DOMENICA V DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti venti.

La liturgia di questa Domenica è consacrata al perdono delle offese. La lettura evangelica mette in risalto questa lezione non meno che quella d’un passo delle Epistole di S. Pietro, la cui festa è celebra in questo tempo: infatti la settimana della V Domenica di Pentecoste era in altri tempi detta settimana dopo la festa degli Apostoli. – Quando David riportò la sua vittoria su Golia, il popolo d’Israele ritornò trionfante nelle sue città e al suono dei tamburi cantò: «Saul ha ucciso mille e David diecimila! ». Il re Saul allora si adirò e la gelosia lo colpi. Egli  pensava: « Io mille e David diecimila: David è dunque superiore a me? Che cosa gli manca ormai se non d’essere re al mio posto? » Da quel giorno lo guardò con occhio malevolo come se avesse indovinato che David era stato scelto da Dio. Cosi la gelosia  rese Saul cattivo. Per due volte mentre David suonava la cetra per calmare i suoi furori, Saul gli lanciò contro il giavellotto e per due volte David evitò il colpo con agilità, mentre il giavellotto andava a conficcarsi nel muro. Allora Saul lo mandò a combattere, sperando che sarebbe rimasto ucciso. Ma David vittorioso tornò sano e salvo alla testa dell’esercito. Saul allora ancor più perseguitò David. Una sera entrò in una  caverna profonda e scura, ove già si trovava David. Uno dei compagni disse a quest’ultimo: « È il re. Il Signore te lo consegna, ecco il momento di ucciderlo con la tua lancia ». Ma David rispose: « Io non colpirò giammai colui che ha ricevuto la santa unzione e tagliò solamente con la sua spada un lembo del mantello di Saul e uscì. All’alba mostrò da lontano a Saul il lembo del suo mantello. Saul pianse e disse: « Figlio mio, David, tu sei migliore di me ». Un’altra volta ancora David lo sorprese di notte addormentato profondamente, con la lancia fissata in terra, al suo capezzale e non gli prese altro che la lancia e la sua ciotola. E Saul lo benedisse di nuovo; ma non smise per questo di perseguitarlo. Più tardi i Filistei ricominciarono la guerra e gli Israeliti furono sconfitti; Saul allora si uccise gettandosi sulla spada. Quando apprese la morte di Saul non si rallegrò ma, anzi, si stracciò le vesti, fece uccidere l’Amalecita che, attribuendosi falsamente il merito di avere ucciso il nemico di David, gli annunciò la morte apportandogli la corona di Saul, e cantò questo canto funebre: « O montagne di Gelboe, non scenda più su di voi né rugiada, né pioggia, o montagne perfide! Poiché su voi sono caduti gli eroi di Israele, Saul e Gionata, amabili e graziosi, né in vita, né in morte non furono separati l’uno dall’altro » (Bisogna riaccostare questo testo a quello nel quale la Chiesa dice, in questo tempo, che S Pietro e S. Paolo sono morti nello stesso giorno). – Da tutta questa considerazione nasce una grande lezione di carità, poiché come David ha risparmiato il suo nemico Saul e gli ha reso bene per male, così Dio perdona anche ai Giudei; non ostante la loro infedeltà, è sempre pronto ad accoglierli nel regno ove Cristo, loro vittima, è il re. Si comprende allora la ragione della scelta dell’Epistola e del Vangelo di questo giorno: predicano il grande dovere del perdono delle ingiurie « Siate dunque uniti di cuore nella preghiera, non rendendo male per bene, né offesa per offesa » dice l’Epistola. « Se tu presenti la tua offerta all’altare, dice il Vangelo, e ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua offerta davanti all’altare, e va prima a riconciliarti con tuo fratello ». — David, unto re di Israele. dagli anziani a Ebron, prende la cittadella di Sion che divenne la sua città, e vi pose l’arca di Dio nel santuario (Cam.). Fu questa la ricompensa della sua grande carità, virtù indispensabile perché il culto degli uomini nel santuario sia gradito a Dio (id.). Ed è per questo che l’Epistola e il Vangelo ribadiscono che è soprattutto quando noi ci riuniamo per la preghiera che dobbiamo essere uniti di cuore. Senza dubbio la giustizia di Dio ha i suoi diritti, come lo mostrano la storia di Saul e la Messa di oggi, ma se esprime una sentenza, che è un giudizio finale, è soltanto dopo che Dio ha adoperato tutti i mezzi ispirati dal suo amore. Il miglior mezzo per arrivare a possedere questa carità è d’amare Dio e di desiderare i beni eterni (Or.) e il possesso della felicità (Epist.) nella dimora celeste (Com.), ove non si entra se non mediante la pratica continua di questa bella virtù.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 7; 9 Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus.

[Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Ps XXVI: 1 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timébo? [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò?]

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. [Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Oratio

Orémus.

Deus, qui diligéntibus te bona invisibília præparásti: infúnde córdibus nostris tui amóris afféctum; ut te in ómnibus et super ómnia diligéntes, promissiónes tuas, quæ omne desidérium súperant, consequámur.

[O Dio, che a quanti Ti amano preparasti beni invisibili, infondi nel nostro cuore la tenerezza del tuo amore, affinché, amandoti in tutto e sopra tutto, conseguiamo quei beni da Te promessi, che sorpassano ogni desiderio.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet III: 8-15

“Caríssimi: Omnes unánimes in oratióne estóte, compatiéntes, fraternitátis amatóres, misericórdes, modésti, húmiles: non reddéntes malum pro malo, nec maledíctum pro maledícto, sed e contrário benedicéntes: quia in hoc vocáti estis, ut benedictiónem hereditáte possideátis. Qui enim vult vitam dilígere et dies vidére bonos, coérceat linguam suam a malo, et lábia ejus ne loquántur dolum. Declínet a malo, et fáciat bonum: inquírat pacem, et sequátur eam. Quia óculi Dómini super justos, et aures ejus in preces eórum: vultus autem Dómini super faciéntes mala. Et quis est, qui vobis nóceat, si boni æmulatóres fuéritis? Sed et si quid patímini propter justítiam, beáti. Timórem autem eórum ne timuéritis: et non conturbémini. Dóminum autem Christum sanctificáte in córdibus vestris.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA PACE

“Carissimi: Siate tutti uniti nella preghiera, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili: non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario benedite, poiché siete stati chiamati a questo: a ereditare la benedizione. In vero, chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla. Perché gli occhi del Signore sono rivolti al giusto e le orecchie di lui alle loro preghiere. Ma la faccia del Signore è contro coloro che fanno il male, E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bere! E arche aveste a patire per la giustizia, beati voi! Non temete la loro minaccia, e non vi turbate: santificate nei vostri cuori Gesù Cristo”. – (1. Pietr. 3, 8-15).

Anche l’Epistola di quest’oggi è tolta dalla I. lettera di S. Pietro. E’ naturale che, scrivendo ai cristiani dispersi dell’Asia minore, tenga sempre presente la condizione in cui si trovano: sono pochi fedeli tra numerosi pagani, e sono sotto la persecuzione di Nerone. Come devono diportarsi? devono vivere in stretta unione fra di loro, mediante la misericordia, la compassione, la condiscendenza; essendo stati chiamati al Cristianesimo a render bene per male, affinché abbiano per eredità la benedizione celeste. Non trattino con la stessa misura quelli che fanno loro del male. La vita felice è per chi raffrena la lingua, evita il male e procura di aver pace con il prossimo. Del resto i giusti non sono abbandonati dal Signore, e nessuno può loro nuocere, se sono zelanti del bene. Quanto alla persecuzione, beati loro se hanno a soffrire qualche cosa per la religione cristiana. Siano, quindi, calmi, senza ombra di timore: onorino, invece, e temano Gesù Cristo. Anche noi, dobbiamo procurare di vivere una vita felice, per quanto è possibile tra le miserie e le persecuzioni di questo mondo. Sforziamoci di vivere in pace, ciò che ci è possibile con l’aiuto di Dio, anche tra le tempeste di quaggiù. Per avere la pace:

1 Bisogna astenersi dalle parole e dalle azioni peccaminose,

2 Vivere nella concordia col prossimo,

3 Non aver paura di soffrire per la giustizia.

Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene. Chi vuol vivere una vita non turbata da agitazioni e da ‘rimorsi deve astenersi dalle parole e dalle azioni peccaminose. La vita felice quaggiù consiste principalmente nella tranquillità della propria coscienza. Gli uomini più felici sono i Santi. Noi vediamole loro mortificazioni, e, quasi, ce ne scandalizziamo; vediamole loro penitenze, e ci sentiamo come sgomentati. Non vediamo, però, il loro interno. Se vedessimo la pace e la tranquillità della loro coscienza, ci farebbero invidia.L’affermazione dell’Apostolo: «Quasi tristi, ma pur sempre allegri» (Cor. VI, 10), è l’affermazione di tutti i Santi, i quali potrebbero dire: All’esterno siamo stimati come persone viventi una vita di melanconia, eppure viviamo nell’allegrezza. Dove c’è Dio, c’è la pace. Quello che Gesù disse un giorno agli Apostoli, dice a tutti coloro che gli sono uniti per mezzo della grazia: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do, non come ve la dà il mondo» (Giov. XIV, 27). – Sul fiume ingrossato o sul lago mosso dai venti, il barcaiolo adopera tutta la sua vigoria e tutta la sua prudenza per condurre la barca a riva, lottando con le onde. Ma il fanciullo che vi si trova, se ne sta tranquillo divertendosi con gli spruzzi d’acqua che v’entrano. Nella barca c’è il padre; perché temere? Quando noi con il peccato, non allontaniamo dall’anima nostra Dio, perché dobbiamo turbarci? – Finché la coscienza è in pace con Dio, vengano pure le tribolazioni da qualsiasi parte: Dio è il rifugio del tribolato che in lui trova consolazione. Ma se il peccato ne ha scacciato Dio, egli non può trovar rifugio o consolazione. Nessuna pena è più grave della rea coscienza. Noi vediamo delle volte piante intarlate o marce esternamente. Chi deve farne uso non si preoccupa tanto della superficie: osserva se la pianta sia sana internamente. Se internamente non fosse sana, a nulla varrebbe, anche se avesse buona apparenza esterna. «Così, quando l’uomo non trova in se stesso una buona coscienza, che gli giova essere in buon stato esternamente, se è putrefatto il midollo della sua coscienza?» (S. Agost. En. In Ps. XLV,3) Se può ingannare l’occhio degli uomini che lo credono felice, non può ingannar Dio. «Dio solo vede il cuore degli uomini» (2 Paral. VI. 30) ed egli ci assicura che «per gli empi non c’è pace» (Is. XLVIII, 22). – Chi vuol vivere giorni felici, oltre essere in pace con Dio, deve procurare di essere in pace con il prossimo. Cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla, studiandosi di vivere in concordia col prossimo, e ponendo ogni premura per impedire che la pace non si rompa. È tanto facile rompere la pace con il nostro prossimo! Le sue abitudini, i suoi gusti, le sue parole ci sono frequentemente occasione d’impazienza, di risentimento. Per non rompere l’armonia che deve regnare con tutti, è necessario prender sempre le cose in buona parte; non lasciarsi mai prendere dal cattivo umore; e sopportar pazientemente il cattivo umore degli altri. Io sarei felice, se quel vicino non s’interessasse dei fatti miei, se quella persona non mi portasse invidia, se quell’altra non mi odiasse, tu dici. Sarà verissimo. Ma siccome anche tu sei di carne e ossa come coloro che ti recano noia, è naturale che gli stessi lamenti che tu muovi rispetto a loro, essi potrebbero muovere rispetto a te. Sai bene che cosa dice S. Giacomo : «Tutti manchiamo in molte cose» (III, 2). Via, oggi a me, domani a te. Se oggi sono altri che ti offrono motivo di lamento, domani potresti esser tu a offrire motivo di lamento ad altri. È meglio considerare la partita pari, e sopportarsi a vicenda, avendo sempre in vista la conservazione della pace. Quanto ai sussurroni che cercano di turbare la concordia non c’è che far orecchie da mercante. Un buon paio d’orecchie stancano cento male lingue. Col tempo taceranno anch’essi. Esser indulgenti con i nostri fratelli è condizione indispensabile per conservar la pace e la felicità. Il Signore l’ha inculcata insistentemente questa indulgenza verso il prossimo. E il cristiano non può esimersi dal praticarla. Dimentichi, quindi, i dispiaceri che gli furon dati; non badi alle parole sfavorevoli; non si lamenti delle dimenticanze; passi sopra ai torti ricevuti, ripaghi l’odio con il perdono, anzi con l’amore. Allora soltanto avrà la pace. «Se c’è carità, ci sarà anche la pace» (S. Giov. Cris. In Epist. Ad Eph. Hom. XXIV, 4). Senza abnegazione non si può aver la pace. È una verità troppo dimenticata. Forse mai, come ai nostri giorni, si è sentito parlare di pace; eppure tutti sentiamo che la pace manca. Si vuol la pace, senza cessare di guardarsi in cagnesco; si vuol la riconciliazione, pur mantenendo vivo l’odio; si vuole l’armonia, senza rinunziare all’orgoglio e all’egoismo. Si vuol la pace, mettendo a base non l’amore, ma il timore. La pace si avrà solamente allora che le si metterà per base l’amor di Dio col conseguente amor degli uomini. Senza questa base possono moltiplicarsi i convegni, le riunioni, i tentativi d’ogni genere: tutto, però, finirà con la melanconica constatazione del profeta «E curarono le piaghe della figlia del popol mio con burlarsi di lei, dicendo: Pace, pace; e pace non era» (Ger. VI, 14). E non dobbiamo accontentarci della pace di un giorno, o di una pace molto facile. I tesori si acquistano con grandi sacrifici, e si conservano con molta cura. Altrettanto dobbiam fare con il tesoro della pace. Chi vuol vivere i giorni felici cerchi la pace, e si sforzi di raggiungerla «Non basta cercarla; — commenta S. Gerolamo — se, trovatala, cerca di sfuggire, tienle dietro con ogni alacrità! » (Epis. 124, 14 ad Rost.). – E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bene? Nessuno può nuocere a chi conduce una vita irreprensibile, dedita al bene. Tutt’al più può nuocere al corpo, non all’anima. Su questo punto è troppo chiarala parola del Divin Maestro, perché abbiamo ad aver un momento solo di titubanza. «Non temete coloro che possono uccidere il corpo, e non l’anima: temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo» (Matth. X, 28). Tutti i patimenti che i persecutori facevano soffrire ai Cristiani, se tormentavano le loro membra, lasciavano imperturbato il loro spirito. «Noi siamo persuasi — affermava S. Giustino M. — di non poter soffrir male di sorta da nessuno, se non quando siamo convinti d’esser caduti in colpa» (Apol. 1, ). Anzi, la persecuzione noi dobbiam considerarla come un bene. E se anche aveste a patire per la giustizia, beati voi!, aggiunge S. Pietro. Quando si soffre per una causa giusta, si è più degni di ammirazione di chi trionfa. Chi soffre per una causa santa, deve fare più invidia che compassione. «Essere prigioniero per Cristo — dice il Crisostomo — è gloria più grande che essere Apostolo, dottore, evengelista. E chi ama Cristo ben intende quel che dico» (In Ep. Ad Eph. Hom. 8, 1). La Beata Giovanna Antida Thouret, non reggendole il cuore di vedere, durante la rivoluzione francese, il suo paese senza culto, senza preghiera, prese a radunar gente in casa sua, nei giorni domenicali e festivi, perché potessero attendere a qualche atto di pietà. Talora poté venire anche qualche sacerdote a celebrare e a ministrare i Sacramenti. – La cosa non poteva sfuggire ai nemici della religione, e la Thouret è chiamata a comparire davanti al comitato rivoluzionario di Baumes-Les-Dames. Mentre si reca davanti ai commissari la gente, che temeva per la sua sorte, le diceva: — Dove andate mai ? — Vado a festa. Non temete; non ho paura; si tratta della causa di Dio — (La Beata Giovanna Antida Thouret Roma, 1926). Quando si tratta della causa di Dio dobbiamo considerare le sofferenze come una vera festa. Anche Gesù Cristo aveva detto, prima di S. Pietro : « Beati voi quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno » (Matth. V, 11). Qualunque croce, accettata con spirito cristiano ci porta vantaggi incalcolabili. « Beato l’uomo che soffre tentazioni; perché quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita, promessa da Dio a coloro che lo amano » (Giac. I, 12). Quindi, in nessuna circostanza della vita c’è motivo di perder la pace, «Si logori pure la mia carne e il mio cuore: — esclama il Salmista — fortezza del mio cuore e mia porzione eterna è Dio» (Ps. LXXII, 26). E quando pensiamo che Dio è nostra porzione eterna, non possono turbarci le privazioni che logorano la vita, i dolori che amareggiano il cuore. Le tribolazioni e le persecuzioni devono, invece, consolarci perché «la momentanea e leggera tribolazione nostra procaccia a noi, oltre ogni misura, smisurato peso di gloria» (II Cor. IV, 17).

Graduale

Ps LXXXIII: 10; 9

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice super servos tuos,

[O Dio, nostro protettore, volgi il tuo sguardo a noi, tuoi servi]

V. Dómine, Deus virtútum, exáudi preces servórum tuórum. Allelúja, allelúja

[O Signore, Dio degli eserciti, esaudisci le preghiere dei tuoi servi. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XX: 1

Alleluja, alleluja Dómine, in virtúte tua lætábitur rex: et super salutáre tuum exsultábit veheménter. Allelúja.

[O Signore, nella tua potenza si allieta il re; e quanto esulta per il tuo soccorso! Allelúia].

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt. V: 20-24

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nisi abundáverit justítia vestra plus quam scribárum et pharisæórum, non intrábitis in regnum coelórum. Audístis, quia dic tum est antíquis: Non occídes: qui autem occídent, reus erit judício. Ego autem dico vobis: quia omnis, qui iráscitur fratri suo, reus erit judício. Qui autem díxerit fratri suo, raca: reus erit concílio. Qui autem díxerit, fatue: reus erit gehénnæ ignis Si ergo offers munus tuum ad altáre, et ibi recordátus fúeris, quia frater tuus habet áliquid advérsum te: relínque ibi munus tuum ante altáre et vade prius reconciliári fratri tuo: et tunc véniens ófferes munus tuum.”

(In quel tempo: Gesú disse ai suoi discepoli: Se la vostra giustizia non sarà stata più grande di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli. Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non uccidere; chi infatti avrà ucciso sarà condannato in giudizio. Ma io vi dico che chiunque si adira col fratello sarà condannato in giudizio. Chi avrà detto a suo fratello: raca, imbecille, sarà condannato nel Sinedrio. E chi gli avrà detto: pazzo; sarà condannato al fuoco della geenna. Se dunque porti la tua offerta all’altare e allora ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta all’altare e va prima a riconciliarti con tuo fratello, e poi, ritornato, fa la tua offerta.)

Omelia II

“Sopra la falsa e la vera divozione.”

Nis iabundaverit iustitia vestra plusquam scribarum et pharisæorum, non intrabitis in regnum cœlorum (Matth. V.)

Chi l’avrebbe creduto, fratelli miei, che una giustizia, la quale compariva agli occhi degli uomini così abbondante, così perfetta come quella dei farisei, dovesse essere riprovata daGesù Cristo come indegna d’essere ricompensata nel regno de’ cieli? Che cosa erano i farisei ed in che consisteva la loro giustizia? I farisei erano una società d’uomini separati dal comune del popolo, che facevano professione d’una divozione straordinaria, che erano tenuti anche per santi; facevano lunghe orazioni, davano grandi limosine ai poveri, pagavano esattamente le decime, digiunavano due volte la settimana. Chiunque facesse altrettanto al giorno d’oggi non si avrebbe per santo? Perché  dunque Gesù Cristo condanna sì altamente la giustizia dei farisei? Le azioni che essi facevano erano forse in sé stesse degne di condanna? L’orazione, il digiuno, la limosina non sono forse atti di virtù cui Gesù Cristo medesimo ha promesso magnifiche ricompense? Sì, senza dubbio, queste azioni sono lodevoli in se stesse, degne di ricompense eterne quando sono accompagnate dalle condizioni che debbono renderle tali: ma la pretesa giustizia dei farisei mancava di queste condizioni; e perciò fu riprovata da Gesù Cristo. In che i farisei erano dunque degni di condanna? Eccolo, fratelli miei; si è che costoro, i quali comparivano così santi e regolati agli occhi del pubblico, tali non erano agli occhi di Dio. Gli uomini, che giudicano solo dall’esteriore, canonizzano per l’ordinario tutto ciò che al di fuori porta i segni della santità; ma Dio, che conosce il fondo del cuore, ne giudica molto diversamente. Per esser santo agli occhi degli uomini, basta salvare le apparenze; ma per esser santo agli occhi di Dio bisogna esser tale qual si comparisce. Convien osservar fedelmente tutti i punti della legge; è necessario principalmente che la pietà e la virtù risiedano nel fondo del cuore. Ora questo è in che mancavano i farisei. Contenti d’osservar certi precetti, d’evitare certi delitti che da se stessi fanno orrore alla natura, trasgredivano la legge del Signore in molte cose che essi riguardavano come di poca conseguenza, ma che non erano tali avanti a Dio. Le loro azioni, benché lodevoli comparissero agli occhi degli uomini, non erano quindi animate dal principio e dal fine che dovevano renderle accette a Dio. In due parole, la loro giustizia non era intera, ma era una giustizia mancante: la loro giustizia non era interiore, ma solo apparente; due difetti che la fecero riprovare da Gesù Cristo, e che non si ritrovano, oimè! che troppo sovente nella virtù di molti cristiani, come se ne potrà giudicare del parallelo che ne faremo con quelle dei farisei. Donde noi conchiuderemo che la pietà, per esser vera, deve essere intera ed interiore; intera per adempier tutta la legge; interiore per seguire lo spirito della legge. Cominciamo.

I . Riflessione. Primieramente, la giustizia dei Farisei non era intiera, perché si contentavano d’osservare solo alcuni punti della legge. Erano essi anche attaccati scrupolosamente a certe cerimonie, ad alcune tradizioni che avevano ricevute dai loro padri e che non li obbligavano, mentre si prendevano la libertà di trasgredire la legge del Signore in molte cose che li obbligavano indispensabilmente: non avrebbero essi osato bestemmiare, giurar il falso, commettere un omicidio; ma non avevano difficoltà di prender il santo nome di Dio invano, di giurar per le creature, a fine di accertare ciò che persuader volevano. Non riguardavano come un gran male il lasciarsi trasportare dai moti dell’ira, di conservare sentimenti d’odio, di vendetta contro il loro prossimo, e di manifestarli con parole ingiuriose, che offendevano la carità; e quel che è più, insegnavano agli altri queste perniciose massime, di cui erano essi infetti. Che però Gesù Cristo per preservare i suoi Apostoli dalle illusioni di quei falsi dottori, dà ai suoi discepoli questa bella istruzione che vien riportata nel nostro Vangelo: Voi avete appreso, dice loro, che è stato detto ai vostri antenati, non farete alcun omicidio, e chi ne farà, meriterà d’esser condannato al tribunale del giudizio; ma io vi dico che chi tratterà suo fratello da uomo di poco senno, meriterà di essere condannato al tribunale del consiglio; che chi dirà: “uomo insensato”, meriterà il supplizio del fuoco. Se dunque voi vi ricordate, facendo la vostra offerta all’altare, che il vostro fratello ha qualche cosa contro di voi, lasciate ivi la vostra offerta ed andate a riconciliarvi con lui. Tale è, fratelli miei, la perfezione che Gesù Cristo domandava dai suoi discepoli, affinché la loro giustizia superasse quella de’ farisei. Laonde ben lungi di abolire la legge antica, non faceva che compirla e perfezionarla; Egli voleva che la sua morale sussistesse in tutto il suo vigore, e che fosse osservata in tutta la sua estensione, di modo che non si dovesse mancare ad un sol punto; Jota unum aut unus apex non præteribit a lege (Matt. V). Non era che all’intera osservanza della legge, che prometteva il suo regno, e chiunque ne avesse violato un solo precetto, non poteva avervi pretensione alcuna, Non bisogna dunque stupirsi che Egli dichiari così apertamente ai suoi discepoli che se la loro giustizia non supera quella dei farisei, non avranno alcuna parte nel suo regno: Nisi abundaverit iustitia vestra etc. Or a quanti cristiani si possono al giorno d’oggi indirizzare le medesime minacce che il Salvatore indirizzava ai suoi discepoli, e i medesimi rimproveri che faceva ai farisei? Quanti, infatti, che si contentano di osservare la legge del Signore in certi punti che non li molestano, o perché il loro onore, il loro interesse vi sono attaccati; che non si credono in niun modo colpevoli perché evitano certi delitti che portano in se stessi un carattere d’infamia; ma si perdonano facilmente molti mancamenti contro questa divina legge, tosto che la passione del piacere o dell’ interesse si trova il suo conto? Taluno che ha orrore , come deveaverne ogni comò ragionevole, di lordarsi le mani nel sangue di suo fratello, nutrirà nel suo cuore sentimenti d’amarezza, d’animosità che niente è capace di soffocare; lacererà la riputazione altrui con nere calunnie, con colpi mortali d’una maligna maldicenza, non temerù anche d’offendere con parole ingiuriose ed oltraggianti. Or a che serve, fratelli miei, che voi non siate né omicidi né ladri, se siete collerici e detrattori, se conservate nel vostro cuore odio contro il vostro prossimo? Gesù Cristo non vi dice forse nel Vangelo che chi si metterà in collera contro suo fratello subirà il rigore del giudizio di Dio; che chi l’oltraggerà con parole che distruggono la carità sarà condannato al supplizio del fuoco? A che vi serviranno anche tutte le buone azioni che farete, se non avete quella carità, che fa il carattere dei discepoli di Gesù Cristo? Voi rassomigliate, dice il grande Apostolo, ad un cembalo che tinnisce e al bronzo che risuona: invano recitereste lunghe preghiere come i farisei; invano dareste, come essi, grandi limosine e più grandi ancora, sino al segno d’abbandonare tutti i vostri beni ai poveri; invano digiunereste due volte la settimana, come i saggi del giudaismo, e tutti i giorni della settimana più austeramente che essi; invano dareste il vostro corpo ad esser bruciato; tutti questi sacrifici senza la carità nulla vi servirebbero. Gesù Cristo non vi dice forse nel Vangelo che se, offrendo il vostro dono all’altare, vi ricordate che vostro fratello ha qualche cosa contro di voi, bisogna prima andarvi a riconciliare con lui, altrimenti la vostra offerta non sarà in verun modo ricevuta? Si offers munus tuum ad altare, et ibi recordatus fueris quia frater tuus habet aliquid adversum te …; vade prius reconciliari fratri tuo (Matth.V). – Non vi crediate dunque molto avanzati nella virtù perché non siete omicidi: voi non avete ancora, dice s. Agostino, salito che un grado; salirete più alto, se non dite alcune parole ingiuriose: ma non basta ancor questo: dovete soffocare sino al minimo risentimento di collera e di rancore contro del vostro prossimo; tale è la perfezione che la legge di Gesù Cristo esige da voi. Or io voglio, fratelli miei, che voi non siate soggetti né all’ira né alla maldicenza, che non facciate alcun torto al vostro prossimo; la vostra giustizia non avrà ancora l’integrità che deve avere se voi siete dominati da qualche altra passione che la legge del Signore vi proibisce; se il vostro cuore è schiavo d’un amor profano; se voi mantenete corrispondenze peccaminose con quella persona che non dovete neppure mirare; se fate servire i vostri beni ad appagare la vostra vanità, la vostra sensualità; in una parola, se contravvenite a qualcheduno dei comandamenti del Signore, sebben non fosse che ad un solo, tutte le vostre virtù saranno contate per nulla al giudizio di Dio, voi non sarete meno riprovati che se aveste trasgredita tutta la legge: Quicumque totam legem servaverit, offendat autem in uno, factus est omnium reus (Jac.2). – Invano voi fareste pompa, come i farisei, di certe apparenze di virtù; invano avreste fatte opere di supererogazione che vi avessero attirata la stima degli uomini; se siete stati infedeli a qualcheduna delle vostre obbligazioni, la vostra giustizia sarà riprovata, come quella di quei falsi dottori della legge: Nisi abundaverit iustitia vestra etc. Tale è nulladimeno l’abuso che s’introduce nella maggior parte delle divozioni che si veggono nel mondo cristiano: simili ai farisei, che erano scrupolosamente attaccati a certe osservanze della legge, alle quali non erano obbligati, e che trascuravano i doveri essenziali, moltissimi di coloro che fanno al giorno d’oggi profession di divozione saranno esatti anche fino allo scrupolo in certe pratiche di pietà, che sono di puro consiglio, a recitare alcune preci delle confraternita a cui sono aggregati, saranno assidui ad udire la Messa nei giorni che non sono di precetto, visiteranno chiese, ospedali, abbracceranno con piacere esercizi di divozione che non sono al loro stato necessari, perché l’onore, il costume, una certa convenienza ve li portano, ma del resto non si mettono troppo in pena di adempiere i doveri del loro stato, perché questi doveri loro recano molestia e incomodo. Quell’uomo farà dei viaggi di divozione, e non assiste punto agli uffizi della sua parrocchia, non frequenta i sacramenti, dà cattivo esempio alla sua famiglia; quella donna recita lunghe preghiere in chiesa, e non avrà alcuna compiacenza per suo marito, sarà dura ed intrattabile con i domestici, trascurerà l’educazione dei figliuoli, che lascia vivere nel disordine; quell’altro si farà un dovere d’assistere ad un’adunanza di pietà, ma commette delle frodi nel commercio, trascura gli affari di cui è incaricato. Di grazia, queste sono esse divozioni regolate secondo lo spirito del Vangelo? No, senza dubbio; ogni divozione che non si concilia coi doveri essenziali dello stato in cui uno è impegnato, e non permette che s’adempiano in tutta la loro estensione, ella è una divozione farisaica, riprovata da Dio; a più forte ragione quella che allontana dall’adempiere questi doveri. – Ma che? pretendo io forse qui biasimare le pratiche di pietà, i santi esercizi della religione, le opere di supererogazione, che esser possono sorgente di grandi meriti? A Dio non piaccia; la vera pietà, ben lungi dal rigettarle, le abbraccia al contrario come mezzi acconci a meritar le grazie di Dio e a mantenersi nel fervore del Cristianesimo; ma ella s’attacca agli obblighi dello stato a preferenza delle opere che nol sono; adempie i precetti prima dei consigli; ella sa talmente riunire gli uni con gli altri che, tacendo ciò che è di precetto, non dimentica ciò che è di consiglio: Haec oportuit facere, et illa non omittere (Matth. XXIII 23). Imperciocché starsene precisamente a ciò che è d’obbligo e trascurare affatto ciò che è di supererogazione, egli è mancar di generosità verso Dio ed esporsi al rischio di mancare alle sue obbligazioni. Egli è difficile l’adempiere perfettamente i propri doveri, senza fare qualche cosa di più. Se voi contate, per esempio, con tutto rigore ciò che dovete precisamente dar in limosina per sollievo dei poveri, non arriverete forse al punto ove la vostra carità deve portarsi; vi è d’uopo dunque sforzarvi più di quel che dovete per essere sicuri di farlo perfettamente; la vera virtù non teme d’esser liberale a riguardo d’un Dio che non si lascia vincere in liberalità. Se la vostra è tale, fratelli miei, essa sorpasserà quella dei farisei e vi assicurerà un diritto al regno dei cieli, purché però sia anche interiore, cioè abbia la sua sorgente dal cuore, e sia conforme allo spirito della legge.

II. Riflessione. Ciò che la radice è all’albero, è il cuore alla pietà: ogni albero che non ha radice non può produrre frutti; cosi la pietà che non è nel cuore è sterile ed infruttuosa. Tale era la giustizia dei farisei: avevano essi un bell’esteriore, belle apparenze di pietà; ma queste apparenze gravi ed autorevoli servivano di velo ai vizi enormi di cui eran infetti, sotto la pelle di pecora nascondevano essi la voracità di lupi rapaci: quindi quelle terribili maledizioni che Gesù Cristo pronunzia sì spesso contro di essi nel Vangelo. Guai a voi, loro dice, scribi e farisei ipocriti, che nettate l’esteriore della tazza e al di dentro siete pieni di rapine e d’immondezze! Guai a voi, che rassomigliate ai sepolcri imbiancati, il cui di fuori comparisce bello, ma il di dentro è tutto ripieno d’ossa di morti e di corruzione: Vœ vobis, quia similes estis sepulchris dealbatis (Mat. XXV). In questa guisa, fratelli miei, questo supremo scrutatore dei cuori giudicava la pretesa giustizia dei farisei, perché ne conosceva tutto il cattivo fondo e non poteva essere ingannato dallo specioso esteriore di cui servivansi gli uomini. Infatti, se essi facevano belle azioni, ciò era piuttosto per guadagnarsi la stima degli uomini che quella di Dio; se recitavano lunghe preghiere, i loro cuori erano lontani da Dio, perché desideravano più di essere osservati dagli uomini che ascoltati da Dio; se facevano limosine ai poveri, le facevan pubblicare a suono di tromba, non per chiamare a sé i poveri che dovevan soccorrere, ma piuttosto per attirarsi ammiratori che loro facessero applausi: se digiunavano due volte la settimana, ciò era con un’aria abbattuta che affettavano per far vedere la loro penitenza; in una parola, la vanità era il principio di tutte le loro belle azioni; perciò fu essa lo scoglio del loro merito. Cercavano essi con premura la gloria e la stima degli uomini, e questa fu pur anche tutta la ricompensa che ricevettero della loro falsa virtù: Receperunt mercedem suam (Matth. VI). Paragoniamo ora la virtù d’un gran numero di cristiani con quella di quei falsi saggi del giudaismo. Oh quanti cristiani vi sono che hanno avuto in retaggio vizi de’ farisei, e la cui pietà è tanto superficiale quanto quella di quegli ipocriti. Quanti falsi devoti che sotto il manto d’una virtù apparente nascondono enormi vizi! Al vedere la condotta della maggior parte di essi, voi li credereste santi; danno tutti i segni esteriori di religione, pregano, digiunano, fanno limosine, frequentano tutte le divozioni, entrano volentieri in tutte le intraprese di carità e di buone opere che si faranno in una parrocchia, in una città; ma sotto quella maschera di devozione conservano uno spirito superbo, un cuor sensuale ed immortificato, attaccato ai comodi della vita, nemici d’ogni soggezione e d’ogni ritenutezza, spesse volte corrotti da infami piaceri. Al vedere quell’uomo, quella donna recitare lunghe preghiere in chiesa, leggere un libro di pietà o girare una corona fra le mani, chi crederebbe che l’uno è un usurpatore dell’avere altrui, un furbo, un ingannatore; e l’altra una maldicente, una collerica nel suo governo domestico, una rissosa con le sue vicine? Al vedere quel giovane, quella fanciulla nelle adunanze di pietà, accostarsi spesso ai sacramenti, chi crederebbe che l’uno è un libertino, un dissoluto, l’altra una superba, un’impudica, che mantiene rei commerci, che fa tanti sacrilegi, quanti sacramenti riceve, perché o non vuole scoprire i suoi disordini o non vuole correggersene? – Oh se ci fosse dato di penetrare il muro, come diceva altre volte il Signore ad un profeta, quante abbominazioni nascoste non iscopriremmo! Se si aprissero quei sepolcri imbiancati, sì ornati al di fuori, che odor pestilenziale ne uscirebbe! Non appartiene che a Dio, che investiga il fondo dei cuori, di giudicarne: gli uomini sono ingannati dalle apparenze; ma al giudizio di Dio, ove tutti i segreti de’ cuori saranno svelati, si conoscerà la verità di quanto dico. Coloro che ingannano così gli occhi degli uomini ne sono di già convinti dalla testimonianza della loro coscienza: felici, se sensibili al rimprovero che essa fa loro, prendessero le misure convenevoli per essere tali al di dentro, quali compariscono al di fuori. Mentre finalmente ogni divozione, ogni virtù che non è nel cuore, non è che una virtù superficiale; ella e una divozione ingiuriosa a Dio, inutile a chi la professa. Dico divozione ingiuriosa a Dio; perché gli è al cuore che Dio principalmente si attiene, è il sacrificio del cuore ch’Egli domanda a preferenza d’ogni altra vittima e sul quale egli ha i diritti più incontrastabili; per conseguenza è fargli un’ingiustizia il ricusargli quest’olocausto. Dissi che ogni divozione che non è nel cuore è inutile ed anche perniciosa; perché con tutta la pena, che si ha a praticare la virtù al di fuori, se ne perde il merito e si attira sopra di sé la maledizione di Dio. Questi falsi devoti sono per verità lodati ed applauditi dagli uomini, come lo furono i farisei; ma questa è tutta la ricompensa che essi ricevono delle loro buone azioni. Colui che nel fondo è un usuraio nascosto, un ingannatore, passerà per uomo dabbene; quella donna maledica, per una devota; quel giovane, quella fanciulla, per persone modeste e riserbate; quelli che non li conoscono daran loro molte lodi, ma avanti a Dio sono tanti riprovati: siccome cercano di piacere agli uomini piuttosto che a Dio, così riceveranno la loro ricompensa quaggiù; ma il Signore li rigetterà dalla sua presenza, e dirà loro d’andar a cercare il loro salario presso padroni stranieri ch’essi hanno servito in pregiudizio della sua gloria: Nescio vos. lo non vi conosco, ritiratevi da me, voi tutti che non avete avuto che la scorza della pietà, senza averne lo spirito: voi avete potuto ingannare gli uomini con una virtù apparente; ma non avete ingannato me che conosceva il fondo delle vostre iniquità: voi non m’avete servito in spirito ed in verità come dovevate; io non ho ricompensa veruna a darvi: Discedite a me qui operamini iniquitatem (Marc.7). – Egli è dunque un ingannare se stesso, egli è un faticare invano l’attaccarsi all’esteriore della divozione, senza averne lo spirito. La pietà, è vero, deve manifestarsi con le opere, senza di che ella sarebbe imperfetta e sterile; ma se queste opere non sono animate da un buon principio, se non sono nobilitate da un buon fine, la pietà diventa un corpo senz’anima, un albero senza frutti che non produce al più che fiori, i quali nulla servono. Tutta la gloria della figlia del re, dice il profeta viene dalla sua bellezza interiore; benché magnifica ella sia al di fuori per la diversità de’ suoi ornamenti, ella è ancora più leggiadra e vezzosa per le belle qualità di cui è fregiata l’anima sua: Omnìs gloria filiœ regis ab intus (Ps. XLIV). Tale è il ritratto di un’anima veramente devota; quest’anima de e prima d’ogni cosa applicarsi a ben regolare il suo interiore per attirarsi gli sguardi del suo divino sposo, e adornarsi in appresso degli ornamenti esteriori delle virtù, che sono le buone azioni: In fimbriis Circumamictæ varietatibus. Allorché Dio comandò a Mosè d’indorare l’arca dell’alleanza, volle che cominciasse dal di dentro prima d’indorarla al di fuori. Tale è la regola che si deve seguire nella divozione; bisogna che questa divozione sia nell’interiore prima di manifestarsi con le opere. L’anima devota deve riguardarsi come un tempio vivo, ove ella deve offrire a Dio l’incenso delle preghiere più ferventi, il sacrificio delle più care inclinazioni. Questo tempio dee esser ornato al di dentro coll’oro della più pura carità, dell’umiltà più profonda, della purità più inviolabile, in una parola, di tutte le virtù che ne facciano una dimora degna dell’Altissimo. Questo tempio deve altresì esser ornato al di fuori dallo splendore delle buone azioni, che manifestano la bellezza che è al di dentro, azioni che sieno animate dal solo desiderio di piacere a Dio, di edificare il prossimo, di santificare se stesso ; che partano, in una parola, da una retta intenzione, che ne è come l’anima e che ne fa tutto il prezzo. Tal è, in poche parole, il carattere della vera pietà e della soda devozione: attenta a nulla trascurare di tutto ciò che può contribuire alla gloria di Dio e alla salute dell’uomo, ella sa unire tutti i doveri della religione con quelli della società per rendere nell’istesso tempo aCesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio; vale a dire, per adempiere i suoi obblighi a riguardo di Dio e del prossimo. Osservate, fratelli miei, quali sono i vostri doveri per adempirli in tutta la loro estensione: mirate ciò che voi dovete a Dio, ciò che dovete al prossimo, ciò che dovete avoi medesimi. Voi dovete a Dio, il sacrificio d’una viva fede colla sommissione del vostro spirito alle verità ch’Egli vi ha rivelate; gli dovete il sacrificio della volontà per fare tutto ciò che vi ha comandato; gli dovete il culto più religioso, l’amore più perfetto l’attaccamento più inviolabile; attaccamento che sia costante nelle aridità e nei rigori della divozione, come nelle dolcezze; di modo che cerchiate meno le consolazioni di Dio che il Dio delle consolazioni, e siate sempre pronti a fare ciò che non sarebbe di vostro gusto, come ciò che sarebbe più conforme alle vostre inclinazioni, perché vi troverete più la volontà di Dio. Voi siete anche incaricati a riguardo del prossimo di certi doveri che la giustizia e la carità v’impongono; doveri di giustizia, per rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto; doveri di carità, per soccorrere il prossimo nei suoi bisogni; doveri di società, che vi rendono utili ed anche piacevoli a coloro che vi frequentano: mentre la vera divozione, benché severa a se stessa, è dolce ariguardo degli altri; essa vorrebbe sola portar la pena della virtù per loro risparmiarla. Molto differente in questo dalla pretesa virtù dei farisei, che imponevano gravi pesi sopra le spalle degli altri, mentre essi non volevano neppure toccarli con la punta delle dita. Ella non conosce quell’umore stizzoso che rende odiosa la virtù, ma si attrae l’amore e la stima di tutti, perché comparisce sempre gioviale nell’adempimento dei suoi doveri. Ella evita egualmente gli eccessi dell’allegrezza e della tristezza, che sono segni d’una virtù poca soda, ma conserva un giusto temperamento tra l’una e l’altra. Se è triste, lo è d’una tristezza secondo Dio, che opera la salute, dice s. Paolo; se si rallegra, il Signore è il principio ed il fine della sua allegrezza: Gaudete in Domino. Nemica dell’inganno e delta menzogna, che regnano nel commercio degli uomini, ella cammina con la semplicità della colomba e con la prudenza del serpente; ella fassi tutta a tutti per guadagnare tutto il mondo a Gesù Cristo. – Finalmente la divozione v’impone dei doveri riguardo a voi medesimi, che sono la rinuncia agli onori, ai beni, ai piaceri del secolo, la mortificazione delle passioni, il crocifiggimento della carne, la pazienza nelle afflizioni. Voler esser devoto senza farsi alcuna violenza per seguire le massime del Vangelo, pretendere punire la divozione con tutti i comodi della vita è un’illusione; questo non è conoscere il carattere, poiché la vera divozione consiste principalmente nell’imitazione delle virtù di Gesù Cristo. Volete voi dunque essere veramente devoti, fratelli miei? Prendete questo divino originale per modello di vostra condotta. Tutto ciò che voi fate anche di più indifferente fatelo nel nome di Gesù Cristo ed in unione di ciò che Egli ha fatto di somigliante sopra la terra; questa è la miglior pratica di divozione che io possa proporvi per meritare la felicità eterna. Così sia.

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus

Ps XV: 7 et 8. Benedícam Dóminum, qui tríbuit mihi intelléctum: providébam Deum in conspéctu meo semper: quóniam a dextris est mihi, ne commóvear.

[Benedirò il Signore che mi dato senno: tengo Dio sempre a me presente, con lui alla mia destra non sarò smosso.]

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris: et has oblatiónes famulórum famularúmque tuárum benígnus assúme; ut, quod sínguli obtulérunt ad honórem nóminis tui, cunctis profíciat ad salútem.

[Sii propizio, o Signore, alle nostre suppliche, e accogli benigno queste oblazioni dei tuoi servi e delle tue serve, affinché ciò che i singoli offersero a gloria del tuo nome, giovi a tutti per la loro salvezza.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps XXVI: 4 Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ. 

[Una cosa sola chiedo e chiederò al Signore: di abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita].

Postcommunio

Orémus.

Quos cœlésti, Dómine, dono satiásti: præsta, quæsumus; ut a nostris mundémur occúltis et ab hóstium liberémur insídiis.

(O Signore, che ci hai saziato col dono celeste; fa che siamo mondati dalle nostre occulte mancanze, e liberati dalle insidie dei nemici.)

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

FESTA DEL PREZIOSISSIMO SANGUE DI N. S. GESÙ CRISTO (2020)

FESTA DEL PREZIOSISSIMO SANGUE DI N. S. GESÙ CRISTO (2020)

Doppio di 1^ classe. • Paramenti rossi.

La liturgia, ammirabile riassunto della storia della Chiesa, ci ricorda ogni anno che in questo giorno fu vinta, nel 1849, l a Rivoluzione che aveva cacciato il Papa da  Roma. A perpetuare il ricordo di questo trionfo e mostrare che era dovuto ai meriti del Salvatore, Pio IX, allora rifugiato a Gaeta, istituì la festa del Preziosissimo Sangue. Essa ci ricorda tutte le circostanze in cui fu versato. Questo sangue adorabile il Cuore di Gesù lo ha fatto circolare nelle sue membra; perciò, come nella festa del Sacro Cuore, anche oggi il Vangelo ci fa assistere al colpo di lancia che trafisse il costato del divino Crocifisso e ne fece colare sangue e acqua. Circondiamo di omaggi il Sangue prezioso del nostro Redentore, che il sacerdote offre a Dio sull’altare.

Il gran Sacerdote, attraversando il Tempio, entrava una volta all’anno nel Santo dei Santi col sangue delle incoscienti e forzate vittime, immolate sull’altare degli olocausti. Questo sangue dava soltanto una purezza legale ed esteriore. Il Cristo, è salito fino al vero Santo dei Santi, che è il cielo ed ha presentato al Padre il suo sangue, spontaneamente e liberamente versato sulla croce. Gesù  è dunque il mediatore del Nuovo Testamento, e il suo sangue espia i peccati dapprima degli Israeliti, e poi di tutti gli uomini.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen

Introitus

Apoc V, 9-10
Redemísti nos, Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu et lingua et pópulo et natióne: et fecísti nos Deo nostro regnum.

[Ci hai redento, Signore, col tuo sangue, da ogni tribù e lingua e popolo e nazione: hai fatto di noi il regno per il nostro Dio.]
Ps LXXXVIII: 2

Misericórdias Dómini in ætérnum cantábo: in generatiónem et generatiónem annuntiábo veritátem tuam in ore meo.

[L’amore del Signore per sempre io canterò con la mia bocca: la tua fedeltà io voglio mostrare di generazione in generazione.]
Redemísti nos, Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu et lingua et pópulo et natióne: et fecísti nos Deo nostro regnum.

[Ci hai redento, Signore, col tuo sangue, da ogni tribù e lingua e popolo e nazione: hai fatto di noi il regno per il nostro Dio.

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui unigénitum Fílium tuum mundi Redemptórem constituísti, ac ejus Sánguine placári voluísti: concéde, quǽsumus, salútis nostræ prétium sollémni cultu ita venerári, atque a præséntis vitæ malis ejus virtúte deféndi in terris; ut fructu perpétuo lætémur in cœlis.

[O Dio onnipotente ed eterno, che hai costituito redentore del mondo il tuo unico Figlio, e hai voluto essere placato dal suo sangue, concedi a noi che veneriamo con solenne culto il prezzo della nostra salvezza, di essere liberati per la sua potenza dai mali della vita presente, per godere in cielo del suo premio eterno.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebrǽos.
Hebr IX: 11-15
Fratres: Christus assístens Póntifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non hujus creatiónis: neque per sánguinem hircórum aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta. Si enim sanguis hircórum et taurórum et cinis vítulæ aspérsus inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis: quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti? Et ídeo novi Testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem earum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri Testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis, in Christo Jesu, Dómino nostro.

(Fratelli, quando Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraversando una tenda più grande e più perfetta, che non è opera d’uomo – cioè non di questo mondo creato – è entrato una volta per sempre nel santuario: non con il sangue di capri e di vitelli. ma con il proprio sangue, avendoci acquistato una redenzione eterna. Se infatti il sangue di capri e tori, e le ceneri di una giovenca, sparse sopra coloro che sono immondi, li santifica, procurando loro una purificazione della carne; quanto più il sangue di Cristo, che per mezzo di Spirito Santo si offrì senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire al Dio vivente? Ed è per questo che egli è mediatore di una nuova alleanza: affinché, essendo intervenuta la sua morte a riscatto delle trasgressioni commesse sotto l’antica alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna, oggetto della promessa, in Cristo Gesù nostro Signore.]

Graduale

1 Joann 5:6; 5:7-8
Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine.

[Questo è colui che è venuto con acqua e con sangue: Cristo Gesù; non con acqua soltanto, ma con acqua e con sangue.]

1 Joann V: 9
V. Tres sunt, qui testimónium dant in cœlo: Pater, Verbum et Spíritus Sanctus; et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, aqua et sanguis: et hi tres unum sunt. Allelúja, allelúja.

[V. In cielo, tre sono i testimoni: il Padre, il Verbo, lo Spirito Santo; e i tre sono uno. In terra, tre sono i testimoni: lo Spirito, l’acqua, il sangue; e i tre sono uno. Alleluia, alleluia]

V. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est. Allelúja

[V. Se accettiamo i testimoni umani, Dio è testimonio più grande. Alleluia.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XIX: 30-35
In illo témpore: Cum accepísset Jesus acétum, dixit: Consummátum est. Et inclináto cápite trádidit spíritum. Judæi ergo – quóniam Parascéve erat -, ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati -, rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et altérius, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum venissent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit; et verum est testimónium ejus.

[In quel tempo, quand’ebbe preso l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». Poi, chinato il capo, rese lo spirito. Allora i Giudei, essendo la Parascève, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era, infatti, un gran giorno quel sabato – chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e portati via. Andarono, dunque, i soldati e spezzarono le gambe al primo, e anche all’altro che era stato crocifisso con lui. Quando vennero a Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe: ma uno dei soldati gli trafisse con la lancia il costato, e subito ne uscì sangue ed acqua. Colui che ha visto ne rende testimonianza, e la sua testimonianza è veritiera.]

OMELIA

[A. Rey: Il preziosissimo Sangue – Pia Unione del Prez. Sangue, Roma, 1949]

Discorso I

Motivi e modi per fare con frutto il Mese del Preziosissimo Sangue.

Gratiam fideiussionis ne obliviscaris (Eccles. XXIX, 20)

Nell’anno 68 dell’Era Volgare, sotto il regno di Galba, Giovanni l’Evangelista – è relegato a Patmos, isoletta rocciosa in faccia all’Asia Minore, all’ovest di Mileto (Act. XX, 15)- una delle Sporadi, ov’erano concentrati, pei duri lavori nelle cave di marmo, i condannati di un certo riguardo. Qui egli ha la spettacolare visione (Apoc. V, 1 segg.) apocalittica « di eventi futuri relativi allo sviluppo ed alla consumazione del Regno di Dio sulla Terra – Vede nella destra di Dio, che siede sul trono, un libro misterioso scritto dentro e fuori, serrato da sette sigilli. Un angelo grida:

– Chi è degno di aprire il libro e di romperne i sigilli? – Ma né in cielo, né in terra, né sotto terra si trovò chi potesse aprirlo. Giovanni, dal cuore reso più tenero al contatto di quello del Maestro, rompe in pianto. Uno dei Seniori, adoranti la divina Maestà, gli si appressa, gli dice: – Non piangere! Ecco il leone della tribù di Giuda, la radice di David ha vinto. A lui è dato il potere di aprire il libro, di scioglierne i sigilli! – E su gli occhi velati da lagrime fulge la incantevole scena: In mezzo al trono, a quattro animali ed a ventiquattro Seniori un Agnello come scannato, balza d’improvviso, pieno di vitalità nova; si avanza dinanzi al trono dell’Onnipotente e riceve da la sua destra il libro misterioso. E non l’ha pur aperto che gli animali ed i Seniori gli si prostrano di fronte, suonano le cetre, offrono coppe colme di profumati aromi. Cantano il cantico nuovo: – Degno tu sei, o Signore, di ricevere il libro e di aprirne i sigilli; poiché sei stato ucciso, e col tuo Sangue hai ricomprati a Dio i popoli, le tribù, le lingue, le nazioni, e ci hai fatti pel nostro Dio re e sacerdoti. Regneremo! – Migliaia e migliaia di spiriti luminosi, roteanti quali astri nel cielo, fanno eco: – E’ degno l’Agnello, che fu sacrificato, di ricevere virtù, divinità, sapienza, fortezza, onore, gloria, benedizione! All’acclamazione angelica rispondono cielo, terra, mare; perfino l’abisso: – A Lui che siede sul trono ed all’Agnello la benedizione, l’onore e la potestà, pei secoli dei secoli! – E la circulata melodia si sigilla in un Amen festoso che fa sussultare il cielo, trasalire la terra. – La visione di Patmos è pur dinanzi ai nostri occhi avidi di luce, fra tanta caligine di male, in questo radioso mese di giugno (luglio – ndr.), dedicato al Redentore. Ci si presenta Egli ancora, dopo venti secoli, col misterioso libro nel quale è scritta, a caratteri purpurei, la storia umana, contesta di Sangue divino, la infinita carità di un Dio, per quella svenato, che, con valido clamore, (Hebr. V, 7) protesta una volta di più l’abissale profondità della sua misericordia: in caritate perpetua dilexi te, ideo attraxi te, miserans tui (Ger. XXXI, 3)! – Il Primogenito dei molti fratelli (Rom. VIII, 29) ci invita a meditare il valore, gli effetti, i benefici del suo Sangue per quem salvati et liberati Sumus (Gal. VI, 14). C’invita per mezzo di un santo moderno, che del culto del Sangue divino fu promotore ardente, del gran dono di Gesù fu adoratore inclito, e del Calice di benedizione s’inebriò pienamente: il Beato Gaspare Del Bufalo. Ci richiama egli ai motivi onde far con frutto il Mese che chiama grande (lett. Vol. 8, p. 487); al « modo onde praticarlo » con frutto, gratiam fidejussionis ne obliviscaris; dedit enim prò te animam suam! Non dimenticar l’alta grazia della redenzione. Gesù per te diede l’anima sua ( Predic. Del fondat., p. 441-442)!

I. – Motivi onde far con frutto il Mese

1. Dare un culto di compenso al Sangue divino. Ecco il motivo basilare, che fulge dell’ineffabile amore di Gesù Cristo! Nello sfondo di luce vivissima accesa dai corruschi bagliori del ministro maggior della natura (Par. X, 28), fra i cori esultanti delle creature balzate al fiat (Gen. I) della onnipotenza, l’uomo, il re del creato, con parole, organate dal cuore gonfio di amor purissimo, canta la gloria di Colui (Par. I, 1) che si è benignato di crearlo a sua immagine e somiglianza (Gen. I, 26). – Gli è accanto, nella laude amorosa, la creatura ch’è carne della sua carne, osso delle sue ossa, rifrazione incantevole della suprema bellezza, Eva (Ge. II, 23). Ad essi Dio ha sorriso; e quel sorriso ha colorite le labbra di arcana letizia. Ad essi Dio ha parlato; e le loro orecchie son colpite dal canto che gli Angeli sciolgono nell’empireo. Essi Dio ha guardato con occhio di compiacenza paterna; l’iride s’è avvivata della diafana luce dei cieli. Dio ha toccato quelle carni; e le carni hanno strappato alla rosa il grazioso colore. Dio ha fatto toccare dalle sue prime creature umane i saporosi frutti degli alberi; ed essi se ne sono cibati con giubilo, che assaporavano l’amore stesso di Dio rinserrato nel grembo della terra feconda. –  Vita intera di amore e di pace è la loro. Sono stati unti del crisma dell’immortalità! Vita di luce intellettuale; che della proteiforme natura conosce i misteri, uno ad uno. Hanno avuto il dono della scienza! – Vita di armonia fra corpo ed anima, che la rende ineffabile, amabile: l’integrità li fa per poco inferiori agli angeli ( Ps. VIII, 6)! Ma sono figli di Dio sopra tutto: vos dii estis et filli Excelsi (Ps. LXXXI).

Egli solo sarà per loro, fatti figli ed eredi di Dio (Rom. VIII, 17), la merces magna nimis (Gen XV, 1)). Sono perciò i Sovrani della natura. Poggiano ipiedi su una terra senza insidie, ed hanno la fronte che sfiora l’angelica sostanza! Tanta grandezza è legata però ad una prova: prova di fede al Padre, al Creatore, al Signore: prova di amore. Dinanzi a un albero deve essere vagliata quella umana libertà – di cui più dell’uomo è geloso Dio stesso – con l’obbedienza volontaria a Lui, col riconoscimento dei suoi diritti su tutte le creature. Solo a questo patto rimarrà quella gloriosa grandezza! Purtroppo l’uomo – sedotto dal superbire del maledetto che osò alzar le ciglia contro l’Onnipotente – attratto dalla lusinga di più altezza, quella stessa di Dio, coglie il frutto vietato, preferendo alla divina volontà il suo libito, e, col frutto, strappa la sua condanna: eterna morte! L’incanto è rotto! La mente offuscata, il cuore avvilito, la volontà infiacchita. I sensi son colpiti: per gli occhi la tenebra, per gli orecchi il pianto, per le labbra l’assenzio, per le nari il fetore, per la carne il dolore, la malattia! Dilegua la scienza, avanza la morte, il corpo si ribella all’anima,la natura al suo re. E l’uomo che volontariamente s’è avulso da Dio – vita eterna – è condannato ad eterna dannazione, e con lui l’umanità intera ch’è in lui virtualmente racchiusa come nel germe l’albero. L’uomo è cacciato dal suo paradiso, gettato in una terra che produrrà triboli e spine (Gen. III, 18). Il cielo s’abbuia del lungo ed amaro pianto di questo infelice che non nacque e che dannando sé, dannò tutta la sua prole! Ma su nel cielo si leva un valido clamore (Hebr. V, 7). Il Figlio di Dio, il Verbo eterno si volge al Padre: – Scendo io a salvarlo questo infelice che non vuol salvarsi. Ecce ego, mitte me (Isa. VII, 8)! Anche se volesse versare il suo sangue per l’immolazione completa a te, o Padre, l’uomo non potrebbe riparare l’offesa, infinita perché lanciata contro di te, Infinito! Io son tuo Figlio, come Te Infinito. Posso riparare l’infinito oltraggio a te fatto dall’uomo. E poiché il delitto fu compito nella umana natura, scendo ad assumerla, perché in essa si operi la riparazione, si compia la redenzione! – Il Padre accetta. Il Verbo exauditus… prò sua reverentia, (Hebr. V, 7) freme d’amore, pago alfine: sacrificium et oblationes noluisti, corpus autem aptasti mihi (sacrificio ed oblazioni non hai voluto, ma mi hai fatto un corpo – Hebr. X, 5)! E, nella pienezza dei tempi, missus est ab arce Patris – Pange lingua) il Verbo, nel quale Egli pone le sue compiacenze (S. Matt. III, 17)); s’incarna nel seno purissimo della Eva novella, destinata a mutarne l’amarezza del nome (Ave maris Stella); e, dopo anni di silenzio e di azione riparatrice, sale l’altare per l’olocausto; col suo sacrificio placa Iddio, nelle cui mani pone il Sangue preziosissimo, prezzo delle anime riscattate; e lo facolare sull’umana natura per mondarla, santificarla, ridonarla all’amplesso del Padre (Hebr. XII, 7).Quale amore! Quanto amore! Amore nel Padre che manda il Figlio: sic Deus dilexit mundum, ut Unigenìtum suum daret (Dio ha tanto  amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito – Joan. III; 16). Amore nel Figlio che si sostituisce al peccatore, pagando per lui l’insolvibile cambiale: servus erat morte dignus, rex luit pœnam optimus (In fest. Pr. Sang. Hymn. ad Mat. Ira justa). Gratiam fideiussionis ne obliviscaris (Eccl. XXIX; 20)! Non dimenticare, o uomo, che Gesù si è fatto per te ostaggio; ha sciolto dai tuoi polsi le catene della servitù per legarle ai suoi; ha sostituito te, impossibilitato a mantenere l’impegno con Dio, con la sua adorabile Persona, capace di sorreggerlo, col suo amore fatto obbediente fino alla morte umiliante della Croce! Dedit prò te animam suam (ivi)! Ha dato per te la sua anima, versando il suo Sangue! Si è fatto mediatore fra te e il Padre per la riconciliazione (1 Thim. II; 5 — Ebr. VIII; 6 — 9; 15 — 12). E tu?… Come l’hai tu compensato ? – L’amore non è riamato! ecco l’alta accusa che ti vien da quel legno sul quale salus mundi pependit (Fer. VI in Parasc.: Ecce lignum Crucis etc.)! Da quel labbro che si lamenta della tua voluta ignoranza, della tua colpevole ed inspiegabile indifferenza, della tua strana apatia. Non v’è per te discolpa alcuna. Né puoi attenderti che la Verità, infissa su quel patibolo infame pel tuo peccato, si sollevi con la voce di un isperato perdono, di una longanime attenuazione del tuo misfatto, come fece sul Calvario per i crocifissori: Pater, dimitte illis, non enim, sciunt quid faciunt (S. Lc. XXIII, 34)! Se non fosse Egli venuto, se non ti avesse parlato, se non avesse pagato di persona il fio del tuo peccato, avresti avuto ragione (S. Joan. XV; 22). Ma tu sai chi si è immolato? Dio! Tu sai perché si è immolato? per salvarti! Sai a qual prezzo ti ha salvato? col suo Sangue! Sai qual sia stato il movente di questa generosità? l’amore! Sai con quale intensità ti ha amato? Per te, Egli, Innocente e Santo, si è fatto peccatore (Ebr. VII; 26 – Sap. IV; 10). Sulle sue spalle ha preso l’ignobile fardello delle tue malvagità: svelere nostra ìpse tuit (Isai. LIII, 4- S. Matt. VIII, 17) sulle spalle del Figlio di Dio. apparso peccatore agli occhi del Padre, si è scaricato il furore dell’ira divina: oh scelus populi mei pentissi eum (Jsaj. LIII; 8). Per questa sostituzione e con l’effusione di tutto il suo Sangue ti ha sanato: cuius livore sanati sumus (ibi, LIII; 5)! L’ignoranza di ciò è un delitto! Hai tu un cuore ? Freme ancora di fronte agli attentati contro la giustizia, contro l’amore? L’ingiustizia provoca il tuo sdegno. L’amore conculcato ti fa ribollire il sangue fino all’ira, all’indignazione. Puoi tu rimanere indifferente di fronte ad un’ingiustizia così palese, qual è quella tua stessa, che osa rimanere fredda ed insensibile dinanzi al sacrificio fatto per te dal Cristo, scritto sulle tue carni e sulla tua anima con le arrovellanti stille del suo Sangue? L’indifferenza ti fa ingiusto anche con te, pensa!… – Hai tu un cuore? Lo credo; dal momento che ti ferve nel petto per il grido d’infelicità comune che sale dalle turbo di penanti, colpite dalla sventura, dal dolore. Apri la tua mano al poverello che ti chiede un pane; le braccia a chi, relitto da tutti, domanda rifugio sul tuo petto; ti affianchi all’estraneo che ti vuol guida nel buio tormentoso del suo spirito. E neghi il tuo amore a chi non ti è estraneo ma Redentore, a chi non ti cerca conforto ma solo corrispondenza in nome di un amore infinito, che a posta della tua libertà, ha messo il suo Sangue; a chi non ti chiede pane – te ne dà ogni giorno nella sua regale generosità! – ma un palpito che dica la tua gratitudine!

La tua indifferenza è infamia!

Sei stato redento da Lui, col Sangue, pensa! Senza il suo provvidenziale, volontario intervento, saresti rimasto fra le tenebre e le ombre di morte (S. Luc. I, 79), sempre. Ti ha strappato dal lago fondo del male (Ps. XXIX; 4), della pena; ti ha riportato al Padre; ti ha riposto sul piedistallo di gloria; ti ha voluto fratello, partecipe dei suoi trionfi. Ed osi rimanere nel gelo, mentre dovresti ardere come ferro divenuto incandescente a contatto del fuoco?

La tua apatia è vergogna!

E giusto il suo lamento: Quæ utilitas in sanguine meo? (Ps. XXIX; 10). Quid ultra debui facere vinæ meæ et non feci (Cosa avrei duvuto far di più alla mia vigna, che non ho fatto? – Fer. VI in Parasc. Improperia)? Ma è ingiusta la tua condotta! Nemmen con Giuda puoi e sai dire: tradidi sanguinem Justum (ho tradito un sangue innocente – S. Mt. XXVII; 4).

2) Di qui il giusto richiamo del Beato nell’altro motivo onde dare un compenso al Redentore per te dissanguato: concepire un odio grande alla colpa! La ragione intima di questa ignoranza, indifferenza, apatia è sempre nella apodittica frase del Profeta: non est qui recogitet corde (Jsaj. LVII; 1.)! Chi può comprendere il delitto di lesa Maestà divina? Delicta quis intelligit (Ps. XVIII; 13)? Chi potrà conoscere appieno l’entità di questa manomissione dei divini diritti? Chi lo sprezzo del divino riscatto? Fu, certo, nostra rovina il peccato: per unum hominem peccatum in hunc mundum intravit, et per peccatum mors (il peccato è entrato nel mondo a causa di un uomo, e attraverso il peccato, la morte –  Rom. V, 12 ). E ne sentiamo il morso proprio nella distruzione del nostro essere corporeo, e ne proviamo ripugnanza per egoismo. Ma si pensa mai all’espressione di Paolo, che non riguarda solo noi, bensì lo stesso Figlio di Dio, contro cui si appuntano gli strali della nostra abbietta volontà, refrattaria anche al più sano degli egoismi: la salvezza dell’anima: rursum crucifìgentes Filium Dei (Hebr. VI, 6). Indulgere al peccato vuol dire render vana l’opera della redenzione col Sangue, calpestare quel divin Sangue! Significa ostacolare al Redentore il possesso delle anime, ricomprate col Sangue sparso con tanto fuoco d’amore (S. Cat. da Siena, passim nelle Lettere), mettere in antinomia Dio ed uomo, Creatore e creatura, annullando i frutti della divina liberazione dell’uomo! Ristabilire il chaos magnum (S. Lc. XVI; 26.) superato dal Cristo con la sua passione che ha pacificato nella sua Croce terra e cielo (Col. 1; 20)

Odiare il peccato. Ecco l’imperativo categorico che salva l’uomo e fa splendere nella sua vera luce il Sangue divino: fuge a facie peccati tanquam a facie colubri (Eccli. XXI, 2) perché  possa dirsi di noi: ipsi vicerunt (draconem) propter Sanguinem Agni (Questi vinsero il dragone con il sangue dell’Agnello – Apoc. XII, 11) Nella legge di Dio,  legge d’amore, niun odio è permesso. – Ogni odio esclude dal Regno di Dio! Un odio solo è permesso, odio logico e necessario: odio al peccato, per non esser nemici di Dio, per esser fratelli di Cristo, per partecipare alla sua Passione, e, di conseguenza, alla sua gloria!

3.) Quest’odio logico e legittimo, è indispensabile, per addivenir « zelanti » anche del bene prossimo.

E l’ultimo motivo che il Beato ci porge per far con frutto il Mese dedicato al prezzo di nostra redenzione, e ci si mostra in due aspetti caratteristici: siam debitori ai nostri fratelli; dobbiamo perciò stesso essere apostoli!

Debitori ai Fratelli. — Nati da uno stesso palpito infinito, plasmati dalla stessa mano, fatti tutti a sembianza d’un solo, siamo pure tutti figli di un solo riscatto. Se essi si son distaccati dal Padre, se han disertata la casa natale, perché non dobbiamo andare loro incontro, per riportarli alla grazia profluente del Sangue di Cristo? Se una solidarietà esiste che ci lega nella gioia e nel dolore, che ci fa lietamente dividere un pane benedetto dal sudore, essa non deve limitarsi ai vincoli del sangue, restringersi nella cerchia del domestico focolare, ma dilatarsi, spandersi, estendersi a quanti ci sono fratelli di fede, per aiutarli a che divengano tamquam civitas firma (Prov. XVIII, 19). Ricordiamoci che Cristo disse a noi oltre che a Pietro: Et tu, aliquando conversus, confirma fratres tuos (S. Luc. XXII, 32)! Di essi dobbiamo curarci, perché, come noi, redenti dallo stesso Sangue. L’opera nostra non deve limitarsi a non dar cattivo esempio, non fuorviar le anime con lo scandalo, appunto per non frustare l’opera della redenzione; ma deve spingersi fino a strapparlo da satana, per farlo tuffare, a rigenerazione, nel Sangue prezioso. Se il Cristo per i fratelli peccatori diede la vita, noi abbiamo il categorico dovere di salvarli. L’amore cristiano non si limita alla parola, alla lingua: non diligàmus verbo (non amiamo a parole…  – 1 Giov. III, 18), ma si estende all’opera, alla verità: sed opere et verìtate (ma con l’opera e verità – ibi). San Giovanni è esplicito al riguardo: In hoc cognovimus caritatem Dei, quoniam ille animata suam prò nobis posuit, et nos débèmus prò frutribus animas ponere (Da questo abbiamo conosciuto l’amore di Dio: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. – 1 Giov. III, 16). In quel Sangue c’è un patto di amore che non deve rompersi. Ci sarebbe da rievocare, a giusto sdegno, il monito del poeta: Siam fratelli, siam stretti ad un patto – maledetto colui che l’infrange (Manzoni).

Siamo Apostoli. – Non disse Cristo ai soli Apostoli: – Andate, predicate, diffondete ovunque il Regno di Dio! – A tutti impose l’obbligo perentorio di coadiuvarlo in questa gigantesca opera di ricostruzione morale del mondo, quando invitò a rivolgere al Padre la significativa preghiera: Adveniat regnum tuum (s. Matt. VI, 10)! Debitori ai fratelli di questo verace fondamento (Par. XXIX, 111) dobbiamo ricordare il monito del Maestro: luceat lux vestra coram hominibus, ut videant opera vestra bona et glorificent Patrem vestrum qui in cœlis est (Matth. V, 16 _ 2 Petr. II, 12)! Il nostro apostolato non deve limitarsi alla preghiera, che pure è una gran leva, ma estendersi all’opera, al buon esempio perché i peccatori godano i frutti della redenzione e non sia reso inutile il sacrificio di un Dio. Avrebbe ben ragione di lamentarsi Egli col grido esasperante dell’aspettativa delusa da una ingratitudine senza fine: Quæ utilitas in sanguine meo (Ps. XXIX,10)? – Come intese nella sua vasta portata e nella sua illimitata estensione questo dovere l’umile ma ardente apostola del Sangue la figlia del lanaio di Fontebranda, Caterina da Siena, quando vedendo in ogni anima riflesso il purpureo colore di quel Sangue, ogni anima cercò di avvicinare, per tuffarla ed annegarla in quel mare di infinita misericordia! All’opera dunque, sulle orme della grande Santa, per dare al Sangue divino quel culto di compenso che è la risposta più degna all’immensurabile amore di Dio per le sue creature!

II. – Modo onde praticarlo

In qual modo dobbiamo praticare il pio esercizio del Mese, sacro al ricordo della Redenzione? Su l’altare troneggia, rosseggiante di Sangue, il Dio Crocifisso. Lumi e fiori lo circondano. Occhi ed anime debbono protendersi a Lui, meno indegne certo dei lumi e dei fiori!

1.) Proporsi sott’occhi il Libro della Croce di Gesù Cristo, afferma il Beato Gaspare. Fulget Crucis mysterium (In Vexilla Regis, Vesp. temp. Pasc.)!

La Croce, su cui lampeggia Cristo (Par. XIV, 104) è il libro santo da leggere. Fu scandalo per i Giudei quel condannato all’infame patibolo. Lo dissero maledetto, poiché stava scritto: maledictus qui pendet in ligno (Deut. XXI; 23)! Stoltezza parve ai gentili quella ignobile morte di un essere straordinario che sì nuova ed alta dottrina aveva consegnata all’umanità (1 Cor. I, 23)! – I Giudei, nella loro errata concezione di redenzione, e ligi al programma di un esagerato nazionalismo, dimenticarono che quell’albero di morte, soppiantava quello dell’Eden, il solo letale! Scordarono che questo Adam novus (1 Cor. XV, 45) strappava il chirografo della umana condanna, scrivendo sulle sue stesse carni, col sangue, il decreto della molt’anni lagrimata pace: delens quod adversus nos erat chirographum decreti  (annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli – Col. II, 14). Non seppero guardare nel Re dei Giudei il Salvatore del mondo che pacificava, con la Croce sua, terra e cielo: pacificans per sanguinem crucis ejus sive quæ in cœlis sive quæ in terris sunt (Colos. 1; 20). – Ai Romani parve stoltezza il morire del Cristo, il morire da schiavo! A noi no. Vediamo sulla croce la giustizia e la bontà di Dio. È un Dio che si offre al Padre per noi: oblatus est (Jsaj. LIII; 7); per riparare l’ingiustizia dall’uomo fatta a Dio. È un Dio che per noi, condannati a. morte eterna, offre in espiazione la sua vita col Sangue per riportarci all’amore divino: cuius livore sanati sumus (Ps. CIII, 5) E se il Cristo exauditus est prò sua reverentia (fu esaudito per la sua pietà – Hebr. V, 7), non dobbiamo dimenticare che Egli ha detto al Padre: respice in faciem Christi tui (mira la faccia del tuo Cristo – Ps. LXXXIII, 10).Nella sua umanità senza macchia c’era la nostra umanità contaminata; ma nella sua Persona divina c’era l’immagine e somiglianza di Dio: imago bonitatis illius (Sap. 7, 26). E con la forza del divino amore il Verbo sana, proprio sulla croce, la carne umana, solleva la umana natura fino al trono di Dio, rifacendo gli uomini suoi figli e suoi eredi: filii Dei, cohæredes autem Christi (Rom. VIII, 17)

2) Fulget Crucis mysterium!

Questo prezioso libro, la Croce, ha per noi tre significative parole: conoscere, amare, imitare il Crocifisso!

Conoscere! – Ignoti nulla cupido, dissero gli antichi. Per amare bisogna conoscere; e noi lo abbiamo conosciuto il nostro Dio. Apparve terribile come giustiziere nell’Antico Patto; tangit montes et Fumigant (Ps. CIII, 32) e la sua parola sul Sinai o presso il vitello d’oro, sorge dal fuoco come sull’Oreb e domina il fragore delle folgori e dei tuoni che atterrisce. Ma nel patto novello noi lo abbiamo visto come lo vedeva Giovanni: agnus, agnello (Joan I; 29), come lo aveva veduto il profeta del suo dolore tamquam agnus ad occisionem ductus (Is. LVII, 7) agnello mansueto e pio. Egli ci si è accostato, si è fatto simile a noi, habitu inventus ut homo (Fil. II, 7); ci ha parlato con tenerezza: in mundo conversatus); ha toccate le membra malate per mondarle dalla lebbra, ha sfiorate le anime bacate per riportarle alla grazia: pertransiit benefaciendo et sanando omnes oppressos a diabulo  (il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo – Act. X, 38)! Su noi ha versato, con l’onda del suo amore, il fiume regale del suo Sangue; questo Sangue ha racchiuso nei Sacramenti per la perenne vitalità dell’anima; l’ha spremuto nel calice porgendolo generosamente a bevanda di eterna resurrezione: Accipite et bibite (S. Matt. XXVI, 26)!  Esige dunque che lo amiamo. Ad amore risponda l’amore e sia, il nostro, per il suo amore sovra modo e sovra misura, (S. Bonav.)! Qual carità maggiore di quella dell’amico che s’immola per l’amico? majorem caritatem nemo habet ut ponat quis animam suam prò amicis suis(Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici – S. Giov. XV, 13). Egli si è immolato per i nemici, in amore: Amor sacerdos immolat (Ad regias Agni, etc.)! I nemici ha chiamato non servi ma amici: jam non dicam vos servos vos dixi amicos (S. Joan. XV, 15). Le sue piaghe, fiammanti come rubini, cantano il poema dell’amore; Christi vulnera, immensi amoris pignora, quibus perennes rivuli – manant rubentis sanguinis (Imn. Salvete etc,). La nostra risposta a lui che ci chiede come a Pietro: Diligis me (Mi ami, tu? – S. Giov. XXI, 16)? la sola possibile dopo averlo conosciuto,è: Domine, tu scis quia amo te (Signore, Tu lo sai che ti amo – ivi, v. 17)! E chi ci separerà piùdalla carità del Cristo: quis nos separabit a caritate Christi (Rom. VIII, 35)? Quel Sangue ha cementata la nostra amicizia con Lui. Né la morte, néla vita, né la spada, né le pene varranno a romperla. Ma l’Apostolo ci avverte che per non infrangerla è necessario vivere la vita del Crocifisso, come l’attestato più grande del nostro amore: omnes qui volunt pie vivere carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiìs suis(Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. – Gal V, 24). A quella carne crocifissa, strappata dai flagelli, tormentata dalle spine, coperta di piaghe a pianta pedis usque ad verticem capiti (dalla pianta dei piedi fino al vertice del capo – Jsaj. LIII, 8)) deve combaciare la nostra carne macerata dalla penitenza, bagnata dal pianto, dalla contrizione: castigo corpus meum (1 Cor. XIX, 27)! I lividori di quel corpo immacolato son frutto dei nostri vizi, delle nostre concupiscenze. Per questi il Padre lo ha percosso: propter scelus populi mei percussi eum (percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti – Jsaj. LIII, 4)! All’opera dunque, per estirpare le scelleratezze dell’anima, cagione di tanto martirio al Figlio di Dio, al nostro fratello primogenito, Gesù, che per noi lo subì: Vere languores nostros ipse tulit, et dolores nostros ipse portavit(Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori – Jsaj. LIII; 4). L’invito è anche dell’Apostolo: Empii estis pretio magno. Glorificate et portate Deum in corpore vestro (Siamo stati comprati a gran prezzo. Glorificate e portate Dio nel vostro corpo- 1 Cor. VI, 20)! Come Paolo predichiamo Cristo, Cristo Crocifisso, ma nel nostro corpo, perché si plachi l’ira divina, scenda col Sangue la virtù risanatrice, sia mitigata la lunga tortura del Cristo. Ed ascoltiamo l’invito del nostro santo: Adeamus ergo cum fiducia ad thronum gratiæ! (Andiamo dunque con fiducia al trono di grazia).  Andiamo a Lui in questo Mese, per mondarci nel suo Sangue, succhiarne l’amorosa onda che trasforma; unirci al suo sacrificio; ed otterremo misericordia: ut misericordiam consequamur (Hebr. IV, 16)! E leviamo a Lui, devoti e grati, amorosamente, la Lauda che gli rivolge la Sposa purpurata del suo Sangue benedetto:

Pange, lingua, gloriosi

Corporis mysterium

Sanguinisque pretiosi

quem in mundi prætium

fructus ventris generosi

Rex effudit gentium!

(Pange lingua, S. Thom.)

ESEMPIO

Nel 1296 dinanzi alla Chiesa di San Vito, patrono di Fiume, Pietro Longarich giocava a carte coi compagni del male. Perdeva in modo insolito, e già negli occhi infiammati brillava, sinistra, l’ira caina. Contrariato dalla fortuna, ruppe in grida oscene ed esecrabili bestemmie, senza curarsi dei passanti che, inorriditi, fuggivano lontano, quasi timorosi che la divina giustizia stesse per scaricarsi su quell’empio. Poi prende da terra un sasso e, con rabbia satanica, lo lancia furiosamente contro un crocifisso di legno ch’era sulla facciata del tempio, colpendolo al lato sinistro del petto. La mano sacrilega è ancor tesa in alto, quasi a maggiore sfregio, mentre il costato del Cristo colpito si squarcia, come fosse viva carne, e dalla ferita fiotta vivo sangue. La terra improvvisamente si apre, ingoia il perverso, di cui lascia al di fuori soltanto l’empia mano, testimonio dell’esecrando delitto! – Il Governatore di Fiume, Barone Rauber, fece bruciar pubblicamente lo empio arto; ed a ricordo del fatto appese ai piedi del simulacro una mano di bronzo. Il sasso col quale fu colpito, ancor oggi si vede, aderente al lato sinistro del Crocifisso e reca al di sotto la leggenda: Hoc lapidis ictu percussus fuit Crucìfixus. La terra bagnata di quel Sangue prodigioso fu portata a Pola, ove. da quel tempo è fatta segno di straordinaria venerazione. Il racconto ci ha fatto rabbrividire, fratelli! Eppur quel sasso lo abbiamo scagliato ancor noi al Crocifisso ogni volta che ci siamo ribellati a Lui con la colpa! – Ripariamo l’insulto sacrilego. Chiediamo perdono a Lui: sorgiamo dalla nostra indifferenza ed apatia; preghiamolo a concederci di soddisfare con l’amore più puro e più grande! E quel sangue cadrà su noi a benedizione!

Preghiera

O Sangue divino, versato per la nostra salute, ci inginocchiamo a te innanzi per adorarti, benedirti, amarti. Per offrirti un culto di compenso, in questo Mese odieremo la colpa e ripareremo il male compiuto col divenire zelanti della salute del prossimo. Ci stringiamo alla Croce con l’amore di Maria Maddalena, in penitenza: benediciamo la tua sovrana bontà! Fa, o Gesù Redentore, che nel tuo sacrificio e nel Tuo Sangue conosciamo sempre più il tuo amore per risponderti con l’amore il più tenero. Concedici di seguirti fin sulla Croce, ove crocifiggeremo la nostra carne con i suoi vizi e le sue concupiscenze. Donaci, col perdono, il tuo Sangue, perché di esso aspersi, possiamo essere forti nella lotta, ed essere accolti, trionfatori per Te, nel Regno che col tuo martirio ci hai acquistato. E canteremo coi quattro animali, coi ventiquattro Seniori, con le schiere degli Angeli e dei Santi l’inno che udiva Giovanni sul Cielo: A Lui che siede sul trono, ed all’Agnello sia benedizione, onore, potestà, per secoli dei secoli. Amen.

Risoluzione

Esser fedele, ogni giorno del Mese, nella recita di qualche orazione o giaculatoria al Preziosissimo Sangue (N. Pagliuca).

Fioretto Spirituale

O Sangue col quale si dissipa ogni timore servile, donaci la tranquillità!

(S. Caterina da Siena)

Giaculatoria

Sangue adorabiledel mio Signore,

di amore fervidom’inebria il core!

Credo

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
1 Cor X:16
Calix benedictiónis, cui benedícimus, nonne communicátio sánguinis Christi est? et panis, quem frángimus, nonne participátio córporis Dómini est?

[Il calice dell’eucarestia che noi benediciamo non è forse comunione del sangue di Cristo? Il pane che noi spezziamo non è forse comunione col corpo di Cristo?]

Secreta

Per hæc divína mystéria, ad novi, quǽsumus, Testaménti mediatórem Jesum accedámus: et super altária tua, Dómine virtútum, aspersiónem sánguinis mélius loquéntem, quam Abel, innovémus.

[O Dio onnipotente, concedi a noi, per questi divini misteri, di accostarci a Gesù, mediatore della nuova alleanza, e di rinnovare sopra il tuo altare l’effusione del suo sangue, che ha voce più benigna del sangue di Abele.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Hebr IX: 28
Christus semel oblítus est ad multórum exhauriénda peccáta: secúndo sine peccáto apparébit exspectántibus se in salútem.

[Il Cristo è stato offerto una volta per sempre: fu quando ha tolto i peccati di lutti. Egli apparirà, senza peccato, per la seconda volta: e allora darà la salvezza ad ognuno che lo attende.]

Postcommunio

Orémus.
Ad sacram, Dómine, mensam admíssi, háusimus aquas in gáudio de fóntibus Salvatóris: sanguis ejus fiat nobis, quǽsumus, fons aquæ in vitam ætérnam saliéntis:

[Ammessi, Signore, alla santa mensa abbiamo attinto con gioia le acque dalle sorgenti del Salvatore: il suo sangue sia per noi sorgente di acqua viva per la vita eterna:]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

NELLA FESTA DI SAN PIETRO (29 GIUGNO 2020)

FESTA DI SAN PIETRO (2020)

I Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Doppio di I classe con Ottava comune – Paramenti rossi

Tutta la Chiesa è in festa, perché « Dio ha consacrato questo giorno col martirio degli Apostoli Pietro e Paolo » (Or.) Nelle due grandiose basiliche erette a Roma sulle tombe « di questi Principi che hanno conquistato con la croce e la spada il loro posto nel senato eterno (Inno ai Vespri), come in Catacumbas sulla via Appia, il Papa celebrava oggi solennemente la Messa stazionale. Più tardi, a causa della gran distanza che separa queste due chiese, si divise questa festa, onorando più particolarmente San Pietro il 29 giugno, e San Paolo il 30 giugno. – 1° San Pietro, Vescovo di Roma, è il Vicario, luogotenente, sostituto visibile del Cristo. Come mostrano il Prefazio, l’Alleluia, il Vangelo, l’Offertorio e l’Antifona della Comunione, gli Ebrei avevano respinto Gesù, e fecero lo stesso verso il suo successore (Ep.). Spostando allora il centro religioso del mondo, Pietro lasciò Gerusalemme per Roma, che divenne la città eterna e la sede di tutti i Papi. — 2° San Pietro, primo Papa, « parla a nome del Cristo » che gli ha comunicato la sua infallibilità dottrinale. Quindi non la carne e il sangue lo guidano, ma il Padre celeste, che non permette che le porte dell’Inferno prevalgano contro la Chiesa, di cui egli è il fondamento ( Vang.). — 3° San Pietro ricevendo le chiavi è preposto al « regno dei cieli » sulla terra, cioè alla Chiesa, « e regna in nome del Cristo», che lo ha investito della sua potenza e della sua autorità suprema ( Vang.). I nomi di San Pietro e di S. Paolo aprono la lista degli Apostoli nel Canone della Messa. — Con la Chiesa, che non cessava di rivolgere preghiere a Dio per Pietro (Ep.), preghiamo per il suo successore, « il servo di Dio, il nostro Santo Padre, il Papa [Gregorio XVIII – ndr.] » (Canone della Messa)

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Acts XII: 11
Nunc scio vere, quia misit Dóminus Angelum suum: et erípuit me de manu Heródis et de omni exspectatióne plebis Judæórum.

[Adesso riconosco veramente che il Signore ha mandato il suo Angelo: e mi ha liberato dalle mani di Erode e da ogni attesa dei Giudei.]


Ps 138:1-2
Dómine; probásti me et cognovísti me: tu cognovísti sessiónem meam et resurrectiónem meam.

[Signore, tu mi scruti e mi conosci: conosci il mio riposo e il mio cammino.]


Nunc scio vere, quia misit Dóminus Angelum suum: et erípuit me de manu Heródis et de omni exspectatióne plebis Judæórum.

[Adesso riconosco veramente che il Signore ha mandato il suo Angelo: e mi ha liberato dalle mani di Erode e da ogni attesa dei Giudei.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui hodiérnam diem Apostolórum tuórum Petri et Pauli martýrio consecrásti: da Ecclésiæ tuæ, eórum in ómnibus sequi præcéptum; per quos religiónis sumpsit exórdium.

[O Dio, che consacrasti questo giorno col martirio dei tuoi Apostoli Pietro e Paolo: concedi alla tua Chiesa di seguire in ogni cosa i precetti di coloro, per mezzo dei quali ebbe principio la religione.]

Lectio

Léctio Actuum Apostolórum.
Act 12:1-11
In diébus illis: Misit Heródes rex manus, ut afflígeret quosdam de ecclésia. Occidit autem Jacóbum fratrem Joánnis gládio. Videns autem, quia placeret Judæis, appósuit, ut apprehénderet et Petrum. Erant autem dies azymórum. Quem cum apprehendísset, misit in cárcerem, tradens quátuor quaterniónibus mílitum custodiéndum, volens post Pascha prodúcere eum pópulo. Et Petrus quidem servabátur in cárcere. Orátio autem fiébat sine intermissióne ab ecclésia ad Deum pro eo. Cum autem productúrus eum esset Heródes, in ipsa nocte erat Petrus dórmiens inter duos mílites, vinctus caténis duábus: et custódes ante óstium custodiébant cárcerem. Et ecce, Angelus Dómini ástitit: et lumen refúlsit in habitáculo: percussóque látere Petri, excitávit eum, dicens: Surge velóciter. Et cecidérunt caténæ de mánibus ejus. Dixit autem Angelus ad eum: Præcíngere, et cálcea te cáligas tuas. Et fecit sic. Et dixit illi: Circúmda tibi vestiméntum tuum, et séquere me. Et éxiens sequebátur eum, et nesciébat quia verum est, quod fiébat per Angelum: existimábat autem se visum vidére. Transeúntes autem primam et secundam custódiam, venérunt ad portam férream, quæ ducit ad civitátem: quæ ultro apérta est eis. Et exeúntes processérunt vicum unum: et contínuo discéssit Angelus ab eo. Et Petrus ad se revérsus, dixit: Nunc scio vere, quia misit Dóminus Angelum suum, et erípuit me de manu Heródis et de omni exspectatióne plebis Judæórum.

[In quei giorni: Il re Erode mise le mani su alcuni membri della Chiesa per maltrattarli. Uccise di spada Giacomo, fratello di Giovanni. E, vedendo che ciò piaceva ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano allora i giorni degli azzimi. Arrestatolo, lo mise in prigione, dandolo in custodia a quattro squadre di quattro soldati ciascuna, volendo farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. Pietro, dunque, era custodito nella prigione; ma la Chiesa faceva continua orazione a Dio per lui. Ora, la notte precedente al giorno che Erode aveva stabilito per farlo comparire innanzi al popolo, Pietro, legato da due catene, dormiva fra due soldati, e le sentinelle alla porta custodivano la prigione. Ed ecco apparire un Angelo del Signore e una gran luce splendere nella cella. Toccando Pietro al fianco, lo riscosse, dicendo: Alzati in fretta. E gli caddero le catene dalle mani. L’Angelo gli disse: Mettiti la cintura e infílati i sandali. Pietro obbedí. E l’Angelo: Buttati addosso il mantello e séguimi. Ed egli uscí e lo seguí, senza rendersi conto di quel che l’Angelo gli faceva fare, parendogli un sogno. Oltrepassata la prima e la seconda guardia, giunsero alla porta di ferro che mette in città, ed essa si aprí da sé davanti a loro. E usciti, si avviarono per una strada, e improvvisamente l’Angelo partí da lui. Pietro, allora, tornato in sé, disse: Adesso riconosco davvero che il Signore ha mandato il suo Angelo e mi ha liberato dalle mani di Erode, e da ogni attesa dei Giudei.]

Graduale

Ps XLIV: 17-18
Constítues eos príncipes super omnem terram: mémores erunt nóminis tui, Dómine.
V. Pro pátribus tuis nati sunt tibi fílii: proptérea pópuli confitebúntur tibi. Allelúja, allelúja.

[Li costituirai príncipi sopra tutta la terra: essi ricorderanno il tuo nome, o Signore.
V. Ai padri succederanno i figli; perciò i popoli Ti loderanno. Alleluia, alleluia.]


Matt XVI: 18
Tu es Petrus, et super hanc petram ædificábo Ecclésiam meam. Allelúja.

[Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XVI:13-19
In illo témpore: Venit Jesus in partes Cæsaréæ Philippi, et interrogábat discípulos suos, dicens: Quem dicunt hómines esse Fílium hóminis?
At illi dixérunt: Alii Joánnem Baptístam, alii autem Elíam, álii vero Jeremíam aut unum ex Prophétis. Dicit illis Jesus: Vos autem quem me esse dícitis? Respóndens Simon Petrus, dixit: Tu es Christus, Fílius Dei vivi. Respóndens autem Jesus, dixit ei: Beátus es, Simon Bar Jona: quia caro et sanguis non revelávit tibi, sed Pater meus, qui in cœlis est. Et ego dico tibi, quia tu es Petrus, et super hanc petram ædificábo Ecclésiam meam, et portæ ínferi non prævalébunt advérsus eam. Et tibi dabo claves regni cœlórum. Et quodcúmque ligáveris super terram, erit ligátum et in cœlis: et quodcúmque sólveris super terram, erit solútum et in cœlis.

[In quel tempo: Gesú, venuto nei dintorni di Cesarea di Filippo, cosí interrogò i suoi discepoli: Gli uomini chi dicono che sia il Figlio dell’uomo? Essi risposero: Alcuni dicono che è Giovanni Battista, altri Elia, altri ancora Geremia o qualche altro profeta. Disse loro Gesú: E voi, chi dite che io sia? Simone Pietro rispose: Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente. E Gesú: Beato sei tu, Simone figlio di Giona, perché non la carne o il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Io darò a te le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra, sarà legato anche nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche nei cieli.]

OMELIA

[Mons. G. Bonomelli, Il Papa; Libr. Vismara, Monza]

[Disc. tenuti nella Chiesa di S, Pietro a Cremona negli ultimi anni del 1800)

Nihil obstat

Mediolani,  29 Nov. 1944 sac. Joseph Arienti c. e.

Imprimatur

 In Curia Arciv. Mediolani, 30, XI, 1944 Can. Bernareggi.

ISTITUZIONE DIVINA DEL PRIMATO DI S. PIETRO

Alle nostre spalle scorre tacito il Tevere, chiuso nelle anguste sue sponde: a destra torreggia la mole adriana, e di fronte ecco il primo tempio del mondo, S. Pietro in Vaticano. Studiamo il passo, ed avviciniamoci a quell’incomparabile monumento del genio e della fede. Ai due lati s’aprono verso di noi le due braccia dello stupendo porticato di Bernini colle sue quattrocento massiccie colonne e centosessantatrè statue, che incoronano la vastissima piazza, che entro vi gira. Due magnifiche fontane lanciano altissime e perenni due colonne d’acqua limpidissima, le quali, ripiegandosi sovra se stesse a guisa di fiori o di salici piangenti, riflettono vagamente tutti i colori dell’iride. Nel centro della gran piazza, in mezzo alle due fontane, giganteggia il primo obelisco del mondo. L’imperatore Nerone lo fe’ venire dall’Egitto, lo trasse su pel Tevere e lo drizzò, qui, dove spaziava allora il suo circo, e gittavano fresche ombre e spargevano soavi profumi i suoi giardini. Le mani dei barbari lo rovesciavano e qui giaceva sul suolo « in sua lenta mole » da mille anni. Un pontefice dal genio audace. Sisto V, lo sollevò e l’ebbe collocato sull’alto piedestallo, dal quale or spinge verso il cielo la fronte sormontata dalla Croce sfavillante alla luce del sole. Alla nostra destra, sovra il portico, ci si affaccia in tutta l’austera sua maestà il palazzo Vaticano. Consigli inscrutabili della sapienza di Dio. che scherza nel mondo! L’obelisco di Nerone porta la Croce di Cristo e sorge presso la tomba di Pietro: di quel Pietro, che Nerone lì presso sul Gianicolo, faceva porre in croce! Il circo, i giardini di Nerone sono scomparsi, e su quell’area ecco la Piazza di S. Pietro e l’atrio del suo tempio! La storia stupefatta guarda e tace. La miscredenza moderna mediti su questi trionfi di Cristo e del suo primo Vicario! Passiamo a lato di quel gigante degli obelischi e in passando leggiamo le parole, che il gran papa Sisto V, vi fece scolpire, vere allora, vere oggi, vere sempre:

Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat, Christus triumphat.

Montiamo la gradinata che mette al tempio: quinci e quindi stanno le due statue colossali di Pietro e Paolo, quasi due sentinelle veglianti sulle porte del tempio, in cui riposano i mortali avanzi del Principe degli Apostoli. Siamo nell’atrio: a destra e a sinistra vedete le statue equestri di Costantino e di Carlo Magno, i due sommi protettori della Chiesa e del suo capo. La storia imparziale concesse ad entrambi il titolo di grandi, e lo furono.Valichiamo le soglie del tempio, di questo miracolo del genio e dell’arte. Non badiamo all’ampiezza, alla bellezza dei marmi, ai mosaici, alle colonne, agli archi, ai monumenti, ond’è ripieno, alla ricchezza e alla squisitezza dei lavori: noi non siamo curiosi, ma pii visitatori. Nel centro del tempio cento lumi ardono perennemente dinnanzi al maggior altare: sotto giace il sepolcro del pescatore di Galilea e dinnanzi ad esso lo scalpello di Canova scolpiva, com’egli sapeva scolpire, il VI Pio inginocchiato, con le mani giunte e devotamente orante. Inginocchiamoci noi pure e veneriamo le spoglie del figliuolo di Giovanni, di colui che l’Uomo Dio scelse a suo primo Vicario. Leviamo la fronte: nuove meraviglie! Sovra di noi si stende un ampio baldacchino di bronzo, sostenuto da quattro colonne egualmente di bronzo a forma spirale: esse sono alte come il più bello dei palazzi di Roma; al disopra del baldacchino vaneggia la cupola, quel prodigio unico dell’architettura moderna. — Il genio pagano creò il Panteon, e il genio cristiano, per opera di Michelangelo, portò il Panteon in aria, e, quasi fosse una leggera corona, lo tiene sospeso sul capo del povero battelliere di Galilea. Bramante, Raffaello, Michelangelo, Maderno, Bernini, per tacer d’altri, parvero suscitati da Dio. L’un dopo l’altro per compiere questo monumento, che non ha né avrà l’uguale, sulla tomba di Simon Pietro. Perché tante meraviglie? Perché questo tempio, il più vasto e il più bello, che vegga il sole? Perché questi marmi, questi bronzi, questi tesori di natura e di arte? – Girate lo sguardo intorno alla cupola e sotto al maggior capitello di tutto il tempio. Che vedete voi? Una scritta. A destra entrando è nella lingua di Omero: a sinistra, in quella di Virgilio. Leggete:

TU ES PETRUS ET SUPER HANC PETRAM ÆDIFICABO ECCLESIAM MEAM ETC. ET TIBI DABO CLAVES REGNI COELORUM  ET QUODCUMQUE LIGAVERIS SUPER TERRAM ERIT LIGATUM ET IN CÆLIS ET QUODCUMQUE SOLVERIS SUPER TERRAM ERIT SOLUTUM ET IN CÆLIS. EGO ROGAVI PRO TE UT NON. DEFICIAT FIDES TUA ET TU ALIQUANDO CONVERSUS CONFIRMA FRATRES TUOS. PASCE AGNOS MEOS PASCE OVES MEAS.

Queste parole un di caddero dalle labbra di un uomo, che era anche Dio, e furono rivolte a quel Pietro, del quale qui riposano le ceneri. Quelle parole dicono la grandezza, la dignità, le prerogative tutte di Pietro e de’ suoi successori e spiegano questo tempio e tutte le sue meraviglie. Là in quella scritta è il secreto dei secoli, il compendio di tutta la storia, l’autorità e la forza indistruttibile del pontificato, che da Pietro giunse a Leone XIII (e da Leone XIII, fino a Gregorio XVIII – ndr.), riempie il mondo di sé e delle opere sue, passando sui ruderi di cento monarchie e repubbliche l’una dopo l’altra cadute nella polvere. Oggi io non farò che il semplicissimo commento di quei tre oracoli, e vi mostrerò come in essi si racchiudano tutte le prerogative divine, onde il Pontificato Romano si adorna e va glorioso.

« Gesù Cristo un giorno (MATTEO XVI, 13-19) domandò ai suoi discepoli: Chi dicono gli uomini che io sono, Figliuol dell’uomo? Ed essi risposero: alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia, od uno dei profeti. Ed egli disse loro: E voi chi dite ch’io sia? E Simon Pietro, rispondendo, disse: Tu sei Cristo, il Figlio di Dio vivo. E Gesù, rispondendo, gli disse: Tu se’ beato, o Simone figliuol di Giovanni, perché la carne ed il sangue non ti hanno rivelato questo, ma il padre mio, che è ne’ cieli. Ed io altresì ti dico, che tu sei Pietro e che sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non la potranno vincere. Ed Io ti darò le chiavi del regno de’ cieli; e tutto ciò che avrai legato in terra, sarà legato nei cieli; e tutto ciò che avrai sciolto in terra, sarà sciolto ne’ cieli ». In queste parole voi avete esattamente voltate nella nostra favella il testo evangelico. Studiamoci, o carissimi, di afferrarne il senso, che è piano e manifesto a tutti quelli, che con semplicità ed amore cercano il vero. E primieramente, chi è quegli che parla? È Gesù Cristo, il Figlio di Dio, l’eterna Sapienza: dunque in queste sentenze non vi può essere una parola, non un accento solo, che non sia perfettamente conforme alla verità, o che sia anche soltanto incerto, fuor di luogo od esagerato. È Gesù Cristo quegli che parla, l’infinita potenza, per la quale il Padre trasse dal nulla tutte le cose: dunque Egli può e deve fare tutto ciò che dice e promette, e neppur una delle sue parole cadrà mai inutilmente. A chi parla Egli Gesù Cristo? A principio Egli parla a tutti gli Apostoli, che gli fanno corona (v. 13). Rispondono tutti insieme, uno dopo l’altro, od alcuni per tutti, assentendo gli altri, e riferiscono le voci, che del Maestro correano nel popolo (v. 15). Gesù Cristo li interroga ancora e domanda, non ciò che di sé diceano gli uomini, ma ciò che essi, suoi Apostoli, pensavano di lui. Qui non tutti, ma un solo risponde e dice : « Tu sei Cristo, il Figlio di Dio » . Chi è questi? È Simon Pietro, quel medesimo, al quale Gesù fin dalla prima volta che lo vide, riguardatolo in faccia disse: Tu sei Simone figliuol di Giovanni; tu ti chiamerai Cefa, ossia Pietra » (Gio. I, 42). Allora Gesù, rivolto a Pietro, gli disse : « Tu sei beato, o Simone, figliuolo di Giovannii, ecc. » (v. 17). Poi continua e pronuncia le due sentenze, sulle quali dobbiamo fermare tutta la nostra attenzione. Queste son dette da Gesù Cristo a Pietro, al solo Pietro, e vi prego di scolpirvi ben addentro nell’animo questa verità, perché ne scaturisce la gravissima conseguenza, che le alte promesse e la somma potestà in quelle racchiuse, spettano a Pietro e al solo Pietro. – Che cosa adunque Gesù Cristo promette a Pietro con queste due sentenze? Esaminiamole alla luce dell’insegnamento della Chiesa, che qui si confonde con quello del più comune buon senso. « Felice te, o Pietro, che hai conosciuta la mia origine divina! Questo conoscimento ti viene, non dalla ragione, non dagli uomini, ma dal Padre mio. Ed Io dico a te, che tu sei veramente Pietro e meriti quel nome, che Io ti ho imposto e quella dignità, che a suo tempo ti darò. Tu hai riconosciuta divina la mia persona e mi hai confessato Figlio di Dio alla presenza de’ tuoi fratelli; te ne rendo la mercede e fin d’ora anch’Io ti fo conoscere i disegni che sopra di teho formato e ti manifesto la dignità, alla quale sarai sollevato. Io ti mutai il nome di Simone in quello di Pietro (3); e veramente tu sei pietra e sopra di questa pietra io edificherò la mia Chiesa ».  È questo il linguaggio che Gesù Cristo tiene con Pietro, presenti tutti gli altri Apostoli, e nel quale evidentemente gli promette un premio, che in qualche modo risponda al merito della splendida sua confessione. Qual è, o dilettissimi, questo premio? Gesù Cristo parla della sua Chiesa, la fondazione della quale è il motivo della sua missione sulla terra. Come rappresenta Egli la Chiesa, che è venuto a fondare? la rappresenta sotto la bella immagine d’un edificio o gran casa, e di qui la sentenza: « Tu sei Pietro o pietra, e sopra di questa pietra edificherò la mia Chiesa » . Gesù Cristo adunque promette di edificare la Chiesa; ma due cose principalmente si domandano per costruire un edificio,  l’architetto, che costruisce e il fondamento, su cui deve poggiare l’edificio. L’architetto e costruttore è Gesù Cristo stesso, che dice: « Io edificherò la mia Chiesa: Ædificabo Ecclesiam meam ». E chi è il fondamento? Chi la pietra principale, su cui Gesù Cristo vuol collocare l’edificio della sua Chiesa? Udite: « Tu sei Pietro o pietra, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa ». Queste parole di Gesù Cristo chiaramente stabiliscono, che Pietro ha verso la Chiesa quei rapporti stessi che il fondamento ha verso l’edificio. Ora, è proprio del fondamento sostenere sempre, ad ogni istante, tutto l’edificio e le singole sue parti, e tenerle tra di loro congiunte, tanto che l’intero edificio con tutta verità deve la sua esistenza e conservazione al fondamento, e perciò da esso necessariamente dipende. Pietro adunque, fondamento della Chiesa per volontà di Gesù Cristo, sempre, ad ogni istante, sostiene e conserva l’edificio della Chiesa, e la Chiesa tutta, e sempre e necessariamente, dipende da lui. È cosa pertanto più che manifesta, che Pietro è la base, il centro, il principio conservatore di tutta la Chiesa, perché tale è la volontà di Cristo: « Super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam ». E di qual Chiesa favella Gesù Cristo? Per fermo non di questa o quella particolare, ma sì di tutta la Chiesa, della Chiesa universale, perché Gesù Cristo la designa con quella parola, che non ammette dubbio: « la mia Chiesa: Ecclesiam meam » . E fino a quando durerà in Pietro l’eccelsa prerogativa di fondamento della Chiesa di Cristo? Fino a quando durerà la Chiesa, cioè, sino consumazione dei tempi; perocché come non è possibile l’esistenza della Chiesa senza di Pietro, così senza della Chiesa e la sua perpetuità, giusta le parole di Cristo, derivano dalla saldezza di Pietro; e le potenze dell’inferno non vinceranno la Chiesa » , appunto perché fondata sovra Pietro, fatto da Cristo pietra incrollabile: « Et portæ inferi non prævalebunt adversus eam ». Che se Pietro, perché uomo, deve cedere alla natura e scendere nel sepolcro, non per questo verrà meno il suo potere, ma passerà ne’ suoi successori d’uno in altro sino al termine dei secoli. – Questa spiegazione, che sgorga limpidissima dalle parole di Cristo, si conferma e di nuova luce si rischiara nella sentenza di Cristo, e che vuolsi considerare come il più ampio svolgimento di quella, che ora abbiamo messo in sodo: « Ed Io ti darò le chiavi del regno dei cieli, ecc. ». –  La Chiesa è un edificio, una gran casa, com’è chiamata da S. Paolo (II. TIM. 2 – 20): questa immagine come richiama quella di architetto, di costruttore e di fonte, così naturalmente sveglia l’altra immagine delle chiavi e del padrone, che le tiene. Presso gli ebrei, e indistintamente presso tutti i popoli, le chiavi simboleggiano il potere sulle città, se trattasi di città, della case, se trattasi della casa. Gesù Cristo, Signore assoluto dell’edificio o della casa, che innalzerà, ne tiene le chiavi che è  quanto dire ha sopra della Chiesa piena, illimitata, inalienabile potestà: ond’egli apre e nessuno chiude, chiude e nessuno apre (APOCAL. III 7). Come Dio Creatore ha sovrana balìa su tutto il creato, perché è opera sua, così Gesù Cristo l’ha sulla Chiesa, perché è lavoro delle sue mani, frutto e conquista del suo sangue. Ora, Gesù Cristo dice a Pietro: « Darò a te le chiavi di questo edificio o regno dei cieli; onde come Io ne sono il padrone naturale ed assoluto, tu ne sarai il mio rappresentante, il mio depositario, e chiuderai ed aprirai con la mia stessa autorità, non a capriccio, ma a norma del mio Vangelo. L’amministratore rende conto dell’opera sua al solo padrone, e tu pure, o Pietro, la renderai soltanto a me, non ad altri, chiunque egli sia. In questa casa, della quale Io ti affido le chiavi,  ho deposto tutti i miei tesori, tesori di verità, tesori di grazie, tesori di autorità: son tutti nelle tue mani: Quodcumque ligaveris quadcumque solveris »; Tutto ciò che tu farai qui sulla terra, qual mio Vicario, qual capo di questa casa e famiglia, che ti commetto, Io, che tutto conosco e tutto posso, lo ratificherò in Cielo. Le tue parole, le tue leggi, le tue sanzioni, le tue dispense, come Capo della mia Chiesa, riceveranno il mio suggello, e chi ascolterà te, ascolterà me; chi sprezzerà te, sprezzerà me. Quand’Io salirò al Cielo, il mio potere sarà trasfuso in te, tutto nella sua pienezza in te, entro i limiti del Vangelo e della mia parola, eterno ed inviolabile statuto da me promulgato ». Carissimi, vi domando: Gesù Cristo poteva usare parole più chiare, più precise, immagini più vive per apprenderci la dignità e il supremo potere, che volle conferire a Pietro e al solo Pietro? Egli è il fondamento dell’edificio; egli è il clavigero o depositario delle chiavi, il sommo reggitore di questa casa, il padre di questa grande famiglia, non ad altri soggetto, fuorché all’Uomo-Dio, che tanto potere gli ha dato. – È  tempo di passare al secondo oracolo, che sta scolpito sotto gli archi di S. Pietro in Vaticano e che leggiamo nel Vangelo di S. Luca (XXII, 21-32). Gesù avea celebrato l’ultima cena e dato se stesso in cibo ed in bevanda a’ suoi diletti discepoli: ancora tre o quattro ore, ed Egli si darà in mano a’ suoi giurati nemici. Quali momenti solenni! In quelle crudeli distrette (parrebbe incredibile!) gli Apostoli contendevan tra loro chi fosse il maggiore. L’amabile Gesù, dopo aver sopito quel puerile contrasto coll’ammirabile sentenza, che solo dalla sua bocca poteva uscire: « Il maggiore tra voi si faccia come il minore » (Ib. v.. 26), rivolto a Pietro, con aria piena di maestà, dice: « Simone, Simone, ecco satana ha richiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma Io ho pregato per te, acciocché la tua fede non venga meno; e tu quando un giorno sarai convertito, conferma i fratelli tuoi ». Vi piaccia, o dilettissimi, con tutta l’attenzione e con la massima riverenza ponderare queste parole pronunciate dal Salvatore, che ben lo meritano. Esse sono indirizzate a Pietro, unicamente a Pietro, che è chiamato col suo nome antico, quasi per ricordargli la sua povera origine; e questo nome è ripetuto due volte, cosa insolita nelle Sante Scritture, ed usata solo in condizioni straordinarie, per eccitare l’attenzione e quasi avvertire che cose di altissima importanza sono per dirsi. E che dice Gesù Cristo? « Simone, Simone! Sappi che satana, l’antico avversario mio, e vostro e di tutti gli uomini, sta per mettervi a durissima prova: egli si apparecchia a vagliarvi come si vaglia il grano ». Qui, fratelli miei, non vi sfugga una cosa degnissima di considerazione: Gesù parla al solo Pietro, predice una fierissima battaglia, che satana sta per muovere, non al solo Pietro, ma a tutti gli Apostoli, e per conseguenza a tutta la Chiesa: « Simon, Simon: ecce satana expetivit vos » . Amorosissimo Gesù! Voi annunziate una prova terribile, che sovrasta a tutti gli Apostoli: una prova che non ha limiti di sorta, né di tempo, né di luogo, né di modo: come provvederete voi ai vostri cari? Quali difese, quali armi loro fornirete per combattere e vincere nell’aspra pugna? Una sola difesa, un’arma sola, ma validissima e bastevole: « Ego rogavi prò te. ut non deficiat fides tua » . Gesù Cristo protesta d’aver pregato il Divin Padre pel suo Pietro: « Rogavi prò te » . Qual è lo scopo di questa specialissima preghiera innalzata da Gesù Cristo al Padre per il solo Pietro? Unicamente quella di ottenergli una fede invincibile, che non soccomba in qualsivoglia più fiera battaglia che satana s’appresta a dargli: « Ut fides tua non deficiat » . Ma questa fede Gesù Cristo l’ha Egli ottenuta al suo Pietro? E, ottenutala debb’essa considerarsi come un dono fatto a Pietro e unicamente a suo vantaggio, o a vantaggio d’altri? Non vi è dubbio, che Gesù Cristo abbia ottenuto a Pietro questa fede perenne ed incrollabile, sia perché chi prega  è l’Uomo Dio e dal Padre è sempre esaudito a ragione della sua maestà: « Exauditus est prò sua reverentia  (Hebr. v. 7) »; sia perché il favore ottenuto a Pietro non riguarda lui personalmente, sebbene tutta la Chiesa. Ascoltate, o carissimi, e meditate queste parole memorabili: « E tu, o Pietro, rivolgendoti ai tuoi confratelli, o meglio dopo che ti sarai convertito, li conferma: « Confirma fratres tuos » . E in che cosa Pietro confermare i suoi fratelli, gli Apostoli, e per conseguenza tutta la Chiesa? Li deve confermare in quella fede, che in lui non deve vacillare giammai: « Rogavi prò te, ut non deficiat fides tua ». Pietro adunque per la preghiera di Gesù Cristo è siffattamente stabilito nella fede, che può, anzi deve raffermare eziandio quella dei suoi fratelli Apostoli, ogni qualvolta il bisogno lo chiegga, e raffermarla per comando di Colui, che ne è l’autore e consumatore. Gesù Cristo dunque nella guerra implacabile che ferve continuamente tra satana e i suoi seguaci da una parte, la Chiesa e i suoi figli dall’altra, ha provveduto alla difesa ed al trionfo de’ suoi mercè la fede e l’opera di Pietro : « Confirma fratres tuos ». Gesù prega, dice a meraviglia S. Leone, per la fede di Pietro, perché se il capo non è vinto, è certissima la vittoria dei soldati, e in Pietro sono avvalorati tutti i credenti per guisa che da lui, come capo, si trasfonde in tutte le membra e in tutto il corpo l’aiuto celeste: « In suos quoque (Petrus) soliditas illa transfuditur hæredes… Pro fide Petri proprie supplicatur, tamquam aliorum status certior sit futurus, si mens principis vieta non fuerit. In Petro ergo omnium fortitudo munitur, et divinæ gratiæ ita ordinatur auxilium, ut firmitas, quæ per Christum Petro tribuitur, per Petrum apostolis conferatur ». (Serm. 2 et 3). – Ora, se Pietro per volontà espressa di Gesù Cristo, deve rassodare nella fede non solo la Chiesa, ma gli Apostoli stessi, dove n’avessero avuto bisogno; se Pietro in altri termini, nelle cose della fede, deve ammaestrare, guidare e raffermare tutta quanta la Chiesa: « confirma fratres tuos », ne conseguita ch’egli sempre per volontà di Cristo, ne è il Capo supremo, il sommo ed infallibile Maestro. Diteci, o carissimi: vi può essere verità che scaturisca dalle S. Scritture più limpida e più spontanea di questa? – Resta a spiegare, o dilettissimi, il terzo ed ultimo oracolo che sta scolpito sotto le volte di S. Pietro in Vaticano, che comporta ed illustra gli altri due e che insieme con essi forma la vera e incancellabile epigrafe che. dettata da Gesù Cristo medesimo, doveva essere collocata sulla tomba dell’Apostolo. – Eran trascorsi pochi giorni dopo la risurrezione di Gesù Cristo e Pietro con altri sei Apostoli, dopo la pesca prodigiosa, sedeva sulla riva del lago di Galilea ai piedi di Gesù. « Dopo aver pigliato il cibo, che Gesù die loro di sua mano, tosto questi disse a Simon Pietro: – Simon di Giovanni, mi ami tu più di costoro? – Egli disse: Veramente, Signore, tu sai ch’io t’amo. Gesù gli disse: – Pasci i miei agnelli, ecc. ». È questa una delle narrazioni più care e più commoventi, che si incontrano nel Vangelo, e tante esso ne contiene! Tre volte Pietro aveva negato il Divin Maestro e qui tre volte domanda a Pietro se lo ama, volendo che colla triplice affermazione dell’amore, scrive S. Agostino, cancellasse la triplice negazione. Gesù, chiamando Pietro col suo nome primitivo, presenti i suoi fratelli, gli domanda se lo ama, e, avutane risposta che sì, ne esige la prova, dicendogli: « Pasci adunque i miei agnelli pasci le mie agnelle ». Chi è desso Gesù Cristo? Egli è il buon Pastore, il buon Pastore che mette la sua vita per le agnelle; il buon Pastore che conosce, che le raccoglie in modo che vi sia un sol greggie e un sol pastore (Giov. X, 11, 14, 15, 16). Dinanzi a questo Pastore supremo tutti i credenti, semplici fedeli e pastori sono agnelli. Questo Pastore supremo sta per lasciar la terra, e agli agnelli, che si governano coi sensi, deve  lasciare in sua vece un pastore, che in modo sensibile li regga. E chi sceglie? Non molti, ma un solo, come un solo è il suo gregge ed un solo il Pastor supremo che è per dipartirsi. Sceglie Pietro e gli dice: « Pasci i miei agnelli, pasci le mie agnelle: vale a dire, sii pastore in mio luogo e colla mia autorità. Come io sono il Pastor supremo di questo ovile, così lo devi esser tu pure » . Che importa, o carissimi, essere pastore? Importa pascere con la parola e coi Sacramenti gli agnelli, importa reggerli e governarli; importa guidarli ai pascoli della vita e allontanarli dai pascoli di morte; importa, per dir tutto in breve, governare il gregge, esserne capo e moderatore supremo. Gesù Cristo non vi appone limite, alcuno di tempo, di luogo, di persone; nulla affatto. Pietro è pastore supremo e del suo governo non deve rendere ragione che a Quegli, il qual lo ha eletto e preposto all’ovile. In altre parole: Gesù Cristo in questo celebre oracolo adempie le promesse già fatte al suo Pietro e le adempie nei termini più chiari: gli aveva promesso di costituirlo pietra fondamentale della Chiesa e affidargliene le chiavi: « Super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam. – Tibi dabo claves regni cœlorum »: gli aveva promesso di ottenergli una fede immobile, onde in essa potesse confermare i suoi fratelli, e con essi e per essi tutti i credenti: « Rogavi prò te, ut non deficiat fides tua… Confirma fratres tuos » . Qui lo costituisce maestro e pastore del suo ovile. Quella prima promessa fu fatta a Pietro in vista della sua fede: qui si adempie in ricompensa della sua carità: la promessa ripete l’origine dalla fede di Pietro, dalla fede radice d’ogni virtù; l’adempimento viene per la carità, nella quale ogni virtù si consuma. Pietro è fondamento della Chiesa di Gesù Cristo: Pietro ne stringe le chiavi; Pietro è il sostegno della fede nei fratelli: Pietro è il gran pastore di tutto l’ovile di Cristo; tutti gli altri apostoli, discepoli, semplici fedeli, tutti insieme ad uno ad uno, sempre ed in ogni luogo, dipendono come pietre dal fondamento, come figli di famiglia dal capo, come discepoli dal maestro, che li conferma, come agnelli e agnelle dal pastore, che le guida. Sotto forme alquanto diverse brilla sempre la stessa idea, si stabilisce sempre lo stesso ufficio; le idee di edificio, di casa, di fratelli da confermarsi, di agnelli e di agnelle da pascersi, si legano tra di loro, significano in sostanza la stessa cosa, e importano la dipendenza dal fondamento, dal capo di famiglia, dal maestro, dal pastore. Gesù Cristo nel commettere a Pietro l’ufficio, e il diritto di fondamento rapporto all’edificio, di reggitore rapporto alla famiglia, di confermatore rapporto ai confermati, di pastore rapporto alle agnelle, necessariamente impone alle pietre dell’edificio, ai figli di famiglia, ai fratelli da confermarsi, alle agnelle e agli agnelli, l’ufficio e il dovere dell’obbedienza, non potendosi concepire il diritto di reggere e governare senza il relativo dovere d’essere retti e governati. Figliuoli amatissimi! Se le parole di Gesù Cristo per noi sono legge immutabile; se ciò che ho detto sgorga a tutta evidenza dalle parole di Lui, pel quale dire è fare, « Ipse dixit, et facta sunt » , ne conseguita che Pietro e i suoi successori nell’apostolato si debbono riverire come fondamento, clavigeri, maestri e pastori sommi di tutta la Chiesa. Pietro, o miei cari, è il fondamento dell’edificio: io, voi, ciascuno di voi siam le pietre, che la provvidenza divina ha collocato sovra di questo inconcusso fondamento: se non vogliam cadere, e cessar d’appartenere a questo benedetto edificio, teniamoci sempre saldamente congiunti alla pietra immobile, che è la nostra forza, il nostro sostegno. Pietro ha ricevuto da Cristo le chiavi di questo edificio, apre e chiude, regge e governa questa gran Casa di Dio; noi tutti siamo in essa figli di famiglia: obbediamo adunque al capo datoci da Gesù Cristo medesimo. Pietro ha una fede che non può essere vinta dalle superbe potenze dell’inferno: Pietro con essa e per essa conferma tutti i suoi fratelli maggiori e minori, vescovi e preti e semplici fedeli. Lasciamoci adunque confermare da lui, e con lui e per lui noi pure usciremo vincitori dalla tremenda e incessante lotta. Pietro è il pastore di tutto l’ovile di Cristo: siamo in esso agnelli e agnelle: lasciamoci adunque guidare dal massimo Pastore, e non cadremo giammai tra le unghie dei lupi rapaci, che c’insidiano. – Carissimi! V’ho dato il commento legittimo dei grandi oracoli in tre diverse occasioni pronunciati in modo solenne dal nostro divin Maestro e Salvatore; vi ho dato il legittimo commento di que’ tre oracoli, che formano la gran carta, il vero ed immutabile statuto sul quale poggia il dogma fondamentale del primato di Pietro e de’ suoi successori, e che noi entrando nel massimo tempio della terra leggemmo intorno alla sua cupola. Questo commento rimanga scolpito nei vostri cuori più che sui marmi di S. Pietro in Vaticano, e sia la tessera della vostra fede, il simbolo della vostra speranza, e vi conduca là, dove un giorno, cessando la fede e la speranza nell’immediata visione e nel beato possesso di Dio, regna la sola carità (Ad Corinth. XIII, 13).

Credo

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Offertorium

Orémus
Ps XLIV: 17-18
Constítues eos príncipes super omnem terram: mémores erunt nóminis tui, Dómine, in omni progénie et generatióne.

[Li costituirai príncipi su tutta la terra: essi ricorderanno il tuo nome, o Signore, di generazione in generazione.]

Secreta

Hóstias, Dómine, quas nómini tuo sacrándas offérimus, apostólica prosequátur orátio: per quam nos expiári tríbuas et deféndi

[Le offerte, o Signore, che Ti presentiamo, affinché siano consacrate al tuo nome, vengano accompagnate dalla preghiera degli Apostoli, mediante la quale Tu ci conceda perdono e protezione.]

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Communio

Matt XVI: 18
Tu es Petrus, ei super hanc petram ædificabo Ecclésiam meam.

[Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.]

Postcommunio

Orémus.
Quos cœlésti, Dómine, aliménto satiásti: apostólicis intercessiónibus ab omni adversitáte custódi.

[Quelli, o Signore, che Tu saziasti di un alimento celeste, per intercessione degli Apostoli, proteggili contro ogni avversità.]

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leonine-dopo-la-messa/

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DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2020)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Il pensiero che domina tutta la liturgia di questo giorno è la fiducia in Dio in mezzo alle lotte e alle sofferenze di questa vita. Essa appare nella lettura della storia di David nel Breviario e da un episodio della vita di S. Pietro, di cui è prossima la festa. Quando Dio scacciò Saul per il suo orgoglio, disse a Samuele di ungere come re il più giovane dei figli di Jesse, che era ancora fanciullo. E Samuele l’unse, e da quel momento lo Spirito di Dio di ritirò da Saul e venne su David. Allora i Filistei che volevano ricominciare la guerra, riunirono le loro armate sul versante di una montagna; Saul collocò il suo esercito sul versante di un altra montagna in modo che essi erano separati da una valle ove scorreva un torrente. E usci dal campo dei Filistei un gigante, che si chiamava Golia. Esso portava un elmo di bronzo, una corazza a squame, un gambiere di bronzo e uno scudo di bronzo che gli copriva le spalle;aveva un giavellotto nella bandoliera e brandiva una lancia il cui ferro pesava seicento sicli. E sfidando Israele: «Schiavi di Saul, gridò, scegliete un campione che venga a misurarsi con me! Se mi vince, saremo vostri schiavi, se lo vinco io, voi sarete nostri schiavi » – Saul e con lui tutti i figli d’Israele furono allora presi da spavento. Per un po’ di giorni il Filisteo si avanzò mattina e sera, rinnovando la sua sfida senza che nessuno osasse andargli incontro. Frattanto giunse al campo di Saul il giovane David, che veniva a trovare i suoi fratelli, e quando udì Golia e vide il terrore d’Israele, pieno di fede gridò: «Chi è dunque questo Filisteo, questo pagano che insulta l’esercito di Dio vivo? Nessuno d’Israele tema: io combatterò contro il gigante ». « Va, gli disse Saul, e che Dio sia con te! » David prese il suo bastone e la sua fionda, attraverso’ il letto del torrente, vi scelse cinque ciottoli rotondi e si avanzò arditamente verso il Filisteo. Golia vedendo quel fanciullo, lo disprezzò: « Sono forse un cane, che vieni contro di me col bastone? » E lo maledisse per tutti i suoi dèi. David gli rispose: « Io vengo contro di te in nome del Dio d’Israele, che tu hai insultato: oggi stesso tutto il mondo saprà che non è né per mezzo della spada, né per mezzo della lancia, che Dio si difende: Egli è il Signore e concede la vittoria a chi gli piace ». Allora il gigante si precipitò contro David: questi mise una pietra entro la sua fionda e dopo averla fatta girare la lanciò contro la fronte del gigante, che cadde di colpo a terra. David piombò su di lui e tratta dal fodero la spada di Golia, Io uccise tagliandogli la testa che innalzò per mostrarla ai Filistei. A questa vista i Filistei fuggirono e l’esercito di Israele innalzato il grido di guerra li insegui’ e li massacrò. « I figli d’Israele, commenta S. Agostino, si trovavano da quaranta giorni di fronte al nemico. Questi quaranta giorni per le quattro stagioni e per le quattro parti del mondo, significano la vita presente durante la quale il popolo cristiano non cessa mai dal combattere Golia e il suo esercito, cioè satana e i suoi diavoli. Tuttavia questo popolo non avrebbe potuto vincere se non fosse venuto il vero David, Cristo col suo bastone, cioè col mistero della croce. David, infatti, che era la figura di Cristo, usci dalle file, prese in mano il bastone e marciò contro il gigante: si vide allora rappresentata nella sua persona ciò che più tardi si compi in N. S. Gesù Cristo. Cristo, infatti, il vero David, venuto per combattere il Golia spirituale, cioè il demonio, ha portato da sé la sua croce. Considerate, o fratelli, in qual luogo David ha colpito Golia: in fronte ove non c’era il segno della croce; cosicché mentre il bastone significava la croce, cosi pure quella pietra con la quale colpì Golia rappresentava Cristo Signore. » (2° Notturno). Israele è la Chiesa, che soffre le umiliazioni, che le impongono i nemici. Essa geme attendendo la sua liberazione (Ep.), invoca il Signore, che è la fortezza per i perseguitati (All.), «Il Signore che è un rifugio e un liberatore » (Com.), affinché le venga in aiuto « per paura che il nemico gridi: Io l’ho vinta » (Off.). E con fiducia essa dice: « Vieni in mio aiuto, o Signore, per la gloria del tuo nome, e liberami » (Grati.). « Il Signore è la mia salvezza, chi potrò temere? Il Signore è il baluardo della mia vita, chi mi farà tremare? Quando io vedrò schierato contro di me un esercito intero il mio cuore sarà senza paura. Sono i miei persecutori e i miei nemici che vacillano e cadono » (Intr.). Cosi sotto la guida della divina Provvidenza, la Chiesa serve Dio con gioia in una santa pace (Or.); il che ci viene mostrato dal Vangelo scelto in ragione della prossimità della festa del 29 giugno. Un evangeliario di Wurzbourg chiama questa domenica, Dominica ante natalem Apostolorum. Infatti è la barca di Pietro che Gesù sceglie per predicare, è a Simone che Gesù ordina di andare al largo, ed è infine Simone, che, dietro l’ordine del Maestro, getta le reti, che si riempiono in modo da rompersi; infine è Pietro che, al colmo dello stupore e dello spavento, adora il Maestro ed è scelto da Lui come pescatore d’uomini. « Questa barca, commenta S. Ambrogio, ci viene rappresentata da S. Matteo battuta dai flutti, da S. Luca ripiena di pesci; il che significa il periodo di lotta che la Chiesa ebbe al suo sorgere e la prodigiosa fecondità successiva. La barca che porta la sapienza e voga al soffio della fede non corre alcun pericolo: e che cosa potrebbe temere avendo per pilota Quegli che è la sicurezza della Chiesa? Il pericolo s’incontra ove è poca fede; ma qui è sicurezza poiché l’amore è perfetto » (3° Nott.). Commentando il brano di Vangelo molto simile a questo (vedi mercoledì di Pasqua) ove S. Giovanni racconta una pesca miracolosa, che ebbe luogo dopo la Resurrezione del Salvatore, S. Gregorio scrive: « che cosa significa il mare se non l’età presente nella quale le lassitudini e le agitazioni della vita corruttibile assomigliano a flutti che senza tregua si urtano e si spezzano? Che cosa rappresenta la terra ferma della riva, se non la eternità del riposo d’oltre tomba? Ma poiché i discepoli si trovavano ancora in mezzo ai flutti della vita mortale, si affaticano sul mare, mentre il Signore, che si era spogliato della corruttibilità della carne, dopo la Risurrezione era sulla riva » (3° Notturno del mercoledì di Pasqua). In S. Matteo il Signore paragona « il regno dei cieli a una rete gettata in mare che raccoglie ogni sorta di pesci. E quando è piena, i pescatori la tirano a riva e prendono i buoni e rigettano i cattivi ». Orsù, coraggio: mettiamo tutta la nostra confidenza in Gesù. Egli ci salverà, mediante la Chiesa, dagli attacchi del demonio, come salvò per mezzo di David l’esercito d’Israele che temeva il gigante Golia.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 1; 2 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt.

[Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.] Ps XXVI: 3

Si consístant advérsum me castra: non timébit cor meum.

[Se anche un esercito si schierasse contro di me: non temerà il mio cuore.]

Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt.

[Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.]

Oratio

Orémus.

Da nobis, quæsumus, Dómine: ut et mundi cursus pacífice nobis tuo órdine dirigátur; et Ecclésia tua tranquílla devotióne lætétur.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Signore, che le vicende del mondo, per tua disposizione, si svolgano per noi pacificamente, e la tua Chiesa possa allietarsi d’una tranquilla devozione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom VIII: 18-23.

“Fratres: Exístimo, quod non sunt condígnæ passiónes hujus témporis ad futúram glóriam, quæ revelábitur in nobis. Nam exspectátio creatúræ revelatiónem filiórum Dei exspéctat. Vanitáti enim creatúra subjécta est, non volens, sed propter eum, qui subjécit eam in spe: quia et ipsa creatúra liberábitur a servitúte corruptiónis, in libertátem glóriæ filiórum Dei. Scimus enim, quod omnis creatúra ingemíscit et párturit usque adhuc. Non solum autem illa, sed et nos ipsi primítias spíritus habéntes: et ipsi intra nos gémimus, adoptiónem filiórum Dei exspectántes, redemptiónem córporis nostri: in Christo Jesu, Dómino nostro”.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA VITA FUTURA

“Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Infatti il creato attende con viva ansia la manifestazione dei figli di Dio. Poiché il creato è stato assoggettato alla vanità non di volontà sua; ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo, invero, che tutta quanta la creazione fino ad ora geme e soffre le doglie del parto. E non solo essa, ma anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, anche noi gemiamo in noi stessi attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio, cioè la redenzione del nostro corpo” (Rom. VIII, 18-23).

L’epistola è un brano della lettera ai Romani. San Paolo aveva affermato nei versetti precedenti che saremo glorificati con Cristo se avremo patito con Lui. Perché nessuno rimanga scoraggiato da questo condizione, fa conoscere la grandezza della gloria futura. La manifestazione della gloria dei figli di Dio è tanto grande che è aspettata ardentemente anche dal mondo sensibile, che vi prenderà parte in qualche modo con la sua rinnovazione. Assieme con la creazione è aspettata pure da noi che, possedendo già lo Spirito Santo come primizia e pegno della celeste eredità, ne sospiriamo il compimento, mediante la glorificazione del nostro essere intero, anima e corpo. Rivolgiamo oggi il pensiero a questa vita della gloria, a questa vita futura, Essa:

1. È il luogo della nostra abitazione eterna,

2. È il compimento delle nostre aspirazioni,

3. È il sommo godimento nel possesso di Dio.

1.

Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Innanzi tutto, la vita futura, la vita della gloria, è il luogo della nostra dimora alla quale siamo avviati, non avendo quaggiù dimora permanente. – Una delle più gravi preoccupazioni, quaggiù, è quella di cercarsi una dimora conveniente e poter dire: ho trovato il mio posto; finalmente sono tranquillo. Ma un bel giorno, o per una motivo o per un altro, viene l’ordine di sfratto, e bisogna lasciare quel luogo, a cui si era cominciato a portar affezione. È sogno di tanti procurarsi un’abitazione propria, anche modesta, per passarvi tutta la vita: ma quando si incomincia a goderla, bisogna uscire.  Se non sono i padroni che ci danno lo sfratto quando siamo ancor vivi, sono gli eredi che, volendo liberar la casa, ce ne portano fuori cadaveri. – Ma se noi arriveremo a entrare nella dimora futura, nessuna forza, nessun succedersi di eventi ce ne potrà allontanare. È un posto preparato appositamente per noi; e non da mano d’uomo, ma dalla mano del sommo Artefice, il quale unicamente ha diritto di disporre. « Demolita la casa di questa dimora terrena, si acquista nel cielo una abitazione eterna » (Prefazio dei defunti). – Una grande preoccupazione è sempre il pensiero di poter perdere i beni che si posseggono. Guardate chi vive negli affari. L’idea che una sosta nel commercio, un concorrente, un amministratore infedele, un cambiamento della situazione che possano rovinare gli affari, ora bene avviati, non lo lascia in pace. Guardate quelli che vivono col frutto dei propri beni. Vedono pericoli dappertutto, ladri dappertutto; sono sempre in attesa che la terra manchi loro sotto i piedi. Per gli uni e per gli altri, poi, c’è sempre quell’importuna che si chiama morte, che s’avanza senza sosta. Aver dei beni, e non poterli godere che per brevissimo tempo, è un tormento piuttosto che un beneficio. « O morte, quanto è amaro il tuo ricordo per un uomo che vive in pace tra le sue ricchezze » (Eccli. XLI, 1). Quando, come premio delle nostre opere buone, riceveremo la corona di gloria in paradiso, non saremo turbati dal timore che alcuno ce la possa togliere. Non lavorio nascosto o violenza aperta potrà privarcene; e il tempo non potrà far appassire uno solo dei fiori che la compongono: essa sarà «una corona immarcescibile» (1 Piet. V, 4). – Il corso dei secoli abbatte inesorabilmente tutti i regni della terra. Degli uni restano solo ruderi; degli altri non restano che ricordi. E più presto ancora dei regni, passano i regnanti. Oggi sul trono, domani in esilio; oggi la gloria del trionfo, domani l’amarezza della fuga. Ben diversa sarà la sorte dei beati quando Dio dirà loro: «Venite, possedete il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo» (Matth. XXV, 34). Quello è un regno che non avrà fine, e i beati «regneranno pei secoli dei secoli » (Apoc. XXII, 5). Nessuna congiura, nessuna rivoluzione muterà le sorti di quel regno, o detronizzerà i servi di Dio.

2.

Il creato è stato assoggettato alla vanità, non di volontà sua, ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione. Il creato nella speranza di essere affrancato dalla schiavitù a cui lo riduce il peccatore, che lo fa servire al male e alla corruzione, attende, con viva ansia, il giorno della glorificazione dei figli di Dio, perché quel giorno sarà pure il giorno della sua libertà gloriosa. Se tutte le creature che servono all’uomo, cielo, terra, elementi, desiderano ardentemente la gloria futura, noi non dobbiamo lasciarci indietro in questo desiderio. In fondo, la vita futura è il compimento delle nostre aspirazioni.La guerra, quando si prolunga troppo, snerva e stanca anche i più volenterosi. Viene il momento in cui anche il guerriero sente il bisogno di sospendere le armi e di godere i benefici della pace. La vita dell’uomo su questa terra è una battaglia continua. Non tutti hanno da combattere con armi materiali contro nemici forniti di armi materiali; ma tutti hanno da combattere contro nemici spirituali che cercano di sottrarci al dominio di Dio; contro difficoltà d’ogni genere che sono d’ostacolo ai nostri doveri; contro la carne che insorge a far guerra allo spirito, senza un momento di tregua, senza che possiamo esser sicuri della vittoria finale, anche dopo tante battaglie vinte, in modo che tante volte ci facciamo la domanda angosciosa: «Quando finirà questa lotta?» — Quando saremo passati da questa vita alla vita futura. «La morte dei giusti— dice S. Efrem — è fine al combattimento delle passioni carnali; dal quale gli atleti escono vincitori a ricevere la corona della vittoria» (Inno fun. 1).Lo schiavo cerca di togliersi il giogo della tirannia; nessuno vuol adattarsi a sopportare un giogo, tanto più se è pesante. Eppure la nostra vita è un continuo giogo, e giogo pesante: « Un grande travaglio è assegnato a ogni uomo; e un giogo pesante grava sui figli degli uomini dal giorno che uno esce dal seno materno, fino al giorno che è sepolto nel seno della madre comune » (Eccli XLI, 1). Quando ci sottrarremo a questo giogo? Quando passeremo da questa vita al cielo. Là «non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, perché le prime cose sono passate » (Apoc. XXI, 4). Là sarà la fine delle nostre pene, delle nostre lagrime, della nostra servitù. Bello è il mare visto dalla sponda! Sia che nella sua calma ci parli della maestà di Dio; sia che nella tempesta ci parli della sua potenza e della sua giustizia. Quanti, contemplando il mare, sognano di aver la fortuna di attraversarlo un giorno. Ma, se vi riescono, si annoiano ben presto, e si ricordano del proverbio: Loda il mare e tieniti a terra. E quando il viaggio è terminato, confessano candidamente che il giorno più bello fu il giorno dell’arrivo. Così avviene del mare della vita. Negli anni della fanciullezza ci si presenta molto affascinante; ma con l’andare del tempo il fascino sparisce; e a mano a mano che si procede, crescono, ogni giorno più, la noia, le disillusioni, lo sconforto. Quando ne saremo liberi? Quando arriveremo alla vita beata. Quello sarà il più bel giorno del nostro viaggio attraverso il mar tempestoso di questa vita. – All’arrivo di un piroscafo di passeggeri è gran festa, fra chi arriva, e tra i parenti e gli amici che stanno ad aspettare. « Nell’altra vita sta ad aspettarci un gran numero di nostri cari: ci desidera una folta e numerosa turba di genitori, di fratelli, di figli, già sicuri della loro vita immortale, e ancor solleciti dalla nostra salvezza » (S. Cipriano – De Mortal. 26). Essi affrettano, coi loro voti, il nostro arrivo, la festa dell’incontro, che ci riunirà per sempre. Durante la persecuzione scatenata nel Tonchino nel 1838, un bambino si rivolge al mandarino: «Grand’uomo, dammi un colpo di sciabola, perché possa andare nella mia patria. — «Dov’è la tua patria?» — « In cielo ». — « Dove sono i tuoi genitori? » — « Sono in cielo: voglio andar da loro; dammi un colpo di sciabola per farmi partire» (A. Larniay. Mons. Pietro Retort e il Tonchino Cattolico, Milano, 1927, p. 142-43). Andando in Paradiso andiamo a riunirci ai nostri cari nella nostra vera patria.

3.

S. Paolo dice che gemìamo in noi stessi, attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio. Non siamo già figli adottivi di Dio? Qui siamo figli adottivi di Dio per mezzo della grazia. La nostra adozione piena e perfetta l’avremo nella seconda vita, ove saremo glorificati quanto all’anima e quanto al corpo. È là, dove i figli di Dio desiderano trovarsi con il loro Padre, contemplarlo nella gloria. Davide, perseguitato ingiustamente dai nemici, circondato da pericoli, prega il Signore che lo soccorra, lo protegga, affinché, dopo una vita innocente, possa al risvegliarsi dalla morte, andare a bearsi nelle sembianze di Dio. « Nella mia integrità comparirò al tuo cospetto, e mi sazierò all’apparire della tua gloria » (Ps. XVI, 15). S. Paolo sente quanto sia meglio goder la vista di Dio. e vivere con Lui nella gloria, che vivere su questa terra di miserie e di affanni. « Bramo di sciogliermi e di essere con Cristo » (Filipp. I, 23), scrive ai Filippesi. E S. Ignazio di Antiochia scrive ai Romani: « Nessuna cosa creata, visibile o invisibile, deve fare impressione su l’animo mio, affinché io possa giungere a Cristo. Fuoco, croce, branchi di fiere, lacerazioni, scorticamenti, slogamenti delle ossa, trituramento di tutto il corpo, tutti i terrori e i tormenti del demonio si rovescino sopra di me, purché possa pervenire a Gesù Cristo » (Ad Rom. 5, 3). E chi è che, pensando seriamente al godimento che ci procura la vista di Dio, non desidererebbe d’essere con Lui? – In paradiso vedremo Dio a faccia a faccia; e nella sua visione beatifica, come in un mare di luce, vedremo tutto. Vedremo il creato con tutte le sue meraviglie, con i suoi segreti, con la sua mirabile armonia. In Dio conosceremo tutte le verità di ordine naturale, senza bisogno di alcun sforzo di mente, di studi, come fanno i filosofi, i quali, dopo tanto affaticarsi, non riescono a conoscerle che in parte, e non sempre senza mescolanza di errori. Conosceremo le verità di ordine soprannaturale, che qui crediamo per la fede. Vedremo Dio com’è; vedremo le sue perfezioni, e la nostra mente, nutrendosi in questa conoscenza, troverà la sua piena felicità. « La vita eterna — dice Gesù Cristo rivolto al Padre — consiste nel conoscere Te » (Giov. XVII, 3). – Nella piena conoscenza di Dio il cuore troverà ciò che può accontentare pienamente i suoi desideri. In Dio troverà infinitamente più di ciò che può desiderare e sperare: Godimenti e delizie senza misura e senza durata. « Tu — dice il Salmista — mi darai pienezza di gioie con la tua presenza; le delizie perpetue della tua destra » (Ps. XV, 11). Se Dio, qui su la terra fa generosamente partecipi dei suoi beni gli uomini, di quanta felicità non farà partecipi i beati nel regno della patria? Possiam ben ripetere ancora col Salmista: « Saranno inebriati dall’abbondanza della tua casa, e li disseterai al torrente di tue delizie » (Ps. XXXV, 9). – Anche noi potremo un giorno godere dell’abbondanza della casa del Padre celeste. Se vogliamo arrivarvi dobbiamo pensarci spesso. Dobbiam confrontare il nulla dei beni fugaci di quaggiù coi beni imperituri e immensi del paradiso, i quali solo possono appagarci pienamente. « Adunque, fratelli carissimi — ci esorta S. Gregorio M. — se desiderate esser ricchi, amate le vere ricchezze. Se cercate la sublimità del vero onore, sforzatevi di pervenire al regno celeste. Se amate la gloria della dignità, affrettatevi a esser inscritti a quella suprema corte degli Angeli » (Hom. XV, 1) A nessuno è negato di entrarvi; anzi, la grazia di Dio porge l’aiuto a tutti.

Graduale

Ps LXXVIII: 9; 10 Propítius esto, Dómine, peccátis nostris: ne quando dicant gentes: Ubi est Deus eórum?

V. Adjuva nos, Deus, salutáris noster: et propter honórem nóminis tui, Dómine, líbera nos. [Sii indulgente, o Signore, con i nostri peccati, affinché i popoli non dicano: Dov’è il loro Dio? V. Aiutaci, o Dio, nostra salvezza, e liberaci, o Signore, per la gloria del tuo nome.]

Allelúja

Alleluja, allelúja Ps IX: 5; 10 Deus, qui sedes super thronum, et júdicas æquitátem: esto refúgium páuperum in tribulatióne. Allelúja

[Dio, che siedi sul trono, e giudichi con equità: sii il rifugio dei miseri nelle tribolazioni. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam. Luc. V: 1-11

In illo témpore: Cum turbæ irrúerent in Jesum, ut audírent verbum Dei, et ipse stabat secus stagnum Genésareth. Et vidit duas naves stantes secus stagnum: piscatóres autem descénderant et lavábant rétia. Ascéndens autem in unam navim, quæ erat Simónis, rogávit eum a terra redúcere pusíllum. Et sedens docébat de navícula turbas. Ut cessávit autem loqui, dixit ad Simónem: Duc in altum, et laxáte rétia vestra in captúram. Et respóndens Simon, dixit illi: Præcéptor, per totam noctem laborántes, nihil cépimus: in verbo autem tuo laxábo rete. Et cum hoc fecíssent, conclusérunt píscium multitúdinem copiósam: rumpebátur autem rete eórum. Et annuérunt sóciis, qui erant in ália navi, ut venírent et adjuvárent eos. Et venérunt, et implevérunt ambas navículas, ita ut pæne mergeréntur. Quod cum vidéret Simon Petrus, prócidit ad génua Jesu, dicens: Exi a me, quia homo peccátor sum, Dómine. Stupor enim circumdéderat eum et omnes, qui cum illo erant, in captúra píscium, quam céperant: simíliter autem Jacóbum et Joánnem, fílios Zebedaei, qui erant sócii Simónis. Et ait ad Simónem Jesus: Noli timére: ex hoc jam hómines eris cápiens. Et subdúctis ad terram návibus, relictis ómnibus, secuti sunt eum”.

(“In quel tempo mentre intorno a Gesù si affollavano le turbe per udire la parola di Dio, Egli se ne stava presso il lago di Genesaret. E vide due barche ferme a riva del lago; e ne erano usciti i pescatori, e lavavano le reti. Ed entrato in una barca, che era quella di Simone, richiese di allontanarsi alquanto da terra. E stando a sedere, insegnava dalla barca alle turbe. E finito che ebbe di parlare, disse a Simone: Avanzati in alto e gettate le vostre reti per la pesca. E Simone gli rispose, e disse: Maestro, essendoci noi affaticati per tutta la notte, non abbiamo preso nulla; nondimeno sulla tua parola getterò la rete. E fatto che ebbero questo, chiusero gran quantità di pesci: e si rompeva la loro rete. E fecero segno ai compagni, che erano in altra barca, che andassero ad aiutarli E andarono, ed empirono ambedue le barchette, di modo che quasi si affondavano. Veduto ciò Simon Pietro, si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Partiti da me, Signore, perché io son uomo peccatore. Imperocché ed egli, e quanti si trovavano con Lui, erano restati stupefatti della pesca che avevano fatto di pesci. E lo stesso era di Giacomo e di Giovanni, figliuoli di Zebedeo: compagni di Simone. E Gesù disse a Simone: Non temere, da ora innanzi prenderai degli uomini. E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguitarono”).

OMELIA II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra il lavoro.

Præceptor, per totam noctem laborantes nihil cœpimus.

Luc. V.

Quanto è mai rincrescevole, fratelli miei, dopo aver molto lavorato, non ricavare alcun profitto dal proprio lavoro! Tale fu la situazione degli Apostoli, che avevano pescato tutta la notte senza aver preso cosa alcuna. Questa disgrazia veniva senza dubbio dal non aver Gesù Cristo con essi; quindi da che Egli ebbe loro comandato di gettare le reti, presero una sì grande quantità di pesci che le reti si rompevano, e furono obbligati di chiamare gli altri in loro soccorso per tirarle; tanto è vero che quando si lavora per comando di Dio e nella sua divina presenza, il lavoro ha sicuramente buona riuscita! Che ci rappresenta dunque, fratelli miei, questa pesca faticosa ed infruttuosa che fecero gli Apostoli in assenza di Gesù Cristo? Essa ci rappresenta non solo i lavori dei peccatori, che si stancano e si affaticano nelle iniquità ove le passioni li conducono, che camminano nelle tenebre del peccato, e che dopo essersi molto affaticati vedranno la loro fatica terminare in una disgrazia eterna; essa ci rappresenta ancora lo stato in cui si troveranno al fine della vita molti Cristiani che avranno faticato in lavori anche permessi, ma che non avranno santificato il loro lavoro col desiderio di piacergli e che non ne riceveranno alcuna ricompensa. Si lavora molto in tutte le condizioni del mondo, e si può dire che non è l’ozio che perde e che condanna la maggior parte degli uomini. – Ma un gran numero di coloro che lavorano non è meno colpevole avanti a Dio di coloro che sono oziosi perché non lavorano come conviensi. Egli è dunque molto importante, fratelli miei, d’insegnarvi a santificare il vostro lavoro, poiché la vita della maggior parte di voi è una vita laboriosa e penosa. Quanto mi stimerei fortunato se potessi apprendervi questo segreto! Siccome nulladimeno si ritrovano alcuni che non amano il lavoro, che passano una buona parte del loro tempo nell’ozio, bisogna anche istruirli dell’obbligo in cui sono di lavorare. A quelli adunque che non lavorano e a coloro che lavorano indirizzo io in quest’oggi la parola. A quelli che non lavorano farò vedere l’obbligo in cui sono di lavorare: primo punto. A coloro che lavorano insegnerò il modo di santificare i loro lavori: secondo punto. In due parole: si deve lavorare, come si debba lavorare, si è tutto il mio disegno.

I. Punto. Da qualunque parte si osservi la condizione dell’uomo, sia che si consideri ciò ch’egli è per sua natura, sia che si riguardi come peccatore tutto cospira a fargli sentire l’obbligo ch’egli ha di lavorare. Che cosa è l’uomo considerato in se stesso? Egli è un composto di corpo e di anima il più perfetto degli esseri che abitano sopra la terra. Il suo corpo ha membra suscettibili di movimento, la sua anima ha potenze a ciascheduna delle quali Dio ha data una funzione particolare. Ora Dio, che nulla fa invano avrebbe Egli dato all’uomo membra capaci di muoversi, mani per agire, piedi per camminare, gli avrebbe dato uno spirito capace delle più sublimi operazioni, per lasciare l’una e l’altro nel riposo? L’inclinazione dell’uomo sarebbe un disordine alla natura, e quindi sarebbe interamente contraria al disegno del sommo Creatore. – Ed in vero non vediamo noi forse che le creature anche insensibili sono in movimento e lavorano ciascuna nel modo che il loro Autore ha disposto? Il sole si leva ogni giorno per illuminare l’universo, la terra produce dei frutti; gli animali che Dio ha sottomessi all’uomo lavorano per i bisogni di lui; gli Angeli, quelle sublimi intelligenze che si accostano il più da vicino alla divinità, sono in un’azione continua: incessantemente occupati a fare la volontà di Dio, essi adempiono ognuno il ministero ch’Egli ha loro commesso con un’attività che la Scrittura ci presenta sotto il simbolo di quella del fuoco. Facis angelos tuos spiritus, et ministros tuos ignem urentem (Ps. CIII). Solo dunque l’uomo sarà esente dalla legge imposta a tutte le creature? Egli che tiene il mezzo tra quelle che sono materiali e quelle che sono puramente spirituali; egli che è innalzato al di sopra di tutti gli esseri creati che sono sulla terra, e si accosta per il suo spirito il più da vicino agli Angeli che sono nel cielo? No, no, fratelli miei, questo non è stato il disegno di Dio: allorché Egli formò il primo uomo nello stato d’innocenza, lo collocò, dice la Scrittura, nel paradiso terrestre per lavorarvi: Posuit eum in paradiso , ut operaretur (Gen. II). Il suo lavoro non era veramente un lavoro penoso, come quello cui egli è stato condannato dopo il suo peccato, ma un’occupazione che Dio gli aveva dato per compiere i disegni che la sua provvidenza aveva avuti cavandolo dal nulla. Laonde; quand’anche il primo uomo non avesse peccato, egli e i suoi discendenti sarebbero sempre stati soggetti alla legge del lavoro. – L’uomo entra nel mondo per lavorare siccome l’uccello per volare, dice la Scrittura: Homo nascit ad laborem, et avis ad volatum (Job. 5). Chi non lavora è un mostro della natura. Uomo pigro ed ozioso, gli si deve dire con lo Spirito Santo, va alla scuola della formica per istruirti: Vade ad formicam o piger (Prov. 6). Mira come quel piccolo animale lavora durante l’estate per accumulare di che vivere durante l’inverno.. Se anche tu non lavori, non meriti di vivere, non meriti che la terra produca frutti per nutrirti, sei indegno che gli uomini ti soffrano nella loro società, essendo come un membro inutile. – Ciascheduno ha le sue occupazioni nella vita e nei differenti stati che Dio ha stabiliti sopra la terra. Gli uni hanno le fatiche dello spirito nel maneggio degli affari, nello studio, nei tribunali. Gli altri quelle del corpo nel coltivare la terra; chi una professione penosa, chi nel negozio; in una parola, ciascuno deve lavorare nel suo stato; e tu o codardo, non vorresti far cosa alcuna, mentre quell’uomo di toga si priva d’un riposo anche legittimo per mettersi in istato di riempiere degnamente la sua carica? Mentre quell’agricoltore, quel vignaiuolo portano il peso del freddo e del caldo, innaffiano la terra coi loro sudori e si consumano nelle fatiche, tu pretendi menar una vita dolce e tranquilla, passar i tuoi giorni in un languido riposo? Ah! tu sei indegno della società degli uomini, insopportabile a Dio, agli uomini e molto sovente a te stesso per le noie da cui sei oppresso. Andiamo avanti. Voi siete non solamente obbligati al lavoro perché siete uomini, ma ancora perché siete peccatori, ed in questa qualità voi avete dei peccati da espiare, dei peccati da evitare. Ora il lavoro serve mirabilmente all’uno e all’altro di questi fini. Egli è una soddisfazione che espia i peccati passati, è un rimedio ed un preservativo per lo peccato avvenire; l’uomo peccatore deve dunque sottomettervisi per spirito di penitenza. Se l’uomo non avesse giammai peccato, la sua vita non sarebbe soggetta ai lavori penosi che ne dividono a vicenda i momenti. Egli avrebbe per verità lavorato nel modo che Dio aveva prescritto all’uomo innocente; ma il suo lavoro non sarebbe stato che un’occupazione facile, un esercizio comodo ed anche dilettevole, esente dagli stenti e dalle fatiche che opprimono presentemente il suo spirito ed il suo corpo: ma dacché l’uomo si ribellò contro il suo Dio, egli fu condannato a penoso lavoro: la terra divenne per lui sterile e percossa di maledizione; essa non produsse che triboli e spine; e l’uomo non ne poté trarre il proprio sostentamento, che a forza di sudore … Tu mangerai, disse il Signore, … il tuo pane nel sudore della tua fronte: In  In sudore vultus tui visceris pane tuo (Gen. III). Infelici figliuoli d’un padre prevaricatore, noi abbiamo partecipato al suo peccato; noi dobbiamo altresì partecipare alla sua pena e sottometterci agli stenti che accompagnano la misera condizione dei mortali; non solamente perché siamo eredi della sua disubbidienza, ma perché commettiamo ancora ogni giorno dei peccati di cui dobbiamo far penitenza per calmare l’ira di Dio. Or qual penitenza avete voi fatto sino al presente, fratelli miei, per espiare tanti peccati di cui vi siete renduti colpevoli? Qual penitenza, qual soddisfazione avete presentata a Dio per tanti sacrilegi, bestemmie, profanazioni dei santi giorni di festa: per tanti odi, inimicizie, per tante impurità, intemperanze, cui vi siete abbandonati? Non è forse giusto che voi sopportiate i travagli e disagi annessi al vostro stato, giacché Dio vi ha ad essi condannati, e vuol pure accettarli in soddisfazione dei vostri peccati? Questa soddisfazione è di sua scelta, per conseguenza migliore d’ogni altra. – Invano dunque mi direte voi che siete d’una nascita, d’una condizione che non vi permettono di lavorare; .che avete dei beni per vivere senza far nulla; che il lavoro è veramente necessario a quelli che hanno bisogno di guadagnarsi il vitto, ma che voi non mancate di cosa alcuna; che il vostro stato è uno stato di riposo e di dolcezza, e che volete vivere con i vostri comodi. – Si deve dunque dire, secondo voi che il lavoro non è che per i poveri e che le ricchezze e la nascita debbono autorizzare l’ozio. Ma benché ricchi benché distinti siate nel mondo, voi siete peccatori, e forse più colpevoli di coloro che sono nella miseria, perché i vostri beni sono per voi una continua occasione di peccare. Voi avete dunque un eguale, anzi un maggior bisogno che gli altri di far penitenza, di soddisfare a Dio per li vostri peccati. Tocca dunque a voi, ricchi, come a voi, poveri; a voi, nobili, come a voi plebei, sottomettervi alla pena del peccato, comune a tutti i peccatori, cioè al lavoro. In laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitæ tuæ (Gen. III). Egli è vero che il lavoro cui la giustizia di Dio ha condannato tutti gli uomini peccatori non è lo stesso per tutte le condizioni della vita; ma non evvi alcuno, in qualunque stato sia, che non debba occuparsi in qualche lavoro dello spirito o del corpo, perché non evvi alcuno che non abbia peccato e che non debba per conseguenza portar la pena del peccato, e quand’anche l’uomo non avesse alcun peccato ad espiare, il lavoro gli è sempre necessario per evitare i mancamenti che potrebbe commettere. Egli è un oracolo pronunziato dallo Spirito Santo, che l’ozio è l’origine di molti vizi: Multum malitiam docuit otiositas [Ecclì. XXXIII); oracolo che una funesta esperienza non ha che troppo sovente verificato e verifica ancora tutti i giorni! Fu nell’ozio che gli abitanti di Sodoma si abbandonarono ai mostruosi eccessi che attirarono su di essi le vendette del cielo: Hæc fuit iniquitas Sodomæ … otium ipsius et fìliaram eius (Ezech. XVI). Mentre Davide fu occupato negli esercizi della guerra, egli si mantenne fedele al suo Dio, ma le dolcezze del riposo lo fecero cadere nell’adulterio e nell’omicidio; e senza citare esempi stranieri, di quanti disordini l’ozio non è ancora l’origine fra i Cristiani? Un’anima aggravata e istupidita dal riposo non ha alcun gusto per le cose di Dio; ella è insensibile alle verità della salute; l’orazione, i sacramenti, gli esercizi di pietà le sono insipidi: ella si disanima per la minima difficoltà; non sa che cosa sia farsi violenza per la pratica della virtù; trascura i suoi doveri o non li adempie che con negligenza: quindi quella facilità a soccombere alle tentazioni che sono più frequenti e più violente in quello stato. Le persone disoccupate sono tentate da più d’un demonio; si riuniscono essi in legioni per entrare in un’anima oziosa, di cui s’impadroniscono così facilmente come un’armata s’impadronisce d’una città senza difesa ed aperta da tutti i lati al nemico: mentre tale è lo sfato d un’anima infingarda; ella è una piazza tanto più facile a prendere perché cede da se stessa senza sostenere alcun assalto; il suo spirito è occupato sol di pensieri inutili, la sua immaginazione ripiena d’idee bizzarre e stravaganti, la sua volontà strascinata da desideri peccaminosi è simile a quelle acque stagnanti dove si generano gl’insetti e i più vili animali, e donde escono vapori che infettano coloro che vi si avvicinano. Quest’anima, sterile in buone opere, è feconda solo in frutti d’iniquità; ella si è abbandonata a tutti i vizi, alla superbia, alla crapula, alla dissolutezza, all’impurità: tali sono, dice il profeta, i rampolli funesti che nascono da questo ceppo guasto e corrotto: In laborem hominum non sunt: ideo tenuit eos superbia, aperti sunt iniquitate, et impietate sua. Le persone oziose non cercano che di contentare i loro malvagi desideri ora nei lauti banchetti, ora nei piaceri brutali, cui si abbandonano senza vergogna: Prodiit quasi ex adipe iniquitas eorum ( Ps. LXXII). Pensano e parlano male del loro prossimo, trascorrono in parole oscene, in canzoni lascive; Locuti sunt nequitiam. Portano anche la temerità sino a bestemmiare contro Dio e deridere le cose sante, a combattere la Religione con l’empietà dei loro discorsi: Posuerunt in cœlum os suum.- Che cosa è che ha perduto quel giovane, quella donzella che per i loro disordini sono divenuti lo scandalo di una parrocchia? L’ozio, in cui genitori troppo indolenti li hanno lasciati vivere. Quel giovane ha imparato in quella scuola l’intemperanza, il segreto di commettere latrocini; quella fanciulla, la maldicenza, la vanità, la maniera di formare e mantenere intrighi peccaminosi. Quell’uomo che nulla ha a fare, cercherà compagni di dissolutezza per andar a passare il suo tempo al giuoco, all’osteria. Quella donna sfaccendata andrà di casa in casa a censurare con le sue maldicenze la condotta degli uni e degli altri. Ne chiamo qui in testimonio, fratelli miei, la vostra esperienza. – Non è forse nei giorni di riposo che voi avete commessi più peccati? Poiché bisogna necessariamente che lo spirito dell’uomo si occupi in qualche cosa, se non pensa al bene, pensa al male; nessun mezzo tra l’uno e l’altro. Convien dunque lavorare per evitare il male. Questo è l’esempio che tutti i Santi ci hanno dato; testimoni gl’illustri solitari che, dopo aver passata una parte del loro tempo nell’orazione, si occupavano in opere manuali, a fine, dicevano essi, che quando il demonio li venisse ad assalire, li ritrovasse sempre sulle difese. Seguite questa massima, ed il nemico della salute non avrà alcuna forza su di voi. Se non potete sopportar le fatiche d’un lavoro penoso, o se la vostra condizione ve ne esenta, occupatevi in qualche lavoro di spirito o di corpo convenevole al vostro stato. Voi, donne, applicatevi all’educazione dei vostri figliuoli, insegnate loro a lavorare, prendete il fuso, all’esempio della donna forte di cui lo Spirito Santo fa l’elogio; fate alcuni lavori di mano per voi, per gli altri, ed ancor meglio per i poveri. Con il lavoro voi eviterete il peccato ed espierete quelli che avete commessi. Ma come bisogna lavorare?

II. Punto. Un Cristiano si perde e si danna nel lavoro, come nell’ozio, quando il lavoro non è secondo Dio. Non basta dunque lavorare, né anche lavorar molto; bisogna lavorare da uomo ragionevole, da uomo Cristiano; lavorare da uomo ragionevole si è occuparsi in un lavoro onesto e moderato: lavorare da uomo Cristiano, si è riferire il suo lavoro a Dio con una retta intenzione di piacergli; due condizioni necessarie per santificare il lavoro. Il lavoro, per esser santo, deve esser onesto di sua natura, cioè subordinato alla legge di Dio: deve essere moderato, vale a dire, proporzionato alle forze dell’uomo e al tempo ch’egli deve dare a Dio. In una parola, non si deve lavorare in cose che Dio proibisce o che distolgono dal suo servizio. Chi commette ingiustizie, dice l’Apostolo, lavori con le sue mani a far del bene; ciascuno adempia i doveri dello stato in cui si trova impegnato. Ogni lavoro che non è secondo Dio, è una infrazione della legge di Dio, inutile e dannosa a chi vi si occupa. Non è lavorare per il cielo, ma per l’inferno, il far cose che Dio proibisce; in tal guisa lavorano i peccatori, che faticano molto, si stancano e si consumano nelle vie dell’iniquità per appagare le passioni malvagie di cui sono schiavi. Oimè! che non fanno gli uni per soddisfare la loro ambizione, gli altri la loro avarizia; questi la lussuria, quelli la vendetta? Così è: quell’uomo di toga lavora dalla mattina sino alla sera in una lite ingiusta, moltiplica scritture per aggravare di spese i suoi clienti; quell’agricoltore si fatica col peso del freddo e del caldo ad ingrandire la sua eredità in pregiudizio dei suoi vicini, ad accumulare dove non ha seminato; quel mercante, tutto applicato al suo negozio, vi commette frodi, ingiustizie; quell’artefice impiega male il suo tempo o fa un cattivo lavoro per chi l’impiega; quel litigante fa molti viaggi e molti passi per guadagnare una lite ingiusta; quell’altro esercita una professione, un’arte incompatibile con la sua salute, perché è per lui occasione di peccato. Ecco molte occupazioni, molte fatiche; ma sono fatiche, sono occupazioni vietate dalla legge di Dio: quale ne sarà il frutto, quale la ricompensa? Quem fructum habuistis? dice s. Paolo; qual profitto si può ricavare da cose che debbono coprire di confusione coloro che le fanno? Quem fructum habuistis in his in quibus erubescitis (Rom. V)? Dove andranno a finire tutti gli empi modi di procedere dei peccatori? Ad una riprovazione eterna. Tale è la sorte di coloro che sono presentemente nell’inferno, perché non hanno lavorato che per il mondo, perché non hanno cercato che di soddisfare le loro passioni. Ah! invano e per nostra disgrazia, dicono essi, ci siamo stancati nelle vie dell’iniquità. Era forse necessario sopportare tante pene, camminare per sentieri così difficili, per cadere in un orribile precipizio? Lassati sumus in via iniquitatis; ambulavimus vias difficiles (Sap. 5). Quanto è egli doloroso d’aver a sopportare cotante fatiche per rendersi infelici! Ah! non sia cosi di voi, fratelli mici nulla fate nel vostro lavoro che sia contro la volontà di Dio. Se la professione in cui siete impegnati è incompatibile con la salute, convien lasciarla; se non tale, voi dovete in essa seguire tutte le regole della saviezza e dell’equità. Lavorate, come dice l’Apostolo, mangiando il vostro pane, vale a dire un pane che sia il frutto d’un lavoro onesto e non già dell’ingiustizia; un pane che non sia la sostanza della vedova e del pupillo, ma guadagnato col sudore della fronte, con saggia industria. Sia il lavoro ancora moderato, affinché non vi distolga da ciò che dovete a voi medesimi. Imperciocché egli è un mancamento assai comune tra coloro che si occupano in un lavoro, anche legittimo, di abbandonarvisi talmente che dimentichino il grand’affare che deve unicamente occuparli. Premurosi soltanto di guadagnare un pane materiale che perisce, non pensano a far provvisione d’un pane che si conserva sino nella vita eterna. Sempre piegati verso la terra, dove non sono che per un tempo, non alzano mai gli occhi verso il cielo, dove regnar debbono eternamente: invece di mettere in Dio la loro confidenza, per i bisogni della vita, sembrano diffidare della sua provvidenza; non contano che sopra la loro industria,  si caricano di lavori e ne aggravano quelli che sono al loro servizio. I giorni non sono lunghi abbastanza per terminare tutto ciò che intraprendono: l’affare della salute non vi ritrova alcun momento; non ne impiegano neppure la minima parte a rendere a Dio ciò che gli debbono; prenderanno anche i giorni destinati al suo servizio per attendere ai loro affari, al loro negozio; essi lavorano in questi giorni sotto vani pretesti di necessità che la brama del guadagno fa pur troppo sempre ritrovare. Ah! non è questo fratelli miei, lavorare secondo Dio; ogni lavoro che vi allontana dal suo servizio, che v’impedisce di operare la vostra salute, benché lucroso sia pel tempo, egli è dannoso per l’eternità. Lavorate pure nella professione in cui siete, ma lavorate moderatamente; contate più sulla provvidenza di Dio che sul vostro lavoro; contentatevi d’una certa fortuna convenevole al vostro stato; non desiderate che quanto vi è necessario per mantenervi con la vostra famiglia; non seguite i movimenti di una cieca avidità, d’una fortuna cui non dovete aspirare; ricordatevi che la migliore che possiate fare si è quella della eternità; a questa voi dovete le vostre prime sollecitudini, a questa tutti debbono riferirsi i vostri passi: poiché dovete lavorare non solo da uomo ragionevole, ma ancora da Cristiano; e perciò bisogna riferire il vostro lavoro a Dio con la retta intenzione di piacergli: Tale è il nobil fine che nel lavoro vi deve animare. O sia che beviate o sia che mangiate o che facciate qualunque altra cosa, dice l’Apostolo s. Paolo, fate tutto per la gloria di Dio: Sive manducatis, sive bìbitis, sive aliquid facitis omnia in gloriam Dei facite (I. Cor. X). Nulla più necessario, fratelli miei, né nulla più utile, e si può anche aggiungere più facile, che questa pratica per santificarvi nelle vostre occupazioni. Voi siete per la maggior parte obbligati a lavorare per adempiere ai doveri d’una professione, in cui siete avviati, per soccorrere ai bisogni della vita, per guadagnare il pane per voi, e per i vostri figliuoli. Sì lavorate; Dio ve lo comanda, il vostro proprio interesse a questo vi obbliga. Ma volete voi sapere un segreto per divenir santi senza lasciare il vostro stato ed il vostro lavoro, senza che ve ne costi molta fatica? – Offrite a Dio per piacergli ed in soddisfazione dei vostri peccati tutto quanto evvi di penoso nei vostri lavori; senza nulla perdere del profitto temporale che potete fare, voi farete gran profitto per l’eternità. – Questa buona intenzione non accrescerà le vostre pene né le vostre fatiche; essa al contrario le addolcirà, le santificherà. Ecco il segreto ammirabile di cui si sono serviti, per guadagnare il cielo, tanti e tanti giusti che vissero nel medesimo stato che voi, che fecero le medesime cose che ogni giorno voi fate; ma con questa differenza che essi han lavorato per Dio, mentre voi non lavorate che per questo misero mondo. Ecco ciò ancora che voi potete e dovete fare per santificarvi. Poveri che lavorate molto, non è necessario per diventar santi che voi facciate cose straordinarie, che andiate, come gli Apostoli, ad annunziare il Vangelo, che diate per sua difesa la vita, come i martiri, che vi ritiriate nei deserti come gli anacoreti, che affliggiate il corpo con digiuni, cilici, discipline ed altre penitenze; lavorate per Dio, fate ogni cosa con la mira di piacergli; e i vostri lavori avranno il medesimo merito che le penitenze e i digiuni dei religiosi che sono attualmente nella solitudine: cosi il lavoro che vi è imposto come castigo del peccato, sarà per voi un mezzo di soddisfazione ed una strada che vi conduca alla vera felicità. – Quando compiango io dunque per questo motivo la sorte d’un gran numero di Cristiani che lavorano molto nei diversi stati in cui li veggo impegnati; ma che non si propongono un fine degno della Religione che professano! Menano essi una vita laboriosa, gli uni nel maneggio degli affari, nell’esercizio d’una carica, in uno studio che attedia, in cure che li accompagnano alla mensa, al riposo, senza aver alcun tempo per sollevarsi; gli altri si affaticano nei lavori del corpo, nella coltura della terra che bagnano con i loro sudori, nei penosi esercizi d’un’arte che hanno appresa per guadagnare il pane. Ma oimè! la maggior parte non ha altro scopo che una fortuna temporale, non pensa che ad arricchirsi, a cavarsi d’impaccio; ma qual profitto avranno questi al fine della loro vita? Nessuno; avranno molto seminato, e nulla raccoglieranno: Seminastis multum, et intulistis parum (Agg. 1). Si vedranno nel medesimo stato che gli Apostoli, i quali avevano faticato tutta la notte a pescare, e non avevano preso cosa alcuna: Per totam noctem laborantes nihil cœpimus. Avranno essi lavorato per gli altri, avranno arricchiti figliuoli, eredi; ma a che servirà loro ciò che avranno posseduto e che lasceranno agli altri, se nulla avranno fatto per sé medesimi? A che servirà loro una fortuna temporale che avrà logorata la loro sanità, accelerata loro la morte, se avranno trascurato il principale affare per cui Dio li aveva creati? Qual materia d’affanno, qual motivo di penitenza l’aver perduta la sua anima negl’imbarazzi d’una vita penosa come quelli che l’hanno perduta nell’oziosità! Pensatevi, fratelli miei, e procurate di evitare questa disgrazia mentre è ancor tempo. Sin adesso voi avete lavorato, voi vi siete affaticati, voi avete menata una vita stentata per fare una fortuna transitoria; se aveste fatto tutto questo per Dio, se aveste sofferto per gli altri, voi avreste accumulati tesori immensi per il cielo: profittate dunque del tempo per riparare le perdite che avete fatto per il passato. Dio non vi comanda di abbandonare la cura dei vostri affari temporali; Egli vuole che lavoriate, ma che il vostro primo pensiero, lavorando, sia di piacergli e di santificarvi: Egli vuole che nel vostro lavoro cerchiate l’adempimento della sua volontà.

Pratiche. Abbiate dunque cura di riferire tutte le vostre azioni alla sua gloria: offritegli ogni mattina nella preghiera tutte le vostre fatiche del giorno; pregatelo di sparger su esse la sua santa benedizione; rendetegli, se potete, una visita nel suo santo tempio prima di andare al lavoro; rinnovate di tempo in tempo quest’offerta, richiamandovi la sua santa presenza, indirizzandogli qualche orazione giaculatoria. Per voi, o mio Dio, dovete dire, ho cominciato il mio lavoro, per voi lo continuo; io vi offro tutto ciò che vi è di penoso in soddisfazione dei miei peccati. Servendovi di queste pratiche fratelli miei, voi eviterete i peccati che si sogliono commettere lavorando, le bestemmie, le imprecazioni, le collere cui si abbandonano coloro ai quali non tutto riesce come vorrebbero, i quali trasportare si lasciano per la minima cosa. Se voi avete cura di offrire il vostro lavoro a Dio, se vi richiamate di tempo in tempo la sua santa presenza, vi asterrete dalle parole oscene, dalle canzoni profane che si odono dalla maggior parte di coloro che lavorano e che attirano la maledizione di Dio sopra i loro lavori. Invece di quelle parole oscene, al giorno d’oggi sì frequenti tra gli operai e che i padroni non debbono in alcun modo tollerare, voi v’intratterrete in sante conversazioni, in cantici spirituali, come facevano altre volte i primitivi Cristiani. Voi potete, durante il lavoro, occuparvi in santi pensieri: esercitando una professione, rappresentarvi Gesù Cristo che ha lavorato Egli medesimo per i bisogni della vita, unire le vostre alle sue fatiche e a tutto ciò ch’Egli ha fatto sopra la terra: svellendo i triboli, le spine, le cattive erbe dai vostri campi pregatelo di svellere dai vostri cuori i semi del peccato, di correggerne le inclinazioni perverse, lavorando o coltivando la terra, pregatelo di aprire i vostri cuori per ricevere la rugiada celeste della sua grazia e renderli fertili in virtù ed in buone opere. Quando aveste a sopportare calori eccessivi, pensate al fuoco eterno dell’inferno che i vostri peccati han meritato. Se il caldo di quaggiù è si difficile a sopportare, come, dovrete voi dire, potrò io soffrire gli ardori eterni, di cui questo non è che la figura? Soffrite gl’incomodi delle stagioni e tutti gl’altri disagi annessi al vostro faticare in vista della ricompensa eterna che Dio vi apparecchia nel cielo, ricordandovi di ciò che dice s. Paolo nell’epistola di questo giorno, che le tribolazioni di quaggiù non hanno alcuna proporzione con la gloria del cielo: Non sunt condignæ passiones huius temporis ad futuram gloriam (Rom. VIII). Mentre il vostro corpo soffre sopra la terra, il vostro cuore sospiri incessantemente verso il cielo, dove, liberi dalla schiavitù di questo corpo mortale, voi godrete dell’eredità promessa ai figliuoli adottivi che avranno faticato per meritarla: Adoptionem fìliorum expectantes, redentionem corporis nostri. Dopo il vostro lavoro, ringraziate Dio dei favori compartitivi, fategli ancora, se il tempo ve lo permette, una visita nel suo santo tempio; andate poscia a prendere qualche sollievo per riparare le vostre forze: con questo mezzo, fratelli miei, vi santificherete nel vostro lavoro, lo renderete utile e meritorio pel cielo, e dopo aver lavorato sopra la terra vi riposerete nell’eternità beata. Così sia.

 Credo…

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 Offertorium

Orémus Ps XII: 4-5 Illúmina óculos meos, ne umquam obdórmiam in morte: ne quando dicat inimícus meus: Præválui advérsus eum.

[Illumina i miei occhi, affinché non mi addormenti nella morte: e il mio nemico non dica: ho prevalso su di lui.]

Secreta

Oblatiónibus nostris, quæsumus, Dómine, placáre suscéptis: et ad te nostras étiam rebélles compélle propítius voluntátes.

[Dalle nostre oblazioni, o Signore, Te ne preghiamo, sii placato: e, propizio, attira a Te le nostre ribelli volontà.]

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Communio

Ps XVII: 3 Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus: Deus meus, adjútor meus.

[Il Signore è la mia forza, il mio rifugio, il mio liberatore: mio Dio, mio aiuto.]

Postcommunio

Orémus.

Mystéria nos, Dómine, quæsumus, sumpta puríficent: et suo múnere tueántur. Per …

[Ci purifichino, o Signore, Te ne preghiamo, i misteri che abbiamo ricevuti e ci difendano con loro efficacia.]

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I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “SULLA MISERICORDIA VERSO IL PECCATORE”

Sulla misericordia di Dio verso i peccatori.

[DISCORSI DI SAN G. B. M. VIANNEYCURATO D’ARS –Vol. III, IV. Marietti Ed. Torino-Roma, 1933]

Visto nulla osta alla stampa.

Torino, 25 Novembre 1931.

Teol. TOMMASO CASTAGNO, Rev. Deleg.

Imprimatur:

C . FRANCISCUS PALEARI, Prov. Gen.

Proprietà della traduzione (23-XI-07-10- 29-XII-32-15).

III. DOPO PENTECOSTE

(SECONDO DISCORSO)

“Erant autem appropinquantes ei publicani etpeccatores, ut audirent illum.”

(LUC. XV, 1).

Chi potrà comprendere la grandezza della misericordia di Dio verso i peccatori? La sua grazia va a cercarli in mezzo ai loro disordini e li conduce a’ suoi piedi. Egli si fa loro protettore contro gli Scribi e i Farisei, che non possono soffrirli, e giustifica la sua condotta a loro riguardo con la parabola d’un buon pastore, che, avendo perduto una delle sue cento pecorelle, lascia tutto il branco per andar in cerca di quella smarrita, e, trovatala, se la pone sulle spalle, e la riconduce all’ovile; e, non v’è ancor giunto, che subito invita gli amici a prender parte alla sua gioia per aver ritrovata la pecorella che credeva perduta. — A questa parabola aggiunge quella d’una donna, che, avendo perduto una delle sue dieci monete, accende la lampada per cercaria nel luogo più oscuro della casa, e che, avendola finalmente trovata, esprime la stessa gioia del buon pastore per aver ritrovata la pecorella smarrita. Il Salvatore del mondo, applicando a se stesso queste vive immagini della sua misericordia verso i peccatori, dice che tutto il cielo gioirà della sorte di un peccatore che si converta e faccia penitenza. – Se la nostra conversione è causa di tanta gioia a tutta la corte celeste, affrettiamoci a convertirci. Per quanto colpevoli noi siamo, per quanto sregolata la nostra vita, andiamo sinceramente a Dio e siamo sicuri del suo perdono. Per incoraggiarvici, io vi mostrerò quanto sia grande la misericordia di Dio verso i peccatori, e ciò che il peccatore deve fare per corrispondervi.

I. — Nella misericordia di Dio verso i peccatori tutto incoraggia e consola: essa li attende, essa li invita, essa li accoglie a penitenza. “Dio, dice il profeta Isaia, attende il peccatore, e ciò per puro effetto di sua bontà, perché il peccatore non appena caduto in fallo, merita d’esser punito. „ Nulla più del castigo è dovuto al peccatore. Da quando codesto infelice peccatore s’è ribellato contro il suo Dio, tutte le creature chiedono vendetta della sua rivolta. Signore, gli dicono esse, come i servi del padre di famiglia, permetteteci d’andar a sradicare dal campo delia vostra Chiesa questa zizzania che guasta e disonora il buon grano. Volete voi, gli dice il mare, ch’io l’inghiotta ne’ miei abissi? La terra: ch’io mi apra per piombarlo vivo nell’inferno? L’aria: ch’io lo soffochi? Il fuoco: ch’io l’abbruci? L’acqua: ch’io l’anneghi? — Ma che risponde il Padre delle misericordie? No, no, dice Egli, questa zizzania può diventare buon grano, questo peccatore può convertirsi. Che questo peccatore travii, egli tace. Che egli s’allontani da Lui, ch’egli corra alla sua rovina, Dio lo soffre. “0 Signore! o Dio di misericordia! ancor peccatore, io m’allontanava ogni giorno sempre più, dice S. Agostino; tutti i miei passi non erano che nuove cadute in nuovi precipizi, le mie passioni s’accendevano sempre più; eppure voi avevate pazienza. O pazienza infinita del mio Dio! già da tanti anni iov’offendo e Voi non m’avete ancor punito! Donde ciò? Ah! io lo conosco ora: è che Voi volevate ch’io mi convertissi e tornassi a Voi per mezzo della penitenza, „ Vuole, questo Dio di misericordia, punire gli uomini al tempo del diluvio per gli orribili delitti di cui s’erano resi colpevoli? Egli non lo fa che a malincuore, dice la Scrittura. Il pentimento che Dio manifesta, scrive sant’Ambrogio, ci mostra l’enormità dei delitti, di cui gli uomini avevano contaminato la terra. Tuttavia egli s’accontenta di dire: “Io li distruggerò (Gen. VI)„ Perché parlare come d’una cosa futura? Forse che la sua sapienza mancava di mezzi? No, senza dubbio”; ma egli parla di questa punizione come di cosa futura, per dar tempo ai colpevoli di disarmare la sua collera. Li avverte della sventura di cui li minaccia centoventi anni prima, per dar loro tempo di stornarla con la penitenza. Invia loro Noè per predicar loro questa penitenza; per assicurarli che, s’essi cambieranno vita, Egli cambierà proposito. Il santo patriarca dura cento anni a costruire l’arca; affinché gli uomini, vedendo questa nuova nave, gliene domandassero il perché e rientrassero in se stessi. Quanti indugi! Quante dilazioni! Dio aspetta la loro penitenza. Infine essi stancano la sua pazienza. Allo stesso modo Dio attende ancor oggi a penitenza quel miserabile peccatore, che continuamente vede moltiplicarsi sotto i suoi occhi un numero infinito di morti le più spaventose. Gli uni cadono sommersi nelle acque; gli altri fulminati dalla folgore del cielo; altri rapiti nel fior degli anni; altri strappati di mezzo ai piaceri e a una florida fortuna. Questo Dio di bontà e di tenerezza che desidera con premura la conversione del peccatore, permette che la notizia di questi fatti si diffonda nelle diverse parti del mondo, come una tromba che avverta tutti i peccatori di tenersi pronti, che la loro volta verrà ben presto, e che, se non approfitteranno di questi esempi per rientrare in se stessi, forse ahimè! forse fra poco, essi stessi serviranno d’esempio agli altri! Ma questi disgraziati peccatori sono simili a quegli uomini di cui parla la Scrittura, i quali non erano per nulla commossi dalle minacce che Dio loro faceva per bocca del santo patriarca Noè ». (Luc. XVII, 27; I Petr. III, 20.) – “Ah! peccatore, esclama un santo Padre, perché non t’arrendi alla voce del tuo Dio che ti chiama? Egli ti stende la mano per strapparti da questo abisso in cui t’hanno precipitato i tuoi peccati; ritorna, Egli ti promette perdono. „ Oh quanto è triste, M. F., non conoscere il proprio stato deplorevole! Arrendiamoci adunque alla voce di Colui che non ci chiama se non per guarirci dai mali da cui è sfigurata la povera anima nostra.

2° Inoltre Dio stesso invita il peccatore a penitenza. ” O Gerusalemme, tu sei stata un’infedele; tu ti sei prostituita all’amore impuro delle creature; tuttavia ritorna a me e io t’accoglierò „ (Ger. III, 1). Così il Signore, per bocca del profeta Geremia, parlava a una peccatrice dell’Antico Testamento. Ascoltiamo ciò che ci dice ancora questo divin Salvatore: “Peccatori, voi vi siete affaticati nella via dell’ iniquità; tuttavia venite a me e io vi consolerò. “Venite, provate e gustate quanto è dolce il Signore, quanto leggiero il suo giogo, quanto amabili i suoi comandamenti!„ (Sap. V, 7) Oh, il buon Pastore delle anime nostre! non contento di richiamarle, va Lui stesso a cercare le pecorelle smarrite. Vedetelo, oppresso dalla fatica accanto al pozzo di Giacobbe, seguire una delle sue pecorelle, nella persona della Samaritana. Vedetelo, nella casa di Simone il lebbroso, seguirla nella persona della Maddalena: perchè, se ella venne a trovare il Signore nella casa di questo fariseo, fu solo per un’attrattiva della grazia che toccò il suo cuore e guidò i suoi passi (Luc. VII). Vedetelo in Gerico fare di Zaccheo, già pubblico peccatore, un penitente perfetto (Luc. XIX). Vedete ancora le sue viscere commuoversi per tutti i peccatori in generale. “Io voglio la misericordia e non il sacrificio, dice Egli; io son venuto a chiamare il peccatore e non il giusto (Matt. IX, 18).„ — “Oh! quante volte, esclama Egli, o ingrata Gerusalemme, non ho io voluto raccogliere i tuoi figli sotto l’ali della mia misericordia, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le sue ali, e non hai voluto (Matt. XXIII, 27).„ E non è sempre questa stessa grazia, che ogni giorno stimola e sollecita il peccatore a convertirsi?

3° E se il peccatore è tanto felice da ritornare a Dio, Egli lo accoglierà a penitenza e gli perdonerà senza indugio. Sì, se questo peccatore lascia i suoi delitti e le sue iniquità e ritorna sinceramente a Dio, Dio è dispostissimo a perdonargli. Vedetelo nel più consolante di tutti gli esempi che l’Evangelo ci propone, quello del Figliuol prodigo. Questi ha dissipato tatti i suoi beni vivendo da libertino e dissoluto. La sua vita malvagia lo ridusse a una miseria sì grande, che sarebbe stato felice di nutrirsi degli avanzi del cibo dei porci, che custodiva. Finalmente, tocco al vivo dalla sua miseria, considera il suo infelice stato, e prende la risoluzione di tornare alla casa del padre suo, dove l’ultimo dei servi si trova assai meglio di lui. Ed eccolo partire. Egli è ancor molto lontano quando il padre lo scorge. Questi, rivedendolo n’è tocco da compassione e, dimentico della sua vecchiezza, gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia. “Ah! che fate, padre mio? Io ho peccato contro il cielo e innanzi a voi; non merito più d’esser chiamato vostro figlio mettetemi tra i vostri servi, e mi basta. — No, no, figlio mio, gli dice questo buon padre, io dimentico tutto il passato. Subito gli s’indossi la veste di prima, gli si metta al dito l’anello e i calzari ai piedi; s’uccida un vitello e stiamo allegri; mio figlio era morto ed è risorto; era perduto e fu ritrovato (Luc. XV) „ Ecco la figura ed ecco la realtà. Dacché il peccatore prende la risoluzione di ritornare a Dio e di convertirsi, fin da’ suoi primi passi, la misericordia divina è tocca di compassione; gli corre incontro, lo previene con la sua grazia, lo bacia favorendolo di consolazioni spirituali, e lo ristabilisce nel suo pristino stato perdonandogli tutte le sue sregolatezze passate. “Ma, dirà questo peccatore convertito, io ho dissipato tutti i beni che voi m’avevate dato; io non me ne sono servito che per offendervi. — Non importa, dirà questo buon Padre, io voglio dimenticare tutto il passato. Si renda a questo peccatore convertito il suo abito di prima rivestendolo di Gesù Cristo, della sua grazia, delle sue virtù, de’ suoi meriti.„ Ecco, M. F., come la misericordia di Dio tratta il peccatore. Con quanta confidenza, con quanta premura non dobbiamo ritornare a Lui quando abbiamo avuto la sventura d’abbandonarlo per seguire i desideri del nostro cuore corrotto! Possiamo noi temere d’essere da Lui rigettati, dopo tanti segni di tenerezza e d’amore per i più grandi peccatori? No, M. F., non differiamo più il nostro ritorno a Dio: il presente e il futuro devono farci tremare. E anzitutto, il presente: se sventuratamente noi siamo in istato di peccato mortale, noi siamo in pericolo prossimo di morirvi. Lo Spirito Santo ci dice: – Chi si espone al pericolo vi perirà (Eccli. III, 27)„ Perciò, vivendo nell’odio di Dio, noi avremmo ben ragione di temere che la morte vi ci sorprenda. E giacché Dio vi offre oggi la sua grazia, perché non vorrete voi approfittarne? Dire che non c’è premura, che c’è tempo, non è, F. M., ragionare da insensati? Vedete: di che siete voi capaci quando siete ammalati? Ahimè! di nulla affatto: voi non potete neppure far un atto di contrizione come si deve; perché siete così assorbiti dai vostri dolori, che non pensate affatto alla vostra salvezza. Ebbene. M. F., non saremmo noi troppo stolti se aspettassimo la morte per convertirci? Fate almeno per la vostra povera anima ciò che fate per il vostro corpo, il quale dopo tutto non è che un mucchio di putredine, che andrà ben presto pasto ai più vili animali. Quando siete gravemente feriti, aspettate voi sei mesi o un anno per applicarvi i rimedi che credete necessari alla vostra guarigione? Quando siete assaliti da una bestia feroce aspettate forse d’esser mezzo divorati per gridare aiuto? Non implorate forse subito il soccorso dei vicini? Perché, F. M., non fate altrettanto quando vedete la vostra povera anima macchiata e sfigurata dal peccato, ridotta sotto la tirannia del demonio? Perché non implorate subito l’assistenza del cielo e non ricorrete tosto alla penitenza? Sì, F. M., per quanto gran peccatori voi siate, nessuno di voi vorrebbe morire nel peccato. Ebbene! poiché desiderate di abbandonare un giorno il peccato, perché non l’abbandonerete oggi che Dio ve ne dà il tempo e la grazia? Credete forse che, in seguito, Dio sarà più disposto a perdonarvi, e che le vostre malvage abitudini saranno meno difficili a vincersi? No, no, F. M., più voi differirete il vostro ritorno a Dio, e più la vostra conversione sarà difficile. Il tempo, che indebolisce tutto, non fa che fortificare le nostre inclinazioni malvage. Ma forse voi vi fidate sul tempo futuro. Ahimè! non vi lasciate ingannare! I giudizi di Dio sono sì terribili che voi non potete differire la vostra conversione d’un solo istante senza esporvi al pericolo d’andar perduti per sempre. Lo Spirito Santo ci dice per la bocca del Savio “che il Signore sorprenderà il peccatore nella sua collera (Eccli. V, 9).„ Gesù Cristo stesso ci dice che “Egli verrà di notte come un ladro, che sorprende quando meno ci si pensa.„ (Matt. XXIV, 50). E ci ripete anche queste parole: “Vegliate e pregate continuamente, affinché, al mio ritorno, non vi trovi addormentati.„ (Matt. XIII, 36). Gesù Cristo vuol mostrarci con queste parole che noi dobbiamo costantemente vegliare affinché l’anima nostra non sia trovata in peccato quando ci coglierà la morte. Facciamo, M. F., come le vergini sagge, che si provvidero d’olio per attendere l’arrivo del loro sposo ed esser così pronte a partire quando lo sposo le avrebbe chiamate. Allo stesso modo, facciamo anche noi provvista d’opere buone prima che Dio ci chiami al suo tribunale. Non imitiamo quelle vergini stolte, che aspettarono l’arrivo dello sposo per andar in cerca dell’olio: quando arrivarono, la porta era chiusa; esse ebbero un bel pregare lo sposo che aprisse loro; egli rispose che non le conosceva. (Matt. XXV). Triste, ma troppo sensibile immagine, F. M., del peccatore, che rinvia continuamente di giorno in giorno il suo ritorno a Dio. Giunto alla morte, egli vorrebbe ancora approfittare di questo momento; ma troppo tardi, non c’è più rimedio! Sì, F . M., la sola incertezza del momento in cui Dio ci chiamerà a comparirgli dinanzi dovrebbe farci tremare e impegnarci a non perdere un solo istante per far sicura la nostra salvezza. D’altra parte, F. M., sappiamo noi il numero dei peccati che Dio vorrà tollerare in noi, e la misura delle grazie che ci vuol accordare e fin dove vorrà giungere la sua pazienza? Non dobbiamo noi temere che il primo peccato che commetteremo non metta il suggello alla nostra riprovazione? Giacché vogliamo salvarci, perché differire ancora? Quanti angeli, quanti milioni di uomini non hanno commesso che un sol peccato mortale! Eppure questo solo peccato sarà la causa del loro tormento per tutta l’eternità. F. M., i ladri non sono tutti puniti ugualmente; gli uni invecchiano nel ladroneggiare; altri al primo delitto sono colti e puniti. Non dobbiamo noi temere che tocchi anche a noi la stessa sorte? E vero che voi vi rassicurate sul fatto che Dio non v’ha punito, quantunque voi continuiate ad offenderlo. Ma è anche vero che forse Egli non attende che il primo vostro peccato per colpirvi e precipitarvi dentro all’abisso. Vedete un cieco che cammina verso il precipizio: l’ultimo suo passo non è più lungo del primo: eppure è precisamente questo passo che lo getta nel precipizio. Per cader nell’inferno, non è necessario commetter grandi delitti; basta continuare a vivere lontani dai Sacramenti per andar perduti eternamente. Suvvia, non stanchiamo più oltre la pazienza di Dio; affrettiamoci a corrispondere alla sua bontà, la quale non desidera che la nostra felicità. – Ma vediamo ancor più particolarmente ciò che dobbiamo fare per corrispondere ai disegni che la misericordia di Dio ha sopra di noi.

II — F. M.,  se la misericordia di Dio attende il peccatore a penitenza, non bisogna stancare la sua pazienza; essa ci chiama e c’invita, noi dobbiamo andarle incontro; essa ci riceve e ci perdona, noi dobbiamo restarle fedeli. Ecco i doveri di riconoscenza che esige da noi. Sì, Dio attende e sopporta il peccatore. Ma, ahi! Quanti peccatori, invece di approfittare della sua pazienza per rientrare in se stessi, non fanno che aggiungere peccato a peccato? Sono dieci, vent’anni che Dio attende questo misero peccatore a penitenza; ma tremi! non c’è più che un piccolo filo cui la misericordia tien sospesa l’esecuzione delle sue vendette! Ah! infelice peccatore, disprezzerete voi sempre le ricchezze della sua pazienza, della sua bontà, della sua lunga tolleranza? E proprio perché Dio vi aspetta a penitenza che voi non la farete mai? Non è al contrario, dice il santo Apostolo, questa bontà divina, che deve impegnarvi a non differire più oltre? “Ma voi – dice egli – per la durezza e l’impenitenza del vostro cuore, vi accumulate tesori di collera per il giorno della manifestazione del Signore (Rom. II, 4-5)„ Infatti, qual durezza può paragonarsi a quella d’un uomo che non è intenerito dalla dolcezza e dalla tenerezza di un Dio che, da tanti anni, l’attende a penitenza? È adunque il peccatore, lui solo, causa della sua rovina. Sì, Dio ha fatto tutto ciò che doveva fare per la sua salvezza; gli ha fatto la grazia di conoscerlo, gli ha insegnato a discernere il bene dal male, gli ha manifestato le ricchezze del proprio cuore per attirarlo a sé, l’ha persino minacciato dei rigori del suo giudizio per impegnarlo a convertirsi: se dunque il peccatore muore nell’impenitenza non può prendersela che con se medesimo. Approfittiamo, M. F., della misericordia con cui Dio ci aspetta a penitenza. Ah! non stanchiamo più oltre la sua pazienza con continui indugi di conversione.

2° F. M., se la misericordia di Dio ci chiama, bisogna che noi le andiamo incontro. “Dio – dice S. Ambrogio – si obbliga a perdonarci: ma bisogna che la nostra volontà s’unisca a quella di Dio; egli vuole salvarci, ma bisogna che noi pure lo vogliamo, perché una di queste volontà non ottiene il suo effetto se non unita con l’altra; quella di Dio comincia l’opera, la conduce, la finisce, e quella dell’uomo deve concorrere al compimento dei suoi disegni.„ Noi dobbiamo essere nelle stesse disposizioni di S. Paolo al principio della sua conversione, come ci fa sapere nella sua lettera ai Galati. “Voi avete sentito parlare della mia condotta e delle mie azioni tutte malvage. Prima che Dio m’avesse fatto la grazia di convertirmi, io perseguitavo la Chiesa di Dio in modo così crudele che n’ho orrore ogni volta che vi penso; chi avrebbe creduto che la misericordia divina avrebbe scelto quel momento per chiamarmi a sé? (Gal. I, 13 Fu allora ch’io mi vidi tutto circondato d’una luce abbagliante, e ch’io intesi una voce che mi diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Io sono il tuo Salvatore e il tuo Dio, contro il quale tu rivolgi la tua rabbia e le tue persecuzioni (Act. XXII, 6-7).„ Si, M. F., noi possiamo dire che ciò che avvenne una volta, in modo sì meraviglioso a S. Paolo, avviene ancora tutti i giorni a favore del peccatore. La grazia di Dio lo cerca e lo segue, anche quando questo misero l’offende. Se vuol confessare la verità egli sarà costretto a convenire che ogni volta egli è pronto a fare il male, la voce di Dio si fa sentire in fondo al suo cuore per opporsi ai suoi disegni malvagi. Che deve fare questo peccatore? Obbedire alla voce del cielo e dire come il santo Giobbe: “Signore, voi avete contati i miei passi ne’ miei traviamenti: ma ecco ch’io ritorno a voi; degnatevi d’usarmi misericordia (Giob. XIV, 16).„

3° Inoltre se Dio riceve il peccatore e gli perdona, questi deve restargli fedele. Non più ricadute nei disordini; egli deve rinunciare interamente ai peccati che gli sono stati perdonati; non essere più un peso alla misericordia divina, la quale tanto condanna le conversioni incostanti, quanto s’allieta di quelle solide e perseveranti; — deve gemere per tutto il resto de’ suoi giorni per aver atteso tanto a darsi a Dio; — benedire continuamente il nome del Signore per aver fatto risplendere in lui la sua infinita misericordia strappandolo dall’abisso in cui l’avevano precipitato i suoi peccati. Tali devono essere i sentimenti d’un peccatore convertito davvero. Abbiamo visto quanto è grande la misericordia di Dio, quindi, per quanto peccatori, non disperiamo mai della nostra salvezza, perché la bontà di Dio sorpassa infinitamente la nostra malizia. Ma neppure abusiamone, “perchè, cidice il Profeta, la misericordia divina è per quelli che la temono, non per quelli che la disprezzano (Ps. CII, 17). „ Il giusto deve operare nella misericordia di Dio; ma deve perseverare, affinché essa eserciti su lui i suoi diritti ricompensando i suoi meriti. Il peccatore parimente deve sperare nella misericordia di Dio: ma faccia penitenza. Affinché la nostra conversione sia sincera, noi dobbiamo aggiungere la speranza alla penitenza; perché far penitenza senza sperare è la sorte dei demoni, e sperare senza far penitenza, la presunzione del libertino. Noi felici, se corrisponderemo alle cure, alle sollecitudini e alle grazie che Dio non cessa di prodigarci per farci conseguire la nostra salvezza. E questo è il mio augurio.

DOMENICA III DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA NELL’OTTAVA DELLA FESTA DEL SACRO CUORE e III DOPO LA PENTECOSTE. (2020)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La liturgia di questo giorno esalta la misericordia di Dio verso gli uomini: come Gesù « che era venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori », cosi lo Spirito Santo continua l’azione di Cristo nei cuori e stabilisce il regno di Dio nelle anime dei peccatori. Questo ricorda la Chiesa nel Breviario e nel Messale. — Le lezioni del Breviario sono consacrate quest’oggi alla storia di Saul. Dopo la morte di Eli gli Israeliti si erano sottomessi a Samuele come a un nuovo Mosè; ma quando Samuele divenne vecchio il popolo gli chiese un re. Nella tribù di Beniamino viveva un uomo chiamato Cis, che aveva un figlio di nome Saul. Nessun figlio di Israele lo eguagliava nella bellezza, ed egli sorpassava tutti con la testa. Le asine del padre si erano disperse ed egli andò a cercarle e arrivò al paese di Rama ove dimorava Samuele. Ed egli disse: « L’uomo di Dio mi dirà, ove io le potrò ritrovare ». Come fu alla presenza di Samuele, Dio disse a questi: « Ecco l’uomo che io ho scelto perché regni sul mio popolo ». Samuele disse a Saul: « Le asine che tu hai perdute da tre giorni sono state ritrovate ». Il giorno dopo Samuele prese il suo corno con l’olio e lo versò sulla testa di Saul, l’abbracciò e gli disse: « Il Signore ti ha unto come capo della sua eredità, e tu libererai il popolo dalle mani dei nemici, che gli sono d’attorno ». « Saul non fu unto che con un piccolo vaso d’olio, – dice S. Gregorio – perché in ultimo sarebbe stato disapprovato. Questo vaso conteneva poco olio e Saul ha ricevuto poco, perché  la grazia spirituale l’avrebbe rigettata » (Matt.). « In tutto – aggiunge altrove – Saul rappresenta i superbi e gli ostinati » (P. L. 79, c. 434). S. Gregorio dice che Saul mandato « a cercare le asine perdute è una figura di Gesù mandato da suo Padre per cercare le anime che si erano perdute » (P. L. 73, c. 249). « I nemici sono tutt’intorno in circuitu », continua egli; lo stesso dice il beato Pietro: « Il nostro avversario, il diavolo, gira (circuit) attorno a voi ». E come Saul fu unto re per liberare il popolo dai nemici che l’assalivano, cosi Cristo, l’Unto per eccellenza, viene a liberarci dai demoni che cercano di perderci. – Nella Messa di oggi il Vangelo ci mostra la pecorella smarrita e il Buon Pastore che la ricerca, la mette sulle spalle e la riporta all’ovile. Questa è una delle più antiche rappresentazioni di Nostro Signore nell’iconografia cristiana, tanto che si trova già nelle catacombe. L’Epistola ci mostra i danni ai quali sono esposti gli uomini raffigurati dalla pecorella smarrita. « Vegliate, perché il demonio come un leone ruggente cerca una preda da divorare. Resistete a lui forti nella vostra fede. Riponete in Dio tutte le vostre preoccupazioni, poiché Egli si prende cura di voi (Ep.), Egli vi metterà al sicuro dagli assalti dei vostri nemici (Grad.), poiché è il difensore di quelli che sperano in lui (Oraz.) e non abbandona chi lo ricerca (Off.). Pensando alla sorte di Saul, che dapprima umile, s’inorgoglisce poi della sua dignità reale, disobbedisce a Dio e non vuole riconoscere i suoi torti, « umiliamoci avanti a Dio » (Ep.) e diciamogli: « O mio Dio, guarda la mia miseria e abbi pietà di me: io ho confidenza in te, fa che non sia confuso (Int.); e poiché senza di te niente è saldo, niente è santo, fa che noi usiamo dei beni temporali in modo da non perdere i beni eterni (Oraz.); concedi quindi a noi, in mezzo alle tentazioni « una stabilità incrollabile » (Ep.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV: 16; 18 Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.

[Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Ps XXIV: 1-2 Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, elevo l’ànima mia: Dio mio, confido in te, ch’io non resti confuso.]

Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.

[Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Oratio

Orémus.

Protéctor in te sperántium, Deus, sine quo nihil est válidum, nihil sanctum: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, te rectóre, te duce, sic transeámus per bona temporália, ut non amittámus ætérna.

[Protettore di quanti sperano in te, o Dio, senza cui nulla è stabile, nulla è santo: moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché, sotto il tuo governo e la tua guida, passiamo tra i beni temporali cosí da non perdere gli eterni.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet V: 6-11.

“Caríssimi: Humiliámini sub poténti manu Dei, ut vos exáltet in témpore visitatiónis: omnem sollicitúdinem vestram projiciéntes in eum, quóniam ipsi cura est de vobis. Sóbrii estote et vigiláte: quia adversárius vester diábolus tamquam leo rúgiens circuit, quærens, quem dévoret: cui resístite fortes in fide: sciéntes eándem passiónem ei, quæ in mundo est, vestræ fraternitáti fíeri. Deus autem omnis grátiæ, qui vocávit nos in ætérnam suam glóriam in Christo Jesu, módicum passos ipse perfíciet, confirmábit solidabítque. Ipsi glória et impérium in sæcula sæculórum. Amen”.

(“Carissimi: Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti nel tempo della visita. Gettate ogni vostra sollecitudine su di lui, poiché egli ha cura di voi. Siate temperanti e vegliate; perché il demonio, vostro avversario, gira attorno, come leone che rugge, cercando chi divorare. Resistetegli, stando forti nella fede; considerando come le stesse vostre tribulazioni sono comuni ai vostri fratelli sparsi pel mondo. E il Dio di ogni grazia che ci ha chiamati all’eterna sua gloria, in Cristo Gesù, dopo che avete sofferto un poco, compirà l’opera Egli stesso, rendendoci forti e stabili. A lui la gloria e l’impero nei secoli dei secoli”).

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

NELLE PROVE

L’Epistola è tratta dalla prima lettera di S. Pietro. Dopo aver parlato dei doveri dei pastori verso i fedeli e dei doveri dei fedeli verso i pastori, con le parole dell’epistola odierna viene a parlare dei dovrei comuni a tutti i cristiani. Si era sotto la persecuzione suscitata da Nerone. Raccomanda di accettar con umiltà la prova, affinché Dio li esalti a suo tempo; esorta di esser sobri, vigilanti, fermi nella fede per poter resistere al demonio; inculca la pazienza con la considerazione che i Cristiani sparsi nel mondo sono sottoposti alle stesse tribolazioni. Dio, poi, che li ha chiamati alla gloria celeste, compirà l’opera incominciata, dando la forza di perseverare. Le prove non erano una condizione esclusiva dei Cristiani dei tempi di Nerone. Anche senza la persecuzione dei tiranni, esse non mancano mai a coloro che vogliono seguire Gesù Cristo. Noi Cristiani:

1. Dobbiamo accettar le prove dal Signore, che le manda per nostro bene,

2. Senza avvilirci, perché sono un retaggio comune,

3. Confortati dall’aiuto di Dio, che ha cura di noi.

1.

Umiliatevi sotto la potente mano di Dio. Cioè, sottomettetevi, senza replicare, alla potenza di Dio che vi umilia; accettate le prove che la Provvidenza vi manda. Quanto sia necessaria questa esortazione di S. Pietro lo constatiamo tutti i giorni. Si vorrebbe seguir Dio, ma senza alcuna fatica. Fin che tutto sorride e prospera attorno a noi si procede con entusiasmo: ma alle prime prove ci cascano le braccia, ci vengono meno le forze per proseguire. Gesù Cristo ha paragonato costoro alla semente che cade sulla pietra. Nasce e si secca, perché non può mettere le radici. Quanti Cristiani si mettono a praticare il bene con entusiasmo; poi, «al tempo della tentazione si tirano indietro» (Luc. VIII, 13). Gli insegnamenti del Vangelo non hanno messo radici troppo profonde nel loro cuore. In quale pagina, infatti, del Vangelo noi leggiamo che Gesù Cristo abbia promesso ai suoi seguaci una vita aliena dai patimenti? Leggiamo invece tutto l’opposto: «Non si dà servo maggiore del suo padrone» (Matt. X, 24). E: se Gesù Cristo, nostro padrone, si sottopone alle prove più dure, non possiamo pretendere di andarne esenti noi, suoi servi. – Del resto le prove sono un segno dell’amor di Dio. Chi da Dio è amato, da lui è visitato. «Figliuolo — leggiamo nei libri santi — non sdegnare la disciplina di Dio, e non t’incresca il suo castigo, perché  Dio castiga chi ama, come un padre un figlio che predilige» (Prov. III, 11-12). Quando i padri castigano, siano pure le loro correzioni dure e severe, non osiamo criticarli; perché sappiamo che non ira, non vendetta, ma la premura di renderli migliori li fa diventar severi coi figli. Tanto più dobbiam trovar ragionevoli, e accettar con spirito di sottomissione le prove che ci manda il Signore. I genitori, nota S. Paolo, «ci correggevano secondo quel che pareva loro per pochi giorni; Dio lo fà per nostro vantaggio, affinché partecipiamo alla santità di lui» (Ebr. XII, 10. Quelli puniscono per il conseguimento di beni fugaci, il Signore punisce per il conseguimento di beni immortali. A coloro che, dimentichi di Dio e dei propri doveri, vivono nel letargo del peccato, le prove sono una scossa efficace. Non adoperiamo una voce blanda, ma una forte scossa per svegliare chi è assopito in un profondo sonno. Non adoperiamo una carezza ma un forte strappo per trarre in salvo chi sta per essere investito, o per cadere in un precipizio. Si è disprezzata la voce della buona ispirazione, del buon esempio per non lasciarsi stornare dai godimenti terreni; è ben giusto che Dio amareggi questi godimenti con delle dure prove. « Col fuoco si fa prova dell’oro e col dolore degli uomini accetti» (Eccli II, 5)) dice lo Spirito Santo. Dio non ha bisogno della prova per conoscere la nostra costanza, ma gli uomini, ai quali siamo obbligati a dare buon esempio, hanno bisogno di questa prova. Coloro che ci circondano non devono ripetere la stolta affermazione di satana, il quale, non avendo nulla da dire contro Giobbe, insinuava che egli servisse il Signore unicamente per la prosperità che Dio gli aveva dato. La nostra costanza nella prova, oltre acquistarci dei meriti, insegna a servir Dio disinteressatamente. Inoltre, sotto le prove, l’anima fa notevoli progressi. Una verga di ferro, messa al fuoco, perde la ruggine, si piega docile sotto i colpi del martello, e per il lungo e paziente lavoro della lima riesce un pregevole oggetto d’arte. Così l’afflizione purga l’anima, la rende docile alla volontà di Dio, la raffina nella virtù. –

2.

S. Pietro per incoraggiare i Cristiani a resistere alle tentazioni e a tutte le prove vuole vadano considerando come le stesse tribolazioni sono comuni ai … fratelli sparsi pel mondo. Come osserva il Grisostomo: « La compagnia di quei che soffrono rende più leggero il peso della sofferenza ». (In 2 Ep. ad Tim. Hom. 1, 4). E in questo mondo soffrono tutti. « Se non oggi, domani; se non domani, ci sarà qualche nuovo dolore più tardi; e come non può darsi che i naviganti siano senza sollecitudine quando vanno per l’ampio oceano, così quei che passano questa vita non possono essere senza tristezza » (S. Giov. Grisost. 1. c. n. 3). Saranno più o meno diversi i motivi di tristezza; ma nessuno ne va esente. Una croce il Signore l’ha destinata a tutti. Una croce che l’uomo comincia a portare fin dall’adolescenza è la inclinazione al male. Croce», se egli lotta per vincere; croce, se cede alla passione, per l’amarezza e lo sconforto che ne seguono. Una croce è mettersi alla sequela di Dio per la via stretta; lo Spirito Santo, però, assicura che è una croce anche abbandonare Dio. per camminare per la via larga. « Riconosci alla prova — fa dire da Geremia ad Israele — come è cosa cattiva e dolorosa l’aver tu abbandonato il Signore Dio tuo » (Ger. II, 19.). Sono croci le aspirazioni non mai appagate, gli ideali non mai raggiunti, le agitazioni non mai calmate, un sogno che svanisce, un matrimonio infelice, un figlio scapestrato. Sono croci le malattie, le privazioni, la mancanza di quanto è necessario, una fortuna che dilegua, un affare che va male, un infortunio che capita all’impensata. Si hanno croci in casa e croci fuori di casa: da parte da amici e da parte di nemici, da parte di vicini e da parte di lontani. Chi potrebbe enumerarle tutte? E se tutti hanno la propria croce, perché solamente noi dovremmo andarne liberi? Se le croci sono comuni a tutti i discendenti di Adamo, tanto più devono essere comuni ai Cristiani, seguaci di Colui che morì in croce. «Se credi di non aver tribolazioni — dice S. Agostino — non hai ancora cominciato a essere Cristiano» (En. in Ps. 45,4). S. Paolo e S. Barnaba esortavano i discepoli a rimaner fedeli, «dicendo che noi dobbiamo passare per molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (Att. XIV, 21). Come è impossibile entrare nel regno di Dio senza tribolazioni; così è impossibile trovare un Cristiano senza tribolazioni; senza molte tribolazioni, se ha cura di entrare nel regno di Dio. È pensiero consolante, però, il considerare che nel portar la croce abbiam compagni non solamente tutti i fratelli che abbiamo nel mondo, ma lo stesso Gesù Cristo. Nei primi anni del suo episcopato in Milano, il Cardinal Ferrari si era recato a far visita al Re Umberto I, nella sua villa di Monza. A un certo momento della conversazione, che aveva preso un tono confidenziale, Re Umberto dice con un sospiro: «Sapesse, Eminenza, quanto pesa in certi momenti la corona!» E l’Arcivescovo, con il consueto sorriso buono e confortevole, soggiunse pronto: «Pesa anche la croce vescovile, Maestà; l’una e l’altra però diventano leggere e amabili quando ci si metta sopra il Crocefisso» (B. Galbiati, Vita del Cardinale Carlo Andrea Ferrari ecc. Milano, 1926, pag, 226). Perché avvilirci sotto il peso delle tribolazioni se sono comuni a tutti gli uomini, e soprattutto a tutti i fratelli in Gesù Cristo; e se Gesù Cristo terminò sulla croce una vita di tribolazioni senza numero?  –

3.

Dio, il quale ci ha chiamati alla vita celeste che otterremo dopo i brevi patimenti su questa terra, non ci abbandona nei momenti della prova. Dopo che avrete sofferto un poco— dice S. Pietro — compirà l’opera egli stesso, rendendovi forti e stabili. Egli conforterà, assisterà i Cristiani, perché non abbiano a vacillare nel sopportare i mali, e nel compire i propri doveri. Le prove che Dio permette sono medicine; e sono sempre le più adatte per noi. Innanzi tutto Dio non manda se non quel che si può portare; e nessuno può asserire che le prove, che Dio gli manda siano superiori alle proprie forze. Nessun navigante carica la nave con un peso superiore alla sua portata; nella traversata la nave affonderebbe. E neppur salpa con una nave troppo leggera; questa sarebbe molto facilmente sbattuta qua e là dai venti. Dio proporziona a ciascuno le croci in modo che tengano fermo l’uomo tra l’infuriar delle passioni, e nello stesso tempo non lo opprimano col loro peso. Per dubitare di questo, bisognerebbe ignorare che «le opere di Dio sono perfette e tutte le vie di lui sono giuste» (Deut. XXXII, 4). Si odono spesso frasi come queste: «Dio poteva darmi una croce, ma pesante come questa, no». — «Un’altra croce, pazienza; ma non questa». — «Tutti hanno la propria croce; ma la mia è più pesante delle altre». Se tutti dovessimo portar la nostra croce in un luogo pubblico, e lì — come si fa in una esposizione — metterle in vista, in modo che noi potessimo vedere le croci degli altri, e gli altri potessero vedere le nostre, e a tutti fosse data facoltà di cambiar la propria con altra; quanti la cambierebbero? Tutto considerato, ciascuno penserebbe che è meglio riprender la propria, e ritornare con quella a casa. Il Signore non ci lascia portar da soli il peso della tribolazione. A incoraggiare Giacobbe a scendere da Betsabea in Egitto con tutta la famiglia, Dio gli si manifesta di notte, in visione, e l’assicura: «Non aver paura di scendere in Egitto… Io scenderò con te in Egitto, e Io ancora ti farò di là ritornare» (Gen. XLVI, 3-4). Quando, nel pellegrinaggio di questa vita, ci troviamo nelle difficoltà Dio ci è vicino, molto più vicino di quanto supponiamo. Egli può condurci e ricondurci incolumi attraverso a tutte le prove. Se saremo disposti a non staccarci da Lui, Egli non ci abbandonerà, ma ci darà la forza di superare qualunque ostacolo. – «Il Signore è buono — dice il profeta — e consola nel giorno della tribolazione, e conosce quelli che sperano in Lui (Nah. I, 7). Sappiamo, dunque, dove porre le nostre speranze nel momento della tribolazione, senza pericolo di rimanere delusi. Il Signore non vuol tormentare i suoi amici; ma vuol renderli migliori e meritevoli di un gran premio; Egli sa quello che fa. Sarebbe una vera pazzia, nell’ora della prova, abbonarsi alle querele e ai lamenti, invece di praticare il suggerimento di S. Pietro : Umiliatevi sotto la potente mano di lui. Dopo tutto «l’angustia della tribolazione passerà, ma l’ampiezza della gioia a cui pervennero non avrà termine» (S. Agost. En. in Ps. CXVII). – E soprattutto umiliamoci sotto la potente mano del Signore nelle prove più gravi, come le prove pubbliche, accettandole come un invito a riformare la nostra condotta, e facciamo che non si debba ripetere il lamento che un giorno faceva S. Cipriano : «Ecco, dal Cielo vengono inflitte calamità, e non c’è alcun timor di Dio» (Ad Dem. 8).

Graduale

Ps LIV: 23; 17; 19 Jacta cogitátum tuum in Dómino: et ipse te enútriet.

[Affida ogni tua preoccupazione al Signore: ed Egli ti nutrirà.]

V. Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam ab his, qui appropínquant mihi. Allelúja, allelúja.

[Mentre invocavo il Signore, ha esaudito la mia preghiera, liberandomi da coloro che mi circondavano. Allelúia, allelúia]

Ps VII: 12 Deus judex justus, fortis et pátiens, numquid iráscitur per síngulos dies? Allelúja.

[Iddio, giudice giusto, forte e paziente, si adira forse tutti i giorni? Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.

S. Luc. XV: 1-10

“In illo témpore: Erant appropinquántes ad Jesum publicáni et peccatóres, ut audírent illum. Et murmurábant pharisæi et scribæ, dicéntes: Quia hic peccatóres recipit et mandúcat cum illis. Et ait ad illos parábolam istam, dicens: Quis ex vobis homo, qui habet centum oves: et si perdíderit unam ex illis, nonne dimíttit nonagínta novem in desérto, et vadit ad illam, quæ períerat, donec invéniat eam? Et cum invénerit eam, impónit in húmeros suos gaudens: et véniens domum, cónvocat amícos et vicínos, dicens illis: Congratulámini mihi, quia invéni ovem meam, quæ períerat? Dico vobis, quod ita gáudium erit in cœlo super uno peccatóre pœniténtiam agénte, quam super nonagínta novem justis, qui non índigent pœniténtia. Aut quæ múlier habens drachmas decem, si perdíderit drachmam unam, nonne accéndit lucérnam, et evérrit domum, et quærit diligénter, donec invéniat? Et cum invénerit, cónvocat amícas et vicínas, dicens: Congratulámini mihi, quia invéni drachmam, quam perdíderam? Ita dico vobis: gáudium erit coram Angelis Dei super uno peccatóre pœniténtiam agénte”.

(“In quel tempo andavano accostandosi a Gesù de’ pubblicani e de’ peccatori per udirlo. E i Farisei e gli Scribi ne mormoravano, dicendo: Costui si addomestica coi peccatori, e mangia con essi. Ed Egli propose loro questa parabola, e disse: Chi è tra voi che avendo cento pecore, e avendone perduta una, non lasci nel deserto le altre novantanove, e non vada a cercar di quella che si è smarrita, sino a tanto che la ritrovi? e trovatala se la pone sulle spalle allegramente; e tornato a casa, chiama gli amici e i vicini, dicendo loro: Rallegratevi meco, perché ho trovato la mia pecorella, che si era smarrita? Vi dico, che nello stesso modo si farà più festa per un peccatore che fa penitenza, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza. Ovvero qual è quella donna, la quale avendo dieci dramme, perdutane una, non accenda la lucerna, e non iscopi la casa, e non cerchi diligentemente, fino che l’abbia trovata? E trovatala, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi meco, perché ho ritrovata la dramma perduta. Così vi dico, faranno festa gli Angeli di Dio, per un peccatore che faccia penitenza”).

Omelia II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sulla dilazione della conversione.

Gaudium erit in cœlo super uno peccatore poenitentiam agente, quam super nonaginta novem iustis qui non indigent pœnitentia.

Luc. XV.

Chi l’avrebbe creduto fratelli miei, che la conversione d’un peccatore avesse dato più d’allegrezza al cielo che la perseveranza di novantanove giusti? La perseveranza di molti giusti non procura ella forse più di gloria a Dio che la conversione d’un peccatore? Qual vantaggio dunque può Iddio cavare dalla conversione del peccatore per farne un così gran soggetto di gaudio? Eppure è questa una verità di cui Gesù Cristo ci assicura nel Vangelo; non già che la conversione d’un peccatore sia effettivamente un più gran bene che la perseveranza dei novantanove giusti; ma ella ci fa meglio conoscere il fine della missione del Salvatore del mondo e l’estensione delle sue misericordie su di essi. Qui, dice Egli altrove, essere venuto per chiamare i peccatori e non i giusti, mentre più di misericordia ha luogo dove più vi ha di miserie: ora il peccatore è ridotto ad uno stato di miserie in cui non si trova il giusto. Questo peccatore è lontano dal suo Dio, egli ha perduto il sommo bene, egli è l’oggetto delle vendette di Dio; la sua misericordia non può soffrirlo in quello stato; e perciò lo cerca, come dice il Vangelo, con altrettanta premura che un pastore corre dietro alla sua pecorella smarrita, e con altrettanta sollecitudine che una donna la quale sia tutta ansiosa per ritrovare una dramma smarrita. Mormorino pure i farisei di questa condiscendenza di Gesù Cristo per i peccatori, si lamentino perché vuole mangiare con essi; Egli condanna la durezza dei farisei, si compiace coi peccatori, fa loro sentire le attrattive della sua misericordia a fine di ricondurli a sé. – Verità molto consolante per voi, fratelli miei, che avete avuta la disgrazia di perdere per lo peccato la grazia del vostro Dio. La misericordia di Dio vi aspetta, v’invita a ritornare a sé; ella è tutta pronta a ricevervi, tostochè voi ritornerete coi sentimenti d’un cuor contrito ed umiliato. Ma non crediate, o peccatori, che, perché la misericordia di Dio v’aspetta, vi sia permesso di differire la vostra conversione, e che essa sia per aspettarvi tanto che vi piacerà. Se da una parte ella vi dice: ritornate, e riceverete la vita; dall’altra vi avvisa di non differire, perché differendo vi esponete al rischio di non ricevere mai più il perdono. Perché mai? Perché non potete ricevere il perdono senza convertirvi. Ora, differendo la vostra conversione, vi mettete a rischio evidente di non mai convertirvi o in una specie d’impossibilità di farlo. Rischio di non convertirvi giammai, perché il tempo può mancarvi. Impossibilità o estrema difficoltà di convertirvi, perché la grazia e la volontà possono anche mancarvi. In due parole: conversione differita, conversione incerta; primo punto: conversione differita, conversione difficile; secondo punto. Convertitevi dunque prontamente. – Potete voi ricusare di dare agli Angeli un motivo di allegrezza in cui voi trovate la vostra felicità, la vostra salute eterna?

I. Punto. Non si possono vedere senza ammirazione i segni sensibili che Dio ci dà nella sacra Scrittura della sua misericordia verso i peccatori e del desiderio sincero che Egli ha della loro conversione. Qui, come nell’odierno Vangelo, questa divina misericordia si dipinge sotto i tratti d’un amoroso pastore che corre dietro a una pecorella smarrita, che la riconduce dolcemente nell’ovile, e la porta anche sopra le sue spalle per risparmiarle la fatica del cammino. Là essa si manifesta sotto il simbolo d’un tenero padre che riceve un figliuolo prodigo che le dissolutezze avevano ridotto nel più deplorabile stato. Non solamente Dio aspetta il peccatore con pazienza, ma lo ricerca con premura, lo invita, lo sollecita a ritornare a Lui; Egli fa i primi passi, e quando il peccatore si arrende ai suoi inviti, lo riceve con bontà, lo ricolma dei suoi benefizi, si rallegra del suo ritorno come di una conquista, se ne applaudisce come di un trionfo. Il che ci è sensibilmente significato nella parabola di quella donna che invita le sue amiche a seco rallegrarsi perché ha ritrovato la dracma che aveva perduta. Ma che dobbiamo noi il più ammirare, fratelli miei? la bontà di Dio a ricercare e a ricevere il peccatore, o l’indifferenza del peccatore a ritornare a Dio? Più Dio fa dei passi per accostarsi al peccatore, più questo peccatore sembra volersi allontanare dal suo Dio. Nemico della sua felicità, fugge la grazia che lo cerca; e come se fosse una disavventura l’arrendersi ai dolci inviti di questa grazia, Egli ama meglio rimanere nella schiavitù del peccato che romper le catene che lo rendono effettivamente disgraziato. Ma a che vi esponete voi, peccatori ribelli alla grazia del vostro Dio, a che vi esponete differendo la vostra conversione? Voi vi mettete in un rischio evidente di non convertirvi giammai, perché? Perché contate sopra un tempo avvenire che voi forse non avrete; mentre nulla è più incerto di questo tempo, o sia che lo consideriamo in sé stesso e nella sua natura, o sia che lo consideriamo per riguardo a Dio, che non l’ha promesso. La vostra conversione non è più certa che il tempo: per conseguenza, conversione differita, conversione incerta. – Una delle più pericolose illusioni di cui si serve il demonio per condurre i peccatori alle porte della morte eterna si è di nutrirli della lusinghiera speranza d’un tempo avvenire, al quale essi rimandano le loro conversioni. Sanno pure che per esser salvi conviene cangiar vita, lasciare il peccato, fuggirne le occasioni; ma si persuadono che a ciò fare vi sarà sempre tempo. – I giovani si affidano nella robustezza del loro temperamento, e non rimirano la morte che da lontano; riguardano la gioventù come un tempo di piaceri, di cui possono profittare, e di cui avranno il tempo di far penitenza. Eh! Perché, dicono essi, non faremo noi come gli altri, che ci han preceduti? Ciascuno deve avere il suo tempo; quando noi saremo in un’età più avanzata, noi penseremo a vivere diversamente; ma convien pure che la gioventù si sfoghi; non bisogna singolarizzarsi con un genere di vita diverso da quelli della nostra età: conviene mantenere corrispondenze, amicizie per giungere ad uno stabilimento; e per questo bisogna frequentare il mondo, e vivere a genio suo. Si trova nell’età giovanile un’infinità di ostacoli alla virtù. Quando io non avrò più, dice quel giovine, dice quella figlia, quelle corrispondenze, quelle amicizie, quando non avrò più tante occasioni di offendere Dio, io mi convertirò, e farò penitenza dei peccati della mia gioventù; ma al presente mi è impossibile. Ora perché domandarmi una cosa impossibile per adesso, e che penso fare in un altro tempo; poiché secondo tutte le apparenze, io ho ancora alcuni anni a vivere? Io sono di un temperamento abbastanza forte per non sì tosto temere la morte, risolutissimo per altro, quando la vedrò avvicinarsi, di cangiar vita e di fare penitenza. Non sono forse questi i sentimenti d’un gran numero di giovani che mi ascoltano? La loro condotta lo fa pur troppo vedere. Pensare a convertirci, a far penitenza, dicono gli altri avanzati in età, non ci è per ora possibile; gli affari di cui siamo occupati, la famiglia che conviene stabilire, quella lite che convien terminare, non ci permettono di pensare a regolare la nostra coscienza, che domanda tutta la nostra attenzione. Bisogna dunque aspettare che siamo disimpegnati da quegli affari: che siamo padroni di noi medesimi per pensare alla nostra salute. Quando avremo un tempo più favorevole, metteremo un intervallo tra la vita e la morte, e ci prepareremo al gran viaggio dell’eternità. In tal modo ragiona, fratelli miei, una infinità di persone d’ogni età e condizione; i vecchi medesimi sperano aver del tempo abbastanza per riparare i mancamenti da loro fatti durante la vita. Ma che accade poi a questi peccatori che procrastinano in tal guisa la loro conversione? E a che va a finire quella lusinghiera speranza del tempo avvenire, di cui pascono le loro idee? A non averne affatto. E perché questo, fratelli miei? Perché nulla di più incerto che il tempo della vita: egli è una foglia, che il minimo vento, rapisce, dice il santo Giobbe, egli è un fumo che si dissipa in un istante; egli è un’ombra che fugge; niuno può promettersi un solo giorno, un sol momento di vita. Noi tutti portiamo dentro di noi una risposta di morte, dice  l’Apostolo; e colui che fa conto di vivere ancora un certo numero d’anni non vedrà forse il fine di quello che ha cominciato. Quel giovane che confida sulla forza del suo temperamento sarà còlto dalla morte in un tempo in cui meno vi penserà; quell’uomo pieno di progetti che l’impediscono di pensar all’affare più importante che abbia al mondo, morrà prima di avere eseguito un solo dei suoi progetti, e molto meno quello della sua conversione, ch’egli differisce dopo gli altri. – Quanti non se ne veggono cui la morte non lascia il tempo di riconoscersi? Quanti non ve ne ha, che sono rapiti nella loro più florida gioventù e sono svelti dal seno dei piaceri per essere trasportati in quello del dolore eterno? Oimè! qual bisogno evvi di provare ciò che la esperienza dimostra! Non avete voi forse vedute persone giovani come voi, d’un temperamento forte come il vostro, morire in un tempo in cui non se l’aspettavano? Non ne avete forse vedute alcune cólte da una morte subitanea ed improvvisa? L’uno fu ritrovato morto nel suo letto, l’altro perì nell’acqua, questi dal fuoco, quegli da una caduta o da qualche altro impensato accidente. L’uno è attaccato da un’apoplessia, che gli toglie l’uso dei sensi e lo mette fuori di stato di ricevere i sacramenti; l’altro vien tolto di mezzo da una febbre maligna, che non gli ha dato il tempo di mettere ordine alla sua coscienza: ed ecco forse ciò che accadrà a voi, che contate tanto sulla vostra età e sul vostro temperamento. Chi può accertarvi che voi non sarete, come tanti altri, sorpresi dalla morte? Benché giovani, benché robusti voi siate, non potete forse essere attaccati, come gli altri, d’apoplessia, còlti da qualche accidente, che vi tolga la vita senza che vi pensiate? Non potete voi forse morire di morte subitanea? E quand’anche fosse di malattia, forse non sarete più a tempo di ricevere i sacramenti, o perché voi li avrete domandati troppo tardi, o perché non si ritroverà alcun ministro di Gesù Cristo per darveli, o perché non giungeranno sì presto, malgrado la loro diligenza, a portarsi presso di voi; non è dunque una gran temerità ed una gran follia rimettere la vostra conversione ad un tempo che voi forse non avrete, e che avete ogni motivo di paventar di non avere? – Ma forse ancora, dite voi, io non morrò sì presto. Forse Dio mi darà tempo di far penitenza, di ricevere i sacramenti, come lo dà a tanti altri. Non ha Egli forse promesso il perdono ai peccatori che ritornano a Lui con sincera penitenza, in qualunque tempo lo facciano? Forse, dite voi, io non morrò sì presto, ma forse ancora morrete quanto prima; voi non siete più certi dell’uno che dell’altro. Non è forse molto meglio in questa incertezza prendere il partito più sicuro, che è quello di convertirvi? Se il tempo dipendesse da voi. se poteste disporre dell’ora della vostra morte, non sareste sì temerari a differire la vostra conversione; ma nulla evvi che dipenda meno da noi che il tempo, dice s. Agostino. Noi non possiamo disporre d’un sol momento; Dio è il padrone di tutti i momenti. Ah! chi sa, dice Gesù Cristo, quelli che il Padre celeste ha riserbati in suo potere? Momento, quæ posuit Pater in $ua potestate (Act. 1). Iddio può darvi un momento che voi vi promettete: forse, voi dite, ve lo darà; ma forse ancora non vel darà, perché non ve l’ha promesso. Se è dunque sopra un forse che voi fondate la vostra speranza, vale a dire il più grande affare che voi abbiate al mondo, non è questo un arrischiare tutto? Non è questo un voler perire eternamente? Ed è così, fratelli miei, vi domando, è così che voi operate per affare temporale o per la sanità del vostro corpo? Se voi trovate in quest’oggi un’occasione favorevole di arricchirvi, non la prendete voi con premura, per timore che dopo, lasciandola sfuggire, non la troviate più? Se siete attaccati da malattia, aspettate forse ch’ella sia invecchiata e v’abbia condotti alle porte della morte per far venire il medico? No, senza dubbio: voi prendete tutte le precauzioni possibili per arrestare il male nel suo principio o per isfuggire i colpi della morte, quest’oggi voi potete guarire la vostr’anima col rimedio della penitenza, quest’oggi voi potete assicurare la riuscita del grande affare della salute; perché dunque aspettare un domani che forse non avrete? Ah! bisogna dire che voi abbiate minor zelo per la vostra salute che per la sanità, minor premura per i beni del cielo che per quelli della terra. – Invano appoggiate voi la vostra dilazione sulla speranza che Dio vi accorderà del tempo e che vi riceverà ogni qual volta ritornerete a Lui con una sincera penitenza, Iddio, è vero, ha promesso il perdono al peccatore che si converte sinceramente; Egli non getta giammai un cuor contrito ed umiliato: ma notate, dice s. Agostino, che vi sono due cose in questa promessa, l’ora ed il perdono. Se voi vi convertite, Dio vi perdonerà, niente di più sicuro; ma vi darà Egli forse quando vorrete l’ora ed il tempo della conversione? Niente di più incerto. Egli ha promesso il perdono all’ora che vi convertirete; ma vi ha forse promesso di darvi quell’ora, di aspettarvi tanto che vi piacerà di differire? No, al contrario, Egli v’assicura positivamente che vi sorprenderà in tempo che non ve lo aspetterete: Qua hora non putatis (Luc. XII). Egli vi minaccia della medesima disgrazia che avvenne agli abitatori della terra al tempo di Noè, i quali non pensavano che a bere, a mangiare, a divertirsi, e che furono ad un tratto sepolti nelle acque del diluvio. Si è in tal guisa, dice Gesù Cristo, che il Figliuolo dell’uomo verrà a sorprendere i peccatori in mezzo ai piaceri; si è in tal modo che essi ingannati saranno nella speranza d’un tempo avvenire, di cui si lusingavano: Ita erit et adventus filii hominis (Matth. XXIV). Quanti reprobi nell’inferno provano al presente gli effetti di quella terribile minaccia! Contavano essi, come voi, sopra un tempo avvenire per cangiare di vita, per fare penitenza; ne avevano fatto più volte il progetto, ma la morte li ha sorpresi e non ha loro dato il tempo di eseguirlo. Ah! quanto amaramente si dolgono del tempo di cui non han profittato, ed oh! come vorrebbero aver quello che è adesso in vostra disposizione per riparare la perdita da loro fatta, ma non l’avranno mai più. Aspettate voi forse, fratelli miei, che siate ridotti nel medesimo stato che quegl’infelici, per pensare com’essi sul prezzo del tempo? Voi potete ancora ciò ch’essi non potranno mai più. Qual buona sorte per voi! ma qual disgrazia se voi non imparate a loro spese? Potrete voi forse scusarvi sul tempo che non avete avuto? Potrete voi dire che la morte vi ha sorpresi? Ma voi l’avete questo tempo; voi siete avvertiti che la morte può sorprendervi; sarà colpa vostra se voi siete sorpresi. Profittate dunque del tempo che avete al presente, senza contare sopra un tempo che non vi è promesso. Cercate il Signore mentre potete trovarlo; invocatelo mentre è vicino, per timore di cadere nella notte fatale dove nol ritroverete più, dove l’invocherete inutilmente: Quærite Dominum, dum inveniri potest; invocate eum dum prope est (Isai. LV). – Se voi aveste incorsa la disgrazia di un re potente, che avesse data contro di voi una sentenza di morte, e vi si dicesse che potete quest’oggi ottenere la vostra grazia, ch’egli ve l’accorderà, se voi la domandate, ma che forse domani voi non sarete più a tempo, che la sentenza di morte si eseguirà su di voi, aspettereste voi il domani per domandare questa grazia? Non la domandereste voi in quest’oggi? Ah! voi sapete, o peccatori, che la sentenza di morte eterna è fulminata contro di voi dal sovrano del re: i peccati di cui siete colpevoli, non vi lasciano alcun luogo di dubitarne: voi potete preservacrvene in quest’oggi, in questo momento; perché dunque aspettare domani, in cui questa sentenza forse si eseguirà? Mentre non potete voi forse morire in quest’oggi? É se voi morite in istato di peccato, eccovi perduti per sempre. Convertitevi dunque in quest’oggi e non aspettate a domani. Imperciocché, o voi volete qualche giorno convertirvi, o nol volete giammai. Non voler convertirsi giammai è voler essere riprovato. Qual barbara risoluzione! Ma se voi volete convertirvi, perché non farlo quest’oggi, che è nelle vostre mani? Perché aspettar ad un altro giorno, che non è in poter vostro? E sino a quando direte voi con Agostino peccatore: modo, adesso? Ah! dite piuttosto come Agostino penitente diceva col reale profeta: sin da quest’oggi, sin da questo momento io voglio darmi a Dio; e finita, la risoluzione è presa: Dixi: nunc cœpi; sin da quest’oggi, sin da questo momento io voglio lasciare il peccato, le occasioni del peccato, quella persona, quella casa che mi perde: sin da questo momento io voglio restituire quel bene altrui, riconciliarmi con quel nemico, correggermi di quel cattivo abito; no, io  non aspetterò più a far una cosa, che dovrei già da lungo tempo aver fatta. E tanto più lo dovete, perché se differite ancora, la vostra conversione diverrà più difficile. Secondo punto.

II. Punto. Due cose sono necessarie per la giustificazione del peccatore, la grazia di Dio e la volontà dell’uomo, nulla può l’uomo senza la grazia: ma nulla fa la grazia senza la cooperazione dell’uomo: bisogna dunque che la grazia e la volontà operino di concerto per consumare l’opera della giustificazione. Ora il peccatore che differisce la sua conversione si espone ad esser privo della grazia; e quand’anche la grazia gli fosse data, egli ha ogni motivo di temere che la sua volontà gli sia fedele a corrispondervi. Due ragioni che provano la dilazione render la conversione difficilissima ed in certo modo impossibile; ragioni che debbono per conseguenza indurre il peccatore a convertirsi prontamente. – Bisogna primieramente convenire secondo i principi della fede, che Dio, il quale vuol salvare tutti gli uomini, conferisce a tutti le grazie necessarie per essere salvi. In qualunque stato sia ridotto il peccatore, non deve giammai disperare della sua salute, che è sempre possibile; ma non bisogna credere che Dio apra egualmente il tesoro delle sue grazie a coloro che gli resistono, come a quelli che gli sono fedeli: siccome Egli ricompensa la fedeltà alla grazia con grazie più abbondanti, cosi punisce il dispregio che se ne fa con la sottrazione di quei doni celesti; non già che li ricusi interamente, ma questi non saranno grazie speciali e di predilezione che Egli darà alle anime ribelli, come a quelle che gli sono fedeli. – Imperciocché come volete voi che Dio dia queste grazie speciali per convertirvi a voi peccatori che, differendo la vostra conversione, ve ne rendete sì indegni con le vostre resistenze continue? Come potete voi sperare i favori che Dio riserba a quelle anime elette che si consacrano interamente a Lui, voi che gli disubbidite ai primi ed anche la più gran parte della vostra vita, per non consentigli che i miseri avanzi di una vita passata nell’iniquità e nel libertinaggio? Non dovete voi temere al contrario, ed anche tener per certo ch’Egli vi ricuserà quegli aiuti vi promettete dal canto suo, poiché ve lo minaccia sì espressamente? Guai a voi, dice Egli, che disprezzate la mia grazia; io pure vi disprezzerò: Vae qui spernis, nonne et ipse sperneris (Isai. XXXIII)? Io vi ho chiamati, dice altrove, e voi non avete voluto ascoltarmi; vi ho cercati, e voi mi avete fuggito ; ma voi pure mi chiamerete, ed Io non vi ascolterò, mi cercherete e non mi ritroverete, e morrete nel vostro peccato: Quæretis me, et non invenietis, et in peccati vestro moriemini (Jo. VIII). – Queste testimonianze e molte altre che io potrei citare non provano forse chiaramente, fratelli miei, che vi sono momenti favorevoli, momenti critici e decisivi per la conversione del peccatore che più non si trovano quando sono passati? Che vi sono grazie particolari da cui dipende la nostra predestinazione? Che chi non le mette a profitto si pone a rischio evidente d’eterna riprovazione. E certamente esige la giustizia divina di operare in tal modo a riguardo di un peccatore che dispregia le sue grazie. Iddio ha la pazienza di aspettare questo peccatore, gli dà tutto il tempo e le grazie per fare penitenza, tempo prezioso che non ha dato agli Angeli ribelli e a molti altri che sono morti in istato di peccato, e questo peccatore abusa della pazienza di Dio per offenderlo, egli fa della pazienza di Dio il motivo delle sue colpe: dunque ella è cosa giusta che questo peccatore sia privo della grazia di Dio in punizione del dispregio ch’egli ne ha fatto. Ah! sappiate, peccatori, vi dice l’Apostolo, che giacché voi dispregiate le ricchezze della misericordia del Signore, accumulate sopra di voi un tesoro di collera pel giorno delle sue vendette: Thesaurizas tibi iram in die iudicii (Rom.II). – Questa vendetta di Dio comincia ad esercitarsi su di voi in questa vita. Voi chiudete gli occhi alla luce che illumina, voi siete insensibili ai buoni movimenti ch’ella fa nascere nei vostri cuori, voi non volete convertirvi adesso che Dio ve ne concede la grazia: ma verrà un tempo che questa viva luce non vi illuminerà più, che questa grazia più non vi toccherà, che queste minacce non vi spaventeranno più: il Signore, di cui vi burlate, si burlerà anch’Egli di voi; disgustato dalle vostre resistenze, vi abbandonerà e v’insulterà nei vostri affanni: Ego in interitu vestro ridebo, et subsannabo (Prov. 1). – Ma, direte voi, non si sono forse veduti gran peccatori ritornare a Dio e diventare gran santi dopo una vita passata nello sregolamento, come una Maddalena, il buon ladrone, un s. Paolo e tanti altri? Questi vasi d’ignominia non sono divenuti vasi di elezione con una abbondante effusione della grazia, con quei colpi che noi chiamiamo grazie speciali e di predilezione? Noi abbiamo a fare con lo stesso Dio, ricchissimo in misericordia: il tesoro delle sue grazie non è punto esausto né chiuso per noi: non possiamo noi forse sperare di avervi parte come gli altri, che ne erano indegni quanto noi? A questo io ho due cose a rispondere: o sì fatti peccatori che sono ritornati a Dio dopo una vita sregolata hanno corrisposto alla prima grazia decisiva della loro conversione, o se l’hanno rigettata, non sono divenuti santi, se non perché Dio ha fatto risplendere su di essi quei miracoli d’una grazia straordinaria ch’Egli dà a chi gli piace, per far vedere che ha nei suoi tesori armi potenti a trionfare della resistenza dell’uomo più ribelle. Nel numero di quelli che hanno corrisposto alla prima grazia decisiva della loro conversione, riconoscete quegli illustri penitenti che ci avete citati, la Maddalena, un s. Paolo, il buon ladrone. Quando fu che la Maddalena prese il partito di andar a trovare presso di Gesù Cristo il rimedio alle piaghe della sua anima? Ut cognovit (Luc. VII). Sin dal momento che la luce della grazia risplendette ai suoi occhi e le ebbe fatto conoscere le vanità del mondo, essa le abbandonò senza frappor dimora, essa superò generosamente tutti gli ostacoli che si presentavano alla sua conversione. – Il buon ladrone, a canto di Gesù Cristo, profittò anch’egli nel momento favorevole che ebbe per chiedergli un posto nel suo regno. Saulo colpito, gettato a terra sulla strada di Damasco, chiede a Gesù Cristo che vuole ch’ei faccia: Domine, quid me vis facere (Act. IX)? Dacché ha inteso la voce del suo Dio, egli depone le armi; di persecutore della Chiesa ne diventa un fervente discepolo. – Ecco, peccatori, ciò che voi dovreste fare, e ciò che non fate. Di già la luce della grazia vi ha fatto conoscere la vanità del mondo, come alla Maddalena, e voi siete sempre attaccati al mondo ingannatore; voi non potete risolvervi a lasciare le sue vanità, le sue pompe, i suoi piaceri. Dio, per istaccarvene; vi ha percossi, come un altro Saulo, togliendovi quei beni, quella sanità di cui abusate, umiliandovi con sinistri accidenti, con dispregi, con dileggiamenti che aveste a sopportare da parte dei mondani, spezzando l’idolo della vostra passione, che vi teneva stretto nelle sue catene; e malgrado tutti i colpi con cui Dio vi ha percossi, voi siete sempre gli stessi, sempre schiavi delle vostre passioni, sempre amanti dei beni, dei piaceri, sempre avvinti all’oggetto d’una rea passione. Come volete voi dunque che Dio si diporti con voi? Volete voi che Egli vi cavi malgrado vostro dalla schiavitù, che vi tragga per forza dal pantano in cui siete immersi? Ma Egli non vuol forzare la vostra libertà; Egli fa dal canto suo tutto quello che è necessario per porgervi aiuto a rialzarvi; Egli vi stende la mano e, forse nell’istante stesso che vi parla, vi stimola, vi tocca con una grazia speciale che vi dà, malgrado l’abuso che avete fatto delle altre. A voi tocca cooperare ai suoi disegni; ma voi vi restate nell’inazione, voi nulla volete fare. Sappiate dunque che questo forse è l’ultimo de’ suoi favori, e che se voi non ne profittate, vi esponete a non averne più: sappiate che il dispregio che voi farete di questa grazia metterà forse il colmo alla misura delle vostre iniquità ed il sigillo alla vostra riprovazione. – Mettete dunque a profitto questa grazia, mentre è tempo, e non contate sopra i miracoli d’una grazia che Dio non concede nel corso ordinario della sua provvidenza. Non sarebbe forse una gran temerità ed una presunzione molto biasimevole l’aspettare dalla misericordia di Dio una grazia straordinaria, ch’Egli non deve neppure ai più gran santi, nel mentre che voi ve ne rendete così indegni con le vostre ingiuriose dilazioni, con la vostra ostinata resistenza alle grazie ordinarie di cui non dipende che da voi il profittare? Ma finalmente io voglio supporre che Dio vi dia ancora le grazie di conversione su cui voi vi fondate, mentre la misericordia di Dio è più grande che la malizia del peccatore, ed il peccatore deve meno temere dalla parte di Dio che dalla parte di sé medesimo; egli può sempre sperare le grazie necessarie per convertirsi. E a Dio non piaccia che noi cerchiamo di far disperare il peccatore della sua conversione! Ma io sostengo, peccatori, che qualunque grazia Dio vi dia, in qualunque modo Egli vi prevenga e vi tocchi, la vostra conversione sarà sempre molto difficile dalla parte di, voi medesimi; e perché mai? Perché la vostra volontà, a forza di resistere alle grazie di Dio, diverrà insensibile a tutti quei movimenti; nulla saravvi che possa commoverla. – Tal è forse lo stato d’insensibilità in cui voi presentemente vi ritrovate; voi siete commossi in un tempo da qualche energico discorso che avrete inteso; la vista dei terribili giudizi di Dio, dell’inferno che avete meritato, vi ha fatto prendere la risoluzione di cangiar vita; la morte d’una persona mondana ha fatto nascere in voi desiderio di staccarvi dai beni della terra, dai piaceri del mondo; ma voi non avete punto effettuato questi desideri: simili ad uno che si risveglia per un momento e si lascia in appresso prender di nuovo dal sonno, voi vi siete addormentati nel seno dei piaceri, vi siete abbandonati alle vostre passioni: queste passioni, questi piaceri hanno preso un tale impero su di voi, che non potete più risolvervi a rompere le vostre catene: eccovi come sepolti in un letargo, da cui non potrete più essere destati: lo strepito spaventevole della tromba dei giudizi di Dio, le minacce più severe non vi risveglieranno né vi moveranno. E perché mai? Perché voi siete avvezzi ad udirle, senza arrendervi alle impressioni ch’esse facevano sul vostro spirito e sul vostro cuore: voi rassomigliate ad un infermo che, essendo avvezzo ai rimedi, nulla più ritrova che possa guarirlo. Che fate voi dunque, peccatori, differendo a convertirvi? Voi accrescete il peso delle vostre catene, invece di spezzarle; ad un leggiero ostacolo che potevate vincere, ne aggiungete cento che saranno quasi insuperabili; una malattia leggiera che potevate facilmente guarire, si cangerà in una malattia invecchiata per cui non vi sarà più rimedio; una scintilla che potevate estinguere cagionerà un incendio che non potrete più arrestare. Perché dunque non prendete voi le precauzioni per preservarvi dalle fiamme eterne, in cui siete già per cadere? Aspettate voi forse che siate del tutto attorniati da quelle fiamme? Ma quando vi sarete, non potrete più uscirne: qual crudeltà per l’anima vostra! Io veggo benissimo su di che voi vi fidate; il tempo in cui aspettate di convertirvi è senza dubbio l’ora della morte, tempo in cui vi staccherete dalle creature e non potrete più appagare le vostre passioni. Allora, dite voi, disingannato delle vanità del secolo, io non penserò che all’eternità. Non si ricerca che un buon momento, un buon peccavi per cancellare tutti i miei peccati. – Voglio ancora accordarvi, peccatori che all’ora della morte voi possiate convertirvi, finché l’uomo è nella via, quantunque non avesse che un momento di vita, egli non deve disperare della sua salute. Ma io sostengo ancora che voi non vi convertirete in quegli ultimi momenti, per la grande difficoltà che avrete a farlo; perché, siccome ho detto, la vostra volontà, che avrà contratto il funesto abito di resistere alla grazia, non si arrenderà punto ai suoi inviti. Allora gli oggetti, le creature cangeranno bensì per voi, ma voi non cangerete a lor riguardo: voi farete penitenza, ma non sarà che una penitenza forzata; lascerete i beni, i piaceri della terra perché non potrete più possederli; cioè a dire i beni e i piaceri lasceranno voi, ma voi non ne sarete staccati per questo; voi non sarete già meno disposti a profittarne se la vita vi fosse prolungata. Ne chiamo in testimonio la quotidiana esperienza. Si è veduto un gran numero di questi peccatori abbandonati alle loro passioni, ridotti alle porte della morte; ma ricuperando la sanità ne abbiamo noi veduti molti sinceramente convertiti? Quanti segni di dolore non hanno essi dato? Quante proteste non hanno fatto alla vista del pericolo da cui erano minacciati? Hanno essi domandato i sacramenti, hanno sparse lagrime alla vista d’un Dio attaccato in croce per la loro salute: se fossero morti dopo tutti quei segni di penitenza, non avremmo noi forse detto che il cielo era loro aperto? Ma, per giudicar della loro penitenza, mirateli dopo che sono rinvenuti dai pericoli della morte; non sono forse i medesimi di prima, così amanti del mondo, così dissoluti, così maldicenti, così impudici, così vendicativi come erano prima della malattia? Li vediamo forse produrre quei frutti degni di penitenza che avevano promesso, restituire la roba altrui, più assidui all’orazione, più applicati agli esercizi della vita cristiana? Voi medesimi, peccatori che mi ascoltate, che vi siete trovati in rischio di morte, che avete dati allora segni di penitenza, siete voi divenuti migliori? Seguite voi altra strada da quella che seguitavate prima? La vostra condotta prova pur troppo il contrario. – E da questo io conchiudo che quasi tutte le conversioni che si differiscono all’estremo della vita sono conversioni false, o per lo meno molto sospette: e la ragione è, che la conversione del cuore è una grande opera; bisogna, per venirne a capo, passar da un estremo all’altro, da un amor sommo per la creatura ad un amor sommo pel Creatore. Ora il cuore non cangia sì facilmente di disposizione. Voi provate questa difficoltà adesso, che siete padroni di voi medesimi, e che avete tutte le grazie per superarla. Ma ella crescerà molto più alla morte, tempo in cui non sarete più padroni di voi; oppressi dalla violenza della malattia, molestati dalla premura di dar sesto ai vostri affari, voi non potrete applicarvi a dare tutta l’attenzione che richiede l’affare della salute; come potrete voi in quello stato metter ordine ad una coscienza carica di mille iniquità, obbligata a restituzioni, imbrattata da sacrilegi, che convien riparare con un esame generale di tutta la vita, con un’intera dichiarazione di tutti i vostri peccati? Se è cosa difficile il riuscire in un affare di questa importanza ad uno che è in perfetta sanità, a più forte ragione il sarà ad uno che l’imbroglio degli affari mette, per così dire, fuori di sé, cui la malattia toglie talmente la conoscenza e la libertà che appena, per confessione anche degl’infermi, possono essi fare qualche orazione, appena sono capaci di volgersi un istante a Dio. Che accade dunque a questi peccatori moribondi? Chiedono essi a Dio, come Antioco, un perdono che non ottengono, perché non hanno alcun dolore dei loro peccati: credono ricevere i sacramenti per loro salute, ma non li ricevono che per loro condannazione; mentre egli è difficilissimo ben fare una cosa che non si è giammai fatta bene: questi peccatori, durante la vita, non hanno mai avuto dolore dei loro peccati; essi non ne avranno punto alla morte; hanno profanato i sacramenti durante la vita, li profaneranno ancora alla loro morte; essi hanno sempre resistito alle grazie di Dio, non hanno mai avuti che deboli desideri di conversione, non ne avranno alcun altro alla morte, saranno insensibili alle grazie più forti, morranno nell’impenitenza, e dall’impenitenza cadranno negli orrori di una morte eterna: Et in peccato vestro moriemini (Jo. VIII).

Pratiche. Procurate di evitare, fratelli miei, una sì grande disgrazia con una pronta e sincera conversione. Incerti se voi avrete il tempo di fare penitenza, profittate di quello che è a vostra disposizione. Quest’oggi voi avete la grazia, forse domani non l’avrete più. Perché contare sopra una cosa incerta? Si possono forse prendere troppe precauzioni ove si tratta dell’eternità? Avrete voi forse meno ostacoli a vincere domani che non ne avete oggi? Al contrario, più voi differite, più la cosa sarà difficile, e più vi metterete in rischio di non convertirvi giammai. Cominciate dunque fin da quest’oggi, fin da questo momento a lasciar il peccato le occasioni del peccato, a disfarvi di quell’abito malvagio, che vi strascinerà, se non usate diligenza, nell’abisso eterno. – Già da lungo tempo la coscienza vi rimprovera che voi non siete in istato di comparire avanti a Dio; da lungo tempo voi sentite dei rimorsi su certi peccati che non avete dichiarati; il che vi ha renduti fin adesso colpevoli d’un gran numero di sacrilegi. Voi avete già più volte risoluto di rimediarvi con una confessione generale; aspettate forse di farla quando non ne avrete più il tempo? Eh! non differite di mettere la vostra coscienza in riposo, poiché si facilmente lo potete: non aspettate ad un giorno di festa ad accostarvi al tribunale della penitenza; ogni giorno, ogni momento è proprio alla penitenza; cominciate fin da quest’oggi a riformarvi, a cangiar di vita. Chi rubava, non rubi più, dice l’Apostolo; chi si abbandonava all’ubriachezza, all’impurità, alla vendetta, sia casto, sobrio, misericordioso; chi era attaccato ai beni del mondo ne faccia un santo uso, soccorrendo i poveri; che ricercava i piaceri s’interdica tutti quelli che sono vietati e si privi anche qualche volta dei permessi; ciascuno moderi le sue passioni, riduca i suoi sensi in ischiavitù; mentre questo è il dovere della penitenza, riformare l’uomo nel suo interiore e nelle sue azioni, fargli cangiare d’inclinazione e di condotta. Non evvi alcuno che non ritrovi qualche cosa da riformare in sé: quei medesimi che menano una vita molto regolata hanno a correggere certe sensibilità sul punto di onore, certe ricerche dei comodi della vita, delicatezze dell’amor proprio, certi capricci che inquietano altrui, certe negligenze nell’adempiere i loro doveri. In una parola, finché saremo sopra la terra avremo sempre alcuna cosa a riformare, e a questo noi ci adopreremo, o mio Dio, mediante la vostra grazia. Ah! è deciso, dobbiamo dire a noi tutti, già è si lungo tempo, che voi ci avete cercati, che ci stimolate di ritornare a voi, già è sì lungo tempo, che noi resistiamo ai movimenti della vostra grazia; ma noi cediamo finalmente, deponiamo le armi per farvi trionfare dei nostri cuori. Ricevete queste pecorelle smarrite che ritornano a voi, o divino pastore! Giacché voi le avete cercate anche nel tempo che vi fuggivano, qual accoglienza loro non farete quando esse si metteranno sotto la vostra condotta? Ma fate con la vostra grazia, che esse non vi abbandonino giammai, a fine di possedervi durante l’eternità. Così sia.

CREDO …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

 Offertorium

Orémus: Ps IX: 11-12 IX: 13 Sperent in te omnes, qui novérunt nomen tuum, Dómine: quóniam non derelínquis quæréntes te: psállite Dómino, qui hábitat in Sion: quóniam non est oblítus oratiónem páuperum.

[Sperino in te tutti coloro che hanno conosciuto il tuo nome, o Signore: poiché non abbandoni chi ti cerca: cantate lodi al Signore, che àbita in Sion: poiché non ha trascurata la preghiera dei poveri.]

 Secreta

Réspice, Dómine, múnera supplicántis Ecclésiæ: et salúti credéntium perpétua sanctificatióne suménda concéde.

[Guarda, o Signore, ai doni della Chiesa che ti supplica, e con la tua grazia incessante, fa che siano ricevuti per la salvezza dei fedeli.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

 Communio

Luc XV: 10. Dico vobis: gáudium est Angelis Dei super uno peccatóre poeniténtiam agénte.

[Vi dico: che grande gaudio vi è tra gli Angeli per un peccatore che fa penitenza.]

 Postcommunio

Orémus.

Sancta tua nos, Dómine, sumpta vivíficent: et misericórdiæ sempitérnæ praeparent expiátos. [I tuoi santi misteri che abbiamo ricevuto, o Signore, ci vivifichino, e, purgandoci dai nostri falli, ci preparino all’eterna misericordia.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

FESTA DEL CUORE SACRATISSIMO DI GESÙ (2020)

FESTA DEL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ (2020)

VENERDÌ DOPO L’OTTAVA DEL CORPUS DOMINI.

FESTA DEL SACRO CUORE DI GESÙ.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di Ia cl. con Ottava privilegiata di 3° ordine. – Param. bianchi.

Il Protestantesimo nel secolo XVI e il Giansenismo nel XVIII avevano tentato di sfigurare uno dei dogmi essenziali al Cristianesimo: l’amore di Dio verso tutti gli uomini. Lo Spirito Santo, che è spirito d’amore, e che dirige la Chiesa per opporsi all’eresia invadente, affinché la Sposa di Cristo, lungi dal veder diminuire il suo amore verso Gesù, lo sentisse crescere maggiormente, ispirò la festa del Sacro Cuore. L’Officio di questo giorno mostra « il progresso trionfale del culto del Sacro Cuore nel corso dei secoli. Fin dai Primi tempi i Padri, i Dottori, i Santi hanno celebrato l’amore del Redentore nostro e hanno detto che la piaga, fatta nel costato dì Gesù Cristo, era la sorgente nascosta di tutte le grazie. Nel Medio-evo le anime contemplative presero l’abitudine di penetrare per questa piaga fino al Cuore di Gesù, trafitto per amore verso gli uomini » (2° Notturno). — S. Bonaventura parla in questo senso: « Per questo è stato aperto il tuo costato, affinché possiamo entrarvi. Per questo è stato ferito il tuo Cuore, affinché possiamo abitare in esso al riparo delle agitazioni del mondo (3° Nott.). Le due Vergini benedettine Santa Geltrude e Santa Metilde nel XIII secolo ebbero una visione assai chiara della grandezza della devozione al Sacro Cuore:. S. Giovanni Evangelista apparendo alla prima, le annunziò che « il linguaggio dei felici battiti del Cuore di Gesù, che egli aveva inteso, allorché riposò sul suo petto, è riservato per gli ultimi tempi allorché il mondo invecchiato raffreddato nell’amore divino si sarebbe riscaldato alla rivelazione di questi misteri (L’araldo dell’amore divino. – Libro IV c 4). Questo Cuore, dicono le due Sante, è un altare sul quale Gesù Cristo si offre al Padre, vittima perfetta pienamente gradita. È un turibolo d’oro dal quale s’innalzano verso il Padre tante volute di fumo d’incenso quanti gli uomini per i quali Cristo ha sofferto. In questo Cuore le lodi e i ringraziamenti che rendiamo a Dio e tutte le buone opere che facciamo, sono nobilitate e diventano gradite al Padre. — Per rendere questo culto pubblico e ufficiale, la Provvidenza suscitò dapprima S. Giovanni Eudes, che compose fin dal 1670, un Ufficio e una Messa del Sacro Cuore, per la Congregazione detta degli Eudisti. Poi scelse una delle figlie spirituali di S. Francesco di Sales, Santa Margherita Maria Alacoque, alla quale Gesù mostrò il suo Cuore, a Paray-le-Monial il 16 giugno 1675, il giorno del Corpus Domini, e le disse di far stabilire una festa del Sacro Cuore il Venerdì che segue l’Ottava del Corpus Domini. Infine Dio si servì per propagare questa devozione, del Beato Claudio de la Colombière religioso della Compagnia di Gesù, che mise tutto il suo zelo a propagare la devozioni al Sacro Cuore». (D. GUERANGER, La festa del Sacro Cuore di Gesù). – Nel 1765, Clemente XIII approvò la festa e l’ufficio del Sacro Cuore, e nel 1856 Pio IX l’estese a tutta la Chiesa. Nel 1929 Pio XI approvò una nuova Messa e un nuovo Officio del Sacro Cuore, e vi aggiunse una Ottava privilegiata. Venendo dopo tutte le feste di Cristo, la solennità del Sacro Cuore le completa riunendole tutte in un unico oggetto, che materialmente, è il Cuore di carne di un Uomo-Dio e formalmente, è l’immensa carità, di cui questo Cuore è simbolo. Questa festa non si riferisce a un mistero particolare della vita del Salvatore, ma li abbraccia tutti. È la festa dell’amor di Dio verso gli uomini, amore che fece scendere Gesù sulla terra con la sua Incarnazione per tutti (Off.), che per tutti è salito sulla Croce per la nostra Redenzione (Vang. 2a Ant. dei Vespri) e che per tutti discende ogni giorno sui nostri altari colla Transustanziazione, per applicarci i frutti della sua morte  sul Golgota (Com.). — Questi tre misteri ci manifestano più specialmente la carità divina di Gesù nel corso dei secoli (Intr.). È « il suo amore che lo costrinse a rivestire un corpo mortale » (Inno del Mattutino). È il suo amore che volle che questo cuore fosse trafitto sulla croce (Invitatorio, Vang.) affinché ne scorresse un torrente di misericordia e di grazie (Pref.) che noi andiamo ad attingere con gioia (Versetto dei Vespri); un’acqua, che nel Battesimo ci purifica dei nostri. peccati (Ufficio dell’Ottava) e il sangue, che nell’Eucaristia, nutrisce le nostre anime (Com.). E, come la Eucaristia è il prolungamento dell’Incarnazione e il memoriale del Calvario, Gesù domandò che questa festa fosse collocata immediatamente dopo l’Ottava del SS. Sacramento. — Le manifestazioni dell’amore di Cristo mettono maggiormente in evidenza l’ingratitudine degli uomini, che corrispondono a questo amore con una freddezza ed una indifferenza sempre più grande, perciò questa solennità presenta essenzialmente un carattere di riparazione, che esige, la detestazione e l’espiazione di tutti i peccati, causa attuale dell’agonia che Gesù sopportò or sono duemila anni. — Se Egli previde allora i nostri peccati, conobbe anche anticipatamente la nostra partecipazione alle sue sofferenze e questo lo consolò nelle sue pene (Off.). Egli vide soprattutto le sante Messe e le sante Comunioni, nelle quali noi ci facciamo tutti i giorni vittime con la grande Vittima, offrendo a Dio, nelle medesime disposizioni del Sacro Cuore in tutti gli atti della sua vita, al Calvario e ora nel Cielo, tutte le nostre pene e tutte le nostre sofferenze, accettate con generosità. Questa partecipazione alla vita eucaristica di Gesù è il grande mezzo di riparare con Lui, ed entrare pienamente nello spirito della festa del Sacro Cuore, come lo spiega molto bene Pio XI nella sua Enciclica « Miserentissimus » (2° Nott. dell’Ott.) e nell’Atto di riparazione al Sacro Cuore dì Gesù, che si deve leggere in questo giorno davanti al Ss . Sacramento esposto

Spiegazione della figura

Il Sacro Cuore di Gesù è rivestito dei paramenti sacerdotali perché nel mistero dell’Incarnazione, fu consacrato sacerdote con l’unzione della divinità. Perciò Egli è il Pontefice, il mediatore tra Dio e gli uomini, il re di tutti i cuori. Il Sacro Cuore di Gesù è rappresentato sulla croce, perché è per amore verso di noi che Egli si fece vittima del suo proprio sacrificio. Per diritto di conquista dunque Egli è nostro liberatore, nostro Re d’amore come attesta Maria Maddalena, che tiene in mano i chiodi, che inchiodarono Cristo sulla croce e il calice del sangue, che Egli versò come « Figlio dell’uomo » per salvarci. Così  innalzato come su un trono, ricoperto della porpora del suo sangue Egli è cinto, come Pontefice e come Vittima, del diadema e della regalità d’amore che esercita al riguardo di tutti gli uomini, stende le braccia per attirarli a sé ed offrirli a Dio, come vittime unite al suo Sacrificio.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 11; 19
Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame.

[I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]


Ps XXXII: 1
Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate nel Signore, o giusti, la lode conviene ai retti.]

Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame.

[I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui nobis in Corde Fílii tui, nostris vulneráto peccátis, infinítos dilectiónis thesáuros misericórditer largíri dignáris: concéde, quǽsumus; ut, illi devótum pietátis nostræ præstántes obséquium, dignæ quoque satisfactiónis exhibeámus offícium.  

[O Dio, che nella tua misericordia Ti sei degnato di elargire tesori infiniti di amore nel Cuore del Figlio Tuo, ferito per i nostri peccati: concedi, Te ne preghiamo, che, rendendogli il devoto omaggio della nostra pietà, possiamo compiere in modo degno anche il dovere della riparazione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios. Eph III: 8-19

Fratres: Mihi, ómnium sanctórum mínimo, data est grátia hæc, in géntibus evangelizáre investigábiles divítias Christi, et illumináre omnes, quæ sit dispensátio sacraménti abscónditi a sǽculis in Deo, qui ómnia creávit: ut innotéscat principátibus et potestátibus in cœléstibus per Ecclésiam multifórmis sapiéntia Dei, secúndum præfinitiónem sæculórum, quam fecit in Christo Jesu, Dómino nostro, in quo habémus fidúciam et accéssum in confidéntia per fidem ejus. Hujus rei grátia flecto génua mea ad Patrem Dómini nostri Jesu Christi, ex quo omnis patérnitas in cœlis ei in terra nominátur, ut det vobis, secúndum divítias glóriæ suæ, virtúte corroborári per Spíritum ejus in interiórem hóminem, Christum habitáre per fidem in córdibus vestris: in caritáte radicáti et fundáti, ut póssitis comprehéndere cum ómnibus sanctis, quæ sit latitúdo, et longitúdo, et sublímitas, et profúndum: scire étiam supereminéntem sciéntiæ caritátem Christi, ut impleámini in omnem plenitúdinem Dei.

[Fratelli: A me, minimissimo di tutti i santi è stata data questa grazia di annunciare tra le genti le incomprensibili ricchezze del Cristo, e svelare a tutti quale sia l’economia del mistero nascosto da secoli in Dio, che ha creato tutte cose: onde i principati e le potestà celesti, di fronte allo spettacolo della Chiesa, conoscano oggi la multiforme sapienza di Dio, secondo la determinazione eterna che Egli ne fece nel Cristo Gesù, Signore nostro: nel quale, mediante la fede, abbiamo l’ardire di accedere fiduciosamente a Dio. A questo fine piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, da cui tutta la famiglia e in cielo e in terra prende nome, affinché conceda a voi, secondo l’abbondanza della sua gloria, che siate corroborati in virtù secondo l’uomo interiore per mezzo del suo Spirito. Il Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede, affinché, ben radicati e fondati nella carità, possiate con tutti i santi comprendere quale sia la larghezza, la lunghezza e l’altezza e la profondità di quella carità del Cristo che sorpassa ogni concetto, affinché siate ripieni di tutta la grazia di cui Dio è pienezza inesauribile.]

Graduale

Ps XXIV: 8-9
Dulcis et rectus Dóminus: propter hoc legem dabit delinquéntibus in via.
V. Díriget mansúetos in judício, docébit mites vias suas.

[Il Signore è buono e retto, per questo addita agli erranti la via.
V. Guida i mansueti nella giustizia e insegna ai miti le sue vie.]
Mt XI: 29

ALLELUJA

Allelúja, allelúja. Tóllite jugum meum super vos, et díscite a me, quia mitis sum et húmilis Corde, et inveniétis réquiem animábus vestris. Allelúja.

[Allelúia, allelúia. Prendete sopra di voi il mio giogo ed imparate da me, che sono mite ed umile di Cuore, e troverete riposo alle vostre ànime. Allelúia

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joannes XIX: 31-37
In illo témpore: Judǽi – quóniam Parascéve erat, – ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati, – rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura, et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et alteríus, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum veníssent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit: et verum est testimónium ejus. Et ille scit quia vera dicit, ut et vos credátis. Facta sunt enim hæc ut Scriptúra implerétur: Os non comminuétis ex eo. Et íterum alia Scriptúra dicit: Vidébunt in quem transfixérunt.

[In quel tempo: I Giudei, siccome era la Parasceve, affinché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era un gran giorno quel sabato – pregarono Pilato che fossero rotte loro le gambe e fossero deposti. Andarono dunque i soldati e ruppero le gambe ad entrambi i crocifissi al fianco di Gesù. Giunti a Gesù, e visto che era morto, non gli ruppero le gambe: ma uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. E chi vide lo attesta: testimonianza verace di chi sa di dire il vero: affinché voi pure crediate. Tali cose sono avvenute affinché si adempisse la Scrittura: Non romperete alcuna delle sue ossa. E si avverasse l’altra Scrittura che dice: Volgeranno gli sguardi a colui che hanno trafitto.]

OMELIA

La divozione al Sacro Cuore di Gesù.

[ A. Carmagnola: “Il Sacro Cuore di Gesù”; S.EI. Ed. Torino, 1920. – DISCORSO II.]

Purtroppo non pochi Cristiani dei nostri giorni, formandosi un Cristianesimo tutto a loro modo, al sentir parlare di divozione lasciano uscir di bocca un sorriso di scherno, e di compassione, come se la divozione non fosse altro che un’esagerazione di teste piccole e di nature meschine. Anzi nel linguaggio moderno quando si è detto di taluno che è un devoto, si è detto abbastanza per renderlo odioso e ridicolo, benché si tratti un’anima profondamente convinta, robusta di virtù, elevata di mente e generosa di sentimenti. E non pochi vi hanno, che preferiscono essere chiamati Cristiani alla libera e secondo lo spirito del mondo, che Cristiani divoti. Ma tutto ciò, che è altro mai, se non chiarissimo indizio del loro decadimento dallo spirito cristiano? Perché è egli possibile il possedere veramente questo spirito e non avere ciò che si chiama divozione? Se la divozione deriva il suo nome a devovendo dal dedicarsi che alcuno fa prontamente all’altrui servizio, che cosa è dessa altro mai se non la volontà pronta di fare quelle cose che appartengono al servizio di Dio? E tale essendo la divozione, non conviene riconoscere perciò che non solo non è una esagerazione, ma non è neppure un soprappiù di ciò che conviene ad essere vero cristiano, tanto che non si possa dire Cristiano vero colui che non è pure Cristiano devoto? – Ma se certi Cristiani alla moda, eppur così ripieni di ignoranza per riguardo alle cose di Dio, già si fanno a deridere in genere la divozione, fanno peggio ancora intendendo a parlare della divozione al Sacro Cuore di Gesù. Per loro questa divozione, oltre che è una divozione tutta nuova, non è altrimenti basata che sulla immaginazione, e non deve servire ad altro che ad occupare gli animi delle religiose, che vivono racchiuse tra le mura di un monastero. Ora quanto grave sia il loro errore è ciò che si verrà conoscendo meglio di mano in mano che, svolgendo la sostanza di questa divozione, si verrà a conoscere più esattamente in che cosa essa consista e come più che ogni altra divozione sia basata, tutt’altro che sull’immaginazione, sulle più belle e più grandi realtà. Tuttavia fin da oggi contro le stolte declamazioni di certi spiriti leggieri ci faremo a considerare di proposito quanto questa divozione al Sacro Cuore di Gesù sia salda ed eccellente.

I. — La divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, tutt’altro che essere una divozione nuova, è la divozione più antica e più costante. In un certo senso si potrebbe dire che è antica quanto è antico il mondo, e che ha cominciato in quel giorno in cui Adamo peccatore, intese insieme con la condanna della sua colpa, promettersi da Dio misericordioso il Riparatore del suo male in un Figlio della Donna. Perciocché fin d’allora Adamo riconoscendo l’amore, che il Messia Verbo Incarnato, avrebbe dimostrato agli uomini nel venire quaggiù a redimerli, in questo amore, frutto di un Cuore Divino, pose tutta la sua fede, tutta la sua speranza, e questo amore si studiò di ricambiare con l’amor suo e con la penitenza del suo peccato. In questo senso continuarono ancora i patriarchi e tutti i profeti a nutrirgli la loro divozione; e questi ultimi soprattutto ne celebrarono in mille guise la carità, la bontà, la tenerezza e tutte le altre sue perfezioni, tanto che la Chiesa anche oggidì non trova nulla di meglio per onorare questo Divin Cuore nel giorno della sua festa che valersi delle loro magnifiche espressioni. Tuttavia questa divozione al Sacro Cuore di Gesù nell’antica legge non era praticata che indirettamente. – Ma quando nostro Signore diede compimento alle sue promesse, ed incarnatosi e fattosi uomo, si cominciò dagli uomini a sperimentare di fatto la bontà immensa del Cuor suo, si può dubitare che a questo Cuore non si sia preso a tributare una divozione diretta? Quel che è certo si è che Gesù Cristo medesimo fin d’allora offerse il suo Cuore Sacratissimo alla devozione degli uomini. E per prova di ciò basta ricordare quel che fece nell’ultima cena con l’Apostolo suo prediletto san Giovanni. Stando questo Apostolo seduto a fianco di Gesù in modo, che comodamente poteva chinare la testa sopra il Cuore di Gesù Cristo, ve la chinò di fatto; e Gesù non solo glielo permise, ma in certa guisa lo volle, perché così avesse ad intendere i suoi palpiti, avesse a sentire l’ardore delle sue vampe amorose, e potesse un giorno, meglio di ogni altro evangelista, mettere in chiaro le prove infinite e supreme di carità, che questo suo Cuore diede per noi, ed invitare così più efficacemente gli uomini a ricambiarlo d’amore. Sì, dice S. Agostino: secreta altiora de intimo eius Corde potabat; san Giovanni attingeva a questo Cuore i più ineffabili misteri. E così pure asserisce Origene: Bisogna riconoscere che nel fondo del Cuore di Gesù Giovanni pigliasse i tesori della sapienza e della scienza: in penetrali Cordis Iesu thesauros sapientiæ et scientiæ requisisse dicendum est. Ma ecco finalmente che Gesù Cristo nel Getsemani dà principio alla sua Passione, e dal suo cuore risospinge il Sangue all’esterno, quasi per dirci che dal Cuore avevano principio tutti i suoi patimenti; e poscia morto sulla Croce, lascia che un soldato con una lanciata inflittagli con violenza nel fianco destro, vada fino al fianco sinistro a trapassargli il Cuore, come per dirci che lo stesso Cuore ai suoi patimenti poneva il colmo. Allora certamente la sua divozione dovette consolidarsi e stabilirsi più direttamente ancora. Ed in vero l’apostolo ed evangelista S. Giovanni non ci avrebbe notate tutte queste cose particolari intorno al Cuore di Gesù, avvenute nella sua passione e morte, se Egli stesso non ne fosse stato ardentemente innamorato. E per altra parte queste cose medesime narrate e fatte conoscere ai Cristiani non potevano non accendere in loro questa divozione. – Difatti per tacere di molti martiri, nei cui atti si legge, che a questo Sacratissimo Cuore attingevano la forza necessaria a versare il loro sangue per la fede, quali stupende pagine non scrissero mai in suo onore e per la sua divozione i Santi Padri lei primi secoli della Chiesa? S. Agostino e S. Cipriano parlano del Cuore di Gesù nel modo più entusiastico, osservando come da esso ne vennero fuori la Chiesa e i Sacramenti, e in esso si aperse la porta della eterna salute, raffigurata dalla porta dell’arca costrutta da Noè, per la quale passarono gli animali, che non dovevano perire nel diluvio. Tertulliano e S. Giovanni Grisostomo magnificano in questo Cuore la misericordia divina, poiché nell’acqua e nel sangue che sgorgarono dalla sua ferita, veggono chiaramente indicati il Sacramento del Battesimo e della Eucarestia. S. Cirillo vi ritrova il compimento della nostra Redenzione, essendo esso l’indizio più certo della morte di Cristo. S. Efrem, S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno ed altri Santi Padri ancora esaltano altamente questo Cuore, chi chiamandolo fornace di amore, chi scampo sicuro, chi rifugio in tutti i pericoli, chi fonte di ogni grazia e benedizione. Ad imitazione di questi Santi Padri continuarono gli altri dottori e gli altri santi in ogni tempo a tributare i loro omaggi al Cuore Sacratissimo di Gesù. E qui, o miei cari, contentandomi di ricordare i nomi di S. Pier Damiani, dell’illuminato Taulero, di S. Bernardino da Siena, di S. Tommaso da Villanova, di S. Tommaso d’Aquino e di S. Bonaventura, di S. Luigi Gonzaga e di S. Francesco di Sales, di santa Geltrude, di santa Matilde, di santa Teresa, di santa Caterina da Siena, di santa Maddalena de’ Pazzi, di santa Margherita da Cortona, di santa Francesca Romana, tacendo di moltissimi altri santi e sante, faccio tuttavia speciale menzione di S. Bernardo, il quale scriveva intorno al Sacro Cuore pagine così tenere e così sublimi, che la Chiesa non trovò nulla di più adatto per comporre le lezioni della sua officiatura ad onore del Divin Cuore. Ed in vero: « Poiché, egli dice, siamo venuti al Cuore dolcissimo di Gesù, ed è per noi cosa buona il rimanervi, non lasciamoci facilmente allontanare da colui, del quale è scritto: Coloro che da te si allontanano saranno scritti in terra, mentre invece coloro, che a te si avvicinano, avranno i loro nomi scritti in cielo. Accostiamoci adunque a te, ed esultiamo e rallegriamoci in te, memori del tuo Cuore. Oh quanto è cosa buona e gioconda l’abitare in questo Cuore! il gettarvi entro ogni pensiero ed affètto! In questo tempio, in questo santuario, presso a quest’arca del testamento io pregherò e loderò il Nome del Signore, dicendo con Davide: Ho trovato il cuore per pregarvi il mio Dio. Sì, ho trovato il cuore del re, del fratello, dell’amico benigno Gesù. E come mai, o Gesù dolcissimo, io non pregherò il mio Dio dentro a questo tuo e mio cuore? Ah! degnati soltanto di ammettermi in questo sacrario, in cui le mie preghiere saranno da te esaudite! Anzi, vogliami trarre tutto nel Cuor tuo. O Gesù, il più bello fra tutti gli uomini, lavami dalla mia iniquità e mondami dal mio peccato, affinché, per tua mercé purificato, io possa accostarmi a te che sei purissimo, e meriti abitare nel Cuor tuo in tutti i giorni della mia vita, e valga a vedere e fare ad un tempo la tua volontà. Imperciocché per questo è stato ferito il tuo fianco, perché a noi sia aperta l’entrata. Per questo fu ferito il tuo Cuore, perché sciolti dalle cure terrene, in esso ed in te possiamo abitare. Tuttavia questo Cuore fu specialmente ferito, affinché per la ferita carnale e visibile ci fosse manifesta la ferita spirituale ed invisibile dell’amore, che lo consuma. – Chi adunque non amerà un Cuore così amante? Chi non abbraccerà un Cuore sì casto? Amiamo, riamiamo, abbracciamo adunque questo Cuore, e stiamo in esso affinché si degni di stringere e ferire il cuor nostro ancor sì duro ed ostinato con la catena e con il dardo dell’amore. » Così adunque il mellifluo s. Bernardo scriveva e parlava del Sacratissimo Cuore nel secolo XII. – Tutto ciò pertanto dimostra chiarissimamente che la divozione al Sacratissimo Cuore in sostanza non è una divozione nuova, come la vollero riguardare certi eretici dispettosi e superbi, ma una divozione antica quanto è antico il Cristianesimo, anzi il mondo, e costante quanto lo fu il corso dei secoli. Epperò per questa sola ragione della sua antichità già bene riesce manifesto, quanto essa sia salda ed eccellente. Ma qui osserviamo, almeno di passaggio, quanto siano stolti ed ignoranti coloro, che senza sapere e riflettere di che si tratti, giudicano senz’altro la divozione al Sacro Cuore di Gesù una divozione propria di teste piccole e di nature meschine. Oh! eran dunque nature meschine e teste piccole un S. Agostino, un S. Giovanni Grisostomo, un S. Bernardo, un S. Bonaventura, e un S. Tommaso d’Aquino? Comprendete perciò, o miei cari, quanto siano sventati e falsi i giudizi dei mondani, e per quel che riguarda la divozione al Sacro Cuore di Gesù, non dubitate punto di apprezzarla e di praticarla, sicuri di conformarvi in essa ai più grandi luminari della Chiesa. Ma sebbene nella sua sostanza la divozione al Sacro Cuore di Gesù non sia nuova affatto, tuttavia la forma speciale, cui la vediamo oggidì praticata in tutto l’universo cattolico, non ebbe principio che verso la fine del secolo decimo settimo, quando lo stesso Gesù Cristo si degnò esprimerne la sua volontà ad una sua sposa diletta. Udite. A Paray-le-Monial in Francia, in un monastero della Visitazione viveva una santa verginella per nome Margherita Alacoque. Fin dai primi anni della sua vita, illustrata dallo Spirito Santo ed arricchita delle benedizioni celesti, disprezzando gli allettamenti del mondo, si era consacrata a Dio col voto di verginità perpetua e aveva preso a praticare ogni più bella virtù cristiana. Ma perché il mondo non avesse a guastare menomamente la bellezza di questo fior di paradiso, quel Divin Padre, che Gesù Cristo stesso chiamò col nome di agricoltore, per opera della sua provvidenza, togliendola di mezzo al mondo, la trapiantava negli orti chiusi della Religione, dove, per la maggior abbondanza di grazia e per la fedele corrispondenza alla stessa, cresceva meravigliosamente in spirituale bellezza, tanto da attrarre sopra di sé lo specialissimo sguardo di quel Gesù, che si pasce fra i gigli, e meritare non solo di godere sovente delle sue visite di paradiso, ma di essere eletta per stabilire quaggiù la divozione al suo Sacratissimo Cuore. Ed ecco come andò il fatto. – Volgeva tacita la notte del 16 Giugno dell’anno 1675, fra l’ottava del Corpus Domini, e Santa Margherita vegliava tutta sola appiè del santo altare e fervorosamente pregava. L’anima sua immersa nei divini misteri sentivasi come infuocata di carità, e tale un incendio la abbruciava, da non poter quasi più reggere per l’estremo dolore; quand’ecco si ode su per l’altare un muovere concitato di passi, ed una luce improvvisa balza fuori da quelle tenebre. Margherita leva gli occhi… ed oh! che non vide ella mai?… Le era apparso Gesù Cristo in persona e le dava a vedere il suo Cuore Sacrosanto. Era questo come sopra un trono di vive fiamme, circondato da una corona di spine, squarciato da una ferita, con una croce piantatavi sopra. Margherita lo mirava estatica, come immersa in un mare di gioia e quasi senza mandar un respiro, quando il Divin Redentore ruppe Egli stesso il silenzio ed uscì fuori in questi amorosi accenti: « Margherita, ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini, sino a struggersi e consumarsi per dimostrar loro le sue grandi vampe. Ma in ricambio Io non ricevo dalla maggior parte di essi che ingratitudini, tanti sono i disprezzi, le freddezze, le irriverenze, i sacrilegi, che si commettono contro di me nel Sacramento di amore. E ciò che mi torna anche più penoso si è, che a trattarmi così vi sono pure dei cuori a me consacrati. Ti chieggo pertanto che il primo venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento sia dedicato a celebrare una festa particolare in onore del mio Cuore e con la santa Comunione si riparino in quel giorno gli indegni trattamenti, che Io ho ricevuto, mentre stavo esposto sopra gli altari. Io poi ti prometto, che il mio Cuore si dilaterà per spargere con abbondanza le influenze del mio divino amore sopra tutti coloro, che gli renderanno e procureranno che gli sia reso da altri questo onore. » Così parlò Gesù Cristo alla sua diletta Margherita, la quale tutta confusa e tremante per la grande missione che venivale conferita, si faceva umilmente a rispondere: « Ma, Signore amabilissimo, a chi vi volgete Voi per una tanta impresa? E non vedete che io sono meschina e peccatrice? Vi mancano forse anime generose, a cui affidare sì grave incarico? » Ma Gesù Cristo nulladimeno, ricordando quella legge del suo governo, per cui si serve di mezzi in apparenza spregevoli per effettuare grandi opere, onde risplenda meglio la potenza del suo braccio, riaffermava la sua volontà e confortava quella santa verginella ad eseguirla. – Anzi, continuando in seguito ad apparirle, le faceva sempre meglio conoscere i segreti del suo Sacratissimo Cuore, le dichiarava il fine, che dovevano proporsi le anime generose che aspirassero a glorificarlo, le suggeriva Egli stesso le pratiche di pietà da compiersi, le faceva conoscere le grazie che avrebbe compartite ai suoi adoratori, le assicurava che questa divozione si sarebbe mirabilmente dilatata non ostante tutte le opposizioni, con cui taluni l’avrebbero impugnata, e filialmente le inviava un suo fedelissimo servo, il padre La Colombière, della Compagnia di Gesù, perché le fosse di potente aiuto a promuoverla ed a spargerla ovunque. – Così adunque, o miei cari, voi lo avete inteso, è Gesù Cristo medesimo Colui che volle avere un culto pubblico al suo Sacratissimo Cuore. Epperò mirando a questa divozione, sparsa ormai per tutta la terra, ben a ragione dobbiamo esclamare: A Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris. (Ps. CXVII, 22) E chi sarà pertanto, che nel considerare come Gesù Cristo, la divina Sapienza incarnata, ha Egli medesimo presentato il suo Cuore ad essere onorato dai fedeli, non riconoscerà la grande saldezza e la somma eccellenza, che vi ha nella sua divozione?

II. — Ma io so benissimo, che se qui vi fosse ad ascoltarmi taluno dei così detti spiriti forti, si riderebbe in cuor suo dell’aver dato io importanza alla rivelazione di Santa Margherita Alacoque. Perciocché, che cosa altro mai secondo la moderna incredulità sono le estasi dei Santi, le rivelazioni fatte da Dio a certe anime sue predilette, se non allucinazioni di mente esaltata, effetti di una malattia, che chiamano isterismo? Tuttavia, anche perché crederei tempo gittato il fermarmi a discutere sopra questo nuovo trovato della scienza atea e mostrarne la vanità, io mi accontento di osservare per voi che siete credenti, che senza dubbio le rivelazioni particolari fatte da Dio ai Santi non si hanno da accogliere se non in quella misura, che la Chiesa permette e stabilisce, ma che quando la Chiesa ce ne ha fatto ella medesima sicurtà, allora non dobbiamo più dubitarne. Perché la Chiesa accetta forse ed approva senz’altro qualsiasi particolare rivelazione? Tutt’altro! Essa non accetta e non approva alcuna di queste particolari rivelazioni, se non dopo lunghissimo, minutissimo e serissimo esame, in cui di tali rivelazioni siano prodotte le prove più autentiche. Or bene, queste prove, non altrimenti che nelle rivelazioni di altri santi, la Chiesa le ha pur volute nella rivelazione di Santa Margherita, ed avendole trovate specialmente nella santità della sua vita, essa ha creduto a tale rivelazione e con sicurezza la propose a credersi anche da noi. – Con tutto ciò, o carissimi, sbaglierebbe assai chi credesse che la divozione al Sacro Cuore di Gesù fosse basata unicamente sopra la rivelazione fattane da Santa Margherita. No, questa divozione, come ogni altra che vi ha nel seno della Chiesa, non è basata sopra una privata rivelazione, ma sopra la rivelazione per eccellenza che Iddio fece di tutta la sua religione, ed approvata perciò dalla autorità della Chiesa. – Ponete ben mente. Egli è certissimo che se Iddio non si fosse degnato di rivelarci Egli stesso la massima parte delle verità, che a Lui si riferiscono e dei doveri religiosi e morali che a Lui ci stringono, noi non potremmo giammai né conoscerlo, né amarlo, né servirlo convenientemente, tanto da meritare di raggiungere il fine a cui ci ha destinati. Ma anche in questo Iddio ci manifesta la sua misericordia infinita, nel parlarci e rilevarci tutto ciò che noi avremmo dovuto credere ed operare. – Egli, come ci dice S. Paolo, incominciò a fare la sua divina rivelazione ai padri nostri per mezzo dei profeti, e la compì poscia per opera dello stesso suo divin Figliuolo, Gesù. (Hebr. I, 12) In Gesù Cristo pertanto e negli Apostoli, che lo udirono, la divina rivelazione è perfettamente compiuta, e dopo Gesù Cristo e gli Apostoli non può ammettersi nessuna verità nuova riguardo al deposito della fede. È bensì vero che Iddio anche dopo la venuta del suo divin Figlio sulla terra ha continuato a fare delle particolari rivelazioni a grande numero de’ suoi servi prediletti, ma in nessuna di esse ci rivelò delle verità, che non fossero state già rivelate o ci propose un culto che non fosse già praticato. Ma senza rivelare alcuna nuova verità e senza introdurre alcun nuovo culto, è certo che Iddio in molte di queste sue particolari rivelazioni fece intendere agli uomini qualche suo speciale desiderio in relazione a qualche particolare verità e a qualche forma peculiare del culto già esistente. Così ad esempio, apparendo alla beata Giuliana da Liegi, le rivelò il desiderio vivissimo, che gli si desse una speciale manifestazione di fede, di amore e di gratitudine per l’istituzione del SS. Sacramento dell’Eucaristia, stabilendosi una festa particolare in suo onore, la festa del Corpus Domini. E fu appunto in seguito a questa particolare rivelazione che la Chiesa prese occasione ad istituire una tal festa, perciocché per una parte, esaminando seriamente la rivelazione fatta alla beata Giuliana, la trovò vera, e considerando per l’altra parte se era opportuna una nuova festa ad onore del SS. Sacramento dell’altare, vide che, tutt’altro che essere una novità pericolosa, era un mezzo efficacissimo a ravvivare la fede in una verità mai sempre creduta e a rendere più vivo e solenne il culto, che erasi mai sempre praticato ad onore del SS. Sacramento. La Chiesa adunque, anche per le rivelazioni più splendide che Iddio faccia ai santi, non introdurrà mai alcuna nuova verità da credere od alcuna pratica che non sia conforme alla Religione completamente rivelata da Gesù Cristo. Tuttavia prendendo ad esaminare seriamente tali rivelazioni particolari, e trovandole degne di fede, suole da esse prendere occasione per mettere in maggior luce questo o quel mistero, per animare più efficacemente a questa od a quella divozione, conforme al desiderio manifestato da Dio e secondo lo spirito di sapienza e di opportunità, di cui è dotata dalla continua assistenza dello Spirito Santo. – Ora ecco appunto quello che accadde riguardo alla divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù. Questa divozione in sostanza, come dissi fin dal principio, non è mancata mai nel seno della Chiesa, perché, basati sulla divina rivelazione, i Cristiani hanno creduto sempre che in Gesù Cristo, essendo la Persona divina unita alla natura umana, anche la sua umanità, di cui il Cuore è parte nobilissima, deve essere adorata. – Ma poiché Gesù Cristo si compiacque di apparire ripetutamente alla sua diletta serva Margherita Alacoque, e farle conoscere il desiderio vivissimo, che questa divozione al suo Cuore si dilatasse vie’ maggiormente fra i fedeli e si praticasse con pubblica solennità, la Chiesa che cosa fece? Anzi tutto esaminò lungamente e seriamente la condotta di quell’inclita serva di Dio, e ritrovatala santa, riconobbe altresì che per ragione della sua santità meritava fede alle sue rivelazioni. E considerando inoltre il gran bene, che ne sarebbe venuto a sé ed ai fedeli dalla pratica della divozione particolare al Sacratissimo Onore, senza punto introdurre una nuova verità da credere, od un nuovo culto da praticare, dalla celebre rivelazione dell’Alacoque prese occasione a concretar meglio e a dare maggior impulso a questa divozione istessa. Il che adunque vuol dire che la divozione al Sacro Cuore di Gesù è basata non già sopra la particolare rivelazione, che Gesù Cristo fece a Santa Margherita, ma sopra la rivelazione per eccellenza che Egli fece a tutto il mondo, e che la Chiesa in seguito alla particolare rivelazione di Santa Margherita ha con l’autorità sua confermata ed esplicata una tale divozione. E per tal guisa la Chiesa ci assicura nello stesso tempo della saldezza e della eccellenza della medesima, e noi la dobbiamo praticare con la massima sicurezza e con tutto l’impegno. È vero che vi sono dei Cristiani superbi, a cui le proprie viste sembrando più giuste che quelle della Chiesa, anche per ciò che riguarda questa divozione non credono di doversi fidare del suo giudizio. Ma noi certamente non saremo nel numero di questi sventurati. Ossequenti alla parola di Gesù Cristo, che disse, che chi ascolta la Chiesa ascolta Lui stesso, senza esitazione di sorta anche in questo ci affideremo a lei, pienamente sicuri che essa, maestra infallibile di verità, né si inganna, né può ingannarci. – Sebbene nel dire che la Chiesa ci assicura della saldezza ed eccellenza della divozione al Sacro Cuore di Gesù, ho detto assai poco; ben altro ha fatto e continua a fare in favore di questa divozione. Essa la raccomanda nel miglior modo possibile. Il Sacro Cuore di Gesù aveva fatto conoscere a Santa Margherita che nel diffondersi della sua divozione si sarebbero levati contro di essa dei grandi nemici, ma che Egli avrebbe regnato malgrado tutte le contraddizioni. E così fu veramente. La setta dei Giansenisti, che negli scritti di Giansenio avevano bevuto gravi errori, mentendo astutissimamente pietà e mortificazione cristiana, trascinava in inganno non pochi fedeli. Appoggiandosi ad uno dei suoi principali errori, che Gesù non è morto per tutti, né per tutti ha versato il suo sangue, si travagliava con diabolica malizia a restringere i benefizi della redenzione e ad impedire i fedeli dì attingere con gaudio le acque di salute alle fonti del Salvatore. Perciocché con speciosi pretesti, negava ai fedeli di frequentare la SS. Comunione o vi esigeva condizioni così esagerate di santità, da togliere nel loro animo il pensiero di potervisi ancora accostare. Non era dunque possibile, che a questa nuova razza di Farisei tornasse gradita la divozione al Sacro Cuore, così atta ad allargare il cuore di tutti gli uomini alla speranza della eterna salute e così efficace a promuovere l’uso e la frequenza dei SS. Sacramenti. Epperò non è facile immaginare quanto essi fecero in privato ed in pubblico, affine di screditarla e farla cadere in dispregio. Essi arrivarono al punto da impedire in alcuni paesi della Francia, che si celebrasse la festa del Sacro Cuore e si onorasse la sua immagine. E di sì gran peso fu il loro cattivo esempio che, estesosi in Italia, l’anno 1789 tenevasi un conciliabolo nella città di Pistoia, in cui giungendosi al massimo dell’impudenza, osavasi condannare la devozione al Sacro Cuore siccome nuova, erronea e pericolosa. Ma non ostante una guerra così accanita, il Cuore di Gesù trionfò per opera della Chiesa. Perocché, all’opposto degli eretici, la Chiesa riconoscendo questa divozione utilissima, prese a difenderla, ad inculcarla, a promuoverla in mille guise. Ne stabilì la festa, ne ordinò la Messa, ne compose l’ufficio, ed annuì al desiderio dei fedeli di unirsi in devote congregazioni, che avessero questo scopo speciale di onorare il Sacro Cuore. Che dirò poi dei tesori innumerevoli di sacre indulgenze, che i Romani Pontefici sparsero sopra tali congregazioni, erette in onore del Sacro Cuore, e sopra i fedeli che con ossequi determinati lo onorassero? Che dirò del fervore veramente meraviglioso, con cui sul suo stesso principio una tal divozione fu accolta dai Vescovi non di una Chiesa o di una provincia, ma di cento o più sedi dell’Italia, della Francia, della Germania, del Belgio, della Spagna, della Boemia, della Polonia, ed ora di tutta quanta la Cristianità? Che dirò dello zelo ardente, con cui tutto il clero e secolare e regolare si adoperò a porre in estimazione ed onore questo divin culto? I religiosi ed i sacerdoti più amanti del bene delle anime lo promossero per modo nelle loro congregazioni, nelle loro chiese e parrocchie, che non v’ha più casa di Dio, ove non sia dedicato al Sacro Cuore un altare, ove non sia esposta almeno la sua immagine alla cristiana venerazione. Ma a tutte le prove già addotte non bisogna che io tralasci di aggiungerne una del massimo peso, voglio dire l’erezione di una basilica consacrata al Sacro Cuore di Gesù in Roma, nella sede del Successore di S. Pietro, nella capitale del mondo cattolico, nel centro e nella metropoli della Religione cristiana. Perciocché per opera di chi quella basilica si innalzò sul colle Esquilino, splendida di marmi e di pitture? Sì, è vero, fu il Padre Maresca, Barnabita, che da principio ne suggerì e promosse l’idea: fu quel gran servo di Dio, Don Giov. Bosco, che coadiuvato dalla carità degli Italiani e di tutto il mondo cattolico la condusse ad effetto con uno zelo ed una operosità indicibile; ma chi benediceva alla grand’opera e ne comperava col suo proprio denaro il suolo necessario, era l’angelico Pontefice Pio IX, di santa e venerata memoria, quel Pontefice, che soleva dire e scrivere: « Nel Cuore di Gesù sta riposta la mia speranza: in Corde Jesu spes mea; » e chi affidava il grande e importante incarico a Don Bosco era il S. Padre Leone XIII, di venerata memoria, e così devoto del Sacro Cuore, che sapientemente ne innalzava la festa al maggior grado di solennità. Se pertanto due Pontefici così insigni curarono essi medesimi l’edificazione di un tempio al Sacro Cuore di Gesù, in Roma istessa, da cui, come da elevato e splendidissimo faro, parte la luce di verità che illumina tutto il mondo, vi vorrà ancor altro, non dico per assicurarci della saldezza, dell’eccellenza della divozione al Sacro Cuore, ma per stimolarci a praticarla con tutto l’ardore? – Se un figliuolo vuole amare non a parole, ma a fatti la propria madre, non è egli vero che non può avere altro impegno se non di formare con la madre stessa un sol pensiero, un sol desiderio, un solo affetto? Senza alcun dubbio egli approverà quello che la sua buona madre approva, apprezzerà ciò che ella apprezza, amerà ciò che ella ama; e se conosce osservi qualche opera, che torni a lei gradita, si porrà a compierla con la più viva sollecitudine. Se altrimenti facesse e si vantasse di affettuoso figliuolo noi diremmo che egli mentisce. Or bene lo stesso è di ogni Cristiano in riguardo alla Chiesa sua madre spirituale. È Cristiano sincero colui, che approva, apprezza, ama e compie ciò che approva, apprezza, ama, compie la Chiesa, ma non è veramente tale colui che fa diversamente. Se la Chiesa pertanto approva e raccomanda la devozione al Cuore Santissimo di Gesù, siccome quella che non si discosta per nulla dall’inalterabile tesoro delle sue sante dottrine, potrà dirsi sincero Cristiano colui, che non la credesse altro che frutto di una allucinazione mentale, epperò non l’apprezzasse, non l’amasse e non la praticasse? No certamente. Deh! non sia adunque, che alcuno di noi non si accenda ognor più in una divozione così salda e così eccellente. Imitiamo tutti l’esempio dei grandi santi che l’hanno praticata; assecondiamo il volere di Gesù Cristo che l’ha rivelata; conformiamoci al sentimento della Chiesa, che l’ha approvata e raccomandata. E nella stima e nella pratica di questa divozione ci sarà dato certamente di godere i più salutari vantaggi per le anime nostre. – E voi, o Cuore Sacratissimo di Gesù, via, verità e vita di tutti gli uomini che vengono in questo mondo, siatelo specialmente per noi, che intendiamo di professarvi quella divozione, che meritate. Siate la nostra via e conduceteci diritti al vostro amore, al vostro servizio ed al vostro godimento. Siate la nostra verità ed illuminate cogli splendori indefettibili della vostra luce le nostre menti per conoscere sempre meglio i vostri pregi ineffabili. Siate la nostra vita, ed infondete nel cuor nostro lo spirito che vive in Voi, affinché non vivendo più che in Voi, con Voi e per Voi quaggiù sulla terra, possiamo un giorno venire a vivere in Voi, con Voi e per Voi lassù in cielo.

CREDO

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Offertorium

Orémus
Ps LXVIII: 21

Impropérium exspectávi Cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni.

[Obbrobrii e miserie si aspettava il mio Cuore; ed attesi chi si rattristasse con me: e non vi fu; cercai che mi consolasse e non lo trovai.]

Secreta

Réspice, quǽsumus, Dómine, ad ineffábilem Cordis dilécti Fílii tui caritátem: ut quod offérimus sit tibi munus accéptum et nostrórum expiátio delictórum.

[Guarda, Te ne preghiamo, o Signore, all’ineffabile carità del Cuore del Tuo Figlio diletto: affinché l’offerta che Ti facciamo sia gradita a Te e giovi ad espiazione dei nostri peccati].

Praefatio
de sacratissimo Cordis Jesu

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui Unigénitum tuum, in Cruce pendéntem, láncea mílitis transfígi voluísti: ut apértum Cor, divínæ largitátis sacrárium, torréntes nobis fúnderet miseratiónis et grátiæ: et, quod amóre nostri flagráre numquam déstitit, piis esset réquies et poeniténtibus pater et salútis refúgium. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

 [È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che hai voluto che il tuo Unigénito, pendente dalla croce, fosse trafitto dalla lancia del soldato, cosí che quel cuore aperto, sacrario della divina clemenza, effondesse su di noi torrenti di misericordia e di grazia; e che esso, che mai ha cessato di ardere d’amore per noi, fosse pace per le ànime pie e aperto rifugio di salvezza per le ànime penitenti. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

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Communio

Joannes XIX: 34

Unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. [Uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua.]

Postcommunio

Orémus.
Prǽbeant nobis, Dómine Jesu, divínum tua sancta fervórem: quo dulcíssimi Cordis tui suavitáte percépta;
discámus terréna despícere, et amáre cœléstia:

[O Signore Gesù, questi santi misteri ci conferiscano il divino fervore, mediante il quale, gustate le soavità del tuo dolcissimo Cuore, impariamo a sprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti]

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http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2020/06/18/atto-di-consacrazione-e-di-riparazione-al-sacratissimo-cuore-di-gesu%ef%bb%bf/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/01/06/unenciclica-al-giorno-toglie-gli-usurpanti-apostati-di-torno-miserentissimus-redemptor-di-s-s-pio-xi/

DOMENICA II DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA NELL’OTTAVA DEL CORPUS DOMINI

II DOPO PENTECOSTE

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La Chiesa ha scelto, per celebrare la festa del Corpus Domini, il giovedì che è fra la domenica, nella quale il Vangelo parla della misericordia di Dio verso gli uomini e del dovere che ne deriva per i Cristiani di un amore reciproco (la dopo Pentecoste) e quella (II dopo Pentecoste) nella quale si ripetono le stesse idee (Epist.) e si presenta il regno dei cieli sotto il simbolo della parabola del convito di nozze (Vang.).  [Questa Messa esisteva coi suoi elementi attuali molto prima che fosse istituita la festa del Corpus Domini. Niente infatti poteva essere più adatta all’Eucaristia, che è il banchetto ove tutte le anime sono unite nell’amore a Gesù, loro sposo, e a tutte le membra mistiche. Niente poi di più dolce che il tratto nel quale si legge nell’Ufficio la storia di Samuele che fu consacrato a Dio fin dalla sua più tenera infanzia per abitare presso l’Arca del Signore e diventare il sacerdote dell’Altissimo nel suo santuario. La liturgia ci mostra come questo fanciullo offerto da sua madre a Dio serviva con cuore purissimo il Signore nutrendosi della verità divina. In quel tempo, dice il Breviario, « la parola del Signore risuonava raramente e non avvenivano visioni manifeste », poiché Eli era orgoglioso e debole, e i suoi due figli Ofni e Finees infedeli a Dio e incuranti del loro dovere. Allora il Signore si manifestò al piccolo Samuele poiché « Egli si rivela ai piccoli, dice Gesù, e si nasconde ai superbi », e S. Gregorio osserva che « agli umili sono rivelati i misteri del pensiero divino ed è per questo che Samuele è chiamato un fanciullo ». E Dio rivelò a Samuele il castigo che avrebbe colpito Eli e la sua casa. Ben presto, infatti l’Arca fu presa dai Filistei, i due figli di Eli furono uccisi ed Eli stesso mori. Dio aveva così rifiutato le sue rivelazioni al Gran Sacerdote perché tanto questi come i suoi figli non apprezzavano abbastanza le gioie divine figurate nel « gran convito » di cui parla in questo giorno il Vangelo, e si attaccavano più alle delizie del corpo che a quelle dell’anima. Così applicando loro il testo di S. Gregorio nell’Omelia di questo giorno, possiamo dire che « essi erano arrivati a perdere ogni appetito per queste delizie interiori, perché se n’erano tenuti lontani e da parecchio tempo avevano perduta l’abitudine di gustarne. E perché  non volevano gustare la dolcezza interiore che loro era offerta, amavano la fame che fuori li consumava». I figli d’Eli Infatti prendevano le vivande che erano offerte a Dio e le mangiavano; ed Eli, loro padre, li lasciava fare. Samuele invece, che era vissuto sempre insieme con Eli aveva fatto sue delizie le consolazioni divine. Il cibo che mangiava era quello che Dio stesso gli elargiva, quando, nella contemplazione e nella preghiera gli manifestava i suoi segreti. « Il fanciullo dormiva» il che vuol dire, spiega S. Gregorio, «che la sua anima riposava senza preoccupazione delle cose terrestri ». « Le gioie corporali, che accendono in noi un ardente desiderio del loro possesso, spiega questo santo nel suo commento al Vangelo di questo giorno, conducono ben presto al disgusto colui che le assapora per la sazietà medesima; mentre le gioie spirituali provocano il disprezzo prima del loro possesso, ma eccitano il desiderio quando si posseggono; e colui che le possiede è tanto più affamato quanto più si nutre ». Ed è quello che spiega come le anime che mettono tutta la loro compiacenza nei piaceri di questo mondo, rifiutano di prender parte al banchetto della fede cristiana ove la Chiesa le nutre della dottrina evangelica per mezzo dei suoi predicatori. « Gustate e vedete, continua S. Gregorio, come il Signore è dolce ». Con queste parole il Salmista ci dice formalmente: «Voi non conoscerete la sua dolcezza se voi non lo gusterete, ma toccate col palato del vostro cuore l’alimento di vita e sarete capaci di amarlo avendo fatto esperienza della sua dolcezza. L’uomo ha perduto queste delizie quando peccò nel paradiso: ma le ha riavute quando posò la sua bocca sull’alimento d’eterna dolcezza. Da ciò viene pure che essendo nati nelle pene di questo esìlio noi arriviamo quaggiù ad un tale disgusto che non sappiamo più che cosa dobbiamo desiderare. » (Mattutino). « Ma per la grazia dello Spirito Santo siamo passati dalla morte alla vita » (Ep.) e allora è necessario come il piccolo e umile Samuele che noi, che siamo i deboli, i poveri, gli storpi del Vangelo, non ricerchiamo le nostre delizie se non presso il Tabernacolo del Signore e nelle sue intime unioni. Evitiamo l’orgoglio e l’amore delle cose terrestri affinché « stabiliti saldamente nell’amore del santo Nome di Dio » – (Or.), continuamente « diretti da lui ci eleviamo di giorno in giorno alla pratica di una vita tutta celeste » (Secr.) e « che grazie alla partecipazione al banchetto divino, i frutti di salute crescano continuamente in noi » (Postcom.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XVII: 19-20.

Factus est Dóminus protéctor meus, et edúxit me in latitúdinem: salvum me fecit, quóniam vóluit me.

[Il Signore si è fatto mio protettore e mi ha tratto fuori, al largo: mi ha liberato perché mi vuol bene] Ps XVII: 2-3

Díligam te. Dómine, virtus mea: Dóminus firmaméntum meum et refúgium meum et liberátor meus.

[Amerò Te, o Signore, mia forza: o Signore, mio sostegno, mio rifugio e mio liberatore.]

Factus est Dóminus protéctor meus, et edúxit me in latitúdinem: salvum me fecit, quóniam vóluit me.

[Il Signore si è fatto mio protettore e mi ha tratto fuori, al largo: mi ha liberato perché mi vuol bene.]

Oratio

Orémus.

Sancti nóminis tui, Dómine, timórem páriter et amórem fac nos habére perpétuum: quia numquam tua gubernatióne destítuis, quos in soliditáte tuæ dilectiónis instítuis.

[Del tuo santo Nome, o Signore, fa che nutriamo un perpetuo timore e un pari amore: poiché non privi giammai del tuo aiuto quelli che stabilisci nella saldezza della tua dilezione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joánnis Apóstoli 1 Giov. III: 13-18

“Caríssimi: Nolíte mirári, si odit vos mundus. Nos scimus, quóniam transláti sumus de morte ad vitam, quóniam dilígimus fratres. Qui non díligit, manet in morte: omnis, qui odit fratrem suum, homícida est. Et scitis, quóniam omnis homícida non habet vitam ætérnam in semetípso manéntem. In hoc cognóvimus caritátem Dei, quóniam ille ánimam suam pro nobis pósuit: et nos debémus pro frátribus ánimas pónere. Qui habúerit substántiam hujus mundi, et víderit fratrem suum necessitátem habére, et cláuserit víscera sua ab eo: quómodo cáritas Dei manet in eo? Filíoli mei, non diligámus verbo neque lingua, sed ópere et veritáte.”

I Omelia

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

L’ODIO

“Carissimi: Non vi meravigliate se il mondo vi odia. Noi sappiamo d’essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida; e sapete che nessun omicida ha la vita eterna abitante in sé. Abbiam conosciuto l’amor di Dio da questo: che egli ha dato la sua vita per noi; e anche noi dobbiam dare la vita per i fratelli. Se uno possiede dei beni di questo mondo e, vedendo il proprio fratello nel bisogno, gli chiude le sue viscere, come mai l’amor di Dio dimora in lui? Figliuoli miei, non amiamo a parole e con la lingua, ma con fatti e con sincerità”.

L’Epistola è tolta dalla prima lettera di S. Giovanni. Poco prima delle parole riportate, aveva detto che Caino uccise il fratello, perché era figlio del maligno. Caino è tipo del mondo, schiavo del demonio. Non vi stupite quindi — prosegue S. Giovanni — se il mondo vi odia. Ci sia di conforto il sapere che l’amore verso i fratelli è un segno che dalla morte del peccato siamo passati alla vita della grazia. Rimane nella morte, invece, chi odia il proprio fratello, essendo egli omicida e, come tale, escluso dalla vita eterna. Dall’esempio di Gesù Cristo, che ha dato la vita per noi, abbiamo conosciuto qual è la carità vera: essere anche noi disposti a dare la vita per il proprio fratello. Tanto più dobbiamo, almeno, soccorrerlo coi nostri beni quando si trova nella necessità. Senza questo il nostro amore non è né sincero, né utile. Ci fermeremo a fare qualche osservazione sull’odio.

L’odio:

1. Non si può giustificare,

2 Specialmente dal Cristiano che teme Dio,

3 E che non è insensibile alla bontà di Lui.

1.

Chiunque odia il proprio fratello è omicida. È un’affermazione che, sulle prime, sembra esagerata; ma non esprime che la pura verità. Da che cosa proviene l’omicidio? Spesso proviene dall’odio. L’odio spinse all’omicidio Caino, e ne spinse e ne spinge ancora tanti altri dopo di lui. Non sempre colui che odia arriva a compiere l’atto materiale dell’omicidio; ma quante volte l’omicidio è nel suo cuore. Non commette il delitto esternamente perché ha paura delle conseguenze, non tanto da parte della giustizia divina, quanto da parte della giustizia umana. Se non sempre l’odio arriva a tal punto d’essere equiparato all’omicidio, è sempre cosa condannevole, è sempre una cattiva passione. E la ragione e il buon senso insegnano che il lasciarsi dominare dalla passione è un degradare la dignità di uomo, è un andar contro al fine per il quale Dio ci ha creati. Dio ci ha dato la ragione, perché di essa ci serviamo per tendere sempre al bene. Non è sempre in nostro potere di dimenticare le offese ricevute. Ma l’andar sempre rimuginandole, il parlarne sempre, a proposito e a sproposito; dir male del nostro nemico ogni volta che ci capita l’occasione; cercar di pregiudicarne gli interessi, è cosa che dipende dalla nostra volontà, e che non può avere alcuna scusa. Non è sempre in nostro potere di non provare dei sentimenti d’odio; è sempre in nostro potere di non assecondarli. Il dire: non dimenticherò mai il torto ricevuto; un giorno o l’altro quella persona me la pagherà; me la son legata a un dito, ecc. sono disposizioni d’animo poco benevolo, e che vanno energicamente combattute. – Non sarà inutile, poi, considerare che queste disposizioni d’animo fanno generalmente più male a chi odia che a chi è odiato. Questi può non curarsi dell’odio del suo nemico, che intanto è agitato, triste, senza pace. Odio e invidia intorbidano la vita. «L’uomo — dice Giobbe — ha vita corta e piena di turbamento» (XIV, l). E questa misera vita già così corta e piena di turbamento per sé, dobbiamo turbarla ancor più, aggiungendovi di nostro la tortura che porta con sé l’odio?

2.

Noi Cristiani non dobbiamo dimenticare che l’odio è contro il nostro bene spirituale. Chi cova nel cuore un odio grave contro il fratello, non ha la vita eterna abitante in sé; cioè non ha la vita della grazia, e senza questa non può aver diritto alla vita eterna. Chi odia va contro a un comando espresso da Dio: «Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore» (Lev. XIX, 17). Gesù Cristo aggiunge: «Amate i vostri nemici: fate del bene a coloro che vi odiano: e pregate per coloro che vi perseguitano o calunniano» (Matt. V, 44). «Se — dice Tertulliano — siamo obbligati ad amare i nostri nemici, chi ci resta da odiare? Così pure, se ci è proibito di rendere il ricambio quando siamo offesi, per non diventare nel fatto pari ai nostri offensori, chi possiamo noi offendere?» (Apol.) Non possiamo né odiare, né offendere nessuno, se non vogliamo perdere la grazia di Dio, e procurarci i castighi di lui. E che Dio castigherà severamente quelli che nel loro odio non vogliono perdonare ai fratelli, è pur scritto nel Vangelo. Il servo spietato della parabola del Vangelo, che non volle perdonare il debito al suo conservo, fu dal padrone consegnato nelle mani dei manigoldi, che lo mettessero in carcere. E Gesù chiude la parabola con questa osservazione: «Così farà con voi il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdonerà di cuore al proprio fratello » (Matt. XVIII, 35). Un giorno il Signore chiamerà il Cristiano ostinato nel suo odio. Sarà una chiamata perentoria. Nessuna dilazione sarà ammessa. Non titoli, non cariche, non grandezza, non scienza, non oro, potranno impedirvi l’andata. E all’andata seguirà un rimprovero da togliere ogni illusione: «Servo malvagio… non dovevi aver pietà del tuo compagno, come io n’ho avuta per te?» (Matt. XVIII, 33) E dopo un rimprovero e un confronto così schiacciante verrà una condanna ben dura: essere dato in mano ai ministri della giustizia divina. – Un giovane indiano di Spokane, nelle Montagne Rocciose, era stato ferito mortalmente da un bianco. Il padre di lui avvisa i missionari, i quale avevano raccolto il moribondo, che se il figlio moriva, egli avrebbe ucciso quanti bianchi poteva. Il padre Cataldo, gesuita, s’incaricò di disporre alla morte l’indiano ferito, e l’avvisò che doveva fare una buona confessione e prepararsi a comparire al tribunale di Dio. Dopo una breve esortazione l’indiano si dichiarò pronto a fare tutto quanto era necessario per salvare la sua anima. Prima della confessione il Padre Cataldo gli domanda, se perdona ai suoi nemici. E il giovane risponde: « Non mi hai detto forse di prepararmi a morir bene e di fare una buona confessione? Come oserei domandar perdono a Dio, se io non perdonassi prima al nemico? » (Celestino Testore, Memorie di un Vestenera, P. Giuseppe M. Cataldo S. J. in: Le Missioni, della Compagnia di Gesù. 1928. p. 442-43). Questo giovane Pellerossa, aveva tratto profitto a meraviglia dal Vangelo, che ci impone di perdonare a tutti, e di non odiar nessuno.

3.

Più che dal timore dei castighi, l’uomo dovrebbe esser spinto ad amare i suoi nemici, anziché odiarli, dalla grande bontà di Dio che ha dato la sua vita per noi, che eravamo peccatori, che non eravamo meritevoli che dei suoi castighi. La sua bontà arriva al punto da ricevere il bacio da Giuda e da chiamarlo col nome di amico, quando questi sta per tradirlo. Sulla croce prega in modo particolare per i suoi carnefici: « Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno » (Luc. XXIII, 34). Se è vero che gli esempi muovono più che le parole, nessun Cristiano può rimanere indifferente a quanto ha fatto Dio per i suoi nemici. Nessuno può dire: è impossibile amarli. Dio ci aiuta con la sua grazia a vincere i sentimenti di avversione, di odio che sorgono nel nostro cuore verso dei nostri nemici. « Temete il Signore Dio vostro, ed gli vi libererà dalle mani di tutti i vostri nemici » (4 Re XVII, 39), dice il Signore a Israele. Nessun dubbio che l’odio è un nemico spirituale molto difficile da vincere, se ci appoggiamo sulle sole nostre forze. Non è più invincibile, se con noi c’è l’aiuto di Dio. E Dio che ci comanda di vincer l’odio, ci dà anche l’aiuto necessario a liberarcene. Chi teme di offendere il Signore ricorre a Lui fiducioso, e il Signore lo aiuterà certamente. Ce l’assicura il discepolo prediletto. «Carissimi, se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia dinanzi a Dio: e qualunque cosa domanderemo, la riceveremo da lui» (1 Giov. III, 2-22). Anzi, nella sua bontà ci darà oltre quello che domandiamo. – L’eloquenza del suo esempio, la promessa del suo aiuto ci lasciano indifferenti? Ecco, che si interpone fra noi e il nostro offensore. E’ questo l’ultimo tentativo cui si ricorre quando si vuol mettere la pace tra due persone. Se non si vuole perdonare all’offensore, perché indegno, si perdoni per rispetto alla persona che interpone i suoi buoni uffici. Filemone, ricco benefattore dei Cristiani, ha uno schiavo che fugge, portandogli via del danaro. S. Paolo si interpone e scrive a Filemone: «Se tu mi tieni per tuo intrinseco, accoglilo come me stesso; e se ti ha fatto torto o ti deve ancora qualche cosa, metti ciò a mio conto» (Filem. 17-18). Così fa Dio con noi. Se ti ha fatto torto. — dice al Cristiano che cova l’odio contro il proprio fratello — se ha dei debiti da scontare, questi mettili a mio conto, ecco che io rimetto tutto a posto. Le tue offese contro di me sono innumerevoli, sono gravi. Ebbene, io voglio essere con te tanto buono da perdonarti i tuoi gravi ed innumerevoli peccati se tu perdoni di cuore le poche e leggere offese che ti ha fatto il tuo fratello: «Perdonate e vi sarà perdonato. Date e vi sarà dato: vi sarà versato in grembo una misura buona, piena, scossa e traboccante, perché con la medesima misura con la quale avrete misurato, sarà rimisurato anche a voi» (Luc. VI, 37-38). Hai capito? Dio, tuo giudice, da te offeso, è tanto buono da metterti la sentenza in mano. Sta a te scegliere la sentenza che desideri. Può mai l’odio accecarti tanto da ricusare una condizione favorevole al punto «da mettere in potere del giudicando la sentenza di chi deve giudicare!» (S. Leone M. Serm. 17, 1). Se ancora non sei deciso a cedere sappi che «non potrai trovare nessuna scusa nel giorno del giudizio, quando sarai giudicato secondo la norma da te usata, e tu stesso subirai ciò che hai fatto subire agli altri» (S. Cipriano: De Dom. Oratione, 23). Ma voi non siate di questi. «Con voi sia la grazia, la misericordia e la pace da Dio Padre, e da Cristo Gesù Figliolo del Padre, nella verità e nella carità» (2 Giov. 1, 3).

Graduale

Ps CXIX: 1-2 Ad Dóminum, cum tribulárer, clamávi, et exaudívit me.

[Al Signore mi rivolsi: poiché ero in tribolazione, ed Egli mi ha esaudito.]

Alleluja

Dómine, libera ánimam meam a lábiis iníquis, et a lingua dolósa. Allelúja, allelúja

[O Signore, libera l’ànima mia dalle labbra dell’iniquo, e dalla lingua menzognera. Allelúia, allelúia]

Ps VII:2 Dómine, Deus meus, in te sperávi: salvum me fac ex ómnibus persequéntibus me et líbera me. Allelúja.

[Signore, Dio mio, in Te ho sperato: salvami da tutti quelli che mi perseguitano, e liberami. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam.

Luc. XIV: 16-24

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis parábolam hanc: Homo quidam fecit coenam magnam, et vocávit multos. Et misit servum suum hora coenæ dícere invitátis, ut venírent, quia jam paráta sunt ómnia. Et coepérunt simul omnes excusáre. Primus dixit ei: Villam emi, et necésse hábeo exíre et vidére illam: rogo te, habe me excusátum. Et alter dixit: Juga boum emi quinque et eo probáre illa: rogo te, habe me excusátum. Et álius dixit: Uxórem duxi, et ídeo non possum veníre. Et revérsus servus nuntiávit hæc dómino suo. Tunc irátus paterfamílias, dixit servo suo: Exi cito in pláteas et vicos civitátis: et páuperes ac débiles et coecos et claudos íntroduc huc. Et ait servus: Dómine, factum est, ut imperásti, et adhuc locus est. Et ait dóminus servo: Exi in vias et sepes: et compélle intrare, ut impleátur domus mea. Dico autem vobis, quod nemo virórum illórum, qui vocáti sunt, gustábit cœnam meam”.

(“In quel tempo disse Gesù ad uno di quelli che sederono con lui a mensa in casa di uno dei principali Farisei: Un uomo fece una gran cena, e invitò molta gente. E all’ora della cena mandò un suo servo a dire ai convitati, che andassero, perché tutto era pronto. E principiarono tutti d’accordo a scusarsi. Il primo dissegli: Ho comprato un podere, e bisogna che vada a vederlo; di grazia compatiscimi. E un altro disse: Ho comprato cinque gioghi di buoi, o vo a provarli; di grazia compatiscimi. E l’altro disse: Ho preso moglie, e perciò non posso venire. E tornato il servo, riferì queste cose al suo padrone. Allora sdegnato il padre di famiglia, disse al servo: Va tosto per le piazze, e per le contrade della città, e mena qua dentro i mendici, gli stroppiati, i ciechi, e gli zoppi. E disse il servo: Signore, si è fatto come hai comandato, ed evvi ancora luogo. E disse il padrone al servo: Va per le strade e lungo le siepi, e sforzali a venire, affinché si riempia la mia casa. Imperocché vi dico, che nessuno di coloro che erano stati invitati assaggerà la mia cena”

Omelia II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra il peccato veniale.

“Estote perfecti, sicut Pater vester cœlestis perfectus est”.

Matth. V.

Sebbene non sia in potere dell’uomo di giungere ad una perfezione uguale a quella di Dio, nulladimeno l’Essere Supremo, che ne vuole santi perché Egli è santo, ci propone la sua santità per modello della nostra, e vuole, per quanto l’umana debolezza ce lo permette, che ci affatichiamo alla nostra perfezione, seguendo quel gran modello. Ora come possiamo noi conformarvici? Con l’evitare non solo il peccato mortale, che è sommamente opposto alla santità di Dio, ma ancora le colpe leggiere, le quali, sebbene non ci privino della sua amicizia, non lasciano per altro di avere una certa opposizione alle perfezioni dell’Essere Supremo, il quale non può soffrire la minima macchia nelle sue creature. Sarebbe dunque un errore il credere che per arrivare ad una santità perfetta bastasse all’uomo astenersi dalle colpe enormi che ci chiudono l’ingresso al regno dei cieli, senza mettersi in pena di evitare le colpe veniali, che ritardano l’entrata in quel regno. Errore nulladimeno molto comune nel mondo, anche tra le persone che fanno professione di pietà, che passano leggermente su queste colpe, vi cadono a posta e non si prendono alcuna cura di correggersene; ma errore per altre essere fedele alle piccole osservanze di questa legge: Qui timet Domìnum, nihil negligit (Eccli. XXXIV). Chi dunque trascura le piccole cose, chi commette colpe leggiere, non ha per Dio quel timor riverente che un figliuolo deve a suo padre. – Voi mi direte che temete il Signore evitando il peccato mortale, che non vorreste perdere la sua amicizia né essere privi del suo regno. É vero, fratelli miei, né io ve lo contendo; il peccato veniale non vi separa dall’amicizia di Dio, perché non è una ribellione così oltraggiante come il peccato mortale; non è già un sommo disprezzo delle perfezioni di Dio, né una preferenza della creatura al Creatore: ma non è forse una disubbidienza alla legge di Dio, e conseguentemente una offesa fatta alla sua maestà? Or non è forse un gran male il disubbidire a Dio, l’offender Dio? Se Dio è nostro padre, dov’è l’onore che se gli deve? Che direste voi d’un figliuolo che si contentasse di ubbidire a suo padre nelle cose importanti e non temesse di dargli mille piccioli disgusti, di dispiacergli in cose che, sebbene di poca conseguenza, provano meglio talvolta il buon naturale d’un figliuolo verso suo padre che non le più considerabili? Un figliuolo che ha mille compiacenze per suo padre, che teme di dispiacergli nelle più piccole circostanze, non prova forse meglio il suo amore di quello che non ubbidisce a suo padre e non lo rispetta che nelle occasioni in cui teme d’essere privato della sua successione? Il primo fa vedere che ama suo padre con amore disinteressato, e l’altro non l’ama che per suo interesse. Quando dunque vi contentate, fratelli miei, di evitare i mancamenti considerabili contro Dio, senza mettervi in pena di evitare quelli che sono leggieri, non si può forse dire che voi amate Dio non per sé stesso ma piuttosto per vostro interesse? Voi temete di perdere la sua amicizia col peccato mortale perché, perdendola, voi perdereste un regno eterno; ma poco vi curate di dispiacergli con mancamenti che l’offendono. Voi non l’amate dunque allora a cagione di se stesso; mentre se l’amaste in tal guisa, avreste a cuore i suoi interessi, gli rendereste la gloria che gli è dovuta, facendo tutte le vostre azioni per Lui. Ora una colpa veniale che voi commettete non può esser un’azione gloriosa a Dio, poiché non può ella essere riferita a questo fine. É dunque un’ingiuria che voi gli fate, preferendo la vostra soddisfazione all’ubbidienza perfetta che dovete alle sue leggi, e privandolo con questo della gloria che gli ritornerebbe dalla vostra ubbidienza. – E da ciò, fratelli miei, che ne segue? Che il peccato veniale, quantunque vi sembri leggiero ed effettivamente sia tale, è il male di Dio, un male ch’Egli non può approvare e che è obbligato di odiare; un male per conseguenza infinitamente superiore a tutti i mali della creatura. Che ne segue ancora? Che sarebbe meglio che l’universo intero perisse che offender Dio con un solo peccato veniale, che dire, per esempio, una sola menzogna leggiera. Se con un solo peccato veniale voi poteste convertire tutti i peccatori, gli eretici, gl’idolatri che sono al mondo, se voi poteste con un solo peccato liberare tutti i reprobi che sono nell’inferno, sarebbe meglio lasciare tutti i peccatori sulla terra nel loro funesto stato, lasciare tutti i reprobi nei loro supplizi, lasciarvi anche cadere tutti i predestinati, che commettere un solo peccato veniale per impedire tutti questi mali. Ciò vi sembra sorprendente, ma non deve esserlo quando si fa riflessione che il peccato veniale è il male di Dio, e tutti gli altri quelli della creatura; che il peccato veniale rapisce più di gloria a Dio e gli dispiace di più che non gli sono accette e gradite tutte le azioni dei santi. – Giudicate adesso, fratelli miei, del poco amore che voi avete per Dio dalla vostra facilità a commettere il peccato veniale. Ah! potete voi ancora trattar di bagattelle quelle infedeltà nell’adempiere i vostri piccoli doveri di Cristiano, quelle distrazioni volontarie nelle vostre preghiere benché di poca durata, quelle vanità nelle vostre parole, nel vostro vestire, quelle curiosità in discrete, quei raffinamenti d’amor proprio, quelle ricerche di voi medesimi, quella delicatezza sul punto d’onore, quelle sensualità nei banchetti, quelle piccole invidie contro del prossimo, quelle lievi ingiustizie, quell’indifferenza, quell’amarezza benché poco considerabile che voi avete contro di Lui, quelle maldicenze leggiere, quei piccoli scherzi che voi fate sui difetti altrui, quelle menzogne giocose, quelle piccole impazienze, quella vivacità di umore che voi non avete cura di reprimere? Tutto ciò vi sembra leggiero e di poca importanza; eppure sono infrazioni della legge di Dio, non offese fatte alla sua infinita maestà, infrazioni ed offese che vengono dal vostro poco timore di dispiacergli e dalla poca premura che avete di essere accetti e graditi ai suoi occhi. Ah! se voi aveste amore per Dio, basterebbe che una cosa gli dispiacesse per evitarla; niente vi sembrerebbe leggiero e di poca conseguenza a riguardo d’un Dio sì grande, d’un padre sì tenero, d’un amico sì benefico. Sì, fratelli miei, Dio è il migliore di tutti gli amici, niuno avvene sì generoso, sì fedele come Lui. Egli è stato il primo ad amarci e nel tempo anche in cui eravamo suoi nemici, benché non avesse bisogno di noi, Egli ci ha ricercati, come se noi gli fossimo utili: non cessa di darci a profusione i suoi favori, senza disgustarsi delle nostre infedeltà; noi siamo sempre sicuri di trovare in Lui il cuore più benefico di cui possiamo disporre a nostro vantaggio: Egli non ci abbandona giammai, qualora noi lo vogliamo, ed ancora ci ricerca, ci corre dietro nel tempo medesimo che l’abbandoniamo. Che se noi siamo in grazia di Lui, se siamo nel numero di quelle anime giuste in cui si compiace, noi abbiamo ancora molta maggior parte nella sua amicizia; la sua grazia mette tra Lui e noi l’unione la più intima, la più sincera e la più gloriosa per noi, poiché ella ci assicura il titolo di amici di Dio. Jam non dicam vos servos, sed amìcos. Or ditemi di grazia, fratelli miei, quali sono le leggi dell’amicizia? Che domandate voi ad un amico cui siete sinceramente e costantemente attaccati, cui date in ogni occasione prove del vostro buon cuore, per cui nulla avete di secreto e a cui fate parte dei vostri beni come del vostro affetto? Voi volete senza dubbio che questo amico si diporti nell’istesso modo a vostro riguardo, che abbia verso di voi tutta la confidenza e cortesia che voi avete verso di Lui, o che per lo meno non vi disgusti in cosa alcuna, siccome voi evitate tutto ciò che può dispiacergli. Che direste voi di quell’amico che limitasse la sua amicizia ai doveri essenziali, che non volesse per verità nimicarsi con voi, incorrere la vostra disgrazia con qualche cattivo ufficio, con oltraggi atroci al vostro onore o con danni considerabili nei vostri beni, che non volesse togliervi la vita; ma che niun caso facesse di ferirvi con piccoli motteggi, che vi offendesse con leggieri dispregi, che non prendesse all’occasione il vostro partito, ma piuttosto talvolta l’altrui difesa, in una parola, che vi disgustasse in mille piccole circostanze in cui la sincera amicizia si fa conoscere? Questa sorta di amici è alcune volte più insopportabile che un aperto nemico. Fate ora quest’applicazione a voi medesimi riguardo a Dio. Egli è il migliore di tutti gli amici, voi non potete dubitarne: voi avete mille volte provati, e provate ancora tutti i giorni, gli effetti della sua tenerezza. Perché dunque siete voi scortesi a suo riguardo, sino a ricusargli una piccola ubbidienza che vi domanda, sino a non volere sacrificargli quel leggiero risentimento, quella breve soddisfazione che le sue leggi vi proibiscono; sino a disgustarlo in mille incontri in cui un amore riconoscente e liberale deve manifestarsi? Ciò che voi gli ricusate è poco cosa, è vero; ma tutto è grande a riguardo d’un amico che si ama sinceramente; né è già amar Dio con quella pienezza di amore ch’Ei domanda, l’amare qualche cosa con Lui che non si ama per Lui, dice s. Agostino. Ah! le vostre piccole infedeltà sono in qualche modo più sensibili al cuor di Dio che gli oltraggi d’aperto nemico. Sarebbe molto meglio, vi dic’Egli, che voi foste freddi o caldi; ma perché voi siete tiepidi, io comincio a vomitarvi dalla mia bocca. Io non posso sopportarvi; soffrirei piuttosto gl’insulti d’un nemico che non ho tanto beneficato come voi; ma ciò di cui mi risento e che eccita il mio sdegno si è il vedervi pagare con somma ingratitudine i favori insigni di cui vi ho tante volte ricolmi. No, lo ripeto, Iddio non può soffrire alcuna infedeltà nelle sue creature, in quelle principalmente ch’Egli ama con amore sì tenero come le anime giuste. Lo stesso amore che ha per sé lo rende avverso a tutto ciò che è opposto alla sua santità e alla sua gloria. Egli si offende della minima difformità che ritrova in noi, la più leggiera macchia ferisce i suoi occhi infinitamente puri, perché la sua santità altro non è che una perfetta conformità alla sua legge. Ora, se è proprio dell’amicizia di produrre una conformità di voleri tra le persone che ella unisce, potete voi dire, fratelli miei, di seguir le regole di quest’amicizia, amando ciò che Dio non vuole e commettendo colpe le quali, benché leggiere, non lasciano però di dispiacergli? Se voi dubitate ancora che queste colpe gli dispiacciano, rappresentatevi per un momento le vendette terribili che Dio ne ha prese e che esercita ancora sopra le anime in cui ne restano alcune macchie. Un Mosè, uomo di Dio, strumento delle sue meraviglie, depositario della sua autorità, confidente dei suoi segreti, è privato dell’ingresso nella Terra Promessa per una leggiera diffidenza della possanza del suo Dio. Cinquantamila Betsamiti sono percossi dalla morte per avere gettato uno sguardo poco rispettoso sull’arca dell’alleanza. Davide vede il suo regno afflitto da una peste crudele per aver fatto per vanità la numerazione dei suoi sudditi. Anania e Saffira sua moglie cadono morti ai piedi degli Apostoli per aver detto una bugia. Se questi esempi non bastano, scendete in ispirito nel purgatorio, dove anime che sono amiche di Dio soffrono supplizi più rigorosi che tutto ciò che si può soffrire quaggiù di penoso, per aver commesse colpe veniali che non hanno espiate sopra la terra, e per cui sono talvolta ritenute lungo tempo prima di entrare nel soggiorno della gloria, dove nulla d’imbrattato può avere accesso. Dite dopo questo che le colpe leggiere sono bagattelle. No, fratelli miei, non bisogna chiamarle così, poiché esse sono non solamente una prova di poco amore per Dio, ma ancora una prova di poco zelo per la vostra salute.

II. Punto. Quantunque il peccato veniale non dia la morte alla nostra anima, perché non la priva della grazia santificante, che è la sua vita, egli è nulladimeno, dice s. Tommaso, una malattia che produce a suo modo i medesimi effetti sulla nostr’anima che le malattie corporali sui corpi. Le malattie del corpo l’indeboliscono, lo precipitano verso il sepolcro. Similmente il peccato veniale dispone l’anima a morire pel peccato mortale. Non è in vero, come dice ancora s. Tommaso, un allontanamento totale dal nostro ultimo fine, ma è uno sviamento che ci mette in pericolo di smarrirci e di perdere la nostra felicità eterna. E da ciò, fratelli miei, che dobbiamo noi conchiudere, se non che chi commette facilmente il peccato veniale ha ben poca cura della sua salute, poiché corre rischio di perdere la sua anima col peccato mortale? – Io non parlo già qui di coloro in cui il peccato veniale diventa mortale a cagione di qualche circostanza che lo rende tale; per esempio, dello scandalo ond’è seguito, d’una malvagia intenzione o affetto peccaminoso che l’accompagna, talché si commetterebbe eziandio che fosse mortale, e finalmente del dubbio che si ha se il tale o tale altro peccato veniale sia mortale; perciocché chi opera in questo dubbio pecca mortalmente pel rischio a cui si espone di fare un peccato mortale. Or egli è difficilissimo, dice s. Agostino, distinguere l’uno dall’altro, ed accade molto spesso che si prende per colpa leggiera, che si tratta da bagattella una cosa che da se stessa è un peccato di considerazione. Non parlo neppure di chi non vorrebbe evitare alcun peccato veniale, benché sia sicuro che è tale di sua natura: questa funesta disposizione è da se stessa peccaminosa, pel pericolo prossimo in cui esso si mette di peccare mortalmente. Egli è certo che in tutte le proposte circostanze, chi commette il peccato veniale corre un rischio evidente della sua salute. Parliamo dunque di chi senza malvagia intenzione commette indifferentemente il peccato veniale, e facciamogli conoscere che, sebbene egli sia sicuro che il peccato suo non è che veniale, si dispone nulladimeno a cadere nel mortale. È un oracolo pronunciato dallo Spirito Santo che chi trascura le cose piccole cadrà a poco a poco: Qui spernit modica, paullatim decidet (Eccl. XIX). Chi è infedele nelle cose piccole, dice il Salvatore, lo sarà altresì nelle grandi. Ora qual è la cagione di questa caduta dal peccato veniale nel mortale, e come può dirsi che l’uno sia strada all’altro? Questo funesto progresso, fratelli miei, viene da due cagioni; l’una è un castigo di Dio, e l’altra è la cattiva disposizione dell’uomo: castigo dalla parte di Dio, per la privazione di certe grazie particolari che impedirebbero l’uomo di cadere nel peccato mortale; dalla parte dell’uomo è una inclinazione, una facilità che gli dà il peccato veniale a commettere il mortale. Tremate, fratelli miei, per un peccato che vi avete riguardato fin ora come poca cosa e che può esservi così funesto. Io non pretendo già dirvi che Dio ricusi a chi pecca venialmente le grazie necessarie per evitare il peccato mortale, di modo che l’uno sia una conseguenza necessaria dell’altro. Se Dio dà ai peccatori medesimi, che sono suoi nemici, le grazie che loro sono necessarie, a più forte ragione le dà Egli ai giusti, che sono suoi amici; ed anatema, diciamo noi con la Chiesa, a chiunque dicesse che Dio abbandona il giusto e lo lascia mancar di soccorso per perseverare nella giustizia. Ma se Dio dà le grazie necessarie, Egli non è obbligato a dare le grazie di elezione e di predilezione, che fanno operare infallibilmente il bene, benché liberamente. Noi possiamo dunque domandare queste grazie ed indurre Dio con la nostra fedeltà alla sua legge a darcele, ma non vi abbiamo alcun diritto. – Or io vi domando: chi commette il peccato veniale, chi trasgredisce la sua santa legge, sebbene in cose di poca conseguenza, induce egli Dio a dargli queste grazie particolari, o piuttosto non l’induce egli a ricusargliele ? Egli si raffredda a riguardo di Dio, egli tratta con Lui come un avaro che non vuol fargli certi piccoli sacrifizi che Dio domanda da un cuor generoso; egli si riserva certe soddisfazioni, certi pericoli, certi affetti, cui non vuol rinunciare per ubbidire a Dio: or convien forse stupirsi che Dio vicendevolmente si raffreddi a riguardo dell’uomo, che non versi su di lui a larga mano quei doni preziosi della grazia ch’Egli comunica alle anime ferventi e generose che cercano di piacergli nelle più piccole cose, che gli fanno di se stesse un intero sacrificio e che gli feriscono il cuore, come la sposa della Cantica, con un solo dei loro capelli, cioè a dire con una intera fedeltà ad adempiere i più piccoli punti della sua legge? Vulnerasti cor meum in uno crine colli tui (Cant. 4). Or che accade a quell’anima che è priva per lo peccato veniale di certi aiuti che erano riserbati alla sua fedeltà? Trovandosi in un pericolo, in una congiuntura delicata, esposto ad una tentazione violenta, ove è molto difficile resistere senza una grazia particolare, essa soccomberà a quella tentazione, farà una caduta deplorabile, commetterà un peccato mortale, che farà perdergli la grazia del suo Dio. E così è, fratelli miei, che una colpa leggiera può essere la causa della nostra riprovazione. Chi di noi, dopo questo, non temerà il peccato veniale, poiché può avere conseguenze sì terribili? Non ne avete voi forse di già fatta la trista esperienza, voi che lo commettete sì facilmente? Mentre donde viene quella dissipazione del vostro spirito che fate tanta fatica a tener raccolto, quell’aridità di cuore che vi rende secchi e freddi a pie degli altari, quella noia degli esercizi di pietà, quella nausea dell’orazione e delle pie letture, in una parola, quella tiepidezza sì grande nel servizio di Dio? Non viene forse dalla vostra negligenza nell’evitare le colpe veniali, dalla vostra poca delicatezza di coscienza nelle piccole cose che Dio vi domanda? Voi non siete liberali verso Dio e non vi diportate con quella esattezza che attende da voi, Egli pure vi ricusa quelle grazie speciali che non vi deve e che vi farebbero camminare con allegrezza nella via dei suoi comandamenti. Ma non è solamente per la sottrazione delle grazie di Dio che il peccato veniale conduce al mortale; si è ancora per l’inclinazione e facilità che l’uno dà a commettere l’altro. Niuno ad un tratto diventa malvagio, dice s. Bernardo; i più grandi delitti hanno, per così dire, la preparazione, noi abbiamo troppo orrore a commetterli subito di buon grado: ma, a forza di commettere il peccato veniale ci avvezziamo, ci addomestichiamo insensibilmente col male. A misura che le forze della virtù s’indeboliscono per questa malattia, il peso della concupiscenza s’accresce, la contagione, insinuandosi a poco a poco, penetra finalmente sino al cuore. L’anima indebolita e strascinata dall’inclinazione al male, cammina a gran passi verso il precipizio e vi cade finalmente senza quasi accorgersene. Il demonio, sempre destro a profittare delle nostre debolezze, diventa anche più forte per farci cadere. Non ci propone egli alla bella prima i grandi delitti; ci fa credere che è poca cosa cadere in piccole infedeltà permettersi certe soddisfazioni, avere certe corrispondenze con persone che non sembrano pericolose, usare per esse alcune compiacenze che non giungono al peccato; e quando il nemico della salute ha ottenuto quel poco che domandava, con artifizio secreto e maligno ci persuade che non evvi maggior male ad accordargliene un altro: quindi c’induce insensibilmente nelle sue reti e ci strascina nell’abisso per le colpe considerabili che ci fa commettere: il peccato mortale in seguito non costa più che il peccato veniale. Ecco come una leggiera scintilla che non si ha avuto cura di estinguere dal principio cagiona un grande incendio: Ecce quantas ignis quam magnam Sylvam ìncendit (Jac. 5). Ecco come una gran nave cade in rovina per avervi lasciate penetrare alcune gocce d’acqua che hanno putrefatto il legname. Quanti, oimè! si sono veduti gran personaggi cadere dal sublime grado di perfezione nel fango del peccato! Quanti difensori della religione, ne sono divenuti gli apostati! Quanti anacoreti che avevano invecchiato sotto il giogo della penitenza, hanno fatto deplorabili cadute per la loro negligenza a mantenersi nell’osservanza dei piccoli doveri! Il perfido Giuda non venne già tutto ad un tratto al tradimento, al deicidio. Questo fu l’effetto del suo attaccamento al danaro: ma si deve presumere che quell’attaccamento fu leggiero nel suo principio, ch’egli vi si affezionò poco a poco, e che finalmente ne divenne così avido che, per averne, vendette il suo divin maestro: Ecce quantus ignis , etc. – Ma, senza cercare esempi stranieri, quante prove non vediamo noi a’ nostri giorni di questa verità? Ci meravigliamo che persone le quali durante un certo tempo hanno vissuto di una maniera regolata e sono state pei loro fratelli il buon odore di Gesù Cristo, decadono sino al punto d’esserne lo scandalo per una condotta sregolata. Pensate voi, fratelli miei, che siano venute ad un tratto dall’estremo della virtù a quello del vizio senza aver passato per un mezzo? No, senza dubbio, eravi troppa distanza dall’una all’altro; i loro grandi disordini han cominciato da piccoli rilassamenti … Ecce quantus ignis etc. Ah! fratelli miei, convenitene con altrettanto di dolore che di confusione, che voi non siete caduti nell’abisso se non perché non avete abbastanza evitati i piccoli scogli: che voi non mancate di fedeltà nei punti considerabili della legge di Dio se non per difetto di esattezza nelle piccole osservanze. Voi eravate altre volte nel fervore della divozione, nulla vi costava tutto ciò che riguarda il servizio di Dio; ed ora siete schiavi delle vostre passioni, cadete a sangue freddo in falli considerabili. Donde viene questa disgrazia, fratelli miei? Quomodo obscuratum est aurum (Thren. 4)? Come mai quel bell’oro ha perduto il suo splendore? Come siete voi decaduti da quello stato di fervore in cui eravate per lo innanzi? Per la vostra facilità a commettere le colpe leggiere. Quei peccati che trattavate da bagattelle, hanno indebolito in voi il fuoco della carità; e da che quel fuoco ha cessato di operare, voi avete perduta questa carità per mezzo di azioni a quella contrarie.

Pratiche. Piangete amaramente, peccatori, la morte dell’anima vostra, ritornando a Dio con una penitenza sincera. E voi, anime giuste, in cui il peccato veniale non ha ancora fatto questa strage, tenetelo come un gran male;  perché ha conseguenze così funeste,  detestatelo con tutto il vostro cuore,  se l’avete commesso. Per cancellare questo peccato, ricorrete al sacramento della penitenza, che ha la virtù di rimetterlo. Voi potete anche ottenerne il perdono con atti di dolore d’averlo commesso e con atti delle virtù che sono contrarie, se voi li fate alla mira di cancellarlo. Ripetete sovente quelle parole del profeta: Amplius lava me. Domine, purificatemi sempre più, o Signore. Fate una ferma risoluzione di non più commetterlo. Evitate con attenzione tutto ciò che ha la minima apparenza di male: Ab omni specie mali abstinete vos. Siate fedeli ad adempiere i vostri più piccoli doveri, nulla trascurate di ciò che può contribuire alla vostra perfezione, osservate regolarmente il tenore di vita e le pratiche di pietà che vi siete prescritte; siate assidui all’orazione per ottenere le grazie speciali che vi facciano evitare le colpe veniali: In oratione estote. Voi diverrete con ciò eredi delle benedizioni del Padre celeste: Ut benedictionem hæreditate possideatis (1 Pet. III). Perché, evitando il peccato veniale, arriverete a quella santità perfetta che Dio corona nel cielo. Così sia.

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus Ps VI: 5 Dómine, convértere, et éripe ánimam meam: salvum me fac propter misericórdiam tuam.

[O Signore, volgiti verso di me e salva la mia vita: salvami per la tua misericordia.]

Secreta

Oblátio nos, Dómine, tuo nómini dicánda puríficet: et de die in diem ad coeléstis vitæ tránsferat actiónem.

[Ci purifichi, O Signore, l’offerta da consacrarsi al Tuo nome: e di giorno in giorno ci conduca alla pratica di una vita perfetta.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps XII: 6 Cantábo Dómino, qui bona tríbuit mihi: et psallam nómini Dómini altíssimi.

[Inneggerò al Signore, per il bene fatto a me: e salmeggerò al nome di Dio Altissimo.]

Postcommunio

Orémus. Sumptis munéribus sacris, qæesumus, Dómine: ut cum frequentatióne mystérii, crescat nostræ salútis efféctus.

[Ricevuti, o Signore, i sacri doni, Ti preghiamo: affinché, frequentando questi divini misteri, cresca l’effetto della nostra salvezza].

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

FESTA DEL CORPUS DOMINI (2020)

FESTA DEL CORPUS DOMINI (2020)

Doppio di I cl. con Ottava privilegiata di 2° ordine.

Paramenti bianchi.

Dopo il dogma della SS. Trinità, lo Spirito Santo ci rammenta quello dell’Incarnazione di Gesù, facendoci celebrare con la Chiesa il Sacramento per eccellenza che, riepilogando tutta la vita del Salvatore, dà a Dio gloria infinita e applica alle anime in tutti i momentii frutti della Redenzione (Or.) ». Gesù ci ha salvati sulla Croce e l’Eucarestia, istituita alla vigilia della passione di Cristo, ne è il perpetuo ricordo (Or.). L’altare è il prolungamento del Calvario, la Messa annuncia « la morte del Signore » (Ep.). Infatti Gesù vi si trova allo stato di vittima; poiché le parole della doppia consacrazione ci mostrano che il pane si è cambiato in corpo di Cristo, e il vino in sangue di Cristo; di modo che per ragione di questa doppia consacrazione, che costituisce il sacrificio della Messa, le specie del pane hanno una ragione speciale a chiamarsi « Corpo di Cristo », benché contengano Cristo tutto intero, poiché Egli non può morire, e le specie del vino una ragione speciale a chiamarsi « sangue di Cristo », per quanto anche esse contengano Cristo tutt’intero. E così il Salvatore stesso, che è il sacerdote principale della Messa, offre con sacrificio incruento, nel medesimo tempo che i suoi i sacerdoti, il suo Corpo e il suo Sangue che realmente furono separati sulla croce, e che sull’altare lo sono in maniera rappresentativa o sacramentale. – D’altra parte si vede che l’Eucarestia fu istituita sotto forma di cibo (All.) perché possiamo unirci alla vittima del Calvario. L’Ostia santa diviene così il « frumento che nutre le nostre anime » (Intr.). E a quel modo che il Cristo, come Figlio di Dio, riceve la vita eterna dal Padre, così i Cristiani partecipano a questa vita eterna (Vang.) unendosi a Gesù mediante il Sacramento che è il Simbolo dell’unità (Secr.). Così questo possesso anticipato della vita divina sulla terra mediante l’Eucarestia, è pegno e principio di quella di cui gioiremo pienamente in cielo (Postcom.). « Il medesimo pane degli Angeli che noi mangiamo ora sotto le sacre specie, dice il Concilio di Trento, ci alimenterà in cielo senza veli », poiché saremo faccia a faccia nel cielo, con Colui che contempliamo ora con gli occhi della fede sotto le specie eucaristiche. – Consideriamo la Messa come centro di tutto il culto eucaristico della Chiesa; consideriamo nella Comunione il mezzo stabilito da Gesù per farci partecipare più pienamente a questo divino sacrifizio; cosi la nostra devozione verso il Corpo e il Sangue del Salvatore ci otterrà efficacemente i frutti della suaredenzione. Per comprendere il significato della Processione che segue la Messa, richiamiamo alla mente come gli Israeliti onoravano l’Arca d’Alleanza che simboleggiava la presenza di Dio in mezzo a loro. Quando essi eseguivano le loro marce trionfali, l’Arca santa avanzava portata dai leviti, in mezzo a una nuvola d’incenso, al suono degli strumenti di musica, di canti, e di acclamazioni di una folla entusiasta. Noi Cristiani abbiamo un tesoro molto più prezioso, perché nell’Eucaristia possediamo Dio stesso. Siamo dunque santamente fieri di fargli scorta ed esaltiamo, per quanto è possibile, il suo trionfo.

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXXX: 17.
Cibávit eos ex ádipe fruménti, allelúia: et de petra, melle saturávit eos, allelúia, allelúia, allelúia.
Ps 80:2 [Li ha nutriti col fiore del frumento, allelúia: e li ha saziati col miele scaturito dalla roccia, allelúia, allelúia, allelúia.]

Exsultáte Deo, adiutóri nostro: iubiláte Deo Iacob.

[Esultate in Dio nostro aiuto: rallegratevi nel Dio di Giacobbe.]


Cibávit eos ex ádipe fruménti, allelúia: et de petra, melle saturávit eos, allelúia, allelúia, alleluja

[Li ha nutriti col fiore del frumento, allelúia: e li ha saziati col miele scaturito dalla roccia, allelúia, allelúia, allelúia.

Oratio

Orémus.
Deus, qui nobis sub Sacraménto mirábili passiónis tuæ memóriam reliquísti: tríbue, quǽsumus, ita nos Córporis et Sánguinis tui sacra mystéria venerári; ut redemptiónis tuæ fructum in nobis iúgiter sentiámus:

[O Dio, che nell’ammirabile Sacramento ci lasciasti la memoria della tua Passione: concedici, Te ne preghiamo, di venerare i sacri misteri del tuo Corpo e del tuo Sangue cosí da sperimentare sempre in noi il frutto della tua redenzione:]

Lectio

Léctio Epistolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios
1 Cor XI: 23-29
Fratres: Ego enim accépi a Dómino quod et trádidi vobis, quóniam Dóminus Iesus, in qua nocte tradebátur, accépit panem, et grátias agens fregit, et dixit: Accípite, et manducáte: hoc est corpus meum, quod pro vobis tradétur: hoc fácite in meam commemoratiónem.
Simíliter ei cálicem, postquam cenávit, dicens: Hic calix novum Testaméntum est in meo sánguine. Hoc fácite, quotiescúmque bibétis, in meam commemoratiónem. Quotiescúmque enim manducábitis panem hunc et cálicem bibétis, mortem Dómini annuntiábitis, donec véniat. Itaque quicúmque manducáverit panem hunc vel bíberit cálicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini. Probet autem seípsum homo: et sic de pane illo edat et de calice bibat. Qui enim mánducat et bibit indígne, iudícium sibi mánducat et bibit: non diiúdicans corpus Dómini.

(Fratelli: Io l’ho appreso appunto dal Signore, ciò che ho trasmesso anche a voi: che il Signore Gesù la notte che fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso le grazie, lo spezzò, e disse: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo che sarà offerto per voi: fate questo in memoria di me. Parimenti, dopo aver cenato, prese il Calice, e disse: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Tutte le volte che Lo berrete, fate questo in memoria di me. Poiché ogni volta che mangerete questo pane, e berrete questo calice, annunzierete la morte di Signore fino a che egli venga. Perciò chiunque mangerà questo pane, o berrà il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice. Poiché chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna, non distinguendo il corpo del Signore.)

OMELIA I

A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip. Vesc. Artigianelli, Pavia 1929)

IL SACRIFICIO DELLA NUOVA LEGGE

Nei primi tempi della Chiesa aveva luogo, in giorni determinati, un banchetto in comune, chiamato, agape, che doveva significare a stringere il vincolo della mutua carità tra i fedeli. Per seguire più da vicino l’esempio di Gesù Cristo che aveva istituito l’eucaristia dopo la cena pasquale, si faceva seguire/all’agape la celebrazione dell’Eucaristia. Non tardò l’introduzione degli abusi. A Corinto p. e. i ricchi, invece di mettere in comune il vitto sovrabbondante che portavano, affinché anche/i poveri potessero avere la loro parte, cominciavano, prima ancora che avesse principio il banchetto, a mangiare e bere più di quanto era richiesto da una cena simbolica. La conseguenza era duplice: accontentare la gola e privare della cena i più poveri, i quali ne provavano confusione. S. Paolo rimprovera severamente i Corinti, per questa loro sregolatezza e per la mancanza di carità verso il prossimo. E richiamata alla loro mente l’istituzione della S. Eucaristia, vuole che la si riceva degnamente, astenendovisi chi si riconosce reo di peccato grave. Quanto dice S. Paolo della istituzione della S. Eucaristia ci presenta l’opportunità di parlare di essa come:

1 Sacrificio della nuova Legge,

2 Superiore all’antico,

3 Che non ha limiti né di luogo, né di tempo.

1.

Fin dal principio gli uomini usavano rendere omaggio a Dio con l’offerta di cose sensibili, conforme al loro genere di vita. Così leggiamo che Caino, agricoltore, offre a Dio i frutti della terra, e Abele, pastore, gli offre le primizie del gregge. Sappiamo che Noè, uscito dall’arca, «eresse un altare al Signore, e, presi di tutti gli animali e di tutti gli uccelli mondi, li offri in sacrificio sopra l’altare» (Gen VIII, 20). E ai tempi di Abramo vediamo Melchisedech, re di Salem, offrire a Dio pane e vino in ringraziamento della vittoria riportata sopra i cinque re (Gen. XIV, 18-20). Più tardi Mosè, per ordine di Dio, prescrive delle norme che devono regolare i sacrifici. Ci sono i sacrifici cruenti, in cui si immolano animali, e se ne sparge il sangue; e ci sono i sacrifici incruenti, in cui si offrono alimenti, bevande, profumi. Nei sacrifici cruenti sono determinate varie qualità delle vittime, secondo la specie dei sacrifici, ed è determinato l’ufficio di chi presenta la vittima, l’ufficio del sacerdote e di coloro che lo coadiuvano. – Tutto questo doveva durare fino a che sarebbe stato offerto il sacrificio predetto dai profeti, del quale i sacrifici della legge erano una figura. Col sacrificio della croce Gesù Cristo compie la redenzione eterna, ma vuole che la Chiesa non manchi di un sacerdozio visibile e di un sacrificio visibile, che rappresenti il sacrificio della croce, ne rinnovi la memoria, e ne applichi i frutti. Ed ecco che  prima di incominciar la passione, trovandosi a cena con gli Apostoli, prese del pane, e dopo aver rese le grazie lo spezzò, e disse: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo che sarà offerto per voi… Parimenti, dopo aver cenato prese il calice e disse: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. – In virtù di queste parole la sostanza del pane e del vino è totalmente cambiata nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Del pane e del vino non rimangono che le apparenze. La consacrazione a parte, poi, del pane e del vino, ci dà la separazione mistica del corpo e del sangue di Gesù Cristo; per la quale Gesù Cristo ci si presenta come sulla croce, mentre compie il sacrificio versando il proprio sangue. Questo è il mio corpo che sarà offerto per voi. Ecco la nuova vittima: Gesù Cristo. Egli « offre se stesso per noi e immola la vittima, essendo nel medesimo tempo sacerdote e quell’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo » (S. Greg. Nisseno, In Christi Resurr. Orat. 1).

2.

 Sacrifici antichi hanno ormai perduta la loro ragione di essere. Ora abbiam il gran Sacrificio: il solo che possa piacere a Dio a salvare il mondo. «La luce scaccia le tenebre. In questa mensa del nuovo Re la nuova Pasqua della nuova Legge pon fine alla Pasqua antica » (Seq. Luada Sion), come dice S. Tommaso. Gesù dichiara: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. La nuova Alleanza è, senza confronto, superiore all’antica. Anche il sacrificio che suggella questa alleanza deve, necessariamente, essere superiore all’antico. Quando il popolo ebraico, strinse alleanza con Dio obbligando a osservare i suoi comandamenti e le sue leggi; e Dio, da parte sua, promise di dar loro la terra di Cana e di proteggerli, Mosè prese il sangue dei giovenchi e lo sparse sopra il popolo dicendo: «Ecco il sangue del patto che il Signore ha stretto con voi» (Es. XXIV, 8.). Nel nuovo patto non si tratta di immolare giovenchi, e di versare il loro sangue. Si tratta di immolare il Verbo fatto carne; si tratta di versare il sangue dell’Unigenito di Dio. Vittima più preziosa, più gradita a Dio, più degna di Lui, la nostra mente non arriverà mai a immaginare Gesù Cristo si sacrifica e si annienta mistica mente nella Messa per il ministero del sacerdote: il primo e principale offerente, però, è Gesù Cristo stesso. Egli, dunque, è vittima e sacerdote. E qui abbiamo, oltre una vittima di valore infinito, un offerente senza macchia, segregato dai peccatori, che non ha bisogno di offrire il sacrificio per i propri peccati prima di offrirlo per i peccati degli altri. Se consideriamo poi i fini pei quali si soffre un sacrificio nessuno può dubitare dell’eccellenza del Sacrificio della Messa sopra gli antichi sacrifici. Se vogliamo rendere onore a Dio come padrone supremo dell’universo, non potremo mai farlo in modo migliore che offrendogli ciò che gli è più caro. E nella Messa gli offriamo appunto ciò che gli è più caro: gli offriamo il Figlio suo diletto. Tutte le adorazioni degli uomini e degli Angeli non onorano Dio come questa offerta. — Se vogliamo ringraziare Dio dei suoi benefici, che cosa potremo rendergli? Nessuno può dare quel che non ha. E noi non possediamo nulla, che sia degno dei benefici che Dio ci ha fatto. Quando i due Tobia, padre e figlio deliberano di ricompensare l’Arcangelo Raffaele, il figlio osserva: «Qual cosa vi sarà che possa essere degna dei suoi benefici?» (Tob. XII, 2) Nella Messa noi abbiamo ciò che è degno non solo dei benefici degli Angeli, ma di tutti gli innumerevoli benefici che dispensa il loro Creatore. Abbiamo una vittima divina. Tutti abbiam bisogno della grazia del pentimento e della remissione dei peccati. Per questo c’era nell’antica legge il sacrificio propiziatorio. Nessun sacrificio, però, può essere propiziatorio come il sacrificio della Messa. In essa Gesù Cristo stesso offre all’eterno Padre offeso il proprio sangue per la remissione dei peccati degli uomini. — Come sacrificio impetratorio, poi, per ottenere grazie e aiuto in tutte le necessità dell’anima e del corpo, la superiorità del S Sacrificio della Messa sul sacrificio ebraico, risalta subito se si considera che in essa viene immolato «il mediatore tra Dio e gli uomini. Cristo Gesù» (1 Tim. II, 5) « nelle cui mani il Padre ha posto ogni cosa » (Giov. III, 35). – Per dir tutto in breve, basti considerare che il s Sacrificio della Messa sostanzialmente è lo stesso che il s Sacrificio della croce. Tanto nel Sacrificio della croce, quanto nel Sacrificio della Messa Gesù Cristo è la vittima. Gesù Cristo è l’offerente. L’unica differenza è che sulla croce il sacrificio fu cruento; nella Messa, invece, è incruento. Nel Sacrificio della croce si ebbe la pienezza dei frutti della redenzione: nel s Sacrificio della Messa questi frutti vengono applicati. –  

3.

Il Salvatore, dopo aver consacrato il pane, disse agli Apostoli: fate questo in memoria di me. Con queste parole dava agli Apostoli e ai loro successori il potere di fare ciò che Egli ha fatto; cioè, di convertire il pane nel suo corpo e il vino nel suo sangue; in una parola, istituiva il sacerdozio, per mezzo del quale il sacrificio si sarebbe celebrato ovunque e sempre, come Malachia aveva predetto: « Da levante a ponente è grande il mio nome tra le genti; e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome un oblazione monda » (Mal. I, 11). Il sacrificio ebraico era ristretto ad un solo Paese. Il Sacrificio della nuova legge si offrirà in tutti i luoghi del mondo, e non sarà, come il sacrificio ebraico, privilegio d’una sola nazione. In ogni ora del giorno, tra popoli civili e tra popoli ancora barbari si offre questo Sacrificio vero e pieno. E dove non si offre ancora questo Sacrificio adesso, si offrirà un giorno. « Vi chiedo un altare per dirvi una Messa e un’isola selvaggia per morirvi ». Così pregava Dio il giorno della sua professione religiosa Mons. Verjus, l’Apostolo della Nuova Guinea (Cesare Gallina, Mons. Enrica Verjus, Roma 1925, p. 157). Ed ebbe l’isola selvaggia, in cui poté erigere l’altare, e celebrare il Sacrificio cruento, ove non era mai stato celebrato. Questo voto è quello di tutti i missionari. Poter innalzar un altare e offrirvi a Dio un’oblazione monda. E il voto si compie, mano mano che essi, succedendosi, allargano il campo delle conquiste della fede. A poco a poco scompaiono i sacrifici dell’idolatria per lasciar posto al Sacrificio della Messa. – Ogni volta che mangerete questo pane e berrete questo calice annunzierete la morte del Signore fino a che Egli venga. Queste parole pronunciate da Gesù Cristo dopo la consacrazione, oltre che dichiarare che l’eucaristia è un vero sacrificio commemorativo della passione di Gesù Cristo compiuta sul Calvario, dichiarano anche che il Sacrificio dell’eucaristia si offrirà per tutti i tempi sino alla fine del mondo, quando il Redentore verrà per il giudizio universale. Come dice S. Agostino, l’eucaristia è « il sacrificio quotidiano della Chiesa » (De Civ. Dei L. 10, 20). E siccome la Chiesa durerà sino alla fine dei secoli secondo la promessa di Gesù Cristo, sino alla fine dei secoli si offrirà il sacrificio eucaristico. – Qual fortuna per i Cristiani poter assistere tutti i giorni a un Sacrificio di tanto valore, e così partecipare in modo particolare dei suoi frutti. Il Sacrificio della croce la sorgente delle grazie: il Sacrificio della Messa è il canale che fa discendere queste grazie sui fedeli: ma è naturale che discendano più abbondantemente sui fedeli che vi assistono. Il sacerdote, che prega durante la Messa non prega solamente in nome suo; ma prega in nome di tutti gli astanti. Con la parola: «preghiamo» incominciano sempre le orazioni. Quando offre al Padre l’offerta ricorda in modo particolare «i circostanti»; cioè, coloro che assistono alla Messa. E quando si avvicina il momento più solenne invita i presenti a unirsi a lui nella preghiera: «Pregate, o fratelli, affinché il sacrificio mio e vostro torni accetto a Dio Padre onnipotente». È impossibile assiste alla Messa con le dovute disposizioni senza riportar abbondanza di grazie. E maggiori grazie si avrebbero ancora se coloro che assistono al sacrificio della Messa — assecondando il desiderio della Chiesa — si comunicassero non solo spiritualmente, ma anche col ricevere sacramentalmente l’Eucaristia. Ciascuno dovrebbe darsi premura di assistere, appena lo possa, al santo Sacrificio della Messa, anche quando non vi è obbligato, e di compire l’opera, accostandosi a ricevere la vittima immolata su l’altare, Gesù. Le miserie spirituali d’ogni giorno non devono trattenerci, quando non manchi la grazia e la retta intenzione; anzi, devono essere uno stimolo a non privarci «della medicina quotidiana del corpo del Signore».

Graduale

Ps CXLIV: 15-16
Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore opportúno,

[Gli occhi di tutti sperano in Te, o Signore: e Tu concedi loro il cibo a tempo opportuno,]

V. Aperis tu manum tuam: et imples omne animal benedictióne. Allelúia, allelúia,[Apri la tua mano: e colma ogni essere vivente della tua benedizione,]
Ioannes VI: 56-57
Caro mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus: qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo. Alleluia.

[La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui. Alleluia.]

Sequentia
Thomæ de Aquino.

Lauda, Sion, Salvatórem,

lauda ducem et pastórem
in hymnis et cánticis.

Quantum potes, tantum aude:
quia maior omni laude,
nec laudáre súfficis.

Laudis thema speciális,
panis vivus et vitális
hódie propónitur.

Quem in sacræ mensa cenæ
turbæ fratrum duodénæ
datum non ambígitur.

Sit laus plena, sit sonóra,
sit iucúnda, sit decóra
mentis iubilátio.

Dies enim sollémnis agitur,
in qua mensæ prima recólitur
huius institútio.

In hac mensa novi Regis,
novum Pascha novæ legis
Phase vetus términat.

Vetustátem nóvitas,
umbram fugat véritas,
noctem lux elíminat.

Quod in coena Christus gessit,
faciéndum hoc expréssit
in sui memóriam.

Docti sacris institútis,
panem, vinum in salútis
consecrámus hóstiam.

Dogma datur Christiánis,
quod in carnem transit panis
et vinum in sánguinem.

Quod non capis, quod non vides,
animosa fírmat fides,
præter rerum órdinem.

Sub divérsis speciébus,
signis tantum, et non rebus,
latent res exímiæ.

Caro cibus, sanguis potus:
manet tamen Christus totus
sub utráque spécie.

A suménte non concísus,
non confráctus, non divísus:
ínteger accípitur.

Sumit unus, sumunt mille:
quantum isti, tantum ille:
nec sumptus consúmitur.

Sumunt boni, sumunt mali
sorte tamen inæquáli,
vitæ vel intéritus.

Mors est malis, vita bonis:
vide, paris sumptiónis
quam sit dispar éxitus.

Fracto demum sacraménto,
ne vacílles, sed meménto,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.

Nulla rei fit scissúra:
signi tantum fit fractúra:
qua nec status nec statúra
signáti minúitur.

Ecce panis Angelórum,
factus cibus viatórum:
vere panis filiórum,
non mitténdus cánibus.

In figúris præsignátur,
cum Isaac immolátur:
agnus paschæ deputátur:
datur manna pátribus.

Bone pastor, panis vere,
Iesu, nostri miserére:
tu nos pasce, nos tuére:
tu nos bona fac vidére
in terra vivéntium.

Tu, qui cuncta scis et vales:
qui nos pascis hic mortáles:
tuos ibi commensáles,
coherédes et sodáles
fac sanctórum cívium.
Amen. Allelúia.

[Loda, o Sion, il Salvatore,  loda il capo e il pastore,  con inni e càntici.
Quanto puoi, tanto inneggia:  ché è superiore a ogni lode,  né basta il lodarlo.
Il pane vivo e vitale  è il tema di lode speciale,  che oggi si propone.
Che nella mensa della sacra cena,  fu distribuito ai dodici fratelli,  è indubbio.
Sia lode piena, sia sonora,  sia giocondo e degno  il giúbilo della mente.
Poiché si celebra il giorno solenne,  in cui in primis fu istituito  questo banchetto.
In questa mensa del nuovo Re,  la nuova Pasqua della nuova legge  estingue l’antica.
Il nuovo rito allontana l’antico,  la verità l’ombra,  la luce elimina la notte.
Ciò che Cristo fece nella cena,  ordinò che venisse fatto  in memoria di sé.
Istruiti dalle sacre leggi,  consacriamo nell’ostia di salvezza  il pane e il vino.
Ai Cristiani è dato il dogma:  che il pane si muta in carne,  e il vino in sangue.
Ciò che non capisci, ciò che non vedi,  lo afferma pronta la fede,  oltre l’ordine naturale.
Sotto specie diverse,  che son solo segni e non sostanze,  si celano realtà sublimi.
La carne è cibo, il sangue bevanda,  ma Cristo è intero  sotto l’una e l’altra specie.
Da chi lo assume, non viene tagliato,  spezzato, diviso:  ma preso integralmente.
Lo assuma uno, lo assumino in mille:  quanto riceve l’uno tanto gli altri:  né una volta ricevuto viene consumato.
Lo assumono i buoni e i cattivi:  ma con diversa sorte  di vita e di morte.
Pei cattivi è morte, pei buoni vita:  oh che diverso esito  ha una stessa assunzione.
Spezzato poi il Sacramento,  non temere, ma ricorda  che tanto è nel frammento  quanto nel tutto.
Non v’è alcuna separazione:  solo un’apparente frattura,  né vengono diminuiti stato  e grandezza del simboleggiato.
Ecco il pane degli Angeli,  fatto cibo dei viandanti:  in vero il pane dei figli  non è da gettare ai cani.
Prefigurato  con l’immolazione di Isacco, col sacrificio dell’Agnello Pasquale,  e con la manna donata ai padri.
Buon pastore, pane vero,  o Gesú, abbi pietà di noi:  Tu ci pasci, ci difendi:  fai a noi vedere il bene  nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e tutto puoi:  che ci pasci, qui, mortali:  fa che siamo tuoi commensali,  coeredi e compagni dei santi del cielo.  Amen. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangéli secúndum S. Ioánnem.

Ioann VI: 56-59
In illo témpore: Dixit Iesus turbis Iudæórum: Caro mea vere est cibus et sanguis meus vere est potus. Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in illo. Sicut misit me vivens Pater, et ego vivo propter Patrem: et qui mandúcat me, et ipse vivet propter me. Hic est panis, qui de coelo descéndit. Non sicut manducavérunt patres vestri manna, et mórtui sunt. Qui manducat hunc panem, vivet in ætérnum.

[Gesù disse un giorno alle turbe della Giudea: « La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, resta in me, e Io in lui. Come il Padre vivente ha mandato me, e io vivo per il Padre; così chi mangerà da me, vivrà per me. Questo è il pane che discese dal cielo. Non come i vostri padri, che mangiarono la manna e morirono: chi mangia di questo pane, vivrà in eterno » (Giov. VI, 56-59). ]

OMELIA II

IL ” CORPUS DOMINI „

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Incola ego sum in terra.

(Ps. CXVIII, 19)

Queste parole, F. M., ci ricordano tutte le miserie della vita, il disprezzo che dobbiamo avere delle cose create e periture, ed il desiderio di uscirne per andare nella nostra vera patria, poiché la nostra patria non è il mondo. Tuttavia, F. M., consoliamoci nel nostro esilio: vi abbiamo un Dio, un amico, un consolatore ed un redentore, che può addolcir le nostre pene, e da questo luogo di miserie ci fa scorgere grandi beni; il che deve portarci ad esclamare, come la sposa dei Cantici: ” Avete visto il mio diletto? e se l’avete visto, ah! ditegli che io altro non faccio che languire d’amore. „ — “Ah! sin a quando, Signore, esclama il santo Re profeta nei suoi trasporti d’amore e d’ammirazione; ahi sino a quando prolungherete il mio esilio lontano da voi ? (Ps. CXIX, 5) „ Ma, F . M., più felici dei santi dell’Antico Testamento, non solo possediamo Dio nella grandezza di sua immensità per la quale trovasi dappertutto; ma l’abbiamo ancora tal quale fu durante nove mesi nel seno di Maria, e sulla croce. Ancor più felici dei primi Cristiani che percorrevano cinquanta o sessanta miglia per aver la fortuna di vederlo, ogni parrocchia lo possiede, ogni parrocchia può goder quanto vuole della sua dolce compagnia. Ah! popolo felice quello dei Cristiani! E qual è, F. M., il mio proposito oggi? Eccolo. Voglio mostrarvi quanto è buono Iddio nella istituzione del sacramento adorabile della Eucaristia, ed i grandi vantaggi che ne possiamo cavare.

I. – F. M., ciò che forma la felicità d’un buon Cristiano, costituisce la sventura del peccatore. Ne volete la prova? Eccola. Per un peccatore che non vuol uscire dal peccato, la presenza di Dio diviene il suo supplizio: vorrebbe poter cancellare il pensiero che Dio lo vede e lo giudicherà: si nasconde, fugge la luce del sole, si immerge nelle tenebre, ha orrore di quanto può richiamargliene il pensiero: un ministro di Dio gli fa ombra, lo odia, lo fugge: ogni volta che pensa d’avere un’anima immortale, che Dio la ricompenserà o la punirà nell’eternità, a norma di quanto avrà fatto: è per lui uno strazio che lo divora senza tregua. Ah! triste esistenza quella d’un peccatore che vive nel peccato! Invano, amico mio, vorresti toglierti dalla presenza di Dio, non lo potrai! ” Adamo, Adamo, dove sei? „ — ” Ah! Signore, esclama, ho peccato, e temo la vostra presenza!. „ Adamo, tutto tremante, corre a nascondersi, e proprio nel momento in cui credeva che Dio nol vedesse, la sua voce si fa sentire: “Adamo, tu mi troverai dappertutto: tu hai peccato, ed io fui testimonio del tuo delitto: i miei occhi eran fissi su di te. „ — “Caino, Caino, dov’è tuo fratello? „ Caino, udendo la voce del Signore, fugge come disperato. Ma Dio l’insegue colla spada alle reni: “Caino, il sangue di tuo fratello grida vendetta (Gen. III, 10). „ Oh! è dunque vero che il peccatore è nel timore, nella disperazione continua. Peccatore, che facesti? Dio ti punirà. — No, no, esclama, Dio non mi ha visto, “non vi è Dio „ — Ahi disgraziato, Dio ti vede e ti punirà. Da ciò concludo che un peccatore può ben tentare di rassicurarsi, di dimenticar i peccati, di fuggir la presenza di Dio e procurarsi quanto il suo cuore può desiderare; non sarà che un infelice: trascinerà dappertutto le sue catene ed il suo inferno. Ah! triste esistenza! No, F. M., non andiamo più oltre, questo pensiero è troppo straziante, questo linguaggio non conviene oggi davvero: lasciamo quei poveri sventurati nelle tenebre, poiché vogliono restarvi: lasciamoli dannarsi, poiché non vogliono salvarsi. “Venite, figli miei, diceva il santo re David, venite, ho grandi cose da annunciarvi; venite, e vi dirò quanto è buono il Signore con chi l’ama. Ha preparato ai suoi figli un nutrimento celeste, che produce frutti di vita. Dappertutto lo troveremo il nostro Dio: se andiamo nel cielo, là Egli vi è; se traversiamo i mari, lo vedremo al nostro fianco; se ci nascondiamo negli abissi del mare, ci accompagnerà (Ps. XXXIII, XXXII, CXXXVIII). „ No, no, il nostro Dio non ci perde di vista, come una madre non perde di vista il bambino che incomincia a muovere i primi passi. “Abramo, dice il Signore, cammina alla mia presenza e la troverai dappertutto. „ — “Mio Dio! esclama Mosè, mostratemi di grazia la vostra faccia: avrò quanto posso desiderare.„ (Es. XXXIII, 12). Ah! un Cristiano è consolato da questo caro pensiero che Dio lo vede, che Egli è testimonio delle sue pene e delle sue lotte, che Dio è al suo fianco. Ah! diciamo meglio, F. M., egli stringe Dio continuamente al suo seno. Ah! popolo cristiano, quanto sei avventurato di avere vantaggi che tanti altri popoli non hanno! E non avevo ragione di dirvi che se la presenza di Dio è un tormento pel peccatore, essa però è una felicità ineffabile, un cielo anticipato pel buon Cristiano? Sì, F. M., tutto questo è bello, è vero: ma è ancor poco, per così dire, in confronto dell’amore che Gesù Cristo ci porta nel sacramento adorabile dell’Eucaristia. Se parlassi ad increduli o ad empi che osano dubitare della presenza di Gesù Cristo in questo Sacramento adorabile, comincerei col dar loro delle prove così chiare e convincenti, da morir pel dolore d’aver dubitato d’un mistero basato su ragioni tanto forti e convincenti; io direi loro: Se Gesù Cristo è verace, lo è pure questo mistero, che preso del pane disse ai suoi Apostoli: « Eccovi del pane: ebbene lo cambio nel mio corpo; ecco del vino, lo cambio nel mio sangue: questo corpo è veramente lo stesso che sarà crocifisso, ed il sangue è lo stesso che verrà sparso per la remissione dei peccati: ogni volta che pronuncerete queste parole, voi farete il medesimo miracolo: questo potere voi lo comunicherete gli uni agli altri sino alla consumazione dei secoli „ Ma qui lasciamo da una parte queste prove: questo ragionamento è inutile per Cristiani, che tante volte gustarono le dolcezze che Dio loro comunica nel Sacramento d’amore. S. Bernardo ci dice che vi sono tre misteri ai quali non può pensare senza sentirsi il cuore morir d’amore e di dolore. Il primo è quello dell’Incarnazione, il secondo quello della Passione e Morte di Gesù Cristo, e il terzo quello del Sacramento adorabile dell’Eucaristia. Quando lo Spirito Santo ci parla del mistero dell’Incarnazione, adopera frasi che ci mettono nell’impossibilità di poter comprendere sin dove arriva l’amor di Dio per noi, dicendoci: “Così Dio ama il mondo, „ come se ci dicesse: lascio al vostro spirito, alla vostra immaginazione la libertà di formarvi quelle idee che vorrete: quand’anche aveste tutta la scienza dei profeti, i lumi dei dottori, le cognizioni degli Angeli, vi sarà impossibile comprendere l’amore che ebbe per voi Gesù Cristo in questi misteri. Quando S. Paolo ci parla dei misteri della Passione di Gesù Cristo, ecco come si spiega: “Benché Dio sia infinito in grazia e misericordia, sembra essersi esaurito per l’amor nostro. Eravamo morti, ci ha dato la vita. Eravamo destinati ad essere infelici per tutta l’eternità, e per sua bontà e misericordia cambiò la nostra sorte! (Ef. II, 4-6) „ Infine, quando S. Giovanni ci parla della carità che Gesù Cristo ebbe per noi istituendo il Sacramento adorabile dell’Eucaristia, ci dice « che ci ha amati sino alla fine » (Giov. XIII, 1) , „ cioè ha amato nel corso della sua vita l’uomo d’un amore senza confronto. Dirò meglio, F. M., ci ha amato quanto poteva amarci. O amore, quanto sei grande e poco conosciuto! Ecchè, amico mio! non ameremo un Dio che ha sospirato per la nostra felicità durante l’eternità intera?… Un Dio, che ha tanto pianto i nostri peccati, ed è morto per cancellarli! Un Dio, che volle lasciare gli Angeli del cielo, dov’è amato d’amor sì puro e perfetto, per venire in questo mondo, quantunque sapesse benissimo come sarebbe stato disprezzato. Conosceva anticipatamente le profanazioni di cui sarebbe stato oggetto in questo Sacramento d’amore. Sapeva che gli uni lo riceverebbero senza contrizione; gli altri senza desiderio di correggersi: altri forse col peccato nel cuore, e lo farebbero morire. Ma no, tutto questo non poté arrestare il suo amore. O popolo fortunato quello dei Cristiani!… “O città di Sion, rallegrati, fa conoscere il tuo giubilo, esclama il Signore per bocca del profeta Isaia, perché il tuo Dio abita in mezzo a te „ (Is. XII, 6). Sì, F. M., ciò che il profeta Isaia diceva al suo popolo, posso dirlo a voi, anzi con più verità. Cristiani, rallegratevi! Il vostro Dio vuol comparire in mezzo a voi. Questo tenero Salvatore vuol visitare le vostre piazze, le vostre e vie, le case vostre: dappertutto vuol spargere le sue benedizioni più abbondanti. O case avventurate, davanti alle quali Egli passerà! O strade fortunate, che sosterranno i suoi passi santi! Potremo, trattenerci di dire dentro di noi, quando ritorneremo per la medesima via: Ecco dove è passato il mio Dio, ecco la strada che ha preso quando spargeva benefico le sue benedizioni su questa parrocchia. – Oh! quanto è consolante questo giorno per noi! Ah! se è permesso gustare qualche consolazione in questo mondo, non è in questo momento felice? Sì, dimentichiamole è possibile, tutte le miserie. Questa terra d’esilio sta per divenire veramente l’immagine della celeste Gerusalemme, le feste e le gioie del cielo discendono sulla terra. Ah! « se la mia lingua può obliare questi benefici, s’attacchi al mio palato !… „ (Ps. CXXXVI). Ah! se i miei occhi debbono ancor volgere i loro sguardi sulle cose terrene, che il cielo rifiuti loro la luce! Sì, F. M., se consideriamo tutto quanto Dio ha fatto: il cielo e la terra, questo bell’ordine che regna nel vasto universo, tutto ci annuncia una potenza infinita che ha tutto creato, una saggezza ammirabile che tutto governa, una bontà suprema che a tutto provvede con la stessa facilità che se fosse occupata d’un essere solo: tanti prodigi, non possono che riempirci di stupore e di ammirazione. Ma, se parliamo dell’adorabile sacramento dell’Eucaristia, possiamo dire che qui v’è il prodigio dell’amore d’un Dio per noi: qui la sua potenza, la grazia, la bontà sua risplendono in modo al tutto straordinario. Possiamo dire con tutta verità, che qui v’è il pane disceso dal cielo, il pane degli Angeli, che ci è dato per cibo delle anime nostre. E questo pane dei forti che ci consola, ed addolcisce le nostre pene. È qui veramente ” il pane dei viatori; „ diciamo anzi, F. M., la chiave che ci ha aperto il cielo. “Chi mi riceverà, dice il Salvatore, avrà la vita eterna: chi non mi riceverà, morrà. Chi ricorrerà, dice il Salvatore, a questo sacro banchetto farà nascere in sé una fonte che zampillerà sino alla vita eterna  „ (Giov. VI, 54, 55). Ma per meglio conoscere l’eccellenza di questo dono, bisogna esaminare sino a qual punto Gesù Cristo ha spinto il suo amore per noi in questo Sacramento. No, F. M., non bastava al Figlio di Dio l’essersi fatto uomo per noi: per accontentare il suo amore, bisognò che si desse a ciascuno di noi in particolare. Vedete, F. M., quanto ci ama. Nel medesimo istante che i suoi poveri figli si preparavano a farlo morire, il suo amore lo porta a fare un miracolo, per restare in mezzo ad essi. Si vide, si può vedere un amore più generoso e più splendido di quello che ci mostra nel Sacramento del suo amore? Non possiamo dire, come il Concilio di Trento, che in esso la sua liberalità e generosità hanno esaurito tutte le loro ricchezze ? (Sess. XIII, cap. II). Può forse trovarsi qualche cosa sulla terra, ed anche in cielo, capace di essergli messa a confronto? Si vide alcune volte la tenerezza d’un padre, la liberalità d’un re pei suoi sudditi andar sì oltre quanto quella di Gesù Cristo nel Sacramento dei nostri altari! Vediamo che i genitori, nel testamento danno i loro beni ai figli: ma nel testamento che Gesù Cristo ci fa, non ci dà i beni temporali, poiché li abbiamo…, ma ci dà il suo Corpo adorabile ed il suo Sangue prezioso. Oh! felicità del Cristiano, quanto poco sei gustata! – No, F. M., non poteva spingere più lungi il suo amore che dandosi a noi: poiché ricevendolo, lo riceviamo con tutte le sue ricchezze. Non è questa la vera prodigalità d’un Dio per le sue creature? Sì, se Dio ci avesse data la libertà di domandargli quanto desideravamo, avremmo osato spinger sì lontano le nostre speranze? “D’altra parte, Dio stesso, benché Dio, poteva trovare cosa più preziosa da donarci?„ domanda S. Agostino. Sapete, F. M., che cosa indusse Gesù Cristo ad acconsentire di restar notte e giorno nelle nostre chiese? Ah! F. M., fu perché ogni volta volessimo vederlo, potessimo trovarlo. Ah! tenerezza di padre, quanto sei grande! Può esserci cosa più consolante per un Cristiano, che sa di adorare un Dio presente in Corpo ed Anima!” Ah! Signore, esclama il Re-profeta, un giorno passato vicino a Voi, è preferibile a mille passati nelle adunanze del mondo!„ (Ps. LXXXIII, 11) Che cosa rende le nostre chiese così sante e rispettabili? Non è la presenza di Gesù Cristo? Ah! popolo felice quello dei Cristiani!

II. — Ma, chiederete, cosa dobbiamo fare per testimoniare a Gesù Cristo il nostro rispetto e la riconoscenza nostra? — Ecco, F. M.:

1° Non ci presenteremo davanti a Lui se non col più grande rispetto, e lo seguiremo in processione con gioia tutta celeste, raffigurandoci alla mente il gran giorno di quella processione che si farà dopo il giudizio universale. – Sì F. M., per penetrarci del rispetto più profondo basta ricordarci che siamo peccatori, che siamo indegni di seguire un Dio così santo e puro. E un padre buono che tante volte abbiam disprezzato ed oltraggiato, che ci ama ancora, e ci dice che è pronto ad accordarci perdono. Cosa fa Gesù Cristo quando lo portiamo in processione? Eccolo. È come un re buono in mezzo ai suoi sudditi, come un buon padre circondato da’ suoi figli, come un buon pastore che vigila il suo gregge. Qual pensiero dobbiamo avere seguendo il nostro Dio? Eccolo. Dobbiamo seguirlo come i primi fedeli lo seguivano quand’era sulla terra, e beneficava tutti. Se avessimo la ventura di accompagnarlo con fede viva, potremmo essere sicuri di ottenere quanto gli domanderemo. Leggiamo nel Vangelo, che due ciechi, trovatisi sulla via seguita dal Signore, si posero a gridare: “O Gesù! Figlio di Davide, abbi pietà di noi! „ Gesù, n’ebbe compassione e domandò loro cosa volessero. “Ah! Signore, gli dissero, fate che noi vediamo. „ — “Ebbene! vedete, „ disse loro il buon Salvatore. (Matt. XX, 30-34). Un gran peccatore, Zaccheo, desiderando vederlo, s’arrampica su d’un albero: ma Gesù Cristo, che non ora venuto che per salvare i peccatori, gli gridò: “Zaccheo, discendi, perché oggi voglio fermarmi in casa tua. „ In casa tua! È come se gli avesse detto: Zaccheo, da lungo tempo la porta del tuo cuore è chiusa pel tuo orgoglio e le tue ingiustizie: aprimi oggi,vengo a darti il perdono. Sull’istante Zaccheo discende, si umilia profondamente davanti al suo Dio, ripara tutte le sue ingiustizie, e non vuol più che la povertà ed i patimenti per sé. O  fortunato momento che gli valse una felicità eterna! Un altro giorno in cui il Salvatore passava per un’altra via, una povera donna, afflitta da dodici anni da una perdita di sangue, lo seguiva. “Ah! diceva tra sé, se avessi la fortuna di toccare anche solo il lembo del suo abito, sono sicura che guarirei. „ (Luc. XIX, 1-10). Piena di confidenza, corre a gettarsi ai piedi del Salvatore, tocca il lembo del suo abito e sull’istante è liberata dal suo male. Sì, F. M., se avessimo la medesima fede, la medesima confidenza, otterremmo le medesime grazie: perché è lo stesso Dio, lo stesso Salvatore, lo stesso Padre, animato dalla stessa carità. “Venite, diceva il Profeta, venite, Signore, uscite dai vostri tabernacoli, mostratevi al popolo vostro che vi desidera e vi ama. „ Ahimè! quanti ammalati da guarire: quanti ciechi, cui render la vista! Quanti Cristiani, che seguiranno Gesù Cristo, e la loro povera anima è ricoperta di piaghe! Quanti Cristiani che sono nelle tenebre, e non vedono che son vicini a cadere nell’inferno! Mio Dio! Guarite gli uni ed illuminate gli altri! Povere anime, quanto siete sventurate! S. Paolo ci dice che essendo ad Atene, trovò scritto sa un altare : “Al Dio ignoto, „ o almeno dimenticato (Act. XVII, 23). Ah! F. M.! io potrei ben dirvi  al contrario: vengo ad annunciarvi un Dio che sapete essere il vostro Dio, e non lo adorate e lo disprezzate. Quanti Cristiani che nei giorni di domenica non sanno che fare del loro tempo; che non si degnano neppure di venire per qualche breve momento a visitare il loro Salvatore, che arde di desiderio di vederli a sé vicini, per dir ad essi che li ama e vuol colmarli di benefizi. Oh! qual vergogna per noi!… Succede qualche novità? Si lascia tutto, e si corre. Per Iddio altro non facciamo che disprezzarlo e fuggirlo; il tempo ci pesa alla sua santa presenza; quanto facciamo è sempre lungo. Ah! qual differenza tra i primi fedeli e noi! essi consideravano come il tempo più felice di lor vita quello in cui avevano la fortuna di passare i giorni e le notti intere nelle chiese a cantar le lodi del Signore, od a piangere i loro peccati: ma oggi non è più così. Egli è lasciato, abbandonato da noi, v’è persino chi lo disprezza: la maggior parte ci presentiamo nelle chiese, in questi luoghi sacri, senza rispetto, senza amor di Dio, senza neppur sapere cosa vi veniamo a fare. Gli uni lasciano occupare il loro spirito ed il cuore da mille cose terrestri, e forse anche peccaminose: gli altri vi stanno con noia e disgusto: altri s’inginocchiano a fatica, mentre un Dio sparge il suo sangue prezioso pel loro perdono: altri infine lasciano appena discendere il Sacerdote dall’altare e subito sen fuggono. Mio Dio, come i figli vostri vi amano poco, o piuttosto vi disprezzano! Infatti, quale spirito di leggerezza e dissipazione non mostrate voi, quando siete in chiesa! gli uni dormono, gli altri parlano, e quasi nessuno si occupa di quanto dove fare.

2° F. M., tutti noi, fatti per Iddio, ricolmati di continuo de’ suoi benefizi più abbondanti, tutti dobbiamo testimoniargli la nostra riconoscenza, e affliggerci di vederlo tanto oltraggiato. Dobbiam fare come un amico che si rattrista per la sventura di un amico: così gli mostra sincera amicizia. Eppure, F . M., per quanti servigi abbia quest’amico potuto rendere all’amico, non avrà fatto mai quanto Dio ha fatto per noi. — Ma, chi deve, a quanto pare, dimostrare un amore più grande ed ardente per gli oltraggi che Gesù Cristo riceve da parte dei cattivi Cristiani? — Certamente tutti debbono affliggersi dei disprezzi che gli si fanno, e procurar di risarcirnelo: ma alcuni fra i Cristiani vi sono obbligati in modo particolare; ed eccoli: sono coloro che hanno la ventura d’appartenere alla confraternita del Ss. Sacramento. Dico: “Che hanno la fortuna. „ Ah! può darsi sorte più cara di quella d’esser scelti per far riparazione a Gesù Cristo degli oltraggi che riceve nel Sacramento del suo amore? Ma non illudetevi, F. M; come confratelli, siete obbligati a condurre una vita ben più perfetta che il resto dei Cristiani. I vostri peccati sono assai più sensibili per Gesù Cristo. Miei cari, non basta portare una candela in mano, per mostrar d’essere fra coloro che Dio ha scelto: ma bisogna che ci distingua la nostra vita, come la candela ci distingue da chi non l’ha. Perché, F. M., brillano queste candele? se non perché la vita vostra dev’essere un modello di virtù, e voi dovete gloriarvi d’essere figli di Dio, pronti a dar la vita per sostenere gli interessi del vostro Dio, al quale vi consacraste con grande sincerità? Sì, F. M., affaccendarsi ad abbellir le chiese ed i tabernacoli: sono queste buone e lodevoli dimostrazioni esteriori: ma non bastano. I Betsamiti, quando l’arca del Signore passò per il loro territorio, mostrarono la maggior premura e lo zelo più ardente: appena scortala, il popolo uscì in folla per incontrarla: tutti si affrettarono di uccidere buoi pel sacrificio. Eppure cinquanta mila furon colpiti da morte, perché non era stato abbastanza grande il loro rispetto!. (1 Re, VI). Oh! F. M., ci deve ben far tremare quest’esempio! Cosa rinchiudeva quell’arca? Ahimè! un po’ di manna, le tavole della legge: eppure, perché coloro che vi s’avvicinano non sono abbastanza penetrati della sua presenza, il Signore li colpisce di morte. Ma, ditemi, chi riflettendo alquanto alla presenza di Gesù Cristo, non sarebbe colto da timore? Quanti, F. M., sono così sciagurati da far compagnia al Salvatore, col cuore macchiato di colpe! Ah! disgraziato, potrai ben piegar le ginocchia, mentre Dio si alza per benedire il suo popolo: i suoi sguardi penetranti non lasceranno di vedere gli orrori che sono nel tuo cuore. Ma se l’anima nostra è pura, presentiamoci a seguire Gesù Cristo come un gran re che esce dalla sua città capitale a ricevere gli omaggi dei sudditi, e colmarli di benefici. Leggiamo nel Vangelo, che i due discepoli d’Emmaus camminavano col Salvatore senza conoscerlo: quando lo riconobbero, scomparve. Rapiti di gioia, si dicevano l’un l’altro: “Come mai non l’abbiamo conosciuto? I nostri cuori non si sentivano forse infiammati d’amore quando ci parlava spiegandoci la santa Eucaristia?„ (Luc. XXIV, 13-32) Mille volte più felici, F. M., di quei discepoli, che camminavano con Gesù Cristo senza conoscerlo, noi sappiamo che è il nostro Dio ed il nostro Salvatore, che parla in fondo al nostro cuore, e vi fa nascere un numero infinito di buoni pensieri, di buone ispirazioni. “Figlio mio, ci dice, perché non vuoi amarmi? Perché non lasci quel maledetto peccato, che mette un muro di separazione tra noi due? Ah! figlio mio, vuoi dunque abbandonarmi? vorrai costringermi a condannarti ai supplizi eterni? Figlio mio, eccoti il perdono: vuoi tu pentirti? „ Ma che gli dice il peccatore? “No, no, Signore, preferisco vivere sotto la tirannia del demonio ed esser riprovato, anziché domandarvi perdono. „ Ma, mi direte, noi non diciamo questo al buon Dio. — Ed io vi soggiungo, che lo dite continuamente, ogni volta Iddio vi manda il pensiero di convertirvi. Ah! infelice, verrà un giorno che domanderai quanto oggi rifiuti; e forse non ti sarà accordato. È certo, F. M., che se avessimo la fortuna di tanti santi, ai quali Dio si faceva vedere, come a S. Teresa, talora come bambino nella culla, talora confitto sulla croce, avremmo senza dubbio maggior rispetto ed amore per Lui: ma non lo meritiamo; e poi ci crederemmo già santi: il che ci sarebbe argomento d’orgoglio. Ma, sebbene il buon Dio non ci conceda una tal grazia, non è meno presente e pronto ad accordarci quanto gli domanderemo. – Raccontasi nella storia, che un sacerdote, dubbioso di questa verità, dopo aver pronunciato le parole della consacrazione: “Come è possibile, diceva tra sé, che le parole di un uomo facciano un sì gran miracolo? „ Ma Gesù Cristo, per rimproverargli la sua poca fede, fece trasudare sangue all’Ostia santa in grande abbondanza. Ascoltate che cosa ci dice il medesimo autore: essendosi appiccato il fuoco in una cappella, tutta la costruzione fu abbruciata e distrutta: e la santa Ostia restò sospesa in aria, senza appoggio alcuno: venuto il sacerdote a riceverla in un vaso, subito vi discese dentro (È  il miracolo delle sante Ostie di Faverney, nella diocesi di Besançon, avvenuto il 26 Maggio 1608. Mgr de Ségur, La Francia ai piedi del Ss. Sacramento, xv, ricorda alcune particolarità del fatto in modo un po’ differente dal racconto del Beato). Leggiamo nella storia ecclesiastica (Questo celebre miracolo avvenne in Parigi l’anno 1290. Vedi Rohrbacher, Storia universale…, lib. LXXVI), che la fantesca d’un giudeo, per pura compiacenza verso del padrone, gli portò un’ Ostia santa. Dopo ricevutala in bocca, questa disgraziata la prese, la mise nel fazzoletto e la portò al padrone. Questo mostro, ebbro di gioia per aver Gesù Cristo in suo potere, come già i padri suoi quando lo misero in croce, si abbandonò a quanto il furor suo poté ispirargli. Gesù Cristo volle mostrargli quanto vivamente sentisse gli oltraggi che gli faceva. Il disgraziato, messa l’Ostia santa su d’una tavola, la colpì parecchie volte col temperino: l’Ostia si coperse tosto tutta di sangue: il che fece fremere la moglie ed i figli suoi, presenti a così raccapricciante spettacolo. Ripresala, la sospende ad un chiodo, e le dà molti colpi di staffile e di lancia: il sangue usciva in grande abbondanza come prima. La riprende per la terza volta, e la getta in una caldaia d’acqua bollente. Subito l’acqua fu cambiata in sangue: e nello stesso istante Gesù Cristo riprende la forma che aveva sull’albero della croce. In tal modo sembrava volesse Gesù Cristo tentar se poteva di commuoverlo. Ma il disgraziato, simile a Giuda, considera il suo delitto come troppo grande, e, disperando del perdono, fu condannato ad esser abbruciato vivo. F. M., non possiamo udir questi orrori senza fremere. Ahimè! quanti Cristiani lo trattano ancor più crudelmente! Ma, mi direte, come è possibile diportarsi in tal modo? — Ahimè! amico mio, Dio voglia che non vi tocchi mai tale sventura! Ogni volta che acconsentite al peccato!: un pensiero di orgoglio lo calpesta sotto i piedi e gli dà la morte: un pensiero impuro gli squarcia il cuore. — Ahimè! in questa processione raffiguriamoci il Salvatore come se andasse al Calvario: gli uni gli davano dei calci, gli altri lo ricoprivano d’ingiurie e di bestemmie… soltanto alcune anime sante lo seguivano piangendo, e mescolavano le lor lagrime col Sangue prezioso, di cui bagnava la via. Oh! quanti Giudei e carnefici stanno per seguire Gesù Cristo, e non si accontenteranno solo di farlo morire una volta, ma sopra tanti calvari, quanti sono i loro cuori! Ah! è possibile che un Dio che ci ama tanto sia così disprezzato e maltrattato? Sì, F. M., se amassimo il buon Dio, ci faremmo una gioia ed una felicità di venir tutte le domeniche a passar alcuni istanti per adorarlo, domandargli la grazia di perdonarci: considereremmo questi momenti come i più belli della vita. Ah! che gli istanti passati con questo Dio di bontà sono dolci e consolanti! Siete nell’affanno! venite a gettarvi un momento a’ suoi piedi, e vi sentirete consolati. Siete sprezzati dal mondo? venite qua, e troverete un amico che non vi mancherà di fedeltà. Siete tentato? oh! è qui che troverete delle armi forti e terribili per vincere il vostro nemico. Temete il giudizio formidabile che ha fatto tremare i più gran santi? approfittate del tempo in cui il vostro Dio è il Dio della misericordia, ed in cui vi è sì facile ottenere la sua grazia. Siete oppresso dalla povertà? Venite qui,vi troverete un Dio infinitamente ricco, e che vi dirà che tutti i suoi beni sono per voi, non in questo mondo, ma nell’altro. “E là ch’io ti preparo dei beni infiniti; disprezza questi beni perituri, e ne avrai altri che non periranno mai. „ Vogliamo incominciare a gustare la felicità dei santi? veniamo qui, e ne gusteremo il beato inizio. Ah! quanto fa bene, F. M., il godere i casti amplessi del Salvatore! Non li avete mai gustati? Se aveste avuto tal felicità non potreste più abbandonarla. Non meravigliamoci più che tante anime sante abbiano passata la lor vita nella sua casa giorno e notte: esse non potevano più separarsi dalla sua presenza. – Leggiamo nella storia, che un santo sacerdote trovava tante dolcezze e consolazioni nelle chiese, che dormiva sul pavimento dell’altare per aver la fortuna, svegliandosi di trovarsi presso il suo Dio: e Dio, per ricompensarlo, permise che morisse ai piedi dell’altare. Vedete S. Luigi, che nei suoi viaggi, Invece di passar la notte nel letto, la passava ai piedi degli altari, vicino alla dolce presenza del suo Salvatore. Perché, F. M., abbiamo tanta indifferenza e disgusto quando dobbiamo venir qui? Ahimè! perché mai gustammo questi momenti felici. Che dobbiam concludere da tutto ciò? Eccolo. Dobbiam riguardare come il momento più felice di nostra vita quello, in cui possiamo tener compagnia ad un amico sì buono. Seguiamolo in processione con un santo timore: siamo peccatori, domandiamogli con dolore e lagrime il perdono dei nostri peccati e saremo sicuri di ottenerlo… Riconciliati, sollecitiamo il dono prezioso della perseveranza. Diciamogli che piuttosto di offenderlo ancora, preferiamo morire. No, F. M., fin che non amerete il vostro Dio non sarete mai contenti: tutto vi peserà tutto vi annoierà: ma dacché l’amerete, passerete una vita felice, e aspetterete la morte con desiderio… Quella morte avventurata che ci riunirà al nostro Dio!… Ah! felicità! quando verrai?… Quanto è lungo questo tempo! Ah! vieni! tu ci procurerai il più grande di tutti i beni, il possesso di Dio!… Ciò che… vi desidero.

CREDO …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Levit. XXI: 6
Sacerdótes Dómini incénsum et panes ófferunt Deo: et ideo sancti erunt Deo suo, et non pólluent nomen eius, allelúia. [I sacerdoti del Signore offrono incenso e pane a Dio: perciò saranno santi per il loro Dio e non profaneranno il suo nome, allelúia.]

Secreta

Ecclésiæ tuæ, quǽsumus, Dómine, unitátis et pacis propítius dona concéde: quæ sub oblátis munéribus mýstice designántur.

[O Signore, Te ne preghiamo, concedi propizio alla tua Chiesa i doni dell’unità e della pace, che misticamente son figurati dalle oblazioni presentate.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

1 Cor XI: 26-27
Quotiescúmque manducábitis panem hunc et cálicem bibétis, mortem Dómini annuntiábitis, donec véniat: itaque quicúmque manducáverit panem vel bíberit calicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini, allelúia.

[Tutte le volte che mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte del Signore, finché verrà: ma chiunque avrà mangiato il pane e bevuto il sangue indegnamente sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.
Fac nos, quǽsumus, Dómine, divinitátis tuæ sempitérna fruitióne repléri: quam pretiósi Corporis et Sanguinis tui temporalis percéptio præfigúrat: [O Signore, Te ne preghiamo, fa che possiamo godere del possesso eterno della tua divinità: prefigurato dal tuo prezioso Corpo e Sangue che ora riceviamo].

Preghiere leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

DOMENICA DELLA FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (2020)

DOMENICA DELLA FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÁ (2020)

O Dio, uno nella natura e trino nelle Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, causa prima e fine ultimo di tutte le creature, Bene infinito, incomprensibile e ineffabile, mio Creatore, mio Redentore e mio Santificatore, io credo in Voi, spero in Voi e vi amo con tutto il cuore.

Voi nella vostra felicità infinita, preferendo, senza alcun mio merito, ad innumerevoli altre creature, che meglio di me avrebbero corrisposto ai vostri benefìci, aveste per me un palpito d’amore fin dall’eternità e, suonata la mia ora nel tempo, mi traeste dal nulla all’esistenza terrena e mi donaste la grazia, pegno della vita eterna.

Dall’abisso della mia miseria vi adoro e vi ringrazio. Sulla mia culla fu invocato il vostro Nome come professione di fede, come programma di azione, come meta unica del mio pellegrinaggio quaggiù; fate, o Trinità Santissima, che io mi ispiri sempre a questa fede e attui costantemente questo programma, affinché, giunto al termine del mio cammino, possa fissare le mie pupille nei fulgori beati della vostra gloria.

[Fidelibus, qui festo Ss.mæ Trinitatis supra relatam orationem pie recitaverint, conceditur:I

Indulgentia plenaria suetis conditionibus (S. Pæn. Ap.,10 maii 1941).

[Nel giorno della festa della Ss. TRINITA’, si concede indulgenza plenaria con le solite condizioni: Confessione [se impediti, Atti di contrizione perfetta], Comunione sacramentale [se impediti, Comunione Spirituale], Preghiera secondo le intenzioni del S. Padre, S. S. GREGORIO XVIII]

Canticum Quicumque

Symbolum Athanasium

Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem:
Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit.
Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur.
Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes.
Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti:
Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas.
Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus.
Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus.
Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus.
Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus.
Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus.
Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens.
Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus.
Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus.
Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus.
Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur.
Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus.
Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus.
Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens.
Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti.
Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles.
Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit.
Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat.
Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat.
Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est.
Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus.
Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens.
Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem.
Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus.
Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum.
Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ.
Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus.
Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis.
Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos.
Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem.
Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum.
Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.

MESSA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di I° classe. – Paramenti bianchi.

Lo Spirito Santo, il cui regno comincia con la festa di Pentecoste, viene a ridire alle nostre anime in questa seconda parte dell’anno (dalla Trinità all’Avvento – 6 mesi), quello che Gesù ci ha insegnato nella prima (dall’Avvento alla Trinità – 6 mesi). Il dogma fondamentale al quale fa capo ogni cosa nel Cristianesimo è quello della SS. Trinità, dalla quale tutto viene (Ep.) e alla quale debbono ritornare tutti quelli che sono stati battezzati nel suo nome (Vang.). Così, dopo aver ricordato, nel corso dell’anno, volta per volta, pensiero di Dio Padre Autore della Creazione, di Dio Figlio Autore della Redenzione, di Dio Spirito Santo, Autore della nostra santificazione, la Chiesa, in questo giorno specialmente, ricapitola il grande mistero che ci ha fatto conoscere e adorare in Dio l’Unità di natura nella Trinità delle persone (Or.). — « Subito dopo aver celebrato l’avvento dello Spirito Santo, noi celebriamo la festa della SS. Trinità nell’officio della domenica che segue, dice S. Ruperto nel XII secolo, e questo posto è ben scelto perché subito dopo la discesa di questo divino Spirito, cominciarono la predicazione e la credenza, e, nel Battesimo, la fede e la confessione nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo ». Il dogma della SS. Trinità è affermato in tutta la liturgia. È in Nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo che si comincia e si finisce la Messa e l’Ufficio divino, e che si conferiscono i Sacramenti. Tutti i Salmi terminano col Gloria Patri, gli Inni con la Dossologia e le Orazioni con una conclusione in onore delle tre Persone divine. Nella Messa due volte si ricorda che il Sacrificio è offerto alla SS. Trinità. — Il dogma della Trinità risplende anche nelle chiese: i nostri padri amavano vederne un simbolo nell’altezza, larghezza e lunghezza mirabilmente proporzionate degli edifici; nelle loro divisioni principali e secondarie: il santuario, il coro, la navata; le gallerie, le trifore, le invetriate; le tre entrate, le tre porte, i tre vani, il frontone (formato a triangolo) e, a volte le tre torri campanili. Dovunque, fin nei dettagli dell’ornato il numero ripetuto rivela un piano prestabilito, un pensiero di fede nella SS. Trinità. — L’iconografia cristiana riproduce, in differenti maniere questo pensiero. Fino al XII secolo Dio Padre è rappresentato da una mano benedicente che sorge fra le nuvole, e spesso circondata da un nimbo: questa mano significa l’onnipotenza di Dio. Nei secoli XIII e XIV si vede il viso e il busto del Padre; dal secolo XV il Padre è rappresentato da un vegliardo vestito come il Pontefice.Fino al XII secolo Dio Figlio è rappresentato da una croce, da un agnello o da un grazioso giovinetto come i pagani rappresentavano Apollo. Dal secolo XI al XVI secolo apparve il Cristo nella pienezza delle forze e barbato; dal XIII secolo porta la sua croce, ma è spesso ancora rappresentato dall’Agnello. — Lo Spirito Santo fu dapprima rappresentato da una colomba le cui ali spiegate spesso toccano la bocca del Padre e del Figlio, per significare che procede dall’uno e dall’altro. A partire dall’XI secolo fu rappresentato per questo sotto forma di un fanciullino. Nel XIII secolo è un adolescente, nel XV un uomo maturo come il Padre e il Figlio, ma con una colomba al disopra della testa o nella mano per distinguerlo dalle altre due Persone. Dopo il XVI secolo la colomba riprende il diritto esclusivo che aveva primieramente nel rappresentare lo Spirito Santo. — Per rappresentare la Trinità si prese dalla geometria il triangolo, che con la sua figura, indica l’unità divina nella quale sono iscritti i tre angoli, immagine delle tre Persone in Dio. Anche il trifoglio servì a designare il mistero della Trinità, come pure tre cerchi allacciati con il motto Unità scritto nello spazio lasciato libero al centro della intersezione dei cerchi; fu anche rappresentata come una testa a tre facce distinte su un unico capo, ma nel 1628 Papa Urbano VIII  proibì di riprodurre le tre Persone in modo così mostruoso. — Una miniatura di questa epoca rappresenta il Padre e il Figlio somigliantissimi, il medesimo nimbo, la medesima tiara, la medesima capigliatura, un unico mantello: inoltre sono uniti dal Libro della Sapienza divina che reggono insieme e dallo Spirito Santo che li unisce con la punta delle ali spiegate. Ma il Padre è più vecchio del Figlio; la barba del primo è fluente, del secondo è breve; il Padre porta una veste senza cintura e il pianeta terrestre; il Figlio ha un camice con cintura e stola poiché è sacerdote. — La solennità della SS. Trinità deve la  sua origine al fatto che le ordinazioni del Sabato delle Quattro Tempora si celebravano la sera prolungandosi fino all’indomani, domenica, che non aveva liturgia propria. — Come questo giorno, così tutto l’anno è consacrato alla SS. Trinità, e nella prima Domenica dopo Pentecoste viene celebrata la Messa votiva composta nel VII secolo in onore di questo mistero. E poiché occupa un posto fisso nel calendario liturgico, questa Messa fu considerata costituente una festa speciale in onore della SS. Trinità. Il Vescovo di Liegi, Stefano, nato verso l’850, ne compose l’ufficio che fu ritoccato dai francescani. Ma ebbe vero principio questa festa nel X secolo e fu estesa a tutta la Chiesa da Papa Giovanni XXII nel 1334. — Affinché siamo sempre armati contro ogni avversità (Or.), facciamo in questo giorno con la liturgia professione solenne di fede nella santa ed eterna Trinità e sua indivisibile Unità (Secr.).

Incipit 

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus 

Tob XII: 6.

Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

[Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Ps VIII: 2

Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!


[O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!]

 Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

[Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Oratio

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, qui dedísti fámulis tuis in confessióne veræ fídei, ætérnæ Trinitátis glóriam agnóscere, et in poténtia majestátis adoráre Unitátem: quaesumus; ut, ejúsdem fídei firmitáte, ab ómnibus semper muniámur advérsis. 

[O Dio onnipotente e sempiterno, che concedesti ai tuoi servi, mediante la vera fede, di conoscere la gloria dell’eterna Trinità e di adorarne l’Unità nella sovrana potenza, Ti preghiamo, affinché rimanendo fermi nella stessa fede, siamo tetragoni contro ogni avversità.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom XI: 33-36.

“O altitúdo divitiárum sapiéntiæ et sciéntiæ Dei: quam incomprehensibília sunt judícia ejus, et investigábiles viæ ejus! Quis enim cognovit sensum Dómini? Aut quis consiliárius ejus fuit? Aut quis prior dedit illi, et retribuétur ei? Quóniam ex ipso et per ipsum et in ipso sunt ómnia: ipsi glória in sæcula. Amen”. 

[O incommensurabile ricchezza della sapienza e della scienza di Dio: come imperscrutabili sono i suoi giudizii e come nascoste le sue vie! Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi gli fu mai consigliere? O chi per primo dette a lui, sí da meritarne ricompensa? Poiché da Lui, per mezzo di Lui e in Lui sono tutte le cose: a Lui gloria nei secoli. Amen.]

 Graduale 

Dan III: 55-56. Benedíctus es, Dómine, qui intuéris abýssos, et sedes super Chérubim.

[Benedetto sei Tu, o Signore, che scruti gli abissi e hai per trono i Cherubini.]

Alleluja

Benedíctus es, Dómine, in firmaménto cæli, et laudábilis in sæcula. Allelúja.

[V.Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, alleluia.]

Dan III: 52 V. Benedíctus es, Dómine, Deus patrum nostrórum, et laudábilis in sæcula. Allelúja. Alleluja. 

[Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, allelúia]

Evangelium

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Matthæum. Matt XXVIII: 18-20

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Data est mihi omnis potéstas in coelo et in terra. Eúntes ergo docéte omnes gentes, baptizántes eos in nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti: docéntes eos serváre ómnia, quæcúmque mandávi vobis. Et ecce, ego vobíscum sum ómnibus diébus usque ad consummatiónem sæculi”. 

« Gesù disse a’ suoi discepoli: Ogni potere mi fu dato in cielo ed in terra: andate adunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose, che io vi ho comandate: ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino al termine del secolo ».

OMELIA

Il Vangelo della Domenica.

[Mons. G. Bonomelli, Misteri Cristiani; vol. IV, Queriniana ed. Brescia, 1896]

Dio, uno nella sua essenza o natura, si svolge nella Trinità delle Persone: ecco il mistero primo e massimo della Religione, l’oggetto e il termine supremo della nostra fede. Tutti i simboli o compendi della nostra fede cominciano col professare che un solo è Dio, il principio sovrano d’ogni cosa: « Credo in unum Deum »; poi considerano l’una dopo l’altra le tre Persone, che nell’unica natura sussistono, distinte ed eguali tra loro, e l’una dall’altra procedente con atto semplicissimo ed eterno: poi di ciascuna Persona toccano l’opere compiute fuori della essenza divina, opere che sono come il pallido riflesso e l’aureola caratteristica di ciascuna. – La liturgia della Chiesa, che rispecchia nel corso dell’anno la serie ordinata delle opere singolarmente del Figlio e dello Spirito Santo, il primo Redentore, il secondo Santificatore delle anime, si chiude con la Pentecoste, cioè con lo stabilimento del regno di Cristo e dello Spirito da Lui mandato sulla terra e che deve continuare l’opera sua fino alla consumazione dei tempi. Qual cosa più naturale per la Chiesa quanto il riassumere in una festa la storia tutta della divina rivelazione e invitare tutti i suoi figli a fissare gli occhi illuminati dalla fede nel Principio Uno e Trino, da cui tutto si deriva e si squaderna ciò che esiste in cielo, in terra e nell’inferno? Dopo di aver loro additato Dio, principio senza principio, uno, eterno: dopo aver loro mostrato in quel pelago immensurabile della essenza divina la Persona del Padre, che non emana da altri, che è da sé: dopo aver loro mostrato, che questo Padre genera di sé un Figlio unico, a sé eguale e ricordate l’opere sue dopo fatto uomo: dopo aver loro mostrato lo Spirito Santo, che procede come Amore eterno dal Padre e dal Figlio e che spande nella Chiesa l’onda della vita divina, dopo tutto questo la Chiesa grida a tutti i credenti: – Figli miei! ora dalle cose tutte create, dalle cose tutte compiute dal Figlio fatto uomo e dallo Spirito Santificatore, sollevate gli occhi, risalite il fiume, che dal cielo si versa sulla terra; ficcate lo sguardo nella fonte, nell’origine prima di tutte le cose e riconoscete Dio, che è uno nella essenza e trino nelle Persone, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Ecco la radice, il punto, da cui tutto si irradia, ecco la sintesi suprema della vostra fede. – La festa della Santa Trinità non si poteva meglio collocare che in questa domenica, che segue la Pentecoste, la manifestazione prodigiosa della terza divina Persona. La Festa odierna, o dilettissimi, è la degna corona dei misteri tutti della fede celebrati lungo l’anno e ci riconduce là donde siamo partiti, a Dio Uno e Trino. In questo primo Ragionamento io mi restringerò a commentare il Vangelo, che la Chiesa oggi ci propone a meditare e che esprime in tutta la sua chiarezza e concisione il mistero dell’Unità e Trinità di Dio. I tre versetti, che dobbiamo chiosare, sono gli ultimi dell’ultimo capo del Vangelo di S. Matteo e per intenderli a dovere è forza vedere il nesso con gli antecedenti. In quest’ultimo capo del suo Vangelo, S. Matteo narra la risurrezione di Gesù Cristo e lo fa in modo sì succinto, che più non avrebbe potuto fare. Narra la sua apparizione alle donne e il comando loro fatto di annunziarla agli Apostoli e che si recassero in Galilea, sopra un monte, sul quale die loro la posta, e dove essi lo videro e lo adorarono. E fu là in Galilea, su quel monte, che Gesù rivolse agli undici Apostoli le parole che ho riportate, che sono come l’ultimo suo ricordo, il compendio delle sue raccomandazioni e che ora dobbiamo spiegare. – « Ogni potere mi è dato in cielo ed in terra ». È Gesù che parla. Vi prego di ponderare questa sentenza semplicissima e chiarissima e pronunciata con una sicurezza, che ci deve riempire di stupore. Chi la pronuncia è un uomo, pochi giorni prima confìtto alla croce come un malfattore e mortovi sopra tra due ladroni, oggetto di pietà profonda per alcuni pochi, di abbominio per la nazione intera. È vero: Egli è uscito dal sepolcro poc’anzi con un miracolo, che non ha, ne avrà mai l’eguale. Ma contemplatelo bene: in Lui non vedete che un uomo: un uomo che non ha un solo soldato, che non cinge corona, né la vuole: che non ha un palmo di terra dove posare il capo. Eppure quest’uomo osa dire con una asseveranza, che non ammette dubbio: « Ogni potere mi è dato in cielo ed in terra ». O quest’uomo è pazzo, o questo uomo è Dio: non c’è via di mezzo, giacché sulla terra non vi ebbe mai un solo uomo anche nella ebbrezza d’una potenza sconfinata, nel delirio dell’orgoglio, a cui bastasse l’animo di dire: « Io ho ogni potere in cielo ed in terra ». Qualcuno potè dire: – Io posso tutto sulla terra: chi potrà sottrarsi al mio braccio? – ma aggiungere: – Io ho ogni potere in cielo -, questo non si udì mai. Ora chi potrà dire: Cristo è pazzo? La sua vita, la sua dottrina lo mostrano il sapientissimo degli uomini e per tale lo salutano e riconoscono gli apostoli stessi del libero pensiero; e se non foss’altro la sua creazione, che dopo quasi 2000 anni ci sta sotto gli occhi e ogni dì grandeggia, la Chiesa, ci prova che pari alla sapienza è la sua potenza. Dunque in questa frase d’una audacia inaudita, e che la storia ha suggellato con i fatti, Gesù Cristo si mostra Dio. « Ogni potere mi è dato in cielo e in terra ». Qual potere? Nelle parole di Cristo non si esclude potere alcuno e dove Cristo tutto afferma chi vorrebbe anche solo sospettare una eccezione? A Lui dunque spetta qualunque potere nell’ordine della natura e della grazia, il potere sacerdotale e regale, il potere di ammaestrare e di reggere, il potere di giudicare, di premiare e punire, sempre, dovunque, in cielo ed in terra: « Omnis, omnis potestas data est mihi in cœlo et in terra ». E ponete mente a questa parola: « Mihi » a me! A me solo, quale mi vedete qui, né può avervi parte alcuna qualsiasi uomo, o creatura celeste, a cui Io non la comunichi in quella misura che mi piace. – Ma come, o divin Salvatore? Voi dite che avete ogni potere senza limiti di tempo e di spazio e che questo potere vi è dato? Ma se siete Dio, e noi lo crediamo fermamente, come potete ricevere questo potere da altri? E chi ve lo può dare? Gesù Cristo è Dio e insieme è uomo. Come Dio da chi riceve Egli con la generazione la natura ed ogni cosa? Da Dio Padre. In quanto uomo da chi riceve Egli, come da principio attivo, la natura umana e tutto ciò che con essa è congiunto? Tutto riceve da Dio Padre, da Dio Figlio, da Dio Spirito Santo, unico Dio, Creatore, Conservatore e Santificatore, da Dio-Trinità, che fuori di sé opera con un solo e semplicissimo atto. A ragione adunque Gesù Cristo poteva dire, e come Dio e come uomo, che ogni potere in cielo ed in terra gli era dato e a Lui veniva da Dio. Nondimeno è da credere che Gesù Cristo ciò affermasse di sé specialmente in quanto uomo, perché in quanto uomo colla sua passione e con la sua morte redense l’umana natura e qui parla del potere, che conferisce agli Apostoli e ai loro successori di ammaestrare e governare la Chiesa, che è il suo regno, il suo corpo, la sua sposa secondo il linguaggio dei Libri Santi. Proseguiamo il commento. Io tengo ogni potere in cielo e in terra, dice Cristo: Io lo posso comunicare a chi voglio e in quella forma che voglio: ora lo comunico a voi, miei Apostoli, e a quelli che continueranno l’opera vostra; dacché questo e non altro importa la parola di Cristo, che segue: «Dunque andate, ammaestrate tutte le genti ». Poiché (così e non altrimenti suona il linguaggio di Cristo) poiché ora siete investiti del mio potere istesso, andate ed esercitatelo come Io l’ho esercitato. E qui è prezzo dell’opera fermare la nostra attenzione sopra una verità gravissima e non mai abbastanza inculcata. Il potere stesso di Cristo passa e si travasa da Lui negli Apostoli, ossia nei reggitori della Chiesa. Si muta il soggetto, ma non il potere [Non fa d’uopo avvertire che il potere di Cristo non ha limite, perché è Dio-Uomo e gli è proprio: il potere degli Apostoli e di Pietro, ha quei limiti che a Cristo è piaciuto porre: essi non sono che suoi Vicari e debbono esercitare il potere ricevuto secondo le norme stabilite da Cristo stesso, come è chiaro per la natura stessa delle cose]; si mutano le mani, che ricevono il tesoro, ma non il tesoro istesso: è sempre la stessa acqua quella che sgorga dalla fonte e quella che scorre nel letto del fiume, fosse pure a mille miglia dalla fonte. Per noi ascoltare e ubbidire l’Episcopato presente e Gregorio XVIII è ascoltare e ubbidire agli Apostoli ed a Pietro, ai quali Cristo disse: « Andate e ammaestrate ». Noi, illuminati dalla fede, nei Vescovi e nei successori di Pietro, quali che siano le loro doti e i loro difetti, non vediamo che gli Apostoli e Pietro, dirò meglio, non vediamo che Cristo, che ammaestra e regge la sua Chiesa e attraverso ai secoli continua l’opera sua riparatrice. Due cose Gesù Cristo impone agli Apostoli nelle parole che seguono: « Andate e ammaestrate – Euntes docete». Scopo immediato della venuta di Cristo sulla terra fu la fondazione della Chiesa e per essa la salvezza di tutti gli uomini. Questa Chiesa doveva essere universale secondo la condizione dei tempi e perciò gli Apostoli, destinati a fondare la Chiesa, dovevano spargersi dovunque per far udire dovunque la parola del Maestro: ecco perché dice loro: « Andate e ammaestrate tutte le genti ». Io, così Cristo, ho posto nelle vostre mani il seme della verità: spargetelo sulla terra: ho accesa la face del Vangelo: voi portatela dovunque e illuminate tutto il mondo: Io non vi mando a questa o a quella provincia: a questo o quel regno: a questo o quel continente: io vi mando per tutto il mondo, a tutte indistintamente le nazioni. Docete omnes gentes. Tutti gli uomini sono creature di Dio: Dio di tutti gli uomini è Padre e Maestro: dunque a tutti annunziate la verità e la salute, a tutti comunicate i suoi doni senza distinzione – Docete omnes gentes-. Dio, che vi manda, è Creatore di tutti gli uomini e di tutti vuol essere Salvatore -. E qui non è da lasciare un’altra osservazione della più alta importanza. Uditela e ponderatela. Il popolo ebraico in fatto specialmente di religione era d’uno spirito esclusivo senza esempio. Esso rinchiudevasi in sé medesimo e respingeva fieramente tutto ciò che veniva dagli stranieri e considerava come un sacrilegio comunicare ad essi le sue cose sacre, fuorché nel caso che abbracciassero la sua religione, ed anche allora quali difficoltà! Quante precauzioni – La legge mosaica l’aveva informato a questo spirito per isolarlo dagli altri popoli e così impedire il suo pervertimento. Questo rigidissimo esclusivismo religioso era penetrato nelle fibre del popolo, era la sua forza, la sua vita e dopo tanti secoli è quello che lo conserva separato benché disperso. Dio era Dio degli Ebrei: le promesse di Dio ai soli Ebrei: essi il popolo eletto: dagli Ebrei il Messia, che avrebbe soggiogato l’universo per metterlo a loro piedi. Da qui l’odio feroce, il furore degli Ebrei contro S. Paolo, che francamente predica la salute annunziata agli Ebrei dover essere comune a tutte le genti. È questo un fatto storico, che non ha bisogno d’essere dimostrato. – Ebbene: Gesù Cristo è nato in mezzo a questo popolo; è cresciuto ed educato nell’ultimo angolo della terra d’Israele, dove era ancora più tenace che altrove questo spirito di isolamento e di egoismo religioso nazionale: Gesù Cristo non era mai uscito dagli angusti confini di Israele anche per non offendere questo sentimento estremamente geloso de’ suoi connazionali. Eppure, eccolo comandare ai suoi discepoli, tutti profondamente imbevuti dello spirito giudaico, di annunziare a tutti i popoli le promesse di Abramo e di Giacobbe, le promesse fatte a Davide e ai Profeti. Gesù Cristo con questo comando formale « Andate, ammaestrate tutte le genti » atterra il muro di bronzo, che separa Israele da tutti gli altri popoli, sfata il pregiudizio comune e antichissimo, che della verità e della vita divina faceva il patrimonio d’una piccola nazione e inizia un’era novella, che nessun uomo mai aveva neppure immaginato. Perché dovete sapere che se l’egoismo religioso nazionale aveva radici sì profonde in Israele, ch’era quasi impossibile divellere, un altro egoismo non meno tenace appariva nei popoli gentili stessi più colti: Le più alte intelligenze, il fiore dei filosofi di Grecia e di Roma (basta ricordare Marco Tullio), erano persuasi, essere stoltezza credere di poter ridurre tutti gli uomini a professare le stesse dottrine e la scienza del retto vivere, il conoscimento delle verità più elevate essere riservato alle menti superiori, spettare alla sola aristocrazia dei maggiori ingegni. E non è difficile comprendere come questo errore dovesse naturalmente entrare e radicarsi nelle menti stesse dei più dotti tra gentili. Il perché se gli Ebrei nel loro orgoglio nazionale delle verità divine fecero un monopolio a proprio vantaggio, i gentili lo facevano a profitto d’un numero ancor più scarso di uomini, la classe privilegiata dei dotti e dei filosofi. E Gesù Cristo, questo povero operaio di Nazaret, quest’umile Maestro di umili pescatori, questo crocifisso risorto, sopra un colle di Galilea, ad undici uomini, rozzi, ignari del mondo, impigliati ancora in tutti i pregiudizi giudaici, senza protezioni, sforniti d’ogni scienza umana, che vivono di pesca e di elemosina, senza mostrare la più lieve esitanza, dice: « Andate, ammaestrate tutte le genti! ». Egli, il primo e l’unico, che sulla terra abbia concepito il disegno di raccogliere tutti i popoli in una sola religione, di imporre loro le stesse identiche dottrine dogmatiche e morali, sotto il governo d’un solo capo, e di imporre tutto questo, non con la forza, ma con la sola persuasione, usando della sola parola di uomini i più inetti, che fosse possibile immaginare. L’assurda impresa, lo stoltissimo disegno in gran parte è compiuto e va compiendosi sotto i nostri occhi. Permettete che ora vi domandi: Considerato attentamente e senza pregiudizi tutto questo, che dobbiamo dire di quest’uomo? È egli un pazzo? I pazzi non sanno concepire e attuare senza mezzi il più audace e il più impossibile disegno che sia caduto in mente umana: i pazzi non possono insegnare la più santa e la più sublime dottrina teorica e pratica che siasi udita sulla terra: i pazzi non possono offrire al mondo lo spettacolo della virtù più perfetta possibile, quale veneriamo in Gesù Cristo. Dunque chi è desso Gesù Cristo, che con quelle quattro parole « Andate e ammaestrate tutte le genti » rovescia tutti i pregiudizi giudaici e gentili e fonda la Chiesa universale e signoreggia il tempo e lo spazio e prosegue oggi ancora l’opera immane cominciata duemila anni or sono? Chi è desso? S’Egli non è un pazzo fortunato, non è un uomo. Chi è dunque? Lo dissero gli Apostoli, che vissero con Lui e lo conobbero: – il Figlio di Dio, il Verbo fatto uomo -. Lo disse Egli stesso: « Io e il Padre siamo una cosa sola. Io sono uscito dal Padre, son venuto sulla terra e ritorno al Padre ». Adoriamolo. Ma è da ritornare al testo evangelico, che stiamo chiosando. Allorché un uomo qualunque dà il suo nome ad una società, accetta un ufficio, riceve una dignità, fa parte d’un corpo sociale, accorre sotto le bandiere d’un esercito, ha bisogno d’un segno esterno, che mostri a lui e agli altri tutti il nuovo stato per esso abbracciato, i nuovi doveri assunti e i nuovi diritti od onori acquistati. È ciò che si è sempre fatto e si fa e si farà costantemente, perché l’uomo non può far conoscere i suoi pensieri e i suoi voleri e conoscere gli altrui che per mezzo dei sensi e per conseguenza per mezzo della parola e dei segni. Con parole e segni adunque si dovevano conoscere e distinguere tutti quegli uomini che avrebbero dato il loro nome a Cristo, che sarebbero entrati nel suo esercito, che sarebbero diventati cittadini del suo regno. A chi spettava determinare queste parole, questa formola sacra, questo segno, al quale riconoscere i suoi discepoli, i membri della novella Società? Non v’è dubbio alcuno: il diritto di determinare questo segno e questa formola sacra non poteva spettare ad altri fuorché al Capo e al Fondatore della Società stessa, Gesù Cristo. E l’una e l’altra cosa Egli determinò e prescrisse con una chiarezza e precisione, che mai la maggiore. Udite: « Andate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. [Dire battezzare e lavare è la stessa cosa: ora lavare necessariamente richiama l’idea dell’acqua, che è l’elemento necessario del Battesimo, onde la parola Battesimo indica per se stessa la materia del Sacramento, come la parola ungere indica l’olio]. Ecco, o carissimi, il segno, ecco le parole, con le quali l’uomo è accolto nel regno di Cristo; ecco quel Sacramento, che è la porta della Chiesa e che si compie nel nome augusto di quella Trinità, che oggi adoriamo.L’acqua tra le terrene cose è la più comune e copre ben due terzi della superficie mondiale. Essa stilla dagli eterni ghiacciai, che Coronano tutte le più superbe vette dei monti; zampilla perenne dai loro fianchi, scorre pei ruscelli, per i torrenti, per i fiumi, si raccoglie negli ampi bacini dei laghi, si raduna e si agita nella immensità degli oceani, penetra nelle viscere della terra, dilatata in nubi passa sui nostri capi e riempie gli sterminati campi dell’atmosfera e irriga e feconda i colli e le pianure e porta dovunque la vita agli alberi e agli animali tutti. Fate che nel deserto o sulle rocce scorra un filo d’acqua e voi vedete sopra di esse verdeggiare l’erba, crescere i fiori e gli alberi e gli uccelli e gli animali accorrervi per dissetarsi. E Gesù Cristo volle che quest’acqua sì comune, sì facile ad aversi, fosse il segno materiale dei suoi seguaci, lo strumento per comunicare loro la vita divina nel Sacramento più necessario. L’acqua! Essa deterge i corpi, li monda, li fa belli e non avendo colore alcuno tutti li cancella e tutti li suscita, scrive S. Cirillo di Gerusalemme, perché spandendosi sui campi e sui prati, li copre di fiori variopinti. Ciò che l’acqua fa nei corpi, mondandoli d’ogni macchia, e sulla terra coprendola di verzura e di fiori, per virtù divina fa nelle anime, nettandole dalla macchia originale e deponendovi i germi della fede, della speranza e della carità, d’onde più tardi germoglieranno tutte le virtù. Ecco perché Gesù Cristo nell’immenso campo della materia diede la preferenza all’acqua, e con essa e per essa volle rigenerare gli uomini e ad essi dischiudere le porte della Chiesa e quelle del cielo. Se non che la materia per se stessa è muta e come è indifferente a ricevere qualunque forma, così è indifferente a significare qualunque cosa: spetta all’uomo determinarne il significato e il valore e ciò esso suol fare con la parola. Perciò, additandovi un agnello, vi dice: Ecco Gesù Cristo; additandovi una colomba, vi dice: Ecco lo Spirito Santo; additandovi una bilancia, vi dice: Ecco la giustizia. La parola circoscrive e determina il senso delle cose e ciò fece Gesù Cristo. Voi, così Egli, laverete l’uomo e per esprimere come quella lavanda produce nell’anima sua, aggiungerete queste parole: « Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito ». Quell’acqua congiunta con le parole sante, quasi corpo congiunto all’anima, cancellerà il peccato, rimetterà ogni pena per esso dovuta, infonderà la grazia santificatrice e stamperà nello spirito un carattere, un segno indistruttibile, attestante il pieno dominio di Lui. E poiché questo rito sì semplice e sì augusto è a tutti necessario, come è necessaria la vita della grazia, a tutti è dato di amministrarlo. Tanta è la bontà e la larghezza del divino Istitutore! Ed ora, o dilettissimi, studiamoci di penetrare il senso profondissimo di questa formula caduta dalle labbra di Gesù Cristo: « Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo ».E primieramente giova comprendere la forza di quella parola: Nel nome. Presso gli antichi come presso i moderni, nell’uso sacro come profano, dire: – Nel nome – è dire nel potere, nella autorità, nel diritto di chi si nomina poi: su ciò non è mestieri insistere. Ora dopo la parola:- Nel nome – nel testo sacro vengono nominate distintamente le tre divine Persone. Ponete che quelle tre Persone non fossero eguali, ma diverse per potere e per natura; poteva Egli Gesù Cristo collocarle sulla stessa linea e pareggiarle, dicendo:- Nel nome – cioè nella autorità o nella potestà? Come attribuire a tutte e a ciascuna la stessa dignità, la stessa potenza e quindi la stessa natura? Quando mai un Monarca intima una legge a’ suoi sudditi, dicendo: – Nel nome nostro e del nostro ministro? – Come poteva Gesù agguagliare a Dio altre Persone, che se non sono Dio, sono necessariamente creature e perciò per infinito intervallo a Dio inferiori? Come confondere insieme Dio e le creature, il Padrone d’ogni cosa e i suoi servi? Sarebbe stata una empietà enorme anche per un’altra ragione. Per il rito sacro del Battesimo l’uomo è consacrato a Dio, diviene suo figlio per adozione, ne riceve in sé l’immagine ed il carattere. E volete voi che l’uomo si consacri a creature e creature sarebbero almeno la seconda e la terza Persona nominate quando non fossero Dio? E non sarebbe empietà consacrarsi egualmente a Dio e alle creature, pareggiando queste a quello? Dunque quelle tre Persone, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, poste nello stesso ordine, con la stessa autorità o podestà in forza della parola: – Nel Nome – e non nei nomi, sono eguali: se eguali nella autorità e podestà, debbono essere eguali nella natura o nella essenza, perché autorità e podestà, natura ed essenza sono inseparabili. È questa l’argomentazione comune dei Padri affermanti la Santa Trinità contro l’eresia Ariana. [La parola Trinità, se bene mi ricordo, fu introdotta per la prima volta da Tertulliano, quasi ter unitas vel trium unitas, tre volte unità od unità dei tre. Essa esprime sì felicemente il dogma, che la Chiesa la fece sua e ne consacrò l’uso.]. Il dogma della Santa Trinità consta di due termini distintissimi, l’unità della essenza o natura. e la Trinità delle Persone: nella parola: Nome – abbiamo visto il primo termine: nelle voci distinte di Padre, Piglio e Spirito Santo, brilla chiaramente la Trinità delle Persone. E come dubitarne? Ogni parola racchiude in sé il proprio significato, che non può essere quello di un’altra parola se non vogliamo ingannare o giuocare. Ora la parola Padre che significa essa? Certamente significa una persona, che dà principio per via di generazione ad un’altra e che necessariamente non può essere quella che è generata, se non vogliamo dire che generante e generato sono una sola persona. E la parola Figlio che significa essa? Certamente significa una persona, che riceve la vita e tutto l’essere suo per via di generazione dal padre e che per conseguenza necessaria non è il Padre stesso, ma un’altra persona da esso distinta. Chi mai potrebbe confondere in una sola Persona il padre e il figlio? Che significa essa la parola Spirito Santo? Certamente significa alcun che di emanante dalla natura stessa di Colui che lo spira od alita verso un altro, che lo riceve e che perciò è distinto dall’uno e dall’altro e poiché in Dio trattasi di un soffio, od alito o spirito infinito, debb’esser’Egli pure infinito e perciò Persona, tanto più che posto in ordine perfetto ed eguale dopo le Persone del Padre e del Figlio, non può essere che Persona. In questi tre nomi pertanto di Padre, di Figlio e di Spirito Santo non possiamo riconoscere tre attributi o tre perfezioni divine ma sì tre divine Persone, aventi la stessa natura e perfettamente eguali, ma distinte per le proprietà singolari di ciascuna, che non permettono di confonderle tra loro. – Ma forse a taluno di voi si affacceranno alcune difficoltà, che derivano naturalmente dalle voci di Padre, di Piglio e di Spirito Santo usate dal Vangelo, che per se stesse sembrano stabilire una disuguaglianza tra le Persone e quindi sembrano rovesciare il dogma cattolico. Il Padre deve precedere il Figlio e il Padre e il Figlio devono precedere lo Spirito Santo e per ragione della precedenza di origine debbono avere eziandio una precedenza di dignità e di potere. Non è egli così? No, dilettissimi: seguitemi e ve ne persuaderete facilmente. Noi non possiamo né ragionare, né parlare di Dio, della sua essenza, delle Persone divine, dei loro rapporti e delle loro perfezioni se non movendo da noi stessi e dalle cose tutte finite, che ci circondano: da ciò conseguita che qualunque nostro concetto, qualunque nostra idea e parola non possono mai adeguare ciò che pensiamo e diciamo di Dio: tutte le nostre idee e le nostre parole sono e saranno sempre imperfettissime e al tutto inette ad esprimere la verità. Che fare? Non pensare, non parlare mai di Dio e delle cose divine? Tanto varrebbe negare Dio stesso e fare alla ragione e al sentimento umano il massimo degli oltraggi. Pensiamo e parliamo di Dio e delle cose sue meglio che possiamo, correggendo secondo le forze nostre l’imperfezione dei nostri concetti e la povertà del nostro linguaggio. Dalla parola e dall’idea del padre comune e terreno, che conosciamo, assorgiamo alla parola e all’idea del Padre divino, che genera il Figliuol suo unigenito e rimuoviamone tutte quelle imperfezioni, che alla maestà e perfezione infinita di Dio ripugnano. L’uomo è un composto di anima e di corpo e nessuno dei suoi atti è sciolto perfettamente dall’impaccio corporeo: allorché dunque diciamo che in Dio vi è una Persona, che si chiama ed è vero Padre, via ogni immagine o concetto corporeo, perché in Dio non v’ha ombra o mistura qualsiasi di corpo. Per noi sulla terra, soggetti alla legge inesorabile del tempo, il padre esiste necessariamente prima del figlio: via questa precedenza di tempo in Dio, in cui tutto è eterno: il Padre fu sempre Padre e perciò ebbe sempre il Figlio, da Lui generato, ma eternamente generato. Vedeste mai il sole senza la luce, che è sua figlia, sua emanazione? No per fermo: così il Padre per ragione della origine è prima del Figlio, non mai in ordine di tempo, che non esiste: eterno il Padre, eterno il Figlio, cantiamo nel simbolo atanasiano. – Per noi uomini sulla terra la persona del padre è separata dalla persona del figlio: hanno la stessa natura, ma diversamente posseduta: in Dio via questa separazione delle Persone del Padre e del Figlio, perché la loro natura essendo unica e indivisibile e sovranamente spirituale, non può scindersi: essa è tutta ed identica nel Padre e tutta ed identica egualmente nel Figlio, come, o uomo, la tua anima è tutta nella tua mente, nella tua memoria e nella tua volontà. – L’uomo può essere padre di molti figli: via questa idea da Dio Padre, che ha un solo Figlio e non può averne altri. L’uomo, limitato nel tempo e nello spazio e nella natura, svolge gradatamente e con atti successivi e perciò molteplici la sua forza generatrice: Dio Padre, infinito nella sua essenza ed eterno, con un solo, eterno e semplicissimo atto esaurisce la infinita sua fecondità e perciò non può generare che un solo Figlio. L’uomo è libero d’essere e di non essere padre: la sua paternità dipende dalla sua libera volontà: via questo concetto da Dio Padre, che genera il Figliuol suo per natura e perciò necessariamente, ancorché poi lo voglia e vi trovi tutte le infinite compiacenze. – Rimosse tutte queste imperfezioni dalla divina paternità, voi vedete che Dio Padre è vero Padre e più Padre che non lo siano i padri terreni. Sì, il Padre è più Padre che non lo siano i padri terreni; è il Padre de’ padri, il Padre per eccellenza, dal quale, come da fonte prima e da archetipo sovrano, deriva ogni paternità. Egli è Padre per sola sua virtù e per attuare l’infinita sua fecondità non chiede l’aiuto di qualsiasi altro essere, né con altri divide la gloria della sua paternità, come avviene in tutte le creature che sole non possono generare. Egli è Padre da solo, vero e perfettissimo Padre, Padre senza esser figlio, sempre Padre, non altro che Padre, eternamente Padre. O mistero, nel quale chi ficca gli occhi della mente, si perde in un mare di luce! – Lo stesso si dica dello Spirito Santo, la terza Persona della augusta Trinità. Essa è una emanazione semplicissima, sempiterna dal Padre nel Figlio e dal Figlio nel Padre, un alito amoroso dell’uno nell’altro, che non divide l’uno dall’altro, che non cessa mai e nell’unica essenza compie e consuma l’ineffabile loro amplesso. Ma come ciò avvenga e come l’una Persona dall’altra si distingua, una e medesima rimanendo la natura, come in Dio non possono essere che tre Persone e come la mente umana, non può comprendere ma può concepire questo sommo dei misteri e trovarvi tanta luce da vederlo non pure ripugnante, ma conforme alla stessa ragione, lo vedremo nei due Ragionamenti che seguono. Ed ora ritorniamo al nostro commento, giacché ci rimangono ancora da spiegare due magnifiche sentenze. « Voi, diceva Cristo agli Apostoli, colla vostra predicazione e col Battesimo nel nome della Santa Trinità formerete i miei discepoli: ma perché giungano a salvezza basterà egli credere ed essere battezzati? No: la fede e il Battesimo sono necessari, sono il fondamento della giustizia: ma su questo fondamento bisogna innalzare l’edificio delle opere conformi alla fede e perciò Gesù Cristo continua e dice: Voi loro insegnerete ancora che bisogna osservare tutto ciò ch’Io vi ho prescritto ». Intendeste, dilettissimi? La fede e il Battesimo sono il seme della vita eterna; l’osservanza dei precetti, le opere sono i frutti e senza i frutti l’albero è tagliato e gettato ad ardere nel fuoco eterno. Pur troppo certi Cristiani dicono: – Noi siamo Cristiani: abbiamo la fede: la teniamo salda come il più prezioso dei tesori -. Ottimamente! Ma e l’opere della fede dove sono? Dove l’osservanza della legge? Chi non ama Dio non si salva, e non ama Dio chi non adempie la sua legge, lo disse Gesù Cristo medesimo. Non ingannatevi: la sola fede non salva, anzi, scompagnata dalle opere, essa è la vostra condanna. Gesù Cristo chiude il suo discorso con una sentenza, che è il suggello di tutte le altre, che è come il suo testamento, che è il sostegno e il conforto della Chiesa in tutte le sue prove. Eccola: « Ed ecco ch’Io sono con voi fino al termine del secolo » . O promessa consolante! O supremo conforto della Chiesa e di ogni anima cristiana! – Voi andrete, ecco il senso delle parole di Cristo, voi andrete per tutto il mondo: voi predicherete, voi battezzerete, voi continuerete l’opera mia ed altri dopo di voi la continueranno. L’opera, vel dissi, è grande, ardua, affatto superiore alle vostre forze: ma non temete: con voi quando predicherete, quando battezzerete. quando adempirete il vostro ufficio in mezzo alle più terribili lotte, Io, vostro Maestro, vostra guida, Io, Dio-Uomo, Signore d’ogni cosa, sarò con voi. Fin quando? Fino all’ultimo giorno, fino al termine dei tempi. E dove sono Io, vincitore della morte e dell’inferno, ivi è la vittoria -. E come Gesù Cristo sarà Egli sempre con la sua Chiesa? Nella Santa Eucaristia, in cui vive realmente e sostanzialmente presente, qual cibo delle anime, qual vittima espiatrice? Sì: Egli resterà sempre nella sua Chiesa per il Sacramento eucaristico, centro della sua vita. Ma rimarrà solo nella Santa Eucaristia? No: Egli per la sua grazia rimarrà nelle anime giuste, che crederanno in Lui, che spereranno in Lui, che lo ameranno. E non basta. Egli rimarrà sempre nella sua Chiesa, come uno sposo vive con la sua sposa: Egli la reggerà, la difenderà, la illustrerà col lume indefettibile della verità: Egli non permetterà giammai ch’Essa nel suo insegnamento esca dalla dritta via e si faccia banditrice dell’errore. Un giorno Gesù Cristo disse agli Apostoli: « Chi ascolta voi ascolta me ». È questa la sentenza che in altri termini ripete loro prima di lasciare la terra, allorché dice loro: « Ecco Io sono con voi fino al termine del secolo ». Carissimi! Vogliamo essere con Gesù Cristo per i secoli eterni? Siamo con la sua Chiesa nel tempo, con la Chiesa che ammaestra, che governa, che dispensa i Sacramenti e saremo con Gesù per tutta la eternità!

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus

 Tob XII: 6. Benedíctus sit Deus Pater, unigenitúsque Dei Fílius, Sanctus quoque Spíritus: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. 

[Benedetto sia Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Secreta

Sanctífica, quæsumus, Dómine, Deus noster, per tui sancti nóminis invocatiónem, hujus oblatiónis hóstiam: et per eam nosmetípsos tibi pérfice munus ætérnum. 

[Santífica, Te ne preghiamo, o Signore Dio nostro, per l’invocazione del tuo santo nome, l’ostia che Ti offriamo: e per mezzo di essa fai che noi stessi Ti siamo eterna oblazione.]

Praefatio de sanctissima Trinitate

… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in unius singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre cotídie, una voce dicéntes:

[ …veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola Persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce: ]…

Sanctus

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Tob XII: 6. Benedícimus Deum coeli et coram ómnibus vivéntibus confitébimur ei: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. 

[Benediciamo il Dio dei cieli e confessiamolo davanti a tutti i viventi: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Postcommunio 

Orémus.

Profíciat nobis ad salútem córporis et ánimæ, Dómine, Deus noster, hujus sacraménti suscéptio: et sempitérnæ sanctæ Trinitátis ejusdémque indivíduæ Unitátis conféssio.

[O Signore Dio nostro, giòvino alla salute del corpo e dell’ànima il sacramento ricevuto e la professione della tua Santa Trinità e Unità.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/