VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 22

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (22)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XIV

Della carità verso il prossimo

II.

Segni della vera e perfetta carità verso il prossimo.

La vera carità è universale, senza sensibilità, instancabile e senza egoismo. – Si rallegra dei beni altrui come se fossero suoi. – esempio di Gesù Cristo, — di santa Elisabetta. – di di Maria SS.; dei Beati; — della Chiesa della terra.

La vera e perfetta carità si fa conoscere dal grande amore che si ha per tutti gli uomini. Essa vorrebbe tutto infiammare, a segno di trasformarsi in fuoco, ardore e zelo per portar dappertutto la conoscenza e l’amore di Dio. Questa carità universale non deve essere una chimera, come si vede in molti che si mostrano infiammati di zelo generoso, ma per ispirito di superbia; il loro amor proprio si compiace nelle cose grandi e vuole occuparsi in opere appariscenti e straordinarie. La vera carità deve mostrarsi verso qualunque prossimo in particolare, a tutti si deve voler bene e far del bene per quanto si può, prestando a ciascuno, nelle sue necessità, l’assistenza dei nostri beni e dei nostri conforti, e procurando di accontentare, con dolcezza e con cordialità cristiana, tutti  coloro che ci domandano qualche sollievo. – La pura carità è scevra di tenerezza esteriore e sensibile, di estrema espansività. Essa attira i cuori a sé con tale purezza che, mentre li conquista tutti, e per una segreta azione di Dio, se li tiene intimamente vincolati e uniti, pure esternamente non li tiene legati: è questo un effetto della libertà dell’amor santo e puro che tiene liberi da legami sensibili ed esteriori coloro che sono legati ed uniti in Dio. Questa divina carità non si esaurisce né si stanca mai; essa dà modo al prossimo di ricorrere a noi in qualunque luogo e in qualunque occorrenza, senza timore di ripulsa. – Un altro effetto meraviglioso che sempre l’accompagna e ne è un segno infallibile, è questo ch’essa mantiene tutto nella unione, senza mai attrarre nessuno a sé stessa in modo da separarlo dagli altri, né distratto dai propri doveri né dai propri obblighi. Essa nel suo amore mantiene tutte le cose in una vicendevole unione, è come un centro dove tutte le linee convergono e vengono a riunirsi. Mentre la falsa carità divide le persone unite onde attirarle esclusivamente a sé medesima, la vera carità tiene unite le persone più distanti per le loro inclinazioni; e per opera delle sue cure le persone più divise sono mantenute in società.

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La perfetta carità verso il prossimo ci fa godere, con Lui, per i suoi beni come se fossero nostri. In quella guisa che Dio si compiace nei beni del Figlio suo, e il Figlio suo si compiace pure dei beni dello Spirito Santo come di beni suoi propri: così dobbiamo rallegrarci del bene di Dio nel prossimo, considerandolo come bene nostro. Donde avviene che, se abbiamo in noi la carità perfetta veramente operata da Dio nel nostro cuore. Dio gioirà e si dilaterà in noi in presenza dei beni del prossimo.

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Così Nostro Signore, per l’operazione dello Spirito Santo (In Ipsa hora exultavit Spiritu Sancto. Ecc. X, 21) provava una grande gioia interiore alla presenza dei suoi Apostoli che gli riferivano gli effetti ammirabili che il Padre suo operava sopra le loro persone; godeva di vederli rivestiti dei doni e delle ricchezze del suo Spirito, godeva inoltre Gesù Cristo in anticipazione, per tutte le operazioni di cui, per i meriti della sua morte, la sua Sposa sarebbe un giorno da quel divino Spirito ornata ed arricchita. Era questo un mistero nascosto agli occhi dei sapienti e dei prudenti; esso non sarebbe conosciuto che dai piccoli, perché questi, essendo sottomessi alla direzione della Chiesa e dei suoi Capi, vedrebbero che la cosa più debole nella natura, vale a dire, il Figlio di un operaio, povero, meschino e miserabile agli occhi del mondo, muoverebbe tutto il mondo e rovescerebbe tutti gli Stati, le monarchie e gl’Imperi, per la virtù e l’efficacia del suo dito, che è lo Spirito Santo nei- suoi. doni; questi doni, riguardo allo Spirito Santo considerato nella sua sostanza, non sono che come il dito dell’uomo in confronto di tutto il corpo.

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Così in San Giovanni Battista (Luc. I) e in Sant’Elisabetta, lo Spirito di Dio godeva per la gloria della Vergine Santissima. Stupenda grandezza di Maria innalzata alla dignità di Madre di Dio e di Sposa nell’Eterno Padre! Principio insieme col Padre della generazione temporale del Verbo, essa operò con Lui nell’Incarnazione ciò che Egli fa da solo nell’eternità. L’eterno Padre l’ha associata alla propria fecondità nella generazione reale del Figlio suo, ed è questa l’operazione più ammirabile, la grandezza più divina di cui una creatura possa essere onorata. La più alta, più sublime e più perfetta virtù dell’Altissimo è la sua fecondità. Ed è questa ch’Egli comunicava alla Vergine, come alla sua Sposa, per operare in essa la generazione temporale del Verbo Eterno. In pari tempo Maria era costituita Tempio dello Spirito Santo, nella pienezza più pura e più abbondante che fosse possibile. Siccome era destinata ad essere Madre di Gesù Cristo, essa aveva ricevuto la pienezza della grazia, come l’Angelo dichiarava con queste parole: Ave gratia plena, Vi saluto piena di grazia (Luc. I, 28). Perciò Maria è la creatura più pura, più divina e più perfetta che possa esservi. Da tale pienezza e perfezione procede appunto la sua fecondità materna, come la fecondità di Dio nasce dall’esuberanza della sua perfettissima sostanza e del suo Essere divino. In tal modo, le piante non producono il frutto che dalla sovrabbondanza e dal sovrappiù della linfa che possiedono. – Ma questa Madre ammirabile, benché fosse già ripiena della perfezione necessaria alla fecondità divina, riceveva ancora grazie e doni in una sovrabbondanza oltremodo prodigiosa. Per questo l’Angelo le diceva: Spiritus Sanctus superveniet in te, Lo Spirito Santoscenderà sopra di voi (Luc. I, 35), per operare invoi cose grandi, che sorpassano tutta lapienezza dei beni che Egli vi ha già comunicati.Era questo l’oggetto della gioiadi Sant’Elisabetta che si rallegrava dellagloria e della esaltazione della sua cugina,come se fosse sua fortuna propria. Parimenti,la Vergine SS.. contemplando nelsuo seno Gesù Cristo presente con la pienezzadella divinità del Padre, esultavapure in ispirito; si rallegrava dei beni conferitia Gesù Cristo in virtù della pienezzadi Dio che stava in Lui e lo aveva rivestitodei tesori della sua sapienza e della suascienza. Era questo il grande oggetto dellagioia di Maria: Esulta il mio Spirito inDio mio Salvatore! (Luc. I, 27).La Vergine si rallegrava e godeva, inoltre, perché il Figlio suo rivestirebbe poie riempirebbe la Chiesa della sua pienezza(Joan. I, 16), poiché, col suo divino Spirito, renderebbetutti i fedeli partecipi della suagloria e dei suoi doni.

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Così ancora i Santi tutti del cielo si rallegrano dei doni che possiedono e se ne rallegrano gli ini per gli altri; ciascuno di essi prende parte alla felicità di tutti come se fosse la sua propria. Infatti, quei doni sono tutti comuni in virtù della comunicazione vicendevole, reale e perfetta che se ne fanno gli uni agli altri; avendo essi una dimora comune gli uni negli altri, si comunicano a vicenda tra loro i doni di Dio. Per un’ammirabile somiglianza con la SS. Trinità, i Santi fruiscono di una specie di circuminsessione, dimorando gli uni negli altri, come le Persone divine ed eterne dimorano l’una nell’altra per la loro circuminsessione. Nostro Signore c’insegnava appunto questo mistero con queste parole « Come io sono nel Padre mio e mio Padre è in me (Joan. XVII, 23) per la comunicazione della sua sostanza e della sua vita, e che nondimeno il Padre rimane tutto ciò che è ed io pure rimango tutto ciò che sono: così pure di voi. Io sono similmente in voi e voi siete tutti consumati in me, come mio Padre ed io siamo identificati nella semplicità ed unità di una medesima essenza. – E come mio Padre ed io siamo distinti per il nostro carattere personale, benché i nostri beni siano comuni e che dei tesori e delle ricchezze della sostanza divina che ci è comune, nulla sia da noi posseduto in proprio: così di voi, benché siate tutti consumati in me, ciascuno però rimane ciò che è, ciascuno conserva il suo essere particolare, ciascuno conserva la distinzione dei suoi doni, delle sue grazie e del suo carattere proprio ». Tale è lo stato dei Santi; essi possiedono tutto Gesù Cristo, il quale è la loro sostanza comune; ciascuno possiede tutto lo Spirito e tutta la vita di Gesù Cristo, purtuttavia uno non è l’altro, ma ciascuno conserva il suo carattere proprio e il suo dono proprio.

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Così, nella S. Chiesa della terra non meno che in quella del Cielo, tutti i fedeli in particolare possiedono Gesù Cristo nella sua pienezza, tutti sono partecipi dei suoi doni, tutti ricevono comunicazione delle sue intime disposizioni, tutti hanno parte al suo Spirito, il quale è uno Spirito di gioia che si dilata nel darsi e nel diffondersi nel cuore dei fedeli; perciò tutti devono rallegrarsi dei beni di tutti, come se fossero propri. Così vediamo che quando questo Spirito viene dato a qualche anima in particolare, tutte le anime pure ne risentono e ne provano gioia. S. Antonio al suo tempo era appunto una di quelle anime in cui lo Spirito di Dio si prendeva le sue maggiori compiacenze; perciò la sua morte riempì la Chiesa di dolore, perché quel medesimo Spirito cessò di comunicarsi a lui, su la terra, in quella gioia e in quella effusione di cui le anime della Chiesa militante erano rese partecipi, quando egli lo riceveva. – Dio in tutto sia benedetto, per i beni che fa alla Chiesa nel Cielo, come di quelli che comunica alla Chiesa della terra, e dei quali ciascuno in particolare viene reso partecipe!

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 21

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (21)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XIV

Della carità verso il prossimo

Essendo noi creati a somiglianza di Dio, dobbiamo amarlo come Egli ama sé medesimo. — L’amore vicendevole delle divine Persone, motivo, tipo e modello della carità verso il prossimo. – Amare il prossimo come Gesù Cristo è amato dal Padre e ama noi.

Dio. nel creare l’uomo a sua immagine e somiglianza non gli ha comunicato soltanto il proprio essere, la propria vita e le proprie divine perfezioni; ma ha voluto ancora che esso fosse simile a Lui nelle operazioni. Perciò Dio, come ama se medesimo in tutto quanto è, e in tutta l’ampiezza del suo Essere e del suo potere, non potrebbe avere per sé medesimo, un amore maggiore: così ha fatto all’uomo il comando espresso di amarlo con tutto il cuore, con tuta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze. Dio vuole che l’uomo, tutto quanto, sia interamente impegnato ad amarlo, e in questo amore si perda e si consumi. E siccome Egli, per sè stesso, è tutto Amore, e fuori di sé tutto ha fatto per amore di sé medesimo, così vuole pure che l’uomo unicamente per amore di Dio usi delle sue proprie forze ed eserciti la sua propria attività. Orbene, Dio non solamente ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma ha pure formata la società umana sul modello della società delle persone della SS. Trinità. Perciò. nell’istesso modo che, in questa adorabile società, il Padre ama il Figlio suo come sé stesso e ama sé stesso nel Figlio suo, e lo stesso è da dirsi dell’amore del Figlio verso il Padre e verso lo Spirito Santo, come dell’amore dello Spirito Santo verso il Padre e il Figlio: così Dio vuole che l’uomo ami il prossimo suo come sé medesimo. Donde avviene che ci ha dato questo comandamento: amerete il vostro prossimo come voi stessi (Deuter. VI, 6), comandamento che Gesù chiama simile al primo (Matth., XXII. 36) perché è conforme alla vita divina ed eterna delle persone della SS. Trinità. In tal modo appunto, Nostre Signore ci ha amati; parlando dell’amore che porta agli uomini, dice che è simile all’amore che il Padre porta a Lui: Come mio Padre mi ama, così vi ho amati (Giov. XV, 9), ossia il medesimo amore che il Padre ha per me, io l’ho per voi; ciò che ci dimostra che l’amore che Egli ha per noi è sul modello di quell’amore che il Padre porta a Lui medesimo, ed è un’imitazione di quell’amore che ciascuna Persona divina porta all’altra, amandola come un’altra sé medesima. Nostro Signore vuole pure che gli uomini si amino tra loro allo stesso modo. Perciò diceva ai discepoli: Amatevi l’un l’altro come vi ho amati, Sicut dilexi vos (Giov. XV, 12). Come l’amore che il Padre ha per me è la forma dell’amore che ho avuto per voi, così voglio che voi pure vi amiate l’un l’altro sul modello dell’amore che io stesso ho per voi, affinché il vostro amore sia tutto conforme e simile a quello di mio Padre.

I.

Condizioni della carità verso il prossimo.

Amare il prossimo come Dio ama se stesso in Lui. — Amare Dio nel prossimo come lo amiamo in noi. La carità non deve aver limiti, ad imitazione dell’amore con cui Dio ama se stesso nel suo Verbo. — Come ci ha amati Gesù Cristo.

Le qualità e condizioni dell’amore verso il prossimo, devono essere simili a quelle dell’amore con cui Dio ama se stesso nel Figlio suo e con cui il Figlio ama gli uomini: dobbiamo amare gli uomini come Dio ama il Figlio suo e come il Figlio ama gli uomini. – Perciò, gli esempi esterni dell’amore di Gesù Cristo verso gli uomini devono essere il modello di ciò che la carità ci obbliga di fare esternamente per il prossimo; e il suo Spirito interiore ch’Egli ci ha dato deve reggerci ed animarci interiormente di quella medesima carità. Perché non si può né praticare né adempiere perfettamente quel santo precetto, senza l’opera di quello Spirito che è Dio medesimo. Dio abita in noi,  ma abita anche nel prossimo, e nel prossimo, mediante il suo Spirito, ama pure sé stesso; perciò, ci fa amare il prossimo come Egli ama sé medesimo. Egli si trova tutto nel prossimo, e siccome dappertutto ama sé medesimo secondo il suo proprio merito, perciò nel prossimo Egli ama sé stesso infinitamente. Epperò, siccome Egli anima il nostro cuore e lo riempie del medesimo suo amore, quindi ci stabilisce nella sua vita, nei suoi movimenti e nelle sue medesime inclinazioni; perciò l’anima cristiana, assecondando i sentimenti e le disposizioni del divino Spirito, ama il suo Dio, nel prossimo, del medesimo amore e con lo stesso ardore con cui ama Dio in sé medesimo. L’anima deve amare sé stessa unicamente in Dio, vale a dire, in quanto Dio l’anima e la riempie: deve amare sé stessa in Dio, come Dio ama sé stesso, perché è resa partecipe della vita di Dio. Così essa deve amare col medesimo amore il suo Dio e sé medesima; e siccome Dio trovasi pure nel prossimo, amare con l’amore medesimo con cui ama Dio in sé medesima.

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Dio, amando sé stesso nel suo Verbo, si dà infinitamente a Lui, in tutta pienezza, senza nulla riservare né dei suoi beni né della sua gloria; Egli è tutto nel Verbo, in Lui stabilisce la sua dimora, in Lui trova la propria beatitudine come in sé medesimo; e benché ciò faccia per necessità, non lascia però di farlo per amore, tantoché lo fa per amore necessario: la necessità in Dio non può essere un impedimento all’amore, perché Dio è Amore in tutto sé stesso. Così dobbiamo fare, noi pure, riguardo al prossimo: dobbiamo amarlo con tutta la nostra persona, comunicarci a Lui di cuore e d’anima, con l’aiuto e con l’assistenza; in una parola, non dobbiamo avere nulla che non siamo disposti a dargli, senza nessuna riserva. – I primi Cristiani, perché vivevano della vita di Dio, secondo la regola dell’amore che Dio prescriveva loro e che lo Spirito Santo faceva lor seguire, avevano tutto in comune come Gesù Cristo ha tutto in comune col Padre suo: Tutte le cose mie sono tue, e tutte le cose tue sono mie (Joann. XVII, 10). E come in Dio non v’è che un solo Spirito, una sola volontà vivente in tre Persone con perfetta unità di sentimenti, di pensieri e di desideri, così i primi Cristiani, come sta scritto, non avevano che un’anima, un cuore e una stessa volontà (Act, IV, 32). In tal modo i Santi in Cielo vivono in una perfetta unità: tale deve essere pure quella di tutti i fedeli sulla terra.

***

Nostro Signore, in questo, ha mostrato che Egli per il primo praticava quanto prescriveva agli uomini, e che adempiva la legge del Padre suo. Essendo il primogenito tra i suoi fratelli, Egli doveva per il primo ubbidire perfettamente al Padre e servire a noi di modello e di forma per la condotta perfetta della nostra vita. Egli imitava il Padre suo nell’amore eterno che il Padre gli porta; quindi, nella sua vita, manifestava che ci ama come suo Padre l’ba amato da tutta l’eternità (Joan. XV, 9). Vi ho amato come il Padre mio mi ha amato. Mio Padre mi dà tutta la sua sostanza, ed Io vi comunico la mia nel mio santo Sacramento e nella Comunione. – Mio Padre mi comunica e mi dà la sua vita: ed Io vi dò la mia vita, non solo l’ho sacrificata sulla Croce, non solo vi ho dato il mio sangue sino all’ultima goccia, ma pure vi comunico anche il mio Spirito che è la mia vita. – Mio Padre mi comunica le sue ricchezze e i suoi tesori, ed io vi comunico i doni del mio Spirito. – Mio Padre mi dà la sua fecondità, cosicché dò origine ad una persona divina, e Io vi dò la mia stessa fecondità per produrre e generare dei figliuoli a Dio ed alla vita eterna. – Mio Padre mi ha dato ogni potere in Cielo e sulla terra, mi ha dato potere sopra la natura per farne ciò che voglio e cambiarne l’ordine quando e come mi piace; ed Io. con la presenza del mio Spirito, vi ho dato la forza e la virtù di compiere gli stessi prodigi ed altri più grandi ancora. quando ne sia bisogno per la gloria del Padre mio e per il bene della sua Chiesa. Non ho nulla ch’Io non vi doni; tutto quanto è in me, tutto desidero vi sia comune con me, nello stesso modo che tutto quanto il Padre mio possiede, tutto mi è comune in Lui. – Infine, come il Padre mio mette in me tutto quanto ha e tutto quanto è in sé medesimo, così Io metto in voi tutto quanto ho e tutto quanto sono. Ecco la legge della vera e perfetta carità verso il prossimo.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 20

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (20)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XIII.

Dell’ obbedienza

Suppone il distacco dalle creature e soprattutto dal proprio spirito.

L’obbedienza è quella virtù che ci inclina a seguire in tutto la volontà di Dio. Il grande ostacolo a questa virtù è l’attacco alle creature, e soprattutto a noi medesimi, perché tali attacchi ci fermano e ci impediscono di correre nella via dei comandamenti di Dio. Per questo motivo, nell’ordine dei voti di religione, si incomincia dalla povertà e dalla castità e si finisce all’obbedienza, perché è necessario essere sciolti e liberi dai beni esteriori del mondo e dai piaceri della carne, per poter camminare liberamente nelle vie di Gesù Cristo Nostro Signore. Per questo ancora, S. Paolo ci avverte di offrire prima i nostri corpi come vittima e poi di prestare una ubbidienza ragionevole (Rom. XII, 1), così egli suppone che la morte al corpo e a tutti i piaceri del corpo, come cosa indispensabile, per la perfetta obbedienza. Oltre questo grande ostacolo all’ubbidienza che è l’attacco ai beni del mondo e ai piaceri della carne, ve n’è un altro ancora più funesto, ed è l’attacco allo spirito proprio, attacco che impedisce la volontà di sottomettersi agli ordini superiori. È questo ciò che Nostro Signore chiama la prudenza della carne, di cui parla per bocca dell’Apostolo, come della nemica giurata di Dio: La prudenza della carne è morte; essa è nemica di Dio; non è né può essere sottomessa alla legge di Dio (rom. VII, 6-7).

Motivi dell’obbedienza.

..perché creature; perché  figliuoli di Dio; — esempio di Gesù Cristo, che vivendo in noi vuole continuare in noi per mezzo nostro l’obbedienza al Padre suo; – perché schiavi redenti da Gesù Cristo cui apparteniamo; — perché vittime, essendo noi incorporati a Gesù Cristo; — perché templi dello Spirito Santo; — perché come Cristiani siamo in stato di morte.

Il primo motivo dell’ubbidienza è la nostra qualità di creature; perché in questa qualità, dobbiamo stare in un’intera dipendenza dalla volontà di Dio, che dà ad ogni cosa vita, movimento e esistenza (Act. XVII, 28). Dio, essendo /l’Essere universale e sovrano, governa tutto il mondo: tutto ubbidisce al suo Impero e alla sua voce. Bisogna dunque che ogni creatura sia sottomessa a Lui come all’Essere supremo. Quando noi si ubbidisce a qualche superiore, dobbiamo sempre tenere davanti agli occhi della fede l’Essere divino, rappresentato dalla creatura che ci parla e ci governa. Quando sentiamo qualche comando che ci viene fatto o troviamo qualche regola da osservarsi non dobbiamo sentite altre che la voce di Dio.

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Il secondo motivo è la nostra qualità di figliuoli di Dio; è proprio d’un figlio ubbidire al padre suo, perciò Nostro Signore, come Figlio perfetto dell’Eterno Padre, gli ubbidì dal primo istante di sua vita sino alla sua morte (Fil. II, 8). Egli visse trent’anni nell’ubbidienza a S. Giuseppe ed alla sua santissima Madre, considerando l’uno e l’altra come immagini di Dio suo Padre. Il Vangelo non fa cenno per tutto quel tempo di nessun’altra virtù, in Gesù Cristo, che della sua sottomissione e della sua ubbidienza; Egli uscì dal mondo nel modo con cui vi era entrato: era entrato nel mondo e vi era vissuto per ubbidienza: per ubbidienza ancora ne uscì con la morte. Nostro Signore, nel rigenerarci, ci riempie del suo spirito e della sua vita; viene a vivere ed operare in noi alla gloria del Padre suo in quella stessa maniera che operava in sé medesimo; Egli viene a vivere in noi per muoverci secondo la direzione degli ordini del Padre suo e secondo il desiderio che vede nel Padre in riguardo a ciascuno di noî (Joan. V. 19). Nella sua vita mortale Egli teneva sempre l’occhio fisso in Dio suo Padre, e con la massima precisione aspettava i momenti della di Lui divina volontà. Orbene, il suo disegno è di continuare in noi la stessa esattezza, eseguendo con la medesima puntualità gli ordini del Padre suo. Egli vuole quindi tenerci soggetti al suo divino Spirito, onde operiamo sotto di Lui nella medesima dipendenza; perciò ci dà quello Spirito divino che ci fa operare, sotto la sua mozione, come veri figli di Dio.

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Il terzo motivo è la nostra qualità di schiavi riscattati, per effetto della redenzione, dal giogo del peccato e dalla dominazione, del demonio. Nostro Signore nel redimerci, liberandoci da tale funesta e maledetta schiavitù, ci ha assoggettati al Padre suo e ci ha ristabiliti sotto il suo benefico dominio. Apparteniamo dunque a Gesù Cristo come a Colui che ci ha redenti. Non appartenete più a voi stessi, ha detto l’Apostolo, Jam non estis vestri (1 Cor. VI, 26). Siete, infatti, proprietà di Gesù Cristo che vi ha riscattati col prezzo del suo sangue, perciò non potete più pretendere di vivere indipendenti, perché non avete più diritti propri; da un dominio siete passati in un altro; dalla tirannia del demonio siete passati nel dominio di Gesù Cristo, essendo diventati familiari della sua casa e sudditi del suo Regno. Il Cristiano adunque, per l’inclinazione dello Spirito e della grazia di Gesù Cristo, deve star sottoposto alle leggi di Lui, che è il suo Re, e deve gloriarsi di esserne vassallo; perciò deve vivere per Lui e non per sé. Non sapremo, infatti, vivere per noi stessi, senza infedeltà, senza ingiustizia, senza fellonia, senza che Gesù Cristo abbia il diritto di muoverci severissimi rimproveri.

Il quarto motivo è la nostra qualità di vittime. Nel medesimo tempo, infatti, che Gesù Cristo Nostro Signore ci conquista a sé stesso, ci offre pure a Dio, ci dà al Padre suo e ci consuma con sé medesimo come vittime di Lui. Dimodoché in quella guisa che una vittima consacrata a Dio e destinata al sacrificio, perde ogni diritto sopra di sé medesima, noi pure non abbiamo più nessun diritto sopra di noi. Dal momento infatti che Nostro Signore ci ha legati a sé, ci ha incorporati in sé medesimo mediante il battesimo, noi siamo consacrati, in Lui, agli altari del Padre suo, siamo come morti a noi stessi e viventi a Dio in Gesù Cristo. – Consideratevi, dice Paolo, come morti al peccato, ma vivi a Dio in Gesù Cristo Signor nostro (Rom. VI, 11). Non apparteniamo dunque più a noi, ma solo a Dio, in attesa della immolazione e del sacrificio, in quella maniera che le vittime aspettavano dal sommo sacerdote il momento della loro morte e del loro sacrificio. Non abbiamo più nessun diritto su la nostra vita, né sul nostro essere; le nostre facoltà non sono più nostre né possiamo più usarne a nostro piacimento, ma devono essere come morte in noi; abbiamo anche perduto il diritto di usare dei nostri sensi. – Dio solo ha diritto a tutto quanto vi è in noi. Dio solo ha potere di usarne come vuole per il suo servizio, perché a Lui apparteniamo in virtù di una consacrazione particolare: Egli solo ha diritto di disporre di noi, come il sommo Sacerdote aveva diritto di disporre delle vittime.

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Il quinto motivo è la nostra qualità di templi dello Spirito Santo. Solo lo Spirito Santo deve essere l’anima nostra e la nostra vita; solo deve muoverci e dirigerci (Rom. VIII, 14). Dobbiamo dunque rinunciare completamente alla nostra volontà propria e annientarla per lasciarne il posto allo Spirito Santo, affinché, nel suo potere supremo, Egli solo ci vivifichi e ci diriga come membri di Gesù Cristo. – Nostro Signore avendo scacciato lo spirito maligno del demonio dal suo tempio che siamo noi, ci ha riempiti dello Spirito Santo, perché la sua casa sia da Lui occupata e quel divino Spirito sia il governatore fedele di tale fortezza. Per mezzo dello Spirito Santo, il Cristiano diventa una nuova creatura; perciò quel medesimo Spirito distrugge e consuma la volontà per prenderne ed occuparne stabilmente il posto. Dimodoché, come Egli è la volontà personale di Dio, vuole pure riempire la volontà umana della sua presenza onde renderla divina, ed annientarvi così quella maledetta facoltà che è la micidiale rovina del Cristiano. La volontà propria è nemica giurata della salvezza; essa si mette al posto di Dio. Dio solo ha diritto di reggerci e la volontà invece vuole essa disporre di noi; così essa prende ed occupa davvero il posto di Dio.

***

Il sesto motivo è il titolo di morti che noi portiamo come Cristiani. Voi siete morti, dice S. Paolo; dobbiamo dunque essere morti a tutto il nostro essere proprio e soprattutto alla nostra volontà propria, la quale è la sorgente e la radice della vita di Adamo in noi. Questo ci fa intendere il grande obbligo che sopra tutto ci incombe di annientare la nostra volontà, perché dalla sua morte dipende la morte di tutte le nostre operazioni proprie. Con questa morte, tutto è vivente; senza di essa, nulla può vivere. Perciò dobbiamo esaminare senza posa i nostri desiderii propri onde annientarli, impedire che diventino attacchi. Il desiderio non costituisce l’attacco; ma se lo assecondiamo e volontariamente ci lasciamo andare a quelle cose esso ci porta, allora si trasforma in attacco. Se poi siamo indulgenti per l’attacco e lo rinforziamo con frequenti compiacenze, allora si forma l’abitudine; dimodoché la volontà si concentra e si perde in sé stessa come in un abisso, né potrà, senza grandi difficoltà, rialzarsi e trarsi fuori dal precipizio. – Bisogna dunque aver gran cura di soffocare i desideri che sono i primi attacchi della vita della volontà propria; appena nati, i desideri sono ancora deboli e senza vigore, e si possono facilmente distruggere perché non sono ancora cambiati in abitudini precise e forti. Le abitudini e gli attacchi trascinano la volontà e se ne impadroniscono a tal segno che essa non sa come difendersene; i desideri invece sono come bambini che essa soffoca a suo piacimento.

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Il settimo motivo è la mostra qualità di peccatori, che ci obbliga ad essere senza volontà propria; perché, come penitenti, dobbiamo, con zelo di giustizia, distruggere quel posto dove venne commesso il  delitto di lesa Maestà. Nella giustizia umana, ai briganti si taglia la mano o la testa, si rasano le loro fortezze e i loro castelli. Così bisogna distruggere la volontà propria che è il luogo di rifugio per tutti i rivoltosi e i delinquenti, vale a dire per tutti i nostri desideri e tutte le nostre passioni. Essa è la potenza che ha commesso il delitto, che lo ha deciso, combinato e ordinato; quindi deve avere la testa tagliata. Essa è la madre che ha concepito tutti questi maledetti mostri, che sono i nostri desideri maligni; e questi, li dobbiamo ad ogni ora soffocare appena compaiono, e ciò sino alla terza ed alla quarta generazione. Chi non odia l’anima sua, vale a dire, la volontà propria, non può essere discepolo di Gesù Cristo (Luc. XIV, 26). Non v’ha nulla che dobbiamo temere e fuggire come la nostra volontà propria; essa tutto deruba a Dio perché in ciò che fa non può mai guardare a Lui. Sempre è rivolta a sé stessa e occupata di sé stessa; non produce nulla che per sé medesima. Lo Spirito Santo, il quale è quella volontà personale in Dio che incessantemente e inflessibilmente considera e cerca Dio, con la sua presenza in noi raddrizzerà la nostra volontà; Egli solo nella sua virtù la innalzerà sino a Dio. Dobbiamo dunque aver gran cura di lasciarci possedere e reggere da questo divino Spirito di rettitudine e di santità; dobbiamo lasciare che la nostra volontà si riempia della volontà di Gesù Cristo che abita in noi e dà vita all’anima nostra. Così noi adempiamo quanto dice l’Apostolo: Riformatevi col rinnovamento della vostra mente per ravvisare quale sia la volontà di Dio, buona, gradevole e perfetta (Rom. XII, 2). In Gesù Cristo noi adempiamo tutti i voleri di Dio, sia quelli che Dio ci manifesta coi suoi precetti, sia quelli che esprime coi suoi consigli, sia quelli che opera Egli medesimo nel suo proprio volere e nella sua propria volontà vivente in noi, la quale è la volontà perfetta.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 21

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 19

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (19)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XII

La castità

Somiglianza con gli angeli, con Gesù Cristo risorto, con Dio medesimo. -— Male dell’amor sensuale.

La castità è una partecipazione della sostanza di Dio, che è spirituale e semplice, ma risplendente di bellezza. L’anima casta è un Angelo, perciò Nostro Signore dice che in Cielo saremo come gli Angeli: Sicut Angeli Dei (Matth- XXII. 30). L’anima casta è un’anima che è risorta in ispirito ed è della stessa natura di Gesù risorto, il quale, dopo la sua risurrezione, non ha più nulla della materialità e della viltà della carne, ma è spirituale come l’Angelo, divino come Dio suo Padre (Æquales angelis sunt et filii sunt Dei, cum sint filii resurrectionis. Luc., XX, 86). L’anima casta partecipa alla perfetta santità di Gesù e a tutte le qualità divine di Lui, che la trasformano nel più intimo del suo essere e le dànno quelle stesse inclinazioni e quei medesimi sentimenti di cui era ripieno il Figlio di Dio nello stato della sua risurrezione. È cosa meravigliosa che una creatura materiale come l’uomo, possa fin da questa vita, possedere la grazia di essere in tal modo simile all’Angelo, più ancora, di entrare in una simile partecipazione di Dio. Ma è tale sublimità cui non si giunge, se non dopo di aver combattuto a lungo, nello Spirito di Nostro Signore, con fortezza e fedeltà. – L’amore sensuale è una delle peggiori malattie dell’anima. L’anima che si lascia trascinare da tale amore bestiale, non è più un’anima, ma un cadavere fetente non più capace d’agire, ma solo di corrompere e di infettare tutto quanto gli si avvicina. Un’anima così corrotta diffonde una tale infezione che non v’è nessun rimedio sicuro per esserne preservati, fuorché la fuga. È un veleno che uccide non solamente colui che l’ha in corpo, ma talvolta anche chi tenta di portarvi rimedio.

Rimedi contro le tentazioni d’impurità.

Buona volontà. — Direzione di un buon confessore che sappia adattare i rimedi alla causa delle tentazioni. –  Durante la tentazione; pregare, umiliarsi, rifugiarsi interamente in Gesù Cristo, fare atti di abominio, distrarre la mente, confidare unicamente nella grazia, evitare le occasioni, ritirarsi in Gesù Cristo presente nell’anima.

È necessario dapprima che l’anima oppressa da queste sorta di tentazioni, abbia buona volontà di convertirsi e di uscire da un tale stato pericoloso. Orbene, essa dimostra questa buona volontà quando abbraccia volentieri le mortificazioni che le vengono proposte; in tal caso, chi deve curarla deve procedere con fiducia, e ordinarle tutto quanto si conviene per aiutarla a conseguire la guarigione. – In secondo luogo è necessaria la direzione di un buon confessore, che esamini in Dio la causa del male. Dico in Dio, perché chi volesse portar rimedio alle anime nel suo proprio spirito e con la sua propria forza, non riuscirebbe che ad aggravare il loro male, perché le priverebbe di quel giovamento che potrebbe procurar loro se si lasciassero condurre dallo Spirito Santo; né da Dio egli riceverebbe i lumi necessari per confortarle. Non bisogna presumere di portar soccorso alle anime, fuorché nello spirito di proprio annientamento e di rinuncia al proprio sentimento, ed invocando lo Spirito Santo onde operare nella sua santa luce e sotto la mozione della sua verace direzione. Con tali disposizioni, il confessore dovrà considerare l’origine del male, e esaminare se viene dalla natura o dal demonio, oppure da una particolare disposizione di Dio. – Se la tentazione proviene soltanto dalla carne per la violenza del sangue o la pienezza degli umori, si potrà procurare un sollievo per mezzo di rimedi esterni e corporali. Se le tentazioni vengono dal demonio, ai rimedi esterni bisogna unire i rimedi spirituali. Questa sorta di demonii, ha detto Gesù, non si scaccia se non coll’orazione e col digiuno (Matth. XVII, 30). La parola orazione comprende qui qualsiasi esercizio spirituale di elevazione a Dio: il digiuno comprende tutto quanto serve ad abbattere il corpo, perché questo effetto si ottiene in modo particolare col digiuno. Perciò Nostro Signore, nel Vangelo dice che bisogna adorar Dio in ispirito e verità, perché bisogna unire lo spirito con la mortificazione e col sacrificio vero e reale della carne. Ché se le tentazioni vengono da una particolare disposizione di Dio, che le permette per castigo di qualche vizio o infedeltà, si dovrà esercitare l’anima a sradicare i suoi vizi che sono causa delle tentazioni. Un’anima, per esempio sarà infetta di superbia, ed avrà stima di sé stessa per la sua scienza, per la sua pietà ed altri doni di Dio; talora potrà trovarsi animata da confidenza in sé medesima. In modo da credere di poter da sé preservarsi dal peccato, e particolarmente da quello della carne. In tal caso, Dio che non può soffrire la superbia, umilierà quest’anima sino al fondo; geloso di farle riconoscere che da sé stessa nella sua propria debolezza, non ha nessuna sua forza, tanto per resistere al male come per perseverare nel bene, e che ogni virtù ed ogni forza viene unicamente dalla grazia. Egli permetterà che sia molestata da tali orribili tentazioni, e talvolta persino che vi soccomba, perché sono le più vergognose e causano la maggior confusione. S. Paolo, nell’abbondanza dei doni che aveva ricevuti, venne con queste tentazioni preservato dalla vana gloria, per cui diceva « Che lo stimolo della carne gli era stato dato, onde schiaffeggiarlo, affinché la grandezza delle rivelazioni non lo innalzasse nella vanità » (II Cor., XII). Con questa parola schiaffi, l’Apostolo esprimeva la sua afflizione, indicando così quanto siano vergognosi ed ignominiosi tali assalti, e quanto, nei disegni di Dio, sia umiliante questa via. Quando, adunque, il Confessore trova un’anima così infetta di superbia, deve lavorare ad umiliarla ed annientarla in Gesù Cristo Nostro Signore; deve esercitarla a riconoscere il proprio nulla e la propria debolezza, e basterà questo esercizio interiore per procurare a poco a poco la guarigione.

***

Orbene, mi sembra che l’applicazione di questo rimedio interiore dipenda particolarmente da due o tre atti che l’anima dovrebbe compiere in ispirito e che le si potrebbero proporre nel modo che segue: appena l’anima si sente tentata contro la santa virtù di purità deve in qualunque tempo gettarsi subito in ginocchio e alzar le mani al Cielo per implorare l’aiuto di Dio. Dico che, bisogna alzar le mani al cielo. non solo perché questa positura da sé stessa è già una preghiera davanti a Dio, soprattutto quando vi si aggiunga la buona disposizione dello spirito; ma ancora perché bisogna dare all’anima tentata questa espressa penitenza di non toccarsi mai durante il tempo della tentazione e di soffrir piuttosto tutti i martiri interni, tutte le molestie della carne ed anche del demonio, piuttosto che toccar se stesso. Questo male ha le sue molestie e i suoi martirii specie quando c’entra il demonio. Orbene, il primo atto che, in tale stato, l’anima deve compiere è un atto di umiltà, gridando al Signore: « Dio mio, io non sono niente, non sono che polvere e cenere: Pulvis et cinis. Non sono che un verme della terra: Vermis et non homo (Ps. XXI, 7). Non posso difendermi senza il vostro soccorso, o mio Dio! Con tutta giustizia soffro questa violenza; Domine vim patior; è il giusto castigo dei miei peccati: Iuste pro peccatis nostris patimur.Il secondo atto è di rifugiarsi interiormente in Gesù Cristo, per trovare in Lui la forza di resistere e per accrescere in noi la bella virtù contro la quale siamo tentati, virtù che Egli ben sa quanto sia fragile innoi. Egli vuole che siamo tentati perché. conosciamo così la nostra debolezza e il bisogno che abbiano del suo soccorso e quindi ci rifugiamo in Lui per attingervi la forza che ci manca.Il terzo atto che l’anima deve produrre è un atto di rinuncia e di riprovazione di tutto quanto avviene in essa contro la sua volontà. Dopo aver impiegato tutti questi mezzi per resistere, essa può senza turbamento starsene sottomessa alla giustizia Di Dio per sopportare una tal pena e una tale afflizione in castigo dei suoi peccati.In tal modo l’anima si perfeziona e si fortifica nella virtù, in pari tempo che soffre maggiori infermità e risente maggior debolezza; perché essendo obbligata dalla propria impotenza a ricorrere a Gesù Cristo,essa in Lui trova tutta la sua forza e tutta la sua vita.

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Un altro rimedio eccellente contro le tentazioni d’impurità è l’esercizio dello spirito, non solamente per cercare in Dio la forza necessaria, ma ancora per occupare la mente e togliere quel vuoto di cui abusa il maligno allo scopo di insinuarsi nel cuore. Ora, per occupare utilmente il nostro spirito, bisogna esercitarlo ad annientarsi davanti a Dio, e a riflettere quanto sia scarso il nostro potere di resistenza contro il peccato; riconoscendo che solo lo Spirito di Dio può preservarcene e che solo in Lui troveremo la sicurezza e la vita. La carne da sé stessa è tutta portata al male e particolarmente all’impurità; solo lo Spirito di Dio, regnando in noi, può trattenerci dall’acconsentire ai sentimenti che da essa provengono. –  Dobbiamo perciò riconoscere che la castità è un dono di Dio, una grazia che unicamente possiamo aspettare dalla sua bontà; a Lui quindi dobbiamo lasciare la cura di tenerci alieni dal peccato e di allontanarcene, mantenendo vivo in noi l’orrore a questo mostro. Bisogna in questo abbandonarci completamente a Dio senza nulla presumere di noi medesimi, altrimenti tutto è perduto.

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Bisogna inoltre fuggire con gran cura le occasioni di inasprire in noi il male; altrimenti dimostriamo di aver confidenza in noi medesimi; c’inganniamo miseramente, mentre ci persuadiamo che ci rimane ancora il potere di resistere. Se ci esponiamo al pericolo delle occasioni, noi meritiamo che Dio ci abbandoni a noi stessi, e così ci faccia sperimentare la nostra debolezza. È certo e sicuro che appena saremo abbandonati a noi stessi, noi cadremo; non possiamo stare in piedi, a meno che Dio non ci sorregga per una bontà affatto particolare. Questa bontà ci farà riconoscere che da Lui soltanto siamo stati preservati, ma Dio non ci continuerà questo favore se non eviteremo l’occasione del peccato. Ché se, dopo aver evitato le occasioni, la tentazione non cessa, il vero modo di combatterla e di esserne vittoriosi, sarà come abbiamo detto, di rifugiarci interiormente in Gesù Cristo presente nell’anima nostra, il quale si compiace di rivestirci delle sue virtù quando noi ci ritiriamo in Lui. Questa maniera di combattere gli piace estremamente perché manifesta la nostra infermità e in pari tempo la fiducia che abbiamo unicamente in Lui. Egli permette queste tentazioni affinché lo cerchiamo, ed Egli possa accoglierci nella nostra pena e nella nostra afflizione. In tal modo, noi ci mettiamo al sicuro delle violenze del demonio; perché questo maligno spirito è costretto a smettere di tormentarci e a lasciarci in pace, vedendo che dalle sue tentazioni noi ricaviamo frutto e vantaggio più che pregiudizio. L’anima riconoscerà, per propria esperienza, quante Dio approvi questo modo di combattere: e vedrà, per la gran pace e per l’istruzione meravigliosa che ne ricaverà, quanto sia utile, in quella sorta di tentazioni, resistere con la fuga, rifugiandosi in Gesù Cristo. Riconoscerà che in tali occasioni essa abbisogna di grandi forze che solo può trovare in Gesù Cristo; perché in sé medesima e nella sua carne essa non è altro che debolezza, né può pretendere col solo proprio sforzo di dissipare le fantasie disoneste, né di soffocare i sentimenti impuri; i suoi sforzi sarebbero inutili e non servirebbero che a rovinarle la testa e riscaldarle il sangue. Questo modo di operare con la violenza dello sforzo rende la tentazione più forte e più sensibile. Perciò è necessario che l’anima si risolva di ritirarsi interiormente in Gesù Cristo, abbandonandosi alla giustizia di Dio per subire tutte le pene e tutte le afflizioni che a Lui piacerà di mandarle.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 20

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 18

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (18)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XI

Della povertà

VII

Altri motivi della povertà.

Dio è tutto il nostro bene. — Chi ha vera fede non può attaccare il cuore alle cose visibili. — I Cristiani non sono di questo mondo, ma seguaci di un Capo povero; — missione di Gesù Cristo.

– Dio è l’unico nostro vero bene; Egli in sé stesso è il bene universale che soddisfa e compie pienamente tutti i desideri di coloro che lo possiedono. Le adorabili persone della S. Trinità sono infinitamente ricche e beate nel possesso dell’Essenza divina. Gli Angeli e Santi del cielo, nel possesso di Dio sono perfettamente soddisfatti nei loro desideri che sono di una capacità immensa. Così avviene pure dei giusti sulla terra, i quali essendo riempiti della sovrabbondanza di Dio, sono pienamente contenti e saziati da un tale godimento. Dio è talmente il nostro bene che è tutto il nostro bene; posseduto in grado anche minimo, ci accontenta e ci sazia più di tutti i beni del mondo. Questi non hanno nessuna consistenza, e l’uomo non vi può trovare nulla che riempia e soddisfi pienamente il suo cuore. Il nostro cuore, infatti, è creato per Dio che è il suo vero bene, quindi fuori di Dio non trova che vacuità, vanità e inganno: Dio solo può perfettamente saziarlo. Dio è così perfetto e contiene con tale eminenza e pienezza tutti i pregi delle sue creature, che nel minimo possesso e godimento di Lui noi gustiamo ogni sorta di beni, dimodoché coloro che lo possiedono, sia sulla terra sia in cielo, trovano in Lui ogni gioia, ogni soddisfazione, ogni riposo e ogni felicità. –  Era questa la verità che Nostro Signore voleva farci intendere, quando diceva che se saremo poveri di spirito, vale a dire distaccati da tutto, il Regno dei Cieli sarà nostro; ora, il regno dei Cieli è Dio medesimo che include in sé la pienezza di tutti i beni. Il Figlio di Dio è disceso dal cielo e venuto sulla terra, non soltanto per distaccarci dai beni del mondo, ma pure al fin di procurarci i beni veraci, mediante la privazione di quei beni che sono tali solo in apparenza. – Perciò i figli della fede non possono più attaccarsi alle cose visibili di questo mondo e neppure considerarle con amore; perché  la fede, che è il principio della loro condotta e della loro vita, li porta alle cose invisibili e fa che unicamente amino queste. I figli della fede sono morti ai sensi e alla generazione del loro primo padre; non possono più attaccarsi alla terra né perdersi nelle creature, non possono più amare questo mondo che venne fatto per Adamo e i suoi figli. – La fede ci fa considerare Dio come il bene unico e sovrano che trovasi nascosto in tutto ciò che si vede; ci fa considerare tutte le cose nella verità, in Dio di cui sono effetti e immagini e in cui sussistono; quindi ci obbliga a dire a tutte le creature: « Voi non siete che menzogna »; e a Dio invece: « Voi siete tutta la mia verità e verrà giorno in cui distruggerete tutte queste figure, per comparire Voi solo, come il vero ed unico mondo dei fedeli ». Dio non è soltanto l’unico vero bene che possa arricchire gli uomini, ma vuole ancora dare sé medesimo ai Cristiani che sono distaccati da tutto. Ad Adamo si era dato, ma nascosto sotto le creature tutte; vedendo poi che queste creature erano un pericolo per l’uomo perché lo distraevano e lo trascinavano alla rovina, Dio si è compiaciuto di sciogliersi e spogliarsi di tutto, per darsi tutto solo, nel Cristianesimo, in possesso alle anime. – Egli vuole perciò che i Cristiani sì contentino di possederlo spoglio di tutto, che si portino a Lui come si dà Lui medesimo, in perfetta nudità spirituale, senza altro mezzo per abbracciarlo e possederlo che la sola fede. È questo lo stato più santo che può esservi, cioè possedere Dio in sé stesso, tal quale Egli è, senza nessun ostacolo, senza nulla tra Lui e noi che ci trattenga e possa essere di impedimento o di inganno. Quando ci troviamo in tal stato, Dio ci riempie pienamente e ci sazia senza che in noi rimanga né vuoto né nausea. Nel Cielo Dio si dà in possesso ai santi, senza nulla di mezzo e senza figura; così vuole che l’anima del Cristiano sia vuota di tutto e libera da ogni cosa creata, disposta così a riceverlo in nudità spirituale e povertà di spirito. Beata quell’anima che in tale distacco da ogni cosa conosce è gusta il suo Dio! Felice lo stato dei Cristiani, poiché tutti sono chiamati a questa grazia.

***

I Cristiani non sono di questa mondo.  De mundo non estis (Joann., XV, 19). Il battesimo, essendo una nuova nascita, li trapianta pure in un altro mondo, li fa diventar cittadini di un’altra città e membri di un altro regno. Questo regno è il regno di Dio, nel quale veniamo introdotti dalla Fede, che ci mostra altre ricchezze da possedere e un altro Re da servire ed onorare, altri piaceri da godere, altra terra da abitare, altra aria da respirare, altra luce per dirigerci. Ora, il primo articolo dello statuto di questo regno, la prima condizione» richiesta per entrarvi, è la povertà: Qui non renuntiat omnibus quæ possidet, non potest meus esse discipulus. Chi non rinunzia atutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo (Luc. XIV, 83). Beati i poveri di spirito perché ad essi appartiene il Regno dei cieli! Il gran Re di questo nuovo mondo è Gesù Cristo, ma Gesù Cristo è povero. I Principi della sua corte, i Santi Apostoli, sono poveri; la Signora e Regina di questo regno, la Madonna, è povera. Tutti i cortigiani e tutti i nobili, vi sono poveri; anche gli Angeli, vi sono privi di tutto. Come si potrebbe vedere un ricco in mezzo a tanti poveri? – Se alla corte in cui tutti sono ricchi, si presentasse un povero, vi sarebbe odioso e sarebbe subito scacciato. Parimenti nel Regno di Gesù, dove i cortigiani sono poveri, un riccone non può entrare e neppur presentarsi alla porta, senza esserne scacciato e vergognosamente respinto (Questo va inteso dell’attacco alle ricchezze e non del possesso). Nostro Signore scaccerà dal suo banchetto colui che non è rivestito della veste nuziale e ordinerà di gettarlo, mani e piedi legati, nell’inferno. La veste nunziale è la santa povertà; è questa la santa livrea dello Sposo. Egli stesso dichiara che i ricchi non possono venire accolti e ammessi al suo banchetto e nel suo regno: Oh! quanto è difficile che i ricchi entrino nel regno dei cieli! L’Epulone non vi entra, ma i poveri vi sono ben accolti con Lazzaro perché a loro appartiene il regno dei Cieli. Il regno dei Cieli non è di questo mondo. Qui si stimano felici i ricchi (Beatum dixerunt populum cui hac sunt, Ps. CXLII), ma nel regno di Gesù Cristo, la cosa è ben diversa: Beati pauperes: Beati i poveri! Il regno del mondo è un regno da teatro; il regno di Gesù Cristo è regno verace, e vi si regna eternamente.

VIII.

Il male dello spirito di proprietà.

Effetti micidiali dell’amor proprio.

Non v’è nulla di più contrario al Cristianesimo che lo spirito di proprietà Il Cristianesimo, infatti ha la sua origine in Gesù Cristo; ma Gesù Cristo forma i suoi membri sul modello di sé medesimo; orbene, Gesù Cristo, mentre è uomo, non ha personalità umana, ma sussiste nel Verbo. Perciò lo spirito del Cristianesimo vuole che i Cristiani dal tronco di Adamo siano trapiantati e trasformati sul Verbo incarnato, e siano da Lui vivificati e come innestati in Lui, e così non siano più in sé medesimi, né più vivano della propria vita, ma operino soltanto in Lui. (Rom., XI, 24; Joann., XV, 6-7). Di nulla dunque dobbiamo avere orrore come dell’amor proprio; questo ci priva della pienezza del Verbo, della sua vita e della sua azione in noi, e ci rende membra inutili nell’ammirabile Corpo mistico di Gesù, membra che non sono adatte a nessun bene vero e solido. Con l’abnegazione di noi stessi invece, saremo stabiliti in Gesù Cristo, nel suo corpo saremo tutto e in Dio saremo capaci di tutto; Perciò Nostro Signore, nel Vangelo, ha posto l’abnegazione come il primo passo che bisogna fare nella vita cristiana: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinunci a sé stesso; perché lo spirito proprio, l’attaccamento a sé stesso, chiude la porta a Gesù Cristo. Egli, infatti, non può entrare nell’anima ripiena di sé medesima, né riempirla della sua vita divina; quindi lo spirito proprio è sorgente inesauribile di ogni sorta di mali e di peccati. Adamo, nello stato di innocenza, non era attaccato a sé medesimo, ma era tutto rivolto a Dio; col suo peccato si è reso proprietario, ossia tutto dedito a sé stesso e quindi padre di ogni peccato; e i suoi discendenti, avendo ricevuto da lui col peccato lo spirito di proprietà, in questo trovano la sorgente di tutti i vizi e di tutte le impurità. – L’amor proprio è un mostro spaventoso, mare orrendo di ogni peccato, come l’abnegazione è il compendio della perfezione e il principio della vita e delle virtù cristiane. Colui che vive nell’abnegazione, nella rinuncia a sé medesimo, non è più attaccato a nulla; non ha più né prudenza umana, né falsa sapienza, non ha più né  desideri propri, né volontà propulsoreria; perfettamente docile alle leggi dello Spirito, si abbandona senza la minima resistenza alla santa direzione ed alla divina mozione dello Spirito medesimo; in una parola egli entra nel regno e nel dominio di Dio.

IX.

Effetti contrari dell’amor proprio e dell’abnegazione.

Il Cristiano mosso dall’amor proprio:

Il Cristiano che pratica l’abnegazione:

1. Non pensa che a sé: è egoista.

1. Esce fuori di sé medesimo e pensa agli altri.

2. È pieno di sé medesimo.

2. È vuoto di sé medesimo.

3. Confida in se stesso e si appoggia su se stesso.

3. Diffida di se stesso e confida in Gesù Cristo.

4. Si occupa sempre di sé.

4. Dimentica sempre se stesso,

5. Ha stima soltanto di sé.

5. Disprezza se stesso.

6. Vuole comparire ed emergere.

6. Si nasconde e sta ritirato.

7. Cerca le lodi e ne è invaghito.

7. Si confonde nelle lodi e le fugge.

8. Parla di sé.

8. Non parla mai di sé.

9. Sopporta a stento che si lodino gli altri,  non parla delle buone qualità del prossimo, o se ne parla, le diminuisce.

9. Gode delle lodi che si danno al prossimo e ne pubblica con piacere le buone qualità

10. Non può soffrire di essere contraddetto; non cede a nessuno.

10. Non è mai ostinato, ma si sottomette a tutti.

11. È fisso nel proprio sentimento; disprezza ogni consiglio, non ha deferenza che per il proprio parere.

11. Diffida sempre del proprio giudizio; apprezza e onora il sentimento altrui e vi accondiscende

12. Nelle opere, conta sulla propria virtù, senza curarsi della propria debolezza.

12. Opera sempre col pensiero del proprio nulla, unendosi alla virtù di Gesù Cristo.

13. Segue sempre la propria volontà e vuole essere indipendente da tutti.

13. Si mantiene sempre nella giusta dipendenza; nella volontà dei Superiori, considera, quella di Gesù Cristo.

14. Tutto riferisce a sé stesso, vuole tutto per sé, attira tutto a sé, non desidera alcun bene che a sé medesimo.

14. Non vuole nulla per sé e non desidera del bene che al prossimo.

15. In ogni cosa si appoggia alla propria virtù.

15. In ogni cosa opera nella virtù di Dio.

16. In ogni cosa ama e cerca la propria soddisfazione.

16. In ogni cosa ama e cerca il distacco da sé stesso.

17. È attaccato ad ogni cosa.

17. È libero e sciolto da ogni attacco.

18. Si singolarizza in tutto

18. Segue la via comune, interiormente ed esteriormente.

19. Sta male con tutti.

19. Sta bene con tutti.

20. Avendo stima di sè più di tutti gli altri, si ritira da tutti, si compiace di stare con sé medesimo e con quelli che lo stimano e l’approvano.

20. Stimando sé stesso meno degli altri, sta volentieri con tutti, come il più piccolo di tutti, senza curarsi di essere veduto, né stimato, né amato.

21. Attira il mondo a sé e lo attacca a sé; estende la sua personalità, unendo tutti gli altri a stesso, distaccandoli dagli altri per amor di se stesso.

21. È distaccato da tutto il mondo e cerca portare tutti a Gesù Cristo secondo l’ordine della società.

22. Vorrebbe riempire di se stesso il cuore e la mente di ogni creatura.

22. Vorrebbe riempire tutto il mondo dell’amore e della conoscenza di Gesù Cristo.

23. Ama la pietà quando prova consolazioni, quando si trova nell’abbondanza ed è stimato; lascia tutto quando si trova nell’aridità o nella desolazione, o è disprezzato.

23. È sempre uguale a se stesso nell’aridità e nell’abbondanza, che sia stimato o disprezzato; in qualsiasi stato non pensa né si occupa che di  servire Gesù Cristo.

24. Sempre vuole comandare, parla con alterigia e ordinariamente ad alta voce.

24. Sempre si compiace di obbedire; a tutti parla con rispetto e dolcezza, e tutti considera come suoi superiori.

25. Vuole per sé ciò che vi è di migliore, sia negli abiti, come nel cibo o nell’alloggio ecc.

25. Si contenta in ogni cosa di ciò che vi è più semplice e più modesto.

26. Vuole comparire come l’autore di ogni cosa e brama che tutta la gloria ne sia unicamente resa a lui.

26. Non vuole comparire come l’autore, neppure del bene che fa e ne rinvia tutta la gloria agli altri.

27. Vuole essere considerato come indispensabile in tutto; e fa ogni sforzo perché il mondo ne sia persuaso e così abbia stima di lui.

27. Si sforza di aprir gli occhi al mondo perché riconosca che Dio è l’autore di ogni bene e quindi procura di annientarsi dappertutto al cospetto di Dio.

28. Sempre agitato, turbato, irrequieto; sempre affettato e impigliato, sempre timido, leggero e incostante.

28. Sempre tranquillo e uguale a se stesso, sempre pacifico, coraggioso e contento, sempre disinvolto e pronto a tutto.

29. Ordinariamente triste, cupo e preoccupato.

29. Sempre lieto, colviso aperto e la mentelibera da fantasie.

30. Diventa di cattivo umore per una minima parola, si offende di tutto e sospetta che tutto quanto si dice o si fa, si riferisca alla sua persona.

30. Non si offende di nulla; tutto sopporta senza che il suo cuore si agiti, non pensa mai che si sia occupati di lui né che si abbia intenzione di offenderlo.

31. Nei buoni successi del suo amor proprio e della sua superbia, si abbandona ad eccessiva gioia; è volubile e passa dalla gioia al malumore a seconda degli incidenti, cosicché talora è irriconoscibile.

31. Non considera le cose in riguardo a se stesso ma unicamente a Dio, in ogni evento sta sempre unito a Dio, quindi è sempre del medesimo umore.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 19

VITA E VIRTU CRISTIANE (Olier) 17

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (17)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XI

Della povertà

V.

Fondamenti della povertà.

Gesù Cristo che vive in noi è il nostro vero tesoro. — Dio si contiene ogni bene. — Dobbiamo già vivere la vita dei santi in cielo. — Esempio di Gesù Cristo. — Felicità dell’anima che sì abbandona alla bontà e Provvidenza del Padre dei cieli. — Ancora i grandi esempi di Gesù Cristo.

Noi siamo chiamati a partecipare alla vita di Dio in Gesù Cristo; la nostra vita come quella di Gesù è nascosta in Dio; Dio la infonde in noi come l’ha infusa nel Figlio suo, col renderci partecipi delle disposizioni, dei sentimenti e delle virtù di questo suo Figlio. Dio nel Figlio suo abita nel suo splendore divino; vive in Lui nella sua Maestà, dimodoché Gesù Cristo possiede una gloria cui nulla può paragonarsi (Lucem in habitat inaccessibilem. I Tim., VI. 16); poiché è rivestito di un tale splendore di divine ricchezze che tutte le cose, in confronto, non sono che polvere e fango. Tutte le ricchezze della terra non sono che vili cenci, a paragone con la gloria di Dio. Perciò Nostro Signore, essendo ora entrato perfettamente nella grandezza di Dio suo Padre, dopo il ritorno al cielo sta infinitamente più lontano dalle cose naturali che non durante la sua vita mortale; in questa Egli lasciava che i discepoli avessero nelle mani qualche po’ di denaro, per il mantenimento della sua vita e per il sollievo dei poveri. – Nostro Signore, anche durante la sua vita mortale, sempre viveva in Dio e interiormente sempre abitava nello splendore della divina Gloria. Nel suo interiore Egli partecipava all’essere del Padre suo ed era essenzialmente ricco di tutte le divine ricchezze di Lui, perciò non poteva desiderare né apprezzare quelle della terra; ogni cosa ai suoi occhi era vile, ogni cosa era indegna della sua stima. Così l’anima ritirata in Dio e rivestita delle disposizioni di Gesù Cristo, mentre trova in Lui ricchezze così preziose, non può gustare i beni terreni; se ne avesse la minima stima, sarebbe simile ad un re che non essendo soddisfatto della sua gloria e della sua Maestà, portasse invidia all’abito cencioso di un mendicante come se col rivestirsene, diventasse ricco e facesse bella comparsa. Siamo dunque obbligati alla povertà e al distacco da tutti i beni, a motivo delle ricchezze immense e infinite che troviamo in Dio. Al confronto di queste, tutte quelle della terra sono un niente: possedendo Dio le possediamo tutte in eminenza.

***

Dio tutto contiene in sé; Egli è la sorgente e l’origine di tutti i beni. Egli li  possiede tutti senza l’imperfezione e la viltà che hanno nelle creature. — Dio è per eccellenza ogni ricchezza, ogni grandezza, ogni bellezza, ogni splendore: perciò colui che sta in Dio è libero da tutto e possiede tutto. In tal modo, i Santi essendo usciti da questo mondo, dopo la risurrezione abiteranno in Dio in corpo e in anima, È tutto avranno in Lui. Non avranno più bisogno di usare di nessuna creatura: in Dio troveranno il loro mondo. Dio non si darà più ai Santi sotto la molteplicità di quelle vili creature che servono all’uomo per il mantenimento o la conservazione della vita; ma sarà per sé stesso la pienezza che soddisferà tutti i loro desideri; Egli li circonderà, li abbraccerà, li sazierà di sé medesimo. Questa felicità, Dio ce la fa pregustare fin da questa vita, quando lo possediamo perfettamente. Perché in quella guisa che una spugna ripiena d’acqua è tutta penetrata dalla sostanza dell’acqua in tal modo che i suoi vuoti ne sono tutti riempiti; così Dio dà soddisfazione a tutti i bisogni e a tutti i desideri dell’anima che lo possiede: l’uomo non può più nulla desiderare, quando possiede un Dio che è il suo Tutto: Deus meus et omnia. – Le ricchezze non sono altro quaggiù che ombre e figure di Dio; a loro modo contengono in eminenza tutte le creature, e le porgono all’uomo per i suoi bisogni. Infatti, per mezzo dell’oro e dell’argento, noi attiriamo a noi tutte le creature; quei metalli che, per una benigna provvidenza di Dio, sono per gli uomini di un valore incredibile ci servono ad acquistarci e procurarci ogni cosa. Ma, l’anima che fin da questa vita vive in Dio, che incomincia a gustarlo e nutrirsi di Lui, e vede già qualche raggio della gloria di Lui e del suo divino splendore, non può avere né stima, né gusto, né gioia, né desiderio, né amore per la meschinità delle cose di questo mondo, perché queste non sono che figure e apparenze: la figura si lascia senza difficoltà quando si vede la verità. Nostro Signore in questo mondo viveva nel godimento e nel possesso di Dio; l’anima sua era abbeverata e saziata di ciò che Dio è in sé medesimo; così, in Dio godeva ogni vero bene, né poteva provare nessun desiderio di ciò che ne è solo la ,scorza e l’involucro. In Dio suo Padre trovava Colui che saziava ogni suo desiderio, quindi, in questo mondo vile e basso, non poteva più nulla desiderare; è questa la disposizione di cui possono essere partecipi i Cristiani fin da questa vita, e che S. Paolo implorava per essi con queste parole: Che Dio, in Gesù Cristo Nostro Signore, riempia tutti i vostri desiderii, secondo l’estensione delle sue divine ricchezze. (Philipp. IV, 9). – Tuttavia, Nostro Signore usava talvolta dei beni di questo mondo per le sue necessità e per il sollievo dei suoi bisogni. Ma così ha fatto per santificarne l’uso; e siccome tra gli uomini, ciascuno in particolare ha bisogno per vivere di possedere in proprio qualche bene materiale dopo che il peccato ne ha tolto l’uso comune, Egli ha voluto insegnarci a possedere santamente ciò che la Provvidenza, nella sua misericordia, mette nelle nostre mani. Perciò, benché l’oro e l’argento siano in sé medesimo cose vilissime, abiette e spregevoli, Dio nondimeno ha voluto che l’uomo, nello stato di miseria cui trovasi ridotto, abbia amore e inclinazione naturale a possederli, perché così possa sovvenire alle necessità in cui Egli stesso lo ha posto in conseguenza del peccato. Tale inclinazione e tale desiderio sono un effetto della divina Provvidenza, nello stesso modo che Dio ci lascia l’appetito del cibo e delle bevande affinché ci conserviamo in vita. Ma il desiderio delle ricchezze, perché trovasi in noi in conseguenza del peccato, è un desiderio tirannico e famelico, molesto e inquieto. Orbene, le anime grandi nella grazia e intimamente unite a Dio, perché in Lui godono tutto, perdono il desiderio di questo mondo. Se lo provano ancora per le loro necessità è un desiderio calmo, spesso anzi è un desiderio così morto in esse che non ne hanno il minimo pensiero. Le anime apostoliche, che nelle comunità vivono in Dio, hanno il vantaggio di poter con facilità tenersi liberi da questi desideri e da queste cure, perché vedono Dio presente in sé medesime, il quale provvede a sufficienza ai loro bisogni, e porge loro quanto è necessario per tutte le loro necessità. Le loro cure, quindi sono riposte in Dio medesimo, il quale è tutto per esse, come esse sono tutte dedicate a Lui e non vivono che per Lui.

***

Oh quanto è felice in questo mondo l’anima che in tal modo non pensa che a Dio, e vive libera dalle cose materiali! Essa serve Dio, vive per Dio, occupata unicamente di Dio per il quale lavora incessantemente; e Dio pure da parte sua, veglia sulle necessità e sulla vita di essa. Oh, quanta fiducia può avere un’anima che così serve Dio cercandone il Regno e la giustizia! Non v’ha nulla di sicuro come la parola di Dio; essa vale più e meglio di centomila contratti; non può essere contraffatta, né alterata, né contrastata; essa è da preferirsi a tutte le rendite, a tutte le proprietà, a tutti i tesori, perché tutto questo può venir perduto. Tutto perirà: il Cielo e la terra passeranno, ma la parola di Dio non passerà mai (Matth. XXIV, 35). Beata l’anima che sa intendere la verità e la santa parola di Dio! O anima apostolica, che vivi dello Spirito Santo, che ti appoggi sulla parola del tuo Dio onnipotente, tutto vigilante, tutto amorevole! Perché occuparti di altro che di Dio? Dio non conosce forse i tuoi bisogni? – I pagani che non avevano la conoscenza d’una intelligenza universale, la quale veglia sulla necessità di tutti e nel suo amore non può soffrire indigenza nei suoi figliuoli, avevano ragione di stare in pena ed agitarsi con sollecitudine per il proprio mantenimento; ma noi, noi sappiamo che il Padre nostro vive in noi, vede tutti i bisogni della sua famiglia e sente l’afflizione e l’indigenza dei suoi figlioli (Matth., VI, 32.). Perché, dunque, tanta inquietudine e tanto affanno? Dio è Padre buono, tenero, pieno di carità, non si esaurisce nel darci i suoi doni, né da alcuno riceve quelle liberalità che ci elargisce. I padri naturali di questo mondo, talora sono avari, talora sono poveri, e nel dare s’impoveriscono ancor di più, spesso sono ben poco commossi per la miseria dei loro figliuoli; eppure non sanno rifiutar di dar loro quei soccorsi che essi domandano. Perché dunque non avremo noi una perfetta confidenza in Dio? (Matth., VII, 1). Perché non imiteremo Nostro Signore che viveva sempre in pace, in una tranquilla fiducia nella Provvidenza del Padre suo?

***

Nostro Signore, in quest mondo viveva in uno stato di povertà, perché la sua vita era una vita di penitenza. Se lasciava che i discepoli ritenessero le limosine che gli si davano, era questo un segno di penitenza. Perché accettando così la carità e la misericordia che Dio suo Padre gli faceva per mezzo degli uomini, Egli si riteneva in dovere di conservare con grande reverenza tali preziosi doni, di cui si stimava indegno vedendosi carico dei nostri peccati; né voleva prodigare quei beni che riceveva dal Padre suo, considerandoli come cose che, a motivo del suo stato di peccatore, non aveva diritto pretendere e di cui pertanto doveva usare senza aspettare altri doni che non gli erano dovuti.  – In questo sentimento di penitenza. Il minimo dono che Egli riceveva era per Lui un gran tesoro. Non aveva nessun bene, nessuna rendita, nessuna limosina assicurata e vedendosi, per la sua qualità di peccatore pubblico, indegno della minima bontà di Dio, Egli viveva in una continua dipendenza dalla misericordia divina. In questa qualità, siccome teneva il posto di tutti i peccatori, niente gli era dovuto, anzi avrebbe dovuto essere privo di tutto; era dunque naturale che ricevesse le minime grazie, col più profondo sentimento della propria indegnità e con la massima stima e riverenza per la misericordia di Dio suo Padre. Egli doveva, inoltre, subire la privazione di ogni sollievo e di ogni ricchezza, perché faceva penitenza per tanti avari e ricchi, come per il lusso e gli eccessi di tutti gli uomini. L’obbrobriosa nudità che gli si fece subire sul Calvario, spogliandolo ignominiosamente delle sue vesti, fu la pena della vanità eccessiva con cui gli uomini si parano di abiti ricchi e suntuosi. Il presepio e la stalla con la paglia e il letame che vi erano, furono la pena del lusso sfrenato ed immodesto di tante case ammobiliate con tanta superbia e ornate di oro e di preziose decorazioni. La santa durezza della Croce, dove riposava nella sua morte, fu la pena di quei letti sfarzosi dove si commettono quelle mollezze e impurità che inondano il mondo. La Chiesa ha stabilito le astinenze per continuare la santa penitenza di Gesù Cristo. e le anime sante che hanno una tale particolare vocazione, devono essere vittime per i peccati del mondo e offrire soddisfazione a Dio nello Spirito medesimo di Gesù Cristo. Devono dunque essere povere, facendo così penitenza per i peccati che regnano sulla terra; devono, col loro esempio, condannare il lusso e per questo gemere sul legno e sulla paglia, vale a dire contentarsi delle abitazioni e dei mobili più ordinari, delle vesti più dimesse, per dare al secolo una lezione, nella virtù di Gesù Cristo che in noi deve illuminare il mondo e mostrargli quale debba essere la vita dei Cristiani.

VI

Motivi della povertà.

L’attacco ai beni materiali è di grande danno spirituale. – Il Cristiano deve imitare i Beati, anzi la santità di Dio medesimo. — I beni materiali sono un peso che trascina al basso, rende inetti alla contemplazione.

1. Il cuore attaccato alle creature e soprattutto alle ricchezze è sempre inquieto.  Perciò Gesù Cristo paragona le ricchezze a delle spine che lo molestano e non gli lasciano nessun riposo.

2. Il cuore pieno di un tal amore è trascinato verso la terra, e allontanato dal Cielo.

3. Dio non lo riempie di sè, anzi ne prova nausea e disgusto,

4. Cade, come dice S. Paolo, nei lacci del demonio; e abbandonandosi ai propri desideri, vive ostinato nei suoi attacchi che lo precipiteranno sicuramente nella rovina (1 Tim. VI, 2).

5. Tosto o tardi, l’anima fatalmente perderà tutto ciò che possiede; la giustizia di Dio la costringerà ad abbandonare per forza quanto non ha voluto lasciare per amore.

6. I Cristiani devono essere morti a tutti i desideri del secolo (Col. III, 3); né devono operare secondo i suoi sentimenti, ma comportarsi come se vi fossero completamente insensibili. Bisogna dunque che soffochiamo in noi ogni affezione per le ricchezze della terra.

7. I Cristiani devono vivere come si vive in Cielo; ora in Cielo si è liberi da ogni sentimento della carne di Adamo; in Cielo più non si vive che secondo inclinazioni e sentimenti spirituali, senza più nessun attacco alle creature: in Cielo, in una parola, con Gesù Cristo e coi Santi tutti, si è ritirati in Dio e separati da tutto. Dio, in sé medesimo, in Gesù Cristo e nei suoi Santi, ecco il modello della nostra vita; orbene, Dio è perfettamente santo e separato da tutto. Ed è questo distacco che è necessario ai Cristiani se vogliono, fin da questa vita, elevarsi a Dio, imitando ciò che si fa in Paradiso. Bisogna si distacchino, elevandosi alla santità, da sé medesimi e da ogni creatura. Bisogna pure che lo spirito sia separato dall’anima, perché questa dal peso della carne trovasi, per sé medesima, inclinata ad ogni creatura; così, le nostre facoltà superiori, nelle quali risiedono tutte le principali operazioni dello spirito interiore, saranno libere dal peso e dall’inclinazione della parte inferiore, la quale è tutta imbevuta della vita animale, terrena e vilissima della carne; così potranno elevarsi a Dio senza ostacolo né resistenza. Bisogna dunque che la nostra volontà sia purificata da qualsiasi attacco alle creature e in tal modo libera, sciolta e distaccata da tutto. A questo effetto, dobbiamo munirci delle ali per volare: Quis dabit mihi pennas sicut columbæ? Chi mi darà le ali della colomba? (Ps. LIV, 7). La contemplazione delle verità divine e l’amore santo di Dio sono le ali che ci faranno volare, perché questo divino movimento ci preserverà dalla caduta dove ci trascinerebbe il peso della carne. E siccome in questa vita siamo sempre da questo peso miserabile attirati verso la terra, dobbiamo sempre lottare per elevarci a Dio nella virtù dello Spirito Santo.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 18

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 16

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (16)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XI

I.

Della povertà

La povertà non soltanto separa l’uomo dalle cose esterne del mondo; essa ha un altro effetto e un fine più importante; che tende a ristabilire tutto l’uomo interiore nel suo stato primitivo. Questa separazione dalle cose esteriori, nei Cristiani, non è che l’imitazione di Gesù Cristo. Nostro Signore, infatti, ha voluto praticarla per il primo, affinché la santa ed eroica virtù della povertà, fosse più facile per gli uomini, i quali talmente la paventano che anche in mezzo ai beni e alle ricchezze hanno ancora paura di essere poveri. La virtù della povertà ha inoltre lo scopo di castigare negli uomini l’abuso di ogni cosa che hanno fatto, tanto in Adamo quanto in sé stessi; in soddisfazione di un tale abuso, Dio ha voluto privarli di quei beni di cui hanno abusato e portarne Lui medesimo la penitenza per darne l’esempio alla sua Chiesa.

I.

Natura della povertà.

Ristabilisce l’uomo nel suo primitivo stato di santità. – L’avarizia profanazione del cuore dell’uomo. Gesù Cristo e l’avarizia.

Per intendere la natura della povertà, bisogna ricordare il fine ed il disegno che ebbe Gesù Cristo nella riparazione del genere umano, disegno che fu di offrire a Dio suo Padre una conveniente soddisfazione e in questo modo ristabilire l’uomo nel suo stato primitivo, nella perfezione, cioè, della santità in cui era stato creato. Perciò bisogna riflettere che Dio aveva creato l’uomo perché fosse il suo tempio, tempio che riservava per sé medesimo per esservi, in modo esclusivo, amato, lodato e adorato. Epperò nel primo comandamento, che è l’espressione dello stato primitivo dell’uomo e del primo disegno divino sopra di lui, Dio, nel momento stesso in cui lo creava, gli imprimeva nel cuore quella medesima legge che doveva poi essere scolpita su la pietra, onde obbligarlo ad impiegare nell’amarlo tutta l’attività della sua anima, del suo cuore, delle sue forze; quindi, in quel primo comandamento, Dio gli diceva: Amerai il Dio tuo con tutto il tuo cuore, ecc. (Deuter. VI, 5). Per questo ancora il cuore dell’uomo venne creato vuoto di qualsiasi oggetto,  come una pura capacità di Dio e dell’amore di Dio. – Ma il demonio lavorò per riempire il cuore dell’uomo di idoli, di simulacri e affinché l’uomo occupasse i suoi pensieri e i suoi desiderii nell’amore di queste miserie, lasciasse così il culto del vero Dio e si abbandonasse all’idolatria. – L’avarizia, dice S. Paolo, e l’amore delle cose terrene si sono stabilite nel cuore dell’uomo (Ephes. V, 5); si può dire che è questa l’abbominazione della desolazione nel luogo santo (Matth. XXIV, 15). Il cuor dell’uomo è il tempio di Dio, luogo santo che Dio in modo particolarissimo ha consacrato a sé stesso: qual disordine orribile, quale desolazione ributtante vederlo profanato da tante cose impure e immonde! Quale desolazione vedere, in questo tempio, abominevoli nicchie, come quelle vedute da Ezechiele (Ezech. VIII) piene di serpenti, di coccodrilli, e di cose esecrabili! È cosa questa così abominevole agli occhi di Dio che Egli altre volte abbandonò il suo popolo al furore dei suoi nemici, per castigo dell’avarizia di un solo israelita, il quale aveva preso e trattenuto un mantello di scarlatto e un oggetto d’oro, dalle spoglie di Gerico, città colpita di anatema e da un decreto divino condannata al fuoco.

***

Il disegno di Gesù Cristo, mentre viene nel nostro cuore per santificarlo e ristabilirvi il vuoto e la purezza del primitivo stato, è di bandire da questo suo tempio tutto quanto lo profana. Non può vedervi altro che il Padre suo con le sue divine perfezioni e quindi, a colpi di flagello con le persecuzioni e le croci, ne scaccia tutti i compratori e venditori. – Nostro Signore si accese di zelo e come di furore, quando trovò piena di mercanti la casa del Padre suo, casa di orazione che deve essere ornata di santità (Ps. XCII, 5). Orbene, i mercanti sono il simbolo degli avari, perché nel traffico e nel commercio delle cose terrene espongono persino la loro vita, dedicandovi tutto il loro tempo e le loro cure, invece di impiegar tutto per il Signore che vuole per sé tutta la mente, tutto il cuore, tutto il tempo, e tutte le forze delle sue meschine creature. – È questo il fine per il quale Gesù Cristo è venuto in questo mondo; ha voluto purificare il cuore dell’uomo, farvi il vuoto di ogni creatura, e riparare così la disgrazia e il disordine in cui era caduto per la miseria del peccato e l’opera malvagia del demonio. Perciò Egli ha posto come fondamento capitale della nostra salvezza, la santa povertà, la quale di sua natura tende a espellere dal cuore umano tutto quanto può riempirlo all’infuori di Dio. Per questo appunto, Gesù Cristo, nel suo primo sermone, proclamava come la sua prima massima questa sentenza: Beati i poveri, Beati pauperes (Luc. VI, 20); ciò per insegnarci che la virtù di povertà per noi è la prima, la più importante e la più necessaria. Per farci sapere poi quale sia questa povertà, aggiungeva: Beati i poveri di spirito (Matth. VI), vale a dire quelli che hanno il fondo dell’anima vuoto e libero da ogni possesso di creature, che non hanno nulla che tenga il posto di Dio in quel cuore che Egli solo vuole riempire ed occupare. – Fuori di Dio, tutto è vano e inganno, tutto è fantasia, scorza e superficie. Dio solo è il bene vero e reale, Lui solo è tutta la vita essenziale e incorruttibile delle anime nostre.

II.

Divisioni della povertà.

La povertà è di due sorta, interiore l’una esterna l’altra. La prima consiste nel distacco

del cuore che deve essere vuoto di ogni desiderio terreno e di ogni amore alle creature; la seconda consiste nella privazione esterna ed effettiva dei beni terreni. La privazione esterna senza il distacco interiore non è punto virtù, mentre il distacco interiore, con la disposizione di sopportare la privazione esterna, è la virtù di povertà di cui Nostro Signore ha detto: « Beati i poveri di spirito ». Gesù Cristo, con queste parole, ha voluto insegnarci che dobbiamo vivere nella povertà di spirito, ossia, nel distacco interiore e nella privazione affettiva, per esser disposti al puro amore di Dio, perché Egli non può venire a patti con l’amore alle creature, né può soffrire che si abbia il minimo attacco alle creature; Egli vuole che il cuore sia vuoto, distaccato da tutto, e vuoto secondo tutta l’ampiezza della propria capacità.

III.

Della povertà esterna.

Povertà evangelica. – Povertà praticata dai primi Cristiani. – Privazioni dell’uso dei propri beni.

Vi sono tre sorta di povertà, di cui le prime due furono molto in uso nella primitiva Chiesa. La prima consisteva nel privarsi di tutto il proprio avere e di venderlo, secondo il consiglio che ne diede Nostro Signore a quel giovane: Vade, vende quæ habes et da pauperibus – Va, vendi ciò che possiedi e dà tutto ai poveri (Matth. XIX, 21). Gesù Cristo si compiacque ancora di rinnovare una tale povertà in questi ultimi secoli, come in San Francesco e in parecchi altri santi che così la praticarono. – La seconda povertà era di mettere il proprio avere in comune; era questa la pratica ordinaria dei primi Cristiani; ognuno si privava di ciò che possedeva e lo donava a Dio, affinché ciascuno ne potesse prendere a seconda dei propri bisogni; così tutto era uguale per tutti, e il povero ne riceveva il necessario sostentamento tanto come il ricco. – La terza povertà consiste nello spogliarsi dell’uso dei beni che Dio ci ha dati benché la proprietà se ne conservi ancora:  questa povertà può praticarsi con grande vantaggio. Perché, dapprima in tal mode si rimane nello stato in cui la divina Provvidenza ci ha posti; inoltre, si fa buon uso di ciò che si è ricevuto dalla sua liberalità, servendosene per la sua gloria; in fine, si gode il vantaggio della povertà che è di non aver nulla che ci impedisca di dedicarci a Dio solo. Di questa povertà e di tali poveri sta scritto: Beati i poveri di spirito, perché ad essi appartiene il Regno dei cieli (Matth. V, 3).

IV.

Della povertà interiore – Distacco anche dai doni spirituali.

Distacco universale da ogni bene e dono di Dio. — 1. Stare davanti a Dio come mendicanti. – 2. Non appropriarci i doni e le grazie di Dio; sarebbe ingiustizia. — 3. Lasciare a Dio piena disposizione dei beni di cui ci affida il deposito.

La povertà interiore non si estende solo al distacco dei beni corporali, dai quali lo spirito deve essere interamente diviso e tutto distaccato; non consiste. Solamente nella nudità, ossia privazione affettiva di tutti gli onori, di tutte le ricchezze, e di tutti i beni mondani; consiste anche nella nudità spirituale, ossia nel distacco dai doni di Dio; benché Dio ce li conceda, noi dobbiamo esserne distaccati. Per avere la virtù della povertà, dobbiamo sempre considerare, non solo i beni materiali, ma anche i beni spirituali, come proprietà di Dio. Debbiamo considerare i beni spirituali come appartenenti a Dio e da Lui inseparabili, in quella guisa che i raggi sono inseparabili dal Sole; oppure come perle e diamanti che sarebbero applicati sopra un abito. Il padrone ha attaccato queste perle preziose al suo abito all’unico scopo di renderlo più splendido e più prezioso; esso quindi ha sempre la facoltà di toglierle quando gli piace. Con tal pensiero, l’anima deve stare perfettamente distaccata da tutto, vivendo in mezzo anche ai doni spirituali, per così dire, senza toccarvi e senza che il cuore vi prenda parte.

***

La povertà di spirito ha tre gradi: il primo è di considerarci davanti a Dio come mendicanti riguardo a tutti i suoi doni, non avendo da noi stessi assolutamente nulla e nessuna grazia; così dobbiamo vivere in spirito di mendicanti onde esser rivestiti dei suoi beni. – Il secondo grado è di non appropriarci i doni e le grazie di Dio quando li possediamo, come se fossero cosa nostra o come cosa che fosse passata nella nostra natura. Bisogna considerarli come un abito; uno che porta un abito sa benissimo che il suo corpo, in se stesso è nudo e sprovvisto di ciò che sarebbe necessario per riparlo dagli incomodi delle stagioni; perciò esso trovasi continuamente costretto per difendersi a vestirsi e a dipendere dalle cose esterne. L’anima veramente povera, benché sia rivestita ed arricchita dei doni di Dio, si considera sempre davanti a Lui in una perfetta e assoluta indigenza, come un corpo senza vesti. Perché essendo ben radicata nella conoscenza di sé stessa, vede che sempre si trova nella più assoluta indigenza, benché possieda Dio e ne sia rivestita. In tal modo non prova nessuna compiacenza per tutto ciò che in sé medesima può essere, per tutto ciò che può avere, perché essendo sempre la medesima nell’intimo di se stessa, essa in mezzo ai doni che possiede non ha maggior stima di sé che prima d’esserne ricolmata. – L’anima deve sempre considerare i doni di Dio come cosa che emana da Dio e a Lui appartiene come sua proprietà; sono raggi che Egli fa splendere sopra di noi per impedire ai nostri cechi di vedere la nostra viltà e così renderci più sopportabile la nostra miseria. – Dio trova in noi la sua gloria, traendola da ciò che gli appartiene; Lui solo merita stima per ciò che vi è di buono negli uomini; Lui solo deve prendervi le sue compiacenze. Chi, nell’intimo del suo cuore, ha stima di se stesso per quei doni che non sono suoi e di cui la lode deve riferirsi a Dio solo, è un ladro che tenta di attirare e prendere per sé quella gloria che è dovuta unicamente a Dic. E sarebbe questa una grande ingiustizia, poiché a Dio appartengono le lodi che i suoi doni, da sé medesimi, tributano alla sua divina maestà.

***

Il terzo grado di povertà spirituale è di portare in noi i doni di Dio e custodire i suoi tesori negli scrigni del nostro cuore, senza aver l’ardimento di toccarvi; guardarci quindi dal farne uso da noi medesimi, e lasciare che Dio stesso ci ponga nelle mani il suo avere e nei suoi scrigni prenda ciò che vuole per l’impiego che desidera, affinché Egli solo sia l’autore e il direttore della distribuzione delle sue grazie. Non solamente dobbiamo guardarci dall’usare dei doni di Dio per i nostri meschini interessi temporali oppure per acquistarci onore e stima, ciò che sarebbe un infame sacrilegio; ma dobbiamo persino guardarci dal toccare a questi doni. Dio li ha posti in deposito nella nostra anima: dobbiamo lasciare a Lui la cura di prendere la nostra mano e guidarla a pigliare ciò che a Lui piace, onde farne a nome suo la distribuzione. – L’anima umile, segreta e fedele, alla quale Nostro Signore ha affidato le sue ricchezze, è un tesoro suggellato con sette sigilli che solo l’Agnello può aprire. A Lui solo spetta frugare negli scrigni dove ha rinchiusi i suoi tesori; a Lui solo spetta aprirli e, con lo splendore dei suoi raggi e la ricchezza della sua divina luce, cioè per la virtù della sua grazia, applicar l’anima all’uso che essa ne deve fare. I Re della terra si scaricano della gestione delle loro finanze sopra i tesorieri che le custodiscono, lasciando ad essi di maneggiare i loro tesori per distribuirli come vogliono. Gesù Cristo non fa in questo modo; Egli invece si tiene nelle sue proprie mani le chiavi dei suoi scrigni, per aprirli quando e come gli piace. Economo universale, dispensore generale, Egli è tutto in tutti e non ha bisogno di nessuno che supplisca né alla sua presenza, né alla sua potenza, perché Egli è dappertutto, può tutto, vede tutto e dispone sempre in noi dei suoi beni secondo la sua sapienza e il suo amore. – Egli vuole dunque che l’anima cui Egli affida i suoi tesori, si tenga nel riserbo; lungi dal forzare le serrature quando gli scrigni sono chiusi, non tocchi nulla, vale a dire, si guardi bene dall’andare a cercare, con sforzi di memoria e con violenza, nel proprio fondo qualche cosa che Dio vi avesse posto e come chiuso sotto chiave. Ma, quando pure Dio lasciasse i suoi scrigni aperti, vale a dire, quando ricevessimo da Dio ogni lume e ogni verità, non spetta a noi mettervi la mano e prenderne ciò che ci piace. I doni e i tesori di Dio vanno sempre considerati con gran rispetto, perché a Lui appartengono ed Egli li ha depositati in noi per un effetto della sua infinita misericordia. In noi non v’era nulla che potesse darci motivo di sperare tanta grazia, perché il nostro fondo, nella sua impurità, era indegno dei divini favori. Tuttavia, Dio per una grazia ed un amore infinito, ha scelto un luogo così basso per farne il deposito; e come lo ha fatto unicamente perché così gli è piaciuto, a Lui pure e solo a Lui spetta di usarne in noi come gli piace. – Dio fa nell’anima nostra come il padrone che nel suo campo vuole innalzare una fabbrica. Come fa quel padrone? Vi fa portare a suo piacimento pietre e materiali, secondo il disegno che ha in mente; in un luogo, ne fa depositare più che in un altro, a seconda dell’ampiezza dell’edifici che vuole costruirvi; di tutto fa l’uso che conviene al disegno che più gli piace. Esso utilizza i materiali. assume operai e manovali per fabbricare secondo il disegno che essi sovente non conoscono, senza dir loro quanto intende fare; a poco a poco esso forma una fabbrica, la costruisce e la compie, conforme all’idea che ha nella sua mente e secondo la direzione che esercita sopra i suoi operai. Così fa il Signore nei suoi doni; sono come materiali che Egli depone in noi, come in un campo cieco che non sa punto quale sia la fabbrica che il grande architetto e capomastro vuole innalzare, A noi spetta unicamente cogliere i suoi doni e i suoi favori: a Lui di metterli in opera e di usare a suo piacimento delle nostre facoltà; e queste devono cooperare fedelmente alla sua grazia onde costruire, mediante la sua virtù. quella fabbrica che Egli ha determinata nei suoi adorabili disegni che a noi rimangono nascosti.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 15

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (15)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 – F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO X.

Della dolcezza

Perfezione della dolcezza. — È partecipazione della dolcezza medesima di Dio.  – E il contrassegno del vero zelo — non si trova per lo più che nelle anime innocenti. – Dio per comunicarci le sue virtù segue due vie, quella dell’effusione e quella dell’acquisto.

La virtù di dolcezza è fa più alta perfezione del Cristiano; essa, infatti, presuppone in noi l’annientamente da tutte quanto è nostro e la morte di ogni interesse proprio; dimodochè il disprezzo non ci irrita più e neppure la perdita dei beni e della tranquillità della vita vale a farci perdere la nostra pace. – In voi, dice S. Paolo, sia soffocata e consumata qualsiasi radice di amarezza (Ephes. IV, 31; Hebr. XII, 15). Ora, questo si fa per mezzo di Gesù Cristo Nostro Signore; perché Gesù Cristo, abitando nel fondo dell’anima nostra con la pienezza della divinità, assorbe nella sua carità il nostro amor proprio, il quale è la causa dell’ira. In tal modo, l’anima nostra trovasi nella pace e nella dolcezza; ed anche nei casi in cui l’interesse proprio in apparenza sembra ferito, essa non ha né asprezza né amarezza. L’amor proprio si irrita e si accende tutto di vivissimo fuoco, quando si ha la pretesa di rapirgli ciò che gli appartiene, Perciò, se vogliamo che l’anima nostra goda la vera dolcezza, è necessario che tutto quel fondo di amor proprio che si estende e si porta verso la creatura, sia inabissato in Dio. Come vi sono parecchi gradi di umiltà, vi sono pure varie sorte di dolcezza. Ma la dolcezza vera, fondata e perfetta, è quella del cuore: di essa parlava Nostro Signore, quando diceva: Imparate da me, ch’io sono dolce ed umile di cuore. Ora, questa dolcezza di cuore deve essere talmente radicata in noi che niente la possa alterare, e non le rimanga più nulla né della carne né di sé medesima, ma sia tutta immersa e come perduta in Dio, ossia nell’essere, nella vita, nella sostanza, nelle perfezioni di Dio. In tale stato, l’anima tutto opera nella dolcezza; quando pure agisce con zelo, è sempre con dolcezza, perché l’amarezza e l’acrimonia non hanno più luogo in essa, come non possono aver luogo in Dio. – La carne e l’uomo vecchio hanno uno zelo falso e contraffatto. il quale per quanto esteriormente abbia qualche somiglianza con lo zelo dell’uomo nuovo, in fondo ne è molto dissimile: il primo è sempre pieno di amarezza e di asprezza, il secondo è tutto animato dalla dolcezza. Uno dei maggiori contrassegni per discernere lo zelo della carne da quello dello Spirito Santo è appunto questo; il vero zelo di Dio viene acceso in noi dalla considerazione del bene del prossimo, mentre lo zelo falso dell’uomo vecchio trovasi sempre eccitato dal nostro interesse proprio; e questo viene chiamato la collera, la quale è un appetito, una tendenza, un moto di ardore per ritenere o cercare ciò che ci appartiene. La vera dolcezza non si trova quasi mai che nelle anime innocenti, nelle quali Gesù ha stabilito la sua dimora continua fin dalla loro santa generazione e nelle quali è cresciuto nel complesso di tutte le sue perfezioni. Nelle anime penitenti, la dolcezza si trova raramente; perché il peccato le ha private di un’infinità di perfezioni, ed ha fatto regnare in esse il disordinato interesse di mille cose di cui l’abitudine si è formata e contratta con una fervente attività; anime penitenti sono quindi obbligate lavorare con molta fatica e violenza, per distruggere l’uno dopo l’altro tutti questi vizi della carne, riacquistare le Virtù contrarie, e così, in Gesù Cristo, riparare quanto avevano perduto. Siccome poi per ottenere questi effetti ci vuole molto tempo e occorrono molte mortificazioni, pochi ve ne soro che siano perseveranti e che lavorino all’acquisto della virtù con quella grande fedeltà che è necessaria onde ricuperare quanto hanno perduto col far getto della grazia del loro battesimo, e quindi ristabilirsi, in Gesù Cristo, nella pienezza delle vie divine.

***

Vi sono due vie differenti per le quali Dio comunica agli uomini le sue virtù. Nella prima, Egli le comunica per un puro effetto della sua bontà e liberalità, senza esigere alcun lavoro da parte della sua creatura. Nell’altra, esige fatica nella creatura, e non concede la virtù se non dopo violenti sforzi e in seguito ad una prolungata fedeltà. La prima può chiamarsi via di infusione: la seconda via di acquisto. La prima è rara nella Chiesa, a meno che Dio non abbia qualche disegno particolare sopra qualche anima, e per lo più, non viene usata che per gl’innocenti; la seconda non è meno rara, perché sono pochi quelli che perseverano con costanza e fedeltà. – La via d’infusione è dolce: ciascuno vorrebbe possedere per questa via le virtù non meno che gli altri doni: ma la via di acquisto è dura e nessuno la vorrebbe. Quest’ultima nondimeno è per tutti i peccatori e per tutta la Chiesa; mentre l’infusione è soltanto per gli innocenti e per poche altre anime su fa terra. Gli innocenti mentre crescono in Gesù Cristo, crescono pure in tutte le virtù, a motivo che Gesù Cristo nelle loro anime gode di un dominio estesissimo, per cui le riveste, le copre, le investe delle sue proprie virtù, col dono continuo e privilegiato della sua presenza. Egli in queste anime opera tale una trasformazione ch’esse non sono più sé medesime ma sono Gesù Cristo vivente e regnante in esse, Gesù Cristo che possiede e consuma tutto il loro essere. E siccome Egli è tutto consumato e trasformato in Dio perché Dio è perfettamente stabilito in Lui, così delle anime nelle quali Egli vive; Egli le consuma e le trasforma interamente in sé medesimo. Orbene, poche sono le anime in cui Gesù Cristo operi questi effetti, poche le anime nelle quali non rimanga qualche fondo di amor proprio, sorgente dell’amarezza e dell’ira che si accende per il proprio interesse; donde avviene che vi sono pochi Cristiani animati da perfetta dolcezza.

VITA E VIRTU CRISTIANE (Olier) 16

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 14

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (14)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 – Nihil obstat quominus imprimetur., Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO IX.

Della pazienza

La pazienza è quella virtù che ci fa sopportare in pace, ed anche con gioia, le pene di questa vita, e tutte quelle tribolazioni che Dio si compiace di mandarci. La pazienza, per essere cristiana, deve, con gli occhi della fede, considerare Dio come l’autore di tutte le avversità e di tutte le contrarietà che ci accadono. Deve anche sopportare le afflizioni spirituali e le pene interne; e tutte per la virtù dello Spirito di Dio, che dapprima risiedette nella sua pienezza in Gesù Cristo, e venne poi comunicato anche a noi dal Battesimo e dagli altri Sacramenti.

I.

Gradi della pazienza,

1. Soffrire in pace. -— 2. Desiderare di soffrire. — 3. Soffrire con gioia, — ad esempio di Gesù Cristo.

Tre sono i gradi della pazienza; Nostro Signore ce li ha indicati nel Vangelo e si è compiaciuto di darcene l’esempio. Il primo è di soffrire le nostre pene in pace, con rassegnazione, conservandoci in una perfetta sottomissione agli ordini di Dio. Così Giobbe, in mezzo alle sue afflizioni, diceva, in una perfetta pace e con un intero abbandono alla volontà divina: Dio mi aveva dato tutto, Dio mi ha tolto tutto; sia benedetto il suo santo Nome! (Giob. I-21) – L’anima paziente non si lamenta né contro Dio né contro il prossimo; non si inquieta menomamente nel suo cuore per il proprio male, essendo animata dalle stesse disposizioni che le anime del Purgatorio, le quali con una sublime pace soffrono la violenza del fuoco e dei tormenti. Questo primo grado della penitenza viene espresso in queste parole di Gesù: Beati coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia, e che la soffrono in pace e con sottomissione agli ordini santi della Divina Provvidenza. Gesù Cristo ce ne ha dato l’esempio col sottomettersi volontariamente a tante pene, passando per ogni sorta di patimenti, tranquillo come la pecora che si lascia menare al macello (Act. VIII, 22).

* * *

Il secondo grado, è di desiderare ardentemente di patire. Ciò si è veduto nei martiri, che avevano il cuore infiammato di un tal desiderio così intenso da lasciar comparire anche esternamente il loro grande amore per i patimenti. Così S. Andrea, alla vista dei tormenti, esclamava: O buona croce che da tanto tempo così ardentemente desideravo! San Lorenzo si lamentava nel veder ritardato il suo martirio; e S. Teresa, nei trasporti del suo amore, esclamava: Aut pati, aut mori. O soffrire o morire! Nostro Signore esprimeva questo secondo grado della pazienza con queste parole: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia (Matth. V, 6), e che sospirano di patire perché in essi si compiano i disegni di Dio, il Quale vuole che tutti i Cristiani soffrano con Gesù Cristo, e in Lui e con Lui prestino soddisfazione alla divina giustizia. Gesù ha voluto pure darcene l’esempio col manifestarci il suo ardente e continuo desiderio di soffrire, quando diceva: « Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, Desiderio desideravi » (Luc. XXII, 15;XII, 50). Egli considerava il sacrificio della Pasqua come un solo sacrificio con quello della Croce che doveva comprendere ed includere ogni patimento per questo motivo manifestava un grande desiderio di mangiare coi Discepoli quell’ultima Pasqua. – Il terzo grado è di soffrire con piacer e con gioia. Così gli Apostoli e i primi Cristiani se ne ritornavano dai tribunali pieni di gioia perché erano stati degni di soffrire per Gesù Cristo. S. Paolo, nelle sue Epistole, attesta ai fedeli che li vuole compagni della sua gioia nelle sue afflizioni e nelle sue pene (Fil., 7). Non solo ci manifesta la gioia che prova nel patire, ma afferma che trionfa nelle sue infermità e si gloria delle sue sofferenze (II Cor., XII, 9; Gal., VI, 14). S. Giacomo dice pure che il nostro cuore deve essere ripieno di ogni gioia in ogni pena e tentazione (Jacob, I, 2). – Nostro Signore esprimeva questo terzo grado con queste parole: Beati voi, quando gli uomini vi perseguiteranno e lanceranno contro di voi ogni sorta di maledizioni e calunnie; allora rallegratevi (Matth. V, 11). Ce ne ha dato pure l’esempio, poiché sta scritto: Propostosi il gaudio, sostenne la Croce, Proposito sibi gaudio sustinuit crucem (Hebr., XII, 2)

II

Motivi della pazienza.

Siamo creature, – peccatori – cristiani. — Gesù Cristo deve vivere in noi e trionfare in noi pure sulla carne. — Obbligo speciale dei Sacerdoti. – Efficacia e modo dell’azione di Gesù Cristo in noi.

Siamo obbligati alla pazienza, in primo luogo per la nostra qualità di creature; Dio è sovrano padrone della vita e della morte; da Lui tutto in noi assolutamente dipende, Egli ha quindi diritto di disporre di noi come gli piace. Il vasaio, dice S. Paolo, è padrone della creta per farne quel vaso che crede meglio (Rom. IX, 21); e dopo, del vaso che ha fatto dispone a suo piacimento; lo spezza, lo rompe; lo rifà, lo impasta, fo piega, lo schiaccia e gli dà quella forma che vuole. – Tale è la nostra condizione riguardo a Dic; essendo noi opera delle sue mani, Egli può far di noi tutto ciò che vuole. Che spezzi e rompa, che uccida o mortifichi, che ci getti nel più profondo dell’inferno o ce ne ritiri, questo è affar suo e dipende dalla sua mano; a noi non rimane che di sopportare in pace, adorando la sua volontà, i suoi giudizi e i suoi disegni, abbandonandoci completamente al suo beneplacito. In secondo luogo, siamo peccatori; in questa qualità, dobbiamo subire gli effetti della giustizia di Dio e del suo corruccio. Tutti i castighi che Egli manda in questo mondo sono un nulla in confronto di ciò che abbiamo meritato, e di ciò che ci farebbe soffrire, se non si degnasse di usarci misericordia trattandoci in questa vita con dolcezza e clemenza. Ricordiamoci dei castighi con cui Dio ha colpito i peccatori, come vediamo nella Scrittura: riflettiamo ai tormenti dei dannati. alle pene che i demoni per un solo peccato soffrono e soffriranno eternamente; con questi pensieri sopporteremo non soltanto con pace, ma anche con gioia, tutti i nostri patimenti, per quanto possano essere grandi. Infatti, che cosa v’è nell’Inferno che a noi non sia dovuto? Quali supplizi vi sono laggiù che non abbiamo meritato? Anzi abbiamo meritato mille volte di più, perché anche nell’Inferno Dio lascio ancora posto alla sua misericordia, e di questa siamo indegni. Non deve forse questo pensiero indurci a sopportare con pazienza qualsiasi pena o tribolazione di questa vita, tanto più che Nostro Signore dichiara che tali afflizioni sono segni del suo amore per noi. Quelli che amo, li riprendo e li castigo (Apoc. III, 19). –  In terzo luogo, siamo Cristiani; in questa qualità, dobbiamo esser disposti a soffrir molto. A questo fine appunto siamo stati introdotti nella Chiesa, poiché Nostro Signore non ci ha accolti come Cristiani nella sua Chiesa, se non per prolungare sulla terra la sua propria vita. Ora. Qual è stata la vita di Gesù Cristo, se non una vita di condanna della carne? Perciò, Gesù Cristo deve umiliare e assoggettare in noi la carne, seguendo quelle vie che Egli sa e giudica più utili per esserne completamente vittorioso. Ha incominciato a riportarne la vittoria nella sua propria carne, e vuole continuare a vincerla in noi medesimi, per manifestare in ciascuno di noi come un indizio e un saggio della vittoria universale che ne ha riportata nella sua Persona. La Chiesa ed i Cristiani, a confronto del mondo intero, non sono che un pugno di carne; tuttavia, Egli desidera di essere ancora vincitore della carne in essi, per manifestare la sua vittoria e dare prove sicure e splendenti del suo trionfo. Con questo sentimento, il Cristiano deve rimanere perfettamente fedele allo Spirito, ed abbandonarsi interamente a Lui per vincere la carne e distruggerla in tutto. Le occasioni non gli mancano in questa vita, perché deve sopportare gli assalti del mondo, il disprezzo, le calunnie, le persecuzioni cui viene fatto segno; poi le violenti rivolte della carne sempre ribelle; inoltre, le tentazioni che gli vengono dal demonio: e infine, quelle prove che vengono direttamente da Dio, come le aridità, l’abbandono, ed altre pene interiori, con cui Egli ci affligge allo scopo di aiutarci a crocifiggere interiormente la nostra carne.

***

I sacerdoti poi hanno un obbligo speciale di portar pazienza, perché devono possedere la perfezione del Cristianesimo; e questa non può stare senza la pazienza. La pazienza è un indizio che l’anima è intimamente unita a Dio e stabilita nella perfezione. Bisogna, infatti, che essa viva eminentemente in Dio, e sia da Lui pienamente posseduta, perché sopporti pene e tormenti con pace e tranquillità, ed anche vi trovi la gioia e la felicità del suo cuore. Bisogna che sia ben profondamente inabissata in Dio e che Dio se la tenga con tanta potenza e tanta forza, perché la carne non abbia la forza di trarla a sé e di farle accettare i propri sentimenti e le proprie ripugnanze verso le pene ed i patimenti. In tale stato. L’anima giunge alla massima perfezione cui possa elevarsi in questa vita, poiché essa è conforme a nostro Signore nella perfetta sottomissione che Egli praticò verso Dio nei suoi patimenti. Gesù Cristo, infatti, benché nella sua carne provasse somma ripugnanza per la croce, non ascoltò la carne né i desideri della carne, ma sempre visse in una perfetta conformità con la volontà del Padre suo. I sacerdoti adunque, essendo Cristiani perfetti, scelti in mezzo alla Chiesa per stare e servire davanti al Tabernacolo di Dio, devono essere attenti in un modo particolare a praticare questa virtù. È questo il loro carattere speciale, il contrassegno che li deve distinguere; la loro pazienza li disporrà a portare l’onorifica dignità di cui sono investiti e li farà riconoscere come servi e familiari di Dio. – Sacerdoti e Pastori devono possedere la pazienza in grado eminente; poiché, in Gesù Cristo e con Gesù Cristo sono sacerdoti, e vittime per i peccati del mondo. Gesù Cristo, il nostro Sommo Sacerdote, ha voluto essere la vittima del suo sacrificio e si è costituito Ostia per tutto il popolo. I sacerdoti sono come sacramenti e figure di Gesù Cristo. Gesù vive in essi per continuare il suo sacerdozio, e li riveste dei suoi propri sentimenti e delle sue disposizioni interiori del pari che del suo potere e della sua Persona, perciò vuole che siano stabilmente animati dallo spirito interiore e dalle disposizioni di Ostia per offrire e sopportare, per far penitenza, insomma, ed immolarsi alla gloria di Dio per la salvezza del popolo. – I sacerdoti non solo devono, ad imitazione di Nostro Signore, essere vittime per il peccato con la penitenza, con le persecuzioni e le pene interiori ed esterne, ma devono ancora essere vittime di olocausto; questa è la loro vocazione. Non basta quindi che soffrano, come Gesù Cristo, ogni sorta di pene, sia per i propri peccati, sia per i peccati del popolo dei quali portano il peso; devono inoltre essere, con Gesù Cristo perfettamente consumati interiormente nell’amore. Lo Spirito di amore dà forza e potenza per sopportare le pene e le afflizioni per quanto possano essere grandi; e siccome Egli è infinito, ci dà forza e potenza quanto è necessario per sopportare tutte quelle che ci possono capitare nella nostra vocazione. Tutti i tormenti del mondo non sono nulla per un cuore generoso che sia ripieno della virtù di un Dio che può portare sopra di sé mille e mille pene, molto più violente di tutte quelle con le quali il mondo e il demonio potrebbero affliggerci. S. Paolo alludeva appunto a questo spirito quando diceva: « Omnia possum in eo qui me corfortat, tutto io posso in Colui che è la mia forza » (Fil. IV, 13). Perché Dio abitava in lui, qualsiasi pena gli sembrava cosa da nulla. In questo medesimo Spirito eterno, immerso e onnipotente, il grande Apostolo chiamava momentanee e leggiere le sue tribolazioni: « Momentaneum et leve » (II, Cor. IV, 17). Perché Gesù le soffriva e le sopportava Lui, facendogli, con la sua presenza, vedere e sentire qualche cosa della sua eternità; perciò l’Apostolo considerava tutto il tempo di questa vita come un istante brevissimo. Così pure, Nostro Signore, col farci scoprire interiormente la sua potenza e la sua forza capace di portare mille mondi, ci fa riconoscere che il suo carico è leggero « Onus meum leve » (Matth. XI, 20). Talora Egli ci priva del sentimento sensibile del suo potente aiuto, affinché sentiamo il peso della tribolazione, nella debolezza della nastra carne e nell’infermità in cui l’anima nostra viene ridotta da tale privazione. Ma con questa specie di abbandono Egli vuole ottenere nelle anime nostre due grandi effetti. Il primo è d’ispirarci il disprezzo di noi medesimi e delle debolezze della carne: il secondo d’infonderci una grande stima di Dio e della sua forza, perché quando sentiamo la nostra debolezza, ci troviamo costretti, per necessità, a ricorrere a Dio e a stare in Lui. onde essere fortificati e sorretti per fare e soffrire a gloria sua tutto quanto gli piacerà.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 13

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (13)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 – Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 , F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO VIII.

Della mortificazione

V.

Pratica della mortificazione

Esame, — Proponimenti: 1. rinunciare alla nostra vita propria, — imitando Gesù Cristo. — Vita di Dio in noi. — 2, lasciare piena libertà all’azione di Dio. — La mortificazione è la condizione della presenza di Dio in noi.

Dopo aver considerato i motivi che ci obbligano a praticare la mortificazione, ed essercene ben convinti, dobbiamo esaminare, con sentimento di confusione davanti a Dio, quanti anni abbiamo passati in una vita immortificata. Allora noi si viveva in noi stessi e secondo il nostro amor proprio, dolendoci per qualsiasi cosa che ci contrariava, né potendo soffrire cosa che fosse opposta alle nostre inclinazioni e ai nostri desideri naturali. Una tale condotta è in opposizione con esempio di Gesù Cristo nostro modello; Gesù non ha mai seguito le inclinazioni umane né i desideri naturali. Cristo non ha mai cercato di piacere a se stesso; Christus non sibi placuit (Rom. XV, 3). Quante volte ci siamo dati all’impazienza? Quanti desiderii di amor proprio abbiamo assecondati? Insomma, per quanti anni abbiamo vissuto non da Cristiani, ma da pagani, mentre l’unico principio della nostra condotta era la nostra soddisfazione e la nostra carne, né ci curavamo dello Spirito Santo che interiormente ci manifestava il nostro dovere e vi ci portava con efficace amore?

***

In seguito a questo esame, dobbiamo risolverci a fare due cose. La prima sarà di studiarci, per mezzo della meditazione, di rinunciare a noi stessi e a questa vita propria che è vita di condanna; di far quanto possiamo per resistere a quei desideri della carne che ad ogni momento nascono in noi, e per sopprimere i movimenti sregolati e disordinati della natura, la quale non è un principio di vita cristiana.

La vita cristiana proviene in noi dallo Spirito vivificante che Dio ci dà nel battesimo, nel quale  siamo fatti figliuoli di Dio, animati dalla sua medesima Vita, riempiti di una medesima sostanza, per cui dobbiamo, in tutto,  essere mossi e diretti da Lui. – Gesù Cristo sia in ciò il nostro modello: Egli, infatti, si lasciava perfettamente go.vernare dallo Spirito di Dio suo Padre; orbene, noi pure abbiamo il medesimo Spirito. Gesù Cristo non operava mai che secondo la luce del Padre suo: così noi non dobbiamo operare che secondo la fede, la quale è un’ammirabile partecipazione della medesima luce divina (1 Piet. II, 9). Gesù Cristo non operava mai che dietro la mozione dello Spirito divino; così noi dobbiamo nei nostri atti essere sempre mossi dalla carità che Egli infonde in noi perché sia il principio delle opere nostre. Gesù Cristo non operava che nella virtù dello Spirito divino, così non dobbiamo operare che nella forza di quel medesimo Spirito che abbiamo ricevuto nel battesimo e che ci venne comunicato in pienezza nella Confermazione. Questa vita cristiana, che procede dalle Spirito e dallo Spirito è animata, è la vita di cui Dio vive in se stesso e di cui vivono i Santi nel Cielo. Dio si compiace di comunicarci la sua vita nascosta (Vita vestra est abscondita cum Christo in Deo. Colos., II, 3); l’ha rinchiusa in noi in queste mondo, e la manifesterà nel giorno dell’eternità in cui farà vedere chiaramente quale era la perfezione, la santità, la sapienza, la carità e la forza con cui Egli operava in noi. E sarà questo uno degli oggetti della beatitudine dei Santi, nei quali Dio esporrà la bellezza e la ricchezza della sua vita (Col. III, 3). – Al contrario, uno dei più grandi e più sensibili tormenti dei reprobi sarà la maledizione delle opere della carne che essi vorrebbero tutte abolite e distrutte, per non portarne più la pena. Dio, tuttavia, ne darà continua visione a quei disgraziati, che vedranno con ispavento tutti gli effetti che la corruzione della carne avrà operati in essi in questa vita. – Per i miserabili dannati sarà spaventevole la visione degli orribili effetti delle opere della carne; in quel modo che per i beati sarà oltremodo deliziosa la vista delle opere dello Spirito. I Santi, infatti, saranno rapiti di gioia nel vedere la bellezza che sarà il frutto delle loro opere ela santità sureminente con la quale la Maestà di Dio avrà esercitata la sua azione nelle loro anime. – La seconda cosa cui dobbiamo risolverci è una immediata conseguenza della prima; e sarà di lasciare che Dio operi in noi e ci animi del suo Spirito in tutte le nostre opere, poiché Egli vuole essere in noi il principio di qualsiasi atto. O benedizione! O gioia! O inconcepibile felicità! che Dio voglia così vivere nella carne e animarla, perché essa compia opere degne dell’eternità, nelle quali Egli senza fine troverà la sua gloria.

***

Questi sono i due esercizi coi quali dobbiamo dar principio in noi alla vita interiore e divina: bisogna metterci con impegno a mortificarci; poi, essendo morti alla carne, procurare di vivere nello Spirito. Senza di ciò non faremo mai nulla; ogni altro esercizio non servirà che a rovinarci. Tutto il resto è come un unguento che inasprisce il nostro male e non lo guarisce, un palliativo e non un rimedio: Tutto è illusione e abuso, se non si lavora sopra questi principi. Bisogna quindi risolverci alla santa mortificazione per la virtù dello Spirito Santo; perché se avremo cura, per la sua divina virtù, di respingere i sentimenti e le suggestioni abominevoli della carne, noi vivremo, come dice S, Paolo, mentre se vivremo secondo l’impulso dei desiderii e delle suggestioni della carne, noi morremo (Rom. VIII, 13). Se saremo fedeli a mortificare la nostra carne nelle sue concupiscenze e nei suoi desideri, Dio si renderà presente in noi; Egli si unirà intimamente con noi; e maggiore sarà la nostra cura di mortificarci e di rinunciare a noi stessi anche nelle minime cose in cui la carne potrebbe ricercare sé medesima, maggiore sarà pure l’amore con cui Dio ci vivificherà e ci animerà. – Per giungere alla contemplazione non v’è via migliore della purificazione di noi medesimi, con la quale eliminiamo da noi tutto ciò che non è Dio, e rendiamo l’anima nostra pulita e pura come uno specchio nel quale quel sole che è Dio si compiace di imprimersi e tenersi presente. In questo consiste la vera vita dei Cristiani, essa è una partecipazione della vita medesima dei beati nella contemplazione della verità di Dio a loro sempre presente dovunque si trovino.

VI.

Considerazioni su l’immortificazione

Ingiuria al Padre. – a Gesù Cristo, – allo Spirito Santo. – Trionfo del demonio. – Disordine nell’uomo. – Confusione per voi; tristezza e rimorso per l’ora della morte. – Avvilimento dell’anima. – Equità della mortificazione.

1° Noi facciamo una speciale ingiuria all’Eterno Padre, quando rifiutiamo di privarci per la sua gloria del godimento d’un miserabile piacere, rimanendo insensibili sia alla considerazione della sua presenza, come all’autorità del uo comando, ed alla minaccia dei suoi castighi, insensibili persino alla promessa. dei torrenti immensi delle sue delizie che saranno il premio della mortificazione.

2° Quale confusione per il Figlio di Dio! Aver sofferto tanto per obbligarci a resistere ai nostri sensi, eppure, né il sentimento di tante grazie e di tanti doni che Egli ci ha meritati, né l’esempio che ci ha dato, né la forza che ci ha acquistata possono nulla sopra di noi! E da parte nostra quale disprezzo della vita, del sangue e della morte di Gesù Cristo!

3° Quale affronto per lo Spirito Santo! Egli risiede in noi per opprimere la carne nelle sue pretese, per stabilire il suo impero sopra l’assoggettamento dei nostri sensi, delle nostre passioni e di noi medesimi; eppure questa divina e augusta Persona, questo Dio vincitore di tutto il mondo, questo augusto Re di tutte le creature, si vede ridotto ad essere schiavo dei nostri sensi, assoggettato ad una passione, vinto dalla carne e troppo spesso rovesciato dal suo trono e scacciato dalla sua dimora!

4°Quale soggetto di superbia per il demonio, mentre esso nella creatura trionfa del Dio vivente, e vede assoggettati sotto i suoi piedi il Cristiano e insieme il suo Dio! Quale vergogna per noi che venga commesso, per mezzo nostro, un sì orribile attentato: un Dio schiavo sotto i piedi del demonio!

5° Quale disordine nell’uomo! Quale sconvolgimento nel suo essere! L’appetito inferiore che dovrebbe essere soggetto allo Spirito, ne è invece il padrone, e la carne è sovrapposta allo spirito; in una parola, il padrone in noi è divenuto lo schiavo. Dio ha tanto fatto per ristabilire per mezzo del suo Figlio l’ordine primitivo della nostra condizione, e noi d’un colpo rovesciamo i suoi meriti, il suo sangue, la sua grazia e tutta l’opera sua, tutti i disegni del Padre, tutte le fatiche del Figlio, tutti gli sforzi e le operazioni dello Spirito Santo.

6° Qual frutto riceviamo da un istante d’immortificazione, se non il rimorso nel cuore, la confusione che ci fa arrossire per la vergogna, ed infine la condanna eterna?

7° Il piacere è Passato, e la pena resta: il piacere è stato di brevissima durata, la soddisfazione è stata leggerissima, ma i disagi dureranno in eterno,

8° Quale tristezza per l’anima all’ora della morte, quando vedrà nel languore senza vita quelle membra con le quali avrebbe potuto acquistare gradi di gloria immortale, e si troverà invece, per colpa della sua immortificazione priva di speranza e priva di merito nelle sue opere!

9° Quale dispetto essa proverà pure in quell’ora contro se stessa, per essersi miseramente perduta in soddisfazioni di cui, sotto la luce di Dio, vedrà l’iniquità  e la viltà, soddisfazioni che non avranno più allora nulla di quelle ingannevoli attrattive, di quelle fallaci illusioni che la seducevano e l’immergevano nel peccato!

10° Quale gioia, al contrario, non sentirà allora l’anima che in questa vita sarà stata fedele e costante nella mortificazione! Quale gioia nel vedere le sue membra allora ormai inutili e senza vita, aspettare di vivere della vita gloriosa di un Dio risorto, il quale, con la sua vita di travagli e di pene, ha conquistato per i suoi membri afflitti e crocifissi con Lui, la pienezza della gioia e della beatitudine che dal Padre suo deve ricevere in essi, per aver sofferto ed essersi mortificato in essi!

11° Qual terrore nel vedersi presentata ad un giudice così esatto, giusto e rigoroso! Dio accoglierà l’anima con gradimento tanto maggiore quanto più essa avrà sofferto in questa vita; la castigherà invece con tanto maggior rigore quanto più essa sarà stata indulgente per sé stessa, quanto più per la propria soddisfazione avrà assecondato le voglie della carne e le suggestioni del demonio.

12° O’ anima cristiana, rifletti perché il tuo Dio ti ha creata e perché nella sua Misericordia ti ha rigenerata! Non già perché  vivesti nell’impurità e nell’immondezza della carne, ma perché t’innalzassi alla santità di Dio medesimo (1 Tess. IV, 7). La volontà di Dio Padre, nel riformarci secondo la sua propria immagine, è di farci santi come Lui (1 Tess. IV, 5). Dio è santo e vuole che i suoi figliuoli siano santi (1 Piet. I, 6). – Il Figlio suo, dice S, Paolo, è risuscitato a questo fine, affinché camminiamo in una vita nuova, vale a dire nella santità. Per questo pure ci ha dato il suo divino Spirito di santità: e per questo dimora in noi onde fare di noi i suoi templi e santificarci in tutto. Il suo disegno è di fare di tutti i Cristiani. nella sua Chiesa, altrettanti angeli, e come spiriti separati dalla carne per la santità (1 Cor. III, 17).

13° O anima! Che cosa fai tu? Che cosa sei divenuta? Dov’è la santità e la perfezione delle tue vie? Tu che eri così bella come la luna, eletta come il sole, immacolata per la grazia del battesimo! (Cant. VI, 9).

14° Che cosa ne è ora di quello splendore di Dio e dove mai sei ridotta? Sei diventata più nera dei carboni (Thren. IV, 8). Eccoti per causa della tua immortificazione e dell’aderenza alla carne, più nera del carbone, più sporca di uno straccio coperto di fango e di marcia: Quasi pannus menstruatæ (Isa. LXIV, 6).

15° Sorgi dal tuo avvilimento e dalla tua confusione: ritorna a Dio tuo Createre, fiduciosa che ti purificherà! Saresti anche più nera di un Etiope, egli ti renderà più bianca della neve. Invoca il Signore, nella sua bontà e nelle sue misericordie che sono maggiori della sua giustizia!

16° Mercè la confessione dei nostri peccati, preveniamo l’ira della sua giustizia: evitiamo le pene col punire noi medesimi, offrendo soddisfazioni per le nostre colpe e castigando la nostra carne per mezzo di quelle medesime cose nelle quali essa ha peccato. La soddisfazione in Gesù Cristo, la penitenza animata e vivificata dal suo spirito, vale tutto per un’anima che si è investita di Lui, che è pienamente animata dall’intenzione di piacere alla giustizia del Padre senza riserva e di fargli ammenda onorevole, mediante un puro sacrificio di amore, di buona e pura volontà!

17° Da ultimo, cosa può esservi mai di più potente contro l’immortificazione che il pensiero che siamo peccatori, e come tali non dobbiamo più ricevere nessuna gioia dalle creature? Queste non debbono più servire che a crocifiggerci e a castigarci, invece di rallegrarci e consolarci; anzi. Come delinquenti, dobbiamo crocifiggerci noi medesimi incessantemente e in tutto; perché la crocifissione è il supplizio che Dio istituito e consacrato per punire il peccato e farne giustizia – La crocifissione, è una pena universale che colpisce e fa soffrire tutta la carne; è la morte totale dei sensi e di tutto noi medesimi, e non solamente un supplizio che colpisca solamente qualche membro e produca la morte mediante qualche pena particolare.