XXIV ED ULTIMA DOMENICA DOPO PENTECOSTE (2020)

XXIV ED ULTIMA DOMENICA DOPO PENTECOSTE. (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Quest’ultima settimana chiude l’anno ecclesiastico, e con essa si chiude la storia del mondo, iniziatasi coll’Avvento. Perciò in questa domenica la Chiesa fa leggere nel Breviario il libro del Profeta Michea (contemporaneo di Osea e di Isaia) con il commento di S. Basilio, che tratta del giudizio universale, e nel Messale il Vangelo dell’Avvento del Giudice divino. « Ecco, dice Michea, che il Signore uscirà dalla sua dimora; e camminerà su le alture della terra; le montagne si scioglieranno sotto i suoi passi e le valli fonderanno come la cera dinanzi al fuoco, e spariranno come l’acqua su un pendìo. E tutto questo per causa dei peccati d’Israele ». Dopo questa minaccia il Profeta continua con promesse di salvezza « Ti radunerò totalmente, Giacobbe, riunirò quello che resta d’Israele; lo radunerò come un gregge nell’ovile». Gli Assiri hanno distrutto Samaria, i Caldei hanno devastato Gerusalemme, il Messia riparerà tutte queste rovine. Michea annunzia che Gesù Cristo nascerà a Gerusalemme e che il suo regno, che è quello della Gerusalemme celeste, non avrà fine. I profeti Nahum, Habacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia, i libri dei quali si leggono nell’ufficiatura della settimana, confermano quanto ha detto Michea. Gesù nel Vangelo comincia con l’evocare la profezia di Daniele, che annunzia la rovina totale e definitiva del tempio di Gerusalemme e della nazione ebrea per opera dell’esercito romano. Questa abominazione della desolazione è il castigo in cui il popolo di Israele ha incorso per la sua infedeltà, che è giunta al colmo, quando ha rigettato Cristo. Questa profezia si realizzò infatti qualche anno dopo la morte del Salvatore, allorché la tribolazione arrivò a tal punto, che se avesse durato ancora più a lungo nessun Ebreo sarebbe sfuggito alla morte. Ma per salvare coloro che si convertirono in seguito ad una si rude lezione, Dio abbreviò l’assedio di Gerusalemme. Così farà alla fine del mondo, di cui è figura la distruzione di questa città. Al momento del secondo avvento di Cristo vi saranno senza dubbio tribolazioni ancor più terribili. «Molti impostori, fra i quali l’Anticristo, faranno prodigi ancora più satanici per farsi credere il Cristo; allora, l’abominazione della desolazione regnerà in altro modo nel tempio, poiché, spiega S. Girolamo « sorgerà, secondo quanto dice S. Paolo, l’uomo dell’iniquità e dell’opposizione contro tutto quello che è chiamato Dio ed è adorato e spingerà l’audacia fino a sedersi nel tempio stesso di Dio ed a farsi passare egli stesso per Dio » « Verrà accompagnato dalla potenza di satana per far perire e gettare nell’abbandono di Dio quelli che l’avranno accolto » (3° Notturno). Ma qui ancora, continua S. Girolamo, Dio abbrevierà questo tempo, affinché gli eletti non siano indotti in errore (id.). Del resto non vi lasciate ingannare, dice il Salvatore, poiché il Figlio dell’uomo non apparirà, come la prima volta, nel velo del mistero e in un angolo remoto dei mondo, ma in tutto il suo splendore e dappertutto contemporaneamente e con la rapidità della folgore. Allora tutti gli eletti andranno incontro a lui, come gli avvoltoi verso la preda. Compariranno, allora, nel cielo, il segno sfolgorante della croce e il Figlio dell’Uomo che verrà con grande potenza, e con grande maestà (Vangelo). – « Quando vi prende la tentazione di commettere qualche peccato, dice S. Basilio, vorrei che pensaste a questo terribile tribunale di Cristo, dove Egli siederà come giudice sopra un altissimo trono davanti a questo comparirà ogni creatura tremante alla sua gloriosa presenza; là renderemo uno per uno, conto delle azioni di tutta la nostra vita. Subito dopo, coloro che avranno commesso molto male durante la loro vita, si vedranno circondati da terribili e orribili demoni, che li precipiteranno in un profondo abisso. Temete queste cose, e, penetrati da questo timore, usatene come un freno per impedire all’anima vostra di esser trascinata dalla concupiscenza a commettere il peccato» (3″ Notturno). La Chiesa ci esorta perciò nell’Epistola, per bocca dell’Apostolo, a condurci in modo degno del Signore e a portar frutto in ogni sorta di buone opere, affinché, fortificati dalla sua gloriosa potenza, sopportiamo tutto con pazienza e con gioia, ringraziando Dio Padre che ci ha fatti capaci di aver parte all’eredità dei Santi, ora in ispirito, e all’ultimo giorno in corpo e in anima, per il Sangue redentore del suo Figlio diletto. Dio, che ci ha detto per bocca di Geremia di nutrire pensieri di pace e non di collera (Introito), e che ha premesso di esaudire le preghiere fatte con fede (Com.), ci esaudirà e ci affrancherà dalle concupiscenze terrene (Secr.) facendo cessare la nostra cattività (Intr. e Vers.) e aprendoci per sempre il cielo ove il trionfo del Messia troverà la sua gloriosa consumazione. – Vincitore assoluto sui suoi nemici, che risusciteranno per il loro castigo, e Re senza contestazione di tutti gli eletti, che hanno creduto nel suo avvento e che risusciteranno per essere gloriosi nel corpo e nell’anima per tutta l’eternità. Gesù Cristo rimetterà al Padre questo regno, che ha conquistato a prezzo del sul Sangue, come omaggio perfetto del capo e dei suoi membri. E sarà allora la vera Pasqua, il pieno passaggio nella vera terra promessa e la presa di possesso, per sempre, da parte di Gesù ed il suo popolo dei regno della Gerusalemme celeste, dove, nel Tempio, che non è stato fatto da mano di uomo, regna sovrano Dio in cui metteremo tutta la nostra gloria ed il cui Nome celebreremo eternamente (Grad.). E per mezzo del nostro Sommo Sacerdote Gesù noi renderemo un eterno omaggio alla SS. Trinità dicendo: « Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, come era in principio ed ora e sempre e nei secoli, così sia. »

Rendiamo infinite grazie a Dio Padre per averci riscattato per mezzo di Gesù Cristo dalla schiavitù del demonio e delle sue opere tenebrose ed averci resi degni di partecipare con Lui alla gloria del suo regno celeste, che è l’eredità dei Santi nella luce.

Gesù è venuto nell’umiliazione, e tornerà nella gloria. Il suo primo avvento ebbe per scopo di prepararci al secondo. Coloro che l’avranno accolto nel tempo, saranno da lui accolti quando entreranno nell’eternità; quei che l’avranno misconosciuto saranno rigettati. Perciò i Profeti non hanno separato i due avventi del Messia, poiché sono i due atti di un medesimo dramma divino. Così pure Nostro Signore non separa la rovina di Gerusalemme dalla fine del mondo, poiché il castigo che colpi gli Ebrei deicidi è la figura del castigo eterno, che toccherà a tutti quelli che avranno rigettato il Salvatore. Questo primo avvento ha già avuto luogo, il secondo si effettuerà: prepariamoci; la lettura del Vangelo di oggi, tende appunto a questo.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ier XXIX: 11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]


Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Iacob.

[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio

Orémus.
Excita, quǽsumus, Dómine, tuórum fidélium voluntátes: ut, divíni óperis fructum propénsius exsequéntes; pietátis tuæ remédia maióra percípiant.

[Eccita, o Signore, Te ne preghiamo, la volontà dei tuoi fedeli: affinché dedicandosi con maggiore ardore a far fruttare l’opera divina, partécipino maggiormente dei rimedi della tua misericordia.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col 1: 9-14
“Fratres: Non cessámus pro vobis orántes et postulántes, ut impleámini agnitióne voluntátis Dei, in omni sapiéntia et intelléctu spiritáli: ut ambulétis digne Deo per ómnia placéntes: in omni ópere bono fructificántes, et crescéntes in scientia Dei: in omni virtúte confortáti secúndum poténtiam claritátis eius in omni patiéntia, et longanimitáte cum gáudio, grátias agentes Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctórum in lúmine: qui erípuit nos de potestáte tenebrárum, et tránstulit in regnum Fílii dilectiónis suæ, in quo habémus redemptiónem per sánguinem eius, remissiónem peccatórum”.

(“Fratelli: Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate la piena cognizione della volontà di Dio, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, affinché camminiate in maniera degna di Dio; sì da piacergli in tutto; producendo frutti in ogni sorta di opere buone, e progredendo nella cognizione di Dio; corroborati dalla gloriosa potenza di lui in ogni specie di fortezza ad essere in tutto pazienti e longanimi con letizia, ringraziando Dio Padre che i ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce, sottraendoci al potere delle tenebre; e trasportandoci nel regno del suo diletto Figliuolo, nel quale, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati”).

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

L’ISTRUZIONE RELIGIOSA

L’Epistola è tratta dal principio della lettera ai Colossesi. Dopo il saluto, le congratulazioni, il ringraziamento a Dio per la fede e la pietà che regna tra i Colossesi, assicura — come vediamo dal brano riportato — che prega il Signore che dia loro una conoscenza perfetta della volontà di Dio, così che possano piacergli, mediante i frutti delle buone opere; e che queste opere progrediscano sempre più, per mezzo di una cognizione sempre maggiore delle cose celesti. Prega pure che dia loro la forza di sopportare con letizia le prove immancabili a chi vive cristianamente; e che siano fedeli nel ringraziare Dio Padre, il quale li ha resi degni di partecipare al consorzio dei santi, cioè dei fedeli; li ha strappati alla schiavitù del demonio e delle sue opere tenebrose per metterli sotto il regno del suo Figlio, nostro Redentore. Quest’epistola ci apre la via a parlare dell’istruzione religiosa.

1. Al Cristiano è indispensabile l’istruzione religiosa,

2. Che gli servirà di guida nella vita,

3. E lo renderà costante contro i falsi insegnamenti e le storte teorie.

1.

Fratelli: Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate la piena cognizione della volontà di Dio, con ogni sapienza e intelligenza spirituale. L’Apostolo, dicendo ai Colossesi che egli domanda che, per mezzo di quella scienza e sapienza che non viene dagli uomini, ma dallo Spirito Santo, imparino sempre più ciò che Dio vuole da loro; viene bellamente a inculcare il dovere che essi hanno di avanzare sempre più nella cognizione delle verità essenziali del Cristianesimo. È una raccomandazione che S. Paolo fa parecchie volte, e che è di grande importanza per i Cristiani di tutti i tempi, perché pare che in tutti i tempi si dia molto più importanza all’istruzione profana che all’istruzione religiosa. Non parliamo, poi, dei tempi nostri. Noi sentiamo dei fanciulli, con il sussiego di chi la sa lunga in materia, narrare le avventure delle pagine illustrate delle riviste settimanali. Se li interrogate, non sanno ripetere un sol fatto della Storia Sacra. I giovinetti danno l’assalto alle edicole, ai giornalai che escono dalle stazioni per aver notizia delle vicende dei giocatori. Vi sanno dire chi è riuscito primo nel pugilato, nella gara podistica; chi primo nella corsa delle biciclette, delle automobili, ecc. Vi dicono il nome, la paternità, la patria del campione nazionale, del campione europeo, del campione del mondo; ma non vi sanno fare il nome di un campione del Cristianesimo.Gli adulti la sanno forse più lunga in fatto di religione? Se provaste a interrogarli resterete meravigliati della loro ignoranza. Non dissimili dagli uomini sono spesso le donne; e non dissimile dall’operaio e dal contadino è il ricco, la persona colta. Sarebbe già molto, per una buona parte, se arrivassero a far bene il segno della croce. E questa ignoranza è assolutamente inammissibile in un Cristiano. «E’ un errore non conoscere Dio come si conviene» (S. Giov. Crisost. In Ep. ad Col. Hom, 1). L’uomo è figlio di Dio: deve, per conseguenza, conoscere questo Dio, che lo ha creato, che lo governa, che è il suo ultimo fine; conoscere la sua natura, i suoi attributi, per quanto è possibile a persona pellegrina su questa terra: sapere qual è il premio per quelli che lo servono; qual è il castigo per coloro che si ribellano al suo volere. – Dio nella sua bontà infinita ha voluto risollevare l’uomo dalla sua miseria per mezzo della redenzione. È interesse dell’uomo redento, del Cristiano, è suo obbligo istruirsi in questo mistero: conoscere la Persona di Gesù Cristo, quanto ha fatto per noi, il merito della sua opera, la dottrina che Egli ha insegnato, e che le turbe del suo tempo ascoltavano con tanta brama da dimenticare casa, occupazioni e perfino il nutrimento. È interesse e obbligo del Cristiano conoscere chi è la depositaria della sua dottrina, la Chiesa; conoscere gli aiuti che ci ha dato, i Sacramenti. Si tratta d’una istruzione che interessa il Cristiano direttamente, in modo particolare. Si tratta, poi, d’un interesse che non si limita ai quattro giorni che passiamo sulla terra, ma che varca i confini della vita e dura per tutta l’eternità.

2.

S. Paolo desidera che i Colossesi abbiano una piena conoscenza della volontà del Signore affinché si diportino  in maniera degna di Dio, sì da piacergli in tutto. Cioè, conducano una vita in tutto degna di un vero Cristiano. Una vita simile non può prender norma che dalla dottrina della Chiesa. – Nella dottrina della Chiesa si trovano i rimedi adatti a tutte le infermità dell’umana natura, e la difesa contro i pericoli e le illusioni che l’accompagnano. In questa dottrina si trovano gli insegnamenti opportuni per qualunque circostanza della vita. Essa contiene insegnamenti per la vita individuale e per la vita sociale: indica i diritti nella loro giusta misura, e inculca i corrispondenti doveri. – Tolti gli insegnamenti della Religione, ben poca efficacia hanno gli altri mezzi sulla condotta dell’uomo e sull’andamento morale della società. Il ven. Antonio Chevrier era stato arrestato da due guardie urbane di Lione, che l’avevano trovato a questuare alla porta di una chiesa. Condotto dal Commissario, risponde ai rimproveri facendo osservare che egli fa la questua pel mantenimento e l’educazione di una sessantina di ragazzi vagabondi, parecchi dei quali erano certamente passati nell’ufficio del commissario, prima di andare da lui. Quando il commissario sa con chi tratta, non può trattenere la commozione, e due lacrime spuntano sopra i suoi occhi. Poi riprende: «Ah! Padre, continui la sua opera di rigenerazione ben più utile di tutte le nostre case di reclusione; continui a chieder l’elemosina per i suoi ragazzi, non avrà più noie; io stesso voglio partecipare alla sua opera» (Villefranche. Vita del Ven. Servo di Dio Padre Antonio Chevrier. Versione di Alfonso Codaghengo. Roma – Torino. 1924). Possiam poi osservare che la sanzione delle leggi umane, già poco efficace per sé, è relativamente rara. Le leggi umane sono di quelle reti da cui si può sfuggire con tutta facilità. Si possono trasgredire in modo da far quanto la legge proibisce, senza incorrere nella sanzione. Fatta la legge, trovato l’inganno. Se la legge non è scritta nel cuore, fa ben poco. Le cattive inclinazioni hanno origine dal cuore: nel cuore deve stare il loro correttivo. «Serbo nel cuore i tuoi detti per non peccare contro di te», dice il Salmista; ma è impossibile che la legge sia scolpita nel cuore, se non la si considera come ricevuta da Dio. – Ci sono inoltre tante azioni, che la legge umana non considera perché interne, come l’odio, i desideri malvagi, ecc.; ma che non cessano per questo di essere condannabili, e che sono, difatti, severamente condannate dalla dottrina della Chiesa. – Non si può negar l’efficacia dell’insegnamento della Chiesa dal fatto che alcuni anche fortemente istruiti nella Religione, conducano una vita riprovevole. La dottrina religiosa da essi imparata è la loro più severa condanna: Essa li richiama, continuamente alla riforma della propria condotta, che, con l’aiuto della grazia di Dio, può sempre compiersi. A ogni modo è sempre un freno potentissimo con la minaccia dei castighi eterni, riservati a coloro che si ostinano nel male… E coloro che se ne scandalizzano, al punto di voler negare l’efficacia dell’istruzione religiosa, sono forse migliori? – Del resto, si dia uno sguardo alla storia. Si vedrà che la dottrina della Chiesa, alla corrotta vita pagana, ha sostituito una vita di grande dignità e di santità. Si vedrà che quando le popolazioni si avvicinano ai principi del Vangelo sono civili; quando se ne allontanano diventano barbare.

3.

L’Apostolo augura ai Colossesi che vadano progredendo nella cognizione di Dio, cioè nello studio delle verità cristiane. Come grande è, dunque, l’errore di coloro che, studiati i primi elementi della dottrina cristiana da fanciulli al catechismo parrocchiale o alla scuola, non se ne curano più nel restante della vita. Il condurre una vita veramente cristiana non è cosa da animi deboli. Si richiede grande costanza contro ogni genere di contrarietà. Cresciuto il fanciullo negli anni, da chi imparerà il modo di resistere alle passioni? Che cosa lo terrà saldo contro la corrente dei cattivi costumi e delle massime perverse? L’ideale! si dirà. Ma quale? Noi vediamo che sono tanti ideali quante sono le scuole, quanti sono i partiti, quanti sono i gusti. E ciascuno si sceglie l’ideale che accontenta maggiormente le passioni, che cominciano a dominarlo.Sta bene che al catechismo dei fanciulli abbiamo imparato i primi elementi della dottrina; abbiamo imparato per qual fine Dio ci ha creati ecc.; ma, cresciuti in età, dobbiamo approfondire le nostre cognizioni man mano che ci troviamo davanti circostanze che richiedono da noi la manifestazione di principi solidi. Col crescere degli anni si allarga anche il campo dei nostri doveri; dobbiamo quindi cercare di averne una più larga e profonda cognizione. «Che giova — dice S. Bernardo — saper dove sia da andare, se non sai la via per la quale hai da andare?» (S. Bernardo in fest. Asc. Serm. 4, 9).Quando si è uomini maturi, si dice, non c’è più bisogno di guida. Il buon senso e la ragione insegnano quel che c’è da fare. Peccato, che la storia ci dimostri il rovescio. Essa ci dimostra che, quanto alla verità, non c’è assurdo che non sia stato insegnato da qualche filosofo; e che intorno ai doveri degli uomini i sapienti del mondo non hanno mai potuto stabilire un sicuro codice di morale.In pratica, poi, la norma più comune è la pubblica opinione. Questa è né più né meno che una moda qualunque. La moda va e viene: peggio ancora, va da un estremo all’altro. Così, la pubblica opinione oggi condanna ciò che ieri era lecito; con la più grande facilità oggi pone uno sull’altare, domani lo getta nel fango. La, sua regola è il tornaconto del momento. Precisamente opposto è l’insegnamento della Chiesa, il cui linguaggio è « sì, sì; no, no », (Matth. V, 37) e non si adatta mai alle circostanze. La dottrina che essa insegna è la stessa che fu insegnata da Gesù Cristo, che fu bandita dagli Apostoli e dai loro successori e, attraverso a persecuzioni e lotte, arrivò fino a noi senza mutamenti. A questa dottrina deve attenersi chi, nel mar tempestoso della vita, vuol rimaner fermo come uno scoglio che non è smosso dalle opposte correnti. – «Alcune cose si apprendono per averne la cognizione solamente, altre, invece, per metterle anche in pratica », osserva S. Agostino (In Ps. CXVIII En. 17, 3). Perciò il Salmista si rivolge a Dio con quella preghiera: «Insegnami a fare la tua volontà» (Ps. CXLII). Sull’esempio del Salmista rivolgiamoci noi pure a Dio pregando, che ci aiuti a conoscere ciò che dobbiam credere, e ci aiuti a conoscere ciò dobbiamo fare, rendendocene soave l’adempimento.

 Graduale

Ps XLIII:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.

[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]


V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in sæcula.

[In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno.]

Alleluja

Allelúia, allelúia.
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúia.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum S.  Matthǽum.

Matt XXIV: 15-35

“In illo témpore: Dixit Iesus discípulis suis: Cum vidéritis abominatiónem desolatiónis, quæ dicta est a Daniéle Prophéta, stantem in loco sancto: qui legit, intélligat: tunc qui in Iudǽa sunt, fúgiant ad montes: et qui in tecto, non descéndat tóllere áliquid de domo sua: et qui in agro, non revertátur tóllere túnicam suam. Væ autem prægnántibus et nutriéntibus in illis diébus. Oráte autem, ut non fiat fuga vestra in híeme vel sábbato. Erit enim tunc tribulátio magna, qualis non fuit ab inítio mundi usque modo, neque fiet. Et nisi breviáti fuíssent dies illi, non fíeret salva omnis caro: sed propter eléctos breviabúntur dies illi. Tunc si quis vobis díxerit: Ecce, hic est Christus, aut illic: nolíte crédere. Surgent enim pseudochrísti et pseudoprophétæ, et dabunt signa magna et prodígia, ita ut in errórem inducántur – si fíeri potest – étiam elécti. Ecce, prædíxi vobis. Si ergo díxerint vobis: Ecce, in desérto est, nolíte exíre: ecce, in penetrálibus, nolíte crédere. Sicut enim fulgur exit ab Oriénte et paret usque in Occidéntem: ita erit et advéntus Fílii hóminis. Ubicúmque fúerit corpus, illic congregabúntur et áquilæ. Statim autem post tribulatiónem diérum illórum sol obscurábitur, et luna non dabit lumen suum, et stellæ cadent de cælo, et virtútes cœlórum commovebúntur: et tunc parébit signum Fílii hóminis in cœlo: et tunc plangent omnes tribus terræ: et vidébunt Fílium hóminis veniéntem in núbibus cæli cum virtúte multa et maiestáte. Et mittet Angelos suos cum tuba et voce magna: et congregábunt eléctos eius a quátuor ventis, a summis cœlórum usque ad términos eórum. Ab árbore autem fici díscite parábolam: Cum iam ramus eius tener fúerit et fólia nata, scitis, quia prope est æstas: ita et vos cum vidéritis hæc ómnia, scitóte, quia prope est in iánuis. Amen, dico vobis, quia non præteríbit generátio hæc, donec ómnia hæc fiant. Cœlum et terra transíbunt, verba autem mea non præteríbunt.”

(“In quel tempo disse Gesù a’ suoi discepoli: Quando adunque vedrete l’abbominazione della desolazione, predetta dal profeta Daniele, posta nel luogo santo (chi legge comprenda): allora coloro che si troveranno nella Giudea fuggano ai monti; e chi si troverà sopra il solaio, non scenda per prendere qualche cosa di casa sua; e chi sarà al campo, non ritorni a pigliar la sua veste. Ma guai alle donne gravide, o che avranno bambini al petto in que’ giorni. Pregate perciò, che non abbiate a fuggire di verno, o in giorno di sabato. Imperocché grande sarà allora la tribolazione, quale non fu dal principio del mondo sino a quest’oggi, ne mai sarà. E se non fossero accorciati quei giorni non sarebbe uomo restato salvo; ma saranno accorciati quei giorni in grazia degli eletti. Allora se alcuno vi dirà: Ecco qui, o ecco là il Cristo; non date retta. Imperocché usciranno fuori dei falsi cristi e dei falsi profeti, e faranno miracoli grandi, e prodigi, da fare che siano ingannati (se è possibile) gli stessi eletti. Ecco che io ve l’ho predetto. Se adunque vi diranno: Ecco che egli è nel deserto; non vogliate muovervi: eccolo in fondo della casa; non date retta. Imperocché siccome il lampo si parte dall’oriente, e si fa vedere fino all’occidente; così la venuta del Figliuolo dell’uomo. Dovunque sarà il corpo, quivi si raduneranno le aquile. Immediatamente poi dopo la tribolazione di quei giorni si oscurerà il sole, e la luna non darà più la sua luce, e cadranno dal cielo le stelle, e le potestà dei cieli saranno sommosse. Allora il segno del Figliuolo dell’uomo comparirà nel cielo; e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il figliuol dell’uomo scendere sulle nubi del cielo con potestà e maestà grande. E manderà i suoi Angeli, i quali con tromba e voce sonora raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un’estremità  de’ cieli all’altra. Dalla pianta del fico imparate questa similitudine. Quando il ramo di essa intenerisce, e spuntano le foglie, voi sapete che l’estate è vicina: così ancora quando voi vedrete tutte questo cose, sappiate che egli è vicino alla porta. In verità vi dico, non passerà questa generazione, che adempite non siano tutte queste cose. Il cielo e la terra passeranno; ma le mie parole non passeranno”).

Omelia II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra lo scandalo.

Quum videritis abominationem desolationis… in loco sancto … qui in Judæa sunt fugiant ad montes. Matth. XXIV.

Quando mai, fratelli miei, si è veduta e si vedrà quella abbominazione della desolazione nel luogo santo che Gesù predice nell’odierno Vangelo? Si è veduta nella rovina di Gerusalemme, che i soldati romani, alcuni anni dopo la morte di Gesù Cristo, abbatterono sin dalle fondamenta, allorché il tempio del Signore fu profanato da tutti i disordini immaginabili che gli stranieri e i Giudei medesimi vi commisero. Si vedrà quest’abbominazione nel luogo santo al fine del mondo, quando il Vangelo di Gesù Cristo sarà combattuto, i suoi tempi saranno atterrati, il suo culto abolito. Allora, dice il Salvatore, compariranno dei falsi profeti, che sedurranno molti, e che faranno cose sì straordinarie che gli eletti medesimi avranno molta pena a preservarsi dai loro prestigi. Allora comparirà l’anticristo, che impiegherà tutti i mezzi possibili per distruggere l’impero di Gesù Cristo, ingannando gli uomini con gli errori che spargerà, e pervertendoli o con lo splendore dei beni, o con le lusinghe dei piaceri che loro presenterà. – Ma senza risalire ai secoli passati e senza penetrare nel tempo avvenire, per vedere l’abbominazione della desolazione nel luogo santo, noi non abbiamo, fratelli miei, che a considerare ciò che accade ai giorni nostri sotto i nostri occhi, nel seno stesso del Cristianesimo. Non si vedono forse già seduttori che ingannano gli uni con massime che loro insegnano, pervertiscono gli altri coi cattivi esempi che loro danno; massime sì perniciose, esempi sì contagiosi nella virtù. È dunque lo scandalo che mette l’abbominazione della desolazione nel luogo santo, nella Chiesa di Gesù Cristo, e che dovrebbe pure indurre le anime sante a fuggire sulle montagne e nei deserti per evitarne la contagione: Qui in Judæa sunt fugiant ad montes. Non è per altro possibile a tutti i giusti di lasciare il mondo, deve esservene per servire d’esempio agli altri e molti sono dal loro stato obbligati a dimorarvi. Che far dunque per rimediare allo scandalo sì frequente nel mondo? Bisogna, se si può, correggere gli scandalosi, facendo loro comprendere tutta l’enormità del loro delitto. Il che imprendo a fare in quest’oggi, col mostrar loro, quanto lo scandalo sia ingiurioso a Dio, primo punto; quanto sia pernicioso all’uomo, secondo punto.

1. Punto. Lo scandalo, dicono i teologi, è una parola o un’azione che porta gli altri al peccato: Dìctum vel factum occasionem præbens ruinæ. Su di che, dopo essi, io osservo due cose:

1. che non è necessario, affinché una parola o un’azione sia scandalosa, che sia di sua natura malvagia o peccaminosa; ma basta che abbia qualche apparenza: Quia habet speciem mali.

2. Che, per essere colpevole di peccato, non è già necessario avere l’intenzione diretta d’indurre qualcheduno al male, ma basta prevedere che quel che si dice o che si fa sarà per lui un motivo di peccato. Vi sono ancora scandali di omissione, di cui si rendono colpevoli coloro, che, mancando di adempiere certi doveri, sono un’occasione di caduta pei loro fratelli che dovrebbero animare con la loro esattezza. Or volete voi sapere l’ingiuria che il peccato di scandalo fa a Dio? Giudicatene da questi tratti. Lo scandalo rapisce al Creatore la gloria che gli è dovuta dalle sue creature, distrugge i disegni di Gesù Cristo sopra la salute degli uomini, rende l’uomo simile al demonio. – Non è esso dunque un peccato mostruoso o piuttosto un peccato diabolico? Iddio ha fatte le creature ragionevoli per esserne glorificato con l’omaggio e l’ubbidienza che esse debbono alla sua grandezza, alle sue leggi. Ma che fa il peccato scandaloso? Egli allontana gli uomini dalla strada che conduce a Dio, li porta all’indipendenza o con le istruzioni d’iniquità o coi malvagi esempi che loro dà. Egli è un suddito ribelle che non si contenta di lasciare il servigio del suo principe, di prendere l’armi contro di lui, ma induce altri ancora nella sua ribellione e si fa un partito, come il perfido Assalonne, per privare del trono il suo padre ed il suo re. Ah! se è viltà il non dichiararsi per Dio quando gl’interessi della sua gloria lo richiedono, il non opporsi agli oltraggi che gli si fanno, il mostrarsi indifferente alla vista dei disordini che regnano nel mondo e non impedire il male quando si può, che sarà poi l’autorizzarla con la sua condotta, stabilire il regno dell’empietà sulle rovine della Religione, strascinare gli altri nel vizio e nel libertinaggio, e suscitare a Dio altrettanti nemici che l’oltraggino, quanti sono i sedotti con massime perniciose e perverse, con malvagi esempi? Or ecco ciò che voi fate, peccatori scandalosi, voi che allontanate gli altri dal servigio di Dio, o con gli empi discorsi che tenete sulla Religione, o coi motteggi con che la deridete per disgustare coloro che ne seguono il partito; voi che togliete a Dio la gloria che gli avrebbero procurato i digiuni e le limosine dei vostri fratelli; voi che li allontanate dai divini uffici, dai Sacramenti, dalle istruzioni per indurli alle partite di piacere e di dissolutezza; voi tutti, in una parola, che vi opponete al bene che gli altri possono fare; voi rapite a Dio la gloria che gliene ridonderebbe; perché voi siete iniqui e vorreste calmare i rimorsi di vostra coscienza, cercate di rendere gli altri così iniqui come voi. Ed è per questo che, non contenti di allontanarli dal bene, voi li spingete ancora al male con malvagi esempi. Voi insegnate a questo il modo che tener deve per vendicarsi di un nemico, rimproverandogli la sua indifferenza nell’ingiuria; vi apprendete a quello il segreto di riuscire nei perniciosi disegni di fare un’ingiustizia: voi profferite avanti a persone innocenti parole contro la modestia, canzoni lascive, che fanno sul loro spirito le più mortali impressioni e loro apprendono il male che ignoravano. Uomini dissoluti, voi sollecitate quella persona ad appagare la vostra passione, o con promesse, o con false persuasioni: voi, donne mondane, con i vostri abiti, con la vostra immodestia portate nel cuore degli altri la contagione, di cui siete infette; voi che comparite nel luogo santo con un’affettazione, con modi che la decenza dappertutto proscrive, che disturbate la divozione altrui con ragionamenti fuori di luogo: voi, padri e madri, padroni e padrone, che dovete il buon esempio alle vostre famiglie, voi date pubblicamente lezioni d’iniquità con le bestemmie, con le imprecazioni , che profferite alla presenza dei vostri figliuoli, dei vostri servi, col racconto che loro fate dei disordini di vostra gioventù, con le dissolutezze cui vi abbandonate ancora e con la vita licenziosa che menate; voi che fate dei servi o le vittime delle vostre passioni o i ministri dei vostri intrighi peccaminosi; voi tutti finalmente che con le vostre parole o con le vostre azioni inducete gli altri al peccato, date loro occasione di offendere Dio, o favoreggiando la loro passione, trovando loro oggetti che li contentano o dando ricovero in casa vostra al libertinaggio; voi alzate così pubblicamente lo stendardo della ribellione contro il vostro Dio, somministrando agli altri l’arme per fargii guerra. Uomini perversi che intorbidate il bell’ordine dell’universo e rapite a Dio la gloria che ha diritto di aspettare dalle sue creature ragionevoli, mentre gli esseri inanimati lo glorificano nel loro modo, voi lo fate disonorare, oltraggiare da coloro che sono capaci di conoscerlo e di amarlo. La vostra condotta è non solamente opposta ai disegni del Creatore, ma ancora a quelli del Redentore poiché voi rendete inutile ciò che Gesù Cristo ha fatto per la salute degli uomini. Voi lo sapete, fratelli miei, quale è stato il motivo della venuta del Figliuolo di Dio in questo mondo. Egli è disceso in terra per salvare gli uomini: Propter nostram salutem descendit de cœlis. Questo gran disegno l’ha occupato sin dall’eternità; per effettuarlo nel tempo, si è rivestito d’una carne mortale, si è addossate le nostre debolezze, è nato in una stalla, ha sofferto la fame, la sete, il rigore delle stagioni, gli affronti, i dispregi, una passione dolorosa, una morte crudele. Egli è risuscitato, per nostra giustificazione, dice l’Apostolo; prima di abbandonare la terra per andare al cielo a prendere possesso della sua gloria, Egli sostituì in sua vece gli Apostoli, che incaricò della cura d’istruire le nazioni, e di applicare loro il frutto dei suoi patimenti e della sua morte; a questo fine mandò loro il suo Santo Spirito, che diede ai medesimi tutti i lumi e tutta la forza di cui avevan bisogno per riuscire in quella grande opera: in una parola, la salute degli uomini è stato il fine di tutti i misteri di un Dio fatto uomo, l’oggetto del suo Vangelo, il prezzo del suo sangue. Ma che fa il peccatore scandaloso? Egli rende inutile alle anime che pervertisce il sangue che Gesù Cristo ha sparso per esse, egli annienta i meriti dei suoi patimenti e della sua morte, rapisce al Salvatore le conquiste che gli hanno costato ciò che aveva di più caro: qual attentato! Invano dunque, o pietoso pastore, voi vi siete presa tanta pena per cercare la pecorella smarrita, invano vi affaticaste per correrle dietro, invano avete sudato sangue ed acqua per ricondurla all’ovile, sofferto la morte della croce per darle la vita; i vostri travagli, le vostre lagrime, i vostri patimenti, la vostra morte, tutto diventa inutile; voi l’avete liberata dal furore del lupo, e lo scandaloso viene a togliervela per precipitarla nell’abisso. Qual barbarie! Qual crudeltà! Tale è la vostra, peccatori scandalosi, che fate perire le anime per cui Gesù Cristo è morto: Peribit frater infirmus propter quem Christus mortuus est (1 Cor. VIII). Qual oltraggio non fate voi a questo divin Salvatore, che ha amato le anime sino al punto di sacrificarsi per esse? Oltraggio più atroce, dice s. Bernardo, che il delitto medesimo di cui i Giudei si rendettero colpevoli spargendo il sangue di Gesù Cristo; poiché questo sangue sparso ha servito alla redenzione degli uomini, laddove, oltre il deicidio che voi commettete nella persona di Gesù Cristo, rinnovando la sua morte, voi rendete inutile questa morte, mettete un ostacolo all’adempimento dei suoi disegni, rovesciate l’edificio che Egli ha costrutto con grandi spese, distruggete una Religione che i suoi Apostoli hanno predicata con tanto zelo, che i martiri hanno confermata col loro sangue, che tanti santi dottori hanno illustrata coi loro lumi, e che tanti ministri del Vangelo s’adoprano a sostenere con le loro cure e coi loro buoni esempi; cioè a dire voi rinnovate la guerra, e le persecuzioni che i nemici di questa santa Religione le hanno altre volte suscitate nella persona dei tiranni e degli eretici! Di più questa è una guerra, una persecuzione, che cagiona effetti più funesti che quelle dei suoi primi nemici. Infatti, fratelli miei, la persecuzione che i tiranni mossero altre volte alla Religione, serviva ad accrescer il numero dei fedeli: il sangue dei Cristiani era, come dice Tertulliano, una semente che ne produceva un centuplo. Ma lo scandaloso fa alla Religione una guerra di tanto maggior pericolo, quanto che è meno sanguinosa. Non è già la crudeltà dei carnefici, il rigore dei supplizi, l’orribile apparecchio della morte che egli impiega per far soccombere i fedeli; egli si serve dell’allettamento del piacere, dello splendore delle ricchezze, delle ingannatrici lusinghe degli oggetti che loro presenta per strascinarli ai disordini e far loro abbandonare la santa legge del Signore. Ecco, fratelli miei, ciò che cagiona alla Chiesa in un tempo di pace più grandi amarezze di quelle che essa ha provate nel tempo di guerra; Ecce in pace amaritudo mea amarissima. Ah! piacesse a Dio, diceva s. Ilario, parlando degli eretici, e noi potremmo dirlo parlando degli scandalosi, piacesse a Dio che noi avessimo a fare coi tiranni che mettessero la nostra fede alla prova dei tormenti; il Signore ci farebbe la grazia di sostenere questa fede contro gli sforzi di quei nemici stranieri: ma qui noi abbiamo a fare con nemici domestici che vivono con noi, che sono della medesima Religione e talvolta della stessa casa che noi: il che ci porta colpi tanto più funesti, quanto che sono nascosti sotto le apparenze dell’amicizia che ci dimostrano, delle promesse e delle carezze che ci fanno per indurci nella loro compagnia, per farci cadere nel peccato. Come tratteremo noi dunque, fratelli miei, questi nemici della gloria di Dio e della salute degli uomini? Noi li chiameremo col nome che dà loro il diletto discepolo S. Giovanni. Vi sono al presente, dice egli, molti anticristi: Et nunc antichristi multi facti sunt (1 Jo. 2). Cioè vi sono dei Cristiani indegni di un sì bel nome, i quali fanno di già anticipatamente l’ufficio dell’anticristo, che è di distruggere il regno di Gesù Cristo, di pervertire le anime, d’indurre gli spiriti in errore coi malvagi discorsi che spacciano, coi pestiferi libri che spargono; di corrompere i cuori colle attrattive del cattivo esempio che danno: Et nunc antichristi multi facti sunt. Gli scandalosi sono i precursori dell’anticristo: essi preparano sin d’adesso le sue vie, fanno sin dal presente quel che farà colui quando comparirà sulla terra, che sarà di muover guerra a Gesù Cristo, di opporsi ai suoi disegni, di rapirgli le anime da Lui redente col prezzo del suo sangue. Comprendete voi, peccatori scandalosi, l’enormità del vostro delitto? Non basta ancora il sin qui detto: voi fate l’opera del demonio, quel nemico comune della gloria di Dio e della salute degli uomini. – Ed in vero qual è l’occupazione del demonio sulla terra? Ohimè! noi lo sappiamo per una trista esperienza. Sino da principio del mondo, dice il Vangelo, egli non si è applicato che a far perire le anime create ad immagine di Dio: Homicidia erat ab initio (Jo. VIII). La gelosia che egli ha concepita contro gli uomini, da Dio destinati ad occupare i posti degli angeli prevaricatori; gli fa impiegare tutte le astuzie di cui è capace per far cader l’uomo nel peccato, e rapirgli con questo mezzo la suprema felicità per cui Iddio l’ha creato, e per disgrazia dell’uomo egli riesce pur troppo spesso nei suoi funesti progetti. Sovente ancora non può venir a capo dei suoi disegni, trova nell’uomo della resistenza ai suoi assalti. Che fa dunque questo spirito di tenebre per perdere le anime, per avere la preda di cui vuole impadronirsi? Ah! fratelli miei, egli si serve d’un peccatore scandaloso, di quegli uomini viziosi che non si contentano di perdere se stessi: ma vogliono ancora farsi dei compagni nelle loro disgrazie; ecco i fautori di satanasso, questi sono i ministri e gli strumenti di cui si serve per vincere gli uomini di già scossi dalle sue tentazioni. – Che fa il demonio che vuol perdere quel giovane regolato nella sua condotta, quella figliuola modesta e riserbata che conserva la sua innocenza? Egli suscita all’uno qualche compagno dissoluto che l’allontanerà dalle vie del Signore, che l’indurrà in partite di piacere, gli terrà discorsi licenziosi, e gl’insegnerà a far il male che non sospettava neppure possibile. Il demonio invierà all’altra un libertino, che non la porterà tosto a gravi misfatti, ma che comincerà a sedurla con lusinghevoli parole, prenderà con essa certe famigliarità contrarie alla modestia, ed in appresso la farà cadere in un abisso di disordini; oppure essa frequenterà qualche cattiva compagnia che la strascinerà in quelle adunanze di divertimenti funesti all’innocenza di tutte quelle che vi s’impegnano; e benché per lo innanzi sì riserbata, ella diverrà come le altre, perderà il gusto della divozione, correrà dietro alla vanità ed alla menzogna, cadrà nel peccato. Ecco, fratelli miei, come il demonio si serve degli scandalosi per pervertire le anime innocenti, per farle cadere nelle sue reti. – Che farà ancora questo spirito di malizia per disunire amici, per mettere la dissensione in una famiglia, per irritare dei congiunti gli uni contro gli altri? Egli si servirà di quegli uomini turbolenti e terribili nella società, come li chiama lo Spirito Santo, i quali con malvagi rapporti, con imposture e calunnie, semineranno la zizzania nel campo del padre di famiglia, divideranno gli animi uniti coi legami di una stretta amicizia. Mentre non è questa forse la sorgente ordinaria delle inimicizie, dei contrasti che regnare si vedono nelle famiglie, tra i vicini, i congiunti? Le lingue indiscrete che non possono contenersi, che servono d’organo all’infernale serpente, per far regnare la discordia tra gli uomini, ed attirarli nel soggiorno del disordine e dell’orrore eterno che vi abita. Così, fratelli miei, ciò che il demonio non può fare da sé stesso, lo fa pel mezzo e ministero degli uomini per perderli. Nel che gli scandalosi sono più a temere che il demonio medesimo, perché questo tentatore invisibile non può indurre gli uomini al peccato in una maniera sensibile; laddove l’uomo portato naturalmente ad imitare il suo simile, di cui diffida meno che del demonio, è più presto vinto che dal demonio medesimo; dunque è vero che lo scandalo è un gran peccato, poiché rapisce la gloria a Dio. – Vediamo ora quanto egli è pernicioso all’uomo.

II. Punto. Non è già del peccato di scandalo come degli altri peccati, i quali non nuocciono che a coloro che li commettono. Quelli rinchiudono in sé la loro malizia e la loro corruzione, ma lo scandalo la sparge al di fuori: egli è una peste che infetta non solamente chi ne è tocco, ma ancora coloro che se ne avvicinano; di modo che lo scandalo porta ad uno stesso tempo i suoi colpi mortali e a chi lo dà e a coloro che lo ricevono: due circostanze che ne fanno conoscere i perniciosi effetti. Non si può dubitare che lo scandalo essendo un peccato cosi grave, non dia il colpo di morte a chi lo commette quando trattisi di materia importante. Ma ciò che rende questa morte più tragica si è, che questo peccato, essendo più grave che gli altri, sarà più rigorosamente punito, e che le conseguenze di lui essendo irreparabili, il ritorno alla vita della grazia è più difficile. Siccome vi sono virtù del primo ordine, alle quali Iddio riserba più magnifiche ricompense, si può dire altresì  che vi sono peccati d’una malizia superiore, che Dio punisce con più severi castighi. Nelle virtù del primo ordine bisogna comprendere lo zelo della gloria di Dio, della salute delle anime. Non si può dubitare che questa virtù non sia coronata nel cielo d’una gloria immensa, poiché Gesù Cristo ci assicura che colui il quale avrà praticato ed insegnato, sarà grande nel regno dei cieli; Qui fecerit et docuerit, hic magnus vocabitur in regno cœlorum (Matth.V). Quindi gli Apostoli hanno nel cielo un grado distinto, perché  hanno stabilito il regno di Gesù Cristo sulla terra; quindi i ministri del Vangelo, i quali, seguendo le tracce degli Apostoli, insegnano agl’ignoranti riconducono i peccatori al dovere, risplenderanno, dice la Scrittura, come le stelle nell’eternità: Qui ad iustitiam erudiunt multos, fulgebunt quasi stellæ in perpetuas æternitates (Dan. XII). Giudichiamo da questo, fratelli miei, quali castighi debbono aspettarsi quegli uomini di perdizione che distruggono il regno di Dio coi loro scandali; che, invece d’istruire gl’ignoranti, spargono le tenebre dell’ errore e della menzogna, fanno abbandonare il partito della verità, invece di ricondurre i peccatori sul buon sentiero, lasciare lo fanno ai giusti medesimi, che essi pervertono con le loro detestabili massime, con i loro perniciosi esempi. Ah! qual conto non renderanno essi a Dio delle anime che avranno perdute? Con qual severi castighi Dio non farà loro pagare la perdita di quelle anime che erano il prezzo del suo caro Figliuolo? Sanguinem eius de manu tua requiram (Ezec.III). Sì, peccatori scandalosi, Dio si vendicherà su di voi nel modo più terribile, non solo per la perdita di quelle anime che esso sarà obbligato di riprovare, perché voi le avete rese complici dei vostri disordini; ma più ancora a cagione dell’oltraggio che avete fatto al sangue adorabile del suo Figliuolo, che avete indegnamente profanato: Sanguinem eius de manu tua requiram. Questo sangue prezioso, la cui voce sarà più forte che quella del sangue di Abele, che domandava a Dio vendetta contro suo fratello, solleciterà, animerà la giustizia di Dio a punirvi coll’ultimo rigore e dei vostri propri peccati e di quelli che avrete fatto commettere. Io, vi dirà Gesù Cristo, Io m’era fatto vittima della giustizia di mio Padre per salvare le anime; io non aveva risparmiati né sudori. né fatiche né patimenti né la mia vita medesima per liberarle dalla schiavitù del demonio e collocarle nel soggiorno della gloria; e tu, o scellerato, tu hai fatto di queste anime la vittima della tua crudeltà; tu nulla hai risparmiato per perderle e dannarle; ah! tu pagherai durante tutta l’eternità l’ingiuria che hai fatta al mio sangue, ai miei patimenti, alla mia morte: Sanguinem eius de manu tua requiram. Di questo terribile giudizio minaccia di già Gesù Cristo nel Vangelo il peccatore scandaloso per via delle maledizioni che contro di lui pronuncia. Guai, dice Egli, all’uomo per cui avviene lo scandalo: Væ nomini illi per quam scandalum venit (Matth. XVIII). Sarebbe un minor male per lui il non avere giammai veduto il giorno che rendersi doppiamente colpevole e del peccato che commette, e di quello che fa commettere, perché sarà più rigorosamente punito; egli lo sarà pel suo peccato e per li peccati altrui: più anime avrà perdute, più saranno accresciuti i suoi castighi; ma ciò che comincia di già la sua disgrazia sino da questo mondo si è la somma difficoltà di riparare lo scandalo: Væ nomini illi, etc. Ed in vero, fratelli miei, uno scandaloso che ha ispirato agli altri dei cattivi sentimenti, che loro ha appresa l’arte fatale di commettere il delitto, come cancellerà egli le malvage impressioni che loro ha comunicato? Ohimè! questo perverso lievito ha forse di già corrotta tutta la massa, sia nella sola persona che ha infetta, sia nella moltitudine ove si è sparso. Sovente accade che colui che lo scandaloso ha pervertito, cui ha insegnato il male, ne ha di già contratto l’abito, e non può più disfarsene; autorizzato dal cattivo esempio che gli è stato dato, egli si crede tutto permesso, e porta l’impudenza sino a gloriarsi delle azioni che lo facevano per l’addietro arrossire. Ma supponiamo che lo scandaloso per via dei buoni consigli e di un cangiamento di vita riesca a far rientrare nel dovere qualcheduno di coloro che esso ha pervertiti, come distruggerà egli tutti i malvagi effetti che la contagione del suo misfatto ha prodotti in coloro cui essa si è comunicata? Colui che è stato corrotto ne ha corrotti altri: ed il male è divenuto cosi generale che non solo una moltitudine, un villaggio, una città, ma ancora una provincia, un regno ne sarà infetto. Sarà dunque impossibile conoscere tutti coloro che sono tocchi dalla malattia; e come guarir un male che non si conosce? Come arrestar un incendio che ha di già arsa tutta la casa? Chi potrebbe, per esempio, arrestare le strane conseguenze della lettura di tutti i cattivi libri contro la fede e contro i costumi? Chi può cancellare le malvage idee che una parola di doppio senso, una canzone disonesta avrà prodotte in una compagnia ove sarà stata recitata e che indi si spargerà in molte altre? E pure, per ottenere il perdono del suo peccato, bisogna ripararne le conseguenze; ma come riuscirvi? Nel momento in cui egli chiede misericordia per se stesso, i discepoli che ha formati oltraggiano il Dio che esso invoca. Rapire al prossimo i suoi beni con ingiustizie, il suo onore con calunnie è un gran male; togliergli la vita con l’omicidio è crudeltà; ma fargli perdere la vita dell’anima con lo scandalo, ah! fratelli miei, si è nello stesso tempo ingiustizia e crudeltà, ma crudeltà tanto più enorme quanto la vita della grazia sorpassa tutti i beni della natura. Mentre sapete voi, peccatori scandalosi, il torto che fate al vostro fratello quando gli rapite il tesoro della grazia con il peccato che gli fate commettere? Voi lo private dell’amicizia del suo Dio; voi gli fate perdere il diritto che aveva alla celeste eredità, voi ne fate una vittima dell’ira di Dio; di modo che se quella persona muore nel peccato cui voi l’avete indotta, eccola perduta per un’eternità; l’inferno diventa per sempre la sua porzione. Ella è una perdita irreparabile di cui non la risarcirete giammai, qualunque cosa possiate voi fare. Se avete preso altrui la roba, se gli avete rapito l’onore, potete ristabilirlo nei suoi primi diritti con restituzioni che uguaglino l’ingiuria che gli avete fatta; ma se avete precipitata un’anima nell’inferno coi vostri scandali, voi non ne la farete uscire mai più. Ohimè! Forse ve ne ha di già, o peccatori che mi ascoltate, alcuni che vi sono caduti per colpa vostra; forse udirete voi i lamentevoli gemiti di quegli sgraziati, che gridano dal mezzo delle fiamme: io brucio in questo fuoco, perché ho ascoltati i malvagi discorsi, ho seguito i cattivi esempi di quel peccatore che mi ha strascinato nella colpa: maledetto sia il momento in cui l’ho conosciuto e frequentato! Ah! peccatori, non siete voi penetrati d’orrore a queste voci? Non sarebbe meglio per gl’infelici che voi avete così perduti che aveste loro tolti i beni, la riputazione, la vita medesima, che averle precipitati negli orrori della morte eterna? Se voi volete ancora nuocere al vostro prossimo, se qualcheduno dei vostri fratelli è divenuto l’oggetto del vostro odio, vendicatevi sopra i suoi beni, sopra il suo onore, sopra la sua vita medesima, armatevi d’un pugnale ed immergeteglielo nel seno; ma almeno risparmiate la sua anima: Verumtamen animam illius serva (Job. II). Se voi medesimi volete dannarvi, non comprendete gli altri nella vostra disgrazia, perché i complici del delitto, divenendo i compagni dei vostri castighi, non ne sminuiranno punto il rigore, non faranno al contrario che accrescerlo; più il numero ne sarà grande, più la giustizia di Dio eserciterà su di voi i suoi rigori. – Ora voi dubitar non dovete che i vostri scandali non perdano un gran numero d’anime; mentre è questo uno dei perniciosi effetti di questo peccato di unire alla sua crudeltà la contagione; e perciò si paragona ad una peste che si comunica con una rapidità che è molto difficile di arrestare. Si può dire infatti che lo scandalo è stato la cagione di tutti i mali che hanno desolata la Chiesa di Gesù Cristo, e che è ancora la sorgente avvelenata donde nascono le scelleratezze che inondano l’universo. Quale strage non ha fatta nella Chiesa un solo Ario, un Calvino, un Lutero, che hanno di già perdute tante anime e che ne perderanno ancora nel corso dei secoli? Ma, senza uscire dal seno della Chiesa Cattolica, quanti delitti lo scandalo non produce tutt’i giorni? L’uomo, è vero, è portato di sua natura al peccato; egli è tentato dal demonio; ma è ritenuto dal timore e dalla vergogna annessa al peccato. Or che fa lo scandalo? Toglie all’uomo questo timore e questa vergogna che lo riteneva. L’uomo, naturalmente portato ad imitare i suoi simili, si crede autorizzato a fare quel che far vede dagli altri, principalmente quando si tratta del male, per cui egli ha più propensione che pel bene. Il costume, la licenza che si vede negli altri non è ella forse il pretesto ordinario di cui si servono i libertini per scusare i loro disordini? Taluno crede tutto permesso quando è sostenuto dall’esempio; da che il peccato è divenuto il peccato della moltitudine, esso perde in qualche modo il carattere d’infamia che ne è inseparabile; si leva arditamente la maschera, non sa più arrossire della colpa e si fa gloria di essere così vizioso come gli altri. Tali sono i funesti progressi di questo contagioso peccato che ha di già precipitato più anime nell’inferno che gli esempi dei santi non ne hanno potuto salvare. Né fa d’uopo esserne sorpresi. Per imitare i malvagi, basta seguire la sua naturale propensione; ma per imitare i santi bisogna farsi violenza. Or il numero di coloro che cedono alle inclinazioni d’una natura corrotta è molto più grande che il numero di coloro che vi resistono: e dacché le malvage inclinazioni sono strascinate dal peso del cattivo esempio, a quali eccessi non si abbandonano esse? Quanti giovani i quali, docili alle istruzioni che loro erano state date nella loro infanzia, servivano di già ai grandi medesimi d’esempio, di virtù! Si vedevano fedeli alle risoluzioni formate in una prima Comunione, si accostavano regolarmente ai Sacramenti, assidui ai divini uffici, ubbidienti ai loro genitori, sobri, casti, regolati nella loro condotta; ma da poi che crescendo in età hanno frequentati i malvagi, sono divenuti simili ad essi, sono liberi nelle parole, dissoluti, indocili e pieni di dispregio per le pratiche della Religione e i precetti della Chiesa. Se io domando a colui come ha egli perduto il tesoro della sua innocenza, chi gli ha insegnate quelle opere d’iniquità che imbrattano la purezza della sua anima? Egli mi risponderà che fu un dissoluto da lui frequentato. Così lo scandalo si comunica all’infinito, ed uno scandaloso che è di già da lungo tempo nell’inferno pecca ancora sulla terra nella persona di coloro che ha pervertiti. Da chi imparano i figliuoli a bestemmiare, a dire cattive parole? Da’ padri e dalle madri o da altre persone che non sanno contenersi alla loro presenza. Questi figliuoli, quando saranno essi medesimi padri e madri, insegneranno le stesse cose ai loro figliuoli, questi ai loro discendenti. Così lo scandalo è come un peccato originale che si perpetua di secolo in secolo, di generazione in generazione, che perde la più gran parte del genere umano. E non crediate che lo scandalo consista sempre in certi peccati che portano seco un carattere d’infamia, e che per questo medesimo ispirino orrore a coloro che li vedono. Può esservi dello scandalo in mancamenti anche leggieri, principalmente se si scorgono in persone che debbono per professione edificare gli altri. I deboli che vedono oltrepassare i limiti di qualche convenienza, credono poter andare più lungi. Qualche famigliarità, qualche abboccamento, qualche unione di amicizia che si veda tra persone che non penseranno neppure a far male, non si richiede di più per scandalizzare anime deboli ed innocenti, che temono sino l’apparenza del male. Una donna la quale non avrà tutta la modestia che le conviene nel suo vestire, nelle sue parole, nei suoi modi; che cerca di piacere con certi scherzi, in cui non pensa, dice ella, di fare alcun male, sarà una pietra d’inciampo per coloro che la vedranno, che la frequenteranno. Di più, fratelli miei, sovente anime deboli prenderanno motivo di scandalo da cose che sono in se stesse indifferenti, il mangiar carne sacrificata agli idoli, di cui l’uso non era da se stesso proibito ai primi Cristiani, era una cosa indifferente: il grande Apostolo loro la proibiva nulladimeno, perché prevedeva che ne accadrebbe scandalo, e protestava egli medesimo che non ne avrebbe mangiato giammai sul timore di scandalizzare i suoi fratelli : Si esca scandalizat fratrem meum, non manducabo carnem in æternum (II Cor. VIII). Il che deve indurvi ad astenervi da certe cose che voi credete permesse, e che sono nulladimeno vietate dalla legge della carità, tosto che esse sono per il prossimo un motivo di scandalo. Non bisogna tuttavia tralasciar il bene che uno è obbligato di fare a cagione dello scandalo che altri ne prenderebbero mal a proposito. Si è questo uno scandalo farisaico, che essi debbono imputare a sé medesimi; tale era quello dei Giudei sulla condotta e dottrina di Gesù Cristo.

Pratiche. Ma ciò che v’importa di ben sapere e di praticare si è di regolarvi così bene in tutte le vostre azioni che vi diportiate sempre in una maniera edificante e degna di Dio: Ut ambuletis digne Deo ( Coloss. II). Si è di concorrere, quanto potete, alla salute del prossimo con le vostre parole e con i vostri esempi, di modo che voi siate da per tutto il buon odore di Gesù Cristo. Quel che v’importa ancora di sapere e di praticare si è di evitare la compagnia degli scandalosi; benché assodati voi siate nella virtù, pur cadrete e diverrete malvagi coi malvagi. Quanto a voi che siete stati pei vostri fratelli un odore di morte coi cattivi esempi che avete loro dati, bisogna, per quanto dipende da voi, riparare il male che avete fatto, domandare perdono a Dio: Ab alienis parce servo tuo (Psal. XVIII); ritrattare i malvagi consigli che avete loro dati, le massime perniciose che loro avete insegnate, riparare con la vostra condotta le cattive impressioni che avete cagionate; voi avete scandalizzato con il vostro allontanamento dei Sacramenti e dai divini uffizi, bisogna accostarvi ai primi e che vi vediamo assidui ai secondi. Voi davate scandalo col frequentare certe case o persone che non dovevate neppur vedere; conviene evitare quelle case, quelle persone, per quanto care vi siano, e qualunque vantaggio possiate ricavarne. Voi non farete forse tanto di bene con i vostri buoni esempi , quanto avete fatto di male con i vostri scandali; ma Dio avrà riguardo alla vostra buona volontà, alle preghiere che voi gli indirizzerete per la conversione di coloro che avete pervertiti. Non lasciate la buona strada che avete presa; essa vi condurrà al soggiorno della gloria: Così sia,

 Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta

Propítius esto, Dómine, supplicatiónibus nostris: et, pópuli tui oblatiónibus precibúsque suscéptis, ómnium nostrum ad te corda convérte; ut, a terrenis cupiditátibus liberáti, ad cœléstia desidéria transeámus.

[Sii propizio, o Signore, alle nostre súppliche e, ricevute le offerte e le preghiere del tuo popolo, converti a Te i cuori di noi tutti, affinché, liberati dalle brame terrene, ci rivolgiamo ai desideri celesti.]

Comunione spirituale

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Marc XI: 24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.

[In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato].

Postcommunio

Orémus.
Concéde nobis, quǽsumus, Dómine: ut per hæc sacraménta quæ súmpsimus, quidquid in nostra mente vitiósum est, ipsorum medicatiónis dono curétur.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Signore: che quanto di vizioso è nell’ànima nostra sia curato dalla virtú medicinale di questi sacramenti che abbiamo assunto.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

I DOMENICA MOBILE: DOMENICA VI DOPO EPIFANIA (2020)

I DOMENICA MOBILE (6a dopo l’Epifania).

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Le domeniche terza, quarta, quinta e sesta dopo l’Epifania sono mobili e si celebrano fra la 23a e la 24a Domenica dopo Pentecoste, quando non hanno potuto entrare prima della Settuagesima, cioè quandola festa di Pasqua e il suo corteo di 9 Domeniche, che ad essa preparano, vengono molto presto (vedi Commento liturgico del Tempo della Settuagesima). In questo caso l’Orazione, l’Epistola e il Vangelo sono quelli delle Domeniche dopo l’Epifania e basta interpretarli nel senso del secondo avvento di Gesù Cristo invece del primo, per adattarli al tempo dopo Pentecoste che prepara le anime alla venuta del Salvatore alla fine del mondo, segnata dall’ultima Domenica dell’anno o 24a Domenica dopo Pentecoste. Quanto all’Introito, al Graduale, all’Alleluia, all’Offertorio e alla Comunione, si prendono quelli della 23a Domenica dopo Pentecoste, che fa direttamente allusione alla redenzione definitiva delle anime (Intr.), quando Gesù, rispondendo alla nostra invocazione (Alleluia, Offertorio, Communio) verrà a giudicare i vivi e i morti ed a strapparci per sempre dalle mani dei nostri nemici (Graduale). Per riferire la Messa di questo giorno alla lettura del Breviario di quest’epoca, si può leggere quello che abbiamo detto dei Maccabei alla 20a, 21a e 22a Dom. dopo Pentecoste. – Per riferire la Messa di questa Domenica alla lettura del Breviario di questo tempo leggasi quello che abbiamo detto dei Profeti dopo Pentecoste.

La Messa di questo giorno fa risaltare la divinità di Gesù attestando chiaramente che Egli ha ricevuto il potere, come Figlio di Dio, di giudicare tutti gli uomini. Gesù è Dio, poiché Egli rivela cose che sono nascoste in Dio e che il mondo ignora (Vangelo). La sua parola, che Egli paragona a un piccolo seme gettato nel campo del mondo ed a un po’ di lievito messo nella pasta, è divina, perché seda le nostre passioni e produce nel nostro cuore le meraviglie della fede, della speranza e della carità di cui ci parla l’Epistola. La Chiesa, suscitata dalla parola di Gesù Cristo, è simbolizzata mirabilmente dalle tre misure di farina, che la forza di espansione del lievito ha fatto « completamente fermentare » e dalla pianta di senapa, la più grande della sua specie, ove gli uccelli del cielo vengono a cercare un asilo. Meditiamo sempre la dottrina di Gesù (Or.), onde, come il lievito, essa penetri le anime nostre e le trasformi, e, come il grano di senapa, irradia l’anima del prossimo con la sua santità. Così il regno di Dio si estenderà vieppiù, quel regno quale Gesù ci ha chiamati e di cui egli è il Re. Egli eserciterà questa regalità soprattutto alla fine del mondo.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Jer XXIX:11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.
(Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.)

Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.

Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.
(Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.)

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

(Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.)

Oratio

Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, semper rationabília meditántes, quæ tibi sunt plácita, et dictis exsequámur et factis.
(Concedici, o Dio onnipotente, Te ne preghiamo: che meditando sempre cose ragionevoli, compiamo ciò che a Te piace e con le parole e con i fatti.)

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses
1 Thess 1:2-10

Fratres: Grátias ágimus Deo semper pro ómnibus vobis, memóriam vestri faciéntes in oratiónibus nostris sine intermissióne, mémores óperis fídei vestræ, et labóris, et caritátis, et sustinéntiæ spei Dómini nostri Jesu Christi, ante Deum et Patrem nostrum: sciéntes, fratres, dilécti a Deo. electiónem vestram: quia Evangélium nostrum non fuit ad vos in sermóne tantum, sed et in virtúte, et in Spíritu Sancto, et in plenitúdine multa, sicut scitis quales fuérimus in vobis propter vos. Et vos imitatóres nostri facti estis, et Dómini, excipiéntes verbum in tribulatióne multa, cum gáudio Spíritus Sancti: ita ut facti sitis forma ómnibus credéntibus in Macedónia et in Achája. A vobis enim diffamátus est sermo Dómini, non solum in Macedónia et in Achája, sed et in omni loco fides vestra, quæ est ad Deum, profécta est, ita ut non sit nobis necésse quidquam loqui. Ipsi enim de nobis annúntiant, qualem intróitum habuérimus ad vos: et quómodo convérsi estis ad Deum a simulácris, servíre Deo vivo et vero, et exspectáre Fílium ejus de cœlis quem suscitávit ex mórtuis Jesum, qui erípuit nos ab ira ventúra.

“Fratelli: Noi rendiamo sempre grazie a Dio per voi tutti, facendo continuamente menzione di voi nelle nostre preghiere, memori nel cospetto di Dio e Padre nostro della vostra fede operosa, della vostra carità paziente e della vostra ferma speranza nel nostro Signor Gesù Cristo; sapendo, o fratelli cari a Dio, che siete stati eletti; poiché la nostra predicazione del vangelo presso di voi fu non nella sola parola, ma anche nei miracoli, nello Spirito Santo e nella piena convinzione: voi, infatti, sapete quali siamo stati tra voi per il vostro bene. E voi vi faceste imitatori nostri e del Signore, avendo accolta la parola in mezzo a molte tribolazioni col gaudio dello Spirito Santo, al punto da diventare un modello a tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Poiché non solo da voi si è ripercossa nella Macedonia e nell’Acaia la parola di Dio; ma la fede che voi avete in Dio s’è sparsa in ogni luogo, così che non occorre che noi ne parliamo. Infatti, essi stessi, riferendo di noi, raccontano quale fu la nostra venuta tra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire al Dio vivo e vero, e aspettare dal cielo il suo Figlio (che Egli risuscitò da morte) Gesù, che ci ha liberati dall’ira ventura”.

OMELIA I.

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1921]

LA VITA CRISTIANA

Tessalonica, l’odierna Salonicco, non poteva sfuggire allo zelo di S. Paolo. Era la città più importante della Macedonia, con una numerosa colonia di Ebrei. Vi avrebbe trovata l’occasione propizia di predicare la buona novella, prima nelle Sinagoghe, e poi tra i gentili. Recatosi in questa città durante il suo secondo viaggio, in compagnia di Sila e di Timoteo, in sole tre settimane vi operò un bene immenso. Costretto dall’odio dei Giudei a lasciare Tessalonica, dopo alcune soste in parecchi siti, si reca a Corinto, dove è raggiunto dal diletto discepolo Timoteo, che gli porta notizie su l’andamento della chiesa di Tessalonica.. Queste notizie diedero motivo a Paolo di scrivere una lettera in cui loda i Tessalonicesi della costanza; li conferma nella fede; biasima alcuni abusi, parla della seconda venuta di Gesù Cristo e della risurrezione dei morti, terminando con varie norme di vita cristiana. – Il principio di questa lettera forma l’Epistola di quest’oggi. Dopo il saluto, richiama alla mente dei Tessalonicesi la loro conversione al Vangelo, per mezzo della predicazione, accompagnata dai carismi dello Spirito Santo. La loro premura nell’accogliere la predicazione dell’Apostolo in mezzo a grandi tribolazioni e la loro costanza li rende esempio alle altre chiese della Macedonia e dell’Acaia. – Sull’esempio dei Tessalonicesi, conduciamo anche noi una vita cristiana che

1. Sia fondata sulle virtù teologali,

2. Non si scosti dalla via tracciata da Gesù Cristo.

3. Non tema di manifestarsi francamente.

1.

L’Apostolo ringrazia il Signore, innanzi tutto, per le virtù teologali dei Tessalonicesi. Son memore — dice loro — della vostra fede operosa, della vostra carità paziente e della vostra ferma speranza. Il Catechismo ci insegna che Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo nell’altra in Paradiso. La nostra meta ultima, dunque, è il godimento di Dio. E a questo futuro godimento ci conducono le virtù teologali. Noi dobbiamo raggiungere una meta soprannaturale: è necessario che abbiamo a conoscere e questa meta e i mezzi che vi conducono. Non basta, quindi, la cognizione naturale di Dio; perché questa cognizione insegna all’uomo a rendere omaggio a Dio come autore della natura e dei beni naturali. Ora, noi dobbiamo rendere ossequio a Dio, non solo come autore della natura e dei beni naturali, ma anche come autore d’una felicità soprannaturale. E ciò che riguarda la vita soprannaturale noi conosciamo per mezzo della fede, «virtù soprannaturale per cui crediamo, sull’autorità di Dio. ciò che Egli ci ha rivelato e ci propone da credere per mezzo della Chiesa». Di qui ne consegue che senza la fede non arriveremo ad conseguimento del nostro fine, come dichiara Gesù Cristo : «Chi crederà e sarà battezzato si salverà; ma chi non crederà sarà condannato» (Mc. XVI, 16). Oltre a conoscere la meta a cui arrivare, cioè il possesso della vita futura, occorre conoscere e avere i mezzi per arrivarvi; e qui abbiamo la Speranza: virtù soprannaturale, per cui confidiamo in Dio e da Lui aspettiamo la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla quaggiù con le buone opere. La speranze di arrivare un giorno a possedere Dio ci tiene lontani dallo scoraggiamento, e ci rafforza nella vita spirituale. È vero: io non posseggo ancora Dio, mia felicita, ma lo potrò possedere un giorno. Non sono ancora nella patria, ma sono già in via. Ci sono degli ostacoli, ma c’è, anche, chi li toglie. Abbisogno di molta forza, ma la grazia di Dio me la darà. Quando Dio promette, più nessuno può dubitare. « E la promessa che Egli ci ha fatto è questa: la vita eterna» (Giov. II, 25). – La fede è come il fondamento dell’edificio soprannaturale; la speranza ne forma le pareti; il coronamento è formato dalla carità: virtù soprannaturale, per cui amiamo Dio per se stesso sopra ogni cosa, e il prossimo come noi stessi per amor di Dio. È naturale che l’uomo, destinato al possesso di Dio nell’altra vita, sostenuto dalla speranza di pervenirvi, incominci quaggiù la sua unione con Dio, mediante la carità. Se tanto si amano i beni imperfetti, tanto più si deve amare Dio, che è il sommo e il più amabile di tutti i beni. Ed è naturale che si debba amarlo sopra ogni cosa, disposti a perder tutto piuttosto che offenderlo con peccato grave. E vien da sé che in Dio dobbiamo amare il prossimo, chiamato con noi, a far parte dell’eterna felicità. Tutta la dottrina cristiana si può ridurre a quello che l’uomo deve credere, sperare e amare. Quanto più in uno sono vive le vitti della fede, della speranza e della carità, tanto più è rigogliosa tutta la sua vita spirituale. Esse sono tanto necessarie all’eterna salute, che chi facesse lunghe penitenze, soccorresse i poveri e praticasse tante opere buone, senza le virtù teologali non schiverebbe la dannazione. Chi, invece, ben radicato in queste virtù, fosse nell’impossibilità di compire le opere comandate, si salverebbe egualmente in virtù del desiderio di poterle compiere; desiderio che è, necessariamente, incluso nelle virtù teologali.

2.

L’Apostolo dichiara ai Tessalonicesi: Voi vi faceste imitatori nostri e del Signore. È come dire: Voi conduceteuna vita da veri Cristiani, perché seguite la via tracciatada Gesù Cristo. «Cristiano è colui che non disprezzala via di Cristo, ma la via di Cristo vuol seguire per mezzodei suoi patimenti», insegna S . Agostino (En. 2 in Ps. XXXVI). – La via che Gesù Cristo ci ha tracciata ci guida all’adempimento dei nostri doveri verso Dio. Quando, nel tempio di Gerusalemme, Maria fa osservare a Gesù che essa e Giuseppe, addolorati, andavano in cerca di Lui, Egli risponde: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io debbo occuparmi di quelle cose che spettano al Padre mio?» (Luc. II, 49). Anche il Cristiano deve occuparsi delle cose che spettano a Dio. Non ha avuto da Lui la vita? Non è da Lui sostenuto? Non deve conoscere la sua volontà? Non deve rendergli il suo omaggio? Non deve onorarlo pubblicamente con le opere di culto, tanto più se prescritte? Eppure quanti Cristiani, tralasciano di ascoltare la Messa anche nei giorni festivi, non dicono mai una preghiera, e, forse, non si fanno mai il segno di croce. Catechismo, funzioni sacre, sono per essi parole prive di significato. La Domenica, invece dell’istruzione parrocchiale, si ascoltano mille sciocchezze, spropositi tra crocchi di sfaccendati: invece di prender parte alla sacre funzioni, si prende parte a divertimenti non sempre edificanti o, per lo meno, innocui. In chiesa c’è la predica e il canto dei salmi: fuori si passeggia, si giuoca, si beve, si alterca, si bestemmia. Gesù Cristo può dire: «Chi di voi può convincermi di peccato?» (Giov. VIII, 46). Ciò nonostante conduce una vita di grande penitenza; e prima di incominciare la vita pubblica digiuna rigorosamente per ben quaranta giorni nel deserto. Egli non aveva peccati da espiare, non aveva nessun obbligo di far penitenza per sé; ma voleva espiare i nostri peccati, voleva insegnare a noi l’obbligo della penitenza. Per il Cristiano questo della penitenza è un dovere che non si può sfuggire; tranne che si trovi nella condizione di poter ripetere le parole di Gesù Cristo: «Chi di voi può convincermi di peccato?» Ma nessuno può arrivare a un punto di demenza tale, da ripetere sul serio le parole del Divin Maestro. Solo Dio è senza difetti. Tutti lo sappiamo, come sappiamo che tutti gli uomini sono peccatori. Se siamo peccatori, dobbiamo fare penitenza. Non si richiede che abbiamo a ritirarci nel deserto, a digiunare continuamente, a flagellarci a sangue, come fecero tanti santi in ossequio al ritiro, al digiuno, alla flagellazione di Gesù Cristo. Questi eroismi, sotto l’influsso della sua grazia, Dio li chiede a dei santi particolari, perché servano a scuotere la nostra inerzia. In generale, da noi richiede molto meno; richiede lo spirito di penitenza. È spirito di penitenza accettare dalle sue mani prove che ci manda; è spirito di penitenza fare la sua volontà, anche quando richiede sacrifici; è spirito di penitenza combattere le passioni, astenerci dalle occasioni peccaminose, libere di peccato; è spirito di penitenza osservare i giorni di astinenza e di digiuno che la Chiesa prescrive, e che ormai sono ridotti a ben poca cosa. – La via tracciata dal Redentore, oltre condurci all’adempimento dei doveri verso Dio e verso noi stessi, ci conduce anche all’adempimento dei doveri verso il prossimo. L’amore verso il prossimo, il perdono delle offese, il render bene per male sono principi ripetutamente inculcati da Gesù Cristo. Per gli uomini, quantunque degni di castigo, Egli discende dal Cielo, s’incarna, soffre e muore. Noi verso i nostri fratelli non abbiam nulla da fare? Non dobbiamo noi amarli, se Gesù Cristo li ha amati al punto da morir per loro? E il nostro amore dobbiamo dimostrarlo con le opere. Nelle relazioni col prossimo dobbiamo astenerci da tutto ciò che può recar offesa, turbar la pace, suscitar discordie, provocar liti. Dobbiamo rispettare la sua roba, il suo onore, il suo focolare. Non dobbiamo lasciarci vincere dal puntiglio di dominare sui fratelli, memori dell’esempio di Gesù Cristo, «che non è venuto per esser servito, ma per servire» (Matt. XX, 28). –

3.

I Tessalonicesi, che tra molte tribolazioni accettano e professano la parola del Vangelo si dimostrano così franchi da diventare un modello a tutti i credenti detta Macedonia e dell’Acaia. Come nota il Crisostomo, l’Apostolo « non dice: Siete diventati modello nel credere, ma siete diventati modelli a quelli che credevano già. Cioè, voi che siete scesi a lottare fin dal principio, avete insegnato in che modo si deve credere in Dio» (In Ep. ad Thess. Hom. 1, 3). La lotta che dovettero sostenere sin dal principio, quando accettarono la parola del Vangelo, non li scoraggiò. Con la stessa franchezza professarono in faccia a tutti la fede abbracciata. Uno sguardo, anche molto superficiale, attorno a noi ci convince subito che non tutti i Cristiani hanno la franchezza dei Tessalonicesi nel dimostrarsi tali in faccia a tutti. L’opportunismo domina la sua parte. Oggi si inneggia alla Religione, domani la si combatte Oggi si fa omaggio ai ministri di Dio, domani si colmano di imprecazioni. Oggi si prende parte a una processione religiosa, domani la si contrasta. Si cambiano idee secondo che il vento spira; si cambiano le azioni come si cambiano gli abiti nelle varie stagioni. – Poi c’è la paura che ci riduce Cristiani a metà. Non si fa Pasqua, non si ascolta la Messa nei giorni festivi. Il motivo? — Ero indisposto — vi sentite non di rado rispondere. Non si tratta però, generalmente, che di indisposizione morale. Si tratta di paura di essere notati. Lo stesso si dica, tante volte, dei divertimenti, della moda ecc. Si ha paura di rifiutar l’invito: si ha paura di esser notati, se non si segue la moda del vicino, del compagno di lavoro ecc. Corretti in casa; leggeri e scandalosi in pubblico. – C’è anche, delle volte, una vera persecuzione. Sono ripicchi, soprusi, insulti, provocazioni, calunnie per impedirci di praticare apertamente una vita da buon Cristiano. Ma neanche queste tribolazioni devono intimidirci. Nella tempesta si conosce il navigante, e nelle tribolazioni si conosce il vero cristiano. S. Pietro Canisio fu uno dei Santi maggiormente gratificati di insulti, di ingiurie, di calunnie da parte degli eretici. Ma egli non rallentò mai il suo zelo. Quando p. e. lo chiamavano: — bestemmiatore esecrabile, zoticone, asino del Papa, animo ingannatore; — non aveva che una risposta: «Sia lodato Gesù Cristo. Siamo stati ritenuti degni d’essere ingiuriati per il suo nome». Continuava quella regola di vita che s’era prefisso fin da studente a Colonia, quando in fronte e a tergo di un quaderno, che doveva aprire frequentemente, scriveva a grandi caratteri: Persevera: Sii perseverante. – Sii perseverante. Ecco la parola che deve ripetere ogni Cristiano a se stesso nel momento della prova. Il navigante che, spaventato dalla tempesta, non si preoccupa più di arrivare in porto, finisce col naufragare. Il Cristiano che nelle difficoltà dimentica i suoi doveri, è un naufrago che non si cura di arrivare al porto dell’eterna salvezza. Sii perseverante, e vincerai. Pensa che «senza avversari non c’è corona di vittoria» (S. Ambr. Epist. 18, 30).

Graduale

Ps XLIII: 8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in sǽcula. Allelúja, allelúja.

(Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.

V. In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno. Allelúia, allelúia.)

Ps CXXIX129:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.

(Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.)

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XIII: 31-35
In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile est regnum cœlórum grano sinápis, quod accípiens homo seminávit in agro suo: quod mínimum quidem est ómnibus semínibus: cum autem créverit, majus est ómnibus oléribus, et fit arbor, ita ut vólucres cœli véniant et hábitent in ramis ejus. Aliam parábolam locútus est eis: Símile est regnum cœlórum ferménto, quod accéptum múlier abscóndit in farínæ satis tribus, donec fermentátum est totum. Hæc ómnia locútus est Jesus in parábolis ad turbas: et sine parábolis non loquebátur eis: ut implerétur quod dictum erat per Prophétam dicéntem: Apériam in parábolis os meum, eructábo abscóndita a constitutióne mundi.

[“In quel tempo Gesù propose alle turbe un’altra parabola, dicendo: Èsimileil regno de’ cieli a un grano di senapa, che un uomo prese e seminò nel suo campo. La quale è bensì in più minuta di tutte le semenze; ma cresciuta che sia è maggiore di tutti i legumi, e diventa un albero, dimodoché gli uccelli dell’aria vanno a riposare sopra i di lei rami. Un’altra parabola disse loro: È simile il regno de’ cieli a un pezzo di lievito, cui una donna rimestolla con tre staia di farina, fintantoché tutta sia fermentata. Tutte queste cose Gesù disse alle turbe per via di parabole: ne mai parlava loro senza parabole; affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta: Aprirò la mia bocca in parabole, manifesterò cose che sono state nascoste dalla fondazione del mondo”].

OMELIA II.

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la Fede

Simile est regnum cœlorum grano sinapis quod accipiens homo seminavit in agro suo.

Che significa, fratelli miei, questo grano di senapa a cui Gesù Cristo paragona nell’odierno Vangelo il regno de’ cieli? Tra le diverse spiegazioni che danno i santi padri a questa parabola, io mi attengo a quella di s. Giov. Crisostomo, il quale dice che questo grano di senapa rappresenta le fede, che fa regnar Dio in noi e ci dispone a posseder un giorno il suo regno. Infatti, siccome il grano di senapa rinchiude nella sua piccolezza la radice di un grande albero, così la fede èil fondamento delle virtù cristiane, il principio e la radice della nostra giustificazione, come dice il santo Concilio di Trento. Siccome il grano di senapa è la più piccola di tutte le sementi e diviene in appresso un albero assai esteso co’ suoi rami per servire di dimora agli uccelli dell’aria, cosi la fede ci rende piccioli umiliandoci sotto il suo giogo, ma ci innalza sino a Dio con i lumi che ci dà delle sue perfezioni e col frutto delle buone opere che ci fa produrre pel cielo, a cui ella ci conduce. Finalmente, siccome il grano di senapa ha una virtù particolare per farci trovare gusto nelle cose più insipide, così la fede ci fa superare la ripugnanza e ci anima alla pratica dei nostri doveri. Di questa fede appunto, fratelli miei , che è la prima delle cristiane virtù, senza di cui niuno può essere salvo, sono io qui per ragionarvi. – Bisogna farne conoscere la necessità, l’eccellenza, le qualità e gli effetti. La fede è un omaggio del nostro spirito, che noi sottomettiamo all’autorità di Dio per credere le verità che ci ha rivelate, ma affinché questa fede operi la nostra salute, ella deve altresì essere un omaggio dei nostri cuori per fare quel che Dio ci ha comandato. Vale a dire: la fede dee esercitare il suo impero sopra lo spirito e sopra il cuore dell’uomo; essa deve esercitare il suo impero sopra lo spirito per sottometterlo alle verità rivelate, essa dee esercitare il suo impero sopra il cuore per metter in pratica quello che è comandato. In due parole, la fede deve renderei docili a credere tutte le verità che la religione ci propone, primo punto; la fede dee renderci fedeli ad osservare le massime che questa medesima religione ci insegna, secondo punto bisogna credere, bisogna operare in una maniera conforme alla sua credenza; ecco il mio assunto, che racchiude tutte le obbligazioni del fedele.

I.° Punto. La fede è al dire del grande Apostolo, la base e il fondamento delle cose che noi abbiamo a sperare e la ferma credenza di quelle che non vediamo; essa è una virtù per cui noi crediamo fermamente Dio e tutto quello ch’Egli ha rivelato, quand’anche noi comprendiamo, perché Egli è la stessa verità. Questa virtù è si necessaria all’uomo che senza di essa è impossibile di piacere a Dio, impossibile di possederlo. – Imperciocché il primo passo che bisogna fare per avvicinarsi a Dio, aggiugne l’Apostolo stesso, è di credere che Egli è, e che ricompenserà coloro che lo cercano. Non si può giungere alla luce della gloria, dice s. Agostino, che camminando nei sentieri oscuri della fede; senza la fede niuna virtù meritoria pel cielo: colui che non crede, dice Gesù Cristo, porta nella sua infedeltà la sentenza della sua condannazione, ma colui che crede possiede nella sua fede un pegno della vita eterna. Qui credìderit salvus erti, qui vero non crediderit, condemnabitur ( Marc. XVI). Ma affinché la fede sia un omaggio degnodi Dio e vantaggioso per l’uomo,ella deve esser ferma per credere senzaesitare, semplice per credere senza ragionare, universale per credere senza riserva tutte le verità che ci sono dalla parte di Dio rivelate: fermezza della fede; semplicità della fede, integrità della fede; tali sono i caratteri ch’essa deve avere, tali sono gli effetti che essa deve produrre sopra lo spirito dell’uomo.La vostra fede, fratelli miei, ha ella queste qualità? Ecco quello che voi dovete esaminare ascoltandomi.

I. Siccome non v’ha che una Religione, perché non v’è che un Dio così non può esservi che una fede, che deve sempre avere le medesime verità a credere, la medesima regola a seguire, il medesimo motivo che la determini. Basta dunque sapere qual è il motivo e la regola della fede, per essere convinto che essa non deve variare, che deve essere ferma e costante nella sommissione alle verità che ci sono rivelate. Ora qual è il motivo della fede? Quale ne è la regola? Il suo motivo è la somma veracità di Dio; la sua regola è l’autorità delia Chiesa. Mentre, perché crediamo noi le verità, che la Religione ci propone? Perché Dio, che è la stessa verità, le ha rivelate, e come siamo noi accertati che Dio ha rivelate alcune verità? Per l’autorità della Chiesa, che è il suo oracolo. Ora questo motivo e questa regola essendo infallibili, la fede che è appoggiata sopra sì saldi fondamenti, non deve ella essere ferma ed immobile? Non è cosa sorprendente che la fede appoggiata sopra la testimonianza degli uomini sia incerta e vacillante. Questa incertezza viene da due difetti cui sono soggetti gli uomini; cioè dalla mancanza di lumi e dalla mancanza di sincerità. Siccome le cognizioni degli uomini sono limitate, si formano spesse fiate false idee sugli oggetti che si presentano al loro spirito; o se pure discoprono la verità, non sono sempre fedeli per comunicarla quale la conoscono, in una parola possono ingannarsi o ingannare gli altri: quindi ne viene che le cognizioni che s’appoggiano sopra la testimonianza umana non sono sempre sicure. Ma non è così del nostro Dio: infinitamente perfetto, conosce la verità e parla sempre il linguaggio della verità; Egli conosce le cose come sono e le annunzia come le conosce. Si, fratelli miei, Dio non può ingannarsi né ingannarci; Egli non può ingannarsi, perciocché se fosse fallibile nelle sue cognizioni cesserebbe di essere Dio, poiché gli mancherebbe una perfezione; né meno può ingannarci, perché è infinitamente buono e fedele, e se ci inducesse in errore, questo errore cadrebbe su Lui, il che non si può pensare senza far ingiuria alla sua infallibile veracità. – Perciò non appartiene che a Dio l’esigere dalla creatura ragionevole un consentimento perfetto a tutto ciò che Egli ha rivelato. Sebbene oscure, sebbene impenetrabili siano allo spirito umano le verità che Dio gli propone di credere, quantunque siano esse combattute dalla testimonianza dei sensi, basta sapere che Dio ha parlato, per credere senza esitare; ragionamenti, sottigliezze, testimonianze dei sensi, tutto deve piegare sotto l’autorità di Dio e sotto il giogo della fede. E certamente, fratelli miei, per prendere la cosa nel suo principio, non è egli forse giusto che l’uomo faccia a Dio quest’omaggio del suo spirito, sacrificando i suoi lumi a quelli di Dio? Nulla evvi nell’uomo che non dipenda dal Creatore e che non debba riceverne la legge. Ora, avendo Dio dato all’uomo due facoltà: l’intelletto che conosce gli oggetti, e la volontà che li ama o li odia, non è egli giusto che l’uomo faccia a Dio il sacrificio di queste due facoltà? Sacrificio che Dio domanda e che ha diritto di esigere. La volontà dell’uomo deve esser sommessa in tutto a quella di Dio per fare le cose ancora che non sono di suo genio, bisogna che l’intelletto sia esso pure sommesso all’autorità di Dio per credere cose che gli sono incomprensibili. La volontà dell’uomo non sarebbe in una perfetta dipendenza da quella di Dio, se far volesse se non ciò che è conforme alle sue inclinazioni; parimente l’intelletto non sarebbe abbastanza umiliato sotto l’autorità di Dio, se non volesse credere che quello che è proporzionato alle sue cognizioni. Bisogna dunque, affinché il sacrificio sia intero e perfetto, che lo spirito dell’uomo sia tenuto schiavo sotto il giogo della fede, come la volontà lo è per la legge. Tale è l’omaggio che Dio ha diritto di esigere dalla creatura ragionevole: omaggio il più giusto e il più indispensabile per riguardo all’uomo, ma altresì il più glorioso per riguardo a Dio; perché l’uomo, credendo sulla sola testimonianza di Dio ciò che egli non comprende, fa trionfare la verità di Dio sopra il suo spirito e la sua ragione, che sono naturalmente portati ad accertarsi delle cose per mezzo delle proprie cognizioni. Non crediamo con tutto ciò, fratelli miei, che questa sommissione di spirito che Dio domanda da noi alle verità della fede sia una servitù cieca o tirannica, contraria alla ragione. Se Egli impiega la sua autorità per sottometterci al giogo della fede, ci permette altresì di usare di nostra ragione dice s. Agostino, per giungere alla prima verità. Vuole che la nostra ubbidienza sia giusta e ragionevole, come dice l’Apostolo: Rationabile obseqaium vestrum (Hom.22). Per la qual cosa se ci propone verità incomprensibili alle nostre deboli cognizioni, ciò è per averle rendute credibili coll’evidenza della rivelazione che ne ha fatta. Ma è egli vero, mi direte voi, che Dio ha parlato agli uomini e ha rivelato loro delle verità che li obbliga a credere? Ah! fratelli miei, la santa Religione che professiamo ce ne somministra prove senza replica. Questa Religione, che è la parola stessa di Dio manifestata agli uomini, porta con sé caratteri di divinità sì evidenti, e il suo stabilimento miracoloso, i cui fatti sono sì bene provati che il metterli in dubbio non può essere che l’effetto di un ostinata incredulità. Come la Religione cristiana sì oscura nei suoi misteri, sì austera nelle sue massime, sarebbe stata abbracciata da tanti popoli diversi di costumi e di sentimenti? Come avrebbe ella fatto piegare sotto il suo giogo i potentati della terra, i più grandi ingegni del mondo, se Dio non l’avesse renduta credibile con segni che ne dimostrassero la verità, e se i miracoli non avessero sostenuto, come dice s. Paolo, i discorsi di coloro che predicavano il Vangelo? Evangelium nostrum non fuit in sermone tantum, sed in virtute et plenitudine multa (1 Thess. 1). Se la religione si è stabilita senza miracolo, è, dice s. Agostino, il maggiore di tutti i miracoli che ciò sia in tal guisa accaduto; non appartiene che a Dio di operare una tal meraviglia e di sottomettere gli spiriti e i cuori a tutto quello che è capace di disgustarli. Qui, fratelli miei, vi è permesso di ragionare. Una Religione confermata da infiniti miracoli non può venire che da Dio, potete voi dire, una Religione il cui autore è Dio non può insegnare che la verità; perciò quando io credo ciò che la Religione cristiana insegna, io credo tante verità. A questo semplice raziocinio, voi comprendete senza dubbio la solidità di nostra fede; altro motivo. – Carattere di divinità nella santità della religione interamente pura negli insegnamenti della sua morale, che l’uomo alla più alta perfezione conduce. Noi tutti saremmo Angeli sulla terra, se fossimo fedeli osservatori delle sue massime. Ora si può egli ragionevolmente dubitare che una tal Religione non venga da Dio? E siccome essa è la via di cui Dio si è servito per parlare agli uomini e rivelar loro alcune verità a credere, ecco il motivo di nostra fede bene stabilito per indurci a credere queste verità. Ma perché vi sono più sette nel mondo, le quali, benché opposte le une alle altre, si vantano di seguire la religion Cristiana, che nulladimeno non può trovarsi in tutte perché la verità non è che una sola, noi abbiamo bisogno di una regola che diriga la nostra fede, per fare un giusto discernimento della vera Religione. Or qual è questa regola? È l’autorità della santa Chiesa Romana, in cui abbiamo noi avuta la buona sorte di nascere, che sola può vantarsi di custodire ad esclusione d’ogni altra setta il deposito della parola di Dio, sia per la sua antichità, sia per la sua infallibilità e santità. Antichità della Chiesa, che sussiste sino da Gesù Cristo per una successione non interrotta di pastori, la quale non si trova in nessuna delle sette, delle quali tutte si sa l’origine. Infallibilità della Chiesa, contro cui, secondo la testimonianza di Gesù Cristo, le porte dell’inferno non hanno mai prevalso; non è forse al suo tribunale che tutti gli errori comparsi nel mondo hanno ricevuta la loro condanna? Santità della Chiesa che ha formato e che forma ancora tanti santi discepoli. Non è forse dal suo seno che sono uscite quelle schiere innumerabili di martiri che hanno sigillato col loro sangue le verità della fede, quel gran numero di Dottori che hanno rischiarato il mondo, quella prodigiosa moltitudine di santi la cui memoria è in venerazione anche tra i nostri nemici? Egli è dunque nella santa Chiesa romana che si trova la vera Religione, la parola di Dio. Ella sola è l’appoggio e la colonna della verità; a questa colonna bisogna attaccarsi per non cadere. Chiunque non è nella nave di s. Pietro, dice s. Girolamo, è sicuro di perire: chiunque non ascolta la Chiesa dee esser riguardato come un pagano ed un pubblicano. Ecco dunque, fratelli miei, la regola infallibile che deve terminare ogni litigio su ciò che dobbiamo credere: regola infallibile che bisogna seguire non solo con fermezza e senza esitare, ma ancora con semplicità e senza ragionare.

II. Ed invero, fratelli miei, dopo che Dio ha parlato e noi siamo assicurati della sua divina parola per l’autorità della Chiesa che n’è la voce, lungi da noi ogni raziocinio, ogni curiosa ricerca sopra gli articoli che la fede ci propone a credere. I misteri di questa fede siano pure incomprensibili, sorpassino pure i nostri deboli lumi; la ragione, appoggiata sopra la certezza della rivelazione, non deve più disanimarsi né per l’oscurità dei misteri, né per difficoltà che prova a credere: perciocché due cose convien distinguere nella rivelazione che Dio ci ha fatta della fede; e i misteri in sé stessi e i segni di credibilità che Dio ce ne ha dati. I misteri, è vero, sono nascosti sotto dense nebbie, che li rendono incomprensibili allo spirito umano: è questo precisamente ciò che fa il merito della fede: mentre qual merito vi sarebbe nel credere ciò che è evidente e che facilmente s’intende? L’evidenza toglie la libertà e dove non è libertà non è merito. È dunque necessaria l’oscurità per esercitare la nostra fede, che non può coll’evidenza sussistere, dice san Gregorio: Fides non habet meritum ubi umana ratio experimentum præbet. Ma Dio ancora ha renduti credibili i misteri della religione con segni capaci di convincere ogni spirito scevro di pregiudizi ed esente da passione: ecco ciò che rende ragionevole la sommissione della fede. Poteva l’uomo chiedere di più a Dio? Poteva egli esigere da Lui che gli desse una intelligenza intima dei misteri o che li rendesse evidenti in se stessi? Ma qual sacrificio l’uomo avrebbe fatto a Dio della sua ragione? Qual merito, dico, avrebbe egli avuto di credere? Bastava dunque che questi misteri fossero evidentemente credibili nella rivelazione che Dio ne ha fatta all’uomo e nella autorità che egli ha data alla sua Chiesa per fissare la nostra fede, come abbiam dimostrato. Ecco in poche parole ciò che deve dissipare tutti i dubbi sopra la fede, ciò che bandir dee ogni raziocinio e ciò che dovrebbe bastar all’incredulo per sottomettersi, se fosse ragionevole. Se i misteri della fede sono impenetrabili ai nostri deboli lumi (lo credereste, fratelli miei?), gli è in questa debolezza medesima del nostro spirito che io trovo una ragione capace di farci piegare sotto il giogo della fede. – Imperciocché sventuratamente noi non siamo che tenebre, ed il nostro spirito è sì limitato che non può neppure arrivare alla conoscenza di molte cose naturali; ve ne ha infinitamente più di quelle che sorpassano il suo intendimento che di quelle che esso può comprendere. Sappiamo noi forse come si formi anche soltanto un pensiero nella nostra mente? Come un piccolo grano di semente produca infiniti altri? Ohimè! un granello di sabbia, un atomo è uno scoglio ove i più grandi ingegni vanno a naufragare. Noi siamo costretti ogni giorno di confessare la nostra ignoranza su mille segreti della natura; e perché non li comprendiamo, saremmo ben fondati a non crederli? Non sarebbe una follia il metterli in dubbio? Perché dunque non crederemo i misteri della Religione, sebbene incomprensibili? Tutto giorno crediamo, sulla testimonianza degli uomini, avvenimenti che non abbiamo veduto, e perché non aderiremo a quella di Dio, che ha maggior autorità? Si testimonium hominum accipimus, testimonium Dei maius est (1 Jo. 5). Voi non comprendete il mistero della santissima Trinità, dell’Incarnazione del Verbo, dell’adorabile Eucaristia; e per questo appunto non dovete aver difficoltà di crederli, poiché credete molte cose che non comprendete. Quindi è, o fratelli miei, che possiamo noi trarre vantaggio e dall’oscurità dei misteri delle fede e dalla debolezza delle nostre cognizioni. Impariamo a dimorare dentro i limiti circoscritti dei nostri lumi, senza voler elevarci a cose che sono superiori al nostro intendimento. Camminiamo colla semplicità della fede nei sentieri oscuri pei quali ella ci conduce; rammentiamoci che il semplice fedele il quale si sottomette ciecamente è più grande avanti a Dio che i più grandi ingegni del mondo che non vogliono credere. Ah! se si seguissero esattamente le regole della fede che ho pur ora prescritte, si vedrebbero forse, come si veggono al dì d’oggi, tanti Cristiani vacillanti nella loro fede, che dubitano, che esaminano, che vogliono accertarsi coi loro propri lumi delle verità cristiane, invece di rapportarsene alla testimonianza dell’adorabile Verità e alle decisioni della Chiesa? Si vedrebbero tanti temerari scrutatori dei divini misteri che, per troppo avvicinarsi alla maestà di Dio, non potendo sostenerne lo splendore, cadono nell’accecamento, nell’infedeltà, mentre un’umile sommessione li condurrebbe sicuramente al porto? Perciocché tale è il disordine del secolo; ciascheduno vuol ragionare in materia di religione; quei medesimi che ne sanno meno son quelli che si scatenano di più contro di essa. Non si veggono forse persone senza talento, senza cognizioni, parlare con la maggior franchezza sopra ciò che v’è di più elevato nella Religione? Presuntuose a tal segno che credono saper tutto, perché hanno letti alcuni cattivi libri. Per arrivar all’altezza delle verità cristiane, s’innalzano sopra le proprie forze, e perché con la tenuità del loro ingegno non possono comprenderle, pigliano arditamente il partito di combattere, come dice s. Agostino, le verità celesti con armi terrene; bestemmiano ciò che ignorano, mettono scioccamente in ridicolo quanto abbiamo di più santo e di più sacro nella Religione, e ciò che è ancora più degno di condannazione si è, che, non contenti di scuotere il giogo della fede, si sforzano coi loro discorsi perniciosi di strascinare gli altri nel proprio accecamento, di distruggere la fede nel loro spirito, con dei dubbi che vi fan nascere sulle verità le meglio stabilite. Che tal peste sia per sempre bandita dalla società dei fedeli! Possiate voi, fratelli miei, non trovarvi giammai con costoro! Checché dirvi possano, voi avete più ragione di credere che non ne hanno essi di dubitare; siate dunque fermi nella vostra fede, credete con semplicità e senza esame tutte le verità che ella propone: poiché chi dubita, dice s. Giacomo, è simile alle onde del mare, che a forza di essere agitate vengono finalmente a rompersi contro le rupi; laddove chi è fermo nella fede e ciecamente si sottomette, cammina coll’aiuto di una calma tranquilla ed arriva felicemente al termine della sua navigazione. Se la vostra fede è ferma senza esitare, semplice senza discutere, ella sarà intera ed universale, per credere senza riserva tutte le verità della Religione. Non ho bisogno quivi di darvi lunghe prove.

III. Infatti, se voi credete alcune verità che Dio ha rivelate, non dovete voi credere tutte le altre con fermezza giacché avete lo stesso motivo e la medesima regola così per le une come per le altre? Questo motivo, che è la verità e la parola di Dio, si estende a tutti gli oggetti della fede; vi sono essi proposti dalla medesima regola, che è l’antichità della Chiesa: la vostra fede deve dunque essere la medesima per tutti. Ricusare di credere qualche verità è un non crederne alcuna. E qui appunto si può benissimo applicare quel che dice l’apostolo s. Giacomo, che chi manca in un punto è colpevole in tutti: Qui peccat in uno, factus est omnium reus (Jac. II). Perché, io vi chiederò, perché credete voi alcuni articoli di fede? Perché, rispondete, li ha rivelati Iddio. Or tutti gli articoli che la Chiesa vi propone sono muniti dello stesso sigillo di verità, vi sono intimati dalla medesima autorità; dunque voi dovete crederli; altrimenti la vostra fede non è diretta dallo spirito di Dio, ma da uno spirito privato, che non è sommesso alla Chiesa. Tale è stata e tale è ancora al giorno d’oggi la sorgente fatale delle eresie che hanno desolata la Chiesa di Gesù Cristo; uno spirito privato guidato dall’orgoglio; riposando più sui propri lumi che sulla testimonianza rispettabile della sposa del Salvatore, ha sparso la zizzania nel campo del padre di famiglia, si è innalzato da sé un tribunale per giudicare definitivamente della verità della fede:quindi spiega le parole più chiare della Scrittura in un senso forzato ed immaginario, e rigetta il senso che la Chiesa loro attribuisce; quindi gli scismi e le ribellioni; quindi le variazioni nella dottrina, inseparabili da quello spirito privato, che si è moltiplicato in tanti individui quanti furono da esso guidati: quindi la rovina totale della fede. Con una guida cosi cieca, si può non cadere nel precipizio ? A Dio non piaccia, fratelli miei, che vi abbandonate giammai alla sua condotta! Voi ne avete una più sicura, che è la Chiesa di Gesù Cristo, cui Egli ha promesso la sua assistenza sino alla consumazione dei secoli, per condurre il gregge. alle sue cure affidato. Laonde nulla voi avete a temere; ascoltando la Chiesa voi siete nella via di salute; credendo ciò che crede la Chiesa, voi credete ciò che bisogna credere per esser salvi.

Pratica. Benedite il Signore che v’abbia fatto nascere nel seno di questa Chiesa, che v’abbia fatto parte del dono prezioso della fede: supplicatelo di conservare in voi questo deposito e di non trasportar altrove la fiaccola che vi rischiara. Ma per conservarla voi medesimi, lungi da voi ogni divisione, ogni distinzione frivola in materia di fede. Tosto che la Chiesa ha parlato con la voce dei suoi pastori, dovete sottomettervi; voi non potete traviare seguendo la strada che v’insegnano; se v’insegnassero l’errore, questo ricadrebbe sopra Gesù Cristo medesimo che vi ha detto di ascoltarli, come se egli stesso vi parlasse: Qui vos audit, me audit ( Luc. XVI). Convien dunque credere indistintamente tutto ciò che i pastori della Chiesa vi propongono di credere, sia nelle Scritture, sia nel simbolo, sia nella tradizione, sia nelle loro decisioni. Del resto, fratelli miei, di qualunque natura sieno queste decisioni ed in qualunque modo sieno state portate, voi dovete sottomettervi; sicché i pastori della Chiesa, incaricati del deposito della fede, v’instruiscano radunati, in Concilio o dispersi nelle loro sedi, meritano egualmente la vostra credenza, perché hanno sempre la medesima autorità, e perché il Signore è continuamente con loro: Vobiscum sum omnibus diebus. Ma non basta credere in generale tutto ciò che la Chiesa crede, voi siete obbligati a fare di tempo in tempo atti di fede sopra alcune verità particolari la cui conoscenza è necessaria alla salute; tali sono i misteri della santissima Trinità, dell’incarnazione del Verbo, della morte di Gesù Cristo sofferta per la salute di tutti gli uomini. Fate sovente la professione di fede rinchiusa nel simbolo degli Apostoli, recitandolo mattina e sera, alla santa Messa, e fermandovi ad ogni articolo. Istruitevi ancora delle verità che concernono i Sacramenti, i comandamenti di Dio e della Chiesa, e perciò assistete assiduamente alle istruzioni che a questo fine vi si fanno. Inviatevi i vostri figliuoli, i vostri servi; perciocché la fede si nutrisce e si rassoda con le buone istruzioni e colla lettura dei buoni libri. Ma guardatevi bene di leggerne o di ritenerne di quelli che siano contro la fede, evitate la compagnia di coloro che parlano contro la Religione; e se qualcheduno l’attacca in via ostra presenza, difendetela quanto potete, secondo i talenti che Dio vi ha dati. Sostenetela sopra tutto questa fede con una vita santa ed esemplare, che fa spesse fiate maggiore impressione che i discorsi più eloquenti. Con questo voi sarete non solamente i discepoli della fede, ma ancora gli Apostoli, e si potrà rendervi la medesima testimonianza che s. Paolo rendeva, ai primitivi Cristiani, quando si rallegrava con essi di aver data nel mondo una tale estensione alla fede che non aveva bisogno egli stesso di parlarne: In omni loco fides vestra, quæ est apud Deum, profecta est, ita ut non sit nobis necesse quidquam loqui (1 Thess. 1). Chiamatela vostra fede in vostro soccorso se voi siete tentati, ella vi sosterrà nelle tentazioni; se siete afflitti, ella vi consolerà nelle afflizioni; se voi formate qualche progetto ella vi guiderà nelle vostre imprese per nulla fare che sia contrario alla salute. Così è che il giusto vive della fede e che, dopo aver camminato nei sentieri oscuri, arriva alla luce di gloria che io vi desidero.

CREDO …

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXIX1, 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.

(Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.)

Secreta

Hæc nos oblátio, Deus, mundet, quǽsumus, et rénovet, gubérnet et prótegat.

(Questa nostra oblazione, chiediamo, o Dio, ci purifichi e rinnovi, ci governi e protegga.)

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Marc XI: 24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.

(In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.)

Postcommunio

Orémus.
Cœléstibus, Dómine, pasti delíciis: quǽsumus; ut semper éadem, per quæ veráciter vívimus, appétimus.
(O Signore, nutriti del cibo celeste, concedici che aneliamo sempre a ciò con cui veramente viviamo.)

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE (2020)

 (Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Questa Domenica negli anni in cui la Pasqua cade il 24, o il 25 Aprile si anticipa al Sabato (rispettiv. 19, 20 Nov.) con tutti i privilegi della Domenica occorrente, cioè Gioria, Credo, Prefazii della Trinità e Ite Missa est per lasciar luogo rispettivamente nei giorni 20, 21 Novembre alla Domenica ultima dopo Pentecoste. Il tempo dopo Pentecoste è simbolo del lungo pellegrinaggio della Chiesa verso il cielo; le ultime Domeniche ne descrivono profeticamente le ultime tappe. In quest’epoca si leggono nel Breviario gli scritti dei grandi e dei piccoli profeti, che annunziano quello che accadrà alla fine del mondo. Quando i Caldei ebbero condotti gli Ebrei in cattività a Babilonia, Geremia percorse le rovine di Gerusalemme, ripetendo le sue Lamentazioni « Guarda, Signore, poiché è caduta nella desolazione la città che una volta’ era piena di ricchezza, la padrona delle nazioni è assisa nella tristezza. Essa amaramente piange durante la notte e le sue lagrime scorrono sulle sue gote » (3° Responsorio, 1a Dom. Nov.; Antit. del Magnificat, 2a Dom.). E profetizzò il doppio avvento del Messia che restaurerà tutte le cose. « Il Signore ha riscattato il suo popolo e lo ha liberato; e verranno ed esulteranno sul monte Sion e si rallegreranno dei beni del Signore» (1° Responsorio, lunedì 2a settimana). Fra i prigionieri condotti a Babilonia si trovava un sacerdote detto Ezechiele. Egli aveva annunziato la cattività che stava per ricadere su Israele: « Ora la fine è su di te e manderò contro di te il mio furore; e ti giudicherò secondo la tua vita e non avrò pietà » (1a Lezione, Mercoledì, 1a settimana). E nell’esilio egli profetizzò: « Le nostre iniquità e i nostri peccati sono sopra di noi; come dunque possiamo vivere? Ma il Signore ha detto: Non voglio la morte dell’empio, ma che egli si tolga dalla cattiva strada e viva. – Distoglietevi dalle vostre male vie e non morrete » (3a lezione, Lunedì 2a settimana). Dio mostrò al profeta in una visione, il futuro su di un’alta montagna e gli indicò il culto perfetto che Egli attendeva dal suo popolo quando lo condurrebbe verso i colli eterni di Sionne (7a lezione Venerdì 2a settimana). Daniele, che era pure tra i prigionieri di Babilonia, spiegò il sogno di Nabucodonosor, dicendo che la piccola pietra che, dopo aver fatto cadere la statua d’oro, d’argento, di ferro e di argilla, diventò una grande montagna, è figura di Cristo, il regno del quale, consumerà tutti gli altri regni e sussisterà eternamente (Lunedì 3° settimana). – Le guarigioni e le risurrezioni corporali, compiute dal Signore, sono la figura della nostra liberazione e della nostra risurrezione futura: Da tutte le parti ricondurrò i prigionieri » dice Geremia nell’Introito «Tu hai fatto cessare la cattività di Giacobbe» aggiunge il Versetto dell’Introito «Signore, tu ci hai liberato da coloro che ci odiavano » continua il Graduale. « Dal fondo dell’esilio le nazioni hanno infatti gridato verso il Signore, supplicandolo di ascoltare la loro preghiera » spiegano l’Alleluia e l’Offertorio e, come in Dio vi è un’abbondante redenzione, egli riscatterà il suo popolo da tutte le sue iniquità » (stesso Salmo, vers. 7 e 8). Preghiamo dunque con fiducia, poiché se Gesù risuscitò la figlia di Giairo e guarì l’emorroissa, ciò fu fatto secondo la parola del Signore: « Tutto quello che domanderete, lo riceverete ».

Quale terrore quando il giudice verrà ad esaminare rigorosamente ognuno! dice la Sequenza dei Defunti. La tromba squillerà fra le tombe e convocherà tutti gli uomini davanti al Cristo. La morte e la natura resteranno interdette quando la creatura risorgerà per rispondere al giudizio divino. Allorché l’eterno Giudice siederà sul suo seggio, tutto quello che è nascosto sarà palesato e nulla resterà impunito. Giusto Giudice, nella tua clemenza accordami grazia e perdono prima del giorno del rendiconto». Nelle ultime parole dell’Epistola odierna, l’Apostolo allude al libro di vita ove sono scritti i nomi dei Cristiani che la loro condotta esemplare rende degni della vita eterna.

Gesù resuscita la figlia di Giairo con la stessa facilità con la quale noi svegliamo una persona che dorme. Così la sua divin virtù resusciterà i nostri corpi l’ultimo giorno.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Jer XXIX: 11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]
Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.

[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio

Orémus.
Absólve, quǽsumus, Dómine, tuórum delícta populórum: ut a peccatórum néxibus, quæ pro nostra fraglitáte contráximus, tua benignitáte liberémur.

[Perdona, o Signore, Te ne preghiamo, i delitti del tuo popolo: affinché dai vincoli del peccato, contratti per lo nostra fragilità, siamo liberati per la tua misericordia.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses.
Phil III: 17-21; IV: 1-3

Fratres: Imitatóres mei estóte, et observáte eos, qui ita ámbulant, sicut habétis formam nostram. Multi enim ámbulant, quos sæpe dicébam vobis – nunc autem et flens dico – inimícos Crucis Christi: quorum finis intéritus: quorum Deus venter est: et glória in confusióne ipsórum, qui terréna sápiunt. Nostra autem conversátio in cœlis est: unde etiam Salvatórem exspectámus, Dóminum nostrum Jesum Christum, qui reformábit corpus humilitátis nostræ, configurátum córpori claritátis suæ, secúndum operatiónem, qua étiam possit subjícere sibi ómnia. Itaque, fratres mei caríssimi et desideratíssimi, gáudium meum et coróna mea: sic state in Dómino, caríssimi. Evódiam rogo et Sýntychen déprecor idípsum sápere in Dómino. Etiam rogo et te, germáne compar, ádjuva illas, quæ mecum laboravérunt in Evangélio cum Cleménte et céteris adjutóribus meis, quorum nómina sunt in libro vitæ.

(“Fratelli: Siate miei imitatori, e ponete mente a coloro che si diportano secondo il modello che avete in noi. Poiché ci sono molti dei quali spesse volte vi ho parlato; e adesso vene parlo con lacrime, i quali si diportano da nemici della croce di Cristo: la loro fine è la perdizione; il loro Dio è il ventre: si vantano in ciò che forma la loro confusione, e non han gusto che per le cose terrene. Noi, invece, siamo cittadini del cielo, da dove pure aspettiamo, come Salvatore, il nostro Signor Gesù Cristo, il quale trasformerà il nostro miserabile corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso; per quella potenza che ha di poter anche assoggettare a sé ogni cosa. Pertanto, miei fratelli carissimi e desideratissimi, mio gaudio e mia corona, continuate a star così fermi nel Signore, o amatissimi. Prego Evodia ed esorto Sintiche ad avere gli stessi sentimenti nel Signore. E prego anche te, fedel compagno, di venir loro in aiuto: esse hanno combattuto con me per il Vangelo, insieme con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita”.).

OMELIA I

LA MORTIFICAZIONE CRISTIANA

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

S. Paolo, prima di chiudere la lettera ai Pilippesi, li esorta a conseguire la perfezione cristiana. Per raggiungere questo ideale, cerchino di imitare lui e quelli che vivono seguendo il suo esempio; e non badino a quei Cristiani che tengono una condotta affatto contraria alla mortificazione, che ci è predicata dalla croce di Gesù Cristo. Non si dimentichino, che la fine di costoro è la morte eterna. Noi dobbiamo tenere tutt’altro contegno. Centro dei nostri pensieri e dei nostri affetti è il cielo: là dev’essere la nostra vita. Di là aspettiamo Gesù Cristo, che verrà a renderci perfettamente beati, trasformando il nostro vile corpo sul modello del suo corpo glorioso. – Stiamo, dunque, uniti fortemente a Dio. Raccomanda poi la concordia tra Evodia e Sintiche, e prega un suo collaboratore d’aiutarle a questo scopo. – La mortificazione, che ci è predicata dalla croce di Cristo:

1°) è propria dei Cristiani che voglion praticar la virtù,

2°) Non esser nemici della croce,

3°) Non scambiare l’esilio con la patria.

1.

Fratelli: Siate miei imitatori e ponete mente a coloro che si diportano secondo il modello che avete in noi.

Questo invito di S. Paolo era molto importante per i Filippesi, perché non mancavano esempi di cattivi Cristiani, i quali facevano loro Dio il ventre, e si vantavano in ciò che formava la loro confusione, col condurre una vita sontuosa e lussuriosa. L’avvertimento vale anche per tutti noi. Ci sono tanti Cristiani, che al solo pensiero di condurre una vita mortificata, come era quella di S. Paolo e dei suoi seguaci, si spaventano. Non è più comoda la vita di coloro, che mangiano e bevono lautamente, e si godono tutti i piaceri? Sarà una vita più comoda; ma poco cristiana. Niente è più discorde dalla vita cristiana che consumare il tempo nei banchetti, o nel dolce far nulla, e godersi i piaceri. – Gesù Cristo da coloro che vogliono essere suoi seguaci chiede qualche cosa di diverso. A chi vuol portare il suo nome, ed essere suo discepolo chiede la mortificazione. E S. Paolo ci dice molto chiaramente di che mortificazione si tratta : « Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne coi vizi e con le concupiscenze » (Gal. V, 24). Non è questa la mortificazione che, in alcune circostanze e per certi motivi, ammette anche il mondo: mortificare gli eccessi della gola quando potrebbero essere nocivi: ma finché non sono nocivi, passino: mortificare la sensualità quando ne va di mezzo la salute; reprimere l’ira e soffocare i sentimenti di vendetta, quando ci possono portare ad azioni che incorrono nel codice, ecc. La mortifìcazione cristiana è assai più estesa e parte da motivi ben più nobili. Il Cristiano deve percorre la via delle virtù: la mortificazione gli serve per togliere gli ostacoli, che cercano di impedirgli questo cammino, come insegna Gesù Cristo: «Se il tuo occhio destro ti scandalizza, devi cavartelo e gettarlo lontano da te; è molto meglio che perisca un solo tuo membro, piuttosto che venga buttato nella Gehenna l’intero tuo corpo. E se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala e gettala via; è meglio per te perdere un solo membro che esser buttato nella Gehenna con tutto il tuo corpo» (Matt. V, 29-30). – Base delle virtù è l’umiltà. Ma la pratica dell’umiltà non è altro che la mortificazione dell’amor proprio, della suscettibilità, della boria ecc. Chi vuol esser generoso verso i poveri deve mortificare la brama delle ricchezze. Chi vuol essere casto deve mortificare i propri occhi, le proprie orecchie, la propria carne. Non si può esser pazienti, senza reprimere i moti d’ira, di sdegno, di ribellione, che ci assalgono per un’ingiuria ricevuta, una contrarietà, una disgrazia. Non si può perdonare ai nemici senza combattere lo spirito di risentimento e di vendetta. Non si può lavorar seriamente al servizio di Dio, senza vincere l’accidia. Le passioni cercano di aver il dominio sulla volontà; il seguace di Gesù Cristo mortifica le passioni per poter sottometterle alla volontà. Chi non sa domare un focoso puledro sarà da lui sbattuto a terra, calpestato, trascinato. Trattandosi delle pretese della nostra corrotta natura, o calpestarle o lasciarsi da esse calpestare. Non potremo mai essere virtuosi senza calpestare i vizi opposti alle virtù. Perciò è assolutamente necessaria al Cristiano la mortificazione, con la quale « s’indice la guerra ai vizi, s’aumenta il progresso d’ogni virtù » (S. Leone M. Serm. 40, 2).

2.

Di quei cattivi Cristiani che conducevano una vita larga, la quale era di scandalo agli altri, dice S. Paolo che si diportano da nemici della croce di Cristo: « poiché se amassero la croce, procurerebbero di condurre una vita crocifissa » (S. Giov. Crisost. In Epist. ad Philipp. Hom, 13, 1). – Gesù Cristo per espiare i nostri peccati mortifica la propria volontà. « Padre mio, — dice incominciando la passione — se è possibile, passi da me questo calice! Tuttavia, non come voglio Io, ma come vuoi Tu» (Matth. XXVI, 39). Fa il sacrificio del suo onore. Tutto sopporta: contraddizioni, ingiurie, calunnie. Il suo corpo è assoggettato alle veglie, ai digiuni, alle fatiche continue dell’apostolato, alle privazioni. Egli può dire: « Le volpi hanno delle tane, e gli uccelli dell’aria hanno dei nidi, ma il Figliuolo dell’uomo non ha dove posare il capo » (Matth. VIII, 20). Alla fine è percosso, ferito, trafitto sopra una croce, Da quel momento la croce è il simbolo dell’espiazione, delle privazioni, del sacrificio, delle rinunce. Ora, chi non sa imporsi un limite nel mangiare e nel bere; chi non sa moderare la sua gola, chi non sa allontanare i suoi sensi da ciò che potrebbe essere materia di peccato, è necessariamente nemico della croce. Chi non sa reggere i moti dell’animo, dominandolo nei turbamenti, negli impeti dell’ira, nella brama di sovrastare agli altri, nella tristezza pel bene altrui, nella contentezza per l’altrui male, è necessariamente nemico della croce. Chi non sa sottoporre la propria volontà alla volontà di Dio, è nemico della croce. – I santi compresero molto bene l’importanza di questa crocifissione corporale e spirituale. Chi fugge dalla croce, fugge la via della salute. Ed essi che ci tenevano tanto alla eterna salute propria e a quella del prossimo, si stimavano felici di poter imitare Gesù Cristo nelle opere di mortificazione interna ed esterna; di poter, per mezzo della mortificazione, raffinarsi nella virtù, espiare le proprie colpe e quelle di tanti infelici, che si dimenticano di essere seguaci di Gesù Cristo. – La vita dei gaudenti anziché far loro invidia, era motivo di grande pena. L’apostolo, parlando di costoro, dice: ve ne parlo con lacrime. La croce di Cristo è loro offerta come mezzo di salvezza, ed essi la rigettano. Che diremmo di uno che, caduto in un burrone, rifiuta di attaccarsi alla corda che gli viene calata; che, travolto dalle onde, respinge la mano che tenta di afferrarlo; investito dalle fiamme, si divincola dalle braccia che l’hanno raccolto per portarlo in salvo? La carne con le sue concupiscenze, il nostro interno con tutte le sue debolezze ci investono, ci travolgono, ci portano alla morte spirituale: la croce delle mortificazioni può liberarcene, e noi la respingiamo. «Si accettano volentieri croci d’oro e d’argento; ma le altre ordinariamente si disprezzano», diceva Santa Maria Maddalena Postel (Mons. Arsenio Maria Legoux. Vita di S. Maria Maddalena Postel. Tradotta dal francese. Roma 1925).  La croce della mortificazione è una delle più disprezzate. Le anime buone hanno ben ragione di piangere, come S. Paolo, sullo stato di coloro che pospongono la croce ai godimenti.

3.

Noi siamo cittadini del cielo. Quaggiù non siamo in casa nostra, siamo esiliati in una valle di lacrime. Il godimento pieno che renderà pago il nostro cuore e felice tutto il nostro essere l’avremo in cielo. Non dobbiam dimenticarci che quaggiù non è il luogo dei godimenti, ma il luogo in cui si meritano i godimenti. Chi si dimentica di questo, non pensa a contrastare e a combattere le tendenze della corrotta natura, e alla fine si accorgerà di aver operato da stolto. Quelli che odiano la mortificazione in questa vita, non faranno mai passaggio dall’esilio alla patria celeste: la loro fine è la perdizione. «Ogni cosa ha il suo tempo stabilito» (Eccles. III, 1). Per i Cristiani il tempo dell’esilio terreno è il tempo stabilito per la propria santificazione, che non si acquista senza una mortificazione continua. Quindi, come osserva S. Agostino, « la nostra occupazione in questa vita è questa: dar morte con lo spirito alle azioni della carne, che dobbiamo affliggere, indebolire, frenare, mortificare» (Serm. 156, 2). Vi è «tempo di guerra e tempo di pace» (Eccles. III, 8). Il tempo del nostro esilio terreno è tempo di guerra continua contro la concupiscenza. Guerra che S. Bernardo chiama « una specie di martirio… più mite di quello in cui vengono tagliate le membra, quanto all’orrore; ma più molesto quanto alla durata » (In Cant. Serm. 30, 11). È una durata che ha termine; è una durata brevissima, se la paragoniamo alla durata della vita celeste; ma la nostra condizione, fin che la vita dura rimane la medesima: una lotta molesta contro le nostre cattive inclinazioni. – Mortificare il proprio corpo, non vuol dire renderlo infelice; tutt’altro. Vuol dire impedirgli la sorte destinata ai corpi dei gaudenti, i quali «fioriscono nel secolo, disseccano nel giudizio, e, dissecati, sono gettati nel fuoco eterno» (S. Agostino. En. in Ps. LIII, 3.). S. Paolo, dopo tanto lavoro per la gloria di Dio e la salvezza delle anime dichiara: «Affliggo il mio corpo e lo riduco in servitù, perché non avvenga che dopo aver predicato agli altri, io stesso sia reprobo» (I Cor. IX, 27). – Mortificare il proprio corpo vuol dire prepararlo a essere circonfuso di splendore e di gloria quando verrà il nostro Signor Gesù Cristo, il quale trasformerà il nostro miserabile corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso. Questo però avverrà quando l’esilio terreno sarà finito per noi e per tutti i viventi. Finché siamo quaggiù, nostra cura dev’essere questa, di crocifiggere la carne con le sue concupiscenze. Quando gli Ebrei, nell’Egitto, crebbero di numero e di forza, Faraone ne ebbe paura. «Ecco — dice ai suoi — che il popolo dei figli d’Israele è numeroso e più forte di noi. Venite, opprimiamolo con saggezza, affinché non si moltiplichi più». E quando Mosè e Aronne, in nome del Signore, gli chiesero che lasciasse libero il popolo ebreo, risponde: «E quanto si moltiplicherà se date loro qualche sollievo dai lavori?» E dispone di non lasciare, agli Ebrei neppur un momento di respiro (Es. I, 9-10, V, 5 e segg.). È quello che dobbiamo far noi in questa vita: mortificare con saggezza le azioni della carne, perché non prendano il sopravvento; mortificarle sempre appena si manifestano, non lasciando loro un momento di respiro.

 Graduale

Ps XLIII: 8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.

[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]


In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula. Allelúja, allelúja.

[In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno..]

Alleluja

Allelúia, allelúia

Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt IX: XVIII, 18-26
In illo témpore: Loquénte Jesu ad turbas, ecce, princeps unus accéssit et adorábat eum, dicens: Dómine, fília mea modo defúncta est: sed veni, impóne manum tuam super eam, et vivet. Et surgens Jesus sequebátur eum et discípuli ejus. Et ecce múlier, quæ sánguinis fluxum patiebátur duódecim annis, accéssit retro et tétigit fímbriam vestiménti ejus. Dicébat enim intra se: Si tetígero tantum vestiméntum ejus, salva ero. At Jesus convérsus et videns eam, dixit: Confíde, fília, fides tua te salvam fecit. Et salva facta est múlier ex illa hora. Et cum venísset Jesus in domum príncipis, et vidísset tibícines et turbam tumultuántem, dicebat: Recédite: non est enim mórtua puélla, sed dormit. Et deridébant eum. Et cum ejécta esset turba, intrávit et ténuit manum ejus. Et surréxit puélla. Et éxiit fama hæc in univérsam terram illam.

“In quel tempo, mentre Gesù parlava alle turbe, ecco che uno de’ principali se gli accostò, e lo adorava, dicendo: Signore, or ora la mia figliuola è morta; ma vieni, imponi la tua mano sopra di essa, e vivrà. E Gesù alzatosi, gli andò dietro co’ suoi discepoli. Quand’ecco una donna, la quale da dodici anni pativa una perdita di sangue, se gli accostò per di dietro, e toccò il lembo della sua veste. Imperocché diceva dentro di sé: Soltanto che io tocchi la sua veste, sarò guarita. Ma Gesù rivoltosi e miratala, le disse: Sta di buon animo, o figlia; la tua fede ti ha salvata. E da quel punto la donna fu liberata. Ed essendo Gesù arrivato alla casa di quel principale, e avendo veduto i trombetti e una turba di gente, che faceva molto strepito, diceva: Ritiratevi; perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Ed essi si burlavano di lui. Quando poi fu messa fuori la gente, egli entrò, e la prese per una mano. E la fanciulla si alzò. E se ne di volgo la fama per tutto quel paese”

OMELIA II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra l’impurità.

Mulier quæ sanguinis fluxum patiebatar duodecim annis, accessit retro, et tetigit fimbriam vestimenti eius.

Degno era veramente di compassione lo stato di questa donna, fratelli miei, poiché già da anni dodici era essa da pericolosa malattia afflitta. Ma quanto fu grande ed efficace la sua confidenza per ottenere ciò che domandava! Persuasa del potere di quest’uomo-Dio sopra le malattie del corpo, non credette ella che fosse necessario d’indirizzare a Lui, come agli altri, la sua preghiera; o che Egli imponesse le mani su di essa , come quel capo della Sinagoga (di cui si parla nello stesso Vangelo) lo pregava di fare sulla sua figliuola che poco prima era morta. Purché ella possa attraversare la folla da cui Gesù Cristo è attorniato e toccar solamente il lembo delle sue vestimenta, ella crede che sarà guarita. Quindi prova ella quel che possa presso di un Dio sommamente benefico una viva ed umile confidenza. Essa riceve la guarigione della sua malattia e merita per la sua fede gli elogi di Gesù Cristo medesimo. Donna, abbi confidenza; la tua fede ti ha risanata: Confide, fides tua le salvam fecit. – La malattia di questa donna, che la caricava di confusione a cagion dell’impurità legale che portava seco, ce ne rappresenta, fratelli miei, una molto più ignominiosa che infetta un gran numero d’anime nel seno di una religione che non soffre impurità alcuna. Voi comprendete senza dubbio questo soggetto che io non oso quasi spiegarvi; poiché egli è un peccato che il grande Apostolo ci proibisce di nominare; eh! piacesse a Dio che non fossi obbligato di parlarne, poiché non si può farlo senza tema di offendere le orecchie caste, ed imbrattare l’immaginazione col racconto di cose, cui non si dovrebbe giammai pensare. Io serberei volentieri il silenzio sopra una materia sì critica, se il mio ministero non mi obbligasse a destarvi orrore di un mostro che fa tante stragi, di un male i cui progressi sono sì estesi e che precipita un sì gran numero d’anime nell’inferno. – Facciamo dunque tutti i nostri sforzi per rimediare ad una malattia così contagiosa com’è il vizio dell’impurità. Per riuscirvi, bisogna farvene conoscere la cagione e temere gli effetti: da un canto voi vedrete quanto è facile il cadervi; e dall’altro quanto è funesto l’esservi involto. Quali sono le cagioni del peccato d’impurità; primo punto. Quali ne sono gli effetti; secondo punto. Egli è facile commetterlo; bisogna dunque usare molta precauzione per non cadervi: egli è un gran male averlo commesso; bisogna usare dei rimedi necessari per guarirsene. Questo è il frutto che mi propongo di farvi raccogliere da questa istruzione. Domandiamo a Dio che purifichi le nostre labbra, come fece altre volte quelle di un profeta, affinché nulla ci sfugga che offender possa il pudore e la santità del nostro ministero.

I. Punto. L’impurità è un peccato sì detestabile e sì indegno d’un Cristiano che non possiamo non istupirci al vedere uomini che lo trattano di bagattella, di debolezza degna di perdono, e che sotto questo falso pretesto si abbandonano ciecamente a questa infame passione. Se fossero pagani, idolatri che tenessero un simil linguaggio, ciò recherebbe meno sorpresa; ma che uomini i quali fanno professione d’una religione così pura e così santa riguardino il peccato d’impurità come una cosa indifferente, un passatempo o al più al più una fragilità scusabile, si è ciò che non si può comprendere. Come dunque? Non sanno essi forse o non debbono sapere che lo stesso Dio, lo stesso legislatore che loro proibisce la bestemmia, l’omicidio, l’ingiustizia, proibisce loro altresì l’impurità? Quelli sono peccati perché azioni vietate dalla legge di Dio. Dio non ha forse ancora espressamente vietato all’uomo di commettere qualunque impurità con questo precetto del decalogo. Non mæchabris, voi non farete alcun’azione contraria alla purità! E certamente, se la lussuria non fosse un peccato grave di sua natura, l’Apostolo s. Paolo escluderebbe forse dal regno del cielo i fornicatori, gl’impudici, come gli ubbriaconi, gli avari e altri peccatori di questa specie? Sappiate dunque, fratelli miei, diceva quel grande Apostolo; che ogni fornicatore, ogni impudico non avrà parte alcuna nel regno di Dio: Omnis fornicator aut immundus non habet hæreditatem in regno Dei (Eph. V). Ma siccome io parlo a Cristiani istrutti e persuasi della loro Religione, non mi fermo di più a provar loro che l’impurità è una trasgressione della legge del Signore; per preservarli dalla sua contagione, io mi rivolgo solamente a scoprir loro le velenose sorgenti da cui questo vizio prende la sua origine e come s’introduce nell’anima. Tre principali ne osservo, cioè il difetto di vigilanza sopra se stesso e sopra i suoi sentimenti, la facilità di esporsi all’occasione e l’ozio. – Dico primieramente il difetto di vigilanza sopra se stesso; formati naturalmente sensibili, portati per conseguenza verso gli oggetti che commuovono ed allettano, i nostri sensi sono come i canali per dove essi s’insinuano e fanno impressione sulla nostr’anima. Sono, secondo l’espressione dello Spirito Santo, le finestre per le quali la morte entra nelle nostre case: chiunque per conseguenza non veglia continuamente sopra i suoi sensi, chiunque dà loro una piena libertà di trattenersi indifferentemente in ciò che può soddisfarli, deve aspettarsi di risentire i colpi mortali dei piaceri che gli sono vietati, e di vedere il forte armato comandargli da padrone ed assoggettarlo alla più vergognosa schiavitù. Ed in vero, fratelli miei, donde è venuta la caduta dei grandi personaggi di cui le sacre storie ci fanno la triste descrizione se non da difetto di vigilanza sopra se stessi, da una troppa grande libertà che diedero ai loro sensi? Dina figliuola di Giacobbe ebbe la curiosità di vedere le donne di Sichem, ma quanto pagò caro un sì imprudente passo! Ella fu rapita per forza e divenne la triste vittima della passione d’uno straniero. Qual fu la cagione della caduta di Davide, quell’uomo secondo il cuore di Dio, quel re sì perfetto? uno sguardo che gettò sopra Betsabea moglie di Uria; invece di volger altrove i suoi occhi da quell’oggetto, egli s’invaghì della bellezza di lei, e cedendo all’impeto di sua passione, si rendette adultero e omicida. Ma senza cercare esempi stranieri, quanti non ne fornisce la quotidiana esperienza forse in un gran numero di coloro che mi ascoltano? L’infame peccato d’impurità fa alla bella prima orrore da se stesso ad un’anima pura ed innocente: essa lo riguarda come un mostro, come uno scoglio fatale alla salute: niuno s’immerge ad un tratto in disordini che la Religione e la ragione egualmente condannano: sinché uno sta in guardia e veglia sopra i suoi sensi, è invincibile agli assalti del nemico. Ma l’avidità di vedere senza precauzione tutto ciò che si presenta, di ascoltare tutto ciò che si dice, addomestica insensibilmente l’anima con quel demonio famigliare, che, per avere un libero accesso presso di essa, la tenta con le attrattive degli oggetti che le presenta: uno sguardo di compiacenza, una canzone udita con piacere, una parola poco onesta profferita lasciano nell’anima impressioni di cui ella ha molta pena a disfarsi; si occupa di un’idea che l’ha rapita, e sebbene il corpo non sia ancora imbrattato, l’anima ha di già ricevuto il colpo della morte dal consenso che ha dato ad un malvagio pensiero, dal reo desiderio che ha concepito; e bentosto dai pensieri e dai desideri si viene alle azioni e si cade nei più grandi misfatti. – Tali sono i funesti effetti che produce l’impurità, allorché si permette ai sensi di andar vagando sopra oggetti d’ogni sorta; in tal guisa il veleno fatale della libidine s’insinua in un’anima e ne indebolisce affatto le forze. Ne abbiamo una trista, ma molto sensibile immagine in ciò che avvenne al tempo di Gerosolima allorché i Romani la stringevano d’assedio; un tizzone acceso che un soldato nemico gettò contro quel tempio, vi cagionò un sì grande incendio che fu impossibile estinguerlo: quel ricco e superbo edificio, l’opera di tutti i re, il più bel monumento che si fosse innalzato alla gloria di Dio, fu consumato e ridotto in cenere. Così una scintilla di fuoco impuro che s’impadronisce delle facoltà dell’uomo, vi cagiona il più strano disordine che immaginare si possa: Ecce quantus ignis quam magnam sylvam incendit (Jac. III). Quell’anima, che era il tempio di Dio, ornata della grazia e dei doni dello Spirito Santo, perde tutta la sua bellezza e diventa la schiava del demonio. Che sciagura! Confessatelo, fratelli miei, con altrettanto dolore che confusione, non riconoscete voi qui la cagione delle vostre cadute? Se voi entrate in una esatta discussione del malvagio uso che avete fatto dei vostri sensi, quali rimproveri non avrete a farvi su questo soggetto? Quanti riguardi fermati sopra oggetti che non eravi in alcun modo permesso di desiderare? Il che ha bastato per rendervi colpevole avanti a Dio, poiché questi sguardi sono stati volontari: mentre chiunque, dice Gesù Cristo, getta gli occhi sopra una donna con malvagi desideri, ha di già commesso l’adulterio nel suo cuore. I vostri occhi non hanno forse anche servito, per così dire, di messaggeri al vostro cuore impuro per manifestare i vostri sentimenti all’idolo di vostra passione? Non è forse ancora per la lettura di qualche malvagio libro che il veleno è entrato nella vostr’anima? Mentre se i libri in cui regna lo spirito d’irreligione indeboliscono la fede in coloro che li leggono, si può dire che niente è di maggior pregiudizio all’innocenza dei costumi che quei libercoli infami, in cui la licenza e lo sregolamento si mostrano alla scoperta. Quante canzoni disoneste, quante parole equivoche non si odono mai tutt’i giorni nelle profane compagnie? Quei discorsi osceni, quei racconti tanto più pericolosi quanto che il veleno vi è più sensibilmente e destramente insinuato, formano oggidì il diletto delle conversazioni: coloro che li fanno sono i meglio accolti nelle compagnie; ognuno si compiace nell’ascoltarli e ben presto impara a parlare come essi, perché ognuno crede poter fare come gli altri. Ah quanto sarebbe a desiderare per una parte de’ miei uditori che non avessero giammai intesi certi discorsi, che lor hanno insegnato ciò che avrebbero dovuto sempre ignorare! I loro costumi sarebbero più puri, la loro condotta più regolata, la loro vita più felice. Il gusto che produce pur troppo sovente l’intemperanza e l’ubbriachezza, serve anche d’incentivo all’impurità. Effettivamente una carne nutrita con delicatezza diventa ribella allo spirito e lo strascina seco nel peccato; l’uso smoderato dei liquori potenti non può accrescere il calor naturale senza recar pregiudizio all’anima; la ragione ne è perturbata, ed in questo stato, incapace di mettere un freno alle passioni, è forse da stupire che ne seguiti i traviamenti? Ed è forse per questa ragione che il grande Apostolo, indirizzando la parola ai primi Cristiani, proibiva loro espressamente gli eccessi: Nolite inebriari vino, in quo est luxuria (Eph.5). Nulla vi dirò io qui, fratelli miei, di quei peccati che si commettono col senso del tatto, che sono le azioni peccaminose vietate dal sesto comandamento: la santità del luogo di cui siamo non mi permette di entrare in una narrazione che offenderebbe le orecchie caste. Ma sotto il nome di queste azioni peccaminose io debbo dirvi che bisogna comprendere certe libertà reciproche le quali non hanno per principio che un amor profano e per fine che un oggetto carnale. Libertà che si trattano da scherzi, da giuochi, da passatempo, da segni d’amicizia, ma che sono veri peccati mortali, i quali divengono più gravi secondo la qualità delle persone, le circostanze del luogo e le conseguenze che seco portano; circostanze di cui dovete accusarvi nel tribunale della penitenza, voi principalmente che siete impegnati nel matrimonio, mentre questo stato è per molti un’occasione di peccato e di perdizione, allorché non sanno contenersi nei limiti della castità coniugale. – La seconda cagione dell’impurità sono le occasioni a cui ci esponiamo. Se l’occasione del peccato è un allettamento per commetterlo, ciò accade particolarmente nel genere di peccato di cui parliamo. Infatti, se questo peccato s’insinua per mezzo dei sensi nel tempo eziandio che gli oggetti sono lontani, che sarà poi quando le circostanze contribuiscano a ravvicinarli? Quindi l’occasione è sempre stata lo scoglio più fatale alla castità. Chi avrebbe Creduto che Salomone, il più savio degli uomini, quel re sì pieno dello Spirito di Dio, che aveva fatte grandi cose per la sua gloria, si fosse dimenticato di se stesso sino ad immergersi nei disordini di questo peccato vergognoso, ed in appresso nelle tenebre dell’idolatria? Or quale ne fu la cagione? Il commercio che ebbe con donne idolatre, che depravarono il suo cuore e gli fecero incensare i loro idoli, dopo essersi rendute esse medesime le vittime della sua passione. Donde vengono tante dissolutezze nella gioventù, tante infedeltà nel matrimonio, se non dai commerci illeciti che si sono mantenuti con persone che non si dovevan mirare o tenere in casa, dalle case sospette che si sono frequentate, dalle visite che si sono rendute o ricevute, dai regali che si sono fatti o accettati, dalle lettere che si sono scritte; mentre tutto questo è compreso sotto il nome di occasioni di peccato, perché tutte queste cose portano al peccato e sono, come dice s. Girolamo, gl’indizi d’una castità moribonda: Morituræ castitatis indicia. Io chiamo ancora occasioni del peccato impuro quelle unioni, quelle veglie, che si fanno in certe case le quali servono di ritiro al libertinaggio, ove Dio è più offeso in una sola notte che non è glorificato da tutte le anime sante che sono sopra la terra, ove la purità è macchiata da mille discorsi indecenti che vi si tengono, dagli oggetti che vi si veggono, e dove i pericoli ed i lacci sono tanto più fatali alla virtù, quanto che le tenebre e la segretezza danno maggior baldanza per commettere il male. – Chiamo occasioni di peccato quei divertimenti, quegli spettacoli in cui le passioni sono rappresentate coi loro più valevoli ad ammollire il cuore; quei balli, quelle danze ove la castità fa ordinariamente naufragio per gli sguardi lascivi che si gettano sopra oggetti pericolosi, o per lo meno per li malvagi desideri, per li pensieri disonesti che vi si formano, e che si fan nascere nel cuore degli altri. Non è forse qui dove le persone di diverso sesso cercano di piacere, di amare e di farsi amare? Non è forse qui dove le passioni, eccitate dai ragionamenti, dalle danze, dal suono degli strumenti, si sfogano senza ritegno e s’immergono negli ultimi eccessi? Oso affermare che è moralmente impossibile alla persona più virtuosa di uscire da quelle combriccole cosi innocente come vi è entrata, e non voglio alcun’altra prova di quel che dico fuor la testimonianza che rendere ne possono quegli e quelle che vi si sono ritrovati. Che diremo noi degli abiti immodesti, degli abbellimenti studiati, di cui le persone del minor sesso si adornano per darsi in spettacolo al mondo, per piacere a coloro che le veggono? Esse sono doppiamente colpevoli, e nell’intenzione che hanno, e nel fine che pur troppo ottengono. – Finalmente io chiamo occasion di peccato quelle conferenze ancora che sembrano innocenti tra persone che hanno di mira il matrimonio; conferenze peccaminose, ove, sotto pretesto di conoscersi, di farsi amare, si oltrepassano i limiti dell’onestà e della modestia: possono vedersi, ma si deve farlo onestamente, raramente ed alla presenza di un padre, di una madre, che debbono vegliare sulla lor condotta. Quando essi fuggono la loro compagnia, quando si cercano le tenebre, quando si veggono tra essi ad ore indebite, non si separano d’ordinario senza peccato. Ma oimè! questa morale non piace a molti, e sovente i padri e le madri favoreggiano pur troppo il libertinaggio dei loro figliuoli; sotto pretesto di far loro trovare un collocamento, danno ad essi la libertà di andare ove loro piace, la notte come il giorno, di frequentare chi loro torna a grado. Conviene poi stupirsi se vi sono tanti disordini nella gioventù, se il libertinaggio e l’impurità fanno tanto progresso nel mondo, poiché si trovano tante occasioni che inducono a questo peccato, cui l’uomo è già così propenso di sua natura, e mentre al difetto di vigilanza sopra se stesso si aggiunge la temeraria facilità di esporsi alle occasioni di commetterlo? – L’ozio gli dà ancora un nuovo impulso. Infatti, se l’ozio, al dire della Scrittura, è l’origine dei vizi, lo è parimente dell’impurità. Simile a quelle acque le quali non avendo alcun corso si corrompono e spargono lontano la contagione di cui sono infette, l’anima che marcisce nell’ozio, esposta in questo stato allo avvelenato soffio dello spirito impuro, vede oscurare tutta la sua bellezza, e perisce finalmente bevendo un veleno che la lusinga: simile ancora ad una piazza senza difesa, che rimane presa al primo assalto che le si dà, il cuore snervato dall’ozio lascia allo spirito tentatore un adito facile; e poco prevenuto contro le astuzie del nemico, diventa ben tosto schiavo. Ne chiamo in testimonio l’esperienza di quelle persone disoccupate, la cui vita si passa in non far nulla; a quanti malvagi pensieri non è la mente loro soggetta? Quanti movimenti sregolati non si sollevano nel loro cuore? Egli è una casa vuota ove il demonio d’impurità trova ben presto da alloggiare. In qual tempo, fratelli miei, siete voi più sovente tentati dallo spirito maligno? In qual tempo avete voi più sovente ceduto alle sue tentazioni? Confessate essere stato in quei giorni in cui, non essendo occupati né dal lavoro né da opere di pietà, vi siete renduti per la vostra inazione accessibili a tutti i colpi del vostro nemico. Confessiamo dunque, fratelli miei, che, sebbene violenta sia l’inclinazione dell’uomo per i piaceri carnali, sebbene potente sia il demonio per trascinarlo al male, l’uomo non sarebbe giammai vinto, se si tenesse in guardia, se vegliasse sopra i suoi sentimenti, se fuggisse l’occasione e l’ozio, che sono le sorgenti fatali dell’impurità. Ma il difetto di vigilanza e di occupazione, la temerità nella condotta, ecco le cagioni ordinarie di questo vizio abbominevole; questo è ciò che lo rende sì comune nel mondo che non àvvene alcuno, dice s. Gregorio, che perda più gli uomini. Questo peccato è una delle cause del piccolo numero degli eletti; perché è certo, secondo l’Apostolo, che niuno di coloro che vi sono soggetti entrerà mai nel regno dei cieli: or un’infinità di persone si lascia signoreggiare da questa passione; i giovani ed i vecchi, i ricchi ed i poveri, coloro che sono liberi e coloro che sono legati in matrimonio; questo peccato è ancora tanto più pernicioso alla salute, quanto che non soffre parvità di materia, come molti altri; tutto vi è mortale, da che vi si dà un intero consenso; benché non fosse che ad un solo pensiero contrario alla purità, non si richiede di più per esser dannato; a più forte ragione bisogna dir ciò dei desideri, delle parole, delle azioni: qual precauzione non si deve dunque prendere per preservarsene? Per indurvi a prendere queste precauzioni, vediamo i tristi effetti di questo peccato.

II. Punto. Per darvi, fratelli miei, qualche idea dei funesti effetti che trascina seco il peccato di cui ragioniamo, io potrei alla bella prima rappresentarvi i terribili castighi con cui Dio l’ha punito anche in questa vita. Sin dal principio del mondo tutta la terra non fu inondata da un diluvio universale se non per estinguere i fuochi impuri, che la concupiscenza aveva accesi nel cuore degli uomini. Cinque grandi città furono ridotte in cenere dal fuoco del cielo, perché esse erano tutte imbrattate dalle infami libidini dei loro abitanti. Più lungi voi vedete ventiquattromila Istraeliti trucidati d’ordine di Dio per essersi abbandonati ai disordini di questa infame passione; io passo sotto silenzio molti altri esempi, di cui fanno menzione i libri santi. Aggiungerei soltanto in confermazione della verità che questo peccato vergognoso è diametralmente opposto agli interessi più essenziali dell’uomo. Non si richiede molto tempo per provare ciò, una fatale esperienza ce lo fa pur troppo vedere; l’obbrobrio, la confusione, l’infamia sono la porzione dei voluttuosi; benché distinti siano essi d’altra parte nel mondo, tosto che sono notati con questa macchia, divengono l’oggetto del dispregio non solo delle persone dabbene, ma dei libertini ancora, i quali sebbene soggetti a questo vizio, non lasciano però di biasimarlo negli altri. La riputazione meglio stabilita non può sostenersi contro un’accusa formata in questo articolo. – Che dirò della perdita dei beni, dalla sanità, della vita medesima, che questo peccato strascina seco? Mentre di che non è capace un uomo soggetto a questa passione? Fa d’uopo consumarsi in folli spese per contentarla ed avere accesso presso dell’idolo cui ha prodigalizzato le sue adorazioni a spese della coscienza, a spese della fedeltà che deve ad una consorte? Egli risparmia su tutto il restante per sacrificar tutto alla sua inclinazione; la famiglia mancherà di tutto e sarà anche sovente la trista vittima dei furori di lui. Fa d’uopo esporre la santità a veglie che lo indeboliscono, a malattie vergognose che accorciano i suoi giorni, la sua vita a pericoli che la minacciano, ed a mille altri mali che passo sotto silenzio. Nulla v’è che non soffra e cui non si esponga per soddisfare una passione ostinata, che lo abbrucia, che lo fa miseramente ed inutilmente languire; sovente egli e frustato nella sua aspettazione, non ha per ricompensa delle sue ricerche che delle infedeltà che lo sconcertano; teme sempre di essere soppiantato da un rivale: se arriva a soddisfare la sua passione, quel preteso piacere non è seguito che da pungenti affanni, da amarezze, da rimorsi di coscienza, da tormenti. Vi dirò di più che questa passione produce le disunioni, i divorzi che sono lo scandalo della religione, le gelosie, gli odi, i duelli, gli omicidi e nulla vi dico, di cui non siensi veduti e non si veggano ancora dei tristi esempi nella città e nelle campagne, nelle provincie e nei regni: ella porta dappertutto la discordia, il disordine e la desolazione. Ma io mi fermo a farvi conoscere i mali infiniti che essa particolarmente cagiona nell’anima di colui che ne è signoreggiato; questi mali sono l’accecamento dello spirito, la durezza del cuore, che lo conducono all’impenitenza finale e alla riprovazione eterna. È proprio del peccato di accecare colui che lo commette, perché esso estingue i lumi della ragione e della fede: infatti in un uomo ragionevole lo spirito deve dominare sulla carne; ma nel voluttuoso si è la carne che domina sullo spirito, che gli comanda, che lo assoggetta al suo impero. Questo spirito, involto nella materia, non vede più quel che fa; egli perde, per cosi dire, l’attività, che è suo attributo essenziale, perché è divenuto affatto terrestre ed animale; noi ci rendiamo ordinariamente simili a quel che amiamo, dice s. Agostino. Quindi in quanti mancamenti egli non cade? A quali traviamenti non è egli esposto? Più non opera che come le bestie, anzi ancora peggio di esse, perché servesi del poco di lume che gli resta per far cose che le bestie medesime non fanno: Comparatus est iumentis insipientibus et simìlis factus est illis (Ps. XLVIII). Convien egli stupirsi se l’anima sensuale perde i lumi della fede? L’uomo animale non può concepire le cose di Dio, dice l’Apostolo: Animalis homo non percipit ea quae sunt spirìtus Dei (1 Cor.2). La legge insegna a quest’anima che essa è creata ad immagine di Dio, che è riscattata col prezzo del suo sangue, che è divenuta per mezzo del battesimo il tempio dello Spirito Santo: qual motivi capaci di ritenere il disonesto! Ma egli non fa attenzione alcuna a tutto questo; egli perde dì vista titoli onde è onorato: di figliuolo di Dio si rende vile schiavo del demonio, prostituisce le sue membra che sono incorporate con quelle di Gesù Cristo; profana vergognosamente il tempio augusto ove lo Spirito Santo ha fatta la sua dimora, per farne una cloaca di iniquità. Quale indegnità! Quale accecamento! L’impudico porta sì lungi il suo accecamento che vorrebbe far credere il suo peccato una cosa indifferente ed anche permessa; egli mette tutto in opera per persuaderlo agli altri, a fine di fare più facilmente soccombere alla sua passione le vittime che vuol sacrificare: si può egli diventare più stupido? E non bisogna forse aver perduto ogni coscienza di doveri e di religione? L’uomo schiavo di questo peccato non ha dunque più sentimento della religione che professa, perché la passione che l’acceca ricopre la sua anima di tenebre che estinguono in lui il lume della fede. Non è forse ancora di questa avvelenata sorgente che si sono veduti nascere gli errori che hanno desolata la Chiesa? Essa è che ha prodotti e produce tuttavia i deisti, gli atei, che non hanno lo spirito guasto in materia di credenza se non perché il loro cuore è dalla lussuria corrotto. Non rigettano essi la religione se non perché ella molesta ed incomoda le loro passioni?Perché mai vediamo noi al giorno d’oggi tanti libertini ragionare, disputare sulle verità del Cristianesimo, combatterle e contraddirle, trattare i nostri santi misteri, gli articoli di nostra fede da favole, da racconti fatti a piacere per intimorire gli spiriti deboli? Se noi risaliamo all’origine dei loro pretesi dubbi, delle loro indiscrete critiche, noi la troveremo in un cuor guasto, il quale vorrebbe che non vi fosse religione alcuna, alcun sacramento, alcuna parola di Dio, alcun Dio vendicatore de’ misfatti, a fine di abbandonarvisi con maggior libertà. Vediamo noi forse che coloro i quali sono schiavi della impurità siano persone ben regolate, assidue all’orazione e alla frequenza de’ sacramenti? No, senza dubbio; se danno qualche segno esteriore di religione si è per salvare le apparenze, per conservarsi una riputazione che loro è necessaria nel mondo, per avere un impiego, per arrivare ad uno stabilimento. Ma se noi li conoscessimo a fondo, vedremmo che il loro spirito è così lontano dalla verità, come il loro cuore dall’innocenza, e che il demonio impuro, da cui sono posseduti, li acceca e li perverte. Non bisogna punto stupirsi se cadono nella durezza di cuore, che è come una conseguenza necessaria dell’accecamento dello spirito. Che cosa è un peccatore ostinato? È un uomo, dice s. Bernardo, che non è tocco dalla compunzione, né intenerito dalla pietà, né attirato dalle promesse, né intimorito dalle minacce: che è insensibile alle correzioni, indocile alle ammonizioni; è un uomo cui l’orazione, la parola di Dio, i Sacramenti e tutti i mezzi di salute che la Religione fornisce, sono inutili. Tale è lo stato deplorabile di un peccatore immerso nel pantano degli osceni piaceri. Questo peccatore non è mosso né dalla bellezza delle ricompense che Dio promette alle anime caste, né dal rigore de’ castighi che riserba agli impudichi. Il fuoco dell’inferno, che sarà il supplizio particolare del voluttuoso, benché terribile gli si rappresenti, non oppone che un riparo insufficiente agl’impeti della passione che lo trasporta. Le altre verità della religione non fanno impression maggiore su di lui. Così la parola di Dio, sebbene potente sia essa stata e lo sia ancora per convertire i peccatori, nulla serve spesso ad un impudico. Egli l’ascolta senza essere colpito né convertito; egli è sordo a tutte le correzioni che gli si fanno; non vuole ascoltare né gli avvisi d’un pastore né le salutevoli ammonizioni che amici caritatevoli gli faranno per trarlo dai suoi disordini; basta solo parlargliene per incorrere la sua disgrazia; si è una piaga che non vuole si tocchi o di cui non si può intraprendere la guarigione che con circospezioni difficili a praticare. Che cosa sarà dunque capace di ricondurre l’impuro al suo dovere? L’orazione? Ma egli punto non prega, o se prega, è sempre lo stesso: perché? Perché non prega con desiderio sincero di essere esaudito; durante l’orazione egli è occupato dell’oggetto che l’ha sedotto; come Agostino peccatore, egli chiede a Dio di spezzare legami che non vuol rompere e che non si romperanno senza di lui. I sacramenti, che sono i gran mezzi di salute che Gesù Cristo ci ha lasciati, non avranno essi forse la virtù di guarirlo? Si, senza dubbio, se vi si accostasse con sante disposizioni; ma l’impudico si allontana dai sacramenti, perché non vuol raffrenare una tirannica propensione; o se egli vi si accosta, invece di trovare la vita in quelle sorgenti di grazie, vi ritrova un fatal veleno che accresce il suo male per la profanazione che ne fa, e questo per due ragioni, che vi prego di ben osservare: si è che ordinariamente l’impudico che s’accosta ai sacramenti, e massime a quello della Penitenza, o non dichiara il suo peccato o non ha un fermo proponimento di correggersi. No, fratelli miei, non evvi alcun peccato che altri sia più tentato di celare nel tribunale della Penitenza e che si celi effettivamente più spesso del peccato d’impurità, perché porta un carattere d’infamia che non si osa manifestare. Ne chiama in testimonio la vostra esperienza: voi che gemete ancora su tante confessioni sacrileghe, qual è la cagione dei vostri rammarichi, se non una trista vergogna che per l’addietro vi fece celare qualcheduno di quei peccati che sono l’obbrobrio della religione e la perdizione del colpevole? Un’altra ragione che rende le confessioni dell’impudico nulle e sacrileghe si è che, supponendo in lui coraggio bastante per dichiarare il peccato, non ha poi un fermo proponimento di correggersi. Io trovo la prova di questa verità nelle frequenti sue ricadute. Infatti non v’è peccato alcuno il cui abito sia sì difficile a correggere. Un voluttuoso non cerca forse incessantemente l’occasione di soddisfare la sua passione? Non contento di averle sacrificata una infelice vittima che egli ha guadagnata con le sue sollecitazioni, fa nuovi tentativi; e se la conquista gli sfugge, trova ben il mezzo di farne delle altre. Se non può riuscire ne’ suoi disegni, egli non è meno colpevole per i cattivi desideri cui il suo cuore s’abbandona. – Quelle persone che per avere un’assoluzione han rotto per qualche tempo i loro malvagi commerci, annoiate d’una separazione che le fa languire, palesano subito il vizio della loro risoluzione, rinnovando ben tosto la catena fatale che le rendeva schiave l’una dell’altra. Ah! quanto è mai raro, trovare peccatori di questa sorte che si convertano sinceramente, sia a cagion della malvagia inclinazione che li predomina ed a cui hanno molta pena a resistere, sia a motivo dei violenti assalti che il nemico della salute dà a coloro che gli hanno aperto l’ingresso del loro cuore. Il che Gesù Cristo ci fa conoscere nel Vangelo quando dice che lo spirito immondo non abbandona un’anima che signoreggia a modo suo, che ha disegno di ritornarvi e di regnarvi allora con un impeto più assoluto, perché tosto che vi è rientrato, lo stato del peccatore diventa peggior di prima; Fiunt novissima hominis ilius peiora prioribus, cioè la sua conversione diventa più difficile per le frequenti ricadute cui il suo abito la espone: queste ricadute lo conducono all’ostinazione, l’ostinazione all’impenitenza, e l’impenitenza alla riprovazione. Ecco fratelli miei, ciò che ha fatto sempre riguardare questo peccato come un grande ostacolo alla salute; ecco ciò che deve destarne in voi un sommo orrore, indurvi a fare tutti i vostri sforzi per non soccombervi e ad usare tutti i rimedi più efficaci per guarirne, se vi siete soggetti. Mentre a Dio non piaccia ch’io pretenda rimandare i peccatori di questo carattere senza speranza di guarigione e di salute! Ma bisogna per questo metter in pratica i mezzi che sono per proporvi terminando questo discorso.

Pratiche. Per guarir un male, bisogna andar alla sorgente; il peccato d’impurità viene ordinariamente da un difetto di violenza sopra se stesso, dalle occasioni cui uno si espone e dall’ozio. Bisogna dunque vegliare sopra i vostri sensi, fuggir le occasioni ed occuparvi. Vegliate sopra i vostri occhi per allontanarli dagli oggetti capaci di fare malvage impressioni sopra i vostri cuori: Averte oculos meos ne videant vanitatem. Se i vostri occhi sono colpiti dalle ingannatrici lusinghe di una caduca bellezza, per disgustarvene pensate allo stato orribile cui sarà essa dalla morte ridotta, quando diverrà il pascolo dei vermi: questo pensiero vi preserverà dal veleno della libidine. Non leggete giammai libri capaci di darvi la minima idea contraria alla virtù della purità; se voi ne avete qualcheduno, gettatelo al più presto nel fuoco. Non date giammai orecchio alle canzoni profane, ai discorsi lascivi; guardatevi ancora di più dal proferire nei vostri discorsi parola che offenda la modestia, siate esatti su questo punto sino allo scrupolo: fuggite sopra tutto le occasioni pericolose alla castità, mentre se voi mancate di prudenza a questo riguardo, ogni altra precauzione sarà inutile. Occupatevi altresì secondo il vostro stato; ed il demonio, confuso di vedersi forzato sino nell’ultimo trinceramento, non mancherà di abbandonare una piazza che da tutte le parti gli oppone una egual resistenza. Accostatevi sovente ai sacramenti, abbiate ricorso all’orazione, che è un mezzo eccellente per ottenere la continenza; è quello di cui servivasi il grande Apostolo per respingere lo stimolo di satanasso che lo agitava: Ter Dominum rogavi. Mortificate le vostre passioni con l’astinenza e non siate del numero di coloro di cui parla la Scrittura, che facendo del loro ventre un Dio, alimentano con la loro dissolutezza il fuoco impuro che li divora; resistete fortemente al primo pensiero del male con qualche elevazione del vostro cuore a Dio; ditegli con un sentimento di dolore di vedervi esposti a tante occasioni di dispiacergli: Allontanate dalla mia mente, o mio Dio, questo malvagio pensiero. Abbracciate in spirito la croce di Gesù Cristo, tenetevi ad essa attaccati sino che la calma succeda alla tempesta; ogni qualvolta il nemico della salute si sforzerà di farvi cadere nelle sue reti, munitevi del pensiero e della rimembranza del vostro ultimo fine. Come! vorrò io, direte voi allora, per un piacere d’un momento, bruciare durante tutta l’eternità? Se il ritratto dell’ inferno che vi formerete nella vostra immaginazione non è spaventevole abbastanza per allontanare la tentazione, provate a toccar un momento il fuoco di quaggiù e domandate a voi medesimi, come faceva un santo solitario in simili tentazioni: Come potrò io soffrire un fuoco eterno, che sarà il supplizio del mio peccato, io che non posso soffrire un momento un fuoco dipinto? No, no, non voglio comprare ad un sì gran prezzo una soddisfazione passeggera di cui non avrò che una trista rimembranza. Piuttosto morire che imbrattar l’anima mia della minima macchia. Perseverate in questa risoluzione, poiché voi sarete molto risarciti del sacrificio dei piaceri che farete sulla terra dai torrenti di delizie di cui sarete inondati nel cielo. Così sia.

Credo… 

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta

Pro nostræ servitútis augménto sacrifícium tibi, Dómine, laudis offérimus: ut, quod imméritis contulísti, propítius exsequáris.

[Ad incremento del nostro servizio, Ti offriamo, o Signore, questo sacrificio di lode: affinché, ciò che conferisti a noi immeritevoli, Ti degni, propizio, di condurlo a perfezione.]

Comunione spirituale

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.

[In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio

Orémus.
Quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quos divína tríbuis participatióne gaudére, humánis non sinas subjacére perículis.

(Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché a coloro ai quali concedi di godere di una divina partecipazione, non permetta di soggiacere agli umani pericoli.)

Preghiere leonine

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

Ordinario della Messa

ORDINARIO DELLA MESSA

DOMENICA XXII DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA XXII DOPO PENTECOSTE (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

In quest’epoca le letture dell’Officiatura sono spesso tolte dal Libro dei Maccabei. Giuda Maccabeo, avendo udito quanto potenti fossero i Romani e come avessero sottomesso dei paesi assai lontani ed obbligato tanti re a pagar loro un tributo annuale, e d’altra parte sapendo che essi solevano acconsentire a quanto veniva loro chiesto e che avevano stretto amicizia con tutti coloro che con essi si erano alleati, mandò a Roma alcuni messi per fare amicizia ed alleanza con loro. Il Senato romano accolse favorevolmente la loro domanda e rinnovò più tardi questo trattato di pace con Gionata, e poi con Simeone che succedettero a Giuda Maccabeo, loro fratello. Ma ben presto la guerra civile sconvolse questo piccolo regno, poiché dei fratelli si disputarono tra di loro la corona. Uno di questi credette fare una mossa abile chiamando i Romani in aiuto; essi vennero infatti e nel 63 Pompeo prese Gerusalemme. Roma non soleva mai rendere quello che le sue armi avevano conquistato e la Palestina divenne quindi e restò una provincia romana. Il Senato nominò Erode re degli Ebrei ed egli, per compiacere costoro, fece ingrandire il Tempio di Gerusalemme e fu in questo terzo tempio che il Redentore fece più tardi il suo ingresso trionfale. Da quel momento il popolo di Dio dovette pagare un tributo all’imperatore romano ed è a ciò che allude il Vangelo di oggi. Questo episodio avvenne in uno degli ultimi giorni della vita di Gesù. Con una risposta piena di sapienza divina, il Maestro confuse i suoi nemici, che erano più che mai accaniti per perderlo. L’obbligo di pagare un tributo a Cesare era tanto più odioso agli Ebrei in quanto contrastava allo spirito di dominio universale che Israele era convinto di aver ricevuto con la promessa. Quelli che dicevano che si doveva pagarlo, avevano contro di loro l’opinione pubblica, quelli che dicevano che non si dovesse farlo incorrevano nell’ira dell’autorità romana imperante e degli Ebrei che erano a questa favorevoli e che si chiamavano erodiani. I farisei pensavano dunque che forzare Gesù a rispondere a questo dilemma voleva sicuramente dire perderlo, sia davanti al popolo, sia davanti ai Romani, e che tanto dagli uni come dagli altri avrebbero potuto farlo arrestare. Per essere sicuri di riuscirvi gli mandarono una deputazione di Giudei che appartenevano ai due partiti, « alcuni dei loro discepoli con degli erodiani », dice S. Matteo. Questi uomini, per ottenere una risposta, cominciarono col dire a Gesù che sapevano come egli dicesse sempre la verità e non fosse accettatore di persone; poi gli tesero un tranello: « È permesso o no pagare il tributo a Cesare?». Gesù, conoscendo la loro malizia, disse loro: « Ipocriti, perché mi tentate?» Poi, sfuggendo loro destramente, domandò che gli mostrassero la moneta del tributo, per forzarli, come sempre faceva in queste circostanze, a rispondere essi stessi alla loro domanda. Infatti, quando gli Ebrei gli ebbero presentato un danaro che serviva per pagare il tributo: « Di chi è questa effigie e questa iscrizione? » chiese loro. «Di Cesare», risposero quelli. Bisognava infatti per pagare il tributo, cambiare prima la moneta nazionale in quella che portava l’effigie dell’imperatore romano. Con questo scambio gli Ebrei venivano ad ammettere di essere sotto la dominazione di Cesare, poiché una moneta non ha valore in un paese se non porta l’effigie del suo sovrano. Acquistando dunque quel denaro con l’impronta di Cesare, riconoscevano essere egli il signore del loro paese, al quale essi avevano l’intenzione di pagare il tributo. « Rendete dunque a Cesare — disse loro Gesù — quello che è di Cesare ». Ma allora il Maestro, diventando ad un tratto il giudice dei suoi interlocutori interdetti, aggiunse: « Rendete a Dio quello Che è di Dio ». Ciò vuol dire: che appartenendo l’anima umana a Dio, che l’ha fatta a propria immagine, tutte le facoltà di quest’anima devono far ritorno a Lui, pagando il tributo di adorazione e di obbedienza. « Noi siamo la moneta di Dio, coniata con la sua effigie, dice S. Agostino. E Dio esige il suo denaro, come Cesare il proprio » (In JOANN.). « Diamo a Cesare la moneta che porta l’impronta sua, aggiunge S. Girolamo,, poiché non possiamo fare diversamente, ma diamoci anche spontaneamente, volontariamente e liberamente a Dio, poiché l’anima nostra porta l’immagine sfolgorante di Dio e non quella più o meno maestosa di un imperatore ». (In MATT.). – «Questa immagine, che è l’anima nostra, dice ancora Bossuet, passerà un giorno di nuovo per le mani c davanti agli occhi di Gesù Cristo. Egli dirà ancora una volta guardandoci: Di chi è quest’immagine e quest’iscrizione? E l’anima risponderà: Di Dio. È per Lui ch’eravamo stati fatti: dovevamo portare l’immagine di Dio, che il Battesimo aveva riparato, poiché questo è il suo effetto e il suo carattere. Ma che cosa è diventata questa immagine divina che dovevamo portare? Essa doveva essere nella tua ragione, o anima cristiana! e tu l’hai annegata nell’ebbrezza; tu l’hai sommersa nell’amore dei piaceri; tu l’hai data in mano all’ambizione; l’hai resa prigioniera dell’oro, il che è un’idolatria; l’hai sacrificata al tuo ventre, di cui hai fatto un dio; ne hai fatto un idolo della vanagloria; invece di lodare e benedire Iddio notte e giorno, essa si è lodata e ammirata da sé. In verità, in verità, dirà il Signore, non vi conosco; voi non siete opera mia, non vedo più in voi quello che vi ho messo. Avete voluto fare a modo vostro, siete l’opera del piacere e dell’ambizione; siete l’opera del diavolo di cui avete seguito le opere, di cui, imitandolo, vi siete fatto un padre. Andate con lui, che vi conosce e di cui avete seguito le suggestioni; andate al fuoco eterno che per lui è stato preparato. O giusto giudice! dove sarò io allora? mi riconoscerò io stesso, dopo che il mio Creatore non mi avrà riconosciuto? » (Medit. sur l’Èvangile, 39e jour) In questo modo dobbiamo interpretare il Vangelo, in questa Domenica, che è una delle ultime dell’anno ecclesiastico e che segna per la Chiesa gli ultimi tempi del mondo. Infatti, a due riprese, l’Epistola parla dell’Avvento di Gesù, che è vicino. S. Paolo prega Dio che ha cominciato il bene nelle anime di compierlo fino al giorno del Cristo Gesù », poiché è da Lui che viene la perseveranza finale. E l’Apostolo invoca appunto questa grazia: che « la nostra carità abbondi vieppiù in cognizione e discernimento, affinché siamo puri e senza rimproveri nel giorno di Gesù Cristo » (Epistola). In questo terribile momento, infatti se il Signore tiene conto delle nostre iniquità, chi potrà sussistere davanti a Lui? (Introito). « Ma il Signore è il sostegno e il protettore di coloro che sperano in Lui » (Alleluia), poiché « la misericordia si trova nel Dio d’Israele» (Intr., Segret.). E noi risentiremo gli effetti di questa misericordia se saremo noi stessi misericordiosi verso il prossimo.« Come bello è soave è per i fratelli essere uniti! » dice il Graduale. E dobbiamo esserlo soprattutto nella preghiera, all’ora del pericolo,poiché se gridiamo verso il Signore, Egli ci esaudirà » (Com.). E la preghiera eminentemente sociale e fraterna, alla quale Dio è più specialmente propizio, è la pregherà della Chiesa, sua sposa,che Egli ascolta ed esaudisce come fece il re Assuero, allorché, come ricorda l’Offertorio, la sua sposa Ester si rivolse a Lui per salvare dalla morte il popolo di Dio (v. 19a Domenica dopo Pentecoste).

Il dono della perseveranza nel bene ci viene da Dio. San Paolodomanda a Dio di accordarlo ai Filippesi, che gli sono semprestati uniti nelle sue sofferenze e nelle sue fatiche apostoliche eche egli ama, come Cristo Gesù stesso li ama. La loro caritàdunque cresca continuamente, affinché il giorno dell’avvento diGesù, colmi di buone opere, rendano gloria a Dio.

«Se noi siamo attaccati ai beni che dipendono da Cesare, dice S. Ilario, non possiamo lamentarci dell’obbligo di rendere a Cesare quello che è di Cesare; ma dobbiamo anche rendere a Dio quello che gli appartiene in proprio, cioè consacrargli il nostro corpo, l’anima nostra, la nostra volontà» (Mattutino).

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps. CXXIX: 3-4

Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? quia apud te propitiátio est, Deus Israël.

[Se tieni conto delle colpe, o Signore, o Signore chi potrà sostenersi? Ma presso di Te si trova misericordia, o Dio di Israele.]

Ps CXXIX: 1-2

De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi vocem meam.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: O Signore, esaudisci la mia supplica.]

Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? quia apud te propitiátio est, Deus Israël.

[Se tieni conto delle colpe, o Signore, o Signore chi potrà sostenersi? Ma presso di Te si trova misericordia, o Dio di Israele.]

Oratio

Orémus.

Deus, refúgium nostrum et virtus: adésto piis Ecclésiæ tuæ précibus, auctor ipse pietátis, et præsta; ut, quod fidéliter pétimus, efficáciter consequámur.

[Dio, nostro rifugio e nostra forza, ascolta favorevolmente le umili preghiere della tua Chiesa, Tu che sei l’autore stesso di ogni pietà, e fa che quanto con fede domandiamo, lo conseguiamo nella realtà.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses

Phil I: 6-11

“Fratres: Confídimus in Dómino Jesu, quia, qui cœpit in vobis opus bonum, perfíciet usque in diem Christi Jesu. Sicut est mihi justum hoc sentíre pro ómnibus vobis: eo quod hábeam vos in corde, et in vínculis meis, etin defensióne, et confirmatióne Evangélii, sócios gáudii mei omnes vos esse. Testis enim mihi est Deus, quómodo cúpiam omnes vos in viscéribus Jesu Christi. Et hoc oro, ut cáritas vestra magis ac magis abúndet in sciéntia et in omni sensu: ut probétis potióra, ut sitis sincéri et sine offénsa in diem Christi, repléti fructu justítiæ per Jesum Christum, in glóriam et laudem Dei”.

(“Fratelli: Abbiam fiducia nel Signore Gesù, che colui il quale ha cominciato in voi l’opera buona la condurrà a termine fino al giorno di Cristo Gesù. Ed è ben giusto ch’io nutra questi sentimenti per voi tutti; poiché io vi porto in cuore, partecipi come siete del mio gaudio, e nelle mie catene, e nella difesa e nel consolidamento del Vangelo. Mi è, infatti, testimonio Dio come ami voi tutti nelle viscere di Gesù Cristo. E questa è la mia preghiera: che il vostro amore vada crescendo di più in più in cognizione e in ogni discernimento, si da distinguere il meglio, affinché siate puri e incensurati per il giorno di Cristo, ripieni di frutti di giustizia, mediante Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio”).

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

LA PROPAGAZIONE DELLA FEDE

I Filippesi, fin dai primi giorni della loro conversione coadiuvarono S. Paolo a propagare il Vangelo, mettendolo in grado, con i loro aiuti, di poter diffonderlo con maggiore facilità. Ora l’Apostolo mostra la sua riconoscenza, ringraziando Dio, e pregandolo di concedere il dono della perseveranza in questa cooperazione, e soprattutto il dono della propria santificazione ai cari Filippesi, sempre fedelmente a lui uniti nelle sofferenze, e nei lavori dell’apostolato. Egli prega che la loro carità progredisca continuamente, e che pervengano tutti alla piena conoscenza della verità e al pieno discernimento di ciò che devono fare; così che al giorno del giudizio vengano trovati irreprensibili, ricolmi di buone opere che ridondino a gloria di Dio. Noi posiamo imitare lo zelo dimostrato dai Filippesi nella propagazione del Vangelo, favorendo l’Opera della Propagazione delle fede.

1. E’ un’opera buona,

2. Voluta, dal nostro dovere e dal nostro interesse.

3. Si favorisce con opere e con preghiere.

1.

S. Paolo chiama opera buona lo zelo dimostrato dai Filippesi nella causa della propagazione del Vangelo. Nessuno vorrà mettere in dubbio questa affermazione. È un’opera buona che deve stare a cuore anche ai fedeli dei nostri giorni. – Gesù Cristo ha comandato ai discepoli, che andassero a portare il suo Vangelo in tutte le parti della terra, facendolo pervenire a ogni creatura, nessuna esclusa. I discepoli si misero all’opera; ma non poterono compierla, e non la compirono neppure i loro successori. Ancora due terzi degli uomini sono ignari del Vangelo. L’opera della Chiesa prosegue ancora, e proseguirà sempre, finché il Vangelo non sia pervenuto a ogni creatura. È un’opera voluta da Dio; è l’opera di Dio; è la missione ufficiale da lui affidata alla sua Chiesa. Gesù Cristo è il Buon Pastore. Il suo gregge dev’essere formato di tutte le nazioni della terra. Ma non tutti sono entrati nel suo ovile, non tutti provano la dolcezza di chi si trova sotto la sua guida e ascolta la sua voce. «Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche quelle bisogna che io conduca; e daranno ascolto alla mia voce, e si farà un solo ovile e un solo pastore » (Giov. X, 16). L’opera della Propagazione della Fede procura appunto l’adempimento di questo voto di Gesù Cristo. Va dovunque in cerca di pecorelle da condurre all’ovile dell’unico pastore, ove saranno guidati dalla sua voce, e saziati dall’abbondanza delle sue grazie. – Gesù Cristo è la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo; ma gli infedeli questa luce non l’hanno ancora ricevuta. Essi vanno brancolando tutt’ora nelle tenebre dell’errore. Per le anime degli infedeli, come per le anime nostre, Gesù Cristo ha versato il suo sangue. Quelle anime sono proprietà sua, ma intanto sono escluse dal suo regno. Esse sono create per la felicità eterna, ma sono fuori della via che ve li conduce. Dio, nella sua sapienza e potenza, potrebbe certamente estendere in un lampo il suo regno a tutti gli uomini; ma Egli nei suoi imperscrutabili disegni ha stabilito, che il suo regno venga propagato gradatamente, tra contrasti, per mezzo degli uomini. – Per mezzo della predicazione degli uomini si accoglie la fede. Per mezzo degli uomini si amministra il Battesimo che introduce nella Chiesa. Per mezzo degli uomini, nel sacramento della Penitenza, si vien dichiarati sciolti dalla colpa. In una parola, la salvezza delle anime si procura per mezzo del ministero degli uomini. Si può dare opera più commendevole, di quella che aiuta gli operai del Signore a salvare le anime? No! «Nulla è paragonabile all’anima, neppure il mondo intero. Perciò, se tu distribuissi ai poveri ricchezze immense, non faresti tanto, quanto colui che converte un’anima sola» (S. Giov. Cris. In Ep. 1 ad Cor. Hom. 3, 5).

2.

S. Paolo assicura ai Filippesi: io vi porto nel cuore, partecipi come siete del mio gaudio. Quasi invidiamo la sorte dei Filippesi, che avevano parte al gaudio e ai meriti dell’Apostolo nella propagazione del Vangelo. Partecipare al gaudio e ai meriti di quanti lavorano per la propagazione e il consolidamento della Fede dev’essere premura di tutti quelli che conoscono il proprio dovere e il proprio vantaggio.Noi ci rivolgiamo frequentemente a Dio con la invocazione «Venga il tuo regno». Questa invocazione importa certamente, da parte nostra, l’impegno di far quanto ci è possibile, perché la domanda sia esaudita. Se noi, potendo fare qualche cosa per l’avvento e la dilatazione di questo regno, rimaniamo inerti, siamo dei burloni. Per noi varrebbe l’osservazione che, a proposito della fede senza le opere, fa San Giacomo: «Se un fratello e una sorella sono ignudi e mancanti del pane quotidiano, e uno di voi dica loro : — Andate in pace, riscaldatevi, e satollatevi —, senza dar loro il necessario alla vita a che giova cotesto?» (II, 15-16). – A ogni passo del Vangelo ci è inculcata la carità del prossimo. Nessun dubbio che l’obbligo della carità non devi limitarsi al corpo. Si deve, anzi, dare la preferenza a ciò, che, perduto, non si può più riacquistare, a ciò che, acquistato, porta con sè beni incalcolabili. Nessun bene è certamente paragonabile all’anima. Ce l’assicura Gesù Cristo stesso: «Che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?» (Matt, XVI, 26). Aiutando i missionari avremo ottima occasione di compiere il nostro dovere della carità verso il prossimo in ciò che maggiormente gli è necessario, nel salvar l’anima. Il Salvatore, dando istruzioni ai discepoli sulla loro missione di predicatori del Vangelo, aggiunge: «Chiunque avrà dato da bere un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi più piccoli, solo a titolo di discepolo: in verità vi dico non perderà la sua ricompensa» (Matt. X, 42). Chi non dovrebbe essere invogliato dalla grandezza di un premio tale? Ricevere il premio dell’apostolo che si porta a propagare il Vangelo tra gli infedeli? «Invero, quando egli predica, e tu cerchi di coadiuvarlo e favorirlo, le sue corone sono anche le tue (S. Giov. Crisost. In Epist. ad Philipp. Hom. 1, 2). I Santi, pregavano essi, e chiedevano le preghiere anche degli altri. Noi non abbiam sicuramente minor bisogno di preghiera che. i santi. Favorendo lo sviluppo delle missioni, impegniamo la preghiera di animi riconoscenti. I novelli convertiti, pregheranno per i loro benefattori, per quanti hanno cooperato alla loro conversione, quando gusteranno la felicità d’essere entrati nel grembo della Chiesa cattolica: pregheranno per i loro benefattori, quando andranno a godere la vita eterna. Le preghiere ardenti dei neofiti devono avere molto efficacia, se S. Paolo domanda continuamente preghiere a quelli che ha convertito alla fede.

3.

I Filippesi coadiuvarono l’Apostolo nella difesa e nel consolidamento del Vangelo, condividendo con lui travagli e sofferenze. Perciò dice loro ehe sono partecipi, e nelle… catene, e nella difesa e nel consolidamento del Vangelo. Per interessarsi praticamente delle missioni occorrono sacrificio e preghiera. Gesù Cristo, ai discepoli che devono predicar la fede, dice senza ambagi: «Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi… E sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (Matth. X, 16 … 22). E i discepoli partirono indifesi come pecore, furono perseguitati, messi a morte. E il sacrificio conquistava le anime. L’Apostolo fa notare ai Filippesi che la sua prigionia a Roma, con tutte le relative conseguenze, contribuiva a far conoscere maggiormente il Vangelo (Fil. I, 12-13). I successori degli Apostoli e dei primi discepoli che continuano a conquistare il mondo a Gesù Cristo, non camminano per altra via che quella dei sacrifici. Abbandonano patria, ricchezze, parenti, amici, forse uno splendido avvenire; si portano indifesi, tra popoli barbari con la previsione di ogni privazione e di grandi difficoltà, non osservati dal gran mondo, anzi, considerati come disillusi, spiriti poveri. Essi non si scoraggiano: il crocifisso, che fu loro consegnato alla partenza, ricorda in che modo fu compiuta la redenzione del genere umano. – Anche noi dobbiamo sottoporci a qualche sacrificio, a qualche privazione. Quando Mons. Comboni, già vescovo, riparte da Verona per l’Africa con missionari e catechisti, è accompagnato alla stazione dal vecchio padre. Il figlio chiede la benedizione al padre, e il padre al figlio, Vescovo. E nell’abbracciarlo esclama: « Mio Dio, non ho che un figlio, e a Voi lo dono di cuore; ma se ne avessi anche molti, tutti li consacrerei a Voi per la vostra gloria e per la salvezza delle anime da Voi redente ». E il Vescovo a sua volta: «Mio Dio, lascio mio padre, forse per non vederlo più… ma ne lascerei cento, se potessi averne tanti, per servir voi mio Padre Celeste, e fare la vostra volontà». E salì in treno e pianse (M. Grancelli — Mons. Daniele Comboni – Verona 1823). Davanti a queste eroiche rinunce che cosa sono le piccole rinunce che noi dovremmo fare per soccorrere i missionari? Essi si privano di tutto, sarà troppo per noi privarci di qualche divertimento, di qualche spesa superflua per concorrere alla salvezza delle anime? Quanti danari in lusso, in divertimenti, in baldorie, che potrebbero essere spesi in aiuto degli Apostoli! Dopo tanti secoli par fatto per i nostri giorni il lamento di S. Leone Magno : «Mi vergogno a dirlo, ma non si può tacere: si spende più per i demoni che per gli Apostoli» (Serm. 84, 1). I vecchi missionari sono concordi nell’insegnare ai novelli operai del campo evangelico, che i pagani vengono alla fede più per la preghiera che per la predicazione. La cosa, del resto, è molto spiegabile. Chi piega i cuori è Dio. Egli si serve dell’opera del missionario, che dissoda, pianta, irriga, ma i frutti non si hanno senza il concorso della sua grazia. All’elemosina, alle piccole privazioni, alle rinunce che ci rendono possibile l’aiuto materiale, aggiungiamo la preghiera. Non potrai sopportare il digiuno, non potrai dormire per terra, non potrai ritirarti nella solitudine; potrai, però, sempre pregare. Se non si potesse pregar da tutti, il Signore non avrebbe imposto a tutti l’obbligo di pregare. E quel Signore che ha fatto obbligo di pregare ha anche detto: «pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua vigna» (Matt. IX, 38). Preghiera necessaria, perché comandata da Dio, preghiera urgente perché « molta è la messe di Cristo e gli operai sono pochi e con difficoltà si trova chi aiuti » (S. Ambr. Epist. 4, 7, ad Fel.). Che un giorno non ci assalga il rimorso di aver lasciate perire delle anime, che potevano essere salvate con il nostro concorso! Ci conforti, invece, all’avvicinarsi dell’ultima ora, la voce dei pagani convertiti che ci ricorderanno: La tua elemosina e la tua preghiera ci hanno sottratti al regno di satana, ci hanno introdotti nella casa del Signore; ci hanno procurato un bene immenso. Il Signore ti sarà benigno: chi fa bene, bene aspetti.

Graduale

  Ps CXXXII: 1-2

Ecce, quam bonum et quam jucúndum, habitáre fratres in unum!

[Oh, come è bello, com’è giocondo il convivere di tanti fratelli insieme!]

V. Sicut unguéntum in cápite, quod descéndit in barbam, barbam Aaron.

[È come l’unguento versato sul capo, che scende alla barba, la barba di Aronne. ]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CXIII: 11

Qui timent Dóminum sperent in eo: adjútor et protéctor eórum est. Allelúja.

[Quelli che temono il Signore sperino in Lui: Egli è loro protettore e loro rifugio. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt XXII: 15-21

In illo témpore: Abeúntes pharisæi consílium iniérunt, ut cáperent Jesum in sermóne. Et mittunt ei discípulos suos cum Herodiánis, dicéntes: Magíster, scimus, quia verax es et viam Dei in veritáte doces, et non est tibi cura de áliquo: non enim réspicis persónam hóminum: dic ergo nobis, quid tibi vidétur, licet censum dare Caesari, an non? Cógnita autem Jesus nequítia eórum, ait: Quid me tentátis, hypócritæ? Osténdite mihi numísma census. At illi obtulérunt ei denárium. Et ait illis Jesus: Cujus est imágo hæc et superscríptio? Dicunt ei: Caesaris. Tunc ait illis: Réddite ergo, quæ sunt Caesaris, Caesari; et, quæ sunt Dei, Deo.

( “In quel tempo, i Farisei ritiratisi, tennero consiglio per coglierlo in parole. E mandano da lui i loro discepoli con degli Erodiani, i quali dissero: Maestro, noi sappiamo che tu sei verace, e insegni la via di Dio secondo la verità, senza badare a chicchessia; imperocché non guardi in faccia gli uomini. Spiegaci adunque il tuo parere: È egli lecito, o no, di pagare il tributo a Cesare? Ma Gesù conoscendo la loro malizia, disse: Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo. Ed essi gli presentarono un danaro. E Gesù disse loro: Di chi è questa immagine e questa iscrizione? Gli risposero: Di Cesare. Allora egli disse loro: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”).

OMELIA II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la restituzione.

Reddite quæ sunt Caesaris Cæsari, et quæ sunt Dei Deo.

Ammiriamo, fratelli miei, la risposta piena di saviezza che Gesù Cristo fa nell’odierno vangelo alla domanda dei Farisei sull’obbligo di pagar il tributo a Cesare: Questa nazione perfida ed in credula aveva tentato più volte di sorprendere Gesù Cristo nei suoi discorsi e nelle sue azioni, affine di trovarvi motivi di condannarlo; ma l’eterna sapienza li aveva sempre confusi. Fanno essi tuttavia in quest’oggi un nuovo tentativo, e gli propongono una questione tanto più fraudolenta, quanto che in qualunque modo egli la decida, deve cadere nulle insidie. Se risponde che si deve pagare il tributo a Cesare, egli si dichiara nemico della nazione giudaica, che si pretendeva esente. Se Gesù Cristo risponde che non si deve pagare questo tributo, egli va contro gl’interessi dell’imperatore e si fa credere un sedizioso. Che farà dunque egli in sì delicata congiuntura? Senza dichiararsi contro il popolo, insegna loro quel che devesi ai principi della terra. Perché tentarmi, ipocriti, loro disse? Recate una moneta e ditemi di chi è la figura e l’iscrizione? Di Cesare, risposero essi. Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare, ed a Dio quel che è di Dio: Reddite ergo quæ sunt Cæsaris Cæsari, et quae sunt Dei Deo. Io mi servo quest’oggi dei termini della domanda e della risposta che Gesù Cristo fece ai Giudei, per proporvi e decidere una questione sulla quale assaissimo importa che voi siate istruiti. A chi appartiene quella roba, quel danaro che possedete? Cuìus est imago hæc? Se li avete acquistati con legittimo titolo, se è retaggio dei vostri antenati o fruttodello vostre fatiche, con conservate quel che la provvidenza vi ha dato; ma se questi, beni son frutto di rapino, se vi riconoscete qualche cosa che non sia vostra, se avete cagionato qualche danno ad altri, rendete a Cesare ciò che odi Cesare, restituite quella roba mal acquistata, risarcite quel danno che avete recato: Reddite, etc. Di già, fratelli miei, voi comprendete su di che voglio ragionarvi; sull’obbligo di restituire, obbligo dei più importanti, obbligo di una vasta estensione, che nulladimeno è molto male osservato: obbligo importante, voi lo vedrete per i motivi che v’inducono a compirlo; obbligo d’una vasta estensione a cagion del gran numero d’ingiustizie che si commettono nel mondo; obbligo molto male osservato, voi lo vedrete per le regole che seguir si debbono per adempierlo. Per rinchiudere in poche parole tutto il mio disegno: quanto è grande l’obbligo di restituire? Primo punto. Quanti sono incaricati di quest’obbligo? Secondo punto. Come dobbiamo adempierlo? Terzo punto.

I. Punto. La restituzione è un atto di giustizia con cui si rimette il prossimo in possesso di una cosa che gli è stata tolta, o col quale si ripara il danno che gli è stato cagionato. Basta essere rischiarato dal lume della ragione per essere convinto dell’obbligo di restituire la roba altrui, e di riparare il torto che gli è stato fatto. Che c’insegna infatti questa retta ragione? Che non bisogna fare ad altri quel che non vorremmo fosse fatto a noi. Or noi non vorremmo che altri s’impadronisse ingiustamente dei nostri beni, che ci portasse danno in quello che ci appartiene; noi ci lamentiamo quando altri ci fa qualche torto; quei medesimi che ne fanno agli altri sono i primi a condannare coloro che non sono gli autori. Si è dunque con altrettanto d’equità che di sapienza che Dio ha fatto un comandamento espresso di non rubare: Non furtum facies. Poiché dall’osservanza di questo comandamento dipende il buon ordine delle vita, e perché, se fosse permesso d’impadronirsi indifferentemente dell’altrui, nulla sarebbe in sicuro, tutto l’universo sarebbe nel disordine; ciascuno, secondo le naturale avidità che ha sì per la roba, spoglierebbe arditamente il suo vicino di quel che avesse legittimamente acquistato o per successione dei suoi antenati o con un penoso lavoro; i più poltroni ed i più arditi sarebbero i più felici. Or se v’è un comandamento che ci proibisce d’impadronirsi dell’altrui, àvvene per conseguenza uno che ci prescrive di restituirlo, o per meglio dire, la medesima legge che ci proibisce il furto, ci comanda di ripararlo con la restituzione; mentre non restituire allorché abbiamo rubato si è fare torto al prossimo, si è continuare l’azione vietata dal comandamento: Non furtum facies. V’è dunque obbligo di restituire quando abbiamo dell’ altrui o quando abbiamo fatto qualche ingiustizia: obbligo fondato sul diritto naturale e sulla necessità della nostra eterna salute, che ne dipende: obbligo dei più indispensabili e che non soffre scusa di sorta. – Ella è una verità incontrastabile della nostra santa religione che non si può andar salvo senz’aver ottenuto il perdono del suo peccato, perché nulla d’imbrattato può entrare nel cielo. Or il peccato non vien rimesso, dice s. Agostino, se non restituisce quel che si è rubato: Non remiltitur peccatum, nisi restituatur ablatum. Il cielo non è pei ladri, dice l’Apostolo s. Paolo; chiunque è carico dell’altrui non entrerà giammai in quel felice soggiorno se non l’abbia restituito. Qualunque bene faceste voi d’altronde, qualunque virtù praticaste; se avete qualche restituzione a fare, cui manchiate per colpa vostra, tutte le vostre buone opere, tutte le vostre virtù a nulla vi serviranno. Passate pure la maggior parte di vostra vita nell’orazione, castigate il vostro corpo con le mortificazioni più austere, fate limosine abbondanti, soffrite anche il martirio come i difensori della fede; se voi morite senza aver soddisfatto a qualche restituzione di cui siete incaricati, le fiamme eterne dell’inferno saranno la vostra porzione. E perché mai? Perché avete mancato ad un punto essenziale che Dio domandava da voi, che era di adempiere a riguardo del prossimo i doveri della giustizia, doveri sì stretti che nulla può dispensacene. I Sacramenti medesimi, qualunque virtù abbiano per santificare e salvare gli uomini, non saranno giammai per voi strumenti di salute sinché non avrete soddisfatto all’obbligo di restituire. Voi potete ottenere il perdono dei vostri peccati in virtù del potere che i sacerdoti han ricevuto di assolvere i peccatori; ma il potere di questi sacerdoti non si estende a liberarvi dai doveri di giustizia a riguardo del prossimo. Quando essi vi rimettono i vostri peccati lo fanno a condizione che ripariate quelle ingiustizie: qualunque contrizione ne abbiate voi concepita ella non è accetta a Dio, se non se in quanto rinchiude il proponimento di soddisfare al prossimo, se voi gli avete fatto qualche danno. Intendete voi questo linguaggio, ingiusti usurpatori dell’altrui? Si è il linguaggio del vangelo di Gesù Cristo. Se voi nol credete, rinuncia alla religione; egli è inutile che vi accostate ai sacramenti, che frequentiate i santi misteri, che vi frammischiate tra i Cristiani e che facciate professione di esserlo, perché il Cristianesimo non soffre veruna ingiustizia, il paganesimo stesso le condanna. Ma se voi credete ciò che la religione v’insegna su questo articolo, voi siete insensati a perdere la vostr’anima, che vale più che tutti i beni del mondo, per beni che non porterete con voi; siete ciechi a perdere una felicità eterna e a precipitarvi in un abisso di miserie, per non voler rilasciare un danaro, un bene che non vi appartiene. Or perdere la vostr’anima o perdere quel bene; o restituire o esser condannato. Or non è forse meglio esser povero e miserabile per qualche tempo, e felice durante l’eternità, che rendersi eternamente infelice per aver posseduto qualche tempo dei beni di cui non resterà che una trista rimembranza? Perdete dunque piuttosto tutto il vostro danaro, dice s. Agostino, che perdere la vostr’anima: Perde pecuniam, ne perdas animam. Tale è la conseguenza, fratelli miei, che voi dovete tirare dai principi che abbiamo ora stabiliti. Io non dubito che voi non siate interamente interamente convinti di quest’obbligo; ma si tratta di ridurlo in pratica. Condanniamo il furto negli altri e sovente siamo colpevoli noi stessi d’ingiustizie cui non pensiamo a rimediare. Siamo eloquenti a provar l’obbligo di riparar il torto che ci è stato fatto; ma non siamo più fedeli a compiere questo dovere e riguardo degli altri. Quanti pochi vi ha che facciansi giustizia su questo punto! Si ode parlare di furti, di rapine, di ladronecci: non vi lamentate voi medesimi tutti i giorni dei danni che vi si fanno? Ma si ode forse parlar di restituzione? Ne chiamo in testimonio coloro tra voi cui è stato recato pregiudizio. Ne avete voi molti che vi abbiano soddisfatto su questo punto? Donde vien dunque, fratelli miei, che si fanno poche restituzioni? S’ignora forse l’obbligo di farle? No senza dubbio: ma una perversa avidità per li beni del mondo sembra dare dei diritti su quello che uno non possiede; si vogliono ricchezze, e per questo non sa egli metter limiti a’ suoi desideri, ed usa tutti i mezzi possibili di accumularne; sieno poi giusti o ingiusti questi mezzi, poco importa, purché si venga destramente a capo dei propri disegni e si risparmi la vergogna di esser tenuto per ladro, purché si schivino i castighi con cui la giustizia degli uomini punisce questo peccato, non si bada più che tanto a rendersi colpevole avanti a Dio; e dacché una volta taluno si è impadronito dell’altrui e l’ha per qualche tempo posseduto, lo riguarda come suo proprio; il reo attacco che ha per esso fa che non possa risolversi a rilasciarlo, trova delle difficoltà per restituirlo, si accieca, si fa una falsa coscienza o soffoca i rimorsi che prova su questo soggetto; sopra vani pretesti egli si dispensa dal restituire; or è un possesso che egli riguarda come un giusto titolo, or un bisogno che ha di quei beni per aiutare la famiglia che teme impoverisca, talora il disonore onde si ricoprirebbe confessandosi colpevole d’ingiustizia colla riparazione che ne farebbe; finalmente l’impossibilità in cui crede essere di adempier quest’obbligo. Tali sono, fratelli miei, i sotterfugi dell’ingiustizia, le vane scuse che si allegano per esentarsi dalla restituzione, all’ombra delle quali si crede taluno in sicurezza della salute; ma pretesti e scuse frivole che non prevarranno giammai alla stretta legge della restituzione. – Non nego che il possesso dell’altrui e l’impossibilità possano dispensare dalla restituzione. Ma qual possesso? Egli dee essere un possesso di buona fede, ed ancora dee avere il tempo prescritto dalle leggi: un possesso di malvagia fede, per quanto lungo possa essere, non sarà giammai un titolo per ritenere l’altrui. Similmente un’impossibilità assoluta sospende la restituzione sinché essa dura, e non già quando cessi, e si venga in istato di risarcire il danno che siasi recato. Ma nella maggior parte di coloro che non restituiscono l’impossibilità che allegano a farlo è un’impossibilità chimerica, la quale non sussiste che nella fantasia. Io ho bisogno, dice taluno, di quella roba per vivere, non posso restituirla senza privarmi del necessario, diverrò povero, rovinerò la mia famiglia. Ma quegli cui voi avete tolta quella roba non ne ha forse egual bisogno di voi? È forse giusto che ne sia privo egli piuttosto che voi, che vi conserviate in una condizione agiata a sue spese? se la condizione cui siete innalzati è il frutto delle vostre ingiustizie, fa d’uopo abbandonarla; se non lo è, convien risparmiare e diminuir le spese per restituire quel che non v’appartiene. Voi temete, mi dite, d’impoverire e di rovinar la vostra famiglia; ma avete voi diritto di vivere a vostro agio e di nutrire la vostra famiglia con ciò che non è vostro? Amate voi meglio esser ricchi in questo mondo e lasciar ricchi eredi, per esser infelici nell’altro, che viver poveri e non lasciare pingui eredità ai vostri figliuoli, per salvar l’anima vostra? In mezzo alle fiamme dell’inferno, ove alla vostra morte sarete condannati, sareste voi molto consolati dalla rimembranza dei beni che avrete posseduto sulla terra, e dei ricchi eredi che profitteranno delle vostre ingiustizie, rimembranza di cui non vi resterà che la pena e i castighi? Che v’impedisce di fare le debite restituzioni e conservare il vostro onore, usando dei mezzi che la prudenza v’ispirerà per render al prossimo quel che gli appartiene? Se non potete far subito la restituzione intera, procurate almeno e con i risparmi’ e con il lavoro di soddisfare poco a poco; prendete una via d’accomodamento, se si può, purché la frode e la violenza non v’abbiano alcuna parte, perché la cessione in tal caso accordata, non essendo libera, non vi sgraverebbe punto dall’obbligo che avete. Vediamo ora chi sono gli obbligati a restituire.

II. Punto. Io non prenderò qui, fratelli miei, a fare un racconto esatto di tutte le ingiustizie che si commettono nel mondo; necessari sarebbero più discorsi per farle conoscere. Quel che può dirsi in generale si è che l’ingiustizia regna quasi in tutte le condizioni della vita. Non è solamente nelle foreste e sulle strade che abitano gli uomini rapaci: se ne trovano quasi in tutte le società del mondo; ve ne sono nelle campagne, nelle città; si commettono del furti nei luoghi pubblici e nelle case dei privati; l’ingiustizia e l’adulterio, come diceva altre volte un profeta, si sono sparsi come un diluvio sulla superficie della terra: Furtum et adulterium inundaverunt (Osea IV). Per convincervene con una descrizione tal quale i limiti d’un discorso me la permettono, bisogna distinguere coi teologi tre principi donde nasce l’obbligo di restituire. Siamo obbligati a restituire: o a cagione dell’altrui che possediamo, o a motivo dell’ingiusta usurpazione che ne abbiamo fatta, o per lo danno che abbiamo cagionato.

1°. Siamo obbligati alla restituzione a cagion dell’altrui che possediamo, sia che lo possediamo con mala fede sia che lo possediamo con buona fede. Il possessore di buona fede, cioè colui che possiede l’altrui roba credendo essere sua propria, è obbligato alla restituzione quando riconosce che quella non gli appartiene, che il suo possesso non ha durato il tempo prescritto dalle leggi per esser legittimo o non ha perduto quella roba durante la sua buona fede. Voi avete comprata una cosa rubata da uno che ne credete il padrone, e venendo a riconoscerne il padrone legittimo, siete obbligati a restituirgliela: voi avete ricevuto dai vostri padri beni che riconoscete mal acquistati; bisogna restituirli a chi appartengono, o se non potete scoprire il padrone, potete impiegarli secondo la sua presunta intenzione. Ora vi ha forse di quelli che vogliono spogliarsi di quello che hanno acquistato con buona fede, quando riconoscono che appartiene ad un altro? Perché, dicono essi, mi priverò io di una cosa che non ho acquistato con ingiustizia? Tocca a coloro che han fatto l’ingiuria a ripararla, io non ne ho fatto ad alcuno, poiché era in buona fede. No, voi non avete fatta alcun’ingiustizia nell’acquisto, ma tosto che riconoscete che la roba appartiene ad un altro fate un’ingiustizia ritenendola; siete obbligati di restituirla. Oimè! quanti vediamo noi al giorno d’oggi innalzati ad un’alta fortuna, di cui si potrebbe trovare l’origine nell’ingiustizia e nella malvagia fede di coloro che hanno lasciati loro quei beni; principalmente quando sono fortune assai rapide. Perciocché egli è ben difficile, dice lo Spirito Santo, arricchirsi in poco tempo e conservare la innocenza. Qui festinat ditari non erit innocens (Prov. XXVIII) . Non si diventa ordinariamente ricco in poco tempo che per avere o usurpato destramente l’altrui o esatto da una professione diritti che non erano dovuti; per avere esercitati certi impieghi nei quali si è trovato il segreto di fare guadagni eccessivi; per avere profittato della miseria altrui, come fanno certi uomini avidi, che ammassando tutte le derrate di un paese, vi cagionano orribili carestie e con questo obbligano gli altri a comperarle da essi a prezzi esorbitanti; il che è espressamente vietato dallo Spirito Santo, che minaccia della sua maledizione questa razza d’uomini: Qui abscondit frumenta, maledictus (Prov. XI). Io rimando dunque al tribunale della coscienza questi pretesi possessori di buona fede di certi beni, che sono stati da essi o dai loro padri accumulati in poco tempo, per esaminare avanti a Dio se le loro ricchezze fossero per avventura spoglie altrui, i frutti dell’usura, la sostanza della vedova, del povero e del pupillo; e se non vi riconoscono un possesso legittimo, li rendano, li restituiscano, altrimenti niuna salute per essi. – Veniamo ai possessori di malvagia fede, cioè a coloro che ritengono l’altrui con piena cognizione e contro la testimonianza della propria coscienza. Quanti che si ostinano su di questo! Sanno pur essi che la roba che posseggono non appartiene loro, e non possono risolversi a restituirla; bisogna che il padrone legittimo faccia dei passi e s’affanni, che li chiami avanti ai tribunali; bisogna che, suo malgrado, susciti una lite, che faccia dei viaggi, delle spese per ritirar il suo dalle mani d’un possessore ingiusto e farsi pagare da un malvagio debitore. Imperciocché quanti ve ne ha di questa sorta i quali non pensano in niuno modo a soddisfare un creditore se non venga loro domandato, e non siano obbligati per le vie del rigore! Quanti ricchi che mantengonsi in lusso alle spese d’un mercante, che vivono sul credito di coloro che somministrano loro gli alimenti, e non possono averne per pagamento che rifiuti, o al più al più delle promesse, le quali non si effettuano che più tardi che si può; mentre d’altra parte essi a nulla perdonano di ciò che può appagare la sensualità e la vanità! Quanti che procurano di nascondere una parte dei loro debiti, che non hanno difficoltà, quando possono, di frustrare dei loro diritti coloro cui sono legittimamente dovuti, perché altri non s’accorga della loro ingiustizia! Ah! fratèlli miei, investigate ben bene su di ciò il fondo del vostro cuore ed esaminate se avete sempre pagato esattamente quel che dovevate, se non avete ingannato, occultato, usati rigiri per godere di ciò che non vi appartiene. Qual è l’uomo irreprensibile su questo punto? Quis est hic, et laudabimus eum (Eccli. XXXI)? Non si ascolta che troppo spesso la voce della cupidigia più tosto che quella della giustizia, ed è ciò che cagiona tanta malvagia fede tra gli uomini, che rende l’ingiustizia sì comune, e sì rara la restituzione non solamente dei possessori dell’altrui, ma ancora degl’ingiusti usurpatori: il che si chiama furto o latrocinio. Sotto il nome di furto olatrocinio non bisogna solamente comprendere quelle azioni ingiuste con cui taluno si impadronisce dell’altrui, come fanno i ladri; ma convien intendere ogni sorta d’ingiustizia che fassi al prossimo, tutti i mezzi che si adoprano, tutti gli artifici, tutte le astuzie, tutte le frodi che s’impiegano per appropriarsi l’altrui. Or quante ingiustizie non si fanno nel mondo, nelle campagne, nelle città, nelle case! Ingiustizie nelle campagne, dove si veggono uomini d’una avidità insaziabile che non possono contentarsi nei limiti dei loro poderi, che li ingrandiscono, sia innovandosi su i loro vicini, sia trasportando i termini che li separano al di là del loro punto fisso. I più destri usano dell’ inganno, i più forti della violenza per ottenere un fondo che eccita la loro avidità e che desiderano unire al loro a qualunque siasi prezzo. Voi ne vedete altri che hanno il segreto di fare abbondanti raccolte senz’avere né seminato né lavorato; che nutrono i loro animali sui fondi altrui: non vi lamentate voi sovente del danno che vi si fa in questi differenti casi?Ma ve l’hanno forse risarcito? – Ingiustizie nelle campagne e nelle città tra le persone di commercio, che ingannano vendendo con falsi pesi, con false misure, o cattive merci od oltre al prezzo ragionevole; che comprano a vil prezzo, o a cagione dell’ignoranza d’ un venditore odel bisogno che egli ha di vendere. Quanti monopoli! Quante società in cui uno carica gli altri di tutta la perdita, riservando per sé tutto il profitto! Quante usure, facendo pagar più caro perché si vende a credito! Quante ingiustizie nei contratti per le falsità che vi s’inseriscono, sia nelle date, sia con altre clausole pregiudiziali ad una parte interessata! Tali sono quelli in cui, per toglierle ogni mezzo di ritirare un fondo venduto, si esprime con una somma più considerabile di quella con cui è stato comprato, e che nulladimeno si prende quando l’altro vuole usare dei suoi diritti. – Ingiustizie nei tribunali, dove si vedono litiganti suscitare, senza fondamento, delle liti per ottenere con il favore d’una giudiziale sentenza ciò che loro non è dovuto.- E Come questo? Perché essi sanno inventare raggiri e cavillazioni che i loro competitori non hanno prevedute; perché sono molto potenti in danaro ed in credito per opprimere quelli che non possono loro opporre che una debole resistenza. Così accade sovente che un povero Nabot perde l’eredità de’ suoi padri, invidiatagli dal ricco Acab, a cui è obbligato di cederla, o per una sentenza ingiusta o per un accomodamento irragionevole, che la parte più debole accetta senza esitare, per mettersi al coperto dalle vessazioni ancora più funeste. Sentenze ingiuste, accomodamenti forzati, di cui l’usurpatore si fa un titolo legittimo, ma che non lo giustificano avanti a Dio, il quale conosce l’iniquità del suo procedere. – Si è ancora avanti ai tribunali della giustizia che si vedono comparire falsi testimoni, i quali guadagnati col danaro o ritenuti dal timore tradiscono la verità, affermano la menzogna e portano all’innocente i colpi più funesti. Si è avanti a questi tribunali che sostenere si vedono cause inique, in cui sono state impegnate le parti mal a proposito: dove le buone ragioni soccombono sotto il peso delle raccomandazioni, o pure sono ritardate da una molteplicità di scritture, di nuove istanze, che s’inventano per arricchirsi a costo d’una parte che soffre, che si opprime di spese o a cui si fanno pagare diritti che non sono dovuti, e che so io? E che non direi ancora, se il tempo me lo permettesse? – Ingiustizia nelle case dei privati, dove si vedono i padri di famiglia consumare in bagordi ed in giuochi beni di cui essi non hanno che l’amministrazione; altri che obbligano con violenza le mogli a ceder le loro pretensioni; si veggono delle mogli che dissipano in folli spese beni che loro non appartengono, dei figliuoli che rubano ai padri e alle madri, che prendono nella comune eredità tutto ciò che credono poter servire a contentare la loro vanità, a somministrare ai loro piaceri. Qui io veggo padroni che non pagano i salari dei loro servitori, che li fanno soffrire con ingiuste dilazioni, che ritengono o in tutto o in parte lo stipendio agli operai, peccato enorme che grida vendetta al cielo contro coloro che sene rendono colpevoli: Ecce merces operariorum clamat, et clamor eorum in aures Domini introivit (Jac. V). Là scorgo servi che rubano ai loro padroni sotto pretesto che non sono sufficientemente pagati; operai che non lavorano fedelmente o per difetto del tempo che dovrebbero impiegar nel lavoro, o per la cattiva qualità della materia che v’impiegano, o pure che mettono troppo tempo a fare quel che potrebbe esser fatto più presto, o finalmente che inducono a fare spese inutili coloro che li impiegano al lavoro. – Possiamo dunque dire con tutta verità, fratelli miei, che vi sono ben molti colpevoli d’ingiustizia ed obbligati alla restituzione per li furti e latrocini che si commettono nei diversi stati delta vita. Ma vi è un terzo titolo di restituzione: il danno che si reca al prossimo. – Si può cagionar danno al prossimo direttamente o indirettamente, cioè per sé stesso o per mezzo altrui; per sé stesso, distruggendo il bene che egli ha, o impedendogli ingiustamente d’ acquistare quel che non ha. Gli si cagiona del danno per mezzo d’altrui quando s’induce qualcheduno a fargliene, e allorché non s’impedisce quando vi è obbligo. Non fa bisogno, fratelli miei, né il tempo lo permette, di far conoscere le diverse ingiustizie che si commettono cagionando del danno al prossimo nei suoi beni. Coloro che sono colpevoli in questo punto lo conoscono abbastanza da sé. Io parlo solamente di quella che regna nella comunità, nella distribuzione delle imposizioni edei pubblici carichi. Coloro che vi si sono preposti per farle caricano gli uni più che gli altri, senza consultare le proporzioni dei beni. Quante trame per far cadere i voti di un impiego onoroso sopra alcuni oincapaci di sostenerlo oche non sono ancora obbligati di accettarlo! Quindi il torto fatto alla comunità o a coloro che sono incaricati di si fatti impieghi ordinariamente pregiudiziali; quindi l’obbligo di restituire; ma chi pensa a farle? Si porta ancora del danno al prossimo impedendogli per vie ingiuste di acquistare un bene che non aveva e che poteva lecitamente procurarsi, attraversando con frode e con violenza un disegno che gli era favorevole. – Voi allontanate una persona ben intenzionata a riguardo di un’altra dal farle del bene, diffamandola appresso di essa servendovi di qualche mezzo ingannevole o violento per impedire la buona volontà del benefattore; con le vostre maldicenze e calunnie voi impedite a quel giovane o a quella figliuola di trovar un partito, a quel servo una condizione, a quell’operaio un posto: voi diffamate quel mercante nel suo negozio con le false accuse che contro di lui intentate. Siete obbligati di rifarli dei danni: ma chi vi pensa? Diventiamo finalmente colpevoli d’ingiustizia ed obbligati alla restituzione quando cooperiamo all’altrui danno. Or gli uni vi cooperano in una maniera positiva, gli altri in una maniera negativa. I primi sono coloro che raccomandano, che consigliano, che consentono, che favoreggiano le ingiustizie o approvando o dando asilo a quelli che le commettono. Gli altri sono coloro che non le impediscono, che non le manifestano, allorché sono a ciò per dovere obbligati. Nella prima classe io comprendo i padri e la madri, i padroni e le padrone, tutti coloro che hanno qualche autorità, e che se ne servono per cagionare del danno al prossimo col mezzo di quelli che loro sono soggetti, sono obbligati a ripararlo, come se fossero la causa principale: di modo che se non possono restituire quelli che hanno loro ubbidito, sono essi tenuti a riferirli del danno. – Or quanti vi sono padri e madri, padroni, superiori, che inducono i loro figliuoli, i loro servi, i loro inferiori a rubare ciò che non oserebbero togliere per essi, o per lo meno, che, vedendoli recare del danno, non si servono della loro autorità per impedirlo! Quanti si trovano altresì cattivi consiglieri che sollecitano gli altri a nuocere al prossimo, l’inducono a liti inique, insegnano a questi le misure che possono prendere per riuscire in un’ingiusta intrapresa, indicano a quelli il luogo per cui uno deve passare, gli strumenti di cui può servirsi per un furto che esso medita! Quanti che, con le adulazioni e lodi che danno a coloro che han fatto malvage azioni, di bel nuovo ve li inducono! Quanti che coi rimproveri che fanno al nemico di un altro della sua debolezza e timidità, lo portano a vendicarsi, a cagionargli del danno! Si pensa forse a risarcire i danni che sono la conseguenza dei cattivi consigli? No senza dubbio , si lascia quest’obbligo a coloro che li hanno eseguiti, e si dimentica d’esser gravati del peso medesimo. – Lo stesso si deve dire di coloro che danno asilo ai ladri, che custodiscono o comprano le cose rubate, come accade sovente, dai figliuoli di famiglia e dai servi, i quali non prenderebbero sì facilmente, se non trovassero chi il riceve in casa loro o per comprare quello che fan preso o per loro somministrare l’occasione di spendere. Invano, per scusarsi, diranno che se non avessero comprato essi, altri l’avrebbero fatto, oppure che quei figliuoli avrebbero fatte altrove le medesime spese. Non si può giustificare una malvagia azione con l’altrui esempio. Cessiamo forse d’ esser omicidi, perché senza di noi un altro avrebbe commesso quel delitto? No senza dubbio! Vedete la conseguenza nel suo principio. Rinchiudiamo ancora nell’obbligo di restituire coloro che partecipano all’altrui ingiustizia o dando soccorso o profittando dei latrocini. Finalmente quelli che sono incaricati per dovere d’invigilare alla conservazione degli altrui beni, hanno obbligo di restituire, se, vedendo che si reca del danno, non dicono cosa alcuna, non si oppongono, o non manifestano i danneggiatori quando li conoscono; tali sono coloro che coprono impieghi, uffizi che li obbligano alla conservazione delle cose degli altri, o che ricevono stipendi per questo motivo. Ma oimè! fratelli miei, quanti ve ne ha che adempiono il loro dovere? Quanti al contrario ricevono doppia ricompensa, e da coloro cui si fa un danno che dovrebbero impedire, e da quelli che lo fanno, per non opporvisi! Non ho io avuto ragione, fratelli miei, di dire e le ingiustizie sono molto comuni nel mondo? Che non è solamente sulle strade e nelle foreste che si commette il furto , ma che questo peccato regna in quasi tutti gli stati della vita? Contuttociò quanto è comune l’ingiustizia, altrettanto rara è la restituzione. Bisogna forse stupirsi se il numero dei reprobi è così grande, poiché non si può entrare nel cielo con l’altrui, e moltissimi non possono risolversi a lasciarlo quando lo posseggono? Non siate, fratelli miei, di questo numero infelice; se riconoscete nei vostri beni qualche cosa che non vi appartenga, rendetela al più presto; se avete recato qualche danno, risarcitelo senza differire: perdete tutto quel che avete nel mondo, e conservate un’anima che è costata il sangue d’un Dio; rinunciate ai beni transitori per acquistare gli eterni beni del cielo. Abbiam veduto l’obbligo di restituire, vediamone le regole ed il modo di farlo.

Credo

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Esth XIV: 12; 13

Recordáre mei, Dómine, omni potentátui dóminans: et da sermónem rectum in os meum, ut pláceant verba mea in conspéctu príncipis. [Ricòrdati di me, o Signore, Tu che dòmini ogni potestà: e metti sulle mie labbra un linguaggio retto, affinché le mie parole siano gradite al cospetto del príncipe.]

Secreta

Da, miséricors Deus: ut hæc salutáris oblátio et a própriis nos reátibus indesinénter expédiat, et ab ómnibus tueátur advérsis.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XVI: 6

Ego clamávi, quóniam exaudísti me, Deus: inclína aurem tuam et exáudi verba mea.

[Ho gridato verso di Te, a ché Tu mi esaudisca, o Dio: porgi il tuo orecchio ed esaudisci le mie parole. ]

Postcommunio

Orémus.

Súmpsimus, Dómine, sacri dona mystérii, humíliter deprecántes: ut, quæ in tui commemoratiónem nos fácere præcepísti, in nostræ profíciant infirmitátis auxílium.

[Ricevuti, o Signore, i doni di questo sacro mistero, umilmente Ti supplichiamo: affinché ciò che comandasti di compiere in memoria di Te, torni di aiuto alla nostra debolezza.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

MESSE PER I DEFUNTI (2020)

MESSE PER I DEFUNTI (2020)

Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti.

Doppio. – Paramenti neri.

Alla festa di tutti i Santi è intimamente legato il ricordo delle anime sante che, pur confermate in grazia, sono trattenute temporaneamente in « Purgatorio » per purificarsi dalle colpe veniali ed « espiare » le pene temporali dovute per il peccato. Perciò, dopo aver celebrato nella gioia la gloria dei Santi, che costituiscono la Chiesa trionfante, la Chiesa militante estende le sua materna sollecitudine anche a quel luogo di indicibili tormenti, ove sono prigioniere le anime che costituiscono la Chiesa purgante. Dice il Martirologio Romano: « In questo giorno si fa la commemorazione di tutti i fedeli defunti; nella quale commemorazione la Chiesa, pia Madre comune, dopo essersi adoperata a celebrare con degne lodi tutti i suoi figli che già esultano in cielo, tosto si affretta a sollevare con validi suffragi, presso il Cristo, suo Signore e Sposo, tutti gli altri suoi figli che gemono ancora nel Purgatorio, affinché possano quanto prima pervenire al consorzio dei cittadini beati ». E questo il momento in cui la liturgia della Chiesa afferma vigorosamente la misteriosa unione esistente fra la Chiesa trionfante, militante e purgante, e mai come oggi si adempie in modo tangibile, il duplice dovere di carità e di giustizia che deriva, per ciascun cristiano, dalla sua incorporazione al corpo mistico di Cristo. Per il dogma della « Comunione dei Santi» i meriti e i suffragi acquistati dagli uni possono essere applicati agli altri. In questi modo, senza ledere gli imprescrittibili diritti della divina giustizia, che sono rigorosamente applicati a tutti nella vita futura, la Chiesa può unire la sua preghiera a quella del cielo e supplire a ciò che manca alle anime del Purgatorio, offrendo a Dio per loro, per mezzo della S. Messa, delle indulgenze, delle elemosine e dei sacrifizi dei fedeli, i meriti sovrabbondanti della Passione del Cristo e delle membra del suo mistico corpo. – Con la liturgia che ha il suo centro nel Sacrificio del Calvario, rinnovantesi continuamente sull’altare, è sempre stato il mezzo principale impiegato dalla Chiesa, per applicare ai defunti la grande legge della Carità, che comanda di soccorrere il prossimo nelle sue necessità, così come vorremmo esser soccorsi noi, se ci trovassimo negli stessi bisogni. – Forse la liturgia dei defunti è la più bella e consolante di tutte, ogni giorno, al termine d’ogni ora del Dìvin Ufficio sono raccomandate alla misericordia di Dio le anime dei fedeli defunti. Al Suscipe nella Messa, il sacerdote offre il Sacrificio per i vivi e per i morti; e a uno speciale Memento egli prega il Signore di ricordarsi dei suoi servi e delle sue serve che si sono addormentati nel Cristo e di accordar loro il luogo della consolazione, della luce e della pace. – Già fin dal V secolo si celebrano Messe per i defunti. Ma la Commemorazione generale di tutti i fedeli defunti si deve a S. Odilone, quarto Abate del celebre monastero benedettino di Cluny. Egli l’istituì nel 998 fissandola per il giorno dopo la festa di Ognissanti (In seguito a questa istituzione, la S. Sede accordò un’indulgenza plenaria toties quotìes alle medesime condizioni che per il 2 agosto, applicabile ai fedeli defunti il giorno della Commemorazione dei morti, a’ tutti quelli che visiteranno una Chiesa, dal mezzogiorno di Ognissanti alla mezzanotte del giorno dopo e pregheranno secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. — ). L’influenza di questa illustre Congregazione fece sì che si adottasse presto quest’uso da tutta la Chiesa e che questo giorno stesso fosse talvolta considerato come festivo. Nella Spagna e nel Portogallo, come anche nell’America del Sud, che fu un tempo soggetta a questi Stati, per un privilegio accordato da Benedetto XIV in questo giorno i sacerdoti celebravano tre Messe. Un decreto di Benedetto XV del 10 agosto 1915 estese ai sacerdoti del mondo intero questa autorizzazione. Pio XI con decreto 31 ottobre 1934 concesse che durante l’Ottava tutte le Messe celebrate da qualunque Sacerdote siano ritenute come privilegiate per l’anima del defunto per il quale vengono applicate. La Chiesa, in un’Epistola, tratta da S. Paolo, ci ricorda che i morti risusciteranno, e ci invita a sperare, perché in quel giorno tutti ci ritroveremo nel Signore. La Sequenza descrive in modo avvincente il giudizio finale; nel quale i buoni saranno eternamente divisi dai malvagi. – L’Offertorio ci richiama al pensiero S. Michele, che introduce le anime nel Cielo, perché, dicono le preghiere per la raccomandazione dell’anima, egli è il « capo della milizia celeste », nella quale gli uomini sono chiamati ad occupare il posto degli angeli caduti. – « Le anime del purgatorio sono aiutate dai suffragi dei fedeli, e principalmente dal sacrificio della Messa » dice il Concilio di Trento! (Sessione| XXII, cap. II). Questo perché nella S. Messa il sacerdote offre ufficialmente a Dio, per il riscatto delle anime, il sangue del Salvatore. Gesù stesso, sotto le specie del pane e del vino, rinnova misticamente il sacrificio del Golgota e prega affinché Dio ne applichi, a queste anime, la virtù espiatrice. Assistiamo in questo giorno al Santo Sacrificio, nel quale la Chiesa implora da Dio, per i defunti, che non possono più meritare, la remissione dei peccati (Or.) e il riposo eterno (Intr., Grad.). Visitiamo i cimiteri, ove i loro corpi riposano, fino al giorno nel quale, alla chiamata di Dio, essi sorgeranno immediatamente per rivestirsi dell’immortalità e riportare, per i meriti di Gesù Cristo, la definitiva vittoria sulla morte (Ep.).

(La parola Cimitero, dal greco, significa dormitorio, nel quale ci si riposa. Chi visita il cimitero durante l’Ottava e prega anche solo mentalmente per i defunti, può acquistare nei singoli giorni, con le consuete condizioni, l’indulgenza Plenaria; negli altri giorni l’indulgenza parziale di sette anni; tanto l’una che l’altra sono applicabili soltanto ai defunti – S. Penit. Ap. 31- X – 1934)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

4 Esdr II: 34; 2:35
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
Ps LXIV:2-3
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et tibi reddétur votum in Jerúsalem: exáudi oratiónem meam, ad te omnis caro véniet.

[In Sion, Signore, ti si addice la lode, in Gerusalemme a te si compia il voto. Ascolta la preghiera del tuo servo, poiché giunge a te ogni vivente].
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.

Oratio

Orémus.
Fidélium, Deus, ómnium Cónditor et Redémptor: animábus famulórum famularúmque tuárum remissiónem cunctórum tríbue peccatórum; ut indulgéntiam, quam semper optavérunt, piis supplicatiónibus consequántur:

[O Dio, creatore e redentore di tutti i fedeli: concedi alle anime dei tuoi servi e delle tue serve la remissione di tutti i peccati; affinché, per queste nostre pie suppliche, ottengano l’indulgenza che hanno sempre desiderato:]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XV: 51-57
Fratres: Ecce, mystérium vobis dico: Omnes quidem resurgámus, sed non omnes immutábimur. In moménto, in ictu óculi, in novíssima tuba: canet enim tuba, et mórtui resúrgent incorrúpti: et nos immutábimur. Opórtet enim corruptíbile hoc induere incorruptiónem: et mortále hoc indúere immortalitátem. Cum autem mortále hoc indúerit immortalitátem, tunc fiet sermo, qui scriptus est: Absórpta est mors in victória. Ubi est, mors, victória tua? Ubi est, mors, stímulus tuus? Stímulus autem mortis peccátum est: virtus vero peccáti lex. Deo autem grátias, qui dedit nobis victóriam per Dóminum nostrum Jesum Christum.

[Fratelli: Ecco, vi dico un mistero: risorgeremo tutti, ma non tutti saremo cambiati. In un momento, in un batter d’occhi, al suono dell’ultima tromba: essa suonerà e i morti risorgeranno incorrotti: e noi saremo trasformati. Bisogna infatti che questo corruttibile rivesta l’incorruttibilità: e questo mortale rivesta l’immortalità. E quando questo mortale rivestirà l’immortalità, allora sarà ciò che è scritto: La morte è stata assorbita dalla vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Ora, il pungiglione della morte è il peccato: e la forza del peccato è la legge. Ma sia ringraziato Iddio, che ci diede la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo].

Graduale

4 Esdr II: 34 et 35.
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
Ps CXI: 7.
V. In memória ætérna erit justus: ab auditióne mala non timébit.
[Il giusto sarà sempre nel ricordo, non teme il giudizio sfavorevole].Tractus.
Absólve, Dómine, ánimas ómnium fidélium ab omni vínculo delictórum.
V. Et grátia tua illis succurrénte, mereántur evádere judícium ultiónis.
V. Et lucis ætérnæ beatitúdine pérfrui.

[Libera, Signore, le anime di tutti i fedeli defunti da ogni legame di peccato.
V. Con il soccorso della tua grazia possano evitare la condanna.
V. e godere la gioia della luce eterna].

Sequentia

Dies iræ, dies illa
Solvet sæclum in favílla:
Teste David cum Sibýlla.

Quantus tremor est futúrus,
Quando judex est ventúrus,
Cuncta stricte discussúrus!

Tuba mirum spargens sonum
Per sepúlcra regiónum,
Coget omnes ante thronum.

Mors stupébit et natúra,
Cum resúrget creatúra,
Judicánti responsúra.

Liber scriptus proferétur,
In quo totum continétur,
Unde mundus judicétur.

Judex ergo cum sedébit,
Quidquid latet, apparébit:
Nil multum remanébit.

Quid sum miser tunc dictúrus?
Quem patrónum rogatúrus,
Cum vix justus sit secúrus?

Rex treméndæ majestátis,
Qui salvándos salvas gratis,
Salva me, fons pietátis.

Recordáre, Jesu pie,
Quod sum causa tuæ viæ:
Ne me perdas illa die.

Quærens me, sedísti lassus:
Redemísti Crucem passus:
Tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultiónis,
Donum fac remissiónis
Ante diem ratiónis.

Ingemísco, tamquam reus:
Culpa rubet vultus meus:
Supplicánti parce, Deus.

Qui Maríam absolvísti,
Et latrónem exaudísti,
Mihi quoque spem dedísti.

Preces meæ non sunt dignæ:
Sed tu bonus fac benígne,
Ne perénni cremer igne.

Inter oves locum præsta,
Et ab hœdis me sequéstra,
Státuens in parte dextra.

Confutátis maledíctis,
Flammis ácribus addíctis:
Voca me cum benedíctis.

Oro supplex et acclínis,
Cor contrítum quasi cinis:
Gere curam mei finis.

Lacrimósa dies illa,
Qua resúrget ex favílla
Judicándus homo reus.

Huic ergo parce, Deus:
Pie Jesu Dómine,
Dona eis réquiem.
Amen.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann V: 25-29
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Amen, amen, dico vobis, quia venit hora, et nunc est, quando mórtui áudient vocem Fílii Dei: et qui audíerint, vivent. Sicut enim Pater habet vitam in semetípso, sic dedit et Fílio habére vitam in semetípso: et potestátem dedit ei judícium fácere, quia Fílius hóminis est. Nolíte mirári hoc, quia venit hora, in qua omnes, qui in monuméntis sunt, áudient vocem Fílii Dei: et procédent, qui bona fecérunt, in resurrectiónem vitæ: qui vero mala egérunt, in resurrectiónem judícii.

[In quel tempo: Gesù disse alle turbe dei Giudei: In verità, in verità vi dico, viene l’ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio: e chi l’avrà udita, vivrà. Perché come il Padre ha la vita in sé stesso, così diede al Figlio di avere la vita in se stesso: e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non vi stupite di questo, perché viene l’ora in cui quanti sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio: e ne usciranno, quelli che fecero il bene per una resurrezione di vita: quelli che fecero il male per una resurrezione di condanna].

OMELIA

(A. Carmignola: Il Purgatorio, Torino, 1896)

DISCORSO XIV.

Altri mezzi di suffragio, ossia le sante indulgenze e l’atto eroico.

Perdonatemi, se per maggior intelligenza di quello, che intendo di dirvi, io vi invito di fare quest’oggi una brutta supposizione. Supponete adunque, che voi aveste per isventura commesso un qualche grave delitto, pel quale tradotti dinnanzi ai tribunali foste stati condannati ad una gravissima pena, per esempio a passare vent’anni in carcere, e che facendo voi certe determinate preghiere, o compiendo qualche pratica appositamente assegnata, otteneste che vi fosse abbreviata le pena di alcuni anni, o che vi fosse ben anche del tutto rimessa; dite, non vi dareste voi la massima premura di conseguire per mezzo di quelle preghiere e di quelle pratiche una sì grande remissione? Supponete ancora, che i colpevoli condannati a quella pena gravissima non foste voi, ma fossero invece il vostro padre e la vostra madre, e che alla stessa condizione voi li poteste liberare in parte ed anche in tutto dalla loro pena, non lo fareste egualmente colla maggior sollecitudine? Or ecco propriamente quello, che voi potete fare, sia a vostro prò, sia a prò delle anime del purgatorio, per mezzo delle sante indulgenze, annesse a certe preghiere ed a certe pratiche, per iscontare la pena temporale dovuta ai vostri peccati ed ai peccati delle anime del purgatorio. Si, le indulgenze sono uno dei mezzi più efficaci sia per risparmiare a noi il purgatorio, sia per liberarne le sante anime. Importa adunque assai, che noi in quest’oggi prendiamo chiara conoscenza delle sante indulgenze e vediamo come esse, oltre che per noi, possano pure acquistarsi in vantaggio delle anime del purgatorio. Quando noi abbiamo la sventura di commettere un peccato grave, allora non solamente noi rechiamo una grave ingiuria a Dio, ciò che propriamente costituisce la colpa, ma ci rendiamo meritevoli altresì di una grave pena, che è l’eterna dannazione, perciocché quando commettiamo un peccato grave, non solo noi offendiamo grandemente l’infinita maestà di Dio, ma, come nota San Gregorio Magno, noi nell’atto del peccato vorremo sempre vivere per sempre peccare. Ora, avendo poi colla grazia di Dio conosciuto il nostro male, e andandocene a confessare per averne da Dio il perdono, e recando al tribunale di penitenza tutte le necessarie condizioni per conseguirlo, è certo, che ci viene perdonata la colpa tutta quanta, e che coll’esserci perdonata la colpa ci è ridonata la grazia di Dio e insieme colla grazia, che ci rende capaci di far opere meritorie per l’eterna vita, ci sono pur ridonati i meriti, che nel passato ci eravamo acquistati, facendo delle opere buone in istato di grazia; ma in quanto alla pena è verità di fede, che ci viene rimessa la pena eterna, vale a dire l’eterna dannazione, ma che per lo più, eccettuato cioè il caso molto raro della perfetta carità e contrizione, la remissione della pena eterna ci vien fatta con una commutazione di questa stessa pena da eterna in temporale, cioè in una pena, che dobbiamo soddisfare nel tempo che piace a Dio o colla penitenza in questa vita o col purgatorio nella vita futura. Ed è a questa verità per l’appunto, che si appoggia la Chiesa per imporre a coloro che si sono confessati delle penitenze. Se non che le penitenze, che la Chiesa oggidì ordinariamente impone nella Confessione, sono ben lontane dal poter eguagliare la pena temporale dovuta alle nostre colpe. Non bastano certamente quelle poche preghiere, quelle devote pratiche, quelle pie opere per soddisfare pienamente la divina giustizia del debito di penitenza, che abbiamo contratto con lei. Importerebbe adunque, che noi ci assoggettassimo da noi stessi a penitenze molto più gravi e molto più lunghe. Ma siccome pur troppo per debolezza di nostra natura non ostante l’obbligo gravissimo, che ne abbiamo, rifuggiamo dalla penitenza assai facilmente, e pur facendone qualche poco, assai difficilmente ne facciamo quanto basti per scontare tutta la pena temporale dovuta alle colpe nostre, perciò affine di riparare a questo difetto e soccorrere a questa nostra miseria Iddio misericordioso ha accordato alla Chiesa il potere di rimettere in tutto ossia plenariamente, o in parte ossia parzialmente, la pena temporale, che, dopo di aver ottenuto il perdono dei nostri peccati, ci rimane ancora da scontare, o in questa vita colla penitenza o col purgatorio nell’altra. E sono appunto queste pietosissime remissioni, che costituiscono le sante indulgenze, che il Sommo Pontefice dispensa per tutta la Chiesa e non solo parziali, ma anche plenarie, e che i Vescovi dispensano solo parziali nella loro Diocesi. Che Iddio abbia dato alla Chiesa il potere di dispensare le sante indulgenze, non possiamo averne il minimo dubbio. Gesù Cristo disse a San Pietro in particolare e a tutti gli altri Apostoli in generale: Tutto quello che voi legherete sopra di questa terra, sarà pure legato in cielo, e tutto quello che voi scioglierete su questa terra sarà pur sciolto in cielo. Ora se queste parole, così magnifiche e così potenti, si prendono come si devono prendere nella loro ampia e nativa semplicità, è chiaro, che Gesù Cristo per mezzo di esse diede a S. Pietro e subordinatamente anche agli altri apostoli il potere di rimettere i peccati, non solo in quanto alla colpa ed alla pena eterna, ma eziandio in quanto alla pena temporale, ossia in altri termini, ha dato alla Chiesa il potere di concedere qualunque indulgenza, sia plenaria di tutta la pena temporale dovuta ai peccati, sia parziale di una parte di tale pena. Il fatto si è che gli Apostoli compresero a meraviglia di aver ricevuto questo potere e ne abbiamo una prova in un fatto particolare di San Paolo. Uno dei novelli Cristiani aveva commesso un grave peccato contro la purità. S. Paolo preso da santa indignazione, e volendo colpire di spavento i primi convertiti, ordinò in nome di Gesù Cristo alla Chiesa di Corinto, cui quel cristiano apparteneva, di scomunicarlo, di evitarlo e di considerarlo come dato in potere di satana. Tale rigore produsse un salutare effetto. Lo sciagurato comprese la gravità del suo fallo, si pentì, fece penitenza, pianse, e supplichevole domandò di essere riconciliato e ammesso di nuovo nel seno della Chiesa. Ora i Cristiani della Chiesa di Corinto non sembravano troppo disposti a rimettere nella loro comunione un individuo, che aveva dato uno scandalo sì grave, così che il misero per questo rifiuto era caduto in una profonda tristezza e stava per darsi in preda alla disperazione. Allora S. Paolo scrisse un’altra volta ai Corinti ed ecco quanto loro disse: « Già basta per quell’infelice quella grave e pubblica correzione, che ha sofferto. Ora conviene che lo perdoniate e lo consoliate per non opprimerlo con maggior tristezza, imperciocché anch’io nella persona di Gesù Cristo, vale a dire come suo rappresentante, gli ho perdonato » (2 Cor. II, 6 e segg). Dalle quali parole chiaramente si vede, come S. Paolo, forte dell’autorità ricevuta da Gesù Cristo, abbia rimesso a quel cristiano di Corinto il testante della pena temporale, dovuta alla sua colpa, e cioè gli abbia dispensata un’indulgenza. Così per l’appunto intesero questo fatto i Padri e i Dottori della Chiesa ed in particolare Tertulliano, S. Ambrogio, S. Agostino, S. Giovanni Crisostomo, Teofilatto e S. Tommaso, del qual fatto precisamente si servirono per riconoscere che nella Chiesa vi ha il potere di concedere le indulgenze. Questo potere fu pure riconosciuto ed altamente proclamato dai Cristiani, durante le persecuzioni, perciocché, non di rado accadeva, che i Vescovi per le preghiere che a loro venivano inviate dai valorosi confessori della fede già chiusi in carcere e pronti a subire il martirio, condonassero ai peccatori pentiti la pena, che ancora dovevano scontare per le loro colpe. Questo potere fu pure riconosciuto ed attestato da San Cipriano nel suo libro (De lapsis) intorno ai caduti nell’apostasia durante le persecuzioni, giacché dice in esso assai chiaramente, che Iddio per mezzo della Chiesa può concedere a quei miseri l’indulgenza della pena dovuta alle loro colpe. Questo potere fu pure riconosciuto e professato dai Concili generali, compreso il primo di Nicea, e da una quantità di Concili particolari per il corso di dodici secoli, giacché in detti Concili si fecero espressamente dei canoni in riguardo alle condizioni per rimettere la penitenza ai peccatori, ossia per dispensare delle misericordiose indulgenze. Quindi è che ben a ragione quando il protestantesimo nella persona di Lutero, di Calvino e di altri eretici si levò su a combattere le sante indulgenze e a negare alla Chiesa il potere di concederle, chiamando addirittura le indulgenze col nome di frodi ed imposture dei Pontefici, il Concilio di Trento definì chiaramente e solennemente che « Gesù Cristo medesimo ha donato alla Chiesa il potere di conferire le indulgenze  dai tempi più antichi la Chiesa fece uso di tale potere, e che perciò questo uso sommamente salutare al popolo cristiano e confermato dall’autorità dei santi concili, deve essere conservato, e chiunque negasse l’utilità delle sante indulgenze o il potere, che la Chiesa ha di conferirle, sia colpito di anatema » (Sess. XXV). – Ma riconosciuto che cosa sono le indulgenze e che ha la Chiesa di concederle, bisogna ora riconoscere perché le indulgenze abbiano la virtù di rimettere o tutta o in parte la pena temporale dovuta ai nostri peccati. Ponete adunque ben mente: Egli è certo, che Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, per il valore infinito di qualsiasi sua più piccola azione avrebbe potuto  con una sola goccia del suo sangue riscattare non solo questo mondo, ma mille e mille altri ancora, ciò non bastando al suo amore infinito per noi, volle invece versarlo tutto e soffrendo ogni sorta di dolori e di angosce nella sua passione nella sua morte; volle rendere infinitamente copiosa e sovrabbondante la sua redenzione. Or questi meriti infiniti, e sovrabbondanti di Gesù Cristo, questi meriti che eccedono di gran lunga il prezzo della nostra salute, non sono andati perduti, ma sono rimasti in eredità alla Chiesa. – Non basta. La Santissima Vergine, per essere stata da tutta l’eternità destinata ad essere Madre di Dio, fu fin dal primo istante della sua Immacolata Concezione arricchita da Dio di un tesoro tale di grazia da sorpassare, come dicono i Santi Dottori, tutte le grazie, che Dio diede agli Angeli e ai Santi tutti presi insieme. È certo, che la Vergine corrispose perfettamente alla grazia ricevuta e l’andò smisuratamente moltiplicando, di guisa che, ella pure nella misura, che come a creatura le fu concesso, si acquistò dei meriti copiosi e sovrabbondanti, il cui tesoro è pure rimasto con quello di Gesù Cristo alla Chiesa. Non basta ancora. I santi tutti coi loro patimenti, colla loro vita di sacrifizio e di abnegazione, colle loro penitenze, colle loro virtù, col loro zelo per la gloria di Dio e per la salute delle anime, in una parola colla loro santità, ancora essi hanno fatto in grandissima quantità delle opere di supererogazione, colle quali hanno guadagnato assai più di ciò, che era strettamente necessario per la loro salute e per l’espiazione delle loro colpe, e tutto il merito sovrabbondante, che per tal guisa si sono acquistato è ancor esso rimasto alla Chiesa con quello di Gesù Cristo e di Maria Santissima. – E non basta ancora. Anche dai Cristiani, non dichiarati santi o tuttora viventi nella Chiesa, si praticano grandi virtù, si compiono grandi sacrifizi, si esercitano tante penitenze, si distribuiscono tante elemosine, si fanno tanti atti eroici per la gloria di Dio, per la propagazione del Vangelo, per la salvezza delle anime, e si acquistano perciò tanti meriti, anche qui copiosi e sovrabbondanti al cospetto di Dio. – Ora tutti questi meriti riuniti, quelli di Gesù Cristo, quelli di Maria, quelli dei Santi, quelli di tutte le opere buone, che si fanno nella Chiesa, costituiscono per la Chiesa istessa un tesoro preziosissimo ed immenso. Ed è appunto a questo immenso e preziosissimo tesoro, che la Chiesa mette mano per dare alle sante indulgenze col valore di tanti meriti quella virtù di rimettere a noi in modo plenario, o in modo parziale la pena temporale dovuta alle nostre colpe, benché perdonate. – Se non che io sono certo, che molti diranno qui: Noi intendiamo bene che cosa sia indulgenza plenaria, intendiamo cioè che se si acquista tale indulgenza e non se ne perde il merito prima di morire, dopo morte non avremo neppur più un istante da passare in purgatorio e ce ne andremo subito al Paradiso. Ma che cosa vogliono dire le indulgenze parziali di 100 giorni, di 200, di alcuni anni, e di alcune quarantene? Voglion dire forse che acquistando tali indulgenze, si starà tanti giorni, tanti anni, tante quarantene di meno in purgatorio? No, o miei cari, non vuole dir questo. Per comprendere bene la cosa bisogna sapere, che nel principio del Cristianesimo si castigavano certi peccati con delle pubbliche penitenze proporzionate quanto alla qualità e alla durata alla gravità del peccato, penitenze che duravano alle volte un qualche numero di anni, oppure qualche centinaio di giorni, oppure una o più quarantene, ossia una o più volte quaranta giorni. Ora quando la Chiesa concede l’indulgenza, ad esempio di 100 giorni, intende di rimettere la pena temporale, che il Cristiano avrebbe scontato secondo quella primitiva disciplina, esercitandosi nella penitenza per 100 giorni. Epperò acquistando il Cristiano tale indulgenza vuol dire che in purgatorio avrà da penare tanto di meno, come se egli si fosse esercitato nella penitenza per 100 giorni secondo l’antica disciplina della Chiesa. Ad ogni modo voi vedete, che l’acquisto delle indulgenze è uno dei mezzi più efficaci per abbreviare a noi il purgatorio. Ma non solo per abbreviarlo a noi, ma eziandio per abbreviarlo alle sante anime. Perciocché se si tratta di indulgenze, che sono concesse non solo a prò dei vivi, ma ancora a prò dei morti, noi possiamo acquistarle e applicarle poscia colla nostra intenzione alle sante anime del purgatorio. Ed oh! quale soccorso noi rechiamo allora ad esse. Supponiamo di aver fatto penitenze lunghissime, di varie quaresime, di varie centinaia di giorni, di vari anni, oppure anche una, due, più volte la penitenza corrispondente a tutta la pena temporale dovuta ai nostri peccati. Acquistando noi le sante indulgenze o parziali o plenarie, ed applicandole alle anime del purgatorio è precisamente, come se loro applicassimo il merito di tutte quelle penitenze così gravi e così soddisfattone. Notate, però, o miei cari, che sebbene noi nell’applicare a prò delle anime del purgatorio le sante indulgenze intendiamo talora di applicarle ad una o a più determinate anime, ed applicarle in tutto il loro valore, tuttavia non è sempre, che tali indulgenze siano applicate da Dio propriamente in quel modo, che vorremmo noi. È certo che lddio nella sua bontà si degna di accettare a prò delle anime del purgatorio le indulgenze, abbiamo offerto a tal fine, ma in quanto alle anime cui applicarle e alla misura dell’applicazione questo dipende interamente dalla sua sapienza e dalla sua giustizia. E ciò perché se a noi, che siamo sotto l’immediata giurisdizione della Chiesa, essa concede le indulgenze in forma di giudizio e di assoluzione, vale a dire giudicando che mercé determinate opere meritiamo di essere assolti da tutta o da parte della pena temporale, ed assolvendocene di fatto nella misura da lei determinata, alle anime del purgatorio invece, che non sono più sotto al suo governo diretto, ma sotto a quello di Dio, la Chiesa non può più applicare ad esse le indulgenze che pervia di suffragio, ossia offrendole a Dio e pregandolo di accettarle e valersene in loro vantaggio, come a Lui piacerà. Comunque però si regoli Iddio nel valersi delle indulgenze, che noi gli offriremo, a prò delle sante anime, è certo che tali indulgenze non vanno perdute. Se Egli, ad esempio, per punire di più un’anima del purgatorio durante la sua vita fu insensibile per le anime stesse di quel luogo, non le applicherà l’indulgenza, che noi abbiamo guadagnato per lei, senza dubbio l’applicherà ad altre anime che ne sono più degne, e così noi avremo sempre portata la consolazione in quel luogo di pene. Quanto importa adunque di acquistare tutte le indulgenzepossibili, sia per vantaggio nostro, sia a prò delle anime del purgatorio! A tal fine facciamo tutto ciò che è necessario. Epperò, oltre al compiere esattamente quelle sante pratiche, che hanno annesse delle indulgenze, procuriamo di trovarci in istato di grazia e di mettere l’intenzione di acquistarle: e se si tratta di indulgenze plenarie rigettiamo altresì dal nostro cuore ogni affetto al peccato veniale, essendo tutto ciò indispensabile per acquistarle davvero. E nella speranza di averle acquistate, deh! siamo generosi a cederne il vantaggio alle sante anime del purgatorio, perciocché dobbiamo essere ben persuasi, che quella carità che noi avremo usato a loro, Iddio farà in modo, che altri un giorno l’abbiano ad usare a noi. Al qual proposito io non voglio terminare oggi senza esortarvi a compiere a prò di quelle sante anime un atto, che per la sua grandezza e generosità è chiamato atto eroico, e che consiste nell’offrire spontaneamente a Dio tutto il frutto soddisfattorio delle buone opere che facciamo in vita e persino tutti i suffragi, che verranno applicati a noi dopo morte, mettendo tutti questi valori spirituali nelle mani di Maria SS., perché li distribuisca e li dispensi Ella secondo il suo beneplacito a quelle anime, che desidera liberare dalle loro pene. E nel compierlo non temiamo di perdere il merito delle buone opere nostre, che questo rimarrà sempre a noi, e neppure di esporci al pericolo di dovere poscia rimanere noi troppo lungamente in purgatorio. Iddio non si lascerà certo vincere da noi in generosità, e può essere benissimo, che per questa nostra eroica cessione a prò di quelle anime egli inceda ben anche la grazia di una totale esenzione dal purgatorio. Ma quando pure noi dovessimo andare in quel carcere e rimanervi per qualche tempo, pensiamo che coll’aver fatto un tale atto di eroismo noi abbiamo compiuta un’opera sommamente gradita a Gesù Cristo ed alla SS. Vergine, giacché abbiamo dimostrato col fatto di amarli col più grande disinteresse, e nel compiere un’opera sì sacra a Gesù ed a Maria abbiamo fatto un merito, che certamente in paradiso ci darà un grado di gloria di gran lunga maggiore di quello che conseguiremmo non facendolo. Così assicurò per l’appunto Gesù Cristo a S. Geltrude che aveva fatto tale atto. Ora, è vero, il pensiero delle pene del purgatorio ci fa più impressione che non quello di una gloria maggiore in paradiso, ma nell’altra vita non sarà così senza dubbio, tanto che ci adatteremmo volentieri a restare nel purgatorio sino alia fine del mondo se ciò potessimo fare col piacere di Dio, purché potessimo aggiungere una gemma di più alla nostra immortale corona. Coraggio adunque, o miei cari, non abbiamo nessun timore di essere troppo generosi. Ed animati perciò dalla carità più viva, preghiamo la nostra cara Madre Maria, che si degni di ricevere nelle sue sante mani in favore delle sante anime del purgatorio tutte le nostre indulgenze, che potremo acquistare, tutte le opere soddisfattorie, che faremo in vita, e tutti i suffragi che ci verranno fatti dopo morte, di conservare solo per noi la compassione del suo materno cuore.

(L’atto eroico di carità venne arricchito dei più preziosi favori. – 1. I sacerdoti che l’avranno fatto potranno godere dell’indulto dell’altare privilegiato personale in tutti i giorni dell’anno.

2. I semplici fedeli possono lucrare l’indulgenza plenaria, applicabile solamente ai defunti, in qualunque giorno facciano la santa Comunione, purché visitino una Chiesa e preghino secondo l’intenzione del Sommo Pontefice.

3. Similmente indulgenza plenaria in tutti i lunedì dell’anno, ascoltando la Messa in suffragio delle anime del purgatorio, purché visitino e preghino come sopra.

4. Tutte le indulgenze, anche le non applicabili, potranno da essi applicarsi ai defunti.

5. I fanciulli non ancora ammessi alla Comunione, ed i vecchi e gl’indisposti potranno ottenere dal Confessore, autorizzato a tal uopo dall’Ordinario, la commutazione delle opere per l’acquisto di dette indulgenze.

6. Per coloro, che non potranno ascoltare la Messa il lunedì, sarà valevole quella della Domenica per l’acquisto dell’indulgenza predetta. —   Non è prescritta nessuna formola per questo atto; basta farlo di cuore. Potrebbesi adottare la seguente: O Maria, Madre di misericordia, io faccio tra le vostre mani, in favore delle sante anime del purgatorio, l’intero abbandono delle opere soddisfattorie che farò in vita, e dei suffragi che mi verranno applicati dopo morte, non serbandomi altroche la compassione del vostro materno cuore.)

ESEMPI.

1. Il beato Bertoldo francescano aveva fatto una predica convenientissima sull’elemosina, dopo la quale concesse agli uditori, giusta la facoltà ottenuta dal sommo Pontefice, dieci giorni d’indulgenza; allorché una signora, caduta in basso stato, andò a manifestargli la propria indigenza. Il buon religioso le disse: « Ella ha acquistato dieci giorni d’indulgenza assistendo alla predica; vada dal banchiere tale, che finora non si curò gran fatto di tesori spirituali, e gli offra, in cambio dell’elemosina, il merito da lei acquistato. Tengo per fermo che le darà soccorso ». La buona donna vi si recò. Dio permise che fosse accolta con bontà: il banchiere le chiese che volesse per dieci giorni d’indulgenza. « Ciò che pesano ripose! — Ebbene, riprese il banchiere, ecco una bilancia; scriva su d’una carta i suoi giorni d’indulgenza e la ponga su d’un piatto, ed io porrò sull’altro una moneta ». Oh prodigio! la carta pesa di più. Attonito il banchiere, v’aggiunse un’altra moneta, poi una terza, una decima, una trentesima, insomma, quante la donna abbisognavano; soltanto allora i due piatti si misero in equilibrio. Fu questa lezione assai preziosa pel banchiere, avendo per essa conosciuto il valore degli interessi celestiali. Le povere anime l’intendono ancor meglio; per la minima indulgenza darebbero tutto l’oro del mondo.

2. Adriana cugina di S. Margherita da Cortona e sua confidente sino dalla sua gioventù, essendo desiderosa di conseguire la celebre indulgenza della Porziuncola, portossi in Assisi alla Chiesa della Madonna degli Angeli, ove entrando ai due di Agosto fu sì oppressa dalla calca di gente, che in tal giorno vi concorreva, che subitamente dopo il ritorno in Cortona, tormentata da violentissimi dolori di pancia, morì. Non potè S. Margherita trattenere le lacrime per la morte di sua cugina: e, mentre raccomandava al Signore l’anima di lei, ebbe da Gesù Cristo questa rivelazione: Non pianger più l’anima della tua Adriana, giacché per i meriti grandi dell’indulgenza, conseguiti da lei in Santa Maria degli Angeli, Io l’ho ammessa alla gloria dei Beati.

3. Santa Maria Maddalena de’ Pazzi aveva assistito con somma carità alla morte di una consorella, a cui le monache non solo furono sollecite di fare i consueti suffragi della religione, ma di applicare ancora le sante indulgenze, che ricevevano in quel giorno. Ne restava tuttora esposto nella chiesa il cadavere; e dalle grate, con affetto di tenerezza e di  devozione, lo guardava Maria Maddalena implorando requie e pace alla defunta, quando vide l’anima di lei involarsi verso il cielo per ricevervi la corona dell’eterna. Non poté la Santa trattenersi dell’esclamare: Addio. addio anima beata; prima tu, in Cielo che il corpo nel sepolcro. Oh felicità! oh gloria! negli amplessi di Dio ti sovvenga di noi che sospiriamo in terra. Mentre così diceva apparve Gesù per consolarla dichiarare che in virtù delle indulgenze quell’anima era stata presto dal Purgatorio e ammessa in Paradiso. – Così tanto fervore si accese in quel monastero per l’acquisto delle sante indulgenze, che si aveva quasi a scrupolo il lasciarne alcuna. Perché una scintilla di quel santo fervore non si accende nei nostri petti?

4. Aveva S. Geltrude fatto dono d’ogni opera soddisfattoria alle anime purganti. Venuta a morte fu assalita dal demonio, il quale tentava persuaderla aver ella liberate moltissime anime dal purgatorio per andarne ora a prendere il posto e soffrire per loro. Mentre era così tentata, le apparve nostro Signore che le disse: « Perché, o Geltrude mia, sei così afflitta? » « Ah Signore! rispose ella, mi vedo in procinto di venirvi dinnanzi per essere giudicata, senz’alcun capitale di buone opere che valgano a soddisfare le tante offese che vi ho fatte ». Il Signore allora sorridendole dolcemente, così la consola: « Geltrude, figliuola mia, affinché tu sappia quanto mi sieno accette la devozione e la carità che avesti per quelle anime, ti rimetto fin d’ora tutte le pene che ti fossero riserbate; inoltre avendo promesso il cento per uno a chi accende l’amor mio, voglio ricompensarti ancora coll’aumentarti il grado di gloria che ti aspetta lassù. Tutte le anime che hai sollevate verranno per mio ordine ad introdurti fra i cantici nella celeste Gerusalemme ». La Santa spirò poco dopo, piena di sicurezza e di esultanza.

v.http://www.exsurgatdeus.org/2019/11/01/i-sermoni-del-curato-dars-2-novembre-commemorazione-dei-fedeli-defunti/

IL CREDO

CREDO ….

Offertorium

Oremus

Dómine Jesu Christe, Rex glóriæ, líbera ánimas ómnium fidélium defunctórum de pœnis inférni et de profúndo lacu: líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum: sed sígnifer sanctus Míchaël repræséntet eas in lucem sanctam:
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.
V. Hóstias et preces tibi, Dómine, laudis offérimus: tu súscipe pro animábus illis, quarum hódie memóriam fácimus: fac eas, Dómine, de morte transíre ad vitam.

[Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dall’abisso. Salvali dalla bocca del leone; che non li afferri l’inferno e non scompaiano nel buio. L’arcangelo san Michele li conduca alla santa luce
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza.
V. Noi ti offriamo, Signore, sacrifici e preghiere di lode: accettali per l’anima di quelli di cui oggi facciamo memoria. Fa’ che passino, Signore, dalla morte alla vita,
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza].

Secreta

Hóstias, quǽsumus, Dómine, quas tibi pro animábus famulórum famularúmque tuárum offérimus, propitiátus inténde: ut, quibus fídei christiánæ méritum contulísti, dones et præmium.

[Guarda propizio, Te ne preghiamo, o Signore, queste ostie che Ti offriamo per le ànime dei tuoi servi e delle tue serve: affinché, a coloro cui concedesti il merito della fede cristiana, ne dia anche il premio].

Comunione spirituale http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

4 Esdr II:35; II:34
Lux ætérna lúceat eis, Dómine:
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.
V. Requiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.

[Splenda ad essi la luce perpetua,
* insieme ai tuoi santi, in eterno, o Signore, perché tu sei buono.
V. L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
* Insieme ai tuoi santi, in eterno, Signore, perché tu sei buono].

Postcommunio

Orémus.
Animábus, quǽsumus, Dómine, famulórum famularúmque tuárum orátio profíciat supplicántium: ut eas et a peccátis ómnibus éxuas, et tuæ redemptiónis fácias esse partícipes:

[Ti preghiamo, o Signore, le nostre supplici preghiere giovino alle ànime dei tuoi servi e delle tue serve: affinché Tu le purifichi da ogni colpa e le renda partecipi della tua redenzione:].

Preghiere leonine

Orinario della Messa.

SECONDA MESSA

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Esdr II:34; II:35
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
Ps LXIV: 2-3
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et tibi reddétur votum in Jerúsalem: exáudi oratiónem meam, ad te omnis caro véniet.
[l’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
Ps LXIV: 2-3
[In Sion, Signore, ti si addice la lode, in Gerusalemme a te si compia il voto. Ascolta la preghiera del tuo servo, poiché giunge a te ogni vivente].
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis. [l’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua].

Oratio

Orémus.
Deus, indulgentiárum Dómine: da animábus famulórum famularúmque tuárum refrigérii sedem, quiétis beatitúdinem et lúminis claritátem.
[ O Dio, Signore di misericordia, accorda alle anime dei tuoi servi e delle tue serve la dimora della pace, il riposo delle beatitudine e lo splendore della luce].

Lectio

Léctio libri Machabæórum.
2 Mach XII: 43-46
In diébus illis: Vir fortíssimus Judas, facta collatióne, duódecim mília drachmas argénti misit Jerosólymam, offérri pro peccátis mortuórum sacrifícium, bene et religióse de resurrectióne cógitans, nisi enim eos, qui cecíderant, resurrectúros speráret, supérfluum viderétur et vanum oráre pro mórtuis: et quia considerábat, quod hi, qui cum pietáte dormitiónem accéperant, óptimam habérent repósitam grátiam.
Sancta ergo et salúbris est cogitátio pro defunctis exoráre, ut a peccátis solvántur.

[In quei giorni: il più valoroso uomo di Giuda, fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato].

Graduale

4 Esdr 2:34 et 35.
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.

[L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua].

Ps 111:7.
V. In memória ætérna erit justus: ab auditióne mala non timébit.

[V. Il giusto sarà sempre nel ricordo, non teme il giudizio sfavorevole].

Tractus.

Absólve, Dómine, ánimas ómnium fidélium ab omni vínculo delictórum.
V. Et grátia tua illis succurrénte, mereántur evádere judícium ultiónis.
V. Et lucis ætérnæ beatitúdine pérfrui.

[Libera, Signore, le anime di tutti i fedeli defunti da ogni legame di peccato.
V. Con il soccorso della tua grazia possano evitare la condanna.
V. e godere la gioia della luce eterna].
Sequentia

Dies Iræ …. [V. sopra]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
R. Gloria tibi, Domine!
Joann VI: 37-40
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Omne, quod dat mihi Pater, ad me véniet: et eum, qui venit ad me, non ejíciam foras: quia descéndi de cælo, non ut fáciam voluntátem meam, sed voluntátem ejus, qui misit me. Hæc est autem volúntas ejus, qui misit me, Patris: ut omne, quod dedit mihi, non perdam ex eo, sed resúscitem illud in novíssimo die. Hæc est autem volúntas Patris mei, qui misit me: ut omnis, qui videt Fílium et credit in eum, hábeat vitam ætérnam, et ego resuscitábo eum in novíssimo die.
[In quel tempo: Gesù disse alla moltitudine degli Ebrei: Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno].

Credo…

Offertorium

Orémus
Dómine Jesu Christe, Rex glóriæ, líbera ánimas ómnium fidélium defunctórum de pœnis inférni et de profúndo lacu: líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum: sed sígnifer sanctus Míchaël repræséntet eas in lucem sanctam:
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.
V. Hóstias et preces tibi, Dómine, laudis offérimus: tu súscipe pro animábus illis, quarum hódie memóriam fácimus: fac eas, Dómine, de morte transíre ad vitam.
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.

[Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dall’abisso. Salvali dalla bocca del leone; che non li afferri l’inferno e non scompaiano nel buio. L’arcangelo san Michele li conduca alla santa luce
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza.
V. Noi ti offriamo, Signore, sacrifici e preghiere di lode: accettali per l’anima di quelli di cui oggi facciamo memoria. Fa’ che passino, Signore, dalla morte alla vita,
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza].

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris, pro animábus famulórum famularúmque tuárum, pro quibus tibi offérimus sacrifícium laudis; ut eas Sanctórum tuórum consórtio sociáre dignéris.

[Sii propizio, o Signore, alle nostre suppliche in favore delle anime dei tuoi servi e delle tue serve, per le quali Ti offriamo questo sacrificio di lode, affinché Tu le accolga nella società dei tuoi Santi..]

Praefatio
Defunctorum

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. In quo nobis spes beátæ resurrectiónis effúlsit, ut, quos contrístat certa moriéndi condício, eósdem consolétur futúræ immortalitátis promíssio. Tuis enim fidélibus, Dómine, vita mutátur, non tóllitur: et, dissolúta terréstris hujus incolátus domo, ætérna in coelis habitátio comparátur. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

 [È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. In lui rifulse a noi la speranza della beata risurrezione: e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consoli la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata: e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo. E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei Cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria:]

Communio

4 Esdr II:35-34
Lux ætérna lúceat eis, Dómine:
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.
V. Requiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.

[Splenda ad essi la luce perpetua,
* insieme ai tuoi santi, in eterno, o Signore, perché tu sei buono.
V. L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
* Insieme ai tuoi santi, in eterno, Signore, perché tu sei buono].

Postcommunio

Orémus.
Præsta, quǽsumus, Dómine: ut ánimæ famulórum famularúmque tuárum, his purgátæ sacrifíciis, indulgéntiam páriter et réquiem cápiant sempitérnam.
[Fa’, Te ne preghiamo, o Signore, che le anime dei tuoi servi e delle tue serve, purificate da questo sacrificio, ottengano insieme il perdono ed il riposo eterno].

FESTA DI TUTTI I SANTI (2020)

FESTA DI TUTTI I SANTI (2020)

Santa MESSA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di 1a classe con Ottava comune. – Paramenti bianchi.

Il tempio romano di Agrippa fu dedicato, sotto Augusto, a tutti i dei pagani, perciò fu detto Pantheon. Al tempo dell’imperatore Foca, tra il 608 e il 610, Bonifacio IV Papa, vi trasportò molte ossa di martiri tolte dalle catacombe. Il 13 maggio 610 egli dedicò questa nuova basilica cristiana a « S . Maria e ai Martiri». Più tardi la festa di questa dedicazione fu solennemente celebrata e si consacrò il tempio a « Santa Maria » e a « Tutti i Santi «. E siccome esisteva in precedenza una festa per la commemorazione di tutti i Santi, celebrata in tempi diversi dalle varie chiese e poi stabilita da Gregorio IV (827-844) il 1° novembre, papa Gregorio VII trasportò in questo giorno l’anniversario della dedicazione del Panteon. La festa di Ognissanti ci ricorda il trionfo che Cristo riportò sulle antiche divinità pagane. Nel Pantheon si tiene la Stazione nel venerdì nell’Ottava di Pasqua. – Santi che la Chiesa onorò nei primi tre secoli erano tutti Martiri, e il Pantheon fu dapprima ad essi destinato: per questo la Messa di oggi è tolta dalla liturgia dei Martiri. l’Introito è quello della Messa di S. Agata, più tardi usato anche per altre feste; il Vang., l’Off., e il Com., sono tratti dal Comune dei Martiri. La Chiesa oggi ci presenta la mirabile visione del Cielo, nel quale con S. Giovanni ci mostra il trionfo dei dodicimila eletti (dodici è considerato come un numero perfetto) per ogni tribù di Israele e una grande, innumerevole folla di ogni nazione, di ogni tribù, di ogni popolo e di ogni lingua prostrata dinanzi al trono ed all’Agnello, rivestiti di bianche stole e con palme fra le mani (Ep.). Intorno al Cristo, la Vergine, gli Angeli divisi in nove cori, gli Apostoli e i Profeti’, i Martiri, imporporati del loro sangue, i Confessori, rivestiti di bianchi abiti e il coro delle caste Vergini formano, canta l’Inno dei Vespri, questo maestoso corteo. Esso si compone di tutti coloro che, qui, hanno distaccato il loro cuori dai beni della terra, miti, afflitti, giusti, misericordiosi, puri, pacifici, di fronte alle persecuzioni, per il nome di Gesù. « Rallegratevi dunque perché la vostra ricompensa sarà grande nei Cieli» dice Gesù (Vang., Com.). Fra questi milioni di giusti, che sono stati discepoli fedeli di Gesù sulla terra, si trovano numerosi nostri parenti, amici, comparrocchiani, che adorano il Signore, re dei re e corona dei santi (invit. del Matt.) e ci ottengono l’implorata abbondanza delle sue misericordie (Or.). Il sacerdozio che Gesù esercita invisibilmente sui nostri altari, dove Egli si offre a Dio, si identifica con quello che Egli esercita visibilmente in Cielo. – Gli altari della terra, sui quali si trova «l’Agnello di Dio», e quello del Cielo, ov’è l’ «Agnello immolato », sono un solo altare.: perciò la Messa ci richiama continuamente alla patria celeste. Il Prefazio unisce i nostri canti alle lodi degli Angeli, e il Communicantes ci unisce strettamente alla Vergine e ai Santi.

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei [Godiamo tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi, della cui solennità godono gli Angeli e lodano il Figlio di Dio.]
Ps XXXII:1.
Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate nel Signore, o giusti: ai retti si addice il lodarLo.]

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei

 [Godiamo tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi, della cui solennità godono gli Angeli e lodano il Figlio di Dio.]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui nos ómnium Sanctórum tuórum mérita sub una tribuísti celebritáte venerári: quǽsumus; ut desiderátam nobis tuæ propitiatiónis abundántiam, multiplicátis intercessóribus, largiáris.
 

[O Dio onnipotente ed eterno, che ci hai concesso di celebrare con unica solennità i meriti di tutti i tuoi Santi, Ti preghiamo di elargirci la bramata abbondanza della tua propiziazione, in grazia di tanti intercessori.]

Lectio

Léctio libri Apocalýpsis beáti Joánnis Apóstoli.
Apoc VII: 2-12
In diébus illis: Ecce, ego Joánnes vidi álterum Angelum ascendéntem ab ortu solis, habéntem signum Dei vivi: et clamávit voce magna quátuor Angelis, quibus datum est nocére terræ et mari, dicens: Nolíte nocére terræ et mari neque arbóribus, quoadúsque signémus servos Dei nostri in fróntibus eórum. Et audívi númerum signatórum, centum quadragínta quátuor mília signáti, ex omni tribu filiórum Israël, Ex tribu Juda duódecim mília signáti. Ex tribu Ruben duódecim mília signáti. Ex tribu Gad duódecim mília signati. Ex tribu Aser duódecim mília signáti. Ex tribu Néphthali duódecim mília signáti. Ex tribu Manásse duódecim mília signáti. Ex tribu Símeon duódecim mília signáti. Ex tribu Levi duódecim mília signáti. Ex tribu Issachar duódecim mília signati. Ex tribu Zábulon duódecim mília signáti. Ex tribu Joseph duódecim mília signati. Ex tribu Bénjamin duódecim mília signáti. Post hæc vidi turbam magnam, quam dinumeráre nemo póterat, ex ómnibus géntibus et tríbubus et pópulis et linguis: stantes ante thronum et in conspéctu Agni, amícti stolis albis, et palmæ in mánibus eórum: et clamábant voce magna, dicéntes: Salus Deo nostro, qui sedet super thronum, et Agno. Et omnes Angeli stabant in circúitu throni et seniórum et quátuor animálium: et cecidérunt in conspéctu throni in fácies suas et adoravérunt Deum, dicéntes: Amen. Benedíctio et cláritas et sapiéntia et gratiárum áctio, honor et virtus et fortitúdo Deo nostro in sǽcula sæculórum. Amen. – 

[In quei giorni: Ecco che io, Giovanni, vidi un altro Angelo salire dall’Oriente, recante il sigillo del Dio vivente: egli gridò ad alta voce ai quattro Angeli, cui era affidato l’incarico di nuocere alla terra e al mare, dicendo: Non nuocete alla terra e al mare, e alle piante, sino a che abbiamo segnato sulla fronte i servi del nostro Dio. Ed intesi che il numero dei segnati era di centoquarantaquattromila, appartenenti a tutte le tribú di Israele: della tribú di Giuda dodicimila segnati, della tribú di Ruben dodicimila segnati, della tribú di Gad dodicimila segnati, della tribú di Aser dodicimila segnati, della tribú di Nèftali dodicimila segnati, della tribú di Manasse dodicimila segnati, della tribú di Simeone dodicimila segnati, della tribú di Levi dodicimila segnati, della tribú di Issacar dodicimila segnati, della tribú di Zàbulon dodicimila segnati, della tribú di Giuseppe dodicimila segnati, della tribú di Beniamino dodicimila segnati. Dopo di questo vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, uomini di tutte le genti e tribú e popoli e lingue, che stavano davanti al trono e al cospetto dell’Agnello, vestiti con abiti bianchi e con nelle mani delle palme, che gridavano al alta voce: Salute al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello. E tutti gli Angeli che stavano intorno al trono e agli anziani e ai quattro animali, si prostrarono bocconi innanzi al trono ed adorarono Dio, dicendo: Amen. Benedizione e gloria e sapienza e rendimento di grazie, e onore e potenza e fortezza al nostro Dio per tutti i secoli dei secoli.]

Graduale

Ps XXXIII:10; 11
Timéte Dóminum, omnes Sancti ejus: quóniam nihil deest timéntibus eum.
V. Inquiréntes autem Dóminum, non defícient omni bono.

[Temete il Signore, o voi tutti suoi santi: perché nulla manca a quelli che lo temono.
V. Quelli che cercano il Signore non saranno privi di alcun bene.]

Alleluja

(Matt. XI:28)
Allelúja, allelúja – Veníte ad me, omnes, qui laborátis et oneráti estis: et ego refíciam vos. Allelúja.
[Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi: e io vi ristorerò. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt V: 1-12
“In illo témpore: Videns Jesus turbas, ascéndit in montem, et cum sedísset, accessérunt ad eum discípuli ejus, et apériens os suum, docébat eos, dicens: Beáti páuperes spíritu: quóniam ipsórum est regnum cœlórum. Beáti mites: quóniam ipsi possidébunt terram. Beáti, qui lugent: quóniam ipsi consolabúntur. Beáti, qui esúriunt et sítiunt justítiam: quóniam ipsi saturabúntur. Beáti misericórdes: quóniam ipsi misericórdiam consequéntur. Beáti mundo corde: quóniam ipsi Deum vidébunt. Beáti pacífici: quóniam fílii Dei vocabúntur. Beáti, qui persecutiónem patiúntur propter justítiam: quóniam ipsórum est regnum cælórum. Beáti estis, cum maledíxerint vobis, et persecúti vos fúerint, et díxerint omne malum advérsum vos, mentiéntes, propter me: gaudéte et exsultáte, quóniam merces vestra copiósa est in cœlis.”

[In quel tempo: Gesù, vedendo le turbe, salì sul monte, e postosi a sedere, gli si accostarono i suoi discepoli, ed Egli, aperta la bocca, gli ammaestrava dicendo: « Beati i poveri di spirito, perché loro è il regno de’ cieli. Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra. Beati coloro, che piangono, perché essi saranno consolati. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché  saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché  anch’essi troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che sono perseguitati per cagione della giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi quando vi avranno vituperati e perseguitati e, mentendo, avranno detto ogni male di voi, per cagione mia. Rallegratevi e giubilate, perché grande è la mercede vostra in cielo ».]

Omelia

(Msg. G. Bonomelli: Misteri Cristiani, vol. IV,  Ed. Queriniana, Brescia 1896)

LE BEATITUDINI

Lo dissi più volte, o fratelli; i misteri della fede, tutte le grandi opere compiute da Gesù Cristo sulla terra, nella liturgia ecclesiastica sono con sapiente misura distribuite lungo il corso dell’anno e con apposite feste e rito speciale ricordate e celebrate. Questi misteri e queste opere, nelle quali si assomma la vita di Gesù Cristo e si concentra la fede nostra, si possono paragonare alle pietre miliari, dirò meglio, a monumenti superbi, che la Chiesa colloca lungo la via che dobbiamo percorrere dalla terra al cielo e ci tengono sempre viva nella mente la cara e benedetta immagine di Cristo, nostro unico Maestro e Salvatore. Questi misteri di Cristo cominciano col suo nascimento e si chiudono col suo memoriale per eccellenza, la S. Eucaristia, per la quale Egli è realmente sempre con noi. Perciò colla festa del Corpus Domini, o mistero eucaristico, parrebbe doversi chiudere la serie dei nostri Ragionamenti. Ma grand’opera di Cristo non è dessa la Chiesa? Non è forse per Lei, che Cristo ammaestra, governa e santifica gli uomini e per Lei dimora realmente in mezzo a loro? E la parte di essa più nobile, che ha compiuta l’opera sua gloriosamente, che ha toccata la meta, che già regna e si letizia con Cristo in cielo, voi lo sapete, è la sua avanguardia, è la Chiesa trionfante, è l’esercito de’ santi. Era dunque conveniente che la festa d’Ognissanti fosse l’appendice dei misteri di Cristo e la Chiesa nella sua sapienza oggi la rammenta a suoi figli. Dopo averci spiegato dinanzi la vita e il trionfo del suo Capo e Duce supremo, ci ricorda e ci mostra la vita e il trionfo di quelli tra i suoi membri e soldati, che più davvicino lo seguirono e più risplendono della sua luce e gloria in cielo. E certamente in tutto il Vangelo non poteva scegliere un tratto che meglio rispondesse al suo fine e allo spirito della festa odierna di quello che avete udito cantare nella Messa e ch’io vi ho pur ora riportato parola per parola. Sono le otto beatitudini, come si chiamano comunemente, che è quanto dire, sono le otto vie principali, vie di prova, vie di dolore, che mettono alla eterna beatitudine. Per queste camminarono animosamente sull’esempio di Cristo quelle innumerabili schiere di fratelli nostri, che oggi onoriamo e trionfano in cielo e per queste noi pure dobbiamo camminare se vogliamo giungere là dov’essi giunsero. Soggetto di questo mio primo Ragionamento sarà la chiosa breve e semplice dell’odierno Vangelo, ossia delle otto beatitudini. (….) – Videns turbas…. docebat eos – Si direbbe, che in questo discorso Gesù raccolse e condensò tutto quello che vi è di più nobile e di più elevato nella sua dottrina morale e la prima parte, che è quella delle Beatitudini, si può bene a ragione chiamare, come altri si piacque chiamarlo, il bando solenne della nuova società, lo statuto del regno di Cristo. Il mondo non aveva mai udito proclamate dottrine morali di tanta perfezione, con tanta semplicità e parsimonia di parole, con tanta sicurezza e, dirò, con tanta audacia come queste delle otto beatitudini. Nulla di più contrario al mondo giudaico e pagano e insieme nulla di più conforme ai bisogni veri delle aspirazioni generose, che hanno radice profonda nella natura umana: opposizione e conformità che sembrano una contraddizione manifesta, eppure noi sono per chi penetra bene addentro nelle viscere della natura nostra. Ma è da venire alla spiegazione dei singoli versetti del nostro Vangelo, che si possono definire gli articoli fondamentali del Codice di Gesù Cristo. Gesù, vedendo le turbe, salì sul monte, e, postosi a sedere, gli si accostarono i suoi discepoli; ed Egli, aperta la sua bocca, li ammaestrava. Gesù sale sopra di un colle prima di parlare, perché? Sembra certo che su quel monte Egli passasse la notte, pregando e al mattino le turbe cogli Apostoli si raccogliessero intorno a Lui per udire le sue parole. Sale sul monte per esser più facilmente udito e perché come l’antica legge fu bandita dalla vetta d’un monte, così da un monte fosse proclamata la nuova, compimento dell’antica. Ma quanta differenza tra la promulgazione dell’una e dell’altra! La prima legge è promulgata sul monte tra i lampi e tuoni, e solo Mosè vi sale e rimane; guai a chi si fosse avvicinato! La legge è data, ma scritta sulla pietra. La seconda è promulgata sopra un monte senza apparato di sorta, con una semplicità, che non ha l’uguale. Il legislatore siede, gli Apostoli ed il popolo gli stanno intorno pieni di rispetto, ma senz’ombra di timore, come figli intorno al padre. Gesù parla e non iscrive e la umana legge è scolpita, non sulla pietra, ma scritta nei cuori e affidatane la promulgazione ad alcuni poveri pescatori, ignari dell’altissima missione, alla quale sono chiamati. Codice più sublime, più universale e più duraturo di quello che ora da questo monte si promulga non fu, non sarà mai promulgato sulla terra, né mai nei secoli passati e ne’ futuri altro se ne promulgherà in forma più semplice, più modesta, più concisa e insieme più popolare. Di questo Codice, i tempi, gli uomini e le vicende dei popoli, il progresso e le scienze non ne cancelleranno mai una sillaba sola. Sarà immutabile come Dio e osservato da miliardi di uomini, non per il terrore incusso dalla forza materiale, ma per intima persuasione e per amore. « Beati i poveri di spirito, perché di loro è il regno de’ cieli ». È la prima sentenza, che esce dalla bocca del divino Legislatore. Indubbiamente la parola poveri in questo luogo è detta in opposizione alla parola ricchi, come se si dicesse: « Beati quelli che non sono ricchi ». Ma che dite mai, o Signore? Il mondo considera la povertà come una sventura, come un male, radice d’innumerevoli mali: la povertà trae seco la fame, la sete, una dimora disagiata, un misero vestito, un lavoro continuo e gravoso, le infermità, l’abbandono e il disprezzo degli uomini, una vita piena di privazioni e di dolori; e voi la chiamate beata? Ma dunque i ricchi non possono appartenere al vostro regno? Dunque per questo che sono ricchi sono anche perduti? Che regno sarà dunque il vostro? Chi vorrà seguirvi? Non i ricchi, perché ricchi; non i poveri, perché se non altro essi pure desiderano e fanno ogni opera per diventar ricchi. La vostra parola suonerà nel deserto o diventerà soggetto delle sterili lucubrazioni di alcuni noiosi e stravaganti filosofi. — Eppure non fu così. — Spieghiamo la sentenza, di Cristo. Allorché Egli con linguaggio sì reciso chiamò beati i poveri non intese già di indicare una condizione della vita, ma sì una disposizione dell’animo, che è chiaramente significata da quella parola spirito aggiunta alle parole beati i poveri. In altri termini Gesù Cristo disse: « Beati quelli che tengono i beni della terra e le ricchezze in quella stima, che si meritano cose sì basse, sì incerte e sì fuggevoli e che non possono appagare i bisogni troppo più alti e più nobili del cuore umano! Beati quelli che non legano alle ricchezze il loro cuore, che non pongono in esse il loro fine quasiché per esse fossero creati e collocati quaggiù sulla terra e tenendone staccato l’affetto, collo spirito si sollevano a Lui, che è ne’ cieli e che solo può essere la nostra verace felicità ». L’uman genere fu ed è diviso in due gran campi: l’uno assai ristretto di numero, il campo dei ricchi: l’altro vastissimo, quello dei poveri condannati alla fatica per un pane quasi sempre duro e scarso e tormentati da infinite privazioni. Quelli più o meno opprimono questi e questi guardano a quelli con invidia ed ira e li minacciano fieramente. È la perpetua e terribile lotta tra le due classi dei poveri e dei ricchi, che si combatte con varia fortuna attraverso ai secoli e che oggi è divenuta più feroce, perché più rabbiosa è divenuta l’avarizia e la durezza degli uni e più insofferente la povertà degli altri. Le nuove leggi e i frutti d’una civiltà certamente progredita possono forse temperare le asprezze della lotta, ma sono impotenti a farla cessare, anzi la rendono più vasta e più fiera, perché la ricchezza va sempre più accumulandosi in poche mani in forza dei progressi della scienza e l’ira dei poveri o diseredati cresce, perché in essi colla istruzione cresce il sentimento dei diritti, veri od esagerati che siano, noi cerchiamo. Cristo, rivolgendosi a tutti, ai ricchi, che abbondano e godono, ai poveri, che scarseggiano e soffrono, grida: « Beati tutti, se levando gli occhi della mente alla vita futura, al cielo, dove è la vera e stabile patria, scioglierete i vostri cuori dall’amore e dal desiderio sregolato dei beni della terra. Sciolti da questo amore sregolato voi, ricchi, smetterete la febbre di arricchire maggiormente e farete più larga, secondo giustizia e secondo carità, la parte dei poveri, e voi, poveri, limiterete i vostri desideri e le vostre esigenze e nella speranza della vera ricchezza comune troverete quella pace e quella felicità, che quaggiù è possibile ». – Il gran rimedio, che Cristo propone a tutti, ricchi e poveri, in eguale misura, è la povertà di spirito in vista della immanchevole e comune ricchezza preparata in cielo: è il recidere dagli animi tutti la malnata radice della concupiscenza, il renderci veramente liberi dall’amore soverchio, che tutti ci avvince ai beni caduchi della terra, rammentandoci, che dobbiamo esserne padroni, non servi; che sono mezzi, non fine: che possiamo usarne e non abusarne; che i ricchi possono salvarsi a patto di divenir poveri di spirito e i poveri a patto di non voler essere ricchi coi desideri smoderati. – Fratelli! Vi può essere dottrina più ragionevole e socialmente più utile e più bella di questa? Attuata nei ricchi e nei poveri, non per via di forza o di leggi, ma di persuasione, non scioglierebbe il tremendo problema, che ci affanna? Questa dottrina, rendendo tollerabile e felice la condizione nostra nella vita presente, non ci procaccerebbe la salvezza e la perfetta beatitudine nella vita futura? Non dimentichiamolo mai, o carissimi: la speranza del regno de’ cieli è il contrappeso dei mali presenti, e se perdiamo di vista quei beni lassù, ci tufferemo tutti in questi e per averli ci morderemo e sbraneremo tra noi: senza la fede e la speranza nel cielo la terra si. muterà in un campo di battaglia, dove il più forte opprimerà il più debole, e diventerà un vero inferno. – Passiamo alla seconda Beatitudine o secondo articolo del divino Statuto: « Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra ». S. Tommaso, acutamente ragionando, dimostra che tutte le passioni si riducono ad una sola, la concupiscenza: se questa cerca indebitamente la propria eccellenza, è superbia: se si getta al mangiare e al bere, è gola: se brama le ricchezze, è avarizia; se agogna i piaceri sensuali, è lussuria; se tende ai propri comodi, è accidia. Avviene talvolta che questi beni, sui quali la concupiscenza si getta come sul proprio pasto, le siano contesi e negati: allora la concupiscenza si irrita contro chi glieli contrasta e rifiuta, ed eccovi l’invidia e l’ira, che in sostanza non sono che la stessa concupiscenza considerata sotto un’altra forma e perciò a ragione essa va distinta in due modi, o parti, che la filosofia d’accordo colla teologia chiama l’una propriamente concupiscibile, l’altra irascibile: l’una che tira a sé l’oggetto amato, l’altra, che respinge chi gliene contende l’acquisto od il possesso. Gesù Cristo nella prima Beatitudine condanna la brama smodata delle ricchezze, che si vogliono come strumento o mezzo di avere tutti i piaceri e perciò rintuzza la parte concupiscibile nel suo punto capitale: nella seconda Beatitudine raffrena la irascibile, dicendo: « Beati i miti ». Chi è desso l’uomo mite? Mite è colui che ha tranquillo il cuore e dolce la parola: mite chi con dolce risposta placa l’iracondo: mite chi soffre senza lagnarsi le ingiurie e i danni ricevuti: e mite più ancora è chi si rallegra delle offese e dei danni ricevuti e coi benefici vince i malevoli e chiude la bocca ai nemici ed ai calunniatori: mite in una parola è chi perfettamente imita Colui che disse: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore ». La mitezza è il sommo grado della pazienza e della rassegnazione, è la compagna inseparabile dell’umiltà, è l’amica della mortificazione, la figlia della pace, è il fiore della modestia, è il sorriso della innocenza, è il frutto più saporoso della carità. Queste anime miti, dalla fronte sempre serena e ridente, dalla parola sempre amabile, dall’occhio sempre soave e pieno di letizia, dallo spirito sempre equanime, che sempre vincono, sempre cedendo, possederanno la terra: « Possidebunt terram ». Qual terra, o fratelli miei? La terra dei viventi, come dicono i Libri Santi; la terra che sempre verdeggia e fruttifica sotto i raggi del Sole eterno: la terra dell’ordine e della pace, che non conosce cosa siano le tempeste, il dolore ed il pianto; la terra della eredità promessa ai figli dal Padre celeste, di cui la terra promessa ai figli di Israele fu una figura, in una parola, il cielo. Possederanno la terra: « Possidebunt terram! » Qual terra ancora, o fratelli? Non v’è dubbio e la esperienza lo prova: le anime dolci, i caratteri miti, gli spiriti mansueti godono d’una pace ed una serenità di cuore, che rendono meno amare le vicende della vita: essi sono sempre tranquilli, cessano i litigi, sì frequenti tra le persone irose: la loro compagnia è cara a tutti e la loro parola è quasi sempre accolta anche dai nemici con istima e riverenza e. nelle famiglie, nel gruppo dei conoscenti, dovunque, esercitano sugli animi un impero tanto più bello ed efficace in quanto che è consentito e spesso invocato e non offende persona. Sì, sono i miti di cuore che regnano, non sui corpi, ma sugli animi e sanno volgere a lor posta le chiavi del cuore altrui: la loro parola amabile e insinuante, dice S. Giovanni Grisostomo, è come l’acqua che spegne il fuoco delle discordie ed estingue le fiamme dell’ira e dell’odio, e di loro si può dire meritamente, che posseggono la terra, hanno cioè quaggiù anticipata parte di quella mercede che piena sarà loro data in cielo: « Possidebunt terram ». Gesù prosegue e promulga il terzo articolo del suo Bando all’umanità e dice: « Beati coloro che piangono, perché saranno consolati ». Il pianto è effetto esterno e naturale del dolore per modo, che nel linguaggio comune pianto e dolore, lagrime e sofferenze hanno lo stesso significato e noi diciamo: – Quegli piange, quegli versa lagrime per dire: Quegli soffre e patisce -. È qui, se non erro, che l’insegnamento di Cristo tocca l’ultimo apice della contraddizione agli occhi della sapienza mondana. Qual cosa più contradditoria, che collocare la gioia nel dolore, la felicità nei patimenti, la beatitudine nelle pene? Sarebbe certamente manifesta contraddizione se la sentenza di Cristo si intendesse nel senso che il pianto e il dolore siano per sè stessi la gioia e la felicità: ma Gesù Cristo considera il pianto e il dolore quali mezzi per giungere alla gioia e alla felicità. Così noi possiamo dire che dolce èla medicina che ci ridona la salute, benché essa sia ostica ed amara e chiamiamo pietoso il ferro, che recide il membro cancrenoso, tuttoché cagioni acutissimo dolore. La beatitudine del patire sta, non nel patire, ma in quello che il patire a suo tempo germoglierà, cioè l’eterna mercede! Ma qui vuolsi porre ben mente ad una condizione, che Gesù Cristo non espresse in termini, ma necessariamente è sottintesa e che più innanzi sarà annunziata. Non ogni patire è seme di godere, ma sì il solo patire per la verità, per la giustizia, per amore di Dio. Quaggiù tutti soffrono in diversa misura, è vero, ma nessuno si sottrae alla tremenda legge del dolore: soffrono i buoni e soffrono i cattivi; soffre Antioco e soffrono i Maccabei: soffrono gli Imperatori Romani e soffrono gli Apostoli e i Cristiani martoriati: soffrono i nemici della Chiesa e soffre la Chiesa: soffrono gli schiavi del mondo e soffrono i figli di Dio. Forsechè di tutti egualmente possiamo dire: – Beati quelli che piangono perché saranno consolati? -. Non mai, non mai, fratelli miei. Beati sono soltanto quelli che piangono e soffrono per la virtù e per Iddio: beati sono quelli che hanno la fede e nella fede e per la fede fissano l’occhio della speranza nei beni della vita futura, premio e frutto del presente patire; beati sono quelli che soffrono con coraggio, con rassegnazione, con umiltà di cuore esolo da Dio attendono la mercede. Il vero e solo conforto di chi piange e geme sotto il fardello dei mali presenti è la promessa di Cristo, che in ragione del dolore avrà la gioia, a patto che soffra come Egli vuole e quanto Egli vuole. Togliete questa speranza sicurissima fondata sulla promessa di Cristo: chiudete sul capo degli uomini il cielo e sopprimete il di là della tomba, la seconda vita, e la terra si tramuta in un immenso tormentatorio, in un ergastolo spaventoso, perché tutti soffrirebbero senza speranza e il più saggio partito sarebbe il suicidio. Opera adunque scellerata e crudele fanno coloro, che tentano rapire al popolo la fede e colla fede la speranza d’una vita felice in cielo; essi, per quanto è da loro, lo spingono alla disperazione e renderebbero necessari e giusti tutti i più esecrandi delitti. Quanti soffriamo sulla terra, leviamo gli occhi e i cuori al cielo e teniamoci saldi come ad àncora alla promessa di Cristo: « Beati quelli che piangono, perché saranno consolati ». Passiamo al quarto articolo del nostro divino Codice: « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati ». La giustizia! Chi non ama, chi non vuole la giustizia? Voi non troverete sulla terra un uomo solo, che non se ne professi osservatore esatto e al bisogno intrepido difensore finché se ne parla in genere e se ne ragiona in teoria: ma la cosa corre ben diversamente quando dalle regioni teoriche ed ideali si discende alla pratica e alla realtà dei fatti. Che è dunque la giustizia? La parola giustizia può significare quella virtù, che dicesi cardinale o fondamentale, per cui si rende a ciascuno ciò che gli è dovuto: può anche significare una certa equità o mitezza d’animo, che piega verso la benignità, od anche si può pigliare come il complesso di tutte le virtù. E invero assai volte nella santa Scrittura giustizia equivale a santità e giusto vuol dire uomo perfetto, uomo santo e credo che precisamente sia questo il senso della parola giustizia usato qui dal Salvatore. « Beati, egli disse, quelli che hanno fame e sete della giustizia » ; Beati cioè tutti quelli che hanno fame e sete, non del cibo e della bevanda, dei beni della terra, ma sì della virtù e della santità, che della virtù è il grado sommo! Non senza ragione Gesù Cristo adoperò questa forma di parlare sì energica: – Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia! – Non disse : beati quelli che desiderano, che amano, che cercano, che tendono, che vogliono la giustizia, ma quelli che ne hanno fame e sete per esprimere la brama e l’ardore, con cui dobbiamo volere e cercare la virtù e la santità. Il nostro non deve essere uno di quei desideri, che rimangono sterili e che si possono paragonare a quei fiori belli e vaghi a vedersi e cadono senza lasciare dietro a sé frutto alcuno: la nostra non debb’essere una di quelle volontà fiacche, che vengono meno alle prime difficoltà: che vogliono e non vogliono, che sono disposte a salire il Tabor, ma non il Calvario, che vorrebbero le rose senza le spine, che vagheggiano una virtù senza sacrifici, che amano camminare per una via piana, sparsa di fiori. No, no, grida Cristo: Bisogna aver fame e sete della giustizia. Vedete un uomo affamato dinanzi a lauta mensa, un assetato sull’orlo d’un fresco ruscello: essi non frappongono indugi: vedere quella mensa, quei cibi; vedere quell’acqua limpida che scorre a piedi, e gettarsi su quelle vivande e immergere le riarse labbra in quell’acqua per saziare la fame, che lo tormenta e spegnere la sete, che lo strugge, è la stessa cosa. Come divora quel pane e quei cibi! Come tracanna quell’acqua! Come se ne sbrama e se ne delizia! Il piacere gli apparisce tutto sul volto, sfavilla negli occhi e si comprende che null’altro vuole o desidera, che è sazio e contento ! La virtù è il banchetto per l’affamato, è il ruscello per l’assetato e la nostra vita tutta, come scrive S. Agostino, non dovrebbe essere che un incessante e cocente desiderio, uno sforzo supremo di sfamarci a quel banchetto e dissetarci a quella fonte della vita, dove ogni nostra brama sarà saziata (Tota vita boni Christiani sanctum desiderium est – Tract. 4 in Epist. S. Joannis). E di questo cibo e di questa bevanda che parlava Gesù Cristo nell’ultima cena, allorché diceva agli Apostoli: « Io vi dispongo il regno, acciocché voi mangiate e beviate alla mia mensa, nel mio regno ». (S. Luca, XXII, 29). Ma non dimentichiamo mai che l a mercede vera di questo affocato amore della giustizia, non lo dobbiamo aspettare quaggiù sulla terra, sebbene in cielo – Quoniam ipsi saturabuntur-: in cielo, dove non si avrà sete in eterno, come Gesù promise alla Samaritana – Non sitiet in æternum -. Siamo alla quinta Beatitudine : « Beati i misericordiosi, perché anch’essi troveranno misericordia ». Nella prima Beatitudine, Cristo sterpando dal cuore la maledetta radice della avarizia, che separa gli uomini e l’un l’altro li inimica, nella quinta li esorta a fondersi in una volontaria e santa eguaglianza: dopo la giustizia viene la misericordia. L’uomo ama avere più che dare fino ad agognare anche l’altrui: la giustizia segna i limiti del diritto e del dovere e la misericordia allarga anche questi a favore del poverello e Cristo fa udire queste due sentenze sublimi: « Più felice cosa è dare che ricevere » (Atti Apost. XX, 35). « Beati i misericordiosi! » La misericordia, come suona il vocabolo stesso, è un sentire in cuore la miseria altrui; è patire con chi patisce e far propria l’altrui miseria e siccome non v’è uomo che, soffrendo dolore nella propria persona, non si adoperi come meglio può a fine di rimuoverlo, così sentendo in sé il dolore altrui come proprio, è troppo naturale che s’ingegni di liberarsene e perciò la misericordia è la madre della beneficenza, è lo stimolo di tutte le opere di carità, tra le quali principalissima è la elemosina. « Beati i misericordiosi! » Beati cioè quelli, che hanno un cuor buono, tenero, pieno di compassione per chi soffre: ma non basta: e che mostrano il loro cuore compassionevole nelle opere a soccorso de’ fratelli sofferenti secondo le loro forze e le sì varie condizioni della vita. Sono ignoranti? Istruiteli o fateli istruire. Sono cattivi, perversi? Sopportateli e fraternamente correggeteli. Sono molesti? Tollerateli. Sono vacillanti, dubbiosi? Consigliateli. Sono infermi? Visitateli, assisteteli. Sono perseguitati da prepotenti? Difendeteli. Hanno fame? Nutriteli. Sono coperti di cenci, ignudi? Vestiteli. Ecco le opere della misericordia, che Gesù Cristo ricorda in altro luogo del Vangelo. E quali i motivi di queste opere della misericordia? Non uno di quelli che oggidì sono maggiormente in voga, motivi umani, che variano come variano gli uomini. L’unico recato è questo: « Quelli che useranno misericordia, a suo tempo otterranno anch’essi misericordia ». Da chi? Evidentemente da Dio, che è il padre delle misericordie, che ha per fatto a sè ciò che è fatto ai suoi minimi, che dà il cento per uno. Quale il motivo? Di ottenere tu stesso da Dio quella misericordia, che usi col fratel tuo: « Quoniam ipsi misericordiam consequentur ». « Vedi, grida S. Agostino, ciò che fa l’usuraio: egli certamente vuol dare il meno possibile e ricevere il più possibile. E questo fa tu pure. Dà poco e ricevi molto. Vedi come cresce a dismisura il tuo capitale. Dà le cose temporali e ricevi le eterne: dà la terra, ricevi il cielo » (in Ps. XXXVI). La mercede della tua misericordia operosa la devi attendere da Dio, che solo conosce l’opere e chi le fa e solo e sempre e a larghissima usura ricompensa. Ma forse si esclude che chi usa misericordia coi fratelli potrà ottenere anche qui misericordia dagli uomini? No, per fermo. Anzi, se non sempre, spesse volte vediamo che anche qui sulla terra i pietosi verso i loro simili ottengono pietà, sia perché la virtù e la bontà dell’animo guadagna i cuori anche de’ tristi, sia perché Iddio talora si compiace di premiarli anche in terra a loro conforto e ad incoraggiamento dei timidi e dei deboli. – Passiamo alla sesta Beatitudine: « Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio ». Quando, o fratelli miei, una cosa per noi è monda e pura? Quando essa è netta da qualsiasi alterazione e mischianza di cose estranee. Così pura è l’acqua, puro l’oro e l’argento quando non sono che acqua, oro ed argento. Per somiglianza si dice pura e monda l’anima, puro e mondo il cuore (che qui come in molti altri luoghi della Scrittura si piglia per la coscienza, mente e volontà), allorché è libero da colpe, è scevro da affetti estranei, che a guisa di materie eterogenee e di macchie lo imbrattano e deturpano.Fratel mio! La tua mente debb’essere simile ad un cielo limpido e sereno: allorché tu volontariamente accogli quei pensieri indegni e lasci condensarsi quei fantasmi brutti, il tuo cielo si abbuia: allora in fondo al tuo cuore fermentato affetti colpevoli e scoppia la tempesta: mente e cuore sono sossopra, tutto è turbato, come allorché sulla terra si scatena la procella. Allora il cuore, cioè la coscienza, non è più pura e l’occhio della mente, velato dalle nebbie, che si levano dal pantano dei sensi, non discerne più chiaramente la luce della verità. È dunque necessario tener sgombra la mente da queste nebbie,mondo il cuore da questi affetti terreni e sensuali, affinché possiamo sempre vedere la verità e Lui, che è fonte d’ogni verità, Iddio.« Questa beatitudine, dice S. Leone, è promessa ai puri di cuore, perché l’occhio imbrattato non può vedere il raggio della verità e ciò che rallegra l’occhio netto, tormenta l’occhio infermo e impuro. Si purghino adunque e si nettino gli occhi della mente da ogni ombra di cose terrene e da ogni immondezza della colpa affinché lo sguardo sereno si bei della sola vista di Dio » O beati, Iveramente beati i puri di cuore, i mondi d’ogni colpa, e sovra tutto le anime caste, perché  sopra di loro, come sopra specchi tersissimi, scenderà il raggio della verità e per esso risaliranno a Dio, da cui ogni verità deriva!« Beati i pacifici, è la sesta Beatitudine, perché saranno chiamati figliuoli di Dio ». Qui è da por mente alla parola greca eirenoposos che propriamente non significa gli uomini, che amano la pace e vivono in pace, ma sì quelli che procurano. la pace, pacieri e facitori di pace tra gli altri, fosse pure a costo di perderla essi stessi.La pace è la tranquillità dell’ordine e poiché Dio è lo stesso Ordine e la Causa produttrice stabile d’ogni ordine in tutti gli esseri mercé delle leggi per Lui poste, Egli è il principio della pace, anzi la stessa pace : « Deus pacis – Ipse est pax nostra ». Quelli pertanto che 1’amano e la serbano in sé, serbando l’ordine, e più quelli chela mantengono negli altri e, rotta per la ignoranza. o malizia altrui, fanno buona opera a ristabilirla, sono simili a Dio, e meritano l’onore d’essere chiamati suoi figli: « Filii Dei vocabuntur».Pur troppo questa tranquillità dell’ordine, questa pace vera e stabile raramente alberga sulla terra. Come i venti e le tempeste turbano la tranquillità dell’atmosfera, così le passioni degli individui, delle famiglie, delle società, delle nazioni rompono la pace negli individui, nelle famiglie, nelle società e nelle nazioni, e vi suscitano la guerra. Il nemico di ogni pace, il primo ribelle contro Dio, ruppe la pace tra Dio e l’uomo: il Figlio di Dio fatto uomo, col suo sangue la ristabilì e perciò Egli è salutato Principe della pace. Quelli pertanto che si adoperano, reprimendo le passioni, queste perpetue turbatrici dell’ ordine, a rimettere la pace negli individui, nelle famiglie, nella società, nelle nazioni, sono pacifici, facitori di pace e partecipano alla missione stessa di Gesù Cristo. – Ed eccoci all’ultima Beatitudine: « Beati quelli che soffrono persecuzione per la giustizia, perché di loro è il regno de’ cieli ». È egli possibile che gli uomini abbiano in odio e perseguitino la virtù e la giustizia per se stessa? Non credo. Come non si trova persona, che dica di odiare la verità, così penso che non si trovi chi dichiari di odiare e perseguitare la giustizia o la virtù, che ne è la pratica attuazione. D’altra parte la virtù e la santità per sé stessa è cosa astratta, che non si vede, né si tocca e perciò non è possibile combatterla e perseguitarla. Essa la si può odiare e perseguitare solamente in quanto si concreta e si attua e, dirò così, piglia corpo in una persona e in quanto è contraria alle passioni e come tale si presenta qual nostra nemica. Le verità sì teoriche che pratiche, che Cristo portò sulla terra, se mi è lecita la espressione, si impersonarono prima in Lui, poi negli Apostoli, poi nella Chiesa e in essa e per essa staranno fino alla fine de’ secoli. Il Verbo divino, che è la Verità sostanziale, si unì colla umana natura assunta in guisa, che con essa è una sola persona: la verità per Lui insegnata si unisce alla Chiesa per modo che ne è inseparabile; la Chiesa è come il corpo della verità e la verità ne è l’anima e come non è possibile avere comunicazione alcuna coll’anima se non per mezzo del corpo, così non possiamo afferrare la verità e per essa la vita di Cristo che per mezzo della Chiesa. Ma nell’uomo vi sono le passioni e come formidabili! Esse per natura sono nemiche della verità, come le tenebre son nemiche della luce ela morte è nemica della vita. La superbia, l’avarizia, la gola, la lussuria, l’ira, l’invidia odiano e combattono necessariamente l’umiltà, 1’ubbidienza, la fede, la carità, la temperanza, la continenza, la mortificazione, tutte le virtù, che formano la sostanza dell’insegnamento di Cristo e della sua Chiesa: la lotta adunque tra Cristo e la sua Chiesa da una parte e il mondo e i suoi seguaci dall’altra, è necessaria, è nella natura stessa delle cose. Essa cominciò in cielo tra gli Angeli fedeli e i ribelli, si portò sulla terra per opera di questi, riempirà lo spazio e i tempi e si chiuderà in quel dì, in cui Cristo compirà nella Chiesa la sua vittoria. Ecco perché Cristo predisse agli Apostoli ea tutti i seguaci suoi che sarebbero perseguitati. Né vuolsi credere che la predizione di Cristo si debba restringere ai primi secoli della Chiesa, come parve a taluni. Le parole di Cristo abbracciano tutta la vita della Chiesa, che è la continuazione della vita di Lui. Non vi è ragione, né indizio nei Libri Santi, che lo stato di guerra debba limitarsi ai primi secoli e la storia della Chiesa fino a noi ne è il commento irrefragabile: « Se hanno perseguitato me, perseguiteranno voi pure, disse Cristo ». « Tutti quelli che vogliono vivere piamente, soffriranno persecuzione » grida il suo Apostolo Paolo. Ma si rallegrino, continua Cristo : essi soffrono per la verità, per la giustizia e la mercede non può fallire. Quale mercede? Sempre la stessa: « Loro è il regno dei cieli ». Qual mercede più bella e più desiderabile? E qui Gesù Cristo, quasi compreso da un santo entusiasmo, muta la forma del suo linguaggio e lo rincalza con una forza, con una energia novella. Fin qui avea parlato in terza persona e colla sublime calma di Legislatore divino: ora rivolge il suo dire direttamente agli Apostoli e col linguaggio d’un duce supremo, che al momento della pugna si rivolge ai suoi soldati, prosegue: « Beati siete voi, quando vi avranno vituperati e perseguitati e, mentendo, avranno detto contro di voi ogni male, per cagion mia », Non dice già: Beati voi, perché sarete accolti con rispetto, ascoltati e ubbiditi come annunziatori della verità: perché sarete colmati di onori e di ricchezze e il nome vostro risuonerà glorioso dovunque: beati, perché maledetti, perseguitati, calunniati per me, per la difesa della verità e della giustizia. In tutta la storia antica cerco indarno un linguaggio simile a questo, indirizzato a poveri pescatori, ai figli del popolo! Ma vi è di più, o fratelli! Rallegratevi, giubilate, continua Cristo con una specie di santa voluttà, all’idea di patire ingiurie, calunnie e tormenti: rallegratevi e giubilate », cioè grande, senza misura sia la vostra gioia. E gli Apostoli, pochi anni dopo, ne diedero prova, allorché, come narra S. Luca, flagellati pubblicamente « se ne andavano lieti per essere fatti degni di soffrire ignominia pel nome di Gesù » (Atti Apost. V, 41). E prova ne diedero anche i semplici fedeli di Gerusalemme, che, come scrive S. Paolo, « spogliati dei loro beni, ne accettarono con gioia la rapina » (Epist. agli Ebrei, X , 34). Soffrire ingiurie, calunnie, spogliazioni, tormenti, la morte con rassegnazione e tranquillità d’animo, è d’anime generose: ma soffrire tutto questo con gioia e con tripudio, è proprio d’anime eroiche, più che umane, divine. Ma Gesù Cristo non dimentica mai che l’uomo, ancorché magnanimo e per la grazia elevato e quasi trasumanato, non può mai perdere interamente di vista se stesso e il proprio bene; la natura non consente. Egli è perciò che alle parole: « Rallegratevi, giubilate voi, che soffrite per me e per la giustizia, aggiunge: «Perché grande è la vostra mercede ne’ cieli ». Voi siete fatti per la felicità e per una felicità eterna: il dolore è inevitabile, è vero; ma non deve essere fine, sebbene mezzo alla felicità e come mezzo esso stesso diventa desiderabile, diventa un bene e nel dolore, come mezzo alla gioia, voi potete trovare la gioia. – Fratelli! Ho finito il breve commento degli otto articoli fondamentali del divino Statuto, che Cristo ha dettato alla società umana, Statuto veramente immutabile per tutta la terra, per tutti i popoli e per tutti i tempi. Una sola ed ultima osservazione, che merita tutta la vostra attenzione.  Quanti furono e quanti saranno legislatori nelle loro leggi non possono avere che due soli fini, scemare i mali, i dolori degli uomini, procurare, accrescere e assicurare loro i maggiori beni e così condurli a quella felicità, che è possibile. Ma l’opera loro è necessariamente circoscritta al tempo presente, ai mezzi materiali, ad una felicità temporaria e relativa, che può estendersi, se volete, al maggior numero, non a tutti e a ciascuno, perché troppe volte il bene di alcuni importa il male di altri. Nessuna legislazione umana, sia pure la più perfetta, può dare la vera, la piena felicità a tutti e a ciascun uomo, che la riceva. Cristo, perché Dio-Uomo, vuole che gli uomini tutti, senza eccettuarne un solo, pervengano alla vera, alla perfetta felicità, senza limiti di luoghi e di tempi. Quali i mezzi? Non la forza materiale, ma la morale: non una, partizione forzata di beni materiali eguale, che sarebbe impossibile e ingiusta, e fatta oggi, sarebbe disfatta domani: che, lasciando nel cuore degli uomini tutte le passioni, anzi solleticandole e inasprendole maggiormente, vi lascerebbe con esse il germe fatale di tutti i mali; ma, promulgando la gran legge di non amare disordinatamente questi beni, dei quali gli uomini sono sì ghiotti: intimando a tutti l’amore della giustizia, la purezza del cuore, la concordia degli animi, l’amore vicendevole, la carità operosa, la rassegnazione nelle privazioni e nella prova del dolore e a tutti quelli che osservano questo Codice l’immanchevole e adeguata retribuzione, Gesù Cristo scioglie il problema sociale, rende tollerabile e cara la vita presente, come mezzo e strumento all’acquisto della futura. Restringete tutte le speranze alla vita presente: gli uomini si gireranno tutti come affamati sulla scarsa mensa dei beni materiali e ben presto si volgeranno gli uni contro gli altri, si morderanno e si sbraneranno: dopo la presente mostrate un’altra vita, che ripara le ineguaglianze e le ingiustizie di questa e dove starà meglio e per sempre chi dei beni di quaggiù è stato più largo coi fratelli, e cesserà la lotta, e tutti gli occhi e tutti i cuori si leveranno in alto e nella speranza della futura felicità si leniranno i dolori della vita presente. Il cielo, o fratelli, è il contrappeso della terra e se togliete quello, questa si sprofonda nell’abisso. L’umana famiglia ha bisogno incessante e supremo che la voce di Cristo le ripeta la gran sentenza: « Rallegratevi e giubilate, perché grande è la vostra mercede in cielo ».

Credo … 

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Sap III:1; 2; 3
Justórum ánimæ in manu Dei sunt, et non tanget illos torméntum malítiæ: visi sunt óculis insipiéntium mori: illi autem sunt in pace, allelúja.

[I giusti sono nelle mani di Dio e nessuna pena li tocca: parvero morire agli occhi degli stolti, ma invece essi sono nella pace.]

Secreta

Múnera tibi, Dómine, nostræ devotiónis offérimus: quæ et pro cunctórum tibi grata sint honóre Justórum, et nobis salutária, te miseránte, reddántur.

[Ti offriamo, o Signore, i doni della nostra devozione: Ti siano graditi in onore di tutti i Santi e tornino a noi salutari per tua misericordia.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt V: 8-10
Beáti mundo corde, quóniam ipsi Deum vidébunt; beáti pacífici, quóniam filii Dei vocabúntur: beáti, qui persecutiónem patiúntur propter justítiam, quóniam ipsórum est regnum cœlórum.

[Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio: beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio: beati i perseguitati per amore della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.]

Postcommunio

Orémus.
Da, quǽsumus, Dómine, fidélibus pópulis ómnium Sanctórum semper veneratióne lætári: et eórum perpétua supplicatióne muníri.

[Concedi ai tuoi popoli, Te ne preghiamo, o Signore, di allietarsi sempre nel culto di tutti Santi: e di essere muniti della loro incessante intercessione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Le letture dell’Ufficio divino che si fanno in questa Domenica sono spesso quelle dei Maccabei (vedi Dom. precedente, pag. 1002). « Antioco, soprannominato Epifane, avendo invaso la Giudea e devastato tutto, dice S. Giovanni Crisostomo, aveva obbligato molti Ebrei a rinunziare alle sante pratiche dei padri loro, ma i Maccabei rimasero costanti e puri in queste prove. Percorrendo tutto il paese, essi riunivano tutti i membri ancora fedeli e integri che incontravano; e di quelli che si erano lasciati abbattere o corrompere, ne riconducevano molti al loro primo stato, esortandoli a ritornare alla fede dei padri loro e rammentando loro che Dio è pieno di indulgenza e di misericordia e che mai rifiuta di accordare la salvezza al pentimento, che ne è il principio. E questa esortazioni facevano sorgere un esercito di uomini più valorosi, che combattevano non tanto per le loro donne, i loro figli, i loro servitori, o per risparmiare al paese la rovina e la schiavitù, quanto per la legge dei padri loro e 1 diritti della nazione. Dio stesso era il loro capo, e perciò, quando in battaglia serravano le file e prodigavano la loro vita, il nemico era messo in fuga: essi stessi fidavano meno nelle loro armi che nella causa che li armava e pensavano che essa sarebbe sufficiente per vincere anche in mancanza di qualunque armatura. Andando al combattimento, non empivano l’aria di vociferazioni e di canti profani come usano fare alcuni popoli: non si trovavano tra loro suonatori di flauto come negli altri campi; ma essi pregavano invece Iddio di mandar loro il suo aiuto dall’alto, di assisterli, di sostenerli, di dar loro man forte, poiché per Lui facevano guerra e combattevano per la sua gloria » (4a Domenica di ottobre Notturno). Dio non considera nel mondo che il suo popolo, Gesù Cristo e la sua Chiesa che sono una cosa sola. Tutto il resto è subordinato a questo. « Dio, che esiste ab æterno e che esisterà per tutti i secoli, è stato per noi, dice il Salmo del Graduale, un rifugio di generazione in generazione» (Introito). «Allorché Israele usci dall’Egitto e la casa di Giacobbe da un popolo barbaro » continua il Salmo dell’Alleluia, Dio consacrò Giuda al suo servizio e stabilì il suo impero in Israele ». Dopo aver mostrato tutti i prodigi, che Dio fece per preservare il suo popolo, il salmista aggiunge: « Il nostro Dio è in cielo, tutto quello che ha voluto, Egli lo ha fatto. La casa di Israele ha sperato nel Signore; Egli è il loro soccorso ed il loro protettore ». Il Salmo del Communio e del Versetto dell’Introito, dice il grido di speranza che le anime giuste innalzano al cielo: « L’anima mia è nell’attesa della tua salvezza, quando farai giustizia dei miei persecutori? Gli empi mi perseguitano, aiutami, Signore mio Dio». «Signore, aggiunge l’Introito, ogni cosa è sottomessa alla tua volontà, poiché tu sei il Creatore e il padrone dell’Universo ». – « Signore, dice ugualmente la Chiesa nell’Orazione di questo giorno, veglia sempre misericordiosamente sulla tua famiglia, affinché essa sia, per mezzo della tua protezione, liberata da ogni avversità e attenda, con la pratica delle opere buone, a glorificare il tuo nome ». Il popolo antico e il popolo nuovo hanno un medesimo scopo, che è la glorificazione di Dio e l’affermazione dei suoi diritti. Tutti e due hanno anche gli stessi avversari, che sono satana e i suoi ministri. La Chiesa, ispirandosi alle Letture del Breviario delle Domeniche precedenti, ricorda oggi gli assalti che Giobbe ebbe da sostenere da parte di satana (Offertorio) e Mardocheo da parte di Aman, che fu calunniatore come il demonio (Introito). Dio liberò questi due giusti, come pure liberò il suo popolo dalla cattività d’Egitto, come venne in aiuto ai Maccabei che combattevano per difendere la sua causa. Cosi pure i Cristiani devono subire gli assalti degli spiriti maligni, poiché i persecutori della Chiesa sono suscitati dal demonio, come quelli del popolo d’Israele nell’antica legge. «Abbiamo da combattere, dice San Paolo, non contro esseri di carne e di sangue, ma contro i principi di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male sparsi nell’aria (Epistola). Come per i Maccabei che, per quanto valorosi, fidavano più in Dio che nelle loro armi, così i mezzi di difesa che devono adoperare i Cristiani sono anzitutto di ordine soprannaturale. « Fortificatevi nel Signore, dice l’Apostolo, e nella sua virtù onnipotente. Rivestitevi dell’armatura di Dio per difendervi dal demonio ». – I soldati romani, servono di esempio al grande Apostolo nella descrizione minuziosa che ci dà della panoplia mistica dei soldati di Cristo. Come armi difensive la Chiesa ha ricevuto nel giorno della Pentecoste, la rettitudine, la giustizia, la pace e la fede; come armi offensive le parole divinamente ispirate dallo Spirito Santo. Ora la parabola che Gesù ci dice nell’Evangelo di questo giorno, riassume tutta la vita cristiana nella pratica della carità, che ci fa agire verso il prossimo come Dio ha agito verso di noi. Egli ci ha perdonato delle gravi colpe: sappiamo a nostra volta perdonare ai nostri fratelli le offese che essi ci fanno e che sono molto meno importanti. Il demonio geloso porta gli uomini ad agire come quel servitore cattivo che prese per la gola il compagno, che gli doveva una somma minima e lo fece mettere in prigione perché non poteva pagare immediatamente. Se anche noi agiremo così, nel giorno del giudizio, cui ci prepara la liturgia di questa Domenica, dicendo: « Il regno dei cieli è simile ad un re che volle farsi rendere i conti dai suoi servi », Dio sarà verso di noi, quali noi saremo stati verso il prossimo. – L’Apostolo parla di una lotta accanita contro i nemici invisibili che ci lanciano dardi infiammati. Il combattimento è terribile e dobbiamo armarci fortemente per poter restare in piedi dopo aver riportata una vittoria completa. Come il soldato, il Cristiano deve avere un largo cinturone, una corazza, dei calzari, uno scudo, un elmo ed una spada.

Mostrarci implacabili per una ingiuria ricevuta, dice s. Girolamo, e rifiutare ogni riconciliazione per una parola amara, non è forse giudicare noi stessi degni della prigione? Iddio ci tratterà secondo le intime disposizioni del nostro cuore: se non perdoniamo, Dio non ci perdonerà. Egli è nostro giudice e non vuole un semplice perdono puramente esteriore. Ognuno deve perdonare a suo fratello « di tutto cuore », se vuol esser perdonato nell’ultimo giorno » (Mattutino).

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Esth. XIII: 9; 10-11
In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, cœlum et terram et univérsa, quæ cœli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es.

[Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.

[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, coelum et terram et univérsa, quæ coeli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es.

[Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Oratio

Orémus.

Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut a cunctis adversitátibus, te protegénte, sit líbera, et in bonis áctibus tuo nómini sit devóta.

[Custodisci, Te ne preghiamo, o Signore, con incessante pietà, la tua famiglia: affinché, mediante la tua protezione, sia libera da ogni avversità, e nella pratica delle buone opere sia devota al tuo nome.]

Lectio

Lectio Epistolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes VI: 10-17
Fratres: Confortámini in Dómino et in poténtia virtútis ejus. Indúite vos armatúram Dei, ut póssitis stare advérsus insídias diáboli. Quóniam non est nobis colluctátio advérsus carnem et sánguinem: sed advérsus príncipes et potestátes, advérsus mundi rectóres tenebrárum harum, contra spirituália nequítiae, in coeléstibus. Proptérea accípite armatúram Dei, ut póssitis resístere in die malo et in ómnibus perfécti stare. State ergo succíncti lumbos vestros in veritáte, et indúti lorícam justítiæ, et calceáti pedes in præparatióne Evangélii pacis: in ómnibus suméntes scutum fídei, in quo póssitis ómnia tela nequíssimi ígnea exstínguere: et gáleam salútis assúmite: et gládium spíritus, quod est verbum Dei.

“Fratelli, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Vestite tutta l’armatura di Dio, perché possiate tener fronte alle insidie del demonio; poiché noi non abbiamo a combattere contro la carne ed il sangue, ma sì contro i principati, contro le podestà, contro i reggitori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti malvagi, per i beni celesti. Per questo pigliate l’intera armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e in ogni cosa trovarvi ritti in piedi. Presentatevi adunque al combattimento cinti di verità i lombi, coperti dell’usbergo della giustizia, calzati i piedi in preparazione dell’Evangelo della pace. Sopra tutto prendete lo scudo della fede, col quale possiate spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Pigliate anche l’elmo della salute e la spada dello spirito, che è la parola di Dio „.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

LE PASSIONI.

L’Apostolo, riepilogando la sua lettera agli Efesini, viene a parlare della lotta spirituale che devono sostenere contro il demonio. Non è un nemico comune; è un nemico invisibile, e che attacca con insidie. Un motivo di più per armarsi fortemente e star in guardia chi non vuol essere sorpreso e vinto. Le armi non mancano. Come il soldato ha le sue armi per difendersi contro i nemici corporali; così il Cristiano ha le sue armi per difendersi contro i nemici spirituali. Son soprattutto le armi che ci porge la fede. Tutti dobbiamo combattere la nostra battaglia spirituale fin che siamo su questa terra. La lotta contro le passioni, delle quali il demonio si serve per trarci al suo servaggio, è una lotta continua che noi potremo superare,

1. Fortificandoci nel Signore,

2. Stando sempre preparati,

3. Usando le armi che ci porge la fede.

1.

Cercate la forza nel Signore e nella sua potente virtù.

Noi possiamo essere eccellentemente istruiti nella legge del Signore, e con tutto questo non conseguire la vita eterna, data la nostra incapacità a praticare da soli, senza l’aiuto di Dio, quanto dalla legge del Signore è prescritto. Il demonio, che cerca di impedirci il conseguimento della nostra beatitudine eterna, è un nemico che conosce tutte le arti, tutte le astuzie, tutte le insidie. Bisogna che ci affidiamo a chi può rendere vane tutte le arti del demonio, bisogna che ci affidiamo al Signore, cercando la forza in lui. – Se noi potessimo resistere al demonio con le sole nostre forze, sarebbe inutile rivolgerci ogni giorno al Signore con la preghiera che egli stesso ci ha insegnato: «Non c’indurre nella tentazione», cioè, come spiega Sant’Agostino «non permettete che, sottraendoci voi il vostro aiuto, noi cadiamo in essa» (Lett. 157, 5). Noi possiamo fare tutti i proponimenti immaginabili, ma, senza l’aiuto che vien dall’alto, non riusciremo a metterne in pratica alcuno. S. Pietro protesta a Gesù: «Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». E lo stesso dicevan tutti gli altri. Qualche ora dopo, al momento della cattura di Gesù «tutti i suoi discepoli lo abbandonarono e fuggirono». S. Pietro, poi, arriva «a imprecare e a giurare di non conoscere Gesù » (Marc. XIV, 31, 50, 71). Poveri proponimenti degli uomini, se non sono avvalorati da Dio. Una nave senza timone e senza timoniere tra cavalloni che s’innalzano, e nulla più, è l’uomo che conta sulle sole proprie forze. Ma se di fianco a noi c’è Dio, tutto il potere dei nemici dell’anima nostra si infrange contro la volontà di Lui. «Alla tua volontà — dice Mardocheo rivolto al Signore — tutte le cose sono sottomesse, e non c’è chi possa resistere alla tua volontà» (Est. XIII, 9). Anche il demonio è sottomesso alla volontà di Dio. e le sue astuzie e le sue insidie non possono passare oltre il confine da Lui segnato. – Se tu sei posto sotto la tutela di Dio. Sfuggirai i lacci che il nemico tende per farti cadere, sarai liberato dalle insidie che il demonio prepara attorno a te per uccidere l’anima tua. «Procederai sopra aspidi e basilischi, e calpesterai leoni e draghi» (Ps. XC, 13), come dice il salmista. Egli che può renderti innocui gli animali più feroci e velenosi, al punto che tu potresti passare incolume sul loro capo, può liberarti anche dagli assalti delle passioni, che cercano farti loro preda, può rendere innocuo il serpente infernale che non cessa un momento dal tentativo di avvelenare, con il suo alito pestifero, le anime redente. «Quegli che un giorno ha vinto la morte per noi, vince sempre in noi» (S. Cipriano Epist. 8, 3. ad Mart. et Conf.).

2.

L’Apostolo, dopo averci indicato il primo mezzo, mezzo assolutamente indispensabile, per vincere gli assalti del demonio e delle passioni, il ricorso a Dio; passa a parlare degli altri mezzi spirituali, che egli paragona alle parti dell’armatura del soldato romano. Rivestitevi dell’armatura di Dio. Armatevi da capo a piedi delle armi spirituali, affinché non siate presi all’improvviso dagli assalti del nemico. – I colpi improvvisi, se ben preparati, sono quelli che riescono meglio. I posti militari, presi all’improvviso dagli assalti di schiere ben guidate, finiscono quasi sempre col venire abbandonati dai difensori. Se non vogliamo venir travolti da qualche assalto, che le passioni ci facciano di sorpresa, bisogna stare continuamente all’erta, essere sempre pronti a respingere il primo attacco. In guerra si contrappone arma ad arma, sistema a sistema. Sistema del demonio è non dormire mai per poter cogliere il momento più propizio di muovere all’assalto. Sistema di difesa è quello di non lasciarsi cogliere nel sonno. Perciò S. Pietro, parlando appunto del demonio, che non si prende un momento solo di requie, esorta: «State raccolti, vigilate» (I Piet.: V, 8). Se ci dimentichiamo che le tentazioni possono svegliarsi quando meno lo pensiamo, verremo colti certamente di sorpresa; ci troveremo come disorientati, e difficilmente resisteremo. Non bisogna meravigliarsi, di nessun assalto. Furono tentati santi e sante di ogni età e condizione; non vorremo aver la pretesa d’esser solamente noi a sfuggire agli assalti delle passioni. Se ci meravigliamo, e, conseguentemente, ci turbiamo, le passioni non tarderanno a scuoterci, e a farci perdere terreno. Forti e sereni nella fiducia in Dio non titubiamo un momento, non cediamo in nulla. Se tu non rintuzzi con energia i primi attacchi, la passione diventerà più gagliarda, e a te verran meno a poco a poco le forze per resistere. In breve ti troverai lontano da Dio e assoggettato a satana, del quale prima avevi tanto orrore. Guardati dal primo errore. E primo errore, seguito da altri più gravi, è appunto il non combattere con energia e risolutezza la tentazione ai primi assalti. – Non bisogna neppur meravigliarsi se si risvegliano passioni che si credevano assopite. «Credetemi — dice S. Bernardo — tagliate, rigermogliano; scacciate, ritornano; estinte, si riaccendono; sopite si risvegliano… In tale cimento si può consigliar una cosa sola: osservare attentamente, e con pronta severità tagliare il capo delle rinascenti passioni appena spuntano» (In Cant. Cant. Serm. 58, 10). Stiam sempre preparati anche nei momenti di tregua, «poiché — osserva il Crisostomo — chi si preoccupa di combattimento durante la pace, in tempo di combattimento sarà terribile » (In Ep. 1 ad Tess. Hom. 3, 4).

3.

Soprattutto prendete lo scudo della fede.

Lo scudo della fede, con cui S. Paolo vuole che ci armiamo nel combattimento spirituale, è difesa efficacissima contro gli assalti delle passioni di qualunque genere. La fede p. e. insegna che i Cristiani sono «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ephes. II, 19). La loro vita deve, necessariamente, essere una vita di santità, che ha nulla a che fare con la vita di coloro che vivono lontani dal Signore. Il Cristiano, entrando con il Battesimo a far parte della famiglia di Dio, «l’ha fatta finita con il peccato per non servire alle umane passioni, ma alla volontà di Dio quel tempo che gli resta a vivere nella carne. (I Piet. IV, 2). Se nel momento della tentazione il Cristiano si ricordasse della sua dignità, degli obblighi che essa importa, della rinuncia fatta al peccato, non resterebbe facilmente vittima delle arti dello spirito maligno. – Il Beato Giuseppe Chang, martire cinese, viene esortato dai suoi nipoti a rinnegare la fede cattolica. Per smuoverlo dalla sua fermezza gli offrono una rilevante somma di danaro. «Ti offriamo mille taels d’argento — gli dicono — affinché possa vivere onestamente gli anni che ti restano». — «Perché, rispose il martire, accetterò io questo danaro? Che vantaggio me ne viene?» (C. Salotti: “I nuovi martiri annamiti e cinesi”. Roma, 1909). È la domanda che dovrebbe farsi ciascuno, quando si sente lusingare dalle passioni: Che vantaggio me ne viene? Il piacere che se ne spera è più immaginario che reale. Nulla è più certo delle pene che i piaceri ci fanno soffrire, e nulla è più incostante e misero del godimento che ci fanno sperare. Così potrebbe rispondere l’esperienza. La fede aggiunge un’altra risposta: Il vantaggio che ne avrai sono gli eterni tormenti. E «Chi di voi potrà abitare con un fuoco divoratore? Chi di voi abiterà tra gli ardori sempiterni?» (Isa. XXXIII, 14). – La fede c’insegna che Dio è dappertutto. Nessuno può dire : Mi nasconderò all’occhio di Dio, ed egli non conoscerà le mie opere. «Gli occhi di Dio sono molto più luminosi del sole; sorvegliano d’intorno tutte le vie degli uomini e la profondità degli abissi e penetrano nel cuor dell’uomo fino nei luoghi più riposti» (Eccli. XXIII, 28). Gli occhi di Dio vedono e contemplano il tuo contegno nella lotta contro le passioni, e intanto le sue mani intessono per te una corona.,, se sarai costante. In parecchi monumenti che si innalzano in memoria dei caduti in guerra è rappresentata la vittoria in atto di porgere la corona, o altro simbolo di gloria, a coloro che hanno lottato fino al trionfo. La corona che Dio prepara a quei che vincono nelle lotte spirituali val ben di più che un semplice simbolo. Dio, con la sua presenza, incoraggia chi lotta additandogli la corona del paradiso: «Al vincitore io darò la manna nascosta», (Apoc. II, 17) cioè il cibo dell’eterna beatitudine. Non dimentichiamo mai che Dio è sempre presente. «Solo così persevereremo senza cadere, se terremo sempre in mente che ci è vicino Dio».

Graduale

Ps LXXXIX: 1-2
Dómine, refúgium factus es nobis, a generatióne et progénie.
V. Priúsquam montes fíerent aut formarétur terra et orbis: a saeculo et usque in sæculum tu es, Deus.

[O Signore, Tu sei il nostro rifugio: di generazione in generazione.
V. Prima che i monti fossero, o che si formasse il mondo e la terra: da tutta l’eternità e sino alla fine]

ALLELUJA

Allelúja, allelúja Ps 113: 1
In éxitu Israël de Ægýpto, domus Jacob de pópulo bárbaro. Allelúja.

[Quando Israele uscí dall’Egitto, e la casa di Giacobbe dal popolo straniero. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt XVIII: 23-35
In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Assimilátum est regnum cœlórum hómini regi, qui vóluit ratiónem pónere cum servis suis. Et cum cœpísset ratiónem pónere, oblátus est ei unus, qui debébat ei decem mília talénta. Cum autem non habéret, unde rédderet, jussit eum dóminus ejus venúmdari et uxórem ejus et fílios et ómnia, quæ habébat, et reddi. Prócidens autem servus ille, orábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Misértus autem dóminus servi illíus, dimísit eum et débitum dimísit ei. Egréssus autem servus ille, invénit unum de consérvis suis, qui debébat ei centum denários: et tenens suffocábat eum, dicens: Redde, quod debes. Et prócidens consérvus ejus, rogábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Ille autem nóluit: sed ábiit, et misit eum in cárcerem, donec rédderet débitum. Vidéntes autem consérvi ejus, quæ fiébant, contristáti sunt valde: et venérunt et narravérunt dómino suo ómnia, quæ facta fúerant. Tunc vocávit illum dóminus suus: et ait illi: Serve nequam, omne débitum dimísi tibi, quóniam rogásti me: nonne ergo opórtuit et te miseréri consérvi tui, sicut et ego tui misértus sum? Et irátus dóminus ejus, trádidit eum tortóribus, quoadúsque rédderet univérsum débitum. Sic et Pater meus cœléstis fáciet vobis, si non remiséritis unusquísque fratri suo de córdibus vestris.

“Il regno dei cieli è assomigliato ad un re il quale volle trarre i conti con i suoi servi. E avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E non avendo egli da pagare, il suo padrone comandò ch’egli, la sua moglie e i suoi figliuoli e tutto quanto aveva fosse venduto, e così fosse pagato. Allora quel servo cadendo a terra, si buttò davanti a lui, dicendo: Deh! abbi pazienza verso di me, e ti pagherò tutto. E il padrone impietosito di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Ora quel servo, uscito fuori, trovò uno de’ suoi conservi, il quale gli  doveva cento danari, ed afferratolo, lo strangolava, dicendo: Pagami ciò che mi devi! E quel suo conservo, cadendo in terra, lo pregava, dicendo: Abbi pazienza verso di me, ed io ti pagherò tutto. Ma colui non volle; anzi andò e lo cacciò in prigione finché avesse pagato il suo debito. Ora i conservi di lui, veduto il fatto, ne furono grandemente rattristati, e vennero al padrone e gli narrarono tutto il fatto. Allora Il signore lo chiamò a sé e gli disse: Servo malvagio! io ti condonai tutto quel debito, perché tu me ne avevi pregato. E non era dunque giusto che tu avessi pietà del tuo conservo, com’io ancora aveva avuto pietà di te? E adirato il suo padrone, lo diede in mano ai carcerieri infino a tanto che avesse pagato tutto il debito. Così farà ancora il Padre mio celeste con voi, se non rimetterete di cuore ciascuno al proprio fratello i falli suoi „

OMELIA II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra l’amor de’ nemici.

Sic pater meus cœlestis faciet vobis, si non remiseritis unusquisque fratri suo de cordibus vestris. Matth. XVIII.

Non è dunque, fratelli miei, un semplice consiglio che Gesù Cristo ci dà di perdonare le ingiurie; ma un precetto che obbliga con tutto il rigore; del che è facile convincersi coll’applicazione della parabola riferita nell’odierno Vangelo. Un re che voleva far render conto ai suoi servi ne ritrovò uno che gli doveva diecimila talenti. E siccome quest’uomo non aveva onde pagare, il re comandò che fosse venduto con la moglie, con i figliuoli e tutti i suoi beni per soddisfare quel debito: si getta questo servo a’ piedi del suo padrone, gli chiede tempo e gli promette di fare quanto potrà per soddisfarlo. Mosso da compassione, il padrone gli accorda di più della sua domanda e gli rimette interamente il suo debito. Tanta carità doveva senza dubbio istruire questo servo infedele; ma no; trova egli uno di coloro che con lui servivano, il quale gli doveva cento danari ed afferrandolo gli chiede con estremo rigore quello che gli è dovuto. Si getta questi ai suoi piedi per domandargli tempo, ma l’altro gliene ricusa e lo fa mettere in prigione sinché l’abbia pagato. In formato il padrone della condotta di quel ribaldo servo, lo chiamò a sé e gli disse: Commosso dalle tue preghiere, ti ho rimesso lutto il tuo debito: non conveniva egli che tu pure avessi pietà del tuo compagno, siccome io l’ho di te avuta? Ciò detto, lo consegnò ai carnefici per tormentarlo sintantoché avesse pagato quanto gli doveva. – Niuno è tra voi, fratelli miei, il quale sdegnato non sia della condotta di quell’uomo, e che non approvi la sentenza di condannazione contro di lui portata: ma non riconoscete voi in questo il vostro ritratto, e non dovete rivolgere contro voi medesimi tutto il vostro sdegno? Non siete voi forse infatti quel servo ingrato che con un’infinità di peccati avete contratto col Re dei re un debito che non potreste giammai esattamente pagare? Voi gli avete domandata grazia, ed Egli ve l’ha infinite volte accordata; e voi non volete perdonare un’offesa leggiera che un vostro fratello vi ha fatta? Ma che dice Gesù Cristo al fine della sua parabola: Voi avete veduto come questo ribaldo servo è stato trattato dal suo padrone, ed in simil guisa vi tratterà il mio Padre celeste, se voi non perdonate al vostro fratello con tutto il vostro cuore: Sic Pater meus cœlestis faciet vobis, si non remiseritis unusquisque fratri suo de cordibus vestris. Non solamente dunque è nostro dovere di perdonar le ingiurie, ma è ancora nostro interesse. Con tutto ciò si può dire che questa legge è una delle più mal osservate tra gli uomini. Nulla di più importante che l’obbligo di perdonar le ingiurie, di amare i suoi nemici, primo punto; nulla di più vano che i pretesti che si allegano per esentarsene, secondo punto.

1. Punto. Un obbligo fondato sopra un comando che Dio ci fa, sopra l’esempio che ci dà Gesù Cristo e sul nostro proprio interesse, deve senza dubbio essere riguardato come un obbligo molto importante: tale è quello di perdonar le ingiurie, di amare i suoi nemici. Sì, fratelli miei, Dio ci fa un comando di amare i nostri nemici, comando il più giusto ed il più utile al bene della società: Ego autem dico vobis; diligite inimicos vestros (Matt.V). Sono queste parole di Gesù Cristo medesimo: quanto a me Io vi dico, amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano: Benefacite his qui oderunt vos. Voi avete creduto sino al presente, diceva ai Giudei questo divin Salvatore, per una falsa tradizione che viene dai vostri padri, che bastava amar coloro che vi amavano e che potevate odiare quelli che vi odiavano; ma Io vi dico, Io vi comando di amare i vostri nemici: Ego autem etc. Pesate ben bene, fratelli miei, la forza di queste parole: Ego , cioè Io che sono vostro Signore vostro re, vostro Dio, Io da cui dipendete in tutte le cose; Io da cui voi avete tutto a sperare e tutto a temere: Io non vi prego, non vi consiglio solamente, ma vi comando di volere e di fare del bene ai vostri nemici: Ego autem. Se fosse un grande del mondo, un re della terra, che v’intimasse su di ciò i suoi ordini, voi potreste dire che non si estende sin là il suo potere; ma potete voi ricusare di ubbidire a me, che sono vostro Dio, da cui avete ricevuto l’essere, che ha diritto su tutti i movimenti del vostro cuore, che può non solamente perdere il vostro corpo ma ancora la vostr’anima per sempre? Ego autem, etc. Iddio, fratelli miei, ha talmente a cuore l’osservanza di questo precetto che rigetta qualunque sacrificio, se non si rinuncia alla vendetta; mentre se voi offrite il vostro dono all’altare, dice Gesù Cristo, e vi sovvenga che vostro fratello ha qualche cosa contro di voi, lasciate ivi la vostr’offerta ed andate prima a riconciliarvi con lui, perché io preferisco la misericordia a questo sacrifizio: Vade prius reconciliari fratri tuo (Matth. 5). Vale a dire, invano vi risolvereste a far tutto il bene possibile, facendo tutte le buone opere che dipendono da voi, pregare, digiunare, mortificarvi con tutti i rigori della penitenza, arricchire gli altari con le vostre offerte, sovvenire i poveri con le vostre limosine, abbandonar i vostri corpi sino a soffrire il martirio: se voi conservate nel vostro cuore qualche rancore contro il vostro prossimo, se non vi riconciliate con quella persona con cui siete sdegnati, tutte le vostre mortificazioni, il martirio medesimo a nulla si servirebbe: e perché mai? Perché mancate ad un punto essenziale della legge, non avete la carità, che d’essa è la pienezza e senza di cui tutto il restante è un nulla: Si charitatem non habuero, nihil sum (1 Cor. XIII). Si può, fratelli miei, non deplorare a questo proposito la sorte di un’infinità di Cristiani che menano peraltro una vita assai regolata, che fanno molte buone opere, s’accostano ai sacramenti, frequentano le chiese, sono aggregati a pie società, e che conservano, contro il loro prossimo dei risentimenti che non vogliono soffocare, che perseverano ostinatamente in una rea indifferenza per certe persone che han fatto loro qualche scortesia o che loro dispiacciono? Oh quante preghiere inutili! Quante buone opere perdute! Quanti sacramenti profanati! Oh quanto resteranno ingannati all’ora della morte, dopo aver tanto faticato, di non ricevere alcuna ricompensa dei loro pretesi meriti, perché non avranno soddisfatto ad un comando il cui adempimento fa la perfezione del Cristianesimo ed uno dei caratteri più distintivi del Cristiano. – Infatti, fratelli miei, siccome non apparteneva che a Dio il farci un simile comando, così non apparteneva che all’uomo cristiano l’eseguirlo; mentre limitare la sua virtù ad amar coloro che ci amano, a far del bene a coloro che ce ne fanno, che cosa è fare di più, dice Gesù Cristo, di quel che fanno i pagani? Converrebbe non esser uomo per esser insensibile all’amicizia ed ai benefizi; voi siete Cristiano ed in questa qualità siete i figliuoli del Padre celeste, che fa nascere il suo sole anche sopra i malvagi; affinché dunque voi siate perfetti, come perfetto è il vostro Padre celeste, non dovete contentarvi di amar coloro che vi amano, di far del bene a coloro che ve ne fanno; voi dovete ancora amar coloro che vi odiano, far del bene a quelli che vi fan del male: Benefacite his qui oderunt vos. Nulla di più giusto, fratelli miei, che questo comandamento, poiché egli viene da un Dio che ha ogni autorità su di voi e che può disporre di voi; ma nulla altresì che meglio provi la saviezza della provvidenza. Dall’osservanza di questa legge dipende la pace ed il buon ordine che deve regnare nel mondo; mentre se la vendetta fosse permessa, che diverrebbe la società? Sensibili come noi siamo e ripieni dell’amore di noi medesimi, il mondo non sarebbe più che un teatro sanguinoso di guerre, di stragi e di uccisioni; chiunque si crede offeso, fulminerebbe egli medesimo i suoi decreti contro il colpevole; ed a quali estremi non si porterebbe mai il furore dei vendicativi contro quei medesimi che li avrebbero senza intenzione offesi? Chi può lusingarsi di non dare giammai il suo prossimo motivo di dispiacere? Converrebbe per conseguenza rinunciare ad ogni commercio con gli uomini ed abitare con le bestie nei deserti: dunque con altrettanta sapienza che equità, Dio col comando che ci fa di perdonar le ingiurie, di amare i nostri nemici, ha voluto opporre un argine alle passioni del cuore umano. Possiamo dopo questo, o mio Dio, lamentarci di una legge così saggia e così giusta, che procura la pubblica tranquillità, principalmente se facciamo attenzione che voi ne avete spianate le difficoltà coll’esempio, che ci avete dato di fare quel che ci comandate? No, fratelli miei, non solamente con le parole, ma ancora coll’esempio, Gesù Cristo ci ha insegnato il perdono delle ingiurie, l’amore dei nemici: per poco di cognizione che voi abbiate della vita che questo Dio salvatore ha menata sulla terza, potete voi ignorare con qual dispregio egli è stato trattato, quali atroci affronti ha sofferti, di quanti obbrobri è stato satollato? Come si è vendicato degli oltraggi dei suoi nemici? Sempre coi benefizi: Egli ha renduta la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, Egli guariva gl’infermi di una nazione la quale non cercava che di distruggerlo. Che rispondeva Egli alle accuse che facevansi contro di Lui avanti ai tribunali, ove era trattato da malfattore, da scellerato? Egli osservava il silenzio, dice il Vangelo: Jesus autem tacebat (Matth. XXVI). Oh quanto è mai eloquente, fratelli miei, il silenzio di Gesù Cristo! Che bella istruzione si è per voi! Quando vi trattano con dispregio, quando vi opprimono d’ingiurie, ricordatevi allora del silenzio di quest’uomo di dolore ed osservatelo al par di Lui: Jesus autem tacebat. Con qual pazienza ricevette Egli nella casa del pontefice l’oltraggio più umiliante con uno schiaffo onde fu percossa l’adorabile sua faccia? Qual fu allora il suo contegno? Egli non aveva che a parlare, ed il perfido autore di un’azione sì detestabile sarebbe precipitato nel profondo dell’abisso: ma si contenta di dirgli: Se io ho parlato male rendete testimonianza del male che ho detto; ma se ho parlato bene, perché mi battete? Oh pazienza di un Dio! Quanto siete capace di confondere, di arrestare i trasporti della vendetta! Che avreste voi fatto in simile occasione, o vendicativi, se aveste avuto il potere di Gesù Cristo, voi che vi date tanto movimento per aver soddisfazione di un insulto molto meno considerabile di quello che Egli ricevette? Ma per confondervi ancora di più, trasportatevi in ispirito sul Calvario per udire le ultime parole di un Dio agonizzante su d’una croce. Di già è Egli spossato affatto di forze per l’effusione del suo sangue. Egli non ha più che un momento a vivere, ed impiega questo momento e fa l’ultimo sforzo per indirizzare a suo Padre una preghiera. Ma qual preghiera! Ella è forse per sollecitare la condanna de’ suoi carnefici? No, fratelli miei, ma per domandar grazia in loro favore. Eterno Padre, dice Egli, esaudite i voti di un Figlio moribondo che vi prega di perdonar ai suoi nemici. Benché degni siano questi scellerati di provare tutto il rigore dell’ira vostra pel deicidio di cui si rendono colpevoli, dimenticate i loro misfatti e fate loro sentire soltanto le dolcezze della vostra misericordia: Pater ignosce illis (Jo. XXIII). Che dite a questo esempio, vendicativi? Non sarà egli capace di calmare le vostre amarezze, di reprimere i movimenti della vostra vendetta? Nel mentre che un Dio onnipotente, che può in un istante schiacciare coloro che lo perseguitano, diventa loro protettore, voi vermi di terra, cenere e polvere, peccatori sciagurati, voi volete vendicarvi? Ah! meritate voi forse il nome di Cristiani e di discepoli del Dio delle misericordie? Invano direte voi che Gesù Cristo era Dio e che poteva benissimo soffrire gli oltraggi de’ suoi nemici; ma Egli era uomo, ed in questa qualità eravi tanto più sensibile, quanto che non li aveva in alcun modo meritati. – Ma volete voi degli esempi più proporzionati alla vostra debolezza? Mirate un s. Stefano, il primo de’ martiri, assalito da una tempesta di pietre che i suoi nemici gettano su di lui; egli piega le ginocchia per chieder a Dio di non imputar loro questo peccato: Domine, ne statuas illis hoc peccatum. Mirate innumerabili martiri, che abbracciano i loro carnefici, loro perdonano la propria morte e pregano per essi; si è con questa eroica carità che fanno conoscere agli idolatri la verità della nostra santa religione e che li attirano nel suo seno; perciocché non vi è che una Religione del tutto divina, per testimonianza dei pagani medesimi, la quale possa persuadere un’azione cosi eroica come il perdono delle ingiurie. È forse per questo mezzo, fratelli miei, che voi rendereste al giorno d’oggi testimonianza alla vostra Religione? Oimè! i vostri odi, le vostre vendette, le vostre dissensioni non sarebbero esse piuttosto capaci di allontanarne coloro che vorrebbero abbracciarla? Ma che risponderete voi avanti a Dio all’esempio dei santi? Potete voi scusare la vostra vendetta, come pretendete adesso, sull’atrocità dell’ingiuria che avete ricevuta? Ma avete voi resistito come essi, sino a spargere il vostro sangue? Paragonate i malvagi trattamenti di cui vi lamentate con quelli che essi hanno tollerati; imponete silenzio ad una natura troppo sensibile, di cui voi ascoltate la voce piuttosto che quella della vostra Religione. Ma, miei cari uditori, io ho qualche cosa di più convincente ancora a proporvi: la salute è di tutti gli affari quello che più merita le nostre sollecitudini: or la fede c’insegna che la nostra riprovazione è inseparabile dall’odio che noi conserviamo per li nostri nemici. Per esser salvo, bisogna ottenere il perdono dei propri peccati; ora il perdonare ai nemici è l’unica via che ci può far trovar grazia presso di Dio. Il Vangelo è chiaro su di ciò: perdonate, dice egli, e vi si perdonerà: Dimettite, et dimittemini (Luc. VI). Volete voi esser trattati con misericordia? Trattate gli altri nello stesso modo, perché sarete misurati con la medesima misura con cui avrete misurati gli altri; sono questi gli oracoli di Gesù Cristo; la stessa verità, che non ammette alcun dubbio e che non può mancare del suo adempimento. Voi avete, fratelli miei, infinite volte offeso, oltraggiato il vostro Dio; voi gliene domandate ogni giorno perdono; Egli ve l’accorderà, ma a condizione che perdonerete voi medesimi a chi vi ha offeso. A voi tocca decidere della vostra sorte: perdonate e siete sicuri di ottenere il vostro perdono. Poiché, quando voi avrete perdonato, potrete dire a Dio: Signore, io ho fatto quel che mi avete domandato; io ho adempiuta la condizione cui avete annesso il mio perdono; permettetemi di esigere il mantenimento della vostra parola: voi avete detto che fareste misericordia a chi la farebbe; io son certo della sincerità, delle vostre promesse, dunque io posso riguardare la mia riconciliazione come certa e sicura. Qual motivo di consolazione, poter esser certi, quanto possiamo esserlo in questa vita, che siamo in grazia con Dio, che portiamo un segno di predestinazione che ci dà diritto al suo regno! Ecco, fratelli miei, il gran vantaggio che si trova nel perdonar le ingiurie. A che pensate voi dunque, vendicativi, che ricusateci seguire una massima sì saggia in sé stessa e vantaggiosa nei suoi effetti? Voi sapete che non otterrete misericordia se non in quanto voi l’avrete fatta agli altri, e non volete esercitare questa virtù verso colui che vi ha offeso? Rinunciate dunque ad ogni speranza di perdono o di salute eterna: simili al servo del Vangelo, i debiti che il prossimo ha contratti con voi non possono paragonarsi a quello di cui voi siete debitori alla giustizia di Dio. Tuttavia, sebbene numerose e gravi siano le vostre offese, sebbene abbiate voi contratto un gran numero di debiti, Dio vuole benissimo cedere i suoi diritti, purché voi cediate i vostri riguardo al vostro prossimo; ma voi ricusate simili proposizioni, voi volete profittare della superiorità che avete su di lui per appagare il vostro odio ed il vostro furore? E bene, vendicatevi, fate sentire al vostro nemico tutta la vivacità del vostro sdegno; ma sappiate che Dio vi tratterà senza misericordia, come voi avete trattato il vostro fratello: Sic Pater meus cœlestis faciet vobis (Matth. XVIII). Non recitate dunque più una preghiera, che non potete dire senza pronunciare la sentenza di vostra condannazione. Iddio esaudendovi per vostra disgrazia, vi dirà: Voi m’avete domandato di perdonarvi, come voi perdonavate a coloro che vi avevano offeso; Io vi giudico da voi medesimi: voi medesimi mi avete dettata la sentenza che proferisco: giacché non avete fatta misericordia, non avete a sperarne da me: De ore tuo te indico (Luc. XIX). Vale dunque a dire che quando fate a Dio questa preghiera, voi gli dite: Signore, io rinuncio alla vostr’amicizia, alla mia felicità eterna, io eleggo l’inferno per mia porzione. Oh crudele vendetta! molto più nocevole all’uomo che tutte le disgrazie, le calamità della vita, che tutti i cattivi trattamenti dei suoi nemici! Tutti gli uomini insieme potrebbero forse portargli colpi cosi funesti come porta egli a sé stesso, poiché perde la sua anima per sempre, e durante l’eternità porterà il peso delle vendette del Signore? Ah! fratelli miei, se voi volete vendicarvi d’un nemico, si è contro la vostra vendetta ed il vostro sdegno che dovete armarvi, dice s. Agostino; egli è il più gran nemico che voi abbiate; vendicatevi di questo nemico con la clemenza e con la mansuetudine; questa vittoria vi guadagnerà il cuore di Dio e sarà coronata d’una gloria eterna.

SECONDO PUNTO PER UN SECONDO DISCORSO

Sopra l’amore dei nemici.

Ego autem dico vobis, diligite inimicos vestros.

– Matth. V-

Io vi ho fatto vedere, fratelli miei, nella precedente istruzione l’obbligo indispensabile che noi abbiamo di perdonar le ingiurie di amare i nostri nemici. Obbligo fondato sul comando che ce ne fa Iddio, sull’esempi o che ce ne dà Gesù Cristo e sul nostro proprio interesse. Contuttociò, benché forti siano questi motivi per ogni uomo cristiano, benché questo precetto sia uno dei più positivi e dei più precisi che siano nel Vangelo, può dirsi che non ve n’è alcuno più combattuto dall’amor proprio e contro di cui si trovino più pretesti. Gli uni, e sono i vendicativi, cercano di scuotere interamente il giogo della fede, non vogliono perdonare, ma render male per male, e non allegano per giustificare le loro vendette che ragioni le quali ne provano piuttosto l’ingiustizia. Gli altri, e sono gli indifferenti, vorrebbero raddolcire il giogo della legge, conciliarla con le loro passioni, perdonare ai loro nemici, ma si persuadono che non sono obbligati né di amarli né di far loro del bene: ragioni vane, di cui noi dimostreremo la frivolezza in due riflessioni che divideranno questo discorso. Quali sono i precetti su cui i vendicativi appoggiano la loro vendetta? 1. Si è la difficoltà di perdonare un’ingiuria, principalmente quando è atroce; il che è impossibile alla natura: 2. Si è un punto d’onore che convien sostenere o vendicare: 3. E lo zelo che bisogna avere per reprimere il vizio, a fine di correggere i malvagi: 4. La facilità che dassi ad un nemico di fare nuovi insulti: 5. Siamo stati offesi i primi, non dobbiamo accordar il perdono se non ci è domandato.

Primo pretesto: La difficoltà di perdonar un’ingiuria principalmente quando è atroce. Come, dice taluno, si può amar colui che ci odia e ci perseguita, che s’impadronisce dei nostri beni, lacera la nostra riputazione, ci minaccia della morte; ah! questo è molto duro: Durus est hic sermo. Chi mai, chi può riportare su di sé una simil vittoria? Bisogna essere insensibile, non essere uomo, per non vendicarsi. No, fratelli miei, Dio non vi comanda di esser insensibili; la religione non distrugge i sentimenti della natura, ma li reprime e li corregge. Essa vi permette le sensibilità, ma vi proibisce di seguirne i moti. Iddio nulla chiede d’impossibile: Egli vi comanda di soffocare ogni sentimento di vendetta e di perdonare al vostro nemico. Questo è dunque in vostro potere; la pratica è difficile, lo confesso; ma evvi forse del merito dove non v’è violenza a farsi? Tutte le virtù cristiane non hanno forse la loro difficoltà? Questa è una delle più grandi, lo so, perché le ripugnanze dell’amor proprio non vi sono punto ascoltate, e bisogna esser animato da un grande amor di Dio per fare un simil sacrificio; ma voi lo sapete, fratelli miei, il cielo non si guadagna che con violenza, e coloro che riportano la corona non l’ottengono che a questo titolo; egli è duro di perdonare, ma sarà molto più duro essere dannato: funesta alternativa, di cui nulladimeno voi dovete esser certi. Inoltre, fratelli miei, la cosa non è già sì diffìcile, come voi ve l’immaginate ; egli è sovente più difficile il vendicarsi che il perdonare: per perdonare, basta volerlo; e quanto non costa mai per soddisfare la sua vendetta? A che noi non ci esponiamo? Quale incertezza sull’esito dei mezzi che per un tal fine si prendono! Qual timore di trovare della resistenza in un nemico che trova sempre l’occasione di nuocere ad un avversario che si vendica! laddove perdonando ci procuriamo la pace dell’anima; pace soave che sola sulla terra è il principio e l’origine della nostra felicità. Egli è dunque molto più dolce il perdonare che il vendicarsi d’un’ingiuria, per quanto possa ella essere atroce.

Secondo pretesto. Ma vi va del mio onore, dice il vendicativo. Per chi sarò io tenuto nel mondo? Mi prenderanno per un vile e codardo, e diverrei l’oggetto del dispregio e dei motteggi degli uomini, se altri mi offendesse impunemente; inoltre il mio onore è offeso nell’ingiuria ch’egli mi ha fatta; egli ha oscurata la mia riputazione con nere calunnie: non sono io dunque in diritto di procurare con una vendetta proporzionata la restituzione di un bene di cui Dio mi ha confidata la cura? Così parla il mondo, ed il suo linguaggio è pur troppo sovente ascoltato, con dispregio di quello che ci tiene la Religione. Ma qual dei due deve vincerla sull’altro, la passione che chiede la vendetta, o la Religione che comanda il perdono? Chi dobbiamo più ascoltare, il mondo, da cui nulla abbiamo ad aspettare, o Dio, da cui abbiamo tutto a temere e tutto a sperare? Il mondo dice: convien vendicarsi, e Dio prescrive di perdonare. Amate voi Meglio incorrere la disgrazia di Dio, piacere al mondo che dispiacere al mondo per aver l’amicizia di Dio? Se è il mondo che dee rendervi felici, ascoltatelo pure, ve lo permetto; ma se è Dio solo da cui dipendete in ogni cosa e che deve fare la vostra felicità eterna, potete voi esistere di ubbidirgli? Dica il mondo quel che verrà. Dio vuole che voi perdoniate ; non vi è intelletto umano che non debba cedere ad una sì rispettabile autorità: ci va della vostra salute nel perdono che dovete accordare ad un nemico; la salute non deve forse vincerla sopra una pretesa perdita d’onore e su tutto ciò che può d’altra parte interessarvi? Questa sola ragione basta per distruggere ogni pretesto che possiate allegare per giustificar la vendetta. – Ma io voglio prendervi per lo stesso principio d’onore a cui voi siete sì sensibili. In che consiste, fratelli miei, il vero onore? Non consiste forse in fare la volontà di Dio, in adempiere il dovere di Cristiano? Non è forse questo che vi attirerà la stima delle persone dabbene? E di chi dovete voi cercare la stima? Non è forse degli uomini di probità? Se la vostra indulgenza nel perdonare vi attira qualche dispregio, ciò sarà al più da qualcheduno senza religione, di cui voi dovete dispregiare i giudizi e sacrificare la stima a quella di Dio. Ma credete voi ancora che lo stesso mondo profano vi dispregerà per avere sacrificato un risentimento contro un nemico? No si ode spesso dire dagli uomini più perversi che nulla vi è di più grande, nulla di più eroico che il perdonare? Davide non fu egli più degno di lode perdonando a Saul, la cui vita era nelle sue mani nella spelonca ove lo ritrovò addormentato, che per la vittoria che riportò sul gigante Golia? V’è maggior gloria, dice il Savio, nel trionfare delle sue passioni che nel riportare vittorie, guadagnar battaglie, conquistarvi imperi. Non bisogna dunque spaventarvi d’un’ombra d’ignominia che non esiste che nella vostra fantasia, poiché egli è più glorioso il perdonare che il vendicarsi. – Ma, dite voi, il mio onore è offeso, quel nemico mi ha diffamato nel mondo, ha talmente denigrato la mia riputazione che non oso più comparirvi. Non posso io forse e non deggio cancellare le malvage impressioni che i suoi discorsi han lasciate nello spirito degli altri? Sì, fratelli miei, voi potete cancellare questa macchia onde siete stati infamati. Ma come? sarà forse con la vendetta? No, perché ella vi è vietata. Voi avete altri mezzi di rendere alla vostra riputazione lo splendore che le è stato tolto. Mentre, o voi avete data occasione ai discorsi che si sono tenuti sul fatto vostro, o questi discorsi sono il frutto della calunnia. Se voi vi avete dato motivo, correggetevi e chiudete la bocca ai vostri nemici. Se la vostra coscienza vi dichiara innocente al suo tribunale, il mondo vi conoscerà e prenderà il vostro partito. La vergogna, e l’ignominia, onde il vostro nemico ha voluto ricoprirvi , ricadrà su di lui. – Ma non posso io forse, dite voi, servirmi delle vie della giustizia per avere la riparazione del mio onore? Voi lo potete, è vero, se esse sono necessarie per riparare e conservare il vostro onore. Ma badar dovete che la passione non guidi giammai i vostri passi, e che, sotto pretesto di farvi rendere giustizia, non cerchiate di soddisfar la vendetta. Conservate sempre alla carità i suoi diritti legittimi e non ricorrete ai privilegi delle leggi che dopo aver provati inutilmente gli altri mezzi; perché è ben raro che nel punire un’ingiuria non si oltrepassino i limiti di un’esatta moderazione. Inoltre quanto costa per avere una soddisfazione per giustizia! A che non conviene esporsi? Un nemico per giustificarsi commetterà nuove ingiurie, esaminerà la vita del suo accusatore, andrà a ricercare sino nelle ceneri dei suoi antenati per scoprire e rivelare cose infamanti, che non si erano giammai sapute o erano già sepolte nelle ombre della tomba. Così accade spesso che più un vendicativo fa sforzi per procurarsi una riparazione, più si disonora; laddove la clemenza procura il riposo, e si trova la tranquillità nella dimenticanza delle ingiurie. Tutto si cancella col tempo; siate sempre uomo dabbene, e la vostra riputazione che è stata oscurata riprenderà il suo primiero splendore, e sarà sempre al coperto dai colpi dei vostri nemici.

Terzo pretesto del vendicativo. Il vizio si autorizza coll’impunità, ed il pubblico bene chiede di arrestarne il progresso. Un nemico si prevarrà della mia indulgenza per farmi nuovi insulti. Non è forse una ragione legittima pretendere la riparazione dell’offesa che mi è stata fatta? Non bisogna tollerar il vizio, fa d’uopo arrestarne i progressi, è vero, ma non con un mezzo che Dio ci proibisce; ciò sarebbe cader in un altro vizio. Il Signore si è riserbata la vendetta: Mea est ultio (Deut. XXXII). Sarebbe un attentare ai suoi diritti il servirci di questo mezzo. Egli è un effetto dello zelo correggere il vizio, reprimere l’audacia dei malvagi; ma quanto è a temere che la vendetta non si copra del manto dello zelo e che sotto questo pretesto non si cerchi di contentare la sua passione. Sapete voi, fratelli miei, che un mezzo eccellente di correggere il vostro nemico è perdonargli e rendergli bene per male, perché questo nemico, se non ha soffocato in se stesso ogni sentimento di religione e di ragione, sarà commosso dalla vostra clemenza e si convertirà; quindi voi accumulerete carboni di fuoco sul suo capo, come dice s. Paolo: mentre se lo guadagnate con i vostri benefici, la carità, che è un fuoco, s’impadronirà del suo cuore, ed egli sarà forzato ad amarvi; se persiste nella sua durezza, diverrà la vittima delle vendette eterne, e voi meriterete le celesti ricompense.

Quarto pretesto. No, mi dite voi, il mio nemico non diventa migliore; io gli ho di già perdonato più volte, ed egli non lascia di offendermi e di perseguitarmi. Convien dunque sempre perdonare? Ella è cosa dura, nol nego, aver a fare con uomini d’un sì malvagio carattere; ma finalmente, fratelli miei, perché quell’uomo è cotanto ribaldo, volete esserlo voi ancora e perdervi com’egli, rendendovi disubbidienti ad una legge che Dio v’impone? Volete voi perdere un tesoro di meriti che potete acquistare col sacrificio dei vostri risentimenti? Voi siete Cristiani; dovete dunque riguardare le persecuzioni del vostro nemico come altrettante occasioni favorevoli di meritar il cielo,poiché non è che per mezzo delle tribolazioni che si può arrivare a quel beato soggiorno; non dovete voi al contrario rallegrarvi, come gli Apostoli e i martiri, che il Signore vi trovi degni di soffrire qualche cosa per la gloria del suo nome? Se ascoltate i sentimenti di vostra Religione, dovete fare maggior caso delle persecuzioni del vostro nemico che vi diffama, che delle adulazioni di chi applaude, perché quelle ci aprono la strada del cielo, laddove le lodi di un adulatore ci conducono alla perdizione. Voi avete perdonato più volte, e nulla avete potuto guadagnare sul cuore del vostro nemico; ma voi avete molto guadagnato sul cuore di Gesù Cristo, che vi dice di perdonare settanta volte sette, cioè ogniqualvolta voi siete offesi: Septuagies septies. – Ma quel nemico s’impadronisce ingiustamente dei miei beni, mi suscita cattivi affari; bisogna forse lasciar tutto, e la Religione ci toglie forse i mezzi di difenderci? No, fratelli miei, Dio non v’impedisce di opporvi alle ingiustizie che altri vuol farvi; ma non è già con render il male che dovete difendervi. Voi avete dei mezzi legittimi che le leggi v’accordano per mettervi al coperto dalle ingiustizie. Servitevene pure, se non potete dispensarvene: ma guardatevi bene dal seguire i movimenti della vostra passione; perdete tutto ciò che avete al mondo piuttosto che la carità, che fa lo spirito del Cristianesimo. Voi potete conservare questa virtù coi vostri beni e col vostro onore, purché non vi allontaniate giammai dai principi della Religione; operate sempre come vorreste aver fatto alla morte, e nulla vi perderete.

Quinto pretesto. Io consento volentieri a perdonare, direte voi, se il mio nemico riconosce il suo mancamento; se si sottomette e mi rende la soddisfazione che domando. Non sono stato io il primo ad offendere, non tocca dunque a me di fare i primi passi della riconciliazione. Io convengo, fratelli miei, che il vostro nemico deve darvi soddisfazione; che nel procedere ad una riconciliazione vi sono certe regole da osservare secondo le circostanze del tempo e la qualità delle persone offese, il che non prendo a qui discutere. Ma quantunque il vostro nemico non voglia darvi alcuna soddisfazione né sottomettersi a dimandarvi perdono, in qualunque stato voi siate, qualunque grado occupiate, voi non siete meno obbligati a perdonargli e ad amarlo. Il Signore non vi dice di perdonare quando altri vi chiederà perdono, vi dice semplicemente di perdonar l’offesa che vi è stata fatta, di amare chi vi odia, di far del bene a chi vi fa del male; voi lo dovete dunque indipendentemente dalle sommissioni, dalle riparazioni che esso vi deve. Benché elevato voi siate al di sopra di quel nemico per il vostro grado e per la vostra condizione, egli è vostro fratello cristiano; voi dovete in questa qualità accordargli la vostra benevolenza, ma d’altra parte, benché superiore voi siate a quel nemico, lo siete voi forse più a suo riguardo? Contuttociò non vi previene egli il primo ? Non vi ricerca egli forse dopo che voi l’avete offeso? Ecco l’esempio che dovete seguire. Siete stato, dite voi, offeso il primo: ecco il linguaggio ordinario di tutti coloro che non vogliono perdonare. Ascoltate due nemici: nessuno vuole riconoscere il suo torto, ciascuno pretende essere stato offeso; quindi ne viene che niuno vuol essere il primo a chiedere scusa; l’orgoglio che predomina la maggior parte degli uomini, li ritiene e li impedisce dall’eseguire un progetto che la grazia inspira. Crediamo essere cosa vile e bassa il chiedere scusa, e che tocca al nostro avversario cercar di rientrar in grazia con noi; quel nemico pensa lo stesso: così ciascuno rimane nel suo stato, cioè in uno stato di dannazione. Ah! se gli uomini avessero più umiltà, non vi sarebbero più inimicizie: colui che avesse offeso altrui riconoscerebbe il suo torto; colui, che fosse stato offeso s’abbasserebbe sino a ricercar il suo nemico per dargli segni della sua carità. Ma io temo, direte voi, di comparire avanti a quella persona; ella mi riceverà male, si farà beffe della mia semplicità, giungerà eziandio sino a conchiudere dal mio modo di procedere che mi stimo felice ancora di confessare con questo che ho torto e di poter riguadagnare la sua amicizia con questa pretesa confessione; tali sono, fratelli miei, le scuse dell’amor proprio schiavo d’un frivolo timore, il quale non è che l’effetto dell’orgoglio. Voi temete che quella persona vi riceva male: ma che ne sapete voi! Cominciate primieramente a fare i primi passi per mezzo di qualche amico comune, andate in appresso voi medesimo, e vedrete che il vostro timore era mal fondato. Ma io sono stato di già mal ricevuto, quella persona si è burlata di me ed ha pubblicato che io era stato ben contento di domandarle perdono; egli è vero che vi sono uomini fieri a tal segno nella loro inimicizia di condursi in siffatta maniera: ma guai a coloro che non corrispondono ai modi di procedere della carità; ben lungi dallo scusarli, qualunque ragione abbiano dal canto loro, essi sono in uno stato di dannazione, tosto che rigettano la pace che vien loro offerta. Quanto a voi, che avrete fatto il vostro dovere, facendo la volontà di Dio, voi guadagnerete il cielo; voi non risponderete a Dio dell’altrui volontà ma della vostra. Dio non esige che voi cangiate quel nemico, ma che vi cangiate voi a suo riguardo. Quanti mezzi una carità ingegnosa non sa ella trovare per disarmar l’ira d’un nemico ? Abbiate questa carità, fratelli miei, e voi verrete a capo di tutto. Ma forziamo l’orgoglio sino negli ultimi ripari, facendo vedere all’indifferente medesimo che il sacrificio, che egli fa dei suoi risentimenti è una trasgressione palliata del precetto della carità; seconda riflessione. Io perdono al mio nemico, dice l’indifferente; io rinunzio alla vendetta, non gli farò alcun male, neppure gliene desidero alcuno; son determinato a non più conservar odio per lui, consento a rinnovare con lui gli antichi uffizi che l’inimicizia aveva interrotti, e questo non basta forse per una perfetta riconciliazione, e Dio chiede forse di più? Ultima e fatale illusione dell’amor proprio, che, sotto pretesto d’indifferenza che si ha per un nemico, manda all’inferno più Cristiani che gli odi più dichiarati: di questi sovente uno si scorregge per via delle agitazioni e dei rimorsi che cagionano nelle coscienze; ma all’opposto egli sta tranquillo e si crede in sicuro all’ombra d’una riconciliazione apparente; vi si marcisce degli anni interi, vi si vive, si muore, e si diventa finalmente la vittima infelice d’una falsa e rea coscienza. Or sapete voi, fratelli miei, che cosa è quella falsa calma su cui vi rassicurate? Si è un fuoco nascosto sotto la cenere; si è, nel fondo, una vera inimicizia mantenuta sotto le apparenze della carità. Voi dite che non volete alcun male a quella persona, d’onde viene dunque che soffrir non potete che se ne dica bene, e siete molto contenti che se ne parli male? Donde viene quel piacere che provate nelle sue avversità, quella tristezza nelle sue prosperità? Voi la lasciate tale come è, voi non volete punto parlarle, voi fuggite il suo incontro: ma si fugge forse l’incontro di una persona che si ama? Non si vuol forse punto parlarle? Ella è dunque una prova che voi non l’amate. Or Dio non vi comanda forse di amare i vostri nemici, di volere e far bene a coloro che vi fanno del male? Invano vi lusingate voi di adempire il precetto con la indifferenza a riguardo del vostro nemico, contentandovi di non volergli e di non fargli alcun male: bisogna volergli e fargli del bene: Diligite et benefacite. Voi lasciate quel nemico per quel che è, non gli volete far alcun bene; ma sareste voi contenti che Dio vi lasciasse per quelli che siete e non vi facesse alcun bene? Eppure così vi tratterà se voi non avete migliori disposizioni a riguardo del vostro nemico. Orsù, dite voi, io gli farò del bene, giacche bisogna farlo, io lo vedrò, io gli parlerò, ma nol farò che per l’amor di Dio, mentre egli nol merita; io lo vedrò, gli parlerò per convenienza, per evitar lo scandalo che potrei dare evitando la sua compagnia. Voi fate bene ad operare per l’amor di Dio, questo è il solo motivo che deve animarvi; ma avvertite che, servendovi di queste restrizioni, voi non pregiudichiate la carità; avvertite bene che, operando per convenienza e per evitare lo scandalo, non sia una politica mondana che vi conduca. Voi potete bensì ingannare gli uomini, che non conoscono il fondo del cuore; ma non potete ingannar Dio che n’è lo scrutatore. Bisogna dunque operare con schiettezza e sincerità. Nessun inganno, nessuna simulazione, si è il cuore ed un cuore ripieno di carità che deve essere il principio di una vera riconciliazione, siccome Dio deve esserne il motivo. Perdonate di tutto cuore, dice Gesù Cristo, De cordibus vestris; mentre se voi non vi riconciliate col vostro nemico che per mire umane, perché un amico ve ne ha pregato, perché un personaggio per cui avete molta considerazione si è intromesso, o perché temete quel nemico e lo risparmiate per interesse, la vostra riconciliazione è ipocrita; resterà sempre nel cuore un lievito d’amarezza, tanto che non sarete animati dalle mire della carità cristiana. – Per venire alla pratica di questa carità, convien rinunciare ad ogni risentimento che può esservi inspirato dal male che vi è stato fatto: osservate su di ciò il silenzio per non rinnovare la piaga; non bisogna far attenzione a quel che fareste se Dio non vi avesse comandato di perdonare, ma operar a riguardo del vostro nemico come operavate prima che vi avesse offeso, come fareste a riguardo d’un altro che non vi fosse nemico, cioè amarlo, dargli dei segni di benevolenza, salutarlo, renderli i doveri della società civile e cristiana, e tutti i servigi che da voi dipendono; pregate per lui, principalmente nell’orazione domenicale, ripetendo più volte quelle parole: perdonateci le nostre offese ecc. Dimitte nobis debita nostra etc: ma guardatevi soprattutto dal differire la vostra riconciliazione, poiché voi più la differirete, più diverrà ella difficile: il che si vide pur troppo per esperienza. – Quelle grandi inimicizie non hanno cominciato che da una indifferenza, quell’indifferenza si è cangiata in avversione, e l’avversione in ostinazione; e tosto che il male è invecchiato, egli è molto più difficile a guarire che nel suo cominciamento: bisogna dunque apportarvi un pronto rimedio. Se l’odio che voi conservate contro il vostro prossimo è di già molto radicato nel vostro cuore, non gli lasciate gettare più profonde radici, ma sin dal giorno d’oggi tagliate, sradicate quel ceppo avvelenato; che il sole, dice l’Apostolo, non tramonti sull’ira vostra: Sol non occìdat super iracundiam vestram. Perciocché, o volete riconciliarvi col vostro nemico, o non volete. Non volerlo si è risolversi ad essere riprovato; ma se lo volete, perché aspettar domani e non farlo quest’oggi? Vi sarà forse più facile? Più aspetterete, più vi renderete colpevoli moltiplicando i vostri odi, profanando i sacramenti, dando scandalo a coloro che sono i testimoni della vostra condotta. Voi vi esponete anche a non riconciliarvi mai; mentre non potete voi forse essere sorpresi dalla morte; o se aspettate alla morte, non dovete voi forse temere che la vostra riconciliazione non sia fìnta e forzata, come accade a coloro che aspettano a farla in quegli ultimi momenti, in cui ella perde tutto il suo merito perché il cuore non vi ha parte alcuna? Se voi sentite ancora qualche ripugnanza a seguire questi avvisi, armatevi di coraggio, voi tutto potrete con la grazia di Dio: pregatelo dunque di aiutarvi per vincere una passione cosi ribelle come la vendetta: Accipite armaturam fidei, ut possitis resìstere in die malo. Ricordatevi del comando che Dio ve ne fa, dell’esempio che vi dà Gesù Cristo e dei grandi vantaggi che ve ne ridondano: la pace dell’anima ed il perdono dei vostri peccati. Andate dunque prontamente a riconciliarvi col vostro nemico all’uscire da questa istruzione o il più presto che potete; ma la vostra riconciliazione sia sincera ed efficace. Se non volete ascoltare la preghiera del vostro nemico che vi domanda grazia, ascoltate quella di Gesù Cristo che ve la domanda per lui, che si mette tra lui e voi per essere vostro mediatore; se non volete aver pietà di quel nemico, abbiate pietà della vostr’anima e non vogliate dannarla. Io ve ne scongiuro pel sangue che Gesù Cristo ha per essa versato; e per tutto lo zelo che m’inspira il desiderio di vederci riuniti un giorno in quel luogo di delizie che io vi desidero. Così sia.

Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Job I. 1
Vir erat in terra Hus, nómine Job: simplex et rectus ac timens Deum: quem Satan pétiit ut tentáret: et data est ei potéstas a Dómino in facultátes et in carnem ejus: perdidítque omnem substántiam ipsíus et fílios: carnem quoque ejus gravi úlcere vulnerávit.

[Vi era, nella terra di Hus, un uomo chiamato Giobbe, semplice, retto e timorato di Dio. Satana chiese di tentarlo e dal Signore gli fu dato il potere sui suoi beni e sul suo corpo. Egli perse tutti i suoi beni e i suoi figli, e il suo corpo fu colpito da gravi ulcere.]

Secreta

Suscipe, Dómine, propítius hóstias: quibus et te placári voluísti, et nobis salútem poténti pietáte restítui.

[Ricevi, propizio, o Signore, queste offerte con le quali volesti essere placato e con potente misericodia restituire a noi la salvezza.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps CXVIII: 81; 84; 86
In salutári tuo ánima mea, et in verbum tuum sperávi: quando fácies de persequéntibus me judícium? iníqui persecúti sunt me, ádjuva me, Dómine, Deus meus.

[L’ànima mia ha sperato nella tua salvezza e nella tua parola: quando farai giustizia di coloro che mi perseguitano? Gli iniqui mi hanno perseguitato, aiutami, o Signore, Dio mio.]

Postcommunio

Orémus.
Immortalitátis alimoniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, quod ore percépimus, pura mente sectémur.

[Ricevuto il cibo dell’immortalità, Ti preghiamo, o Signore, affinché di ciò che abbiamo ricevuto con la bocca, conseguiamo l’effetto con animo puro]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

DOMENICA DELLA FESTA DI CRISTO RE (2020)

Messa della DOMENICA DI CRISTO RE (2020)

DÒMINE Iesu Christe, te confiteor Regem universàlem. Omnia, quæ facta sunt, prò te sunt creata. Omnia iura tua exérce in me. Rénovo vota Baptismi abrenùntians sàtanæ eiùsque pompis et opéribus et promitto me victùrum ut bonum christiànum. Ac, potissimum me óbligo operàri quantum in me est, ut triùmphent Dei iura tuæque Ecclèsiæ. Divinum Cor Iesu, óffero tibi actiones meas ténues ad obtinéndum, ut corda omnia agnóscant tuam sacram Regalitàtem et ita tuæ pacis regnum stabiliàtur in toto terràrum orbe. Amen.

DOMENICA In festo Domino nostro Jesu Christi Regis ~ I. classis

L’ULTIMA DOMENICA D’OTTOBRE

Festa del Cristo Re.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di prima classe. – Paramenti bianchi.

La festa del Cristo Re, per quanto d’istituzione recente, perché stabilita da Pio XI nel dicembre 1925, ha le sue più profonde radici nella Scrittura, nel dogma e nella liturgia. Merita, a questo riguardo d’esser riportato qui integralmente in versione italiana dall’ebraico, il famoso salmo messianico, che nel Salterio reca il n. 2. Il salmista comincia dal descrivere la congiura di popoli e governanti contro il Messia, cioè il Cristo:

A che prò si agitano le genti

e le nazioni brontolano vanamente?

Si sollevano i re della terra

e i principi congiurano insieme

contro Dio ed il suo Messia:

« Spezziamo i loro legami

e scotiamo da noi le loro catene ».

Popoli e governanti considerano come legami e catene intollerabili i precetti divini e cercano di ribellarvisi: tentativo ridicolo, conati di impotenti contro l’Onnipotente:

Chi siede nei cieli ne ride,

il Signore se ne fa beffe.

Poi loro parla con ira

e col suo sdegno li sgomenta.

Dio stesso dichiara che il Re da Lui costituito su tutto il mondo è il Messia:

« Ho consacrato Io il mio Re,

(l’ho consacrato) sul Sion, il sacro mio monte »..

Alla sua volta il Cristo Re dichiara:

« Promulgherò il divino decreto.

Dio m’ha detto: Tu sei il mio Figlio;

Io quest’oggi t’ho generato.

Chiedi a me e ti darò in possesso le genti

e in tuo dominio i confini della terra.

Li governerai con scettro di ferro,

quali vasi di creta li frantumerai ».

Il Salmista conchiude, rivolgendo un caldo appello al governanti:

Or dunque, o re, fate senno:

ravvedetevi, o governanti della terra!

Soggettatevi a Dio con timore

e baciategli i piedi con tremore;

affinché non si adiri e voi siate perduti,

per poco che divampi l’ira sua.

Felici quelli che ricorrono a Lui!

(Trad. Vaccari)

Un altro salmo, il più celebre di tutto il salterio, insiste sugli stessi concetti: regalità del Cristo, il quale, nello stesso tempo che re dei secoli, è anche sacerdote in eterno; ribellione di re e popoli contro il Cristo; trionfo finale, schiacciante ed assoluto del Cristo sui propri nemici:

Responso del Signore (Dio) al mio Signore (il Cristo):

« Siedi alla mia destra,

finché io faccia dei tuoi nemici

lo sgabello dei tuoi piedi ».

Da Sionne stenderà il Signore

lo scettro di tua potenza;

impera sui tuoi nemici…

Il Signore ha giurato e non se ne pentirà;

« Tu sei sacerdote in eterno

alla guisa di Melchisedecco…».

(Ps. CIX).

Attraverso queste espressioni metaforiche ed orientali infravediamo delle grandi verità religiose e storiche: la dignità assolutamente regale e sacerdotale del Cristo; i suoi diritti, per generazione divina e per la redenzione del genere umano (vedi Merc. Santo, lez. di Isaia, c. LIII 1-12); la signoria di tutto il mondo (vedi Fil. II, 5-11); la feroce guerra mossa al Cristo dagli avversari in tutto ciò che sa di religioso e particolarmente di cristiano; la vittoria del Cristo Re. Venti secoli di storia cristiana dicono eloquentemente quanto siasi già avverata la Scrittura. Da Erode, cosi detto il Grande, che s’adombra del Cristo bambino, a Caifa, che paventa per la sua nazione, e Pilato, che teme per la sua sedia curule, ai Giudei, uccisori del Cristo e persecutori degli Apostoli, agli imperatori romani, che ad intervalli perseguitano la Chiesa per oltre due secoli, fino alle moderne rivoluzioni che tutte si accaniscono anzitutto e soprattutto contro la Chiesa, è una lunga incessante storia di ribellioni di popoli e principi contro Dio ed il Cristo Re. Se guardiamo semplicemente al nostro secolo, alla persecuzione sanguinosa dei Boxer contro i Cattolici cinesi, alle persecuzioni del Messico, a quelle di quasi tutta l’Europa, dalla Russia alla Spagna, che guerra al Cristo Re! È fatale; ma altrettanto fatale la vittoria del Cristo. Ai suoi discepoli il Cristo Re dice: Confidate: io ho vinto il mondo (Giov., XVI, 33). Ai suoi nemici: Chiunque cadrà su questa pietra sarà spezzato; e colui sul quale la pietra cadrà sarà stritolato, Luc. XX, 18). Per impartirci tale dottrina « un’annua solennità è più efficace di tutti i documenti ecclesiastici, anche i più gravi» (Pio XI, enciclica 11 dic. 1925). La festa di oggi è una grande lezione per tutti: lezione specialmente di illimitata fiducia pei veri fedeli: Felici quelli che ricorrono a Lui (al Cristo Re). Lezione anche di devoto, generoso servizio sotto il vessillo del Cristo Re. La Messa odierna ricorda soprattutto la gloria tributata al Cristo Re dai beati del Cielo (Introito); il regno del Figlio Unigenito, ed il suo primato assoluto in tutto e su tutto (Epistola); quel regno celeste che Gesù ha rivendicato davanti a Pilato, il quale non credeva che al proprio grado e stipendio (Vangelo). il Prefazio canta le caratteristiche sublimi del regno del Cristo.  – Gesù-Cristo è il Verbo creatore, è l’Uomo-Dio seduto alla destra del Padre, è il nostro Salvatore. Sono questi i tre titoli di regalità.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in sǽcula sæculórum.

[L’Agnello che fu sacrificato è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza, forza, onore, gloria e lode; a Lui sia per sempre data gloria e impero, per …]
Ps LXXI: 1
Deus, iudícium tuum Regi da: et iustítiam tuam Fílio Regis.

[Dio, da al Re il tuo giudizio, ed al Figlio del Re la tua giustizia] –


Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in sǽcula sæculórum…

[L’Agnello che fu sacrificato è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza. Forza, onore, gloria e lode; a Lui sia per sempre data gloria e impero, per …]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui in dilécto Fílio tuo, universórum Rege, ómnia instauráre voluísti: concéde propítius; ut cunctæ famíliæ géntium, peccáti vúlnere disgregátæ, eius suavissímo subdántur império: Qui tecum …

[Dio onnipotente ed eterno, che ponesti al vertice di tutte le cose il tuo diletto Figlio, Re dell’universo, concedi propizio che la grande famiglia delle nazioni, disgregata per la ferita del peccato, si sottometta al tuo soavissimo impero: Egli che …].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col 1: 12-20
Fratres: Grátias ágimus Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctórum in lúmine: qui erípuit nos de potestáte tenebrárum, et tránstulit in regnum Fílii dilectiónis suæ, in quo habémus redemptiónem per sánguinem ejus, remissiónem peccatórum: qui est imágo Dei invisíbilis, primogénitus omnis creatúra: quóniam in ipso cóndita sunt univérsa in cœlis et in terra, visibília et invisibília, sive Throni, sive Dominatiónes, sive Principátus, sive Potestátes: ómnia per ipsum, et in ipso creáta sunt: et ipse est ante omnes, et ómnia in ipso constant. Et ipse est caput córporis Ecclésiæ, qui est princípium, primogénitus ex mórtuis: ut sit in ómnibus ipse primátum tenens; quia in ipso complácuit omnem plenitúdinem inhabitáre; et per eum reconciliáre ómnia in ipsum, pacíficans per sánguinem crucis ejus, sive quæ in terris, sive quæ in cœlis sunt, in Christo Jesu Dómino nostro.

[Fratelli, ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in Lui ogni pienezza e per mezzo di Lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.]

Graduale

Ps LXXI: 8; LXXVIII: 11
Dominábitur a mari usque ad mare, et a flúmine usque ad términos orbis terrárum.

[Egli dominerà da un mare all’altro, dal fiume fino all’estremità della terra]

V. Et adorábunt eum omnes reges terræ: omnes gentes sérvient ei.

[Tutti i re Gli si prostreranno dinanzi, tutte le genti Lo serviranno].

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Dan VII: 14.
Potéstas ejus, potéstas ætérna, quæ non auferétur: et regnum ejus, quod non corrumpétur. Allelúja.

[La potestà di Lui è potestà eterna che non Gli sarà tolta e il suo regno è incorruttibile]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. – Joann XVIII: 33-37

In illo témpore: Dixit Pilátus ad Jesum: Tu es Rex Judæórum? Respóndit Jesus: A temetípso hoc dicis, an álii dixérunt tibi de me? Respóndit Pilátus: Numquid ego Judǽus sum? Gens tua et pontífices tradidérunt te mihi: quid fecísti? Respóndit Jesus: Regnum meum non est de hoc mundo. Si ex hoc mundo esset regnum meum, minístri mei útique decertárent, ut non tráderer Judǽis: nunc autem regnum meum non est hinc. Dixit ítaque ei Pilátus: Ergo Rex es tu? Respóndit Jesus: Tu dicis, quia Rex sum ego. Ego in hoc natus sum et ad hoc veni in mundum, ut testimónium perhíbeam veritáti: omnis, qui est ex veritáte, audit vocem meam.

[In quel tempo, disse Pilato a Gesù: “Tu sei il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”. Pilato rispose: “Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?”. Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.  Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”].

OMELIA

 [Giov. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle Feste del Signore e dei Santi – Soc. Edit. Vita e Pesiero, Milano, VI ed. 1956]

LA REGALITÀ DI CRISTO

Il conquistatore della Terra Promessa, l’invitto condottiero d’eserciti, stanco e vecchio presentiva che la sua giornata era al tramonto, e la morte gli era dietro le spalle. Allora in Sichem radunò tutte le tribù d’Israele coi loro principi, coi seniori, coi giudici, coi magistrati: la pianura, come un prato quando passa il vento, fluttuava di persone. E Giosuè parlò al popolo così: « Stirpe d’Israele! I vostri padri, spesse volte, hanno servito a re e a dei stranieri e furono schiavi in Mesopotamia e in Egitto. Ora il Signore vi ha liberati da ogni tirannia e con la sua mano vi ha deterso il pianto dagli occhi: vi diede una terra meravigliosa che voi non avevate lavorato; vi diede città che voi non avevate costrutte; vi diede oliveti e vigne che voi non avevate piantato. Dopo tutto questo, voi siete ancora liberi. Volete ritornare schiavi dei tiranni o dei falsi dei a cui servirono in Egitto e in Mesopotamia i vostri padri, o volete unicamente ubbidire al Dio nostro, al vero Re? Scegliete. Io e la mia famiglia siamo decisi a servire il Signore. Tutto il popolo rispose: « Non abbiam altro fuori di Lui: Lui solo è nostro Re ». « Allora togliete in mezzo a voi gli dei stranieri, e servite al Dio nostro e ubbidite ai suoi comandamenti » rispose Giosuè. Fu dunque conclusa un’alleanza solenne tra il popolo e il Signore, e una pietra stragrande fu posta in memoria sotto una guercia. « Ecco questa pietra starà in testimonianza per voi e per le generazioni che verranno, — esclamò Giosuè, — perché nessuno osi negare quello che a Dio ha giurato ». Tutto il popolo si disperse e ciascuno ritornò alla propria casa (Giosuè, XIV, 1-27). – Nel 1925, come il vecchio condottiero d’Israele, Pio XI parlò a tutto il popolo Cristiano con una magnifica lettera. « Le nostre anime hanno un Re grande e buono: un Re che è morto per darci la vita, ha versato il suo sangue per affrancarci dalla schiavitù del peccato, ha istituito il sacramento dell’Eucaristia per rimanere in mezzo a noi a governarci. Purtroppo, molti uomini si sono a Lui ribellati per tornare schiavi delle passioni e del demonio. Che scegliete: o servire satana e il mondo per poi essere dannati nel fuoco eterno o servire Gesù Cristo nell’osservanza dei comandamenti e nel rinnegamento degli istinti cattivi per poi essere beati in paradiso? ». Tutti i Cristiani di buona volontà hanno risposto: « Noi scegliamo d’essere sudditi di Gesù Cristo: nessun altro re conoscono le nostre anime ». Allora il Papa, in memoria perenne della consacrazione del mondo intero a Cristo Re, ha posto non una pietra fredda e muta, ma una festa devota ed entusiastica, da celebrarsi ogni anno nell’ultima domenica d’ottobre: la festa della Regalità di Nostro Signor Gesù Cristo. Per ciò oggi raccogliamo la nostra mente a meditare: chi è questo Re, come è il suo regno, quali sono i suoi nemici.

1. IL RE

Dice il santo Vangelo che sotto il pretorio di Pilato la plebe di Gerusalemme urlava: «Abbiamo trovato costui che sollevava il popolo a rivoluzione; ha cominciato dalla Galilea ed è venuto fin qua dicendo a tutti d’essere il Re dei Giudei ». Pilato ode le accuse ed in segreto interroga Gesù per sapere la verità. Gli domanda: « Sei tu il Re dei Giudei? » Gesù non risponde. « Non odi — continua Pilato — quante cose costoro gridano contro di te? Discolpati ». Gesù non risponde ancora. « Ma dunque — insiste il giudice romano — sei Re davvero? ». « Tu l’hai detto: io sono Re ». Rex sum ego (Giov., XVIII, 37). Ed aveva ragione. Chi è il re? è colui che sopra gli altri ha il triplice potere di far leggi, di giudicare, di punire. Orbene, Gesù Cristo possiede questo triplice potere. – Ha il potere di far leggi. « Voi sapete — diceva alle turbe il Maestro divino — che fin ora c’è stata una legge che permetteva l’odio al nemico e la vendetta fino a dente per dente, occhio per occhio. Adesso io vi do la legge dell’amore: fate del bene a quelli che vi fan del male, pregate per quelli che vi perseguitano e vi odiano. Voi sapete che fin ora c’è stata una legge che proibiva l’adulterio; adesso io vi dico che anche uno sguardo immodesto e un pensiero cattivo è peccato.. Voi sapete che fin ora c’è stata una legge che puniva i ferimenti e gli omicidi; adesso vi dico che punirò col fuoco anche le parole ingiuriose ed offensive » (Mt., V). – Ha il potere di giudicare. Spiegando ai discepoli la parabola della zizzania, Gesù disse che quando verrà nella sua maestà, starà sopra un trono, e gli Angeli saranno in giro a lui: allora separerà gli uomini a uno a uno, secondo il giudizio dei loro peccati (Mt., XIII, 40). E S. Giovanni ebbe una terribile visione: « Ho visto — scrive — tutti i morti, e grandi e piccoli, radunati davanti a un trono altissimo: furono aperti i libri delle loro opere e Gesù li giudicava secondo quello che vi stava scritto » (Apoc, XX, 12). Del resto lo diciamo nel Credo che Cristo « ascese al cielo: di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti ». – Ha il potere di punire e di premiare. Parlando del giudizio finale il Signore ha detto : « Allora il Re a quelli di destra dirà: venite, o benedetti del Padre mio, vi ho preparato un regno eterno di delizie, perché quando avevo fame voi mi sfamaste e quando avevo sete voi mi dissetaste. Ma poi volgendosi a quelli di sinistra dirà: voi che m’avete fatto patire e fame e sete siete condannati all’inferno col demonio e gli angeli ribelli» (Mt., XXV, 33-45). Dunque Gesù Cristo è Re. – È Re perché Dio gli ha dato ogni potestà su tutta la terra. È Re perché tutti gli uomini erano schiavi del peccato ed Egli li ha comprati non con oro né con argento ma col prezioso sangue suo. È Re perché tutti gli uomini erano sotto il dominio del demonio per il peccato originale ed Egli li ha conquistati morendo sulla croce. Per natura, per acquisto, per conquista è nostro Re e noi lo riconosciamo: « Tu Rex glorìæ, Christe! ».

2. IL REGNO

«Sono Re!» disse Gesù a Pilato. «Ma il mio regno non è di questo mondo. Se fosse di questo mondo i miei discepoli con le spade mi avrebbero difeso dai Giudei, e milioni di Angeli invincibili avrebbero sterminato i miei nemici ». Il Regno di Gesù Cristo non è un regno materiale. Egli avrebbe potuto venire al mondo come un potente imperatore, con la sua capitale, col suo palazzo, col suo esercito, con la sua flotta: ne avrebbe avuto anche il diritto. Però, per nostro amore preferì la stalla alla reggia, la corona di spine alla corona d’oro, la canna allo scettro, la croce al trono. Ma se il suo Regno non è materiale è però superiore ad ogni altro. I re di questo mondo comandano sui corpi, Egli sui cuori. I re di questo mondo si fanno ubbidire con la forza, Egli con l’amore. I re di questo mondo hanno palazzi e troni ed Egli ha le sue chiese e i suoi altari. I re di questo mondo hanno gli eserciti ed anch’Egli li ha, e più belli e più valorosi: sono migliaia di fanciulle che amano conventi ove per Lui consumano la vita, adorandolo giorno e notte; sono migliaia di uomini che rinunciano alle carriere fulgide del mondo, ai guadagni e si fanno religiosi, sacerdoti; sono migliaia di giovani robusti che hanno il coraggio di lasciare il paese dove sono nati, e la patria amata, e vanno per deserti e per selve, fino agli ultimi confini del mondo, senza nulla fuor che un crocifisso per estendere il Regno di Cristo. – Il Regno di Cristo è universale. Ogni regno di questo mondo ha i suoi confini: l’Italia è limitata dalle Alpi e dal mare, l’Inghilterra non regna sulla Russia né sulla Francia…, anche l’impero romano che fu il più grande di tutti aveva le sue colonne d’Ercole. Il regno di Gesù Cristo non ha confini: è grande come tutta la terra. Su ogni campanile di ogni paese trovate la croce; tra l’erba di ogni cimitero trovate la croce; nelle capanne dei selvaggi trovate la croce. Se il Papa, viceré di Cristo, dice una parola, quella parola con venerazione è ascoltata in ogni parte del mondo. – Il Regno di Cristo è eterno. Quando Gesù Cristo cominciò a regnare, sul mondo comandavano gl’imperatori romani: ora, tutti gli imperatori romani sono morti e morto è il loro impero, mentre ancora Cristo vince, regna, comanda. Era già mille anni che viveva la Chiesa di Cristo, quando Guglielmo il Conquistatore stabiliva in Inghilterra la dinastia dei re Anglo-Normanni; ora quella dinastia con tutti i suoi re è spenta, mentre ancora Cristo vince, regna, comanda. Erano già mille e duecento anni che c’era la Chiesa di Cristo, quando in Austria cominciò la dinastia degli Absburgo; ora quella dinastia con tutti i suoi re è spenta, ma Cristo ancora vince, regna, comanda. Erano già mille e seicento anni che regnava Cristo quando ascendeva al trono della Russia la casa dei Romanoff; ora quella casa nella grande guerra si è estinta, ma Cristo ancora vince, regna, comanda. Dov’è Nerone che voleva soffocare in fasce il regno di Dio? È morto, cacciando nel cuore il suo pugnale. Dov’è Giuliano l’Apostata che voleva distruggere fin anche il nome di Cristiano? È morto, sconfitto in guerra, disperatamente urlando: «Galileo hai vinto!». Dov’è Lutero che ha strappato mezza Europa al dolce giogo di Gesù? È morto, guardando il cielo con occhi delusi. Anche Voltaire che voleva schiacciare con le sue mani come una formica il Re dei Re, è morto mordendo come un cane le sue coperte. Anche Napoleone, che aveva osato dare uno schiaffo al vecchio Papa e trascinarlo in esilio, è morto, vinto e solo, in uno scoglio in mezzo alle acque.E Cristo vince, regna, comanda ancora oggi, e vincerà e regnerà e comanderà anche domani. Sempre.« Io sono un Re umile e mite di cuore » ha detto Gesù, « e il giogo del mio regno è dolce e soave ».

3. I NEMICI

Se è così, è chiaro che i nemici di Cristo e del suo regno son quelli che il cuore non hanno umile e mite, ma superbo e crudele. Ed ha cuore superbo chi non vuole pregare. « Pregare? ma chi, se non mi manca niente? Ho salute, ho danari, ho divertimenti, ho piaceri, che altro posso desiderare di più? Non ho bisogno di nessuno, nemmeno di Dio ». E non vedono che sono sepolcri imbiancati con dentro l’anima morta e putrefatta; non sanno che anche i beni materiali sono dono di Dio; di Dio che li ha creati, che li conserva, che li ha redenti, che li giudicherà un giorno. Questi superbi di cuore hanno orrore di accostarsi ai Sacramenti. « Confessarci? in che cosa abbiamo sbagliato? e chi ha diritto di sapere i miei segreti? Comunicarci? noi non siamo deboli, noi facciamo da soli ». – Ed ha cuore ribelle chi non osserva i comandamenti : « Io non sono suddito di nessuno » dicono in pratica i nemici del Regno di Cristo, e disubbidiscono a tutti i comandamenti. Credono che Gesù non possa comandare a loro di non bestemmiare, di non rubare; e soprattutto, non vogliono nessun freno ai loro piaceri. Pretendono di poter lecitamente pensare e dire le cose più invereconde, pretendono di poter lecitamente soddisfare alle passioni più vergognose. Nemici del purissimo regno di Cristo sono quelli che diffondono lo scandalo, che leggono libri osceni, che frequentano balli e spettacoli dove regna il demonio; nemici del regno di Cristo sono quelli che dissacrano il sacramento del matrimonio e trascurano l’educazione cristiana dei figli; nemiche del regno di Cristo sono quelle disgraziate che nonostante i comandi del Papa e dei Vescovi si coprono con vesti di pagana sensualità; con vesti che cominciano troppo tardi, finiscono troppo presto e sembrano tessute col vento. – Ed ha cuore duro chi odia i suoi nemici e conserva nel cuore le offese, e con gioia velenosa aspetta il momento di rendere il male ricevuto o di farne uno maggiore; il regno di Cristo è regno d’amore e le sue leggi sono soltanto di amore e di pace. – Ed ha cuore egoistico chi non sente compassione dei bisognosi, degli ammalati che domandano cure e conforto, dei poveri che chiedono un po’ di pane, delle Missioni e delle opere buone che aspettano la nostra offerta, delle anime del purgatorio. Ma se con segno più evidente e infallibile volete distinguere i nemici del Regno di Cristo, guardate se odiano il Papa, se lo calunniano, se lo disobbediscono: chi è nemico del Vice-Re è nemico del Re.

CONCLUSIONE

Un piccolo re di Normandia, dopo lunghe peregrinazioni e vicende, tornava dalla Crociata nel suo regno. Camminava a stento per i digiuni e le fatiche, ed aveva una ferita ancora aperta e sanguinante sul petto. Quando toccò i confini della sua terra due lagrime gli sgorgarono da sotto le nere ciglie e gli rigarono il volto. Era forse mezzodì e faceva caldo. Nell’ascendere incontrò un uomo che portava una brocca colma di acqua fresca: «Sono il tuo re che torna: dammi da bere». L’altro guardò stupito e gli rispose villanamente: «Non conosco nessun re: tu sei uno straccione!» e riprese la sua strada senza più voltarsi indietro. Il povero re tristemente lo vide sparire dietro una siepe e mormorò : « Domani, avrai sempre sete senza poter bere mai nel mio regno ». Intanto scendeva la sera e la reggia era ancora lontana. Annottava, quando vide disegnarsi sul sentiero una striscia di luce; c’era una casa. Attraverso a la porta socchiusa guardò in quella casa: sul tavolo fumavano le vivande, un uomo una donna e un giovanotto soltanto sedevano in giro. Il re aveva fame e sonno; fermandosi sulla soglia, gemette: « Date al vostro re, o buona gente, un pane e un po’ di paglia per dormire ». Il marito s’alzò di scatto bestemmiando, e lo scacciò fuori nell’oscurità, e chiuse l’uscio col chiavistello. Il povero re sotto le stelle intinse il dito nella sua ferita sanguinante sempre e scrisse sull’architrave di quella casa : « Non est pax nec hodie nec cras ». Albeggiava appena, quando entrò sotto il portone della sua reggia. Non riconobbe più la sua casa così splendida una volta, così pulita: sembrava ora la scuderia. Sentì un gran vociare venire dalle sale, si fermò in ascolto: « Il Re è morto: è finito il tempo della tirannia. Si ordini a tutto il paese di bruciare la sua aborrita immagine, si stabiliscano grandi feste in cui ciascuno farà quello che vuole ». Il povero Re non poté più trattenersi dalla commozione, sospinse la porta e gridò: « Rallegratevi! il vostro Re è tornato a regnare». Fu un urlo: tutti quei maggiorenti e principi levarono i pugni contro di lui: «Via! non ci sono più Re». Da quel giorno in quel regno cominciarono le rapine, le violenze, le pesti, le guerre, i terremoti. Cristiani, comprendete la bella leggenda. Cristo, il Re dei nostri cuori, torna a regnare. Guai all’individuo che non lo disseterà con la sua anima! avrà sempre sete nel fuoco dell’inferno. Guai alle famiglie che non lo accoglieranno! non avranno più pace, né in questo né nell’altro mondo. Guai alle nazioni che non rispetteranno i suoi diritti inviolabili! saranno oppresse dai disastri fisici, economici, morali.

LA FESTA DI CRISTO-RE (1)

Credo

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps II: 8.
Póstula a me, et dabo tibi gentes hereditátem tuam, et possessiónem tuam términos terræ.

[Chiedi a me ed Io ti darò in eredità le nazioni e in dominio i confini della terra]

Secreta

Hóstiam tibi, Dómine, humánæ reconciliatiónis offérimus: præsta, quǽsumus; ut, quem sacrifíciis præséntibus immolámus, ipse cunctis géntibus unitátis et pacis dona concédat, Jesus Christus Fílius tuus, Dóminus noster:Qui tecum …

[Ti offriamo, o Signore, la vittima dell’umana riconciliazione; fa’, Te ne preghiamo, che Colui che immoliamo in questo Sacrificio, conceda a tutti i popoli i doni dell’unità e della pace: Gesù Criato Figliuolo, nostro Signore, Egli …]

Præfatio
de D.N. Jesu Christi Rege

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui unigénitum Fílium tuum, Dóminum nostrum Jesum Christum, Sacerdótem ætérnum et universórum Regem, óleo exsultatiónis unxísti: ut, seípsum in ara crucis hóstiam immaculátam et pacíficam ófferens, redemptiónis humánæ sacraménta perágeret: et suo subjéctis império ómnibus creatúris, ætérnum et universále regnum, imménsæ tuæ tráderet Majestáti. Regnum veritátis et vitæ: regnum sanctitátis et grátiæ: regnum justítiæ, amóris et pacis. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che il tuo Figlio unigénito, Gesú Cristo nostro Signore, hai consacrato con l’olio dell’esultanza: Sacerdote eterno e Re dell’universo: affinché, offrendosi egli stesso sull’altare della croce, vittima immacolata e pacífica, compisse il mistero dell’umana redenzione; e, assoggettate al suo dominio tutte le creature, consegnasse all’immensa tua Maestà un Regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloriao, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XXVIII:10;11
Sedébit Dóminus Rex in ætérnum: Dóminus benedícet pópulo suo in pace.

[Sarà assiso il Signore, Re in eterno; il Signore benedirà il suo popolo con la pace]

Postcommunio

Orémus.
Immortalitátis alimóniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, qui sub Christi Regis vexíllis militáre gloriámur, cum ipso, in cœlésti sede, júgiter regnáre póssimus: Qui

[Ricevuto questo cibo di immortalità, Ti preghiamo o Signore, che quanti ci gloriamo di militare sotto il vessillo di Cristo Re, possiamo in cielo regnare per sempre con Lui: Egli che …]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Le lezioni dell’Ufficio divino in questo tempo sono spesso ricavate dai libri dei Maccabei. Dopo la cattività di Babilonia, il popolo era ritornato a Gerusalemme e vi aveva ricostruito il Tempio. Ma lo stesso popolo ben presto fu di nuovo punito da Dio perché  gli era stato nuovamente infedele: Antioco Epifane s’impadronì di Gerusalemme e saccheggiò il Tempio, quindi pubblicò un editto che proibiva in ogni luogo la professione della religione giudaica. Furono allora da per tutto eretti altari agli idoli e il numero degli apostati crebbe in guisa che sembrò che la fede di Abramo, Mosè e Israele dovesse scomparire. Dio suscitò allora degli eroi: un sacerdote, chiamato Mathathia raccolse tutti coloro che erano ancora animati da zelo per la legge e per il culto dell’Alleanza e designò suo figlio Giuda Maccabeo come capo della milizia, che suscitò per rivendicare i diritti del vero Dio. E Giuda col suo piccolo esercito combatté con gioia i combattimenti di Israele. Nella battaglia era simile ad un giovane leone, che ruggisce sulla sua preda. Sterminò tutti gli infedeli, mise in fuga il grande esercito di Antioco e ristabilì il culto a Gerusalemme. Animati dallo spirito divino i Maccabei riconquistarono il loro paese e salvarono l’anima del loro popolo. « Le sacrileghe superstizioni della Gentilità, disse S. Agostino, avevano insozzato il tempio stesso; ma questo fu purificato da tutte le profanazioni dell’idolatria dal valoroso capitano, Giuda Maccabeo, vincitore dei generali di Antioco » (2a Domenica di ottobre, 2° Notturno). – « Alcuni, commenta S. Ambrogio, sono accesi dal desiderio della gloria delle armi e mettono sopra ogni cosa il valore guerresco. Quale non fu mai la prodezza di Giosuè, che in una sola battaglia fece prigionieri cinque re! Gedeone con trecento uomini trionfò di un esercito numeroso; Gionata, ancora adolescente, si distinse per fatti d’arme gloriosi. Che dire dei Maccabei? Con tremila Ebrei vinsero quarantottomila Assiri. Apprezzate il valore di capitano quale Giuda Maccabeo da ciò che fece uno dei suoi soldati: Eleazaro aveva osservato un elefante più grande degli altri e coperto della gualdrappa regale, ne dedusse dover essere quello che portava il re. Corse dunque con tutte le forze precipitandosi in mezzo alla legione e sbarazzatosi anche dello scudo, si slanciò avanti combattendo e colpendo a destra e sinistra, finché ebbe raggiunto l’elefante; passando allora sotto a questo, Io trafisse con la sua spada. L’animale cadde dunque sopra Eleazaro che perì sotto il suo peso. Coperto più ancora che schiacciato dalla mole del corpo atterrato, fu seppellito nel suo trionfo » (la Domenica di ottobre, 2° Notturno). – Per stabilire un parallelo fra il Breviario e il Messale di questo giorno, possiamo osservare che, come i Maccabei, che erano guerrieri, si rivolsero a Dio per ottenere che la loro razza non perisse, ma che conservasse la sua religione e la sua fede nel Messia (e furono esauditi), cosi pure nel Vangelo è un ufficiale del re, che si rivolge a Cristo perché il suo figliuolo non muoia; egli con tutta la sua famiglia credette in Gesù, quando vide il miracolo compiuto in favore di suo figlio. Constatiamo inoltre che i Maccabei opponendosi agli uomini insensati che li circondavano, cercarono presso Dio luce e forza per conoscere la sua volontà in circostanze difficili (5° responsorio, Dom. 1° respons. del Lunedì) ed esauditi nel nome di Cristo che doveva nascere dalla loro stirpe, resero in seguito azioni di grazie nel Tempio, « benedicendo il Signore con inni e con lodi » (2° responsorio del Lunedi). – Cosi pure S. Paolo, nell’Epistola, parla di uomini saggi che, in tempi cattivi, cercano di conoscere la volontà di Dio e che, liberati dalla morte (f. 14 di questa Epistola) per la misericordia dell’Altissimo, gli rendono grazie in nome di Gesù Cristo, cantando inni e cantici. Tutti i canti della Messa esprimono anch’essi sentimenti simili in tutto a quelli dei Maccabei. « Signore, dice il 5° responsorio, i nostri occhi sono rivolti a te, affinché non abbiamo a perire » e il Graduale: « Tutti gli occhi si alzano con fede verso di te, o Signore ». il Salmo aggiunge: « Egli esaudirà le preghiere di coloro che lo temono, li salverà e perderà tutti i peccatori ». – « O Dio, canterò i tuoi gloriosi trionfi », dichiara l’Alleluia, e termina con queste parole: « Con Dio compiremo atti di coraggio ed Egli annienterà i nostri nemici ». L’Offertorio è un cantico di ringraziamento dopo la liberazione dalla cattività di Babilonia e la riedificazione di Gerusalemme e del suo Tempio. (Ciò che si rinnovò sotto i Maccabei). Il Salmo del Communio, che è il medesimo di quello del Versetto dell’Introito, ci mostra come Iddio benedica coloro che lo servono e venga loro in aiuto nelle afflizioni. L’Introito, finalmente, dopo aver riconosciuto che i castighi piombati sul popolo eletto sono dovuti alla sua infedeltà, domanda a Dio di glorificare il suo Nome, mostrando ai suoi la sua grande misericordia. – Facciamo nostri tutti questi pensieri. Riconoscendo che le nostre disgrazie hanno per origine la nostra infedeltà, uniformiamoci alla volontà divina (Intr.), domandiamo a Dio di lasciarsi commuovere, di perdonarci e di guarirci (Vangelo), affinché la sua Chiesa possa servirlo nella pace (Orazione). Poi, pieni di speranza nel soccorso divino e pieni di fede in Gesù Cristo riempiamoci dello Spirito Santo, che deve occupare tutta la nostra attenzione in questo tempo dopo la Pentecoste e nel nome del Signore Gesù cantiamo tutti insieme nei nostri templi Salmi alla gloria di Dio, che ci ha liberati dalla morte e che nei giorni difficili della fine del mondo (Epistola) libererà tutti coloro che hanno fede il Lui (Vangelo).

« Sorgi d’infra i morti, dice S. Paolo, e Cristo ti illuminerà » (v.14). Salvati dalla morte per opera dì Cristo, non prendiamo più parte alcuna alle opere delle tenebre (v. 11), ma viviamo come figli della luce (v. 8). Approfittiamo del tempo che ci è stato dato per fare la volontà di Dio. Non conosciamo altra ebbrezza che quella dello Spirito Santo e, uniti gli uni agli altri nell’amore di Gesù, rendiamo grazie al Padre, che ci ha liberati per mezzo del Figlio suo e che ci libererà nell’ultimo giorno ».

Gesù salvò dalla morte il figlio dell’ufficiale, per dare la vita della fede a lui ed a tutta la sua famiglia. Questo miracolo deve cooperare ad aumentare la nostra fede in Gesù, per opera del quale Dio ci ha liberati dalla febbre del peccato e dalla morte eterna, che ne è la conseguenza. « Quegli che chiedeva la guarigione del figlio, dice S. Gregorio, senza dubbio credeva, poiché era venuto a cercare Gesù, ma la sua fede era difettosa ed egli chiedeva la presenza corporale del Signore, che con la sua presenza spirituale si trova dappertutto. Se la sua fede fosse stata perfetta, avrebbe senza dubbio saputo, che non esiste luogo ove Dio non risieda; egli crede bensì che colui al quale si rivolge abbia il potere di guarire, ma non pensa che sia invisibilmente vicino al figlio che sta per morire. Ma il Signore, che egli supplica di venire, gli prova che è già presente là dove egli gli chiedeva di andare; e Colui che ha creato tutte le cose, rende la salute a questo malato col semplice suo comando. (Mattutino).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Dan III: 31; 31:29; 31:35
Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, quia peccávimus tibi et mandátis tuis non obœdívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ.

[In  tutto quello che ci hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al tuo nome e fai a noi secondo l’immensità della tua misericordia.]
Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.

[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, quia peccávimus tibi et mandátis tuis non oboedívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ.

[In  tutto quello che ci hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al tuo nome e fai a noi secondo l’immensità della tua misericordia.]

Oratio

Orémus.
Largíre, quǽsumus, Dómine, fidélibus tuis indulgéntiam placátus et pacem: ut páriter ab ómnibus mundéntur offénsis, et secúra tibi mente desérviant.
[Largisci placato, Te ne preghiamo, o Signore, il perdono e la pace ai tuoi fedeli: affinché siano mondati da tutti i peccati e Ti servano con tranquilla coscienza.]

Lectio

 Fratres: Vidéte, quómodo caute ambulétis: non quasi insipiéntes, sed ut sapiéntes, rediméntes tempus, quóniam dies mali sunt. Proptérea nolíte fíeri imprudéntes, sed intellegéntes, quae sit volúntas Dei. Et nolíte inebriári vino, in quo est luxúria: sed implémini Spíritu Sancto, loquéntes vobismetípsis in psalmis et hymnis et cánticis spirituálibus, cantántes et psalléntes in córdibus vestris Dómino: grátias agéntes semper pro ómnibus, in nómine Dómini nostri Jesu Christi, Deo et Patri. Subjecti ínvicem in timóre Christi.

(“Fratelli: Badate di camminare con circospezione, non da stolti, ma da prudenti, utilizzando il tempo, perché i giorni sono tristi. Perciò non siate sconsiderati, ma riflettete bene qual è la volontà di Dio. E non vogliate inebriarvi di vino, sorgente di dissolutezza, ma siate ripieni di Spirito Santo. Trattenetevi insieme con salmi e inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando coi vostri cuori, al Signore, ringraziando sempre d’ogni cosa Dio e Padre nel nome del Signor nostro Gesù Cristo. Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo.).”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

LA PRUDENZA

S. Paolo aveva esortato gli Efesini a vivere come figli della luce, nella pratica delle buone opere, e a non seguire, anzi a riprovare le opere delle tenebre. Ora li esorta a diportarsi con prudenza, approfittando del tempo che ci è concesso per fare la volontà di Dio. Non devono provare altra ebbrezza che quella che viene dallo Spirito Santo: si radunino tutti assieme a lodare il Signore con i cantici sacri, rendendo grazie al Padre, nel nome di Gesù. L’ammonimento dell’Apostolo agli Efesini vale anche per noi, che dobbiamo, mediante la prudenza, virtù «che da pochi si osserva»,

1. Riflettere sulle nostre azioni,

2. Approfittare d’ogni circostanza per arricchirci di meriti

3. Allontanarci dalle occasioni.

1.

Badate di camminare con circospezione, non da stolti, ma da prudenti.

Qui è raccomandata la prudenza cristiana; la prudenza virtù cardinale, cioè una delle quattro. virtù su cui si basano tutte le altre. «La prudenza ci fa distinguere il bene dal male» (S. Agost. En. in Ps. LXXXIII, 11). È, quindi, la regola delle nostre azioni, o, come dice il Catechismo: È la virtù che dirige gli atti al debito fine e fa discernere e usare i mezzi buoni. Il fine del Cristiano è la vita eterna, e la prudenza ci fa riflettere come dobbiamo diportarci per arrivarvi. Nelle cose importanti noi non ci fidiamo del solo nostro modo di vedere; domandiamo i suggerimenti e i consigli degli altri. Così, il Cristiano prudente prega il Signore che lo illumini sullo stato di vita a cui lo chiama, perché possa raggiungere il suo ultimo fine. Messosi in questo stato prega costantemente Dio «Padre dei lumi» (Giac. 1, 17) perché illumini i suoi passi nella via intrapresa, avendo sempre di mira il maggior bene spirituale, anziché l’accontentamento dei propri gusti. Quando un esploratore vuol raggiungere mete assai lontane, sa benissimo che lo attendono incognite di ogni genere. Ed egli riflette a lungo, prima di mettersi in viaggio. Calcola tutti gli incidenti che gli possono capitare da parte della natura del luogo, da parte degli elementi, da parte delle fiere, da parte degli uomini, e prende tutte le precauzioni necessarie per non essere impedito di raggiungere la meta. – Tra le precauzioni che prende, importantissima è quella del rifornimento dei viveri. Il Cristiano, che ha considerato tutta l’importanza della via spirituale che ha da percorrere, vede che tra le precauzioni più necessarie c’è quella di nutrirsi del cibo spirituale, affinché non venga meno per via. A questo scopo frequenta i Sacramenti. La prudenza gli suggerisce di nutrirsi spesso del pane dei forti; e di risorgere subito col mezzo della Confessione, se lungo la via fosse caduto nel peccato. La prudenza insegna a non aspettar tutto dagli altri, « Poiché  se noi saremo vigilanti non avremo bisogno dell’aiuto altrui. Se, al contrario, dormiamo a nulla ci giova l’aiuto degli altri» (S. Giov. Grisost. In Epist. 1 ad Thess. Hom. 1, 3). Alla meta cui siamo avviati dobbiamo arrivare con l’opera nostra, guidata e sostenuta dalla grazia del Signore. Pretendere di arrivare in paradiso dolcemente, dormendo, sulle spalle degli altri, sarebbe un vero assurdo. Non si va in paradiso a dispetto dei Santi. Le vergini prudenti della parabola evangelica si danno cura di provvedere da sé la scorta d’olio per la lampada. Le vergini stolte non si scomodano di procurarsi la scorta d’olio. E quando viene lo sposo non possono prender parte al banchetto. Ricorrono alle vergini prudenti per avere parte della loro scorta, ma non l’ottengono. Le loro lampade rimangono spente, ed esse sono escluse dal banchetto (S. Matt. XXV, 1-13). Se vogliamo arrivare al banchetto celeste dobbiamo cercare d’arrivarvi, aiutati da Dio, con le opere nostre e non con le opere degli altri; se non vogliamo correre il pericolo di rimanerne esclusi.

2.

L’Apostolo vuole che gli Efesini camminino da prudenti utilizzando il tempo. La prudenza non solo ci deve far distinguere quel che si deve fare o non fare; ma ci spinge all’opera. Essa ci fa essere buoni economi del tempo, facendoci cercare e trovare l’opportunità di fare il bene. Un industriale avveduto non tralascia viaggi, ricerche; non si stanca di assumere informazioni e di darne; di mettersi al corrente di tutte quelle innovazioni, che adottate migliorerebbero e accrescerebbero la produzione delle sue industrie. E un Cristiano prudente non deve lasciarsi sfuggire circostanza alcuna, senza usarne per arricchirsi di meriti. – Colui che prudentemente spera di venire a capo dell’opera da lui intrapresa, non si lascia abbattere dal nessuna difficoltà. Quanto più esse sono numerose, tanto più si sente spinto ad operare per vincerle. Noi diciamo che le circostanze sono troppo difficili per poter fare il bene, che gli ostacoli sono troppo forti; ma ci dimentichiamo d’una cosa: «che tutto coopera a bene per quelli che amano Dio» (Rom. VIII, 28). E il tempo delle difficoltà da superare è appunto il tempo più opportuno per ammassare meriti che ci accompagnino in paradiso. Una fatica sopportata per amor di Dio, un sollievo recato a chi soffre, la difesa di un perseguitato, l’appoggio dato a un oppresso, una persecuzione sostenuta, un offesa perdonata, un’umiliazione accettata sono tutte azioni preziose all’occhio di Dio, son tutti mezzi che ci fanno percorrere a gran passi sicuri la via che conduce al paradiso. Una vecchia mendica, la quale era stata più volte beneficata da S. Elisabetta d’Ungheria, che l’aveva assistita inferma e medicata con le proprie mani, vedendo un giorno la sua antica benefattrice avanzare guardinga lungo una sottile striscia di pietre che attraversava un fangoso ruscello, invece di tirarsi in disparte e lasciarla passare, la urtò brutalmente facendola cadere nella fanghiglia, poi aggiunse beffandola: «Tu non hai voluto vivere da duchessa; eccoti ora povera e nel fango; ma io non verrò a tirartene fuori». Con le vesti inzuppate, le mani infangate, contuse e sanguinanti, la Santa si alza e dice con gran calma: «Questo per le acconciature e gli ornamenti e le gioie che portavo un tempo» (Emilio Horn. S. Elisabetta d’Ungheria Trad. ital. di Bice Facchinetti. Milano 1924 p. 157). Ecco, come si può utilizzare qualsiasi circostanza per arrichire di beni spirituali. La prudenza c’insegna non solo a metterci con impegno nell’esercizio del bene, ma vuole che vi ci mettiamo subito. L’uomo d’affari se può conchiudere un buon affari oggi, non aspetta domani: domani potrebbe mancare l’occasione che oggi è ottima. Domani si potrebbe non essere più in tempo. La prudenza cristiana c’insegna a non rimandare in avvenire l’adempimento dei nostri doveri, l’esercizio delle virtù, la rinuncia al peccato, il ritorno a Dio. Sappiamo noi qualche cosa del nostro avvenire? Il futuro è nelle mani di Dio. Generalmente i nostri calcoli sull’avvenire hanno la sorte di quelli del ricco del Vangelo, il quale non avendo più posto da riporvi il raccolto disse: « Ecco quel che farò; demolirò i miei granai, ne fabbricherò dei più vasti e quivi raccoglierò tutti i miei prodotti e i miei beni, e dirò alla mia anima: O anima mia, tu hai messo in serbo molti beni per parecchi anni; riposati, mangia, bevi e godi. Ma Dio gli disse: — Stolto, questa stessa notte l’anima tua ti sarà ridomandata, e quanto hai preparato di chi sarà? — Così è di chi tesoreggia per sé e non arricchisce presso Dio» (Luc. XII, 18-21). Altrettanto stolto è chi cerca di vivere quest’oggi tranquillamente in ozio, e rimanda all’avvenire il tesoreggiare per il cielo. Sarà in tempo?

3.

Non vogliate inebriarvi di vino, sorgente di dissolutezza … dice S. Paolo, e a ragione. Si cerca l’ebbrezza nel vino e, attraverso la stoltezza e la sfacciataggine, si finisce nella libidine. È quello che avviene di tutte le occasioni. Si finisce dove non si credeva d’arrivare. Sansone non avrebbe mai pensato che l’eccessiva confidenza con Dalila l’avrebbe condotto alla perdita della sua forza prodigiosa, degli occhi, della libertà. Davide non si sarebbe mai immaginato che uno sguardo imprudente l’avrebbe condotto all’adulterio, all’omicidio, all’indurimento nel peccato. L’uomo prudente non si mette mai nelle occasioni prossime libere; non diffida mai abbastanza di certe compagnie, di certi ritrovi, di certi divertimenti, di certi giornali, di certi libri.Il viandante prudente schiva tutte quelle vie lungo le quali potrebbe trovare degli intoppi o dei pericoli. Se una via è interrotta da una frana, da una valanga, dalla caduta d’un ponte, da un’alluvione, si rassegna a fare un giro un po’ più lungo, passando alla larga, pur di arrivare alla meta. Se sa che qualche punto della via è pericoloso, perché battuto dai grassatori, cerca di passarlo in pieno giorno, senza indugiarvisi. Nel cammino della vita spirituale non mancano degli ostacoli che cercano di fermarci, delle occasione che vorrebbero farci interrompere il cammino. Giriamo alla larga, se non vogliamo dimenticarci del nostro fine; se non vogliamo lasciarci cogliere dalle passioni che, depredandoci della grazia, ci facciano cadere nel peccato. «Non è un timor vano né una precauzione inutile questa, che provvede alla via della nostra salvezza» (S. Cipriano. Lib. de hab. Virg. 4). – Certi strappi sono dolorosi, certi distacchi costano, l’abbandono di certe abitudini ci sembra impossibile. Eppure la prudenza insegna che tra due mali bisogna scegliere il minore. Chi ha una mano o un piede incancrenito sceglie la loro amputazione, anziché lasciar incancrenire tutto il corpo. Il navigante che vede la nave affondare per troppo peso, è pronto a gettar la sua merce in mare, anziché lasciarsi ingoiar lui dalle onde. Tra la perdita di Dio e la perdita dell’amicizia degli uomini; tra il sacrificio di certe abitudini e la perdita del paradiso; tra i piaceri terreni e i godimenti eterni la scelta non dovrebbe lasciare un istante di titubanza. Lasciamo, dunque, l’ebbrezza che viene dai piaceri, e scegliamo l’ebbrezza che viene dallo Spirito Santo. È un’ebbrezza senza rimorsi, senza turbamenti. Manifestiamo questa ebbrezza con salmi e inni e cantici spirituali; manifestiamola, prendendo parte con assiduità e fervore alle funzioni sacre; manifestiamola ovunque, non fosse altro, salmeggiando al Signore nei nostri cuori ringraziando sempre d’ogni cosa Dio e Padre nel nome del Signor nostro Gesù Cristo.

Graduale

Ps CXLIV:15-16
Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore opportúno.

Aperis tu manum tuam: et imples omne ánimal benedictióne.

[Tutti rivolgono gli sguardi a Te, o Signore: dà loro il cibo al momento opportuno. V. Apri la tua mano e colmi di ogni benedizione ogni vivente.]

Allelúja.

Ps CVII:2
Allelúja, allelúja
Parátum cor meum, Deus, parátum cor meum: cantábo, et psallam tibi, glória mea. Allelúja.
[Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto: canterò e inneggerò a Te, che sei la mia gloria. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia   sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.
Joannes IV: 46-53
In illo témpore: Erat quidam régulus, cujus fílius infirmabátur Caphárnaum. Hic cum audísset, quia Jesus adveníret a Judaea in Galilæam, ábiit ad eum, et rogábat eum, ut descénderet et sanáret fílium ejus: incipiébat enim mori. Dixit ergo Jesus ad eum: Nisi signa et prodígia vidéritis, non créditis. Dicit ad eum régulus: Dómine, descénde, priúsquam moriátur fílius meus. Dicit ei Jesus: Vade, fílius tuus vivit. Crédidit homo sermóni, quem dixit ei Jesus, et ibat. Jam autem eo descendénte, servi occurrérunt ei et nuntiavérunt, dicéntes, quia fílius ejus víveret. Interrogábat ergo horam ab eis, in qua mélius habúerit. Et dixérunt ei: Quia heri hora séptima relíquit eum febris. Cognóvit ergo pater, quia illa hora erat, in qua dixit ei Jesus: Fílius tuus vivit: et crédidit ipse et domus ejus tota.

(“In quel tempo eravi un certo regolo in Cafarnao, il quale aveva un figliuolo ammalato. E avendo questi sentito dire che Gesù era venuto dalla Giudea nella Galilea, andò da lui, e lo pregava che volesse andare a guarire il suo figliuolo, che era moribondo. Dissegli adunque Gesù: Voi se non vedete miracoli e prodigi non credete. Risposegli il regolo: Vieni, Signore, prima che il mio figliuolo si muoia. Gesù gli disse: Va, il tuo figliuolo vive. Quegli prestò fede alle parole dettegli da Gesù, e si partì. E quando era già verso casa, gli corsero incontro i servi, e gli diedero nuova come il suo figliuolo viveva. Domandò pertanto ad essi, in che ora avesse incominciato a star meglio. E quelli risposero: Ieri, all’ora settima, lasciollo la febbre. Riconobbe perciò il padre che quella era la stessa ora, in cui Gesù gli aveva detto: Il tuo figliolo vive: e credette egli, e tutta la sua casa”)

Omelia II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra le malattie.

Domine, descende priusquam moriatur filius meus. Jo. IV.

Noi leggiamo nell’odierno vangelo che un signore, il cui figlio era infermo nella città di Cafarnao avendo saputo che Gesù veniva dalla Giudea in Galilea, s’indirizza a Lui e lo prega di scendere nella sua casa per guarire il suo figliuolo che era vicinissimo a morte. Gesù Cristo gli accorda quel che chiede e gli comanda di ritornar dal figliuolo, cui dichiara aver renduta la sanità; ubbidisce egli, ritrova il figliuolo perfettamente risanato, ed apprende da’ suoi servi che era lo stato nell’ora medesima che Gesù Cristo gli aveva detto: tuo figlio sta bene; crede in lui con tutta la sua casa: Credidit ipse et domus eius Iota (Jo. IV). A considerare i sentimenti della natura, era un gran motivo di afflizione per quel signore veder il suo figliuolo alle porte della morte: ma a giudicar delle cose coi lumi della lede, era gran fortuna per lui trovare in quella malattia un’occasione favorevole di credere in Gesù Cristo e diventare suo discepolo. – Così è, fratelli miei, che le afflizioni e particolarmente le malattie divengono per noi, per la disposizione della divina provvidenza, la sorgente di nostra vera felicità, quando ne sappiamo fare un buon uso: la malattia, è vero, è uno stato doloroso per la natura; l’uomo nemico della sua distruzione, soffre con pena i dolori e le infermità, che abbreviano i suoi giorni e lo conducono al sepolcro: quindi tante precauzioni per allontanare le malattie e per liberarsene quando n’è assalito: ma egli ha un bel fare, la sanità non è un bene di continua durata; non evvi temperamento alcuno sì robusto che non sia alle infermità soggetto; quei medesimi che sono i più in istato di preservarsene, non ne vanno esenti, permettendo così Iddio per staccarci dalla vita. Egli è di nostro vantaggio l’entrare nei suoi disegni e riguardare i mali che soffriamo quaggiù come mezzi efficaci che la provvidenza vuol somministrarci: ed a ciò voglio oggi esortarvi, fratelli miei, mettendovi sott’occhio i vantaggi spirituali che procurano i dolori e le infermità, cui siamo soggetti, e le regole che convien seguire per renderle profittevoli. In due parole: l’utilità delle malattie, primo punto; l’uso che convien farne affinché diventino vantaggiose, secondo punto.

I. PuntoSe l’uomo non avesse giammai peccato, non sarebbe stato soggetto alle malattie, alla morte ed alle altre calamità inseparabili al presente dalla sua trista condizione. Ma da che il peccato ha preso il posto dell’innocenza in cui il primo uomo fu creato, una vita di miserie è succeduta alla felicità di cui in quello stato godeva. Felice colui ancora che trova nella pena del suo peccato un mezzo di espiarlo ed un rimedio per preservarsene. Perciocché questi sono, fratelli miei, i due vantaggi che noi possiamo ricevere dalle malattie, dice s. Agostino; se Egli ci affligga, si è per farci rientrare in noi medesimi ed espiare i nostri peccati passati: Ut peccasse non noceat; si è per impedirci di commetterne di nuovo: Ut peccare non liceat. – Niente è più capace di condur l’uomo peccatore a penitenza che il ricordarsi del suo ultimo fine. Ma quando è mai che questa memoria lo colpisce di più, se non nel tempo della malattia? Sinché egli gode delle dolcezze della sanità, non è se non debolmente tocco dal pensiero della morte, lo perde anche ben sovente di vista: quindi avviene ch’egli non pensa che a soddisfare le sue passioni, e che invece di placar l’ira di Dio con la penitenza, egli l’irrita con nuovi misfatti: sano, riguardava la morte come molto lontana, non era punto spaventato delle sue conseguenze e non pensava a prevenirle, ma la malattia gli annuncia il suo avvicinamento; di già la vede pronta a dare il suo colpo; egli può dire come l’Apostolo: Tempus resolutionis meaeæ instat (2 Tim. IV). Qual partito prenderà egli dunque? Da una parte i rimorsi della coscienza onde è agitato, e dall’altra la vista del terribile giudizio cui sarà citato, l’indurranno a ritornare a Dio con una vera penitenza. Penetrato dai medesimi sentimenti che il santo re Ezechia: eccomi, dirà egli al Signore, sul fine dei miei giorni, sul punto di essere sepolto sotto l’ombre della morte : Vadam ad portas inferi. Qual miglior cosa posso io dunque fare che ripassar nell’amarezza del mio cuore gli anni, che ho passati nell’iniquità? Recogitabo libi omnes annos meos in amaritudine animæ meæ. Io ho vissuto sino al presente all’intiera dimenticanza di mia salute; ma sul punto di chiuder gli occhi agli oggetti sensibili, per aprirli a quelli dell’eternità, bisogna senza più tardare metter la mano all’opera per finire questo grande affare, perché dopo la morte non sarà più tempo di pensarvi. Addio al mondo che mi ha sedotto, ai piaceri che mi hanno incantato, alle compagnie che mi hanno pervertito: Non aspiciam hominem ultra. Tali sono, fratelli miei, i sentimenti che la malattia inspira ordinariamente a coloro che ne sono attaccati; essa fa loro lasciare il peccato, li stacca dalle creature, li cangia, li converte; di malvagi e di reprobi che erano, essa ne fa dei giusti, degli amici di Dio. Ne chiama in testimonio la vostra esperienza; non è forse vero che nelle malattie voi pensate molto diversamente che quando siete in sanità? Non è forse vero che colpiti dal timore della morte, voi siete rientrati in voi medesimi per domandare a Dio perdono dei vostri peccati? Non è forse vero che voi avete fatti tutti i vostri sforzi per ottenere quel perdono col dolore che avete concepito di questi peccati, con la confessione che non avete fatta al ministro del Signore, il quale vi ha detto da parte sua: Mettete ordine ai vostri affari, perché fra poco voi dovete morire e comparir avanti a Dio per rendere conto delle azioni di vostra vita: Dispone domui tuæ, quia morieris. Al che non avreste voi pensato, se aveste sempre goduto sanità, e se Dio, inviandovi quella malattia, non vi avesse messo in una specie di necessità di ritornare a Lui con una sincera conversione. Confessate dunque che la malattia è molto utile al peccatore, poiché essa l’induce a riparare colla penitenza i peccati che ha commessi; ella è ancora un mezzo eccellente per soddisfare a Dio per la pena al peccato dovuta: Ut peccasse non noceat. – Egli è un ordine stabilito dalla divina giustizia, come vi è stato spesse volte detto, che il peccato anche perdonato sia punito in questo mondo o nell’altro. Or la malattia serve al peccatore per soddisfare alla giustizia di Dio per la pena al suo peccato dovuta poiché essa è una delle più severe penitenze che l’uomo possa fare, e d’altra parte è di elezione di Dio medesimo, che castiga il peccatore a suo genio ed in una maniera più sicura e più utile, che nol farebbe il peccatore medesimo. Non fa d’uopo, fratelli miei, di provarvi con lunghi ragionamenti ciò che le malattie hanno di duro e di molesto; coloro che le hanno provate possono rendere testimonianza. Esse privano della sanità, che è il più caro di tutti i beni; esse riducono la. natura umana in uno stato violento. Essere ritenuto in un letto, come un prigioniero in un carcere, privato dei piaceri della società, non poter fare alcun uso dei beni della vita, i quali sono allora interdetti, o per cui non si ha che nausea e ripugnanza; vedersi obbligato a divorare tutta l’amarezza dei rimedi, ad abbandonarsi ciecamente alla condotta dei medici; soffrire mali di capo, esser abbruciato da ardente febbre, sentirsi le viscere lacerate da violenti dolori, portare sul corpo certe infermità che durano quanto la vita e che alcun rimedio non può guarire, non sono queste forse penitenze più austere che i digiuni, le discipline, le macerazioni degli anacoreti? Questi sono volontarie e raddolcite dagli alleviamenti che la natura può prendere; ma le malattie combattono tutte le sue inclinazioni, e la tormentano sovente tanto colla loro violenza quanto con la loro durata. Qual fondo di meriti e di soddisfazioni non vi trova il peccatore per pagar i suoi debiti, e qual certezza che quella penitenza piace a Dio se è di sua scelta? Dio infatti conosce la nostra delicatezza; Egli sa quanto noi siamo nemici della penitenza, quanto siamo portati ad accarezzar la nostra carne, con qual indulgenza noi la trattiamo, anche quando vogliamo mortificarla in esposizione dei nostri mancamenti. Oimè! i colpi che noi le diamo, partono d’ordinario da una mano debole e timida, che la risparmia, e non la tratta giammai cosi severamente, come essa merita; che fa dunque il Signore? Prende Egli medesimo la sferza in mano per castigarci come lo meritiamo. Egli affligge con malattie questo corpo di peccati e punisce l’abuso che abbiamo fatto della sanità. In questo, fratelli, dobbiamo riconoscere la sua sapienza e la sua bontà, che ci percuote in questo mondo con castighi leggieri per risparmiarcene dei più rigorosi nell’altro; poiché le malattie anche più violenti sono un nulla in paragone dei dolori che si provano nel purgatorio, dove si soffre più in un solo giorno che non si farebbe quaggiù in più anni d’infermità. Nulladimeno alcuni momenti di pene in questa vita possono risparmiarci i lungi e rigorosi supplizi dell’altra e soddisfare anche interamente alla giustizia di Dio. Riconosciamo la mano paterna che ci percuote e che non vuole che ci resti alcun debito a pagare nell’uscire da questo mondo; mentre se esigesse i diritti della sua giustizia, noi le saremmo ordinariamente debitori, e ci costerebbe molto più il soddisfarla che non ci costa col mezzo che la provvidenza ci fornisce nelle malattie. – Egli è dunque vero che esse sono per correggerci e farci espiare le nostre colpe, esse lo sono ancora per impedirci di commetterne: Ut peccare non liceat. – Qual uso fassi per l’ordinario della sanità? Oimè! fratelli miei, voi lo sapete forse da voi medesimi: invece di servirsene per glorificar Dio, non s’impiega che ad offenderlo; si fanno servire all’ingiustizia ed all’iniquità, come dice l’Apostolo, membri che Dio non ha dati se non per servire alla santità; gli uni vivono in un’intera dimenticanza di Dio e dell’affare della salute; sinché godono di una perfetta sanità, non pensano che ad arricchirsi sulla terra, s’impegnano negl’imbarazzi del secolo e niente pensano al grande affare dell’eternità. Gli altri non attendono che ad appagare passioni brutali, si abbandonano alla dissolutezza, all’intemperanza, passano la loro vita a correre di piaceri in piaceri, dalla mensa al giuoco, dal giuoco agli spettacoli, alle conversazioni pericolose, ai commerci illeciti. Che fa il Signore per arrestare i disordini che regnano tra gli uomini? Previene il male nella sua origine, priva della sanità coloro che ne abusano, toglie loro l’arme dalle mani per impedirgli di fargli la guerra; Egli arresta con la malattia tutti i movimenti di quell’uomo di progetti, occupato dalia cura di mille affari, lo riduce in un letto di dolore, dove sciolto da ogni temporale sollecitudine ha tutto il tempo d’innalzar il suo regno a Dio, di pensare alla sua salute e di travagliarvi. Quei dissoluti, quei voluttuosi, che non pensavano dalla mattina alla sera che ai mezzi di contentare i loro desideri perversi; e che abusavano della loro sanità per abbandonarsi al disordine, si vedranno per la malattia nell’impossibilità di commettere gli eccessi, in cui avevan rossore d’immergersi. Le loro passioni scevre dagli oggetti, che erano per essi occasioni di peccato, non avranno più sul loro cuore l’impero che esse avevano per lo innanzi. Il ghiottone non potrà più frequentare le bettole; il voluttuoso non avrà più commercio con i complici de’ suoi delitti: mentre godeva di una perfetta sanità e nutriva con delicatezza il suo corpo, egli risentiva gli stimoli di una carne ribelle allo spirito, ne seguiva i movimenti disordinati: Impinguatus recalcitravit. Ma la malattia, che ha estenuata questa carne, ha estinto il fuoco della concupiscenza; l’anima involta nei dolori non è più sensibile al piacere: la malattia, come un riparo, la difende dai colpi della lascivia, che non può far breccia sopra un corpo languente ed abbattuto dal dolore. Come mai quell’uomo sensuale ha egli apprese le regole della temperanza, che ignorava per lo innanzi, se non da una malattia che gli è sopraggiunta, che l’ha obbligato a seguire una certa regola di vita, perché si astiene da ciò che lusingava i suoi appetiti? Felice lui se fa per la sua salute quello che fa per la sua sanità, e se temendo i dolori eterni quanto paventa un dolor passeggiero, egli si mortifica per evitare gli uni nella stessa guisa che lo fa per evitar l’altro! Tale è la salutevole impressione che una malattia deve fare sopra ogni uomo che sa riflettere. Chi ha determinata quella fanciulla, che non pensava che a piacere al mondo, a ritirarsi dalle compagnie per prendere il partito della devozione? Una malattia che l’ha spogliata di quell’avvenenza che la rendeva preziosa a sé stessa e agli occhi degli altri. Qual differenza d’uno stato con l’altro! Giudicatene da voi medesimi e dai sentimenti che avevate in quel tempo di prova. Quale stima facevate voi dei beni, degli onori, dei piaceri del secolo? Con qual occhio rimiravate voi le feste e i divertimenti del mondo di cui non potevate profittare; quante volte annoiati della vita, avete voi desiderata, come l’Apostolo, la dissoluzione di questo corpo mortale, per godere di una vita migliore che non fosse soggetta ai languori e alle infermità? Così è che Dio sa farci cavar profitto dalle malattie che ci manda. Non è già per perderci che ci affligge con le infermità: Infirmitas hæc non est ad mortem (Jo. XI). Ma le fa servire alla sua gloria e alla nostra salute: Sed ut manifestetur gloria Dei. Egli si serve delle malattie del corpo per guarire quelle della nostr’anima e preservarcene. E perciò Egli ne fa parte ai giusti come ai peccatori: la virtù del giusto potrebbe rallentarsi, se non fosse provata con queste disgrazie; laddove essa si perfeziona nell’infermità, come dice l’Apostolo: Virtus in infirmitate perficitur. Allora si è, che essa comparisce con più di splendore; testimonio quel modello di pazienza sì vantato dallo Spinto Santo medesimo: Giobbe, dopo aver perduti i suoi beni, i suoi figliuoli, non fece giammai meglio conoscere la sua virtù, che quando si vide coperto di piaghe, ridotto sopra un letamaio. Oh! allora fu che portò la pazienza all’eroismo, e che il demonio fu obbligato di cedergli la gloria dei combattimenti che gli aveva dati. – Che però in qualunque stato voi siate, giusti o peccatori, non riguardate più le malattie come disgrazie con cui Dio vi affligge per farvi sentire i colpi del suo sdegno, riguardatele piuttosto come effetti del suo amore, giusti e peccatori, poiché Egli se ne serve sempre per convertirvi o per provarvi ed unirvi a Lui, e farvi anche espiare leggieri mancamenti di cui la vita la più santa non è esente. Ma qual uso devesi fare delle malattie? Secondo punto.

II. Punto. Giacché Dio affligge gli uomini con malattie, sia per far rientrare i peccatori in se stessi, sia per provare la virtù dei giusti, bisogna dunque riceverle in ispirito di penitenza, bisogna soffrirle pazientemente, e con un’intera rassegnazione alla volontà di Dio. Or a che cosa la penitenza induce ella i peccatori nel tempo della malattia? Ad usare i mezzi i più pronti e ì più efficaci per rientrar in grazia con Dio, ad offrire le loro malattie in espiazione dei peccati da loro commessi. Infatti, se il peccatore non deve punto differire il suo ritorno a Dio, anche allora quando è in sanità, sul timore di mancar del tempo e delle grazie necessarie, questa ragione obbliga ancora più nel tempo della malattia ad una pronta conversione; perciocché deve allora più che mai temere di mancare del tempo per convertirsi, e questa dilazione può privarlo di un tesoro di meriti che gli procurerebbero una malattia santificata dalla grazia. Portiamo tutti dentro di noi una risposta di morte, dice l’Apostolo; quei medesimi che sembrano i più robusti, sono talvolta i più vicini al sepolcro. Ma in qual tempo debbonsi più temere le sorprese della morte, se non nella malattia, che le prepara di già la sua vittima e che comincia a distruggere questo mortal corpo ? Il fatto sta che i più degli uomini muoiono dopo certi mali, o più o meno. Or nell’incertezza del tempo che deve durare una malattia, quale miglior cosa può farsi sin dai primi attacchi del male, che ricorrer ai rimedi che debbono guarir l’anima dal peccato, e mettersi in istato di comparire avanti a Dio col ricevere i Sacramenti, che operar devono questa guarigione, perché corresi molto rischio che differendo ad usare questi rimedi, non vi siamo più a tempo. Imperciocché non può forse accadere, e non accade sovente, che una malattia, la quale sembrava leggiera nel suo cominciamento, divenga ad un tratto mortale, e col suo rapido progresso dia all’infermo il colpo della morte nel momento che non si aspettava? Ovvero che, togliendogli la conoscenza, lo metta fuori di stato di ricevere i sacramenti; o finalmente l’opprima con dolori sì violenti che diventi incapace di applicarsi a qualsiasi cosa, che non possa né esaminar la coscienza, né eccitarsi al dolore dei suoi peccati? Quindi che avviene a coloro che aspettano all’ultimo momento di munirsi degli aiuti dei moribondi? Quel che avete veduto accadere a qualcheduno di coloro, alla cui morte siete stati presenti; o ne sono privi per sorpresa, o li ricevono senza disposizione, o muoiono nell’impenitenza. laonde non è forse di somma importanza il chiedere di ricever i sacramenti sin dal principio della malattia? – Possono forse prendersi troppo presto ed usare troppe precauzioni, tosto che si tratta di evitare un’eternità infelice? Che arrischiasi di ricorrere ai rimedi che risanano l’anima dalla malattia del peccato? Non si ricevono forse i sacramenti in sanità? Perché non riceverli in malattia? Queste sorgenti di vita, rendendo la sanità all’anima, non contribuiscono forse a quella del corpo con la tranquillità, e col riposo di una buona coscienza che n’è l’effetto? E che non deve sperar un infermo dalla vista di Gesù Cristo, che con una sola parola ha risanato coloro che avevano a Lui ricorso? Testimonio ne sia il malato del nostro Vangelo. E non dovremmo noi forse indirizzarci al supremo medico e dell’anima e del corpo, con la medesima confidenza che quel signore, il quale lo pregava di venire in sua casa per guarire un figliuolo la cui malattia sembrava incurabile? Descende priusquam moriatur filius meus. Sì, oh Signore, dovrebbe dire un infermo, venite nella mia casa, venite ad abitare nel mio cuore, Voi potete, purché lo vogliate guarirmi da tutte le mie infermità. Se io non ricupero la sanità del corpo, e se vi piace levarmi da questo mondo, io sono almen sicuro che mi renderete la sanità dell’anima, che la libererete dagli orrori della morte eterna. Deve forse altresì recargli pena di ricevere il Sacramento dell’Estrema Unzione, che ha una virtù particolare per sollevar un infermo, e ristabilire le sue forze, come ce lo assicura l’Apostolo s. Giacomo? Infirmatur quis in vobis? etc. Finalmente, fratelli miei, di che si tratta per guarire la malattia di quest’anima? Basta di scoprirla al medico spirituale, al ministro di Gesù Cristo rivestito del potere di rimettere i peccati: tosto che il peccato è confessato con un cuore contrito ed umiliato, la guarigione è nello stesso momento operata. – Ah  se si potesse così facilmente ricuperare la sanità del corpo, non sarebbe di bisogno usare tante precauzioni, prendere tanti rimedi che sovente sono inutili e non potranno poi finalmente esentare dalla morte. Perché dunque trascurare un mezzo cosi facile per assicurare la salute? Perché almeno non dare ad un’anima immortale la cui perdita è irreparabile, le medesime attenzioni che si accordano ad un corpo destinato a divenire il pascolo dei vermi? Ma è forse così che si ragiona? È forse così che ci diportiamo nelle malattie? Sin dai primi attacchi del male, abbiamo tutta la premura di procurarci gli aiuti convenevoli per ricuperare la sanità: si chiamano i medici, si prendono i rimedi che essi prescrivono; una tale condotta è certamente irreprensibile, perché la divina provvidenza ha fornito dei soccorsi nella natura, ha data la scienza agli uomini per sovvenire alle umane infermità. Ma quel che io biasimo nella maggior parte degli ammalati, si è:

  1. Il poco di confidenza che mettono essi in Dio per ricuperare la sanità del corpo; si è che, invece di ricorrere subito al supremo medico che può guarire il corpo e l’anima, non s’indirizzano a Lui che dopo aver provata l’inutilità degli umani soccorsi.

2. Quel che io biasimo ancora di più si è che questi infermi, unicamente occupati a ristorare il corpo, non pensano punto alla salute dell’anima; è lo stesso che portare, contro di essi una sentenza di morte il parlar loro dei sacramenti, sulla supposizione che la malattia non è pericolosa; incoraggiati dall’efficacia dei rimedi che loro s’applicano, prevenuti in favore del loro temperamento, sperano rivenirne; e disgraziatamente per essi, si è che la maggior parte di coloro che li servono, li mantengono in questi sentimenti, si nasconde loro il pericolo in cui sono, li nutriscono della lusinghiera speranza di un pronto ristabilimento. L’infermo, facile a credere ciò che lo lusinga, porta ancora la speranza della vita sino alle porte della morte, e per colpa di essere stato avvertito di mettere ordine alla sua coscienza, eccolo per sempre involto negli orrori di una spaventevole eternità. Hanno temuto mal a proposito d’intimorirlo, proponendogli un affare sì interessante; forse ancora hanno allontanato il ministro del Signore, che si è a questo motivo presentato: e questo timore fuori del dovere, questo funesto rispetto umano, è stato la cagione di sua disgrazia. Oh crudele ritenutezza! Oh perfida amicizia sì contraria allo spirito del Cristianesimo, che si affretta a soccorrer il prossimo nei bisogni più urgenti! Se voi vedeste un vostro congiunto, un vostro amico sul punto di cadere in un precipizio, da cui non dipendesse che da voi il preservarlo, avvertendolo del pericolo in cui si trova, credereste colpevole il vostro silenzio o piuttosto non potreste serbarlo. Voi vedrete quell’infermo vostro congiunto, vostro amico sul punto di cader nell’inferno, e lascerete perdere quell’anima, per non osar di dirgli di pensar alla sua salute? Peribit in tua scientia frater? Non si possono troppo lodare; è vero, gli aiuti che si rendono agl’infermi: questi uffici di carità hanno tanto più merito, quanto che nulla hanno che non sia ripugnante. Respirare presso di un infermo un’aria contagiosa, sopportare i suoi capricci e le sue stravaganze, ascoltare i suoi continui lamenti, non vedere alcun effetto dai rimedi che gli si danno, tutto questo richiede una carità ad ogni prova: voi siete anche obbligati, fratelli miei, di rendervi questi servigi nelle malattie per li legami che vi uniscono gli uni agli altri; ma il primo oggetto della vostra carità deve essere la salute dell’anima del vostro prossimo; il miglior servigio che voi possiate rendergli si è di preservare quest’anima dalla morte eterna con la vostra attenzione a fargli amministrare i sacramenti e ad aprirgli la porta del cielo, dove vi servirà di protettore per tirarvi presso di Lui. Qual consolazione per l’uno e per l’altro di avere in tal modo contribuito alla vostra felicità! Un’altra ragione che deve indurre un infermo a mettersi in buono stato col ricevere i Sacramenti si è che, restando nel peccato, si priva del merito dei patimenti; laddove la grazia santificante, che è il frutto di una sincera conversione, dà alla sua malattia una virtù particolare per soddisfare a Dio per li suoi peccati. Già  è stato più volte detto, fratelli miei, che quando il peccatore è in uno stato di morte, tutto quel che fa, tutto quello che soffre, benché buono sia d’altra parte, non è di alcun merito pel cielo, perché le sue azioni e i suoi patimenti non sono animati dal principio di vita, che deve renderli graditi ed accetti a Dio. Qual perdita non è dunque per un infermo schiavo del peccato, che soffre molto per lo spazio di mesi e d’anni interi, cui Dio non terrà alcun conto dei suoi patimenti? Può egli bensì, con la sua pazienza nel soffrire, attirar le grazie di cui ha bisogna per convertirsi; ma se non ritorna a Dio con una sincera penitenza, i suoi patimenti non saranno mai ricompensati nel cielo. Oh quanti momenti perduti, in cui poteva egli soddisfare alla giustizia di Dio ed accumulare grandi tesori di meriti pel cielo! Ma se questo peccatore sin dal principio della sua malattia si riconcilia con Dio, tutti i suoi momenti di dolore saranno contati e notati nel libro della vita; un giorno, un momento di patire può risparmiargli degli anni di purgatorio, può meritargli un peso immenso di gloria, dice l’Apostolo: Momentaneum tribulatìonis nostræ determini gloriæ pondus operatur. Oh momenti della malattia! quanto voi siete preziosi per la salute allorché se ne sa fare buon uso! Or il miglior uso che un peccatore possa farne si è di offrirli a Dio in soddisfazione delle sue colpe; il che deve fare con tanto più di ragione, quanto che può senza temerità riguardar certe malattie come la conseguenza degli eccessi a cui si è abbandonato. Ah! con ben giusta ragione deve egli dire in quel tempo di dolore, io soffro tutti questi mali, io li ho meritati con le mie iniquità: Merito hæc patimur, quia peccavimus. Troppo fortunato io sono ancora, o mio Dio, che Voi vogliate accettare questi patimenti in iscambio dei supplizi cui io presentemente sarei condannato, se Voi m’aveste trattato conforme alla mia malizia; invece di lamentarmi, io ringrazio la vostra bontà, che vuol pure a questo prezzo riparare i diritti della vostra giustizia. Ben lungi dal chiedervi la liberazione dei mali che soffro, io vi pregherò con s. Agostino di non risparmiarmi in questo mondo, purché mi risparmiate nell’altro: Hic ure , hic seca, modo in æternum parcas. Se voi siete, fratelli miei, penetrati da questi sentimenti, voi sopporterete le vostre malattie con pazienza, virtù che un infermo può riguardare come il sommo rimedio a tutti i suoi mali, e l’unico rifugio che gli resta in certe malattie, che non sono suscettibili di alcun raddolcimento. Ah! si è allora, che conviene armarsi di pazienza per sostenerne tutto il rigore e la durata! Che cosa guadagnereste voi infatti nell’abbandonarvi all’impazienza, la quale, lungi dal guarire i vostri mali, non fa che inasprirli, mentre la pazienza ne modera l’amarezza? Nel primo caso voi accrescete i vostri debiti, e cangiate il rimedio in veleno: nel secondo, al contrario, voi trovate il vostro vantaggio in ciò che sembra essere nocevole. L’avversione per li patimenti vi apre la strada dell’inferno. La sommissione ai disegni di Dio fa, secondo s. Giacomo, la perfezione delle vostre virtù e vi apre la porta del cielo. Qual disgrazia non sarebbe dunque per voi di soffrire affatto inutilmente, di rendervi ad uno stesso tempo colpevoli ed infelici: Tanta passi estis sine causa? Per alcuni momenti di dolori un’eternità di delizie! Ah! quanto è consolante questo pensiero per un Cristiano che sa trarre vantaggio dai mezzi che gli fornisce la Religione! Nel mentre che il suo corpo è sulla terra immerso nel dolore, la sua anima, che s’innalza nel cielo, gusta anticipatamente le delizie che il Signore apparecchia ai suoi eletti. Quindi egli sottomette interamente la sua volontà a quella di Dio: egli riguarda la malattia come una preziosa vista, che il Signore gli fa nella sua misericordia per risparmiargli i rigori della sua giustizia; egli sa che Dio servesi della malattia per purificarlo come l’oro nel fuoco a fine di renderlo degno di Lui. Che la vostra volontà si adempia dunque, o mio Dio. dice egli all’esempio del suo Salvatore, e non la mia. Benché amaro sia il calice che voi mi presentate, io l’accetto di buon cuore dalle vostre mani; posso io forse ricusare di bervi dopo che il mio divin Maestro l’ha bevuto sin all’ultima goccia? Mentre l’innocente è coperto di piaghe, posso io lamentarmi di alcuni leggieri patimenti che sono un nulla in paragone di quanto Egli ha per noi sofferto?

Pratiche. Tali sono, fratelli miei, le disposizioni in cui dovete essere, chiunque voi siete, giusti o peccatori, quando il Signore vi ha fatto parte della croce del suo caro Figliuolo: Ripetete sovente quelle belle parola di Gesù agonizzante, che esser debbono l’orazione più frequente di un infermo: Fiat voluntas tua; ma queste parole sieno ancora più nel vostro cuore che nella vostra bocca. Abbiate sovente avanti agli occhi l’immagine del vostro Salvatore in croce; unite i vostri dolori ai suoi e protestategli che volete morire nelle sue braccia. Riguardate la malattia come un tempo proprio a riparare i mancamenti che avete commessi in sanità. Riscattate, come dice l’Apostolo, con quei momenti di dolore quelli che avete passati nei piaceri: Redimentes tempus, quoniam dies mali sunt. Ringraziate Iddio, che si serve delle malattie per tirarvi a Lui. Ma quantunque utile sia la malattia per la vostra conversione, non aspettate a quel tempo per travagliarvi; voi potete esser sorpresi dalla morte senza essere avvertiti dalla malattia. Fate un santo uso della sanità che Dio vi concede affinché essa serva a manifestare la sua gloria e a procurare la vostra salute. Quando vi prolunga dei giorni che la malattia sembrava voler terminare, indirizzate i vostri primi passi nel suo santo tempio per dimostrargliene la vostra riconoscenza; ricordatevi principalmente dei proponimenti che avete fatti essendo infermo, di viver meglio che per lo passato; profittate del tempo che Dio vi dà ancora per santificarvi e meritare le sue ricompense. Così sia.

Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXXVI: 1
Super flúmina Babylónis illic sédimus et flévimus: dum recordarémur tui, Sion.

[Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti e abbiamo pianto: ricordandoci di te, o Sion.]

Secreta

Cœléstem nobis præbeant hæc mystéria, quǽsumus, Dómine, medicínam: et vítia nostri cordis expúrgent.

[O Signore, Te ne preghiamo, fa che questi misteri ci siano come rimedio celeste e purífichino il nostro cuore dai suoi vizii.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps CXVIII: 49-50
Meménto verbi tui servo tuo, Dómine, in quo mihi spem dedísti: hæc me consoláta est in humilitáte mea.

[Ricordati della tua parola detta al servo tuo, o Signore, nella quale mi hai dato speranza: essa è stata il mio conforto nella umiliazione.]

Postcommunio

Orémus.
Ut sacris, Dómine, reddámur digni munéribus: fac nos, quǽsumus, tuis semper oboedíre mandátis.

[O Signore, onde siamo degni dei sacri doni, fa’, Te ne preghiamo, che obbediamo sempre ai tuoi precetti].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2020)

 (Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

La liturgia fa leggere nell’Ufficio divino la storia di Ester verso quest’epoca (5a Domenica di Settembre). Reputiamo quindi cosa utile, al fine di rivedere ogni anno con la Chiesa tutte le figure dell’Antico Testamento e per Continuare a studiare le Domeniche dopo Pentecoste in corrispondenza del Breviario, di parlare in questo giorno di Ester. – L’lntroito della Domenica 21 – dopo Pentecoste è la preghiera di Mardocheo. Non potremo noi vedervi un indizio della preoccupazione della Chiesa di unire, a questo periodo liturgico, la stona di Ester ad una Messa di questo Tempo?

« Assuero, re di Susa in Persia, aveva scelto per prima regina Ester, nipote di Mardocheo. Aman, l’intendente del palazzo, avendo osservato che Mardocheo rifiutava di piegare le ginocchia davanti a lui, entrò in grande furore e, saputo che era ebreo, giurò dì sterminare insieme a lui tutti quelli che fossero della sua razza. Accusò quindi al re gli stranieri che si erano stabiliti in tutte le città dei suo regno e ottenne che venisse dato ordine di massacrarli tutti. Quando Mardocheo lo seppe, si lamentò e fu presso tutti gli Israeliti un gran duolo.- Mardocheo disse allora a Ester che essa doveva informare il re di quanto tramava Aman, fosse pure col pericolo della sua vita medesima. » Se Dio ti ha fatta regina, non fu forse in previsione di giorni simili? ». Ed Ester digiunò tre giorni con le sue ancelle; e il terzo giorno, adorna delle sue vesti regali, si presentò davanti al re e gli domandò di prender parte ad un banchetto con lui e Aman. Il re acconsentì. E durante questo banchetto Ester disse al re: « Noi siamo destinati, io e il mio popolo, ad essere oppressi e sterminati ». Assuero sentendo che Ester era giudea, e che Mardocheo era suo zio, le disse: « Chi è colui che osa far questo? ». Ester rispose: « Il nostro avversario e nostro nemico è questo crudele Aman ». Il re, irritato contro il suo ministro, si levò e comandò che Aman fosse impiccato sulla forca che egli stesso aveva fatto preparare per Mardocheo. E l’ordine fu eseguito immediatamente, mentre veniva revocato l’editto contro i Giudei. Ester aveva salvato il suo popolo e Mardocheo divenne quel giorno stesso ministro favorito del re e uscì dal palazzo portando la veste regale azzurra e bianca, una grande corona d’oro e il mantello di porpora, e al dito l’anello regale ». — Il racconto biblico ci mostra come Dio vegli sul suo popolo e lo preservi in vista del Messia promesso. « Io sono la salvezza del popolo, dice il Signore, in qualunque tribolazione mi invochino, li esaudirò e sarò il loro Signore » (Introito). « Quando cammino nella desolazione Tu mi rendi la vita, Signore. Al disopra dei miei nemici, accesi d’ira, tu mi stendi la mano e la tua destra mi assicura la salvezza » (Off.); il Salmo del Communio parla del giusto che è oppresso dall’afflizione e che Dio non abbandona; quello del Graduale, ci mostra come, rispondendo all’appello di coloro che in Lui sperano, Dio fa cadere i peccatori nelle loro proprie reti; il Salmo dell’Alleluia canta tutte le meraviglie che il Signore ha fatto per liberare il suo popolo. Tutto questo è una figura di quanto Dio non cessa di fare per la sua Chiesa e che farà in modo speciale alla fine del mondo. Aman che il re condannò durante il banchetto in casa di Ester, è come l’uomo che è entrato al banchetto di nozze di cui parla il Vangelo, e che il re fece gettar nelle tenebre esteriori, perché non aveva la veste di nozze, cioè « perché non era rivestito dell’uomo novello che è creato a somiglianza di Dio nella vera giustizia e nella santità, per non aver deposto la menzogna e i sentimenti di collera, che nutriva in cuore verso il prossimo» (Epistola). Cosi iddio tratterà tutti coloro che, pur appartenendo al corpo della Chiesa per la loro fede, sono entrati nella sala del banchetto senza essere rivestiti, dica S. Agostino, della veste della carità. Non essendo vivificati dalla grazia santificante, non appartengono all’anima del Corpo mistico di Cristo, e rinunziando alla menzogna, dice S. Paolo, ognuno di voi parli secondo la verità al suo prossimo, perché siamo membri gli uni degli altri. Possa il sole non tramontare sull’ira vostra » (Epistola). E quelli che non avranno adempiuto a questo precetto saranno dal Giudice supremo gettati nel supplizio a dell’inferno, come pure gli Ebrei che hanno rifiutato l’invito al pranzo di nozze del figlio del re, cioè di Gesù Cristo con la sua sposa che è la Chiesa (2° Notturno) e che hanno messo a morte profeti e gli Apostoli recanti loro questo invito. — Assuero in collera, fece impiccare Aman. Anche il Vangelo ci narra che il re montò in furore, inviò i suoi eserciti per sterminare quegli assassini e bruciò la loro città. Più di un milione di Giudei morirono nell’assedio di Gerusalemme per opera di Tito, generale dell’esercito romano, la città fu distrutta e il Tempio incendiato. Aman infedele, fu sostituito da Mardocheo; gli invitati alle nozze furono sostituiti da coloro che i servi trovarono ai crocicchi. I Gentili presero il posto degli Ebrei e verso di quelli si volsero gli Apostoli, riempiti di Spirito Santo, nel giorno di Pentecoste. E al Giudizio universale, che annunziano le ultime domeniche dell’anno, queste sanzioni saranno definitive. Gli eletti prenderanno parte alle nozze eterne e i dannati saranno precipitati nelle tenebre esteriori e nelle fiamme vendicatrici, ove sarà pianto e stridore di denti.

Bisogna spogliarsi dell’uomo vecchio, dice S. Paolo, come ci si toglie una veste vecchia e rivestirsi di Cristo come ci si mette una veste nuova. Bisogna dunque rinunziare alla concupiscenza traditrice delle passioni che, come figli di Adamo, abbiamo ereditato, e aderire a Cristo accettando la verità evangelica, che ci darà la santità nei nostri rapporti con Dio e la giustizia nei nostri rapporti col prossimo.

« Dio Padre, dice S. Gregorio, ha celebrate le nozze di Dio suo Figlio, allorché l’unì alla natura umana nel seno della Vergine. E le ha celebrate specialmente allorché, per mezzo dell’Incarnazione, lo unì alla santa Chiesa. Inviò due volte i servi per invitare i suoi amici alle nozze, perché i Profeti hanno annunziata l’Incarnazione del Figlio di Dio come cosa futura e gli Apostoli come un fatto compiuto. Colui che si scusa col dover andare in campagna, rappresenta chi è troppo attaccato alle cose della terra; l’altro che si sottrae col pretesto degli affari, rappresenta chi desidera smodatamente i guadagni materiali. E ciò che è più grave, è che la maggior parte non solo rifiutano la grazia data loro di pensare al mistero dell’Incarnazione e di vivere secondo i suoi insegnamenti, ma la combattono. La Chiesa presente è chiaramente indicata dalla qualità dei convitati, tra i quali si trovano coi buoni anche I cattivi. — Cosi il grano si trova mescolato con la paglia e la rosa profumata germoglia con le spine che pungono. — All’ultima ora Dio stesso farà la separazione dei buoni dai cattivi che ora la Chiesa contiene. Quegli che entra al festino nuziale senza l’abito di nozze appartiene alla Chiesa colla fede, ma non ha la carità. Giustamente la carità è chiamata abito nuziale perché essa era posseduta dal Creatore allorché si unì alla Chiesa. Chi per la carità è venuto in mezzo agli uomini ha voluto che questa carità fosse l’abito nuziale. Allorché uno è invitato alle nozze in questo mondo, cambia di abiti per mostrare che partecipa alla gioia della sposa e dello sposo e si vergognerebbe di presentarsi con abiti spregevoli in mezzo a tutti quelli che godono e celebrano questa festa. Noi che siamo presenti alle nozze del Verbo, che abbiamo fede nella Chiesa, che ci nutriamo delle Sante Scritture e che gioiamo dell’unione della Chiesa con Dio, rivestiamo dunque il nostro cuore dell’abito della carità, che deve comprendere un doppio amore: quello di Dio e quello per il prossimo. Scrutiamo bene i nostri cuori per vedere se la contemplazione di Dio non ci faccia dimenticare il prossimo e se le cure verso il prossimo non ci facciano dimenticare Dio. La carità è vera se si ama il prossimo in Dio e se si ama teneramente il nemico per amore di Dio » (Omelia del giorno).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum

[Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.]

Ps LXXVII: 1
Attendite, pópule meus, legem meam: inclináte aurem vestram in verba oris mei.
[Ascolta, o popolo mio, la mia legge: porgi orecchio alle parole della mia bocca.]

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum

[Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.].

Oratio

Orémus.
Omnípotens et miséricors Deus, univérsa nobis adversántia propitiátus exclúde: ut mente et córpore páriter expedíti, quæ tua sunt, líberis méntibus exsequámur.

[Onnipotente e misericordioso Iddio, allontana propizio da noi quanto ci avversa: affinché, ugualmente spediti d’anima e di corpo, compiamo con libero cuore i tuoi comandi.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes IV: 23-28
“Fratres: Renovámini spíritu mentis vestræ, et indúite novum hóminem, qui secúndum Deum creátus est in justítia et sanctitáte veritátis. Propter quod deponéntes mendácium, loquímini veritátem unusquísque cum próximo suo: quóniam sumus ínvicem membra. Irascímini, et nolíte peccáre: sol non occídat super iracúndiam vestram. Nolíte locum dare diábolo: qui furabátur, jam non furétur; magis autem labóret, operándo mánibus suis, quod bonum est, ut hábeat, unde tríbuat necessitátem patiénti.”

(“Fratelli: Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell’uomo nuovo, che è creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Perciò, deposta la menzogna, ciascuno parli al suo prossimo con verità: poiché siamo membri gli uni degli altri. Nell’ira siate senza peccato: il sole non tramonti sul vostro sdegno. Non lasciate adito al diavolo. Colui che rubava non rubi più: piuttosto s’affatichi attendendo con le proprie mani a qualche cosa di onesto, per aver da far parte a chi è nel bisogno.”)

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia,

I CARATTERI DELL’UOMO NUOVO

L’epistola è tolta dalla lettera di San Paolo agli Efesini. Nei versetti precedenti l’Apostolo aveva scongiurato gli Efesini a non imitare la vita dei pagani, tra i quali essi vivevano; ma a conformare la loro condotta alla santità inculcata da Gesù Cristo. Perciò, come segue a dire nell’epistola riportata, bisogna deporre il vecchio uomo con tutte le sue inclinazioni, come si depone un vecchio vestito; e bisogna, invece, come si indossa un nuovo vestito, rivestirsi dell’uomo nuovo, rigenerato dalla grazia nella verità e nella giustizia, non più deturpato dagli errori e dalle brutture di prima. Accenna ad alcuni peccati che devono deporsi e ad alcune virtù di cui bisogna rivestirsi: devono rinunciare alla menzogna per praticare la verità; rinunciare alla collera per praticare la dolcezza; rinunciare al furto per praticare il lavoro e l’elemosina. Da quanto è detto nell’epistola possiamo dedurre chi i caratteri dell’uomo nuovo sono:

1. Il bando alle cattive abitudini,

2. La pratica del bene,

3. La riparazione.

1.

Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell’uomo nuovo.

Nessuno vorrà farsi la domanda che S. Agostino pone in bocca a coloro che vogliono esimersi dal praticare ciò che dall’Apostolo viene inculcato. « Come mi spoglierò dell’uomo vecchio, e mi rivestirò dell’uomo nuovo? Forse io, come terzo uomo, deporrò l’uomo vecchio che possedevo, e prenderò l’uomo nuovo che non possedevo, e così si debbano intendere tre uomini?…» (En. in Ps. XXV, 1). Io dico: Rivestitevi dell’uomo nuovo, è lo stesso che dire « Rivestitevi di Gesù Cristo » (Rom. XIII, 14), chiamato anche: « Il secondo uomo», in opposizione ad Adamo «primo uomo» (1 Cor. XV, 47). Ma per rivestirci di Gesù Cristo, cioè, delle sue virtù, del suo spirito, della sua grazia, è necessario spogliarci dell’uomo vecchio, dell’uomo terreno. – Dopo la caduta di Adamo l’uomo andò attaccandosi sempre più alla terra. Alla terra sono rivolti i suoi pensieri, il suo cuore, le sue inclinazioni. I suoi discorsi, le sue opere non si staccano mai, o si staccano ben poco, dalla terra. Nella sua mente c’è l’errore, nel suo cuore ci sono le passioni, nelle sue opere c’è il disordine. In una parola, egli è l’uomo del peccato, è l’uomo che serve al peccato. – Perché possa piacere a Dio, rivestendosi di virtù, è necessario togliere il peccato. Le piante delle virtù non nascono dai semi dei vizio. Per innalzare un edificio nuovo, si toglie dal terreno ogni ingombro, in modo che il costruttore abbia la più ampia libertà di movimenti nell’seguire i suoi lavori. Per innalzare l’edificio d’una vita virtuosa, bisogna innanzi tutto sgombrare l’anima nostra dal peccato e dalle sue radici. Le abitudini d’una volta devono cessare: il modo di vivere d’una volta va cambiato, i gusti devono essere nuovi; gli idoli delle nostre passioni vanno abbattuti, e abbattuti generosamente. – Il voler rimanere attaccati anche solamente a una sola delle vecchie abitudini cattive è come rimanere attaccati a tutte. Il cuore andrebbe diviso tra la virtù e il vizio; tra Dio e l’idolo della propria passione, e questo è assolutamente inammissibile. « Chi non è con me, contro di me » (Matt. XII, 30), dichiara il Signore. Se tu avessi il cuore attaccato a un solo peccato grave, saresti sempre rivestito dell’uomo vecchio, privo della grazia, nemico di Dio.

2.

Per rivestirsi dell’uomo nuovo non basta deporre l’uomo vecchio col dare il bando alle cattive abitudini! L’astenersi dalle opere cattive non merita gran lode se non si praticano opere buone. « Infatti — nota il Crisostomo — non si è soliti lodare, anzi neppur menzionare alcuno per questo che non commette delitti… Poiché noi usiamo mai attribuire a lode la semplice astensione dalle cattive azioni; in vero ciò sarebbe ridicolo » (In Epist. ad Philipp. Hom. VI, 1). L’odiare il male è cosa assolutamente necessaria per praticare bene, poiché, « se non odiamo il male non possiamo amare il bene » (S. Gerolamo Epist. 125, 14 ad Eust.); ma questo non è tutto. – Il campo non si dissoda e non si libera dalle male piante pel semplice gusto di lavorare; ma per farvi una nuova piantagione, che ripaghi coi suoi frutti abbondanti il valore del terreno e la fatica. “Dimmi un po’, che giova — osserva ancora il Crisostomo — che si siano tolte tutte le spine se non vi si è sparso il buon seme? Se il tuo lavoro sarà rimasto imperfetto si finirà nello stesso danno di prima”. Perciò, anche il nostro S. Paolo, prendendosi cura di noi, non limita i suoi precetti alla amputazione ed alla estirpazione dei mali, ma esorta a far tosto la piantagione del bene (in Epist. ad Eph. Hom. 16, 2). E fa l’enumerazione delle buone opere che dobbiam coltivare, cominciando dalla semplicità, dalla schiettezza. Perciò, deposta la menzogna, ciascun parli al suo prossimo con verità, e continua, insegnandoci come dobbiamo usare della nostra lingua, guidare i moti del nostro cuore, diportarci nelle azioni esteriori. Sono insegnamenti che possono comprendersi tutti in uno: fuggite ogni vizio, e praticate ogni virtù. – La vita nuova, insomma, si riassume in questa norma, fare tutto l’opposto di quel che si faceva prima. San Agostino così commenta l’esortazione dell’Apostolo: Rivestitevi dell’uomo nuovo. « Ha voluto dir questo: Cambiate costumi. Prima amavate il secolo, adesso amate Dio » (Serm. 9, 8). Di questo mutamento di costumi ci dà un mirabile esempio Zaccheo. Zaccheo, capo dei doganieri incaricati di riscuotere le imposte a Gerico, ha la fortuna di ricevere in casa Gesù. Quella visita cangia totalmente il cuore del capo gabelliere. Prima era attaccato alle ricchezze che accumulava con angherie: ora se ne spoglia per prodigarne la metà ai poveri. Prima non badava tanto pel sottile, in fatto di giustizia: ora decide di restituire il quadruplo a chi avesse potuto recare qualche danno. Chi vuol condurre una vita nuova deve precisamente imitare Zaccheo. Se prima era bestemmiatore, ora lodi Dio; se era avaro, ora sia generoso; se era superbo, ora sia umile; se vendicativo, ora sia largo nel perdonare; se impudico, ora coltivi la castità. Pensieri, desideri, inclinazioni, discorsi, opere siano ispirate agli esempi dell’uomo nuovo, Gesù Cristo.

3.

L’Apostolo, parlando della condotta che deve tenere, chi, prima della conversione, rubava, così si esprime: Colui che rubava non rubi più: piuttosto s’affatichi attendendo con le proprie mani a qualche cosa di onesto, per aver da far parte a chi è nel bisogno. È chiaro da queste parole che S. Paolo non solo richiede che l’uomo nuovo, invece di rubare lavori e renda quel che ha preso ingiustamente; ma accenna al dovere di mettersi in grado di espiare, con l’elemosina, il male che ha fatto, togliendo ai legittimi possessori ciò che a loro apparteneva. Il pensiero di riparare il mal fatto, di dare buono esempio là dove si era dato scandalo, di dare gloria a Dio in cambio delle offese a Lui recate, fu sempre il segreto dal grande progresso nella via della santità da parte dei convertiti. Una vera riforma di noi stessi comincia col riconoscere la nostra miseria, e confessare con tutta schiettezza al cospetto di Dio: « Eccoci dinanzi a te col nostro peccato » (1 Esd. 9, 15). Poi prosegue, distruggendo in noi il regno del peccato, per mezzo delle buone opere; ma non si ferma qui. Cerca, non fosse che per riconoscenza a Dio, che con la sua grazia l’ha tratto dalla via della perdizione, di distruggere il peccato anche negli altri. Così ha fatto Davide. Alla parola del profeta Natan si scuote: riconosce la propria colpa: «Io conosco la mia prevaricazione, e il mio peccato mi sta sempre dinanzi»; e la confessa sinceramente davanti a Dio: « Contro di te solo ho peccato e ho fatto il male al tuo cospetto »; poi, domanda al Signore la grazia di divenire un uomo completamente nuovo: « Crea in me, o Signore, un cuor puro, e rinnova dentro di me uno spirito retto »; inoltre protesta di voler insegnare ai peccatori a rimettersi, come lui, sulle vie del Signore: « Insegnerò ai peccatori le tue vie, e i peccatori si convertiranno a te » (Salm. L, 4… 5… 11… 14). Chi ha rubato beni materiali, procuri per spirito dì riparazione di mettersi in grado di far l’elemosina ai bisognosi. Chi con i suoi discorsi, con le sue azioni, con la propaganda ha tolto o indebolito la fede, ha prodotto il rilassamento dei costumi, deve fare il possibile per ricondurre a Dio quelli che se ne sono allontanati. E se non gli sarà possibile ricondurre a Dio quegli stessi che furono allontanati da lui, glie ne riconduca degli altri. E cerchi di ricondurgli specialmente quelli che se ne sono allontanati maggiormente. Davide si propone di ricondurre a Dio gli iniqui e gli empi. Quanto più uno è avvolto nelle tenebre, tanto più ha bisogno di chi lo indirizzi pel retto sentiero; quanto più uno è immerso nel pantano, tanto più ha bisogno dell’opera di chi l’aiuti a uscirne. – E se non potrà fare quanto il suo cuore brama per riparare la vita passata, procuri di fare quel che può; e  se non gli è possibile di riparare direttamente, ripari indirettamente con la preghiera, coi patimenti, con le mortificazioni accettati e offerti a Dio con l’intenzione di riparare le mancanze della vita passata.

Graduale

Ps CXV: 2
Dirigátur orátio mea, sicut incénsum in conspéctu tuo, Dómine.

[Si innalzi la mia preghiera come l’incenso al tuo cospetto, o Signore.]
V. Elevatio mánuum meárum sacrifícium vespertínum. Allelúja, allelúja

[L’elevazione delle mie mani sia come il sacrificio della sera. Allelúia, allelúia]
Ps CIV: 1

Alleluja

Alleluja, Alleluja

Confitémini Dómino, et invocáte nomen ejus: annuntiáte inter gentes ópera ejus. Allelúja.

[Date lode al Signore, e invocate il suo nome, fate conoscere tra le genti le sue opere.]

Evangelium

Sequéntia   sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt XXII: 1-14
“In illo témpore: Loquebátur Jesus princípibus sacerdótum et pharisaeis in parábolis, dicens: Símile factum est regnum cœlórum hómini regi, qui fecit núptias fílio suo.
Et misit servos suos vocáre invitátos ad nuptias, et nolébant veníre. Iterum misit álios servos, dicens: Dícite invitátis: Ecce, prándium meum parávi, tauri mei et altília occísa sunt, et ómnia paráta: veníte ad núptias. Illi autem neglexérunt: et abiérunt, álius in villam suam, álius vero ad negotiatiónem suam: réliqui vero tenuérunt servos ejus, et contuméliis afféctos occidérunt. Rex autem cum audísset, iratus est: et, missis exercítibus suis, pérdidit homicídas illos et civitátem illórum succéndit. Tunc ait servis suis: Núptiæ quidem parátæ sunt, sed, qui invitáti erant, non fuérunt digni. Ite ergo ad exitus viárum et, quoscúmque invenéritis, vocáte ad núptias. Et egréssi servi ejus in vias, congregavérunt omnes, quos invenérunt, malos et bonos: et implétæ sunt núptiæ discumbéntium. Intrávit autem rex, ut vidéret discumbéntes, et vidit ibi hóminem non vestítum veste nuptiáli. Et ait illi: Amíce, quómodo huc intrásti non habens vestem nuptiálem? At ille obmútuit. Tunc dixit rex minístris: Ligátis mánibus et pédibus ejus, míttite eum in ténebras exterióres: ibi erit fletus et stridor déntium. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

(“In quel tempo Gesù ricominciò a parlare a’ principi dei Sacerdoti ed ai Farisei per via di parabole dicendo: Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece lo sposalizio del suo figliuolo. E mandò i suoi servi a chiamare gl’invitati alle nozze, e non volevano andare. Mandò di nuovo altri servi, dicendo: Dite agl’invitati: Il mio desinare è già in ordine, si sono ammazzati i buoi e gli animali di serbatoio, e tutto è pronto, venite alle nozze. Ma quelli misero ciò in non cale, e se ne andarono chi alla sua villa, chi al suo negozio: altri poi presero i servi di lui, e trattaronli ignominiosamente, e gli uccisero. Udito ciò il re si sdegnò; e mandate le sue milizie, sterminò quegli omicidi e diede alle fiamme le loro città. Allora disse a’ suoi servi: Le nozze erano all’ordine, ma quelli che erano stati invitati, non furono degni. Andate dunque ai capi delle strade e quanti riscontrerete chiamate tutti alle nozze. E andati i servitori di lui per le strade, radunarono quanti trovarono, e buoni e cattivi; e il banchetto fu pieno di convitati. Ma entrato il re per vedere i convitati, vi osservò un uomo che non era in abito da nozze. E dissegli: Amico, come sei tu entrato qua, non avendo la veste nuziale? Ma quegli ammutolì. Allora il re disse ai suoi ministri: Legatelo per le mani e pei piedi, e gettatelo nelle tenebre esteriori: ivi sarà pianto e stridor di denti. Imperocché molti sono i chiamati e pochi gli eletti”)

Omelia II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sul piccolo numero degli eletti.

Multi sunt vocati, pauci vero electi. Matth.XXII.

Si è con questa terribile sentenza che Gesù Cristo finisce la parabola dell’odierno Vangelo, dove paragona il regno de’ cieli ad un re che fece un gran convito per le nozze di suo figliuolo, al quale invitò parecchi che ricusarono di venirvi, e tra quelli che vi assistettero se ne ritrovò uno che non aveva la veste nuziale; il che gli attirò il più rigoroso castigo, poiché fu gettato coi piedi e le mani legate nelle tenebre esteriori. Così è, conchiuse Gesù Cristo; molti sono chiamati, ma pochi sono eletti: Multi sunt vocati, pauci vero electi. Stupenda verità che ha sempre riempiuto di spavento i più gran santi, e che è molto atta a portar nei nostri cuori un salutevole timore per poco che ci resti di religione! Perciò, quando io considero che si è l’oracolo medesimo della verità, cui solo è noto il numero dei predestinati, il quale ci assicura in termini precisi e formali che vi saranno pochi eletti, ah! io tremo, e sull’esempio del re profeta sono penetrato da un timore, che le ossa tutte e l’anima mia conturba: Conturbata sunt omnia ossa mea. Infatti, che vi sia dopo la morte un giudizio terribile che deve decidere della nostra eternità; che coloro i quali in esso saranno condannati, soffriranno tutti i tormenti immaginabili, basta questo senza dubbio per far tremare i più intrepidi: ma vi sarebbe minor motivo di temere, se potessimo accertarci che il numero degl’infelici sarà il più piccolo; tuttavia la fede ci insegna il contrario: pauci electi. Questa è, fratelli miei, di tutte le verità evangeliche quella che io trovo la più sorprendente, e la più capace di mettere in costernazione i peccatori: procuriamo in quest’oggi di penetrarci del salutevole timore che essa deve naturalmente inspirarci: ma guardiamoci dal cadere nell’estremità ove ella potrebbe gettarci, se le si desse un altro senso che quello del Vangelo: mentre a Dio non piace, fratelli miei, che io cerchi di metter in disperazione il peccatore, né anche di scoraggiarlo. Bisogna intimorirlo, ma nello stesso tempo animarlo a lavorare con confidenza al grande affare della salute. Il che mi propongo di fare in quest’oggi sviluppandovi il senso della verità del piccolo numero degli eletti. Perché sì pochi eletti? Primo punto. Che dobbiamo noi fare per assicurare su ciascuno di noi i bisogni di misericordia del Signore? Secondo punto. Da un canto i peccatori troveranno di spaventarsi alla vista dei loro disordini, e dall’altro di che animarsi e convertirsi. Forse la conversione di qualcheduno di quelli che sono qui è annessa a questo soggetto.

I. Punto. Che siano pochi i predestinati e che i più siano riprovati, nulla di più certo, se consultiamo la sacra Scrittura ed i santi padri. Qui io vedo questo piccolo numero di eletti paragonato alla famiglia di Noè, che sola fu salva dal diluvio; là io lo vedo rappresentato dai pochi frutti che restano sopra di un albero dopo la raccolta, dalle poche spighe che restano dopo la messe. Io odo Gesù Cristo che ci assicura nel Vangelo che vi saranno pochi eletti; che la porta per dove si entra nel cielo è stretta, e che pochi vi ha che la trovino, che ce lo assicura, dico, non già semplicemente come un’altra verità; ma con una specie di esclamazione e di stupore. Oh quanto è stretta, dice Egli, la strada che conduce alla vita! Quanto pochi ve ne sono che la seguono! Oh quam arcta est via, quæ ducit ad vitam! quam pauci sunt qui inveniunt eam! Se mi contentassi di queste testimonianze, io n’avrei detto abbastanza per provarvi la verità da me proposta ed ispirarvi un santo spavento; ma non avrei fatto abbastanza per scoprirvi le ragioni di una verità sì terribile e giustificare la causa di Gesù Cristo. – Iddio chiama tutti gli uomini al suo regno, rappresentato dal convito di cui si parla nel Vangelo, ove molti furono invitati, ed ove i servi del re avevano ordine di far entrare tutti coloro che avrebbero ritrovati, niuno eccettuato: Quoscumque inveneritis, vocate ad nuptias. Niuno è di noi, fratelli miei, cui Gesù Cristo non abbia promesso un posto in questo eterno banchetto. Egli ne ha fatte tutte le spese, ce ne ha aperta la porta coi patimenti e con la morte; Egli ha inviati i suoi servi, gli Apostoli, ed invia ancora tutti i giorni i ministri del suo Vangelo per invitarvi gli uomini: Vocate ad nuptias. Egli dà a tutti loro gli aiuti necessari per meritarvi un posto, senza di che il suo invito sarebbe inutile; poiché, siccome altrove c’insegna la fede, niuno può con le sue proprie forze giungere a quella felicità. Niuno si attribuisce dunque in verun modo la cagione del piccolo numero degli eletti a difetto di volontà dalla parte di Dio per la salute degli uomini, né all’insufficienza dei meriti di Gesù Cristo, né alla sottrazione delle grazie necessarie alla salute. Non è questo il senso che convien dare alla verità che vi predico. Se vi sono sì pochi eletti, non è già, lo ripeto, perché Dio abbia cosi determinato; non è neppure perché questo piccolo numero ci è rappresentato sotto figure sensibili di cui la Scrittura e i padri si servono per istruirci; ciò non è finalmente perché Gesù Cristo l’ha detto nei suoi oracoli; queste figure e questi oracoli provano bensì la verità del piccol numero degli eletti, ma ne suppongono di già la cagione nella condotta degli uomini. Se vi sono dunque sì pochi eletti tra gli uomini, contro di essi soli debbono prendersela. Dio per un effetto della sua bontà li chiama tutti al suo regno: Multi vocati. – E la maggior parte per un effetto della sua indifferenza e della sua malizia non vuole arrendersi ai desideri di Dio. Ecco, fratelli miei, la vera cagione del piccolo numero degli eletti: Pauci electi. Gli uni, simili a quei convitati che ricusarono di andare a quel banchetto, non hanno che dell’avversione per quei beni eterni; gli altri, simili a quell’uomo che non aveva la veste nuziale, meritano per la loro condotta sregolata di essere, al par di lui, condannati a gemere in quel tenebroso soggiorno ove saranno pianti e stridori di denti: bisogna forse stupirsi che, sebbene tutti siano chiamati, vi sieno sì pochi eletti? Pauci electi. Ripigliamo le circostanze della parabola del corrente Vangelo. Il re, apparecchiato il banchetto delle nozze di suo figliuolo, manda i suoi servi ad invitare molti, i quali sotto vari pretesti ricusano di venirvi. Gli uni andarono alla loro villa, gli altri al loro negozio, e non fecero alcun conto dell’onore che voleva loro procurare. Figura molto naturale di un gran numero d’uomini che sono chiamati al convito eterno, alle nozze dell’Agnello immacolato, e che, poco tocchi di questa bella sorte, si abbandonano interamente agli interessi del secolo, non sono ripieni che d’idee materiali e terrene, che aggravano loro il cuore, e li strascinano verso la vanità e la menzogna. – Dio fa i primi passi per attirarli a sé, li invita, li sollecita, o colla voce interiore della sua grazia o per mezzo dei suoi deputati apostolici, a cercare una felicità più degna .della loro attenzione che quella di quaggiù; costoro sono insensibili alla voce che li chiama. Al vederli incessantemente occupati nei negozi o nel lavoro direbbesi che non sono fatti che per la terra. Si parli loro della salute, dell’orazione, della frequenza dei Sacramenti, delle pratiche di pietà; è questo un linguaggio sconosciuto per essi, non hanno il tempo di pensarvi. Simili a quei convitati che conveniva sforzare per entrare nella sala del banchetto, bisogna loro far violenza per farli entrare nella via della salute. Di mala voglia entrano essi nelle nostre chiese per assistervi ai divini uffizi, per udire la divina parola; e molto sopraffatti li vediamo dalla noia e dal fastidio. Raramente si veggono accostarsi ai Sacramenti, differiscono talvolta da un anno all’altro; appena ritenere si possono in compagnia dei fedeli nei giorni consacrati al servigio di Dio; i loro affari temporali ne assorbiscono la più gran parte, che essi impiegano or a fare viaggi, or a formare progetti. Non sono questi forse fatti, di cui l’esperienza non ci somministra che troppo prove. Ogni sollecitudine hanno essi per gli affari del tempo, e non pensano in verun modo a quello della eternità. Or io vi domando, questa indifferenza degli uomini per l’affare della salute lascia loro forse molta speranza di essere del numero degli eletti? Ma non è questa che una cagione della riprovazione degli uomini; il vangelo ce ne scopre un’altra in colui, che comparve al convito senza la veste nuziale. – Ed in vero, fratelli miei, che significava quella veste nuziale che bisognava avere per entrare nel convito delle nozze? Ella significava, secondo s. Gregorio Papa, la grazia e la carità, che sono l’ornamento di un’anima cristiana, e senza di cui non si può entrare nel cielo. Or quanti Cristiani possono lusingarsi di avere questa grazia santificante, questa carità che ci rende amici di Dio ed eredi del suo regno? Questa grazia non può trovarsi che nelle anime innocenti, o veramente penitenti. Niun’altra strada evvi per entrare nel cielo che l’innocenza o la penitenza; ma oimè! quanto pochi vi ha che abbiano conservata la loro innocenza, o che, dopo averla perduta per il peccato, l’abbiano per mezzo della penitenza ricuperata? L’innocenza! ma in qual età, in qual condizione troveremo noi questo tesoro? Ella è forse cosa rara il vedere che il primo uso di nostra ragione comincia dalla perdita di nostra innocenza? Che i fanciulli non sono sì tosto usciti dal seno delle loro madri che divengono prevaricatori degli ordini del celeste Padre? Erraverunt ab utero (Ps. XVII). Che la loro bocca è dedicata alla menzogna, il loro spirito alla dissipazione, il loro cuore ai momentanei divertimenti, e che, troppo suscettibili dei cattivi esempi dei loro genitori, divengono come essi ingiusti, bestemmiatori ed intemperanti? La gioventù sarà dunque la sede dell’innocenza? Ma chi non sa che le passioni si fanno sentire con più di vivacità, dove governano con più d’impero? Quanti si trovano dei giovani che non siano d’una vita sregolata, disubbidienti ai loro genitori, bestemmiatori, libertini, impudichi, dissoluti, pieni di vanità, impegnati in commerci peccaminosi? Quanti matrimoni o profanati da infedeltà o intorbidati dalle risse e dalle dissensioni, e che, ben lungi di mettere un freno alla libidine, non divengono forse che un nuovo stimolo che l’accresce, e fa vedere sino nell’età più avanzata dei disordini di cui non si ha più rossore. Passiamo alle diverse condizioni. Avvenne forse una sola che non possa e non debba rendere questa testimonianza, che non v’è più d’innocenza? I ricchi non hanno che durezza per i poveri, i poveri invidia contro i ricchi: i ricchi ti perdono nell’ozio e nella mollezza, poiché le ricchezze somministrano loro onde contentare le loro passioni: i poveri si dannano nella miseria, perché non la sopportano che con impazienza, e per uscirne passano spesso oltre i limiti della giustizia e della probità. Eh! che importa, fratelli miei, che la vostra dannazione non sia l’effetto di una vita molle e sensuale, se le vostre impazienze, le vostre inimicizie, le vostre ingiustizie ne sono la cagione? Di qualunque siasi stato conviene, per vivere nell’innocenza, seguire le massime del Vangelo e praticarne la morale. – Prendiamo dunque da una parte il Vangelo, osserviamo dall’altra la condotta degli uomini nei diversi stati, e vedrassi se ve ne sono molti che possano pretendere di essere del numero degli eletti. Che cosa insegna il Vangelo? Che bisogna amar Dio sopra ogni cosa ed il prossimo come sé stesso; amar Dio sopra ogni cosa, vale a dire esser pronto a sacrificar tutto, a sofferir tutto piuttosto che offenderlo. Ed è così che si ama allora quando un vile interesse, un sozzo piacere prevale all’ubbidienza che gli si deve? Bisogna amar il suo prossimo come se stesso, senza eccezione de’ suoi più crudeli nemici. E chi sono coloro che non abbiano qualche avversione per il prossimo o che gli facciano tutto quel bene che desidererebbero si facesse ad essi medesimi? Che cosa ci insegna ancora il Vangelo? Che bisogna essere staccato dai beni, dai piaceri del mondo, mortificare incessantemente le proprie passioni, portare di continuo la sua croce. E chi sono coloro che non cedano all’amor delle ricchezze, che resistano all’allettamento del piacere, che non seguano le loro passioni, e che trasportar non si lascino dal torrente del costume? Ah! quanto è mai raro, fratelli miei, trovare di quei perfetti Cristiani che stiano sempre in guardia contro se stessi, che facciansi le necessarie violenze per non soccombere alle tentazioni, per evitare le occasioni di perdersi; di quei perfetti Cristiani, che siano assidui all’orazione e al servigio di Dio, caritatevoli verso il prossimo, umili, pazienti, casti, modesti, riservati! Quanti al contrario vivono in una maniera affatto opposta allo spirito del Vangelo! Basta aprire gli occhi su ciò che accade nel mondo. Vi si vede regnare l’orgoglio, l’invidia, l’ingiustizia, l’odio, la maldicenza, la libidine, la mollezza , in vece della buona fede e della probità, vi si vede la menzogna, l’inganno, le vessazioni. Si esamini quel che accade nelle città e nelle campagne: quante dispute e contrasti! quante gare e liti che mettono in dissensione le famiglie! Si entri nelle case, non vi si odono che bestemmie, che maledizioni, che maldicenze, che parole oscene; non vi si vedono che scandali, che cattivi esempi: Totus mundus in maligno positus est (Jo. V). Tutto il mondo non è ripieno che di malizia e di corruzione; tutti hanno traviato, dice il profeta; non v’ha quasi alcuno che faccia il bene. Convien dunque stupirsi, se sienvi sì pochi eletti, poiché vi sono sì poche virtù e sì pochi Cristiani che compiano i loro doveri? Non è già che si ignorino questi doveri; mancan forse istruzioni? E se questo bastasse per esser salvo, se non si trattasse ancora che di dare alcune prove della sua religione, di pregare, di visitar chiese, di ascoltar messe e di esser associato a pii consorzi, si potrebbe dire che il numero dei santi è più grande che quello dei riprovati; poiché malgrado la generale corruzione del mondo, si vedono ancora molte vestigia di religione. – Ma quel che rende il numero degli eletti sì piccolo è che, coi segni esteriori di religione, regnano molti vizi tra gli uomini; si è che ve ne ha ben pochi che del Signore osservino esattamente tutti i punti della legge: or, basta di mancare ad un solo per essere riprovato. Ah! se i santi, che hanno fedelmente osservata la legge del Signore, che hanno fatto tanti sforzi, che si sono abbandonati a tanti rigori per entrare nel cielo, hanno ancora temuto di esserne esclusi; come mai Cristiani che niuna violenza si fanno per esser salvi, possono sperare di esserlo? Se almeno una vera penitenza riparasse l’innocenza perduta, vi sarebbero altrettanti eletti, quanti veri penitenti, perché la penitenza ha sempre aperto ai peccatori il seno della divina misericordia. Ma chi’l crederebbe? La vera penitenza è quasi così rara come l’innocenza. Infatti che cosa è la penitenza? È una virtù che c’induce a soddisfare alla giustizia di Dio per gli oltraggi fatti alla sua infinita maestà. Far penitenza si è detestare i peccati passati e concepirne un sì grande orrore che siamo risoluti di perder tutto, di sofferir tutto, piuttosto che di ricadervi: far penitenza si è espiare con la mortificazione delle passioni i piaceri che loro si sono permessi e far servire, come dice l’Apostolo, alla santità le membra che hanno servito all’iniquità; si è sopportar con piacere le afflizioni, i dispregi, le perdite dei beni, le malattie, i sinistri accidenti, in una parola tutto ciò che è capace di umiliare, di purificare l’uomo peccatore. Or è forse così, fratelli miei, che voi fate penitenza? Giudicatevi da voi medesimi sulla testimonianza di vostra coscienza; la vostra penitenza è ella conforme alle regole, che vi sono prescritte? Voi vi confessate, è vero, ma le vostre confessioni sono esse precedute da un sufficiente esame, accompagnate da un vivo dolore dei vostri peccati, seguite da un cambiamento di condotta? – Per essere penitente, bisogna ancora soddisfare al prossimo per i torti che gli si sono fatti nei beni, nella riputazione; lo fate voi? Si ode bensì parlare d’ingiustizie, ma quasi mai di restituzione; eppure senza di ciò non si dà vera penitenza. Da tutto quel che ho detto egli è forse difficile a comprendere che vi sono sì pochi eletti? La condotta degli uomini non ne somministra delle prove? La vostra può ella assicurarvi che sarete di questo numero? Rispondete ingenuamente, in quale stato vi trovate voi? Osereste al presente comparire con fiducia al tribunale del supremo Giudice? Possedete voi in un grado molto eminente le qualità che il padre di famiglia esigeva in coloro che faceva sedere alla sua mensa? Se questo non è, mettetevi in buono stato, seguendo le impressioni salutevoli che la verità del piccolo numero degli eletti deve produrre sopra le vostre menti e i vostri cuori.

II. Punto. Dopo quel che vi ho detto del piccolo numero degli eletti, mi sembra fratelli miei, udirvi tener il linguaggio, che tenevano altre volte gli Apostoli al Salvatore sul medesimo soggetto. Se è così difficile di salvarsi, se vi sono sì pochi eletti, chi potrà dunque sperare di esserlo ? Quis poterit salvus esse (Matth. XIX)? Tutti, fratelli miei, sì tutti; ma bisogna, aggiungerò con Gesù Cristo, fare tutti gli sforzi per entrare e camminare in questa via stretta, poiché Dio accorda a tutti le grazie necessarie: Contendite intrare per angustam portam (Luc. XIII). Da questa risposta del Redentore io cavo due conseguenze molto capaci di fare su di noi impressioni vantaggiose, che saranno il frutto della verità che annunzio. Se è possibile andar salvo, e se è per colpa sol degli uomini che vi saranno sì pochi eletti, non conviene dunque disperare di esser di questo piccol numero. Bisogna dunque portare tutte le nostre mire, dirigere tutti i nostri passi verso la celeste patria; tali sono i mezzi che dobbiamo porre in opera per assicurare la nostra predestinazione. Se il piccol numero degli eletti non venisse che dalla scelta che Dio ne avesse fatta; se non dovessero esservi sì pochi predestinati se non perché Dio ha voluto così, senz’alcun personale o imputato demerito dalla parte degli uomini, ah! vi confesso, fratelli miei, che il nostro stato sarebbe molto deplorabile. Incerti se Dio ci avesse distinti in questa scelta, noi non avremmo il coraggio d’intraprendere cosa alcuna per la salute; perché, diremmo, se Dio non vuole ch’io sia salvo, avrò bel fare, io nol sarò giammai. Quindi nascerebbe una orribil disperazione e tutti i più enormi delitti cui gli uomini s’abbandonerebbero. Tali sono le funeste, conseguenze di un errore che ricusa di riconoscere in Dio una volontà sincera di salvare tutti gli uomini. Ma lungi dalle nostre menti, fratelli miei, un pensiero sì ingiurioso alla divinità, e sì tormentoso per noi. – Io non saprei abbastanza ripeterlo; Dio vuole la salute di tutti gli uomini: Egli non ci ha creati per perderci, ma per salvarci. A questo fine ci ha Egli dato il suo Figliuolo, i suoi Sacramenti, le sue grazie e tutti gli altri aiuti necessari: di modo che si può dire che se la nostra salute non dipendesse che da Dio solo, il suo regno sarebbe sicuramente per noi, pensiero infinitamente consolante, fratelli miei, poiché niuno è di noi il quale non possa dire: Iddio mi ha apparecchiato un posto nel suo regno, Egli mi dà tutti i mezzi necessari per arrivarvi, soltanto che io sia fedele alle grazie e son sicuro di mia salute. Qualunque peccato abbia io commesso, posso ottenerne il perdono, perché Dio l’ha promesso ad ogni peccatore che sinceramente a Lui ritorna; io posso dunque sperare, finché sono sulla terra; Dio vuole ch’io abbia questa speranza, io non ho che a voler efficacemente giungere al fine che mi è proposto, ed infallibilmente l’otterrò; e se me ne allontano, non potrò dolermi che di me stesso, poiché il numero degli eletti non sarà piccolo che per sola colpa degli uomini. Tale è, fratelli miei, l’impressione salutevole e consolante che questa verità, sebbene in sé terribile, deve lasciare nelle nostre menti. – Senza fermarvi a fare vani ragionamenti sulla vostra predestinazione, sforzatevi, secondo l’avviso del principe degli Apostoli, di renderla certa con le vostre buone opere: Satagite ut per bona opera certam vestram vocationem et electionem faciatis. Perciocché, in qualunque modo si consideri il mistero della predestinazione, e benché impenetrabile sia ai nostri occhi, noi dobbiamo tenere per certo, conforme ai principi della fede, che Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere, che nessuno sarà salvo se non per i suoi meriti, e che nessuno sarà riprovato fuorché per colpa sua. Or, per ciò meritare, due cose si richiedono, la grazia di Dio e la cooperazione dell’uomo. La grazia di Dio non ci manca, non manchiamo dunque noi medesimi alla grazia, e saremo predestinati; non abbiamo a temere che noi, e tutto a sperare dalla parte di Dio. Ecco un riflesso più che bastante a calmare le nostre inquietudini sulla eterna sorte. Se, malgrado queste certezze, voi siete ancora conturbati dal timore di un’eterna riprovazione; se, come il re profeta, qualche volta v’interrogate; non avrò io forse la disgrazia di essere rigettato per sempre dalla faccia del mio Dio? Le mie iniquità non mi chiuderanno esse il seno delle sue misericordie? Numquid in æternum projiciet Deus? Aut in finem misericordiam suam abscindet (Psal. LXXVI). I miei peccati, le mie continue resistenze alla grazia, non mi danno esse luogo di crederlo? E non sono io forse sicuro che se muoio nello stato in cui mi trovo, sarò del numero sgraziato di coloro che saranno sempre privi della vera luce? In tal caso che dovete voi fare per rassicurarvi? Bisogna, come lo stesso re profeta, determinarvi ad una seria conversione e prendere senz’indugio la strada che ad essa conduce: Dixi: nunc cœpi. Ah! dovete voi dire, la risoluzione è presa; io voglio, senza più aspettare, cangiar condotta, lasciar il peccato, rompere quelle illecite corrispondenze, correggermi dai miei cattivi abiti: Dixi: nunc cœpi. Non sarà già per un giorno, per un certo tempo che io osserverò il mio proponimento, ma sì per tutta la mia vita ch’io voglio unirmi a Dio in una maniera sì inviolabile che alcun oggetto creato non sarà capace di staccarmene: giacché dipende da me di essere del numero degli eletti, io vi sarò a qualunque costo, io mi farò tutta la violenza necessaria per venire a capo. Tale è l’altra salutevole conseguenza che tirar conviene dalla verità che abbiamo stabilita; ed è il secondo mezzo efficace di salute. – Ed in vero, fratelli miei, sebbene dipenda da ciascheduno di noi, con l’aiuto della grazia, l’essere del numero dei predestinati, si può sempre dire con verità che ve ne saranno pochi, perché la maggior parte degli uomini si perde di coraggio, alla vista degli ostacoli che s’incontrano nei sentieri della giustizia: non basta dunque, desiderare il cielo; è mestieri ancora fare grandi sforzi per arrivarvi. E a questo appunto i santi tutti sono determinati; testimonio ne sia il grande Apostolo, quel vaso di elezione, quell’uomo innalzato sino al terzo cielo: quantunque la sua coscienza nulla gli rimproverasse, pure non si credeva egli sicuro; e sul timore che, dopo avere predicato agli altri, non fosse riprovato egli stesso, castigava aspramente il suo corpo, portava incessantemente su di sé la mortificazione di Gesù Cristo: Castigo corpus meum, et in servitutem redigo; ne forte, quam aliis prædicaverim, ipse reprobus effìciar (I Cor. IX). Or se questo gran santo, che fu eletto da Gesù Cristo medesimo per annunziare la gloria del suo nome,se questo uomo incomparabile che aveva acquistati tanti meriti, temeva per la sua salute; e se questo sentimento onde era sempre occupato l’induceva a trattarsi aspramente, che non dobbiamo noi medesimi temere e che non dobbiamo fare, noi che siamo così lontani dalla virtù di quel grande apostolo?Gettate ancora gli occhi su quella moltitudine innumerabile di martiri che hanno amato sacrificare la vita al furore dei tiranni, piuttosto che cader nelle mani di un Dio vendicatore. Chi sostenerli poteva in sì aspre prove? Nient’altro che il timore di vedersi esclusi dal regno dei cieli. Qual altro motivo ha potuto indurre ad abitare nei deserti tanti confessori e vergini, che, per non essere esposti a perire con la folla, preferirono le austerità della penitenza a tutto ciò che il mondo può offrire di più lusinghiero nei suoi beni e piaceri? Tali sono gli effetti salutevoli che la verità del piccol numero degli eletti ha prodotto nei santi: sapevano essi che la strada che conduce al cielo è stretta e battuta da pochi; essi l’hanno costantemente seguita; hanno coraggiosamente sormontate le difficoltà che si opponevano all’eseguimento dei loro disegni. Così dovete fare voi pure, fratelli miei; voi sapete, come i santi, che per meritare la corona vi resta a percorrere una strada seminata di triboli e di spine; voi siete certi che la via che conduce alla perdizione è larga e spaziosa e battuta dal maggior numero, perché non presenta che rose e dolcezze. Da un canto vi vedete una felicità incomparabile, dall’altro una miseria senza fine: che fare? Bisogna, senza esitare, dir un eterno addio a coloro che corrono al precipizio, per camminare su quelle tracce che vanno a finire alla gloria: converrà per questo, lo confesso; sostenere molti combattimenti, domare le vostre passioni, portar incessantemente la vostra croce; ma è molto meglio salvarsi col piccol numero che perdersi con la moltitudine; e se le difficoltà vi spaventano, v’incoraggi la ricompensa. – Non apportate più dunque per scusa dei vostri disordini il gran numero di coloro che fanno come voi; mentre è questa una fatale illusione di cui servesi il demonio per perder le anime. La maggior parte lo fa, dicesi ordinariamente, posso dunque farlo ancor io. Ah! ben lungi di ragionare in tal modo, dite a voi medesimi: la maggior parte cerca i beni, gli onori, i piaceri della terra, dunque convien disprezzarli; la maggior parte fugge le croci, la povertà, le mortificazioni, la penitenza; dunque convien abbracciarle: i più sono bestemmiatori, ingiusti, maldicenti, vendicativi, voluttuosi; dunque non bisogna esser tale; se ne vedono pochi al contrario che siano umili, casti, mortificati, pazienti; bisogna dunque imitare quel piccol numero, perché egli è certo che il numero dei reprobi è il più grande. Fa d’uopo dunque; per esser salvo, conchiude s. Agostino, lasciar il gran numero per attaccarsi al piccolo: Esto de numero paucorum, si vis esse de numero salvandorum. A questo segno voi conoscerete se siete dei numero degli eletti. Volete voi ancora separarvi di più dalla folla che si perde ed assicurarvi di essere del piccolo numero che si salva? Mirate la condotta di coloro che vivono in una maniera più regolata che voi, che sono più assidui all’orazione, a frequentare i sacramenti che voi, che sono più mortificati che nol siete voi, mettetevi a confronto con tanti santi religiosi che passano i loro giorni nel ritiro, che vivono in un’intera rinuncia a tutto ciò che può lusingare le loro inclinazioni: quanti ne troverete nel medesimo vostro stato, i quali sorpassano in meriti ed in virtù? Concludete dunque così: come mai posso io sperare di essere del numero degli eletti, mentre vedo altri che hanno maggiori diritti di me, e nulladimeno temono di non esservi? Se temesi con una vita piena di buone opere, come sperare con una vita priva di virtù? Convien dunque, per assicurare la mia salute, ch’io imiti, che io superi anche in virtù coloro che menano una vita più regolata che non è la mia, poiché tra quelli che corrono nella lizza un solo è quegli che riporta il premio; bisogna ch’io raddoppi le forze per giungere al segno; giacché la porta del cielo è così stretta, convien ch’io faccia tutti i miei sforzi per entrarvi. – Se voi mettete in pratica queste utili conseguenze, il numero degli eletti, fosse ben egli ancora più piccolo che non è (ed ecco ciò che consola in questa verità), non vi dovesse essere che un solo predestinato nel mondo, sarete voi quello; il Vangelo e Gesù Cristo ci avrebbero ingannati, promettendoci la salute a queste condizioni, se noi non vi pervenissimo adempiendole; al contrario, se voi vivete nel disordine, se non fate penitenza, se morite nel peccato, benché non vi dovesse essere che un solo riprovato, voi sarete quello, e ciò per colpa vostra: Perditio tua ex te, Israel [Oseæ XIII). Ah! fratelli miei, se vi si dicesse solamente che deve esservene uno in quest’assemblea, non dovreste voi temere di esser quello? che sarebbe poi, se vi si annunciasse che ve ne sarà la metà e molto più ancora? Volete voi sapere se sarete di questo numero? Interrogate la vostra coscienza per sapere in quale stato voi siete, giudicatene da voi medesimi; se non siete in grazia di Dio, se comparite al suo giudizio senz’avere la veste nuziale, voi siete certi di essere precipitati nelle eterne tenebre. Qual cosa più capace d’indurvi; per poco che vi resti di fede, a lasciar il peccato con una sincera penitenza? Tale è il frutto che voi dovete ricavare dalle salutevoli riflessioni che abbiamo fatte sul piccolo numero degli eletti. Cominciate dunque, peccatori, sin dal giorno d’oggi, senza più tardare, la grand’opera della vostra conversione; rinnovatevi, come dice il grande Apostolo, in uno spirito di fervore, rivestendovi di Gesù Cristo, cioè, prendendolo per modello: Renovamini spiritu mentis vestræ. Sbandite dai vostri discorsi ogni parola ingiuriosa a Dio o al prossimo, per farvi regnare la verità. Se l’ira vi ha impegnati in qualche nimicizia col vostro prossimo, andate quanto prima a riconciliarvi con lui, affinché il sole non tramonti sull’ira vostra. Chi faceva ingiustizie, non ne faccia più e le ripari al più presto; anzi fatichi ancora a soccorrere l’indigente. Quanto a voi, giusti, se volete perseverare nella grazia di Dio, meditate sovente questa gran verità: Pauci electi, vi sono pochi eletti; voi troverete in essa una forte difesa contro gli assalti dei vostri nemici. Animatevi al fervore, alla pratica della virtù con queste belle parole che Gesù Cristo v’insegna: Contendite intrare per angustam portam; forzatevi di entrare nel cielo per la piccola porta. Così sia.

Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXXVII: 7
Si ambulávero in médio tribulatiónis, vivificábis me, Dómine: et super iram inimicórum meórum exténdes manum tuam, et salvum me fáciet déxtera tua. [Se cammino in mezzo alla tribolazione, Tu mi dai la vita, o Signore: contro l’ira dei miei nemici stendi la tua mano, e la tua destra mi salverà.]

Secreta

Hæc múnera, quǽsumus, Dómine, quæ óculis tuæ majestátis offérimus, salutária nobis esse concéde.

[Concedi, o Signore, Te ne preghiamo, che questi doni, da noi offerti in onore della tua maestà, ci siano salutari.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps CXVIII: 4-5
Tu mandásti mandáta tua custodíri nimis: útinam dirigántur viæ meæ, ad custodiéndas justificatiónes tuas.

[Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati con grande diligenza: fai che i miei passi siano diretti all’osservanza dei tuoi precetti.]

Postcommunio

Orémus.
Tua nos, Dómine, medicinális operátio, et a nostris perversitátibus cleménter expédiat, et tuis semper fáciat inhærére mandátis.

[O Signore, l’opera medicinale del tuo sacramento ci liberi benignamente dalle nostre perversità, e ci faccia vivere sempre sinceramente fedeli ai tuoi precetti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA