DOMENICA V DOPO PENTECOSTE(2019)

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 7; 9 Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. [Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Ps XXVI: 1 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timébo? [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò?]

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. [Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Oratio

Orémus.

Deus, qui diligéntibus te bona invisibília præparásti: infúnde córdibus nostris tui amóris afféctum; ut te in ómnibus et super ómnia diligéntes, promissiónes tuas, quæ omne desidérium súperant, consequámur. [O Dio, che a quanti Ti amano preparasti beni invisibili, infondi nel nostro cuore la tenerezza del tuo amore, affinché, amandoti in tutto e sopra tutto, conseguiamo quei beni da Te promessi, che sorpassano ogni desiderio.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet III: 8-15

“Caríssimi: Omnes unánimes in oratióne estóte, compatiéntes, fraternitátis amatóres, misericórdes, modésti, húmiles: non reddéntes malum pro malo, nec maledíctum pro maledícto, sed e contrário benedicéntes: quia in hoc vocáti estis, ut benedictiónem hereditáte possideátis. Qui enim vult vitam dilígere et dies vidére bonos, coérceat linguam suam a malo, et lábia ejus ne loquántur dolum. Declínet a malo, et fáciat bonum: inquírat pacem, et sequátur eam. Quia óculi Dómini super justos, et aures ejus in preces eórum: vultus autem Dómini super faciéntes mala. Et quis est, qui vobis nóceat, si boni æmulatóres fuéritis? Sed et si quid patímini propter justítiam, beáti. Timórem autem eórum ne timuéritis: et non conturbémini. Dóminum autem Christum sanctificáte in córdibus vestris.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA PACE

“Carissimi: Siate tutti uniti nella preghiera, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili: non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario benedite, poiché siete stati chiamati a questo: a ereditare la benedizione. In vero, chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla. Perché gli occhi del Signore sono rivolti al giusto e le orecchie di lui alle loro preghiere. Ma la faccia del Signore è contro coloro che fanno il male, E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bere! E arche aveste a patire per la giustizia, beati voi! Non temete la loro minaccia, e non vi turbate: santificate nei vostri cuori Gesù Cristo”. – (1. Pietr. 3, 8-15).

Anche l’Epistola di quest’oggi è tolta dalla I. lettera di S. Pietro. E’ naturale che, scrivendo ai cristiani dispersi dell’Asia minore, tenga sempre presente la condizione in cui si trovano: sono pochi fedeli tra numerosi pagani, e sono sotto la persecuzione di Nerone. Come devono diportarsi? devono vivere in stretta unione fra di loro, mediante la misericordia, la compassione, la condiscendenza; essendo stati chiamati al Cristianesimo a render bene per male, affinché abbiano per eredità la benedizione celeste. Non trattino con la stessa misura quelli che fanno loro del male. La vita felice è per chi raffrena la lingua, evita il male e procura di aver pace con il prossimo. Del resto i giusti non sono abbandonati dal Signore, e nessuno può loro nuocere, se sono zelanti del bene. Quanto alla persecuzione, beati loro se hanno a soffrire qualche cosa per la religione cristiana. Siano, quindi, calmi, senza ombra di timore: onorino, invece, e temano Gesù Cristo. Anche noi, dobbiamo procurare di vivere una vita felice, per quanto è possibile tra le miserie e le persecuzioni di questo mondo. Sforziamoci di vivere in pace, ciò che ci è possibile con l’aiuto di Dio, anche tra le tempeste di quaggiù. Per avere la pace:

1 Bisogna astenersi dalle parole e dalle azioni peccaminose,

2 Vivere nella concordia col prossimo,

3 Non aver paura di soffrire per la giustizia.

Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene. Chi vuol vivere una vitanon turbata da agitazioni e da ‘rimorsi deve astenersi dalleparole e dalle azioni peccaminose. La vita felice quaggiùconsiste principalmente nella tranquillità della propriacoscienza. Gli uomini più felici sono i Santi. Noi vediamole loro mortificazioni, e, quasi, ce ne scandalizziamo; vediamole loro penitenze, e ci sentiamo come sgomentati.Non vediamo, però, il loro interno. Se vedessimo la pacee la tranquillità della loro coscienza, ci farebbero invidia.L’affermazione dell’Apostolo: «Quasi tristi, ma pur sempre allegri (“ Cor. VI, 10)), è l’affermazione di tutti i Santi, i quali potrebbero dire: All’esterno siamo stimati come persone viventi una vita di melanconia, eppure viviamo nell’allegrezza. Dove c’è Dio, c’è la pace. Quello che Gesù disse un giorno agli Apostoli, dice a tutti coloro che gli sono uniti per mezzo della grazia: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do, non come ve la dà il mondo» (Giov. XIV, 27). – Sul fiume ingrossato o sul lago mosso dai venti, il barcaiolo adopera tutta la sua vigoria e tutta la sua prudenza per condurre la barca a riva, lottando con le onde. Ma il fanciullo che vi si trova, se ne sta tranquillo divertendosi con gli spruzzi d’acqua che v’entrano. Nella barca c’è il padre; perché temere? Quando noi con il peccato, non allontaniamo dall’anima nostra Dio, perché dobbiamo turbarci? – Finché la coscienza è in pace con Dio, vengano pure le tribolazioni da qualsiasi parte: Dio è il rifugio del tribolato che in lui trova consolazione. Ma se il peccato ne ha scacciato Dio, egli non può trovar rifugio o consolazione. Nessuna pena è più grave della rea coscienza. Noi vediamo delle volte piante intarlate o marce esternamente. Chi deve farne uso non si preoccupa tanto della superficie: osserva se la pianta sia sana internamente. Se internamente non fosse sana, a nulla varrebbe, anche se avesse buona apparenza esterna. «Così, quando l’uomo non trova in se stesso una buona coscienza, che gli giova essere in buon stato esternamente, se è putrefatto il midollo della sua coscienza?» (S. Agost. En. In Ps. XLV,3) Se può ingannare l’occhio degli uomini che lo credono felice, non può ingannar Dio. «Dio solo vede il cuore degli uomini» (2 Paral. VI. 30) ed egli ci assicura che «per gli empi non c’è pace» (Is. XLVIII, 22). – Chi vuol vivere giorni felici, oltre essere in pace con Dio, deve procurare di essere in pace con il prossimo. Cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla, studiandosi di vivere in concordia col prossimo, e ponendo ogni premura per impedire che la pace non si rompa. È tanto facile rompere la pace con il nostro prossimo! Le sue abitudini, i suoi gusti, le sue parole ci sono frequentemente occasione d’impazienza, di risentimento. Per non rompere l’armonia che deve regnare con tutti, è necessario prender sempre le cose in buona parte; non lasciarsi mai prendere dal cattivo umore; e sopportar pazientemente il cattivo umore degli altri. Io sarei felice, se quel vicino non s’interessasse dei fatti miei, se quella persona non mi portasse invidia, se quell’altra non mi odiasse, tu dici. Sarà verissimo. Ma siccome anche tu sei di carne e ossa come coloro che ti recano noia, è naturale che gli stessi lamenti che tu muovi rispetto a loro, essi potrebbero muovere rispetto a te. Sai bene che cosa dice S. Giacomo : «Tutti manchiamo in molte cose» (III, 2). Via, oggi a me, domani a te. Se oggi sono altri che ti offrono motivo di lamento, domani potresti esser tu a offrire motivo di lamento ad altri. È meglio considerare la partita pari, e sopportarsi a vicenda, avendo sempre in vista la conservazione della pace. Quanto ai sussurroni che cercano di turbare la concordia non c’è che far orecchie da mercante. Un buon paio d’orecchie stancano cento male lingue. Col tempo taceranno anch’essi. Esser indulgenti con i nostri fratelli è condizione indispensabile per conservar la pace e la felicità. Il Signore l’ha inculcata insistentemente questa indulgenza verso il prossimo. E il cristiano non può esimersi dal praticarla. Dimentichi, quindi, i dispiaceri che gli furon dati; non badi alle parole sfavorevoli; non si lamenti delle dimenticanze; passi sopra ai torti ricevuti, ripaghi l’odio con il perdono, anzi con l’amore. Allora soltanto avrà la pace. «Se c’è carità, ci sarà anche la pace» (S. Giov. Cris. In Epist. Ad Eph. Hom. XXIV, 4). Senza abnegazione non si può aver la pace. È una verità troppo dimenticata. Forse mai, come ai nostri giorni, si è sentito parlare di pace; eppure tutti sentiamo che la pace manca. Si vuol la pace, senza cessare di guardarsi in cagnesco; si vuol la riconciliazione, pur mantenendo vivo l’odio; si vuole l’armonia, senza rinunziare all’orgoglio e all’egoismo. Si vuol la pace, mettendo a base non l’amore, ma il timore. La pace si avrà solamente allora che le si metterà per base l’amor di Dio col conseguente amor degli uomini. Senza questa base possono moltiplicarsi i convegni, le riunioni, i tentativi d’ogni genere: tutto, però, finirà con la melanconica constatazione del profeta «E curarono le piaghe della figlia del popol mio con burlarsi di lei, dicendo: Pace, pace; e pace non era» (Ger. VI, 14). E non dobbiamo accontentarci della pace di un giorno, o di una pace molto facile. I tesori si acquistano con grandi sacrifici, e si conservano con molta cura. Altrettanto dobbiam fare con il tesoro della pace. Chi vuol vivere i giorni felici cerchi la pace, e si sforzi di raggiungerla «Non basta cercarla; — commenta S. Gerolamo — se, trovatala, cerca di sfuggire, tienle dietro con ogni alacrità! » (Epis. 124, 14 ad Rost.). – E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bene? Nessuno può nuocere a chi conduce una vita irreprensibile,dedita al bene. Tutt’al più può nuocere alcorpo, non all’anima. S u questo punto è troppo chiarala parola del Divin Maestro, perché abbiamo ad aver un momento solo di titubanza. «Non temete coloro che possono uccidere il corpo, e non l’anima: temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo» (Matth. X, 28). Tutti i patimenti che i persecutori facevano soffrire ai Cristiani, se tormentavano le loro membra, lasciavano imperturbato il loro spirito. «Noi siamo persuasi — offermava S. Giustino M. — di non poter soffrir male di sorta da nessuno, se non quando siamo convinti d’esser caduti in colpa» (Apol. 1, ). Anzi, la persecuzione noi dobbiam considerarla come un bene. E se anche aveste a patire per la giustizia, beati voi!, aggiunge S. Pietro. Quando si soffre per una causa giusta, si è più degni di ammirazione di chi trionfa. Chi soffre per una causa santa, deve fare più invidia che compassione. «Essere prigioniero per Cristo — dice il Crisostomo — è gloria più grande che essere Apostolo, dottore, evengelista. E chi ama Cristo ben intende quel che dico» (In Ep. Ad Eph. Hom. 8, 1). La Beata Giovanna Antida Thouret, non reggendole il cuore di vedere, durante la rivoluzione francese, il suo paese senza culto, senza preghiera, prese a radunar gente in casa sua, nei giorni domenicali e festivi, perché potessero attendere a qualche atto di pietà. Talora poté venire anche qualche sacerdote a celebrare e a ministrare i Sacramenti. – La cosa non poteva sfuggire ai nemici della religione, e la Thouret è chiamata a comparire davanti al comitato rivoluzionario di Baumes-Les-Dames. Mentre si reca davanti ai commissari la gente, che temeva per la sua sorte, le diceva: — Dove andate mai ? — Vado a festa. Non temete; non ho paura; si tratta della causa di Dio — (La Beata Giovanna Antida Thouret Roma, 1926). Quando si tratta della causa di Dio dobbiamo considerare le sofferenze come una vera festa. Anche Gesù Cristo aveva detto, prima di S. Pietro : «Beati voi quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno» (Matth. V, 11). Qualunque croce, accettata con spirito cristiano ci porta vantaggi incalcolabili. «Beato l’uomo che soffre tentazioni; perché quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita, promessa da Dio a coloro che lo amano » (Giac. I, 12). Quindi, in nessuna circostanza della vita c’è motivo di perder la pace, «Si logori pure la mia carne e il mio cuore: — esclama il Salmista — fortezza del mio cuore e mia porzione eterna è Dio» (Ps. LXXII, 26). E quando pensiamo che Dio è nostra porzione eterna, non possono turbarci le privazioni che logorano la vita, i dolori che amareggiano il cuore. Le tribolazioni e le persecuzioni devono, invece, consolarci perché «la momentanea e leggera tribolazione nostra procaccia a noi, oltre ogni misura, smisurato peso di gloria» (II Cor. IV, 17).

Graduale

Ps LXXXIII: 10; 9

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice super servos tuos, [O Dio, nostro protettore, volgi il tuo sguardo a noi, tuoi servi]

V. Dómine, Deus virtútum, exáudi preces servórum tuórum. Allelúja, allelúja [O Signore, Dio degli eserciti, esaudisci le preghiere dei tuoi servi. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XX: 1

Alleluja, alleluja Dómine, in virtúte tua lætábitur rex: et super salutáre tuum exsultábit veheménter. Allelúja. [O Signore, nella tua potenza si allieta il re; e quanto esulta per il tuo soccorso! Allelúia].

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt. V: 20-24

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nisi abundáverit justítia vestra plus quam scribárum et pharisæórum, non intrábitis in regnum coelórum. Audístis, quia dic tum est antíquis: Non occídes: qui autem occídent, reus erit judício. Ego autem dico vobis: quia omnis, qui iráscitur fratri suo, reus erit judício. Qui autem díxerit fratri suo, raca: reus erit concílio. Qui autem díxerit, fatue: reus erit gehénnæ ignis Si ergo offers munus tuum ad altáre, et ibi recordátus fúeris, quia frater tuus habet áliquid advérsum te: relínque ibi munus tuum ante altáre et vade prius reconciliári fratri tuo: et tunc véniens ófferes munus tuum.”

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXII.

 “In quel tempo disse Gesù a’ suoi discepoli: In verità vi dico che, se la vostra giustizia non sarà più abbondante che quella degli Scribi e Farisei, non entrerete nel regno de’ cieli. Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non ammazzare; e chiunque avrà ammazzato, sarà reo in giudizio. Ma io vi dico, che chiunque, si adirerà contro del suo fratello, sarà reo in giudizio. E chi avrà detto al suo fratello: Raca; sarà reo nel consesso. E chi gli avrà detto: Stolto; sarà reo del fuoco della gehenna. Se adunque tu stai per fare l’offerta all’altare, e ivi ti viene alla memoria che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te: posa lì la tua offerta davanti all’altare, e va a riconciliarti prima col tuo fratello, e poi ritorna a fare la tua offerta” (Matth. V. 20-24).

Quel celebre discorso che nostro Signor Gesù Cristo tenne sopra il monte, presso il lago di Genezaret, fu sempre riguardato, come nota S. Agostino, siccome il compendio di tutta la morale di Gesù Cristo e la regola esatta e completa di una vita al tutto cristiana. Perciò non ci deve far meraviglia, se la Chiesa più volte, in varie domeniche dell’anno, richiama la nostra attenzione sopra qualche tratto di quel discorso medesimo; poiché di che altro mai la Chiesa, nostra affettuosissima madre, può essere più sollecita che nutrire noi, suoi figliuoli, del cibo santissimo della parola uscita dallo stesso labbro del divino Maestro? È dunque uno dei tratti di quel celebre discorso, che anche oggi la Chiesa ci invita a considerare nel Vangelo di questa domenica. E noi, assecondando questo invito procureremo di considerarlo con grande attenzione e con vero profitto per le anime nostre.

1. In quel discorso, tra le altre cose, Gesù disse a’ suoi discepoli: In verità vi dico che, se la vostra giustizia non sarà più abbondante che quella degli Scribi e Farisei, non entrerete nel regno de’ cieli. – Quali erano pertanto questi uomini, che il Salvatore riprova e condanna ad ogni pagina del Vangelo? Gli Scribi erano i dottori della legge incaricati di trascrivere i Libri santi, di tenerli in custodia e di spiegarli al popolo in ciò, che questi avevano di incerto e di oscuro. Costoro esteriormente menavano una vita molto regolata, benché fossero diversi nel loro cuore, onde agli occhi del volgo, che non bada se non all’esterno, godevano una grande riputazione. I Farisei componevano una setta particolare tra i Giudei. Mostravansi scrupolosi osservatori della legge mosaica. Osservavano i giorni di festa, digiunavano due volte la settimana, facevano grandi limosine e lunghe preghiere, pagavano la decima di tutti i loro beni. Affettavano insomma una perfetta regolarità, cosicché tutte le esteriorità parlavano in lor favore. Erano chiamati Farisei, dice S. Girolamo, vale a dire divisi, perché erano separati dal popolo per false apparenze di una singolare pietà. Ma in realtà qual era mai la giustizia di costoro? Era puramente esteriore. Gl’intimi sentimenti non corrispondevano a quell’esteriore di pietà; la legge presso di costoro non conduceva che la mano, ma la grazia non ispirava il cuore. Gli uomini si lasciavano ingannare da quelle apparenze; ma Gesù, che non solo vero uomo, ma pur vero Dio legge nel più intimo del pensiero, scruta le reni e i cuori ed interroga le anime, Gesù ben conosceva quegli orgogliosi Farisei e quegli Scribi ipocriti, e non risparmiandoli punto, diceva loro: « Voi cercate comparir giusti innanzi agli uomini, ma siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità, somigliate a quei sepolcri imbiancati, che paiono magnifici a coloro che li riguardano, e che internamente racchiudono null’altro che corruzione ed ossami di morti ». Ecco quel che erano i Farisei e gli Scribi: praticavano il digiuno e l’astinenza corporali; ma rigettavano la mortificazione del cuore: facevano copiose elemosine, ma per esser veduti, per ottenere la stima e le lodi degli uomini; si facevano scrupolo d’entrare nel palazzo di Pilato, per timor di diventar legalmente immondi, ma con una sfrontatezza incredibile si facevano ad accusare e condannare il Giusto per eccellenza, nostro Signor Gesù Cristo. È adunque facile di comprendere perché Gesù Cristo ci avverta che se la nostra giustizia non sarà più abbondante di quella degli Scribi e dei Farisei, non entreremo nel regno dei Cieli. No, certamente, a guadagnare il Paradiso non basta la bontà esteriore ed apparente, ci vuole la bontà vera e del cuore. Eppure, o miei cari, quanti vi sono tra gli stessi Cristiani, che non hanno che una bontà falsa ed ipocrita! Quanti ve ne sono che della bontà si fanno un’idea tutto secondo la loro passione e fantasia. Taluno, che ama di digiunare, si terrà per molto buono, purché digiuni, sebbene il suo cuore sia pieno di rancore; e non osando soddisfar la sua lingua nel mangiare e nel bere, non avrà poi scrupolo d’imbrattarla nel sangue del prossimo con mormorazioni e calunnie. Un altro si stimerà buono, perché dice una gran moltitudine d’orazioni ogni giorno, sebbene con tutto ciò sia sempre molto fastidioso ed arrogante, e dica facilmente ingiurie al suo prossimo. Quell’altro tira fuori volentieri molti sospiri dal suo cuore quando prega, ma non può cavare un tantino di dolcezza alfine di perdonare ad una persona che l’ha offeso. Un altro sarà esatto nell’eseguire esteriormente gli ordini de’ suoi superiori, ma internamente si adira contro di essi e molto facilmente ne mormora con gli amici. Tutti costoro possono sembrare buoni, ma in realtà non lo sono. Quando i soldati di Saulle cercavano Davide in casa sua, Micol avendo posto una statua nel letto, e copertala colle vesti di Davide, fece loro credere che quello era lo stesso Davide infermo ed addormentato. Cosi molti si coprono di certe azioni esteriori appartenenti alla bontà, e gli altri credono che siano veramente buoni e pii; ma per verità non sono altro che statue e fantasmi di bontà. La vera e viva bontà, o cari giovani e cari Cristiani, presuppone l’amor di Dio, anzi ella non è altro che un vero amor di Dio: quell’amor di Dio, che ci dà forza a ben operare in tutte quante le nostre azioni, e non solo a ben operare, ma ad operare con gusto e con prontezza. La vera bontà non è altro che la vera carità, la quale ci fa osservare esattamente tutti i comandamenti di Dio. Laonde chi non osserva tutti i Comandamenti di Dio, non può assolutamente essere stimato buono. – E perché la vera bontà consiste in un certo grado di eccellente carità, essa non solo ci rende attivi e diligenti nell’osservanza di tutti i precetti di Dio, ma oltre di ciò ci provoca a fare con prontezza ed affetto tutte le buone opere che noi possiamo, ancorché esse non siano in modo alcuno comandate, ma solo consigliate o inspirate. Ed in vero un malato, che di fresco è risanato da qualche infermità, cammina quanto gli è necessario, ma lentamente e con istento; così chi dopo essere stato cattivo viene guarito da’ suoi peccati per qualche grazia speciale di Dio, si mette a fare quanto Dio gli comanda, ma con lentezza e con istento. Invece chi ha la sua bontà, qual uomo ben sano, non solo cammina, e persino corre nella via dei comandamenti di Dio, ma per di più egli si avanza e corre per i sentieri de’ consigli e delle inspirazioni celesti, amando le pratiche di pietà, frequentando con vero profitto i SS. Sacramenti, emendandosi de’ suoi più leggieri difetti e dando esempi di ogni più bella virtù. Pertanto, o miei cari, riflettete alquanto sopra di voi per vedere se in voi vi ha la vera o la falsa bontà, se insomma la giustizia vostra è più abbondante di quella degli Scribi e de’ Farisei, e da questo esame prendete le opportune risoluzioni.

2. Proseguiva poscia il divin Redentore dicendo: Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non ammazzare; e chiunque avrà ammazzato, sarà reo in giudizio. Ma io vi dico, che chiunque si adirerà contro del suo fratello, sarà reo in giudizio. E chi avrà detto al suo fratello: Raca, cioè leggero, privo di senno, sarà reo nel consesso. E chi avrà detto: Stolto, sarà reo del fuoco della gehenna. Presso gli Ebrei eravi il tribunale del giudizio, chiamato il piccolo sinedrio, che giudicava le cause criminali e pronunziava ordinariamente le sentenze di morte; poi il tribunale del consiglio ossia grande sinedrio, che giudicava in ultima istanza i delitti contro lo stato e contro la religione. Quando adunque Gesù dice che chi si mette in collera eccessiva, è reo di giudizio, vuol dire ch’egli sarà castigato da Dio con quella severità, che si usava a quanti venivano condannati dal tribunale del giudizio; così chi dice a suo fratello raca, parola siriaca che significa “stolto”, sarà punito da Dio come i giudicati dal tribunale del consiglio, e finalmente chi dice al suo prossimo stolto, il che in istile biblico vuol dir empio, sarà precipitato in inferno. Ecco quale differenza tra il linguaggio dei dottori della legge e quello di Gesù Cristo. I dottori della legge proibivano soltanto l’omicidio, quando all’esterno compimento; il Salvatore invece attacca il principio di sì grave delitto, e vuol tagliare il male dalla sua radice. Egli ben sa, che chi riuscirà a dominare la collera, che chi non si abbandonerà a parole violente ed ingiuriose contro del suo prossimo, non trascorrerà mai neppure a ferirlo e ad ucciderlo, epperò egli si fa a vietare la collera e le ingiurie; e togliendo il nome dai tribunali, che vi erano tra gli Ebrei per le cause più gravi, e dai più gravi castighi, che essi infliggevano, per impedire tutte le tristi conseguenze della collera minaccia al collerico ed a chi insulta il suo prossimo delle pene simili a quelle che venivano inflitte all’omicida. Se è così adunque, quanto gran male deve essere la collera e quanto importa che noi ci adoperiamo ad evitarla! È vero, vi ha bensì una collera santa, eccitata dallo zelo, che ci fa riprendere con forza, chi la nostra dolcezza non poté correggere: e tale è la collera di un padre o di un maestro alla vista dei disordini, che si devono impedire. Lo stesso Gesù fu preso da questo sdegno, quando cacciò dal tempio i profanatori, che ne violavano la santità. Ma la collera e l’ira, come peccato capitale è ben diversa: è un moto impetuoso dell’anima nostra, che trae a respingere violentemente ciò, che a noi spiace Nasce da un cattivo principio, da una passione, che domina il nostro cuore, e che incontra ostacoli. Un orgoglioso s’avventa contro ciò che ferisce la sua vanità od ambizione; un avaro si sdegna, quando qualche cosa sconcerta le sue idee; un incontinente si infuria, quando si attraversano i suoi piaceri. Quest’ira non è secondo Dio, né secondo la retta ragione: essa turba l’anima, e l’alterazione, che vi apporta, si manifesta sul viso, e in tutto l’esteriore dell’uomo, che vi si abbandona; gli s’infiammano gli occhi, gli si altera la voce, gli si gonfiano le gote, gli trema il corpo, e tutto si agita e si dimena convulsivamente. Allora più non sapendo quel che si dica e quel che si faccia, si abbandona ad ingiurie ad oltraggi, a violenze, a percosse e talora a ferimenti, e persino ad uccisioni; insomma non v’ha più alcunché di crudele e di inumano, che nell’impeto dell’ira non osi intraprendere. Guardate quei due uomini che si allontanano dalla città, e chiedono alla foresta un misterioso e funesto ritiro. Eccoli in mezzo al bosco; hanno in mano uno strumento di morte; si scagliano l’un contro l’altro con implacabil furore. Un d’essi vacilla, cade, muore sul colpo; muore nell’atto medesimo del peccato, e l’anima sua vien sepolta negli abissi. Imperocché il duello è un gravissimo peccato, un delitto enorme che, quando non lascia alcuno spazio alla penitenza, Dio non imo più perdonare al di là della vita presente. E quale è stata l’origine di quella dannazione, adesso consumata per l’intera eternità? Un risentimento, uno sfogo di collera, un’ingiuria. Oh quanto è vero che la collera è come scintilla di fuoco lanciata in un mucchio di steppe; la quale se non si soffoca sull’istante, s’apprende e si dilata spaventosamente, né più s’arresta se non quando l’incendio ha cagionato le più gravi rovine. – Ma quali sono le cause della collera? Esse sono varie: la perdita del timor di Dio e della fede; una cattiva educazione e principii perversi avuti fin dall’età giovanile; gli eccessi del giuoco, della gola e della dissolutezza; ma la principale è l’orgoglio. Il che spiega perché non vi ha vizio, che tanto si cerchi di scusare quanto la collera. – Provenendo esso il più delle volte dalla superbia, difficilmente s’incontra chi voglia darsi torto; anzi pretendesi persino aver ragioni d’incollerire. Il mio carattere è così fatto, si dice; non posso contenermi; i compagni, i servi, i maestri son la cagione delle mie escandescenze. Son stato provocato, aizzato, tirato pe’ cappelli… Di questo modo si va accusando gli altri, fuorché il vero colpevole, che è colui stesso, che va in collera. Se adunque vogliamo impedire in noi le vampe dalla collera, dobbiamo gettare acqua sul fuoco della superbia, considerando frequentemente il nulla, che noi siamo, e la miseria e la colpevolezza, di cui siamo ripieni. Chi si umilia a riconoscersi per quello che è, non può essere che tanto facilmente si adiri nell’essere contrariato e ben anche insultato, perché riconoscerà altresì che per i suoi peccati merita quello e peggio. Ma oltre al combattere la nostra superbia bisogna pure combattere direttamente la nostra collera. A tal fine bisogna abituarsi per tempo a dominarla, col resistere ai suoi primi assalti; quando si è alterati bisogna vegliare sulle nostre parole, porre alle nostre labbra una prudente custodia; bisogna esercitarsi nella cristiana dolcezza, virtù che per Iddio ci fa sopportare le contraddizioni, che ci accadono, che frena ogni vivacità e i risentimenti, che ci possono eccitare la collera, che impedisce di dar segno alcuno di acrimonia e d’impazienza, e di lasciar sfuggire parole di lamento o di disprezzo, che fa aver sempre un’aria modesta, usar contegno verso certe persone d’indole difficile e cercare di guadagnarle mediante la compiacenza. E questa sarà la virtù che adornerà il nostro cuore, se ci studieremo di ridurre spesso alla memoria la dolcezza e la mansuetudine di Gesù Cristo. Oh! se ai patimenti del Redentore, scrive S. Ambrogio, si volge la mente, niente sembrerà sì penoso, che non si sopporti pazientemente.

3. Infine il divin Maestro conchiude il Vangelo d’oggi dicendo: Se adunque tu stai per fare l’offerta all’altare, e ivi ti viene alla memoria che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te: posa lì la tua offerta davanti all’altare, e va a riconciliarti prima col tuo fratello, e poi ritorna a fare la tua offerta. Vedete, o miei cari, come egli ama la carità, l’unione tra i fratelli, l’affetto che dobbiamo avere gli uni per gli altri! Egli esige che s’interrompa il culto che gli vien reso, il sacrifizio che gli si offre, per compiere il gran dovere della riconciliazione. Questa riconciliazione tra i fratelli offesi è il sacrifizio più gradito, che gli si possa offrire. I donativi più ricchi per lui non valgono l’adempimento di questo sacro dovere. Che pensare adunque di coloro che lasciano ogni giorno tramontare il sole sopra di un’offesa? che pensare di quelli che passano lunghi anni curvi sotto il peso dell’odio? Che pensar di quelli che vengono, non già solo ad assistere al santo Sacrifizio, ma ad inginocchiarsi alla sacra mensa col risentimento nell’animo? Possono eglino fare delle buone Comunioni? possono essere graditi a nostro Signore? No, non è possibile. Poiché se Gesù ci comanda di lasciar l’altare nell’ora del sacrificio per andare a riconciliarci col nostro fratello, a più forte ragione ci proibisce di accostarci alla sacra mensa, prima d’aver adempiuto al debito della riconciliazione, e più grave altresì sarebbe il nostro mancamento facendo diversamente da quello, che Egli esige da noi. Un tempo, prima di presentarsi all’altare per ricevervi il pane degli Angeli, i fedeli si davano a vicenda nella chiesa il bacio di pace. Deliziosa immagine della carità, che li univa gli uni agli altri! Quindi ancor noi ci guarderemo ben bene dal contristare ed offendere chicchessia volontariamente e senza motivo; tratteremo i nostri simili con la mansuetudine che ci comanda Gesù, il qual era mite ed umile di cuore; ma se qualcuno ci avesse in qualche modo offesi, con una generosità al tutto cristiana tosto gli perdoneremo, specialmente perché il Signore per questo riguardo gradisca le nostre preghiere, i nostri sacrifici, le nostre Comunioni in odore di soavità. E non è forse questo generoso perdono, che Gesù Cristo ci predica col suo esempio nello stesso SS. Sacramento dell’Eucaristia? Nessuno potrà ridire quanti affronti, quanti insulti abbia ricevuto e riceva tuttora in questo SS. Sacramento e dagli infedeli, che non lo credono, e dai Cristiani che non lo temono; eppure sempre pazienta, perdona, e fa del bene ai suoi offensori. Se pertanto vogliamo gloriarci di essere somiglianti a Dio ed al suo Divin Figliuolo Gesù, dobbiamo anche noi perdonare volentieri a chi ci ha offesi ed anzi portargli affetto e fargli del bene. Epperciò se abbiamo ricevuto una qualche ingiuria, dimentichiamola tosto e mettiamoci subitamente a trattare con la stessa benevolenza di prima colui, che ce l’ha arrecata. Non sia mai, o cari Cristiani e cari giovani, che coviamo nel cuor nostro del rancore e dell’odio verso qualcuno. Che se poi ci fosse accaduto di essere stati noi gli altrui offensori, diamoci tosto premura di placare la persona offesa chiedendole in bel modo scusa del nostro mancamento a suo riguardo, ancorché ciò dovesse costarci un grande sacrificio nel vincere la nostra ripugnanza. Allora è certo che Iddio pieno di bontà e di misericordia accoglierà commosso le nostre preghiere, gradirà le nostre pratiche devote e sopra tutto le nostre Comunioni, in cui Egli, dimentico delle nostre passate colpe, ci darà l’amplesso di pace e di amore, pegno certo e caparra sicura di quello, col quale ci terrà poi a Lui uniti per tutta l’eternità.

Credo …

Offertorium

Orémus

Ps XV: 7 et 8. Benedícam Dóminum, qui tríbuit mihi intelléctum: providébam Deum in conspéctu meo semper: quóniam a dextris est mihi, ne commóvear. [Benedirò il Signore che mi dato senno: tengo Dio sempre a me presente, con lui alla mia destra non sarò smosso.]

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris: et has oblatiónes famulórum famularúmque tuárum benígnus assúme; ut, quod sínguli obtulérunt ad honórem nóminis tui, cunctis profíciat ad salútem. [Sii propizio, o Signore, alle nostre suppliche, e accogli benigno queste oblazioni dei tuoi servi e delle tue serve, affinché ciò che i singoli offersero a gloria del tuo nome, giovi a tutti per la loro salvezza.]

Communio

Ps XXVI: 4 Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ. [Una cosa sola chiedo e chiederò al Signore: di abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita].

Postcommunio

Orémus.

Quos cœlésti, Dómine, dono satiásti: præsta, quæsumus; ut a nostris mundémur occúltis et ab hóstium liberémur insídiis.

Per l’ordinario vedi:

ORDINARIO DELLA MESSA – ExsurgatDeus.org

DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 1; 2 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt. [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.] Ps XXVI:3

Si consístant advérsum me castra: non timébit cor meum. [Se anche un esercito si schierasse contro di me: non temerà il mio cuore.]

Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt. [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.]

Oratio

Orémus.

Da nobis, quæsumus, Dómine: ut et mundi cursus pacífice nobis tuo órdine dirigátur; et Ecclésia tua tranquílla devotióne lætétur. [Concedici, Te ne preghiamo, o Signore, che le vicende del mondo, per tua disposizione, si svolgano per noi pacificamente, e la tua Chiesa possa allietarsi d’una tranquilla devozione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom VIII: 18-23.

“Fratres: Exístimo, quod non sunt condígnæ passiónes hujus témporis ad futúram glóriam, quæ revelábitur in nobis. Nam exspectátio creatúræ revelatiónem filiórum Dei exspéctat. Vanitáti enim creatúra subjécta est, non volens, sed propter eum, qui subjécit eam in spe: quia et ipsa creatúra liberábitur a servitúte corruptiónis, in libertátem glóriæ filiórum Dei. Scimus enim, quod omnis creatúra ingemíscit et párturit usque adhuc. Non solum autem illa, sed et nos ipsi primítias spíritus habéntes: et ipsi intra nos gémimus, adoptiónem filiórum Dei exspectántes, redemptiónem córporis nostri: in Christo Jesu, Dómino nostro”.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA VITA FUTURA

“Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Infatti il creato attende con viva ansia la manifestazione dei figli di Dio. Poiché il creato è stato assoggettato alla vanità non di volontà sua; ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo, invero, che tutta quanta la creazione fino ad ora geme e soffre le doglie del parto. E non solo essa, ma anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, anche noi gemiamo in noi stessi attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio, cioè la redenzione del nostro corpo” (Rom. VIII, 18-23).

L’epistola è un brano della lettera ai Romani. San Paolo aveva affermato nei versetti precedenti che saremo glorificati con Cristo se avremo patito con Lui. Perché nessuno rimanga scoraggiato da questo condizione, fa conoscere la grandezza della gloria futura. La manifestazione della gloria dei figli di Dio è tanto grande che è aspettata ardentemente anche dal mondo sensibile, che vi prenderà parte in qualche modo con la sua rinnovazione. Assieme con la creazione è aspettata pure da noi che, possedendo già lo Spirito Santo come primizia e pegno della celeste eredità, ne sospiriamo il compimento, mediante la glorificazione del nostro essere intero, anima e corpo. Rivolgiamo oggi il pensiero a questa vita della gloria, a questa vita futura, Essa:

1. È il luogo della nostra abitazione eterna,

2. È il compimento delle nostre aspirazioni,

3. È il sommo godimento nel possesso di Dio.

1.

Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Innanzi tutto, la vita futura, la vita della gloria, è il luogo della nostra dimora alla quale siamo avviati, non avendo quaggiù dimora permanente. – Una delle più gravi preoccupazioni, quaggiù, è quella di cercarsi una dimora conveniente e poter dire: ho trovato il mio posto; finalmente sono tranquillo. Ma un bel giorno, o per una motivo o per un altro, viene l’ordine di sfratto, e bisogna lasciare quel luogo, a cui si era cominciato a portar affezione. È sogno di tanti procurarsi un’abitazione propria, anche modesta, per passarvi tutta la vita: ma quando si incomincia a goderla, bisogna uscire.  Se non sono i padroni che ci danno lo sfratto quando siamo ancor vivi, sono gli eredi che, volendo liberar la casa, ce ne portano fuori cadaveri. – Ma se noi arriveremo a entrare nella dimora futura, nessuna forza, nessun succedersi di eventi ce ne potrà allontanare. È un posto preparato appositamente per noi; e non da mano d’uomo, ma dalla mano del sommo Artefice, il quale unicamente ha diritto di disporre. « Demolita la casa di questa dimora terrena, si acquista nel cielo una abitazione eterna » (Prefazio dei defunti). – Una grande preoccupazione è sempre il pensiero di poter perdere i beni che si posseggono. Guardate chi vive negli affari. L’idea che una sosta nel commercio, un concorrente, un amministratore infedele, un cambiamento della situazione che possano rovinare gli affari, ora bene avviati, non lo lascia in pace. Guardate quelli che vivono col frutto dei propri beni. Vedono pericoli dappertutto, ladri dappertutto; sono sempre in attesa che la terra manchi loro sotto i piedi. Per gli uni e per gli altri, poi, c’è sempre quell’importuna che si chiama morte, che s’avanza senza sosta. Aver dei beni, e non poterli godere che per brevissimo tempo, è un tormento piuttosto che un beneficio. « O morte, quanto è amaro il tuo ricordo per un uomo che vive in pace tra le sue ricchezze » (Eccli. XLI, 1). Quando, come premio delle nostre opere buone, riceveremo la corona di gloria in paradiso, non saremo turbati dal timore che alcuno ce la possa togliere. Non lavorio nascosto o violenza aperta potrà privarcene; e il tempo non potrà far appassire uno solo dei fiori che la compongono: essa sarà «una corona immarcescibile» (1 Piet. V, 4). – Il corso dei secoli abbatte inesorabilmente tutti i regni della terra. Degli uni restano solo ruderi; degli altri non restano che ricordi. E più presto ancora dei regni, passano i regnanti. Oggi sul trono, domani in esilio; oggi la gloria del trionfo, domani l’amarezza della fuga. Ben diversa sarà la sorte dei beati quando Dio dirà loro: «Venite, possedete il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo» (Matth. XXV, 34). Quello è un regno che non avrà fine, e i beati «regneranno pei secoli dei secoli » (Apoc. XXII, 5). Nessuna congiura, nessuna rivoluzione muterà le sorti di quel regno, o detronizzerà i servi di Dio.

2.

Il creato è stato assoggettato alla vanità, non di volontà sua, ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione. Il creato nella speranza di essere affrancato dalla schiavitù a cui lo riduce il peccatore, che lo fa servire al male e alla corruzione, attende, con viva ansia, il giorno della glorificazione dei figli di Dio, perché quel giorno sarà pure il giorno della sua libertà gloriosa. Se tutte le creature che servono all’uomo, cielo, terra, elementi, desiderano ardentemente la gloria futura, noi non dobbiamo lasciarci indietro in questo desiderio. In fondo, la vita futura è il compimento delle nostre aspirazioni.La guerra, quando si prolunga troppo, snerva e stanca anche i più volenterosi. Viene il momento in cui anche il guerriero sente il bisogno di sospendere le armi e di godere i benefici della pace. La vita dell’uomo su questa terra è una battaglia continua. Non tutti hanno da combattere con armi materiali contro nemici forniti di armi materiali; ma tutti hanno da combattere contro nemici spirituali che cercano di sottrarci al dominio di Dio; contro difficoltà d’ogni genere che sono d’ostacolo ai nostri doveri; contro la carne che insorge a far guerra allo spirito, senza un momento di tregua, senza che possiamo esser sicuri della vittoria finale, anche dopo tante battaglie vinte, in modo che tante volte ci facciamo la domanda angosciosa: «Quando finirà questa lotta?» — Quando saremo passati da questa vita alla vita futura. «La morte dei giusti— dice S. Efrem — è fine al combattimento delle passioni carnali; dal quale gli atleti escono vincitori a ricevere la corona della vittoria» (Inno fun. 1).Lo schiavo cerca di togliersi il giogo della tirannia; nessuno vuol adattarsi a sopportare un giogo, tanto più se è pesante. Eppure la nostra vita è un continuo giogo, e giogo pesante: « Un grande travaglio è assegnato a ogni uomo; e un giogo pesante grava sui figli degli uomini dal giorno che uno esce dal seno materno, fino al giorno che è sepolto nel seno della madre comune » (Eccli XLI, 1). Quando ci sottrarremo a questo giogo? Quando passeremo da questa vita al cielo. Là «non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, perché le prime cose sono passate » (Apoc. XXI, 4). Là sarà la fine delle nostre pene, delle nostre lagrime, della nostra servitù. Bello è il mare visto dalla sponda! Sia che nella sua calma ci parli della maestà di Dio; sia che nella tempesta ci parli della sua potenza e della sua giustizia. Quanti, contemplando il mare, sognano di aver la fortuna di attraversarlo un giorno. Ma, se vi riescono, si annoiano ben presto, e si ricordano del proverbio: Loda il mare e tieniti a terra. E quando il viaggio è terminato, confessano candidamente che il giorno più bello fu il giorno dell’arrivo. Così avviene del mare della vita. Negli anni della fanciullezza ci si presenta molto affascinante; ma con l’andare del tempo il fascino sparisce; e a mano a mano che si procede, crescono, ogni giorno più, la noia, le disillusioni, lo sconforto. Quando ne saremo liberi? Quando arriveremo alla vita beata. Quello sarà il più bel giorno del nostro viaggio attraverso il mar tempestoso di questa vita. – All’arrivo di un piroscafo di passeggeri è gran festa, fra chi arriva, e tra i parenti e gli amici che stanno ad aspettare. « Nell’altra vita sta ad aspettarci un gran numero di nostri cari: ci desidera una folta e numerosa turba di genitori, di fratelli, di figli, già sicuri della loro vita immortale, e ancor solleciti dalla nostra salvezza » (S. Cipriano – De Mortal. 26). Essi affrettano, coi loro voti, il nostro arrivo, la festa dell’incontro, che ci riunirà per sempre. Durante la persecuzione scatenata nel Tonchino nel 1838, un bambino si rivolge al mandarino: «Grand’uomo, dammi un colpo di sciabola, perché possa andare nella mia patria. — «Dov’è la tua patria?» — « In cielo ». — « Dove sono i tuoi genitori? » — « Sono in cielo: voglio andar da loro; dammi un colpo di sciabola per farmi partire» (A. Larniay. Mons. Pietro Retort e il Monchino Cattolico, Milano, 1927, p. 142-43). Andando in Paradiso andiamo a riunirci ai nostri cari nella nostra vera patria.

3.

S. Paolo dice che gemìamo in noi stessi, attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio. Non siamo già figli adottivi di Dio? Qui siamo figli adottivi di Dio per mezzo della grazia. La nostra adozione piena e perfetta l’avremo nella seconda vita, ove saremo glorificati quanto all’anima e quanto al corpo. È là, dove i figli di Dio desiderano trovarsi con il loro Padre, contemplarlo nella gloria. Davide, perseguitato ingiustamente dai nemici, circondato da pericoli, prega il Signore che lo soccorra, lo protegga, affinché, dopo una vita innocente, possa al risvegliarsi dalla morte, andare a bearsi nelle sembianze di Dio. « Nella mia integrità comparirò al tuo cospetto, e mi sazierò all’apparire della tua gloria » (Ps. XVI, 15). S. Paolo sente quanto sia meglio goder la vista di Dio. e vivere con Lui nella gloria, che vivere su questa terra di miserie e di affanni. « Bramo di sciogliermi e di essere con Cristo » (Filipp. I, 23), scrive ai Filippesi. E S. Ignazio di Antiochia scrive ai Romani: « Nessuna cosa creata, visibile o invisibile, deve fare impressione su l’animo mio, affinché io possa giungere a Cristo. Fuoco, croce, branchi di fiere, lacerazioni, scorticamenti, slogamenti delle ossa, trituramento di tutto il corpo, tutti i terrori e i tormenti del demonio si rovescino sopra di me, purché possa pervenire a Gesù Cristo » (Ad Rom. 5, 3). E chi è che, pensando seriamente al godimento che ci procura la vista di Dio, non desidererebbe d’essere con Lui? – In paradiso vedremo Dio a faccia a faccia; e nella sua visione beatifica, come in un mare di luce, vedremo tutto. Vedremo il creato con tutte le sue meraviglie, con i suoi segreti, con la sua mirabile armonia. In Dio conosceremo tutte le verità di ordine naturale, senza bisogno di alcun sforzo di mente, di studi, come fanno i filosofi, i quali, dopo tanto affaticarsi, non riescono a conoscerle che in parte, e non sempre senza mescolanza di errori. Conosceremo le verità di ordine soprannaturale, che qui crediamo per la fede. Vedremo Dio com’è; vedremo le sue perfezioni, e la nostra mente, nutrendosi in questa conoscenza, troverà la sua piena felicità. « La vita eterna — dice Gesù Cristo rivolto al Padre — consiste nel conoscere Te » (Giov. XVII, 3). – Nella piena conoscenza di Dio il cuore troverà ciò che può accontentare pienamente i suoi desideri. In Dio troverà infinitamente più di ciò che può desiderare e sperare: Godimenti e delizie senza misura e senza durata. « Tu — dice il Salmista — mi darai pienezza di gioie con la tua presenza; le delizie perpetue della tua destra » (Ps. XV, 11). Se Dio, qui su la terra fa generosamente partecipi dei suoi beni gli uomini, di quanta felicità non farà partecipi i beati nel regno della patria? Possiam ben ripetere ancora col Salmista: « Saranno inebriati dall’abbondanza della tua casa, e li disseterai al torrente di tue delizie » (Ps. XXXV, 9). – Anche noi potremo un giorno godere dell’abbondanza della casa del Padre celeste. Se vogliamo arrivarvi dobbiamo pensarci spesso. Dobbiam confrontare il nulla dei beni fugaci di quaggiù coi beni imperituri e immensi del paradiso, i quali solo possono appagarci pienamente. « Adunque, fratelli carissimi — ci esorta S. Gregorio M. — se desiderate esser ricchi, amate le vere ricchezze. Se cercate la sublimità del vero onore, sforzatevi di pervenire al regno celeste. Se amate la gloria della dignità, affrettatevi a esser inscritti a quella suprema corte degli Angeli » (Hom. XV, 1) A nessuno è negato di entrarvi; anzi, la grazia di Dio porge l’aiuto a tutti.

Graduale

Ps LXXVIII: 9; 10 Propítius esto, Dómine, peccátis nostris: ne quando dicant gentes: Ubi est Deus eórum?

V. Adjuva nos, Deus, salutáris noster: et propter honórem nóminis tui, Dómine, líbera nos. [Sii indulgente, o Signore, con i nostri peccati, affinché i popoli non dicano: Dov’è il loro Dio? V. Aiutaci, o Dio, nostra salvezza, e liberaci, o Signore, per la gloria del tuo nome.]

Allelúja

Alleluja, allelúja Ps IX: 5; 10 Deus, qui sedes super thronum, et júdicas æquitátem: esto refúgium páuperum in tribulatióne. Allelúja [Dio, che siedi sul trono, e giudichi con equità: sii il rifugio dei miseri nelle tribolazioni. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam. Luc. V: 1-11

In illo témpore: Cum turbæ irrúerent in Jesum, ut audírent verbum Dei, et ipse stabat secus stagnum Genésareth. Et vidit duas naves stantes secus stagnum: piscatóres autem descénderant et lavábant rétia. Ascéndens autem in unam navim, quæ erat Simónis, rogávit eum a terra redúcere pusíllum. Et sedens docébat de navícula turbas. Ut cessávit autem loqui, dixit ad Simónem: Duc in altum, et laxáte rétia vestra in captúram. Et respóndens Simon, dixit illi: Præcéptor, per totam noctem laborántes, nihil cépimus: in verbo autem tuo laxábo rete. Et cum hoc fecíssent, conclusérunt píscium multitúdinem copiósam: rumpebátur autem rete eórum. Et annuérunt sóciis, qui erant in ália navi, ut venírent et adjuvárent eos. Et venérunt, et implevérunt ambas navículas, ita ut pæne mergeréntur. Quod cum vidéret Simon Petrus, prócidit ad génua Jesu, dicens: Exi a me, quia homo peccátor sum, Dómine. Stupor enim circumdéderat eum et omnes, qui cum illo erant, in captúra píscium, quam céperant: simíliter autem Jacóbum et Joánnem, fílios Zebedaei, qui erant sócii Simónis. Et ait ad Simónem Jesus: Noli timére: ex hoc jam hómines eris cápiens. Et subdúctis ad terram návibus, relictis ómnibus, secuti sunt eum”.

OMELIA II

 [A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXII

 “In quel tempo mentre intorno a Gesù si affollavano le turbe per udire la parola di Dio, Egli se ne stava presso il lago di Genesaret. E vide due barche ferme a riva del lago; e ne erano usciti i pescatori, e lavavano le reti. Ed entrato in una barca, che era quella di Simone, richiese di allontanarsi alquanto da terra. E stando a sedere, insegnava dalla barca alle turbe. E finito che ebbe di parlare, disse a Simone: Avanzati in alto e gettate le vostre reti per la pesca. E Simone gli rispose, e disse: Maestro, essendoci noi affaticati per tutta la notte, non abbiamo preso nulla; nondimeno sulla tua parola getterò La rete. E fatto che ebbero questo, chiusero gran quantità di pesci: e si rompeva la loro rete. E fecero segno ai compagni, che erano in altra barca, che andassero ad aiutarli E andarono, ed empirono ambedue le barchette, di modo che quasi si affondavano. Veduto ciò Simon Pietro, si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Partiti da me, Signore, perché io con uomo peccatore. Imperocché ed egli, e quanti si trovavano con Lui, erano restati stupefatti della pesca che avevano fatto di pesci. E lo stesso era di Giacomo e di Giovanni, figliuoli di Zebedeo: compagni di Simone. E Gesù disse a Simone: Non temere, da ora innanzi prenderai degli uomini. E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguitarono”. (Luc. V, 1-11)

Prima che nostro Signor Gesù Cristo venisse sulla terra, gli uomini erano caduti nei più gravi errori, sicché avevano un bisogno immenso di essere ammaestrati intorno alla verità. E Gesù Cristo per amor degli uomini viene quaggiù, ed essendo Egli la Verità per eccellenza si fece pure ad ammaestrare gli uomini, intorno alla verità. Ma non contento di ciò, perché gli uomini, dopo la sua venuta, potessero essere ammaestrati intorno alla verità sino alla fine del mondo, chiamò a tal fine alla sua sequela gli Apostoli, dei quali fece il fondamento della sua Chiesa, ed ai quali affidò la missione di propagare nel mondo la sua dottrina per guadagnare gli uomini a Dio. Ora questo duplice fatto, d’essere venuto Gesù Cristo ad ammaestrare Egli stesso gli uomini, e d’aver chiamato gli Apostoli alla sua scuola per farne in seguito degli altri maestri di verità, è ciò, che ci pone innanzi il bel tratto di Vangelo, che la Chiesa ci fa leggere in questa domenica. Uditene adunque attentamente la spiegazione.

1. Il divin Redentore Gesù sia con la maestà e con la dolcezza della sua persona, sia con lo splendore dei suoi miracoli e con la sublimità de’ suoi esempi rapiva le menti ed incantava i cuori per modo che è facile il comprendere quel che ci racconta il Vangelo di oggi, che cioè, stando Egli un giorno presso il lago di Genezaret, le turbe gli si affollarono d’intorno quasi premendolo da ogni parte, affine di ascoltare la sua divina parola. Così che Gesù (visto il desiderio ardente e l’amoroso trasporto di queste turbe devote) scorgendo due navi vuote in riva al mare, giacché ne erano usciti i pescatori per lavare le loro reti, entrò nella barca di Simone e lo richiese di allontanarsi alquanto da terra. E stando a sedere incominciò da quella barca ad ammaestrare le turbe schierate lungo il lido. Or chi non ammira qui l’ardentissima brama che queste turbe religiose avevano di istruirsi nelle divine verità? E chi non iscorge come la loro condotta sia una severa condanna per certi giovani e per certi Cristiani, che non si danno alcun pensiero di ben conoscere quella santissima fede, in cui per grazia del Signore sono pur nati? Per certi giovani e certi Cristiani, che massime alla Domenica, in cui nella Chiesa di Dio, dai ministri suoi, si insegnano e si spiegano le divine verità, anziché recarsi a queste istruzioni se ne vanno invece a diporto, ai divertimenti ed alle feste mondane, e forse anche a certe adunanze, dove si insegnano errori e menzogne contro le verità della fede? Eppure, o miei cari, quale istruzione, quale scienza è mai più importante della scienza cristiana? Tutte quante le scienze possono avere il loro pregio, la loro utilità, ma la scienza di nostra Religione è la sola, che sia rigorosamente indispensabile. Non vi ha che una sola cosa necessaria all’uomo, diceva Gesù Cristo: e questa si è di salvare la propria anima e di ottenere la vita eterna. Ma ad essa non è possibile di giungere che per la conoscenza di Dio, e del suo divin Figliuolo, Gesù Cristo, che ha mandato sopra la terra a salvarci. Hæc est vita æterna, ut cognoscant te solum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum (Ioan. XVII, 3). Né solamente l’istruzione religiosa è la più importante in ordine alla vita eterna, ma lo è eziandio riguardo alla felicità della vita presente. Ed in vero se vi ha un’istruzione, che fedelmente praticata possa far valere l’ordine, l’obbedienza, il rispetto, la giustizia, la carità e la pace tra gli uomini non è certamente l’istruzione letteraria o civile, e tanto meno l’istruzione al tutto laica, cioè mondana ed empia, ma l’istruzione religiosa. È seguendo gli insegnamenti di nostra fede, che il fanciullo è dolce ed obbediente, il giovane casto e laborioso, la giovinetta si serba pura e modesta, la donna merita il rispetto di coloro che l’avvicinano, l’uomo rimane grave e prudente, la sposa è fedele, affettuoso lo sposo, e il vecchio un saggio. Quando si porga ascolto agli insegnamenti religiosi il ricco è generoso, il povero rassegnato, integro il magistrato, probo il negoziante, leale il compratore, il cittadino ama la sua patria, il suddito obbedisce al suo sovrano, e la società, pacifica in tutti i gradi della scala sociale, progredisce nella via del vero progresso. Ma al contrario mancando la conoscenza e la pratica degli insegnamenti religiosi, la società, le famiglie, gli individui perdono a poco a poco ogni sentimento di ordine, di soggezione, di rispetto, di giustizia e di carità e cadono nei più spaventevoli eccessi, nei disordini più gravi, e nei più orribili delitti. Se adunque dall’istruirci convenientemente nelle verità di nostra fede proviene a noi ogni bene temporale ed eterno, mentre invece dalla trascuranza di questa istruzione deriva ogni male in questa o nell’altra vita, ricordiamo il bell’esempio, che nel Vangelo di oggi ci danno le turbe devote, ed al par di esse, ansiosi di santamente istruirci, appigliamoci a tutti i mezzi per ciò giovevoli, ma specialmente a quello di frequentare volentieri e con profitto i catechismi, le prediche e le istruzioni religiose.

2. Prosegue il Vangelo dicendo: Quando Gesù ebbe finito di parlare, disse a Simone: Avanzati in alto, e gettate le vostre reti per la pesca. Ma Simone rispose e disse: Maestro, essendoci noi affaticati per tutta la notte, non abbiamo preso nulla: nondimeno sulla tua parola getterò la rete. E fatto che ebber questo, chiusero gran quantità di pesci tanto che si rompeva la loro rete. E fecero segno ai compagni, che erano in altra barca, che andassero ad aiutarli. E poiché questi vennero, empirono ambedue le barche, di modo che quasi si affondavano. Quale stupendo miracolo è mai questo e quanto significativo! In relazione all’anima nostra esso significa che durante la notte del peccato, benché le nostre opere buone in se stesse non siano peccati, come insegnano certi eretici, non sono tuttavia tali per cui possiamo coglierne alcun merito per la nostra salute: mentre invece quando per la grazia di Dio vi è in nostra compagnia Gesù Cristo, tutto quello che noi facciamo in suo nome ci procaccia dei meriti infiniti per l’eternità. Sì, o miei cari, ponderiamolo bene.Finché in un’anima sussiste il peccato mortale, ella resta colpita di sterilità ed è impotente a far opere meritorie di vita eterna. Se parlassi, dice S. Paolo, le lingue degli nomini e degli Angeli stessi, se penetrassi anche i più profondi misteri, se avessi tanta fede da trasportare perfino le montagne, se distribuissi ai poveri ogni mia sostanza, se consegnassi anche il mio corpo alle fiamme, quando mi manchi la carità e sia privo della grazia di Dio, tutto questo niente mi giova. » Le opere buone fatte col peccato mortale sull’anima sono come tanto grano gettato in un sacco scucito e senza fondo, che va a perdersi per terra. I digiuni, le limosine, le mortificazioni, le preghiere, gli atti di virtù, che pratica il peccatore, potranno forse giovare a muovere Iddio a misericordia di lui, onde gli accordi la grazia del pentimento e della conversione, ovvero qualche grazia temporale; ma niente gli contano, niente gli giovano pel Paradiso. Sono opere morte nell’ordine soprannaturale, e quindi di nessun valore. Se a questo ben riflettessero tanti poveri peccatori, come potrebbero stare per mesi e forse anche per anni interi col peccato sull’anima, senza prendersi premura di liberarsene al più presto con la sacramental Confessione? Ma al contrario quando fortunatamente il Cristiano si trova in grazia di Dio, in compagnia di Gesù, può con gran facilità accumularsi un tesoro immenso di meriti pel Paradiso; poiché in tale stato di grazia ogni opera buona che fa, ha un valore soprannaturale, e riesce di sommo gradimento a Dio, che quindi anche la rimunera ampiamente con proporzionati gradi di gloria in cielo; poiché ci assicura Gesù Cristo, che neppure una tazza d’acqua fredda data ad un poverello resterà senza la conveniente mercede in Paradiso. Chi non vede pertanto quanto sia importante essere in compagnia di Gesù col possesso della sua grazia? Ma non dimentichiamo che anche in grazia di Dio dobbiamo far tutto nel nome di Gesù, come fecero gli Apostoli nel gettare le loro reti, cioè con rettitudine d’intenzione, cercando sempre unicamente in tutte le nostre buone opere la gloria di Dio e l’adempimento dei suoi divini voleri. Imperciocché noi apparteniamo a Dio per molti titoli; gli apparteniamo a titolo di creazione, poiché Egli ci ha fatto ciò che siamo; gli apparteniamo a titolo di acquisizione, essendoché Egli ci ha comprati col prezzo del sangue del suo proprio Figlio, secondo quella parola dell’Apostolo: Voi non appartenete più a voi, ma foste comperati a grande prezzo; gli apparteniamo per nostra libera scelta, perché noi l’abbiamo scelto per padrone il giorno del nostro Battesimo, e abbiamo giurato di servire a Lui solo. Noi siamo dunque la proprietà di Dio, sul quale Egli ha il dominio più perfetto, più assoluto, più inalienabile. E siccome il campo deve fruttificare per colui che ne ha il dominio, così noi dobbiamo fruttificare per Iddio, vale a dire noi dobbiamo fare ogni essa per Lui, offrirgli tutte quante le nostre azioni e far sì che tutti i nostri passi abbiano per fine la sua gloria e l’adempimento dei suoi santi voleri. È certamente questa rettitudine d’intenzione, che con la grazia rende le nostre opere accettevoli a Dio, meritorie e degne di ricompensa. Infatti, quanto buona, utile e lodevole sia in se stessa un’azione, se Dio, al quale dobbiamo tutto, ed al quale nulla possiamo rapire senza ingiustizia, non ne è l’oggetto, come gli sarebbe mai accettevole e a qual titolo gliene domanderemmo noi la ricompensa? Procuriamo adunque di non ricercare mai nelle nostre buone opere o la nostra compiacenza o l’ammirazione degli uomini, ma invece proponiamoci in tutto la gloria di Dio secondo quell’avviso dell’Apostolo S. Paolo: Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, ricercate sempre la gloria di Dio; e per tal modo potremo ancor noi farci dei grandi meriti per la vita eterna.

3. Si chiude il Vangelo col dirci che « Simon Pietro veduto quel gran miracolo operato da Gesù Cristo (e nella sua profonda umiltà riconoscendosi indegno di stare in sua compagnia), si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Partiti da me, Signore, perché io sono un povero peccatore. Imperocché ed egli, e quanti si trovavano con lui, erano stati stupefatti della presa che avevano fatta di pesci. E lo stesso era di Giacomo e di Giovanni, figliuoli di Zebedeo, compagni di Simone. Ma Gesù disse a Simone: «Non temere, da ora innanzi prenderai degli uomini ». E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguitarono. Ecco adunque come gli Apostoli, dopo il miracolo di quella gran pesca, invitati da Gesù Cristo a servirlo per diventare pescatori di uomini, prontamente ed assolutamente rinunziarono a tutto quel po’ che avevano e si diedero a seguirlo. Questo ammirabile esempio deve essere di grande eccitamento a tutti coloro, cui Iddio fa l’onore di chiamarli a lasciare le cose del mondo, e a darsi alla sua sequela nella vita religiosa. La grazia della vocazione allo stato religioso non è una grazia ordinaria, ma molto rara, perché Dio a pochi la concede: ma quanto è più grande questa grazia di esser chiamato alla vita perfetta e ad esser fatto domestico di Dio nella sua casa che l’esser chiamato ad esser re di ogni gran regno terreno! E che paragone mai vi è fra un regno temporale della terra ed il regno eterno nel cielo! Ma appunto perché questa grazia è tanto più grande, tanto più si sdegnerà il Signore con chi non avrà corrisposto a questa vocazione, e tanto più rigoroso sarà il suo giudizio nel giorno dei conti. Se un re chiamasse un pastorello al suo palazzo reale a servirlo tra i nobili della sua corte, quale poi sarebbe il suo sdegno, se quegli ricusasse un tal favore, per non lasciare la povera mandria e il suo piccolo gregge? Ora Dio ben conosce il pregio delle sue grazie, epperò ben castiga con rigore chi le disprezza. Egli è il Signore: quando chiama, vuol essere ubbidito ed ubbidito subito: onde quando con la sua voce chiama un’anima alla vita perfetta, se quella non corrisponde, la priva dell’abbondanza dei suoi aiuti, la lascia in preda ad una indicibile inquietudine, sicché correrà il più grave rischio della sua eterna salute. Ed oh quante povere anime vedremo noi riprovate nel giorno del giudizio per questo appunto, perché chiamate a questo stato sublime non han voluto corrispondere! Ma oltre al riprovarle nel giorno del giudizio Iddio farà poi loro soffrire un particolare tormento nell’inferno. Il rimorso d’aver perduto per colpa propria qualche gran bene o di aversi cagionato volontariamente qualche gran male è una pena così grande, che anche in questa vita dà un tormento insoffribile. Or qual tormento avrà nell’inferno un Cristiano chiamato da Dio con favor singolare allo stato religioso, allorché conoscerà che, se ubbidiva a Dio, avrebbe acquistato un gran posto in Paradiso, e si vedrà invece confinato in quel carcere di tormenti, senza speranza di rimedio alla sua eterna rovina? Questo sarà quel verme, che sempre gli roderà il cuore con un continuo rimorso. Egli dirà allora: Oh pazzo che sono stato! potevo farmi un santo e, se ubbidivo, già mi sarei fatto santo; ed ora invece son dannato senza rimedio. Quanto importa adunque quando si è chiamati da Dio a questo stato imitare l’esempio degli Apostoli! E qui osserviamo che Iddio talvolta chiama con vocazione straordinaria, vale a dire con modo meraviglioso e al tutto manifesto; ma il più delle volte con vocazione ordinaria, cioè col far nascere in cuore un’inclinazione certa alla vita religiosa e col somministrare i mezzi per abbracciarla. Così ad esempio con vocazione straordinaria fu chiamato S. Francesco d’Assisi sul principio della sua conversione. In un’estasi vide spade, lance, scuri ed altre armi tutte ricchissime e segnate con una croce. Coraggio, Francesco, gli fu detto, prendi le armi e cammina sotto il vessillo della croce. Francesco, credendo di esser chiamato alla crociata, che era in sulle mosse per la Palestina, pigliò le armi e montò a cavallo, per raggiungere il capo dei crociati. Ma ecco che di nuovo si fa udire la voce interna e gli dice: È forse meglio seguire un capitano terreno, che un Re celeste? A queste parole comprese Francesco che doveva servire più davvicino Gesù. Ma sebbene Iddio talvolta chiami in modo straordinario, non è tuttavia da pretendersi da tutti una tal vocazione. Dice perciò S. Francesco di Sales: Per sapere se Dio vuole che uno sia religioso, non bisogna aspettare che Dio stesso gli parli o gli mandi un Angelo dal cielo a significargli la sua volontà. Il Signore ha più mezzi di chiamare i suoi servi: qualche volta si vale delle prediche, altre volte della lettura de’ buoni libri. Altri vengono chiamati dall’ascoltare le parole del Vangelo, come S. Antonio, altri son chiamati per mezzo delle afflizioni e travagli loro avvenuti nel mondo, dal quale disgustati prendono motivo di lasciarlo. Costoro, benché vengano a Dio come sdegnati col mondo, nulladimeno non lasciano di darsi a Dio con una volontà risoluta, e talvolta questi diventano più santi di coloro che sono entrati per vocazione più apparente. Ma comunque il Signore chiami, bisogna proporsi di seguire i voleri di Dio, checché ne possa avvenire, e non ostante la disapprovazione di chi giudicasse secondo le viste del secolo. Epperò quando i genitori o altre persone autorevoli volessero distogliere taluno dal cammino, a cui Dio lo invita, si ricordi che quello è il caso di mettere in pratica il grande avviso del Vangelo, di ubbidire prima a Dio che agli uomini. Non dimentichino, il rispetto dovuto agli oppositori, risponda loro e tratti sempre con essi umilmente e mansuetamente, ma senza pregiudicare al supremo interesse dell’anima sua. In questo caso chieda parere a persone sagge, massime al confessore, sul contegno da osservare e confidi in Colui che tutto può. – Quando S. Francesco di Sales ebbe palesato in casa che Iddio lo chiamava al Sacerdozio, i genitori gli osservarono che come primogenito della famiglia doveva esserne l’appoggio ed il sostegno; che l’inclinazione allo stato ecclesiastico derivava da una divozione indiscreta, e che avrebbe ben potuto santificarsi anche vivendo nel secolo; anzi per meglio impegnarlo a secondare le loro intenzioni gli proposero un matrimonio onorevole e vantaggioso. Ma nulla valse a smuovere Francesco dal suo proponimento. Antepose costantemente la volontà di Dio a quella del padre e della madre, che pur teneramente amava e profondamente rispettava, e preferì di rinunciare a tutti i vantaggi temporali, anzi che venir meno alla grazia della sua vocazione. I genitori che, non ostante qualche idea meno retta intorno alle vanità mondane, erano tuttavia persone di cristiana pietà, alfine acconsentirono alla vocazione del loro figlio, e furono ben contenti. – Oh! si degni il Signore di moltiplicare le sue vocazioni allo stato di perfezione, e non ostante la guerra accanita che il mondo fa ai religiosi, che tutti i chiamati ascoltino la voce di Dio, e fedelmente vi corrispondano!

 Credo…

 Offertorium

Orémus Ps XII: 4-5 Illúmina óculos meos, ne umquam obdórmiam in morte: ne quando dicat inimícus meus: Præválui advérsus eum. [Illumina i miei occhi, affinché non mi addormenti nella morte: e il mio nemico non dica: ho prevalso su di lui.]

Secreta

Oblatiónibus nostris, quæsumus, Dómine, placáre suscéptis: et ad te nostras étiam rebélles compélle propítius voluntátes. [Dalle nostre oblazioni, o Signore, Te ne preghiamo, sii placato: e, propizio, attira a Te le nostre ribelli volontà.]

Communio

Ps XVII: 3 Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus: Deus meus, adjútor meus. [Il Signore è la mia forza, il mio rifugio, il mio liberatore: mio Dio, mio aiuto.]

Postcommunio

Orémus. Mystéria nos, Dómine, quæsumus, sumpta puríficent: et suo múnere tueántur. Per … [Ci purifichino, o Signore, Te ne preghiamo, i misteri che abbiamo ricevuti e ci difendano con loro efficacia.]

1 LUGLIO: FESTA DEL PREZIOSISSIMO SANGUE DI GESÙ CRISTO (2019) – MESSA

1 luglio: Sangue Preziosissimo di GESÙ Cristo

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Apoc V: 9-10
Redemísti nos, Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu et lingua et pópulo et natióne: et fecísti nos Deo
nostro regnum.
Ps LXXXVIII: 2
Misericórdias Dómini in ætérnum cantábo: in generatiónem et generatiónem annuntiábo veritátem tuam in ore meo.


Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui unigénitum Fílium tuum mundi Redemptórem constituísti, ac ejus Sánguine placári voluísti: concéde, quǽsumus, salútis nostræ prétium sollémni cultu ita venerári, atque a præséntis vitæ malis ejus virtúte deféndi in terris; ut fructu perpétuo lætémur in coelis.
[O Dio onnipotente ed eterno, che hai costituito redentore del mondo il tuo unico Figlio, e hai voluto essere placato dal suo sangue, concedi a noi che veneriamo con solenne culto il prezzo della nostra salvezza, di essere liberati per la sua potenza dai mali della vita presente, per godere in cielo del suo premio eterno.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebræos.
Hebr IX: 11-15
Fratres: Christus assístens Póntifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non hujus creatiónis: neque per sánguinem hircórum aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta. Si enim sanguis hircórum et taurórum et cinis vítulæ aspérsus inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis: quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti’? Et ídeo novi Testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem earum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri Testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis, in Christo Jesu, Dómino nostro. [Fratelli, quando Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraversando una tenda più grande e più perfetta, che non è opera d’uomo – cioè non di questo mondo creato – è entrato una volta per sempre nel santuario: non con il sangue di capri e di vitelli. ma con il proprio sangue, avendoci acquistato una redenzione eterna. Se infatti il sangue di capri e tori, e le ceneri di una giovenca, sparse sopra coloro che sono immondi, li santifica, procurando loro una purificazione della carne; quanto più il sangue di Cristo, che per mezzo di Spirito Santo si offrì senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire al Dio vivente? Ed è per questo che egli è mediatore di una nuova alleanza: affinché, essendo intervenuta la sua morte a riscatto delle trasgressioni commesse sotto l’antica alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna, oggetto della promessa, in Cristo Gesù nostro Signor].

È legge stabilita da Dio fin dal principio che non vi può essere remissione dei peccati nè piena redenzione senza un sacrificio di espiazione e di riparazione, e che tale sacrificio esige l’effusione del sangue. Nell’antica Alleanza, il sangue richiesto era solo quello degli animali immolati davanti al tabernacolo del Tempio. Se esso bastava a dare una purezza esteriore, era però impotente a santificare le anime e a far entrare nel tabernacolo celeste. Ma nel giorno stabilito dalla divina Sapienza, è venuto Cristo, nostro vero ed unico Pontefice, che ha versato come sacrificio il suo preziosissimo Sangue. Con esso ci ha purificati. Ed è in virtù di quel sangue versato che egli entra e fa entrare nel santuario del cielo. Da quel momento « la sua espiazione e la nostra redenzione sono cosa acquisita definitivamente per l’eternità. Il suo sangue, veicolo della sua vita, purifica non soltanto il nostro corpo, ma la nostra stessa anima, il centro della nostra vita; distrugge in noi le opere di peccato, espia, riconcilia, sigilla e consacra la nuova alleanza e, una volta purificati, una volta riconciliati, ci fa adorare e servire Dio mediante un culto degno di Lui.

Il servizio del Dio vivo.

« Infatti, il fine della vita è quello di adorare Dio. La stessa purezza della coscienza e la santità hanno come ultimo disegno e come termine il culto che rendiamo a Dio. Non si è belli per essere belli, non si è puri per essere puri e non andare oltre. Qualunque bellezza soprannaturale è ordinata in definitiva all’adorazione. È appunto quanto vuole il Padre celeste, degli adoratori in spirito e verità: e la nostra adorazione cresce davanti a Dio insieme con la nostra bellezza e la nostra dignità soprannaturale. Così, il termine della nostra vita soprannaturale non siamo noi, bensì Dio. È Dio che in ultima analisi raccoglie il beneficio di quanto noi diventiamo gradualmente mediante la sua grazia e sotto la sua mano. Dio, in noi, opera per noi. Tutta la nostra vita, quella dell’eternità e quella del tempo, è liturgica e ordinata a Dio» (i).

[Dom Guéranger: L’Anno liturgico; Ed. Paoline, Alba. Vol. II, Imprim. 1956]

Graduale

1 Joann. V: 6; 7-8
Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine.
V. Tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum et Spíritus Sanctus; et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, aqua et sanguis: et hi tres unum sunt. Allelúja
, allelúja.
1 Joann V: 9
V. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est. Allelúja.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XIX: 30-35
In illo témpore: Cum accepísset Jesus acétum, dixit: Consummátum est. Et inclináto cápite trádidit spíritum. Judæi ergo – quóniam Parascéve erat -, ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati -, rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et altérius, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum venissent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit; et verum est testimónium ejus. [In quel tempo, quand’ebbe preso l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». Poi, chinato il capo, rese lo spirito. Allora i Giudei, essendo la Parascève, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era, infatti, un gran giorno quel sabato – chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e portati via. Andarono, dunque, i soldati e spezzarono le gambe al primo, e anche all’altro che era stato crocifisso con lui. Quando vennero a Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe: ma uno dei soldati gli trafisse con la lancia il costato, e subito ne uscì sangue ed acqua. Colui che ha visto ne rende testimonianza, e la sua testimonianza è veritiera].

Il Sangue del Cuore di Gesù.

[Dom Guéranger: L’Anno liturgico; Ed. Paoline, Alba. Imprim. 1956]

Nel Venerdì Santo abbiamo inteso per la prima volta questo passo del discepolo prediletto. Dolente ai piedi della Croce su cui era appena spirato il Signore, la Chiesa non aveva allora abbastanza lamenti e lacrime. Oggi trasalisce di altri sentimenti, e lo stesso racconto che le cagionava il pianto la fa esplodere, nelle sue Antifone, in gioia e in canti di trionfo. Se vogliamo conoscerne la ragione, chiediamola agli interpreti autorizzati che essa stessa ha voluto incaricare di mostrarci il suo pensiero in questo giorno. Essi ci insegneranno che la nuova Eva celebra oggi la sua nascita dal costato dello sposo immerso nel sonno (S. Agostino, Trattato 30 san Giovanni); che a partire dal momento solenne in cui il nuovo Adamo permette al soldato di aprirgli il Cuore, noi siamo veramente diventati l’osso delle sue ossa e la carne della sua carne (Discorso del II Notturno). Non stupiamo dunque se d’allora in poi la Chiesa non vede più altro che amore e vita in quel Sangue che si effonde. E tu, o anima, così a lungo ribelle ai tocchi segreti delle grazie di elezione, non desolarti; non dire: «L’amore non è più per me»! Per quanto lontano abbia potuto portarti l’antico nemico con i suoi funesti inganni, non è forse vero che non vi è traviamento, non vi è abisso, si può dire, in cui non ti abbiano seguita i rivi scaturiti dalla sacra sorgente? Credi dunque che il lungo percorso che hai voluto imporre al loro misericordioso inseguimento ne abbia esaurita la virtù? Fanne la prova. E innanzitutto, bagnati in quelle onde purificatrici; quindi, abbevera a lunghi sorsi al fiume di vita quella povera anima affaticata; e infine, armandoti di fede, risali il corso del fiume divino: poiché se è certo che per giungere fino a te non si è separato dal suo punto di partenza, è ugualmente certo che, così facendo, ritroverai la sorgente stessa.

OMELIA

Il Sangue Preziosissimo.

[A. Rey: Il Preziosissimo Sangue; Pia Unione del Prez. Sangue – Roma 1949]

È sangue di un Dio – degno dunque della nostra adorazione

Empii enim estis pretio magno (1 Cor. VI, 20)

L’uomo deve tutto a Dio: principio, essere, doni, corpo, anima, vita naturale, elevazione allo stato soprannaturale. Questa gratuita erogazione di generosi doni non ha che uno scopo per Dio: far vivere l’uomo del suo amore, sempre. Fatalmente interviene la colpa e chi era stato creato ad immagine e somiglianza del Signore, n’è allontanato per sempre, condannato in eterno alla maledizione. Ma il Verbo, spinto da quello stesso amore che mosse da prima queste cose belle (Inf. I, 40), scende ad incarnarsi, ad effondere il suo sangue per la redenzione umana, e l’uomo è riportato in grembo al suo Dio: evatis longe: facti estis prope in Sanguine Agni (Ephes. II, 13). Quel sangue fu detto prezioso da S. Pietro: non corruptibilibus auro vel argento redempti estis…, sed pretioso Sanguine tamquam Agni immaculati Christi (1 Piet. 1; 18)! “Non è pileggio da picciola barca” (Par. 23; 67) addentrarci in questa verità confortante che rappresenta l’abisso insondabile della misericordia divina. La mente s’arresta di fronte a tanto sole; il cuore trasalisce per la gioia, ma non è capace da solo ad intender l’arcano: incomprehensibilia judicia… eius, et investigabilis viæ eius (Rom. XI, 33), l’incomprensibile ci è reso chiaro dalla divina Scrittura, e le vie di Dio ci appaiono piane per correre alla scoperta del vero. Poiché due luci la investono, contenute in queste semplici parole: Sangue prezioso.

I. – Breve preludio sul sangue

Cos’è il sangue? Fisiologicamente è un umore, costituito da un tessuto di sostanza liquida intercellulare e di cellule bianche, rosse e di piastrine; partendo dal cuore, con una doppia circolazione, attraverso arterie e vene, al cuore ritorna e tien salda la vita. Se il sangue si arresta il cuor più non pulsa. È la morte. Il Sangue è vita, forza, vigore, nerbo, salute, e tien legato al corpo lo spirito immortale. Donare il sangue è dare la vita. Preziosa diciamo quella cosa che è di molto prezzo, di grande valore: una pietra rara, una gemma, l’oro, l’argento, il platino; che ci è cara per la sua bellezza, e rarità: un’opera d’arte, un poema, un palazzo. Preziosa la diciamo ancora pel vantaggio che ne deriva, per l’utile che ci dà: una eredità, un donativo regale. Or, qual cosa di maggior prezzo è il valore del sangue che è vita? Qual cosa più rara di un sangue che aderisce profondamente all’anima, creatura bella di Dio, sì da farlo commuovere? Qual cosa più bella del sangue che rivela quella mirabile opera d’arte che è il carattere dell’uomo? E quali stupendi vantaggi non derivano da un sangue offerto, donato, sborsato dall’uomo spinto dall’amore? Quale utile per quelli pei quali il sangue si effonde? Ed ecco al di sopra del misero sangue umano, il Sangue di un Uomo-Dio, che ha prezzo e valore incalcolabile, perché Sangue divino; che è caro per la sua rarità e bellezza, essendo Sangue di grazia; che reca all’uomo il supremo dei vantaggi, quello di farlo consanguineo, partecipe della sua vitalità supernaturale, della sua gloria: Sangue da adorarsi, quindi: da apprezzarsi, da amarsi.

II. – Il Sangue dei martiri

1. – Per apprezzare in tutta l’ampiezza, il valore del Sangue di Gesù è necessario porlo a fianco del sangue dei martiri. Qualche anno fa un Cattolico fervente, sul piazzale di S. Marta, prima di accompagnare i giovani delle Associazioni Cattoliche in visita al Papa, avvicinava giustamente il sangue dei martiri del Circo di Nerone al Sangue prezioso, giacché era questo che rendeva l’altro potente e glorioso.

Il martire è un testimonio che per la verità giunge fino a farsi sgozzare. Il suo sangue sigilla tutta una vita di bene e fa splendere con più evidenza la causa per cui è versato. La scienza ha i suoi martiri: medici che per lenire gli strazi dell’umanità studiano l’applicazione dei raggi ultravioletti e ne restano uccisi; areonauti che per togliere i veli misteriosi dei Poli, soccombono… L’amor patrio ha un martirologio che è patrimonio sacro per tutti i popoli: Colletta, Pellico, Filzi e Battisti … son nomi cari ad ogni cuore italiano!

Ma è la Fede soprattutto che fa del martirio la più fulgida, significativa, gloriosa testimonianza, perché all’infinito si distanzia, per dignità, da ogni altra idea, da ogni altra potente passione. Essa è al disopra della scienza e della patria!

2.) Il valore del sangue si desume dalla persona che lo versa.

Percorrete i cuniculi, gli ambulacri delle Catacombe. Sui loculi contrassegnati da simboli cristiani, c’è dei nomi, semplici nomi: Agape, Pectorio, Acilio Glabrione, Agnese, Cecilia. Accanto al loculo che racchiude i resti mortali di un senatore, di una donna aristocratica c’è quello di un oscuro bottaio, di un fabbricante di balocchi. La morte tutti ha uguagliato: in ciò il sangue di Couvier non si distingue da quello di Luigi XVI e di Maria Antonietta. Ma quei nomi contrassegnano una vita, quei corpi rappresentano tesori non tanto perché di Cristiani, ma perché di martiri. Già quei corpi son santi, unti un giorno del crisma del Cristo nel Battesimo, incorporati a Cristo nella comunione del suo corpo, del suo sangue, templi dello Spirito Santo. Non per altro Paolo chiamò Santi i fratelli nel Cristo; vedeva in essi la grazia santificante. E Damaso nella epigrafe della celeberrima martire romana Agnese, dice santi i suoi genitori: sanctos… retidisse parentes. E S. Pietro giustifica l’orgoglio gens sancta, regale sacerdotium (1 Pietr. II, 9)! Ma un alone di gloria circonda quelle ossa che pullulant de loco suo (Eccl. XLVI, 14), per la morte che la Scrittura chiama appunto preziosa: pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum ejus (Ps. CXV, 15), per la morte non nobilitata solo dal Cristo con l’elargizione della suprema grazia, la perseveranza finale, ma resa gloriosa per l’effusione del sangue, degna risposta al Cristo che per tutti ha effuso il suo, in supremo amore! Egli dinanzi ai presidi li rese gagliardi e diede alla loro lingua le parole per confondere i sofismi, le minacce, le blandizie. Egli rese potente la loro volontà sino a farli esclamare; frangar, non flectar! (mi spezzo, ma non mi piego) Egli col suo sangue, col valore del suo sacrificio, ha impreziosito il sangue dei martiri.

« Che bisogno ha Egli di carne, rifatta ora senza macchia. Che bisogno ha Egli di un cuore che deve sanguinare e soffrire, scegliendo la parte migliore? » domandava a. se stessa l’esule poetessa italiana (C. Rossetti).La risposta è data dai martiri: prese umana carne, umanocuore perché dal suo sangue, dal suo cuore e dalle sue sofferenzegli uomini potessero avere la forza divina di patire e dare per Luiil glorioso sangue! Eccoli salgono al cielo agitando corone e palme, seguendo « i fiori dei martiri e le prime gemme della Chiesa nascente in mezzo al verno dell’incredulità e consumate dal gelo della persecuzione »: i Santi Innocenti, dei quali sì bellamente

canta Prudenzio (Inno: Salvete):

Il Redentor sue vittime

prima vi scelse: voi

della sua nuova legge

e de’ martiri suoi

siete tenera gregge;

e in olocausto offerti

sull’are insanguinate

colle palme scherzate – e con i serti.

Gli angeli si chiedono: Qui sunt hi et unde venerunt? Ed il Padre afferma deciso: Hi venerunt de magna tribulatione et laverunt stolas suas in Sanguine Agni(Ap. VII, 14). In quel loro martirio c’è il martirio stesso del Cristo; in quel Sangue lo stesso Sangue del Cristo ch’è il Rex gloriosus martyrum (Brev. Rom.). E l’uomo è sublimato sino al soglio di Dio, dopo la vittoria conseguita sul dragone pel Sangue dell’Agnello: hi vicerunt draconem propter sanguinem Agni! Laverunt stolas suas in Sanguine Agni! (Ap. XII, 11) Ideo, coronati, triumphant! (Sap. IV, 2)

3.) Ma il valore del Sangue si desume ancora dalla causa per cui il martire lo sparge.

Il sangue del martire cristiano acquista un valore più alto d’ogni martire, in quanto è sparso per una idealità suprema: la Fede: confessi sunt Christum! E l’apoteosi della virilità cristiana quel sangue. Quel sangue è sparso per un amore supremo, quello per Dio. L’olocausto del martire è il riconoscimento pieno dei diritti di Dio sulle creature, la distruzione di tutto l’essere per l’atto sublime del sacrificio; sicché Ireneo poteva dir con ragione che il martire diventa altare e sacrificio insieme. Ecco perché sotto la pietra sacra dell’altare ci sono le ossa dei martiri, ed i Greci nei Dittici ne esaltano la memoria che in benectione est (Eccl. IV, 7)!

I malvagi che li percuotono non sanno immaginare in essi che insania, vano furore, fanatismo; ma debbon poi confessare che s’allontanarono dalla via della verità: locuti sunt falsa (Ps. LVII, 4)! La Scrittura raccoglie il loro straziante lamento: Nos insensati ! vitam illorum æstimabamus insaniam et exitum illorum sine honore! Ecce quomodo completati sunt inter filios Dei, et inter sanctos sors illorum est (Sap. V, 4).

Si spiega così il culto dei martiri nelle Catacombe. Pie mani ne raccolgono i resti, li ravvolgono in preziose stoffe, li adagiano nei loculi; accanto ad essi pongono l’ampolla del sangue; li chiudono con una lapide che, dopo il loro nome, porta l’invocazione, la preghiera: Vivas in Deo… Ora pro nobis! Negli arcosoli, dominati dalla ieratica figura di una orante con le braccia stese e gli occhi grandi ripieni di Dio, son deposti sotto l’altare dell’Agnello i martiri che, come nella visione apocalittica, gridano al sommo Martire:

Usquequo, Domine, non iudicas et… non vindicas sanguinem nostrum (Apoc. VI, 10)! L’ultimo atto della loro vita non è segnato colla macabra parolache rattrista; fine, morte. La Chiesa lo definisce dies natalis, natalicium martyris (Martir. Rom.). Presso quelle membra anche Damaso Papa vorrebbe sua condere membra, ma teme di vexarecon la sua indegnitàle loro ossa gloriose!

Ecco perché i Cristiani, come il gran Papa, cantore delle gesta dei martiri, amano, desiderano ardentemente seguirli nella morte cruenta, per amor di Cristo, come la piccola Agnese che si slaccia dal grembo della nutrice per presentarsi al tiranno, sfidandone la rabbia e dichiarandosi pronta alla morte pel suo Sposo; esser sepolti ov’essi son sepolti; e – pegno di protezione altissima – conservano gelosamente sul petto, vicino al Vangelo, i lini inzuppati nel sangue spicciato dalle loro membra percosse, colato sulla terra santificata! – Pieghiamoci, in riverenza, di fronte a quei nomi, a quelle vite, a queste ossa, a questo sangue! Baciamo quelle tombe che sono are, quelle lapidi tepide ancora del sangue versato per Cristo! Veneriamo quei santi dalla purpurea aureola; preghiamo di esser degni del loro sacrificio, della loro testimonianza!

Il Sangue di Gesù

Ma cos’è questo venerando sangue di fronte a quello versato da Gesù?

Chi è Gesù? La poesia ne ha esaltato sembiante e nome. « Un agnello è innocente e mite sulla morbida erbosa zolla; e Gesù Cristo, l’Immacolato, è l’Agnello di Dio. Egli solo è immacolato sulle ginocchia di sua Madre, bianco e rosso, ahimè!.. presto sarà sacrificato per voi e per me! Eppure agnello non è parola abbastanza soave, né è giglio nome abbastanza puro, e un altro nome ha scosso i nostri cuori, avvivandone la fiamma: Gesù! Questo nome è musica e melodia; il cuore col cuore in armonia, cantiamo ed adoriamo » (C. Rossetti)! « Qual è il tuo nome? – gli chiede il Thompson – Oh! mostramelo ». E Gesù risponde: « Il mio nome non potete saperlo: È un avanzarsi di bandiere, uno sfolgorare di spade; ma i miei titoli che son grandi non sono essi nel mio costato? – Re dei R e – son le parole – Signore dei Signori »! (Poems). Storicamente è il più saggio dei sapienti; L’aquila di Stagira non ha ali sufficienti per raggiungerlo nel volo: la Sua sapienza è infinita, i n Lui sunt omnes thesauri sapientiæ et scientiæ(Col. II, 3) – Il più eccelso dei filosofi, Socrate impallidisce dinanzi a Colui che investe della sua luce tutti i problemi dello spirito, scoprendone le meraviglie: Dante te illis, omnia implebuntur bonitate (Ps. CIII, 28)! – I più grandi dei legislatori, Numa Pompilio, Licurgo, Solone paion pigmei nelle loro leggi che sovente giustificano anche il delitto, come la servitù, l’uccisione dei vecchi e dei bimbi malati, il divorzio! Egli stesso è la legge immacolata che india le anime: Lex tua immaculata, convertens animam (Ps. XVIII, 8)! Poeti, oratori, guerrieri non gli stanno a petto. Il Vangelo offusca Omero e l’acceca con la sua grandiosa semplicità. Demostene e Cicerone diventan pedestri dinanzi al Sermone della montagna. Cesare ed Alessandro si arrestano nelle loro inutili stragi di fronte ad una forza che pretende solo il suo sangue per salvare l’umanità: l’amore che ogni cosa vince, Omnia vincit amor (Virg. Ecl. 10, 69)! – Ma Gesù, vivo e vero nella sua incompresa grandezza, balza dal Vangelo. – Io ed il Padre siamo una cosa sola (Joann. X, 30)! Io sono nel Padre, Egli è in me! Chi vede me, vede mio Padre (Ibi XIV, 9))! dice a Filippo. Io son la via, la verità, la vita (Joan. XIV, 6). Son l’alfa e l’omega (6 Apoc. I, 8). Io son la luce del mondo(Joan. VIII, 12) . Io la fonte che disseta perché contiene le acque che risalgono alla sorgente della eterna vita (Joan. IV, 14). Io sono il pane di vita disceso dal cielo (Joan. VI, 35) . Ecco le sue affermazioni apodittiche. Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho poste le mie compiacenze! dice Dio Padre sul Giordano e sul Tabor (Luc. III, 29) . Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente! testimonia San Pietro (Matt. XVI, 16). – Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo(Joann. I, 29)! – proclama Giovanni dinanzi alle turbe. – Avete crocifisso il Re della gloria ; voi avete ucciso Dio! (Act. III, 15)dichiarano Pietro e Paolo ad ebrei indurati. Gli Angeli stessi, vedendolo salire, possente, col segno della gloria incoronatosi chiedono: Quis est iste qui venit de Edom, tinctis vestibus de Bosra iste formosus in stola (Is. LXIII, 1)? E si senton rispondere: – Egli è il Re della gloria che sale con le vesti bagnate di sangue! – E Cristo entra nella gloria del Padre!In Lui – sappiamo dalla Fede – la divina natura è uguale a quella del Padre e dello Spirito Santo, ma la sua Persona, quella del Verbo, è distinta da quelle del Padre e del Paraclito. Questo Verbum, genitum non factum, consustanziale al Padre, Dio veroda Dio vero, eterno, ante omnia sæcula genitus(Credo – Symb. Atan.), prende, nel tempo,la umana natura nel seno immacolato di Maria; l’assume nella sua persona e diviene uomo senza lasciare di essere Dio; verus homo ex substantia matris in sæcula natus(Idem). Questa incarnazione non è una conversione della divinità nella carne, ma assunzione della umanità in Dio: non conversione divinitatis in carnem, sed assumptione humanitatis in Deum. E il Verbum caro factum (Joan. I, 14. In Cristo due nature dunque: la divina e l’umana, ma unica la Persona. Or le azioni, non son della natura ma del supposito, della persona: actiones sunt suppositorum (S. Th. Th. III, q. 19 ad 1). E poiché in Cristo la persona è divina, divine sono le sue azioni. Sicché quel Sangue purissimo natus ex Maria virgine (Symb. Apost.), è divino, perciò preziosissimo.Quando si effonde sul Calvario ha un valore divino, perciò preziosissimo. Quando si riversa sull’umanità per riscattarla e purificarla, la sua azione, la sua efficacia son divine, perciò Sangue preziosissimo!

Sono adunque preziosissime anche le ragioni per cui Egli lo versa.

a) Ripara infatti l’onore del Padre offeso dall’uomo, con l’onore a Lui reso con l’effusione del sangue: obtulit semetipsum Deo (Hebr. IX, 14), e pacifica l’uomo con Dio: pacìfìcans per sanguinem crucis ejus sive quæ in cœlis sive quae in terris sunt. (Col. I, 20). Ma una tale riparazione, una tal pacificazione sono di valore infinito.

b) Redime l’uomo peccatore. – Il Sangue ha una sua peculiare virtù redentrice. Quello di Virginia libera Roma dai Tarquini, quello di Lucrezia l’affranca dai Decemviri, quello delle rivoluzioni dà un nuovo orientamento alla storia. Ma il Sangue di Cristo ha dato l’assetto definitivo all’uomo, sciogliendolo dai vincoli del servaggio, liberandolo dalla pena eterna: redemit de domo servitutis! (Galat. III, 13). Quel Sangue è sborsato per testimoniare la verità: ad hoc veni in mundum ut perhibeam testimonium veritati(Joan. XVIII, 37). E la verità è questa: il mondo deve riconoscere Iddio per suo Padre, ed amare il Figlio che l’ha redento: hœc est vita æterna ut cognoscat mundus Patrem et quem misit, Jesum Christum(1 Joan. III, 6). L’Agnello di Dio s’immola per affermar questa verità che ha bandito solennemente dinanzi al popolo, al sinedrio, ai tribunali; ed il sangue e l’acqua che escono dal suo cuore, sulla croce, ne sigillano l’infinito amore: hic est qui venit per aquam et sanguinem; non in aqua solum sed in aqua et sanguine(Joan, XVIII, 3).

Ecco il Sangue preziosissimo!

Or, se a Dio si deve l’adorazione ed a tutto ciò che a Dio appartiene come sua essenza e natura, il Sangue preziosissimo, che al Verbo fatto carne appartiene come sua essenza e natura, è degno della nostra adorazione: Digum est Agnus accipere honorem, gloriam et benedictionem, quia occisus est et redemit nos in Sanguine suo! (Apoc. V, 12). E noi dobbiamo, tremanti, piegare i ginocchi dinanzi al prezzo di tanto valore, e cantar con la Chiesa al R e dei Martiri: Christum Dei Filium, qui suo nos redemit sanguine, venite, adoremus! (Brev. Rom.).

Esempio

L’illustre storico Cesare Baronio dell’Oratorio, discepolo insigne di San Filippo Neri, nei suoi Annali, all’anno 446 riporta questo mirabile fatto. In Costantinopoli, un ebreo, di notte, preso un Crocifisso ch’era avanti la casa di un Cristiano l’immagine sfregiò sul volto, e da questa spiccò tepido sangue. Atterrito il sacrilego corse a gettarla entro un pozzo vicino, tornandosene poi in fretta, a casa, ove raccontò tutto alla moglie. Il giorno dopo, la gente che andava ad attingere l’acqua vide con grande sorpresa che essa era tutta rosseggiante di sangue. Giunta la inusitata novella all’orecchio del Prefetto della città, e sospettando questi giustamente che entro il pozzo vi fossero uomini trucidati, ordinò che fosse vuotato. E vuotato che fu, ecco ritrovato il Crocifisso, che ancor versava sangue dalla ferita infertagli. L’imperatore, pur di conoscere la verità dell’accaduto, promise il condono d’ogni pena al reo, purché da se stesso si costituisse. Prima la moglie, poi l’ebreo si presentarono lagrimanti, e confessarono schiettamente il delitto. Ma quel sangue gridò misericordia, non vendetta. Compunti a tanto miracolo, chiesero il Battesimo ed abbracciarono la Fede di Gesù Cristo, divenendo così, da nemici, suoi consanguinei! – Il pozzo, essendo poco distante da Santa Sofia, vi fu raccolto con l’erezione di una nuova Cappella che si chiamò del Pozzo santo. Su questo fu posto un coperchio d’oro, sormontato dal prodigioso Crocifisso. Ancora una volta Gesù aveva mostrato di qual valore infinito fosse il suo Sangue! E come Egli è disposto, anche dopo il Calvario, a versarne, per nostro amore, dell’altro ancora!

Anima mia, vedi quanto tu vali? Pretium sanguinis es! (Matt. XXVII, 6). Fedeli, non con oro od argento corruttibili voi siete stati redenti, ma col Sangue del Figlio di Dio, col suo Sangue preziosissimo: non corruptibilibus auro vel argento redempti estis, sed pretioso sanguine quasi Agni immaculati Christi (1 Piet. I, 18).

Preghiera

O sangue che i martiri esaltano nel Cielo perché il loro, prezioso divenne per la tua preziosità, pel tuo valore; o Sangue che fosti per essi forza e resistenza, gaudio, gloria, Sangue di un Dio, perché unito alla Persona santissima del Verbo, Sangue che fosti versato per amore supremo onde placare il Padre, redimere il peccatore, render testimonianza alla verità, sii tu benedetto ed adorato! Ai tuoi piedi non Giuda, che lo sprezza, ma Giovanni che se ne abbevera, nei figli che riconoscono la preziosità che ogni anima ha reso preziosa, per gridarti: – Misericordia, perdono, amore! – Con tutti i santi del Cielo, coi martiri, con gli Angeli ti lodiamo ed adoriamo; e se indegna è ancora pel peccato la nostra anima, mondala, o prezioso Sangue. È tua! Mondala col tuo bagno salutare che ci renda Cherubini innanzi al tuo trono. Ognuno di noi ti prega, o Agnello santo, con la strofe mirabile di Tommaso: Pie pellicane. Jesu Domine, me immundum munda tuo Sanguine (Adoro Te). e tutti, con la voce della Chiesa, nell’inno del ringraziamento: Te ergo quæsumus, tuis famulis subveni, quos pretioso Sanguine redemisti (Te Deum) – Amen!

Risoluzione

In riparazione della crudele indifferenza di tante anime verso il Redentore, cercate di parlare ogni giorno di questa devozione ed inculcarne la pratica.

(S. Gaspare del Bufalo)

Fiorellino spirituale

O Sangue, medicina delle nostre anime, guariteci!

(S. Caterina da Siena).

Credo…

Offertorium
Orémus
1 Cor X:16
Calix benedictiónis, cui benedícimus, nonne communicátio sánguinis Christi est? et panis, quem frángimus, nonne participátio córporis Dómini est? [Il calice dell’eucarestia che noi benediciamo non è forse comunione del sangue di Cristo? Il pane che noi spezziamo non è forse comunione col corpo di Cristo?]

Secreta
Per hæc divína mystéria, ad novi, quǽsumus, Testaménti mediatórem Jesum accedámus: et super altária tua, Dómine virtútum, aspersiónem sánguinis mélius loquéntem, quam Abel, innovémus. [O Dio onnipotente, concedi a noi, per questi divini misteri, di accostarci a Gesù, mediatore della nuova alleanza, e di rinnovare sopra il tuo altare l’effusione del suo sangue, che ha voce più benigna del sangue di Abele]

Communio
Hebr IX: 28
Christus semel oblítus est ad multórum exhauriénda peccáta: secúndo sine peccáto apparébit exspectántibus se in salútem [Il Cristo è stato offerto una volta per sempre: fu quando ha tolto i peccati di lutti. Egli apparirà, senza peccato, per la seconda volta: e allora darà la salvezza ad ognuno che lo attende]

Postcommunio
Orémus.
Ad sacram, Dómine, mensam admíssi, háusimus aquas in gáudio de fóntibus Salvatóris: sanguis ejus fiat nobis, quǽsumus, fons aquæ in vitam ætérnam saliéntis: [Ammessi, Signore, alla santa mensa abbiamo attinto con gioia le acque dalle sorgenti del Salvatore: il suo sangue sia per noi sorgente di acqua viva per la vita eterna]

DOMENICA III DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA III Dopo PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV: 16; 18 Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus. [Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Ps XXIV: 1-2 Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam. [A te, o Signore, elevo l’ànima mia: Dio mio, confido in te, ch’io non resti confuso.]

Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus. [Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Oratio

Orémus.

Protéctor in te sperántium, Deus, sine quo nihil est válidum, nihil sanctum: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, te rectóre, te duce, sic transeámus per bona temporália, ut non amittámus ætérna. [Protettore di quanti sperano in te, o Dio, senza cui nulla è stabile, nulla è santo: moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché, sotto il tuo governo e la tua guida, passiamo tra i beni temporali cosí da non perdere gli eterni.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet V: 6-11 “Caríssimi: Humiliámini sub poténti manu Dei, ut vos exáltet in témpore visitatiónis: omnem sollicitúdinem vestram projiciéntes in eum, quóniam ipsi cura est de vobis. Sóbrii estote et vigiláte: quia adversárius vester diábolus tamquam leo rúgiens circuit, quærens, quem dévoret: cui resístite fortes in fide: sciéntes eándem passiónem ei, quæ in mundo est, vestræ fraternitáti fíeri. Deus autem omnis grátiæ, qui vocávit nos in ætérnam suam glóriam in Christo Jesu, módicum passos ipse perfíciet, confirmábit solidabítque. Ipsi glória et impérium in sæcula sæculórum. Amen”.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

NELLE PROVE

“Carissimi: Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti nel tempo della visita. Gettate ogni vostra sollecitudine su di lui, poiché egli ha cura di voi. Siate temperanti e vegliate; perché il demonio, vostro avversario, gira attorno, come leone che rugge, cercando chi divorare. Resistetegli, stando forti nella fede; considerando come le stesse vostre tabulazioni sono comuni ai vostri fratelli sparsi pel mondo. E il Dio di ogni grazia che ci ha chiamati all’eterna sua gloria, in Cristo Gesù, dopo che avete sofferto un poco, compirà l’opera Egli stesso, rendendoci forti estabili. A lui la gloria e l’impero nei secoli dei secoli”. (S. Pietr. V, 6-11).

L’Epistola è tratta dalla prima lettera di S. Pietro. Dopo aver parlato dei doveri dei pastori verso i fedeli e dei doveri dei fedeli verso i pastori, con le parole dell’epistola odierna viene a parlare dei dovrei comuni a tutti i cristiani. Si era sotto la persecuzione suscitata da Nerone. Raccomanda di accettar con umiltà la prova, affinché Dio li esalti a suo tempo; esorta di esser sobri, vigilanti, fermi nella fede per poter resistere al demonio; inculca la pazienza con la considerazione che i Cristiani sparsi nel mondo sono sottoposti alle stesse tribolazioni. Dio, poi, che li ha chiamati alla gloria celeste, compirà l’opera incominciata, dando la forza di perseverare. Le prove non erano una condizione esclusiva dei Cristiani dei tempi di Nerone. Anche senza la persecuzione dei tiranni, esse non mancano mai a coloro che vogliono seguire Gesù Cristo. Noi Cristiani:

1. Dobbiamo accettar le prove dal Signore, che le manda per nostro bene,

2. Senza avvilirci, perché sono un retaggio comune,

3. Confortati dall’aiuto di Dio, che ha cura di noi.

1.

Umiliatevi sotto la potente mano di Dio. Cioè, sottomettetevi, senza replicare, alla potenza di Dio che vi umilia; accettate le prove che la Provvidenza vi manda. Quanto sia necessaria questa esortazione di S. Pietro lo constatiamo tutti i giorni. Si vorrebbe seguir Dio, ma senza alcuna fatica. Fin che tutto sorride e prospera attorno a noi si procede con entusiasmo: ma alle prime prove ci cascano le braccia, ci vengono meno le forze per proseguire. Gesù Cristo ha paragonato costoro alla semente che cade sulla pietra. Nasce e si secca, perché non può mettere le radici. Quanti Cristiani si mettono a praticare il bene con entusiasmo; poi, «al tempo della tentazione si tirano indietro» (Luc. VIII, 13). Gli insegnamenti del Vangelo non hanno messo radici troppo profonde nel loro cuore. In quale pagina, infatti, del Vangelo noi leggiamo che Gesù Cristo abbia promesso ai suoi seguaci una vita aliena dai patimenti? Leggiamo invece tutto l’opposto: «Non si dà servo maggiore del suo padrone» (Matt. X, 24). E: se Gesù Cristo, nostro padrone, si sottopone alle prove più dure, non possiamo pretendere di andarne esenti noi, suoi servi. – Del resto le prove sono un segno dell’amor di Dio. Chi da Dio è amato, da lui è visitato. «Figliuolo — leggiamo nei libri santi — non sdegnare la disciplina di Dio, e non t’incresca il suo castigo, perché  Dio castiga chi ama, come un padre un figlio che predilige» (Prov. III, 11-12). Quando i padri castigano, siano pure le loro correzioni dure e severe, non osiamo criticarli; perché sappiamo che non ira, non vendetta, ma la premura di renderli migliori li fa diventar severi coi figli. Tanto più dobbiam trovar ragionevoli, e accettar con spirito di sottomissione le prove che ci manda il Signore. I genitori, nota S. Paolo, «ci correggevano secondo quel che pareva loro per pochi giorni; Dio lo fà per nostro vantaggio, affinché partecipiamo alla santità di lui» (Ebr. XII, 10. Quelli puniscono per il conseguimento di beni fugaci, il Signore punisce per il conseguimento di beni immortali. A coloro che, dimentichi di Dio e dei propri doveri, vivono nel letargo del peccato, le prove sono una scossa efficace. Non adoperiamo una voce blanda, ma una forte scossa per svegliare chi è assopito in un profondo sonno. Non adoperiamo una carezza ma un forte strappo per trarre in salvo chi sta per essere investito, o per cadere in un precipizio. Si è disprezzata la voce della buona ispirazione, del buon esempio per non lasciarsi stornare dai godimenti terreni; è ben giusto che Dio amareggi questi godimenti con delle dure prove. « Col fuoco si fa prova dell’oro e col dolore degli uomini accetti» (Eccli II, 5)) dice lo Spirito Santo. Dio non ha bisogno della prova per conoscere la nostra costanza, ma gli uomini, ai quali siamo obbligati a dare buon esempio, hanno bisogno di questa prova. Coloro che ci circondano non devono ripetere la stolta affermazione di satana, il quale, non avendo nulla da dire contro Giobbe, insinuava che egli servisse il Signore unicamente per la prosperità che Dio gli aveva dato. La nostra costanza nella prova, oltre acquistarci dei meriti, insegna a servir Dio disinteressatamente. Inoltre, sotto le prove, l’anima fa notevoli progressi. Una verga di ferro, messa al fuoco, perde la ruggine, si piega docile sotto i colpi del martello, e per il lungo e paziente lavoro della lima riesce un pregevole oggetto d’arte. Così l’afflizione purga l’anima, la rende docile alla volontà di Dio, la raffina nella virtù. –

2.

S. Pietro per incoraggiare i Cristiani a resistere alle tentazioni e a tutte le prove vuole vadano considerando come le stesse tribolazioni sono comuni ai … fratelli sparsi pel mondo. Come osserva il Grisostomo: « La compagnia di quei che soffrono rende più leggero il peso della sofferenza ». (In 2 Ep. ad Tim. Hom. 1, 4). E in questo mondo soffrono tutti. « Se non oggi, domani; se non domani, ci sarà qualche nuovo dolore più tardi; e come non può darsi che i naviganti siano senza sollecitudine quando vanno per l’ampio oceano, così quei che passano questa vita non possono essere senza tristezza » (S. Giov. Grisost. 1. c. n. 3). Saranno più o meno diversi i motivi di tristezza; ma nessuno ne va esente. Una croce il Signore l’ha destinata a tutti. Una croce che l’uomo comincia a portare fin dall’adolescenza è la inclinazione al male. Croce», se egli lotta per vincere; croce, se cede alla passione, per l’amarezza e lo sconforto che ne seguono. Una croce è mettersi alla sequela di Dio per la via stretta; lo Spirito Santo, però, assicura che è una croce anche abbandonare Dio. per camminare per la via larga. « Riconosci alla prova — fa dire da Geremia ad Israele — come è cosa cattiva e dolorosa l’aver tu abbandonato il Signore Dio tuo » (Ger. II, 19.). Sono croci le aspirazioni non mai appagate, gli ideali non mai raggiunti, le agitazioni non mai calmate, un sogno che svanisce, un matrimonio infelice, un figlio scapestrato. Sono croci le malattie, le privazioni, la mancanza di quanto è necessario, una fortuna che dilegua, un affare che va male, un infortunio che capita all’impensata. Si hanno croci in casa e croci fuori di casa: da parte da amici e da parte di nemici, da parte di vicini e da parte di lontani. Chi potrebbe enumerarle tutte? E se tutti hanno la propria croce, perché solamente noi dovremmo andarne liberi? Se le croci sono comuni a tutti i discendenti di Adamo, tanto più devono essere comuni ai Cristiani, seguaci di Colui che morì in croce. «Se credi di non aver tribolazioni — dice S. Agostino — non hai ancora cominciato a essere Cristiano» (En. in Ps. 45,4). S. Paolo e S. Barnaba esortavano i discepoli a rimaner fedeli, «dicendo che noi dobbiamo passare per molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (Att. XIV, 21). Come è impossibile entrare nel regno di Dio senza tribolazioni; così è impossibile trovare un Cristiano senza tribolazioni; senza molte tribolazioni, se ha cura di entrare nel regno di Dio. È pensiero consolante, però, il considerare che nel portar la croce abbiam compagni non solamente tutti i fratelli che abbiamo nel mondo, ma lo stesso Gesù Cristo. Nei primi anni del suo episcopato in Milano, il Cardinal Ferrari si era recato a far visita al Re Umberto I, nella sua villa di Monza. A un certo momento della conversazione, che aveva preso un tono confidenziale, Re Umberto dice con un sospiro: «Sapesse, Eminenza, quanto pesa in certi momenti la corona!» E l’Arcivescovo, con il consueto sorriso buono e confortevole, soggiunse pronto: «Pesa anche la croce vescovile, Maestà; l’una e l’altra però diventano leggere e amabili quando ci si metta sopra il Crocefisso» (B. Galbiati, Vita del Cardinale Carlo Andrea Ferrari ecc. Milano, 1926, pag, 226). Perché avvilirci sotto il peso delle tribolazioni se sono comuni a tutti gli uomini, e soprattutto a tutti i fratelli in Gesù Cristo; e se Gesù Cristo terminò sulla croce una vita di tribolazioni senza numero?  –

3.

Dio, il quale ci ha chiamati alla vita celeste che otterremo dopo i brevi patimenti su questa terra, non ci abbandona nei momenti della prova. Dopo che avrete sofferto un poco— dice S. Pietro — compirà l’opera egli stesso, rendendovi forti e stabili. Egli conforterà, assisterà i Cristiani, perché non abbiano a vacillare nel sopportare i mali, e nel compire i propri doveri. Le prove che Dio permette sono medicine; e sono sempre le più adatte per noi. Innanzi tutto Dio non manda se non quel che si può portare; e nessuno può asserire che le prove, che Dio gli manda siano superiori alle proprie forze. Nessun navigante carica la nave con un peso superiore alla sua portata; nella traversata la nave affonderebbe. E neppur salpa con una nave troppo leggera; questa sarebbe molto facilmente sbattuta qua e là dai venti. Dio proporziona a ciascuno le croci in modo che tengano fermo l’uomo tra l’infuriar delle passioni, e nello stesso tempo non lo opprimano col loro peso. Per dubitare di questo, bisognerebbe ignorare che «le opere di Dio sono perfette e tutte le vie di lui sono giuste» (Deut. XXXII, 4). Si odono spesso frasi come queste: «Dio poteva darmi una croce, ma pesante come questa, no». — «Un’altra croce, pazienza; ma non questa». — «Tutti hanno la propria croce; ma la mia è più pesante delle altre». Se tutti dovessimo portar la nostra croce in un luogo pubblico, e lì — come si fa in una esposizione — metterle in vista, in modo che noi potessimo vedere le croci degli altri, e gli altri potessero vedere le nostre, e a tutti fosse data facoltà di cambiar la propria con altra; quanti la cambierebbero? Tutto considerato, ciascuno penserebbe che è meglio riprender la propria, e ritornare con quella a casa. Il Signore non ci lascia portar da soli il peso della tribolazione. A incoraggiare Giacobbe a scendere da Betsabea in Egitto con tutta la famiglia, Dio gli si manifesta di notte, in visione, e l’assicura: «Non aver paura di scendere in Egitto… Io scenderò con te in Egitto, e Io ancora ti farò di là ritornare» (Gen. XLVI, 3-4). Quando, nel pellegrinaggio di questa vita, ci troviamo nelle difficoltà Dio ci è vicino, molto più vicino di quanto supponiamo. Egli può condurci e ricondurci incolumi attraverso a tutte le prove. Sesaremo disposti a non staccarci da Lui, Egli non ci abbandonerà, ma ci darà la forza di superare qualunque ostacolo. – «Il Signore è buono — dice il profeta — e consola nel giorno della tribolazione, e conosce quelli che sperano in Lui (Nah. I, 7). Sappiamo, dunque, dove porre le nostre speranze nel momento della tribulazione, senza pericolo di rimanere delusi. Il Signore non vuol tormentare i suoi amici; ma vuol renderli migliori e meritevoli di un gran premio; Egli sa quello che fa. Sarebbe una vera pazzia, nell’ora della prova, abbonarsi alle querele e ai lamenti, invece di praticare il suggerimento di S. Pietro : Umiliatevi sotto la potente mano di lui. Dopo tutto «l’angustia della tribolazione passerà, ma l’ampiezza della gioia a cui pervennero non avrà termine» (S. Agost. En. in Ps. CXVII). – E soprattutto umiliamoci sotto la potente mano del Signore nelle prove più gravi, come le prove pubbliche, accettandole come un invito a riformare la nostra condotta, e facciamo che non si debba ripetere il lamento che un giorno faceva S. Cipriano : «Ecco, dal Cielo vengono inflitte calamità, e non c’è alcun timor di Dio» (Ad Dem. 8).

Graduale

Ps LIV: 23; 17; 19 Jacta cogitátum tuum in Dómino: et ipse te enútriet. [Affida ogni tua preoccupazione al Signore: ed Egli ti nutrirà.]

V. Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam ab his, qui appropínquant mihi. Allelúja, allelúja. [Mentre invocavo il Signore, ha esaudito la mia preghiera, liberandomi da coloro che mi circondavano. Allelúia, allelúia]

Ps VII: 12 Deus judex justus, fortis et pátiens, numquid iráscitur per síngulos dies? Allelúja. [Iddio, giudice giusto, forte e paziente, si adira forse tutti i giorni? Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.

S. Luc. XV: 1-10 “In illo témpore: Erant appropinquántes ad Jesum publicáni et peccatóres, ut audírent illum. Et murmurábant pharisæi et scribæ, dicéntes: Quia hic peccatóres recipit et mandúcat cum illis. Et ait ad illos parábolam istam, dicens: Quis ex vobis homo, qui habet centum oves: et si perdíderit unam ex illis, nonne dimíttit nonagínta novem in desérto, et vadit ad illam, quæ períerat, donec invéniat eam? Et cum invénerit eam, impónit in húmeros suos gaudens: et véniens domum, cónvocat amícos et vicínos, dicens illis: Congratulámini mihi, quia invéni ovem meam, quæ períerat? Dico vobis, quod ita gáudium erit in cœlo super uno peccatóre pœniténtiam agénte, quam super nonagínta novem justis, qui non índigent pœniténtia. Aut quæ múlier habens drachmas decem, si perdíderit drachmam unam, nonne accéndit lucérnam, et evérrit domum, et quærit diligénter, donec invéniat? Et cum invénerit, cónvocat amícas et vicínas, dicens: Congratulámini mihi, quia invéni drachmam, quam perdíderam? Ita dico vobis: gáudium erit coram Angelis Dei super uno peccatóre pœniténtiam agénte”.

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXI

“In quel tempo andavano accostandosi a Gesù de’ pubblicani e de’ peccatori per udirlo. E i Farisei e gli Scribi ne mormoravano, dicendo: Costui si addomestica coi peccatori, e mangia con essi. Ed Egli propose loro questa parabola, e disse: Chi è tra voi che avendo cento pecore, e avendone perduta una, non lasci nel deserto le altre novantanove, e non vada a cercar di quella che si è smarrita, sino a tanto che la ritrovi? e trovatala se la pone sulle spalle allegramente; e tornato a casa, chiama gli amici e i vicini, dicendo loro: Rallegratevi meco, perché ho trovato la mia pecorella, che si era smarrita? Vi dico, che nello stesso modo si farà più festa per un peccatore che fa penitenza, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza. Ovvero qual è quella donna, la quale avendo dieci dramme, perdutane una, non accenda la lucerna, e non iscopi la casa, e non cerchi diligentemente, fino che l’abbia trovata? E trovatala, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi meco, perché ho ritrovata la dramma perduta. Così vi dico, faranno festa gli Angeli di Dio, per un peccatore che faccia penitenza” (Luc.. XV, 1-10).

La misericordia di Dio verso degli uomini è veramente infinita, e ce lo provano una lunga serie di fatti registrati nella Sacra Scrittura. Adamo disubbidisce a Dio, e con quella disubbidienza condanna se stesso e tutta la sua discendenza alla morte eterna; ma Iddio viene tosto in soccorso colla sua misericordia, e cangiando la morte eterna dell’anima con la morte temporale del corpo somministra un mezzo di salute con la promessa del Salvatore. Moltiplicandosi gli uomini, riempiono la terra di iniquità a segno, che Dio determina di mandare un diluvio universale. Ma prima di effettuare quei castigo manda Noè a predicare imminente il divino flagello per lo spazio di cento e venti anni. Iddio castigò più volte il popolo Ebreo, ma appena dava segno di ravvedimento, lo prendeva tosto sotto la sua protezione e lo liberava dall’oppressione de’ suoi nemici. La popolatissima città di Ninive si dà in preda ai più grandi disordini, e Dio delibera di punirla colla totale distruzione di essa e dei suoi cittadini. Tuttavia Egli vuole ancora fare uno sforzo, mandando il profeta Giona a predicare la penitenza. Ninive ascolta la voce del ministro di Dio, abbandona il peccato, si placa l’ira divina, e vi sottentra la sua misericordia infinita. Ninive è salva. Che diremo poi dei segni di misericordia datici dal nostro divin Salvatore? Quanti miracoli, quante parabole, quanti fatti, quante espressioni dimostrano nel Vangelo queste verità! Quando non ci fosse altro, il Vangelo di questa Domenica ne sarebbe una delle più stupende prove.

1. Il divin Redentore volendoci appunto far conoscere la bontà immensa del suo bellissimo Cuore verso le anime ancor peccatrici, paragonossi un giorno ad un amoroso pastore. « Io sono il buono Pastore, Ei disse: conosco le mie pecorelle ad una, ad una, le amo, le conduco al pascolo, le difendo dai lupi e do la mia stessa vita per esse. Di queste pecorelle talune non sono ancora nell’ovile, Ei soggiunse, altre ne sono uscite, e vanno errando per balzi e dirupi, hanno smarrita la via, e sono in pericolo di essere divorate dal lupo rapace. Oh! il mio Cuore non può tollerare di vederle in sì miserabile stato: Io le voglio condurre nel mio gregge diletto ». Quindi Gesù, operando conforme a questa sua ardente brama percorreva le città e i villaggi, faceva a tutti udire la sua amorevole voce, accoglieva con bontà squisita i peccatori e le peccatrici, che si accostavano a Lui per udirlo, s’intratteneva con loro, e a fine di trarli più efficacemente al bene, e pascolarli più a bell’agio di sue divine parole, giungeva persino a recarsi a casa loro per mangiare e bere con essi, sicché gli Scribi ed i Farisei prendevano da ciò argomento per mormorare contro di lui. Così ci dice il Vangelo di questa mattina. In quel tempo andavano accostandosi a Gesù dei pubblicani e dei peccatori per udirlo. E i Farisei e gli Scribi ne mormoravano difendo: Costui si addomestica coi peccatori e mangia con essi. Ma Gesù benedetto volendo chiudere la bocca a questi iniqui mormoratori prese a dir loro questa parabola: Un pastore menò al pascolo cento pecore. Stando per ricondurle a casa, ecco che si accorge d’averne solo novantanove. A quella vista egli fu grandemente turbato, e non reggendogli il cuore di rimanersi con una pecora di meno, lasciò le altre nel loro cammino, e andato per valli e per monti non si diede posa finché non l’ebbe trovata. Riavutala, il cuore si inonda di gioia, e senza punto percuoterla, ansi per risparmiarle la fatica del viaggio, se la carica sopra le spalle, e la porta all’ovile. Giunto a casa chiamò gli amici e i vicini, e disse loro: Con grande mio dolore avevo smarrita una pecorella; ma rallegratevi meco, perché l’ho ritrovata. E per tal modo il divin Redentore, valendosi di questa parabola, interrogavai suoi mormoratori: Chi di voi, avendo perduta una pecora non farebbe altrettanto? Quasiché volesse dire: Se così fareste voi medesimi, come dunque osate rimbrottar me, perché vado in cerca di anime infelici, che, smarrita la via del Cielo, corrono incerte e paurose nei tortuosi sentieri di perdizione, in procinto di essere da un momento all’altro divorate dal lupo infernale? Quindi conchiudeva: Intendete bene quel che vi dico, che cioè nello stesso modo si farà più festa in cielo per un peccatore che fa penitenza, che per novantanove giusti, che di penitenza non hanno bisogno. E come se tutto questo non bastasse a convincere quegli Scribi e quei Farisei, aggiungeva ancora quest’altra parabola: Qual è quella donna, la quale avendo dieci dramme, perdutane una, non accenda la lucerna, e non iscopi la casa, e non cerchi diligentemente, fino a che l’abbia trovata? E trovatala. chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegrateti meco, perché ho ritrovata la dramma perduta. Così vi dico, faranno festa gli Angeli di Dio per un peccatore, che faccia penitenza. Epperò con la prima e con la seconda di queste parabole il divin Redentore, confondendo i suoi mormoratori, degnavasi pure nella sua immensa bontà di far conoscere a noi anzi tutto le sollecitudini del suo cuore divino nel ricercare e richiamare a sé le anime peccatrici, poscia l’amorevole accoglienza, che fa loro quando Egli le ritrova e sele vede ai suoi piedi pentite, e da ultimo la gioia immensa, che Egli e tutto il Paradiso provano, quando tali anime sono tornate a far parte del suo gregge diletto, delle sue preziose monete. Ed anzi tutto ci volle indicare le sue amorose sollecitudini nel ricercare e richiamare a sé le anime peccatrici. Quando un Cristiano ha commesso un grave peccato, epperò ha perduto Iddio e la sua santa grazia, dovrebbe egli stesso prontamente con un sincero pentimento ricercare Iddio ed implorare il suo perdono. Ma poiché il più delle volte il peccatore non pensa punto alla sua sventura e sta i giorni, le settimane, i mesi e talora persino gli anni senza muoversi a ricercare quel Dio che ha perduto, così è Dio stesso che aspetta con ansia, che anzi ricerca e richiama a sé il povero peccatore.Un giorno il divin Salvatore insieme co’ suoi Apostoli si recava dalla Giudea nella Galilea, passando per le terre dei Samaritani. Egli, che nulla faceva a caso, ma ogni sua operazione dirigeva a nobilissimo fine, studiava il passo, e pareva che assai gli premesse di portarsi avanti, come se ad un’ora determinata avesse un appuntamento con qualche persona. Dopo un cammino a piedi per parecchie ore, Egli sul meriggio giunse presso la città di Sichem, e ivi siccome a termine del suo faticoso viaggio si pose a sedere sopra la sponda di un pozzo. Gli occhi suoi parevano brillare di una insolita gioia, ed un più vivido raggio di celestiale bontà traspariva dalla sua faccia divina. A che pensa dunque, a che mira Gesù? Egli pensa e mira all’acquisto di un’anima in preda al peccato; Egli sta colà aspettando una misera donna, che quale smarrita pecora va errando lungi da Dio ed è caduta nelle zanne dei lupi. Egli sa che tra poco ella deve arrivare colà ad attingere acqua, ed il buon Pastore ansioso l’attende per ricondurla all’ovile. Egli nella sua squisita bontà dispone persino di non avere insieme in quel momento gli Apostoli, affine di guarire la pecorella piagata senza farla arrossire, e senza scapito del suo buon nome. La misera donna arriva di fatto, si accosta al pozzo, ed allo sconosciuto non dice parola. Ma se ella non pensa a Gesù, Gesù, che la conosce, si prende ben cura di lei. Laonde riempita che ebbe la secchia, e mentre già si sta per andarsene, Gesù pel primo le volge il discorso, e con la più ammirabile pazienza, con le parole più amorevoli Egli ricerca e richiama a sé quell’anima traviata, la fa pentire de’ suoi peccati, la converte e la salva. Or bene, quello che Gesù fece con la Samaritana è presso a poco quello che fa con qualsiasi povero peccatore. Sono davvero ineffabili le industrie, con cui Egli ne va in cerca, sono inesprimibili le voci tenerissime, con cui a sé lo chiama. Egli lo chiama talvolta con una predica, talvolta con una potente ispirazione che gli manda, talvolta con una lettura di un libro devoto, che gli fa capitare alle mani, talvolta con lo sguardo che gli fa posare sopra di un crocifisso o su un’immagine di Maria, o di qualche Santo. Lo chiama talvolta con gli inviti pressanti di un sincero amico, con le lagrime e con le preghiere di una madre o di un superiore e persino con l’invio di qualche sventura. Lo chiama continuamente con crudi rimorsi, con vive agitazioni, con insoffribili smanie; sì con questi e tanti altri simili modi Iddio non lascia di correre dietro al povero peccatore, e di ripetergli con la più viva insistenza: Convertere, convertere ad Dominimi, Deum tuum: convertiti, convertiti al Signore, Iddio tuo.

2. Ma se il buon Pastore Gesù con tanta bontà ed amorevolezza va in cerca di quelle pecore smarrite, che a Lui non pensano neppure, chi può dire la dolce accoglienza, che Egli fa a quelle, che traggono a Lui pentite dei loro errori! Ne abbiamo, anche qui, una prova nel Vangelo istesso riguardo ad un’altra donna, non meno peccatrice della Samaritana. Gesù predicava un giorno nella Galilea, quando Maddalena, tratta dalla gran fama del nuovo profeta, si decise di andarlo a udire. Fu questo per lei veramente un bel pensiero. Imperocché alle parole che uscivano da quel labbro divino, ai discorsi di tanta efficacia sulla vanità degli onori terreni e dei piaceri del senso, all’udire le ricchezze della bontà e misericordia di Dio, all’ascoltare soprattutto quel dolcissimo invito: Venite a me tutti, o peccatori e peccatrici, e io vi darò a gustare quella pace gioconda, che indarno cercate nelle vanità e nei piaceri del mondo; a questi insomma e ad altri simili detti la peccatrice famosa sentissi tocca nel profondo dell’animo. Ella concepì tosto un sì vivo dolore de’ suoi peccati, che non potendo più calmare i tumulti del cuore, prese a versare dagli occhi, come da due fonti perenni, un torrente di lagrime. Si portò subitamente a casa, gettò gli ornamenti di lusso, si scompigliò i capelli, e dato di piglio ad un vaso di alabastro pieno d’unguento prezioso, si tornò in cerca di Gesù. Saputolo nella città di Naim a pranzo in casa di Simon fariseo, in compagnia dei più ragguardevoli personaggi, ella senza umani rispetti si porta colà. Penetrata nella sala del convito, si getta ai piedi di Gesù, e con l’animo spezzato dal dolore glieli bagna con le sue caldissime lagrime, glieli asciuga con gli sparsi capelli, glieli profuma col suo prezioso liquore, glieli bacia con ardentissimo affetto. Ma come? Gesù tollera Egli che una persona così peccatrice e scandalosa lo tratti con una confidenza siffatta, quale appena si potrebbe permettere ad un’anima stata sempre innocente? E non le rinfaccia i suoi molti peccati? e non la manda prima a riparare gli scandali? non le impone di scostarsi da Lui? e non le impedisce di toccarlo così? Oh! no, perché Gesù è amoroso pastore, ed Egli al vedere tornata all’ovile una pecorella traviata prova un piacere indicibile. Maddalena già lo conosce. All’aria graziosa di quel Salvatore divino, alle dolci parole che gli uscirono dal labbro, ella si accorse che nel Cuor suo alberga una bontà infinita, e che quantunque rea di mille peccati, nulla ha da temere nel trattarlo così. Né punto s’ingannò poiché il buon Gesù non solo l’accoglie con volto benigno e la perdona, ma in quel luogo medesimo, alla presenza di tante insigni persone, Egli ne piglia una pronta difesa, dimostrandola già migliore di lui, perché piena di contrizione e d’amore. Né qui ebbe fine la bontà di Gesù con la penitente Maddalena. Egli in seguito ancora la trattò come se non avesse peccato giammai; Egli l’ebbe ognora carissima come se fosse sempre vissuta quale una colomba innocente. Gradì i servigi di lei, le permise che lo seguitasse con altre pie donne, e provvedesse ai bisogni del Collegio apostolico. Essendole morto Lazzaro, Ei si recò in Betania per consolarla, anzi ai prieghi, alle lagrime sue, operò il più strepitoso miracolo, richiamandole a vita il fratello da quattro giorni morto e sepolto. Né dopo la sua risurrezione gloriosa diminuì i suoi riguardi per essa, poiché le apparve in modo tutto speciale, e la incaricò di portarne novella agli Apostoli stessi. Né si finirebbe sì presto, se si volessero tutti accennare i tratti di singolare bontà, che le usò il divin Maestro. Ora un amore sì grande verso un’anima un dì rea di tanti peccati, non è forse una prova la più evidente della bontà, con cui accoglie a sé i peccatori pentiti e della gioia vivissima, che Egli prova quando questi a Lui fanno ritorno?

3. Ma che dire poi della festa che Gesù e tutto il Paradiso fanno in questi casi, quando cioè un qualche peccatore rientra a far parte delle anime giuste? Benché il divin Redentore ce l’abbia già espressa così al vivo nella festa fatta dal buon Pastore, ritrovata che ebbe la pecora smarrita, ed in quella che fece la donna di casa quando ritrovò la sua dramma, tuttavia ce la espresse anche più vivamente in quell’altra stupenda parabola del figliuol prodigo, in cui ci racconta che non appena quel figlio fu ritornato al padre suo e gli ebbe chiesto perdono de’ suoi trascorsi, subito il padre abbracciandolo e baciandolo con la gioia più viva, chiama i servi ed olà! dice loro, presto portate qui la veste più bella, mettete a questo mio figlio l’anello in dito, i sandali ai piedi, uccidete il miglior vitello, chiamate i parenti e gli amici, invitate la musica, e facciamo gran festa, perché questo mio figlio diletto era morto ed ora è risorto, era perduto e si è ritrovato. Or bene, poteva Egli il buon Gesù, darci un’idea più viva della festa, che in Cielo si fa da Lui, dagli Angeli e dai Santi nel ritorno a Dio di un peccatore pentito? E poteva più efficacemente animarci a ricercare la sua grazia ed il suo amore, se per cagione di gravi colpe l’avessimo perduto? Animo, adunque, o cari Cristiani e cari giovani. Se mai, attentamente esaminandovi, vi avvedeste di trovarvi nel numero di coloro che col peccato si sono allontanati da Gesù, non tardate più un istante a ritornare a Lui. Gettatevi presto ai suoi piedi pentiti: chiedetegli perdono delle vostre colpe in una santa Confessione, e fate il sincero proposito di non volervi mai più da Lui allontanare. Alla fin fine è Egli solo, che può contentare il vostro cuore: i piaceri del mondo e dei sensi non vi lasciano che disinganno ed amarezza, e gli amori terreni non fanno altro che suscitare nel vostro animo affanni e dispiaceri. Pensate adunque a darvi all’amore di Colui, che è il solo che possa rendervi felici. Né lasciate di riflettere ancora che se è vero, verissimo che la misericordia di Dio è infinita, è pur vero, verissimo che infinita è la sua giustizia. Taluno dirà: Iddio è tanto buono e m’ha usata tanta misericordia per il passato, così spero che me la userà per l’avvenire. Come? e perché t’ha usata tanta misericordia, per questo tu vuoi continuare ad offenderlo? Dunque, ti dice San Paolo, così tu disprezzi la bontà e la sapienza di Dio? Non sai, che il Signore ti ha sopportato finora, non già perché tu continui ad offenderlo, ma acciocché pianga il mal fatto? Quando tu, fidato alla divina misericordia, non vuoi finirla, la finirà il Signore. Se non ti convertirai, Egli ruoterà la sua spada. Sì, è vero, Iddio aspetta molto a punire, ma quando giunge il tempo della vendetta, non aspetta più, e castiga. Perciocché Dio aspetta il peccatore, acciocché si emendi; ma quando vede, che quegli del tempo che gli è dato per piangere i peccati, se ne serve per accrescerli, allora chiama lo stesso tempo a giudicarlo. Sicché le stesse misericordie usate al peccatore serviranno per farlo castigare con più rigore, e farlo abbandonare più presto. Abbiamo medicata Babilonia e non è guarita: abbandoniamola, dice il Signore. E come Iddio abbandona il peccatore? O gli manda la morte, e lo fa morire in peccato: o pure lo priva delle sue grazie, lasciandolo cadere in continui peccati senza nemmanco più curarsi di lui. Ed allora la mente accecata, il cuore indurito, il mal abito fatto renderanno la sua salvazione moralmente impossibile. E questo sarà ancora il più grave castigo, lasciarlo vivere senza neppure castigarlo in questa vita. No, non v’è castigo maggiore che quando Dio permette ad un peccatore che aggiunga peccati a peccati. Attenti adunque, o carissimi, a non lasciarvi ingannare dal demonio. Sì, la misericordia di Dio vi animi a gettarvi tra le sue braccia ed a piangere i vostri peccati con la più viva fiducia di essere perdonati, ma la divina giustizia vi faccia pur santamente tremare, pensando che per essa o ritardando di tornare a Dio, o ritornando a commettere il peccato, Iddio vi punirà eternamente.

CREDO …

 Offertorium

Orémus: Ps IX: 11-12 IX: 13 Sperent in te omnes, qui novérunt nomen tuum, Dómine: quóniam non derelínquis quæréntes te: psállite Dómino, qui hábitat in Sion: quóniam non est oblítus oratiónem páuperum. [Sperino in te tutti coloro che hanno conosciuto il tuo nome, o Signore: poiché non abbandoni chi ti cerca: cantate lodi al Signore, che àbita in Sion: poiché non ha trascurata la preghiera dei poveri.]

 Secreta

Réspice, Dómine, múnera supplicántis Ecclésiæ: et salúti credéntium perpétua sanctificatióne suménda concéde. [Guarda, o Signore, ai doni della Chiesa che ti supplica, e con la tua grazia incessante, fa che siano ricevuti per la salvezza dei fedeli.]

 Communio

Luc XV: 10. Dico vobis: gáudium est Angelis Dei super uno peccatóre poeniténtiam agénte. [Vi dico: che grande gaudio vi è tra gli Angeli per un peccatore che fa penitenza.]

 Postcommunio

Orémus.

Sancta tua nos, Dómine, sumpta vivíficent: et misericórdiæ sempitérnæ praeparent expiátos. [I tuoi santi misteri che abbiamo ricevuto, o Signore, ci vivifichino, e, purgandoci dai nostri falli, ci preparino all’eterna misericordia.]

FESTA DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (2019)

FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO (2019)

Introitus

Acts XII: 11
Nunc scio vere, quia misit Dóminus Angelum suum: et erípuit me de manu Heródis et de omni exspectatióne plebis Judæórum. [Adesso riconosco veramente che il Signore ha mandato il suo Angelo: e mi ha liberato dalle mani di Erode e da ogni attesa dei Giudei.]

Ps CXXXVIII: 1-2
Dómine; probásti me et cognovísti me: tu cognovísti sessiónem meam et resurrectiónem meam.

[Signore, tu mi scruti e mi conosci: conosci il mio riposo e il mio cammino.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui hodiérnam diem Apostolórum tuórum Petri et Pauli martýrio consecrásti: da Ecclésiæ tuæ, eórum in ómnibus sequi præcéptum; per quos religiónis sumpsit exórdium.
[O
Dio, che consacrasti questo giorno col martirio dei tuoi Apostoli Pietro e Paolo: concedi alla tua Chiesa di seguire in ogni cosa i precetti di coloro, per mezzo dei quali ebbe principio la religione]

Lectio

Léctio Actuum Apostolórum.
Act XII: 1-11
In diébus illis: Misit Heródes rex manus, ut afflígeret quosdam de ecclésia. Occidit autem Jacóbum fratrem Joánnis gládio. Videns autem, quia placeret Judæis, appósuit, ut apprehénderet et Petrum. Erant autem dies azymórum. Quem cum apprehendísset, misit in cárcerem, tradens quatuor quaterniónibus mílitum custodiéndum, volens post Pascha prodúcere eum pópulo. Et Petrus quidem servabátur in cárcere. Orátio autem fiébat sine intermissióne ab ecclésia ad Deum pro eo. Cum autem productúrus eum esset Heródes, in ipsa nocte erat Petrus dórmiens inter duos mílites, vinctus caténis duábus: et custódes ante óstium custodiébant cárcerem. Et ecce, Angelus Dómini ástitit: et lumen refúlsit in habitáculo: percussóque látere Petri, excitávit eum, dicens: Surge velóciter. Et cecidérunt caténæ de mánibus ejus. Dixit autem Angelus ad eum: Præcíngere, et cálcea te cáligas tuas. Et fecit sic. Et dixit illi: Circúmda tibi vestiméntum tuum, et séquere me. Et éxiens sequebátur eum, et nesciébat quia verum est, quod fiébat per Angelum: existimábat autem se visum vidére. Transeúntes autem primam et secundam custódiam, venérunt ad portam férream, quæ ducit ad civitátem: quæ ultro apérta est eis. Et exeúntes processérunt vicum unum: et contínuo discéssit Angelus ab eo. Et Petrus ad se revérsus, dixit: Nunc scio vere, quia misit Dóminus Angelum suum, et erípuit me de manu Heródis et de omni exspectatióne plebis Judæórum.

[In quei giorni: Il re Erode mise le mani su alcuni membri della Chiesa per maltrattarli. Uccise di spada Giacomo, fratello di Giovanni. E, vedendo che ciò piaceva ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano allora i giorni degli azzimi. Arrestatolo, lo mise in prigione, dandolo in custodia a quattro squadre di quattro soldati ciascuna, volendo farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. Pietro, dunque, era custodito nella prigione; ma la Chiesa faceva continua orazione a Dio per lui. Ora, la notte precedente al giorno che Erode aveva stabilito per farlo comparire innanzi al popolo, Pietro, legato da due catene, dormiva fra due soldati, e le sentinelle alla porta custodivano la prigione. Ed ecco apparire un Angelo del Signore e una gran luce splendere nella cella. Toccando Pietro al fianco, lo riscosse, dicendo: Alzati in fretta. E gli caddero le catene dalle mani. L’Angelo gli disse: Mettiti la cintura e infílati i sandali. Pietro obbedí. E l’Angelo: Buttati addosso il mantello e séguimi. Ed egli uscí e lo seguí, senza rendersi conto di quel che l’Angelo gli faceva fare, parendogli un sogno. Oltrepassata la prima e la seconda guardia, giunsero alla porta di ferro che mette in città, ed essa si aprí da sé davanti a loro. E usciti, si avviarono per una strada, e improvvisamente l’Angelo partí da lui. Pietro, allora, tornato in sé, disse: Adesso riconosco davvero che il Signore ha mandato il suo Angelo e mi ha liberato dalle mani di Erode, e da ogni attesa dei Giudei.]

Graduale

Ps XLIV: 17-18
Constítues eos príncipes super omnem terram: mémores erunt nóminis tui. Dómine.
V. Pro pátribus tuis nati sunt tibi fílii: proptérea pópuli confitebúntur tibi. Allelúja, allelúja.
[Li costituirai príncipi sopra tutta la terra: essi ricorderanno il tuo nome, o Signore.
V. Ai padri succederanno i figli; perciò i popoli Ti loderanno. Alleluia, alleluia.]
Matt XVIII: 18
Tu es Petrus, et super hanc petram ædificábo Ecclésiam meam. Allelúja.

[Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XVI: 13-19
In illo témpore: Venit Jesus in partes Cæsaréæ Philippi, et interrogábat discípulos suos, dicens: Quem dicunt hómines esse Fílium hóminis? At illi dixérunt: Alii Joánnem Baptístam, alii autem Elíam, álii vero Jeremíam aut unum ex Prophétis. Dicit illis Jesus: Vos autem quem me esse dícitis? Respóndens Simon Petrus, dixit: Tu es Christus, Fílius Dei vivi. Respóndens autem Jesus, dixit ei: Beátus es, Simon Bar Jona: quia caro et sanguis non revelávit tibi, sed Pater meus, qui in coelis est. Et ego dico tibi, quia tu es Petrus, et super hanc petram ædificábo Ecclésiam meam, et portæ ínferi non prævalébunt advérsus eam. Et tibi dabo claves regni coelórum. Et quodcúmque ligáveris super terram, erit ligátum et in coelis: et quodcúmque sólveris super terram, erit solútum et in coelis.
[In quel tempo: Gesú, venuto nei dintorni di Cesarea di Filippo, cosí interrogò i suoi discepoli: Gli uomini chi dicono che sia il Figlio dell’uomo? Essi risposero: Alcuni dicono che è Giovanni Battista, altri Elia, altri ancora Geremia o qualche altro profeta. Disse loro Gesú: E voi, chi dite che io sia? Simone Pietro rispose: Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente. E Gesú: Beato sei tu, Simone figlio di Giona, perché non la carne o il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Io darò a te le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra, sarà legato anche nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche nei cieli.]

OMELIA

DEVOZIONE AI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO

[P. Vincenzo Stocchi S. J. : DISCORSI SACRI; Tip. Befani, ROMAì -1884]

Superædificati super fundamentum Apostolorum.

[Ephes. II, 20]

Se io mi diparto questa mattina uditori dal mio costume di attingere all’Evangelio l’assunto del mio discorso, confido che non solo vi sembrerà ragionevole, ma vi tornerà anche giocondo. Imperocché me ne diparto per favellare dei santi Apostoli Pietro e Paolo; la solennità dei quali, che per otto interi giorni rallegra la santa Chiesa, è veramente solennità di tutto il mondo cattolico, ma è in modo particolarissimo solennità romana. E solennità romana la appellava quella gloria dei Pontefici S. Leone, e favellando molti secoli fa ai padri vostri dalla Cattedra vaticana, con maestà ed eloquio degno del Vicario di Gesù Cristo: di tutte le nostre solennità, diceva, tutto il mondo è partecipe, e la pietà di una fede medesima esige che venga celebrato con comune esultanza ciò che si commemora operato per la salute di tutti. Ma di tutte le feste la festa d’oggi merita che sia venerata con gaudio particolare dalla nostra città, essendo conveniente che dove dei Principi degli Apostoli fu glorificata la morte, nel di del loro martirio sia il principato della letizia. Il qual principato non senza una santa invidia vi concedono tutti i popoli della terra, e se mi fosse concesso spiegarvi in mostra sotto degli occhi tutte le genti che nel santo ovile di Gesù Cristo accoglie e regge un solo pastore, vedreste con giubilo e con orgoglio dell’animo vostro, che tutti non potendo lo sguardo, appuntano qua i desideri e gli affetti e bramano di veder quel che voi vedete, di prostrarsi dove voi vi prostrate, di stampar di baci e sparger di lacrime quelle tombe che chiudono le colonne della Chiesa, le cime dell’Apostolato, i Principi del Paradiso, le rocche del mondo, i propugnacoli della terra e del mare, Pietro e Paolo apostoli di Gesù Cristo. Dei quali favellando questa mattina non recherò in mezzo né la elezione e le prerogative di Pietro, né la vocazione e le imprese di Paolo, né la dignità e il primato di questa Chiesa Romana madre e maestra infallibile di tutte le chiese; ma a questo dirizzerò principalmente lo sforzo del mio ragionamento di accendere nel mio cuore e nel vostro un affetto tenero e sviscerato di devozione verso di essi, e una saldezza inconcussa di fiducia nel patrocinio; e confido che conseguirò quel che io bramo pigliando per assunto del mio discorso quello che S. Leone pose per esordio del suo; che Roma è tutta cosa dei santi Apostoli Pietro e Paolo e che per conseguenza tutto possono da questi Principi della terra e del Cielo promettersi i Romani seemuli della pietà e della fede dei padri loro si mostrino clienti degni di tanti Patroni.

1. E potrei pigliare le mosse di là onde per avventura meno si aspetta riferendo in qualche modo ai santi apostoli Pietro e Paolo la gloria delle conquiste, e la vastità della signoria onde andò così superba Roma pagana. Né se lo facessi potrebbe apporsi al mio dire la taccia di vanità senza insultare temerariamente ad una schiera gloriosa di personaggi insigni per dottrina e venerabili per santità; ai quali precedono un Agostino e un Leone. Imperocché, la provvidenza del Signore, che ha per costume di spianare dalla lontana le cose ai suoi intendimenti, preparando agli uomini naufraghi e ciechi la luce dell’Evangelio e il porto della santa Chiesa, preparò anche il mondo perché interponesse minori ostacoli alla diffusione di questa luce e allo stabilimento di questo porto. E di qui la felicità che coronò le escursioni, di qui le conquiste, la gloria, la possanza, la maestà e l’imperio di Roma. Ut huius inenarrabilis gratiæ per totum mundum diffìmderetur effectus, Romanum regnum divina providentìa præparavìt. Mirabil cosa! Portati da sete indomita di gloria e di signoria disserravano il mondo al volo delle vincitrici aquile gli eserciti e i condottieri di Roma, lo vincevano, 1o depredavano, lo soggiogavano, lo componevano in un corpo smisurato d’imperio, e Dio con le loro armi schiudeva il passo e ammanniva il campo ai mansueti pescatori di Galilea che verrebbero evangelizzando la pace. Roma nobilitata di tante palme e aggrandita di tanti conquisti stendeva lo scettro, adempieva del suo nome la terra, e Dio con questo splendore medesimo di gloria che irraggiava la metropoli del mondo, ordinava arender cospicua e riguardevole la sua Chiesa, della quale, stupendo miracolo di onnipotenza, si preparava nel Campidoglio quasi un faro e una rocca sulla quale già cospicua per splendore di gloria mondana collocar potesse il centro della verità, che quasi sole illuminasse col lume della fede il mondo convertito a Gesù Cristo. Così si intende cristianamente la storia, così la storia glorifica la provvidenza e la sapienza di Dio. Ma non è questa la via ascoltatori, per la quale voglio contendere di infiammare i vostri petti nell’amore dei santi Pietro e Paolo, e contento di averla con S. Leone accennata di passaggio e come dicon di volo, con S. Leone medesimo, mi volgo a più soave argomento, e Isti vi dico, Isti sunt viri, per quos tibi evangelium Christi, Roma, resplenduit et quæ eras magistra erroris, facto, es discipula veritatis. Ecco, ecco qua gli uomini, pei quali a te rifulse o Roma l’Evangelio di Gesù Cristo, e che di discepola dell’errore ti fecero maestra della verità. Isti sunt patres tui verique pastores, qui te multo melius feliciusque condiderunt, quam illi, quorum prima mœnium tuorum fundamenta locata sunt. Ecco i veri tuoi padri e pastori, che ti fabbricarono con auspici molto più lieti, che non fecer coloro che gettarono in prima le fondamenta delle tue mura. Padri e pastori son dunque i santi Apostoli Pietro e Paolo, e padri non secondo la carne ma secondo lo spirito: padri però di una paternità più soave, più tenera, più sviscerata che non è quella della carne, paternità che procede dal cuor di Gesù, e si informa al suo amore e si stempera alla sua fiamma.

2. E vaglia la verità, se i figliuoli sono dei padri che li generarono, e il pastore appella sua con ogni ragione la greggia che guarda e nutria. Roma è con tutta ragione dei santi apostoli Pietro e Paolo. Iquali generandola a Gesù Cristo acquistarono sopra di lei le ragioni congiunte di padre e di madre, né  veramente ci volle meno di un affetto materno e paterno insieme per mettersi con grande animo nell’impresa di conquistarla al Vangelo. E chi ce li inviasse non ve ne è dubbio: perciocché leggiamo negli Atti apostolici, di Paolo sostenuto prigione, che mentre i suoi nemici tramavano le insidie per ucciderlo; nocte assistens ei Dominus, ait: constans esto, sicut enìm testificatus es de me in Jerusalem, sic te oportet et Romœ testificari (Act. XXIII, 11) Gli apparve di notte tempo il nostro Signor Gesù Cristo, e Paolo gli disse, coraggio, a quel modo che mi hai renduto testimonianza in Gerusalemme, è necessario che tu me la renda anche a Roma. E chi può dubitare che Pietro ancora un comando espresso di Gesù Cristo non inviasse in Roma, Pietro che ne doveva tener la sede, Pietro che doveva alzarvi cattedra di magistero infallibile, nella quale per i suoi successori doveva risiedere fino alla consumazione dei secoli? Or che cuore dovette esser quello dei santi Apostoli quando per imperio del Figlio di Dio sobbarcarono al grande ufficio le spalle! Omiciattoli ignobili e sconosciuti, giudei per giunta, nazione sopra ogni altra del mondo esosa e spregiata, poveri e diserti d’ogni presidio umano venire in Roma! E a che fare? A portar la guerra alle opinioni della vana filosofia, ad abbattere le vanità della sapienza terrena, a confutare il culto dei demoni, a distruggere la empietà di tutti i sacrilegi. E pur vennero in questo oceano di profondità turbolentissima, e abbracciando con carità più che paterna la nuova greggia memori della virtù onnipotente di Gesù Cristo mettevano la mano al lavoro. O beati i padri vostri che ebbero la bella sorte di veder Pietro e Paolo intesi a conquistar Roma a Gesù Cristo! Che carità doveva spandersi da quei petti! Che amore spirare da quei sembianti! Quale la fiamma dello zelo, quale la sapienza del favellare, quanta la copia e lo splendore dei miracoli! O Pietro che spettacolo dovevi dare di te, quando accolto in mezzo alla intenta schiera di quei felici che bevevano dal tuo labbro per le orecchie la fede, parlavi loro della Persona e della carità di Gesù Cristo: e non doctas fabulas secuti,dicevi, notam facimus vobis Domini nostri Iesu Christì vìrtutem et præsentiam, sed speculotores facti illius magnitudinis. (II. Petr. I, 10.) No, non vengo avoi raccontatore di dotte favole : vengo a ridirvi quel che ho vedutoio proprio, io con questi occhi, io ho veduto in carne mortale il Figlio di Dio, io ho veduto Gesù: ho parlato con esso, l’ho accompagnato nei suoi viaggi, ho assistito ai suoi miracoli, ho ascoltato la sua dottrina, ho contemplato la carità, la benignità la dolcezza di quel benedetto. Ah! se lo aveste veduto, se aveste come me fissato cotesti vostri occhi in quel volto pieno di maestà e di grazia di paradiso! E qui raccontavi come accoglieva i peccatori, come consolava i poverelli, come ammaestrava le turbe, come carezzava i fanciulletti, e poi quando ti promise le chiavi del regno dei Cieli, e dell’odio dei Farisei, e del tradimento di Giuda, e della cena memorabile, e del sudor di sangue nell’orto, e volevi procedere raccontando la cattura, gli strazi, la croce, la risurrezione: ma che? Un profondo gemito del cuore ti troncava le parole sul labbro, un torrente di lacrime sgorgava dagli occhi, ti risovveniva l’atrio di Caifa, e ahimè gridavi, ahimè che io negai il mio Maestro, io giurai che non conosceva Gesù, e sopraffatto dal duolo nascondevi tra le mani la faccia e piangevi. Mache? Ho preso io forse a tessere la serie delle gesta di Pietro edi Paolo, e non piuttosto a raccogliere alcune delle ragioni che hanno alla confidenza vostra e all’ amore? Essi sono i vostri padri. L’uno e l’altro possono dire di voi: in Christo Iesu per evangelium ego vos genui, si decem millia pædagogorum habeatis in Christo sed non multos patres. (I. Cor. XIV, 15.) Noi,  per l’Evangelio vi abbiamo generato a Gesù Cristo, troverete moltiche vi vogliono far da maestri, ma che vi amino da padri siccome noi troverete pochi o nessuno. E se tanto vi amarono mentre tra voi pellegrinavano in terra, dubiterete che in Paradiso vi amino meno, e meno a cuore tengano le vostre necessità? Amateli voi come figli e onorateli come padri e non dubitate. E che? Potreste dubitarne senza far torto insigne a S. Pietro che ve ne ha lasciato la promessa in iscritto? La promessa in iscritto? Sì sì. Leggete la seconda sua lettera. Certus sum enim quod velox est depositio tabernacidi mei secundum quod Dominus Jesus Christus significava mihi. (II. Petr. I, 14) Io son certo che la mia morte è vicina, perché me lo ha detto il nostro Signor Gesù Cristo. Dunque? Dunque dabo operam frequenter habere vos post obitum meum. Non mi dimenticherò di voi mai al cospetto del Signore, ne farò memoria ad ogni momento. O questo è parlare da padre, parlare che prorompe da un petto pieno di amore, e che chiede a gran voce corrispondenza di gratitudine.

3. Ma che? È forse sola questa città, o furono soli i padri vostri i generati a Gesù Cristo da Pietro e da Paolo? Non avevano forse l’uno e l’altro fatto il giro del mondo prima di venirsene a voi e convertito genti infinite? Sì ascoltatori: ma nei viaggi, nelle escursioni, in mezzo ai popoli colti, fra le nazioni selvagge, tra le consolazioni dei popoli convertiti alla fede, e gli affanni delle persecuzioni e la stretta dei patimenti sempre qua tenevano fisso il guardo, e Roma si proponevano come termine desiderato della carriera apostolica. Aprite la lettera di S. Paolo ai Romani e leggete. Paulus servus Iesu Christi omnibus qui sunt Romæ, gratia vobis et pax a Deo Patre nostro et Domino Jesu Christo. (Rom. I, 7) Paolo servo di Gesù Cristo a tutti i Romani: sia con voi la grazia e la pace da Dio Padre nostro e dal nostro Signor Gesù Cristo. Testis est mihi Deus, cui Servio in Spiritu meo, quod sine intermissione memoriam vestri facto semper in orationibus meis, si quo modo prosperum iter habeam in voluntate Dei venìendi ad vos. (1. Tim. I , 3.) Mi è testimonio il Signore, che non passa giorno che io non mi ricordi di voi nelle mie orazioni, scongiurandolo che gli piaccia concedermi che io venga a Voi. Desidero enim videre vos; idest simulconsolari in vobis per eam, quæ invicem est, fidem vestram atque meam. (Rom. I, 12.) Desidero di vedervi, desidero di consolarmiin mezzo di voi per quella fede che voi e io possediamoquasi tesoro comune. E sappiate fratelli miei che sæpe propositi venire ad vos et prohibitus sum usque adhuc(Rom. I, 13.) sappiateche più volte ho proposto di venire a voi, ma non mi è finoravenuto fatto, così Paolo: del quale ci raccontano i fatti apostolici,che mentre dimorava in Corinto, e apparecchiava le spedizionidell’Acaia e della Macedonia e dopo di esse il viaggio aGerusalemme non finiva mai di ripetere. Postquam ibi fuero oportet me Romam videre. (Act. XIX, 21.) Dopo che avrò pellegrinatoper questi luoghi è necessario che io vegga Roma, oportet me Romam videre. Questi affetti fervevano nel cuor di Paolo per voi, e credete che fossero diversi gli affetti di Pietro? Erano i cuori di questi Apostoli, dice il Crisostomo, lavorati sul modello medesimo del cuore di Gesù Cristo e però non solo come gemelli si somigliavano, ma battevano dei medesimi palpiti e ardevano della medesima fiamma: che se una differenza di affetto si voglia porre, ardisco di dire che più veemente dovette per voi essere l’amor di Pietro: e che? Non era Pietro designato da Gesù Cristo Vescovo e pastore di Roma? Non doveva fermar qui la sua sede? Qui stabilir la sua cattedra? Esso nel suo petto doveva far luogo alle Chiese di tutto il mondo, fra tutte le Chiese del mondo non doveva dare i primi affetti e le prime cure alla sposa sua, alla Chiesa della sua Roma? Andavano dunque questi condottieri magnanimi della squadra apostolica per tutto il mondo dove li portava lo Spirito del Signore, e sudori e fatiche profondevano largamente dovunque o negli ampi tratti della terra, o nei riposti seni del mare e dove son popoli da guadagnare al regno di Cristo. Ma come un padre o una madre che pellegrinando in regioni remote, e percorrendo regni longinqui sempre tiene il cuore alla casa dove i dolci figli la aspettano, in mezzo ai quali spera di riposare negli anni della stanca vecchiaia e di chiuder gli occhi alla luce di questo sole; così Pietro così Paolo, sempre voi avevano nel cuore, e anelavano di fermare il piede nel mezzo a voi per non dipartirsene se non allora che carichi di corone sarebbero volati a deporre i loro trofei a pie’ di Gesù Cristo e a ricevere dalla sua mano la corona della giustizia.

4. Di qui procede che se togliamo Gerusalemme, della quale erano le promesse che perfida rifiutò, e sconsigliata cedette a Roma; memorie o scarse o malcerte ci rimangono di quei luoghi pei quali i santi Apostoli o si tragittarono trapassando o fecero dimora annunziando il regno di Dio. Dicano Damasco, dicano Atene, Corinto, Tessalonica, Efeso, Colossi, Antiochia, dicano dove sono le chiese ch’Essi fondarono, dove le case che santificarono, dove i santuari cha eressero, dove gli altari che consacrarono, dicano se non altro dov’è la fede che seminarono. Ahimè che se in quelle regioni vi conducete dove si sfogarono le prime vampe di quei petti pieni di Spirito Santo, e si sparsero i primi sudori, altro non vedrete se non rovine o deserto, o casolari squallidi ed ermi in cui si accovaccia o la libidine musulmana o la perfidia scismatica, e se vi fate a gridare dove son le tracce che stamparono sì gloriose i piedi di Pietro e Paolo, non udirete altra risposta che quella della solinga eco della rupe o della spiaggia che per quell’aria intronata già dallo squillo delle trombe apostoliche vi ripeterà: dove sono. Ma tra voi, tanto vi predilessero i santi Apostoli, tra voi non così. Si professa ancora fra voi la stessa fede ch’essi annunziarono, è in piedi la stessa cattedra ch’essi eressero, l’aria medesima e il suolo e per cosi dire pregno della dottrina che promulgarono. Quindi se tu dalla tomba che in Vaticano ti accoglie ti levassi dritto o santo petto di Giovanni Crisostomo, me già dal trono pontificale della tua Costantinopoli domandassi a Pietro ed a Paolo: quot carceres sanctificastis, quot catenas decorastis, quomodo Christum portasti, quomodo prædicatione Ecclesias ædificastis: quante sono le carceri che santificaste, quante le catene che decoraste, quanti i figliuoli che generaste, quante le Chiese che edificaste; potrebbero questi miei ascoltatori far contento il vostro desìo. Qua alle radici del Campidoglio è il carcere che chiuse nello squallido seno le due colonne della Chiesa: e figli delle catene apostoliche qui rinacquero a Gesù Cristo, Martiniano e Processo: e questo è il fonte che zampillò al comando apostolico. Qua sull’Esquilino son le catene che avvinsero non lo spirito no, né la lingua, ma le braccia e i piedi di Pietro. Qui dal primo ingresso nella città dei Cesari ebbe Pietro il primo ricetto, e questa è la sede ove assise, e questo l’altare che consacrò, e se cercate i figliuoli che edificò in corpo e Chiesa di Gesù Cristo, questi figliuoli siam noi.

5. Questo potrebbe dire ciascun di voi che mi udite, ma potrebbe dir questo solo? No, che potrebbe passare avanti, e additare i luoghi dove dettero per Gesù Cristo la vita e sparsero il sangue, e massimo di tutti i tesori le tombe che ne accolgono i corpi e li serbano alla gloria della risurrezione e al trionfo. Imperocché in qual modo generarono voi a Gesù Cristo Pietro e Paolo Apostoli vostri? Forse con la parola predicata senza posa di giorno e di notte? Con questa ancora ma non solamente con questa. Forse coi pericoli corsi senza ritegno per anni ed anni? Con questi ancora ma non solamente con questi. Coi travagli dunque, con la povertà, con gli stenti, con le prigioni, coi vincoli, coi tormenti. Patirono prigioni e percosse, sostennero stenti, sostennero povertà, ma questo prezzo fu al pari che per voi sborsato per altri popoli ai quali portaron la fede. Ma voi figliuoli prediletti, figliuoli privilegiati generarono con qualche cosa di più, generarono con la morte e col sangue. O pensiero che a chi calca col piede questo santo suolo di Roma, a chi respira quest’aere, a chi beve la luce di questo sole fa balzare in petto il cuore per giubilo e inarcare per meraviglia il ciglio! A me par di vedere Pietro e Paolo quel giorno, che quella belva incoronata di Nerone, dal dorato antro del Palatino scaricò la folgore che li dannava di morte per Gesù Cristo, mi par di vederli là sulla porta Trigemina quando col santo amplesso di pace si dividevano, Pietro per ascendere sulla croce, Paolo per offrire il capo alla spada. Che fiamma lampeggiava in quegli occhi! che giubilo scintillava in quei volti! Mi par di vederti o Paolo, quando piegate le ginocchia aterra, e levati gli occhi a Gesù Cristo col cuore intrepido porgesti il collo alla mannaia che scese e spiccò quella veneranda testa vaso di tanta sapienza, che dove percosse, ivi dischiuse un fonte di tepida vena. Mi par di vederti ò Pietro quando salito il ripido clivo del Gianicolo salutasti prima con gli occhi e con il cuore la croce che ti attendeva, poi da quell’alto ti rivolgesti a dare alla tua Roma l’ultimo addio. Quali furono le ultime tue parole? Quali gli ultimi voti? Di che pregasti Gesù Cristo che presente e visibile, come già a Stefano, dalla destra del Padre ti confortava? Ah! di te, come di Paolo le ultime preghiere, gli ultimi voti furon per Roma, e levato sulla croce non come il tuo maestro inalberato ed eretto, ma coi piedi in aria confitti e il capo volto alla terra, che in Roma non venisse mai meno la fede che tu innaffiavi col sangue, fu l’ultima prece che formasti col labbro, fu l’ultimo voto che con l’ultimo palpito cotesto cuore formò prima che ti morisse nel petto.

6. Bene a ragione pertanto o Roma si canta di te dall’uno all’altro confine del mondo quel celestiale preconio. O Roma felix, quæ duorum principum es consecrata glorioso sanguine. Felice Roma cui consacra il sangue glorioso dei due principi del Paradiso, horum cruore purpurata, cæteras excellis orbis una pulcritudines. Imporporata di cotal sangue tu sola sopravanzi tutte le bellezze del mondo. Né solo il sangue di Pietro e di Paolo ti imporpora e ti fa bella e gloriosa, imperocché memoriale perpetuo e pegno di patrocinio e di amore sorgono in questo suolo le tombe e giacciono le ossa calde tuttavia della carità di Gesù Cristo e della fiamma dello Spirito Santo: di sorte che se di tutte le chiese del mondo è vero che sono edificate sopra il fondamento degli Apostoli, di questa Chiesa Romana è verissimo, quando posa non solo sulla dottrina apostolica ma ancor sulle ossa e le ceneri. Ceneri ed ossa che qui e non altrove hanno voluto i santi Apostoli e Dio che si riposassero, e lo hanno testificato i portenti. Dei quali non vano testimonio ci rimane il Magno Gregorio; imperocché, aveva Costanza Augusta edificato in Costantinopoli un tempio a Paolo Apostolo delle genti sedente Pontefice in Roma Gregorio. Al quale spedì sua lettera l’imperatrice domandandogli con imperio che le inviasse il capo del santo Apostolo, o almeno alcuna insigne parte del corpo. Ma le tolse ogni speranza di conseguire il suo desiderio il venerando Pontefice, con queste parole. Illa præcipitis quæ facere nec possum nec audeo. Cosiffatta è la vostra domanda o Imperatrice, che né posso contentarla, né dove potessi mi attenterei. Ma perché? Perché son tanti i miracoli onde hanno manifestato e manifestano tuttavia che non sostengono che i loro corpi si manomettano, che non si troverebbe petto sì saldo che si attentasse di recar la mano ai sacrosanti depositi. I quali in Roma e non altrove saranno fino alla fine dei secoli, come per chiaro evento fu manifesto. Imperocché poco dopo i santi Apostoli ebber patito, vennero dall’Oriente certuni, i quali ne ripeterono i corpi come di propri concittadini, e avutili, fuori di Roma li si condussero fino al luogo che appellasi Catacombe. Ma che? Allora quando tentarono di muoverli di là, ecco repentino miracolo, una tempesta di baleni e di folgori con tal terrore che fuggirono spaventati quanti avevano mano a quell’opera. Allora i Romani esultarono, e conoscendo a sì chiaro segno la predilezione degli Apostoli vennero in bella schiera, e fra i cantici e gli inni condussero i santi corpi nei luoghi dove ora sono. Così Gregorio (Greg. M. ep. 30, Ubr. IV. ad Constant. Aug.). E forse che non ripagarono e non ripagano a Roma con larga usura gli Apostoli generosi l’ospizio egli onori onde fu ed è larga alle spoglie loro mortali? E a chi deve se non a queste tombe il primato che ha nel mondo, risorta per Pietro e per Paolo dalle sue ceneri più gloriosa e più bella?Queste tombe furono e sono i baluardi e le rocche che la difesero, questi sono come i due occhi pei quali a maniera di corpo robusto e vegeto risplende questa città. Qui s’infranse il furore delle barbariche falangi che mentre precipitando con l’impeto di un torrente disarginato mettevan tutto a sterminio quasi contenute e respinte dagli avelli apostolici davano addietro. Qui si ruppe la baldanza e l’orgoglio della empietà, e formidabile vincitrice del mondo, urtando in questi sepolcri si sciolse in polvere. Qui cadde conquiso il fasto dei potenti del secolo, qui la frenesia dell’errore si raumiliò, qui il dente stesso dei secoli cui tutto cede fu rintuzzato. Quante volte le malattie alla vista di queste tombe esterrefatte fuggirono! Quante volte le pestilenze che con confusa strage inferocivano si dispersero! Quante volte la morte stessa al fremito che da questi sepolcri usciva impaurita lasciò la preda che aveva ghermito, e spezzò le ritorte e la falce. Domandate a quelle turbe pie cui scalda la vasta fiamma della fede qual pensiero qual desiderio qua le conduce. Vi diranno che vogliono venerare le tombe di Pietro e di Paolo. Guardate quale è la prima delle tante memorie che riveriscono. Sono i sepolcri di Pietro e di Paolo. I re medesimi e le regine vanno al sepolcro del Pescatore e del lavoratore di tende e stimano gloria curvar la fronte su quella polvere che chiude tanto tesoro. O io amo Roma, gridava il Crisostomo, fin là dalle frementi sponde del Bosforo, amo Roma e so che ne potrei celebrare la grandezza, la magnificenza,la bellezza, le dovizie, l’antichità, la frequenza, le gesta insigne di pace e di guerra. Ma io ciò non curo e lasciando tutto la dico beata, perché e vide e si beò nei volti di Pietro e di Paolo viventi, e dopo morti ne possiede le tombe. Di qui le viene il verace primato di gloria, né così splende il cielo quando il sole lo irraggia, come Roma posseditrice di quei due luminari che rischiarano l’universo. Quinci oh meraviglia! quinci sarà rapito Pietro, quindi Paolo. Pensate ed inorridite quale spettacolo vedrà Roma: Pietro e Paolo prorompere dalle rovesciate lor tombe, e proromper risorti, e tutti sfolgoreggianti levarsi in aria e muovere incontro a Cristo Gesù. O santi Apostoli, o gloria di questa città, o baluardi, o rocche, o falangi, o gloria di Roma! Esultano i nostri cuori riandando queste memorie e un dolce palpito li commuove e li batte: siate quali foste sempre, guardate la città nostra e la fede, e fra tanto fremito e furore di tempesta che irrompe aggiungete un trofeo novello agli antichi.

7. E a chi deve uditori la città vostra questi gloriosi sepolcri che la fanno così nobile, così potente, così gloriosa e così formidabile? La deve al beneplacito di Gesù Cristo che si compiacque di elegger Roma per sede del suo Vicario e capo e centro della sua Chiesa. Imperocché avendo a Pietro conferito quella potestà che lo fa arbitro della terra e del Cielo, e lo costituisce quella rupe contro cui non devono prevalere le porte d’inferno, qualunque fosse la sede nella quale avesse Pietro chiuso la sua mortale carriera, il successore di Pietro in quella sede medesima sarebbe stato l’erede delle prerogative di esso, il depositario della fede, il Vicario di Gesù Cristo e il maestro del mondo. La qual sede fu Roma, e qui con quel della fede apostolica volle Gesù Cristo depositate le mortali spoglie di Pietro e di Paolo, testimonio che come le ossa così non se ne è mai dipartita la fede, e che qui deve intendere l’occhio chi vuol vedere puro e incontaminato quel raggio che accese lo Spirito Santo nel Cenacolo di Gerosolima. Quindi ha Roma la prerogativa di essere la maestra del mondo: quindi il conservarsi qui la regola della fede, e tanto riputarsi sincero quanto si conforma alla fede di Roma, e tutto adultero e reprobo quanto se ne disforma; quindi il Vaticano fatto come una specola e una vedetta nella quale Pietro per mezzo dei suoi successori stende il vigile occhio per tutto il mondo, e grida e corregge, e loda e percote, e governa il timone di quella gran nave, che una accoglie in se tutte le genti della terra. Quindi la dominazione di Roma cristiana più vasta e più nobile senza misura di quella che schiava di satanasso esercitava sulle conquistate nazioni. Più vasta perché tutto comprende l’ambito della terra, più nobile perché imperia non sui corpi ma sugli intelletti e non per violenza d’armi e di ferro, ma per volontaria soggezione di amore. Le quali cose essendo così qual testimonio potremo dare ai santi Apostoli Pietro e Paolo che sia al loro cuore più caro, che più sia efficace a meritarne il patrocinio, quanto amare con tutto il cuor nostro questa Chiesa ch’Essi fondarono, e che come è nella cima del cuore e delle cure di Dio, così siede in cima ai pensieri e agli affetti dei santi Apostoli? Chiesa che battuta da tante tempeste grida al suo Sposo, che non sembra che l’oda mentre le porte d’inferno imperversano. Ma confidiamo, sorgerà quando meno si aspetta, e di Pietro sarà il trionfo; perché di questo ci affida il santo deposito delle apostoliche salme, che Roma come da S. Pietro finora, così da ora fino alla fine dei secoli, fremendo, ripugnando, scatenandosi quanto vuole l’inferno, sarà la sede del Vicario di Gesù Cristo.

Credo…

Offertorium

Orémus
Ps XLIV: 17-18
Constítues eos príncipes super omnem terram: mémores erunt nóminis tui, Dómine, in omni progénie et generatióne. [Li costituirai príncipi su tutta la terra: essi ricorderanno il tuo nome, o Signore, di generazione in generazione.]


Secreta

Hóstias, Dómine, quas nómini tuo sacrándas offérimus, apostólica prosequátur orátio: per quam nos expiári tríbuas et deféndi. [Le offerte, o Signore, che Ti presentiamo, affinché siano consacrate al tuo nome, vengano accompagnate dalla preghiera degli Apostoli, mediante la quale Tu ci conceda perdono e protezione.]

Communio

Matt XVI: 18
Tu es Petrus, ei super hanc petram ædificabo Ecclésiam meam.

[Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa]

Postcommunio

Orémus.
Quos coelésti, Dómine, alimento satiásti: apostólicis intercessiónibus ab omni adversitáte custódi. [Quelli, o Signore, che Tu saziasti di un alimento celeste, per intercessione degli Apostoli, proteggili contro ogni avversità.]

FESTA DEL SACRO CUORE DI GESÙ (2019)

VII

ACTUS REPARATIONIS ET CONSECRATIONIS

Iesu dulcissime, cuius effusa in homines caritas, tanta oblivione, negligentia, contemptione, ingratissime rependitur, en nos, ante altaria [an: conspectum tuum] tua provoluti, tam nefariam hominum socordiam iniuriasque, quibus undique amantissimum Cor tuum afficitur, peculiari honore resarcire contendimus. Attamen, memores tantæ nos quoque indignitatis non expertes aliquando fuisse, indeque vehementissimo dolore commoti, tuam in primis misericordiam nobis imploramus, paratis, voluntaria expiatione compensare flagitia non modo quæ ipsi patravimus, sed etiam illorum, qui, longe a salutis via aberrantes, vel te pastorem ducemque sectari detrectant, in sua infìdelitate obstinati, vel, baptismatis promissa conculcantes, suavissimum tuæ legis iugum excusserunt. Quæ deploranda crimina, cum universa expiare contendimus, tum nobis singula resarcienda proponimus: vitae cultusque immodestiam atque turpitudines, tot corruptelæ pedicas innocentium animis instructas, dies festos violatos, exsecranda in te tuosque Sanctos iactata maledicta àtque in tuum Vicarium ordinemque sacerdotalem convicia irrogata, ipsum denique amoris divini Sacramentum vel neglectum vel horrendis sacrilegiis profanatum, publica postremo nationum delicta, quæ Ecclesiæ a te institutæ iuribus magisterioque reluctantur. Quæ utinam crimina sanguine ipsi nostro eluere possemus! Interea ad violatum divinum honorem resarciendum, quam Tu olim Patri in Cruce satisfactionem obtulisti quamque cotidie in altaribus renovare pergis, hanc eamdem nos tibi præstamus, cum Virginis Matris, omnium Sanctorum, piorum quoque fìdelium expiationibus coniunctam, ex animo spondentes, cum præterita nostra aliorumque peccata ac tanti amoris incuriam firma fide, candidis vitæ moribus, perfecta legis evangelicæ, caritatis potissimum, observantia, quantum in nobis erit, gratia tua favente, nos esse compensaturos, tum iniurias tibi inferendas prò viribus prohibituros, et quam plurimos potuerimus ad tui sequelam convocaturos. Excipias, quæsumus, benignissime Iesu, beata Virgine Maria Reparatrice intercedente, voluntarium huius expiationis obsequium nosque in officio tuique servitio fidissimos ad mortem usque velis, magno ilio perseverantiæ munere, continere, ut ad illam tandem patriam perveniamus omnes, ubi Tu cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si quotidie per integrum mensem reparationis actus devote recitatus fuerit.

Fidelibus vero, qui die festo sacratissimi Cordis Iesu in qualibet ecclesia aut oratorio etiam (prò legitime utentibus) semipublico, adstiterint eidem reparationis actui cum Litaniis sacratissimi Cordis, coram Ssmo Sacramento sollemniter exposito, conceditur:

Indulgentia septem annorum;

Indulgentia plenaria, dummodo peccata sua sacramentali pænitentia expiaverint et eucharisticam Mensam participaverint (S. Pæn. Ap., 1 iun. 1928 et 18 mart. 1932).

[Indulg. 5 anni; Plenaria se recitata per un mese con Confessione, Comunione, Preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice, visita di una chiesa od oratorio pubblico. – Nel giorno della festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, confessati e comunicati, recitata con le litanie de Sacratissimo Cuore, davanti al SS. Sacramento solennemente esposto: Indulgenza plenaria].

MESSA DEL SACRO CUORE DI GESÙ (2019)

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 11; 19
Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame. [I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]


Ps XXXII: 1
Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate nel Signore, o giusti, la lode conviene ai retti.]

Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame. [I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui nobis in Corde Fílii tui, nostris vulneráto peccátis, infinítos dilectiónis thesáuros misericórditer largíri dignáris: concéde, quǽsumus; ut, illi devótum pietátis nostræ præstántes obséquium, dignæ quoque satisfactiónis exhibeámus offícium.  [O Dio, che nella tua misericordia Ti sei degnato di elargire tesori infiniti di amore nel Cuore del Figlio Tuo, ferito per i nostri peccati: concedi, Te ne preghiamo, che, rendendogli il devoto omaggio della nostra pietà, possiamo compiere in modo degno anche il dovere della riparazione.]


Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios. Eph III: 8-19

Fratres: Mihi, ómnium sanctórum mínimo, data est grátia hæc, in géntibus evangelizáre investigábiles divítias Christi, et illumináre omnes, quæ sit dispensátio sacraménti abscónditi a sǽculis in Deo, qui ómnia creávit: ut innotéscat principátibus et potestátibus in cœléstibus per Ecclésiam multifórmis sapiéntia Dei, secúndum præfinitiónem sæculórum, quam fecit in Christo Jesu, Dómino nostro, in quo habémus fidúciam et accéssum in confidéntia per fidem ejus. Hujus rei grátia flecto génua mea ad Patrem Dómini nostri Jesu Christi, ex quo omnis patérnitas in cœlis ei in terra nominátur, ut det vobis, secúndum divítias glóriæ suæ, virtúte corroborári per Spíritum ejus in interiórem hóminem, Christum habitáre per fidem in córdibus vestris: in caritáte radicáti et fundáti, ut póssitis comprehéndere cum ómnibus sanctis, quæ sit latitúdo, et longitúdo, et sublímitas, et profúndum: scire étiam supereminéntem sciéntiæ caritátem Christi, ut impleámini in omnem plenitúdinem Dei.

[ Fratelli: A me, minimissimo di tutti i santi è stata data questa grazia di annunciare tra le genti le incomprensibili ricchezze del Cristo, e svelare a tutti quale sia l’economia del mistero nascosto da secoli in Dio, che ha creato tutte cose: onde i principati e le potestà celesti, di fronte allo spettacolo della Chiesa, conoscano oggi la multiforme sapienza di Dio, secondo la determinazione eterna che Egli ne fece nel Cristo Gesù, Signore nostro: nel quale, mediante la fede, abbiamo l’ardire di accedere fiduciosamente a Dio. A questo fine piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, da cui tutta la famiglia e in cielo e in terra prende nome, affinché conceda a voi, secondo l’abbondanza della sua gloria, che siate corroborati in virtù secondo l’uomo interiore per mezzo del suo Spirito. Il Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede, affinché, ben radicati e fondati nella carità, possiate con tutti i santi comprendere quale sia la larghezza, la lunghezza e l’altezza e la profondità di quella carità del Cristo che sorpassa ogni concetto, affinché siate ripieni di tutta la grazia di cui Dio è pienezza inesauribile.]

Graduale

Ps XXIV:8-9
Dulcis et rectus Dóminus: propter hoc legem dabit delinquéntibus in via.
V. Díriget mansúetos in judício, docébit mites vias suas.

[Il Signore è buono e retto, per questo addita agli erranti la via.
V. Guida i mansueti nella giustizia e insegna ai miti le sue vie.]
Mt XI: 29

ALLELUJA

Allelúja, allelúja. Tóllite jugum meum super vos, et díscite a me, quia mitis sum et húmilis Corde, et inveniétis réquiem animábus vestris. Allelúja. [Allelúia, allelúia. Prendete sopra di voi il mio giogo ed imparate da me, che sono mite ed umile di Cuore, e troverete riposo alle vostre ànime. Allelúia

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joannes XIX: 31-37
In illo témpore: Judǽi – quóniam Parascéve erat, – ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati, – rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura, et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et alteríus, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum veníssent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit: et verum est testimónium ejus. Et ille scit quia vera dicit, ut et vos credátis. Facta sunt enim hæc ut Scriptúra implerétur: Os non comminuétis ex eo. Et íterum alia Scriptúra dicit: Vidébunt in quem transfixérunt. [In quel tempo: I Giudei, siccome era la Parasceve, affinché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era un gran giorno quel sabato – pregarono Pilato che fossero rotte loro le gambe e fossero deposti. Andarono dunque i soldati e ruppero le gambe ad entrambi i crocifissi al fianco di Gesù. Giunti a Gesù, e visto che era morto, non gli ruppero le gambe: ma uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. E chi vide lo attesta: testimonianza verace di chi sa di dire il vero: affinché voi pure crediate. Tali cose sono avvenute affinché si adempisse la Scrittura: Non romperete alcuna delle sue ossa. E si avverasse l’altra Scrittura che dice: Volgeranno gli sguardi a colui che hanno trafitto.]

OMELIA

[P. SECONDO FRANCO: Manuale dei devoti del SS. CUORE DI GESÙ; Tip. Pontif. ed Arciv. dell’Immacolata Concezione, MODENA, 1873 ]

Qualunque persona, che sia d’indole buona, di belle virtù e di eccellente santità, non può esser a meno che non abbia un bel cuore, e che non cerchi diffondere anche negli altri la sua bontà. Bonus homo de bono thesauro cordis sui proferi bonum( Luc. VI, 44). Ma quanto più l’Uomo-Dio, Gesù Signor nostro, il quale è la bontà e la santità medesima, quegli ch’è venuto a bella posta nel mondo e che ha conversato con gli uomini per beneficarli! Che cosa dunque non devono sperare da Lui i devoti di un Cuore sì buono e sì benefico? Il primo motivo di questa speranza è la natura stessa del Cuore amoroso di Gesù Cristo. Imperocché avote mai considerato, che cosa è il Cuore di Gesù? È il Cuore dell’Uomo-Dio, un Cuore ipostaticamentc unito alla Persona del Verbo e alla divinità. Dunque è un Cuore infiammato e compreso con tutta la pienezza e senza misura degl’influssi di quell’amore infinito, di cui il Verbo medesimo arde per noi sino dall’eternità; amore, che lo ha condotto in terra a conversare coi figliuoli degli uomini e a farsi uno di loro. Egli è un Cuore che è stato ed è l’organo materiale e sensibile degli affetti più santi e più eccellenti dell’anima santissima di Gesù Cristo, e che ha corrisposto con i suoi naturali movimenti a quel perfetto amore, onde ella avvampa per noi. Dunque è un Cuore sensibile alle nostre afflizioni, alle nostre disgrazie e a tutti i nostri mali; è un Cuore compassionevole, un Cuore pieno di tenerezza per noi e sommamente desideroso del nostro bene. Il Cuore di Gesù Cristo è il Cuore del nostro Padre il più tenero, il più amoroso e il più sollecito; è il cuore del fratello e dell’amico e dello sposo il più fedele; è il Cuore del Re il più magnifico, il più potente e il più liberale che siavi stato e che possa esservi mai. Perché è il cuore del Re del cielo e della terra. Dunque è un cuore più interessato al nostro bene, e più costante nel suo amore per noi del cuore di qualunque padre, amico e sposo di questa terra che ami svisceratamente la sposa, l’amico, il figliuolo; è un cuore che vuol farci ogni bene, e può farlo senza ostacolo e senza misura. Il Cuore di Gesù Cristo è un cuore formato ed organizzato dallo Spirito Santo, il quale è l’amore del Padre e del Figliuolo; un cuore conformato e preparato da Lui alle impressioni più sensibili e più efficaci dell’amore; un cuore che non potendo più tenere imprigionate le sue fiamme si è lasciato ferire ed aprire da una lancia, quasi per trovare uno sfogo a quel fuoco che lo consuma e cosìdiffondere le sue vampe in tutto il mondo, ed aprire un asilo di rifugio, un luogo di delizie, un porto di pace alle anime tentate, tribolate e penitenti. Ad hoc perforatimi est Lotus tuum, ut nobis patescat introitus. Ad hoc vulneratum est Cor tuum ut in illo, et in te, ab exterioribus perturbationibus absoluti habitare possimus (Auctor Serm. de Passion. Domini, cap. III).  Dunque che cosa non deve sperare un Cristiano dal Cuore d’un Dio, in cui concorrono tante cagioni e tante sorgenti d’incomprensibile, instancabile e potentissimo amore? Noi speriamo poi meriti di Gesù. Ma che meriti non ci ha acquistati Gesù con le sofferenze, con la pazienza, con la rassegnazione, con le umiliazioni e con la carità del suo Cuore? Noi speriamo nella Passione di Gesù. Ma che cosa non ha patito per noi specialmente quel Cuore divino? Tutti i tormenti da Gesù sofferti nel corpo si possono quasi chiamare una piccola cosa a confronto delle angustie e delle agonie da Lui sofferte nel Cuore. Noi speriamo nel sangue di Gesù. Ma appunto il suo Cuore è la viva e perenne sorgente di quel sangue prezioso che si è diffuso nel corpo, che si spremè per tristezza a ruscelli dalle sue membra e si versò a torrenti dalle sue vene. Noi speriamo nelle piaghe di Gesù. Ma qual piaga più salutare e più potente ad ottenerci dal suo divin Padre il perdono e la grazia, quanto la piaga del costato e del Cuore, il quale si può dire che parla e prega e geme continuamente per noi? O felice adunque chi ha ritrovato questo Cuore, e lo ama, e ne pratica fedelmente la divozione! Egli ha ritrovato il Cuore di un Re il più magnifico e generoso che v’abbia o possa ritrovarsi sulla terra: ha ritrovato il Cuore d’un fratello, d’un amico e di uno sposo il più sviscerato benefico e fedele. Quel Cuore è Cuor nostro, perché è Cuor di Gesù Cristo capo di quella Chiesa, di cui ancora noi siamo le membra; e se il Cuor nostro è troppo freddo nell’amare Iddio, abbiamo il Cuor di Gesù nostro ancor esso, con cui amarlo e pregarlo degnamente per essere esauditi. Inveni cor meum, ut orem Deum meum (II. Reg. VII, 27). Et ego inveni cor regis, fratris et amici benigni Jesu. Cor illias meum est, quia caput meum Christus est. (Id. Auct. ibidem). Un secondo motivo dì speranza ci deve porgere la qualità stessa di questa divozione, la quale di sua natura è sommamente idonea ad impegnar Gesù Cristo a compartirci tutte le grazie. Imperocché qual è il fine di questa divozione? Primieramente di dare un attestato e contrassegno della nostra gratitudine al Cuor di Gesù per il beneficio incomparabile della istituzione del Sacramento dell’Eucaristia. Ora non vi è cosa che impegni tanto un amico a farci dei nuovi benefizi, quanto il mostrar gratitudine per quelli che si sono ricevuti. Questa gratitudine è la mercede che 1’amico aspetta de’ suoi benefizi; è quella che gli fa conoscere che i suoi benefizi sono ricevuti ed accettati con piacere; è quella infine che gli fa scoprire le buone disposizioni e il buon cuore dell’amico, e in conseguenza ch’è degno e meritevole dei suoi favori. Ma questo quanto più si verifica rispetto a Dio ed al sacro Cuor di Gesù, il quale è stato il primo ad amarci, ci ha dato tutto il suo, ci ha donato per fin se stesso, e il quale non può aspettare altra mercede e ricompensa dalle sue creature che amore e gratitudine? Se dunque noi ci mostreremo grati al suo divin Cuore, Egli vedrà per prova che conosciamo e accettiamo di buon grado le sue grazie, che non sono in noi mal collocati i suoi benefizi, e che può sperare sempre maggior corrispondenza, se vorrà compartirne degli altri; ed in conseguenza cercherà di provocare con maggior calore il nostro amore e la nostra gratitudine per avere la soddisfazione d’esser da noi corrisposto. – L’altro fine di questa divozione è il consolare il Cuor di Gesù nelle sue afflizioni e agonie. Ora riflettete che un padre addolorato e abbandonato da tutti nei suoi dolori, se vede un figliuolo amoroso che prende parte alle sue pene, che gli tiene assidua compagnia nelle sue tristezze, che si ingegna di trovar motivi e parole per consolarlo, e studia tutti i modi por procurargli sussidio e conforto, egli allora diviene così sensibile a questa continua assistenza, si compiace a tal sogno della sua compassione e amorevolezza, sì lo distingue a preferenza degli altri figliuoli nei beni dell’eredità come questi si è distinto verso di lui nell’amore e nella gratitudine. Ah che il Cuor di Gesù ferito, desolato, abbandonato in un mar d’angosce e di pene dagl’ingrati suoi figliuoli, se ritrova qualcuno di loro che sappia trattenersi con Lui, compatirlo e consolarlo, è impossibili che non gli faccia parte e non lo arricchisca preferenza dogli altri dei suoi inestimabili tesori e delle sue segreto delizie. – L’imitazione dello virtù sovrumane del Cuor di Gesù Cristo è anch’essa uno dei fini principali di questa divozione. Ma può forse Gesù Cristo non riguardare con particolar dilezione quelli che si studiano di ricopiare nel proprio cuore la mansuetudine, l’umiltà, la rassegnazione e l’amore del suo Cuor divino? Allora Egli trova in quel Cuore un giardino dove deliziarsi per la fragranza dei fiori che vi nascono, ed Egli stesso gl’inaffia con l’acqua prodigiosa che uscì dal suo costato, gli fa crescere, gli difende dagl’insulti e gli conserva sempre verdeggianti e odorosi. Finalmente il devoto del Cuor di Gesù è impegnato a risarcirlo dai torti e dagli affronti, ch’Egli soffre ogni giorno specialmente nel Sacramento dell’altare. Ora questa premura di un devoto quanto deve provocare quel Cuore divino a favore di lui! Se noi abbiamo ricevuta una qualche ingiuria e un qualche discapito nelle sostanze o nella fama, e se troviamo un amico che prenda a suo carico di riparare tutti quei danni e compensarci di tutte le perdite, quello diventa il vero e solo nostro amico. Non possiamo stancarci di raccontare a tutti questo prodigio di vera amicizia, e se egli si trovi in simili circostanze, noi ci crediamo obbligati a rendergli il contraccambio col difendere ad ogni costo la sua fama, la sua roba, la sua persona. Se non ci adoprassimo in questa maniera, il nostro cuore medesimo ci farebbe sentire gagliardi rimproveri di una sì nera ingratitudine, e se non altro per vergogna di esser tacciati come anime vili, faremmo ogni sforzo per corrispondergli in qualche maniera. Ah sarà egli possibile che il Cuor di Gesù sia men grato del cuor di un uomo, se con le visite frequenti, con le Comunioni fervorose, con la quotidiana assistenza al divin Sacrificio, con procurare ancora il suo onore estrinseco nelle suppellettili delle suo chiese, e il suo maggior culto nel cuor de’ fedeli, noi studieremo di risarcirlo degli affronti che soffre in tanti modi, e specialmente in questi tempi? Egli non vorrà certamente comparire meno liberale e generoso con noi, né ci lascerà in abbandono nelle nostre miserie e disgrazie senza compensarci almeno con le delizie del suo Cuore dolcissimo, le quali sorpassano tutti i beni caduchi e menzogneri di questa terra. – Fate dunque animo, abbracciate coraggiosamente la pratica di questa divozione, cominciate una volta a gustar quanto è dolce e amoroso quel Cuore, e sperate, sperate, che gli fareste un gran torto a mostrare la minima diffidenza dello sue promesse. Ed ecco l’ultimo motivo che vi propongo di santa fiducia per godere gli effetti di questa divozione. Gesù Cristo medesimo ha promesso ogni sorta e ogni abbondanza di grazie ai devoti del suo Sacratissimo Cuore. E che volete dunque di più? Ma quali grazie ha promesso? Grazie di conversione ai peccatori, i quali ricorrono al fonte delle misericordie. Il mio Cuore, disse Gesù alla beata Margherita Alacoque, vuol manifestarsi agli uomini per arricchirli con quei preziosi tesori che racchiudono grazie santificanti valevoli a ritrarli dalla loro perdizione (Vita L. 1, §. 51). Grazie di celeste amore, di salute e di santificazione. Così dichiarò lo stesso Gesù alla sua serva dicendo, che nel suo Cuore apriva tutti i tesori d’amore, di grazie, di misericordia, di santificazione e di salvezza(L. VII, §. 39). Grazie di convertire e di santificare anche gli altri. Il mio divin Salvatore mi ha fatto intendere, – dice la suddetta – che chi si affatica per la salvezza delle anime, avrà l’arte di muovere i cuori più indurati, e faticherà con meraviglioso profitto, se nutrirà egli stesso una tenera divozione al suo Cuore(L. VI, §. 90). Grazie anche temporali. Per ciò che riguarda le persone secolari, troveranno con questo mezzo tutti i soccorsi necessari al loro stato, la pace nella famiglia, il sollievo nelle fatiche, e le benedizioni del ciclo nelle loro imprese (Ivi). Grazie per tutto il tempo della vita, e specialmente in punto di morte. In quel Cuore adorabile troveranno un luogo di rifugio nel tempo della loro vita, e molto più nell’ora della lor morte. Ah che dolce morire dopo avere avuta una costante divozione al sacrosanto Cuore di chi dovrà giudicarci! (Ivi). Ma che dico grazie? Ogni grazia si trova in questa divozione. Io ti promettoson voci di Gesù alla sua serva – Io ti prometto che a chiunque professerà devozione al mio santissimo Cuore, verserò in seno ogni grazia; ma soprattutto a quelli che procureranno l’avanzamento della devozione al divin Cuore. Accostiamoci dunque con fiducia a quel divin Cuore, e troveremo la pace, la consolazione, il gaudio, ricordandoci che questo è un cuore che ardentemente ed efficacemente procura la nostra santificazione e salute. Accedamus ergo ad te, et exultabimus, et lactabimur in te memores Cordis tui (Auct. de Passione Dom. cap. III) .

CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXVIII: 21

Impropérium exspectávi Cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni [Obbrobrii e miserie si aspettava il mio Cuore; ed attesi chi si rattristasse con me: e non vi fu; cercai che mi consolasse e non lo trovai.]

Secreta

Réspice, quǽsumus, Dómine, ad ineffábilem Cordis dilécti Fílii tui caritátem: ut quod offérimus sit tibi munus accéptum et nostrórum expiátio delictórum. [Guarda, Te ne preghiamo, o Signore, all’ineffabile carità del Cuore del Tuo Figlio diletto: affinché l’offerta che Ti facciamo sia gradita a Te e giovi ad espiazione dei nostri peccati].

Praefatio
de sacratissimo Cordis Jesu

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui Unigénitum tuum, in Cruce pendéntem, láncea mílitis transfígi voluísti: ut apértum Cor, divínæ largitátis sacrárium, torréntes nobis fúnderet miseratiónis et grátiæ: et, quod amóre nostri flagráre numquam déstitit, piis esset réquies et poeniténtibus pater et salútis refúgium. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes: [È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che hai voluto che il tuo Unigénito, pendente dalla croce, fosse trafitto dalla lancia del soldato, cosí che quel cuore aperto, sacrario della divina clemenza, effondesse su di noi torrenti di misericordia e di grazia; e che esso, che mai ha cessato di ardere d’amore per noi, fosse pace per le ànime pie e aperto rifugio di salvezza per le ànime penitenti. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Communio

Joannes XIX: 34

Unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. [Uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua.]

Postcommunio

Orémus.
Prǽbeant nobis, Dómine Jesu, divínum tua sancta fervórem: quo dulcíssimi Cordis tui suavitáte percépta;
discámus terréna despícere, et amáre cœléstia: [O Signore Gesù, questi santi misteri ci conferiscano il divino fervore, mediante il quale, gustate le soavità del tuo dolcissimo Cuore, impariamo a sprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti:]

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: FESTA DI S. GIOVANNI BATTISTA

– 24 Giugno

FESTA DI S. GIOVANNI BATTISTA.

Mirabilis Deus in sanctis suis.

Mirabile è Dio ne’ suoi santi.

(Psalm. LXVII, 36).

[I Sermoni del B. GIOVANNI B. M. VANNEY, trad. It. di Giuseppe D’Isengrad P. d. M. – vol. IV, Torino, Libreria del Sacro Cuore – 1908- imprim. Can. Ezio Gastaldi-Santi, Provic. Gen., Torino, 8  apr. 1908]

Tale fu il linguaggio del Re-Profeta nel considerare la grandezza de’ beni e delle grazie che Dio concede a quelli che lo amano. Sì, certamente, fratelli miei, tutto quello che Dio ha fatto è mirabile: tutto ci rivela un Dio d’infinita sapienza, potenza e misericordia, infinito in ogni maniera di perfezioni. Ma possiamo pur dire che ne’ suoi santi ha fatto qualche cosa di più singolare, o, piuttosto, ha voluto mostrarci in essi ritratte tutte le virtù che Gesù Cristo, suo Figliuolo, ha praticato nel tempo della sua vita mortale. Vogliamo infatti conoscere quale sia stata la vita nascosta di Gesù? Andiamo a visitar quei solitari, i cui capelli incanutirono nelle foreste, e vedremo in essi le virtù di Lui. Vogliam conoscere, almeno in parte, la bellezza ch’ebbe ai suoi occhi e la stima in cui tenne la più bella delle virtù, la purità? Entriamo nei monasteri e vedremo persone dell’un sesso e dell’altro crocifiggere senza posa la loro carne, per conservare in sé così bella virtù. Vogliamo conoscere la sua vita apostolica? Consideriamo tutti quegli apostoli e quei missionari che varcano i mari per annunziare il Vangelo agli idolatri, e sacrificano sanità e vita per salvare quelle povere anime. Desideriamo avere un’idea della vita sofferente di Gesù Cristo? Andiamo in traccia delle numerose schiere dei martiri, consideriamo i supplizi a cui sono sottoposti: gli uni muoiono sull’eculeo o sulle brace ardenti; altri sotto i denti dei leoni, altri muoiono tra i più terribili tormenti. Sì, miei fratelli, in tutti codesti Santi ci par di rivedere la vita stessa di Gesù Cristo. Ciò appunto fa dire anticipatamente al santo Re-Profeta: « O mio Dio, quanto siete ammirabile nei vostri santi! ». Tuttavia, fratelli miei, possiam dire che san Giovanni Battista, di cui celebriamo la festa, e che abbiam la bella sorte di onorare come particolare nostro patrono, racchiude in sé solo tutte le virtù degli altri Santi. La vita del Salvatore fu tutta spesa nel piacere al Padre suo, salvare le anime e far penitenza; e tale fu pure la vita di S. Giovanni Battista. La vita di Gesù Cristo fu pura; e pura fu quella di S. Giovanni Battista. Fin dagli anni più teneri si ritirò nel deserto e non ne uscì che per combattere il vizio, e morir pel suo Dio, prima che il suo Dio morisse per lui. Gesù Cristo è morto per risarcire la gloria del Padre suo; S. Giovanni è morto per sostenere i diritti del suo Dio. Oh! miei fratelli, quante virtù si scoprono in questo gran santo! Certo Maria tiene il primo posto dopo il suo divino Figliuolo; ma possiamo dire che, dopo Maria, tiene il primo posto san Giovanni Battista. Per animarvi, fratelli miei, ad aver grande fiducia in questo incomparabile santo, vi farò conoscere alcune delle grazie che Dio gli ha fatto a preferenza di tutti gli altri eletti. Se vogliamo far l’elogio di certi santi, cominciamo col ricordare i vizi a cui sulle prime si abbandonarono; poi cerchiamo di seppellir questi nelle lor lacrime e coprirli con le penitenze che praticarono in tutto il resto della vita. Vediamo da una parte la debolezza umana, dall’altra la potenza della grazia. Vogliamo parlare di S. Maddalena? Raccontiamo prima la sua vita peccatrice, poi le lacrime che ha versato e le penitenze che ha fatto per placare la giustizia divina. Parliamo di S. Pietro? Vi diciamo che, dopo avere sgraziatamente rinnegato il divino Maestro, pianse amaramente, e la sua penitenza durò tutto il tempo della sua vita. Le loro lacrime e la loro penitenza ci consolano; ma tuttavia ci affliggono i loro peccati, perché hanno offeso un Dio così buono e sì degno d’essere amato! Ma, miei fratelli, nel nostro buono e grande S. Giovanni Battista non troviamo nulla che possa attristarci. Tutto invece ci deve rallegrare, perché in lui vediamo bene soltanto e nulla di male: solo virtù e nessun peccato. Degli altri santi si cominciano a contare le virtù e le penitenze a partir da una certa età : ma di S . Giovanni Battista possiamo cominciare a dir meraviglie anche prima della sua nascita. Oh! miei fratelli, è pur buona cosa lodare un santo in cui non vediamo che le virtù più sublimi! Ma la gran difficoltà che incontriamo nel far l’elogio di S . Giovanni Battista è che le sue virtù son condotte a sì alto grado di perfezione, e così al di sopra dell’umana conoscenza, che ci par cosa temeraria il volerci provare a dime qualche cosa. Non dovremmo contentarci di lodare e benedire il Signore che in maniera così straordinaria lo ha innalzato sugli altri santi? S. Giovanni Battista è tra gli uomini il solo che sia rimasto così poco tempo sotto la tirannia del peccato; aveva sei mesi appena quando Gesù Cristo venne in persona a santificarlo nel seno della madre: grazia concessa a lui solo. Si dice, sì, che il profeta Geremia sia stato santificato nel seno della madre; ma i santi Padri dubitano che sia stato nell’istessa maniera. Per darvi un’idea della grandezza del nostro santo, vi dirò che fu ambasciatore dell’Eterno Padre, il quale lo mandò ad annunziare la venuta del suo Figliuolo sulla terra. Sì, miei fratelli, questo gran santo fu come quella bella stella del mattino che annunzia il levarsi del sole, che deve riscaldare la terra e ravvivare la natura. Il cielo fece sì gran conto di S. Giovanni Battista, che, per annunziarne la venuta, si valse di quanto aveva di più grande nella sua corte. L’Angelo istesso annunziò la concezione del Salvatore e quella di S. Giovanni. Fu (possiamo dirlo) un bambino tutto celeste: fu formato nel seno d’una madre, dopo la B. Vergine, la più santa che sia stata al mondo ([Senza pretendere di discutere il merito dei Santi, conforme al consiglio dell’Imitazione (lib. III, cap. LVIII) non si potrebbe preferire S. Anna, madre della Madre di Dio, a S. Elisabetta, madre del Precursore? (Nota degli editori francesi)]. Egli fu opera piuttosto della grazia che della natura, perché i suoi parenti erano molto avanzati in età e non più in condizione d’aver prole. S. Agostino (In parecchi sermoni In natali Joannis Baptistæ), domanda perché di S. Giovanni Battista si festeggia la nascita, mentre di tutti gli altri santi si celebra la festa nel giorno della morte.« Perché, risponde il santo, gli altri santi non furono eletti da Dio prima di nascere, e neppure nell’atto del loro nascimento, ma soltanto nel corso della lor vita dopo molti combattimenti e penitenze; S. Giovanni Battista invece fu eletto da Dio non solo nel nascere, ma prima ancor che nascesse; prima di vederla luce è profeta; ancor nel seno della madre riconosce già il Salvatore del mondo, pur esso chiuso ancora nel seno della S S . Vergine » . Sì, diciamolo,fratelli miei, prima che i suoi occhi si aprissero, già contemplava il suo Dio e il suo Salvatore promesso da tanti secoli. E vediamo poi che fu pure un continuo prodigio tutta la sua vita. La sua nascita fu simile a quello splendido sole che sorge ogni giorno a portar in ogni parte gioia e fecondità. La sua culla fu come un monte di balsamo, che spande i suoi profumi fino alle estremità della terra. Infatti, quando S. Giovanni venne al mondo, tutti i suoi parenti e tutti quei dei dintorni erano pieni di ammirazione; si udivano dirsi a vicenda: « Che sarà un giorno codesto fanciullo? Veramente è sopra di esso la mano onnipotente di Dio » (S. Luc. I, 66). Sì, miei fratelli, da qualunque parte consideriamo questo Santo, nulla vediamo in lui che non sia grande. 1° È grande pel nome di Giovanni che gli fu dato; 2° è grande per le grazie di cui il cielo lo ricolmò; 3° è grande per la missione affidatagli da Dio; 4° è grande per le sublimi virtù che praticò; 5° è grande dinanzi a Dio; 6° è grande dinanzi agli uomini; 7° finalmente è grande nella sua morte. Non è un abisso di grandezze? Non ho ragione di dirvi che sarebbe guadagno il serbare il silenzio,anziché voler tentar l’elogio di sì gran Santo:tanto le sue virtù sono superiori all’umana conoscenza? Oh! quante grazie, fratelli miei, possiamo ottener dal cielo per la sua protezione!

Dico adunque: 1° che S. Giovanni è grande pel nome che l’Angelo gli ha dato. L’Eterno Padre scelse per lui questo nome per farci intendere che quel fanciullo sarebbe tutto celeste. Il nome « Giovanni » significa « grazia, benedizione, privilegio singolare ».

2° Dico che è grande pei favori concessigli dal cielo. Dio infatti per cancellare in lui il peccato originale, non seguì le leggi ordinarie: fu santificato nel seno della madre. S. Ambrogio dice che la grazia di Dio l’animò anche prima che avesse vita; e S. Pier Crisologo, che Dio lo mise in cielo prima che i suoi piedi toccassero la terra; gli diede lo spirito divino prima dell’umano, e gli fece dono della sua grazia prima che la natura avesse formato il suo corpo. Sì, aggiunge questo gran santo, Dio lo fece vivere in Sé prima che vivesse della vita naturale. Ma se vogliamo avere un’idea anche più sublime di questa grandezza, convien considerare che Gesù Cristo stesso, in quanto uomo, gli ha meritato queste grazie, e che la SS. Vergine fu eletta dall’eterno Padre per esserne depositaria. Oh! miei fratelli, quante grazie, quante virtù, quante grandezze rinchiuse in un solo santo! Appena Gesù Cristo è concepito nel seno della sua SS. Madre, parte, o meglio comanda a Lei d’andare prontamente a visitare sua cugina Elisabetta per santificare il suo precursore. « Pare, dice S. Pier Damiani, che il Salvatore sia venuto al mondo per lui  solo: lascia tutti gli altri da parte per cercar solo S. Giovanni » . Dà a sua Madre forza straordinaria per varcare le montagne della Giudea, il che Ella fa con incredibile prestezza. Al giungere di Maria S. Elisabetta e S. Giovanni Battista son presi da un dolce rapimento: Elisabetta apre la bocca per manifestare i favori che Dio le ha fatto con la visita di Maria; Giovanni Battista esulta di gioia, e adora il suo Dio e Salvatore, anche prima di vederlo con gli occhi del corpo. Ah! felice santificazione, che fu fatta da Gesù Cristo in persona con tanta benevolenza e sollecitudine! Ma a quest’amore premuroso di Gesù Cristo aggiungiamo, miei fratelli, le sollecitudini di Maria, dispensatrice delle sue grazie. Oh! qual felicità fu quella di S. Giovanni Battista che, uscendo dal seno della madre, fu posto tra le braccia della SS. Vergine! (Ognun sa che gl’interpreti disputano se la S.S. Vergine sia tornata a Nazareth prima o dopo la nascita di S. Giovanni. (Nota del Traduttore). – Oh! miei fratelli, quale effusione di grazie nei tre mesi che rimase presso Elisabetta sua cugina! Quante volte prese tra le braccia il fanciullo! Quante volte lo portò e lo baciò! S. Ambrogio ci dice che la SS. Vergine aveva tale purezza e santità, soprattutto dopo aver concepito e poi dato alla luce il Figliuol di Dio, che a chiunque la vedesse comunicava la purità. Impossibile, dice questo Padre, mirarla e non sentirsi accesi d’amore per sì bella e preziosa virtù. S. Dionisio Areopagita dice che, anche dopo l’Ascensione di Nostro Signore, Ella aveva tali grazie, tal fascino, tali attrattive, tale santità, e si vedevano in Ella tanta maestà e tali raggi di divinità che, se la fede non l’avesse vietato, tutti l’avrebbero adorata come una dea ((V. il P. Lejeune Sermone CXXIV T.V. Nascita, vita e morte di S. Giovanni Battista. Il Beato cita testualmente il celebrepredicatore dell’Oratorio. Basti questo semplice rimando. – Nota degli editori francesi). Se dunque chiunque soltanto la rimirasse, si sentiva pieno di sì grande purità, qual purezza non dovette comunicare a S. Giovanni Battista carezzandolo, abbracciandolo, effondendo sulle sue labbra lo spirito della grazia col suo alito verginale; poiché in quel momento Gesù e Maria erano, per così dire, una cosa sola? Gesù, in quel tempo felice per Maria, respirava per la bocca di Lei; il soffio e l’alito di Maria non erano altro che il respiro di Gesù. Se Maria dopo l’Ascensione di Gesù Cristo aveva sì grande impero sulle anime, qual torrente di grazia non dovette spandere su S. Giovanni quando Gesù era nel suo seno? O avventurato fanciullo! O madre felice! Quante grazie vi ha recato la visita di Maria! E non dovremo credere che, in quei momenti beati, il cuoricino di S. Giovanni fosse una fornace ardente delle fiamme dell’amor divino? Ma se tante grazie si accompagnarono alla sua nascita, che sarà del corso della sua vita? Ad ogni tratto Iddio gli concede nuovi favori; comincia a darglieli fin dal seno della madre e non cesserà che quando Erode gli farà troncare il capo per consegnarlo all’infame Erodiade.

3° S. Giovanni Battista è grande per la missione da tutta l’eternità assegnatagli da Dio Padre. Lo Spirito Santo ne parla con effusione d’ammirazione: ci fa sapere che l’eterno Padre l’ha scelto per annunziare agli uomini la venuta del Salvatore. I profeti e le figure l’avevano prenunziato molto tempo prima; ma Giovanni Battista è veramente la voce di Dio che grida nel deserto annunziando al popolo che il regno de’ cieli è vicino, che il Salvatore è già sulla terra. Vedendo venire a sé il Figliuolo di Dio, Giovanni, pieno di gioia, si volge verso il popolo e dice: « Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che cancella i peccati del mondo » – S. Giov. I, 29). Ecco il Redentore del mondo promesso ed aspettato da quattromila anni: è desso, e viene a redimere gli uomini… « Fate dunque frutti degni di penitenza! » (S. Matt. III, 8). Sì, miei fratelli, quest’ufficio di precursore è sì nobile che non abbiamo termini per parlarne degnamente. L’eterno Padre volle che S. Giovanni Battista sostenesse le parti del suo Figliuolo; a lui par che voglia affidata la cura della sua causa, come a cuore più puro d’ogni altro e più degno. Ma accresce poi quasi all’infinito la grandezza di S. Giovanni Battista l’aver avuto l’alto onore di battezzare il suo Dio: questa missione è ultimo compimento che mette interamente il colmo alla sua gloria. « O mio Dio! esclama S. Agostino con effusione di meraviglia, qual gloria maggiore pel servo che quella di battezzare il suo Salvatore e il suo Padrone? Qual onore per una creatura vedere a’ suoi piedi il Creatore! » (Sermo VI in Natali S. Joannis Baptistæ c. IV, 4). « Figliuoli miei, ci dice Tertulliano, per toccare il corpo adorabile di Gesù Cristo era necessario che S. Giovanni Battista avesse purità proporzionata a quella della S. S. Vergine », la qual cosa par che lo inetta quasi al pari di Lei.

4° S. Giovanni Battista è grande per le virtù sublimi che ha praticato. Non vi parlerò, miei fratelli, delle sue virtù interiori: è un abisso senza fondo, cui Dio solo poté scandagliare: tutt’al più possiamo parlare di quelle che apparvero agli occhi degli uomini, e li riempirono di stupore. Se consideriamo la sua penitenza, il suo zelo infaticabile, il suo distacco e la sua grande umiltà, non sapremo di quale convenga parlar per la prima. Dico innanzi tutto che uscì, ancor fanciullo, dalla casa paterna per andare in un deserto, ove visse solo in compagnia delle fiere selvagge: per veste aveva una tunica grossolana fatta di pelo di cammello: suo nutrimento erano un po’ di miele selvatico e qualche locusta (S. Matt. III, 4). Per bevanda aveva acqua soltanto, e in sì piccola quantità che Gesù Cristo disse di lui « che non mangiava né beveva » (Ibid. X I , 18), facendoci intender con ciò che prendeva scarsissimo alimento, tanto per sostentare la vita. Vediamo, sì, molti santi andare a passar nelle foreste parte dei loro giorni; ma avevano come alloggiare e provvedere alle loro necessità. San Giovanni solo, possiamo assicurarlo, entrò sì giovane nella solitudine. Infatti aveva diciotto mesi appena quando il re Erode ebbe il barbaro pensiero di far morire tutti i bambini dai due anni in giù (Propriamente l’ordine d’uccidere i bambini era soltanto per Betlemme e il suo territorio. – Nota del Traduttore). Zaccaria, padre di S. Giovanni, consigliò ad Elisabetta, sua consorte, di prender il fanciullo e fuggire per scampare al macello. Infatti dopo tutte le meraviglie che si eran vedute alla sua nascita, v’era motivo di temere che fosse preso pel Messia. Per salvar da morte il suo figliuolo Elisabetta fuggì frettolosamente nei boschi abbandonandosi nelle mani della Provvidenza; ma (ohimè!) quaranta giorni dopo morì (Vedi in Ribadeneira al 24 di Giugno i particolari qui riferiti). Gli ufficiali del re, andati da Zaccaria, gli chiesero ove fossero la madre e il figliuolo. Il padre rispose che non poteva dirlo. Sbuffando di collera, lo uccisero tra il vestibolo e l’altare; perché era allora a pregare nel tempio. Ma che sarà di S. Giovanni che non ha ancora due anni, in mezzo ad un bosco, senza padre, senza madre, senza speranza d’alcun d’aiuto umano? Ciò vi fa forse meraviglia; ma non temete: tutto accade per ordine preciso della Provvidenza. Sebbene i suoi parenti fossero gran santi, pur non erano degni d’aver cura di questo incomparabile fanciullo: questo onore era riservato agli Angeli. Morta appena Elisabetta, l’eterno Padre mandò, non solo un Angelo, ma uno stuolo d’Angeli che vegliarono alla conservazione di questo celeste fanciullo fino al tempo in cui fu capace di provvedere a se stesso. Sappiamo bene che il Signore mandò parecchie volte ai santi con che provvedere alle loro necessità: agli uni mandò corvi, come a S. Paolo primo eremita; ad altri cani, come a S. Rocco; o cervi come a S. Gille; comandò una volta ad un Angelo di recare il nutrimento al profeta Elia, mentre era perseguitato dalla regina Gezabele (III Re, XIX, 5). Ma quanto a S. Giovanni gli animali non avrebbero osato di accostarsi all’ambasciatore dell’eterno Padre. Neppur bastava un Angelo, era necessario che di lui s’occupasse tutto il Paradiso. Il nostro santo è dunque privo delle braccia materne, ma tosto scendono gli Angeli e lo circondano. « O mio Dio! esclama l’illustre Cardinal Baronio, qual prodigio di meraviglie è questo fanciullo che, anche nascendo, fa stupire cielo e terra! ». La sua penitenza comincia quasi con la vita. Ah! povero bambino, perché fai tu penitenza? Certo non è il solo che abbia fatto penitenza. Se scorriamo le vite dei santi, vi incontriamo rigori che riempiono di confusione la nostra mollezza. Gli uni passano sette od otto giorni senza mangiare e bere; altri, quale S. Simeone Stilita (Vite dei Padri del deserto T. VII), giungono a quaranta giorni; oppure tollerano tormenti la cui pittura fa morire di spavento, come un S. Venanzio, una S. Regina e molti altri. Vediamo però che tutti avevano peccato, e tutti perciò avevano bisogno di far penitenza per soddisfare alla divina giustizia. Ma S. Giovanni perché fa penitenza? La sua vita, dopo quella della SS. Vergine, non è la vita più pura e più santa di tutte? Eccone la ragione. Essendo ambasciatore dell’eterno Padre per annunziare la venuta del suo Figliuolo, doveva essere adorno delle più sublimi virtù, e la sua sola presenza doveva cominciare a scuotere e commuovere i cuori con l’esempio d’una vita sì innocente e insieme così penitente. Suo nutrimento e sua occupazione son lacrime e gemiti; non v’è virtù ch’egli non pratichi nel più alto grado di perfezione. Dopo tanti anni di lacrime e di penitenze lascia il deserto; ma per annunziare al popolo la venuta del Messia e prepararvelo ; mostrò tanto coraggio perché sperava di dar la vita pel suo Salvatore, prima che il Salvatore la desse per lui. – Fu grande pel suo zelo. Parlava con tanto ardore, con zelo così acceso, che faceva tutti stupire. Si credeva vedere in lui il profeta Elia tornato sulla terra e salito sul suo carro di fuoco per convertire i peccatori più induriti. Nulla lo trattiene; dovunque trova il vizio lo combatte con zelo inaudito. Rimprovera ai peccatori la loro vita vergognosa, e li minaccia della collera di Dio, se non fanno penitenza: « Razza di vipere, dice loro, chi vi ha insegnato a fuggire la collera del Signore, vicina a cadere su voi? Fate dunque frutti degni di penitenza, non ritardate più la vostra conversione, poiché la scure è ai piedi dell’albero, e ogni albero che non porta buon frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco » (S. Matt. III, 7, 10). « Sì, esclama S. Bernardo, era talmente acceso d’amor di Dio, che le sue parole erano a guisa di ardenti carboni, capaci d’accendere i cuori più ghiacciati e convertire i più ostinati peccatori ». Se gli si chiedeva che cosa dovesse farsi per prepararsi alla venuta del Messia, rispondeva: « Chi ha due vesti ne dia una ai poveri. Chi ha pane ne dia a chi non ne ha » (S. Luc. III, 11). Finalmente nell’ardore del suo zelo, saputo che il re si abbandonava al vizio infame dell’impurità, va alla corte ed arditamente gli rimprovera una vita sì ignominiosa ed indegna. Eppur sapeva certo che questo passo gli costerebbe la vita! Non importa: la gloria di Dio è assalita, e ciò basta perché né minacce, né tormenti valgano a trattenerlo; si mette ogni altro riguardo sotto i piedi; crede d’essere al mondo solo per difendere la causa del suo Dio, e, dacché se ne presenta l’occasione, la coglie. Ah! piacesse a Dio che i suoi ministri ai dì nostri fossero tutti in eguali disposizioni, e né promesse, né minacce potassero indurli a tradire la loro coscienza! Sì, fratelli miei, questo santo ardeva di desiderio di dar la vita pel suo Salvatore. Oh! se avessimo tutti questa sorte felice, e facessimo a tal fine tutto ciò che possiamo, quanti peccati di meno, e quante opere virtuose e buone di più! – Egli è grande pel suo distacco dai beni di questo mondo e pel suo dispregio pur della vita. Nella povertà ha, in certo modo, superato Gesù Cristo. Se Gesù non volle nascere in una casa che appartenesse ai suoi parenti, tuttavia qualche tempo dopo venne a Nazareth, in casa di sua Madre. Invece S. Giovanni Battista abbandonò la casa paterna in età di circa diciotto mesi e non vi tornò più. Il Figliuolo di Dio fu assai povero nelle vesti e nell’alimento; S. Giovanni Battista lo fu, per così dire, anche di più. Il Figliuol di Dio aveva vesti ordinarie; egli ha soltanto una pelle di cammello irta di peli. L’alimento del Figliuol di Dio è un po’ di pane comune; quello di S. Giovanni Battista un po’ di miele selvatico e qualche locusta. Il Figlio di Dio riposava sopra un letto disagiato; S. Giovanni aveva per letto la nuda terra. Perciò Gesù Cristo medesimo ha detto che Giovanni Battista non mangiava né beveva per farci intendere la grandezza della sua penitenza. Il Salvatore del mondo aveva la compagnia dei suoi parenti; S. Giovanni Battista non ebbe altra compagnia che le bestie selvagge. Non è vero, fratelli miei, (e dobbiamo pur confessarlo) che di quest’oceano di virtù non può trovarsi il fondo, e quanto possiamo dirne, di fronte alla realtà, è nulla! – È grande per la sua umiltà. La terra, miei fratelli, non ebbe mai la sorte avventurata di vedere un santo umile del pari. Dopo la SS. Vergine egli è quanto v’ha di più grande, e si paragona a quanto v’è di più vile e di più debole sulla terra. Agli occhi del mondo gode la più alta stima: chi lo riguarda come un Angelo sceso dal cielo, chi lo crede il Messia. Invero i Pontefici e i capi del popolo giudaico avevano concepito di lui sì grande idea, che gli mandarono i più ragguardevoli della loro nazione, i sacerdoti e i leviti, per saper da lui, dalla sua propria bocca chi fosse. Gli domandarono prima s’era il Messia, perché una vita accompagnata da tanti prodigi, così ritirata e penitente, ai loro occhi, conveniva solo al Messia. Quell’abisso d’umiltà risponde loro senza rigiri: « No ». Non potendo persuadersi che fosse un uomo ordinario, gli domandano se è Elia, sapendo che questo profeta era operator di miracoli. Risponde di nuovo: « No: non sono » . — « Ma, gli dicono allora, se non sei né il Messia, né un profeta, dicci chi sei, perché possiamo dar risposta a quelli che ci han mandato » . — « Ebbene, risponde questo prodigio d’umiltà, io son la voce di colui che grida nel deserto: preparate le vie del Signore, fate penitenza » (S. Giov. I). Poteva mostrare in miglior modo la sua umiltà che dicendo d’essere un mero suono di voce risuonante nel deserto? Può trovarsi cosa più debole e di minor valore che il suono della voce? « Colui che viene dopo di me è infinitamente più grande di me, e io non son degno neppure di sciogliere il legacciolo delle sue scarpe ». Oh! umiltà incomparabile! Poteva a buon dritto attribuirsi la qualità di profeta,» perché mandato da Dio per annunziar la venuta del suo Figliuolo; ma, per distruggere la buona opinione che si aveva di lui, si serve delle parole più adatte a farlo confondere con la, comune degli uomini. « È facile, fratelli miei, dice S. Agostino, non desiderar lodi, quando niuno vuol darcene; ma è difficile non godere nell’udirle quando pubblicamente ci si danno ».

5° S. Giovanni Battista è grande dinanzi a Dio, perché Gesù di sua bocca ne ha fatto l’elogio, e ha lodato le sue belle virtù. Vi è certo gran differenza tra le lodi che danno gli uomini e quelle che Dio medesimo dà. Tutti gli uomini possono ingannarsi; ma Dio stima e loda soltanto ciò che merita d’essere stimato o lodato. Oh! qual gloria pel nostro santo essere stato grande dinanzi a Dio! È il maggior di tutti gli onori. Gesù Cristo ebbe di lui tanta stima, che non volle lasciarne far l’elogio da un uomo qualsiasi e neppur da un Angelo; volle farlo Egli in persona, facendo conoscer così che nessuna creatura, in cielo ed in terra, era capace di farlo degnamente. Leggiamo, sì, nella santa Scrittura che Dio, parlando di Mosè, di Giuseppe, di Nathan profeta e del profeta Elia, dice che furono grandi dinanzi ai re della terra; ma, quanto all’esser grande dinanzi a Dio, ciò è detto di S. Giovanni Battista soltanto. Se mi fosse lecito parlar così, direi che Dio pare volerlo eguagliare a se stesso. L’Angelo, nunzio dell’Incarnazione, usò le medesime parole parlando a Maria e ad Elisabetta (Intendi a Zaccaria. S. Luc. I, 15 e segg. – Nota del Traduttore): « Il Figliuolo vostro sarà grande dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini ». Ciò posto, fratelli miei, non ho ragione di dire che niuna creatura era capace di far l’elogio di quest’angelo vivente sulla terra? Gesù Cristo, è vero, ha lodato Maddalena per avere abbracciato i suoi piedi; ha lodato il centurione e la Cananea, dicendo che in tutto Israele non aveva trovato fede sì grande; mai ha parlato di qualche virtù in particolare; ma quanto al nostro santo si compiace singolarmente di parlar di ciascuna delle sue perfezioni. Uditelo quando, rivolgendosi ai Giudei, parla ad essi della grandezza di S. Giovanni: « Che cosa siete andati a veder nel deserto? Una canna agitata dal vento? » cioè un uomo ordinario, che abbia per sua porzione l’incostanza e la debolezza, e pieghi ad ogni vento? No, no, è un uomo incrollabile e inviolabilmente attaccato alla legge divina. Uditelo parlar della sua penitenza. « Chi siete andati a vedere? Forse un uomo delicatamente vestito come i mondani? No, uomini di tal fatta sono nelle case dei grandi ». Finalmente per estenderne la lode quasi all’infinito, dice « che tra i nati di donna niuno può superarlo » (S. Matteo XI, 11). Può forse dirsi di più, miei fratelli? Gesù Cristo nel lodare qualche virtù non la mise mai al di sopra di quella d’altri santi; ma nel dar lodi a Giovanni Battista ne esalta la santità al di sopra di quella di tutti gli altri uomini. Inoltre asserisce infine ch’esso « è profeta e più che profeta ». Oh! miei fratelli, quante grazie e quante benedizioni otterremmo se avessimo la bella sorte d’avere vera confidenza in questo gran Santo!…

6° S. Giovanni è grande dinanzi agli uomini. Parecchi secoli innanzi i profeti ne annunziarono la nascita e, parlando della sua venuta, usarono di tutta l’eloquenza che aveva dato loro lo Spirito santo. Il profeta Isaia lo dipinge sotto la figura d’una voce risuonante che si farà sentire per tutti i deserti della Giudea (Isai. XL, 3). Geremia lo paragona ad un muro di bronzo e ad una saetta infocata, per farcene conoscere la costanza e lo zelo per la gloria di Dio (Gerem. I, 18). Malachia lo chiama un angelo per mostrarci la bellezza e la grandezza della sua purità (Malac. III, 1). « Sì grande stima si aveva di lui, dice S. Giovanni Damasceno, che tutto il popolo lo seguiva credendolo il Messia. Quand’ebbe la bella sorte di battezzare Gesù Cristo, gli si sarebbero attribuite quelle parole che si udirono scender dal cielo: « È questi il mio Figliuolo diletto », se lo Spirito Santo, che apparve allora sotto forma di colomba, non avesse fatto conoscere il Figliuolo di Dio posandosi sul suo capo » . Dopo la sua morte si credette vedere nella persona di Gesù Cristo S. Giovanni Battista risorto. I Padri della Chiesa non sanno in quali termini parlare di lui; tanto al di sopra della loro scienza riconoscono essere i suoi meriti! S. Pier Crisologo lo chiama scuola di virtù, modello di santità, regola di giustizia, martire della verginità, esempio di castità, predicatore della penitenza, voce degli apostoli, luce del mondo, testimonio di Dio e santuario della SS. Trinità. Per darvi una prova della stima, in cui la Chiesa del cielo e della terra tiene il nostro Santo, vi dirò che Dio aveva ispirato alla sua Chiesa il pensiero di celebrar tre Messe nel giorno della sua nascita, come in quello della nascita del Salvatore: tanto conforme è la sua vita con quella del divino Maestro! Ebbene, fratelli miei, avevate voi tale idea della grandezza, della dignità e della santità di S. Giovanni Battista? Ah! perché, amici miei, abbiamo si poca devozione verso i Santi e sì poca fiducia in essi? Perché non ci siam mai dati pensiero di conoscere le virtù e le penitenze che han praticato e il potere che hanno presso Dio.

7° Finalmente S. Giovanni Battista è grande per la sua morte. Essa è pienamente conforme a quella di Gesù Cristo. Gesù Cristo ha tracciato la via del cielo; ma quanto a S. Giovanni Battista, l’ha fatto camminare innanzi a sé. S. Giovanni lo ha preceduto nel deserto, ha abbracciato prima di Lui la penitenza esteriore, prima di Lui ha predicato, prima di Lui è morto. Il Salvatore fu abbandonato da tutti i suoi amici, eccetto la sua SS. Madre; S. Giovanni pare lo sia stato anche di più. Gesù Cristo, nella sua Passione, fu seguito da alcune pie donne che piangevano; S. Giovanni non ebbe chi lo consolasse: ad esempio del divino Maestro moriva fra i tormenti e nell’abbandono universale. Quando il beato S. Stefano fu lapidato da’ Giudei, ebbe la sorte felice d’essere incoraggiato dal Signore medesimo, che schiuse i cieli, e per questa apertura gli si mostrò. S. Giovanni soffre una morte anche più amara che S. Stefano; perché, se Gesù avesse voluto consolare S. Giovanni, non avrebbe avuto bisogno d’aprire i cieli; ma solo di far pochi passi per venire dalla Galilea in Giudea. Avrebbe potuto almeno mandargli un angelo per consolarlo, come lo mandò a S. Pietro che, imprigionato nella città stessa di Gerusalemme per ordine di Erode, fu visitato da un Angelo che spezzò le sue catene e lo restituì sano e salvo ai fedeli (Atti degli Ap. XII). Perché dunque, fratelli miei, Gesù Cristo non fece così a riguardo del suo congiunto, ch’era di tutti i santi il più innocente, il più austero tra tutti i confessori ne’ rigori della penitenza, il più casto tra i vergini, il più mortificato e il più tormentato tra i martiri nella sua passione e nella sua morte? Non v i meravigliate, fratelli miei, di vedere un santo sì grande, di cui Dio medesimo ha fatto tanti elogi, morire senza consolazione e nell’ultima sua ora abbandonato; dopo essere stato in tutto il corso della sua vita immagine vivente di Gesù Cristo, doveva esserlo anche nella sua morte. Come il Figliuol di Dio ne’ suoi ultimi momenti dovette essere abbandonato dal Padre suo, così il nostro santo dovette essere abbandonato da Gesù, suo congiunto. Lo zelo che Gesù Cristo mostrò per la gloria del Padre suo, la sua libertà nel riprendere il vizio, gli attirarono accusatori e falsi testimoni. L’istesso fu di S. Giovanni Battista (S. Marc. VI). Erode, vedendo la sua libertà nel riprenderlo, lo fece imprigionare per richiesta dell’adultera Erodiade. Quelli che resero falsa testimonianza contro Gesù erano persone di niun conto; quei che fecero condannare S. Giovanni Battista erano quanto può darsi d’infame sulla terra: un re impudico, una donna adultera e la figliuola di lei non meno spregevole. Mentre il re e tutta la sua corte s’abbandonavano alla crapula e all’impudicizia, questa ballò con tanta grazia che il re promise di darle qualunque cosa volesse, foss’anche la metà del suo regno. L’infame fanciulla si rivolse alla madre per sapere che cosa dovesse chiedere al re. La madre adultera, nemica del più santo tra gli uomini, le disse: « Va, prendi questo piatto e recami il capo di Giovanni ». La sciagurata figlia, degna di tal madre, torna subito dal re e gli dice: « Dammi subito su questo piatto la testa di Giovanni Battista ». Parve che a tal domanda il re inorridisse; ma, non volendo aver nome d’incostante, comandò ad un manigoldo di andar a decapitare Giovanni. La rea fanciulla, lieta d’aver quella testa più che se avesse avuto la metà del regno d’Erode, andò tutta in festa a portarla alla madre, la quale, sbuffando di collera, osò afferrare con le sue mani impure la lingua del più santo tra i figliuoli degli uomini, e preso lo spillo con cui teneva ferme le trecce, la trafisse in mille punti, per vendicarsi della libertà con cui le aveva rimproverato i suoi delitti. Ohimè! miei fratelli, chi non sarà pieno di confusione alla vista di tanta crudeltà? Gesù Cristo fu bagnato del suo sangue nella flagellazione; ma non meno lo fu S. Giovanni Battista nella sua passione, poiché par che il suo sangue gli abbia fatto come un secondo vestimento. Gesù Cristo dopo morte non fu più perseguitato; ma il nostro santo provò anche dopo morte il furore dei suoi nemici. Chi non si meraviglierà di vedere così gran santo soffrir tanti tormenti senza che Gesù ne prenda la difesa? Ah! miei fratelli, fu perché Dio voleva innalzare Giovanni al più alto grado di perfezione e di gloria. Volle che la sua vita e la sua morte fossero un continuo martirio. Dio poi non tardò a punire gli autori della morte di Giovanni. La fanciulla impudica, un giorno passando un fiume, fu presa, dicesi, tra due massi di ghiaccio, che le troncarono il capo. Erode poi e l’adultera Erodiade, accusati da Agrippa d’aver macchinato una sedizione e costretti ad andar esuli in Ispagna, morirono entrambi per via oppressi da ogni sorta di mali. Quanto abbiam detto ci mostra che i patimenti e le persecuzioni furono e saranno sempre il retaggio dei santi e dei buoni Cristiani, e che, quando siam spregiati e perseguitati dai seguaci del mondo, dobbiamo rallegrarcene. Chiediamo a Dio, miei fratelli, nell’ottava di questa bella festa, che voglia concederci, per l’intercessione di questo gran santo, le virtù ch’egli praticò nel corso della sua vita, e soprattutto la sua umiltà ch’egli spinse a così alto grado; la sua purità che difese a costo della vita; il suo distacco dai beni terreni e il suo disprezzo della morte; finalmente la sua perfetta unione con Dio. Sì, rivolgiamoci con fiducia a S. Giovanni Battista; ricordiamo che in cielo è assai più potente che sopra la terra, e ci otterrà grazie nel tempo e gloria nell’eternità. Questa felicità vi desidero.

DOMENICA II DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA II DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XVII: 19-20.

Factus est Dóminus protéctor meus, et edúxit me in latitúdinem: salvum me fecit, quóniam vóluit me. [Il Signore si è fatto mio protettore e mi ha tratto fuori, al largo: mi ha liberato perché mi vuol bene] Ps XVII: 2-3

Díligam te. Dómine, virtus mea: Dóminus firmaméntum meum et refúgium meum et liberátor meus. [Amerò Te, o Signore, mia forza: o Signore, mio sostegno, mio rifugio e mio liberatore.]

Factus est Dóminus protéctor meus, et edúxit me in latitúdinem: salvum me fecit, quóniam vóluit me. [Il Signore si è fatto mio protettore e mi ha tratto fuori, al largo: mi ha liberato perché mi vuol bene.]

Oratio

Orémus. Sancti nóminis tui, Dómine, timórem páriter et amórem fac nos habére perpétuum: quia numquam tua gubernatióne destítuis, quos in soliditáte tuæ dilectiónis instítuis. [Del tuo santo Nome, o Signore, fa che nutriamo un perpetuo timore e un pari amore: poiché non privi giammai del tuo aiuto quelli che stabilisci nella saldezza della tua dilezione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joánnis Apóstoli 1 Giov. III: 13-18

“Caríssimi: Nolíte mirári, si odit vos mundus. Nos scimus, quóniam transláti sumus de morte ad vitam, quóniam dilígimus fratres. Qui non díligit, manet in morte: omnis, qui odit fratrem suum, homícida est. Et scitis, quóniam omnis homícida non habet vitam ætérnam in semetípso manéntem. In hoc cognóvimus caritátem Dei, quóniam ille ánimam suam pro nobis pósuit: et nos debémus pro frátribus ánimas pónere. Qui habúerit substántiam hujus mundi, et víderit fratrem suum necessitátem habére, et cláuserit víscera sua ab eo: quómodo cáritas Dei manet in eo? Filíoli mei, non diligámus verbo neque lingua, sed ópere et veritáte.”

I Omelia

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

L’ODIO

“Carissimi: Non vi meravigliate se il mondo vi odia. Noi sappiamo d’essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida; e sapete che nessun omicida ha la vita eterna abitante in sé. Abbiam conosciuto l’amor di Dio da questo: che egli ha dato la sua vita per noi; e anche noi dobbiam dare la vita per i fratelli. Se uno possiede dei beni di questo mondo e, vedendo il proprio fratello nel bisogno, gli chiude le sue viscere, come mai l’amor di Dio dimora in lui? Figliuoli miei, non amiamo a parole e con la lingua, ma con fatti e con sincerità”. (1 Giov. III, 13-18).

L’Epistola è tolta dalla prima lettera di S. Giovanni. Poco prima delle parole riportate, aveva detto che Caino uccise il fratello, perché era figlio del maligno. Caino è tipo del mondo, schiavo del demonio. Non vi stupite quindi — prosegue S. Giovanni — se il mondo vi odia. Ci sia di conforto il sapere che l’amore verso i fratelli è un segno che dalla morte del peccato siamo passati alla vita della grazia. Rimane nella morte, invece, chi odia il proprio fratello, essendo egli omicida e, come tale, escluso dalla vita eterna. Dall’esempio di Gesù Cristo, che ha dato la vita per noi, abbiamo conosciuto qual è la carità vera: essere anche noi disposti a dare la vita per il proprio fratello. Tanto più dobbiamo, almeno, soccorrerlo coi nostri beni quando si trova nella necessità. Senza questo il nostro amore non è né sincero, né utile. Ci fermeremo a fare qualche osservazione sull’odio.

L’odio:

1. Non si può giustificare,

2 Specialmente dal Cristiano che teme Dio,

3 E che non è insensibile alla bontà di Lui.

1.

Chiunque odia il proprio fratello è omicida. È un’affermazione che, sulle prime, sembra esagerata; ma non esprime che la pura verità. Da che cosa proviene l’omicidio? Spesso proviene dall’odio. L’odio spinse all’omicidio Caino, e ne spinse e ne spinge ancora tanti altri dopo di lui. Non sempre colui che odia arriva a compiere l’atto materiale dell’omicidio; ma quante volte l’omicidio è nel suo cuore. Non commette il delitto esternamente perché ha paura delle conseguenze, non tanto da parte della giustizia divina, quanto da parte della giustizia umana. Se non sempre l’odio arriva a tal punto d’essere equiparato all’omicidio, è sempre cosa condannevole, è sempre una cattiva passione. E la ragione e il buon senso insegnano che il lasciarsi dominare dalla passione è un degradare la dignità di uomo, è un andar contro al fine per il quale Dio ci ha creati. Dio ci ha dato la ragione, perché di essa ci serviamo per tendere sempre al bene. Non è sempre in nostro potere di dimenticare le offese ricevute. Ma l’andar sempre rimuginandole, il parlarne sempre, a proposito e a sproposito; dir male del nostro nemico ogni volta che ci capita l’occasione; cercar di pregiudicarne gli interessi, è cosa che dipende dalla nostra volontà, e che non può avere alcuna scusa. Non è sempre in nostro potere di non provare dei sentimenti d’odio; è sempre in nostro potere di non assecondarli. Il dire: non dimenticherò mai il torto ricevuto; un giorno o l’altro quella persona me la pagherà; me la son legata a un dito, ecc. sono disposizioni d’animo poco benevolo, e che vanno energicamente combattute. – Non sarà inutile, poi, considerare che queste disposizioni d’animo fanno generalmente più male a chi odia che a chi è odiato. Questi può non curarsi dell’odio del suo nemico, che intanto è agitato, triste, senza pace. Odio e invidia intorbidano la vita. «L’uomo — dice Giobbe — ha vita corta e piena di turbamento» (XIV, l). E questa misera vita già così corta e piena di turbamento per sé, dobbiamo turbarla ancor più, aggiungendovi di nostro la tortura che porta con sé l’odio?

2.

Noi Cristiani non dobbiamo dimenticare che l’odio è contro il nostro bene spirituale. Chi cova nel cuore un odio grave contro il fratello, non ha la vita eterna abitante in sé; cioè non ha la vita della grazia, e senza questa non può aver diritto alla vita eterna. Chi odia va contro a un comando espresso da Dio: «Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore» (Lev. XIX, 17). Gesù Cristo aggiunge: «Amate i vostri nemici: fate del bene a coloro che vi odiano: e pregate per coloro che vi perseguitano o calunniano» (Matt. V, 44). «Se — dice Tertulliano — siamo obbligati ad amare i nostri nemici, chi ci resta da odiare? Così pure, se ci è proibito di rendere il ricambio quando siamo offesi, per non diventare nel fatto pari ai nostri offensori, chi possiamo noi offendere?» (Apol.) Non possiamo né odiare, né offendere nessuno, se non vogliamo perdere la grazia di Dio, e procurarci i castighi di lui. E che Dio castigherà severamente quelli che nel loro odio non vogliono perdonare ai fratelli, è pur scritto nel Vangelo. Il servo spietato della parabola del Vangelo, che non volle perdonare il debito al suo conservo, fu dal padrone consegnato nelle mani dei manigoldi, che lo mettessero in carcere. E Gesù chiude la parabola con questa osservazione: «Così farà con voi il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdonerà di cuore al proprio fratello » (Matt. XVIII, 35). Un giorno il Signore chiamerà il Cristiano ostinato nel suo odio. Sarà una chiamata perentoria. Nessuna dilazione sarà ammessa. Non titoli, non cariche, non grandezza, non scienza, non oro, potranno impedirvi l’andata. E all’andata seguirà un rimprovero da togliere ogni illusione: «Servo malvagio… non dovevi aver pietà del tuo compagno, come io n’ho avuta per te?» (Matt. XVIII, 33) E dopo un rimprovero e un confronto così schiacciante verrà una condanna ben dura: essere dato in mano ai ministri della giustizia divina. – Un giovane indiano di Spokane, nelle Montagne Rocciose, era stato ferito mortalmente da un bianco. Il padre di lui avvisa i missionari, i quale avevano raccolto il moribondo, che se il figlio moriva, egli avrebbe ucciso quanti bianchi poteva. Il padre Cataldo, gesuita, s’incaricò di disporre alla morte l’indiano ferito, e l’avvisò che doveva fare una buona confessione e prepararsi a comparire al tribunale di Dio. Dopo una breve esortazione l’indiano si dichiarò pronto a fare tutto quanto era necessario per salvare la sua anima. Prima della confessione il Padre Cataldo gli domanda, se perdona ai suoi nemici. E il giovane risponde: « Non mi hai detto forse di prepararmi a morir bene e di fare una buona confessione? Come oserei domandar perdono a Dio, se io non perdonassi prima al nemico? » (Celestino Testore, Memorie di un Vestenera, P. Giuseppe M. Cataldo S. J. in: Le Missioni, della Compagnia di Gesù. 1928. p. 442-43). Questo giovane Pellerossa, aveva tratto profitto a meraviglia dal Vangelo, che ci impone di perdonare a tutti, e di non odiar nessuno.

3.

Più che dal timore dei castighi, l’uomo dovrebbe esser spinto ad amare i suoi nemici, anziché odiarli, dalla grande bontà di Dio che ha dato la sua vita per noi, che eravamo peccatori, che non eravamo meritevoli che dei suoi castighi. La sua bontà arriva al punto da ricevere il bacio da Giuda e da chiamarlo col nome di amico, quando questi sta per tradirlo. Sulla croce prega in modo particolare per i suoi carnefici: « Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno » (Luc. XXIII, 34). Se è vero che gli esempi muovono più che le parole, nessun Cristiano può rimanere indifferente a quanto ha fatto Dio per i suoi nemici. Nessuno può dire: è impossibile amarli. Dio ci aiuta con la sua grazia a vincere i sentimenti di avversione, di odio che sorgono nel nostro cuore verso dei nostri nemici. « Temete il Signore Dio vostro, ed gli vi libererà dalle mani di tutti i vostri nemici » (4 Re XVII, 39), dice il Signore a Israele. Nessun dubbio che l’odio è un nemico spirituale molto difficile da vincere, se ci appoggiamo sulle sole nostre forze. Non è più invincibile, se con noi c’è l’aiuto di Dio. E Dio che ci comanda di vincer l’odio, ci dà anche l’aiuto necessario a liberarcene. Chi teme di offendere il Signore ricorre a Lui fiducioso, e il Signore lo aiuterà certamente. Ce l’assicura il discepolo prediletto. «Carissimi, se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia dinanzi a Dio: e qualunque cosa domanderemo, la riceveremo da lui» (1 Giov. III, 2-22). Anzi, nella sua bontà ci darà oltre quello che domandiamo. – L’eloquenza del suo esempio, la promessa del suo aiuto ci lasciano indifferenti? Ecco, che si interpone fra noi e il nostro offensore. E’ questo l’ultimo tentativo cui si ricorre quando si vuol mettere la pace tra due persone. Se non si vuole perdonare all’offensore, perché indegno, si perdoni per rispetto alla persona che interpone i suoi buoni uffici. Filemone, ricco benefattore dei Cristiani, ha uno schiavo che fugge, portandogli via del danaro. S. Paolo si interpone e scrive a Filemone: «Se tu mi tieni per tuo intrinseco, accoglilo come me stesso; e se ti ha fatto torto o ti deve ancora qualche cosa, metti ciò a mio conto» (Filem. 17-18). Così fa Dio con noi. Se ti ha fatto torto. — dice al Cristiano che cova l’odio contro il proprio fratello — se ha dei debiti da scontare, questi mettili a mio conto, ecco che io rimetto tutto a posto. Le tue offese contro di me sono innumerevoli, sono gravi. Ebbene, io voglio essere con te tanto buono da perdonarti i tuoi gravi ed innumerevoli peccati se tu perdoni di cuore le poche e leggere offese che ti ha fatto il tuo fratello: «Perdonate e vi sarà perdonato. Date e vi sarà dato: vi sarà versato in grembo una misura buona, piena, scossa e traboccante, perché con la medesima misura con la quale avrete misurato, sarà rimisurato anche a voi» (Luc. VI, 37-38). Hai capito? Dio, tuo giudice, da te offeso, è tanto buono da metterti la sentenza in mano. Sta a te scegliere la sentenza che desideri. Può mai l’odio accecarti tanto da ricusare una condizione favorevole al punto «da mettere in potere del giudicando la sentenza di chi deve giudicare!» (S. Leone M. Serm. 17, 1). Se ancora non sei deciso a cedere sappi che «non potrai trovare nessuna scusa nel giorno del giudizio, quando sarai giudicato secondo la norma da te usata, e tu stesso subirai ciò che hai fatto subire agli altri» (S. Cipriano: De Dom. Oratione, 23). Ma voi non siate di questi. «Con voi sia la grazia, la misericordia e la pace da Dio Padre, e da Cristo Gesù Figliolo del Padre, nella verità e nella carità» (2 Giov. 1, 3).

Graduale

Ps CXIX: 1-2 Ad Dóminum, cum tribulárer, clamávi, et exaudívit me. [Al Signore mi rivolsi: poiché ero in tribolazione, ed Egli mi ha esaudito.]

Alleluja

Dómine, libera ánimam meam a lábiis iníquis, et a lingua dolósa. Allelúja, allelúja [O Signore, libera l’ànima mia dalle labbra dell’iniquo, e dalla lingua menzognera. Allelúia, allelúia]

Ps VII:2 Dómine, Deus meus, in te sperávi: salvum me fac ex ómnibus persequéntibus me et líbera me. Allelúja. [Signore, Dio mio, in Te ho sperato: salvami da tutti quelli che mi perseguitano, e liberami. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam.

Luc. XIV: 16-24

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis parábolam hanc: Homo quidam fecit coenam magnam, et vocávit multos. Et misit servum suum hora coenæ dícere invitátis, ut venírent, quia jam paráta sunt ómnia. Et coepérunt simul omnes excusáre. Primus dixit ei: Villam emi, et necésse hábeo exíre et vidére illam: rogo te, habe me excusátum. Et alter dixit: Juga boum emi quinque et eo probáre illa: rogo te, habe me excusátum. Et álius dixit: Uxórem duxi, et ídeo non possum veníre. Et revérsus servus nuntiávit hæc dómino suo. Tunc irátus paterfamílias, dixit servo suo: Exi cito in pláteas et vicos civitátis: et páuperes ac débiles et coecos et claudos íntroduc huc. Et ait servus: Dómine, factum est, ut imperásti, et adhuc locus est. Et ait dóminus servo: Exi in vias et sepes: et compélle intrare, ut impleátur domus mea. Dico autem vobis, quod nemo virórum illórum, qui vocáti sunt, gustábit coenam meam”.

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXX

 “In quel tempo disse Gesù ad uno di quelli che sederono con lui a mensa in casa di uno dei principali Farisei: Un uomo fece una gran cena, e invitò molta gente. E all’ora della cena mandò un suo servo a dire ai convitati, che andassero, perché tutto era pronto. E principiarono tutti d’accordo a scusarsi. Il primo dissegli: Ho comprato un podere, e bisogna che vada a vederlo; di grazia compatiscimi. E un altro disse: Ho comprato cinque gioghi di buoi, o vo a provarli; di grazia compatiscimi. E l’altro disse: Ho preso moglie, e perciò non posso venire. E tornato il servo, riferì queste cose al suo padrone. Allora sdegnato il padre di famiglia, disse al servo: Va tosto per le piazze, e per le contrade della città, e mena qua dentro i mendici, gli stroppiati, i ciechi, e gli zoppi. E disse il servo: Signore, si è fatto come hai comandato, ed evvi ancora luogo. E disse il padrone al servo: Va per le strade e lungo le siepi, e sforzali a venire, affinché si riempia la mia casa. Imperocché vi dico, che nessuno di coloro che erano stati invitati assaggerà la mia cena” (Luc. XIV, 16-24).

Il Divin Redentore venuto in sulla terra per salvare le anime e guadagnarle a quella felicità eterna, dove, secondo il detto della Sacra Scrittura: i giusti banchetteranno al cospetto di Dio, rivolse anzi tutto i suoi inviti ai Giudei, mercé la predicazione del Vangelo, che fece tra di essi. Ma tra i Giudei solamente alcuni poveri pescatori, alcuni pubblicani e qualche donna accettarono gli inviti di Gesù Cristo, tutti gli altri del resto ricusarono di ricevere la grazia del Vangelo, escludendosi così da per se stessi dall’eterna beatitudine. Perciò affine di mettere altri al loro posto il divin Redentore mandò per ogni dove i suoi predicatori per annunziare il Vangelo ai Gentili e mettere essi sulla via della salute, facendo anche agli stessi una dolce violenza a forza di preghiere e di istanze. Or bene tutti questi fatti sono indicati dal senso letterale della parabola degli inviti respinti, che ci narra il Vangelo di oggi. Ma nel senso spirituale e figurato, questa medesima parabola ci pone innanzi la generale indifferenza, in cui si trovano gran parte di Cristiani per il banchetto Eucaristico. E poiché ci troviamo nell’ottava del Corpus Domini, non potremmo fare una riflessione più a proposito di questa suggeritaci da un tal senso spirituale e figurato.

1. Gesù si trovava in giorno di sabbato a desinare presso uno tra i principali Farisei, che gliene aveva fatto invito. E rivolgendo la parola ad uno di quelli che sedevano con Lui a mensa disse: Un uomo fece una gran cena, e invitò molta gente. Et reliqua…

Da questa parabola, interpretata in relazione alla SS. Eucaristia, è facile di comprendere tosto qual desiderio vivissimo abbia Gesù Cristo, che noi di qualsiasi sesso, di qualsiasi età, di qualsiasi condizione, ci accostiamo frequentemente al banchetto Eucaristico. Imperciocché la gran cena, di cui qui si parla, raffigura appunto la SS. Comunione, e l’uomo che preparò quella gran cena rappresenta Gesù Cristo stesso, come il servo rappresenta la Chiesa, i Sacri Dottori, i Santi, i Pontefici, i Vescovi, i sacerdoti, che a nome di Gesù invitano e insistono, perché si vada, e frequentemente, alla Comunione. Che tale sia realmente il desiderio di Gesù Cristo, nonché da questa parabola, lo possiamo ancor capire benissimo dalle parole, con cui Egli promise questo gran dono e dal modo, con cui lo istituì. – Siccome questo dono di tutto me stesso, questa meraviglia delle meraviglie, Gesù la faceva con trasporto di gioia, così Egli vi pensò di continuo nella sua vita mortale, e prima di operarla volle prometterla. Aveva Egli con uno stupendo miracolo saziate un giorno più di cinquemila persone, quando tornato in Carfanao, vedendosi circondato da gran folla di quella gente, prese occasione di sollevare i loro animi ad un alimento migliore, e loro parlò di quel pane divino, che prima di morire avrebbe dato in cibo alle anime. Disse pertanto: « Io sono il Pane di vita; Io sono il Pane vivo disceso dal Cielo. I Padri vostri mangiarono la manna nel deserto, eppure morirono; ma chi mangerà di questo Pane vivrà in eterno. Il pane che Io darò, esso è la mia Carne, questo Corpo istesso, che Io esporrò alla morte per la salute del mondo ». . Queste parole significano chiaramente che Gesù voleva dare in cibo il suo Corpo vero e reale, e non già una immagine o figura di esso. I suoi uditori medesimi intesero queste sue parole come suonavano, cioè nel loro senso naturale, e non figurato; ma grossi di mente come erano, non sapevano immaginarsi come Egli avrebbe potuto dare in cibo il suo Corpo, senza farlo tagliare a pezzi, come si usa in un macello. Quindi invece di riflettere che quel Gesù, il quale aveva già date in loro presenza tante e sì luminose prove di sua onnipotenza, avrebbe pur saputo e potuto trovar modo di compiere la sua promessa senza spargimento di sangue, si mostrarono increduli alle sue parole e dissero: Come mai può Egli darci a mangiare la sua Carne? Al vedere le difficoltà ed obiezioni che coloro facevano, Gesù non corresse, né punto moderò le sue parole; anzi premendogli che si ritenesse per verità inconcussa, che nella divina Eucarestia Egli avrebbe lasciato il suo vero Corpo, e che si riconoscesse il desiderio vivo che noi ce ne avessimo a cibare, continuò il suo discorso dicendo: « In verità, in verità vi dico, che se non mangerete la mia Carne e non berrete il mio Sangue non avrete in voi la vita: chi degnamente mangia la mia Carne, e beve il mio Sangue, ha la vita eterna, e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Imperocché la mia Carne è un vero cibo, e il Sangue mio una vera bevanda, che, a diversità di ogni altro alimento, nutriscono l’anima, e sono per lo stesso corpo quale un germe di risurrezione e di vita immortale. Chi mangia la mia Carne, prosegue Gesù, e beve il mio Sangue, sta in me ed Io in lui. Siccome il Padre, che mi ha mandato, è il primo fonte della vita ed Io stesso vivo della vita ricevuta da Lui, così ancora chi mangia la mia Carne vivrà della vita ricevuta da me ». Poteva Egli, Gesù, parlare più chiaro per significare il gran dono, che voleva farci, e per esprimere la sua brama vivissima che noi ci accostassimo sovente a riceverlo? No, le sue parole non lasciano dubbio veruno sulla sua intenzione. Ma non meno chiaramente ci fece intendere questa sua brama nel modo con cui, assecondando la sua promessa, istituì poscia questa mensa di vita eterna. Eccolo pertanto nel Cenacolo in quella sera memoranda, in cui sarebbe stato tradito. In quell’istante Gesù brilla d’insolita gioia, e i sacri raggi del fuoco, che gli arde in petto, gli rifulgono in fronte più vividi che mai. Egli pare in un’estasi d’amore. Egli prende pertanto del pane, e tenendolo nelle sue mani adorabili, alza gli occhi al Cielo, quasi per domandare licenza al Padre di operare quel grande portento, e lo ringrazia di avergliela concessa. Abbassati gli occhi, benedice quel pane, lo spezza e distribuisce ai discepoli dicendo: – Prendete e mangiate; questo è il mio corpo: quel Corpo, che sarà dato a morte per voi. » Parole adorabili, parole onnipotenti! In virtù di esse quel pane, non conservando che le sue apparenze, cangiossi sull’istante nel vero Corpo di Gesù. Quindi preso un calice, vi versa del vino, rende grazie a Dio, lo benedice, e lo dà ai discepoli dicendo: « Bevetene tutti: questo è il mio Sangue, il Sangue della nuova alleanza, quel Sangue, che sarà versato per voi e per molti altri in remissione dei peccati. « Detto, fatto: a queste divine parole il vino mutò sostanza, e rimanendone le sole specie, divenne sul momento Sangue di Gesù, divenne anzi Gesù medesimo, facendosi Egli tutto intero, tanto sotto l’una, quanto sotto l’altra specie. Oh! nessuno certamente porrebbe dire la consolazione che godettero gli Apostoli in quella prima comunione. L’amore, l’attaccamento, che già avevano a Gesù, si accrebbe loro nel cuore mirabilmente. Ma per Gesù non basta il darsi agli Apostoli soltanto. Egli in quella sera di tanto amore ha in mente, e sente nel Cuore tutti coloro, che avrebbero creduto in Lui ed abbracciata la sua Religione sino alla fine del mondo. Perciò a tutti Egli vuole donare se stesso, con tutti Egli brama di starsi unito in dolce amplesso, come un padre, come una madre coi figli suoi. Che fa pertanto? In quella sera medesima crea Sacerdoti i suoi Apostoli, dà loro la facoltà di formarne degli altri, e a questi degli altri ancora sino alla fine del mondo. Poscia a tutti e ai presenti e ai futuri Egli comunica la potestà e il comando di operare quello che operò Ei medesimo, e cangiare il pane e il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue, e dice: « Fate questo in memoria di me ». E dove e fino a quando? Dappertutto ove siavi un Sacerdote, e finché Egli torni visibilmente su questa terra, risponde San Paolo. Vedete adunque la bontà grande di Gesù ed il suo amore immenso! Noi non eravamo ancora, eppure Egli già ci vedeva, ci amava, e disponeva di venire a noi, unirsi a noi, stringersi in dolcissimi amplessi con le anime nostre, prima ancora di abbracciarle eternamente in Cielo! Ma così disponendo Egli dimostrava appunto la sua brama ardentissima, che noi andassimo a riceverlo, ed a riceverlo sovente, perché altrimenti come potrebbe in questo Eucaristico banchetto farsi il nostro cibo ed unirsi a noi nel modo più intimo?

2. Tuttavia perché siamo sempre più persuasi di quella sua brama, facendo propriamente come il ricco Signore della Parabola, nel quale si degnò di raffigurarsi, Gesù Cristo manda a manifestarcela il suo servo, anzi la sua Sposa medesima, la Chiesa, la quale è assai più fedele interprete dei desideri del suo sposo, che non lo sia un servo di quelli del suo padrone. – Ed ecco appunto la Chiesa farcisi innanzi, ed a grandi e a piccoli, a ricchi e a poveri, a giovani e a vecchi, a lieti ed a tribolati, agli uomini di ogni condizione, raffigurati nei mendici, negli storpi, nei ciechi, negli zoppi della parabola raccomandare insistentemente che andiamo spesso, e se è possibile anche ogni giorno al banchetto Eucaristico. Di fatti ecco anzitutto gli Apostoli, i quali, immediatamente ammaestrati alla scuola di Gesù Cristo, insegnarono ai primi Cristiani di comunicarsi tutti i giorni, come si legge negli atti Apostolici; pia usanza che durò parecchi secoli, poiché S. Girolamo asserisce che ai suoi tempi perseverava lo stesso pio costume in Roma e nella Spagna. Quando poi i Cristiani si intiepidirono nella pratica della Comunione quotidiana, la Santa Chiesa ordinò che essi si comunicassero almeno tutte le domeniche. E l’uso di comunicarsi ciascuna domenica sussisteva ancora nell’ottavo e nel nono secolo, come si scorge nelle costituzioni dei Vescovi adottate da Carlo Magno. Avendo in seguito i fedeli trascurata anche la Comunione di ciascuna Domenica, la Chiesa ingiunse di comunicarsi almeno tre volte all’anno, a Natale, Pasqua e Pentecoste; quindi per la negligenza dei fedeli nel comunicarsi tre volte all’anno, decise di non fare stretti precetti che per la Comunione Pasquale. Ma nel prescrivere di comunicarsi almeno a Pasqua, mostra chiaramente con quella parola “almeno”, il desiderio che Essa ha di vedere i suoi figli comunicarsi più frequentemente. E il sapientissimo Pontefice Benedetto XIV, insistendo su queste medesime parole, dice: Conviene che i Vescovi e i pastori esortino i popoli a ricevere il più spesso possibile i santi Misteri, e soprattutto nelle principali feste dell’anno. – La Chiesa adunque ha tanto a cuore la Comunione frequente dei fedeli, che si induce sino a pregarli, a supplicarli per le viscere della misericordia divina, di rendersene degni con la fermezza e costanza della loro fede, con la loro pietà, devozione e rispetto verso questo angusto Sacramento. Essa desidererebbe ardentemente che i fedeli si accostassero alla S. Comunione ogni volta che assistono al santo Sacrificio della Messa, che è quanto dire ogni giorno. Ecco come la Chiesa, ch’è la stessa in tutti i tempi, invita tutti i suoi figli alla Comunione frequente. – Il Catechismo del Concilio di Trento, spiegando i voti e i desideri di questo santo Concilio intorno alla Comunione, insegna che i Pastori devono esortare spesso le loro pecorelle non solo alla Comunione frequente, ma anche giornaliera, facendo ben capire che, siccome è necessario alla vita del corpo prendere cibo con frequenza e abitualmente, così è necessario per la vita cristiana dell’anima accostarsi abitualmente alla Mensa eucaristica. Poscia soggiunge: Gioverà inoltre assai richiamare qui alla memoria quella figura che abbiamo della Manna, con la quale era necessario rifocillare le forze corporali tutti i giorni: così pure le autorità dei santi Padri, le quali raccomandano caldamente la frequente Comunione, imperocché non fu solamente di San Agostino quella sentenza: “Ogni giorno pecchi; ogni giorno comunicati”: ma se si studia con diligenza, facilmente si vedrà che di questo avviso furono pure tutti i santi Padri che scrissero di questo argomento. Ed invero per citarne qualcuno, perché, dice S. Giovanni Grisostomo, voi che siete nel numero di quelli che possono comunicarsi, non volete curarvene? Rifletteteci bene, io ve ne scongiuro. Ditemi, di grazia, che pensereste voi di colui che, essendo stato invitato a pranzo, si mettesse a tavola e non mangiasse punto? Gesù Cristo c’invita al banchetto della Comunione. Noi assistiamo alla S. Messa: e perché non ci comunichiamo noi anche ogni giorno? Non è questo, in qualche maniera, disprezzare gl’inviti e il banchetto del nostro divin Maestro Gesù? S. Cipriano diceva: Quando noi nell’orazione domenicale chiediamo a Dio il nostro pane quotidiano, noi chiediamo Gesù Cristo nella Eucaristia, perché in questo Sacramento Gesù Cristo è pane di vita, pane non comune a tutti ma solamente nostro, cioè di noi Cristiani; e chiediamo che ci si dia ogni giorno questo Pane divino; perchè una volta che abbiamo ricuperata la vita della grazia, ed abbiamo cominciato a vivere in Gesù Cristo, la frequente Comunione è il mezzo più efficace onde mantenere in noi la sua santificazione e il suo amore. San Basilio il Grande, S. Ilario, San Girolamo, S. Gregorio Magno dicono replicatamente che questo è ciò che tanto desidera Dio, di abitare proprio ogni giorno in noi per mezzo della S. Comunione. S. Ambrogio scrisse: Se l’Eucaristia è il vero pane quotidiano, per quale stolidezza, o uomo, non ti accosti a riceverlo se non una sola volta all’anno? E S. Tommaso c’insegna che essendo la virtù del Sacramento dell’Eucaristia quella di dare all’uomo la salute, così sarebbe utile parteciparne anche tutti i giorni, affine di riceverne tutti i giorni i frutti salutari. E dopo d’aver uditi alcuni Santi Padri, osservate ancora, o miei cari, gli esempi di quei grandi Santi, che Dio suscitò nel secolo XVI in opposizione ai mostri di eresia, che il demonio aveva istigati per distruggere il Cristianesimo. S. Gaetano, S. Ignazio, S. Filippo Neri, S. Carlo Borromeo, S. Francesco di Sales, S. Andrea, San Giovanni della Croce, S. Teresa, posero tutto il loro zelo nell’attirare i fedeli alla Comunione frequente: e con questa pratica salutare, che promossero ardentemente con la voce e con gli scritti, riuscirono a riformare il rilassato costume dei popoli, a rianimarvi la pietà mezzo estinta, a farvi rifiorire tutte le virtù del Vangelo!

3. Ma se la Chiesa per mezzo degli Apostoli, dei Pontefici, dei Santi, de’ suoi ministri raffigura così al vivo il servo della parabola, che ossequente al volere del suo padrone, tornò tante volte a fare l’invito alla gran cena, vi hanno pur troppo tra i Cristiani un gran numero di coloro, i quali sgraziatamente si incaricano di raffigurare quegli invitati, che villanamente respinsero l’invito. Ed in vero quanti Cristiani passano le settimane, i mesi, e persino gli anni interi senza venire alla sacra mensa! Si sa, ancor essi come i convitati del Vangelo arrecano di questa condotta le loro scuse. Taluno, come il primo convitato, adduce il pretesto dell’imbarazzo, in cui si trova per le cose temporali: Villam emi bisogna che si occupi dei suoi lavori, delle faccende del suo stato, della coltura della sua mente, dell’apprendimento delle sue lezioni. Insensato! il quale dimentica, che l’affare più importante, l’unico affare è quello della salute. Un altro, raffigurato da quello che aveva da andare a provare i buoi, mette innanzi la difficoltà di domare le sue passioni. Egli dice che impetuose tendenze lo travagliano e lo trascinano al male, e che ei non può vincersi… Che più tardi, quando i ghiacci dell’età avranno raffreddato e i suoi sensi e il suo cuore, approfitterà della calma dei vecchi suoi anni, per far la pace con Dio e ricevere poi allora, anche frequentemente, la divina Eucaristia. Or questo non è un dire: O mio Gesù, quando la vita sarà logorata, quando non vi sarà più nulla pel piacere, quando non mi resterà altro che un cuore macchiato dalle turpitudini della vita, questo allora sarà per voi…? E non è questa una sanguinosa ingiuria per Gesù nel suo SS. Sacramento? Senza dubbio fa bisogno d’esser padrone delle proprie passioni per ricevere con frequenza la SS. Comunione; ma se non le signoreggiate, di chi è la colpa? Un terzo poi dirà: Io so che non faccio delle buone Comunioni; mi trovo in condizione difficile, ho contratto una certa amicizia; sono vincolato da’ suoi legami, epperò di andare alla Comunione non mi sento affatto: Uxorem duxi, et ideo non possum venire. A tutte queste scuse, aggiungete il rispetto umano, che spadroneggia tanti poveri Cristiani e specialmente tanti poveri giovani, i quali pure andrebbero ben volentieri a comunicarsi spesso, se non temessero gli altrui sguardi e le altrui derisioni, ed avrete così un’idea della stoltezza dei pretesti, che da tanti si adducono per scusare la loro lontananza dalla SS. Comunione. – E noi, o miei cari, vorremo restare nel numero di questi insensati? Quando non valesse altro, ci spinga a non appartenervi la terribile sentenza, con cui Gesù Cristo chiudendo la sua parabola ci fa intendere, che chi si rifiuta di accostarsi alla mensa Eucaristica, sarà sbandito eternamente dalla mensa celeste. Ma più ancora di questa minaccia ci sproni alla frequenza della Comunione l’amore di nostro Signor Gesù Cristo. Oh sì! Che la sua carità immensa trovi un po’ di ricambio nei nostri cuori e ci unisca spesso a quel Dio, che tanto ha fatto per unirsi a noi!

Credo …

Offertorium

Orémus Ps VI: 5 Dómine, convértere, et éripe ánimam meam: salvum me fac propter misericórdiam tuam. [O Signore, volgiti verso di me e salva la mia vita: salvami per la tua misericordia.]

Secreta

Oblátio nos, Dómine, tuo nómini dicánda puríficet: et de die in diem ad coeléstis vitæ tránsferat actiónem. [Ci purifichi, O Signore, l’offerta da consacrarsi al Tuo nome: e di giorno in giorno ci conduca alla pratica di una vita perfetta.]

Communio

Ps XII: 6 Cantábo Dómino, qui bona tríbuit mihi: et psallam nómini Dómini altíssimi. [Inneggerò al Signore, per il bene fatto a me: e salmeggerò al nome di Dio Altissimo.]

Postcommunio

Orémus. Sumptis munéribus sacris, qæesumus, Dómine: ut cum frequentatióne mystérii, crescat nostræ salútis efféctus. [Ricevuti, o Signore, i sacri doni, Ti preghiamo: affinché, frequentando questi divini misteri, cresca l’effetto della nostra salvezza].

FESTA DEL CORPUS DOMINI (2019)

FESTA DEL CORPUS DOMINI (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXXX: 17.
Cibávit eos ex ádipe fruménti, allelúia: et de petra, melle saturávit eos, allelúia, allelúia, allelúia.
Ps 80:2 [Li ha nutriti col fiore del frumento, allelúia: e li ha saziati col miele scaturito dalla roccia, allelúia, allelúia, allelúia.]

Exsultáte Deo, adiutóri nostro: iubiláte Deo Iacob. [Esultate in Dio nostro aiuto: rallegratevi nel Dio di Giacobbe.]
Cibávit eos ex ádipe fruménti, allelúia: et de petra, melle saturávit eos, allelúia, allelúia, alleluja [Li ha nutriti col fiore del frumento, allelúia: e li ha saziati col miele scaturito dalla roccia, allelúia, allelúia, allelúia.

Oratio

Orémus.
Deus, qui nobis sub Sacraménto mirábili passiónis tuæ memóriam reliquísti: tríbue, quǽsumus, ita nos Córporis et Sánguinis tui sacra mystéria venerári; ut redemptiónis tuæ fructum in nobis iúgiter sentiámus:
[O Dio, che nell’ammirabile Sacramento ci lasciasti la memoria della tua Passione: concedici, Te ne preghiamo, di venerare i sacri misteri del tuo Corpo e del tuo Sangue cosí da sperimentare sempre in noi il frutto della tua redenzione:]

Lectio

Léctio Epistolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios
1 Cor XI: 23-29
Fratres: Ego enim accépi a Dómino quod et trádidi vobis, quóniam Dóminus Iesus, in qua nocte tradebátur, accépit panem, et grátias agens fregit, et dixit: Accípite, et manducáte: hoc est corpus meum, quod pro vobis tradétur: hoc fácite in meam commemoratiónem. Simíliter ei cálicem, postquam cenávit, dicens: Hic calix novum Testaméntum est in meo sánguine. Hoc fácite, quotiescúmque bibétis, in meam commemoratiónem. Quotiescúmque enim manducábitis panem hunc et cálicem bibétis, mortem Dómini annuntiábitis, donec véniat. Itaque quicúmque manducáverit panem hunc vel bíberit cálicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini. Probet autem seípsum homo: et sic de pane illo edat et de calice bibat. Qui enim mánducat et bibit indígne, iudícium sibi mánducat et bibit: non diiúdicans corpus Dómini.

OMELIA I

A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip. Vesc. Artigianelli, Pavia 1929)

IL SACRIFICIO DELLA NUOVA LEGGE

Fratelli: Io lo appreso appunto dal Signore, ciò che ho trasmesso anche a voi: che il Signore Gesù la notte che fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso le grazie, lo spezzò, e disse: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo che sarà offerto per voi: fate questo in memoria di me. Parimenti, dopo aver cenato, prese il Calice, e disse: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Tutte le volte che Lo berrete, fate questo in memoria di me. Poiché ogni volta che mangerete questo pane, e berrete questo calice, annunzierete la morte di Signore fino a che egli venga. Perciò chiunque mangerà questo pane, o berrà il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice. Poiché chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna, non distinguendo il corpo del Signore. (2a Cor. XI, 23-29).

Nei primi tempi della Chiesa aveva luogo, in giorni determinati, un banchetto in comune, chiamato, agape, che doveva significare a stringere il vincolo della mutua carità tra i fedeli. Per seguire più da vicino l’esempio di Gesù Cristo che aveva istituito l’eucaristia dopo la cena pasquale, si faceva seguire/all’agape la celebrazione dell’Eucaristia. Non tardò l’introduzione degli abusi. A Corinto p. e. i ricchi, invece di mettere in comune il vitto sovrabbondante che portavano, affinché anche/i poveri potessero avere la loro parte, cominciavano, prima ancora che avesse principio il banchetto, a mangiare e bere più di quanto era richiesto da una cena simbolica. La conseguenza era duplice: accontentare la gola e privare della cena i più poveri, i quali ne provavano confusione. S. Paolo rimprovera severamente i Corinti, per questa loro sregolatezza e per la mancanza di carità verso il prossimo. E richiamata alla loro mente l’istituzione della S. Eucaristia, vuole che la si riceva degnamente, astenendovisi chi si riconosce reo di peccato grave. Quanto dice S. Paolo della istituzione della S. Eucaristia ci presenta l’opportunità di parlare di essa come:

1 Sacrificio della nuova Legge,

2 Superiore all’antico,

3 Che non ha limiti né di luogo, né di tempo.

1.

Fin dal principio gli uomini usavano rendere omaggio a Dio con l’offerta di cose sensibili, conforme al loro genere di vita. Così leggiamo che Caino, agricoltore, offre a Dio i frutti della terra, e Abele, pastore, gli offre le primizie del gregge. Sappiamo che Noè, uscito dall’arca, «eresse un altare al Signore, e, presi di tutti gli animali e di tutti gli uccelli mondi, li offri in sacrificio sopra l’altare» (Gen VIII, 20). E ai tempi di Abramo vediamo Melehisedech, re di Salem, offrire a Dio pane e vino in ringraziamento della vittoria riportata sopra i cinque re (Gen. XIV, 18-20). Più tardi Mosè, per ordine di Dio, prescrive delle norme che devono regolare i sacrifici. Ci sono i sacrifici cruenti, in cui si immolano animali, e se ne sparge il sangue; e ci sono i sacrifici incruenti, in cui si offrono alimenti, bevande, profumi. Nei sacrifici cruenti sono determinate varie qualità delle vittime, secondo la specie dei sacrifici, ed è determinato l’ufficio di chi presenta la vittima, l’ufficio del sacerdote e di coloro che lo coadiuvano. – Tutto questo doveva durare fino a che sarebbe stato offerto il sacrificio predetto dai profeti, del quale i sacrifici della legge erano una figura. Col sacrificio della croce Gesù Cristo compie la redenzione eterna, ma vuole che la Chiesa non manchi di un sacerdozio visibile e di un sacrificio visibile, che rappresenti il sacrificio della croce, ne rinnovi la memoria, e ne applichi i frutti. Ed ecco che  prima di incominciar la passione, trovandosi a cena con gli Apostoli, prese del pane, e dopo aver rese le grazie lo spezzò, e disse: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo che sarà offerto per voi… Parimenti, dopo aver cenato prese il calice e disse: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. – In virtù di queste parole la sostanza del pane e del vino è totalmente cambiata nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Del pane e del vino non rimangono che le apparenze. La consacrazione a parte, poi, del pane e del vino, ci dà la separazione mistica del corpo e del sangue di Gesù Cristo; per la quale Gesù Cristo ci si presenta come sulla croce, mentre compie il sacrificio versando il proprio sangue. Questo è il mio corpo che sarà offerto per voi. Ecco la nuova vittima: Gesù Cristo. Egli « offre se stesso per noi e immola la vittima, essendo nel medesimo tempo sacerdote e quell’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo » (S. Greg. Nisseno, In Christi Resurr. Orat. 1).

2.

 Sacrifici antichi hanno ormai perduta la loro ragione di essere. Ora abbiam il gran Sacrificio: il solo che possa piacere a Dio a salvare il mondo. «La luce scaccia le tenebre. In questa mensa del nuovo Re la nuova Pasqua della nuova Legge pon fine alla Pasqua antica » (Seq. Luada Sion), come dice S. Tommaso. Gesù dichiara: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. La nuova Alleanza è, senza confronto, superiore all’antica. Anche il sacrificio che suggella questa alleanza deve, necessariamente, essere superiore all’antico. Quando il popolo ebraico, strinse alleanza con Dio obbligando a osservare i suoi comandamenti e le sue leggi; e Dio, da parte sua, promise di dar loro la terra di Cana e di proteggerli, Mosè prese il sangue dei giovenchi e lo sparse sopra il popolo dicendo: «Ecco il sangue del patto che il Signore ha stretto con voi» (Es. XXIV, 8.). Nel nuovo patto non si tratta di immolare giovenchi, e di versare il loro sangue.Si tratta di immolare il Verbo fatto carne; si tratta di versare il sangue dell’Unigenito di Dio. Vittima più preziosa, più gradita a Dio, più degna di Lui, la nostra mente non arriverà mai a immaginare.Gesù Cristo si sacrifica e si annienta mistica mente nella Messa per il ministero del sacerdote: il primo e principale offerente, però, è Gesù Cristo stesso. Egli, dunque,è vittima e sacerdote. E qui abbiamo, oltre una vittima di valore infinito, un offerente senza macchia, segregato dai peccatori, che non ha bisogno di offrire il sacrificio per ipropri peccati prima di offrirlo per i peccati degli altri.Se consideriamo poi i fini pei quali si soffre un sacrificio nessuno può dubitare dell’eccellenza del Sacrificio della Messa sopra gli antichi sacrifici. Se vogliamo rendere onore a Dio come padrone supremo dell’universo, non potremo mai farlo in modo migliore che offrendogli ciò che gli è più caro. E nella Messa gli offriamo appunto ciò che gli è più caro: gli offriamo il Figlio suo diletto.Tutte le adorazioni degli uomini e degli Angeli non onorano Dio come questa offerta. — Se vogliamo ringraziare Dio dei suoi benefici, che cosa potremo rendergli? Nessuno può dare quel che non ha. E noi non possediamo nulla,che sia degno dei benefici che Dio ci ha fatto. Quando i due Tobia, padre e figlio deliberano di ricompensare l’Arcangelo Raffaele, il figlio osserva: «Qual cosa vi sarà che possa essere degna dei suoi benefici?» (Tob. XII, 2) Nella Messa noi abbiamo ciò che è degno non solo dei benefici degli Angeli, ma di tutti gli innumerevoli benefici che dispensa il loro Creatore. Abbiamo una vittima divina. Tutti abbiam bisogno della grazia del pentimento e della remissione dei peccati. Per questo c’era nell’antica legge il sacrificio propiziatorio. Nessun sacrificio, però, può essere propiziatorio come il sacrificio della Messa. In essa Gesù Cristo stesso offre all’eterno Padre offeso il proprio sangue per la remissione dei peccati degli uomini. — Come sacrificio impetratorio, poi, per ottenere grazie e aiuto in tutte le necessità dell’anima e del corpo, la superiorità del S Sacrificio della Messa sul sacrificio ebraico, risalta subito se si considera che in essa viene immolato «il mediatore tra Dio e gli uomini. Cristo Gesù» (1 Tim. II, 5) « nelle cui mani il Padre ha posto ogni cosa » (Giov. III, 35). – Per dir tutto in breve, basti considerare che il s Sacrificio della Messa sostanzialmente è lo stesso che il s Sacrificio della croce. Tanto nel Sacrificio della croce, quanto nel Sacrificio della Messa Gesù Cristo è la vittima. Gesù Cristo è l’offerente. L’unica differenza è che sulla croce il sacrificio fu cruento; nella Messa, invece, è incruento. Nel Sacrificio della croce si ebbe la pienezza dei frutti della redenzione: nel s Sacrificio della Messa questi frutti vengono applicati. –  

3.

Il Salvatore, dopo aver consacrato il pane, disse agli Apostoli: fate questo in memoria di me. Con queste parole dava agli Apostoli e ai loro successori il potere di fare ciò che Egli ha fatto; cioè, di convertire il pane nel suo corpo e il vino nel suo sangue; in una parola, istituiva il sacerdozio, per mezzo del quale il sacrificio si sarebbe celebrato ovunque e sempre, come Malachia aveva predetto: « Da levante a ponente è grande il mio nome tra le genti; e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome un oblazione monda » (Mal. I, 11). Il sacrificio ebraico era ristretto ad un solo Paese. Il Sacrificio della nuova legge si offrirà in tutti i luoghi del mondo, e non sarà, come il sacrificio ebraico, privilegio d’una sola nazione. In ogni ora del giorno, tra popoli civili e tra popoli ancora barbari si offre questo Sacrificio vero e pieno. E dove non si offre ancora questo Sacrificio adesso, si offrirà un giorno. « Vi chiedo un altare per dirvi una Messa e un’isola selvaggia per morirvi ». Così pregava Dio il giorno della sua professione religiosa Mons. Verjus, l’Apostolo della Nuova Guinea (Cesare Gallina, Mons. Enrica Verjus, Roma 1925, p. 157). Ed ebbe l’isola selvaggia, in cui poté erigere l’altare, e celebrare il Sacrificio cruento, ove non era mai stato celebrato. Questo voto è quello di tutti i missionari. Poter innalzar un altare e offrirvi a Dio un’oblazione monda. E il voto si compie, mano mano che essi, succedendosi, allargano il campo delle conquiste della fede. A poco a poco scompaiono i sacrifici dell’idolatria per lasciar posto al Sacrificio della Messa. – Ogni volta che mangerete questo pane e berrete questo calice annunzierete la morte del Signore fino a che Egli venga. Queste parole pronunciate da Gesù Cristo dopo la consacrazione, oltre che dichiarare che l’eucaristia è un vero sacrificio commemorativo della passione di Gesù Cristo compiuta sul Calvario, dichiarano anche che il Sacrificio dell’eucaristia si offrirà per tutti i tempi sino alla fine del mondo, quando il Redentore verrà per il giudizio universale. Come dice S. Agostino, l’eucaristia è « il sacrificio quotidiano della Chiesa » (De Civ. Dei L. 10, 20). E siccome la Chiesa durerà sino alla fine dei secoli secondo la promessa di Gesù Cristo, sino alla fine dei secoli si offrirà il sacrificio eucaristico. – Qual fortuna per i Cristiani poter assistere tutti i giorni a un Sacrificio di tanto valore, e così partecipare in modo particolare dei suoi frutti. Il Sacrificio della croce la sorgente delle grazie: il Sacrificio della Messa è il canale che fa discendere queste grazie sui fedeli: ma è naturale che discendano più abbondantemente sui fedeli che vi assistono. Il sacerdote, che prega durante la Messa non prega solamente in nome suo; ma prega in nome di tutti gli astanti. Con la parola: «preghiamo» incominciano sempre le orazioni. Quando offre al Padre l’offerta ricorda in modo particolare «i circostanti»; cioè, coloro che assistono alla Messa. E quando si avvicina il momento più solenne invita i presenti a unirsi a lui nella preghiera: «Pregate, o fratelli, affinché il sacrificio mio e vostro torni accetto a Dio Padre onnipotente». È impossibile assiste alla Messa con le dovute disposizioni senza riportar abbondanza di grazie. E maggiori grazie si avrebbero ancora se coloro che assistono al sacrificio della Messa — assecondando il desiderio della Chiesa — si comunicassero non solo spiritualmente, ma anche col ricevere sacramentalmente l’Eucaristia. Ciascuno dovrebbe darsi premura di assistere, appena lo possa, al santo Sacrificio della Messa, anche quando non vi è obbligato, e di compire l’opera, accostandosi a ricevere la vittima immolata su l’altare, Gesù. Le miserie spirituali d’ogni giorno non devono trattenerci, quando non manchi la grazia e la retta intenzione; anzi, devono essere uno stimolo a non privarci «della medicina quotidiana del corpo del Signore».

Graduale

Ps CXLIV: 15-16
Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore opportúno,

[Gli occhi di tutti sperano in Te, o Signore: e Tu concedi loro il cibo a tempo opportuno,]

V. Aperis tu manum tuam: et imples omne animal benedictióne. Allelúia, allelúia,[Apri la tua mano: e colma ogni essere vivente della tua benedizione,]
Ioannes VI: 56-57
Caro mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus: qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo. Alleluia. [La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui. Alleluia.]

Sequentia
Thomæ de Aquino.

Lauda, Sion, Salvatórem,
lauda ducem et pastórem
in hymnis et cánticis.

Quantum potes, tantum aude:
quia maior omni laude,
nec laudáre súfficis.

Laudis thema speciális,
panis vivus et vitális
hódie propónitur.

Quem in sacræ mensa cenæ
turbæ fratrum duodénæ
datum non ambígitur.

Sit laus plena, sit sonóra,
sit iucúnda, sit decóra
mentis iubilátio.

Dies enim sollémnis agitur,
in qua mensæ prima recólitur
huius institútio.

In hac mensa novi Regis,
novum Pascha novæ legis
Phase vetus términat.

Vetustátem nóvitas,
umbram fugat véritas,
noctem lux elíminat.

Quod in coena Christus gessit,
faciéndum hoc expréssit
in sui memóriam.

Docti sacris institútis,
panem, vinum in salútis
consecrámus hóstiam.

Dogma datur Christiánis,
quod in carnem transit panis
et vinum in sánguinem.

Quod non capis, quod non vides,
animosa fírmat fides,
præter rerum órdinem.

Sub divérsis speciébus,
signis tantum, et non rebus,
latent res exímiæ.

Caro cibus, sanguis potus:
manet tamen Christus totus
sub utráque spécie.

A suménte non concísus,
non confráctus, non divísus:
ínteger accípitur.

Sumit unus, sumunt mille:
quantum isti, tantum ille:
nec sumptus consúmitur.

Sumunt boni, sumunt mali
sorte tamen inæquáli,
vitæ vel intéritus.

Mors est malis, vita bonis:
vide, paris sumptiónis
quam sit dispar éxitus.

Fracto demum sacraménto,
ne vacílles, sed meménto,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.

Nulla rei fit scissúra:
signi tantum fit fractúra:
qua nec status nec statúra
signáti minúitur.

Ecce panis Angelórum,
factus cibus viatórum:
vere panis filiórum,
non mitténdus cánibus.

In figúris præsignátur,
cum Isaac immolátur:
agnus paschæ deputátur:
datur manna pátribus.

Bone pastor, panis vere,
Iesu, nostri miserére:
tu nos pasce, nos tuére:
tu nos bona fac vidére
in terra vivéntium.

Tu, qui cuncta scis et vales:
qui nos pascis hic mortáles:
tuos ibi commensáles,
coherédes et sodáles
fac sanctórum cívium.
Amen. Allelúia.

[Loda, o Sion, il Salvatore,  loda il capo e il pastore,  con inni e càntici.
Quanto puoi, tanto inneggia:  ché è superiore a ogni lode,  né basta il lodarlo.
Il pane vivo e vitale  è il tema di lode speciale,  che oggi si propone.
Che nella mensa della sacra cena,  fu distribuito ai dodici fratelli,  è indubbio.
Sia lode piena, sia sonora,  sia giocondo e degno  il giúbilo della mente.
Poiché si celebra il giorno solenne,  in cui in primis fu istituito  questo banchetto.
In questa mensa del nuovo Re,  la nuova Pasqua della nuova legge  estingue l’antica.
Il nuovo rito allontana l’antico,  la verità l’ombra,  la luce elimina la notte.
Ciò che Cristo fece nella cena,  ordinò che venisse fatto  in memoria di sé.
Istruiti dalle sacre leggi,  consacriamo nell’ostia di salvezza  il pane e il vino.
Ai Cristiani è dato il dogma:  che il pane si muta in carne,  e il vino in sangue.
Ciò che non capisci, ciò che non vedi,  lo afferma pronta la fede,  oltre l’ordine naturale.
Sotto specie diverse,  che son solo segni e non sostanze,  si celano realtà sublimi.
La carne è cibo, il sangue bevanda,  ma Cristo è intero  sotto l’una e l’altra specie.
Da chi lo assume, non viene tagliato,  spezzato, diviso:  ma preso integralmente.
Lo assuma uno, lo assumino in mille:  quanto riceve l’uno tanto gli altri:  né una volta ricevuto viene consumato.
Lo assumono i buoni e i cattivi:  ma con diversa sorte  di vita e di morte.
Pei cattivi è morte, pei buoni vita:  oh che diverso esito  ha una stessa assunzione.
Spezzato poi il Sacramento,  non temere, ma ricorda  che tanto è nel frammento  quanto nel tutto.
Non v’è alcuna separazione:  solo un’apparente frattura,  né vengono diminuiti stato  e grandezza del simboleggiato.
Ecco il pane degli Angeli,  fatto cibo dei viandanti:  in vero il pane dei figli  non è da gettare ai cani.
Prefigurato  con l’immolazione di Isacco, col sacrificio dell’Agnello Pasquale,  e con la manna donata ai padri.
Buon pastore, pane vero,  o Gesú, abbi pietà di noi:  Tu ci pasci, ci difendi:  fai a noi vedere il bene  nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e tutto puoi:  che ci pasci, qui, mortali:  fa che siamo tuoi commensali,  coeredi e compagni dei santi del cielo.  Amen. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangéli secúndum S. Ioánnem.
Ioann VI: 56-59
In illo témpore: Dixit Iesus turbis Iudæórum: Caro mea vere est cibus et sanguis meus vere est potus. Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in illo. Sicut misit me vivens Pater, et ego vivo propter Patrem: et qui mandúcat me, et ipse vivet propter me. Hic est panis, qui de coelo descéndit. Non sicut manducavérunt patres vestri manna, et mórtui sunt. Qui manducat hunc panem, vivet in ætérnum.

OMELIA II

[A. Monti: La Parola Evangelica, vol. IV – Ed. Queriniana, Brescia, 1922]

Gesù disse un giorno alle turbe della Giudea: « La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, resta .in me, e Io in lui. Come il Padre vivente ha mandato me, e io vivo per il Padre; così chi mangerà da me, vivrà per me. Questo è il pane che discese dal cielo. Non come i vostri padri, che mangiarono la manna e morirono: chi mangia di questo pane, vivrà in eterno » (Giov. VI, 56-59).

Queste parole affermano la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia e gli effetti salutari di essa in chi se ne ciba con le debite disposizioni; effetti che si assommano nell’unione dell’anima con Cristo e nella partecipazione dell’uomo alla vita intima di lui. La Chiesa le fa leggere molto opportunamente nella Messa di questo giorno del Corpus Domini, che è appunto la festa dell’Eucaristia. Nell’Epistola abbiamo un tratto della prima lettera di S. Paolo a quei di Corinto, che descrive l’istituzione dell’Eucaristia e i tristi effetti che ne derivano a chi vi s’accosta indegnamente. Dice l’Apostolo: (I Cor. XI, 23-30) — Chiunque mangerà questo pane, o berrà il calce del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore… Chi mangia e beve indegnamente, si mangia e beve la sua propria condanna, non distinguendo il Corpo del Signore. — I due passi, l’evangelico e il paolino, s’integrano mirabilmente, e potrebbero dar luogo a una ben grave meditazione. Ma io mi contento d’averli accennati, e riserbandomi di studiarli in altra occasione, mi volgo oggi a trattare del dogma stesso dell’Eucaristia per dimostrare quello che dobbiamo creder e circa l’alto Mistero, e per quali ragioni dobbiamo credere. Il tema può sembrare strano. Tenendo io discorso a un uditorio cristiano, dovrei supporre in chi m’ascolta la chiara notizia del Mistero e la fede viva in esso; dovrei supporla, si; e frugarvi per entro con la parola per destarvi fiamme e faville. Ma purtroppo la cognizione dei misteri cristiani suol essere oggi molto scarsa e incompleta, e suol essere poca la fede. Perciò il tema non è fuori di proposito. Abbiate adunque la bontà di prestare benevola e pia attenzione alla parola di Dio, che viene a cercare la vostra anima. »

1. Che cos’è, o fratelli, l’Eucaristia secondo gli insegnamenti della nostra Fede? Eccovi un’ostia non ancora consacrata. Che cosa è mai questa piccola cosa bianca sottile, lievissima, se non appunto una piccola cosa, meno pregevole d’un frusto di pane, un soffio, un nulla? Ed eccovi un po’ di vino accolto dentro la coppa di un calice, su cui non è ancora discesa la parola dello Spirito. Che cos’è questo po’ di vino se non il volgare umor della vite, di cui si fa uso sì comune, e sì deplorevole abuso? È esso forse più nobile della stilla d’acqua che geme dalla roccia muscosa, o d’una lagrima di rugiada che il cielo depone nel calice odorato di un giglio, nel grembo di una rosa, o sulla tremula punta verde dell’erbe? Il sacerdote prende l’ostia e il calice nelle sue mani, leva gli occhi al cielo, benedice, e mormora parole misteriose; poche e semplici parole pronunciate la prima volta venti secoli fa da un falegname di Galilea; poi genuflette e solleva sul suo capo, solleva incontro al cielo il calice e l’ostia: e il popolo si prostra, adora, prega; adorano e pregano i Vescovi, i Pontefici,i re; squillano le campane, suonano gli organi, e si curvano in riverente atto le bandiere delle nazioni. Niuna festa, niuna gloria, niun trionfo si stimerebbe mai troppo per quella piccola cosa; niun oltraggio si reputerebbe sì profano e tristo, come quello che venisse fatto a quella piccola cosa. O che è avvenuto, fratelli miei, che è avvenuto? Udite di canto che rompe lieto dall’anima della Chiesa: — Tantum ergo sacramentum veneremur cernui. — Udite il canto che esala dall’anima del poeta cristiano:

Ostia umil, sangue innocente,

Dio presente, Dio nascoso.

Figlio d’Eva, eterno re.

China il guardo, o Dio pietoso.

A una polve che ti sente.

Che si perde innanzi a te

(A. Manzoni, strofe per prima Comunione)

Le parole della consacrazione hanno posto nell’ostia e nel vino l’augusta divina Persona di Gesù. Ecco la nostra Fede. Nell’Eucaristia noi adoriamo Dio presente.

2. Presente! Si, fratelli miei. Ma noi dobbiamo chiarir bene questa parola, se vogliamo determinare nettamente i limiti della nostra fede. Che cos’è questa presenza di Cristo nell’Eucaristia? Una setta ereticale insegnava e insegna che il pane e il vino in forza delle parole della consacrazione diventano simbolo e figura del corpo e del sangue di Cristo. Notate bene: simbolo e figura, e nulla più. Cristo è presente, si; ma come è presente una cosa o una persona in un’immagine, o in un ricordo, che si connetta in qualche modo con essa. Eccovi la nostra bandiera, la gloriosa bandiera, che sventolava or non è molto oltre i mal segnati confini d’Italia, vendicatrice di diritti offesi e di civiltà conculcata; la bandiera intorno a cui s’agitava e rugghiava la formidabile possa dei nostri eserciti, e tutto il fremito del nostro orgoglio e delle nostre aspirazioni. Cos’è, fratelli miei, la bandiera? Si dice: è la patria. È vero, è vero. E dov’è presente la bandiera, è presente la patria; dov’è offesa la bandiera, è offesa la patria; dov’è onorata la bandiera, è onorata la patria. La bandiera è la patria, si; ed è per questo che noi l’amiamo; è per questo che la baciamo con l’anima ogni volta ch’essa ci appare; è per questo che noi la vogliamo alta e trionfatrice al sole, sulle terre del nostro diritto, sulle terre consacrate dal sangue dei nostri eroi. La bandiera è la patria. Ma sarebbe più esatto il dire: la bandiera è simbolo e immagine della patria. Non è se non in forza di una metafora che noi diciamo: l’Italia è presente nella sua bandiera. Di fatto non è presente, ma è soltanto rappresentata. O ma, quando noi diciamo che Gesù è presente nell’Eucaristia, diciamo forse una metafora? Sarebbe Egli presente nel pane e nel vino, com’era, poniamo, nel serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto; o nell’agnello pasquale degli Ebrei; o come potrebbe essere in un rito, o in una immagine qualsiasi designata da lui o dalla Chiesa a fare le sue veci? È forse questo l’insegnamento della fede? Certamente noi possiamo e dobbiamo credere che l’Eucaristia è simbolo e figura del corpo e del sangue di Cristo in quanto adombra la sua passione e morte, e rende immagine del nutrimento sublime che ne deriva alle anime; ma se la nostra fede s’arrestasse a questo, sarebbe troppo manchevole. E a che si ridurrebbe allora il tanto sublime e incomprensibile Mistero? No, no, fratelli miei; Cristo è veramente e realmente presente nell’Eucaristia. Le parole sono del Concilio di Trento, e furono adoperate precisamente ad escludere questo errore che l’Eucaristia sia un puro simbolo, un’immagine vuota, una semplice figura o immagine di Gesù.

3. Ebbene, fratelli miei, pensiamo a una presenza più vera e più reale. Eccovi il sole. Esso passa sotto l’ardua volta di zaffiro e d’oro come un trionfatore; passa, e gettando il suo sguardo possente nelle profondità degli spazi, desta un brivido di gioia e di vita, una festa di colori e di luce nella nostra piccola terra. Noi diciamo: ecco il sole; esso è presente. — Si, fratelli miei; ma è tanto tanto lontano. A noi non perviene che una sua benefica virtù, una misteriosa irradiazione del suo essere, una come vibrazione possente della sua anima di fuoco. È forse così che Gesù è presente nell’Eucaristia? Forse emana dal suo corpo glorioso e remoto una qualche mirabile energia che mescolandosi alla sostanza del pane e del vino, come la luce e il calore del sole all’essere delle cose, conferisce a quella volgare materia una dignità e una forza che prima non possedeva? Anche questo fu detto. Ma la Chiesa definì: Cristo è presente sostanzialmente, il che è quanto dire con la sua stessa Persona nella duplice natura umana e divina; Cristo Dio con l’Infinito essere suo; Cristo uomo con la sua anima e il suo corpo, con la sua mente, con la sua volontà, con tutte le sue energie; Lui, Lui, com’era un dì vivo e operante fra gli uomini. Questa è ben altro che una presenza per via di operazione o virtù.

4. Eppure non basta ancora. Si potrebbe pensare: forse Gesù è presente proprio di persona nell’Eucaristia, ma senza che del pane e del vino sia alterata la sostanza. Dio non è forse sostanzialmente presente all’intimo essere delle cose, senza che per questo esse cessino di essere quello che sono? Il pane rimane pane, il vino rimane vino anche dopo la consacrazione; ma v’è dentro, io non so come la Persona gloriosa di Gesù. Così il Mistero verrebbe di molto semplificato, di molto accostato alla nostra intelligenza. — Ebbene, fratelli miei, ancora una volta io vi rispondo: la Fede non insegna così. — La Chiesa si spiega su questo punto con terribile chiarezza. Dice la Chiesa: Per le parole della consacrazione il pane e il vino si sono transustanziati, cioè trasmutati nella sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo. Il pane e il vino non esistono più, se non quanto alle apparenze sensibili. Il sottil velo delle specie nasconde non più la sostanza di prima ma l’essere vero, reale e sostanziale dell’Uomo — Dio. – Ecco, o fratelli, l’insegnamento puro e semplice del catechismo. In forza di questa dottrina l’Eucaristia è il maggiore dei Sacramenti; che negli altri Sacramenti è contenuta la grazia, nell’Eucaristia è presente l’Autore della grazia; là il raggio, qui l’astro, là i rivi, qui la sorgente; là i doni, qui il donatore. Come Egli nascose un giorno la maestà di Dio sotto il mistero dell’infanzia, della povertà, del dolore e della croce, così ora nasconde e divinità e umanità sotto i veli sacramentali; ma è ancora Lui, sempre Lui, veramente e personalmente Lui, rimossa ogni altra sostanza. Se la nostra fede non giunge ad accettare tutto questo senza cavilli, senza restrizione, senza esitazione, noi non siamo Cristiani; lo ripeto, fratelli miei, non siamo Cristiani.

5. Ma ciò è terribile. L’Eucaristìa non è solamente il maggiore dei Sacramenti, ma anche il maggiore dei misteri; anzi non un mistero solo, ma una selva inestricabile di misteri, dentro la quale la nostra ragione si smarrisce. Gli occhi, il gusto, il tatto sono trascinati su una falsa via. Essi mi dicono: — Ecco del pane e del vino. Le parole misteriose non hanno cangiato nulla: noi vediamo, tocchiamo, gustiamo ancora lo stesso pane e lo stesso vino. — Ma no, io debbo credere che quelle parole pronunciate da un povero prete, hanno operato uno stupendo prodigio, la transustanziazione, in forza della quale la sostanza del pane e del vino non esiste più. Ma che è avvenuto di essa? E come s’è potuta cangiare in un essere che già esisteva, e che non ne riceve nulla nulla? E le specie, cioè le apparenze sensibili, la forma, il colore, l’odore, il sapore, il peso, la estensione, come possono stare senza il fulcro di una sostanza? Come dura li fenomeno, rimossa la causa? Come restano le qualità senza il soggetto al quale aderivano? E se qui dov’era la sostanza del pane e del vino, abbiamo la Persona di Gesù col suo Corpo vero e vivo, come mai non se ne vede nulla, non se ne sente nulla? E come s’è Egli così rimpicciolito? Come si spiega quel non avere Egli più né forma, né peso, né alcuna delle qualità che sono proprie dei corpi? E come avviene che spezzando il pane e dividendo il vino, non si spezza, né si divide Gesù, ma si moltiplica tutta intera la sua presenza? E non è forse un mistero inesplicabile la moltiplicazione stessa della sua presenza? Pensate. Si consacra di dì e di notte, nei continenti e nelle isole più lontane, nelle grandi cattedrali, nei templi dalle cento guglie e nelle capanne del missionario coperte di paglia, e in ogni chiesa del mondo; da per tutto ove sorga un altare, e si celebri il santo rito. Sono milioni e milioni di particole che si consacrano e si conservano simultaneamente in mille luoghi diversi. Come è possibile che Gesù sia egualmente presente in ciascuna di esse? Ma qui sono sconvolte tutte le leggi. È questo un buio profondo, o una luce impenetrabile? Non so, non so. La mia mente ne rimane schiacciata. Avessimo almeno qualche segno di ciò che si compie sotto i veli sacramentali; di quel mutarsi di sostanza, di quel fervore di vita nova e divina, che palpita dentro l’ostia consacrata! Ma no; nessun indizio, ancor che minimo: nulla, nulla. La nostr’anima è invisibile: ma si rivela attraverso il corpo; e quand’essa si ritrae, tutto accusa la sua assenza. Dio è invisibile ma brilla nell’universo la sua luce, come letizia per pupilla viva. Ma nell’Eucaristia non v’è nulla, proprio nulla, che aiuti in qualche modo la fede. Dio dimentica se stesso fino al punto di scendere al livello della materia insensibile, di un frusto di pane, di un po’ di vino, velando ai nostri occhi perfino le forme della sua umanità; e tutto questo senza lasciare il minimo spiraglio per cui l’anima possa, non dico intendere il mistero, ma almeno sentire che qualche cosa di nuovo e di grande è stato operato dalla parola del Sacerdote. Quasi ciò fosse poco, questo nostro Iddio, sceso così basso, sembra subire tutte le vicende della materia; cadere, essere sollevato, essere trasportato qua e là, essere inghiottito, corrompersi, potersi frangere, sminuzzare, bruciare. V’è anche di peggio: Egli giace abbandonato come cosa morta alla balia e ai capricci dell’uomo, perfino dell’uomo corrotto e malvagio; offeso non si risente; maltrattato e calpestato non si dilegua, non si difende non insorge, non punisce. O Gesù, o Gesù; ma è proprio vero che Tu sai lì sotto i veli del Sacramento? Ah! nella spoglia umana, benché umile e dispetta, e perfino negli strapazzi orribili della passione, con la tua corona di spine, col tuo viso contuso e sanguinante, col tuo corpo lacero e disfatto, con la porpora dell’ignominia e la canna dello scherzo, tra i lazzi e le beffe dei nemici, tra lo scroscio delle imprecazioni di un popolo cieco e ingrato, io ti riconosco ancora per Iddio. Ti riconobbe il ladrone; ti riconobbe Longino: un raggio misterioso usciva ancora dalla tua carne contrita, dal tuo sguardo languido e morente. Ma qui, qui nell’Eucaristia, come riconoscerti, o Gesù? Non è l’ostia più chiusa, più muta del tuo stesso sepolcro? Vedete, fratelli miei che io non dissimulo le difficoltà. Sì è vero: l’Eucaristia è un groviglio inestricabile di misteri; ma io non posso dir altro: il dogma è questo. Bisogna chinare la fronte, o separarsi da Cristo e dalla Chiesa; poiché questo appunto è quello che ci insegnano l’uno e l’altra; ed è sull’autorità della loro parola che si appoggia la nostra fede.

6. Cristo ha parlato, fratelli miei: perché non dovremmo noi accettare la sua parola? Poteva Egli dirci una sciocchezza, o un assurdo? Un anno avanti la sua morte Egli, essendo in Cafarnao, disse al popolo una strana cosa. Disse: I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Io sono il pane vivo che discende dal cielo. Chi ne mangerà, non morirà. E il pane che Io darò a voi, è la mia carne per la vita del mondo. — Gli uditori scuotevano il capo, e guardandosi in faccia l’un l’altro, mormoravano: — Come può egli darci a mangiare la sua carne? — Nel racconto evangelico s’indovina il sorriso dell’incredulità. Ma Gesù ripiglia e conferma con forza: In verità in verità vi dico: se non avrete mangiato la mia carne e bevuto il mio sangue non avrete la vita in voi. La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne, e beve il mio sangue, resta in me, e Io in lui. — Le parole sono ben chiare. E non parliamo di metafore, no: Gesù non ha parlato in metafora questa volta, ma in senso vero e proprio. Le sue parole bisogna pigliarle alla lettera. Ponete mente. Gli uditori di Gesù non le intesero affatto metaforicamente, ma così come suonano. La metafora non avrebbe generato scandalo e scissura. Invece ecco quello che accadde: udita la parola di Gesù corse un fremito di disgusto fra la gente; e scuotevano il capo, sogghignavano, mormoravano: O come! Vuol Egli darci a mangiare se stesso? Come è possibile? — E disputavano qua e là in diversi gruppi molto vivacemente. I discepoli stessi inarcavano le ciglia e dicevano: — È duro questo linguaggio. Chi lo può tollerare. — E molti s’allontanarono sdegnosamente. Che fece, o fratelli, Gesù a questo scoppio generale e violento d’incredulità? Ha egli chiarita la metafora? Ha egli tentato di trattenere la gente con qualche facile spiegazione? No. Egli permise che gli increduli se ne andassero. Anzi si voltò agli Apostoli, e disse: — Volete andarvene anche voi? — Il che è quanto dire: — La cosa è proprio così, com’Io v’ho detto. È dura? Vi ripugna? Non la potete accettare? Ebbene andatevene. Io non ho nulla a correggere, nulla a disdire. — Gesù adunque aveva promesso davvero la sua carne il suo sangue. Gli uditori di Cafarnao, grossolani com’erano, immaginavano un mangiare e un bere materiale e carnale, un osceno spettacolo di antropofagia, e in ciò avevano torto; ma la sostanza della promessa era quella, o fratelli: e la narrazione evangelica è troppo chiara per potersi torcere ad altro significato. Dopo questo le parole dell’ultima Cena (questo è il mio corpo, questo è il mio sangue) non hanno più bisogno di spiegazione. Esse contengono l’adempimento della promessa fatta a Cafarnao. Voi comprendete che se l’Eucaristia si riducesse a un po’ di pane e di vino benedetti, l’alta promessa, la promessa che ha gettato lo stupore e lo scisma dell’uditorio di Cafarnao, e messa in forse la fedeltà stessa degli Apostoli, avrebbe condotto a ben piccolo risultato; a una cerimonia volgare, che proprio non valeva la pena di essere annunciata un anno prima con tanta solennità e con sì crudo realismo, e che non era affatto degna di costituire il punto culminante dell’ultima Cena, in cui la parola e gli atti di Gesù sono tutti improntati di una grandiosità veramente divina. La parola di Gesù afferma adunque la sua presenza e reale e sostanziale nell’Eucaristia. E, notatelo bene, rafferma proprio nel senso del dogma. Quando Gesù nell’ultima Cena presentò il pane consacrato, non disse: — Questo rappresenta, questo contiene il mio corpo; — ma disse: Prendete e mangiate; questo è il mio Corpo, che per voi sarà dato in remissione dei peccati. — E quando presentò il vino, non disse: Questo rappresenta, questo contiene il mio sangue; — ma disse: Prendete e bevete; questo è il calice del mio Sangue, del nuovo ed eterno testamento, che per voi sarà sparso in remissione dei peccati. — Il pane adunque non è più pane, ma ne ha soltanto le apparenze; e similmente il vino. Ecco il dogma. La nostra fede s’appoggia alla parola di Gesù.

7. Facciamo una domanda, fratelli miei: capirono gli Apostoli fin dal principio la grandezza di questo dono? Capirono essi l’importanza e il significato di ciò che Gesù, aveva detto e fatto nell’ultima Cena, in quella triste vigilia di tradimento e di morte? Non so. Se non capirono subito, certo capirono ben presto, quando lo Spirito Santo scese a illuminare le loro anime; e certo fin dal principio circondarono il Mistero di riverenza e d’amore, e ne fecero il punto culminante dell’adunanze dei fedeli. Poco più di vent’anni dopo l’istituzione dell’Eucaristia S. Paolo scriveva nella prima lettera a quelli di Corinto: — Chiunque mangerà questo pane, o berrà il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue dei Signore. Perciò provi l’uomo se stesso, e così mangi di quel pane e beva di quel calice. Imperocché chi mangia e beve indegnamente, si mangia e beve la sua propria condanna, non distinguendo il corpo del Signore. — S. Paolo era certamente l’eco della fede degli Apostoli e dei primi fedeli. – Più tardi venne la scienza teologica; e sorsero dibattiti e questioni circa lo sostanza e le specie, circa il modo di essere di Cristo nell’Eucaristia, e il come e il quando della transustanziazione, e altre e altre, che si affacciavano man mano alle menti col crescere degli studi e con l’incalzare dell’eresie; questioni e dibattiti che gli Apostoli e i credenti dei primi secoli nella semplicità della loro fede, non sospettavano nemmeno; ma la presenza vera, reale e sostanziale di Gesù nell’Eucaristia non fu mai recata in dubbio nella Chiesa nemmeno un istante. La parola di Cristo — questo è il mio corpo; questo è il mio sangue — pigliata nel senso letterale e, umanamente parlando, meno credibile, anzi affatto incredibile, è passata indiscussa traverso i secoli. Mi sarebbe agevole il dimostrarlo; ma lascio volentieri la facile erudizione. La storia è là con nomi e le opere poderose dei Padri e dei Concili ecumenici, in cui si concreta visibilmente la Chiesa insegnante, è là con le liturgie antiche e nuove, e con le eresie condannate. Essa ci dimostra la fede unanime della Chiesa, tutti i cuori fusi in uno, da cui esala, come incenso, l’adorazione a Cristo vivente sui nostri altari sotto le specie del pane e del vino. Perfino le chiese eretiche e scismatiche, che si separarono dalla Chiesa Cattolica prima del protestantesimo, la chiesa nestoriana, l’eutichiana, l’armena, la greca foziana, la rutena, tennero e tengono ancora come indubitata la presenza reale e sostanziale di Gesù nell’Eucaristia. Quale stupendo consenso! A questa fede risponde lo splendore del culto. L’ostia santa è il centro dei misteri cristiani già nell’aura morta delle catacombe, tra il canto delle vergini alla vigilia del martirio. Là si consacra, si prega, si comunica, s’adora; là un tepore di vita divina si spande nell’anime dall’Eucaristia mentre di fuori imperversa la rabbia delle persecuzioni e il verno mortale del paganesimo. Ma dopo tre secoli la Chiesa esce trionfante dal suo sepolcro, e il mondo si rinnovella. La fede, mirabile aura di primavera divina, suscita a migliaia i templi, che lanciano al cielo, le bianche moli maestose, e sotto il fiorire delle marmoree colonne, che s’intrecciano in alto come rami d’alberi giganteschi, sotto i lacunari dorati e le auree cupole che s’incurvano come la volta del cielo, accorrono le arti a portare il loro tributo. La pittura inonda le pareri e le tele; la scultura avviva i marmi; l’arte del cesello prepara i candelieri, i calici, gli ostensori, le lampade superbe; la musica esprime l’impeto del sentimento religioso; e l’organo, lo strumento cristiano per eccellenza, rugge e piange e sospira e prega con la grande anima sua come agitato da una profonda passione. Il sacerdote esce ai sacri misteri: la liturgia si fa grande e magnifica; le feste si moltiplicano; i popoli si prostrano riverenti. Ma dov’è Gesù, fratelli miei? Dov’è il centro di questi omaggi, l’oggetto dii questo culto? Ah! ecco Gesù, fratelli miei: Egli è là nell’ostia santa, in quella piccola cosa, che è un po’ di pane e un po’ di vino. E notate che non si tratta dell’omaggio di popoli schiavi e brutali, di popoli barbari e selvaggi, presso i quali l’immaginazione abbia soffocato il buon senso e sommersa la ragione, no, no; si tratta dell’omaggio di popoli coscienti, di popoli civili, di popoli liberi e illuminati; si tratta del fior fiore dell’umanità. A questo culto dell’Eucaristia si lega il Sacrificio e il sacerdozio defila nuova Legge. Sopprimete l’Eucaristia e cade ogni cosa. Il Cristianesimo non ha più né Sacrificio, né Sacerdozio, né culto. Pertanto chi respinge o reca in dubbio il dogma eucaristico è subito costretto ad accettare questo gravissimo assurdo, che la Chiesa insegnante, cioè la famiglia di Gesù, la naturale e non mai interrotta espansione del collegio apostolico, e quindi la conservatrice e l’interprete più autorevole della sua parola; la famiglia di Gesù, che ha raccolto la verità dalle sue labbra stesse, e l’ha di poi tramandata di mano in mano come prezioso tesoro fino ai secoli più lontani, fino a noi, sia caduta in un grossolano errore. Essa non avrebbe affatto compreso la parola del Maestro; avrebbe pigliato in senso proprio e letterale un modo di dire, un’audace metafora; avrebbe costretto per secoli, e costringerebbe ancora i fedeli, ad accettare questo errore, respingendo dal suo seno i renitenti; essa adorerebbe per Dio un pezzo di pane e un po’ di vino, abbandonandosi e trascinando i credenti a un culto idolatrico, che sarebbe ridicolo, se non fosse detestabile; essa sarebbe una religione senza sacrificio, e perciò assurda. Solo dopo quindici secoli, e per opera d’uomini ribelli e spergiuri si sarebbe venuto a scoprire il vero significato delle parole di Gesù: questo è il mio corpo; questo è il mio sangue. — Ciò è ben strano, fratelli miei. Ciò è addirittura incredibile.

8. Più strano e più incredibile se si rifletta a chi dovrebbe risalire la responsabilità di questi errori. Io vi domando, fratelli miei: sapeva o non sapeva Gesù il grave abbaglio che la Chiesa avrebbe preso circa il significato delle sue parole? Sapeva o non sapeva l’enorme errore, che essa avrebbe insegnato ai popoli in suo nome? Se non lo sapeva, non era Dio. Se lo sapeva, come l’ha potuto permettere? Perché non ha Egli chiarito subito l’equivoco fin da quel giorno che poté avvertire la falsa interpretazione data alle sue parole dall’uditorio di Cafarnao? Perché non l’ha Egli fatto almeno nell’ultima Cena, tra i suoi cari, tra quelli che dovevano predicare e interpretare la sua parola? Non ha Egli posta la sua Chiesa tra gli uomini come maestra infallibile di verità? Non ha Egli detto a Pietro: — Pasci i miei agnelli e le mie pecorelle? — Non ha Egli detto agli Apostoli: Andate, predicate, insegnate quello che Io ho insegnato a voi: chi crederà, sarà salvo; chi non crederà, sarà condannato? — Non ha Egli detto: Chi ascolta voi, ascolta me? — Non ha egli promesso: Io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli? — E dopo tutto questo, come mai, ripeto, la Chiesa avrebbe potuto cadere nell’incredibile errore? E quando mai o in che cosa dovremmo noi prestarle l’assenso dalla nostra fede dopo sì colossale fallimento del suo Magistero? Ma di ciò, ripeto, risalirebbe la colpa allo stesso Gesù. Egli avrebbe fatto alla sua Chiesa una ben deplorevole burla. Ah! perdonate, perdonate, o Signore, l’indegna parola, che m’è  sfuggita dalle labbra: il mio cuore la cancella; e la mia mente si prostra, e riconosce che Voi siete verace e fedele. Voi avete detto: Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue. — La Chiesa ha raccolto il vostro Sacramento e l’ha tramandato a noi nel significato naturale della vostra parola; e Voi l’avete permesso; anzi avete consolidato la nostra fede col peso dei secoli, della santità e del genio. Ebbene io credo, o Signore. Si, voi siete veramente, realmente, sostanzialmente presente sotto i veli sacramentali. La mia anima vi vede, vi benedice, vi ama, vi adora.

9. A meglio confermare la nostra fede, facciamo un’altra osservazione, che non parrà fuor di luogo. Noi crediamo nella divinità di Gesù: ebbene, io vi dico che il dogma dell’Eucaristia, universalmente accettato dalla Chiesa, è una splendida riprova di Essa divinità. Ragioniamo, fratelli miei. L’Eucaristia, noi l’abbiam visto, è il più inesplicabile dei misteri, la sfida più audace che si potesse fare alla ragione, al senso, al buon senso. Con tutto ciò il terribile dogma ha trovato fede nel mondo cristiano, fra le nazioni più civili, fra le menti più elevate, e il Sacramento è diventato il centro, la vita, il cuore della Religione, del culto, degli affetti, delle adorazioni, il fonte vivo e perenne della santità. Si, anche della santità; poiché, per testimonianza stessa dei santi, è dall’Ostia adorabile che essi attingono la forza di resistere a tutte le umane passioni, e quell’ardore di carità, che colpisce di stupore e di riverenza anche i profani. Ecco il fatto, fratelli miei. Si creda, o non si creda nell’Eucaristia, il fatto è questo; e i fatti non si negano: bisogna spiegarli. O che importa, se vi sono uomini che non credono? Innanzitutto essi (dico fra i Cristiani) sono pochi al paragone del numero sterminato di credenti, che riempiono venti secoli di storia. Poi il difficile, nel caso nostro, non è già nello spiegare come vi possa essere chi non crede, ma come vi possa essere chi crede. Qui sta il difficile! Voi non meravigliereste, o fratelli, se, dicendo io che questa cattedrale è sorta da sé, come un fiore, in una bella primavera di arte, nessuno mi prestasse fede. Ma ben fareste le meraviglie, se io in questo uditorio trovassi, non dirò mille, né cento, ma solamente dieci persone, che credessero seriamente alla mia parola. Pertanto eccovi il problema: come spiegate voi la fede, una fede viva, tenace, persistente, operosa, di tanti milioni di uomini nell’Eucaristia? Come la spiegate? – Io ragiono così: se Gesù è Dio, tutto si spiega. Egli non può aver detto né una menzogna, né una sciocchezza, né un assurdo quando disse: Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue. — Anzi in così grave argomento Egli non può avere permesso nemmeno un’ambiguità, una falsa Interpretazione, che avrebbe gettato la sua Chiesa nell’idolatria più grossolana. Che importa, se io non comprendo nulla del mistero? È ben naturale che Dio abbia delle azioni incomprensibili al mio corto intelletto. Ma se Gesù non è Dio, allora la fede nella Eucaristia è un Mistero anche più grande dell’Eucaristia stessa. Ed è un fatto anche umiliante per la ragione umana. Si, umiliante, molto umiliante; poiché cosa si ha mai a pensare della ragione umana, quando si vedono accettate senza prove, e con tanto ardore di fede le più inaudite e incredibili affermazioni? Si direbbe che Gesù si sia divertito a far credere le più strane cose. Egli dice al mondo: Io sono Dio; e il mondo crede e adora. Egli innalza sul mondo un patibolo infame; e il mondo si prostra e canta: Vexilla regis prodeunt. Egli dice: Beati i poveri; beati i perseguitati; beati quelli che piangono e insegnano le più dure verità, e mette l’uomo in contrasto e in guerra con le sue più care inclinazioni; e il mondo lo proclama maestro. Non basta ancora. Egli presenta un po’ di pane e un po’ di vino e dice: Prendete: questo è il mio corpo; questo è il mio sangue — e il mondo accetta e crede; crede anche questo e canta: O salutaris Hostia. — Ma viva Dio! se Gesù non è il figlio dell’Altissimo; se Egli, prima di imporre sì incredibili cose non ha dimostrato di esserlo; se Egli non ha prima imposto la sua divinità; se non s’è rivelato Dio prima che maestro, bisogna riconoscere che il mondo è impazzito, e perdere ogni fiducia nel valore della ragione umana. Io lascio agli increduli il divertimento di sciogliere l’arduo problema. Per noi credenti esso è già sciolto. Cristo è Dio; e il dogma dell’Eucaristia fondato sulla sua parola e su quella della sua Chiesa non può essere che la verità. Crediamo, fratelli miei, crediamo fermamente, e portiamo alta la nostra fede in faccia al mondo. Lasciamo pure che si scuota il capo e si sorrida intorno a noi: lasciamo che si ripeta il durus est hic sermo dei cafarnaiti, e che i mondani s’allontanino dal Mistero che non possono comprendere. Cristo ci guarda dal suo tabernacolo, e ci dice: Volete andarvene anche voi? — Ma noi gettiamoci ai suoi piedi, e gridiamogli con la fede di Pietro: — No no, Signore. A chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna.

CREDO …

Offertorium

Orémus
Levit. XXI: 6
Sacerdótes Dómini incénsum et panes ófferunt Deo: et ideo sancti erunt Deo suo, et non pólluent nomen eius, allelúia. [I sacerdoti del Signore offrono incenso e pane a Dio: perciò saranno santi per il loro Dio e non profaneranno il suo nome, allelúia.]

Secreta

Ecclésiæ tuæ, quǽsumus, Dómine, unitátis et pacis propítius dona concéde: quæ sub oblátis munéribus mýstice designántur. [O Signore, Te ne preghiamo, concedi propizio alla tua Chiesa i doni dell’unità e della pace, che misticamente son figurati dalle oblazioni presentate.]

Communio

1 Cor XI: 26-27
Quotiescúmque manducábitis panem hunc et cálicem bibétis, mortem Dómini annuntiábitis, donec véniat: itaque quicúmque manducáverit panem vel bíberit calicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini, allelúia. [Tutte le volte che mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte del Signore, finché verrà: ma chiunque avrà mangiato il pane e bevuto il sangue indegnamente sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.
Fac nos, quǽsumus, Dómine, divinitátis tuæ sempitérna fruitióne repléri: quam pretiósi Corporis et Sanguinis tui temporalis percéptio præfigúrat: [O Signore, Te ne preghiamo, fa che possiamo godere del possesso eterno della tua divinità: prefigurato dal tuo prezioso Corpo e Sangue che ora riceviamo].

DOMENICA I DOPO PENTECOSTE

DOMENICA I DOPO PENTECOSTE (2019)

[Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani – L.I.C.E. Berruti &C. Torino, 1936]

Semidoppio. • Paramenti verdi.

Questa Domenica era un tempo detta vacante perché la liturgia delle Ordinazioni del sabato di Pentecoste si celebrava durante la notte e serviva di Messa per la Domenica: infatti l’Epistola ci ricorda che l’amor di Dio — che è lo Spirito Santo — ci è stato donato nelle feste di Pentecoste. Il Signore ci ha amato inviando a noi suo Figlio, allorquando eravamo suoi nemici per il peccato: il suo amore dunque permane in noi se noi amiamo, come Lui, quelli che ci odiano. Ed è per questo che il Vangelo ci dice che dobbiamo essere misericordiosi come lo è stato il nostro Padre perdendoci e donando a noi il Figlio suo e lo Spirito Santo. « Tenendoci alla porta di questo padre di famiglia grande e possente, che è Dio, noi gemiamo nelle nostre preghiere, dice S. Agostino, e noi vogliamo ricevere un dono: e questo dono è Dio stesso » (Mattutino). «O Signore, dice l’Introito, io ho riposta la mia speranza nella tua bontà». «Dà ascolto, o Signore alle mie parole », aggiunge l’Alleluia. « Ascolta la mia voce che supplica » insiste l’Offertorio. « L’ho detto, o Signore, guarisci la mia anima perché ha peccato contro di te. Beato colui che soccorre il povero e il miserabile, poiché il Signore lo libererà », completa il Graduale. Per ricevere da Dio, bisogna donare. « Un mendicante ti chiede l’elemosina, spiega S. Agostino, e sei tu stesso il mendicante del Signore; poiché tutti noi siamo mendicanti quando preghiamo. Infatti, che cosa chiede il mendicante? un po’ di pane. E tu che cosa chiedi a Dio se non il Cristo, che ha detto: Io sono il pane della vita? » (Mattutino). Se Dio ci ama al punto da donarci l’unico Figlio suo e, per lui, lo Spirito Santo « che è il dono dell’Altissimo», noi pure dobbiamo amarci senza misura. — La Messa della prima Domenica dopo Pentecoste, poiché è sostituita dalla Messa della SS. Trinità, si celebra in uno dei primi tre giorni della settimana, i quale o sia di rito semplice, ovvero giorno fra un’Ottava. In quei giorni la Messa si può mettere in rapporto della lettura del Breviario. All’Ufficio del lunedì della prima settimana dopo l’Ottava di Pentecoste si comincia la lettura del Libro dei Re, che si inizia con la storia di Anna, la donna di Elcana. Il Signore aveva colpito Anna con la sterilità ed essa andò a trovare il gran sacerdote Eli e fece un voto al Signore nel tempio, promettendogli che se avesse compassione del dolore della sua serva, e non l’avesse dimenticata (versetto dell’Introito, Grad., All., Off.) e le donasse un figlio, essa glielo avrebbe consacrato per sempre. Dio «che è tutto amore» (Ep.). le donò un figlio, che essa chiamò Samuele, perché lo aveva chiesto al Signore. E Anna esultò di gioia e di riconoscenza (Intr., Com.) e offrì il figlio suo nel tempio perché egli servisse il Signore.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Tob XII: 6
Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.
Ps VIII: 2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!
Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui dedísti fámulis tuis in confessióne veræ fídei, ætérnæ Trinitátis glóriam agnóscere, et in poténtia majestátis adoráre Unitátem: quǽsumus; ut, ejúsdem fídei firmitáte, ab ómnibus semper muniámur advérsis.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum, qui….

Lectio

Epistulae B. Jonnis Ap. 1, IV, 6-21

Qui non diligit, non novit Deum: quoniam Deus caritas est. In hoc apparuit caritas Dei in nobis, quoniam Filium suum unigenitum misit Deus in mundum, ut vivamus per eum. In hoc est caritas : non quasi nos dilexerimus Deum, sed quoniam ipse prior dilexit nos, et misit Filium suum propitiationem pro peccatis nostris.  Carissimi, si sic Deus dilexit nos: et nos debemus alterutrum diligere. Deum nemo vidit umquam. Si diligamus invicem, Deus in nobis manet, et caritas ejus in nobis perfecta est. In hoc cognoscimus quoniam in eo manemus, et ipse in nobis : quoniam de Spiritu suo dedit nobis. Et vos vidimus, et testificamur quoniam Pater misit Filium suum Salvatorem mundi. Quisquis confessus fuerit quoniam Jesus est Filius Dei, Deus in eo manet, et ipse in Deo. Et nos cognovimus, et credidimus caritati, quam habet Deus in nobis. Deus caritas est : et qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo. In hoc perfecta est caritas Dei nobiscum, ut fiduciam habeamus in die judicii : quia sicut ille est, et nos sumus in hoc mundo. Timor non est in caritate : sed perfecta caritas foras mittit timorem, quoniam timor poenam habet : qui autem timet, non est perfectus in caritate. Nos ergo diligamus Deum, quoniam Deus prior dilexit nos. Si quis dixerit, Quoniam diligo Deum, et fratrem suum oderit, mendax est. Qui enim non diligit fratrem suum quem vidit, Deum, quem non vidit, quomodo potest diligere? Et hoc mandatum habemus a Deo : ut qui diligit Deum, diligat et fratrem suum.

OMELIA I

A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – [Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]D

AMIAMO DIO

“Carissimi: Dia è amore. L’amore di Dio verso di noi si è manifestato in questo: che Dio ha mandato il Figlio suo Unigenito nel mondo, affinché per lui noi avessimo la vita. E in questo sta l’amore: che non noi abbiamo amato Dio, ma che egli per il primo ha amato noi, e ha mandato il suo Figlio quale propiziazione per i nostri peccati. Carissimi: se Dio ci ha amati in tal modo, noi pure dobbiamo amarci l’un l’altro. Nessuno non ha mai visto Dio. Se noi ci amiamo l’un l’altro Dio dimora in noi, e il suo amore in noi è perfetto. Che noi dimoriamo in lui; e che egli dimori in noi conosciamo da questo: che ci ha dato del suo Spirito. E noi abbiamo visto e testifichiamo, che il Padre ha mandato il suo Figlio quale Salvatore del mondo. Chiunque confesserà che Gesù Cristo è Figlio di Dio, Dio dimora in lui, d egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amare. Chi sta nell’amore sta in Dio, e Dio in lui. La perfezione dell’amore di Dio in noi sta in questo: nell’aver fiducia pel giorno del giudizio: poiché come è lui tali siamo anche noi in questo mondo. Il timore non sta con l’amore, ma l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore va congiunto col castigo. E chi teme non è perfetto nell’amore. Noi, dunque, amiamo Dio, perché Egli ci ha amati pel primo. Se alcuno dice: «Io amo Dio, e odia il suo fratello, è bugiardo. Poiché, chi non ama il suo fratello che vede, come può amar Dio che non vede! E da Dio abbiam ricevuto questo comandamento: che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello”. (1 Giov. IV, 8-21).

L’epistola è tolta dalla prima lettera di S. Giovanni. L’Apostolo dichiara che chi non ama, non conosce Dio, perché Dio è amore. Il suo amore l’ha manifestato mandando il suo Figlio a dar la vita a noi che eravamo peccatori. Anche noi dobbiamo, dunque, amarci scambievolmente, se vogliamo che Dio dimori in noi, e che il nostro amore per lui sia sincero. Se coi fratelli avremo lo spirito di carità, conosceremo che Dio è in noi. Non si può, però, aver vera carità, senza la fede nella divinità di Gesù Cristo. Se noi aspettiamo senza timore il giorno del giudizio, il nostro amore è perfetto. Amiamo, pertanto, Dio che ci ha amati pel primo; amiamo il prossimo, perché chi non ama il prossimo non ama Dio, e perché Dio ci comanda di amare il prossimo. — Avendo già parlato dell’amor del prossimo nella Domenica IV. dopo l’Epifania, quest’oggi parliamo dell’amor di Dio.

Amiamo Dio,

1. Ricambiando il suo amore,

2. Credendo con fede viva in Gesù Cristo,

3. Amando i nostri fratelli.

1.

Dio è amore. Dio è l’amore per essenza: amore che Egli manifesta in mille modi, soprattutto verso l’uomo. Dio mostra il suo amore all’uomo creandolo, lo dimostra nella sua conservazione e nell’abbondanza dei beni di cui lo circonda. Ma specialmente l’amor di Dio verso di noi si è manifestato in questo: che Dio ha mandato il Figlio suo Unigenito nel mondo, affinché per Lui noi avessimo la vita. Dimostrazione più grande dell’amor di Dio non si può immaginare. Da qualunque lato tu voglia considerare, il mistero, trovi che esso è la manifestazione dell’amore di Dio verso gli uomini. Dio che esiste dall’eternità, che non dipende da nessuno, che non ha bisogno di nessuno, che ha posto la sua magnificenza nei cieli, si prende cura dell’uomo, abisso di miseria e di fragilità, dall’esistenza breve come il fiore del prato, fuggevole come la nube sospinta dal vento. Onde il salmista si domanda meravigliato: «Che è mai l’uomo, perché tu lo ricordi, e il figlio dell’uomo perché tu te ne curi?» (Salm. VIII, 5). Qualunque dono, anche minimo, l’uomo ricevesse da Dio, sarebbe di un pregio incalcolabile. È il padrone che dona al servo, è l’Immenso che fa regalo al verme della terra. Ma Dio dà all’uomo nientemeno che il proprio Figlio. Dio come Lui, a Lui uguale in essenza, in sapienza, in potenza e in tutte le altre perfezioni. Questo amore di Dio verso di noi risalta ancor più, se si riflette che noi nulla avevamo fatto per meritarlo; anzi, avevamo offeso Dio eoi nostri peccati. Ed Egli ha mandato il suo Figlio quale propiziazione per i nostri peccati. Le pagine del Vangelo, infatti, ci dimostrano continuamente che Gesù era venuto per cercare e salvare i peccatori, tanto da attirarsi la critica, dei Farisei: « Costui accoglie i peccatori e mangia con loro » (Luc. XV, 2). Esse ci dicono come Egli abbia pianto per loro, come per loro abbia consumato la sua vita sulla croce. È cosa tanto ovvia che l’inferiore tanto più è portato ad amare il superiore, quanto più si accorge d’essere da lui amato, specialmente se non aveva motivi di ripromettersi questo amore. E l’uomo peccatore che poteva ripromettersi da Dio suo giudice, da lui offeso? Gesù Cristo è venuto principalmente, affinché l’uomo conoscesse quanto Dio lo ami; e perché questa conoscenza lo infiammasse nell’amore di Lui, che lo amò pel primo. Dunque « se prima ci rincresceva di amarlo, ora almeno non ci rincresca di riamarlo » (S. Agost.. De Cathec. Rud. 4, 8).

2.

A ricambiar l’amor di Dio è necessaria la fede in Gesù Cristo. Chiunque confesserà che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui, ed egli in Dio. La fede in Gesù Cristo non manca al Cristiano, il quale la confessa esplicitamente in varie circostanze: « Io credo in Dio Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, e in Gesù Cristo suo unico Figliuolo, Nostro Signore ecc.», dice egli ogni qualvolta recita il simbolo apostolico nelle sue azioni private. « Credo in un solo Dio… E in un solo Signore Gesù Cristo, Figliuolo unigenito di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli », ripete, quando accompagna le preghiere del Sacerdote nella Santa Messa. «Credo nel Figliuolo incarnato e morto per noi, Gesù Cristo, il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la vita eterna », ripete ancora quando recita l’atto di fede. Ma questa può anche essere una fede morta; e allora la sua professione di fede in Gesù Cristo poco gli giova per vivere con Dio in unione intima, così da poter dire: Dio dimora in lui, ed egli in Dio. – Il professar la fede con la bocca è buona cosa, anzi ottima, e in parecchie circostanze può esser cosa doverosa; ma non è tutto. Oltre confessare Gesù Cristo con la bocca, devi rivolgerti a Lui con la mente. Un padre, una madre, non possono allontanare il loro pensiero dai figli. Un esule non può allontanare il pensiero dalla patria. Un monte, un colle, una vallata, una prateria, una foresta, un fiume, gli rammentano il luogo nativo, il luogo ove trascorse la fanciullezza e la gioventù. Egli li contempla oggi, li contempla domani, li contempla fin che dura l’esilio. Il suo occhio è su questi luoghi, ma la sua mente, e il suo cuore sono rivolti alla patria lontana. Quante circostanze ricordano al Cristiano Gesù Cristo, senza che a Lui rivolga un pensiero duraturo, senza che si commuova un istante. Vuol dire che egli professa la fede in Gesù Cristo a fior di labbra, ma non lo ama. Se lo amasse, i suoi pensieri e i suoi affetti sarebbero rivolti a Lui un po’ più frequentemente: « Poiché dov’è il tuo tesoro là v’è anche il tuo cuore» (Matt. VI, 21.). La lingua batte dove il dente duole — dice un proverbio — e Gesù Cristo afferma che: « La bocca parla dalla pienezza del cuore » (Matt. XXII, 34). Chi odia una persona ne parla continuamente per metterla in cattiva vista e per farne risaltare i difetti. Chi ama una persona ne parla continuamente per metterne in evidenza i meriti e, così, farla amare dagli altri. Dall’abbondanza del cuore parlava la profetessa Anna, quando, avendo visto Gesù che era stato presentato al tempio, comunicava il suo entusiasmo agli altri «… e parlava di Lui a quanti aspettavano la liberazione in Gerusalemme » (Luc. II, 38). Dall’abbondanza del cuore parlavano Pietro e Giovanni, i quali al Sinedrio che proibiva loro di non parlar più ad alcuno in nome di Gesù Cristo, rispondono: «Noi non possiamo non parlare di quello che abbiam visto e udito» (Act. IV, 21). Il Salmista, costretto a star lontano dal Santuario di Gerusalemme, arde dal desiderio di poter ritornare in quel luogo santo a godervi la presenza di Dio. E dal cuore gli salgono alle labbra i commossi accenti : «L’anima mia ha sete del Dio forte e vivo: quando verrò e comparirò davanti al cospetto di Dio?» (Ps. XLI, 5), Gesù Cristo, nostro Dio, è là nel tabernacolo; ma quanti hanno sete di lui? quanti si danno premura di comparire al suo cospetto? Egli è là nel tabernacolo ed attende i Cristiani che vadano a trovarlo; pronto a riceverli, ad ascoltare le loro confidenze, a lenire i loro dolori, e la maggior parte dei Cristiani non se ne cura. Quanti varcano la soglia del tempio per andare a far visita a Gesù? Quando le visite agli amici si fanno rare, è segno infallibile che l’amore va diminuendo; quando cessano, l’amore è spento. Si può dire che ami Gesù, che abbia fede in Lui, quel Cristiano che non va mai a trovarlo? Non solo si deve confessare che Gesù Cristo è il Figlio di Dio; ma come tale va onorato e amato; « e tanto più degnamente dev’essere amato dagli uomini, quanto più Egli per gli uomini sostenne cose indegne » (S. Gregorio Magno. Hom. 6, 1).

3.

E da Dio abbiamo ricevuto questo comandamento: che chi ama Dio ami anche il proprio fratello. È tanto importante questo comandamento, che Gesù Cristo l’ha comparato al primo ed al più grande dei comandamenti. « Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, e con tutta la tua mente; questo è il più grande e il primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Matt. XXII, 37-39); disse Egli un giorno a un dottore della legge.Non si tratta di un semplice consiglio; ma di un comando molto chiaro, al quale nessuno può sottrarsi. Amor di Dio e amor del prossimo non possono disgiungersi. Ove c’è amor di Dio deve necessariamente esserci l’amor del prossimo. Anzi l’amor del prossimo è la prova e la dimostrazione dell’amor di Dio. Nel prossimo noi abbiamo sotto gli occhi l’immagine di Dio, e quando facciamo del bene al prossimo non possiamo allontanare il pensiero da Dio. Quando nei fratelli consideriamo riflessa l’immagine di Dio non diamo peso ai loro demeriti; nulla ci costa mettere un velo sui nostri occhi per non vederne i difetti; e poco ci costa chiudere gli orecchi alle accuse che muovono dal nostro amor proprio. E per questo, tanto più riesce efficace il conforto che si porta agli infelici, quanto più chi benefica innalza la mente a Dio.Il Padre Kronenburg, Redentorista, andò un giorno al lebbrosario di Batavia. Fu subito preso da meraviglia al vedersi salutato da tutti i lebbrosi in modo festivo e a vedere sul volto di tutti un’aria sorridente. Un negro dai diciotto ai diciannove anni, con le labbra rose della malattia dichiara a quanti l’interrogano, di essere felice. Un medico ebreo gli domanda: Sei contento? — « Oh!— risponde — sono contento come un re ». — «Perché mai? » — « Prima non avevo nessuno che mi fasciasse le piaghe; adesso le Suore me le fasciano tre volte al giorno con molta premura. Prima mi si buttava un pezzo di pane, ora mi si dà da mangiare a piacimento più volte al giorno ». — Non vuoi dunque ritornare a casa? » —Ah! giammai ». Intanto da un’altra parte gli uomini innalzano giulivi un cantico di speranza: «Il Cielo! IlCielo! Il Cielo è nostro premio! » (Der Katholishen Missionen. Friburg, 1903, p. 249).  Miracoli che compie la carità cristiana che nel prossimo ama Dio. Come il re viene onorato o disprezzato nella sua immagine, così Dio è amato o odiato nell’uomo. Di ciascun uomo, anche se per avventura ci odiasse, noi dobbiamo dire: « Riconosco in te l’immagine del mio padre » (S. Agost. Serm. 357, 4). Se noi non amiamo l’uomo, non amiamo Dio, di cui l’uomo è immagine. E come l’amor del prossimo è la prova che amiamo Dio, la mancanza dell’amor del prossimo è la prova che non amiamo Dio. Non si ama il padre quando si disprezza il figlio. E « non è uno solo il Padre di tutti noi? Non è un solo Dio quegli che ci ha creato? » (Malach. II, 10). Perché dunque non ameremo i nostri fratelli? Amiamoli sinceramente. Poiché, chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede?

Graduale


Dan III: 55-56
Benedíctus es, Dómine, qui intuéris abýssos, et sedes super Chérubim,
V. Benedíctus es, Dómine, in firmaménto cæli, et laudábilis in sǽcula. Allelúja, allelúja.
Dan III: 52
V. Benedíctus es, Dómine, Deus patrum nostrórum, et laudábilis in sǽcula. Allelúja.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum
Matt XXVIII: 18-20
In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Data est mihi omnis potéstas in cœlo et in terra. Eúntes ergo docéte omnes gentes, baptizántes eos in nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti: docéntes eos serváre ómnia, quæcúmque mandávi vobis. Et ecce, ego vobíscum sum ómnibus diébus usque ad consummatiónem sǽculi.

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXIX

“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Siate misericordiosi, come anche il Padre rostro è misericordioso. Non giudicate, e non sarete giudicati: non condannate e non sarete condannati. Perdonate e sarà a voi perdonato. Date e sarà dato a voi: misura giusta, e pigiata e scossa, e colma sarà versata in seno a voi: perché con la stessa misura, onde avrete misurato, sarà misurato a voi. Diceva di più ad essi una similitudine: È egli possibile, che un cieco guidi un cieco? non cadranno essi ambedue nella fossa? Non v’ha scolaro da più del maestro: ma chicchessia sarà perfetto, ove sia come il suo maestro. Perché poi osservi tu una pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, e non badi alla trave che hai nel tuo occhio? Ovvero come puoi tu dire al tuo fratello: Lascia, fratello, che io ti cavi dall’occhio la pagliuzza, che vi hai: mentre tu non vedi la trave, che è nel tuo occhio? Ipocrita, cavati prima dall’occhio tuo la trave: e allora guarderai di cavare la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. (Luc. VI, 36-42).

Una delle più belle prove della somma bontà del nostro divin Redentore sono certamente le calde raccomandazioni, che Egli fece più volte della bontà, della misericordia, della carità, la quale Ei vuole da tutti esercitata verso del prossimo, perché essendo Egli buono verso tutti, vuole parimenti che tutti lo siano. Dopo dell’amor di Dio, di null’altra cosa Gesù così spesso ragiona, quanto della bontà di cuore, della compassione degli uni verso gli altri, cioè del vicendevole amore. La sua legge è legge d’amore. E questa legge Egli la promulgò massimamente in un tratto del celebre discorso fatto sul monte ai suoi discepoli e ad una gran turba di popolo: tratto che la Chiesa ci invita a considerare nel Vangelo di questa domenica.

1. Disse adunque Gesù: Siate misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate, e non sarete giudicati: non condannate e non sarete condannati. Et reliqua …

Ecco adunque gli ammaestramenti che Gesù Cristo ci dà nel Vangelo di quest’oggi riguardo alla carità fraterna. In sostanza, come avete ascoltato, Gesù Cristo con le sue divine parole ci comanda di esercitare la carità verso del prossimo nei pensieri, nelle parole e nelle opere. Ed anzi tutto ci comanda di esercitare la carità nei pensieri, proibendoci di fare contro del nostro prossimo dei giudizi temerari. Non vogliate giudicare, Egli dice, e non sarete giudicati. I giudizi temerari sono quelli, in cui noi teniamo per certo che il nostro prossimo sia colpevole di qualche fallo, benché non ne siamo sicuri in modo da non poterci ingannare. E si chiamano temerari tali giudizi, perché gli uomini che li fanno non sono giudici gli uni degli altri, e giudicando usurpano l’ufficio del Salvatore; temerari, perché la malizia principale del peccato dipende dall’intenzione e dal consiglio del cuore, che noi troppo difficilmente possiamo conoscere; temerari, perché ognuno ha che fare, per giudicar sé medesimo, senza prendere a giudicar il suo prossimo. E donde mai hanno origine cotesti giudizi? Ecco. Alcuni giudicano temerariamente per superbia, dandosi a credere di rialzare l’onor proprio, a misura che deprimono gli altri. Sono spiriti arroganti e presuntuosi, i quali ammirano sé medesimi e pongono tanto in alto la propria stima, che riguardano tutto il resto come cosa piccola e bassa. Io non sono come gli altri uomini, diceva lo sciocco fariseo. Altri non hanno questa manifesta superbia, ma hanno tuttavia una certa compiacenza nell’osservare l’altrui male, affine di far ammirare di più agli altri il bene opposto, di cui essi si stimano dotati. Parecchi altri poi in preda alla correzione del cuore, per lusingarsi e scusarsi interamente e per mitigare i rimorsi delle loro coscienze, giudicano essi volentieri, che gli altri sian presi dello stesso vizio, a cui essi sono dediti, o da qualche altro ugualmente grande, pensando che la moltitudine dei colpevoli renda men biasimevole la loro colpa. Non mancano neppur di coloro che fanno giudizi pel solo piacere, che prendono a filosofare ed indovinare i costumi e le inclinazioni delle persone, come per esercizio d’ingegno. Finalmente l’ambizione, l’invidia, la gelosia, l’avversione sono pur esse altrettante cause, da cui originano i giudizi temerari. Or bene non basta riguardare alle sorgenti avvelenate di questi giudizi per comprenderne la gravità? Del resto considerate quale colpa sarebbe, se voi distruggeste la riputazione del vostro fratello nella mente di un altro, e se denigrandolo presso di lui, veniste a rovinare tutta la stima e tutta la buona opinione, che ne aveva. Ora non minore è l’ingiuria che voi gli fate, quando senza motivo o senza alcuna prova sufficiente, concepite di lui nella mente vostra una falsa idea, perché egli non desidera meno di conservare la sua buona riputazione presso di voi che presso di un altro. Dite, o miei cari, non vi offendereste voi, quando sapeste che altri ha concepito di voi una cattiva opinione? Pertanto giudicate degli altri da voi medesimi, e non penerete a rilevare il male, che vi ha nel giudizio temerario. Comprendete adunque perché oggi Gesù Cristo ci dica: Nolite iudicare et non iudicabimini: non vogliate giudicare, e non sarete giudicati; animandoci per tal guisa ad evitare i giudizi temerari col pensiero dell’immenso vantaggio, che ne ritrarremo, del non essere poi severamente giudicati da Dio.Ma per mettere in pratica questo gran precetto di Gesù Cristo conviene combattere costantemente in noi lo spirito di superbia, di invidia, di ambizione, di odio, e riempierci, più che è possibile, l’anima della carità cristiana. Essa ci libererà da quei cattivi umori, che in noi son causa di tali storti giudizi. La bella virtù della carità è così lontana dall’andar in cerca del male, che ha persin timore di incontrarlo. Essa, come dice l’Apostolo, non pensa mai malamente. Ed è perciò l’unico rimedio potente, a cui dobbiamo appigliarci. Il giudizio temerario è una specie d’itterizia spirituale, la quale fa comparir tutte cattive le cose agli occhi delle persone che ne sono prese; ma chi vuol guarirne bisogna che applichi il rimedio non agli occhi, ma bensì al cuore, agli affetti dell’anima. E così se i nostri affetti saranno piacevoli, sarà piacevole il nostro giudizio, se caritatevoli, anche il nostro giudizio sarà pieno di carità.

2. In secondo luogo nel Vangelo d’oggi Gesù Cristo ci comanda la carità fraterna nelle parole, vietandoci ogni maldicenza contro del nostro prossimo col dirci: Non condannate e non sarete condannati. Come puoi tu dire al tuo fratello: Lascia, fratello, che io ti cavi dall’occhio la pagliuzza che vi hai, mentre tu non vedi la trave, che è nel tuo occhio? – La maldicenza è una specie di omicidio: perché noi abbiamo tre vite: la spirituale che consiste nella grazia di Dio, la corporale che consiste nell’anima, la civile che consiste nella reputazione. La prima ci è tolta dal peccato, la seconda dalla morte, la terza dalla maldicenza. Se non che il maldicente con un sol colpo della sua lingua cagiona per ordinario tre morti; uccide spiritualmente l’anima sua, e quella di chi lo ascolta, e toglie la vita civile a colui del quale egli sparla. Per il che, al dire di S. Bernardo, il maldicente e chi l’ascolta, hanno ambedue il diavolo addosso, il primo nella lingua e il secondo nell’orecchio. Davide parlando dei maldicenti, dice così: Hanno appuntato le loro lingue come un serpente. Dicono taluni che il serpente ha la lingua bipartita; ma comunque sia la cosa, certo è, che è tale quella del maldicente, il quale con un sol colpo ferisce ed avvelena l’orecchio della persona che l’ascolta, e l’onore di quella, di cui si ragiona. – Tra i maldicenti poi coloro, che alle loro maldicenze mandano innanzi preamboli onorevoli, o vi intrecciano qualche piccola leggiadra facezia, sono i maldicenti più fini e più velenosi di tutti. Ah! dice taluno, al tale io voglio bene, perché alla fin fine è un’ottima persona, ma bisogna nondimeno dire il vero: ha fatto male a commettere quella tale azione. Quel giovane è virtuosissimo, dice un altro, ma già i capitomboli li fanno sempre quelli, che stanno più in alto; ed è così che il poveretto è caduto, e altrettante introduzioni. Or non vedete qui l’artifizio? Chi vuol tirar d’arco, trae quanto può la freccia verso di sé, ma non ad altro fine che per scoccarla con maggior forza. Così sembra che costoro tirino indietro o riducano ad una facezia innocente la loro maldicenza, ma non lo fanno per altro, che per vibrarla con più vigore, onde penetri maggiormente nei cuori degli ascoltanti. Difatti mentre la maldicenza, che è entrata sola da un orecchio, uscirebbe presto dall’altro, quando invece è preceduta da proteste di amore e di stima ed è presentata sotto il velo di qualche sottile e faceta espressione, s’imprime assai più in chi l’ascolta. Epperò di questi maldicenti Davide dice che hanno il veleno dell’aspide nelle labbra. L’aspide fa una ferita pressoché impercettibile e il suo tossico produce sulle prime un prurito piacevole, per cui il cuore e le viscere dilatandosi ricevono il veleno, contro il quale non c’è più rimedio. Così queste maldicenze artificiose e raffinate producendo alle volte un certo gusto in coloro che le ascoltano, avvelenano non di meno il loro cuore e lasciano in esso la cattiva stima per il prossimo, la quale molto difficilmente si muta poi in buona. Vi ha poi una maldicenza che più d’ogni altra è grave, ed è quella rivolta contro di coloro, che per qualsiasi ragione sono a noi superiori; perciocché le maldicenze, le mormorazioni e i biasimi diretti contro i superiori cadono sopra Iddio stesso. Come ubbidendo ai superiori, noi ubbidiamo a Dio, ch’essi rappresentano, e di cui tengono il luogo, così quando offendiamo con le nostre parole il rispetto dovuto ai superiori, offendiamo il rispetto, che dobbiamo a Dio medesimo. Perciò il Salvatore dopo aver detto dei superiori: Chi ascolta essi ascolta me, aggiunse subito: Chi disprezza essi, disprezza me. San Paolo ci dice similmente: Ogni potestà viene da Dio, e però chi resiste alla potestà, resiste all’ordine di Dio. Infine, la Scrittura è piena di passi che confermano questa verità. D’altronde i castighi straordinari con cui Iddio ha così sovente punito le offese e le mormorazioni contro i superiori, ci provano quale interesse Egli prenda a tutto ciò che li riguarda, e come della lor causa Egli faccia la sua propria causa. Da quale orribile punizione non fu mai seguita la mormorazione di Core, Dathan e Abiron contro Mosè ed Aronne, ai quali essi rimproveravano di prender troppa autorità nel governo del popolo! La terra si aprì sotto i loro piedi, e li inghiottì vivi con le loro famiglie e con tutte le loro ricchezze, ed il fuoco del cielo divorò duecento e cinquanta uomini per aver seguito il loro partito. S. Tommaso osserva a questo proposito che Dio castigò più rigorosamente coloro che avevano mormorato contro i loro superiori, che non quelli i quali avevano offeso Lui stesso direttamente, adorando il vitello d’oro. Gli Israeliti, avendo mormorato in un’altra circostanza contro Mosè ed Aronne, Dio tosto mandò dei serpenti, i quali ne fecero morire un gran numero. Poco mancò un’altra volta, che Dio sterminasse tutto quel popolo in occasione di nuove mormorazioni, ch’ei fece al ritorno di coloro i quali erano stati inviati per esplorare la terra promessa. Egli lo perdonò alla preghiera di Mosè, ma non perdonò già a coloro, i quali erano stati causa della mormorazione. Essi, dice la Scrittura, furono puniti di morte alla presenza del Signore. Maria, sorella di Mosè, non fu ella pure punita per aver mormorato contro suo fratello? Dio la colpì con una lebbra orribile, e non volle né guarirla, né perdonarla, non ostante le preghiere di Mosè, prima che fosse stata sette giorni fuori del campo, separata da tutto il rimanente del popolo. Se tali pertanto sono i castighi che Dio infligge a coloro che si fanno audacemente a criticare le azioni e le disposizioni dei loro superiori, non è egli vero, che questo mancamento torna a Lui di grave dispiacere, e che perciò dobbiamo attentamente guardarcene? Sì, evitiamo assolutamente di mormorare contro i nostri superiori. Ma non solo contro dei superiori: guardiamoci ancora da ogni maldicenza contro qualsiasi dei nostri fratelli. Sì, mettiamo il massimo impegno per non mormorare mai né direttamente, né indirettamente d’alcuno: guardiamoci dall’imputar falsi delitti e peccati al prossimo, dallo scoprir quelli che son segreti, dall’ingrandir quelli che son manifesti, dall’interpretar in male un’opera buona, dal negar quel bene che sappiamo trovarsi in qualcuno, dal dissimularlo maliziosamente, o sminuirlo con le parole; perché in tutte queste maniere col nostro parlare ingiurioso del prossimo offenderemmo Iddio grandemente, ed un giorno ne saremmo severamente condannati, conforme allo spirito della sentenza di questo Vangelo: non vogliate condannare e non sarete condannati: nolite condannare et non condemnabimini. E quando vi accadesse di sentire a parlar male degli altri, mettete in forse l’accusa, se giustamente potete farlo; se non potete, scusate l’intenzione dell’accusato; se neppur questo può farsi, mostrate di compassionarlo o divertite altrove il discorso, ricordando a voi stessi e facendo che si ricordino gli altri, che è troppo facile il veder la pagliuzza uell’occhio del fratello e non veder la trave che sta nel proprio, e che quei che non cadono in errore, devono riconoscer tutto dalla grazia di Dio. Anzi usate qualche soave maniera, onde il maldicente rientri in se stesso, e dite qualche altra enea in vantaggio della persona offesa, se ne sapete. Per tal modo impedirete del male e farete del bene.

3. Finalmente Gesù Cristo ci raccomanda oggi la carità nelle opere. Siate misericordiosi, dice egli, come anche il Padre vostro è misericordioso. Date e sarà dato a voi; misura giusta, e pigiata, e scossa, e colma sarà versata in seno a voi; perché con la stessa misura, onde avrete misurato, sarà misurato a voi. E questo precetto della elemosina così chiaro, così positivo, che il Divin Redentore  ci dà con queste parole, è pure il precetto, che tante altre volte ripete nel santo Vangelo. Ed invero altrove dice: « Ciò che sopravanza ai vostri bisogni datelo ai poveri. Chi ha due vesti ne dia una al bisognoso, e chi ha già oltre il necessario, ne faccia parte a chi ha fame ». Altrove ci assicura, che quanto facciamo pei poveri, Egli lo considera fatto a sé medesimo. « Tutto quello, dice Gesù Cristo, che farete ad uno dei miei fratelli più infelici, lo avete fatto a me. Desiderate poi che Dio vi perdoni i peccati e vi liberi dalla morte eterna? Fate limosina. Volete impedire che la vostra anima vada alle tenebre dell’inferno? Fate limosina ». Insomma ci assicura Iddio che la limosina è un mezzo efficacissimo per ottenere il perdono dei peccati, farci trovare misericordia agli occhi di Dio e condurci alla vita eterna. Perciò il santo Tobia diceva a suo figlio queste memorabili parole: « Fa limosina secondo la tua sostanza, e non mai rivoltare la faccia da alcun povero; perché così avverrà, che neppure la faccia del Signore sia rivoltata da te. Sii misericordioso nel modo che potrai. Se hai molto, dà in abbondanza, se hai poco, dà quel poco, che potrai, ma volentieri, imperciocché la limosina ti sarà un premio che ti guadagnerai, e ti sarà poi un tesoro dinanzi a Dio nel giorno della necessità. Ricordati, o figlio, che Iddio ama colui che dà volentieri ». Adunque, o miei cari, quando potete, fate volentieri qualche elemosina anche voi. Ma forse voi direte: Noi non abbiamo ricchezze, e siamo in condizione da non poter fare elemosina. Ma in questo caso dovrete richiamare alla mente che qualunque opera di misericordia o temporale o spirituale esercitata verso il prossimo è una elemosina. Non vi sono adunque persone inferme da visitare, da assistere e vegliare? Non vi sono amici da ammonire, dubbiosi da consigliare, afflitti da consolare, risse da calmare, ingiurie da perdonare? Vedete con quanti mezzi voi potete fare limosina e meritarvi la vita eterna! Di più: non potete voi fare qualche preghiera, qualche confessione e comunione, recitare un Rosario, ascoltare una Messa in suffragio delle anime del purgatorio, per la conversione dei peccatori, o perché siano illuminati gl’infedeli e vengano alla fede? – Ma qui notiamo bene che Gesù Cristo vuole che noi esercitiamo la misericordia con grande rettitudine d’intenzione, vale a dire secondo il suo spirito e non secondo lo spirito del mondo. È egli possibile, dice Gesù Cristo, che un cieco guidi un cieco? non cadranno ambedue nella fossa? Non v’ha scolaro da  più del maestro, ma chicchessia sarà perfetto ove sia come il suo maestro. Colui che nell’esercitare la misericordia verso il prossimo si lascia guidare dallo spirito del mondo è un povero cieco che pretende di essere guidato da un altro cieco. Perciocché il mondo riguardo alla misericordia è cieco; non vede propriamente che essa sia una virtù cristiana; la riguarda solo come una virtù umana, cui dà il nome di filantropia, epperò anima ad essa unicamente con motivi umani, di acquistarsi un gran nome, di essere ammirati, di evitare dei danni, e simili. Chi pertanto si lascia guidare da questo spirito mondano nella misericordia verso il prossimo finirà per cadere nella fossa, in cui cadranno tutti i mondani, vale a dire le sue opere di misericordia a nulla gli gioveranno per l’altra vita e non ostante le medesime, andrà tuttavia all’eterna perdizione. Ma colui invece, che farà opere di misericordia con buono spirito, cioè per amor vero di Dio, per farsi dei meriti per il cielo, seguendo gli esempi di Gesù Cristo suo divino Maestro, se non arriverà giammai ad eguagliare la carità di Lui, avrà tuttavia quella perfezione che rassomiglia a quella di Lui, e perciò sarà un giorno grandemente lodato e premiato da Dio. No, non vi ha discepolo da più del maestro, ma chicchessia sarà perfetto, se sarà come il suo maestro. Coraggio adunque, secondo lo spirito di Gesù Cristo mettetevi con grande impegno ad esercitare la misericordia verso il prossimo, stampando bene nella vostra mente quello che dice ancora Gesù Cristo nel Santo Vangelo: Con la stessa misura, con cui avrete misurato agli altri, sarà misurato a voi; epperò siamo misericordiosi come è misericordioso il nostro Padre celeste.

Credo

Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, factórem coeli et terræ, visibílium ómnium et in visibílium. Et in unum Dóminum Jesum Christum, Fílium Dei unigénitum. Et ex Patre natum ante ómnia saecula. Deum de Deo, lumen de lúmine, Deum verum de Deo vero. Génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómnia facta sunt. Qui propter nos hómines et propter nostram salútem descéndit de coelis. Et incarnátus est de Spíritu Sancto ex María Vírgine: Et homo factus est. Crucifíxus étiam pro nobis: sub Póntio Piláto passus, et sepúltus est. Et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras. Et ascéndit in coelum: sedet ad déxteram Patris. Et íterum ventúrus est cum glória judicáre vivos et mórtuos: cujus regni non erit finis. Et in Spíritum Sanctum, Dóminum et vivificántem: qui ex Patre Filióque procédit. Qui cum Patre et Fílio simul adorátur et conglorificátur: qui locútus est per Prophétas. Et unam sanctam cathólicam et apostólicam Ecclésiam. Confíteor unum baptísma in remissiónem peccatórum. Et exspécto resurrectiónem mortuórum. Et vitam ventúri sæculi. Amen.

Secreta

Sanctífica, quǽsumus, Dómine, Deus noster, per tui sancti nóminis invocatiónem, hujus oblatiónis hóstiam: et per eam nosmetípsos tibi pérfice munus ætérnum. [Santífica, Te ne preghiamo, o Signore Dio nostro, per l’invocazione del tuo santo nome, l’ostia che Ti offriamo: e per mezzo di essa fai che noi stessi Ti siamo eterna oblazione.]

Communio

Tob XII: 6
Benedícimus Deum cœli et coram ómnibus vivéntibus confitébimur ei: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. [Benediciamo il Dio dei cieli e confessiamolo davanti a tutti i viventi: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Postcommunio

Orémus.
Profíciat nobis ad salútem córporis et ánimæ, Dómine, Deus noster, hujus sacraménti suscéptio: et sempitérnæ sanctæ Trinitátis ejusdémque indivíduæ Unitátis conféssio.
[O Signore Dio nostro, giòvino alla salute del corpo e dell’ànima il sacramento ricevuto e la professione della tua Santa Trinità e Unità.]