MEDITAZIONE PER L’AVVENTO 2018 [A Meditation on Advent 2018 A. D.]

A Meditation on Advent 2018 A.D.

On the Sunday, December 2nd, the new Advent Season has begun.

All of us, who belong to the Church Militant, during twenty three days, will be waiting for the New Born Savior’s Coming.

Do we remember what the purpose of Our Lord Jesus Christ’s First Coming is?

The purpose of Our Lord Jesus Christ’s First Coming is to show us that God did not abandon man after he fell into sin, and God Himself came down to “save his people from their sins”.

Do we remember what sin is, and what we lose by committing mortal sin?

Sin is a wilful violation of the divine law, and by committing mortal sin, we lose the grace of God and eternal salvation. Sin separates us from God, but God wants us to stay united with Him, not only in this world, but also in the world to come. To unite us with God, He sent Jesus Christ, the only-begotten Son of God, true God of true God, Who is “hungry” for our eternal salvation.

So, let us be “hungry”, not for mortal sin, but for eternal salvation, our own and our neighbors.

Let us be militant, not against our neighbors, but against our sins. And as God forgives us our debts, let us also forgive our debtors.

Let us be waiting for Our Savior’s Coming, by preparing ourselves for a good Confession, in order to unite ourselves with Him, in Holy Communion and in a state of grace.

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Meditazione per l’AVVENTO 2018

Domenica 2 dicembre è iniziato l’attuale tempo di Avvento.

Tutti noi che apparteniamo alla “Chiesa militante”, nei prossimi 23 giorni, aspetteremo la Venuta del Salvatore Neonato.

– Ricordiamo qual è stato lo scopo di questa prima venuta del nostro Signore Gesù Cristo?

Lo scopo della prima venuta di nostro Signore Gesù Cristo è quello di dimostrarci che Dio non ha affatto abbandonato l’uomo dopo la sua caduta nel peccato, tanto che Dio stesso è sceso per “salvare il suo popolo dai suoi peccati“.

– Ricordiamo cosa sia il peccato e cosa perdiamo commettendo un peccato mortale?

Il peccato è una grave violazione della legge divina, e pertanto commettendo un peccato mortale, perdiamo la grazia di Dio e la salvezza eterna. Il peccato ci separa da Dio, ma Dio vuole che rimaniamo uniti a Lui in questo mondo e nel mondo a venire. Per unirci a Dio, Egli ha inviato Gesù Cristo, l’Unigenito Figlio di Dio, Dio vero  da Dio vero , che “ha fame” della nostra  eterna salvezza.

Quindi, vediamo di essere “affamati” non del peccato mortale, ma della eterna salvezza nostra e del nostro prossimo.

Cerchiamo di essere militanti, non contro il nostro prossimo, ma contro i nostri peccati. E come Dio perdona i nostri debiti, perdoniamo anche noi ai nostri debitori.

Aspettiamo la Venuta del nostro Salvatore, preparandoci ad una buona Confessione, per unirci con Lui nella Santa Comunione alla Messa di Natale .

Fr. UK

(Sacerdote della Chiesa eclissata)

 

IL PAPA IN ESILIO ED IL PAPA IMPEDITO

[Secondo Franco: RISPOSTE POPOLARI ALLE OBIEZIONI PIU’ COMUNI CONTRO LA RELIGIONE – Vol. PRIMO, Coll. Artigianelli, Torino, 1889, imprim.]

CAPO XL

1. Se il Papa sia veramente prigioniero.

2. Se le guarentigie valgano a guarentirlo.

Quando scrissi i capi antecedenti il Papa era già spogliato di alcune sue provincie e minacciato delle rimanenti, ma nel mettere che fo sotto il torchio la presente edizione, il latrocinio totale è consumato, ed il sommo Pontefice è privo di ogni podestà regia. Noi dicevamo che, toltagli questa, ei non poteva essere che uno schiavo, ed ora è luogo di osservare se ci siamo apposti al vero o abbiamo ragionato assennatamente. Sappiam bene che gli usurpatori dei suoi Stati, aggiungendo al danno la beffa, ridono della prigionia pontificia, e per isfatarla mostrano il palazzo splendido che gli hanno assegnato, i milioni che come ricco appannaggio gli hanno offerto, le leggi che hanno sancito per guarentigia del suo sacro ministero: e tanto esagerano questa loro liberalità da far credere a certi zoticoni che veramente la prigionia del Papa è una fiaba e persuadere a parecchi Governi (che del resto hanno una voglia matta di essere persuasi) che nulla manca al Capo della Chiesa di quanto può essere necessario all’adempimento del suo alto uffizio. – La verità però è questa: che quanto i Cattolici avevano predetto dover avvenire al sommo Pontefice, se gli fosse stato tolto il temporale dominio, tutto si è avverato al di là delle loro previsioni, e come è sommamente necessario che tutti ne siano convinti, cosi vediamolo brevemente.

  1. È dunque vero o falso che il Papa sia prigioniero? Sì è prigioniero, anzi questa parola non rende abbastanza il concetto per cui è adoperata. Il sommo Pontefice si espresse esattamente quando disse d’essere in balìa di una nemica podestà, sub hostili potestate constitutus. Imperocché meno è l’essere prigioniero che stare nelle mani di un nemico. La pubblica autorità quando ha soddisfatto alla legge condannando un reo alla carcere, non ha e non debbe esercitare con lui ostilità di sorta. Può anzi e deve, salva la pena a cui l’ha condannato la legge, usargli trattamenti, compassione e perfino quegli alleviamenti che un’ordinata carità prescrive e consiglia. Laddove chi sta nelle mani di un nemico non può aspettarsi altro che quello che l’odio e la passione sanno suggerire. Or questo è proprio tutto il caso del sommo Pontefice, voglialo o no la perfidia di quelli che l’hanno accerchiato. E si parrà chiaro solo che si consideri la differenza che passa fra quello che costituisce la libertà di un privato e quella che è richiesta al sommo Pontefice. Un privato non può reputarsi prigioniero quando abbia libertà di muoversi per una città ed anche di viaggiare in paesi stranieri, quando possa usare dei diritti comuni a tutti i cittadini di disporre della propria persona, di giovarsi dei tribunali per far valere i suoi diritti e per cessarsi le molestie ed i soprusi, quando abbia rendite non solo bastevoli ma pure abbondanti: e chi, godendo questi diritti, rimpiangesse la sua perduta libertà, si dichiarasse vittima de’ suoi nemici, moverebbe a riso e si farebbe stimare poco meno che fuor di cervello. Ma è tutt’altro il caso del sommo Pontefice. Quando si tratta di lui non si parla dell’uomo privato, si parla dell’uomo pubblico, si parla del Pontefice supremo in quanto è tale. Ora se è in istato di esercitare tutti i suoi ministeri, è libero veramente: se è inceppato in questi, a tutto rigore di verità egli è schiavo.Quali sono i suoi doveri? Egli è capo della Cristianità e capo che ha tal connessione colle membra che queste disgiunte da lui non hanno più vigore né vita soprannaturale. Quindi deve aver comunicazione libera co’ suoi soggetti ed i suoi soggetti debbono aver comunicazione libera con lui. Ha il Papa presentemente questa libertà di comunicazione? Inchiavellato nel regno d’Italia, le poste, i telegrafi, i vapori che sono i mezzi di comunicazione unici e soli, in mano di chi stanno? Certamente non in mano sua. Se il Governo italiano vuole intercettargli le lettere, sopprimergli i telegrammi, visitare i vapori che portano le sue ambasciate, i suoi ordini, chi gliel divieta efficacemente? Accadeva ben talvolta anche prima che un Governo estero nemico alla Chiesa, arrestasse a’ suoi confini gli ordini di Roma: ma il Pontefice pubblicandoli nel suo Stato, li rendeva noti ed obbligatorii dovechessia: ora che cosa farà? Eppure non abbiamo ancora visto il caso tutt’altro che impossibile ad avvenire, del Governo italiano in rotta ed in guerra con qualche altra nazione. Come farebbero allora questi nemici d’Italia a trattare col sommo Pontefice? Come si recherebbero a Roma, con qual facilità, con qual sicurezza, e di rincontro qual libertà avrebbe il Pontefice in tutti quei provvedimenti che avesse da prendere rispetto a quella nazione? In tutti questi incontri così facili ad avvenire dove andrebbe a parare la libertà del Vicario di Cristo?Inoltre il Papa è giudice supremo della fede e della morale, e questo titolo non importa solo risoluzione delle controversie che si sollevano a quando a quando sopra l’intelligenza d’una o di un’altra verità cristiana: ma importa vigilanza continua sopra la dottrina che s’insegna nei trattati messi a stampa, che si dà nelle scuole e nei seminari chiericali soprattutto, che si dimostra nella professione esterna delle credenze dal popolo cristiano. Si consideri per poco la vastità delle cognizioni d’ogni sorta che a ciò si richiedono, l’estensione del lavoro che vi ha trattandosi di tutta la cristianità divisa in tante lingue e tanti paesi, e si comprenderà quanta sia la necessità di dottori, di consultori, di congregazioni, di ufficiali d’ogni ragione per attendere ad opera così vasta. Il sommo Pontefice al presente possiede la libertà necessaria per formare cotesti uomini, per ispesarli, per giovarsene secondochè richiede l’uffizio suo?Il Pontefice è l’evangelizzatore del mondo. Niuno sarà per negare che al Vicario di Cristo sia detto principalmente Andate ed insegnate a tutte le Genti, poiché a lui spetta il dare la missione legittima agl’inviati. Del mondo sin quì conosciuto tre quarte parti giacciono ancora nell’ombra della morte e quindi aspettano dalla cattedra di Pietro l’avviamento all’eterna salute. Ma donde sceglie per ordinario il sommo Pontefice i suoi pacifici conquistatori? Li toglie dal clero vuoi secolare vuoi regolare, ma da questo secondo principalmente. E la ragione è chiara. Il clero secolare, come quello che nelle città e nei paesi cattolici porta il pondus diei et cestus del ministero quotidiano delle parrocchie, non è cosi libero a volare in paesi lontani. Laddove il clero regolare, sciolto per ordinario dalla cura delle parrocchie, si volge con tutto l’ardore al ministero dell’evangelizzazione dei paesi infedeli. Come i monaci hanno evangelizzato a lor tempo la Bretagna, le Gallie, la Germania, la Danimarca, la Svezia e quasi tutta l’Europa, cosi i religiosi del secolo decimosesto e decimosettimo hanno evangelizzato il Brasile, il Perù, il Messico e pressoché tutta l’America allora abitata. Ma lo stesso avviene ai di nostri. Le Missioni della Cina, delle Indie, dell’Africa, dell’Oceania, fatta qualche rara eccezione, son tutte in mano dei religiosi. Ond’è che il sommo Pontefice dalla sua Roma per mezzo dei superiori tutte le dirigeva ed amministrava. Ma, spenti i religiosi e tolti di mezzo i Capi d’Ordine, non si troverà il sommo Pontefice troncate le braccia per l’opera maggiore che Iddio gli abbia commessa sopra la terra? Già sin d’ora parecchie di queste Missioni se ne risentono grandemente.Dove si richiedevano dieci, venti missionari, non se ne trova più che qualcuno, e non solo non si procede ad acquisti novelli di anime, ma non si possono mantenere i già fatti. Eppure siamo solo ai principii della bufera. Che cosa sarà quando per questo stato di cose più prolungato, siano venute meno le vocazioni, sia stata impedita la formazione dei missionarii? Quale immensa rovina per le anime! quale violenza fatta alla Chiesa di Cristo! Certo a qualche ministro miscredente, a qualche deputato frammassone non turberà i sonni che i barbari rimangano barbari, che gli antropofagi continuino tra di sé a divorarsi, perché si sa quel che vale la loro filantropia. Ma il sommo Pontefice che vede e sente con la carità di Cristo il peso di quella barbarie e soprattutto la perdita di quelle anime, non ha forse ragione di gemere e dichiararsi costituito sotto una autorità ostile, quando si vede spogliato violentemente di tutti que’ mezzi che gli sono assolutamente necessari per riparare tanti mali? Il sommo Pontefice è il Capo del culto che la terra deve rendere al Cielo; culto che non si disfoga solo cogli atti di ossequio che si rendono direttamente alla divinità, quali sono la fede, la retta adorazione, il sacrificio, ma che abbraccia tutte le virtù onde l’uomo si rende meno indegno di Dio, tutte le opere che dall’indole stessa delle credenze fioriscono in quelli che le professano sinceramente. Di quanti ministri avrà dunque bisogno? di quanto magistero di uomini probi e sapienti? di quanto esercizio di opere pie d’ogni maniera? Or tutto ciò gli è reso pressoché impossibile. I Cristiani non nascono Cristiani, dicevano gli antichi, ma si formano tali: molto meno si nasce dottore, teologo, uomo di senno e di pietà: è dunque d’uopo di formarli con la pietà nell’educazione e con la dottrina. Qual mezzo è stato lasciato al sommo Pontefice per sì difficile impresa? Aveva egli due Università, che per le scienze civili stavan al pari di qualunque studio più eletto, per le scienze sacre erano le prime del mondo, vo’ dire la Sapienza, e l’Università Gregoriana sotto il nome di Collegio Romano. Questa gliel hanno sbandata e soppressa, quella gliel hanno ritolta e contaminata. Il Papa non ha più uno Studio, dove far insegnare solennemente la scienza della fede e cristianamente le scienze civili. E tutta quella gioventù che ivi accorreva, che ivi si formava alle scienze dei sacri canoni, della teologia, delle sante Scritture, della polemica, che forniva poi alle Congregazioni, al governo della Chiesa, la copia necessaria di sapienti sacerdoti, consultori e prelati, tutta quella gioventù dove è andata? È scomparsa del tutto. Rimangono alcuni Collegi particolari che, come appartenenti a nazioni estere, se poterono essere molestati, spogliati a mezzo delle rendite, non poterono essere soppressi. Ma qual prò dell’averli se a mano a mano siano privi di quei professori illustri che già vi attraevano tanta gioventù, e se per la confusione delle cose umane e divine che regna in Roma, riesce pericoloso il mandarveli? Ora io non so che cosa possa parerne ad altri, ma a me sembra pur qualche cosa che il Maestro delle nazioni sia condannato a non potere aprire uno Studio secondo la legge cristiana. E pel culto cattolico che cosa può fare? Avrebbe debito di promuoverlo col lustro delle sacre funzioni con la riverenza mantenuta ai sacri ministri, col non tollerar nulla che gli riuscisse di spregio. Si, ma si provi il Papa a bandire una processione, a prescrivere una solennità, a promuovere una mostra esterna di fede senza che se ne impensierisca il Governo, senza che ne impedisca tutto quello che è esteriore: sono poliziotti, sono gendarmi, sono guardie di ogni colore e di ogni nome, che hanno sempre qualche pretesto per infierire contro i fedeli sin nelle chiese, come avvenne al Gesù ed in S. Pietro. La libertà, la protezione, il favore è tutto riserbato per gli eterodossi, pei dileggiatori delle cose sante, per i frammassoni che accompagnano i loro frammassoni alla tomba, per le mascherate che deridono sacrilegamente le persone e le cerimonie di santa Chiesa. All’ombra dell’attuale Governo, le sètte più luride che appestino Europa ed America poterono ergere oltre a dodici sinagoghe nella città del Vicario di Cristo in pochi anni. Son pure fatti che significano qualche cosa.Non parlo delle Opere Pie che sono l’esplicamento naturale della fede di Gesù Cristo, opere che dal Papa debbono essere sopravvegliate, rette, amministrate da lui essenzialmente: perocché è chiaro che il Papa nella Roma di oggidì non può non dico fare un regolamento per un ospedale, dare una norma per un orfanotrofio, divisare un provvedimento per i poveri, ma non può mutare un inserviente scandaloso, od un direttore inetto in qualsiasi amministrazione di carità dalla Chiesa istituita e mantenuta. Or tutte queste prodezze della rivoluzione a taluni paiono la cosa più naturale del mondo, ma chi sa che non abbiano tutto il torto quelli che la reputano una violenza atroce fatta ai diritti di Gesù Cristo e di santa Chiesa?Finalmente, per restringere tutto in poche parole, ecco quali sono le condizioni che la rivoluzione in Italia ha fatte al sommo Pontefice. Il Papa ha stretta obbligazione di attuare tutte le istituzioni che Cristo ha poste nella sua Chiesa, e prima che in qualsivoglia altro luogo, conviene al suo decoro che le venga attuando nella sua diocesi propria. Ora nella stessa sua Roma egli è costretto a vedere coi propri occhi impunemente ed efficacemente manomessa, impedita, proscritta la professione dei consigli evangelici. Egli ha debito di governare tutte le nazioni cristiane indirizzandole al termine dell’eterna salvezza: e proprio nella sua Roma ha da sostenere la sottrazione di tutti i mezzi materiali e morali che sono richiesti ad opera così vasta. Egli ha debito di ammaestrare tutte le genti e soprattutto i pargoli: e deve vedere con i suoi occhi strappato il popolo ed i pargoli al suo insegnamento, perché sia dato in preda a turbe di maestri corrotti e corrompitori di ogni sano principio e di ogni buon costume nella stessa sua Roma. Egli ha obbligo di impedire gli scandali per quanto può privati e pubblici che contaminano i grandi ed i piccoli nelle città e nei regni: ed è costretto a sostenere nella sua Roma gli scandali più infami contro la fede e la morale nei teatri e nelle feste pubbliche. Egli ha obbligo, come Maestro dei Cristiani, di proibire la stampa rea vuoi dei giornali, vuoi dei libri; ed è costretto a vedere nella sua Roma una turba di giornalisti, di romanzieri, di pubblicisti di ogni fatta che impugnano la esistenza di Dio, la divinità di Cristo, e fino le leggi stesse della natura. Egli ha obbligo di mantener in fiore il culto divino, la solennità delle sacre funzioni, la riverenza ai ministri dell’altare, perché non si diminuisca il concetto verso le cose sante: ed ha da vedere nella sua Roma impedite le funzioni esterne della Chiesa, trascinati ai tribunali i suoi sacerdoti e la sua stessa persona travolta nel fango perfino dai deputati del parlamento. Insomma egli è il Vicario di Cristo, Sposo di santa Chiesa, Padre di tutti i credenti, Clavigero del regno dei Cieli, e là dove Cristo lo ha collocato ad esercitare sì eccelsi uffici deve vedere, impotente a rimediarvi, ergersi templi di falso culto, dilacerarsi la Chiesa, strapparsi dal seno delle verità i suoi figliuoli e chiudersi per anime senza numero la via del cielo.Sono vere o sono false tutte queste accuse? Se sono vere, come è manifesto, altro che prigioniero deve dirsi il sommo Pontefice, esso è fra le catene di una tirannia che lo odia, che lo beffeggia, che l’avversa, che lo inceppa in tutto quello che è più essenziale al suo ministero. Hanno pertanto buon garbo davvero quei grandi uomini che si fanno le grasse risa sopra il sommo Pontefice, quando si dichiara posto sotto autorità che gli è nemica: e garbo anche maggiore ha Giulio Simon presidente del ministero di Francia, quando dall’alto della sua presidenza ministeriale definisce ex tripode in servigio della rivoluzione che al Papa nulla manca di quanto gli è necessario al governo di santa Chiesa. Resterebbe solo a chiedergli per isfogo di una giusta curiosità, quale scopo abbia questa sua dichiarazione. E balordaggine che nulla vede? Non si può supporre neppure in un ministro rivoluzionario. E viltà d’animo per attirarsi le simpatie del Governo italiano? La Francia non è ancora caduta si basso da mendicare la protezione dell’Italia. Vuole egli beffarsi dei Cattolici dell’universo? È impresa a cui non si riesce. Vuole sfogare contro la Chiesa la bile frammassonica che lo divora? si scopre troppo da se medesimo. Che cosa sarà adunque? un effetto di tutte queste cause riunite insieme? Lo risolva il lettore. – Io passo ad aggiungere un’altra osservazione, ed è che, stando in questi termini le cose, il Papa, anche quanto alla sua persona, è a tutto rigore di verità prigioniero. E vaglia la verità a che serve il dire al Papa che esca dal suo palazzo, che dispieghi in pubblico la maestà delle sue funzioni, che respiri e goda le aure della libertà introdotta in Roma, quando non solo non è assicurato che gli verrà mantenuta la riverenza dovuta al suo grado, ma è moralmente certo che gli sarà perduto ogni rispetto e sarà fatto segno di ogni insulto più grave? E se il cielo vi salvi, non gli fu promessa dalla rivoluzione l’inviolabilità della persona come a sovrano monarca? Or bene, non è piena Roma delle caricature più luride ed oscene contro la maestà del Pontefice? E quando il Governo ne ha impedito l’esposizione e la vendita? Non sono stati gli atti della sua autorità dichiarati fuori di ogni sindacato? Eppure qual è quel giornalista cosi oscuro che non faccia risalire sino alla persona di lui le critiche più virulente ed amare? Qual è quel deputato cotanto abietto che, svillaneggiando nel parlamento di Roma il Vicario di Gesù Cristo, non ottenga gli applausi dei suoi onorandi colleghi? E quando di tutto ciò o camere, o ministri fecero risentimento? Più, la stessa sua persona non fu esposta a pubblico strazio in mascherate solenni, in orge popolari sotto gli occhi delle milizie che lasciavan fare; della polizia che batteva palma a palma? E dopo tutti questi fatti, avvenuti al cospetto di tutta Europa, trarranno innanzi con le mani piegate e col collo torto i nostri dabben liberali ad esclamare: Oh perché il Papa non si mostra in pubblico, oh perché i Gesuiti ce lo sequestrano? Perché lo rapiscono al nostro amore, alle nostre ovazioni? Ah tristi ed imbecilli, rispondete una parola se l’avete. Un Governo che lo protegge si efficacemente in tutte queste cose si gravi, dà fiducia che lo proteggerà meglio nella sua persona? Lo proteggerà in quelle strade in cui l’ha lasciato calpestare in effigie? In quelle chiese dove ha mandato i suoi soldati a percuotere i fedeli? Su quelle piazze dove ha imprigionato chi lo applaudiva? Che i cattolici siano semplici è bene, poiché cosi l’ha consigliato il Maestro divino, ma che siano stupidi da non comprendere le cose più chiare, niuno l’ha mai consigliato: anzi ci fu comandato di accoppiare alla semplicità la prudenza. Che però non crediamo a costoro che orde di popolani che il Governo ha sedotte per averle complici, a cui ha persuaso lungamente nelle conventicole operaie e nelle congreghe frammassoniche, il Papa essere il gran nemico d’Italia, che non hanno a temere per qualunque loro eccesso repressione di sorta, non crediamo, lo ripeto, che siano per riverirne la persona, riconoscerne la dignità. Noi non lo crediamo e con noi non lo crede il sommo Pontefice, non lo crede il sacro Collegio dei Cardinali, non lo credono quanti sono Cattolici sinceri: e tutti trovano necessario che la più grande autorità che sia al mondo, non si getti tra le mani ad agli insulti degli empi suoi nemici, e non si affidi alla discrezione di tali che stanno dando saggio di si squisita discrezione. Il perché rimane evidente fino a tanto che egli è per tal modo sotto la podestà de’ suoi nemici, è anche prigioniero nella sua persona.

II. Ma vi è la legge delle guarentigie che assicura al sommo Pontefice la libertà. Piano, che non v’è proprio nulla che assicuri nulla. Nei capi antecedenti abbiamo dimostrato che la rivoluzione non poteva, non voleva dare al Vicario di Cristo libertà alcuna: qui soggiungiamo che di fatto non l’ha data, e confermeremo che né può né vuole darla minimamente. Che non l’abbia data è manifesto da quanto abbiamo ragionato testé. Con tutte le guarentigie del mondo, al Papa sono state tolte di fatto tutte le libertà sopradescritte e tutte essenzialissime al suo ministero. Insegnamento ne’ collegi e nelle università, Ordini religiosi, possibilità di formar chierici, sacerdoti, consultori, ministri per le molteplici necessità della Chiesa, Opere Pie d’ogni ragione, tutto gli è stato Alla sua persona fu tolto il palazzo del Quirinale, la sede dei Conclavi, la inviolabilità dalle critiche e dagli oltraggi. In che si risolvono adunque le guarentigie? In nulla.E non potevano risolversi in altro, poiché esse sono in se stesse un assurdo. Infatti, perché fossero qualche cosa, esse dovrebbero essere un’assicurazione fatta al mondo cristiano che il sommo Pontefice mai non verrà spogliato di quei diritti che sono essenziali al suo ufficio. Ora a chi è stata fatta questa assicurazione? al Papa? No, perché gli si diede quello che si volle, senza che egli fosse consultato e con lui non si contrasse verun impegno. È una convenzione fatta con le Potenze cattoliche, con le quali si sia stretto un contratto bilaterale? Neppure. Le Potenze conobbero la legge detta delle guarentigie dai giornali, non la stipularono, si rifiutarono persino a riconoscerla. Hanno qualche consistenza almeno nella natura dell’atto con cui si è stabilita? Tutto il contrario, sono una legge fatta dal parlamento, e sotto di un ministero, che può essere attenuata od abrogata da qual si voglia ministero e parlamento. Chiamare adunque guarentigie, assicurazioni un tal atto, non è che un pigliarsi gabbo dei Cattolici ed al danno aggiunger le beffe. – Come dunque si condusse la rivoluzione a questo atto? Ebbe le sue belle e buone ragioni. Per quanto losca d’ingegno, capì la framassoneria che il mondo cattolico aveva diritto sulla libertà del suo Capo supremo, temé che i Governi potessero prendere le parti dei loro sudditi Cattolici e farne risentimento: quindi pose le mani avanti, finse di riconoscere la necessità del Pontefice libero, tolse anzi sopra di sé il provvedervi, e con la gherminella delle guarentigie l’accoccò a quei balordi che si appagano delle apparenze, e contentò quelli che principalmente volevano confiscato il temporale, perché fosse atterrata l’autorità spirituale. Nel qual tranello però si vede tutta l’iniquità degli usurpatori del temporale dominio del Pontefice. Imperocché se essi stessi riconoscono che il Papa ha diritto alla sua indipendenza, che i popoli cristiani possono insorgere per tutelarli, come è che poi credono di soddisfare a diritti reali con un dono grazioso di semplice cortesia? Eppure le guarentigie sancite per il Papa non sono altro che una cortesia del Governo italiano. Lo hanno detto mille volte i nostri supremi legislatori, quando hanno ventilato quelle magnanime loro concessioni. Lo hanno ripetuto quando hanno affermato che, come il Governo le ha concedute, cosi le può sminuire, abrogare secondo l’opportunità ed il bisogno. Quindi, mentre da una parte concedendole, vengono a riconoscere che il Pontefice ha diritto ad averle, dall’altra pretendendo di menomarle ed abrogarle a talento, vengono a confessare che ai diritti di lui non portano verun rispetto. Or la Cristianità potrà mai tollerare in pace che il suo Capo, il Vicario di Cristo sia trattato cosi indegnamente? Quando il Governo italiano usasse ogni più squisito riguardo al Papa, ancora non sarebbe tollerabile che il Papa gli fosse soggetto: perocché ai fedeli non basta che il loro Padre sia trattato convenientemente per cortesia dell’uno o dell’altro, ha diritto che sia assicurata la libertà di lui da ben altro che dal buon volere d’un ministro o di un principe. Niuno accetta a titolo di grazia quello a cui ha diritto. E se venisse fuori una legge che vi desse facoltà di mangiare, di bevere e vestir panni, voi ridereste della legge e del legislatore, perché a quelle opere avete diritto, senza che vi metta il naso nessun magistrato, dalla stessa legge naturale e divina. Or similmente il mondo cristiano non vuole che il Vicario di Cristo sia libero nelle sue attribuzioni per concessione di Nicotera o di Depretis, ma il vuole in quel modo e per quelle ragioni per cui l’ha fatto libero il divin Redentore. Molto più che, qualunque siasi il Governo italiano e quali che siano i ministri che lo reggono ed i parlamenti che vi fanno le leggi, non saranno poi mai altro che nemici personali del romano Pontefice. Essi medesimi vantandosene hanno detto e più volte replicato che sono tutti rivoluzionari, che è quanto dire vecchi cospiratori, fondiglia di società frammassoniche scomunicate da Santa Chiesa, che hanno pescato in tutte le rivolte degli anni scorsi, come lo dichiarano i loro nomi e le loro gesta. Fatta qualche rara eccezione di pochi illusi che s’imbrancano in quelle file perché non intendono l’obbedienza Cattolica, la grande maggioranza di essi sono uomini senza fede, senza Religione, amici e fautori di ogni culto purché non sia Cattolico, nemici e disapprovatori d’ogni pratica religiosa solo che sia cristiana. Né questo è un calunniarli, poiché i libri che parecchi di loro hanno stampato, ed i discorsi che pubblicamente hanno tenuto, e l’approvazione con cui hanno accolto quelli che li tenevano, lo tolgono di ogni dubbio. Quindi né sono, né possono essere che nemici personali del Vicario di Cristo, quando sono cosi avversi a quella Religione di cui egli è il Capo supremo. Ed a chi ancora ne dubitasse potremmo dire: aprite dunque una volta gli occhi e vedete quel che da venti e più anni a questa parte hanno fatto. Quale delle libertà cattoliche non hanno osteggiata, assalita e inceppata per quanto era in loro? come hanno tolta al Papa la libertà, cosi hanno incagliata l’opera dei Vescovi e dei sacerdoti. Se trovano questi ligi al loro pensare li armano e sostengono contro dei Vescovi, se li trovano contrarli, negano loro fin gli ultimi avanzi delle rendite non ancor confiscate. I Capitoli dei canonici altri totalmente soppressi, altri diminuiti di numero e di entrate. Le doti dei seminari messe all’incanto. Gli atti di culto pubblico attraversati, l’esercito senza cappellani, i preti sotto la leva militare, le scuole senza Catechismo ed obbligatorie, il matrimonio dissacrato, i Cattolici sinceri tolti spesso d’impiego, gli empi posti in onore, le rendite delle Opere Pie parte confiscate, parte stornate dal loro scopo, parte dissipate per impinguare una turba di amministratori, pressoché tutte tolte di mano al clero. Ogni giorno che passa porta a Cristo un nuovo affronto, alla Chiesa una nuova ferita, alla Religione Cattolica un nuovo sfregio, al popolo cristiano un nuovo ostacolo al bene, ed il Governo spesso d’accordo coi municipi che ha formato a sua somiglianza, fa quanto può per distruggere ed annientare il Cattolicismo. Pertanto se questi son fatti innegabili a chiunque abbia mente per intendere, occhi per vedere, riesce manifesto che gli autori di sì gloriose imprese non possono non essere sommamente avversi al romano Pontefice. Ora gli è proprio a questa genia malnata di atei, di deisti, di razionalisti, di empi d’ogni colore e di ogni nome, che tocca a vegliare sul romano Pontefice, a concedergli prima e poi a mantenergli le guarentigie necessarie al suo pastoral ministero! Ah se non si trattasse del più orrido sacrilegio che ricordino gli annali dell’umanità, del più perfido tradimento che mai siasi formato ad intere generazioni che restano spogliate della fede e quindi della vita eterna, sarebbe argomento da destare risa inestinguibili a lutto l’uman genere. Un parlamento come l’italiano a far leggi di guarentigie pel Papa! Ministri come un Cavour, un Rattazzi, un Sella, un Nicotera, un Mancini a custodirle e recarle in atto! Oh præclarum custodem ovium, ut aiunt, lupum! Il perché ornai a me sembra abbastanza chiaro ed evidente che né il Papa è libero, né bastano né basteranno in eterno le guarentigie del Governo italiano a renderlo tale. Dunque che cosa ne seguirà? Ci penserà Iddio, il quale non ha ancora emancipato il mondo, checché altri ne creda, e molto meno ha tolto alla Chiesa il suo amore e con l’amore il suo patrocinio e la sua difesa.

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L’autore di queste vibranti parole, piene di sdegno verso i frammassoni persecutori, e di amore filiale per il Santo Padre prigioniero, aveva immaginato che questo era quanto di peggio potesse capitare al Sommo Pontefice ed alla Cristianità tutta dell’epoca. Ma si sbagliava purtroppo, perché l’attuale situazione è ben peggiore ed ha toccato il fondo di ogni voragine. Il Santo Padre, Gregorio XVIII, eletto il 3 maggio del 1991, successore di Gregorio XVII, è prigioniero ed impedito ancor più di Pio IX costretto all’esilio di Gaeta e poi del Vaticano, e ridicolizzato dalle farsesche leggi delle guarentigie, promulgate da corrotti frammassoni servi di “coloro che odiano Dio, il suo Cristo, i Cristiani e tutta l’umanità”, … ed odiano pure i frammassoni di cui si servono nei loro piani diabolici. Questi scellerati, dal 26 ottodre del 1958, hanno esiliato il Santo Padre, in modo da renderlo invisibile, inesistente agli occhi dei fedeli, e lo hanno sostituito con una serie di “pupazzi” eretici ed a-cattolici che, insediati, usurpandoli truffaldinamente, nei palazzi sacri e nelle chiese Cattoliche, hanno costituito l’anti-chiesa dell’uomo che, dovendo essere ferocemente anticristiana, non poteva fondarsi su un vero Papa divinamente assistito e Vicario di Cristo, perché questi non avrebbe mai ceduto a proclamare eresie, blasfemie, falsità, modifiche sataniche della dottrina rivelata. Essi avevano bisogno di un falso “papa”, di un “papocchio”, un frammassone possibilmente kazaro, prono alle richieste dei suoi mentori e del capo supremo delle logge: lucifero, il cosiddetto “signore dell’universo”, il baphomet delle logge di qualsiasi obbedienza ed abominio degli altari del novus ordo. Quindi a questi “signori”, ai servi dell’antiCristo, occorreva ed occorre ancora, che ci sia il vero Papa, un Papa “oscurato”, impedito in ogni sua manifestazione, controllato in ogni sua mossa, ventiquattro ore al giorno, da apparenti “protettori”, ma ben vivo e vegeto, possibilmente in buona salute, perché paradossalmente costituisce il garante dei “papocchi” a-cattolici-kazari che occupano la Sede Apostolica che, in tal modo, sicuramente non sono Papi, né formali, né materiali ( “… Roma perderà le fede e sarà la sede dell’anti-Cristo” … apparizione di La Salette! – “L’Apostasia nella Chiesa comincerà dal suo vertice” … apparizione di Fatima). Ovviamente è pure indispensabile una Gerarchia minima, anch’essa impedita, controllata e dispersa, ma viva e vegeta, permessa per poter evidentemente organizzare un nuovo conclave che “garantisca” l’elezione di un nuovo vero Papa, a sua volta garanzia del falso “papocchio”, burattino dell’anti-Cristo. È  esattamente quello che San Paolo profetizza nella II Epistola ai Tessalonicesi, quando dice che il “katachon” sarà messo da parte (… non ucciso o eliminato, ma « messo da parte », perché possa apparire l’anti-Cristo, … che precisione di termini! … ἒως ἐκ μέσου γένηται = de medio fiat). Padre Secondo Franco, l’autore del discorso riportato, non immaginava certamente che la situazione pontificia romana che lo infiammava di tanto ardore apostolico, fosse solo una fase transitoria nella realizzazione dei piani satanici della setta infernale. Oggi ne vediamo la piena realizzazione ma … non è finita, ne vedremo ancora delle belle, Gesù ce l’ha promesso e San Paolo lo ha profeticamente confermato nella lettera citata, così come S. Giovanni nell’Apocalisse.

Et IPSA conteret caput tuum!

 

IL SANTO ROSARIO

IL SANTO ROSARIO

[Padre V. STOCCHI: DISCORSI SACRI; Tipogr. Befani Ed. – ROMA, 1884, imprim.]

DISCORSO XXIII.

SANTO ROSARIO

Flores mei fructus honoris et honestatis.

ECCLI. XXIV, 23

La vita del cristiano che vuol salvare l’anima sua conviene che si consumi nel doppio esercizio di fuggire il male e di fare il bene. Declina a malo et fac bonum. (Ps. XXXVI, 27) Ecco in compendio tutta l’economia secondo la quale deve svolgersi la téla dei nostri giorni in questo corso di pellegrinaggio mortale. Or questo doppio esercizio che in apparenza sembra dover essere all’uomo ragionevole sì soave e sì facile, in pratica si trova oltre natura. Onde chi predica la parola del Signore conviene che dia opera assidua ad avvalorare col presidio della fede le umane volontà, sicché vincendo le fiacchezze della natura, si diano all’esercizio di ogni maniera di opere lodate e sante. E questo ho procacciato di fare tutte le volte che sono asceso quassù, e farò oggi con affetto particolare: perciocché ho in animo di accreditare, quanto mi basteranno le forze, una pratica santa, la quale possiede una efficacia veramente celeste per ritrarre dal male e condurre al bene. Questa pratica santa è quella che ieri chiamai un caro regalo fatto da Maria agli individui non meno che alle famiglie cristiane, ed è la devozione del santo Rosario. O quanti individui, o quante famiglie debbono al santo Rosario tutto il bene che hanno, e lo confessano a voce alta e lo predicano e lo proclamano. Questo li ha colmati di ogni benedizione di Dio. Benedizione nella salute che li rallegra vegeti e prosperosi; benedizione nelle sostanze che non solo sono al bisogno sufficienti ma soprabbondano: benedizione nei figli e nelle figliuole che crescono negli anni e consolano il cuore dei genitori con la obbedienza, con la integrità della vita: benedizione nell’anima, benedizione nell’onore, benedizione nella reputazione, benedizione in tutto quello che si può onestamente e santamente desiderare. E queste benedizioni sono quelle che avevano operato, che questa pratica sì cara alla Regina del Cielo nelle famiglie cristiane si stabilisse; e non sono molti anni che a malo stento una famiglia avreste trovato nella quale ogni giorno non si pagasse questo tributo a Maria. Ora il diavolo è riuscito a sbandirlo da molte case, e il danno è stato enorme, e l’abbandono del santo Rosario cresce ogni giorno. Io che amo questa devozione con tutto il cuore voglio stamane levar la voce per commendarla e lo farò con quanto di lena e di affetto mi sarà possibile. Forse chi sa? Riuscirò a confermare in sì santa devozione chi ancora la pratica, e ridurre a ripigliarla chi infelicemente l’avesse dismessa.

1. Tutti quanti siamo Cristiani conveniamo in questo, che è necessaria per salvarsi l’anima la devozione a Maria, e che questa devozione non deve consistere solo in parole ma deve mostrarsi con le opere. Le parole sono foglie, le opere frutti: e però ogni Cristiano deve avere un numero stabile di onoranze e di ossequi da pagare alla Vergine, giornaliero tributo di amore filiale, e argomento e via per conseguirne il patrocinio e il favore. Ora di questi ossequi da tributare a Maria ce ne sono infiniti, che quasi messe e portate di sapore diverso a commensali svogliati, reca in mezzo tutto dì lo zelo e la pietà di coloro, che danno opera di mantenere e di accendere nel mondo la pietà e l’affetto verso la Madre di Dio. Praticarle quindi tutte non è possibile, e conviene che si scelga, e che in questa varietà e copia quasi infinita di devozioni ciascuno si appigli a quella che fa per lui. Qui è dove io mi fo innanzi, e non temo di intromettermi consigliere. Voi dunque volete scegliere un ossequio da tributare ogni giorno a Maria? Ce ne sono infiniti, ma dite a me: se fra tanta moltitudine di devozioni e varietà di omaggi antichi e moderni e forse più moderni che antichi, uno se ne trovasse che avesse Maria medesima istituito, né istituito solamente ma commendato, né commendato solamente ma inculcato come carissimo a sé, e come efficacissimo e fruttuosissimo, di promesse singolari a nome suo e del suo Figliuolo arricchito e privilegiato, non pare a voi che sarebbe giusto che a questo si desse sovra ogni altro il primato? Certo sì, rispondete voi subito: noi vogliamo fare cosa cara a Maria, e se Maria ci dice: mi è cara questa, non esitiamo un momento a darle la preferenza. Ora tale è il santo Rosario. Maria lo ha istituito, Maria lo ha commendato, Maria lo ha inculcato, Maria di promesse e di privilegi incomparabili lo ha arricchito: sentite come. Se ne stava il santo patriarca Domenico pettoreggiando in campo aperto gli Albigesi, ribaldaglia oscena di eretici, che, rinnovellando non meno le empietà nella dottrina che le abbominazioni nella vita degli Gnostici e dei Manichei, dopo avere con le arsioni e con le stragi, coi tumulti e con le rapine sconvolta la Spagna, desolavano la Francia e minacciavano l’Italia. Quelle sette scellerate che, non più coperte e soppiatte e furiose, imperversano oggidì e sono le furie che armate di serpi e di fiaccole flagellano il mondo [le sette massonche – ndr. -], ci porgono un adeguato concetto della setta degli Albigesi, con la quale hanno attraenze più strette che il volgo non crede, ne discendono per dritta linea, hanno comune con essa il padre infernale che è il diavolo, e col padre i princîpi, i riti, lo scopo, le empietà, i sacrilegi, le mire bieche, le lordure nefande, e se questo fosse il luogo ed il tempo potrei mostrarvi senza fatica che i nostri settari sono gli Albigesi del secolo decimonono. A questa peste e cancrena che aveva fatto capo nella Linguadoca e nella Provenza, contrastava come dicemmo gagliardamente Domenico, ma né la fiamma dello zelo, né la luce della dottrina, né la possanza della santità valevane a conquidere quest’idra, il trionfo della quale era serbato al piede invitto di Colei che nata a schiacciare la testa del diavolo si appella per antonomasia la domatrice di tutte le eresie nell’universo mondo. Se ne stava dunque Domenico mesto e scorato, quando gli apparve, celeste visione, Maria, e “fa cuore o figlio, gli disse, e istituisci il Rosario. Non alla scienza né all’opera dell’uomo, ma a questo modo di orazione è serbata la vittoria del nemico che tu combatti. Esso è gratissimo al mio Figliuolo ed a me, istituiscilo dunque e bandisci per l’universo mondo che da ora in poi per sbaragliare le eresie, per sterminare i vizi, per promuovere le virtù, per implorare le divine misericordie sarà nella Chiesa un presidio validissimo e potentissimo”. Cosi Maria. Maria dunque è la vera istitutrice del santo Rosario, e i sommi Pontefici di quel secolo ne autenticarono le origini gloriose. Ma quando pure ogni autorevole conferma mancasse, per ogni conferma varrebbero gli effetti e i prodigi: imperocché predicando Domenico il Rosario in breve ora si distese e mise radici per l’universo mondo: armato di questo il gran Patriarca, negli sterpi eretici percosse, dice divinamente l’Alighieri, come torrente che alta vena preme; cadde infranta sotto i suoi colpi l’eresia albigese; scomparve quella coorte di vizi che inselvatichiva e contaminava il santuario, e innestandosi in quelle spine le rose di Maria, ne presero il luogo i fiori di ogni eletta virtù: stupendi effetti, di cagione agli occhi della prudenza umana non solo sproporzionata ma contennenda, ma che non fanno meraviglia nessuna a chi conosce chi sii tu e che possi, o Maria. Conchiudiamo adunque. Volete una devozione carissima a Maria? Recitate il santo Rosario. La volete non solo cara a Maria ma da Maria medesima istituita? Recitate il santo Rosario. La volete potentissima, efficacissima per frastornare ogni male e fruttificare ogni bene? Recitate il santo Rosario.

2. E che cercare di vantaggio se, quando pure tanta gloria di origine e ubertà di promesse al Rosario mancasse, basterebbe la eccellenza intrinseca che possiede come orazione perché si vendicasse sopra ogni altra orazione privata la preferenza? E di verità: due maniere sogliono distinguere di orazione i maestri della vita spirituale, come è notissimo. Chiamano l’una vocale, ed è quella nella quale si pronunziano con la voce le parole della orazione; chiamano l’altra mentale e in questa pregano la mente e il cuore, senza che il labbro sensibilmente pronunzi sillaba. Ambedue eccellenti, ambedue perfette se siano fatte a dovere, ma perfettissime allora, che l’una con l’altra si intrecciano e a vicenda si aiutano e perfezionano, infiammandosi il cuore di sani affetti ed esprimendo la lingua i sensi dell’animo. Ora il santo Rosario è opera di magistero semplice sì, ma così bello ad un tempo e così compiuto che nessuna desidera delle perfezioni che nobilitano e fecondano la orazione. È infatti il santo Rosario orazione vocale, ma di tutte le orazioni vocali coglie per adornarsene il fiore e la cima. Gesù Cristo nostro Signore fece scrivere nel Vangelo una orazione, che Egli stesso compose e insegnò agli Apostoli, onde orazione domenicale si appella, ed è tanto perfetta, dice Agostino, che quando preghiamo, se preghiamo a dovere, non possiamo domandare cosa che in essa non si contenga. E questa orazione coglie prima di ogni altra il santo Rosario, e ben quindici volte la innesta nella sua corona. Dopo il Pater che è la orazione della quale parlato abbiamo, non ha la Chiesa orazione o più saputa o più cara dell’Ave Maria, saluto angelico alla Regina del Cielo, che la Chiesa stessa compose intrecciando insieme le parole di Gabriele e di Elisabetta e legandole con le proprie quasi gemme in collana: e questa cara orazione è la più gran parte del santo Rosario che tutto passa in salutare e risalutare Maria, e il dolce saluto altro non interrompe che il trisagio celeste al Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo che ce la diedero e la fecero sì bella. Ti piace dunque di fare omaggio alla Vergine con orazioni vocali? Recitate il santo Rosario, perché molte e belle orazioni trovare potrete, ma nessuna nella quale si intreccino o si congiungano orazioni o più eccellenti o più sante. Ma voi per avventura di sole orazioni vocali non vi appagate, e alle vocali vi piace congiungere la mentale, siccome quella che onora Dio con la parte più nobile di noi l’intelletto e la volontà. E avete ragione, perché se nella orazione, come non di rado avviene, la lingua sola parli con Dio, e la mente volontariamente svolazzi nelle brighe e futilità della terra, non è veramente orazione ma ludibrio di orazione, e non può essere, dice Agostino, udita da Dio quando non è udita neppure da chi la fa. Or bene, se una orazione si ritrovasse nella quale mentre prega la lingua si offerisse alla mente la contemplazione di oggetti tali, che fossero capacissimi di tenerla a sé medesimi afferrata ed avvinta, tarpando le ali ai voli e agli errori della fantasia, non pare a voi che opportunissima sarebbe questa orazione alle vostre brame? Tale è il santo Rosario. Prega in esso la lingua e fa onore a Dio con le orazioni più sublimi e più sante che abbia la Chiesa; ma al tempo medesimo non rimane vuota la mente, quasi teatro abbandonato ai fantasmi che vagano nella parte inferiore, ma occupazione degnissima di sé le si offeriscono a contemplare i misteri più augusti del Cristianesimo. O santo Rosario, o giardino eletto, o vago teatro di spettacoli incomparabili: Ecco io veggo la cara Verginella di Nazaret, e un Arcangelo a colloquio con essa, e odo il saluto angelico e le proposte magnifiche e le prudenti risposte, e il fiat taumaturgo e adoro il Verbo di Dio fatto carne. Voglio anch’io salutare questa creatura Madre già del Creatore: ma che? La veggo volare agile e snella quasi cavrioletta leggera per le montagne di Galilea, che si smaltano di fiori sotto i suoi passi, ed ecco, ecco entra apportatrice di gaudio nella casa di Lisabetta e scioglie la cara voce al saluto. Sente Lisabetta il suono di quella voce, esulta nel materno seno il Battista, lo Spirito Santo l’empie di sé, e cantano insieme, Lisabetta le grandezze di Maria, Maria le magnificenze di Dio. Da questo dolce spettacolo mi ritrae soavemente il santo Rosario, ma un altro più bello me ne appresenta. Ecco questa è Betlemme, questa è la grotta, entro, vedo Maria, vedo Giuseppe, vedo il Pargoletto che è nato, lo adoro coi pastori e canto con gli Angeli, gloria in excelsis Deo: e poi accompagno Maria col Pargoletto al tempio, ascolto inorridito la profezia di Simeone, e poi piango al pianto di Maria e di Giuseppe che piangono Gesù perduto e con loro lo cerco, ed esulto poi vedendolo nel tempio giovinetto dodicenne in mezzo ai dottori che stupiscono di sì eccelsa sapienza in membra infantili. Qui si cambia spettacolo, e o Dio che veggo? Veggo Gesù che prega e suda sangue nell’orto: ecco un fracasso di arme e di armati, ecco un chiarore di fiaccole e di lanterne, mettono le mani addosso al Figlio di Dio, lo legano, lo flagellano, lo coronano di spine, lo configgono in croce. Ahimè, ecco Maria madre desolata e crocifissa nel cuore assiste spettatrice immobile alle agonie del Figliuolo, e ne contempla gli ultimi aneliti e ne ode l’ultime voci. Deh? Chi vide mai più atroce spettacolo? Ma viva Dio ogni cosa è mutato: alleluia alleluia, cantano gli Angeli del Paradiso, io veggo Gesù risorto più luminoso del sole, che prima appare alla Madre, poi sale al Cielo, ma ecco scende tra il fuoco e il turbine lo Spirito Santo. Chi lo manda? Gesù. Chi lo impetra? Maria. Ma o Dio la terra non è più degna di tenere Maria, il Cielo la vuole, e io la vedo tra i cori degli Angeli salire al trono di Dio: o che festa o che giubilo, o che trionfo! Entro in Paradiso con Essa, la vedo vestita di sole, coronata di stelle, tutto è festa, tutto esultanza in quella gloria beata: qui mi ferma il santo Rosario e mi dice: se vuoi davvero, questa gloria è per te. Ecco gli spettacoli che alla nostra contemplazione offerisce il santo Rosario. Prega così la lingua e prega la mente, e lingua e mente esercitano se medesime a onore di Maria, e l’una ripete e l’altra contempla quanto in Cielo e in terra vi ha di più nobile e più sovrano. Recitate dunque il santo Rosario perché se ogni orazione fatta a dovere espugna il Cielo e fa forza al trono di Dio, che non potrà presentata a Dio per le tue mani o Maria una orazione da te composta di tanta eccellenza?

3. Né dalla bellezza e dalla eccellenza si scompagna la facilità e il diletto, e appare manifesto nel santo Rosario il magisterio di Maria, che volendo che questo ossequio fosse nella Chiesa di Dio universale, lo architettò sublimissimo e facilissimo. Ora uditori, se inculcate a molti Cristiani che pensino un poco all’anima, che preghino, che non tengano il capo sempre volto alla terra come le bestie, vi rispondono che non possono, che non sanno, che non hanno voglia né tempo. Dite una ragione sola: dite che non avete voglia e direte vero: ma che non sapete, che non avete tempo deh! non lo dite. Non sapete pregare? Ma come? Non sapete a memoria il Pater e l’Ave? Non vi sono noti i principali misteri della nostra fede? Non avete mai udito contare chi sono e che fecero in terra Gesù e Maria? Sapete queste cose o non le sapete? Se non le sapete imparatele subito, perché un Cristiano non può ignorarle senza colpa e senza vergogna. Ma voi le sapete e le sapete benissimo, e come le ignorereste voi, voi nato allevato e cresciuto nella Chiesa Cattolica? Ma se queste cose sapete non dite più di non saper pregare perché Basta sapere il Pater e l’Ave, e chi è Gesù e chi è Maria per recitare il santo Rosario, e il santo Rosario è l’ottima delle orazioni. Né miglior scusa dell’ ignoranza è l’altra del difetto del tempo. Voi allegate il difetto del tempo voi? Ma se tanto ne gettate ogni giorno: ma se vi consuma la noia tra le dissipazioni, l’ozio e le chiacchiere: ma se dite voi medesimi di non sapere come ammazzare il tempo. D’altra parte ogni tempo è buono per recitare il santo Rosario, ogni luogo è propizio. Dimorate nella Chiesa ascoltando la Messa? Invece di star lì spensierato, divagato, curioso con offesa di Dio, pericolo vostro e scandalo altrui, recitate il santo Rosario. Vi trovate in isciopero e sentite voglia di andare a mettervi in quei convegni, in quei crocchi, in quei caffè, in quelle bettole, dove regnano le bestemmie, gli osceni parlari, i giuochi e le gozzoviglie? Sequestratevi per breve ora e recitate il santo Rosario. È il santo Rosario dolce e comodo compagno nei passeggi, sale con noi sui cocchi delle ferrovie, ci sta a fianco nei viaggi, soli o in brigata, di giorno o di notte, alla luce o tra le tenebre, sempre sempre il santo Rosario ci sarà, se vogliamo, dolce compagno. Il Rosario condisce il lavoro, il Rosario fiorisce la veglia, i sollazzi e i favellari amichevoli dopo il Rosario tornano più graditi, il Rosario fa soave al contadino il travaglio, al tribolato l’angoscia, all’ infermo l’ingrato letto del dolore. Recitiamo dunque, recitiamo il santo Rosario. Per quanto gli affari ci assedino, le occupazioni ci stringano, ci incalzino le faccende, troviamo il tempo per offrire le sue rose a Maria: chi vuole lo trova, chi lo trova si accorge tosto che il tempo del Rosario è tempo bene impiegato, e benedicendolo Maria ne sta bene l’anima e il corpo. O beato e mille volte beato chi ama il santo Rosario! L’amarlo è segno di predestinazione perché come la respirazione è segno insieme e causa di vita, così dice S. Germano, il nome di Maria devotamente pronunziato non solo è segno che l’anima vive alla grazia ma produce di vantaggio questa medesima e la conserva. Quemadmodum respirano non solum signum est vitæ sed etiam causa; sic sanctissimum Mariæ nomen simul argumentum est quod vera vita vivitur, simul etiam hanc ipsam vitam efficit et conservat.

4. Ma crescerà senza misura nel nostro concetto la stima del santo Rosario se porremo mente alle promesse singolarissime, onde sopra ogni altra orazione Gesù privilegiò quella fatta non da un solo in particolare ma da molti in comune. Tertulliano con la sua consueta efficacia chiamò questa orazione un assalto dato al trono di Dio. Coimus in cœlum congregationemque,ut ad Deum quasi manu facta precationibus misericordiam ambiamus orantes. Hæc Deo grata vis est. Rendeva il grande apologista ragione agli imperatori della nostra Religione santissima, e a chi incolpava ai Cristiani perché di notte si radunassero molti insieme, noi ci raduniamo, rispondeva, e facciamo colletta e congregazione per irromper quasi fatta violenza al trono di Dio ed espugnare misericordia. Violenza se volete, ma violenza gratissima a Dio. Così egli: e aveva imparato questa dottrina da Gesù Cristo che così parla. Si duo ex vobis consenserint super terram de omni re, quamcumque petierint, flet illis a Patre meo. (Matth. XVIII, 19) Volete una grazia e la volete davvero? Unitevi due o tre insieme e dimandatela. Io vi dò parola che qualunque grazia chiediate, mio Padre ve la farà: così Gesù, che ne allega altresì la cagione, ubi duo vel tres congregati fuerint in nomine meo, ibi sum in medio eorum: (Matt. XVIII, 20.) dove due o tre si trovano radunati nel nome mio, ivi sono anch’Io che prego nel mezzo a loro. Essendo così, si direbbe essere il santo Rosario un presente bellissimo e preziosissimo fatto alle famiglie cristiane dalla gentile cortesia di Maria. Opportunissima infatti è questa santa orazione alla preghiera comune, e per essa i genitori e i figliuoli colrimanente della famiglia e la servitù, dimenticata la diversità della condizione e della fortuna, e soppressa la distinzione degli uffici e dei gradi, e divenuti tutti figliuoli del medesimo Padre celeste e in Gesù Cristo fratelli, fatti quasi due cori cantano le lodi di Dio, e supplicano all’Altissimo interponendo il nome e la mediazione di Maria. O caro spettacolo che alla maggior parte di noi ricorda la inviolabile consuetudine che la pietà degli avi dei padri e delle madri nostre manteneva con tanto amore e nei dolci anni della nostra fanciullezza che furono gli anni della nostra innocenza! Fra la letizia della veglia domestica un’ora, nella quale al cenno materno si interrompevano i femminili lavori, i dolci colloqui e i sollazzevoli favellari. e tutta la famiglia si prostrava davanti alla avita immagine della Vergine benedetta, ed era il santo Rosario stabile tributo che le si pagava ogni giorno. Così le famiglie cristiane rendevano somiglianza di un drappello di figlioletti amorosi che si stringevano intorno alla falda materna, e per patrocinio e conforto la supplicavano, e quasi per vezzo e per blandizia filiale di mille dolci nomi e saluti a muta a muta la molcevano e carezzavano. E ti salutiamo, Maria piena di grazia, l’una schiera diceva, e santa Maria Madre di Dio, rispondeva l’altra schiera, prega per noi peccatori. Vi ricordate? Passava allora appena per cristiana quella famiglia nella quale il santo Rosario si trasandasse, e chi a notte ferma si aggirava per le nostre città, pei castelli, per le borgate, sentiva da ogni casa venirsi alle orecchie un dolce sussurro. Era il sussurro del santo Rosario: le voci argentine dei fanciulli si mescevano con le soavi delle donne, con le ferme degli uomini maturi e con le tremule dei vecchi, e donne e uomini, vecchi e fanciulli Maria chiamavano … Maria. E Maria supplicata scendeva e il manto materno distendeva sopra le famiglie, sopra le case, sopra le città, sopra i regni, e vegliava e proteggeva come figliuoli quelli che la amavano e riverivano per madre. E allora erano docili ed obbedienti i giovani, erano allora le fanciulle intemerate e pie, erano sollecite e illibate le madri, attendevano i padri ai negozi della famiglia, ma senza scordarsi che oltre la vita temporale ci è anche l’eterna, molcevano i vecchi con le consolazioni di Dio gli affanni e le cure della vita cadente. Era insomma nelle famiglie il timore santo di Dio, e Maria vegliava alla guardia del prezioso tesoro, e col timore santo di Dio fioriva la salute, abbondavano le cose necessarie alla vita, erano benedetti i matrimoni e la prole, e i popoli si giocondavano in una prosperità e in una pace, che a noi ricordandola sembra un sogno. Che se talora entrava in casa la tribolazione e la croce l’amore a Maria e la cognizione di Gesù Cristo faceva quel peso tollerabile, e talora soave la trafittura di quelle spine che avevano perduto la punta nelle tempie del Crocifisso. O soavità di memorie che inteneriscono l’anima! O tempi che pur troppo passarono! O venerate e care anime degli avi, dei padri e delle madri nostre, se nella pace e nel gaudio che vi inebria nel seno di Dio foste capaci di dolore, non ne sarebbe ultima cagione il vedere i figliuoli e i nipoti degeneri avere escluso dalle ammodernate case quella devozione che voi riputavate l’arma della protezione, la torre della difesa e il pegno della gloria celeste.

5. Che giova dissimularlo? Non mancano no tra noi un buon numero di famiglie che mantengono fede al santo Rosario e ne colgono gli antichi frutti di benedizione: ma sono anche in gran numero quelle dalle quali la moderna civiltà lo ha cacciato in bando, e questo numero ahi pur troppo cresce l’un dì più che l’altro. Vi pare? Case ammodernate e Rosario, possono darsi cose che più si ripugnino e si escludano l’una con l’altra? Il Rosario è un vecchiume morto e sepolto, e appena qualche languida reliquia ne resta in quelle famiglie che si incaponiscono a tener ferme le consuetudini del medio evo. Ma oggidì se parlate in società di Rosario vi fate deridere. Oibò, il padre e la madre non debbono più passare la serata in famiglia favoleggiando dei Troiani, di Fiesole e di Roma, direbbe l’Alighieri. Conviene andare alla conversazione, al ballo, al teatro, e intanto i figli e le figlie abbandonati dalla madre sollazzevole impareranno il pudore, la pietà, il galateo da un servo sboccato e da una fantesca impudente. Andando così le cose che meraviglia se il santo Rosario ha dovuto sloggiare e Maria con esso, da queste case prostituite alla vanità, alla dissipazione, al vagabondaggio, e a tutte le corruttele di questa vita godente, voluttuosa, carnale, dissoluta, animalesca che quasi vortice e gorgo di inferno assorbe e travolge nella sua rapina le sostanze non meno che la pietà, e col patrimonio avito il buon nome e la pace? Il santo Rosario è sloggiato: ma corrono certe voci delle quali il bottegaio, la trecca e l’artigianello del vicinato si risciacquano la bocca. Si dicono male cose della padrona, pessime della figlia: il figlio si è assicurato la riputazione di libertino: gli affari vanno in precipizio, il giudeo usuraio adocchia già la villa e il palazzo: ahimè non ne va più bene una: fra poco si sentirà uno scroscio da rintronarne l’Italia. Signori miei, voi sapete che non esagero: guardate quanti nobili casati che mantenuti si erano per secoli e secoli, congiungendo insieme la nobiltà e l’opulenza; e ora? e ora ammodernati e degeneri dall’antica pietà o sono precipitati o precipitano affogati quasi in pelago nelle usure e nei debiti. Io non dirò che sia unica causa di tanto male il Rosario sbandito; dirò solo questo, che quando in casa si recitava il Rosario e si viveva all’ antica non accadeva così. E veramente, anche lasciando stare 1′ efficacia del Rosario come orazione che chiama sulle famiglie la benedizione di Maria, chi non vede anche a colpo d’ occhio quanta efficacia deve avere per se medesimo a bene ordinare una casa e a disciplinare una famiglia cristianamente? Quel raccogliersi tutti insieme alla preghiera ad un’ora posta, quel prostrarsi ginocchione davanti all’immagine di Maria, quell’anteporsi ad ogni altra occupazione questo omaggio alla Madre di Dio, mantiene vivo nelle menti mature degli adulti e stampa profondamente nelle tenere dei giovinetti, che Dio è Padre e Signore, che conviene adorarlo, pregarlo, obbedirgli, che questo è il primo tra i doveri dell’uomo e che chi ha Dio amico avrà bene in questa vita e nell’altra, sarà infelice nel tempo e nella eternità chi ha Dio nemico. Nei misteri che si contemplano è un compendio prezioso dei dommi di nostra fede, e si riduce a memoria Gesù Cristo, Maria, la redenzione, il Paradiso, l’inferno. La necessità dell’orazione, i debiti che ci corrono verso Maria e la devozione a Lei come a Madre si raccomandano con raccomandazione di fatto. Applicando il Rosario pei nostri poveri morti mentre suffraghiamo quelle anime benedette, ammoniamo noi stessi che deve fuggirsi il male, deve farsi il bene e che dopo questa vita un tribunale ci aspetta dove il bene e il male sarà pagato da Gesù Cristo a rigore di giustizia. Che andare in tante parole? Il santo Rosario è nato fatto per radicare e mantenere nelle famiglie la fede, la quale se si perde in molte famiglie la colpa è dei genitori. Se non si prega mai in casa vostra, se i nomi di Gesù Cristo e di Maria mai non si odono sul vostro labbro, vi meravigliate poi che i figliuoli crescano senza fede? Padri e madri che mi ascoltate rispondete a me: al tempo dei vostri genitori si recitava in casa vostra il santo Rosario? Si recita al presente in casa vostra? Se si recita ancora badate bene, non lasciate cadere la santa usanza: a dismetterla si fa presto ma a ripigliarla o quanto è diffìcile! Se non si recita…. Ahimè che vi ha fatto Maria, perché sbandiste una devozione a Lei sì cara e a voi medesimi sì fruttuosa?

6. E finora non ho parlato di un altro tesoro che porta in dono il santo Rosario a quelli che devotamente lo recitano, il tesoro delle sante indulgenze: le quali sono tante e di tal prestanza che il giorno mi verrebbe meno se tutte le volessi o noverare o ammendare. Indulgenze plenarie e indulgenze parziali; indulgenze che ogni giorno si lucrano, indulgenze che si guadagnano al cadere di ogni mese, indulgenze per le solennità della Vergine, di Gesù Cristo, dei Santi, indulgenze per la remissione dei peccati dei vivi, e indulgenze che si applicano ai nostri cari defunti, indulgenze che mentre siamo in vita distruggono nel libro di Dio le partite del nostro debito, indulgenze che le distruggono in morte. Imperocché la santa Chiesa ha col santo Rosario obbligazioni grandi e ne conosce alla prova la efficacia per placare Dio irato ai peccati degli uomini, per prodigare i nemici di Gesù Cristo, per conseguire ogni maniera di misericordie. E se io volessi qui convertire il discorso in panegirico, o qual campo mi si aprirebbe davanti opportunissimo alla pompa dell’eloquenza! Vi potrei spalancare infatti davanti agli occhi il pelago delle Cursolari e il golfo di Lepanto, e metterei innanzi la flotta mussulmana annichilita, trascinata nel fango la mezza luna, battuta di tal colpo la potenza turchesca dal quale non si è riavuta mai più. Potrei da Lepanto condurvi sotto le mura di Vienna, e di là in Ungheria e sotto i baluardi di Buda e farvi spettatori di vittorie miracolose; opera e merito del santo Rosario. Ma io non mi sono prefisso di dilettarvi con le glorie del santo Rosario ma di mettervi in altissima stima sì gran presidio che ha il Cristiano per conseguire il suo ultimo fine la eterna salute; alla quale mirando soprattutto la Chiesa commenda il santo Rosario e vorrebbe vederlo regnare nel mondo, sicché non ci fosse individuo non famiglia, non società che non fosse dal Rosario santificata. Le quali cose essendo così uditori carissimi, lasciamo noi andare il mondo per la sua via, e noi imitiamo i Santi di Gesù Cristo, imitiamo le anime cristiane e pie. che hanno sempre amato e trovato tempo pel santo Rosario. Mirabil cosa, un S. Francesco di Sales recitò ogni giorno fino che visse intero il santo Rosario, e trovò sempre tempo: S. Carlo Borromeo era Vescovo di immensa diocesi ed ebbe tempo, tempo trovarono re. principi, regine delle quali e dei quali ci contano le fedeli storie che ogni giorno con le loro famiglie congiunti insieme pagavano questo tributo a Maria. E noi siamo costretti a sentire gente che passa tutto giorno o nell’ozio o in futilità che equivalgono all’ozio, dirci che non ci è tempo, che non ci è comodo! Eh! basterebbe che ci fosse la voglia, il tempo e il comodo si troverebbe. Si trova per tante altre cose. Ma dei sacrifizi se ne fanno pel mondo quanti si vuole, e solo allora che si tratta dell’anima non se ne vuol fare nessuno. Si sa, anche a quei Santi che ho nominato, anche ai nostri antichi portava qualche disagio il santo Rosario recitato in comune, ma essi intendevano che quel disagio era lieve cosa verso i frutti preziosi che ne venivano, e si sarebbero vergognati di non saper fare per Maria un sacrificio che si fa sì facilmente pel mondo. Signori miei, badiamo bene, non viviamo troppo alla moda perché si muore all’antica. Allora quando avremo spirato quest’anima che c’informa, e il nostro corpo freddo, inerte, squallido, contraffatto giacerà sulla bara, porteremo in queste gelide mani fra queste dita intirizzite intrecciata la corona della Vergine. Ma varrà poco la corona sepolta col corpo, se il santo Rosario non infiorerà l’anima davanti a Dio. Ma, o che consolazione in quel punto se potremo dire guardando la corona: giorno non è passato che io non pagassi il caro tributo del Rosario a Maria! Con che affetto con che fiducia baciando la tua corona ti domanderemo o Maria, e tu chiamata verrai e ci tergerai con le tue mani benedette il sudore dell’agonia, e molcerai i terrori e gli affanni dell’anima conturbata. No, non perirà di mala morte chi avrà tenuto fede al santo Rosario. O non sia dunque mai che il santo Rosario da me si scompagni: per quel giorno che non pagherò questo tributo a Maria, si inaridisca il braccio e irrigidisca la lingua pria che la corona dalle mani mi cada e sul labro ammutisca la prece. Sia il Rosario il mio conforto in vita, e in mortemi tocchi la sorte che ti fece beato, o gemma della Compagnia di Gesù, soavissimo giovinetto Giovanni Berchmans. Giaceva questo caro imitatore di S. Luigi Gonzaga nel letticciuolo di morte, e sentiva l’anima presso a sciogliersi dai lacci del corpo che ansava nell’agonia. Strinse allora con le tremule mani il Crocifìsso, al Crocifisso appressò il libricciuolo delle sue regole, e fra l’uno e l’altro intrecciò la corona, e composto il sembiante in un’ aria di paradiso, questi, disse, sono stati i miei amori in vita, con questi morrò volentieri. Disse ed esalò lo spirito e parve non una creatura umana che muore ma un Angelo che si addormenta. Questa fu morte all’ antica: beato chi la farà somigliante.

BATTAGLIA DI LEPANTO

BATTAGLIA DI LEPANTO

[Sac. V. Stocchi: DISCORSI SACRI, Tipogr. Befani ed. Roma, 1884, – impr.]

DISCORSO LI.

PER LA VITTORIA DI LEPANTO

“Dies autem victoriæ huius in numero sanctorum dierum accipitur et colitur exilio tempore usque in præsentem diem.” (JUDITH. XVI, 31)

Accingendomi a celebrare la gran vittoria per la quale andrà eternamente famoso il pelago delle Curzolari e il golfo di Lepanto, mi si para davanti una domanda, che molti di voi, sono certissimo, avranno mosso a se stessi, e vorrebbero, potendo, muovere a me. Perché mai si commemora della vittoria di Lepanto il terzo centenario con una solennità che il primo centenario e il secondo non videro? Ecco signori. Non appena, volgono appunto tre secoli, volò per la attonita Europa la gran novella, che la mezza luna insolente per lungo corso di formidabili vittorie, aveva nelle acque di Lepanto abbassato le corna in faccia al segno trionfale della croce, ed era profligato e vinto il nemico del nome cristiano, smisurata fu l’allegrezza che commosse i cristiani popoli, smisurate le feste che se ne fecero per tutta la cattolica Chiesa. Si resero  grazie immortali a Dio onnipotente, guiderdoni e trionfi, emulatori degli antichi premiarono il valore dei vincitori, solennità, monumenti e templi votivi si decretarono ad eternare la memoria di un conflitto che aveva salvato la Chiesa dall’eccidio e la società dalla barbarie. E con tutto ciò il primo secolo che corse dopo tanto trionfo, si chiuse senza secolari feste, e senza secolari feste si chiuse il secondo. Oggi solamente dopo tre secoli, rimenando la ruota degli anni il giorno anniversario del gran conflitto, la rimembranza della cristiana vittoria ha commosso il mondo cristiano, e la festeggiano i cristiani popoli con disusata pompa di secolare solennità. Perché noi nipoti di ben tre secoli scuote una rimembranza che non iscosse i padri nostri, che del trionfo Lepanteo avevano recente la memoria e godevano il frutto? Questo perché o signori, che voi mi chiedete qui sulle mosse io vi dirò sulla fine della orazione raccogliendolo quasi frutto e corona della orazione medesima. Nella quale come apparecchio proporzionato a tanta risposta vi mostrerò: che la vittoria di Lepanto è vittoria comune del Romano Pontefice, della flotta cristiana e di Maria ausiliatrice del cristiano popolo. Il Romano Pontefice strinse la lega cristiana, congiunse la cristiana flotta, e la sospinse al conflitto. La cristiana flotta combattendo prostrò il nemico, Maria condusse a lieto fine i consigli del Pontefice e diede la vittoria alle armi dei combattenti. Onde a Maria nel gran successo le prime parti si debbono, le seconde al Pontefice, il cristiano stuolo proclama esso medesimo che a lui si debbono le terze. Questa conclusione raccoglierete nettissima dal mio discorso, il quale mentre nulla detrarrà al valore guerresco dei prodi di Lepanto, riferirà la gloria al principio d’ogni bene Dio onnipotente e alla guerriera della Chiesa, Maria, e in secolo ribelle a Dio e a Gesù Cristo tornerà alle anime cristiane vieppiù gradito per questo, che le rose di Maria s’intrecceranno alle palme guerresche; e il suono del nome benedetto e santo tempererà il rimbombo delle artiglierie e il fremito delle ire marziali.

1. Né fa mestiere di molta indagine per accertarsi che nell’impresa coronata dal trionfo di Lepanto, Maria prima e poi il Romano Pontefice vendicarono le prime parti, basta che altri ponderi con animo sincero il successo. A che potenza fosse salita nella seconda metà del secolo decimo sesto la mezza luna lo sanno tutti. Infranti da più di un secolo i confini dell’Asia, distrutto l’impero orientale e recata in sua mano Costantinopoli, si era il terribile ed insolente Mussulmano assiso sul Bosforo, e da quella formidabile rocca teneva il piede sul collo all’Oriente: e soggiogato l’Egitto e la Siria, espugnata Rodi, occupava per terra con formidabile esercito l’Ungheria, s’insignoriva per mare di quasi tutta la Grecia, assaliva Malta, e risospinto dal prodigioso sforzo di pochi cavalieri di Gesù Cristo, per rabbia di vendetta piombava sul regno di Cipro, e dopo i macelli di Nicosia e le perfide e invendicate carneficine di Famagosta, armata una flotta di ben trecento vascelli correva da padrone i mari, tentava la Sicilia e minacciava Italia. Gemeva la cristianità desolata alle novelle di tante rovine, Venezia soprattutto tremava di tanto apparecchio, e più del danno presente impauriva tutti il terrore delle desolazioni future. Si chiamava aiuto da ogni parte, ma niuno muoveva piede né mano. Come il villano dalla porta del suo casolare mirando torpido e spensierato il temporale che desola i campi del suo vicino, si consola pensando che mentre gli altrui flagella risparmia i propri; così i monarchi della cristianità divisi da una bieca politica e da una forsennata gelosia di stato, o non si curavano, o dissimulavano, o godevano che il turchesco turbine si rovesciasse sulle province altrui purché risparmiasse le proprie: di che il barbaro insolentiva, e impotente contro tutti ma inespugnabile contro ciascuno, crescendo della inerzia universale, uno dopo l’altro assaltandoli li conquideva. Solo il Romano Pontefice pieno il petto di quella carità che mancava altrui, levava la voce e chiamava alle armi. Sorgessero finalmente, e falange confederata e terribile piombassero che era tempo, sul nemico del nome Cristiano. Il Pontefice era Pio quinto, santissimo e costantissimo petto. Ma che poteva fare in tanta cecità delle menti e frenesia dei consigli? Né l’autorità della persona, né la santità della vita, né l’altezza del grado, né la presenza del pericolo valevano a scuotere gl’infingardi petti. Chiamava Cesare? Ma l’impero romano col Turco aveva pace. Invitava Francia? Ma il Cristianissimo nonché pace, col nemico del nome cristiano aveva, obbrobrio sempiterno, alleanza. Spronava Spagna? Ma il Cattolico sollecito delle costiere sicule ed africane, godeva che il turchesco artiglio ghermisse i possessi marittimi dell’emula Venezia. I mesi passavano, passavano gli anni, si negoziava sempre non si operava mai, e nell’inerzia cristiana il furore del barbaro non aveva fine né modo. Ogni costanza si sarebbe fiaccata, ogni pazienza avrebbe dato vinte le mani, e protestando la propria impotenza davanti agli uomini e a Dio si sarebbe rimasta. Ma non venne meno la costanza santa di Pio. Non pigliavano i suoi consigli l’impulso o dalla ambizione o dall’interesse, o dalla politica, sì dalla carità e dallo zelo dell’onore di Gesù Cristo: onde deluso non disperò, respinto non si rimase, e quando vide che i presidi e gli accorgimenti umani non profittavano, non perde la fiducia, perché intatti ed infallibili gli rimanevano i presidi divini. A Maria si rivolse, a Maria presidio e difesa del cristiano popolo: nelle mani onnipotenti della benedetta fra le donne commise la causa e la difesa del nome cristiano, e ordinò che la guerra che i potenti fare non volevano con la spada facessero i popoli con le orazioni, e si collegassero a supplicare Maria col Rosario.

2. La quale arte e maniera disusata di guerra ordinata contro il Mussulmano dal condottiere santissimo dell’esercito di Gesù Cristo, mi rivoca al pensiero Giosuè e la espugnazione di Gerico. Forte per sito e per munizione levava Gerico la fronte nei campi di Palestina, e colle brune mura, colle torri, coi baluardi attraversava la via al popolo del Signore, e sembrava sfidare l’esercito di Giosuè che risoluto di averla in pugno la circondava. Ma credereste? Chi dalle mura e dagli spalti della assediata piazza avesse speculando osservato il campo nemico, tutt’altro veduto avrebbe fuori che macchine, terrori ed apparati di guerra. Tutto era silenzio e quiete in quei singolari accampamenti, nulla che desse sentore di battaglia o di assalto. Solamente allora che il sole illustrava l’Oriente col primo raggio si vedeva uscire dalle trincee in ordinanza tutto il popolo ebreo. Precedeva l’esercito in tutto punto di arme, all’esercito succedevano sette sacerdoti che tenevano in pugno le sette trombe del giubileo, alto portata sugli omeri dei leviti veniva appresso l’Arca del Testamento, e appresso all’arca il popolo alla confusa, turba mista di donne, di fanciulli e di vecchi. Così ogni mattina per sette giorni uscivano dal campo, così lenti e gravi senza far motto giravano intorno alle mura di Gerico, così fornito il giro senza dar fiato a una tromba, senza brandire una lancia, senza ferire un colpo, di cheto e in silenzio alle tende si riducevano. Che dovettero dire di quest’arte singolare di guerra gli abitanti di Gerico? Forse il primo giorno sbalordirono non sapendo dove la cosa andasse a parare, forse osservarono trepidando il secondo, stettero forse sull’avviso anche il terzo; ma quando il quarto il quinto giorno ed il sesto andando in arme alle mura per ributtare un assalto si trovarono spettatori di una tacita processione, chi ne avrà contenuto le risa, gli scherni, i motteggiamenti? Così dunque, dovevano dire, si fa la guerra? Così si espugnano le città? Abbatterete le torri con le processioni e con le trombe, coi sacerdoti e con l’arca intorpidirete alle armi le mani dei combattenti? Così forse dissero, ma se lo dissero il quinto giorno ed il sesto, certo non lo dissero il settimo. Uscì infatti allo spuntare del settimo giorno col consueto ordine dalle tende il popolo d’Israele e intraprese il viaggio. Ma che? Pervenuta l’arca santa di Dio al cospetto della città i sacerdoti dettero fiato alle trombe, il popolo mise un grido. Stupenda cosa! A quel clangore a quel grido ecco crollare i baluardi, ecco precipitare le torri, ecco fendersi le muraglie, e irrompendo con le sguainate spade per le ruine 1’esercito di Giosuè, fu Gerico in breve ora un vasto campo di strage dove tra il sangue e i cadaveri imperversava il ferro ed il fuoco. Bestemmie simili a quelle dei Gericuntini udiamo noi ogni giorno dagli empi, e perché la Chiesa angariata ed oppressa, alla ferocia e alla rabbia dei figliuoli del diavolo oppone l’orazione e invoca il braccio e il piede infrangitore di Maria, ci deridono, ci scherniscono, ci domandano se le processioni sono eserciti, le orazioni e i rosari artiglierie. Ridevano anch’essi i Mussulmani, mentre correndo i mari col formidabile naviglio non si abbattevano in una vela, in una sola vela cristiana che accennasse di fronteggiarli, e solo udivano dagli esploratori novelle di processioni e di suppliche, che recitando il rosario per le meste contrade e circondando l’Arca del nuovo patto Maria, facevano i cristiani popoli. Ridevano, si fingevano con l’animo la vittoria, e immaginando dividevano le prede che riportato avrebbero sopra un nemico inerte e discorde, e vinto già col terrore dell’apparato e del nome. Ma ecco a un tratto subitaneo rivolgimento di cose. Una formidabile armata cristiana già tiene il mare e si appresta a piombare sul nemico. Ha mosso da Messina, è volata di lancio a Corfù, e bramosa di venire al cozzo s’inoltra. Dugento dieci vascelli, trenta navi, sei galeazze, mille e più di ottocento cannoni, ventotto mila soldati, marinari quasi dodici mila, quarantatremila validi rematori. Cento cinque galere manda Venezia e le conduce Sebastiano Veniero; dodici il Papa e le comanda Marcantonio Colonna, Spagna ottantuna tutte italiane e cavate da italiani porti, Napoli, Genova, Malta e Livorno, e le guida gran nome ma poco fido, Gian’Andrea Doria. Duce Supremo di tutti Giovanni d’Austria, luogotenente il Colonna, tremila nobili italiani d’inclito nome d’ogni italica provincia d’ogni città militano per Gesù Cristo, nel cristiano naviglio. Forse non vide mai il mare flotta più bella, non vide mai certamente né più infocato zelo né causa più santa. Ardono capitani e soldati di incontrare il nemico, di piombare sopra di esso, di vendicare in un giorno più secoli di onta e di danni inflitti al nome cristiano. Come mai tanto miracolo in termine sì disperato di cose? Chi ha raccolta questa flotta? Chi l’ha armata? Chi l’ha congiunta? Come tanta consensione è succeduta a tanta discordia? Come tante gelosie e tante ombre di bieca politica hanno dato luogo, e Gesù Cristo vede una flotta cristiana volare col suo vessillo alla vendetta della sua causa e alla gloria del suo nome? È tutta opera di Pio e della Vergine nata a schiacciare il capo di satana. O carità sviscerata del santo Pontefice, o veglie notturne, o diurne angosce, o ardenti preghiere, o lacrime sparse con larga vena, o speranze deluse, o disinganni crudeli! Vide più volte le pratiche oggi condotte a termine, rompersi duramente domani, vide la concordia conciliata con grande stento, per un’ombra di gelosia interessata disfarsi, vide ipocrite mostre, fatti ingannevoli, promesse non mantenute, imprese fallite, vide ahi dolore, espugnate città, province invase, regni perduti mentre la infingardaggine e la politica legava le cristiane mani, vide pianse e gemé, e l’eco notturna del Vaticano ripeté più volte i gemiti e i lai del desolato petto. Eppure non disperò Celeste visione comparendogli col rosario Maria, lo rincuorava, e confida, dicevagli, confida o Pio. Vedi: son io quella stessa che per mano di Domenico col mio rosario prostrai gli Albigesi, e sappi non ho abdicato il patrocinio di S. Chiesa, né perduta la mia possanza. E Pio confidava, e vinse; e quei medesimi che più ripugnavano, tirati dal rosario di Maria quasi da potente macchina, vennero tergiversanti sì, ma pur vennero, e fu stretta la lega, ed eccovi la flotta cristiana correre a fare le Curzolari famose per un turchesco eccidio e per una cristiana vittoria. Capitani e soldati, rematori e ciurma, hanno espiato le loro colpe nel Sacramento di Penitenza, e reficiati del corpo di Gesù Cristo, al coraggio che dà la natura hanno congiunto quello che infonde la pace della coscienza e la grazia. Uno è di tutti l’animo, combattere per Gesù Cristo, vincere o morire: beato chi vedrà la vittoria: ma più beato chi per sì nobile causa profonderà il sangue e la vita. Il mondo moderno non è capace di intendere questo linguaggio troppo nobile per tanta bassezza. Ma voi andate o anime generose piene il petto di quella fede che vince il mondo, e tu vola o naviglio che porti le speranze del nome cristiano, vola e ti sia propizio il mare, placido il vento, sicuro il viaggio, accelerato e trionfale il ritorno. Venga la vittoria sulle tue prue, semina dovunque vai lo spavento, fugga innanzi a te sbaragliato il nemico. Gesù Cristo ti ha radunato dal cielo, Pio dalla tomba di Pietro ti benedice, ti mira con benigno riguardo la Stella del mare Maria, vola con la tua scorta e combatti, e precipitato per te nei gorghi del mare il Faraone del Bosforo, intuoni il mondo cattolico il cantico che sulle rive dell’Eritreo cantò Israele mentre l’onda fremente spingeva al lido i corpi, i carri e i cavalli del sommerso Egiziano.

3. E qui potrei convertire la orazione contro quegli ingrati codardi, che pieni il petto di livore e di rabbia contro il Pontificato cattolico lo accusano di nimicare quella civiltà che ha salvato, e quella Italia di cui è stato ed è la gloria ed il vanto: e contrapponendo opere ad opere ed imprese ad imprese, gettare loro in faccia ignominie non inventate ma vere, e non antiche ma recenti, non insuccessi no, ma sconfitte; ma non voglio turbare con tanta lordura, tanta bellezza e nobiltà di argomento. Torniamo signori alla flotta cristiana spettatori oramai di cristiana vittoria. Ecco qua: questo è il famoso golfo di Corinto oggi detto di Lepanto, che chiuso quasi steccato all’intorno per uso di conflitti navali, fu già teatro di battaglie per cui si volsero le sorti del mondo, ma oggi vedrà l’affrontata più formidabile che abbia visto o sia per vedere giammai. Correva l’anno mille cinquecento settantuno, spuntava l’alba del memorando giorno settimo di ottobre, e le due flotte Turca e Cristiana certe di combattere, muovevano l’una da Lepanto l’altra dalla contrapposta spiaggia di Cefalonia e si scontravano sulla bocca del golfo. Forte era la flotta Mussulmana di dugento venti vascelli e sessanta fuste: novanta mila uomini e settecento cinquanta cannoni gonfiavano la baldanza turchesca. Condottiero supremo era Ali che feroce per indole, e per vittorie insolente teneva il centro, il destro corno comandava Maometto Scirocco pascià di Alessandria, il sinistro il re di Algeri Lacciali. La Turca armata scopre dalla lunga la flotta Cristiana, la Cristiana si avvede della Turchesca. Ali con un colpo di artiglieria provoca il cristiano stuolo alla pugna, Giovanni d’Austria rispondendo con altro colpo accetta la sfida; succede una sosta e un quietare repentino quale è quello che precede la tempesta. Quinci si ordina in battaglia lo suolo turchesco, quindi il cristiano. Al centro contro Ali Giovanni d’Austria con Marco Antonio Colonna e Sebastiano Veniero, a destra Gian Andrea D’Oria contro Lacciali, a sinistra Agostino Barbarigo contro Scirocco. Alì fermo ed eretto sulla capitana col grido, col cenno, col lampo della scimitarra e degli occhi infiamma le squadre, Giovanni con una nobile corona di duci scorrendo sur un legno leggiero la fronte della battaglia, questi accende, quelli saluta, rincuora tutti. Veduto avresti nell’uno stuolo e nell’altro un ardore, un impeto, una faccenda, una ressa, e un chiamare, e un rispondere, e un rincuorarsi ed un fremere, e l’imperio di chi comanda e il moto di chi obbedisce. Quand’ecco a un tratto squillano con giulivo suono le cristiane trombe: a questo squillo quasi in atto di ossequio tutte le bandiere si abbassano e danno luogo a una sola. È il santo vessillo della lega che Pio pontefice pel giorno della battaglia donò alla flotta, che sale maestosamente sull’albero della capitana, e in nobile drappo dispiega al vento l’immagine gigantesca di Cristo crocifisso, e ai lati del Crocifisso le sembianze di Pietro e di Paolo guerrieri di santa Chiesa. Parve che Gesù Cristo medesimo si presentasse alla flotta condottiero e combattente divino, quando al calare degli altri stendardi volteggiò all’aura tra cielo e mare la maestosa sembianza del Figlio di Dio. Un grido pieno ed universale dei prodi salutò il santo segno, si piegarono davanti ad esso tutte le ginocchia, ad esso si conversero tutti gli occhi e tutte le mani, chi batteva palma a palma, chi percotevasi il petto, chi intuonava cantici, chi domandava mercé, e intanto i sacerdoti d’alto luogo espiavano novellamente col cristiano rito e benedicevano pontificalmente i guerrieri. Sembrò a questo spettacolo scolorarsi la mezza luna, corse ai mussulmani un gelo per l’ossa, impallidì il truculento ceffo di Ali, e Gesù Cristo parve affidasse i campioni col motto che fregia il vessillo, e come già a Costantino dicesse loro “Εν τούτῳ νικᾰ” (= en touto nika) vinci con questo. Ma già di mezzo alle flotte sparito è il mare, già fulminano orribilmente le artiglierie, un nembo di frecce stridenti nasconde il sole, vola quinci e quindi apportatore di morte il fuoco ed il piombo, e le navi con orribile affrontata vengono al cozzo. Quinci i legni cristiani nei turcheschi percotono, quindi i turcheschi nei cristiani; sembra che alla percossa si schianti il cielo, e il mare ne vada alle stelle. I cristiani coi raffi, coi rampiconi, con le catene alle navi turche si afferrano, i turchi alle cristiane. I Cristiani fatto nodo con le spade, con le picche, coi moschetti sui turchi si avventano, i turchi con le nude scimitarre si precipitano sui cristiani. Di qua si assalta, di là si resiste, questi cedono, incalzano quelli, nave con nave combatte, schiera con schiera, soldato con soldato: i bronzi tonanti vomitano senza posa strage e sterminio, il fuoco dall’un naviglio all’altro si rovescia a torrenti, un denso fumo ravvolge l’aria di fitta tenebra. Infuriano intanto disfrenate le fiamme, ardono le navi: e quali stridono con cigolio ferale, e quali scoppiano con orrendo fracasso, quali si fiaccano, quali si fendono: sembra che avvampi il mare, che il cielo precipiti, le grida dei Cristiani, le bestemmie dei turchi, gli urli dei feriti, i gemiti dei moribondi, le voci dei naufraghi che domandano mercé si confondono insieme con inenarrabile frastuono, mentre vola inesorabile fra schiera e schiera la morte, e l’onda tinta in vermiglio tranghiotte nei suoi gorghi le infrante navi, e dibatte col flutto o corpi semivivi di prodi che chiedono mercé, o membra e brani di lacerati cadaveri. Torciamo l’esterrefatto sguardo da tanta atrocità di spettacolo, lasciamo per poco i campi sanguinolenti del mare, e lungi dal fragore delle armi riduciamoci altrove spettatori di più miti battaglie e di più mansueti guerrieri. Vedete voi quel simulacro di soave sembianza, che portato alto sotto nobile padiglione percorre quasi in trionfo le vie popolose di tutte le italiche città? È la immagine benedetta di Maria che supplicata col rosario dai cristiani popoli combatte con la cristiana flotta intercedendo vittoria presso il Dio degli eserciti. La precedono in bella ordinanza supplici schiere di uomini coperti di sacco, di matrone in gramaglia, e di vergini bianco vestite, la circondano devoti drappelli di sacerdoti, la seguono innumerevoli turbe di popolo confuso e misto, le voci argentine dei fanciulli, le soavi delle donne, le tremule dei vecchi fanno echeggiare l’aria con vario concento. Dio ti salvi o Maria piena di grazia, il Signore è teco, intuona una schiera, Santa Maria Madre di Dio prega per noi peccatori, l’altra schiera risponde, e il dolce suono della cara prece molce soavemente i cuori e chiama sul ciglio le lacrime. Che vogliono queste turbe devote? Che si fa qui con questa pompa solenne? Si combatte qui come a Lepanto, ma la maniera della battaglia è diversa. Qui si combatte con le preghiere, a Lepanto con le artiglierie, qui con gl’inni di pace, là col fremito e con le ire guerresche, qui col saluto angelico a Maria ripetuto cento volte e cento, là con le ferite e col ferro. A Lepanto operano le mani dei combattenti, qui s’invoca Maria perché ai combattenti soccorra. E Maria invocata nelle cristiane città, a Lepanto combatteva, e battagliera terribile avventava sui mussulmani il terrore, la paura, lo scompiglio, la fuga, lo spavento, la strage. Quam pulchri gressus fui in calceamentis filia principis. O che belle orme stampavi nella pompa leggiadra del calzamento o figlia del principe! O quanto era formidabile nella battaglia il tuo incesso o Maria! Eri ai Cristiani bella come la luna, eletta come il sole, eri al mussulmano terribile, come esercito schierato in battaglia. In questo atto, in questo sembiante la vide dalla specola pacifica del Vaticano il santissimo Pio, e rapito con lo spirito nel teatro sanguinoso di guerra corse a un balcone, ed ecco, gridò, ecco è vinta la gran battaglia e l’ha vinta Maria, vedo la mezza luna abbattuta, e spiegato al vento sulla capitana nemica il trionfale vessillo di Cristo. Pio così in Roma esclamava: e in Lepanto in quell’istante medesimo una palla cristiana percoteva nella fronte Ali condottiero, che cadendo al suolo ingombrava nuovo Golia col trucidato corpo la nave. Lo vede un prode cristiano e detto fatto; si precipita nella capitana nemica ratto così che non più ratta la folgore, recide al condottiero ucciso la testa, la infigge su di una picca e, orrendo spettacolo, la ostenta levata in alto agli – Un grido di spavento e di orrore si leva tra i turchi, i Cristiani rispondono con un grido di gioia, ed ecco tosto un nodo di valorosi Cristiani irrompe nella spaventata nave, urta, rovescia, trabocca in mare ogni ostacolo, e se ne fa padrone. Fu allora che calò, veggenti tutti, dal più sublime albero il turchesco stendardo, e salì trionfando a pigliarne il luogo il vessillo di Gesù Cristo. Vittoria vittoria si grida al centro della cristiana flotta, al sinistro e al destro si ripete vittoria. D’allora in poi non fu più battaglia fu strage, la disfatta dei turchi fu piena, universale, terribile, la carneficina e la preda non ebbero fine né modo. Cento sette navigli arsi, cento trenta presi, trucidati quaranta mila turchi, prigionieri ottomila, liberati diecimila schiavi Cristiani, il bottino inestimabile, le bandiere, i cannoni, le armi, l’argento, l’oro, le gemme senza numero e senza peso, mentre le recise teste di Alì e di Scirocco infitte sulle picche e portate in col pallore della morte, col sangue, con lo spettacolo, seminavano il terrore e lo sgomento in quei petti che testé infiammavano col lampo degli occhi e col grido. O si abbiano pure e lodi e trionfo nella gran giornata e combattenti e duci; e più che le armi dei combattenti e le prodezze dei duci siano nel trionfo di Lepanto esaltati i consigli del Pontefice Romano Pio quinto. Ma e Pio e combattenti e duci cedano a Maria le prime lodi e il vanto della vittoria, che bene sta. Taccia la lingua del cane che in laide e invereconde pagine invidia e contende il gran trionfo a Maria. – Ascolti i prodi di Lepanto che a gran voce proclamano, che Ella fu veramente che prostrò il nemico e ne conquise l’orgoglio. A Lei dunque sciolga il voto la Cristianità tutta quanta, al suo tempio si appendano le opime spoglie, le armi, le bandiere e i trofei del nemico, a Lei vincitrice sorga sul Quirinale il memore tempio, una solennità perpetua ricordando la gran vittoria intrecci alle palme di Lepanto le rose di Maria, e ringraziamento dei passati e presagio dei trionfi futuri si avvezzi la Chiesa a salutare la Vergine benedetta: Ausilìatrice del popolo Cristiano, prega per noi.

4. E se celebrassi il trionfo di Lepanto in qualunque altra parte del mondo fuorché in Italia, e in qualunque altro tempo fuori che in questo, avrei finito e liberata la mia parola, potrei fra brevi istanti tacere. Ma in Italia, i n questi tempi che corrono, la gloria di Dio e di Maria chieggono quasi per proprio diritto che anche questo soggiunga, che la vittoria di Lepanto fu vittoria italiana. Lasciate o signori che fra tante vergogne che la rivoluzione accumula sul capo di questa misera Italia, una gloria vera le rivendichi che la religione le partorì, la gloria della giornata di Lepanto. Le imprese infatti e le vittorie guerresche si attribuiscono ad una gente, quando in essa si agitarono della impresa i consigli, in essa se ne fermò il partito, da essa venne l’impulso, essa fornì le armi, le macchine, gli strumenti marziali, essa e i soldati e i condottieri, e ciò che è il nerbo nelle cose di guerra, essa con l’oro dei suoi erari diede vita e movimento a ogni cosa. Ora o signori, con gli incorrotti monumenti della storia alla mano io potrei senza fatica, discorrendo uno per uno i capi proposti, mostrare che tutto fu Italiano nella impresa di Lepanto. Un italiano principe infatti, Pio quinto pontefice, concepì il disegno della lega, e col consiglio, con l’autorità, con le legazioni, con l’oro le dette vita, mossa ed impulso: italiane tutte non una eccettuata, furono le navi che fecero in Lepanto le mirabili prove, italiane le artiglierie e le armi: le munizioni e gli arredi o da battaglia o da corso italiani: italiani da non molti spagnuoli infuori, i soldati: i rematori italiani, italiani i marinari e le ciurme. Italiano veramente non fosti o Giovanni d’Austria supremo duce della cristiana flotta, ma tutti italiani furono gli altri duci, e confessasti tu stesso o giovane egregio, e nessuno al detto tuo ripugnò, che la gloria della giornata di Lepanto appartenne al grande italiano che ha legato ad essa perennemente il suo nome, Marco Antonio Colonna. E mi metterei volentieri per questa via, anche perché fosse aperto che noi uomini di chiostro e di chiesa amiamo la patria e ne vendichiamo la gloria, ma la gloria vera non la falsa, la cristiana non la pagana, quella che partoriscono i consigli generosi e le opere egregie, non quella che fruttificano le tirannie e le vessazioni contro gli inermi ed i deboli, e le vigliacche connivenze verso i potenti. Ma io parlo nel cattolico tempio, tra la pompa di cattolica solennità, però sollevo l’orazione ad altezza più augusta, e dico che la impresa di Lepanto e la vittoria, fu impresa e vittoria Italiana perché fu impresa e vittoria pontificale. Gesù Cristo figliuolo di Dio, volendo congiungere tutti gli uomini da se redenti col sangue, nella carità di una sola famiglia, costituì centro e padre di questa famiglia, il Pontefice Vicario suo, e ordinò che la sede di questo Pontefice fosse Roma e l’Italia. Di qua come da rocca e specola divinamente costituita prospettasse l’universo mondo, di qua desse i responsi, di qua dettasse la legge, di qua confermasse i fratelli, di qua partisse, qua ritornasse il capo di quella catena che allaccia 1’universo mondo in unità di comunione e di fede. D’allora in poi si stabilì quasi una reciprocanza di uffici tra il Pontificato e l’Italia per modo tale, che il Pontefice illustrasse della sua gloria, corroborasse colla sua potenza, e della sua grandezza ingrandisse l’Italia, e la Italia grata e riverente vendicasse a sé le prime parti nell’ossequio al Pontefice, e nel grande ufficio di reggere la Chiesa, con ogni sua opera negli ordini naturali ed umani gli soccorresse. Si ricordò Pio quinto pontefice massimo di questa gran missione dell’Italia, allora quando il terribile nemico del nome Cristiano, rotte oramai le barriere dell’oriente rovesciava sull’Europa sbigottita e divisa, e la chiamò alla difesa della società e della Chiesa, si ricordò l’Italia dell’ufficio suo e prese nella grande impresa il posto di onore. Non una città, uno stato, non una provincia, non una terra, non un castello italiano, e per poco non dissi non una nobile ed insigne famiglia del patriziato che non avesse a Lepanto o navi o soldati condottieri e non comprasse la vittoria col sangue o con l’oro: e il Pontefice con l’Italia e l’Italia col Pontefice presso che soli, rovesciandosi sul mussulmano nelle acque di Lepanto, lo percossero di tal colpo dal quale non si è più rilevato. Vittoria italiana fu dunque la vittoria di Lepanto, e Pio lo sentì, e cuore veramente italiano, insieme col debito tributo di azioni di grazie a Dio O. M. e alla Vergine vincitrice, apparecchiò al Romano vincitore un romano trionfo, nel quale con Marco Antonio Colonna trionfasse l’Italia. Correva il giorno quarto di dicembre di questo anno medesimo che fece insigne la gran vittoria, e tutta Roma era in arredo di solennità, di giubilo, di trionfo. Brillava il sole quasi fosse di primavera, le strade erano cosperse di fiori, archi di trionfo e festoni di verzura adornavano la via trionfale, tuonavano le artiglierie, i popoli, i magistrati, le arti raccolto sotto i loro stendardi si versavano alla porta Capena. O nobile spettacolo. In arnese di gala precedono le milizie pontificali sotto le loro bandiere, presso ogni bandiera cori e armonie di musiche bellicose, succedono le arti sotto i loro vessilli, alle arti le accademie, alle accademie i collegi, ai collegi il patriziato e le corti. Chi ha parole per ridire cotanta festa? Chi può ritrarre narrando e le pittoresche divise del cinquecento, e le pompe e l’arredo dei cavalieri e delle dame e i cocchi e i cavalli e i drappi e l’oro argento e i popoli senza fine né numero e una gioia e un tripudio e un’esultanza sì piena, sì universale, quale noi in questi tempi di divisioni, di rabbie e di rancori settari neppure possiamo con l’animo escogitare? Che festa è mai questa? E tanta solennità di apparato e di concorso, perché? Leggete il titolo che alla porta soprastà. A Marco Antonio Colonna ammiraglio pontificio, perché ottimamente meritò dell’Apostolica sede, della salute degli alleati e della dignità del popolo romano. Questo titolo fregia la fronte della porta Capena e dice a tutti, che questa pompa trionfale è il premio onde Pio pontefice onora il vincitore di Lepanto. Espugnatori di Roma, incidete un titolo come questo sulla breccia di porta Pia. Ma ecco a un tratto le trombe guerriere raddoppiano il loro squillo, le armi agitate scintillano, le bandiere volteggiano al vento, le artiglierie tuonano più universali e frequenti, un moto vivo e ardente commuove il popolo, tutte le cervici si tendono, si affissano tutti gli occhi, palpitano tutti i cuori, nessuno quasi ardisce fiatare, ecco è Marco Antonio che viene. Procede il nobile guerriero seduto sur un bianco cavallo dono di Pio, porta sul maestoso sembiante mista alla gioia marziale una nobile modestia, con atto di signorile decoro saluta i popoli, e circondato da nobile drappello di prodi che con esso pugnarono in Lepanto entra nella eterna Città. Lo precedono il Leone di S. Marco, e il vessillo di Spagna, insegne delle parti confederate, in mezzo ad esse sventola colle somme chiavi, il gonfalone di santa Chiesa, succede con le corna riversate a terra lo stendardo della mezza luna, e trascinate nel fango le bandiere nemiche, vengono appresso incatenati a due con le ciglia rase di ogni baldanza i prigioni mussulmani. Circondano il duce i magistrati, i guerrieri, le accademie, i patrizi, lo segue turba innumerabile ed esultante. Applaudono le genti, al plauso delle genti rispondono le artiglierie, all’un plauso e all’altro fa tenore il suono dei musicali stromenti. Fra tanto corteggio percorre Marco Antonio la via Sacra. La via medesima, e gli archi di Costantino, di Tito e di Severo, e le colonne, i portici, i monumenti parvero dilatarsi ed esultare ringiovaniti, al non più visto da tanti secoli spettacolo di romano trionfo, e si eclissò la gloria dei trionfatori pagani quando Marco Antonio trionfatore cristiano prima ascese in Campidoglio a ricevere dal Senato la corona del meritato alloro, poi sulla vicina rocca a deporre a pie di Maria il dono votivo e i conquistati trofei, e cavalcando quindi al Vaticano, pianse prima e pregò sulla tomba di Pietro, poi nelle tue braccia o Pio che lo aspettavi, sfogò, figlio nel seno del Padre, la piena del petto. Questo fu trionfo italiano e papale! Mostrate voi, qualche cosa che gli somigli o bastardi della rivoluzione!

5. E qui è tempo che liberi la mia parola e deducendo dalla orazione il perché le feste secolari del Trionfo di Lepanto non si celebrarono al chiudersi del primo secolo né del secondo, e si celebrano in tanta angustia dei tempi al consumarsi del terzo. La rivoluzione celebra senza posa gli anniversari secolari o no, dei suoi non trionfi no, ma delitti, e degli eroi che li consumarono: è giusto e degno che i Cristiani oppongano commemorazioni a commemorazioni, le commemorazioni delle glorie del Pontefice di Maria, di Gesù Cristo, dei Santi, alle commemorazioni dei plebisciti e dei fatti compiuti. Corrono tempi nei quali il Pontificato cattolico è odiato, bestemiato, oppresso, deriso da una fazione di italiani degeneri, nati all’onta e al flagello dei popoli. La commemorazione del trionfo di Lepanto ricorda a questa fazione parricida, che il Romano Pontefice salvò l’Occidente dalla barbarie, e illustrò l’Italia di gloria immortale. Perché l’empietà si allieta di un effimero ed infelice trionfo, insolentiscono i cattivi e portano alta la testa come avessero abbattuto dal trono Dio e Gesù Cristo; noi festeggiando la vittoria di Lepanto ricordiamo a costoro, che è in cielo quel medesimo Dio giusto e potente, che percosse una superbia più solida della loro, la superbia turchesca. I buoni cadono di animo e inviliscono, perché ai cattivi che manomettono oggi cosa umana e divina tutto succede a disegno. Con la memoria del trionfo di Lepanto noi ci argomentiamo di sostentarne il coraggio; e ricordiamo loro che quando Gesù Cristo dice basta, quietano l’onde frementi del pelago e la bonaccia consola in un momento tutte le angosce e i terrori della tempesta. La Chiesa tribolata e oppressa ha converso a Maria le mani e la voce, ma sembra che Maria non abbia udito le preci della sposa del suo Figliuolo. Noi celebriamo il trionfo di Lepanto per ricordare che Maria indugia talora, ma viene a suo tempo, e viene tanto più mirabile, quanto più lungamente aspettata, e guerriera nata della Chiesa fa mirabili prove, schiacciando i figli del diavolo col pie esercitato a schiacciare il teschio del padre. Ecco perché le feste secolari del trionfo di Lepanto, che i nostri padri non celebrarono in tempi lieti e felici, celebriamo noi nella tribolazione di questi tempi che corrono. Sono feste ordinate a commemorare le glorie passate, a consolare le desolazioni presenti, a presagire trionfi futuri. E gli empì lo sentono e si dirompono e bestemmiano e fremono e sfogano in opere ed esalazioni immonde il livore e la rabbia del petto. E questo è un altro motivo perché noi celebriamo le secolari feste delle glorie cristiane; per svergognare la rivoluzione, per confonderne la protervia e sbugiardarne i vanti, per dimostrare con la prova del fatto che il popolo italiano è col pontefice Vicario di Gesù Cristo, che ama la sua religione e il suo Dio, che mentiscono gli empì quando con velenoso oltraggio lo accusano di connivenza con quei delitti che esecra e con quelle opere che condanna. Ecco o signori! Una voce cattolica si è levata in Piacenza e ha chiamato il popolo a celebrare la vittoria di Lepanto. E il popolo alla voce nota dei suoi sacerdoti si è commosso, e questa pompa, e lo splendore di tanta solennità si deve all’obolo volontario del popolo piacentino, e con chi stia questo popolo dice chiaro questa festiva esultanza e questa folla e questa frequenza, alla quale è angusto il recinto del vastissimo tempio. Furibonda per tanto smacco la empietà settaria ha mostrato se stessa con opere degne di sé. E che ha fatto? Ha bestemmiato in lerci giornali, ha contaminato l’immagine sacrosanta del Salvatore; ma il popolo piacentino spregiando i latrati di questi cani, e le opere, e l’immondezza sacrilega di questi ciacchi, è concorso al tempio di Dio, e celebrando il cristiano trionfo, ha ostentato uno splendore e una pompa, e un fervore ed una pietà, quale noi medesimi a stento avremmo osato prometterci. E quello che Piacenza ha fatto, tutte hanno fatto le italiche città, e tanto consenso in fare onore a Maria è pegno e presagio dolcissimo di consolazioni future. E con queste speranze finisco ed esulto nel desiderio e nella espettazione dell’esaltamento della Chiesa del trionfo di Maria. Si io spero questo trionfo, e tanto fidatamente lo spero che quasi il veggo. Veggo, sì veggo un inaspettato raggio di luce rompere finalmente sì fitta tenebra, e fra questa luce veggo ma splendido, ma sereno lampeggiare il tuo bel volto o Maria. Veggo al lampo delle tue pupille sgominate le falangi di satana, e i nemici di Gesù Cristo convertire per più smacco le proprie armi contro se stessi. Veggo te o glorificatore di Maria, padre del cattolico mondo, fortissimo Pio, cingere alla canuta chioma intrecciato alla palma di martire l’alloro della vittoria, veggo umiliati i tuoi nemici, veggo consolati i tuoi figli, e rigettata nell’inferno onde emerse l’idra settaria, veggo turbe di pellegrini da tutto il mondo muovere alla tomba di Pietro a vedere il miracolo, e a sciogliere il voto all’ara di Maria vincitrice. Queste e mille altre cose io veggo, e veggendole esulto, e mi sollevo per gaudio sopra di me. Saranno sogni e lusinghe sterili e vane? No, perché in Maria si fondano: e non ha Maria no, né abdicato il patrocinio della Chiesa, né perduto la sua possanza.

 

SANTISSIMO CUORE DI MARIA

SANTISSIMO CUORE DI MARIA

 [V. STOCCHI, Discorsi sacri; Tip. BEFANI, ROMA, 1884 – DISCORSO XXIV].

“Qui me invenerit, inveniet vitam”.

PROV. VIII, 35.

1. Fino da quando da chi mi tiene il luogo di Dio mi fu posto sopra le spalle il carico alla natura poco soave, di predicare la parola di Dio in tanta iniquità di tempi, il mio cuore e i miei occhi si conversero subito alla stella benedetta del mare, alla Madre immacolata di Dio e Madre nostra Maria, e posi incontanente le mie povere fatiche sotto gli auspici e sotto il patrocinio di Lei, alla quale fino dagli anni primi della mia vita ho dedicato tutte le cose mie e me medesimo. Da Lei madre di grazia, di luce, di fortezza e di verità sperai forza e vigore, da Lei grazia e virtù, da Lei efficacia e dono per condurre le anime a Gesù Cristo, da Lei insomma ogni cosa, e se nulla hanno operato le povere mie fatiche, se qualche frutto ha secondato il sudore e il travaglio della parola di Dio seminata da me, tutto il merito è stato sempre di Maria della quale la misericordia e il patrocinio e nel corpo e nell’anima tocco tutto giorno con mano. Essendo così, è naturale che io ardentemente desideri di fare alcuna cosa che sia cara a questa Vergine gloriosa per attestarle la mia gratitudine; e fra le altre è mio costume di argomentarmi di tirare a Lei i cuori di tutti persuadendo a tutti che trovata Maria, troveranno la vita conforme a quello: qui me invenerit inveniet vitam. E per riuscire in questo intento soavissimo io ho per costume di non lasciare che trascorra alcun corso di predicazione, nella quale io abbia parte, senza favellare del Cuore benedetto di Maria, additandolo a tutti come porto unico e soavissimo di pace, di sicurezza, di misericordia. Tale io ho trovato il Cuore di Maria per me, tale l’ho sempre mostrato agli altri, tale a voi, se mi udirete, lo mostrerò stamattina signori miei. Vi parlerò del cuore di Maria pianamente e devotamente, quanto mi sarà possibile, cercando di innamorarne tutti e specialmente i poveri tribolati, gli afflitti e i peccatori, e beato me se riuscirò nell’intento. Innamorarsi del Cuore di Maria è come far suo quel Cuore benedetto; chi ha fatto suo il cuore di chi che sia è padrone di tutto l’uomo. E che bramerà di vantaggio chi abbia fatto suo il Cuor di Maria?

È cosa che si ripete ogni giorno nella santa Chiesa Cattolica, e che mille volte ridetta torna sempre gradita come se nuova fosse al popolo cristiano, che nulla è più amabile più soave più salutare del pensiero, del nome, della memoria della Madre di Dio. Maria! Basta pronunziare questo nome perché palpiti ogni cuore, perché sorrida ogni labbro; perché ogni tristezza si dilegui, perché ogni petto si riempia di giubilo. Come, se dando luogo i nembi, la stella del mattino scintilla tremula nell’azzurro del firmamento, o come se dopo la pioggia si colori tra le nubi la variopinta gloria dell’iride; così dice Bernardo, tra le tenebre di questa terra sgombrano le nuvole, riede il sereno, chetano i turbini e fiorisce la pace, quando s’invoca Maria: Maria nella quale tutto innamora, il nome, il grado, la grazia, la gloria, la dignità. Tutto questo è verissimo e io mi glorio di predicarlo, né tacerò le glorie e le misericordie di tanta Madre, finché il cuore nel petto mi palpita, e si snoda alla parola la lingua. Con tutto ciò dilettissimi dopo avere detto Maria, provatevi a dire Cuore di Maria; voi sentite subito di avere detto qualche cosa di più caro, di più tenero, di più soave che dicendo semplicemente Maria. Accade a noi o Madre benedetta quando menzioniamo il tuo Cuore quello che ci accade quando menzioniamo il Cuore del tuo Figliuolo. Io dico Gesù, e il nome di Gesù è miele alle labbra, melodia alle orecchie, giubilo al cuore, ma se dopo avere detto Gesù passo innanzi e dico Cuore di Gesù, sento l’anima mia essere percossa di affetti insoliti verso il mio Redentore e me ne rendo questa ragione. Quando io dico Gesù mi si rappresenta al pensiero nella pienezza della sua magnificenza della sua potestà il Verbo incarnato. Lo vedo quindi non solamente uomo ma Dio, non solamente amico e fratello ma Pontefice e Re. non solamente Padre ma Giudice. Non così quando dico Cuore di Gesù. Il cuore è simbolo dell’amore, è sede dell’amore. è organo dell’amore. Chi dico cuore dice amore, chi vede il cuore vede l’amore, e quando nomino il Cuore di Gesù, sparisce il giudice, il re, l’onnipotente a cui ogni ginocchio si curva in Cielo ed in terra, e vedo solo l’amante delle anime, il Pastor buono, il vero padre ed amico dell’uman genere morto in croce per me. E anche in questo o Madre benedetta, voi vi rassomigliate al vostro Figliuolo. Io dico Maria, e nominandovi vedo Voi tutta quanta. Non vedo solamente la più amabile e misericordiosa creatura che abbia fatto il Signore, ma vedo ancora la augusta Regina della terra e del Cielo, l’innalzata al consorzio della Trinità sacrosanta, la piena e soprappiena di santità. E allora sento di amarvi, ma all’ amore si mesce la riverenza, e per alta ammirazione la mia fronte si curva davanti a Voi. Eppure noi abbiamo bisogno di accostarci a Maria con fidanza filiale. E però passiamo avanti e diciamo Cuore di Maria. Ed ecco alla menzione del cuore sparisce la grande, la regina, la sublime, la tutta santa, e altro più non vediamo fuorché la Madre piena di misericordia e di amore. Vengono quindi al dolce richiamo del tuo cuore vengono gli uomini al tuo cospetto o Maria e ti raccontano i loro dolori e ti partecipano le gioie, ti svelano le proprie miserie e ti chiedono le tue ricchezze, i nostri peccati, i nostri peccati medesimi non ci sgomentano vedendo il tuo cuore, e scuoprendoli a te, sentiamo rilevarsi l’anima e speriamo la misericordia e il perdono. E questo è il motivo perché in questi miseri tempi Maria ha svelato straordinariamente il suo cuore. Ha voluto alla nostra generazione pervertita dalla empietà offrire un’esca dolcissima e un porto di salute e di pace. E gli uomini hanno inteso quest’arte di amore, e veduto il Cuor di Maria come trovato avessero un centro di attrazione invincibile, a quello sono corsi e in quello hanno trovato vita, salute, grazia, ogni bene: e più facile sarebbe contare le stelle del cielo e le arene del mare che le misericordie e le grazie d’ogni maniera, che la devozione al suo cuore ha espugnato a Maria. No, quando si fa capo al suo cuore, Maria non resiste.

2. Ma entriamo alquanto più addentro e scandagliamo la ragione intima di tanta forza di attraimento che esercita sugli uomini il Cuore benedetto di Maria e la troveremo, per così dire, naturale nell’ordine soprannaturale della grazia. Mi aiuti Maria perchè il concetto della mente esprima adeguatamente la lingua. Uno degli spettacoli più misteriosi e più teneri che la natura appresene è l’amore dei figliuoli verso la madre, e viceversa l’amore della madre verso i figliuoli. Feri questo spettacolo la mente e gli occhi del divino Crisostomo, e lo espresse con viva eloquenza così. Mostra a un pargoletto lattante ancora e ignaro di tutto una regina coronata di gemme e vestita di oro dall’una parte, dall’altra mostragli la sua madre avvolta nei cenci e coperta di povertà e di squallore e vedrai. Nulla intende quel piccioletto nulla conosce, ma con tutto ciò non cura la regina, la sprezza, la sdegna, la risospinge, ma non così con la madre. Si ravviva tutto vedendola, brilla, sorride, e protendendo verso di essa coll’animo la persona, si scaglia e quasi si avventa per abbracciarla. Che è mai questa attrattiva, questo impeto e questa foga che rapisce quell’animo inconsapevole verso la madre? Che sia, non domandare che io non lo so, so che è cosa verissima e potentissima ed è un senso, un istinto ideato dalla mente divina e dalla divina mano inserito nell’anima, che stabilisce, corrobora, illegiadrisce le relazioni naturali tra figlio e madre, tra madre e figlio. Essendo così, qual luogo tiene Maria nell’ordine mirabile della redenzione e della grazia? Tiene il luogo di madre. Mirabil cosa Gesù Cristo è venuto in terra per stabilire tra gli uomini una famiglia collegata con i vincoli dell’amore e della fede, la quale in terra si inizi, e si consumi e perfezioni nel Cielo. In questa famiglia è un Padre ed è Dio, un primogenito ed è Gesù Cristo, fratelli moltissimi di ogni popolo, d’ogni tribù, di ogni lingua. Ma alla buona economia della casa è richiesto che ogni famiglia abbia una madre, che divida col padre l’autorità, che vegli con occhio amoroso la prole, e soprintenda agli uffici più intimi e più delicati di casa. Ora Dio non ha voluto che a questa gran famiglia della sua Chiesa una madre mancasse, ed ottima di tutte le madri le ha dato Maria. E Madre la saluta la Chiesa, e il vocabolo col quale ogni cristiano appella Maria è il dolce nome di Madre. Né questa è squisitezza o esagerazione mistica, ma verissima dottrina cattolica: e i Padri di tutti i secoli con consenso pienissimo insegnano che come Gesù Cristo è il nuovo Adamo miglior dell’antico, capo del genere umano rigenerato, così è Maria l’Eva novella madre per grazia di tutti quelli che Gesù Cristo rigenerò alla salute; e sono celebri i paralleli che tra Eva e Maria tessono Ireneo, Epifanio, Agostino e Bernardo. Voleva quindi ogni ragione che come nell’ordine della natura Dio inserisce nei figli un attraimento arcano verso la madre per cui anche il pargoletto inconsapevole la discerne tra mille e a lei corre e in lei si abbandona, così nell’ordine della grazia un affetto arcano, una propensione quasi istintiva fosse inserita verso Maria. E questo affetto, questa propensione, lo Spirito Santo medesimo inserisce nei petti cristiani sino da allora che nel santo Battesimo muoiono all’antico Adamo e rinascono al nuovo Adamo che è Gesù Cristo. In quelle acque sacrosante nelle quali veniamo rigenerati, insieme con la grazia santificante e con gli abiti delle virtù soprannaturali che ci si infondono, ci si infonde ancora l’abito dell’amore a Maria. E per negare che questo affetto ce lo troviamo quasi inserito nel cuore, bisogna chiudere gli occhi alla luce, bisogna negare quello che ci dice ragionando altamente nel nostro cuore l’intimo senso. Pigliate quel pargoletto e quella pargoletta che pendono ancora dal seno materno, mostrate loro la immagine di Maria. Vedrete un’arcana simpatia, una tenerezza, una propensione, un attraimento di quell’anima innocente verso la benedetta fra le donne. Insegnategli a giungere le tenere mani e a balbettare con labbro infantile Maria, e vedrete con quanta facilità con quanto diletto quel dolce nome si stampa in quella memoria e in quel cuore, e dal cuore viene sul labbro, e sarete costretti a dire che lo Spirito Santo diffuso nei loro cuori generi questo affetto, generato lo nutrisca, nutrito lo perfeziona. Quindi è che questo affetto, se il peccato e l’iniquità non lo spengono, insieme colla fede cresce con gli anni e ci appresenta quello spettacolo che tutto giorno e agli altri porgiamo noi stessi, e noi stessi ammiriamo negli altri. – Se ci stringe un pericolo, chi invochiamo per soccorso? Maria. Se ci rallegra una consolazione chi ringraziamo per gratitudine? Maria. Se un affanno ci preme, chi invochiamo per refrigerio? Maria. Se ci assedia una necessità a chi ci volgiamo per sovvenimento? A Maria. Si vede, o si vede e si tocca con mano in questa gran famiglia cristiana quello che si vede in ogni ben composta famiglia, e come in quella in ogni necessità, in ogni pena, in ogni consolazione i figli fanno capo alla madre e tratti quasi da una dolce necessità ne la chiamano a parte, cosi anche in questa. E come nella famiglia un figlio che non ama la madre, che la disconosce e le fa villania si ha in conto di mostro snaturato e maledetto dagli uomini e da Dio; così fra i cristiani quelli che non amano, che non curano, che hanno alieno e avverso l’animo da Maria, sono pochi perché sono mostri, e i mostri non sono mai un gran numero. Anche fra i Cristiani di vita prodigata e perduta troverete di rado alcuno che non serbi nel petto qualche scintilla di amore a Maria, e questo è pegno di salute e ancora di misericordia, e basta perché non se ne debba disperare la conversione. Ma se qualcuno se ne trova, o Dio, guai a lui; fa orrore, mette spavento appunto come un mostro, e fra i segni di riprovazione non ce n’è alcuno che sia più terribile di una non so quale alienazione e avversione di animo da Maria. Questa avversione questo allenamento si è sempre visto negli eresiarchi più atroci e più empì, e Lutero diceva, siccome è noto, tutta l’anima mia si ribella e non posso patire in pace che mi si dica che la mia speranza è Maria. Infelice, cui il demonio invasava il petto del veleno e dell’odio che lo consuma contro la sua nemica. Quest’odio vediamo rinnovellato ai dì nostri nei settari che si sono venduti alle congreghe d’inferno, e fanno guerra a Maria ne bestemmiano il nome, ne distruggono il culto e le immagini, anime reprobe e destinate all’inferno. Da questi infuori regna in tutti i cuori cattolici l’amore, la tenerezza e una propensione filiale verso Maria. Ma che dico solo tra i cattolici? Domandate donde trae suo principio la conversione degli eretici alla Chiesa cattolica e sentirete che il primo passo fu un pio affetto che sentirono nascersi in petto verso Maria. Interrogate il missionario che si aggira per le barbare spiagge dell’Australia e della Polinesia come fa ad attrarre a se quei barbari e di bestie farli uomini e di uomini cristiani? Sotto un padiglione di verzura adorna di veli e di fiori che dà il paese, campeggia una cara immagine di Maria. Il selvaggio dal folto dei macchioni e dal cupo degli antri dove si intana vede quella cara sembianza e si accosta, e attonito domanda chi sia quella matrona sì augusta e sì amabile? Ode che è la Madre di Dio, e tirato e vinto quasi da catena amorosa dal nome di Maria è condotto a Gesù Cristo e alla Chiesa. Non vi faccia meraviglia. L’anima, disse sapientemente Tertulliano, è naturalmente cristiana, e avendo col Cristianesimo proporzione sì grande, non può non avere propensione naturale verso chi è la Madre di Gesù Cristo e del Cristianesimo, delle membra e del capo. Ma se Maria è la Madre universale andate al suo cuore. La madre più che altro si governa col cuore, e se volete espugnarla ragionate poco e date opera di guadagnarle il cuore: guadagnato il cuore è già vinta. Maria è madre andiamo al suo cuore, preghiamola pel suo cuore, espugniamo il suo cuore: la impresa è facile, ed otterremo ogni cosa.

3. Ma Dio che tanto amore ha infuso e propensioni affettuose così mirabili nel cuore del popolo cristiano verso Maria, avrà poi lasciato imperfetta l’opera sua, e non avrà acceso una fiamma di amore corrispondente nel cuore di tanta Madre? Voi intendete bene che questa mia domanda significa questo. Se ci ama Maria, e il vostro cuore ha risposto a quest’ora, se ci ama Maria? E non è il medesimo dire Maria e dire la più tenera e amorosa di tutte le madri? Le opere di Dio sono perfette nell’ordine della natura, ma nell’ordine della grazia sono perfette infinitamente di più. Ora la natura con la sua mano innesta nel petto dei figli l’amore verso la madre, ma nel cuore delle madri inserisce un amore molto più veemente molto più tenero, molto più sviscerato e costante. Vedrete quindi moltissimi figli disamorati delle loro madri, ma madri che non amino i figli le troverete rarissime, e appena qualcuna che vi metterà come snaturata sdegno e ribrezzo. Ora volendo Dio dare in Maria al mondo una madre, inserì nel cuore degli uomini un grande amore di Lei, ma nel cuore di Lei accese verso di noi un amore che non ha paragone altro che coll’amore che per noi arde nel cuore di Gesù. E per questo affetto cominciò il signore l’opera sua fino da quando questa futura Madre di Dio e degli uomini fu concetta, e le collocò in petto un cuore somigliante a quello che da Lei preso avrebbe Gesù, perché Maria, dice sapientemente S. Efrem Siro, è un’opera fatta solamente pel Verbo incarnato, di forma tale che se il Verbo non si fosse dovuto incarnare Maria non sarebbe stata nel mondo introdotta. A questo cuore poi lavorato apposta per amare gli uomini, Gesù medesimo che creato lo aveva, dette con la sua mano stessa la perfezione e la tempera, e lo empié del suo amore medesimo e lo scaldò della sua medesima fiamma. E chi ne può dubitare? – Gesù prese carne dei sangui purissimi sgorgati dal Cuore di Maria, Gesù albergò nove mesi nel santuario verginale dell’utero di Maria, e quei due cuori palpitarono di un medesimo palpito e vissero di una medesima vita. Che faceva quei nove mesi che tenne compresso il claustro delle viscere materne, che dico il Cuore di Gesù? Ardeva di amore smisurato ed ineffabile verso i figliuoli degli uomini. Come dunque non doveva accendere il cuore di Maria del suo medesimo ardore e temperarlo alla fucina delle fiamme che consumavano il suo? Ma che sarà stato poi durante quei trentatré anni che Ella dimorò con Gesù pellegrina celeste sopra la terra? Ci dice il Vangelo che questa Verginella prudente teneva sempre gli occhi in quel modello divino e tutto esaminava notava tutto, e quello che Gesù faceva e quel che diceva, e le comunicazioni mirabili col Padre, e le predilezioni verso i figliuoli degli uomini, e le propensioni, e i desideri e gli affetti, e nulla le sfuggiva e faceva tesoro di tutto, e tutto conservava dentro al suo cuore e tutto ponderava, tutto pensava, tutto seco medesima conferiva con diligenza celeste. Conservàbat omnia verbo hæc in corde suo. (Luc. II, 51) Avete udito? Teneva assiduamente il suo cuore alla scuola del Cuore di Gesù e lo formava su quel modello divino con sollecitudine tenera, gelosa, assidua, squisita. Conservabat omnia, verbo, haec in corde suo. E che altro da quel Cuore poteva imparare il tuo cuore o Maria fuor che ad amare quantunque immeritevoli, quantunque ingrati i figliuoli degli uomini? Ma che fa mestiere procedere per argomenti a mostrare l’amore di Maria verso gli uomini? Basta aver occhi per vedere com’Ella tutti mirabilmente fornisce gli uffici di ottima madre. A che prove conoscete se una madre ama veramente i figliuoli? Alle opere. Vedete non vive altro che per la sua famiglia, altro non cerca, di altro non si briga, non pensa ad altro. Ora in ogni famiglia ben ordinata, chi guardi bene vedrà che essendoci una madre e un padre sono tra questo quasi domestico magistrato compartiti gli uffici. L’autorità paterna è un’autorità grave e robusta, la materna, amorosa e soave, il padre sopraintende ai negozi che escono fuori delle pareti domestiche, e regola le relazioni esterne della famiglia, la madre è una autorità casalinga a cui appartengono le cure tenui ed interne. Alle cure grandi e rilevanti attende il padre, la madre dà opera alle incombenze minute. Però la madre si tiene davanti da mane a sera la sua famigliola e vede tutto, tutto procura, nulla le sfugge. Al modo medesimo passano le cose in questa gran famiglia della Chiesa, dice Bernardo. Ci è Dio nostro Padre e Gesù Cristo nostro fratello e da loro scende ogni bene. Ma ci è anche una madre a cui appartiene il governo e l’economia domestica di questa famiglia ed essa è Maria. Si tiene Essa però davanti tutti i figli della santa Chiesa cattolica, e tutti ci vede, ci conosce tutti, tutti ci custodisce, tutti ci veglia, vede tutte le nostre necessità, indaga i bisogni e pensa e provvede. E questo povero figlio è peccatore, è peccatrice questa povera figlia: e questo è tribolato, quest’altra è afflitta: e quale è infermo e quale in pericolo: a questo tende insidie il demonio, quest’altro il mondo lusinga: questa sta per cedere a un seduttore, quell’altro incatenano i lacci di una occasione: vede Maria vede, il cuore materno s’intenerisce, l’amore la sollecita e non ha pace. Si volge al Figlio, si appresenta al trono della Trinità sacrosanta, e supplica e implora a questo la conversione, la salute a quell’altro, a chi la forza e la grazia, a chi la speranza, a chi la consolazione, a chi lo scampo e la vita, a chi la vittoria contro il maligno in vita e in morte. Però è sempre attorno pel Paradiso, e i santi Padri leggiadramente la chiamano del Paradiso la faccendiera, però come nella famiglia i figlioletti chiamano più la madre che il padre, così nella Chiesa cattolica si chiama Maria continuamente, Maria, Maria. Non udite? Maria si grida dal mare se minaccia procella, e se l’onda è tranquilla le si insegna a salutarla stella del mare: Maria si invoca dalla terra o volgono prosperi e felici i successi o corrono torbidi e avversi. Dai letti del dolore si chiama Maria, nelle angustie e nelle distrette Maria s’invoca. Ed Ella? Ed Ella come colei che tota suavis est ac piena misericordiæ, che tutta è soave e piena di misericordia, omnibus sese exorabilem, dice Bernardo, omnibus clementissimam præbet, omnium necessitatibus amplissimo quodam miseratur Con quel suo cuore buono, largo, benfatto, generoso, benefico, a tutti si porge esorabile, clementissima a tutti, e con amplissimo affetto s’intenerisce alle necessità di tutti. Però ogni tempio, ogni lido, ogni terra, ogni spiaggia è piena dei monumenti e dei voti che attestano, che cuore sia quello di Maria, e quei monumenti e quei voti gridano in loro linguaggio, Maria ha un cuore grande, tenero, gentile, benefico: chi fa capo a quel cuore non patisce ripulsa: omnium necessitatibus amplissimo quodam miseratur affectu.

4. E perché Maria fosse tale Dio volle esercitare e perfezionare col dolore il cuor suo immacolato, verginale, santissimo, innocentissimo. Avrete sentito dire che Maria dal momento che divenne Madre di Dio divenne madre ancor di dolore, e portò sempre infitta nel mezzo al cuore una spada. È verissimo e così fu, e così conveniva che fosse. Perché osservate. Una madre buona e degna di questo nome ama tutti egualmente i figliuoli suoi: non ha parzialità per nessuno: sono tutti frutti delle sue viscere, li ama tutti ad un modo. Ma se tra i figli alcuno ne sia pel quale sperimenti più tenerezza qual è? È quello per cui ha molto patito. Il cuore di ogni madre è fatto così, il dolore patito genera amore, e il figliuolo delle lacrime e del dolore è il figliuolo prediletto. Essendo così, Dio che ci ha dato per figli a Maria, e ha costituito Lei nostre madre perché tutti ci avesse in grado di prediletti ha voluto che tutti fossimo per Lei figli di dolore. Già fin da quando aperse le sue viscere al Verbo di Dio intese che quel figliuolo destinato ad essere vittima del genere umano sarebbe per lei figliuolo di lacrime: ma lo intese anche meglio poco di poi. Aveva appena da quaranta giorni partorito Gesù e madre fortunata e incomparabile portava al tempio il frutto delle sue viscere, quando torbido e rabbuffato le si fece incontro un vegliardo per nome Simeone e presole di tra le braccia il bambino, questo bambolo, esclamò, è posto in ruina e in resurrezione di molti, e in bersaglio di contradizione: e tu donna preparati perché per conto di lui una spada ti trapasserà il cuore da parte a parte. Intese allora Maria tutto il mistero e capì che quel figlio all’età di trentatré anni le morirebbe crocifisso. Povero cuore da quel giorno in poi non ebbe più lieta un’ora, e come Gesù dal presepio al calvario ebbe sempre nel cuore la croce, così tu o Maria avesti sempre nel cuore la spada. Cresceva Gesù, crescendo in età sempre diveniva più vezzoso, più giocondo, più bello, lo irraggiava la sapienza, lo infiorava la grazia, Dio e gli uomini si compiacevano in esso, le spose e le madri di Sion ti predicavano beata, e tu tacevi: ma chi ti avesse letto nel cuore avrebbe letto le parole della desolata Noemi: non mi chiamate felice ma amara perché il Signore mi ha ripiena di amaritudine: e il significato di queste parole si sarebbe inteso quel giorno che ti sarebbe conferito il grado di Madre degli uomini. Orsù dilettissimi, rispondete: quando e dove Maria veramente ci partorì e diventò madre nostra? Nel gran giorno del dolore là sul Calvario. Stabat iuxta crucem Jesu Mater ejus (Ioan. XIX, 25.) Pendeva Gesù dalla croce sanguinolento olocausto: ai piedi della croce stava Maria. Presso Maria, rappresentante nostro, stava Giovanni. Maria trambasciava di dolore, Gesù la vide, e additandole Giovanni le disse: ecco il tuo figliuolo, e a Giovanni: ecco la madre tua. Allora divenne Maria madre nostra, e in Giovanni tutti quanti ci accettò per figliuoli, e Gesù consumò l’opera gettandole in petto una parte di quella fiamma che nel suo Cuore allora ardeva per noi. Coraggio o carissimi, coraggio: Maria ci ama, siamo suoi figli e non figli in qualunque modo, ma figli del suo dolore, e però prediletti, e quando ci vede ricordandosi quel che ha patito s’intenerisce, il suo cuore non regge più e dimentica tutto e solo sente le voci dell’amore. Tutta la terra è piena delle misericordie di Maria verso i figliuoli degli uomini che si cantano in ogni lingua, si magnificano da ogni labbro. Come mai in tal Regina tanto amore verso una generazione scortese, ingrata, villana? Non vi stupite gli uomini sono figliuoli del suo dolore. Nessuno dunque abbia temenza di accostarsi a Maria. Ogni temenza sarebbe irragionevole. Andate pure e sappiate che quando un figliuolo la supplica, il cuor suo non resiste. Guardatela ha il cuore in mano e par che vi dica son io sì, son io, son vostra madre, accostatevi e vedrete che cuore è questo.

5. E però è che la santa Chiesa tutti invita, tutti sprona a rifuggire al Cuor di Maria: ma di preferenza appresenta quel cuore ai peccatori, che pei peccatori sembra che sia aperto principalmente in questi tempi novissimi, onde la devozione al Cuore di Maria è ordinata principalmente alla conversione dei peccatori. Intendo, intendo. Datemi una madre tenera, sviscerata quanto volete dei suoi figliuoli, datemela a vostro talento imparziale verso tutti i frutti delle sue viscere: vedrete con tutto ciò, che se uno dei suoi figliuoli o le cade infermo e il morbo si aggrava, o geme prigioniero, o vaga tribolato e ramingo sembra che questa madre muti natura. Non sembra più imparziale né eguale con tutti i figli: sembra invece che dimentichi tutti gli altri, che non li curi: tutte le sollecitudini sembrano essere pel figliuolo che tribola e che patisce, sembra che in lui si concentri tutto l’affetto. La vedete quindi o assisa di dì e di notte alla sponda del letto molcere le angosce e alleviare i dolori del caro infermo, o sollecita di sapere le novelle del prigioniero diletto, e dell’amato ramingo, di altro non favella se parla, ad altro non pensa se tace, non ode volentieri che si parli di altri fuorché di loro. Sono tribolati, hanno ragioni sovrane sul cuor materno. Ora chi sono in questa gran famiglia che Dio ha dato a Maria i poveri peccatori? Sono figli prigionieri, sono figli raminghi, son figli infermi. Infermi della pessima malattia del peccato, raminghi ed esuli dalla casa del Padre, prigionieri del diavolo già condannati all’inferno. Li vede Maria e ne sa la miseria incomparabile, e il suo Cuore materno si strugge e si consuma di dolore e di amore. Poveri figli non sanno quello che fanno, sono ciechi, sono travolti da infelicissimo errore: si perdono e non intendono il loro male. Ah! il Cuor di Maria non ha pace, grida mercé al suo Figlio, li cerca, li scuote, li sollecita, li invita, li alletta, e con tenere voci da mane a sera li chiama, e poiché non ascoltano si volge ai figli fedeli, e voi, dice, voi aiutatemi, se mi amate, aggiungete la vostra voce alla mia, e uniti insieme riconduciamo al Padre questi profughi sconsigliati e cari. Peccatori, sentite a quando a quando quelle voci al cuore, quelle grida della coscienza lacerata, quegli impeti, quegli impulsi a tornare al Padre? Sono le voci di Maria che vi chiama, ah! se avete cuore umano nel petto consolate il dolore e rasserenate il cuore di questa Madre. Su rispondete, parlate. Quem fructum habuistis in quibus nunc erubescitis? (Rom. VI, 21.) Vi è messo conto a partirvi dalla casa del Padre? A mettervi per le vie tribolate dell’iniquità? A cambiare il giogo di Gesù colla catena del diavolo? O cari anni della vostra innocenza! O giorni felici della coscienza serena! Allora passavano i dì tranquilli, allora correvano placide e dolci le notti, allora guardavate il cielo con lieto sembiante, allora invocavate con dolce affetto i nomi di Gesù e Maria, il presente era giocondo, non vi atterriva il futuro, la pace del cuore si dipingeva nell’occhio sereno e nel volto. E ora? E ora non ci è più pace. Torbidi i giorni, tetre le notti, la coscienza s’indraga siccome un serpe, pochi momenti di ubriaca voluttà e poi tempesta e fremito nel cuore, e il tumulto e la rabbia del cuore vi si dipinge negli occhi torvi, nel volto arroncigliato, nelle parole rabbiose, nei modi protervi. Su dunque sorgete, poveri assetati di pace, tornate al Padre. Ma vi manca la lena, il giogo del peccato vi grava verso la terra, vi stringe i piedi la catena inveterata di satana. Ecco vi si apre in buon punto il Cuor di Maria. Alzate gli occhi: guardate quella benedetta sembianza, contemplate quegli occhi, quel cuore, quel dolce atto d’invito e poi non confidate se vi riesce. O sì, sì confidiamo, confidiamo tutti o Maria. Il tuo nome infonde fiducia, rincuora la tua sembianza, ma se contempliamo il tuo Cuore, forza è che ci diamo per vinti, perché esercita un’attrattiva che ci trascina. Trahe nos dunque trahe nos Maria … Mostraci, mostraci cotesto Cuore. In odorem curremus unguentorium tuorum, (Cant. IV, 10.) correremo all’odore dei tuoi profumi, e riconciliati con Dio e salvi con Te e per Te, cominceremo nel tempo e continueremo nella eternità a cantare o clemens, o pia, o dulcis virgo Maria.

 

FESTA DELL’ASSUNTA (2018)

FESTA DELL’ASSUNTA

[P. V. Stocchi: Ragionamenti Sacri; Tip. Befani, ROMA, 1886]

RAGIONAMENTO XXXVI. ASSUNZIONE DI MARIA

“Exaltata est Sancta Dei Genitrix super choros angelorum ad cælestia regna”.

Qualunque alberga in petto una scintilla di amore a Maria, chi non lo alberga di noi che questo amore suggemmo col primo latte? non è possibile che non saluti con peculiare esultanza questo gran giorno, che per la Vergine nazarena può con verità chiamarsi il giorno dei giorni. Questo è il giorno infatti nel quale, venuta al termine del suo viaggio l’incomparabile pellegrina che primogenita di ogni creatura era proceduta dalla bocca dell’Altissimo, udì finalmente la voce dello sposo che la chiamava, e nascosto così per vezzo dietro il riparo della parete domestica, e dalla finestra sguardandola e dalle sbarre dei nativi cancelli, ecco le diceva che “sparve il verno”, ecco che fecero sosta le pioggia, già le nostre spiagge si smaltano di fiori, già l’eco del bosco ripete il gemito amoroso della tortorella, già il potatore dà di mano  alla ronca, levati amica mia, diletta mia, colomba mia e vieni. E Maria, impenna le ali e si leva e, snella come colomba, vola al nido, trascorre velocissima le vie del baleno, e precedendola e corteggiandola gli Angioli penetra in Paradiso, sale fino al trono di Dio e si asside nel preparato soglio, Regina cinta di triplice diadema di figlia, sposa e madre di Dio. Di questa Assunzione esulta in paradiso la Chiesa dei Santi, di questa esulta in terra la Chiesa dei viatori, e ambedue congiunte in un coro glorificano il Signore in questa Creatura che è il portento dei portenti dell’Onnipotente, e la gloria e presidio del genere umano; e nella esultanza esclamano stupefatti: Exaltata est Sancta Dei genitrix super choros angelorum ad cælestia regna. La Santa Genitrice di Dio è stata esaltata sopra i cori degli Angioli ai regni celesti. Ora di questa esultanza a me conviene farmi interprete parlando stamane dell’Assunzione di Maria. Non mi state a dire che arduo è l’assunto, lo so pur troppo e mi atterrisce Bernardo intuonandomi che l’Assunzione di Maria, è un mistero ineffabile quanto l’incarnazione del Verbo. Filii ìncarnationem et Mariæ assumptionem quis enarrabit? Con tutto ciò, poiché conviene parlare, parlerò. Ma dentro quali confini costringerò la orazione, perché non vagoli barchetta sgovernata e raminga in pelago senza sponda? Mi argomenterò di misurare l’immisurabile, verrò cioè indagando e, se così può dirsi, scandagliando e tentando la sublimità della gloria alla quale Maria Assunta in cielo fu sollevata. Il cimento supera le mie forze; ma questa Vergine, Sede di sapienza e Madre della sapienza increata, può cavare anche la sua lode dal labbro di un lattante e di un pargolo.

1. E prima di tutto, o signori, in questo giorno celebriamo quello che si appella il “transito di Maria”. Questa parola di Maria favellandosi si sostituisce alla parola “morte”, la quale rispetto a questa Creatura incomparabile sembra troppo dura ed acerba per non dire ingiuriosa. Che aveva infatti a che fare con Maria la morte? La morte non fu creata da Dio, no! Deus mortem non fecit, (Sap. 1. 13.). Dio non fece la morte, la morte fu introdotta nel mondo dal diavolo; l’uomo sedotto dal diavolo peccò e la carne umana, divenuta carne di peccato, cadde sotto la giurisdizione della morte. Che avevi dunque o morte a che fare con Maria? Dirai che anche la carne di Maria era carne di Adamo. Verissimo! Era carne di Adamo, ma non carne di Adamo peccatore, era carne di “Adamo innocente”. Dio onnipotente, che voleva che la carne di questa donna diventasse un giorno carne sua propria, con privilegio unico, incomparabile, senza simile, senza seguente, sequestrò la carne di Maria dalla massa maledetta e dannata, e la grazia pervenne e sanò la natura nell’istante primo dell’Immacolato Concepimento, onde la giurisdizione del peccato e del diavolo e però neppure della morte non ebbe luogo sopra di Lei. Doveva qual dubbio ci è, la cruda falce di morte stare lontana da Maria che mai non ebbe peccato, e la inesorabile nemica dei vivi, non avrebbe forse osato tagliare lo stame di quella vita santissima. Ciò premesso, ho detto con gran ragione che valutare la gloria di Maria è misurare l’immesensurabile, imperocché chi non lo sa? La prima misura secondo la quale in cielo si dispensa la gloria, è la grazia santificante che veste l’anima, la sublima e l’adorna; bisognerebbe quindi aver mente per estimare il tesoro della grazia onde all’istante del suo passaggio era ricca Maria per misurarne la gloria, ma questa estimazione eccede ogni possanza di intelletto umano ed angelico. E non ne dubiterà chi rammenti che i Santi Padri riconoscono inombrata Maria in quel monte che punta colle radici sopra il vertice degli altri monti, e quando il Salmista cantò che al Signore sono dilette le porte di Sion sopra tutti i tabernacoli di Giacobbe volle, dicono i santi dottori, darci ad intendere, che la prima grazia che nel primo istante che fu concetta fece santa Maria, sopravanzò quella di tutti insieme i comprensori celesti per modo tale che ciò che era termine e compimento pel più fiammante dei serafini, fosse appena principio per la Verginella di Nazaret. Così come fra tutti i fiori di primavera la più bella è la rosa, così fra tutti gli astri del cielo l’astro mattutino è il più bello, così i congiunti splendori delle stelle e della luna in notte serena non pareggiano lo splendor dell’aurora allorché si affaccia a1 balcone di oriente e foriera bellissima apre al sole le porte del cielo e con le rosee dita gli indora la via. Mirabile cosa pertanto: se per Maria fosse stato diviso da un solo istante l’essere creatura e beata, e col primo ornamento di grazia che nella Coniazione la fece santa senza usufruttuarla né accrescerlo con nessuna cooperazione, con nessun traffico, trapassata fosse dall’utero della madre al Paradiso, con questo solo sarebbe stata tra tutti i Santi la prima, e di tal lume sfolgorato avrebbe nel cielo, che a paragone sarebbe stato fioco il fulgore di tutti i cori celesti. Così un’umile forosetta, se dalla compiacenza che in lei ponga il monarca, venga assunta repente dalla capanna e dal prato al regio talamo e al soglio si leva in un attimo sovra ogni altezza più nobile della corte, e splende cinta di diadema quasi luna tra le minori fiammelle. Ma se è così, conviene subito dar vinte le mani. Misurare la gloria che circondò Maria in questo giorno del guiderdone? Impossibile. Imperocché dotata Maria, dicono con gran concordia i Sacri dottori, fino dal primo istante che fu concepita dell’uso spedito e libero di sua ragione, non tenne ozioso un momento l’immenso capitale di grazia, onde il Signore la fece ricca, ma con gli atti intensissimi di fede, di carità e di ogni più eletta virtù, la venne sempre aggrandendo con prodigioso moltiplico. E così il secondo istante del viver suo quel capitale era aggrandito del doppio, il terzo istante del quadruplo, il quarto istante era otto volte maggiore, e di ben sedici volte eccedeva nel quinto istante quel che fu da principio. Procedete, signori con questo moltiplico e raddoppiate il capitale di istante in istante per modo che l’istante che succede, la trovi sempre del doppio più santa di quel che la lasciò il precedente, e ciò pel corso di forse meglio che settant’anni di vita, e poi andate ed estimate i tesori di gloria onde fu oggi guiderdonata Maria. La celebrano i Santi Padri e ne parlano a modo di estatici. Quid grandius Virgine esclama S. Pier Damiani, attende Seraphim et in illius naturæ supervola dignitatem et videbis quidquid maius est, minus Virgine solumque opifìcem opus istud supergredi. Chi è più grande di questa Vergine? Grandi sono i serafini, ma il più grande fra essi è nulla in faccia a Maria, e solo il Creatore eccede questa Creatura. E S. Epifanio a Maria si rivolge, e solo Deo excepto, le dice cunctis superior existis … da Dio infuori, nessun può venire in competenza con te. E ad Epifanio fa tenore l’affetto di Andrea da Creta, che sfogando il suo cuore: O Vergine, esclama, o regina di tutta l’umana natura a Dio sottostai, ma dopo Dio sei la più sublima di tutti. O Virgo, o regina omnis humanæ naturæ excepto Deo es omnibus altior.

2. E questa è, o signori, l’unica conclusione alla quale convien che venga chi misura l’altezza di gloria alla quale ascese in questo giorno Maria; che sia una gloria della quale non possa escogitarsi maggiore dopo quella di Dio. E ce ne capaciterei!, ancor di vantaggio se ci faremo a considerare, come nulla fu in Ella che si opponesse alla grazia. Imperocché era Ella, come noi siamo, figlia di Adamo, ma non figlia di Adamo peccatore, ma di Adamo innocente. Però la carne di Maria non era carne di peccato, né provava questa Vergine dentro di sé la triplice infestazione della concupiscenza, della ignoranza e della malizia che ottenebra, corrompe e debilita noi che siamo, per natura, figliuoli di ira. Era oltre di ciò, per altissimo privilegio confermata in grazia, onde peccato non poteva in esso aver luogo, non dico solo mortifero, ma neppure veniale e lievissimo. Datemi dunque quel capitale di grazia che detto abbiamo, aggiungete il privilegio di non peccare, a questo aggiungete l’altro di non poter neppure essere tentata al peccato, datemela sempre illustrata di limpidissimo lume nell’intelletto, ordinata sempre con dirittura perfettissima nella volontà, col senso sempre alla ragione soggetto, con la ragione sempre soggetta a Dio, non iscossa mai né turbata da urto di passione o da impeto di appetito, ed eccovi che questa avventurata creatura, per tutta quanta la vita, fece acquisto sempre di nuovi meriti e mai non incorse nessun discapito. Si si, fu sempre intatto questo giglio delle convalli, sempre immacolata questa suggellala fontana, sempre odorosa questa rosa di Gerico, fu sempre eretta questa palma di Cades, stampò sempre le orme incontaminate dal fango di questa terra di morte, e i miasmi di questo ergastolo consolò con profumi perenni di balsamo, di cinnamomo, di mirra. Tutti i santi, mentre pellegrinarono in terra, pagarono qualche tributo alla imbecillità della carne che li vestiva, e o per fragilità inciamparono e allentarono per stanchezza. Maria no, Maria avanzò sempre, sempre salì di altezza in altezza, a somiglianza dell’aquila che, fitti gli occhi nel sole, vince coi suoi voli ogni poter di pupilla onde facta est quasi navis institoris de longe portans panem suum. (Prov. XXXI, 14), rendette similitudine di un bene arredato naviglio che, con tutte le vele allargate al vento che spira amico da poppa in tutti i porti che incontra amici o nemici, si carica sempre di nuove merci senza far gettito mai di nessuna.

3. E dico in tutti i porti che incontra amici o nemici, imperocchè quale fu mai il tenore della vita mortale di Maria? In quali opere si svolse la tela mirabile dei suoi giorni? Quali splendori la illustrarono? Di che gloria rifulse? Omnis gloria eius filiæ regis ab intus. Sottratta, interiore, arcana, misteriosa, invisibile ad ogni sguardo, fuorché a quello di Dio, è l’opera e il magisterio onde Maria intrecciò la corona dei meriti che oggi si trasformò in corona di gloria. Noi infatti contemplando Maria, altro non vediamo fuorché un meraviglioso conserto di nobiltà e di abbiezione, di grandezza e di umiltà, di innocenza e di pene, di oscurità e di gloria, ma tutto ordinato e misto per modo che, nobiltà e innocenza e gloria e grandezza, ad altro non riesca fuorchè a dar lume e risalto alla umiltà, alla oscurità, alla abbiezione, alle pene. Discende dalla regia stirpe di David e in Lei fa capo ringiovanito e santificato il sangue dei re di Giuda, ma al cospetto del mondo non dà altra vista che dell’umile sposa del falegname di Nazaret. È santa, è tutta santa, è sempre santa, ma in una nazione nella quale, alla osservanza della legge, sono proposti guiderdoni [doni] terreni larghissimi, a Lei non toccano altro fuorché affanni, tribolazioni e dolori. Diviene madre di Dio? Ma in termine di partorire il Dio fatto carne, non trova casa che la raccolga e le è forza sciorre [sciogliere] il suo grembo dentro una stalla. Col Dio pargoletto fugge raminga in Egitto, raminga col Dio già grandicello dall’Egitto ritorna. Gioisce in cuore per gli imperi ineffabili di un amore che è insieme amore naturale di madre e amore celeste di carità, ma le si rivela che quel caro pegno è riserbato alla croce, ed Ella assisterà presso il patibolo, spettatrice immobile del supplizio e delle agonie del frutto delle sue viscere. Così o Maria da Nazaret a Bettelemme, da Bettelemme al Calvario, dal Calvario al Cielo, trapassi o Maria senza posa di grazia in grazia, di grandezza in grandezza, di gloria in gloria, ma ogni grazia, ogni grandezza, ogni gloria altro frutto non ti rende, fuorché di angosce e di pene; le tue mani distillano mirra, e il Dio tuo figlio o pargoletto ti giocondi coi cari vezzi infantili, o adolescente ti allieti con la amorosa obbedienza, o giovane ti sostenti con le fatiche, o uomo ti contristi collo spettacolo della passione e del sangue è sempre un fascetto di mirra che ti posa sul cuore. Fasciculus myrrhæ dilectus meus mihi inter ubera mea commorabitur. (Cant. I, 14). Or in questo conserto e quasi conflitto perpetuo di umiltà con la gloria, di abbiezione con la grandezza, di innocenza con i dolori e le pene, chi può estimare la eccellenza delle virtù che esercita, e la corona dei meriti che si tesse Maria? Nella quale può dirsi cosa che a pensarla solo sbalordisce per istupore, ed è questa: che Ella sale al primo soglio del Paradiso esaltata sopra tutti i cori degli Angeli, essendosi da sé medesima con le opere sue e coi suoi meriti, guadagnato e quasi espugnato quel soglio. Così è, signori, non è Maria assunta in Cielo sì alto per dono meramente gratuito della compiacenza di Dio, no, la grazia non si merita, la gloria si! Maria ha conquistato quel soglio: operata est Consilio manuum suarum, (Prov. XXX. 13) l’ha conquistato con l’esercizio indefesso e squisito delle opere sante e delle sublimi virtù. Ma se è così, o signori, leviamoci a volo in questo giorno e immaginando di essere presenti all’ingresso trionfale e alla coronazione di Maria, fingiamo che tocchi a noi di domandare la gloria che deve fregiare Maria. Io per me, credo che rivolgendomi al Re della gloria parlerei fidatamente così: Voi o Signore proporzionate la gloria alla grazia che quasi veste preziosa adorna l’anima santa, date dunque il primo soglio di gloria a Maria per la grazia onde la vestiste fino dal primo istante che fu concepita. Ma questa grazia nelle mani di Maria si raddoppia ad ogni istante, dunque dite a Maria ascende superius. Più su, o beata, più su il doppio, sempre più alto di tanti gradi quanti sono gli istanti della tua vita. Gran cosa è questa o Signore ma pure non basta. Ecco qua la schiera celeste delle sante virtù, che compagne indivisibili corteggiarono Maria nel pellegrinaggio mortale, e tutte chiedono una corona da fregiarle la fronte. Ecco la “fede” bianco vestita e coperta gli occhi di un velo, e chiede una corona di bellezza perfetta perché io, dice, fui in Maria perfetta sì che nel credere la feci beata, beata quæ credidisti. (Luc. I. 45) E io, ripiglia la speranza, fui cara a Maria sì che Ella parve mia madre, Mater sanctæ spei e una corona le debbo di bellezza sovrana: ma ambedue le vince vestita di colore vivo di fiamma la “carità”, e per incoronarla prediletta di Dio non si appaga di meno che di tutto il riso che accolgono i gaudii del cielo. E questa è la “fortezza” e vuole mille corone per fregiare Colei che per antonomasia si appella torre di David; e mille ne vuole la “prudenza” per Maria che condottiera sovrana delle vergini prudenti guida la danza, mille ne vuole la “temperanza”, la “giustizia” mille: poi viene la “umiltà” e poi la “verecondia”, e poi la “pietà”, e poi la “mansuetudine”, e tutte in corto dire tutte le virtù in vergine coro traggono innanzi, e tutte tendono le palme, tutte chiedono ghirlande da fare onore a Maria, perché di tutte Maria colse il fiore e la cima. Avete, o gran Re, che camminate fra i gigli una aureola per coloro che guardarono incontaminato il giglio dei vergini? Datela a Maria; ma sia così vaga, che più rifulga del sole, perché nessun candore pareggia il candore di Maria, che agli onori di vergine congiunge i gaudi di madre. Avete un’altra aureola per i martiri che vi resero testimonianza col sangue? Si deve questa aureola a Maria, che sotto la vostra si incoronò Regina dei martiri. Serbate un’altra aureola per quei sapienti che il popolo vostro erudirono alla giustizia, aureola di tanta luce che i fortunati che la conquistano fa splendere come soli nelle perpetue eternità? Sede di sapienza è Maria; la più luminosa di quelle aureole si deve a Lei che alla Chiesa santa insegna ogni verità, conquide ogni errore. Che andare in tante parole? Quanto è, o Signore, nei vostri tesori di premi, di doni, di doti, di gaudi di corone di frutti, tutto si accumuli su questo capo diletto, e non abbia modo la gloria dove non hanno modo i meriti, non ha moda la grazia. Cosi pare a me, che avrei gridato nel giubbilo dell’anima mia se trovato mi fossi presente alla glorificazione di Maria, e gli Angeli stupefatti avrebbero fatto tenore alle mie parole e confessato che questa figlia di Adamo si era, con le sue mani, lavorata una corona della loro più bella. Operata est Consilio manuum

4. Grandi cose sono queste, non può negarsi, e se dovessimo misurare la gloria di ogni altra creatura che non fosse Maria, saremmo al termine, ma di Maria trattandosi siamo appena al principio. Queste corone, onde abbiamo finora veduto inghirlandata a Maria la fronte, sono corone di giustizia, si posero sulla fronte a Maria che le meritò. Ma secondo giustizia si glorificano ancora i sudditi, e Maria è la figlia, la sposa e la Madre del Re del cielo che la glorifica. Esce quindi Maria davanti al Signore dall’ordine consueto delle altre creature, e forma un ordine, un ceto, un grado da sé con nomi, diritti, prerogative, privilegi comunicabili, unici e affatto divini. Ella è Madre di Dio, e stretta per conseguenza con vincoli ineffabili di consanguineità e affinità con le Persone della Trinità sacrosanta: Figlia del Padre e insieme col Padre, quanto all’assunta natura, ma secondo la stessa Persona principio del Figlio. Madre del Figlio, il quale si dice come Figlio a Dio così anche figlio dell’uomo, perché prese la carne che con vera somministrazione materna gli diede Maria: Sposa dello Spirito Santo, perché con lo Spirito Santo costituisce un solo Principio generatore il cui termine è la Persona del Verbo. Si mescola pertanto, si intreccia, si intromette Maria con la Trinità sacrosanta, e ogni creatura deve al suo cospetto umiliarsi e stupire, tutti celebrarla, esaltarla tutti, nessuno attentarsi di determinare a Dio la misura della sua gloria. Imperocché chi sarebbe o sì folle che si stupisse, o sì temerario che muovesse richiamo degli onori, benché smisurati e non pria veduti, che un monarca pur anco di questa terra accumulasse sul capo della sua figlia, della sua madre, della sua sposa? Che coi sudditi si adoperi la giustizia distributiva e la ricompensa, e la gloria si proporzioni col merito, bene sta: ma la misura degli onori di un figlio rispetto alla madre, di un padre rispetto alla figlia, di uno sposo rispetto alla sposa, non è il merito no, non è la giustizia, ma la pietà, e la pietà è virtù cosiffatta alla quale non si pone misura, ma quanto è negli onori più profusa, tanto è più bella. Ascendendo dunque in questo giorno al cielo Maria, ascese piena di grazia e piena di meriti, e Dio rimuneratore giusto e liberale fu nel guiderdone profuso e magnifico. Ma questa creatura che ascese piena di grazia e di meriti era Figlia, Sposa, Madre di Dio. E qui ogni mente vacilla, ogni immaginazione è soperchiata, è impotente ogni lingua a pensare e a ridire che cosa fecero il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo per onorare Maria, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che nell’onorarla non erano limitati da altra misura che dalla pietà e dall’amore. E notate come Dio non volle che della divina maternità cogliesse in terra nessun vantaggio, nessuno onore, mentre visse mortale: quindi, nessuno seppe che il frutto benedetto delle sue viscere era opera dello Spirito Santo, nessuno seppe che senza offesa del suo fiore verginale, Ella fosse madre; il mondo ignorò che Ella fosse Madre di Dio, portò quindi in paradiso, intatto il diritto che l’essere Madre le dava di partecipare alla gloria del Figlio, l’essere Figlia e Sposa di partecipare alla gloria dello Sposo e del Padre. Qual lingua pertanto, umana od angelica, potrà ridire quali feste o quali accoglienze, quali onori, qual trono, quali corone, apprestasse in questo giorno il paradiso a Maria; un Padre onnipotente che vuole onorare da pari suo la figliuola sua primogenita, un Figliuolo onnipotente che vuole mostrare quanto ami la Madre sua che per lui tanto fece e patì, uno Sposo onnipotente che alla diletta sua sposa arreda il talamo e il trono. Mi dica il Damasceno che infinita è la distanza che nella gloria divide la Madre dai servi di Dio, Dei matris et servorum Dei infinitum est discrimem, aggiunga S. Pier Damiani che come il sole con la sua luce sembra spegnere le stelle; così il fulgore di Maria ecclissa quello di tutti i santi, Virginis splendor ut sol astris sanctis spiritibus caliginem offundit: asserisca Sofronio che come niuno è buono al paragone di Dio, ut in comparatione Dei memo bonus; così nessuna eccellenza creata si trova perfetta al paragone della Vergine; ita nulla creatura in comparatione Virginis renitur perfecta; gran cose mi avranno detto, ma non mi avranno detto tanto che io non trovi poco, se penso che Maria tanto dové ricevere di gloria, quanto Dio gliene potette dare, e tanta gliene potette dare, quanto volle, e tanta gliene diede, quanta poté.

5. E non vedete infatti come anche rispetto al suo corpo santissimo non si pone misura nel glorificare Maria? Come si rompono tutte le leggi? Come si fà della risurrezione di Maria una copia fedele della risurrezione del suo Figliuolo? Subì anche Maria il taglio di morte, e lo spirito santissimo si separò dal suo compagno mortale, perché la morte è pena ma non è obbrobrio, né era disdicevole alla Madre passare per quel valico pel quale era passato il Figliuolo; ma se la morte è pena, non è solamente pena, ma ignominia ed obbrobrio di questa carne di peccato, la putredine è la corruzione del sepolcro. Però il verbo di Dio fatto carne subì la morte, ma l’obbrobrio della corruzione non ebbe accesso alla salma dell’uomo di Dio, e la respinse il profumo della divinità inabitante: e al modo medesimo non ebbe accesso al suo frale immacolato o Maria né duopo ebbe a respingerla di unguenti e di aromi o di balsami, e la respinse l’odore del Verbo che nove mesi abitato aveva nell’intemerato abitacolo delle tue viscere, e il profumo dello Spirito Santo che aveva fatto per settanta anni dimora dentro al tuo petto. Ora perché la copia rispondesse all’originale, e la gloria di Maria somigliasse a quella di Gesù, non volle Dio che la salma benedetta aspettasse nel sepolcro la tromba del giorno estremo; volle che l’anima santa con isposalizie novelle si raggiungesse al suo frale e quel fido compagno delle pene e del pellegrinaggio terrestre portasse al consorzio della gloria e del gaudio. E va, disse all’anima gloriosa di Maria la Trinità sacrosanta, va o bellissima delle creature, e sveglia la tua salma dalla polvere del sepolcro e irraggiandola della gloria e sfolgorandola del lume che ti riveste, portala teco quassù al trionfo ed al regno. E scese l’anima beata, e spiccandosi dall’empireo ratta così, che non è più ratta la folgore fu all’avello dove il terreno ve lo posava, e gli Angeli del paradiso a schiere a schiere: per vaghezza e per corteggio le tennero dietro. Sentì, la salma giacente, la presenza e il nume della compagna diletta, e per la virtù del Signore si rilevò, e correndosi incontro l’una con l’altra si riabbracciarono, si compenetrarono, si ricongiunsero, e Maria riprese la via del cielo, e volando sulle ali degli Angeli che ambiziosi si contendevano il carico e il ministero, sali all’empireo e trasvolando ogni altezza creata di uomini e di Angeli, prese possesso del trono più bello dopo quello di Dio. Così, amorosa colomba che si dissetò al ruscelletto argentino della fontana, con l’ali tese e ferme, vola al forame dell’amica torre se desio la punge del dolce nido e dei figli. E qui comincia una gara di tutti padri che tentando il freno all’affetto si piacciono in descrivere la salita trionfale e l’ingresso di Maria nella gloria. E chi descrive le schiere degli Angeli che circondano la benedetta trionfante e cantano canzoni di paradiso sulle cetre celesti; chi rappresenta Maria che affluente di delizie ascende come nuvoletta di incenso appoggiata un cotal poco al braccio del suo diletto, evapora le vie del cielo delle preziose fragranze del balsamo, del cinnamomo e del galbano. Altri inducono le schiere dei comprensori domandare attoniti chi è Colei che dal deserto ascende al cielo, bella come la Gerusalemme celeste; altri si dilettano di illustrare con paragoni la vista che Maria dà di sé al Paradiso e l’assomigliano alla rosa che in primavera si imporpora, all’iride che si colora tra le nubi, all’aurora che si affaccia al balcone di Oriente; dicono che è bella come la luna quando passeggia fra gli astri del Armamento quasi Regina tra le minori fiammelle, la decantano eletta come il sole quando, quasi gigante, esulta nella sua carriera, la celebrano all’inferno terribile come “esercito schierato a battaglia”. O quanto è bello il tuo incesso per le vie del baleno o figlia del principe. O di che orme stampi i sentieri del cielo, con la leggiadria di quei calzamenti che ti vestono le piante, lascia o lascia la dolce stanza del Libano, poni in obblio il tuo popolo e la casa del padre tuo e vieni; vieni e ti inghirlanderemo la fronte di un serto intrecciato sulle pendici dell’Amana e sulle vette del Sanir e dell’Eraion, dove i leoni si accovacciano e vanno in volta i leopardi. Cosi i Santi Padri. I quali se si provano a ridire le accoglienze che ricevette dalla Trinità Sacrosanta, confessano che né mente umana le può comprendere, né lingua umana ridire. Se vogliono descrivere il trono su cui si asside, dicono che ha per sgabello la luna che col disco di argento le soffolce il piede; se il manto che le veste le membra lo celebrano in tessuto dei più bei raggi del sole; se il diadema che le cinge la fronte sono dodici stelle delle più vaghe onde scintillano le azzurre volte dei cieli. Tota conglomeratur angelorum frequentia dice S. Pier Damiani, ut videant reginam sedentem a dextris Dei circumdata varietate. Fanno calca e pendono intorno a Maria gli Angioli e i Santi, né si saziano di animi quella bellezza e di contemplare quella gloria, e di esaltar il Re dei re che la creò e la fece sì grande, sì santa, sì gloriosa, e sì bella.

6. Ma è pur bello che su quest’ultimo, ci conduciamo col Damasceno alla tomba che chiuse il sacrosanto frale di Maria, e dov’è, gli domandiamo, dove è il deposito che si confidò alla tua fede? Dove è quell’oro purissimo che in te nascosero le apostoliche mani? Dove è quella gemma di Paradiso, dove quel tesoro di delizia, dove quell’abisso di santità, dove quell’arca di giustizia, quel fonte di vita? Parla, sepolcro, rispondi: la salma di Maria, dov’è? E ché cercate, risponde il sepolcro, ché cercate nelle viscere della terra Colei che fu rapita ai padiglioni celesti? Perché domandate a me ragione di un deposito che io non potevo ritenere? Sono forse le mie ritorte più valide del braccio di Dio? O è così robusta la mia possanza, che sappia resistere alla virtù dell’Altissimo? Una insolita luce di Paradiso invase i miei recessi; rivisse quel corpo santissimo, si sviluppò dalla sindone che lo avvolgeva, vaporò di fragranza celeste il mio seno, il guiderdone del ricetto che gli porsi fece di me un delubro di santità, mi riempié di fiori colti nei giardini superni, e addio, mi disse, e impennò l’ali e disparve. Così il Damasceno; e a lui sottentra Bernardo, e quasi in atto di cercarla nei cieli poiché involò se stessa alla terra: oh! le dice con le parole dei cantici; dinne, dinne, bellissima, qual regione ti tiene? Per qual plaga del cielo ti aggiri? In quali paradisi stampi il suolo di orme beate? Suoni nostre orecchie la voce tua, un’aura almeno venga quaggiù gli odori che spiri dal vestimento, tratti al profumo di quelle fragranze impenneremo le ali e volando senza allentare verremo a Te, e vagheggeremo la tua sembianza e gioiremo del tuo gaudio e festeggeremo della tua gloria. Ma, interrompe S. Pier Damiano, Ella siede alla destra del Figlio nel Paradiso, e tanto non è dalla terra al cielo, che più non sia dai cori più sublimi dei serafini al soglio di Lei. Come possiamo noi col carico di questa soma mortale adergerci a tanta altezza? Chi ci dà ali di volo si infatigato? O te beato, te quattro volte beato o Stanislao Kostka, gemma ed onore della Compagnia di Gesù, o tocchi a me, tocchi a tutti questi diletti che mi circondano, la sorte che a te toccò in questo giorno. Ardeva l’immacolato giovane di affetto immenso a Maria, la festa dell’Assunzione della Vergine al cielo si avvicinava, ed ei si struggeva di contemplarne il trionfo. Scrisse dunque con filial tenerezza una lettera alla Regina del cielo, e portandola piegata sul petto nel dì sacro al martire S. Lorenzo, ricevendo il corpo di Gesù Cristo, al santo martire la consegnò perché la rendesse a Maria. Era egli vegeto, era robusto, era sano: il fiore della gioventù gli riluceva in volto e gli atteggiava le membra, nulla presagiva la morte e la solennità di Maria era vicina. Quand’ecco a un tratto il giorno innanzi alla festa quel vago fiore languiva, e Stanislao per impeto di amore più che di morbo viaggiava verso il cielo a gran passi. La mezza notte della vigilia che precedeva la festa era passata, l’aurora del gran dì di Maria apriva con le rosee dita al sole la porta, quand’ecco presso la celletta di Stanislao, si ascolta un concento di paradiso, ecco una luce celeste ingombra l’aere all’intorno, ecco tra quelle vergini una Vergine senza misura più augusta e più bella. Era Maria che a Stanislao si rivolse e gli disse, vieni! Vide Stanislao la sua Madre, udì la cara parola, bastò. L’anima si sciolse dal corpo e volò in Paradiso, il corpo rimase in terra abbandonato a somiglianza del giglio che piega sullo stelo lo stanco capo se troppo vivo lo fiede un raggio di sole. O benedetto, che in questo giorno misto ai cori degli Angeli contempli e lodi Maria, piglia tu le nostre parti e parla alla Vergine per noi. Dille che siamo suoi figli, dille che le offriamo questa pompa terrestre, dille che la riguardi con occhio di amore, dille che ci benedica l’anima e il corpo, dille che ci sostenti tra le battaglie di questa terra, dille che ci conceda di contemplare un giorno i suoi trionfi celesti.

FRANCHEZZA NEL FARE IL BENE

FRANCHEZZA NEL FARE IL BENE

[V. STOCCHI: “PREDICHE”, Tipogr. A. Befani, ROMA 1882- impr.; predica XIII.]

“Filii huius sæculi prudentiores filiis lucis in generatione sua sunt.” –

Luc. VI. 8.

I. Uno dei più fastidiosi e miserabili spettacoli coi quali questo mondo tutto posto in malignità contrista l’animo di chi ama la virtù, è questo così comune a vedersi anzi presso che universale; che i cattivi non si vergognano di essere e di mostrarsi cattivi, i buoni si vergognano di essere o almeno di mostrarsi buoni. Ma come mai! Siamo uomini ragionevoli: al lume naturale della ragione abbiamo aggiunto il lume soprannaturale della fede e siamo cristiani: viviamo in terra cristiana, e proclamiamo tutto giorno che il vizio è cosa abbominevole e turpe, che è cosa nobile, onorata, preclara, riguardevole la virtù, e pure i cattivi marciano a fronte alta e fanno il male non solo liberamente ma con ostentazione e con fasto, i buoni si vergognano di essere buoni, e o lasciano il bene, o trascorrono al male non tanto per malignità e per nequizia, quanto per inerzia, per dappocaggine e per paura. Or donde, donde si sconcio e turpe disordine? Donde procede? Qual cagione lo genera? Perché in un mondo che ci stordisce da mane a sera le orecchie coi vocaboli di libertà, di dignità umana, di indipendenza; la sola iniquità mostra francamente la faccia, e la virtù o si deturpa o si maschera o si nasconde? La cagione è questa, e la definì con evidenza divina Gesù benedetto là dove disse: Filii huius saeculi prudentiores filiis lucis in generatione sua sunt. I cattivi capiscono che non avendo per se né il numero, né la ragione, né la giustizia, né la verità si conviene che giuochino di baldanza, e non mancano a se medesimi; e usufruttuando i tempi che corrono sì propizi per loro, insolentiscono quasi fiere alle quali è stata rotta la catena e la sbarra. I buoni invece di imitare questa prudenza dei tristi e contrapporre alla baldanza il coraggio, la fortezza alla tirannide, la libertà della verità e della giustizia alla soperchieria della iniquità e dell’ errore, usano la prudenza della dappocaggine e della paura, e piegano per viltà il dorso sotto la verga dispotica dei perversi, subiscono il duro giogo e prevaricano. Cadranno a male in cuore, ma cadono; andranno repugnanti e tergiversanti, ma vanno, e questa miserabile prudenza fa che sembrino un esercito i tristi, i buoni un drappello; mentre in verità senza questa i tristi sarebbero così pochi che dovrebbero nascondersi per vergogna. Però è che io voglio questa mattina insorgere contro questa miseria e argomentarmi di infondere un pò di coraggio nel petto dei timidi e dei dappochi. Per conseguire il quale effetto mostrerò di questa timidezza la vergogna ed il danno, e darò opera di fare una come levata di anime risolute che confessino Gesù Cristo in questo mondo che lo rinnega.

2. E comincio donde forse non aspettate: comincio dal confessare che il vincere la corrente e vendicarsi una nobile libertà nella professione della vita cristiana, è cosa di più bravura e contenzione ai dì nostri che pel passato non era, e vuole per conseguenza ed animo più eretto e cuore più risoluto e prontezza più magnanima alla battaglia. Una volta noi che predichiamo il Vangelo parlando di coloro che si ritenevano dal fare il bene e trascorrevano al male per paura delle dicerie e della persecuzione dei mondani e dei tristi, ci ridevamo del fatto loro e li chiamavamo gente che adombrava in faccia agli spauracchi come gli uccelli, e con ragioni palpabili mostravamo ad evidenza che adombrarne era puerilità, farne caso dappocaggine impaurirsene follia, recedere dal bene per cagione di esse viltà, trascorrere al male intollerabile insania. Ma oggigiorno lo confesso non è così. I tristi, così permettendolo Dio, hanno preso il di sopra, e valendosi del vantaggio che loro danno e la nequizia dei tempi e la tirannide della rivoluzione; mettono paura anche a quelli che li dovrebbero contenere in dovere: i buoni si trovano abbandonati senza difesa, sono oppressi o spaventati dalla efferatezza di coloro che hanno come disse S. Pietro il vocabolo di libertà per velame di malizia. Questo è verissimo. Ma d’altra parte, che conseguenza se non può ragionevolmente inferire? Che dunque si può tenere come suole dirsi il piede in due staffe? Zoppicare da due parti? • Pendere ora a destra ed ora a sinistra? Mareggiare tra poggia ed orza tanto da guadagnare la riva senza fatica? No: questa non è conseguenza da seguaci di Gesù Cristo: è un temperamento da schiavi infelici del mondo. La conseguenza unica, vera, legittima, irrepugnabile, è, che conviene armarsi di coraggio maggiore, e seguitare Gesù Cristo con animo pronto ad ogni sbaraglio. Perché Signori non ci è accaduto niente di singolare, niente di strano, niente che Gesù Cristo non ci abbia mille e mille volte predetto. La vita dell’uomo sopra la terra è milizia diceva Giobbe, e molto più è milizia la vita del Cristiano. Ora nella milizia alle volte corrono tempi di pace, e allora la vita militare porta lucro ed onore ma non espone a pericoli. Ma quando meno si aspetta, l’orizzonte politico si rabuffa e alla pace succede la guerra. E allora conviene cambiare la città col campo, ed esporre il petto al ferro ed al piombo sotto pena di essere bollato con la turpe nota di codardo in faccia al nemico. Il simile avviene nella milizia cristiana: corrono alle volte tempi tranquilli ed equabili: e Gesù Cristo è riconosciuto, riverita la Chiesa: e allora la professione aperta di Cristiano non espone a cimenti gravi e talvolta frutta anche onore: e di questa fatta furono i tempi che antecedettero la rivoluzione. Ma Gesù Cristo non ha mai detto che questo ordine di cose lieto e sereno sarebbe stato nella sua Chiesa ordine giornaliero e molto meno perpetuo. Ardisco anzi di dire che in tutto il Vangelo si trovano ad ogni pagina profezie di tempeste e promesse di soccorso fatte alla sua sposa, ma promesse di pace forse nessuna. Certo i Cristiani dei primi tre secoli furono sempre in battaglia, tregua ebbero talvolta, pace non mai, e i trucidati per Gesù Cristo si contano non a migliaia ma a milioni. Sappiamo ancora che avanti che il mondo finisca, deve venire una tribolazione quale non fu, da che le genti hanno cominciato ad essere, ne sarà mai più, onde i martiri che renderanno a Gesù Cristo testimonianza col sangue saranno molto più nella fine che negli esordi non furono. E quando vengono questi tempi: quando il nemico suona la tromba e presenta la battaglia, che conviene di fare? Scendere in campo e combattere. Allora il tempo che Gesù Cristo intuona ad alta voce. Chi vuol venire dietro a me pigli la sua croce e mi seguiti. Chi non piglia la sua croce e mi seguita non è degno di me. Chi si vergognerà di me al cospetto degli uomini anch’ io mi vergognerò di lui al cospetto del padre mio: non ci è scampo, non ci è via di mezzo, l’inferno incalza, Gesù Cristo non cede, o mostrare la fronte, costi quel che si vuole, o dannarsi. Ora questi tempi sono venuti. A vivere in essi è toccato propriamente a noi: conviene sfoderare la spada e scendere in campo altrimenti siamo perduti. Sentite come anima San Paolo i primi cristiani a cimentarsi da valorosi. Deponentes omne pondus et circumstans nos peccatum per potientiam curramus ad propositum nobis certamen. (Hebr. XII. 1. 2.). Gettiamo via il fardello della nostra dappocaggine e il peso di cui ci grava questa carne di peccato che ci circonda, armiamoci di pazienza e scendiamo in campo dove la tromba della tenzone ci appella. Ma il senso inorridisce, la carne ricalcitra, palpita il cuore, manca la lena: un’occhiata al Crocifisso e avanti. Aspicientes in auctorem fidei et consumatorem Iesum, qui proposito sibi gaudio sustinuit crucem confusione contempla et sedet a deoctris Dei. Ecco qua l’autore e consumatore della fede guardatelo o pusillanimi e confondetevi. Esso è andato avanti: si propose il gaudio di salvare le anime vostre e portarle in paradiso preziosa conquista; non badò a nulla non curò la confusione, sostenne la croce, e ora siede alla destra del Padre e vi chiama: avanti, avanti. La cosa dunque è decisa conviene andare. È arduo il passo non ce ne è altro. Sente di acerbo? Convien andare di qui. O questo o dannarsi.

3. Poiché dunque la cosa è cosi e non ci è transazione, alla prudenza non è lasciato altro partito che questo: di vedere di cavarsela meno peggio che può, e salva l’anima, la coscienza, l’onore di Dio, argomentarsi di soffrire meno che sia possibile. – E questo è buono, questo è lecito, questo è ordinato. Ma la via per soffrire meno, e cavarsela meno peggio col mondo, salva l’anima e la coscienza, qual sarà mai? Quella di cedere, di cagliare, di tenere il piede in due staffe, di porgersi con due manichi a chi ci vuol prendere? No: è quella di essere risoluto e fermo alla bandiera di Gesù Cristo. Ponete mente. Il mondo è cane dice S. Giovanni Crisostomo, e tutti i mondani qual più qual meno tengono del cagnesco. Ora quale è l’indole del cane? È questa di indracarsi contro a chi fugge, di cedere contro a chi mostra la faccia. Ti è accaduto di vedere? Se ne va quel passeggiero spensierato e franco pel suo viaggio e passa vicino alla casa dove il cane inquieto e ringhioso dorme tranquillamente nel suo giaciglio. Ode la mala bestia il mutare dei passi, drizza le orecchie, alza la testa, balza in piedi, scuote il dosso, e con alti latrati, con aspri ringhi corre e si avventa. Che farà il viandante mal capitato per evitare la rabbia e il dente di questo feroce? Darà le reni? Piglierà la fuga? Si renderà vinto? Dio ne lo guardi! La bestia piglierà tanto più di baldanza quanto esso mostrerà più di paura, e divenuta tremenda, implacabile gli farà sentire come fledano i suoi rienti, e non basta: perché tutta la canea del contorno sommossa e tratta dai latrati del maggior cane correrà anch’essa ad aggredirlo in massa, ed egli avrà alle mani assai duro partito. Che farà dunque? si rincuori, confermi l’animo, mostri alla turpe bestia la faccia, la guardi fisso, la bravi, le corra addosso e vedrà. Si arresta alla prima mostra di resistenza il bracco poltrone, poi caglia, poi cede; poi dà le groppe, poi fugge esterrefatto e si invola, e tutta la canea minore cede il campo e s’invola con esso. Il viandante si è vendicato in libertà, potrà passare mille volte per quella via, non patirà più mai molestia nessuna. Così il Crisostomo, il quale seguita domandando, onde avviene che il cane dia le reni e fugga se l’uomo resiste, e s’indraghi invece e diventi terribile se caglia e mostra paura? Avviene così. Sente il tristo animale la propria inferiorità in faccia all’uomo, e non ha altro coraggio che quello che l’uomo gli rinunzia quando abdicando per dire così la propria superiorità e il proprio grado, s’atterrisce e mostra paura. Essendo così, l’uomo è sempre uomo, signori miei e il vizioso sente la propria turpitudine e la propria viltà, e stima naturalmente la virtù e chi la possiede. Di qui è che invidia il virtuoso e, non potendo essere come lui, l’odia e lo perseguita con livore diabolico, ma mentre lo perseguita, lo riverisce interiormente e lo teme. Se l’uomo buono pertanto quando il perverso o lo deride o lo insulta o lo perseguita; si avvilisce, cede, mostra paura, trascorre a connivenze infelici, si nasconde, quasi vergognandosi di essere buono e di stare coi buoni, è finita: il tristo che è per natura vigliacco e ingeneroso, piglia baldanza come il cane in faccia all’uomo spaurato e vi perseguita con tale pertinacia ed efferatezza che non vi dà più pace, e tutta la canea dei tristi di second’ordine insorgerà contro di voi. Volete vincere in questo miserabile certame e vendicarvi la nobile libertà di essere cristiano cattolico a fronte aperta? Non curate questi soperchiatori codardi: alzate loro in faccia gli occhi: intimate liberamente che volete fare di vostro senno, e vedrete; vedrete che stringeranno dapprima i denti e ringhieranno contro di voi: poi daranno addietro, poi taceranno, non passerà gran tempo che potrete fare quel che volete, e non solo non vi molesteranno; ma vi loderanno e diranno di voi che siete uomo di principi e che non ammettete transazioni quando si tratta della coscienza. Girate gli occhi all’intorno e vedrete un certo numero di persone uomini e donne che professano liberamente i principi cattolici e sono rispettati da tutti. Come hanno fatto a imporre silenzio alla canea maggiore e minore? Con questa libertà dimostrata francamente in faccia ai soperchiatori. Oh se ciò intendesse la povera gioventù: oh quanti si salverebbero che miseramente prevaricano! Quella fanciulla ama la virtù e la pietà; le piace frequentare la chiesa, assidersi alla mensa celeste, non ama le leggerezze e le vanità alle quali corre dietro si perdutamente il suo sesso: quel giovane è stato bene educato, ha saldi in mente i sani principi: vuole attendere all’anima sua, aborre dalle sfrenatezze e dalle turpitudini dei dissoluti, dei disonesti e degli sboccati. Ma se ne sono accorti quella fanciulla civetta, quel giovinastro discolo e libertino: se ne sono accorti e quando li vedono li guardano con un cipiglio di scherno, sogghignano, insultano, fate largo, gridano, alla santa e al santo che passano. Sbalordiscono i cattivelli a questi dileggi, rappicciniscono, si tengono perduti, non è fanciullo che tremi tanto sotto la verga del pedagogo come costoro in faccia a questi censori. Semplicetti che siete! Sappiate che quella civetta e quel discolo vi stimano in loro cuore, e vorrebbero essere come voi: alzate la fronte, deridete chi vi deride, date loro i titoli che si meritano, e vedrete rannullarsi quella baldanza e quei censori sì baldanzosi, quasi bracchi poltroni, dare le groppe e pur ringhiando fuggire.

4. E qui guai a me se mi ascoltassero certuni e certune, che pure abbondano ai nostri giorni. Gente buona vedete, ma gente cauta, circospetta, guardinga quando si tratta del bene. – Ahimè direbbero inorriditi, che parlare è mai questo? Ma dunque la discrezione deve fuggire dalla terra? Dunque la prudenza non è più una virtù? Non date ascolto agli intransigenti, ai fanatici. Son tristi tempi: prudenza, per carità, prudenza. Così si grida da mane a sera, e la prudenza è un vocabolo che oramai trova luogo per tutto. Prudenza risuonano le case dei grandi, le officine dei piccoli ripetono prudenza, le sacrestie medesime, i presbiteri, i conventi prudenza echeggiano, prudenza, prudenza. Che farò io fra tanto frastuono? A qual partito mi appiglierò ? Io proporrò un caso di coscienza: voi lo risolverete coi principi di questa prudenza, poi voi ed io udiremo la soluzione magistrale di tale alla sentenza del quale sarà pur forza che ci rendiamo. Allorché Gesù Cristo nostro Signore viveva mortale sopra la terra e predicava la sua celeste dottrina era odiato a morte dagli scribi, dai farisei e da quasi tutti i personaggi di primo conto della sua nazione: aveva, si direbbe ai di nostri la pubblica opinione delle classi intelligenti contro di sé. E l’odio e l’astio il livore pervenne a tale che adunatisi nel Sinedrio che era, si direbbe, l’assemblea legislativa dei Giudei fecero questo decreto. Iam enim conspiraverant Iudœi, ut si quis confiteretur eum esse Christum extra sinagogam fieret. (Io IX, 22.) Che qualunque avesse confessato che Gesù di Nazaret era il Cristo e il Messia fosse espulso dalla Sinagoga. Questa pena era gravissima, ed equivarrebbe tra noi ad essere casso del numero dei cittadini e privato di tutti i dritti civili e politici con una specie di scomunicazione per giunta. Questo decreto fece paura a moltissimi e intorno a Gesù Cristo si fece deserto, e molti che prima erano sempre con Lui lo fuggivano, e se per la strada lo trovavano, facevano vista di non vederlo. Con tutto ciò che volete? L’uomo è pur sempre uomo e Gesù Cristo sbalordiva il mondo non con le parole ma con i miracoli: di che prosegue a dire S. Giovanni, ex principibus multi crediderunt in eum: (Ioan. XII, 42.) molti anche di personaggi di primissimo conto vedendo questi prodigi credettero in Lui. Credettero e credettero fermamente; solo si tenevano la loro fede nel cuore, al di fuori si guardavano bene dal dimostrarla per paura dei farisei e onde non essere cacciati dalla Sinagoga. Sed propter pharisæos non confìtebantur ut e Synagoga non eiicerentur. Questo è il caso: e qui si domanda. Facevano bene questi credenti? Erano degni di scusa? Li avreste assoluti? Sì, certo sì. Credevano e credevano davvero. Ma la fede si tenevano nel cuore: non la mettevano in piazza: era prudenza. I nemici di Gesù Cristo erano potenti, avevano in mano ogni cosa: guai se pigliavano in odio un mal capitato: la dichiarazione dei loro principi non giovava a Gesù, ad essi nuoceva. Perché mettersi in uggia ai primi della nazione? Si tennero indietro, fu prudenza, fecero bene. Questa è la soluzione vostra. Sentiamo ora la soluzione che diede chi mai? Nientemeno che lo Spirito Santo per bocca dell’Apostolo prediletto di Gesù Cristo. Dilexerunt enim magis gloriam hominum quam gloriam Dei. (Io: XII. 43.). Costoro che così fecero, furono una mano di vigliacchi che più amarono la gloria degli uomini che quella di Dio. Furono vigliacchi e più volte Gesù Cristo li rampognò: disse che non erano atti al regno di Dio, sentenziò che erano già giudicati, li fulminò asserendo che la loro fede, non era fede. Voi credete? Voi? Quomodo potestis credere qui gloriam ab invicem accipitis, et gloriam quae a Deo solo est non quæritis ? (Io. V. 44.) Ma che fede è la vostra se andate cercando la gloria l’uno dall’altro: della gloria che viene da Dio solo non vi curate? Il caso dunque è già risoluto e non ci è che ridire: di tal maestro è la risoluzione. Veniamo dunque a noi. Non è dunque più, dicevano, non è più una virtù la prudenza ? Sì, la prudenza è una virtù, e non una virtù qualunque ma una delle quattro che diconsi cardinali: oltrediché è virtù universale e condisce quasi sale tutte le altre virtù e le scorge sì che raggiungano il loro fine. Ma la fede ci insegna che ci sono due generi di prudenza. Una che si appella prudenza della carne, e un’altra che si chiama prudenza dello Spirito. La prudenza della carne consiste in questo: che si cerchi di non aver brighe per conto di Gesù Cristo; che si procuri di passarsela bene col secolo nemico suo, religiosi sì ma non eccessivi: una mano ai farisei, un’altra al Messia. Saper ridere a una bestemmia e biasciare una giaculatoria. Amici di tutti, bene con tutti, questa è prudenza. Prudenza sì ma della carne: e S. Giacomo Apostolo e S. Paolo non ne sentono troppo bene. Poiché S. Paolo dice prudentia carnis mors est (Rom. VIII 6.). La prudenza della carne è morte, e S. Giacomo la chiama sapienza ma sapienza non discesa dal cielo, bensì tutta di terra propria solo dell’animale e del diavolo : Non est enim ista sapientia desursum descendens; sed terrena, animalis, diabolica. (Iac. III. 15.) prudenza terrena, animale, diabolica. Se vi piace questa prudenza tal sia di voi, a noi ancora piace di esser prudenti ma con la prudenza dello spirito, che è quella di Gesù Cristo.

5. Il quale con la divina evidenza delle sue parole consigliò i suoi servi ad esser prudenti perchè si sarebbero trovati come pecore in mezzo ai lupi, ma definì la prudenza che dovevano avere, estote ergo prudentes sicut serpentes (Matth. X . 16.). Siate prudenti come i serpenti. Ora quale è la prudenza per la quale è nominato il serpente? È questa rispondono i Padri. Quando è inseguito e si vede in pericolo mette il capo insicuro: sicurato il capo salva se può anche la striscia che si trascina dietro delle sue spire, se no abbandona al nemico la coda purché il capo sia salvo. Ecco dunque qual è, e in che consiste la prudenza cristiana: prima di tutto salvare il capo, e non mai per pericolare pel rimanente del corpo la salute del capo. E il capo qual è? L’anima, uditori miei riveriti, l’anima, la grazia di Dio, la salute eterna, l’onore e la gloria di Dio e di Gesù Cristo. Questo, questo è il capo: questo e non altro. Questo dunque si salvi a qualunque patto : salvo questo, se si può si salvi anche il resto, se no vada tutto, vada anche la vita, ma il capo si salvi. Non vi impone no Gesù Cristo di essere temerari, audaci, provocatori: vi impone di essere forti. Si tratta per esempio di cedere in qualche cosa alla tirannide della moda ? Purché non intervenga peccato; si faccia: si tratta di arredare la casa così o così? Purché si stia nei limiti del proprio stato; accomodatevi agli usi del vostro tempo. Si tratta di una vesta, di un cappello, di un acconciatura più che di un’altra? Purché sia salva la verecondia, non dirò nulla, al più riderò. No certo non mi cruccerò con quel giovane se alza i capelli al zenit o li deprime al nadir, né appiccherò una lite con quella femmina perché si fabbrica coi capelli non suoi su quella testa un cimiero o una torre: o se spazza un miglio di paese con la coda del vestimento. Sono cose indifferenti potrò compatire chi si fa servo di queste inezie, ma non mi sdegnerò con nessuno. Ma è cosa indifferente il vergognarsi delle pratiche di pietà? Il cercare per adempiere i doveri di cristiano le ore più incompatte e i luoghi più solitari? L’andare a certi spettacoli infami per compiacenza? Il leggere certi libri nefandi per vergogna di rifiutarli? Il calpestare la onestà, l’accomodarsi al turpiloquio per non parere bigotto? È di questa l’atta il bazzicar cogli increduli il bestemmiare con essi la Chiesa e il Papa? L’aderire a certi partiti che altro scopo non hanno fuorché di far guerra a Dio e Gesù Cristo? Eppure trovate innumerabili che per paura di un pugno vile di miserabili, per tremore delle sozze pagine di un giornale, per ispavento di una derisione, di un ghigno, di un lazzo, fanno questo e peggio e il fare di questo modo chiamali prudenza. Prudenza questa? Ma a me pare che si onori troppo chiamandola prudenza della carne, perché è una tiranna che fa dell’uomo un vile mancipio e con le mani e coi piedi legati lo dà in balìa a ciò che è di più turpe e vile sopra la terra. E vaglia la verità. Ponete caso che ad alcuno o ad alcuna dei conoscenti o delle conoscenti che avete si mettesse nell’animo la voglia insana di tenervi di occhio, di spiare tutti i vostri procedimenti, di indagare come suol dirsi perfino i vostri sospiri. Vi venissero quindi per casa, volessero sapere quale è per voi l’ora della levata, quale quella del coricarvi. In quali occupazioni vi passi la giornata; quali ore diate al lavoro, quali al riposo. Quali cibi imbandiscono la vostra mensa, quali persone sono ammesse alla vostra dimestichezza; quali sono i vostri passeggi quali le visite, ciò che sia nei luoghi più riposti di casa vostra nella dispensa per esempio e nello scrigno, e ciò che non sia. E ciò che si conforma al loro capriccio approvassero, e disapprovassero ciò che non si conforma: né approvassero solamente o disapprovassero, ma dispoticamente proibissero o comandassero: mangerete i tali cibi, tratterete con le tali persone, in questi luoghi andrete in quelli no, vestirete così o così. Ammettereste voi questa sopravveglianza? Vi soggettereste a questa schiavitù? Subireste questo ignobile sindacato? Certo no, rispondete sdegnati, immaginando anche solo un procedere così screanzato e villano, e a chi si attentasse di esercitarlo rintuzzeremmo la voglia. Ottimamente avete risposto: e così deve fare qualunque è libero ed uomo. Eppure questi prudenti trascinano una catena e portano un giogo anche più vergognoso di questo. Aggiratevi infatti per le vie: entrate nelle case, mettete il pie’ nei palagi, insinuatevi perfino nel santuario. Quali sono le parole che udite più di frequente? Che si dirà? Non bisogna far dire. Ci vuol prudenza. Che si dirà? Ma da chi? Non bisogna far dire. Ma chi? Ma per rispetto di chi? Esiste una proterva e vilissima generazione di mal creati che pretende di esercitare una tirannide intollerabile sopra di tutti, di tener tutti a catena, di dettare a tutti la legge. Essi comandano a capriccio e a capriccio divietano: a capriccio lodano e a capriccio vituperano: a capriccio vogliono e a capriccio disvogliono. Spingono il temerario sindacato nelle case, investigano il santuario delle famiglie, osservano quel che si fa, notano quel che si lascia, ordinano e vogliono essere obbediti, interdicono e minacciano chi resiste. Si deve fare così, perché ad essi piace, così, perché ad essi non piace, non si deve fare. E con che autorità esercitano questa tirannide? Con nessuna. Chi ha dato loro il diritto di costituirsi legislatori? Nessuno. È tutto arbitrio, tutta audacia, tutta soverchieria. E questi prudenti che fanno? Vestono com’essi vogliono, parlano come essi vogliono, vanno dove essi vogliono, dove essi non vogliono non vanno. Si astengono a un loro cenno e da ciò che piace benché onestissimo, a ciò che ad essi non piace si accomodano benché reo, peccaminoso, turpe, molesto, e dilaniando col nome di opinione pubblica il cicaleccio ed il latrato di costoro, per poco non si fanno legge di non violarne i precetti neppure col pensiero, e se si pigliano talvolta qualche timida libertà, si guardano prima bene all’intorno e tremano come conigli per paura che lo risappiano i suoi tiranni. E tutto ciò lo ripeto non in cose indifferenti né cattive né buone per sé medesime, ma in cose gravissime, santissime, che affettano la religione, la salute dell’anima, i comandamenti di Dio e della Chiesa, e la sostanza medesima della fede e della vita cristiana. Ahimè questa non è prudenza dello spirito anzi neppur della carne. Non dello spirito, perché nemica di Dio, non della carne, perché alla carne, medesima nemica, molesta e pressoché intollerabile. Questa è dappocaggine, vigliaccheria, viltà, codardia, melensaggine. Eppure costoro se li sentite si chiamano spregiudicati, liberi, indipendenti. Voi spregiudicati? Voi indipendenti? Voi liberi? Ma se i nomi di poltrone, di mancipio, di schiavo non fossero nel vocabolario: bisognerebbe inventarli per chiamarvi come vi meritate. Sapete chi sono gli indipendenti ed i liberi? Colui e colei che sanno con petto valido rompere la marea e andare diritto senza impensierirsi di quel che faccia o dica il mondo nemico di Gesù Cristo, più di quello che si impensierisca la luna del notturno latrato dei cani. Eppure questi magnanimi sono derisi, e non è raro che si ascoltino questi codardi dispensar loro i titoli di bigotti, di stupidi, di imbecilli. Perché così va la cosa che ciascuno regala volentieri altrui quelle note che sa benissimo di meritare per sé. Su via, se volete essere veramente liberi e indipendenti, scuotete il giogo vile degli umani rispetti, vendicatevi la libertà della vostra fede e della vostra coscienza, e allora con la libertà e con la indipendenza avrete ancora la prudenza vera cioè la prudenza non della carne ma dello spirito, e prudenti come serpenti sarete anche semplici come colombe perché camminerete per la via diritta, e lasciando il mondo imperversare a sua posta, confesserete Gesù Cristo davanti agli uomini, ed Egli confesserà Voi al cospetto del Padre suo che è nei cieli.

6. Io sono certissimo che qualcuno di voi richiamandomi a quelle parole di Gesù Cristo: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, vorrebbe dirmi così. Veramente il Cristiano Cattolico senza epiteti, intero, schietto, sincero, si trova a questi tempi come pecora inerme nel mezzo ai lupi e lupi feroci e terribili. Dunque che dovrà fare? Dovrà insorgere, dovrà tempestare, non dovrà conoscere né riserbo né modo? Io risponderò a questa domanda con un esempio che ci diede il nostro maestro Gesù, esempio accomodatissimo ai tempi nostri. Quando Gesù predicava la sua celeste dottrina, la Giudea era agitata da fiere tempeste politiche. I Giudei erano caduti sotto la dominazione romana e portavano il giogo di malissima voglia. Dicevano che essendo essi il popolo di Dio erano per gius divino liberi e indipendenti, che però i romani erano invasori iniqui, e che non era lecito pagar loro il tributo, onde peccatori per antonomasia chiamavano i pubblicani che erano gli esattori delle gabelle. Or di questa condizione di cose e stato degli animi si valsero i farisei per tendere un laccio a Gesù, ed ecco come. Un drappello di essi a Gesù se ne vennero con alcuni partigiani di Erode, e con ipocrita riverenza gli parlarono così: magister scimus quia verax es et viam Dei in veritate doces et non est tibi cura de aliquo. (Matth. XXII. 16). Maestro noi sappiamo che sei verace e insegni in verità la strada di Dio e non guardi in faccia a nessuno. Questo fu l’esordio, col quale lusingandolo, cercarono quei tristi di accalappiare Gesù, cattivandone la fiducia e poi proseguirono. Die ergo nobis quid tibi videtur: licet censum dare Cæsari an non? Dinne dunque su il tuo parere ma netto, esplicito, senza ambagi, senza inviluppi. È lecito pagare il censo a Cesare sì o no? Vogliono mettere Gesù alle strette: vogliono unsi o unno: e qui stava il tranello. Se Gesù rispondeva sì: è lecito; essi lo accusavano ai Giudei e lo mettevano in odio come fautore del dominio straniero e nemico della sua gente. Se rispondeva no: non è lecito: lo accusavano ai Romani come sedizioso o nemico di Cesare, così lo perdevano ad ogni modo e avevano condotto quegli Erodiani perché all’uopo facessero da testimoni. Che farà Gesù? Come si caverà dalla stretta di questo laccio: Con la prudenza del serpente congiunta colla semplicità della colomba. Cognita autem Iesus nequitia eorum ait: quid me tentatis hypocritæ? Prima di tutto fece intendere che li aveva conosciuti: e, ipocriti, disse, che venite qui a tentarmi? E poi proseguì: mostratemi la moneta del censo. Ostendite miài numisma census. Essi gliela diedero in mano, ed Ei proseguì. Di cui è questa immagine e questa scritta? Cuius est imago hœc et superscriptio? Risposero, di Cesare: Dicunt Ei, Cæsaris. Rendete dunque, conchiuse, a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio. Reddite ergo quæ sunt Cœsaris Cœsari, quœ sunt Dei Deo. Trovate se vi riesce una risposta all’insidioso quesito? Non la troverete in eterno. Gesù Cristo non rispose né sì né no, solo enunciò una verità incontrastabile, e così schivò il laccio: confuse la malizia dei suoi nemici e salvò sé medesimo, lasciando coloro scornati e confusi a digerire la rabbia, la confusione e lo scorno. Nel qual cimento mise in opera per sé quell’altro documento santissimo che diede a tutti: Nolite dare sanctum canibus. Eccovi uditori una lezione divina: eccovi come si vive nel mezzo ai lupi schivandone quanto si può, salva l’anima e la coscienza, l’insidie, le zanne e la rabbia. Verrà poi tempo che il lupo la dia per mezzo, e vedendo che le insidie non giovano, spieghi gli unghioni e adopri le zanne. Così fecero questi medesimi farisei con Gesù. Cercarono tutte le vie per coglierlo al laccio con apparenza almeno di ragione. Quando videro che non riuscivano, comprarono Giuda, mandarono ad arrestarlo una corte con lanterne, fiaccole ed armi, e lo crocifissero. Ma intanto a noi sta di togliere il pretesto, e il pretesto si toglie imitando il Signor nostro Gesù. Del quale richiamate l’avviso che è ottimo per noi, suoi Sacerdoti, nelle strette di questi tempi. Nolite dare sanctum canibus neque mittatis margaritas vestras ante porcos, ne forte conculcent eas pedibus suis et conversi dirumpant vos. (Matth VII. 6.) – Non vogliate dare le cose sante ai cani e non gittate dinanzi ai porci le margarite, non forse voltandosi contro di voi col grifo e conle zanne vi sbranino. Esistono, esistono di questi ciacchi e di questi cani che stanno in posta per vedere se gittate dinanzi a loro le cose sante e le perle e sbranarvi. Non le gittate loro: non ne son degni e odiandoli a morte vi preparano, se proseguite, ceppi e catene. A loro non le gittate. Esistono però gli agnelli del pastor buono, le pecorelle di Gesù Cristo, a queste date le cose sante, a queste mettete innanzi le gemme della verità. Che se i ciacchi e i cani grugniscono e latrano minacciandovi unghioni e zanne rispondete così: Noi diamo a Cesare, quel che è di Cesare: a Dio, quel che è di Dio.

 

DIFESA DELLA FEDE

DIFESA DELLA FEDE

[Dom Guéranger: l’Anno Liturgico, vol. I, Paoline ed. – 1957, impr.]

… abile a trasformarsi in angelo di luce (II Cor. 11, 14), l’eterno nemico rivestì il suo apostolo [Nestorio] d’una duplice bugiarda aureola di santità e di scienza; l’uomo che più d’ogni altro doveva manifestare l’odio del serpente contro la donna ed il suo seme, si assise sulla cattedra episcopale di Costantinopoli col plauso di tutto l’Oriente, che si riprometteva di veder rivivere in lui l’eloquenza e le virtù d’un nuovo Crisostomo. Ma l’esultanza dei buoni fu di breve durata perché nello stesso anno dell’esaltazione dell’ipocrita pastore, il giorno di Natale del 428, Nestorio, approfittando dell’immenso concorso di fedeli venuti a festeggiare il parto della Vergine-Madre, dall’alto del soglio episcopale lanciò quella blasfema parola: «Maria non ha generato Dio: il Figlio suo non è che un uomo, strumento della divinità ». – A queste parole la moltitudine fremette inorridita; interprete della generale indignazione. Eusebio di Doriles, un semplice laico, si levò in mezzo alla folla a protestare contro l’empietà. In seguito, a nome dei membri di questa desolata Chiesa fu redatta una più esplicita protesta, diffusa in numerosi esemplari, anatemizzando chiunque avesse osato dire: « Altro è il Figlio unico del Padre, altro quello nato dalla Vergine Maria ». Generoso atteggiamento che fu allora la salvaguardia di Bisanzio e gli valse l’elogio dei Concili e dei Papi!

Quando il pastore si cambia in lupo, tocca soprattutto al gregge difendersi.

Di regola, senza dubbio, la dottrina discende dai Vescovi ai fedeli; e non devono i sudditi giudicare nel campo della fede, i capi. Ma nel tesoro della rivelazione vi sono dei punti essenziali, dei quali ogni cristiano, perciò stesso ch’è cristiano, deve avere la necessaria CONOSCENZA e la dovuta CUSTODIA. Il principio non muta, sia che si tratti di verità da credere che di norme morali da seguire, sia di morale che di dogma. I tradimenti simili a quelli di Nestorio non sono frequenti nella Chiesa; tuttavia può darsi che alcuni pastori tacciano, per un motivo o per l’altro, in talune circostanze in cui la stessa religione verrebbe ad essere coinvolta.

In tali congiunture, i VERI FEDELI sono quelli che attingono solo nel loro Battesimo l’ispirazione della loro linea di condotta; non i pusillanimi …

… che, sotto lo specioso pretesto della sottomissione ai poteri costituiti, attendono, per aderire al nemico o per opporsi alle sue imprese un programma che non è affatto necessario e che non si deve dare loro …

NECESSITA’ DI SERVIRE DIO DA GIOVANI

Necessità di servire Dio da giovani.

[E. Barbier: I Tesori di Cornelio Alapide, vol. II, S.E.I. ed. Torino, 1930- impr.]

– 1. Quanto è stimabile chi serve Dio da giovane. — 2. È facile servire Dio dalla giovinezza. — 3. Vantaggi del servire a Dio dalla giovinezza. — 4. Motivi di servire Dio nella gioventù: 1° perché questa età passa presto; 2° Perché quale è la gioventù, tali sono le altre età; 3° Perché questa età è la più esposta al male; 4° Perché questa età appartiene in modo speciale a Dio. — 5. È cosa vergognosa sciupare la giovinezza. — 6. Castighi minacciati a quelli che non servono il Signore da giovani. — 7. Mezzi per servire Dio dalla giovinezza.

1 . QUANTO È STIMABILE CHI SERVE DIO DA GIOVANE . — « Chi piace a Dio (dalla giovinezza) diventa il suo prediletto », dice il Savio: — Placens Deo factus est dilectus (Sap. IV, 10). A somma lode di Tobia la Sacra Scrittura dice che egli non fece mai nessuna azione da ragazzo, mentre pure era il più giovane di tutta la sua tribù: — Cumque esset iunior omnibus, nihil tamen puerile gessit in opere (TOB. I, 4). E perché aveva temuto e obbedito Dio fino dai più teneri anni, la Scrittura dice che egli non mormorò contro Dio perché lo avesse colpito di cecità; ma stette saldo nel timore del Signore che egli ringraziava ogni giorno: — Cum ab infantia sua semper Deum timuerit, et mandata eius custodierit, non est contristatus contra Deum, quod plaga cœcitatis evenerit ei; sed immobilis in Dei timore permansit, agens gratias, Deo omnibus diebus vitæ suæ (TOB. II, 13-14). – Leggiamo nel 2° libro dei Maccabei, al capo VII, l’esempio di coraggio e di fermezza nel proprio culto, che fra acerbe torture diedero i sette fratelli, perché avvezzi dalla prima età ad obbedire e servire Dio … E quanti altri batterono la medesima via! … Che spettacolo più dolce e più bello può offrirsi agli occhi di Dio, degli Angeli e degli uomini, che quello di un giovinetto o di una fanciulla i quali passano la giovinezza nella modestia, nella purità, nella saviezza, nella prudenza, nell’umiltà, nella pietà, nella preghiera! – O spettacolo che tanto più innamora, quanto più è raro! Volesse il cielo, che di molti dei nostri giovani si potesse fare l’elogio che di S. Malachia fece l’abate di Chiaravalle: « Benché tenerissimo di anni, non mostrava nulla della petulanza giovanile, ma si diportava in tutto con costumi degni della gravità di un vecchio (In morte B. Malach.) ». Volesse il cielo che della nostra società si potesse ripetere col medesimo dottore: « Noi vediamo tuttodì molti giovani più assennati che i vecchi, mostrare provetta età nei loro costumi; anticipano il tempo coi loro meriti e compensano con le virtù quello che manca ai loro anni (Serm. in Ps.) ». Ecco a questo proposito una sentenza di S. Agostino, degna di essere scritta a lettere d’oro: « La vostra vecchiezza tenga della puerizia, e nella puerizia traspiri la vecchiaia: cioè la vostra saggezza senile sia senza alterigia e la giovanile timidità sia accompagnata dalla saviezza, affinché lodiate Dio ora e nell’eternità (Sent.) » .

2. È FACILE SERVIRE DIO DALLA GIOVINEZZA. — Il tempo e le circostanze più adatte all’innesto sono la primavera e il vento caldo del mezzogiorno. L’innesto spirituale riesce mirabilmente nella primavera della vita, nell’età in cui i sentimenti sono sul fiorire e lo Spirito Santo spira su l’anima ancora tenera il sacro e ardente soffio del suo amore. Infatti la gioventù somiglia a un ramo novello, per la sua flessibilità e la facilità con cui riceve l’innesto divino il quale, nutrito del succo della grazia, forma un albero fruttifero, l’albero della vita. Udite, o giovani, che cosa vi dice il Signore: « Ascoltatemi, o frutti divini, e fruttificate come il rosaio piantato lungo le sponde di fresco ruscello; spandete un odore balsamico come il Libano; portate i fiori che siano, nel candore e nel profumo, come i gigli, adornatevi di verde fogliame, cantate inni di lode e benedite il Signore nelle sue opere. Magnificate il suo nome e rendetegli testimonianza con le parole della vostra bocca » — Obaudite me, divini fiuctus, et quasi rosa piantata super rivos aquarum fructifìcate; quasi Libanus odorem suavitatis habete; florete flores quasi lilium, et date odorem, et frondete ingratiam, et collaudate canticum et benedicite Dominum in operibus suis. Date nomini eius magnifìcentiam, et confitemini illi in voce labiorum (Eccli. XXXIX, 17 -20). « Mentre ero ancora giovinetto, narra di sé l’autore dell’Ecclesiastico, ho cercato la sapienza con le mie preghiere; la domandava a Dio nel tempio e diceva: io le terrò dietro fino alla fine di mia vita; ed essa fiorì in me, come vite che dà frutto precoce, e il mio cuore trovò in lei la sua letizia. I miei piedi camminarono per la strada retta; dai primi anni io mi misi in traccia di lei: ho abbassato l’orecchio, e l’ho ricevuta » (Eccli. LI, 18 – 21), Ecco l’esempio da imitarsi dai giovani i quali sono disposti più che ogni altra età, ad accogliere prontamente e praticare facilmente i dettami della divina sapienza, perché la giovinezza è l’età più prossima all’innocenza, la più atta a ricevere le buone impressioni e la più pronta a fare una buona azione; è l’età più cara a Dio. « Lasciate che i fanciulli vengano a me », diceva il Maestro divino: — Sinite parvulos ad me venire (MATTH. XIX, 14). S. Benedetto ammetteva nel suo ordine specialmente i giovani, affinché si avvezzassero presto alla disciplina monastica. Anzi la storia ci dice che nei primi tempi del Cristianesimo vi era l’uso di disporre i ragazzi, i giovani e le fanciulle ai tormenti e al martirio. Cari modelli ce ne forniscono la madre dei Maccabei e Santa Felicita le quali, nell’educazione dei loro figli, non tralasciarono d’insinuarvi l’amore al martirio e, giunto il tempo, ve li condussero. Così leggiamo che fece, sotto il tiranno Dunaano, re di Arabia, una pia madre la quale aveva istruito e preparato al martirio un suo bimbo. Ora avvenne che il fanciullo, all’età di cinque anni, vide un giorno strapparsegli la madre, per ordine del tiranno, ed essere condannata ad ardere viva. A quella vista, mosso dal desiderio del martirio, il ragazzino cominciò a piangere e sospirare dietro la madre: avendogli Dunaano domandato se amasse meglio essere con lui in un bel palazzo, ovvero con la madre in una caldaia infocata: Preferisco, rispose, starmene con la mamma, affinché ella mi prenda e conduca con sé al martirio. — E sai tu che cosa è il martirio? riprese Dunaano. — E il bambino a lui: — Il martirio è morire per Gesù Cristo per vivere di nuovo. — Chi è Gesù Cristo? replicò il tiranno. — Venite alla chiesa, soggiunse il bambino, e ve lo farò vedere. Ma non cessando il tiranno di sollecitarlo con lusinghe e promesse, quel mirabile fanciullo finì col dirgli: — Taci, o mostro; non cerco né voglio te, ma la madre mia. — Riunito a lei, si strinse al suo petto e ricevé con essa la corona del martirio (Stor. Eccl.).

3. VANTAGGI DEL SERVIRE A DIO DALLA GIOVINEZZA. — « Coloro che mi cercano di buon mattino, mi troveranno », dice il Signore: — Qui mane vigilant ad me, invenient me (Prov. VIII, 17). Chi giunge a buona vecchiaia, gode i frutti raccolti nel tempo della giovinezza, che sono la saggezza, l’autorità, il diritto di dare consigli, l’onoratezza, la speranza dell’eternità beata. Ha dei figli e dei nipoti saggi, prudenti, gravi e onorati… Chi al contrario ha fatto cattivo uso degli anni giovanili, raccoglie nella tarda età dispiaceri, malinconia, disonore, disperazione, sia per conseguenza della vita malvagia che ha menato, sia per la mala condotta dei figli e dei nipoti. « Figlio mio, dice il Signore, se avrai l’animo saggio, il mio cuore ne gioirà con te » •— Fili mi, si sapiens fuerit animus tuus, gaudebit tecum cor meum (Prov. XX II, 15). « Ricevi, figlio mio, l’istruzione nei tuoi primi anni, e otterrai la sapienza fino alla vecchiaia. Avvicinati a lei e aspettane i buoni frutti in pazienza, come colui che ara e semina il terreno, aspettando la messe; in questo lavoro poco avrai da faticare e ti nutrirai ben presto de’ suoi prodotti » — Fili, a iuventute tua excipe doctrinam, et usque ad canos invenies sapientiam. Quasi is qui arat et seminat, accede ad eam, et sustine bonos fructus illius; in opere enim ipsius exiguum laborabis, et cito edes de generationibus illius (Eccle. VI, 18-20). Cercate la virtù nel tempo della vostra giovinezza, e la troverete come un frutto precoce; sarete colmi di felicità (Eccli. LI, 18 – 20). « Io mi sono ricordato di voi, dice il Signore; ebbi pietà della vostra giovinezza e del mio amore per l’anima vostra, sposa mia » — Recordatus sum tui, miserans adolescentiam tuam, et caritatem desponsationis tuæ (IEREM. II, 2). Io mi sono ricordato, anima infedele, ed ho richiamato alla tua memoria la tua prima età, durante la quale io, tuo Dio, non già per riguardo alla bellezza, o alla sapienza, o alla ricchezza, o ad altro tuo merito, ma per pura mia misericordia ho preso te in mia sposa, te debole, povera, inferma; ti ho tratta a me e protetta e dotata del battesimo, della scienza cristiana, della grazia, ecc.; ti ho vestita di abiti preziosissimi e ornata di splendentissimi brillanti, affinché tu mi serbassi la fedeltà che le spose devono ai loro sposi… « È vantaggioso per l’uomo, dice Geremia, ch’egli porti il giogo del Signore fino dall’adolescenza » — Bonum est viro cum portaverit iugum ab adolescentia sua (Lament. III, 27). Portare il giogo del Signore, vuol dire obbedire alle sue leggi e ai suoi precetti, accettare gli obblighi che importa il servizio di Dio; essere umile, dolce, paziente nelle contrarietà. Colui che si è sottoposto al giogo del Signore fino dai primi anni, e che ha diretto, col freno di una savia moderazione, la sua giovinezza, riuscirà, dice S. Ambrogio, a vincere le proprie passioni: dominerà i suoi sensi, e terrà in freno le concupiscenze della carne; saprà discernere e sradicare le cattive inclinazioni del proprio cuore, godrà tranquillità e pace. Il giogo potente e amabile del Signore porta a desiderare Dio e cercarlo; se la gioventù, quasi indomabile, si mette sotto questo giogo, tutto le diventa facile, dolce e piacevole (In Psulm. CXVIII, serm. IX). Per mezzo del giogo del suo servizio, Dio doma la gioventù, la mantiene in piedi, la preserva dalle cadute pericolose, la rende dolce, l’informa al bene e finalmente la perfeziona. Egli suole alleggerire il suo giogo e far sì che vi si gusti la vera felicità, colmando di grazie e di consolazioni quelli che lo portano, secondo la parola di Gesù Cristo medesimo: « Dolce è il mio giogo, soave il mio peso — Iugum meum suave est et onus meum leve (MATTH. XI, 30).  Quanto saggia e generosa è l’anima la quale fu educata di buon’ora alla scuola di Gesù Cristo, e volle conservarsi veramente libera, sottoponendosi al giogo divino, oppure geme di aver passato alcuni giorni fuori di questa disciplina, che è principio di vita e di forza! Quest’anima eroica è ferma nel proposito di sottoporsi e consacrarsi fino alla morte al servizio del Signore nel silenzio, nella pazienza, nella rassegnazione; senza mai scuotere il suo giogo e astenendosi da ogni mormorazione; poiché l’anima la quale cerca di liberarsi di questo giogo, lo porta a malincuore, lo trascina e lo abborre; e allora essa ne è schiacciata, e perde ogni merito… Buona cosa è avvezzarsi da giovani alla disciplina, alla mortificazione, all’austerità, alla pazienza, alla pratica della virtù, in una parola al servizio di DIO. È questa la via che conduce alla salute eterna e a grande perfezione. Dalla loro infanzia Sansone e Samuele si astennero dal vino e da ogni bevanda fermentata e furono consacrati Nazarei. In età tenerissima, S. Giovanni Battista si ritirò nel deserto, vestì il cilizio, si cibò di locuste, e meritò di essere il precursore e il martire di Gesù Cristo. Il Salvatore divino cominciò dal presepio a praticare la povertà e l’obbedienza, a menare una vita di stenti e a prepararsi alla croce. Egli di se stesso diceva, per mezzo del profeta: « Menai vita travagliata e povera fin dai giorni della mia giovinezza » — Pauper sum ego et in laboribus a iuventute mea (Psalm. LXXXVII, 16). Gesù ama l’infanzia che lo serve, dice S. Leone, quell’infanzia ch’egli assunse nell’anima e nel corpo suo. Gesù ama l’infanzia che è un modello di umiltà, d’innocenza, di dolcezza. Gesù ama l’infanzia, secondo la quale informa i costumi ed a cui riconduce la vecchiaia, e che propone per esempio a quelli che chiama a entrare nel regno dei cieli (Serm. in Ephiph. n. 7). Dove trovare utilità eguali a quelle che s’incontrano nel servizio di Dio accettato fin dalla giovinezza? Sapete che cosa vuol dire servire Dio dalla gioventù? Vuol dire conservare la propria innocenza e purità; essere nelle grazie di Dio, avere Dio in noi stessi, i suoi favori, le sue benedizioni; vuol dire non perdere mai il prezioso tesoro del battesimo e rimanere fedeli ai sacri impegni quivi contratti; vuol dire avanzare di virtù in virtù e aumentare ogni anno, ogni giorno, ogni ora, i propri meriti e la propria corona; vuol dire conservare la pace del cuore e prepararsi ineffabili conforti, assicurare la propria salvezza, restare tempio dello Spirito Santo, ornato di tutti i suoi doni; mostrarsi degno membro di Gesù Cristo, riuscire vincitore dell’inferno, del mondo, di noi medesimi; vuol dire cominciare su la terra la vita degli Angeli, e gustare un saggio anticipato delle ineffabili delizie della città celeste; vuol dire essere la consolazione del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, di Maria, degli Angeli, dei santi, della Chiesa, della società, della famiglia; spargere dappertutto il buon odore di Gesù Cristo e invitare col proprio esempio, gli altri a fare lo stesso, a schivare il peccato,, a praticare la virtù e a santificarsi. Felice nel tempo e nell’eternità quel giovane che serve al Signore con tutto il cuore e con tutta l’anima e con tutte le forze e che persevera in questo dolce e salutare servizio!

4. MOTIVI DI SERVIRE DIO NELLA GIOVENTÙ: perché questa età passa presto. — Che cosa è la gioventù? un’età che passa come il fiore sbocciato la mattina, appassito la sera; come leggero vapore, o goccia di rugiada al comparire del sole; come sogno, o baleno, o volò di uccello… Che cosa sono tutte le età, prese ad una ad una? Che cosa è la vita intera, paragonata all’eternità? Per quanti poi la giovinezza è l’ultima età della vita? Quanti devono dire con Ezechia, re di Giuda: Sul fine dei miei anni discendo nel sepolcro… La mia vita fu tolta e piegata ad un tratto, come la tenda di un pastore: fu troncata come la tela del tessitore. Mentre io era tuttavia sul crescere, la mano del Signore mi ha reciso; dal mattino alla sera i miei giorni ebbero fine. Speravo di vedere ancora l’aurora del giorno seguente, ma il male stritolò come leone le mie ossa (ISAI. XXXVIII, 10, 12 – 13)? Oh, di quante persone si può dire quello che Geremia diceva del popolo di Gerusalemme: « Il sole tramontò per lui, mentr’era ancora giorno alto » — Occidit ei sol, eum adhuc esset dies (XV, 9)! – Se volete sapere perché mai una morte prematura abbia colpito quel giovane virtuoso, aprite la Sapienza al capo IV, e vedrete che siccome egli piaceva a Dio, perciò Dio lo amò più degli altri e lo tolse di mezzo ai peccatori fra cui viveva, affinché la malizia non gli traviasse l’intelletto e l’illusione non gli guastasse il cuore. Poiché molto facilmente avviene che l’uomo semplice e aperto sia colto al laccio della frivolezza dei beni e dell’incostanza dei desideri terreni. Consumato in pochi giorni, tuttavia visse molto e perché la sua anima piaceva a Dio, egli si affrettò a toglierlo dalle iniquità del secolo. Ma la gente vede e non comprende; non pensa che la grazia e la misericordia del Signore piovono sopra i suoi santi, e il suo sguardo si posa su di loro. Il giusto morto condanna gli empi vivi; ed una santa gioventù rapidamente trascorsa è rimprovero alla vecchiezza del malvagio (Sap. IV, 10-16). Perché poi altre volte la morte abbatte, non meno prematuramente, quel giovane corrotto ed empio? Sebbene siano impenetrabili i segreti di Dio, che noi dobbiamo adorare e non scrutare, ci è però lecito asserire che questo avviene: 1 ° in punizione della sua rea condotta…; 2 ° perché non prolunghi di più la catena delle iniquità e non accresca di più il già troppo terribile conto che ha da rendere a Dio … ; 3 ° per mettere un fine agli scandali che semina …; 4° perché serva d’esempio ai suoi coetanei; ai savi affinché perseverino, ai dissipati perché si convertano…; 5 ° perché era maturo per l’inferno. Ah! la brevità della giovinezza grida ad alta voce ai giovani la necessità di consacrare quest’età al servizio del Signore.

Perché quale è la gioventù, tali sono le altre età. — « La vostra vecchiezza ricopierà gli anni della vostra gioventù », dice i l Signore: — Sicut dies iuventutis tuæ, ita et senectus tua (Deuter. XXXIII, 25). «L’adolescente, dice il Savio, continuerà la strada per la quale si è messo e non ne uscirà nemmeno da vecchio » — Adolescens iuxta viam suam, etiam cum senuerit non recedet ab ea (Prov. XXII, 6). « Le ossa dell’empio, scrive Giobbe, saranno penetrate dei vizi della sua giovinezza, e se li porterà con sé nella polvere della tomba » — Ossa eius implebuntur vitiis adolescentiae eius, et cum in pulvere dormient (XX, 11). Un vaso di terra, come nota S. Gerolamo, mantiene a lungo, ed alcune volte anche per sempre, dice il poeta, l’odore del liquore di cui fu riempito l a prima volta.

Perché questa età è la più esposta al male. — Chi negherà che la gioventù sia un’età piena d’ignoranza, d’inesperienza, di debolezza, di presunzione? Quattro motivi spingono il demonio a muovere più accanita guerra alla gioventù, che non alle altre età, e sono: 1) perché sa che Dio ama di speciale amore la gioventù pia e costumata; perciò egli si adopera mani e piedi per rubare al Signore l’incantevole fiore dell’età e della virtù; 2) perché con questo mezzo egli trascina incatenate per la strada del peccato, tutte le età seguenti…; 3) perché è più facile adescare i giovani … 4) perché quando sono caduti nel vizio, i giovani vi si immergono perdutamente… Anche il mondo e la carne fanno ai giovani guerra più crudele che non agli altri, come l’esperienza c’insegna. « La gioventù, scrive S. Basilio, è molto leggera e assai proclive al male; ora sono concupiscenze indomite e sfrenate, ora collere bestiali e crudeli. Maldicenza di parole, petulanza di tratto, arroganza di risposte, boria e fasto figlio dell’orgoglio, uno sciame insomma di vizi ronza continuamente attorno, e assale e morde l’età giovanile (Homil. in Psalm.) ». Ora se i giovani sono esposti a tanti pericoli e scogli, a tante tentazioni e passioni, ed hanno poco o nulla di esperienza, non è forse cosa estremamente utile e necessaria che si consacrino al servizio di Dio, se vogliono scampare a certo naufragio?

Perché questa età appartiene in modo speciale a Dio. — Certamente tutte le età appartengono al supremo padrone di tutte le cose, ma per titolo specialissimo a Lui appartiene la giovinezza che rappresenta le primizie della vita dell’uomo e ognuno sa che le primizie furono in ogni tempo e luogo offerte al Signore… I bei fiori di primavera e principalmente i primaticci, sono sempre i più belli, i più graditi, i più preziosi, i più ricercati, e noi preferiamo questi quando vogliamo fare un regalo a persona cara. Ora l’età giovanile è il più eletto fiore del giardino del Signore; a Lui dunque bisogna consacrarla… Sul fiore dell’età, Gesù Cristo diede la sua vita per la salute del mondo; a questo pensiero, chi non consacrerà al divin Redentore questa parte della sua vita? … La gioventù non ci appartiene; toglierla o negarla a Gesù Cristo, è un furto che noi gli facciamo.

5. È COSA VERGOGNOSA LO SCIUPARE LA GIOVINEZZA. – La maggior parte dei giovani si avviano per una cattiva strada e vanno dicendo: Darò la mia gioventù al piacere e la vecchiaia alla penitenza; la gioventù concederò all’ozio ed alle passioni, la vecchiezza al lavoro e alla virtù; sacrificherò la giovinezza alla carne, al mondo, al demonio, la vecchiaia consacrerò all’anima e a Dio … Che insulto a Dio, che vergogna per l’uomo è mai questa, di dare al diavolo il fiore e il frutto della vita, serbando a Dio il gambo fatto strame! Dove trovare insensatezza più stupida che questa, di sciupare nell’ozio e nella mollezza un’età atta al lavoro, e costringere ad una fatica troppo pesante, l’età fatta per il riposo! Come si regola l’uomo prudente, negli affari del secolo? Egli dice: bisogna che cerchi, nel vigore dell’età, a procacciarmi dei mezzi per passare tranquillo i miei ultimi giorni. Ora perché non si fa altrettanto, trattandosi dell’affare dell’anima?… Che spaventoso pericolo non è quello di chi si abbandona al disordine, nella vana e incerta speranza, prima di una lunga vita, poi di avere il tempo necessario alla penitenza!… Alla gioventù tocca preparare, dice Seneca, alla vecchiaia godere: — Iuveni parandum, seni utendum (Prov.). – Grave imprudenza e mostruosa ingratitudine è abbandonare e offendere Dio nella giovinezza. A chi si diporta in tale maniera, sono diretti quei rimproveri di Geremia: « Tu hai dunque abbandonato il Signore Dio tuo nel tempo in cui ti guidava per la strada. Ed ora che cosa ti giova l’aver lasciato la sorgente di acqua viva, per bere il fango delle passioni e del mondo? La tua malizia insorgerà ad accusarti e la tua avversione si leverà a rimproverarti. Vedi una volta e comprendi quanto sia per te funesta e amara cosa l’esserti allontanato dal Signore Dio tuo e non avere più il suo timore. Tu hai rotto le mie catene, hai spezzato il mio giogo, gridando: Non servirò! » (IEREM. II, 17-20). – E non sono pochi, purtroppo, questi giovani che furono divorati dal fuoco delle passioni, che deviarono dal retto cammino fin dalla prima età e s’impigliarono nell’errore fino dall’infanzia: — Iuvenes comedit ignis (Psalm. LXXVII, 63). — Alienati sunt peccatores a vulva, erraverunt ab utero (Id. LVII, 3). Della maggior parte dei giovani si può dire con Baruch, che videro il lume, eppure vissero di vita carnale; ignorarono la strada della sapienza, non ne conobbero il sentiero: la rigettarono, ed essa si allontanò da loro (III, 20-21). – « O giovani, dice il Signore, e fino a quando amerete voi le fanciullaggini? fino a quando gli insensati brameranno quello che loro è nocevole, e gli imprudenti volgeranno il tergo alla scienza? » — Usquequo, parvuli, diligitis infantiam? et stulti ea, quæ sibi sunt noxia, cupient, et imprudentes odibunt scientiam? (Prov. I , 22). Fino a quando avrete voi in uggia la scienza della virtù e della salute, e farete buon viso alle frivolezze, ai giuochi, all’ozio, all’infingardaggine, al peccato, alla morte?… « Credete voi di trovare, domanda. VEcclesiastico, nella vostra vecchiaia, quello che non avrete raccolto nella giovinezza? » — Quæ in iuventute tua non congregasti, quomodo in senectute tua invenies? (XXV, 5). Dove sono, ahimè! i giovani che abbiano conservato la loro innocenza? dove trovare giovani umili, modesti, casti, docili, saggi, edificanti? Come ne è piccolo il numero! come grande, al contrario, è la folla di quelli che perdettero così bella virtù!…

6. CASTIGHI MINACCIATI A QUELLI CHE NON SERVONO IL SIGNORE DA GIOVANI. — « Godi pure, o giovane, nei giorni della tua adolescenza, sfoga ogni tuo capriccio, ma sappi che di tutte queste cose Dio ti chiederà conto » — Lætare, iuvenis, in adolescentia tua, ambula in viis cordis tui, et in intuitu oculorum tuorum; et scito quod prò omnibus his adducet te Deus in iudicium (Eccle. X I , 9). « I ragazzi, lamenta Geremia, furono trascinati in schiavitù dinanzi alla faccia del dominatore » — Parvuli ducti sunt in captivitatem, ante faciem tribulantis (Lament. I, 5), cioè innanzi al demonio, come spiegano gli interpreti. E il profeta Baruch: «Non presero la via della sapienza, perciò perirono » — Neque viam disciplinæ invenerunt, propterea perierunt (III, 27). Ecco finalmente come lo Spirito Santo descrive, per bocca di Giobbe, i castighi che seguono una giovinezza colpevole: « Signore, voi mi avete amareggiato sino al fondo dell’anima, e mi avete fatto vittima dei trascorsi della mia adolescenza. Voi avete posto ai miei piedi degli intoppi, e avete notato tutti i mei procedimenti; io sarò divorato come corpo roso da cancro, come veste consumata dalla tignuola » (IOB. XIII, 26-28). – Da queste parole della Scrittura si deduce che Dio minaccia alla gioventù viziosa i seguenti castighi: 1° l a peggiore fra le schiavitù, quella del diavolo; 2° l’amarezza del rimorso; 3° una rovina totale; 4° una morte spaventosa; 5° un giudizio terribile … Che disgrazia perdere l’innocenza, la bella età, la virtù, l’anima e Dio! … Che tremendo castigo essere venduto al vizio e al demonio!…

7. MEZZI PER SERVIRE DIO DALLA GIOVINEZZA. — Sono molti i mezzi che ci conducono a servire Dio e a correggerci dei nostri difetti dalla giovinezza.

L’osservanza della legge divina. « In qual modo può mai la gioventù emendare i suoi costumi? », domanda il Salmista, e risponde: « Con l’osservare i precetti del Signore » — In quo corrigit adolescentior viam suam? in custodiendo sermones tuos (Psalm. CXVIII, 9).

Il ricordo di Dio. « Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza », leggiamo nell’Ecclesiaste: — Memento Creatoris tui in diebus iuventutis tuæ (XII, 1).

Il timore di Dio. Tobia insegnò al suo figliuolo a temere Dio dall’infanzia e ad astenersi da ogni peccato: — Filium ab infantia timere Deum docuit, et abstinere ab omni peccato (TOB. I, 10).

La prudenza. « Uscite dall’infanzia e vivete e camminate per le vie della prudenza », si legge nei Proverbi: — Relinquite infantiam, et vivite; et ambulate per vias prudentiae (IX, 6).

L’istruzione cristiana. « Figlio mio, dice il Savio, ricevi l’istruzione dai tuoi primi anni, e troverai la sapienza fino agli ultimi » — Fili, a iuventute tua excipe doctrinam, et usque ad canos invenies sapientiam (Eccli. VI, 18).

Preporre Dio ad ogni cosa, e ricordarsi che l’anima è il più prezioso tesoro affidato alla custodia dell’uomo…

Amare di cordiale e tenero affetto la Beata Vergine Maria, raccomandarsi a lei tutti i giorni e non lasciarne passare un solo, senza prestarle qualche particolare omaggio.

Non tenere mai sulla coscienza un peccato mortale; ma pentirsi ogni giorno delle colpe commesse e confessarsene al più presto.

Pensare sovente alla morte e considerare che, dopo morte, chi fu morigerato da giovane sarà eternamente felice con Dio e con i santi; che al contrario chi dimentica Dio nell’aurora della sua vita, ha tutta la ragione di temere di perdersi eternamente…

10° Rispettare se medesimo e in pubblico e in privato.

11° Fare tutte le azioni come se fossimo sotto gli occhi di rispettabili persone.

 

La Contrizione.

 La Contrizione.

[G. Bertetti: I Tesori di San TOMMASO d’Aquino”; S.E.I. Ed.Torino, 1918]

1- Che cosa è la contrizione. — 2. Di che cosa dobbiamo noi avere la contrizione. —3. Quanta dev’essere la contrizione. — 4. Quanto tempo deve durare. — 5. Quale effetto produce (Seni., 4, dist. 17, q. 2; Quól., 1, 9).

1- Che cos’è la contrizione. — È il dolore dei peccati congiunto col proponimento di confessarli e di soddisfarvi. — Principio d’ogni peccato è la superbia, per cui l’uomo attaccato alle sue voglie, si scosta dai divini comandamenti; distruggerà dunque il peccato ciò che farà allontanar l’uomo dalle sue voglie. Eigido e duro si dice colui che rimane ostinato nelle sue voglie: così si dice che s’infrange colui che finalmente si strappa dalla sua ostinazione. Ma tra l’infrangersi e lo sminuzzarsi o il contrirsi nelle cose materiali (da cui son tratti questi vocaboli a designar le cose spirituali) c’è differenza: infrangersi è spezzarsi in grandi parti, sminuzzarsi o contrirsi è spezzarsi in piccolissime parti. E poiché alla remissione del peccato si richiede che l’uomo interamente rinunci all’affetto del peccato che lorendeva duro e ostinato, per ragione di somiglianza si chiama contrizione l’atto per cui si perdona il peccato. – La contrizione deve aver con sé unito il proponimento di confessare i peccati e di soddisfarvi: sia perché non si può esser certi d’aver avuta una contrizione sufficiente per togliere tutto il peccato, sia perché la confessione e la soddisfazione son cose comandate da Dio, e sarebbe trasgressore della legge di Dio chi non confessasse i suoi peccati e non vi soddisfacesse.Nella contrizione c’è un doppio dolore dei peccati: uno nella parte sensitiva, e questo dolore non è essenzialmente contrizione in quanto è atto di virtù, ma piuttosto n’è l’effetto. Come la virtù della penitenza infligge al corpo una pena esteriore per ricompensar l’offesa fatta a Dio per mezzo delle membra, così infligge anche alla parte concupiscibile, che concorse nel peccato, la pena del dolore. Tuttavia può appartenere alla contrizione questo dolore sensibile, in quanto è parte del sacramento: perché i sacramenti son fatti per essere non solo in atti interni, ma anche in atti esterni. L’altra specie di dolore consiste nella volontà: e questo dolore non è altro che il dispiacere d’un male; e così la contrizione è un dolore per essenza e un atto della virtù della penitenza. Infatti, siccome il gonfiarsi della propria volontà per fare il male porta di per sé il male in genere, così l’annichilamento e il quasi stritolamento della volontà cattiva porta di per sé il bene in genere, perché è un detestare la propria volontà per cui s’è commesso il male. La contrizione adunque, che ciò appunto significa, porta una rettitudine di volontà; la contrizione dunque è un atto di penitenza, cioè di quella virtù che ci fa detestare e distruggere il peccato commesso.

2. Di che cosa dobbiamo noi avere la contrizione. — Dobbiamo aver la contrizione di tutti e singoli i peccati mortali da noi commessi. — Nessun peccato mortale si rimette, se il peccatore non è giustificato; ma per esser giustificati ci vuole la contrizione: dunque la contrizione è necessaria per ogni peccato mortale. — Tutti i peccati mortali convengono fra di loro nell’allontanamento da Dio. Diverse malattie richiedono medicine diverse; ed essendo la contrizione una medicina da applicarsi a ciascun peccato mortale, non basta una sola contrizione comune a tutti i peccati. Bisogna però distinguere fra il principio e il termine, della contrizione. Quanto al principio, cioè quanto al pensare ai peccati e dolersene almeno con dolore d’attrizione, è necessario che la contrizione sia di ciascun peccato mortale di cui ci si ricorda. Ma quanto al termine, cioè quanto al dolore già vivificato dalla grazia, basta che ci sia una sola contrizione comune a tutti i peccati, e ciò in virtù delle disposizioni precedenti. E se i peccati non si ricordano più?… Bisogna distinguere: — se il peccato ce lo ricordiamo soltanto in modo generale e non in modo particolare, dobbiamo farne la ricerca nella nostra memoria, essendo necessaria la contrizione speciale per ciascun peccato mortale; e posto che non ci riuscissimo nella nostra ricerca, basta che ce ne pentiamo secondo la conoscenza che ne abbiamo, e col peccato ci pentiamo pure della dimenticanza dovuta alla nostra negligenza: — se poi il peccato ci cadde interamente dalla memoria, allora l’impossibilità ci scusa dal debito, e basta una contrizione generale di tutto quello in cui abbiamo offeso Dio: ma se il peccato ci venisse poi alla memoria, allora saremmo tenuti ad averne una contrizione speciale, com’è scusato dal pagare il debito un povero che non può, ma è tenuto a pagarlo non appena lo possa.

3. Quanta dev’essere la contrizione. — Secondo S. Agostino (De civit. Dei, 21, 3) ogni dolore si fonda sull’amore. Ma l’amore di carità, su cui si fonda il dolor di contrizione, è il più grande degli amori: dunque il dolor di contrizione sarà il più grande dei dolori. – Nella contrizione c’è però un doppio dolore: uno nella volontà e l’altro nella parte sensitiva. — Il dolore della volontà, che è essenzialmente la stessa contrizione, ossia il dispiacere del peccato commesso, è tale da eccedere ogni altro dolore: perché quanto più ci piace una cosa, tanto più ci dispiace il suo contrario; ora, sovra tutte le cose piace a noi il fine per cui si desiderano tutte le cose; perciò il peccato, che ci allontana dall’ultimo fine, ci deve dispiacere sovra tutte le cose. — Il dolore della parte sensitiva, ch’è cagionato dal dolore della volontà, o per quella necessità di natura che costringe le forze inferiori a seguire il movimento delle superiori, o per elezione del penitente che spontaneamente eccita in se stesso il dolore sensibile, non è necessario che sia il più grande di tutti i dolori. Infatti le forze inferiori son mosse più fortemente dai propri oggetti che non dalla ridondanza delle forze superiori, e perciò quanto più l’opera delle forze superiori è vicina agli oggetti delle inferiori, tanto più queste ne seguono il movimento: quindi nella parte sensitiva il dolore per una lesione sensibile è più grande di quello che le possa derivare dalla ragione. Parimenti il dolore ridondante dalla ragione che delibera di cose corporali è più grande di quello che ridonda dalla medesima ragione allorché debberà intorno a cose spirituali. – Laonde il dolore che del peccato deriva nel senso dal dispiacere della ragione non è maggiore degli altri dolori sensibili. Così si dica del dolore sensibile volontariamente assunto: sia perché un affetto inferiore non ubbidisce talmente all’affetto superiore da determinarne l’impressione voluta da questo; sia perché le impressioni volute dalla ragione negli atti di virtù hanno una determinata misura, che talvolta un dolore scompagnato dalla virtù non osserva, ma oltrepassa. Anche la contrizione, essendo un atto di virtù morale può, al pari di tutti gli altri atti di virtù morale, guastarsi per sovrabbondanza o per difetto. Certo non potrà mai esser soverchia la contrizione da parte del dolore che si trova nella volontà, cioè da parte del dispiacere del peccato in quanto è offesa di Dio: come non può esser mai soverchio l’atto d’amor di Dio su cui questo dispiacere si fonda e s’espande con l’espandersi della carità. – Ma può esser soverchia la contrizione da parte del dolore sensibile, come può esser soverchia l’estenuazione del corpo nel digiuno. In ciò deve prendersi per misura il dovere di conservarci in condizioni tali che ci permettano di compiere le opere richieste dal nostro stato. Il contrito è tenuto in generale a voler patire qualsiasi pena piuttosto che peccare, perché non si può aver contrizione senza la carità per cui si rimettono tutti i peccati. Ora, la carità ci fa amare Dio più di noi stessi, mentre il peccato ci fa operare contro Dio; l’essere poi punito è soffrire qualcosa contro noi stessi; perciò la carità richiede che anteponiamo qualsiasi castigo alla colpa. Non siamo però tenuti a discendere con l’immaginazione a questa o a quell’altra pena in particolare; Anzi faremmo cosa stolta, se angustiassimo noi stessi o altri su queste pene particolari. È evidente che, siccome le cose dilettevoli più ci piacciono considerate in particolare che in generale, così le cose terribili più ci spaventano considerate in particolare. Chi è disposto a soffrir la morte per Gesù Cristo, si sentirebbe vacillare nella sua generosa risoluzione, se si facesse a considerare tutti i tormenti che potrebbero straziare il corpo. Discendere a particolarità in siffatte cose è un indurre l’uomo nella tentazione, è un offrir occasione di peccato. – Non è poi cosa difficile il voler piuttosto esser senza colpa nell’inferno, che esser con la colpa in paradiso: perché, come dice S. Anselmo (De similitud.), un innocente nell’inferno non sentirebbe alcuna pena, e l’inferno non sarebbe più per lui inferno; invece un peccatore in paradiso non sentirebbe alcun gaudio di gloria, e il paradiso per lui non sarebbe più paradiso.

4. Quanto tempo deve durare la contrizione. — Fin quando ci troviamo nella vita presente, noi detestiamo gl’incomodi che c’impediscono o ritardano il termine del nostro viaggio. Il peccato da noi commesso ci fece ritardare il corso nostro verso Dio: perché non più potremo ricuperare quel tempo ch’era designato per il nostro cammino e che abbiamo perduto per il peccato. Dunque bisogna che sempre per tutto il tempo di questa vita, detestiamo il peccato. Peccando, ci meritammo la pena eterna che Dio ha commutato per noi in pena temporale: rimanga dunque, come pena spontaneamente assunta, nell’eterno dell’uomo, e cioè nello stato di questa vita, il dolore dei nostri peccati. « Non essere senza timore circa il peccato perdonato » (Eccli., 5, 5); « dove finisce il dolore, manca la penitenza: dove manca la penitenza, nulla più rimane di perdono » (S. AGOSTINO, De vera et falsa poenit.); « Dio, mentre assolve l’uomo dalla colpa e dalla pena eterna, lo lega col vincolo d’una perpetua detestazione del peccato » (UGONE DI S. VITTORE). Benché il peccatore penitente ritorni alla grazia e all’immunità dal reato di pena, tuttavia non ritorna giammai alla primiera dignità dell’innocenza: perciò sempre rimane in lui qualche cosa del peccato commesso. Può avere un limite la soddisfazione, la quale è una pena principalmente proporzionata alla limitazione della colpa da parte della conversione verso le creature; ma il dolore di contrizione corrisponde alla quasi infinità della colpa da parte dell’allontanamento da Dio: e perciò la vera contrizione deve sempre rimanere, fino alla morte. – Fino alla morte deve rimanere in noi la contrizione: e come dolore, e come atto di virtù informata dalla grazia, e come atto meritorio, sacramentale e in certo qual modo satisfattorio. Dopo morte, le anime che sono in cielo non possono avere la contrizione, perché non può esserci dolore tra la pienezza del gaudio; quelle che son nell’inferno soffrono il dolore, ma un dolore non informato dalla grazia; quelle che sono nel purgatorio hanno bensì il dolore dei peccati, ma il loro dolore è senza merito, non trovandosi più esse nello stato di poter meritare.

5. Effetto della contrizione. — La contrizione si può considerare sotto duplice aspetto, o come parte del sacramento o come atto di virtù: nell’uno e nell’altro modo è causa della remissione del peccato, ma in modo diverso. La contrizione come parte del sacramento è causa strumentale del perdono; come atto di virtù è quasi causa materiale, essendo le dovute disposizioni una quasi necessità per la giustificazione del peccatore. Il peccato si commette per amor disordinato, e si distrugge per il dolore cagionato dall’amor ordinato di carità. – La carità può poi estendersi talmente nel suo atto, che il dispiacere derivatone d’aver offeso Dio meriti non solo la remissione della colpa, ma anche l’assoluzione da ogni pena. D’altra parte, l a volontà può eccitare tanto dolore sensibile, che questa pena possa bastare alla cancellazione d’ogni altra pena e di tutta la colpa. Se n’ha l’esempio nel ladrone, a cui, per un unico atto di penitenza, fu detto: « Oggi sarai con me in Paradiso » (Luc., XXIII, 43). – S’avverta finalmente che per quanto piccolo sia il dispiacere del peccato commesso, purché sia bastante per determinare una vera contrizione, cancella ogni colpa. La contrizione è informata dalla grazia che ci fa graditi e cari a Dio e che cancella ogni colpa mortale, non potendo stare insieme grazia e peccato.