FESTA DI SAN GIUSEPPE (2019)

F476

Ad te, beate Ioseph,

in tribulatione nostra confugimus,

atque, implorato Sponsæ tuæ sanctissimae auxilio,

patrocinium quoque tuum fidenter exposcimus.

Per eam, quæsumus, quæ te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit,

caritatem, perque paternum, quo Puerum

Iesum amplexus es, amorem, supplices deprecamur,

ut ad hereditatem, quam Iesus Christus

acquisivit Sanguine suo, benignius respicias,

ac necessitatibus nostris tua virtute et ope

succurras. Tuere, o Custos providentissime divinæ

Familiæ, Iesu Christi sobolem electam;

prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum

ac corruptelarum luem; propitius nobis,

sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate

tenebrarum certamine e cœlo adesto; et

sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitae

discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei

ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate

defende: nosque singulos perpetuo tege patrocinio,

ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte

vivere, pie emori, sempìternamque in cœlis

beatitudinem assequi possimus. Amen.

(Indulgentia trium (3) annorum. Indulgentia septem (7) annorum per mensem octobrem, post recitationem sacratissimi Rosarii, necnon qualibet anni feria quarta. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta fueri: (Leo XIII Epist. Encycl. 15 aug. 1889; S. C. Indulg., 21 sept. 1889; S. Paen. Ap., 17 maii 1927, 13 dee. 1935 et 10 mart. 1941).

Sancta Missa

Incipit

In nómine Patris,et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCI : 13-14.
Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur: plantátus in domo Dómini: in átriis domus Dei nostri.
Ps XCI: 2.
Bonum est confiteri Dómino: et psállere nómini tuo, Altíssime.

Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur: plantátus in domo Dómini: in átriis domus Dei nostri.

Oratio

Orémus.
Sanctíssimæ Genetrícis tuæ Sponsi, quǽsumus. Dómine, méritis adjuvémur: ut, quod possibílitas nostra non óbtinet, ejus nobis intercessióne donétur: [Ti preghiamo, o Signore, fa che, aiutati dai meriti dello Sposo della Tua Santissima Madre, ciò che da noi non possiamo ottenere ci sia concesso per la sua intercessione]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Eccli XLV: 1-6.
Diléctus Deo et homínibus, cujus memória in benedictióne est. Símilem illum fecit in glória sanctórum, et magnificávit eum in timóre inimicórum, et in verbis suis monstra placávit. Glorificávit illum in conspéctu regum, et jussit illi coram pópulo suo, et osténdit illi glóriam suam. In fide et lenitáte ipsíus sanctum fecit illum, et elégit eum ex omni carne. Audívit enim eum et vocem ipsíus, et indúxit illum in nubem. Et dedit illi coram præcépta, et legem vitæ et disciplínæ. [Fu caro a Dio e agli uomini, la sua memoria è in benedizione. Il Signore lo fece simile ai Santi nella gloria e lo rese grande e terribile ai nemici: e con la sua parola fece cessare le piaghe. Lo glorificò al cospetto del re e gli diede i comandamenti per il suo popolo, e gli fece vedere la sua gloria. Per la sua fede e la sua mansuetudine lo consacrò e lo elesse tra tutti i mortali. Dio infatti ascoltò la sua voce e lo fece entrare nella nuvola. Faccia a faccia gli diede i precetti e la legge della vita e della scienza]

Graduale


Ps XX :4-5.
Dómine, prævenísti eum in benedictiónibus dulcédinis: posuísti in cápite ejus corónam de lápide pretióso.
V. Vitam pétiit a te, et tribuísti ei longitúdinem diérum in sæculum sæculi.
Ps CXI: 1-3.
Beátus vir, qui timet Dóminum: in mandátis ejus cupit nimis.
V. Potens in terra erit semen ejus: generátio rectórum benedicétur.
V. Glória et divítiæ in domo ejus: et justítia ejus manet in sæculum sæculi.

Evangelium

Sequéntia + sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt 1: 18-21.
Cum esset desponsáta Mater Jesu María Joseph, ántequam convenírent, invénta est in útero habens de Spíritu Sancto. Joseph autem, vir ejus, cum esset justus et nollet eam tradúcere, vóluit occúlte dimíttere eam. Hæc autem eo cogitánte, ecce, Angelus Dómini appáruit in somnis ei, dicens: Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est. Páriet autem fílium, et vocábis nomen ejus Jesum: ipse enim salvum fáciet pópulum suum a peccátis eórum.
[Essendo Maria, la Madre di Gesù, sposata a Giuseppe, prima di abitare con lui fu trovata incinta, per virtù dello Spirito Santo. Ora, Giuseppe, suo marito, essendo giusto e non volendo esporla all’infamia, pensò di rimandarla segretamente. Mentre pensava questo, ecco apparirgli in sogno un Angelo del Signore, che gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere Maria come tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, cui porrai nome Gesù: perché egli libererà il suo popolo dai suoi peccati].

OMELIA

SAN GIUSEPPE, PROTETTORE DELLA CHIESA E DEI CRISTIANI

[A. Carmagnola: S. GIUSEPPE, Ragionamenti per il mese a lui consacrato. RAGIONAMENTO XXXI. – Tipogr. e Libr. Salesiana. Torino, 1896]

Del Patrocinio di S. Giuseppe sulla Chiesa Cattolica.

Aiuto e protettor nostro è il Signore; in lui si rallegrerà il nostro cuore, e nel santo Nome di Lui porteremo la nostra speranza: Adiutor et protector noster est Dominus; in eo laetàbitur cor nostrum, et in nomine sancto eius speravimus(Salm. XXXII, 20, 21). È con queste bellissime parole, che il Santo re Davide ci ricorda la grande verità che è da Dio solo propriamente che ci viene ogni aiuto e protezione, e che perciò in Lui solo abbiamo da riporre tutte quante le nostre speranze. Così pure l’apostolo S. Paolo ci fa attentamente osservare che un solo è il nostro naturale patrono appresso Dio Padre, vale a dire Gesù Cristo; poiché è Egli solo, che, Uomo eDio ad un tempo, valse a ritornare in grazia e riamicare col sommo Padre il genere umano: Unus est mediator Dei et hominum homo Christus Iesus(1 Tim. II, 5). Ma sebbene sia Iddio solo, che nella sua onnipotenza ci dia aiuto e protezione, non è tuttavia men vero, che ordinariamente ci da un tale aiuto ed una tal protezione non direttamente Egli stesso, ma per mezzo dei suoi Angeli e dei suoi Santi. Così pure, sebbene Gesù Cristo per sua natura ed ufficio sia l’unico e primario patrono degli uomini, ciò non toglie, come insegna l’Angelico, che vi possano essere e realmente vi siano altri patroni secondari e per intercessione tra Dio e gli uomini stessi, quali appunto sono ancora gli Angeli e i Santi. Or bene, come è verissimo che Iddio si serve massimamente del ministero di Maria SS. sua Madre per comunicare a noi il suo santo aiuto e la sua santa protezione, e che fra tutte le creature nessuna può esercitare ed esercita più efficacemente l’ufficio di patrona degli uomini, che la stessa Vergine, così dobbiamo pure ritenere che dopo di Lei per nessun altro più Iddio fa a noi pervenire l’aiuto e la protezione sua e che nessun altro più vale ad essere il nostro patrono che S. Giuseppe, Sposo di Maria e Custode di Gesù. – La Chiesa pertanto riconoscendo una tal verità che ha fatto ella? Dopo di essersi nel corso dei secoli affidata al patrocinio della Beatissima Vergine, e continuando tuttora ad affidarvisi, in questi ultimi tempi si è pure particolarmente affidata al patrocinio di S. Giuseppe, dichiarando questo gran Santo Patrono della Chiesa cattolica, cioè universale. Ora con quanta sapienza la Chiesa abbia proclamato S. Giuseppe Patrono universale di se medesima è quello che ci faremo a riconoscere oggi in questo ultimo ragionamento, chiudendo il bel mese, che abbiamo consacrato a questo gran Santo. Io credo che non potevamo riservarci un argomento più adatto e più gradito, epperò non sento alcun bisogno di raccomandarlo alla vostra attenzione.

PRIMA PARTE.

La Chiesa Cattolica, o miei cari Cristiani, voi ben lo sapete, è la congregazione di tutti i fedeli, che fanno professione della fede e legge di Gesù Cristo, nella ubbidienza ai legittimi Pastori e principalmente al Papa, che ne è il Capo visibile sulla terra. Questa Chiesa, la sola una, santa, cattolica ed apostolica, ha per suo immediato fondatore e capo invisibile nostro Signor Gesù Cristo, il quale nel fondarla le ha promesso e comunicata tale una forza, per cui non verrà meno giammai sino alla consumazione dei secoli. Tu sei Pietro, disse al Principe degli Apostoli, e sopra di questa pietra fabbricherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa giammai: et portæ inferi non prævalebunt adversus eam (Matt. XVI, 18). Io ho pregato per te, affinché non venga meno la tua fede: rogavi prò te, ut non deficiat fides tua(Luc. XXII, 31). E a tutti gli Apostoli disse: Ecco che io sarò con voi sino alla consumazione dei secoli: Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem sæculi (Matt. XXVIII, 20). Così ha parlato Gesù Cristo alla Chiesa nella persona degli Apostoli, e Gesù Cristo ha fatto, fa e farà onore alla sua parola sino alla fine del mondo. Come la testa tiene il primo luogo nel corpo umano e da lei l’anima dà vita e forza a tutto il corpo, così Gesù Cristo capo invisibile di tutto il corpo mistico che è la Chiesa, risiedendone sempre in lui lo spirito e l’anima, a tutto il corpo mantiene la vita e la forza. – Ma sebbene per la promessa, che fedelmente Gesù Cristo mantiene, la Chiesa Cattolica non debba mai temere o tanto o poco di venir meno, è certo tuttavia che la Chiesa va soggetta alle persecuzioni, è destinata anzi alle persecuzioni, e le persecuzioni formano uno dei suoi essenziali e divini caratteri. Quelle parole profetiche che il Santo vecchio Simeone pronunciava sopra di nostro Signor Gesù Cristo: Ecco che questo Bambino è posto in segno alla contraddizione: ecce positus est hic … in signum cui contradicetur (Luc. II, 34) non erano pronunziate meno per la Chiesa, di cui Gesù Cristo è capo. Anzi lo stesso Gesù Cristo come predisse ed assicurò alla Chiesa la indefettibilità, così le predisse e assicurò le persecuzioni. Se hanno perseguitato me, disse Agli apostoli, perseguiteranno anche voi: Si me persecuti sunt, et vos persequentur (Gio. XV, 20). E difatti da diciannove secoli, quanti ne conta la Chiesa Cattolica, mentre nel suo cammino e nel suo stabilirsi attraverso il mondo da molti è stata felicemente accolta, amata obbedita, da molti altri invece è stata derisa, odiata, perseguitata a morte. E così sarà con momenti più o meno lunghi di tregua e di pace sino alla fine del mondo. E ciò perché mai? senza dubbio per moltissime ragioni, alcune delle quali non comprenderemo che in cielo. Ma tra quelle che anche qui in terra possiamo rilevare, questa tiene un principalissimo posto: volere cioè il Signor nostro Gesù Cristo che non dimentichiamo giammai essere Egli colui dal quale solo viene la vita e la forza della Chiesa e dovere noi perciò incessantemente ricorrere a Lui per aiuto e protezione, affinché esaudendo le nostre preghiere e concedendo alla Chiesa l’aiuto e la protezione invocata si renda ognor più manifesta la sua potenza e la sua gloria. È ciò che ci ha fatto chiaramente intendere Gesù Cristo stesso nel suo Santo Vangelo. Essendo Egli insieme cogli Apostoli montato sopra una nave sul lago di Genezareth, e a poppa di quella nave dormendo, si suscitò una gran tempesta, che sembrava da un momento all’altro dover capovolgere la nave istessa e farla colare a fondo, e che fece mandare agli Apostoli un grido di spavento e di invocazione: Signore, salvaci, periamo: Domine, salva nos, perimus(Matt. VIII, 25). Or bene, bellamente osserva Origene, quantunque Gesù Cristo allora dormisse col corpo, vegliava con la sua divinità, perché concitava il mare e conturbava gli Apostoli affine di manifestare la sua potenza: Dormiebat corpore, sed vigilabat Deitate, quia concitabat mare, contarbabat Apostolos, suam potentiam ostensurus. E poiché, come dice S. Agostino,quella nave, in cui Gesù Cristo si trovavacon gli Apostoli, in tale circostanza raffigurava laChiesa Cattolica, perciò ben possiamo dedurre chel’intendimento che ebbe allora nel permetterela tempesta, lo abbia tuttora nel permettere lepersecuzioni.Egli è certo ad ogni modo che la Chiesa hamai sempre riconosciuto il bisogno ed il doveredi ricorrere a Dio per aiuto e protezione intutti quanti i tempi, ma allora massimamenteche trovasi stretta dalla tribolazione, epperòsempre, benché con molteplici forme, ella ha fattosalire al cielo questo grido: Salva nos, perimus.Signore, vieni in nostro aiuto, in nostra protezione,affinché non abbiamo a perderci. E peressere più sicura di conseguire il fine di questogrido ha sempre in tutte le sue preghiere interpostala mediazione e il patrocinio del suo veroe naturale mediatore e patrono Gesù Cristo. Per Christum Domininum nostrum. E Iddio, o tostoo tardi, come stimò meglio nei disegni imperscrutabili della sua provvidenza, sempre ha esaudito le preghiere della Chiesa, a Lui offerte nel nome di Gesù Cristo, facendole toccar con mano che Egli veramente è il suo aiuto ed il suo protettore, e che realmente in Gesù Cristo abbiamo sempre un avvocato, un patrono onnipotente.Ma la Chiesa non si è contentata di questo. Sapendo bene, come già dicemmo, che Iddio per concederci i suoi favori ama servirsi del ministero dei suoi Angeli e dei suoi Santi, e che negli Angeli e nei Santi abbiamo dei patroni per grazia, oltre a quello che abbiamo in Gesù Cristo per natura, ebbe pur sempre in uso di ricorrere alla mediazione degli Angeli e Santi e di riguardarli almeno in generale quali suoi intercessori e patroni, ed eleggerli poi in particolare quali intercessori per un determinato genere di grazie o quali patroni particolari di un paese, di una città, di una provincia, di un regno. Or bene così facendo la Chiesa per essere eziandio aiutata e protetta in mezzo ai pericoli ed alle persecuzioni mercé l’intercessione e il patrocinio degli Angeli e dei Santi, non eraconveniente che ella ne eleggesse e costituisse uno che di essa fosse il patrono universale? E ciò essendo, come è manifesto, convenientissimo, chi altri mai, dopo la SS. Vergine, doveva essere eletto e costituito Patrono della Chiesa universale, se non il nostro grande Patriarca San Giuseppe? Ed in vero, oltre che per la sua potenza, egli ne aveva il diritto per la sua stessa condizione di Custode della Divina Famiglia. Che egli sia stato il Custode della divina Famiglia non vi ha alcun dubbio. « Come Iddio, dice la Chiesa medesima, come Iddio aveva costituito l’antico Giuseppe, figliuolo del patriarca Giacobbe a presiedere in tutta la terra di Egitto per serbare ai popoli il frumento; così venuta la pienezza dei tempi, essendo per mandare in sulla terra l’Unigenito suo Figliuolo a redimere il mondo, prescelse un altro Giuseppe, del quale quel primo era stato figura, e lo costituì signore e principe della sua casa e della sua possessione, e lo elesse a custode de’ suoi divini tesori. Perocché ebbe questi in isposa la immacolata Vergine Maria, dalla quale per opera dello Spirito Santo nacque il nostro Signor Gesù Cristo, che presso agli uomini si degnò esser riputato figliuolo di Giuseppe ed a lui fu soggetto. E quel Salvatore che tanti re e profeti bramarono di vedere, questo Giuseppe non solo vide, ma con Lui conversò e con paterno affetto lo abbracciò e lobaciò; e con solertissima cura Lui nutricò, che il popolo fedele doveva ricevere come pane disceso dal cielo per conseguire la vita eterna ». Così parla la Chiesa, (Decr. 1870), e così parlandoci apprende che S. Giuseppe fu veramente il Custode della divina Famiglia. Ma che cosaera la divina Famiglia, se non la Chiesa, per così esprimermi, in embrione? non era dessa il primo principio di quella sterminata famiglia, alla quale appartengono oggi più che trecentomilioni di figliuoli? È propriamente nella casa di Nazaret, dove S. Giuseppe era il capo, che la Chiesa ebbe i suoi natali. È lì che si cominciarono a compiere i sublimi disegni di Dio, ed i grandi misteri di nostra Religione; è lì che sorsero i primi modelli del culto cristiano, i primi seguaci del Vangelo ed i primi frutti della Redenzione. È lì in quella famiglia che Gesù Cristo fondatore della Chiesa, ed ora suo Capo invisibile, stette soggetto a Giuseppe e da Giuseppe volle essere scampato nel pericolo della persecuzione di Erode. È li che lo stesso Giuseppe aiutò e protesse Maria, il primo membro dellaChiesa, ed è lì ancora che per conseguenza come patrono di Gesù, Capo della Chiesa, e di Maria, suo primo membro, acquistò un certo diritto di essere il Patrono di tutte le membra del corpo mistico della Chiesa istessa. Ben a ragione pertanto il venerabile Bernardino da Busto dice a questo proposito: Che a questo santissimo uomo essendo del tutto appropriato quel che si legge in S. Luca ed in S. Matteo: « Ecco il servo fedele e prudente, che il Signore stabilì sopra la sua famiglia; doveva ancor essere costituito sulla universale famiglia di Dio; e poiché fu trovato così sufficiente all’opera tanto eccelsa del custodire la divina famiglia, così doveva essere più che mai sufficiente alla custodia e patrocinio di tutto il mondo; perciocché chi fu bastevole al più, molto meglio è da credersi bastevole al meno ». E non meno bellamente disse il devoto Isolano: « Il Signore ha suscitato per sé ed in onore del suo nome S. Giuseppe Capo e Patrono della Chiesa militante ». E non male si apponeva il grande Gersone quando nel Concilio di Costanza esortando i Prelati ivi raccolti a stabilir qualche cosa in lode ed onore di S. Giuseppe, li andava con tutte le sue forze persuadendo ad eleggerlo in Patrono della Chiesa, affine di estinguere il funestissimo scisma, che allora da tanto tempo lacerava la veste inconsutile di Gesù Cristo. E quando finalmente l’immortale Pio IX, il Pontefice dell’Immacolata e del Sacro Cuore di Gesù, il Papa dal cuore vasto come il mare, assecondando le suppliche ed i voti dei Vescovi e dei fedeli di pressoché tutto il mondo, per organo della S. Congregazione dei Riti proclamava di fatto S. Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, altro non faceva che assegnare ed assicurare a S. Giuseppe la gloria di quel terzo titolo, che giustamente gli competeva insieme con gli altri due di Sposo purissimo di Maria e di Padre putativo di Gesù. Perciocché lo stesso grande Pontefice prima ancora di aver promulgato un tanto oracolo, già alcun tempo innanzi aveva detto con gioia: Mi consola, che i due sostegni della Chiesa nascente, Maria e Giuseppe, riprendano nei cuori cristiani quel posto, che non avrebbero dovuto perdere giammai ».Sapientissima adunque fu l’opera della Chiesa nel riconoscere e proclamare l’universale Patrocinio di San Giuseppe, essendoché una tal prerogativa ed un tale ufficio è perfettamente consentaneo alla sublime dignità di sì gran Patriarca. Ma la sapienza di tal opera rifulgerà anche di maggior luce se attentamente si osservi in quanta opportunità di tempo essa fu compiuta. Certamente se mai furono tempi calamitosi perla Chiesa di Gesù Cristo, se mai volsero giorni così infausti alla nostra santissima fede sono propriamente i giorni ed i tempi nostri. Oggi, più che mai, si muove guerra tremenda contro i santi altari; oggi, più che mai, si assaltano i dommi, i misteri, la dottrina e la morale di Gesù Cristo; oggi, più che mai, si vede l’empietà sfidare il cielo e far disperate prove onde sbandire dalle menti umane persin l’idea di Dio. È ritornato proprio oggidì il tempo in cui: Fremuerunt gentes…astiterunt reges terræ et principes convenerunt in unum adversus Dominum et adversus Christum eius (Salm. II). Popoli e re, grandi e piccoli, tutti l’hanno con Cristo e con la sua Chiesa. I falsi dotti con la penna, la stampa irreligiosa coi fogli, il popolazzo con le urla e con le maledizioni, i re ed i governi con la forza brutale assalgono ad un tempo e da ogni parte questa rocca fondata da Dio e già quasi si applaudono d’averla atterrata. Si snaturano le intenzioni della Chiesa, le si attribuiscono umane passioni ed ingorde voglie, e sotto questi futili pretesti, i quali alle masse poco istruite, segnatamente in fatto di Religione, presentano sempre qualche cosa di specioso, le si rimprovera d’aver degenerato dalla primitiva perfezione, l’accagionano di idee retrograde, di ostinazione a non volersi associare al progresso dei tempi, si rovesciano le sue istituzioni, si rapiscono violentemente i suoi beni, si atterrano le sue opere pie, si assediano e si spiano i suoi ministri per coglierli in fallo, ed al caso si calunniano; si sparge il ridicolo sopra le sue più auguste cerimonie, si beffano i più devoti e fedeli suoi figli. E intanto, ahimè! l’incredulità e l’indifferenza religiosa si impadronisce dei cuori, il vizio passeggia a fronte alta da per tutto, i popoli, la gioventù si guastano e si corrompono spaventosamente e così i membri della Chiesa di Gesù Cristo corrono i più gravi pericoli della eterna perdizione. Or bene, quantunque la Chiesa, neppure ai dì nostri abbia a temere di se stessa, né con una lotta sì accanita abbia a cadere, a disfarsi, a perire, pur tuttavia ella ha bisogno di aiuto e di protezione celeste. Ed a chi altri mai, dopoché a Dio ed alla SS. Vergine, poteva essa ricorrere per aiuto e protezione che al gran Patriarca S. Giuseppe? « In questi difficilissimi tempi, dice il grande nostro Pontefice Leone XIII (Brev. 1891), nulla torna più efficace per conservare il patrimonio della fede e per menare cristianamente la vita, quanto il meritarsi il patrocinio di S. Giuseppe e conciliare il favore di Maria Madre di Dio ai clienti del suo castissimo sposo ». Ed in vero, come Custode della divina Famiglia avendo egli scampato la Chiesa nascente dalla persecuzione di Erode lascerà egli, da noi invocato, come Patrono della Chiesa Cattolica di scamparla dalla persecuzione degli Erodi moderni? Ah no! Senza dubbio questo è il suo uffizio, questo è il suo diritto: questo anzi, diciamolo pure, è il suo dovere, ed egli lo compirà a perfezione, come già lo ha compiuto per il passato, come massimamente lo compié in questo primo venticinquennio dacché fu solennemente come Patrono della Chiesa Cattolica proclamato. Sì lo compirà, e mercé il suo patrocinio torneranno per la Chiesa i giorni di libertà e di pace, somiglianti a quelli che egli godette quaggiù con Gesù e Maria nella casa di Nazaret, spenti che furono i persecutori della divina famiglia. Lo compirà, e come egli allora, non più ricercato a morte il suo caro Gesù, poté godere senza affanno la sua convivenza, così ancor noi senza oppressioni e senza timori potremo adempiere tutti i doveri e valerci di tutti i diritti di figliuoli di Dio e della Chiesa. – Sapientissima adunque, torniamolo a dire, sapientissima fu una tal proclamazione e sommamente opportuna pei tempi che corrono. Epperò santamente confidiamo, che avendo per tal modo S. Giuseppe ripreso quel posto che non avrebbe dovuto perdere giammai, siccome disse Pio IX e come col fatto asserisce il regnante Leone XIII: il mondo un’altra volta sarà salvo. Fiat! Fiat!

SECONDA PARTE.

Se la Chiesa, come abbiamo veduto, dimostrò una grande sapienza nel proclamare S. Giuseppe suo universale Patrono, tocca ora a noi, figliuoli della Chiesa, assecondare i suoi intendimenti in questa proclamazione, vale a dire tocca a noi implorare incessantemente il Patrocinio di San Giuseppe sopra della Chiesa istessa. Come gli Egiziani, colpiti dal terribile flagello della carestia, presentandosi all’antico Giuseppe, andavano esclamando: Salus nostra in manti tua est; la nostra salute, o Giuseppe, è nelle tue mani (Gen. XLVII, 25); così anche noi, in mezzo alle tribolazioni, da cui presentemente è stretta la Chiesa, facciamo salire al trono di S. Giuseppe con somma fiducia lo stesso grido. Imploriamo anzi tutto il patrocinio di S. Giuseppe sopra di noi, affinché mercé la sua potente intercessione e la sua valida protezione possiamo sempre vivere da figliuoli degni della Chiesa, e non mai questa nostra madre abbia a soffrire e piangere per noi. Sì, diciamogli, con tutto il cuore: Fac nos innocuam, Ioseph, decurrere vitam; sitque tuo semper tuta patrocinio; danne, o Giuseppe, di menar una vita lontana dalla colpa, e sempre protetta dal tuo patrocinio. – Imploriamolo in secondo luogo per tutta la Chiesa in generale, pei bisogni nei quali ora si trova, per i suoi Vescovi, per i suoi Sacerdoti, per i suoi religiosi, per i suoi missionari, per tutti quanti i suoi figliuoli, per i buoni e per i cattivi, per i giusti e per i peccatori, per coloro che ancora combattono sopra di questa terra ed eziandio per quelle sante anime, che ora soffrono nel carcere del Purgatorio. Che mercé il patrocinio di S. Giuseppe i Pastori della Chiesa si mantengano sempre in un solo spirito col Supremo Pastore, il Papa (oggi S. S. Gregorio XVIII – ndr. -) che vedano coronato di esito felice il loro apostolico zelo, che possano ricondurre molti traviati all’ovile. Che mercé il patrocinio di S. Giuseppe i Sacerdoti ed i religiosi si mantengano fedeli alla sublimità della loro vocazione e lavorino sempre con somme forze nella mistica vigna. Che sotto il patrocinio di S. Giuseppe i missionari non vengano meno giammai al loro coraggio, riescano a trionfare delle difficoltà e dei pericoli che ad ogni istante incontrano sul loro cammino, e facciano presto risplendere la luce del Santo Vangelo fra quei popoli, che giacciono ancor nelle tenebre e nell’ombra di morte. Che all’ombra del patrocinio di S. Giuseppe perseverino i giusti nella loro giustizia e vadano innanzi nella perfezione e nella santità; e i peccatori si convertano e vivano. Che sotto lo scudo di tanto patrocinio riescano sempre vincitori e trionfanti del mondo, della carne e del demonio tutti i Cristiani, che quaggiù ancora combattono; e per l’efficacia dello stesso patrocinio volino presto al cielo le sante anime del purgatorio: che tutta quanta la Chiesa sia da S. Giuseppe validamente protetta. Sì, diciamo ancora con tutto il cuore: Alme Joseph, dux noster, nos et sanctam Ecclesiam protege: almo Giuseppe, nostro patrono, proteggi noi e tutta quanta la Chiesa. Finalmente imploriamo il patrocinio di San Giuseppe in modo specialissimo per il Capo di tutta la Chiesa, pel Romano Pontefice. Nel 1814, il dì 10 di Marzo, in cui aveva principio la novena di S. Giuseppe, quell’irrequieto conquistatore, quello snaturato tiranno, quel sacrificatore di tante vittime, Napoleone I, che a Savona aveva chiuso in carcere il grande Pio VII, tentando invano di farlo zimbello di sua insana politica, vedendo volgere a male le sue sorti, decretava che fossero restituite al Papa le Provincie di Roma e del Trasimeno. E gli imperiali ordini arrivavano in Savona il 19 Marzo, giorno sacro a S. Giuseppe; per modo che immediatamente dopo il Pontefice, liberato dalla sua prigionia, poteva mettersi in viaggio per la sua diletta Roma, nella quale poi faceva trionfale ritorno il 24 Maggio di quel medesimo anno.Non fu quello un segno dei più manifesti del patrocinio specialissimo, che S. Giuseppe intende esercitare, ed esercita di fatto, sopra il Capo augustissimo della Chiesa? Preghiamo adunque per lui questo gran Santo, affinché si degni di far sentire un’altra volta per lui tutta la potenza della sua intercessione e protezione: che anche oggi S. Giuseppe voglia fiaccare l’orgoglio insensato dei nemici della Chiesa, che anche oggi spezzi le catene che tengono avvinto il venerando Vegliardo del Vaticano, che anche oggi gli ritorni la piena libertà nell’esercizio del suo sublime ministero, che anche oggi lo esalti, lo glorifichi e lo renda beato qui sulla terra, che assecondi i voti ardentissimi del suo cuore, lo zelo incessante del suo meraviglioso pontificato e riconduca al suo cuore paterno tanti figli dissidenti dalla sua dolcissima autorità, che insomma efficacemente conforti il suo animo affaticato dalle cure dell’apostolico ministero, che più vicino sente sovrastare il tempo di sua dipartita (Encicl.20 Sett. 1896). O Giuseppe, salus nostra in manu tua est, la nostra salute è nelle tue mani: col tuo patrocinio salvaci: salva la Chiesa! salva il Papa (Gregorio XVIII)! salva noi tutti! Amen!

Credo …

Offertorium


Orémus
Ps LXXXVIII: 25.
Véritas mea et misericórdia mea cum ipso: et in nómine meo exaltábitur cornu ejus. [La mia fedeltà e la mia misericordia sono con lui: e nel mio nome sarà esaltata la sua potenza].

Secreta

Débitum tibi, Dómine, nostræ réddimus servitútis, supplíciter exorántes: ut, suffrágiis beáti Joseph, Sponsi Genetrícis Fílii tui Jesu Christi, Dómini nostri, in nobis tua múnera tueáris, ob cujus venerándam festivitátem laudis tibi hóstias immolámus. [Ti rendiamo, o Signore, il doveroso omaggio della nostra sudditanza, prengandoTi supplichevolmente, di custodire in noi i tuoi doni per intercessione del beato Giuseppe, Sposo della Madre del Figlio Tuo Gesù Cristo, nostro Signore, nella cui veneranda solennità Ti presentiamo appunto queste ostie di lode.]

Praefatio
de S. Joseph

… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes: [È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

Communio

Matt 1: 20.
Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est. [Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere Maria come tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo].

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, quǽsumus, miséricors Deus: et, intercedénte pro nobis beáto Joseph Confessóre, tua circa nos propitiátus dona custódi.
[Assistici, Te ne preghiamo, O Dio misericordioso: e, intercedendo per noi il beato Giuseppe Confessore, propizio custodisci in noi i tuoi doni].

DOMENICA II DI QUARESIMA (2019)

DOMENICA II DI QUARESIMA (2019)

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Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV:6; XXIV:3; XXIV:22

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Ps XXIV:1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, ho levato l’ànima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Orémus.

Deus, qui cónspicis omni nos virtúte destítui: intérius exteriúsque custódi; ut ab ómnibus adversitátibus muniámur In córpore, et a pravis cogitatiónibus mundémur in mente. [O Dio, che ci vedi privi di ogni forza, custodíscici all’interno e all’esterno, affinché siamo líberi da ogni avversità nel corpo e abbiamo mondata la mente da ogni cattivo pensiero.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses.

1 Thess IV: 1-7.

“Fratres: Rogámus vos et obsecrámus in Dómino Jesu: ut, quemádmodum accepístis a nobis, quómodo opórteat vos ambuláre et placére Deo, sic et ambulétis, ut abundétis magis. Scitis enim, quæ præcépta déderim vobis Per Dominum Jesum. Hæc est enim volúntas Dei, sanctificátio vestra: ut abstineátis vos a fornicatióne, ut sciat unusquísque vestrum vas suum possidére in sanctificatióne et honóre; non in passióne desidérii, sicut et gentes, quæ ignórant Deum: et ne quis supergrediátur neque circumvéniat in negótio fratrem suum: quóniam vindex est Dóminus de his ómnibus, sicut prædíximus vobis et testificáti sumus. Non enim vocávit nos Deus in immundítiam, sed in sanctificatiónem: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

Omelia I

 [A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip. Arciv. Artigianelli – Pavia, 1929]

– LA PURITÀ –

“Fratelli: Vi preghiamo e supplichiamo nel Signore, che, avendo da noi appreso la norma, secondo la quale dovete condurvi per piacere a Dio, continuiate a seguire questa norma, progredendo sempre più. Poiché la volontà di Dio è questa: la vostra santificazione: che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo nella santità e nell’onestà, e non seguendo l’impeto delle passioni, come fanno i pagani che non conoscono Dio; che nessuno su questo punto soverchi o raggiri il proprio fratello: che Dio fa vendetta di tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e dichiarato. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità: in Cristo Gesù Signor nostro” (I Tess. IV, 1-7).

San Paolo, nel chiudere il cap. terzo della sua prima lettera ai Tessalonicesi, assicura che egli prega Dio, perché, togliendo gli ostacoli che finora vi s’erano frapposti, voglia concedergli di poter recarsi ancora a Tessalonica a completare il suo apostolato. E fa voti che Dio faccia abbondare nella carità i Tessalonicesi, a quel modo che egli abbonda nella carità verso di loro; affinché siano trovati irreprensibili per il giorno in cui Gesù Cristo comparirà con tutta la corte celeste. Adesso passa ad esortarli a cooperare da parte loro alla grazia, crescendo sempre più nella perfezione cristiana, secondo i precetti da lui dati da parte di Gesù Cristo. Precetti che rievoca cominciando da ciò che riguarda la purità. Parliamo anche noi di questa virtù la quale

1. È voluta da Dio, che non chiede cose impossibili,

2. A lui ci avvicina,

3. E ‘ richiesta dalla nostra vocazione.

1.

La volontà di Dio è questa: la vostra santificazione; che vi asteniate dalla, fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo nella santità e nell’onestà. – Queste parole dell’Apostolo sono una risposta a coloroche vanno dicendo essere impossibile condurre una vitapura. Se fosse impossibile, Dio non ce ne farebbe comando.L’esercizio di qualsiasi virtù incontra certamente delledifficoltà. Ogni comandamento della legge di Dio richiedei suoi sacrifici; e il sesto comandamento ne richiede nonpochi. Si tratta, però, sempre non di impossibilità, ma didifficoltà da superare. Difficoltà, che chi ama Dio supera con l’aiuto della sua grazia. «Io posso tutto in colui che mi fortifica» (Filipp. IV, 13), dichiara l’Apostolo. La prima difficoltà da superare è la cattiva inclinazione dei sensi. Per viver casti non bisogna aver aperti gli occhi a tutte le curiosità, le orecchie intente a ogni sorta di discorsi, la gola sempre disposta alle crapule, non esser dediti al vino, «sorgente di dissolutezza» (Ef. V, 18). Bisogna vincere la tendenza all’ozio. Diciamo che l’ozio è padre di tutti i vizi. È padre di tutti i vizi in generale, e dell’impurità in modo particolarissimo. L’uomo nemico della parabola evangelica va a sparger la zizzania nel campo seminato di buon grano, mentre gli agricoltori dormono. Quando il corpo e lo spirito sono occupati, l’uomo nemico ha poco da fare. Le cattive inclinazioni non si fanno sentire, la fantasia non può far la sbrigliata; i desideri trovano chiusa la porta; non si commettono certe laidezze. Bisogna evitare le cattive compagnie. Chi va col lupo, impara ad urlare. Chi va con gente sboccata, a poco a poco diventerà sboccato; chi va coi libertini, diventerà presto libertino. E van considerati come pessimi compagni certi giornali e certi libri. La loro lettura comincia con attirare la curiosità, poi eccita la fantasia, turba l’animo, e finisce con guastare la mente, il cuore e anche il corpo di tanti incauti lettori. Chi non vede che cattive azioni, e non legge che di cattive azioni, misura tutto dalla propria debolezza e dalla debolezza degli altri e conclude: «E’ impossibile viver puri». Qui vengono a proposito le parole di S. Gerolamo: « Molti, giudicando i precetti di Dio non dalle azioni virtuose dei Santi, ma dalla propria debolezza, dicono essere impossibile ciò che vien comandato » (L. I Comm. in Matth. c. 5, v. 4). Mancano forse nella Storia Sacra e nella storia della Chiesa esempi luminosi di purezza? Nei primi tempi della Chiesa si poteva affermare dei Cristiani in faccia ai loro nemici: «Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne» (Lettera a Diogneto 5, 8). E la dottrina cattolica, che formava anime pure allora, le forma anche nei nostri tempi. Il Card. Massaia, nel suo ritorno in Europa, quando fu esiliato dall’Abissinia. ebbe parecchie conversazioni in Suakim con un ricco mercante arabo, Sciek Abdallàh. In una di queste conversazioni, l’arabo, ammirato della vita intemerata e delle virtù angeliche del Messia e dei suoi compagni missionari : « Allah Kerim! — esclamò — noi mussulmani camminiamo strisciando per terra, laddove voi Cattolici, stendendo le ali, volate sì alto che noi non possiamo raggiungervi neppure con lo sguardo » (Can. L. Gentile, L’Apostolo dei Galla, 2. ed. Torino 1910, p. 380). Anche nei secoli di maggior corruzione non mancano mai Cristiani, uomini e donne, di vita illibatissima, i quali si attirano l’ammirazione di coloro stessi, che ne scrutano le minime azioni per aver pretesto di combatterli. E ciò che hanno potuto far essi, perché non posso farlo io, con l’aiuto della grazia de1 Signore?

2.

San Paolo continua, dicendo che Dio non vuole che noi serviamo alla concupiscenza « come fanno i pagani che non conoscono Dio ». L’ignoranza della volontà di Dio e delle relative sanzioni, come era appunto il caso dei pagani, allontana sempre più l’uomo dal suo Creatore e lo lascia cadere nella depravazione. Al contrailo, l’uomo che conosce la volontà di Dio, e vuol metterla in pratica, cerca di purificarsi sempre più. Quanto più un’anima è pura, tanto più è disposta alle ascensioni verso Dio. L’anima è spirito, e solamente i piaceri dello spirito la possono soddisfare, «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio», dice Gesù (Matt. V, 8). La purezza del cuore, qui encomiata da Gesù, esclude ogni peccato o vizio che possa imbrattare l’interno dell’uomo, e che avrà completamente il premio promesso nella seconda vita, Ma coloro che vivono casti sono più atti ad occuparsi delle perfezioni di Dio, anche durante il terreno pellegrinaggio. L’occhio sano tanto più vede quanto più è limpido. Così il cuore quanto più è puro tanto più percepisce le cose di Dio. L’uomo quanto meno è attratto dal fango e dalle brutture di quaggiù, tanto più è inclinato a sollevarsi in alto fino alla bellezza increata. « La castità — dice S. Bernardo — unisce l’uomo al cielo » (Liber ad sor., De Modo bene vivendi, 64). E S. Atanasio insegna che « la mondezza dell’anima la rende atta a veder Dio per se stessa » (Or. contra Gentes, 2). L’anima pura sente di essere legata in modo particolare a Dio, purezza infinita. Chi è puro s’intrattiene volentieri con Dio per mezzo della preghiera e dei sacri cantici. Trova le sue delizie nello star vicino al tabernacolo del Dio vivente; passa momenti di paradiso quando si unisco a Lui nella santa Comunione. Il pensiero della presenza, di Dio, che tanti sgomenta e che da tanti è trascurato, è per essa un forte incitamento all’esercizio di tutte le virtù; e le dà la costanza di superare qualunque ostacolo. E il Signore, che si compiace delle anime caste, dopo averle sostenute nella lotta. Fa loro sentire tutto il conforto della sua vicinanza.

3.

Lontani da Dio si vive in ogni sregolatezza. Questa era la vita dei Tessalonicesi, prima che si convertissero al Cristianesimo. Adesso che sono seguaci di Gesù Cristo devono tenere una condotta affatto opposta, mettendosi a praticare ogni virtù. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità. Chi continuasse a vivere nell’immondezza, non sarebbe degno di appartenere ai seguaci di Gesù Cristo; verrebbe meno ai doveri della sua vocazione. Lo stesso mondo corrotto e corruttore, è giudice severo verso coloro che conducono una vita poco casta. Chiuderà gli occhi su tante mancanze; ma aguzzerà in modo straordinario la vista per scoprire, se coloro che si mettono a condurre una vita cristiana, mancano sotto questo rispetto. E se gli è dato di scoprire qualche mancanza, fa del rumore, crea dei pretesti per additare al disprezzo i Cristiani praticanti. Un Cristiano abbia pure le più belle doti di mente e di cuore, compia pure molte opere buone, si acquisti dei meriti svariati, se è schiavo dell’immondezza disonora la sua vita: e non sarà mai un apostolo che convince. Poca macchia guasta una bellezza: soprattutto quando si tratta della macchia dell’impurità. Al contrario, la purità compenetra, per così dire, tutte le altre virtù e ne rivela le bellezze. Ci sono certi fiori che, in un mazzo, attirano lo sguardo più degli altri, nello stesso tempo che accrescono grazia al mazzo intero. Nel mazzo delle virtù che adornano la vita cristiana, la purità è quella che maggiormente influisce su l’animo di chi osserva; e gli presenta tutte le altre virtù sotto un luce tutta particolare. Essa è « il fiore dei costumi » (Tertull., De Pudicitia,1). E la storia della Chiesa, antica e moderna, la storia dei nostri giorni, quella che si svolge sotto i nostri occhi, e quella che si svolge nei paesi delle Missioni, c’insegna che tanti e tanti, rimasti irremovibili davanti ai ragionamenti e alle esortazioni, a poco a poco si lasciano soggiogare e trascinare dal fascino che esercitano le anime pure. Questa bella virtù, che tanto ci innalza agli occhi di Dio, che tanta efficacia esercita sull’anima degli uomini, che è invidiata, se non osservata, anche da coloro che vivono immersi nelle passioni, deve essere dai Cristiani costantemente praticata e gelosamente custodita. I tesori, quanto più sono preziosi, tanto più esigono cure, perché non vadano perduti. Si devono sostenere lotte e privazioni per conservare il tesoro della purità; ma quanto più lotteremo e ci mortificheremo, tanto più diventeremo belli e preziosi all’occhio di Dio. Le vette nevose delle Alpi tanto più spiccano e affascinano con il loro candore, quanto più sono flagellate dalle bufere e dalle tempeste. Le lotte e le privazioni che si devono sostenere per conservare la purità avranno, del resto, il più felice coronamento; poiché di essa, soprattutto, è scritto nei Libri Santi, che « incoronata trionfa nell’eternità, avendo riportato il premio dei casti combattimenti » (Sap. IV, 2).

 Graduale

Ps XXIV: 17-18

Tribulatiónes cordis mei dilatátæ sunt: de necessitátibus meis éripe me, Dómine,

[Le tribolazioni del mio cuore sono aumentate: líberami, o Signore, dalle mie angustie.]

Vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea.

[Guarda alla mia umiliazione e alla mia pena, e perdònami tutti i peccati.]

Tractus Ps CV:1-4

Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. [Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.]

Quis loquétur poténtias Dómini: audítas fáciet omnes laudes ejus?

[Chi potrà narrare la potenza del Signore: o far sentire tutte le sue lodi?]

Beáti, qui custódiunt judícium et fáciunt justítiam in omni témpore.

[Beati quelli che ossérvano la rettitudine e práticano sempre la giustizia.]

Meménto nostri, Dómine, in beneplácito pópuli tui: vísita nos in salutári tuo. [Ricórdati di noi, o Signore, nella tua benevolenza verso il tuo popolo, vieni a visitarci con la tua salvezza.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.

Matt XVII: 1-9

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus Petrum, et Jacóbum, et Joánnem fratrem eius, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies ejus sicut sol: vestiménta autem ejus facta sunt alba sicut nix. Et ecce, apparuérunt illis Móyses et Elías cum eo loquéntes. Respóndens autem Petrus, dixit ad Jesum: Dómine, bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum et Elíæ unum. Adhuc eo loquénte, ecce, nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube, dicens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte. Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Jesus, et tétigit eos, dixítque eis: Súrgite, et nolíte timére. Levántes autem óculos suos, néminem vidérunt nisi solum Jesum. Et descendéntibus illis de monte, præcépit eis Jesus, dicens: Némini dixéritis visiónem, donec Fílius hóminis a mórtuis resúrgat.”

Omelia II

[A. Carmagnola: Spiegazione dei Vangeli domenicali – S. E. I. Torino 1921]

SPIEGAZIONE XVI.

“In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, e Giacomo, e Giovanni, suo fratello, e li menò separatamente sopra un alto monte; e fu dinanzi ad essi trasfigurato. E il suo volto era luminoso come il sole, e le sue vesti bianche come la neve. E ad un tratto apparvero ad essi Mosè ed Elia, i quali discorrevano con lui. E Pietro prendendo la parola, disse a Gesù: Signore, buona cosa è per noi lo star qui: se a te piace, facciam qui tre padiglioni, uno per te, uno per Mosè, e uno per Elia. Prima che egli finisse di dire, ecco che una nuvola risplendente, li adombrò. Ed ecco dalla nuvola una voce che disse: Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto: lui ascoltate. Udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra, ed ebbero gran timore. Ma Gesù si accostò ad essi, e toccolli, e disse loro: Alzatevi, e non temete. E alzando gli occhi, non videro nessuno, fuori del solo Gesù. E nel calare dal monte, Gesù ordinò loro, dicendo: Non dite a chicchessia quel che avete veduto, prima che il Figliuol dell’uomo sia risuscitato da morte” (Matth. XVII, 1-9).

Una catena di montagne, che comincia dal Libano, traversa la Palestina da settentrione a mezzodì. Una di esse è notabilissima, quella del Tabor. Essa si innalza ad 800 metri circa sul livello del mare, solitaria e graziosa, come un mazzo di verzura, dalla vasta pianura di Esdrelon. Dalla sua vetta si apre allo sguardo il più magnifico orizzonte, giacché di là si può discoprire quasi tutta la Palestina. Dalla parte di settentrione si presenta il bel lago di Genezaret con le città che gli stanno dappresso, Cafarnao, Betsaida, Tiberiade; ad oriente il fiume dei profeti e del Vangelo, il Giordano, che sembra una bella striscia d’argento serpeggiante tra il verde della magnifica valle; a mezzodì l’antica città di Naiin e più lontano la vasta pianura di Samaria; e ad occidente il monte Carmelo, che sorge sulla riva del Mediterraneo. Certamente Gesù Cristo non poteva scegliere un teatro più acconcio per la stupenda e divina scena della trasfigurazione. Ed è questa scena, che ci propone a contemplare il Vangelo di oggi.

1. Dice adunque il Santo Vangelo che Gesù prese con sé Pietro, e Giacomo, e Giovanni, suo fratello, e li menò separatamente sopra un alto monte; e fu dinanzi ad essi trasfigurato. E il suo volto era luminoso come il sole; e le sue vesti bianche come la neve. E a un tratto apparvero ad essi Mosè ed Elia, i quali discorrevano con lui. E qui, prima di andare innanzi, conviene riflettere sull’immensa bontà di Gesù Cristo. Poco tempo innanzi Gesù benedetto erasi varie volte intrattenuto con i suoi Apostoli prima intorno alla sua Passione, e poscia sulla necessità che ancor essi avevano di rinnegare se stessi, prendere e portare la propria croce, impiegare tutte le forze della loro anima per salvarla. Epperò la predizione de’ suoi patimenti e queste massime tanto austere potevano in allora spaventar troppo gli Apostoli, ancor tanto deboli, e indurli a far quello che già avevano fatto le stesse moltitudini, cioè ad allontanarli dalla sequela di Gesù. Conveniva adunque premunirli contro la tentazione dello scoraggiamento e rianimare la fiducia nel loro cuore. E fu appunto per questo fine, come osserva S. Giovanni Crisostomo, per premunirli cioè contro lo scandalo della sua passione e per animarli a soffrire per Iddio, che il divin Redentore, presi con sé gli Apostoli prediletti, salito sul monte Tabor, fece loro contemplare un raggio della sua bellezza e grandezza divina, diede loro un saggio di quel paradiso, che è riservato a chi volentieri lo segue, anche a costo di gravi sacrifici. Anzi, a questo stesso scopo fece apparire a sé dappresso Mosè ed Elia a discorrere della sua passione e della sua dipartita da questo mondo; perciocché Mosè, rappresentando la legge, ed Elia i profeti, attestavano ambedue che Gesù era veramente il grande oggetto dell’osservanza della legge e degli insegnamenti dei Profeti, non ostante la passione alla quale sarebbesi sacrificato; ed insegnavano con la loro condotta quanto importi di star vicino a Lui, benché si abbia a partecipare della sua passione. Or ecco quello che abbiamo da far noi per animarci in mezzo alle difficoltà, che dobbiamo superare per fare il bene, ed allo scoraggiamento, da cui potremmo essere assaliti: salire col pensiero sul vero Tabor, sul monte di Dio, che è il cielo, e raffigurarci la scena stupenda che ci si farà dinnanzi nell’entrare e nel rimanere in quel beatissimo regno. Ed invero qual considerazione può tornare per noi di più salutare effetto! – Supponiamo adunque, o carissimi, di accompagnare un’anima che entra nel Paradiso. Non appena essa si è dipartita da questa terra, se già tutta monda e, se non ancor tutta monda, non appena si sarà del tutto purificata nelle fiamme del Purgatorio, ecco gli Angeli del Paradiso venirle festosi incontro. È questo appunto l’invito che agli Angeli fa la Chiesa ogni qualvolta canta le esequie ad un Cristiano defunto: Subvenite, Sancti Dei, occurrite, Angeli Domini, suscipientes animavi eius, offerentes eam in conspectu Altissimi. E gli Angeli prendono quest’anima e sulle loro candide ali la portano come in trionfo al cielo. Ed oh quale spettacolo si para dinnanzi a quest’anima non appena ella entra in Paradiso! Qual luce! Quale bellezza! Quale giocondità! Quali armonie! Si faranno tosto incontro a quest’anima i suoi parenti, i suoi amici, i suoi conoscenti. Ed oh che saluti, che abbracci, che baci saranno mai quelli! Ed è dunque vero, esclamerà quest’anima, è dunque vero che io vi rivedo, o mio carissimo padre, o mia amata madre, è dunque vero che io vi rivedo, o miei cari fratelli e miei dolci amici? Sì, sì, siete proprio voi! Oh qual gioia, qual piacere! « ora staremo sempre insieme, non ci divideremo mai più: sic semper cum Domino erimus » (1 Tess. IV, 16). Quindi quest’anima quasi dolcemente sospinta dagli Angeli e attratta da una forza arcana lascerà per allora i parenti e gli amici per salire più in alto. E intantoche ella salirà, vedrà di qua, di là, i Patriarchi, i Profeti, i Santi tutti dell’antico testamento, dei quali tante volte aveva udito a parlare; vedrà gli Apostoli, i Martiri, i Confessori, i Dottori, i Pontefici, gli Anacoreti, le Vergini e tutti ammantati di luce, incoronati di onore e di gloria; vedrà gli Angeli, gli Arcangeli, i Cherubini, i Serafini e poi al disopra di tutti questi beatissimi spiriti vedrà Maria, la Madre di Dio! La sua veste è il sole, il suo sgabello è la luna, la sua corona sono dodici brillantissime stelle. O Maria, esclamerà quell’anima, o Maria quanto siete bella! Ma voi siete il paradiso medesimo! Eppure no, vi è altro ancora da vedere, vi è Dio. E già l’anima gloriosa sente la voce del Signore, che la chiama al suo trono, perché riceva la corona immarcescibile di gloria, che porterà per sempre sulla sua testa: Veni, veni, coronàberis. Ah! vedere la sacrosanta umanità di Gesù Cristo, vedere il Divin Padre, il Divin Figlio, il Divino Spirito, ecco, ecco il Paradiso. « Videbitis eum sicuti est» (1, Giov. III, 2). E dopo che quest’anima sarà stata solennemente incoronata in mezzo alle musiche più gioconde e ai cantici della più viva allegrezza, condotta onoratamente dagli Angeli a prendere il posto sopra del trono per lei apparecchiato, incomincerà nella contemplazione e per conseguenza nell’amore e nel possesso di Dio medesimo a godere il Paradiso. E ciò per tutta l’eternità: et quod erit in fine sine fine (S. Agostino). Ah! dite, il pensiero di quella gran festa e di quella gioia immensa, che si godrà nell’entrare e nel rimanere eternamente in quella patria celeste, non deve per noi tornare efficacemente salutare? Coraggio, adunque, in mezzo alle difficoltà per fare il bene, alle tribolazioni che incontriamo, ai sacrifici che dobbiamo sostenere, non dimentichiamo che al termine di questa misera vita, se avremo con Gesù Cristo salito il Calvario, saremo pure da Lui condotti sulla cima di quel santo Tabor, che è il Paradiso, e dal quale, saliti che vi saremo una volta a contemplare Iddio, non discenderemo più mai.

2. Prosegue il Vangelo dicendo, che a quello spettacolo di Paradiso Pietro, prendendo la parola, disse a Gesù: Signore, buona cosa è per noi lo star qui: se a te piace, facciamo qui tre padiglioni, uno per te, l’altro per Mosè ed uno per Elia. Siccome avviene, al dire di un Santo Padre, che chi prova le dolcezze della vita celeste, sempre più disgustasi dei piaceri che lo attaccavano alla terra, non è a stupire se Pietro, inebriato dalla gloria del suo maestro, e quasi fuori di sé, dimentica talmente tutte le cose del mondo, che gli propone di dimorare dov’erano, ed anche di erigere tre tende. Ora non è forse del tutto contraria a quella di Pietro la nostra condotta? La maggior parte degli uomini non si preoccupa forse di erigere quaggiù la propria tenda, come se quaggiù dovesse rimanere per sempre? Ah! miei cari! non dimentichiamo che « dum sumus in corpore, peregrinamur a Domino: mentre ci troviamo in vita, siamo come pellegrini lontani dal Signore » (2, Cor. V, 6); « Non habemus hic manentem civitatem, sed futuram inquirimus: non abbiamo qui una ferma città, ma andiamo cercando la futura » (Ebr. XIII, 13). No, qui non dobbiamo fermarci: qui siamo solo di passaggio; la nostra vera patria è il Paradiso. Or dunque, se è così, non dobbiamo noi avere il cuore distaccato da questa terra per averlo sempre unito al Cielo? Oh sì! come S. Pietro sul Tabor, così anche noi dobbiamo dimenticare le bellezze, i beni ed i piaceri fallaci del mondo, e sollevarci del continuo per mezzo della fede al pensiero delle bellezze, dei beni, dei piaceri imperituri del Cielo, per i quali siamo stati creati. Che cosa direste di un uomo, il quale, destinato ad entrare al possesso di un regno, ove da per tutto è abbondanza di finissimo oro, nel suo viaggio si fermasse con piacere lungo la riva di un fiume a caricarsi di pietre e a quelle pietre attaccasse il cuore? Voi direste, e con ragione. che egli è pazzo. Ma ben più pazzo è colui che destinato da Dio ad entrare un giorno nel regno del Cielo, ove si possederà Iddio stesso, si dà invece perdutamente a ricercare i godimenti della vita presente, che gli saranno causa di perdere quelli della vita futura. Di fatti che si troverà egli ad avere nelle sue mani al termine della vita un povero mondano, che non abbia cercato altro in vita sua che onori, piaceri, ricchezze? Nulla. Tale precisamente, come insegna la sacra scrittura è la sorte che tocca a coloro, i quali dimenticando il Cielo si attaccano ai beni miserabili della terra: « Dormierunt somnum suum; et nihil invenerunt omnes viri divitiarum in manibus suis. Dormirono il loro sonno, vale a dire perirono questi uomini tesoreggianti le cose di quaggiù e si trovarono nell’altra vita a mani vuote » (Salm. LXXV, 3). Dunque il cuor nostro al Cielo.

3. Racconta in seguito il Vangelo, che prima ancora che S. Pietro finisse di parlare, ecco che una nuvola risplendente li adombrò (cioè ricoperse i tre discepoli). Ed ecco dalla nuvola una voce che disse: questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto: lui ascoltate. Udito ciò i discepoli caddero bocconi per terra, ed ebbero timore. Ma Gesù si accostò ad essi, e toccolli, e disse loro: Alzatevi e non temete. E alzando gli occhi non videro nessuno, fuori del solo Gesù. E nel calar dal monte, Gesù ordinò loro dicendo: Non dite a chicchessia quel che avete veduto, prima che il figliuol dell’uomo sia risuscitato da morte. Ora su questo secondotratto del Vangelo si potrebbero ancor fare molte utili considerazioni; tuttavia noi ci contenteremo di farne una sola importantissima. Perché Gesù Cristo impose agli Apostoli il silenzio sopra di questo fatto sin dopo la sua risurrezione? S. Girolamo ne dà due ragioni: la prima, per tema che non si credesse a questo mistero, come quello ch’era troppo elevato e troppo sublime. La seconda per timore che dopo tanta gloria, la croce a cui poco dopo doveva essere confitto, non fosse alle rozze menti un argomento di scandalo. Donde dobbiamo imparare che vi sono dei casi in cui il silenzio è una importantissima virtù doverosa a praticarsi, virtù che consiste nel mortificare la nostra lingua e nel non lasciarla parlare, quando parlando offende la carità sia verso Dio, che verso il prossimo. Ad esempio: voi sapete che Iddio è il Creatore del Cielo e della terra, il padrone assoluto di tutte le cose, e che però tutto quanto Egli regola e governa secondo la sua divina Provvidenza, e che se talvolta Egli vi permette qualche malattia, qualche infortunio, qualche sventura ha le sue mire. Ora se voi in tali circostanze, anziché tacere rassegnati al volere di Dio, parlate e parlando vi lamentate di Lui e forse imprecate alle sue disposizioni, non è egli vero che col violare il silenzio voi offendete gravemente il Signore? Voi sapete che Egli vuole assolutamente essere rispettato persino nel suo santissimo Nome, essendo ciò alla fin fine troppo conforme alla natura, la quale, se ci dice di onorar il nostro sovrano, ci dice altresì di rispettarne il nome. Ora se voi con tanta facilità lo profanate, lo bestemmiate se così leggermente fate dei falsi giuramenti prendendo Iddio in testimonio di ciò che falsamente affermate, non è egli vero che col violare il silenzio voi offendete Iddio? Voi sapete che tutto ciò che la Chiesa ci insegna è insegnamento divino, perché è Iddio medesimo, che alla Chiesa ha rivelato e rivela tutto ciò che deve insegnarci; voi sapete che Gesù Cristo ha costituito nella Chiesa il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti a fare le sue veci sino alla fine dei secoli, e che per conseguenza devesi anche con la bocca rispettare la fede, la morale e la gerarchia della Chiesa. Ora se voi tenete discorsi che siano contro la Religione, che offendano le nostre verità cattoliche, che le mettano in dubbio od in ridicolo, che gettino il disprezzo sopra il Papa, i Vescovi, ed i Sacerdoti, non è egli vero che col violare il silenzio si offende il Siguore? Voi sapete che tutto ciò che avete di buono e che siete capaci a fare, tutto vi viene da Dio e che perciò è a Lui solo che di tutto il bene devesi rendere l’onore e la gloria. Ora se voi a somiglianza dei Farisei vi andate di per voi stessi lodando e millantando, inventando anche meriti che non avete, non è egli vero che per tal modo rubando la gloria a Dio col violare il silenzio, gli fate offesa? Sì perché in tutti questi modi si viene a parlare contro la carità, che nel cuor nostro dobbiamo avere per Iddio, carità la quale ci impone di non lamentarci di Lui, e di rispettare il suo nome e la sua santissima fede, e di riconoscere Lui solo come il datore di ogni bene. Ma in quante altre maniere si viene poi col parlare ad offendere la carità verso il prossimo. La si offende col dire false testimonianze controdi lui o col calunniarlo, la si offende con la menzogna, con la detrazione, con la mormorazione, con le ingiurie, con le invettive, con le imprecazioni, con le maledizioni, con la violazione di un secreto, la si offende col tenere discorsi irreligiosi od immorali, col dar cattivi consigli, col fare cattivi eccitamenti. E alle volte chi sa misurare a fondo la gravezza di questa offesa alla carità verso il prossimo? Una calunnia, una falsa testimonianza non è talvolta sufficiente per rovinare una persona, per farle perdere onore, impiego, roba, tutto, e cacciarla ancora in fondo ad una prigione? Una ingiuria lanciata imprudentemente non basta alle volte per risvegliare ed accendere tutta quanta l’irascibilità di un uomo ed eccitarlo ad un grave delitto? Una mormorazione, non può far perdere la stima di un padre, di una madre, di una famiglia dabbene e renderla spregevole dinanzi agli occhi altrui? Un discorso irreligioso ed immorale non basta alle volte per rovinare del tutto l’anima di un figliuolo, di una giovinetta innocente? Oh quanti e quanti entrarono angeli in una conversazione e ne uscirono demoni! quanti e quanti non sapevano che fosse malizia e col trattare con gente che parlava loro con bocche da inferno, se ne circondarono insino agli occhi! Quanti che frequentavano la Chiesa, i sacramenti, erano morigerati, ei ora dopo certi discorsi di scherno, di disprezzo, di immoralità, sono divenuti essi medesimi spregiatori della fede e calpestatori della virtù. E non sono le parole melate, le scellerate lusinghe, le false promesse, che hanno tolto il candore a tante colombe e le hanno gettate nel disonore? Sì, sì, terribili sono le conseguenze, che nascono dal violare il silenzio, dal parlare quando si offende la carità contro Dio e contro il prossimo. Basta dire che i due più grandi delitti, che si commisero in sulla terra, furono effetto di pestifere lingue. Eva si indusse a mangiare il frutto vietato dopoché il serpente le parlò e le disse: Mangiatene, che diventerete simili a Dio. E Pilato condannò a morte il divin Redentore, quando intese la ciurmaglia dei Giudei, che gridavano: Se non lo condanni non sei amico di Cesare, Crucifige, crucifige eum. È S. Agostino che lo nota, dicendo che Gesù Cristo fu sacrificato gladio linguæ, per la spada della lingua. Ben a ragione adunque l’Apostolo S. Giacomo chiama la lingua un mondo di iniquità, universitas iniquitatis. (III, 6).Eppure chi non lo sa che i peccati di lingua sono propriamente quelli, che si commettono con maggior facilità? Molti non sanno tenere un discorso senza che ad ogni espressione vi caccino entro il santo nome di Dio, e di Gesù Cristo, del Sacramento, della Madonna, o se pure non sparlano del Papa o dei preti, o se non trattano di oscenissime cose, o se non fanno le più gravi mormorazioni del terzo e del quarto. E qual è poi, sia detto con loro buona grazia, qual è poi una delle maggiori occupazioni di certe donne, e diciam pure di certe signore, qual è il trattenimento favorito nelle visite che si fanno, se non quello di rivedere i conti a questo e a quello e tagliare i panni addosso a questa o a quell’altra? E quanti non sono i figliuoli e le figliuole caparbie, superbe, che rispondono arrogantemente ai loro genitori ed ai loro superiori? Quante mogli che mancano di rispetto ai loro mariti e quanti mariti, che oltraggiano lo loro mogli? E quelle liti incessanti, eterne, che vi hanno tra le suocere e le nuore, quello screditarsi a vicenda, quel rampognarsi ed insultarsi continuo, non sono i peccati ordinari nel seno di tante famiglie? Sì, sì, sono proprio i peccati di lingua quelli, che si commettono con maggior facilità e frequenza. Epperò nulla più a proposito dell’avvertimento, che oggi Gesù Cristo dà agli Apostoli, avvertimento, che dobbiamo prendere ancor noi e praticare con la massima diligenza. Noi felici, se ci faremo un tale studio, perciocché dice, e ben a ragione, S. Giacomo (III, 2), che « chi non inciampa nel discorrere egli è un uomo perfetto. Si quis in verbo non offendit, hic perfectus est vir ».

Credo

Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 47; CXVIII: 48

Meditábor in mandátis tuis, quæ diléxi valde: et levábo manus meas ad mandáta tua, quæ diléxi. [Mediterò i tuoi precetti che ho amato tanto: e metterò mano ai tuoi comandamenti, che ho amato.]

Secreta

Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quaesumus, inténde placátus: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti. [Guarda, o Signore, con occhio placato, al presente sacrificio, affinché giovi alla nostra devozione e salute.]

Communio

Ps V: 2-4 – Intéllege clamórem meum: inténde voci oratiónis meæ, Rex meus et Deus meus: quóniam ad te orábo, Dómine. [Ascolta il mio grido: porgi l’orecchio alla voce della mia orazione, o mio Re e mio Dio: poiché a Te rivolgo la mia preghiera, o Signore.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut quos tuis réficis sacraméntis, tibi etiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas. [Súpplici Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché, a quelli che Tu ristori coi tuoi sacramenti, conceda anche di servirti con una condotta a Te gradita.]

DOMENICA I DI QUARESIMA (2019)

DOMENICA I DI QUARESIMA (2019)

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps XC: 15; XC: 16

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum. [Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Ps XC:1 Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorábitur. [Chi àbita sotto l’égida dell’Altissimo dimorerà sotto la protezione del cielo].

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum. [Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui Ecclésiam tuam ánnua quadragesimáli observatióne puríficas: præsta famíliæ tuæ; ut, quod a te obtinére abstinéndo nítitur, hoc bonis opéribus exsequátur. [O Dio, che purífichi la tua Chiesa con l’ànnua osservanza della quaresima, concedi alla tua famiglia che quanto si sforza di ottenere da Te con l’astinenza, lo compia con le opere buone.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios. 2 Cor VI:1-10.

“Fratres: Exhortámur vos, ne in vácuum grátiam Dei recipiátis. Ait enim: Témpore accépto exaudívi te, et in die salútis adjúvi te. Ecce, nunc tempus acceptábile, ecce, nunc dies salútis. Némini dantes ullam offensiónem, ut non vituperétur ministérium nostrum: sed in ómnibus exhibeámus nosmetípsos sicut Dei minístros, in multa patiéntia, in tribulatiónibus, in necessitátibus, in angústiis, in plagis, in carcéribus, in seditiónibus, in labóribus, in vigíliis, in jejúniis, in castitáte, in sciéntia, in longanimitáte, in suavitáte, in Spíritu Sancto, in caritáte non ficta, in verbo veritátis, in virtúte Dei, per arma justítiæ a dextris et a sinístris: per glóriam et ignobilitátem: per infámiam et bonam famam: ut seductóres et veráces: sicut qui ignóti et cógniti: quasi moriéntes et ecce, vívimus: ut castigáti et non mortificáti: quasi tristes, semper autem gaudéntes: sicut egéntes, multos autem locupletántes: tamquam nihil habéntes et ómnia possidéntes.” –  Deo gratias.

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

CORRISPONDENZA ALLA GRAZIA

Fratelli: “Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: «Nel tempo favorevole ti ho esaudito, e nel giorno della salute ti ho recato aiuto». Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salute. Noi non diamo alcun motivo di scandalo a nessuno, affinché il nostro ministero non sia screditato; ma ci diportiamo in tutto come ministri di Dio, mediante una grande pazienza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angustie, nelle battiture, nelle prigioni, nelle sommosse, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con la purità, con la scienza, con la mansuetudine, con la bontà, con lo Spirito Santo, con la carità sincera, con la parola di verità, con la potenza di Dio, con le armi della giustizia di destra e di sinistra; nella gloria e nell’ignominia, nella cattiva e nella buona riputazione; come impostori, e siam veritieri; come ignoti, e siam conosciuti; come moribondi, ed ecco viviamo; come puniti, e non messi a morte; come tristi, e siam sempre allegri; come poveri, e pure arricchiamo molti; come privi di ogni cosa, e possediamo tutto”. (2 Cor VI, 1-10).

L’Epistola di quest’oggi è tolta dal cap. VI della II lettera ai Corinti. Sulla fine del capo precedente l’Apostolo aveva annunciato due grandi verità : a) Gesù Cristo sulla croce era stato personalmente sostituito al peccatore, perché venisse la riconciliazione tra questo e Dio; b) Dio incarica gli Apostoli, quali ambasciatori di Cristo, di promuovere tra gli uomini questa riconciliazione. E ricorda come egli nella sua qualità di ambasciatore abbia veramente imitato Gesù Cristo, compiendo l’opera sua tra numerose privazioni e difficoltà. Così rispondeva anche, in modo indiretto ma efficace, a quei che denigravano il suo ministero. Da questo passo prendiamo occasione per parlare della corrispondenza alla grazia, che dobbiamo:

1 Accogliere a tempo,

2 Rendere fruttuosa,

3 Invocare da Dio.

1.

Nel tempo favorevole ti ho esaudito, e nel giorno della salute ti ho recato aiuto. Sono parole tolte da Isaia che ilSignore rivolge al Messia, il quale prega e soffre per laredenzione degli uomini. Esse contengono l’assicurazione, che la preghiera del Messia è stata esaudita, e che iltempo messianico è il tempo dell’abbondanza delle grazie. S. Paolo, richiamate ai Corinti le parole d’Isaia, soggiunge: Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salute. E la Chiesa richiama queste parole dell’Apostolo a tutti i fedeli, indicando loro, come tempo specialmente accetto a Dio, il tempo quaresimale nel quale le sue grazie abbondano. «Che cosa — commenta S. Leone M. — è più accetto di questo tempo, che cosa è più salutare di questi giorni, in cui si intima la guerra ai vizi e aumenta il progresso di tutte le virtù?» (Serm. 40, 2). L’invito, però, ad abbandonare i vizi e a progredire nella virtù, se nel tempo quaresimale è più insistente da parte della Chiesa, non manca mai negli altri tempi dell’anno. Fin che l’uomo vive è sempre visitato dalla grazia di Dio. E se la grazia di Dio non sempre opera, è perché l’uomo non l’accoglie. La divina grazia illumina la mente dell’uomo, ora facendogli conoscere la bruttezza del peccato, perché si decida a lasciarlo; ora facendogli vedere la bellezza della virtù, col richiamargli alla mente gli esempi di coloro che sprezzano i piaceri mondani, per servir da vicino gli insegnamenti del Vangelo. Altre volte lo scuote mettendogli innanzi la speranza deibeni futuri, o lo atterrisce col pensiero delle pene eterne. Più spesso lo turba con l’ammonizione del Battista: «Non ti è lecito» (Matt. XIV, 4). Non ti è lecito mantenere quella pratica, non ti è lecito covare nel cuore quell’odio; non ti è lecito ritenere quella roba; non ti è lecito una vita dimentica di Dio e del prossimo; non ti è lecito il cattivo esempio che dài. Ora cerca di attirarlo con i benefici; ora con le tribolazioni o con le croci. Il Crisologo, parlando della vocazione di S. Matteo, dice: « Dio lo vide, affinché egli vedesse Dio» (Serm. 30). Matteo non ebbe paura della vista di Dio, di guardare Gesù che veniva a lui. E quando Gesù gli disse: «Seguimi», Matteo si alzò e lo seguì» (Matt. IX, 9). Alcuni son pronti come S. Matteo ad accogliere l’invito di Dio, a uscire dalla via delpeccato, a lasciare le occasioni, a darsi al servizio delSignore. Ma la maggior parte si merita il rimprovero che leggiamo nei libri santi: «Invitai e vi siete rifiutati, stesi la mano e nessuno si diede per inteso» (Prov. I, 24). Paurosi di sorgere dallo stato in cui si trovano, non accettano l’invito che Dio loro offre. Approviamo pienamente l’atteggiamento di Santo Stefano, che rinfaccia agli Ebrei la loro continua resistenza allo Spirito Santo; e noi continuiamo a resistere agli inviti della grazia. Con quale conseguenza? Quella di attirar su noi l’ira del Signore nel giorno del giudizio, se continueremo a disprezzare le ricchezze della sua benignità. «Poiché coloro che disprezzano la volontà di Dio che invita, sentiranno la volontà di Dio che vendica» (S. Prospero d’Aquit., Resp. ad cap. obiect. vinc. 16).

2.

L’Apostolo a render più efficace l’esortazione, fatta ai Corinti, di non lasciar infruttuosa la grazia, mostra come egli si è diportato nell’adempimento del suo dovere. Noi non diamo alcun motivo di scandalo a nessuno, affinché il nostro ministero non sia screditato; ma ci diportiamo in tutto come ministri di Dio, mediante una grande pazienza nelle tribolazioni. E passa a narrare quanto ha sofferto e operato nel suo ufficio di collaboratore di Dio nell’opera della salvezza. La grazia aveva chiamato Paolo all’apostolato. Come si vede, egli non considera la grazia come un tesoro da nascondere sotto terra. Nessuno potrebbe rimproverargli d’aver ricevuto la grazia di Dio invano. – La grazia di Dio invita gli uomini a operare nello stato, cui ciascuno è chiamato. Non tutti, però, si sentono di operare secondo la volontà di Dio. Ci sono i pusillanimi che hanno paura di sbagliare in tutto, come se fossero abbandonati alle sole proprie forze; come se Dio, che vuole la loro cooperazione, non prestasse la sua assistenza. Costoro non corrispondono a una data vocazione, ricusano di entrare in quello stato, non accettano il tal posto, nel quale potrebbero far tanto bene, avendo avuto da Dio i doni necessari. Ci sono, e questi formano il maggior numero, gli infingardi i quali non fanno il bene che dovrebbero e potrebbero fare, per paura della fatica. Per essi Dio, che domanda la loro cooperazione, è un padrone duro, esigente, che richiede troppo, che vuole ciò che essi non potrebbero dare; e finiscono col non dar niente. E finiranno anche col perdere quello che da Dio han ricevuto. La sorte di costoro è quella del servo della parabola. Egli ha ricevuto dal padrone, che doveva partire, un talento. Scava la terra, e ve lo nasconde. Quando, dopo lungo tempo, il padrone ritorna e fa i conti col servo, questo gli dice: «Signore, sapevo che sei un uomo duro e mieti dove non hai seminato, e raccogli dove non hai sparso: ebbi paura e andai a nascondere il tuo talento sotto terra: eccolo qui». E il padrone risponde, chiamandolo: «servo iniquo e infingardo»; e dice ai suoi: «Toglietegli il talento che ha, e datelo a colui che ha dieci talenti » (Matth. XXV, 14 segg.). Quelli che non fanno profitto delle grazie che Dio accorda loro, se ne vedranno un giorno privati, e riceveranno il meritato castigo. Al contrario, chi si serve delle grazie prime, cooperandovi diligentemente, ne riceverà delle maggiori. Nessuno confida danaro da trafficare a chi lo rinchiude in un forziere o lo seppellisce sotto terra. Lo si affida a chi sa farlo rendere, di più. È naturale che chi sa far fruttare la grazia ricevuta, ne riceva di sempre maggiori. E così egli va accumulando i meriti che porta con sé la docilità all’azione della grazia; va moltiplicando le azioni virtuose nel rinunciare alle proprie inclinazioni per seguire le ispirazioni della grazia; e nel giorno del rendiconto si vedrà arricchito oltre ogni aspettativa.

3.

La grazia, da alcuni, viene respinta quando Dio l’offre; da altri non si prende in considerazione; altri la perdono dopo averla ricevuta. E allora, avessero pure per il passato imitato San Paolo nello zelo per le opere buone, non possono ripetere con lui, siamo stimati come privi d’ogni cosa e possediamo tutto. Quando si è perduta la grazia si è perduto tutto, in merito alla vita eterna. Ma fin che siamo su questa terra siam sempre in tempo a trar profitto dalla grazia, di Dio. Opera della grazia di Dio è il risorgere dal peccato; opera della grazia di Dio è il non cadervi: opera della grazia di Dio è il progredire generosamente nella via della perfezione. Se abbiamo perduta la grazia, dobbiamo implorarla da Colui che ne è la fonte. «Tutti. — dice S. Arrostino — con piena fede e certa fiducia, si accostino all’Autore della vita, affinché quelli che hanno la vita vivano d’una vita più piena e perfetta, e quelli che sono morti tornino a vivere» (Serm. 98, 7). Durante questa vita mortale Dio non abbandona mai il peccatore del tutto. Egli torna sovente a invitarlo alla conversione. Preghiamolo ardentemente che ci faccia sentire la sua voce; che ci scuota; che ci dia la forza di accoglierla. Diciamogli con grande fiducia: «Seconda col tuo aiuto i nostri voti, che tu pel primo c’inspiri » (Oremus nella Messa di Pasqua). Se, per nostra fortuna, serviamo fedelmente il Signore, ricordiamoci che « dipende dalla sua misericordia, se noi possiamo perseverare a prestargli servizio » (S. Ilario, Tract. in Ps CXVIII, 10). Rallegrati della grazia del Signore, se la possiedi, « non devi stimare, però, di possedere un dono di Dio, come per diritto ereditario, così da essere sicuro come se non lo potessi mai perdere» (S. Bernardo, In Cant. cantic. Serm. 21,5). Anche qui c’è bisogno dunque della preghiera. Dobbiamo rivolgerci a Dio e supplicarlo che ci tenga sempre lontani da ciò che è nocivo, e che ci diriga con la sua grazia. Anche coloro che s’adoperano sul serio a render fruttifera la grazia di Dio, vanno soggetti a momenti di stanchezza e di sfiducia. Sarà sempre quella che è chiamata l’arma dei deboli, che bisogna usare in quei momenti. « Quando adunque ti senti abbattere dalla tiepidezza, dall’accidia e dalla noia, non devi sfiduciarti o desistere dall’esercizio spirituale, ma chiedi la mano di Colui che aiuta» ( S. Bern. 1. c.). Se la voce di Dio non l’abbiamo ascoltata per il passato, ascoltiamola ora. Essa verrà ancora a scuoterci. Camillo de Lellis sente a 18 anni la voce della grazia che lo invita a lasciare il mondo, quando, rimasto orfano di padre, con una piaga al piede che lo rende inabile a1 servizio militare, edificato dal contegno di due cappuccini, fa voto di entrare nel loro ordine. Ben presto, però, dimentica il proposito. Scacciato dall’ospedale degli incurabili a Roma pel suo carattere rissoso e insubordinato, si dà alle armi. Guarito per virtù dei sacramenti da un’infermità che lo riduce in fin di vita, si getta a nuove avventure, mettendosi al servizio della Spagna. Giunto a Napoli, dopo esser stato liberato da una terribile tempesta per la protezione della Vergine, si dà così pazzamente al giuoco, da perdervi armi e abiti. Costretto dalla necessità a condur calce nella costruzione di un convento in Manfredonia tra gli insulti e gli scherni, egli il discendente di nobile prosapia, che era andato in cerca di celebrità e gloria nella professione delle armi, non si decide ancora a ritornare a Dio. Un giorno, lungo una via deserta che conduce al convento di Manfredonia, ripensa alle gravi parole udite la sera innanzi da uno zelante padre cappuccino. Dio gli manda un raggio splendente della sua grazia, e Camillo, novello Saulo, sceso dal giumento, si getta a terra ed esclama : « O me infelice! Perché non ho conosciuto prima il mio Dio e non l’ho servito?… Perché ho sempre resistito ostinatamente alla sua grazia?…» (Der heil. Kamillus T. Lellis und sein Orden. Freiburg, 1914, p. 11). Se, come Camillo De Lellis, per il passato abbiam sempre resistito ostinatamente alla grazia del Signore, pieghiamoci finalmente come lui e diamoci vinti. Meglio tardi che mai. Rinunciamo oggi stesso, in questo momento, al peccato. Cominciamo oggi stesso, in questo momento, nelle circostanze in cui ci ha posti la Provvidenza, a servir Dio. Mettiamoci subito a fare quanto avremmo voluto aver fatto in punto di morte. Con la Chiesa preghiamo Dio che ci faccia docili. «La tua grazia, te ne preghiamo o Signore, ci preceda sempre e ci segua: e ci conceda di esser sempre occupati in opere buone» (Oremus della messa della Dom. XVI di Pentecoste).

 Graduale

Ps XC,11-12

Angelis suis Deus mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum.

[Dio ha mandato gli Ángeli presso di te, affinché ti custodíscano in tutti i tuoi passi. Essi ti porteranno in palmo di mano, ché il tuo piede non inciampi nella pietra.]

Tractus.

Ps XC: 1-7; XC: 11-16

Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorántur.

V. Dicet Dómino: Suscéptor meus es tu et refúgium meum: Deus meus, sperábo in eum.

V. Quóniam ipse liberávit me de láqueo venántium et a verbo áspero.

V. Scápulis suis obumbrábit tibi, et sub pennis ejus sperábis.

V. Scuto circúmdabit te véritas ejus: non timébis a timóre noctúrno.

V. A sagitta volánte per diem, a negótio perambulánte in ténebris, a ruína et dæmónio meridiáno.

V. Cadent a látere tuo mille, et decem mília a dextris tuis: tibi autem non appropinquábit.

V. Quóniam Angelis suis mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

V. In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum,

V. Super áspidem et basilíscum ambulábis, et conculcábis leónem et dracónem.

V. Quóniam in me sperávit, liberábo eum: prótegam eum, quóniam cognóvit nomen meum,

V. Invocábit me, et ego exáudiam eum: cum ipso sum in tribulatióne,

V. Erípiam eum et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum, et osténdam illi salutáre meum.

[Chi abita sotto l’égida dell’Altissimo, e si ricovera sotto la protezione di Dio.

Dica al Signore: Tu sei il mio difensore e il mio asilo: il mio Dio nel quale ho fiducia.

Egli mi ha liberato dal laccio dei cacciatori e da un caso funesto.

Con le sue penne ti farà schermo, e sotto le sue ali sarai tranquillo.

La sua fedeltà ti sarà di scudo: non dovrai temere i pericoli notturni.

Né saetta spiccata di giorno, né peste che serpeggia nelle tenebre, né morbo che fa strage al meriggio.

Mille cadranno al tuo fianco e dieci mila alla tua destra: ma nessun male ti raggiungerà.

V. Poiché ha mandato gli Angeli presso di te, perché ti custodiscano in tutti i tuoi passi.

Ti porteranno in palma di mano, affinché il tuo piede non inciampi nella pietra.

Camminerai sull’aspide e sul basilisco, e calpesterai il leone e il dragone.

«Poiché sperò in me, lo libererò: lo proteggerò, perché riconosce il mio nome.

Appena mi invocherà, lo esaudirò: sarò con lui nella tribolazione.

Lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni, e lo farò partécipe della mia salvezza».]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

Matt IV: 1-11

“In illo témpore: Ductus est Jesus in desértum a Spíritu, ut tentarétur a diábolo. Et cum jejunásset quadragínta diébus et quadragínta nóctibus, postea esúriit. Et accédens tentátor, dixit ei: Si Fílius Dei es, dic, ut lápides isti panes fiant. Qui respóndens, dixit: Scriptum est: Non in solo pane vivit homo, sed in omni verbo, quod procédit de ore Dei. Tunc assúmpsit eum diábolus in sanctam civitátem, et státuit eum super pinnáculum templi, et dixit ei: Si Fílius Dei es, mitte te deórsum. Scriptum est enim: Quia Angelis suis mandávit de te, et in mánibus tollent te, ne forte offéndas ad lápidem pedem tuum. Ait illi Jesus: Rursum scriptum est: Non tentábis Dóminum, Deum tuum. Iterum assúmpsit eum diábolus in montem excélsum valde: et ostendit ei ómnia regna mundi et glóriam eórum, et dixit ei: Hæc ómnia tibi dabo, si cadens adoráveris me. Tunc dicit ei Jesus: Vade, Sátana; scriptum est enim: Dóminum, Deum tuum, adorábis, et illi soli sérvies. Tunc relíquit eum diábolus: et ecce, Angeli accessérunt et ministrábant ei.”

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XV.

“Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente gli venne fame. E accostatoglisi il tentatore, disse: Se tu sei Figliuol di Dio, di’ che queste pietre diventino pani. Ma egli rispondendo, disse: Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Allora il diavolo lo menò nella città santa, e poselo sulla sommità del tempio, e gli disse: Se tu sei Figliuolo di Dio, gettati giù; imperocché sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Allora il diavolo lo menò nella città santa, e poselo sulla sommità del tempio, e gli disse: Se tu sei Figliuolo di Dio, gettati giù; imperocché sta scritto: che ha commesso ai suoi angeli la cura di te, ed essi ti porteranno sulle mani, affinché non inciampi talvolta col tuo piede nella pietra. Gesù disse: Sta anche scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo. Di nuovo il diavolo lo menò sopra un monte molto elevato; e fecegli vedere tutti i regni del mondo, e la loro magnificenza; e gli disse: Tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai. Allora Gesù gli disse: Vattene, Satana, imperocché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo, e servi lui solo. Allora il diavolo lo lasciò; ed ecco che gli si accostarono gli Angeli, e lo servivano” (Matth. IV, 1- 11).

Quanto più si studia il Santo Vangelo, tanto più si viene a riconoscere l’immensa bontà, che Gesù Cristo ebbe per gli uomini. Volendo egli essere il loro perfettissimo modello in tutte le circostanze della vita, dopo di avere con una umiltà ammirabile ricevuto il battesimo, che amministrava S. Giovanni Battista, per seguire l’impulso dello spirito di Dio, disceso sopra di Lui, si recò nel deserto a subire le tentazioni del demonio. E ciò Egli fece appunto, sia per avvertir noi delle prove, a cui ci sottopone la nostra condizione, sia per mostrarci col suo esempio i mezzi, che abbiamo per scampare dal pericolo, sia ancora per meritarci la grazia di trar profitto dagli stessi assalti del demonio. Epperò ben a ragione diceva S. Agostino, che Gesù Cristo ha permesso al demonio di assalire Lui, perché pur troppo avrebbe pure assalito noi. Ecco adunque il Vangelo di questa prima domenica di quaresima: la tentazione di Gesù nel deserto. Ricordiamolo pertanto e facciamovi sopra qualche salutare considerazione.

1. In quel tempo, dice il Vangelo, vale a dire dopo il battesimo, Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. E avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente gli venne fame. Con queste prime parole il Vangelo di oggi mettendoci innanzi l’esempio della penitenza di Gesù Cristo, ci mostra senz’altro l’obbligo, che noi abbiamo della medesima, se vogliamo essere a Lui conformi. Imperocché se Gesù Cristo che era l’innocenza in persona volle tuttavia darsi alla penitenza, che cosa non dovremo fare noi, che non siamo più innocenti? Ecco adunque perché la Chiesa, massime in questo tempo, a nome di Dio e di Gesù Cristo tanto ci raccomanda la penitenza. Che se la poca salute, la giovane età, il lavoro e lo studio, in cui dobbiamo occuparci, ci impediscono le vere penitenze, facciamo quel tanto che per noi si può. Non mancano modi di supplire a tale impotenza, mentre sotto il nome di penitenza si comprendono tutte le opere afflittive, che riescono di mortificazione o al corpo o allo spirito. Tali sono l’astenersi da certe ricreazione e passatempi, non solo pericolosi, come sarebbero gli spettacoli del mondo, ma anche da certi altri per sé leciti ed onesti. Mortificar la curiosità, che ci tira a voler sapere molte cose inutili; mortificar gli occhi tenendoli modesti e ben custoditi; mortificare la lingua, evitando tante ciarle oziose, tanti discorsi vani, e amando il silenzio e il raccoglimento; mortificar la gola, privandoci di certi cibi più ghiotti, di certe bevande geniali; mortificare la vanità del vestire e la smania di comparire, vestendo con tutta semplicità senza seguire le pazze mode del mondo, e lasciando le pompe e le gale: sopportar pazientemente le intemperie delle varie stagioni senza lamentarci; fuggir la delicatezza e la mollezza, che ci fanno cercare in tutto ogni nostra comodità e contentamento, sono tanti bei modi di far penitenza.Buona materia di penitenza ci daranno anche i doveri del proprio stato, sopportando con rassegnazione i pesi, le noie, gli imbarazzi e le fatiche, che arrecano con sé, facendo tutto con esattezza e con buon ordine, senza stancarci, e offrendo tutto a Dio per soddisfazione dei peccati commessi. Così anche la violenza che dobbiamofare a noi stessi per vincere le passionie i rispetti umani, per mortificare la nostra cattiva volontà, per superare le tentazioni, che ci combattono, per praticare con fedeltà e costanza i mezzi necessari per conservarci e crescere sempre più nella grazia di Dio, per tenerci lontani dalle occasioni e pericoli di peccare. Ottima penitenzaè pure la pazienza nel sopportare le tribolazionie le croci, che in tante maniere ci affliggono, prendendo tutto con rassegnazione dalle mani di Dio, senza brontolare, confessandoci meritevoli di molto peggio, e unendo i nostri patimenti a quelli di Gesù Cristo in espiazione delle nostre colpe.Tuttavia, sebbene in tutti questi modi noi possiamo fare penitenza, resta sempre doveroso il digiuno per chi ne ha la possibilità ed ha compiuto il ventunesimo anno. Il digiuno viene indicato dallo stesso Redentore come un’arma potente nelle mani del Cristiano per vincere le tentazionidel demonio. Affinché l’anima sia forte, è d’uopo che sia affievolito il corpo. Allorché io son debole, dice l’Apostolo, allora è ch’io son forte! Imperocché la virtù si perfeziona nella debolezza. Il Cristiano ò forte nella debolezza, dice S. Ambrogio, quando la sua carne è mortificata dai digiuni, e l’anima sua impinguata dalla purità, giacché quanto alimento si sottrae al corpo, altrettanta santità e grazia si aggiunge all’anima. E tale appunto è stato lo spirito della Chiesa nella istituzione del digiuno e della quaresimale penitenza; e quanti Cristiani non vogliono intendere questo spirito della Chiesa e trattano il digiuno con una leggerezza inconcepibile, cercando di accomodare alla loro debolezza le sante prescrizioni della quaresima, sono Cristiani che non pensano punto a conformarsi all’esempio di nostro Signor Gesù Cristo, e che di Cristiano hanno il nome, ma non le opere. Abbiamo adunque coraggio e buona volontà, certi che quanto più con la penitenza pagheremo di qua, tanto di meno ci resterà a pagare di là; e così accumuleremo un bel capitale di meriti da contrapporre ai debiti contratti coi peccati commessi. Mentre siamo in vita Iddio si contenta di poco; ma dopo morte usa una giustizia più rigorosa. Un sol giorno di purgatorio arreca più pena e tormento che non tutti insieme i patimenti di questo mondo. Il far penitenza ci costa, è vero, qualche disagio e travaglio; ma animiamoci ancora col riflettere alla gloria e beatitudine eterna, che ci procura. Felici noi, se, come ebbe a dire S. Giovanni della Croce comparso dopo morte, potessimo ripetere: Benedette penitenze, che mi avete fruttato tanta contentezza e tanta gloria in cielo per tutta la beata eternità!

2. Prosegue il santo Vangelo dicendo: « E accostatosegli il tentatore, disse: Se tu sei Figliuol di Dio, di’ che queste pietre diventino pani. Ma Egli rispondendo, disse: Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Allora il diavolo lo menò nella città santa, e poselo sulla sommità del tempio, e gli disse: Se tu sei Figliuolo di Dio, gettati giti; imperocché sta scritto, che ha commesso ai suoi angeli la cura di te, ed essi ti porteranno sulle mani, affinché non inciampi talvolta col tuo piede nella pietra. Gesù disse: Sta anche scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo. Di nuovo il diavolo lo menò sopra un monte molto elevato; e fecegli vedere tutti i regni del mondo, e la loro magnificenza; e gli disse: Tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai. Allora Gesù gli disse: Vattene, satana, imperocché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo, e servi Lui solo. Allora il diavolo lo lasciò; ed ecco che se gli accostarono gli Angeli e lo servirono ».

Ora da tutte le diverse tentazioni che Gesù Cristo permise al demonio di rivolgergli contro, e da tutti i diversi modi, con cui gliele rivolse, si rende chiaro come Gesù voglia anzitutto che noi per guardarcene fissiamo bene la nostra attenzione sulla malizia del demonio, poiché quanto meglio conosceremo la malignità d’un nostro nemico, tanto maggior impegno noi metteremo ad evitarla. Or bene quale e quanta è la malizia del demonio! – Il demonio, nota S. Cipriano, è chiamato serpente, perché a mo’ del serpe striscia e insensibilmente s’insinua, nascondendo il suo avanzarsi, affine d’ingannare. Così grande è la sua astuzia, così fine e scaltre sono le sue arti, che, per così dire, fa scambiar il giorno con la notte, il veleno col rimedio. Di questo modo, sostituendo la menzogna alla verità, giunge a togliere di mezzo la verità medesima. Epperciò S. Paolo ammoniva i Corinti che satana si trasforma in angelo di luce affine di sedurre. La malizia, la scaltrezza, gli artifizi di satana in ciò principalmente si manifestano: che osserva e guarda i luoghi meno muniti e difesi, secondochè dice S. Gerolamo; e che non presenta mai all’uomo, come notava già S. Giovanni Crisostomo, il peccato allo scoperto, ma sempre travestito e camuffato. Egli ne cela la bruttezza e gli dà l’apparenza ed il nome di dolcezza, di felicità, e ben anche di virtù. Audacissimo come è, vorrebbe pure, dove l’osasse e il potesse, farci di primo getto cattivi al pari di lui, ma scaltro di troppo, ei prevede che sconcerebbe l’opera sua; vorrebbe pure assalirci a forza aperta, ma, maligno al sommo, teme che la preda gli scappi; quindi egli procede per gradi, come appunto cercò di fare con lo stesso Gesù Cristo, tentandolo prima di sensualità, poi di vanità e di orgoglio, e da ultimo di ambizione e di amore alle ricchezze. Anzi egli studia le particolari inclinazioni e vi si adatta: quindi non solleticherà di lussuria l’avaro, né tenterà d’avarizia l’impudico: trasporterà invece l’ambizioso a vagheggiare grandi onori; spianerà l’orgoglioso ad adorare se medesimo; stuzzicherà la fame nell’uomo dato alla gola. In un modo seduce il libertino, in un altro il savio, differentemente ancora lo scrupoloso. Assale il fanciullo, il giovane, l’uomo maturo, il vecchio, ciascuno secondo l’età, la complessione, l’inclinazione propria. Di questo attacca il corpo, di quello lo spirito: talora ferisce all’esterno, tal’altra all’interno; tasta il lato debole e per questo monta all’assalto; presenta il fiore e nasconde la spina; indora il calice e vi mesce il veleno. Osservate, ei va gridando, com’è bello questo fiore! che soave olezzo tramanda! Vedete com’è elegante questa coppa! Ah, se assaggiaste che soave e delizioso liquore essa contiene! bevete, tracannate. Alla fin fine non è che un pensiero, dice lo spirito maligno, un semplice sguardo, una piccola compiacenza. Provate; poi ve ne asterrete a vostro talento: ecchè? voi cercate il piacere e non l’assaporerete? Così agisce il demonio. E se tale è la sua malizia, non importa adunque di usare la massima attenzione per guardarsene e riportarne vittoria? Ed ecco perciò come nostro Signor Gesù Cristo dopo d’averci fatto riflettere sulla malizia del demonio vuole altresì, che noi consideriamo attentamente in che modo Egli la combatté e la vinse, affine di far noi il somigliante.

3. Ed in qual modo Gesù combatté e vinse il demonio? Col non fermarsi punto a ragionare e discutere con lui, col metterlo in imbarazzo con la sua profonda umiltà. Così appunto riconoscono e S. Girolamo, e S. Agostino, e S. Ambrogio. Ed in vero alla prima tentazione di fare un miracolo col convertire le pietre in pane, Gesù rispose: Non di solo liane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Alla seconda tentazione di gettarsi giù dal pinnacolo del tempio, confidato nell’assistenza degli Angeli, Gesti rispose: Sta scritto: non tenterai il Signore Dio tuo. Ed alla terza tentazione di guadagnare tuttii regni del mondo con l’adorazione del demonio,rispose anche più arditamente di prima: Vattene satana, imperocché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo, e servi lui solo. Or ecco i mezzi, che dobbiamo ad operar anche noi per riportar vittoria nelle tentazioni. Anzi tutto non discutere col demonio, ma romperla tosto non appena siamo tentati, ed anche prima di essere tentati, col fuggire risolutamente le occasioni. Chi non è risoluto di fuggire le occasioni ed i pericoli, e non li fugge davvero, farà ridere il demonio, quand’anche andasse a confessarsi sovente e facesse i più santi propositi. Bisogna fuggire, bisogna star lontani, aver paura, e non fidarsi della buona volontà risoluta, che sembra di avere. Chi ama il pericolo, dice il Signore, in esso perirà. E ciò vale in genere per ogni peccato; ma in modo particolare per il maledetto peccato della disonestà, che porta tante anime in perdizione. Il peccatore disonesto non si libera certo dal suo vizio abbominevole, se non fugge a tutto potere le cattive compagnie, i discorsi osceni, gli sguardi immodesti, le famigliarità e le confidenze peccaminose, la libertà di trattare, le letture cattive, i trattenimenti pericolosi e tutti quegli oggetti, quelle persone, quei luoghi, che gli sono di incentivo e di stimolo al peccato. Ricadrà di continuo nei suoi peccati, e fino a tanto che continua volontariamente nelle occasioni prossime, non gli giovano i Sacramenti, non gli servono le orazioni, le pratiche di pietà e tutti gli altri mezzi. Egli è abbandonato da Dio, mentre col mettersi nell’occasione si getta volontariamente fra le braccia del demonio. Bisogna adunque fuggire ad ogni costo, per quanto si può, pronti a qualunque sacrificio, perché  si tratta dell’anima. « Se il tuo occhio, dice Gesù Cristo, ti è occasione di peccato, cavalo e gettalo via. Sarà meglio andar in Paradiso con un occhio solo, che con due precipitar nell’inferno (Matth. XVIII, 9) ». Non basta chiudere l’occhio, ma bisogna cavarlo e gettarlo via, e ciò significa che, per quanto è possibile, bisogna ad ogni costo lasciare e fuggire quei luoghi, quelle persone, quegli oggetti, quei trattenimenti, che ci sono occasione di peccato, ci fossero anche cari ed utili quanto gli occhi. Le mezze misure non bastano: e tutte le ragioni che arrecano certi infelici per non troncare le occasioni prossime volontarie, in cui stanno avviluppati, non sono di solito, che pretesti e scuse vanissime loro suggerite dalla passione e dal demonio per tradirli e trascinarli in perdizione. Oh Dio! quanti vi son precipitati per questa strada fatale delle cattive occasioni! Quanti per non aver fuggito le occasioni pericolose, anche nel punto di morte sono ricaduti nei loro peccati e sono passati all’eternità nella disperazione! Eppure per alcuni non valgono nemmeno queste gravissime considerazioni per tenerli lontani dall’occasione del peccato. A costoro converrebbe almeno che capitasse quel che S. Agostino racconta essere capitato ad un Cristiano di tal fatta. Racconta questo santo, che un certo uomo per quanto fosse avvisato, pregato, scongiurato da persone zelanti di abbandonare una casa che frequentava con grande scandalo, e con grave danno dell’anima propria, perché gli era occasione di peccato, mai volle indursi a lasciarla, dicendo che non poteva farlo, mettendo in campo mille ragioni e pretesti. Un giorno avvenne che in quella stessa casa gli fu regalato un carico di bastonate veramente solenni. Credereste? Subito abbandonò la casa; tutta l’impossibilità sparì, e di lì innanzi non si vedeva neppur passare per quella contrada. Quello che non poterono il timore di Dio, e l’amor dell’anima, come diceva poi S. Agostino, giunse ad ottenerlo il bastone. Che bel rimedio sarebbe questo per togliere a tanti l’impossibilità, che pretendono avere di abbandonare le male pratiche, una cattiva compagnia e tante altre occasioni di peccato! Che predica efficace sarebbe quella del bastone!Ma il fuggire le occasioni non basta ancora per vincere le tentazioni: ci vuole inoltre una grande umiltà, vale a dire una tale diffidenza di noi medesimi che ci induca a mettere ogni confidenza in Dio, ed a ricorrere a Lui prontamente per aiuto. Deboli come siamo, la minima tentazione può farci cadere: perciò, ogni nostro aiuto essendo posto nella grazia del Signore, bisogna  a Lui ricorrere, confessargli la nostra impotenza, domandargli che ci risparmi quelle grandi tentazioni in cui soccomberemmo, e che in quelle altre, con le quali ci vuole sperimentare, si degni sostenerci, e darci forza d’uscirne vittoriosi.Soccorsi e protetti da Dio, non abbiamo nulla a temere; essendo Egli assai potente da farci vincere qualunque tentazione e da rendercele anche utili. E Dio ci proteggerà, quando non ci esporremo temerariamente al pericolo, e se gli chiederemo aiuto nelle tentazioni che non possiamo evitare. Allora non saremo soli a combattere, ma Dio combatterà con noi, e perciò sicura sarà la vittoria. S. Benedetto mentre se ne stava nella sua grotta di Subiaco, intento notte e giorno nella preghiera, venne assalito da una forte tentazione contro la purità. Di cuore pregò Dio che ne lo liberasse. Ma vedendo che continuava, comprese che il Signore lo voleva mettere alla prova, voleva cioè che combattesse. Perciò spogliatosi delle sue vesti, si gettò fra le spine e le ortiche, e vi si ravvoltolò di modo, che ne uscì tutto grondarne sangue per le ferite che aveva fatte al suo corpo. In questo modo trionfò di quel terribile assalto che il demonio gli aveva dato. Seguiamo ancor noi questi ammirabili esempi dei Santi. Piuttosto di cedere alle tentazioni, sottomettiamoci anche noi, se ciò è necessario, a qualche grave mortificazione, ed allora, dopo di aver sempre vinto il demonio nel corso di nostra vita, ci sarà dato certamente di poterlo vincere, anche al punto di morte. E gli Angeli, come dopo le tentazioni di Gesù Cristo si presentarono a Lui per servirlo, in quell’estremo punto, dopo d’averci protetti in vita, verranno a prendere l’anima nostra per portarla in seno a Dio.

 Credo …

Offertorium

Orémus Ps XC: 4-5:

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus. [Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Secreta

Sacrifícium quadragesimális inítii sollémniter immolámus, te, Dómine, deprecántes: ut, cum epulárum restrictióne carnálium, a noxiis quoque voluptátibus temperémus.

[Ti offriamo solennemente questo sacrificio all’inizio della quarésima, pregandoti, o Signore, perché non soltanto ci asteniamo dai cibi di carne, ma anche dai cattivi piaceri.]

Communio

Ps XC: 4-5

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus.

[Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Postcommunio

Orémus.

Qui nos, Dómine, sacraménti libátio sancta restáuret: et a vetustáte purgátos, in mystérii salutáris fáciat transíre consórtium. [Ci ristori, o Signore, la libazione del tuo Sacramento, e, dopo averci liberati dall’uomo vecchio, ci conduca alla partecipazione del mistero della salvezza.]

DOMENICA DI QUINQUAGESIMA (2019)

DOMENICA DI QUINQUAGESIMA [2019]

Incipit 

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps XXX: 3-4

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me. – [Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guidami e assistimi.]

Ps XXX:2

In te, Dómine, sperávi, non confúndar in ætérnum: in justítia tua líbera me et éripe me. – [In Te, o Signore, ho sperato, ch’io non resti confuso in eterno: nella tua giustizia líberami e sàlvami.]

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me. – [Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guídami e assistimi.]

Orémus. Preces nostras, quaesumus, Dómine, cleménter exáudi: atque, a peccatórum vínculis absolútos, ab omni nos adversitáte custódi. [O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le nostre preghiere: e liberati dai ceppi del peccato, preservaci da ogni avversità.

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.

1 Cor XIII: 1-13

“Fratres: Si linguis hóminum loquar et Angelórum, caritátem autem non hábeam, factus sum velut æs sonans aut cýmbalum tínniens. Et si habúero prophétiam, et nóverim mystéria ómnia et omnem sciéntiam: et si habúero omnem fidem, ita ut montes tránsferam, caritátem autem non habúero, nihil sum. Et si distribúero in cibos páuperum omnes facultátes meas, et si tradídero corpus meum, ita ut árdeam, caritátem autem non habuero, nihil mihi prodest. Cáritas patiens est, benígna est: cáritas non æmulátur, non agit pérperam, non inflátur, non est ambitiósa, non quærit quæ sua sunt, non irritátur, non cógitat malum, non gaudet super iniquitáte, congáudet autem veritáti: ómnia suffert, ómnia credit, ómnia sperat, ómnia sústinet. Cáritas numquam éxcidit: sive prophétiæ evacuabúntur, sive linguæ cessábunt, sive sciéntia destruétur. Ex parte enim cognóscimus, et ex parte prophetámus. Cum autem vénerit quod perféctum est, evacuábitur quod ex parte est. Cum essem párvulus, loquébar ut párvulus, sapiébam ut párvulus, cogitábam ut párvulus. Quando autem factus sum vir, evacuávi quæ erant párvuli. Vidémus nunc per spéculum in ænígmate: tunc autem fácie ad fáciem. Nunc cognósco ex parte: tunc autem cognóscam, sicut et cógnitus sum. Nunc autem manent fides, spes, cáritas, tria hæc: major autem horum est cáritas.”

Omelia I

ECCELLENZA DELLA CARITÀ 

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

S. PAOLO

“Fratelli: Se parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, e non ho carità, sono come un bronzo sonante o un cembalo squillante. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutto lo scibile, e se avessi tutta la fede così da trasportare i monti, e non ho la carità, non sono nulla. E se distribuissi tutte le mie sostanze in nutrimento ai poveri ed offrissi il mio corpo a esser arso, e non ho la carità, nulla migiova. La carità è paziente, è benigna. La carità non è invidiosa, non è avventata, non si gonfia, non è burbanzosa, non cerca il proprio interesse, non s’irrita, non pensa al male; non si compiace dell’ingiustizia, ma gode della verità: tutto crede, tutto spera, tutta sopporta. La carità non verrà mai meno. Saranno, invece, abolite le profezie, anche le lingue cesseranno, e la scienza pure avrà fine. Perché la nostra conoscenza è imperfetta, e imperfettamente profetiamo; quando, poi, sarà venuto ciò che è perfetto, finirà ciò che è imperfetto. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, giudicavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma diventato uomo, ho smesso ciò che era da bambino. Adesso noi vediamo attraverso uno specchio, in modo oscuro; ma allora, a faccia a faccia. Ora conosco in parte; allora, invece, conoscerò così, come anch’io sono conosciuto. Adesso queste tre cose rimangono: la fede, la speranza, la carità; ma la più grande di esse è la carità”. (1. Cor. XIII, 1-13).

I diversi doni spirituali, di cui erano stati abbondantemente arricchiti i fedeli di Corinto, dovevano essere tenuti tutti nel medesimo pregio. Se alcuni avevano doni più appariscenti degli altri, li avevano avuti da Dio, che distribuisce le grazie come a lui piace. Questi doni poi, come le membra di un sol corpo, dovevano concorrere a vicenda nel promuovere il bene comune, della Chiesa. Nessuno, dunque, deve invidiare i doni degli altri. Del resto c’è un bene molto più desiderabile di tutti questi doni: la carità. Di questa l’Apostolo dimostra l’eccellenza nell’epistola di quest’oggi. Essa, infatti.

1. È necessaria più di tutti i doni,

2. È l’anima di tutte le virtù,

3. Dura nella vita eterna.

1.

Se parlassi le lingue degli. uomini e degli Angeli e non ho carità, sono come un bronzo sonante o un cembalo squillante.

I doni che qui enumera S. Paolo sono di grandeimportanza. Parlar lingue sconosciute; parlar come parlano tra loro gli Angeli in cielo; predire il futuro;intendere i misteri, spiegarli e persuaderli agli altri; avere il dono d’una fede, che all’occorrenza operi prodigi strepitosi, come il trasporto delle montagne; aver l’eroismo di distribuire tutte le proprie sostanze, di gettarsi nel fuoco o di sacrificare, comunque, la propria vita persalvare quella degli altri, non è certamente da tutti. Ilpossedere uno solo di questi doni, il compiere una soladi queste azioni, basterebbe a formare la grandezza diun uomo.S. Paolo, che doveva conoscer bene tutti questi doni, da quello di parlar lingue straniere a quello di voler sacrificarsi per il prossimo, afferma che. son superati daun altro bene: la carità. È tanto grande la carità, che senza di essa tutti gli altri doni mancano di pregio. È vero che questi doni non sono inutili per coloro, in cui il favore di Dio li concede; ma sono inutili, senza la carità,per il bene spirituale di chi li possiede. Sono come il danaroche uno distribuisce agli altri, non serbando nulla persé. Arricchisce gli altri, ed egli si trova in miseria. Che giova a Balaam predire, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, la grandezza d’Israele, quando egli si fa ispiratore di prevaricazioni abominevoli, perché sopra Israele cadano i tremendi castighi di Dio? (Num. XXIV, 2 ss.) Che giova a Giuda aver avuto il mandato di predicare il regno di Dio e di risanare gli infermi? Anche coi doni più eccellenti, anche con le azioni più eroiche non cessiamo di essere iniqui agli occhi di Dio, se ci manca la carità. Gesù Cristo ci fa sapere che molti nel giorno del giudizio diranno: «Signore, non abbiamo noi profetato nel nome tuo, e non abbiamo nel tuo nome cacciato i demoni, e nel nome tuo non abbiam fatto molti prodigi?» Ma Gesù dirà loro: «Non v’ho mai conosciuti: ritiratevi da me, operatori d’iniquità» (Matt. VII, 22-23). Come possono essere operatori d’iniquità, coloro che compiono tali prodigi nel nome di Dio? Intanto uno è iniquo, in quanto non possiede la carità. «Chi non possiede la carità è senza Dio» (S. Pier Grisol. Serm. 53). E lontani da Dio non si può esser che suoi nemici, meritevoli della sua maledizione. Anche senza doni straordinari, anche senza l’opportunità di compiere atti eroici, a tutto basta, a tutto supplisce la carità. «Io credo — dice S. Agostino — che questa sia quella margherita preziosa, della quale sta scritto nel Santo Vangelo che, un mercante, trovatola dopo una lunga ricerca, vendette tutte le cose che aveva per poterla comperare. Questa preziosa margherita è la carità, senza la quale nulla ti giova di quanto possiedi: questa sola, se l’hai, ti può bastare. ((2) In Ep. Ioa. Tract. 5, n. 7).

2.

 La carità è paziente, è benigna. La carità non è invidiosa, non è avventata, ecc.  – L’Apostolo, dopo aver dettoche la carità è più eccellente di qualsiasi dono, passaa mostrarne i caratteri. S. Gerolamo, riportata questadescrizione, conchiude : «La carità è la madre di tuttele virtù » (Ep. 82, 11 ad Theoph.). Per la carità noi amiamo Dio per se stesso e il prossimo per amor di Dio. Questo amore dev’essere necessariamente l’anima di tutte le nostre azioni, sia che riguardino Dio, sia che riguardino il prossimo. Così, la città spinse gli Apostoli alla conquista del mondo, e li rese forti e costanti a traverso tutte le difficoltà. La carità sostenne fino all’ultimo i martiri, rendendoli trionfatori dei più raffinati tormenti. La carità rese prudenti i confessori contro tutte le insidie, e li fece perseverare nella via retta dei comandamenti. La carità fa vivere sulla terra angeli in carne, e adorna questa misera valle di lagrime dei fiori d’ogni virtù. Essa stacca da questa terra il cuor dell’uomo e lo accende del desiderio di unirsi a Dio così da poter dire con l’Apostolo: «Bramo di sciogliermi dal corpo per essere con Cristo» (Filipp. 1, 23). Nelle relazioni col prossimo la carità ci fa esercitare la mansuetudine, la pazienza, la mortificazione dell’amor proprio, l’umiltà, il disinteresse. Essa ci spinge a toglier disordini, ad allontanare scandali, a sopprimere abusi, a evitar liti, a estinguere odi. Se tutti gli uomini nelle loro relazioni fossero guidati nella carità, non ci sarebbero più tribunali. La carità, insomma, indirizza, perfeziona, innalza, avvalora, santifica tutte le nostre azioni. Ecco perché i Santi cercavano di progredire sempre più nella carità, anteponendola, nella stima, a tutte le grande azioni. Un giorno si vollero fare congratulazioni al Beato Bellarmino per tutto quello che aveva fatto in servizio della Chiesa. Ma il Beato respinge prontamente la lode con queste belle parole: «Una piccola dramma di carità val più di quanto io possa aver fatto» (Raitz. von Frentz. Der ehrw. Kardinal Rob. Bellarm. Freiburg, 1923, p. 141).

3.

L’eccellenza della carità risalta ancor più dal fatto che durerà eternamente. La carità non verrà mai meno. In cielo non ci saranno più profezie, non ci sarà più il dono delle lingue, non essendovi alcuno che abbia bisogno di essere istruito. Ci sarà ancora, invece, la carità. Su questa terra abbiam bisogno della fede, della speranza e della carità, che sono come i tre organi essenziali della vita cristiana, e sono, quindi, indispensabili per la nostra santificazione. Ma la fede e la speranza cesseranno nell’altra vita, L’Angelo sveglia S. Pietro nell’oscurità del carcere, lo guida a traverso le tenebre e le guardie, e scompare. L’Angelo Raffaele fa da guida a Tobia nel viaggio a Rages, lo libera nei pericoli, lo sostiene nella sua opera, ma un giorno dice: « Ora è tempo che io torni a Colui che mi ha mandato » (Tob. XII, 20). – La fede ci fa da guida in questa vita, mostrandoci la via che conduce al cielo. La speranza ci preserva dallo scoraggiamento, e, mostrandoci i beni della patria celeste, accende la nostra carità, la quale, a traverso a qualunque ostacolo, ci fa pervenire alla meta sperata. Qui, il compito della fede e della speranza è finito. Quando vediamo ciò che la fede insegna, essa cessa di sussistere: quando possediamo ciò che si sperava cessa la speranza. Solamente la carità non si ferma alla soglia della seconda vita. Essa vi entra con noi, ed entra nel regno suo proprio. Alla fede sottentrerà la visione di Dio; alla speranza sottentrerà la beatitudine: ma nulla sottentrerà alla carità, la quale, anzi, vi avvamperà maggiormente. Se quaggiù, non conoscendo Dio che per la fede, lo amiamo; quanto più deve crescere il nostro amore quando lo vedremo svelatamente? Quando contempleremo la sua bellezza che supera la bellezza delle anime più giuste e più sante; che supera la bellezza di tutti gli spiriti celesti più eccelsi; che supera tutto ciò che di bello e di buono si può immaginare, la nostra carità non avrà più limiti. Tutti gli ostacoli che quaggiù si oppongono alla carità, lassù saranno tolti. Tutto, invece, servirà ad accenderla. Se Dio non ci ha dato doni straordinari; se non abbiamo un forte ingegno, un’istruzione profonda: se non possediamo beni di fortuna: se la salute non è di ferro; se il nostro aspetto non è gradevole: non siamo inferiori, davanti a Dio, a tutti quelli che posseggono questi doni, qualora abbiamo la carità. Anzi siamo a essi immensamente superiori, se tutti questi loro doni non sono accompagnati dalla carità. Noi dobbiam curare di essere accetti agli occhi di Dio. In fondo, è un niente tutto quel che non è Dio. « Dio è Carità » (1 Giov. IV, 8). In questa fornace ardente accendiamo i nostri cuori qui in terra, se vogliamo andare un giorno a inebriarci in Dio su nel Cielo.

 Graduale:

Ps LXXVI:15; LXXVI:16

Tu es Deus qui facis mirabília solus: notam fecísti in géntibus virtútem tuam. . [Tu sei Dio, il solo che operi meraviglie: hai fatto conoscere tra le genti la tua potenza.]

Liberásti in bráchio tuo pópulum tuum, fílios Israel et Joseph

[Liberasti con la tua forza il tuo popolo, i figli di Israele e di Giuseppe.]

Tratto: Ps XCIX:1-2

Jubiláte Deo, omnis terra: servíte Dómino in lætítia, V. Intráte in conspéctu ejus in exsultatióne: scitóte, quod Dóminus ipse est Deus. V. Ipse fecit nos, et non ipsi nos: nos autem pópulus ejus, et oves páscuæ ejus.

[Acclama a Dio, o terra tutta: servite il Signore in letizia. V. Entrate alla sua presenza con esultanza: sappiate che il Signore è Dio. V. Egli stesso ci ha fatti, e non noi stessi: noi siamo il suo popolo e il suo gregge.]

Evangelium

Luc XVIII:31-43

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus duódecim, et ait illis: Ecce, ascéndimus Jerosólymam, et consummabúntur ómnia, quæ scripta sunt per Prophétas de Fílio hominis. Tradátur enim Géntibus, et illudétur, et flagellábitur, et conspuétur: et postquam flagelláverint, occídent eum, et tértia die resúrget. Et ipsi nihil horum intellexérunt, et erat verbum istud abscónditum ab eis, et non intellegébant quæ dicebántur. Factum est autem, cum appropinquáret Jéricho, cæcus quidam sedébat secus viam, mendícans. Et cum audíret turbam prætereúntem, interrogábat, quid hoc esset. Dixérunt autem ei, quod Jesus Nazarénus transíret. Et clamávit, dicens: Jesu, fili David, miserére mei. Et qui præíbant, increpábant eum, ut tacéret. Ipse vero multo magis clamábat: Fili David, miserére mei. Stans autem Jesus, jussit illum addúci ad se. Et cum appropinquásset, interrogávit illum, dicens: Quid tibi vis fáciam? At ille dixit: Dómine, ut vídeam. Et Jesus dixit illi: Réspice, fides tua te salvum fecit. Et conféstim vidit, et sequebátur illum, magníficans Deum. Et omnis plebs ut vidit, dedit laudem Deo.” –

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921] SPIEGAZIONE XIV

In quel tempo prese seco Gesù i dodici Apostoli, e disse loro: Ecco che noi andiamo a Gerusalemme, e si adempirà tutto quello che è stato scritto da1 profeti intorno al Figliuolo dell’uomo. Imperocché sarà dato nelle mani de’ Gentili, e sarà schernito e flagellato, e gli sarà sputato in faccia, e dopo che l’avran flagellato, lo uccideranno, ed ei risorgerà il terzo giorno. Ed essi nulla compresero di tutto questo, e un tal parlare era oscuro per essi, e non intendevano quel che loro si diceva. Ed avvicinandosi Egli a Gerico, un cieco se ne stava presso della strada, accattando. E udendo la turba che passava, domandava quel che si fosse. E gli dissero che passava Gesù Nazareno. E sclamò, e disse: Gesù figliuolo di David, abbi pietà di me. E quelli che andavano innanzi lo sgridavano perché si chetasse. Ma egli sempre più esclamava: Figliuolo di David, abbi pietà di me. E Gesù soffermatosi, comandò che gliel menassero dinnanzi: E quando gli fu vicino lo interrogò, dicendo: “Che vuoi tu ch’Io ti faccia? E quegli disse: Signore, ch’io vegga. E Gesù dissegli: Vedi; la tua fede ti ha fatto salvo. E subito quegli vide, e gli andava dietro glorificando Dio. E tutto il popolo, veduto ciò, diede lode a Dio. (Luc. XVIII, 31-43).

Il divin Redentore era ormai giunto al termine della sua vita privata e pubblica. Quanti sublimi esempi aveva egli dato agli uomini! Quante verità aveva loro insegnato! E quanti benefizi aveva loro compartiti! Eppure molti lo odiavano e lo cercavano a morte. Anzi in Gerusalemme i pontefici ed i farisei avevano mandato un ordine che chi sapesse dove si fosse, ne desse avviso, affine di averlo nelle mani. Tuttavia Gesù, sapendo che l’ora sua non era ancor venuta, si teneva nascosto in luogo appartato, dedicandosi interamente alla coltura de’ suoi discepoli. Ma avvicinandosi la festa di Pasqua, vedendo Gesù come pure avvicinavasi il tempo del suo sacrificio, con ferma risoluzione e con magnanima intrepidezza si mise in via per recarsi a Gerusalemme. E fu appunto in questo viaggio che il divin Redentore pronunziò le parole ed operò il miracolo, che si riferiscono nel Vangelo di questa mattina, e che noi considereremo alquanto per nostro ammaestramento.

1. Camminava adunque Gesù verso di Gerusalemme, e lungo la via sembrava più pensieroso del solito. Spesso camminava solo, davanti ai suoi discepoli; e questi lo seguivano spaventati senza osare di avvicinarlo ed interrogarlo. – Ma Gesù ad un tratto appressati a sé i dodici Apostoli, prese a dir loro: Ecco che noi andiamo a Gerusalemme, e si adempirà tutto quello che è stato scritto dai profeti intorno al Figliuolo dell’uomo. Imperciocché sarà dato nelle mani dei Gentili, e sarà schernito e flagellato, e gli sarà sputato in faccia: e dopo che l’avran flagellato, lo uccideranno, ed ei risorgerà il terzo giorno. –Così parlava Gesù durante il suo cammino. Non era certamente quella la prima volta che Gesù annunziava ai suoi discepoli i suoi patimenti e la crudeltà degli uomini che lo avrebbero fatto morire. Ma poiché il tempo della sua morte si avvicinava, Egli volle ancor un’altra volta entrare nei particolari, ridire le circostanze della sua passione, e fermare il pensiero sopra della morte che avrebbe incontrata. Egli per tal modo dava una importante lezione anche a noi. Egli ci insegnava ad occuparci anche noi della morte nostra, affinché con questo pensiero nella mente attendiamo a prepararvici in modo da assicurarci la beata eternità. Che se questo pensiero è salutarissimo in ogni tempo, quanto più lo è in questi giorni, in cui il mondo cerca di trascinare gli uomini nelle più pazze e nei più rei disordini! Ed è appunto perciò che la Chiesa, come a far cessare simili traviamenti, di questa settimana prendendo tra le sue mani le ceneri benedette e ponendocele sulla fronte ci invita a considerare la morte. E noi entrando nelle sue mire consideriamola un istante fin d’adesso. E per ben considerare che cosa sia la morte, andiamo col pensiero intorno al letto di un moribondo e in presenza di lui leggiamo il decreto, che Dio fa sentire a tutti gli uomini per bocca dell’Apostolo S. Paolo: È stabilito che tutti gli uomini debbano una volta morire. Tutti quelli che vissero dal principio del mondo fino adesso, tutti dovettero sottoporsi a questo decreto. Non vi è né scienza, né potenza, né sanità, né robustezza che possa resistere alla morte. Dice S. Agostino che si resiste al ferro, al fuoco, all’acqua, ma chi può resistere alla morte? Andiamo a cercare chi esista ancora di tanti re, monarchi, imperatori, che vissero ne’ tempi passati; tutti mutarono paese e se ne andarono all’eternità. Di essi più non rimane se non qualche iscrizione sopra la loro tomba, e se apriamo gli stessi loro sepolcri altro più non vediamo che un pugno di cenere, che in breve sarà dispersa coll’altra polvere della terra. Dice S. Bernardo: Dimmi, dove sono gli amatori del mondo? Ed egli medesimo risponde: Niente rimase di loro se non vermi e polvere. Almeno sapessimo il luogo e l’ora di nostra morte: ma no, dice il Salvatore, essa verrà quando meno ve lo pensate. Può essere che la morte ci sorprenda nel nostro letto, sul lavoro, per istrada od altrove. Una malattia, una febbre, un accidente, qualche cosa che cada addosso, un colpo di assassino, un fulmine, sono tutte cose che tolsero a tanti la vita e possono torla egualmente a noi. Ciò può essere da qui ad un anno, da qui ad un mese, ad una settimana, ad un giorno, ad un’ora, ad un’istante. Miei cari, se la morte ci colpisse in questo momento che sarebbe dell’anima nostra? Guai a noi, se non ci teniamo preparati; chi oggi non è preparato a morir bene, corre grave pericolo di morir male. Forse potremo lusingarci, che la morte non venga per noi? Niuno fu mai così stolto da credersi esente dalla morte. Il decreto di morte è per tutti. L’ora della nostra morte verrà, essa è certa. Verrà quel giorno, quella sera, in cui ci troveremo anche noi stesi su di un letto. Se Dio ci concederà un tal favore, avremo un sacerdote a noi vicino, il quale col santo Crocifisso in mano verrà raccomandandoci l’anima al Signore. I parenti e gli amici ne faranno corona piangendo. Oh se noi potessimo presentemente riflettere sui pensieri, che correranno alla nostra mente in quell’ultimo istante di vita! Ora il demonio per indurci a peccare copre e scusa le colpe, ma in morte ne scoprirà la gravezza e ce le metterà innanzi. Ma che fare in quel terribile momento, in cui dobbiamo incamminarci per la eternità? Terribile momento, da cui dipende la nostra eterna salute, o la nostra eterna dannazione. Vicini a quell’ultimo chiuder di bocca ci sarà accesa una candela quasi per far lume all’anima nostra ad intraprendere il cammino dell’eternità. Due volte ci si tiene accesa innanzi una candela: quando siamo battezzati e al punto di morte. La prima volta vediamo i precetti della legge di Dio; la seconda volta conosceremo se furono da noi osservati. Perciò, o miei cari, alla luce di questa candela vedrete se avete amato il vostro Dio, oppure se l’avete disprezzato; se avete avuto in onore il suo santo nome, o lo avete bestemmiato; vedrete lo scandalo dato, la roba non restituita, l’onore del prossimo non riparato; vedrete le confessioni fatte senza dolore, o senza proponimento… Ma oh Dio! tutto vedrete in un momento, nel quale agli occhi vostri si aprirà la vita dell’eternità. O punto, o momento, da cui dipende un’eternità di gloria o di pena! Capite, o miei cari? D a quel momento dipende l’andar per sempre in Paradiso, o per sempre all’Inferno; o sempre contenti o sempre afflitti; o sempre figli di Dio o sempre schiavi del demonio; o sempre godere con gli Angioli e coi Santi in cielo, o gemere ed ardere per sempre coi dannati all’inferno.

2. Ma ritornando ora al Santo Vangelo, vi troviamo scritto che gli Apostoli nulla compresero di quanto Gesù Cristo aveva detto riguardo alla sua passione, morte e risurrezione; che un tal parlare era oscuro per essi e non intendevano quel che loro

si diceva. Ora, come mai, si domanda S. Giovanni Crisostomo, gli Apostoli non intendevano quel cheloro diceva il Divin Maestro? Ecco, risponde lo stesso santo Padre: gli Apostoli vedevano bene, perché il Figliuol di Dio diceva loro che doveva morire; ma non vedevano ancora né il mistero di questa morte, né il bene che doveva derivarne a tutto l’universo; ben sapevano che dei morti potevano essere risuscitati da viventi, ma non capivano che un morto potesse risuscitare se stesso, e risuscitarsi per non più morire. Non sapevano quale doveva essere il genere della sua morte: ed oltreché questo parlare di morte li turbava in generale, le particolari circostanze di scherni, oltraggi e sferzate vieppiù li sorprendevano; è perciò che si trovavano in una grande angustia di spirito, ed ora credevano, ora non credevano, e non potevano ben capire ciò chelor si dicesse. Ma sapete, o miei cari, la gran difficoltà che arrestava gli Apostoli ed impediva lorol’intelligenza delle parole del Divin Maestro e lidava in balla ad una profonda tristezza? Era l’avversione che avevano al patire. Volentieri domandavano un trono al lato di Gesù nella gloria: ma il suo calice d’amarezza, ma le umiliazionie i suoi patimenti non si sentivano il coraggio di incontrarli.Or ecco la ragione per cui tanti giovani e tanti Cristiani rifuggono dall’intendere e riconoscere l’importanza della pietà cristiana; perché la sua pratica va incontro agli insulti, agli oltraggi, alle persecuzioni del mondo. Sì, certo, il disprezzo, l’insulto, la persecuzione è cosa che come a veri Cristiani non ci può mancare. Gesù Cristo, come predisse la sua passione, così predisse ancora quella, che sarebbe toccata ai suoi seguaci. Egli lo ha detto chiaro agli Apostoli, e nella persona degli Apostoli a tutti : « Vos in mundo pressuram habébitis: voi nel mondo patirete pressure (Joan. XVI, 33). Vi malediranno,vi perseguiteranno, vi metteranno le mani addosso, ve ne faranno d’ogni sorta: non est discipulus super magistrum (Matt. X, 24); il discepolo non sarà trattato diversamente dal maestro; e come ora i maligni si scagliano contro di me, così un giorno si scaglieranno contro di voi ».Così ha parlato Gesù Cristo, epperò l’Apostolo S. Paolo non è altro che l’eco fedele di Lui, quando dice « che tutti quelli che vogliono vivere piamente in Gesù Cristo soffriranno persecuzioni: Omnes qui pie volunt vivere in Christo Iesu persecutionem patìentur (2 Tim. III, 12). » E difatti che non si dice contro quel giovane, quel Cristiano, perché frequentano la Chiesa e i Sacramenti, non bestemmiano e non partecipano a cattivi discorsi ed a male azioni? Che sono gente devota, imbecille, ignorante e mille altre cose. Ma intanto che accade in ciò? che molti giovani e molti Cristiani abborrendo da simili disprezzi, lasciano eziandio, non ostante la voce della coscienza, la pratica della cristiana pietà. Che ciò non avvenga mai di alcuno di noi. Riflettiamo bene: Gesù Cristo, che fu in su la terra il primo disprezzato, è ora in cielo il primo esaltato. E dopo Gesù sono pur anche per questa ragione esaltati i Santi, i quali, credetelo, se in cielo potessero ancora desiderare qualche cosa, desidererebbero certamente di poter venire ancora in terra per patire ed essere disprezzati di più di quel che lo siano stati. Or bene quella sarà pure la nostra sorte, se soffriremo ora volentieri le ingiurie, i disprezzi, le persecuzioni dei cattivi. Gesù Cristo lo ha detto, ed Egli non falla: « Beati qui persecutionem patiuntur propter iustitiam, quoniam ipsornm est regnum cœlorum (Matt. V, 10). Beati quelli che soffriranno persecuzioni per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli ». Ora noi siamo i derisi, i disprezzati, i perseguitati, e i nostri avversari ridono, sghignazzano, trionfano. Ma verrà un giorno, nel quale le sorti saranno ben mutate. E sarà il giorno dell’universale giudizio, in cui i malvagi trovandosi alla sinistra e vedendo noi alla destra diranno: Ecco là coloro, che noi insensati chiamavamo stolti; le loro opere ci sembravano una vergogna; la vita, che essi menavano ci metteva orrore, tanto appariva miserabile agli occhi nostri; tenevamo per vili le loro persone e credevamo disonorarci coll’entrare in loro compagnia. Ma ora il fatto prova, che i saggi erano essi, e gli stolti noi, caduti adesso nella disperazione e nella infelicità. Disgraziati che siamo! Oh se fossimo stati virtuosi anche noi! Se anche noi avessimo fatto il bene come quei fortunati! Ma noi li abbiamo beffati in mezzo alle nostre passate delizie, ed ora eccoli essi circondati di fiori e coronati di gloria in mezzo ai Santi: « Nos insensati, vitam illorum æstimabamus insaniam et finem illorum sine honore: ecce quomodo computati sunt inter fllios Dei et inter Sanctos sors illorum est (Sap. V , 4) ». E mentre noi, se avremo patito volentieri le persecuzionie le maledizioni del mondo, ci sentiremo a benedire da Dio ed a invitare da Lui al possessodel regno dei cieli: « Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi (Matt. XXV, 34): i malvagi si sentiranno invece da Dio medesimo a maledire per sempre: Discedite a me, maledicti, in ignem æternum. (Ibid.41) ». In quel giorno adunque, in cui noi siamo insultati e perseguitati per la nostra fede, a somiglianza dei Santi « rallegriamoci, pensando che in Paradiso ci sta preparata una gran mercede per i nostri patimenti: Gaudete et erultate in illa die, quoniam merces vestra copiosa est in coelis (Matt. V, 12)».

3. Passa quindi il Vangelo a narrarci un bel miracolo operato da nostro Signore nelle vicinanze di Gerico. Ed avvicinandosi egli a Gerico, un cieco se ne stava presso della strada, accattando. E udendo la turba che passava, domandava quel che si fosse. E gli dissero che passava Gesù Nazareno. Esclamò, e disse: Gesù Figliuolo di David, abbi pietà di me. E quelli che andavano innanzi, lo sgridavano, perché si chetasse. Ma egli sempre più sclamava: Figliuolo di David, abbi pietà di me. E Gesù soffermatosi, comandò che glielo menassero dinanzi. E quando gli fu vicino lo interrogò, dicendo: Che vuoi tu ch’Io ti faccia? E quegli disse: Signore, ch’io vegga. E Gesù dissegli: Vedi; la tua fede ti ha fatto salvo. E subito quegli vide, e gli andava dietro glorificando Dio. E tutto il popolo, veduto ciò, diede lode a Dio. – In questo fatto del santo Vangelo è certamente ammirabile il desiderio grande, che quel cieco di Gerico aveva di guarire dalla sua cecità, tanto che saputo che presso a lui passava Gesù, e credendo con vivissima fede che poteva guarirlo, si pose a gridare forte: Figliuolo di David, abbi pietà di me; e non lasciò di gridare mai, benché i circostanti gli dicessero di tacere, finché Gesù lo fece condurre a sé e lo guarì con la sua onnipotente parola. Ora questa brama così viva in questo cieco di guarire dalla sua cecità è uno strano contrasto con tanti altri ciechi, che si trovano in una cecità molto più deplorevole e dalla quale pensano poco o nulla a guarire. Questa cecità è quella cagionata in un’anima che si abbandona abitualmente al peccato. S. Giovanni Crisostomo arreca a questo proposito l’esempio scritturale di Giona. Egli riceve l’ordine da Dio di recarsi a Ninive; ma egli rifiuta di obbedire e quindi pecca. Il misero allora che risolve? S’imbarca a Ioppe per farsi trasportare a Tarso e fuggire dalla taccia del Signore. Possibile?! un profeta può cadere in errore sì grossolano? Doveva pur sapere che era cosa impossibile sottrarsi dalla vista e dalle mani dell’Onnipotente. Non aveva mai considerate quelle parole del Salmista: « Ove andrò io per nascondermi al vostro spirito, ed ove fuggirò per togliermi dalla vostra vista? .Nelle viscere della terra? Ma essa è tutta sotto il dominio del Signore. Mi sprofonderò negli abissi dell’inferno? Ma anche colà voi siete presente, o mio Dio. M’ingolferò nei gorghi del mare? Ma voi dappertutto tenete estesa la vostra mano sopra di me ». Tutto questo non poteva ignorare Giona; eppure fugge e calcola di sottrarsi dalla vista e dalla potenza di Dio sdegnato. Perché un’ignoranza tanto incredibile? Il misero è in uno stato di cecità prodotta dal suo peccato. Chi fa il male, dice Gesù Cristo, odia la luce. Come in una profonda oscurità non si distinguono gli oggetti, così nel peccato non si vede più nulla; tutto è tenebre e confusione; il peccatore si trova come in uno stato di ebbrezza. Non vede il pericolo di dannazione eterna che gli sovrasta, l’inferno che sta spalancato ai suoi piedi, la spada ultrice della divina giustizia, che pende sopra il suo capo e che da un istante all’altro può scaricare l’ultimo colpo. La fede è languida e fiacca, e va sempre più indebolendosi, finché a lungo andare si perde totalmente. Pur troppo questo è lo stato di cecità, a cui giungono certi peccatori, che si abusano della divina bontà. E quel che è peggio si è che giunti a questo stato non pensano punto a guarirne. Così vanno innanzi talora i mesi e gli anni senza darsi alcun pensiero della loro miserabile condizione. È bensì vero che Gesù si degna ancora di passar loro vicino con qualche ispirazione, con qualche buon suggerimento e persino alle volte con le turbe dei buoni Cristiani che, partecipando alle grandi manifestazioni religiose, fanno sentire la presenza di Gesù in mezzo agli uomini, contuttociò essi non si commuovono punto e non si risolvono di ricorrere a chi può ridonar loro la vista. Oh se caso mai vi fosse qui tra noi chi si trovasse in sì deplorevole stato di cecità, non tardi più a sollevare con viva fede e con umiltà profonda la sua voce sino a Gesù Cristo e a chiedergli che ne lo liberi e lo faccia vedere. E se vorrà davvero guarire dalla sua infermità, Gesù infinitamente buono non mancherà d’aiutarlo, di aprirgli la intelligenza per conoscere il suo stato, pentirsene e riacquistare la luce della grazia. Tutti poi domandiamo spesso al Signore che ci faccia vedere i doveri che abbiamo da eseguire, le virtù che abbiamo da praticare, i pericoli che dobbiamo temere, affinché tra gli splendori della sua luce, possiamo camminare diritti a quella meta, cui siamo destinati.

Credo …

Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 12-13

Benedíctus es, Dómine, doce me justificatiónes tuas: in lábiis meis pronuntiávi ómnia judícia oris tui. [Benedetto sei Tu, o Signore, insegnami i tuoi comandamenti: le mie labbra pronunciarono tutti i decreti della tua bocca.]

Secreta

Hæc hóstia, Dómine, quaesumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. [O Signore, Te ne preghiamo, quest’ostia ci purifichi dai nostri peccati: e, santificando i corpi e le ànime dei tuoi servi, li disponga alla celebrazione del sacrificio.]

Communio Ps LXXVII: 29-30

Manducavérunt, et saturári sunt nimis, et desidérium eórum áttulit eis Dóminus: non sunt fraudáti a desidério suo. [Mangiarono e si saziarono, e il Signore appagò i loro desiderii: non furono delusi nelle loro speranze.]

Postcommunio

Orémus. Quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui coeléstia aliménta percépimus, per hæc contra ómnia adversa muniámur. Per eundem … [Ti preghiamo, o Dio onnipotente, affinché, ricevuti i celesti alimenti, siamo muniti da questi contro ogni avversità.]

DOMENICA DI SESSAGESIMA (2019)

DOMENICA DI SESSAGESIMA [2019]

Incipit 

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLIII: 23-26

Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? exsúrge, et ne repéllas in finem: quare fáciem tuam avértis, oblivísceris tribulatiónem nostram? adhaesit in terra venter noster: exsúrge, Dómine, ádjuva nos, et líbera nos. [Risvégliati, perché dormi, o Signore? Déstati, e non rigettarci per sempre. Perché nascondi il tuo volto diméntico della nostra tribolazione? Giace a terra il nostro corpo: sorgi in nostro aiuto, o Signore, e líberaci.]

Ps XLIII: 2 – Deus, áuribus nostris audívimus: patres nostri annuntiavérunt nobis. [O Dio, lo udimmo coi nostri orecchi: ce lo hanno raccontato i nostri padri.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui cónspicis, quia ex nulla nostra actióne confídimus: concéde propítius; ut, contra advérsa ómnia, Doctóris géntium protectióne muniámur. – Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

[O Dio, che vedi come noi non confidiamo in alcuna òpera nostra, concédici propizio d’esser difesi da ogni avversità, per intercessione del Dottore delle genti. – Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. R. – Amen.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.

2 Cor XI: 19-33; XII: 1-9.

“Fratres: Libénter suffértis insipiéntens: cum sitis ipsi sapiéntes. Sustinétis enim, si quis vos in servitútem rédigit, si quis dévorat, si quis áccipit, si quis extóllitur, si quis in fáciem vos cædit. Secúndum ignobilitátem dico, quasi nos infírmi fuérimus in hac parte. In quo quis audet, – in insipiéntia dico – áudeo et ego: Hebraei sunt, et ego: Israelítæ sunt, et ego: Semen Abrahæ sunt, et ego: Minístri Christi sunt, – ut minus sápiens dico – plus ego: in labóribus plúrimis, in carcéribus abundántius, in plagis supra modum, in mórtibus frequénter. A Judaeis quínquies quadragénas, una minus, accépi. Ter virgis cæsus sum, semel lapidátus sum, ter naufrágium feci, nocte et die in profúndo maris fui: in itinéribus sæpe, perículis fluminum, perículis latrónum, perículis ex génere, perículis ex géntibus, perículis in civitáte, perículis in solitúdine, perículis in mari, perículis in falsis frátribus: in labóre et ærúmna, in vigíliis multis, in fame et siti, in jejúniis multis, in frigóre et nuditáte: præter illa, quæ extrínsecus sunt, instántia mea cotidiána, sollicitúdo ómnium Ecclesiárum. Quis infirmátur, et ego non infírmor? quis scandalizátur, et ego non uror? Si gloriári opórtet: quæ infirmitátis meæ sunt, gloriábor. Deus et Pater Dómini nostri Jesu Christi, qui est benedíctus in saecula, scit quod non méntior. Damásci præpósitus gentis Arétæ regis, custodiébat civitátem Damascenórum, ut me comprehénderet: et per fenéstram in sporta dimíssus sum per murum, et sic effúgi manus ejus. Si gloriári opórtet – non éxpedit quidem, – véniam autem ad visiónes et revelatiónes Dómini. Scio hóminem in Christo ante annos quatuórdecim, – sive in córpore néscio, sive extra corpus néscio, Deus scit – raptum hujúsmodi usque ad tértium coelum. Et scio hujúsmodi hóminem, – sive in córpore, sive extra corpus néscio, Deus scit:- quóniam raptus est in paradisum: et audivit arcána verba, quæ non licet homini loqui. Pro hujúsmodi gloriábor: pro me autem nihil gloriábor nisi in infirmitátibus meis. Nam, et si volúero gloriári, non ero insípiens: veritátem enim dicam: parco autem, ne quis me exístimet supra id, quod videt in me, aut áliquid audit ex me. Et ne magnitúdo revelatiónem extóllat me, datus est mihi stímulus carnis meæ ángelus sátanæ, qui me colaphízet. Propter quod ter Dóminum rogávi, ut discéderet a me: et dixit mihi: Súfficit tibi grátia mea: nam virtus in infirmitáte perfícitur. Libénter ígitur gloriábor in infirmitátibus meis, ut inhábitet in me virtus Christi.”

Omelia I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

S. PAOLO

“Fratelli: Saggi come siete, tollerate volentieri gli stolti. Sopportate, infatti, che vi si renda schiavi, che vi si spolpi, che vi si raggiri, che vi si tratti con arroganza, che vi si percuota in viso. Lo dico per mia vergogna: davvero che siamo stati deboli su questo punto. Eppure di qualunque cosa altri imbaldanzisce (parlo da stolto) posso imbaldanzire anch’io. Sono Ebrei? anch’io: sono Israeliti? anch’io; discendenti d’Abramo? anch’io. Sono ministri di Cristo? (parlo da stolto) ancor più io. Di più nelle fatiche; di più nelle prigionie: molto di più nelle battiture; spesso in pericoli di morte. Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno. Tre volte sono stato battuto con verghe, una volta lapidato. Tre volte ho fatto naufragio, ho passato un giorno e una notte nel profondo del mare. In viaggi continui tra pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli da parte dei mei connazionali, pericoli da parte dei gentili, pericoli nelle città, pericoli del deserto, pericoli sul mare, pericoli tra i falsi fratelli; nella fatica e nella pena; nelle veglie assidue; nella fame e nella sete; nei digiuni frequenta nel freddo e nella nudità. E oltre le sofferenze che vengono dal di fuori, la pressione che mi si fa ogni giorno, la sollecitudine di tutte le Chiese. Chi è debole, senza che io ancora non sia debole? Chi è scandalizzato, senza che io non arda? Se bisogna gloriarsi, mi glorierò della mia debolezza. E Dio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco. A Damasco il governatore del re Areta, faceva custodire la città dei Damascesi per impadronirsi di me. E da una finestra fui calato in una cesta lungo il muro, e così gli sfuggii di mano. Se bisogna gloriarsi (certo non è utile) verrò, dunque, alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo, il quale, or son quattordici anni, (se col corpo non so; se senza corpo non so; lo sa Dio) fu rapito in paradiso, e udì parole arcane, che a un uomo non è permesso di profferire. Rispetto a quest’uomo mi glorierò; quanto a me non mi glorierò che delle mie debolezze. Se volessi gloriarmi non sarei stolto, perché direi la verità; ma me ne astengo, affinché nessuno mi stimi più di quello che vede in me o che ode da me. E affinché l’eccellenza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, m’è stata messa una spina nella carne, un angelo di satana, che mi schiaffeggi. A questo proposito pregai tre volte il Signore che lo allontanasse da me. Ma egli mi disse: «Ti basta la mia grazia; poiché la mia potenza si dimostra intera nella debolezza». Mi glorierò, dunque, volentieri delle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo” (2 Cor. XI, 19-33 e XII, 1-9).

S. Paolo aveva sentito dal discepolo Tito, come la sua prima lettera a quei di Corinto aveva prodotto buoni effetti, e come quei Cristiani gli erano affezionati e fedeli. Alcuni, però, erano rimasti ostili a Paolo, a cui muovevano parecchie accuse. Dalla Macedonia, ove s’era incontrato con Tito, l’Apostolo s’affretta a scrivere ai Corinti una seconda lettera, in cui risponde ai suoi detrattori, e difende il proprio operato. Da questa lettera è tolta l’Epistola di quest’oggi, nella quale, descrivendo il proprio ministero apostolico, in opposizione al ministero dei suoi detrattori, S. Paolo scrive una insuperabile pagina biografica, che ci porge occasione di dire due parole sul grande Dottore delle genti. In lui possiamo considerare:

1. Il Giudeo,

2. L’Apostolo,

3. Il Martire.

1.

Gli oppositori di S. Paolo lo dipingono come un nemico dei figli d’Israele, ed egli risponde di non essere meno Ebreo dei suoi accusatori. Sono Ebrei? anch’io: sono Israeliti? anch’io, discendenti d’Abramo? anch’io. Paolo nasce a Tarso, nella Cilicia, da padre ebreo, e precisamente della tribù di Beniamino. Dopo la prima istruzione in patria, va a Gerusalemme dal celebre dottor della legge Gamaliele, il quale, sotto l’atrio del tempio, teneva scuola a numerosi giovani, istruendoli nella legge di Mosè. Paolo primeggia nello studio della legge e nello zelo per la sua osservanza. Zelo che arriva al punto di volere la prigionia, la morte per i seguaci del Nazareno. Quando Stefano cade sotto la furia dei sassi, egli è lì sul posto ad assistere, «approvando l’assassinio di lui» (Act. VII, 60). E quando si scatena la prima persecuzione contro i seguaci di Gesù Cristo, non rimane inerte. Leggiamo che egli « devastava la Chiesa entrando per le case, e, trascinando uomini e donne, li faceva mettere in prigione » (VIII, 3). Nel suo zelo ardente per la tradizione dei padri non si contenta della persecuzione di Gerusalemme. Vuol perseguitare i discepoli del Signore dove li trova, e riesce a ottenere dal principe dei sacerdoti lettere alle Sinagoghe di Damasco « per menar legati a Gerusalemme quanti avesse trovato di quella dottrina, uomini e donne » (Act. IX, 2). Ma qui lo attendeva quel Gesù che egli perseguitava nei suoi discepoli. Mentre egli, ancor spirante minacele e strage, s’avvicina a Damasco, sul mezzo giorno, è investito all’improvviso da una luce del cielo, e, cadendo a terra, sentì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo perché mi perseguiti? ». Egli disse: «Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: « Io sono Gesù che tu perseguiti. È dura cosa per te ricalcitrare contro il pungolo». Ed egli tremante e pieno di stupore domandò: « Signore che vuol che io faccia? » E il Signore a lui: «Alzati, ed entra in città, e lì ti sarà detto quel che dovrai fare» (Att. IX, 3-6). Saulo, divenuto cieco, è guidato dai suoi compagnialla casa di Giuda. Quivi è visitato dal discepolo Anania,miracolosamente avvertito, che gli ridona la vista conl’imposizione delle mani e lo battezza. Ora Paolo non èpiù quello di prima. La grazia ha trasformato il lupo inagnello, il persecutore in difensore, il nemico in soldatofedele. La grazia di Dio ha compiuto uno strepitoso miracoloper nostro ammaestramento. Infatti «per indurci allanostra emendazione quale impulso maggiore avrebbe potutodarci, che quello della conversione d’un persecutore perdarcelo dottore?» (S. Ambrogio, De Pœn. L. 2, 5). «Qualsiasi peccatore — esorta S. Agostino — guardi all’Apostolo Paolo a cui da Dio fu perdonata tanta malizia e tanta crudeltà e non disperi, ma si converta a Dio » (En. 1 in Ps. 70, 1).

2.

Se c’erano di quelli che potevano vantarsi di lavorare per il Vangelo, non potevano vantarsi di lavorare come Paolo, che era più di loro nelle fatiche. Paolo era stato chiamato da Dio a portare il suo nome soprattutto fra le genti. Ad Anania, che è preoccupato per l’ordine ricevuto di recarsi da Saulo in casa di Giuda, «Va pure — dice il Signore — perché costui è uno strumento da me eletto a portare il mio nome ai gentili e ai re e ai figliuoli d’Israele» (Att. IX, 15). Era una missione mondiale, che S. Paolo abbracciò con grande ardore e condusse sino alla fine. Nessun confine può arrestare i suoi passi. Lo troviamo nella Siria, nella Gabazia, nella Panfilia, nella Pisidia, nella Licaonia, nella Cilicia, nella Frigia, nella Macedonia, nella Grecia, nell’Illiria. in Italia, a Roma, da dove si propone di andare in Spagna sino ai confini del mondo romano. Viaggiava, ora da solo, ora con compagni. Sempre era un viaggio faticoso. Se viaggiava per terra c’erano varchi pericolosi da superare, o pianure mai sicure da attraversare. Se viaggiava per mare doveva servirsi di navi o barche non sempre ben solide, sballottate spesso qua e là dalla furia delle onde. Eppure non dice mai: basta! Partito o scacciato da un luogo, ne evangelizza un altro. Il cattivo successo non raffredda il suo zelo, anzi lo rafforza. – Noi ammiriamo il coraggioso che. rotta la cerchia dei nemici, va a piantar la bandiera nel loro campo, e vi raduna attorno i forti che la difendano, e la facciano sventolare. Che dovremmo dire di S. Paolo, che sormonta qualunque ostacolo per portar la luce del Vangelo nei luoghi, ove le tenebre sono più fitte; che innalza l’emblema della croce, ove satana maggiormente domina mediante il culto degli dei falsi e bugiardi? «Da Gerusalemme, per le regioni intorno fino all’Illirico — scrive egli ai Romani — ho pienamente compiuto la predicazione del Vangelo di Cristo: studiandomi, così di predicare questo Vangelo là, dove Cristo non è ancor stato conosciuto» (Rom. XV, 19-20). Quando, poi, il tempo e le circostanze lo permettevano egli ritornava in quei luoghi a compiere la sua visita apostolica, a correggere ove si errava, a incoraggiare dove era subentrato il raffreddamento, a infervorare tutti nell’amore a Gesù Cristo. E quando non poteva recarsi in persona mandava i suoi discepoli; mandava le sue lettere che illuminarono e infiammarono i cori dei fedeli d’allora, e che hanno continuato e continueranno a illuminare e a infiammare i cuori dei fedeli di tutti i secoli. Lo zelo di S. Paolo non si limita alla sollecitudine di tutte le Chiese: si occupa anche dei singoli Cristiani. Ogni giorno è un concorso, una ressa di neofiti, che fa pressione attorno all’Apostolo, e non gli lascia un momento di respiro. Chi ha un dubbio da dilucidare, chi ha un caso da esporre, chi ha una pena da manifestare, chi ha un pericolo che gli sovrasta, ricorre all’Apostolo. Ed egli si fa tutto a tutti. Per tutti ha una risposta, a tutti porta un sollievo, con tutti condivide una lagrima. Chi è debole, senza che io ancora non sia debole! — dichiara egli stesso — Chi è scandalizzato, senza ch’io non arda? – Dove attingeva S. Paolo l’energia per una attività così sorprendente nell’adempimento del suo apostolato? Il velivolo che s’innalza, sorpassa le vette dei monti, sorvola gli oceani che dividono i continenti, ha una forza che lo spinge, il motore. L’amor di Dio è la gran forza che, a traverso i monti e a traverso i mari, spinge Paolo a portar la conoscenza di Gesù Cristo là, dove non è conosciuto. «L’amor di Cristo ci spinge» (2 Cor. V, 14), dice egli stesso. – Se la grandezza dell’amore si conosce dalla grandezza dei patimenti, bisogna dire che l’amor di Dio ardeva senza misura nel petto di San Paolo, perché senza misura furono i patimenti, che accompagnarono e coronarono il suo apostolato.

3.

S. Paolo non solo poteva dire d’essere di più dei suoi oppositori nelle fatiche: poteva anche aggiungere: di più nelle prigionie; molto di più nelle battiture mi trovai spesso in pericoli di morte. Il Signore aveva detto ad Anania, parlando di Paolo : «Io poi gli mostrerò quanto dovrà patire per il mio nome» (Att, IX, 16). E i patimenti accompagnarono costantemente l’apostolato di lui. Ed egli, anziché procurare di schivarli, se ne compiaceva. «Io mi compiaccio — scrive — nelle debolezze, negli obbrobri, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angustie per il Cristo» (2 Cor. XII, 10). «Egli — come dice il Crisostomo — immolava se stesso ogni giorno» (De Laud. S. Pauli Ap. Hom. 1). La sua vita fu certamente un martirio continuo, se si considerano le penitenze e le mortificazioni volontarie, che sosteneva per essere più somigliante al suo Signore nella passione; se si considerano tutte le prove che Dio gli ha mandato, sia rispetto all’anima, sia rispetto al corpo; se si considerano tutte le insidie e le persecuzioni con cui lo combattevano ebrei e gentili Nel suo apostolato ha da lottare con le onde, con le fiere, contro gli agguati degli assassini. Egli non aspetterà a versare il suo sangue nel giorno bramato, che lo congiungerà con Cristo in cielo. I suoi piedi hanno certamente lasciato impronte di sangue, dorante i suoi viaggi, per le vie lunghe e sassose. Sul suo corpo più d’una volta si sono insanguinati i flagelli e le verghe. E quando il suo sangue sta per esser sparso «come libazione», e si approssima la dipartita, può scrivere dal carcere romano al fedele Timoteo, con tutta confidenza: «Ho combattuto la buona battaglia, sono giunto al termine della corsa; ho serbato la fede» (2 Tim. IV, 6-7). – Solamente lo scioglimento dell’anima dal corpo potrà troncare la sua vita di martirio, dopo che avrà compiuto con la più grande fedeltà la missione affidatagli. Il 29 Giugno dell’anno 67 dal carcere vien condotto fuor di Roma sulla via ostiense, nel luogo chiamato Acque Salvie, oggi Tre Fontane, e là è decapitato nello stesso giorno che Pietro è crocifisso. Così, ha termine la vita di quest’uomo che «incarcerato sette volte, inseguito, lapidato, fu banditore della fede in oriente e in occidente» (Ep. 1 Clementis ad Cor. 5, 6). S. Gerolamo suggerisce a Eustachio di leggere il brano della seconda lettera ai Corinti, che forma l’epistola di quest’oggi, quando gli sembra grave la tribolazione che deve sopportare (Ep. 22, 40 ad Eust.). Questo brano ricordiamolo spesso anche noi. È un richiamo di tutta la vita di S. Paolo. La vita di quest’uomo, simile al quale né sorse, né sorgerà il secondo nella conquista delle anime, è di grande insegnamento a tutti. Essa insegna ad amar Dio di amore vivissimo: insegna che l’amore non sente peso né fatica. Le tribolazioni, le angustie, le persecuzioni, la fame, i pericoli, la spada, non valgono a spegnerlo e separar l’uomo dal suo Dio. La vita di S. Paolo ci insegna a non respingere l’aiuto del Signore. Quando Dio c’invita, con le sue ispirazioni, ad abbandonare la via nella quale ci siamo messi; a progredire più generosamente nel suo servizio, non induriamo il cuore, ma rispondiamo pronti come S. Paolo: «Signore, che vuoi tu che io faccia? ».

Graduale

Ps LXXXII: 19; LXXXII: 14

Sciant gentes, quóniam nomen tibi Deus: tu solus Altíssimus super omnem terram, [Riconòscano le genti, o Dio, che tu solo sei l’Altissimo, sovrano di tutta la terra.]

Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stípulam ante fáciem venti.

[V. Dio mio, ridúcili come grumolo rotante e paglia travolta dal vento.]

 Ps LIX: 4; LIX: 6

Commovísti, Dómine, terram, et conturbásti eam.Sana contritiónes ejus, quia mota est.Ut fúgiant a fácie arcus: ut liberéntur elécti tui.

[Hai scosso la terra, o Signore, l’hai sconquassata. Risana le sue ferite, perché minaccia rovina. Affinché sfuggano al tiro dell’arco e siano liberati i tuoi eletti.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam

Luc VIII:4-15

“In illo témpore: Cum turba plúrima convenírent, et de civitátibus properárent ad Jesum, dixit per similitúdinem: Exiit, qui séminat, semináre semen suum: et dum séminat, áliud cécidit secus viam, et conculcátum est, et vólucres coeli comedérunt illud. Et áliud cécidit supra petram: et natum áruit, quia non habébat humórem. Et áliud cécidit inter spinas, et simul exórtæ spinæ suffocavérunt illud. Et áliud cécidit in terram bonam: et ortum fecit fructum céntuplum. Hæc dicens, clamábat: Qui habet aures audiéndi, audiat. Interrogábant autem eum discípuli ejus, quæ esset hæc parábola. Quibus ipse dixit: Vobis datum est nosse mystérium regni Dei, céteris autem in parábolis: ut vidéntes non videant, et audientes non intéllegant. Est autem hæc parábola: Semen est verbum Dei. Qui autem secus viam, hi sunt qui áudiunt: déinde venit diábolus, et tollit verbum de corde eórum, ne credéntes salvi fiant. Nam qui supra petram: qui cum audierint, cum gáudio suscipiunt verbum: et hi radíces non habent: qui ad tempus credunt, et in témpore tentatiónis recédunt. Quod autem in spinas cécidit: hi sunt, qui audiérunt, et a sollicitudínibus et divítiis et voluptátibus vitæ eúntes, suffocántur, et non réferunt fructum. Quod autem in bonam terram: hi sunt, qui in corde bono et óptimo audiéntes verbum rétinent, et fructum áfferunt in patiéntia.”

OMELIA II

[A. Carmagnola; Spiegazione dei Vangeli Domenicali – S. E. I. Edit. TORINO, 1921]

SPIEGAZIONE XIIIP

« In quel tempo radunandosi grandissima turba di popolo, e accorrendo a lui da questa e da quella città, disse questa parabola: Andò il seminatore a seminare la sua semenza: e nel seminarla, parte cadde lungo la strada, e fu calpestata, e gli uccelli dell’aria la divorarono. Parte cadde sopra le pietre; e nata che fu, seccò, perché non aveva umido. Parte cadde tra le spine; e le spine, che insieme nacquero, la soffocarono. Parte cadde in buona terra; e nacque, e fruttò cento per uno. Detto questo, esclamò: Chi ha orecchie da intendere, intenda. E i suoi discepoli gli domandavano, che parabola fosse questa. Ai quali egli disse: A voi è concesso d’intendere il mistero di Dio; ma a tutti gli altri (parlo) per via di parabole, perché vedendo non veggano, e udendo non intendano. La parabola adunque è questa. La semenza è la parola di Dio. Quelli che (sono) lungo la strada sono coloro che la ascoltano; e poi viene il diavolo, e porta via la parola dal loro cuore, perché non si salvino col credere. Quelli poi che la semenza han ricevuta sopra la pietra, (sono) coloro i quali, udita la parola, la accolgono con allegrezza; ma questi non hanno radice, i quali credono per un tempo, e al tempo della tentazione si tirano indietro. La semenza caduta tra le spine, denota coloro i quali hanno ascoltato; ma dalle sollecitudini, e dalle ricchezze, e dai piaceri della vita a lungo andare restano soffocati, e non conducono il frutto a maturità. Quella che (cade) in buona terra, denota coloro i quali in un cuore buono e perfetto ritengono la parola ascoltata, e portano frutto mediante la pazienza » (Luc. VIII, 4-15).

È certo che una delle armi più poderose che il Cielo abbia dato agli uomini è la parola. Ed invero è la parola che sveglia alla guerra e compone la pace; è la parola che scuote i pigri e disarma i violenti; è la parola che ammansa i furiosi, placa gli adirati, consola gli afflitti, difende e salva gli innocenti. È la parola che sopra tutto fa scomparire dalle menti le tenebre dell’ignoranza e vi diffonde in quella vece la luce della scienza. Ora se tanto può e tanto profitta la parola dell’uomo, che cosa non sarà mai della parola di Dio? Udite come il celebre e grave Tertulliano ne fa risaltare la potenza e l’efficacia. Salomone, egli dice, regnò, ma solamente sulla Giudea da Dan fino a Bersabea: Dario imperò su Babilonia e sul paese dei Parti, ma non altrove; Faraone dominò l’Egitto. Nabucodònosor vide la sua dominazione confinata dalla Giudea e dall’Etiopia: Alessandro Magno non comandò mai all’Asia intera, e ben sovente or l’una or l’altra delle contrade soggiogate scuotevano il suo giogo. Il medesimo è a dire dei Bretoni, de’ Germani, de’ Mauritani. I Romani medesimi s’arrestarono in certi confini. Ma per la potenza della parola di Dio, il nome e il regno di Gesù Cristo si stendono in tutte le regioni del pianeta; tutti i popoli credono in Lui, tutte le nazioni lo servono; Egli regna in ogni luogo, è adorato dappertutto; Egli accoglie ugualmente tutti gli uomini, Egli è re, giudice, maestro e Dio dell’universo. Ed in vero la parola di Dio, dotata di una virtù celeste e soprannaturale, è chiamata nelle sacre Scritture spada a due tagli, che penetra sino alla divisione dei cuori, lucerna ardente che dissipa tutte le tenebre, rugiada che ammollisce, seme che feconda, alito che ravviva, via, verità e vita. Con tutto ciò, o miei cari, questa divina parola, che ha sempre operato ed opera tuttora i più grandi prodigi nella conversione delle anime, alle volte non produce tra taluni de’ suoi uditori alcun salutare effetto. Qual è la ragione di ciò? Nessun’altra che quella delle cattive disposizioni di chi l’ascolta. Ce lo insegna lo stesso divin Maestro con una bella parabola nel Vangelo di questa mattina.

1. Il seminatore, disse Gesù ad una immensa turba che lo ascoltava, il seminatore andò a seminare la sua semenza: e nel seminarla parte cadde lungo la strada, e fu calpestata, e gli uccelli dell’aria la divorarono. Et reliquia…

Voi vedete adunque come Gesù Cristo, avendo Egli stesso spiegata la sua parabola, dopo di aver detto che la semenza gettata dal seminatore è la parola di Dio, soggiunge le tre principali cause, che non le lasciano produrre i suoi frutti. E la prima di esse è la durezza del cuore, raffigurata nella terra vicina alla strada, che è terra battuta, pesta, indurita dai viandanti. Un cuore indurato nel male, ancorché ascolti la parola di Dio, non ne ricava profitto, perché riceve una tal parola superficialmente, senza abbracciarla e compenetrarsene, sicché il demonio senza difficoltà di sorta rende vano per costui quanto di buono ha udito. E che sia così, ce lo insinua il santo re Davide, il quale dopo di aver detto che « la legge del Signore, è legge che converte i cuori: lex Domini immaculata convertens animas; » soggiunge subito: « Sapìentiam præstans parvulis » (Psalm. XVIII, 7); che questa medesima legge cioè dà la sapienza a coloro che per la docilità del loro cuore sono come fanciulli. Senza dubbio può benissimo Iddio, qualora lo voglia, ferire un cuore quanto mai caparbio e rivoltoso, ed impossessarsene siffattamente da muoverlo, anzi trascinarlo, ad abbracciare la verità, ad amarla ed a costantemente seguirla, perché Egli è onnipotente ed alla sua onnipotenza neppur il cuore più ostinato può far fronte. Così appunto avvenne di Saulo. Galoppando verso di Damasco, pieno di furore contro i Cristiani, all’improvviso, come colpito da un fulmine, cade a terra ed ode la voce di Dio, che prima lo rimprovera e poscia lo ammaestra. E a quel miracolo dell’onnipotenza divina, Saulo interamente si muta e da quel punto comincia ad essere S. Paolo. Ma questi, o miei cari, sono portenti, che raramente accadono, e se alcuno li pretendesse, sarebbe un miserabile presuntuoso. Epperò la regola ordinaria si è che nel cuore indurato dal male la divina parola non fa breccia alcuna. Ne abbiamo un esempio nello sciagurato Faraone. A quel tiranno, che nell’Egitto caricava il popolo del Signore d’ogni aggravio, Iddio manda Mosè e gli fa significare da parte sua che lasciasse andare alla solitudine il popolo d’Israele, affinché là gli offrisse dei sacrifici. Chi è, risponde il superbo, chi è questo Signore? Io non lo conosco punto, nè farò ciò che tu dici. Rimanda Iddio Mosè a Faraone, ad annunziargli che è volontà sua assoluta che egli licenzi il popolo; ed a convincerlo che da Dio è questo comando, fa gettare ad Aronne la vérga sul suolo, che tosto mutasi portentosamente in una serpe. Ma l’ostinato non cede ancora. Manda allora Iddio la terza volta Mosè a fargli la stessa ambasciata, e alla negativa pronto succede il castigo, e l’acqua del fiume a un tocco della verga si cangia in sangue; ciò non bastando carica Iddio la mano, e fa sorgere in tutto l’Egitto una sì grande maledizione prima di rane, quindi di insetti, poscia di mosche, che era una disperazione in tutto il regno, né la reggia medesima, né il trono, né la real persona di Faraone era punto da quei lordi e molesti animaluzzi rispettata. Questi flagelli tornati inutili, rimanda Iddio il suo messo al superbo, dicendogli che ormai lasciasse libero Israele. A dir breve, ben dieci volte e più fece parlare il Signore al tiranno, dieci volte lo minacciò, se non cedeva, di terribili castighi, e dieci volte lo percosse con flagelli l’un più dell’altro terribile, fino a fargli morire di peste per tutto il regno gli armenti d’ogni genere, fino a devastar con la grandine e con le cavallette ogni campagna, fino ad impiagare pressocché tutti gli Egiziani di ulceri straziantissime, fino a privarli della luce benefica del sole, e far che tutti gli Egiziani brancolassero entro a tenebre quasi palpabili, fino a introdurre in tutte le case la morte, percuotendone ogni primogenito, ed eccitare così il pianto per ogni angolo di quel regno, non escluso il reale palazzo, fino a strappare i lamenti dalla bocca medesima dell’ostinato e superbo Monarca. Con tutto ciò il Faraone non voleva cedere, e perché! Ce lo dice la Sacra Scrittura: « Induratimi est cor Pharaonis; il cuor di Faraone si era indurato ». (Esod. pass.). A Davide invece, macchiato innanzi a Dio di duplice abbominevole delitto, si presenta per comando dell’Altissimo il profeta Natan e gli racconta una breve parabola, per cui il re avvampando di giusto sdegno contro il supposto truffatore, esce in quelle parole: « Viva Dio, che cotesto iniquo è degno di morte. Ma proprio tu sei quel desso, ripiglia il Profeta, tu es ille vir, ed aggiunte ancor poche parole di giusto rimprovero e di minaccia di meritati castighi, Davide tosto si compunge, si umilia, e pieno di sincero pentimento, esclama: Signore, ho peccato; abbi di me pietà. – Or ecco una delle principali cause per cui la parola di Dio non riesce per tutti di salutare effetto. Vanno taluni ad ascoltarla, sia pure col peccato sull’anima, ma perché non sono ostinati nel male, e non ban fatto proposito di restare nel vizio, perciò non è mai che anche costoro non ne ricavino qualche frutto. Ma invece altri ci vanno, unicamente o perché ci sono costretti o per mera curiosità, ma col cuore deliberato a non farne caso, con volontà ostinata e caparbia, e, quasi direi, con fermo proposito di voler perfidiare nell’empietà e nei vizi, epperò come mai per costoro potrà essere profittevole la parola di Dio? Eh! la grazia del Signore non è una violenza, e quando il cuore non cooperi alcun poco, o almeno almeno non resista ai suoi movimenti, si rimane inefficace. Or dite, o miei cari, non vi sarà tra di voi alcuno, che abbia per la parola di Dio questa sì grave indisposizione? Oh! se mai vi fosse, non voglia più oltre indurare il cuore, ma fin da questo istante ascolti docilmente la divina parola: Hodie si vocem eius audieritis, nolite óbdurare corda vestra(Psalm. XCIV, 8).

2. La seconda indisposizione per la parola di Dio si è la leggerezza di spirito, raffigurata dalla poca terra posta in mezzo alle pietre, la quale fece bensì germogliare la semenza, ma poscia, per mancanza di umore non potendo darle nutrimento, la lasciò tosto seccare. Ed in vero vi hanno di coloro, i quali volentieri ascoltano la parola di Dio e l’ascoltano pur anche con tenerezza di cuore. Sopra di costoro la divina parola, nel momento in cui è predicata, produce delle salutari impressioni, e secondo gli argomenti che tratta, ora si pentono delle loro passate colpe, ora si animano a farne aspra penitenza, ora si decidono ad imitare gli esempi dei Santi e far grandi cose, ed a correre eziandio alla salute delle anime. Ma ohimè! Con tanti bei desideri e propositi, il più delle volte, appena usciti di Chiesa, non pensano quasi più a nulla di quanto hanno udito, e se pur lo ricordano, non appena si trovano in mezzo a qualche pericolo e sono in qualche modo tentati, tornano miseramente a cadere nel peccato come prima. Costoro hanno una grande leggerezza di spirito, sono mutabili, incostanti e mancano perciò dell’umore del vero amor di Dio. Ed oh quanto numerosi pur troppo sono costoro! Quanti possono sono dire come il Profeta: « L’anima mia, o Signore, è divenuta come una terra senz’acqua: anima mea, sicut terra sine acqua tibi(Psalm. CXLII, 6). Ed ecco perché il Divin Redentore diceva che « beati sono coloro, i quali non solo ascoltano la parola di Dio, ma la custodiscono nel loro cuore per praticarla: Beati qui audiunt verbum Dei et custodiunt illud(Luc. XI, 28) ». Sì, questo sommamente importa, che si conservi nel cuore la parola del Signore, che si è udita in Chiesa, e si metta in pratica. Poiché, per qual altro fine il Signore ha ordinata la predicazione? Nel mandare gli Apostoli in mezzo al mondo a predicare il suo santo Vangelo disse loro: Euntes docete omnes gentes… docentes eos servare omnia, quæcumque mandavi vobis: Andate ed istruite tutte le genti… insegnando loro di osservare tutto quello che io vi ho comandato (Matth. XXVIII, 20). Ecco il gran fine della predicazione cristiana, l’apprendimento della legge di Gesù Cristo per osservarla. A che vale adunque ascoltare la parola di Dio, anche con attenzione e riverenza, se poi non si mette il massimo impegno di ridurla alla pratica, e specialmente allora che assale la tentazione, che occorre un qualche pericolo? Cacciamo adunque, se mai vi fosse, cacciamo dal nostro spirito la leggerezza, ed invece diamo luogo alla riflessione ed alla fermezza di proposito. Quando il buon terreno conserva la semente, che gli fu affidata nei giorni dell’autunno, accade nell’interno del suolo un lavoro che sfugge agli occhi nostri. Il germe si sviluppa, le radici si allungano, poi compare alla fine il gambo. Ma per questo occorre un certo numero di giorni. Cosi, o miei cari, quando avete ricevuto la buona semenza della parola di Dio, deve in voi operarsi il lavoro della riflessione e d’una seria risoluzione. E poi un giorno si vedranno germogliare e comparire al di fuori i buoni proponimenti del vostro cuore, e questo cuore, simile al buon terreno del Vangelo, produrrà dei frutti abbondantissimi di vita eterna.

3. Da ultimo la terza principale indisposizione per la parola di Dio è la sregolata condotta, raffigurata dalle spine, le quali crescendo insieme con la semenza la soffocarono. E la sregolata condotta, secondo l’insegnamento divino, massimamente consiste nelle sollecitudini del mondo, nell’attacco alle ricchezze e nell’amore dei piaceri. Anzi tutto nelle sollecitudini del mondo. Chi sa dire i pensieri, gli affanni, le ansietà continue, in cui vivono taluni per riguardo ai loro studi, o ai loro interessi, od alla loro ambizione? Il loro animo è preoccupato dal mattino alla sera, e persino la notte durante il sonno non sognano altro se non ciò che li agita. Ora come è possibile, che costoro pur ascoltando, o casualmente, o per forza, la parola di Dio ne abbiano poi a far frutto? Ancorché nell’udirla si formassero nei loro cuori dei buoni desideri e propositi, certamente le temporali sollecitudini, a cui sono in preda, tosto soffocherebbero quel tanto di bene spuntato fuori. In secondo luogo le ricchezze. E qui S. Gregorio Magno esclama: Chi mi avrebbe creduto, se da me stesso avessi voluto per le spine intendere le ricchezze di questo mondo, poiché quelle nuocciono al corpo, e queste allettano i sensi? Eppure quanto è giusto questo paragone preso dal Salvatore. Le ricchezze non sono meno sterili delle spine; per se stesse nulla producono per l’eternità. Vi ha una sola maniera di renderle utili, ed è di perderle volontariamente consacrandole alle opere buone, come non v’ha che un solo modo di utilizzare le spine, cioè gettarle al fuoco per riscaldare le membra irrigidite dal freddo della stagione. Ma quanto pochi sono coloro, che gettino così i loro tesori alle fiamme della carità fraterna! Il più delle volte si attaccano a questi beni passeggieri, che per essi divengono vere spine. Quante fatiche per acquistarli, quante cure per conservarli, quante ferite fatte all’anima, che dimentica i veri beni, i beni eterni, quanti amari affanni preparano per l’ora estrema della separazione! E come mai in un cuore tutto pieno dell’amor dei tesori della terra vi sarebbe ancor posto per la parola di Dio? Vi ricordate di quel giovane che chiedeva di porsi alla sequela di Gesù? Il Salvatore gl’impone per condizione rigorosa di vendere il suo avere e darne il prezzo ai poveri; allora solamente potrà ritornare e contare fra i discepoli del divin Maestro. E il giovane se ne partì mesto, perciocché possedeva grandi beni e il suo cuore vi si era fortemente attaccato. La semenza dei buoni desideri e delle sante ispirazioni, fu soffocata dalle spine della ricchezza e dell’attaccamento alle cose di quaggiù. Ecco perché il Salvatore ha scagliato i divini anatemi contro le ricchezze; ecco perché con voce lamentevole egli gemette sulla difficoltà, che incontrano i ricchi nella strada del cielo. Lo stesso infine diciamo pei piaceri: anch’essi soffocano la buona semenza. E come infatti accordare l’amor del piacere con la parola di Dio? Questa non predica che rinunzia e sacrificio; essa esalta la povertà, le lagrime; proclama beati quelli che hanno a subire persecuzioni ed oltraggi; vuole che si elegga sempre l’ultimo posto; fa un rigoroso dovere del perdono delle ingiurie e dell’amor dei nemici. Ora, può egli capire ed accettare questo linguaggio chi è misero schiavo del piacere? Chi brama di vivere secondo l’impeto delle sue malvagie passioni? Chi vuole accontentare le sue perverse inclinazioni? È impossibile. Oh quanto importa adunque, se desideriamo profittare della parola di Dio, quanto importa di scacciare dall’anima nostra l’affetto alle cose miserabili di questo mondo e renderla così una terra buona che produca il centuplo per uno! Quanto importa di formarci un cuor buono e perfetto che ritenga la parola di Dio e la faccia fruttificare mediante la pazienza sia nel sopportare le avversità della vita, sia nel combattere le difficoltà che si incontrano nel fare il bene! Noi felici se useremo questo impegno: dopo di avere ben ascoltata e praticata quaggiù la parola di Dio, avremo alla fine la gran sorte di andarla ad ascoltare per sempre con la massima gioia lassù nel tempio celeste.

Offertorium

Orémus Ps XVI:5; XVI:6-7

Pérfice gressus meos in sémitis tuis, ut non moveántur vestígia mea: inclína aurem tuam, et exáudi verba mea: mirífica misericórdias tuas, qui salvos facis sperántes in te, Dómine. [Rendi fermi i miei passi nei tuoi sentieri, affinché i miei piedi non vacillino. Inclina l’orecchio verso di me, e ascolta le mie parole. Fa risplendere la tua misericordia, tu che salvi chi spera in Te, o Signore.]

Secreta

Oblátum tibi, Dómine, sacrifícium, vivíficet nos semper et múniat.

[Il sacrificio a Te offerto, o Signore, sempre ci vivifichi e custodisca.]

Communio

Ps XLII:4

Introíbo ad altáre Dei, ad Deum, qui lætíficat juventútem meam. [Mi accosterò all’altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut, quos tuis réficis sacraméntis, tibi étiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas. [Ti supplichiamo, o Dio onnipotente, affinché quelli che nutri coi tuoi sacramenti, Ti servano degnamente con una condotta a Te gradita.]

FESTA DELLA CATTEDRA DI S. PIETRO IN ANTIOCHIA

Sermone di sant’Agostino Vescovo

Sermone 15 sui Santi

L’istituzione dell’odierna solennità ricevé dai nostri antenati il nome di Cattedra, perché è tradizione che Pietro, principe degli Apostoli, prendesse possesso quest’oggi della sua sede episcopale. I fedeli perciò, con ragione, celebrano l’origine di quella Sede onde l’Apostolo fu investito per la salute delle chiese con quelle parole del Signore: «Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa » Matth. XVI, 18. – Il Signore dunque ha chiamato Pietro il fondamento della Chiesa: ed è perciò che la Chiesa venera giustamente questo fondamento sul quale poggia tutto l’edificio ecclesiastico. Quindi ben a ragione si dice nel Salmo ch’è stato letto: « Lo esaltino nell’adunanza del popolo, e lo lodino nel consesso dei seniori » Ps. CVI, 32. Benedetto Dio, che prescrive d’esaltare il beato Pietro Apostolo nell’adunanza del fedeli; è giusto infatti che la Chiesa veneri questo fondamento per cui si sale al cielo. – Celebrando dunque quest’oggi l’origine della Cattedra, noi onoriamo il ministero sacerdotale. Le chiese si rendono questo mutuo onore, comprendendo esse che la Chiesa tanto più cresce in dignità, quanto più viene onorato il ministero sacerdotale. Avendo dunque una pia usanza introdotto giustamente nelle chiese questa solennità, mi meraviglio delle grandi proporzioni che ha preso oggi un pernicioso errore tutto pagano, di portare cioè sulle tombe dei defunti dei cibi e del vino, come se le anime, che hanno abbandonato i loro corpi, reclamassero questi cibi propri della carne.

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Omelia di san Leone Papa

Sermone 3 nell’anniversario della sua elezione, dopo il principio

Il Signore domanda agli Apostoli, chi dicesse la gente ch’egli sia: e la loro risposta è comune finché essi esprimono l’incertezza dello spirito degli uomini. Ma appena interroga i discepoli sul proprio sentire, il primo in dignità fra gli Apostoli è il primo ancora a confessare il Signore. Ed avendo egli detto: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» Matth. XVI, 16; Gesù gli rispose: «Beato te, Simone, figlio di Giona, perché non te l’ha rivelato la natura e l’istinto, ma il Padre mio ch’è nei cieli» Matth. XVI, 17. Vale a dire: Perciò tu sei beato, perché te l’ha insegnato il Padre mio; non sei stato ingannato dall’opinione terrena, ma te l’ha dichiarato l’ispirazione celeste: e non la natura e l’istinto mi ti han fatto conoscere, ma colui del quale sono il Figlio unigenito. – « E io, continua, ti dico » Matth. XVI, 18; cioè: Come il Padre mio ti ha manifestato la mia divinità, così io pure ti faccio conoscere la tua propria eccellenza. Perché tu sei Pietro: cioè: Mentre io sono la pietra inviolabile, la pietra angolare che di due popoli) ne faccio uno, io il fondamento all’infuori del quale nessuno può porne altro; tuttavia anche tu sei pietra, essendo confermato dalla mia virtù, così che quanto m’appartiene di proprio, quanto al potere, ti sia comune per la mia partecipazione. «E su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei» (Matth. XVI, 18: Su questa fortezza, dice, edificherò un tempio eterno; e la sublimità della mia Chiesa, che deve penetrare il cielo, si eleverà sulla fermezza di questa fede. – Le porte dell’inferno non impediranno mai questa confessione di Pietro), né la legheranno punto le catene della morte; poiché questa parola è parola di vita. E come essa innalza al cielo i suoi confessori, così ne sommerge nell’inferno i negatori. Perciò dice al beatissimo Pietro: « Ti darò le chiavi del regno dei cieli: e qualunque cosa legherai sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa scioglierai sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli » (Matth. XVI, 19. Certo, questo potere fu comunicato anche agli altri Apostoli, e questo decreto costitutivo riguarda egualmente tutti i principi della Chiesa; ma confidando questa prerogativa, non senza motivo il Signore s’indirizza a uno solo, benché parli a tutti. Essa è affidata particolarmente a Pietro, perché Pietro è stabilito capo di tutti i pastori della Chiesa. Il privilegio dunque di Pietro sussiste in ogni giudizio portato in virtù della sua legittima autorità. E non c’è eccesso né di severità né di indulgenza, dove non si lega né si scioglie se non ciò che il beato Pietro avrà sciolto o legato.

[dal Breviario Rom. 1955]

« … le porte dell’inferno non impediranno mai questa confessione di Pietro, né la legheranno punto le catene della morte; poiché questa parola è parola di vita. » Il nostro Santo Padre, benché in esilio ed impedito, testimonia ancora le parole che Nostro Signore ha detto a Pietro, al suo Vicario in terra e ai suoi successori legittimi: portæ inferi non prævalebunt. Tutti coloro che negano questa verità divina, i suoi oppressori, i suoi usurpatori, hanno già segnata la loro sorte eterna: “… così ne sommerge nell’inferno … “

… Or quivi il Sales (S. Francesco di Sales) allegando le parole Evangeliche, che dicon fondata su Pietro la Chiesa, contr’a cui le porte dell’inferno non prevarranno, cosi discorre: Con queste parole il Signor nostro mostra la perpetuità e l’immobilità di questo fondamento. La pietra, da cui dipende l’edificio, è la prima: le altre sopra essa si rassodano. Ben si può smuovere altra qualunque senza ruinar l’edificio; ma chi ne leva la fondamentale, rovescia la casa. Se dunque le porte infernali nulla possono contro la Chiesa, non possono pur nulla contra il fondamento, cui esse non possono levare né rovesciare senza che mettano sossopra tutto l’edificio. Sin qua il Santo; il quale pur inerendo all’altro detto Evangelico, per cui Pietro è costituito Confermator dei Fratelli, ripiglia: La Chiesa abbisogna sempre di un Confermatore infallibile, a cui ella possa rivolgersi, un fondamento, cui le porte dell’inferno, e l’errore principalmente non possano atterrare; e che il suo Pastore non possa condurre all’errore i suoi figliuoli. I Successori dunque di S. Pietro hanno tutti questi medesimi privilegi che non sieguono la persona, ma la dignità o la carica pubblicacosì il Sales con pari energica chiarezza … [G. B. Noghera: Riflessioni sulla infallibilità del Papa nel Magistero dogmatico, appendice alla Infallibilità della Chiesa, Raimondini Stampa di Bassano, 1776].

Lunga vita al nostro attuale Principe degli Apostoli, Gregorio XVIII, e … dannazione eterna agli usurpanti!

DOMENICA DI SETTUAGESIMA (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XVII:5; 6; 7
Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me: et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam.  [Mi circondavano i gemiti della morte, e i dolori dell’inferno mi circondavano: nella mia tribolazione invocai il Signore, ed Egli dal suo santo tempio esaudì la mia preghiera.]
Ps XVII: 2-3
Díligam te, Dómine, fortitúdo mea: Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus.
[Ti amerò, o Signore, mia forza: Signore, mio firmamento, mio rifugio e mio liberatore.]
Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me: et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam. [Mi circondavano i gemiti della morte, e i dolori dell’inferno mi circondavano: nella mia tribolazione invocai il Signore, ed Egli dal suo santo tempio esaudì la mia preghiera.

Oratio

Orémus.
Preces pópuli tui, quǽsumus, Dómine, cleménter exáudi: ut, qui juste pro peccátis nostris afflígimur, pro tui nóminis glória misericórditer liberémur. [O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo: affinché, da quei peccati di cui giustamente siamo afflitti, per la gloria del tuo nome siamo misericordiosamente liberati.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.

1 Cor IX: 24-27; X: 1-5

Fratres: Nescítis, quod ii, qui in stádio currunt, omnes quidem currunt, sed unus áccipit bravíum? Sic cúrrite, ut comprehendátis. Omnis autem, qui in agóne conténdit, ab ómnibus se ábstinet: et illi quidem, ut corruptíbilem corónam accípiant; nos autem incorrúptam. Ego ígitur sic curro, non quasi in incértum: sic pugno, non quasi áërem vérberans: sed castígo corpus meum, et in servitútem rédigo: ne forte, cum áliis prædicáverim, ipse réprobus effíciar. Nolo enim vos ignoráre, fratres, quóniam patres nostri omnes sub nube fuérunt, et omnes mare transiérunt, et omnes in Móyse baptizáti sunt in nube et in mari: et omnes eándem escam spiritálem manducavérunt, et omnes eúndem potum spiritálem bibérunt bibébant autem de spiritáli, consequénte eos, petra: petra autem erat Christus: sed non in plúribus eórum beneplácitum est Deo.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La Scuola degli Apostoli. S. Tip. Artig. – Pavia, 1929L

“Fratelli: Non sapete che quelli che corrono nello stadio corrono bensì tutti, ma uno solo riceve il premio? Correte anche voi così da riportarlo. Ognuno che lotti nell’arena si sottopone ad astinenza in tutto: e quelli per ottenere una corona corruttibile; noi, invece, una incorruttibile. Io corro, appunto, così, non già come a caso; così lotto, non come uno che batte l’aria; ma maltratto il mio corpo e la riduco in servitù: perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia riprovato. Non voglio, infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, e tutti passarono a traverso il mare, e tutti furono battezzati in Mosè nella nube e nel mare; e tutti mangiarono dello stessa cibo spirituale; e tutti bevettero la stessa bevanda spirituale; (bevevano infatti della pietra spirituale che li seguiva; e quella pietra era Cristo): pure della maggior parte di loro Dio non fu contento”. (1. Cor. IX, 24-27 e X, 1-5).

S. Paolo, volendo incoraggiare i Corinti a sostenere qualunque sacrificio per conseguire l’eterna salvezza, porta l’esempio di se stesso. Come un corridore, perché  vinca, non basta che sia sceso nello stadio, ma deve correre in modo da superare gli altri; così egli corre, nell’aringo della vita, senza sbandarsi qua e là, con la mente fissa al fine da conseguire. Come il lottatore, abbattuto il nemico, se lo conduce schiavo attorno per l’arena, così egli, con le privazioni e le mortificazioni, abbatte il suo corpo, e se lo rende schiavo. È vero che i Corinti avevano ricevuto molti favori da Dio. Anche gli Ebrei, sotto la guida di Mosè, ricevettero tutti da Dio favori segnalatissimi; ma pei loro peccati furono puniti nel deserto; e ben pochi di loro poterono entrare nella terra promessa. La conseguenza da tirare da questo passo della prima lettera ai Corinti è chiara. Quello che avvenne agli Ebrei poteva venire anche ai Corinti, potrà avvenire anche a noi, se non saremo perseveranti. Nessuna presunzione, dunque, perché:

1 Non basta cominciar bene; bisogna continuare,

2 Anche sottoponendosi a sacrifici e privazioni,

3 Sempre sostenuti dal primitivo favore.

1.

Non sapete che quelli che corrono nello stadio, corrono bensì tutti, ma uno solo riceve il premio?

Qui c’è allusione alle corse che avevano luogo, periodicamente a Corinto,e alle quali tanto si appassionavano i Greci.Oggi le corse sono più varie, più frequenti e anche piùpericolose; e le popolazioni dei nostri tempi non vi siappassionano meno che quelle dei tempi andati. Ma ilbuon successo della corsa è sempre il medesimo: arrivarealla fine in tempo. Corrono bensì tutti — osserva l’Apostolo— ma uno solo riporta il premio. Gli altri, o arrivanotroppo tardi, o, rimasti scoraggiati, si ritirano dallacorsa. È quello che avviene anche oggi. È indetta unacorsa? Un gran numero di corridori si fa inscrivere. Nontutti però prendono parte alla partenza; e non tutti quelliche vi prendono parte arrivano alla meta, specialmentese le corse sono lunghe. Chi ha ceduto il campo nella primatappa, chi nella seconda, chi nelle successive. Moltisono partiti tra gli applausi e gli auguri, pieni di ardiree di speranza; pochi sono stati accolti dall’applauso finale.Quello che avviene nelle corse, avviene in altre circostanzedella vita. Avviene nel campo delle scienze, dellearti, delle lettere, delle industrie, e specialmente nelcampo spirituale. Attratti dalla grandezza del premio moltisi mettono a servir Dio con slancio, ma non tutti terminanola corsa. Quanti giovani danno sul principio bellesperanze! Ci fanno pensare d’aver un giorno degli apostolidella Religione, e in pochi anni la dimenticano,quando non si volgono a combatterla. Tanti, che sul principioattirano l’attenzione per la loro vita morigerata edesemplare, o presto o tardi, diventano pietra d’inciampo.Erano entrati pieni di buona volontà nella corsa della vitaspirituale; ma non ebbero la forza di continuare.Incominciare, è necessario: chi non comincia, non finisce.Cominciar bene, è assai importante! poiché chiben incomincia, è alla metà dell’opera. Ma chi è, che simette all’opera, senza, pensare di condurla a termine?Qual corridore scende in pista, con la previsione di restarea mezza via? Il buon risultato di un’opera è il suo compimento.Il fine corona l’opera. Chi ha cominciato unacorsa per fermarsi a metà, ha sprecato tempo e fatica.La fatica promette il premio, e la perseveranza lo porge.Il Cristiano che ha cominciato una vita buona per fermarsipoi a metà fa pure opera inutile. Si è affaticato unpo’ per la speranza del premio, ma il premio, non è dichi si ferma a metà. Chi vuol il premio deve perseverare.« Sii fedele fino alla morte, e ti darò la corona dellavita » (Ap. II, 10). Dice il Signore.

2.

Dopo aver incitato i Corinti a imitare i corridori, in modo da poter riportare la vittoria finale, l’Apostolo passa a parlare dei lottatori.

Ognuno che lotti nell’arena si sottopone ad astinenze in tutto. Con queste parole viene a indicare il segreto della perseveranza finale: Non prendersi pensiero delle difficoltà. I lottatori non si accingono alla vittoria dormendo sopra un letto di rose. E si sottopongono a disagi, a sudori, a privazioni, a sacrifici, a prove durissime per mettersi in grado di riportar vittoria. – Il Cristiano, invece, trema davanti alle difficoltà, che incontra per giungere alla meta. Quanto più si dirada il numero di coloro che avevano cominciato bene; tanto più dà nell’occhio chi continua coraggiosamente. Sulle prime si farà poco caso di lui; ma quando si vede che continua sul serio, si cerea di disturbarlo. Non si parla davanti a un ladro, si rimane muti davanti a un bestemmiatore o a un impudico. Bisogna divertirsi a punzecchiare un Cristiano che continua coraggiosamente per la propria via. Forse i primi frizzi fanno poca impressione, Ma se continuano, cominciano a seccare. Poi si va pensando se non sia il caso di non dar pretesto a queste seccature. E quando si discute in queste cose, vuol dire essere vinti presto. Per non dar nell’occhio, prima si dissimula, poi si tralascia. Proprio tutto all’opposto di quanto fanno i lottatori, i quali tanto più si sentono spinti a lottare coraggiosamente, quanto più danno nell’occhio agli spettatori. Così, quelli che si erano messi di buon animo a occuparsi di Dio e dell’anima, tornano a occuparsi del mondo. Altra difficoltà è il cattivo esempio. Non tutti possono ripetere le parole del Salmo: « I superbi agiscono sempre iniquamente, ma io non mi allontano dalla tua legge» (Salm. CXVIII, 51). «L’imitazione dei vizi è pronta» (S. Gerolamo Ep. 107, 4 ad Læt.), più pronta che l’imitazione della virtù. E anche chi non abbandona sulle prime la legge di Dio, non sa sottrarsi alla deleteria influenza che il male continuato esercita sugli uomini. Quando, poi, la cattiva condotta diventa generale, si produce il rilassamento anche nei buoni. « Quando abbonda la dissolutezza, la carità si raffredda »; osserva in proposito S. Ilario (Comm. in Matth. cap. XXV, 2). E chi aveva messo le sue delizie nella legge del Signore, finisce col trascurare i propri doveri. Non mancano neppure in questo caso i forti, ma son pochi. Difficoltà particolare, accennata dall’Apostolo è la lotta contro le nostre cattive inclinazioni. Maltratto il mio corpo e lo riduco in servitù: perché non avvenga, che dopo aver predicato agli altri, io stesso sia riprovato.Le nostre cattive inclinazioni hanno una forza particolareper trattenerci sulla buona via intrapresa. Se non sidominano continuamente, riescono ad avere il sopravvento.Nel primo fervore della vita spirituale, si crocifiggevolentieri la carne, si accettano le umiliazioni, si sopportanole privazioni per ridurre in servitù le nostre cattivetendenze. Ma poi, cominciamo a stancarci. A lungoandare pesa anche la paglia. Molto più pesa questa lottache ci imponiamo da noi stessi, o, più frequentemente,accettiamo dagli altri. Se appena, appena perdiam di vista la meta da raggiungere, vacilliamo nella lotta, e veniamosoggiogati.La vita dei Santi è come uno specchio, che ci fa vedereciò che facciamo di bene, ciò che facciamo di male.«Vi troviamo — per dirla con S. Gregorio M. — quale è il nostro progresso e quale è la lunga distanza dal progresso» (Mor. L. 2, c. 1). Nella perseveranza tra le difficoltà, siamo in progresso o in regresso? Il Beato Ghebre Michele, nato ed educato nell’eresia eutichiana. la quale in Gesù Cristo ammette una sola natura, non trova appagata la sua ardente aspirazione alla verità. Per trovare questa verità va pellegrinando di convento in convento in cerca di libri e di maestri, che rispondano alle sue domande sulla Persona di Gesù Cristo. Non di rado accolto male, sempre disilluso, si rimette in cammino in cerea di altri libri e di altri maestri che lo possano illuminare: e continua la non piacevole peregrinazione per ben dieci anni, sempre sostenuto dal fervore dei primi giorni. Venuta l’ora della grazia, abiura l’eresia, e abbracciata la verità, non l’abbandonerà più. Ne sarà uno zelante e strenuo banditore, non ostante la guerra spietata dell’eretico vescovo Salama che vuol chiudergli la bocca. Dieci anni di persecuzione non trovano in lui un istante di titubanza. Il carcere e i tormenti più raffinati non lo smuovono d’un passo dalla sua via. Davanti al tiranno Teodoro II, che vuol fargli piegare la coscienza, è incrollabile. I carnefici fanno scendere sul santo vecchio, colpi di flagelli fitti come la gragnola. Ne restano talmente stanchi che devono darsi il cambio. Chi resiste a ogni stanchezza è il nostro Beato. Sospesa la flagellazione, perché lo si crede morto, disteso com’è in un lago di sangue, egli solleva la testa, e rompe il silenzio sepolcrale con queste parole, rivolte ai carnefici: « Siete già stanchi? » (A. Otti S. I . Abessiniens Heimkehr, in Die Katholischen Missionen, 1926, p. 322 segg.).  Da questo eroe della costanza non abbiam proprio nulla da imparare? Per la maggior parte di noi non sarebbe fuor di proposito, e non avrebbe alcun ombra di ironia, la domanda del Beato: « Siete già stanchi? ».

3.

Ci sono altri che camminano nella via del bene come a caso. Si direbbe che non hanno uno scopo fisso. Si muovono, ma non corrono. Si avanzano come uno schiavo chetrascina le catene. Si dimenticano lo scopo della loro vocazione.Il mondo dà pure noie e guai a coloro che vogliono arrivare a una meta; eppure quanta costanza! Uno vuol arricchire. Vedetelo: non si stanca mai. Viaggi, privazioni, notti insonni, pericoli di perdere la vita e i beni, acquistati con tante fatiche, non valgono a rallentare il fervore dei primi giorni. Sentieri ripidi, passaggi pericolosi, ascese affaticanti, ghiacciai, tormente, non trattengono l’alpinista dal tentare di raggiungere la vetta. Gli aviatori lottano coi venti, non si curano del pericolo della nebbia, non si spaventano dell’aria gelata. Se le loro macchinesi guastano, atterrano con la più grande calma.Tranquilli, attendono alle riparazioni, senza un momento di sfiducia. Se altre circostanze ritardano la ripresa del volo, aspettano pazienti che le circostanze si mutino, in attesa di proseguire il viaggio con lo stesso entusiasmo che li ha spinti alla partenza. È degna di ammirazione la costanza di chi vuol arrivare a una scoperta, a una invenzione. Sono veglie, studi, esperimenti non mai interrotti. Incanutiscono i capelli, ma il suo spirito è sempre giovane. Anzi, quanto più è vicino alla meta, tanto più cresce il suo ardore negli studi e nei tentativi. E tutto questo per acquistarsi una gloria che forse non verrà. Il Cristiano, invece, si scoraggia, e abbandona ben presto i lavoro per l’acquisto della gloria eterna. Sulla bocca di chi lavora, e non si crede retribuito abbastanza o vede il frutto dei suoi sudori dissipato da altri, si sente, delle volte, questo lamento: « Per chi lavoro io? ». E’ una domanda troppo fondata, fatta da chi lavora per il mondo. È una domanda che deve ringagliardire le forze, fatta da chi lavora per Dio, il quale dice ai perseveranti: « Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Matth. V, 12).Quando non si è sotto l’occhio del padrone o di chi lo rappresenta, si è tentati di rallentare il lavoro o magari di sospenderlo. Tanto, il padrone non vede. I pigri, i neghittosi nel servizio di Dio possono dire: «Tanto il padrone non vede »? Nulla del bene che facciamo sfugge all’occhio di Lui; e quindi nulla andrà perduto. «Pertanto, o fratelli, state fermi e irremovibili, sempre assidui nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è infruttuosa nel Signore ».

Graduale

Ps IX: 10-11; IX: 19-20

Adjútor in opportunitátibus, in tribulatióne: sperent in te, qui novérunt te: quóniam non derelínquis quæréntes te, Dómine, [Tu sei l’aiuto opportuno nel tempo della tribolazione: abbiano fiducia in Te tutti quelli che Ti conoscono, perché non abbandoni quelli che Ti cercano, o Signore]

Quóniam non in finem oblívio erit páuperis: patiéntia páuperum non períbit in ætérnum: exsúrge, Dómine, non præváleat homo. [Poiché non sarà dimenticato per sempre il povero: la pazienza dei miseri non sarà vana in eterno: lévati, o Signore, non prevalga l’uomo.]

Tractus

Ps CXXIX:1-4

De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi vocem meam. [Dal profondo ti invoco, o Signore: Signore, esaudisci la mia voce.]

Fiant aures tuæ intendéntes in oratiónem servi tui. [Siano intente le tue orecchie alla preghiera del tuo servo.]

Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? [Se baderai alle iniquità, o Signore: o Signore chi potrà sostenersi?]

Quia apud te propitiátio est, et propter legem tuam sustínui te, Dómine. [Ma in Te è clemenza, e per la tua legge ho confidato in Te, o Signore.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

[Matt XX: 1-16]

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Simile est regnum coelórum hómini patrifamílias, qui éxiit primo mane condúcere operários in víneam suam. Conventióne autem facta cum operáriis ex denário diúrno, misit eos in víneam suam. Et egréssus circa horam tértiam, vidit álios stantes in foro otiósos, et dixit illis: Ite et vos in víneam meam, et quod justum fúerit, dabo vobis. Illi autem abiérunt. Iterum autem éxiit circa sextam et nonam horam: et fecit simíliter. Circa undécimam vero éxiit, et invénit álios stantes, et dicit illis: Quid hic statis tota die otiósi? Dicunt ei: Quia nemo nos condúxit. Dicit illis: Ite et vos in víneam meam. Cum sero autem factum esset, dicit dóminus víneæ procuratóri suo: Voca operários, et redde illis mercédem, incípiens a novíssimis usque ad primos. Cum veníssent ergo qui circa undécimam horam vénerant, accepérunt síngulos denários. Veniéntes autem et primi, arbitráti sunt, quod plus essent acceptúri: accepérunt autem et ipsi síngulos denários. Et accipiéntes murmurábant advérsus patremfamílias, dicéntes: Hi novíssimi una hora fecérunt et pares illos nobis fecísti, qui portávimus pondus diéi et æstus. At ille respóndens uni eórum, dixit: Amíce, non facio tibi injúriam: nonne ex denário convenísti mecum? Tolle quod tuum est, et vade: volo autem et huic novíssimo dare sicut et tibi. Aut non licet mihi, quod volo, fácere? an óculus tuus nequam est, quia ego bonus sum? Sic erunt novíssimi primi, et primi novíssimi. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

[In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un padre di famiglia, il quale andò di gran mattino a fissare degli operai per la sua vigna. Avendo convenuto con gli operai un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. E uscito fuori circa all’ora terza, ne vide altri che se ne stavano in piazza oziosi, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna, e vi darò quel che sarà giusto. E anche quelli andarono. Uscì di nuovo circa all’ora sesta e all’ora nona e fece lo stesso. Circa all’ora undicesima uscì ancora, e ne trovò altri, e disse loro: Perché state qui tutto il giorno in ozio? Quelli risposero: Perché nessuno ci ha presi. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta la sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e paga ad essi la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti dunque quelli che erano andati circa all’undicesima ora, ricevettero un denaro per ciascuno. Venuti poi i primi, pensarono di ricevere di più: ma ebbero anch’essi un denaro per uno. E ricevutolo, mormoravano contro il padre di famiglia, dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora e li hai eguagliati a noi che abbiamo portato il peso della giornata e del caldo. Ma egli rispose ad uno di loro, e disse: Amico, non ti faccio ingiustizia, non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi quel che ti spetta e vattene: voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso dunque fare come voglio? o è cattivo il tuo occhio perché io son buono? Così saranno, ultimi i primi, e primi gli ultimi. Molti infatti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti.]

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

Tutti i secoli, che già passarono dal principio del mondo, uniti insieme con tutti quelli che restano a passare sino alla fine del medesimo, mentre per noi sembrano gran cosa, dinanzi a Dio, secondo la spiegazione di Origene, non sono altro che un giorno. Ora, poiché Iddio vuole che tutti gli uomini, i quali compaiono successivamente sulla terra durante questo gran giorno, attendano al lavoro della loro santificazione, perciò in tutte le ore diverse di questo giorno istesso nella sua bontà infinita si degnò di chiamarli a questo lavoro. – Al mattino, ossia alla prima ora, chiamò i nostri progenitori Adamo ed Eva; all’ora terza chiamò Noè e la sua famiglia; all’ora sesta chiamò Abramo e gli altri patriarchi; all’ora nona chiamò il suo servo Mosè. Finalmente all’ora undecima, che dura tuttora e durerà sino alla fine del mondo, per la bocca dello stesso divin Redentore chiamò gli Apostoli e nella loro persona tutte le nazioni che essi dovevano convertire. Queste varie chiamate rivolte dal Signore al suo popolo e segnatamente agli infedeli, secondo l’insegnamento dei Santi Padri, sono mirabilmente designate nella parabola del Vangelo d’oggi. Noi tuttavia, per nostra maggiore utilità ne faremo l’applicazione alla nostra vita cristiana.

1. Il regno dei cieli, disse Gesù Cristo, è simile ad un padre di famiglia, il quale andò di gran mattino a fermare dei lavoratori per la sua vigna. Ed avendo convenuto coi lavoratori a un denaro per giorno, li mandò alla sua vigna. Ed essendo uscito fuori circa all’ora terza, ne vide degli altri, che se ne stavano per la piazza senza far nulla, e disse, loro: Andate anche voi nella mia vigna, e vi darò quel che sarà di ragione. E quegli andarono. Uscì anche di nuovo circa l’ora sesta e la nona e fece l’istesso. Circa l’undecima poi uscì e ne trovò degli altri, che stavano a vedere, e disse loro: Perché state qui tutto il giorno in ozio? Quelli risposero: Perché  nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. – E qual è adunque questa vigna, che il padre di famiglia, che è Dio, vuol far lavorare da noi che siamo i suoi operai! Questa vigna è l’anima nostra. Iddio l’ha creata Egli immediatamente; l’ha fornita di tanti bei doni, l’ha arricchita di moltissime grazie, e sopra tutto l’ha innaffiata del sangue preziosissimo del suo divin Figlio per mezzo dei santi sacramenti: Egli l’ha posta ora su questa terra, destinandola tuttavia ad essere un giorno trapiantata nel Paradiso. E chi può dir quanto egli ami e quanto desideri che, arricchendosi di abbondanti frutti, abbia a raggiungere il suo fine? Con tutto ciò sebbene egli vi abbia sparso, senza che essa ne avesse alcun merito, i tesori della sua grazia, l’anima nostra non raggiungerà la sua salvezza, se noi non presteremo il nostro concorso all’azione divina, vale adire, se noi non lavoreremo efficacemente a santificarla. Importa adunque sommamente che tutti, mentre siamo in tempo, ci diamo attorno per far delle opere buone, senza le quali è impossibile la santificazione dell’anima. Guai a noi se ce ne stiamo oziosi! E sapete voi di qual maniera ce ne staremmo oziosi? Lo spiega chiaramente S. Tommaso. Si chiamano oziosi, dice egli, non solamente coloro che operano il male, ma coloro eziandio che trascurano di operare il bene: dicuntur otiosi non solum qui mala faciunt, sed etiam qui bonum non agunt (In Matth. cap. XX). Certamente sono oziosi per la vigna della loro anima coloro, che impiegano la loro intelligenza, il loro cuore, i loro sensi, il loro ingegno, la loro sanità, le loro ricchezze, la loro forza come strumenti ad operare il male e a coprire la loro anima degli sterpi del peccato. Ma sono oziosi del pari coloro, che pur non commettendo deliberatamente e di proposito gravi peccati, non impiegano tuttavia le loro forze morali, intellettuali e fisiche a far del bene. Perciocché impiegare queste forze a metter insieme denari, a far delle grandi fortune, a conseguire cariche ed onori, a raggiungere posti elevati, a far acquisto di scienza peregrina e cose simili è lavorare attorno alla santificazione dell’anima propria! Ahimè! Quid hæc ad æternitatem? Che cosa giovano tutte queste cose per l’eternità? Importa adunque che non ci lasciamo con tanta facilità distrarre dal pensiero degli affari temporali. Sì, attendiamo pure con diligenza a quella professione, a quell’arte, a quello studio, nel quale Iddio ci vuole in questa vita, ma non dimentichiamo mai che in capo a tutto deve stare l’affare della nostra eterna salute, che è questa l’unica cosa sommamente necessaria. A che mai, esclama Gesù Cristo, a che mai, o mortali, vi andate occupando in tante cose del mondo ? Una sola cosa è necessaria, e questa è la salute dell’anima vostra. Se voi salvate quest’anima, per voi tutto è salvo, ma se la perdete, tutto è perduto. Voi potete acquistarvi ricchezze, onori, impieghi,gloria; voi potete comparire gran sapiente in faccia agli uomini; essere riputati i più valenti, i più dotti dei vostri compagni, del vostro paese, di tutto il mondo: ma tutte queste cose sono niente se le confrontate con la salvezza dell’anima vostra, che di tutto il mondo è il tesoro più prezioso. Nulla può paragonarsi al valore dell’anima, poiché essa vale il sangue di Gesù Cristo, avendo Gesù Cristo sparso il sangue per la salvezza di ciascuna delle nostre anime. Epperò, che cosa potrai dare, dice lo stesso Gesù, che possa compensare l’anima tua? Che ti giova, o uomo, guadagnare tutto il mondo, se questo guadagno reca danno all’anima tua? E l’Apostolo S. Paolo avvisava i Cristiani della città di Filippi, che con timore e tremore attendessero a salvar l’anima. S. Francesco Zaverio diceva che nel mondo avvi un solo bene ed un solo male, l’unico bene è salvarsi, l’unico male è dannarsi. E S. Teresa andava spesso ripetendo alle sue compagne: Sorelle, un’anima, un’eternità: volendo dire: un’anima sola, perduta questa, tutto è perduto, e per un’eternità. Oh quanto rincresce adunque il sentire talvolta certi Cristiani, che poco o nulla pregando,

andando di mala voglia in chiesa, trascurando di istruirsi convenientemente nella Religione e lasciando da parte molti altri doveri, si scusano col dire che hanno da pensare ad altro, a studiare e a lavorare! Quanto fa pena il vederli talvolta nella chiesa istessa anziché rivolgere la mente a Dio, dissiparla nel pensiero dei loro affari mondani! Ma poveri Cristiani! Pensano essi forse che al suo divin tribunale Dio menerà loro buone queste scuse? Ahimè! Ogni albero, che non produce buoni frutti, diceva già il Precursore di Cristo, sarà tagliato e gettato nel fuoco. E Gesù Cristo medesimo confermò ampiamente questa dottrina. Ricordiamoci adunque che non basta la fede, come insegnano i protestanti, ma sono anche necessarie le opere. « Che prò, domanda l’Apostolo S. Giacomo, che prò se uno dica di avere la fede e non abbia le opere? Potrà forse salvarlo la fede? Che se il fratello e la sorella sono ignudi e bisognosi del vitto quotidiano e uno di voi dica loro: Andate in pace, riscaldatevi e satollatevi; né diate loro le cose necessarie al corpo, che gioverà? Così come le vostre parole non sono di alcuno sollievo al fratello ed alla sorella che sono in urgente necessità ed han bisogno non di parole, ma di effettivo soccorso, così la sola fede non gioverà a voi essendo priva della carità, senza di cui la fede è morta ». Operiamo, operiamo adunque. In mezzo alle nostre occupazioni, ai nostri studi avvezziamoci a mettere le buone opere in cima ai nostri pensieri. Le preghiere del mattino e della sera, la frequenza dei Sacramenti, la santificazione delle feste, le opere di carità, l’esercizio delle cristiane virtù, siano cose che nella nostra estimazione e nella pratica passino innanzi a tutte le altre. Per tal modo, vale a dire col lavoro di una vita cristiana, noi coopereremo con Gesù Cristo, nostro Dio e nostro padrone, alla coltura di quella vigna spirituale, che è l’anima nostra, ed asseconderemo la chiamata, che Egli a tal fine ci fa udire in tutte le età della vita umana.

2. E qui notiamo quale fosse il costume degli antichi. Essi dividevano il giorno in dodici ore. La prima cominciava al levar del sole, la dodicesima al suo tramonto. Tale giorno aveva quattro parti di tre ore, più o meno lunghe, secondo che il sole stava più o meno tempo sull’orizzonte. Quindi la prima, la terza, la sesta, la nona, l’undecima ora corrispondevano a ciò che noi chiamiamo le sei, le nove ore del mattino, il mezzodì, le tre e le cinque ore pomeridiane. Ora, chi non vede come tutte le età della vita umana, assai più acconciamente delle epoche della storia, possono essere paragonate alle ore di un solo e medesimo giorno? Sì, la vita dell’uomo è come un giorno, ma un giorno, cui assai presto succede la notte, dice il profeta Isaia: Venti mane et nox. La prima ora, dice S. Gregorio, è l’infanzia dell’uomo; la terza è la sua adolescenza, in cui comincia a crescere il calore dell’età, come il sole nella terz’ora del giorno; la sesta è la giovinezza, in cui è nella sua forza la pienezza dell’età, come quando il maggior astro è al suo mezzodì; la nona è l’età matura, l’età perfetta, in cui decresce e si diminuisce tutti i giorni il calore; l’undecim’ora è la vecchiezza, in cui per così dire non vi è più che un punto tra la vita e la morte, tra il giorno ed una notte eterna. Ebbene, o miei cari, in tutte le età della vita Dio chiama gli uomini a lavorare nella sua vigna. Egli li chiama anzi tutto nell’infanzia. Benché nulla possiamo ancora fare per Iddio, Egli si mostra fin d’allora infinitamente generoso. Per mezzo del santo Battesimo egli infonde in noi le virtù soprannaturali, che sono in allora altrettante potenze, per cui siamo obbligati ad operare il bene, appena saremo giunti all’uso della ragione. Epperò col compiere in noi questa opera, benché noi non possiamo intendere

la sua voce, tuttavia Iddio ci chiama al suo santo servizio, alla santificazione dell’anima nostra, facendo con noi la convenzione di darci per mercede del nostro lavoro la vita eterna del cielo. Egli chiama gli uomini nell’adolescenza, età, in cui le nostre facoltà incominciano a metter fuori i primi raggi e a dare i primi slanci. E chi sa dire le molteplici guise, con cui Iddio fa sentire la sua voce al cuore di un fanciullo? Egli lo chiama con la sana educazione dei genitori e dei maestri, lo chiama col catechismo e con l’apprendimento delle prime verità cristiane, lo chiama con gli insegnamenti, che il sacerdote dà in modo adatto alla sua tenera mente, lo chiama colle dolcezze delie pratiche di pietà e soprattutto con quelle della prima Comunione;

lo chiama insomma in mille modi ed amorosamente lo invita a darsi interamente al suo amore. – Ma Iddio non chiama meno all’età della giovinezza, età delle passioni e de’ suoi scatti impetuosi. Pur troppo allora più che mai anche il mondo fa sentire la sua voce e grida che quella è l’età del piacere. E guai se il giovane insensatamente ascolta la voce del mondo! Egli allora butta nel vizio la forza e l’energia della sua vita e da se stesso si conduce innanzi tempo ad una vergognosa vecchiaia. Ma se invece egli ascolta le chiamate di Dio, chi sa dire il gran bene, di cui diventa capacissimo operatore? Che non fecero mai in questa età un S. Luigi Gonzaga, un S. Stanislao Kostka, un S. Giovanni Berchmans? Iddio chiama ancora all’età matura. Anzi allora, quanto più il giorno della vita si avanza, tanto più insistente diventa la sua chiamata. E quando l’uomo ha resistito, quando ha passato il fiore della sua vita nell’indifferenza, nella mollezza e nell’ingratitudine, quando arriva alla triste età della vecchiezza, quando già porta sulla fronte il segnale d’una morte vicina, Iddio degnasi di chiamarlo ancora, accontentandosi degli estremi avanzi di una vita, che sta per spegnersi, e che forse fu passata tutta a disconoscerlo e ad oltraggiarlo. Con tutto ciò, o miei cari, guardiamoci bene dall’inganno del demonio, dal fidarci cioè di poter poi rispondere facilmente alla chiamata di Dio nell’estrema nostra età. S. Agostino e S. Girolamo insegnano, che colui il quale nella sua gioventù si dà al mal fare, si viene abituando allo stesso, e l’abitudine forma come una seconda natura, una catena di ferro, una forza tirannica e prepotente, che malgrado qualche buon desiderio in contrario, trascina al male. Or come farà a darsi al servizio del Signore e per conseguenza a cangiare costume di vita, colui che per una lunga serie di anni è sempre vissuto nella spensieratezza della vita cristiana e talvolta nei più gravi disordini del vizio? Ecco perché si vedono pur troppo talora dei vecchi, che hanno già il crin canuto e bianco e pur sono sì spudorati nel parlare, sì disonesti nell’agire, sì irreligiosi nel sentire. Ecco perché costoro talvolta scendono nella tomba senza aver punto corretta la loro vita, che cominciò ad essere malvagia nella loro gioventù. È proprio la sentenza dello Spirito Santo, che si avvera: Ossa eius implébuntur vitiis adolescentiæ eius, et curri eo in pulvere dormient: Le ossa di lui saranno imbevute dei vizi della sua gioventù, e questi andranno a giacere con lui nella tomba (Giobb. XX, 11). Tutti adunque, in qualunque età ci troviamo, ascoltiamo la voce di Dio che ci chiama al lavoro della santificazione, e tutti senza dubbio ne avremo l’adeguata mercede. È Gesù Cristo stesso, che ce lo assicura nella seconda parte della parabola di quest’oggi.

3. Venuta la sera, prosegue egli, venuta la sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama i lavoratori, e paga ad essi la mercede, cominciando dagli ultimi sino ai primi. Tenuti adunque quelli che erano andati circa l’undecima ora, ricevettero un denaro per ciascheduno. Et reliqua. Or bene, o miei cari, la sera, di cui trattasi qui è il fine della vita. L’economo è Gesù Cristo, a cui il suo padre ha dato ogni podestà, e che dopo essersi a noi dato come Salvatore, si presenterà un giorno come rimuneratore divino. Il denaro consegnato all’operaio laborioso si è la vita eterna, retaggio di tutti gli eletti. E se, come accadde agli operai della prima ora, ci sorprende che gli operai dell’ultima ricevano come gli altri quel denaro della beatitudine infinita, riflettiamo, che Dio pesa piuttosto i santi ardori dell’anima di quello che misuri la durata del lavoro. Vi sono di quelli che datisi assai tardi al servizio del Signore, vi hanno portato tuttavia un ardore sì grande, una così mirabile energia, una forza di volontà così potente, che ben presto hanno sorpassato coloro che, non avendo mai disertato dalla via del bene, non vi hanno però fatto progressi sensibili, e non camminarono che a piccioli passi nel sentiero della perseveranza. Non han fatto così un S. Paolo, un S. Agostino, un S. Ignazio di Loyola, un S. Francesco Zaverio e tanti altri? Inoltre non dobbiamo dimenticare quella sentenza del Salvatore: « Nella casa di mio Padre vi sono molte mansioni » (Ioann. XIV, 2); e quell’altro insegnamento di S. Paolo: « In quella guisa che le stelle differiscono in chiarezza, così sarà nella risurrezione dei morti » (1 Cor. XV, 41). I Santiri fletteranno gli splendori divini del Signore secondo la maggiore o minore loro santità e perfezione. Finalmente riflettiamo, che se molti sono i chiamati, pochi sono gli eletti; vale a dire, come molti commentatori spiegano, se il numero dei Cristiani chiamati con grazie ordinarie ad una vita ordinaria è grande, in quella vece è scarso quello di coloro, che con grazie straordinarie sono chiamati ad una straordinaria santità; epperò se Iddio darà un premio specialissimo a quei pochi che da lui eletti praticarono una santità eroica, la comune dei Cristiani dovrà accontentarsi della ricompensa ordinaria, che sarà ad ogni modo troppo grande in confronto dei loro pochi meriti, secondo quel che disse Iddio al suo servo Abramo: « Ego merces tua magna nimis » (Gen. XV, 1). Quindi senza più oltre voler scrutare quanto vi restasse di impenetrabile in questa condotta del Signore, Padre di tutta quanta l’umana famiglia, accertiamoci, nulla di meno, che Egli, giusto rimuneratore dei buoni, in paradiso darà certamente a ciascuno il premio corrispondente a quel tanto di bene che avrà fatto, e con questo consolantissimo pensiero animiamoci senz’altro a fare il maggior bene per noi possibile. Suvvia, mettiamoci davvero con impegno. Obbediamo al comando del padrone delle anime nostre: « Ite et vos in vineam meam ».

Credo …

Offertorium

Orémus
Ps XCI:2

Bonum est confitéri Dómino, et psállere nómini tuo, Altíssime. [È bello lodare il Signore, e inneggiare al tuo nome, o Altissimo.]

Secreta

Munéribus nostris, quæsumus, Dómine, precibúsque suscéptis: et coeléstibus nos munda mystériis, et cleménter exáudi. [O Signore, Te ne preghiamo, ricevuti i nostri doni e le nostre preghiere, purificaci coi celesti misteri e benevolmente esaudiscici.]

Communio

Ps XXX: 17-18

Illúmina fáciem tuam super servum tuum, et salvum me fac in tua misericórdia: Dómine, non confúndar, quóniam invocávi te. [Rivolgi al tuo servo la luce del tuo volto, salvami con la tua misericordia: che non abbia a vergognarmi, o Signore, di averti invocato.]

Postcommunio

Fidéles tui, Deus, per tua dona firméntur: ut eadem et percipiéndo requírant, et quæréndo sine fine percípiant. [I tuoi fedeli, o Dio, siano confermati mediante i tuoi doni: affinché, ricevendoli ne diventino bramosi, e bramandoli li conseguano senza fine.]

DOMENICA V dopo EPIFANIA (2019)

DOMENICA V DOPO EPIFANIA (2019)

Incipit


In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


Jer XXIX :11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.


Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob. [Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio


Orémus.
Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut, quæ in sola spe grátiæ cœléstis innítitur, tua semper protectióne muniátur.  
[Custodisci, o Signore, Te ne preghiamo, la tua famiglia con una costante bontà, affinché essa, che si appoggia sull’unica speranza della grazia celeste, sia sempre munita della tua protezione.]

Lectio


Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses
Col III: 12-17
Fratres: Indúite vos sicut electi Dei, sancti et dilecti, víscera misericórdiæ, benignitátem, humilitátem, modéstiam, patiéntiam: supportántes ínvicem, et donántes vobismetípsis, si quis advérsus áliquem habet querélam: sicut et Dóminus donávit vobis, ita et vos. Super ómnia autem hæc caritátem habéte, quod est vínculum perfectionis: et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore: et grati estóte. Verbum Christi hábitet in vobis abundánter, in omni sapiéntia, docéntes et commonéntes vosmetípsos psalmis, hymnis et cánticis spirituálibus, in grátia cantántes in córdibus vestris Deo. Omne, quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per Jesum Christum, Dóminum nostrum.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli, Omelie, vol. I, Marietti ed., 1899 , Omelia XIX].

“Come eletti di Dio, santi e bene amati, vestite viscere di misericordia, benignità, umiltà, mitezza, pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonando, se alcuno ha querela contro di un altro; come il Signore ha perdonato a voi, voi pure così. Ma più di tutto vestite la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale foste chiamati in un sol corpo, regni nei vostri cuori e siate riconoscenti. La  parola di Cristo abiti riccamente in voi con ogni sapienza, istruendovi ed ammonendovi tra voi con salmi ed inni e cantici spirituali, cantando con la grazia nei cuori vostri a Dio. Quanto fate in parole ed opere, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre per lui „ .

S. Paolo due volte fu sostenuto in carcere: la prima in Cesarea di Palestina e la seconda in Roma. La prigionia, che sostenne in Cesarea di Palestina avvenne dal 63 al 66 dell’era volgare, e secondo ogni verosimiglianza di là scrisse la lettera ai fedeli di Colossi, città dell’Asia Minore. Dal capo terzo di questa lettera sono presi i sei versetti, che vi ho recitati e che versano interamente sulla materia morale. Nulla di più semplice e più pratico e insieme più degno delle nostre considerazioni. – “Come eletti di Dio, santi e bene amati, vestite viscere di misericordia, benignità, umiltà, mitezza e pazienza. „ S. Paolo, rivolgendosi ai suoi cari figliuoli, li chiama eletti di Dio, cioè da Dio in special maniera eletti e preferiti a tanti altri nel ricevere la grazia della fede. Quanti allora erano ancora sepolti nelle tenebre della superstizione pagana ed essi, i fedeli di Colossi, erano illuminati dalla luce della verità evangelica! Donde questa differenza ? Era la bontà di Dio, che li aveva eletti prima e chiamati, e a cui essi con la grazia avevano corrisposto. Erano eletti e chiamati ad essere santi. Non vi sia grave ponderare per un istante la natura ed il pregio altissimo di questa elezione, di cui parla S. Paolo. Chi fa un atto qualunque deve anzi tutto pensare la cosa che vuol fare: poi delibera con la volontà di farla e poi allora la fa. Dio vuole salvi gli uomini e necessariamente prima pensa a loro, poi vuole fornire loro il mezzo perché si possano salvare e finalmente lo dà ed è la grazia, o meglio quella serie di grazie, che sono necessarie. Nell’opera adunque della nostra salvezza dal lato di Dio il primo atto è di fissare sopra di noi il suo pensiero, e il secondo atto la sua volontà, che decreta la grazia. Ora vi domando qual cosa da parte nostra poteva muovere la mente e la volontà di Dio a chiamarci a sé e largirci la sua grazia? Noi non eravamo ancora e Dio da tutta l’eternità fissava sopra di noi il suo sguardo pietoso e ci amava: noi non avevamo fatto, né potevamo fare un atto solo, che precedesse la sua grazia, perché per farlo si richiedeva che Dio ci desse prima la grazia. Può forse il campo produrre la messe se prima non è seminato, o l’occhio vedere se la luce non lo rischiara? La nostra elezione e vocazione adunque, di cui parla S. Paolo, è dono, puro dono di Dio, senza merito dal canto nostro. – Più volte S. Paolo chiama santi i fedeli, ancorché sia bene da supporre che non tutti fossero veramente santi: li chiama santi, perché rigenerati col Battesimo, perché discepoli di Lui, che è il Santo per eccellenza, perché il fine della loro vocazione, a cui devono essere rivolti tutti i loro sforzi, è la santità. Vedete, o carissimi, altezza e sublimità della nostra professione di Cristiani: dobbiamo essere santi, cioè sciolti da ogni disordinato affetto alle cose di quaggiù e interamente dedicati al servizio di Dio. Voi siete eletti, santi, dice S. Paolo, e aggiunge, bene amati, ossia cari a Dio, come figli. Qual gioia per noi poter dire: Io sono amato da Dio! Io sono caro a Lui, come un figlio ad un padre! Agli eletti di Dio, ai santi, ai bene amati si conviene, prosegue l’Apostolo, “vestire viscere di misericordia, di benignità, di umiltà, di mitezza, di pazienza : „ cioè, come Cristiani, dobbiamo, a somiglianza di Dio e di Gesù Cristo, nostro capo, essere pieni di compassione e carità verso ogni maniera di sofferenti: dobbiamo mostrarci, non duri, austeri, rozzi, ma facili e piacevoli con tutti, e saremo tali se umili di cuore, perchè l’umiltà è la madre della benignità, della mitezza e della pazienza, che qui propriamente significa longanimità, quella pazienza cioè che non si stanca mai ed è sempre benevola e soave. E come mostreremo noi queste virtù, che tra loro si legano si strettamente? “Con il sopportarci, dice l’Apostolo, gli uni gli altri e perdonarci, se alcuno ha querela verso di un altro. „ Non vi è uomo, per quanto sia virtuoso, che non abbia difetti. Noi, per necessità di natura, dobbiamo vivere insieme, in famiglia, in società, in contatto più o meno continuo. Ora come vivere insieme se a vicenda non tolleriamo i nostri difetti e non ci condoniamo le offese, che talvolta, anche senza volerlo, ci facciamo gli uni gli altri? Se non ci sopportiamo scambievolmente e non ci condoniamo i nostri torti, la vita sarebbe insopportabile e saremmo in continua guerra tra di noi stessi. E come sopportarci e perdonarci gli uni gli altri? Ecco il modello sovrano, grida S. Paolo, Gesù Cristo: “Come il Signore vi ha perdonato, voi pure così.  – Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, fu e sarà sempre l’eterno esemplare, su cui gli uomini dovranno tener sempre fermi gli occhi della fede, per ritrarne in sé le ineffabili perfezioni. Qualunque virtù si deve misurare dalla sua somiglianza con Gesù Cristo, e tanto essa è più alta quanto maggiormente s’avvicina a questo impareggiabile modello. E perciò l’Apostolo in tutte le sue lettere ha cura di mettercelo innanzi sotto tutte le forme, e qui ci inculca: “Come il Signore ha perdonato a voi, così pur voi. „ Egli perdonò ai suoi nemici, ai suoi stessi crocifissori fino a pregare per loro in croce ed a morire per essi: e noi, suoi figli, noi miserabili creature e poveri peccatori saremo restii a perdonare ai nostri offensori? E impossibile. Sempre fermo in inculcare la virtù, regina di tutte le altre, l’Apostolo continua e dice: “Ma soprattutto vestite la carità, siate ripieni di carità, che è il vincolo della perfezione. „ Come l’anima avviva il nostro corpo tutto, ne lega insieme le varie membra, dà loro moto e forza, così la carità dà vita, moto e forza a tutte le altre virtù e unisce insieme e mirabilmente armonizza le famiglie e la società civile. Frutto prezioso della carità sarà ” la pace di Cristo, alla quale foste chiamati in un sol corpo, e che regnerà ne’ vostri cuori. „ La pace, non la pace ingannevole del mondo, la pace vera, quella pace che Cristo ha portato sulla terra, quella pace, a cui tutti ci chiama, facendoci membri della sua Chiesa, regni tranquilla nei nostri cuori e di là si spanda al di fuori e informi tutte le nostre parole e tutti gli atti nostri. Qual tesoro è questa pace, questa tranquillità dello spirito e del cuore, che si possiede anche in mezzo alle tempeste della vita! Di tanto beneficio siamone grati a Lui, che ce lo dà, Gesù Cristo! ” La parola di Cristo abiti riccamente in voi, con ogni sapienza. „ La parola di Cristo, che è quanto dire, la dottrina, il Vangelo di Gesù Cristo, che avete ricevuto mercé della parola o della predicazione, rimanga nelle anime vostre, vi ricolmi della vera sapienza in tutta la sua pienezza. Comprendete, o cari, l’insegnamento di S. Paolo? Egli vuole che non solo ascoltiamo la parola del Vangelo, ma che abiti, rimanga in noi, e rimanga in gran copia e sia così la luce che scorge i nostri passi sulla via della virtù e regoli i nostri pensieri ed affetti. E gioverà a conservare in voi ed accrescere il conoscimento del Vangelo “se vi istruirete ed ammonirete a vicenda con salmi ed inni e cantici spirituali, „ soggiunge l’Apostolo. Da queste parole di S. Paolo chiaramente rileviamo, che anche nella primitiva Chiesa era comune l’uso di cantar salmi ed inni sacri nelle radunanze de’ fedeli. In tal modo rinfrescavano nella memoria le verità della fede e viemaggiormente le apprendevano e ne penetravano il senso. Il canto, come il riso, è naturale all’uomo. Allorché egli conosce chiaramente la verità e il cuor s’infiamma al pensiero della grandezza, della bontà di Dio e de’ suoi benefici, quasi inconsciamente scioglie la lingua al canto, loda, benedice, ringrazia ed esalta il suo Dio. L’anima allora è come un incensiere, da cui s’innalza verso il cielo un soave profumo; è come un fiore, che dischiude il suo calice, spande le sue foglie, e sotto i raggi del sole diffonde d’ogni intorno la sua fragranza. Il canto sacro nella Chiesa non solo è un bisogno che l’anima sente di aprirsi e sfogare l’affetto interno, ma giova assai ad avvivarlo in sé ed in altri e ad accrescerne la fiamma. – Allorché un popolo insieme raccolto fa risuonare de’ suoi cantici le vòlte del tempio, confondendosi con le armonie dell’ organo, il mio cuore si commuove, il mio spirito si esalta, l’anima mia s’innalza fino a Dio, una santa e dolce ebbrezza mi invade e gusto una gioia, che non è terrena, ma celeste. S. Agostino, udendo a Milano i salmi cantati dal popolo, si struggeva in lagrime soavissime ed esclamava: Come è dolce il Signore con quelli che lo amano! – Siamo all’ultimo versetto della nostra epistola: “Quanto fate, in parole ed in opere, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo rendendo grazie a Dio Padre per Lui. „ Chi può mai conoscere e ricordare tutte le opere e tutte le parole, tutti i pensieri e tutti gli affetti d’una persona qualunque in un solo giorno! Sono senza numero. Poniamo che nulla vi sia di riprensibile e che tutto sia buono od almeno indifferente. Il pregio di tutte queste opere e parole, di tutti questi pensieri ed affetti dipende per la massima parte dall’intenzione nostra: se questa è volta sempre a Dio, con essa e per essa tutto è fatto ad onore di Dio ed acquista un valore speciale, e l’intera nostra vita è un’offerta, un inno incessante, che innalziamo a Dio. Perché dunque non seguiremo il precetto o consiglio dell’Apostolo e non offriremo a Dio tutte le parole ed opere nostre? Direte: Ci torna quasi impossibile far questo in mezzo alle mille nostre occupazioni e distrazioni. E vi torna forse impossibile, al mattino, allorché recitate le vostre orazioni, con la intenzione abbracciare tutte le parole ed opere del giorno e farne a Dio l’anticipata offerta? No, certo. Ebbene questa offerta del mattino è bastevole e conferisce a tutte le opere e parole vostre anche indifferenti e senzaché poi vi poniate mente, il merito dell’intenzione, come se questa la faceste ad ogni istante. Sia che lavoriate nei campi o nelle botteghe, sia che discorriate o passeggiate, sia che mangiate o beviate, sia che riposiate e vi sollazziate, tutto è fatto a gloria di Dio e tutto è meritevole dinanzi a Lui. Su dunque, o carissimi: all’aprirsi del giorno, allorché fate la vostra preghiera del mattino, dite con la lingua e più con il cuore: Signor mio, ecco ch’io sto per incominciare questo nuovo giorno, che mi accordate. Ebbene: tutto, ciò che farò o dirò: tutto ciò che penserò o soffrirò, fin da questo momento lo offro a voi unitamente alle parole ed alle opere che Gesù Cristo compì nei giorni di sua vita mortale. — Come il sole, nel suo primo spuntare sull’orizzonte inonda di luce e vagamente colora tutti gli oggetti, così la vostra intenzione del mattino abbellisce e santifica tutte le parole ed opere dell’intera giornata. E poi perché anche lungo la giornata, in mezzo ai vostri lavori della officina o del campo, non potete a quando a quando sollevare la mente e il cuore a Dio e rinnovare la vostra offerta? Vi troverete un conforto, un ravvivamento di fede, una novella energia. Il pensiero di Dio è come una scintilla elettrica, che spande la luce e il calore nell’anima, è un tepido soffio che accarezza un fiore e ne dilata il calice e ne diffonde la fragranza. Sì, spesso la mente e il cuore a Dio, dilettissimi, e la via della virtù sarà facile e bella.

Graduale


Ps XLIII:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.

V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula. Allelúja, allelúja
.
[In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno. Allelúia, allelúia.]

Ps: CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium


Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XIII: 24-30
In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile factum est regnum cœlórum hómini, qui seminávit bonum semen in agro suo. Cum autem dormírent hómines, venit inimícus ejus, et superseminávit zizánia in médio trítici, et ábiit. Cum autem crevísset herba et fructum fecísset, tunc apparuérunt et zizánia. Accedéntes autem servi patrisfamílias, dixérunt ei: Dómine, nonne bonum semen seminásti in agro tuo? Unde ergo habet zizánia? Et ait illis: Inimícus homo hoc fecit. Servi autem dixérunt ei: Vis, imus, et collígimus ea? Et ait: Non: ne forte colligéntes zizánia eradicétis simul cum eis et tríticum. Sínite utráque créscere usque ad messem, et in témpore messis dicam messóribus: Collígite primum zizáania, et alligáte ea in fascículos ad comburéndum, tríticum autem congregáta in hórreum meum.

OMELIA II

[G. Bonomelli, Omelie, ut supra – Omelia XX.]

“Gesù disse questa parabola: Il regno dei cieli è simile ad un uomo, che seminò seme buono nel suo campo. Ma mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e soprasseminò zizzania nel mezzo del grano e se ne andò. E quando l’erba fu nata ed ebbe fatto frutto, apparvero anche le zizzanie. E i servi del padre di famiglia vennero a lui e gli dissero: Padrone, non seminasti tu buona semenza nel campo? Donde adunque le zizzanie? Ed egli disse loro: Un qualche nemico ha fatto ciò. Ed essi a lui: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? Ma egli disse: No! perché talora, raccogliendo le zizzanie, insieme con esse non abbiate a svellere anche il grano. Lasciate crescere insieme le une e l’altro fino alla mietitura, e allora dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle: il grano poi riponete nel mio granaio „ . E questa una delle più belle e più semplici parabole, che si incontrino nel Vangelo e che Gesù Cristo si degnò di spiegare partitamente. La voce “parabola,, per sé, significa quella curva, che un corpo grave, gettato in alto, descrive nel cadere: e poiché nel gettare un corpo vi è l’idea d’una cosa che si avvicina ad un’altra, ne venne l’uso di significare con la voce parabola la similitudine, che la nostra mente scopre tra un fatto e una dottrina, onde la parabola non è altro che un fatto verosimile, che serve a farci conoscere la verità, con la quale ha una somiglianza o affinità facile a rilevarsi. È una maniera di istruire, massime il popolo, piana ed efficacissima, vestendo la verità di forme sensibili e così imprimendola profondamente nell’anima. L’uso di queste parabole è frequentissimo, particolarmente nel Vangelo di S. Matteo, e danno all’insegnamento di Gesù Cristo un’aria di semplicità e di candore singolare, un’attrattiva amabile e meravigliosa, che non si trova in nessun altro libro né antico, né moderno. — Ma è da venire alla spiegazione della parabola, quale abbiamo dalla bocca stessa del Salvatore. “Il regno de’ cieli è simile ad un uomo che seminò seme buono nel suo campo. „ Quelle parole: Il regno dei cieli possono significare ora il cielo, la vita futura, ora la Chiesa, ora il regno della grazia in ciascuno di noi; qui vogliono semplicemente dire: Avviene nel regno dei cieli come in un campo che si semina. In questa parabola abbiamo colui, che semina, il campo seminato, il seme buono, le zizzanie, l’uomo nemico, che soprassemina, i mietitori, la mietitura, il granaio. Colui che semina è Gesù Cristo, il campo seminato è il mondo: il seme buono sono i buoni, le zizzanie sono i cattivi: l’uomo nemico è il diavolo, i mietitori sono gli Angeli, la mietitura è la fine del mondo e il granaio evidentemente è il cielo, ancorché questo Gesù Cristo non lo dica in termini. E questa l’applicazione fattane dal Salvatore istesso, richiestone dagli Apostoli. La parabola è in compendio la storia dell’umanità dalla sua origine, possiam dire, fino alla fine dei secoli. Ora spieghiamola nelle singole sue parti. – “Un uomo seminò seme buono nel suo campo. „ Iddio creò il mondo, e poiché l’ebbe convenientemente preparato, creò l’uomo e formò la donna e ve li introdusse, come si introducono i sovrani nella loro reggia. È questo il buon seme che il padrone ha seminato nel suo campo e che doveva coprirlo di copiosa messe. La prima coppia umana era adorna della grazia e d’ogni dono più eccellente, grazia e doni che dovevano trasmettersi ai loro figli. Che avvenne? “Mentrechè gli uomini dormivano, venne il nemico di lui e soprasseminò zizzania nel mezzo del grano e se ne andò. „ Come si intende questo dormire degli uomini? Si sa che talvolta certe parti d’una parabola possono anche considerarsi aggiunte come ornamento e non è necessario applicarle nella spiegazione: tale potrebb’essere quella particolarità del ” mentrechè dormivano gli uomini.„ Del resto nulla vieta il dire che la caduta dei primi nostri padri fu cagionata dalla loro trascuratezza colpevole, con cui si lasciarono ingannare dall’uomo nemico, dal demonio, che sparse in loro e nei loro figli il mal seme del peccato. Da quel dì fino alla consumazione dei tempi il buon grano è mescolato alle zizzanie, i buoni sono frammisti ai cattivi. – Ciò che qui la parabola vuol far notare in particolar maniera si è che la comparsa del male sulla terra, l’origine del peccato, non vuolsi attribuire a Dio, ma al demonio, al nemico suo e nostro, primo artefice d’ogni nostro male, che è punto capitale di nostra fede. Dio creò l’uomo buono, il demonio lo fece diventare cattivo: ecco la spiegazione del nemico che soprassemina le zizzanie nel buon grano. Proseguiamo. ” Quando fu nata l’erba ed ebbe fatto il frutto, allora apparvero anche le zizzanie, „ cioè allorché il grano cominciò a mettere la spiga, allora si videro anche le zizzanie (La parola zizzania è ignota ai latini e sembra d’origine araba. I latini dicevano lolium e noi italiani loglio), che vengono dopo, ma spesso soverchiano il grano. Una osservazione semplicissima, o cari. Il buon grano non nasce mai nel campo se non vi è sparso dalla mano dell’uomo, né cresce e vigoreggia se da lui non è coltivato; doveché le male erbe attecchiscono e largamente si abbarbicano senza l’opera dell’uomo, anzi malgrado l’opera sua. Così la grazia, la fede, la virtù non germoglia nel cuore dell’uomo se non ve la semina Iddio; mentreché le passioni ed il peccato vi germinano da se stesse. “I servi del padre di famiglia vennero a lui, dicendo: Non seminasti tu buona semenza nel campo? Donde dunque le zizzanie? „ Manifestamente questi servi, che vanno dal padrone e gli narrano delle zizzanie cresciute in mezzo al grano, sono messi nella parabola per dare maggior colorito ed accrescere la forza drammatica, giacché il padrone del campo, che è Dio stesso, non aveva bisogno che altri gli narrasse la cosa. “Ed egli disse loro: Ciò ha fatto un uomo nemico; ed essi a lui: Vuoi dunque, che andiamo a raccoglierla? Ma egli disse: No, perché potrebbe essere, che, sterpando le zizzanie, aveste a svellere il grano. „ In queste ultime parole si contiene il succo sostanziale, l’insegnamento principale della parabola, e perciò è prezzo dell’opera fermarvicisi sopra alquanto. – Il frumento e le zizzanie crescono nello stesso terreno e le radici loro si intrecciano per guisa, che è quasi impossibile diradicare quelle delle zizzanie senza toccare e rompere quelle del buon grano, e perciò il padrone vuole che ogni cosa si lasci al suo luogo. Ponete mente per altro che non risparmia le zizzanie per se stesse, ma unicamente per riguardo al grano, tantoché quelle sono salve fino alla mietitura in grazia del grano istesso. Le zizzanie, come dicemmo, adombrano i cattivi, il grano raffigura i buoni: qui è manifesto, essere volere di Dio, che nella vita presente i buoni vivano misti ai cattivi (1). È questo un fatto, che abbiamo continuamente sotto gli occhi, di cui i buoni si lagnano spesso e talora quasi si scandalizzano. Una delle maggiori pene dei buoni quaggiù è la compagnia dei tristi; è il vedere e l’udire le opere loro malvagie e subirne troppo spesso la tirannia in famiglia o nella società. Perché dunque Iddio, che è buono e onnipotente, ha disposto e vuole questo stato dì cose sì doloroso per i buoni? Perché vuole che le zizzanie crescano insieme col grano e vieta di sbarbicar quelle? È vero, la compagnia dei tristi può recare gravi danni ai buoni, pervertendoli nella fede e nei costumi, ma, considerata ogni cosa, i beni che ne vengono superano i mali, e perciò sapientemente Iddio volle che le cose fossero come sono. Anzi tutto Iddio vuol salvi tutti gli uomini, anche i più perduti peccatori; e come ne va preparando la conversione e la salvezza? Uno dei mezzi più efficaci è la compagnia dei buoni, i quali con la parola e con l’esempio e con tanti altri modi li ammaestrano, li correggono e li convertono. I cattivi talvolta depravano alcuni buoni, ma sono sempre i buoni che riducono a penitenza i cattivi. È S. Ambrogio che guadagna Agostino, è santa Monica che converte Patrizio, suo marito, è quella povera sposa, che a forza di pazienza riconduce a Dio lo sposo infedele, è quella madre desolata che con le attrattive della tenerezza richiama sulla buona via quel figliuolo scostumato. Ecco perché Dio vuole che accanto al malvagio viva il giusto: per conquistare quello mercé l’opera di questo. Il frumento non ha virtù di mutare la zizzania in grano, ma il virtuoso può, mercé la grazia divina, trasformare il perverso in un santo. – Non è tutto: la virtù trova il suo alimento nel patire; la cote affila il ferro e il patimento nutre e affina la virtù. La compagnia de’ malvagi è per i buoni una occasione continua di patire e per conseguenza un continuo esercizio di pazienza e di carità e, aggiungo, di meriti. Se non vi fossero stati i tiranni, dove sarebbero i martiri? Se non vi fossero le guerre, dove sarebbe il valore dei soldati? Se sulla terra gli Uomini fossero tutti credenti e virtuosi, la terra sarebbe un paradiso: nessuna o poca fatica costerebbe la virtù e ben piccolo sarebbe il merito di praticarla. Infine la vista e la compagnia dei malvagi ci fa conoscere la nostra miseria e ci tiene umili, ci obbliga a stare in guardia ed usare prudenza, ci fa sentire il bisogno di ricorrere a Dio, ci rende inchinevoli al perdono e ci fa esercitare la regina di tutte le virtù, la carità. Ah! se sulla terra non vi fossero i cattivi, i buoni correrebbero altri pericoli, e non senza una profonda ragione Gesù Cristo disse: “No, non vogliate raccogliere le zizzanie: lasciate che crescano insieme le zizzanie e il grano fino alla mietitura. „ Tolleriamo adunque, o cari, la compagnia de’ malvagi, vediamo di ricondurli a Dio, soffriamo con pazienza le molestie che ci recano e preghiamo per essi. Ma dunque i malvagi rimarranno impuniti? Sarà eguale la sorte de’ buoni e de’ cattivi? Udite la sentenza di nostro Signore: “Al tempo della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie elegatele in fasci per bruciarle: il grano poi riponete nel mio granaio. „ Così avrà luogo, alla fine dei tempi, la separazione assoluta ed irrevocabile dei buoni e dei cattivi: questi, a guisa di erbe, di sarmenti, di zizzanie buone a nulla, saranno gettati ad ardere nel fuoco eterno, e quelli, a guisa di buon grano, raccolti nel granaio, collocati per sempre in cielo. Figliuoli carissimi! per necessità delle cose e per volere divino ora siamo obbligati a vivere quaggiù in terra mescolati insieme buoni e cattivi; se siamo buoni, studiamoci di conservarci tali e adoperiamoci, come meglio possiamo, di tirare a noi i cattivi e guadagnarli a Dio; se siamo cattivi, non c’è tempo da perdere, mutiamoci di zizzanie in buon grano, affine di sfuggire il fuoco eterno edi essere un giorno raccolti in cielo.

(1) Certamente nostro Signore con questa parabola non volle insegnare che i cattivi si debbano trattare come i buoni ed abbiano eguali diritti. In tal caso avrebbe insegnato che i ladri, gli assassini, gli omicidi e via dicendo non si debbano levare di mezzo alla società e punire, che è cosa assurda. Gesù Cristo, se male non veggo, volle dire, che nello stato presente vi saranno sempre nel mondo ed anche nella Chiesa uomini cattivi, che non si possono eliminare dal corpo sociale, coi quali bisogna avere e verso de’ quali bisogna usare tolleranza, dirò meglio, carità fraterna.

Offertorium

Ps CXXIX:1-2

De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine. [Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta


Hóstias tibi, Dómine, placatiónis offérimus: ut et delícta nostra miserátus absólvas, et nutántia corda tu dírigas. [Ti offriamo, o Signore, ostie di propiziazione, affinché, mosso a pietà, perdoni i nostri peccati e diriga i nostri incerti cuori.]

Communio


Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.[ In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio

Quǽsumus, omnípotens Deus: ut illíus salutáris capiámus efféctum, cujus per hæc mystéria pignus accépimus. [Ti preghiamo, onnipotente Iddio: affinché otteniamo l’effetto di quella salvezza, della quale, per mezzo di questi misteri, abbiamo ricevuto il pegno.]

DOMENICA IV DOPO L’EPIFANIA (2019)

  DOMENICA IV DOPO EPIFANIA 2019

Incipit


In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCVI:7-8 Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae.

[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda.]

Ps XCVI: 1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Orémus.

Deus, qui nos, in tantis perículis constitútos, pro humána scis fragilitáte non posse subsístere: da nobis salútem mentis et córporis; ut ea, quæ pro peccátis nostris pátimur, te adjuvánte vincámus.

[O Dio, che sai come noi, per l’umana fragilità, non possiamo sussistere fra tanti pericoli, concédici la salute dell’ànima e del corpo, affinché, col tuo aiuto, superiamo quanto ci tocca patire per i nostri peccati.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XIII: 8-10

Fratres: Némini quidquam debeátis, nisi ut ínvicem diligátis: qui enim díligit próximum, legem implévit. Nam: Non adulterábis, Non occídes, Non furáberis, Non falsum testimónium dices, Non concupísces: et si quod est áliud mandátum, in hoc verbo instaurátur: Díliges próximum tuum sicut teípsum. Diléctio próximi malum non operátur. Plenitúdo ergo legis est diléctio.

Omelia I.

[Mons. G. BONOMELLI, Nuovo saggio di Omelie, vol. I, Marietti Ed. – Torino, 1899 – imprim.]

“Non vogliate avere altro debito, che quello d’amarvi l’un l’altro; perché chi ama il prossimo, ha adempiuta la legge. Di fatto, il non fare adulterio, non uccidere, non rubare, non dir falsa testimonianza, non desiderare il male e se vi è alcuna altro precetto, tutto è compreso in questa parola: Amerai il prossimo come te stesso. L’amore del prossimo non opera alcun male: il compimento dunque della legge è l’amore „ (Rom. XIII, 8-10).

Il tratto della epistola, letta or ora, è tolto dal capo decimoterzo della lettera di S. Paolo ai fedeli di Roma. È brevissimo, perché si contiene tutto in soli tre versetti: ma se poche sono le parole e le sentenze, vasto quanto mai si può dire è il loro significato. Bastici il dire che l’Apostolo in queste poche righe ha compendiata tutta la legge, come in termini dichiara egli stesso in quelle parole che avete udito: Il compimento della legge è l’amore. Il soggetto, che siamo chiamati a considerare è caro e giocondo ad ogni anima bennata e per se stesso si raccomanda alla vostra attenzione. “Non vogliate avere altro debito, che quello di amarvi l’un l’altro. „ Queste parole si possono mutare in queste altre: Ogni vostro dovere si riduce all’amore scambievole. Se noi percorriamo tutti gli scritti del nuovo Testamento non troviamo un precetto più spesso e più vivamente raccomandato e inculcato quanto il precetto della carità fraterna. Gesù Cristo lo chiama “precetto nuovo“, perché prima di Lui non fu mai sì chiaramente imposto, né mai a tanta altezza di perfezione portato: lo chiama precetto suo, perché è quello che più gli sta a cuore e meglio d’ogni altro esprime la natura e l’indole della legge evangelica, tantoché afferma, che all’osservanza di questo precetto si conosceranno i suoi discepoli. Nessuna meraviglia pertanto che S. Paolo qui riduca tutti i doveri del Cristiano all’amore reciproco. Ma qui si affaccia naturalmente una difficoltà: come è mai possibile che tutti i doveri del Cristiano si riducano all’amore fraterno, che dobbiamo avere gli uni con gli altri? – Narra S. Girolamo, che l’apostolo Giovanni, più che nonagenario, dimorava in Efeso: ogni volta che i fedeli si raccoglievano nella chiesuola, vi veniva portato a braccia dai discepoli, che lo pregavano di far loro udire la sua parola. Il santo vegliardo non faceva che ripetere: “Figliuolini miei, amatevi a vicenda. „ Annoiati i discepoli di udir sempre quelle parole, gli dissero: “Maestro, perché ci dici sempre questo? „ Egli rispose, scrive S. Girolamo, in modo degno di lui: “Perché è il precetto del Signore, e se anche solo si adempie, basta ,, (Degli Scrittori eccles.). La risposta d’un tanto Apostolo, commentata da tanto dottore, mi dispenserebbe da qualunque spiegazione; ma è prezzo dell’opera svolgerla più largamente. E per pigliare le cose un po’ dall’alto, vediamo anzi tutto che cosa sia questo amore del prossimo. E forse quel sentimento comune, che più o meno ci porta tutti ad amare il nostro prossimo, quella cotal tenerezza, che sentiamo verso i nostri simili, che fa spuntare negli animi nostri la compassione verso i sofferenti? Certamente questo sentimento è buono, fa onore alla nostra natura; questa tenerezza, questa compassione verso i sofferenti è il carattere delle anime nobili ed è dono del cielo. Ma non è questo l’amore del prossimo, che il Vangelo comanda. Questo sentimento, questa tenerezza, questa compassione può aversi anche senza le opere. Quanti mostrano di sentire al vivo i mali altrui e son larghi di parole e scarsissimi ai fatti! Silla fu uno de’ più mostruosi tiranni dei quali parli la storia. Eppure, assistendo in teatro, piangeva come un fanciullo udendo rappresentare alcune scene commoventi. S’inteneriva alle scene d’un immaginario dolore e faceva versare torrenti di sangue e di lagrime. – Ho visto avari commuoversi dinanzi alle miserie dei tapini e rifiutare un soldo di limosina! – L’amore del prossimo comandato da Gesù Cristo è forse quel sentimento che ci muove ad amarlo per le sue buone e belle doti, per i benefici ricevuti, per i vantaggi che ne speriamo, per il piacere che proviamo in beneficarlo? Non io condannerò siffatto amore, che può essere naturalmente buono; ma in tal caso l’amor nostro non abbraccerà tutti, perché non tutti sono forniti di belle e buone qualità, ne da tutti abbiamo ricevuti benefici, o possiamo sperarne, e il piacere che si prova in amarli e beneficarli non è continuo e bastevole, e lo fosse anche, sarebbe un motivo affatto umano, e perciò troppo debole e incerto. Qual è dunque l’amor del prossimo che compendia in sé l’adempimento di tutti i nostri doveri? È quello che si accende nel nostro cuore, che esce dalle fibre più riposte dell’anima nostra, che ci fa sentire il bene e il male altrui come se fosse bene e male nostro: è quello che si manifesta nelle opere, che ci muove efficacemente al soccorso di quanti ne abbisognano, secondo le nostre forze: è quello infine che ha la sua radice e il suo alimento nella ragione non solo, ma nella fede e in Dio stesso. È questo l’amore del prossimo, che regge ad ogni prova e che compendia l’adempimento di tutti i nostri doveri. – Io devo amare il mio prossimo; e perché? Perché Dio lo ha creato, quel Dio che ha creato me pure; perché Dio lo conserva; perché Dio ha scolpita in lui la sua immagine e lo ama come un padre ama il figliuol suo. Io devo amare il mio prossimo, perché il Figliuol di Dio si è fatto uomo per lui, come per me; perché ha patito ed è morto per lui, come per me; perché Gesù Cristo gli offre le sue grazie, ha stampato od è pronto a stampare nell’anima sua il carattere d i figlio di Dio, e lo chiama al possesso eterno di se stesso. Io devo amare il mio prossimo, in una parola, perché lo vuole Iddio, perché Gesù Cristo me lo comanda, perché è mio fratello per natura. e per grazia, e come è operoso l’amore di Dio  verso il prossimo, così a somiglianza del suo dev’essere operoso il mio. Ecco l’amore del prossimo secondo il Vangelo. – L’amore del prossimo, che scaturisce da sì alta e pura fonte, racchiude in sé tutte le qualità e doti, che lo rendono perfetto. Esso è universale, perché si estende a tutti ed a ciascun uomo, perché non vi è pure un uomo solo, pel quale non valgano i motivi sopra accennati. Siano cattolici, siano eretici, siano scismatici, siano ebrei, siano pagani, tutti sono opera delle mani di Dio, per tutti è morto Gesù Cristo. — Questo carattere di universale nel senso più ampio della parola è proprio soltanto dell’insegnamento evangelico. Fuori del Cristianesimo l’amore del prossimo è l’amore di famiglia, della tribù, della nazione, ma non dell’uman genere: si estende ad alcuni, ma non a tutti e per lo più. è figlio delle simpatie, della gratitudine, o della speranza. È un amore continuo, perpetuo, perché i motivi, che lo accendono e lo alimentano, come ciascun vede, sono continui e non cessano, né possono cessare un solo istante. I motivi non sono propriamente negli uomini, nei loro meriti, ma in Dio Creatore e Redentore, nel suo volere, e perciò non soggetti a mutamento di sorta e quindi anche l’amore, che ne è l’effetto, non solo è universale e continuo, ma eguale nel senso or ora spiegato. – È un amore eguale, perché quantunque possa e debba variare d’intensità in ragione dei vincoli diversi che ci legano al prossimo, nondimeno a tutti si estende senza eccezione, come a tutti si estendono la creazione e la redenzione. – Che importa che questi sia povero, rozzo, ignorante? Che importa che quello sia ingrato, vizioso, scellerato? Che importa che mi odi, mi insulti, mi perseguiti ferocemente? Io deplorerò, condannerò le opere sue, ma amerò lui, perché non cessa d’essere l’opera di Dio, la conquista di Gesù Cristo. Il mio amore si appunta in Dio e in Gesù Cristo, e Dio e Gesù Cristo non si muta mai. Ecco il segreto che spiega la carità cristiana; ecco il perché questi missionari e queste suore abbandonano la famiglia e la patria, si seppelliscono in un ospitale, in un ricovero, valicano i mari, si gettano in mezzo ai barbari, ai selvaggi, ai cannibali per istruirli, incivilirli, per morire per loro e con loro. Ora, l’amore del prossimo, quale l’abbiamo tratteggiato, deve necessariamente manifestarsi in due modi: col non dire, né far cosa che spiaccia o rechi danno al prossimo e col dire e fare tutto ciò che gli piace o gli rechi vantaggio, come meglio è dato a noi. E per questo che l’Apostolo, volendo mostrare che tutti i doveri verso il prossimo si recapitolano nella carità, scrive: “Di fatto il non fare adulterio, non uccidere, non rubare, non dir falsa testimonianza, non desiderare il male, e se vi è altro precetto, tutto è compreso in questa parola: Amerai il prossimo come te stesso. „ Chi ama di vero amore il prossimo, come ama se stesso, adempie la legge perfettamente, non fa male a chicchessia e fa bene a tutti quelli, ai quali può farlo. E dunque vero ciò che l’Apostolo soggiunge in forma di sentenza assoluta: “Compimento della legge è l’amore” — Plenitudo legis est dilectio. Forse mi direte: Ma non abbiamo noi doveri verso noi stessi e verso Dio? Ora questi non sono compresi nell’amore verso del prossimo. Come dunque poté dire l’Apostolo: “L’amor e del prossimo è il compimento della legge? „ Veramente può intendersi i n questo senso: A quel modo che l’amore di Dio ci porta all’adempimento dei doveri, che riguardano Dio, così l’amore del prossimo ci porta ad adempire tutti i doveri, che abbiamo col prossimo; ma parmi che possa intendersi assai bene in quest’altro modo: Certamente chi ama Dio, dee volere ciò che vuole Iddio e, per conseguenza, deve amare il prossimo, come lo ama Dio e come Dio comanda. Nell’amore di Dio è chiaramente compreso l’amore del prossimo, come nella causa si contiene l’effetto. Ma nell’amore del prossimo si contiene anche l’amore di Dio? In qualche senso, sì, o carissimi. Perché è impossibile amare il prossimo stabilmente, senza eccezione, affettuosamente, con sacrificio di se stessi, anche quando esso è ingrato e ci odia, senza l’aiuto di Dio, senza l’amore di lui e se nel prossimo non vediamo e non amiamo Dio stesso. “Niuno, dice S. Giovanni, vide giammai Iddio: se noi ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e la sua carità in noi è compiuta „ (Epist. I. IV, 12). Che è come dire: Iddio si ama nell’uomo: chi ama l’immagine di Dio, ama Dio, e l’uomo è veramente l’immagine viva di Dio sulla terra. Amiamo adunque Dio e ameremo il prossimo: amiamo il prossimo, come si dee, ed ameremo Dio, perché questi due amori non si possono separare.

Graduale

Ps CI: 16-17

Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam. [Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

ALLELUJA

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua. Allelúja, allelúja. [Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia] Alleluja

Ps XCVI: 1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja. [Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matth. VIII: 23-27

“In illo témpore: Ascendénte Jesu in navículam, secúti sunt eum discípuli ejus: et ecce, motus magnus factus est in mari, ita ut navícula operirétur flúctibus, ipse vero dormiébat. Et accessérunt ad eum discípuli ejus, et suscitavérunt eum, dicéntes: Dómine, salva nos, perímus. Et dicit eis Jesus: Quid tímidi estis, módicæ fídei? Tunc surgens, imperávit ventis et mari, et facta est tranquíllitas magna. Porro hómines miráti sunt, dicéntes: Qualis est hic, quia venti et mare obædiunt ei?”

OMELIA II

Omelia della Domenica IV dopo l’Epifania

[Mons. Bonomelli, ut supra – Omelia XVIII]

“Gesù essendo entrato in una navicella, i suoi discepoli lo seguitarono: ed ecco si levò un grande movimento del mare, talché la navicella era coperta dalle ondate. E Gesù dormiva. I suoi discepoli, accostatisi a lui, lo svegliarono, dicendo : Signore  salvaci, noi ci perdiamo. E Gesù disse loro: A che tanta paura, o uomini di poca fede? E alzatosi, comandò al vento ed al mare e si fece grande bonaccia. E gli uomini ne stupivano, dicendo: E chi è costui, che i venti ed il mare gli ubbidiscono? „ (Matt. VIII, 23-28). Gesù Cristo dopo aver guarito il lebbroso presso Cafarnao e in Cafarnao il famiglio del centurione e liberata dalla febbre la suocera di Pietro, lungo la riva del lago di Tiberiade o di Genesaret, che gli Ebrei chiamavano mare, montò sopra una barchetta e di là, come narra S. Marco (IV, 1, 2), ammaestrava le turbe schierate sulla riva. E poiché ebbe finito, licenziata la moltitudine, volle tragittarsi sulla riva opposta del lago. Nella traversata avvenne il fatto che vi ho narrato, che sarà il soggetto delle nostre considerazioni comuni, sì, ma pur sempre belle ed utili. “Gesù, essendo entrato in una navicella, i suoi discepoli lo seguitarono: ed ecco si levò un gran movimento nel mare, talché la navicella era coperta dalle ondate. „ Questo il fatto, che non ha bisogno di spiegazione di sorta; piuttosto qui è da ricordare una dottrina comune dei Padri, che ha il suo fondamento nei Libri santi, ed è questa: vi sono nei Libri divini fatti che dobbiamo tenere con tutta certezza, essere avvenuti, come si narrano e che sono ordinati a significare altri fatti e ad insegnarci altre verità. Così noi dobbiamo tenere che Isacco saliva veramente il monte, carico delle legna, come narra la Scrittura; ma dobbiamo anche tenere che Isacco, in quell’atto, raffigurava Gesù Cristo che saliva il Calvario, portando il legno della croce. Possiamo applicare questo principio al fatto evangelico, che veniamo considerando. Eccovi la barchetta, sulla quale montò Gesù Cristo coi discepoli: eccovi il mare e la tempesta, che sorge. Che simboleggia essa quella barchetta? Simboleggia la Chiesa, nella quale sta sempre Gesù Cristo con i suoi discepoli. Che cosa adombra il mare? La vita presente, che si alterna tra le burrasche e la calma. E la burrasca che sorse, che significa? Le lotte, i travagli, le prove, le persecuzioni che la Chiesa deve sostenere attraverso ai secoli. Ora quello che si può dire della Chiesa, in qualche senso e ragguagliata ogni cosa, si può dire d’ogni anima, nella quale Gesù Cristo abita per la fede e per la grazia, che  viaggia su questo mare del mondo, ora tranquillo ed ora tempestoso. La storia della Chiesa e d’ogni anima cristiana è dipinta al vivo nella navicella, che solca il lago di Tiberiade. La Chiesa sferra dalle spiagge della terra, e spiega le vele verso le sponde del cielo: sopra di essa sta sempre Gesù Cristo con gli Apostoli, nella persona del suo Vicario e de’ suoi Vescovi e lo seguono i suoi fedeli. Essa, è vero, non può naufragare, ma non va immune da tempeste: tempeste suscitate dalle passioni, da nemici interni ed esterni, più o meno violente secondo i tempi ed i luoghi. Ricordatevelo bene, o figliuoli dilettissimi: Gesù Cristo non promise mai alla sua Chiesa la pace stabile; anzi le predisse persecuzioni d’ogni fatta: annunziò che le porte, cioè le potenze d’inferno, l’avrebbero sempre combattuta e ch’essa ne sarebbe uscita vincitrice. Dunque non facciamo le meraviglie se la vediamo sì spesso or qua, or là, ora nel capo, ora nelle membra fieramente assalita. È la sua condizione. Può avere periodi di pace; ma pace continua, stabile, non mai; essa naviga sul mare, troppo spesso campo e giuoco dei venti e delle procelle; la pace vera e perfetta l’avrà solo in quel dì, che si chiuderanno i tempi e getterà l’àncora sul porto tranquillo e sicuro della eternità. Ciò che dico della Chiesa, l’applichi ciascuno a se stesso, e si ricordi che la vita è una milizia, cioè un periodo, in cui la pace e le battaglie necessariamente si avvicendano. E perché Dio vuole che la sua Chiesa, come una nave, che veleggia sul mare, sia a sì frequenti intervalli flagellata dalle procelle? Perché il somigliante vuole o permette per ogni anima, che naviga in questo pelago fortunoso della vita? Perché, se la guerra mostra il valore del soldato, la lotta mette in luce la forza divina della Chiesa: perché le prove impongono la vigilanza continua, affinano la virtù, obbligano a ricorrere a Dio, esercitano la pazienza, avvivano la fede, accrescono la, speranza e danno occasione al merito. L’acqua che ristagna, impaluda e si corrompe; un’aria immobile si altera e soffoca; la pace troppo lunga snerva il soldato: il movimento preserva l’acqua dalla corruzione, la bufera muta e rinfresca l’aria, la guerra addestra il soldato, e le lotte ringagliardiscono e purificano la Chiesa non meno che i singoli fedeli (S. Cipr.: De Mortalitate). – Ritorniamo alla navicella, che sul lago di Tiberiade era fieramente sbattuta dai venti per guisa, dice il Vangelo, che a quando a quando era coperta dalle ondate e minacciata d’essere sommersa. Che faceva Gesù? “Egli  intanto dormiva, „ col capo adagiato, come dice S. Marco, sopra un guanciale. Egli dormiva e, credo, veramente, non in apparenza. Egli era perfetto uomo, e come uomo aveva bisogno di cibo, di bevanda, di riposo e di sonno come noi, e perciò nulla di più naturale, che dopo le fatiche della predicazione e dell’intera giornata secondasse il bisogno della natura e si addormentasse. Egli certo vedeva il pericolo ed il terrore degli Apostoli, eppure dormiva e mostrava di non veder nulla e di nulla curarsi. Similmente talvolta accade che la Chiesa soffra grandi pressure e corra gravi pericoli, e che Gesù Cristo lasci fare e quasi dorma: accade talvolta che la navicella dell’anima nostra sia qua e là trabalzata dalle onde frequenti delle tribolazioni e delle tentazioni, e che l’aiuto dall’alto venga meno: Gesù dorme. Egli vuole che ricorriamo a Lui, e così con la preghiera in parte meritiamo l’onore della vittoria. — E’ ciò che fecero gli Apostoli là sul lago di Tiberiade. Essi, vedendo Gesù che riposava tranquillamente, in sulle prime non volevano turbare il suo sonno; ma, crescendo l’impeto della procella, e levandosi più minacciose le onde, e non potendo più oltre reggere al timone ed ai remi, vistasi la morte alla gola, corsero a Gesù, e destatolo, sclamarono: “Signore, salvaci, noi ci perdiamo. ,, E’ questo, o cari, uno dei frutti più preziosi delle tribolazioni e dei grandi pericoli: vedendoci impotenti a superare la prova, conosciamo meglio noi stessi, sentiamo la necessità del soccorso divino e mossi dalla fede e dalla speranza, ci prostriamo innanzi a Dio e preghiamo. — Ah! sono le tribolazioni, sono i dolori, sono le tentazioni quelle che ci sollevano da questa terra e ci conducono a Dio. – Gli Apostoli ricorsero a Gesù e lo pregarono perché li stringeva davvicino il pericolo della morte. Imitiamoli ogni qualvolta i venti delle tentazioni e delle tribolazioni agitano e minacciano la navicella dell’anima nostra: il nostro grido, la nostra preghiera sia quella stessa degli apostoli: “Signore, salvaci, . noi ci perdiamo — Domine, salva nos, perimus. E Gesù disse loro: A che tanta paura, o uomini di poca fede? „ E come ciò? Gli Apostoli si gettano ai piedi di Gesù e lo pregano con tutto l’ardore dell’anima di salvarli dalla morte, ed Egli li rimprovera, come soverchiamente timidi e uomini di poca fede? Dovevano dunque astenersi dal pregarlo ed aspettare quando tutti fossero stati gettati in mare? Perché dunque il rimprovero? Senza dubbio Gesù li rimprovera pel soverchio timore, onde erano sopraffatti, timore, che non dovevano avere, trovandosi con Lui, che non poteva perire: è il manco di conoscimento della sua divina persona, l’angoscia smodata, la poca fede che Gesù riprende negli Apostoli. Allorché preghiamo d’essere liberati dai mali del corpo, non ci facciano mai difetto la calma, la rassegnazione ai divini voleri e la figliale fiducia in Dio. “E alzatosi, Gesù comandò ai venti ed al mare e si fece grande bonaccia. „ Sembra evidente che Gesù volgesse la parola al vento ed al mare, anzi S. Luca dice che li rimproverò, e ciò in forma di comando assoluto, come Signore d’ogni cosa, e incontanente si quietò il vento, e il lago tornò tranquillo in guisa che apparve chiaramente tutto ciò essere stato effetto del volere di Gesù Cristo. Come allora pregato fece cessare la tempesta del lago, così anche al presente, pregato da noi, sperderà i venti e le burrasche, che travagliano la sua Chiesa e turbano le anime nostre, se ciò tornerà a bene di quella e di queste. Purtroppo, o fratelli, per molti si pecca in varie maniere per ciò che spetta il ricorrere a Dio nei bisogni. – Vi sono molti, che non si curano di ricorrere a Dio allorché i nemici spirituali li stringono e le passioni rompono a rivolta, o ricorrono fiaccamente. Questi cadranno, perché senza l’aiuto di Dio non possono far nulla, e l’aiuto Iddio ordinariamente non l’accorda a chi non lo prega. Allorché adunque la tentazione ci preme e ci incalza, leviamo la mente a Dio, imploriamo con fede viva il soccorso, ed il soccorso, non ne dubitate, verrà. Vi sono altri, che nelle pene della vita, nei travagli temporali, nelle infermità, nelle calamità pubbliche o private, corrono ai piedi degli altari, pregano, fanno pellegrinaggi, digiuni e pretendono in modo assoluto che Dio li esaudisca. Costoro confondono malamente le cose: allorché si tratta della salvezza dell’anima nostra, dei beni spirituali assolutamente necessari, anche la preghiera può e deve essere assoluta, perché Dio si è obbligato ad esaudirci. Non sia mai per altro che vogliamo imporre a Dio il tempo e il modo. Che se si tratta di beni temporali, la nostra preghiera vuol essere condizionata, perché potrebb’essere che ciò che per noi si domanda non piacesse a Dio e tornasse anche di danno al conseguimento della salvezza nostra. Stiamo in guardia contro tutti questi difetti, nei quali frequentemente si cade anche dai buoni. “Gli uomini poi ne stupivano, dicendo: Chi è costui, che il vento e il mare gli ubbidiscono? „ Questi uomini, che rimasero colmi di stupore alla vista di tanto miracolo, erano gli Apostoli e forse anche alcuni altri, che sopra altre piccole barche l’avevano seguito. Ed è bene a credere, che non solo stupissero del miracolo, ma vivamente ringraziassero Gesù d’averli scampati dalla morte e lo riconoscessero per l’aspettato Messia, per Salvatore del mondo e l’adorassero. Figliuoli carissimi! la gratitudine è un sacro dovere con gli uomini, allorché ci beneficano: quanto è più sacro con Dio ogni qualvolta ci benefica, e ci benefica sempre, ad ogni istante! La gratitudine dei benefici ricevuti è il miglior mezzo per ottenerne altri anche maggiori.

 Credo in unum Deum…

Offertorium

Ps CXVII: 16; 17

Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini. [La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta

Concéde, quaesumus, omnípotens Deus: ut hujus sacrifícii munus oblátum fragilitátem nostram ab omni malo purget semper et múniat. [O Dio onnipotente, concedici, Te ne preghiamo, che questa offerta a Te presentata, difenda e purifichi sempre da ogni male la nostra fragilità.]

Communio

Luc IV: 22 Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei. [Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

Postcommunio

Orémus.

Múnera tua nos, Deus, a delectatiónibus terrenis expédiant: et coeléstibus semper instáurent aliméntis. [I tuoi doni, o Dio, ci distolgano dai diletti terreni e ci ristorino sempre coi celesti alimenti.]

DOMENICA III DOPO EPIFANIA (2019)

Incipit


In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


Ps XCVI: 7-8
Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae.
[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda]
Ps XCVI: 1
Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.
[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae. [Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda]

Oratio


Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, infirmitatem nostram propítius réspice: atque, ad protegéndum nos, déxteram tuæ majestátis exténde.
[Onnipotente e sempiterno Iddio, volgi pietoso lo sguardo alla nostra debolezza, e a nostra protezione stendi il braccio della tua potenza].

Lectio


Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII: 16-21
Fratres: Nolíte esse prudéntes apud vosmetípsos: nulli malum pro malo reddéntes: providéntes bona non tantum coram Deo, sed étiam coram ómnibus homínibus. Si fíeri potest, quod ex vobis est, cum ómnibus homínibus pacem habéntes: Non vosmetípsos defendéntes, caríssimi, sed date locum iræ. Scriptum est enim: Mihi vindícta: ego retríbuam, dicit Dóminus. Sed si esuríerit inimícus tuus, ciba illum: si sitit, potum da illi: hoc enim fáciens, carbónes ignis cóngeres super caput ejus. Noli vinci a malo, sed vince in bono malum.

Omelia I

[Mons. Bonomelli: Saggio di omelie, vol. I, Om. XV, Torino, 1899]

“Non riputate voi stessi sapienti: non rendete male per male a chicchessia: procurate il bene non solo innanzi a Dio, ma anche innanzi a tutti gli uomini. Se è possibile, quanto è da voi, siate in pace con tutti. Non vi vendicate da voi, o carissimi, ma date luogo all’ira, perché sta scritto: “A me la vendetta; renderò io la retribuzione, dice il Signore. Se dunque il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare: se ha sete, dagli da bere; facendo così, radunerai carboni accesi sul suo capo. Non ti lasciar vincere dal male, ma col bene vinci il male „

Queste stupende sentenze dell’Apostolo Paolo sono la continuazione di quelle che udiste nella penultima Omelia, come quelle erano la continuazione dell’altra penultima. La Chiesa nella epistola di queste tre Domeniche dopo la Epifania ci ha messo sotto gli occhi da meditare l’intero capo XII della lettera ai Romani, vero e sublime compendio della dottrina morale del Vangelo. – Io penso che raccogliendo e ordinando insieme tutto ciò che di bello e perfetto dissero sparsamente nei loro volumi tutti i filosofi di Grecia e di Roma intorno ai doveri morali degli uomini, non avremmo la decima parte delle verità morali che S. Paolo ha condensate in questo solo capo. Quanta differenza tra l’insegnamento incerto, diffuso, manchevole, misto ad errori e senza autorità di quelli, e l’insegnamento preciso, breve, compiuto, scevro d’ogni ombra ed autorevole di S. Paolo! È questa dell’Apostolo una pagina che, anche sola, meditata a dovere, ci fa sentire e conoscere quale abisso corra tra la dottrina morale dei sommi sapienti del paganesimo e quella di Gesù Cristo. Ma veniamo al commento. – “Non reputate voi stessi sapienti: non rendete male per male a chicchessia. „ Una delle cause più frequenti e più gravi delle nostre colpe e, dirò anche, dei nostri malanni domestici e pubblici, è la soverchia fiducia che riponiamo nella nostra abilità e nelle nostre forze: essa ingenera la presunzione, l’avventatezza nel parlare e nell’operare e l’imprudenza con tutti i suoi effetti. Perciò S. Paolo grida ai suoi figli spirituali: “Non reputate voi stessi sapienti; „ non appoggiatevi soverchiamente a voi stessi, ma rivolgetevi per lumi ad altri più savi di voi e soprattutto appoggiatevi a Dio, da cui viene ogni lume. “Non rendete male per male a chicchessia: „ è una sentenza, che l’Apostolo, nella foga del dire, ha cacciata qui, ma, che tosto ritorna sotto la sua penna e che svolge più ampiamente, onde è bene rimetterla ai versetti seguenti. – “Curate il bene non solo innanzi a Dio, ma anche innanzi a tutti gli uomini. „ Queste parole l’Apostolo le piglia dal libro dei Proverbi capo III, vers. 4, e qui si vogliono spiegare alquanto diffusamente. Noi dobbiamo sempre fare il bene: ma talvolta può avvenire che quello che è bene in sé e dinanzi a Dio, non lo sia egualmente dinanzi agli uomini che giudicano dalle apparenze, od anche secondo le loro passioni od inclinazioni; e noi allora adoperiamoci a raddrizzare i loro giudizi e mostriamo che ciò che facciamo è veramente bene e avremo tolto lo scandalo. Queste parole possono anche intendersi in altro modo e forse migliore: Dio vede la nostra mente, il nostro cuore e la nostra intenzione, e gli uomini vedono e conoscono soltanto le nostre opere e le nostre parole. Ebbene: vediamo di fare ogni cosa, internamente ed esternamente, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, in modo da piacere a Dio ed agli uomini stessi. Anzi tutto dobbiamo fare il bene dinanzi a Dio. Come? avendo sempre un fine retto, quello di adempire il nostro dovere, di ubbidire a Dio, di procurare la sua gloria, il bene dei prossimi, e scacciando qualsiasi altro fine men degno del Cristiano, come sarebbe la vanità, il capriccio, l’interesse e andate dicendo. Nel fine specialmente sta la bontà delle opere nostre e questo Dio solo lo vede. Dobbiamo fare il bene anche dinanzi agli uomini, cioè in guisa che non sia offesa la carità, che non sia male interpretato, che giovi, se è possibile, a tutti e tutti ne ricevano edificazione. – “Se è possibile, quanto è da voi, siate in pace con tutti. „ Vuole l’Apostolo che abbiamo pace con tutti, quella pace che Gesù Cristo portò sulla terra e tante volte raccomandò ai suoi Apostoli; ma vi mette due condizioni, che sono naturali. La pace è desiderabile e dobbiamo procurarla con ogni studio, ma salvi sempre i diritti della verità e della giustizia. Se gli uomini per accordarci la pace ci domandano il sacrificio della verità e della giustizia, noi dobbiamo rinunciare alla pace e rassegnarci alla lotta, sia quanto si vuole lunga e crudele. Era in questo senso che Gesù Cristo diceva d’essere venuto a portare, non la pace, ma la spada, ossia la guerra, e questa verità accenna l’Apostolo allorché dice: “Se è possibile, siate in pace con tutti. „ Vi è un’altra condizione ed anche questa non infrequente. Noi possiamo volere, desiderare e procurare, la pace, ma gli altri per animo malvagio, possono ricusarla: in tal caso la pace non è possibile. Allora che dobbiamo fare? Che si richiede da noi? Si richiede e basta, che noi dal canto nostro siamo sempre disposti a fare e mantenere la pace, il che S. Paolo ha espresso chiaramente in quelle parole: ” Quanto è da voi. „ Che altri non voglia la pace o la turbi, è male, ma tal sia di loro; ne risponderanno a Dio; ma voi vogliatela sempre e dal lato vostro non la turbate mai. Seguiamo l’Apostolo nelle magnifiche sue lezioni morali. “Non vi vendicate da voi, o carissimi. „ Gli altri, cosi in sentenza S. Paolo, potranno turbare la pace, offendervi, manomettere i vostri diritti, farvi ingiustamente ogni male. Che farete voi? Potrete voi da voi stessi rendervi giustizia e vendicarvi dei vostri nemici ed oppressori? No, no, grida il grande Apostolo: ciò non è lecito, non è da Cristiano, e nemmeno da uomo. “Date luogo all’ira, „ insegna S. Paolo. E che vuol dire dar luogo all’ira? Se altri vi odia e rompe in ira con voi e vi copre d’ingiurie, voi tacete pazientemente; lasciate che l’ira sua, a guisa di torrente o di nembo impetuoso passi e si dilegui: l’opporvi potrebbe accrescerne il danno, e bisogna ricordarci che una parola benigna e mansueta ammorza l’ira e che un vento procelloso atterra l’albero che sta ritto e resiste, ma non la molle erbetta che si piega e cede. Oh! quante discordie, quante querele, quante risse sarebbero impedite in casa, per le vie, dovunque, se noi dessimo luogo all’ira, frenassimo la lingua ed al fratello che sbuffa d’ira e getta fuoco dagli occhi opponessimo il silenzio tranquillo e senza fiele! Ricordate sempre le parole di S. Paolo: “Date luogo all’ira. „ “Non vi vendicate da voi. „ Se ciascuno volesse vendicarsi da sé per le offese ricevute, che ne avverrebbe? Manifestamente la società intera andrebbe sossopra, anzi sarebbe distrutta. – Se tu vuoi farti giustizia da te stesso, qualunque altro uomo avrebbe egual diritto, e perciò ogni uomo sarebbe giudice e vindice delle offese che ha ricevute, o crede di aver ricevute, e troppe volte il diritto soccomberebbe alla forza e si scambierebbe con la violenza. Dunque non spetta mai all’individuo fare la vendetta per le offese ricevute. A chi spetta? A Dio, solo a Dio, che rende giustizia quaggiù per mezzo della autorità costituita, che mantiene l’ordine e turbato lo ristora, che può e deve rendere a ciascuno secondo le opere sue. – Non occorre il dirlo: in queste parole di S. Paolo: “Non vi vendicate da voi, „ son vietate non solo tutte le vendette private, ma il duello, del quale sì spesso udite parlare e che in sostanza è una vendetta, che uno si prende da se stesso. Uno è offeso in un modo qualunque e sfida a duello l’offensore e scendono sul terreno per decidere con le armi alla mano le loro ragioni, accompagnati dai medici e da quelli che si dicono padrini o testimoni. Nulla di più irragionevole, o cari, di questi duelli, che si osa chiamare partite d’onore, necessità sociali. Tu sei stato offeso ingiustamente? Eccoti il tribunale, eccoti i giudici, e se meglio ti piace, gli arbitri. A loro esponi i tuoi diritti offesi ed essi ti faranno ragione. Ma tu esigi la riparazione con le armi in pugno. Ma così facendo tu rimetti alla forza il giudizio del diritto. Si può fare ingiuria maggiore al buon senso, alla ragione naturale quanto con l’appellare, non alla ragione stessa, alla legge, ma alla forza e talvolta al caso? Quante volte chi aveva ragione nel duello ebbe la peggio ed alla offesa ricevuta aggiunse il danno delle ferite ed anche della morte e la vergogna di soccombere! Qual differenza tra due villani o facchini,, che offesi a vicenda nell’impeto dell’ira si scagliano addosso, si pestano a pugni o danno di piglio ai coltelli, si feriscono od uccidono? Nessuna, anzi, se v’è differenza, essa sta tutta a danno dei duellanti, perché generalmente più istruiti; e perché si battono a sangue freddo ed in modi determinati e con armi scelte e perciò il loro delitto è più inescusabile. E mettono innanzi l’onore offeso! L’onore si ripara col giudizio di uomini competenti, con la sentenza dei giudici, non mai con l’uso delle armi e con l’offesa fatta alle leggi ed all’onore. Il duello, tenetelo ben fermo, o cari, è cosa indegna di uomini ragionevoli, di buoni cittadini, è un avanzo di barbarie, è il diritto della forza, è il giudizio del caso e tutti i sofismi del mondo non varranno mai a giustificarlo. È un delitto nel senso più volgare della parola. – Alla autorità, che è posta da Dio e lo rappresenta sulla terra, sottomettiamoci, come a Dio stesso. Che se ella non può o non vuole renderci giustizia, leviamo gli occhi in alto, a lui che è il Giudice infallibile, al quale nessuno può sfuggire e che ha detto: “A me la vendetta; io renderò la retribuzione. „ Rimettiamo la nostra causa a Dio; Egli, a suo tempo, punirà i nostri offensori e darà loro la mercede secondo le opere loro. Se noi volessimo fare la vendetta per conto nostro, usurperemmo il diritto, che spetta a Dio solo. Ponete che un padre abbia molti figliuoli e che questi vengano a litigio tra di loro e che l’uno se la pigli con l’altro, lo offenda e lo percuota malamente sotto gli occhi del padre suo. Voi che direste? Certamente voi lo condannereste anche nel caso che avesse ragione contro del fratello, e gli direste: “Tu hai il padre tuo, tuo giudice naturale: a lui devi rimettere ogni giudizio: la vendetta che ti prendi da te stesso è una offesa gravissima al diritto paterno, è una brutta usurpazione d’una autorità che non hai. ,, Noi tutti siamo figli del Padre nostro, che è nei cieli: siamo dunque fratelli: che l’uno dunque non si levi mai contro dell’altro, e ne lasci il giudizio a quelli che Iddio ha posto sulla terra a reggere gli uomini e, se questi vengono meno, ne lasci il giudizio a Dio stesso, a cui tutti dovranno rendere ragione delle opere loro. E tu che devi fare intanto col tuo offensore, col tuo nemico? Guardarlo di mal occhio? Serbargli odio in cuore? Fuggirlo come un nemico? Udite, udite, o cari, l’insegnamento di S. Paolo: “Se il tuo nemico ha fame, dagli a mangiare: se ha sete, dagli a bere. „ È l’insegnamento stesso di Cristo, in altre parole: ” Amate i vostri nemici, diceva Gesù Cristo nel Vangelo (Matth. V, 44), benedite coloro che vi maledicono, fate bene a coloro che vi odiano, pregate per quelli che vi fanno torto e vi perseguitano. „ La carità non può poggiare a maggiore altezza. “Così facendo, prosegue l’Apostolo, tu radunerai carboni accesi sul suo capo. „ Come ciò? Amando chi ti odia, beneficando chi ti perseguita e fa danno, tu lo costringerai a smettere il suo odio, lo forzerai ad amarti, vincendolo a forza di benefici. ” Radunerai, così commenta S. Girolamo, radunerai carboni accesi sul capo di lui, non già a sua maledizione e condanna, come pensano alcuni, ma a sua correzione ed a suo ravvedimento, sinché vinto dai benefici e conquistato dalla carità, cessi dall’esserti nemico. „ “Non ti lasciar vincere dal male, è la conclusione di S. Paolo, ma col bene vinci il male. „ Che vuol dire, fa bene a chi ti fa male, e sarà questa la più bella e la più gloriosa delle tue vittorie. – Sono piene le storie ecclesiastiche e le biografie dei Santi di esempi luminosi di tanta carità e non sono rari nemmeno al giorno d’oggi in quelle anime, nelle quali la dottrina di Gesù Cristo non è una semplice professione di fede, ma operosa realtà. Ho conosciuto un negoziante, sorto dal nulla, ottimo marito e padre eccellente di numerosa famiglia: era un cristiano modello. I suoi negozi prosperavano a meraviglia. Se ne rodeva d’invidia un suo vicino, pur esso negoziante: ne parlava male, gettava sospetti sulla sua onestà e spargeva voci sinistre sul suo conto in modo da cagionargli non solo grave dispiacere, ma non lieve danno, scemandogli il credito. Il pio cristiano soffriva e taceva, né mai rifiutava il saluto al suo vicino invidioso e maledico. Gli affari di questo precipitarono: impotente a pagare certe grosse cambiali, il disastro era imminente ed inevitabile. Lo seppe la vittima innocente della sua invidia e della sua maldicenza: senza farne motto a persona corse dai creditori, pagò i debiti dell’emulo suo e suo nemico e lo salvò dalla catastrofe, limitandosi a fargli tenere in bel modo le cambiali soddisfatte. – L’infelice salvato stupì a tanta generosità, pianse, corse dal suo benefattore, gli gettò le braccia al collo, gli chiese perdono e narrò a tutti l’eroica virtù di lui. Ecco, o dilettissimi, un uomo che raduna sul capo del suo nemico carboni accesi e col bene vince il male.

Graduale


Ps CI: 16-17
Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam.
[Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua
[V. Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia.]


Alleluja

Allelúja, allelúja.
Ps XCVI: 1
Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja.
[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia].

Evangelium


Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
Matt VIII: 1-13
In illo témpore: Cum descendísset Jesus de monte, secútæ sunt eum turbæ multæ: et ecce, leprósus véniens adorábat eum, dicens: Dómine, si vis, potes me mundáre. Et exténdens Jesus manum, tétigit eum, dicens: Volo. Mundáre. Et conféstim mundáta est lepra ejus. Et ait illi Jesus: Vide, némini díxeris: sed vade, osténde te sacerdóti, et offer munus, quod præcépit Móyses, in testimónium illis. Cum autem introísset Caphárnaum, accéssit ad eum centúrio, rogans eum et dicens: Dómine, puer meus jacet in domo paralýticus, et male torquetur. Et ait illi Jesus: Ego véniam, et curábo eum. Et respóndens centúrio, ait: Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur puer meus. Nam et ego homo sum sub potestáte constitútus, habens sub me mílites, et dico huic: Vade, et vadit; et alii: Veni, et venit; et servo meo: Fac hoc, et facit. Audiens autem Jesus, mirátus est, et sequéntibus se dixit: Amen, dico vobis, non inveni tantam fidem in Israël. Dico autem vobis, quod multi ab Oriénte et Occidénte vénient, et recúmbent cum Abraham et Isaac et Jacob in regno coelórum: fílii autem regni ejiciéntur in ténebras exterióres: ibi erit fletus et stridor déntium. Et dixit Jesus centurióni: Vade et, sicut credidísti, fiat tibi. Et sanátus est puer in illa hora.

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, Om. XVI]

“Quando Gesù fu sceso dal monte, lo seguitarono molte turbe. Ed ecco, un lebbroso venne, l’adorò, dicendo: Signore, se vuoi, puoi mondarmi. E distesa la mano, Gesù lo toccò, dicendo: “Lo voglio: sii mondato”. E in quell’istante fu mondato dalla lebbra. E Gesù gli disse: Guarda che tu non lo dica a persona: ma va, mostrati al sacerdote e fa l’offerta, che Mosè prescrisse, in testimonianza a loro. Quando poi fu entrato in Cafarnao, un centurione venne a Lui, pregandolo e dicendo: Signore, il mio famiglio giace in casa paralitico, gravemente tormentato. E Gesù gli disse: Io verrò e lo guarirò. E il centurione, rispondendo gli disse: Signore, io non sono degno, che tu entri sotto il mio tetto: ma dillo solo con una parola, e il mio famiglio sarà guarito. Perché quantunque io sia uomo costituito sotto potestà, puro avendo sotto di me dei soldati, dico ad uno: Va, e quegli va; e ad un altro: Vieni, e quegli viene; ed al mio servo:  Fa’ questo, ed egli lo fa. Udito questo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: In verità vi dico, non ho trovata tanta fede nemmeno in Israele. Perciò vi dico, che molti verranno da Oriente e da Occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei  cieli. E i figli del regno saranno gettati fuori nelle tenebre: ivi sarà pianto e stridore di denti. Poi Gesù disse al centurione: “Va, e come hai creduto, sia fatto; e il famiglio in quell’istante guarì „ (Matt. c. VIII, vers. 1-13).

Il tratto evangelico, che avete udito e che si legge nella Messa odierna, contiene due fatti distinti, dirò meglio, due miracoli: la guarigione d’un lebbroso e quella del famiglio d’un centurione. Fra questi due fatti poi abbiamo lo splendido esempio della fede d’un centurione, che meritò un elogio magnifico del Salvatore. Lasciamo da banda qualunque esordio e meditiamo il Vangelo in ciascuna delle sue tre parti. – “Quando Gesù fu sceso dal monte, lo seguirono molte turbe. „ Il monte, dal quale Gesù discese, come qui si dice, deve essere quel monte istesso, sul quale tenne il discorso delle beatitudini, che si vuol chiamare anche discorso del monte e si trova a sinistra di chi da Cana va a Tiberiade. Le turbe, che l’avevano seguito lassù, discesero con Lui, ma si erano di certo già sbandate allorché operò il miracolo, che l’Evangelista ci narra. “Ed ecco un lebbroso venne e l’adorò, dicendo: Signore, se vuoi, puoi mondarmi. „ La lebbra era un morbo che si manifestava con chiazze biancastre e puzzolenti in tutta la persona, specialmente sul volto e sulle mani. La lebbra ora incurabile o quasi incurabile e finiva col far cadere le carni e le membra a brani a brani con dolori orrendi. Era un morbo, che gli Ebrei portarono seco dall’Egitto, contagioso in sommo grado, e perciò la legge mosaica prescriveva la separazione, come unico rimedio. I Crociati lo contrassero e lo diffusero in Europa, massime in Francia, dove ebbe a mietere innumerevoli vittime. Da noi rarissimi sono i casi, più frequenti in Norvegia, al Madagascar e in alcune isole del mare Pacifico. Il povero lebbroso del Vangelo doveva essere stato cacciato fuori dell’abitato e andava forse errando ai piedi di quel monte. Per fama conosceva certamente Gesù e sapeva almeno confusamente dei miracoli per Lui operati, e perciò, mosso da viva fede, corse a Lui, gli si gettò ai piedi, l’adorò e gli disse queste sole parole, che non possono essere più eloquenti nella loro semplicità: “Signore, se vuoi, tu puoi mondarmi. „ Professa di credere in Lui, nella sua virtù divina: gli mostra la schifosa lebbra, che lo copre tutto, e si abbandona interamente nella sua bontà: “Signore, se vuoi, tu puoi mondarmi. „ Per te il volerlo è un farlo: mondami da questa bruttura. Giova notare una cosa poco avvertita. Quasi tutti i miracoli di Gesù Cristo furono operati dietro preghiera di quelli che ne avevano bisogno. Forseché Gesù Cristo non vedeva la loro infermità, i loro bisogni? Certo vedeva e conosceva tutto. Perché dunque voleva esserne richiesto? Perché riconoscessero i loro bisogni, si umiliassero, mostrassero la loro fede e la loro speranza e in qualche senso concorressero all’azione divina, che imploravano. La economia che Gesù tenne in vita continua e continuerà fino alla fine dei secoli. – Il lebbroso aveva appellato al cuore di Gesù, dicendo: Se vuoi: e Gesù, mosso a pietà, stendendo la mano e toccandolo, quasi per incoraggiarlo, risponde tosto e gli dice: “Lo voglio: sii mondato; e in quell’istante fu mondato dalla lebbra. „ L’evidenza del miracolo non poteva essere maggiore: si trattava d’un morbo, per sé, insanabile, che cadeva sotto gli occhi di tutti: la guarigione avviene in un istante, senza applicazione di rimedi, i quali, anche applicati debitamente, operano sempre a poco a poco. Questa guarigione istantanea del corpo può dirsi figura della guarigione dell’anima, che avviene in un lampo, allorché, pentita dei suoi falli, si presenta al ministro di Gesù Cristo e gli dice: “Monda il mio cuore dal peccato”; e con la parola della santa Assoluzione la monda e la riconcilia con Dio. Gran che, o fratelli miei! Se noi per grande sventura fossimo colti dall’orribile morbo della lebbra o da altro qualsiasi grave malanno e Gesù fosse ancora sulla terra od altri operasse miracoli come Gesù li operava, correremmo a Lui, ci butteremmo ai suoi piedi, né ci alzeremmo senza aver prima ottenuta la guarigione. Siamo coperti dalla lebbra del peccato, abbominevoli agli occhi degli Angeli e di Dio e forse di noi stessi: Gesù è qui nel suo ministro, pronto, bramoso di mondarci: per ottenere la guarigione pronta e perfetta non si domanda la spesa benché minima; basta confessare la nostra infermità, dolerci del male commesso e dirgli: Ho peccato: perdonami, lavami dalle mie brutture; e noi non ce ne diamo intesi e portiamo con noi dovunque la schifosa lebbra del peccato! Quale cecità! “E Gesù gli disse: Guarda che tu non lo dica a persona: ma va, mostrati al sacerdote e fa l’offerta, che Mosè prescrisse, in testimonianza a loro. „ – È da sapere, come diceva, che il lebbroso era separato dal consorzio umano, come prescriveva la legge di Mose: se guariva (come accadeva nei casi leggeri), doveva presentarsi al sacerdote, che era come il medico; questi, accertata la guarigione del lebbroso, dichiarava che senza pericolo poteva rientrare nella convivenza comune, e riceveva l’offerta di due passeri, l’uno dei quali si lasciava libero, quasi simbolo della libertà riacquistata, l’altro si offriva in sacrificio. – Gesù comandò al lebbroso di non dire il miracolo a chicchessia, insegnandoci ad occultare i doni del cielo ed a non menarne vanto ed a compire verso dei sacerdoti ciò che la legge di Mosè imponeva. In tal modo Gesù mostrò come dobbiamo rispettare i diritti altrui ed osservare tutte le prescrizioni fatte dalle autorità: credo anche che ciò facesse per togliere ai sacerdoti, che già cominciavano ad accusarlo di violare la legge, l’occasione e il pretesto di lagnarsi di Lui e di combatterlo. Il lebbroso fu mondato non lungi da Cafarnao, piccola cittadella posta sulla riva occidentale del lago di Genesaret, nella parte superiore, ora un cumulo di rovine, ricetto di alcuni poveri pescatori. – S. Matteo, narrato il miracolo del lebbroso, prosegue e dice: ” Quando poi fu entrato in Cafarnao, un centurione venne a Lui, pregandolo e dicendo: Signore, il mio famiglio giace in casa paralitico, gravemente tormentato. „ Questo fatto è narrato anche da S. Luca al capo settimo, con una differenza, che facilmente si spiega. S. Luca dice che questo centurione, ossia capo di cento soldati e quindi come un nostro capitano, era uomo religioso ed aveva fabbricata una sinagoga: dice che si presentarono a Gesù Cristo prima i Giudei, pregandolo di guarire il servo del centurione. Gesù dovette rivolgersi alla sua casa, ed allora il centurione dovette mandare a Gesù alcuni amici, pregandolo a non darsi disagio; e Gesù continuando pure ad andare alla casa del centurione, il centurione istesso uscì ad incontrare il divino Maestro e gli fece la preghiera perché volesse guarire il suo servo o garzone percosso da paralisi. Questo centurione non era certamente ebreo, ma romano, fermo di guarnigione in Cafarnao, credente in Dio, e ve ne dovevano essere parecchi tra i soldati romani, che avevano la fede ebraica. Gesù rispose al centurione: “Io verrò e lo guarirò. „ Il centurione non aveva pregato Gesù Cristo di recarsi in casa sua, né aveva punto intenzione di pregarlo a recarvisi, come apparirà tosto; ma Gesù per mostrare l’animo suo e per offrir modo al centurione di fare quella magnifica professione di umile fede, che udremo, gli disse: “Io verrò e lo guarirò.„ Quando si pensa, che Gesù, Figlio di Dio, Signore d’ogni cosa, si mostra sì condiscendente con chi lo prega, anzi fa più di ciò che gli è chiesto ed è pronto a recarsi al letto d’un povero servo, noi tutti, fedeli e sacerdoti, dovremmo sentirci salire sul volto la fiamma della vergogna, vedendoci sì facili al rifiuto, sì delicati, sì esigenti e sì pieni di pretensioni, noi povere creature! Il buon centurione, stupito di tanta bontà, dolente d’avergli dato disagio e conoscendosi indegno di accogliere in casa tanto ospite, chinandosi dinanzi a Lui, esclamò: “Signore, io non son degno, che tu entri sotto il mio tetto: ma dillo solo con una tua parola e il mio famiglio sarà guarito.„ Quanta fede! quanta umiltà! quanta schiettezza e quanta abbondanza di cuore in questo pagano, in questo soldato straniero! Questi sentimenti sì nobili, pubblicamente manifestati, non erano possibili negli scribi e ne’ farisei, sì orgogliosi. Essi con la loro scienza, con i loro profeti, con la osservanza sì scrupolosa della lettera della legge, perché superbi e maligni, rimanevano lontani da Gesù Cristo, e il centurione, gentile e soldato, perché umile e sincero, credeva in Lui e meritava che le sue parole, attraverso ai secoli, ogni giorno, in tutte le regioni della terra, fossero solennemente ripetute dalla bocca dei sacerdoti! Tanta gloria era riserbata a quel buon centurione gentile! Se non che egli non fu pago di quella sua dichiarazione umilissima, che gli sgorgava dal cuore: volle darne una ragione, e la tolse dalla stessa professione di soldato. Vedi, diceva a Gesù, vedi: io pure sono costituito in potestà e comando ai miei cento soldati, e dico ad uno: Va, ed egli va; all’altro: Vieni, e viene; ho un servo: se gli dico: Fa’ questo, e tosto egli lo fa: ora voleva dire, se a me basta dire una parola per essere ubbidito, quanto maggiormente basterà a te con una sola parola guarire il mio famiglio? A che muoverti? A che venire in casa mia? Dillo con una sola parola, e il mio famiglio sarà guarito. – Per fermo Gesù non era capace di meraviglia, perché la meraviglia è possibile solamente in chi vede o sente cosa ignota e nuova, e nulla poteva essere ignoto e nuovo a Gesù Cristo; tuttavia, scrive S. Matteo, che Gesù, anche in ciò acconciandosi alle nostre debolezze, alle condizioni della nostra natura, “si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, non ho trovato tanta fede in Israele. „ Il centurione, come dicemmo, era. gentile; eppure nella fede superava i figli di Israele. Questa fede ammirabile d’un gentile diede occasione a Gesù Cristo di fare due splendide profezie, l’una riguardante i gentili, l’altra gli Ebrei. “Io vi dico, che molti verranno da Oriente e da Occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli. „ Voleva dire: Questo centurione è gentile: egli è la primizie dei gentili, che verranno nel regno dei cieli, entreranno nella mia Chiesa e saranno veri figli di Abramo e dei Patriarchi. È una profezia chiarissima, nella quale Gesù Cristo annunzia la conversione dei gentili. E che sarà degli Ebrei? Con volto turbato e con un gemito che gli usciva dal fondo dell’anima, Gesù Cristo aggiunse: “E i figli del regno, cioè gli Ebrei, quelli che per primi erano chiamati alla mia fede, saranno gettati fuori nelle tenebre, fuori della casa, dal convito, dove splende la luce: e là, fuori della casa e del convito, non vi è che dolore, dolore sommo, acerbissimo, espresso colla parola: stridore di denti. „ Ogni qualvolta leggo questi due vaticini, che volete, o cari? Un pensiero terribile mi si affaccia alla mente. I figli d’Israele, che erano già nella casa del Signore, ne furono cacciati per la loro superbia ed incredulità: ad essi sottentrarono i gentili, i padri nostri. Figliuoli carissimi! siamo sinceri: non è egli vero che molti in mezzo a noi hanno vòlte le spalle a Gesù Cristo ed alla sua Chiesa e rigettano e bestemmiano la sua fede? Non è egli vero che molti de’ nostri fratelli vivono come se non fossero Cristiani? Non parola di Dio, non Sacramenti, non precetti della Chiesa. – In mezzo alla nostra società cristiana e cattolica, non so come, si manifesta un disgusto, una noia (e dico poco) della Religione e delle sue pratiche, che fa pena e cagiona timore grande: si direbbe che un gran numero, appartenente alla parte della società più colta e più ricca, più non intende curarsi di Religione. Sono simili ai Sadducei della sinagoga, che non credevano più nulla, né a Mosè, né ai Profeti. D’altra parte, leggendo gli Annali di Propaganda, apprendiamo che molti popoli che giacevano nelle ombre del paganesimo, entrano nella Chiesa e danno prove d’una fede emula della fede dei tempi apostolici. Essi fanno centinaia di miglia per confessarsi, per comunicarsi, per ascoltare una Messa, per udire il missionario; e noi che abbiamo tutto questo a pochi passi, troppo spesso non ce ne curiamo! E Dio, stanco della nostra ingratitudine, non potrebbe abbandonarci e chiamare al nostro luogo popoli più fedeli e più grati del benefìcio ricevuto? Dio disperda il funesto pensiero; ma, non illudiamoci; abbiam motivo di temere e tremare. – “Gesù disse al centurione: Va’, e come hai creduto, sia fatto; e il famiglio in quell’istante fu guarito. „ La fede del centurione ebbe il suo premio: Gesù, senza entrare nella casa dell’infermo con un solo atto della sua volontà, come aveva domandato il centurione, ebbe guarito il suo servo. Miei cari! la fede è la radice della giustificazione, la radice della vita cristiana: tutto viene da essa, e senza di essa è impossibile di piacere a Dio. Conserviamola, ravviviamola con la parola di Dio, con la preghiera, coi Sacramenti e con le opere della carità.

 Credo …

Offertorium


Orémus
Ps CXVII: 16;17
Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini.
[La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta


Hæc hóstia, Dómine, quǽsumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. [Quest’ostia, o Signore, Te ne preghiamo, ci mondi dai nostri delitti e, santificando i corpi e le ànime dei tuoi servi, li disponga alla celebrazione del sacrificio.]

Communio


Luc IV: 22
Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei.
[Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

 Postcommunio


Orémus.
Quos tantis, Dómine, largíris uti mystériis: quǽsumus; ut efféctibus nos eórum veráciter aptáre dignéris.
[O Signore, che ci concedi di partecipare a tanto mistero, dégnati, Te ne preghiamo, di renderci atti a riceverne realmente gli effetti.]