Omelia della Domenica XXIII dopo Pentecoste

Omelia della Domenica XXIII dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. III -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo IX, 18-26)

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Pietà.

La pietà, dice l’Apostolo, per ogni cosa per ogni modo è utile e vantaggiosa , “pietas ad omnia utilis” (Ad Rom. XIII, 17). Quest’eccellente virtù, prosegue lo stesso, contiene in sé una sicura promessa d’ogni bene per la vita presente e per la futura, “promissionem habens vitae, quae mens est futurae”. Il Vangelo di questa domenica in due esempi ce ne dà la più autentica prova. Ad un Principe della Sinagoga era morta l’unica figlia; privo d’ ogni umano rimedio s’accosta a Gesù e, “Signore, Gli dice nella più umile e rispettosa maniera, la mia figlia non vive più ma se voi vi degnate venire a porre la vostra mano sopra la stessa, io son sicuro che tornerà in vita”. Sorge il pietoso Salvatore, e lo segue accompagnato da’ suoi discepoli. Facendo strada, ecco una donna da dodici anni languente per un ostinato flusso di sangue, che tra sé va dicendo:se mi riesce toccargli soltanto l’orlo della sua veste, io son sanata.” Così avvenne: toccò la fimbria della sua veste, e guarì sull’istante. Giunto poi Gesù alla casa del Principe, che tutta era in lutto e mestizia, “non è morta, dice Egli, questa fanciulla, ella dorme”. Certi di sua morte gli astanti, presero a scherno le sue parole. Indi entrato nella camera della defunta, la prende per mano, e viva e sana la rende ai suoi genitori. Ecco quanto fu giovevole por quel Principe e per l’emorroissa quella pietà che li fe’ ricorrere al Salvatore. “Pietas ad omnia utilis”… Di questa pietà, da cui, al dir di S. Agostino, derivano tutte le pratiche d’un retto vivere, “pietas, unde omnia recte vivendi ducuntur officia” (Ep. 25), io vengo a parlarvi; potrei mostrarvi di quanto vantaggio sia alla vita umana, alla vita civile, alla vita sociale, alla vita spirituale, alla vita eterna; ma per adattarmi alle strettezze del tempo , e non abusarmi della vostra sofferenza, ve ne darò un piccolo saggio, onde allettati dall’utilità che apporta, vi risolviate abbracciare cosi bella virtù. – Agli occhi del mondo, agli amatori del secolo suol comparire la cristiana pietà in aspetto d’un mostro, che divora i suoi seguaci. A disinganno di costoro, ed a nostra istruzione, eccovi un ritratto dì questa virtù, madre d’ogni retto operare, in quel che avvenne al giovane Tobia (Tob. VI). Giunto questi alle sponde del Tigri, mentre sta lavandosi i piedi, ecco venirgli incontro a bocca spalancata un pesce enorme. Ohimè, Signore, grida spaventato Tobia, aita, m’inghiotte. L’Arcangelo Raffaele sotto le sembianze d’Azaria gli fa cuore, e, prendilo, gli dice, per una branca e trascinalo in sull’asciutto. Ubbidisce Tobia, e trattolo in sull’arena, lo vede, dopo alquanto dibattersi, palpitante a’ suoi piedi. “Dov’è, Tobia, il tuo spavento”? dovette dirgli l’Arcangelo, “tu non sai quanto sia per giovarti quel che tanto ti sbigottì. Sventralo orsù, e metti da parte il fiele: sarà questo l’opportuno rimedio a guarire la cecità del tuo buon genitore: fa altrettanto del fégato e del cuore; una porzione di questi posta sopra accesi carboni ha virtù di scacciare il demonio, e lo scaccerà infatti da Sara tua futura sposa: l’altre parti condite con sale ci serviranno per nutrimento nel nostro viaggio”. Tanto disse l’Angelo a Tobia, lo stesso io dico a voi riguardò alla pietà, alla vita devota. Sembra questa un mostro che divori per le apparenti e mal supposte difficoltà ed asprezze, che v’apprendono i mondani, ma non è così. Appigliatevi alla pietà soda e vera, ad un tenore di cristiana e costante devozione, e una dolce esperienza vi farà conoscere quanto sian vani i timori di chi si lascia sedurre dall’apparenza, vedrete in pratica di quanti beni vi sarà apportatrice. Essa v’aprirà gli occhi a conoscere la vanità delle cose terrene e la grandezza dell’eterne, vi scoprirà la bellezza della virtù e la deformità del vizio, la preziosità dell’anima, l’importanza dell’eterna salute, passerete come il vecchio Tobia dalle tenebre di cecità alla luce d’un nuovo giorno. Essa scaccerà da voi il demonio tentatore, vi farà schivar i suoi lacci, ributtar lo sue suggestioni, vincere i suoi assalti. Essa in fine sarà per voi una sorgente di benedizioni, un mezzo ond’essere provveduti di temporale sostentamento nel viaggio di questa vita mortale. Ve n’assicura, in più luoghi lo Spirito Santo: per chi teme Dio non v’è da temer povertà, “non est inopia timentibus eum” (Ps. XXXIII, 10-11): a chi cerca il Signore non verranno mai meno i sussidi d’ogni bene terreno, “inquirentes Dominum non minueniur omni bono”. Noi vediamo infatti nella divina Storia, che Iddio ha sempre avuta una cura tutta singolare di quei che camminano nelle vie della giustizia e della pietà, o si tratti di liberarli da generali castighi, o di versar sopra di essi le più generose beneficenze. – Se parliam de’ flagelli, la divina giustizia sommerge il mondo tutto nell’acqua di un universale diluvio: vuol salvare una famiglia per conservare l’umana specie. Si salva la famiglia d’un malvagio? No, voi lo sapete, bensì la famiglia del giusto, Noè e tre suoi figli colle rispettive consorti. La sempre giusta ira di Dio fa piover fuoco sulle infami città di Sodoma e di Gomorra. Si vuol liberare dall’incendio fatale un’altra famiglia; sarà quella d’un impudico o quella di un casto? Ognun lo sa, vien liberato Lot colle due sue figlie, perché nella comune corruzione si è mantenuto incorrotto. Se poi si tratti di spandere le sue larghe beneficenze, mirate di grazia su chi il buon Dio le diffonde; sopra i tanto rinomati Patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, tutti personaggi santissimi, e nel tempo stesso doviziosissimi, abbondanti d’ogni sorta di armenti, di possessioni, di servi, d’oro, d’argento, e di ogni bene più desiderabile. E giacché di Giuseppe si è fatta menzione, vi prego a condurvi col pensiero là in Egitto nella casa di Putifar a dargli un consiglio. Egli è nel fior dell’età giovanile, chi sa che non ne abbisogni. Si trova questi in terra straniera, in casa altrui, in qualità di schiavo. La sua padrona di esso invaghita gli ha chiesto più volte corrispondenza in amore. Accostatevi al suo orecchio, o politici, voi che sul fondamento della nequizia sperate innalzar la vostra fortuna. “E possibile (par di sentirvi) possibile in te tanta ritrosia? Si vede bene che sei semplice ed inesperto: la tua sorte è fatta se tu sai profittarne. La padrona che t’ama è ricca e potente, se tu la disgusti per uno sciocco tuo scrupolo, tu sei perduto, tu non sai quanto sia da temersi quell’odio che comincia dall’amore; tu non sai che non v’è ira che possa somigliarsi all’ira della donna. Giuseppe non sa di tanta politica, ei teme Dio, ei non v’ascolta, lascia nelle mani dell’ impudica padrona la sopravvesta, e fugge dicendo, “come posso far tanto male e tanta offesa al mio Dio”? Oh! questa volta, voi ripigliate, la pietà non l’indovina. Giuseppe calunniato come tentatore vien posto in ferri, condannato ad un’oscura prigione. La pietà non l’indovina? Aspettate in grazia, ed ammirate i tratti stupendi di quell’altissima provvidenza che protegge i suoi cari. Faraone fa sogni misteriosi, nessun si trova capace a interpretarli, dal fondo della sua carcere si chiama Giuseppe, spiega i sogni, provvede i popoli, salva l’Egitto, ed eccolo innalzato al primo grado del regno, eccolo assiso sopra cocchio reale, acclamato per le contrade di Menfi e di tutto l’impero Salvatore del mondo. Che dite ora, Signori miei? Avrebbe potuto Giuseppe sperar dal peccato un tanto innalzamento? Sarebbe ora egli tanto celebre nella divina storia, tanto a Dio accetto, e quel che il tutto importa eternamente beato? – E pure, voi replicate, più dell’uomo pio è sovente prosperato il malvagio. Chi fa fortuna al mondo? L’usuraio nascosto, il ladro civile, lo spergiuro sfacciato, il prepotente impunibile, il litigante animoso, il superbo fortunato. È vero, sono alle volte prosperati i malvagi, ma per l’ordinario non è durevole la loro prosperità. Io fui giovane, diceva il Reale Profeta, ed ora son vecchio, “iunior fui, etenim senui”, ed ho veduto l’empio esaltato come i cedri del Libano, “vidi impium superexaltatum sicut cedros Libani” (Ps. XXXVI), … fatti alcuni passi son ritornato per rivederlo, non v’era più, “transiti, et ecce non erat”, e ne ho potuto distinguere il luogo , ov’era piantato, “quaesivi eum, et non est inventus locus eius”. Per lo contrario non ho veduto mai l’uomo giusto abbandonato, né i figliuoli andar alla cerca del pane. “Et non vidi justum derelictum, nec semen eius quaerens panem”. – Inoltre gli iniqui sono talvolta felicitati, non già perchè son tali, molto meno per difetto di provvidenza, ma perché Iddio premia in ossi l’atto, o l’abito di qualche naturale virtù. Il sentimento è di S. Agostino, che porta in esempio la Romana Repubblica, da Dio prosperala con tante vittorie fino ad estendere col valor della sue armi dall’oriente all’occidente il suo dominio.A tanta gloria innalzò Iddio quegli antichi eroi con lauta estensione d’impero, perché di lor natura erano sobri, temperanti, fedeli nelle promesse, zelatori della giustizia, umani coi popoli soggiogati. Queste virtù naturali non potevano avere né merito, né premio di vita eterna, perché opere morte di gente idolatra: ond’è che Dio, a Cui piace l’ombra eziandìo della virtù, li ricompensò con beni terreni, con onori mondani, con felicità temporali. – Applicate questa dottrina al caso nostro. Non v’è, come è da credere, al mondo uomo così scellerato che in vita sua non pratichi, o praticato non abbia qualche atto naturalmente buono, come sarebbe soccorrere un miserabile, proteggere un oppresso, assistere un infermo, impedir l’altrui danno, amar la verità, praticar la giustizia.Questi atti naturalmente virtuosi, fatti da chi è in disgrazia di Dio, non son certo meritevoli d’eterno premio, son ombre, sono immagini, son cortecce di virtù, quali Iddio, autore anche d’ogni naturale onestà, non vuol lasciare senza proporzionata ricompensa.A farvi meglio comprendere quest’importante verità, e adattarmi alla capacità di tutti, fatevi tornare a mente ciò che avrete più volte veduto. Allorché un omicida, un assassino vien condannato a morte, tutta la città è in movimento. Vanno a confortarlo in carcere sacerdoti, religiosi, e i più distinti signori, lo provvedono di cibi scelti, di vini preziosi, di squisiti liquori. Nell’uscir poi della sua prigione per andar al patibolo, se lo tolgono in mezzo, l’accompagnano con carità, con tutto rispetto, come personaggio di merito singolare. Ditemi ora, gli fanno queste attenzioni perché è un assassino, perché ha tolta la vita a tanti suoi simili? Non già, e voi lo sapete, così lo trattano, perché loro prossimo e fratello in Gesù Cristo. Laonde come uomo, come prossimo, some fratello riceve tante finezze, e come omicida, come sanguinario, assassino si sospende ad un infame patibolo. – Dite lo stesso degli empi prosperati; come uomini, come ragionevoli creature, che in atto o in abito han praticata qualche naturale virtù, sono da Dio rimuneratore trattali bene nel breve corso di questa vita; come malvagi poi, e come rei saranno dallo stesso Dio, giusto punitore dell’empio e dell’empietà, condannati all’eterno supplizio. Tanto avvenne precisamente al ricco Epulone: ebbe la sua mercede in questa terra, e poi il suo castigo nell’eternità, “recepisti bona in vita tua” (Luc. XVI), gli disse Abramo dal luogo del suo riposo, ove aspettava la risurrezione del Salvatore: “recepisti”, dunque aveva qualche merito nell’ordine di natura, “recepisti bona”, e furono vestir di bisso, o di porpora, seder quotidianamente a lauto banchetto; dopo ciò, perché stato crudele verso il povero Lazzaro, fu sepolto nell’abisso infernale, “mortuus est dives et sepultus est in inferno”. – Dal fin qui detto, discende questo consolanti argomento. Se il nostro buon Dio tanto ama la virtù fino a premiarne la sola apparenza nella persona dei suoi nemici, quanto più largamente ricompenserà la virtù vera, la soda pietà nella persona dei suoi eletti? Così è, così sarà: “beato l’uomo che teme il Signore”, dice il Re Salmista (Ps. I), sarà come un albero piantato in riva a fresca sorgente, che a sua stagione s’arricchirà di frutti, e in tutte l’opere sue sarà prosperato; non così gli empi, non così; ma saranno come polvere, che il vento sbalza da terra, e disperde per l’aria. Camminiamo dunque, fratelli carissimi, nelle vie della giustizia, della devozione vera, della pietà cristiana, e scenderà copiosa sopra di noi la benedizione dell’Altissimo, benedizione foriera di quella ch’Egli comparte ai beati nel suo eterno regno, ove Dio ci conduca.

Omelia della Domenica XXII dopo Pentecoste

Omelia della Domenica XXII dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. III -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo XXII, 15-21)

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Restituzione.

“Rendete a Cesare ciò ch’è di Cesare, ed a Dio ciò che è di Dio”. E’ questa la saggia, la divina risposta colla quale Cristo Signore confuse la malizia de’ Farisei. Si presentarono questi innanzi a Lui con meditata idea di perderLo in forza delle sue stesse parole, e così si fecero ad interrogarLo: “Maestro, noi sappiamo quanto siete veritiero, Voi non avete umani rispetti, non siete accettator di persone: diteci dunque: è lecito pagare a Cesare il tributo?” Se Gesù rispondeva di no, urtava gravemente con Cesare; se di sì, tiravasi addosso l’odio dei più zelanti della Sinagoga che, come popolo sotto l’immediato dominio di Dio, pretendevano non esser soggetti a tributo verso la secolare potestà. Gesù Cristo, che scopre la trama, “Mostratemi, dice, la moneta destinata a tributo”. “Al vederla: “di chi è quest’impronta?” soggiunge. Rispondono: “di Cesare”. “Rendete, adunque, conchiude, quel che è di Cesare a Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. – “Reddite ergo quae sunt Caesaris Caesari, et quae sunt Dei Deo”. Un’opportuna riflessione è da farsi su queste parole del divin Redentore: perché nel suo rispondere antepone Cesare a Dio? Perché non disse piuttosto; rendete a Dio quel che è di Dio, e a Cesare quel che è di Cesare? Ecco, se mal non mi avviso il perché: Iddio non accetterà giammai l’omaggio che a Lui dobbiamo, se da noi non vengano prima adempiuti i nostri doveri col prossimo. Fra questi doveri i principali sono quel di giustizia, ed un fra questi de’ più essenziali è la restituzione dell’altrui roba. Di questa restituzione sono a tenervi ragionamento, e passo senza più a dimostrarvi due impossibilità in questo genere. Impossibilità di salvarsi per chi non restituisce, sarà la prima; impossibilità ordinariamente parlando di restituire, sarà la seconda. La prima è assoluta, la seconda è morale. Uditemi attentamente.

I . Che sia assolutamente impossibile il salvarsi per chi non restituisce la roba altrui è cosa definita nelle divine Scritture. Annovera l’apostolo quei che non entreranno al possesso del Regno dei Cieli, e fra questi i ladri, “neque fures Regnum Dei possidebunt” (1 Cor. VI, 10). Ora un ingiusto ritentore dell’altrui roba è un vero ladro, e per conseguenza è escluso dal Regno dei cieli. – In un sol caso ha eccezione questa saldissima regola; allora quando l’iniquo usurpatore dell’altrui sostanze si trovi in istato di stretta impotenza. Se costui abbia animo disposto e volontà decisa di restituire potendo, e in questa disposizione lo colga la morte, egli si salverà, come appunto si salvò il buon ladro, che nella fiducia in Gesù Crocifisso, e nella contrizione del suo cuore ebbe o espressa, o implicita volontà di risarcire, se avesse potuto, i danni delle sue ruberie. Fuor di questo unico caso, per chi non restituisce non v’è salvezza:Non remittitur peccatum, nisi restituatur ablatum” (S. Agost.). – Ragioniamo per maggior chiarezza su questo proposito. Il suo voler restituire è lo stesso che chiudersi la porta del cielo. Quali sono i mezzi più validi ad entrar in cielo? Scegliamone alcuni de’ principali, vale a dire, la preghiera, la limosina, la confessione sacramentale. Or tutti questi mezzi per se stessi efficacissimi son resi inutili da chi far non vuole la debita restituzione. Inutile la preghiera. Servi del Signore, alzate pure le vostre mani in mezzo al Santuario, dice il Re Salmista (Ps. CXXXIII), e sarete benedetti dal Fattore del cielo e della terra. Tutto l’opposto a chi tiene fra le mani la roba d’altri. Con che coraggio, dice a costoro Iddìo sdegnato, stendete a me le vostre mani supplichevoli, e al tempo stesso grondanti di umano sangue? Toglietevi dinanzi al mio cospetto, Io non vi ascolto: “manus enim vestrae sanguine plenae sunt” (Is. I, 15), sangue di vedove spogliate, sangue di assassinati pupilli, sangue di poveri oppressi, sangue d’operai non soddisfatti, sangue di creditori traditi. Se seguiterete a pregarmi con queste mani piene di sangue, ben lontano dall’esaudirvi, non vi degnerò neppure d’uno sguardo: “avertam oculos meos a vobis, non exaudiam”. – Inutile la limosina. Ha tanta virtù e tanta forza la limosina, che giunge a liberarci dalla morte, non dalla temporal morte, ma dalla morte spirituale ed eterna: “elemosyna a morte liberat” (Tob. XII, 9); poiché da questa doppia morte ci preserva, se siam vivi alla grazia, e se siamo morti pel grave peccato è efficace a muovere il cuor di Dio ad accordarci quelle grazie che ci faccian rivivere, che ci conducano a vera penitenza, che ci portino all’eterna vita. Tutto ciò corre assai bene per tutta sorta di peccatori, ma non per quelli che ingiustamente ritengono la roba altrui. “A questi, dice il Signore, onora Iddio con dar in limosina quel che è tuo, ma non già quello che ad altri appartiene”: “Honora Dominum de tua substantia(Prov. III, 9). Quel tanto che dai in limosina non è tuo; dallo a chi tu devi per titolo di rigorosa giustizia. Mi piace la limosina, ma più mi piace l’adempimento del mio dovere. La limosina alcuna volta è atto spontaneo di liberale elezione: la restituzione è sempre atto indispensabile di rigorosa giustizia. – Inutile infine la confessione. O voi, accostandovi al tribunale di Penitenza, manifestate l’obbligo che vi corre di restituire, o no. Se lo tacete, vi aggravate di un enorme sacrilegio; se lo confessate, il sacro ministro non può astenervi, se voi potendo non restituite. Il confessore in questo Sacramento ha la potestà o immediata o delegata d’assolvervi da ogni peccato, da ogni eresia, da ogni scomunica: ha la facoltà di sciogliervi da qualunque voto; così che se aveste a Dio promessa qualunque somma di denaro da distribuirsi ai poveri, o da applicarsi alla Chiesa, egli del tutto può dispensarvi da questo voto, o commutarlo in altra obbligazione; ma trattandosi d’obbligo di restituire, egli ha le mani legate, non può sciogliervi, non può disobbligarvi per alcun modo dalla medesima somma, bisogna restituire. – Dirò di più: Dio, Dio stesso, sebbene abbia di tutte le cose il supremo universale dominio, e possa trasferire da uno in altro il dominio d’ogni cosa, come già usò cogli Ebrei nell’uscir dall’ Egitto; pure di legge ordinaria e secondo la presente provvidenza non può dispensarvi da quella obbligazione, ch’Egli stesso v’impose; perché all’uso della sua padronanza si oppone la sua fedeltà e la veracità delle sue divine parole; onde convien conchiudere: o restituire, o dannarsi.

II. Dall’assoluta impossibilità di’ salvarsi senza la restituzione, passiamo a vedere l’impossibilità morale di restituire. Per morale impossibilità s’intende una somma difficoltà. A dimostrarvela notiamo una viva espressione del real Salmista. “Alcuni, dice egli (come sono i ladri, gli usurai, i prepotenti) si mangiano viva la povera gente, in guisa che divorano il pane: “Devorant plebem meam sicut escam panis” (Ps. XIII, 4). Il pane, o altro qualunque cibo, dalla mano portato alla bocca, e dalla bocca allo stomaco in forza del natural calore, si cangia in sangue, che si dirama in tutte le parti del corpo. Andate ora a cavar dalle vene quel cibo tramutato in sangue. Non altrimenti la roba tolta per furto o per usura, o posseduta di mala fede, si consuma in uso proprio, si confonde colle proprie sostanze, e passata così come in sangue e sostanza della persona e della famiglia, difficilmente si può estrarre, acciò ritorni alle mani del suo padrone. – Vediamolo in pratica. “So che devo restituire, dice colui, ma non già se restituendo io venga a decader dal mio stato”. Vi rispondono i Teologi: “se al vostro stato presente siete asceso per vie torte, per scale false, per frodi, per ingiustizie, voi siete tenuto a restituire anche col vostro decadimento. Come! siete innalzato sulle altrui rovine, e pretendete star sempre in alto calpestando le stesse rovine? No, no, dovete discender giù, la vostra altezza non è legittima, il vostro stato è affatto simile a quello di un assassino arricchito dell’altrui spoglie, ed è eguale in quello e in voi la necessità di restituire. – Se poi prima dei vostri latrocini eravate in possesso d’uno stato giustamente acquistato, consultate gli stessi Teologi, e vi diranno concordemente che se volete salvarvi conviene restringervi, bisogna con prudente risparmio e con studiosa economia troncare le spese superflue, giuochi, pompe, mode, cacce, conviti, splendidi trattamenti non sono più per voi finché con questa doverosa parsimonia non abbiate saldato i conti, e i debiti che avete col prossimo; poiché i vostri creditori, e tutti i da voi danneggi hanno diritto a tutto ciò che non è necessario al vostro onesto e discreto sostentamento. Ma qui sta appunto la difficoltà in adattarsi ad un restringimento economico per mettere da parte il superfluo al proprio stato, e restituire così il mal tolto, e riparare i cagionati danni. Eppure è indispensabile questa misura per chi si vuol salvare. Fingete che nei giorni del diluvio, quando Noè assegnava nell’arca il suo posto ad ogni specie d’animali, il leone, avvezzo ad aggirarsi per selve e per foreste, avesse rifiutato restringersi in una buca, e l’aquila, solita a spaziare nei vasti seni dell’aria, avesse ricusato racchiudersi in una gabbia, l’uno e l’altra sarebbero periti in quell’acque mortifere. È questa una figura di quel che a voi accadrà non restringendovi nel vostro trattamento, onde il superfluo vi porga un mezzo alla tanto necessaria restituzione. – “Io poi, dice un altro, voglio restituire, ma al presente non posso, restituirò alla prima raccolta”. Viene la raccolta, si toccan danari; ma questi abbisognano per farsi un abito, questi altri per coltivare quel terreno, per far un acquisto vantaggioso, e per cento altri bisogni in famiglia, e si ripete: per ora non posso. E così di tempo in tempo, di anno in anno si differisce, si prolunga or con uno, or con altro pretesto, e col dire restituirò, si palpa la coscienza, si fa tacere il rimorso, o si addormenta per modo che riduce tante anime al punto di morte col carico d’una restituzione non fatta, e per lo più impossibile a farsi. Di due obbligati alla restituzione fanno menzione le divine Scritture. Uno è Zaccheo, l’altro Antioco. Zaccheo pubblicano, visitato dal Salvatore e convertito davvero, dice a Gesù Cristo: “se qualcuno è stato da me defraudato, io restituisco sul momento”, – “si quid aliquem defraudati, reddo quadruplum(Luc. XIX, 8). Non dice, renderò, darò, restituirò, dice “reddo, restituisco subito, quel che dice lo manda ad effetto. Antioco per l’opposto, che aveva rubati i sacri vasi al tempio, promette che li renderà moltiplicati, ma queste promesse se le porta il vento (Macc. IX). Non si legge che desse alcun ordine o in voce o in iscritto, che si riparasse quel sacrilego spogliamento: si contentò abbondare di parole e di promesse, ma questa restituzione di lingua non bastò a salvarlo dalle mani dell’Onnipotente, non poté lo scellerato ottenere misericordia dal Signore. L’ottenne Zaccheo usuraio, e l’ottenne in tanta ampiezza, che egli e l’intera sua casa furono da Dio benedetti e salvati. Il perché già l’abbiamo veduto, perché pronto restituì sull’istante: “reddo quadruplum”. Si potrebbe qui domandare: “E perché Zaccheo restituì quattro volte tanto della roba tolta?” Ecco: Zaccheo da molti anni esercitava l’usura. In tanto tempo chi poteva calcolare i danni da lui cagionati a tante persone, a tante famiglie? Il danno primo della roba tolta, e l’ingiusta ritenzione della medesima, porta per l’ordinario dannosissime conseguenze, e perciò Zaccheo ravveduto volle restituire il quadruplo, “reddo guadruplum”. A queste conseguenze pochi fanno riflessione. Riflettete voi, se mai foste nel caso. Nel tempo che ingiustamente tenete roba o danaro del vostro prossimo, egli non può far uso del fatto suo: quel danaro, che sta in vostre mani, si potrebbe metterlo à traffico, potrebbe con quello coltivare la sua terra, ristorare la sua fabbrica, pagar i suoi debiti, comperare il necessario a prezzo più mite; e voi con restituire il puro capitale credete avere pienamente soddisfatto? Inganno, miei cari, inganno! Ma che dico, restituire il puro capitale? Con tanti danni cagionati per vostra colpa vi lusingate appagare la vostra sinderesi, soddisfare il prossimo, placar Dio, con dire e tornare a dire: restituirò. Oh “restituirò” infelice e seduttore, oh restituzione immaginaria, quant’anima porti all’impenitenza finale, all’eterna dannazione! – Deh per carità, fedeli amatissimi, rendete possibile almen per voi questa restituzione, che per gli altri è moralmente impossibile, attese le fallaci scuse, e i mendicati pretesti, coi quali l’uomo tenace studia ingannarsi, e perdersi per un fatale attacco alla roba, e per un più fatale accecamento differire la restituzione ad un incerto futuro. ”Reddite, dunque, se v’è cara la vostra salute, ve ne scongiuro colle parole dell’Apostolo, rendete a ciascuno, e senza dilazione, quel che di giustizia gli dovete”: “Reddite ergo omnibus debita” (Ad Tim. 1, IV,8). “Reddite”, vi ripeto colle parole di Gesù Cristo nell’odierno Vangelo, “Reddite ergo quae sunt Caesaris Caesari, et quae sunt Dei Deo”.

 

Omelia della Domenica XXI dopo Pentecoste

Omelia della Domenica XXI dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda ed. napoletana, Vol. III -1851- imprim.]

(Vangelo sec. S. Matteo XVIII, 23-35)

servo-spietato

Amore ai nemici.

Servo malvagio (così un Re sdegnato contro un suo iniquo vassallo, secondo la parabola dell’odierno sacrosanto Vangelo) “servo malvagio, io mosso a pietà del tuo pianto ti ho rimesso il debito, che avevi con me, di dieci mila talenti. E tu ancor bagnato dalle tue lacrime, ancor commosso dall’amore con cui ti perdonai, appena metti il pie’ fuor della mia soglia, che incontrato un tuo conservo a te debitore di cento danari, lo tieni per la gola, minacci di soffocarlo se non ti rende quanto deve. Quegli si getta ai tuoi piedi, e usando di quelle stesse parole, colle quali tu hai destata la mia commiserazione, ti prega, ti scongiura a dargli un respiro di tempo, onde poter soddisfarti; e tu inflessibile e duro al, par d’un macigno, lo strascini al tribunale, lo fai chiudere in oscura prigione. Servo indegno, perché da me non apprendesti la compassione per un tuo simile? Olà, miei ministri; sia legato costui, sia dato in mano de’manigoldi, sia posto alla tortura, finché abbia interamente soddisfatto tutto il suo debito”. Cosi, conchiude la parabola il divin Salvatore, così farà con voi, miei discepoli, il Padre mio, se non perdonerete di cuore ai vostri offensori. Già in altro luogo del suo Evangelio, Gesù Cristo nei termini più precisi ha promulgato l’espresso suo comandamento d’amare i nostri nemici, “ego autem dico vobìs: diligite inimicos vestros” (Matt. V, 44). Convien dire che molto preme al nostro divin Legislatore l’osservanza di questo suo comando. Così è: e pure quanto vien trasgredito! Per opporre qualche argine a un tanto disordine, io passo a dimostrarvi l’eccellenza di questo precetto, la gravezza della sua trasgressione, la stoltezza de’suoi trasgressori. Piacciavi d’ascoltarci:

I. Il precetto d’amar i nostri nemici mostra la propria eccellenza, o si riguardi il Legislatore che comanda, o il suddito che ubbidisce. Il Legislatore è l’Uomo-Dio, che a farci conoscere il pregio di questo suo comandamento ci mette in vista l’esempio del suo Padre celeste, che fa sorgere il sole da Lui creato, acciò della sua luce e del suo calore godan del pari i buoni ed i malvagi, e comanda alle nubi di spargere la pioggia fecondatrice tanto sul terreno del giusto, quanto su quel dell’ingiusto: “Qui solem suum oriri facit super bonos et malos; et pluit super iustos et iniustus” (Ibid. 45). Amate, dice Egli; i vostri nemici. Segni del vostro amore saranno se al loro odio contrapporrete i vostri benefizi e alle calunnie le vostre preghiere. Questa è la via per essere costituiti figliuoli di Dio, e per arrivare colla debita proporzione ad esser perfetti, come è perfetto il Padre vostro che sta in cielo: “ut sitis filii Pater vestri … perfecti, sicut et Pater vester coelestis perfectus est” (Ibid. 48). L’altezza del grado a cui mira un tal precetto è chiara prova dell’eccellente sua prerogativa. – Cresce questa a dismisura quando il Legislatore col proprio esempio, dato nelle più difficili circostanze, muove i suoi sudditi all’adempimento della sua legge. Uno sguardo a Gesù sulla Croce sazio d’obbrobri, che provocato da’ suoi nemici con amare ironie e con pungenti sarcasmi, prega l’eterno suo Padre a graziarli di perdono, e per più facilmente ottenerlo espone la scusa della loro ignoranza: “Pater dimitte illis; non enim sciunt quod fàciunt” (Luc. XXIII, 34). Tratto così generoso manifesta del pari la grandezza del cuor d’un Uomo-Dio, l’eccellenza del suo precetto, la gloria de’ suoi imitatori. – Dio ha creato l’uomo a sua immagine e similitudine; risplende questa nelle facoltà del suo spirito. Gran dignità all’uomo concessa; ma la bellezza e nobiltà di quest’immagine non si perfeziona, se non quando l’uomo stesso regola le sue azioni giusta il volere e l’esempio del suo prototipo che è Dio. Chi dunque perdona al suo nemico, si rende a Dio somigliante, si solleva ad un grado superiore alla natura, e merito e gloria glie ne ridonda appresso Dio e appresso gli uomini. A chiarirvene seguitemi col pensiero. – Vedete voi quei pastori innanzi al viceré dell’Egitto? Sono i suoi fratelli, egli è Giuseppe da essi non conosciuto. Son eglino quei che l’hanno avuto in tant’odio, fin a volersi lavar le mani nel suo sangue innocente, quei, che spogliatolo e messo in fondo di secca cisterna l’han poi venduto in ischiavo a mercanti Ismaeliti. Sono ora in sua mano: non gli manca né potere, né ragione per vendicasi. Ma no, “io son Giuseppe vostro fratello, dice loro, venite al mio seno”, e cosi dicendo strettamente gli abbraccia, li bagna di dolci lacrime, li colma di benefizi. Qual senso, uditori, desta in voi quest’avvenimento? Quale in voi è maggiore l’ammirazione o la tenerezza? Fingete ora che Giuseppe si fosse vendicato de’ suoi snaturati fratelli, un alto senso d’indignazione e di disprezzo avrebbe svegliato in voi la bassa sua azione. Quanto, avreste detto, ha mai avvilito la sua dignità, quanto disonorato il suo nome! Col grado di viceré non ha cangiato il rozzo costume di vigliacco pastore. Così è, render male per male è proprio dei bruti, è segno d’anima vile. Per l’opposto, perdonar le offese, beneficare gli offensori è singolare virtù d’uomo grande, di cuor generoso vincitor di sé stesso, virtù col solo lume di natura conosciuta e praticata da tanti, anche nelle tenebre del Paganesimo, virtù, che nella legge di grazia innalza il cristiano al grado di somiglianza con Dio. Grande adunque e magnifica è l’eccellenza di queste precetto; ma ancor più grande e ontosa è la gravezza della sua trasgressione.

II. Ditemi in grazia o voi, ai quali sembra tanto dura, e difficile l’osservanza di questo divino comando. V’impone forse Iddio d’amare nel vostro nemico i suoi misfatti, i modi indegni coi quali oltraggiò la vostra persona? No certamente, vi comanda d’amarlo come sua immagine e come vostro fratello in Gesù Cristo. Ora siccome sarebbe enormissimo sacrilegio calpestare l’immagine del S. Crocifisso sul pretesto che fosse mal impressa in carta, o male scolpita in legno; così sarà sempre un gran delitto l’odiare, l’offendere il nostro fratello, tuttocché malvagio, offensore e nemico; poiché in ogni modo porta sempre l’impronta di quel Dio, che lo creò a sua immagine e somiglianza. – Se poi l’odio contro quel vostro nemico vi trasportasse ad ucciderlo, sfogato il crudele piacer della vendetta, placato il sangue, avreste in orrore voi stesso. Il reato d’un omicidio, il nome d’omicida vi coprirebbe di confusione e di infamia, e la memoria del vostro delitto sarebbe il vostro carnefice. Or sappiate, che se nutrite in cuore un odio grave verso il vostro fratello, siete reo d’omicidio, siete un omicida. In termini espressi vel dice l’Evangelista s. Giovanni Omnis qui odit fratrem suum homicida est.- Homicida est” (Gio. III, 15), perché nel cuor di chi odia muore il fratello odiato. E come? Vi muore la buona opinione dello stesso, vi muore la carità comandata, vi muore la stessa natura portata ad amar i suoi simili. Volete conoscere se nel vostro cuore è morto qualche vostro fratello? Osservate se si eccitano in voi quei movimenti, che naturalmente sogliono in voi destarsi alla vista di qualche cadavere più o meno schifoso. L’occhio primieramente prova ribrezzo a vederlo, ne resta offeso, si volta altrove. Avviene a voi altrettanto all’imbattervi con quel tal prossimo? Di quel cadavere non potete soffrire la fetida esalazione. E la presenza e il parlare e il trattare con quella persona vi si rende del pari intollerabile? Non vedete l’ora che quel cadavere vi si tolga davanti e si metta sotterra. Avreste mai la stessa voglia riguardo al vostro nemico? Se è così, son tutti segni che nel cuor vostro è morto il vostro fratello, che odiandolo gli avete dato morte, che siete reo di formale omicidio, che siete omicida: Omnis qui odit fratrem suum homicida est.” – Andate ora con questo nome in fronte a produrre scuse per sottrarvi dal perdonare le ricevute ingiurie, ed a chiamar troppo dura la legge d’amare i nemici. Se bramate ch’io vi dica perché tale vi sembra, io vel dirò con quella sincerità ch’esige il mio ministero, e da quel che son dirvi vedrete quanto s’aumenta la gravezza della vostra trasgressione. Vi par duro, vi pare anche impossibile il precetto d’amare i vostri nemici perché fatto e promulgato da Gesù Cristo. Oh che orrenda cosa ci fate sentire! Vi sorprende, miei cari, e pur è così, uditemi con pazienza. Se un personaggio autorevole, un uomo di merito, come più volte è avvenuto, con confidenza ed impegno, orsù, vi dicesse: io voglio estinto il vostro odio, quest’inimicizia disonora voi, disgusta me, non voglio che più sussista: vi chiedo la pace e pace sincera e pace stabile: non mi negate tal grazia, che l’attribuirò fatta a me stesso e ve ne professo fin d’ora obbligazione e riconoscenza perpetua; a questo dolce parlare non sapreste resistere, vincerebbe ogni ritrosia l’acquisto d’un amico potente. Meno: quella donna da voi coltivata s’interpone tra voi e il vostro avversario, e “per amor mio, vi dice, deponete ogni rancore, non mi tornate dinanzi se non fate amistà”. E voi alle parole uscite da quella bocca chinate la testa, vi chiamate fortunato in ubbidirle. Meno ancora: l’interesse vi suggerisce che tronchiate quei dispendiosi puntigli, che rendiate il saluto, che mostriate buon viso a chi può farvi un prestito, a chi può procurarvi una carica, a chi può nominarvi o escludervi nel suo testamento, e voi date ascolto alle voci dell’interesse e vi attenete ai suoi consigli. Ora, io ripiglio, parla una persona di qualità e vi arrendete; parla una femminetta e vi piegate, parla l’interesse ed ubbidite, parla Gesù Cristo e non s’ascolta e non si vuol ubbidire. Il fatto dunque dimostra esser in pratica pur troppo vero quel che vi faceva sorpresa come una cosa orrenda.

III. Ma via non vi muove la gravezza e l’enormità della colpa, date almeno luogo alla ragione. In tante altre vostre azioni vi piccate di senno e di prudenza, ma se voi state fissi a non perdonare, non ischivate la taccia d’una grande stoltezza. So quanto l’indole vostra sia aliena dal fare una sanguinosa vendetta. Supponete però, che alcun, fra voi da forte tentazione vi fosse incitato: “fratel mio, gli direste, tirate i vostri conti. Mettete in una parte di bilancia il barbaro piacer della vendetta: ponete dall’altra la perdita della vostra libertà, la fuga dalla patria e dallo stato, l’infamia del vostro nome, il disgusto dei congiunti, la rovina della famiglia, lo spavento di cader nelle mani della giustizia, il patibolo in fine, a cui potesse esser condotto”. Che cosa prepondererà nel vostro giudizio? L’amor di vendicarvi? Perdonatemi, quando è così, se vi chiamo un insensato, un matto da catena, non uomo ragionevole, ma una fiera del bosco. Così direste umanamente parlando. – E che dovrò io soggiungere parlando dell’ anima e dell’eterna salute? O Dio! Voi non volete sparger sangue, lo so, ma il vostro cuore è tutto sparso di malavoglia e pieno di rancore. Intanto voi recitate l’orazione domenicale, il Pater noster, e non avete tanto lume a conoscere, che collo odio in cuore pronunziando quelle parole, dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris”, pronunziate la vostra sentenza. – Badate a quel che dite, v’avvisa S. Giovanni Crisostomo, acciò come un pazzo furibondo non volgiate contro voi stessi la vostra spada a trafiggervi: “Vide quid dicis, ne contra te ensem, tanquam insanus et furiosus stringas(Hom. 38 in Ioan.). Voi in sostanza dite così: Signore, perdonate a me, come perdono agli altri, io non perdono e non mi perdonate, non voglio più mirare in faccia quel prossimo, non voglio più trattarlo, non più parlargli, e voi fate altrettanto con me, misuratemi colla stessa misura, pagatemi della stessa moneta, battetemi collo stesso bastone. Così pregando, voi impugnate la penna e scrivete la vostra condanna. E qual sarà se non è questa la più solenne pazzia? – Cristiani amatissimi, siam tutti peccatori, abbiamo tutti chi più, chi meno dei debiti con Dio. Se non perdoniamo di cuore non v’è per noi perdono. Un Dio lo comanda, un Dio ne dà l’esempio, un Dio promette premio, un Dio minaccia castigo; e noi saremo inflessibili? Non voglio crederlo d’alcuno di questa mia cara udienza.

Omelia della Domenica XX dopo Pentecoste

Omelia della Domenica XX dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. III -1851-]

(Vangelo sec. S. Giovanni IV, 46-53)

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Mal esempio dei Genitori.

Quant’è mai grande la forza del buon esempio! Un padre, come ci narra l’odierna evangelica storia, col suo credere a Gesù Cristo, trae coll’ardore del suo esempio alla fede di Gesù Cristo medesimo tutta la sua famiglia. Era questo un piccolo Re, il cui figlio giaceva gravemente infermo a Cafarnao. Vedendo inutili tutti gli umani rimedi, ebbe ricorso al Consolator degli afflitti, partì da Cafarnao, e Lo raggiunse in Cana sui confini della Galilea, e prostèso a Lui dinanzi “Signore, disse, tengo un figliuolo in pericolosa infermità, compiacetevi venirlo a risanare, e a consolare il più addolorato di tutti i padri”.- “Se non vedete miracoli, Gesù rispose, voi non credete”. – “Ah Signore, soggiunse il padre, venite per pietà che ogni momento d’indugio può esser fatale al figlio moribondo”. – “Andate, disse allora il Salvatore, che il figlio vostro è vivo e sano e salvo”. Credette alle sue parole il genitor consolato, e nel tornarsene a casa ecco alla metà del cammino i suoi servitori spediti ad apportargli la lieta notizia, che il figlio aveva ricuperata in un istante la sanità. Interrogati dell’ora, in cui la febbre l’aveva lasciato, e in udir che ieri all’ora settima cessata la febbre era uscito di pericolo, comprese essere precisamente quell’ora stessa, in cui il divin Redentore detto gli aveva che il suo figliuolo era vivo e risanato. In vista di questo prodigio abbracciò la fede di Gesù Cristo, e trasse col suo esempio alla stessa fede tutti di sua famiglia, numerosa di alti e bassi ufficiali, d’ordini diversi di servitori, essendo egli un piccolo Re da Erode Tetrarca costituito Principe e Governatore di tutta la Galilea. “Credidit ipse, et domus eius tota”. – Tant’è la forza del buon esempio. Ma ancor più grande è la forza dell’esempio cattivo. “Un poco d’assenzio, dice S. Gregorio Nisseno, basta a rendere amara una notabile quantità di mele, ma una notabile quantità di mele non può far dolce l’assenzio”. E più facile distruggere che edificare. Quanta rovina adunque recherà ai propri figli l’esempio malvagio de’ genitori! Per impedirlo io prendo a dimostrarvi le perdite inconsolabili, che fanno i genitori col mal esempio. Pérdono l’autorità sopra de’ figli, perdono i figli, e perdono sé stessi. Tre perdite che abbracciano il temporale e l’eterno interesse, tre punti che meritano la vostra più seria applicazione.

I. L’autorità è in tutto il suo vigore, quando ne hanno il dovuto concetto i subalterni; ma ohimè quando decade, se nei soggetti autorevoli trovano gli inferiori di che adontarsi, e scoprono che riprendere! Veniamo al pratico. Entro col mio pensiero in una casa di questo mondo, e v’entro nell’ora in cui marito e moglie sono tra loro in aspra contesa. Vomita il primo le più infami e contumeliose parole, aguzza l’altra la lingua come un serpente; crescono le ingiurie, crescono gli insulti a vicenda. La tempesta non finisce in tuoni. Alle imprecazioni, alle bestemmie succedono colpi, percosse, duri e villani maltrattamenti. Oh Dio! e tutto ciò in presenza dei figli che piangono, che alzano stridi e clamori. Che casa è questa, ove abita il demonio della più arrabbiata discordia? Che scuola è questa in cui da’ figliuoli s’apprende l’immodesto parlare, lo scostumata procedere, l’ira, la contumelia, lo spirito d’odio e di vendetta? E qual concetto può avere la povera famiglia d’un padre bestiale, d’una madre viperina? Perduta la stima si perde necessariamente l’autorità tanto necessaria per la buona educazione. Lo scandalo che date, o incauti genitori, vi chiude la bocca: non potete più correggere la vostra prole di quei misfatti, de’ quali voi siete più rei. – Allorché Caino stese a terra impiagato e morto Abele suo innocente fratello, Iddio acremente rimproverandolo, “il sangue del tuo germano, gli disse, dalla terra, su cui è sparso, alza voci e clamori che giungono al cielo”. – “Sanguis fratris tui clamat ad me de terra” (Ge. IV, 19). Così abbiamo dal sacro testo; ma il sacro testo non dice che Adamo aprisse bocca a correggere il crudel fratricida. E perché? Risponde Teodoreto, che Adamo, come uomo intelligente, ben prevedeva le amare risposte del figlio uccisore, se l’avesse rimproverato; e perciò il suo delitto, il mal esempio, l’obbligò a rigoroso silenzio. “Come! detto gli avrebbe probabilmente Caino, voi mi riprendete per l’uccisione d’un uomo, mentre voi avete uccisa tutta l’umana generazione! Mi rimproverate per la morte di mio fratello, voi che avete dati a morte più dannevole tutti i vostri figli che sono e che saranno sino alla fine del mondo? Io poi ho peccato per un movimento d’insidia, per un trasporto di collera, e voi solo per il gusto meschino di un vilissimo pomo”. Tutti questi acerbi rimbrotti si aspettava Adamo, perciò si tacque, vedendosi spogliato d’autorità per correggere. – Così avviene tutto dì. Quel padre è un figliuol giocatore che nel giuoco perde il tempo, lo studio, il danaro, il buon nome. Vede la necessità di correggerlo, ma come può, s’egli giorno e notte ha le carte e i dadi alla mano? Con qual animo, dice S. Gregorio Magno, pretenderà medicar l’altrui piaga colui che porta in faccia la stessa medesima piaga? “Qua praesumptione mederi properat, qui in facie vulnus portat?” (Pur. 2 Past. C. 9). Quella madre sa ed osserva che la propria figlia è libera, nemica del ritiro, che tratta, che parla, che ride, che si trattiene con tutti; ma come impedire questi pericolosi disordini se essa tiene un’eguale condotta? Quell’altro padre vorrebbe i suoi figli dediti alla pietà, frequenti alla Chiesa, alla parola di Dio, ai santi Sacramenti; ma come avvisarli o punirli per la loro indevozione, se egli mai non si lascia vedere in Chiesa o in casa a piegar le ginocchia in qualche pubblica o privata preghiera? Ma diamo, che dai genitori si correggono i viziosi figliuoli, che autorità e forza potrà avere la riprensione, se quel che si pronunzia colla parola si distrugge coll’opera?

II. Se non che il perdere col mal esempio l’autorità di correggere è il meno: quello che monta incomparabilmente di più, è la lacrimevole perdizione degli scandalizzati figliuoli. La prima scuola, solete voi dire, è quella dì casa. Gli esempi domestici fanno più d’impressione che gli stranieri. La tenera età è più disposta a copiare l’immagine del vizio che della virtù. La gioventù non ha bisogno di sprone per gettarsi alla strada della dissolutezza, e la corrotta natura pendente al male trova ne’ mali costumi de’ genitori come una specie di guarentigia a impunemente seguirli. Di Abia, figlio di Roboamo, dice la divina Scrittura che camminò in tutti i peccati di suo padre, “ambulavit in omnibus peccatis patris sui” (III Re, XIII, 3). Notate la frase: le scelleratezze del proprio padre furono per lui come tante pedate impresse sulla polvere o sull’arena, sulle quali camminò come l’empio suo genitore, “ambulavit in omnibus peccatis patris sui”. – Se poi al mal esempio tacito s’aggiungesse l’espresso, poveri figli! Così non fosse, come odono sovente di bocca del padre o della madre certe massime affatto opposte a quelle del santo Vangelo. “Non ti far pecora, o figlio, ma come cane mostra e adopera i denti contro chi t’offende”, “ché tanti riguardi! E’ un codardo che non sa vendicarsi e farsi portar rispetto”. – “Bisogna farsi ricchi per essere rispettati e temuti. Chi ha danaro ha tutto, e può far di tutto”. – “La coscienza è per chi la teme, e chi la teme sarà sempre povero”. Oh Dio! oh Dio! che diabolica scuola. Non vi credo capaci, uditori miei cari, di questo linguaggio pestifero, scandaloso, anticristiano, contentatevi invece ch’io vi metta sott’occhi un altro scandalo indiretto, a cui non si bada gran fatto. – Per meglio spiegarmi premetto quel che di Gerosolima diceva piangendo il Profeta Geremia. Paragona egli quell’infelice città ad uno struzzo nel deserto, “Filia populi mei crudelis quasi struthio in deserto” (Theren. IV, 3). Osserva Plinio, e con esso altri indagatori della natura (checché ne dica qualche viaggiatore) che lo struzzo ne’ deserti dell’Africa e dell’America lascia cader le sue uova in sull’arena, e le abbandona. La provvidenza si cura delle medesime, e di giorno col calore del sole, e di notte col calor mantenuto nella sottoposta arena fa che le uova si schiudano e fuori saltellino i piccoli struzzoli che sull’arena stessa trovano l’opportuno alimento. La divina provvidenza non vuol fare altrettanto a riguardo dei figli vostri: a voi, alla vostra cura li ha commessi, or che sarà se voi li abbandonate? E appunto da questo abbandono nascono quegli scandali indiretti non conosciuti, e perciò più pericolosi e dannevoli. Torme di fanciulli si vedono a trastullar tutto il dì in mezzo alle piazze e alle contrade, abbandonati a se stessi, come tanti struzzoli, e vanno intanto imparando sconce parole e maliose azioni, e il padre trascurato e la madre indifferente non badano che a levarsi il fastidio d’averli intorno. Fatti più adulti si lasciano in maggior libertà, vanno, vengono di giorno, di notte, praticano compagni malvagi, contraggono amicizie sospette: l’ozio che insegna ogni malizia, il giuoco che dissipa lo spirito, il libero conversare che corrompe il costume, formano la giornaliera occupazione. Tanti disordini, gli scandali che danno, gli scandali che ricevono, vanno tutti a carico dei genitori, che per una insensata trascuratezza hanno ad essi lasciata la briglia sul collo. Che dirò delle figlie anch’esse abbandonate come struzzoli nel deserto? Col pretesto di divozione si lasciano andare liberamente à certe novene, che cominciano avanti l’aurora, a certe feste di Chiese rurali, a campagne, a passeggi, a festini …. Adagio, è vero, ma sono accompagnate da quel nostro parente uomo onesto, da quel nostro parente uomo dabbene. Peggio, io vi rispondo, e vel ripeto, peggio! Se quel tal uomo avesse nome, fama ed apparènza di libertino, non gli affidereste la vostra figlia, e non fidandovi, voi e la figlia vostra non correreste alcun rischio. Per lo contrario, col fidarvi non siete sicuri, potete esser traditi. Si fidò Giacobbe, e concesse a Dina sua figlia un’innocente curiosità, e Dina fu rapita, fu disonorata, ed egli ferito dal più acèrbo dolore. Il mal esempio dato, il mal esempio non impedito rovina i figliuoli, ed è finalmente causa lacrimevole dell’eterna perdita de’ genitori.

III. Il Faraone, per politica di stato fece gettare nell’acque del Nilo tutti appena nati i maschi degli Ebrei. Erode per gelosia di regno, fece trucidare in Betlemme e ne’ suoi contorni tutti i bambini dai tre anni in giù per assicurarsi nella strage di tutti la morte di uno solo, il nato Re d’Israele. Or questi uccisi bambini furon veduti da S. Giovanni nel divino suo Apocalisse, sotto l’altare di Dio, e uditi alzar al cielo voci e clamori, gridando vendetta: “Usquequo Domine, … non vindicas sanguinem nostrum?” (cap. VI, 10). Fino a quando, o Signore, tarderete a vendicare il sangue innocente?- Ora io dico così: tanto i primi fanciulli sommersi nel Nilo, quanti i secondi trucidati da Erode son salvi: i primi come circoncisi e figli d’Abramo: i secondi non solo sono salvi, ma santi e martiri dalla Chiesa venerati sugli altari; e pure domandano a Dio vendetta. Or che sarà se i figliuoli scandalizzati dai genitori piomberanno all’inferno? Se invece di essere affogati in un fiume, saranno immersi in uno stagno di fuoco inestinguibile? Se invece di aver sofferto il taglio momentaneo della spada di Erode, si troveranno per sempre sotto la spada inesorabile della divina Giustizia? Vendetta, grideranno allora a più alta voce, vendetta contro i nostri padri, contro le nostre madri, che dopo averci data la vita temporale ci hanno tolta con gli esempi malvagi la vita spirituale ed eterna: vendetta contro coloro che non ci hanno dato la vita … se non per darci una doppia morte. – Padri e madri, volete dire che la giustizia di Dio sarà sorda a queste lamentevoli voci? E se le ascolta, come fuor di dubbio le ascolterà, che sarà di voi, che sarà dell’anime vostre? Voi siete perduti. Se foste causa della perdita dell’anima d’uno a voi straniero, dovreste temere la perdita della vostra; quanto più dovrà crescere il vostro timore e se per vostra disavventura foste cagione della perdita de’ figli vostri? Miei dilettissimi, se la coscienza vi rimprovera il mal esempio dato, e le omissioni apportatrici di scandalo alla vostra prole, altro rimedio non trovo per liberarvi da tanto pericolo, che pentimento sincero riguardo al passato, e riparo nell’avvenire ai dati scandali col buon esempio.

Omelia della Domenica XIX dopo Pentecoste

Domenica XIX dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo XXII, 1-14)

giudiz.univ. giotto. part.

Piccolo numero degli eletti

“Molti sono i chiamati, pochi gli eletti”. È questo il grave, il sentenzioso, il tremendo epifonema con cui Gesù Cristo conchiude l’evangelica parabola: “Multi sunt vocati pauci vero electi”. Molli furono infatti i chiamati da un Re che volle solennizzare le nozze del proprio figlio. Alcuni francamente negarono d’intervenirvi, altri produssero scuse di affari di campagna, di negozi di città. Uccisero altri i servi mandati ad invitarli. Uno finalmente si presentò, ma senza veste nuziale, e tutti questi furono per sempre esclusi dal regale convito. Il Re che fa le nozze al proprio figlio è l’eterno Padre, il figlio è Gesù che ha sposato l’umana nostra natura unendola con unione ipostatica alla sua divinità. Negl’invitati a queste mistiche nozze, vale a dire alla fede e alla penitenza, sono espressi gl’increduli che con franca negativa si rifiutano: in quei che allegano scuse, i peccatori che da un tempo all’altro differiscono la loro conversione: negli uccisori dei servi, quei che soffocano le sante ispirazioni e i movimenti della grazia: finalmente in colui che s’introduce senza veste nuziale, quegli infelici privi della carità e della santificante grazia.Che meraviglia perciò che pochi siano quei che si salvano, se la moltitudine dei chiamati si oppone ai disegni, ai desideri di Dio che li vuol salvi? Questa formidabile verità, che pochi sono fra i cristiani adulti quei che si salvano, io prendo a dimostrarvi colla ragione e coll’autorità. Udite, o fedeli, il soggetto del mio e del vostro salutare spavento.

I . Il Regno dei cieli ci vien rappresentato nel S. Vangelo a guisa di alta rocca da vincersi a forza d’armi, da conquistarsi con violenza d’estremo valore. “Regnum coelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud(Matt. XI, 12). Ora una rocca è difficile a superarsi quando vi concorre l’arduità del sito, la moltitudine dei nemici, la debolezza degli assediatori. L’arduità del sito, primamente non può esser maggiore. Si tratta di salire al cielo nel regno di Dio e dei beati, ov’essi son giunti a stento per molte tabolazioni, pel disprezzo del mondo, per l’austerità della vita, per l’esercizio della penitenza, per le sofferte persecuzioni, per lo spargimento del sangue, pel sacrificio della vita. Senza violentar se stesso non può lo spirito sollevarsi da terra. Il corpo è un peso che tira al basso. “Una pietra dice S. Tommaso, perché dall’alto d’una torre discenda a terra, non ha bisogno di forza, basta aprir la mano; ma perché da terra arrivi alla cima, onde discese, è necessaria forza di braccio e destrezza di mano”. “Facilis discensus Averni” (Virgil.), l’intese anche un Gentile, ascender su per le vie del cielo, “hoc opus, hic labor”. L’acque del fiume Giordano secondo la natural pendenza andavano a seppellirsi nel mar morto; per far che con corso retrogrado tornassero addietro fu necessaria l’arca del Signore e l’ opera de’ sacerdoti. Per andar dopo morte a seppellirsi nell’inferno, basta lasciare operar la natura; e la natura corrotta, i sensi e le malnate passioni ci porteranno infallibilmente laggiù; ma per tornare alla nostra sorgente, al nostro principio, che è Dio, ci vuol la forza e l’efficacia della sua grazia e la nostra cooperazione, conviene vincere le ritrosie della guasta natura, superare gli ostacoli al bene, l’inclinazione al male, mortificare l’opere della carne, vivere secondo lo spirito e menar sulla terra una vita celeste. – Cresce la difficoltà per la moltitudine dei nemici. La vita dell’uomo, dice il Santo Giobbe è una vera milizia su questa terra. “Militia est vita hominis super terram” (Cap. VII, 1). Bisogna star sempre coll’armi alla mano, ed oh con quanti nemici abbiamo a combattere! Nemici interni, nemici esterni, nemici visibili, nemici invisibili: tutti i sentimenti del nostro corpo sono altrettanti nemici, tutte le nostre passioni, l’irascibile, la concupiscibile, la superbia, l’avarizia, la gola, l’invidia, sono fiere racchiuse nel serraglio del nostro cuore, che ci fa sentire i loro ruggiti, e ci minacciano de’ loro morsi: nemico l’intelletto facile a deviare dal vero, soggetto a mille impressioni malvagie, nemica la memoria fomento di perverse rimembranze, nemica la volontà inclinata ad ogni specie di male. Si aggiunge all’esercito di tanti nemici il mondo, il demonio, la carne, i mali esempi, i cattivi consigli, le false massime, l’erronee dottrine, i libri seducenti, gli scandali passati in costume. Oh Dio, quanti inciampi, quanti pericoli, quanti lacci! Di questi lacci vide S. Antonio Abate tutta sparsa la faccia della terra, e S. Agostino forse alludendo a questa visione, “ecco, dice, il mondo ha tesi innanzi ai nostri piedi infiniti lacci; e chi potrà scansarli?” “Ecce ante pedes tetendit laqueos infinitas, et quis effugiet? (Apud Rossig.). – Cresce vie più la difficoltà di conquistare il regno dei cieli per la debolezza dei combattenti. Chi più debole ed incostante dell’uomo? Una canna è di lui men fievole, un vetro è di lui men fragile. Mirate i nostri progenitori nel terrestre paradiso, creati nell’originale giustizia, senza stimolo di passioni; e pure la vista di un pomo, due parole del demonio nascosto nel corpo di un serpente, bastarono a sedurli ed a farli prevaricare. Mirate Saul prima da Dio eletto e a Dio fedele e poi disubbidiente e riprovato. Davide santo, Profeta, uomo secondo il cuor di Dio, per uno sguardo diviene adultero e omicida; Giuda, oggi Apostolo, domani apostata; Tertulliano prima padre della Chiesa, apologista della religione cristiana, indi eretico Montanista; Lucifero, famoso Vescovo di Cagliari già difensore della fede cattolica, e dopo morto scismatico. Io vidi, dice S. Agostino, cadere a terra cedri del Libano, colonne della Chiesa, condottieri del gregge di Cristo, della rovina dei quali non avrei mai ammesso minimo dubbio, siccome mai avrei dubitato di un Gregorio Nazianzeno e di un Ambrogio. Oh Dio! quanto è grande, quanto è deplorabile l’umana fragilità! Chi si terrà sicuro? Chi si fiderà delle proprie forze? Chi in vista dell’altrui rovina non temerà della propria? – Che pochi siano quei che van salvi, dopo la ragione ce ne convince l’autorità. Apriamo le divine Scritture e riscontriamo prima le immagini che al dir dell’Apostolo “in figura facto, sunt nostri, (ad Cor. X, 6), poi le sentenze che comprovano questa spaventosa verità. Dal diluvio universale, che affogò tutta l’umana generazione, quanti furono gli scampati? Solo otto persone, Noè, e la sua famiglia. Dall’incendio delle popolose città di Pentapoli quanti fuggirono? Quattro soltanto. Lot con la consorte e due sue figlie. Di seicento mila Israeliti abili all’armi, senza contar le donne e i fanciulli, usciti dall’Egitto per entrare nella terra promessa, quanti vi posero piede? Due soli, Giosuè e Caleb). Molte, dice Gesù Cristo nel Vangelo di S. Luca, furono le vedove in Israele ai tempi d’Elia angustiate per la gran fame, e ad una sola, la vedova di Sarepta, fu recato soccorso. Molti furono i lebbrosi ne’ giorni d’Eliseo, e uno solo fu risanato, cioè Naaman Siro. La terra è infetta dai suoi abitatori, soggiunge Isaia, e perciò sulla faccia della medesima si spargerà la maledizione ad esterminarla. Pochi restarono ad abitarla “relinquentur homines pauci” (XXIV, 6), e saranno tanto pochi che potranno rassomigliarsi a quelle rare e poche olive che restano sull’albero dopo essere stato bene scosso e perticato, e a quegli scarsi grappoli d’uva che in un’abbondante vendemmia sfuggono all’occhio dell’attento vignaiuolo. Tutti corrono al pallio, ricorda San Paolo, ma un solo è quello che arriverà a conseguirlo, “omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium(1 Cor. IX, 24). E giacché di S. Paolo abbiamo fatto menzione, udite come parla di sé questo vaso di elezione, questo grande Apostolo già rapito fino al terzo cielo. “Miei cari, per grazia di Dio la mia coscienza di nulla mi rimorde”, “nihil mihi conscius sum(1 Cor. IV, 4), ma non per questo mi tengo per giusto, “sed non in hoc iustificatus sum”. Anzi castigo il mio corpo per tenérlo a guisa di schiavo insolente soggetto alla ragione ed alla fede, perché temo che procurando colla mia predicazione l’altrui salvezza, io non divenga un misero riprovato, “ne cum aliis praedìcaverim, ipse reprobus efficiar” (1 Cor. IX, 27). – Ma che cercare esempi e figure quando in chiari termini precisi parla l’Incarnata Sapienza, la stessa Verità, Cristo Gesù? Interrogato Egli se pochi sono quei che si salvano, “si pauci sunt qui salvantur(Luc. XV, 24)? Rispose: “Angusta è la porta del cielo, fate ogni sforzo per entrarvi”, “contendite intrare per angustam portam”, così in S. Luca. Passate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa è la strada che mena alla perdizione, e molti son quelli che per questa si avviano, “et multi sunt qui intrant per eam”. E di nuovo esclamando ripete: “oh quanto è stretta la porta e angusta la strada che conduce alla vita!” e pochi son quei che a questa si appigliano, “et pauci sunt qui inveniunt eam” (Cap. VII, 14). Così in S. Matteo. In somma conchiude, “molti sono i chiamati alla fede, alla penitenza, alla salute, ma pochi sono gli arrendevoli a queste chiamate, per conseguenza pochi sono gli eletti” “multi sunt vocati, pauci vero electi(Matt. XX, 10). A questa irrefragabile autorità appoggiati i santi Padri Agostino, Girolamo, Gregorio, Crisostomo, Anselmo, Efrem, Teodoro, Basilio, tutti concordano che dei cristiani adulti che possono colla libertà dell’arbitrio cooperare alla propria salute, il maggior numero sia dei reprobi, non degli eletti. Per non esser prolisso non vi reciterò le loro sentenze: basterà per tutti S. Giovanni Crisostomo. Predicando questi nella gran città di Costantinopoli, tutta allora cristiana, città la più numerosa di popolo dopo Roma, arrivò a dire che di una sì vasta popolazione, appena cento avrebbero nazione, e di questi cento aveva pure alcun dubbio: “Non possut in tot millibus inveniri centum qui salventur, quia et de his dubito”. Forse allora era meno corrotto il costume. E che avrebbe detto a’ tempi nostri in vedere la religione derisa, la devozione schernita, la Chiesa perseguitata, la bestemmia in costume, la disonestà in trionfo, la sevizia dei mariti, l’infedeltà delle mogli, fuggita la frequenza nei divorzi, la scostumatezza dei figli, la licenza delle zitelle, la frode nei contratti, l’usura nei prestiti, la prepotenza nelle liti, la facilità negli spergiuri, la profanazione delle Chiese, lo scandalo delle mode, lo scandalo nelle pitture, lo scandalo nelle canzoni, nei libri osceni, nei libri eretici? Mio Dio, che torbido rovinoso torrente d’ogni iniquità inonda la terra! E dopo ciò; farà sorpresa il dire che pochi si salvano? Ah, miei dilettissimi, se per bene vostro io vi son cagione di spavento, perdonate per pietà, ad uno ch’è più di voi spaventato: “Territus, terreo(D. Aug.). – Misero me! mi salverò? mi perderò? Sarò nel numero de’ pochi salvi? O in quello dei molti riprovati? Io son vicino alla tomba, i capelli son bianchi, le forze mancano, la vista è debole, poco mi resta di vita. Che sarà di me al tremendo giudizio di Dio? Che sentenza mi toccherà? propizia o contraria? Se do uno sguardo alla mia coscienza aggravata di tante colpe, se rifletto alla difficoltà della salute, io mi do per perduto. La divina giustizia io l’ho irritata: la divina misericordia non me la rendo propizia. Fui peccatore, son peccatore, non rimedio al passato, non profitto del presente, non provvedo all’avvenire. Ah! che dovunque mi volgo non trovo che oggetti di spavento e di disperazione. In tanto orrore di me stesso mi resta una sola speranza: Maria, rifugio dei peccatori, mi getto a’ vostri piedi, mi nascondo sotto del vostro manto, difendetemi dalla giusta collera di un Dio da me troppo indegnamente offeso. In questo giorno in cui tutto il popolo cristiano a voi ricorre e tanto vi onora, [cadeva in questa domenica la solennità di Nostra Signora del Rosario], non rigettate dal vostro cospetto un peccator ravveduto. Madre dolcissima, avvocata de’ peccatori, difendete la mia causa, dite al vostro Figlio che son pentito delle mie colpe e delle sue offese, che più non peccherò, che voglio da qui innanzi vivere nel numero dei pochi per salvarmi coi pochi. Pochi sono i cristiani timorati, casti, sobri, pii, giusti, umili, limosinieri, devoti, sarò di questo numero? Se il mondo è perverso e pervertitore, ne starò lontano; vivrò come Abramo in mezzo a’ Caldei, vivrò come Tobia nella prevaricazione d’Israele, avrò sempre vivo alla mente il ricordo di S. Giovanni Climaco : “Vive cum paucis, si vii regnare cum paucis”.

Omelia della Domenica XVIII dopo Pentecoste

Domenica XVIII dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo IX, 1-8)

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Carità verso gli Infermi

Due esempi assai luminosi di carità ci presenta la odierna evangelica storia. Il primo nella persona di alcuni uomini di Cafarnao, che adoprano ogni fatica ed ogn’industria per procurare la sanità di un povero paralitico, con recarlo al cospetto di Gesù Cristo. Il secondo in Gesù Cristo medesimo, che rimette i peccati a quel misero infermo, e spiritualmente lo risana. Il primo esempio riguarda la salute corporale, il secondo la spirituale. Ed ecco in ciò tutta la nostra istruzione. Quando il Signore visita le nostre famiglie con qualche malattia, come sono trattati i nostri infermi in rapporto al corpo? Come sono trattati riguardo all’anima? Vediamo se possiamo paragonarci ai pietosi Cafarnaiti per la carità corporale, e al misericordioso Redentore per la spirituale carità. Ohimè! Uditori miei cari, che io temo invece di questa doppia carità, di riscontrare in alcuno di voi una vera e forse non conosciuta crudeltà! L’importante argomento richiede tutta la vostra attenzione.

I. – Il primo esempio di una carità tutta singolare, ed oltre modo industriosa ci presentano i già indicali uomini di Cafarnao. Quattro di questi, come narra l’Evangelista S. Marco (II, 3), toltosi sulle braccia un paralitico disteso nel suo letticciuolo vogliono presentarlo al divin Salvatore; ma la casa, ove Egli trovavasi era così piena zeppa di popolo, che per ogni tentativo e sforzo immaginabile non fu possibile romper la folla, e farsi strada. Ma che? Si avvidero di una scala esteriore, che portava fino alla sommità della medesima casa. Ivi giunti, scoprirono il tetto, e, fatta una larga apertura, calarono giù con funi il letto e l’infermo a’ piedi di Gesù Cristo. – Che dite, ascoltanti, di questa carità? È tale la vostra per procurare a qualche infermo di vostra famiglia la corporale salute? Vi spinge a tentar ogni mezzo, a cercar ogni modo, onde possa ricuperare la pristina sanità? Sì, è tale; ma quando? Quando si tratta di persona a voi necessaria, che colle fatiche o col traffico o coll’impiego sostiene la casa, e guai se venisse a mancare: soffrirebbe un rovescio la desolata famiglia. Io non condanno, lodo anzi la vostra sollecitudine, il vostro impegno per quell’ infermo a voi sì caro e necessario. Ma se questa stessa persona, cotanto cara e vantaggiosa, per vecchiezza, o per altro infausto accidente, si rende inabile, come l’odierno paralitico, e divenga inutile, non è egli vero che svaniscono allora tutte le cure, le assistenze, i soccorsi, e si riguarda come un imbarazzo di casa, come un peso notevole, di cui non vedete l’ora di esserne sgravati? Così avvenne al S. Giobbe: finché come principe Idumeo colle sue ricchezze fu occhio al cieco, piede allo zoppo, padre dell’orfano e del pupillo, sostegno delle vedove, consolator de’ miseri, riscosse da tutti stima, venerazione ed applausi. Quando poi spogliato di tutti i suoi beni, coperto di piaghe, lo videro steso su di vile letamaio, i falsi amici, e perfino l’insultante consorte, lo abbandonarono in braccio alla sua miseria e al suo dolore. “Fratres mei praeterierunt me sicut torrens, qui raptim transit in convallibus” (Iob. VI, 13). I miei più cari (se ne lagnò dolcemente quest’esemplare di pazienza), i miei più stretti congiunti mi hanno trattato in quella guisa che si usa con un torrente. Finché questo nell’aprile, o nell’autunno abbonda di acque, ad esse accorre il pastore per abbeverare la greggia, il contadino per innaffiare le piante; poi nella estate arsiccia manca e si dissecca, l’alveo suo asciutto viene calpestato dal contadino, dal viandante, dal pastore e dall’armento: “Praeterierunt me sicut torrens”. – “Ma, direte voi, se vi trovaste presente a vedere quanto son tediosi e incontentabili i nostri infermi, e singolarmente i vecchi; se udiste il continuo loro brontolare, e le indiscrete loro lagnanze, degnereste di qualche compassione quei che debbono trattare con essi, e loro prestare assistenza e servitù. Si rifletta inoltre che abbiamo i nostri affari, campagna, impieghi, negozi, e non possiamo trovarci sempre ad essi intorno”.E se vi dirò che quel tanto, che asserite difficile, aspro, gravoso e quasi impossibile, l’avete già praticato, che risponderete? Vi sovviene di quella vostra vecchia parente a letto inferma? Per aver parte nel suo testamento, o donazione irrevocabile de’ suoi beni, quanti giorni perdeste, quante notti vegliaste, quanta pazienza, quanta buona grazia usata avete per non disgustarla, per incontrare il suo genio! Non vi han ritirato dall’assisterla né le sue querele, né i mali odori, né i più bassi servigi.Confessate adunque che la brama di divenire eredi, che la mira alle sue sostanze, che, in una parola, l’interesse è quella gran molla che vi ha fatto agire, sopportare, e tutto vi ha reso facile e leggiero. Ha bel dire l’Apostolo che la carità è paziente, è benigna, e tutto soffre, e tollera tutto : “Charitas patiens est, benigna est … omnia suffert, omnia sustinet” (Ad Cor. XIII, 4. 7.) Tutto ciò nella massima parte de cristiani opera bensì l’interesse, ma non la carità. O nostra confusione!

II. – Il secondo esempio di carità l’abbiamo nella Persona di Gesù Cristo. Appena Egli si vide innanzi in quella strana forma il paralitico, “confida, gli disse, confide fili, remittuntur tibi peccata tua”. Figliuol mio, abbi fede, i tuoi peccati ti son rimessi. Ma come, mio buon Salvatore? Vi vien cercata la salute del corpo, e Voi cominciate a dargli quella dell’anima? Per nostra istruzione parla ed opera così il nostro divin Maestro, e ci avvisa che più della corporal sanità ci deve star a cuore la salvezza dell’anima. – Che diremo ora di quei cristiani, i quali avendo in casa un infermo colto da grave malattia, non l’avvisano del suo pericolo, e non si curano, o neppur pensano a farlo munire dei SS. Sacramenti? Più che da dire, vi sarebbe da piangere. – Qual è l’ordinario costume del mondo, allorché giace a letto un infermo? Accorrono i congiunti, gli amici, portati da un certo dovere di parentado, e di urbanità; le prime visite passano in complimenti: i discorsi sogliono aggirarsi sulle novelle della città, o de’ pubblici fogli; indi parlando della qualità del morbo: “Eh, dice uno, questa è una febbre effimera, il sudore è in moto, ben presto sarete franco”. “Il polso non mi dispiace, ripiglia un altro, la lingua è morbida, fatevi, coraggio, non c’è luogo a temere”. Si lagna però il povero infermo, che oppresso nell’animo, tormentato nel corpo non trova riposo. Ed ecco nuove lusinghe: “buon segno quanto il male si sente: avete più apprensione che male, non temete, una nuova crisi vi libera affatto, fra pochi giorni ci rivedremo al ridotto, alla caccia, alla villeggiatura”. Ad un infermo aggravato si parla, così? Sapete che parlare è questo? Ve lo dirò con tutto rispetto, ma insieme con tutta verità. Quest’è un parlare da demonio. Udite con pazienza. – Colà nel terreno paradiso disse a’ nostri progenitori il grande Iddio: “In quel giorno, che voi gusterete il frutto di quest’albero, che vi proibisco, sarete colti da inevitabile morte: “Morte moriemini”. Eva parlando di quel pomo col rio serpente. “Se noi, disse, ci diamo a mangiarne, forse morremo”: “Ne forte moriamur”. Il demonio nel corpo del serpente l’assicura, che non saranno soggetti alla morte: “Nequaquim moriemini”. Osservate, Iddio parla con affermativa certezza, Eva con dubbio, il demonio con negativa sicurezza. Io non dico che parliate come Dio con affermare, che quel malato morrà: a Dio solo è noto l’avvenire; ma nemmeno dovete parlar da demonio con assicurarlo che non morrà. Parlate, se vi piace, all’umana, come Eva in senso dubbioso: non fate il profeta né per la morte, né per la vita: dite, che essendo la malattia seria, pericolosa, sarebbe bene provvedere ad ogni sinistro avvenimento: che i santi Sacramenti giovano anche alla salute del corpo, che in pericolo di morte corre stretta obbligazione di riceverli, che il male potrebbe occupare la testa, e non esser più in tempo. – Se tale sarà il vostro linguaggio, sarà da uomini sensati, sarà da buoni cristiani; ma lusinghe, no, ma sicurezze, molto meno, per non parlare da demoni. – Torniamo all’infermo. Le buone parola, le buone speranze non lo fanno star meglio: cominciano i vaneggiamenti, succedono i deliqui, crescono i sintomi maligni: il medico stringe le labbra, dimena il capo, dà a conoscere che ne teme, e ne dispera. Chi si accosta intanto al letto di questo moribondo? Chi l’avvisa del suo pericolo? Chi esorta quest’anima ad aggiustar le partite di sua coscienza, a prepararsi con buona confessione al gran passaggio dal tempo all’eternità? Dove troveremo noi un altro Isaia, che si conduce alla stanza dell’infermo re di Giuda, e via su, gli intima, disponetevi alla partenza, che la morte a voi si avvicina! “Dispone domui tuae, quia morieris tu, et non vives(Is. XXXVIII, 1). Pensate: piange la moglie nell’estrema desolazione, piangono i figli e non hanno cuore, si scusano i parenti, si ritirano gli amici, il medico si affida al confessore, il confessore riposa sul medico, e intanto il povero moribondo fa strada, e se ne va, senza saperlo, in braccio alla morte ed alla eternità. – Lo so: egli è questo un tremendo castigo della divina giustizia per chi aspetta a ravvedersi in quegli estremi, castigo, per cui chi più ne abbisogna è meno avvertito. Ad un uomo dabbene, ad un buon cristiano niuno ha difficoltà di parlare di confessione, e del santo viatico. – Ad un uomo di mondo, massime di qualche qualità secondo il mondo, ognun si ritira, ognuno si scusa. Castigo di Dio per parte del moribondo, crudeltà per conto di chi l’assiste. Non si fa già così quando lo stesso infermo giace sepolto in mortale letargo. Si adopera allora ogni più violento rimedio per invogliarlo e torlo dalle fauci di morte; e perché non si fa altrettanto per destarlo da peggiore letargo di morte spirituale ed eterna? Avete timore di disgustarlo? “meglio, dice S. Agostino, esser severo con carità, che ingannar con dolcezza”: “Melius est cum severitate diligere, quam cum suavitate decìpere(Lib. IX, conf.). Indorate quanto volete la pillola amara, ma non cessate di porgerla. Eppure qualche volta si avvisa. Ma chi dà la spinta all’avviso? La carità? Eh pensate: Fra tanti parenti, amici o vicini, v’è finalmente chi dice: Olà, l’infermo fa cammino, va a precipizio, e non si parla ancor di Sacramenti? Che si dirà di voi, padre, madre, figli, consorte, se lo lasciate morir così? Tutti la colpa in faccia al parentado e presso il pubblico sarà la vostra, tutto il vostro il disonore. Ho inteso. L’umano rispetto ottiene la carità. Ma ohimè! il malato è già ai momenti estremi, presto confessori, sacerdoti, Sacramenti: ma il confessore non si trova, non si sa chi sia, o non giunge a tempo, e l’infelice se ne muore senza alcuno spirituale aiuto, senz’alcun sussidio della Chiesa, e senza neppure aver potuto salvare l’apparenza. O parenti crudeli, o nemici del proprio sangue! “Inimici hominis, domestici eius” (Matt. X, 31). – Ah! fedeli amatissimi, imitiamo i pietosi Cafarnaiti in procurare ai nostri infermi la sanità corporale, ma ad esempio di Gesù Cristo siamo assai più solleciti della salute dell’anima, e della loro eterna salvezza. Sia nostra premura l’avvertirli in tempo, acciò possano ben disporsi a ricevere salutarmente i santi Sacramenti, e a noi non resti il rancore di averli abbandonati nel maggior bisogno, la colpa di averli privati di tanto bene, il rimorso della loro forse eterna dannazione.

Omelia della Domenica XVII dopo Pentecoste

Omelia della Domenica XVII dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo XXII, 34-46)

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Amore di Dio.

“Maestro, quale di tutti i comandamenti della legge è il più grande?!” Fu questa la maliziosa interrogazione che fece a Gesù Cristo un dottor della legge, come ci narra S. Matteo nel sacrosanto Evangelo della corrente Domenica. – La mira di quel dottor Fariseo, al dir di un interprete, era di costringere Gesù ad una dichiarazione della maggioranza di alcun dei precetti riguardanti l’esercizio del divin culto o di altro spettante alle leggi scritte da Mose, per aprirsi strada a questioni. Troncò il maligno suo disegno il Redentore col rispondere: “Ecco il massimo di tutti quanti i precetti: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuor tuo, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua: “Diliges Dominum Deum tuum ex loto corde tuo, et in tota anima tua, et in tota mente tua”. È questo il primo e massimo comandamento. Egli è il massimo per la sovrana autorità di un Dio che l’ha imposto, è il massimo per quel commercio che passa tra i più nobili movimenti del nostro cuore e il suo principio che è Dio, e il massimo pel suo fine; è ricompensa d’eterna vita per quei che l’osservano. Se desiderate conoscere i modi coi quali deve da noi osservarsi questo grande e massimo comandamento, due sono necessariamente richiesti. Fissateli bene, cristiani amatissimi. Siamo obbligati ad amare Dio con amore di “preferenza”, lo vedremo da prima: siamo obbligali ad amare Dio con amor di “operazione”, lo vedremo dappoi, se mi favorite di benigna attenzione.

I. – La prima indispensabile qualità del nostro amore verso Dio è la “preferenza”. Non siamo già tenuti ad amare Dio con un amor tenero e sensibile. La tenerezza e la sensibilità, onde talvolta cert’anime si sentono dilatare il cuore, e spargono dolci lacrime, non é da Dio comandata. Possono essere naturali effetti di un temperamento sensibile e facile al pianto. – Né pur ci vien imposto di amare Dio con un amore sforzato; ma con amor libero e volontario; onde riflette l’angelico dottor S. Tommaso che Iddio nell’intimarci questo suo precetto non si servì del verbo “Amabis”, ma del verbo “Diliges” per significarci che vuol essere amato con un amore, che seco porta una scelta ultronea, una spontanea elezione. – Non ci vien finalmente comandato con rigor di precetto un amore intenso, fervido e di sfera sublime. Il Signore ebbe riguardo alla nostra fiacchezza e non ci prescrisse il grado di questo amore, ma la sostanza soltanto. E qual è di quest’amor la sostanza? Ecco, la “preferenza”: vale a dire un amore di stima, di prelazione, di apprezzamento. Questi termini che hanno una sola significazione vogliono essere spiegati a favor de’ men colti. Iddio comanda d’esser amato da noi. Ora, siccome Dio è superiore a tutte le creature presenti e possibili, così dev’essere amato da noi sopra le creature tutte, presenti e possibili. E siccome da Dio portano e a Dio sono inferite tutte le cose create, così il nostro amore per le cose create deve da Dio discendere e riferirsi allo stesso Dio. Un cuore, un’anima che abbia questo amore, preferisce Iddio a sé stessa e ad ogni altra creatura: prepondera nel suo affetto più Dio, che qualunque altro bene creato: stima più Dio, che il mondo tutto: apprezza tanto Dio che non soffre che altr’oggetto venga con esso a paragone e competenza; e se l’umana, o diabolica tentazione forma un tal paragone e competenza, il cuore l’abbomina, l’odia, la distrugge e fa che in sé trionfi la stima e l’adesione, al suo Dio. – Dall’esempio e dalle parole dell’Apostolo Paolo meglio comprenderemo la qualità dell’amor di Dio a noi prescritto. Sfidava egli le creature tutte a separarlo, se era ad esse possibile, dalla carità dell’Uomo-Dio, dall’amor di Gesù Cristo. “Quis me separabit a charitate Christi(Ad Rom. VIII, 35)? “Forse la tribolazione, l’angustia, la fame, la nudità, la persecuzione, la spada? Eh no, che né la morte, né la vita, né l’altezza degli onori, né il profondo dell’avvilimento, né creatura alcuna potrà separarmi dalla carità di Dio, dall’amore di Gesù Cristo.” – Non crediate già, uditori, che qui S. Paolo abbia parlato con enfasi di fervore, come Apostolo disceso dal terzo cielo. No, egli qui parla da semplice cristiano, e dice il puro, il preciso a cui è obbligato qualunque privato fedele. Da ciò ne viene che ciascuno di noi è strettamente tenuto ad essere nelle medesime disposizioni di animo e di volontà, nelle quali protestava di essere il gran Dottor delle genti, onde ognun di noi è obbligato a dire in tutta osservanza e realtà: mediante l’aiuto di Dio, che mai non manca, non vi sarà creatura alcuna, che mi entri nel cuore fino ad escluderne Iddio. “Non altitudo”, non le cariche onorevoli e lucrose, se a quelle debbo ascendere per una via d’ingiustizia, o di simonia, o per altra strada obliqua. “Necque profundum”, non l’abbassamento e la depressione; e se da questa potesse togliermi la calunnia, o l’impostura, o la vendetta, io tutto sacrificherò all’Altissimo, e morrò nel profondo dell’abiezione piuttosto che trarmene con mezzi illeciti: non la fame coi suoi malvagi consigli, non la tribolazione coi suoi tentativi, non la persecuzione coi suoi pericoli, non finalmente la spada del tiranno, né qualunque altra creatura avrà forza in me di staccarmi da Dio, di farmi oltrepassare i suoi ordini e trasgredire i suoi comandi. Ecco l’amore solo, fermo, sostanziale di “preferenza”, di stima, che Dio rigorosamente c’impone nel primo precetto; perciocché Dio non sarebbe più Dio, se più di esso Lui, o al par di Lui, si potesse da noi amare lecitamente qualche altra cosa. Ma quest’amore di preferenza sarebbe un amor di semplice disposizione, se fosse disgiunto dall’opere: vi dissi perciò in secondo luogo, che deve essere amor di “operazione”.

II. – Dio, che si appella dall’Evangelista S. Giovanni, carità per essenza, “Deus charitas est” (Joan. IV, 16), si chiama altresì dall’Apostolo, fuoco consumatore, “Deus noster ignis consumens est” (Hebr. XII, 21). – Questo mistico fuoco, di cui Dio arde per noi, soggiunge il nostro divin Salvatore, “son venuto dal cielo a portarlo su questa terra; e qual altro è il mio desiderio, se non che si accenda in tutti i cuori?” “Ignem veni mittere in terram, et quid volo, nisi ut accendatur” (Luc. XII, 49)? – Osservate ora il fuoco, egli è il più attivo di tutti gli elementi. La terra quando produce e quando riposa: l’aria talora è agitata e talora tranquilla: l’acqua ora scorre, ora è stagnante. Solo il fuoco è sempre in moto, sempre agisce; e se cessa di agire, di accendere, di consumare, cessa altresì dall’esistere. Tal è appunto l’amore verso Dio, dice il Magno Gregorio, “operatur magna, si est, si autem renuit operari, amor non est” (Hom. 30 in Evan.). Vi son opere per Dio, per la sua gloria, pel suo servizio? Dunque vi è amore; non vi son opere? … non vi è amore. L’opera, prosegue lo stesso S. Pontefice, è la prova più autentica dell’amore. “Probatio dilectionis exhibitio est operis” (Ibid.). Infatti perché l’Eterno Padre amò il mondo ci diede il Figlio suo Unigenito per Salvatore. “Sic Deus dilexit mundum, ut filium suum Unigenitum daret” (Joan. III, 16). E suo Figlio stesso per dare la maggior prova al mondo di quanto amava il celeste suo Genitore, andiamo, disse ai suoi discepoli, a compiere quel sacrificio, che placherà la sua giustizia, che comproverà la sua gloria, “ut cognoscat mundus quia diligo Patrem … surgite, eamus” (Joan. XIV, 31). Persuasi ora che le opere sono i veridici contrassegni dell’amore, se mi chiedete quali debbano da noi praticarsi, vi risponderà Gesù Cristo nel Vangelo di S. Giovanni: “Se voi amate, dice Egli, fatemelo conoscere coll’osservanza dei miei comandamenti, “si diligitis me, mandata mea servate” (Joan, XIV, 15). Invano vi lusingate di amarmi, se non mi ubbidite. Così è: i comandamenti della natura, del Decalogo, del Vangelo, della Chiesa, de’ legittimi superiori, son tutti comandamenti di Dio. Se da noi sono osservati, possiamo avere una morale certezza, che regna in noi l’amor di Dio, un solo però che venga trasgredito basta ad estinguere questo amore e dar morte all’anima nostra. “Qui non diligit, manet in morte” (Jo. III, 14). – Ad agevolare poi l’osservanza de’ divini precetti è espediente mettere in pratica i mezzi opportuni all’intento. Scelgo fra tanti, quei che ci suggerisce S. Lorenzo Giustiniani, e sono “Libenter de Deo cogitare, libenter Deo dare, libenter pro Deo pati” (Lib. De L. vitae c. 11). Riandiamo i sensi di questo gran Santo, che forse avremo da confonderci. “Libenter de Deo cogitare”. Un cuore che ama ha sempre presente al pensiero l’oggetto amato. Corre questo costume riguardo agli oggetti terreni, non corre per nostra sventura rapporto a Dio. Ditemi in grazia, fedeli amatissimi: il vostro primo pensiero nello svegliarvi lo date a Dio? Fra giorno vi occupate mai della memoria di Dio? Pensate mai che Iddio vi è presente, che è testimonio di ogni vostra azione? Vi tornano a mente i benefizi da Lui ricevuti, le grazie, che ogni dì vi comparte? Oh Dio! Si pensa al negozio, al lucro, alla lite, al divertimento, alla campagna, al lavoro, alla famiglia, insomma a tutto, ma non a Dio. Io già non vi condanno se pensate alla casa, ai figli, ai campi, alle officine, agli affari, e a tanti altri vostri giusti interessi. Possono essere questi pensieri una parte delle obbligazioni del vostro stato. Ma di grazia fra tanti e tanti pensieri non vi potrebbe aver luogo un pensiero per Dio? Possibile che Egli debba essere escluso dalla vostra mente per modo, che in tutto il dì non si trovino in essa neppur alcune reliquie di pensieri per Dio, “reliquiae cogitationum”, giusta la frase del re Profeta! O sconoscenza della creatura dimenticata di quel Dio, in cui vive, in cui si muove, per cui esiste! – In secondo luogo , “libenter Deo dare”. L’amore è liberale. Chi ama Dio dà a Lui volentieri il suo tempo per onorarLo, per supplicarLo. Gli fa di buon grado parte di sue sostanze nella persona dei poveri. Dava più volte al giorno il suo tempo a Dio il Profeta Daniele; dava di sue sostanze ai bisognosi il buon Tobia. I cristiani moderni san fare miglior uso del tempo e delle sostanze? Le ore della notte alla veglia e al riposo: le ore del giorno se le dividono il pranzo, la cena, la conversazione, le visite, il giuoco, il passeggio; e a Dio che resta? … e a Dio che si dà? Una Messa alle Domeniche, chissà come sentita, qualche volta un rosario detto tra il sonno e l’accidia, una predica per curiosità, una confessione all’anno, una comunione alla Pasqua. Caino non è più solo, che a Dio offriva le spighe più smunte del proprio campo. – Ora chi nega a Dio il tempo al suo culto, come gli sarà liberale in sovvenire i suoi poverelli? Il ricco Epulone neghittoso verso Dio, crudele verso Lazzaro ha i suoi successori. Altro che amor di Dio! Finalmente, “libenter pro Deo pati”. Ella è questa una gran prova di amore, patir volentieri per l’oggetto amato. Voi avete in casa quella suocera incontentabile, quella nuora arrogante, quel marito collerico, quella moglie fastidiosa, quel figliuolo che v’inquieta il giorno, che vi disturba la notte, quell’infermo che vi cruccia, quel vicino che vi molesta, e per che non farvi merito colla pazienza, perché non dare a Dio un segno del vostro amore col patir qualche poco per Chi ha tanto patito per voi? – Tanto si soffre per le creature, tanto si stenta pel mondo, e nulla si vuol soffrire per Dio! Deh! non sia più così. Il nostro amore verso Dio sia da qui innanzi amor di “preferenza”, di prelazione, di stima; ed acciò non resti sterile nella pura immaginativa si porti alla pratica, si dimostri colle opere, “non diligamus verbo, neque lingua, sed in opere et veritate” (I Jo. IV). Allora sì che il nostro amore sarà come l’oro fra i metalli, come il sole tra i pianeti, come il fuoco fra gli elementi. Questo mistico fuoco non si estinguerà per morte, passerà anzi ad accrescere la sua fiamma nella celeste sfera, ove si vive di puro amore, e ove Iddio ci conduca.

Omelia della DOMENICA XVI DOPO PENTECOSTE

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vangelo sec. S. Luca XIV, 1-11)

tre giovani

-Rispetti Umani-

L’odierno Vangelo ci presenta Gesù Cristo Vincitore degli umani rispetti. Vien Egli invitato da un capo e principe dei Farisei ad onorevole convito. Oh! direte voi, questa volta i Farisei han conosciuto il merito di Gesù Nazzareno. V’ingannate. Lo chiamano a mensa per potere più da vicino spiare le sue azioni; ma queste, sono talmente a norma d’ogni eccellente virtù, che non trovano onde intaccarlo. Era innanzi a Lui un uomo gonfio per idropisia, forse dai Farisei introdotto a disegno, per osservare che cosa farebbe quest’uomo operatore di miracoli, pensando fra loro: O Gesù lo guarisce, e così si fa reo di violato precetto, essendo giorno di sabato; o lo rimanda, e mostra temere, le nostre censure. Ma l’incarnata Sapienza che vede le inique loro mire li fa cadere nel laccio che teso gli avevano, e prende ad interrogarli così: “è egli lecito in giorno di sabato curar gli infermi?” Si mirano i Farisei l’un l’altro in volto, e non sanno che rispondere. Se dicono esser lecito, vengono ad approvare quel che più volte hanno in Lui condannato. Se rispondono di no, temono restar convinti della sua dottrina, della quale tanto volte hanno sperimentato la forza onde si appigliano al più sicuro partito di un perfetto silenzio. Il Salvatore allora stesa la mano all’idropico lo risanò sull’istante. Volto indi agli stupefatti Farisei: “Chi di voi, disse, se gli cade in giorno di sabato l’asino o il bue in una fossa, non si adopra per rialzarlo? E se ciò vi credete permesso, perché condannarmi di trasgressore della legge, se sollevo dalla loro miseria i poveri infermi?” Così parlò, così operò Cristo Gesù in faccia ai suoi nemici: così parlò così operò in tante occasioni consimili, qualora lo richiedeva la carità e la gloria del suo divino Padre, senza punto temere la critica e la censura dei suoi avversari, senza far conto di alcun umano riguardo. Esempio così luminoso com’è seguitato da’ cristiani? Oh Dio! La maggior parte si lascia dagli umani rispetti ritirare dal bene, o trascinare al male. Ad impedir disordine tanto notevole, son qui a dimostrarvi quanto son da disprezzarsi i rispetti umani. Diam principio. – Per ragion di chiarezza, per dare qualche ordine all’argomento, io distinguo una gran parte di cristiani in due classi: nella prima coloro che sono fuori del sentiero della salute, e vorrebbero entrarvi, ma dagli umani rispetti, come da tanti lacci, sono ritenuti; nella seconda quei che battono la via della salute, e dagli umani riguardi, come da tante funi, sono tirati ad uscirne. Vediamo quanto gli uni e gli altri debbano disprezzare i rispetti umani, se pur vogliono salvarsi. – Molti dopo aver corsa la strada dell’iniquità, son costretti a confessare d’esserne stanchi: “Lassati sumus in via iniquitatis” (Sap.V, 7). Ammaestrati e convinti dalla propria esperienza, che il peccato non può far il cuore contento, ch’è un dolce veleno, un verme che rode, che rende tristi i giorni ed inquiete le notti, vorrebbero lasciar la mala vita, e darsi a Dio. Ma, … e che dirà il mondo? Se giovani, ci deriderà come pinzocheri; se vecchi, come rimbambiti. Io vedo, dice taluno, e tocco con mano che il giuoco è la mia rovina, rovina dei miei affari e della mia famiglia, conosco la necessità d’abbandonarlo; ma dirà il mondo che non ho più danari, o che la moglie me lo ha proibito. Sono stufo, ripiglia un altro, di più tener corrispondenza con quella lupa, con quell’arpia che mi mangia vivo. Conosco esser necessario per me il non metter più piede in sua casa; ma se me n’allontano, dirà il mondo, che i suoi sospetti erano fondati, o che ne fui via scacciato. E intanto per timor di: “cosa dirà il mondo?” non si lascia il giuoco, non si tronca la rea amicizia, si vive in peccato, e si muore in peccato. Gran forza han queste poche parole: “Che dirà il mondo?” Ma in grazia, di qual mondo parlate? V’è un mondo riprovato, iniquo, maledetto, per il quale Gesù Cristo si protestò di non pregare, “non pro mundo rogo” ( Giov. XVII, 9), mondo maligno, anzi, al dir di S. Giovanni Evangelista, tutto immerso nella malignità, “mundus totus in maligno positus est” (Giov. V, 19). I seguaci di questo che dicono male, son minacciati di funesti guai, “vae qui dicitis malum bonum, et bonum malum” (Is. V, 20). Da costoro la virtù si chiama vizio, e vizio la virtù, la devozione ipocrisia, le pietà superstizione, la sincerità stoltezza, destrezza l’inganno, sagacità la bugia, industria la mala fede. Domando ora a voi, ascoltatori di buon giudizio, se un mondo di questa fatta merita di esser ascoltato? Qual conto si deve far delle sue parole? Meno di quel d’un matto. Evvi un’altra parte di mondo onesto, virtuoso, che Gesù Cristo dice non esser venuto a giudicare, “non veni ut iudicem mundum” (Giov. XII, 17). Gli uomini che lo compongono, son di buon senno, buoni cristiani, gente d’onore e di riputazione, e questi approveranno la mutazione di vostra vita, e loderanno la riforma di vostra condotta. Il mondo dunque che voi temete che parli, che dica di voi, si riduce a un pugno di cicaloni, di scostumati, dai quali esser mal veduto e biasimato è una gloria per l’uomo onesto; siccome gloria è del sole l’esser odiato dai gufi, dalle nottole, dai pipistrelli e da tutti gli altri uccelli notturni. Ecco a che è ridotta l’idea gigantesca di quel mondo, di cui temete le dicerie. Un pugno di screditate persone è quell’esercito che vi spaventa, quel tiranno che vi fa schiavi, quell’idolo a cui sacrificate la vostra pace, l’anima vostra, l’eterna vostra salvezza. – V’è di più. Quegli scipiti, che dal savio cambiamento di vostra condotta piglieranno motivo a deridervi, saranno poi costretti a lodarvi; e ciò perché la virtù ha tanta forza, che fa colpo anche in un animo avverso, e si fa stimare anche dai nemici. Volete vederlo? Ecco là nel campo di Dura una statua d’oro, che, per ordine di Nabucodonosor, tutto l’immenso popolo adunato, al suono di trombe e di mille musicali strumenti, deve adorarla. Al dato segno tutti si prostrano. Tre giovani Ebrei non vogliono piegare né ginocchio, né fronte. Acceso di collera il superbo regnante ad essi intima o l’adorazione prescritta, o l’esser gettati vivi nel seno d’ardente fornace: “e qual Dio, conchiude, potrà liberarvi dalle mie mani?”. “Quel Dio, rispondono, che non conosci, e che noi adoriamo, potrà liberarci se vuole. Che se tale non fosse la sua volontà, la nostra è questa: la tua statua non vogliamo adorare”. Non si contiene il disubbidito monarca, e all’impetuoso suo comando sono precipitati in mezzo a fornace ardentissima. Ma il fuoco di questa rompe al di fuori a vampe immense, divora i ministri esecutori dell’empio comando, e lascia illesi i tre costanti giovani, che in mezzo alle fiamme benedicono il Signore, e cantano le sue lodi. A questa vista confuso e stupefatto Nabucco: “uscite, ad alta voce esclama, uscite, venite fuori, o servi di Dio eccelso”, “egredimini, et venite” (Dan. III, 93), e sia benedetto il vostro Dio. Indi al cospetto de’ Satrapi e de’ Magistrati li loda, li encomia, e li promuove a gradi e a dignità nelle province del suo impero. – E perché, entra qui S. Giovanni Crisostomo, vengono questi così onorevolmente trattati da chi prima li odiava a morte? Perché, risponde, han calpestato il mondo, il mondo li esalta; perché han disprezzato il mondo, il mondo li onora; perché la virtù ha tanta forza da cangiar il cuore e farsi amare anche da’ nemici: “Postquam eos vidit Rex generose tantes, praedicavit, coronavit, quia contempserant”. – Un’altra classe di timorati fedeli cammina nella strada del Signore, e in questa strada tanti incontra pericoli, quanti sono gli umani rispetti. Stolto chi da questi si lascia vincere, ed abbandona il buon sentiero! Mi rivolgo ai tentati su di questo punto e dico: vi credete scansare le critiche del mondo col dare ascolto alle dicerie del mondo? Siete in errore. Fingete di esser chiamati, come lo fu il divin Salvatore, in giorno di sabato a lauto convito e vi siano presentati cibi proibiti. Sarà da compiangere la vostra stoltezza, se per timore di qualche motto schernevole venite a violare l’ecclesiastico precetto. Voi anzi incontrerete di peggio. Che potranno dire di voi se fedeli al vostro dovere spiegherete carattere, e vi darete il vanto d’essere buoni cattolici? Si dirà al più, se siete cosi scrupolosi, se avete ancora questi pregiudizi. Se poi per l’umano riguardo disubbidite a Dio ed alla Chiesa, aspettatevi pure irrisioni, e sarcasmi più ingiuriosi e pungenti. Chi teme la rugiada, dice lo Spirito Santo, sarà oppresso dalla neve: “Qui timent pruinam irruet super eos nix” (Giob. VI, 16) . Mirate, diranno, mirate costui che faceva il divoto: la gola ha smascherata l’ipocrisia, andatevi a fidar di questa gente. Lo stesso vi avverrà, se per non contraddire, o per non parer beghini, terrete mano ai discorsi immodesti, se non ributterete certe familiarità, se darete facile orecchio alle mormorazioni: lo stesso in mille altre occasioni e cimenti, in cui vi troviate al bivio, o di romperla con Dio o col mondo. Volgetevi a qualunque parte, è inevitabile la diceria. Il mondo non si può far tacere, col mondo non si può indovinare: pretendereste sfuggire i suoi morsi, le sue maldicenze, alle quali è stato soggetto un Uomo-Dio? Diviso era il popolo nel concetto di esso Lui; dicevano alcuni che era buono, altri dicevano: no, è un seduttore! (Giov. VII, 12). Se dunque tanto nel bene, quanto nel male schivar non si possono i rimbrotti del mondo insano, miglior partito sarà per noi l’appigliarci al bene, e star costanti nella carriera della cristiana virtù, e non lasciarci smuovere dal soffio delle bocche malefiche, per non correre la mala sorte di quegli uccelletti, dei quali parla S. Agostino nel Salmo novantesimo. Il cacciatore per farne preda stende in giro ai folti veprai, ove sono nascosti, sottilissime ragne; indi con schiamazzi, col forte dibattere delle mani fa tanto strepito, che quegli spaventati si danno a precipitosa fuga, e nel fuggire incappano nelle tese reti. Se quegli stolti si fossero tenuti fermi nel loro nascondiglio, avrebbero deluse le insidie del cacciatore. Tanto accade a chi teme le ciarle, e gli spauracchi del mondo: per un vano timore non contenta il mondo, e perde se stesso. – Or via, conchiudiamo, venite qua tutti voi che dagli umani rispetti vi lasciate tirare al male o rimuovere dal bene, udite su quest’ultimo il mio parlare. Sonerà per voi, suonerà per tutti, l’ultima ora: vi ridurrete al punto estremo: orsù siate coerenti a voi stessi: voi avete temuto le parole e i dileggiamenti del mondo, e perciò vi siete allontanati da’ sacramenti e dalle pratiche di devozione. Siate, ve lo ripeto, siate coerenti a voi stessi, fate altrettanto in questo punto, non vi confessate, non chiamate alla vostra assistenza né sacerdoti, né religiosi, andate incontro alla morte senz’alcun segno di cristiana pietà. Oh Dio! che dite voi mai? Sarebbe questo il massimo disonore delle nostre persone, e delle nostre famiglie: si direbbe di queste, che dappocaggine, che empietà lasciarli morire senza sacramenti, senza spiritual assistenza: si direbbe di noi che siamo morti da eretici, da atei, da bestie. Intendo, intendo: “Ah mondo tristo! Finché siamo in vita, ci biasima il mondo se ci accostiamo ai sacramenti: in punto di morte ci condanna se non riceviamo i sacramenti”. Che contraddizione è questa? Ah mondo falsario, mondo ingannatore! Chi dalle sue insanie prenderà la norma di sua condotta? Ben l’intesero i Santi che veneriamo sugli altari. Essi si son posti sotto de’ piedi gli umani rispetti, han disprezzato il mondo, ed ora il mondo li stima, li loda, li onora. Corriamo su le loro pedate, e vincitori del mondo arriveremo dov’essi pervennero, che Iddio cel conceda.

 

 

Omelia della DOMENICA XV DOPO PENTECOSTE

DOMENICA XV DOPO PENTECOSTE

 [Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Luca VII, 11-16]

Miracolo-Naim-sm

Morte del giusto

[Luca VII, 11-16]

Accompagnato dai suoi discepoli, e seguito da numerosa turba, si avvicinava il divin Redentore alle porte della città di Naim; quand’ecco si vede venir incontro un giovane defunto, unico figlio di vedova madre, disteso sul feretro e portato al sepolcro. A questa vista, tocco da tenero senso di compassione: “non piangere, dice all’afflittissima lacrimante genitrice”, “noli fiere”, e toccata la bara e fermatisi i portatori, “sorgi, o giovane, soggiunge, Io parlo a te”: “Adolescent, tibi dico, surge”. Sull’istante si alza il defunto, siede sul feretro con stupore di tutti gli astanti, parla liberamente, e vien reso vivo a colei che lo piangeva defunto. Fin qui l’odierno Vangelo, su cui riflettendo, S. Ambrogio: si proibisce, dice egli, di piangere una morte che si doveva cambiare in risorgimento: “Fiere prohibetur eum, cui resurrectio debebatur” (Lib. 5 comm. In Luc.). Deve dirsi altrettanto della morte di un giusto. Non è da piangersi la morte di chi va a risorgere a miglior vita. Non è morte la morte di quei che a Dio son cari, ella è un placidissimo sonno, a cui succede nello svegliarsi il bel mattino di un’immortale felicità: “Cum dederit dilectis suis somnum, ecce haereditas Domini” (Ps.XVI, 4). – Di questa morte, chiamata dal reale Profeta preziosa, io sono a tenervi ragionamento; e preziosa io dico è la morte del giusto o si riguardi la disposizione di lui che muore, o si riguardi la protezione di Dio che l’assiste. I due cardini, sui quali si aggirano i preziosi momenti della felice sua morte: ecco i due punti proposti alla cortese vostra attenzione.

I. La morte è l’eco della vita, e l’una e l’altra a vicenda si corrispondono; onde ne segue, che siccome una buona vita è disposizione ad una santa morte, così una buona morte è frutto d’una santa vita. Volete vederlo? Seguitemi col pensiero alla stanza d’un giusto moribondo. Eccoci intorno al letto ove giace rassegnato e tranquillo. Osservatelo sereno in volto, quieto nell’animo, dolce nel suo parlare, paziente nel suo soffrire. Presente a se stesso va sfogando i suoi affetti col santo crocifisso, che or bacia devotamente, ora si stringe teneramente al petto; ed animato dalla fede, confortato dalla speranza, acceso dalla carità ne va formando gli atti più vivi e fervorosi. Son questi, uditori, gli effetti degli abiti buoni da esso contratti in vita, son questi i frutti di quelle virtù da lui praticate vivendo. “Quae seminaverit homo, haec et metet” (Ad Gal. VI, 8). Egli ha seminato nel pianto d’una mortificazione continua delle sue passioni, nelle lacrime d’una compunzione sincera delle proprie colpe; ed ora nella tranquillità del suo cuore, nell’esultazione del suo spirito ne raccoglie il frutto: “Qui seminant in lacrymis, in exultatione metent” (Ps. CXXV). Voi forse stupite che all’annunzio della vicina sua morte non si conturbi nè pel paese che lascia, nè per quello a cui si avviva; come non sia né travagliato da dubbi, né punto da rimorsi. Mi chiedete il perché? Udite. Quando si fabbricò il tempio di Salomone, ci assicura il sacro Testo, che nella costruzione di quel grande e superbo edificio non s’udì né colpo di martello, né taglio di scure, né rumore di altro fabbrile strumento, ma che tutto si lavorò con somma quiete in perfetto silenzio: “Malleus et securis, et omne ferramentum non sunt audita in domo cum aedificaretur” (III Reg. VI, 7). E come mai poté avvenire, che nella fabbrica di mole sì vasta, in tanto numero di artefici, che ascendeva a trenta e più migliaia, non si sentisse strepito alcuno? Ciò avvenne, risponde l’Abulense, perché tutt’i legni e tutt’i marmi che dovevano servire per la grande struttura, erano prima stati, d’ordine del savio regnante, lavorati sul monte con tal proporzione ed esattezza, che poi nel tempio altro più non restava che disporre que’ pezzi e insieme congiungerli a tenore delle precedenti misure. Non altrimenti nell’agonie di un’anima giusta, in sulle soglie di quella gran casa dell’eternità, non s’odono tumulti di premurose confessioni, non si sentono sospiri di tardo ravvedimento, non restituzioni da farsi, non obblighi da compiersi. Nulla v’è di sconcerto in quell’ora, in cui sta per compiersi il mistico edificio dell’esemplare sua vita. E perché ciò? Perché tutto è stato prima aggiustato sul monte santo di Dio, vale a dire ai piè del Crocifisso, a piè del confessore, perché in vita si è pensato e provveduto a tutto, tutto si è ben disposto per quell’ultimo punto. “Malleus et securis non sunt audita in domo, quia Salomon fecit omnia expolivi in monte” (in III Reg.). Ed ecco come una buona disposizione in vita rende tranquilla e preziosa la morte. – Che vi ha in effetto che possa amareggiare in quell’ora un’anima giusta? La memoria dei propri peccati? Ma di questi nella contrizione del suo cuore si è accusata rea al sacro tribunale, questi ha poi pianti sempre con lacrime di amarissima vena, di questi ha colla penitenza procurato di soddisfare la divina giustizia. La perdita forse de’ beni terreni? Ma a questi non ha mai viziosamente attaccato il cuore, né gli ha goduti che a tenore della divina legge, con farne generosa parte ai poveri di Gesù Cristo. Forse i dolori del corpo infermo? Ma avendo in vita portato nel suo corpo la mortificazione di Gesù Cristo, si è avvezzata al patire e sono in lei passate in abito le virtù della pazienza, della rassegnazione, dell’uniformità al divino volere. Le angustie finalmente della vicina morte? – E vero, che la debole natura non può non sentire l’orrore della morte, ma lo spirito animato dalla fede e dalla grazia invigorito, “cupio dissolvi, va dicendo, et esse cum Christo”. Venga pure la morte, io la desidero, acciò mi tolga dal pericolo di offendere il mio Dio, e a Lui mi unisca per cui sospiro: “Cupio dissolvi, et esse cum Christo”. In questi estremi momenti della mia vita nelle braccia io mi abbandono nel mio Signore crocifisso, e sarà così per me un gran guadagno il morire: “Mihi vivere Christus est, et mori lucrum” (Ad. Filipp. I, 21). E questa è morte? No, uditori cristiani, è un passaggio dalla tempesta al porto, dall’esilio alla patria, dalla battaglia al trionfo, è un sonno, dice ed esclama il devoto Bernardo, sonno e riposo per gli amici di Dio, che gustano a quel passo il frutto soavissimo delle virtuose loro disposizioni. “O mors somnus iustorum requies amicorum Dei” (Serm. 25 sup. Cant.).

II. Che diremo poi della protezione di Dio verso il giusto moribondo? Quel Dio, che Dio d’ogni consolazione si appella, quel Dio, che si trova tanto ben soddisfatto del suo servo fedele, pensate se nel maggior bisogno si scorderà di lui? Le anime de’ giusti sono in mano di Dio, e perciò non possono star che bene, non possono riposar che sicure : “Justorum animae in manu Dei sunt” (III, 1). Egli addolcirà in modo le loro agonie, che della morte non sentiranno l’ambasce; “non tanget illos tormentum mortis”: sembrerà agli occhi degli stolti mondani simile all’altrui la morte loro, ma essi non muoiono che per vivere d’una vita migliore, e riposano intanto in seno ad una tranquillissima pace, “visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace” (Sap. III, 1). Questa sincera pace no, non arriveranno a intorbidare tutti i demòni dell’inferno. Escano pur dall’abisso d’ira avvampanti, e sapendo che il tempo è breve, cingano intorno di fiero assedio l’agonizzante, che potran essi, se Iddio è con lui, se un Dio lo difende, se lo protegge un Dio? “Si ambulavero in medio umbrae mortis, non timebo mala, quoniam tu mecum es” (Psal. XXII, 4 ) A chi non avrebbe fatto raccapriccio insieme e pietà il pericolo dell’innocente Daniele? In una altissima fossa vien egli calato, in fondo alla quale affamati leoni alzano ruggiti anelanti alla preda. Ma che! Daniele è giusto, Daniele è protetto dal cielo, Daniele non teme, e in mezzo a’ leoni vive e dimora illeso e sicuro. Né solamente Iddio lo difende da quelle belve feroci, ma per mezzo del profeta Abacuc, preso da un Angelo per i capelli, mentre portava il pranzo a’ suoi mietitori, lo provvede nel luogo stesso di cibo e di opportuno ristoro. Tanto adopra Iddio stesso a conforto del giusto che va morendo. Non solo lo guarda e lo difende da’ nemici infernali, che, al dir di S. Pietro, a guisa di rabbiosi leoni se gli aggirano intorno, non solo il fortifica con più abbondante rinforzo della sua grazia, non solo il consola con certe voci interne, colle quali gli fa sentire la sua presenza; ma per mezzo de’ suoi sacri ministri fa che se gli porgano col più opportuno pascolo più soavi conforti: pascolo del Pane Eucaristico, viatico alla vita eterna, conforti degli altri Sacramenti, conforti di più sentimenti, di fervidi affetti, di preci, d’indulgenze, di benedizioni. – Quindi di tutto ciò non pago l’amoroso Signore, parmi che a’ suoi sacerdoti rivolto vada dicendo colle parole d’Isaia: miei ministri, che all’assistenza siete chiamati di quest’anima giusta, a me tanto cara, badate bene a non contristarmela, consolatela, al vostro buon cuore la raccomando. “Dicite iusto quoniam bene” (Is. III, 10), ditele che non si attristi, ditele che non paventi, datele dolci risposte, datele buone speranze, “dicite iusto quoniam bene” : ditele che le cose andranno bene e nel tempo e nell’eternità, ditele che so come sta verso di me il suo cuore, che perciò non diffidi del mio, ditele in somma. … ma via già m’intendeste: “Dicite iusto quoniam bene, quoniam fructum adinventionum suarum comedet”. Quanto è buono il nostro Iddio per quei che l’amano con cuor sincero : “Quam bonus Israel Deus his qui recto sunt corde” (Ps. LXXII)! – E pur non son queste a pro del giusto né le maggiori, né l’ultime prove della divina bontà. Egli, Egli stesso il pietoso Signore vuole di presenza assisterlo; onde intorno al letto di lui che langue si va aggirando a guisa di madre appassionata verso il moribondo figliuolo, che né di giorno né di notte gli si vuole staccare dal fianco, ma è sempre in moto a prestargli ogni aiuto, ogni sollievo, ogni conforto. “Dominus opem ferat illi super lectum doloris eius” (Ps. XL, 3). – Che dirò poi della singolare sollecitudine del nostro buon Dio per quell’ultimo istante, in cui sta per dividersi dal corpo l’anima sua diletta? Vediamolo. Già si avvicina al gran passaggio. Osservatelo: ora d’amor sospira verso il crocefisso suo Bene, che si tiene fra le mani, or languido su d’esso volge lo sguardo: ed oh che consolazione in baciar le sue piaghe, che tenerezza in istringerselo a due mani sul petto! E Iddio nell’atto che vien meno il suo spirito, intanto che fa? Che fa Iddio in quest’atto? Lo chiedete a me? Chiedetelo al reale Profeta. – Quando si tratta della morte degli empi, dice egli, non si han tanti riguardi. Il mandriano della greggia immonda, che riguardo tien egli delle vili ghiande? A colpi di poderoso bastone dall’alto di una quercia lo fa cadere a pascere sozzi animali. Cosi si usa con i malvagi “Non est respectus morti eorum. Ma se si parli dei giusti, figuratevi un sollecito agricoltore, qualor dall’alta cima d’un albero gentile vuol cogliere un maturo pomo prezioso. Nell’atto che dal compagno fa staccare con grazia quel frutto, ei vi sta sotto colle mani aperte per riceverlo, acciò sgraziatamente non cada sul duro terreno. – Non altrimenti si diporta col giusto che muore, Iddio pietoso. Nell’atto, che dalla falce di morte si tronca il filo della sua vita, Egli ad altri non ne affida la cura, nel suo cadere dal tempo nell’eternità, stende le braccia a riceverlo e nelle sue stesse mani benignamente l’accoglie: “Justus cum ceciderit non collidetur, quia Dominus supponit manum suam” (Ps. XXXVI, 26). Morte felice, felicissima morte! Morte, conchiude il Mellifluo, che cangia la mortal vita di miserie piena in una vita d’ eterne delizie ridondante: morte per cui il giusto a guisa del sole muore per gli altri, non per sé stesso, e non tramonta che per risorgere più luminoso è più bello. – Morte beata, morte preziosa : “Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius”. Sarà simile a questa, uditori miei cari, la nostra morte? Se vogliam che sia tale convien prepararci, conviene disporci, bisogna vivere della vita del giusto per morire della morte del giusto.

 

FESTA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA 22 AGOSTO

La devozione al Cuore Immacolato.

cuore di Maria

La devozione al Cuore Immacolato di Maria è antica come il Cristianesimo. Lo Spirito Santo l’insegnò per mezzo di san Luca, l’evangelista dell’infanzia del Salvatore: «Maria conservava nel suo Cuore e meditava tutte queste cose ». « E la Madre di Gesù conservava tutte queste cose nel suo Cuore» (Lc. II, 19; 51). La devozione, che porta i fedeli a rendere a Maria l’onore e l’amore che a Lei si devono, ha qui la sua origine. I più grandi Dottori della Chiesa cantarono le perfezioni del suo Cuore: sant’Ambrogio, sant’Agostino, san Giovanni Crisostomo, san Leone, san Bernardo, san Bonaventura, San Bernardino da Siena, le due grandi monache sante, Gertrude e Metilde… Nel secolo XVII, san Giovanni Eudes « padre, dottore e apostolo del culto al Sacro Cuore » (Bolla di Canonizzazione) si fece dottore e apostolo del culto al Cuore purissimo di Maria e dal dominio della pietà privata, lo introdusse nella Liturgia cattolica.

cuore immac.

Oggetto della divozione.

Di questa devozione egli ci dice : « Nel Cuore santissimo della prediletta Madre di Dio, noi intendiamo e desideriamo soprattutto venerare e onorare la facoltà e capacità naturale e soprannaturale di amare che la Madre dell’amore tutta impegnò nell’amare Dio e il prossimo. Poiché sia che il cuore rappresenti il cuore materiale che portiamo in petto, organo e simbolo dell’amore, o piuttosto la memoria, la facoltà d’intendere con cui meditiamo, la volontà, che è radice del bene e del male, la finezza dell’anima per la quale si fa la contemplazione, in breve, tutto l’interno dell’uomo (noi non escludiamo alcuno di questi sensi) intendiamo e vogliamo soprattutto venerare e onorare prima di ogni cosa e sopra ogni cosa, tutto l’amore e tutta la carità della Madre del Salvatore verso di Dio e verso di noi » {Devozione al Sacro Cuore di Maria, Caen, 1650, p. 38 e Cuore ammirabile, 1. I, c. 2). – La cosa più dolce per un figlio è onorare la madre e pensare all’amore di cui è stato oggetto. San Bernardo, parlando del Cuore di Gesù, ci dice: « Il suo Cuore è con me. Il Cristo è mio capo. Come potrebbe non essere mio tutto quello che appartiene alla mia testa? – Gli occhi della mia testa sono miei e allo stesso modo questo cuore spirituale è veramente mio cuore. È veramente mio e io possiedo il mio cuore con Gesù» {Vigna mistica, c. 3). Possiamo dire allo stesso modo del Cuore di Maria. Una madre è tutta di suo figlio e gli appartiene con i suoi beni, il suo amore, la sua vita stessa. – Un figlio può sempre contare sul cuore della madre. – Noi tutti siamo figli della Santa Vergine, che ci accolse con Gesù nel suo seno nel giorno dell’Incarnazione. Ci generò nel dolore sul Calvario e ci ama in proporzione di quanto a Lei siamo costati. – Essa ha offerto al Padre, per noi, quanto aveva di più caro. Gesù, ha detto il suo fiat per l’immolazione, lo ha dato a noi e come l’ avrebbe dato senza dare se stessa?

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Confidenza nel Cuore Immacolato.

Maria ridice a noi le parole di Gesù : Venite a me voi tutti e vi consolerò… Ci sorride e ci chiama come a Lourdes e nessuno, per la sua indegnità, ha motivo di starne lontano. Il Cuore di Maria fu sede della Sapienza, dimora per nove mesi del Verbo fatto carne, formò il Cuore stesso di Gesù e gli insegnò la misericordia verso gli uomini, pulsò all’unisono col Cuore di Gesù e per quel cuore fu ornato dei più preziosi doni di grazia. Cuore materno per eccellenza, resta il rifugio dei poveri peccatori. Per questo fu fatto immacolato e ne sgorgò soltanto sangue purissimo, il sangue dato a Gesù, perché lo versasse per la nostra salvezza. È il Cuore depositario e custode delle grazie meritate dal Signore con la sua vita e con la sua morte e sappiamo che Dio non distribuì mai, né distribuirà grazie ad alcuno se non per le mani e il Cuore di Colei, che è tesoriera e dispensatrice di tutti i doni. È il Cuore, infine, che ci è stato dato con quello di Gesù, « non solo per modello, ma perché sia il nostro, perché, essendo membra di Gesù e figli di Maria, dobbiamo avere con il nostro Capo e con la nostra Madre un solo cuore e dobbiamo compiere tutte le nostre azioni con il Cuore di Gesù e di Maria » (S. Giov. Eudes, Cuore ammirabile, 1. XI, c. 2).

Consacrazione al Cuore Immacolato.

Se la consacrazione individuale di un’anima a Maria le assicura le grazie più grandi, quali frutti non potremo attendere dalla consacrazione del genere umano fatta dal Sommo Pontefice? La Vergine stessa si degnò farci sapere che desiderava tale consacrazione e, rispondendo al desiderio della Madonna di Fatima, S. S. Pio XII, il giorno otto dicembre 1942, pieno di confidenza nell’intercessione della Regina della pace, solennemente consacrò il genere umano al Cuore Immacolato di Maria. Le nazioni cattoliche si sono unite al supremo Pastore.

MESSA

La festa del Cuore di Maria era stata concessa a parecchie diocesi e a quasi tutte le Congregazioni religiose, che la celebravano in date differenti. S. S. Pio XII l’estese a tutta la Chiesa e la fissò al giorno 22 Agosto.

Vangelo (Gv. 19, 25-27). – In quel tempo: Stavano vicino alla croce di Gesù la sua madre, la sorella della sua madre, Maria di Cleofa, e Maria Maddalena. Gesù dunque, vedendo la sua Madre e il discepolo ch’egli prediligeva, disse a sua madre: Donna, ecco il tuo figlio. Poi disse al discepolo: Ecco la tua Madre. E da quel momento il discepolo la prese con sé. – La maternità di Maria data dall’Incarnazione, ma fu proclamata in modo solenne sul Calvario da Gesù morente. Dandoci sua madre. Gesù ci diede la prova più grande del suo amore e Maria, accettando di divenirlo, ci mostrò quanto il suo cuore possedesse di tenerezza e di misericordia. Maria non si sentì mai madre come in quel momento in cui vedeva il Figlio soffrire e morire in croce, intendeva che ci confidava e ci donava a Lei, e accettò di estendere l’affetto che nutrì in vita per Gesù, non solo su san Giovanni, ma su noi tutti, sui carnefici del suo Figlio, su tutti quelli, che erano stati causa della morte di Lui. – Quando il centurione venne ad aprire il cuore di Gesù già morto, la spada predetta dal vecchio Simeone penetrò nell’anima, nel Cuore di Maria e produsse una ferita che, come quella del Salvatore, resterà sempre aperta.

Preghiera al Cuore Immacolato di Maria.

« Quali cose grandi e ricche di gloria bisogna dire e pensare del tuo amabile Cuore, o Madre degna di ogni ammirazione! Lo Spirito Santo dice che Tu sei un abisso di prodigi e noi diremo, senza ingannarci, che il tuo Cuore è un mondo di meraviglie. L’umiltà del tuo Cuore Ti ha innalzata al più alto trono di gloria e di grandezza, che possa essere occupato da una creatura. L’umiltà, la purezza e l’amore del tuo Cuore Ti resero degna di essere Madre di Dio e di possedere per conseguenza tutte le perfezioni, tutti i privilegi, tutte le grandezze, che sono dovute a tale dignità. Per questo io ammiro, saluto e onoro il tuo Cuore verginale come un mare di grazia, un miracolo d’amore, uno specchio di carità, un abisso di umiltà, come il trono della misericordia, il regno della divina volontà, il santuario dell’amore divino, come il primo oggetto dell’amore della Santissima Trinità» (San Giov. Eudes, Cuore ammirabile, 1. IX, c. 14). – «Apri, o Madre di misericordia, apri la porta del tuo Cuore benignissimo alle preghiere che noi facciamo sospirando e gemendo. – Tu non rigetti il peccatore, non lo disprezzi, anche se è al colmo della corruzione e del delitto, purché sospiri a Te, purché implori con cuore contrito e penitente la tua intercessione » (San Bernardo, Preghiera alla Vergine). – « Sia sempre benedetto, o Madre, il tuo nobilissimo Cuore, onorato di tutti i doni della divina Sapienza e infiammato dagli ardori della carità. Sia benedetto il Cuore nel quale meditasti e conservasti con tanta diligenza e fedeltà i sacri misteri della Redenzione, per rivelarceli nel momento opportuno. A te la lode, a te l’amore, o Cuore amantissimo, a te l’onore, a te la gloria da parte di tutte le creature, per tutti i secoli dei secoli. Così sia » (Nicola de Saussay, Antidotario dell’anima, Parigi, 1495).

Sermone di S. Bernardino da Siena

[Dal sermone 9 sulla visitazione]

Sarà possibile che un uomo, con la sua bocca empia o addirittura abominevole, abbia la presunzione di parlare poco o tanto, della vera Madre dell’Uomo Dio, se non sulla scia della Rivelazione? Tanto più se si pensa che il Padre l’ha predestinata ad essere vergine, il Figlio la elesse come madre e lo Spirito Santo predispose che fosse dimora di ogni grazia. E io, piccolo uomo, con quali parole potrò esprimere i sentimenti di questo cuore di Vergine, già espressi dalla bocca di Dio, se non basta neppure la lingua di un angelo per descriverli? Il Signore disse: «L’uomo leale fa uscire il bene dallo scrigno del proprio cuore». Ed anche questa frase può essere un vero tesoro. E chi può pensare che sia più adatto a parlare del cuore della Vergine, se non la stessa Vergine, quella che meritò di diventare Madre di Dio e che ospitò lo stesso Dio nel suo cuore e nel suo seno per nove mesi? E quale tesoro più adatto che lo stesso amore divino, di cui era infiammato, come fornace, il cuore della Vergine?- Da questo cuore, come da una fornace di amore divino, la Vergine fece scaturire parole buone, cioè parole infiammate d’amore. Come da un’anfora colma di vino pregiato non può traboccare che vino pregiato; e come da un forno incandescente non può sprigionarsi che calore altissimo, così dalla Madre di Cristo non poté uscire nessuna parola che non fosse piena dell’amore e dell’ardore divino. La donna saggia che è una vera signora, usa pronunciare parole misurate, belle e sensate: perciò si legge che la benedetta Madre di Cristo pronunciò in sette diverse riprese, quasi sette parole ricolme di significato e di efficacia: ciò significa anche che Ella era riempita dei sette doni dello Spirito Santo. Parlò due volte con l’angelo, due con Elisabetta, due con suo Figlio (una nel tempio e l’altra durante le nozze), una volta con i servitori. E in queste diverse occasioni parlò sempre moderatamente: si deve eccettuare il caso in cui lodò e ringraziò Iddio, quando prolungò il suo discorso dicendo: «L’anima mia magnifica il Signore». In questo caso parlò non con uomini ma con Dio. Queste sette parole furono pronunciate secondo un ordine e una sequenza che facevano vedere i sette modi di procedere e di agire dell’amore. Erano come sette fiamme del suo cuore ardente.

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PREGHIERA DI CONSACRAZIONE AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA.

O Cuore amabilissimo di Maria! che di tutti i cuori assomiglia più perfettamente al Cuore di Gesù ed è quindi degno dell’amore e del rispetto di tutte le creature, Ti consacro con fervore il mio cuore, e scelgo Te, dopo il cuore di Gesù, come oggetto della mia imitazione e fiducia. Vi supplico, O Vergine Santa! per tutte le grazie che Vi sono state attribuite da vostro Figlio diletto, datemi un transito, attraverso il vostro Cuore Beato, al Cuore di Gesù. Portatemi Voi stessa in quel Santuario adorabile, perché io impari a praticare le virtù che Vi rendevano copia così fedele di Colui che era mite ed umile di cuore. Voi sapete che io vorrei più sinceramente venerare, amare e imitare quel Cuore divino, che era la fonte di tutti i vostri meriti e felicità, ed unico oggetto del vostro amore; ma siccome sento la mia debolezza, faccio ricorso a Voi, e supplice presento questo mio cuore a Gesù in Unione con il vostro; in considerazione delle vostre perfezioni e dei vostri meriti, le mie miserie e i miei peccati siano dimenticati, e il mio cuore consacrato per sempre, attraverso Voi, all’amore perfetto del mio Creatore. Scelgo Voi ora, O sacro cuore di Maria, come mio avvocata e modello: che le vostre preghiere possano aiutarmi ad imitarVi e rendano il mio cuore conforme a quello del mio divino Salvatore. Rendetemi il cuore più puro, inaccessibile al peccato mortale! Il vostro Cuore si è esacerbato con l’umiliazione ed il dolore per i peccati del mondo: ottenete che il mio cuore possa essere veramente contrito per i miei peccati e possa tanto amare Dio per sentire e deplorare i peccati degli altri. Che io sia pieno della mitezza e della misericordia del Cuore di Gesù e consumato dal suo amore più ardente; pertanto attraverso di Voi spero più saldamente di ricevere una parte di quelle virtù, e soprattutto la grazia di detestare il peccato d’orgoglio, che mi renderebbe così odioso al Cuore adorabile di Gesù, e di praticare quell’umiltà sincera che meglio di tutto mi permette di paragonarmi al mio Salvatore e a Voi. A Voi, Cuore Beato di Maria, mi affido durante la mia vita, e in Voi spero con fiducia di trovare anche un rifugio sicuro e una potente Avvocata nell’ora della mia morte.

[Fonte: L’edizione del manuale delle Orsoline, Cork, Irlanda, 1855]

Omelia per la Festa del

SACRO CUORE DI M. VERGINE

[Del Padre Bonaventura da Venezia, dei minori riformati in:

Omelie” del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

Omnis gloria eius filiae regis ab intus.

Nel Salmo 44.

Sconsigliate figliuole di Sion, che vana pompa seguendo e fallaci ornamenti, dell’esteriore comparsa soltanto andate superbe, niente chiudendo in voi stesse di buono, e sotto una corteccia splendida e rilucente il loto ascondete di un frale mal composto, e di un vizioso animo; ah! copritevi pur di rossore la fronte, e di qua vi togliete. Ecco la bella Figliuola del principe, che d’ogni vezzo e grazia fornita, non stima che i tesori nel suo cuore raccolti, non va superba che delle eccellenti doti dell’animo suo. A Lei pure non manca soavità di linguaggio, leggiadria di volto, elevatezza di spirito, splendore di dignità; ma più di tutte queste sì belle doti, che provocar potrebbero l’ambizione e l’invidia di parecchie a voi simili, Ella si pregia del candor del suo cuore, e dell’altre belle virtù, che sì vagamente l’adornano: “Omnis gloria eius filiae regia ab intus”. Siccome ella non cerca che d’incontrare il genio del suo creatore Iddio, così non dell’apparenza fa conto ch’esteriormente appaga l’umano vedere, ma dell’interna sostanziale bellezza, ch’è l’oggetto del compiacimento divino: “Deus autem intuetur cor”. Di questa Ella fa degna stima qual di preziosa margarita d’inestimabile prezzo e valore, o qual di ben fortunato campo, in cui sta nascosto assai ricco tesoro, che solo può invogliare il giusto estimatore e buon discernitore celeste. Ora di questa sì rara margarita e tanto dalla Vergine avuta in pregio, di questo eccellente prezioso cuore egli è ben giusto il favellare con lode; ed è ben saggio il consiglio vostro, o Signori, d’aggraduirvi l’affetto della gran Donna in questo giorno del suo lieto apparire fra noi mortali, di celebrarne festevole pompa e devota, e di presentarle insieme coi vostri affetti, gli ossequi e gli encomi. – Il che sebbene non molto acconciamente per me fare si possa, non potendo’ con disadorna e breve orazione i pregi tutti adeguare di sì nobile ed eccelso argomento; pure la devozione vostra seguendo, io mi lusingo di poter in qualche modo riuscir nell’impresa, se riconoscendo’ nel cuor di Maria tre sublimi caratteri, io vel fo veder senza più un Cuore purissimo, un Cuore dolcissimo, un Cuore afflittissimo, che sono appunto gli aspetti sotto dei quali la pietà vostra, a grande vostro profitto, è solita riguardarlo. Sotto di queste semplicissime idee adunque io vi propongo il Cuor di Maria quale specchio di purità, e ciò dovrà servire a vostra particolar edificazione: qual fonte di dolcezza, e ciò potrà servire a vostra spiritual consolazione: in fine qual pelago di amarezza, e ciò dovrà destare ne’ vostri petti la più tenera compassione. Me felice, se tali pregi devotamente esponendo, potrò meritarmi in oggi il favor della Vergine, potrò piacere all’amabile suo cuore, e potrò godere insieme e gloriarmi del vostro spirituale profitto. – La purità di un cuore, comeché sostanziale divisione non ammetta in sé stessa, siccome neppur variazione o esteriore frammischianza; pure al proposito nostro in negativa e positiva agevolmente distinguesi. Consiste la prima nell’aver il cuore immune da ogni macchia e difetto, e da quello eziandio sì universale, che per infelice retaggio da’ nostri progenitori ci fu partecipato; consiste la seconda nella bellezza della castità, e nell’aver il cuore netto interamente e puro dal fango d’ogni sensuale brutto piacere. Or sì dell’una e sì dell’altra eccovi, signori miei, quasi centro, anzi quasi lucido specchio il cuor della Vergine. E a riscontrarvi in esso la prima, io salgo tosto col pensiero ad Adamo e a quella, per nostra mala ventura, debole e lusinghiera sua compagna; e li veggo creati da Dio di un animo per natura innocente, di una coscienza tutta pura e illibata, di un cuore d’ogni passione sgombro, di special grazia forniti, di scienza, di carità, delizia agli occhi di Dio, cui solo riguardano coi loro purissimi affetti: che già non uscì giammai della mano di Dio opera che tutta pura non fosse e nel primo esser suo tutta bella e perfetta. Ma poco tratto seguendo, ahimè io veggo smarrirsi di questi il bel candore, lo splendore oscurarsi, mancar la beltà. Ambedue queste creature sì monde ribellansi a Dio, si macchiano di grave colpa, e perdono del loro animo la sì pregiata originaria innocenza. Disubbidisce Adamo, ed Eva con esso, e in conseguenza di sì funesto delitto, tutta rendono prevaricatrice la in sé stessi raccolta umana generazione. Or che fia mai della Vergine? Essa pure è di Adamo figliuola; essa pure dallo stesso ceppo e radice trae la sua discendenza. Dovrà dunque essa pure essere a parte… Essa pure dovrà soggiacere… Che mai vi pensate, o signori? S’io ben intendo le Scritture, se non mi fallisce la Chiesa, no che Maria, sebbene da Adamo progenerata, sebbene per natura agli altri tutti congiunta, non porterà, per grazia almeno, di un sì gran disordine il cuore unquemai macchiato. E vaglia pur sempre la verità, miei ornatissimi. – Di chi si parla là per l’Ecclesiastico a quel passo: “Ego ex ore Altissimi prodivi primogenita ante omnem creaturam”? Io so che la divina sapienza proferisce letteralmente di sé un oracolo sì bello, ma so pur che la Chiesa in quegli arcani detti riconosce significata e rappresentata a vivo la Vergine. Che se Maria fu il primo parto della privilegiante divina bocca, come potrà ella aver parte nel contagio dell’umana perduta discendenza? S’Ella fu innanzi nella sua spirituale generazione e nella predilezione celeste, come dipenderà dalla sorte infelice di chi le viene dietro peccando? Ella al più lo potrà essere secondo la carne, non lo potrà secondo Io spirito; quella al più in qualche maniera potrà apparire ad alcuno della paterna concupiscenza ingombrata, lo spirito e il cuore non lo potrà esser mai. Poiché il suo Cuore predestinato da Dio con elezione speciale, antecedente e opponentesi ad ogni preveduta umana colpa e miseria, nacque innanzi alle cose tutte nello straordinario decreto della grazia (che questo è il nascer vero), nacque prima alla purità che alla vita, prima alla salute che alla corruzione, e però non va soggetta ai danni della già preveduta e ristorata in Maria umana prevaricazione. Quindi prima essendo di tutte le creature, ogni altra creatura avanza nella purità, né può mai essere soggetta alle altrui triste affezioni, poiché dalla parola efficace di Dio uscì primogenita: “Ego ex ore Altissimi prodici primogenita ante omnem creaturam”. – M’inganno io forse, o signori, o cerco con strani arditi pensieri di far onta e violenza alla verità? I nostri cuori, pur troppo avvezzi a incontrare fin dal primo loro nascere la impurità della colpa, non sanno intendere nel prediletto Cuor di Maria una tanta purezza. Del resto Ella fu preordinata fin da’ secoli eterni a noi tutta dissimile, non soggetta ad alcun posteriore infortunio o miseria, tutta pura ed intatta: “Ab eterno ordinata sum, et ex antiquis”. Ella apparì appunto siccome la luce, che fin dal primo giorno tratta con impero sovrano dal sen delle tenebre e degli abissi, purissima sfavillò, brillante, serena, e d’ogni macchia e vapore sgombra e purgata: ed anzi la separò Iddio in tutto dall’orrore e dall’oscurità delle tenebre: “iussit separari lucem a tenebris”; che quantunque involgessero poi queste di fosca notte il mondo e tutte le create cose, pure non ne ricevette giammai offesa od oltraggio, ma sempre bella in sé stessa ritenne la sua primiera purezza, e l’antico splendore. Tale Maria; luce nata prima ancor della luce, fu separata dalle tenebre della, colpa con esterna irreconciliabile nimistà; e quantunque destinata fosse a risplendere fra le tenebre e fra gli orrori della morte, non mai, però queste offuscarono la sua beltà, il suo chiarore; ma sempre in tutta sua vita, pura si conservò senza ombra e senza macchia, tutta bella e immacolata: “Tota pulcra es, et macula non est in te”. Ma stringiamoci sempre più, miei signori, al Cuor della Vergine, e veggiamone l’altra sorta di purità positiva e più propria, di cui fu fornita, e da cui la sua virtù riceve siccome il compimento e la perfezione. Purità di un Cuore si è più propriamente, e più distintamente lo zelo e la premura di mantener intatto il giglio purissimo della castità. Questa virtù è delicata cotanto, che ogni leggier fiato l’appanna, ogni ombra la tinge e la scolora, e quindi, chi questa sa mantener veramente illibata, dà mostra sicura della sua universale mondezza e integrità. A questa applicossi con gran fervore il Cuor della Vergine vago oltremodo di possederla. E voi già l’avreste veduta fin da’ più teneri anni, allorché sapeva reggere appena i primi passi, tutta sollecita del suo bel candore, palpitare ad ogni umano incontro, starsi vegliante sempre e guardinga, che il suo tenero fior non languisse, e comparire così fin d’allora fra le donzellette di Sion, qual comparisce candido giglio, in mezzo ad ispide e brutte spine, o qual maligna stella in mezzo a dense e fosche nuvole. Voi La avreste veduta sempre grave nel portamento, modesta negli atti, circospetta nel conversare, nel ragionare parca, amare il ritiro, il silenzio, il riserbo, la semplicità, di verecondia assai spesso coprirsi, e gli occhi di colomba, e gli altri sensi tutti fra gl’innocenti pensieri ed i purissimi affetti tener in Dio rapiti, e al mondo chiusi sempre; e rimaner sempre così qual ben suggellato fonte, che non perde giammai la tranquillità delle cristalline sue acque, o qual orto ben chiuso, che non vede giammai appassito da rio tocco o velenoso fiato alcun suo fiore. Voi l’avrete veduta… Ma che vederla voi? Già La vide il tempio replicar frequenti i voti per la sua integrità; La vide la casa in continue orazioni, in solitudine, in penitenza, in disagio; La vide il mondo viaggiar con fretta fuggendo sempre la vista e la comunanza degli uomini; La vide e l’ammirò il cielo palpitare e smarrire alla vista in fino de’ suoi angeli stessi; La vide, sì, La vide anche Iddio, e se ne compiacque, e amor lo prese di quest’anima eletta; e deliberò di affrettar in Essa il suo riposo e di venire a deliziarsi nel suo castissimo seno, per uscir poi del suo seno a purgar le macchie del tristo mondo. – Bello innocente cuor di Maria, or che dite di questo divino consiglio? Il Signore della purità, quegli che a voi La ispirò, La mantenne e La stabilì con eterno decreto, Quegli che compiacesi tanta delle anime pure e caste, questi vuole adesso in voi discendere, in voi e di voi ingenerarsi. Ah! voi vi turbate a un tale annuncio? Non temete o Maria, Voi siete la favorita da Dio, Voi siete la privilegiata, destinata a fortunatissima Madre del gran Messia e Dio Salvatore, Voi siete la Regina del cielo e della terra. Tutto bene, Ella dice, ma pur “quomodo, quomodo fiet istud” O parole degne di eterno encomio! O Cuor di Maria geloso troppo di sua purità! Si tratta di esser genitrice del Monarca de’ cieli, del Salvatore del mondo e si frammettono dimore, e s’interpongono domande? Eh, non tardate. Il compiacimento di Dio, la salute del mondo, la gloria vostra dipende da Voi. Maria pensa, sospira, ma non risolve. O cimento sorprendente invero e terribile all’illibatissima sua purità! O angustie maggiori ancora di quelle, in cui fu posto il patriarca Abramo nel punto del gran sacrifizio! Imperciocché ivi combatteva l’immancabil promessa di Dio col nuovo comando, qui la inviolabil promessa fatta a Dio col richiesto consenso; la speranza contro speranza, qua evidenza, dirò cosi, contro evidenza; là l’amore del figlio con l’amore di Dio, qua amore di Dio contro lo stesso Dio; là il paterno dolore col divino piacere, qua il piacere di Dio con la premura di più sempre piacerGli. Voi volete, diceva Ella, o mio diletto, venire nell’orto ch’è vostro? Veniteci pure in buona pace, ch’Io di gigli lo adorno, e ve ne farò satollo; ma soffrite che i miei gigli, onde è cinto tutto e vallato, ve ne contendano per poco il passo; Voi volete discendere nel mio seno, ma il mio seno a Voi consacrato non può ammettere mischianza alcuna di umano consorzio, Voi mi proponete la vostra maternità per esaltarmi, ma io lasciar non posso la mia integrità per sempre e maggiormente piacervi: “Quomodo, dunque, “quomodo fiet istud”? Sapete come, o gran Vergine? Con un portento, che coroni la vostra incomparabile purità, che vi renda il miracolo di tutti i secoli, lo stupore di tutte le generazioni. La vostra Virginità stessa diverrà feconda, ed essa stessa vi renderà adorna e lietissima del divin Parto. – Sì, o gran Vergine, il vostro cuore è veramente un sole di purità; e Iddio appunto in questo sole vuol porre il suo tabernacolo: “In sole posuit tabernaculum suum”. Il vostro cuore è letto florido d’intemerato pudore, e in esso appunto vuol posarsi il diletto: “Adorna thalamum tuum, Sion, et suscipe Regem Christum”. Siccome il sole manda fuori di sé il puro raggio senza lesion neppur menoma del suo splendore, così dal verginale seno vostro uscirà Cristo senza il minimo pregiudizio della vostra interezza. Siccome lo Sposo si leva del letto tutto riguardoso per non recar disturbo alla sposa, che soavemente riposa; così da voi, dal vostro verginale chiostro, se ne uscirà chetamente e quasi non avvertito Gesù: “In sole posuit tabernaculum suum, et ipse tamquam sponsus procedens de thalamo suo”. O miracolo adunque, o portento! “Maria virginitate placuit”, dirò con Bernardo, ma più forte chiuderò ancor col Crisostomo: “Propterea Christum ventre concepit”. Ella in premio della sua purità ricevette la gloria di sì nobile fecondità; Ella l’una e l’altra in sé stessa mirabilmente congiunse: “Gloria Libani data est ei, decor Carmeli et Saron”; e la maternità sua è divenuta la prova più bella e più autentica della nitidezza del suo Cuore illibato. – Che dite voi pertanto, amatissimi, a un esempio sì bello? Non vi par veramente il Cuor di Maria un miracolo di purità? Ma che vi par poi di voi stessi in faccia a questo limpidissimo specchio? Ah! che alcuno non potrà forse fissar in esso lo sguardo senza coprirsi tutto di confusione e di vergogna. La scostumatezza che corre ai giorni presenti, il disordine in cui sono poste le umane passioni, la niuna custodia de’ sentimenti, lo sregolamento di tutti gli affetti fanno pur brutto un tale confronto, e fanno apparir questo specchio a guisa di un cristallo orribile, quanto più bello in sé, tanto più disviato e sconcio elle altrui triste apparenze. Per me non si faranno adesso su di ciò maggiori o più lunghe parole per non contaminare di tali sozzure un argomento sì casto, e per non funestare con troppo amari rimproveri l’allegrezza di un sì bel giorno. Voi da voi stessi già vel vedete, amatissimi, a vostra emendazione; che io a più leggiadre cose rivolgendo adesso il pensiero, della dolcezza del cuor di Maria mi fo a ragionarvi, secondo argomento proposto alla vostra attenzione. – Se il tempo avaro troppo non mi premesse ai fianchi, e se virtù di dire m’avessi pari al leggiadro argomento; oh! le belle cose che io vorrei qui dirvi, amatissimi, atte a stemperare ad ognuno per dolcezza il cuore. Ma io debbo cedere alla delicatezza del nobile soggetto, io dunque d’una tanta dolcezza or vi darò sol qualche saggio, e voi, gentili anime e devote, ne riconoscerete per le vie del cuore la miglior parte, che ancora vi taccio, né saprei qui palesare. – La dolcezza di un Cuore non da altro procede, né da altro si può meglio conoscere, che dall’amore; essendo l’amore, al definire dei mio serafico Bonaventura, una dolce pendenza dell’animo verso un qualche oggetto, che più ne diletta, o da cui il Cuore riempiuto viene di dolcezza e di soavità. Ora due amori considero nella gran Vergine; uno più nobile, che ha Dio per oggetto, ed è della sua dolcezza siccome il principio e la fonte; 1’altro inferiore, che noi riguarda, ed è della sua dolcezza siccome effetto e testimonio. L’amor di Dio in Lei infuso la riempì di soavità, di delizie; l’amor suo a noi diffuso fe’ conte e palesi a noi le sue dolcezze. Abbondò in Lei l’amor di Dio; e ciò fin d’allora, che chiamandola all’esser primiero di sua innocenza, Vieni, le dice con voce tutta di grazia, vieni mia Bella, mia Colomba, mia Immacolata, che già per te è finito il crudo inverno, il diluvio della colpa è ormai passato, e sul terreno ch’è mio spuntano i vaghi fiori dell’innocenza, e i primi frutti della mia redenzione; vieni; mia sposa e mia diletta, tutta secondo il mio cuore formata; vieni, ch’io già ti eleggo al mio amore, al mio trono; e in così dire, stendendo a Lei le caste braccia, e facendo della manca sostegno al capo, e della destra dolce ritegno al colpo, se La strinse pieno di amore al seno. Chi può mai spiegare qual si restasse allora il Cuor di Maria a questa prima sorpresa di amore? Qual bianca neve, cui fervido raggio di sole batte immoto e ferisce, tosto dileguasi in umor raggiadoso, o qual molle cera a fuoco ardente appressata, si strugge tosto e si sface; tal si rimase della Vergine’ il cuore ai raggi di quel Sole divino: “Factum est cor meum quasi cera liquescens”. La sua anima restò allor liquefatta tutta d’amore alle voci del suo Diletto, e fu allora che a formar venne un Cuore di tempra sì amabile e sì dolce, che solo amore e tenerezza respira, solo di amore e dolcezza si pasce. Soavi pensieri, dolci e teneri affetti, estasi giocondissime, sfinimenti, grazie, tenerezze, delizie sono il suo continuo esercizio, la sua vita, il suo nutrimento. – Ma qual poi non divenne allora quando, disceso il Verbo dal seno del Padre, La riempi tutta di sé, e nelle sue viscere prese giocondo albergo e umane spoglie dalla sua carne, e sua Madre chiamolla e sua Signora, allora quando i monti stessi distillarono dolcezza, e giù da’ colli si vide scorrere il puro latte e il dolce mele; che sarà stato allora del Cuor della Madre? Allora il suo cuore e la sua carne esultarono unitamente nel suo Dio di nuova vita; allora il suo spirito restò tutto compreso d’un immenso ardore di carità al vedersi unita sì strettamente al suo diletto, e d’una strabocchevole piena di dolcezza e di gaudio restò inondato. E in verità, miei signori, se la grazia divina è una specie di giocondità e di dilettazione procedente da amore, per cui al dir di S. Agostino sopra qualunque oggetto 1’anima si diletta e piace di Dio, e dolce le diventa ed amabile. “Per quam dulcescit Deus”; di qual giocondità e dolcezza, di qual amore non sarà slato ricolmo il Cuore della Vergine, s’Ella in quel punto fu piena di grazia non solo, ma sovrappiena, al dire de’ Padri, e sopraffluente, che mai la maggiore o simile, siccome non si troverà giammai la più capace? E se Gesù Cristo è il fonte della dolcezza e della grazia, che in sé i tesori tutti racchiude della divinità; come non ne sarà rimasta piena Colei che doveva essere qual canale al fonte, anzi del fonte e della grazia stessa la produttrice? E se Iddio d’un torrente di giocondità e di piacere allaga il cuor de’ beati in Paradiso; di qual soavità e dolcezza non avrà riempito il Cuore di Maria, mentre conteneva in sé stessa quello, per cui solo è delizia il Paradiso? Se non che sì belle congetture ancora non bastano; che a riconoscer la dolcezza del Cuor di Maria più chiara prova e più sensibile a noi pur rimane da quell’amore, ch’Ella per noi nutre ancora e conserva. – Amore, miei dilettissimi, amore niente men che di madre, che tale divenne, poiché del comun nostro fratello Gesù in Genitrice fu eletta; che tale divenne, poiché da Gesù Cristo medésimo sopra il Calvario in Madre Ei fu lasciata. – Del che se ogni altra prova pur ci mancasse, il suo Cuore abbastanza per tale la ci avrebbe data a conoscere. E qual miglior cuore per noi del Cuor della Vergine? Madri infelici, onde venimmo a questa mortal vita di supplizio e lamento, voi d’ordinario avete il nome e 1’apparenza di madri, ma non ne avete già il cuore. – Solo Maria, e dicasi pure che è dolcissima gioia il dirlo, solo Maria ha propriamente viscere e cuor vero di madre. Per Lei noi siamo alla grazia divina rigenerati, per Lei diletti noi diventiamo e cari al divin suo Figliuolo; per Lei le dolcezze del cielo a noi piovono copiosamente. Lo dicano pure quelle anime, che a Lei, siccome a madre, han ricorso, e che di Lei fanno spesso amorosa e pia rimembranza, qual rugiada di grazie non le conforta? Qual latte soavissimo di devozione non le nutrisce ? Qual amore beatissimo non le infiamma ed accende? E perché, a dire di Bernardo Santo, la misericordia agl’infelici appare ancora più dolce; voi, o peccatori, voi che vi trovate nelle tenebre e nell’ombre della morte, voi meglio ancora lo dite, se sia dolce della Vergine il Cuore. In tanta vostra disgrazia, in tanto abbandono, dov’è 1’unico vostro rifugio? Ov’è il dolce conforto vostro? Se non nel Cuor amantissimo della Vergine, se non nel cuor della Madre? A Lei non temete già voi di ricorrere, che niente ha Ella in sé di aspro e terribile, tutta tutta è soave; e a tutti esibisce ricreazione e riposo. Già non sa Ella, né può a’ vostri prieghi resistere, se parlano e pregan per voi le stesse sue viscere, e s’interpone per voi l’amoroso suo Cuore: “Urgentur Matris viscera: intus est, qui interventi et exorat affectus”. Ma che dico resistere? Ella anzi vi viene incontro, e va’ in cerca di voi ansiosa e sollecita, siccome del suo smarrito figliuolo? Ella vi viene appresso a stimolarvi con la dolcezza e con l’amore; e qual esca soavissima, come la chiamò Gesù Cristo, sempre intenta a far preda di miseri peccatori, Ella vi tira dietro di sé col grato odore de’ suoi unguenti e delle sue virtù, vi conduce soavemente in braccio alla misericordia, v’introduce alle nozze del Re celeste, alle delizie del Paradiso. O Maria dunque veramente nostra Madre, nostra vita, nostra dolcezza! O clemente e pia Vergine! Che Cuore è il vostro sì dolce, sì pietoso, sì amabile? Già non è egli questo un Cuore, ma puro miele, anzi del miele stesso più soave e più dolce: “Spiritus meus super mel dulcis”. – Un Cuore egli è questo, amatissimi, più ancor che di madre, poiché Ella ci amò più ancora in qualche guisa, che non amò lo stesso unigenito suo diletto Figliuolo, avendocelo Ella dato in dono per la nostra salute, e per dimostrarci la estrema dolcezza del suo Cuore amantissimo. – Ella cel diede fino a privarsene e a perderLo in questo mondo; e quasi minore avesse per Lui la tenerezza e l’affetto, Ella lo diede a nostro riguardo a strazi inumani, e lo sacrificò per noi a barbara e cruda morte . . . Ma quale a tal riflessione idea di onore mi si apre innanzi, e tutta m’ingombra di dolore e di tristezza la mente? Sospendiamo, in grazia, sospendiamo per poco il discorso, poiché mi convien mutare e tuono e stile e pensieri, se da un Cuore dolcissimo io mi veggo costretto a dimostrarvi in fine il Cuor di Maria veramente afflittissimo. – Doveva pure, o signori, un Cuore sì dolce, per quanto il pensiero nostro porta e l’affetto, andar esente da ogni angustia e travaglio, e ogni contrario insulto infrangere e superare; ma non fu così, che anzi per questo stesso egli è il Cuore più afflitto, il più addolorato di tutti, Lo stesso amore, che della sua dolcezza fu il principio e la fonte, rivolto adesso in amarezza, è il più fiero carnefice, che La tormenta. Passati erano i giorni felici della deliziosa dimora di Gesù nel suo verginal utero; quando appena uscito alla luce Lo vide esposto alle pubbliche contraddizioni, bersaglio fatto alle più fiere persecuzioni. Qual tormento al cuor della Madre nel vedere si villanamente oltraggiato il divin suo Figliuolo! O come poi al vederLo in sul Calvario crocifisso e piagato spasimava nell’anima di un atroce supplizio! “Tota es … ”, esprime pur bene un tanto dolore il mio piissimo Bonaventura, “tota es in vulneribus crucifixi”. Stava Maria con tutta l’anima nelle piaghe del suo amor crocifisso, con tutta l’anima ne accoglieva i tormenti. Dimentica di sé stessa e di ogni sua gloria, pendeva Essa pur dalla croce del suo caro Figlio, agonizzava con Gesù moribondo, e nelle sue piaghe e sulla sua croce Essa pure moriva : “Christo confixa sum cruci, tota es in vulneribus crucifixi”; e quasi ciò ancor non bastasse, di un sì doloroso oggetto la sanguinosa immagine tutta in sé ritraendo, scolpiva altamente a colpi di fiero dolore nella più tenera e più delicata parte del Cuor suo a farlo scoppiare di un estremo rammarico: “Totus Christus crucifixus est in intimis visceribus cordis tui”. Così nave, che abbandonata alle furie di mar procelloso, dopo di aver sofferti gli oltraggi tutti del cielo irato, dell’onda fremente e terribile apre in fine il fianco lacero a ricevere il nemico elemento, che già la sommerge: Maria pure così : “Miserere mei , quoniam intraverunt aquae usque ad animam meam” … “Tota es in vulneribus crucifixi: totus Christus crucifixus est in intimis visceribus cordis tui”. Oh lo strano combattimento! Oh il fiero spasimo! Oh la tempesta atrocissima dell’amabil suo Cuore! – Tempesta che non si calma già al riflettere del nostro vantaggio e della nostra salute, ma si accresce anzi, e più fiera diventa al comprendere, che la maggior parte de’ figli suoi non si sarebbe approfittata di una tanta passione e di un sì acerbo tormento. Ed ecco nel nuovo amore una nuova e più aspra cagion di dolore; ecco il cuor di Maria per ogni parte combattuto e trafitto. Ahimè, va Ella dicendo con Giacobbe, e con quella sapiente di Tecue, ahimè! madre dolente e infelice che sono, che mi veggo estinto a’ fianchi un Figliuolo, veggo gli altri spinti da furor cieco condursi a eterna morte. Io per vederli salvi, ho dato questo, che era la mia delizia, il mio amore; ed ora che Lo veggo esanime nel mio seno, quelli ricusano la salute e la vita, e me lasciar vogliono vedova desolata e senza conforto. E dovrò dunque dopo un tanto costo, dopo un sì grande affanno vederli morire? Dovrò vederli ancora seguaci del peccato, prigionieri del demonio; vittime infelici di eterna morte? Ah figli, ingrati figli, mie viscere, parlo di questo Cuore, con tanto affanno sopra il Calvario da me generati, perché trafiggete di sì acuta saetta il cuor della madre? Deh! vi sovvenga di questo seno, che sì amorosamente vi accolse, mirate il vostro dolce fratello, che sì stranamente per voi morì, lasciate il peccato, e fate a Lui e a questo mio Cuore ritorno. Ove son questi figli sì ingrati, che tanto accrescono con le loro colpe a Maria il tormento? E chi de’ suoi cari le arreca adesso qualche consolazione? – Questi ingrati forse qui non si trovano , o che io non li discerno. Ed io sol veggo una illustre e pia congregazione tutta applicata a onorare con nobil pompa e devoti il Cuor della Vergine, e compatendone i suoi dolori, imitarne la purità, per godere abbondantemente dì sue delizie! Veggo una corona di anime gentili e devote, che nulla più bramano che di piacere al cuor di Maria, e di meritarsi il suo amore e il suo patrocinio. Queste belle e pie anime, che si specchiano sovente nella sua purità, che bevono al fonte di sua dolcezza, che non ricusano di essere a parte delle sue amarezze; queste sono il suo gaudio, la sua corona, il suo conforto. Sopra di queste adunque si allarghi, o pia Vergine, il vostro Cuore dolcissimo, e in esso accogliendole tutte, fate che vi abbiano sicuro asilo, tranquilla pace, dolce consolazione, e per esso siano trasferite un giorno, quando che sia, al sommo gaudio, ove giubilar possano e deliziarsi con esso Voi in Dio eternamente.