DOMENICA DELLA FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA (2020)

DOMENICA DELLA FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA (2020)

Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

« Non conviene forse – dice Leone XIII – celebrare la nascita regale del Figlio del Padre Supremo? Non forse la casa di David, e i nomi gloriosi di questa antica stirpe? È più dolce per noi ricordare la piccola casa di Nazaret e l’umile esistenza che vi si conduce: è più dolce celebrare la vita oscura di Gesù. Lì il Fanciullo Divino imparò l’umile mestiere di Giuseppe e nell’ombra crebbe e fu felice di essere compagno nei lavori del falegname. Il sudore – egli dice – scorra sulle mie membra, prima che il Sangue le bagni; che questa fatica del lavoro serva d’espiazione per il genere umano. Vicino al divino Fanciullo è la tenera Madre; vicino allo Sposo, la Sposa devota, felice di poter sollevare le pene agli affaticati con cura affettuosa. O voi, che non foste esenti dalle pene e dal lavoro, che avete conosciuto la sventura, assistete gl’infelici che l’indigenza affligge e che lottano contro le difficoltà della vita  » (Inno di Mattutino). – In questa umile casa di Nazaret Gesù, Maria e Giuseppe consacrarono, con l’esercizio delle virtù domestiche, la vita familiare (Or.). Possa la grande Famiglia che è la Chiesa ed ogni focolare cristiano esercitare in terra le virtù che esercitò la Sacra Famiglia, per meritare di vivere nella sua santa compagnia in cielo (Or.). – Benedetto XV, volendo assicurare alle anime il beneficio della meditazione e dell’imitazione delle virtù della Sacra Famiglia, ne estese la solennità alla Chiesa universale e la fissò alla Domenica fra l’Ottava dell’Epifania o al sabato che la precede.

Sanctae Familiae Jesu Mariae Joseph

Incipit

In nómine Patris, ✝ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Prov XXIII: 24; 25
Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te.

[Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].

Ps LXXXIII: 2-3
Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit et déficit ánima mea in átria Dómini.

 [Quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore degli eserciti: anela e si strugge l’ànima mia nella casa del Signore]

Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te. [Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].

Oratio

Orémus.
Dómine Jesu Christe, qui, Maríæ et Joseph súbditus, domésticam vitam ineffabílibus virtútibus consecrásti: fac nos, utriúsque auxílio, Famíliæ sanctæ tuæ exémplis ínstrui; et consórtium cónsequi sempitérnum: [O Signore Gesú Cristo, che stando sottomesso a Maria e Giuseppe, consacrasti la vita domestica con ineffabili virtú, fa che con il loro aiuto siamo ammaestrati dagli esempii della tua santa Famiglia, e possiamo conseguirne il consorzio eterno].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col III: 12-17
Fratres: Indúite vos sicut elécti Dei, sancti et dilécti, víscera misericórdiæ, benignitátem, humilitátem, modéstiam, patiéntiam: supportántes ínvicem, et donántes vobismetípsis, si quis advérsus áliquem habet querélam: sicut et Dóminus donávit vobis, ita et vos. Super ómnia autem hæc caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis: et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore: et grati estóte. Verbum Christi hábitet in vobis abundánter, in omni sapiéntia, docéntes et commonéntes vosmetípsos psalmis, hymnis et cánticis spirituálibus, in grátia cantántes in córdibus vestris Deo. Omne, quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum.
 [Fratelli: Come eletti di Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza, sopportandovi e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno ha da dolersi di un altro: come il Signore vi ha perdonato, così anche voi. Ma al di sopra di tutto questo rivestitevi della carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché siete stati chiamati a questa pace come un solo corpo: siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, istruitevi e avvisatevi gli uni gli altri con ogni sapienza, e, ispirati dalla grazia, levate canti a Dio nei vostri cuori con salmi, inni e cantici spirituali. E qualsiasi cosa facciate in parole e in opere, fate tutto nel nome del Signore Gesú Cristo, rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di Lui].

Graduale

Ps XXVI: 2
Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ.
Ps LXXXIII: 5. Una sola cosa ho chiesto e richiederò al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.

Alleluja

Beáti, qui hábitant in domo tua, Dómine: in sǽcula sæculórum laudábunt te. Allelúja, allelúja, Beati quelli che àbitano nella tua casa, o Signore, essi possono lodarti nei secoli dei secoli. Allelúia, allelúia,
Isa XLV: 15
Vere tu es Rex abscónditus, Deus Israël Salvátor. Allelúja. Tu sei davvero un Re nascosto, o Dio d’Israele, Salvatore. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
S. Luc II: 42-52
Cum factus esset Jesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Jerosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater ejus conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Jesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

[Quando Gesù raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini].

OMELIA

 [A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE VI.

“E quando Egli (Gesù) fu arrivato all’età di dodici anni, essendo essi andati a Gerusalemme, secondo il solito di quella solennità, allorché, passati quei giorni, se ne ritornavano, rimase il fanciullo Gesù in Gerusalemme; e non se ne accorsero i suoi genitori. E pensandosi ch’Egli fosse coi compagni, camminarono una giornata, e lo andavano cercando tra i parenti e conoscenti. Né avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme a ricercarlo. E avvenne, che dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, che sedeva in mezzo ai dottori, e li ascoltava, e li interrogava. E tutti quei, che l’udivano, restavano attoniti della sua’ sapienza e delle sue risposte. E vedutolo (i genitori) ne fecer le meraviglie. E la Madre sua gli disse: Figlio, perché ci hai tu fatto questo? Ecco che tuo padre e io addolorati andavamo di te in cerca. Ed Egli disse loro: Perché mi cercavate voi? Non sapevate come nelle cose spettanti al Padre mio debbo occuparmi? Ed eglino non compresero quel che aveva lor detto. E se n’andò con essi, e fe’ ritorno a Nazareth, ed era ad essi soggetto. E la Madre sua di tutte queste cose faceva conserva in cuor suo. E Gesù avanzava in sapienza, in età, in grazia appresso a Dio e appresso agli uomini” (S. Luc. II, 42-52). Dopo che nostro Signor Gesù Cristo per scampare ai furori di Erode era stato portato in Egitto ed ivi aveva dimorato alquanto tempo, cessato il pericolo per la morte di quel barbaro re, fu ricondotto nella Palestina, e con Maria e Giuseppe andò in Galilea ad abitare nella città di Nazareth. E fu in questa piccola città, dagli Ebrei tenuta in nessun conto, che Gesù passò d’allora fino ai trent’anni la sua vita privata. Ma come il Vangelo circondò di misterioso silenzio gli anni, che Gesù passò esule in Egitto, così di silenzio anche più misterioso circondò gli anni da Lui passati nella vita privata a Nazareth. Un solo fatto di questa vita ci narra, il quale è come uno splendido raggio di luce in mezzo ad una completa oscurità. Ed è questo fatto, che ci invita a considerare la Chiesa nel Vangelo di oggi. In esso noi potremo prendere varie lezioni, e tutte di grandissima importanza.

1. Gesù era arrivato all’età di dodici anni, ed essendo giunta la festa di Pasqua, Maria e Giuseppe recandosi secondo il solito a Gerusalemme per celebrarla, condussero con loro Gesù. E quando furono passati i giorni di quella solennità, ripresero a fare il viaggio di ritorno. Ma senza che Maria e Giuseppe se ne avvedessero, Gesù rimase in Gerusalemme. Camminarono adunque i Santi Sposi per tutta una giornata, pensandosi che fosse coi compagni di viaggio. – Il che non ci deve recar meraviglia, giacché era costume fra gli Ebrei, che, sia nell’andare, come nel ritornare da Gerusalemme, formassero tanti gruppi separati di uomini e di donne, andando i fanciulli indifferentemente con gli uni o con le altre. È dunque verisimilissimo, che Maria credesse Gesù essere con Giuseppe, e dal canto suo Giuseppe immaginasse, che Gesù fosse con Maria. Ma come giunsero ad un punto del viaggio, in cui forse si faceva una fermata e gli uomini si riunivano alle loro donne per prendere insieme qualche po’ di ristoro, ecco che Maria e Giuseppe riscontratisi, si avvedono che Gesù non era con loro. Lo cercano subito tra i parenti e gli amici, ma non lo trovano. Chi può dire allora il dolore che venne a colpire il cuor di Maria e quello di S. Giuseppe? Perdere Gesù!… e poteva loro capitare una disgrazia più grande? Con la loro immaginazione così viva e fatta più accesa dalla sventura, andavano congetturando mille cose diverse di Lui, e tutte tristi. Sapevano che Gesù prendendo l’umana natura, ne aveva accettato altresì tutti i bisogni, tutte le prove, tutta la miseria. Epperò non poteva essere, che essendosi smarrito, ora si trovasse a patire la fame, la sete, il freddo, i disagi della vita? Pertanto, prontamente ritornarono indietro a Gerusalemme a ricercarlo. E chi sa dire le sollecitudini, che a tal fine adoperarono? È certo che ad ogni persona che incontravano, andavano domandando: Avete visto Gesù? un giovane di dodici anni, bello come il Paradiso? È certo, che di tanto in tanto, massime nei luoghi boscosi, facevano ripetutamente risuonare la voce gridando: Gesù! Gesù! È certo, che passando vicino a qualche luogo dirupato gettavano ansiosamente lo sguardo giù nei burroni, se caso mai vi fosse caduto. E quando poi rientrarono in Gerusalemme non vi furono strade, non vi furono piazze, che essi non percorressero da capo a fondo, in largo e in lungo; e non vedendolo in nessun luogo cominciarono a battere alle porte di quelle case, dove potevano supporre, che Gesù fosse stato raccolto. E ciò per tre giorni senza darsi pace mai, sempre con le lagrime agli occhi. Che desolante contrasto tra il dolore di Maria e di Giuseppe nell’avere perduto Gesù, la loro sollecitudine per ritrovarlo e il niun affanno, che provano certi Cristiani, i quali pure lo hanno perduto. Le Sacre Scritture ci insegnano, che noi per la grazia di Dio possediamo Gesù dentro i nostri cuori. Ma quando si commette il peccato mortale, questo caro Gesù si perde. E sapete che vuol dire perdere Gesù? Vuol dire perdere Iddio, che pur siamo destinati a possedere eternamente, vuol dire perdere la sua grazia e la sua amicizia, vuol dire perdere il merito di tutte le opere buone compiute pel passato, vuol dire chiudersi le porte del Paradiso e spalancarsi quelle dell’inferno, vuol dire diventare con l’anima brutta, nera, schifosa, vuol dire cadere nella schiavitù e sotto il potere del demonio, vuol dire infine rendersi inabile ad operare qualsiasi cosa, che giovi per la vita eterna; vuol dire tutto questo. Eppure vi hanno degli insensati, i quali vanno burbanzosi ripetendo: Peccavi et quid mihi accidit triste? (Eccl. V, 4). Ho peccato, e che cosa mi è accaduto di triste? Ah se quando si commette il peccato mortale si perdesse la sanità, l’onore degli uomini, una gran somma di danaro, che dico una gran somma? si perdesse anche solo uno scudo, lo si riterrebbe per una gran disgrazia e gli si piangerebbe sopra e si farebbe di tutto per ritrovarlo; ma perché col peccato mortale si è perduto Gesù, non solo non si piange, non lo si ricerca, ma talvolta si continua forsennatamente a ridere e a stare allegri. Quale stoltezza e quale audacia! Eppure come concepire anche solo un Cristiano, che s’addormenta la sera senza pensar neppure a fare un atto di contrizione, sapendo che nel giorno ha offeso Iddio mortalmente ed ha perduto la sua grazia? Come comprendere coloro, che, pur credendo all’esistenza di un Sacramento istituito da Dio per ridonare la sua grazia a chi l’ha perduta, amano meglio rimanere e sprofondarsi nell’abisso della colpa per i giorni, per le settimane, per i mesi, e talvolta anche per gli anni? Ah, miei cari! non vogliate mai mettervi nel numero di questi sventurati. E se per disgrazia vi è accaduto di perdere Gesù e la sua grazia, ricercatela tosto col pentirvi del vostro peccato e col fare una santa confessione.

2. Infine Giuseppe e Maria, dopo di avere inutilmente cercato Gesù per tre giorni e tre notti intere nelle vie e nelle case di Gerusalemme, si recarono a ricercarlo nel tempio. E là propriamente lo ritrovarono, che sedeva in mezzo ai dottori della legge, udendo ed interrogando i medesimi e tutti facendo stupire per la sapienza delle sue risposte. Al vederlo restarono presi da meraviglia. E Maria subito gli disse: « Figlio, perché ci hai fatto tu questo? Ecco che tuo padre ed io addolorati andavamo in cerca di te ». Con le quali parole Maria non intendeva già di muovere a Gesù un rimprovero, ma bensì di fare nient’altro che un lamento di tenerezza e nel tempo stesso manifestare la gioia immensa, che essa e Giuseppe, a cui essa dà qui l’onorifico nome di padre di Gesù, provavano nell’averlo ritrovato. Ora qual è la risposta che diede Gesù al tenero lamento di Maria? Uditela: Egli disse: Perché mi cercavate voi? Non sapevate che io debbo occuparmi in ciò che spetta al Padre mio? In questa risposta era racchiuso un ammaestramento così grande che lì per lì, come osserva il Vangelo, Maria e Giuseppe non compresero ciò che Gesù aveva lor detto. Difatti con tali parole nostro Signor Gesù Cristo volle dettarci la gran legge, che noi dobbiamo seguire nelle nostre relazioni con gli uomini, di fronte a Dio. Molte sono le relazioni, che noi possiamo avere quaggiù con gli altri uomini: relazioni di superiorità coi nostri inferiori, di sudditanza coi nostri superiori, di parentela col nostro padre, con la nostra madre, coi nostri fratelli, con gli altri parenti, di amicizia con gli amici, di benevolenza con tutto il prossimo, ed altre simili. In tutte queste relazioni Iddio stesso con la sua santa legge ci impone dei rispettivi doveri, quelli cioè di governare saviamente gl’inferiori, di stare sottomessi ai superiori, di obbedire e rispettare i genitori, di far volentieri qualche sacrifizio per gli amici, di non negare al nostro prossimo quei piaceri, che gli possiamo fare, ed altri ancora di questo genere. Ma sebbene sia vero, che lo stesso Dio ci imponga questi doveri, di modo che non li possiamo trasgredire senza colpa, è pur verissimo, che anzitutto dobbiamo obbedire a Dio ed occuparci di quelle cose, che riguardano Lui, e che per obbedire a Dio ed occuparci delle cose sue dobbiamo, in caso che ciò sia richiesto, lasciare di contentare gli uomini e ben anche opporsi alle loro esigenze. Or ecco la gran legge che Gesù volle farci conoscere con quelle parole rivolte a Maria e Giuseppe: Perché mi cercavate voi? Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose spettanti al Padre mio? E quanto sia importante questa legge è facile a capirsi da ciò, che è la prima legge, che Gesù Cristo nel Santo Vangelo con la sua parola divina promulga. Perché sebbene dovessero essere grandi le cose, che Gesù aveva dette ai dottori, tuttavia il Vangelo non le nota; e invece nota con precisione e narra per disteso ciò, che Egli disse a Maria, precisamente perché si trattava d’una cosa di massima importanza. Ecco dunque ciò, che dobbiamo imprimere nella nostra mente secondo l’insegnamento, che ci dà Gesù in quest’oggi: che Iddio deve andare innanzi a tutti, innanzi alle autorità della terra, innanzi ai padroni e superiori, innanzi agli amici e conoscenti, innanzi agli stessi autori dei nostri giorni. Quando perciò accadesse che le autorità della terra, i padroni, i superiori, gli amici, e ben anche il nostro padre e la nostra madre volessero impedirci di adempiere i nostri doveri verso Dio e non permetterci, ad esempio, di essere veri Cristiani Cattolici, ossequenti al Papa ed ai Vescovi, di andare alla domenica ad ascoltare la S. Messa e di accostarci di tratto in tratto ai SS. Sacramenti, di seguire la vocazione, con la quale il Signore ci ha chiamati a servirlo da vicino nel Santuario o nello stato religioso, noi dobbiamo essere pronti a somiglianza di Gesù a rispondere con le parole e più ancora coi fatti: Prima devo occuparmi delle cose che riguardano a Dio: più che agli uomini devo studiarmi piacere a Lui. Non cercatemi adunque, vale a dire non tentatemi, non distoglietemi dal mio primo dovere. È così appunto, che hanno risposto gli Apostoli a coloro, che volevano loro impedire di predicare Gesù Cristo; è così, che hanno risposto i martiri a quelli, che li volevano costringere a rinnegare la fede; è così, che hanno risposto i Vescovi e i Papi ai potenti della terra, che volevano da loro concessioni dannose alla causa di Dio; è così, che hanno risposto tanti uomini grandi, come un Tommaso Moro, a coloro, che pretendevano di essere accontentati nelle loro ingiuste voglie; è così ancora, che hanno risposto tanti giovani e tante donzelle, quali un S. Luigi Gonzaga, un S. Stanislao Kostka, un S. Francesco di Sales, una S. Teresa, una S. Francesca Chantal e cento e mille altri, a quei parenti, che loro volevano impedire di seguire la loro vocazione e di farsi religiosi. Sappiamo pertanto, nel caso che fosse necessario, seguire anche noi questi sì nobili esempi, e dire anche noi a chicchessia le parole di Gesù: In his quæ Patris mei sunt oportet me esse!

3. Ma ecco che dopo averci dato questo grande ammaestramento con la sua parola, Gesù, secondochè si chiude il Vangelo d’oggi, ce ne dà ancora un altro con l’esempio. E ciò, che più dobbiamo notare si è, che trattasi di un ammaestramento qui al tutto impensato. Giacché il Vangelo dopo averci riferita la risposta di Gesù a Maria e Giuseppe, con la quale Egli dice, che non dovevano cercarlo, dovendo occuparsi delle cose di Dio, soggiunge poi, che tornò con essi a Nazaret, e stava a loro soggetto: Descendit cum eis et venit Nazareth; et erat subditus illis. Ora questo non è un dirci chiaramente, che dopo la sudditanza, che dobbiamo a Dio, la prima, che le tien dietro, è quella, che dobbiamo ai nostri genitori? Sì, senza alcun dubbio. Perciocché bisogna riflettere bene a che cosa significa questa semplice espressione et erat subditus illis, che tutta compendia la vita di Gesù Cristo dai dodici ai trent’anni. Benché in apparenza dica una cosa di poco momento, in realtà tuttavia ne dice cose grandi assai. Ed invero: Ed era loro soggetto vuol dire, come osservano S. Agostino e S. Bernardo, che Egli, Gesù Cristo, il quale con tutta verità si dichiarò uguale a Dio, ed è Dio Egli stesso, Colui, che fabbricò il cielo e la terra, era soggetto ai parenti, agli uomini, alle creature della terra con quella sudditanza, che si immedesima con la più pronta, più umile e più affettuosa obbedienza. Immaginatelo adunque quel caro Gesù sempre intento a fare la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi, ed aiutarli in tutte le loro faccende con una grazia e un’allegrezza mirabile. Epperò eccolo talvolta, per obbedire a Maria ed aiutarla nelle fatiche più pesanti della casa, ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Maria e mettersi Egli a pulire la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancora presentemente si fa vedere presso di Nazaret, per attingere l’acqua. Eccolo, per obbedire a Giuseppe ed aiutarlo ne’ suoi lavori, ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare quel mobile, ora uscire a far delle compere, ora a prendere delle misure, ed ora attendere ad altre cose somiglianti. – Ma, perché mai in Gesù Cristo una sì umile sudditanza? La ragione è manifesta. Se Gesù, dice Origene, volle onorare Maria e Giuseppe con quell’onore di star loro soggetto, si fu propriamente per dare a tutti i figliuoli l’esempio, affinché stiano sottomessi ai loro genitori e ricordino bene, che questo, dopo i comandamenti che riguardano Dio, è il primo che riguarda gli nomini. Importa adunque, che tutti i figliuoli prendano da Gesù questa importante lezione. E notate bene, o carissimi, che ho detto tutti i figliuoli a bello studio, perché non si pensi che questa lezione si convenga solamente ai bambini, ai fanciulli ed a coloro, che vivono in famiglia, ma perché si ritenga che essa conviene, e assai assai, anche agli adulti, anche a quelli che per ragione della loro educazione si trovano in qualche istituto, perché anzi tutto devono compiere in esso verso dei loro maestri e superiori i doveri, che hanno coi genitori, poscia perché la loro condotta riferita ai genitori può esser loro causa di consolazione e di dolore, da ultimo perché i doveri, che hanno coi genitori, continueranno in tutta la loro forza, anche allora che saranno usciti dall’istituto. Guai a coloro, i quali perché sono giunti ad una certa età e si sentono pieni di vigoria e di vita, non vogliono più sottostare al padre ed alla madre, ne sdegnano gli avvisi, le raccomandazioni ed i comandi, vivono come loro piace, vogliono insomma farla essi da padroni! La mano del Signore non tarderà a farsi pesante sopra il loro capo per castigarli terribilmente anche in questa vita. Nella Sacra Scrittura (Eccl. III, 18) è chiamato infame colui, che abbandona suo padre ed è dichiarato maledetto da Dio colui, che esaspera la sua madre. E nell’antica legge dettata da Dio a Mosè era ordinata la punizione di morte non solo contro di quel figlio snaturato, che alzasse la mano a percuotere i genitori, ma eziandio verso di chi mancava loro di rispetto col proferire ingiurie e maledizioni contro di essi: Qui maledixerit patri suo, vel matri, morte moriatur (Esod. XXI, 19). E con quali terribili esempi ha dimostrato Iddio quanto lo irriti la mancanza di rispetto verso i genitori! Cam mancò di rispetto al suo vecchio padre Noè, e Dio maledisse alla sua discendenza: maledictus Chanaan (Gen. IX, 25), e il segno di quella tremenda maledizione sta tuttora scolpito sopra di essa. Ofni e Finees sprezzarono gli avvisi del loro padre Eli, e tutti e due morirono nello stesso giorno uccisi in battaglia. Assalonne si ribellò al suo padre Davide, e finì di mala morte, appeso ad una quercia e trapassato il cuore dalla lancia di Gioabbo. E quanti altri fatti somiglianti si potrebbero citare! – Io so bene, che taluni vorrebbero esimersi dal dovere di rispettosa sudditanza verso dei loro genitori e superiori col dire, che sono troppo esigenti e noiosi! Ma a costoro io vorrei chiedere: È possibile ricordare le esigenze e le noie della nostra prima educazione e poi non sopportare in pace qualche po’ di esigenza e di noia da parte dei nostri genitori e superiori? O figlio, che mi ascolti, riduciti un po’ alla mente quando eri debole, impotente, senza forza, senza l’uso della ragione, senza parola. Che sarebbe stato di te, se allora la tua madre col pretesto, che le davi noia e fastidio, ti avesse abbandonato? Povera madre! Tutt’altro che abbandonarti! Essa dopo di averti ricevuto dalle mani di Dio nei più acerbi dolori, ti ha dato il suo latte, ti ha nutrito, ti ha cullato, ti ha vegliato di giorno, di notte, rompendo tante volte i suoi sonni, ha guidato i tuoi primi passi, ti ha insegnato le prime parole, ha sopportato i tuoi capricci e quando poi ti ha incolto una grave malattia, si è piantata lì al tuo letticciuolo e non ti ha più abbandonato un istante; ed a questa madre tu ora ardisci pretendi mancar di rispetto? Va là, sciagurato, che non hai cuore. E tuo padre? Sai tu, figliuolo, quel che gli hai costato? Seduto da mane a sera intrisichiva nell’ufficio, nei campi bagnava di sudore i solchi, tra il fumo di un’officina logorava la vita sempre tra le ansietà, tra le sollecitudini e persino tra gli stenti e le privazioni, e tutto, tutto per te, per tirarti su, per metterti all’onor del mondo, per procacciarti anche un po’ di fortuna. E dopo tutto ciò, perché ora tu sei in forze e puoi fare da te, non vuoi più riconoscere per superiore tuo padre e vuoi comandargli tu? E i tuoi superiori? i tuoi maestri? Per educarti alle scienze, alle arti e alla virtù, consacrano il loro tempo, sacrificano la loro libertà, si riducono quasi in ischiavitù, pazientemente tollerano il disgusto e la noia di spesso ripetere le stesse cose, gli stessi insegnamenti e le stesse raccomandazioni; e tu non vorresti farne caso, e fors’anche mancar loro di gratitudine e di rispetto, deriderli, disprezzarli? Ahimè! temi e trema! Eadem mensura qua mensi fueritis, remetietur et vóbis (S. Luc. VI, 34). Quella misura, che adoperi adesso verso di tuo padre e di tua madre, e de’ tuoi superiori, Dio permetterà che altri un giorno l’usino verso di te. Ah! carissimi miei, a somiglianza di Gesù, rispettiamo, obbediamo, amiamo i nostri genitori e quelli che ne tengono le veci. Se noi compiremo esattamente questo dovere, potremo anche noi meritare il bell’elogio, che, terminando, fa di Gesù il Vangelo di questa mattina: E Gesù avanzava in sapienza, in età, in grazia appresso a Dio e appresso agli uomini. Sì, lo star soggetti ai genitori e superiori, tutt’altro che avvilirci e farci comparire da poco, ci mostrerà veri sapienti e ci farà crescere nella stima sia presso a Dio, come presso agli uomini.

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra i doveri de genitori verso i loro figliuoli.

Jesu proficiebat sapientia, ætate et gratia apud Deum et homines. Luc. II.

Ah! quanto, sarebbe mai a desiderare fratelli miei, che si potesse in un senso rendere la stessa testimonianza dei fanciulli dei nostri giorni che il santo Vangelo rende del bambino Gesù allorché ci dice che questo divin fanciullo cresceva in sapienza ed in grazia a misura che cresceva in età!, Quanto pochi sono quelli che meritano questo elogio! Non possiamo forse dire all’opposto che i più, a misura che crescono in età, crescono altresì in malizia? Oimè! Oimè! appena conservano la loro innocenza sino all’età di ragione! Ma appena giunti sono a questa età che, allettati dal cattivo esempio dei loro simili, s’impegnano nelle strade dell’iniquità. D’onde proviene questa disgrazia? Da due cagioni, che rendono genitori e figliuoli ugualmente colpevoli: i genitori non hanno cura di dare ai loro figli una convenevole educazione; trascurano di coltivare queste giovani piante che il Signore ha loro confidate: o se i genitori virtuosi impiegano le loro attenzioni per ben allevare i loro figliuoli, questi le rendono inutili con la indocilità e mancanza di sommissione ai propri genitori. Tali sono le cagioni ordinarie dei disordini che regnano fra gli uomini. È dunque molto a proposito apprendere agli uni e agli altri le loro obbligazioni, proponendo loro per modello la santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Era si santa questa famiglia che il tutto in essa facevasi nella più alta perfezione. Oltre le sublimi virtù che praticavano al di dentro, le quali non erano conosciute che da Dio solo, essi ne praticavano ancora al di fuori per edificar il prossimo; e per questo andavano ogni anno in Gerusalemme, secondo quel che praticavasi, alla festa della pasqua, per rendere a Dio i loro doveri nel suo santo tempio. Il santo fanciullo Gesù era anche sommesso ai suoi genitori: Erat subditus illis (Luc. II). Oh quanto sante e felici sarebbero le famiglie, se formate esse fossero sul modello di questa; se i genitori imitassero le virtù della santa Vergine e di S. Giuseppe, e se i figliuoli si proponessero per modello la vita del santo fanciullo Gesù! Se i genitori adempissero ai loro obblighi a riguardo dei loro figliuoli , il Cristianesimo non sarebbe più che una società di santi: si vedrebbe fiorire la Religione, la pace e la felicità regnare in tutti gli stati. Egli è dunque un soggetto dei più importanti a trattare, cioè i doveri dei genitori riguardo ai loro figliuoli e i doveri dei figliuoli riguardo ai loro genitori; il che farà la materia di due istruzioni. Noi cominceremo in quest’oggi dai doveri dei genitori. Per apprendere ai padri e alle madri, quali sono i loro doveri riguardo ai loro figliuoli: convien distinguere in questi figliuoli due sorta di bisogni cui i padri e le madri sono obbligati di provvedere; cioè i bisogni temporali e  i bisogni spirituali: i primi riguardano la vita del corpo, e gli altri la salute dell’anima. I padri e le madri sono dunque obbligati di provvedere alla vita dei loro figliuoli con l’alimento, la sussistenza ed un convenevole impiego; lo vedrete nel primo punto. Devono altresì procurare la salute delle loro anime con l’istruzione, la correzione ed il buon esempio; ve lo dimostrerò nel mio secondo punto. Tale è, padri e madri, l’estensione dei vostri doveri; ed è per adempierli che Dio  vi ha conferita la sua autorità nelle vostre famiglie evi ha stabiliti in esse i ministri della sua provvidenza.

I . Punto. Non mi tratterrò io qui a provare ai padri e alle madri l’attenzione e la cura che essi debbono alla vita naturale dei  loro figliuoli. È questo un sentimento che la natura ispira alle nazioni le più barbare, alle bestie le più feroci. Mi contenterò solo di prescrivere alcune regole di prudenza che debbono seguire per evitare due estremi egualmente pericolosi in cui cade un gran numero di persone, le quali o non hanno abbastanza ovvero hanno troppo amore pei loro figliuoli. Comincio subito dai primi momenti in cui sono formati i figliuoli nel seno della loro madre. Si è in quel tempo critico che devono i genitori prendere tutte le precauzioni possibili per conservare la vita dei propri figliuoli, schivando tutto ciò che loro può nuocere, come opere troppo faticose, pesi troppo gravi, cibi dannosi, e soprattutto eccessi di passioni capaci di soffocare quei frutti ancor teneri, come sono gli affanni, la collera, i trasporti, cui non debbono le madri abbandonarsi, né i loro mariti dare occasione. Le disgrazie di questi figliuoli, che non vedranno mai Dio, perché saranno stati privi della grazia del Battesimo, non sono sempre gli effetti del caso, ma piuttosto della negligenza dei genitori a prendere le misure necessarie per evitare quella disgrazia; siccome questi figliuoli hanno contratta la macchia del peccato per una volontà che non è loro propria, dire si può che Dio vuole altresì salvarli con lo stesso mezzo, cioè per via della volontà dei loro genitori; di modo che se questi genitori usano tutte le precauzioni necessarie per conservar la vita ai loro figliuoli, sia schivando ciò che può loro nuocere, sia menando una vita santa e cristiana, questi figliuoli avranno la bella sorte di vedere non solo la luce del giorno, ma ancora di nascere a quella della grazia. – Guardatevi dunque, padri e madri, di privare coi vostri peccati i vostri figliuoli d’un sì gran bene: ma vivete pel timor di Dio; siate sempre in grazia con Lui, affine di comunicare a quei frutti nascenti i semi di virtù che trarranno sopra di loro la benedizione del Signore. Pregatelo spesso per essi, raccomandateli ai vostri Angeli custodi per difenderli dalla potenza del demonio sempre pronto a portar loro i suoi colpi mortali, e subito nati affrettatevi di farli rigenerare nelle acque del Battesimo: oltreché la vita dei fanciulli in questo stato è oltre modo delicata, non si potrebbe avere troppa sollecitudine per cavarli dalla funesta schiavitù del peccato in cui sono ridotti. Voi dovete di poi nutrirli, mantenerli sin tanto che siano in istato di procacciarsi la loro vita o di prendere uno stabilimento; al che impiegare dovete le vostre cure e diligenze, secondo le regole che v’ispirerà la cristiana prudenza. Se non avete beni a lasciar loro, apprendete ad essi a procacciarsi la vita con una professione onesta, e vivere non li lasciate nell’ozio, come fanno tanti e tanti genitori che si contentano di mettere al mondo figliuoli che di poi abbandonano e a cui non lasciano altra eredità che la miseria, sia per la lor negligenza nel farli lavorare, sia dissipando in dissolutezze ed in spese inutili quel che per essi risparmiare dovrebbero. – Oh crudeltà inaudita! Qual bene, o piuttosto qual male, non fate voi ai vostri figliuoli, padri barbari, dando loro una vita che gli sarà a carico? Ma guardatevi altresì di lasciarvi acciecare dall’amor disordinato, come fanno certi genitori che per stabilire i loro figliuoli con vantaggio si servono d’ogni sorta di mezzi; se buoni poi siano o cattivi, poco loro importa, purché accumulino del bene, sono contenti: ma non vedono i ciechi che, ammassando quel bene con mezzi ingiusti, accumulano su di essi e sui figliuoli tesori di collera, e un diluvio di disgrazie, che li farà tutti perire? Irruet super te calamitas (Isai. XLVII). Guardatevi ancora che 1′ amore pei vostri figliuoli non sia alterato per certe preferenze che si danno agli uni sopra gli altri; il che cagiona tra essi gelosie, odi, rancori, contrasti, i quali non finiscono che con la morte. L’innocente Giuseppe, per aver ricevuto più carezze da suo padre Giacobbe che gli altri suoi fratelli, divenne l’oggetto della loro gelosia e la vittima del loro furore. Se qualcheduno dei vostri figliuoli ha maggior parte nel vostro affetto, fate in modo che non sia ciò dagli altri conosciuto , o se appare, fate loro comprendere che il merito e la virtù saranno sempre i titoli i più sicuri per ottenere i vostri favori.

II.° Punto, Veniamo adesso alla cura che i genitori prender debbono della salute dei loro figliuoli per via di una santa educazione. Quest’obbligo è sì grande che l’Apostolo s. Paolo non ha difficoltà alcuna di dire che quelli che non l’adempiono han rinegata la lor fede e sono peggiori degli infedeli. Ed invero dalla buona educazione dei figliuoli dipende il buon ordine della vita, siccome all’opposto dal difetto d’educazione nascono tutti i disordini. Se i figliuoli sono bene allevati, saranno buoni Cristiani, e quando diverranno anch’essi padri e madri, alleveranno santamente i loro figliuoli; e così la virtù si perpetuerà di generazione in. generazione; se all’opposto sono mal allevati, daranno ai loro figliuoli una cattiva educazione, e questi ad altri; e così il vizio si perpetuerà di secolo in secolo, Ricordatevi dunque, padri e madri, che non basta per voi mettere figliuoli al mondo, che non basta amarli con un amor tenero e naturale, ma dovete amarli secondo Dio. Voi generati li avete non tanto per il tempo, che per l’eternità; non è solamente per popolare la terra, ma di più ancora per popolare il cielo, che Dio ve li ha dati, e per farne degli eredi del suo regno. Ecco dove tender debbono le vostre cure tutte la vostra vigilanza. Ma di quali mezzi dovete voi servirvi per condurli nella strada del cielo? io l’ho già detto: dell’istruzione, della correzione e del buon esempio. Che i genitori obbligati siano d’istruire i loro figliuoli, egli è un dovere che la religione loro impone, e dalla cui osservanza dipende la salute di questi figliuoli. Non è che per mezzo dell’ istruzione che la Religione si perpetua nel mondo: senza l’istruzione le tenebre dell’errore e della menzogna sarebbero ben tosto sparse sopra la faccia della terra. Che cosa c’insegna questa santa Religione? A conoscere, ad amare e a servire Dio e con queste mezzo meritare una felicità eterna. Or come mai i fanciulli conosceranno Dio loro Creatore, Gesù Cristo loro Salvatore? Come l’ameranno e lo serviranno? Come meriteranno le ricompense ch’Egli promette a quelli che fedelmente lo servono, se non sono essi istruiti? Ma a chi tocca istruire i vostri figliuoli, se non a voi, padri e madri, che Iddio ha incaricati della loro condotta e della loro salute? Ve lo comanda espressamente nelle sue sante Scritture: Doce filium tuum et operare in illo (Eccli. 50). Insegnate, istruite vostro figliuolo e fate in modo con le vostre diligenze che producano le vostre istruzioni il loro effetto. Voi siete, dice S. Agostino, i pastori nelle vostre case, con questa differenza ancora che voi avete sempre i vostri figliuoli sotto degli occhi, ma i pastori delle vostre anime non vi vedono sempre: dovete voi dunque farne le funzioni, insegnando loro la scienza della salute. Invano loro apprendereste qualunqu’altra arte; invano loro insegnereste il mezzo d’innalzarsi, di fare fortuna nel mondo; tutto sarà loro inutile, se l’arte non imparano di divenir santi. Ora saper non si può un’arte, senza aver un maestro che ne dia le regole: bisogna dunque, se volete che i vostri figliuoli siano buoni Cristiani, che in qualità di maestri voi insegniate loro l’arte di divenirlo. – Ma sopra di che debbono i genitori istruire i loro figliuoli? Ah! fratelli miei, questa materia è immensa. Sin dal momento che la loro debole ragione comincia a svilupparsi dalle tenebre dell’infanzia, voi far dovete in guisa che i primi movimenti dei loro cuori si portino verso Dio con atti di amore, che le loro prime parole pronunzino i santi nomi di Gesù, Maria e Giuseppe, che la loro prima libera azione sia il segno della croce. Quando poi hanno bastante cognizione, dovete loro insegnare i primi elementi della nostra santa Religione, il mistero della Santissima Trinità, dell’incarnazione del Verbo, della morte di un Dio sofferta per la salvezza degli uomini, facendo loro produrre atti di fede sopra questi misteri, siccome sono obbligati tosto che hanno l’uso di ragione. A misura che avanzano in età ed in conoscenza, dovete altresì aumentare le vostre istruzioni, apprendendo loro le preghiere della mattina e della sera, l’orazione domenicale, la salutazione angelica, il simbolo degli Apostoli, i comandamenti di Dio e della Chiesa, la maniera d’udire la santa Messa, di accostarsi ai Sacramenti, al che dovete voi indurli con il vostro esempio ancora più che con le vostre parole. Ispirate loro soprattutto un grande orrore al peccato, ripetendo ad essi sovente quelle belle parole della regina Bianca al suo figliuolo s. Luigi: Mio figlio, benché mi siate caro, amerei meglio vedervi privo del vostro regno, ed anche della vita, che vedervi offendere il vostro Dio con un solo peccato. Oppure quelle del santo Tobia al suo figliuolo: Mio figlio, dicevagli, noi abbiamo pochi beni, ma siamo assai ricchi, purché abbiamo il timor di Dio. Questa è, fratelli miei, la miglior eredità che lasciar possiate ai vostri figliuoli, cioè il timor di Dio ed una santa educazione. Ma ed è così che i genitori istruiscono al giorno d’oggi i loro figliuoli? S’insegna loro benissimo la scienza del mondo, l’arte di parlar al mondo, d’innalzarsi, d’arricchirsi nel mondo: nulla si risparmia per renderli abili in tutt’altra professione, e si lascian poi vivere in una profonda ignoranza di tutto ciò che riguarda la salute. Ah! come mai apprender possono certi genitori ai loro figliuoli una scienza di cui hanno essi medesimi appena una leggiera tintura? Un cieco può egli condurne un altro? Questi genitori sono essi stessi ignoranti; come comunicheranno una scienza che non hanno? – Imperciocché tale si è la temerità di molti che mettonsi presentemente nel matrimonio, i quali si addossano di condurre gli altri, mentre non sanno condursi essi medesimi; perché hanno passata la loro gioventù nell’ignoranza e nel libertinaggio, non hanno mai assistito ad alcuna istruzione, hanno sempre avuto in orrore gli esercizi della vita cristiana. Ah! qual conto questi genitori ignoranti non renderanno a Dio dell’ignoranza dei loro figliuoli, che non sono capaci d’istruire! Oimè! Quantunque non foste colpevoli, che di questo solo peccato, esso basta, padri e madri, per dannarvi. Strana illusione! Sono sulla strada della perdizione, e si credono sicuri in coscienza! Quali sono i padri e le madri che si accusino nelle loro confessioni di aver tralasciata l’istruzione dei loro figliuoli? Ma, diranno essi, noi li facciamo istruire da altri, noi li mandiamo al catechismo, alle scuole cristiane. Voi fate in ciò quel che dovete; è il mezzo questo di supplire a quel che voi non potete. Ma ciò non basta ancora; voi dovete informarvi se i vostri figliuoli profittino delle istruzioni altrui, e perciò fargliene ripetere quando sono a casa, o far loro leggere i libri della dottrina cristiana; con questo mezzo v’istruite voi medesimi; vegliate soprattutto che siano assidui alle istruzioni che si fanno in chiesa, che siano sotto gli occhi vostri ai divini uffizi; ese mancano, puniteli severamente, mentre anche la correzione è un mezzo di cui dovete servirvi per dare ai vostri figliuoli una santa educazione, è altresì il mezzo che l’Apostolo espressamente raccomanda per rendere efficaci le vostre istruzioni: impiegate, dice egli, nell’educazione dei figliuoli l’istruzione e la correzione secondo il Signore: Educate illos in disciplina et correptione Domini (Eph. VI). Per questo appunto vi ha Iddio data la sua autorità, e le leggi umane vi porgono il loro aiuto, quando si tratta di punire certi mancamenti dei figliuoli ribelli ai vostri voleri. Valetevi dunque di quest’autorità per riprendere i loro difetti; ese le vostre riprensioni non bastano, impiegate il mezzo dei castighi. Chi ben ama, dicesi ordinariamente, ben castiga: Quos amo, castigo ( Apoc. III). Se voi amate i vostri figliuoli da Cristiani, se volete lor bene davvero, si è correggendo i loro vizi, raffrenando gl’impeti delle loro passioni, che veder farete la vostra tenerezza ed affetto. – Sono i fanciulli come le piante giovani, le quali facilmente raddrizzare si possono quando prendono una cattiva piega; ma se voi li lasciate vivere e crescere nel vizio, rassomigliano a quei grossi alberi difformi i quali non si possono in alcun modo raddrizzare. Un giovane, dice il Savio, seguirà nella sua vecchiezza la medesima strada che avrà seguita nella sua gioventù: Adolescens juxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea (Prov. XXII). E perché l’uomo di sua natura ha maggior propensione per il vizio che per la virtù, segue piuttosto l’uno che l’altra, perciò ha bisogno di essere con salutevoli correzioni raddrizzato. La mancanza di correzione è altresì la sorgente dei disordini cui i più dei giovani si abbandonano: quanti figliuoli si perdono vivendo a grado delle loro passioni, perché alcuno non li riprende né li corregge! D’onde proviene che quel giovane è un dissoluto, uno scandaloso nella sua parrocchia? Perché caduto egli è in mancamenti che la desolazione cagionano in tutta la sua famiglia, per difetto dei genitori troppo indolenti, che l’hanno troppo tollerato, che l’hanno lasciato vivere a suo capriccio, né ritenuto l’hanno presso di sé per impedirgli di frequentare le cattive compagnie che l’hanno perduto. D’onde viene che quella giovane si è abbandonata al libertinaggio ed è divenuta l’obbrobrio del pubblico? Per la negligenza di una madre che ha sopportate le sue vanità, che non ha raffrenata la licenza che essa si prendeva; di vedere, di frequentare persone il cui commercio è stato lo scoglio fatale della sua innocenza. Giudicate da questo, padri e madri, quanto importi il reprimere colle correzioni i disordini dei vostri figliuoli. Guai dunque a voi, se per tema di perdere la loro amicizia co le vostre riprensioni, amate meglio incorrere l’inimicizia di Dio con la vostra indulgenza! Benché non foste colpevoli di altro peccato, quei dei vostri figliuoli che corretti non avrete basteranno per farvi condannare al giudizio di Dio. Ah! è pur medio trattarli con severità che provare con essi la severità della giustizia del Signore. Se la severità che usate a loro riguardo non è al presente di loro gusto, ve ne sapranno un giorno buon grado, siccome voi medesimi sapete grado ai vostri genitori che serviti si sono di questo mezzo per rendervi virtuosi; laddove quei figliuoli vi malediranno un giorno della troppo grande indulgenza che avrete avuta per essi. – Ma come convien correggere i figliuoli? La correzione deve essere regolata dalla prudenza, temperata dalla dolcezza, sostenuta dalla costanza. La correzione deve esser prudente, cioè fatta opportunamente, secondo i diversi mancamenti che i figliuoli commettono. Quelli che provengono da malizia, debbono esser puniti con più rigore che quei di fragilità. Si perdona qualche cosa alla leggerezza della gioventù, si differisce talvolta il castigo per renderlo più salutevole. La privazione di certe cose che fanno piacere ai fanciulli, fa sovente più impressione su di essi che i cattivi trattamenti i quali hanno funeste conseguenze. Ma quanto mai sono lontani i genitori dal seguire le regole della prudenza nella correzione dei figliuoli! Si puniscono con rigore per qualche leggero mancamento, per qualche perdita, per qualche danno da loro cagionato nella famiglia, e non si dice parola per mancamenti considerabili che commettono; non si riprendono delle bestemmie, delle parole disoneste, dei ladronecci e delle ingiustizie; Dio voglia che non si applaudisca ancora e non si prenda la loro difesa nei disordini a cui si abbandonano! Si risparmiano quelli per cui si ha maggior inclinazione, benché soggetti a vizi enormi, e si scarica tutto il peso della collera su gli altri che veder non si possono né soffrire, sebbene siano men viziosi ed abbiano maggior merito. – Dissi inoltre che la correzione che si fa ai figliuoli deve esser temperata dalla dolcezza, facendo loro conoscere che se li punite, egli è per affetto che loro portate, e che non cercate se non il loro bene e la loro salute. Questa dolcezza deve tener lontani quei trasporti e quelle maledizioni di cui servesi la maggior parte dei padri e delle madri per correggere i loro figliuoli, che, ben lungi dal guarir il male, non fanno che inasprirlo, rendendo quei figliuoli più discoli con lo scandalo che loro danno. No, non sono le bestemmie che correggono i figliuoli, queste non fanno che pervertirli. V’ha esempi terribili delle maledizioni dei padri e delle madri che si sono verificate sui loro figliuoli Correggete i vostri figliuoli, o padri e madri; ma correggeteli secondo il Signore, dice l’Apostolo, in correptione Domini; cioè in maniera che la vostra correzione non renda voi medesimi colpevoli innanzi a Dio. La dolcezza nulla dimeno che deve accompagnarla non è incompatibile con un sano sdegno, cui abbandonar vi potete senza peccato, come dice il reale profeta: Irascimini et nolite peccare (Psal. IV). Necessaria è la fermezza per distrugger il vizio, per sradicare i cattivi abiti dei figliuoli, per opporsi alle loro inclinazioni perverse. Non basta riprenderli né anche minacciarli: si avvezzano alle parole, alle minacce: ma bisogna venire agli effetti, bisogna applicare il ferro ed il fuoco sul male quando non si può in altro modo guarire. Il gran sacerdote Eli, che aveva due figliuoli immersi nei disordini più scandalosi, dava loro bensì degli avvisi per correggerli, rappresentava ad essi l’enormità del loro mancamento per impedirli di ricadérvi: ma perché non li riprendeva che debolmente né valevasi della sua autorità per punirli con rigore, provò egli stesso la severità della giustizia di Dio con una morte tragica, che fu la pena della sua troppa condiscendenza verso i figliuoli. Esempio terribile il quale deve far tremare i padri e le madri che non correggono i loro figliuoli con quella severità che essi meritano. Ma invano, fratelli miei, correggereste i vostri figliuoli, invano l’istruireste, se non sostenete poi le vostre istruzioni e le vostre correzioni con l’esempio. Se all’opposto li scandalizzate con la vostra cattiva condotta, voi distruggete con una mano ciò che edificate con l’altra. Imperciocché siccome il buon esempio è la strada più sicura per persuadere la virtù, così il cattivo esempio è un potente mobile che strascina nel vizio; tanto più ancora che l’uomo essendo più inclinato al male che al bene, riceve molto più facilmente le impressioni del vizio che quelle della virtù. Usate dunque attenzione, padri e madri, a quanto direte e farete alla presenza dei vostri figliuoli; ponetevi mente ed evitate anche ciò che vi sembra permesso e che potrebbe scandalizzarli: la vostra condotta serva loro di specchio, per così dire, in cui vedano quel che far debbono. Volete voi che i vostri figliuoli siano assidui all’orazione, ai divini uffizi, a frequentare i Sacramenti? Siatevi assidui voi medesimi: cominciate a far voi ciò che loro insegnate. Volete che siano sobri, casti, pazienti, temperanti, caritatevoli verso il prossimo, misericordiosi verso i poveri? Siate voi medesimi tali quali desiderate che siano essi. I vostri esempi renderanno molto più efficaci le istruzioni che loro darete. Imperciocché come mai saranno i figliuoli esatti ad adempier i doveri di Cristiano quando vedono mancarvi i genitori? Come apprenderanno a pregare, a frequentar i Sacramenti da padri lontani dalla preghiera e dai Sacramenti? In qual modo saranno i figliuoli sobri e pazienti con padri dissoluti e dati alle crapule o che vedono sempre in collera? In qual modo rispetteranno una madre che trattata vien dal marito con estremo disprezzo, con parole oltraggianti? Come volete voi che questi figliuoli imparino a compiere i doveri di giustizia e di carità a riguardo del prossimo, al veder genitori che non solo mancano di carità, ma rapiscono la roba altrui, che si servono anche (dirollo?) della autorità che hanno sopra i figliuoli per far loro commettere ingiustizie? – Ah! fratelli miei, convenite con altrettanto di dolore che di sincerità essere gli scandali da voi dati ai vostri figliuoli quelli che li pervertono. Voi vi dolete che i vostri figliuoli vi cagionano mille affanni coi loro sregolamenti: ma imputate a voi medesimi questi disordini che vi fan gemere e che forse anticiperanno la vostra morte. Se voi foste nelle vostre famiglie modelli di virtù, i vostri figliuoli camminerebbero sulle vostre tracce e vi darebbero molte contentezze. Egli è vero che si vedono alle volte figliuoli libertini e dissoluti, benché abbiano avanti gli occhi i buoni esempi di genitori virtuosi; ma egli è vero altresì che i vizi dei genitori sono come il tronco  fatale donde pullulano quelli dei figliuoli, il che fa dire ordinariamente qualis pater, talis filìus, qualis mater, talis filia. Domandate a quel giovine chi appreso gli ha a proferire quelle bestemmie, quelle maledizioni, quelle parole ingiuriose e sconce che gli sfuggono sì di frequente: vi dirà che le ha intese pronunziare dal padre e dalla madre. Quando anch’egli avrà figliuoli, pronunzierà alla loro presenza quelle medesime parole. Cosi il vizio si perpetua nelle famiglie sino al fine dei secoli, perché i genitori non sanno contenersi innanzi ai loro figliuoli. Domandate a quella giovane chi le ha appreso la vanità, la maldicenza, lo scherno, le parole contumeliose; essa vi dirà alla scuola di una madre soggetta a quei difetti; tanto è vero che il cattivo esempio dei padri e delle madri fa impressioni fortissime sullo spirito dei figliuoli! Ah! padri barbari, madri crudeli, qual conto non dovrete rendere a Dio della perdita di questi figliuoli! Dati Ei ve li aveva per farne gli eredi del suo regno, e voi ne fate tante vittime delle sue vendette. Non sarebbe forse meglio per quei figliuoli che soffocati li aveste nella culla anzi che perderli con i vostri cattivi esempi? Voi non ne siete i padri ma i parricidi, perché date alla loro anima una morte mille volte più funesta di quella del corpo. Sarebbe meglio per voi, dice Gesù Cristo, che vi legaste una macina di mulino al collo e vi gettaste in mare che scandalizzare in tal modo i vostri figliuoli, perché voi li dannate e vi dannate con essi. Quali rimproveri non avrete voi a sopportare da parte di questi riprovati, che nell’inferno vi grideranno: Voi siete, perfidi padri e madri, si, siete voi la cagion della nostra dannazione; conveniva forse darci la vita per essere seguita da una morte Eterna?Maledetto sia il giorno in cui messi ci avete al mondo! E perché non ci deste piuttosto la morte che lasciarci vivere per renderci eternamente infelici? – Ecco, fratelli miei, ciò che accrescerà i tormenti dei padri e delle madri nell’inferno; la disgrazia dei loro figliuoli li renderà più disgraziati. Procurate dunque di evitare una sorte sì funesta, vivendo nelle vostre famiglie in un modo esemplare, allevando i vostri figliuoli alla virtù con le vostre istruzioni, con le vostre correzioni e con i vostri buoni esempi. Nulla tanto paventate quanto di scandalizzarli con le vostre parole e con le vostre azioni; ma edificateli con la vostra esattezza nel compiere i doveri tutti di buon Cristiano. Aggiungete a quanto ho detto finora una vigilanza continua sopra la condotta dei vostri figliuoli. Vegliate su di essi in ogni tempo ed in ogni luogo. In ogni tempo, la notte cioè come il giorno, perché al favor delle tenebre si trattengono in corrispondenze e fanno molte cose che non sapete. Non è forse nella notte, come dice il Vangelo, e durante il sonno del padrone di casa che l’uomo nemico semina la zizzania nel suo campo? Usate attenzione principalmente alla troppo grande familiarità dei figliuoli con servi; nulla di più pericoloso per essi che un cattivo servo. Vegliate in ogni luogo, informatevi delle case, delle persone che frequentano, per separarli da quelle la cui compagnia è fatale alla loro virtù. Se qualcheduno di essi non abita con voi, non siete perciò sgravati dall’obbligo di vegliare sopra di lui. Abbiate cura soprattutto che non abitino in case oal servizio di padroni dove esposta sarebbe a rischi la loro virtù, ma che servano persone presso cui siano in sicurezza. Finalmente, fratelli miei, per nulla dimenticare di quanto concerne i vostri doveri riguardo ai vostri figliuoli, ricorrete all’orazione; mentre pur troppo accade spesso che, malgrado le cure e le attenzioni che un padre ed una madre si danno per l’educazione dei loro figliuoli, l’indocilità di questi renda inutili le istruzioni più sagge, le correzioni più severe, gli esempi più efficaci. Che far dovete per essi o padri e madri? Pregate per essi, per la loro conversione; il Signore l’accorderà alle vostre preghiere, come altre volte accordò quella di s. Agostino alle preghiere di s. Monica sua madre.

Pratiche. La salute dei figliuoli molto dipende dalle preghiere dei loro genitori: chiedete ogni mattina a Dio la sua santa benedizione per essi; raccomandateli sovente assistendo al santo sacrificio della Messa e fate di tempo in tempo qualche comunione per la loro santificazione. Metteteli sotto la protezione dei loro Angeli custodi, fate per essi alcune limosine ai poveri e servitevi dei vostri figliuoli medesimi per distribuirle loro quando si presentano alle vostre porte, è questo un mezzo di avvezzarli alla pratica di tale virtù. Conduceteli con voi negli spedali, nelle prigioni, nelle chiese, e non già nelle brigate mondane, ai giuochi, agli spettacoli, di cui insinuare lor dovete un grande orrore; ma abbiate cura principalmente di attirare con le vostre virtù la rugiada celeste sopra queste giovani piante che Dio vi ha date a coltivare. Chiedete per essi e per voi le grazie e gli aiuti che necessari sono per vivere cristianamente, morir santamente, affine di ritrovarvi un giorno tutti insieme riuniti nella beata eternità. Così sia.

Credo.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
S. Luc II: 22
Tulérunt Jesum paréntes ejus in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino. [I suoi parenti condussero Gesú a Gerusalemme per presentarlo al Signore.]

Secreta

Placatiónis hostiam offérimus tibi, Dómine, supplíciter ut, per intercessiónem Deíparæ Vírginis cum beáto Joseph, famílias nostras in pace et grátia tua fírmiter constítuas. [Ti offriamo, o Signore, l’ostia di propiziazione, umilmente supplicandoti che, per intercessione della Vergine Madre di Dio e del beato Giuseppe, Tu mantenga nella pace e nella tua grazia le nostre famiglie.]

Comunione spirituale http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

S. Luc. II: 51
Descéndit Jesus cum eis, et venit Názareth, et erat súbditus illis. [E Gesú se ne andò con loro, e tornò a Nazareth, ed era loro sottomesso.]

Postcommunio

Orémus.
Quos cœléstibus réficis sacraméntis, fac, Dómine Jesu, sanctæ Famíliæ tuæ exémpla júgiter imitári: ut in hora mortis nostræ, occurrénte gloriósa Vírgine Matre tua cum beáto Joseph; per te in ætérna tabernácula récipi mereámur:

[O Signore Gesú, concedici che, ristorati dai tuoi Sacramenti, seguiamo sempre gli esempii della tua santa Famiglia, affinché nel momento della nostra morte meritiamo, con l’aiuto della gloriosa Vergine tua Madre e del beato Giuseppe, di essere accolti nei tuoi eterni tabernacoli.]

Preghiere leonine: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

DOMENICA FRA L’OTTAVA DELL’EPIFANIA (2020)

DOMENICA fra L’OTTAVA DELL’EPIFANIA.

Semidoppio – Paramenti bianchi.

Dall’età di dodici anni, i Giudei dovevano celebrare ogni anno, a Gerusalemme, le tre feste: di Pasqua, della Pentecoste, e dei Tabernacoli. La liturgia del tempo di Natale, che ci ripete tutta la fanciullezza di Gesù, ce lo mostra oggi al Tempio. Per la prima volta Egli dichiara ai Giudei che Dio è «Suo Padre « (Vang). Non è senza un motivo – dice S. Ambrogio – che, dimenticando i suoi genitori secondo la carne, questo Fanciullo il quale, anche secondo la carne era pieno di sapienza e di grazia, volle esser ritrovato nei Tempio dopo tre giorni: egli significava con ciò che, tre giorni dopo il trionfo della Passione, Colui che si credeva morto sarebbe risuscitato e sarebbe stato allora l’oggetto della nostra fede, seduto sopra un trono celeste nella gloria celeste. In Lui infatti, ci sono due nascite: l’una per la quale è generato dal Padre e l’altra per la quale nasce da una madre. La prima è del tutto divina, con la seconda Egli si abbassa fino a prendere la nostra natura » (3° Nott.).

L’Ufficio di questa Domenica è ridotto alla semplice commemorazione nella festa della Sacra Famiglia. La Messa può essere tuttavia celebrata al primo giorno libero della settimana che segue.

Incipit

In nómine Patris, ✝ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

In excelso throno vidi sedere virum quem adorat multitude Angelorum, psallentes in unum: ecce cujus imperii nomen est in æternum.

 [Sopra un eccelso trono vidi sedere un uomo che una moltitudine di Angeli, cantando inni e salmi, adorava: ecco colui il cui nome è da tutta l’eternità]  

Ps XCIX, 1 Jubilate Deo, omnis terra; servite Domino in lætitia. Introite in conspectu ejus in exsultatione. [Acclamate con gioiaa Dio da tutta la terra: servite al Signore con allegrezza]

Oratio

Orémus.
Vota, quæsumus, Domine, supplicantis populi cœlestis pietate prosequere: ut et quæ agenda sunt, videant, et ad implenda quæ viderint, convalescant. Per Dominum …

[Ascolta, Signore, con divina bontà, i voti del tuo popolo supplicante affinché e veda il suo dovere e di compierlo abbia la forza. Per nostro ….]

Lectio

Obsecro itaque vos fratres per misericordiam Dei, ut exhibeatis corpora vestra hostiam viventem, sanctam, Deo placentem, rationabile obsequium vestrum. Et nolite conformari huic saeculo, sed reformamini in novitate sensus vestri : ut probetis quae sit voluntas Dei bona, et beneplacens, et perfecta. Dico enim per gratiam quae data est mihi, omnibus qui sunt inter vos, non plus sapere quam oportet sapere, sed sapere ad sobrietatem: et unicuique sicut Deus divisit mensuram fidei. Sicut enim in uno corpore multa membra habemus, omnia autem membra non eumdem actum habent: ita multi unum corpus sumus in Christo, singuli autem alter alterius membra.

OMELIA I
[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vesc. Artigianelli, Pavia, 1921]

IL CULTO SPIRITUALE

“Fratelli: Vi scongiuro per la misericordia di Dio a offrire i vostri corpi come ostia viva, santa, accetta a Dio, quale vostro culto razionale. E non vogliate conformarvi a questo secolo, ma trasformatevi col rinnovamento del vostro spirito, affinché possiate discernere quale sia la volontà di Dio buona, gradevole e perfetta. In virtù della grazia che mi è stata data dico, dunque, a ciascuno di voi di non voler stimar se stesso più di quanto convenga, ma di stimarsi con moderazione, secondo la misura della fede distribuita da Dio a ciascuno. Infatti, come nel corpo abbiamo molte membra, e non tutte le membra hanno la stessa funzione; così tutti insieme siamo un sol corpo in Cristo; individualmente siamo membra gli uni degli altri in Gesù Cristo nostro Signore.” (Rom. XII, 1-5).

S. Paolo, nella sua lettera ai Romani, dopo aver dimostrato che l’uomo ottiene la salute mediante la fede in Gesù Cristo, passa a dire quale dev’essere il tenore di vita d’un Cristiano. L’Epistola di quest’oggi è il principio di questa seconda parte della lettera. L’uomo che è entrato a far parte della Chiesa di Gesù Cristo deve offrire a Dio un culto spirituale, servendolo col corpo e con l’anima; rinunciando allo spirito del secolo, e seguendo la volontà di Dio. Deve inoltre aver sentimento di modestia nell’adempimento dei doveri reciproci tra i Cristiani. Parliamo del culto spirituale, col quale:

1 Offriamo noi stessi a Dio,

2 All’opposto di quel che fa il mondo;

3 Prendendo a norma la volontà divina.

1.

Fratelli, vi scongiuro per la misericordia di Dio a offrire i vostri corpi come ostia viva, santa, accetta a Dio.

I Cristiani, chiamati dalla misericordia di Dio alla grazia del Vangelo, devono dimostrargli la loro riconoscenza con rendergli un omaggio degno di lui. Gli Ebrei gli offrivano ostie mute, corpi morti, incapaci di dare a Dio la dovuta lode. I Cristiani, al contrario, offriranno a Dio un’ostia a Dio viva e santa, che gli riesca gradita. Noi offriamo a Dio un’ostia viva, e quindi un culto ragionevole e spirituale, quando il nostro corpo non sarà schiavo del peccato; quando, con la mortificazione, gli impediremo di servire alle passioni. Il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo. «Non sapete voi — dice l’Apostolo — che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?» (I Cor. VI, 19) Il nostro corpo non va pertanto, riguardato come cosa nostra, ma come proprietà di Dio a cui è consacrato e, per conseguenza, non deve servire che per usi santi e degni di Dio, in modo da renderlo come sua gradita dimora. Tutte le nostre azioni esterne devono rendere omaggio a Dio. «Presentate voi stessi come risorti da morte a vita, e le vostre membra qual arma di giustizia a Dio», ci dice ancora l’Apostolo (Rom. VI, 13). Noi siamo liberi di scegliere tra il bene e il male: tra il servir Dio e il servir le passioni; tra il militare per la giustizia e il militare per l’iniquità. – Quando ci serviamo del corpo per compiere azioni conformi agli insegnamenti divini, noi militiamo per la giustizia, facendo a Dio l’offerta di noi stessi. – È poi necessario che questa immolazione mistica del nostro corpo con tutte le sue azioni sia vivificata dallo spirito interno. Allora solamente sarà un culto ragionevole e spirituale. Nel Levitico era prescritto che sull’altare dell’olocausto il fuoco dovesse ardere sempre. «Questo è il fuoco perpetuo che non mancherà mai sull’altare» (Lev. VI, 13). La carità è precisamente il fuoco che consuma il sacrificio delle nostre azioni. Ove questa, fiamma interna venisse a mancare, le nostre azioni, fossero anche eroiche, perderebbero del loro pregio in merito al sacrificio spirituale che noi dobbiamo compiere. Per i sacrifici, che si offrivano a Dio nel tempio di Gerusalemme, c’erano determinati giorni e ore. Noi invece, dobbiamo offrire il nostro sacrificio spirituale, il sacrificio di noi stessi, in qualunque luogo e in qualunque ora del giorno. E sempre dobbiamo compiere questo sacrificio con prontezza d’animo, poiché è troppo giusto « che noi dobbiamo rendere a Dio ciò che è suo: il corpo, l’anima, la volontà, avendo avuti da Lui questi doni » (S. Ilario, Comm., in Matth, cap. XXIII, 2). –

2.

E non vogliate conformarvi a questo secolo.

Il secolo è il mondo che non segue gli insegnamenti di Gesù Cristo. Esso tiene, naturalmente, un contegno tutto opposto a quello raccomandato dall’Apostolo. Invece di fare del proprio corpo una vittima accettevole a Dio, ne fa un idolo a cui tutto deve sacrificarsi. I sacrifici per il cielo sono cose prive di senso per i seguaci del secolo. I loro pensieri, le cure, le azioni sono per il godimento di questo mondo: piaceri sensuali, accumulamento e abuso delle ricchezze, mania di voler comparire a ogni costo. Si schiveranno, magari, certi vizi più gravi, che troppo esporrebbero al disonore o ad altre non piacevoli conseguenze; ma, quanto al resto, nessun ostacolo lo trattiene. Si capisce che non possono essere diversi dalla pratica gli insegnamenti. Chi pone lo spirito di sacrificio a norma della propria condotta, è un illuso. Chi mortifica le passioni, è uno squilibrato. Chi fugge i pericoli, è un uomo senza spirito. «Il timor di Dio vien chiamato semplicità, per non dir sciocchezza» (S. Bernardo. De Cons. L. 4. c. 2). – Quindi, certe ingiustizie non sono che questione di interesse. Tanti individui e tante famiglie spogliate non sono che la conseguenza degli affari. Se uno resta vittima, peggio per lui. Gli atti di prepotenza e di vendetta, pel mondo, sono un nobile puntiglio. Certi soprusi sono un diritto per salire in alto, e via di questo passo. Contro il secolo corrotto e corruttore ammoniva S. Agostino con quelle accorate parole: «Guai a te, o fiumana dell’umano costume. Chi ti potrà resistere? Fino a quando non ti seccherai? Fino a quando travolgerai i figliuoli d’Eva nel mare grande e pauroso che appena può solcarsi da coloro che sono saliti sulla nave?» (Conf. L. 1, c. 16). La Venerabile Teresa Eustochio Verzieri aveva appena cinque anni, quando, un giorno di festa, caduta in terra e infangatasi tutta la veste nuova che indossava, si dice che uscisse in queste gravissime parole: — Ecco che sono le vanità del mondo — (Decreto sulla causa di Beat, e Canoni, ecc. 2 Aprile 1922). Non mancano, come si vede, i privilegiati che, fin dagli anni più teneri, sanno giudicare che cosa sia il mondo, e, con l’aiuto della grazia, non si lasciano trascinare dalla sua corrente. Ma i più, ma il gran numero, o presto o tardi, ne sono miseramente travolti. E tu resisti al corso travolgente del secolo? Se ami ciò che il mondo ama e stima: se approvi ciò che il mondo approva; se ti dai ai piaceri terreni, invece di attendere all’acquisto della virtù: se ti occupi dei tuoi affari in modo da dimenticare il cielo: se odi la povertà, le umiliazioni; se ti rifiuti di portare la croce che ogni Cristiano deve portare in questa vita: tu ti conformi, più o meno a questo secolo, anche se non arrivi a certi eccessi, che nel secolo si commettono. Compirai. mettiamo pure, delle buone opere; ma. forse, è il caso del proverbio: Non è oro tutto quel che luce. Per quanto esternamente lodevoli, se sono basate sulla vanità, sull’amor proprio, non sono diverse dalle opere dei Farisei, tante volte condannate da Gesù Cristo; non sono diverse da tante opere del mondo, compiute, non per render omaggio a Dio, ma per appagare il proprio egoismo.

3.

Il Cristiano, mediante il Battesimo, è diventato una nuova creatura. Nuove devono essere ora le massime su cui regolare la propria condotta. Se per il passato aveva seguito le massime del mondo ora deve seguire le massime del Vangelo. Prima faceva la volontà del secolo, ora faccia la volontà di Dio. S’inganna gravemente il Cristiano che crede di attingere le norme della propria condotta da altra sorgente che dalla volontà di Lui. Egli solo può direi quello che è meglio per noi, quello che è gradito a Lui. Ed è chiaro che chi vuol conoscere la volontà di Dio deve prima liberar se stesso dalle passioni, e rinnovare in questo modo il suo spirito, affinché possa distinguere chiaramente ciò che Dio vuole da lui. Quando un’ondata di vento ci porta fumo e polvere negli occhi, non si possono scorger bene le cose che ci stanno attorno. Quando dall’anima non si è tolta la polvere del peccato, e vi si lascia innalzare il fumo delle passioni, quando, insomma, rimane l’uomo vecchio, non si è capaci e disposti al ascoltare ciò che Dio vuole da noi. – Non è pure il caso di osservare che la volontà di Dio va conosciuta per essere praticata. Una cognizione sterile della volontà di Dio, non seguita dalle opere, non completa il nostro rinnovamento. La nostra cognizione della volontà di Dio dev’essere così esattamente seguita dalle opere da poter essere una scuola efficace per i seguaci del mondo. I seguaci del mondo non si curano di conoscere la volontà di Dio direttamente, meditandola con spirito di umiltà. Ebbene, la conoscano indirettamente. Le nostre opere, così diverse dalle loro, volere o no, sono un richiamo. Quest’opere, che sono la conseguenza dell’esecuzione della volontà di Dio, insegnano, con linguaggio muto, ma eloquente, ciò che secondo la volontà di Dio è buono, lodevole, perfetto. – L’Apostolo esorta i Romani a stimarsi con moderazione, secondo la misura della fede distribuita da Dio a ciascuno. L’abbondanza dei doni, onde erano stati arricchiti, poteva esser loro cagione d’orgoglio. Non cedano a questa tentazione; ma ciascuno si stimi per quello che è in realtà; non si attribuisca doni e poteri che a lui non furono concessi: si accontenti, invece, di compire  quell’ufficio che da Dio gli fu affidato. Si dice che il  contentarsi del poco, è un boccone mal conosciuto. Pure, per far la volontà di Dio ed andare in Paradiso, non è scritto che dobbiamo essere in  una condizione privilegiata, che dobbiamo sovrastare gli altri per potere e ricchezze, che dobbiamo emergere per coltura e per ingegno. Basta che ci accontentiamo di fare la via crucis giornaliera del nostro stato. E quanto più la faremo senza lamenti, senza rincrescimenti, tanto più daremo la dimostrazione pratica di fare la volontà di Dio. Dio vuole che ciascuno si dimostri fedele nel compire l’ufficio affidatogli; sia esso un ufficio di grande importanza, sia mi ufficio stimato da poco. Tanto al servo che, avendo ricevuto cinque talenti, ne consegna dieci, quanto a quello che, ricevuti due, ne consegna quattro, viene detto: «Bene, o servo fedele, entra alla festa dei tuo padrone» (Matth. XXV, 21-23). Ognuno ha da fare nel grado suo. L’importante è di fare la volontà di Dio contenti, sereni, perché «Dio ama chi dà con gioia » (2 Cor. IX, 7). Questo è anche l’invito che ci fa la Chiesa quest’oggi, ammonendoci ripetutamente col Salmista: « Servite il Signore con gioia » (Ps. IC, 1).

Graduale

Ps LXXI: 1-8 et 3
Benedictus Dominus, Deus Israel, qui facit mirabilia magna solus a sæcula. Suscipiant montes pacem populo tuo et colles justitiam. [Sia benedetto il Signore Dio di Israele, il solo che fa cose mirabili. Recheranno i monti pace al popolo tuo e i colli la giustizia.]

Alleluja

Ps XCIX, 1 Jubilate Deo, omnis terra; servite Domino in lætitia. Introite in conspectu ejus in exsultatione: [Acclamate con gioiaa Dio da tutta la terra: servite al Signore con allegrezza: entrate alla sua presenza con esultanza:]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Luca
S. Luc II: 42-52
Cum factus esset Jesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Jerosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater ejus conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Jesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

[Quando Gesù raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini].

OMELIA II

 [A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE VI.

“E quando Egli (Gesù) fu arrivato all’età di dodici anni, essendo essi andati a Gerusalemme, secondo il solito di quella solennità, allorché, passati quei giorni, so ne ritornavano, rimase il fanciullo Gesù in Gerusalemme; e non se ne accorsero i suoi genitori. E pensandosi ch’Egli fosse coi compagni, camminarono una giornata, e lo andavano cercando tra i parenti e conoscenti. Né avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme a ricercarlo. E avvenne, che dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, che sedeva in mezzo ai dottori, e li ascoltava, e li interrogava. E tutti quei, che l’udivano, restavano attoniti della sua’ sapienza e delle sue risposte. E vedutolo (i genitori) ne fecer le meraviglie. E la Madre sua gli disse: Figlio, perché ci hai tu fatto questo? Ecco che tuo padre e io addolorati andavamo di te in cerca. Ed Egli disse loro: Perché mi cercavate voi? Non sapevate come nelle cose spettanti al Padre mio debbo occuparmi? Ed eglino non compresero quel che aveva lor detto. E se n’andò con essi, e fe’ ritorno a Nazareth, ed era ad essi soggetto. E la madre sua di tutte queste cose faceva conserva in cuor suo. E Gesù avanzava in sapienza, in età, in grazia appresso a Dio e appresso agli uomini” (S. Luc. II, 42-52).

Dopo che nostro Signor Gesù Cristo per scampare ai furori di Erode era stato portato in Egitto ed ivi aveva dimorato alquanto tempo, cessato il pericolo per la morte di quel barbaro re, fu ricondotto nella Palestina, e con Maria e Giuseppe andò in Galilea ad abitare nella città di Nazareth. E fu in questa piccola città, dagli Ebrei tenuta in nessun conto, che Gesù passò d’allora fino ai trent’anni la sua vita privata. Ma come il Vangelo circondò di misterioso silenzio gli anni, che Gesù passò esule in Egitto, così di silenzio anche più misterioso circondò gli anni da Lui passati nella vita privata a Nazareth. Un solo fatto di questa vita ci narra, il quale è come uno splendido raggio di luce in mezzo ad una completa oscurità. Ed è questo fatto, che ci invita a considerare la Chiesa nel Vangelo di oggi. In esso noi potremo prendere varie lezioni, e tutte di grandissima importanza.

1. Gesù era arrivato all’età di dodici anni, ed essendo giunta la festa di Pasqua, Maria e Giuseppe recandosi secondo il solito a Gerusalemme per celebrarla, condussero con loro Gesù. E quando furono passati i giorni di quella solennità, ripresero a fare il viaggio di ritorno. Ma senza che Maria e Giuseppe se ne avvedessero, Gesù rimase in Gerusalemme. Camminarono adunque i Santi Sposi per tutta una giornata, pensandosi die fosse coi compagni di viaggio. – Il che non ci deve recar meraviglia, giacché era costume fra gli Ebrei, che, sia nell’andare, come nel ritornare da Gerusalemme, formassero tanti gruppi separati di uomini e di donne, andando i fanciulli indifferentemente con gli uni o con le altre. È dunque verisimilissimo, che Maria credesse Gesù essere con Giuseppe, e dal canto suo Giuseppe immaginasse, che Gesù fosse con Maria. Ma come giunsero ad un punto del viaggio, in cui forse si faceva una fermata e gli uomini si riunivano alle loro donne per prendere insieme qualche po’ di ristoro, ecco che Maria e Giuseppe riscontratisi, si avvedono che Gesù non era con loro. Lo cercano subito tra i parenti e gli amici, ma non lo trovano. Chi può dire allora il dolore che venne a colpire il cuor di Maria e quello di S. Giuseppe? Perdere Gesù!… e poteva loro capitare una disgrazia più grande? Con la loro immaginazione così viva e fatta più accesa dalla sventura andavano congetturando mille cose diverse di Lui, e tutte tristi. Sapevano che Gesù prendendo l’umana natura, ne aveva accettato altresì tutti i bisogni, tutte le prove, tutta la miseria. Epperò non poteva essere, che essendosi smarrito, ora si trovasse a patire la fame, la sete, il freddo, i disagi della vita? Pertanto, prontamente ritornarono indietro a Gerusalemme a ricercarlo. E chi sa dire le sollecitudini, che a tal fine adoperarono? È certo che ad ogni persona che incontravano, andavano domandando: Avete visto Gesù? un giovane di dodici anni, bello come il Paradiso? È certo, che di tanto in tanto, massime nei luoghi boscosi, facevano ripetutamente risuonare la voce gridando: Gesù! Gesù! È certo, che passando vicino a qualche luogo dirupato gettavano ansiosamente lo sguardo giù nei burroni, se caso mai vi fosse caduto. E quando poi rientrarono in Gerusalemme non vi furono strade, non vi furono piazze, che essi non percorressero da capo a fondo, in largo e in lungo; e non vedendolo in nessun luogo cominciarono a battere alle porte di quelle case, dove potevano supporre, che Gesù fosse stato raccolto. E ciò per tre giorni senza darsi pace mai, sempre con le lagrime agli occhi. Che desolante contrasto tra il dolore di Maria e di Giuseppe nell’avere perduto Gesù, la loro sollecitudine per ritrovarlo e il niun affanno, che provano certi Cristiani, i quali pure lo hanno perduto. Le Sacre Scritture ci insegnano, che noi per la grazia di Dio possediamo Gesù dentro i nostri cuori. Ma quando si commette il peccato mortale, questo caro Gesù si perde. E sapete che vuol dire perdere Gesù! Vuol dire perdere Iddio, che pur siamo destinati a possedere eternamente, vuol dire perdere la sua grazia e la sua amicizia, vuol dire perdere il merito di tutte le opere buone compiute pel passato, vuol dire chiudersi le porte del Paradiso e spalancarsi quelle dell’inferno, vuol dire diventare con l’anima brutta, nera, schifosa, vuol dire cadere nella schiavitù e sotto il potere del demonio, vuol dire infine rendersi inabile ad operare qualsiasi cosa, che giovi per la vita eterna; vuol dire tutto questo. Eppure vi hanno degli insensati, i quali vanno burbanzosi ripetendo: Peccavi et quid mihi accidit triste? (Eccl. V, 4). Ho peccato, e che cosa miè accaduto di triste? Ah se quando si commette il peccato mortale si perdesse la sanità, l’onore degli uomini, una gran somma di danaro, che dico una gran somma? si perdesse anche solo uno scudo, lo si riterrebbe per una gran disgrazia e gli si piangerebbe sopra e si farebbe di tutto per ritrovarlo; ma perché col peccato mortale si è perduto Gesù, non solo non si piange, non lo si ricerca, ma talvolta si continua forsennatamente a ridere e a stare allegri. Quale stoltezza e quale audacia! Eppure come concepire anche solo un Cristiano, che s’addormenta la sera senza pensar neppure a fare un atto di contrizione, sapendo che nel giorno ha offeso Iddio mortalmente ed ha perduto la sua grazia? Come comprendere coloro, che, pur credendo all’esistenza di un Sacramento istituito da Dio per ridonare la sua grazia a chi l’ha perduta, amano meglio rimanere e sprofondarsi nell’abisso della colpa per i giorni, per le settimane, per i mesi, e talvolta anche per gli anni? Ah, miei cari! non vogliate mai mettervi nel numero di questi sventurati. E se per disgrazia vi è accaduto di perdere Gesù e la sua grazia, ricercatela tosto col pentirvi del vostro peccato e col fare una santa confessione.

2. Infine Giuseppe e Maria, dopo di avere inutilmente cercato Gesù per tre giorni e tre notti intere nelle vie e nelle case di Gerusalemme, si recarono a ricercarlo nel tempio. E là propriamente lo ritrovarono, che sedeva in mezzo ai dottori della legge, udendo ed interrogando i medesimi e tutti facendo stupire per la sapienza delle sue risposte. Al vederlo restarono presi da meraviglia. E Maria subito gli disse: « Figlio, perché ci hai fatto tu questo? Ecco che tuo padre ed io addolorati andavamo in cerca di te ». Con le quali parole Maria non intendeva già di muovere a Gesù un rimprovero, ma bensì di fare nient’altro che un lamento di tenerezza e nel tempo stesso manifestare la gioia immensa, che essa e Giuseppe, a cui essa dà qui l’onorifico nome di padre di Gesù, provavano nell’averlo ritrovato. Ora qual èla risposta che diede Gesù al tenero lamento di Maria? Uditela: Egli disse: Perché mi cercavate voi? Non sapevate che io debbo occuparmi in ciò che spetta al Padre mio? In questa risposta era racchiuso un ammaestramento così grande che lì per lì, come osserva il Vangelo, Maria e Giuseppe non compresero ciò che Gesù aveva lor detto. Difatti con tali parole nostro Signor Gesù Cristo volle dettarci la gran legge, che noi dobbiamo seguire nelle nostre relazioni con gli uomini, di fronte a Dio. Molte sono le relazioni, che noi possiamo avere quaggiù con gli altri uomini: relazioni di superiorità coi nostri inferiori, di sudditanza coi nostri superiori, di parentela col nostro padre, con la nostra madre, coi nostri fratelli, con gli altri parenti, di amicizia con gli amici, di benevolenza con tutto il prossimo, ed altre simili. In tutte queste relazioni Iddio stesso con la sua santa legge ci impone dei rispettivi doveri, quelli cioè di governare saviamente gl’inferiori, di stare sottomessi ai superiori, di obbedire e rispettare i genitori, di far volentieri qualche sacrifizio per gli amici, di non negare al nostro prossimo quei piaceri, che gli possiamo fare, ed altri ancora di questo genere. Ma sebbene sia vero, che lo stesso Dio ci imponga questi doveri, di modo che non li possiamo trasgredire senza colpa, è pur verissimo, che anzitutto dobbiamo obbedire a Dio ed occuparci di quelle cose, che riguardano Lui, e che per obbedire a Dio ed occuparci delle cose sue dobbiamo, in caso che ciò sia richiesto, lasciare di contentare gli uomini e ben anche opporsi alle loro esigenze. Or ecco la gran legge che Gesù volle farci conoscere con quelle parole rivolte a Maria e Giuseppe: Perché mi cercavate voi? Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose spettanti al Padre mio?E quanto sia importante questa legge è facile a capirsi da ciò, che è la prima legge, che Gesù Cristo nel Santo Vangelo con la sua parola divina promulga. Perché sebbene dovessero essere grandi le cose, che Gesù aveva dette ai dottori, tuttavia il Vangelo non le nota; e invece nota con precisione e narra per disteso ciò, che Egli disse a Maria, precisamente perché si trattava d’una cosa di massima importanza. Ecco dunque ciò, che dobbiamo imprimere nella nostra mente secondo l’insegnamento, che ci dà Gesù in quest’oggi: che Iddio deve andare innanzi a tutti, innanzi alle autorità della terra, innanzi ai padroni e superiori, innanzi agli amici e conoscenti, innanzi agli stessi autori dei nostri giorni. Quando perciò accadesse che le autorità della terra, i padroni, i superiori, gli amici, e ben anche il nostro padre e la nostra madre volessero impedirci di adempiere i nostri doveri verso Dio e non permetterci, ad esempio, di essere veri Cristiani Cattolici, ossequenti al Papa ed ai Vescovi, di andare alla domenica ad ascoltare la S. Messa e di accostarci di tratto in tratto ai SS. Sacramenti, di seguire la vocazione, con la quale il Signore ci ha chiamati a servirlo da vicino nel Santuario o nello stato religioso, noi dobbiamo essere pronti a somiglianza di Gesù a rispondere con le parole e più ancora coi fatti: Prima devo occuparmi delle cose che riguardano a Dio: più che agli uomini devo studiarmi piacere a Lui. Non cercatemi adunque, vale a dire non tentatemi, non distoglietemi dal mio primo dovere. È così appunto, che hanno risposto gli Apostoli a coloro, che volevano loro impedire di predicare Gesù Cristo; è così, che hanno risposto i martiri a quelli, che li volevano costringere a rinnegare la fede; è così, che hanno risposto i Vescovi e i Papi ai potenti della terra, che volevano da loro concessioni dannose alla causa di Dio; è così, che hanno risposto tanti uomini grandi, come un Tommaso Moro, a coloro, che pretendevano di essere accontentati nelle loro ingiuste voglie; è così ancora, che hanno risposto tanti giovani e tante donzelle, quali un S. Luigi Gonzaga, un S. Stanislao Kostka, un S. Francesco di Sales, una S. Teresa, una S. Francesca Chantal e cento e mille altri, a quei parenti, che loro volevano impedire di seguire la loro vocazione e di farsi religiosi. Sappiamo pertanto, nel caso che fosse necessario, seguire anche noi questi sì nobili esempi, e dire anche noi a chicchessia le parole di Gesù: In his quæ Patris mei sunt oportet me esse!

3. Ma ecco che dopo averci dato questo grande ammaestramento con la sua parola, Gesù, secondochè si chiude il Vangelo d’oggi, ce ne dà ancora un altro con l’esempio. E ciò, che più dobbiamo notare si è, che trattasi di un ammaestramento qui al tutto impensato. Giacché il Vangelo dopo averci riferita la risposta di Gesù a Maria e Giuseppe, con la quale Egli dice, che non dovevano cercarlo, dovendo occuparsi delle cose di Dio, soggiunge poi, che tornò con essi a Nazaret, e stava a loro soggetto: Descendit cum eis et venit Nazareth; et erat subditus illis. Ora questo non è undirci chiaramente, che dopo la sudditanza, chedobbiamo a Dio, la prima, che le tien dietro, èquella, che dobbiamo ai nostri genitori? Sì, senzaalcun dubbio. Perciocché bisogna riflettere benea che cosa significa questa semplice espressione et erat subditus illis, che tutta compendia la vitadi Gesù Cristo dai dodici ai trent’anni. Benchéin apparenza dica una cosa di poco momento,in realtà tuttavia ne dice cose grandi assai. Edinvero: Ed era loro soggetto vuol dire, come osservano S. Agostino e S. Bernardo, che Egli, Gesù Cristo, il quale con tutta verità si dichiarò uguale a Dio, ed è Dio Egli stesso, Colui, che fabbricò il cielo e la terra, era soggetto ai parenti, agli uomini, alle creature della terra con quella sudditanza, che si immedesima con la più pronta, più umile e più affettuosa obbedienza. Immaginatelo adunque quel caro Gesù sempre intento a fare la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi, ed aiutarli in tutte le loro faccende con una grazia e un’allegrezza mirabile. Epperò eccolo talvolta, per obbedire a Maria ed aiutarla nelle fatiche più pesanti della casa, ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Maria e mettersi Egli a pulire la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancora presentemente si fa vedere presso di Nazaret, per attingere l’acqua. Eccolo, per obbedire a Giuseppe ed aiutarlo ne’ suoi lavori, ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare quel mobile, ora uscire a far delle compere, ora a prendere delle misure, ed ora attendere ad altre cose somiglianti. – Ma, perché mai in Gesù Cristo una sì umile sudditanza? La ragione è manifesta. Se Gesù, dice Origene, volle onorare Maria e Giuseppe con quell’onore di star loro soggetto, si fu propriamente per dare a tutti i figliuoli l’esempio, affinché stiano sottomessi ai loro genitori e ricordino bene, che questo, dopo i comandamenti che riguardano Dio, è il primo che riguarda gli nomini. Importa adunque, che tutti i figliuoli prendano da Gesù questa importante lezione. E notate bene, o carissimi, che ho detto tutti i figliuoli a bello studio, perché non si pensi che questa lezione si convenga solamente ai bambini, ai fanciulli ed a coloro, che vivono in famiglia, ma perché si ritenga che essa conviene, e assai assai, anche agli adulti, anche a quelli che per ragione della loro educazione si trovano in qualche istituto, perché anzi tutto devono compiere in esso verso dei loro maestri e superiori i doveri, che hanno coi genitori, poscia perché la loro condotta riferita ai genitori può esser loro causa di consolazione e di dolore, da ultimo perché i doveri, che hanno coi genitori, continueranno in tutta la loro forza, anche allora che saranno usciti dall’istituto. Guai a coloro, i quali perché sono giunti ad una certa età e si sentono pieni di vigoria e di vita, non vogliono più sottostare al padre ed alla madre, ne sdegnano gli avvisi, le raccomandazioni ed i comandi, vivono come loro piace, vogliono insomma farla essi da padroni! La mano del Signore non tarderà a farsi pesante sopra il loro capo per castigarli terribilmente anche in questa vita. Nella Sacra Scrittura (Eccl. III, 18) è chiamato infame colui, che abbandona suo padre ed è dichiarato maledetto da Dio colui, che esaspera la sua madre. E nell’antica legge dettata da Dio a Mosè era ordinata la punizione di morte non solo contro di quel figlio snaturato, che alzasse la mano a percuotere i genitori, ma eziandio verso di chi mancava loro di rispetto col proferire ingiurie e maledizioni contro di essi: Qui maledixerit patri suo, vel matri, morte moriatur (Esod. XXI, 19). E con quali terribili esempi ha dimostrato Iddio quanto lo irriti la mancanza di rispetto verso i genitori! Cam mancò di rispetto al suo vecchio padre Noè, e Dio maledisse alla sua discendenza: maledictus Chanaan(Gen. IX, 25), e il segno di quella tremenda maledizione sta tuttora scolpito sopra di essa. Ofni e Finees sprezzarono gli avvisi del loro padre Eli, e tutti e due morirono nello stesso giorno uccisi in battaglia. Assalonne si ribellò al suo padre Davide, e finì di mala morte, appeso ad una quercia e trapassato il cuore dalla lancia di Gioabbo. E quanti altri fatti somiglianti si potrebbero citare! – Io so bene, che taluni vorrebbero esimersi dal dovere di rispettosa sudditanza verso dei loro genitori e superiori col dire, che sono troppo esigenti e noiosi! Ma a costoro io vorrei chiedere: È possibile ricordare le esigenze e le noie della nostra prima educazione e poi non sopportare in pace qualche po’ di esigenza e di noia da parte dei nostri genitori e superiori? O figlio, che mi ascolti, riduciti un po’ alla mente quando eri debole, impotente, senza forza, senza l’uso della ragione, senza parola. Che sarebbe stato di te, se allora la tua madre col pretesto, che le davi noia e fastidio, ti avesse abbandonato? Povera madre! Tutt’altro che abbandonarti! Essa dopo di averti ricevuto dalle mani di Dio nei più acerbi dolori, ti ha dato il suo latte, ti ha nutrito, ti ha cullato, ti ha vegliato di giorno, di notte, rompendo tante volte i suoi sonni, ha guidato i tuoi primi passi, ti ha insegnato le prime parole, ha sopportato i tuoi capricci e quando poi ti ha incolto una grave malattia, si è piantata lì al tuo letticciuolo e non ti ha più abbandonato un istante; ed a questa madre tu ora ardisci pretendi mancar di rispetto? Va là, sciagurato, che non hai cuore. E tuo padre? Sai tu, figliuolo, quel che gli hai costato? Seduto da mane a sera intisichiva nell’ufficio, nei campi bagnava di sudore i solchi, tra il fumo di un’officina logorava la vita sempre tra le ansietà, tra le sollecitudini e persino tra gli stenti e le privazioni, e tutto, tutto per te, per tirarti su, per metterti all’onor del mondo, per procacciarti anche un po’ di fortuna. E dopo tutto ciò, perché ora tu sei in forze e puoi fare da te, non vuoi più riconoscere per superiore tuo padre e vuoi comandargli tu? E i tuoi superiori? i tuoi maestri? Per educarti alle scienze, alle arti e alla virtù, consacrano il loro tempo, sacrificano la loro libertà, si riducono quasi in ischiavitù, pazientemente tollerano il disgusto e la noia di spesso ripetere le stesse cose, gli stessi insegnamenti e le stesse raccomandazioni; e tu non vorresti farne caso, e fors’anche mancar loro di gratitudine e di rispetto, deriderli, disprezzarli? Ahimè! temi e trema! Eadem mensura qua mensi fueritis, remetietur et vóbis (S. Luc. VI, 34). Quella misura, che adoperi adesso verso di tuo padre e di tua madre, e de’ tuoi superiori, Dio permetterà che altri un giorno l’usino verso di te. Ah! carissimi miei, a somiglianza di Gesù, rispettiamo, obbediamo, amiamo i nostri genitori equelli che ne tengono le veci. Se noi compiremo esattamente questo dovere, potremo anche noi meritare il bell’elogio, che, terminando, fa di Gesù il Vangelo di questa mattina: E Gesù avanzava in sapienza, in età, in grazia appresso a Dio e appresso agli uomini.Sì, lo star soggetti ai genitori e superiori, tutt’altro che avvilirci e farci comparire da poco, ci mostrerà veri sapienti e ci farà crescere nella stima sia presso a Dio, come presso agli uomini.

Altra OMELIA

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

PER LA I DOM. DOPO L’EPIFANIA

– Sopra i doveri dei figliuoli verso i loro Genitori –

“Erat subditus illis”. Luc. II.

Eccovi tutto ciò che il Vangelo ci fa apprende della vita di Gesù Cristo dall’età di anni dodici sino a quella di trenta, che egli passò a Nazaret in casa dei suoi genitori: erat subditus illis, era sottomesso ad essi. Quanti misteri ed istruzioni racchiudono, fratelli miei, queste poche parole! Quanto l’amore che ci dimostra il Salvatore avere per la vita privata degno è della nostra ammirazione! Non vi pare che avrebbe fatto un gran bene, se addirittura si fosse consacrato al pubblico ministero? Qual bene non avrebbe fatto in una vita pubblica? Qual gloria non avrebbe procurata al suo celeste Padre? Quanti peccatori convertiti non avrebbe con le sue prediche e con i suoi miracoli? Perché dunque ha Egli menata sì lungo tempo una vita privata e sconosciuta agli occhi degli uomini? Aveva forse bisogno di tutto quel tempo per prepararsi alla predicazione del suo Vangelo, dove non impiegò che tre anni della sua vita? No, senza dubbio; poteva subito annunziare questo Vangelo, perché aveva la scienza tutta e la capacità che necessaria gli era per adempiere la sua missione. Ma questo adorabile Salvatore ha voluto prima praticare ciò che doveva in appresso insegnare: Cœpit Jesus facere et docere (Act. 1). Ha voluto osservar il silenzio prima di parlare, ubbidire prima di comandare. Dato ci ha l’esempio dell’umiltà e dell’ubbidienza che voleva insegnarci colle sue parole. Esempio ammirabile, fratelli miei, che deve persuaderci in un modo molto eloquente la sommissione e l’ubbidienza che dobbiamo a coloro che hanno da Dio ricevuta l’autorità per condurci e comandarci. Un Dio di una maestà suprema si sottomette a creature, e la creatura ricuserà di sottomettersi a Dio, obbedendo a quelli che tengono le sue veci? A voi, o figliuoli, indirizzo io quest’oggi particolarmente la parola: venite alla scuola di Gesù sottomesso ai suoi genitori, ad apprendere il rispetto, l’ubbidienza che voi dovete ai vostri. Quali siano i doveri dei figliuoli a riguardo dei loro genitori, sarà il soggetto del mio discorso. Noi non possiamo, fratelli miei, apprendere da un miglior fonte i doveri dei figliuoli verso i loro genitori che dallo Spirito Santo medesimo, il quale ce li ha spiegati con quelle parole dell’Ecclesiaste. Onorate, dice egli ai figliuoli, vostro padre, e dimostrategli il vostro rispetto con le opere, con le parole e con la pazienza: In opere et sermone et patientia honora patrem tuum (Eccl. III). Questi doveri suppongono un amore tenero e filiale che esser deve nel cuore dei figliuoli, ma amore che deve farsi conoscere con il rispetto, con l’ubbidienza e coi servigi ch’essi debbono rendere ai loro genitori. Ecco, o figliuoli, quali sono le vostre obbligazioni. Amate i vostri genitori con un amor tenero e rispettoso: primo punto. Amateli con un amor efficace e compassionevole; secondo punto. Vi chiedo su di ciò tutta la vostra attenzione.

I. Punto. Che i figliuoli obbligati siano ad amare i loro genitori, egli è un dovere che la natura di concerto con la Religione ispira a ciascheduno di noi. Imperciocché se noi siamo obbligati di amare il nostro prossimo non solamente perché Dio ce lo comanda, ma ancora pei legami e per la conformità di natura che abbiamo gli uni con gli altri, qual deve essere il nostro amore pei genitori, con cui siamo sì strettamente congiunti? Mentre, se noi godiamo della vita, ad essi ne siamo, dopo Dio, debitori: l’esistenza che data ci hanno non dà loro diritto di dire che noi siamo una parte di essi medesimi, la carne della lor carne, il sangue del loro sangue, le ossa delle loro ossa? Hoc nunc os ex ossibus meis et caro de carne mea (Gen. II). Quale amore non dobbiamo noi avere pei genitori che si son presa tanta cura per conservarci la vita, che han tollerato tante fatiche e travagli, che esposti si sono a tanti pericoli, e privati di ciò che poteva loro far piacere ed anche del loro necessario per sovvenire ai nostri bisogni? Quante attenzioni, quante pene, quante inquietudini non ha avuto quella tenera madre, allorché portava quel figliuolo nel suo seno? Quanti dolori non ha ella sofferti, mettendolo al mondo? E dopo averlovi messo, qual vigilanza per provvedere ai suoi bisogni? Quante veglie non ha sopportate? Quali carezzi usati non ha per acchetare le lagrime di lui? Quante precauzioni per difenderlo dagli incomodi delle stagioni, per preservarlo dai rischi della morte? Quanti spaventi al minimo segno di dolore e di malattia, che pativa quel figliuolo? Quanti affanni, quante pene di spirito, quanti travagli di corpo non ha tollerati quel padre per trovar ai suoi figliuoli di che provvedere al loro mantenimento, alla loro sussistenza? Quanti passi per procurar loro qualche stabilimento? Non sono questi tanti motivi di amar un padre ed una madre, e di usare verso di essi una giusta gratitudine? Queste sono anche le ragioni per cui Dio nel comandamento che ci fa di amare il nostro prossimo, propone i nostri genitori per primo oggetto del nostro amore, perché ci toccano più da vicino e noi siamo loro debitori più che ad alcun’altra persona. Sappiate, o figliuoli, che, qualunque cosa voi facciate per dimostrare il vostro amore e la vostra gratitudine ai vostri padri e madri, voi non adempirete giammai perfettamente all’obbligo che ve ne corre; saranno essi sempre vostri creditori, e voi sempre sarete i loro debitori. Di qual durezza, di qual ingratitudine non si rendono dunque colpevoli quei figliuoli disumani, che ben lungi d’avere per i loro padri e loro madri l’amore e la riconoscenza che gli devono, li odiano, li disprezzano, non possono vederli né soffrirli? che giungono a tal seguo di crudeltà di far loro cattivi trattamenti, allorché quei poveri genitori non hanno forza bastante o per punirli, o per loro resistere? che sono sì barbari di desiderare la morte a quelli che hanno dato loro la vita, per possedere i loro beni e vivere a seconda delle loro passioni senza soggezione e senza contrasto? – Figli ingrati, che non meritate di vedere il giorno, voi siete parricidi, voi meritate che la terra apra i suoi abissi sotto i vostri piedi per ingoiarvi, che le bestie feroci vi divorino e che i corvi, per servirmi dell’espressione della Scrittura, vi strappino gli occhi, vi squarcino il cuore e vi rodano le viscere. Ma tosto o tardi voi sentirete la maledizione del Signore: le minacce che ve ne fa nelle sue divine scritture, i castighi terribili che ha praticati sopra figliuoli del vostro carattere, ne sono prove convincenti. Ne abbiamo esempio molto sensibile nella persona del perfido Assalonne, cui l’odio e l’ambizione prender fecero l’armi contro suo padre Davide per torgli ad uno stesso tempo e la corona e la vita. Ma qual fu la sua trista sorte? Il Signore rovesciò i suoi ambiziosi disegni: la sua armata fu sconfitta da quella del re Davide, e nel mentre che Assalonne prese la fuga per evitare la morte che meritava; restò sospeso per li capelli ad un albero sotto cui passava; ricevette in quello stato il colpo della morte dal generale dell’armata di Davide, che lo trafisse con tre colpi di lancia; ed invece del sepolcro magnifico che aveva fatto costruire per porvi il suo corpo dopo sua morte, fu posto in una fossa, che si ritrovò nella foresta, dove si gettò una quantità di pietre: il che continuarono a fare in appresso i viandanti, in esecrazione della sua perfidia, dicendo: Ecco il figlio ribelle che ha perseguitato suo padre e che ha voluto levargli la vita. Esempio terribile, fratelli miei, che deve far tremare i figliuoli del carattere di Assalonne, i quali odiano i loro padri e madri, e loro desiderano la morte! Essi temer devono che Dio morir non li faccia prima di essi di una morte tragica: felici ancora, se puniti non fossero che in questa vita; ma i castighi che sono loro riserbati nell’altra sono molto più terribili, e lo sono tanto più, quanto che l’odio e l’avversione dei figliuoli pei loro genitori è un più gran male di quello che essi avrebbero contro altre persone. – Amate dunque, o figli, i vostri padri e le madri vostre; egli è questo un dovere da cui dispensar non vi potete. Ma come conoscerete voi di avere per essi questo amore, che Dio da voi richiede? Ciò sarà allorché voi vorrete loro tanto bene quanto a voi medesimi: loro desidererete una sanità così perfetta, una vita così lunga, una fortuna così favorevole, come a voi medesimi; ciò sarà allorché voi amerete la loro compagnia, poiché si sta volentieri con le persone che si amano; e quando si fuggono, come fanno un gran numero di figliuoli, i quali non credono giammai di star più male che quando sono coi propri genitori, è segno che non li amano troppo. Finalmente voi conoscerete se avete questo amore pei vostri genitori, quando loro dimostriate il rispetto che ad essi dovete. E ancora il Signore che ve lo comanda. Onorate, vi dice, vostro padre e vostra madre: Honora patrem tuum et matrem tnam (Exod. 20). Non vi contentate di avere in cuore per essi sentimenti di tenereza e di benevolenza, ma date ancora prove esteriori del rispetto che loro portate. Per indurvi a ciò, riflettete che il padre, e la madre tengono a vostro riguardo le veci di Dio, che ne sono le immagini, e che dopo Dio sono i primi oggetti del vostro amore e del vostro rispetto. Voi dovete tutto a Dio, come alla causa prima, che vi ha dato l’essere, voi dovete tutto ai vostri genitori, come a cause seconde, a cui Dio ha data la fecondità per generarvi. Onorare i vostri genitori si è onorare Dio medesimo, di cui rappresentano la paternità, all’opposto disprezzarli è disprezzar Dio medesimo che ha comunicato loro il suo potere: e mancare di rispetto a Dio il mancarne verso i vostri genitori: Qui timet Dominum honorat parentes (Eccl. III). Chi teme il Signore, onora i suoi genitori, dice lo Spirito Santo, chi dunque manca a questo dovere non ha questo timor di Dio, che è il principio della sapienza. Per impegnarvi ancora ad usar questo rispetto; riflettete ai premi che il Signore promette ai figliuoli che adempiono questo dovere. Ne promette anche in questa vita: perocché dovete notare una prerogativa annessa a questo comandamento che non lo è agli altri. Infatti, tra tutti i comandamenti che Dio ci ha lasciati nel decalogo non avvenne alcuno alla cui osservanza destinato abbia un premio temporale, come a quello di onorar i nostri genitori: Onorate vostro padre evostra madre affine di vivere lunga vita sulla terra: ut sis longaevus super terram; cioè una vita ripiena di benedizioni del Signore, spirituali e temporali, una vita i cui dolori ed affanni verranno da grazie interiori raddolciti: l’bbidienza e il rispetto che userete verso i vostri genitori vi meriteranno la consolazione di essere voi medesimi obbediti erispettati dai vostri figliuoli. Ora in che consiste quest’onore, e questo rispetto che i figliuoli debbono mostrare ai loro genitori? Manifestare lo debbono nelle loro parole e con la loro ubbidienza. Debbono i figliuoli parlare ai loro genitori sempre con modestia ed umiltà dar loro, in tutte le occasioni che si presentano, segni della profonda venerazione di cui sono per essi penetrati, sia salutandoli, alzandoci in piedi per onore quando entrano in casa oppure n’escono, cedendo loro il passo, tutto l’onore che da un servo esigere può un padrone. Questo rispetto consiste ancora nel sopportare i loro difetti, nell’ascoltare con sommissione i loro rimproveri, le loro riprensioni, nel chiedere e nel seguire i loro buoni avvertimenti. – Che diremo noi dunque di quei figliuoli insolenti che prendono cert’aria d’arroganza col padre e la madre loro, che li contristano con parole ingiuriose e sprezzanti, che li trattano con disdegno, che li sbeffano a cagione dei loro difetti, li insultano, fan loro amari rimproveri sulle loro debolezze ed imperfezioni, che hanno talvolta meno di condiscendenza per loro che per un servo od uno straniero? Ah! di quali delitti non si rendono colpevoli quei figliuoli che in tal modo trattano i loro genitori, e qual diluvio di disgrazie non si tirano addosso! Imperciocché, se Dio minaccia severi castighi a chi tratterà suo fratello con parole ingiuriose, con qual rigore punirà poi i figliuoli che parlano al padre alla madre in una maniera aspra e orgogliosa, che li caricano d’ingiurie e di villanie e che giungono alcune volte (dirollo?) a tal segno di petulanza, di vomitar contro di essi maledizioni ed imprecazioni? Maledizioni però che ricadranno su di voi, figli inumani, non solo nel gran giorno delle vendette del Signore, ma in questa vita ancora; mentre maledetto è quel figliuolo, dice lo Spirito Santo, il quale non onora suo padre e sua madre: maledetto in sé stesso per le miserie che l’opprimeranno: maledetto nei suoi beni, che periranno: maledetto nei suoi figliuoli, che lo faran gemere e farangli passare i giorni nell’afflizione e nella tristezza. – La Santa Scrittura ce ne fornisce un memorabil esempio in un figliuolo di Noè, il quale per essersi beffato di suo padre, ne fu maledetto con tutta la sua posterità: Maledictus Canaan (Gen. IX). Canaan nipote di Noè provò questa maledizione, che il Signore confermò, condannando lui e i suoi figliuoli ad una vergognosa e lunga servitù: maledizione che vediamo ancora verificata in un gran numero di padri e di madri che sono stati figli ribelli ed indocili, e che nei propri figliuoli soffrono la pena delle loro ribellioni. Imparate dunque, o figliuoli, ad onorare il padre e la madre in qualunque stato voi siate, poveri o ricchi; se voi vi trovate in più alta fortuna che essi non dovete perciò dispregiarli, come certi figliuoli che sembrano non conoscere i poveri genitori e che si crederebbero disonorati a dar loro segni pubblici del loro rispetto, e che paiono vergognarsi di loro appartenere. In qualsivoglia stato siano i vostri genitori, poveri o ricchi, sani o infermi, sono sempre le immagini di Dio, sempre degni in conseguenza del vostro rispetto, vi sien utili o no, voglio anche che vi siano a carico per le loro malattie, la loro vecchiaia, la loro fiacchezza, voglio ancora che siano fastidiosi, di cattivo umore, che si mettano in collera per cose da nulla, che trovino da biasimare in tutto, che necessaria sia una grande pazienza per sopportarli: non importa, ritorno sempre al mio principio, tengono essi sempre le veci di Dio, voi dovete sempre onorarli. Se voi li mettete in collera e in cattivo umore per i vostri difetti, correggetevi, se vi si mettono essi senza ragione, niun diritto voi avete di resister loro; convien sopportare i loro difetti con pazienza, dice lo Spirito Santo: Honora in omni patientia (Eccl. III). – Questa pazienza sarà per voi di un gran merito innanzi a Dio, perché essa è una prova del rispetto che avete pei vostri genitori; dimostrate loro ancora questo rispetto con la vostra ubbidienza alla loro volontà. Vuole il buon ordine e la giustizia che ogni inferiore sia sottomesso al suo superiore: ora i genitori, per l’autorità che hanno ricevuta da Dio, sono i superiori dei figliuoli; questi conseguentemente loro debbono una pronta ed intera ubbidienza. Ubbidienza sì necessaria ai figliuoli che ne fa il carattere essenziale; di modo che siccome un raggio separato dal sole più non risplende, un ruscello separato dal fonte divien secco, un ramo tagliato dall’albero diventa arido; così, dice s. Pier Crisologo un figlio cessa di esser figlio, da che manca di ubbidienza ai suoi genitori; è un mostro nella natura, indegno di occuparvi un posto. Per la qual cosa l’Apostolo S. Paolo raccomandava sì caldamente quest’ubbidienza ai figliuoli come un dovere essenziale al suo stato: Filli, obedite parentibus per omnia (Col. V). Qual dunque esser dee quest’ubbidienza? Ella deve essere pronta ed universale, pronta per allontanare tutte quelle dilazioni che i più dei figliuoli apportano ad eseguire gli ordini dei loro genitori, cui non ubbidiscono, se non dopo molti comandi reiterati, brontolando, a forza di rigore e di castighi, il che fa loro perdere il merito dell’ubbidienza. L’ubbidienza forzata rassomiglia a quella dei demoni, che eseguiscono, malgrado loro, gli ordini di Dio. Bisogna dunque per esser grata ed accetta a Dio, che sia volontaria, pronta, senza doglianza e senza dilazione. L’ubbidienza deve ancora essere universale nei figliuoli per ubbidire in tutto ciò che vien loro comandato, sia pel temporale, sia per lo spirituale; pel temporale, lavorando, rendendo ai genitori tutti i servigi che domandano pel buon ordine ed il bene della famiglia. Per lo spirituale, sia fuggendo le cattive compagnie, i giuochi, le persone, la cui società è pericolosa per la salute, sia adempiendo i doveri di Cristiano: tali sono l’orazione, la frequenza dei sacramenti, l’assiduità alla santa Messa, ai divini uffizi, alle istruzioni ed altre buone opere. Ma è forse così che ubbidisce la maggior parte dei figliuoli, che far non vogliono se non ciò che loro piace; che dimostrano con certi segni di far poco caso di quanto loro si dice; che capaci si credono di condursi da se stessi, che a dispetto dei loro genitori mantengono relazioni pericolose, vanno nelle veglie, nei balli, nelle osterie, nelle case sospette; che, malgrado gli avvisi caritatevoli del padre e della madre, non frequentano i Sacramenti, vengono alla chiesa quando loro piace, vivono in una parola, come se non avessero né fede né  Religione? Non è questo il ritratto di un gran numero di giovani che con la loro condotta sregolata danno mille motivi di affanno ai loro genitori, accorciano i loro giorni e fanno anch’essi una fine infelice? Perché tosto o tardi il Signore, di cui dispregiano l’autorità in quella dei loro genitori, fa loro sentire i rigori della sua giustizia. Ubbidite dunque, o figliuoli, ai vostri genitori, in tutto ciò che vi comandano secondo il Signore, come dice l’Apostolo, in Domino; poiché se vi comandano cosa contro la sua santa legge, come l’ingiustizia, la vendetta od altra qualsiasi azione proibita, allora, dovete loro rispondere, con piacevolezza per altro  che voi dovete a Dio ubbidire e non agli uomini. Tralasciare qui non devo un articolo essenziale, su cui dovete consultare i vostri genitori ed anche loro ubbidire: cioè nella scelta che far dovete di uno stato. Io so benissimo che essi non debbono vincolare la vostra libertà; ma Dio ve li ha dati per guida e per maestri; essi hanno maggiori lumi e più di esperienza che voi; conoscono meglio quel che vi conviene. Voi dovete dunque seguir piuttosto i loro avvisi che una passione cieca che vi farà fare dei passi falsi. Ricompenserà Iddio la vostra ubbidienza con le benedizioni che spargerà sopra un matrimonio che fatto avrete di loro consenso. Né vi diate già a credere che, quando siete in questo stato, voi più non dobbiate loro né rispetto, né ubbidienza, come s’immaginano certuni che si credono padroni di se stessi; voi dovete sempre rispettarli, loro ubbidire, consultarli e seguire i loro avvertimenti. L’edificazione che voi dovete alla vostra famiglia nascente ve ne fa ancora un obbligo stretto; e che cosa pensar potrebbero i vostri propri figliuoli, se vi vedessero disubbidire e mancar di rispetto ai vostri padri e alle vostre madri?

II. Punto. Finiamo, fratelli miei, di spiegare i doveri dei figliuoli riguardo ai loro padri e madri, che consistono a render loro nel bisogno tutti i servigi di cui sono capaci. No, non basta per voi, o figliuoli che mi ascoltate, amare i vostri padri e le vostre madri con amor tenero e filiale, non basta portar loro rispetto; voi dovete ancora assisterli in tutti i loro bisogni del Corpo e dall’anima; i medesimi motivi che vi obbligano d’amarli vi obbligano altresì a soccorrerli. Richiamate per un momento i motivi che vi ho di già proposti al principio di questo discorso. I benefizi di cui siete debitori ai vostri genitori, vi faranno comprendere che, soccorrendoli, voi non fate che render loro quanto vi hanno prestato; e tuttavia non farete giammai quanto essi hanno fatto per voi; i vostri servigi saranno sempre minori di quel che loro dovete. Cessate dunque di dire che questi genitori non vi sono al presente di alcun vantaggio, che vi sono anche a carico per la loro età avanzata, per la vecchiezza, per le malattie: voglio accordare che sia così; ma non è ancor vero che non sono sempre stati tali? Senza le loro attenzioni e fatiche, voi non avreste quel che possedete, voi non sareste ciò che siete. Né stiate pure a dire che voi nulla loro dovete di quanto possedete, che è il frutto delle vostre fatiche e della vostra industria. Ve l’accordo ancora: ma non dovete voi loro la vita, la forza, la sanità, di cui godete? Nutriti non vi hanno e mantenuti nel tempo in cui non eravate in istato di procurarvi da voi medesimi quanto vi era necessario? Non è egli giusto che voi al presente facciate lo stesso a loro riguardo? Gli incomodi che han sofferto, le malattie che hanno contratte, sono gli effetti delle inquietudini, dei travagli che hanno sopportati per allevarvi; potete voi dunque senza ingratitudine ricusar loro i soccorsi di cui hanno bisogno? Nulla vi avanza, mi direte, che necessario non sia per voi e pei vostri figliuoli. Ma quante volte i vostri genitori privati si sono del necessario per darlo a voi? Se voi aveste più figliuoli, lo lascereste loro mancare? La vostra industria troverebbe i mezzi di provveder alla loro sussistenza: mettete i vostri padri e madri nel numero dei vostri figliuoli: fate per essi quel che fareste per li vostri figliuoli; Dio spargerà le sue benedizioni sopra le vostre fatiche, e la sua provvidenza supplirà a tutti i vostri bisogni. Se vitrovate nella miseria, non è questo un castigo della durezza che avete per li vostri genitori, cui non solamente ricusate ciò che loro è necessario, ma forse ancora con barbara crudeltà lo rapite? Siate più pietosi a loro riguardo, e Dio sarà pietoso verso di voi altrimenti mancherebbe alla promessa che vi ha fatto di ricompensare anche in questa vita l’amore ai vostri genitori; il che pensare non si può di un Dio sì buono e sì fedele alla sua parola come il Dio cui noi serviamo. – Ma in che i figliuoli sono obbligati di soccorrere i loro genitori? Dissi, fratelli miei, nei bisogni del corpo ed in quelli dell’anima. Nei bisogni del corpo assistendoli nella povertà, dividendo con loro il vostro pane, somministrando loro quanto è necessario per mantenerli e nutrirli. Se hanno bisogno dei vostri servizi, voi render glieli dovete a preferenza di qualunque altro; o se voi servite qualche altro padrone, impiegar bisogna per soccorrerli quel che guadagnate. Se sono infermi, allora è che raddoppiar dovete tutte le vostre attenzioni per procurar loro ì rimedi necessari ed un buon nutrimento. Oimè! se qualche bestia da carico che vi appartiene è assalita da malattia, voi nulla risparmiate per guarirla; e sovente morire si lascia un padre, una madre per mancanza di qualche soccorso che si potrebbe e si dovrebbe loro dare; e piaccia al cielo che loro anche non si ricusino questi soccorsi per accelerarne la morte! – Finalmente provveder voi dovete ai bisogni spirituali dei vostri genitori, sia consolandoli nelle loro afflizioni, sia facendo loro amministrare i Sacramenti quando sono infermi, più presto che è possibile; mentre basta una malattia di qualche giorno ed anche di alcune ore per mandare alla sepoltura corpi infermi cui la morte ha già portato i suoi colpi col peso degli anni che li opprime. Bisogna altresì in quei critici momenti pregar molto e far pregare per essi. Questo è dar loro il segno più certo di un amore veramente filiale, l’indirizzarsi al cielo per chiedere con istanza quanto è necessario per la loro salute. Figliuoli ben nati, amate i vostri genitori e a misura che il rischio della malattia aumenta, raddoppiate le vostre cure: domandate per essi una morte preziosa agli occhi del Signore, se ottener loro non potete una più lunga vita: vi lasciano quanto posseduto hanno sulla terra, ottenete loro il cielo; mentre il vostro amore dee stendersi ancora più in là del sepolcro, pregando pel riposo delle loro anime, eseguendo al più presto le pie intenzioni che significate vi hanno nei loro testamenti, adempiendo le restituzioni di cui vi hanno incaricati. Ma oimè! quanti pochi figliuoli si vedono al giorno d’oggi fedeli ad adempiere questi doveri a riguardo dei loro genitori defunti! Avidi, premurosi d’impadronirsi dei beni che hanno loro lasciato, non pensano che a dividerne le spoglie, a profittare della successione, senza mettersi in pena del tristo stato a cui ridotti sono questi padri e madri, forse pel troppo grande affetto che hanno avuto per essi: simili in ciò ai barbari fratelli di Giuseppe, i quali, dopo averlo messo in una cisterna, si divertivano sul luogo medesimo che serviva di teatro alla loro crudeltà. – Quanti anche si vedono figliuoli ingrati che perdono sino la memoria dei loro padri e madri, e fanno della conseguita eredità materia di dispute, divisioni e liti che suscitano gli uni contro gli altri? Divisioni, liti che si perpetuano di generazione in generazione, senza che si possano estinguere. Quanti altri che fanno di queste eredità materia delle loro dissolutezze, o non se ne servono che per contentare passioni peccaminose, senza riserbare una sola porzione dei beni che hanno ricevuto per soccorrere i genitori che soffrono crudeli pene nel fuoco del purgatorio? Ecco, poveri genitori, qual è il frutto del vostro faticare e soffrire. Ah figli ingrati, voi sarete misurati con la stessa misura che misurati avrete i vostri genitori; vi tratteranno col medesimo rigore con cui trattati avrete loro; e se continuate a fare un cattivo uso dei beni che avete acquistati, voi morrete nel peccato, e diverrete vittima non delle fiamme del purgatorio. ma di quelle dell’inferno.

Pratiche. Procurate di evitare questa disgrazia; istruiti come ora siete dei vostri doveri a riguardo dei vostri padri e madri, siate fedeli nell’adempierli: amateli, rispettateli, rispondete e non parlate loro che con rispetto; amatela loro compagnia, né fate cosa alcuna senza consultarli; ubbidite loro, come a Dio, quando vi comandano; pregate per essi, rendete loro tutti i servigi di cui siete capaci, e Dio vi ricompenserà non solo con una lunga vita sulla terra ma ancora con una vita eterna nel cielo. Così sia.

Credo.

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Offertorium

Orémus
Ps XCIX, 1 Jubilate Deo, omnis terra; servite Domino in lætitia. Introite in conspectu ejus in exsultatione: quia Dominus ipse est Deus.

 [Acclamate con gioia a Dio da tutta la terra: servite al Signore con allegrezza: entrate alla sua presenza con esultanza: sappiate che il Signore è Dio. ]

Secreta

Oblatum tibi, Domine, sacrificium vivificet nos semper, et muniat. Per Dominum … [L’offerto sacrificio o Signore, sempre ci vivifichi e custodisca. Per … ]

Comunione spirituale

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Communio

S. Luc. II: 48 et 49

Fili, quid fecisti nobis sic? ecce pater tuus et ego dolentes quaerebamus te. Quid est quod me quærebatis? nesciebatis quia in his quæ Patris mei sunt, oportet me esse? [Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo – E perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio?]

Postcommunio

Orémus.
Suèplices te rogamus, omnipotens Deus: ut quos tuis reficis sacramentis, tibi etiam placitis moribus dignanter deservire concedes. Per Dominum nostrum J. C.
[Ti supplichiamo, Dio onnipotente, affinché quelli che nutria con I tuoi sacramenti, ti servano degnamente con una condotta a te gradita. Per nostro Signore …]

Preghiere leonine http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

MESSA DELLA FESTA DELL’EPIFANIA (2020)

MESSA DELLA FESTA DELL’EPIFANIA 2020

Stazione a S. Pietro

Doppio di I classe con Ottava privil. di II Ord.- Paramenti, bianchi.

Questa festa si celebrava in Oriente dal III secolo e si estese in Occidente verso la fine del IV secolo. La parola “Epifania” significa: manifestazione. Come il Natale anche l’Epifania è il mistero di un Dio che si fa visibile; ma non più soltanto ai Giudei, bensì anche ai Gentili, cui in questo giorno Dio rivela il suo Figlio (Or.). Isaia scorge in una grandiosa visione, la Chiesa, rappresentata da Gerusalemme, alla quale accorrono i re, le nazioni, la moltitudine dei popoli. Essi vengono di lontano con le loro numerose carovane, cantando le lodi del Signore e offrendogli oro e incenso (Ep.). – I re della terra adoreranno Dio e le nazioni gli saranno sottomesse • (Off.). Il Vangelo mostra la realizzazione di questa profezia. – Mentre il Natale celebra l’unione della divinità con l’umanità di Cristo, l’Epifania celebra l’unione mistica delle anime con Gesù. – Oggi – dice la liturgia – la Chiesa è unita al suo celeste Sposo, poiché, oggi Cristo ha voluto essere battezzato da Giovanni nel Giordano: oggi una stella conduce i Magi con i loro doni al presepio: oggi alle nozze l’acqua è stata trasformata in vino. Ad Alessandria d’Egitto pubblicavasi ogni anno, il 6 gennaio, l’Epistola Festalis, lettera pastorale in cui il Vescovo annunziava la festa di Pasqua dell’anno corrente. Di qui nacque l’uso delle lettere pastorali in principio di Quaresima. In Occidente, il IV sinodo d’Orléans (541) ed il sinodo d’Auxerre (tra il 573 ed il 603) introdussero la stessa usanza. Nel medioevo vi si aggiunse la data di tutte le feste mobili. Il Pontificale Romano prescrive di cantar oggi solennemente, dopo il Vangelo, detto annunzio (Liturgia, Paris, Bloud et Gay, 1931, pag. 628 sg.).

[Messale Romano, trad. di G. Bertola e G. Destefani, comm. D. G. Lefebvre O. S. B. – L.I.C.E. Totino, 1950]]

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Malach 3: 1 – 1 Par XXIX: 12
Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium
[Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]
Ps LXXI: 1
Deus, judícium tuum Regi da: et justítiam tuam Fílio Regis.
[O Dio, concedi al re il tuo giudizio, e la tua giustizia al figlio del re.]
Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium
[Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui hodiérna die Unigénitum tuum géntibus stella duce revelásti: concéde propítius; ut, qui jam te ex fide cognóvimus, usque ad contemplándam spéciem tuæ celsitúdinis perducámur.
[O Dio, che oggi rivelasti alle genti il tuo Unigenito con la guida di una stella, concedi benigno che, dopo averti conosciuto mediante la fede, possiamo giungere a contemplare lo splendore della tua maestà.]

Lectio

Léctio Isaíæ Prophétæ.
Is LX: 1-6
Surge, illumináre, Jerúsalem: quia venit lumen tuum, et glória Dómini super te orta est. Quia ecce, ténebræ opérient terram et caligo pópulos: super te autem oriétur Dóminus, et glória ejus in te vidébitur.
Et ambulábunt gentes in lúmine tuo, et reges in splendóre ortus tui. Leva in circúitu óculos tuos, et vide: omnes isti congregáti sunt, venérunt tibi: fílii tui de longe vénient, et fíliæ tuæ de látere surgent. Tunc vidébis et áfflues, mirábitur et dilatábitur cor tuum, quando convérsa fúerit ad te multitúdo maris, fortitúdo géntium vénerit tibi. Inundátio camelórum opériet te dromedárii Mádian et Epha: omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.

OMELIA I

[Artig. Pavia, A. Catellazzi, La scuola degli Apostoli, Pavia, 1929]

GESÙ CRISTO RE.

“Levati, o Gerusalemme, e sii illuminata, perché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è sorta su te. Poiché, ecco le tenebre ricoprono la terra e l’oscurità avvolge le nazioni; su te, invece, spunta il Signore, e in te si vede la sua gloria. Le nazioni cammineranno; alla tua luce, e i re allo splendore della tua aurora. Alza i tuoi occhi all’intorno, e guarda: tutti costoro si son radunati per venire a te. I tuoi figli verranno da lontano, e le tue figlie ti sorgeranno a lato. Allora vedrai e sarai piena di gioia; il tuo cuore si stupirà e sarà dilatato, quando le ricchezze del mare si volgeranno verso di te, quando verranno a te popoli potenti. Sarai inondata da una moltitudine di cammelli, di dromedari di Madian e di Efa: verranno tutti insieme da Saba, portando oro e incenso, e celebrando le glorie del Signore” (Isaia LX 1-6).

Isaia, il profeta suscitato da Dio a rimproverare e a consolare il popolo eletto in tempo di grande afflizione, ci dipinge in esilio, prostrato a terra, immerso nel dolore per voltate le spalle a Dio. È bisognoso d’una consolazione; e il profeta questa parola la fa sentire. Gerusalemme risorgerà. Il Messia vi comparirà come un faro risplendente sulla sponda di un mare in burrasca. E nella sua luce accorreranno le nazioni uscendo dalle tenebre dell’idolatria. Gerusalemme deve alzar gli occhi econtemplar lo spettacolo consolante dei suoi figli dispersi che  ritornano, e dei popoli della terra che verranno ad essa, cominciando da quei dell’oriente, recando oro ed incenso, annunziando le lodi del Signore. Questa profezia ha compimento nel giorno dell’Epifania, poiché in questo giorno comincia il movimento delle nazioni verso la Chiesa, la nuova Gerusalemme, I Magi che venuti dall’oriente domandano ove è il nato Re dei Giudei, ci invitano a far conoscenza con questo Re. Vediamo, dunque, come Gesù Cristo è:

1. Il Re preannunciato,

2. che esercita su noi l’autorità legittima,

3. e al quale dobbiamo dimostrare la nostra sudditanza.

1.

Isaia che invita Gerusalemme a vestirsi di luce ne dà ragione: perché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è sorta su di te. Il Messia promesso, ristoratore non solo di Israele, ma di tutto il genere umano è venuto dall’alto ad illuminare chi giace nelle tenebre e nell’ombra della morte. La notte in cui nasce il Salvatore una luce divina rifulge attorno ai pastori che fanno la guardia, al gregge nelle vicinanze di Betlemme; e contemporaneamente in altre contrade un’altra luce, una stella, appare ai Magie li guida a Gerusalemme. «Dov’è il nato re dei Giudei? Perché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente a siam venuti per adorarlo» (Matth. II, 2). A questa domanda che essi fanno, arrivati a Gerusalemme, Erode e tutta la città si conturba. Eppure, niente era più esatto di quella domanda.Il Messia era stato ripetutamente predetto dai profeti come un restauratore, che avrebbe iniziato un regno nuovo. Gli Ebrei potevano errare nella interpretazione di questo regno; ma i n essi l’idea del Messia era inconcepibile, se disgiunta dalla dignità reale. Del resto i profeti l’avevano annunciato chiaramente come re. Davide dice: «Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech» (Ps. CIX). È lo stesso che dire che il Messia sarebbe stato sacerdote e re. «Poiché questo Melchisedech era re di Salem, Sacerdote del Dio Altissimo… Egli primieramente, secondo l’interpretazione del suo nome, re di giustizia, e poi anche re di Salem, che significare di pace» (Hebr. VII, 1-2). Anche il regno del Messia sarà regno di giustizia e di pace. Sentiamo Geremia « Così parla il Signore, Dio d’Israele, ai pastori che pascono il mio popolo. … Ecco che vengono i giorni, e io susciterò a Davide un germe giusto; e regnerà come re, e sarà sapiente e renderà ragione, e farà giustizia in terra» (Ger. XXIII, 2, 5.). Isaia, parlando della nascita del Messia, così si esprime: «Ecco, ci è nato un pargolo, e ci è stato donato un figlio, e ha sopra i suoi omeri il principato » (Is. IX, 4). A lui segue Zaccaria: «Egli sarà ammantato di gloria, e sederà, e regnerà sul suo trono» ( Zac. VI, 13). Quando poi l’Angelo annunzia a Maria l’Incarnazione, parlando del Messia che nascerà da lei, dice: «Questi sarà grande e sarà chiamato Figliuolo dell’Altissimo: il Signore Iddio gli darà il trono di David, suo padre, ed egli regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà mai fine» (Luc. I, 32-33). Non solo è predetto come re, ma come re è salutato e venerato. Abbiamo visto che i Magi dichiarano apertamente di essere venuti ad adorare «il nato Re Giudei ». Quando Natanaele è condotto da Filippo a vedere « quello di cui scrissero Mosè nella legge e i profeti, Gesù », al primo incontro esclama: «Maestro, tu sei il Figliuolo di Dio: tu sei re d’Israele» (Giov. I, 49). Nel giorno del trionfo, quando entra in Gerusalemme per celebrare l’ultima Pasqua, la grande folla accorsa per le feste gli va incontro con rami di palma, gridando: «Osanna! Benedetto chi viene nel nome del Signore, il Re d’Israele» (Giov. XII, 13). In parecchie circostanze, perfino quando sta lasciando la terra per salire al cielo, gli si fanno domande relative al suo regno. Infine, Gesù Cristo stesso dichiara d’essere re; d’avere un regno (Giov. XVIII, 36). Un regno non umano, nè caduco, « ma di gran lunga superiore e più splendido » (S. Giov. Crisost. In Ioa. Ev. Hom. 83, 4).

2.

Le nazioni camminano alla tua luce e i re allo splendore della tua aurora: … tutti costoro si son radunati per venire a te. Re e sudditi, che vanno a mettersi aipiedi di Gesù Cristo, attratti dalla luce che si diffondedal suo Vangelo, riconoscono praticamente che Egli hail diritto di dominare su di loro. Difatti chi è Gesù Cristo? Il centurione romano, che coi soldati è posto a guardia della croce, esclama alla morte di Gesù: «Costui era veramente Figlio di Dio» (Matth. XXVII, 54). È Figlio di Dio — nota a questo punto S. Ilario — ma non come noi che siam figli di Dio adottivi. «Egli, invece, è Figlio di Dio vero e proprio, per origine, non per adozione» (S. Ilario, De Trin. 1. 3, c. 11). La sua vita dunque, lo fa superiore a tutto quanto è al disotto di Dio: superiore non solo a tutti gli uomini, ma anche a tutti gli Angeli. A nessuno di loro Dio ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» (Ps. II, 7). Essi sono posti al comando di Dio; sono a disposizione di Gesù Cristo. « Pensi tu — egli dice a S. Pietro — che io non possa chiamare in aiuto il Padre mio, il quale mi manderebbe sull’atto più di dodici legioni di Angeli?» (Matth. XXVI, 53). Non solo gli Angeli sono a disposizione di Gesù Cristo, ma lo devono adorare, come è scritto nei libri santi: «E lo adorino tutti gli Angeli di Dio »: (Hebr. I, 6). A Gesù, dunque, tutte le creature, uomini e Angeli, devono l’adorazione, la soggezione, l’obbedienza; tutte devono riconoscere la sua sovranità. Oltre che per diritto di natura, Gesù Cristo è nostro re per diritto di investitura. Il Messia, Figlio ed erede di Dio, Creatore e Signore del cielo e della terra, ha diritto al dominio universale sul mondo. Al momento propizio il Padre gliene darà l’investitura, secondo Egli ha dichiarato: « Chiedimi, e ti darò in eredità le nazioni e in possesso i confini della terra » (Ps. II, 8). Nell’incarnazione Gesù Cristo è costituito « erede di tutte le cose » (Hebr. I, 2). e riceve, così, la promessa investitura del suo dominio universale. Ma Gesù Cristo è anche nostro Re per diritto di conquista. Noi eravamo schiavi del peccato, destinati alla morte eterna. Egli ci ha liberati dalla schiavitù del peccato, sottraendoci alla morte eterna. «Quando combatté per noi — dice S. Agostino — apparve quasi vinto; ma in realtà fu vincitore. In vero fu crocifisso, ma dalla croce, cui era affisso, uccise il diavolo, e divenne nostro Re» (En. in Ps. 149, 6). A differenza degli altri conquistatori, egli non ci ha liberati versando il sangue altrui, ma versando il proprio sangue. «Non sapete — dice S. Paolo ai Corinti — che voi non vi appartenete? Poiché siete stati comprati a caro prezzo» (I Cor. VI, 19-20). Noi non possiamo disconoscere l’autorità di chi ha sborsato per noi un prezzo che supera ogni prezzo. I popoli liberati dalla schiavitù passano sotto il dominio del loro liberatore; e noi siamo passati sotto il dominio di chi ci ha liberati dalla schiavitù di satana. Lui dobbiamo riconoscere per nostro re, proclamare apertamente nostro Re,  non solo a parole, ma all’occorrenza anche con della propria vita, come ce ne hanno dato esempio i martiri di tutti i tempi. Tra coloro che furono martirizzati al Messico nel Gennaio del 1927 si trovava un tal Nicolas Navarro. Alla giovane moglie che piangendo lo pregava ad aver pietà del figlioletto: «Anzitutto la causa di Dio! — rispose — E quando il figlio crescerà gli diranno: Tuo padre è morto per difendere la Religione». Percosso, ferito con le punte dei pugnali, strascinato così brutalmente da non esser più riconoscibile, come avvenne anche ai suoi compagni, riceve per di più tanti colpi sulla faccia da aver sradicati i denti. Caduto a terra colpito da due palle, incoraggia i compagni, e rammenta loro la promessa di seguire fino alla morte l’esempio di Gesù. Trapassato da due pugnalate, muore gridando : « Viva Cristo Re » (Civiltà Cattolica, 1927, vol. IV p. 181).

3.

Isaia predice che le nazioni faranno a gara per entrare nel regno di Gesù Cristo. Verranno i nuovi sudditi. portando oro e incenso, e celebrando le glorie del Signore. – Così fanno subito i re Magi, i quali, venuti alla culla di Gesù, « prostrati lo adorarono: e, aperti i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra » (Matth. II, 11). « Offrono l’incenso a Dio, la mirra all’uomo, l’oro al re » (S. Leone M. Serm. 31, 2). Quell’oro, forse una corona reale, essi offrono a Dio come tributo che i sudditi devono al re in segno di sudditanza.Quale tributo dobbiamo noi portare a Gesù Cristo in segno della nostra sudditanza? Il regno di Gesù Cristo non è un regno materiale. È un regno spirituale, che si esercita principalmente sulle anime. In primo luogo è il regno della verità. Tra le fitte tenebre dell’errore che coprivano la faccia della terra, Gesù comparve come il sole che illumina ogni cosa, fugando l’ignoranza, la menzogna, l’inganno. Tra gl’intricati sentieri, che non permettono all’uomo, o gli rendono assai difficile, di prendere una giusta direzione nel cammino di questa vita, Egli è la guida sicura.Egli poteva dire alle turbe : «la luce è in voi… Sinché avete la luce credete nella luce, affinché siate figliuoli di luce» (Giov. XII, 35-36). Primo tributo da rendere al nostro Re sarà dunque quello di accogliere con docilità e semplicità la sua parola che è contenuta nel Santo Vangelo. È un regno di giustizia. Se c’è un regno in cui contano più i fatti che le parole, è precisamente il regno di Gesù Cristo. Come tutti i re, Gesù Cristo è legislatore. E le sue leggi vuol osservate. Sulla terra, quanti trasgrediscono le leggi e si credono sudditi fedeli e amanti del loro re! Gesù dichiara apertamente che non può essere o dichiararsi amico suo chi trasgredisce le sue leggi: «Se mi amate osservate i miei comandamenti (Giov. XIV, 15). – Per conseguenza egli eserciterà un altro potere reale: quello di giudicare coloro che sono osservanti delle leggi e coloro che le trasgrediscono. Nessuno potrà sfuggire al suo giudizio e alla sua sanzione. «Poiché bisogna che tutti noi compariamo davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva le cose che gli spettano, secondo quello che ha fatto, o in bene o in male» (2 Cor. V, 10.).Lo ubbidiremo, dunque, in modo da non meritarsi alcuna riprensione. – Il regno di Gesù Cristo è un regno universale. I suoi confini sono i confini del mondo, i suoi sudditi sono tutte le nazioni dell’universo. È un dominio che si estende su l’individuo e sulla società; e che quindi va riconosciuto e onorato in privato e in pubblico. Purtroppo non tutti riconoscono ancora di fatto il dominio di Gesù Cristo. Un numero sterminato d’infedeli, non sa ancora chi sia Gesù Cristo. Molti Cristiani gli si ribellano; violano i suoi diritti, e gli rifiutano il dovuto omaggio. Tributo d’omaggio del buon Cristiano sarà quello di affrettare con la preghiera il giorno in cui tutte le nazioni conosceranno questo Re, e intanto rendergli l’omaggio, che altri gli negano, riparare le offese, che altri gli recano. Fede viva, esatta osservanza dei comandamenti, zelo per concorrere a farlo regnare, nei singoli individui, nelle famiglie, nella società, ecco i tributi, che dobbiam recare a Gesù Cristo Re, in attestazione della nostra sudditanza.

Graduale

Isa LX: 6; 1
Omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.
[Verranno tutti i Sabei portando oro e incenso, e celebreranno le lodi del Signore.]

Surge et illumináre, Jerúsalem: quia glória Dómini super te orta est. Allelúja, allelúja. [Sorgi, o Gerusalemme, e sii raggiante: poiché la gloria del Signore è spuntata sopra di te.

Allelúja.

Allelúia, allelúia
Matt II: 2.
Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum. Allelúja. [Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni per adorare il Signore. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum
Matt II: 1-12

Cum natus esset Jesus in Béthlehem Juda in diébus Heródis regis, ecce, Magi ab Oriénte venerunt Jerosólymam, dicéntes: Ubi est, qui natus est rex Judæórum? Vidimus enim stellam ejus in Oriénte, et vénimus adoráre eum. Audiens autem Heródes rex, turbatus est, et omnis Jerosólyma cum illo. Et cóngregans omnes principes sacerdotum et scribas pópuli, sciscitabátur ab eis, ubi Christus nasceretur. At illi dixérunt ei: In Béthlehem Judae: sic enim scriptum est per Prophétam: Et tu, Béthlehem terra Juda, nequaquam mínima es in princípibus Juda; ex te enim éxiet dux, qui regat pópulum meum Israel. Tunc Heródes, clam vocátis Magis, diligénter dídicit ab eis tempus stellæ, quæ appáruit eis: et mittens illos in Béthlehem, dixit: Ite, et interrogáte diligénter de púero: et cum invenéritis, renuntiáte mihi, ut et ego véniens adórem eum. Qui cum audíssent regem, abiérunt. Et ecce, stella, quam víderant in Oriénte, antecedébat eos, usque dum véniens staret supra, ubi erat Puer. Vidéntes autem stellam, gavísi sunt gáudio magno valde. Et intrántes domum, invenérunt Púerum cum María Matre ejus, hic genuflectitur ei procidéntes adoravérunt eum. Et, apértis thesáuris suis, obtulérunt ei múnera, aurum, thus et myrrham. Et re sponso accépto in somnis, ne redírent ad Heródem, per aliam viam revérsi sunt in regiónem suam.” [Nato Gesù, in Betlemme di Giuda, al tempo del re Erode, ecco arrivare dei Magi dall’Oriente, dicendo: Dov’è nato il Re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. Sentite tali cose, il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme. E, adunati tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, voleva sapere da loro dove doveva nascere Cristo. E questi gli risposero: A Betlemme di Giuda, perché così è stato scritto dal Profeta: E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei la minima tra i prìncipi di Giuda: poiché da te uscirà il duce che reggerà il mio popolo Israele. Allora Erode, chiamati a sé di nascosto i Magi, si informò minutamente circa il tempo dell’apparizione della stella e, mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e cercate diligentemente il bambino, e quando l’avrete trovato fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo. Quelli, udito il re, partirono: ed ecco che la stella che avevano già vista ad Oriente li precedeva, finché, arrivata sopra il luogo dov’era il bambino, si fermò. Veduta la stella, i Magi gioirono di grandissima gioia, ed entrati nella casa trovarono il bambino con Maria sua Madre (qui ci si inginocchia) e prostratisi, lo adorarono. E aperti i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non passare da Erode, tornarono al loro paese per un altra strada.]

Omelia II

[M. G. Bonomelli, Misteri Cristiani, vol. I; Queriniana ed. Brescia, 1898 –imprim. -]

FESTA EPIFANIA

RAGIONAMENTO II.

Scienza che allontana da Cristo e scienza che a Lui ne conduce.

La narrazione evangelica dell’odierna solennità è un quadro grandioso, nel quale 1’uno dopo l’altra vengono a collocarsi tutte le più svariate figure. Eccovi anzitutto il Divino Infante nella sua grotta o nella povera casetta dove si era ridotto [Allorché i Magi giunsero a Betlemme trovarono il neonato Bambino in una casa – Intrantes domum invenerunt puerum-. Sembra adunque che poco dopo il nascimento di Gesù, Giuseppe procurasse l’alloggio in una qualche casa, che doveva essere povera, non occorre dirlo.]. – Accanto a Lui e gli occhi sopra di Lui fu con inesprimibile tenerezza mista a profondissima venerazione la Vergine sua Madre: e presso ad entrambi un uomo dal volto venerando, sfavillante di gioia, che tacito e riverente contempla ora il Pargolo, ora la Madre. È un gruppo di Paradiso, che tutti i più insigni artisti tentarono di ritrarre in mille forme. Qua e là sparse nel gran quadro ecco altre figure: qui alcuni principi o savi, o magi, in splendide vesti, seguiti da magnifico corteggio, venuti improvvisamente da lontani paesi per adorare il nato Salvatore: là la bieca e laida figura di Erode, che si agita sul suo trono, compro coi delitti e che matura consigli di sangue: intorno a lui una folla di cortigiani adulatori, pei quali ogni capriccio del Monarca è legge e comando che non si discute; più lungi, in fondo al quadro, il gran Sinedrio raccolto a consiglio, che alla domanda di Erode e dei Magi: – Dove ha da nascere il Re de’ Giudei ? – squadernando i Libri Santi, risponde senza esitare: – A Betlemme; lo disse il Profeta -. Nei giorni del Santo Natale e della Circoncisione contemplammo la celeste figura del Divino Infante e ne meditammo gli altissimi insegnamenti: oggi lasciamo da parte la Madre benedetta e il Custode di Lui: non poniamo mente al Re, che impallidisce e trema sul suo soglio: non curiamoci de’ suoi cortigiani. Raccogliamo gli sguardi della fede sopra i Magi, che polverosi dopo lungo cammino giungono a Gerusalemme, e sopra il Sinedrio, il supremo Consiglio della Nazione e che a nome di Dio, interpretando le Scritture, dichiara:- L’aspettato del popolo, il Salvatore del mondo deve nascere a Betlemme -. Sono due classi di uomini affatto differenti: entrambe istruite, entrambe cercano la verità: i Magi si atteggiano a discepoli e umilmente domandano: – Dov’è il Re de’ Giudei, del quale abbiamo visto la stella in Oriente? Deh! Insegnatecelo -. I dottori della legge, i capi de’ sacerdoti, radunati a Consiglio, si atteggiano a maestri (e lo sono) e da maestri rispondono. Cosa strana e degna di profonda considerazione, o fratelli miei! I meno istruiti, quelli che professandosi discepoli si confessano ignoranti, trovano la verità: quelli che sono più istruiti, che posseggono la scienza, che ne sono i maestri, che hanno in casa la verità e l’additano ai lontani, si giacciono in mezzo alle tenebre dell’errore: i primi conoscono Gesù Cristo, lo seguono e si salvano: i secondi non lo conoscono, lo rigettano e si perdono! Eccovi, o fratelli, designati nei Magi e nei maestri del Sinedrio, quelle due grandi classi di uomini, nei quali pur oggi si divide la nostra società, i credenti e i miscredenti: quelli men dotti, eppure credenti e in possesso della verità; questi più dotti, molto dotti, se volete, eppure non credenti e privi della verità. Perché noi non ci dissimuliamo punto una verità, amara e dolorosa oltre ogni dire, ma verità, ed è, che oggidì la maggior parte dei dotti o reputati dotti non si curano della fede o la rigettano, mentrechè quasi tutto il popolo, che non è, né  può essere dotto, conserva ancora ed ama la sua fede. – Donde, o cari, un fatto sì strano ed inesplicabile, che vediamo nel Mistero odierno e che continua e più che mai cresce sotto de’ nostri occhi? Perché mai gli uomini della scienza si mostrano indifferenti od ostili, in faccia al Vangelo ed alla Chiesa? Perché mai gli uomini del popolo, del lavoro, meno provveduti di scienza, si mostrano figli devoti del Vangelo e della Chiesa? È una ricerca della più alta importanza e che formerà il soggetto delle nostre considerazioni. La scienza! Dopo la virtù, essa è il più bell’ornamento, la più bella gloria dell’uomo! La scienza è un dono del cielo, è un raggio della luce divina, è un riflesso e una partecipazione di Lui, che è l’eterna Ragione d’ogni cosa, che si chiama il Dio delle scienze. La scienza eleva, nobilita l’uomo: per essa egli vede la natura docile ai suoi piedi: abbassa e trafora i monti, veleggia, anzi vola sul dorso dei flutti irati dell’oceano, passeggia nei suoi abissi, come tra gli astri del cielo, guida obbedienti i fulmini e con un pugno di materia spacca le montagne e squarcia le viscere della terra e solleva i piani del mare. Come dunque questa scienza, che viene da Dio può tener l’uomo lungi da Dio? Figlia di Dio sarebbe nemica di Dio? Filo d’oro, che Dio gettò sulla terra per tirare a sé gli uomini, li allontanerebbe? Come è perché la luce produrrebbe le tenebre e la scienza condurrebbe alla incredulità? Vedete avvocati, ingegneri, medici, letterati, in una parola uomini della scienza, che non hanno più fede, che ignorano Gesù Cristo, come i dottori del Sinedrio, mentre il buon popolo coi Magi corre a Betlemme, lo trova, lo riconosce, e lo adora. Perché? Perché? La scienza del mondo! noi non la neghiamo, la apprezziamo, la onoriamo. Ma siamo franchi e sinceri, o fratelli. Di che si occupa essa, questa scienza? Che cosa studiano questi dotti? Studiano essi Dio? Gesù Cristo? La Religione? Il Vangelo? La Chiesa? L’anima? La sua origine? Il suo fine? No, no. Studiano tutto con una perseveranza, con un ardore, che ci riempie di ammirazione: dall’elefante al bacterio, dal cedro all’issopo, dalla nebulosa più lontana al microbo, tutto è oggetto dei loro studi: voi li vedete curvi sul microscopio per scrutare una cellula, per analizzare un atomo; voi li vedete riboccanti di gioia allorché possono annunziare al mondo, che hanno potuto decifrare un geroglifico, interpretare una lapide; ma chi sono quelli che si occupano di Religione, delle cose di Dio e dell’anima? Come se ne occupano? ditelo voi, o fratelli carissimi! Le cose più indifferenti, la cognizione delle quali è affatto inutile o serve solo ad alimento di curiosità o ad ornamento, trovano cultori appassionati, che non dicono mai basta; e la Religione, alla quale sono legati gli interessi più vitali della terra e del cielo, del tempo e della eternità, dagli uomini della scienza giace là negletta e fors’anche disprezzata! Chi di voi, uomini d’ingegno e di studio, si appagherebbe delle cognizioni che avevate acquistate a dodici anni? Nessuno; ne arrossireste e a ragione: solo in quanto a Religione ve ne accontentate; giacché ben pochi sono coloro che agli elementi del Catechismo appreso a dodici anni, sentano il bisogno e il dovere di aggiungere uno studio della Religione, che sia in armonia con la loro età, col loro ingegno, con le esigenze nuove dei tempi, con lo sviluppo della scienza moderna! Nei secoli passati Dante, Petrarca, Galileo e quanti furono uomini sommi o dotti fino alla rivoluzione francese reputavano necessario alle scienze naturali aggiungere la scienza della Religione, che nelle Università tutte d’Europa teneva il posto d’onore: oggidì dove sono i dotti che alla scienza della fede e della Religione serbino qualche giorno dell’anno? Che nelle loro biblioteche abbiano almeno qualche libro, che ne tratti debitamente? Ohimè! Essa è sbandita dalle nostre Università tutte, come indegna di avervi una cattedra, mentre vi hanno cattedra le ultime scienze, che non so se meritino tampoco il nome di scienze. (È cosa che ferisce il cuore! Nelle nostre Università italiane, tutte di origine ecclesiastica, hanno il loro posto tutte, tutte le scienze, fino la odontologia, introdotta di recente: la sola Teologia vi è sbandita. E dire che la Germania, l’Inghilterra, tutti i paesi protestanti hanno nelle loro Università la facoltà teologica! Quale umiliazione per noi e quale argomento di seria considerazione!). – Cacciata la teologia dal novero delle scienze e accoltavi la storia delle religioni, della mitologia e d’altre scienze, ch’io mi guarderò dal nominare! – Chi ai nostri giorni svolge le opere filosofiche e teologiche di S. Tommaso e d’altri insigni filosofi e teologi? Chi scorre i libri degli apologisti antichi o moderni, che mettono in luce le prove razionali della Religione, che ne mostrano le sublimi analogie e bellezze, che ribattono le difficoltà e calunnie, ond’è fatta segno? Sarà molto se ne conoscano il nome. Qual meraviglia, che codesti dotti, ancorché forniti d’ingegno, ricchi di ogni scienza profana, immersi negli studi, di fama talora mondiale, non conoscano Cristo e la sua Religione, o ne abbiano una cognizione monca, mista ad errori e pregiudizi volgari, inferiore a quella del povero popolo! Sono dotti in tutto, se volete, fuorché nella scienza della Religione e perciò in condizioni peggiori del popolo minuto, che trovasi esposto a minori pericoli e che non ha l’orgoglio della scienza, il terribile nemico della fede. – Ho detto che gli uomini della scienza non studiano la Religione e di qui la loro incredulità; ma non ho detto bene e mi correggo. Molti di loro studiano la Religione come studiavano Mosè ed i Profeti i maestri della legge; ma dove la studiano? In quali libri? Presso quali uomini? A quali fonti attingono? Con quali intendimenti? Sarebbe incredibile se non fosse un fatto indubitato e pressoché quotidiano. Codesti uomini della scienza, che vivono lontani dalla Religione e la considerano come cosa da lasciarsi alle donnicciole del popolo, non ne hanno generalmente altra cognizione di quella in fuori attinta a fonti sospette, a libri bugiardi. Quel poco studio della Religione, che han fatto, l’han fatto su giornali scettici e anticristiani, su libercoli alla moda, su romanzi, che tutto travisano e confondono, su libri storici calunniosi, su libri scientifici, che per partito deliberato la combattono fieramente. Conoscono la Religione come la si può conoscere nei pubblici ritrovi, nelle conversazioni brillanti, negli spettacoli e drammi teatrali, sui banchi d’un Liceo o d’una Università, dove professori troppo spesso miscredenti la fanno bersaglio dei loro frizzi e dei loro dileggi. – Gran che, fratelli miei! In qualunque questione, anche di lieve importanza, nessuno oserebbe pronunciare giudizio senza aver prima udite le due parti contendenti e ponderatene attentamente e imparzialmente le ragioni: è noto l’adagio della equità naturale e del buon senso – Audi et alteram partem– Ascolta l’altra parte -. Un giudice che sentenziasse dopo aver udito il solo accusatore, muoverebbe a sdegno, violerebbe le regole più elementari della giustizia e provocherebbe per questo solo l’annullamento delle sue sentenze. Eppure è  ciò che si suol fare in materia di Religione; non si porge orecchio che ai nemici della Religione e non si ascoltano che gli accusatori, che sovente sono accusatori interessati od ignari di ciò che dicono, od anche apertamente calunniatori. Quante volte mi accadde di discutere con persone miscredenti e dotte, che avevano letta la vita di Gesù Cristo dello Strauss, del Renan, del Pyat ed altre opere di notissimi increduli, e non avevano letto gli Evangeli e neppure una pagina dei tanti e sì valenti scrittori, che li avevano confutati! È questa lealtà? Come volete che siffatta scienza conduca a Cristo? Al conoscimento della verità? Vi sono altri studiosi che peccano per altro capo e che lungi di avvicinarsi a Cristo se ne discostano. Sono quelli che svolgono i libri, che interrogano le scienze e, se vi piace, si addentrano nei loro segreti e hanno vanto e meritato di dotti, ma fine de’ loro studi, scopo delle loro indagini è quello di trovare in colpa la Religione per poterla poi condannare. Hanno la convinzione, non certo come acquistata, che la Religione e la Chiesa devono aver torto; le loro investigazioni sono volte a dimostrare questa idea preconcetta. Stupiremo noi che non riescano nell’intento? Stupiremmo del contrario. Si trova facilmente ciò che si desidera trovare; facilmente ciò che si accarezza in fondo al cuore si vede attuato al di fuori e l’amor proprio veste tutte le cose dei colori, ch’esso vagheggia. E la gran legge delle allucinazioni, che allarga il suo regno ben più che non si creda e conta tra le sue vittime non pochi dotti. Studiano la storia, la fisica, la geologia, la psicologia, la fisiologia, tutte le scienze, onde il secolo va glorioso, persuasi che il loro responso sarà la condanna della verità religiosa e questa condanna non tarda a farsi udire. Ma essa non è la risposta sincera della scienza, sebbene l’eco fallace della propria persuasione, il riverbero delle proprie idee e del proprio desiderio. Si vuole che la Religione abbia torto e come non l’avrebbe se il giudice vuole che l’abbia? [L’ammiraglio inglese bombardava Copenaghen; la città rispondeva valorosamente e l’ammiraglio credeva bene di sospendere il fuoco e ritirarsi. Nelson allora era comandante d’un vascello e, come tutti sanno, era guercio d’un occhio. Gli mostrarono il segno di sospendere il fuoco; egli allora appuntò il suo cannocchiale sull’occhio cieco e disse: « Io non vedo niente », e continuò il fuoco. — Il fatto è narrato da Thiers nella sua storia. È ciò che fanno certi dotti nello studio della religione. Studiano, non vogliono vedere la verità e non la vedono e dicono: – Ma noi non vediamo niente -]. – Non è raro il caso che la scienza disvii dalla Religione e ne chiuda perfino la porta per altro verso poco avvertito. Ogni studio ed ogni scienza ha il suo oggetto determinato e proprio e sarebbe follia il credere, che possa condurci al conoscimento di oggetti, che non sono i suoi. Forsechè la vite potrà darvi altro frutto dell’uva? Forseché il pero potrà darvi il cedro? Se voi volete conoscere la struttura intima d’un bacterio o i pori d’una foglia armerete l’occhio d’un potente telescopio? Se vorrete esplorare il cielo, vi appunterete un microscopio? Eppure è ciò che senza porvi mente si fa da molti e si accetta per altri senza discussione. Questi è uomo di legge e profondo conoscitore del diritto e non ha fede; quegli è valentissimo medico e peritissimo anatomico e operatore, ed è miscredente; un terzo è sommo matematico e meccanico; un altro è letterato celebratissimo e non sa punto di Religione. E che perciò, o carissimi? Benché le scienze possano in modo indiretto condurre alla Religione, per sé non sono la via che a quella ci menano. Come alcuni possono essere maestri nella musica, nella matematica, nella legge, nelle lettere, e ignorantissimi nella botanica, nell’astronomia, nelle lingue antiche, nella pittura e scultura, cosi vi possono essere uomini profondi in tutte le scienze e affatto digiuni nella scienza sacra, nella scienza di Dio. Un famoso astronomo diceva: – Io, passeggiando tra gli astri col mio telescopio, non vi ho mai visto il trono di Dio! -. E un chirurgo non meno famoso diceva: – Io non ho mai trovato nel corpo umano l’anima, che dicono dovervi essere; eppure ne ho scrutato tutte le fibre! – Costoro sono simili a quelli, che cogli occhi volessero udire le armonie di Verdi e con gli orecchi volessero vedere gli angeli di Raffaello e con le mani volessero toccare i sapori e le fragranze. Le scienze umane vi condurranno al conoscimento ciascuna dell’oggetto che le è proprio, e solo lo studio di Dio e della sua Religione vi condurrà al conoscimento di Dio e della Religione. Allorché pertanto trovate uomini delle scienze umane profondi conoscitori, e di Dio e della sua Religione non solo ignari, ma sprezzatori, non dovete pigliarne scandalo; possiedono le altre scienze e in quelle teneteli pure maestri; nella scienza di Dio e della Religione non sono nemmeno discepoli: non se ne sono occupati e la loro parola come la loro incredulità non vi devono turbare. Le scienze, nelle quali han grido, non danno loro il diritto di costituirsi giudici in quella troppo più alta, che non appresero; gonfi di quelle, trovarono in esse, non un aiuto, ma sì un impedimento per giungere alla scienza della Religione. – I dottori del Sinedrio conoscevano molto bene il luogo dove il Messia doveva nascere secondo il profeta; era a pochi chilometri da loro. Perché dunque non vi andarono anch’essi coi Magi o dopo i Magi? Perché adunque non cercarono almeno di Lui? Conoscere la verità e non seguirla, quale contraddizione! Come si spiega questa condotta dei dottori della legge, che conoscono la verità, che nell’esempio dei Magi hanno un potente eccitamento per andare a Cristo e non ne fanno nulla? Io credo che tre cause soprattutto trattenessero quei dottori dal correre a Betlemme e riconoscervi il Messia e furono: il timore degli uomini del potere, il rispetto mondano e l’orgoglio. Erode s’era turbato in udir parlare del Messia e in vedere i Magi; sapevano ch’egli era uomo da non arrestarsi dinanzi a qualsivoglia delitto, allorché fosse in pericolo il trono; dinanzi a quell’uomo essi dovevano tremare. Ora mostrare di credere alla venuta del Messia, andare coi Magi o dopo di essi a Betlemme, professarsi suoi discepoli in faccia ad Erode, era  incorrere l’ira di lui, un rendersi sospetti, e l’ira e i sospetti di quel monarca erano egualmente pericolosi e conveniva cessarli. Poi andare a Betlemme, cercare del Messia, in quelle condizioni, voleva dire farsi discepoli altrui, essi che erano maestri; bisognava francamente dichiararsi contro l’opinion pubblica, che allora riceveva la legge dalla corte di Erode; bisognava romperla cogli adulatori del monarca; bisognava farsi piccoli, umili come i Magi, per riconoscere un Messia, nato testé in una piccola borgata, in una stalla, in mezzo alla più squallida povertà. Essi, i dottori, pieni di sé, perciò schiavi dei rispetti umani e tementi l’ira del re, non si mossero, si avvolsero nel silenzio e nella più assoluta indifferenza e con la loro scienza non conobbero Cristo. – E ciò che accade frequentemente sotto i nostri occhi anche al giorno d’oggi. Quanti, alzando i loro occhi, veggono gli uomini del potere, i ricchi, i grandi, che non si curano di Religione, che non si veggono mai in chiesa, che la disprezzano altezzosamente! li temono e si mettono dietro a loro e si danno l’aria di increduli. Quanti più ancora temono i giudizi del mondo, le risa e gli scherni di certi amici! Temono di passare per devoti, bigotti, retrivi, se usano al tempio, se si accostano ai Sacramenti, se ascoltano la parola di Dio, se si chiariscono nettamente Cristiani. Che fanno? Si eclissano; non si vedono alla Messa, alle sacre funzioni, ai Sacramenti e per timore del biasimo degli uomini compariscono miscredenti. – Ed altri, massime delle classi istruite, nel loro orgoglio non sanno rassegnarsi alla parte di discepoli in materia di Religione; credono che la scienza, la ricchezza, i titoli, gli uffici che tengono, li dispensino dal sedere sopra un banco in chiesa per udire la spiegazione del Catechismo; parrebbe loro di umiliarsi eccessivamente, di avvilire la propria dignità trovandosi in chiesa a lato dell’artigiano, del contadino, del proprio servitore, e perciò se ne appartano, e con la loro scienza, onde sono gonfi, finiscono, come i dottori del Sinedrio, a restare nelle loro case, e non curarsi di cercare e andare a Gesù Cristo, come i Magi. – Mi sembra d’avervi spiegato perché la scienza in genere, e la moderna in ispecie non conduca a Cristo e alla sua Religione e piuttosto ne allontani gli animi. Essa non produce certamente questo effetto per sé stessa e sarebbe errore e bestemmia grave il sospettarlo; ma lo produce solo in quanto non è volta a studiare la Religione, sebbene altre cose; perché, se pure studia in qualche parte la Religione, la studia presso uomini e libri ostili e non a fonti sicure; perché la studia con animo pieno di pregiudizi e inchinevole a giudicarla sinistramente; perché paventa i giudizi del mondo e teme ne siano offesi gli interessi materiali. Ora è a vedere qual sia la scienza, che conduce a Dio, come fu quella dei Magi. Me ne passerò in poche parole, perché  ciò che ho detto sin qui, per la ragione dei contrari, getta bastevole luce su quello che sono per dirvi. – I Magi, come vuole antica e venerabile tradizione, erano uomini dediti alla scienza, particolarmente degli astri, scienza in grande onore presso gli orientali. Essi videro una stella di meravigliosa bellezza, o segno celeste quale che si fosse e che il Vangelo non determina. Ma quel segno, per quanto fosse straordinario, non diceva, non determinava nulla di particolare; poteva essere un fenomeno straordinario, sì, ma occulto e naturale, che poteva eccitare la curiosità, ma che non annunziava nulla. Che relazione poteva mai essere tra una stella, un segno singolare apparso in cielo e il nascimento del Salvatore del mondo? Per sé non v’era nesso di sorta. E quanti l’avranno visto e ammirato e poi, scuotendo il capo e mormorando alcune parole, se ne saranno andati, pensando ad altro! Perché quel segno prodigioso fosse inteso era necessario che al medesimo fosse congiunto il conoscimento del suo significato e questo i Magi lo poterono attingere nella scienza dei Libri Sacri o nelle memorie dei Padri, nelle tradizioni venerande dei maggiori, rischiarate senza dubbio dalla luce superna della grazia, della quale Iddio è sempre largo. Questi Magi pertanto ci si presentano come uomini, i quali in mezzo alle fitte tenebre del paganesimo conservavano accesa e sfolgorante la face della scienza divina e docilmente la seguivano. Ma bastava egli ai Magi vedere il segno celeste e conoscerne il significato mercé la luce della Scrittura e delle tradizioni, sentire la voce della grazia, che li chiamava, per trovarsi un giorno ai piedi di Gesù Cristo e compire l’opera della loro santificazione? Oh no! Essi dovevano rispondere alla voce della grazia, all’invito del segno celeste: al conoscimento dovevano accoppiare l’opera, lasciare il loro paese, non curare i giudizi e forse i biasimi del mondo, intraprendere un lungo viaggio, affrontare disagi e pericoli, attraversando regioni ignote: e non stettero in forse a far tutto questo, non cercando, che una sola cosa a qualunque costo, conoscere, vedere e adorare il nato Messia e porgergli il tributo della loro fede. Ecco ciò che dovete fare voi pure, o uomini della scienza, se per isventura siete privi della fede e vivete nel dubbio o nelle tenebre dell’errore. La stella della rivelazione divina splende in alto, vi invita, vi chiama al conoscimento di Gesù Cristo, che è la vostra vita: non vi si domanda un cieco assenso, una fede senza prove, no: sarebbe indegna di voi, ai quali Iddio ha dato la guida della luce naturale, e indegna di Dio che vuole un omaggio ragionevole: la fede non è l’abdicazione della ragione: la luce del sole non estingue quella degli astri inferiori. Voi, uomini adulti, uomini della scienza, potete e dovete andare alla fede con la fiaccola della vostra ragione e non dimenticate mai quella sentenza stupenda di S. Tommaso: – L’uomo non crederebbe se non vedesse che ha l’obbligo di credere -. La ragione adunque vi guidi per la lunga via, come il segno celeste guidò i Magi; ma la ragione tranquilla, scevra di pregiudizi, la ragione che cerca la verità, la sola verità, che non si cura delle massime, delle lodi, o dei biasimi del mondo, che non teme le noie e le fatiche d’un lungo studio. E tutto questo basta, o fratelli? No: i Magi camminarono verso Gerusalemme, seguendo la stella e le tradizioni degli avi; ma quella stella sparve ai loro occhi [Il Vangelo veramente non dice che la stella o segno celeste sparisse agli occhi dei Magi; ma è abbastanza chiaro questo fatto dal modo con cui è narrato. Allorché il Vangelo dice, dopo l’uscita dei Magi da Gerusalemme – Et ecce stella etc. – ci fa intendere che almeno presso Gerusalemme si era velata.]: mancava loro la guida amica. Forse scoraggiati diedero volta? Essi non si vergognarono di chiedere lume a chi poteva darlo, essi sapienti, ricchi, forse principi, dissero umilmente: Voi che il sapete, insegnateci dove è nato il Re de’ Giudei, il Salvatore del mondo -. Domandarono lume e l’ebbero chiarissimo: – Andate a Betlemme -. Non si scandalizzarono, vedendo quei dottori della legge indifferenti: non si smarrirono d’animo, vedendosi soli ed abbandonati dai loro maestri, che dovevano precederli a Betlemme, o almeno accompagnarveli. Essi pensano a sé, adempiono il loro dovere e l’altrui noncuranza non iscema la loro fede. Uomini della scienza, che andate in cerca della fede in cui solo può trovare pace il vostro spirito travagliato e stanco, se talvolta il dubbio vi assale, la luce della verità si oscura e vi sgomenta il cammino lungo ed aspro, non vi gravi il chiedere ad altri aiuto di consiglio e conforto. Il passeggiero, che può essere dottissimo, non esita a chiedere della via ad un fanciullo che incontra. Voi avete la Chiesa, avete uomini di Chiesa, laici credenti e dotti, libri ed altri mezzi senza numero, che possono additarvi la retta via, dissipare i vostri dubbi e confortarvi nell’arduo cammino. A questi appigliatevi, di questi valetevi, come i Magi si valsero di Erode e del Sinedrio di Gerusalemme. – Appena usciti da Gerusalemme, i Magi con immensa gioia rividero la stella o segno celeste, che li guidava a Betlemme. Vi giunsero, ed entrando nella povera casa, trovarono il Bambino con Maria, Madre di Lui, e prostrandosi lo adorarono e gli offersero oro, incenso e mirra. Il luogo, la povertà, la debolezza del Bambino, l’abbandono estremo, in cui era lasciato da quelli non turbarono la loro fede, non gettarono ombra di dubbio negli animi loro. Essi, dotti, ricchi, forse principi, nell’ardore della loro fede, caddero ginocchioni a pie’ di quella culla, di quel povero bambino e riconobbero in Lui il Salvatore del mondo: i loro voti erano appagati, piena la loro gioia, coronata l’umile docilità del loro spirito. Uomini della scienza! Ecco il termine ultimo del vostro lungo cammino in cerca della verità, Gesù Cristo, Figlio di Dio e della Vergine. Quando avrete trovato Lui e offertogli il tributo della vostra fede, del vostro amore, delle vostre pene per Lui tollerate, avrete trovato la pace del cuore e sentirete quanto è dolce amare e servire Iddio. L’odissea felice dei Magi, che, seguendo la ragione rischiarata dalla fede, attraverso lunghe e difficili prove, giunsero a Cristo, si ripete nella Chiesa da S. Paolo, Giustino M., S. Agostino, fino a Laharpe, a Tommaso Moore, a Federico Hurter, a Palmer, a Donoso Cortes, a Schouwaloff, al Dr. Hirz e a mille altri, tutti uomini della scienza, i quali, dopo corse le vie tortuose dell’errore, seguendo il lume della ragione, trovarono finalmente il lume della fede e nel seno della Chiesa, ai piedi di Gesù Cristo, che vive in essa, trovarono con la verità la pace della mente e del cuore.

Credo…

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps LXXI: 10-11
Reges Tharsis, et ínsulæ múnera ófferent: reges Arabum et Saba dona addúcent: et adorábunt eum omnes reges terræ, omnes gentes sérvient ei.
[I re di Tharsis e le genti offriranno i doni: i re degli Arabi e di Saba gli porteranno regali: e l’adoreranno tutti i re della terra: e tutte le genti gli saranno soggette.]

Secreta

Ecclésiæ tuæ, quǽsumus, Dómine, dona propítius intuere: quibus non jam aurum, thus et myrrha profertur; sed quod eisdem munéribus declarátur, immolátur et súmitur, Jesus Christus, fílius tuus, Dóminus noster: [Guarda benigno, o Signore, Te ne preghiamo, alle offerte della tua Chiesa, con le quali non si offre più oro, incenso e mirra, bensì, Colui stesso che, mediante le medesime, è rappresentato, offerto e ricevuto: Gesù Cristo tuo Figlio e nostro Signore.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Matt II: 2
Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum.
[Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni ad adorare il Signore.]

Postcommunio

Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quæ sollémni celebrámus officio, purificátæ mentis intellegéntia consequámur.
[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che i misteri oggi solennemente celebrati, li comprendiamo con l’intelligenza di uno spirito purificato.]

Preghiere leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della S. Messa:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

MESSA DELLA FESTA DEL SS. NOME DI GESÙ (2020)

MESSA DELLA FESTA DEL SS. NOME DI GESÙ (2020).

Doppio di II cl. – Paramenti bianchi.

La Domenica tra la Circoncisione e l’Epifania.

Dopo averci manifestato l’Incarnazione del Figlio di Dio, la Chiesa ci rivela tutta la grandezza del suo nome. Durante il rito della Circoncisione i Giudei davano un nome ai bambini. Cosi la Chiesa usa lo stesso Vangelo del giorno della Circoncisione, insistendo sulla seconda parte, che dice: « il Bambino fu chiamato Gesù » (Vang.) « come Dio aveva ordinato che si chiamasse » (Or.) ». (L’Angelo Gabriele fu mandato da Dio a Maria e le disse: lo Spirito Santo scenderà sopra di te, « partorirai un figliuolo e gli porrai nome Gesù » (S. Luca, 1, 31). «Un Angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: Giuseppe, ciò che in Maria tua sposa è stato concepito, è dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio al quale porrai nome Gesù; perché Egli libererà il suo popolo dai peccati » – S. Matteo. I, 20). Questo nome significa Salvatore poiché spettava a Gesù di salvarci; «nessun altro nome è stato dato dagli uomini con il quale noi dovessimo essere salvati » (Ep.). Le prime origini di questa festa risalgono al XVI secolo, e la si celebrava nell’ordine di S. Francesco. Nel 1721 la Chiesa, retta da Innocenzo XIII, estese al mondo intero questa solennità. Se vogliamo « rallegrarci di vedere i nostri nomi scritti con quello di Gesù nel cielo » (Postc.) abbiamo lo spesso sulle nostre labbra quaggiù. Venti giorni d’indulgenza sono accordati a quelli che curvano il capo con rispetto pronunciando o ascoltando il nome di Gesù e di Maria, e Pio X ha concesso 300 giorni a quelli che li invocheranno piamente con le labbra o almeno con il cuore.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Phil II: 10-11
In nómine Jesu omne genu flectátur, cœléstium, terréstrium et infernórum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris [Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, in cielo, sulla terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo regna nella gloria di Dio Padre.]
Ps VIII: 2.
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!
[Signore, Signore nostro, quant’è ammirabile il Nome tuo su tutta la terra!]
In nómine Jesu omne genu flectátur, cœléstium, terréstrium et infernórum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris [Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, in cielo, sulla terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo regna nella gloria di Dio Padre.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui unigénitum Fílium tuum constituísti humáni géneris Salvatórem, ei Jesum vocári jussísti: concéde propítius; ut, cujus sanctum nomen venerámur in terris, ejus quoque aspéctu perfruámur in cœlis.
[O Dio, che l’Unigenito tuo Figlio hai costituito Salvatore del genere umano, e hai voluto chiamarlo Gesù, concedici propizio di volerci beare in cielo della vista di Colui di cui sulla terra veneriamo il santo Nome.]

Lectio

Léctio Actuum Apostolorum
Act IV: 8-12
In diébus illis: Petrus, replétus Spíritu Sancto, dixit: Príncipes pópuli et senióres, audíte: Si nos hódie dijudicámur in benefácto hóminis infírmi, in quo iste salvus factus est, notum sit ómnibus vobis et omni plebi Israël: quia in nómine Dómini nostri Jesu Christi Nazaréni, quem vos crucifixístis, quem Deus suscitávit a mórtuis, in hoc iste astat coram vobis sanus. Hic est lapis, qui reprobátus est a vobis ædificántibus: qui factus est in caput ánguli: et non est in alio áliquo salus. Nec enim aliud nomen est sub cœlo datum homínibus, in quo opórteat nos salvos fíeri.

[In quei giorni: Pietro, pieno di Spirito Santo, disse loro: Capi del popolo e anziani, ascoltate: Giacché oggi siamo interrogati sul bene fatto ad un uomo ammalato, per sapere in qual modo sia stato risanato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo di Israele, che in virtù del Nome del Signore nostro Gesù Cristo Nazareno, che voi crocifiggeste e Iddio risuscitò dai morti, costui sta ora qui sano alla vostra presenza. Questa è la pietra rigettata da voi, costruttori, la quale è divenuta testata d’angolo. Né c’è salvezza in alcun altro. Poiché non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini in virtù del quale possiamo salvarci.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam
Luc II: 21
In illo témpore: Postquam consummáti sunt dies octo, ut circumciderétur Puer: vocátum est nomen ejus Jesus, quod vocátum est ab Angelo, priúsquam in útero conciperétur.

[In quel tempo: Passati gli otto giorni, il bambino doveva essere circonciso, e gli fu posto il nome Gesù: come era stato indicato dall’Angelo prima di essere concepito.]

Omelia

[G. Bonomelli: Misteri Cristiani, vol. I; Queriniana Brescia, 1896]

« Come furono compiuti gli otto giorni, per circoncidere il bambino, gli fu posto nome Gesù, come era stato chiamato dall’Angelo, prima di essere concepito nel seno » (S. Luca II, 21).

In questo solo e non lungo versetto si contiene la lezione evangelica, che or ora solennemente si cantava e che la Chiesa ci mette innanzi affinché la meditiamo: se brevissima è la lezione evangelica, alto e gravissimo ne è il significato. Arte mirabile e veramente divina sapienza è questa della Chiesa di tener sempre viva nella mente de’ suoi figliuoli la memoria dei misteri principali della fede; misteri che si incontrano tutti e insieme si svolgono nella adorabile Persona di Gesù Cristo e a vari intervalli troviamo sparsi lungo la via dell’anno liturgico. Otto giorni or sono la Chiesa piena di gioia ci invitava a contemplare il divino Infante nella spelonca di Betlemme e a riconoscerlo ed adorarlo coi pastori; oggi ci chiama ancora a Betlemme, in quella stessa spelonca, giacche sembra che in questi otto giorni nessuno gli avesse offerto un asilo meno disagiato per assistere al doloroso rito della Circoncisione, alla quale gli piacque sottoporsi. Fra sei giorni lo rivedremo ancora in atto di ricevere gli omaggi dei primi credenti gentili, i Magi. Si direbbe che la Chiesa lungo il cammino, che i suoi figliuoli devono percorrere, qua e là innalza alcune colonne, sulle quali sta scritta una pagina della vita del suo Sposo, il Salvatore del mondo. I popoli, ivi passando, si fermano alcun poco, levano gli occhi, leggono quella pagina, pensano al divino Maestro, ricordano la sua vita e i suoi esempi, e, ristorate le forze, più lieti ed animosi ripigliano la via, che dalla terra della schiavitù, l’Egitto, attraverso alle ardenti sabbie del deserto, conduce alla terra promessa, alla terra dove scorre latte e miele. Nel corso dell’anno ecclesiastico è questa la seconda colonna, che troviamo. Che cosa vi leggiamo noi, o carissimi? Due sole parole, ma feconde di preziosi insegnamenti: Circoncisione e il nome di Gesù. Arrestiamoci un poco ai piedi di questa colonna e meditiamole con religiosa attenzione. – « Come furono compiuti gli otto giorni per circoncidere il bambino, gli fu posto nome Gesù, com’era stato chiamato dall’Angelo prima d’essere concepito nel seno ». In questa sentenza evangelica, come dissi, due cose distinte sono accennate, la Circoncisione e il Nome di Gesù, che il Bambino celeste ricevette nello stesso tempo; su queste due cose fermeremo le nostre considerazioni (In questo luogo S. Luca non dice veramente che Gesù ricevesse la Circoncisione, ma solo che erano compiuti gli otto giorni, nei quali doveva riceverlo; ma la maniera di scrivere dell’Evangelista congiunta alla tradizione costante, unanime ed universale e suggellata con la festa, che si celebra, ci dà la certezza assoluta che Gesù Cristo fu circonciso. – Il rito della Circoncisione si poteva compiere da chiunque, in qualunque luogo, e perciò possiamo credere che Gesù la ricevesse nel luogo stesso, dove nacque e da Giuseppe come pensano alcuni Padri). – Che cosa era la Circoncisione, che la legge mosaica imponeva soltanto ai bambini di sesso maschile? Era un taglio doloroso, che si faceva sul corpo del bambino, od anche dell’uomo adulto, allorché questo voleva essere ascritto tra i figli di Abramo e abbracciare la legge mosaica. Quando fu essa istituita? Allorché Iddio fece ad Abramo la solenne promessa, che in lui sarebbero benedette le genti tutte e che dalla sua progenie verrebbe il Salvatore del mondo. Più tardi poi Mosè determinò il tempo, cioè l’ottavo giorno dopo la natività, stabilì i particolari del rito e la pena terribile per chi non l’avesse compiuto. Il rito della Circoncisione fu in uso non solo presso i Giudei, ma presso altri popoli d’Oriente e in parecchi luoghi è osservata anche al giorno d’oggi, come assicurano di alcune tribù selvagge d’Africa viaggiatori degni di fede. Quale fu il fine di questo rito e quale il suo significato? Dio chiamò Abramo: gli fece magnifiche promesse, come apprendiamo dai Libri Santi, somma delle quali ch’egli sarebbe padre d’un gran popolo, dal quale sarebbe nato il Messia, l’Uomo – Dio, il riparatore del genere umano: Abramo rispose fedelmente alla chiamata e non venne mai meno nelle più dure prove: tra Dio ed Abramo avvenne come un Patto sacro e simbolo di questo Patto fu la Circoncisione, e ciò apparisce ripetutamente dalla dottrina dell’Apostolo. Oltre di che una società religiosa è simile ad un esercito, ad un corpo qualunque ordinato. – Trovate voi un corpo, una società, un esercito, un regno, un impero, una repubblica senza un segno qualunque, una bandiera, intorno alla quale i singoli membri si raccolgano e si rattestino? No, per fermo; similmente la Religione mosaica domandava un segno visibile, che la distinguesse dalle altre e sotto il quale, quasi vessillo, si stringesse. Questo segno fu dato da Dio, accolto prima da Abramo e sancito qual legge fondamentale da Mosè. Chi non era circonciso presso gli Ebrei era fuori della Sinagoga, era gentile, come presso di noi Cristiani chi non ha ricevuto il Battesimo è infedele. Il perché non deve recare meraviglia che i Padri, seguendo l’insegnamento di S. Paolo, abbiano considerata la Circoncisione come una figura ed un simbolo del Battesimo cristiano: e in vero non pochi, né oscuri sono i punti di somiglianza tra i due riti sacri. – La Circoncisione fu istituita da Dio, autore dell’Antico Patto, il Battesimo fu istituito dall’Uomo – Dio, Gesù Cristo, autore del Nuovo Patto; la Circoncisione imprimeva nel corpo un segno indelebile, il Battesimo lo imprime nell’anima: la Circoncisione si riceveva una sola volta e una sola volta si riceve il Battesimo: quella si poteva dare dal Sacerdote e dal laico e questo si può amministrare validamente da qualunque persona anche infedele. La Circoncisione non conferiva la grazia per virtù propria, ma era segno ed eccitamento della fede, che giustificava: il Battesimo è segno e insieme strumento, o mezzo infallibile della grazia: per la Circoncisione il bambino e l’adulto che la riceveva, diventava figlio di Abramo, membro della Sinagoga: pel Battesimo il bambino e l’adulto diventa membro della Chiesa e figlio adottivo di Dio. Ben a ragione dunque la Circoncisione giudaica fu sempre considerata come una figura del nostro Battesimo. – E perché dunque, mi domanderete voi, perché dunque Gesù Cristo volle sottoporsi alla Circoncisione, Egli che era la stessa santità e veniva per abolirla? Per quelle stesse ragioni per le quali osservò più tardi tutte le altre prescrizioni della legge mosaica e che sono con tanta accuratezza indicate dai Padri. Ricevendo la Circoncisione, Gesù Cristo riconobbe la sua origine divina e con essa tutta la economia mosaica: ci diede un esempio efficacissimo di ubbidienza alle leggi, anche quando impongono gravi sacrifici e tal era senza dubbio la Circoncisione; essa era una implicita confessione del peccato, a cui tutti i figli di Adamo erano e sono soggetti; e Gesù Cristo, che veniva per assumerne la pena ed espiarla in se stesso, che volle avere la somiglianza dei peccatori – In similitudinem carnis peccati– volle altresì la Circoncisione. V’ha di più; Gesù Cristo veniva per ammaestrare gli uomini e prima i fratelli suoi, secondo la carne, gli Ebrei, e più volte lo disse nel santo Vangelo: Era dunque necessario che rimuovesse da sé tutto ciò che in qualsiasi modo rendeva la sua parola meno accetta agli Ebrei; ora s’Egli non fosse stato circonciso, naturalmente lo avrebbero respinto come un gentile e questo solo sarebbe bastato a far sì che turassero le orecchie alle sue parole e l’avessero in abbominazione. Altro motivo e nobilissimo Egli ebbe di volere per sé la Circoncisione del corpo quale figura della Circoncisione del cuore, che si può dire il fondo dell’insegnamento pratico del Vangelo; ma di questo argomento a maggior agio ragioneremo altrove. – Dissi che la Circoncisione mosaica, alla quale Gesù Cristo in questo giorno con esempio sublime di umiltà, di abnegazione e di amore al patire volontariamente si sottomise, è figura del nostro Battesimo e ne accennai le ragioni. Non vi paia dunque cosa strana, che qui tocchi alcune verità troppo necessarie intorno al Battesimo e vi metta in guardia contro certi abusi e pregiudizi, che sventuratamente si aprono la via nella nostra società cristiana. – Era legge inviolabile presso gli Ebrei che ogni bambino maschio ricevesse la Circoncisione ed era stato determinato il giorno ottavo dopo il nascimento. Non uno dei figli d’Israele violava la legge. Ora, non Mosè, ma Cristo, nella forma più solenne ha stabilito, che ogni uomo, senza distinzione di sesso, d’età o di condizione riceva il Battesimo: non Mosè, ma Cristo ha chiaramente stabilito, che chi non riceve il Battesimo, è fuori della sua Chiesa, è già giudicato e condannato! Udite « In verità, in verità ti dico, che se alcuno non è nato d’acqua e di spirito non può entrare nel Regno di Dio » (S. Giov. III, 5). E ancora « Chi avrà creduto e sarà stato battezzato, sarà salvo; ma chi non avrà creduto (e non sarà battezzato) sarà condannato » (San Marco, XVI, 16). A questa legge assoluta, sancita da Cristo stesso, nessuno può sottrarsi: non gli adulti, che la conoscono e la devono osservare: non i bambini, ai quali devono provvedere i loro genitori e che per essi devono rispondere dinanzi a Dio finché bambini non sono arbitri di sé medesimi.

1) Non occorre il dirlo, la condanna eterna a chi non riceve il S. Battesimo è intimata soltanto a quelli che ne conoscono l’obbligo e la necessità, come è manifesto dalle parole di nostro Signore, che dice: « Predicate ad ogni creatura: chi avrà creduto e sarà battezzato ecc. ». Dunque si parla degli adulti, che prima devono essere istruiti, devono credere, e poi, come conseguenza del credere, ricevere il Battesimo. Ora che vediamo noi, o carissimi fratelli? Lo dico con profondo dolore: noi vediamo alcuni genitori (pochissimi è vero, ma l’esempio è contagioso), i quali rifiutano di presentare al sacro Fonte i loro figliuoli. Quale oltraggio alla fede, che professiamo, alla Chiesa, della quale siamo figli! Grande Iddio! Sarebbe mai, che in mezzo ad una società, che Cristo ha fatto tutta cristiana, vedessimo sorgere una società non cristiana, una società pagana? Sarebbero questi i segni paurosi di quella defezione o apostasia, di cui parla l’Apostolo? Che molti non si curino della Confessione, della S. Eucaristia, del Matrimonio cristiano, degli altri Sacramenti, istituiti da Voi, o divino Salvatore, è un male, una sventura, è una colpa, che piangiamo a calde lagrime; ma che si rifiuti di ricevere il vostro Battesimo, che si respinga il carattere di vostro discepolo, che si chiuda la porta della vostra Chiesa, ah! questo è troppo. E tal delitto, che, in una società già tutta vostra, non ha nome; è la guerra fatta a Voi stesso, è il ripudio formale del vostro Vangelo, è un ricacciarci negli orrori del paganesimo, è un dirvi: Non vi vogliamo più e aboliamo il vostro Nome per sempre -. E questi genitori non sono essi compresi di ribrezzo e di spavento, pensando che i loro figli non appartengono a Cristo, che non portano impresso nell’anima loro il carattere di Lui, che sono come stranieri in mezzo alla famiglia cristiana? A qual religione adunque appartengono essi? Qual Dio riconoscono essi se non vogliono saperne del Dio de’ Cristiani, se rigettano Gesù Cristo? Qual fede, quale speranza possono essi avere quaggiù? Mio Dio! Non avrei giammai creduto, che in mezzo a questa società, che piglia il suo Nome e deve riconoscere le sue grandezze intellettuali, morali e materiali da Gesù Cristo, sorgessero uomini, che pubblicamente lo ripudiassero. Preghiamo per loro e che tanto scandalo ci ispiri orrore! Gesù Cristo stabilì e promulgò la legge del Battesimo sotto pena di eterna perdizione: la Chiesa, depositaria e interprete di questa legge sovrana, ne determina il tempo e quasi seguendo le tracce della mosaica, prescrive, che i bambini siano portati al sacro fonte entro l’ottavo giorno dal dì della nascita. Legge facile, tutta ispirata al bene spirituale dei bambini e in tutto conforme ai doveri, che ci stringono innanzi a Dio. E questa legge sì giusta, sì facile, tutta intesa al bene delle anime di questi bambini, si osserva? Ah! figli e fratelli carissimi, lasciate che vi esprima tutta l’amarezza dell’anima mia. Nelle nostre città e anche in alcune delle nostre borgate più popolose, sventuratamente alcuni genitori, (e non son pochi), non rifiutano, ma differiscono il Battesimo dei loro figli un mese, parecchi mesi e perfino qualche anno. E come ciò, o carissimi? Voi non potete ignorare come il Battesimo sia necessario per modo, che senza di esso le porte de’ cieli son chiuse: voi non ignorate che una legge gravissima della Chiesa vi obbliga a procurar loro tanto bene entro l’ottavo giorno dopo il loro nascimento; perché dunque ritardare sì a lungo l’adempimento del vostro dovere? Perché calpestare una legge della Chiesa sì facile ad osservarsi e di tanta importanza? La vita di questi bambini è d’una estrema delicatezza; un lieve soffio la può estinguere; qual dolore per voi, o genitori, qual rimorso per tutta la vita, qual conto dovreste rendere a Dio, se per vostra trascuratezza il vostro bambino morisse senza Battesimo! Ne sareste inconsolabili! Appena adunque vi è possibile, prima dell’ottavo giorno, portatelo al Tempio, affinché il vostro figlio diventi figlio di Dio e col Battesimo riceva il diritto alla vita eterna. Voi dite: – Si ritarda il Battesimo per giusti motivi; si aspetta che la madre possa prender parte alla festa di famiglia; si attende il padrino; spesso vi sono altre ragioni, che obbligano a differire il rito solenne -.Tutto ciò che volete, o carissimi; ma la legge esiste, la si deve osservare e se ragioni speciali ne rendono necessaria la dispensa, la si domandi a quella Autorità, che sola la può concedere, e che, benigna com’è, la concederà, né vi sia mai chi in cosa di sì grave momento si faccia giudice di se stesso. E perché in questi casi non si provvede tosto alla sicurezza del bambino, conferendogli privatamente il Battesimo, rimettendo a miglior agio la celebrazione del rito solenne, come desiderate? La legge civile prescrive il tempo, nel quale il neonato debb’essere inscritto nei pubblici registri e nessuno di voi, o genitori, vien meno alla sua osservanza e sta bene. Perché dunque non si mostra almeno eguale rispetto alla legge della Chiesa? Forseché le leggi di questa sono da meno delle leggi civili? Forseché gli interessi eterni dell’anima sottostanno agli interessi temporari del corpo? Voi stessi siatene giudici. E poiché qui viene a proposito, non vi spiaccia che tolga ad esaminare una difficoltà, che si oppone e che merita una risposta, tanto più che ha l’apparenza di verità. Si dice: – Sarebbe ragionevole differire il Battesimo a quel tempo, nel quale l’uomo conosce ciò che fa e ha coscienza dei doveri, che assume. E cosa che non è conforme alla ragione e al rispetto, che devesi alla libertà umana, ascrivere ad una religione chi non la conosce, imporgli doveri gravi, che al tutto ignora e che un giorno, conosciutili, potrebbe disconoscere e rigettare. – È ciò che voi fate allorché conferite il Battesimo ad un bambino. Aspettate che cresca, che conosca la Religione e i doveri, ch’essa impone e che liberamente l’abbracci, se così gli parrà. E ciò che si faceva in altri tempi nella Chiesa; è ciò che si fa cogli altri Sacramenti, che si ricevono dopo acquistato l’uso della ragione. Nessuno deve esser fatto Cristiano senza saperlo, per sorpresa, quasi per forza e tale è il bambino, che riceve il Battesimo -. Breve è la risposta, ma chiara e precisa. Padri, che mi ascoltate, ditemi: Trovereste voi ragionevole e giusto aspettare che i vostri figli tocchino i dieci, o i dodici anni prima di ricordar loro i doveri, che a voi li legano? Vi parrebbe ragionevole e giusto attendere il pieno sviluppo della loro intelligenza e il pieno esercizio della loro libertà per domandar loro se accettano di riconoscervi per padri, se acconsentono a divenire vostri figli ed adempirne gli obblighi? Che dico? Dov’è lo Stato, il quale aspetti che i bambini raggiungano l’uso della ragione e acquistino la piena balìa di se stessi, prima di dichiararli suoi sudditi e di esigere l’osservanza delle sue leggi? Basta che siano nati nel suo territorio perché egli li consideri e tratti come suoi sudditi, né crede necessario domandar loro se acconsentano di divenir tali e accettare le sue leggi. Forseché i vostri figli non sono stati in scritti tra i cittadini del paese, che gli è patria, pochi giorni dopo nati e prima che potessero conoscere quali doveri imponeva loro quell’atto? E vorreste, che Dio, Padre supremo di tutti, attendesse l’assenso dei vostri figli, prima di pigliar possesso di loro col Battesimo? E vorreste che la Chiesa aspettasse che questi figli, nati nel suo seno, un giorno venissero a dirle: – Noi siamo contenti di diventare col Battesimo vostri figli? – Il diritto di Dio sopra di voi, o genitori, e sopra dei vostri figli non è forse maggiore del vostro? Non esiste prima dei figli e di voi stessi? E chi può sottrarli al diritto ch’Egli ha sopra di loro, diritto imprescrittibile, diritto pieno e assoluto? Essi, questi bambini, non conoscono il dovere che hanno, né lo possono conoscere ed adempire; ma lo conoscete voi, o genitori; e poiché i vostri bambini formano una cosa sola con voi finché, con l’acquisto dell’uso della ragione, diventano arbitri di se stessi, il dovere cade sopra di voi e voi dovete procurar loro il Battesimo come lo dovreste ricevere voi stessi se ancora non l’aveste ricevuto. Voi dovete rispondere di loro fino a quel di, nel quale la responsabilità passando con l’uso della ragione in essi, cesserà la vostra. Ed è sì vero che voi formate con essi una sola cosa e che voi dovete rispondere di loro finché coll’uso della ragione saranno padroni di se stessi, che la Chiesa non permette di battezzare i vostri bambini senza il vostro assenso, come severamente vieta di battezzare chicchessia contro la sua volontà. È vero: i bambini ricevono il Battesimo senza conoscerlo; ma senza conoscerlo contraggono eziandio la colpa primitiva; e così se ricevono la ferita, ricevono anche la medicina, ignorando l’altra e l’altra. Sommo benefìcio è il Battesimo: qual beneficio maggiore che ricevere la grazia di Dio, l’essere fatti figliuoli suoi per adozione, eredi dell’eterna felicità! E si può ritardare tanto benefìcio ai propri figliuoli? E si deve aspettare ch’essi prestino il loro assenso? E aspettereste il loro assenso se si trattasse di accettare per essi una pingue eredità, un’alta onorificenza? Se i vostri bambini fossero infermi, aspettereste voi il loro assenso per chiamare il medico e porgere loro la medicina? Se la loro vita corresse pericolo, aspettereste voi il loro assenso per salvarli? Perché dunque non si tiene la stessa regola allorché si tratta della vita dell’anima? Dov’è l’uomo che rifiuti un grande favore? L’assenso è sempre e necessariamente supposto: la volontà dei vostri figli ancor bambini, o genitori, è la vostra e quali obblighi essa abbia in faccia a Dio, non lo potete ignorare. Lo sappiamo: nei tempi antichi, nei primi secoli il Battesimo si differiva in età più adulta; ma vi erano motivi e ben gravi: non si volevano esporre incautamente fanciulli al furore della persecuzione: si volevano preparare a quelle terribili prove. Cessati i pericoli delle persecuzioni, la Chiesa riprovò l’abuso di differire il Battesimo ai figli di genitori cristiani: ed oggidì noi vorremmo rinnovare quell’abuso? Non sia dunque che nelle nostre città e borgate si veggano bambini di parecchi mesi e talvolta di qualche anno non ancora battezzati, per conseguenza privi della grazia di Dio, in balìa del peccato ed in pericolo di morire fuori della Chiesa. La digressione è stata alquanto lunga, ma non inutile: ritorniamo al nostro argomento. – Presso gli Ebrei, nell’atto in cui il bambino veniva circonciso riceveva altresì il nome: similmente presso di noi, nell’atto in cui è battezzato, gli viene anche imposto il nome ed a ragione. Per la Circoncisione il bambino diventava membro della società mosaica, e pel Battesimo diventa membro della società cristiana; è dunque giusto che in quell’atto, nel quale viene ascritto nella nuova società, riceva anche il nome, col quale possa essere riconosciuto e scritto nel numero de’ suoi membri. Al Figlio di Maria e di Dio, dice il Vangelo, fu posto nome Gesù – Et vocatum est nomen eius Jesus-. Gesù! nome adorabile e glorioso, che un giorno risuonerà su tutte le lingue, in tutti gli angoli più remoti della terra. Che cosa è il nome? È una parola, che indica e designa una persona, che gli uomini s’accordano di darle e che tal volta è la espressione e lo specchio più o meno fedele delle sue doti fisiche e morali. Il nome d’una persona, perché sia veramente il suo nome, dovrebb’essere la cornice, che racchiude il quadro, la corolla che contiene il fiore; dovrebb’essere il compendio delle qualità, onde va adorno chi lo porta. Ciò raramente avviene tra noi, ma perfettamente avvenne nel Salvatore. Né poteva essere altrimenti, perché quel nome non veniva dagli uomini, ma da Dio stesso ed esprimeva a meraviglia il carattere personale, la dignità e la missione di lui. Gesù, in nostra lingua, significa Salvatore: Salvatore senza restrizione di sorta, senza limite di tempo, di luoghi, di popoli: Salvatore universale, perenne. Vero è che prima di Lui questo nome augusto fu dato ad uomini; ma ad essi non conveniva (e non sempre) che in parte e sovente sembrava una ironia amara: erano uomini che lo imponevano! Qui il nome di Gesù o Salvatore, è dato da Dio ed esprime fedelmente ciò ch’esso suona: Salvatore degli uomini, di tutti gli uomini, quanto all’anima e quanto al corpo, solo, unico Salvatore, perché nella grand’opera che compie, non ha bisogno d’altri, e tutta sua ne è la gloria. Meritamente i Libri Santi dicono, che non v’è sotto del cielo altro nome, nel quale si possa avere salute e che al suono di questo nome santo si piega ogni ginocchio in cielo, in terra e giù nell’abisso. Parrebbe dunque impossibile che tanto nome possa essere profanato e bestemmiato da chi lo conosce, crede in Lui e ne ha ricevuto il beneficio della salvezza. E così, o carissimi? Rispondete Ohimè! Quante volte questo nome benedetto per le vie, per le piazze, per le case, in privato ed in pubblico è orribilmente insultato e bestemmiato! Insultare e bestemmiare il nome di Colui, che non solo non ci ha fatto, né può farci la più lieve offesa, ma ci ha colmato di benefìci, che è il nostro Salvatore, l’unica nostra speranza! Non sia mai, o dilettissimi, che sulla vostra lingua risuoni la parola della bestemmia e nemmeno della irriverenza contro questo Nome santissimo! A Lui sia sempre, in cielo, in terra, in ogni luogo, lode, onore e gloria! – Lo dissi sopra: come gli Ebrei nell’atto della Circoncisione, così noi Cristiani tutti nell’atto del Battesimo diamo il nome ai nostri bambini. E qui, o carissimi, non vi è osservazione utile a fare ? Sì, v’è e voi non muoverete lamento se la dirò con tutta franchezza. La Chiesa raccomanda e quasi prescrive che ai bambini nel Battesimo si impongano nomi sacri, i nomi di qualcuno degli innumerevoli eroi, onde Essa va meritamente altera. Quel nome del Santo deve ricordare per tutta la vita il modello da imitare, l’avvocato e protettore, al quale ricorrere. Quel nome, che portano, è un richiamo continuo alla fede, è un eccitamento alla virtù, è una parola, che compendia in sé le gesta d’un Apostolo, d’un martire, d’un santo, è uno sprone potente ad imitarne la vita, è un rimprovero efficace se colla loro condotta lo disonorano. – Il Cristianesimo ha trionfato del paganesimo e la grandezza e la gloria di quello sotto qualsivoglia rispetto trascendono al tutto la grandezza e la gloria di questo. Perché dunque disseppellire nomi prettamente pagani e talvolta nomi di famosi colpevoli, di grandi scellerati ed imporli ai vostri figli? Non è questa brutta e inesplicabile contraddizione? Noi, Cristiani, mendicare i nomi dei nostri figli presso i gentili o presso i romanzieri, forse al disotto dei gentili! I nomi di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di Tommaso, di Luigi, di Francesco, di Agnese, di Agata, di Cecilia, di Caterina e di cento e cento altri eroi ed eroine della Chiesa Cattolica che vi presentano ideali stupendi di fortezza, di virtù senza macchia, di scienza, di grandezza morale? Questa simpatia pei nomi pagani o quasi pagani o romantici, che largamente si manifesta in mezzo a noi, pur troppo è argomento di un’altra simpatia, la simpatia delle idee e delle opere pagane e romantiche, che fermentano in seno alla nostra società cristiana. Siamo Cristiani e i nomi dei nostri figli e nipoti siano pur essi una professione della nostra fede e un ricordo delle virtù, delle quali deve essere ricca e bella la nostra vita!

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps LXXXV: 1; 5
Confitébor tibi, Dómine, Deus meus, in toto corde meo, et glorificábo nomen tuum in ætérnum: quóniam tu, Dómine, suávis et mitis es: et multæ misericórdiæ ómnibus invocántibus te, allelúja.

[Confesserò Te, o Signore, Dio mio, con tutto il mio cuore, e glorificherò il tuo Nome in eterno: poiché Tu, o Signore, sei soave e mite: e misericordiosissimo verso quanti Ti invocano, allelúia.]

Secreta


Benedíctio tua, clementíssime Deus, qua omnis viget creatúra, sanctíficet, quǽsumus, hoc sacrifícium nostrum, quod ad glóriam nóminis Fílii tui, Dómini nostri Jesu Christi, offérimus tibi: ut majestáti tuæ placére possit ad laudem, et nobis profícere ad salútem.

[O clementissimo Iddio, la tua benedizione, che dà vita d’ogni creatura, santífichi, Te ne preghiamo, questo nostro sacrificio, che Ti offriamo a gloria del Nome del Figlio tuo e Signore nostro Gesù Cristo: affinché torni gradito e di lode alla tua maestà e profittevole alla nostra salvezza.]

Comunione spirituale:http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps LXXXV: 9-10
Omnes gentes, quascúmque fecísti, vénient et adorábunt coram te, Dómine, et glorificábunt nomen tuum: quóniam magnus es tu et fáciens mirabília: tu es Deus solus, allelúja.

[Tutte le genti che Tu hai fatto, o Signore, vengono e Ti adorano e glorificano il tuo Nome: poiché grande Tu sei e fai meraviglie: Tu solo sei Dio, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.
Omnípotens ætérne Deus, qui creásti et redemísti nos, réspice propítius vota nostra: et sacrifícium salutáris hóstiæ, quod in honórem nóminis Fílii tui, Dómini nostri Jesu Christi, majestáti tuæ obtúlimus, plácido et benígno vultu suscípere dignéris; ut grátia tua nobis infúsa, sub glorióso nómine Jesu, ætérnæ prædestinatiónis titulo gaudeámus nómina nostra scripta esse in cœlis.

[Onnipotente eterno Iddio, che ci hai creati e redenti, guarda propizio i nostri voti: e degnati di ricevere benignamente il sacrificio della Vittima salutare che offriamo alla tua maestà in onore del Nome del tuo Figlio, Gesù Cristo, nostro Signore; affinché, per la tua grazia, in virtù del glorioso Nome di Gesù, godiamo di vedere i nostri nomi scritti in cielo in eterno.]

Preghiere leonine: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa: Ordinario della Messa

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

MESSA DI CAPODANNO 2020

MESSA DI CAPODANNO (2020)

CIRCONCISIONE DI N. SIGNORE E OTTAVA DELLA NATIVITÀ.

Stazione a S. Maria in Trastevere

Doppio di II classe. – Paramenti bianchi.

La liturgia celebra oggi tre feste: La prima è quella che gli antichi sacramentari chiamano « nell’Ottava del Signore ». Gesù è nato da otto giorni. Così la Messa ha numerosi riferimenti a quelle di Natale. La seconda festa ci ricorda che, dopo Dio, noi dobbiamo Gesù a Maria. Cosi un tempo si celebrava in questo giorno una seconda Messa in onore della Madre di Dio nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Ne è rimasta una traccia nella Orazione, nella Secreta e nel Postcommunio, che sono prese dalla Messa votiva della SS. Vergine, e nei Salmi dei Vespri, tolti dal suo Officio. – La terza festa, infine, è quella della Circoncisione, che si celebra dal VI secolo. Mosè imponeva questo rito purificatore a tutti i bambini Israeliti, l’ottavo giorno dalla loro nascita (Vang.). È una figura del Battesimo per il quale l’uomo è circonciso spiritualmente. « Tu vedi – dice S. Ambrogio – che tutta la legge antica è stata la figura di quello che doveva venire; infatti anche la circoncisione significa espiazione dei peccati. Colui che è spiritualmente circonciso con la correzione dei suoi vizi, è giudicato degno dello sguardo del Signore » (1° Notturno). Così, parlando del primo sangue divino che il Salvatore versò per lavare le nostre anime, la Chiesa insiste sul pensiero della correzione di quello che di cattivo è in noi. « Gesù Cristo ha dato se stesso per riscattarci da ogni iniquità e purificarci » (Ep.). « Degnati, Signore, con questi celesti misteri, di purificarci » (Secr.). «Fa, o Signore, che questa Comunione ci purifichi dei nostri peccati » (Postcom.).

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. IX: 6
Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consílii Angelus. [Ci è nato un bambino, ci è stato dato un figlio, il cui impero poggia sugli ómeri suoi: e il suo nome sarà: Angelo del buon consiglio.
Ps XCVII: 1
Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit. [Cantate al Signore un cantico nuovo: perché ha fatto cose mirabili.]
Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consílii Angelus. [Ci è nato un bambino, ci è stato dato un figlio, il cui impero poggia sugli ómeri suoi: e il suo nome sarà: Angelo del buon consiglio.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui salútis ætérnæ, beátæ Maríæ virginitáte fecúnda, humáno géneri praemia præstitísti: tríbue, quǽsumus; ut ipsam pro nobis intercédere sentiámus, per quam merúimus auctórem vitæ suscípere, Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum:  O Dio, che mediante la feconda verginità della beata Maria, hai conferito al genere umano il beneficio dell’eterna salvezza: concédici, Te ne preghiamo: di sperimentare in nostro favore l’intercessione di Colei per mezzo della quale ci fu dato di ricevere l’autore della vita: il Signore nostro Gesú Cristo, tuo Figlio:

Lectio

Léctio Epístolæ beati Pauli Apóstoli ad Titum.
Tit 2:11-15
Caríssime: Appáruit grátia Dei Salvatóris nostri ómnibus homínibus, erúdiens nos, ut, abnegántes impietátem et sæculária desidéria, sóbrie et juste et pie vivámus in hoc saeculo, exspectántes beátam spem et advéntum glóriæ magni Dei et Salvatóris nostri Jesu Christi: qui dedit semetípsum pro nobis: ut nos redímeret ab omni iniquitáte, et mundáret sibi pópulum acceptábilem, sectatórem bonórum óperum. Hæc lóquere et exhortáre: in Christo Jesu, Dómino nostro.

OMELIA I

IL PROGRAMMA DELLA NOSTRA VITA

[A, Castellazzi: Alla Scuole degli Apostoli. Ed. Artigian. Pavia, 1929]

“Carissimo: La grazia di Dio nostro Salvatore si è manifestata per tutti gli uomini, insegnandoci che, rinunciata l’empietà e i desideri mondani, viviamo con temperanza; con giustizia e con pietà in questo mondo, in attesa della beata speranza e della manifestazione gloriosa del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo; il quale ha dato se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità, e formarsi un popolo puro che gli fosse accetto, zelante delle buone opere. Così insegna ed esorta in Cristo Signor nostro” (Tit. II, 11-15). –

Quando S. Paolo si recò nell’isola di Creta col suo discepolo e collaboratore Tito, vi trovò parecchi gruppi di Cristiani, che non erano organizzati in una gerarchia regolare. Non potendo l’Apostolo trattenersi a lungo nell’isola, vi lasciò Tito a organizzare quella Chiesa. Più tardi gli scrive una lettera. In essa gli dà norme da seguire nell’adempimento del suo ufficio pastorale rispetto agli uffici ecclesiastici, ai doveri delle varie classi di persone e ai doveri generali dei Cristiani. Nel brano riportato, avendo prima stabiliti i doveri secondo i differenti stati, reca la ragione per la quale i Cristiani sono tenuti a questi doveri. Sono tenuti perché Dio, che nella sua bontà è sceso dal cielo per tutti, ha insegnato a tutti a rinunciare all’empietà e ai desideri del secolo per vivere nella moderazione, nella giustizia, nell’amor di Dio. Così vivendo saranno consolati dalla presenza della venuta del Redentore, il quale ha dato in sacrificio se stesso per riscattarci dal peccato, e così formare di noi un popolo veramente eletto, tutto dato alle buone opere. Sul cominciare dell’anno la Chiesa ripete a noi questo insegnamento, per esortarci a vivere secondo

1. Pietà,

2. Temperanza,

3. Giustizia.

1.

L’Incarnazione e la vita su questa terra del Figlio di Dio, sono una scuola efficacissima per tutti gli uomini. « Tutta la sua vita mortale — dice S. Agostino — fu una scuola di ben vivere per mezzo della natura umana che si è degnato di assumere» (De vera Relig. 16, 32). In primo luogo Gesù Cristo ci insegnò che per attendere la beata speranza dobbiamo aver rinunciata l’empietà e i desideri mondani. – Nella religione pagana, che i novelli Cristiani avevano abbandonata, il culto della verità non esisteva. Si aveva qualche conoscenza di Dio, ma non si adorava come Dio. Il culto che gli si prestava era superstizioso quando non era immorale. Dell’ultimo fine dell’uomo si aveva un’idea sbagliata. Non si cercava tanto di condurre una vita terrena, che fosse preparazione alla vita celeste, quanto di godere quaggiù più che fosse possibile, come se tutto dovesse finire in questa valle di lacrime. Non si alzava a Dio la mente, la quale non sapeva sollevarsi da quanto cadeva sotto gli occhi. Tra queste dense tenebre di errori e di corruzione apparve Gesù, sapienza increata, che insegnò la vera dottrina rispetto a Dio uno ed eterno: che ci manifestò le verità che riguardano la seconda vita; ne indirizzò le menti e i cuori a Dio, nostro principio e nostro fine. – I novelli convertiti avevano rinunciato alle dottrine empie del paganesimo, ma ciò non era tutto. L’edificio vecchio dell’empietà era stato demolito, e al suo posto bisognava innalzare l’edificio della pietà. Quanti esempi ci ha lasciato Gesù Cristo in proposito! A dodici anni sale al tempio con Maria e con Giuseppe per la solennità di Pasqua. Terminata la solennità, rimane in Gerusalemme. Quando, dopo tre giorni di ricerche, Maria e Giuseppe lo ritrovano, al lamento della Madre Gesù risponde: « Perché mi cercavate? Nulla sapevate che io devo attendere a ciò che riguarda il Padre mio? » (Luc. II, 49). E come attendeva Gesù in quei giorni alle cose del Padre suo? Stando nel tempio seduto in mezzo ai dottori in atto di ascoltarli e interrogarli. Grande scuola di pietà pei fanciulli, i quali dall’apprendimento delle cognizioni profane non devono disgiungere l’apprendimento delle cognizioni divine. Appena la loro mente si apre devono incominciare a interessarsi della loro sorte celeste, a conoscer Dio, a conoscere la sua volontà. Grande scuola anche per gli adulti. L’obbligo di interessarsi di Dio, del nostro ultimo fine incomincia alla soglia, della vita, e non cessa che alla nostra partenza da questo mondo. Se le verità che riguardano Dio le abbiam dimenticate, bisogna richiamarle alla mente con lo studio del Catechismo, con la frequenza alle prediche. – Interessarsi di Dio vuol dire procurare la sua gloria. Questa procurò sempre Gesù in tutta la sua vita. E la sera che precedette la sua passione poteva dire : «Padre, io ti ho glorificato sulla terra» (Giov. XVII, 4). Noi possiamo dar gloria a Dio mostrandoci Cristiani pubblicamente, edificando gli altri con la frequenza ai santi Sacramenti, con la pratica degli esercizi di pietà. Interessarsi di Dio vuol dire intrattenersi con Lui mediante la preghiera. Gesù Cristo, che ci ha insegnato ed esortato a pregare con la parola, ci ha anche grandemente confortato alla pratica della preghiera col suo esempio. Egli prega nel tempio e prega sul monte quando ha cessato di ammaestrare le turbe. Prega nel deserto e prega nella gloria della trasfigurazione; prega di giorno e prega di notte. Prega quando risuscita Lazzaro, quando istituisce l’Eucaristia. Con la preghiera incomincia e chiude la sua passione. In una parola, Egli ha praticamente dimostrato come «bisogna pregar sempre, senza stancarsi mai» (Luc. XVIII, 1).

2.

E’ naturale che nella religione pagana l’uomo non fosse portato alla rinuncia, al sacrificio. Il piacere, l’accontentamento delle passioni non vi trovavano ostacolo alcuno. Tutt’altro, invece, è nella Religione Cristiana. Gesù Cristo venne su questa terra a darci insegnamenti ed esempi affatto opposti agli insegnamenti e agli esempi pagani. Egli è venuto a insegnarci che rinunciati i desideri mondani viviamo con temperanza. Si tratta di una vera riforma della vita. Non solo bisogna voltare la schiena alle antiche abitudini: bisogna formarsi abitudini nuove. Uno può voltare la schiena alle antiche abitudini, senza allontanarsene troppo. Senza staccare da esse il cuore. È un addio forzato col desiderio, se non sempre con la speranza, dell’a rivederci. Non siamo noi che ci distacchiamo da ciò che domina in questo mondo: sono spesso le circostanze che cene staccano: sono questi beni apparenti che spesso ci abbandonano, lasciando noi nell’amarezza. Questa non è la sobrietà e la temperanza insegnataci da Gesù Cristo e dai suoi Apostoli. Gesù Cristo ci ha insegnato la rinuncia ai desideri sregolati dei beni di questo mondo. E rinuncia vuol dire staccarsene senza rimpianto, e senza desiderio di ritornarvi. Rinuncia vuol dire essere pronto a sostenere qualunque sforzo, a impegnarsi in un combattimento lungo e faticoso, a provare avversione per ciò che prima si amava, ad amare e praticare ciò che prima si odiava. « Gesù Cristo ci ha redenti, affinché, conducendo una vita illibata e ricca di buone opere possiamo divenire eredi del regno di Dio» (Ambrosiaster, in Ep. ad Tit.. cap. II, v. 11). Il Cristiano che vuol conseguire l’eredità del regno celeste, deve saper porre un freno alle proprie tendenze; altrimenti non riuscirà a condurre una vita illibata, ad arricchirsi di buone opere. Senza la temperanza saremo ben presto travolti dalle passioni. La malerba cresce presto: tagliata, ricompare ben tosto. Le passioni, anche rintuzzate, rialzano subito il capo. L’odio, la superbia, l’avarizia, la lussuria, la gola si fanno sentire a nostro dispetto. Che avverrà se, invece di combatterle con la mortificazione ne porgiamo loro alimento, con l’assecondarle? Presto ci prenderanno la mano e ci trasporteranno dove esse vogliono. Tanto, coloro che non sanno mai porre un limite alle loro brame non possederanno mai neppure su questa terra il godimento che vanno immaginandosi. Un viandante si propone di arrivare a quell’altura che si presenta al suo sguardo. Quando vi è giunto vede che, dopo uno spazio più o meno esteso di terreno piano, si trova un’altra altura. Non si dà pace finché non ha raggiunta anche quella. Arrivato vi vede ripetersi la scena di prima. Nuova altura, e dopo quella un’altra ancora, ed egli è inquieto perché non può raggiungerle tutte. Così, coloro che non sanno mai mettere un limite ai loro desideri, che non sanno imporsi delle privazioni saranno sempre malcontenti e irrequieti per le disillusioni che provano. I volti sereni, l’allegria schietta, che è il riflesso della pace dell’anima, si cercherebbero invano tra coloro che si fanno un idolo del ventre, degli onori, delle ricchezze, dei piaceri. Chi vuol trovarli li deve cercare tra coloro che sanno porsi un freno nell’uso dei beni di questa vita, e sanno moderare le loro voglie.

3.

Gesù Cristo ci ha anche insegnato a vivere con giustizia rispetto al prossimo. Questa giustizia richiede « che nessuno desideri ciò che è del prossimo » (S. Efrem). Molto più richiede che non si tolga ciò che è del prossimo. Richiede che non gli tolgano i beni materiali coi furti, con le appropriazioni indebite, con le dannificazioni, con le frodi, con la sottrazione della paga dovuta, col non mettersi in grado di pagare i debiti ecc. Richiede che non gli si tolgano i beni morali con le calunnie, con le mormorazioni, con le critiche ingiuste, con le insinuazioni. Richiede che non gli si tolgano i beni spirituali con il cattivo esempio, con la propaganda dell’errore, con toglierlo alle pratiche di pietà, con avviarlo alle usanze mondane. – L’uomo è creato per vivere in società. La vita sociale ha molti privilegi; ma, si sa: ogni diritto ha il suo rovescio. La vita sociale porta con sé anche i suoi pesi. Caratteri perfettamente uguali non si trovano. Ogni creatura ha la sua natura. E questo basta perché possano sorgere dissensi, contrasti tra coloro che, o per un motivo o per un altro, si trovano a contatto. Lo spirito della giustizia vuole che in questi casi non si abbia a scendere a liti o a recriminazioni. « Gli uni portate i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo », ci dice l’Apostolo (Gal. VI, 2). Il quale ancor più chiaramente dice ai Corinti: « In tutti i modi è già un mancamento l’aver delle liti gli uni con gli altri. E perché piuttosto non sopportate qualche ingiustizia? Perché piuttosto non soffrite qualche danno? » (I Cor. VI, 7). Invero se domandiamo a Dio che sopporti noi, è troppo giusto che noi sopportiamo gli altri. Sentiamo l’Ecclesiastico: «Un uomo nutre lo sdegno contro un altr’uomo, e chiede che Dio lo guarisca? Egli non usa misericordia verso il suo simile, e chiede perdono de’ suoi peccati? Egli che è carne conserva rancore, e chiede che Dio gli sia propizio?» (Eccli XXVIII, 3-5). – È spirito di giustizia non restringere la mano quando si tratta di soccorrere i fratelli bisognosi. La solennità di quest’oggi c’insegna che Gesù Cristo ha dato per noi il suo sangue. E noi, seguaci di Gesù Cristo, non faremo cosa straordinaria se daremo al nostro prossimo un po’ di quei beni, che Dio ci ha largiti. Dovessimo dare al nostro prossimo tutto quanto possediamo non daremo mai quanto a noi ha dato Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità. Non lesiniamo nel dimostrare la nostra giustizia verso il prossimo,se vogliamo sperare la manifestazione gloriosa del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo.« Chiunque, pertanto, vuol pervenire al regno celeste, viva con temperanza verso se stesso, con giustizia verso il prossimo, con pietà perseverante verso Dio» (S. Fulgenzio, De remiss. Pacc. L. 1 c. 23).Cominciamo subito da quest’oggi a mettere in pratica questo programma affinché, se il Signore volesse chiamarci al rendiconto nel corso di quest’anno, in qualunque momento ci chiami abbia a trovarci pronti.Mons. Francesco Iannsens, Vescovo di Nuova Orleans, venerato dai suoi figli come un santo, viaggiando sopra un piroscafo alla volta d’Europa, è colpito improvvisamente dalla morte. Non gli rimane che il tempo di inginocchiarsi in cabina e dire: «Mio Dio, vi ringrazio che son pronto» (La Madre Francesca Zaverio Cabrini; Torino 1928, p. 144-45). Che d’ora innanzi la nostra vita sia tale, da poter anche noi dare questa risposta alla divina chiamata, in qualunque momento e in qualunque circostanza si faccia sentire!

Graduale

Ps XCVII:3; 2
Vidérunt omnes fines terræ salutare Dei nostri: jubiláte Deo, omnis terra.
V. Notum fecit Dominus salutare suum: ante conspéctum géntium revelávit justitiam suam. Allelúja, allelúja.

[Tutti i confini della terra videro la salvezza del nostro Dio: acclami a Dio tutta la terra.
V Il Signore ci fece conoscere la sua salvezza: agli occhi delle genti rivelò la sua giustizi. Alleluia, alleluia.]
Heb I: 1-2
Multifárie olim Deus loquens pátribus in Prophétis, novíssime diébus istis locútus est nobis in Fílio. Allelúja.

[Un tempo Iddio parlò in molti modi ai nostri padri per mezzo dei profeti, ultimamente in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio. Allelúia.]

Evangelium

Luc II:21
In illo témpore: Postquam consummáti sunt dies octo, ut circumciderétur Puer: vocátum est nomen ejus Jesus, quod vocátum est ab Angelo, priúsquam in útero conciperétur.

OMELIA II.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

 “In quel tempo compiuti gli otto giorni per far la circoncisione del bambino, gli fu posto nome GESÙ, come era stato nominato dall’Angelo prima di esser concepito”.

Perché Cristo fu circonciso l’ottavo giorno dopo la sua nascita; e quali sentimenti deve ridestare in noi il Nome di Gesù?

La circoncisione si faceva otto giorni dopo la nascita del fanciullo. Gesù, essendo Dio, poteva dispensarsi da questa dolorosa cerimonia della legge mosaica; ma ci si volle sottomettere per più ragioni, egualmente degne della sua sapienza ed amore.

1° Nell’assoggettarvi la sua sacra persona abolì onorevolmente un rito stabilito da Dio per un certo tempo soltanto.

2.° Provò così che Egli avea veramente un corpo umano, e confuse fin d’allora i sofismi dell’eresia, che nonostante la chiara prova dei suoi patimenti e fatti nella sua vita mortale, dovevano un giorno negarne la realtà.

3.° Mostrò che Egli era Figlio di Abramo, dal quale il Messia doveva uscire. Prevenne le obiezioni possibili a farsi dai Giudei per impugnare la divinità del Messia, sotto pretesto che Egli era straniero, ed acquistò il diritto di conversare con essi per la salute delle loro anime.

4. ° Divenne nostro modello, ci insegnò l’obbedienza, ci ispirò un giusto orrore per il peccato, e si fece nostra vittima. – Il nostro dovere è d’entrare nei sentimenti del Salvatore, e di profittare delle lezioni che oggi ci porge. Perciò sforziamoci:

1. ° Di concepire un vivo orrore del peccato, che sottopone questo tenero fanciullo ed una così dolorosa cerimonia.

2. ° Di staccarci sinceramente dalle cose create, e vegliare attentamente sui nostri sensi, perché non siano sedotti dagli oggetti esterni.

3. ° Di unire i nostri cuori al cuor di Maria. Chi può esprimere ciò che questa tenera Madre provò, quando vide scorrere le prime gocce del sangue del suo Figlio? Come Gesù e Maria offriamoci in sacrifizio al Signore: sottomettiamoci con fedeltà e rispetto a tutte le pratiche sante che la sua legge c’impone, ed accettiamo senza lamento le pene che la sua Provvidenza c’invia. Tali debbono essere in questa solennità sì istruttiva, sì commovente, i sentimenti e le disposizioni nostre. – Usava tra i Giudei di dare un nome al fanciullo il giorno della sua circoncisione. Non era egli giusto che al momento in cui il Figlio dell’uomo era ascritto tra i figli di Dio, onorato della sua alleanza, ricolmo dei suoi doni e fatto erede delle sue promesse, prendesse un nome che richiamasse questa gloriosa adozione e il sublime ufficio ond’era rivestito? Il Cristo ancora volle prendere il suo augusto Nome quando fu circonciso, per conformarsi in tutto non solamente alle leggi, ma ancora alle pie costumanze del popolo di Dio, ed insegnarci così con qual fedeltà noi dobbiam seguitare le usanze religiose ed i riti della Chiesa. Ma qual nome prenderà Egli? E chi ha il diritto d’imporre a Lui un nome? Ai padri spetta il diritto d’imporre il nome ai loro figli; ed i nomi più convenienti son quelli che indicano meglio le essenziali qualità delle cose a cui si applicano. Ne consegue che nessuna creatura nel cielo o sulla terra, nemmeno Giuseppe e Maria, potevan dare il nome al Figlio di Dio; perocché nessuno era capace dì comprendere l’eccellenza di sua natura e la dignità del suo ufficio. Dio Padre solo poteva dare al suo Figlio il Nome che perfettamente esprimesse l’adorabil carattere di Lui. Ed ecco infatti che l’eterno Padre incarica un principe della sua corte di recare dal cielo in terra il nome del suo Figlio. L’Arcangelo Gabriele, onorato di questo augusto incarico, venne ad annunziare a Maria e la sua divina maternità e il Nome da porsi al Figlio che a Lei nascerebbe. Fu ancora indicato da un Angelo a s. Giuseppe in un’altra occasione. Fin allora quell’adorabile Nome non era conosciuto che dall’eterno Padre, dagli Angeli, da Maria e da Giuseppe; il momento di svelarlo al mondo è arrivato. Dall’alto dei cieli, contemplando il suo amatissimo Figlio, sottoposto all’umiliante e dolorosa cerimonia della circoncisione, Dio Padre ruppe all’improvviso il silenzio, e gli dette un Nome per il quale lo dichiarò senza peccato, innocente, santissimo, ed il principe della salvezza per tutti gli uomini. – Infatti questo nome è un Nome d’ineffabile gloria, un Nome superiore a tutti i nomi. Se bramate saperlo, prostratevi con la fronte nella polvere; poiché a questo Nome  ogni ginocchio si piegherà eternamente in cielo, in terra e nell’inferno. Gesù, cioè Salvatore, ecco il Nome del Figlio di Dio. Vedete con quanta cura l’eterno Padre solleva ogni umiliazione del suo Figlio con una rivelazione della sua gloria! Ogni volta che il Salvatore mostra la sua umanità, il Padre fa risplendere la divinità di Lui. Sì, il Nome di Gesù è sopra a tutti i nomi: nel cielo l’ammirazione, sulla terra la riconoscenza, nell’inferno lo spavento, a questo Nome di potenza, d’amore e di vittoria, faranno eternamente piegare il ginocchio agli Angeli, agli uomini, al demonio. – Il Nome di Gesù è un nome di potenza. Ci ricorda Colui per il quale tutto è stato fatto; il Verbo di Dio, che porta nella sua mano il mondo; il Re dei re, il Signore dei signori, il cui regno spirituale è su tutte le nazioni ed età; l’Agnello dominatore del mondo, per cui sono stati fatti tutti i secoli; ed i re ed i popoli, lo vogliano o no, sono come il bastone nella mano del viandante, o come i servi sotto la potestà dei loro padroni; servi che Egli innalza, glorifica, se a Lui sono fedeli; e getta via e spezza come fragili vasi, se osano ribellarsi a Lui. –

Nome d’amore. Il semplice suono di due sillabe che compongono il Nome di Gesù, risveglia la nostra attenzione e riconoscenza per l’Autore della nostra salute, che s’è fatto uomo a fine d’innalzarci a Lui, è nato in una stalla, ha pianto, è stato perseguitato, calunniato, colmo di ingiurie, deriso, flagellato e crocifisso per noi; che, per riconciliarci col Padre suo, è resuscitato da morte, asceso al cielo, ove fa per noi l’ufficio d’avvocato e mediatore; e che finalmente, per consolarci, per sostenerci, si è fatto compagno del nostro pellegrinaggio, dimorando notte e giorno sui nostri altari.

Nome di vittoria. Gesù significa Salvatore, conquistatore, trionfatore. L’uomo e il mondo eran caduti sotto la potestà del demonio; di questo forte armato che teneva la sua preda incatenata da quattro mila anni. E Dio sa come egli usasse del suo potere! Il Figlio del Padre discese dal cielo per discacciare l’usurpatore, spezzare il suo giogo e liberar lo schiavo universo; il suo Nome ricorda le sue vittorie. Gesù è nostro Salvatore nel significato il più esteso di questa parola. Salvatore di tutto intero l’uomo: Egli salva il nostro spirito dal giogo dell’errore e delle umilianti, infami, crudeli superstizioni; salva il nostro cuore dalla tirannia delle passioni; salva il corpo dai mali che pesavan su lui nel paganesimo; gli comunica il germe della gloriosa immortalità; salva il fanciullo, lo sposo, il padre, la società: tutto Egli ha salvato. Ancora un po’ di tempo, quando il Salvatore venne al mondo; e la società era perduta: ed or c’impedisce di ricadere nell’abisso onde ci ha tratti. Gesù è sempre nostro Salvatore, il Salvatore del mondo intero. Senza Gesù il mondo fisico rientrerebbe all’istante nel caos; senza Gesù il mondo intellettuale ricadrebbe subito nelle tenebre dell’errore, siccome la terra cade nelle tenebre quando il sole abbandona l’orizzonte; senza Gesù il mondo morale si inabisserebbe all’istante nella cloaca del vizio e della corruzione, come il corpo si dissolve quando l’anima l’abbandona, come l’alimento si putrefa quando perde il sale che lo conserva. L’istoria dei popoli da diciotto secoli rende testimonianza a questa verità. – Non è facil cosa il comprendere che la più intera fiducia, l’amor più tenero, la gioia più viva ed il più profondo rispetto, debbono essere i sentimenti del nostro cuore, quando le nostre labbra pronunziano l’adorabile nome di Gesù? Sia la nostra prima parola allo svegliarci dal sonno, e l’ultima nel momento del riposo, sicché resti impresso tutta la notte sulle nostre labbra come un sigillo; nelle tentazioni, nei pericoli, nelle pene, pronunciamo il Nome di Gesù; Egli è onnipotente per rallegrare il nostro cuore, e mettere in fuga il demonio. Prendiamo la bella usanza di pronunziare spesso il Nome di Gesù nella nostra vita; e proveremo una gran fiducia nel pronunziarlo per l’ultima volta al momento di nostra morte. Entriamo nei sentimenti di un pio servo di Dio che esclama: « O divino Gesù, da voi dipende la mia felicità, la mia vita e la morte: tutto ciò che io farò sarà fatto sotto la vostra protezione e nel vostro Nome. Se io veglio, Gesù farà davanti ai miei occhi; se dormo, respirerò il suo santo amore; se passeggio, lo farò con la dolce compagnia di Gesù; se io seggo, Gesù sarà al mio fianco; se studio, Gesù sarà il mio maestro; se scrivo, Gesù guiderà la mia mano e la mia penna; il mio maggior piacere sarà quello di tracciare il suo adorabile Nome; se prego, Gesù mi detterà le parole, animerà le mie azioni; se io sono stanco, Gesù sarà il mio riposo; se ammalato, Gesù sarà il medico mio ed il consolatore; quand’io muoio, morrò nel seno di Gesù; Gesù sarà la mia felicità, ed il suo Ndome sarà il mio epitaffio. » – Noi siamo obbligati di prestare omaggio al Nome di Gesù, non solamente per gratitudine, ma ancora per obbedire all’eterno Padre, il quale ha voluto che a questo Nome ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra e nell’inferno. Perciò v’è il costume di chinare il capo ogni volta che si pronunzia o si sente pronunziare il Nome di Gesù.

Quali pensieri ci deve ispirare il primo giorno dell’anno?

Il primo giorno dell’anno deve ispirarci pensieri assai gravi. Quest’anno che finisce e cade come una goccia d’acqua nel grande oceano dell’eternità, vi cade lasciandomi purificato da tutti i miei peccati? Che ho fatto io per Iddio e per l’anima mia? Alla fine di quest’anno sono io migliore che non era al principio? Di qual difetto mi son io emendato? Qual virtù ho acquistata? Se bisognasse render conto, quali meriti avrei da presentare? Eppure quante grazie non ho io ricevuto! Un utile esercizio nella vigilia e nel giorno del nuovo anno, è il confessarsi e comunicarsi come se dovessimo farlo per viatico. Per questo si fa l’esame per un quarto d’ora; si recitano le orazioni degli agonizzanti, e ci si prepara alla morte; in una parola, si cerca di regolar gli affari della coscienza, come i mercanti regolano in questo tempo i conti del loro commercio. Fino a quando, o mio Dio, i figli del secolo saranno più prudenti dei figli della luce?

Risoluzione. Io pronunzierò ogni mattina appena svegliato, col più gran rispetto, con la maggior fiducia, i santi Nomi di Gesù e di Maria.

CREDO ...

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps LXXXVIII: 12; 15
Tui sunt cæli et tua est terra: orbem terrárum et plenitúdinem ejus tu fundásti: justítia et judícium præparátio sedis tuæ.
[Tuoi sono i cieli e tua è la terra: Tu hai fondato il mondo e quanto vi si contiene: la giustizia e l’equità sono le basi del tuo trono].

Secreta

Munéribus nostris, quǽsumus, Dómine, precibúsque suscéptis: et coeléstibus nos munda mystériis, et cleménter exáudi. [Ti preghiamo, o Signore, affinché gradite queste nostre offerte e preghiere, Ti degni di mondarci con questi celesti misteri e pietosamente di esaudirci.]

COMUNIONE SPIRITUALE

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps XCVII: 3

Vidérunt omnes fines terræ salutáre Dei nostri.
[Tutti i confini della terra videro la salvezza del nostro Dio.]

Postcommunio

Orémus.
Hæc nos commúnio, Dómine, purget a crímine: et, intercedénte beáta Vírgine Dei Genetríce María, cæléstis remédii fáciat esse consórtes.
[Questa comunione, o Signore, ci purífichi dal peccato e, per intercessione della beata Vergine Maria Madre di Dio, ci faccia partecipi del celeste rimedio.]

Preghiere leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinaro della Messa: http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

DOMENICA FRA L’OTTAVA DELLA NATIVITÀ (2019)

DOMENICA FRA L’OTTAVA DELLA NATIVITÀ DEL SIGNORE. (2019)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

La Messa ci dice che « il Verbo disceso dal Cielo durante la notte  di Natale (Intr.) è « il Figlio di Dio venuto per renderci partecipi della sua eredita come figli adottivi » (Ep.). Prima di Lui, l’uomo era infatti come « un erede, che, nella sua minorità, non differisce da un servo » (Ep.). Ora invece che la legge nuova l’ha emancipato dalla tutela dell’antica, « egli non è più servitore, ma figlio » (Ep.).Rivelandoci questa paternità soprannaturale di Cristo, che colpisce più specialmente le nostre anime in questo tempo di Natale, la liturgia fa risplendere ai nostri occhi la Divinità sotto l’aspetto di Paternità. Cosi il culto dei figli di Dio si riassume in questa parola, detta con Gesù, con labbra pure e retto cuore: « Padre!». (Ep.).Il Vangelo ci mostra anche quale sarà in avvenire la missione grandiosa di questo Bambino che comincia a manifestarsi oggi nel tempio. « È il Re » (Grad.) « il regno del quale » (All.) « penetrerà fino all’intimo dei cuori» (Vang.). Per tutti sarà una pietra di salvezza; pietra d’inciampo per quelli che lo perseguiteranno (Com.) pietra angolare «per molti in Israele» (Vang.). L’Introito parla della notte nella quale l’Angelo di Dio colpi i primogeniti degli Egiziani, preparando la liberazione d’Israele, immagine della notte santa nella quale la Beatissima Maria mise alla luce il Salvatore, venuto per liberare l’umanità.

Incipit 

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus 

Sap XVIII:14-15.
Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter háberet, omnípotens Sermo tuus, Dómine, de coelis a regálibus sédibus venit
[Mentre tutto era immerso in profondo silenzio, e la notte era a metà del suo corso, l’onnipotente tuo Verbo, o Signore, discese dal celeste trono regale.]

Ps XCII: 1
Dóminus regnávit, decórem indútus est: indútus est Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se.
[Il Signore regna, rivestito di maestà: Egli si ammanta e si cinge di potenza.]
Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter háberet, omnípotens Sermo tuus, Dómine, de coelis a regálibus sédibus venit
[Mentre tutto era immerso in profondo silenzio, e la notte era a metà del suo corso, l’onnipotente tuo Verbo, o Signore, discese dal celeste trono regale.]

Oratio

 Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, dírige actus nostros in beneplácito tuo: ut in nómine dilécti Fílii tui mereámur bonis opéribus abundáre.
[Onnipotente e sempiterno Iddio, indirizza i nostri atti secondo il tuo beneplacito, affinché possiamo abbondare in opere buone, in nome del tuo diletto Figlio]

Lectio 

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Gálatas.
Gal IV: 1-7
Fratres: Quanto témpore heres párvulus est, nihil differt a servo, cum sit dóminus ómnium: sed sub tutóribus et actóribus est usque ad præfinítum tempus a patre: ita et nos, cum essémus párvuli, sub eleméntis mundi erámus serviéntes. At ubi venit plenitúdo témporis, misit Deus Fílium suum, factum ex mulíere, factum sub lege, ut eos, qui sub lege erant, redímeret, ut adoptiónem filiórum reciperémus. Quóniam autem estis fílii, misit Deus Spíritum Fílii sui in corda vestra, clamántem: Abba, Pater.
Itaque jam non est servus, sed fílius: quod si fílius, et heres per Deum.

“Fratelli, fintantoché l’erede è fanciullo, non differisce punto dal servo, benché sia padrone di tutto: ma sta sotto, tutori ed amministratori fino al tempo stabilito prima dal padre. Così noi pure: mentre eravamo fanciulli, eravamo tenuti in servitù sotto gli elementi del mondo. Ma quando venne il compimento dei tempi, Iddio mandò il Figliuol suo, fatto di Donna, soggetto alla legge, affine di riscattare quelli che erano sotto la legge, sicché fossimo adottati in figliuoli. E poiché siete figliuoli, Iddio ha mandato lo Spirito del Figliuol suo nei vostri cuori, che grida: Abba, Padre „

S. Paolo insegna così ai Galati che, essendo passati dal Giudaismo al Cristianesimo, sono affrancati dalla servitù dell’antica legge, e sotto la nuova debbonsi riguardar come figli di Dio, e chiamarlo Abba, cioè caro Padre, perché ha dato loro per fratello il suo Figlio Gesù Cristo. La nostra felicità nel diventar Cristiani è stata ancora più grande di quella dei Giudei, perché i nostri padri erano pagani. Ringraziamo ogni giorno il Signore di sì gran benefizio, ed attestiamogli la nostra riconoscenza, con la fede, la carità, la confidenza, la pazienza e con la più esatta vigilanza per evitare il peccato, l’unico male, che privandoci del titolo di figli di Dio, e di tutti i privilegi a questo uniti, ci sottoporrebbe di nuovo alla schiavitù del demonio. (L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale

Ps XLIV: 3; 2
Speciósus forma præ filiis hóminum: diffúsa est gratia in lábiis tuis.
[Tu sei bello fra i figli degli uomini: la grazia è diffusa sulle tue labbra.]
V. Eructávit cor meum verbum bonum, dico ego ópera mea Regi: lingua mea cálamus scribæ, velóciter scribéntis.
[V. Mi erompe dal cuore una buona parola, al re canto i miei versi: la mia lingua è come la penna di un veloce scrivano.]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps XCII: 1.
Dóminus regnávit, decórem índuit: índuit Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se virtúte. Allelúja.
[Il Signore regna, si ammanta di maestà: il Signore si ammanta di fortezza e di potenza. Allelúja]

Evangelium 

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secundum Lucam.
R. Gloria tibi, Domine!
Luc II:33-40
In illo témpore: Erat Joseph et Maria Mater Jesu, mirántes super his quæ dicebántur de illo. Et benedíxit illis Símeon, et dixit ad Maríam Matrem ejus: Ecce, pósitus est hic in ruínam et in resurrectiónem multórum in Israël: et in signum, cui contradicétur: et tuam ipsíus ánimam pertransíbit gládius, ut reveléntur ex multis córdibus cogitatiónes. Et erat Anna prophetíssa, fília Phánuel, de tribu Aser: hæc procésserat in diébus multis, et víxerat cum viro suo annis septem a virginitáte sua. Et hæc vídua usque ad annos octogínta quátuor: quæ non discedébat de templo, jejúniis et obsecratiónibus sérviens nocte ac die. Et hæc, ipsa hora supervéniens, confitebátur Dómino, et loquebátur de illo ómnibus, qui exspectábant redemptiónem Israël. Et ut perfecérunt ómnia secúndum legem Dómini, revérsi sunt in Galilaeam in civitátem suam Názareth. Puer autem crescébat, et confortabátur, plenus sapiéntia: et grátia Dei erat in illo.

OMELIA

 [A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE V.

“In quel tempo il padre e la madre di Gesù restavano meravigliati delle cose, che di lui si dicevano. Simeone li benedisse, e disse a Maria, sua madre: Ecco che questi è posto por ruina e per risurrezione di molti in Israele, e per bersaglio alla contraddizione; e anche l’anima tua stessa sarà trapassata dal coltello, affinché di molti cuori restino disvelati i pensieri. Eravi anche una profetessa, Anna figliuola di Fanuel, della tribù di Aser: ella era molto avanzata in età, ed era vissuta sette anni col suo marito, al quale erasi sposata fanciulla. Ed ella era rimasta vedova fino agli ottantaquattro anni, e non usciva dal tempio, servendo Dio notte e giorno con orazioni e digiuni. E questa, sopraggiungendo in quel tempo stesso, lodava anch’essa il Signore, e parlava di Luì a tutti coloro, che aspettavano la redenzione d’Israele. E soddisfatto che ebbero a tutto quello che ordinava la legge del Signore, se ne tornarono nella Galilea alla loro città di Nazaret. E il Bambino cresceva, esi fortificava pieno di sapienza: e la grazia di Dio era in lui” (S. Luc. II, 33-40).

Comandava l’antica legge, che trascorsi quaranta giorni, dacché era nato un figlio, la madre di lui, dopo averli passati in santo ritiro, si portasse al tempio per purificarsi, facendo l’offerta di un agnello, se era ricca, e di due colombini o due tortorelle, se si trattava di una madre povera. Inoltre la stessa legge ebraica ordinava ancora, che tutti i primogeniti fossero offerti a Dio in memoria ed in ringraziamento della liberazione degli Ebrei dalla schiavitù dell’Egitto, avvenuta per la morte di tutti i primogeniti Egiziani, uccisi in una sola notte dall’angelo del Signore. Ma poiché in seguito Iddio aveva scelto per l’uffizio sacerdotale Aronne e la sua famiglia, stipite della tribù di Levi, fu disposto che fuori di questa tribù, tutti i primogeniti d’Israele fossero riscattati mediante cinque sicli d’argento, corrispondenti a circa cinque lire. Or bene, quantunque queste leggi non colpissero né Maria, né Gesù, Maria SS. volle tuttavia esattissimamente osservarle, e quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, insieme col suo sposo S. Giuseppe, si recò al tempio per purificarsi e per fare la presentazione ed il riscatto di Gesù. E fu in tale circostanza che avvennero i fatti, che ci narra il Vangelo di questa Domenica.

1. Viveva a Gerusalemme un santo e venerando vegliardo per nome Simeone. Egli era uomo giusto e timorato di Dio e pareva che nel suo cuore si fossero riunite tutte le brame, che i patriarchi avevano di vedere il Messia. Epperò, come ci dice S. Luca, lo Spirito Santo era in lui e lo aveva assicurato « che non avrebbe veduto la morte prima di vedere il Cristo del Signore, da lui aspettato ». – Nell’ora adunque che Maria venne al tempio, lo stesso Spirito Santo avvisò Simeone, e gli ispirò di recarvisi, e quando la Vergine e S. Giuseppe vi introducevano il Bambino, il vecchio si accostò loro, domandò e prese Gesù nelle braccia, poi benedisse il Signore, dicendo: « Adesso, o Signore, lascerai che se ne vada in pace il tuo servo secondo la tua parola, perché gli occhi miei hanno veduto il Salvatore del mondo ». Ma la commozione non gli strappò solamente dal cuore e dal labbro questo grido di riconoscenza. E qui cominciando il Vangelo di oggi, dopo d’averci detto che, il padre (si intende putativo) e la madre di Gesù restarono meravigliati delle cose, che di Lui si dicevano, prosegue dicendo che Simeone li benedisse, cioè si rallegrò con loro e quindi con l’accento dell’ispirazione divina voltosi a Maria, madre di Gesù, le disse: Ecco che questi è posto per rovina e per risurrezione di molti in Israele, e per bersaglio alla contraddizione, epperò una spada ti trapasserà l’anima: e tutto ciò affinché restino disvelati i pensieri di moltiE qui, o miei cari, facciamo di intendere bene queste parole del santo vecchio Simeone. Gesù è la vita in persona (Ioan. XIV, 6). Egli è venuto per darci la vita e darcela con sovrabbondanza (Ioan. X, 10). Ed Egli dà questa vita, che è la vita eterna, con i meriti della Incarnazione, Passione e Morte, in tal guisa che chiunque la vuole, facendo buon uso della grazia da Lui recata sulla terra, può averla. E questo vuol dire l’essere Gesù posto per la risurrezione di molti. Ma poiché vi sarebbero stati pur troppo anche molti, che gli avrebbero opposta resistenza, che lo avrebbero contradetto, che si sarebbero abusati della sua parola, e della sua grazia, così per questi Gesù, contro sua voglia, sarebbe stato come l’inevitabile occasione di rovina e di morte eterna; poiché Gesù Cristo è Colui, a proposito del quale, i cuori degli uomini sono costretti a rivelarsi coi propri pensieri ed affetti, dimostrando di amarlo o di odiarlo, di stimare e seguire la sua dottrina con l’esercizio della virtù, oppure di non curarla e disprezzarla col l’abbandonarsi in braccio al vizio. Ecco che cosa vogliono dire quelle parole così gravi e profetiche del vecchio Simeone. E quanto tali parole siansi avverate è ciò che chiaramente dimostra la storia di nostra Santa Chiesa. Essa ci fa conoscere, che se tanti furono coloro che credettero a Gesù Cristo e si diedero ad amarlo e ne ebbero da Lui la risurrezione e la vita eterna, vi furono pur molti, incominciando fin dai tempi della sua vita mortale e dagli stessi Ebrei, che lo contradissero, lo respinsero, l’odiarono e n’ebbero la rovina e morte eterna. Gli Ebrei, difatti, da più secoli lo aspettavano; sapevano preventivamente il tempo della sua venuta, il luogo della sua nascita, la tribù, a cui apparterebbe, la sua stessa famiglia. Eppure quando ad essi si presentò, quando diresse loro le sublimi sue parole, quando sotto i loro occhi compì gli stupendi suoi prodigi e li ricolmò de’ più ricchi suoi benefici, quali ciechi lo disconobbero, l’oltraggiarono, lo perseguitarono, lo flagellarono, lo incoronarono di spine, lo confissero ad una croce; e dai sanguinosi bracci di essa sembrò dir loro: Stendo le mie mani verso un popolo incredulo e che mi contraddice: Expandi manus ad populum non credenetem et contradicentem (Isai. 10). In seguito lo hanno contraddetto gl’infedeli; ne hanno combattuto il Vangelo, hanno tentato d’arrestare il corso del Cristianesimo, di cui Egli era il fondatore, tutto impiegarono contro i suoi discepoli, ferro, fuoco, supplizi, torture, morte. Dopo trecento anni di lotta, Gesù Cristo ha vinto. Ma si presentarono bentosto novelle contraddizioni. L’eresia levò il capo, seminò la divisione, cercò di lacerare l’inconsutile veste del Salvatore. Vi ha forse uno dei dogmi della santa Chiesa, che l’eresia non abbia preso a combattere? – Lo stesso vediamo ai dì nostri. In mezzo a molti credenti e adoratori di Gesù vi hanno tanti increduli che lo disconoscono, tanti empi che lo oltraggiano, tanti bestemmiatori che lo insultano, tanti indifferenti che lo trascurano. E così, pur troppo, sarà sino alla fine del mondo: da una parte quelli ai quali Gesù Cristo è di risurrezione, e dall’altra coloro ai quali è di rovina. – Or bene, o carissimi, da qual parte ci troviamo noi? Riflettiamo seriamente che ciò dipende da noi. Iddio è grande, Iddio è giusto, dice S. Agostino, in due parole spiegandoci tutta la dottrina della predestinazione e della riprovazione; Egli può liberarci senza meriti, perché è buono, non può dannarci senza demeriti, perché è giusto. Tocca a noi raccogliere con una santa premura la grazia del Signore, e farla valere con fedeltà; « perciocché a chi ha già, si dona ancora, e sarà nell’abbondanza » (Matth. XIII; 12); e col buon uso della grazia chiameremo su di noi sempre nuovi favori, mercé i quali noi potremo essere nel bel numero di coloro, pei quali Gesù Cristo è posto in risurrezione.

2 Prosegue il Vangelo dicendo: Eravi una profetessa, Anna, figliuola di Fanuel, della tribù di Aser: ella era molto avanzata in età ed era vissuta sette anni col suo marito, al quale erasi sposata fanciulla. Ed ella era rimasta vedova fino agli ottantaquattro anni: e non usciva dal tempio, servendo Dio notte e giorno con orazioni e digiuni. E questa sopraggiungendo in quel tempo stesso, lodava anch’essa il Signore e parlava a tutti coloro, che aspettavano la redenzione d’Israele. Per tal modo, dice S. Ambrogio, non solamente gli Angeli, i profeti, i pastori, ma anche i vecchi ed i giusti hanno annunziato la venuta del Bambino Dio; ed ogni età e ogni sesso doveva rendere testimonianza a quella sua nascita miracolosa. Simeone – aggiunge lo stesso Dottore – ha profetizzato, la santa Vergine ed Elisabetta avevano profetizzato, era d’uopo che profetizzasse anche una vedova, affinché nessuno stato vi fosse e nessun sesso, che non rendesse testimonianza al Figliuol di Dio: e questa vedova incontrasi sotto le volte dell’antico tempio nel momento della presentazione di Gesù. Ma quale vedova! una vedova commendevole pel dono di profezia, per ragione della sua nascita, essendo figliuola di Fanuel, uno dei primi della tribù di Aser, per la provetta sua età, avendo ella ottantaquattro anni, per la sua continenza, per la sua pietà e mortificazione, per la sua dedicazione al servizio del Signore, passando la sua vita nel tempio. Ed è questa donna, che lodava anch’essa il Signore e parlava del Messia a tutti quelli, che aspettavano la redenzione d’Israele. Certamente il Vangelo non poteva farci di questa donna un più splendido elogio. E se lo fa con tanta diligenza è per farci comprendere quanto fosse degna ancor essa di rendere testimonianza solenne a Gesù Cristo, di avere la grazia insigne di essere, per così dire, il suo primo predicatore, e quanto fosse pregevole sulla sua bocca la lode, che rendeva a Dio con le sue sante parole. – Ora, miei cari, se rallegra il pensiero, che vi hanno pur molti, che, seguendo l’esempio di questa santa donna, impiegano la loro lingua per lodare e benedire Iddio, non rattrista grandemente il riflesso, che vi hanno pur tanti, i quali sgraziatamente impiegano la loro lingua per bestemmiarlo? E come mai vi sono dei giovani, dei Cristiani, che si abbandonano a questo grave delitto? Il Santo re Davide dice che la bocca del bestemmiatore è piena di maledizione. S. Agostino assicura che il peccato di coloro, i quali bestemmiano Gesù Cristo regnante nei cieli è uguale in gravità al peccato di quelli, che lo crocifissero in terra. Del resto, chiara e convincentissima prova dell’enorme delitto, che commettono coloro, che bestemmiano, la porgono i castighi, con i quali Iddio mai sempre ha punito questo peccato. Nel Levitico leggiamo come il Signore aveva ordinato, che il bestemmiatore fosse condannato a morte e lapidato da tutto il popolo. Faraone bestemmiando diceva: Io non conosco chi sia il Signore, ed ebbe per tomba il mar Rosso. Senacheribbo bestemmiava ancor esso, e l’Angelo del Signore gli trucidò cento ottantacinque mila soldati, ed egli stesso fu ucciso per mano dei suoi figli. Antioco fu terribilmente tocco da una piaga incurabile; i vermi se lo divoravano vivo a brani e tramandava dal suo corpo tale un fetore, che divenne insoffribile a sé ed all’armata. A Nicànore fu tronca la testa ed esposta ai pubblici oltraggi. I Giudei bestemmiarono assai di spesso contro Gesù Cristo e furono pressoché tutti sterminati da Tito. Giuliano l’apostata in mezzo alle bestemmie cadde mortalmente trafitto da un giavellotto. Al bestemmiatore Ario scoppiarono le viscere e diede i tratti in mezzo ad atrocissime doglie. Nestorio, che osò bestemmiare la SS. Vergine, negando la sua divina maternità, ebbe la lingua rosa dai vermi. Sappiamo da S. Gregorio, vescovo di Tours, che un cotal Leone di Poitiers avendo bestemmiato, divenne per giusto castigo di Dio sordo e muto, e poi morì pazzo. S. Gregorio Magno racconta d’un ragazzo sui cinque anni, che, già avendo l’abito di bestemmiare, fu strappato dal diavolo dalle braccia di suo padre e non comparve mai più. Questi e moltissimi altri esempi, che si potrebbero addurre, mostrano chiaramente quanto sia grave il peccato della bestemmia e come dispiaccia a Dio. Guardatevi pertanto dal macchiare la vostra lingua con questo peccato. Guardatevi pure dal solo nominare invano il Nome santo di Dio. Purtroppo molti giovani e molti Cristiani prendono la brutta abitudine di intercalarlo ad ogni istante nei loro discorsi, ancorché non lo facciano con vera malizia. Conviene perciò guardarsi da questo difetto e per esprimere i vari sentimenti dell’animo con qualche esclamazione valersi di una qualche parola, che non abbia alcun cattivo significato e che non disdica alla buona grazia di ogni nostro discorso. Per non contrarre poi la cattiva abitudine di bestemmiare, bisogna assolutamente fuggire la compagnia di coloro, che bestemmiano. Che se per avventura nei passeggi, nelle ricreazioni, o nelle conversazioni vi accadesse di sentire taluno a pronunziare qualche bestemmia contro il nome adorabile di Gesù Cristo, contro il suo SS. Sacramento, o contro la SS. Vergine, seguite la santa usanza che hanno molti buoni Cristiani di dire tosto anche a voce alta: Sia lodato Gesù Cristo! Sia lodato e ringraziato il SS. Sacramento! Evviva Maria! E somiglianti giaculatorie, con le quali riparerete bellamente l’ingiuria, che venne fatta a Dio, e gli darete una bella prova del vostro amore, imitando così il bell’esempio datoci oggi dalla santa profetessa Anna.

3. Dice da ultimo il santo Vangelo, che come Maria e Giuseppe ebbero soddisfatto a tutto quello che ordinava la legge del Signore, se ne tornarono nella Galilea alla loro città di Nazaret. E il Bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza; e la grazia di Dio era in lui. Ora che cosa intende di apprenderci il Vangelo con queste ultime parole? Certamente intende di dire che Gesù, avendo in tutto voluto rassomigliarsi agli uomini, col crescere degli anni cresceva nella statura e nelle forme della persona, non meno, che nella bellezza e nella maestà. Ma intende forse di dire che Gesù realmente crescesse nella sapienza e nella grazia, nei doni dello spirito? No, certamente. Gesù Cristo come vero Uomo-Dio fin dal primo istante della sua mortale esistenza ebbe in sé la stessissima sapienza e grazia infinita, incapace di aumento o diminuzione di sorta. Tuttavia per parere in tutto simile agli uomini, iqualidiventano gradatamente più savi e piùvirtuosi, Gesù Cristo non volle lasciare trasparire la sua sapienza e la sua grazia se non gradatamente.Epperò quel dire che fa il Santo Vangelo, che Gesù Cristo cresceva e si fortificava nei doni dello Spirito, vale a dire nella pienezza della sapienza e della grazia, non si deve intendere altrimenti che così: che col crescere degli anni, Gesù cresceva eziandio nella manifestazione della sua sapienza e della sua grazia, onde andava ordinando e temperando le sue azioni interiori a grado a grado in modo che si confacessero all’età, onde sembrava realmente crescere agli occhi degli uomini, che miravano alle sole azioni esteriori di Lui. Ma sebbene questo sia il vero significato di quelle parole, è certo che il Vangelo ci vuol far qui intendere la gran legge del nostro perfezionamento morale, espressa poi così chiaramente dal Signore, nel libro dell’Apocalisse: Chi è giusto si faccia più giusto: chi è santo divenga santo ogni giorno più: Qui institi est, iustificetur adhuc, et sanctus sanctificetur adhuc (Apoc. XX, 11). Sì, o mici cari, Gesù Cristo ha voluto crescere nella manifestazione esteriore della virtù, per far intendere a noi come dobbiamo sempre crescere nella bontà della vita e tendere del continuo a renderci perfetti. E guai a noi, se non seguiamo questa sua gran legge. Tutti i maestri di spirito e l’esperienza di tutti i giorni insegnano, che chi non attende a rendersi più virtuoso, non resta nello stesso grado di virtù, ma indietreggia spaventosamente nella via del vizio. Lo diceva già Salomone: Iustorum semita quasi lux crescit usque ad perfectum diem; via impiorum tenebrosa, nesciunt ubi corruant. Il cammino dei buoni, si avanza sempre, come si avanza la luce dell’aurora sino al giorno perfetto; all’incontro, la via dei tristi sempre più diventa ingombrata da tenebre, sino a che i miseri si riducono a camminare senza sapere dove vanno a precipitarsi (Prov. IV, 18). – Anche S. Agostino disse chiaro, che il non andare avanti nel fare il bene è la stessa cosa che tornare indietro. E S. Gregorio spiegò questa verità assai bene col paragone di chi sta in mezzo al fiume: Chiunque, dice il Santo, stesse nel fiume dentro d’una barchetta, e non si curasse di spingerla contro la corrente, ma volesse fermarsi, senza andare né indietro, né innanzi, egli necessariamente andrebbe indietro, poiché la stessa corrente lo porterebbe seco. Così l’uomo dopo il peccato di Adamo, rimasto naturalmente fin dal suo nascere inclinato al male, se egli non si spinge avanti, e non si fa forza per rendersi migliore di quello che è, la stessa corrente dello sue concupiscenze lo porterà sempre indietro. Ed ecco perché si veggono alle volte certi giovani e certi Cristiani, che rallentandosi nella via del bene, a poco a poco, dopo d’essere stati forse anche il modello delle più belle virtù agli altri, diventano pessimi sino ad essere lo scandalo altrui. Miei cari, siamo adunque ben convinti del quanto importi seriamente attendere a renderci sempre migliori, ed attendiamovi. Studiamoci di crescere ogni giorno nella vera sapienza, nella pietà, nella dolcezza, nell’obbedienza, nell’umiltà e in tutte le altre cristiane virtù. Quanto si trovan contenti i Santi di quello, che han fatto e patito « per crescere ogni giorno nella santità. Se nel Paradiso potesse entrare alcuna afflizione, di questo solo si affliggerebbero i beati: di aver lasciato di fare per Iddio quel più, che potevano fare e che non sono più in tempo di fare. Animo, su adunque, e presto, perché non vi è tempo da perdere; quello, che si può far oggi, non si potrà più far domani. Diceva S. Bernardino da Siena che tanto vale un momento di tempo, quanto vale Dio: poiché in ogni momento possiamo acquistare Dio e la sua divina grazia o maggiori gradi di grazia.

  Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

 Offertorium 

Orémus
Ps XCII: 1-2
Deus firmávit orbem terræ, qui non commovébitur: paráta sedes tua, Deus, ex tunc, a sæculo tu es.
[Iddio ha consolidato la terra, che non vacillerà: il tuo trono, o Dio, è stabile fin da principio, tu sei da tutta l’eternità.]

Secreta

 Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut óculis tuæ majestátis munus oblátum, et grátiam nobis piæ devotiónis obtineat, et efféctum beátæ perennitátis acquírat. [Concedi, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che questa offerta, presentata alla tua maestà, ci ottenga la grazia di una fervida pietà e ci assicuri il possesso della eternità beata.]

Comunione spirituale: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio 

Matt II:20
Tolle Púerum et Matrem ejus, et vade in terram Israël: defúncti sunt enim, qui quærébant ánimam Púeri. [Prendi il bambino e sua madre, e va nella terra di Israele: quelli che volevano farlo morire sono morti.]

Postcommunio 

Orémus.
Per hujus, Dómine, operatiónem mystérii, et vitia nostra purgéntur, et justa desidéria compleántur. [Per l’efficacia di questo mistero, o Signore, siano distrutti i nostri vizii e compiuti i nostri giusti desiderii.]

Preghiere leonine: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

SANTO NATALE: SECONDA MESSA DELL’AURORA

SANTO NATALE

SECONDA MESSA ALL’AURORA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Anastasia.

La Messa Dell’Aurora si celebrava a Roma nell’antichissima chiesa di S. Anastasia. La sua posizione ai piedi del Palatino, dov’era la residenza dei Cesari, ne faceva la Chiesa degli alti funzionari della Corte. Il nome di S. Anastasia è inserito al Canone della Messa. Santa Anastasia, di cui oggi si fa memoria, è la celebre martire di Sirmio. – La liturgia della Messa ci fa salutare « con gioia il santo Re che viene » (Com.) « il Signore che è nato per noi » (Intr.), « il Bambino adagiato nella mangiatoia » (Vang.). Ci dice che « colui che è nato uomo in questo giorno, si è rivelato anche ai nostri occhi come Dio » (Secr.). Perchè Egli è « il Verbo fatto carne (Or.) si chiama Dio (Intr.) ed « esiste sino dall’eternità » (Off.). E, se Egli viene, è per salvarci (Ep. Com.) e « per farci eredi della vita eterna » (Ep.) della quale noi godremo nel cielo, quando questo Principe della pace, tornerà alla fine del mondo rivestito di forza» (V. dell’Intr., Alleluia) e in tutto lo splendore della sua Maestà. Allora « il Re dei cieli, che s’è degnato nascere per noi da una Vergine per richiamare al Regno celeste l’uomo che ne era decaduto» (1° resp.)» regnerà per sempre «(Intr.)sugli uomini di buona volontà (Gloria) che lo avranno accolto con fede e amore al tempo della sua prima venuta. Le feste di Natale hanno dunque lo scopo di prepararci al 2° Avvento « giustificandoci per la grazia di Gesù Cristo » (Ep.) « distruggendo in noi il vecchio uomo » (Postcom.) « conferendoci ciò che è divino » (Secr.) e aiutandoci « a fare risplendere nelle nostre opere ciò che per la fede brilla nelle nostre anime » (Or.). – Con i pastori, ai quali il Signore manifesta l’Incarnazione del Suo Figlio, « affrettiamoci di andare» (Vang.) ad adorare all’Altare, che è il vero presepe, il Verbo, nato nell’eternità dal Suo Padre celeste, nato da Maria sopra la terra, e che deve nascere sempre più colla grazia nelle nostre anime, in attesa che ci faccia nascere alla vita gloriosa nel cielo.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Is IX: 2 et 6.
Lux fulgébit hódie super nos: quia natus est nobis Dóminus: et vocábitur Admirábilis, Deus, Princeps pacis, Pater futúri sǽculi: cujus regni non erit finis. [La luce splenderà oggi su di noi: poiché ci è nato il Signore: e si chiamerà Ammirabile, Dio, Principe della pace, Padre per sempre: e il suo regno non avrà fine.

Ps XCII: 1
Dominus regnávit, decorem indutus est: indutus est Dominus fortitudinem, et præcínxit se.
[Il Signore regna, si ammanta di maestà: Il Signore si ammanta di fortezza, e si cinge di potenza.]

Lux fulgébit hódie super nos: quia natus est nobis Dóminus: et vocábitur Admirábilis, Deus, Princeps pacis, Pater futúri sǽculi: cujus regni non erit finis. [La luce splenderà oggi su di noi: poiché ci è nato il Signore: e si chiamerà Ammirabile, Dio, Principe della pace, Padre per sempre: e il suo regno non avrà fine.

Oratio

Orémus.
Da nobis, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui nova incarnáti Verbi tui luce perfúndimur; hoc in nostro respléndeat ópere, quod per fidem fulget in mente.
[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente: che, essendo inondati dalla nuova luce del Tuo Verbo incarnato, risplenda nelle nostre opere ciò che per virtù della fede brilla nella nostra mente.]

Orémus.
Pro S. Anastasiæ Mart:

Da, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui beátæ Anastásiæ Mártyris tuæ sollémnia cólimus; ejus apud te patrocínia sentiámus.[ Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente: che, celebrando la solennità della Tua Martire Anastasia, possiamo godere presso di Te il beneficio del suo patrocinio.]

Lectio

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Titum.
Tit III: 4-7
Caríssime: Appáruit benígnitas et humánitas Salvatóris nostri Dei: non ex opéribus justítiæ, quæ fécimus nos, sed secúndum suam misericórdiam salvos nos fecit per lavácrum regeneratiónis et renovatiónis Spíritus Sancti, quem effúdit in nos abúnde per Jesum Christum, Salvatorem nostrum: ut, justificáti grátia ipsíus, herédes simus secúndum spem vitæ ætérnæ: in Christo Jesu, Dómino nostro.
[Carissimo: Apparsa la bontà e l’umanità del Salvatore, nostro Dio: Egli ci salvò non già in ragione delle opere di giustizia fatte da noi, ma per la Sua misericordia: col lavacro di rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo, diffuso largamente su di noi per i meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore: affinché, giustificati per la Sua grazia, divenissimo eredi, in speranza, della vita eterna: in Cristo Gesù, Signore nostro.]

Graduale

Ps CXVII: 26; 27; 23
Benedíctus, qui venit in nómine Dómini: Deus Dóminus, et illúxit nobis.

[Benedetto Colui che viene nel nome del Signore: Il Signore è Dio e ci ha illuminati.]

V. A Dómino factum est istud: et est mirábile in óculis nostris. Allelúja, allelúja

V. Questa è opera del signore: ed è mirabile ai nostri occhi. Allelúia, allelúia

Ps XCII: 1
V. Dóminus regnávit, decórem índuit: índuit Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se virtúte. Allelúja.

[V. Il Signore regna, si ammanta di maestà: Il Signore si ammanta di fortezza, e si cinge di potenza. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
S. Luc. II: 15-20
In illo témpore: Pastóres loquebántur ad ínvicem: Transeámus usque Béthlehem, et videámus hoc verbum, quod factum est, quod Dóminus osténdit nobis. Et venérunt festinántes: et invenérunt Maríam et Joseph. et Infántem pósitum in præsépio. Vidéntes autem cognovérunt de verbo, quod dictum erat illis de Púero hoc. Et omnes, qui audiérunt, miráti sunt: et de his, quæ dicta erant a pastóribus ad ipsos. María autem conservábat ómnia verba hæc, cónferens in corde suo. Et revérsi sunt pastóres, glorificántes et laudántes Deum in ómnibus, quæ audíerant et víderant, sicut dictum est ad illos.

[In quel tempo: I pastori presero a dire tra loro: Andiamo sino a Betlemme a vedere quello che è accaduto, come il Signore ci ha reso noto. E andati con prontezza, trovarono Maria, e Giuseppe, e il bambino giacente nella mangiatoia. Dopo aver visto, raccontarono quanto era stato detto loro di quel bambino. Coloro che li udirono rimasero meravigliati di ciò che i pastori avevano detto. Intanto Maria riteneva tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori se ne ritornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e veduto, come era stato loro detto.]

OMELIA

[DA: MEDITAZIONI DI NATALE (A. Carmignola –Sacerd. Sales. -: MEDITAZIONI; VOL. I, S. E. I. Torino, 1942)

Mediteremo sopra i sentimenti di Maria e di Giuseppe nella nascita di Gesù Bambino. C’immagineremo di entrare nella capanna di Betlemme e di vedervi Maria e Giuseppe inginocchiati presso il santo presepio, in atto di profonda adorazione. Ci prostreremo in ispirito anche noi, unendo le adorazioni nostre alle loro e pregando il Santo Bambino di volerci rendere partecipi dei sentimenti, che vi ebbero la sua santissima Madre e il suo padre nutrizio.

Sentimenti di pena di Maria e di Giuseppe.

Quali sentimenti di pena ebbero nel loro cuore Maria e Giuseppe allora che, respinti da Betlemme, furono costretti a entrare nella povera capanna! S. Giuseppe, dalla Divina Provvidenza destinato a essere l’angelo tutelare visibile di Maria, ebbe asoffrire il più grande affanno, non per sé certamente, ma per lei. Per Maria quel luogo gli si mostrava troppo orrido, troppo aspro e inospitale, e pensando poi chi Ella fosse, doveva sentirsi nel petto scoppiare il cuore dall’ambascia. Maria Vergine dal canto suo quanto pure doveva soffrire al pensiero che il suo divin Figlio, Creatore e Signore del cielo e della terra, doveva nascere in quel meschino tugurio! Con tutto ciò i santi sposi chinarono la fronte ai disegni di Dio, e riconoscendo che così piaceva al Signore, conformarono pienamente la loro volontà alla sua. Ecco la virtù, che noi pure dovremmo esercitare continuamente. Purtroppo noi vorremmo sempre le cose a modo nostro; Dio invece le vuole a modo suo. Noi vorremmo sempre sanità, e invece Iddio talora ci vuole infermi; noi vorremmo sempre essere ben voluti, onorati e rispettati, e Iddio permette che siamo non curati, scherniti e perseguitati; noi vorremmo che non ci mancasse mai nulla, e invece Iddio dispone che ora ci troviamo senza una cosa, ora senza un’altra. Ma tutto ciò che Dio vuole è senza dubbio per la sua gloria e per il bene nostro. Come dunque non conformarci sempre alla sua santa volontà?

Sentimenti di gioia di Maria e di Giuseppe.

Ai sentimenti di pena sottentrarono ben preso in Maria e Giuseppe i sentimenti della più ineffabile gioia, appena nacque il sacrosanto Bambino. Maria per la prima vide a sé dinanzi il vezzosissimo suo Figlio, che la guardava, le sorrideva e le tendeva le candide manine. Per impeto d’ineffabile amore lo adorò dicendo: O Gesù Bambino, nato da Dio prima del tempo, nato da me or ora, tu sei il mio Figlio e il mio Dio, ed io sono la tua Madre, la Madre di Dio. O Gesù, Salvatore del mondo, Re del cielo e della terra, tu sei il mio tesoro, il mio amore, la gioia del mio cuore! San Giuseppe da parte sua, sebbene come semplice custode di Gesù non potesse esprimergli i medesimi sentimenti, tuttavia anch’egli invaso dalla gioia più viva e più santa non lasciava di sfogare il suo cuore nei più teneri accenti. E noi quali sentimenti proviamo ricevendo Gesù nel nostro cuore per la S. Comunione, o venendo a visitarlo nel SS. Sacramento? Non dobbiamo confessare che purtroppo le nostre comunioni e le nostre visite sono fredde, senza gusto spirituale e senza gioia alcuna del cuore?

Sentimenti di fede di Maria e di Giuseppe.

I sentimenti di gioia, che riempirono Maria e Giuseppe per la nascita di Gesù, erano la conseguenza dei sentimenti vivissimi della loro fede. Gesù Bambino, pur essendo vero Dio, sotto il velo della carne nascondeva al tutto la sua divinità, e nella carne istessa non appariva nulla più di quello che sono gli altri bambini appena nati. Di modo che era debole, sofferente, bisognoso di venir ricoperto, allattato, sostentato; come gli altri bambini piangeva, dormiva, non mostrava intelligenza di sorta; insomma sebbene a differenza di tutti gli altri bambini non avesse in sé il peccato e le impure sue conseguenze, era tuttavia – come dice S. Paolo – nella somiglianza della carne di peccato, umiliato e passibile: in similitudinem carnis peccati(Rom.. VIII, 3). Ora a riconoscere che questo Bambino era vero Dio. si richiedeva una vivissima fede. E tale fu propriamente la fede di Maria e di Giuseppe. Entrambi riconobbero in Lui il vero Figlio di Dio, incarnatosi e fattosi uomo per la salute del mondo, e come tale Maria lo adorò: Ipsum quem genuit, adoravit. E alle adorazioni di Maria si unirono ben tosto quelle di S. Giuseppe. Oh se anche noi avessimo nel cuore una fede somigliante a quella di Maria e di Giuseppe! La fede sarà tanto più viva in noi, quanto più sull’esempio di Maria e di Giuseppe saremo puri ed umili di cuore. – Mediteremo poi sopra gli atti interiori del Bambino Gesù appena nato. C’immagineremo di vedere questo Santo Bambino, che nel presepio si considera come sull’altare, di dove, sacerdote e vittima ad un tempo, si offre al suo Eterno Padre in espiazione dei nostri peccati. E prostrati in spirito dinanzi alla sua culla lo adoreremo e ringrazieremo di quanto comincia a operare in nostro vantaggio e gli prometteremo di non mandare a vuoto ciò che Egli ha tosto fatto per noi appena nato.

Gesù Bambino si offre al suo Divin Padre.

Secondo la testimonianza di S. Paolo, Gesù Cristo, entrando nel mondo, disse a Dio suo Padre: Tu non hai gradito i sacrifici di quelle vittime, che furono precedentemente offerte; e perciò a me hai formato un corpo, con cui io fossi atto a venir immolato in luogo di tutte le vittime precedenti per la tua gloria e per la salute del mondo, e questo corpo io te l’offro in espiazione dei peccati degli uomini fin da questo momento, compiendo perfettamente la tua santa volontà (Hebr., X , 5-7). Così adunque Gesù appena nato si offre vittima al suo Divin Padre per ripararlo delle nostre ingratitudini, colpe, tiepidezze, debolezze e miserie, e per espiarle comincia tosto a offrirgli quei patimenti che soffre nel suo tenero corpicciuolo. O vittima adorabile, come non esaltare e ringraziare la vostra bontà infinita? – Con quanta prontezza, con quanto zelo voi v’immolate per la mia salute! Ma se Gesù si offre tosto, appena nato, in sacrifizio al suo Divin Padre, c’insegna altresì che noi, dovendo imitarlo come nostro modello, dobbiamo menare volentieri una vita di sacrifizio per espiare i tanti peccati da noi commessi e cooperare in tal guisa alla nostra salvezza. Miseri noi se non siamo fermamente risoluti di immolare a Dio la nostra volontà, il nostro carattere, il nostro io, l’amore dei nostri comodi e delle nostre soddisfazioni! Molto facilmente lasceremo la via del bene per metterci su quella del disordine e della rovina.

Gesù Bambino prega il suo Divin Padre.

Gesù Bambino appena nato, oltre all’offrirsi al suo Divin Padre come vittima di espiazione per i nostri peccati, gli rivolse pure le più efficaci preghiere a nostro vantaggio, per implorarci la sua misericordia e impetrarci tutte le grazie, di cui abbiamo bisogno. Sì, Gesù ha cominciato le sue preghiere fin dal presepio, preghiere non espresse con parole, ma con lagrime, come furono poi altresì quelle offerte al suo Padre celeste dall’alto della croce. Nei giorni della sua carne, dice S. Paolo, offerse preghiere e suppliche con forti grida e con lagrime: in diebus carnis suæ preces supplicationesque… cum clamore valido et lacrimis offerens(Hebr., V, 7). E quanto furono ferventi talipreghiere! Costituito nostro Pontefice, resosi simile in tutto anoi, fuorché nel peccato, conoscendo in se stesso le infermitàe miserie nostre, ne sente la più tenera compassione, e volendo tosto alleviarle implora col massimo fervore su di noi la misericordiae la grazia di Dio. Oh bontà grande del mio Gesù!Voi appena nato rivolgete subito il pensiero a me, alla miameschinità e impotenza, e per me indirizzate al vostro DivinPadre i sentimenti del vostro cuore e le lagrime de’ vostri occhi, supplicandolo che si muova a pietà di me, che mi perdoni i miei peccati e mi conceda i suoi celesti favori! Voi senzaavere alcun bisogno di pregare, tuttavia appena nato, non curando i vostri patimenti, pregate per l’anima mia, e io contanto bisogno che ne ho, anche in mezzo ai patimenti, penso così poco a pregare! Concedetemi, o caro Gesù, che compren dal’importanza e la dolcezza della preghiera, e preghi anch’io e preghi con fervore.

Gesù Bambino glorifica il suo Divin Padre.

Gesù Bambino appena nato rinnovò l’atto di glorificazione, che al suo Divin Padre aveva fatto sin dal primo istante della sua Incarnazione. Giacché, siccome nessun’altra opera, neanche la creazione del cielo e della terra, fu di tanta gloria a Dio, quanto l’Incarnazione del Verbo eterno, così ora che l’Incarnazione di Lui si era manifestata al mondo con la sua nascita, Gesù dice con slancio: la mia gloria è un niente: gloria mea nihil est(S. Jo., VIII, 54), non mi preoccupo che della gloria di mio Padre: honorifico Patrem meum(S. Jo., VIII, 49). Così Egli rese tosto a Lui onore e gloria infinita per tutto ciò che aveva stabilito si avesse a fare per la salvezza degli uomini. Che zelo Ammirabile! Che purità di amore! Avviciniamoci a questo fuoco sacro, che arde in petto al Bambino Gesù per purificare le nostre azioni, guaste così spesso da mire ambiziose, che ci tolgono il merito delle nostre opere, e per accenderci anche noi di zelo per i grandi interessi della gloria di Dio. Non siamo noi tanto saldi per gli interessi della gloria nostra! Per acquistare, o per non perdere questa gloria, che cosa non diciamo, che cosa non facciamo, che cosa non soffriamo? E per la gloria di Dio invece siamo tanto freddi, tanto trascurati? Impariamo, sì, impariamo da Gesù Bambino a non dire, a non fare, a non desiderare nulla per l’amor proprio, per la lode e riputazione nostra, ma tutto per l’onore e la gloria di Dio. – Mediteremo ancora sopra gli omaggi resi dagli Angeli al Bambino Gesù. C’immagineremo di vederli raccolti intorno al presepio per adorare il Divin Salvatore, lodarlo e benedirlo. Ci uniremo a loro, pregando questi beati spiriti che vogliano congiungere le loro e le nostre adorazioni e benedizioni in una sola oblazione, che riesca così meno indegna del Divino Infante.

Gli angeli adorano il Bambino Gesù.

Essendo il Divin Salvatore nato pressoché incognito agli uomini, ancorché fosse stato predetto da tanti profeti e aspettato da tutto il mondo, tuttavia ben lo conobbero gli Angeli. Obbidienti all’ordine del Padre celeste di adorarlo, secondo che si apprende S. Paolo: cum introducit Primogenitum in orbem terræ dicit: Et adorent eum omnes angeli Dei(Hebr., I , 6), discesero tosto dal paradiso per prosternarsi in adorazione intorno al loro sovrano sotto la forma di tenero bambino. E chi può dire la loro ammirazione, il loro slancio d’amore e di ossequio davanti alle umiliazioni dell’eterno Figlio di Dio? Quanto più lo veggono impicciolito, tanto più riconoscono la sua infinita grandezza e tanto più si fanno con riverenza ad adorarlo. Confrontando le loro perfezioni con quelle di Lui, si riconoscono un nulla al suo cospetto e sentono ad ogni modo che quanto vi ha di bello e grande in loro, da Lui l’hanno ricevuto. E col sentimento della più viva gratitudine lo ringraziano e lo esaltano, e confessano che a Lui solo si devono onore e gloria, lode e benedizione per tutti i secoli dei secoli. Oh il bell’esempio, che ci danno in tal modo, del come dobbiamo diportarci con Gesù, che si trova pure realmente presente tra di noi nei santi tabernacoli! Quando entriamo nelle dimore del Dio Sacramentato, portiamovi gli stessi sentimenti e affetti, che ebbero gli Angeli nella grotta di Betlemme.

Gli angeli annunziano la nascita di Gesù.

Gli Angeli, non paghi di adorare essi il Santo Bambino, ardono della brama di guadagnargli altri adoratori. Uno, che piamente si crede essere stato l’Arcangelo Gabriele, a nome di tutti gli altri, prendendo vaghissima forma umana, apparve, in una fulgidissima luce, ad alcuni pastori che stavano vigilando alla custodia del gregge nei dintorni di Betlemme. E poiché per quella luce i pastori furono presi da gran timore, l’Angelo li rassicurò tosto dicendo: Non temete, perché io vengo ad annunziarvi una grande allegrezza, non solo per voi, ma anche per tutto il popolo: oggi è nato in Betlemme, città di David, il Salvatore, che è Cristo, il Messia aspettato da tutti i secoli; ed ecco il segnale a cui lo riconoscerete: troverete un bambino involto in pannicelli, messo dentro un presepio. Quando si ama Iddio, si ha zelo di farlo conoscere e amare anche dagli altri, e quanto più vivo è l’amore a Dio, tanto più ardente è lo zelo per acquistargli altri cuori amanti. Le persone religiose, che si sono consacrate a Dio per tendere meglio alla loro perfezione, si sono pure consacrate a Lui per zelare la sua gloria e la salute delle anime in quelle opere apostoliche, le quali mirano a farlo meglio conoscere, amare e servire. Questo ufficio compiamo noi davvero nel debito modo e con rettitudine di l’intenzione?

Gli angeli cantano gloria a Dio e pace agli nomini.

All’Angelo che era apparso ai pastori, si unì la moltitudine degli altri spiriti celesti lodando Dio e dicendo: Gloria a Dio negli altissimi cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà. Gloria a Dio negli altissimi cieli, perché la nascita del Bambino ci ha operato questo primo effetto di procurare a Dio, che abita nel più alto de’ cieli, una gloria infinita, essendoché l’abbassamento a cui si è assoggettato Gesù nella sua Incarnazione e nascita, è per Iddio un omaggio di valore infinito. Pace allora agli uomini di buona volontà, perché la nascita di Gesù ha operato questo secondo effetto di apportare la vera pace a tutti quegli uomini, che, essendo animati da buona volontà, amano praticamente la legge divina, operando il bene e fuggendo il peccato. Anche noi siamo venuti al mondo e vi dobbiamo vivere per dar gloria a Dio. Se persino il sole, la luna, le stelle, le piante, gli animali e tutte le altre creature irragionevoli esistono per dar gloria a Dio, quanto più noi dotati di ragione e d’intelligenza! Il che dobbiamo fare in due modi: praticando opere buone ogni volta che ce ne viene l’opportunità; facendo tutte le nostre azioni, anche indifferenti, per l’onore di Dio. Solo così acquisteremo tesori di meriti per l’eternità; solo così gusteremo intanto su questa terra un preludio di quella felicità, che si gode in cielo nel possesso della pace del Signore, pace che Dio dà realmente a godere a quelli che lo amano e lo servono, anche in mezzo alle tribolazioni del mondo. – Mediteremo infine sopra la santa condotta tenuta dai pastori chiamati dall’Angelo alla grotta di Betlemme. C’immagineremo di vederli davanti alla culla del Bambino Gesù, in atto di vagheggiarlo con gioia ineffabile e di adorarlo col più profondo rispetto. Prostrandoci in ispirito accanto a loro, adoreremo anche noi il Divin Salvatore e lo ringrazieremo d’averci concessa una fortuna anche maggiore di quella concessa ai pastori, potendolo noi ricevere dentro i nostri cuori per mezzo della Santa Comunione.

I pastori si recano prontamente alla capanna.

Con quale prontezza i buoni pastori si recarono alla grotta di Betlemme! Il Vangelo ci dice che appena gli Angeli si furono ritirati da loro verso il cielo, i pastori presero a dirsi l’uno all’altro: Andiamo sino a Betlemme a vedere quello che è ivi accaduto, come il Signore ci ha manifestato. E andarono con prestezza: et venerunt festinantes(S. Luc. , II, 15). Lasciarono dunque i loro armenti e partirono senza indugio, ancorché fosse nel cuor della notte. Le buone ispirazioni sono messaggi celesti che c’invitano a lasciare il male e a operare il bene. Quante volte non ne facciamo caso o lasciamo che si spengano nel nostro cuore, perché differiamo a metterle in pratica! Se in questi santi giorni si faranno sentire più forti le ispirazioni della grazia, che ci chiamino a far sacrifizio di noi stessi, del nostro amor proprio, delle nostre comodità, per dedicarci interamente all’amore del Bambino Gesù, arrendiamoci ad esse con tutta prestezza. I pastori assecondano senza più l’invito dell’Angelo, perché sono uomini umili e semplici e credono tosto a quanto è stato loro detto. Così anche noi ci arrenderemo facilmente alle divine inspirazioni, se avremo umiltà e semplicità, scacciando dall’animo nostro quei sentimenti di orgoglio, che soli sono la causa, per cui non seguiamo l’invito dei celesti messaggi..

I pastori adorano Gesù nella capanna.

I pastori arrivati alla grotta vi trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino giacente nella mangiatoia. Con che divozione e fede l’adorarono! Oh come, piegati i ginocchi e giunte le mani, saranno stati estatici a rimirarlo! Ed ecco a quali persone il Signore manifestò se medesimo prima che ad altre. Oh come il Signore intende le cose a rovescio del mondo, il quale si mostra sempre incantato dallo splendore delle ricchezze, della gloria e dell’umana sapienza, dando le sue preferenze a coloro che di tutto ciò sono ammantati! E la condotta che Gesù tiene dalla nascita è quella che seguirà mai sempre; perciocché – dice San Paolo – il Signore elegge le cose stolte del mondo per confondere le sapienti, le cose deboli per confondere le forti, le cose ignobili, le spregevoli e quelle che sono reputate un nulla per distruggere quelle che sono stimate assai, affinché non vi sia alcun uomo che abbia ardire di darsi vanto dinanzi a Lui (I Cor., I, 27-29). Di qui dobbiamo imparare che non la nostra abilità, sapienza, valentia induce il Signore a farci favori speciali e a chiamarci all’onore di compiere le sue grandi imprese, ma l’umiltà, la semplicità, la rettitudine. Non lasciamo, no, di mettere il nostro impegno ad acquistare scienza, idoneità e pratica per compiere bene certi uffici, essendo pur questo il nostro dovere; ma più di tutto adoperiamoci ad avere in noi quelle virtù, per le quali solanto possiamo piacere a Dio, ed essere da Lui prescelti e aiutati a far del bene.

I pastori ritornano giubilanti dalla capanna.

I pastori, poiché ebbero resi i loro omaggi al Bambino Gesù, se ne ritornarono alle loro abitazioni pieni di santo giubilo, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e veduto, conforme era stato ad essi predetto, di guisa che tutti quelli, che li sentivano a parlare, restarono meravigliati delle cose da essi riferite (S. Luc., II, 18, 20). Ecco quello che dovremmo fare anche noi quando il Signore per grazia sua ci fa sentire le dolcezze della vita cristiana e delle pratiche devote. Con il nostro contegno, più ancora che con le parole, dovremmo glorificare e lodare Iddio al cospetto degli uomini, dimostrando loro coi fatti che la vita veramente cristiana, anziché riuscire di peso, arreca consolazioni e gioie ineffabili; che sono veramente beati coloro che abitano per la grazia, per l’orazione, e per la frequenza dei Sacramenti, nella casa del Signore; che vale infinitamente più un’ora passata davanti al tabernacolo, che non mille giorni trascorsi nelle case dei peccatori: così il nostro prossimo sarebbe indotto dal nostro esempio a fare anch’esso la prova.

I sermoni del Curato d’Ars: http://www.exsurgatdeus.org/2019/12/24/i-sermoni-del-curato-dars-per-il-giorno-di-natale/

CREDO

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XCII: 1-2
Deus firmávit orbem terræ, qui non commovébitur: paráta sedes tua, Deus, ex tunc, a sǽculo tu es.
[Iddio ha consolidato la terra, che non vacillerà: il Tuo trono, o Dio, è stabile, fin dal principio, fin dall’eternità Tu sei.]

Secreta

Múnera nostra, quǽsumus, Dómine, Nativitátis hodiérnæ mystériis apta provéniant, et pacem nobis semper infúndant: ut, sicut homo génitus idem refúlsit et Deus, sic nobis hæc terréna substántia cónferat, quod divínum est.

Pro S. Anastasia.

Acipe, quǽsumus, Dómine, múnera dignánter obláta: et, beátæ Anastásiæ Mártyris tuæ suffragántibus méritis, ad nostræ salútis auxílium proveníre concéde.

[Le nostre offerte, o Signore, riescano atte ai misteri dell’odierna Natività e ci infondano pace duratura: affinché, come il Tuo Figlio nascendo uomo rifulse quale Dio, così queste offerte terrene conferiscano a noi ciò che è divino.]
Pro S. Anastasia.
[O Signore, Te ne preghiamo, accogli favorevolmente i doni offerti: e concedi che, per i meriti della beata Anastasia, Martire Tua, giovino a soccorso della nostra salvezza.]

COMUNIONE SPIRITUALE http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Zach IX:9
Exsúlta, fília Sion, lauda, fília Jerúsalem: ecce, Rex tuus venit sanctus et Salvátor mundi

[Esulta, o figlia di Sion, giubila, o figlia di Gerusalemme: ecco che viene il tuo Re santo, il Salvatore del mondo.]

Postcommunio

Orémus.
Hujus nos, Dómine, sacraménti semper nóvitas natális instáuret: cujus Natívitas singuláris humánam réppulit vetustátem.

Orémus.
Pro S. Anastasia.
Satiásti, Dómine, famíliam tuam munéribus sacris: ejus, quǽsumus, semper interventióne nos réfove, cujus sollémnia celebrámus.

(Hai saziato, o Signore, la tua famiglia con i sacri doni: confortaci sempre, Te ne preghiamo, mediante l’intercessione della Santa di cui celebriamo la festa. )

PREGHIERE LEONINE http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

ORDINARIO DELLA MESSA

PRIMA MESSA DI NATALE – DURANTE LA NOTTE

SANTO NATALE

Doppio di I Cl. con ottava privileg. di III ord. – Paramenti bianchi.

PRIMA MESSA • DURANTE L A NOTTE.

Stazione a S. Maria Maggiore all’altare del Presepe.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Il Verbo, generato nell’eternità del Padre, (Com. Grad.) ha elevato fino all’unione personale con sé il frutto benedetto del seno verginale di Maria, ciò che significa che la natura umana e la natura divina sono legate in Gesù nell’unità di una sola Persona, che è la seconda Persona della SS. Trinità. E, come quando si parla di figliolanza, è la persona che si designa, si deve dire che Gesù è il Figlio di Dio perché la sua persona è divina; è il Verbo incarnato. Perciò Maria è la Madre di Dio; non perché essa abbia generato il Verbo, ma perché ha generato l’umanità che il Verbo si è unito nel mistero dell’Incarnazione; mistero di cui la nascita di Gesù a Betlemme fu la prima manifestazione al mondo. Si comprende allora perché la Chiesa canti ogni anno a Natale: « Puer natus est nobis et Filius datus est nobis»; un fanciullo è nato per noi, un figlio ci viene dato, (Intr., Allei.). Questo Figlio è il Verbo incarnato, generato come Dio dal Padre nel giorno dell’eternità: Ego hodie genui te, e che Dio genera come uomo nel giorno dell’Incarnazione: Ego hodie genui te; perché con l’assunzione della sua umanità in Dio « assumptione humanitatis in Deum » (Simbolo di S. Atanasio), il Figlio di Maria è nato alla vita divina, ed ha Dio stesso per Padre, perché Egli è unito ipostaticamente a Dio Figlio. – «Con grande amore, dice S. Leone, il Verbo incarnato ha ingaggiato la lotta contro satana per salvarci, perché l’onnipotente Signore ha combattuto con il crudelissimo nemico non nella maestà di Dio, ma nella debolezza della nostra carne » (5a Lez.). E la vittoria che ha riportato, malgrado la sua debolezza, mostra che Egli è Dio. – Fu nel mezzo della notte, che Maria mise al mondo il Figlio primogenito e lo depose in una mangiatoia. Cosi la Messa si celebra a mezzanotte nella Basilica di S. Maria Maggiore, dove si conservano le reliquie della mangiatoia. – Questa nascita in piena notte è simbolica. È il « Dio da Dio, luce da luce » (Credo) che disperde le tenebre del peccato. « Gesù è la vera luce che viene a illuminare il mondo immerso nelle tenebre » (Or.). «Col Mistero dell’Incarnazione del Verbo, dice il Prefazio, un nuovo raggio di splendore del Padre ha brillato agli occhi della nostra anima, perché, mentre conosciamo Iddio sotto una forma visibile, possiamo esser tratti da Lui all’amore delle cose invisibili ». « La bontà del nostro Dio Salvatore si è dunque manifestata a tutti gli uomini per insegnarci a rinunciate alle cupidigie umane, per redimerci da ogni bassezza e per fare di noi un popolo gradito, e fervente di buone opere» (Ep.). «Si è fatto simile a noi perché noi diventiamo simili a Lui (Secr.) e perché dietro il suo esempio possiamo condurre una vita santa » (Postcom.). « È cosi che vivremo in questo mondo con temperanza, giustizia e pietà, attendendo la lieta speranza e l’avvento della gloria del nostro grande Iddio Salvatore e nostro Gesù Cristo » (Ep.). Come durante l’Avvento, la prima venuta di Gesù ci prepara dunque alla seconda.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps II:7.
Dóminus dixit ad me: Fílius meus es tu, ego hódie génui te. (Il Signore disse a me: tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato).
Ps II: 1
Quare fremuérunt gentes: et pópuli meditáti sunt inánia?
[Perché si agitano le genti: e i popoli ordiscono vani disegni?]

Dóminus dixit ad me: Fílius meus es tu, ego hódie génui te. [Il Signore disse a me: tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato].

Oratio

Orémus.
Deus, qui hanc sacratíssimam noctem veri lúminis fecísti illustratióne claréscere: da, quǽsumus; ut, cujus lucis mystéria in terra cognóvimus, ejus quoque gáudiis in coælo perfruámur:

[O Dio, che questa notta sacratissima hai rischiarato coi fulgori della vera Luce, concedici, Te ne preghiamo, che di Colui del quale abbiamo conosciuto in terra i misteriosi splendori, partecipiamo pure i gaudii in cielo:]

Lectio

Léctio Epístolæ beati Pauli Apóstoli ad Titum
Tit II: 11-15
Caríssime: Appáruit grátia Dei Salvatóris nostri ómnibus homínibus, erúdiens nos, ut, abnegántes impietátem et sæculária desidéria, sóbrie et juste et pie vivámus in hoc sǽculo, exspectántes beátam spem et advéntum glóriæ magni Dei et Salvatóris nostri Jesu Christi: qui dedit semetípsum pro nobis: ut nos redímeret ab omni iniquitáte, et mundáret sibi pópulum acceptábilem, sectatórem bonórum óperum. Hæc lóquere et exhortáre: in Christo Jesu, Dómino nostro.

[Carissimo: La grazia salvatrice di Dio si è manifestata per tutti gli uomini e ci ha insegnato a rinnegare l’empietà e le mondane cupidigie, e a vivere in questo mondo con temperanza, giustizia e pietà, aspettando la lieta speranza e la manifestazione gloriosa del nostro grande Iddio e Salvatore nostro Gesù Cristo. Egli ha dato sé stesso per noi, a fine di riscattarci da ogni iniquità, e purificare per sé un popolo suo proprio, zelante per buone opere. Insegna queste cose e raccomandale: in nome del Cristo Gesù, Signore nostro.]

Aspirazione. Siate benedetto, o mio divin Salvatore, che vi siete degnato di scendere dal cielo e rivestirvi di nostra carne mortale, per venire ad insegnarmi il cammino giustizia! Riconoscente a sì grande amore e per  profittare di un sì gran benefizio, rinunzio ad ogni empietà e ad ogni inimicizia, ai piaceri della carne ed a tutte le azioni, parole, pensieri che potessero dispiacervi, e prometto fermamente di vivere con temperanza, giustizia e pietà. Deh! la vostra grazia, o mio Dio, mi renda fedele ai disegni che essa m’ispira! (L. Goffinè: Manuale per la santif. della Domenica, etc …)

Graduale

Ps CIX: 3; 1
Tecum princípium in die virtútis tuæ: in splendóribus Sanctórum, ex útero ante lucíferum génui te.
[Con te è il principato dal giorno della tua nascita: nello splendore dei santi, dal mio seno ti ho generato, prima della stella del mattino.]

V. Dixit Dóminus Dómino meo: Sede a dextris meis: donec ponam inimícos tuos, scabéllum pedum tuórum. Allelúja, allelúja.

[V. Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra: finché ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi. Allelúia, allelúia.]

Ps II: 7
V. Dóminus dixit ad me: Fílius meus es tu, ego hódie génui te. Allelúja.

[V. Il Signore disse a me: tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secundum S. Lucam
S. Luc II: 1-14
In illo témpore: Exiit edíctum a Cæsare Augústo, ut describerétur univérsus orbis. Hæc descríptio prima facta est a præside Sýriæ Cyríno: et ibant omnes ut profiteréntur sínguli in suam civitátem. Ascéndit autem et Joseph a Galilæa de civitáte Názareth, in Judæam in civitátem David, quæ vocatur Béthlehem: eo quod esset de domo et fámilia David, ut profiterétur cum María desponsáta sibi uxóre prægnánte. Factum est autem, cum essent ibi, impléti sunt dies, ut páreret. Et péperit fílium suum primogénitum, et pannis eum invólvit, et reclinávit eum in præsépio: quia non erat eis locus in diversório. Et pastóres erant in regióne eádem vigilántes, et custodiéntes vigílias noctis super gregem suum. Et ecce, Angelus Dómini stetit juxta illos, et cláritas Dei circumfúlsit illos, et timuérunt timóre magno. Et dixit illis Angelus: Nolíte timére: ecce enim, evangelízo vobis gáudium magnum, quod erit omni pópulo: quia natus est vobis hódie Salvátor, qui est Christus Dóminus, in civitáte David. Et hoc vobis signum: Inveniétis infántem pannis involútum, et pósitum in præsépio. Et súbito facta est cum Angelo multitúdo milítiæ coeléstis, laudántium Deum et dicéntium: Glória in altíssimis Deo, et in terra pax hóminibus bonæ voluntátis.

[In quel tempo: Uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava di fare il censimento di tutto l’impero. Questo primo censimento fu fatto mentre Quirino era preside della Siria. Recandosi ognuno a dare il nome nella propria città, anche Giuseppe, appartenente al casato ed alla famiglia di Davide, andò da Nazareth di Galilea alla città di Davide chiamata Betlemme, in Giudea, per farsi iscrivere con Maria sua sposa, ch’era incinta. E avvenne che mentre si trovavano lì, si compì per lei il tempo del parto; e partorì il suo figlio primogenito, lo fasciò e lo pose in una mangiatoia, perché non avevano trovato posto nell’albergo. Nello stesso paese c’erano dei pastori che pernottavano all’aperto e facevano la guardia al loro gregge. Ed ecco apparire innanzi ad essi un Angelo del Signore e la gloria del Signore circondarli di luce, sicché sbigottirono per il gran timore. L’Angelo disse loro: Non temete, perché annuncio per voi e per tutto il popolo un grande gaudio: infatti oggi nella città di Davide è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore. Questo sia per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia. E d’un tratto si raccolse presso l’Angelo una schiera della Milizia celeste che lodava Iddio, dicendo: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.]

Omelia

(A. Carmignola – Sac. sales. -: MEDITAZIONI; VOL. I, S. E. I. Torino, 1942)

Cominceremo dal riflettere sui motivi che ebbe la Divina Provvidenza nell’editto di Cesare Augusto. C’immagineremo di vedere Iddio che dall’alto de’ cieli tiene rivolto il suo sguardo di compiacenza sopra il suo Divin Figlio e che, giunta la pienezza dei tempi da Lui stabiliti per la sua nascita, dispone ogni cosa per essa. Adoreremo questa divine disposizioni e imploreremo da Gesù l’aiuto di saperci sottomettere anche noi a tutto ciò che il Signore dispone per il nostro bene.

Primo motivo dell’editto di Cesare Augusto.

L’imperatore romano Cesare Augusto, divenuto padrone di quasi tutto il mondo, volendo fare il censimento dell’impero emana un decreto, per il quale tutti i suoi sudditi devono recarsi nella loro città natale a dare il proprio nome. Ma sebbene sia egli l’autore materiale del decreto ed abbia per movente la sua saggezza amministrativa, pure in realtà è Iddio che ordina così, affinché il suo divin Figlio abbia a nascere nella città indicata dai profeti, e la sua regale discendenza sia confermata dagli atti pubblici. Così adunque gli uomini si agitano, ma Dio li conduce e ne fa convergere tutte le azioni all’adempimento perfetto dei disegni della sua Provvidenza. Oh! se noi fossimo ben persuasi diquesta verità, che solo Iddio regola tutti gli avvenimenti del Mondo con sapienza infinita, con forza irresistibile e con bontà paterna, noi vedremmo sempre la mano di Lui che tutto dirige ed ordina per nostro bene e per la sua gloria! Tante volte, è vero, le ragioni che Iddio ha nel suo governo ci sono ignote, i suoi disegni sfuggono alla corta vista del nostro intelletto; ma sicuri che in cielo comprenderemo ogni cosa, adoriamo intanto la Provvidenza Divina. E ciò non solo per riguardo alla storia del mondo, ma ancora per ciò che spetta a ciascuno di noi. Gesù ci ha insegnato che un capello solo non cade dalla nostra testa senza permissione divina ( S. Luc., XXI, 18). Nelle contrarietà dunque abbandoniamoci a Dio; questo abbandono sarà per noi fonte di pace e di consolazione.

Secondo motivo dell’editto di Cesare Augusto.

Giunto anche in Nazaret l’editto imperiale, a cui dovevano ottemperare anche i Giudei, divenuti quasi sudditi romani, Maria e Giuseppe si accingono senz’altro a recarsi a Betlemme, loro terra natale, ancorché si tratti di un viaggio lungo, a piedi, per strade montane, in stagione cruda. Ma ciò essi fanno perché lo stesso Bambino Gesù con le sue ispirazioni li anima a compiere la volontà di Dio, espressa per la volontà di un re. – Oh esempio di obbedienza, che ci dà Gesù non ancor nato, volando sottomettere sé, la sua madre e il suo futuro padre nutrizio al decreto di Cesare! Vicino a manifestarsi agli uomini vuol subito offrir loro l’esempio di questa virtù, con la quale viene a ripararne l’orgoglio. Per la disobbedienza di Adamo, – dice S. Paolo (Rom., V, 19) – gli uomini furono costituiti peccatori, e per l’obbedienza di Gesù gli uomini devono diventare giusti. Purtroppo dal giorno in cui Adamo superbamente disobbedì a Dio, penetrò negli uomini il disdegno degli altrui comandi, benché legittimi, affine di far prevalere la propria volontà. E Iddio volendo sradicare dal cuore degli uomini un sì grave disordine stabilisce che venga fuori un editto, cui il suo Divin Figlio incarnato si sottometta, offrendosi tosto a noi come modello della più perfetta obbedienza. Dinanzi a tanto esempio come non ti animerai tu a obbedire in tutto e sempre?

Terzo motivo dell’editto di Cesare Augusto.

Il Signore dispose che l’editto di Cesare Augusto desse occasione al suo Divin Figlio di compiere un viaggio prima ancora di nascere, perché con esso si appalesasse ben tosto la missione che Egli veniva a compiere e quanto gli sarebbe premuto di muovere in cerca di noi per salvarci. Giuseppe, figliuolo di Giacobbe, mandato dal padre in cerca dei suoi fratelli, interrogato da chi lo incontrava, rispondeva: Fratres meos quæro, cerco i miei fratelli (Gen., XXXVII, 16). Or ecco la parola che Gesù benedetto va ripetendo in quel viaggio penoso. Infatti il Vangelo ci attesta che Gesù è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto: Venit quærere et salvum facere quod perierat (S. Luc., XIX, 10). Egli altro non vuole che cercare i suoi fratelli per salvarli Fratres meos quæro, fratres meos quæro. Ed oh! come si reputerà felice, se dopo tanto soffrire potrà ritrovare coloro che Egli cerca, e stringerseli al cuore! E noi non l’abbiamo già troppo a lungo costretto a correrci dietro, chiamandoci con insistenza? È tempo che ci fermiamo nella nostra fuga, che ci stacchiamo dal nostro orgoglio, dalle nostre vanità, dalle nostre insensatezze, e moviamo incontro a Lui con uno slancio di amore e di fede, massime in questo tempo.  – Mediteremo ora sopra l’indifferenza dei cittadini di Betlemme per Maria e Giuseppe, indifferenza per la quale Gesù nacque in una povera capanna fuori di quella città. C’immagineremo l’affanno dei due santi sposi e la calma del Verbo incarnato, il quale prima ancora di nascere c’insegna a sopportare per amor di Dio i maltrattamenti altrui. Adoreremo il Divin Verbo in queste sue interiori disposizioni e lo pregheremo con ardore di volercene rendere partecipi.

I Betlemmiti rifiutano Gesù.

Maria e Giuseppe, compiuto il penoso viaggio da Nazaret a Betlemme, si recarono tosto dal pubblico ufficiale per dare il proprio nome e quello di Gesù, indi mossero in cerca di una casa ove riparare la notte. Si aggirano di porta in porta, benché stanchi dal cammino; ma non trovano persona amica o cortese, che li accolga presso di sé. Oh se i Betlemmiti avessero conosciuto chi erano quei due pellegrini e chi doveva nascere in quella notte! Ah! tutti avrebbero voluto dar loro la propria Abitazione o li avrebbero forzati a entrare nella casa più bella che vi fosse in quella città. Al contrario non conoscendoli e son sapendo il gran mistero di quella notte, mentre provvedono di buon alloggio tutti i forestieri di agiata condizione, con tutta indifferenza lasciano in abbandono Maria e Giuseppe e con essi il Salvatore del mondo. Tant’è, Gesù è venuto nella sua città natale e i suoi concittadini non gli han dato ricetto: In propria venit et sui Eum non receperunt (S. Jo., I , 11). A Betlemme si può raffigurare quell’anima, in cui Gesù sarebbe pronto a nascere con la sua grazia, ma che per attacco alle misere vanità del mondo lo respinge da sé. E tale anima non sarebbe per avventura la nostra? Ma che cosa ci possiamo aspettare di bene dalle meschinità della terra? Deh! alla vista di Gesù, pronto a visitare lanostra anima per arricchirla dei suoi celesti favori, liberiamoci tosto dagli attacchi terreni e cediamo in essa il posto al nostro buon Redentore.

Nel pubblico albergo non c’è posto per Gesù.

Maria e Giuseppe, respinti da ogni casa, furono costretti a presentarsi al pubblico albergo. Non si trattava, è vero, che di un recinto quadrato contornato da un portico lunghesso le mura, sotto al quale conveniva distendere delle stuoie per adagiarvisi sopra. Ma almeno avrebbero avuto un riparo in città, frammezzo a gente, che poteva porgere un po’ di aiuto. Eppure nemmeno lì si trova un posto: non erat eis locns in diversorio (S. Luc., II, 7). Il Creatore e Signore del cielo e della terra non troverà dunque in Betlemme un luogo qualsiasi, ove fare la sua entrata nel mondo? Gesù – dice S. Agostino – permette che fra le mura di Betlemme gli manchi una stanza, per vedere se tu, o Cristiano, pensi ad aprirgliela dentro il cuor tuo: non erat eis locus in diversorio, ut tu locum illi præberes in eorde tuo.Se in questo momento Maria si presentasse a me in cerca diun cuore, ove posare il suo Divin Figlio, le potrei offrire il cuormio! Dio lo voglia: ma voi intanto, o Vergine Santa, aiutatemia rendere il mio cuore meno indegno di dare ricetto al vostroDivin Figlio.

Gesù nasce in una grotta.

Maria e Giuseppe respinti non solo dalle case private di Betlemme, ma persino dal pubblico albergo, escono alla campagna e cercano tra l’oscurità e la solitudine un misero tugurio ove ricoverarsi. Trovano finalmente una grotta scavata nella collina, una di quelle grotte, che servivano di rifugio ai pastori sorpresi dalle intemperie nella custodia del gregge. E lì in quella grotta solitaria, mentre tutto all’intorno era profondissimo silenzio e le stelle sul firmamento segnavano la mezzanotte, da Maria Vergine nacque Gesù Cristo, eterno Dio e Figlio dell’Eterno Padre! Oh grotta benedetta! Per quanto umile e meschina, tu sei diventata il luogo santo, la casa di Dio, la porta del Cielo. Così Gesù ci ha fatto conoscere quanto ami l’oscurità e la solitudine, e come a nascere nell’anima nostra con l’abbondanza delle sue grazie voglia che essa per amore di oscurità e di solitudine si renda simile alla grotta di Betlemme. Oh se noi fossimo persuasi di queste grandi verità: che quanto più noi amiamo di essere oscuri, di tenerci nascosti, di vivere lontani dall’ammirazione del mondo e dalle sue frivole conversazioni, tanto più Iddio si avvicinerà a noi, ci parlerà al cuore, ci farà godere della sua amabile presenza e delle sue consolazioni! Come ameremmo di più la vita di ritiro! Come cercheremmo meno di metterci in evidenza! Quanta minor cura avremmo di attirare su di noi gli altrui sguardi! E quanta maggior pace godremmo! – Mediteremo infine sopra la povertà e abbiezione della capanna di Betlemme, in cui volle nascere il Divin Salvatore. C’immagineremo di vedere il Bambino Gesù che accetta con gioia di nascere nella povertà, nello spogliamento e nella miseria, avendo stabilito da tutta l’eternità di dare fin dalla sua nascita la preferenza a tutto ciò che lo separa dal mondo e lo abbassa e lo umilia, per insegnare anche a noi il distacco dalla terra, l’amore agli abbassamenti e alle umiliazioni. Prostrandoci dinanzi a Lui col nostro spirito lo adoreremo umilmente e lo pregheremo di mettere nel nostro cuore quei sentimenti, che ha manifestato di avere nel suo all’atto della sua nascita.

Povertà della capanna di Betlemme.

Che povera stanza era quella in cui nacque il Re del Cielo! Una misera stalla destinata a rifugio degli animali, mal difesa dalle intemperie dell’aria, sprovvista di ogni mobile, con soltanto una meschina mangiatoia e un po’ di paglia. Perché si abbassò cotanto Colui che non poteva essere degnamente albergato nel più sontuoso palagio, e a cui nemmeno gli Angeli avrebbero potuto preparare una degna abitazione? Egli ci volle in tal modo insegnare che conto si debba fare delle cose del mondo. Difatti, che cosa sono mai davanti a Dio l’oro, l’argento, le pietre preziose, i più ricchi abbigliamenti, i più sontuosi palagi, e tutte le grandezze mondane? Tutto ciò davanti a Dio non conta più del fango e della spazzatura. Ma quanti purtroppo mettono la loro felicità nel possesso del danaro, nel godersi le comodità e gli agi della vita, nelle belle comparse, nelle ricche vesti, nelle pompe del secolo, nelle più sciocche vanità! Noi che in effetto abbiamo rinunziato ai beni caduchi della terra possiamo dire d’avervi rinunziato altresì con l’affetto? Ah! sefinora il nostro cuore ha ceduto al fascino delle misere cose di questo mondo, non sia più così dinanzi al grande insegnamento di Gesù Bambino.

Confronto della capanna di Betlemme con l’anima nostra.

Ben a ragione ci sorprende la degnazione che ebbe il Re del cielo col nascere in una capanna sì misera; ma ancora più dobbiamo meravigliarci della degnazione, che Egli ha, di venire a prendere dimora nell’anima nostra per mezzo della Santa Comunione. Difatti, paragonando l’anima nostra a quella capanna, non dobbiamo riconoscere che la miseria della nostra anima è di gran lunga superiore a quella della capanna betlemmitica? Tutta la povertà di questa era solo materiale, mentre l’anima nostra è misera spiritualmente, disadorna delle cristiane virtù, e sordida per tanti peccati. Eppure Egli si degna di visitarla e di abitarvi, oh quanto frequentemente! Ma dovrà sempre trovare questa sua casa così poco degna di Lui? Se fossimo stati là a Betlemme, e avessimo saputo che in quella capanna doveva nascere il Re del Cielo, che premura ci saremmo presa di mondarla e purificarla da ogni sozzura, di ripararla dal rigore della stagione, di provvederla del necessario! Avremmo fatto tutto il possibile perché quell’abitazione di animali diventasse una stanza meno indecente per il Divin Salvatore. Ora questo dobbiamo fare nell’anima nostra, perché quando Gesù viene in essa con la Santa Comunione vi si trovi meno a disagio. Sebbene sia vero che anche col peccato veniale possiamo accostarci quotidianamente alla Comunione, tuttavia il nostro studio ha da essere quello di evitarlo, di staccarne affatto il cuore e di adornare l’anima nostra delle virtù cristiane e religiose.

I due animali della capanna di Betlemme.

Secondo l’antichissima tradizione, ritenuta dalla Chiesa nella sua liturgia, c’erano nella capanna di Betlemme un bue e un giumento, che stando dappresso alla mangiatoia, in cui fu deposto il Bambino Gesù, col loro fiato mitigavano il rigore della fredda aria notturna. Grande argomento di umiltà! Canta la Chiesa: Colui che risplende nei cieli di gloria eterna, giaceva nel presepio tra due animali! Come poteva maggiormente abbassarsi il R e del cielo per insegnare anche a noi l’abbassamento? Eppure quanto facilmente rigettiamo tale insegnamento! Noi cerchiamo tutto ciò che serve a conciliarci la stima degli uomini, non vogliamo cedere nei nostri puntigli, ci irritiamo se siamo ripresi di qualche mancamento, andiamo dietro alle vanità mondane. Dinanzi all’infinita maestà del Signore così umiliata, ceda ogni pretesto che ci tragga a far atti di superbia e c’induca ben anche a commettere gravi errori con danno incalcolabile dell’anima nostra e con scandalo delle anime altrui. Ecco la più bella disposizione del nostro cuore per diventare abitacolo gradito a Gesù.

I Sermoni del curato d’Ars:http://www.exsurgatdeus.org/2019/12/24/i-sermoni-del-curato-dars-per-il-giorno-di-natale/

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XCV:11:13
Læténtur cæli et exsúltet terra ante fáciem Dómini: quóniam venit.

[Si allietino i cieli, ed esulti la terra al cospetto del Signore: poiché Egli è venuto.]

Secreta

Acépta tibi sit, Dómine, quǽsumus, hodiérnæ festivitátis oblátio: ut, tua gratia largiénte, per hæc sacrosáncta commércia, in illíus inveniámur forma, in quo tecum est nostra substántia:

[Ti sia gradita, o Signore, Te ne preghiamo, l’offerta dell’odierna solennità: affinché, aiutati dalla tua grazia, mediante questi sacrosanti scambi, siamo ritrovati conformi a Colui nel quale la nostra sostanza è unita alla Tua:]

Prefatio de Nativitate Domini

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Quia per incarnáti Verbi mystérium nova mentis nostræ óculis lux tuæ claritátis infúlsit: ut, dum visibíliter Deum cognóscimus, per hunc in invisibílium amorem rapiámur. Et ideo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes: Sanctus …

COMUNIONE SPIRITUALE http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps CIX: 3
In splendóribus Sanctórum, ex útero ante lucíferum génui te.

[Nello splendore dei santi, dal mio seno ti ho generato, prima della stella del mattino.]

Postcommunio

Orémus.
Da nobis, quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, qui Nativitátem Dómini nostri Jesu Christi mystériis nos frequentáre gaudémus; dignis conversatiónibus ad ejus mereámur perveníre consórtium:

[Concedici, Te ne preghiamo, o Signore Dio nostro, che celebrando con giubilo, mediante questi sacri misteri, la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, meritiamo con una vita santa di pervenire al suo consorzio:]

PREGHIERE LEONINE http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: PER IL GIORNO DI NATALE

PER IL GIORNO DI NATALE

(Secondo Sermone)

Sul Mistero

“Evangelizo vobis gaudium magnum; natus est vobis hodie Salvator”.

Vengo  a portarvi una lieta novella: oggi vi è nato un Salvatore (S. Luc. II, 11)

Far sapere ad un moribondo che un abile medico lo trarrà dalle porte della morte e gli restituirà una salute perfetta, quale felice notizia, fratelli miei! Ma è infinitamente più felice è quella che l’Angelo porta a tutti gli uomini nella persona dei pastori. Il demone aveva ferito mortalmente la nostra anima attraverso il peccato. Vi aveva messo tre passioni fatali, da cui scaturiscono tutte le altre: vale a dire l’orgoglio, l’avarizia e la sensualità. Sì, fratelli miei, eravamo tutti sotto queste vergognose passioni, come dei malati senza speranza che aspettano solo la morte eterna, se Gesù Cristo non fosse venuto in nostro aiuto. Ma questo tenero Salvatore viene al mondo nell’umiliazione, nella povertà, nella sofferenza, per distruggere questo lavoro del diavolo e per applicare rimedi efficaci alle ferite crudeli che questo antico serpente ci aveva fatto. Sì, fratelli miei, è questo tenero Salvatore pieno di carità che viene a guarirci e a meritarci la grazia, con una vita umile, povera e mortificata; e per eccitarci in modo più efficace alla pratica di queste virtù, Egli stesso vuole darcene l’esempio. Questo è ciò che vediamo mirabilmente nella sua nascita. Egli ci prepara, con le sue umiliazioni e la sua obbedienza, un rimedio per il nostro orgoglio; con la sua estrema povertà, un rimedio al nostro amore per i beni di questo mondo; col suo stato di sofferenza e di mortificazione, un rimedio al nostro amore per i piaceri dei sensi, e quindi ci rende spirituali e ci apre la porta del cielo. Preziosa è questa grazia, fratelli miei, ma poco conosciuta dalla maggior parte dei Cristiani. Questo Messia, fratelli miei, questo tenero Salvatore, viene nel mondo per salvarlo. Tuttavia, il Vangelo ci dice che nessuno vuole riceverlo; ed Egli è obbligato a nascere in una stalla su di una manciata di paglia. No, fratelli miei, non possiamo fare a meno di incolpare la condotta degli Ebrei nei confronti di questo divino Gesù. Ma, ahimè, la condotta che abbiamo noi verso di Lui è ancora più crudele, poiché gli Ebrei non lo conoscevano come Messia, mentre noi lo conosciamo come nostro vero Dio. Pertanto, fratelli miei, vi mostrerò il grande bene che questa nascita ci offre e che è il nostro modello in tutto ciò che dobbiamo fare.

I. Per capire, fratelli miei, la grandezza dei beni che la nascita di Gesù Cristo ci ha procurato, è necessario essere in grado di comprendere lo stato infelice in cui il peccato di Adamo ci aveva fatto precipitare, cosa che non potremo mai compiutamente fare. Vi dico, quindi, che la prima ferita del nostro cuore è l’orgoglio. Questa passione, fratelli miei, così pericolosa, consiste in un fondo di amore proprio e di stima di noi stessi, per cui: 1 ° non ci piace dipendere da nessuno, 2 ° non temiamo nulla quanto essere umiliati agli occhi degli uomini e 3° cerchiamo tutto ciò che possa elevarci nelle loro menti. Ecco, fratelli miei, le fatali passioni che Gesù Cristo viene a combattere con la sua nascita nella più profonda umiltà. Non solo, Egli vuole dipendere da suo Padre e obbedirgli in tutto; vuole ancora obbedire agli uomini e dipendere in qualche modo dalla loro volontà. In effetti, l’imperatore Augusto, per vanità, interesse o capriccio, ordinò che tutti i suoi sudditi fossero censiti e che ogni famiglia in particolare dovesse essere registrata nel luogo da cui essa proveniva, donde era stata presa, e derivava la sua origine. Ma l’obbedienza di Gesù era così grande, che appena fu pubblicato l’editto, la Beata Vergine e San Giuseppe si misero in cammino. Quale lezione, fratelli miei, Dio obbedisce alle sue creature e vuole dipendere da esse! Ahimè! Quanto ne siamo lontani! Con quanti inutili pretesti non cerchiamo di dispensarci dall’obbedire ai Comandamenti di Dio o agli ordini di coloro che prendono il suo posto nei nostri confronti! Che vergogna per noi, o meglio, fratelli miei, qual orgoglio il non voler mai obbedire, ma ordinare sempre, credere che abbiamo sempre ragione e mai torto! – Ma andiamo oltre, fratelli miei, vedremo qualcosa di più. Dopo un viaggio di oltre quaranta leghe, Maria e Giuseppe arrivarono a Betlemme. Ditemi, quando questa città ha ricevuto il suo Dio, il suo Salvatore, avrebbe dovuto mettere limiti gli onori che gli si dovevano? Non dovremmo forse dire in questo momento, come nella sua entrata a Gerusalemme: « Beato colui che viene nel nome del Signore, Gloria gli sia resa nel più alto dei cieli? Ma no, questo tenero Salvatore viene solo per soffrire! E vuole iniziare fin dalla nascita. Tutti lo respingono; nessuno vuole ospitarli. Ecco a cosa è ridotto il padrone dell’universo, il Re del cielo e della terra, disprezzato e respinto dagli uomini, costretto a prendere in prestito dagli animali una dimora. Mio Dio! Che umiliazione! Che annientamento! No, fratelli miei, niente ci è così penoso, come gli insulti, il disprezzo e i rifiuti! Ma se noi consideriamo quelli che il Salvatore ha ricevuto alla nascita, avremo il coraggio di lamentarci, vedendo il Figlio di Dio ridotto a tale umiliazione? Impariamo, fratelli miei, a soffrire tutto ciò che può accaderci, con pazienza e con spirito di penitenza. Quale felicità per un Cristiano poter imitare in qualcosa il suo Dio e il suo Salvatore! – Andiamo oltre e vedremo che Gesù Cristo, ben lungi dal voler cercare ciò che potesse rivelarlo agli occhi degli uomini, vuole al contrario nascere nell’oscurità, nell’oblio; vuole che solo i poveri pastori siano informati della sua nascita da un Angelo che viene ad annunciare questa lieta notizia. Ditemi, fratelli miei, dopo un simile esempio, chi di noi potrebbe ancora conservare un cuore gonfio, animoso pieno di vanità e desideri stima, lode e considerazione del mondo? Vedete, fratelli miei, e contemplate questo tenero Bimbo; vedetelo già versare lacrime d’amore, che piange i nostri peccati, per i nostri mali. Ah! fratelli miei, che esempio di povertà, di umiltà, di distacco dai beni della vita! Lavoriamo, fratelli miei, onde diventare umili e spregevoli ai nostri occhi – dice Sant’Agostino -, se un Dio ha così disprezzato tutte le cose create, come potremmo noi amarle? Se fosse stato permesso di amarle, Colui che divenne uomo per noi ce lo avrebbe certo comandato. Questo, fratelli miei, è il rimedio che il divino Salvatore applica alla nostra prima piaga, che è l’orgoglio. – Ma ne abbiamo una seconda che non è meno pericolosa, e questa seconda ferita che il peccato ha fatto nel cuore dell’uomo, è l’avarizia; intendo parlare dell’amore disordinato delle ricchezze e dei beni di questa vita. Ahimè! questa passione sta causando il caos nel mondo! San Paolo, che la conosceva ancor meglio di noi, afferma che essa è la fonte di tutti i tipi di vizi. Non è forse a causa di questo maledetto interesse che avvengono le ingiustizie, i desideri, gli odi, i pregiudizi, le cause legali, i litigi, le animosità e la durezza verso i poveri? Da questo, fratelli miei, possiamo forse stupirci che Gesù Cristo, che è venuto sulla terra per guarire le passioni degli uomini, sia nato nella più grande povertà, nelle privazioni di tutte le comodità che sembrano così necessarie all’uomo? Innanzitutto vediamo che Egli sceglie una povera madre. Vuole essere il figlio di un povero artigiano. Dato che i profeti avevano annunciato che Egli sarebbe nato dalla famiglia reale di David, al fine di conciliare questa nobile origine con il suo amore per la povertà, ha permesso che al momento della sua nascita, questa illustre famiglia, cadesse in povertà. Ma non si ferma qui: Maria e Giuseppe, sebbene molto poveri, avevano una misera casa a Nazareth; ma anche questa è troppo per Lui, perché non vuole nascere in un posto che apparteneva a loro; per questo costringe la sua santa Madre a recarsi a Betlemme nel momento in cui deve metterlo al mondo. Tuttavia, a Betlemme, che era la patria di suo padre David, forse avrebbe potuto trovare delle risorse, specialmente tra i suoi parenti. Ma no, nessuno vuole riconoscerlo, nessuno vuole offrirgli un alloggio. Per Lui non c’è niente. Ditemi dove andrà questo divino Salvatore per proteggersi dalle intemperie del tempo, dal momento che tutti i posti sono già occupati? Giuseppe e Maria si presentano in diverse locande; ma no! sono poveri e per loro non c’è posto! Oh, amabile Salvatore, in quale stato di disprezzo e di abbandono vi vedo ridotto? – Giuseppe e Maria sono ansiosi di cercare da ogni parte. Alla fine vedono un fienile dove gli animali si ritirano in caso di maltempo; si era in inverno, si era all’aperto, quasi quanto in mezzo alle strade. – E cosa mai? Fratelli miei! una stalla esser l’abitazione di un Dio!? Sì, fratelli miei, sì, è lì che Dio vuole nascere. Non toccava che a Lui nascere nei più magnifici palazzi; ma no! Il  suo amore per la povertà non sarebbe stato soddisfatto … una stalla sarà il suo palazzo, una greppia la sua culla, un po’ di paglia comporrà tutto il suo letto, delle miserabili fasce saranno tutti i suoi ornamenti e dei poveri pastori formeranno la sua corte. Ditemi, fratelli miei, poteva Egli darci una lezione migliore sul disprezzo che dobbiamo noi avere dei beni e delle ricchezze di questo mondo? Poteva farci comprendere meglio l’amore che dobbiamo avere per la povertà e per il disprezzo? Venite, fratelli mie, voi che siete così attaccati alle cose della terra, ascoltate la lezione che vi dà questo divino Salvatore, e se non lo sentite ancora parlare – dice San Bernardo – ascoltate questa stalla, ascoltate la sua culla e le bende che lo fasciano! Cosa ci dice tutto questo? Ciò che Gesù Cristo stesso ci dirà un giorno:  « Guai a voi, ricchi del secolo. » Ah, quanto è difficile a coloro che attaccano i loro cuori ai beni di questo mondo, il salvarsi. Ma, mi direte, perché è così difficile per quelli che sono ricchi di cuore salvarsi? È perché, fratelli miei, i ricchi, se non hanno un cuore distaccato dai loro beni, sono pur pieni di orgoglio, disprezzano i poveri, si aggrappano alla vita presente, sono privi dell’amore di Dio: diciamo meglio, le ricchezze sono lo strumento di tutte le passioni. Ah! guai ai ricchi perché è così difficile per loro salvarsi! Preghiamo dunque, fratelli miei, questo bimbo sdraiato su una manciata di paglia, privo di tutto ciò che è necessario alla vita dell’uomo. Guardiamoci bene, fratelli miei, dal non attaccare i nostri cuori a cose così vili e spregevoli, poiché se avremo la sfortuna di non saperli usare bene, produrranno la perdita della nostra povera anima. Possano i nostri cuori essere poveri in modo da poter partecipare alla nascita di questo Salvatore. Voi vedete bene che Egli non chiama che i poveri, mentre i ricchi non arrivano che molto tempo dopo, per insegnarci che la ricchezza ci porta via da Dio, quasi senza che ce ne accorgiamo. – Possiamo concordare sul fatto che questo stato del Salvatore debba essere molto confortante per i poveri, poiché hanno un Dio come loro padre, loro modello e loro amico. Ma i poveri devono, se vogliono ricevere la ricompensa promessa ai poveri – che è il regno dei cieli – imitare il loro Salvatore, sopportare, sopportare la loro povertà nello spirito di penitenza, senza mormorare, senza invidiare i ricchi, ma, al contrario, compatirli perché sono molto in pericolo per quanto riguarda la loro salvezza; non devono lanciar maledizioni contro di loro, ma seguire l’esempio di Gesù Cristo, che si è ridotto all’estrema miseria, sebbene volontariamente. Egli non si lamenta, ma al contrario, versa lacrime sulle disgrazie dei ricchi; con questo, fratelli miei, ha guarito entrambe le ferite che il peccano ci ha fatto. Ma ancora va oltre, gli resta da guarire la terza ferita che il peccato ci ha fatto, che è la sensualità. Ma la sensualità consiste nell’amore disordinato dei piaceri che gustiamo con i sensi. È da questa fatale passione che nasce l’eccesso nel bere e nel mangiare, l’amore per il proprio benessere, le comodità della vita dolce e l’impurità; in una parola, tutto ciò che la legge di Dio ci ha proibito. Cosa fa il nostro Salvatore per guarirci da questa pericolosa malattia e da questo vizio? Egli è nato, fratelli miei, nella sofferenza, nelle lacrime e nelle mortificazioni: nasce durante la notte, nella stagione più rigorosa dell’anno. Appena nato, giace su un pugno di paglia e in una povera stalla completamente aperta. Ah! uomo sensuale, avido, impudico, entra in questo abisso di miseria e vedrai cosa fa un Dio per guarirti. Credetemi, fratelli miei, è là il vostro Dio, il vostro Salvatore, il vostro tenero Redentore? Sì, direte. Ma, se lo credete, dovete pure imitarlo. Ahimè! Quanto la nostra vita è lontana dalla sua! Ahimè! Vedete, fratelli miei, Egli soffre e voi non volete soffrire nulla! Egli si sacrifica per la vostra salvezza e voi non volete fare nulla per guadagnarla. Ahimè! Come vi comportate nel suo servizio (religioso)? Tutto vi scoraggia, tutto vi dà fastidio; appena si vedono fare le vostre Pasque; le vostre preghiere sono o manchevoli, o mal fatte; appena vi si vede assistere ai santi Uffici, ancora, fratelli miei, come vi comportate? Ah! le lacrime, le sofferenze di questo divin Bambinello, sono per voi terribili minacce. Guai a voi! Ah! Guai a voi che ora ridete, perché verrà un giorno in cui verserete lacrime; e queste lacrime saranno tanto più intense in quanto non si prosciugheranno mai. Il regno dei cieli – ci dice – subisce violenza; esso non è che per coloro che la fanno continuamente a se stessi. Felici – dice questo tenero Salvatore – felici quelli che piangono in questo mondo, perché un giorno saranno consolati. Chiunque prende Gesù Cristo come modello, dalla sua culla alla croce, è beato! Infatti ha di che incoraggiarsi! Ha qualcosa da imitare! Che armi potenti per respingere il demonio! Diciamo meglio: la vita dell’imitazione di Gesù Cristo è una vita da santo. – La storia ce ne fornisce un buon esempio; qui vediamo che una vedova che possedeva pochi beni, ma virtù e zelo per la salvezza dei suoi figli, aveva una figlia di dieci anni di nome Dorothea. Questa bambina era vivace, e incline alla dissipazione; la madre temeva che questa bambina potesse perdersi con i suoi piccoli compagni; la mise in una pensione con una maestra virtuosa per addestrarla alla virtù. Ella fece mirabili progressi nella sua pietà e tenne nel cuore tutti i buoni consigli che le aveva dato la sua maestra; ma soprattutto si proponeva Gesù Cristo come modello in tutte le sue perfezioni. Quando è stata restituita a sua madre, ella è stata l’esempio e la consolazione di tutta la sua famiglia. Non si lamentava mai di nulla, era paziente, gentile, ubbidiente, sempre serena, con uguale umore nel suo lavoro e nelle croci che le venivano incontro, casta, ostile ad ogni vanità, rispettosa di tutti, ben disposta verso tutti, sia nel linguaggio che nell’amor di servizio, sempre unita a Dio. Tale condotta la rese presto oggetto di stima per l’intera parrocchia; ma, come al solito, i falsi saggi che sono ciechi e orgogliosi, ne erano arrabbiati perché, senza saperlo, essi non sono virtuosi e saggi se non perché tutti li stimano tali; essi non possono soffrirne degli altri, per timore che non si faccia più attenzione a loro e che tutta la stima gli sia tolta. Questo è quello che è successo a questa ragazza. Alcuni compagni invidiosi si studiarono di offuscare la sua reputazione, chiamandola ipocrita e falsa devota. Ma Dorothea accettò tutto questo senza lamentarsi; lo subì per amore di Gesù Cristo e non mancò mai di amare coloro che la calunniarono. Ma la sua innocenza era nota e tutti ne avevano ancora più stima. Il curato della parrocchia, ammirando in lei i felici effetti della grazia ed il frutto che questa ragazza portava tra coloro che la frequentavano, le disse un giorno: « Dorothea, ti prego di dirmi in confidenza, come vivi, come ti comporti con i tuoi compagni? » – « Signore – rispose lei – mi sembra che io non faccia che molto poco rispetto a quello che dovrei fare. Mi sono sempre ricordata di un avviso che la mia maestra mi ha dato quando avevo solo dodici anni. Mi ha ripetuto molte volte di propormi Gesù Cristo come modello in tutte le mie azioni e in tutte le mie traversie. Questo è quello che ho cercato di fare. Ecco come lo faccio: quando mi sveglio e mi alzo, rappresento il Bambino Gesù che, al risveglio, si è offerto a Dio suo Padre in Sacrificio; per imitarlo, mi offro in sacrificio a Dio, dedicando la mia giornata a Lui, con tutte le mie fatiche e tutti i miei pensieri. Quando prego, immagino che Gesù preghi suo Padre nel giardino degli Ulivi a faccia in giù, e nel mio cuore, mi unisco a questa disposizione divina. Quando lavoro, penso che Gesù Cristo, così stanco, lavora per la mia salvezza e, lungi dal lamentarmi, unisco con amore e rassegnazione le mie opere alle sue. Quando mi viene comandato qualcosa, mi immagino Gesù Cristo sottomesso, obbediente alla Beata Vergine e a San Giuseppe, e in quel momento unisco la mia obbedienza alla sua. Se mi viene ordinato qualcosa di duro e doloroso, penso immediatamente che Gesù Cristo si sottomise alla morte della croce per salvarci; quindi accetto con tutto il cuore tutto ciò che mi viene comandato, per quanto difficile possa essere. Se uno parla di me, se mi dice durezze e insulti, non rispondo a nulla, soffro pazientemente, ricordando che Gesù Cristo ha sofferto in silenzio e senza lamentarsi delle umiliazioni, delle calunnie, i tormenti e gli obbrobri più crudeli; io penso allora che Gesù fosse innocente e non meritasse ciò che gli si faceva soffrire al posto mio, che sono una peccatrice, e merito più di quanto possa io mai soffrire. Quando prendo i miei pasti, immagino Gesù che prende i suoi con modestia e frugalità per lavorare alla gloria di suo Padre; se mangio qualcosa di disgustoso, penso immediatamente al fiele che Gesù Cristo ha assaggiato sulla croce, e gli faccio il sacrificio della mia sensualità. Quando ho fame o non ho abbastanza da mangiare, non smetto di essere felice, ricordando che Gesù Cristo ha trascorso quaranta giorni e quaranta notti, ed ha sofferto una fame crudele per amore mio e per espiare le intemperanze degli uomini. Quando prendo qualche momento di svago, quando parlo con qualcuno, immagino quanto fosse dolce e gentile Gesù Cristo con tutti. Se ascolto cattivi discorsi o vedo commettere qualche peccato, chiedo immediatamente a Dio perdono, rappresentandomi quanto Gesù Cristo avesse il cuore trafitto dal dolore nel vedere suo Padre offeso. Quando penso agli innumerevoli peccati commessi nel mondo, quanto Dio sia oltraggiato sulla terra, gemo, sospirando; io mi unisco alle disposizioni di Gesù Cristo, che diceva a suo Padre, parlando dell’uomo: « Ah! Padre, il mondo non ti conosce. » Quando vado a confessarmi, immagino che Gesù pianga i miei peccati nel Giardino degli Ulivi e sulla croce. Se frequento la Santa Messa, unisco immediatamente la mia mente e il mio cuore alle sante intenzioni di Gesù, che si sacrifica sull’altare per la gloria di suo Padre, per l’espiazione dei peccati degli uomini e per la salvezza di tutti. Quando sento cantare qualche cantico o ascolto le lodi di Dio, mi rallegro in Dio, mi rappresento questo glorioso cantico e la felice serata che Gesù Cristo trascorse con i suoi Apostoli dopo l’istituzione dell’adorabile Sacramento. Quando vado a riposarmi, immagino Gesù Cristo che vada a riposarsi unicamente per prendere nuova forza per la gloria di suo Padre, o immagino pure che il mio letto sia molto diverso dalla croce sulla quale Gesù Cristo si coricò come un agnello, offrendo a Dio il suo spirito e la sua vita; poi mi addormento dicendo queste parole di Gesù Cristo sulla croce: « Padre, metto il mio spirito nelle vostre mani. » Il curato, non potendo trattenersi dall’ammirare tanta luce in una giovane ragazza del villaggio, le disse: « Oh, Dorothea, quanto siete beata, e quante consolazioni avete nel vostro stato! » – « È vero che ho delle consolazioni al servizio di Dio; ma devo confessare che ho molte battaglie da sostenere: devo fare grandi violenze, sopportare le beffe di coloro che mi deridono e superare le mie passioni, che sono molto vivaci. Se il buon Dio mi fa delle grazie, permette anche che abbia molte tentazioni. A volte sono nel dolore; a volte, il disgusto per la preghiera mi travolge. « Che cosa fai – le dice il curato – per superare la tua ripugnanza e le tue tentazioni? « Quando sono – gli dice ella – nelle torture dello spirito, mi rappresento il Salvatore nel Giardino degli Ulivi, abbattuto, torturato e afflitto fino alla morte; oppure me lo rappresento abbandonato e senza consolazione sulla croce, e, unendomi a Lui, dico subito queste parole che Egli stesso pronunciò nel giardino degli ulivi: « Mio Dio, sia fatta la vostra volontà ». Per quanto riguarda le mie tentazioni, quando provo una certa attrazione per entrare in certe compagnie, nelle veglie, nelle danze e nei divertimenti pericolosi, o quando ho delle tentazioni violente per acconsentire a qualche peccato, immagino a me stesso Gesù-Cristo che mi dice queste parole: Eh! come, figlia mia, mi vuoi lasciare, per darti al mondo e ai suoi piaceri? Vuoi riprendere il tuo cuore per donarlo alla vanità e al diavolo? Non ci sono già abbastanza persone che mi offendono? Vuoi metterti dalla loro parte e abbandonare il mio servizio? Immediatamente, gli rispondo dal profondo del mio cuore: « No, mio ​​Dio, non ti abbandonerò mai, ti sarò fedele fino alla morte! Dove andrò, Signore lasciandoti? Tu solo hai parole di vita eterna! » Queste parole mi riempiono sul momento di forza e di coraggio. « Nelle conversazioni che hai con i tuoi compagni – le dice il curato – di cosa parlate? » – « Io parlo loro delle stesse cose di cui mi sono presa la libertà di parlarvi, dico loro di proporre Gesù Cristo come modello di tutte le loro azioni, da ricordare nelle loro preghiere, nei loro pasti, nel loro lavoro, nelle conversazioni, nei dolori della vita, di agire nel modo in cui Gesù Cristo si sarebbe comportato in queste occasioni, e sempre unendosi alle sue intenzioni divine; dico loro che sto usando questa santa pratica e che la trovo buona, che non c’è niente di più grande e nobile del voler seguire e imitare Gesù Cristo, e che non c’è niente di più grande e di più nobile che servire un Maestro così buono. » – Oh! beata l’anima, fratelli miei, che ha preso Gesù Cristo come sua guida, suo modello prediletto. Quante grazie, quante consolazioni che non si provano mai a servizio del mondo! Ecco, fratelli miei, le consolazioni che avreste se voleste darvi la pena di educare bene i vostri figli ed ispirar loro, non la vanità e l’amore dei piaceri del mondo, ma di prendere Gesù Cristo come modello in tutto ciò che fanno. Oh! che lumi felici! Oh! I genitori amati da Dio!

II. – Sì, fratelli miei, non è solo per riscattarci che Gesù Cristo è venuto, ma anche per servirci da esempio, ci dice: « Sono venuto per cercare e salvare ciò che era perduto; » E in un altro posto dice: « Io vi ho dato l’esempio, in modo che facciate quello che vedete che Io  faccio. » Quando San Giovanni battezzò Gesù Cristo nel Giordano, sentì l’eterno Padre dire: « Ecco, questi è il Figlio mio diletto, ascoltatelo. » Egli vuole che ascoltiamo le sue parole e che imitiamo le sue virtù. Egli non le ha praticati se non per mostrarci cosa dovessimo fare noi. Poiché i Cristiani sono figli di Dio, devono seguire le orme del loro Maestro, che è Gesù Cristo stesso. Sant’Agostino ci dice che un Cristiano che non vuole imitare Gesù Cristo non merita di essere chiamato Cristiano. Ci dice in un altro luogo: « … l’uomo è creato per imitare Gesù Cristo, che si è fatto uomo per rendersi visibile e perché potessimo imitarlo. Nel giorno del Giudizio, noi saremo esaminati nel vedere se la nostra vita sia stata conforme a quella di Gesù Cristo dalla nascita alla morte. Tutti i Santi che entrarono in Paradiso vi entrarono solo perché hanno imitato Gesù Cristo. Un buon Cristiano deve imitare la sua carità, che è una virtù che ci porta ad amare Dio con tutto il nostro cuore ed il prossimo come noi stessi. Gesù Cristo amò suo Padre dal momento del concepimento fino alla morte, dicendo: Io faccio sempre ciò che piace al Padre mio. Egli non si è accontentato di dirlo, ma ha dato la propria vita per riparare gli oltraggi che il peccato gli aveva fatto. Ama il suo prossimo, non solo come se stesso, ma più di se stesso, poiché ha dato il suo sangue e la sua vita per trarci fuori dall’inferno. Dobbiamo, come Gesù Cristo, amare il buon Dio con tutto il nostro cuore; preferirlo a tutto, non amare nulla se non in relazione a Lui. Dobbiamo amare il nostro prossimo come noi stessi, vale a dire, con il fargli tutto ciò che noi vorremmo fosse fatto a noi stessi, facendo tutto ciò che dipende da noi per aiutarlo a salvare la sua povera anima. – In secondo luogo, dobbiamo imitare la sua povertà e il suo distacco dalle cose della vita. Vedete, fratelli miei, come Egli è nato povero, ha vissuto povero ed è morto povero, poiché prima di morire ha permesso che gli fossero strappare tutti i suoi vestiti. Durante la sua vita non ha mai avuto nulla di suo in particolare. Ah! un bell’esempio di disprezzo per le cose della terra! – In terzo luogo, noi dobbiamo imitare la sua dolcezza. Egli ci dice: « Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore. San Bernardo ci dice che Egli possiede la dolcezza nel suo nome che è quello di Gesù. Quando gli Apostoli volevano mandare il fuoco dal cielo in una città della Samaria, che non aveva voluto ricevere il Salvatore: « volete – gli dissero i suoi discepoli – che diciamo al fuoco del cielo di scendere su questa città? » Nostro Signore rispose loro: « Voi non sapete cosa state chiedendo; il Figlio dell’uomo non è venuto sulla terra per perdere anime, ma per salvarle. » Imitiamo la sua dolcezza verso Dio, ricevendo dolcemente tutto ciò che viene da Lui, i pene, dolori ed altri mali. Cerchiamo di essere buoni verso il nostro prossimo, non lasciamoci andare alla collera contro di lui; ma trattiamolo con gentilezza, con carità. Cerchiamo di essere così gentili anche con noi stessi; non agiamo mai per capriccio o per rabbia; se cadiamo in qualche errore, non dobbiamo prendercela con noi stessi; ma umiliarci profondamente davanti a Dio e, senza molto tormentarci, continuare le nostre pratiche religiose. Beati – dice Gesù Cristo – sono coloro che hanno un cuore dolce perché possederanno la terra, cioè il cuore degli uomini. – In quarto luogo, dobbiamo imitare la sua umiltà. Egli ci dice: « Imparate da me che sono umile di cuore. » La sua umiltà è stata così grande che, sebbene fosse il Re di tutti, volle essere l’ultimo di tutti gli uomini! Guardate quanto pratichi l’umiltà, nascendo in una stalla, abbandonato da tutti. Egli ha voluto essere circonciso, cioè, farsi considerare un peccatore, Lui che era la santità stessa, incapace di giammai peccare; Egli ha sofferto quando lo si chiamava stregone, indemoniato, seduttore; ha sempre nascosto ciò che poteva farlo stimare agli occhi degli uomini. Ha voluto lavare i piedi ai suoi Apostoli e persino al traditore Giuda, sebbene sapesse bene che doveva tradirlo; infine, Egli ha voluto essere venduto come un vile schiavo, trascinato con la corda al collo per le strade di Gerusalemme, come se fosse stato il più criminale del mondo. Cercate, fratelli miei, di imitare la sua grande umiltà nascondendo il bene che fate, soffrendo pazientemente gli insulti, il disprezzo e tutte le persecuzioni che possono essere portate contro di voi, sull’esempio di Gesù Cristo. – Noi dobbiamo ancora imitare la sua pazienza. Egli è stato paziente rimanendo rinchiuso nove mesi nel seno di sua madre, Egli che il cielo e la terra non possono contenere. Qual pazienza nel conversare con gli uomini, molti dei quali erano induriti e carichi di crimini. Quale pazienza durante tutta la sua passione! Lo si prende, lo si lega, lo ricoprono di piaghe, lo flagellano, lo attaccano alla croce, lo si fa morire, senza che abbia detto una sola parola per lamentarsi. Imitiamo, fratelli miei, questa pazienza quando siamo disprezzati e perseguitati ingiustamente. Imitiamo ancora la sua preghiera. Egli ha pregato versando lacrime di sangue. Ah! Fratelli miei, che felicità per noi la nascita di questo divin Salvatore! Noi dobbiamo solo seguire le sue orme; dobbiamo solo fare quello che ha fatto Egli stesso. Che gloria per dei Cristiani avere in Gesù Cristo un modello di tutte le virtù che dobbiamo praticare, per compiacerlo e salvare le nostre anime! Padri e madri addestrate i vostri figli su questo bellissimo modello, proponete loro spesso le virtù di Gesù Cristo come esempio. Felice notizia, che dal cielo ci porta l’Angelo nella persona dei pastori, poiché con essa abbiamo tutto: il cielo, la salvezza della nostra anima e il nostro Dio. È ciò  che io vi auguro  …

DOMENICA IV DI AVVENTO (2019)

DOMENICA IV DI AVVENTO (2019)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione alla Chiesa dei 12 Apostoli.

Dom. privil. Semid. di II cl. Paramenti violacei.

Come tutta la liturgia di questo periodo, la Messa della Quarta Domenica dell’Avvento, ha lo scopo di prepararci al doppio Avvento di Cristo, avvento di misericordia a Natale, nel quale noi commemoriamo la venuta di Gesù, e avvento di giustizia alla fine del mondo. L’Introito, il Vangelo, l’Offertorio e il Communio fanno allusione al primo, l’Epistola si riferisce al secondo, e la Colletta, il Graduale e l’Alleluia possono applicarsi all’uno e all’altro. Le tre grandi figure delle quali si occupa la Chiesa durante l’Avvento ricompaiono in questa Messa. Isaia, Giovanni Battista e la Vergine Maria. Il Profeta Isaia annuncia di S. Giovanni Battista, che egli è: « la voce di colui che grida nel deserto: preparate la via del Signore, appianate tutti i suoi sentieri, perché ogni uomo vedrà la salvezza di Dio ». E la parola del Signore si fece sentire a Giovanni nel deserto: ed egli andò in tutti i paesi intorno al Giordano e predicò il battesimo di penitenza (Vang.). « Giovanni, spiega S. Gregorio, diceva alle turbe che accorrevano per essere battezzati da lui: Razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire la collera che sta per venire? La collera infatti che sovrasta è il castigo finale, e non potrà fuggirlo il peccatore, se non ricorre al pianto della penitenza. « Fate dunque frutti degni di penitenza. In queste parole è da notare che l’amico dello sposo avverte di offrire non solo frutti di penitenza, ma frutti degni di penitenza. La coscienza di ognuno si convinca di dover acquistare con questo mezzo un tesoro di buone opere tanto più grande quanto egli più si fece del danno con il peccato » (3° Nott.). « Iddio, dice anche S. Leone, ci ammaestra Egli stesso per bocca del Santo Profeta Isaia: Condurrò i ciechi per una via ch’essi ignorano e davanti a loro muterò le tenebre in luce, e non li abbandonerò. L’Apostolo S. Giovanni ci spiega come s’è compiuto questo mistero quando dice: Noi sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza perché possiamo conoscere il vero Iddio ed essere nel suo vero Figlio » (2° Nott.). – Per il grande amore che Dio ci porta ha inviato sulla terra il Suo unico Figlio, che è nato dalla Vergine Maria. Proprio questa Vergine benedetta ci ha dato di fatto Gesù; così, nel Communio, la Chiesa ci ricorda la profezia di Isaia: « Ecco che una Vergine concepirà epartorirà l’Emmanuele », e nell’Offertorio ella unisce in un solo saluto le parole indirizzate a Maria dall’Arcangelo e da Santa Elisabetta, che troviamo nei Vangeli del mercoledì e del venerdì precedenti: « Gabriele, (nome che significa « forza di Dio »), è mandato a Maria — scrive S. Gregorio — perché egli annunziava il Messia che volle venire nell’umiltà e nella povertà per atterrare tutte le potenze del mondo. Bisognava dunque che per mezzo di Gabriele, che èla forza di Dio, fosse annunciato Colui che veniva come il Signore delle Virtù, l’Onnipotente e l’Invincibile nei combattimenti, per atterrare tutte le potenze del mondo » (35° Serm.). La Colletta fa allusione a questa «grande forza» del Signore, che si manifesta nel primo avvento, perché è nella sua umanità debole e mortale che Gesù vinse il demonio, come anche ci parla dell’apparizione della sua«grande potenza» che avverrà al tempo del suo secondo avvento, quando, come Giudice Supremo, verrà nello splendore della sua maestà divina, a rendere a ciascuno secondo le sue opere (Ep.). Pensando che, nell’uno e nell’altro di questi avventi, Gesù, nostro liberatore, è vicino, diciamogli con la Chiesa « Vieni Signore, non tardare ».

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitu

Exod XVI :16; 7
Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus [Oggi saprete che verrà il Signore e ci salverà: e domattina vedrete la sua gloria.]
Ps XXIII: 1
Dómini est terra, et plenitúdo ejus: orbis terrárum, et univérsi, qui hábitant in eo. [Del Signore è la terra  e quanto essa contiene; il mondo e tutti quelli che vi abitano.]
Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus.

[Oggi saprete che verrà il Signore e ci salverà: e domattina vedrete la sua gloria.]

Oratio 

  Excita, quǽsumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni: et magna nobis virtúte succúrre; ut per auxílium grátiæ tuæ, quod nostra peccáta præpédiunt, indulgéntiæ tuæ propitiatiónis accéleret: [O Signore, Te ne preghiamo, súscita la tua potenza e vieni: soccòrrici con la tua grande virtú: affinché con l’aiuto della tua grazia, ciò che allontanarono i nostri peccati, la tua misericordia lo affretti.]

Lectio

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Corinthios
1 Cor IV: 1-5
Fratres: Sic nos exístimet homo ut minístros Christi, et dispensatóres mysteriórum Dei. Hic jam quaeritur inter dispensatóres, ut fidélis quis inveniátur. Mihi autem pro mínimo est, ut a vobis júdicer aut ab humano die: sed neque meípsum judico. Nihil enim mihi cónscius sum: sed non in hoc justificátus sum: qui autem júdicat me, Dóminus est. Itaque nolíte ante tempus  judicáre, quoadúsque véniat Dóminus: qui et illuminábit abscóndita tenebrárum, et manifestábit consília córdium: et tunc laus erit unicuique a Deo.

Lezione tratta dalla prima Lettera dell’Apostolo S. Paolo ai Corinti, Cap. IV, v. 1. 5.

“Fratelli mici, così ci consideri ognuno come ministri di Cisto, e dispensatori dei misteri di Dio. Del resto poi ciò che si richiede ne’ dispensatori è che sian trovati fedeli. A me pochissimo importa di esser giudicato da voi, o in giudizio umano; anzi nemmeno io giudico di me stesso. Poiché non ho coscienza di nessun male; ma non per questo sono giustificato; e chi mi giudica, è il Signore. Onde non vogliate giudicare prima del tempo, finché venga il Signore: il quale rischiarerà i nascondigli delle tenebre, e manifesterà i consigli de’ cuori, ed allora ciascuno avrà lode da Dio”.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

A qual fine la Chiesa fa leggere oggi questa lettera?

Per avvertire quelli che ieri ricevettero i sacri ordini a distinguersi per la fedeltà ai loro doveri e per la Santità della vita, quanto sono distinti per l’alta dignità del loro stato; per ispirare il rispetto dovuto ai sacerdoti. che sono i ministri di Gesù Cristo, e i dispensatori dei divini misteri; ed in ultimo per ricordare ai Fedeli questa seconda venuta del Figliuolo dell’uomo; ed invitarli così a giudicarsi da se stessi, a purificare il loro cuore per la festa del Natale, ed a ricevere degnamente Gesù Cristo come Salvatore, sicché non l’abbiamo a temer come Giudice.

In che qualità Gesù Cristo si serve dei Sacerdoti?

Se ne serve in qualità di economi, di dispensatori dei santi misteri, di mediatori e di ambasciatori. Perciò Iddio ordina tanto espressamente di riverirli. I sacerdoti che governano bene siano doppiamente onorati, in particolar modo quelli che si affaticano nella predicazione e nell’istruire. (Lett. prima a Timoteo cap. V. v. 17.).

I Sacerdoti possono amministrare i sacramenti a loro piacere?

No, come gli economi non possono fare a loro volontà.  Essendo gli economi di Gesù Cristo, debbono conformarsi al suo volere, esercitar fedelmente il loro ufficio, e per conseguenza non dare ai cani ciò che è santo, cioè non dar l’assoluzione, o conferire altri Sacramenti ai non degni. Nelle prediche non debbono cercare né di lusingar l’orecchio né di far mostra del loro ingegno, ma predicare la dottrina di Gesù Cristo con tutta la gravità e dignità conveniente, né guardare al giudizio degli uomini, siccome faceva s. Paolo.

Perché i Sacerdoti non debbono guardare al giudizio degli uomini?

Perché spesso avviene che gli uomini giudicano dall’apparenza, e non secondo la verità, per passione, per amor proprio, per spirito di parte, e non secondo giustizia; danno elogio e biasimo senza attendere al merito; sono incostanti nei loro giudizi, approvando ciò che prima censurarono, e censurando quel che approvarono: trovano cattivo ciò che piace a Dio, e buono ciò che gli dispiace; e tutto quanto gli uomini dicono di noi non può togliere né aggiunger niente al nostro merito innanzi a Dio: il giudizio di Dio, sempre conforme alla verità, è il solo al quale debbono riguardare i Sacerdoti e tutti gli altri Cristiani. Qual follia dunque è quella di coloro che seguono le mode scandalose del mondo e si conformano ai suoi corrotti costumi, per non dispiacergli; si uniscono a compagnie pericolose, per non comparir singolari; lasciano le pratiche di religione per umano rispetto, e dimandan sempre: che dirà il mondo? e mai: che dirà Iddio, se faccio questa cosa, se tralascio quest’altra? Se io volessi piacere agli uomini dice s. Paolo – non sarei servo di Gesù Cristo. – Il giudizio degli uomini non ci distolga mai dall’adempimento degli ordini di Dio, che non ricompensa se non la fedeltà. V’è onore e felicità più grande del servire a Dio? Cerchiamo dunque di piacergli in tutto.

Perché S. Paolo non voleva giudicar se stesso?

Perché non sapeva come Dio lo giudicava, sebbene di niente gli rimordesse la coscienza: senza una rivelazione di Dio, nessuno sa se sia degno d’amore o d’odio. Dio scandaglia i cuori e le reni; nulla può sfuggire al suo sguardo, ed i giudizi di Lui sono ben differenti da quelli degli uomini, che accecati dall’amor proprio e dalla passione, spesso non vedono il male che fanno; nascondono sé a se stessi, e si giustificano quando dovrebbero condannarsi. Tale si crede innocente e si riguarda come santo, che al giorno poi del giudizio sarà ricoperto di confusione, quando Dio svelerà in faccia all’universo tutte le azioni di lui e tutti gli interni segreti. Non giudichiamo gli altri; di loro ci è ignoto l’interno; ma giudichiamo noi stessi: esaminiamoci accuratamente, pesiamo tutte le nostre azioni, scendiamo nel fondo della nostra coscienza, frugando tutte le pieghe e i nascondigli del nostro cuore; ed imiteremo S. Paolo che si giudicava così da se stesso; ma imitiamo parimente s. Paolo che in un altro senso non si giudicava da sè, cioè se dopo un’esatta ricerca, non troviamo nulla di reprensibile in noi, senza troppo fidarci del nostro giudizio, rimettiamo a Dio il giudizio definitivo, ed affatichiamoci per la nostra salvezza con timore e tremito, ponendo la confidenza nella misericordia del Signore.

Aspirazione. Ah! Signore, non entrate in giudizio col vostro servo, poiché nessun uomo vivente sarà giustificato alla vostra presenza. O chiave di David, e scettro della casa d’Israele, che aprite e nessuno chiude, che serrate e nessuno apre, venite a sottrarre il prigioniero dalla carcere, il misero assiso nelle tenebre all’ombra della morte.

Graduale 

Ps. CXLIV: 18; 21
Prope est Dóminus ómnibus invocántibus eum: ómnibus, qui ínvocant eum in veritáte. [Il Signore è vicino a quanti lo invocano: a quanti lo invocano sinceramente.]
V. Laudem Dómini loquétur os meum: et benedícat omnis caro nomen sanctum ejus. [Signore: e ogni mortale benedica il suo santo nome.

Alleluja

Allelúja, allelúja,
V. Veni, Dómine, et noli tardáre: reláxa facínora plebis tuæ Israël. Allelúja [Vieni, o Signore, non tardare: perdona le colpe di Israele tuo popolo. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secundum Lucam.
R. Gloria tibi, Domine!
Luc III: 1-6

Anno quintodécimo impérii Tibérii Cæsaris, procuránte Póntio Piláto Judæam, tetrárcha autem Galilaeæ Heróde, Philíppo autem fratre ejus tetrárcha Ituraeæ et Trachonítidis regionis, et Lysánia Abilínæ tetrárcha, sub princípibus sacerdotum Anna et Cáipha: factum est verbum Domini super Joannem, Zacharíæ filium, in deserto. Et venit in omnem regiónem Jordánis, praedicans baptísmum pæniténtiæ in remissiónem peccatórum, sicut scriptum est in libro sermónum Isaíæ Prophétæ: Vox clamántis in desérto: Paráte viam Dómini: rectas fácite sémitas ejus: omnis vallis implébitur: et omnis mons et collis humiliábitur: et erunt prava in dirécta, et áspera in vias planas: et vidébit omnis caro salutáre Dei.”

OMELIA I

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE IV.

 “L’anno quintodecimo dell’impero di Tiberio Cesare, essendo procuratore della Giudea Ponzio Pilato, e tetrarca della Galilea Erode, e Filippo suo fratello tetrarca della Galilea Erode, e Filippo suo fratello, tetrarca dell’Idurea della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i Pontefici Anna e Caifa, il Signore parlò a Giovanni figliuolo di Zaccaria, nel deserto. Ed egli andò per tutto il paese intorno al Giordano, predicando il battesimo di  penitenza per la remissione dei peccati: conforme sta scritto nel libro dei sermoni d’Isaia profeta: Voce di uno cbe grida nel deserto: Preparate la via del Signore; raddrizzate i suoi sentieri: tutte le valli si riempiranno, e tutti i monti e le colline si abbasseranno: e i luoghi tortuosi si raddrizzeranno, e i malagevoli si appianeranno: e vedranno tutti gli uomini la salute di Dio”. (Luc. III, 1-6).

Il divin Redentore Gesù dopo di aver passati trent’anni nell’oscurità della bottega di Nazaret, soggetto a Maria ed a S. Giuseppe, stava al fine per uscirne e dar principio alla sua pubblica predicazione. E poiché S. Giovanni Battista aveva da Dio ricevuto la gran missione di preparare gli uomini a ben ricevere Gesù ed a credere ai suoi divini insegnamenti, conveniva che, lasciato il deserto, dove si era recato sin dai più teneri anni a vivere da solitario e tutto occupato nelle cose celesti, si recasse sulle rive del Giordano a predicare la necessità della penitenza e delle opere buone. Così fece per l’appunto, ed è quello che ci racconta il Vangelo di oggi, tanto opportunamente scelto dalla Chiesa per questo tempo, in cui ci troviamo così vicini alla festa del Santo Natale. Di fatti noi potremo facilmente vedere come questo Vangelo ci parli anzitutto della venuta di Gesù Cristo, ci dica in seguito quale sia la preparazione, che dobbiamo tare a tale venuta, e ci dimostri da ultimo quale sarà il frutto della medesima.

1. Quando nostro Signor Gesù Cristo, giunto all’età di trent’anni, dava principio alla sua vita pubblica, a Roma il grande imperatore Augusto era morto, e gli era succeduto Tiberio, arrivato già al quindicesimo anno del suo regno. A Gerusalemme era pur morto lo scellerato e crudele Erode, che alla nascita di Gesù aveva ordinato la strage degli innocenti; ed il suo regno era stato diviso fra i suoi tre figli Erode-Antipa, Filippo ed Archelao. La Giudea era toccata a quest’ultimo; ma debole e violento, ad un tempo non andò guari che venne deposto dall’imperatore Augusto e mandato in esilio nelle Gallie; e così la Giudea venne annessa all’impero romano e già da venti anni vari governatori romani vi comandavano a nome dell’imperatore. Non è certo difficile il comprendere l’afflizione, anzi la rabbia, in cui si trovavano i Giudei per avere in tal guisa perduta la loro libertà, il loro regno, la loro patria. Quella terra Iddio l’aveva loro concessa operando tanti prodigi, dopoché Abramo ne aveva ricevuto da Dio una solenne promessa: ivi Giuseppe, figliuolo di Giacobbe, aveva fatto trasportare le sue ossa, Davide per molti anni aveva combattute le battaglie del Signore, Salomone aveva innalzato al solo vero Dio un magnifico tempio, a paragone del quale era ben poca cosa quello che, sebbene già tanto splendido, esisteva presentemente; ivi i monti, le valli, le pianure, i fiumi erano cose tutte, che parlavano mirabilmente ai Giudei e dicevano loro le grandezze e le meraviglie dei loro padri e dei santi Profeti: ed ora questa terra era uscita dal loro dominio e caduta in potere altrui! Considerando il loro decadimento, si infiammavano di furibondo livore e, di tanto in tanto, nella speranza di scuotere l’abborrito giogo, facevano delle insurrezioni, che però a nulla approdavano. La potenza delle aquile romane si era posata là da vera signora ed anche a costo di radere al suolo Gerusalemme, non ne sarebbe più partita. Presentemente, vale a dire l’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, chi governava la Giudea, era il procuratore Ponzio Pilato, uomo irresoluto e debole, che commise poi, tre anni dopo, la più spaventevole delle iniquità, cedendo alla voce del popolo ebreo e condannando alla morte di croce il nostro divin Redentore. E mentre Pilato governava la Giudea, i due fratelli Erode-Antipa e Filippo, figli di Erode, continuavano ciascuno a governare la loro parte, cioè il primo la Galilea, il secondo l’Iturea e la Traconitide; ed un certo Lisania comandava un piccolo tratto di paese chiamato Abilene, e tutti costoro avevano più o meno propriamente il titolo di tetrarca, parola greca, che significa governatore della quarta parte di uno stato. Inoltre gran sacerdote o pontefice de’ Giudei era allora Caifa, genero di Anna, il quale era stato pontefice prima di lui, e che, per connivenza di Caifa e del procuratore romano, conservava pur tuttavia il suo titolo con una parte delle sue funzioni, presiedendo il sinedrio e continuando a godere d’una grande influenza. – Tale era lo stato politico della Giudea, quando lo Spirito di Dio parlò a S. Giovanni, figliuolo di Zaccaria, chiamandolo ad esercitare la sua missione sulle rive del Giordano. Il Vangelo di oggi ci reca appunto il tempo preciso della sua comparsa e lo annunzia con una solennità inusitata: L’anno quintodecimo dell’impero di Tiberio Cesare, essendo procuratore della Giudea Ponzio Pilato, e tetrarca della Galilea Erode, e Filippo suo fratello tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i pontefici Anna e Caifa, il Signore parlò a Giovanni, figliuolo di Zaccaria, nel deserto. – Ora, o miei cari, perché mai questa lunga enumerazione dei nomi di coloro, che allora comandavano nel paese di Giudea? Il santo Vangelo volle provare con ciò, che la famosa predizione di Giacobbe al suo letto di morte era avverata. Sul punto di mandare l’ultimo sospiro, circondato dalla numerosa sua famiglia, il Patriarca, illustrato da una luce divina, aveva detto: « Non sarà tolto da Giuda lo scettro, fino a tanto che sia venuto Colui, che dev’essere mandato, ed è egli che sarà l’aspettazione delle nazioni » (Gen. XLIX, 10). Di questa profetica parola la conseguenza naturale è questa: Quando più non regneranno i principi di Giuda, quando la reale famiglia di Davide avrà lasciato cadere lo scettro, allora sarà venuto il Messia, ch’è l’aspettazione delle genti. Ed ecco che i tempi predetti sono compiuti: La Giudea è soggetta all’Impero romano, e quelli che comandano in quel paese sono i commissari di Cesare. Ora essendo le cose in questo stato, il Signore parlò a S. Giovanni chiamandolo ad esercitare il suo ufficio di precursore.

2. Fattoci in tal guisa conoscere la venuta del Messia, il santo Vangelo nel metterci innanzi la predicazione di S. Giovanni, con la quale egli si studiava di preparare alla stessa gli Ebrei, indica pure a noi che cosa dobbiamo fare per prepararci degnamente alle prossime feste del santo Natale. – Dice adunque il Vangelo che Giovanni andò per tutto il paese intorno al Giordano, predicando il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati: conforme sta scritto nel libro dei sermoni d’Isaia profeta: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore; raddrizzate i suoi sentieri. Tutte le valli si riempiranno, e tutti i monti e le colline si abbasseranno; e i luoghi tortuosi si raddrizzeranno, e i malagevoli si appianeranno. Ecco qual era la predicazione, che S. Giovanni faceva agli Ebrei. Ei predicava loro, dice S. Giovanni Grisostomo, il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati, vale a dire, li esortava a pentirsi dei loro disordini, a confessarli, a fare degni frutti di penitenza, a ricevere il suo battesimo, il quale non rimetteva i peccati, ma era una preparazione a quello di Gesù Cristo, al quale era riserbato il rimetterli. Ed applicando a sé stesso esattamente la predizione, che il profeta Isaia aveva fatto di lui e della sua missione, si valeva ancora delle sue parole per adempierla. Isaia, dopo aver predetto la schiavitù, che subirebbero gli Ebrei in Babilonia, aveva altresì annunziato la loro liberazione, indicando il modo, con cui dovevano dal Signore meritarsela. Ma nel tempo stesso egli aveva annunziato la venuta di Gesù Cristo a liberare dalla schiavitù di satana tutto il mondo, e fin d’allora udiva la voce del banditore, che avrebbe intimato agli uomini di ben ricevere il loro liberatore. E questo banditore, per riuscire nel suo intento si sarebbe servito di quello, che si suol fare quando un gran principe va in qualche città, che si accomodano, e si adornano le strade, e si colmano i luoghi bassi. Così appunto faceva il Santo Precursore. Nel cammino della vita egli precedeva il Salvatore, affine di rendergli più agevole la strada, e preparargli la via nei cuori degli uomini. Quei cuori avevano bisogno di essere dirizzati, perché erano stati viziati dall’amore del mondo e dall’attaccamento alle creature. Per causa degli errori, dei vizi, della superbia, dell’ingiustizia, della disonestà, e di tanti altri peccati, in quei cuori vi erano come delle valli da riempire, dei monti da abbassare, dei sentieri tortuosi e malagevoli da raddrizzare e da appianare. Epperò solo la penitenza poteva operare questo felice risultato di togliere da quei cuori tutti gli ostacoli, che si frapponevano a ricevere il gran benefizio della venuta di Gesù Cristo, e S. Giovanni con uno zelo ammirando si era dato a predicarla, e mercé di Dio con grande frutto. Si accorreva a lui da ogni parte, veniva richiesto che cosa si dovesse fare; i pubblicani ed i soldati gli confessavano i loro peccati, ricevevano il suo battesimo, e così si preparavano a ricevere quello del Salvatore. Or bene la predicazione di Giovanni è la stessa che conviene a noi. Quanto egli raccomandava agli Ebrei è quanto la Chiesa oggi raccomanda a noi. Anche noi, fra pochi giorni aspettiamo il Messia; la Chiesa sta per mostrarcelo bentosto nel suo presepio, sulla paglia della sua stalla. Ella è per dirci tutte le circostanze della benedetta sua nascita: i pastori che vegliano nella pianura, l’Angelo dal ciel disceso per annunziar loro le meraviglie di Betlemme, i festosi cantici intonati dall’esercito celeste, i pastori che lasciano i loro greggi per recarsi alla città di Davide ad adorare il Bambinello involto nelle fasce e deposto in una mangiatoia. Ella è per invitarci a porci in cammino pel santo e giocondo pellegrinaggio; e s’Ella non dice più: Cristiani, a Betlemme! ci dirà almeno: Cristiani all’altare! Troverete sotto gli eucaristici velami lo stesso Gesù, che trovarono i pastori sotto i lineamenti dell’infanzia. Più avventurosi dei primi adoratori del presepio, voi potete toccare, ricevere, portare nel vostro seno questo re degli Angeli, che per voi si è fatto il pane di vita. Ma ancor voi dovete prepararvi a riceverlo con la vera penitenza, e con la risoluta correzione della vostra vita. Pentitevi adunque sinceramente delle vostre passate colpe, lavate accuratamente le vostre macchie con una buona Confessione e contrizione vera. Colmate le valli, cioè rinunziate ai peccati di negligenza, pigrizia, omissione, che fecero un vuoto nelle anime vostre. Abbassate i monti ed i colli, cioè umiliatevi profondamente al vedere le vostre imperfezioni, invece di innalzarvi agli occhi vostri, seguendo le illusioni del vostro amor proprio, che non può far altro che indurvi in errore. I sentieri torti diventino dritti, cioè siate aperti e sinceri, nemici della menzogna e della doppiezza, della finzione e dell’astuzia. Ed appianate gli aspri cammini, cioè frenate la violenza di un carattere incapace di sopportare alcun che, ed a quella durezza ed asprezza d’umore, di cui tutti si lagnano, succeda la dolcezza e pazienza cristiana, poiché colui che andate a ricevere, dal tabernacolo, ove risiede, vi predica la dolcezza, la pazienza, l’amor del prossimo ed il perdono delle ingiurie. Ed allora in seguito a questa santa preparazione godrete anche voi i frutti della venuta di Gesù Cristo.

3. S. Giovanni, conchiude il Vangelo di oggi, dopo aver predicato la penitenza e la rinnovazione della vita, soggiungeva: E tutti gli uomini vedranno la salute di Dio; Et videbit omnis caro salutare Dei. E voleva dire: Il Messia, apportatore della salute comparirà presto in pubblico e presto si darà a vedere agli uomini insegnando agli stessi la via del cielo, e tutti, non solamente gli Ebrei, ma ogni uomo a qualunque nazione appartenga e in qualunque tempo egli viva, potrà vedere e conoscere per la fede la salute di Dio, cioè questo Salvatore, mandato da Dio per la salute eterna di tutti. Or ecco il frutto, che dalla venuta del Salvatore, ancor noi, mercé la penitenza e le buone opere, possiamo guadagnare, la nostra eterna salute, il paradiso per tutta l’eternità. E potremmo noi fare un guadagno più grande, più importante di questo? Potremmo noi desiderare, volere qualche cosa di meglio? Pur troppo è vero, ci sono di coloro, che non stimano punto questo bene supremo. L’eterna salute è il vero tesoro, la vera felicità, per la quale l’uomo è stato creato. Ora si potrebbe dire che la stimi colui, il quale per un piacere da nulla, per il gusto di un momento se ne rende indegno e si mette a rischio di perderla eternamente? No, certamente, costui non stima la sua salvezza e sarà impossibile che la consegua. Per poter dire che si stima il Paradiso bisogna essere pronti a far piuttosto getto di ogni altra cosa. Che cosa farebbe un ricco mercante, che, viaggiando sopra di un bastimento, oltre a tante stoffe porta seco una cassetta di preziosissime perle, qualora fosse assalito dalla tempesta? Costretto dai marinai a gettare la sua roba nel mare per alleggerire la nave, getterebbe senz’altro tutte le stoffe, ma non getterebbe giammai quella cassetta di gioie, che è il suo più gran tesoro. Così chi si trova nel caso o di perdere l’onore, la sanità, la roba, oppure il Paradiso, deve dire: Vada l’onore, vada la sanità, vada la roba, ma si guadagni, si guadagni il Paradiso. E come? esclamava Tommaso Moro alla sua donna, che lo tentava ad acconsentire alle inique pretese di Arrigo VIII, come? per dieci o vent’anni di vita, che tu mi prometti e non mi assicuri, per dieci, vent’anni di vita nella stima e nell’amore di un re della terra, tu vuoi che io rinunzi all’eternità del Paradiso nella stima e nell’amore di un Dio? Ah! stolta mercantessa che tu sei; allontanati da me: recede, recede a me, stulta mercatrix. Benché il più delle volte non è mai tanto, che da noi si deve fare. Ordinariamente il tutto si riduce a fuggire una cattiva compagnia, a rompere una brutta catena, a lasciare la lettura di un cattivo libro o giornale, a vincere una tentazione e rinunziare ad uno schifoso piacere: e noi non saremo disposti a fare questo poco? Verrebbe senza dubbio un giorno, nel quale. come Esaù, che per una scodella di lenticchie si lasciò sfuggir di mano il diritto di primogenitura, ruggiremmo con grandi clamori, ma indarno. Or dunque facciamo dell’eterna salute la giusta stima. Ma in secondo luogo vogliamola e vogliamola efficacemente. Come non tutti coloro, che dicono: Signore, Signore; entreranno nel regno dei cieli: Non omnis qui dicit, Domine, Domine, intràbit in regnimi cælorum (Matt. VII, 21); così non tutti quelli, che dicono: vogliamo salvarci, vogliamo andare in Paradiso, vi andranno; ma solo coloro, che lo vogliono efficacemente. E per volerlo efficacemente bisogna far realmente quel che bisogna per guadagnarlo; bisogna cioè praticare la predicazione di S. Giovanni Battista, che non fu diversa da quella, che per questo riguardo fece poi Gesù Cristo e fa tuttora la Chiesa; bisogna far penitenza e correggere i nostri mali costumi, bisogna in sostanza osservare i Comandamenti di Dio, i Comandamenti della Chiesa, pregare, frequentare i Sacramenti, le chiese, praticare la virtù, fuggire costantemente il peccato, sopportare con pazienza le tribolazioni, fare opere buone. Perché se Gesù Cristo è venuto quaggiù per operare la salute di tutti, è certo tuttavia, che non si salveranno che coloro, i quali corrisponderanno con la bontà della vita alla grazia di Dio. Intanto aspettando di vedere poi la nostra eterna salute al termine della vita, prepariamoci fin d’ora a vedere e ricevere nei nostri cuori il Divin Salvatore in queste feste del Santo Natale.

II OMELIA

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

DISCORSO IV

– Sopra la qualità della penitenza. –

Parate viam Domini, rectas facite semitas eius.”

 [Matth. III]

Mi valgo ancora quest’oggi, fratelli miei, delle parole e delle voce di s. Giovanni Battista per annunziarvi una verità che faceva il soggetto ordinario dei suoi discorsi. Preparate le strade del Signore, diceva al popolo il santo precursore, perché il regno del cielo si avvicina. Affrettatevi di prevenire ira del Signore, la quale è pronta a colpirvi. Già la scure è alla radice dell’albero, e ben presto quest’albero verrà tagliato per esser gettato nel fuoco. – Fate dunque frutti degni di penitenza, se volete schivare la disgrazia che vi minaccia: Pænitentiam agite. Il regno del cielo si avvicina, posso dirvi io pure con s. Giovanni Battista, vicini voi siete al momento in cui deve il Messia di nuovo nascere nei vostri cuori e regnar in voi colla sua grazia. Nessun mezzo più acconcio della penitenza per prepararvi alle grazie ch’Egli vuol farvi; forse anche voi siete molto vicini all’ultimo momento di vostra vita. Affrettatevi dunque a purificare la vostra anima; e giacché la penitenza è l’unico mezzo che vi resta per meritare la salute, abbracciatela con piacere ed assicuratevi l’amicizia del nostro Dio con i gemiti di un cuor contrito e con i santi rigori di una vita mortificata e paziente; ma riflettete che la minima dilazione o una negligente indolenza può perdervi. Sia dunque pronta la vostra penitenza, sia sincera; a questa prontezza, a questa sincerità della vostra penitenza è annessa l’amicizia del vostro Dio.

1.° Punto. Egli è ben raro trovar peccatori talmente ostinati nel male che non vogliano giammai convertirsi. Perciò non ve n’è alcuno che non si proponga di far un giorno penitenza dei suoi peccati; ma il più gran numero rimette questa penitenza ad un tempo avvenire. Non vorrebbero rinunziare alle delizie eterne, ma nemmeno vogliono interdirsi i piaceri della vita. Così dimorano nei loro peccati per godere dei piaceri di quaggiù, e contano sopra una penitenza differita per avere parte ai piaceri del cielo. Ma quanto è ingiuriosa a Dio questa dilazione! quanto è funesta pel peccatore! Poiché differire la propria conversione è ad un tempo abusarsi della bontà divina, da cui prende baldanza per continuare nel disordine e disprezzare l’ira di Dio, la quale accerta l’impenitenza e la dannazione all’anima che differisce la sua conversione. – E per farvi subito comprendere l’ingiuria che voi fate a Dio allorché differite la vostra penitenza, vi prego a considerare qual sia la bontà di Dio a prevenire, a ricercare il peccatore nei suoi traviamenti: lo stimola, l’invita a ritornare a Lui, la sua misericordia gli stende le braccia per riceverlo. Venite a me, dice ai peccatori questa divina misericordia, voi tutti che carichi siete, ed io vi alleggerirò del peso che vi opprime: Venite ad me, omnes qui laboratis et onorati estis, et ego reficiam vos (Mat. XI). Convertitevi a me, ed Io mi convertirò a voi, vi renderò la mia amicizia, che voi avete col peccato perduta: Convertimini ad me, et ego convertar ad vos (Zach. 1). Ma che ne avviene? Lungi di arrendersi a quei teneri inviti e di lasciarsi persuadere, insensibile il peccatore alle finezze della bontà di Dio, se ne allontana, disprezza le ricchezze della sua grazia,  ricusa la sua amicizia; quale ingratitudine! Che direste voi di un suddito divenuto nemico del suo principe e condannato a soffrire una morte vergognosa e crudele, il quale disprezzasse le offerte che il Principe gli facesse di rendergli la sua grazia ed amicizia; e non si degnasse di neppur ascoltarlo, quando quegli si abbassasse egli stesso sino a venir in persona a cercar quel colpevole nella oscura prigione dove sta rinchiuso? Il disprezzo di una sì grande indulgenza non vi sembra degno di tutta l’ira di sì buon principe? Tal è il vostro ritratto, o peccatori ribelli alla voce del vostro Dio che vi offerisce il perdono. Questo Dio di maestà infinitamente più elevato sopra di voi che il più gran re della terra sopra l’ultimo dei suoi sudditi, si degna abbassarsi sino a voi, vuole liberarvi dalle catene che prigioni vi tengono sotto l’impero del demonio; e voi tocchi punto non siete dai suoi modi di procedere, sordi siete alla sua voce, insensibili alle finezze del suo amore! Una tale ingratitudine non merita forse che una sì grande bontà vi abbandoni, che si cangi in una giustizia rigorosa, la quale vi opprima col peso delle sue vendette? E perciò aspettarvi dovete di provarle per vostra disgrazia, mentre, in tal modo abusandovi di questa bontà, di questa pazienza di Dio, vi accumulate, come dice l’Apostolo, un tesoro d’ira, di cui sentirete tutto il rigore nel giorno delle sue vendette: Thesaurizas tibi tram in die iræ (Rom. II). Voi vi lusingate che la grande bontà di Dio vi aspetterà e vi darà tempo e grazia per far penitenza; speranza vana e fallace! No, fratelli miei, voi non avrete né quel tempo né quella grazia: voi disprezzate con queste dilazioni questo Dio di bontà, e vi disprezzerà Egli pure; voi lo rigettate al presente che vi cerca, anch’Egli rigetterà voi quando lo cercherete: Vocavi et renuistis; ego quoque in interitu vestro ridebo et subsannabo (Prov. 1). Sì, peccatori,se voi differite ancora la vostra conversione, voi morrete nel vostro peccato e cadrete in un abisso di miserie, perché non vi sarete approfittati del tempo della misericordia: In peccato vestro moriemini (Jo VIII). Egli è dunque di vostro interesse altrettanto che della gloria di Dio il fare una pronta penitenza. Perciocché differendola, quali perdite non fate e di quali rischi non siete voi minacciati? Oimè! quel poco bene che fate nello stato di peccato è interamente perduto pel cielo: voi pregate, digiunate, fate limosine, adempite molti doveri che la Religione v’impone, assistete alle Messe, ai divini uffizi, rendete al vostro prossimo qualche servizio di carità: poiché non vi è alcuno, dice S. Agostino, la cui vita sia così sregolata che resti interamente spoglia di ogni azione virtuosa. – Ora tutte le buone opere che voi fate essendo nemici di Dio non sono di alcun merito per l’eternità; avrete la fatica della virtù senza averne la ricompensa. É vero che quelle buone opere vi possono procacciar grazie per la conversione per rientrare nell’amicizia di Dio da voi perduta; ma a che vi serviranno quelle grazie, se non vi cooperate e se morite nell’impenitenza finale? Non serviranno esse che a farvi condannare con più rigore. Inoltre siete voi l’arbitro dei vostri giorni?

l.° La morte non può forse sorprendervi, come ha sorpreso tanti altri che avevano fatto come voi il progetto di convertirsi e che non hanno avuto il tempo di eseguirlo? 2.° Quando ben anche aveste il tempo di far penitenza, ve ne darà Iddio forse la grazia, dopo avergli sì lungo tempo resistito? Non dovete temere all’opposto che Dio non punisca colla sottrazione delle sue grazie l’abuso che ne avreste fatto? Ma abbiate pure il tempo e la grazia di far penitenza, voi non la farete a cagione della gran difficoltà che vi troverete e che nascerà dell’abito del peccato che avrete contratto. – Imperciocché l’abito del peccato è l’effetto ordinario della dilazione della penitenza; un peccato commesso di cui uno non si corregge ne tira un altro, questo un terzo; si cade d’abbisso in abisso, Abyssus abyssum invocat (Psal. XLI), ed insensibilmente si forma la catena fatale delia riprovazione del peccatore. Da che una volta impegnati ci troviamo nell’abito del peccato, quest’abito diventa in noi una seconda natura, che è quasi impossibile di cangiare. Si forma bensì qualche progetto di conversione, ma si rimette sempre all’indomani; sono desideri inefficaci e superficiali che non mettonsi mai in esecuzione: si portano questi desideri sino alla morte: si muore con questi desideri e si comparisce al giudizio di Dio senza aver altra cosa a presentargli che vani progetti che consumano la dannazione. Ah! fratelli miei, giacché Dio vi offerisce nel giorno d’oggi il perdono, profittatevi di un benefizio che forse domani non sarà più in vostro potere: la grazia ha i suoi momenti; guai a chi li lascia passare senza profittarsene. Di più, non avvi alcun ostacolo che superar non possiate con l’aiuto del cielo.  Le pratiche, le corrispondenze peccaminose che avete con certe persone, voi le abbandonereste pure, se si trattasse della vostra fortuna; e la vostra eterna salute non sarà un motivo forte abbastanza per staccarvene? Quei legami sono forse maggiori di quelli che legata tenevano altre volte la Maddalena al mondo? Ora, tosto che la luce della grazia risplendette ai suoi occhi, non rinunziò ella generosamente a tutti i piaceri del secolo? Non stette a deliberare, non esitò punto di andare a trovar Gesù Cristo, l’Autore della salute. Perciò la remissione de’ suoi peccati seguì da vicino la sua penitenza: grazia che forse non sarebbe più stata in tempo di ricevere, se ella avesse lasciata fuggire l’occasion favorevole che se le presentava. – Del resto, fratelli miei, per scusare le vostre colpevoli dilazioni, invano alleghereste l’impaccio e l’impedimento degli affari in cui impegnati vi trovate: mentre, ditemi, ve ne prego, avete voi un più grande affare di quello della vostra salute? E a che vi servirebbe l’esser riusciti in tutti gli altri, se mancate in questo? Ma le mie passioni sono sì vive, dite voi; lo saranno forse meno col tempo, quando gli abiti invecchiati le avranno fortificate e dato loro un impero assoluto sopra di voi? Queste passioni sono forse più veementi di quella da cui dominato era Saulo allorché andava a perseguitare i Cristiani? Con tutto ciò, tosto che la voce di Gesù Cristo si fece udire alle sue orecchie, depose l’armi, umiliato, prostrato a terra chiese al suo vincitore: Signore, che cosa volete che io faccia? Domine, quid me vis facere (Act. 1)? Il persecutore della Chiesa ne diventa lo zelante difensore.

Pratiche. Felici disposizioni, in cui dovreste, fratelli miei, entrare in questo momento che la grazia vi fa intendere la sua voce e vi sollecita darvi a Dio. Signor, dovete dirgli, che cosa volete che io faccia? Domine quid me vis facere? Volete che, cessando dal peccare, io cessi dal farvi la guerra, che io rinunzi a quell’oggetto che m’incanta e mi perde: sì, in questo momento io abbandono quel peccato, rinuncio a quell’occasione in cui la mia virtù ha fatto tante volte naufragio, bandisco dal mio cuore quell’idolo indegno di occuparlo. Signore, che cosa volete che io faccia? Domine, etc. Voi volete ch’io mi corregga di quel cattivo abito in cui marcisco da sì lungo tempo: sì, me ne correggerò ed mi applicherò alla pratica della virtù che gli è contraria. Voi volete che io restituisca quella roba che conservo contro i rimorsi della mia coscienza; sì, la restituirò e risarcirò tutti i danni che ho cagionati al mio prossimo. Voi volete ch’io mi riconcili con quel nemico che da tanto tempo perseguito: sì, quest’oggi il farò, andrò a trovarlo per far con lui la pace: Domine, etc.Voi volete che io sia assiduo a frequentare i Sacramenti, che sia il buon esempio della famiglia, che divenga più umile, più modesto, più mansueto, più paziente, più vigilante sopra di me, più esatto, più fervente ad adempier i miei doveri: la risoluzione è presa sin da questo momento, o mio Dio: Dixi hunc cæpi. Io voglio cominciar l’opera, voglio correggere quel cattivo umore che mi rende insopportabile agli altri; non sarò più sensibile sul punto d’onore, non sarò più amante dei miei agi e dei miei comodi, sarò più mortificato, più ritenuto, più fedele ad evitare sino la minima apparenza di male, riformerò in me tutto ciò che vi conoscerò d’irregolare, per non seguire altra regola che la vostra volontà: la mia penitenza sarà non solo pronta, ma sincera ancora e vera.

II. Punto. Richiede la giustizia che siavi l’uguaglianza tra la soddisfazione che si rende e i diritti che si sono violati. Bisogna dunque che la penitenza abbia una proporzione coll’ingiuria che il peccato fa a Dio, ch’essa ripari tutto il disordine del peccato, che faccia dell’uomo peccatore un uomo tutto nuovo, riformando il suo cuore e le sue azioni; e perciò bisogna ch’essa prenda la sua origine nel cuore e che si manifesti con le opere. Due condizioni essenziali per rendere la penitenza sincera, che l’apostolo s. Paolo ha perfettamente spiegate allorché esortava i fedeli a rinnovarsi nello spirito interiore: Renovamini spiritu mentis vestræ (Eph. IV). E diceva loro di far servire alla propria giustizia e santità i membri che servito avevano all’iniquità e alla colpa: Sicut exhibuistis membra vestra servire immunditiæ et iniquitati, ita nunc exhibete membra vestra servire iustitiæ (Rom. 6)..La prima funzione della penitenza si è la riforma del cuore. Questa è la prima soddisfazione che la giustizia di Dio chiede dal peccatore. Convertitevi a me, dice Iddio, in tutto il vostro cuore:  Converiimini ad me in toto corde vestro. (Joel. 2). Spezzate i vostri cuori piuttosto che le vostre vestimenta: Scindite corda vestra et non vestimenta vestra. Se voi m’aveste richiesti sacrifizi, diceva a Dio il santo Re Profeta, io ve ne avrei dati: Sacrifìcium dedissem utique (Psal.50); ma so, o mio Dio, che ogni altro sacrificio, fuorché quello di un cuor contrito ed umiliato, è incapace di calmare la vostra giustizia, e che questo sempre la disarmerà: Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies. E perciò, offrendovi il mio cuore infranto dal dolore, spero offerirvi un sacrificio che non avete mai rigettato: Cor contritum et humiliatum non despicies. Ma perché mai chiede Iddio a preferenza il sacrificio del cuore? Perché, dicono, i santi Padri e i teologi, si è nel cuore che consiste tutta la malizia del peccato, mentre il peccato, dice s. Tommaso, è un movimento del cuore che si stacca da Dio per unirsi alla creatura: Peccatum est aversio a Deo et conversio ad creaturam. Se le azioni dell’uomo sono peccati, è il cuore che loro comunica la sua malizia. Dal cuore, dice Gesù Cristo, vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i latrocini, i falsi testimoni, le bestemmie; non vi sarebbe mai peccato alcuno nelle azioni dell’uomo, se il cuore non vi avesse parte. Or da ciò che si conchiude, se non che, per fare una vera penitenza, convien primieramente cangiar il cuore, farne uno tutto nuovo: Cor mundum crea in me, Deus. E siccome col peccato il cuore ha dato la preferenza alla creatura sopra il suo Dio, così con la penitenza deve dare la preferenza a Dio sopra la creatura. Odiar deve ciò che amava, amare ciò che odiava. Ecco, dice s. Agostino, il vero carattere della penitenza, l’odio del peccato e l’amor di Dio: Pœnitentiam non facit nisi odium peccati et amor DeiMa notate, fratelli miei, che quest’odio del peccato non è soltanto una semplice avversione che si concepisce della sua bruttezza: i più gran peccatori odiano il peccato e nel tempo stesso che corrono dietro ai piaceri, che appagar possono le loro passioni, non hanno in mira, dice s. Agostino, di far alcun male; vorrebbero eziandio che nessun peccato vi fosse nella ricerca del piacere o del bene che si propongono. Ma sono sempre colpevoli, perché sanno che non possono possedere quel bene, godere de’ piaceri che la legge del Signore loro proibisce, senza ribellarsi contro questa divina legge; ed è in questa ribellione che consiste il disordine del peccato, di modo che non basta per essere vero penitente odiare semplicemente il peccato, ma bisogna ancora odiare e detestare ciò che è stato la cagione e la materia del peccato; bisogna staccarne il suo cuore per unirlo a Dio. Perciò, fratelli miei, voi sarete veri penitenti, se, dopo aver abbandonato il vostro cuore a quell’oggetto che era l’idolo della vostra passione, ve ne separerete interamente e per sempre, se rinunzierete ad ogni società con quella persona che vi piace e che con le sue funeste lusinghe ha sedotto il vostro cuore. Voi sarete veri penitenti, se, dopo aver posseduto quella roba che non v’apparteneva, la renderete al suo legittimo padrone; se dopo di aver attaccato il vostro cuore alla roba ancora che è vostra propria ed il cui amore eccessivo vi rendeva insensibile alle miserie dei poveri, piangerete quel troppo grande attacco, e sovverrete all’indigenze dei vostri fratelli. In una parola, fate a Dio un generoso sacrificio di tutto ciò che è stato per voi causa ed occasione di peccato; cangiate sentimenti ed inclinazioni per gli oggetti che avete amati e ricercati in pregiudizio dell’amore che dovevate a Dio: senza questo cambiamento interiore, senza questa riforma di cuore, ogni altra penitenza è vana ed ipocrita, dice S. Agostino; mentre bisogna, dice questo santo Padre, che la penitenza cangi l’uomo prima di cangiare le sue opere: Prius mutandus est homo, ut opera mutentur . Ma contentarsi di una semplice rinnovazione di spirito e di cuore senza cangiar di costumi e di condotta, senza espiare il peccato con opere esteriori di penitenza, non è che far una penitenza dimezzata; si è anche render sospetta la penitenza del cuore, la quale per esser sincera e vera deve produrre dei frutti: Facite fructus pœnitentiæ. Ora questi frutti consistono primieramente in una intera riforma che il peccatore deve fare dei suoi costumi e delle sue azioni, in una esatta fedeltà a compiere tutti i suoi doveri: mentre non basta per far penitenza cessar dal far il male, dice il concilio di Trento; bisogna ancora far il bene. Non basta lasciar le strade dell’iniquità, bisogna ancora camminare nei sentieri della giustizia, bisogna adempiere le sue obbligazioni riguardo a Dio, al prossimo e a se stesso: riguardo a Dio rendendogli l’onore, l’amore ed il rispetto che sono dovuti alla sua suprema maestà, alla sua bontà infinita. Come adunque ci persuaderete, fratelli miei, che vi siete corretti delle vostre negligenze nel servizio di Dio, che avete ripigliati sentimenti di pietà e di religione, quando non sarete maggiormente assidui all’orazione né ai divini uffizi né agli altri esercizi di pietà, quando non vedremo in voi che alienazione per la parola di Dio e per tutto ciò che riguarda il divin culto? La vostra penitenza è vana, dice Tertulliano, poiché non avvi alcun cangiamento nella vostra condotta. Conviene inoltre adempiere le vostre obbligazioni riguardo al prossimo: dovere di carità per soccorrere il povero, dovere di giustizia per rendere a ciascuno quanto gli è dovuto, per vegliare sopra le persone di cui avete la cura, per edificare con le vostre virtù quelli che avete scandalizzati coi vostri disordini. Ora potremo noi dire, e voi medesimi potrete pensarlo, che siete veri penitenti, quando vedremo sempre in voi la medesima durezza per i poveri, la medesima avidità nell’usurpare i beni altrui, la medesima negligenza nel mantenere i vostri figliuoli, i vostri servi in buon ordine, sempre i medesimi scandali che davate per lo addietro? Finalmente voi avete dei doveri che vi sono personali: doveri di sobrietà, di carità e di penitenza. Ma qual apparenza che queste virtù risiedano in un uomo collerico, bestemmiatore, intemperante, libero nelle sue parole, dissoluto nelle sue azioni? Le vostre parole e le vostre opere palesano quel che voi siete; e se è vero il dire con s. Agostino che, cangiato il cuore, si cangiano ancora le azioni : muta cor, et mutabitur opus, non bisogna forse conchiudere per ragion dei contrari che se non evvi alcun cangiamento nelle azioni, niuno avvenne anche nel cuore? Aggiunsi che, per fare degni frutti di penitenza, convien espiare il peccato con opere esteriori, che obbligano ad uno stesso tempo e l’anima ed il corpo del penitente. Infatti, giacché il corpo è stato il complice del peccato, deve anche aver parte nella penitenza; se ha goduto dei piaceri vietati dalla legge di Dio, deve anche soffrirne la pena; se ha servito all’ingiustizia e all’iniquità, deve anche servire alla santità e alla giustizia: Sicut exhibuistis membra vestra servire immunditiæ et iniquitati, ita nunc exhibete membra vestra servire iustitiæ. Tale è stato in tutti i secoli il sentimento e la pratica della Chiesa e dei santi; quindi quelle penitenze severe, quei digiuni lunghi e rigorosi che s’imponevano nella primitiva Chiesa a certi peccatori, che ammessi non erano alla partecipazione de’ santi misteri se non dopo aver lungo tempo pianto e portato il peso della pena ai loro peccati dovuta. È vero che la Chiesa per condiscendenza verso i suoi figliuoli si è molto rilassata di sua antica disciplina; ma non ha essa preteso di distruggere lo spirito di penitenza, il quale, secondo la testimonianza del Vangelo, è spirito di mortificazione, di crocifiggimento della carne, d’annegazione di se stesso; senza questo non possiamo lusingarci di essere Cristiani, molto meno di esser penitenti. Infatti la penitenza, dicono i ss. Padri, è un Battesimo laborioso: dunque nella penitenza è necessaria una santa severità; deve l’austerità farne il carattere; dopo il naufragio convien farsi violenza per giungere al porto: quindi il peccatore pretender non può alla felicità eterna, se non punisce sé stesso a proporzione del piacere che ha gustato nel peccato. Ora, io vi domando, un peccato è egli assai punito, detestando solamente la sua vita passata, cessando di malfare? E potremo noi persuaderci che un ubriacone, per esempio ed un impudico siano assai puniti perché recitano alcune preci o fanno qualche limosina, se non aggiungono opere soddisfattorie e penose, se non mortificano i loro corpi per espiare le commesse dissolutezze? No certamente. Altrimenti la riconciliazione del peccatore con Dio non sarebbe sì difficile, come ci dicono i libri santi. Con tutto ciò, oh cosa strana! Sono i più gran peccatori quelli che vogliono essere trattati con più riguardo; il solo nome di penitenza li spaventa, oppure non vogliono che penitenze comode e conformi alla loro inclinazione, penitenze che non li molestino e che raddolcir sappiano con temperamento che l’amore proprio loro suggerisce. Vogliono essere penitenti, ma non vogliono che lor ne costi pena. Ah! non così hanno fatto penitenza i santi: datisi ai lodevoli rigori di una vita mortificata e penosa, s’interdicevano i piaceri più permessi; sempre in guerra con se stessi si dinegavano sino le cose le più necessarie alla vita, e l’unica consolazione che gustavano era di vivere sulla croce con Gesù Cristo, e dimorarvi sino alla morte.

Pratiche. Sopra tal santi esempi dobbiamo noi d’or innanzi regolare la nostra condotta. Iddio nella sua misericordia ci attende; ci ama ancora benché peccatori, ma rimette i suoi diritti nelle nostre mani. Se abbiamo ancora qualche amore per questo Dio di bontà, vendichiamolo degli oltraggi che ha da noi ricevuti e proporzioniamo la nostra penitenza al numero e all’enormità dei nostri misfatti. Laonde, fratelli miei, voi che avete fatto danno al vostro prossimo, non vi contentate di restituire la roba mal acquistata, date ancora del vostro ai poveri. A voi che vi siete abbandonati all’impurità, all’intemperanza, convien digiunare, mortificarvi, privarvi a mensa di qualche vivanda che più lusinghi il vostro appetito; troncate almeno certe soperfluità le quali non servono che a nutrire la delicatezza e sono sorgente di peccati. Voi che siete stati liberi nelle parole, che avete macchiata con le vostre maldicenze la riputazione del vostro prossimo, condannate la vostra lingua ad un volontario silenzio. Voi, voluttuosi, allontanate i vostri sensi dagli oggetti che possono lusingarvi, riteneteli nel contegno e nella soggezione per punire la libertà che loro avete data ed il cattivo uso che avete fatto del vostro corpo. Voi che avete frequentate case sospette, amicizie pericolose, evitate queste società, condannatevi al ritiro, ovvero se uscite, ciò sia soltanto per andar a visitare Gesù Cristo nel suo santo tempio, oppure nei suoi membri che soffrono. Se la vostra penitenza non uguaglia nella sua severità l’enormità dei vostri mancamenti, le sia almeno proporzionata nella durata; vale a dire, passate tutta la vostra vita nel far penitenza di peccati che hanno meritato di essere puniti per una eternità; voi dovete tanto più perseverare nella pratica della penitenza, perché senza di essa non terrete giammai le vostre passioni in freno; esse si ribelleranno di nuovo, e voi ricadrete nel vostro primo stato. Ricordatevi che questa penitenza, per lunga ch’ella sia, è leggerissima in paragone di quella che fareste nell’inferno, e non dimenticate mai la felicità che vi è riserbata nel cielo. Cosi sia.

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Luc 1: 28
Ave, María, gratia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui.

Secreta

Sacrifíciis pæséntibus, quǽsumus, Dómine, placátus inténde: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti.

[O Signore, Te ne preghiamo, guarda benigno alle presenti offerte: affinché giovino alla nostra devozione e alla nostra salvezza.]

Comunione spirituale: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Is. VII: 14
Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium: et vocábitur nomen ejus Emmánuel. [Ecco la Vergine concepirà e partorirà un figlio: e si chiamerà Emanuele.]

Postocommunio

Orémus.
Sumptis munéribus, quǽsumus, Dómine: ut, cum frequentatióne mystérii, crescat nostræ salútis efféctus. [Assunti i tuoi doni, o Signore, Ti preghiamo, affinché frequentando questi misteri cresca l’effetto della nostra salvezza.]

Preghiere leonine http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/