Omelia della Domenica della Pentecoste

Ascensione

Omelia della Domenica della Pentecoste 

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

-Ispirazioni –

È questo il memorabile giorno in cui lo Spirito Santo discese in forma di fuoco sopra i discepoli, con Maria Vergine nel Cenacolo congregati. Se mi chiedete, uditori umanissimi, perché venne in questa forma di fuoco? Io vi rispondo con l’angelico dottor S. Tommaso (3 P, q. 39. A. 7.) che lo Spirito Santo prese forma sensibile di questo elemento per significare ch’egli produce nell’anime nostre quegli effetti, che sono propri del fuoco. Il fuoco illumina, purifica, consuma. Lo Spirito Santo illumina la mente, purifica il cuore, consuma le viziose abitudini: “Deus noster ignis conmmens est” (ad. Ebr. XII, 29). Ma perché in noi produca questi salutevoli effetti, è necessario aprirGli la strada con accogliere e mettere in pratica de sue sante ispirazioni. Si verificherà allora ciò che Gesù Cristo ha promesso nell’odierno Vangelo, che lo Spirito Santo c’insegnerà e ci suggerirà ogni cosa appartenente alla nostra eterna salute: “Ille docebit vos omnia, et suggeret vobis omnia”. Ma come potrà insegnare, se chiudiamo le orecchie alle sue voci? Come potrà suggerirci i mezzi e la via da tenere per andar salvi, se chiudiamo gli occhi alla sua luce? È dunque della somma importanza, anzi della massima necessità, il profittare della sua luce, l’ascoltare la sua voce, il seguire le sue sante ispirazioni. Ispirazioni, notate bene quel che mi accingo a dimostrarvi, ispirazioni, dall’accoglimento o rifiuto delle quali può dipendere la nostra eterna salvezza, o la nostra eterna perdizione. Uditemi cortesemente!

Noi siamo pellegrini su questa terra: “peregrinamur a Domino” (2 Cor. V, 6). In questa nostra pellegrinazione, i nostri passi sono indirizzati alla casa dell’eternità “Ibit homo in domum aeternitatis suae” (Prov. XVI, 5), e di quella eternità felice, o sventurata a cui l’uomo viatore avrà diretti i suoi passi, “in domum aeternitatis suae”. Posto ciò, egli è certo che in qualità di viatori o di pellegrini ci troviamo sovente ad un bivio, in capo a due strade, l’una a destra, l’altra a sinistra, una che al bene ci porta, l’altra al male, una di salute, l’altra di perdizione. Tutto il punto sta a metter bene il primo piede, a dar il primo passo nella buona strada. Si chiama dallo Spirito Santo un tal passo: “initium viae bonae”, principio di buon sentiero, che sul cominciare da una ispirazione, la quale ci suggerisce una limosina o una preghiera, una confessione da farsi, o un vizio da emendarsi, un’occasione da fuggire, o una virtù da praticare; alla quale ispirazione secondata vien poi dietro una serie non interrotta d’altri passi virtuosi, che dirittamente ci conducono fino all’ultima meta, fino alla beata eternità.

La predestinazione degli eletti, come co’ santi Agostino e Tommaso insegnano i teologi, altro non è che la divina prescienza, e l’ordinazione de’ mezzi valevoli a condurre i predestinati all’eterna beatitudine; onde siccome la sua provvidenza ha disposto di darci l’esistenza e la vita, così la sua bontà ha decretato di farci sentire nel tal tempo, nella tal circostanza quella santa ispirazione, la quale se prontamente si accoglie e s’eseguisce, come il primo anello di ben contesta catena, trae seco l’altre grazie, gli altri lumi, gli altri mezzi, che facilmente conducono all’ultimo beato fine.

Vediamolo in pratica. Dove cominciò la predestinazione, la santità di tanti eroi, che veneriamo sugli altari? Da un’occasione per essi fortuita, ma dallo Spirito Santo diretta a commuoverli, accompagnata dall’impulso della sua grazia, e da un raggio della superna sua luce. Entra a caso in una Chiesa S.Antonio Abbate ancor giovanetto, mentre si legge il santo Vangelo, ciò che sente lo crede detto a se stesso, e sull’istante vende tutto ciò che possiede, lo dà a’ poveri, fugge dal mondo, si nasconde in un deserto, diviene Patriarca di monaci, caro a Dio, terribile a’ demoni. Una limosina prima negata, e poi per commovente ispirazione conceduta, innalzò alla più gran santità un Francesco d’Assisi. Giugne casualmente alle mani d’Ignazio di Loiola un libro divoto, comincia a leggerlo per rompere l’ozio; ma leggendo, lo Spirito del Signore lo illumina, profitta di questo lume, rompe i legami del mondo, e si fa uno de’ più zelanti promotori della gloria di Dio. La vista del contraffatto cadavere del complice de’ suoi disordini, congiunta con una luce alla mente, e con un tocco al cuore, converte sul momento la peccatrice Margherita da Cortona in una fervidissima penitente. Un avviso della propria madre ben accolto da Andrea Corsino lo cangia di lupo in agnello in un chiostro del Carmelo, e lo fa un Vescovo santissimo! Ditemi ora, uditori, se questi santi, e tanti altri di cui son piene l’ecclesiastiche storie, avessero disprezzata quell’ispirazione, negletta quella chiamata, ributtata quella grazia, volete dire che, rifiutato il primo passo, avrebbero poi potuto più metter piede in quella virtuosa carriera, che li portò all’onore degli altari, ed alla patria dei beati? V’è molto a dubitarne. L’ occasione è calva, dicea un antico uomo di senno, una volta che sia passata non si può più tenere per i capelli. Gesù Cristo chiamò i suoi discepoli a seguitarLo, e li chiamò passando, “cum pertranserit”, e li chiamò una sola volta, e sull’ istante Simon Pietro abbandonò la sua barca, Matteo il suo banco, i figli di Zebedeo, Giovanni e Giacomo, le loro reti, e cominciarono così la carriera dell’ apostolato, che li rese tanto accetti a Dio, e tanto benemeriti della sua Chiesa.

Per l’opposto que’ due seguaci della legge di Mosè, invitati dal Redentore a seguirLo, perché trovarono scuse, uno per assistere al funerale del padre, l’altro per ispedire gli affari domestici, perdettero la bella sorte d’essere annoverati fra’ suoi discepoli, e S. Agostino li piange come perduti. Ah, dicea pertanto lo stesso Agostino, fratelli miei, osservo nel santo Vangelo che Gesù dispensa i suoi benefici come lampi fuggitivi, e via passando, “pertransit benefaciendo”, e vi confesso apertamente, e v’assicuro, che mi riempie di timore Gesù che passa. “Fratres mei, dico, et aperte dico, timeo lesum transenuntem” (Serm. 18 de verb. Dom.). La sua chiamata è una luce che balena alla mente: chi non profitta di questa luce resterà al buio, camminerà fra le tenebre, incontrerà inciampi e precipizi; e perciò il Redentore ci avvisa a camminare al favor di questa luce acciò non ci sorprendano tenebre per noi fatali: “Ambulate dum lucem habetis, ne vos tenebrae comprehendant (Jo. XII, 33).

È vero che talora rinnova le sue chiamate, Iddio pietoso, e fa di nuovo risplendere la sua luce, anche a chi chiuse gli occhi per non vederla; ma di qui appunto nasce il pericolo per l’uomo caparbio, che ostinato nelle sue ripulse vie più s’indura, come una incudine al dir di Giobbe (Giob. XLI, 15), sotto i colpi di grave martello. Non vi fu anima tanto dalla divina grazia amorevolmente assediata con replicate ispirazioni, quanto quella di Giuda. Osservate la traccia amorosa tenuta dal divino maestro per espugnare il cuore di questo suo discepolo traditore. Gesù scopre, e comincia a dargli indizio d’avere scoperto il suo iniquo disegno. Voi siete, dice a’ suoi discepoli, per purezza di cuore costituiti in grazia e mondi; ma tutti nol siete “Vos mundi estis, sed non omnes” (Jo. XIII, 10). Potea Giuda conoscere l’infelice suo stato, e sentirne rimorso, ma non si muove. Replica Gesù e con più forza gli mette innanzi l’enormità del suo delitto con dire: Uno fra voi è per malizia un vero Demonio: “Ex vobis unus diabolus est”, e Giuda non inorridisce. Passa ad intimargli l’atrocità della pena che va ad incorrere, pena per la quale sarebbe meglio per lui che mai veduta avesse la luce del giorno: “Bonum erat ei si non fuisset homo ille” (Mat. XXVI, 24); e Giuda è insensibile. Parla Gesù in genere finora, e non lo nomina per lasciargli un segreto ritiro a ravvedersi, ma nulla giova. Torna alle prese il buon Salvatore, e alquanto più chiaro: un di voi, o miei discepoli, un di voi mi tradirà: “Unus ex vobis tradet me” , e Giuda dissimula. Più chiaro ancora: La mano del traditore è meco su questa mensa. “Manus tradentis me mecum est in mensa” (Luc. XXII, 21): assai più chiaro: Chi meco in questo piatto pone la mano, desso è colui che mi tradirà: “Qui mecum intingit manum in paropside, hic me tradet” (Mat. XXVI, 23), e Giuda fa il sordo, e tutto disprezza. E via, finalmente gli dice Gesù, vanne pure, ed il reo attentato che volgi in mente affrettati ad eseguirlo. “Quod facis, fac citius” (Jo. XII, 21). Non fu già questo un precetto, dice qui il Crisostomo, non comanda Iddio un’azione sì indegna, un tradimento, “non est vox praecipientis”. Non fu consiglio, una somma bontà non può consigliare un eccesso cotanto esecrabile, “non est vox consulentis”. Che dunque volle significare Cristo con quelle parole? Volle dimostrare il giusto e tremendo abbandono ch’egli facea di quel cuore indurito, come non più capace di ravvedimento e di emenda. “Cum Judas, conchiude il citato Dottore, “esset inemendabilis, dimisit cum Christus” (Hom. 73 in Io.). Ma pure Giuda dà qualche segno di penitenza, restituisce il danaro a’ sacerdoti, rende la fama al suo divino maestro, si ritratta, confessa d’aver tradito il sangue d’un giusto. Ahimè nulla giova, movimenti son questi da disperato, non d’un convertito. Dio vi guardi, miei cari, dall’imitare nel rifiuto delle divine ispirazioni questo discepolo prevaricatore, incontrerete la stessa sorte. Farete forse come Giuda qualche opera apparentemente buona, ma non vi gioverà ad uscire da quel precipizio, che dopo tanti avvisi non avete voluto schivare.

Potete forse lagnarvi che Iddio non v’abbia parlato? Dio vi parlò quando vi trovaste in quella malattia, quando per lo spavento di morte temporale ed eterna vi fé’ conoscere lo stato deplorabile dell’anima vostra: prometteste allora, se Dio vi accordava grazia d’uscirne, di cangiar vita; Egli vi esaudì, e voi non adempiste la fatta promessa. Vedeste esposto in Chiesa, o condotto al sepolcro il cadavere di quella donna, colpita nel fior dell’età, foste presente al funerale di quel facoltoso, ed una voce vi disse al cuore: ecco dove va a finire la beltà e la ricchezza. La vanità delle terrene cose disingannò in quel momento il vostro intelletto, ma la volontà non si arrese a romperne il colpevole attacco. Quel rimorso, fratello mio, quel rimorso, che vi lacera il cuore, è una grazia da voi non conosciuta, con cui Iddio pietoso vi stimola ad emendar costume, a troncare quella scandalosa corrispondenza; che conto ne fate? Vi avvisa per mezzo di quel congiunto, di quell’amico, di quel buon cristiano a ritirarvi da quella licenziosa conversazione, a lasciare quel giuoco, quel ridotto, quel malvagio compagno, che ascolto gli date? Figlio, dice a più d’uno di noi, se non paghi gli operai, se non soddisfi quel debito, se non dismetti quella lite ingiusta, se non adempi quel pio legato, non isperare salute. Figlio, dice a quell’altro, le partite di tua coscienza son mal in ordine, datti fretta d’aggiustarle con una generale confessione: fa’ al presente quel che desidererai voler fare in punto di morte. Tutte queste e simili voci, pensieri, sentimenti, ispirazioni, rimorsi, sono chiamate di Dio, sollecito del vostro bene; se chiudete l’orecchie, come un aspide sordo, Iddio offeso, Iddio disprezzato tratterà voi come da voi venne trattato. Così Egli si esprime e minaccia: “Vocavi, et renuistis, ego quoque in interitu vestro ridebo” (Prov. I, 24. 26). Ponderate bene, peccatori fratelli miei, queste tremende divine parole. “Vocavi”, ch’io vi abbia più volte chiamati, e tuttora vi chiami, non potete negarlo. Vi ho chiamati per bocca de’ miei sacri ministri colla predicazione, per bocca dei vostri parenti colle ammonizioni, per mezzo di quelle disgrazie, di quelle infermità, coll’esempio de’ buoni, col castigo de’ malvagi: “Vocavi, et renuistis”, che abbiate ricusato di ascoltarmi, dovete confessarlo, ve ne convince la propria coscienza. Che cosa dunque potete aspettarvi? “Ego quoque”, che Dio cioè vi renda la pariglia, e nel maggior de’ vostri affanni si rida di voi, “in interitu vestro ridebo”. Miei cari, se si può dire di voi che fate continua resistenza agl’impulsi dello Spirito Santo, come ai contumaci Ebrei rinfacciò lo zelante Levita S. Stefano, “vos semper Spiritui Sancto resistitis” (Act. VII, 51), voi siete perduti. Sarete come una casa, che minaccia ruina, che perciò si lascia vuota e abbandonata. “Ecce relinquetur vobis domus vestra deserta” (Mat. XXIII, 38): abbandono, segno fatale d’eterna riprovazione. Che Dio vi guardi.

La persecuzione contro i discepoli di Cristo.

 

La persecuzione contro i discepoli di Cristo.

[da: “I sermoni di S. Antonio di Padova”]

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“Vi ho detto queste cose perché non vi scandalizziate. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E vi faranno ciò perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma Io vi ho detto queste cose perché quando giungerà la loro ora, vi ricordiate che ve ne ho parlato.” (Gv. XVI, 1-4), e poiché i dardi che si prevedono feriscono di meno (S. Gregorio), per questo il Signore ha prevenuto i suoi soldati affinché, contrapponendo ai dardi della persecuzione lo scudo della pazienza, non si scandalizzino quando si imbatteranno nel momento della prova. “Vi ho detto queste cose perché non vi scandalizziate”. Io, Verbo del Padre, da cui dovete prendere esempio di pazienza, parlo a voi affinché non vi scandalizziate.

Chi si scandalizza nel momento della persecuzione, con lo scandalo della sua impazienza si separa dai discepoli di Cristo: “Vi scacceranno dalle loro sinagoghe”. Infatti, dice Giovanni “I giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto il Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga” (Gv. IX, 22).

Cristo dice: “Io sono la verità” (Gv.XIV,6), chi predica la verità professa Cristo. Chi invece nella predicazione tace la verità, rinnega Cristo. “La verità genera l’odio” (Terenzio), e quindi alcuni per non cadere nell’odio di certe persone, si coprono la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, se dicessero le cose come stanno, come la stessa verità esige e come la sacra Scrittura espressamente comanda, incorrerebbero nell’odio dei carnali, e forse questi li scaccerebbero dalla loro sinagoga, siccome si regolano secondo l’esempio degli uomini, temono lo scandalo degli uomini, mentre non è lecito rinunciare alla verità per timore dello scandalo.

E infatti i discepoli dissero a Gesù: “Sai che i farisei, sentita questa parola, si sono scandalizzati? Allora Gesù rispose: “Ogni albero che non è stato piantato dal Padre mio celeste, sarà sradicato. Lasciateli perdere: sono ciechi e guide di ciechi” (Mt. XV, 12-14).

O predicatori ciechi, poiché temete lo scandalo dei ciechi, per questo cadete nella cecità dell’anima! Questi fanno con voi ciò che fa la vacca selvatica con il cacciatore. Si legge nella Storia Naturale che la vacca selvatica lancia da lontano il suo sterco contro il cacciatore che la insegue e lo colpisce: il cacciatore viene così trattenuto e ritardato, ed intanto essa fugge. Sicuramente fanno oggi così anche alcuni prelati, vacche grasse sul monte di Samaria (cf. Am. IV , 1), “vacche belle e molto grasse che pascolano in luoghi paludosi” (cf. Gen XLI, 2), le quali al cacciatore, cioè al predicatore, lanciano lo sterco delle cose temporali per sfuggire alle sue rampogne. Leggiamo infatti nell’Ecclesiastico “Il pigro sarà lapidato con sassi infangati» (Eccli. XX,1) . E il Signore dice, per bocca di Isaia: «Susciterò contro di loro i Medi», cioè dei predicatori, “che non cerchino l’argento, né bramino l’oro, affinché uccidano con le frecce i loro pargoli», cioè gli amatori del mondo con le frecce della santa predicazione (Is XIII, 17-18).

 

Omelia della Domenica fra l’ottava dell’Ascensione

 

Apparecchio alla Festa dello Spirito Santo-

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

 

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Egli è Gesù Cristo, che nell’odierno Vangelo parla ai suoi discepoli nel seguente tenore: “Quando manderò sopra di voi lo Spirito Santo, Spirito di verità, che procede dal Padre, Ei vi darà di me la più ampia testimonianza, Ei vi farà conoscere la mia Persona, la mia dottrina e la Divinità che in me si asconde. Voi, poscia, da questo Spirito illuminati nell’intelletto, infiammati nel cuore renderete di me, dell’Evangelio mio, della mia fede, testimonio fedele e costante a tutte le nazioni, fino a suggellarlo col proprio sangue”. Per disporsi a ricevere questo Spirito santificatore, promesso dal divino Maestro, si congregarono i discepoli sul monte santo di Sion, sollecitando co’ più vivi desideri, colle più fervide preghiere la sua discesa. Vogliamo ancor noi, uditori amatissimi, ricevere lo Spirito Santo che illumini le nostre menti, che infiammi i nostri cuori? Convien prepararsi, convien disporsi. Due sono le disposizioni necessarie a premettersi, e che tutte le altre racchiudono: disposizione negativa, disposizione positiva. Disposizione negativa, che consiste nell’allontanarsi dal peccato; disposizione positiva, che consiste in praticare le cristiane virtù. Io leggo ne’ santi Vangeli che lo Spirito Santo venne in forma di colomba in riva al Giordano, e si fermò sul capo del Redentore, battezzato dal suo precursore Giovanni, e questo simbolo di colomba da noi richiede la disposizione negativa; Io leggo che lo Spirito discese sopra gli Apostoli nel cenacolo in forma di fuoco, e questo simbolo esige da noi una disposizione positiva. Vediamolo.

I . Lo Spirito Santo, disceso dal cielo in forma di colomba, assunse forse la natura di volatile? E allora che venne in forma di fuoco, prese la natura di questo elemento? E quella colomba, e quel fuoco furono e sono inseparabilmente uniti alla Persona del divino Spirito? No, risponde a queste domande il grand’Agostino (Lib. 4 de Trin.), né la natura della colomba, né quella del fuoco fu unita allo Spirito Santo, né queste reali figure, formate di purissimo aere per ministero degli Angeli, furono in Lui permanenti. Ciò premesso ad istruzione de’ men colti, io dicea che la colomba, in forma della quale apparve lo Spirito del Signore, richiede da noi per riceverlo una disposizione negativa, cioè l’allontanamento dal peccato. Infatti il reale Profeta, per volare a riposarsi in seno a Dio, desiderava e chieder ali di colomba, simbolo di innocenza. “Quis dabit mihi pennas sicut columbae, et volabo, et requiescam” (Ps. LIV,7)? Il nostro divin Salvatore, in raccomandare ai suoi Apostoli e a noi l’evangelica e virtuosa semplicità, ci propone l’esempio della colomba, “estote semplices sicut columbae” (Matt. X, 16). La colomba in realtà è un augello che di sua natura abborre le immondezze e le sozzure, fugge dalle fogne, dalle cloache e dalle limacciose paludi; amante di respirar l’aria più pura suol sempre spiccare il volo sulla cima delle più alte torri, ed ha pochi eguali nella nitidezza delle sue piume. Date uno sguardo alla colomba spedita dell’arca, dal Patriarca Noè. Spiccato il volo si aggirò per gl’immensi spazi dell’aere, e non scorgendo sotto di sé che acque mortifere e galleggianti cadaveri, non trovando ove fermare il piede senza macchiarsi, fece presto ritorno in seno all’arca. Quanto fece la colomba di Noè dopo il diluvio, altrettanto si protestò che fatto avrebbe riguardo all’uomo carnale il grande Iddio, pentito d’averlo creato: “Non permanebit Spiritus meus in homine in aeternum, quia caro est” (Gen. VI, 3). L’ uomo dimentico di essere stato da me creato a mia immagine e somiglianza, dimentico della nobiltà del suo spirito, si avvilisce a riporre la sua felicità negl’immondi piaceri, nella carne, nell’opere carnali? Ah dunque non abiterà lo spirito mio in esso lui in eterno, “non permanebit spiritus meus in homine in aeternum, quia caro est”. Chiunque ha il cuore imbrattato da questo fango, attaccato a questa pece, non isperi poter ricevere lo Spirito Santo. L’uomo carnale è l’oggetto di sua necessaria ed infinita abominazione; già lo fu con sommergerlo tutto in massa nell’acque micidiali di un universale diluvio, seguirà ad esserlo fino alla consumazione de’ secoli, e in tutt’i secoli eterni. “Non permanebit spiritus meus in aeternum, quia caro est”.

Se lo spirito del Signore (dicea fin da’ suoi tempi S. Vincenzo Ferrerio, quel gran Santo che ha predicato su quest’istesso pulpito, da cui ho l’onore di parlarvi) se lo Spirito Santo discendesse un’altra volta dal cielo in forma di colomba e venisse fra noi, ditemi dove fermerebbe il suo volo, dove poserebbe il suo piede? Nelle nostre contrade? ma no; l’allontanerebbero da queste le oscene parole, le maledizioni, gli scandali, le bestemmie. Forse nelle nostre case? Ma no; in molte abita il demonio della discordia, la guerra tra marito e moglie, la lite tra padre e figlio, l’odio tra fratello e sorella, l’invidia tra congiunti e congiunti; in questo sta la mala pratica, in quella la rea amicizia; qui è la conversazione dissoluta, là la veglia scandalosa. Nelle botteghe forse e nelle officine? Ma no; Lo metterebbero in fuga le bugie, le frodi, gl’inganni, le usure. Via, troverà luogo almen nelle Chiese; né pure, anche dal luogo santo dovrebbe ritirarsi con orrore per non sentire i cicalecci, i rumori sconvenevoli, i prolungati discorsi, per non vedere gli amoreggiamenti, le occhiate libere, le sacrileghe profanazioni della santa sua casa.

Ma dunque non vi sarà luogo alcuno fra noi, ove possa discendere lo Spirito del Signore? Si, miei dilettissimi, vi sarà, e quale? Torniamo alla colomba di Noè. Questa spedita la seconda volta dall’ arca adocchiò un arboscello di verde ulivo, su quello fermò il volo, e col rostro un ramicello, con quello in bocca ritornò all’arca. Simbolo di pace è l’ulivo; e perciò la colomba (mi servirò della frase del citato S. Vincenzo), la colomba dello Spirito Santo discenderà in que’ cuori che sono in pace con Dio per la giustificante grazia; in quei cuori che vogliono far pace con Dio per mezzo di una sincera penitenza, in quei cuori che sono in pace col prossimo per vera inalterabile carità. Simbolo di misericordia è il soave liquore che produce l’ulivo; verrà di buon grado a far altresì la sua mansione in quei cuori che d’olio di misericordia sono ripieni, che di misericordia son ridondanti a pro degli afflitti, a vantaggio de’ bisognosi, a sollievo de’ miserabili.

Ed eccoci entrati nella seconda disposizione positiva che nell’esercizio consiste delle cristiane virtù, le quali da noi esige lo Spirito Santo venuto in forma di fuoco.

II. Insegna l’angelico dottor S. Tommaso (3, P. q. 39, a 7), che lo Spirito Santo prese forma di fuoco per significare gli effetti meravigliosi ch’Egli produce nell’anime nostre, purché in noi ritrovi le necessarie disposizioni. Il fuoco illumina, e lo Spirito Santo, che luce si appella, rischiara le tenebre della nostra notte. Il fuoco consuma, ed Egli consuma i nostri vizi e le colpevoli abitudini: “Deus noster ignis consumens est” (Ebr. XII, 29). Il fuoco infiamma ed Egli infiamma i nostri cuori del suo santo amore; ma la massima parte dei cristiani resiste a questo fuoco a somiglianza degl’induriti Ebrei usciti dall’Egitto. Parlò Iddio a Mosè fra mezzo alle fiamme d’un ardente roveto per dimostrare l’eccesso amor suo, intento a liberarli dal tirannico giogo del Faraone, e in una colonna di fuoco si fece loro per condurli alla terra promessa. E pur quella gente di dura cervìce, e di cuore incirconciso, fu sempre insensibile e sconoscente a così amorevoli rimostranze. Ma che cerchiam di quel popolo? Volgiamoci a noi. Gesù Cristo si dichiara esser Egli disceso dal cielo per accendere nel nostro cuore questo divin fuoco, “ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur” (Luc. XII, 49). E non ostante l’amoroso suo desiderio e l’espresso suo volere, a questo fuoco divino fa resistenza l’umana freddezza. Al fuoco elementare non resistono i più duri macigni, gli stritola in polvere, non reggono i più sodi metalli, gli fa correre liquidi. Solo la cenere gli fa resistenza, e giunge ad estinguere la sua fiamma, e a spegnere il suo calore. Or mirate, dice lo scrittore della Sapienza, se questa cenere ingrata non è il simbolo più espressivo della sconoscenza dell’uman cuore, che, dimentico di Chi lo creò, volge gli affetti suoi a tutt’altro, che al suo Fattore. “Cinis est cor eius … quoniam ignoravit qui se finxit (Sap. XV, 10, 12). Così è, miei cari, al fuoco dello Spirito Santo fa colpevole resistenza la cenere della nostra ingratitudine, quando si chiudono gli occhi a’ suoi lumi, quando si fa il sordo alle sue voci, alle sue sante ispirazioni, quando si soffocano i salutari rimorsi, che desta nella nostra coscienza per trarci a ravvedimento e a salute. Meritiamo, allora il rimprovero che S. Stefano fece ai caparbi Giudei: “Vos semper Spiritui Sancto resistitis” (Act. VII, 51).

Affinché non si rinnovi in noi, o non si confermi questa mostruosa resistenza, convien disporre, in questa già cominciata novena, convien preparare il nostro cuore, acciò lo Spirito Santo accenda del suo santo amore. Volete ch’io ve ne accenni il modo? Rammentatevi il profeta Elia, allorché per confondere i falsi profeti di Baal, e far conoscere al popolo astante che il Dio d’Israele era il vero Dio, si accinse a far discendere fuoco dal cielo per accendere e consumare un olocausto. Scelse egli dodici pietre, secondo il numero delle Tribù d’Israele, e ne formò un altare; su quello dispose le legna, e sopra la massa delle medesime collocò le parti della vittima immolata; indi per ben tre volte sparse acqua abbondevole sopra la vittima, le legna e l’altare; finalmente con fervide preghiere invocò il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, e al tempo stesso ecco cadere dal cielo un’ardentissima fiamma che divorò vittima, legna e le stesse pietre che componevano l’altare. Ecco fedeli amatissimi, ecco la norma. Acciò sopra di noi discenda il fuoco del vivificante Spirito del Signore, fa d’uopo comporre l’altare con mistiche pietre. Saranno queste le astinenze, i digiuni, la mortificazione de’ sensi, le opere di spirituale e corporale misericordia. Edificato l’altare, si devono su quello preparare le legna. Legna opportune a formar questo mistico rogo, sono le lezioni spirituali, le limosine ai poverelli, le volontarie penitenze. Su di tal rogo dobbiamo collocare la vittima. Vittima non v’è, non v’è sacrifizio a Dio più accettevole d’uno spirito contristato, d’un cuore umiliato e contrito pel dolore de’ propri peccati: “Sacrificium Deo spiritus contribulatus, cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies” ( Ps. L, 19). Su questa vittima di cuor contrito bisogna versare acqua abbondante, acqua di lacrime, acqua d’amarissima pena, lacrime che partano dall’intimo del cuor compunto, ad imitazione di S. Pietro che in questi giorni nel cenacolo, in aspettazione dello Spirito Santo, quantunque certo del perdono delle sue colpe, non cessava di piangere i suoi spergiuri; ad imitazione di S. Tommaso, che piangeva la sua incredulità; ad imitazione di tutti gli Apostoli congregati, che piangevano la loro fuga e l’abbandono del loro divino Maestro. Finalmente siccome la preghiera di Elia ottenne la prodigiosa discesa del fuoco del Signore, che consumò l’olocausto, così le nostre preghiere muoveranno il cuore di Dio a mandarci il Santo suo Spirito che in noi distrugga ogni colpa, purghi ogni macchia, dissipi ogni affetto terreno, e ci accenda del fuoco dell’eterna sua carità. Così avvenne nella Pentecoste agli Apostoli, alle pie donne, ai devoti fedeli con Maria Vergine nel cenacolo adunati. Essi tutti concordemente uniti in viva orazione e perseverante preghiera, sollecitarono l’arrivo del loro promesso Spirito del Signore che sopra ciascuno di essi si fece vedere in forma di lucidissime fiamme. “Hi omnes erant perseverantes unanimiter in oratione cum Maria matre lesu” (Act. I, 14.)

Felici noi se al termine di questa santa novena che è da Gesù Cristo istituita e a tutte l’altre ha dato il nome, si troveranno in noi le fin qui indicate disposizioni. Lo Spirito Santo verrà nelle nostre anime, e vi farà la sua mansione: co’ sette suoi doni, colla superna sua luce diraderà le tenebre del nostro intelletto, ci farà conoscere la vanità delle cose terrene, e la grandezza ed importanza delle eterne: ci renderà luminosa, convincente testimonianza della Persona, della Divinità, della dottrina e della fede di Gesù Cristo. E noi rischiarati nella mente, infiammati nel cuore, Gli daremo, ad imitazione degli Apostoli, prove e testimonianze di fedeltà, di riconoscenza coll’integrità della nostra fede, coll’osservanza della sua legge, coll’esemplarità de’ nostri costumi, coll’imitazione de’ suoi esempi, coll’esercizio delle cristiane virtù, fino a pervenire ove col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna ne’ secoli de’ secoli. Così sia.

Un uomo forte … anzi due!

Un “uomo forte”, anzi … due!

s.giuseppe.

   In questo giorno in cui festeggiamo San Giuseppe lavoratore, vogliamo rendere omaggio al grande Santo con dei passaggi di un’omelia tenuta nel 1974 da S. S. Gregorio XVII, conosciuto dal mondo ordinario come il cardinal Giuseppe Siri. Come non notare le sottili allusioni che mettono in parallelo alcuni aspetti “nascosti” della vita di questi due “Giuseppe”!

Leggiamoli insieme:

“.. il brano di San Matteo (Cap. I, 16 e segg.) appena ascoltato, riguarda S. Giuseppe, del quale oggi celebriamo la solennità, brano che va letto anche in controluce. Ed ecco come. – Il brano presenta un momento drammatico per questo giovanissimo uomo. Egli si era sposato con gli intendimenti che tutti hanno quando si sposano. Si trova d’improvviso davanti ad un fatto che in quel momento superava la sua cognizione: Maria attendeva già Gesù. Non sa come districarsi. “Giusto”, come lo dice la stessa Sacra Scrittura – e nella terminologia biblica, la parola “giusto” indica l’onestà e la santità complessiva -, non vuole guastare nulla di lei e di altri, pensa di risolvere tutto nel silenzio. È un dramma. Ma il dramma si aggrava, perché interviene l’Angelo che gli svela la verità. E la verità per lui, l’uomo Giuseppe, è questa: per tutta la vita dovrà rinunciare ai suoi diritti maritali. Questa è la parte più grave del dramma. Egli china la testa, accetta e basta. In controluce questo appare un “uomo forte”. – Gesù più tardi avrebbe detto agli Apostoli impauriti: “Non si turbi il vostro cuore e non abbia paura” (Gv XIV, 27). Non era arrivato a tempo a dirlo a Suo padre putativo, ma quel comando, il padre putativo lo aveva già messo in pratica. – Badate bene che questo carattere di fortezza continua a dominare. Si tratta di andare, come narra S. Luca (II, 2 e segg.), a Bethlemme a fare il censimento: questo avrebbe portato a far sì che la maternità di Maria si sarebbe compiuta fuori di casa. Affronta il viaggio, affronta tutto quest’uomo, con quale stile sentiremo ora. È un “uomo forte”. Quando porta in Gerusalemme la Madre e il bambino – è ancora S. Luca (II, 22 e segg.) che lo racconta – per presentare il Bambino al Tempio e per compiere la purificazione della Madre, come era prescritto dalla Legge, si sente fare dall’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento, S. Simeone, una profezia terribile: “tutto si sarebbe accanito contro di lui”. Egli non ha nulla da obiettare, china la testa, accetta. “Uomo forte”. – Viene la persecuzione di Erode, e qui è S. Matteo (II, 13 segg.) nuovamente che racconta. La persecuzione di Erode sarebbe stata terribile, lo sapevano tutti. Anche noi conosciamo molto bene questo Erode il Grande, attraverso le “Antiquitates Judaicae” di Giuseppe Flavio: ammazzava chiunque trovasse sulla sua strada e gli si opponesse; eliminò tutti i suoi parenti, tutti coloro che gli davano ombra; uccise con un calcio sua moglie; in previsione della sua morte, sei mesi dopo la nascita del Bambino e poco dopo l’ultimo suo delitto, la strage degli Innocenti, avrebbe fatto riunire nell’anfiteatro di Gerico tutti i notabili di Israele, facendoli circondare, dal sommo dell’anfiteatro stesso, dagli arcieri che avevano l’ordine di saettarli immediatamente, non appena avessero saputo che era morto, affinché quel giorno ci fosse pianto, ci fossero tanti morti che Gerico e tutto il regno fosse tutto cosparso di lacrime. Ora, Giuseppe sapeva con chi aveva da fare, lo sapevano tutti! – L’Angelo gli dice: “Parti”. Partire? Una donna e un bambino, indifesi, attraversare da soli tutto il tratto desertico che si estende a sud della pianura di Sharon, attraversare un tratto desertico che circonda il Mar Rosso, arrivare così alla terra opima e fertile perché bagnata dal Nilo; il viaggio era lungo, impervio, certo durò molto. -Quest’uomo non ha paura, affronta questo. Una donna apparentemente fragile, un bambino fragilissimo, la solitudine, il deserto, nessuna voce che rispondesse, solo le pietre: ha affrontato il viaggio ed è arrivato in Egitto. L’Egitto era allora economicamente prospero, non era difficile trovarvi lavoro, evidentemente ha lavorato. Ha affrontato questo con uno stile al quale vi rimando e del quale parlerò subito: l'”uomo forte”. – In tutta la sua vita mantenne il silenzio sulle cose che sapeva. Ebbe la capacità di tacere, e questo lo sappiamo, perché tanto S. Matteo (Mt 14, 54ss) che S. Luca (4, 14ss) ci narrano di un certo ritorno di Gesù, dopo cominciato il suo ministero evangelico, a Nazaret, e tutti si meravigliavano, non vedevano in Lui altro che il figlio del falegname, niente più. Il che voleva dire, ed era la prova provata, che in questa famiglia si era taciuto sempre la coerenza e la costanza con le quali il desiderio divino era stato assecondato: “Uomo forte”. -Per essere silenzioso fino a questo punto bisognava essere forti. -Non dimentichiamo che Nostro Signore ha voluto i più vicini a Sé “forti”, e i più vicini a Sé furono tre: Maria, che Lo accompagnò sul Calvario e non ebbe timore di dividere col Figlio nel cuore quanto Egli pativa nel corpo e nell’anima; Giuseppe, del quale stiamo parlando; il terzo, Suo cugino Giovanni il Battista, che per dire una verità contro un adultero ci lasciò la testa (quella tomba non sia una maledizione per quelli che vogliono il divorzio! Quella tomba guardatela bene!).

Gesù Cristo volle intorno a Sé degli uomini forti. – Gli Apostoli inizialmente lo furono un po’ meno, perché, in circostanze dinnanzi alle quali Giuseppe non scappò, essi scapparono tutti, dal primo all’ultimo. Due trovarono un po’ di forza per ritornare sui loro passi, ma con diverso esito, e tutti lo sappiamo. Ma tutto questo ci insegna che Iddio ama gli uomini forti, gli uomini che sanno essere dritti, che camminano secondo la direttiva della verità e non della moda o del comodo, che sanno prendere tutti gli strali che possono partire da qualunque parte pur di non rinnegare la dirittura della loro via, che è la via della verità. Dio ama costoro e ne ha bisogno perché è Lui che lo vuole. Chi può intenda! Di uomini molli ce ne sono anche troppi a questo mondo e rappresentano la ragione per cui il mondo rischia di andare a fondo. Non va a fondo per gli uomini forti, ma per gli uomini molli, deboli!”

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L’uomo forte! L’uomo che vive nascosto al mondo, che non appare nel suo ruolo da Dio assegnatogli. Solo Dio sa e conosce la forza, il coraggio di quel silenzio, della sofferenza amata, accettata senza “ma” e senza “se”. L’uomo “forte” si fida di Dio, l’uomo “forte” obbedisce senza intralciare la volontà dell’Onnipotente, l’uomo molle vuole spiegazioni, vuol capire ed avere sempre ragione! L’uomo “forte” si rifugia nella solitudine e nella sofferenza, l’uomo molle vuole la gloria del mondo, gli onori, la visibilità! Due “Giuseppe”, due uomini forti, nascosti, disprezzati, combattuti, esiliati: gli uomini “forti” che Dio ama!

Omelia della Domenica V dopo Pasqua.

Omelia della V Domenica dopo Pasqua.

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napolitana Vol. II -1851-]

preghiera

-Preghiera-

   “Qualunque grazia voi chiederete”, cosi il divin Salvatore a’ suoi discepoli, e in persona dei suoi discepoli a noi, come leggiamo nell’odierno Vangelo, “qualunque grazia voi chiederete in nome mio all’eterno mio Genitore, senza alcun dubbio voi l’otterrete, Io ne impegno la mia parola: “Amen, amen dico vobis : si quid petieritis patrem in nomine meo, dabit vobis”. Ma voi finora non avete domandato cosa alcuna, “usque modo non petistis quidquam in nomine meo”. Via su domandate, chiedete, e v’assicuro che le vostre preghiere saranno esaudite, “petite et accipietis”. In queste divine parole traluce un lampo della divina onnipotenza, e della divina bontà: dell’onnipotenza, poiché non si restringe a quello o a quell’altro genere di grazie, ma tutte le promette Chi tutte le ha in mano, si quid petieritis”; della divina bontà, che arriva perfino a lagnarsi che non le siano chieste grazie, “usque modo non petistis quidquam”. Conviene ben dire che sia grande il desiderio del Redentor nostro di farci del bene, mentre si lagna di non esser chiesto che ci faccia del bene. Al suo desiderio si aggiunge l’intenzione della nostra madre la santa Chiesa, che in questa Domenica prossima e immediata alle pubbliche solenni preghiere, che Rogazioni si appellano, ci propone il presente Vangelo per animare la nostra fiducia, e spingerci a domandare al dator di ogni bene le grazie delle quali abbisogniamo. Seguendo ora di entrambi il desiderio e lo spirito, passo a dimostrarvi la necessità, e l’efficacia della preghiera; necessità che non può esser maggiore; efficacia, che può essere più grande, se mi accordate la solita gentile vostra attenzione.

I . La necessità della preghiera va del pari colla necessità della grazia. È certo per fede che non siam capaci del minimo atto buono in ordine alla vita eterna senza il superno aiuto della divina grazia. “Sine me…”, detto è dall’incarnata verità Cristo Gesù,“sine me nihil potestis facere(Joann.XV,5). Osservate, commenta S. Agostino, che il Salvatore non dice, senza di me potete far poco, ma nulla “non ait, quia sine me parum potestis facere, sed nihil(Tract. 81, in Joann.). Siam come tralci, che uniti alla vite producono frutto, staccati da quella sono inutili sarmenti, non ad altro uso buoni, che al fuoco.

Ammessa la necessità della grazia, stabilisce la necessità della preghiera. Trovatemi un uomo, scrivea S. Girolamo contro i Pelagiani, che non abbia bisogno di grazia, ed io vi dirò che neppur abbisogna di preghiera. Iddio, secondo la dottrina de’ Santi Agostino, Tommaso, Crisostomo, Damasceno, ha determinato fin dall’eternità di dar all’anime le grazie necessarie alla loro eterna salute, non per mezzo, che per quello dell’orazione. Nella stessa guisa che la sua provvidenza à stabilito, che la terra abbondasse di frumento e di ogni altro frutto, mediante però l’opportuna coltura. Si eccettuano, soggiunge S. Agostino, due sole grazie eccitanti, che, come una pioggia volontaria, vengono in noi senza di noi, qual sono la chiamata alla fede e alla penitenza. Tutte le altre però in noi derivano non da altro canale, che dalla preghiera. Che cosa dice nell’ odierno Vangelo l’amorosissimo nostro Salvatore: domandate, e vi sarà dato “petite, et accipietis”. La grazia mia è sempre pronta, purché preceda la vostra domanda. “Petite”, ecco la condizione, “accipietis”, ecco la grazia. Volete la grazia? Adempite la condizione, senza di questa non potete sperarla. La preghiera è la chiave de’ celesti tesori; questi saran sempre chiusi per chi non adopera la chiave ad aprirli. Ed ecco il perché, soggiunge l’Apostolo S. Giacomo, siete poveri, e mancate delle grazie, che Iddio vi tien preparate, perché non vi curate di farne richiesta, “non abetis propter quod non postulatis( Joann. IV, 2). Come campan la vita i poveri mendicanti? Col chieder pane alla porta de’ facoltosi. E noi, dice S. Giovanni Crisostomo, siamo poveri pezzenti, che dobbiamo alla porta del Padre celeste, ricco in misericordia, chieder soccorso, se non vogliamo morire d’inedia.

Premurosa di nostra salvezza Cristo Signore rinnova l’avviso, “oportet semper orare, et nunquam deficere” (Luc. XVIII). Notate la forza del termine “oportet”, fa d’uopo, bisogna pregar sempre, e mai cessare dalla preghiera; perché, al dire dell’angelico S. Tommaso, la preghiera è necessaria all’anima, come al corpo il respiro. Non già che si debba in ogni momento occupare la lingua o il cuore in orazione continua, indefessa; ma l’enfatica espressione prova la necessità: il modo poi va inteso, come chi dicesse: bisogna sempre cibarsi, vale a dire a dati tempi. Per simil modo si può dire che uno preghi sempre, se in date ore costantemente si eserciti in cristiane preghiere, come appunto facea il Profeta Daniele, che in tre diverse ore del giorno avea il religioso costume di raccogliersi alle sue stanze, e far la sua orazione adorando il Dio d’Israele.

Posta ora e provata la stretta e rigorosa necessità della preghiera, quanto dovrà compiangersi la negligenza di tanti cristiani, che passano i giorni e i mesi senza raccomandarsi a Dio! È sentenza de’ Padri e teologi, che l’omissione della preghiera per un tempo notabile non va esente da colpa mortale; perciocché la preghiera è necessaria a salvarsi per i due più precisi motivi di necessità di precetto, e necessità di mezzo. Come dunque potranno sperare la loro salvezza quei che non adempiono questo precetto, quei che non adoprano questo mezzo? Quei che vanno abitualmente al riposo senza un segno di croce, e vi ritornano senza un segno di cristiano? Quei che credono di pregare masticando preci e rosari col sonno agli occhi, colla distrazione della mente, coll’allontanamento del cuore? Sono costoro in maggior pericolo di dannazione di chi affatto non prega. Chi non prega sa di esser colpevole, e questa cognizione può giovargli all’emenda; ma chi, pregando colla sua lingua, crede di pregar bene, non conoscendo la propria colpa, il suo inganno lo lusinga, lo accieca, lo rende incapace a rimedio.

II. Se tanta è la necessità della preghiera, non minore è la sua efficacia. La preghiera, dice S. Ilario, fa al cuor di Dio una dolce violenza, “Oratio pie Deo vim infert”. E d’onde prende ella mai la sua forza? Da tre capi: dalla bontà di Dio, dalla parola di Gesù Cristo, e dalla nostra cooperazione. Dalla bontà di Dio, primamente. Di questa udite come parla il nostro divin Salvatore. Se ad un padre terreno domanda pane il proprio figlioletto, invece di pane gli presenta forse una pietra? Se gli chiede un pesce, gli da forse un serpente? Se un uovo, gli porge forse uno scorpione? Se dunque voi, che siete una razza cattiva, vi sentite muovere il cuore a donare a’ vostri figli quel che vi chiedono, quanto più il Padre mio, la cui natura è bontà, accorderà alle vostre suppliche lo spirito di perseveranza se siete giusti, lo spirito di penitenza se peccatori, in somma tutte le grazie più opportune e necessarie alla vostra santificazione e salvezza? “Quanto magis Pater vester de coelo dabit spiritum bonum petentibus se”? ( Luca XI) .

In cento luoghi delle Scritture sacre si protesta il nostro buon Dio che ascolterà le nostre voci, che accoglierà le nostre istanze, che si moverà a’ nostri clamori, che aprirà le sue orecchie, che stenderà la sua destra a nostro sollievo. Eccovi un tratto, dice il re Profeta, della gran bontà del suo cuore. La sua provvidenza si estende fino ai pulcini del corvo, allorché sono da’ loro genitori abbandonati. Al veder le aperte lor bocche fameliche, al sentir le querule strida, fa che si aggiri intorno al nido una turba foltissima di moscherini, dei quali con piacer si alimentano. Sia o non sia ciò che ci narrano gl’indagatori della natura, il vero si è che essi L’invocano, ed Egli li pasce, “dat escam pullis corvorum invocantibus eum” [Psal. CXLVI,10]. Se dunque da Dio pietoso si ascoltano le voci d’ignobili animalucci, con quanta maggior bontà darà ascolto alle preghiere di noi, che siam suoi figliuoli, se Gli chiederemo il cibo vivifico della sua grazia?

Dalla parola di Gesù Cristo in secondo luogo prendono la loro efficacia le nostre preghiere. Con una specie di giuramento Ei ci assicura che qualunque grazia imploreremo in suo nome dal suo celeste Genitore, ci sarà infallibilmente concessa. “Amen, amen dico vobis, si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vabis” [Joann. XIII, 38]. Alla parola di tanta sicurezza aggiunge l’invito ch’Egli ci fa nelle più pressanti maniere di pregare, e non cessar di pregare. Domandate e vi sarà dato, “petite , et dabitur vobis”, cercate e ritroverete, “quaerite, et invenietis, battete alla porta della divina clemenza, e vi sarà aperto, “pulsate, et aperietur vobis”. Che più si desidera per esser certi che le nostre suppliche avran favorevol rescritto?

Ma le nostre preghiere, dicon certe anime timorate, sono fiacche, sono deboli, sono di niun valore. Non temete, purché partano dal vostro cuore, purché fatte in nome di Gesù Cristo saranno a Dio accettevoli e care. Le nostre preghiere si possono rassomigliare, con S. Giovanni Crisostomo, a quelle monete, delle quali parla Seneca, monete di cuoio e di legno, a’ tempi degli antichi Romani. Avvi cosa più abbietta di un pezzo di cuoio o più meschina di un pezzetto di legno? Pure, perché corredate della impronta di Numa Pompilio imperatore, avean corso e valore in tutto l’impero. Non altrimenti son miserabili le nostre preghiere, son di niun prezzo; ma fatte in nome di Gesù Cristo acquistano con questa impronta prezzo, virtù ed efficacia. Ed è perciò che la Chiesa, inerendo alle parole del Salvatore, che in suo nome saran da noi richieste le grazie, “in nomine meo”, conchiude tutte le sue orazioni, dirette all’eterno Padre, con quella nota formola : “Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum”.

La nostra cooperazione in fine si richiede per rendere a Dio accetta e a noi vantaggiosa la preghiera. Tre condizioni devono accompagnarla: l’umiltà, la fiducia, e la perseveranza. L’orazione di un’anima umile penetra i cieli, “oratio humiliantis se nubes penetrabit” (Eccli. 32, 21), e presentandosi al divino cospetto, di là non parte senza che Dio l’accolga e l’esaudisca, “et non discedet, donec Altissimus aspiciat”. Ne abbiamo l’esempio nel Pubblicano, che in fondo del Tempio, umiliato, confuso non ardiva alzar gli occhi da terra, e unendo alla preghiera la confessione di esser egli peccatore, venne esaudito e giustificato.

   All’umiltà va congiunta la fiducia. Chi pregando ha il cuor titubante, e l’animo diffidente, è simile, dice S. Giacomo, ai flutti del mare agitato da’ venti; non isperi costui di cosa alcuna dal Signore. La confidenza, miei cari, la fiducia deve animare il nostro cuore pregando. A farne conoscere l’importanza il divin Salvatore, prima di far quelle grazie prodigiose a sollievo de’ peccatori e degl’infermi, esigeva da loro questa fiducia e confidenza. “Confide, fili,” disse al paralitico “remittuntur tibi peccata tua”; “confide filia, disse all’Emorroissa; così al cieco di Gerico, così a tanti altri, alla confidenza de’ quali assegnava la causa degli ottenuti prodigi. E come possiamo temere, interroga S. Agostino, che Iddio ci neghi quel ch’egli stesso ci esorta a domandare? “Hortatur ut petas, negabit quod petis”?

La perseveranza finalmente è l’importantissima condizione per rendere efficaci le nostre preghiere. Giuditta, ispirata da Dio a liberar la sua patria, cominciò la grande impresa colla preghiera, proseguì colla preghiera, e nell’atto di troncar il capo ad Oloferne, accompagnò il colpo con fervorosissima preghiera. La Cananea, perché, non ostante le replicate ripulse, perseverò a chiedere al Salvatore la grazia per l’ossessa sua figlia, fu finalmente esaudita e consolata. Gli Apostoli nel cenacolo, perché “perseverantes in oratione”, ricevettero lo Spirito Santo. Se la nostra orazione sarà perseverante, la divina misericordia ci sarà sempre propizia. La perseveranza finale, che è la corona di tutte le grazie, sebbene non si possa meritare “de condigno”, come ha definito la Chiesa nel Concilio Tridentino, pure Iddio non la nega a chi è assiduo e perseverante in domandarla. Io vorrei, scrive fa un dotto zelantissimo autore (il Segneri), poter dar fiato ad una tromba, come quella che si farà sentire per l’universo nel giorno estremo, e gridar forte a tutti, pregate, raccomandatevi; raccomandatevi, pregate, se volete salvarvi. Altrettanto dicea e lasciò scritto S. Alfonso de Liguori: “se potessi parlare a tutt’i predicatori e confessori del mondo, vorrei dire loro: “Fate ben penetrare nella mente a nel cuore de’ vostri uditori e penitenti questa gran massima: “Chi prega si salva, e chi non prega si danna”. Udiste, fratelli amanissimi, il modo con cui si dee pregar sempre, cioè con umiltà, con fiducia, con perseveranza: mettetelo in pratica, e sarete salvi!

Omelia della IV Domenica dopo Pasqua

Omelia della domenica IV dopo Pasqua

[Del canonico G. B. Musso- Seconda edizione napolitana Vol. II -1851-]

alfa-omega

-Dio principio e fine-

“Vado ad eum qui misit me”. Sono queste le parole colle quali il Divin Redentore prese congedo dai suoi discepoli, come ci narra S. Giovanni nell’odierno sacrosanto Vangelo. “Miei cari, più poco mi resta da star con voi, venni al mondo mandato dal Padre mio, ora men vado a Lui che mi mandò, “vado ad eum, qui misit me”.

Oh se queste divine parole potessimo noi ripetere appropriate a noi stessi, in giusto senso di verità! Felici noi. “Io men vado a Colui che mi mandò: Dio è il mio principio, Dio è il mio ultimo fine, da Lui vengo, a Lui mi porto; da Lui vengo come mia prima cagione, mi porto a Lui come mio centro; da Lui vengo per via di creazione, a Lui mi porto per la via de’ suoi comandamenti”. Felici noi, lo ripeto, poiché saremo beati nel tempo e nell’eternità. Su questo pensiero io mi fermo, e per animarvi ad apprezzarlo colla mente, e a secondarlo coll’opera, passo a dimostrarvi che Dio è nostro principio, che Dio è nostro ultimo fine, e che nella cognizione di questo principio, e nel condurci direttamente a questo fine, consiste la nostra temporale ed eterna felicità. Di quanto peso sia l’argomento, e quanto debba impegnare e la vostra attenzione, e il mio e vostro interesse, voi lo conoscete, discreti ascoltanti. Diam principio.

I. “Ego sum alpha, et omega … principium et finis” (Apoc. XXII. 13). Così definisce se stesso il grande Iddio nel divino Apocalisse. Io sono di tutte le cose il principio, di tutte le cose il fine. A comprendere come Dio è nostro principio, ponderate questa proposizione. L’uomo non dà l’essere a se medesimo, perciocché dar l’essere a se medesimo involge contraddizione. Se l’uomo ha dato l’essere a se stesso, dunque esisteva, qual necessità di darsi l’essere? Se poi non esisteva, come fece a darsi l’esistenza? Esisteva adunque al tempo stesso e non esisteva, era e non era, contraddizione manifesta, assurdo madornale, riprovata dal senso comune. Or se l’uomo non può dare a sé l’esistenza, io domando, da chi egli mai l’ebbe? Ascendiamo di generazione in generazione, e arriveremo a quel primo uomo da cui cominciò l’ umana natura, cioè ad Adamo. Onde se voi mi dite che il primo uomo ebbe per padre un altro Adamo, io vi domando, e quest’altro Adamo da voi immaginato da chi ha avuto principio? Da un terzo, e questi da un quarto, e poi da un quinto, da un centesimo Adamo, e così fino all’infinito; ma questo progredire in infinito è una chimera fantastica, contraria al buon senso ed alla naturale ragione; perciocché convien ridursi a un punto fisso, ad un principio determinato. Questo punto, questo principio è il primo uomo; ma abbiamo veduto che quest’uomo da se stesso non si poté dar l’essere, dunque dovette averlo da una causa preesistente, da un principio eterno, indipendente, necessario, infinito, e questo è Dio.

Intelligenti delle cifre aritmetiche, ditemi se si può dare un numero che necessariamente non presupponga, che necessariamente non parta dal primo numero, qual è l’unità. Qualunque piccolo o grande numero necessariamente è basato sull’unità, come suo principio e fondamento; così che dall’unità comincia, e nell’unità con passo retrogrado conviene che ritorni e si fermi. Non altrimenti tutte le creature necessariamente suppongono una prima causa, un principio, da cui derivano, senza del quale non solo non sarebbero esistenti, ma né pur sarebbero possibili. Questa causa, questo principio è Dio, che da se stesso esiste, che “ab eterno” esiste, che necessariamente esiste, tolto il quale non v’è più creatura esistente, né possibilità di alcuna esistenza.

E perché di questo Dio, dite voi, non abbiamo un’idea chiara e adeguata? E di molte cose sensibili e naturali possiamo aver noi una chiara ed adeguata idea? Chi mi spiega la forza del moto, l’origine de’ venti, il modo onde l’anima è unita al corpo, e come il corpo materiale agisca sull’anima, e questa per mezzo degli organi corporei provi sensazioni or piacevoli, or dolorose, ed acquisti le necessarie nozioni a esulare i suoi moti, i suoi pensieri, i suoi voleri? Chi mi spiega la natura della luce così meravigliosa nella sua velocità, così meravigliosa nei suoi cambiamenti? Conosciamo noi la natura dell’aria, di questo fluido così terribile ne’ suoi fenomeni? Conosciamo l’essenza del fuoco così formidabile ne’ suoi effetti? Sudano i filosofi nello spiegare queste ed altre maraviglie che offre ai nostri sguardi la natura, ma un sistema di perfetto convincimento resta ancora a vedersi. Se dunque non possiamo penetrare ne’ segreti dell’ordine naturale, se di queste fisiche cose, delle quali abbiamo vista, tatto e sperienza, non siamo capaci a formarci un’idea che sia compiuta, quale presunzione sarà la nostra pretendere idee e cognizioni perfette nell’ordine soprannaturale? Uomo meschino, non può fissar gli occhi in faccia al sole, e presume fissarli in volto a Dio? Sarebbe più facile racchiudere l’oceano in un vaselletto, che avere una idea adeguata di Dio; che tra un vaselletto e l’oceano vi à certa proporzione, tra noi e Dio v’è una infinita distanza. A finirla, se di Dio potessimo avere una compiuta idea, una delle due: o Dio cesserebbe d’ essere Dio, o l’uomo sarebbe un altro Dio.

Basta che di Dio possiamo avere, come abbiamo di fatto, una cognizione, un’idea proporzionata alla limitata nostra capacità, un’idea giusta, veritiera secondo la retta ragione, e, senza paragone di più, secondo i lumi della rivelazione e della fede. E quale idea più elevata e più sublime di quella che Dio medesimo ci diede della sua esistenza? “Ego sum, qui sum” [Esod. III, 14] disse a Mosè dal misterioso roveto. Io sono quel che sono, vale a dire l’ essere per essenza, la pienezza dell’essere, il principio di ogni essere, l’ unico e solo che esiste per sua propria natura, ed ogni altro essere non si può dire che esista, mentre da Lui dipende e nella sua origine, e nella sua conservazione, così che tolta una, cessata l’altra, cessa la sua esistenza.

Ecco, o fedeli, la Causa prima, unica, eterna da cui discendiamo. Siam creature d’uno Dio, che colla sua onnipotenza ci trasse dal nulla.“Unus est altissimus creator omnipotens” [Eccl. I, 8]. Egli è d’ogni cosa il principio, e d’ogni cosa termine e fine. “Principium et finis, primus et novissimus. In questa cognizione ammessa e tenuta per fede, dice lo scrittore del libro della Sapienza, sta la nostra giustificazione. “Nosse te consummata iustitia est” [Sap. 15, 3]. Ma questa cognizione esser non dee di puro intelletto, sterile, inefficace, ma una cognizione che muova la volontà, che ci porti a Dio per la via della giustizia, per la strada de’ suoi comandamenti, se vogliamo essere felici nel tempo e nell’eternità.

II. Il cuore dell’uomo per naturale necessaria pendenza è portato a cercare la propria felicità; onde come l’ acqua corre al declive, come la pietra tende al centro, per simil modo il cuore dell’uomo è sempre in moto, e sempre in cerca d’un bene, ove crede trovare la sua pace, il riposo, la sua felicità. Questa quiete, questa felicità non può trovarsi che in Dio sommo ed unico bene; ma siccome la bontà, come parlano i teologi, è di se stessa diffusiva, così Iddio, Fonte inesausto d’ogni bene sparge varie stille di bene nelle sue creature, in alcune la bellezza, in altre il gusto, in queste il comodo, in quelle il vantaggio; così l’uomo, allettato da queste stille, abbandona sovente il fonte da cui derivano, quel fonte che solo può spegnere la sete dell’uman cuore, che è Dio, fonte d’acqua viva che sale in vita eterna. Avviene allora, all’uomo ingannato, d’incontrare la mala sorte d’una incauta farfalla, che si aggira intorno al lume sedotta dal suo splendore; uomo deluso, dice lo Spirito Santo, simile ai pesci ingannati dall’esca lusinghiera, simile agli augelletti allettati dal pascolo insidiosamente esposto dal cacciatore.

Convien distinguersi. Il nostro cuore è fatto per Dio; se fuor di Dio cerca il suo bene, in pratica resterà convinto che lo cerca dove non è, o che è un bene d’apparenza ingannevole, che non può fare il cuor contento, anzi il più delle volte un bene avvelenato, che affligge l’animo, e cagiona la morte.

Chi più d’un Salomone gustò i piaceri di questa vita, le delizie di questa terra? In quarant’anni di regno pacifico accumulò ricchezze immense, oltre le ereditate del suo padre Davidde. La sua sapienza fu superiore a tutti i saggi del mondo che erano e che saranno; fu in altissima stima presso tutt’i popoli nazionali e stranieri, e nel colmo degli onori, e nell’apice della grandezza non negò a’ suoi sensi alcun piacere, né sfogo alcuno alle sue passioni. Lo confessò egli stesso: “Omnia quae desideraverunt oculi mei non negavi eis, nec prohibui cor meum, quin omni voluptate frueretur” (Eccl. II, 10) . Questo grand’uomo adunque, questo gran re sarà arrivato al sommo grado della felicità, sarà stato pienamente, perfettamente contento. Per chiarircene, andiamo a trovarlo nel regio suo gabinetto. Osservate com’è tutto occupato da torbidi pensieri, come serio nel volto, come inquieto nell’animo, udite ciò che pronunzia: “La vita mi è di tedio e di peso”, taedet me vitae meae (Eccl. II, 17). Leggete ciò che scrive delle sue grandezze e dei suoi goduti piaceri, “vanitas vanitatum, universa vanitas et afflictio spiritus” (Eccl. I, 14), tutto è vanità, non basta, è vanità di vanità, non basta ancora, è afflizione di spirito.

Cosi è, così sarà; un cuore che non è con Dio è fuori dell’ordine da Dio stabilito, e un pesce fuor dell’acqua, e un osso fuor della propria giuntura, in istato di penosa violenza. Signore, il nostro cuore 1’avete fatto per voi, e sarà sempre inquieto finché in voi non riposi. “Fecisti nos, Domine, ad te, et irrequietum est cor nostrum donec requiescat in te.” Lasciò scritta questa grave sentenza l’ingegno più acuto che vanti la Chiesa, un uomo, che, oltre l’impareggiabile talento, ebbe trentatré anni di esperienza: Desso è S. Agostino, che passò di accademia in accademia, di setta in setta per trovare la verità che lo convincesse, passò di piacere in piacere, lecito illecito, per trovare la pace del proprio cuore, ma vane furono le sue ricerche; finalmente e la verità e la pace trovò in abbracciare la fede di Gesù Cristo che è la via, la verità e la vita, via a conseguire la pace, verità a mantenerla, vita a goderne nel tempo e nell’eternità.

Questa pace, che cercano e trovano in Dio le anime giuste, oltr’esser la vera, essa anche è stabile permanente; perciocché, soggiunge il citato Agostino, siccome ha per oggetto un bene immutabile qual è Dio, così non è soggetta a disgustose vicissitudini. Chi ripone il suo contento in qualche bene di terra, al mancare questo convien che cessi ancor quello, ma chi lo mette in Dio, essendo eterno l’oggetto, sarà invariabile il suo godimento. “Vir habere gaudium sempiternum? Adhaere illi, qui sempiternus est.” Ripetiamolo ancor una volta, “fecisti nos, Domine ad te”. Il nostro cuore è fatto per Dio, fatto per godere Dio, e perciò niun bene creato può appagarlo. Che mai sono i beni dì quaggiù? Onori, ricchezze, piaceri, ma gli onori son fumo, le ricchezze son terra, i piaceri son fango. Come dunque volete che l’anima nostra, nobilissimo spirito, fatto ad immagine di Dio, nel pascersi di fumo, di terra, di fango, trovi la propria felicità?

Me ne appello alla vostra esperienza. Quanto vi costa un piacere proibito, un’illecita soddisfazione; quanto vi tiranneggia una malnata passione; quante gelosie, quanti sospetti, quanti timori che non si scopra quell’amicizia, che non venga alla luce quel furto, quel delitto, quel fallo ignominioso? Se voi trovate la pace e la felicità nel peccato, e perché temete che il vostro peccato si sveli? Perché cercate le tenebre, perché raccomandate il segreto, perche vi copre di confusione il solo spavento che giunga all’altrui notizia? Accordate la pace del vostro cuore con tante apprensioni, con tanti timori, con tanti palpiti, con tanti affanni. Eh via che per i malvagi non v’è pace, non vi sarà mai pace, non può esservi pace. Lo dice Colui che ha fatto il cuore di tutti, lo dice Colui che vede il cuore in seno a tutti, lo dice Iddio: “Non est pax impiis, dicit Dominus Deus” (Isaia LVII, 21).

Conchiudiamo, miei cari. Se vogliamo esser felici di una felicità cominciata su questa terra e poi consumata e perfetta lassù nel cielo, con vivezza di fede riconosciamo Dio per nostro principio, con purità di cuore portiamoci a Dio come nostro ultimo fine. Viviamo ed operiamo in modo da poter dire in vita: Dio è mio principio, da Lui venni per creazione, e a Lui mi porto per la via de’ suoi precetti “vado ad eum, qui misit me”, e da poter ripetere in morte con dolce e fondata speranza, “vado ad eum qui misit me”.

Il piccolo numero di coloro che si salvano

“Il piccolo numero di coloro che si salvano”

famoso sermone di San Leonardo da Porto Maurizio

giudiz.univ. giotto. part.

GIOTTO di Bondone “Giudizio universale” (particolare) 1306 D.C. affresco, Cappella Scrovegni, Padova.

San Leonardo da Porto Maurizio è stato uno dei più grandi missionari nella storia della Chiesa, ed uno dei più grandi predicatori di missioni popolari. I suoi 44 anni di ministero apostolico si svolsero percorrendo instancabilmente tutta l’Italia.

san leonardo

Così brillante e santa era la sua eloquenza, che nella stessa Roma, presso Piazza Navona, nel corso una missione di due settimane, San Leonardo tenne une predica alla quale assistette nientemeno che S.S. Benedetto XV con tutto il collegio cardinalizio. La sua predicazione era infatti estremamente efficace. L’Immacolata Concezione della Beata Vergine, l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione del Sacro Cuore di Gesù erano le sue principali crociate o, per così dire, i suoi cavalli di battaglia. Egli è stato in un certo qual modo il precursore e propugnatore della definizione del Dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato poco più di un centinaio di anni dopo la sua morte. Ci ha anche lasciato la “divina lode”, che si recita alla fine della solenne Benedizione Eucaristica. Ma l’attività più famosa di San Leonardo scaturiva dalla sua devozione per le Stazioni della Via Crucis. È morto di una morte Santissima nel suo settantacinquesimo anno di vita, dopo ventiquattro anni di predicazione ininterrotta.

Egli usava dire: “I miei sermoni sono basati non su belle parole, ma su belle verità”! Io mi servirò solo di parole semplici, familiari, per essere compreso dai più zotici e dai più bifolchi, senza pur tuttavia tralasciare i più intelligenti”.

Il suo instancabile compagno, il frate Giacomo di Firenze, gli consigliò un giorno di cambiare i suoi temi nel sermone poiché, egli asseriva, facendo sempre gli stessi sermoni, non si sarebbero ottenuti i frutti che si potevano invece ottenere variandoli. Il Santo rispose con questo efficace argomento: “Fallo tu!, così sarai un piccolo dotto presuntuoso alla ricerca della gloria del mondo e non di quella di Dio”! Evidentemente è così che ragionano i santi.

Con due o tre compagni, a piedi, senza scarpe, bastone alla mano, San Leonardo percorse tutta l’Italia centrale fino a Napoli e quasi tutta l’Italia del nord. Ovunque si fermasse, provocava sempre un afflusso straordinario di gente. Fin dai primi sermoni, ogni chiesa si rivelava troppo piccola per la folla che accorreva, e quindi non gli restava che parlare nelle pubbliche piazze che si riempivano all’inverosimile, gremite fin sui tetti. Una volta conclusi i sermoni, i confessionali venivano assediati, ed il santo missionario, apparentemente senza fatica, confessava per ore, giorno e notte, con il coraggio di un soldato che rifiuta di abbandonare il campo di battaglia fino a quando non abbia ottenuto una vittoria completa, e senza dimenticare che, dopo la battaglia, resta ancora da inseguire il nemico!

“Contro l’inferno, diceva, abbiate la spada in pugno … siate pronti a combattere l’inferno fino all’ultimo respiro”. Papa Benedetto XV lo chiamava “Il grande procacciatore del paradiso”.

Figura apostolica celebre e molto popolare, San Leonardo è il patrono delle missioni popolari; qual è la ragione di questo patronato? Egli compiva completamente ciò che comanda il Codice di diritto Canonico (CJC 1917) al Canone 1347: Can. 1347. §1. In sacris concionibus exponenda in primis sunt quae fideles credere et facere ad salutem oportet.

  • 2. Divini verbi praecones abstineant profanis aut abstrusis argumentis communem audientium captum excedentibus; et evangelicum ministerium non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, non in profano inanis et ambitiosae eloquentiae apparatu et lenocinio, sed in ostensione spiritus et virtutis exerceant, non semetipsos, sed Christum crucifixum praedicantes.

[.1- La sacra predicazione dovrà esporre prima di tutto ciò che i fedeli devono credere e praticare per salvarsi! 2- I predicatori della parola divina devono astenersi dal trattare affari profani, soggetti astratti che oltrepassino la capacità ordinaria degli ascoltatori, essi devono esercitare il loro ministero evangelico non attraverso ragionamenti persuasivi, di eloquenza umana, né attraverso un apparato profano o con la seduzione di una vana ed ambiziosa eloquenza, ma mostrandosi nella loro predicazione pieni dello spirito e della virtù di Dio, non predicando se stessi, ma Cristo crocifisso.]

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Uno dei più famosi sermoni di San Leonardo da Porto Maurizio è stato indubbiamente “Il piccolo numero di coloro che si salvano.” Su di esso egli faceva affidamento per la conversione dei grandi peccatori. Questo sermone, come altri suoi scritti, è stato sottoposto all’esame canonico durante il suo processo di canonizzazione. In esso egli recensisce primariamente i vari Stati di vita dei Cristiani per concludere poi con: “il piccolo numero di coloro che si salvano, in relazione alla totalità degli uomini”.

Il lettore che mediterà su questo testo di notevole importanza, potrà verificare la solidità delle sue argomentazioni, che gli hanno valso l’approvazione della Chiesa. Ecco il discorso vibrante e commovente del grande missionario.

Il piccolo numero di coloro che si salvano

[Da: Opere complete di S. Leonardo da Porto Maurizio Missionario apostolico, Minore riformato del Ritiro di San Bonaventura in Roma riprodotte con alcuni scritti inediti in occasione della sua canonizzazione, vol. III (Prediche quaresimali), Venezia 1868, pag. 314-327.]

PREDICA VIGESIMAQUARTA

MARTEDÌ DOPO LA QUARTA DOMENICA di Quaresima

DEL PICCOLO NUMERO DEGLI ELETTI.

salvati

– De turba autem multi crediderunt in eum. – [Joann. VI]
  1. Lode sia all’Altissimo; non è poi sì scarso il numero dei seguaci del Redentore, che ne debba tripudiar con tanto di gioia la malignità degli scribi e farisei. Per quanto si studiassero di calunniar l’innocenza, e con avvelenati sofismi procurassero d’ingannare le turbe screditando e la di Lui dottrina e la di Lui santità, fingendo le macchie perfin nel sole, non lasciarono perciò moltissimi di riconoscere al riverbero di tanta luce la divinità del vero Messia; anzi ad onta di chi con maligne imposture voleva oscurarne gli splendori, senza tema alcuna o di minacce, o di castighi, si gettarono palesemente al partito di Lui: de turba autem multi crediderunt in eum. [1] Se poi tutti quelli che furono del numero de’ seguaci di Cristo fossero altresì del numero dei comprensori [= beati, n.d.r.] con Cristo: oh qui sì che ammutolisco per riverenza di sì alto mistero, e adoro gli abissi di Dio con silenzio, piuttosto che decidere un sì gran punto con temerità. Grande argomento è quello che si deve trattar questa mane! argomento di sì alta importanza, che fe’ tremare le colonne principali di santa Chiesa, ricolmò d’orrore i più gran santi, e riempì di anacoreti i deserti; un argomento sì terribile, in cui si ha a decidere quel gran dubbio, se sia maggiore il numero dei cristiani che salvansi, o il numero dei cristiani che vanno dannati, servirà, cred’io, di pungolo ai vostri cuori per stimolarli a temere una volta i giudizî di Dio. Miei cari uditori, per l’amore tenerissimo che a voi porto, bramerei consolare i vostri timori con pronostici di felicità, dicendo a ciascheduno di voi: allegramente, il paradiso è vostro, la maggior parte dei cristiani si salvano, vi salverete ancor voi. Ma come posso io recarvi così dolce conforto, se voi, nemici giurati di voi medesimi, vi ribellate ai disegni di Dio? Io scorgo in Dio un desiderio vivo di salvarvi, e scorgo in voi una propensione somma a dannarvi; che farò dunque questa mane? Se parlo chiaro, disgusto voi; se non parlo, disgusto Iddio; facciamo così: dividerò l’argomento in due punti. Nel primo per atterrir voi solamente lascierò decidere il punto dai teologi e santi padri, cioè che dei cristiani adulti la maggior parte si dannano; mentre io, adorando taciturno l’altezza del mistero, terrò nascosto il mio proprio sentimento. Nel secondo deciderò apertamente per difendere dalle censure dei libertini la bontà del mio Dio: cioè chiunque si danna per sua schietta malizia si danna, perché si vuol dannare. Ecco dunque due importantissime verità. De’ cristiani adulti la maggior parte si danna: ecco la prima. Chiunque si danna, per sua schietta malizia si danna: ecco la seconda. Se rimanete atterriti dalla prima, non vi lamentate di me, quasi che vi voglia stringere la via del paradiso: sarebbe questa una nera calunnia, mentre ho protestato di voler essere neutrale, e passarmela con rigoroso silenzio; lamentatevi di quei teologi, di quei santi padri, che a forza di vive ragioni ve lo imprimeranno nel cuore. Se rimarrete disingannati dalla seconda, ringrazierete Iddio, che con tanti mezzi altro finalmente non vuole che una resa totale de’ vostri cuori. Se poi in ultimo mi sforzerete a dir chiaro il mio proprio parere, lo dirò, e sarà di vostra somma consolazione. Incominciamo.
  2. Non è curiosità, è cautela il ventilarsi da’ pergami certe verità, che servono a maraviglia per reprimere la insolenza de’ libertini, che, riempiendosi tuttodì la bocca di misericordia di Dio più che grande, di conversione facile, di speranza sicura, vivono poi immersi sino agli occhi nelle iniquità, e dormono agiatamente con gran sicurezza in mezzo alla via della loro perdizione. A risvegliar dunque costoro e a disingannarli, si discuterà questa mane il gran dubbio, se sia maggiore il numero dei cristiani che salvansi, o il numero dei cristiani che vanno dannati. Anime buone, ritiratevi, la disputa non è per voi, tutta è ordinata ad imbrigliar l’orgoglio dei licenziosi, che, sbandito dal mondo il santo timor di Dio, hanno fatto lega col demonio, che, al parer d’Eusebio, con assicurare le anime, le manda alla perdizione: “immittit securitatem, ut immittat perditionem” [2]. Per scioglier dunque il dubbio proposto, schierate in bella ordinanza da una parte tutti i santi padri sì greci, come latini, dall’altra tutti i teologi di maggior sapere, tutti gl’istorici di maggior erudizione, e nel bel mezzo ponetevi la Bibbia sacra esposta agli occhi di tutti. Or qui attendete, non a ciò che son per dir io, che già ho protestato e di bel nuovo protesto non voler decidere, anzi di voler essere mutolo affatto; ma attendete a quel tanto che sono per dirvi quelle anime grandi, che nella Chiesa di Dio servono come di fanali per far lume agli altri; acciocché non isbaglino la via del paradiso, affinché con la loro guida al lume della fede, dell’autorità e della ragione, rimanga sciolto compitamente un sì gran dubbio. Avvertite però, che non cade il discorso sulla gran massa di tutto l’uman genere, né s’intende parlare di tutti i cristiani cattolici alla rinfusa, ma solo de’ cattolici adulti, che con la libertà dell’arbitrio sono capaci di cooperare al grande affare dell’eterna salute. Date pure la precedenza ai teologi, che hanno per proprio di esaminare le cose più per sottile, e di non esagerare insegnando. Ecco che si fanno innanzi due eminentissimi porporati, il Gaetano e il Bellarmino, spalleggiati dal dottissimo Abulense, i quali concordemente votano contro dei libertini, e dicono aperto il loro parere, cioè che de’ cristiani adulti la maggior parte si dannano. Ed oh avessi tempo di porvi sotto gli occhi i loro motivi e fondamenti e ragioni, quanto ne rimarreste convinti! Ve ne accerta però in mia vece il Suarez, che dopo averli consultati tutti, dopo avere esaminato tutto, ci lasciò scritto: “communior sententia tenet ex christianis plures esse reprobos, quam praedestinatos” [3]. Tant’è, fra’ teologi corre per sentenza più comune, che dei cristiani adulti i più vanno dannati. Se poi ai sentimenti dei teologi volete accoppiata l’autorità dei padri sì greci, come latini, li troverete quasi tutti uniformi. Così sentirono un s. Teodoro, un s. Basilio, un s. Efrem, un s. Giovanni Grisostomo; anzi fra questi padri greci fu comune opinione, al riferir del Baronio, che di questa verità ne avesse espressa rivelazione s. Simeone Stilita; che però per assicurare sempre più l’affare importantissimo della sua eterna salute, si risolvesse a vivere per quarant’anni continui su quella prodigiosa colonna sempre in piè esposto a tutte le intemperie delle stagioni, divenuto agli occhi di tutti un insigne modello sì di santità, come di penitenza. Chiamate adesso a consulta i padri latini, e sentirete un s. Gregorio, che chiaramente decide: “ad fidem plures perveniunt, ad regnum coeleste pauci perducuntur”; [4] a cui fa eco s. Anselmo: “ut videtur, pauci sunt qui salvantur”, [5] e con più chiara espressione conchiude s. Agostino: “pauci ergo qui salvantur in comparatione multorum perituro rum”. [6] Il maggiore spavento però ce lo porge s. Girolamo, che, ridotto all’estremo di sua vita, in presenza dei suoi discepoli proferì quella orribilissima sentenza: “vix de centum millibus, quorum mala fuit semper vita, meretur habere indulgentiam unus”. [7] Di centomila cristiani vissuti sempre male, appena uno si salva.

III. Ma a che servono le opinioni dei padri e dei teologi, se dalla sacra Scrittura, che teniamo aperta innanzi agli occhi, si deduce chiara la risoluzione di sì gran dubbio? Voltate su e giù ambedue i Testamenti vecchio e nuovo, e li troverete ripieni di figure, di simboli, di parabole, che ci esprimono al vivo questa rilevantissima verità, che pochi, anzi pochissimi, si salvano. Al tempo di Noè tutto il genere umano restò affogato nel diluvio, e solo otto persone si salvarono nell’arca: quest’arca, dice s. Pietro nella sua epistola, fu figura della Chiesa: e quell’essersi salvate solo otto persone, ripiglia s. Agostino, significa che pochissimi cristiani si salvano, perché pochissimi sono quelli che confermino coi fatti quella rinunzia che fecero nel battesimo con le parole; “qui saeculo solis verbis, non factis renunciant, non pertinent ad hujus arcae mysterium”. [8] Seguitate a leggere, e poi dite che lo stesso volle significare quell’essere entrati nella terra di promissione due soli di quasi due milioni d’ebrei, che vi s’incamminarono dopo l’uscita dall’Egitto; quell’essersi salvati soli quattro dall’incendio di Sodoma e delle altre città nefande; quel raccogliersi assai più paglia dei reprobi da gettarsi nel fuoco, da quel che si raccolga frumento d’eletti da riporsi nei granai. E chi la finirebbe mai, se si avessero ad esaminar tutte le figure, delle quali abbonda la sacra Scrittura in conferma di questa verità? Eh via… che a noi deve bastare l’oracolo vivo della incarnata Sapienza. Che risposta diede il Redentore a quel curioso del Vangelo, che lo interrogò: “Domine, si pauci sunt, qui salvantur?” Signore, sono pochi o molti quei che si salvano? Che rispose? Forse tacque? Rispose titubando? Dissimulò per non atterrire? Mi maraviglio, rispose apertissimamente, e interrogato da un solo volse il suo dire a tutti quanti erano ivi presenti: Di che mi ricercate voi? Se siano pochi o molti quei che si salvano? Ecco quel che vi dico: sforzatevi d’entrare per la porta stretta, perché in verità vi assicuro che molti procureranno d’entrarvi, eppure non vi potranno entrare, mentre si contenteranno di una diligenza mediocre, e per entrar in paradiso vi vuole uno sforzo grande. “Domine, si pauci sunt, qui salvantur? Ipse autem dixit ad illos: contendite intrare per angustam portam, quia multi, dico vobis, quaerent intrare, et non poterunt” [9]. Chi è qui che parla? Forse un teologo che specula, un dottore che formalizza? No, no; è il Figlio di Dio, è la stessa eterna Verità, che in altra occasione disse anche più chiaro: “multi sunt vocati, pauci vero electi” [10]. Non disse: “omnes sunt vocati”, rinchiudendovi tutti gli uomini, e che di tutti gli uomini sono pochi eletti; no, ma disse: “multi sunt vocati”, cioè, come spiega s. Gregorio, tra tutti gli uomini molti sono i chiamati alla vera fede, molti sono i cristiani cattolici, e di questi pochi sono gli eletti, pochi si salvano. Lamentatevi adesso di me, che vi stringo la strada del paradiso, mentre io mi sono protestato di non voler neppure aprir bocca. Queste, popolo caro, sono pur parole di Gesù Cristo? sono pur chiare? sono pur vere? Or ditemi adesso, si può aver fede in cuore questa mane, e non tremare per il grande orrore?….

  1. Ah… tardi mi avveggo, che il parlare così alla rinfusa di tutti è uno scoppio senza palla. Stringiamo l’argomento al diverso stato d’ognuno, e toccherete con mano esser d’uopo o rinunziare alla ragione, all’esperienza, al senso comune dei fedeli, o confessare che dei cattolici i più vanno dannati. E però ditemi in grazia, v’è stato nel mondo più favorevole all’innocenza, più idoneo alla salute, più in credito di bontà di quello dei sacerdoti, che sono i luogotenenti di Dio? Or chi non presumerebbe senz’altro i più di loro essere gli ottimi, che non i buoni? Eppure odo non senza orrore lagnarsi un Girolamo, che essendo il mondo pienissimo di sacerdoti, ve n’è però tal carestia, che appena uno tra cento si troverà che sia buon sacerdote; odo un servo di Dio attestare di avere inteso per rivelazione a sé fattane, esser tanti i sacerdoti che giornalmente precipitano nel baratro dell’inferno, che non gli parea possibile restarne altrettanti nel mondo; odo il Grisostomo, che in vedere sì poca esemplarità di vita nei sacerdoti, il tutto conferma con le lagrime agli occhi, dicendo che i più vanno perduti: “non arbitror inter sacerdotes multos esse, qui salvi fiant, sed multo plures, qui pereant”. [11] E se volete maggiormente raccapricciarvi per l’orrore, sollevate gli occhi più in alto, e poi ditemi: dei principi, prelati di santa Chiesa, e curati d’anime sono i più quelli che si salvano, o quelli che si dannano? Io son mutolo, non parlo; il Cantipratense vi racconterà un fatto, toccherà a voi dedurne le conseguenze. Si radunò un sinodo in Parigi con l’intervento di molti prelati e curati d’anime, assistiti per maggior pompa e decoro dalla presenza del re e dei principi di quella dominante. Fu invitato a sermoneggiare in questo sinodo un famosissimo predicatore, e mentre studiava la materia del suo discorso, gli comparve uno spaventoso demonio, e gli disse: eh via, metti da parte tanti libri; vuoi tu fare una predica fruttuosissima a questi principi, prelati e curati di anime? Lascia pur tutto il resto, e porta loro solamente una imbasciata da parte di noi altri diavoli dell’inferno, e di’ loro così, come in persona nostra: noi principi delle tenebre rendiamo infinite grazie a voi, principi, prelati e curati d’anime delle chiese, mentre per vostra negligenza la maggior parte dei fedeli si dannano; che però ci riserbiamo a rendervi il contraccambio di sì gran favore, quando vi troverete con esso noi nel nostro inferno. Guai a voi, che presiedete agli altri, guai a voi! Se per causa vostra tanti si dannano, di voi che sarà? Or se di questi, che sono i luminari di prima grandezza nella Chiesa di Dio, tanto pochi si salvano, di voi che sarà? Fate pure un fascio di tutte le sorta di persone di ogni sesso, di ogni stato, di ogni condizione, dei coniugati, liberi, maritate, vedove, fanciulle, soldati, mercanti, artefici, bottegai, contadini, ricchi, poveri, nobili, plebei; di tanta gente, che per altro vive sì male, qual giudizio faremo noi? A me nol chiedete; non ho cuore, me ne sto taciturno ammirando i giudizî di Dio. San Vincenzo Ferreri vi chiarirà con un fatto. Riferisce dunque il santo, qualmente un arcidiacono di Lione di Francia, rinunziò la sua dignità, e per zelo dell’anima sua ritirossi a far penitenza in un deserto. Spirò lo stesso dì ed ora, in cui morì san Bernardo, ed apparendo poscia al suo prelato gli disse: Monsignore, sappiate che nella stessa ora, in cui io spirai morirono trentamila persone; di questi l’abbate Bernardo ed io salimmo al cielo senza dilazione alcuna, tre al purgatorio, e tutte le altre ventinovemila novecento novantacinque precipitarono all’inferno. Anche più spaventoso è il caso che si registra nelle nostre cronache. Predicando in Alemagna un nostro religioso insigne per santità e dottrina, esagerò sulla deformità dei peccati disonesti con tanta veemenza di spirito, che una donna dell’uditorio cadde svenuta per il gran dolore a vista di tutti, e ritornata in sé, disse: Quando fui presentata al tribunale di Dio vi concorsero pure da varie parti del mondo sessantamila persone, delle quali si salvarono tre, che andarono in purgatorio, e tutto il resto dannossi! Di trentamila soli cinque si salvano, di sessantamila soli tre vanno in luogo di salute; eh, peccatori fratelli, voi che mi udite, di qual numero sarete voi? che dite? che pensate?…
  2. Già mi avveggo che per la maggior parte abbassate il capo, e stupidi per l’orrore ve ne rimanete attoniti, sorpresi da un’alta maraviglia. Eh via, deponete lo stupore, e lasciamo ormai, cari uditori, di adulare il nostro rischio, ma bensì procuriamo di trar qualche vantaggio dal nostro timore. Siete voi ragionevoli? eccovi dunque chiariti dalla ragione. Non è vero che due sono le vie che conducono al santo paradiso, cioè la via della innocenza e la via della penitenza? Or se io vi dimostrerò che pochissimi camminano per una delle due strade, voi da quei ragionevoli che siete, dedurrete subito che pochissimi si salvano. E per venire alle prove, qual’età, qual impiego, qual grado mi troverete voi, nel quale il numero dei cattivi non sopravvanzi con proporzione di cento ad uno quello dei buoni, ed a cui non quadri l’opinione di Biante: “Rari boni, pravi plurimi?” Ormai può dirsi del nostro tempo ciò che diceva Salviano del suo: essere più facile trovar un numero senza numero di persone colpevoli e immerse in ogni sorta d’iniquità, che rinvenirne pochissime innocenti. Quanti pochi vi sono tra i servitori, che siano netti di mano e fedeli nei loro uffici! quanti pochi tra i bottegai discreti e giusti nelle loro vendite! quanti pochi artigiani puntuali e veridici nelle loro opere! quanti pochi tra i mercanti disinteressati e sinceri nei loro traffichi! quanti pochi curiali, che non tradiscano l’equità! soldati che non calpestino l’innocenza! padroni che non ritengano le mercedi! potenti che non soverchino gl’inferiori! “Rari boni, pravi plurimi”. Chi non vede che è tanto universale ormai la sfrenatezza nei giovani, la malizia negli adulti, la libertà nelle fanciulle, la vanità nelle donne, nella nobiltà la licenza, nella cittadinanza la corruttela, nella plebe la dissoluzione, nella povertà l’impudenza, che, come Davidde disse dei tempi suoi, quei pochissimi che vivono bene tra la moltitudine dei malviventi non compariscono, come se al mondo non ve ne fosse pur uno? Omnes declinaverunt, non est qui faciat bonum, non est usque ad unum”. [12] Eccoci giunti pur troppo a quella universale inondazione dei vizî profetizzata da Osea: “maledictum, et mendacium, et furtum, et adulterium inundaverunt”. [13] Scorrete le piazze e le strade, i fondachi e le officine, i palazzi e le case, i quartieri ed i campi, i tribunali e le corti, i tempî stessi di Dio; dove mai troverete più un palmo di netto? Ahimè, dice Salviano, ora mai non si può più reggere alla gran piena di bestemmie e di spergiuri, di uccisioni e di rancori, di oppressioni e di rapine, di crapule e di adulterî, di scandali e di ateismi, che allagano dappertutto: “praeter paucissimos qui mala fugiunt, quid est aliud christianorum coetus, quam sentina vitiorum?” [14] Tutto è interesse, tutto è ambizione, tutto golosità, tutto lusso; dalle sole sozzure della disonestà forse non è ammorbata la maggior parte degli uomini? Dunque non è verissimo il sentimento di s. Giovanni, che il mondo, se pur si può chiamare mondo quello che è la stessa immondezza, tutto arde di questa febbre maligna, tutto divampa: “mundus totus in maligno positus est?” [15] Non mi tacciate, se così è; non sono io che parlo, non sono io che vel dico, è la ragione che vi violenta a credere che di tanta gente che vive sì male, pochi, anzi pochissimi si salvano.
  3. Ma la penitenza, mi dite voi, non può riparar con vantaggio le perdite della innocenza? Sì che il può; ma io so ancora che è sì difficile in pratica, e sì disusata, o sì abusata tra’ peccatori la penitenza, che basta questo a convincerci essere ben pochi quei che si salvano per questa strada. Ed oh che strada scoscesa, angusta, spinosa, orrida a rimirarsi, aspra a salirsi, dolorosa a calcarsi, segnata per tutto d’orme sanguigne, di tronche membra, di funeste memorie! quanti si smarriscono in solo vederla! quanti si ritraggono nel principio! quanti vengono meno nel mezzo! quanti abbandonansi miseramente sul fine, e quanti pochi sono quelli che con santa perseveranza la tengono fino alla morte! È un gran dire quello di Ambrogio, di aver trovato più facilmente chi abbia serbata l’innocenza in tutto il tempo di sua vita, che chi vissuto malvagio abbia poi fatta de’ suoi peccati penitenza condegna: “facilius inveni qui innocentiam servaverint, quam qui congruam poenitentiam egerint”. [16] Che se considerate la Penitenza qual sacramento, oh Dio! quante confessioni dimezzate! quante narrazioni istoriche! quante apologie studiate! quanti pentimenti bugiardi! quante promesse ingannevoli! quanti propositi inefficaci! quante assoluzioni male impiegate! Direte voi che sia buona la confessione di colui, che confessa disonestà inveterate, di cui tiene appresso di sè l’occasione? o ruberìe manifeste, che non ha animo di risarcire quantunque possa? o ingiustizie, o imposture, o iniquità d’ogni genere, in cui appena confessato ricade? Oh abuso orribile di sì gran sacramento! chi si confessa per esimersi dalle scomuniche, chi si confessa per acquistar credito di penitente, chi si sgrava dei peccati per attutare i suoi rimorsi, chi per vergogna li tace, chi per malizia li tronca, chi per usanza li scopre. A chi manca il vero fine del sacramento, a chi il dolor necessario, a chi il proposito universale. Poveri confessori! quanto vi convien sudare per indurre la più parte de’ penitenti a quelle risoluzioni, a quegli atti, senza dei quali la confessione è un sacrilegio, l’assoluzione è una condanna, e la penitenza è una vanità? Dove sono adesso coloro che, per autenticar l’opinione contraria del maggior numero degli eletti, si fanno forti con questo discorso: i più dei cattolici adulti muoiono nel loro letto co’ sacramenti, dopo essersi confessati; dunque i più dei cattolici adulti vanno salvi. Oh che bel raziocinio! Conviene inferire tutto l’opposto; i più dei cattolici adulti si confessano male in vita, dunque a fortiori i più dei cattolici adulti si confessano male in morte; e i più vanno dannati. Ho detto a fortiori, perchè ad un moribondo, a cui riuscì sì malagevole il confessarsi bene quando era sano, come volete che riesca confessarsi bene, allorché se ne giace in un letto col cuore oppresso, col capo vacillante, con la ragione sopita, combattuto in più guise dagli oggetti ancor vivi, dalle occasioni ancor fresche; dagli abiti fatti, e soprattutto dai demonî assistenti, che cercano tutti i mezzi per precipitarlo? Or se a tutti questi o falsi penitenti, o veri impenitenti voi aggiungerete quei tanti altri malvagi, che i giorni loro finiscono improvvisamente in peccato, o per imperizia dei medici, o per colpa de’ parenti, o per malignità de’ veleni, o sepolti da’ terremoti, o rapiti da apoplessie, o precipitati da alto, o morti in guerra, o uccisi in rissa, o colti in fallo, o fulminati, o arsi, o annegati, come non direte che sopravvanzino di gran lunga il numero di coloro che vanno salvi? Concludiamo a forza di convincentissima ragione, che i più de’ cristiani adulti vanno dannati. Il discorso non è mio, io per me sto quieto, non parlo, è di Giovanni Grisostomo, che vi mette con le spalle al muro. Venite qua, dice il santo: la maggior parte dei cristiani non battono la via dell’inferno? non camminano per tutto il tempo della loro vita verso l’inferno? Perché dunque vi maravigliate che la maggior parte vadano all’inferno? che i meno entrino in paradiso? “Non potest quis pervenire ad portam, nisi ambulaverit in via.” [17] Rispondete adesso ad una ragione sì robusta, se vi dà l’animo.

VII. La risposta l’abbiamo in pronto: la misericordia non è grande? Sì, che è grande per chi teme Dio: “misericordia Domini super timentes eum”, [18] dice il profeta; ma per chi non teme Dio è grande la giustizia, che è risoluta mandare in perdizione tutti i contumaci: “discedite a me, omnes operarii iniquitatis”. [19] Or se così è, per chi sarà fatto il paradiso, se non è fatto per i cristiani? Anzi per i cristiani è fatto il santo paradiso, ma per quei cristiani che non disonorano un sì bel carattere e vivono da buoni cristiani; tanto più che se voi al numero dei cristiani adulti, che muoiono in grazia, aggiungerete uno stuolo numerosissimo di bambini che muoiono dopo il battesimo prima di arrivar all’uso della ragione, si formerà una turba sì smisurata e sì strana, che l’apostolo s. Giovanni in vederla, la chiamò innumerabile: vidi turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat. [20] Ed ecco l’abbaglio di chi sostiene opinioni in contrario. È certo che, parlandosi di tutti i cattolici alla rinfusa, la maggior parte si salvano, attesoché, secondo le varie osservazioni già fatte, dei bambini che nascono, circa la metà muoiono dopo il battesimo prima di arrivar all’uso della ragione. Or se a questa metà si aggiungono gli adulti, che conservarono intatta la stola dell’innocenza, o dopo averla macchiata la lavarono con lagrime di opportuna penitenza, è certo che i più vanno salvi, e quadra loro benissimo il “vidi turbam magnam” dell’Apostolo diletto; il “venient multi ab oriente, et occidente, et recumbent cum Abraham, et Isaac, et Jacob in regno coelorum” [21] del Redentore, con gli altri simboli e figure, che sogliono addursi in favore di questa opinione; ma se si parla de’ cristiani adulti, troppo convincono e l’esperienza e la ragione e l’autorità e la convenienza e la Scrittura, che i più vanno dannati. Nè crediate perciò sia per formarsi del paradiso un deserto; eh no, no, anzi un reame popolatissimo; e se i reprobi saranno tanti quante le arene del mare, gli eletti saranno tanti quante le stelle del cielo, cioè a dire gli uni e gli altri senza alcun numero, benché con differentissima proporzione; la quale proporzione ben ponderata un dì da Giovanni Grisostomo lo fe’ fremere per l’orrore. Predicando egli nella sua cattedrale di Costantinopoli, città allora popolatissima, ebbe a dir sospirando: quanti credete voi d’un popolo sì numeroso siano per salvarsi? E senza aspettar risposta, soggiunse: io sono di parere che appena cento si salveranno, e di questi ancora dubito: “non possunt in tot millibus inveniri centum qui salventur, quin et de his dubito”. [22] Ahi spavento! ahi terrore! d’un popolo sì numeroso, appena cento credeva quel gran santo si avessero a salvare, e nemmeno questi dava per sicuri; e di voi che mi ascoltate, che sarà? Dio immortale! è punto questo da tremare. Troppo ardua, dilettissimi, è la impresa della nostra eterna salute, e, secondo la massima di tutti i teologi, quando un fine dipende da mezzi grandemente difficili, non è che di pochi l’arrivare a spuntarlo: “deficit in pluribus, contingit in paucioribus”. Che però l’angelico dottor s. Tommaso, dopo aver ponderato ben bene con la vastità del suo sapere tutti i motivi, tutte le ragioni, alla fine conchiude che de’ cattolici adulti la maggior parte si danna: “cum beatitudo aeterna excedat statum naturae, et praecipue secundum quod est gratia originali destituta, pauciores sunt qui salvantur.” [23]

VIII. Strappatevi dunque dalla fronte quella benda, con cui pur troppo vi accieca l’amor proprio acciocché non crediate sì potenti verità, facendovi formare un erroneo concetto della giustizia di Dio: “Pater juste, mundus te non cognomi”. [24] Padre giusto, disse Cristo Signor nostro, il mondo non vi conosce: non disse, padre onnipotente, padre ottimo, padre misericordioso; no, disse, Padre giusto, per dinotar che Dio in nessuno dei suoi attributi è meno conosciuto, che in quello della giustizia di Dio, perché gli uomini non vogliono credere quello che non vorrebbero esperimentare. Togliete dunque quel velo che vi benda gli occhi, ed aprite in ambedue le pupille due fonti di pianto; ah dite… che del mondo cattolico, di questo stato, di questo luogo, e forse ancora di questa udienza, i più andranno dannati! E quando mai più a proposito lagrimerete, occhi miei, che in un caso sì deplorabile? Pianse il re Serse nel rivedere dall’alto d’un colle schierati in bella ordinanza centomila soldati, considerando che dopo cento anni di una sì numerosa e florida armata non resterebbe più vivo un solo uomo. Quanto maggiore motivo abbiamo di piangere ancor noi in pensare che di un numero innumerabile de’ fedeli cattolici la maggior parte se ne morrà di morte eterna? Ahimè che una evidenza sì lagrimevole dovrebbe farci struggere in un mare di pianto; e se non altro dovrebbe per lo meno eccitare nei nostri cuori quel sentimento di compassione, che già provò il venerabile fr. Marcello di s. Domenico religioso agostiniano. Meditando egli un dì le pene eterne, si degnò di mostrargli il Signore quanti in quel punto andavano dannati; e ciò per un grande stradone, dove in numero di ventiduemila, come a lui parvero, urtandosi gli uni con gli altri, correano a folla verso l’inferno. A quella vista il buon servo di Dio tutto in atto di attonito era udito esclamare: oh quanti sono! oh quanti! oh quanti! eppure ne vengono degli altri! eppure corrono a dannarsi! O Gesù! o Gesù! che follia, che stolidezza! sì, sì, che voglio dire ancor io con Geremia: “quis dabit capiti meo aquam, et oculis meis fontem lacrymarum, et plorabo interfectos filiae populi mei?” [25] Povere anime, anime belle, come correte sì affollate verso l’inferno? Deh, fermate di grazia, fermate e discorriamola un po’ familiarmente. O voi capite che voglia dire salvarsi per tutta l’eternità, che voglia dire dannarsi per tutta l’eternità; o voi nol capite? Se lo capite, e non vi risolvete questa mane a mutar vita, a fare una buona confessione, a mettervi il mondo sotto de’ piedi, insomma a far tutti gli sforzi per entrare nel numero di quei pochi che si salvano, dico che in voi non v’è fede; se poi non lo capite, siete degni di maggiore scusa, perché non v’è cervello, non vi è senno. Salvarsi per tutta l’eternità! dannarsi per tutta l’eternità! e poi non far ogni sforzo per fuggir l’uno, e assicurar l’altro, l’è un gran che! Forse ancor non credete? ancor titubate? Ma sono pure i teologi di maggiore sfera, i padri di maggiore autorità che vi hanno predicata questa mane una sì gran verità? Io per me non ho avuto cuore di decidere; come dunque potete far testa a tante ragioni corroborate da tanti motivi, da tanti esempi, da tante scritture? Che se, non ostante una sì gran piena di ragioni convincentissime, rimaneste ancora sospesi, e il vostro intelletto inclinasse alla opinione opposta, non basta per farvi tremare il solo sospetto che possa esser vera questa pia opinione, che dei cristiani i più si dannano, la quale vi viene predicata da tanti santi, da tanti servi di Dio e da tutti i più accesi della salute delle anime? Ahimè che pur troppo dareste a conoscere che a voi non preme la eterna salute. Io so che ad ogni uomo di senno in quel che risguarda l’affare della eterna salute fa più colpo un leggiero dubbio del suo pericolo, che la evidenza d’una totale ruina in altri affari che non ispettano all’anima. Quindi è che il nostro beato Egidio soleva dire, che se di tutti gli uomini uno solo si avesse dovuto dannare, avrebbe fatto tutto il fattibile per accertarsi di non esser egli quello. Or che dovremo far noi con una verità sì manifesta sugli occhi, che non solo di tutti gli uomini, ma ancora de’ cattolici i più vanno dannati? Che si risolve per entrare nel numero di que’ pochi che si salvano? Che dite? Che pensate? Che abbiamo a dire?… Se Cristo m’aveva a dannare, a che farmi nascere? Taci, lingua temeraria, taci; nemmeno i turchi Cristo ha fatto nascere per dannarli, ma chiunque si danna, per sua schietta malizia si danna; si danna perché si vuol dannare. Oh qui sì che voglio parlare io per difendere la bontà del mio Dio da ogni censura. Lasciatemi riposare.

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Seconda parte

  1. Prima d’inoltrarci, fate un fascio da una parte di tutti i libri ed eresie di Lutero e di Calvino; dall’altra accumulate tutti i libri ed eresie dei pelagiani e semipelagiani, e poi date loro fuoco; gli uni distruggono la grazia, gli altri distruggono la libertà, sono pieni di errori, gettateli alle fiamme; è stampato in fronte ad ogni prescito [= reprobo, n.d.r.] l’oracolo di Osea profeta: “perditio tua ex te”. [26] Per fargli capire che chiunque si danna, per sua schietta malizia si danna, si danna perché si vuoi dannare, piantate questi due fondamenti: “Deus vult omnes homines salvos fieri”, [27] Iddio per quanto è da parte sua vuole salvar tutti; “Omnes egent gloria Dei”, [28] e per salvarci tutti abbiamo bisogno della grazia di Dio. Or se io vi farò vedere che Iddio ha questa buona volontà di salvar tutti, e che per salvar tutti, a tutti dà la sua grazia con gli altri mezzi necessarî per conseguire un fine sì sublime, sarete sforzati a confessare che chiunque si danna, per sua schietta malizia si danna; e se la maggior parte dei cristiani vanno dannati, ci vanno perché ci vogliono andare: “perditio tua ex te, in me tantummodo auxilium tuum”. [29] Che per verità Iddio abbia voglia di salvar tutti, l’ha manifestato in cento luoghi delle sacre Carte: “nolo mortem peccatoris, sed ut magis convertatur et vivat: vivo ego, dicit Dominus, nolo mortem impii”; [30] “convertimini, et vivite”. [31] E perché non ho tempo di dilatarmi, solo dirò che quando alcuno ha voglia grande di qualche cosa, si suole dire: se ne muore di voglia: ma si dice così per esagerazione, per iperbole; Iddio sì, che ha ed ha avuta una voglia sì grande, sì accesa della nostra eterna salute, che è morto per sì gran voglia, e per brama di dare a noi la vita, ha sofferto egli stesso la morte: “et propter nostram salutem mortuus est”. Dunque questa volontà di salvar tutti in Dio non è una volontà affettata, superficiale, per cerimonia, no, ma è una volontà vera, pratica, benefica, perché infatti ci dà tutti quei mezzi che sono attissimi per salvarci, e non ce li dà acciocché non abbiano il suo effetto, o perché vede che non l’avranno; ma ce li dà con volontà buona, con intenzione vera che ottengano il loro fine, e se non l’ottengono, si dichiara che se ne disgusta, se ne offende; ed anche a’ presciti comanda che si adoprino per conseguire la loro eterna salute; li esorta a questo, a questo li obbliga, e se non lo fanno, fanno peccato; dunque poteano farlo, e salvarsi anch’essi; anzi perché Dio vede che senza il suo aiuto nemmeno ci serviremmo della sua grazia, ci dà altri aiuti, acciocché con essi ci aiutiamo; e se questi aiuti talvolta riescono inefficaci, la colpa è nostra: perché con quegli stessi aiuti in actu primo, dicono i teologi, de’ quali uno si abusa e si danna, un altro può cooperare e salvarsi, anzi con minori. Sì, sì, uno che ha maggior grazia, può abusarla e dannarsi; un altro che ha minor grazia, può cooperare e salvarsi. Or qui s’alza in piedi s. Agostino e intuona: laonde chiunque si danna, per sua schietta malizia si danna: “ergo si quis a justitia deficit, suo in praeceps fertur arbitrio, sua concupiscentia trahitur, sua persuasione decipitur”. [32] Ma per questi poverelli, che non intendono questa teologia, ecco che voglio dire: attendete. Iddio, fratelli cari, è tanto buono, ma sì buono, buono che quando vede un peccatore correre a spron battuto alla perdizione, che fa? Ecco, gli corre sempre dietro, lo chiama, lo prega, e lo accompagna perfino sulle porte dell’inferno; e che non fa per convertirlo! Gli manda buone ispirazioni, santi pensieri, e se non ne approfitta, Iddio si adira, si sdegna, e lo piglia di mira. Ahimè, adesso lo colpisce! No, perché poi spara all’aria e gli perdona; ma pur non si emenda: ed Egli lo getta moribondo su di un letto. Or sì che lo finisce; ma no, perché poi lo risana; ancora imperversa; ahimè, dice Dio, vediamo un po’, pensiamo un po’, che si può far di più, diamogli ancora un anno di tempo, e, finito questo, via, diamogliene un altro; e se con tutto questo colui ad ogni modo si vuol gettare in quella fornace di fiamme, Iddio che fa? Lo lascia? No, lo prende per mano, e mentre sta mezzo dentro e mezzo fuora dell’inferno, ancora gli predica, ancora lo supplica a prevalersi della sua grazia. Or ditemi adesso, se costui si danna, non è vero che a dispetto di Dio si danna, si danna perché si vuol dannare? Dov’è colui, che mi diceva, se Cristo m’aveva a dannare, a che farmi nascere?…
  2. Ah peccatori sconoscenti, intendete questa mane, se vi dannate, Iddio non ha colpa, la colpa è vostra; vi dannate perché vi volete dannare. E per chiarirvene maggiormente, affacciatevi giù a quelle porte dell’abisso, e poi lasciate che io vi faccia venire quassù alcuno di quei miseri presciti, che bruciano tra quelle fiamme; acciocché vi diciferi questa verità. Udite, sgraziati, venga su alcuno di voi per disingannare chiunque mi ascolta. Ecco che tra quei gorghi di fuoco e di fiamme ne spunta su uno brutto e spaventoso assai; eccolo a galla: or dimmi, chi sei tu? Io sono un povero idolatra nato nella terra incognita, che non seppi mai nulla né d’inferno, né di paradiso, né di quanto adesso patisco! Poverino, va giù, che non cerco te; venga su un altro: eccolo, oh quanto mostruoso! E tu chi sei? Io sono uno scismatico del l’ultima Tartaria vissuto sempre alla foresta: appena sapevo che vi fosse Dio; nemmeno te io voglio, torna giù: eccone un altro, che viene su da quelle bolge di fuoco: e tu chi sei? Io sono un povero eretico del Nord, nato sotto del polo, senza aver veduto mai né luce di sole, né lume di fede: eh che io non voglio nessuno di voi, tornate pur giù. Cristiani miei, mi piange il cuore in vedere che si siano dannati questi poverini, che non hanno saputo mai nulla di fede: eppur sappiate che anche a questi, quando fu data la sentenza, fu detto: perditio tua ex te, si sono dannati perché si sono voluti dannare. Oh quanti aiuti ricevettero dalla bontà di Dio per salvarsi! noi non li sappiamo, ma li sanno ben eglino, che adesso confessano: “justus es Domine, et rectum judicium tuum.” [33] Che però dovete sapere che la più antica legge è la legge di Dio; questa tutti la portano scritta nel cuore, questa s’impara senza maestro, basta avere il lume della ragione per saper tutti i precetti di questa legge; quindi è che gli stessi barbari cercano tanto il segreto per commettere i loro delitti, procuran nasconderli, perché conoscono il male che fanno; ed ecco perché si sono dannati, perché non osservarono la legge naturale, che ebbero impressa nel cuore, mercecché, se avessero osservata questa, Iddio avrebbe fatto miracoli piuttosto che lasciarli dannare; avrebbe mandato chi li istruisse, e avrebbe loro dati altri aiuti, de’ quali si resero indegni, perché non vissero conforme ai dettami della propria coscienza, che li avvisò sempre del bene e del male; questa li accusò dinanzi al tribunale di Dio, questa laggiù nell’inferno intima di continuo al cuor loro: “perditio tua ex te, perditio tua ex te”; ed essi non sanno che rispondere, e sono sforzati a confessare che la dannazione loro sta bene. Or se questi infedeli non hanno scusa, che scusa potrà avere un cattolico con tanti sacramenti, con tante prediche, con tanti aiuti? Come ardisce dire, se Cristo aveva a dannarmi, a che farmi nascere, mentre Iddio gli dà tanti aiuti acciocché si salvi? Lasciate dunque che io finisca di confondere costoro.
  3. Rispondete voi, che penate laggiù in quel profondo; de’ cristiani cattolici ve ne sono fra queste fiamme? Se ve ne sono?! oh quanti, oh quanti! Venga su dunque uno di questi; non può riuscire, stanno troppo giù nel fondo fondo; bisognerebbe mettere sottosopra tutto l’inferno; è più facile fermar uno di questi, che già stanno per cadervi. Olà, con te parlo, che vivi in peccato mortale con odî, con pratiche, involto nel fango di mille disonestà, ed ogni giorno più ti avvicini alla bocca dell’inferno; fermati, fratello, sorella, fermati, volgiti indietro; è Gesù che ti chiama, e con tutte le bocche delle sue piaghe ti dice al cuore: figlio, figlia, oh tu sì, se ti danni, non hai di che lamentarti, se non di te: perditio tua ex te. Alza il capo, figlio, e mirati d’intorno, di quanti beneficî ti ho arricchito, acciocché assicurassi la tua eterna salute; ti poteva pure far nascere in una selva de’ più remoti paesi della Barberia; l’ho fatto con tanti e tanti; con te non ho fatto così, anzi ti ho fatto nascere in seno alla santa fede cattolica, ti ho fatto allevare da sì buon padre e buona madre, con tante istruzioni e insegnamenti miei; or se con tutto questo ti danni, la colpa di chi sarà? Sarà tua, figlio, sarà tua: “perditio tua ex te”. Ti poteva pure mandare all’inferno sin dal primo peccato, senza aspettare il secondo; ho fatto così con tanti e tanti, ma con te ho avuto pazienza, ti ho aspettato per anni ed anni, anche adesso ti aspetto a penitenza; or se con tutto questo ti danni, la colpa di chi sarà? Sarà tua, o figlio, sarà tua: “perditio tua ex te”. Sai pure quanti ne ho fatti morire malamente sugli occhi tuoi: l’ho fatto per tuo avviso; quanti altri ne ho rimessi per la buona strada: l’ho fatto per darti esempio; ti ricordi di quel che ti disse quel buon confessore? Io gliel feci dire; non t’invitò egli a mutar vita, fare una buona confessione generale? Io glielo ispirai; non udisti quella predica, che ti toccò il cuore? Io ti ci condussi, io ti compunsi; e poi quel che è passato fra me e te, là dentro al gabinetto segreto del tuo cuore, tu nol puoi negare; quelle tante ispirazioni interne, quelle cognizioni sì chiare, quegli stimoli di coscienza sì continui, hai cuore a negarli? Or sappi che erano tutti aiuti della grazia mia, che ti voleva salvo in paradiso; a tanti e tanti li ho negati, e li ho dati a te, da me amato come figlio; ah figlio, ah figlio, se tanti e tante mi udissero parlare così con tanta tenerezza, come al presente Io parlo a te, si struggerebbero, si ridurrebbero sulla buona via; e tu mi volti le spalle, eh? … Deh, anima cara, anima cara, senti queste ultime mie parole, tu mi costi sangue, figlia, mi costi sangue; che se con tutto il prezzo del mio sangue ti vuoi dannare, deh non ti lamentar di me, lamentati di te, e tieni a mente questo per tutta l’eternità; se ti danni, senza mia colpa ti danni, a mio dispetto ti danni, ti danni perché ti vuoi dannare: “perditio tua ex te, perditio tua ex te”. Ah Gesù mio dolcissimo, una pietra non si spezzerebbe a queste parole sì dolci, ed espressioni sì tenere? C’è nessuno in questa udienza, che a dispetto di Dio voglia dannarsi, che con tanti aiuti di Dio voglia precipitarsi all’inferno? Se vi è, attenda, e poi resista se può, e finisco.

XII. Giuliano apostata, conforme riferisce il Baronio, dopo l’infame sua apostasia, concepì un odio sì intenso al santo battesimo, che giorno e notte andava fantasticando il modo di sbattezzarsi; e infatti fece preparare un bagno di sangue di capra, e vi si tuffò dentro, pensando con quel sangue lordo di vittima consacrata a Venere cancellare dall’anima sua il sacrosanto carattere battesimale. Vi parrà bestiale un tal successo, ma non è vero; fe’ benissimo l’apostata, perché oh quanta minor pena avrebbe sofferto nell’inferno, se vi fosse comparso senza battesimo! Ah peccator mio, vi parrà strano il consiglio che io sono per darvi; ma se bene si considera, è tutto pietoso; ed acciocché vi faccia maggiore impressione, eccomi genuflesso ai vostri piedi; mio caro peccatore, vi prego per il sangue di Gesù, per le viscere di Maria a mutar vita, a rimettervi sulla via del paradiso, a far quanto mai potete per entrare nel numero di quei pochi che si salvano; che se non vi risolvete, e volete tirare innanzi verso l’inferno; ah ecco il consiglio che vi do, ingegnatevi almeno di trovar qual che modo di sbattezzarvi; guai a voi, se portate laggiù fra tanti diavoli il nome sacrosanto di Gesù Cristo, se vi comparite col sacrosanto battesimo in capo, guai a voi! oh quanta maggior confusione sarà la vostra! deh fate a mio modo, se non vi volete convertire, andate sin da oggi alla parrocchia, supplicate il vostro parroco a cancellare il vostro nome dal libro dei battezzati, acciocché non vi rimanga memoria, che voi siate mai stato cristiano; supplicate altresì il vostro Angelo custode a cancellare dal suo libro tutte le grazie, ispirazioni e aiuti, che per ordine di Dio v’ha dati; guai a voi, se si risanno! voltatevi ancora a questo Cristo, e ditegli apertamente che si ripigli la sua fede, il suo battesimo, i suoi sacramenti. Voi inorridite eh? Non vi dà il cuore di far sì cruda preghiera? Finitela dunque, caro mio peccatore, e gettatevi ai piè di Gesù tutto lagrime, tutto compunto, e col capo basso e cuor contrito ditegli tutto amareggiato dal dolore: lo confesso, caro mio Dio, che sino a quest’ora sono vissuto peggio di un turco; non merito no di essere ascritto al numero dei vostri eletti; conosco che mi starebbe bene la dannazione; ma pure, grande è la vostra misericordia, ed affidato sugli aiuti della grazia vostra, mi protesto che vo’ salvar l’anima mia, sì, sì, vo’ salvare l’anima mia; vadane pure ciò che ne può andare, vada la roba, vada l’onore, vada la vita, purché mi salvi; se per l’addietro sono stato infedele, ecco il mio cuore contrito, mi spiace della mia infedeltà, la deploro, la detesto, e ve ne chieggo umilmente perdono; perdonatemi, caro Gesù mio, e insieme insieme invigoritemi acciocché mi salvi; non chieggo ricchezze, non onori, non prosperità, solo chieggo di salvare quest’anima; l’anima, l’anima vi raccomando, che mi salvi l’anima. E voi che dite, mio Gesù? Ecco la pecorella smarrita, che ricorre a voi, buon pastore; deh abbracciatelo un peccatore sì bene risoluto, sì addolorato; benedite le sue lagrime, benedite i suoi sospiri, anzi benedite non un peccator solo, ma benedite tutto questo popolo sì bene disposto, sì risoluto di non voler cercare altro che la salute dell’anima. Via su, dilettissimi, facciamone una fervorosa protesta ai piè di questo Amor crocifisso, di volere a tutto costo salvarci l’anima. Chi ha concepito un vivo desiderio di salvarsi, mi sia compagno in far sì bella protesta; ah che troppo preme, siatemi compagni tutti, e diciamolo pur tutti insieme: Gesù mio, voglio salvare l’anima mia: diciamolo con le lagrime agli occhi: Gesù mio, voglio salvare l’anima mia. Oh benedette lagrime! oh benedetti sospiri! Oh questa mane sì che vi vo’ mandare a casa consolati! Che però se mi ricercate del mio proprio sentimento, se siano pochi quei che si salvano, o no; ecco quel che ne sento: o siano pochi, o siano molti, dico che chi si vuol salvare si salva, dico che non si perde chi non vuol perdersi; e se è vero che pochi si salvano, si salvano pochi perché sono pochi che vivono bene. Per altro ponete su di un tavolino ambedue le opinioni. La prima dice che i più dei cattolici vanno dannati; la seconda dice che i più dei cattolici vanno salvi; e poi fingete che un Angelo mandato da Dio, suonata in tuono feroce la tromba dell’eternità, in conferma della prima opinione, dica che non solo la maggior parte dei cattolici vanno dannati, ma aggiunga di più che di tutto questo popolo qui presente uno solo dovrà salvarsi; ubbidite pur voi con esattezza ai divini comandamenti, detestate pur voi le mode senza modo di questo secolo corrotto, abbracciatevi con un vero spirito di penitenza al tronco di questo mio Gesù crocifisso; e voi, voi sarete quel salvo, voi sarete quel solo che si salverà. Ritorni poi l’Angelo, e risuonata con fiato più giulivo la tromba, in conferma della seconda opinione, dica che non solo i più dei cattolici vanno salvi, ma di più aggiunga che di questo popolo qui presente un solo s’ha da perdere, gli altri tutti si hanno a salvare. Seguitate pur voi ad amare le vostre usure, le vostre vendette, le vostre borie, i vostri amori, le vostre disonestà, e voi, e voi sarete il perduto, voi sarete quel solo che si dannerà. Che giova dunque la curiosità di sapere se siano pochi, o molti quei che si salvano? Ecco l’oracolo di s. Pietro: “satagite ut per bona opera certam vestram electionem faciatis”. [34] Se vorrete, vi salverete, così disse l’angelico dottor s. Tommaso d’Aquino alla sua sorella, che lo interrogò che cosa doveva fare per salvarsi: se vuoi, le rispose, ti salverai. E se ne volete un argomento in forma insolubile, convincentissimo, eccolo: non va all’inferno chi non pecca mortalmente, questa maggiore è di fede innegabile. Non pecca mortalmente chi non vuole, questa minore è proposizione teologica, verissima: “non est peccatum nisi voluntarium”. Dunque chi non vuole non va all’inferno. Questa è conseguenza legittima, indubitabile. Non basta questo per consolarvi? Piangete i peccati passati, confessatevi bene, non peccate più per l’avvenire, eccovi tutti salvi. A che tanti sgomenti, essendo verissimo che non va all’inferno chi non pecca mortalmente; non pecca mortalmente chi non vuole; dunque chi non vuole non va all’inferno? Questa non è opinione, ma verità soda, accertata, che ristora, che consola. Iddio ve la faccia capire e vi benedica.

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NOTE REDAZIONALI (dal sito: Progetto Barruel):

[1] Joann. VII, 31. Molti però del popolo credettero in lui.

[2] Eusebio Emis., Hom. de Latrone.

[3] Suarez De Deo lib. VI

[4] San Gregorio Magno, Homiliae in Evangelia, l. I (Lectio Evang. sec. Matth. 20, 1-16)

[5] Sant’Anselmo, In Elucid.

[6] Sant’Agostino, Serm. 111, 1 (PL 38,642).

[7] In Epist. Euseb. ad Damas. Pap. de morte D. Hieron.

[8] Sant’Agostino, De Baptismo contra Donatistas, V.

[9] Luc. XIII, 23-24: Signore, son eglino pochi quei, che si salvano? Ma egli disse loro: Sforzatevi di entrare per la porta stretta: imperocché vi dico, che molti cercheranno di entrare, e non potranno.

[10] Matth. XX, 16 e XXII, 14: Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.

[11] San Giovanni Grisostomo, Hom. III in Act. Apost.

[12] Ps. XIII, 3 e LII, 4: Tutti sono usciti di strada, son divenuti egualmente inutili: non havvi chi faccia il bene, non ve n’ha nemmen uno.

[13] Os. IV, 2. La bestemmia e la menzogna e l’omicidio e il furto e l’adulterio la hanno inondata (la terra).

[14] Salviano, De gubernatione Dei lib. III.

[15] I Joann. V, 19. Tutto il mondo sta sotto il maligno.

[16] Sant’Ambrogio De Poenit. Lib. II.

[17] San Giovanni Grisostomo In Matth. Homil.  XVIII.

[18] Ps. CII, 17. La misericordia del Signore… sopra color, che lo temono.

[19] Luc. XIII, 27. Partitevi da me voi tutti artigiani d’iniquità.

[20] Apoc. VII, 9. Vidi una turba grande, che nissuno poteva noverare.

[21] Matth. VIII, 11. Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno con Abramo e Isacco e Giacobbe nel regno de’ cieli.

[22] San Giovanni Grisostomo, Hom. XL ad populum Antiochenum.

[23] San Tommaso d’Aquino, S. Th. Iª q. 23 a. 7 ad 3.

[24] Joann. XVII, 25. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto.

[25] Jer. IX, 1. Chi darà acqua alla mia testa, e agli occhi miei una fontana di lacrime? e piangerò dì e notte gli uccisi della figlia del popol mio.

[26] Cfr. Os. XIII, 9. La perdizione è da te, o Isrele, da me solo il tuo soccorso. Mons. Antonio Martini commenta: «Vers. 9. La perdizione è da te, o Israele: ec. Tu solo, o Israele, se’ la cagione di tue sciagure: perocchè dal canto mio io non pensai, se non al tuo bene, al tuo soccorso, alla tua salute, e tu solo potevi colla tua ingratitudine sforzarmi a dar mano al flagello.»

[27] I Tim. II, 4. (Dio) vuole, che tutti gli uomini si salvino.

[28] Rom. III, 23. Tutti… hanno bisogno della gloria di Dio.

[29] Cfr. Os. XIII, 9 (vedi nota 26).

[30] Ez. XXXIII, 11: Io giuro, dice il Signore Dio: io non voglio la morte dell’empio, ma che l’empio dalla sua via si converta e viva. Convertitevi, convertitevi dalle pessime vie vostre…

[31] Ez. XVIII, 32. Convertitevi e vivete.

[32] Sant’Agostino, De articulis falso sibi impositis art. 13.

[33] Ps. CXVIII, 137. Giusto se’ tu, o Signore, e retti sono i tuoi giudizj.

[34] II Pt. I, 10. Per la qual cosa, o fratelli, viepiù studiatevi di certa rendere la vocazione ed elezione vostra per mezzo delle buone opere: imperocchè così facendo, non peccherete giammai.

Omelia della III Domenica dopo Pasqua

Omelia della III Domenica dopo Pasqua

[del canonico G.B. Musso, 1851]

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– Recidivi –

   “Miei cari (così Gesù Cristo a’ suoi discepoli nell’ultima cena, come abbiamo da S. Giovanni nell’odierno Vangelo), miei cari, fra poco più non mi vedrete, “Modicum, et non vìdebitis me”; e dopo un altro poco voi ritornerete a vedermi,” – “Modicuum, et videbitìs me”. Attoniti i discepoli a questo parlare si domandano a vicenda qual ne sia il significato, e si protestano di non intenderlo. Fra non molto (dir volea, secondo alcuni sacri spositori, il divino Maestro) fra non molto verrà l’ ora e la potestà delle tenebre, sarà percosso il pastore e disperso il gregge, avverrà quel che più volte ho predetto, il Figliuol dell’uomo sarà dato in man da’ gentili, sarà flagellato, deriso, crocifisso, sepolto, e perciò più non mi vedrete, “Modicum et non videbitis me”; ma poi dopo un altro poco, cioè dopo tre giorni, risorto da morte apparirò a voi in Galilea, e di nuovo mi rivedrete, “Modicum, et vìdebitis me”. Questa vicissitudine rinnovano in istrano senso colpevole non pochi cristiani. Dicono anch’ essi (almeno col fatto) a’ lor piaceri, a’ lor vizi , in vicinanza di Pasqua o di qualche altra solennità: convien accostarsi a’ santi Sacramenti, bisogna lasciar il peccato, male pratiche, giuochi, ridotti, fra poco non mi vedrete. “Modicum, et non videbitis me”; ma siccome ogni cosa ha il suo tempo, dopo poco, passati i giorni santi torneremo a vederci. “Modicum, et vìdebitis me”. Ad impedire, quanto per me fia possibile, questa dannevolissima alternazione dal male al bene, dal bene al male, io vengo a dimostrarvi, che il far passaggio dal peccato alla grazia, dalla grazia al peccato, in una parola, che il ricader nel peccato egli è un delitto, che merita maggior castigo, sarà il primo punto della presente spiegazione; egli è un delitto che porta all’ultimo de’ castighi, cioè l’impenitenza finale, sarà il secondo, se mi degnate di attenzione cortese.

I – Il ricadere in peccato merita maggior castigo. Volete vederlo? rammentate Caino, allorché tinte le mani del sangue di Abele, andava fuggiasco sulla faccia della terra. Ahimè, diceva egli preso dall’orror del suo misfatto, ahimè, chiunque m’ incontrerà vendicherà col sangue mio il sangue del mio tradito fratello. No, rispose Iddio, nol voglio. Perciocché ti porrò in fronte un tal segno, in cui ognun legga il mio divieto. Anzi chi avesse 1’ardire di ucciderti, sarà punito sette volte di più, “punietur septuplum”: ma come? Il primogenito de’ presciti uccide il primogenito degli elètti, e non dev’essere ucciso, e l’ uccisore di questo scellerato, sette volte di più sarà punito, “septuplum punielur” (Gen. IV, 15)? Adoro, o Signore, i vostri profondi giudizi; ma non gl’intendo. Scioglie la Glossa la difficoltà, per questa ragione, perché sarebbe questi un secondo omicida, del primo assai più reo, “quia est homicida secundus”. E qual differenza passa tra il primo, ed il secondo omicida? Eccola, il primo, cioè Caino, non avea ancor veduta in faccia la morte, né della morte i tristi effetti e le lagrimevoli conseguenze, e perciò in questo senso è meno grave il suo reato. Ma il secondo omicida, dopo aver veduto morto un simile a sé, a terra steso, senza colore, senza moto, senza respiro, e poco dopo putrido, fetente, inverminito, ridotto ad uno scheletro, risolversi poi a dar morte ad un altr’uomo, merita costui di essere più gravemente punito “septuplum punietur”.

Ecco il vostro caso, peccatori fratelli, voi quando la prima volta peccaste per bollore di gioventù, o per impeto di passione, o per debolezza d’animo, o per isconsigliato trasporto, foste in qualche modo degni di compassione e di scusa; ma dopo aver conosciuto che il vostro peccato vi ha ucciso l’anima in seno, dopo aver conosciuto che, secondo la giusta espressione di S. Paolo, avete, quanto è da voi, rinnovata la crocifissione e la morte al Figliuol di Dio, dopo aver provato angustie d’animo, riclami della sinderesi, timori della rea coscienza, frutti amarissimi del peccato, dopo averlo detestato e pianto a piè del confessore, a piè del Crocifisso, tornando di nuovo a commetterlo, la malizia si fa maggiore, maggior la gravezza, merita per conseguenza punizione maggiore, “septuplum punietur”.

Fingete che il figliuol prodigo, dopo essere stato accolto fra i dolci amplessi e le tenere lagrime del suo buon genitore, da lui distinto con ricco anello, con abito sontuoso, con lauto banchetto, co’ tratti dell’amor più sviscerato, colle dimostranze della più viva allegrezza, si fosse dopo pochi giorni nuovamente partito dalla casa paterna, senza dargli un addio, per portarsi in que’ lontani paesi a ricominciare le sue scostumatezze, e consumare le sue sostanze; che avreste voi detto? Figlio disleale? figlio snaturato! Mostro d’ingratitudine! Sarebbero state queste le vostre giuste invettive. Or queste stesse invettive ricadrebbero sopra di voi, se dopo esser tornati a Dio ritornaste al peccato. Voi come il prodigo fuggiste dal Padre celeste, e al par delle sue furono le vostre dissolutezze e le vostre disgrazie. Pentiti poi de’ vostri traviamenti faceste a lui ritorno, ed egli accogliendovi a braccia spiegate, e a cuore aperto vi rivestì dell’abito preziosissimo della grazia santificante, foste ammessi alla sacra mensa, pasciuti delle carni immacolate del divino Agnello, e si fece in cielo gran festa pel vostro ravvedimento, come ne assicura il Vangelo. Se dopo tali grazie e tal finezze voltaste di nuovo a Dio le spalle per ripigliare il primiero costume di vita licenziosa, qual termine potrebbe esprimere la vostra sconoscenza, e qual vi trarreste addosso esemplare castigo!

Ma che dissi sconoscenza? Ingiuria invece, ingiuria atroce, insulto gravissimo. Udite come parla a Dio, colla voce del fatto più esprimente che le parole, chiunque dopo essersi riconciliato con Dio ritorna ai peccati di prima : Signore, ho provato quanto è tristo il mondo, quanto costa lo sfogo delle passioni, quanto è amaro il peccato, e punto da rimorsi, sazio di me stesso e stufo di peccare, sono a voi ricorso ravveduto e pentito. Ho allora sperimentato colla quiete di mia coscienza il bene della vostra amicizia, ho gustato il dolce della vostra grazia. Con tutto ciò mi sento ora nausea del vostro servizio, mi trovo allettato da’ miei trascorsi piaceri, voglio di nuovo provare se starò meglio, se sarò più contento con soddisfar nuovamente i miei sensi, i miei capricci, le mie passioni. À tanto affronto, a tanto insulto, lascio a voi considerare, uditori, quale e quanta convenga rigorosa punizione e tremenda vendetta.

Né solo il ricader in peccato merita maggior castigo, ma porta all’ultimo e massimo di tutti i castighi, qual è l’impenitenza finale.

II – Io leggo che tutti i veri penitenti, entrati una volta nella strada della salute, d’ordinario non si sono più voltati addietro. Cosi Adamo, cosi Eva, cosi Davide, così Manasse. Mirate Matteo, mirate Zaccheo, si convertono, fanno restituzioni e limosine, e usure non più. Piange Pietro, piange la Maddalena, questa abbandona per sempre le sue vanità, quegli abbomina per sempre i suoi spergiuri. Si converte Paolo, di persecutore si cangia in Apostolo, di lupo in agnello, e più non si muta, e compie col martirio l’intrapresa carriera. Si converte Agostino, scrive le sue Confessioni, e versa lagrime sui suoi trascorsi fino all’estrema agonia. Un S. Camillo, un S. Andrea Corsino , le sante Maria Egiziaca, Margherita da Cortona, escono dalla via di perdizione, e non ci metton piede mai più. Volgete 1’antico Testamento ed il nuovo, leggete la storia della Chiesa, e vedrete che un vero penitente d’ordinario non cangia più strada, non muta più volontà. Una volontà per l’opposto, che domani ripiglia quel che ieri lasciò, che colla stessa facilità pecca e si pente, si pente e torna a peccare, mostra che la sua conversione non è sincera, ma di sola apparenza; ciò non di meno quest’istessa apparenza va lusingando il peccatore recidivo per modo che, non ostante la sua incostanza, crede una cosa facile passare dal peccato alla giustificazione onde ingannato s’incammina ad un morbo insanabile, che lo porta a morire impenitente.

Insegnano i fisici che una piaga non si può rimarginare se non colla quiete e col riposo, e perciò se avvenga che si apra una piaga nel nostro polmone, difficilmente si può saldare; perché essendo questo sempre in moto giorno e notte, nella vigilia e nel sonno, per dare al corpo il necessario respiro, quel moto continuo impedisce che si chiuda la piaga, che congiunta con lenta etica febbre cagiona la morte. Non altrimenti passando voi, recidivi fratelli miei, con un movimento continuo dal peccato alla grazia, dalla grazia al peccato, o per dir meglio dalla confessione alla colpa, dalla colpa alla confessione, questo moto, questa incostanza farà che le piaghe della vostr’anima non possano rimarginarsi, e come avviene agli etici vi lusingherete di sempre star meglio, mentre sarete già marci, già morti agli occhi di Dio, e prossimi a chiudere la vita nell’ impenitenza finale, ultimo e massimo di tutt’i castighi.

Avverrà a voi, che Dio non voglia, ciò che avvenne ad Assalonne. Questo discolo figlio di Davide, dopo aver ucciso il suo fratello Ammone, fugge dall’indignato padre, esce fuori del regno; ma dopo tre anni, mal soffrendo il lungo esilio, tanto si adopra, tanto promette, che finalmente ottiene grazia e perdono. Eccolo di ritorno in Gerusalemme, eccolo nella reggia fra le braccia del genitore, che gl’imprime in volto mille teneri baci. “Post haec” (II Re, XV, 1), dopo sì amorevoli tratti chi il crederebbe? Macchina il perfido contro del padre, forma disegni a toglierli la corona di fronte, e gli eseguisce. Già innalzato lo stendardo della ribellione, gli ha contro sollevato tutto Israele, e già coll’armi alla mano s’impegna in sanguinosa battaglia: ma disfatto il suo esercito nella foresta di Efraim, si dà avvilito a precipitosa fuga, passa sul suo destriero sotto una quercia, il vento gli solleva la chioma, s’impaccia questa fra’ rami, gli sfugge di sotto il cavallo, ed ei resta in aria sospeso pe’ suoi capelli: si divincola in questo stato, si vuol liberare, ma non può, ma non vi riesce: veeie appressarsi Gioabbo, e come io ne penso, gli avrà detto al cuore un pensiero: quegli è Gioabbo mio parente, quegli, che già una volta si è tanto adoprato per riconciliarmi col padre, senza dubbio ei viene a liberarmi: porta in mano una lancia, con quella senz’altro reciderà l’impaccio della mia chioma. Si accosta Gioabbo, e gli trapassa il cuore con tre colpi di lancia.

Cristiani penitenti, già vel dissi, voi avete data la morte co’ vostri peccati a Gesù Cristo vostro fratello, che con questo nome s’è compiaciuto appellarsi. Iddio compatendo la vostra fragilità, mosso dal vostro pentimento, dalle vostre preghiere, dalle vostre promesse, vi ha accordato il perdono, ed abbracciandovi vi ha stampato in fronte il bacio di pace. “Post haec”, se dopo tratti così amorevoli, vi rivoltate contro un Dio sì pietoso, se armati di peccato gli muovete guerra, aspettatevi pure il tragico fine di Assalonne. Verrà sì, verrà anche per voi il giorno estremo, il punto di morte, in cui, come sospesi tra il tempo e l’eternità, agitati confusi non vi sarà dato di liberarvi da’ vostri affannosi timori. Chiamerete allora quel confessore, quel Gioabbo, che già vi riconciliò con Dio: verrà alla sponda del vostro letto; ma sarete in quel punto da tre pensieri, come da tre lance, trafitti. Il pensier del passato: Oh! io era in grazia di Dio, feci quella buona confessione, se mi fossi mantenuto a Dio fedele non mi troverei in queste angosce. Il pensier del presente: ecco il ministro di Dio che mi assolve, ma quest’assoluzione sarà forse un colpo per me di pesantissimo sacrilegio. Il pensier del futuro: Ah! che la spada della divina giustizia mi pende sul capo, e tra poco scaricherà su di me il colpo fatale della giusta sua collera, e della mia eterna condanna.

Ecco l’ordinario fine de’peccatori recidivi. Si rassomigliano costoro al cane, che torna a divorarsi quel cibo che vomitò: “Sicut canis qui revertitur ad vomitum suum”, così nei Proverbi: “Sicut canis reversus ad vomitimi” [Cap. XXVI, 11], così S. Pietro [2 Piet. II, 22]. Or che sarà di questi sordidi cani? Che ne sarà? Udite S. Giovanni. “Foris canes, et venefici, et impudici” [Apoc. XXII, 15], fuori del regno dei cieli, fuori questa razza di cani stomachevoli, che vomitano il veleno de’ propri peccati, e ritornano ad ingoiarlo colla stessa franchezza,“foris canes”!

I convertiti per lume celeste, conchiude l’Apostolo, i quali gustarono quanto è dolce star bene con Dio, e di nuovo cadono in peccato, egli è impossibile che si rialzino ad abbracciare un’altra volta la penitenza. “Impossibile est eos, qui semel sunt illuminati, gustaverunt bonum Dei, et prolapsì sunt, rursus reverti ad poenitentiam” [Ebr. VI, 4,5,6.]: non già che sia ciò assolutamente impossibile, come insegnano Padri e Teologi. Finché c’è vita, c’è speranza, c’è luogo a perdono; ma la scrittura santa in più luoghi e S. Paolo nel testo citato, si servono della parola impossibile” per significare la grande grandissima difficoltà di risorgere, e di salvarsi per quei che ricadono nel mortale peccato già detestato e pianto. Se questo tuono non ci riscuote, v’è a temere il fulmine che c’incenerisca; che Dio ci liberi!

Omelia della II Domenica dopo Pasqua.

Omelia della Domenica II dopo Pasqua

[Canonico G.B. Musso, 1851 -imprimatur-]

Gesù Buon Pastore

GesùBuonPastore

   “Ego sum pastor bonus”, dice nell’odierno Vangelo secondo la Volgata Cristo nostro Signore, e secondo il testo greco: “Ego sum ille pastor bonus”! quasi dir voglia: “Io son quel buon Pastore veduto in ispirito dai Patriarchi, predetto dai Profeti, e figurato in Abele, in Giacobbe, in Davide, tutti pastori amatissimi della propria greggia”. Il buon pastore mette la vita per sue pecorelle. Ma il mercenario, che non è, e non merita il nome di pastore, al vedere appressarsi il lupo abbandona l’armento, si dà alla fuga, onde il lupo fa strage, rapisce, disperde le spaventate agnelle. E perché pratica così vilmente il mercenario? Appunto per questo che egli è mercenario, prezzolato, a cui le pecore non appartengono, ed altro non ha a cuore che il proprio vantaggio. Io però, che sono il vero e buon Pastore, Io che conosco ad una ad una le mie pecorelle, e da esse son conosciuto, Io per la loro salvezza son pronto a dare e darò la mia vita, “animam meam pono prò ovibus meis”.

Così parla, così dipinge sè stesso l’amorosissimo nostro Redentore. Seguiamo, uditori fedeli, l’evangelica allegoria, e vediamo quanto è mai buono questo nostro divin Pastore, e quanto noi dobbiam essere sue docili e buone pecorelle.

Merita ogni attenzione il dolce argomento.

I – Per lo peccato del nostro incauto progenitore Adamo, eravam noi come tante pecore erranti, “omnes nos quasi oves erravimus” (Isaia LV, v, 6). Immaginate una greggia percossa e dispersa da fulmine tremendo aggirarsi per balze e per dirupi senza guida, senza pastore, non può questa altro aspettarsi che il precipizio o le zanne del lupo. Tal’era la condizione infelice dell’umana nostra natura, “omnes nos quasi oves erravimus”. Quando il Figliuol di Dio, mosso a pietà di noi, lascia le novantanove pecorelle, ossia, come spiegano dotti Spositori, i nove cori degli Angeli, e viene quaggiù in cerca della pecora smarrita, cioè della perduta umana generazione, e viene, “saliens in montibus transiliens colles”(Cant. II, 8), vale a dire, dal cielo nel seno della Vergine Madre, da questo nella grotta di Betlemme, da Betlemme in Egitto, indi a Nazaret, e finalmente in Gerosolima. Qui osservate com’Egli adempie col fatto quanto aveva già detto colle sue parole, che per la salute delle sue pecorelle sacrificherà la sua vita. “Animam mea pono pro ovibus meis”.

Vedete voi quella turba di fanti, di sgherri con faci, con lanterne, con bastoni, con spade avvicinarsi all’orlo degli ulivi? In capo a questa masnada è Giuda traditore. Ecco il lupo. Che fa il buon Pastore in tal cimento? Di sé non curando, pensa soltanto a sottrar dalle loro mani i suoi cari. Va incontro al capo ed alla schiera, e, chi cercate voi? dice intrepido e fermo. Se Gesù Nazzareno, Io son quel desso, lasciate però ire in pace i miei discepoli, “sinite hos abire” (Joan. XXVIII, 8). Così avvenne: Gesù resta fra le funi e le ritorte, e i suoi discepoli si salvano colla fuga.

Ecco il buon Pastore in mano de’ lupi rabbiosi tratto a’ tribunali, legato ad una colonna. Oh Dio! quale ne fanno sanguinosissimo scempio! Ed Egli intanto va dicendo in suo cuore: questo mio sangue laverà le macchie delle mie pecorelle, sarà il balsamo per le loro ferite, sarà il prezzo del loro riscatto, e la morte, a cui mi avvicino, darà ad esse la vita, “animam meam pono pro ovibus meis, et ego vitam aeternam do eis” (Jonn. X).

Era tanto l’amor di Davide ancor pastorello per la paterna greggia, che qualora orso o leone giugnea a rapire una qualche agnella, armato di tutto se stesso se gli scagliava contro, e ghermitolo per la gola, gli togliea dalle zanne la palpitante preda. Tanto fece per noi il divino nostro Pastore; con questa differenza però, che Davide acquistò nome di valoroso e di forte, e Gesù Pastor buono, fu computato tra gli scellerati, e qual malfattore crocefisso.

Sembrerà questa l’ultima prova dell’amor di Gesù nostro buon Pastore verso di noi suo gregge avventuroso. Ma no: compiuta l’umana redenzione, rotta la catena della nostra schiavitù, prima di separarsi da noi per ascendere al Padre, udite con quai sentimenti e con qual cuore prende a parlare a Simon Pietro. Simone figliuol di Giovanni, gli dice, mi ami tu più di tutti questi, che qui son presenti? “Simon Joannis, diligis me plus his” (Joan. XXI)? Signore, Pietro rispose, sì che io Vi amo, e voi lo sapete. Se veramente tu mi ami, ripiglia Gesù, dammi prove dell’amor tuo con pascere gli agnelli della mia greggia, “pasce agnos meos”. Ma tu mi ami davvero? soggiugne Gesù per la seconda volta. Ah Signore, ripete Simon Pietro, Voi vedete il mio cuore, mi protesto che Vi amo. Se dunque tu mi ami, pasci i miei agnelli, pasce agnos meos. Con una terza domanda Gesù l’interroga: Pietro, tu mi ami? Mio Signore, risponde Pietro turbato e confuso, Voi lo chiedete a me? Niuna cosa è al vostro sguardo nascosta, Voi siete lo scrutatore dei cuori: e meglio di me sapete che Vi amo. Conoscerò, conchiude Gesù, il tuo amore per me dalla cura che avrai di pascere le mie pecorelle, pasce oves meas. Breve fu il suono di queste parole, ma a quale e quanto grave senso si estendono! Pietro, parmi dir volesse, tu sei quella pietra, che ho posta per fondamento della mia Chiesa. A te, primo fra’ miei Apostoli, e mio vicario, ho dato in modo tutto singolare le chiavi del regno de’ cieli, e con esse la potestà suprema di sciogliere e di legare con giudizio irrefragabile pronunziato sulla terra, ed approvato nel cielo. Ma ciò non basta. Ti costituisco da questo istante Pastore universale di tutto il gregge che mi son formato col mio Vangelo, co’ miei sudori, collo sborso di tutto il sangue mio. Tu pascerai non solo i miei agnelli, ma come Pastor de’ pastori anche le pecore madri, “pasces oves meas”. Pasci dunque gli uni e le altre con guidarle all’erbe salubri, e ai limpidi fonti. Pasce colla dottrina, colla predicazione, coll’esempio, coi sacramenti: difendi la mia e la tua greggia e da quei lupi, che l’assalgono a viso aperto, e da quei, che si ascondono sotto la pelle di agnelli: ad un cuore che mi ama, o Pietro, Io devo affidarla, e non ad altri darne il governo, che a un cuore che abbia dell’amore per me, “pasce agnos meos, pasce oves meas”.

II Che dite, che vi pare, uditori del cuore, dell’amore, della bontà del divino nostro Pastore? Che cura, che impegno, che sollecitudine, che tenerezza per noi! Quale ora dovrà essere la nostra corrispondenza? Ecco, Egli è il nostro buon Pastore, dobbiam noi essere sue fide e buone pecorelle. E come? Egli stesso nel suo Vangelo ce n’insegna il modo. “Oves meae, dice, vocem meam audiunt” (Joan. X. 27). Le mie pecorelle ascoltano la mia voce e l’apprezzano, ascoltano i miei avvisi e li seguono, ascoltano i miei precetti e gli osservano, ascoltano le mie ispirazioni e le accolgono, ascoltano la voce de’ miei ministri e la rispettano, ascoltano parola da loro annunziata e ne profittano. “Oves meae voce meam audiunt”. È questo un segno, che sono pecorelle del mio ovile quelle anime che ascoltano e si pascono della mia parola letta ne’ libri, predicata da’ pergami; e a tenore delle verità e delle massime ch’essa propone, emendano la vita, regolano il costume, raffrenano le passioni, adempiono la legge, praticano la virtù, edificano il prossimo, santificano sé stesse, “oves meae vocem meam audiunt”.

Ma che segno sarebbe se invece si ascoltasse più volentieri la voce de’ bugiardi figliuoli degli uomini, che promuovono dubbi circa la fede, che spargono massime ereticali, che bestemmiano quel che ignorano? Che sarebbe se più piacessero i laidi discorsi, i motti maliziosi, le favole oscene, le scandalose novelle? Di queste pecore infette, rognose, direbbe Gesù, io non sono il Pastore, esse non appartengono al mio ovile , “non sunt ex hoc ovili”(Joan. X, 16).

Le pecore inoltre hanno in sommo orrore il lupo, orror tale, che al solo sentirne gli ululati, sebbene difese da ben chiuso e riparato ovile pure si vedono ritirarsi negli angoli più rimoti, e tremar da capo a piedi, tanto è l’orrore e lo spavento di questo loro nemico. È tale, ascoltanti, l’orror vostro, il vostro spavento per il peccato, nemico dell’anima vostra? Ne temete il pericolo, ne fuggite l’aspetto? Buon segno, miei cari, se è così, buon segno; voi siete pecorelle del gregge di Cristo. Perseverate ad odiarlo, ad abbominarlo, e dite sempre col reale profeta: Iniquitàtem odio habui et abominatus sum (Ps. 118).

Altra proprietà delle pecore, dice Cristo Signore, è il seguitare il proprio pastore, di cui conoscono la voce e la persona, “oves illum sequuntur” (Joan.). Siamo disposti a seguir l’orme del nostro Pastore Gesù Cristo? Beati noi, arriveremo a buon termine. Chi mi seguita, dice Egli, non cammina fra le tenebre dell’errore, “qui sequitur me, non ambulat in tenebris” (Joann. VIII, 12). Ma chi vuol venir dietro a me, convien che neghi se stesso e le proprie voglie, che si addossi la propria croce, e calchi le mie pedate; “Si quis vult post me venire, abneget semetipsum, tollat crucem suam, et sequatur me” (Luc. IX, 23). E che vuol dire, interroga S. Agostino, questo sequatur me? Vuol dire imitare i suoi esempi, “quid est me sequatur, nisi me imitetur? (Tract. 51, in Jo.). Chi corre la vita del piacere non imita Gesù, che va per quella del Calvario. Gli esempi di questo nostro Pastore sono di umiltà e di mansuetudine, di pazienza, di carità; non può esser sua pecorella chi non è imitatore delle sue virtù.

La pecora finalmente dà il latte e la lana come in retribuzione al pastore che la guida, la pasce, la governa e la difende. Gesù buon Pastore, o fedeli, anche Egli vuol da voi, e vi chiede il latte e la lana; ma non per sé. Vi chiede il latte, cioè la cristiana educazione della vostra prole. I sentimenti di pietà, di timor di Dio, di religione, di rettitudine, di onestà, ed altre buone e sante massime, sono quel latte, che dovete istillare nel cuor de’ vostri figliuoli. I salutari avvisi, i saggi consigli, le dolci ammonizioni a’ vostri inferiori, a’ vostri eguali, anche questo è latte, col quale S.Paolo avea pasciuti i suoi figli rigenerati in Cristo Gesù, lac potum dedi (I Cor. V, 2), e che Gesù aspetta da voi.

Aspetta da voi, e vi domanda anche la lana per coprire tanti suoi poverelli mezzo ignudi, esposti al rigor delle stagioni, tremanti, intirizziti dal freddo. Oh Dio ! Se il vostro cuore non si commuove, in vista di tanta miseria, come potete sperare di essere riguardati da Gesù Cristo in qualità di sue pecorelle? Visitate, visitate la vostra casa, aprite i guardaroba, o facoltosi, e vi troverete tante vesti rimesse, quanto per voi inutili, tanto pe’ poveri necessarie. Per carità coprite Cristo ignudo ne’ vostri ignudi fratelli. Imitate S. Martino ancor catecumeno, S. Filippo Benizio, S. Giovanni Canzio, S. Tommaso da Villanuova, e tanti altri caritatevoli servi di Dio, che si trassero le vesti di dosso per coprire l’altrui nudità. contrassegno più chiaro, carattere più certo di nostra predestinazione non vi è di questo, qual è spargere le viscere della nostra carità verso i bisognosi nostri fratelli.

Ma il vestire non basta, convien anche cacciar la fame, la fame, dico, che fa andar pallidi tanti vecchi cadenti, tante vecchierelle tremanti, tanti storpi impotenti, che fa languire tanti infermi sulla paglia, che fa gemere tante famiglie che non han cuore a mostrar faccia.

Ravviviamo la fede, cristiani miei cari. Nel giorno estremo, nella gran valle saranno da’ capri separate le agnelle, e alla destra parte da Gesù benedette; quelle agnelle, dissi, che avranno dato ascolto alla sua voce, che avranno seguito i suoi esempi, avuto in orrore il peccato e dato il latte di cristiana educazione alla prole e la lana a soccorso degl’indigenti. A queste Cristo Signore rivolto in aria dolcissima, “venite a me, dirà loro, voi avete camminato sull’orme mie, voi mi siete stati fedeli, mi avete pasciuto famelico, e coperto ignudo, venite per voi non son giudice, sono e sarò per sempre il vostro buon Pastore, venite ai pascoli, venite ai fonti di eterna vita, il mio regno sarà il vostro ovile; voi sarete sempre mie, Io sempre vostro”. Vogliam noi, uditori, goder di simil sorte? Siamo buone, fide, docili pecore, e sarà Gesù nostro buono ed eterno Pastore.

Omelia della Domenica in Albis e I dopo Pasqua

san Tommaso A.

Omelia della Domenica in Albis e I dopo Pasqua

-Dio si vede-

   Allorché Gesù Cristo risorto, glorioso trionfatore della morte e dell’inferno, apparve a porte chiuse ai suoi discepoli, ov’erano congregati, non era con essi Tommaso; ed eglino al suo arrivo presero a narrargli la prodigiosa comparsa del divino Maestro, l’annunzio di pace, la vista delle sue mani e del suo lato, ed il gaudio di cui erano stati ripieni: ed egli, “se non vedrò, disse, nelle sue mani l’apertura dei chiodi, e nel suo lato quella della lancia, ed entro non vi porrò il dito e la mano, alle vostre parole non presterò fede”. Per guarire l’incredulità di Tommaso si degnò comparire per la seconda volta il buon Redentore, ed entrato a porte chiuse, ov’era Tommaso con tutti gli altri discepoli, annunziata di nuovo la pace, rivolto a Tommaso, “ecco, disse, le mie mani, ecco il mio fianco, appressati, e metti pure e dito e mano nelle mani mie, e nel traforato mio petto, e cessa d’essere incredulo, e impara ad essere fedele”. Tommaso allora, io credo, esclamò, voi siete il mio Signore e il mio Dio. “Dominus meus, et Deus meus”. Ah Tommaso, ripigliò Gesù, tu credi, è vero, ma dopo aver veduto: beati coloro che senza il testimonio de’ sensi credono alla rivelata verità. Ma l’apostolo Tommaso, entra qui S. Gregorio magno (Hom. 26 in Evang.), non fu del tutto incredulo. Altro fu ciò che vide, altro ciò che credette. Vide e palpò l’umanità del suo Signore, ma confessò credendo la sua divinità, che veder non potea – qui facciam punto, uditori umanissimi. Qual fu quella di San Tommaso, nel senso del citato Gregorio, tale desiderio che sia la vostra fede. Dalle create cose, che sono sotto i vostri occhi, io vorrei che ascendeste a vedere quel Dio che le trasse dal nulla. Questi ingannati figliuoli degli uomini van dicendo, che Dio non si vede! Dio non si vede da chi veder nol vuole; ma dalla vista di tutto il creato si vede Dio, come lo vide Tommaso dalla veduta umanità del Salvatore. Dio dunque si vede, che mi accingo a dimostrarvi, se mi seguite cortesi con tutta attenzione.

Dio si vede. Non parlo d’Abramo, che vide per lume superno nella pienezza dei tempi Iddio liberatore, e il giorno in cui doveva spuntare per la salvezza del mondo. “Vidit et gavisus est” (Joan. VIII, 56). Non parlo di Isaia, che vide il Signore assiso su di un trono sublime, adorato da tutte le angeliche intelligenze. Non parlo dell’evangelista S. Giovanni, che estatico Lo contemplò nell’isola di Patmos, né di tanti altri profeti che in simboli Il videro, e in misteriose figure, e perciò si chiamarono veggenti. Cessate son le profezie, i simboli, le figure. Iddio ora in altro modo si vede. Si vede non con gli occhi del corpo, ma con quelli dell’intelletto. Cogli occhi del corpo né si vede, né veder si può, perché Iddio, purissimo spirito, affatto esente dalla materia, non è oggetto proporzionato all’organo materiale degli occhi corporei. Se alcun di noi volesse veder con gli occhi il suon di un musicale strumento, o veder con l’orecchio una statua, una pittura, si renderebbe ridicolo. Agli oggetti diversi vanno applicati i diversi sentimenti del corpo, e perciò siccome con l’occhio non può vedersi il suono di una cetra, lo squillo di una tromba; così con l’occhio stesso non si può vedere Dio, perché oggetto non proporzionato a quest’organo, perché spirito affatto immateriale, purissimo, semplicissimo.

Se Dio però è necessariamente invisibile all’occhio corporeo, agli occhi della mente Egli è visibilissimo. Quante cose da noi si veggono coll’intelletto, sebben non si veggano cogli occhi del corpo! L’anima puro spirito non è visibile agli occhi nostri, e pur si vede cogli occhi dell’intelletto e della ragione. Per adattarmi alla capacità di tutti, portiamoci col pensiero a piè del soglio di Salomone. Ecco qui due madri che contrastano per due bambini, uno vivo e l’altro estinto. Ditemi in qual di questi due si trova l’anima? In questo corpicciuolo pallido, freddo, contraffatto? Non già. In quest’altro, voi dite, rubicondo, vezzoso, qui è l’anima che gli dà vita, grazia e movimento. E come osate ciò asserire, se l’anima non è visibile, se non la vedete? La vediamo ben chiaro nel colore del volto, nella vivacità dello sguardo, nel riso, nel moto, nel gesto.

Voi vedete la faccia altrui, dice S. Agostino (Tract. 75 in Joan.), e non vedete la vostra. Per l’opposto voi non vedete l’altrui coscienza, l’intenzione, il pensiero altrui, e pur vedete la coscienza vostra, il vostro pensare, le vostre affezioni, le vostre tendenze, e quanto si aggira nella vostra mente, nella vostra memoria, nel vostro cuore. E come vedete tutto ciò? Colla vista intellettuale della vostr’anima ragionevole. Si presenta al vostro sguardo una nave, dice il romano oratore, che in alto mare appena spunta sull’orizzonte: vedete che al variar dei venti, varia le vele, che si tiene salda contro i flutti, i turbini e le procelle, che a tenor dell’arte nautica regola il proprio corso, e voi dite, quella nave è ben governata da bravo nocchiero. Se foste richiesti, come potete asserire, che sta al governo di quella nave un esperto nocchiero che non si vede, e appena da voi si scopre la nave stessa? Lo veggio, francamente risponderebbe ciascuno di voi, lo vedo con gli occhi di mia facoltà intellettiva, coll’uso della mia ragione, la quale mi insegna essere cosa impossibile, che quella nave fra tanti e così diversi accidenti di mar tempestoso, di fieri contrasti, di minacciose procelle, possa tenersi forte, e così ben regolare il suo corso, senza la mente, la mano, la direzione di un valente pilota.

Così premesso e ben inteso, ritorniamo al nostro argomento. Sono presso a sei mila anni che esiste questo globo terraqueo, equilibrato sopra se stesso in mezzo all’aere. Sono anni altrettanto che il sole, ogni giorno, secondo la frase dell’Ecclesiaste, spunta dall’oriente, tramonta all’occaso, si aggirano sul nostro capo la luna, le stelle, i pianeti. Or io domando: chi ha dato il moto a questi corpi di mole immensa? La materia per se stessa è inerte, non può mettersi in movimento senza impulso d’un estrinseco agente. Questo agente si dee necessariamente supporre che abbia in sé una innata virtù di dare ai corpi il moto, senza bisogno di altro movente, per non risalire ad una successione infinita, ch’è un assurdo che offende il buon senso, e ripugna alla ragione. Questo libero agente dunque è una prima cagione, eterna, che esiste da sé, che a quei corpi materiali, ai quali è dato l’essere, diede ancora il movimento, e questo primo agente, e questa causa motrice è Dio. Son presso a sei mila anni che la terra si veste di erbe, si adorna di fiori, biondeggia di spighe, e di tanti frutti è feconda; erbe e frutti che agli uomini, ai quadrupedi, ai volatili, ai rettili, somministrano opportuno alimento; erbe e frutti che in se stessi conservano i semi, onde riprodursi e moltiplicarsi a pro di tutte le creature viventi. Domando or di nuovo, chi ha introdotto al mondo questa tanto ben ordinata armonia tra cielo e terra, tra elementi e piante, tra stagioni e stagioni, tra uomini ed animali? Chi è l’Autore d’un ordine così sorprendente? Chi lo mantiene con tanta costanza, che il corso di tanti secoli non ha potuto alterare d’un punto? Se così asserite, perché non affermate altrettanto allorché con stupore ammirate la struttura magnifica d’un superbo palazzo? Perché lodate il saggio architetto? Perché non dite piuttosto che è spuntato da terra a guisa d’un fungo? Perché incontrandovi con un bel quadro encomiate l’eccellente pittore, e non attribuite invece l’egregio lavoro ad un accidentale rovescio di colori, così a caso accozzati?Possibile che in tutte le opere dell’arte si ravvisi un autore, e non si riconosca poi in tante meraviglie, che ci presenta la natura?

Leggete il gran libro del mondo, come lo leggeva un S. Antonio Abate. Nel mare, ne’ fiumi, ne’ monti, nelle piante, ne’ fiori, riscontrava egli le orme parlanti d’una Sapienza creatrice, che il tutto regge, che governa il tutto a benefizio dell’uomo, e che alla sua provvidenza per le necessità dello stesso unisce il comodo che lo solleva, il gusto che lo conforta, il bello che lo ricrea.

Della grandezza delle create cose, dice lo scrittore della Sapienza, e dalla loro bellezza è facile conoscere e vedere in quelle il volto e la mano del creatore che li formò. “A magnitudinis speciei, et creaturae cognoscibiliter poterit Creator horum videri! (Sap. XIV). L’essenza di Dio, soggiunge S. Paolo, l’onnipotenza, e tutti gli altri suoi infiniti attributi sono al nostro sguardo invisibili, ma dall’uomo ragionevole, per mezzo delle cose create, se ne acquista l’intelligenza, e coll’intelletto si conoscono e veggono. “Invisibilia ipsius a creatura mundi, per ea quae facta sunt, intellecta conspiciuntur” (Rom. I, 20). Si conosce da questo, prosegue lo stesso Apostolo, l’eterno potere, e la divinità di Colui che le produsse, “sempiterna quoque eius virtus, et divinitas”; così che coloro che veder nol vogliono si fan rei di una cecità inescusabile, “ita ut sint inexcusabiles”. Fin qui l’Apostolo delle genti. Queste divine cose invisibili le conobbe pure col lume della natura e della grazia la verginella e martire S. Barbara. Per ea, leggiamo nella sua storia, “per ea quae visibilia facta sunt, divina opitulante gratia, ad invisibilia pervenit.” Rapita quest’anima pura dalla beltà, dalla magnificenza, dall’ordine, dal concerto delle visibili creature, da queste, come per via di gradi, salì a contemplare e a conoscere le altissime invisibili divine perfezioni, fino a consacrare a Dio il giglio della sua verginità, eleggendoLo per isposo, fino a tenersi costante nelle più fiere persecuzioni, e ne’ più atroci tormenti, fino a lasciare il capo e la vita sotto la spada del proprio crudelissimo genitore.

Perché voi dunque, direi a taluni, nello spettacolo meraviglioso della natura non vedete Dio? Quel Dio che le trasse dal nulla? Ecco il perché: avete, come dice l’Apostolo, l’intelletto oscurato dalle tenebre degli errori, che corrono in questo secolo. Il peccato, le ree passioni vi han posto una benda che vi accieca: il fuoco de’ sensuali piaceri manda un fumo sì denso, che, secondo la frase del reale Profeta, non vi lascia vedere neppur la luce del mezzo giorno. “Supercecidit ignis, et non viderem solem”. Come volete vedere Dio nello specchio delle creature, se le creature da Dio proibite sono il vostro idolo? Se, per far tacere i rimorsi della rea vostra coscienza, dite nel vostro cuore che Dio non esiste? Lo dite nel cuore, lo so, per iniquo desiderio di perversa volontà, dir nol potete per convincimento e persuasione del vostro intelletto. E pur il dite. E perché? È facile il conoscerlo. Perché coll’idea di un Dio per voi chimerico, vorreste sottrarvi alle sue minacce vorreste respirare l’aura lusinghiera di una piena libertà di coscienza: perché questo Dio, che negate, amareggia i turpi vostri piaceri: perché avete tutto il motivo di temerlo nemico, e giusto punitore dei vostri misfatti: ond’è che a vostro dispetto, anche non volendo, Lo conoscete, ma in un’oscura idea tumultuosa, senza merito, e senza profitto.

Cristiani devoti, da questo tratto che non fu per voi, ritorno a voi. Iddio si vede col cuore, dice S. Agostino citando quelle parole evangeliche:“Beati mundo corde, quotiam ipsi Deum videbunt” (De serm. dom. in mont. c. 2), e come l’occhio corporeo non può distinguere gli oggetti sensibili, se non è purgato dalle fecce e dall’immondezze; così un cuor che dalle macchie del peccato, e da ree affezioni purgato e mondo non sia, non può vedere Dio con merito nella vita presente, e nol vedrà per castigo nella vita futura. Volete fin d’ora vedere Dio cogli occhi dell’anima? Conchiude S. Agostino, Lo vedrete, ma prima pensate a purgare il cuore: “Deum videre vis? Prius cogita de corde mundando” (Serm. 173. De temp.). Un cuor puro, un cuor mondo chiedeva al Signore il penitente Profeta. Un cuore puro per battesimale innocenza, o mondato per sacramentale penitenza, egli è come un nitido specchio che vede in sé rappresentata l’immagine di Dio. Iddio che abita in un cuor innocente, o in cuor ravveduto, si fa conoscere colla luce, che gli comunica, colla pace di cui lo riempie. Ah dunque, fedeli amatissimi “mundemus, ci esorta l’Apostolo Paolo, “mundemus nos ab omni inquinamento carnis, et spiritus” (2 ad Cor. VII, 1). Purghiamoci da ogni lordura d’opera carnale, da ogni infezione e traviamento di spirito, e per tal mezzo vedremo Dio in tutto il creato, Lo vedremo rappresentato, dice il citato Apostolo, come in lucido specchio:“Videmus nunc per speculum in aenigmate” (1 Cor. XIII, 12), Lo vedremo cogli occhi dell’intelletto e della fede, per vederLo poi “facie ad faciem” nella beata eternità, che Dio ci conceda!