peritissimi della dottrina degli Apostoli, ma altresì fedelissimi nella pratica di essa. N’è prova la loro santità, e, che questo fosse il carattere generale de’ primi Cristiani, è facilissima cosa il vedere come sia evidentemente dimostrato.

1° – Eglino amavano piuttosto perdere tutto e la vita istessa nel mezzo di crudeli supplizii, anziché offendere il loro Dio. L’eroismo dell’animo loro durò quanto la persecuzione, tre secoli.

2 ° – Ferventissima n’era la carità. Il cielo e la terra di unita hanno fatto del loro fraterno amore un elogio unico negli annali del mondo. Eglino avevano un sol cuore ed un’anima sola, cor unum et anima una, ha detto di loro Dio stesso. Vedete come si amino, ed in qual maniera sieno solleciti di morire gli uni per gli altri, vide ut invicem ne diligant et ut prò alterutro morì sint parati, esclamavano i pagani.

3° Il cuore nutriva tale un rispetto, e tanta tenerezza per gli Apostoli da esser loro ubbidienti con filiale sommissione. San Paolo, che non era largo di elogi, scrive a’ Cristiani di Roma, che la loro fede è in gran fama nel mondo intiero; e a quelli dell’Asia: che l’amavano siffattamente, che gli occhi istessi gli avrebbero donato. Alla preghiera dell’Apostolo tutte le Chiese gareggiano per correre al soccorso de’ fratelli di Gerusalemme, e Filemone riceve Onesimo.

4° I Padri della Chiesa testimoni oculari continuano siffatta testimonianza in favore della santità de’ primi Cristiani. Tertulliano diceva ai giudici, ai pretori, ai proconsoli dell’impero, sfidandoli: Ne appello alle vostre procedure, o magistrati, cui è commesso il ministero della giustizia. In tutta quella moltitudine di accusati che ciascun giorno è tradotta innanzi ai vostri tribunali, v’ha qualche avvelenatore, un sacrilego, un assassino, che sia Cristiano? De’ vostri rigurgitano le prigioni, i vostri popolano le mine, i vostri ingrassano le belve dell’anfiteatro; de’ vostri è composto l’armento de’ gladiatori. Fra essi non v’ha un solo Cristiano, e se v’ha, vi è pel solo delitto di essere Cristiano (1(1) Apolog. c. 44).

5° – Gl’istorici pagani riconoscono la loro innocenza ed i persecutori istessi rendono omaggio alla loro virtù. Tacito, questo scrittore pur troppo prevenuto ed ingiusto contro i nostri padri, narra gli orrendi massacri di Cristiani de’ tempi di Nerone. Una moltitudine enorme, multitudo ingens, moriva nel mezzo de’ più barbari supplizi. Dessa era innocente di quanto veniva accusata; ma dessa era colpevole dell’odio del genere umano odio generis umani. Così egli. — E chi era mai questo genere umano? Tacito istesso lo dice: Il fango del popolo, la crudeltà vivente. — Perché tant’odio? Perché il male è un nemico irreconciliabile del bene. La santità de’ nostri padri era la condanna severa de’ mostruosi delitti commessi dai pagani; epperò le carneficine di Nerone, e le sue fiaccole viventi. Quaranta anni dopo Nerone, Plinio il giovane governatore della Bitinia riceve ordine da Traiano di procedere contro de’ Cristiani. Cortigiano fedele esegue gli ordini del suo signore per filo ed a segno da dar la caccia dappertutto ai nostri padri e di persona interrogava i torturati. Ma da tutte le sanguinose inchieste qual fu il delitto scoperto? « Tutto il delitto de’ Cristiani, scrive egli a Traiano, è di assembrarsi in alcuni giorni innanzi l’aurora per cantare ad onore di Cristo degli inni, come ad un Dio; obbligarsi con sacramento di non commettere alcun delitto, di guardarsi dal commettere furti, adulterio, spergiuro. Ne ho torturato ben molti, ma non li trovo colpevoli, che di una falsa ed eccessiva superstizione » (Epist. lib. x, ep. 97).  – Discorrendo della santità de’ nostri antenati mi son dilungato alquanto, perché dessa, a mio modo di credere, è la presunzione la più forte in favore del segno della croce. Quando uomini di questa tempra si mostrano al cospetto della morte tenerissimi di qualche uso, è mestieri affermarlo più importante di quello, che i tuoi nuovi compagni lo reputano.

Terza presunzione in favore dei Cristiani primitivi, è  la pratica de veri Cristiani ne’ secoli successivi. — L’Oriente e l’Occidente hanno visto formarsi tosto delle comunità religiose di uomini e di femmine. In questi asili separati dal mondo lo spirito evangelico e le apostoliche tradizioni sono conservate, se non immobilmente, per lo meno con la maggior fedeltà e verità. Fra gli antichi usi conservati con particolare cura è il segno della croce. I nostri padri, scrive uno de’ loro istoriografi, praticavano il segno della croce con grandissima frequenza e religione. Eglino si segnavano levandosi da letto ed avanti di collocarvisi, avanti il lavoro, sortendo di monastero e dalle celle, e quando vi entravano. A mensa segnavano di croce il pane, il vino, ciascuna vivanda (Marlene De antiq. monach. ritib. lib. 1, c. I, n. 35 etc.).  Nel mondo, fuori di questi asili, il segno redentore cammina su di una linea parallela. Tutti quei grandi nomi che nel corso di cinque secoli si sono succeduti in Oriente ed Occidente, quei geni impareggiabili, che sono detti Padri della Chiesa: Tertulliano, Cipriano, Atanasio, Gregorio, Basilio. Agostino, Grisostomo, Girolamo, Ambrogio, e tutti gli altri, il cui catalogo spaventa l’orgoglio, e lo schiaccia col suo peso; tutte queste sublimi intelligenze facevano assiduamente il segno della croce, ed inculcavano a tutti i Cristiani di eseguirlo in ogni occasione. – Ho detto i Padri della Chiesa essere grandi geni, e grandi uomini. Se come tali li presenterai a’ tuoi compagni, attenditi un sorriso di compassione. Non voler loro portarne astio; i poveri giovani conoscono i Padri della Chiesa, come gli antipodi. Invece dimanda loro quello ch’eglino intendano per grande uomo, ed in mancanza di loro risposta ecco la mia, di che potrai al bisogno far uso.

Chiama grandi uomini coloro, che con genio elevato, profondo, esteso abbracciano l’orizzonte del mondo della verità; che conoscono le scienze, gli uomini e le cose, non superficialmente, ma ne’ loro principii, nel loro scopo ed intima natura; non la sola materia, ma e lo spirito; non l’uomo solo, ma pur l’Angelo; non la sola creatura, ma ancora il suo Creatore; non sol quanto è al di quadella tomba, ma eziandio quanto è oltr’essa. Di tutto non solo le singole parti, ma l’insieme, di che sanno far scaturire delle luminose ed inattese applicazioni al perfezionamento della umanità. Ecco il genio, ed ecco il padre della Chiesa! Tu puoi ben sfidare i tuoi compagni di trovare fra gli antichi ed i moderni qualcuno, che abbia meglio, o così bene in sé attuata la definizione del grand’uomo. Per quanto siano salite in fama le specialità attuali in chimica, in fisica, in meccanica, in industria, non sono, né geni, né grandi uomini. L’uomo, il cui sguardo abbraccia una sola legge dell’armonia universale, non merita il nome di genio; come non si chiama gran musico chi non sa far sortire dal suo strumento che un suono solo, ma quello che fa vibrare armonicamente tutte le corde.  Il tempo non mi consente compiere la lettera questa sera, il seguito a domani.

IL SEGNO DELLA CROCE (2)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (2)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA PRIMA.

Parigi, 25 novembre 1863.

Stato della quistione. — Il mondo moderno non fa piò il segno della Croce o lo fa raramente, o male. — I Cristiani primitivi la facevano soventemente e bene. — La ragione è per noi, ed il torto per essi? O questo per noi ed il torto per essi? Quale delle due?

Mio Caro Federico

Quindici giorni soltanto sono scorsi da che i giornali, ci annunziavano il naufragio del capitano Walker. Siffatta nuova, che leggevamo insieme, ci attristò grandemente, che per essa conoscemmo la morte di alquanti viaggiatori nostri amici. La nave avea dato in uno scoglio, ed una larga vena di acqua si era aperta in essa, e tutti gli sforzi dell’equipaggio tornando inutili a chiuderla, la nave s’immergeva oltre la sua linea di flottazione. Si cercò scemarne il peso col getto delle mercanzie al mare; dopo queste, delle provvigioni da guerra, che furono seguite da una parte dei mobili e degli attrezzi, serbando solo due o tre botti di acqua, e qualche sacco di biscotti. Tutto fu inutile. La nave affondava, il naufragio diveniva imminente. Come, estremo mezzo di salute, Walker comandò che le scialuppe si mettessero in mare; ciascuno vi si precipitò. Sventura! La maggior parte dei viaggiatori a vece di trovarvi la vita, vi trovò la morte.

Questo racconto, trattane qualche circostanza, è la storia di tutti i grandi naufragi. Gl’infelici comandanti e la ciurma in questi estremi sono da scusare se gettano al mare tutto quello che si può. — La vita è da salvare innanzi tutto. Il mondo attuale, questo mondo che dicesi ancora cristiano, cui per fermo appartengono i tuoi compagni, presenta più di un tratto di somiglianza con una nave che ha sofferto avarie, ed è sul punto di naufragare. Le furiose tempeste, che da poi lungo tempo battono il legno della Chiesa, vi hanno aperte delle grandi vene di acqua, e per lo mezzo di esse vi si sono introdotti de’ grandi fiotti di dottrine, di costumi, di usi, di tendenze anticristiane. Guai, non per la nave, che non può perire, ma pei viaggiatori! Qual cosa mai è stata fatta? Io non parlo del mondo disvelatamente pagano; il suo naufragio è compiuto: ma di quello che pretende ancora di essere cristiano. Che ha egli fatto, e fa continuamente delle provvigioni da guerra e da bocca, delle mercanzie, dei mobili e degli attrezzi, di che la Chiesa avea provveduta la nave, per assicurare il successo della navigazione fino al porto della eternità a schermo degli scogli e delle bufere? Desso ha tutto, o quasi tutto, gettato al mare!  – Dov’ è la domestica preghiera nelle famiglie ? al mare. Le pie letture? al mare. La benedizione della mensa? al mare. L’assistenza frequente al santo Sacrifizio, lo scapolare, la corona? al mare. La santificazione della domenica, assistendo alle sacre istruzioni ed agli uffìzi divini, con le visite de’ poveri, degli afflitti e de’ malati? al mare. L’uso regolare de’ sacramenti, la osservanza delle leggi del digiuno e dell’astinenza? al mare. Lo spirito di semplicità e di mortificazione ne’ panni, nella mobilia, nel cibo e nell’abitazione? Il crocifisso, le sante immagini, l’acqua benedetta negli appartamenti? al mare, al mare!  La nave frattanto continua ad affondarsi. Lo spirito cristiano si scema, e lo spirito opposto cresce a vista. Si cerca riparare in qualche battello, voglio dire, in certe forme di religione che ciascuno stabilisce a seconda della propria età, condizione, temperamento e gusto, ed in esse si vive.  L’assistenza alla Messa bassa la domenica: e come? Alla messa solenne un tre, quattro fiate nell’anno; a vespro, giammai. Usare frequentemente a spettacoli e balli; la lettura di quanto si presenta; nulla negarsi, eccetto quello che non può aversi: ecco i battelli ne’ quali si cerca la salvezza. — È mestieri meravigliarsi di tanti naufragi? Poveri viaggiatori, separati dalla nave, voi movete a compianto! Ma più ancora è da compiangere la generazione che cresce! Fra le usanze del Cattolicismo, imprudentemente abbandonate dal mondo moderno, ve n’ha una più che altra mai rispettabile, che ad ogni costo vorrei salvare dal naufragare, ed è quella che i compagni tuoi disprezzano, senza sapere quello, che facciano; vo’ dire il segno della croce. — È tempo ormai di provvedere alla conservazione di esso; che altrimenti fra poco esso avrà la sorte di tante altre pratiche tradizionali, che noi dobbiamo alle materne cure della Chiesa, ed alla pietà de’ secoli cristiani trascorsi. Vuoi tu sapere, mio caro Federico, quel che sia divenuto il segno della croce nel mezzo del mondo che si pretende cristiano? Un dì di domenica ti ferma alla porta di una delle grandi chiese, ed osserva la folla che entra nella casa di Dio. Un gran numero si avanza scioperatamente, o con fasto, il che è tutt’uno, nel luogo santo, senza neppure guardare il vaso dell’acqua benedetta, e senza fare il segno della croce. Altri, in numero ad un dipresso uguale, prendono o ricevono, o fanno mostra di prendere o di ricevere l’acqua benedetta e di segnarsi. Tu vedrai cacciar nell’acqua benedetta la punta di un dito ricoperto di guanto, il che non è liturgico, come non l’è confessarsi e comunicarsi con i guanti (Nota A). Della maniera poi con che siffatto segno è eseguito, meglio sarebbe non far parola; poiché è tale, che il più abile geroglifichiere incontrerebbe della pena a spiegarla. Un movimento di mano senza riflessione, in fretta, a metà, macchinale, di che torna impossibile assegnare una forma, o darne un significato; oltre che gli autori di esso credono di nessuna importanza quello, che fanno: ecco il loro segno di croce della domenica.  Nel mezzo di questa folla di battezzati ti sarà difficile trovare qualcuno che faccia seriamente, regolarmente e religiosamente il segno venerabile di nostra salute. Or se in pubblico ed in circostanze solenni, la maggior parte non fa, o fa male il segno della croce, stento a persuadermi che lo facciano bene nelle altre, in cui, secondo l’apparenza, v’hanno minori ragioni da farlo, e ben farlo.  È dunque un fatto: i Cristiani di oggidì non fanno il segno della croce, o lo fanno raramente, o male. Su questo punto, come su molti altri, noi siamo agli antipodi de’ nostri antenati, i Cristiani della Chiesa primitiva. Quelli si segnavano, e si segnavano bene, e soventemente.  Nell’Oriente come nell’Occidente, a Gerusalemme, ad Atene, a Roma, gli uomini e le donne, i vecchi ed i giovani, i ricchi ed i poveri, i preti ed i semplici fedeli, tutte le classi della società osservavano religiosamente siffatto uso tradizionale. — La storia nulla ha di più certo; i padri testimoni oculari ne fanno fede; tutti gli storici Io accertano. Nulla mi sarebbe più facile del ripeterti le loro parole, ma tu le troverai presso il dotto tuo compatriota nella sua opera: De Cruce, Gretzer. Ma in vece di tutti ascolta il solo Tertulliano: A ciascun movimento e ad ogni passo, entrando e sortendo, prendendo gli abiti ed i calzari, al bagno, alla mensa, nel mettersi a Ietto, nei consigli, checché da noi si faccia, noi segniamo la nostra fronte del segno della croce (Ad omnem progressum atque promotum, ad omnem aditum et exitum, ad vestitum et calceatum, ad lavacra, ad mensas, ad lumina, ad cubilia, ad sedilia, quaecumque nos conversatio exercet. frontera crucis signáculo ferimus. (Tertull. De coron. milit. c. III – In frontibus, et in oculis, et in ore, et in pectore, et in ómnibus membris nostris. (S. Ephrem, Serm. In pret. Et vivif. Crucem).  – È chiaro: a ciascun momento i nostri antenati, odi un modo, o di un altro si segnavano, e non solamente sulla fronte, ma sugli occhi, sulla bocca e sul petto. Di che seguita, che se i Cristiani primitivi comparissero sulle nostre piazze, o nelle nostre abitazioni, facendovi quanto eglino eseguivano, or sono diciannove secoli, noi saremmo sul punto da reputarli maniaci; tanto è vero che noi siamo a loro antipodi sul conto del segno della croce. Eglino aveano torto, e noi abbiamo ragione; o eglino ragione, e noi torto? È una delle due; non v’ha mezzo. Quale delle due? Ecco la questione; l’essa è grave, gravissima, più che per fermo il pensino i tuoi compagni, e quelli, che ad essi si assomigliano. Spero rendertene convinto colle mie seguenti lettere.

Nota A.

È costume de’ fedeli in Francia di accostarsi ai sacramenti con le mani nude, come le donne usano del cappello con velo, e non del solo velo nell’accostarsi alla sacra mensa. Questo costume delle mani nude, pare che rimonti a’ primi secoli della Chiesa.  Nell’amministrazione dell’Eucaristia ne’ primi secoli, i fedeli ricevevano dal Vescovo non nella bocca, ma nella mano destra il corpo del Signore. S. Cirillo di Gerusalemme nella catechesi quinta ci descrive come doveasi presentare la mano. Accedens autem ad comunionem, non expansis manibus velis accedere, neque cum disjunctis digitis, sed sinistravi, veluti sedem quamdam subjicias dexteræ, quæ tantum Regem susceptura est: et concava marni suscipe Corpus Christi, dicens: Amen: Parimente S. Giovanni Damasceno, Orlhod. fidei, lib. 4, cap. 14, espone questa postura delle mani. Le donne la ricevevano ancora nelle mani, ma sopra di un pannolino, chiamato Domenicale, ed il concilio Antisidiorense comanda che le donne che avessero dimenticato il domenicale dovrebbero attendere la seguente domenica per ricevere il Signore. Cap. 42. S. Agostino dalla bianchezza del domenicale, espone il candore della coscienza da portare alla santa mensa. Ser. 252. de tempore. Consentaneamente ne’ peristilii delle basiliche si trovavano de’ vasi da acqua benedetta per purificare e santificare le mani e la bocca che doveano ricevere il corpo del Signore, e chiamavansi Canthara (Degli stessi vasi parlaS. Gregorio: De cura pastorali, p. 2, cap. III, chiamandoli Intere.) S. Giovanni Crisostomo ci parla di questi vasi, e di tale purificazione delle mani, e da essa trae argomento per esortare i fedeli ad essere larghi con i poveri alla porta della Chiesa, dove questi si trovano per darci un mezzo da accrescere con la elemosina la nostra purificazione. Semi. 25, inter Hom. de dic. IV. Test. Locis – S. Paolino in diversi luoghi delle sue opere ci parla di queste fonti. Ep. 32, alias 12, ad Severum. Pœmate 25, de S. Fel. Natal. 9, car. 463. Ma nella lettera 13, alias 37 ad Pammach., descrivendoci la basilica de’ santi Apostoli ce ne assegna ancora l’uso. Questi vasi furono in seguito introdotti nelle chiese, e sono i presenti vasi da acqua benedetta. La purificazione che con quest’acqua era fatta da’ primitivi cristiani, è venuta tanto in disuso, che ora vediamo lo spettacolo di che parla l’autore. Un tale disprezzo è prodotto dai protestanti i quali si burlano de’ cattolici, dicendo che hanno preso il costume di prendere 1′ acqua benedetta da’ gentili, che aveano l’acqua lustrale (Virgil. Æneid. lib. II). I nostri fratelli dissidenti riflettano che la Chiesa ha preso dalla Sinagoga una tale instituzione, la quale avea l’acqua di espiazione ordinata da Dio stesso. Num. cap. XIX. IN’on è meraviglia poi trovare presso i pagani una tal cosa, avendone molte altre copiate dagli Ebrei, come Tertulliano afferma: De præscrip. cap. 40. De Corona, cap. 14; e santo Agostino dice esservi vari usi comuni fra il paganesimo ed il Cristianesimo; ma il fine essere diverso. Contra Faustum, lib. XX, c. 23.

IL SEGNO DELLA CROCE (3)

IL SEGNO DELLA CROCE (1)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX

PER

Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

In hoc signo vinces.

TORINO TIP. DELL’ORAT. DI S. FRANC. DI SALES – 1864.

INTRODUZIONE DEL TRADUTTORE

Mille fiori olezzanti profumo di puro cattolicismo, nascono nel seno della famiglia cristiana, e smaltano qua e là il terreno sociale: nobilissimi esempi d’individuale abnegazione, mostra l’individuo nel combattere le battaglie del Signore; ma fra questi smalti e sacrifizi, un fatto doloroso si attua, di che il solo pensiero dovrebbe far tremare i polsi. Questo fatto comincia ed agogna alla sua attuazione completa, e solo, chi ha interesse a nasconderlo, può dissimularlo: ma, se v’ha intelligenza che milita per la verità, ed un cuore tenero degl’interessi della umana famiglia, non può tenersi dal disvelarlo, e gridare ai contemporanei: La società torna al paganesimo! – I contemporanei a questo grido restano attoniti; ma ripensando poi si domandano: Possibile! A mezzo il secolo XIX tornare al paganesimo? Se lo si affermasse di altri tempi, lo si potrebbe ben credere: ma ai tempi nostri è incredibile. Gl’idoli ingombrano i nostri musei a ricordarci i tempi che furono, e ci eccitano a commiserazione per la umana intelligenza orba per manco di evangelico lume. Noi tornare agli idoli? l’è grossa esagerazione questa!  Ciascuno dissimula a sua posta il male che gli angoscia l’animo, e cerca con gl’impossibili immaginari, ritardare l’arrivo di quanto dispiacevolmente si avanza a furia. Così la società moderna, perché l’idolo di Moloc e di Baal, e le sfingi di Babilonia la muovono a riso per le sproporzionate ed orride forme, credesi sì ferma da non poter tornar con l’animo all’ossequio dell’idea e del principio, che rendeva tali mostri oggetto di profonda venerazione. La società è in inganno! Non è mestieri d’idoli manofatti per paganizzare la coscienza sociale. La società era pagana innanzi la mano dell’uomo formasse idoli per prestare ad essi divini onori. Il paganesimo è la negazione della incarnazione del Verbo e del soprannaturale; è circoscriversi nelle sole cerchia del naturale, è il predominio dell’errore sulla verità, del male sul bene, della carne sullo spirito, è il regno di satana. É paganesimo l’adorazione di tutto ciò che non è il vero Dio; l’adorare tutto sé stesso, o una parte di sé, un principio, una formola, che non è da Dio, e che a Lui non meni, è paganesimo: Omnis forma, vel formula idoium se dici potest. Jdolum tam fieri, quam coli Deus prohibet (Principale crimen generis humani, summus saeculi realus, tota causa iudicii Idololalria. Idolum aliquandiu retro non erat. Priusquam huiusmodi artifices ebullis-sent, sola tempia et vacuae aedes erant…. Taraen ido-lolatria agebalur, non isto nomine, sed in isto opere. Nam et hodie extra templum et sine idolo agi potest. Inde idololalria omnis circa omne idolum famulatus et ser-vilus dici potest. Igitur omnis forma vel formula idolum se dici potest. Idolum tam fieri quam colere Deus pro-liibet. Tertul. De Idol. c. I, II, III).

Se tale è il paganesimo nella sua essenza spogliato delle diverse forme esteriori di che l’uomo l’ha rivestito lungo il corso de’ secoli, come potrà negarsi che la società contemporanea corra al paganesimo, ed agogni pervenirvi? Di fatti, la società civile cristiana si distingue dalla cinese, dalla indiana, da qualunque altra pagana, da che nella coscienza pubblica sociale si è introdotto lo Dio de’ Cristiani come giudice del giusto e dell’ingiusto, introduzione fattavi dal Cristo, e continuata dal suo Vicario, tale essendo l’economia del vero Cristianesimo. Il perché se una società politica toglie a suo diritto pubblico principi che non mettono capo al Cristo redentore, e rivelatore della giustizia divina, tale società rigetta il principio cristiano sociale ed è già pagana. Che se vuole ritenerne soli alcuni pel suo torna a conto, rigettandone altri, fuorvia, s’incammina al rifiuto completo del principio cristiano, e per esso al paganesimo; poiché tutto il criterio della giustizia sociale cristiana dev’essere illuminato e santificato dalla dottrina del Cristo. Ora la società moderna è tutta nel negare il soprannaturale, come si rivela allo sguardo non clericale, ma protestante di chi pose pure la sua mano a farla qual è (Guizot l’Eglise e la Société Chrétienne ch. IV; Le surnaturel.). La negazione soprannaturale è la eresia contemporanea (Gaume Trait du S. Esprit chap. L L’Esprit du bien et l’Esprit du mal). La società ripudia il soprannaturale, adora sé stessa, e questa apostasia l’ha formolata dicendo: La società farà da sè, il soprannaturale è da esserne eliminato; la secolarizzazione assoluta, universale è la sua vita. Valedita la dottrina del Cristo, corre per un lume che la guidi, e lo ritrova nella propria scienza, della quale lasciamo ad altri accennare i caratteri.  – « Oltre la guerra diretta e dichiarata al » soprannaturale, un altro male attacca il cuore stesso della religione cristiana, il  paganesimo » (Guizot. l’Eglise e la société Chret. chap. IV.). Ecco frattanto dove siamo, e dove il vento del secolo vuol condurci. Non si tenta punto di ricondurci a questa o quella forma d’idolatria che hanno eretto in divinità gli eroi del genere umano, o le grandi facoltà dell’uomo, o le forze della natura; ma si vuole, che noi lasciamo il Dio della Bibbia e del Vangelo, il Dio primitivo, indipendente, personale, distinto ed autore dell’uomo e del mondo; ci si dimanda di accettare per completa religione un Dio astratto, ch’è altresì d’invenzione umana, poiché non è che l’uomo ed il mondo confuso e trasformato in Dio da una scienza che si crede profonda, e che vorrebbe non essere empia. In luogo del Cristianesimo vero, della sua storia e de’ suoi dogmi, le sue grandi soluzioni di nostra natura, ci si propone il panteismo, lo scetticismo, gl’imbarazzi della erudizione (Idem: cap. V; Le deux Dieux.) ». Ecco la scienza regolatrice della società: 1’ateismo scientifico! Epperò non è da meravigliare se studiando 1’organismo sociale si trovi il predominio della carne sullo spirito, del bene utile sull’onesto; che la finanza n’è la suprema legge di modo, che il sig. Havet, uno de’ panegiristi di Renan, non ha avuto difficoltà di annunziare alla intelligenza contemporanea, che la economia è già tale da divenire la religione della società contemporanea. La science économique est bien prète d’ètre tante la réligion d’auojurd’ hui. (la scienza economica è prossima ad esserela religione di oggi). – Che se delle singole parti della società volessimo discorrere, noi non le troveremmo meno pagane. Le divine ragioni nelle famiglie sono distrutte. La più sacra delle unioni è divenuta un contratto, che né il Dio del Sinai, né quello del Golgota hanno sancito, ma che un capriccio femmineo può sciogliere; quella vergine che qual candida colomba veniva tratta dalla casa paterna, potrà tornarvi cacciata dalla maritale dimora, per cedere ad altra, il rendere, per qualche tempo, felice un cuore! Si vuole rendere libera la donna alla pagana, sottraendola alle catene dell’amore cristiano di un solo uomo, per darle la libertà di essere di tutti. Bella libertà del matrimonio civile e del divorzio! E l’educazione? Non è questa pagana, non è l’emula della Stòa, dell’Accademia e del Peripato, anziché delle scuole di Clemente, Panteno, Cassiodoro? Queste aspirazioni sociali al paganesimo si rivelano in certe opere che tendono alla riabilitazione di satana, principe del mondo pagano. M. Renan, innanzi negasse la divinità di Cristo, impietositosi della sconfitta riportata da satana, lo chiama sventurato rivoluzionario! Uno de’ suoi maestri, Schelling in Alemagna, è andato più innanzi. Non solo ha fatto di satana una creatura ordinata, ma lo ha elevato alla natura divina, perché Cristo-Dio dovea avere un competitore degno di sè (N. Moëller. De l’état de la Philosophie en Allemagne, pag. 211, Satanalogie de Scelling.). Michelet, or sono trent’ anni, dall’alto della sua cattedra di filosofia della storia di Parigi, previde questa ascensione satanica, e nella Sorcière se n’è reso storiografo, narrandoci i trionfi di satana sul Cristo (Introduction i l’histoire unioerseile, pag. 10 et 40 edit. de Paris). Conformemente a questi principii, Quinet trova in satana il principio da riunire tutti i cuori (De Schamps Le Christ et les Antéchrist, vol. 2, pag. 43); e Prudhon vuole sostituirlo all’inconseguente riformatore, che fu crocifìsso (La Révolution au XIX siècle, pag. 290, 591). Tralasciamo le bestemmie di altri molti, le quali, se fossero fatto segno alla pubblica riprovazione, e, se le opere che le contengono venissero sepolte nella oscurità, accennerebbero solo alla esistenza di matti e blasfemi scrittori; ma il numero de’ lettori e degli encomiatori di esse è tale, da metterci in pensieri, e rivelarci le tendenze della società. Tanto più, che le simpatie per tali principi ricevono puntello e spiegazione da pratiche sì conformi a talune del paganesimo, che ad accennarle è mestieri usare delle voci, con che Tertulliano le nominava, di esse facendo rimprovero a’ pagani de’ tempi suoi. I nostri pretesi mediums, sarebbero designati da lui col nome di genii: Genii deputantur, quod dæmonum nomen est (Tertull. De anima, cap. XI); le nostre tavole parlanti e rotanti, multa miracula circulatoriis praestigiis ludunt et capræ et mensæ divinare consueverunt, il nostro sonnambulismo ed ipnotismo, somnia immittunt; il nostro spiritismo, phantasmata edunt, et iam defunctorum infamant animus (Idem: Apolog. cap. XXIII). Possiamo noi non affermare che la società contemporanea agogni tornare al paganesimo, e che verso di esso cammina? Qual forza umana potrà contrapporre una diga a questo torrente che cerca trasportare l’umanità? E come ostare a questo risuscitarsi del paganesimo? Quando il primitivo paganesimo fu da satana introdotto nel mondo, quanto di più santo era in esso, fu mezzo e simbolo della sua tirannica occupazione, e della sua vittoria. La vergine accolse la tentazione di esser rubelle: il legno venne fatto oggetto de’ suoi desideri, e la morte accorse a coprire di funereo velo l’uomo conquiso alla tirannide satanica. La vergine, il legno, e la morte furono il triplice trofeo del vincitore (S. Gioan. Gris. Homil. de coemeterio et cruce: Per quæ diabolus vicerat, per eadem Christus eumdetn devicit, et acceptis, quibus usus fuerat, armis eum dehellavit. Et quomudo? Audi, virgo, lignum, et mors cladis nostræ fuerunt symbola. Virgo erat Eva. Lignum erat arbor. Mors erat mulcta Adami. Attende vero, rursus virgo, et lignum et mors simbola extiterunt cladis, et victoriæ quidem symbola. Nam loco Evæ est Maria: loco ligni scientiæ boni et mali, lignum Crucis: loco mortis Adami mors Ghristi. Vides eum, per quem vicit, per eadem et victum esse). Ma la vergine, il legno e la morte doveano essere il trofeo della sua sconfitta! Percorriamo la storia della dominazione satanica prolungatosi dall’Eden al Golgota, e quivi di nuovo troveremo la vergine, il legno e la morte. Una nuova Vergine ascende il monte per schiacciare a pie dell’albero il capo all’insidiatore della vergine Eva, e cancellare in sé l’onta, che nella prima vergine avea bruttata la dilicata metà della specie umana. Il legno della scienza del male è abbattuto da quello della croce, per fulgore di luminoso insegnamento, non di fallibile umana ragione, ma di divina, rivelatrice e maestra di verità. La morte fu distrutta; il Cristo spirando sul legno, vivificò a novella vita il vecchio Adamo morto a pie dell’albero. Se la storia de’ trionfi di satana e delle sue sconfitte, e quella de’ mezzi e de’ simboli di esse, dev’essere nostra guida a conoscere la fine delle ovazioni, che satana cerca ottenere nella umanità lungo il corso de’ secoli; noi siamo condotti ad affermare provvidenziale l’opera del Gaume: Il segno della croce al secolo XIX! Questa non solo accenna allo stremarsi della ovazione, a che agogna satana col suscitare novello paganesimo, ma somministra altresì mezzo a portarne trionfo. La vergine difatti, il legno e la morte vedemmo al principio della dominazione satanica, ed allo spirare di essa. Ora in questa passeggiera forma del continuo sforzo di satana a riconquistare il perduto dominio, troviamo di nuovo il legno e la morte riunito alla vergine. La vittoria è nostra! La Vergine al presente si mostra sfolgorante di luce, ed in tutta l’espressione del suo potere a schiacciare l’antico serpente, perché il piede che lo preme è dommaticamente della Vergine Immacolata. Il secolo XIX s’è trasportato nell’Eden ed ha fatto della propria voce eco a quella di Dio, e per la bocca del Sommo Pontefice Pio IX, ha ripetuto L’inimicitias ponam inter te et mulierem; e satana sperimenterà Ypsa conteret caput tuum; e lo stesso agitarsi di lui accenna ad una forza, che lo contrista e combatte, contro cui cerca difendersi con nuovi inganni. Ma questi saranno vinti, che contro ad essi, di unita alla Vergine, si levano di nuovo il legno e la morte. Il chiarissimo scrittore del primo, narra le antiche e sempre nuove glorie, i continui trionfi, spiega il magistero di esso, lo rileva dall’oblio profondo in che l’hanno le menti cristiane, e questo griderà all’individuo, alla famiglia, alla società protestante, pagana che sia:

Figli della polvere, il segno della croce è un segno divino che ci nobilita; vi moriva il Figlio di Dio. Matth.. XXVII, 54.  

Ignoranti, la croce è un libro che c’istruisce; vi moriva la Sapienza di Dio. Ad Cor. I, c. I, 24.

Poveri, la croce è un tesoro che ci arricchisce; vi moriva il costituito Erede dell’universo. Ad Hebr. I, 2.

Soldati, la croce è un’arma che dissipa l’inimico; vi moriva il condottiero del popolo di Dio. Matth.II, 6.

Non ti sembra, lettore, sentire l’eco dell’in hoc signo vinces? E questo eco si rimuterà in grido di vittoria, poiché il legno abbatterà tutti i mezzi di che satana usa a risuscitare il paganesimo. Questo secolo che ha vergogna di avere la religione della croce nelle sue leggi e nelle sue instituzioni, dovrà apprendere che nella croce è la vera gloria. A questo secolo scienziato ed ammaestrato da’ mediums, i quali insegnano che, Mose ha coltivato, il Cristo ha seminato, e lo spiritismo raccoglierà, e che lo spiritismo viene a stabilire fra gli uomini il segno della carità e della solidarietà annunziata da Cristo (Alan Kardéc : Le Spiiiìitme à sa plus simple expression pag. 24); a questo secolo sarà ripetuto. « La croce è l’antico libro! » Questo secolo materialista, che tutto proporziona col lucro materiale, e che al peso dell’oro fa sottostare la forza de’ principii, dovrà sentire. « La povertà della croce è vera ricchezza! » Questo secolo, che con indifferenza ha intese le bestemmie del Renan, dovrà intendere la parola della croce che afferma: « Io sono un segno divino; dunque Cristo è Dio! » Questa parola scenderà nella coscienza sociale; la muoverà ad avere in onore la croce, produrrà in essa il culto d’invocazione, e la croce invocata è sconfitta di satana. E la vergine ed il legno continueranno per l’opera del chiarissimo autore, i loro trionfi! E la morte? La morte dell’Uomo-Dio distrusse i trionfi satanici e li rimutò in schiavitù; le ovazioni di esso devono essere rimutate in sconfitte dalla morte dell’uomo carnale. Queste sono riportate sui figli della diffidenza, che per ignavia e mal volere non seppero conservare la libertà del riscatto, e con le proprie mani raccolsero i lembi del lacerato chirografo e li deposero fra gli artigli di satana, come titoli di volontaria soggezione, amando meglio vivere di senso che di ragione, più di concupiscenza che di grazia. Questa grazia è da suscitare nell’uomo, e la concupiscenza da mortificare. Questa mortificata, satana non avrà più appiglio ed addentellato a continuare le sue passaggiere ovazioni, e, quella suscitata, l’uomo per essa fortificato, combatterà a vittoria l’avversario. L’uomo della carne è da mutare in quello dello spirito! Metamorfosi è questa, che solo l’abnegazione può operare, come quella, che sottomette il corruttibile senso alla immortale ragione, ed il giudizio del fallibile intelletto all’autorità della infallibile fede; ed eleva il cuore umano alla vita soprannaturale del giusto, per la speranza e la carità che ingenera. Lo spirito di abnegazione e di sacrifizio dell’umano individuo non potrà restar straniero alla famiglia, ma come germe nel seno della terra vi mette radici, ed attecchisce e produce l’abnegazione della famiglia. Questa, avendo l’animo usato alla morale fatica del sacrifizio, saprà sostenere tutta la lotta necessaria per immettere nella coscienza dell’individuo sociale l’abnega temetipsum della croce, e questo sorgerà ad opere salutari spogliate di naturalismo e sensismo, ed informate dallo spirito di abnegazione prodotte della convinzione, che la materia è da sottoporre allo spirito, la forza al diritto, l’individuo all’universale, la società a Dio. Satana è vinto da questa sua morte! Questa morte della società al senso, sarà prodotta dall’opera del Gaume. Dessa inspira all’umano individuo la venerazione per la croce, questa produce l’imitazione, e che v’ha da imitare nella croce se non l’abnegazione di se stesso, e la morte al senso? Abnega temetipsum è la parola della croce! L’opera di che discorriamo, ingenerando nella società il culto d’invocazione e d’imitazione della croce, dà dunque mezzo alla società da abbandonare il materialismo in che si avvilisce, e sorgere alla vita dello spirito per unirsi al legno ed alla Vergine, per distruggere le ovazioni che satana vuol riportare col moderno paganesimo! Noi deponiamo la penna. Diremo solo che questo sublime scopo dell’opera ci ha guidati nella traduzione, che raccomandiamo alla umanità del lettore. Delle parti dell’opera non parliamo, che già altrove ne abbiamo detto ( Scienza e Fede vol. XL1X, fasc. 203, pag. 367) . Per chi volesse sapere come Roma vegga l’opera che presentiamo al pubblico, trascriviamo una lettera che S. E. il Cardinale Altieri indirizzava all’autore.

Roma, il 7 agosto 1863.

Monsignor Illustrissimo,

Colla pubblicazione della vostra ammirabile opera sopra il segno della Croce, voi avete reso un nuovo e segnalato servizio a favore della Chiesa di Gesù Cristo. Infatti, voi avete fatto conoscere ai fedeli colla forma la più attraente, tutto ciò che manifestamente contiene, ciò che insegna, ciò che opera di sublime, di santo, di divino, e per conseguenza di grandemente utile alle anime, questa sacra formola tanto antica quanto la Chiesa stessa. L’augusto capo di questa stessa Chiesa il Sommo Pontefice, non poteva non raccogliere con gioia un’opera sì preziosa e si utile al popolo cristiano. Così non solamente egli ha esternato la sua viva soddisfazione allorché io ho deposto nelle sue sacrate mani l’esemplare che voi vi siete fatto premura di offrirgli per mezzo mio; egli ha voluto di più esaudire con bontà il desiderio che avete manifestato di vedere arricchita di un’indulgenza la pratica del segno della croce, affine di eccitare i fedeli a farne uso in difesa delle loro anime, senza rispetto umano, e sovente quanto sia possibile. Nel Breve qui unito vedrete quanto generoso si è mostrato il S. P. nel concedere una simile grazia e com’egli ne fa apprezzare il valore. Importa grandemente che questo favore del supremo dispensatore dei favori celesti accordato in prò della Chiesa militante, sia universalmente conosciuto nello stesso tempo che si estenderà e si apprezzerà di più in più il vostro eccellente libro. Nella traduzione italiana che ne fa molto a proposito, l’incomparabile Angelo d’Aquila, si troverà il Breve del quale si parla, e bisognerà anche inserirlo selle nuove edizioni che sicuramente non mancheranno di succedersi. Così sarà colmato il vuoto che voi avete notato nella Raccolta delle Indulgenze. – Cosi V. E. riceverà la degna ricompensa, e certamente la più stimata dal suo cuore, nel vedere aperto il tesoro «della Redenzione, per il bene delle anime che ancor vivono su questa terra, o che di già son discese nel purgatorio, per effetto dell’opera che voi avete composta collo scopo di attirare l’attenzione universale sul primo segno del culto che tutti devono rendere al principale strumento della Redenzione.

Gradite l’espressione della più sincera e della più alta stima colla quale io sono, Monsignor illustrissimo, vostro affettuosissimo servitore

L. Cardinale Altieri.

Noi facciamo voti che quest’opera sia sparsa nella società, e che questa cooperi solerte a compierne il voluto altissimo scopo di arginare lo spirito pagano, che cerca diffondersi fra i contemporanei. Facciamo altresì voto che le anime pie si studiino lucrare le indulgenze che il regnante S. P. ha annesse al segno della Croce, ed all’uopo ne trascriviamo il Breve.

P1US PP. IX.

AD PERPETUAM REI MEMORIAM.

Quum salutiferæ reparationis mysterium virtutemque divinam in Crucis Domini Nostri Jesu Chmti vacillo contineri perspectum haberent primi Ecclesiæ fideles, frequentissimo illo signo eosdemiisos fuisse vetustissimu et insignia monumenta declarant. Quin ab eodem signo quascumque acliones auspicabantur, et ad отпет progressum atque promolum, ad отпет adilum, et erilhin. ad lumina, ad cubilia, ad sedilia. quacumque nos conversalio exercet, frontem Crucis signáculo terimits, inquiebal Tertullianus. Haec nos perpendentes fidelium pietatem erga illud salutiferum redemptionis nostrae signnm codesta Indulgentiarum thesauros reserando iterum excitandam censuimus; quo pulchra veterum Christianorum exempla imitantes signo Crucis, quae tamquam tessera est Christiame militiæ frequentius et palam etiam ac publice se munire non erubescant. Quare de Omnipotentis Dei misericordia, ac BB. Petri et Pauli App. eins auctoritate confisi, omnibus el singulis uniusque sexus Christi fidelibus quoties saltem corde contrito, adjectaque Sanctissimæ Trinitatis invocatione Crucis forma se signaverint, toties quinquaginta dies de iniunctis eis seu alias quomodolibel delitis pœnìtentiis in forma Ecclesiæ consueta relaxamus; quas pœnitentiarum relaxationes etiam animabus Christi fìdelium, quæ Deo in charitate coniunctæ ab hac luce migraverint, per modum suffragii applicare possint, misericordiler in Domino concedimus.  In contrarium faciendis non obstantibus quibuscumque, praesentibus perpetua futuris temporibus valiturìs. Volumus autem, ut praesentium litterarum travsumptis seu exemplis etiam impressis, manti alicuius Notarii publid subscriptis, et sigillo personœ in ecclesiastica dignitate constitutæ mu-nitis eadem prorsus fide adhibeatur, quæ adhiberetur ipsis praesentibus, si forent exhibitæ vel ostensæ; utque earumdem exemplar ad Secretariam S. Congregationis Indulgentiarum, Sacrisene Reliquiis praepositæ deferatur, secus nidias esse cus volumus, iuxta Decretimi ab eadem S. Congregatione sub die XIX Januarii MDCCLVI latum, et a. s. m. Benedicto PP. XIV Prædecessore Nostro die XXVIII dicli mensis et anni adprobalum. Datum Romae apud S. Petrum sub annulo Piscatoria die XXVUÏ iulii MDCCCLXIII, Pontificatili nostri anno decimo octavo.

Præsentes lilteræ apostolicæ in forma Drevis sub die 28 Julii 1863 exhibilæ fuerunt in secretaria S. Congrégations indulgentiarum die 4 Augusti eiusdem anni ad formam decreti ipsius S. Congregationis die 14 Aprilis 1856.

In quorum fidem datum Romæ ex eadem secretaria die et anno ut supra.

A. Archiepiscoprts Priuzitalli substitutus. Pour copie conforme: J. Gaume – Protonotaire apostolique Vicaire general d’Aquila.

[PIO PAPA IX. A MEMORIA ETERNA.

Perfettamente certi che il salutare mistero della Redenzione e la virtù divina si contengono nel segno della Croce di nostro Signore Gesù Cristo, i fedeli della primitiva Chiesa facevano il più frequente uso di questo segno, come ce lo dimostrano i più antichi e più insigni monumenti. É anche con questo segno ch’eglino incominciavano ogni loro azione. Ad ogni movimento, (diceva Tertulliano) ed a ciascun passo, entrando e sortendo, accendendo i lumi, nel prendere il cibo, nel mettersi a sedere, qualunque cosa noi facciamo, ovunque noi andiamo, noi segniamo la nostra fronte col segno della croce. Considerando queste cose, Noi abbiamo creduto a proposito di risvegliare la pietà dei fedeli verso il segno salutare della nostra redenzione aprendo i tesori celesti delle indulgenze, affinché, imitando i belli esempi dei primi Cristiani, essi non arrossiscano di munirsi più frequentemente, ed apertamente, e pubblicamente del segno della croce, che è come lo stendardo della milizia cristiana. È questo il motivo per cui, confidando nella misericordia di Dio onnipotente e nell’autorità dei suoi santi Apostoli Pietro e Paolo, Noi accordiamo nella solita forma della Chiesa a tutti ed a ciascuno dei fedeli dell’uno e dell’altro sesso, ogni volta che almeno contriti di cuore, ed aggiungendovi l’invocazione della SS. Trinità, eglino faranno il segno della croce, cinquanta giorni d’indulgenza per le penitenze che loro saranno state imposte, o ch’eglino debbono fare per un’altra ragione qualunque; Noi accordiamo di più misericordiosamente nel Signore, che queste indulgenze possano essere applicate, per modo di suffragio, alle anime dei fedeli che hanno lasciata questa terra nella grazia di Dio. Nonostante qualunque cosa contraria le presenti debbono valere in perpetuo. Noi vogliamo inoltre che alle copie manoscritte od esemplari stampati delle presenti lettere, segnate da un pubblico notaio e munite del bollo d’una persona ecclesiastica costituita in dignità si presti assolutamente la stessa fede che si presterebbe a queste stesse presenti se fossero presentate o mostrate; ed anche che una copia di queste medesime lettere sia portata alla Secreteria della Sacra Congregazione delle Indulgenze e delle sante Reliquie, sotto pena di nullità, conforme al decreto della stessa Sacra Congregazione in data del 19 gennaio 1750, ed approvato dal nostro predecessore di santa memoria, il papa Benedetto XIV, il 28 dello stesso mese ed anno.

Dato a Roma, a S. Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 28 luglio 1863, l’anno decimottavo del Pontificato Nostro.

N. Cardinale Parracciani Clarelli.

Le presenti lettere apostoliche in forma di Breve, in data del 28 luglio 1863, sono state presentate alla Sacra Congregazione delle Indulgenze il 4 agosto dello stesso anno, conforme al decreto della stessa sacra Congregazione in data del 14 aprile 1856.

In fede del che, dato a Roma, alla stessa Segreteria, il giorno ed anno come sopra.

A. Arciv. Prinzivalli sostituito. ]

PREFAZIONE DELL’AUTORE

Nel mese di novembre di questo anno (1862) un giovane cattolico di alto legnaggio veniva dalla cattolica Alemagna a Parigi, per compiere i suoi studii nel collegio di Francia. Tenerissimo delle pie tradizioni della patria sua, usava segnarsi del segno della croce prima e dopo il pranzo. Siffatta usanza, sulle prime meravigliò i suoi compagni, ed in seguilo, per essa fu fatto segno alle beffe di loro. In una delle nostre visite ci domandava qual fosse il pender nostro sul conio del segno della croce in generale e della sua pratica di segnarsi prima e dopo il pranzo. Le seguenti lettere rispondono alle due questioni proposteci.

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (II)

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (II)

LA VITA SPIRITUALE RIDOTTA A  TRE PRINCIPII FONDAMENTALI

dal Padre MAURIZIO MESCHLER S., J.

TRADUZIONE ITALIANA PEL SACERDOTE GUGLIELMO DEL TURCO SALESIANO DEL VEN; DON GIOVANNI BOSCO

VICENZA – Società Anonima Tipografica – 1922

Nihil obstat quominus imprimatur.

Vicetiæ, 24 Martii 1922.

Franciscus Snichelotto

IMPRIMATUR

Vicetiæ, 25 Martii 1922.

    M, Viviani, Vic. Gen

PRIMO PRINCIPIO FONDAMENTALE: LA PREGHIERA

La preghiera è il principio d’ogni bene nell’uomo. Cosicchè imparar a pregare, stimare, amare e praticare fervorosamente e come si deve la preghiera, è un tesoro inapprezzabile pel tempo e per l’eternità.

CAPITOLO I.

Che cosa è pregare.

1. Pregare è la cosa più semplice che si dia sulla terra e nella vita umana. Basterebbe a provarlo la necessità così grande che abbiamo della preghiera.

2. Per pregare non è necessario essere scienziato, eloquente, stimato, né ricco; e non è nemmeno necessaria una divozione sensibile. Questa ordinariamente non è che una compagna ed accessoria della preghiera. Dipende forse da noi la dolcezza? No, è Dio che la concede, e dobbiamo riceverla con riconoscenza, Essa rende soave il pregare; ma non è indispensabile, e ad ogni modo, vi sia o non vi sia dolcezza, si può e si deve sempre pregare.

3. Per pregare basta unicamente conoscere Dio e conoscere sé medesimi: sapere chi è Dio e chi siamo noi, quanto infinita è la bontà di Dio e quanto profonda la nostra miseria. Per pregare ci vuole la fede ed il catechismo; la necessità nostra dev’essere quella che incammina le nostre parole. L’unica cosa che si richiede è d’aver alcuni pensieri, il minor numero possibile, alcuni desiderî e finalmente alcune parole, che partano dal cuore, altrimenti non si ha preghiera. Potrà trovarsi un uomo che non sia capace di pensare e desiderare qualche cosa? Orbene, qui abbiamo quanto si richiede per questo nobile esercizio della preghiera: riguardo alla grazia, Iddio la concede profusamente a tutti ed a ciascuno in particolare.

4. Pregare non è altro che parlare con Dio, adorarlo, lodarlo, ringraziarlo. e chiedergli mercè e perdono delle proprie colpe. Vorrebbero alcuni maestri di perfezione che la preghiera fosse un discorso rivolto a Dio o una udienza che si ottiene da Lui. Ciò sembra una cosa troppo elevata. Non sanno molti preparare un discorso ordinato, e l’idea d’udienza apparisce come una specie d’etichetta. Nella preghiera dobbiamo comportarci come in una conversazione famigliare con un buon amico che amiamo sinceramente. ed a cui confidiamo con semplicità e candore quanto ci passa nell’interno: le nostre tribolazioni e dolcezze, i nostri timori e le nostre speranze, e dal medesimo riceviamo, per quanto gli è possibile, consigli ed incoraggiamenti, conforti ed aiuti. E quando non potremo far questo? Fra noi anche gli affari di maggiore importanza li trattiamo con semplicità, fossimo pur aridi e senza una scintilla di sentimento e d’emozione. e sempre riescono se lo facciamo con serietà e riflessione. Così dobbiamo comportarci con Dio nella preghiera: quanto più saremo semplici tanto meglio, a condizione che tutto esca dall’intimo dell’anima.

5. Spesso noi guastiamo la preghiera e la rendiamo difficile e scipita, perché non sappiamo farla come conviene, né formarci un retto concetto di essa. Diciamo a Dio quello che passa nel nostro cuore e tal com’è, e la preghiera sarà buona. Tutte le vie conducono a Roma, dice il proverbio; ora, allo stesso modo, mediante qualunque pensiero, si può arrivare a Dio. È buona quella preghiera che si fa con semplicità. Possiamo noi forse presentarci a Dio con concetti elevati e pieni di squisitezza? Se dunque non possiamo fare altrimenti, diciamogli che non sappiamo nulla e che nulla ci si presenta alla mente; poiché anche questa è una maniera di pregare e di onorar Dio: e conseguire le sue grazie.

CAPITOLO II.

Quanto grande ed eccellente è la preghiera.

1. I nostri pensieri sono il ritratto dell’anima nostra; quanto quelli sono più elevati e nobili, altrettanto e più nobile ed elevata è questa. Fintantoché lo spirito nostro s’occupa soltanto di ciò che è terreno, di ciò che entra per gli occhi, di ciò che è creato, l’anima nostra trovasi come relegata dentro i limiti del finito e perituro; avviene il contrario se pensa a Dio, in quanto che partecipa della grandezza della divinità. Solo l’Angelo e l’uomo possono pensare a Dio, e certamente che il pensar bene a Lui è ciò che di più eccellente possa fare lo spirito creato. Un essere superiore a Dio non può concepirsi. Orbene; è appunto nella preghiera che l’uomo co’ suoi pensieri si eleva sino a Dio e si occupa di Lui. A nessuna cosa l’uomo è tanto intimamente unito quanto all’immagine de’ suoi pensieri, e questa allora è precisamente Dio, massima grandezza, massima bellezza e massima nobiltà che siavi in cielo e sulla terra. Non v’è nulla. Eccettuata la S. Comunione, che sì strettamente ci unisca a Dio come la preghiera. Poter pensare a Dio è per l’uomo un onore singolarissimo: imperocché trattare con uomini che possono vedersi e udire, non è nessuna meraviglia; ma mettersi in rapporto con l’Essere purissimo e invisibile è qualche cosa di più; e mantenere questo rapporto convenientemente ed in modo opportuno, è, senza dubbio, una nobile ed elevata perfezione dell’anima, e quasi una specie di vita divina. L’umile servo di Dio che mediante la preghiera sa tenersi in comunicazione con la divina Maestà, ha diritto di presentarsi alla porte di tutti i regnanti ed imperatori del mondo. Il motivo per cui agli uomini generalmente suol riuscire pesante e dura la preghiera, è la noia; questa non deriva dalla preghiera, ma dall’uomo, che è terreno e non ha idee veramente elevate. L’annoiarsi, quindi, nella preghiera, non è per noi un buon segno; al contrario piuttosto, nella facilità e nel fervore trovasi la vera vittoria dello spirito sopra ciò che v’è di sensibile e terreno nel nostro essere. Per questo dobbiamo tenere fermamente fisso nella mente, ed essere pienamente convinti, che non possiamo fare qui sulla terra nulla di più elevato e sublime della preghiera.

2. È un onore per l’uomo poter elevare la sua mente a Dio mediante la preghiera; ma è ancor più onorifico per lui che Dio si abbassi graziosamente all’uomo. Noi siamo molto giù qui sulla terra; Iddio è molto più su in cielo; il ponte d’oro pel quale Ei discende sino a noi è la preghiera. Non si può dubitar che non sia un’ammirabile e commovente manifestazione della liberalità e dell’amore di Dio all’uomo, della sua bontà e degnazione il dirgli: « Domanda quanto desideri, vieni a me quando vuoi; appressati, annunziato o no, ché sarai sempre il ben venuto; tutto quello che ho ed Io stesso sono a tua disposizione ». – Questa confidenza senza limiti che ci offre Dio nella; preghiera, non è forse una vera prova che noi stiamo vicini a Lui, che siamo stati creati per metterci in comunicazione con Lui, che siamo famigliari e figli suoi? Quale degnazione! Che gran Signore è Dio, e tuttavia nessuna avarizia in Lui del suo tempo! E per rendersi vieppiù ammirabile, lo lascia tutto a nostra disposizione; nessuno ci offre un’accoglienza più pronta e più affettuosa e cordiale che Dio; Egli è veramente la prima e perpetua nostra patria; in nessun luogo ci troviamo nel nostro centro come in Lui.

3. Che prerogative eccelse quelle dell’uomo, e con tutto questo tenute in sì poco pregio! Se Iddio distribuisse pane e ricchezze, tutti correrebbero a Lui come gli Ebrei, dopo la moltiplicazione dei pani fatta loro dal Salvatore; ma poiché Egli ci facilita l’onore di avvicinarlo e parlare con Lui, molti non ne fan caso. E, peggio ancora, non pochi si vergognano di pregare. E non è questo per l’uomo un vergognarsi di Dio e rinunciare alle più alte sue prerogative? Oh! se sapesse colui che disprezza e trascura la preghiera, il danno e l’ignominia che si trae dietro!

CAPITOLO III.

Il precetto della preghiera.

1. Iddio ci ha concesso la preghiera, e il farne uso è in nostro diritto; ma ce la prescrisse inoltre, ed abbiamo l’obbligo di farla.

2. Questo precetto della preghiera trovasi inserito tra le leggi delle due tavole, che, per verità, sono così antiche quant’è antico l’uomo, nel cui cuore fu scolpito dalla legge naturale. La prima tavola contiene le leggi che riguardano la religione ed il culto di Dio. È un dovere questo che l’uomo porta con sé entrando nel mondo, dovere fondato nella subordinazione da lui dovuta a Dio qual suo Creatore, a Cui, come tale, deve riconoscenza e adorazione, e per questo il mondo non fu mai senza religione, fatto questo che ne dimostra realmente la soggezione e dipendenza.

3. Neppure ci fu mai religione senza preghiera. La preghiera è stata sempre essenzialmente un atto religioso, ed il suo fine è di tributare a Dio il culto dovutogli. Ma è più ancora: è l’esercizio principale della religione, è, quasi diremmo, l’anima sua; su di essa si basa tutta la religione. e per essa, sia pubblica, sia privata, vigoreggia e si conserva.

4. Regolare, quindi, la preghiera, vale quanto regolare la religione. Vi pensò anche il Redentore, e non contento di confermare l’antico precetto della preghiera, la insegnò, coll’esempio e colle parole, e ci lasciò un modello di essa. Dobbiamo essere riconoscenti alla sua Chiesa se ci è dato di sapere con esattezza come compiere questo grande precetto naturale, che c’impone un così stretto obbligo. Il nostro Dio è un Dio vivente, il quale, sostenendoci e conservandoci, rinnova continuamente in noi la sua potenza creatrice, ed esige che mediante la preghiera Gliene siamo riconoscenti. Per questo l’umanità ha sempre pregato, e ciò vale a scorgere quanto in essa vi sia di divino. Ed a misura che Iddio va estendendo la sua potenza creatrice, va dilatandosi altresì il circolo della preghiera.

5. Le ragioni che costituiscono la base di questo precetto divino della preghiera le troveremo sia da parte di Dio sia da parte nostra. Non è necessità da parte di Dio che Lo faccia esigere da noi il tributo della preghiera, poiché Egli non ha bisogno di nulla, ma lo richiedono la sua giustizia e santità. Egli è nostro Padrone, nostro Padre e Sorgente del nostro bene, e non può assolutamente rinunziare a questi titoli cedendo ad altri l’onor suo. – Ma nella creatura la trascuranza della preghiera corrisponde a una diserzione da Dio. Di modo che per quanto Lo riguarda, dovette Dio imporci la preghiera. – Per quello che Spetta a noi, la prescrisse, non tanto per ricevere da noi qualche cosa, quanto per darcene e potercene dare. Siccome non sempre siamo degni dei doni di Dio, né ci troviamo convenientemente preparati a riceverli dobbiamo disporci e metterci in istato di conseguirli, e questo appunto è quello che fa la preghiera, che, come s’è già detto, costituisce essenzialmente un atto proprio della virtù della religione. Consapevolmente o inconsapevolmente nella preghiera, noi ci proponiamo di riconoscere ed onorare Dio, come un dovere fondato nell’intima natura della preghiera che non possiamo cambiare. Orbene: questo riconoscimento che mediante la preghiera tributiamo a Dio è grande e nobile: pregando riconosciamo nello stesso tempo la nostra miseria, necessità e impotenza, il potere di Dio, la sua bontà e fedeltà alle sue promesse e ci mettiamo senza restrizioni nelle sue mani. Colla preghiera noi serviamo Dio in cuor nostro, ci santifichiamo, attiriamo su di noi il compiacimento del Signore e ci disponiamo a ricevere le sue grazie. Ciò che con esso propriamente conseguiamo non è il muovere Iddio a darci i suoi doni, quanto di disporre noi medesimi a riceverli. La differenza che esiste tra le suppliche che indirizziamo agli uomini e quelle che eleviamo a Dio è questa: che con quelle disponiamo gli uomini dai quali desideriamo qualche cosa; con le seconde disponiamo noi medesimi. È anche sommamente giusto ed a noi utilissimo esporre e manifestare con umiltà dinanzi a Dio le nostre miserie e necessità ed avere un’altissima stima de’ suoi doni. Ora, tutto questo ha luogo nella preghiera.

6. La preghiera come esercizio del culto e della religione è per noi non solo un mezzo onde ottenere da Dio ciò che domandiamo, ma anche un fine, ed il fine prossimo della nostra vita. Siamo stati creati da Dio per lodarlo, adorarlo e servirlo. Sotto questo aspetto, quindi, noi non potremo mai pregare abbastanza. Il fine nostro ed oggetto principale, per quanto è possibile raggiungere quaggiù, è riposto nella preghiera. Questa idea è quella che ha dato vita agli Ordini contemplativi, ed anche il Paradiso sarà una perpetua preghiera. Ciò che tien vivo il dominio di Dio nel mondo è la preghiera, e dove questa sparisce sparisce parimente il regno di Dio dal cuore degli uomini. Che danno enorme ha cagionato il distacco dalla Chiesa di certe Nazioni! Vi sono intere regioni nelle quali sparirono il divin Sacrificio e la Salmodia, che si offrivano e si elevavano a Dio nei chiostri. Un modo di più per noi cattolici di mantener viva la preghiera, alfine di compensare tale perdita nel regno di Dio.

7. Stando così le cose, chi si meraviglierà che tutti gli uomini di coscienza e quanti fra i Cattolici sanno apprezzare come si deve la Religione preghino, preghino con costante perseveranza? Per essi nessuna cosa è al di sopra della Religione, e per conseguenza nulla di più importante della preghiera. Noi Cattolici, come il popolo eletto, siamo un popolo di preghiera. L’antico patto possedette la vera preghiera, e con essa la vera cognizione e culto di Dio. La religione  nostra Cattolica ha avuto il suo principio colla preghiera nel cenacolo di Gerusalemme. I pagani facevano le meraviglie sul frequente pregare del popolo cristiano, le cui chiese, come lo sono ancora, erano i veri centri di preghiera, mentre essi non giunsero nemmeno a comprendere che cosa fosse pregare. – Questo è il primo e più elevato senso della preghiera. Si tratta della religione, bene il più nobile e degno di stima che vi sia nel mondo, Così fù riconosciuto sempre dal fiore dell’umanità; e contro questa  testimonianza nulla vale quella dei panteisti, i quali non pregano perché divinizzano se stessi, credendosi  porzione della divinità: né quella dei materialisti, le cui idee non vanno più su del fango della terra; né quella dei Kantiani, che si credono dispensati dalla preghiera perché non comprendono o non vogliono comprendere le prove dell’esistenza di Dio; né, finalmente, quella dei seguaci di Schleiermacher, i quali aspettano sempre per pregare non so quale sentimento solenne dell’anima. Ma che vale tutto questo, di fronte all’unanime testimonianza di tutti i tempi, della ragione e della fede che proclamano il dovere della preghiera?

CAPITOLO IV.

Il gran mezzo per conseguire la grazia.

Luce, calore, alimento. ecco le tre cose senza le quali è impossibile vivere. Lo stesso si deve dire della preghiera in relazione alla vita spirituale; poiché questa senza quella non esiste. La preghiera è l’indispensabile e gran mezzo per conseguire la grazia: se vogliamo salvarci bisogna che preghiamo.

1. È d’uopo ricordare qui alcuni principî indiscutibili e riconosciuti veri. Senza la grazia non c’è salvezza, e senza la preghiera, trattandosi dell’adulto, non c’è grazia. Dio ha istituito i Sacramenti quali mezzi per conseguire la grazia; ma sotto molti aspetti la preghiera è assai più importante dei Sacramenti. Questi comunicano certe e determinate grazie; la preghiera può, in date circostanze, ottenerle tutte; i Sacramenti non sempre sono alla mano, la preghiera sì. Per questo suol dirsi con molta verità: « sa ben vivere, chi sa ben pregare ». Mediante la preghiera l’uomo ottiene tutto quello che gli è necessario a ben vivere. Posto ciò, si possono stabilire le seguenti verità, che ne inchiudono molte altre: Nessuna cosa si deve sperare, se non è per la preghiera; tutta la fiducia che non è basata sulla preghiera è vana: Dio nulla ci deve, se non è mediante la preghiera, poiché è a questa; ch’Egli ha promesso tutto; ordinariamente, Dio non concede nessuna grazia se non Gli si domanda, e quando la concede è grazia della preghiera.

2. Queste sono verità generali; nella vita cristiana ci sono inoltre parecchie cose particolari, per le quali è indispensabile la preghiera. La prima di tutte, sono i Comandamenti, che fa d’uopo osservare, se vogliamo salvarci. Orbene, noi soli non li possiamo osservare tutti senza la grazia: più ancora, possiamo affermare che non Sempre abbiamo grazia sufficiente per poterli osservare con. sicurezza. « Dunque, mi dirai, non posso osservarli, né lasciare di osservarli ». No, perché può avvenire in realtà che tu non abbia ancora la grazia per osservare i Comandamenti, ma ben l’hai per chiederla; Per cui vedrai che Dio non comanda nulla d’impossibile poiché o ti concede direttamente la grazia, o per lo meno la preghiera con cui tu possa conseguirla. – Vengono in secondo luogo le tentazioni. che nemmeno possiamo sempre vincere naturalmente. Ma la tentazione non è mai così forte, che c’impedisca di pregare. Se siamo deboli, è perché non preghiamo; i santi riuscivano vittoriosi perché pregavano, altrimenti anch’essi avrebbero dovuto soccombere al pari di noi. Ciò che si è detto. Vale soprattutto contro le tentazioni impure, poiché sono quelle che più accecano tanto da non lasciar vedere le fatali conseguenze del peccato; ci fanno dimenticare i buoni propositi, e ci tolgono perfino il timore del castigo. Senza la preghiera non c’è altra via che soccombere. – Per ultimo, non possiamo salvarci senza la grazia della perseveranza finale: ed è un benefizio particolarissimo che Iddio ci mandi la morte quando ci troviamo in istato di grazia. E che la morte per tal modo ci sia un Messaggio dell’eterna beatitudine. In questo consiste la perseveranza finale, dono così grande e straordinario, che – al dire di S. Agostino – non possiamo noi meritare, ma ricevere mediante l’umile preghiera. Ma il non chiederla mai. manifesta che ne siamo indegni. Con ciò resta dimostrata l’assoluta necessità della preghiera. Risulta che dobbiamo pregare anche per le cose d’ordine temporale; quanto più dobbiamo farle per le eterne! Scegliamo: o pregare, o perire inesorabilmente.

3. Questa è la legge della vita. Ma, perchè volle Dio estendere a tutto la necessità della preghiera? Non potrebbe Egli versare su di noi i suoi doni senza obbligarci a pregare? Questa domanda è superflua. Non si tratta di sapere ciò che Dio avrebbe potuto fare, ma ciò che ha fatto; e ciò che ha fatto è di porre la preghiera come mezzo per conseguire la grazia. E con tutto diritto, poiché Egli è libero e padrone di essa e come tale può a sua volontà determinare la via ed i mezzi per conseguirla. Stabilì come mezzo la preghiera: dunque a noi non resta che di conformarvici. Tuttavia anche l’uomo è libero e deve provare la sua libertà con fatti, e cooperare alla propria salvezza. E la preghiera dimostra tutt’e due le cose: la libera cooperazione dell’uomo, e la libertà di Dio nel determinare i mezzi e le vie da tenersi per ciò. La libertà di Dio e quella dell’uomo entrano nel gran disegno della provvidenza; così Dio e l’uomo, ciascuno per par sua, al modo d’una potente causa, contribuiscono allo sviluppo e al buon esito di questo disegno generale: la felicità dell’uomo e la glorificazione di Dio. Solo per questa cooperazione l’uomo è degno e meritevole dell’eterna sua felicità, E la preghiera è il minimo che Dio poteva da lui esigere: colui che si rifiuta di farlo si chiude volontariamente le porte della grazia e del cielo.

4. Le sentenze della Sacra Scrittura e dei Santi Padri sulla necessità della preghiera sono così chiare e perentorie, che da esse si potrebbe dedurre esse questa l’unico mezzo per conseguire la grazia, non solo perché Dio ha voluto così, ma perché deriva necessariamente da una legge naturale. È certo che Gesù-Cristo non diede alcun precetto positivo all’infuori di quelli che hanno relazione colla fede, speranza, carità ed uso dei Sacramenti. Se prescrive, quindi, la preghiera apertamente e con tanta insistenza, non v’ha dubbio che bisogna dare a questo precetto un posto tra quelli che per legge naturale si richiedono all’eterna salute. Infatti, supposto che Dio voglia operare per quanto sia possibile col concorso delle cause seconde, e che l’uomo debba, giusta le sue forze, cooperare alla propria salvezza, certamente Dio non poté trovare un mezzo più naturale della preghiera per salvare gli uomini. È il caso, infatti, e non senza ragione, di domandare se vi sia qualche altro mezzo all’infuori della preghiera, ora che da un’estremo all’altro della terra non regna che lo spirito mondano, il dissipamento esteriore, la dimenticanza di Dio, un infievolimento e indifferentismo religioso senza precedenti, L’epoca nostra patisce un’infermità grave e mortale, ed è il raffreddamento del Cuore per ciò che riguarda Dio ed il Soprannaturale. Che inganno crudele quello dell’uomo mondano che va qua e là errando, finché colto dalla morte cade vittima del sonno eterno, come l’infelice viandante delle Alpi coperte di neve e di gelo! Chi scuoterà questo infelice dal suo mortale letargo? La preghiera; questa è il buon Angelo che lo fa ritornare in sé, gli restituisce la conoscenza, lo induce a riflettere ed esaminare le sue azioni, risveglia nel suo cuore la primitiva aspirazione ora assopita, la nostalgia di altra patria molto più felice di questa terra, la nostalgia di Dio, del Padre che abbandonava e dimenticava. La preghiera! Questa è l’Angelo che indica al figliuol prodigo la via alla Casa paterna. Così la preghiera cancella e distrugge il peccato e la dimenticanza che v’è di Dio nel suo regno. Vi sono inoltre in questo mondo tante avversità, inganni e disgrazie, che per non cadere in disperazione, l’uomo deve manifestare candidamente proprie pene ed i propri turbamenti. E qual miglior confidente per l’anima nostra che Dio? E dove lo troveremo se non nella preghiera, che è un intrattenimento e conversare con Lui? La preghiera è come un espirare le nostre necessità, le miserie nostre, e i nostri travagli, ed aspirare la grazia, la consolazione, e la luce. Benedetto sia Iddio, che non ha rigettato la mia preghiera, né allontanato da me la sua misericordia. (Sal. LXV, 20).

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (III)

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (I)

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (I)

LA VITA SPIRITUALE RIDOTTA A TRE PRINCIPII FONDAMENTALI

dal Padre MAURIZIO MESCHLER S., J.

TRADUZIONE ITALIANA PEL SACERDOTE GUGLIELMO DEL TURCO SALESIANO DEL VEN. DON GIOVANNI BOSCO

VICENZA

Società Anonima Tipografica

1922

Nihil obstat quominus imprimatur.

Vicetiæ, 24 Martii 1922.

Franciscus Snichelotto

IMPRIMATUR

Vicetiæ, 25 Martii 1922.

I. M, Viviani, Vic. Gen

A DON FILIPPO RINALDI

TERZO SUCCESSORE DEGNISSIMO DEL VEN. GIOVANNI BOSCO DI CUI È IL MOTTO

«DA MIHI ANIMAS CÆTERA TOLLE»

L’UMILE TRADUTTORE OFFRE QUESTO LIBRO TRIPLICE FUNICELLA CHE AVVINCE LE ANIME A DIO

INDICE

PRIMO PRINCIPIO FONDAMENTALE

 La Preghiera

I. Che cosa è pregare

II. Quanto grande ed eccellente è la preghiera

III. Il precetto della preghiera

IV. Il gran mezzo per conseguire la grazia

V. Efficacia illimitata della preghiera

VI. Come deve farsi la preghiera

VII. La preghiera vocale

VIII, Modelli di preghiera

TX. L’orazione mentale

X. Le divozioni della Chiesa

XI. Lo spirito di preghiera

SECONDO PRINCIPIO FONDAMENTALE

La vittoria di se stesso

I. Retta idea dell’uomo

II. Che cosa sia il rinnegare se stessi

III. Perché dobbiamo mortificarci

IV. Proprietà dell’abnegazione propria

V. Alcune obiezioni

VI. Mortificazione esterna

VII. Mortificazione interna

VIII. La mortificazione dell’intelletto

IX. La: mortificazione della volontà

X. Delle passioni

XI. La pigrizia

XII. La paura

XIII. L’ira e l’impazienza

XIV. La superbia

XV. Antipatia e simpatia

XVI. La passione dominante »

XVII. Ricapitolazione e fine »

TERZO PRINCIPIO FONDAMENTALE

L’amore a nostro Signor Gesù Cristo

I. L’amore.

II. Cristo-Dio.

III. Dio-Uomo.

IV. Dio-Bambino.

V. Il migliore Maestro e Direttore delle anime

VI. Il Figliuolo dell’Uomo.

VII. L’Operatore di meraviglie.

VIII. Il libro della vita.

IX. Era buono.

X. Passione e morte.

XI. Vita gloriosa.

XII. Il Santissimo Sacramento.

XIII. L’ultimo mandato.

PREFAZIONE

Un libro del P. Meschler non ha certamente bisogno di raccomandazione, mentre a tutti è nota la competenza di questo illustre Padre, in tutto ciò che risguarda l’ascetica cristiana, che per lui è stata arricchita di molti pregevolissimi libri. Ma poiché il valente traduttore dell’operetta presente ci ha gentilmente pregato di scrivere una parola in proposito, non possiamo fare a meno di encomiare altamente questo libro, ché si può ben definire un sugoso compendio di tutta l’ascetica cristiana. (Meschler: «Drei Grundlehren» – Herder, Freiburg.). Come dice molto sapientemente l’A. nel Prologo quanto più l’anima si accosta a Dio, suo Fine Supremo, tanto più sente il bisogno di ridurre tutto ad unità e semplicità, cioè a quella beata unità e semplicità che trovasi in Dio stesso e che, pregustata quaggiù dischiude, al dire del Kempis, il segreto della pace tranquillità perfetta. Perciò l’A. si è prefisso, in quest’Opera. di ridurre tutta l’ascetica cristiana a pochi e semplici principi che sono le basi fondamentali di ogni vera santità e perfezione. E la sapienza dell’A. illustre vegliardo ormai consumato nello studio e nella pratica della vera ascetica cristiana, si rivela appunto nella elezione, che Egli ha saputo fare, di questi principi fondamentali. Essi sono: La Preghiera, La vittoria di se stesso e L’Amore di N. S. Gesù Cristo. Che a questi principî veramente si riduca tutta l’ascetica cristiana, appare manifestamente dal S. Vangelo stesso, dagli insegnamenti dei Padri e dei Dottori della Chiesa, e finalmente dalla dottrina e dalla pratica di tutti i Santi. Chiunque, nella via della perfezione, si scostò anche solo menomamente da questi principi, incorse fatalmente nei più gravi errori e nelle depravazioni più funeste. Chi al contrario si attenne fedelmente a questi tre principi, raggiunse in breve la più alta santità, La Preghiera senza la vittoria di se stesso dà luogo alle fatue aberrazioni del sentimentalismo; la Vittoria di se stesso senza la preghiera è per sé stessa impossibile e può degenerare in quelle ipocrite e false austerità, che satana ha saputo e sa suggerire agli stessi pagani per meglio avvincerti nelle sue ignominiose catene. Finalmente tanto la Preghiera come la Mortificazione non è possibile senza un amore vero, sodo, generoso, costante a N. S. Gesù Cristo, il quale dalla Croce ha compendiato tutte le sublimi sue lezioni che risguardano il culto che l’uomo deve al suo Dio. – Mirabile è poi lo svolgimento delle singole parti. Là dove parla della Preghiera, l’A. ne mostra in brevissimi tratti l’eccellenza, l’efficacia, la pratica; con tocchi rapidi e magistrali insegna il modo di pregare così vocalmente come mentalmente. Nessuno che legga queste pagine potrà giustificare la propria ripugnanza alla preghiera, mentre l’A. ne mostra tutta la facilità e la soave bellezza. Là dove parla della mortificazione, ossia della vittoria di se stesso, l’A., senza perdersi nel campo delle astrazioni e della teoria, dopo di averne dimostrata la necessità, scende a mostrare praticamente il modo col quale si devono mortificare le varie potenze dell’anima e del corpo e le principali passioni che sono la ragione di ogni disordine nell’uomo. – Finalmente la parte più bella del libro, a nostro modesto giudizio, è quella in cui l’A. parla dell’amore di N.S. Gesù Cristo. La pittura che egli fa del nostro adorato Maestro, nei Misteri principali della sua vita, nei punti culminanti dei suoi insegnamenti e dei suoi atti è così bella nella sua semplicità, che non può non attrarre ogni anima ben fatta, ogni cuore che sente sete ardente di un ideale di purezza, di bellezza, di santità e di grazia infinita. Leggendo queste semplici pagine, non sì può fare a meno di conchiudere con quelle sublimi parole dell’Apostolo: « Chi non ama N. S. Gesù Cristo sia maledetto! » – Tale il disegno e l’orditura del libro. È un’ascetica da borsellino, come modestamente dice l’A. Ma felici le anime le quali sapranno fare acquisti di questa ascetica e sapranno tradurla nella vita pratica! Essi avranno trovato il segreto delle gioie più pure in questa vita, il pegno più bello della felicità e gioia eterna. Nel desiderio, dunque, della gloria di Dio e della salvezza di un gran numero di anime, noi auguriamo questo libro la più larga diffusione, mentre non possiamo trattenerci dal ringraziare il valente Traduttore, il quale con tanta maestria ha saputo renderlo nella nostra lingua, sì che non sembra traduzione, ma piuttosto un libro dettato da esperta penna italiana.

GIUSEPPE M. PETAZZI, S. J.

PROLOGO

Visse in Persia un Principe amantissimo delle scienze, il quale raccoglieva per la sua biblioteca ogni genere di scritti, e se li portava dietro ovunque andasse. Non andò guari che questo prese a riuscirgli grave incomodo; per cui diede l’incarico ad alcuni sapienti di compendiargli la scienza di tutti quei libri in un dato numero di volumi, da poterli comodamente trasportare ne’ suoi viaggi sopra un cammello. Ma, vedendo col tempo che nemmeno ciò era possibile, li fece riassumere in uno solo, e finì più innanzi di ridurre anche quest’unico in una massima fondamentale e pratica per la vita, conseguendo così di aver seco tutta la sua scienza senza nessuna fatica e disturbo, anzi con molta facilità e vantaggio. Ora, questa è altresì l’idea su cui si basa quest’operetta. Libri che trattano della vita spirituale ce n’è a josa e voluminosi. Chi potrebbe numerarli e trascriverne solo il titolo? Ma benedetto sia Dio per quest’abbondanza, poiché mai si potrà scrivere e leggere bastantemente intorno alla vita spirituale, essendo essa come lo è in realtà, ciò che v’ha di meglio e di più eccellente per l’uomo su questa terra. Però chi è che si metta a leggere tanti libri e tenerli a mente? Non v’è dubbio; è un guadagno e vantaggio grande conoscere e possedere la scienza dello spirito e dei santi in modo ristretto e breve, e ciò senza pregiudicare al tempo stesso la materia. – D’altra parte, questo è altresì lo spirito dell’epoca nostra: riunire e disporre in maniera semplice, ristretta e pratica tutto ciò che è necessario alla vita. È ciò si verifica pure in noi stessi, poiché coll’andar del tempo tendiamo ad unificare tutto straordinariamente, tanto che il nostro sapere si riduce ad un principio unico che domina nell’anima nostra e dirige tutte le nostre azioni. Quanto più andiamo avvicinandoci a Dio, nostro ultimo fine e mèta, vieppiù partecipiamo della sua divina semplicità, finché Egli sarà per noi l’unico e solo bene. Ora, lo stesso avviene della verità divina che è unica ed abbraccia tutto; e questa sola, compresa seriamente e messa in pratica, basta a farci santi. È così che si presenta in questa operetta la vita spirituale, semplificata e ridotta a tre punti principali, senza i quali non gioverebbe a nulla la più elevata e vasta ascetica, poiché le mancherebbe ciò che è più necessario e sostanziale, e non potrebbe conseguire il suo fine. Regolandoci invece secondo questi principî, e conformandovi la nostra condotta, coll’aiuto di Dio, arriveremo alla vera perfezione. E se nel corso della nostra vita spirituale dovessimo constatare che le cose non camminano bene, esaminiamoci alla luce di questi tre principî e vediamo se praticamente ci siamo attenuti alle loro conseguenze, certi che con questo mezzo troveremo dove siamo deficienti e non ci resterà, per giungere alla perfezione, che di rimetterci con costanza a subordinarvi la nostra condotta. – Scienza di borsellino chiamò i suoi insegnamenti circa la vita comune uno scrittore di spirito. Ascetica di borsellino potremmo chiamare noi questo libro, poiché in esso si contiene la quintessenza della vita spirituale ed è, come dire, l’ascetica in miniatura, compendiata in tre soli principî. Una cordicella a tre fila difficilmente si rompe, dice la Scrittura (Eccle. IV, 12): per questo si dànno qui tre massime fondamentali che, intrecciandosi, unificandosi e sostenendosi a vicenda. formano l’anello della sapienza, nel quale è incastonata la perla della perfezione cristiana, pel cui possesso il saggio mercatante, avido d’una merce così preziosa qual è la perla, reputa bene impiegati tutti i travagli e fatiche, e giunge persino a vendere quanto ha. (Matt. XIII, 46).

Lussemburgo, 8 Agosto 1919.

L’AUTORE

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (II)

LA PARUSIA (10)

CARDINAL LOUIS BILLOT S.J.

LA PARUSIA (10)

PARIS – GABRIEL BEAUCHESNE – Rue de Rennes, 117 – 1920

ARTICOLO DECIMO

Ci si può chiedere, così come sono state spiegate le cose nell’articolo precedente, da dove possa essere venuta l’opinione, così antica e così diffusa, che vedeva e vede ancora, nell’Apocalisse, solo un quadro profetico della fine del mondo e dei suoi prodromi. A questo risponderei che hanno avuto qui la loro influenza molte cause di vario genere, ma che se vogliamo risalire all’origine, troveremo due ragioni principali, alle quali le altre si possono facilmente ridurre. La prima aveva solo il valore di un pregiudizio. Consisteva nella persuasione per cui i destini del mondo erano legati a quelli di Roma; in altre parole, che l’Impero Romano non poteva avere altra fine che quella dell’universo. Ecco perché, essendo la rovina dell’Impero così chiaramente prevista nell’Apocalisse, si concluse naturalmente che i tempi apocalittici non potevano essere che quelli del declino definitivo, e dell’ultima fine delle cose (« Tutto ci mostra – scriveva Lattanzio, in De divin, instit. Lib., VII, c. 25 – che la rovina suprema non è lontana: e che non sembra essere da temere finché Roma è in piedi. Ma appena questa testa del mondo è caduta, chi può dubitare che essa non sia arrivata? Illa, illa est civitas quæ adhuc sustentat omnia. » E tale è anche il sentimento di Tertulliano, di Sant’Ottato, di San Girolamo e di molti altri. È perché lo splendore di Roma, la loro patria, si era imposto su di loro in tal modo da far loro credere che ci fosse un legame necessario tra il mantenimento della civiltà quaggiù e la conservazione dell’Impero; che la rovina dell’Impero non poteva che essere la distruzione dei quadri della società umana ed il segnale della decomposizione universale; e di conseguenza, che l’Impero che teneva il mondo sotto il suo potere, era precisamente il misterioso ostacolo alla venuta dell’Anticristo di cui parla San Paolo nella Seconda ai Tessalonicesi, quando dice (II, 6): Et nunc quid detineat scitis, ecc., Vedi Bossuet, Prefazione su l’Apocalisse, n. 22.). –  Ma a questa prima ragione se ne aggiunse una seconda, che, tratta dal testo stesso della profezia, doveva sopravvivere alla smentita che gli eventi hanno da tempo preso a dare alla prima. Dall’inizio alla fine delle predizioni di San Giovanni, troviamo, mescolati alle visioni che si svolgono una dopo l’altra come le varie scene di un unico dramma, quadri e descrizioni che sembrano riferirsi, volenti o nolenti, al giudizio finale ed al crollo totale del mondo. Così, per esempio, proprio all’inizio, subito dopo l’apertura dei primi sei sigilli (VI, 12-17), le grandi calamità, i cui dettagli saranno sviluppati nei capitoli seguenti, non appena sono mostrate in modo confuso e come a grandi linee, il sole diventa già nero come un sacco di crine, la luna come di sangue, le stelle cadono dal cielo come i fichi verdi cadono da un fico scosso da un forte vento; il cielo scompare come un libro arrotolato, e tutti i monti e le isole sono sradicati dai loro posti; i re della terra, i principi, gli ufficiali di guerra si nascondono nelle caverne e dicono ai monti: “Cadete su di noi e nascondeteci dalla faccia di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello”. – Più avanti (XI, 18), al suono della settima tromba, mentre, secondo noi, San Giovanni non farebbe che descrive solo le persecuzioni romane, quella di Diocleziano in particolare, che avrebbero portato su Roma i grandi castighi che abbiamo visto, sentiamo i ventiquattro anziani adorare Dio dicendo: Ti ringraziamo, Signore Dio Onnipotente, che sei e che eri, che ti sei rivestito della tua grande potenza… Le nazioni sono adirate ed è venuto il tempo della tua ira, il tempo di giudicare i morti, di dare la ricompensa ai profeti tuoi servi e a quelli che temono il tuo nome, e di distruggere coloro che hanno corrotto la terra. Più avanti (XVI, 18-21), quando, con la settima coppa, viene il tempo dell’esecuzione della grande Babilonia, tutte le isole fuggono, le montagne scompaiono, ed enormi massi di grandine del peso di un talento cadono dal cielo sugli uomini. Così è sempre e ovunquelo stesso cataclisma completo e universale: tutto perisce, tutto crolla, tutto va in rovina, e l’immagine funerea del grande giorno dell’ira che apre e chiude la prospettiva, si proietta anche da un capo all’altro, su tutto il quadro. Come non vedere chiaramente indicato da questo il vero soggetto delle predizioni dell’Apocalisse? Così, almeno, ne giudicheranno facilmente coloro che non sono molto versati nella lettura dei profeti, e che non hanno molta familiarità con il genere proprio della Scrittura, limitandosi alla pura e semplice materialità della lettera. Ma un’esegesi ben informata non avrà difficoltà a riformare questo giudizio, e per ridurre i testi citati al loro vero valore, basteranno alcune brevi osservazioni. – Bisogna considerare prima di tutto che le immagini più forti usate qui da San Giovanni sono prese dagli antichi profeti, specialmente da Isaia ed Osea, nelle loro descrizioni delle calamità, certamente ben distinte dalla suprema catastrofe mondiale, che Dio doveva scatenare contro i nemici di Israele, o contro Israele stesso. Così, nell’annuncio della futura devastazione di Babilonia da parte dei Medi e dei Persiani, noi leggiamo (Isaia, XIII, 10): « Ecco, il giorno del Signore è venuto a fare un deserto della terra e a sterminarne i peccatori; perché le stelle del cielo non brilleranno più, il sole si è oscurato al suo sorgere e la luna non darà più la sua luce… Ecco, io solleverò i Medi contro di loro… e Babilonia, la gloria dei superbi Caldei, sarà come Sodoma e Gomorra… » E più avanti, nel giudizio contro gli Idumei (Isaia, xxxiv, 4): « I loro morti saranno gettati via senza sepoltura e le montagne si scioglieranno nel loro sangue. I cieli saranno arrotolati come un libro, e tutto il loro esercito cadrà come cade la foglia appassita e avvizzita del fico; perché la mia spada si è ubriacata nei cieli, ed ecco, essa scende su Edom, che ho votato  allo sterminio per giudicarlo. E nell’annuncio del castigo che Israele si era procurato con le sue idolatrie (Osea, x, 8): « Gli alti luoghi dell’idolo di Bethel, il peccato d’Israele, saranno distrutti; allora diranno ai monti: Coprici, e alle colline: Cadici addosso. » La stessa cosa in Ezek. xxvi, 15-18, e XXXII, 7-8. Lo stesso in Gioele, II, 10-11, anche se sia nell’uno che nell’altro è sempre una questione di disastri particolari, come la rovina di Tiro, o dell’impero dei Faraoni, o del regno di Giuda sotto Nabucodonosor. Questi tipi di dipinti di grandi calamità pubbliche, per quanto sproporzionati al loro oggetto possano sembrarci, erano nel gusto e nel genio dell’Oriente, e quando San Giovanni, il profeta del Nuovo Testamento, dipinge con gli stessi colori le piaghe che dovevano preparare o accompagnare il ristabilimento del Cristianesimo nel mondo, non farà altro che continuare la maniera dei suoi predecessori, i profeti del Vecchio Testamento. – Ma ecco una seconda osservazione che deve essere aggiunta alla precedente per completarla e chiarirne meglio il significato. Dicendo che le descrizioni di cui sopra si riferivano direttamente e immediatamente a catastrofi che la storia ha registrato da tempo nei suoi annali, non intendiamo in alcun modo negare che esse si riferissero anche in qualche modo a quel grande giorno che porrà fine all’esistenza terrestre dell’umanità e a tutto l’attuale ordine dell’universo. La ragione di ciò risiede nell’abitudine costante della Scrittura, che è stata sottolineata più volte nel corso di questo studio, di unire le cose figurate alle loro figure: di tracciare, per esempio, schizzi del futuro giudizio del mondo attraverso il reticolo di eventi che, nel corso dei secoli, dovevano esserne le immagini; inoltre, e questo è qualcosa che non sarà mai sottolineato abbastanza, di vedere in questi stessi eventi una prima esecuzione del grande e terribile dramma rappresentato da essi e in essi. Non ci sarà dunque ragione di mettere in dubbio il significato, precedentemente stabilito su prove solide, della prima e principale parte delle predizioni apocalittiche, sotto il pretesto che vediamo qua e là, mescolate incidentalmente, allusioni più o meno trasparenti al giudizio finale, o addirittura, in uno dei tre passi citati sopra (XI, 18), la menzione formale ed espressa della sua venuta. Ma l’unica conclusione da trarre sarà quella a cui la maniera abituale della Scrittura conduce naturalmente, e che è confermata dall’accordo dei suoi interpreti più autorizzati: « San Giovanni – ci diranno – unisce l’ultimo giudizio a quello che doveva essere esercitato su Roma, come Gesù Cristo aveva fatto nel predire la rovina di Gerusalemme. È l’abitudine della Scrittura di unire le figure alla verità. » Infine, bisogna notare, come tesi ancora più generale, che una stessa profezia può avere diversi significati: uno, vicino e immediato, già realizzato; l’altro, lontano e mediato, ancora nascosto nelle profondità del futuro. Abbiamo visto esempi di questo sopra, sia nella profezia di Daniele sulla persecuzione di Antioco (Dan., XI, 30 segg.), o in quella di Nostro Signore stesso sull’abominio della desolazione posto nel luogo santo (Matth., XXIV, 15 segg.), e niente sarebbe più facile che estendere la lista all’infinito. Ma senza bisogno di fare qui un maggior dispendio di erudizione, chi non avrebbe presente nella sua memoria la risposta di Gesù ai suoi discepoli che lo interrogavano sulla venuta di Elia, predetta dal Signore, e chi non avrebbe potuto ricordare la risposta di Gesù ai suoi discepoli che lo interrogavano sulla venuta di Elia, predetto da Malachia nell’ultima pagina degli oracoli del Vecchio Testamento (IV, 5-6)? « È vero –  disse loro – che Elia deve venire e che ristabilirà tutte le cose; ma io vi dico che Elia è già venuto ed essi non lo hanno conosciuto. » Così, con l’adempimento di una stessa profezia, Elia era già venuto e … doveva ancora venire. Egli era già venuto nella persona di San Giovanni Battista: questo è il primo senso già adempiuto, come vediamo nel Vangelo di San Luca (Luca, I:17: « Egli (Giovanni Battista) convertirà molti dei figli d’Israele al Signore loro Dio, ed egli stesso lo precederà nello spirito e nella potenza di Elia…, per preparare al Signore un popolo perfetto »). Egli doveva venire ancora: questo è il secondo significato, il cui mistero solo gli ultimi giorni del mondo potranno chiarire (Vedi Bossuet, Prefazione sull’Apocalisse, n. 15, 2). Se, dunque, l’esistenza nella Scrittura di profezie con significati multipli è così ben provata, che meraviglia sarebbe se anche la profezia di San Giovanni appartenesse a questa categoria? Che meraviglia se, fermo restando il significato primordiale precedentemente stabilito, avesse anche un altro significato, strettamente escatologico, il cui compimento sarebbe riservato all’estrema fine dei secoli? Certamente, troverà in esso dei difetti solo chi non ha un’idea corretta della capacità di comprensione di un libro che i Padri ci danno come pieno di segreti ammirevoli, e molto più, come contenente, secondo la forte espressione di San Girolamo, infiniti misteri del futuro, infinita futurorum mysteria continentem (S. Gerolamo, L. I contr, Jovin., n, 26). Per questo Bossuet, il cui modo di vedere le predizioni apocalittiche è ben noto, non manca di aggiungere: « Tuttavia, Dio non voglia che qualcuno immagini che con questa spiegazione (quella che propone, e che noi stessi abbiamo seguito), abbiamo esaurito il significato di un libro così profondo. Non dubitiamo che lo Spirito di Dio abbia saputo rintracciare in una storia ammirevole (delle prime sofferenze della Chiesa), un’altra storia ancora più sorprendente (delle sue ultime lotte), e, in una predizione, un’altra predizione ancora più profonda. Ma lascio la spiegazione a coloro che vedranno più da vicino il regno di Dio, o a coloro ai quali Dio darà la grazia di scoprirne il mistero. » Questa è una riserva saggia e prudente, come possiamo vedere, e alla quale faremo bene ad attenerci, senza affermare nulla su questo significato futuro, ma senza nemmeno negare nulla, attaccandoci esclusivamente a ciò che è importante per i nostri scopi, cioè il primo significato, prossimo e immediato, che può essere considerato come dimostrato e acquisito, qualunque altra cosa possiamo pensare o congetturare sull’altro. – E questo senso ci presenta, dal capitolo VI al capitolo XIX compreso, tutta la successione dei giudizi di Dio sui primi persecutori: Giudei animati dall’odio di Colui che avevano crocifisso, o Gentili che sostenevano l’idolatria con cui Satana teneva il mondo soggetto alle sue leggi. Mette davanti ai nostri occhi la nascita lunga e dolorosa di questo figlio maschio del capitolo XII, che doveva governare tutte le nazioni con uno scettro di ferro, e non era altro che il Cristianesimo emergente e vigoroso, Un grande prodigio apparve in cielo: una donna (figura della Chiesa)… Era grassa e gridava per i dolori della morte. Un’altra meraviglia apparve in cielo: un grande drago rosso (figura del diavolo)… E questo drago stava davanti alla donna che stava per partorire, per divorare suo figlio appena partorito. Ed ella partorì un figlio maschio, ecc. “. Infine, ci offre il quadro degli eventi attraverso i quali Dio, per una provvidenza ammirevole, ha condotto la sua Chiesa ai suoi inizi, per farla trionfare, dopo la grande prova del battesimo di sangue, “non solo in cielo, dove ha dato gloria immortale ai suoi martiri, ma anche sulla terra, dove l’ha stabilita con tutto lo splendore che le era stato promesso dai profeti (Isaia, XIX, 2 3; LX, 1-6; Dan., n, Vi, ecc.) “Ed è di tutte queste cose che San Giovanni disse molto giustamente ed esattamente che sarebbero avvenute presto (i, i, e XXII, 6), perché in effetti la sequenza di eventi qui profetizzata, pur estendendosi molto nel futuro, avrebbe tuttavia cominciato a svolgersi dal giorno dopo, per così dire, la rivelazione apocalittica: cioè, come già detto, dal regno di Traiano, l’immediato successore di Domiziano, dal quale il santo Apostolo era stato condannato alla pentola di olio bollente, e dopo la sua miracolosa conservazione, all’esilio. Sulla vera data dell’Apocalisse, che i razionalisti, contro la testimonianza di tutta l’antichità, fanno risalire all’anno 69 della nostra era, prima della rovina di Gerusalemme, vedi Bossuet, Apoc, 1, versetto. 9). Da ciò consegue, infine, che l’argomento che i critici modernisti pretendevano di derivare da quæ oportet fieri cito, cade di per sé come partendo da un immaginario presunto, e andrà così ad ingrossare la lista delle ragioni precedentemente confutate, le cui apparenze speciose non potrebbero che far meglio emergere la vera inanità.

L’ultima difficoltà che rimane sono le ripetute assicurazioni di una prossima venuta, poste alla fine sulla bocca di Gesù o, il che equivale alla stessa cosa, sulla bocca dell’Angelo che parla in nome e nella persona di Gesù: “Ecco, io vengo presto” (XXII, 7); “Sì, io vengo presto” (XXII, 20); “Io vengo presto, e la mia ricompensa è con me per rendere ad ogni uomo secondo le sue opere” (XXII, 12). È vero che dopo tante spiegazioni già date sui due modi in cui la Scrittura è solita prevedere la parusia, o nel giudizio generale dell’umanità nell’ultimo giorno del mondo, o prima, nel giudizio particolare di ogni individuo nell’istante immediatamente successivo alla sua morte, la difficoltà dovrebbe essere considerata come ormai classificata, risolta, e definitivamente svuotato. Tuttavia, non ci dispiace riportare un’ultima precisazione che, presa in prestito dallo stesso libro dell’Apocalisse, avrà il doppio vantaggio di combattere l’obiezione con la fonte stessa da cui è tratta, e di distruggere sempre più radicalmente le fallacie dell’esegesi razionalista in materia escatologica.

****

Il luogo principale, tornando al nostro argomento, è in questo capitolo XX, dove, dopo la caduta della grande Babilonia, i tempi della pace della Chiesa sono sommariamente descritti a grandi linee, come è stato detto prima, così come il regno dei suoi martiri, la cui gloria celeste non manca di essere prolungata sulla terra dagli onori che sono resi loro e dai miracoli che Dio opera per mezzo della loro intercessione. – San Giovanni ci ha appena mostrato un Angelo che scende dal cielo, afferra il dragone, il serpente antico che è il diavolo e satana, lo lega per mille anni e lo rinchiude nell’abisso, per togliergli il potere di sedurre le nazioni come era riuscito a fare ai tempi del dominio universale dell’idolatria. Dopo di che continua (XX, 4-6): Ho visto anche dei troni sui quali sedevano coloro ai quali era stato dato il potere di giudicare; ho visto le anime di coloro ai quali è stato tagliato il capo per aver reso testimonianza a Gesù e per la parola di Dio…, ed essi han vissuto e regnato mille anni con Gesù Cristo. Gli altri morti non hanno avuto vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima resurrezione. Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione; la seconda morte non avrà potere su di loro, ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo, e regneranno con lui per mille anni. Tale è l’immagine che San Giovanni ci presenta della gloria e della felicità dei Santi, ancora allo stato di anime separate, durante il periodo ora in corso, intermedio tra la loro partenza da questo mondo e il giudizio finale. Ho detto, nello stato di anime separate. Infatti, ciò che è importante notare prima di ogni altra cosa in questo quadro è che sono le anime ad esserne il soggetto: anime senza corpo, le anime dei decapitati, ai quali sono attribuiti troni, e questo per significare che già da ora, dai giorni presenti, mentre i loro resti giacciono ancora nelle profondità dei loro sepolcri – e quindi, molto prima che sia giunta la consumazione dei tempi – essi sono associati alla beatitudine e alla gloria di Gesù Cristo, così come ai giudizi che nel corso dei secoli, Egli esercita sul mondo: et vidi sedes. …et animas decollatorum… et vixerunt et regnaverunt eum Christo mille annis – (Questo, per dirlo di sfuggita, è già sufficiente a distruggere l’errore dei millenaristi, i quali, basandosi su questo passo dell’Apocalisse, dove vediamo dal principio alla fine, regnare con Gesù Cristo, solo le anime, ammettevano prima della resurrezione generale della carne nell’ultimo giorno del mondo una resurrezione anticipata per i martiri, ed un regno visibile di Gesù Cristo con loro per mille anni sulla terra, in una Gerusalemme ricostruita con nuovo splendore, che essi credevano essere la Gerusalemme descritta da San Giovanni nel capitolo XXI; « Papias, un autore molto antico, ma di mente molto piccola, avendo considerato troppo grossolanamente certi discorsi degli Apostoli che i loro discepoli gli avevano riferito, introdusse nella Chiesa quel regno di Gesù Cristo per mille anni in una Gerusalemme terrena magnificamente ricostruita, dove la gloria di Dio avrebbe brillato in modo mirabile, dove Gesù Cristo avrebbe regnato visibilmente con i suoi martiri risorti, dove alla fine tuttavia i santi sarebbero stati attaccati, e i loro nemici consumati dal fuoco del cielo, dopo di che la resurrezione generale e l’ultimo giudizio avrebbero avuto luogo ». Così Bossuet parla di un opinione che Sant’Agostino dalla sua parte, nella sua Città di Dio. libro XX, c, 7, tratta giustamente come un equivoco scritturale, poi trasformato in ridicole favole: De duabus resurrectionibus, dice, Joannes in libro Âpocalynsis, eo modo locutus est, ut earum prima a quibusdam nostris non iniellecta, insuper etiam in quasdam ridicutus fabulas verieretur. Infatti, chiunque legga ciò che i migliori e più rispettabili dei suoi sostenitori hanno scritto, come per esempio Sant’Ireneo (liv. V, c. 33, P, G., t. VII, col. 1213 sqq.), e Lattanzio (liv. VII De divin. Instit. c, 24, 25, 26, P. L., t. vi, col. 808-814) dovrà concordare sull’intera correttezza della censura. Perciò la suddetta opinione non poté resistere a lungo alla critica illuminata, e scomparve così tanto « nella grande luce del quarto secolo » che non se ne vede quasi più traccia. Ma fu riservato ai protestanti del XVII secolo il compito di farla risorgere dalle sue ceneri, e fu l’odio della Chiesa romana che li determinò a farlo. Infatti, poiché nell’Apocalisse, il regno millenario viene dopo il giudizio e l’esecuzione della grande meretrice, che secondo loro non era altro che la Chiesa romana in persona, essi pensavano di fare una cosa meravigliosa resuscitando l’antica favola millenarista, per l’opportunità che dava loro di promettere ai loro aderenti il futuro più luminoso, dopo la caduta del Papato, che annunciavano come prossima. Che i cattolici, dunque, nei quali si è risvegliato ai nostri giorni il gusto per le prodigiose fantasie di Fapias, notino di sfuggita “in quale bottega” (ci si perdoni la parola che la bella lingua di Bossuet non ha ripudiato), sono stati raccolti e rimessi in onore i resti di essa. Inoltre, il millenarismo, comunque lo si spieghi, sia con Papias che con Cerinto, è un grave errore che è apertamente condannato dai dati più formali della Scrittura. Infatti la Scrittura ci insegna: primo, che il cielo debba contenere Gesù Cristo fino all’ultimo giudizio (Atti, III, 21); secondo, che il giorno della seconda venuta e quello della fine del mondo sono uno stesso giorno (Matth, XXIV, 29-31; Marco XIII, 24-26, ecc.); in terzo luogo, che tutti i morti, e specialmente tutti i Santi, tutti i giusti, tutti gli eletti, risorgeranno allo stesso tempo, cioè in novissimo die (Joan, VI, 39, 44, 55), al suono dell’ultima tromba (I Cor, XV, 51), al segnale dato, alla voce dell’Arcangelo, mentre il Signore stesso scende dal cielo (1 Thess., IV, 16), Così che sarebbe più che giusto lasciare agli interpreti protestanti, se ce ne sono rimasti, quei “resti delle opinioni giudaiche”, che la luce della Chiesa ha interamente dissipato negli ultimi sedici secoli.) – Di conseguenza, la prima resurrezione di cui è detto, hæc est resurrectio prima, deve anche essere intesa come una resurrezione che può essere adatta solo alle anime: cioè, la resurrezione che ha avuto inizio con la giustificazione, secondo le parole dell’apostolo agli Efesini: « Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti, e Cristo ti darà la luce », è completata, perfezionata e consumata alla fine di questa vita presente, dall’ingresso nella vita eterna nella visione di Dio. (Sulla resurrezione delle anime, vedi S. Agostino, Città di Dio, lib. XX, c. 10, dove mostra cosa si debba rispondere a coloro che pensano che la resurrezione è detta solo dei corpi, e non possa convenire alle anime). E questa risurrezione è chiamata la prima, perché deve essere seguita, ma solo nell’ultimo giorno del mondo, da una seconda risurrezione, quella della carne, secondo quanto è detto più avanti, nella tavola del giudizio generale che chiude tutta la serie delle predizioni apocalittiche (« La seconda risurrezione, cioè la risurrezione dei corpi che avrà luogo alla fine dei tempi », dice Sant’Agostino, loc. cit. c. 6, in accordo con Apocalisse XX, 12-13, dove si legge … poi vidi un grande trono pieno di luce e Colui che era seduto su di esso… E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. E i libri furono aperti, e fu aperto un altro libro, che è il libro della vita; e i morti furono giudicati secondo ciò che era scritto nei libri, secondo le loro opere. Il mare consegnò i suoi morti, la morte e l’inferno consegnarono i loro, e furono giudicati ciascuno secondo le proprie opere.). Per di più, i mille anni che il regno dei Santi deve durare prima che i loro corpi siano ripresi, non devono essere considerati come un numero preciso e determinato di anni. No – dice Sant’Agostino – il numero di mille è usato qui per esprimere la totalità del tempo che deve passare fino alla fine dei secoli, ed è preso nello stesso senso riportato in quel luogo del Salmo CIV, versetto 8, dove si dice che Dio si ricorda eternamente della sua alleanza e della parola che ha dato « per mille generazioni »; cioè, senza difficoltà, per tutte le generazioni che si succederanno nel futuro (Sant’Agostino, loc. cit., c., 7, n. 2). Se, infine, la prima risurrezione è particolarmente attribuita ai martiri, la ragione è, come osserva sempre Sant’Agostino, che i martiri che hanno combattuto per la verità fino allo spargimento del loro sangue ne hanno naturalmente la parte principale. Ma secondo la figura retorica che consiste nel prendere la parte, specialmente la parte più eccellente e riconosciuta, per il tutto, dobbiamo senza dubbio intendere nella persona dei martiri, l’universalità dei morti che la voce che scende dal cielo designava poco più sopra (XIV, 13), come « morenti nel Signore » (S. Agostino, loc. cit., c. 9, n, 2). Tutti, infatti, appartengono ugualmente a Cristo; tutti sono diventati la sua eredità e il suo regno per sempre; tutti anche, e allo stesso modo, sono separati dai caeteri mortuorum del versetto 5: i quali, esclusi dalla prima risurrezione, saranno di conseguenza esclusi anche dalla seconda, essendo la risurrezione dell’ultimo giorno per loro solo una risurrezione di condanna, aggiungendo la dannazione del corpo a quella dell’anima, e gettando così l’intero uomo in quella che qui è giustamente chiamata la seconda morte (Come la prima risurrezione è quella in cui i Santi sono glorificati nell’anima, e la seconda quella in cui sono glorificati sia nel corpo che nell’anima; così la prima morte è quella in cui le anime sono sepolte con il “malvagio ricco” nell’inferno, e la seconda, quella che seguirà la risurrezione, in cui l’uomo intero, in corpo e anima, andrà, come è detto in San Matteo, XXV, 46, al tormento eterno). – Perciò San Giovanni, dopo aver detto: « Beato e santo colui che partecipa alla prima risurrezione », aggiunge immediatamente: « La seconda morte non avrà alcun effetto su  di loro »: La seconda morte non avrà alcun potere su di loro, implicando che si sfugge alla seconda morte, che non è altro che la morte consumata ed eterna, solo a condizione di aver partecipato alla prima risurrezione, e che di conseguenza i partecipanti alla suddetta risurrezione sono tutti i giusti, tutti gli eletti di Dio, in quanto, avendo completato il loro cammino, entrano nella loro eternità – (In questa descrizione della prima risurrezione, si fa sempre astrazione dai ritardi che possono essere richiesti dalle espiazioni del purgatorio, per due ragioni principali: la prima è che sono i martiri l’obiettivo principale del testo di San Giovanni, e che solo loro sono esplicitamente designati in esso; ma per i martiri non si può parlare di purgatorio. La seconda è che la prima risurrezione deve essere considerata qui, non secondo le condizioni accidentali, contingenti, infinitamente variabili di persone particolari, ma solo secondo la regola stabilita dalla volontà antecedente di Dio, che afferma che dopo la consumazione della nostra redenzione mediante la passione di Gesù Cristo, le anime dei Giusti, sono ammesse alla vita eterna subito dopo la fuoriuscita dal corpo, salvo impedimento da parte loro, cosa che significa che è in questo momento che deve essere considerato, come tesi assoluta nel Nuovo Testamento, l’ingresso dei Santi nella beatitudine qualunque possano essere sia i ritardi più o meno lunghi imposti in casi particolari, per colpe che non sono state sufficientemente espiate nella vita presente da degni frutti di penitenza). – Perciò San Giovanni, dopo aver detto: « Beato e santo colui che partecipa alla prima risurrezione », aggiunge immediatamente: « La seconda morte non avrà alcun effetto su  di loro »: La seconda morte non avrà alcun potere su di loro, implicando che si sfugge alla seconda morte, che non è altro che la morte consumata ed eterna, solo a condizione di aver partecipato alla prima risurrezione, e che di conseguenza i partecipanti alla suddetta risurrezione sono tutti i giusti, tutti gli eletti di Dio, in quanto, avendo completato il loro cammino, entrano nella loro eternità – (In questa descrizione della prima risurrezione, si fa sempre astrazione dai ritardi che possono essere richiesti dalle espiazioni del purgatorio, per due ragioni principali: la prima è che sono i martiri l’obiettivo principale del testo di San Giovanni, e che solo loro sono esplicitamente designati in esso; ma per i martiri non si può parlare di purgatorio. La seconda è che la prima risurrezione deve essere considerata qui, non secondo le condizioni accidentali, contingenti, infinitamente variabili di persone particolari, ma solo secondo la regola stabilita dalla volontà antecedente di Dio, che afferma che dopo la consumazione della nostra redenzione mediante la passione di Gesù Cristo, le anime dei Giusti, sono ammesse alla vita eterna subito dopo la fuoriuscita dal corpo, salvo impedimento da parte loro, cosa che significa che è in questo momento che deve essere considerato,, come tesi assoluta nel Nuovo Testamento, l’ingresso dei santi nella beatitudine qualunque possano essere sia i ritardi più o meno lunghi imposti in casi particolari, per colpe che non sono state sufficientemente espiate nella vita presente da degni frutti di penitenza). – Questo, dunque, è ciò che l’Apocalisse ci insegna su questa fase di transizione in cui i Santi, e specialmente i martiri, morendo sulla terra, inizieranno prima una nuova vita in cielo come anime benedette. Qui abbiamo sollevato un angolo del velo che nascondeva le condizioni misteriose della loro esistenza postuma da questo momento fino alla resurrezione finale. Non si ragiona, dunque, come se non ci fosse altra venuta di Gesù con la sua ricompensa se non quella che avverrà nella gloria e maestà alla consumazione dei tempi, o come se fosse di questa venuta che la parola contestata sarebbe necessariamente da intendere: « Ecco, io vengo presto, e la mia ricompensa è con me, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. » Ma no! L’Apocalisse suppone una prima venuta di Gesù, segreta e invisibile, per il giudizio e la ricompensa delle anime secondo i meriti delle loro opere, appena lasciano il corpo. Il quadro che abbiamo appena visto, in cui i Santi sono già ammessi da Gesù a condividere il suo regno, già accolti per sedere sul suo trono, già messi in possesso della beatitudine celeste, testimonia apertamente questo, salvo il complemento finale della resurrezione del corpo ed una certa gloria accidentale, riservata all’ultimo giorno. Hæc est resurrectio prima. Questa è la prima resurrezione mostrata a San Giovanni nella famosa visione del regno dei mille anni.

****

Ma questo non è l’unico posto nell’Apocalisse dove viene menzionata questa prima venuta di Gesù con la sua ricompensa. All’inizio del libro, tra gli avvertimenti che San Giovanni riceve l’ordine di scrivere alle chiese, Gesù dice all’Angelo della chiesa di Smirne, in previsione della persecuzione che doveva venire (II, 10): « Sii fedele fino alla morte, e senza indugio, appena sarà giunta la fine della tua prova, ti darò la corona della vita. » Dice ancora, poche righe più giù, nel passo parallelo dell’epistola alla chiesa di Tiatira (II, 26-28): « A colui che conserva le mie opere fino alla fine, io darò la stella del mattino. » E cos’è la stella del mattino? Apparentemente, la beatitudine della gloria eterna, anche se non ancora nella sua pienezza, dove sarebbe paragonata al sole di mezzogiorno, ma nella sua fase iniziale, e per così dire, mattutina, cioè prima del giudizio generale e dell’ultima risurrezione. E questa beatitudine iniziale prima del giudizio generale e della risurrezione finale, propria delle anime ancora separate dai loro corpi, San Giovanni non si stanca di portarla alla nostra attenzione. – Vi ritorna costantemente, e in così tanti modi diversi, che dobbiamo vedere in esso uno dei punti più salienti di questo libro divino dell’Apocalisse, e uno dei suoi tratti più caratteristici. Vi ritorna in particolare nel capitolo VI, ai versetti 9-11, dove ci si presentano le anime (e si noti che sono sempre anime), le anime dei martiri, animas interfectorum, alle quali, in attesa che sia fatta giustizia ai loro persecutori, vengono date vesti bianche, simbolo della gloria che già godono in cielo. «Vidi – dice – sotto l’altare le anime di coloro che erano stati sacrificati per la parola di Dio e per rendergli testimonianza…, e a ciascuno di loro fu data una veste bianca, dicendo loro che aspettassero il resto, finché fosse completato il numero di coloro che servivano Dio come loro, ed il numero dei loro fratelli che dovevano soffrire la morte come loro. » Vi ritorna di nuovo nel capitolo successivo (VII, 9-17), dove ci mostra questi … stessi martiri con le loro vesti bianche e le palme in mano, in piedi davanti al trono di Dio, servendolo giorno e notte nel suo tempio, senza più fame, sete o alcun tipo di disagio, perché l’Agnello che è in mezzo al trono sarà il loro pastore, e li condurrà alle fonti delle acque vive, e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. – Torna su questo, e ancora più espressamente, ancora nel capitolo XIV, dove ci fa sentire la voce che lui stesso ha sentito, la voce dal cielo che dice: « Beati i morti che muoiono nel Signore: d’ora in poi, dice lo Spirito, si riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono. Amodo jam dicit Spiritus ut requiescant et laboribus suis. D’ora in poi, dice, come per combattere formalmente e direttamente l’idea che Gesù sarebbe venuto con la sua ricompensa solo alla fine dei secoli. No, no! amodo: già da ora, da subito dopo la morte, dal giudizio particolare: che già giustifica ampiamente la venio cito, venio velociter, dell’ultima pagina del libro, pur lasciando, come si vede, il campo assolutamente libero a tutte le ipotesi possibili circa il tempo dell’arrivo in gloria e maestà sulle nuvole del cielo, per la chiusura dei tempi e la resurrezione generale dei morti, per la solennità delle grandi assise dell’umanità, per il giudizio pubblico del mondo, per la consumazione finale dei castighi e delle ricompense, in breve … per il completamento ed il regolamento finale di tutte le cose e gli affari di quaggiù. Questo è detto senza pregiudicare un altro significato, dove il venio cito si riferirebbe anche all’ultima venuta che realizzerà, con l’ultimo giudizio, il rinnovamento universale del cielo e della terra di cui parla San Pietro nella sua seconda epistola c. III, 10-13. (Ma in questo caso, il termine cito sarebbe preso, ovviamente, non in relazione alla durata degli individui, ma alla durata totale del mondo dalle sue prime origini. E anche per questo motivo, si troverà facilmente che mille anni sono come un giorno). Questo, se non ci sbagliamo, è molto più di quanto sia necessario per mostrare quanto infondate, quanto contrarie ai dati più solidi della Scrittura, siano le famose posizioni dei modernisti sulla parusia, la pietra angolare di tutto il loro sistema di interpretazione del Vangelo. Questo era quello che volevamo dimostrare. E se, concludiamo con l’autore del secondo libro dei Maccabei, la presentazione degli argomenti è stata ciò che serviva per generare convinzione nella mente del popolo, avremo raggiunto lo scopo dei nostri sforzi. Se, invece, essa è rimasto imperfetta e difettosa, possiamo solo incolpare l’inabilità del dimostrante.

F I N E