DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE, VI quæ superfuit Post Epiphaniam

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE quæ superfuit Post Epiphaniam VI.

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Jer XXIX: 11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]
Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.
[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio
Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, semper rationabília meditántes, quæ tibi sunt plácita, et dictis exsequámur et factis.
[Concedici, o Dio onnipotente, Te ne preghiamo: che meditando sempre cose ragionevoli, compiamo ciò che a Te piace e con le parole e con i fatti.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses
1 Thess 1: 2-10
Fratres: Grátias ágimus Deo semper pro ómnibus vobis, memóriam vestri faciéntes in oratiónibus nostris sine intermissióne, mémores óperis fídei vestræ, et labóris, et caritátis, et sustinéntiæ spei Dómini nostri Jesu Christi, ante Deum et Patrem nostrum: sciéntes, fratres, dilécti a Deo. electiónem vestram: quia Evangélium nostrum non fuit ad vos in sermóne tantum, sed et in virtúte, et in Spíritu Sancto, et in plenitúdine multa, sicut scitis quales fuérimus in vobis propter vos. Et vos imitatóres nostri facti estis, et Dómini, excipiéntes verbum in tribulatióne multa, cum gáudio Spíritus Sancti: ita ut facti sitis forma ómnibus credéntibus in Macedónia et in Achája. A vobis enim diffamátus est sermo Dómini, non solum in Macedónia et in Achája, sed et in omni loco fides vestra, quæ est ad Deum, profécta est, ita ut non sit nobis necésse quidquam loqui. Ipsi enim de nobis annúntiant, qualem intróitum habuérimus ad vos: et quómodo convérsi estis ad Deum a simulácris, servíre Deo vivo et vero, et exspectáre Fílium ejus de coelis quem suscitávit ex mórtuis Jesum, qui erípuit nos ab ira ventúra.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli: Omelie, vol IV, Omelia XXIII – Torino, 1899]

“Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, facendo incessantemente memoria di voi nelle nostre preghiere. Ricordando la vostra fede operosa e la vostra fede travagliata e la costante speranza nel Signor nostro Gesù Cristo, al cospetto di Dio, Padre nostro, sapendo, o fratelli a Dio cari, la vostra elezione. Poiché il nostro Evangelo presso di voi non consistette soltanto in parole, ma anche in potenza ed in Spirito Santo, ed ogni pienezza, come avete veduto quali fummo tra voi per voi. E voi diventaste imitatori nostri e del Signore, ricevendo la predicazione fra grandi tribolazioni, con gaudio dello Spirito Santo. Tantoché siete stati di esempio a tutti i credenti nella Macedonia e nell’Acaia. Perché non solo la parola del Signore è passata a voi nella Macedonia e nell’Acaia, ma anche la fede che avete in Dio si è divulgata in ogni luogo, sicché non è bisogno di parlarne. Perché essi stessi raccontano di noi quale fosse la nostra entrata tra voi, e come dagli idoli vi convertiste a Dio, per servire al Dio vivo e vero, e per aspettare dal cielo il Figlio di lui (cui suscitò dai morti) Gesù, il quale ci salverà dall’ira ventura „ (I ai Tessalonicesi, I, 2-10).

In ordine di tempo questa lettera di san Paolo ai fedeli di Tessalonica, oggi dì Salonikì, una delle capitali della Macedonia, è la prima delle quattordici lettere che di lui abbiamo. L’Apostolo, vi aveva in breve tempo fondata ma Chiesa numerosa e fiorente (Atti Ap. XVII), composta specialmente di Gentili; poi costretto a partire di là per le persecuzioni degli Ebrei, era andato a Berea, poi ad Atene e finalmente a Corinto. Da Corinto aveva mandato Timoteo a Tessalonica, ed avute da lui ottime novelle di quella Chiesa, scrisse questa prima lettera, l’anno 53 o forse 54 dell’èra nostra. Essa è quasi tutta morale, e le sentenze riportate, che formano il primo capo, sono uno sfogo affettuoso del suo cuore paterno, e contengono una lode grandissima della fede di quei suoi figliuoli. – Ed ora alla spiegazione. Questa prima lettera ai Tessalonicesi, come parecchie altre di S. Paolo, è scritta a nome suo e di alcuni altri, suoi compagni e cooperatori nelle fatiche dell’apostolato. I suoi compagni e cooperatori qui nominati sono Silvano o Sila, e Timoteo, e perciò non vi deve far meraviglia se l’Apostolo parla in comune e, secondo il suo costume, comincia dagli auguri e dai rallegramenti, dicendo: “Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi …” Tutto ciò che gli uomini fanno di bene, in qualunque ordine di cose, è sempre fatto con l’aiuto di Dio, senza del quale essi non possono far nulla: è dunque giusto che del bene che l’Apostolo vedeva nei suoi Tessalonicesi, ne rendesse grazie a Dio, il quale ne era la causa prima e principale. Ben è vero che questo bene era proprio dei Tessalonicesi, ma la vera carità ci fa considerare il bene altrui come nostro; il perché come del bene nostro, così del bene che vediamo in altrui, dobbiamo ringraziare Iddio, la carità rendendo comune ogni cosa. La ragione, e più assai lo spirito di fede, ci portano in tutte le cose e in tutti gli avvenimenti ad elevarci al di sopra della terra, a fissare gli occhi della mente in Lui, che è il supremo Reggitore e fonte d’ogni bene e ringraziarlo dei doni, dei quali ci è largo ad ogni istante: ecco perché S. Paolo apre la sua lettera con quelle parole: “Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi,, . Non fa eccezione per alcuno, non mette restrizioni di tempo: “Per tutti e sempre. „ – E non solo S. Paolo con i suoi colleghi porge vivi rendimenti di grazie a Dio per i suoi figli spirituali, ma protesta di fare “incessantemente memoria di essi nelle sue preghiere.„ La carità vuole che procuriamo il bene per noi possibile ai nostri fratelli, giacché una carità inoperosa non si può nemmeno concepire. Ma tu dici: Io non posso far nulla di bene ai miei fratelli; sono povero, sono ignorante, i miei fratelli sono lontani, sono moltissimi, non li conosco nemmeno di nome: qual bene volete ch’io possa fare ad essi?  Grandissimo ed ogni giorno. — In qual maniera? — Facilissima. Non puoi tu pregare il buon Dio, il Padre celeste per essi? — Sì. — Ebbene, pregalo adunque per te, per i fratelli tuoi, per tutti, siano credenti o non credenti, siano buoni o malvagi, e tu hai procurato loro quel maggior bene, che per te sia possibile: tu hai imitato l’Apostolo, che nelle sue preghiere si rammentava sempre dei suoi cari neofiti di Tessalonica. La preghiera fatta a vicenda ci stringe tutti nei dolci vincoli della carità, ci affratella e sale a Dio più accettevole, è l’aiuto scambievole più facile e più efficace che possiamo prestarci quaggiù sulla terra. S. Paolo, mentre ringrazia Dio e lo prega per i Tessalonicesi, rammenta eziandio le ragioni, che a lui li facevano cari. Quali ragioni? Anzitutto la loro fede operosa: Operis fidei vestræ. Fondamento della vita cristiana, lo dissi più volte, è la fede, il conoscimento cioè di Dio e delle verità rivelate per Lui, che teniamo con la più irremovibile certezza. Ma che vale il conoscimento della verità senza le opere della verità? Ciò che vale il fondamento senza la fabbrica, il seme senza il frutto, il disegno senza l’edificio. La fede si compie nelle opere, e per questo S. Paolo, facendo l’elogio dei Tessalonicesi, scrive che ricordava bene la loro fede operosa, cioè la loro condotta conforme alla fede. Dilettissimi! Noi, per divina bontà, abbiamo la fede dei Tessalonicesi: ma con essa abbiamo anche le loro opere? Se Paolo comparisse in mezzo a noi e fosse testimonio della nostra condotta quotidiana, potrebbe dire di noi: « Vedo la vostra fede operosa? „ Io non lo so! E la risposta la lascio alle vostre coscienze. Ciò che so e vedo è che molti Cristiani vivono come se non fossero Cristiani, a talché se si trovassero in mezzo a pagani difficilmente si potrebbero da loro distinguere quanto alla condotta morale. Sono Cristiani perché battezzati e perché essi stessi si professano Cristiani; ma le loro opere ohimè! non sono da Cristiani. Quale contraddizione! quale vergogna per il nome Cristiano! quale argomento di bestemmia contro la nostra santa Religione! Dirsi Cristiani e vivere quasi da pagani! “La fede, scrive altrove l’Apostolo, è la prima, poi la speranza, e poi la carità, e maggiore di tutte, quasi corona delle altre, è la carità : „ sono quelle tre virtù, che avendo per oggetto Dio, si dicono anche teologali, e senza di esse è impossibile salvarci. Qui pure san Paolo le ricorda, invertendo lievemente l’ordine; infatti dice: “Rammentando l’operosa vostra fede e la carità travagliata e la costante speranza: Laboris charitatis et sustìnentìæ spei. Penso che S. Paolo chiami travagliata la carità e costante la speranza dei Tessalonicesi, perché dovevano aver sofferte molte molestie e gravi tribolazioni per la fede, ancorché noi non ne conosciamo i particolari; ma in quei principi della Chiesa ed in quei tempi le prove più dure e le persecuzioni più crudeli erano pressoché quotidiane; da una parte gli Ebrei, sempre nemicissimi dei Cristiani, dall’altra i Gentili, armati della legge e forti delle tradizioni pagane, non davano tregua ai seguaci del Vangelo, vessandoli ed opprimendoli in mille guise. Essi non potevano attingere la forza necessaria per resistere a sì fieri cimenti che nella fede, nella speranza e nella carità, i tre vincoli che ci legano a Dio e che ci fanno forti della sua fortezza. Noi pure, o cari, siamo ogni giorno sottoposti alle prove della vita cristiana: non saranno sì dure come quelle dei primi Cristiani, no: ma sono prove spesso penose, lunghe, e sotto le quali non pochi dei fratelli nostri soccombono. Vogliamo agevolare e assicurare la vittoria? Con la fede leviamo a Dio la nostra mente, con la speranza e con la carità leviamo a Lui le nostre aspirazioni e il nostro cuore, a Lui teniamoci saldamente uniti, e la vittoria non potrà fallire. Ho visto assai volte una navicella con salda fune raccomandata ad una massiccia colonna di pietra ergentesi sulla riva: i venti qua e là furiosamente la trabalzavano, e ad ogni istante pareva la dovessero sommergere o sfasciare; ma a poco a poco la procella cessava, le onde si calmavano e la navicella appariva intatta, ferma ai piedi della colonna, e quasi riposante sulle acque. Ecco un’immagine dell’anima nostra, allorché con la triplice fune della fede, della speranza e della carità sta fortemente unita a Dio. Finché con questa triplice fune stiamo uniti a Dio, non temete, il naufragio è impossibile. Rammentando io, anzi, vedendo io, così l’Apostolo, queste prove, queste opere della vostra fede, della vostra carità, della vostra speranza, ne traggo argomento sicuro, che siete stati veramente eletti da Dio, che avete la sua grazia e siete cari a Lui: Scientes, fratres dilecti a Deo, electionem vestram. Allorché noi vediamo un albero sostenere il furore del vento, diciamo: le sue radici sono ben salde e profonde, e gagliardo il suo tronco: similmente l’Apostolo, vedendo la fermezza nella fede dei suoi Tessalonicesi, e rimirando le opere della loro carità, ne arguisce la certezza della loro elezione e l’abbondanza della grazia divina nei loro cuori, perché dall’abbondanza e dalla bontà dei frutti si conosce l’albero. L’Apostolo prosegue, svolgendo più ampiamente questo pensiero, e dice: “Poiché il nostro Evangelo presso di voi non consistette soltanto in parole, ma sì ancora in potenza e in Spirito Santo, ed in ogni pienezza, come vedeste quali fummo in mezzo a voi per voi. „ Bene a ragione, così suona il linguaggio dell’Apostolo, bene a ragione voi rimanete saldi all’insegnamento ch’io vi ho dato, perché le prove ch’io vi diedi della sua verità e divina origine non si riducevano a parole: voi le vedeste nei miracoli, che Iddio a sua confermazione operò e nella diffusione mirabile dei doni dello Spirito Santo, che fu sì piena e sovrabbondante: prove queste che Iddio si compiacque operare per mio mezzo fra voi e a vostro beneficio. L’uomo, dice sapientemente S. Tommaso, non crederebbe le verità della fede se non vedesse che è dover suo il crederle. Se così non fosse, parliamo degli adulti, che si convertono alla fede, la loro fede non sarebbe ragionevole. Chi è fuori della Chiesa non può entrare nella Chiesa che seguendo la ragione, la quale gliene mostra la divina origine, onde i Padri dissero che la ragione è il pedagogo, che guida alla fede. Non occorre qui avvertire che la grazia divina opera internamente prevenendo ed accompagnando i nostri passi. Ora come l’uomo può conoscere essere dover suo il credere le verità insegnate dalla fede? Forse perché con la sua ragione le conosce vere in se stesse, come le altre verità d’ordine naturale? No; perché queste verità, fossero anche tutte di ordine naturale, non tutti gli uomini son capaci di intenderle; una gran parte poi di esse sono sopranaturali, e superano al tutto le forze della nostra ragione. In qual modo adunque possiamo noi conoscere il dovere che ci stringe di ammetterle? Un uomo si presenta a voi: egli vi insegna una dottrina che non comprendete, vi assicura che è vera: voi lo conoscete quell’uomo: è egli onesto, pieno di sapienza, né vi è possibile nemmeno sospettare che possa o voglia ingannarvi. Sul campo di battaglia ad un generale si presenta un ordine, si comanda un movimento, del quale non vede la ragione, che anzi gli pare contrario alla ragione. Il generale guarda l’ordine scritto, riconosce la firma del suo duce superiore; non esita un istante: ubbidisce. Voi, accogliendo quella dottrina, che non comprendete: il generale ubbidendo a quel comando inesplicabile, operate forse contro ragione? No; anzi, operate secondo la ragione, perché è la ragione, la qual vuole che l’uomo si rimetta al giudizio di chi conosce essere meritevole di piena fiducia. Voi non comprendete la cosa in sé, ma la comprendete con la mente di chi sapete che la comprende. È il caso nostro, era il caso dei Tessalonicesi. Essi per fermo non potevano comprendere tutte le verità che S. Paolo insegnava loro; ma vedevano quest’uomo tutto amore della verità, disinteressato: lo vedevano predicare una dottrina che non gli fruttava nessun vantaggio materiale, che gli imponeva sacrifici d’ogni maniera e lo metteva a pericolo della vita stessa; l’udivano affermare aver egli stesso veduto Cristo risorto; lo vedevano operare miracoli splendidi, indubitati, sotto i loro occhi, in conferma di ciò che insegnava; lo vedevano adorno d’ogni virtù: come dubitare della dottrina che annunziava? Era dunque ragionevole credere a tutto ciò che insegnava, com’è ragionevole che noi pure crediamo, appoggiati alle stesse prove che n’ebbero i primi cristiani, e che non variano per mutar di tempi, anzi acquistano col tempo maggior forza ed evidenza. – S. Paolo continua l’elogio dei Tessalonicesi e le sue congratulazioni, dicendo: “Voi foste imitatori nostri e del Signore, accogliendo la predicazione, fra grandi travagli, con gaudio nello Spirito Santo. „ Voi, o Tessalonicesi, imitaste me ed i miei compagni e cooperatori nel ministero apostolico; che dico: Imitaste noi! Dirò meglio, imitaste il Signor nostro Gesù Cristo. In che cosa? “Accogliendo la verità per noi predicata ed accogliendola in mezzo a molti e grandi travagli. „ Qui si fa manifesto che i buoni Tessalonicesi avevano dovuto soffrire assai: In multa tribulatione, per la fede che avevano accolto. Ma da veri discepoli di S. Paolo e di Gesù Cristo, in mezzo ai contrasti ed ai travagli sofferti per la fede, “Erano anche ripieni di gioia — Cum gaudio Spiritus Sancti. „ Quale esempio di fede e di fortezza d’animo ci danno questi primi Cristiani! vessati, tribolati, perseguitati dalle male lingue e peggio, non venivano meno, e lungi dal lagnarsi e darsi per vinti, si rallegravano. Questo è proprio, grida il Crisostomo, di coloro che son fatti superiori alla natura, e per poco non sentono i dolori, fatti simili a Gesù Cristo che, percosso, coperto di sputi, confitto alla croce, godeva; soffriva nel corpo, ma godeva nello spirito. Non è proprio dei dolori apportare gioia, ma la gioia deriva dal patire per Cristo e dal pensiero che attraverso al fuoco delle tribolazioni si passa, mercé la grazia divina, al riposo eterno. Questa vostra condotta, prosegue S. Paolo, tessendo sempre le lodi dei Tessalonicesi, è tale, “che siete stati d’esempio a tutti i credenti nella Macedonia e nell’Acaia. „ Voi, o Tessalonicesi, imitando noi, come noi imitiamo Cristo, sulla gran via della croce, avete l’onore e la gloria d’essere modelli a tutti i credenti della Macedonia non solo, ma di tutta la Grecia. Lode più magnifica di questa non poteva farsi a quella cristianità. Come ciascun cristiano deve vivere in guisa da presentare nella propria condotta un modello da potersi imitare dai suoi fratelli, così ogni famiglia, ogni parrocchia. Carissimi! Ciascuno di noi è tale? Son tali le nostre famiglie e la nostra parrocchia? O non abbiamo per avventura da arrossire? A ciascuno di noi la risposta. Era sì luminoso l’esempio dei Tessalonicesi in Macedonia e in tutta la Grecia, che S. Paolo francamente soggiunge: “Non solo la parola del Signore è proceduta da voi nella Macedonia e nell’Acaia, ma anche la fede, che avete in Dio, si è divulgata in ogni luogo, sicché non ci è mestieri parlarne. „ Le quali parole significano che la fama della predicazione evangelica fatta da Paolo ai Tessalonicesi, per opera di questi, ebbe un’eco profonda in tutte le regioni vicine di Macedonia e d’Acaia o Grecia, e si sparse largamente per ogni dove; e non solo la fama della loro conversione risuonò in tutti i paesi finitimi, ma la loro fede, provata dalla santità della vita, si propagò per guisa, che l’Apostolo non aveva bisogno di farla conoscere. I Tessalonicesi, con la franca professione della fede e con la vita virtuosa, con la quale manifestavano ed onoravano la fede stessa, in certo modo avevano esercitato nei paesi vicini il ministero apostolico, in guisa che Paolo non aveva quasi più necessità di predicare. Essi, i Tessalonicesi, avevano narrato a tutti la venuta dell’Apostolo fra loro, e come avevano lasciato il culto degli idoli e si erano dati al servizio del Dio vivo e vero; il Dio vivo e vero qui è detto per opposizione agli dei od idoli, che non erano né vivi, né veri, ma creazioni dell’ignoranza e della impostura. Ancora una volta ci si fa conoscere la grande efficacia dell’esempio: esso è una predicazione eloquentissima per guisa, che in qualche modo sembrava pareggiare la predicazione stessa dell’Apostolo e gli faceva dire: “A me ornai non occorre parlare. „ Dove si conosce la vostra conversione e la vostra fede è quasi inutile la mia parola. Per opera vostra, o Tessalonicesi, i paesi vicini hanno potuto apprendere, che è dovere volgere le spalle agli idoli e servire al vero Dio; non solo questo hanno potuto apprendere, continua l’Apostolo, ma che per noi “si aspetta dal cielo il Figlio di Dio, Gesù, che fu risuscitato. „ È stile di S. Paolo condensare in un periodo le verità più importanti, perfino negli auguri e nei ringraziamenti, e qui ne dà un saggio. Con la conversione dal gentil esimo a Dio egli unisce il termine ultimo di tutte le cose, che è la venuta di Cristo giudice e il giudizio finale, che tutti ci aspetta. È questa una delle verità capitali della nostra fede, che se fosse più spesso richiamata alla nostra mente, scuoterebbe la nostra pigrizia, ci riempirebbe d’un santo timore e ci renderebbe più solleciti nell’adempimento dei nostri doveri. L’uomo che sovente pensa al conto strettissimo che dovrà rendere a Dio di tutta la sua vita, ed alla sentenza irrevocabile che le terrà dietro, non può non sentirsi fortemente eccitato a vivere cristianamente. In alto le menti ed i cuori, sembra gridarci l’Apostolo … in alto! Ricordate che delle opere vostre, delle vostre parole, dei vostri pensieri ed affetti risponderete in un giorno solenne a quel Gesù, che vi ho predicato, che è venuto per salvarci dal peccato, e per conseguenza per salvarci dalla pena che accompagna il peccato, che è l’ira sua e l’eterna condanna.

Graduale
Ps XLIII:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in sæcula. 
[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano. V. In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno.]

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.
S. Matt XIII: 31-35
In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile est regnum cœlórum grano sinápis, quod accípiens homo seminávit in agro suo: quod mínimum quidem est ómnibus semínibus: cum autem créverit, majus est ómnibus oléribus, et fit arbor, ita ut vólucres cœli véniant et hábitent in ramis ejus. Aliam parábolam locútus est eis: Símile est regnum cœlórum ferménto, quod accéptum múlier abscóndit in farínæ satis tribus, donec fermentátum est totum. Hæc ómnia locútus est Jesus in parábolis ad turbas: et sine parábolis non loquebátur eis: ut implerétur quod dictum erat per Prophétam dicéntem: Apériam in parábolis os meum, eructábo abscóndita a constitutióne mundi.

OMELIA II

[Mons. Bonomelli: ut supra, Omelia XXIV- Torino, 1899; imprim.]

“Gesù agli Apostoli ed alle turbe propose un’altra parabola, dicendo: Il regno dei cieli è somigliante ad un granello di senapa, che un uomo prende e semina nel proprio campo. Esso è bene il più piccolo di tutti i semi, ma quando sia cresciuto, è maggiore di tutti gli erbaggi e diventa albero, tantoché gli uccelli dell’aria vengono e si riposano tra i suoi rami. Un’altra parabola disse loro: Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna piglia e mescola in tre misure di farina, finché tutta sia lievitata. Tutte queste cose disse Gesù alle turbe sotto la forma di parabole, e non parlava loro senza parabole, affinché si adempisse la parabola del Profeta, che dice: Aprirò in parabole la mia bocca e manifesterò cose state occulte fino dall’origine del mondo „ (S. Matteo, capo XIII, 31-35).

Allorché si seppe che Erode aveva gettato in carcere Giovanni il Precursore, Gesù lasciò la Giudea, e propriamente Gerusalemme, dove erasi recato per la festa dei Tabernacoli, e dove aveva levato di sé e della sua predicazione gran nome, e ritornò nella sua Galilea, passando di villaggio in villaggio, di città in città, annunziando quello ch’egli chiamava il regno dei cieli, ossia il Vangelo e il compimento delle promesse divine fatte per i profeti. In questo periodo della sua predicazione egli recitò molte parabole, che riflettono la natura del luogo e degli uomini ai quali predicava. Egli era in Galilea, chiamata da Plinio il giardino del frumento, e posta in parte alle rive del lago sì pescoso di Genesaret o Tiberiade. Ecco il perché delle sue parabole del seme e della zizzania, della rete gittata nel lago e del discernimento della retata. A questo tempo appartengono le due parabole che avete udite e che vi debbo spiegare. Esse sono distinte, è vero, ma il significato è identico e tende a mostrare la diffusione e la efficacia della dottrina evangelica, o della Chiesa, che è il regno di Cristo. Ed ora veniamo alla spiegazione delle due parabole. Gesù aveva recitata la parabola del buon seme, in mezzo al quale il nemico aveva poi sparso la zizzania, e per mostrare che il buon seme, cioè i fedeli, sarebbero cresciuti in gran numero, aggiunse quest’altra parabola, dicendo: “Il regno dei cieli è somigliante ad un grano di senapa, che l’uomo piglia e semina nel suo campo. „ Parve ad alcuno che la parola regno de’ cieli qui potesse indicare Gesù Cristo stesso; ma non si può ammettere, perché egli è il padrone, il re di questo regno e non il regno stesso. Senza di che Gesù Cristo è rappresentato chiaramente nell’uomo che semina il granello di senapa nel suo campo: Accipiens homo seminavit in agro suo. Nessuno di voi ignora che cosa sia la senapa, il cui sapore acre in sommo grado, fino a spremere le lacrime a chi se ne ciba, per molti rispetti è utile come condimento e come medicina. Da noi è pianta umile, ma in Oriente, e massime in Palestina, ha uno sviluppo considerevole e cresce albero alto.” Il granello di senapa, prosegue Gesù nella parabola, è il più piccolo di tutti i semi, ma quando sia cresciuto, è maggiore di tutti gli erbaggi, tantoché gli uccelli dell’aria vengono a riposarsi tra i suoi rami. „ Veramente il seme di senapa non è il più piccolo di tutti i semi: ve n’hanno altri più piccoli ancora, e non pochi, ma Cristo lo disse il più piccolo di tutti per modo di dire, per indicare il suo scopo, ed anche perché in generale questa doveva essere la credenza dei suoi uditori. Un granello sì piccolo, dice Cristo, a poco a poco cresce e diventa albero: similmente avverrà, così Egli, del regno dei cieli, della mia Chiesa. Essa è piccola, pusillus grex; è un gruppo di poveri pescatori e pubblicani, che mi seguono, ignoti al mondo e disprezzati; ma ben presto il piccolo gregge crescerà, il piccolo seme germoglierà in albero grandioso e stenderà per ogni dove i suoi rami. Era questa una figura, con la quale Gesù adombrava la sua Chiesa e l’incremento miracoloso che avrebbe ben presto avuto. – È pur sempre vera e ripiena di profonda sapienza quella osservazione volgare di S. Agostino, che le cose più grandi, avendole sempre sott’occhio, ci sembrano comuni: Assiduidate vilescunt. Quale spettacolo più grande e sublime del sole, che illumina e riscalda la terra! Dei milioni di stelle, che dipingono il cielo per tutti i tempi! Della terra, che in primavera risorge quasi da morte a vita, e qual giovane sposa si ammanta dei più vaghi colori e spande intorno i suoi profumi! E noi per poco non vi poniamo mente, perché l’abitudine ne scema e quasi ne toglie la grandezza: Assiduitate vilescunt. E ciò che avviene a noi considerando la Chiesa: il vederla al presente stabilita su tutti i punti della terra, in tutta la maestà della sua gloria e delle stupende sue creazioni ci fa quasi dimenticare l’umilissima sua origine e quasi non ci lascia vedere il miracolo della sua propagazione e conservazione. Ma piacciavi, o cari risalire i tempi: portiamoci là in Galilea, in mezzo a quei campi, dove Gesù parlava agli Apostoli ed alle turbe. Rimiratelo, questo divino Maestro: Egli fino a ieri è vissuto in una officina, lavorando come un operaio qualunque: è povero, non ha dove posare il suo capo stanco: per giunta è fieramente combattute dagli uomini del potere e della scienza: con Lui stanno alcuni pescatori ed alcuni pubblicani. poverissimi anch’essi: non scienza, non potenza, non ricchezza: non appella alle passioni ma le combatte: non blandisce il popolo, ma lo ammaestra Egli annunzia le più amare verità; è un drappello di dodici uomini illetterati, ignari del mondo, ingenui come fanciulli, vissuti sempre in quelle regioni incantevoli, sì, ma affatto isolate dal rimanente del mondo, del mondo della scienza, della forza, della grandezza. Il Capo di questo drappello non si illude sulle immense difficoltà della sua missione: sa con tutta certezza, che nella lotta con i suoi nemici soccomberà, morrà in croce, e lo sa per modo che ripetutamente l’annunzia ai suoi cari, i quali non lo possono credere. Questo piccolo drappello di uomini, che vanno errando per le colline di Galilea, senza tetto, senza danari, senza scienza umana, mendicando dì per dì il pane, ditemi, non è forse la cosa più debole, più spregevole del mondo? Non è forse vero ch’esso è simile al granellino di senapa, che l’uomo semina nel suo campo? Nulla di più evidente. Ebbene: vedete ora com’esso è cresciuto ed ha allargato i suoi rami. Quei dodici compagni di Gesù Cristo sono divenuti mille: quei settantadue discepoli sono diventati centinaia di migliaia di sacerdoti: il Vicario di Gesù Cristo siede dove a quei giorni  sedeva l’imperatore, padrone del mondo allora conosciuto: sono scomparsi gli Erodi, i farisei, gli scribi, i grandi d’allora; si ripete appena il nome dei consoli, del senato, degli imperatori, che stringevano a quei tempi in pugno le sorti dei popoli: caddero e risorsero troni, dinastie, repubbliche: si mutarono codici, istituzioni, scienze: un popolo sorse sulle rovine dell’altro per cadere anch’esso e divenire sgabello d’un altro; ma l’opera di Gesù Cristo rimase e rimane, e l’albero ogni secolo, ogni anno, ogni giorno più grandeggia. Intorno a quest’albero gigantesco, i cui rami stendono l’ombra su tutta la terra, i più gran geni — questi uccelli del cielo, dalle ali possenti — stanchi del loro volo e annoiati della loro sapienza, di secolo in secolo vengono a riposarsi all’ombra della sua dottrina, che sola dà pace, conforto e luce. “Ciò che Gesù allora vedeva e vaticinava, i suoi Apostoli non potevano che crederlo e sperarlo; noi, più felici di loro, lo vediamo. L’opera di Gesù è il prolungamento della sua Persona; il tempo ci separa da quella, ma ci fa toccar questa. „ Per vedere ed annunziare con tanta sicurezza e chiarezza l’incremento meraviglioso di quel picciolo grano, bisognava leggere nel futuro, signoreggiare gli eventi, in una parola essere arbitro assoluto d’ogni cosa; tale adunque era Gesù Cristo allorché mille e novecento anni or sono, in un angolo della Galilea, ai suoi poveri discepoli prediceva tanta grandezza. – Cercano i Padri perché mai Gesù Cristo fra i tanti semi scelse quello della senapa, e ad esso volle paragonare la miracolosa espansione del suo regno sulla terra? Perché non scelse il cedro, il terebinto, il pino, od altro albero più nobile e più eccelso, e perciò più atto ad adombrare le future grandezze della sua Chiesa? Perché, risponde S. Agostino, come il grano di senapa condisce e rende saporosi i cibi, così la dottrina del Vangelo, coll’esempio di Cristo, rende dolce e soave ciò che è duro ed aspro; come il grano di senapa caccia dal corpo gli umori viziosi, così l’insegnamento di Gesù Cristo disperde il mal germe delle nostre passioni; come il fuoco purifica ogni cosa, così la dottrina di Cristo purifica le menti ed i cuori. A questa breve parabola Gesù Cristo ne fa seguire un’altra, più breve ancora, e pur essa intesa, sotto altra forma, a riconfermare la stessa verità. – “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prende e mescola in tre misure di farina, finché tutta sia lievitata. „ Vi piaccia, o dilettissimi, richiamare alla vostra mente una verità che ho tante volte toccata, ma che è sì cara e sì bella, che non posso non ripeterla ancora. Le verità che Gesù insegna, sono altissime e veramente divine: eppure vedete con quanta semplicità le annunzia! Parla al povero popolo: si acconcia alla sua corta intelligenza, discende sino a lui, Egli che è l’eterna sapienza: piglia le immagini più comuni, che erano sotto gli occhi di tutti mentre parlava, che tutti vedevano: il grano di senapa, l’albero, gli uccelli che vi si riparano; non basta: il lievito, che la donna mescola con la farina. Quali immagini di queste più volgari, più facili a comprendersi! E di queste Gesù si vale per sollevare le menti dei suoi cari alle più sublimi verità! Il suo linguaggio è semplice senza volgarità, è chiaro senza sforzo e senza studio, è eloquente senza arte, pieno di affetto senza perdere punto di autorità: udendolo si pensa alla verità senza badare alla forma: somiglia ad un cristallo terso e polito, attraverso al quale passa un raggio di luce: non si vede che la luce. Si direbbe che la verità è nata con quella veste; tanto le sta bene! Quale insegnamento per noi, maestri del popolo, dispensatori della divina parola! Come dobbiamo aver sempre dinanzi  alla mente questo divino Modello, massime quando parliamo a voi, o figli del popolo! – Come dobbiamo imitare la sua chiarezza e semplicità, il suo fare pieno di dignità e di affabilità, la sua bontà paterna con tutti, e particolarmente coi poveri, con gli ignoranti, non cercando di piacere, ma di giovare! O divino Maestro, fate che camminiamo sempre sull’esempio che ci avete dato, che non predichiamo noi stessi, ma la verità, che cerchiamo solamente la vostra gloria e la salvezza delle anime, per le quali avete versato il vostro sangue! – Ed ora applichiamo la parabola. Il lievito si forma della farina stessa opportunamente inacidita: mescolato poi con la farina, o meglio, con la pasta, in breve la lievita  tutta, la dilata e fa sì che il pane sia gustoso, facile a digerirsi e salubre. Chi potrebbe nutrirsi di pane non lievitato? Ora che rappresenta esso questo lievito? Gesù Cristo, o la sua dottrina, o la sua grazia, che poi è lo stesso. Che rappresenta essa quella farina, o quella pasta, che ha bisogno di ricevere il lievito? L’uman genere intero! Il Verbo divino, l’infinita sapienza e virtù del Padre si unisce all’anima e al corpo assunto in unità di persona nel seno illibato di Maria, e a quell’anima e a quel corpo benedetto comunica tutta la pienezza dei suoi doni, tantoché nella stessa umanità assunta egli diventa centro di luce, di verità e di grazia, diventa, usiamo la metafora del Vangelo, il lievito divino di tutto l’uman genere, perché tutti da Lui, e da Lui solo riceviamo ogni bene: Et de plenitudine ejus nos omnes accepimus. E vedete come opera questo lievito mescolato con la farina: opera a poco a poco, senza rumore: opera, ma a patto che venga a contatto con la farina: opera, comunicando a questa la sua virtù e diffondendola in ogni parte secondoché essa è preparata a riceverla: e la comunica in guisa che essa stessa, la farina lievitata, diventa atta a comunicare ad altra indefinitamente il lievito. Questa virtù od efficacia del lievito per se stessa non cessa mai per comunicarsi che faccia. Così avviene del lievito divino di Gesù Cristo e del suo Vangelo: esso si comunica alle anime a poco a poco, le penetra, le investe, le trasforma senza rumore, direi quasi, senza sforzo; ma per operare è necessario che vi sia qualche contatto tra Gesù Cristo e l’anima nostra. Questo contatto si ottiene mediante la parola di Dio, che per l’orecchio o per l’occhio scende al cuore; si ottiene mediante l’unione con la Chiesa, nella quale Gesù Cristo vive ed opera; si ottiene coi Sacramenti, mezzi o canali infallibili della grazia; si ottiene soprattutto ricevendo in noi debitamente la stessa adorabile persona di Gesù Cristo nella S. Eucaristia. E si riceve questo lievito divino della verità e della grazia da ciascuno che il voglia, in guisa che poi lo può comunicare ad altri, né, per parteciparsi che taccia, scema mai punto. Il lievito divino, portato da Cristo e deposto nella sua Chiesa, ogni giorno si dilata, e verrà giorno nel quale tutta l’umana natura ne sarà penetrata e felicemente trasformata. Portatori e spanditori di questo lievito santo, furono primieramente gli Apostoli e i loro successori e noi, secondo la misura delle nostre forze, proseguiamo l’opera loro. E guai a noi se non ci adopereremo secondo le nostre forze affinché il vivifico lievito si spanda nelle anime alle nostre cure commesse. – Riportata la brevissima parabola del lievito, l’Evangelista soggiunge: “Tutte queste cose disse Gesù con parabole alle turbe, e senza parabole non parlava loro. „ Da questa affermazione di S. Matteo parrebbe che Gesù presentasse sempre la sua dottrina in forma di parabole, e non mai altrimenti; la qual cosa è contraddetta dal fatto che Gesù molte volte annunziò le verità più alte senza velo di parabole, e ne siano prova irrefragabile i capi V, VI e VII dello stesso S. Matteo, dove si riporta, possiam dire, tutta la dottrina morale evangelica, nel discorso detto del monte, né vi è traccia di parabola. Come dunque si hanno da intendere queste parole dell’Evangelista? Nelle parabole riferite da S. Matteo in questo luogo, e nelle due per noi interpretate, si ribadisce costantemente l’idea della Chiesa e del regno dei cieli, che deve stabilirsi e propagarsi per ogni dove; è questa la verità che Gesù Cristo presenta sempre sotto il velame della parabola, sia perché ne rendeva più facile la intelligenza alle anime rette, sia perché non era prudenza svelare quel gran fatto futuro in tutta la sua grandezza: avrebbe urtato molti pregiudizi e avrebbe trovato increduli non pochi, né per allora v’era necessità urgente di annunziarlo apertamente. Alle parole che avete udite, l’Evangelista, a modo di conferma e spiegazione, aggiunge queste altre, con le quali si chiude la nostra omelia: “Acciocché si adempisse la parola del profeta, che dice: Aprirò in parabole la mia bocca: manifesterò cose state occulte fino dall’origine del mondo. „ Gesù parlava in parabole, così S. Matteo, adempiendo il vaticinio di Davide (Ps. LXXVII), che l’aveva tanti secoli prima annunziato, e facendo conoscere chiaramente agli uomini ciò che fino a principio i profeti ed i patriarchi avevano oscuramente promesso e indicato. Poiché è cosa manifesta che tutto ciò che Gesù Cristo fece e insegnò, in qualche modo, in Mosè e nei profeti era contenuto come in germe: tutta la economia patriarcale, profetica e mosaica era l’introduzione al regno di Cristo, era l’adombramento della sua dottrina, onde Cristo stesso appella ai profeti e a Mosè e protesta che era venuto, non a distruggere, ma sì a compiere la legge.

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta
Hæc nos oblátio, Deus, mundet, quǽsumus, et rénovet, gubérnet et prótegat. [Questa nostra oblazione, chiediamo, o Dio, ci purifichi e rinnovi, ci governi e protegga.]

Communio
Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis. [In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio
Orémus.
Cœléstibus, Dómine, pasti delíciis: quǽsumus; ut semper éadem, per quæ veráciter vívimus, appétimus.
[O Signore, nutriti del cibo celeste, concedici che aneliamo sempre a ciò con cui veramente viviamo.]

 

 

DISCORSO SULL’INFERNO

TERZO PUNTO PER UN TERZO

DISCORSO Sopra l’Inferno.

[Signor J. Billot: Discorsi Parrocchiali –

V Dom. dopo l’Epifania
S. Cioffi Ed. Napoli, 1840, – impr.]

Discedite a me, maledicti, in ignem æternum.

Matth. XXV.

Sarà, questa, Fratelli miei, la sentenza, che Gesù Cristo pronunzierà al fine dei secoli contro i malvagi, che saran morti nei loro peccati: queste terribili, e spaventevoli parole fisseranno per sempre la sorte dei peccatori impenitenti, destinati ad essere le vittime delle vendette del Signore; verranno essi condannati a soffrire eternanente; questa eternità di pene renderà il loro supplizio più rigoroso, e metterà il colmo alla loro infelicità. La speranza fu sempre la consolazione dei miseri nei loro più grandi mali; ma le pene le più leggiere divengono insopportabili, da che si perde la speranza di vederne il fine. Che sarà dunque soffrire pene estreme nel loro rigore, ed infinite nella loro durata? Tali sono le pene dell’inferno; esse sono universali, continue, eterne; la loro eternità niente diminuisce del loro rigore, ed il loro rigore non abbrevia la loro durata; ecco ciò che è, propriamente parlando, l’inferno; imperciocchè se i reprobi, dopo aver sofferto per lo spazio di milioni di secoli i tormenti ancora più violenti di quelli che soffrono, sperar potessero di vederne il fine, l’inferno cesserebbe di esser inferno; la speranza di uscirne un giorno calmerebbe i loro più vivi dolori. Ma ciò che rende somma la loro sciagura, si è che saranno sempre in preda ai mali i più sensibili, con una certezza perfetta, che quei mali non finiranno giammai; ecco ciò che li getta nella più orrenda dispera zione: cominciamo primieramente a dare alcune prove della verità dell’eternità, per farne dipoi conoscere il rigore. Niente di più certo, niente di più rigoroso che l’eternità infelice. Due riflessioni capacissime di fare impressioni salutevoli sopra il cuore, e lo spirito d’ ogni fedele. –

I. Qualunque siate voi, Fratelli miei, ben persuasi della verità che vi predico, perché siete sommessi ai lumi della fede, non è con tutto ciò fuori di proposito di richiamarvi quivi i principi, su cui è appoggiata la vostra fede, per credere questa verità di nostra Religione, o sia per risvegliare la vostra fede, o sia per dissipare le tenebre che certi pretesi spiriti forti cercano di spargere sulle verità le più chiare, che li molestano nel godimento dei loro piaceri. Or la verità, che vi predico in quest’oggi, è sì sodamente stabilita, e sì chiaramente rivelata nelle sante Scritture, che sarebbe un rinunciar alla sua fede il rivocarla in dubbio. Fra i tanti testi, che io potrei riferirvi, mi attengo alle parole della sentenza, che Gesù Cristo pronunzia contro i reprobi nel suo Vangelo. Andate, maledetti, al fuoco eterno: Discedite maledicti in ignem æternum. Niente di più chiaro, niente di più preciso. I castighi dei malvagi dureranno tanto, quanto la ricompensa dei giusti: or la ricompensa dei giusti sarà la vita eterna; la punizione dei malvagi sarà la morte eterna: ibunt hi in supplicium æternum : justi autem in vitam æternam. (Matth. XXV). Siccome Dio ricompensa in Dio i predestinati, così punisce in Dio i reprobi. Tanto che sarà Dio farà Egli la felicità dei Santi nel cielo; tanto che sarà Dio, sarà anche Egli il vendicatore del peccato nell’ inferno. Tale è sempre stata la credenza della Chiesa, che se n’è chiaramente spiegata nelle decisioni de’ suoi concili, e nella condanna dei sentimenti contrari a questa verità. A questi principi di fede aggiungiamo le ragioni, che i Santi Padri, tra gli altri S. Agostino, e S. Tommaso, apportano per provare l’eternità delle pene dell’inferno; queste ragioni fondate sono da un canto sulla giustizia di Dio, e dall’altro sulla natura del peccato. Dio, che è la stessa bontà di sua natura, ha una sì grande avversione del peccato, che non può soffrirlo. Siccome è un male essenzialmente opposto alle sue perfezioni, l’odia necessariamente, e sommamente; e perché il suo odio non è senza effetto, tanto che sussiste il peccato, e che non è cancellato, la sua giustizia richiede che sia sempre punito. Ora nell’inferno il peccato sussisterà sempre, e non verrà mai cancellato. Che cosa si ricerca, infatti, per cancellar il peccato? È necessario, dalla parte di Dio, ch’Egli apra il seno della sua misericordia al peccatore, che gli dia le grazie per convertirsi, ed uscir dallo stato del peccato; onde è necessario dalla parte del peccatore una penitenza sincera, che lo riconcili con Dio. Or nell’inferno non v’è più di misericordia ad aspettare da Dio per peccatore: il tempo delle misericordie è passato; non è che in questa vita, che Dio esercita la sua misericordia: il peccatore non ne ha voluto profittare; egli opposto ne ha abusato mentre viveva sulla terra; non sentirà dunque più nell’inferno, che i flagelli terribili della sua giustizia: in inferno nulla est redemptio. No, nell’inferno non v’è più speranza di perdono; il sangue di Gesù Cristo non colerà più sul peccatore per purificarlo. Non vi saranno più grazie, più Sacramenti a santificarlo. più tempo, più mezzi di salute, di cui possa profittare. Per verità si pentiranno i peccatori dei loro disordini, ne faranno penitenza, ma sarà questa una penitenza inutile, ed infruttuosa; perciocché la penitenza per essere salutevole, deve essere l’effetto della grazia; deve essa venirne come da suo principio; deve ella altresì esser l’effetto di una buona volontà, che si porta a Dio. Ora la penitenza dei peccatori riprovati non sarà l’effetto della grazia, poiché non ne avranno alcuna; ma sarà una penitenza sforzata, che non sarà di alcun merito innanzi a Dio. Quando quegli sgraziati avranno versate tante lagrime, quante vi sono gocce d’acqua nei fiumi, ed in tutti i mari del mondo, mai non cancelleranno un sol peccato; dunque il peccato sussisterà sempre, sarà dunque dalla giustizia di Dio sempre punito … L’altra ragione viene dalla natura medesima del peccato. La malizia del peccato è sì grande, che è infinita; perché, dicono i Teologi, assalta un oggetto infinito che è Dio. Per riparare l’ingiuria che fa a Dio, non è stato necessario meno del sangue, e della vita di un Dio, il quale ha pagato a sue spese la soddisfazione, che esigeva la giustizia dell’eterno suo Padre. Se la malizia del peccato è infinita, merita una pena infinita. Ma non potendo la creatura sopportare una pena infinita nella sua natura, bisogna dunque che questa pena sia infinita nella sua durata; senza di che non vi sarebbe quella proporzione, che la giustizia richiede tra il peccato, e la pena del peccato. Non stiate dunque a dirmi, o peccatori, per rassicurarvi contro gli spaventi di un infelice avvenire, che esser non può che Dio, il quale è sì buono, punisca con una eternità di supplizi il piacere d’un momento, e che non evvi proporzione alcuna tra la colpa, e la pena. Dio è buono, verissimo, Egli è la stessa bontà; ma è giusto, e la sua giustizia domanda che il peccato sia punito con un castigo proporzionato alla sua malizia: ora quantunque il peccato non duri che un momento, la sua malizia è infinita, perché assale un Dio di una maestà infinita. Voi comprender non potete, come il piacere d’un momento può esser punito con una pena eterna; ma comprendete voi forse, come per espiare il peccato, è stato necessario, che un Dio stesso si annientasse, e soffrisse la morte della croce? Io ritrovo l’uno più incomprensibile che l’altro. Che una vil creatura in punizione del peccato soffra un’eternità di pene, è qualche cosa infinitamente meno dei patimenti, e della morte di un Dio divenuto la vittima del peccato? – Ma questo basti per provare la verità, e l’equità dell’eternità disgraziata. Che si creda, che non si creda, essa non è meno certa; questa verità non dipende dalle vostre idee, ella è appoggiata sulla divina rivelazione : guai a coloro che aspettano per crederla di farne l’esperienza. Fissiamoci piuttosto alle salutevoli riflessioni, che il rigore di questa eternità deve in noi produrre per la riforma dei nostri costumi.

II. Sebbene grandi siano i mali di questa vita, non sono per l’ordinario di lunga durata, o se durano lungo tempo, vi è sempre qualche buon intervallo, che ne tempera l’amarezza: ricevesi qualche sollievo, o dal canto di quelli che prendono parte ai nostri mali, o dai soccorsi che uno si procura, o finalmente dalla speranza di vederne il fine. Ma nell’eternità non v’è alcun fine, alcuna consolazione, alcun riposo, alcun alleggerimento a sperare; e quel che è più, questa eternità fa sentirsi ai reprobi tutta intera ad ogni istante. Che cosa più rigorosa, e che cagioni maggior disperazione? Entriamo di primo slancio in quest’abisso immenso dell’eternità: ma come misurare ne possiamo l’estensione, penetrare la profondità? Più io vi penso, più io ne parlo, più trovo a pensare, più trovo cose a dirne. Contate, calcolate tanto che vi tornerà a grado, tanto che l’immaginazione potrà bastare: nulla voi sminuirete giammai dall’eternità. – Sono sei mila e più anni, che il perfido Caino, il primo dei reprobi, è nell’inferno; egli non è più avanzato che al principio e dopo aver ancora sofferto sei mila anni, sei cento mila di millioni d’anni, sarà egli più avanzato nella sua eternità? Nulla di più, che al primo giorno: avrà sempre a soffrire; l’eternità comincerà sempre, e non finirà mai. Quando il reprobo avrà sofferto tanti milioni di secoli, quante vi sono gocce d’acqua nel mare, grani di sabbia sulla terra, non avrà fatto neppure un solo passo nell’eternità; non la sminuirà mai d’un sol momento, rimarrà essa sempre tutta intera. Io vi confesso, Fratelli miei, che il mio spirito si perde e si confonde in questo pensiero dell’eternità. Per darvene ancora qualche idea, supponiamo che di tutte le lagrime, che il reprobo verserà nell’inferno, non se ne prenda che una in ogni secolo per formare fiumi e mari così grandi, come quelli, che noi vediamo sulla terra, e mille mondi più vasti di questo; quanto bisognerebbe di tempo per venir a capo d’una tal impresa? E bene, o peccatori, verrà il tempo (pensatevi bene, e fremete d’orrore) verrà il tempo, che, se voi siete nell’inferno, come vi sarete, se morirete nel vostro peccato, sì, verrà quel tempo, in cui dire potrete: se di tutte lagrime che ho sparse da poi che sono nell’inferno, se ne fosse presa soltanto una in ogni secolo per formare i fiumi e i mari di mille mondi, quegli spazi immensi sarebbero al presente ripieni; e con tutto ciò nulla ho ancora diminuito della mia eternità, io l’ho ancora tutta intera a soffrire, ed io l’avrò sempre nella stessa maniera. Ah! Io vi confesso, peccatori, che se questa riflessione non vi tocca in questo momento, io non so più che dirvi, io dispero della vostra salute. Se almeno questa spaventevole durata dei tormenti interrotta fosse da qualche momento di consolazione, di riposo, di alleviamento, sarebbe essa meno insopportabile. Ma no, quelle pene, che saranno senza fine, saranno continue, immutabili; niuna consolazione, niun riposo, niun alleggerimento vi è a sperare per quelli, che le soffrono. Da chi mai potrebbero quegli infelici ricevere qualche consolazione o qualche aiuto? Sarebbe forse dal canto di Dio? Ma Egli è divenuto loro nemico implacabile, ha perduto per essi il nome di Padre per non conservare, che il titolo di un giudice severo ed inesorabile. Se il reprobo getta dunque gli occhi al cielo per domandare, come il ricco Epulone, una gocciola d’acqua soltanto per rinfrescare la sua lingua abbruciata dagli ardori della sete, questo benché piccolo soccorso gli è severamente ricusato: evvi, gli rispondono, tra voi e noi un muro impenetrabile, che non si potrà giammai passare. Sarebbe forse dal canto delle creature, che il dannato, ricever potrebbe qualche consolazione? Ma esse tutte armate sono contro di lui per tormentarlo. Se getta gli occhi avanti di lui, vede demoni, che come carnefici furiosi non s’applicano, che a farlo soffrire secondo il potere che Dio loro ha dato. Non vi sono più né parenti, né amici, cui possa egli indirizzarsi; sono tutti divenuti irreconciliabili gli uni con gli altri. Il padre ed il figlio, la figlia e la madre, il fratello e la sorella, il marito e la moglie si fanno i rimproveri i più amari, la guerra la più crudele, ed il numero degli sgraziati, che fa una specie di consolazione in questa vita per quelli che lo sono, non farà che accrescere la pena del reprobo nell’inferno. Finalmente non troverà in se stesso consolazione alcuna; troverà all’opposto tutti i motivi del più amaro dolore; nulla vede nel passato, che non l’affligga, nulla nel presente che non l’opprima, nulla nell’avvenire che nol disperi; i suoi dolori sono senza interruzione, senza refrigerio, non avrà neppur un momento di riposo; ben lungi di avvezzarsi ai tormenti con la lunghezza del tempo, saravvi sempre così sensibile durante tutta l’eternità, come al principio, non cesserà mai il fuoco, che brucerà, nulla perderà della sua attività, né la vittima della sua sensibilità. Non cambierà mai di sito, ma sarà sempre attaccato con legami, che non potrà spezzare. Ah! non mi meraviglio dunque d’intendere quegl’infelici chiamare la morte in loro soccorso. O morte, che eri altre volte un oggetto d’orrore, tu faresti adesso le nostre più care delizie! Morte, vieni terminar una vita, che ci è più dura che tutti i tuoi orrori! Morte, vieni a distruggerci, annientarci: ma la morte sarà insensibile ai loro gridi; essa fuggirà sempre da loro: mors fugiet ab eis. O piuttosto verrà ella, ma ciò sarà per farli sempre soffrire, per servir loro di nutrimento: mors depascet eos. Viveranno essi sempre, dice S. Bernardo, per continuamente morire, e continuamente morranno per sempre vivere; e ciò che renderà somma la loro disperazione, si è che ad ogni istante soffriranno tutta intera l’eternità, perché in ogni momento vedranno, che hanno un’eternità intera a soffrire. L’eternità si presenterà incessantemente al loro spirito in tutta la sua estensione, incessantemente quest’oggetto gli occuperà, senza che venir possano un sol momento da qualche altro oggetto distratti. Dirà continuamente il reprobo a se stesso: qualunque progresso abbia io fatto nella spaventevole carriera dell’eternità, non sono più avanzato che al primo giorno. Io non vedrò mai il fine dei miei mali; sempre io piangerò, sempre io gemerò senza mai udir parlar di liberazione. Oh mai spaventevole! Oh funesto sempre! Oh eternità disgraziata! Se gli uomini a te pensassero, mai non si esporrebbero ai tuoi rigori. Imperciocchè donde viene, Fratelli miei, che malgrado ciò, che la fede c’insegna sul rigore, e sulla durata delle pene dell’inferno, d’onde viene, che vi sarà un sì gran numero di reprobi condannati a quelle pene? proviene questa disgrazia dal non pensarvi. Non riguardano gli uomini l’eternità, che in un punto di vista molto lontano; quindi la dimenticanza di questa verità sì propria ad un santo terrore; o se vi pensano alcuni momenti, come avete voi fatto, ben presto dopo si dissipano o negli affari che occupano, e dividono i pensieri della vita, o nelle compagnie in cui si trovano, o nei piaceri che ricercano. Siccome gli oggetti esteriori non basterebbero per distrarci da questo pensiero, l’allontanano quanto possono dal loro spirito, lo discacciano come un pensiero importuno, il quale non è capace, dicono essi, che d’inquietarci, e sconcertarci. Se pensassimo continuamente all’eternità, vi sarebbe, soggiungono, non solo di che spaventarci, ma ancora di che intorbidarci; non passeremmo la nostra vita che nella tristezza e nell’affanno, gustar non vi potremmo alcun piacere. Ed è così, o peccatori, che per godere di una falsa calma nei vostri disordini, allontanate da voi il pensiero dell’eternità per lo falso timore di una molestia, che non sarebbe tale, qual ve l’immaginate, ma che vi diverrebbe salutevole con le amarezze che spargerebbe su i vostri piaceri? Di più, non è forse meglio, che voi siate spaventati e turbati in questa vita dal pensiero dell’eternità, che di soffrirne un giorno tutti gli orrori? Se questo pensiero vi cagiona qualche tristezza, sarà questa una tristezza secondo Dio, tale che l’Apostolo si rallegrava di averla ispirata ai suoi fratelli, perché questa tristezza operata aveva la loro salute: similmente questa tristezza, che vi cagionerà il pensiero dell’eternità, staccandovi dai beni della terra, dai piaceri del mondo, vi salverà, e si cangierà in un’allegrezza, che non potrà alcuno rapirvi.

PRATICHE. Sebbene tristo sia dunque ed amaro il pensiero dell’eternità, nol perdiate giammai di vista: se siete peccatori, niente di più capace ad indurvi a uscire dallo stato del peccato; se siete giusti, niente di più efficace per farvi perseverare nella virtù. Infatti, o peccatori, come potreste voi rimanere un sol momento nel peccato, se voi faceste questa riflessione: se io muoio in questo stato, io sono perduto per tutta l’eternità; l’inferno eterno sarà la mia porzione. Bisogna dunque uscirne prontamente, poiché ad ogni momento posso io venir dalla morte sorpreso, la quale sarà per me un passaggio a quell’infelice eternità. Voi avete pietà di un delinquente, contro cui è sta pronunziata una sentenza di morte; e voi pietà non avrete della vostra anima, che porta seco la sentenza di una morte eterna? Voi temete la giustizia degli uomini, e questo timore vi trattiene dal commettere i delitti, che essi severamente puniscono; e voi non temerete la giustizia di Dio, che perder può il vostro corpo, e la vostr’anima per un’eternità? Dove è la vostra fede, dove è la vostra ragione? Ah! peccatori, abbiate pietà della vostr’anima, e temete almeno altrettanto per essa, quanto temete pel vostro corpo. Voi fremereste d’orrore, se vi annunziassero, che siete condannati ad una prigione perpetua; voi comprar non vorreste al prezzo vostra libertà tutti i tesori della terra; e che cosa è una prigione di pochi anni, che durar deve la nostra vita, in paragone di una prigione eterna? Se questa eterna prigione non dovesse per voi essere più rincrescevole di quella, in cui vi rinchiudesse la giustizia degli uomini: se bisognasse soltanto stare in una positura incomoda durante tutta la vostra vita senza poter mai cangiare di sito, vi sarebbe dunque di che disperarvi; che sarebbe poi se fosse d’uopo dimorarvi per sempre? Che sarà dunque di essere per sempre coricati su gli ardenti carboni dell’inferno? Ecco il vostro posto con tutto ciò, se voi morite nello stato di peccato. Ah! potete voi, torno a dirvi, resistervi un solo istante, addormentarvi tranquillamente sull’orlo del precipizio? Non dovete voi all’opposto cercare la vostra sicurezza in una sincera e pronta conversione? – Per riuscirvi pensate sovente a questa eternità; quo pensiero non vi abbandoni giammai né giorno, né notte. Pensate durante il giorno, che verrà una notte fatale, in cui non si potrà più fare cosa alcuna per la salute; pensatevi la notte, in cui il non poter dormire attender vi fa con impazienza la venuta del giorno; fate ogni mattina, ed ogni sera questo atto di fede: io credo che v’è un’eternità di supplizi, in cui io cadrò infallibilmente, se muoio nel mio peccato. Chiedete a voi medesimi: se mi bisognasse restar quivi durante l’eternità nella medesima positura, come potrei io sostenermi? Che sarà dunque star eternamente sopra letti di fuoco? Ah! crudel peccato, direte voi allora, io ti detesto, io ti rinuncio per sempre, poiché tu solo puoi perdermi eternamente. Se io fossi al presente nella disgraziata eternità, io non ne ritornerei giammai; bisogna dunque, che io profitti del tempo per far penitenza dei miei peccati. – Pensate, o giusti, pensate all’eternità infelice; tal pensiero è efficacissimo per indurvi a fuggir il male, e a perseverare nella pratica del bene. Egli è vero, che le amabilità del Dio che voi servite, le magnifiche ricompense che vi promette, sono motivi più nobili, e soli capaci di unirvi a Lui. Ma non siamo sempre cotanto sensibili a questi motivi, come al timore di una miseria eterna. Non v’ha alcuno, su cui la vista dell’infelice eternità fare non debba salutevoli impressioni. I più gran Santi stessi si sono serviti di questo pensiero per elevarsi alla perfezione. Davide ne faceva il soggetto delle sue più serie riflessioni; egli rivolgeva nella sua mente, egli meditava gli anni eterni: cogitavi dies antiquos, et annos æternos in mente habui. (Psal. LXXVIII) E parimente questo pensiero, che ha renduti invincibili i Martiri nei loro supplizi, che ha condotti gli Anacoreti nei deserti, dove hanno preferito i rigori della povertà, e della penitenza ai beni, ed ai piaceri del mondo, eran essi persuasi che non si potrebbero prendere troppe cautele, dove si tratta dell’eternità. Per la qual cosa nulla hanno risparmiato: hanno sacrificato beni, fortuna, sanità, e la vita medesima per fuggire gli eterni supplizi. Questo pensiero, Fratelli miei, produrrà su di voi i medesimi effetti; esso vi distaccherà dal mondo, e dai suoi piaceri; esso trionfar farà delle tentazioni, domare le passioni le più ribelli. Si presenti pur dunque a voi il mondo con tutte le sue attrattive per indurvi al peccato: io non voglio per resistergli, che questa sola parola, eternità. A quell’istante voi non riguarderete il mondo, che come una figura, che passa, che non merita la vostra attenzione. La carne si sollevi pure contro lo spirito per trascinarvi verso i piaceri vietati; opponetele per vostra difesa questa sola parola, eternità; io sfido l’allettamento del piacere. di tenere contro il pensiero di un fuoco eterno, da cui deve esser seguito, se vi consente. Che? vi direte a voi medesimi nelle tentazioni, per un momento di piacere, un’eternità di supplizi! per un ben fragile, per appagar una passione, arderò io eternamente nell’inferno! No, non v’è né bene, né piacere, che comprare io voglia a questo prezzo. Tutto ceder deve al timore dell’eternità infelice. Quel che accrescer deve ancora questo timore, si è non solamente il rigore e la durata delle pene dell’inferno, ma eziandio il rischio, in cui voi siete di cadervi; mentre questo rischio, Fratelli miei, è più comune, che non si pensa. Che cosa si ricerca, infatti, per meritar l’inferno? Un solo peccato mortale basta per esservi condannato; è questa una verità di fede. Così, benché rassodati voi siate nella virtù, benché favoriti delle grazie del Signore, voi perder potete la sua grazia con un’offesa mortale; e forse quel peccato che voi commetterete, consumerà vostra riprovazione. Forse sarete voi da Dio abbandonati a quel primo peccato, come lo sono stati molti reprobi, come lo sono stati gli Angeli ribelli, cui non ha Iddio dato il tempo di far penitenza. Un solo peccato gli ha precipitati nell’inferno: chi assicurare vi può, che Dio non vi tratterà nella stessa guisa, se voi l’offendete? Chi è in piedi, avverta dunque bene di non cadere, dice l’Apostolo: qui stat, videat ne cadat. Che si ricerca ancora per esporsi ai pericolo dell’ inferno? Ohimè! lo scostarsi per poco dalla strada della salute impegna qualche volta in quella della perdizione. La tiepidezza nel servigio di Dio, la facilità di commettere mancamenti leggieri; ben più, una sola colpa leggiera può condurvi al peccato grave, e quel peccato grave alla dannazione eterna. Quanti reprobi, che da ciò hanno cominciata la loro riprovazione? Il timor dell’inferno scacciar dunque deve la tiepidezza; egli non solo dunque deve farvi evitare le colpe gravi, ma eziandio allontanarvi da tutto ciò, che ha l’apparenza di peccato. Che cosa si ricerca finalmente per meritar l’inferno? La sola omissione dei suoi doveri, il difetto delle buone opere sarà una materia di riprovazione; mentre non crediate già, che non vi saranno altri reprobi, che quelli i quali immersi si saranno nei delitti; forse questo è ciò che rassicura al giorno d’oggi un gran numero di Cristiani, che si credono in sicurezza contro i giudizi di Dio, perché la loro vita non è piena di scelleratezze, perché non si abbandonano ai gran disordini. Ma non vi lasciate sedurre; non solo si va all’inferno per aver fatto il male, ma ancora per non aver fatto il bene. Non dice già il Vangelo, che il ricco Epulone, che è nell’inferno, sia stato un impudico, un ingiusto usurpatore del bene altrui; egli viveva del suo, egli non faceva torto ad alcuno; ma non faceva dei suoi beni l’uso che farne doveva, non soccorreva il povero Lazaro, che languir lasciava alla sua porta: ecco ciò che gli rimprovera il Vangelo. Ci fa sapere lo stesso Vangelo, che il servo inutile fu gettato nelle tenebre per non aver fatto valere il suo talento; prova certissima che una vita priva di buone opere conduce all’inferno. Così il timore di cadervi indurre vi deve a render certa la vostra vocazione con le buone opere ad adempiere fedelmente i doveri del vostro stato, a servir Dio con tutto il fervore, di cui siete capaci, a pregar molto, a visitar le chiese, a frequentar i Sacramenti, a digiunare, a mortificarvi, a far limosine ai poveri, ed altre buone opere, che da voi dipenderanno. Con questo mezzo voi schiverete l’inferno, ed avrete parte nella felicità eterna. Così sia.

XXIII DOMENICA DOPO PENTECOSTE, V quæ superfuit Post Epiphaniam

XXIII DOMENICA DOPO PENTECOSTE – V quæ superfuit Post Epiphaniam 

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Jer XXIX :11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.

Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]Jer XXIX: 11; 12; 14

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.
[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio
Orémus.
Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut, quæ in sola spe grátiæ cœléstis innítitur, tua semper protectióne muniátur.  
[Custodisci, o Signore, Te ne preghiamo, la tua famiglia con una costante bontà, affinché essa, che si appoggia sull’unica speranza della grazia celeste, sia sempre munita della tua protezione.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses
Col III: 12-17
Fratres: Indúite vos sicut electi Dei, sancti et dilecti, víscera misericórdiæ, benignitátem, humilitátem, modéstiam, patiéntiam: supportántes ínvicem, et donántes vobismetípsis, si quis advérsus áliquem habet querélam: sicut et Dóminus donávit vobis, ita et vos. Super ómnia autem hæc caritátem habéte, quod est vínculum perfectionis: et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore: et grati estóte. Verbum Christi hábitet in vobis abundánter, in omni sapiéntia, docéntes et commonéntes vosmetípsos psalmis, hymnis et cánticis spirituálibus, in grátia cantántes in córdibus vestris Deo. Omne, quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per Jesum Christum, Dóminum nostrum.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli, Omelie, vol. I, Marietti ed., Omelia XIX., 1899]

” Come eletti di Dio, santi e bene amati, vestite viscere di misericordia, benignità, umiltà, mitezza, pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonando, se alcuno ha querela contro di un altro; come il Signore ha perdonato a voi, voi pure così. Ma più di tutto vestite la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale foste chiamati in un sol corpo, regni nei vostri cuori e siate riconoscenti. La  parola di Cristo abiti riccamente in voi con ogni sapienza, istruendovi ed ammonendovi tra voi con salmi ed inni e cantici spirituali, cantando con la grazia nei cuori vostri a Dio. Quanto fate in parole ed opere, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre per lui„ (Coloss. capo III, vers. 12-17).

Paolo due volte fu sostenuto in carcere: la prima in Cesarea di Palestina e la seconda in Roma. La prigionia, che sostenne in Cesarea di Palestina avvenne dal 63 al 66 dell’era volgare, e secondo ogni verosimiglianza di là scrisse la lettera ai fedeli di Colossi, città dell’Asia Minore. Dal capo terzo di questa lettera sono presi i sei versetti che vi ho recitati e che versano interamente sulla materia morale. Nulla di più semplice e più pratico e insieme più degno delle nostre considerazioni. – “Come eletti di Dio, santi e bene amati, vestite viscere di misericordia, benignità, umiltà, mitezza e pazienza. „ S. Paolo, rivolgendosi ai suoi cari figliuoli, li chiama eletti di Dio, cioè da Dio in special maniera eletti e preferiti a tanti altri nel ricevere la grazia della fede. Quanti allora erano ancora sepolti nelle tenebre della superstizione pagana ed essi, i fedeli di Colossi, erano illuminati dalla luce della verità evangelica! Donde questa differenza ? Era la bontà di Dio, che li aveva eletti prima e chiamati, e a cui essi con la grazia avevano corrisposto. Erano eletti e chiamati ad essere santi. Non vi sia grave ponderare per un istante la natura ed il pregio altissimo di questa elezione, di cui parla S. Paolo. Chi fa un atto qualunque deve anzi tutto pensare la cosa che vuol fare: poi delibera con la volontà di farla e poi allora la fa. Dio vuole salvi gli uomini e necessariamente prima pensa a loro, poi vuole fornire loro il mezzo perché si possano salvare e finalmente lo dà ed è la grazia, o meglio quella serie di grazie, che sono necessarie. Nell’opera adunque della nostra salvezza dal lato di Dio il primo atto è di fissare sopra di noi il suo pensiero e il secondo atto la sua volontà, che decreta la grazia. Ora vi domando qual cosa da parte nostra poteva muovere la mente e la volontà di Dio a chiamarci a sé e largirci la sua grazia? Noi non eravamo ancora e Dio da tutta l’eternità fissava sopra di noi il suo sguardo pietoso e ci amava: noi non avevamo fatto né potevamo fare un atto solo che precedesse la sua grazia, perché per farlo si richiedeva che Dio ci desse prima la grazia. Può forse il campo produrre la messe se prima non è seminato, o l’occhio vedere se la luce non lo rischiara? La nostra elezione e vocazione adunque, di cui parla S. Paolo, è dono, puro dono di Dio, senza merito dal canto nostro. – Più volte S. Paolo chiama santi i fedeli, ancorché sia bene da supporre che non tutti fossero veramente santi: li chiama santi, perché rigenerati col Battesimo, perché discepoli di Lui, che è il Santo per eccellenza, perché il fine della loro vocazione, a cui devono essere rivolti tutti i loro sforzi, è la santità. Vedete, o carissimi, altezza e sublimità della nostra professione di Cristiani: dobbiamo essere santi, cioè sciolti da ogni disordinato affetto alle cose di quaggiù e interamente dedicati al servizio di Dio. Voi siete eletti, santi, dice S. Paolo, e aggiunge, bene amati, ossia cari a Dio, come figli. Qual gioia per noi poter dire: Io sono amato da Dio! Io sono caro a Lui, come un figlio ad un padre! Agli eletti di Dio, ai santi, ai bene amati si conviene, prosegue l’Apostolo, “vestire viscere di misericordia, di benignità, di umiltà, di mitezza, di pazienza: „ cioè, come Cristiani, dobbiamo, a somiglianza di Dio e di Gesù Cristo, nostro capo, essere pieni di compassione e carità verso ogni maniera di sofferenti: dobbiamo mostrarci non duri, austeri, rozzi, ma facili e piacevoli con tutti, e saremo tali se umili di cuore, perchè l’umiltà è la madre della benignità, della mitezza e della pazienza, che qui propriamente significa longanimità, quella pazienza cioè che non si stanca mai ed è sempre benevola e soave. E come mostreremo noi queste virtù, che tra loro si legano sì strettamente? “Con il sopportarci, dice l’Apostolo, gli uni gli altri e perdonarci, se alcuno ha querela verso di un altro. „ Non vi è uomo, per quanto sia virtuoso, che non abbia difetti. Noi, per necessità di natura, dobbiamo vivere insieme, in famiglia, in società, in contatto più o meno continuo. Ora come vivere insieme se a vicenda non tolleriamo i nostri difetti e non ci condoniamo le offese, che talvolta, anche senza volerlo, ci facciamo gli uni gli altri? Se non ci sopportiamo scambievolmente e non ci condoniamo i nostri torti, la vita sarebbe insopportabile e saremmo in continua guerra tra di noi stessi. E come sopportarci e perdonarci gli uni gli altri? Ecco il modello sovrano, grida S. Paolo, Gesù Cristo: “Come il Signore vi ha perdonato, voi pure così.  – Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, fu e sarà sempre l’eterno esemplare, su cui gli uomini dovranno tener sempre fermi gli occhi della fede, per ritrarne in sé le ineffabili perfezioni. Qualunque virtù si deve misurare dalla sua somiglianza con Gesù Cristo, e tanto essa è più alta, quanto maggiormente s’avvicina a questo impareggiabile modello. E perciò l’Apostolo in tutte le sue lettere ha cura di mettercelo innanzi sotto tutte le forme, e qui ci inculca: “Come il Signore ha perdonato a voi, così pur voi. „ Egli perdonò ai suoi nemici, ai suoi stessi crocifissori fino a pregare per loro in croce ed a morire per essi: e noi, suoi figli, noi miserabili creature e poveri peccatori, saremo restii a perdonare ai nostri offensori? È impossibile. Sempre fermo in inculcare la virtù, regina di tutte le altre, l’Apostolo continua e dice: “Ma soprattutto vestite la carità, siate ripieni di carità, che è il vincolo della perfezione. „ Come l’anima avviva il nostro corpo tutto, ne lega insieme le varie membra, dà loro moto e forza, così la carità dà vita, moto e forza a tutte le altre virtù e unisce insieme e mirabilmente armonizza le famiglie e la società civile. Frutto prezioso della carità sarà “la pace di Cristo, alla quale foste chiamati in un sol corpo, e che regnerà nei vostri cuori.„ La pace, non la pace ingannevole del mondo, la pace vera, quella pace che Cristo ha portato sulla terra, quella pace a cui tutti ci chiama, facendoci membri della sua Chiesa, regni tranquilla nei nostri cuori e di là si spanda al di fuori e informi tutte le nostre parole e tutti gli atti nostri. Qual tesoro è questa pace, questa tranquillità dello spirito e del cuore che si possiede anche in mezzo alle tempeste della vita! Di tanto beneficio siamone grati a Lui, che ce lo dà, Gesù Cristo! “La parola di Cristo abiti riccamente in voi, con ogni sapienza. „ La parola di Cristo, che è quanto dire, la dottrina, il Vangelo di Gesù Cristo, che avete ricevuto mercé della parola o della predicazione, rimanga nelle anime vostre, vi ricolmi della vera sapienza in tutta la sua pienezza. Comprendete, o cari, l’insegnamento di S. Paolo? Egli vuole che non solo ascoltiamo la parola del Vangelo, ma che abiti, rimanga in noi, e rimanga in gran copia e sia così la luce che scorge i nostri passi sulla via della virtù e regoli i nostri pensieri ed affetti. E gioverà a conservare in voi ed accrescere il conoscimento del Vangelo “se vi istruirete ed ammonirete a vicenda, con salmi ed inni e cantici spirituali, „ soggiunge l’Apostolo. Da queste parole di S. Paolo chiaramente rileviamo che anche nella primitiva Chiesa, era comune l’uso di cantar salmi ed inni sacri nelle radunanze dei fedeli. In tal modo rinfrescavano nella memoria le verità della fede e viemaggiormente le apprendevano e ne penetravano il senso. Il canto, come il riso, è naturale all’uomo. Allorché egli conosce chiaramente la verità e il cuor s’infiamma al pensiero della grandezza, della bontà di Dio e de’ suoi benefici, quasi inconsciamente scioglie la lingua al canto, loda, benedice, ringrazia ed esalta il suo Dio. L’anima allora è come un incensiere, da cui s’innalza verso il cielo un soave profumo; è come un fiore, che dischiude il suo calice, spande le sue foglie, e sotto i raggi del sole diffonde d’ogni intorno la sua fragranza. Il canto sacro nella Chiesa non solo è un bisogno che l’anima sente di aprirsi e sfogare l’affetto interno, ma giova assai ad avvivarlo in sé ed in altri e ad accrescerne la fiamma. – Allorché un popolo insieme raccolto fa risuonare dei suoi cantici le vòlte del tempio, confondendosi con le armonie dell’organo, il mio cuore si commuove, il mio spirito si esalta, l’anima mia s’innalza fino a Dio, una santa e dolce ebbrezza mi invade, e gusto una gioia che non è terrena, ma celeste. S. Agostino, udendo a Milano i salmi cantati dal popolo, si struggeva in lagrime soavissime ed esclamava: Come è dolce il Signore con quelli che lo amano! – Siamo all’ultimo versetto della nostra epistola: “Quanto fate, in parole ed in opere, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo rendendo grazie a Dio Padre per Lui. „ Chi può mai conoscere e ricordare tutte le opere e tutte le parole, tutti i pensieri e tutti gli affetti d’una persona qualunque in un solo giorno! Sono senza numero. Poniamo che nulla vi sia di riprensibile e che tutto sia buono od almeno indifferente. Il pregio di tutte queste opere e parole, di tutti questi pensieri ed affetti dipende per la massima parte dall’intenzione nostra: se questa è volta sempre a Dio, con essa e per essa, tutto è fatto ad onore di Dio ed acquista un valore speciale, e l’intera nostra vita è un’offerta, un inno incessante, che innalziamo a Dio. Perché dunque non seguiremo il precetto o consiglio dell’Apostolo e non offriremo a Dio tutte le parole ed opere nostre? Direte: Ci torna quasi impossibile far questo in mezzo alle mille nostre occupazioni e distrazioni. E vi torna forse impossibile, al mattino, allorché recitate le vostre orazioni, con la intenzione abbracciare tutte le parole ed opere del giorno e farne a Dio l’anticipata offerta? No, certo. Ebbene questa offerta del mattino è bastevole e conferisce a tutte le opere e parole vostre anche indifferenti e senzaché poi vi poniate mente, il merito dell’intenzione, come se questa la faceste ad ogni istante. Sia che lavoriate nei campi o nelle botteghe, sia che discorriate o passeggiate, sia che mangiate o beviate, sia che riposiate e vi sollazziate, tutto è fatto a gloria di Dio e tutto è meritevole dinanzi a Lui. Su dunque, o carissimi: all’aprirsi del giorno, allorché fate la vostra preghiera del mattino, dite con la lingua e più con il cuore: Signor mio, ecco ch’io sto per incominciare questo nuovo giorno che mi accordate. Ebbene: tutto ciò che farò o dirò: tutto ciò che penserò o soffrirò, fin da questo momento lo offro a voi unitamente alle parole ed alle opere che Gesù Cristo compì nei giorni di sua vita mortale. — Come il sole, nel suo primo spuntare sull’orizzonte inonda di luce e vagamente colora tutti gli oggetti, così la vostra intenzione del mattino abbellisce e santifica tutte le parole ed opere dell’intera giornata. E poi perché anche lungo la giornata, in mezzo ai vostri lavori dell’officina o del campo, non potete a quando a quando sollevare la mente e il cuore a Dio e rinnovare la vostra offerta? Vi troverete un conforto, un ravvivamento di fede, una novella energia. Il pensiero di Dio è come una scintilla elettrica, che spande la luce e il calore nell’anima, è un tepido soffio che accarezza un fiore e ne dilata il calice e ne diffonde la fragranza. Sì, spesso la mente e il cuore a Dio, dilettissimi, e la via della virtù sarà facile e bella!

Graduale
Ps XLIII:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]

V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula. Allelúja, allelúja. [In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno. Allelúia, allelúia.]

Ps: CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XIII: 24-30
In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile factum est regnum cœlórum hómini, qui seminávit bonum semen in agro suo. Cum autem dormírent hómines, venit inimícus ejus, et superseminávit zizánia in médio trítici, et ábiit. Cum autem crevísset herba et fructum fecísset, tunc apparuérunt et zizánia. Accedéntes autem servi patrisfamílias, dixérunt ei: Dómine, nonne bonum semen seminásti in agro tuo? Unde ergo habet zizánia? Et ait illis: Inimícus homo hoc fecit. Servi autem dixérunt ei: Vis, imus, et collígimus ea? Et ait: Non: ne forte colligéntes zizánia eradicétis simul cum eis et tríticum. Sínite utráque créscere usque ad messem, et in témpore messis dicam messóribus: Collígite primum zizania, et alligáte ea in fascículos ad comburéndum, tríticum autem congregáta in hórreum meum.

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, Omelia XX]

“Gesù disse questa parabola: Il regno dei cieli è simile ad un uomo che seminò seme buono nel suo campo. Ma mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e soprasseminò zizzania nel mezzo del grano e se ne andò. E quando l’erba fu nata ed ebbe fatto frutto, apparvero anche le zizzanie. E i servi del padre di famiglia vennero a lui e gli dissero: Padrone, non seminasti tu buona semenza nel campo? Donde adunque le zizzanie? Ed egli disse loro: Un qualche nemico ha fatto ciò. Ed essi a lui: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? Ma egli disse: No! perché talora, raccogliendo le zizzanie, insieme con esse non abbiate a svellere anche il grano. Lasciate crescere insieme le une e l’altro fino alla mietitura, e allora dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle: il grano poi riponete nel mio granaio „ (Matt. XIII, 24-30).

E questa una delle più belle e più semplici parabole, che si incontrino nel Vangelo e che Gesù Cristo si degnò di spiegare partitamente. La voce parabola, per sé, significa quella curva, che un corpo grave, gettato in alto, descrive nel cadere: e poiché nel gettare un corpo vi è l’idea d’una cosa che si avvicina ad un’altra, ne venne l’uso di significare con la voce parabola la similitudine, che la nostra mente scopre tra un fatto e una dottrina, onde la parabola non è altro che un fatto verosimile, che serve a farci conoscere la verità con la quale ha una somiglianza o affinità facile a rilevarsi. È una maniera di istruire, massime il popolo, piana ed efficacissima, vestendo la verità di forme sensibili e così imprimendola profondamente nell’anima. L’uso di queste parabole è frequentissimo, particolarmente nel Vangelo di S. Matteo, e dànno all’insegnamento di Gesù Cristo un’aria di semplicità e di candore singolare, un’attrattiva amabile e meravigliosa, che non si trova in nessun altro libro né antico, né moderno. — Ma è da venire alla spiegazione della parabola, quale abbiamo dalla bocca stessa del Salvatore. “Il regno dei cieli è simile ad un uomo che seminò seme buono nel suo campo. „ Quelle parole: Il regno dei cieli possono significare ora il cielo, ora la vita futura, ora la Chiesa, ora il regno della grazia in ciascuno di noi; qui vogliono semplicemente dire: Avviene nel regno dei cieli come in un campo che si semina. In questa parabola abbiamo colui che semina il campo seminato, il seme buono, le zizzanie, l’uomo nemico che soprassemina, i mietitori, la mietitura, il granaio. Colui che semina è Gesù Cristo, il campo seminato è il mondo; il seme buono sono i buoni, le zizzanie sono i cattivi; l’uomo nemico è il diavolo, i mietitori sono gli Angeli, la mietitura è la fine del mondo e il granaio evidentemente è il cielo, ancorché questo Gesù Cristo non lo dica in termini. È questa l’applicazione fattane dal Salvatore istesso, richiestone dagli Apostoli. La parabola è in compendio la storia dell’umanità dalla sua origine, possiam dire, fino alla fine dei secoli. Ora spieghiamola nelle singole sue parti. – “Un uomo seminò seme buono nel suo campo. „ Iddio creò il mondo, e poiché l’ebbe convenientemente preparato, creò l’uomo e formò la donna e ve li introdusse, come si introducono i sovrani nella loro reggia. È questo il buon seme che il padrone ha seminato nel suo campo e che doveva coprirlo di copiosa messe. La prima coppia umana era adorna della grazia e d’ogni dono più eccellente, grazia e doni che dovevano trasmettersi ai loro figli. Che avvenne? “Mentrechè gli uomini dormivano, venne il nemico di lui e soprasseminò zizzania nel mezzo del grano e se ne andò. „ Come si intende questo dormire degli uomini? Si sa che talvolta certe parti d’una parabola possono anche considerarsi aggiunte come ornamento e non è necessario applicarle nella spiegazione: tale potrebb’essere quella particolarità del “mentrechè dormivano gli uomini.„ Dei resto nulla vieta il dire che la caduta dei primi nostri padri fu cagionata dalla loro trascuratezza colpevole, con cui si lasciarono ingannare dall’uomo nemico, dal demonio, che sparse in loro e nei loro figli il mal seme del peccato. Da quel dì fino alla consumazione dei tempi, il buon grano è mescolato alle zizzanie, i buoni sono frammisti ai cattivi. – Ciò che qui la parabola vuol far notare in particolar maniera si è che la comparsa del male sulla terra, l’origine del peccato, non vuolsi attribuire a Dio, ma al demonio, al nemico suo e nostro, primo artefice d’ogni nostro male, che è punto capitale di nostra fede. Dio creò l’uomo buono, il demonio lo fece diventare cattivo: ecco la spiegazione del nemico che soprassemina le zizzanie nel buon grano. Proseguiamo. “Quando fu nata l’erba ed ebbe fatto il frutto, allora apparvero anche le zizzanie, „ cioè allorché il grano cominciò a mettere la spiga, allora si videro anche le zizzanie (La parola zizzania è ignota ai latini e sembra d’origine araba. I latini dicevano lolium e noi italiani loglio), che vengono dopo, ma spesso soverchiano il grano. Una osservazione semplicissima, o cari. Il buon grano non nasce mai nel campo se non vi è sparso dalla mano dell’uomo, né cresce e vigoreggia se da lui non è coltivato; doveché le male erbe attecchiscono e largamente si abbarbicano senza l’opera dell’uomo, anzi malgrado l’opera sua. Così la grazia, la fede, la virtù non germoglia nel cuore dell’uomo se non ve le semina Iddio; mentreché le passioni ed il peccato vi germinano da se stesse. “I servi del padre di famiglia vennero a lui, dicendo: Non seminasti tu buona semenza nel campo? Donde dunque le zizzanie? „ Manifestamente questi servi, che vanno dal padrone e gli narrano delle zizzanie cresciute in mezzo al grano, sono messi nella parabola per dare maggior colorito ed accrescere la forza drammatica, giacché il padrone del campo, che è Dio stesso, non aveva bisogno che altri gli narrasse la cosa. “Ed egli disse loro: Ciò ha fatto un uomo nemico; ed essi a lui: Vuoi dunque, che andiamo a raccoglierla? Ma egli disse: No, perché potrebbe essere che, sterpando le zizzanie, aveste a svellere il grano. „ In queste ultime parole si contiene il succo sostanziale, l’insegnamento principale della parabola, e perciò è prezzo dell’opera fermarvicisi sopra alquanto. – Il frumento e le zizzanie crescono nello stesso terreno e le radici loro si intrecciano, per guisa che è quasi impossibile diradicare quelle delle zizzanie senza toccare e rompere quelle del buon grano, e perciò il padrone vuole che ogni cosa si lasci al suo luogo. Ponete mente per altro, che non risparmia le zizzanie per se stesse, ma unicamente per riguardo al grano, tantoché quelle sono salve fino alla mietitura in grazia del grano istesso. Le zizzanie, come dicemmo, adombrano i cattivi, il grano raffigura i buoni: qui è manifesto essere volere di Dio, che nella vita presente i buoni vivano misti ai cattivi (1). È questo un fatto che abbiamo continuamente sotto gli occhi, di cui i buoni si lagnano spesso e talora quasi si scandalizzano. Una delle maggiori pene dei buoni quaggiù, è la compagnia dei tristi; è il vedere e l’udire le opere loro malvagie e subirne troppo spesso la tirannia in famiglia o nella società. Perché dunque Iddio, che è buono e onnipotente, ha disposto e vuole questo stato dì cose sì doloroso per i buoni? Perché vuole che le zizzanie crescano insieme col grano e vieta di sbarbicar quelle? È vero, la compagnia dei tristi può recare gravi danni ai buoni, pervertendoli nella fede e nei costumi, ma, considerata ogni cosa, i beni che ne vengono superano i mali, e perciò sapientemente Iddio volle che le cose fossero come sono. Anzitutto Iddio vuol salvi tutti gli uomini, anche i più perduti peccatori; e come ne va preparando la conversione e la salvezza? Uno dei mezzi più efficaci è la compagnia dei buoni, i quali con la parola e con l’esempio e con tanti altri modi li ammaestrano, li correggono e li convertono. I cattivi talvolta depravano alcuni buoni, ma sono sempre i buoni che riducono a penitenza i cattivi. È S. Ambrogio che guadagna Agostino, è santa Monica che converte Patrizio, suo marito, è quella povera sposa che, a forza di pazienza, riconduce a Dio lo sposo infedele, è quella madre desolata che con le attrattive della tenerezza richiama sulla buona via quel figliuolo scostumato. Ecco perché Dio vuole che accanto al malvagio viva il giusto: per conquistare quello mercé l’opera di questo. Il frumento non ha virtù di mutare la zizzania in grano, ma il virtuoso può, mercé la grazia divina, trasformare il perverso in un santo. – Non è tutto: la virtù trova il suo alimento nel patire; la cote affila il ferro e il patimento nutre e affina la virtù. La compagnia de’ malvagi è per i buoni una occasione continua di patire e per conseguenza un continuo esercizio di pazienza e di carità e, aggiungo, di meriti. Se non vi fossero stati i tiranni, dove sarebbero i martiri? Se non vi fossero le guerre, dove sarebbe il valore dei soldati? Se sulla terra gli uomini fossero tutti credenti e virtuosi, la terra sarebbe un paradiso: nessuna o poca fatica costerebbe la virtù e ben piccolo sarebbe il merito di praticarla. Infine la vista e la compagnia dei malvagi ci fa conoscere la nostra miseria e ci tiene umili, ci obbliga a stare in guardia ed usare prudenza, ci fa sentire il bisogno di ricorrere a Dio, ci rende inchinevoli al perdono e ci fa esercitare la regina di tutte le virtù, la carità. Ah! se sulla terra non vi fossero i cattivi, i buoni correrebbero altri pericoli, e non senza una profonda ragione Gesù Cristo disse: “No, non vogliate raccogliere le zizzanie: lasciate che crescano insieme le zizzanie e il grano fino alla mietitura. „ Tolleriamo adunque, o cari, la compagnia dei malvagi, vediamo di ricondurli a Dio, soffriamo con pazienza le molestie che ci recano e preghiamo per essi. Ma dunque i malvagi rimarranno impuniti? Sarà eguale la sorte dei buoni e dei cattivi? Udite la sentenza di nostro Signore: “Al tempo della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle: il grano poi riponete nel mio granaio. „ Così avrà luogo, alla fine dei tempi, la separazione assoluta ed irrevocabile dei buoni e dei cattivi: questi, a guisa di erbe, di sarmenti, di zizzanie buone a nulla, saranno gettati ad ardere nel fuoco eterno, e quelli, a guisa di buon grano, raccolti nel granaio, collocati per sempre in cielo. Figliuoli carissimi! per necessità delle cose e per volere divino ora siamo obbligati a vivere quaggiù in terra mescolati insieme buoni e cattivi; se siamo buoni, studiamoci di conservarci tali e adoperiamoci, come meglio possiamo, di tirare a noi i cattivi e guadagnarli a Dio; se siamo cattivi, non c’è tempo da perdere, mutiamoci di zizzanie in buon grano, affine di sfuggire il fuoco eterno e di essere un giorno raccolti in cielo.

(1) Certamente nostro Signore con questa parabola non volle insegnare che i cattivi si debbano trattare come ì buoni ed abbiano eguali diritti. In tal caso avrebbe insegnato che i ladri, gli assassini, gli omicidi e via dicendo non si debbano levare di mezzo alla società e punire, che è cosa assurda. Gesù Cristo, se male non veggo, volle dire, che nello stato presente vi saranno sempre nel mondo ed anche nella Chiesa uomini cattivi, che non si possono eliminare dal corpo sociale, coi quali bisogna avere e verso de’ quali bisogna usare tolleranza, dirò meglio, carità fraterna.

Offertorium
Orémus
Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine. [Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta
Hóstias tibi, Dómine, placatiónis offérimus: ut et delícta nostra miserátus absólvas, et nutántia corda tu dírigas. [Ti offriamo, o Signore, ostie di propiziazione, affinché, mosso a pietà, perdoni i nostri peccati e diriga i nostri incerti cuori.]

Communio
Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.[ In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio
Orémus.
Quǽsumus, omnípotens Deus: ut illíus salutáris capiámus efféctum, cujus per hæc mystéria pignus accépimus. [Ti preghiamo, onnipotente Iddio: affinché otteniamo l’effetto di quella salvezza, della quale, per mezzo di questi misteri, abbiamo ricevuto il pegno.]

 

 

 ææ

DOMENICA XXIII, IV quæ superfuit Post EPIPHANIA (2018)

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE, 

IV quæ superfuit Post EPIPHANIA

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps XCVI: 7-8

Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judæ.

[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda.]

Ps XCVI: 1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Orémus.

Deus, qui nos, in tantis perículis constitútos, pro humána scis fragilitáte non posse subsístere: da nobis salútem mentis et córporis; ut ea, quæ pro peccátis nostris pátimur, te adjuvánte vincámus.

[O Dio, che sai come noi, per l’umana fragilità, non possiamo sussistere fra tanti pericoli, concédici la salute dell’ànima e del corpo, affinché, col tuo aiuto, superiamo quanto ci tocca patire per i nostri peccati.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XIII: 8-10

Fratres: Némini quidquam debeátis, nisi ut ínvicem diligátis: qui enim díligit próximum, legem implévit. Nam: Non adulterábis, Non occídes, Non furáberis, Non falsum testimónium dices, Non concupísces: et si quod est áliud mandátum, in hoc verbo instaurátur: Díliges próximum tuum sicut teípsum. Diléctio próximi malum non operátur. Plenitúdo ergo legis est diléctio.

OMELIA I

 [Mons. BONOMELLI, Omelie, vol. I, Marietti Ed. Torino, 1899. Om. XVII]

“Non vogliate avere altro debito, che quello d’amarvi l’un l’altro; perché chi ama il prossimo, ha adempiuta la legge. Di fatto, il non fare adulterio, non uccidere, non rubare, non dir falsa testimonianza, non desiderare il male e se vi è alcuna altro precetto, tutto è compreso in questa parola: Amerai il prossimo come te stesso. L’amore del prossimo non opera alcun male: il compimento dunque della legge è l’amore „ (Rom. XIII, 8-10).

Il tratto della epistola, letta or ora, è tolto dal capo decimoterzo della lettera di S. Paolo ai fedeli di Roma. È brevissimo, perché si contiene tutto in soli tre versetti: ma se poche sono le parole e le sentenze, vasto quanto mai si può dire è il loro significato. Bastici il dire che l’Apostolo i n queste poche righe ha compendiata tutta la legge, come in termini dichiara egli stesso in quelle parole, che avete udito: Il compimento della legge è l’amore. Il soggetto, che siamo chiamati a considerare è caro e giocondo ad ogni anima bennata e per se stesso si raccomanda alla vostra attenzione. “Non vogliate avere altro debito, che quello di amarvi l’un l’altro. „ Queste parole si possono mutare in queste altre: Ogni vostro dovere si riduce all’amore scambievole. Se noi percorriamo tutti gli scritti del nuovo Testamento non troviamo un precetto più spesso e più vivamente raccomandato e inculcato quanto il precetto della carità fraterna. Gesù Cristo lo chiama precetto nuovo, perché prima di lui non fu mai sì chiaramente imposto, né mai a tanta altezza di perfezione portato: lo chiama precetto suo, perché è quello che più gli sta a cuore e meglio d’ogni altro esprime la natura e l’indole della legge evangelica, tantoché afferma, che all’osservanza di questo precetto si conosceranno i suoi discepoli. Nessuna meraviglia pertanto che S. Paolo qui riduca tutti i doveri del cristiano all’amore reciproco. Ma qui si affaccia naturalmente una difficoltà: come è mai possibile che tutti i doveri del cristiano si riducano all’amore fraterno, che dobbiamo avere gli uni con gli altri? – Narra S. Girolamo, che l’apostolo Giovanni, più che nonagenario, dimorava in Efeso: ogni volta che i fedeli si raccoglievano nella chiesuola, vi veniva portato a braccia dai discepoli, che lo pregavano di far loro udire la sua parola. Il santo vegliardo non faceva che ripetere: ” Figliuolini miei, amatevi a vicenda. „ Annoiati i discepoli di udir sempre quelle parole, gli dissero : “Maestro, perché  ci dici sempre questo? „ Egli rispose, scrive S. Girolamo, in modo degno di lui: “Perché è il precetto del Signore, e se anche solo si adempie, basta ,, (Degli Scrittori eccles.). La risposta d’un tanto apostolo, commentata da tanto dottore, mi dispenserebbe da qualunque spiegazione; ma è prezzo dell’opera svolgerla più largamente. E per pigliare le cose un po’ dall’alto, vediamo anzi tutto che cosa sia questo amore del prossimo. E forse quel sentimento comune, che più o meno ci porta tutti ad amare il nostro prossimo, quella cotal tenerezza, che sentiamo verso i nostri simili, che fa spuntare negli animi nostri la compassione verso i sofferenti? Certamente questo sentimento è buono, fa onore alla nostra natura; questa tenerezza, questa compassione verso i sofferenti è il carattere delle anime nobili ed è dono del cielo. Ma non è questo l’amore del prossimo, che il Vangelo comanda. Questo sentimento, questa tenerezza, questa compassione può aversi anche senza le opere. Quanti mostrano di sentire al vivo i mali altrui e son larghi di parole e scarsissimi ai fatti! Silla fu uno de’ più mostruosi tiranni, dei quali parli la storia. Eppure, assistendo in teatro, piangeva come un fanciullo udendo rappresentare alcune scene commoventi. S’inteneriva alle scene d’un immaginario dolore e faca versare torrenti di sangue e di lagrime. – Ho visto avari commuoversi dinanzi alle miserie dei tapini e rifiutare un soldo di limosina! – L’amore del prossimo comandato da Gesù Cristo è forse quel sentimento che ci muove ad amarlo per le sue buone e belle doti, per i benefici ricevuti, per i vantaggi che ne speriamo, per il piacere che proviamo in beneficarlo? Non io condannerò siffatto amore, che può essere naturalmente buono; ma in tal caso l’amor nostro non abbraccerà tutti, perché non tutti sono forniti di belle e buone qualità, ne da tutti abbiamo ricevuti benefici, o possiamo sperarne, e il piacere che si prova in amarli e beneficarli non è continuo e bastevole, e lo fosse anche, sarebbe un motivo affatto umano, e perciò troppo debole e incerto. Qual è dunque l’amor del prossimo che compendia in sé l’adempimento di tutti i nostri doveri? È quello che si accende nel nostro cuore, che esce dalle fibre più riposte dell’anima nostra, che ci fa sentire il bene e il male altrui come se fosse bene e male nostro: è quello che si manifesta nelle opere, che ci muove efficacemente al soccorso di quanti ne abbisognano, secondo le nostre forze: è quello infine che ha la sua radice e il suo alimento nella ragione non solo, ma nella fede e in Dio stesso. È questo l’amore del prossimo, che regge ad ogni prova e che compendia l’adempimento di tutti i nostri doveri. – Io devo amare il mio prossimo; e perché? Perché Dio lo ha creato, quel Dio che ha creato me pure; perché Dio lo conserva; perché Dio ha scolpita in lui la sua immagine e lo ama come un padre ama il figliuol suo. Io devo amare il mio prossimo, perché il Figliuol di Dio si è fatto uomo per lui, come per me; perché ha patito ed è morto per lui, come per me; perché Gesù Cristo gli offre le sue grazie, ha stampato od è pronto a stampare nell’anima sua il carattere d i figlio di Dio, e lo chiama al possesso eterno di se stesso. Io devo amare il mio prossimo, in una parola, perché lo vuole Iddio, perché Gesù Cristo me lo comanda, perché è mio fratello per natura. e per grazia, e come è operoso l’amore di Dio  verso il prossimo, così a somiglianza del suo dev’essere operoso il mio. Ecco l’amore del prossimo secondo il Vangelo. – L’amore del prossimo, che scaturisce da sì alta e pura fonte, racchiude in sé tutte le qualità e doti, che lo rendono perfetto. Esso è universale, perché si estende a tutti ed a ciascun uomo, perché non vi è pure un uomo solo, pel quale non valgano i motivi sopra accennati. Siano cattolici, siano eretici, siano scismatici, siano ebrei, siano pagani, tutti sono opera delle mani di Dio, per tutti è morto Gesù Cristo. — Questo carattere di universale nel senso più ampio della parola è proprio soltanto dell’insegnamento evangelico. Fuori del Cristianesimo l’amore del prossimo è l’amore di famiglia, della tribù, della nazione, ma non dell’uman genere: si estende ad alcuni, ma non a tutti e per lo più. è figlio delle simpatie, della gratitudine, o della speranza. È un amore continuo, perpetuo, perché i motivi, che lo accendono e lo alimentano, come ciascun vede, sono continui e non cessano, né possono cessare un solo istante. I motivi non sono propriamente negli uomini, nei loro meriti, ma in Dio Creatore e Redentore, nel suo volere, e perciò non soggetti a mutamento di sorta e quindi anche l’amore, che ne è l’effetto, non solo è universale e continuo, ma eguale nel senso or ora spiegato. – È un amore eguale, perché quantunque possa e debba variare d’intensità in ragione dei vincoli diversi che ci legano al prossimo, nondimeno a tutti si estende senza eccezione, come a tutti si estendono la creazione e la redenzione. – Che importa che questi sia povero, rozzo, ignorante? Che importa che quello sia ingrato, vizioso, scellerato? Che importa che mi odi, mi insulti, mi perseguiti ferocemente? Io deplorerò, condannerò le opere sue, ma amerò lui, perché non cessa d’essere l’opera di Dio, la conquista di Gesù Cristo. Il mio amore si appunta in Dio e in Gesù Cristo, e Dio e Gesù Cristo non si muta mai. Ecco il segreto che spiega la carità cristiana; ecco il perché questi missionari e queste suore abbandonano la famiglia e la patria, si seppelliscono in un ospitale, in un ricovero, valicano i mari, si gettano in mezzo ai barbari, ai selvaggi, ai c annibali per istruirli, incivilirli, per morire per loro e con loro. Ora, l’amore del prossimo, quale l’abbiamo tratteggiato, deve necessariamente manifestarsi in due modi: col non dire, né far cosa che spiaccia o rechi danno al prossimo e col dire e fare tutto ciò che gli piace o gli rechi vantaggio, come meglio è dato a noi. E per questo che l’Apostolo, volendo mostrare che tutti i doveri verso il prossimo si recapitolano nella carità, scrive: “Di fatto il non fare adulterio, non uccidere, non rubare, non dir falsa testimonianza, non desiderare il male, e se vi è altro precetto, tutto è compreso in questa parola: Amerai il prossimo come te stesso. „ Chi ama di vero amore il prossimo, come ama se stesso, adempie la legge perfettamente, non fa male a chicchessia e fa bene a tutti quelli, ai quali può farlo. E dunque vero ciò che l’Apostolo soggiunge in forma di sentenza assoluta: “Compimento della legge è l’amore — Plenitudo legis est dilectio. Forse mi direte: Ma non abbiamo noi doveri verso noi stessi e verso Dio? Ora questi non sono compresi nell’amore verso del prossimo. Come dunque poté dire l’Apostolo: “L’amor e del prossimo è il compimento della legge? „ Veramente può intendersi i n questo senso: A quel modo che l’amore di Dio ci porta all’adempimento dei doveri, che riguardano Dio, così l’amore del prossimo ci porta ad adempire tutti i doveri, che abbiamo col prossimo; ma parmi che possa intendersi assai bene in quest’altro modo: Certamente chi ama Dio, dee volere ciò che vuole Iddio e, per conseguenza, deve amare il prossimo, come lo ama Dio e come Dio comanda. Nell’amore di Dio è chiaramente compreso l’amore del prossimo, come nella causa si contiene l’effetto. Ma nell’amore del prossimo si contiene anche l’amore di Dio? In qualche senso, sì, o carissimi. Perché è impossibile amare il prossimo stabilmente, senza eccezione, attuosamente, con sacrificio di se stessi, anche quando esso è ingrato e ci odia, senza l’aiuto di Dio, senza l’amore di lui e se nel prossimo non vediamo e non amiamo Dio stesso. “Niuno, dice S. Giovanni, vide giammai Iddio: se noi ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e la sua carità in noi è compiuta „ (Epist. I. IV, 12). Che è come dire: Iddio si ama nell’uomo: chi ama l’immagine di Dio, ama Dio, e l’uomo è veramente l’immagine viva di Dio sulla terra. Amiamo adunque Dio e ameremo il prossimo: amiamo il prossimo, come si dee, ed ameremo Dio, perché questi due amori non si possono separare.

Graduale Ps CI: 16-17

Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam. [Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua. Allelúja, allelúja. [Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia] Alleluja

Ps XCVI: 1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja. [Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.

Matt VIII: 23-27

“In illo témpore: Ascendénte Jesu in navículam, secúti sunt eum discípuli ejus: et ecce, motus magnus factus est in mari, ita ut navícula operirétur flúctibus, ipse vero dormiébat. Et accessérunt ad eum discípuli ejus, et suscitavérunt eum, dicéntes: Dómine, salva nos, perímus. Et dicit eis Jesus: Quid tímidi estis, módicæ fídei? Tunc surgens, imperávit ventis et mari, et facta est tranquíllitas magna. Porro hómines miráti sunt, dicéntes: Qualis est hic, quia venti et mare obœdiunt ei?”

OMELIA II

 [Mons. G. Bonomelli, ut supra, omelia XVIII]

” Gesù essendo entrato in una navicella, i suoi discepoli lo seguitarono: ed ecco si levò un grande movimento del mare, talché la navicella era coperta dalle ondate. E Gesù dormiva. I suoi discepoli, accostatisi a lui, lo svegliarono, dicendo : Signore  salvaci, noi ci perdiamo. E Gesù disse loro: A che tanta paura, o uomini di poca fede? E alzatosi, comandò al vento ed al mare e si fece grande bonaccia. E gli uomini ne stupivano, dicendo: E chi è costui, che i venti ed il mare gli ubbidiscono? „ (Matt. VIII, 23-28).

Gesù Cristo dopo aver guarito il lebbroso presso Cafarnao e in Cafarnao il famiglio del centurione e liberata dalla febbre la suocera di Pietro, lungo la riva del lago di Tiberiade o di Genesaret, che gli Ebrei chiamavano mare, montò sopra una barchetta e di là, come narra S. Marco (IV, 1, 2), ammaestrava le turbe schierate sulla riva. E poiché ebbe finito, licenziata la moltitudine, volle tragittarsi sulla riva opposta del lago. Nella traversata avvenne il fatto che vi ho narrato, che sarà il soggetto delle nostre considerazioni comuni, sì, ma pur sempre belle ed utili. “Gesù, essendo entrato in una navicella, i suoi discepoli lo seguitarono: ed ecco si levò un gran movimento nel mare, talché la navicella era coperta dalle ondate. „ Questo il fatto, che non ha bisogno di spiegazione di sorta; piuttosto qui è da ricordare una dottrina comune dei Padri, che ha il suo fondamento nei Libri santi, ed è questa: vi sono nei Libri divini fatti che dobbiamo tenere con tutta certezza, essere avvenuti, come si narrano e che sono ordinati a significare altri fatti e ad insegnarci altre verità. Così noi dobbiamo tenere che Isacco saliva veramente il monte, carico delle legna, come narra la Scrittura; ma dobbiamo anche tenere che Isacco, in quell’atto, raffigurava Gesù Cristo che saliva il Calvario, portando il legno della croce. Possiamo applicare questo principio al fatto evangelico, che veniamo considerando. Eccovi la barchetta, sulla quale montò Gesù Cristo coi discepoli: eccovi il mare e la tempesta, che sorge. Che simboleggia essa quella barchetta? Simboleggia la Chiesa, nella quale sta sempre Gesù Cristo co’ suoi discepoli. Che cosa adombra il mare? La vita presente, che si alterna tra le burrasche e la calma. E la burrasca che sorse, che significa? Le lotte, i travagli, le prove, le persecuzioni che la Chiesa deve sostenere attraverso ai secoli. Ora quello che si può dire della Chiesa, in qualche senso e ragguagliata ogni cosa, si può dire d’ogni anima, nella quale Gesù Cristo abita per la fede e per la grazia, che  viaggia su questo mare del mondo, ora tranquillo ed ora tempestoso. La storia della Chiesa e d’ogni anima cristiana è dipinta al vivo nella navicella, che solca il lago di Tiberiade. La Chiesa sferra dalle spiagge della terra, e spiega le vele verso le sponde del cielo: sopra di essa sta sempre Gesù Cristo con gli Apostoli, nella persona del suo Vicario e de’ suoi Vescovi e lo seguono i suoi fedeli. Essa, è vero, non può naufragare, ma non va immune da tempeste: tempeste suscitate dalle passioni, da nemici interni ed esterni, più o meno violente secondo i tempi ed i luoghi. Ricordatevelo bene, o figliuoli dilettissimi: Gesù Cristo non promise mai alla sua Chiesa la pace stabile; anzi le predisse persecuzioni d’ogni fatta: annunziò che le porte, cioè le potenze d’inferno, l’avrebbero sempre combattuta e ch’essa ne sarebbe uscita vincitrice. Dunque non facciamo le meraviglie se la vediamo sì spesso or qua, or là, ora nel capo, ora nelle membra fieramente assalita. È la sua condizione. Può avere periodi di pace; ma pace continua, stabile, non mai; essa naviga sul mare, troppo spesso campo e giuoco dei venti e delle procelle; la pace vera e perfetta l’avrà solo in quel dì, che si chiuderanno i tempi e getterà l’àncora sul porto tranquillo e sicuro della eternità. Ciò che dico della Chiesa, l’applichi ciascuno a se stesso, e si ricordi che la vita è una milizia, cioè un periodo, in cui la pace e le battaglie necessariamente si avvicendano. E perché Dio vuole che la sua Chiesa, come una nave, che veleggia sul mare, sia a sì frequenti intervalli flagellata dalle procelle? Perché il somigliante vuole o permette per ogni anima, che naviga in questo pelago fortunoso della vita? Perché, se la guerra mostra il valore del soldato, la lotta mette in luce la forza divina della Chiesa: perché le prove impongono la vigilanza continua, affinano la virtù, obbligano a ricorrere a Dio, esercitano la pazienza, avvivano la fede, accrescono la, speranza e danno occasione al merito. L’acqua che ristagna, impaluda e si corrompe; un’aria immobile si altera e soffoca; la pace troppo lunga snerva il soldato: il movimento preserva l’acqua dalla corruzione, la bufera muta e rinfresca l’aria, la guerra addestra il soldato, e le lotte ringagliardiscono e purificano la Chiesa non meno che i singoli fedeli (S. Cipr.: De Mortalitate). – Ritorniamo alla navicella, che sul lago di Tiberiade era fieramente sbattuta dai venti per guisa, dice il Vangelo, che a quando a quando era coperta dalle ondate e minacciata d’essere sommersa. Che faceva Gesù? “Egli  ntanto dormiva, „ col capo adagiato, come dice S. Marco, sopra un guanciale. Egli dormiva e, credo, veramente, non in apparenza. Egli era perfetto uomo, e come uomo aveva bisogno di cibo, di bevanda, di riposo e di sonno come noi, e perciò nulla di più naturale, che dopo le fatiche della predicazione e dell’intera giornata secondasse il bisogno della natura e si addormentasse. Egli certo vedeva il pericolo ed il terrore degli Apostoli, eppure dormiva e mostrava di non veder nulla e di nulla curarsi. Similmente talvolta accade che la Chiesa soffra grandi pressure e corra gravi pericoli, e che Gesù Cristo lasci fare e quasi dorma: accade talvolta che la navicella dell’anima nostra sia qua e là trabalzata dalle onde frequenti delle tribolazioni e delle tentazioni, e che l’aiuto dall’alto venga meno: Gesù dorme. Egli vuole che ricorriamo a lui, e così con la preghiera in parte meritiamo l’onore della vittoria. — E ciò che fecero gli Apostoli là sul lago di Tiberiade. Essi, vedendo Gesù che riposava tranquillamente, in sulle prime non volevano turbare il suo sonno; ma, crescendo l’impeto della procella, e levandosi più minacciose le onde, e non potendo più oltre reggere al timone ed ai remi, vistasi la morte alla gola, corsero a Gesù, e destatolo, sclamarono: ” Signore, salvaci, noi ci perdiamo. ,, E questo, o cari, uno dei frutti più preziosi delle tribolazioni e dei grandi pericoli: veggendoci impotenti a superare la prova, conosciamo meglio noi stessi, sentiamo la necessità del soccorso divino e mossi dalla fede e dalla speranza, ci prostriamo innanzi a Dio e preghiamo. — Ah! sono le tribolazioni, sono i dolori, sono le tentazioni quelle che ci sollevano da questa terra e ci conducono a Dio. – Gli Apostoli ricorsero a Gesù e lo pregarono perché li stringeva davvicino il pericolo della morte. Imitiamoli ogni qualvolta i venti delle tentazioni e delle tribolazioni agitano e minacciano la navicella dell’anima nostra: il nostro grido, la nostra preghiera sia quella stessa degli apostoli: “Signore, salvaci, . noi ci perdiamo — Domine, salva nos, perimus. E Gesù disse loro: A che tanta paura, o uomini di poca fede? „ E come ciò? Gli Apostoli si gettano ai piedi di Gesù e lo pregano con tutto l’ardore dell’anima di salvarli dalla morte, ed Egli li rimprovera, come soverchiamente timidi e uomini di poca fede? Dovevano dunque astenersi dal pregarlo ed aspettare quando tutti fossero stati gettati in mare? Perché dunque il rimprovero? Senza dubbio Gesù li rimprovera pel soverchio timore, onde erano sopraffatti, timore, che non dovevano avere, trovandosi con Lui, che non poteva perire: è il manco di conoscimento della sua divina persona, l’angoscia smodata, la poca fede che Gesù riprende negli Apostoli. Allorché preghiamo d’essere liberati dai mali del corpo, non ci facciano mai difetto la calma, la rassegnazione ai divini voleri e la figliale fiducia in Dio. “E alzatosi, Gesù comandò ai venti ed al mare e si fece grande bonaccia. „ Sembra evidente che Gesù volgesse la parola al vento ed al mare, anzi S. Luca dice che li rimproverò, e ciò in forma di comando assoluto, come Signore d’ogni cosa, e incontanente si quietò il vento, e il lago tornò tranquillo in guisa che apparve chiaramente tutto ciò essere stato effetto del volere di Gesù Cristo. Come allora pregato fece cessare la tempesta del lago, così anche al presente, pregato da noi, sperderà i venti e le burrasche, che travagliano la sua Chiesa e turbano le anime nostre, se ciò tornerà a bene di quella e di queste. Purtroppo, o fratelli, per molti si pecca in varie maniere per ciò che spetta il ricorrere a Dio nei bisogni. – Vi sono molti, che non si curano di ricorrere a Dio allorché i nemici spirituali li stringono e le passioni rompono a rivolta, o ricorrono fiaccamente. Questi cadranno, perché senza l’aiuto di Dio non possono far nulla, e l’aiuto Iddio ordinariamente non l’accorda a chi non lo prega. Allorché adunque la tentazione ci preme e ci incalza, leviamo la mente a Dio, imploriamo con fede viva il soccorso, ed il soccorso, non ne dubitate, verrà. Vi sono altri, che nelle pene della vita, nei travagli temporali, nelle infermità, nelle calamità pubbliche o private, corrono ai piedi degli altari, pregano, fanno pellegrinaggi, digiuni e pretendono in modo assoluto che Dio li esaudisca. Costoro confondono malamente le cose: allorché si tratta della salvezza dell’anima nostra, dei beni spirituali assolutamente necessari, anche la preghiera può e deve essere assoluta, perché Dio si è obbligato ad esaudirci. Non sia mai per altro che vogliamo imporre a Dio il tempo e il modo. Che se si tratta di beni temporali, la nostra preghiera vuol essere condizionata, perché potrebb’essere che ciò che per noi si domanda non piacesse a Dio e tornasse anche di danno al conseguimento della salvezza nostra. Stiamo in guardia contro tutti questi difetti, nei quali frequentemente si cade anche dai buoni. “Gli uomini poi ne stupivano, dicendo: Chi è costui, che il vento e il mare gli ubbidiscono? „ Questi uomini, che rimasero colmi di stupore alla vista di tanto miracolo, erano gli Apostoli e forse anche alcuni altri, che sopra altre piccole barche l’avevano seguito. Ed è bene a credere, che non solo stupissero del miracolo, ma vivamente ringraziassero Gesù d’averli scampati dalla morte e lo riconoscessero per l’aspettato Messia, per Salvatore del mondo e l’adorassero. Figliuoli carissimi! la gratitudine è un sacro dovere con gli uomini, allorché ci beneficano: quanto è più sacro con Dio ogni qualvolta ci benefica, e ci benefica sempre, ad ogni istante! La gratitudine dei benefici ricevuti è il miglior mezzo per ottenerne altri anche maggiori.

 Credo

Offertorium

Ps CXVII: 16; 17

Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini. [La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta

Concéde, quæsumus, omnípotens Deus: ut hujus sacrifícii munus oblátum fragilitátem nostram ab omni malo purget semper et múniat. [O Dio onnipotente, concedici, Te ne preghiamo, che questa offerta a Te presentata, difenda e purifichi sempre da ogni male la nostra fragilità.]

Communio

Luc IV:22 Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei. [Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

Postcommunio

Orémus.

Múnera tua nos, Deus, a delectatiónibus terrenis expédiant: et coeléstibus semper instáurent aliméntis. [I tuoi doni, o Dio, ci distolgano dai diletti terreni e ci ristorino sempre coi celesti alimenti.]

 

FESTA DI CRISTO RE (2018)

FESTA DI CRISTO RE  (2018)

(Giov., XVIII, 33-37)

1.

LA REGALITÀ DI CRISTO

Il conquistatore della Terra Promessa, l’invitto condottiero d’eserciti, stanco e vecchio presentiva che la sua giornata era al tramonto, e la morte gli era dietro le spalle. Allora in Sichem radunò tutte le tribù d’Israele coi loro principi, coi seniori, coi giudici, coi magistrati: la pianura, come un prato quando passa il vento, fluttuava di persone. E Giosuè parlò al popolo così: « Stirpe d’Israele! i vostri padri, spesse volte, hanno servito a re e a dei stranieri e furono schiavi in Mesopotamia e in Egitto. Ora il Signore vi ha liberati da ogni tirannia e con la sua mano vi ha deterso il pianto dagli occhi: vi diede una terra meravigliosa che voi non avevate lavorato; vi diede città che voi non avevate costrutte; vi diede oliveti e vigne che voi non avevate piantato. Dopo tutto questo, voi siete ancora liberi. Volete ritornare schiavi dei tiranni e dei falsi dei a cui servirono in Egitto e in Mesopotamia i vostri padri, o volete unicamente ubbidire al Dio nostro, al vero Re? Scegliete. Io e la mia famiglia siam decisi a servire il Signore. – Tutto il popolo rispose: « Non abbiamo altro Dio fuori di lui: lui solo è nostro Re ». « Allora togliete in mezzo a voi gli dei stranieri, e servite al Dio nostro e ubbidite ai suoi comandamenti » rispose Giosuè. Fu dunque conclusa un’alleanza solenne tra il popolo e il Signore, e una pietra stragrande fu posta in memoria sotto una quercia, « Ecco questa pietra starà in testimonianza per voi e per le generazioni che verranno, — esclamò Giosuè, — perché nessuno osi negare quello che a Dio ha giurato ». Tutto il popolo si disperse e ciascuno ritornò alla propria casa (GIOSUÈ, XXIV, 1-27). – Nel 1926, come il vecchio condottiero d’Israele, Pio XI parlò a tutto il popolo cristiano con una magnifica lettera. « Le nostre anime hanno un Re grande e buono: un Re che è morto per darci la vita, ha versato il suo sangue per affrancarci dalla schiavitù del peccato, ha istituito il sacramento dell’Eucaristia per rimanere in mezzo a noi a governarci. Purtroppo, molti uomini si sono a lui ribellati per tornare schiavi delle passioni e del demonio. Che scegliete: o servire satana e il mondo per poi essere dannati nel fuoco’ eterno o servire Gesù Cristo nell’osservanza dei comandamenti e nel rinnegamento degli istinti cattivi per poi essere beati in paradiso? ». Tutti i Cristiani di buona volontà hanno risposto: « Noi scegliamo d’essere sudditi di Gesù Cristo: nessun altro re conoscono le anime nostre ». Allora il Papa, in memoria perenne della consacrazione del mondo intero a Cristo Re, ha posto non una pietra fredda e muta, ma una festa devota ed entusiastica, da celebrarsi ogni anno nell’ultima Domenica d’ottobre: la festa della Regalità di Nostro Signor Gesù Cristo. Per ciò oggi raccogliamo la nostra mente a meditare: chi è questo Re, come è il suo regno, quali sono i suoi nemici.

1. IL RE

Dice il santo Vangelo che sotto il pretorio di Pilato la plebe di Gerusalemme urlava: « Abbiamo trovato costui che sollevava il popolo a rivoluzione; ha cominciato dalla Galilea ed è venuto fin qua dicendo a tutti d’essere il Re dei Giudei ». Pilato ode le accuse ed in segreto interroga Gesù per sapere la verità. Gli domanda: « Sei tu il Re dei Giudei? » Gesù non risponde. « Non odi — continua Pilato — quante cose costoro gridano contro di te? Discolpati ». Gesù non risponde ancora. « Ma dunque — insiste il giudice romano — sei Re davvero? ». – « Tu l’hai detto: Io sono Re ». Rex sum ego (Giov., XVIII, 37). Ed aveva ragione. Chi è il re? è colui che sopra gli altri ha il triplice potere di far leggi, di giudicare, di punire. Orbene, Gesù Cristo possiede questo triplice potere.

Ha il potere di far le leggi. « Voi sapete — diceva alle turbe il Maestro divino — che fin ora c’è stata una legge che permetteva l’odio al nemico e la vendetta fino a dente per dente, occhio per occhio. Adesso io vi do la legge dell’amore: fate del bene a quelli che vi fan del male, pregate per quelli che vi perseguitano e vi odiano. Voi sapete che fin ora c’è stata una legge che proibiva l’adulterio; adesso io vi dico che anche uno sguardo immodesto e un pensiero cattivo è peccato. Voi sapete che fin ora c’è stata una legge che puniva i ferimenti e gli omicidi; adesso io vi dico che punirò col fuoco anche le parole ingiuriose ed offensive» (Matth., V).

Ha il potere di giudicare. Spiegando ai discepoli la parabola della zizzania, Gesù disse che quando verrà nella sua maestà, starà sopra un trono, e gli Angeli saranno in giro a lui: allora separerà gli uomini a uno a uno, secondo il giudizio dei loro peccati » (Matth., XIII, 40). E S. Giovanni ebbe una terribile visione: « Ho visto — scrive — tutti i morti, e grandi e piccoli, radunati davanti a un trono altissimo: furono aperti i libri delle loro opere e Gesù li giudicava secondo quello che vi stava scritto » (Apoc, XX, 12). Del resto lo diciamo nel Credo che Cristo « ascese al cielo: di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti ».

Ha il potere di punire e di premiare. Parlando del giudizio finale il Signore ha detto: « Allora il Re a quelli di destra dirà: venite, o benedetti del Padre mio, vi ho preparato un regno eterno di delizie, perché  quando avevo fame voi mi sfamaste e quando avevo sete voi mi dissetaste. Ma poi volgendosi a quelli di sinistra dirà: voi che m’avete fatto patire e fame e sete siete condannati all’inferno col demonio e gli angeli ribelli » (Matth., XXV, 33-45). Dunque Gesù Cristo è Re. È Re perché Dio gli ha dato ogni potestà su tutta la terra. È Re perché tutti gli uomini erano schiavi del peccato ed Egli li ha comprati non con oro né con argento ma col prezioso sangue suo. È Re perché tutti gli uomini erano sotto il dominio del demonio per il peccato originale ed Egli li ha conquistati morendo sulla croce. Per natura, per acquisto, per conquista è nostro Re e noi lo riconosciamo: « Tu Rex gloriae, Christe! ».

2. IL REGNO

« Sono Re! » disse Gesù a Pilato. « Ma il mio regno non è di questo mondo. Se fosse di questo mondo i miei discepoli con le spade mi avrebbero difeso dai Giudei, e milioni di Angeli invincibili avrebbero sterminato i miei nemici ».

Il Regno di Gesù Cristo non è un regno materiale. Egli avrebbe potuto venire al mondo come un potente imperatore, con la sua capitale, col suo palazzo, col suo esercito, con la sua flotta: ne avrebbe avuto anche il diritto. Però, per nostro amore preferì la stalla alla reggia, la corona di spine alla corona d’oro, la canna allo scettro, la croce al trono. Ma se il suo Regno non è materiale è però superiore ad ogni altro. – I re di questo mondo comandano sui corpi, egli sui cuori. I re di questo mondo si fanno ubbidire con la forza, egli con l’amore. I re di questo mondo hanno palazzi e troni, ed Egli ha le sue chiese e i suoi altari. I re di questo mondo hanno gli eserciti ed anch’Egli li ha, e più belli e più valorosi: sono migliaia di fanciulle che amano Cristo R e più del padre e della madre più della loro giovinezza e si ritirano nei conventi ove per Lui consumano la vita, adorandolo giorno e notte; sono migliaia di uomini che rinunciano alle carriere fulgide del mondo ai guadagni e si fanno religiosi, sacerdoti; sono migliaia di giovani robusti che hanno il coraggio di lasciare il paese dove sono nati, e la patria amata, e vanno per deserti e per selve, fino agli ultimi confini del mondo, senza nulla fuor che un crocifisso, per estendere il Regno di Cristo.

Il Regno di Cristo è universale. Ogni regno di questo mondo ha i suoi confini: l’Italia è limitata dalle Alpi e dal mare, l’Inghilterra non regna sulla Russia né sulla Francia …, anche l’impero romano che fu il più grande di tutti aveva le sue colonne d’Ercole. Il regno di Gesù Cristo non ha confini: è grande come tutta la terra. Su ogni campanile di ogni paese trovate la croce; tra l’erba di ogni cimitero trovate la croce; nelle capanne dei selvaggi trovate la croce. Se il Papa, viceré di Cristo, dice una parola, quella parola con venerazione è ascoltata in ogni parte del mondo.

3. IL REGNO DI CRISTO È ETERNO

Quando Gesù Cristo cominciò a regnare, sul mondo comandavano gl’imperatori romani: ora, tutti gli imperatori romani sono morti e morto è il loro impero, mentre ancora Cristo vince, regna, comanda. Erano già quattrocento anni che viveva la Chiesa di Cristo, quando Clodoveo fondò l’impero dei Franchi; ora quell’impero con tutti i suoi imperatori è morto, mentre ancora Cristo vince, regna comanda. Erano già mille anni che viveva la Chiesa di Cristo, quando Guglielmo il Conquistatore stabiliva in Inghilterra la dinastia dei re Anglo-Normanni; ora quella dinastia con tutti i suoi re è spenta, mentre ancora Cristo vince, regna, comanda. Erano già mille e duecento anni che c’era la Chiesa di Cristo, quando in Germania cominciò la dinastia degli Asburgo; ora quella dinastia con tutti i suoi re è spenta, ma Cristo ancora vince, regna, comanda. – Erano già mille e seicento anni che regnava Cristo quando ascendeva al trono della Russia la casa dei Romanoff; ora quella casa nella grande guerra si è estinta, ma Cristo ancora vince, regna, comanda. – Dov’è Nerone che voleva soffocare in fasce il regno di Dio? È morto, cacciando nel cuore il suo pugnale. Dov’è Giuliano l’Apostata che voleva distruggere fin anche il nome di cristiano? È morto, sconfitto in guerra, disperatamente urlando: « Galileo hai vinto! ». – Dov’è Lutero che ha strappato mezza Europa al dolce giogo di Gesù? È morto, guardando il cielo con occhi delusi. Anche Voltaire che voleva schiacciare con le sue mani come una formica il Re dei Re, è morto mordendo come un cane le sue coperte. – Anche Napoleone, che aveva osato dare uno schiaffo al vecchio Papa e trascinarlo in esilio, è morto, vinto e solo, in uno scoglio in mezzo alle acque. – E Cristo vince, regna, comanda ancora oggi, e vincerà e regnerà e comanderà anche domani. Sempre.

 I NEMICI

« Io sono un Re umile e mite di cuore » ha detto Gesù, « e il giogo del mio regno è dolce e soave ». Se è così, è chiaro che i nemici di Cristo Re e del suo regno sono quelli che il cuore non hanno umile e mite, ma superbo e crudele. Ed ha cuore superbo chi non vuole pregare. « Pregare? ma chi, se non mi manca niente? Ho salute, ho danari, ho divertimenti, ho piaceri, che altro posso desiderare di più? Non ho bisogno di nessuno, nemmeno di Dio ». E non vedono che sono sepolcri imbiancati con dentro l’anima morta e putrefatta; non sanno che anche i beni materiali sono dono di Dio; di Dio che li ha creati, che li conserva, che li ha redenti, che li giudicherà un giorno. Questi superbi di cuore hanno orrore di accostarsi ai sacramenti. « Confessarci? in che cosa abbiamo sbagliato? e chi ha diritto di sapere i miei segreti? Comunicarci? noi non siamo deboli, noi facciamo da soli».Ed ha cuore superbo chi non osserva i comandamenti. « Io non sono suddito di nessuno » dicono in pratica i nemici del Regno di Cristo, e disubbidiscono a tutti i comandamenti. Credono che Gesù non possa comandare a loro di non bestemmiare, di non rubare; e soprattutto, non vogliono nessun freno ai loro piaceri. Pretendono di poter lecitamente pensare e dire le cose più invereconde, pretendono di poter lecitamente soddisfare alle passioni più vergognose. Nemici del purissimo regno di Cristo sono quelli che diffondono lo scandalo, che leggono libri osceni, che frequentano balli e spettacoli dove regna il demonio; nemici del regno di Cristo sono quelli che dissacrano il sacramento del matrimonio e trascurano l’educazione cristiana dei figli; nemiche del regno di Cristo sono quelle disgraziate che nonostante i comandi del Papa e dei Vescovi si coprono con vesti di pagana sensualità; con vesti che cominciano troppo tardi, finiscono troppo presto e sembrano tessute col vento.Ed ha cuore duro chi odia i suoi nemici e conserva nel cuore le offese, e con gioia velenosa aspetta il momento di rendere il male ricevuto o di farne uno maggiore; il regno di Cristo è regno d’amore e le sue leggi sono soltanto di amore e di pace.Ed ha cuore duro chi non sente compassione dei bisognosi, degli ammalati che domandano cure e conforto, dei poveri che chiedono un po’ di pane, delle Missioni e delle opere buone che aspettano la nostra offerta, delle anime del purgatorio.Ma se con segno più evidente e infallibile volete distinguere i nemici del Regno di Cristo, guardate se odiano il Papa, se lo calunniano, se lo disobbediscono: chi è nemico del Vice-Re è nemico del Re.

CONCLUSIONE

Un piccolo Re di Normandia, dopo lunghe peregrinazioni e vicende, tornava dalla Crociata nel suo regno. Camminava a stento per i digiuni e le fatiche, ed aveva una ferita ancora aperta e sanguinante sul petto. Quando toccò i confini della sua terra due lagrime gli sgorgarono da sotto le nere ciglia e gli rigarono il volto. Era forse mezzodì e faceva caldo. Nell’ascendere incontrò un uomo che portava una brocca colma di acqua fresca: « Sono il tuo Re che torna: dammi da bere ». L’altro guardò stupito e gli rispose villanamente: « Non conosco nessun Re: tu sei uno straccione !» e riprese la sua strada senza più voltarsi indietro. – Il povero Re tristemente lo vide sparire dietro una siepe e mormorò: « Domani, avrai sempre sete senza poter bere mai nel mio regno ». – Intanto scendeva la sera e la reggia era ancora lontana. Annottava, quando vide disegnarsi sul sentiero una striscia di luce; c’era una casa. Attraverso la porta socchiusa guardò in quella casa: sul tavolo fumavano le vivande, un uomo una donna e un giovanotto soltanto sedevano in giro. Il Re aveva fame e sonno; fermandosi sulla soglia, gemette: « Date al vostro Re, o buona gente, un pane e un po’ di paglia per dormire ». Il marito s’alzò di scatto bestemmiando, e lo scacciò fuori nell’oscurità, e chiuse l’uscio col chiavistello. Il povero Re sotto le stelle intinse il dito nella sua ferita sanguinante sempre e scrisse sull’architrave di quella casa: « Non est pax nec hodie nec cras ». Albeggiava appena, quando entrò sotto il portone della sua reggia. Non riconobbe più la sua casa così splendida una volta, così pulita: sembrava ora la scuderia. Sentì un gran vociare venire dalle sale, si fermò in ascolto: « Il Re è morto: è finito il tempo della tirannia. Si ordini a tutto il paese di bruciare la sua aborrita immagine, si stabiliscano grandi feste in cui ciascuno farà quello che vuole ». Il povero Re non poté più trattenersi dalla commozione, sospinse la porta e gridò: « Rallegratevi! il vostro Re è tornato a regnare ». Fu un urlo: tutti quei maggiorenti e principi levarono i pugni contro di lui: « Via! non ci sono più Re ». Da quel giorno in quel regno cominciarono le rapine, le violenze, le pesti, le guerre, i terremoti. – Cristiani, comprendete la bella leggenda. Cristo, il Re dei nostri cuori, torna a regnare. Guai all’individuo che non lo disseterà con la sua anima! avrà sempre sete nel fuoco dell’inferno. Guai alle famiglie che non lo accoglieranno! non avranno più pace, né in questo né nell’altro mondo. Guai alle nazioni che non rispetteranno i suoi diritti inviolabili, saranno oppressi dai disastri fisici, economici, morali.

Per la MESSA:

www.exsurgatdeus.org DOMENICA in festo DOMINO NOSTRO JESU CHRISTI REGIS


Commemoratio Dominica XXIII Post Pentecosten V. Octobris
Absólve, quǽsumus, Dómine, tuórum delícta populórum: ut a peccatórum néxibus, quæ pro nostra fraglitáte contráximus, tua benignitáte liberémur.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Jer XXIX:11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]
Ps LXXXIV:2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.
[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio
Orémus.
Absólve, quǽsumus, Dómine, tuórum delícta populórum: ut a peccatórum néxibus, quæ pro nostra fraglitáte contráximus, tua benignitáte liberémur.
[Perdona, o Signore, Te ne preghiamo, i delitti del tuo popolo: affinché dai vincoli del peccato, contratti per lo nostra fragilità, siamo liberati per la tua misericordia.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses.
Phil III:17-21; IV:1-3
Fratres: Imitatóres mei estóte, et observáte eos, qui ita ámbulant, sicut habétis formam nostram. Multi enim ámbulant, quos sæpe dicébam vobis – nunc autem et flens dico – inimícos Crucis Christi: quorum finis intéritus: quorum Deus venter est: et glória in confusióne ipsórum, qui terréna sápiunt. Nostra autem conversátio in cœlis est: unde etiam Salvatórem exspectámus, Dóminum nostrum Jesum Christum, qui reformábit corpus humilitátis nostræ, configurátum córpori claritátis suæ, secúndum operatiónem, qua étiam possit subjícere sibi ómnia. Itaque, fratres mei caríssimi et desideratíssimi, gáudium meum et coróna mea: sic state in Dómino, caríssimi. Evódiam rogo et Sýntychen déprecor idípsum sápere in Dómino. Etiam rogo et te, germáne compar, ádjuva illas, quæ mecum laboravérunt in Evangélio cum Cleménte et céteris adjutóribus meis, quorum nómina sunt in libro vitæ.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie; vol. IV – Omelia XXI– Torino 1899]

“Fratelli, siate imitatori miei, e riguardate quelli che procedono nel modo, del quale avete l’esempio in noi. Perché molti, dei quali spesso vi parlavo, ed ora ve lo ripeto piangendo, operano da nemici della croce di Cristo; fine dei quali è la perdizione, il cui Dio è il ventre, e la gloria è a loro ignominia, che non amano che le cose terrene. Ma noi siamo cittadini del cielo, donde anche aspettiamo il Salvatore, Signor nostro Gesù Cristo; il quale trasformerà l’abiettissimo nostro corpo, modellandolo sul suo corpo gloriosissimo con quella operazione, con la quale può anche sottomettere a sé ogni cosa. Il perché, o fratelli carissimi e desideratissimi, mia gioia e mia corona, tenetevi così saldi nel Signore, o carissimi! Esorto Evodia e prego anche Sintiche a sentire lo stesso nel Signore. Prego te pure, compagno leale, le soccorri, come quelle che hanno combattuto per il Vangelo insieme con me e con Clemente e gli altri miei cooperatori, i nomi dei quali sono nel libro della vita. „ (Ai Filippesi, c. III, 17-21; c. IV, 1-3).

Anche queste sentenze sì piene d’affetto paterno si trovano nella Epistola di S. Paolo ai fedeli della Chiesa di Filippi. Ormai quella lettera quasi per intero nel corso dell’anno ecclesiastico è passata sotto i nostri occhi. Il metodo che noi teniamo di spiegare parola per parola le sentenze delle Lettere apostoliche, ha lo sconcio di dover ripetere non poche volte le stesse verità; ma ha pure dei vantaggi non lievi, tra gli altri quello di seguire passo passo l’Apostolo nelle sue esortazioni sì belle e sì eloquenti, di conoscere i bisogni, i mali ed i beni di quelle cristianità appena nate, che di poco si differenziano dai nostri, e di sentire, direi quasi, ad uno ad uno i battiti di quel cuore tutto zelo per la salvezza delle anime, e di addentrarci in ogni pensiero, anche minimo, di quell’altissima mente. Fu detto, ed a ragione, che il mezzo più facile e sicuro per conoscere un uomo, è quello di leggere le sue lettere: ciò si avvera singolarmente quanto all’Apostolo: la lettura e lo studio, anche ad intervalli, di queste lettere ammirabili, ci fanno entrare nei penetrali di quell’anima incomparabile e ce ne fanno sentire tutta la grandezza. Ma lasciamo da banda qualunque esordio, veniamo alla chiosa degli otto versetti che vi ho riportati. –  Il muratore, che costruisce il muro, prima di porre una nuova pietra, con la mano si assicura che quella già posta sia salda; così anch’io, prima di spiegarvi la lezione dell’odierna Epistola, debbo vedere alcune sentenze che le stanno innanzi, affinché apparisca il legame tra loro e l’armonia delle parti. S. Paolo, dopo aver esortati i Filippesi ad una santa letizia, e messili in guardia contro i giudaizzanti, i quali volevano legare il Cristianesimo alla legge mosaica; dopo aver detto che i veri circoncisi, i veri Israeliti sono i Cristiani, che hanno la circoncisione dello spirito, non quella inutile della carne; dopo aver detto che anch’egli fu addetto al giudaismo, ma che ora lo reputa fango per seguir Cristo che lo ha tirato a sè, prosegue esortando tutti a fare lo stesso, e scrive: “Fratelli, siate imitatori miei — Irnitatores mei estote, fratres. ,, Grande, o cari, è l’efficacia dell’esempio sugli animi nostri, e ben maggiore che non sia la efficacia della parola. Allorché noi vediamo un alto personaggio, il capo nostro affrontare pel primo i pericoli e superare i maggiori sacrifici, quasi nostro malgrado ci sentiamo spinti a seguirlo, e talvolta i codardi diventano eroi. Simone Maccabeo giunse coll’esercito sulla riva d’un torrente impetuoso: bisognava guadarlo: i soldati esitavano dinanzi al pericolo: Simone pel primo gittossi nel torrente e passò, e dietro a lui, pieno di entusiasmo, passò tutto l’esercito. Sulle rive della Beresina si accalcavano a migliaia i miserabili avanzi del grande esercito di Russia: il ponte era distrutto : i cosacchi incalzavano alle spalle: il fiume mezzo agghiacciato: i soldati, intirizziti dal freddo, atterriti, non avevano forza, sotto le palle nemiche, di ricostruire il ponte: un disastro irreparabile era imminente. Un generale si lancia nel fiume fino alle spalle: l’acqua gli gelava intorno alla persona, e vi stette alcune ore, di là incoraggiando i soldati e dirigendo i lavoranti alla ricostruzione del ponte, e salvò le reliquie dell’esercito (Il fatto è narrato coi colori più vivi dal Thiers nella sua storia dell’Impero; quell’intrepido generale del Genio francese era Eblé, che poco dopo morì). – L’esempio fa prodigi. Noi, uomini di Chiesa, dobbiamo camminare innanzi a voi, o laici, e guai se non lo faremo; ne renderemo conto strettissimo a questo Duce supremo; ma voi pure, o padri e madri, voi, o padroni, voi che tenete un’autorità qualunque, dovete precedere col buon esempio i vostri figli, i vostri dipendenti, i vostri soggetti in guisa da poter loro indirizzare le parole dell’Apostolo : “Fratelli, siate miei imitatori. „ – E non è questo orgoglio, o grande Apostolo? Pòrti innanzi come esempio di perfezione? Perché non dire piuttosto: Siate imitatori di Gesù Cristo? — No, non è orgoglio quello dell’Apostolo, che nelle sue lettere in faccia al mondo confessò tante volte le sue colpe; tre righe più sopra di queste parole egli confessa d’essere stato giudeo, ostinato persecutore della Chiesa: poi, il dire la verità, quando torni a bene altrui, benché ridondi a proprio onore, non è orgoglio, purché retta sia l’intenzione. Finalmente, se qui l’Apostolo propone se stesso in esempio, si associa tosto gli altri, scrivendo: “E riguardate a quelli che procedono nel modo, del quale avete l’esempio in noi; „ vedete cioè e seguite tutti quelli che tengono con me la stessa via: onde l’Apostolo conforta i fedeli ad imitare non solo sé, ma tutti quelli in genere che corrono la via della verità e della virtù. E d’avere buoni esempi, e seguirli animosamente, avevano bisogno anche i Filippesi, perché pur troppo avevano sotto gli occhi uomini, e non pochi, di scandalo. Udiamo S. Paolo. “Molti, dei quali spesso vi parlava, ed ora ve lo ripeto con le lacrime, operano da nemici della croce di Cristo. „ State sull’avviso, così l’Apostolo; se molti tra voi seguono la via retta, e potete e dovete imitarli, molti camminano per vie torte, e dovete fuggirli. E chi sono? Sono uomini che vi additai quando ero in mezzo a voi, e li conoscete: uomini, che con le perverse loro dottrine e prava loro condotta mi colmano di dolore e mi fanno versare lacrime amarissime; ve lo dico con una sola parola: “Sono nemici della croce di Cristo — Inimicos crucis Christi. „ Non dovete credere che con la parola croce l’Apostolo intenda significare la croce materiale: con la parola croce indubbiamente vuole indicare la dottrina di Cristo, come noi pure siamo soliti fare nel nostro linguaggio. Nondimeno vi deve essere una ragione speciale, per cui S. Paolo in questo luogo volle usare questa forma di dire, che non gli è famigliare, e deve essere questa: I giudaizzanti, che seguivano e perseguitavano da per tutto l’Apostolo con una rabbia implacabile, insegnavano doversi osservare la circoncisione e tutte le prescrizioni mosaiche, ma non si curavano gran fatto della mortificazione della carne e delle passioni: volevano tutto il bagaglio materiale della legge, ma del culto interno, della vita dello spirito, della crocifissione delle passioni, nulla o quasi nulla. Questi uomini S. Paolo li designa con la frase energica e felice di nemici della croce di Cristo; son gente, secondo san Paolo, che non vogliono patire, che non vogliono rinnegare se stessi, che non vogliono crocifiggere le malnate loro cupidigie, che respingono e combattono la dottrina di Cristo, che si compendia nella croce. – E di questi nemici della croce di Cristo quanti ne abbiamo noi pure, o carissimi! Nemici della croce di Cristo sono coloro che recitano, se volete, lunghe orazioni, che intervengono alle sacre funzioni, che ascoltano la S. Messa, che accettano tutto il simbolo, si dicono Cattolici, ma non vogliono rompere quella tresca nefanda, non vogliono restituire il mal tolto, ricusano di dar pace all’offensore, tengono mano a contratti usurai, si abbandonano all’ubriachezza ed ai bagordi, son pieni d’orgoglio, e se fosse possibile convertirebbero in oro le gocce di sudore dei loro operai, avidi solo di arricchire: ecco i nemici della croce di Cristo. Ricordino costoro la sentenza dell’Apostolo: “Quelli soltanto appartengono a Cristo, i quali hanno messo in croce la loro carne colle sue cupidigie e coi suoi vizi. ,, – E quale sarà la fine di questi nemici della croce di Cristo? Risponde l’Apostolo: “La perdizione eterna — Quorum finis interitus. Non ingannatevi, così nel vigoroso suo linguaggio S. Paolo: se fuggite la croce di Cristo, se l’odiate, se accarezzate la vostra carne, finirete nell’eterna perdizione. — Qui l’Apostolo, quasi sfavillante di nobile sdegno contro questi nemici della croce di Cristo, della quale sola egli si gloriava, ch’era tutta la sua sapienza, come protesta altrove, usa una frase piena di forza, ed esclama: “Questi uomini, il Dio dei quali è il ventre — Quorum Deus venter est. „ – Non vi è dubbio, la frase rovente cade su coloro, che per servire alla gola, col mangiare e col bere, a guisa d’esseri irragionevoli, non curano le leggi sante della temperanza, dimenticano e calpestano ogni dovere, e tutto sacrificano al ventre. Gran cosa! Grande è l’amore degli uomini al denaro, più grande forse ancora alla propria stima, all’onore: sommo poi è l’amore alla sanità ed alla vita del corpo; eppure, per saziare le voglie della gola si consuma il patrimonio, si disprezza il proprio onore e la stima del pubblico, e si fa getto persino della sanità del corpo e si accorcia la vita, tanta è la tirannia di questa passione animalesca. Che dico animalesca! Peggio che animalesca; perché non troverete animale, che, lasciato in balia a se stesso, ecceda i limiti del necessario e del conveniente: poiché ha spento il bisogno naturale di cibo, s’acqueta e cessa di nutrirsi, dove ché l’uomo già satollo ed ebro, ancora domanda cibo, ancora desidera il vino! Aveva ragione Crisostomo di scrivere, che ad alcuni fa più danno il ventre, cioè la gola sregolata, che il mare, allorché uscito dai suoi confini, inonda i campi vicini. Voi lo sapete, o cari, se il valicare alcun poco i confini della cristiana temperanza non è colpa grave, lo è sempre allorché si nuoce (e spesso ciò accade) alla salute del corpo, si perde la ragione, si reca scandalo e si fa soffrire la fame ai figli e alla moglie, e si corre pericolo di proferire bestemmie ed oscenità, e appiccar risse. È vergogna e somma per noi uomini e Cristiani, chiamati a servir Dio, servire al ventre! – Un’altra espressione aggiunge l’Apostolo per folgorare questi nemici della croce di Cristo: “E la gloria è a loro ignominia; „ e vuol dire: Costoro si fanno un vanto, una gloria di ciò che li dovrebbe far arrossire e vergognare: si vantano delle loro crapule, delle loro immondezze, dei loro vizi, mentre dovrebbero sentire la loro ignominia. È male il darsi in braccio alle passioni, quali che siano; ma il gloriarsi d’essere schiavi delle passioni e menarne quasi trionfo, è cosa intollerabile, è l’essere caduti in fondo al degradamento morale; e a tanta abiettezza e vergogna si giunge per alcuni Cristiani, i quali vanno con la fronte alta e portano in trionfo: i loro vizi! Quorum gloria in confusione est, grida S. Paolo. Davvero costoro, così continua l’Apostolo. “non amano, non gustano che le cose terrene — Qui terrena sapiunt. „ Vedeteli questi uomini, che non han gusto che per le cose materiali; parlate loro di Dio, della vita avvenire, della virtù, delle gioie della buona coscienza, della pace del giusto, della serenità dell’uomo, signore delle proprie passioni; essi si annoiano, si stancano, si offendono: essi non parlano che di passatempi, di affari, di teatri, di conviti, di balli, di piaceri sensuali; han perduto il senso delle cose dell’anima, e non gustano che le cose della terra: Terrena sapiunt. Ci vorrà un miracolo della grazia perché questi, tutto sensi e carne, si riducano ancora sulla via del cielo. A questi uomini, nemici della croce di Cristo, schiavi della gola, che non hanno gusto se non per le cose della terra, S. Paolo, con felice passaggio, contrappone la vita dei veri Cristiani, dicendo: ” Noi siamo cittadini del cielo, „ ossia, noi viviamo qui sulla terra come se già fossimo in cielo: Nostra autem conversatio in cœlis est. Codesti uomini dei quali vi ho parlato, son sempre fitti col pensiero e con l’affetto, con la mente e col cuore nelle cose misere e caduche di quaggiù: Terrena sapiunt; noi illuminati dalla fede, sorretti dalla speranza, portati sulle ali della carità, ci solleviamo in alto, viviamo in cielo. Come ciò si intende? Con tutta facilità. Noi abbiamo questo corpo, e finché viviamo, esso non può dimorare che sulla terra. Ma in questo corpo vive l’anima nostra: essa pensa ed ama, e non può non pensare ed amare, come il corpo non può non respirare. Il pensiero e l’amore sono le due perenni manifestazioni dell’anima nostra, sono le due ali, con cui vola là dove le aggrada. Dov’è l’anima nostra? Là dove è il suo pensiero e dove la ferma il suo affetto: il corpo è sempre qui sulla terra, ma l’anima è là dove vuole e come vuole e quando vuole la sua mente e il suo cuore. Vedete l’esule ebreo sulle sponde dell’Eufrate: il corpo  è là, l’anima sua s’aggira sui colli della sua Gerusalemme. Quante volte voi, che mi ascoltate, col corpo vi trovate lungi dalla patria, dal focolare domestico! E quante volte sorprendete il vostro pensiero e il vostro affetto che vagheggia le colline che circondano la patria, vi trovate in mezzo ai vostri cari! Si vive in un luogo col corpo, si può vivere altrove coll’anima, e si vive con essa là dove si pensa e si ama. Or bene, dilettissimi: noi siamo condannati a vivere col corpo qui sulla terra quanto piacerà a Dio: ma con l’anima possiamo e dobbiamo vivere là dove è la vera e stabile nostra patria, là dove sono i Santi, là dove è Dio, il Padre nostro, che ci aspetta, là dove staremo eternamente. Quando solleviamo la mente e il cuore a Dio, quando detestiamo il vizio ed amiamo la virtù, quando preghiamo, quando meditiamo le eterne verità, quando disprezziamo le cose della terra e sospiriamo quelle del cielo, allora noi viviamo in cielo, siamo cittadini del cielo: Nostra conversatìo in cœlis est. Quale felicità, o carissimi! Allora non si sentono, o si sentono più lievemente i mali della terra, e si pregustano le delizie, onde si saziano senza mai saziarsi i beati. In alto adunque, o cari, i nostri pensieri, in alto i nostri affetti e desiderii: Sursum corda! Cominciamo ora a vivere lassù, dove eternamente vivremo, ponendovi, come scrive S. Agostino, le primizie del nostro spirito. Seguitiamo l’Apostolo, il quale, dopo averci esortato a vivere fin d’ora in cielo, coglie l’occasione di rammentare un’altra verità fondamentale, che alla accennata si lega come l’effetto alla causa. Viviamo in cielo, ” donde aspettiamo il Salvatore Signor nostro Gesù Cristo. „ Gesù Cristo risorto e glorioso regna in tutta la sua divina maestà in cielo; nostro capo e modello lassù ci ha preceduto, di lassù guida i nostri passi con la fede, avvalora la nostra debolezza con la sua grazia, e di lassù alla fine dei tempi verrà a coronare i nostri sforzi e a compiere le nostre speranze. Come? “Trasformando l’abiettissimo nostro corpo, conformandolo o modellandolo sul suo gloriosissimo. „ Rallegratevi, gioite, esclama il nostro Paolo, riguardando il cielo: verrà giorno, nel quale Gesù Cristo, nella sua umanità, raggiante di luce, si mostrerà su questa terra: e come il sole, con la sua luce, riscaldando la terra, fa rigermogliare le piante e copre d’un verde ammanto tutta la natura, richiamandola ad una seconda vita, così Gesù Cristo, mostrando il suo corpo, quasi sole versante luce e calore di vita divina, farà risorgere dalla loro polvere i nostri corpi, li rivestirà di gloria, li riempirà d’una giovinezza fiorente ed immortale. Come doveva essere bello, sfavillante di luce e di gloria il corpo di Gesù Cristo, allorché l’anima sua fu ad esso ricongiunta e apparve alla madre e agli Apostoli! Ebbene: i nostri corpi in quel gran dì saranno forgiati sul corpo stesso di Gesù Cristo, come qui dichiara l’Apostolo, e “risplenderanno come il sole — Fulgebunt sicut sol.,, – “A che ti lamenti, così S. Bernardo parlava al suo corpo, a che ti lamenti? A che ricalcitri? A che combatti lo spirito? Se lo spirito ti umilia, ti castiga, ti assoggetta, lo fa Per il suo e per il tuo meglio… Pensa, che Colui, che ti ha fatto, ti trasformerà. „ Come potrà Egli, Gesù, trasformare il nostro corpo? ” Con quella operazione o con quella forza, con la quale può assoggettarsi ogni cosa, „ vale a dire, usando quella forza stessa, con la quale risuscitò il suo corpo, e con la quale signoreggerà a suo tempo ogni cosa. Gesù Cristo è uomo, ma anche Dio, e come Dio tutto può, e come con la sua parola trasse l’universo dal nulla, così con la stessa parola,  molto più facilmente, richiamerà alla seconda ed eterna vita i nostri corpi. – Ricordate queste sì alte verità, S. Paolo ad un tratto si rivolge ai suoi figliuoli spirituali, e scrive: “Perciò, o carissimi e desideratissimi fratelli, mia gioia e mia corona, tenetevi così saldi nel Signore, o carissimi! „ In queste affettuosissime parole si sente palpitare il cuore dell’Apostolo e del padre tutto tenerezza per i suoi figli. Uomo veramente ammirabile è il nostro Paolo! Scorrendo la sua vita e leggendo le sue lettere, noi troviamo in lui l’Apostolo intrepido, la tempra d’acciaio, il martire: ha pagine d’un vigore, d’una eloquenza irresistibile, rimproveri acerbi, parole di fuoco contro gli scandalosi, i seduttori, i corruttori della verità; e poi ad un  tratto il suo stile si muta, diventa dolce, insinuante, festivo, amabile, lo si direbbe il linguaggio, non d’un padre, ma d’una madre la più tenera. Egli riunisce in sé gli estremi, com’ è dei grandi uomini, e la sua parola veste tutte le forme con una rapidità e facilità singolare. Egli vuole raffermare nella verità insegnata i suoi Filippesi, e nella foga del suo dire per stringerli a sé e quindi a Dio, li chiama “sua gioia — gaudium meum; corona del suo apostolato — corona mea, desideratissimi; „ e quasi non trovasse più altre parole per versare la piena del suo affetto, ripete due volte la parola carissimi. Sembra di vedere questo uomo, già innanzi negli anni, logoro dalle fatiche e dai patimenti, carico di catene in fondo alla sua carcere di Roma, stringere al suo seno l’uno dopo l’altro i suoi neofiti e bagnarli delle sue lacrime. Un uomo, che con sì affocato affetto amava i suoi figli, doveva essere con eguale affetto da loro riamato, ed i Filippesi gliene diedero prova, mandandogli Epafrodito fino a Roma per consolarlo e soccorrerlo nella sua prigione e nei suoi bisogni. L’affetto vivissimo che legava Paolo ai suoi figli di Filippi, e questi a lui, dovrebbe essere il modello dell’affetto che deve stringere ogni pastore al suo gregge e il gregge al pastore. – La vera virtù è sempre graziosa, e non  manca mai di usare quei modi che sono voluti dalla buona educazione, e S. Paolo 1i osserva perfettamente nelle sue lettere, che si chiudono con molti saluti e cordialissimi auguri: “Io esorto Evodia e prego anche Sintiche a sentire lo stesso nel Signore. „ Evodia e Sintiche erano due ragguardevoli donne, e fors’anche signore, di Filippi, convertite probabilmente dallo stesso Apostolo, che avevano resi grandi servigi alla causa della fede, come tosto si dice; in qual modo lo ignoriamo; ma, secondo ogni verosimiglianza, con la parola e con i soccorsi materiali. S. Paolo non le dimentica, e poiché sembra che tra loro fosse sorto qualche dissidio (e dove non vi sono dissidi anche tra persone buone e virtuose?), soggiunge destramente : “Io le prego ambedue a sentire lo stesso nel Signore, „ che è quanto dire a ristabilire quella concordia, quella pace che deve sempre regnare tra le persone che servono al Signore, che camminano per le sue vie e sono informate dallo spirito di Gesù Cristo. Anche dissentendo tra loro in ciò che è lecito, non devesi mai rompere il vincolo della carità, a talché devesi sempre per amor di Dio avere un solo cuore. Poi, rivolgendo direttamente la parola ad un uomo, che doveva essere notissimo in Filippi, e che era stato suo leale compagno nell’apostolato, S. Paolo scrive: “E prego ancor te, o leale compagno, aiutale (cioè Evodia e Sintiche), come quelle che hanno faticato nel Vangelo con Clemente e cogli altri miei cooperatori. „ S. Paolo, come Apostolo, poteva certamente comandare; in quella vece prega, insegnandoci che è più conforme allo spirito cristiano, anche in quelli che tengono autorità, il pregare che il comandare, e meglio rispecchia la fratellanza e l’umiltà sì spesso e sì fortemente inculcata nel Vangelo. S. Paolo, tra gli altri suoi cooperatori, nomina Clemente, che può essere quello stesso, che poi tenne la cattedra di S. Pietro e scrisse le due magnifiche lettere ai Corinti, continuando l’opera pacificatrice del suo maestro, S. Paolo stesso. “I nomi di costoro, dice S. Paolo, sono scritti nel libro della vita. „ Certo nessuno di voi, o cari, penserà che Iddio tenga un libro, sia della vita, sia della morte, sul quale siano scritti i nomi, volete degli eletti, volete dei reprobi. Dio non ha bisogno di libri, Dio che tutto vede e conosce perfettamente: è un modo di dire che dobbiamo usare noi, uomini, parlando di Dio. Il libro di Dio è la sua scienza infinita, a cui nulla può sottrarsi, né in cielo, né in terra: e Dio conosce quelli che lo servono e lo amano, e questi sono chiamati alla vita eterna, e perciò si dicono scritti nel libro della vita. Carissimi! Viviamo in modo che i nostri nomi tutti siano scritti su quel libro della vita, a cui aspiriamo, libro che si scrive da ciascuno di noi con le opere sue, e dal quale nulla si scancellerà mai per tutti i secoli dei secoli.

 Graduale
Ps XLIII: 8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]
In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula. Allelúja, allelúja. [In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno..]

Alleluja

Allelúia, allelúia

Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja. [Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt IX: XVIII, 18-26
In illo témpore: Loquénte Jesu ad turbas, ecce, princeps unus accéssit et adorábat eum, dicens: Dómine, fília mea modo defúncta est: sed veni, impóne manum tuam super eam, et vivet. Et surgens Jesus sequebátur eum et discípuli ejus. Et ecce múlier, quæ sánguinis fluxum patiebátur duódecim annis, accéssit retro et tétigit fímbriam vestiménti ejus. Dicébat enim intra se: Si tetígero tantum vestiméntum ejus, salva ero. At Jesus convérsus et videns eam, dixit: Confíde, fília, fides tua te salvam fecit. Et salva facta est múlier ex illa hora. Et cum venísset Jesus in domum príncipis, et vidísset tibícines et turbam tumultuántem, dicebat: Recédite: non est enim mórtua puélla, sed dormit. Et deridébant eum. Et cum ejécta esset turba, intrávit et ténuit manum ejus. Et surréxit puélla. Et éxiit fama hæc in univérsam terram illam.

OMELIA II

[Mons. Bonomelli: ut supra – Omelia XXII– Torino 1899]

“Si accostò a Gesù, uno dei principali, e lo adorava, dicendo: Signore, la mia figliuola or ora è morta! deh! vieni, metti la tua mano sopra di lei e vivrà. E Gesù, alzatosi, lo seguiva con i suoi discepoli. Intanto una donna, che da dodici anni pativa flusso di sangue, venutagli alle spalle, toccò il lembo del suo vestito. Perché essa diceva tra sé: Se toccherò anche il solo lembo del suo vestimento, sarò guarita. Ma Gesù, rivoltosi, vedendola, disse: Confida, o figliuola; la tua fede ti ha guarita: ed in quell’istante la donna guarì. Intanto, venuto Gesù in casa di quel principale, vedendo i trombettieri e la turba che strepitava, disse: Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme: e si beffavano di lui. Ma come fu messa fuori la turba, egli, entrato, la prese per mano e la fanciulla si levò. E la fama ne uscì in tutto quel paese „ (S. Matteo, capo IX, 18-26).

Se avete posto ben mente al racconto evangelico, avrete rilevato che in esso si contengono due fatti, o piuttosto, due miracoli distinti, la guarigione d’una donna inferma da dodici anni e la risurrezione d’una fanciulla appena morta. I due fatti avvennero l’uno dopo l’altro quasi immediatamente, in Cafarnao, nel primo periodo della predicazione Gesù in Galilea. Questi due miracoli narrati da S. Matteo, si leggono pure nei Vangeli di S. Marco (c. V, 29 e di S. Luca (c. VIII, 41 seg.); la sostanza com’è naturale, è la stessa in tutti e tre gli Evangeli; ma vi sono alcune differenze circa i particolari, che sono degne di considerazione. – Il racconto fattone qui da S. Matteo è il più succinto: S. Marco e S. Luca notano alcune cose particolari, che non sono senza interesse. Io nella spiegazione mi terrò al racconto di S. Matteo, ma avrò cura di riempire le lacune, che vi si incontrano, con la narrazione più minuta di S. Marco e di S. Luca. – Gesù aveva guarito un paralitico; poi aveva chiamato alla sua sequela Matteo, che gli aveva imbandito un banchetto, al quale avevano preso parte molti pubblicani, della qual cosa, secondo il loro costume, si erano altamente scandalizzati i farisei. Il divino Maestro rispose alle loro accuse, e mentre parlava loro, ecco “Si accostò a lui uno dei principali (si intende di Cafarnao), e lo adorava. „ Matteo non dice chi fosse, né che ufficio tenesse, ma ce lo dicono Marco e Luca: egli si chiamava Giairo, che in nostra lingua significa splendente, ed era il capo della Sinagoga, ufficio onorevole, che portava seco la dignità di moderatore supremo delle adunanze. Giairo venne a Gesù e si gettò a’ suoi piedi, scrive S. Marco, e lo adorava, cioè gli si prostava innanzi in atto di grande venerazione. Forse lo credeva Dio-Uomo e come tale lo adorava? Non è verosimile. Lo doveva considerare, per la fama che ne correva, come un profeta, un santo, un operatore di miracoli, fors’anche il Messia, ma non poteva avere di lui un’idea precisa, come allora non l’avevano nemmeno gli Apostoli. Come dunque l’adorava? L’adorazione, mi direte, a Dio solo è dovuta. Certo l‘adorazione, che è il grado massimo del culto, si presta a Dio solo; ma nei Libri santi questa parola si trova usata talvolta anche per indicare un onore grande reso a personaggi ragguardevoli, onde leggiamo che Ester adorò Assuero e Abramo adorò gli Angeli, che furono suoi ospiti, e certo né Ester, né Abramo intesero adorare Assuero e gli Angeli come se fossero Dio. Presso gli Ebrei e gli orientali in genere v’era l’uso di prostrarsi e toccare la terra con la fronte dinanzi a grandi personaggi, e tale dovette essere l’atto compiuto da Giairo. Piacesse al cielo che i nostri Cristiani, che pur credono in Gesù Cristo, Dio-uomo, allorché entrano in chiesa, facessero a Lui nel divin Sacramento la metà di quell’onore e quella riverenza, che a Lui rese il buon Giairo! – Poiché quel capo della Sinagoga, che doveva essere fariseo, ebbe prestato a Gesù i suoi umili omaggi, gli manifestò lo scopo della sua venuta, e (qui metto la narrazione di Marco e Luca, per brevità omessa da Matteo), disse: “La mia figliuola è morente: deh! vieni e metti le mani sopra di lei, acciocché sia salva,- ed essa vivrà. „ Quest’uomo aveva fede, ma imperfetta e ben inferiore a quella del Centurione; credeva che Gesù potesse salvare la figliuola ancorché moribonda, ma reputava necessario la sua presenza, la sua preghiera, il tocco delle sue mani benedette.Se avesse avuto fede perfetta in Gesù, avrebbe dovuto dirgli: “Una tua parola, e la figlia mia sarà salva. „ Nondimeno Gesù non mostrò d’essere offeso, né tampoco ne fece cenno, lasciando che il miracolo ch’era per operare, illuminasse quell’afflittissimo padre. Il solo S. Luca nota un particolare della figliuola di Giairo, ed è che era unica, e toccava i dodici anni. A quella preghiera, a quelle lacrime del padre desolato, Gesù senza dubbio sentissi commosso, e incontanente levatosi, lo seguiva con i suoi discepoli, scrive S. Matteo, e gran moltitudine si affollava intorno a Lui, dicono S. Marco e S. Luca. Allorché una persona ci prega d’un favore, e ci prega ardentemente, e piange, se noi possiamo esaudirla e consolarla, se abbiamo un po’ di cuore, non possiamo rifiutare, ed è una gioia il fare ogni suo desiderio: pensate voi, se Gesù ch’era la stessa bontà e la stessa tenerezza, poteva rimandare sconsolato questo povero padre, che gli si era gettato ai piedi, domandandogli la vita della sua figliuola. Scorrete pagina per pagina tutti e quattro gli Evangeli, e voi non troverete che Gesù Cristo abbia rimandata una sola persona che lo pregava, senza esaudirla; vi è una sola eccezione, che io sappia, è quando i farisei gli chiedevano un miracolo in cielo, perché superbi, capricciosi e ostinati a non credere a nessuno dei suoi miracoli. Seguitiamo Gesù, che esce dalla casa, dove sedeva e ammaestrava, e si avvia alla casa di Giairo, che doveva essere vicina, nella stessa Cafarnao. Ciascuno può immaginare l’accorrere e l’agitarsi del popolo al primo spargersi la voce: Gesù va in casa di Giairo per guarire la sua figlia morente —. Era un domandarsi, un rispondere, un incalzarsi, un premersi intorno al Salvatore, ciascuno sforzandosi d’essergli più presso per vedere il miracolo, che speravano avrebbe operato. Mentre Gesù procedeva per la via spinto e quasi portato dalla folla, “Una donna che da dodici anni pativa flusso sangue, venutagli alle spalle, gli toccò il lembo della veste; perché diceva tra sé: Se toccherò anche solo il lembo della sua veste sarò guarita. „ Anche qui S. Marco e S. Luca toccano una circostanza speciale, che non si legge in S. Matteo, ed è questa, che questa donna era inferma da dodici anni, ch’erasi sottoposta alle cure di molti medici, che aveva in medici e medicine spesa tutta la sua sostanza, senza alcun giovamento, anzi piuttosto era peggiorata. Il Vangelo, di questa donna, non ci dice altro, né nome, né patria, nè come là si trovasse. Quell’infelice donna, ridotta alla miseria, e per giunta inferma, come tanti altri, aveva certamente udito parlare di Gesù e dei suoi miracoli: aveva sentito spuntare in cuore vivissima la speranza della guarigione. Ella diceva tra sé: Se posso toccare anche solo l’orlo della sua veste, io infallibilmente guarirò —. Vedete differenza tra la fede di questa poverella, che probabilmente sarà stata donna senza studio e illetterata, e Giairo, capo della Sinagoga, e perciò assai istruito. Giairo non crede che Gesù possa guarire la sua figliuola se non va a lei e non le mette le mani sul capo, pregando per essa; questa donna per contrario non dubita che Gesù possa guarirla di tratto, col solo tocco della veste, senza nemmeno essere pregato, né pronunciare una sola parola. La fede di questa donna è senza confronto superiore a quella di Giairo, e ancora una volta tocchiamo con mano, che spesso le persone rozze del povero volgo nella via della virtù, camminano innanzi ai dotti del secolo. E perché questa donna non si presentò a Gesù, non alzò la sua voce, chiedendo, come tanti altri, la guarigione, e volle ottenere il miracolo quasi furtivamente e per sorpresa? Era donna, forse estranea in Cafarnao, e in mezzo a quella moltitudine non osava domandare pubblicamente la guarigione. S’aggiunga da una parte la riverenza altissima che aveva per Gesù Cristo, come apparisce dal fatto, e all’altra la natura dell’infermità che la travagliava e la rendeva, secondo la legge, immonda, e immondi quelli che la toccavano; perciò, vergognosa di sé, e insieme piena di fede, s’accosta quasi di soppiatto a Gesù in mezzo a quell’ondeggiare della turba, sicura di essere guarita se le vien fatto di toccare quella striscia di panno ond’erano orlati i mantelli degli Ebrei.Spontanea qui s’affaccia una domanda: Se questa donna era sì piena di fede nella potenza i bontà di Cristo, perché mai non credette di poter ottenere la guarigione pregandolo occultamente, in cuor suo? Perché nella sua fede parve legare la certezza del miracolo al tocco materiale della veste di Gesù? Non poteva Egli operarlo senza bisogno di questo tocco materiale? E chi può dubitarne? Se la misera inferma avesse chiesto il miracolo in cuor suo, senza nessun atto esterno, e Gesù l’avesse esaudita, chi avrebbe conosciuto il miracolo stesso? Come sarebbesi potuto accertare? La manifestazione del miracolo e la sua certezza richiedevano che la donna facesse un atto esterno, a cui immediatamente corrispondesse la potenza di Gesù Cristo. Oltredichè noi siamo per natura siffatti, che allorché pensiamo, o desideriamo, o domandiamo alcuna cosa, lo manifestiamo esternamente con la parola o con gli atti: è un bisogno della nostra natura. Se vedo un amico assente da lunghi anni, lo abbraccio e lo bacio; se incontro sulla pubblica via un personaggio, mi levo il cappello e lo inchino; il povero, che chiede la elemosina, vi stende supplichevole la mano; ecco come tutti abbiamo il bisogno di mostrare materialmente con qualche atto ciò che sentiamo nell’animo. Quella poverella aveva fede vivissima in Gesù Cristo e nella sua potenza, e la mostra toccando l’orlo della sua veste. Tanta fede non poteva restare senza premio, e l’ebbe. “In quell’istante, narra S. Marco, si accorse nel suo corpo ch’era guarita. Come ciò? Forse in quell’orlo della veste era racchiusa una virtù risanatrice, come la elettricità nella pila di Volta? No, sicuramente. La virtù di risanare quella inferma non era nella veste, ma sì in Lui, che la portava, in Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli, che vedeva tutto; Egli, che leggeva nel cuore di quella infelice, che sentiva il gemito dell’anima di lei, in quel momento, che fu tocco, colla sua onnipotente virtù la risanò. Alcuni uomini, che si credono dotti, si meravigliano e quasi tacciano di superstizione il popolo credente, che bacia la croce e che tocca le reliquie dei santi e le stringe al suo petto. Non pensino costoro che il popolo creda quella croce e in quelle reliquie contenersi una virtù speciale, no; se così credesse, peccherebbe di superstizione: il popolo bacia la croce, tocca, onora e bacia le reliquie, perché con la mente e col cuore intende di baciare quella croce, su cui Gesù Cristo morì, anzi intende di baciare Gesù Cristo stesso; intende di onorare e baciare quei santi, dei quali sono avanzi quelle benedette reliquie. E voi non conservate religiosamente le memorie dei vostri cari defunti, non tenete in luogo distinto e onorate i loro ritratti, e talora non li baciate? Perché credete che in quelle memorie e in quei ritratti palpiti la vita dei vostri cari? Voi pensate a loro, e vedendo, toccando, o baciando queste loro memorie, la vostra anima si unisce misteriosamente coi vostri diletti. In questi atti adunque dei devoti, che baciano e ribaciano la croce, le reliquie dei santi od altri oggetti di devozione, non vi è ombra di superstizione, come credono taluni, ma sì una manifestazione sensibile e viva di fede. – Ancora una osservazione. La donna, toccando con fede la veste di Gesù, fu guarita; e noi toccando non solo, ma ricevendo in noi il corpo adorabile di Gesù Cristo, e a Lui internamente unendoci, come non dovremo sentirci risanati dalle nostre infermità spirituali, e ripieni di quella vita divina, della quale Egli è fonte perenne? La donna, avuta la guarigione con quel tocco prodigioso, si ritraeva, pensate voi con qual gioia, credendo di rimanere occulta; Gesù, conoscendo in se stesso la virtù ch’era uscita da Lui (cioè il miracolo che aveva operato), rivoltosi alla turba, disse: “Chi mi ha toccato le vesti? „ In nessuno di noi può cadere il dubbio, che Gesù ignorasse ciò che era avvenuto e avesse bisogno che altri gli facesse noto il fatto e indicasse la donna guarita; Egli parlò in quel modo unicamente per far conoscere alla turba il miracolo e la fede della donna. – “Allora Pietro e quelli che erano con Lui (è il solo S. Luca che nota questa circostanza particolarissima),  dissero: Maestro, le turbe ti stringono, e quasi ti soffocano, e tu dici: Chi mi ha toccato? Ma Gesù disse: Alcuno mi ha toccato, perché io ho conosciuto che una virtù è uscita da me „ (c. VIII, 45-46). Da queste parole apprendiamo come Gesù, andando alla casa di Giairo, fosse da ogni parte premuto dalla folla. Or come avveniva, che toccandolo tanti e serrandosegli addosso, solo la donna, che con la punta del dito toccò il lembo della sua veste, fu investita dalla virtù di Lui e ad un tratto risanata da sì grave e incurabile infermità? La donna lo toccò con fede, e ottenne ciò che desiderava; gli altri lo toccavano sì, ma per curiosità, con poca fede, e non ne sentivano i benefici effetti. Similmente accade del continuo in mezzo a noi. Quanti toccano, anzi ricevono Gesù Cristo in se stessi: perché gli uni crescono in ogni virtù, e gli altri son sempre gli stessi, se non forse diventano più indifferenti e quasi peggiori? Quelli lo ricevono con fede, questi con indifferenza, e Gesù è a ciascuno quello che ciascuno con la preparazione vuole che sia. – Carissimi! Gesù, scrive S. Cipriano, tanto si dà, quanto trova l’anima preparata a riceverlo, come il sole tanto illumina i corpi, quanto sono disposti ad essere illuminati. Prepariamoci a riceverlo perfettamente e perfettamente lo riceveremo, come avvenne alla donna del Vangelo. Allorché Gesù pronunciò queste parole, dovette naturalmente fermarsi, e con Lui si fermò la turba che gli stava ai panni: in un istante fe’ silenzio intorno a Lui, e le sue parole furono udite dai vicini, che si interrogavano muti che cosa volesse dire; le udì anche la povera donna, che si vide forzata a confessare ciò che aveva fatto, e tutta rossa in volto trasse innanzi come poté, gittossi ai piedi di Gesù, e piena di timore e tremando: Timens et tremens, aspettandosi forse un rimprovero, in presenza del popolo dichiarò per qual ragione l’avea toccato e come in quell’istante era guarita (S. Luca, VIII, 47), e com’è bene credere, gli chiese perdono, lo ringraziò come meglio sapeva. E Gesù, rimiratala amorosamente, le disse: “Sta di buon animo, figliuola; la tua fede ti ha fatta salva, vattene in pace! „ (vers. 48). Quanta dolcezza! Quanta bontà in queste parole del Salvatore, che altrove ebbi occasione di spiegare e che gli sono familiari! – Allorquando Giairo si presentò a Gesù, la figlia era morente, dicono S. Marco e S. Luca: in quel frattempo essa era morta; e proprio in quella che Gesù lodava sì altamente la fede della donna, al padre, che doveva essere a lato di Gesù, giungeva un messaggero con la triste novella: “la figliuola è morta; non dar molestia al Maestro. „ Voleva dire: ora tutto è finito, ogni speranza di salvare la fanciulla è dileguata: il Maestro che potrebbe mai fare? Voi comprendete quanto fosse debole la fede di questa gente: essa, sembra almeno, lo teneva in conto d’un gran medico, o poco più, a talché, se lo credevano capace di guarire un infermo, lo credevano impotente a risuscitare un morto. Gesù udì le parole del messaggero, che doveva essere un servo di Giairo, e voltosi a lui, con piglio sicuro gli disse: “Non temere: soltanto abbi fede, ed essa sarà salva. „ Queste parole del Salvatore, avvalorate dal miracolo della donna, confortarono il buon padre e rinvigorirono la sua fede. Qui pure Gesù tutto ascrive alla fede, in quanto che per essa in qualche modo forziamo la mano a Dio;  la ragione si è che la fede viva, incrollabile rende a Dio, alla sua potenza, alla sua bontà e alle sue promesse, il massimo onore. – Qui è da ripigliare la narrazione di S. Matteo che abbiamo interrotta; egli, per amore di brevità, omise questa parte del fatto e fu riportata quasi con le stesse parole da san Marco e da S. Luca. Ora tutti e tre proseguono il racconto, e S. Matteo scrive: ” Venuto Gesù in casa di quel principale e vedendo i trombettieri e la turba che strepitava, disse: Ritiratevi, che la fanciulla non è morta, ma dorme; ed essi si beffavano di Lui. „ Per capire ciò che qui si narra è da sapere ciò che alla morte di qualunque persona, massime poi se distinta, si usava fare presso gli Ebrei, come presso i Greci ed i Romani, ed in altri paesi si usa anche al presente. Appena morta la persona, si raccoglievano nella casa uomini, e particolarmente donne, a ciò pagate, che sciolti i capelli e discinte, si agitavano, dimenavano le braccia, battevano le mani, piangevano, facevano lamenti, levavano alte grida, ricordando le virtù dell’estinto; poi si aggiungevano i suonatori di trombe e altri strumenti, ch’era uno strepito assordante. Di quest’uso abbiamo testimonianza indubitata presso gli storici profani, presso i poeti ed i profeti. (Vedi Geremia, IX, 17.) – Appena spirata la fanciulla, la casa fu invasa da tutta questa gente, e tanto maggiore era il concorso e il tumulto, in quanto che si trattava di famiglia distinta e doviziosa. Gesù alla vista di quella folla pare si turbasse alquanto e disse: ” Ritiratevi. „ Gesù non ama il rumore, il frastuono, che distrae lo spirito e turba la pace; ma la quiete, il raccoglimento, e più volte noi l’abbiamo visto lasciare la moltitudine e ridursi in luoghi solitari per riposare e pregare. Poi Gesù aggiunge: “La fanciulla non è morta, ma dorme. „ Essa era veramente morta; come dunque Gesù può dire che non era morta, ma dormiva? La morte, per quanti credono alla vita futura, non è morte, ma sonno: ci addormentiamo la sera quaggiù sulla terra e ci sveglieremo al mattino dell’eternità su in cielo; i defunti, secondo il linguaggio dei Libri santi, dormono e aspettano la voce di Dio, che li chiami alla seconda vita. Gesù dice che la fanciulla dormiva, perché quella morte, ancorché vera, non era durevole, e doveva tosto dar luogo alla vita, perché Egli l’avrebbe richiamata alla vita con quella facilità, con la quale altri ridesta una persona addormentata. – Anche di Lazzaro, Gesù disse che dormiva. A quelle parole gli astanti si misero a ridere e si beffavano di Lui — Et deridebant eum. „ Essi sapevano che la fanciulla era veramente morta, e non parendo loro possibile la sua risurrezione, lo schernivano, come un uomo che diceva una facezia, che in quel momento disdiceva e li rappresentava come scioccamente ingannati. Ecco, o cari, il mondo, sempre eguale a se stesso: deride ciò che non conosce: ha portato Gesù come in trionfo fin sulla porta di Giairo: a pochi passi ha udito proclamare un suo miracolo; e qui è accolto con le risa e con lo scherno. Non temiamolo, né curiamoci di Lui, seguendo l’esempio del divino Maestro. “Egli fece sgombrare la turba dalla casa, e vi entrò. „ Non era giusto che quegli irrisori fossero testimoni del miracolo, e che con le loro grida e col loro strepito turbassero la pace di quella casa. S. Marco ci lasciò una narrazione più particolareggiata di S. Matteo e di S. Luca, e perciò lui seguitiamo. – “Gesù non permise che alcuno lo seguitasse, se non Pietro, Giacomo e Giovanni, il padre e la madre della fanciulla, ed entrò dov’essa giaceva. „ Come della sua trasfigurazione, della  sua passione nell’orto, così della prima risurrezione operata in questa fanciulla. – Gesù volle testimoni i tre prediletti discepoli, e naturalmente i genitori. Fors’anche l’angustia del luogo difficilmente comportava maggior numero di persone: del resto v’erano testimoni bastevoli per attestare il fatto ed i particolari del medesimo, e come sarebbe cosa per o meno indelicata il domandare il perché d’ogni cosa che fa un personaggio ragguardevole, così sarebbe più che una temerità il voler scrutare le ragioni, per le quali Gesù volle soli questi cinque testimoni. – La fanciulla doveva giacere sul letto dov’era poco prima spirata, composto il crine, le mani congiunte, forse cosparsa di fiori, il viso pallido, pareva posare come persona stanca. Il momento era solenne, il silenzio assoluto, i genitori trepidanti, fissi gli occhi molli di pianto nel divino Maestro. Egli si avvicina alla fanciulla, la piglia per mano, e nella lingua del paese le dice: Thalita, cumi, ossia: ” Fanciulla, levati. „ Al suono di quelle parole onnipotenti, la fanciulla apre gli occhi, riguarda intorno, come se si svegliasse dal sonno, la vita scorre per le sue membra, il volto si colora, un sorriso sfiora quelle labbra dianzi livide, stringe le mani di Gesù, si alza a sedere sul letto, si veste e balza in piedi, e cammina: Confestim surrexit puella et ambulabat. Dire lo stupore, la gioia, le lacrime e i ringraziamenti di quei due genitori non è possibile; voi li potete immaginare. Gesù volle che a prova della risurrezione e guarigione perfetta della fanciulla le dessero tosto da mangiare. Io non spenderò parole a mostrare la certezza del fatto; la fanciulla era morta: Gesù non era presente: essa non aveva che dodici anni: non sarebbesi prestata ad un inganno: la fama della sua morte era divulgata: si derideva Gesù che affermava ch’essa dormiva: alla risurrezione sono presenti cinque testimoni, e possiamo dire, in un senso, tutta la folla che colà s’era raccolta: Gesù non applica rimedio alcuno: la chiama con due parole, e la fanciulla non solo risorge, ma è perfettamente guarita. “La fama di questo fatto, dice S. Matteo, uscì in tutta quella  contrada. ,, – Dilettissimi! Gesù, pregato dai genitori, si recò presso quella fanciulla, prima gravissimamente inferma, poi morta; col suo tocco, con la sua parola rifuse novella vita in quel freddo cadavere. Quanti sono gl’infermi, quanti i morti dell’anima! Mio Dio! quale spettacolo doloroso! Solo Gesù può guarirli, può risuscitarli: ma come Gesù andrà da loro? Vi andrà pregato, come pregato da Giairo, andò dalla figliuola sua. Preghino i genitori pei loro figli spiritualmente infermi o morti; lo preghino i sacerdoti, i pastori d’anime, lo preghino tutti quelli che amano le anime dei fratelli loro, e Gesù rinnoverà sopra di essi i miracoli della sua onnipotenza.

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta
Pro nostræ servitútis augménto sacrifícium tibi, Dómine, laudis offérimus: ut, quod imméritis contulísti, propítius exsequáris. [Ad incremento del nostro servizio, Ti offriamo, o Signore, questo sacrificio di lode: affinché, ciò che conferisti a noi immeritevoli, Ti degni, propizio, di condurlo a perfezione.]

Communio
Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis. [In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio
Orémus.
Quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quos divína tríbuis participatióne gaudére, humánis non sinas subjacére perículis.

DOMENICA XXII DOPO PENTECOSTE (2018)

DOMENICA XXII DOPO PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps CXXIX:3-4
Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? quia apud te propitiátio est, Deus Israël.
[Se tieni conto delle colpe, o Signore, o Signore chi potrà sostenersi? Ma presso di Te si trova misericordia, o Dio di Israele.]
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi vocem meam.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: O Signore, esaudisci la mia supplica.]
Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? quia apud te propitiátio est, Deus Israël.
[Se tieni conto delle colpe, o Signore, o Signore chi potrà sostenersi? Ma presso di Te si trova misericordia, o Dio di Israele.]

Oratio
Orémus.
Deus, refúgium nostrum et virtus: adésto piis Ecclésiæ tuæ précibus, auctor ipse pietátis, et præsta; ut, quod fidéliter pétimus, efficáciter consequámur.
[Dio, nostro rifugio e nostra forza, ascolta favorevolmente le umili preghiere della tua Chiesa, Tu che sei l’autore stesso di ogni pietà, e fa che quanto con fede domandiamo, lo conseguiamo nella realtà.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses
Phil I: 6-11
“Fratres: Confídimus in Dómino Jesu, quia, qui cœpit in vobis opus bonum, perfíciet usque in diem Christi Jesu. Sicut est mihi justum hoc sentíre pro ómnibus vobis: eo quod hábeam vos in corde, et in vínculis meis, etin defensióne, et confirmatióne Evangélii, sócios gáudii mei omnes vos esse.
Testis enim mihi est Deus, quómodo cúpiam omnes vos in viscéribus Jesu Christi. Et hoc oro, ut cáritas vestra magis ac magis abúndet in sciéntia et in omni sensu: ut probétis potióra, ut sitis sincéri et sine offénsa in diem Christi, repléti fructu justítiæ per Jesum Christum, in glóriam et laudem Dei”.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie; vol. IV – Omelia XIX– Marietti ed. Torino 1899 – imprim.-]

“Ho fiducia che quegli il quale ha cominciato in voi l’opera buona, la compirà fino al giorno di Gesù Cristo. Siccome è giusto ch’io senta di tutti voi, perché io vi ho nel cuore, voi tutti che siete miei compagni nella grazia, così nelle mie catene come nella mia difesa e per la confermazione del Vangelo. Perché Iddio mi è testimonio con quanto affetto io vi ami tutti nelle viscere di Gesù Cristo. E di questo vi prego, che la vostra carità abbondi di più in più in conoscenza ed in ogni sentimento: affinché discerniate le cose contrarie e siate schietti e senza inciampo per il giorno di Cristo, ripieni per Gesù Cristo del frutto di giustizia a gloria e lode di Dio „ (Ai Filippesi, capo I, vers. 6-11).

É questa la lezione della Epistola della corrente Domenica, che la Chiesa ha pigliato dal primo capo ai Filippesi. L’apostolo S. Paolo scrisse questa lettera da Roma tra il 60 e il 63 dell’era nostra, allorché vi era sostenuto in carcere la prima volta, sotto l’imperatore Nerone, come apparisce chiaramente dalla lettera stessa. Essa è indirizzata ai fedeli di Filippi, celebre città della Macedonia, oggidì miserabile villaggio. Fu in quella città che S. Paolo fondò la prima Chiesa cristiana (Atti Apost. XVI, 9-40) in Europa; Chiesa fiorentisma, che fu sì larga di conforti e di aiuti all’Apostolo prigioniero a Roma. È una delle lettere più affettuose scritte da S. Paolo, e che ci mostra come in lui si accoppiasse mirabilmente alla tempra adamantina dell’Apostolo la tenerezza d’un padre, e, direi quasi, di  una madre.  I versetti che vi ho riportati appartengono al proemio della lettera, e contengono i più lieti auguri spirituali. – Ed ora alla spiegazione. L’Apostolo, fatti, come suole in tutte le sue lettere, i più cordiali saluti ai fedeli, ai sacerdoti e diaconi (S. Paolo comincia tutte le sue lettere coi saluti, e spesso sono abbastanza diffusi. Una sola lettera fa eccezione, quella agli Ebrei. Della quale differenza si danno parecchie ragioni, che si leggono presso gli interpreti. S. Paolo qui saluta prima i fedeli, poi i vescovi e infine i diaconi o ministri. A Filippi v’erano forse molti Vescovi? Non pare. Ve ne poteva essere uno, e forse quell’uno, Epafrodito, discepolo dell’Apostolo, era assente. Sembra che a quel tempo il nome di Vescovo si desse anche ai semplici preti, e così intesa la cosa, il senso è piano. È bensì vero che questa interpretazione non è accolta da tutti; ma scioglie ogni difficoltà) che erano a Filippi, e assicuratili che serbava di loro tutti affettuosa memoria, dal primo dì ch’ebbero comune il Vangelo fino a quello in cui scrive, continuando gli auguri e le lodi da essi troppo bene meritate, dice: “Nutro fiducia che quegli il quale ha cominciata in voi l’opera buona, la compia fino al giorno di Gesù Cristo … Dopo le congratulazioni fatte ai Filippesi. che riguardano il passato, S. Paolo getta lo sguardo innanzi e sembra domandare a sè stesso: Come sarà per l’avvenire? Abbiamo cominciato felicemente, sta bene: saremo perseveranti nella fede e nella grazia ricevuta? — Risponde tosto: Ho fiducia che sì! — Ma in chi ripone egli la sua fiducia l’Apostolo? Negli uomini? nelle loro volontà sì mobili?, nelle loro forze sì deboli? nella propria vigilanza? Non mai! L’Apostolo la ripone in Dio, dicendo: “Nutro fiducia che Quegli il quale ha cominciata in voi l’opera buona, cioè la vostra conversione, la compirà fino al giorno di Gesù Cristo. „ Evidentemente quegli che ha cominciato è Dio, e Dio condurrà ogni cosa a termine felice. Voi comprendete, o carissimi, che in questa sentenza S. Paolo parla del principio e della fine della nostra santificazione: Cœpit… Perficiet parla del dono sì prezioso della chiamata alla fede, cœpit, e dell’altro non meno prezioso della perseveranza, perficiet. Su questi due punti capitali che cosa ci insegna la fede e che cosa dobbiamo fermamente tenere? Nessuno ha diritto per sé o può meritare il dono della fede: esso è un dono affatto superiore alla nostra natura ed alle nostre forze, e come l’occhio non può meritare la luce, né l’orecchio l’armonia, così l’uomo non può meritare la fede che è la prima e fondamentale di tutte e grazie. Ma questa grazia prima e fondamentale, Iddio, quanto è da sé, l’offre a tutti? Si, perché, per sua bontà, tutti vuol salvi, e non vuole che alcuno perisca; che se molti non la ricevono, non è da chiamarne in colpa Iddio, ma solamente la volontà degli uomini che non fanno ciò che potrebbero e dovrebbero per riceverla. E quando l’uomo ha ricevuto la fede, la grazia prima, ed è fatto figliuolo adottivo di Dio, per conservare questa grazia e perseverare in essa fino al termine della vita, ha bisogno d’un’altra grazia? Sì: e senza di essa certamente l’uomo non potrebbe perseverare. E questa grazia della perseveranza l’uomo la può rigorosamente meritare? No: ma Iddio, buono com’è, la concede certamente a tutti quelli che corrispondono alla sua grazia, che gliela domandano umilmente e che da sé fanno ciò che possono (Concilio di Trento, Sess. VI  c. 13). Dov’è l’uomo che cominci la fabbrica e non la voglia condurre a fine? Dov’è l’uomo che cominci un viaggio e non voglia finirlo? Come dunque Dio, sapientissimo, comincierebbe l’opera della nostra salute e non vorrebbe compirla? Come chiamarci alla fede e alla grazia e poi rifiutarci la perseveranza? No, no; Egli che ha cominciato, compirà l’opera: Qui cœpit in vobis opus bonum, perficiet. – Dilettissimi! Qual conforto! qual consolazione per noi! Iddio pietoso ha chiamato noi, tutti quanti siamo qui raccolti, alla fede: Egli dunque ha cominciato in noi l’opera sua, cioè la nostra santificazione: qual dubbio mai che non voglia altresì compirla? Qui cœpit… perficiet. Ma ricordiamo in pari tempo un’altra verità troppo necessaria, ed è questa: la nostra salvezza eterna dipende principalmente da Dio, dalla sua grazia che comincia, accompagna e compie, e perciò qui S. Paolo parla soltanto di Dio; ma essa dipende anche da noi in secondo luogo, e se noi veniamo meno dalla nostra parte, torna inutile altresì ciò che Dio fa dal lato suo. Dio, ponetevelo bene nell’animo, non fallirà mai, mai dalla parte sua: il suo concorso non farà mai difetto, ne siamo sicurissimi: quello che può far difetto è il concorso nostro, a talché, se noi ci perderemo, la causa, e causa unica, saremo noi. – “Dio compirà l’opera buona, così S. Paolo, fino al giorno di Gesù Cristo. „ Che giorno è questo? Forse quello della nostra morte, nel quale si decide la nostra sorte eterna e si compie il dono della perseveranza? Indubbiamente sarebbe vero il dire che alla nostra morte si compie la perseveranza; ma, secondo il linguaggio dei Libri santi, il giorno di Dio, o di Gesù Cristo, è il giorno finale, il giorno del gran giudizio, nel quale si conferma la sentenza pronunciata il giorno della morte, e nel quale con un premio o con una pena eterna si suggella la sorte irrevocabile d’ogni uomo. Parve ad alcuni che l’Apostolo, col ricordare la perseveranza legata al giorno del giudizio finale, volesse indicare essere vicinissimo quel gran giorno: ma nulla di più erroneo. L’Apostolo qui ricorda il giorno del giudizio, e non lo dice né vicino, né lontano; nella lettera seconda a quei di Tessalonica, li esorta a non smuoversi, né turbarsi, quasi  che quel giorno sia prossimo (capo II): che verrà quando lo si crederà meno, ripetendo presso a poco le stesse parole del Vangelo. Passiamo al versetto seguente. – “Siccome è giusto ch’io senta di tutti voi, perché vi ho nel cuore, voi tutti che siete miei compagni nella grazia, così nelle mie catene, come nella mia difesa, e per la confermazione del Vangelo. „ S. Paolo aveva sortito un alto ingegno, aveva avuto una istruzione elevata ai piedi di Gamaliele, quale si poteva avere a quei tempi e in quei luoghi [L’istruzione presso gli Ebrei si riduceva pressoché allo studio della Scrittura santa e in particolare del Pentateuco, che racchiude tutta la legge divina, civile, criminale, penale, ceremoniale, ecc. ecc. – Il popolo ebreo era un popolo eminentemente isolato dagli altri, e tale l’aveva formato Mosè per impedire, che cadesse nella idolatria. Per esso non vi è altra scienza che quella della sua legge e della sua storia nazionale, che si confondeva con la legge o rivelazione divina, che è la stessa cosa. Di ciò che esisteva fuori della nazione ebraica, arti, scienze, storia, lettere, ecc. ecc. l’ebreo non se ne occupava, anzi l’aveva in sospetto e quasi in orrore, come una idolatria. Più tardi, dopo la cattività babilonese e più ancora dopo la diffusione della civiltà greca in Oriente, questo orrore degli Ebrei di tutto ciò che era pagano, venne scemando e ne abbiamo una prova al tempo dei Maccabei e nei libri stessi ispirati di quell’epoca, nei quali si vede un cotal riflesso della scienza greca. Era una conseguenza naturale del movimento politico e scientifico di quel tempo e del contatto forzato che Israele aveva coi popoli vicini e con la civiltà greca e romana. Filone e Giuseppe Ebreo non sarebbero stati possibili due secoli prima. Paolo fu istruito da Gamaliele, e benché la sua istruzione fosse ristretta quasi tutta alla legge mosaica, secondo lo spirito dei farisei, gli intransigenti d’allora, pure ebbe qualche riverbero, qualche sprazzo della scienza e della cultura greca. (Vedi il Cardinal Meignan dove parla dei Maccabei, ecc. ecc.)], ma la sua conoscenza della lingua greca era molto imperfetta, come apparisce dalle lettere e come confessa egli stesso ai Corinti; si sente l’Ebreo che parla greco, e perciò lo stile è rotto, il periodo contorto, la parola e la struttura risentono la lingua ebraica e la difficoltà di rilevarne il senso più volte è grave assai, e ne abbiamo un saggio nel periodo che avete udito. In sostanza l’Apostolo, dopo aver detto che si tiene sicuro della perseveranza dei suoi Filippesi, mercé della grazia di Dio, afferma essere giusto che così pensi e dica, perché li ha in cuore: Eo quod habeam vos in corde. Noi pure spesso diciamo d’una persona che amiamo vivamente: io la tengo in cuore, la porto nel cuore, l’ho in cuore, e somiglianti espressioni. Siccome il cuore è lo strumento e la sede dell’amore,, così per esprimere che amiamo una persona, siamo soliti dire: l’ho in cuore. – “Voi persevererete nel Vangelo, così Paolo, lo spero; e mi è dolce sperarlo, perché vi amo: e come non vi amerei, mentre voi siete compagni della mia grazia, e mi siete larghi di aiuti nella mia carcerazione, nella difesa che sostengo per la professione del Vangelo? „ È da sapere che i buoni Filippesi, udita la prigionia di Paolo in Roma, si erano affrettati a mandargli Epafrodito per confortarlo e per soccorrerlo nei suoi bisogni. Quest’atto di amore e di tenerezza filiale aveva commosso l’Apostolo, ed ecco perché li chiama compagni e partecipi delle sue catene, della difesa e confermazione del Vangelo. L’amore fa sì che tanto le gioie come i dolori siano comuni tra le persone amate, e perciò rende necessario tra loro il soccorso vicendevole, e tutto questo in ragione dell’intensità dell’amore stesso; è questa una verità che non abbisogna di prova. L’amore tra i primi Cristiani era grandissimo, tantoché gli stessi gentili, additando i Cristiani e meravigliando, dicevano: vedete come questi Cristiani si amano! — Ecco perché le Chiese di Grecia, come attesta S. Paolo, mandavano soccorso alle Chiese di Palestina travagliate dalla fame: era il primo esempio di scambievole carità che il mondo pagano stupefatto vedeva. Greci che soccorrevano Giudei, dei quali ignoravano la lingua, i paesi, tutto, fuorché la fede e la carità, nella quale si sentivano fratelli! Ecco come popoli che non si conoscono, che sono divisi da monti, da mari, da interessi, da usi, da leggi, da memorie, in Cristo si stringono tra loro come fratelli e si aiutano scambievolmente! È il carattere del Cristianesimo: tutti i membri della Chiesa Cattolica, sparsi ai quattro angoli della terra, congiungono le loro menti in una sola fede, congiungono i loro cuori in una sola speranza e nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo, e creano quella stupenda solidarietà, che è la sua gloria e la sua forza. Paolo geme nel carcere a Roma; con lui gemono i Cristiani di Filippi, di Corinto, di Tessalonica, di Efeso, di Gerusalemme; la Chiesa così forma un solo corpo, un solo cuore, e uno è per tutti e tutti per ciascuno. Questa ammirabile unione e solidarietà, che appariva nella Chiesa ai tempi di Paolo, apparisca anche in oggi: i fedeli stiano congiunti coi loro pastori, i pastori coi loro Vescovi, i Vescovi col Vescovo dei Vescovi : siano un solo corpo, comuni le tribolazioni, comuni i dolori, comuni le vittorie e i trionfi. “Poiché Iddio mi è testimonio con quanto affetto io vi ami tutti nelle viscere di Gesù Cristo. „ Non so dirvi come queste espressioni sì calde d’affetto e che si sentono traboccare dal cuore, mi ricerchino tutte le fibre dell’anima e mi commuovano! Mi raffiguro il santo Apostolo, quell’uomo della tempra d’acciaio, nel fondo del suo carcere, pallido, macilento, disfatto dalle veglie, dai digiuni, dai patimenti, curvo sotto il peso degli anni e dei pensieri, carico di catene, col patibolo sotto gli occhi; eppure, dimentico di sé, egli trova espressioni di affetto paterno e, quasi temesse che i suoi cari Filippesi ne dubitassero, invoca Dio a testimonio di ciò che dice: “Dio mi è testimonio con quanto affetto vi ami rutti — Testis enim mihi est Deus, quomodo cupiam omnes vos. „ Egli non distingue tra ricchi e poveri, tra istruiti e non istruiti: sono tutti suoi figli, tutti li abbraccia con lo stesso affetto, come fa un padre con i suoi figli: Omnes vos. E perchè li ama tutti egualmente? Perché non guarda alle loro doti e qualità personali, ma tutti li considera in Gesù Cristo: In visceribus Christi! Ecco la gran legge della vera carità. – Se voi guardate l’uomo come è in se stesso, non rare volte vi sentirete mossi, non ad amarlo, ma sì a respingerlo. Questi è coperto di cenci schifosi, di piaghe fetenti; quello è grossolano, rozzo, ignorante, non capisce nulla, senza cuore; un terzo è pieno di vizi, dedito all’ubriachezza, ozioso, iracondo, petulante, insolente; se noi seguitiamo la natura, come potremo amare questi infelici, ancorché sappiamo che sono fratelli nostri? Noi sentiamo ripugnanza ad avvicinarli, a parlare con loro, a toccarli. Così è; ma se pensiamo a Dio che li ha creati, a Gesù Cristo che li ha amati fino a morire per loro, e darsi loro in cibo; in una parola, se noi li riguardiamo nelle viscere di Gesù Cristo: In visceribus Jesu Christi, cioè li riguardiamo nell’amore di Gesù Cristo, noi non possiamo non amarli; o rinnegare Gesù Cristo, od amarli con Lui e per Lui. Ecco come si spiega l’eroismo dei santi e delle anime innamorate di Gesù Cristo, che passano i loro giorni negli ospedali, nei lazzaretti, negli orfanotrofi, nelle case del dolore, nelle missioni in remotissime e barbare contrade, consacrandosi al servizio degli infermi, alla istruzione degli ignoranti, senza nemmeno conoscerli, con la certezza di non trovare in essi nemmeno la gratitudine. Amano nelle viscere di Gesù Cristo: In visceribus Jesu Christi. Guardano solo a Gesù Cristo, e da Lui solo attendono la loro mercede. Ed è cosa consolante e che prova lo spirito della Chiesa essere sempre lo stesso, il vedere ai giorni nostri i Cattolici d’Europa che soccorrono le Chiese d’Oriente, le Missioni della Cina, gli orfanotrofi aperti in Africa, le scuole cristiane fondate in mezzo agli infedeli. Nella Chiesa Cattolica spariscono i confini delle nazioni e non apparisce che la grande famiglia dei figli di Dio. “Vi amo in Gesù Cristo, o Filippesi, esclama l’Apostolo, e perché vi amo, vi desidero, vi prego ogni bene. „ E qual bene nell’ardore della tua carità domandi tu, o Paolo, ai tuoi figli? “Che la vostra carità sempre più abbondi in conoscenza e in ogni buon sentimento. „ Quale carità? La carità vera, operata verso Dio e verso i fratelli; la carità che è compimento della legge e la regina di tutte le virtù; la carità che è congiunta alla scienza, in scientia, col conoscimento della verità e con il discernimento, ossia con la prudenza dell’operare. Giovi, poiché qui cade in acconcio, giovi rettificare qualche idea intorno alla carità, affinché non pigliamo abbaglio. Sembra che alcuni, udendo predicare e magnificare la carità, pensino ch’essa si riduca ad amare e beneficare indistintamente le persone tutte; che la carità per poco non badi alla verità, ed operi ad occhi chiusi. S. Paolo in questo luogo condanna siffatto pregiudizio, scrivendo: “La vostra carità cresca sempre più nella conoscenza e in ogni sentimento — In scientia et in omni sensu. ,, Tutti gli atti della nostra vita, anzi, tutti i pensieri, i desideri e le parole tutte, se siamo uomini, devono essere soggetti alla gran legge della ragione; se siamo Cristiani, alla legge della ragione e della fede: in altri termini, alla gran legge della verità. Essa, ed essa sola, è la guida d’ogni pensiero e d’ogni atto, e quello è bene che è conforme a verità, quello è male che alla verità non è conforme. Immaginare una virtù che non sia frutto della verità, è immaginare un bel colore senza luce, un bell’edificio senza ordine, un bel corpo senza la giusta proporzione delle varie membra. La verità è l’unica base della virtù, e per conseguenza anche della regina di tutte le virtù, che è la carità. Questa deve amare e operare secondo verità, e se esce dalla verità, e, peggio poi, se opera contro la verità, non è virtù, ma vizio. Il perché amare il prossimo, beneficare il prossimo perché vizioso, e col nostro amore e con la nostra beneficenza spingerlo maggiormente al vizio, o in esso raffermarlo; amare il prossimo e addormentarlo nell’errore per non recargli dispiacere, non è carità, ma offesa della carità, è un odiarlo; il medico che per amore dell’infermo gli risparmia la medicina amara, e non taglia il membro cancrenoso; il padre che per amore del figlio non lo corregge e non lo punisce, non amano, ma odiano l’infermo e il figlio. Nessuno ha avuto maggior carità di Gesù Cristo per gli uomini, per i quali diede la sua vita stessa; ma Egli non dissimulò i loro errori, non tacque le loro colpe, smascherò le loro passioni, non dubitò, al bisogno, di ferire anche il loro malinteso amor proprio per giovar loro: ecco la vera carità, la carità figlia della verità, congiunta alla scienza e alla prudenza, come S. Paolo la pregava ai suoi Filippesi: “La vostra carità abbondi sempre più nella conoscenza e in ogni sentimento. „ “Io prego Dio, così l’Apostolo, affinché la vostra carità sempre più abbondi insieme con la scienza e con la prudenza: „ e perché? “Perché discerniate le cose contrarie, „ ossia “distinguiate le vere e le buone dalle false e cattive, e quelle abbracciate e queste fuggiate. „ È una espressione che troviamo in un’altra lettera di S. Paolo (I ai Tessal., V, 21), dove scrive: “Mettete ogni cosa alla prova, e tenete ciò che è bene — Omnia probate, et quod bonum est tenete. „ Si accusa la nostra Religione di offendere e quasi distruggere i diritti della ragione; voi qui udite S. Paolo esortare i fedeli ad usare la ragione per distinguere il bene dal male, il meglio dal bene, il vero dal falso, ed a regolarsi col conoscimento e con ogni prudenza: Scientia et omni prudentia. Certo codesta prova la si vuol fare alla luce della fede, ma sempre con la ragione, perché questa, come quella, viene da Dio, e se sono inviolabili i diritti della fede, lo sono pure anche quelli della ragione, e se si offende Dio rigettando la prima, lo si offende anche col non rispettare la seconda. Noi rispetteremo l’una e l’altra, unendo e armonizzando tra loro il lume della fede e quello della ragione, perché entrambi, come vengono da Dio, così conducono a Dio, fonte di ogni verità. – Camminando dietro sì fida scorta, sarete trovati “sinceri o schietti, e senza inciampo per il giorno di Cristo, „ cioè netti, puri nella fede e mondi d’ogni macchia nel giorno del giudizio, nel quale apparirà l’opera di ciascuno. In questi pochi versetti due volte l’Apostolo ci riduce alla mente una delle più terribili verità della fede: il giudizio di Dio, e bene a ragione; perché la certezza che verrà giorno nel quale ogni nostro pensiero ed affetto, ogni nostra parola ed opera saranno disvelate agli occhi di tutto il mondo e giudicate da Dio, infallibile e inesorabile Retributore, ci riempie di un salutare timore e quasi ci costringe a provvedere a noi stessi, a fare noi qui di presente quel giudizio al quale non potremo sfuggire. “Giudicate voi stessi, così l’Apostolo in un altro luogo, e non sarete giudicati. „ Eccoci all’ultimo versetto: e così sarete “ripieni, per Gesù Cristo, del frutto di giustizia, a gloria e lode di Dio. „ Non basta essere mondi d’ogni macchia, ma fa mestieri essere ricchi del frutto di giustizia, che è quanto dire delle opere giuste e sante, senza delle quali la fede è morta. L’Apostolo ha cura di ricordarci un’altra verità, che per lui si ripete sì spesso, ed è che sì la fede come le opere della fede, i frutti di giustizia, si debbono sempre ripetere dalla grazia della quale Gesù Cristo è fonte: Per Jesum Chrìstum. E mentre tutto deriva a noi da Gesù Cristo, tutto poi è anche rivolto a lode e gloria di Dio, termine ultimo di tutte le opere sue e nostre. 

Graduale   
Ps CXXXII: 1-2
Ecce, quam bonum et quam jucúndum, habitáre fratres in unum!
[Oh, come è bello, com’è giocondo il convivere di tanti fratelli insieme!]
V. Sicut unguéntum in cápite, quod descéndit in barbam, barbam Aaron. [È come l’unguento versato sul capo, che scende alla barba, la barba di Aronne.]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps CXIII: 11
Qui timent Dóminum sperent in eo: adjútor et protéctor eórum est. Allelúja.
[Quelli che temono il Signore sperino in Lui: Egli è loro protettore e loro rifugio. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt XXII:15-21
In illo témpore: Abeúntes pharisæi consílium iniérunt, ut cáperent Jesum in sermóne. Et mittunt ei discípulos suos cum Herodiánis, dicéntes: Magíster, scimus, quia verax es et viam Dei in veritáte doces, et non est tibi cura de áliquo: non enim réspicis persónam hóminum: dic ergo nobis, quid tibi vidétur, licet censum dare Caesari, an non? Cógnita autem Jesus nequítia eórum, ait: Quid me tentátis, hypócritæ? Osténdite mihi numísma census. At illi obtulérunt ei denárium. Et ait illis Jesus: Cujus est imágo hæc et superscríptio? Dicunt ei: Caesaris. Tunc ait illis: Réddite ergo, quæ sunt Caesaris, Caesari; et, quæ sunt Dei, Deo.

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, Om. XX.]

“I farisei, raccoltisi, tennero consiglio come potessero cogliere in parole Gesù; e gli mandarono i loro discepoli insieme con gli Erodiani, dicendo: Maestro, noi sappiamo che tu sei verace e insegni la via di Dio con verità, e non ti curi di chicchessia, perché non guardi in faccia ad uomini. Dicci adunque ciò che ti pare: è egli lecito o no pagare il censo a Cesare? Ma Gesù, conoscendo la loro malvagità, disse: A che mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del Censo. Essi gli porsero un denaro. E Gesù disse loro: Di chi è questa figura e questa scritta? Gli dissero: di Cesare. Allora Egli disse loro: Rendete adunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio „ (S. Matteo, XXII, 15-21).

Voi ora avete udito il Vangelo della odierna Domenica, che ci presenta un interesse tutto speciale, perché vi è annunciata una dottrina gravissima, e che tocca senza eccezione ogni persona. Il fatto che si narra in questo Vangelo, avvenne in Gerusalemme, nel tempio o piuttosto nell’atrio o sotto i portici del tempio, il martedì o al più tardi, il mercoledì che precedette la morte di Gesù Cristo. La spiegazione di queste poche sentenze del Vangelo ci domanda maggiore tempo del solito, e perciò è buona cosa farne tesoro e por tosto mano al nostro commento. – Gesù aveva recitata la parabola di quei crudeli vignaiuoli, i quali avevano bestialmente ucciso il figlio del padrone mandato ad esigere i frutti della vigna, e chiaramente fatto conoscere che Dio avrebbe rigettato Israele e chiamato al suo luogo un altro popolo. Quella parabola era chiarissima, e la terribile minaccia aveva ferito vivamente gli scribi e i farisei, i quali, come dice il Vangelo, avrebbero messe le mani sopra Gesù, se non avessero avuto timore del popolo che lo circondava e lo acclamava. Quegli scribi  e farisei tremavano sempre dinanzi al popolo (capo XXI). Che fecero essi? Udite. “I farisei, raccoltisi, tennero consiglio, come potessero cogliere in parole Gesù. „ È verissimo ciò che scrisse un valente filosofo, ragionando dell’uomo: “Egli, ora ci apparisce come un angelo, ed ora come un demonio. „ Vedete questi scribi e farisei: essi lo seguono da per tutto, studiano i suoi passi, scrutano tutte le sue parole, tutti i suoi atti; non hanno mai trovato in Lui colpa alcuna; una vita santissima, una dottrina ammirabile, dolce, paziente, disinteressato, tutto amore per i sofferenti, tutto zelo per la gloria di Dio, non fa male a nessuno, bene a tutti, segna il suo cammino con i miracoli. Che vogliono essi? Perché non uniscono le loro voci a quelle del popolo, salutandolo almeno uomo di Dio e profeta? No, essi lo odiano, perché la sua vita e la sua dottrina sono la condanna della loro. Essi si raccolgono a consiglio: a che fare? Forse per esaminare la dottrina di Cristo o i suoi miracoli, e per seguirlo se trovati veri? Forse per scrutare le profezie e vedere se si compiono in Cristo? No: si stringono a consiglio per trovar modo di coglierlo in fallo, e strappargli di bocca una parola e farne un capo di accusa contro di Lui: Ut caperent eum in sermone. Oh nequizia! Oh perversità di animo! Tendere il laccio, scavare la fossa al fratello! Ed erano uomini che meditavano sempre i Libri santi, che digiunavano, che si atteggiavano a zelatori della gloria di Dio e della sua legge! Tanto può, o cari, la passione allorché prende signoria nel cuore dell’uomo: non v’è delitto, a cui essa non lo sospinga, e gli esempi di tanta nequizia non mancano anche ai giorni nostri negli eredi dello spirito degli scribi e dei farisei. Ecco il consiglio a cui si appigliarono: “I farisei mandarono i loro discepoli con gli Erodiani a Gesù. „ Giova fermarci su queste parole del Vangelo. Chi fossero i farisei, ve lo dissi altra volta, ma qui è da por mente ad una cosa che mette in maggior rilievo la loro perfidia. I farisei, oltre essere gli uomini della rigida osservanza della legge, rappresentavano anche il partito nazionale giudaico, che odiava fieramente la dominazione romana ed aspettava l’ora della riscossa per rivendicarsi a libertà. Ed era questo loro patriottismo che dava ad essi grande influenza sul popolo. Gli Erodiani per contrario formavano il partito di Erode Antipa, re di Galilea, che a quei giorni era venuto in Gerusalemme per celebrarvi la Pasqua. Erode era il figlio di quell’Erode che uccise i bambini, e quello stesso che aveva messo a morte il Battista, straniero, amico dei Romani, e loro tributario. Naturalmente i partigiani di Erode, religiosamente e politicamente, erano affatto contrari ai farisei (Era naturale che gli Ebrei detestassero Erode il padre, e poi il figlio, Erode Antipa. Erano usurpatori e tiranni, pessimo poi tra i tiranni il primo, detto forse per ironia, il Grande. Ma non v’è tiranno che non abbia un partito, e l’ebbe anche Erode, come sappiamo dal Talmud. A capo del Sinedrio erano due grandi Rabbini, Hillel e Manahem: Manahem, guadagnato dall’oro, dall’ambizione o per altri mezzi, passò al servizio di Erode e fu seguito da ottanta principali splendidamente vestiti. Fu l’origine del partito detto degli Erodiani – Didon, vol. II, p. 189-.); eppure voi li vedete dimenticare il loro partito e le loro opposizioni, darsi la mano e ordire un intrigo contro Gesù. I partigiani risoluti della indipendenza nazionale e gli abbietti vassalli d’un re straniero, scettico, dissoluto e crudele, e tutto ligio agli oppressori della patria, farisei ed Erodiani fanno alleanza tra loro a danno di Gesù. La politica di tutti i secoli è sempre piena di queste colpevoli e vergognose alleanze! I discepoli dei farisei e gli Erodiani, dopo essersi intesi tra loro, si presentano a Gesù, e in atto umile, come di discepoli che ricorrono al maestro, desiderosi di essere illuminati e pronti a seguirlo in ogni cosa, gli propongono un caso di coscienza. Ma prima mandano innanzi una lunga e bugiarda lode per ingannarlo e tirarlo nel laccio, se fosse stato possibile. Sentite le melate parole di quegli ipocriti: “Maestro, noi sappiamo che sei verace. „ Lo chiamano maestro o dottore della legge, titolo onorevolissimo presso i Giudei; lo chiamano maestro, quasi volessero farsi suoi discepoli, mentre lo volevano disonorare e tradire! ” Sappiamo che sei verace; „ gli danno lode di un uomo schietto, sincero. Non basta, e aggiungono: ” Tu insegni la via di Dio con verità, „ cioè tu sei la guida sicura che ci scorgi e conduci a Dio, che ci metti sulla via della verità e del cielo. E non basta ancora: “Tu non ti curi di chicchessia, „ che voleva dire: Tu non temi né Cesare, né Erode, né principi, né popolo. “Tu non guardi in faccia a persona; „ ossia, tu ami la sola verità, non temi che Dio, non cerchi che di ammaestrare chi vuol conoscere la via sicura. Lode più ampia, più magnifica, voi lo vedete, non si poteva dare a Gesù Cristo e, se fosse stata sincera, grande doveva essere la mercede a chi la faceva. Ma sulle labbra di quegli uomini era una turpe menzogna, era un’arte scellerata per ingannare il divino Maestro; lo lodavano per eccitarlo a dire francamente ciò che essi volevano udire dalla sua bocca per aver buono in mano di accusarlo e perderlo, come tosto udrete. Vedendo tanta e sì sfacciata perfidia ed ipocrisia, noi siamo sdegnati e giustamente. Ma permettete che vi domandi: La menzogna, l’adulazione, la perfidia, l’ipocrisia, l’inganno, le arti del tradimento, sono forse sì rare anche presso di noi, che dobbiamo farne le meraviglie? A voi, o cari, la risposta. Abbominate tutte queste arti di sedurre e ingannare i fratelli, degne dei farisei e degli Erodiani. Mandate innanzi tutte queste ipocrite lodi, quei tristi tendono il laccio e dicono a Gesù: “Dicci adunque ciò che ti pare: è egli lecito o no pagare il censo a Cesare? „ Era difficile architettare una insidia più sottile e più pericolosa, e per conoscerne tutta la malizia, ponderate ciò che sono per dirvi. I Romani da cent’anni circa signoreggiavano i Giudei, mettendovi a governarli ora re e tetrarchi, ora proconsoli o governatori, come loro piaceva. I Giudei, e più ancora i Galilei, fremevano sotto questo dominio straniero: l’orgoglio nazionale e il sentimento religioso si sentivano umiliati e feriti da questa signoria pagana: aspettavano ansiosamente il tempo opportuno di spezzare l’odiato giogo, e ponevano le loro speranze nel futuro Messia. Gli scribi e i farisei e i sacerdoti erano l’anima di questo partito patriottico e religioso, che trent’anni appresso divampò in modo tremendo, provocando lo sterminio della nazione. Ogni Giudeo doveva pagare tra le altre una tassa personale annua d’un danaro, ottanta centesimi dei nostri. Era generale persuasione che non era lecito pagare quella tassa, perché ingiusta, trattandosi di stranieri usurpatori, e per giunta stranieri pagani. – Ora si poneva nettamente la questione dinanzi a Gesù Cristo, nell’atrio del tempio e circondato, com’è credibile, da gran folla: “Dicci, è lecito o no pagare il censo a Cesare (Si noti la domanda: È lecito o no pagare il censo a Cesare? Si usa la parola censo, perché essa stessa forestiera e in sommo grado odiosa al popolo.)? „ Gesù doveva rispondere con un sì o con un no reciso. Se rispondeva si, è dovere pagare il censo, in faccia agli Ebrei appariva nemico della indipendenza nazionale, partigiano e fautore degli stranieri, e per poco empio, perché si metteva dal lato dei pagani e perdeva necessariamente il favore del popolo; se rispondeva no, non è lecito pagare il censo a Cesare, lo accusavano presso il governatore romano, che risiedeva in Gerusalemme, e ne provocavano la condanna come di un ribelle all’autorità costituita (Sappiamo dal Vangelo che tra le altre accuse mosse a Gesù, d’innanzi a Pilato c’era pur questa: Egli vieta di pagare il tributo a Cesare. Era una calunnia, ma gli accusatori sapevano troppo bene la forza di questa accusa sull’animo del governatore romano. E dire ch’essi stessi tenevano  illecito pagare il tributo e ne facevano accusa a Gesù!); non poteva sfuggire al laccio, così pensavano quei miserabili: Egli deve chiarirsi o nemico della patria, o nemico dei Romani; nell’uno e nell’altro caso è perduto. Dal tutto insieme si fa manifesto che si aspettava da Gesù una risposta favorevole al partito nazionale: egli era galileo, e i Galilei non a torto passavano per ardenti patrioti: egli era l’amico del popolo, dei deboli, dei sofferenti: Egli si atteggiava a Messia, predicava un regno novello; pareva dunque cosa certa che avrebbe condannato il tributo, simbolo del servaggio allo straniero. Ma con poche parole fece cadere la maschera agli ipocriti, sfatò l’insidia, e stabilì per la prima volta la più stupenda dottrina sui rapporti tra le autorità civili e le sacre o religiose. – “Gesù, conoscendo la malvagità di coloro, disse: A che mi tentate, o ipocriti? „  Era un aspro ma troppo meritato rimprovero. Voi, fìngendovi uomini di coscienza delicata, pieni di timore di offendere Dio, di violare le leggi della religione, vorreste strapparmi di bocca tanto d’aver modo di accusarmi: col pretesto della religione voi mi tendete agguato: ipocriti e tentatori! Anzi tutto mostrò di leggere loro in cuore, e questo stesso rimprovero era un richiamarli a miglior consiglio. Poi disse loro: “Mostratemi la moneta del censo: essi gliela porsero. „ – Presso gli Ebrei due sorta di monete avevano corso, le une profane e romane, le altre sacre ed ebraiche. Le prime portavano l’immagine di Cesare o di qualche divinità pagana; le seconde non portavano figura alcuna, perché ciò era severamente proibito dalla legge mosaica (Deuter. IV, 16). Gli Ebrei, specialmente nel pagare il tributo per il tempio, e in tutti gli usi sacri, doveano usare le loro monete: nelle cose profane, e particolarmente nel pagare il tributo all’imperatore, dovevano usare le monete pagane, portanti l’immagine dei Cesari, come dissi, o dei Numi. Ecco perché Gesù disse: “Mostratemi la moneta del censo, „ cioè quella moneta con cui pagate il censo a Cesare. Probabilmente farisei non ne avevano addosso, perché anche il solo portare quelle monete doveva sembrare alle tenere loro coscienze una brutta idolatria; ma ne dovevano portar seco gli Erodiani, che non pativano siffatti scrupoli, o certo la si poté avere lì vicino nel cortile dei Gentili, dove per comodo dei devoti sedevano a banco i cambiavalute per cambiare le monete giudaiche in romane. Fu dunque portata a Gesù la moneta del censo: Egli, avutala in mano, si rivolse a’ suoi interrogatori, e tenendola, com’è naturale, nella palma della mano sinistra, e con l’indice nella destra segnandola, disse: “Di chi è questa immagine e questa scritta (L’immagine doveva essere quella di Cesare Augusto o di Tiberio, e la scritta intorno doveva essere la solita: Divo Tiberio Cæsari, ecc.)? Gli rispondono: Di Cesare. Ebbene, riprese Gesù: Rendete a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio. „ Badate che Gesù non disse: “Date a Cesare ciò che è di Cesare. E a Dio ciò che è di Dio, „ ma disse: Rendete, ossia restituite a Cesare ciò che avete ricevuto da Cesare, e a Dio ciò che avete ricevuto da Dio. Questa moneta l’avete da Cesare; è dunque giusto che, in parte almeno, la rendiate a lui stesso per i bisogni comuni e per i servigi che presta. Eccoci a quella famosa sentenza del Salvatore, che non può essere più chiara e più profonda, e che nondimeno fu citata e si cita tuttora in vari sensi dai propugnatori dei diritti della Chiesa e dei diritti dello Stato. Prima di entrare nella spiegazione di questa sentenza non vi sia grave por mente ad una osservazione, che reputo importante al giorno d’oggi. I Romani imperavano nella Giudea; erano stranieri, e il loro diritto era quello dei conquistatori. Il loro potere sovrano era esso legittimo? Era solo di fatto, e per consefuenza illegittimo ed usurpatore? Gesù non entra nella spinosa questione, né mai vi entrò in tutta la sua predicazione; e sì che non gli mancarono le occasioni di parlarne, e con una parola poteva troncare ogni litigio. Egli costantemente, con le parole e con le opere, si restrinse a stabilire ed inculcare il rispetto e l’ubbidienza alle autorità costituite, senza toccare neppure da lungi, la legittimità o illegittimità della loro origine. Grande esempio da imitare, lasciatoci dal divino Maestro, che non dovremmo mai dimenticare, e che, seguito fedelmente, cesserebbe ogni confusione. Per i pagani ed anche, fino ad un certo punto, per gli Erodiani, ogni potere si concentrava in Cesare e nel loro re: Cesare era l’imperatore ed il pontefice: il potere sommo, assoluto, civile, e il poter sommo, assoluto, religioso erano raccolti entrambi nelle sue mani, e non era tenuto renderne conto a chicchessia. Di questo mostruoso concentramento del potere assoluto religioso in chi ha il potere civile, ce ne rimane un’idea nel musulmanismo, dove il sultano è tutto. Gesù Cristo, nella sua risposta, implicitamente ma chiaramente, afferma che non è tutto di Cesare, come non vi è solo il poter di Cesare; che vi è la parte di Dio, come vi è anche il poter di Dio, e che l’uomo deve rendere a Cesare ciò che spetta a Cesare, e a Dio ciò che spetta a Dio. Vi sono adunque due poteri tra loro distinti, sebbene subordinati, che hanno diritti distinti, e verso dei quali abbiamo doveri distinti, e che si vogliono riconoscere e osservare, e ciò per volontà espressa di Gesù Cristo, il potere di Cesare e il potere di Dio. L’uno e l’altro vengono da Dio, come da Dio vengono il corpo e l’anima nostra, ma in modo diverso, e diversa è la loro natura e la loro eccellenza, e diverso il loro fine. Per ragione del corpo, dei suoi bisogni, della sua vita esterna, del suo benessere, della sua sicurezza, l’uomo prima di tutto dipendente da Dio, necessariamente si lega anche al suo paese, al potere di Cesare, all’autorità civile; per ragione dell’anima, della sua coscienza, dei bisogni dello spirito e delle sue aspirazioni, si lega ad un altro paese, al cielo, al potere di Dio, all’autorità della  Chiesa, che quaggiù lo rappresenta. Ciascuno di noi, entrando in questo mondo, cade necessariamente sotto questi due poteri, che non si potranno mai confondere tra loro, come non si confondono tra loro l’anima ed il corpo, e nemmeno opporsi tra loro, se non per ignoranza o malizia degli uomini. Qual è il campo, in cui si svolge il potere di Cesare, o l’autorità civile? Suo fine ed ufficio è quello di concorrere a conservare, difendere, sviluppare la vita del corpo: è quello di tutelare i diritti di ciascuno nella famiglia e nella società, i diritti sulle persone e sulle sostanze; di raffrenare e rendere impotenti i tristi, di assicurare i deboli, di far sì che ciascun cittadino si mantenga entro i limiti dei suoi diritti e non invada quelli degli altri: suo fine ed ufficio è quello di concorrere a sviluppare le ricchezze del paese, sia col proteggere e favorire l’agricoltura, prima base d’ogni ricchezza, sia con lo svolgere le forze dell’industria e del commercio, agevolando le vie di terra e di mare; suo fine ed ufficio è quello di difendere il Paese contro i nemici interni ed esterni, mantenendo la pace e la giustizia; in breve, suo fine ed ufficio è quello di procurare a tutti i cittadini la felicità temporale quaggiù possibile, felicità che è inseparabile dal conoscimento della verità, dall’osservanza della giustizia, dalla pratica della virtù e dalla guerra all’errore, all’ingiustizia ed al vizio. Ora, per raggiungere questo fine altissimo e sì svariato, il potere civile ha bisogno di mezzi, che sono la forza pubblica e il danaro necessario, e perciò ha diritto e dovere di aver quella e questo nella giusta misura. Ecco perché Cristo, tenendo in mano la moneta del censo dovuto, disse: “Rendete a Cesare ciò che è dovuto a Cesare, „ cioè, pagate il tributo, senza del quale egli non potrebbe adempire il suo ufficio e mantenere l’ordine pubblico, e la società andrebbe tutta sossopra. Qual è il campo, in cui si svolge il potere sacro e religioso che risiede nella Chiesa e nel suo Capo supremo? Suo fine ed ufficio primario è quello di deporre in ogni anima il germe della vita divina, di conservarlo, difenderlo e svilupparlo nell’individuo, nella famiglia e nella società; il che essa ottiene con la istruzione, che risponde ai bisogni di ciascuno e di tutti; con la amministrazione dei Sacramenti, con l’azione del suo governo e delle sue leggi, che dal Capo supremo si spande nei capi subalterni, i Vescovi, i parroci, i sacerdoti , e giù giù sino ai semplici fedeli. Suo fine ed ufficio è di tener lontani dai suoi figli l’errore ed il vizio, di mantenere i diritti della verità e della virtù, e di condurli alla felicità eterna. Fine poi secondario della Chiesa è di sorvegliare ed impedire che Cesare venga meno, e peggio abusi del potere che ha in ordine al corpo. Ora, per conseguire questo fine nobilissimo e santissimo, il potere sacro e religioso ha bisogno di avere gli strumenti necessari che sono il sacerdozio secolare e regolare, le istituzioni svariatissime per l’istruzione, per il culto pubblico, i templi, mezzi materiali per procurarsi questi strumenti necessari; ha bisogno sopratutto di libertà stabile ed ampia per esplicare tutte le sue forze a santificazione degli uomini. Ecco ciò che Gesù Cristo intese dire nella seconda parte della sua sentenza: “Rendete a Dio ciò che spetta a Dio. „ Due sorta di monete, come dissi, avevano corso presso gli Ebrei, l’una profana, l’altra sacra; l’una simboleggiava il diritto terreno e politico, l’altra rappresentava il diritto celeste e divino; quella, il tributo che si doveva a Cesare, l’altra il tributo che si pagava al tempio, a Dio. Paghiamo fedelmente l’uno e l’altro tributo, ed avremo adempito ogni nostro dovere. Coloro che esercitano questi due poteri, dai quali dipendono la pace, la prosperità, la felicità del tempo e della eternità, devono porre ogni studio in cessare qualunque urto tra loro e nell’armonizzare le loro leggi e la loro azione, per guisa che scambievolmente si aiutino. E poiché il poter sacro e religioso, per ragione del fine e dei mezzi, di gran lunga sovrasta al poter civile, e dall’appoggio di quello il civile riceve grandissimo vantaggio, così è del suo interesse non solo non attraversarne l’opera ma, almeno indirettamente, aiutarla. Il potere civile non ha nulla a temere dal potere sacro e religioso, dal quale non può ricevere che benefizi e guarentigie più sicure di progresso e di tranquillità, intimando questo a tutti in nome di Dio e per dovere di coscienza quelle parole: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare. „ La Chiesa, o cari, non bada a chi regge questo o quello Stato, né alla forma di governo che assume, se il potere sia in mano d’un solo o di molti, se sia dato a vita o a tempo, se sia assoluto o temperato, se sia elettivo od ereditario, se sia monarchico o repubblicano, se appartenga a questa o quella dinastia. La Chiesa non è di questo o quel secolo, non è di questo o quel popolo, di questa o quella nazione; essa è di tutti i secoli, di tutti i popoli, di tutte le nazioni, perché deve durare fino al termine dei tempi, deve raccogliere sotto le sue tende tutte le genti, anche tra loro diversissime di lingua, di usi, di carattere, di tendenze, di cultura. Essa pertanto non può legarsi né a monarchie, né a costituzioni, né a repubbliche, né a re, né ad imperatori come tali; essa tien fisso lo sguardo in alto, in cielo, meta suprema del suo cammino attraverso alle vicende della terra, non respinge nessuna mano che le si offra, accetta il concorso di tutti gli uomini di buona volontà, non impone nessuna forma di governo, non domanda, per sé parlando, a nessun principe, a nessuna repubblica, l’atto autentico di sua origine legittima e rispetta tutti i diritti. Una cosa sovra tutte le altre esige, d’avere libero il cammino, grata a tutti quelli che l’aiutano, quand’anche non avessero la fede ch’essa annuncia e custodisce inviolata a costo del suo sangue. – E se un potere qualunque si leva sul suo cammino, cerca di impedirle il passaggio, la molestia, la insidia? Essa allora, a nome di Dio e delle coscienze offese, protesta, mette in salvo i suoi diritti, aspetta paziente, ed usa dei mezzi che sono in sua mano e che reputa utili e necessari per difendersi, e i suoi figli la seguono, ricordevoli che vi sono casi nei quali bisogna ubbidire a Dio più che agli uomini, e ripongono ogni loro fiducia in quella Provvidenza che veglia amorosa su tutti, e particolarmente sulla Chiesa. Questa non la si vide, né la si vedrà mai gettarsi sulle vie e sulle piazze e agitare le turbe contro i poteri costituiti, ancorché abusanti dei loro diritti; non si udrà mai dalle sue labbra una parola, che accenni a passionata rivolta contro l’autorità. Essa batte la via, sulla quale l’ha preceduta il suo capo e sposo divino Gesù Cristo. Egli, salvi i diritti del suo Eterno Padre, volle sottoporsi alle leggi del suo paese ed a quelle dell’Autorità romana; se i capi religiosi della sua patria lo insidiano e perseguitano, risponde o tace, o si ritira contristato; Egli paga il tributo per sé e per Pietro; Egli non si mischiò mai una sola volta in questioni politiche; se le turbe a forza lo vogliono rapire e proclamar re quando ed in modo che non si doveva, destramente si sottrae e fugge; se è condotto dinanzi a Pilato, riconosce in lui l’autorità che viene dall’alto. Gli Apostoli, proclamando però che si deve ubbidire a Dio più che agli uomini, continuano sulla stessa via, e affermano che ogni potere viene da Dio, che bisogna ubbidire non solo per timore, ma per dovere di coscienza, e che chi resiste al potere, resiste a Dio stesso; che bisogna rendere onore al re, pagare i tributi; anzi, che bisogna pregare per i re, affinché abbiamo quieto e tranquillo vivere, e questi re, per i quali bisogna pregare, sono gli imperatori romani, sono Claudio e Nerone, sotto il ferro del quale cadranno Pietro e Paolo, i principi degli Apostoli. È questa la regia via, sulla quale la Chiesa, dopo Gesù Cristo e gli Apostoli, cammina e camminerà mai sempre nei suoi rapporti con le podestà della terra. Vi domando, o cari, vi può essere dottrina di questa più semplice, più conforme ai principi di onesta libertà, di autorità, di pubblico bene e di ordine sociale? Le podestà della terra, allorché l’avranno debitamente conosciuta, potranno ancora ragionevolmente diffidare della Chiesa, sorvegliarla, crearle impacci e combatterla come nemica? Sarebbe un diffidare della madre comune, un sorvegliare e creare impacci ad una fedele amica, sarebbe un combattere la migliore alleata. Ancora alcune riflessioni sull’ultima parte della sentenza di Cristo: “Rendete a Dio ciò che è di Dio, „ e chiuderemo la nostra omelia. – Debbiamo rendere a Dio ciò che è di Dio; ebbene, che è ciò che è di Dio? Non ho che una risposta da dare, ed è questa: Tutto quel che siamo noi, nell’anima e nel corpo: tutto quel che abbiamo fuori di noi, o possiamo avere, tutto è di Dio. V’è, o cari, una sola cosa sulla terra od in cielo, dentro o fuori di noi, nell’anima o nel corpo, al presente o nell’avvenire, che non sia creata e conservata da Dio? No; tutto è da Lui, grida il grande Apostolo, tutto è per Lui, tutto è in Lui; tutto adunque deve essere reso a Dio, che ne è unico e perfetto padrone, e se noi ci riteniamo un solo atomo come nostro, noi siamo servi infedeli, noi siamo usurpatori e ladri di ciò che spetta a Dio. Ma direte: se tutto è di Dio, e tutto a Lui deve essere fedelmente restituito, come mai Gesù Cristo disse che vi sono cose, che dobbiamo rendere anche a Cesare, ed io aggiungo, che dobbiamo rendere ad ogni autorità, ai genitori, agli amici, ai benefattori, ai figli, ai ricchi, ai poveri, a tutti, a noi stessi ? La risposta è facilissima: Tutto ciò che noi rendiamo a Cesare, ad ogni autorità, ai genitori, agli amici, ai benefattori, ai figli, ai ricchi e ai poveri, a noi stessi, a tutti, se è secondo verità e giustizia, è reso a Dio stesso, che così vuole e comanda. E qui ammirate sapienza e bontà di Dio, il Quale ha per reso a sé, quello che facciamo per gli altri, allorché Egli con le leggi sue di natura o di grazia così dispone: per tal modo tutto si e leva e si nobilita, e l’opera fatta per gli uomini e per le creature, apparisce fatta per Iddio e per il Creatore, principio e fine d’ogni cosa. Tutte le creature, le massime come le minime, sono opere di Dio; sono figlie della sua mente, lavoro della sua mano onnipotente, e perciò tutte e ciascuna, senza eccezione, portano scolpita in se stesse l’immagine di Dio: per non averla o distruggerla esse dovrebbero cessare di esistere, e Dio dovrebbe cessare di crearle e conservarle. Quanto più codeste creature si elevano per natura, più bella risplende in esse l’immagine divina, e perciò nell’uomo e nell’Angelo, essa rifulge senza confronto più splendida e gloriosa che nell’albero, nell’uccello e nell’animale. Nell’uomo poi e nell’Angelo Iddio, oltre l’immagine naturale che ha impresso come Creatore, vi ha aggiunto un’altra immagine incomparabilmente più luminosa, che riflette più viva la bellezza divina, mediante la grazia. Come la moneta del censo mostrava scolpita l’immagine di Cesare, onde Cristo, additandola, disse: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, „ così ogni creatura che ne circonda, e sopra tutto l’anima nostra, creata da Dio, e da Gesù Cristo rifatta ed ineffabilmente abbellita, riverbera l’immagine di Dio, e nel suo linguaggio dice: Sono di Dio, appartengo a Gesù Cristo. — Su dunque, siamo giusti e paghiamo a Dio e a Gesù Cristo il tributo dovutogli, rendiamogli ciò che è suo. Ma badate bene: l’immagine di Dio e di Gesù Cristo non alterata o svisata; fate che sia intatta, affinché Egli la riconosca per sua e ne venga gloria a Lui e a noi. “Rendete, così Tertulliano, rendete a Cesare ciò che è di Cesare, e ciò che è di Dio, a Dio: cioè rendete a Cesare l’immagine di Cesare, che è effigiata sulla moneta, e l’immagine di Dio a Dio che è nell’uomo, in guisa, che tu renda il danaro a Cesare, a Dio te stesso. „ [De Idololat. C. 15] Sventura a voi, fratelli miei, se alteraste in voi stessi l’immagine di Dio! Sareste rei di lesa Maestà divina!

Credo…

Offertorium
Orémus
Esth XIV:12; 14:13
Recordáre mei, Dómine, omni potentátui dóminans: et da sermónem rectum in os meum, ut pláceant verba mea in conspéctu príncipis.
[Ricòrdati di me, o Signore, Tu che dòmini ogni potestà: e metti sulle mie labbra un linguaggio retto, affinché le mie parole siano gradite al cospetto del príncipe.]

Secreta
Da, miséricors Deus: ut hæc salutáris oblátio et a própriis nos reátibus indesinénter expédiat, et ab ómnibus tueátur advérsis. [offriamo, o Signore, i doni della nostra devozione: Ti siano graditi in onore di tutti i Santi e tornino a noi salutari per tua misericordia. ]

Communio
Ps XVI:6
Ego clamávi, quóniam exaudísti me, Deus: inclína aurem tuam et exáudi verba mea.
[Ho gridato verso di Te, a ché Tu mi esaudisca, o Dio: porgi il tuo orecchio ed esaudisci le mie parole. ]

Postcommunio
Orémus.
Súmpsimus, Dómine, sacri dona mystérii, humíliter deprecántes: ut, quæ in tui commemoratiónem nos fácere præcepísti, in nostræ profíciant infirmitátis auxílium:
[Ricevuti, o Signore, i doni di questo sacro mistero, umilmente Ti supplichiamo: affinché ciò che comandasti di compiere in memoria di Te, torni di aiuto alla nostra debolezza.]

DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2018)

DOMENICA XXI dopo PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Esth. XIII: 9; 10-11
In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, cœlum et terram et univérsa, quæ cœli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es. [Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.
[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, coelum et terram et univérsa, quæ coeli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es. [Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Orémus.
Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut a cunctis adversitátibus, te protegénte, sit líbera, et in bonis áctibus tuo nómini sit devóta.
[Custodisci, Te ne preghiamo, o Signore, con incessante pietà, la tua famiglia: affinché, mediante la tua protezione, sia libera da ogni avversità, e nella pratica delle buone opere sia devota al tuo nome.]
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

Lectio
Lectio Epistolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes VI: 10-17
Fratres: Confortámini in Dómino et in poténtia virtútis ejus. Indúite vos armatúram Dei, ut póssitis stare advérsus insídias diáboli. Quóniam non est nobis colluctátio advérsus carnem et sánguinem: sed advérsus príncipes et potestátes, advérsus mundi rectóres tenebrárum harum, contra spirituália nequítiae, in coeléstibus. Proptérea accípite armatúram Dei, ut póssitis resístere in die malo et in ómnibus perfécti stare. State ergo succíncti lumbos vestros in veritáte, et indúti lorícam justítiæ, et calceáti pedes in præparatióne Evangélii pacis: in ómnibus suméntes scutum fídei, in quo póssitis ómnia tela nequíssimi ígnea exstínguere: et gáleam salútis assúmite: et gládium spíritus, quod est verbum Dei.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie, vol. IV, Marietti ed., Omelia XVII, Torino, 1889]

“Fratelli, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Vestite tutta l’armatura di Dio, perché possiate tener fronte alle insidie del demonio; poiché noi non abbiamo a combattere contro la carne ed il sangue, ma sì contro i principati, contro le podestà, contro i reggitori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti malvagi, per i beni celesti. Per questo pigliate l’intera armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e in ogni cosa trovarvi ritti in piedi. Presentatevi adunque al combattimento cinti di verità i lombi, coperti dell’usbergo della giustizia, calzati i piedi in preparazione dell’Evangelo della pace. Sopra tutto prendete lo scudo della fede, col quale possiate spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Pigliate anche l’elmo della salute e la spada dello spirito, che è la parola di Dio „.

Ve lo dissi altra volta e ve lo ripeto oggi, la seconda metà della lettera ai fedeli di Efeso, e precisamente gli ultimi tre capi, non sono in sostanza che una magnifica serie di verità morali, che si confanno ad ogni classe di persone. Sembra che l’Apostolo voglia per poco condensare tutta la morale cristiana in quelle sentenze, senza nemmeno curarsi di ordinarle tra loro o darne qualche prova. Le annunzia con una chiarezza che è pareggiata solo alla brevità, le addossa l’una all’altra, e nella foga dello scrivere ne ripete più d’una, le inculca con tutto l’ardore della sua grand’anima. Si ammirano, e a ragione, le belle sentenze morali che qua e là sono sparse nei libri di Cicerone, di Epitteto, di Seneca e di Marco Aurelio, e quando si pensa che erano pagani, non possiamo tenerci dall’ammirare quegli uomini; ma io non dubito di affermare, che, raccogliendo tutte le sentenze morali di quei filosofi, non avremmo la decima parte di quelle che l’Apostolo, con una semplicità e concisione tutta sua, ha dettato in questi tre capi. – Dopo aver messo sott’occhio ai suoi cari figliuoli i vizi che dovevano fuggire, e le virtù che dovevano praticare, e il tesoro che dovevano custodire, accenna ai nemici che avevano da combattere, e con un linguaggio tutto militare, li ammaestra intorno al modo di combatterli e vincerli. E qui comincia il nostro commento. – S. Paolo, dopo aver esortato i figli ad ubbidire ai genitori, ed i genitori ad allevare, educare ed ammonire i loro figli, guardandosi dal provocarli ad ira; dopo aver esortati i servi ad ubbidire ai padroni di buon grado, e i padroni a trattare umanamente i servi, ricordandosi che anch’essi hanno un Padrone, che è Dio, continua e scrive: “Fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. „ Allorché un capitano sta per spingere le sue schiere contro il nemico, un nemico formidabile, grida: “Soldati, siate forti, pugnate da valorosi: il vostro re vi guarda, ed egli ha pronte altre schiere per sostenere le vostre: avanti!” — Similmente l’Apostolo, incoraggiando i Cristiani alla battaglia contro il comune nemico, grida: ” Siate forti, e combattete da soldati intrepidi. „ E dove attingeremo la forza per combattere e vincere? — Non in noi stessi, che siamo deboli, senza confronto più deboli dei nostri nemici; ma in Dio, che è onnipotente, e sotto gli occhi del quale combattiamo. Egli ci avvalorerà, Egli sarà con noi, e col suo Nome sulle labbra e con la sua forza in cuore, noi saremo vincitori. In questa guerra sì aspra e crudele vincono quei soldati che diffidano di sé, che non escono dalle fila, dove l’ubbidienza li ha posti, che ripongono tutta la loro fiducia in Dio. – S. Paolo prosegue e dice: “Pigliate l’armatura intera di Dio, affinché possiate tener fronte alle insidie del diavolo. „ — Ogni Cristiano, scrive Tertulliano, è un soldato che pugna sotto la bandiera di Cristo: — ora ogni soldato deve avere la sua armatura: il soldato di Cristo e di Dio deve avere l’armatura, non degli uomini, ma di Dio, e questa deve indossare: Induite armaturam Dei. In che consista questa armatura di Dio lo vedremo tosto partitamente. – Ora ci piaccia considerare questa espressione di S. Paolo: “Affinché possiate tener fronte alle insidie del demonio: „ non dice che dobbiamo assalire il nemico (il che pure talvolta sì ha da fare), ma dice che dobbiamo far fronte, o resistere, come più sotto si esprime. Voi sapete che vi è un doppio genere di guerra, l’una dicesi offensiva, e si ha quando si assalta il nemico; l’altra difensiva, e si ha quando si mantiene il proprio posto e si aspetta a pie’ fermo il nemico per ributtarne gli assalti. In generale noi Cristiani dobbiamo attenerci alla guerra difensiva contro il nemico; per vincerlo a noi basta conservare la grazia, restar fedeli a Dio, mantenerci saldi al nostro posto, sventare le sue insidie occulte e respingere i suoi assalti scoperti; resistere, tener fronte alla tentazione, è vincere.E chi è desso il nostro nemico? Paolo l’ha nominato: ” Il demonio — Adversus insidias diaboli. „ Appena il nome del demonio gli è caduto dalla penna, l’Apostolo si affretta a farcelo conoscere, e scrive: “Noi non abbiamo a combattere contro la carne ed il sangue, ma contro i principati e le podestà, contro i reggitori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti malvagi, per i beni celesti. „Non ingannatevi, grida S. Paolo, non abbiamo guerra contro la carne e il sangue, vale a dire contro uomini come noi, che sarebbe pur sempre faticosa e non senza pericoli, ma contro i demoni, che furono Angeli, e dei primi, principati e podestà (Da questo luogo di S. Paolo apparisce che anche nelle gerarchie superiori, come sono i Principati e le Podestà, v’ebbero degli spiriti apostati), e che hanno parte, e non piccola, nel governo di questo basso e tenebroso mondo, in una parola, contro gli spiriti malvagi, che ci contendono le cose e i beni celesti. — Quante cose apprendiamo da questa sentenza dell’Apostolo! Apprendiamo che esistono i demonii, che sono nostri giurati nemici e ci tendono senza tregua insidie e inganni; che per forza, scaltrezza e potenza, sono di gran lunga a noi superiori; che spiegano la malefica loro azione in questo mondo, adoperandosi ad impedirci il conseguimento dei beni celesti.I demoni adunque esistono, è un articolo di fede, che si incontra ad ogni pagina dei Libri santi, e a cui fanno eco le tradizioni di tutti i popoli della terra. I demoni sono spiriti, e perciò non si vedono, non si toccano, sono immortali, e non possiamo formarci un’idea precisa della loro natura, come degli Angeli buoni. Allorché li vedete dipinti qua e là nelle forme più brutte, più orride, non dovete credere che siano veramente tali, come non dovete credere che gli Angeli buoni abbiano forme di giovani bellissimi ed alati, come si rappresentano. Impotenti come siamo a farci un’idea di puri spiriti, siano buoni, siano cattivi, ci ingegniamo alla meglio di ritrarne le figure, bellissime di quelli, bruttissime di questi.Questi demoni furono creati da Dio, e creati buoni, adorni di grazia e ricolmi dei doni più eletti, e divennero malvagi perché si inorgoglirono, si levarono contro il loro Creatore e gli rifiutarono la dovuta ubbidienza, e Dio li cacciò dal cielo. E perché sono essi sì ripieni di odio contro di noi uomini, che non abbiamo fatto nulla contro di loro? — Perché sono malvagi, e i malvagi non vogliono che il male; perché, odiando Dio, odiano anche gli uomini, nei quali risplende l’immagine di Dio; perché essi rifiutarono la loro ubbidienza a Dio in quanto lo videro prima dei secoli fatto Uomo, e perciò ripetono la loro rovina eterna dall’amore singolare ch’Egli ebbe per noi uomini; perché in noi uomini combattono Gesù Cristo, Dio-Uomo, e quelli che sono chiamati a tenere il loro luogo.E perché Dio permette che i demoni, sparsi sulla terra, tendano insidie e combattano gli nomini? Perché la prova è necessaria per tutti: perché senza battaglie non c’è vittoria, senza lotte non c’è corona. Vi fu la prova su in cielo; la volle per sé Gesù Cristo e l’ebbero tutti quelli che furono prima di noi; perché non l’avremmo ancora noi? La storia del cielo e della terra, degli uomini e degli Angeli, è una storia di battaglie incessanti, di sconfitte e di vittorie: così vuole Iddio, così vuole il nostro bene; pigliamo adunque il nostro posto e combattiamo animosamente. Ma qui odo farmisi una difficoltà, che è prezzo dell’opera esaminare e sciogliere: San Paolo insegna che la nostra lotta è contro gli spiriti malvagi, non contro gli uomini: ma S. Paolo stesso e tutta la tradizione ecclesiastica ci insegnano che dobbiamo combattere anche contro la carne, contro le passioni, contro il mondo, e che questi sono nemici nostri non meno dei demoni. Come dunque si possono spiegare queste dottrine opposte? Non vi sono, né vi possono essere dottrine opposte nell’insegnamento cristiano. Certo la carne con le sue passioni, il mondo con i suoi scandali, i tristi con le loro arti sono nostri nemici, e contro di essi ci conviene combattere senza posa: ma chi poi ha sollevati contro di noi questi uomini? Chi ha messo in rivolta la carne e le passioni? Chi ha riempito la terra di tristi, e li muove ai nostri danni? Il primo artefice dei nostri mali, colui che introdusse nel mondo il peccato, la morte, le passioni, gli scandali, è il demonio; il mondo e la carne sono due alleati che il demonio ha tirato dalla sua parte, e dei quali si vale per combatterci; onde l’Apostolo poté ben dire che la nostra guerra è contro gli spiriti maligni, perché sono essi i primi e principali nostri nemici. E qui, o carissimi, non vi dispiaccia che mi allarghi alquanto e vi parli di queste lotte e battaglie, che abbiamo con la carne e con il mondo, e con il loro duce supremo, che è il demonio. Queste battaglie nel linguaggio comune della Chiesa si chiamano tentazioni. Ora io vi domando: Possiamo noi sfuggire alle tentazioni? A tutte è impossibile sottrarci: converrebbe non vivere su questa terra, non avere questo corpo, in una parola non essere uomini, e che Dio facesse un miracolo per affrancarcene, nondimeno dobbiamo riconoscere che un buon numero di queste tentazioni possiamo cessarle, schivando le occasioni, vegliando attentamente sui nostri sensi, mortificando le nostre passioni e usando di tutti quei mezzi, che la prudenza cristiana ci suggerisce. – E siamo noi obbligati a schivare tutte quelle tentazioni che è in poter nostro schivare? Indubbiamente, per l’amore che dobbiamo avere per noi stessi e per il timore di offendere Dio, noi abbiamo l’obbligo di schivare quelle tentazioni che prevediamo, e quest’obbligo è in ragione del pericolo, che ci farebbero correre di peccare e dei sacrifici necessari per sfuggirle. E come governarci con quelle tentazioni che sono inevitabili, o che per evitarle ci imporrebbero sacrifici impossibili o troppo gravi? Quando è una necessità affrontare la tentazione, non vi è ombra di peccato, appunto perché è impossibile che siamo costretti a commettere il peccato. Allora, o dilettissimi, non temete, fidenti in Dio, affrontate la tentazione, e non potrà fallire la vittoria. – Il primo passo della tentazione è il pensiero cattivo e il diletto che essa con la immaginativa ci fa pregustare, se acconsentiamo: il pensiero, che ci si affaccia non cercato, il diletto che ci cagiona, se noi non acconsentiamo, non costituisce peccato di sorta, nemmeno leggero. Se noi deliberatamente accarezziamo il pensiero cattivo, volontariamente ci fermiamo nel piacere disordinato, allora il nemico entra nell’anima nostra, e nel connubio della nostra volontà, con la tentazione si compie il peccato. Il peccato (e questo, o cari, non dimenticatelo mai), allora penetra nel vostro cuore e vi resta padrone, quando la vostra volontà apre la porta, e alla tentazione che domandava di entrare, dice: “Entra; sì, io ti voglio. „ Finché non pronuncia il si dell’assenso, la tentazione rimane fuori, e può menar rumore, minacciare, dilettare, rinnovare cento, mille volte le sue tentazioni e i suoi assalti, essa non può nuocere, anzi non fa che accrescere i meriti della resistenza. Ora ascoltiamo l’Apostolo, che ci insegna il modo sicuro di vincere qualunque prova, sia quanto si voglia fiera ed ostinata. “Presentatevi cinti i lombi da verità, coperti con la corazza della giustizia, calzati i piedi in preparazione all’Evangelo della pace, e sopra tutto pigliate lo scudo della fede, col quale spegnere i dardi infuocati del maligno, e prendete l’elmo della salute e la spada dello spirito, che è la parola di Dio. „ Voi vedete che S. Paolo, volendo armare il soldato cristiano per le battaglie contro gli spiriti malvagi, piglia bellamente l’immagine del soldato terreno. Il soldato, al tempo dell’Apostolo, doveva anzi tutto provvedersi di armi, che valessero a difenderlo dai colpi dei nemici, ed eccovi il balteo, o cingolo che si stringeva ai fianchi, e la corazza che gli copriva il petto, ed i calzari o le gambiere che difendevano le gambe e i piedi, e lo scudo, con cui riparava quasi tutta la persona, e finalmente l’elmo, che ricopriva il capo; è questa l’armatura intera del soldato antico, che Paolo con elegante e ingegnosa metafora applica al soldato cristiano. “Presentatevi cinti i lombi da verità. „ Il balteo, o cingolo militare, era un ornamento, e nello stesso tempo rendeva il soldato più spedito e pronto a camminare, onde anche al presente chi deve salire monti suole stringersi fortemente i fianchi. Anche il Cristiano deve correre per una lunga via, e spesso deve salire i monti ripidi e dirupati della virtù: stringasi dunque ai fianchi il cingolo, non materiale, ma spirituale della verità: Succinati lumbos vestros in ventate. La verità sia sempre con noi, sia come una cintura ai nostri lombi, e non sentiremo la fatica del cammino. Forse in questo luogo la parola verità, come vogliono alcuni interpreti, significa la schiettezza dell’anima, la fedeltà alle promesse fatte a Dio e la piena signoria che dobbiamo del continuo esercitare sopra noi stessi, rintuzzando le nostre passioni. Del resto ciascuno comprende che tutte codeste interpretazioni in sostanza si riducono ad una sola, ed è questa, che dobbiamo in ogni cosa seguire la verità, sempre, e la sola verità. “Siate coperti con la corazza della giustizia — Induti loricam justitice. „ La giustizia, nel senso più largo, usato nelle sacre Scritture, significa la virtù e la santità, il complesso di tutte quelle opere, che rendono l’uomo caro a Dio: la giustizia fa rendere a ciascuno ciò che gli si deve, e in questo senso la giustizia esprime la virtù e la santità nel suo grado più perfetto, ed è per questo che i Libri santi dicono uomo giusto, per dire uomo santo. Essere adunque coperti della corazza della giustizia vale quanto dire essere adorni di tutte le virtù; e se voi siete adorni di tutte, che potrà mai fare il nemico contro di voi? Nulla. – “E abbiate calzati i piedi in preparazione al Vangelo della pace. „ I piedi sono ordinati a camminare: S. Paolo adunque vuol dire: I vostri piedi siano coperti e difesi per guisa, che possiate camminare alacremente nelle vie del Vangelo, cioè osservare i precetti e le verità sante del Vangelo, che in mezzo alle pugne vi condurranno alla pace, alla vera pace, che supera ogni umana comprensione. Ma ciò che ” sopra tutto — in omnibus „ dobbiamo procurar di fare, è, scrive S. Paolo, –  di pigliare lo scudo della fede — Sumentes scutum fidei. „ La fede, cioè le verità rivelate nel loro complesso, la fede, cioè la nostra salda adesione alle verità rivelate, deve essere il nostro scudo di difesa in queste pugne contro il nemico. Allorché la nostra mente tiene fisso fermamente l’occhio sulle verità nella fede, per modo d’esempio della presenza di Dio, del giudizio divino, dell’inferno e andate dicendo, come volete che sia possibile darla vinta alle tentazioni? Ponete che allorquando il nemico vi eccita al furto, alla bestemmia, alla turpitudine od a qualunque altro peccato, vedeste Dio nella sua maestà di giudice, e dall’una parte il cielo con tutte le sue gioie, e l’inferno con le sue fiamme divoratrici, e vi si dicesse: Se tu commetti questo peccato, ti vedrai tosto chiuso per sempre il cielo, e sarai gettato in mezzo a quelle fiamme sempiterne, credete voi che un uomo potrebbe commettere quel peccato? Ah! Per quanto fosse violenta e terribile la tentazione in quella vista del cielo e dell’inferno e del Giudice supremo, troverebbe la forza di respingerla? Sopra mille forse non ne trovereste un solo forsennato al punto da volere il peccato e con esso precipitarsi subito nell’inferno. Ora che fa essa la fede? Ci mette vive sotto gli occhi le verità eterne, ce le fa toccare e sentire: come volete che l’uomo s’arrenda alla tentazione finche quelle gli stanno innanzi? La fede adunque è lo scudo impenetrabile che ci copre contro tutti gli assalti del nemico. –  S. Paolo, nella lettera agli Ebrei (capo XI), celebra le lodi della fede, ed afferma che tutti quelli che furono salvi, lo furono per la fede; per la fede i santi, continua l’Apostolo, vinsero i regni, operarono la giustizia, turarono le bocche dei leoni, spensero le fiamme, divennero forti in guerra, vinsero i tormenti, gli scherni, la morte, tutto. Contro questa fede si spezzeranno e si estingueranno i dardi infuocati del maligno. Solevano gli antichi non solo aguzzare la punta delle frecce, ma le avvolgevano in bitume e resina od altre materie infiammabili, e, appiccatovi il fuoco, le scagliavano contro i nemici per trafiggerli col ferro e bruciarli col fuoco. Le tentazioni, così S. Paolo, fossero anche come queste frecce acute e ardenti, non temete, si spunteranno e si spegneranno sullo scudo della vostra fede. Al primo indizio adunque della tentazione, al primo avvicinarsi del nemico, levate alto il vostro scudo, ravvivate la fede, pensate a Dio che vi guarda, che tiene in mano la corona, e la vittoria sarà vostra. “Prendete ancora l’elmo della salute — Galeam salutis assumite. „ Il soldato deve coprire e difendere ogni parte del suo corpo, ma sopra tutto il capo, perché là principalmente è la vita, e dal capo dipende tutto il corpo. Che sono le parole e le opere? Sono figlie, sono manifestazioni dei nostri pensieri, perché diciamo e facciamo poi ciò che prima pensiamo. Volete voi che le parole e opere vostre siano buone e sante? Badate ai pensieri, custodite la vostra mente con l’elmo della salute, e non lasciate mai che in essa entrino pensieri se non di salute degni d’un Cristiano. Dopo le armi che sono a difesa, l’Apostolo viene a quelle di offesa, e ne nomina una sola, la più nobile e più comune, la spada, scrivendo: “Pigliate la spada dello spirito, ossia la spada spirituale, che è la parola di Dio — Sumite gladium spiritus, quod est verbum Dei. „ Anche in altra lettera (agli Ebrei) S. Paolo paragona la parola di Dio ad una spada a due tagli, che penetra fino alla divisione dell’anima e dello spirito. La spada, debitamente maneggiata, serve a difesa, ma sopra tutto vale ad offesa, e con essa si ferisce e si atterra il nemico. Similmente, con la parola di Dio, che sveglia, avviva, nutre e rafforza la fede, difendiamo noi stessi ed atterriamo il nemico. Una fede, che non è alimentata dalla parola di Dio, è un seme, un albero, su cui non cade mai la pioggia, inaridisce e dissecca; è come l’occhio, a cui non risplende mai raggio di luce, è un corpo a cui vien meno il cibo. La fede, grida S. Paolo, viene dall’udito, cioè dalla parola: senza la parola, ossia l’istruzione, la fede dorme, se non è morta. Sopra abbiamo udito l’Apostolo comandare ai fedeli di pigliare lo scudo della fede, per spegnere i dardi infuocati del nemico; qui vuole che la nutriamo e la ravviviamo con la parola di Dio. – La parola di Dio, alimento della fede, noi la troviamo nei Libri santi e in tutte le letture buone, acconce alle condizioni speciali di ciascuno. Ma in modo affatto particolare la parola di Dio si ascolta in chiesa, allorché il ministro di Dio la spiega, e di questa singolarmente dovete essere solleciti. E perché? Perché essa v’è data dalla Chiesa in modo autorevole e sicuro; perché a questa parola, che si annunzia nel tempio, è congiunta una grazia speciale, e perché la presenza del popolo ivi raccolto è di edificazione a tutti. Non sia dunque mai che voi, o fratelli, potendolo, veniate meno a questo dovere di ascoltare la parola divina in chiesa, voi e i vostri figli. – Non dite: noi siamo istruiti abbastanza e non abbiamo bisogno di recarci in chiesa a udire il prete. Sarete istruiti, non lo nego, ma non sarà cosa inutile udirvi ripetere ciò che sapete. Non dite: noi studieremo la Religione da noi, in casa. Permettete che ne dubiti; avrete forse la volontà, ma io temerei che da voi non piglierete sì facilmente in mano il Catechismo per studiarlo: e poi lo faceste anche, sarete voi sempre sicuri di intenderlo a dovere? La fede, dice S. Paolo, è la spada spirituale: essa a poco a poco arrugginisce: è opera del sacro ministro mantenerla pulita e lucida e acuta: dunque ogni domenica portatela al tempio e l’avrete sempre quale dev’essere la spada del vero soldato di Cristo. – Cristo a nostro conforto e nostro ammaestramento permise d’essere tentato: come vinse e rimandò confuso e svergognato il tentatore? Col gettargli in faccia la parola di verità, la parola di Dio. Siate tutti, o cari, soldati di Cristo: date di piglio alle armi, che l’Apostolo vi ha messe innanzi, copritevi da capo a piedi, impugnate la spada della parola di Dio, maneggiatela con coraggio e la vittoria è sicura, e dopo la vittoria la corona.

Graduale
Ps LXXXIX: 1-2
Dómine, refúgium factus es nobis, a generatióne et progénie.
V. Priúsquam montes fíerent aut formarétur terra et orbis: a saeculo et usque in sæculum tu es, Deus.

[O Signore, Tu sei il nostro rifugio: di generazione in generazione.
V. Prima che i monti fossero, o che si formasse il mondo e la terra: da tutta l’eternità e sino alla fine]

ALLELUJA

Allelúja, allelúja Ps 113: 1
In éxitu Israël de Ægýpto, domus Jacob de pópulo bárbaro.
Allelúja. [Quando Israele uscí dall’Egitto, e la casa di Giacobbe dal popolo straniero. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt XVIII: 23-35
In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Assimilátum est regnum cœlórum hómini regi, qui vóluit ratiónem pónere cum servis suis. Et cum cœpísset ratiónem pónere, oblátus est ei unus, qui debébat ei decem mília talénta. Cum autem non habéret, unde rédderet, jussit eum dóminus ejus venúmdari et uxórem ejus et fílios et ómnia, quæ habébat, et reddi. Prócidens autem servus ille, orábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Misértus autem dóminus servi illíus, dimísit eum et débitum dimísit ei. Egréssus autem servus ille, invénit unum de consérvis suis, qui debébat ei centum denários: et tenens suffocábat eum, dicens: Redde, quod debes. Et prócidens consérvus ejus, rogábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Ille autem nóluit: sed ábiit, et misit eum in cárcerem, donec rédderet débitum. Vidéntes autem consérvi ejus, quæ fiébant, contristáti sunt valde: et venérunt et narravérunt dómino suo ómnia, quæ facta fúerant. Tunc vocávit illum dóminus suus: et ait illi: Serve nequam, omne débitum dimísi tibi, quóniam rogásti me: nonne ergo opórtuit et te miseréri consérvi tui, sicut et ego tui misértus sum? Et irátus dóminus ejus, trádidit eum tortóribus, quoadúsque rédderet univérsum débitum.
Sic et Pater meus cœléstis fáciet vobis, si non remiséritis unusquísque fratri suo de córdibus vestris.

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, Omelia XVIII]

“Il regno dei cieli è assomigliato ad un re il quale volle trarre i conti con i suoi servi. E avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E non avendo egli da pagare, il suo padrone comandò ch’egli, la sua moglie e i suoi figliuoli e tutto quanto aveva fosse venduto, e così fosse pagato. Allora quel servo cadendo a terra, si buttò davanti a lui, dicendo: Deh! abbi pazienza verso di me, e ti pagherò tutto. E il padrone impietosito di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Ora quel servo, uscito fuori, trovò uno de’ suoi conservi, il quale gli  doveva cento danari, ed afferratolo, lo strangolava, dicendo: Pagami ciò che mi devi! E quel suo conservo, cadendo in terra, lo pregava, dicendo: Abbi pazienza verso di me, ed io ti pagherò tutto. Ma colui non volle; anzi andò e lo cacciò in prigione finché avesse pagato il suo debito. Ora i conservi di lui, veduto il fatto, ne furono grandemente rattristati, e vennero al padrone e gli narrarono tutto il fatto. Allora Il signore lo chiamò a sé e gli disse: Servo malvagio! io ti condonai tutto quel debito, perché tu me ne avevi pregato. E non era dunque giusto che tu avessi pietà del tuo conservo, com’io ancora aveva avuto pietà di te? E adirato il suo padrone, lo diede in mano ai carcerieri infino a tanto che avesse pagato tutto il debito. Così farà ancora il Padre mio celeste con voi, se non rimetterete di cuore ciascuno al proprio fratello i falli suoi „ ( S . Matteo, XVIII, 24-35).

È questa la lezione evangelica, che oggi la Chiesa ci propone di meditare. Questa parabola fu recitata da Gesù Cristo in Galilea, nell’ultima dimora che vi fece, poco prima dell’ultimo suo viaggio a Gerusalemme per la festa della Scenopegia o dei Tabernacoli; festa che cadeva intorno al venti di settembre, e durava otto giorni; onde si può ritenere che la parabola fu come il termine della sua predicazione in Galilea, sette mesi circa prima della sua morte. Un valente scrittore moderno della vita di Gesù Cristo afferma che tutta l’indole, tutto il carattere del regno dei cieli predicato da Gesù Cristo, è racchiuso in questa bellissima parabola (P. Didon, vol. 1, pag. 477). Essa adunque è ben degna di tutta la vostra attenzione. Prima di cominciare la spiegazione della mostra parabola, è necessario conoscere i fatti che diedero occasione a Gesù di proporla. Da S. Luca (capo XVII, 3) apprendiamo che Gesù Cristo disse agli Apostoli: “Se il fratello tuo ha peccato contro di te, riprendilo: e se si pente, tu perdonagli. „ Qui sottentra S. Matteo, e narra che Pietro allora, rivoltosi a Gesù, disse: “Signore, quante volte, peccando contro di me il fratel mio, gli perdonerò? Fino a sette volte ? „ E Gesù gli disse : “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette; „ espressione che nell’uso ebraico vuol dire sempre, senza limiti. Data questa risposta, Gesù disse la parabola che dobbiamo interpretare. Fin d’ora voi comprendete, considerati gli antecedenti, che l’argomento e lo scopo della medesima debba essere ribadire la necessità del perdono. “Il regno dei cieli è assomigliato ad un re, il quale volle trarre i conti con i suoi servi. „ Altra volta accennai il significato diverso che nei libri del nuovo Testamento ha l’espressione regno dei cieli. E fuor di dubbio che qui essa significa il tutto insieme che è necessario per entrare e restare nella Chiesa, per appartenere al regno di Gesù Cristo nel tempo e nella eternità. – Non occorre il dirlo, il re è Dio, è Gesù Cristo medesimo; i servi sono i credenti, i debiti del servo rappresentano le offese o i peccati, la resa dei conti il giudizio divino, il castigo inflitto al servo la pena dovuta ai peccati a rigore di giustizia. Il re, dice il Vangelo, volle fare i conti con i suoi servi di quanto essi gli dovevano, ed egli doveva a loro. Carissimi! Noi viviamo nella casa di questo buon Re, che è la  Chiesa: siamo i suoi servi, e siamo provveduti largamente e per modo, che non ci manca nulla. Noi dobbiamo prestare i nostri servigi e ubbidire ad ogni cenno il Padrone celeste; noi, sue creature, saremmo obbligati a servirlo in ogni cosa, anche senza mercede, perché Egli è padrone nostro assoluto; ma è tanta la sua bontà e la sua magnificenza, ch’Egli vuole pagare e generosamente ogni nostro servigio, come vuole eziandio che noi rispondiamo d’ogni nostro fallo e ne portiamo la giusta pena. C’è un libro, il libro della nostra coscienza ed il libro della sapienza infinita di Dio, sul quale tutto si scrive, ciò ch’Egli ci dà e ciò che noi tacciamo, pensiamo o diciamo. Nulla sfugge, nulla si dimentica, nulla si cancella; quei due libri sono indistruttibili, e contengono l’intera storia della nostra vita, e secondo il risultato di quelli sarà la mercede o la pena che riceveremo. E questa una verità consolante e insieme terribile; consolante, perché d’ogni opera buona, ancorché minima, avremo il premio; terribile, perché di ogni atto, di ogni parola men che retta avremo il condegno castigo. Quel libro lo scriviamo noi stessi, di nostra mano, in ogni istante, bene o male che sia, e lo scriviamo, lasciate che così mi esprima, con la punta di diamante della nostra libera volontà. Prima della resa finale dei conti, noi possiamo cangiare le partite dei debiti col pentimento, e possiamo anche cancellare i crediti, le opere buone con i peccati; in breve è in poter nostro scrivere su quei libri ciò che vogliamo, mutare le parti, aumentare crediti o debiti: il risultato ultimo si vedrà quel dì che il Padrone ci dirà: “Rendi conto delle opere tue opere”. Questo pensiero ci stia sempre dinanzi agli occhi della mente, affinché ci sia uno stimolo continuo a cancellare i debiti ed accrescere i crediti, fuggendo i peccati e compiendo opere buone. – Ma ripigliamo la parabola.”Avendo cominciato a fare i conti, fu presentato al re un servo, che era debitore di diecimila talenti. „ Debito enorme, ma che rappresenta purtroppo secondo verità i debiti che noi abbiamo con Dio. Miei cari! Abbracciamo con uno sguardo rapido tutti i peccati per noi commessi dal dì che acquistammo l’uso della ragione fino ad oggi, per il corso di venti, quaranta, sessant’anni. Tutti i peccati di pensieri, di desideri, di parole, di opere, di omissione, commessi da giovinetti, da uomini, da vecchi, in casa, da soli, in compagnia, in scuola, in mezzo alla società, nei vari uffici tenuti, contro Dio, il prossimo, nell’adempimento dei nostri doveri e andate dicendo. Mio Dio! Qual numero sterminato! Il pensiero ne rimane oppresso. E dire che questi peccati, in quanto sono commessi da noi, creature miserabili, contro Dio, suprema Maestà e sommo nostro benefattore, e commessi sotto i suoi occhi, e commessi per un vile piacere, e commessi abusando dei doni suoi, hanno una cotale infinita malizia! Tutto questo considerando, non è vero, o cari che, per ragione del numero e della gravezza, i nostri peccati costituiscono un debito immenso con Dio e rispondono pur troppo ai diecimila talenti, che il servo doveva al suo padrone? Scoperto il gran debito, il servo sventurato non lo poteva negare; era l’opera sua: bisognava pagarlo. Ma come mai un povero servo poteva pagare quel debito colossale? Era impossibile. Così, o dilettissimi, è impossibile a noi, con le sole nostre forze, pagare i debiti che abbiamo con Dio. La speranza di cancellarli per noi è tutta riposta nella smisurata bontà di Dio, che voglia benignamente condonarceli. Continua la parabola: “Non avendo il servo con che pagare, il padrone comandò che egli stesso, il servo, la moglie ed i figli e tutto quanto aveva, fosse venduto, e così fosse pagato. „ Noi inorridiamo udendo che per pagare i debiti potessero essere venduti, non solo il servo debitore, ma la moglie ed i figli, e ci sembra ed è veramente spaventosa crudeltà. Ma è da avvertire che Gesù Cristo espone una parabola, e non approva, né disapprova siffatta enormità, come non approvò, né poteva approvare il furto del fattore ingiusto. – È da sapere, che le antiche legislazioni davano il diritto ai creditori, non solo di gettare in carcere i debitori impotenti a pagare, ma di venderli e di vendere eziandio le loro mogli ed i loro figli; e questa legge pare fosse in vigore, in alcuni casi almeno, anche presso gli Ebrei (Vedi il libro IV dei Re, capo IV, 1, seg.). Qui torna acconcio ricordare la sapientissima regola, che quanto alla spiegazione delle parabole ci dà S. Giovanni Crisostomo; la regola è questa, che non si vuol sempre applicare ogni parte della parabola in guisa, che quadri rigorosamente alla verità. Se qui si volesse spingere il significato della parabola in modo da applicarla in ogni sua parte, dovremmo dire che dei debiti del marito e del padre ne debbono rispondere anche la moglie ed i figli, e che questi possono essere puniti per i peccati commessi da quelli, che sarebbe orribilissima iniquità. Noi sappiamo che i peccati sono personali, e che ciascuno deve rispondere dei peccati proprii e non di quelli commessi da altri, siano pure persone tra loro legate da vincoli strettissimi. Gesù Cristo, nella parabola, come dissi, narra la cosa come avveniva o poteva avvenire, senza approvarla. All’udire quel terribile comando che fece, che disse il misero servo? È facile immaginarlo: non gli restava che una cosa sola da tentare, e la tentò. “Cadendo a terra, si buttò dinanzi al padrone, dicendo: Deh! abbi pazienza verso di me, e ti pagherò tutto. „ È il grido che esce dal cuore di chi sente la propria impotenza, del naufrago, che si dibatte in mezzo al mare, che non ha speranza se non nell’altrui soccorso. “Abbi pazienza per me — Patientìam habe in me. „ Egli non nega il suo debito, non lo diminuisce, non si scusa, solamente implora pietà. In tutto questo, noi pure possiamo e dobbiamo imitare questo servo: dobbiamo riconoscere e confessare il cumulo dei nostri peccati, guardarci dallo scusarli come che sia, riporre ogni nostra speranza nella misericordia di Dio, e gridare a Lui: “Abbi pazienza, abbi pietà di me, o Signore. „ Il servo, in quelle distrette crudeli, sotto la minaccia del padrone, era sincero? La lingua era essa fedele testimonio del cuore? Ciò che subito dopo avvenne, ci mostra che solo il timore gli strappò di bocca quel grido affannoso, e che nel cuor suo non v’era ombra di pentimento. Del resto nelle parole che aggiunge: “Io ti pagherò tutto „ si scorge una bugia. In qual modo, egli, povero servo, carico di famiglia, poteva nutrire filo di speranza di potere quandochessia pagare per intero quel debito immenso ? Non era meglio per lui confessare la propria impotenza ed appellare umilmente alla bontà e carità del padrone, anziché promettere ciò che non avrebbe potuto far mai? Parla di voler osservare giustizia quando non può avere scampo che nella misericordia! Ecco l’orgoglio male dissimulato. Il padrone a quella vista, a quel grido, a quella scena, s’impietosì: Misertus autem dominus servi illius. Lo rimirò con occhio di compassione, e senza badar punto alla promessa del misero: “Io pagherò tutto, „ non ridusse il debito a quelle proporzioni che rendevano possibile al debitore il pagamento, che sarebbe stato larghezza grande, ma, secondando il suo cuore, gli condonò tutto, nulla esigendo: Et debitum dimisit ei. Quale generosità! Quanta carità in questo padrone! Essa ci rappresenta al vivo la carità veramente infinita di Dio verso di noi peccatori. Noi ci gettiamo ai piedi di Lui nella persona dei suoi ministri: riconosciamo la moltitudine dei nostri debiti, dei nostri peccati, e la impossibilità di soddisfare alla sua giustizia: noi gli diciamo: Signore, abbiamo peccato: le nostre iniquità sono senza numero: siamo pentiti, perdonateci; — ed Egli, il buon Dio, ci condona ogni debito e ci rimanda consolati. – Ho detto che quel servo malvagio non era pentito in cuor suo, come apparisce da ciò che narra subito dopo il Vangelo. Come dunque quel padrone gli condonò il debito, egli che doveva leggergli in cuore e che doveva conoscere ciò che, uscendo di là, avrebbe fatto? Nel Vangelo non è scritta parola che non giovi a nostra istruzione. Dio certamente fugge nel nostro cuore e vede se siamo pentiti dei nostri peccati allorché ci inginocchiamo ai piedi del suo ministro; se, pentiti, alla parola del suo ministro che dice: “Io ti assolvo, „ aggiunge la sua, e l’anima è sciolta da ogni peccato. Ma se noi diciamo con la lingua: Siamo pentiti, — e il cuore non risponde, Dio, che vi legge, alla parola del ministro: “Io ti assolvo, „ non aggiunge la sua, e noi partiamo con tutti i peccati sull’anima e forse con l’aggiunta d’un sacrilegio, se mentiamo alla nostra coscienza. In questo luogo del Vangelo, il Re, o Padrone, che raffigura Dio, volle fare la parte del ministro e mostrare che si appagava della confessione esterna, quasi non vedesse dentro dell’anima, e ciò, credo io, a conforto di quanti in suo luogo esercitano questo ufficio di misericordia. Il servo, avuta l’intera condonazione di tutto il suo debito, uscì e se n’andava a casa. Noi ci immaginiamo quell’uomo pieno di gioia, di gratitudine verso il generoso padrone, e, come avviene in questi casi, con l’animo tutto inchinevole ad atti caritatevoli e magnanimi. Ma non era così. Appena uscito, quel servo, a pochi passi del padrone, “trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento denari, e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: Rendi ciò che mi devi. „ Chi di noi non sente ribollire il sangue e fremere l’anima tutta al vedere questo servo scellerato, che due minuti dopo aver avuta la piena condonazione del suo debito sì enorme, afferra per il collo il suo compagno e vuole il pagamento di poche lire, che gli sono dovute? La carità avuta dal padrone gli imponeva di usarla col suo conservo. Questo, colto all’improvviso, a quel modo, non seppe far meglio che imitare il suo creditore stesso, e cadendo anch’egli ai piedi, non del padrone, ma del suo compagno, lo pregava, dicendo: Abbi pazienza verso di me, e ti pagherò tutto. „ All’udire dalla bocca del conservo quelle stesse parole ch’egli aveva rivolte al padrone con esito sì felice, al vedersi ai piedi il compagno in quell’atteggiamento stesso ch’egli aveva tenuto col padrone; a quella promessa di pagar tutto, che si poteva credere sincera, perché possibile, anzi facile l’adempirla, trattandosi di sì lieve somma, pare che il feroce servo dovesse sentirsi disarmato e dovesse o accontentarsi della promessa, o rimettere, come era più naturale, tutto il debito. Non fu così. A quell’umile preghiera del conservo parve maggiormente sdegnarsi: non volle saperne nemmeno di aspettare; se ne andò e lo cacciò in carcere finché restituisse il debito. Il contrasto tra la condotta del padrone col servo debitore, e laèàp condotta del servo debitore con il suo compagno è così mostruoso, che lo spendervi intorno più parole è affatto superfluo: è cosa che si sente più che non si possa dire. Qui viene spontanea una applicazione pratica assai importante. Dio ha condonato a noi, a ciascuno di noi, il gran debito dei nostri peccati, e quante volte! E noi, abbiamo noi perdonato ai fratelli nostri, che per avventura alcuna volta ci offesero? Le offese da questi recateci sono cose lievissime confrontate a quelle che noi abbiamo fatte a Dio, sia pel numero, sia per la gravezza. Ebbene: Dio ha perdonato a noi, e forse noi abbiamo rifiutato di perdonare al fratello! Il Creatore perdona alla creatura e la creatura non perdona alla creatura! L’infinita Maestà perdona a questo miserabile servo, e questo miserabile servo ricusa il perdono al fratello, suo conservo! E se perdona tal volta con la lingua, non perdona sempre col cuore, e cova in fondo all’anima il rancore, l’astio e il segreto desiderio della vendetta, che si rivela nella parola amara, nel fare altezzoso, nell’atto di dispetto! – Ritorniamo alla nostra parabola. “I compagni di quel servo videro ogni cosa e ne furono grandemente rattristati, e vennero al padrone e gli narrarono quanto era accaduto. „ Questo particolare della parabola è come l’ornamento della stessa, ed aggiunge naturalezza al fatto; il padrone, che è Dio, non ha bisogno che altri gli faccia conoscere le cose. “Il padrone allora chiamò quel servo, e gli disse: “Servo malvagio! Io ti condonai tutto quel debito, perché me ne pregasti: non era dunque giusto che tu pure avessi pietà del tuo conservo, com’io l’ebbi di te? „ Rimprovero più giusto e più meritato di questo non si può immaginare. ” E il padrone sdegnato lo mise in mano ai carcerieri finché restituisse tutto il debito. „ Il carcere qui significa senza dubbio il carcere eterno, troppo dovuto a quel servo spietato ed ingratissimo verso il suo Signore. Questa sentenza del padrone non è senza una difficoltà, ed è mestieri snodarla. Noi sappiamo che allorquando Iddio ci perdona i peccati, questi sono perdonati per sempre, e quando pure per nostra sventura ricadessimo negli stessi od in altri, quelli non rivivono più mai, né ce ne chiederà conto. Come dunque avviene che qui il padrone condanna il servo per quei debiti, o peccati, che gli aveva generosamente condonati? Come si spiega? Forse è da intendere la parabola in questo senso, che il servo crudele non era pentito del fallo, e perciò non aveva ricevuto il perdono che in apparenza: la sua atroce durezza col conservo mostrò pubblicamente che pentimento non c’era, e quindi gli si infligge il castigo prima minacciato. Forse, e meglio si può intendere in quest’altro modo: il debito era rimesso, cancellati tutti i peccati: ma la crudeltà feroce usata col conservo era sì detestabile delitto, che equivaleva nella gravezza al debito già prima condonato, e perciò traeva sul miserabile lo stesso castigo. – Qual è l’insegnamento di questa parabola? È tutto racchiuso nell’ultima sentenza sì bella e sì chiara: ” Così farà ancora il Padre mio celeste con voi, se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello. „ Volete voi da Dio il perdono dei vostri peccati? Perdonate ai fratelli vostri le offese che vi hanno fatto. Non volete voi perdonare? Neppure il Padre perdonerà a voi. Torna qui quella sentenza del Vangelo: “Perdonate e sarete perdonati; „ e l’altra della orazione insegnataci da Gesù Cristo stesso: ” Perdonate a noi i nostri peccati come noi perdoniamo ai nostri offensori. „ E non vi sfugga, o cari, quella parola assai significante, che si incontra nella sentenza del divino Maestro: “Se non condonerete di cuore. „ Intendete? Il perdono non deve essere sulle labbra e negli atti esterni, ma deve sgorgare dal cuore: De cordibus vestris: là risiede, come la colpa, così la virtù.

Credo

Offertorium
Orémus
Job I. 1
Vir erat in terra Hus, nómine Job: simplex et rectus ac timens Deum: quem Satan pétiit ut tentáret: et data est ei potéstas a Dómino in facultátes et in carnem ejus: perdidítque omnem substántiam ipsíus et fílios: carnem quoque ejus gravi úlcere vulnerávit. [Vi era, nella terra di Hus, un uomo chiamato Giobbe, semplice, retto e timorato di Dio. Satana chiese di tentarlo e dal Signore gli fu dato il potere sui suoi beni e sul suo corpo. Egli perse tutti i suoi beni e i suoi figli, e il suo corpo fu colpito da gravi ulcere.]

Secreta
Suscipe, Dómine, propítius hóstias: quibus et te placári voluísti, et nobis salútem poténti pietáte restítui. [Ricevi, propizio, o Signore, queste offerte con le quali volesti essere placato e con potente misericodia restituire a noi la salvezza.]

Communio
Ps CXVIII: 81; 84; 86
In salutári tuo ánima mea, et in verbum tuum sperávi: quando fácies de persequéntibus me judícium? iníqui persecúti sunt me, ádjuva me, Dómine, Deus meus. [L’ànima mia ha sperato nella tua salvezza e nella tua parola: quando farai giustizia di coloro che mi perseguitano? Gli iniqui mi hanno perseguitato, aiutami, o Signore, Dio mio.]

Postcommunio
Orémus.
Immortalitátis alimoniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, quod ore percépimus, pura mente sectémur.
[Ricevuto il cibo dell’immortalità, Ti preghiamo, o Signore, affinché di ciò che abbiamo ricevuto con la bocca, conseguiamo l’effetto con animo puro]

 

 

 

 

IL SANTO ROSARIO

IL SANTO ROSARIO

[Padre V. STOCCHI: DISCORSI SACRI; Tipogr. Befani Ed. – ROMA, 1884, imprim.]

DISCORSO XXIII.

SANTO ROSARIO

Flores mei fructus honoris et honestatis.

ECCLI. XXIV, 23

La vita del cristiano che vuol salvare l’anima sua conviene che si consumi nel doppio esercizio di fuggire il male e di fare il bene. Declina a malo et fac bonum. (Ps. XXXVI, 27) Ecco in compendio tutta l’economia secondo la quale deve svolgersi la téla dei nostri giorni in questo corso di pellegrinaggio mortale. Or questo doppio esercizio che in apparenza sembra dover essere all’uomo ragionevole sì soave e sì facile, in pratica si trova oltre natura. Onde chi predica la parola del Signore conviene che dia opera assidua ad avvalorare col presidio della fede le umane volontà, sicché vincendo le fiacchezze della natura, si diano all’esercizio di ogni maniera di opere lodate e sante. E questo ho procacciato di fare tutte le volte che sono asceso quassù, e farò oggi con affetto particolare: perciocché ho in animo di accreditare, quanto mi basteranno le forze, una pratica santa, la quale possiede una efficacia veramente celeste per ritrarre dal male e condurre al bene. Questa pratica santa è quella che ieri chiamai un caro regalo fatto da Maria agli individui non meno che alle famiglie cristiane, ed è la devozione del santo Rosario. O quanti individui, o quante famiglie debbono al santo Rosario tutto il bene che hanno, e lo confessano a voce alta e lo predicano e lo proclamano. Questo li ha colmati di ogni benedizione di Dio. Benedizione nella salute che li rallegra vegeti e prosperosi; benedizione nelle sostanze che non solo sono al bisogno sufficienti ma soprabbondano: benedizione nei figli e nelle figliuole che crescono negli anni e consolano il cuore dei genitori con la obbedienza, con la integrità della vita: benedizione nell’anima, benedizione nell’onore, benedizione nella reputazione, benedizione in tutto quello che si può onestamente e santamente desiderare. E queste benedizioni sono quelle che avevano operato, che questa pratica sì cara alla Regina del Cielo nelle famiglie cristiane si stabilisse; e non sono molti anni che a malo stento una famiglia avreste trovato nella quale ogni giorno non si pagasse questo tributo a Maria. Ora il diavolo è riuscito a sbandirlo da molte case, e il danno è stato enorme, e l’abbandono del santo Rosario cresce ogni giorno. Io che amo questa devozione con tutto il cuore voglio stamane levar la voce per commendarla e lo farò con quanto di lena e di affetto mi sarà possibile. Forse chi sa? Riuscirò a confermare in sì santa devozione chi ancora la pratica, e ridurre a ripigliarla chi infelicemente l’avesse dismessa.

1. Tutti quanti siamo Cristiani conveniamo in questo, che è necessaria per salvarsi l’anima la devozione a Maria, e che questa devozione non deve consistere solo in parole ma deve mostrarsi con le opere. Le parole sono foglie, le opere frutti: e però ogni Cristiano deve avere un numero stabile di onoranze e di ossequi da pagare alla Vergine, giornaliero tributo di amore filiale, e argomento e via per conseguirne il patrocinio e il favore. Ora di questi ossequi da tributare a Maria ce ne sono infiniti, che quasi messe e portate di sapore diverso a commensali svogliati, reca in mezzo tutto dì lo zelo e la pietà di coloro, che danno opera di mantenere e di accendere nel mondo la pietà e l’affetto verso la Madre di Dio. Praticarle quindi tutte non è possibile, e conviene che si scelga, e che in questa varietà e copia quasi infinita di devozioni ciascuno si appigli a quella che fa per lui. Qui è dove io mi fo innanzi, e non temo di intromettermi consigliere. Voi dunque volete scegliere un ossequio da tributare ogni giorno a Maria? Ce ne sono infiniti, ma dite a me: se fra tanta moltitudine di devozioni e varietà di omaggi antichi e moderni e forse più moderni che antichi, uno se ne trovasse che avesse Maria medesima istituito, né istituito solamente ma commendato, né commendato solamente ma inculcato come carissimo a sé, e come efficacissimo e fruttuosissimo, di promesse singolari a nome suo e del suo Figliuolo arricchito e privilegiato, non pare a voi che sarebbe giusto che a questo si desse sovra ogni altro il primato? Certo sì, rispondete voi subito: noi vogliamo fare cosa cara a Maria, e se Maria ci dice: mi è cara questa, non esitiamo un momento a darle la preferenza. Ora tale è il santo Rosario. Maria lo ha istituito, Maria lo ha commendato, Maria lo ha inculcato, Maria di promesse e di privilegi incomparabili lo ha arricchito: sentite come. Se ne stava il santo patriarca Domenico pettoreggiando in campo aperto gli Albigesi, ribaldaglia oscena di eretici, che, rinnovellando non meno le empietà nella dottrina che le abbominazioni nella vita degli Gnostici e dei Manichei, dopo avere con le arsioni e con le stragi, coi tumulti e con le rapine sconvolta la Spagna, desolavano la Francia e minacciavano l’Italia. Quelle sette scellerate che, non più coperte e soppiatte e furiose, imperversano oggidì e sono le furie che armate di serpi e di fiaccole flagellano il mondo [le sette massonche – ndr. -], ci porgono un adeguato concetto della setta degli Albigesi, con la quale hanno attraenze più strette che il volgo non crede, ne discendono per dritta linea, hanno comune con essa il padre infernale che è il diavolo, e col padre i princîpi, i riti, lo scopo, le empietà, i sacrilegi, le mire bieche, le lordure nefande, e se questo fosse il luogo ed il tempo potrei mostrarvi senza fatica che i nostri settari sono gli Albigesi del secolo decimonono. A questa peste e cancrena che aveva fatto capo nella Linguadoca e nella Provenza, contrastava come dicemmo gagliardamente Domenico, ma né la fiamma dello zelo, né la luce della dottrina, né la possanza della santità valevane a conquidere quest’idra, il trionfo della quale era serbato al piede invitto di Colei che nata a schiacciare la testa del diavolo si appella per antonomasia la domatrice di tutte le eresie nell’universo mondo. Se ne stava dunque Domenico mesto e scorato, quando gli apparve, celeste visione, Maria, e “fa cuore o figlio, gli disse, e istituisci il Rosario. Non alla scienza né all’opera dell’uomo, ma a questo modo di orazione è serbata la vittoria del nemico che tu combatti. Esso è gratissimo al mio Figliuolo ed a me, istituiscilo dunque e bandisci per l’universo mondo che da ora in poi per sbaragliare le eresie, per sterminare i vizi, per promuovere le virtù, per implorare le divine misericordie sarà nella Chiesa un presidio validissimo e potentissimo”. Cosi Maria. Maria dunque è la vera istitutrice del santo Rosario, e i sommi Pontefici di quel secolo ne autenticarono le origini gloriose. Ma quando pure ogni autorevole conferma mancasse, per ogni conferma varrebbero gli effetti e i prodigi: imperocché predicando Domenico il Rosario in breve ora si distese e mise radici per l’universo mondo: armato di questo il gran Patriarca, negli sterpi eretici percosse, dice divinamente l’Alighieri, come torrente che alta vena preme; cadde infranta sotto i suoi colpi l’eresia albigese; scomparve quella coorte di vizi che inselvatichiva e contaminava il santuario, e innestandosi in quelle spine le rose di Maria, ne presero il luogo i fiori di ogni eletta virtù: stupendi effetti, di cagione agli occhi della prudenza umana non solo sproporzionata ma contennenda, ma che non fanno meraviglia nessuna a chi conosce chi sii tu e che possi, o Maria. Conchiudiamo adunque. Volete una devozione carissima a Maria? Recitate il santo Rosario. La volete non solo cara a Maria ma da Maria medesima istituita? Recitate il santo Rosario. La volete potentissima, efficacissima per frastornare ogni male e fruttificare ogni bene? Recitate il santo Rosario.

2. E che cercare di vantaggio se, quando pure tanta gloria di origine e ubertà di promesse al Rosario mancasse, basterebbe la eccellenza intrinseca che possiede come orazione perché si vendicasse sopra ogni altra orazione privata la preferenza? E di verità: due maniere sogliono distinguere di orazione i maestri della vita spirituale, come è notissimo. Chiamano l’una vocale, ed è quella nella quale si pronunziano con la voce le parole della orazione; chiamano l’altra mentale e in questa pregano la mente e il cuore, senza che il labbro sensibilmente pronunzi sillaba. Ambedue eccellenti, ambedue perfette se siano fatte a dovere, ma perfettissime allora, che l’una con l’altra si intrecciano e a vicenda si aiutano e perfezionano, infiammandosi il cuore di sani affetti ed esprimendo la lingua i sensi dell’animo. Ora il santo Rosario è opera di magistero semplice sì, ma così bello ad un tempo e così compiuto che nessuna desidera delle perfezioni che nobilitano e fecondano la orazione. È infatti il santo Rosario orazione vocale, ma di tutte le orazioni vocali coglie per adornarsene il fiore e la cima. Gesù Cristo nostro Signore fece scrivere nel Vangelo una orazione, che Egli stesso compose e insegnò agli Apostoli, onde orazione domenicale si appella, ed è tanto perfetta, dice Agostino, che quando preghiamo, se preghiamo a dovere, non possiamo domandare cosa che in essa non si contenga. E questa orazione coglie prima di ogni altra il santo Rosario, e ben quindici volte la innesta nella sua corona. Dopo il Pater che è la orazione della quale parlato abbiamo, non ha la Chiesa orazione o più saputa o più cara dell’Ave Maria, saluto angelico alla Regina del Cielo, che la Chiesa stessa compose intrecciando insieme le parole di Gabriele e di Elisabetta e legandole con le proprie quasi gemme in collana: e questa cara orazione è la più gran parte del santo Rosario che tutto passa in salutare e risalutare Maria, e il dolce saluto altro non interrompe che il trisagio celeste al Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo che ce la diedero e la fecero sì bella. Ti piace dunque di fare omaggio alla Vergine con orazioni vocali? Recitate il santo Rosario, perché molte e belle orazioni trovare potrete, ma nessuna nella quale si intreccino o si congiungano orazioni o più eccellenti o più sante. Ma voi per avventura di sole orazioni vocali non vi appagate, e alle vocali vi piace congiungere la mentale, siccome quella che onora Dio con la parte più nobile di noi l’intelletto e la volontà. E avete ragione, perché se nella orazione, come non di rado avviene, la lingua sola parli con Dio, e la mente volontariamente svolazzi nelle brighe e futilità della terra, non è veramente orazione ma ludibrio di orazione, e non può essere, dice Agostino, udita da Dio quando non è udita neppure da chi la fa. Or bene, se una orazione si ritrovasse nella quale mentre prega la lingua si offerisse alla mente la contemplazione di oggetti tali, che fossero capacissimi di tenerla a sé medesimi afferrata ed avvinta, tarpando le ali ai voli e agli errori della fantasia, non pare a voi che opportunissima sarebbe questa orazione alle vostre brame? Tale è il santo Rosario. Prega in esso la lingua e fa onore a Dio con le orazioni più sublimi e più sante che abbia la Chiesa; ma al tempo medesimo non rimane vuota la mente, quasi teatro abbandonato ai fantasmi che vagano nella parte inferiore, ma occupazione degnissima di sé le si offeriscono a contemplare i misteri più augusti del Cristianesimo. O santo Rosario, o giardino eletto, o vago teatro di spettacoli incomparabili: Ecco io veggo la cara Verginella di Nazaret, e un Arcangelo a colloquio con essa, e odo il saluto angelico e le proposte magnifiche e le prudenti risposte, e il fiat taumaturgo e adoro il Verbo di Dio fatto carne. Voglio anch’io salutare questa creatura Madre già del Creatore: ma che? La veggo volare agile e snella quasi cavrioletta leggera per le montagne di Galilea, che si smaltano di fiori sotto i suoi passi, ed ecco, ecco entra apportatrice di gaudio nella casa di Lisabetta e scioglie la cara voce al saluto. Sente Lisabetta il suono di quella voce, esulta nel materno seno il Battista, lo Spirito Santo l’empie di sé, e cantano insieme, Lisabetta le grandezze di Maria, Maria le magnificenze di Dio. Da questo dolce spettacolo mi ritrae soavemente il santo Rosario, ma un altro più bello me ne appresenta. Ecco questa è Betlemme, questa è la grotta, entro, vedo Maria, vedo Giuseppe, vedo il Pargoletto che è nato, lo adoro coi pastori e canto con gli Angeli, gloria in excelsis Deo: e poi accompagno Maria col Pargoletto al tempio, ascolto inorridito la profezia di Simeone, e poi piango al pianto di Maria e di Giuseppe che piangono Gesù perduto e con loro lo cerco, ed esulto poi vedendolo nel tempio giovinetto dodicenne in mezzo ai dottori che stupiscono di sì eccelsa sapienza in membra infantili. Qui si cambia spettacolo, e o Dio che veggo? Veggo Gesù che prega e suda sangue nell’orto: ecco un fracasso di arme e di armati, ecco un chiarore di fiaccole e di lanterne, mettono le mani addosso al Figlio di Dio, lo legano, lo flagellano, lo coronano di spine, lo configgono in croce. Ahimè, ecco Maria madre desolata e crocifissa nel cuore assiste spettatrice immobile alle agonie del Figliuolo, e ne contempla gli ultimi aneliti e ne ode l’ultime voci. Deh? Chi vide mai più atroce spettacolo? Ma viva Dio ogni cosa è mutato: alleluia alleluia, cantano gli Angeli del Paradiso, io veggo Gesù risorto più luminoso del sole, che prima appare alla Madre, poi sale al Cielo, ma ecco scende tra il fuoco e il turbine lo Spirito Santo. Chi lo manda? Gesù. Chi lo impetra? Maria. Ma o Dio la terra non è più degna di tenere Maria, il Cielo la vuole, e io la vedo tra i cori degli Angeli salire al trono di Dio: o che festa o che giubilo, o che trionfo! Entro in Paradiso con Essa, la vedo vestita di sole, coronata di stelle, tutto è festa, tutto esultanza in quella gloria beata: qui mi ferma il santo Rosario e mi dice: se vuoi davvero, questa gloria è per te. Ecco gli spettacoli che alla nostra contemplazione offerisce il santo Rosario. Prega così la lingua e prega la mente, e lingua e mente esercitano se medesime a onore di Maria, e l’una ripete e l’altra contempla quanto in Cielo e in terra vi ha di più nobile e più sovrano. Recitate dunque il santo Rosario perché se ogni orazione fatta a dovere espugna il Cielo e fa forza al trono di Dio, che non potrà presentata a Dio per le tue mani o Maria una orazione da te composta di tanta eccellenza?

3. Né dalla bellezza e dalla eccellenza si scompagna la facilità e il diletto, e appare manifesto nel santo Rosario il magisterio di Maria, che volendo che questo ossequio fosse nella Chiesa di Dio universale, lo architettò sublimissimo e facilissimo. Ora uditori, se inculcate a molti Cristiani che pensino un poco all’anima, che preghino, che non tengano il capo sempre volto alla terra come le bestie, vi rispondono che non possono, che non sanno, che non hanno voglia né tempo. Dite una ragione sola: dite che non avete voglia e direte vero: ma che non sapete, che non avete tempo deh! non lo dite. Non sapete pregare? Ma come? Non sapete a memoria il Pater e l’Ave? Non vi sono noti i principali misteri della nostra fede? Non avete mai udito contare chi sono e che fecero in terra Gesù e Maria? Sapete queste cose o non le sapete? Se non le sapete imparatele subito, perché un Cristiano non può ignorarle senza colpa e senza vergogna. Ma voi le sapete e le sapete benissimo, e come le ignorereste voi, voi nato allevato e cresciuto nella Chiesa Cattolica? Ma se queste cose sapete non dite più di non saper pregare perché Basta sapere il Pater e l’Ave, e chi è Gesù e chi è Maria per recitare il santo Rosario, e il santo Rosario è l’ottima delle orazioni. Né miglior scusa dell’ ignoranza è l’altra del difetto del tempo. Voi allegate il difetto del tempo voi? Ma se tanto ne gettate ogni giorno: ma se vi consuma la noia tra le dissipazioni, l’ozio e le chiacchiere: ma se dite voi medesimi di non sapere come ammazzare il tempo. D’altra parte ogni tempo è buono per recitare il santo Rosario, ogni luogo è propizio. Dimorate nella Chiesa ascoltando la Messa? Invece di star lì spensierato, divagato, curioso con offesa di Dio, pericolo vostro e scandalo altrui, recitate il santo Rosario. Vi trovate in isciopero e sentite voglia di andare a mettervi in quei convegni, in quei crocchi, in quei caffè, in quelle bettole, dove regnano le bestemmie, gli osceni parlari, i giuochi e le gozzoviglie? Sequestratevi per breve ora e recitate il santo Rosario. È il santo Rosario dolce e comodo compagno nei passeggi, sale con noi sui cocchi delle ferrovie, ci sta a fianco nei viaggi, soli o in brigata, di giorno o di notte, alla luce o tra le tenebre, sempre sempre il santo Rosario ci sarà, se vogliamo, dolce compagno. Il Rosario condisce il lavoro, il Rosario fiorisce la veglia, i sollazzi e i favellari amichevoli dopo il Rosario tornano più graditi, il Rosario fa soave al contadino il travaglio, al tribolato l’angoscia, all’ infermo l’ingrato letto del dolore. Recitiamo dunque, recitiamo il santo Rosario. Per quanto gli affari ci assedino, le occupazioni ci stringano, ci incalzino le faccende, troviamo il tempo per offrire le sue rose a Maria: chi vuole lo trova, chi lo trova si accorge tosto che il tempo del Rosario è tempo bene impiegato, e benedicendolo Maria ne sta bene l’anima e il corpo. O beato e mille volte beato chi ama il santo Rosario! L’amarlo è segno di predestinazione perché come la respirazione è segno insieme e causa di vita, così dice S. Germano, il nome di Maria devotamente pronunziato non solo è segno che l’anima vive alla grazia ma produce di vantaggio questa medesima e la conserva. Quemadmodum respirano non solum signum est vitæ sed etiam causa; sic sanctissimum Mariæ nomen simul argumentum est quod vera vita vivitur, simul etiam hanc ipsam vitam efficit et conservat.

4. Ma crescerà senza misura nel nostro concetto la stima del santo Rosario se porremo mente alle promesse singolarissime, onde sopra ogni altra orazione Gesù privilegiò quella fatta non da un solo in particolare ma da molti in comune. Tertulliano con la sua consueta efficacia chiamò questa orazione un assalto dato al trono di Dio. Coimus in cœlum congregationemque,ut ad Deum quasi manu facta precationibus misericordiam ambiamus orantes. Hæc Deo grata vis est. Rendeva il grande apologista ragione agli imperatori della nostra Religione santissima, e a chi incolpava ai Cristiani perché di notte si radunassero molti insieme, noi ci raduniamo, rispondeva, e facciamo colletta e congregazione per irromper quasi fatta violenza al trono di Dio ed espugnare misericordia. Violenza se volete, ma violenza gratissima a Dio. Così egli: e aveva imparato questa dottrina da Gesù Cristo che così parla. Si duo ex vobis consenserint super terram de omni re, quamcumque petierint, flet illis a Patre meo. (Matth. XVIII, 19) Volete una grazia e la volete davvero? Unitevi due o tre insieme e dimandatela. Io vi dò parola che qualunque grazia chiediate, mio Padre ve la farà: così Gesù, che ne allega altresì la cagione, ubi duo vel tres congregati fuerint in nomine meo, ibi sum in medio eorum: (Matt. XVIII, 20.) dove due o tre si trovano radunati nel nome mio, ivi sono anch’Io che prego nel mezzo a loro. Essendo così, si direbbe essere il santo Rosario un presente bellissimo e preziosissimo fatto alle famiglie cristiane dalla gentile cortesia di Maria. Opportunissima infatti è questa santa orazione alla preghiera comune, e per essa i genitori e i figliuoli colrimanente della famiglia e la servitù, dimenticata la diversità della condizione e della fortuna, e soppressa la distinzione degli uffici e dei gradi, e divenuti tutti figliuoli del medesimo Padre celeste e in Gesù Cristo fratelli, fatti quasi due cori cantano le lodi di Dio, e supplicano all’Altissimo interponendo il nome e la mediazione di Maria. O caro spettacolo che alla maggior parte di noi ricorda la inviolabile consuetudine che la pietà degli avi dei padri e delle madri nostre manteneva con tanto amore e nei dolci anni della nostra fanciullezza che furono gli anni della nostra innocenza! Fra la letizia della veglia domestica un’ora, nella quale al cenno materno si interrompevano i femminili lavori, i dolci colloqui e i sollazzevoli favellari. e tutta la famiglia si prostrava davanti alla avita immagine della Vergine benedetta, ed era il santo Rosario stabile tributo che le si pagava ogni giorno. Così le famiglie cristiane rendevano somiglianza di un drappello di figlioletti amorosi che si stringevano intorno alla falda materna, e per patrocinio e conforto la supplicavano, e quasi per vezzo e per blandizia filiale di mille dolci nomi e saluti a muta a muta la molcevano e carezzavano. E ti salutiamo, Maria piena di grazia, l’una schiera diceva, e santa Maria Madre di Dio, rispondeva l’altra schiera, prega per noi peccatori. Vi ricordate? Passava allora appena per cristiana quella famiglia nella quale il santo Rosario si trasandasse, e chi a notte ferma si aggirava per le nostre città, pei castelli, per le borgate, sentiva da ogni casa venirsi alle orecchie un dolce sussurro. Era il sussurro del santo Rosario: le voci argentine dei fanciulli si mescevano con le soavi delle donne, con le ferme degli uomini maturi e con le tremule dei vecchi, e donne e uomini, vecchi e fanciulli Maria chiamavano … Maria. E Maria supplicata scendeva e il manto materno distendeva sopra le famiglie, sopra le case, sopra le città, sopra i regni, e vegliava e proteggeva come figliuoli quelli che la amavano e riverivano per madre. E allora erano docili ed obbedienti i giovani, erano allora le fanciulle intemerate e pie, erano sollecite e illibate le madri, attendevano i padri ai negozi della famiglia, ma senza scordarsi che oltre la vita temporale ci è anche l’eterna, molcevano i vecchi con le consolazioni di Dio gli affanni e le cure della vita cadente. Era insomma nelle famiglie il timore santo di Dio, e Maria vegliava alla guardia del prezioso tesoro, e col timore santo di Dio fioriva la salute, abbondavano le cose necessarie alla vita, erano benedetti i matrimoni e la prole, e i popoli si giocondavano in una prosperità e in una pace, che a noi ricordandola sembra un sogno. Che se talora entrava in casa la tribolazione e la croce l’amore a Maria e la cognizione di Gesù Cristo faceva quel peso tollerabile, e talora soave la trafittura di quelle spine che avevano perduto la punta nelle tempie del Crocifisso. O soavità di memorie che inteneriscono l’anima! O tempi che pur troppo passarono! O venerate e care anime degli avi, dei padri e delle madri nostre, se nella pace e nel gaudio che vi inebria nel seno di Dio foste capaci di dolore, non ne sarebbe ultima cagione il vedere i figliuoli e i nipoti degeneri avere escluso dalle ammodernate case quella devozione che voi riputavate l’arma della protezione, la torre della difesa e il pegno della gloria celeste.

5. Che giova dissimularlo? Non mancano no tra noi un buon numero di famiglie che mantengono fede al santo Rosario e ne colgono gli antichi frutti di benedizione: ma sono anche in gran numero quelle dalle quali la moderna civiltà lo ha cacciato in bando, e questo numero ahi pur troppo cresce l’un dì più che l’altro. Vi pare? Case ammodernate e Rosario, possono darsi cose che più si ripugnino e si escludano l’una con l’altra? Il Rosario è un vecchiume morto e sepolto, e appena qualche languida reliquia ne resta in quelle famiglie che si incaponiscono a tener ferme le consuetudini del medio evo. Ma oggidì se parlate in società di Rosario vi fate deridere. Oibò, il padre e la madre non debbono più passare la serata in famiglia favoleggiando dei Troiani, di Fiesole e di Roma, direbbe l’Alighieri. Conviene andare alla conversazione, al ballo, al teatro, e intanto i figli e le figlie abbandonati dalla madre sollazzevole impareranno il pudore, la pietà, il galateo da un servo sboccato e da una fantesca impudente. Andando così le cose che meraviglia se il santo Rosario ha dovuto sloggiare e Maria con esso, da queste case prostituite alla vanità, alla dissipazione, al vagabondaggio, e a tutte le corruttele di questa vita godente, voluttuosa, carnale, dissoluta, animalesca che quasi vortice e gorgo di inferno assorbe e travolge nella sua rapina le sostanze non meno che la pietà, e col patrimonio avito il buon nome e la pace? Il santo Rosario è sloggiato: ma corrono certe voci delle quali il bottegaio, la trecca e l’artigianello del vicinato si risciacquano la bocca. Si dicono male cose della padrona, pessime della figlia: il figlio si è assicurato la riputazione di libertino: gli affari vanno in precipizio, il giudeo usuraio adocchia già la villa e il palazzo: ahimè non ne va più bene una: fra poco si sentirà uno scroscio da rintronarne l’Italia. Signori miei, voi sapete che non esagero: guardate quanti nobili casati che mantenuti si erano per secoli e secoli, congiungendo insieme la nobiltà e l’opulenza; e ora? e ora ammodernati e degeneri dall’antica pietà o sono precipitati o precipitano affogati quasi in pelago nelle usure e nei debiti. Io non dirò che sia unica causa di tanto male il Rosario sbandito; dirò solo questo, che quando in casa si recitava il Rosario e si viveva all’ antica non accadeva così. E veramente, anche lasciando stare 1′ efficacia del Rosario come orazione che chiama sulle famiglie la benedizione di Maria, chi non vede anche a colpo d’ occhio quanta efficacia deve avere per se medesimo a bene ordinare una casa e a disciplinare una famiglia cristianamente? Quel raccogliersi tutti insieme alla preghiera ad un’ora posta, quel prostrarsi ginocchione davanti all’immagine di Maria, quell’anteporsi ad ogni altra occupazione questo omaggio alla Madre di Dio, mantiene vivo nelle menti mature degli adulti e stampa profondamente nelle tenere dei giovinetti, che Dio è Padre e Signore, che conviene adorarlo, pregarlo, obbedirgli, che questo è il primo tra i doveri dell’uomo e che chi ha Dio amico avrà bene in questa vita e nell’altra, sarà infelice nel tempo e nella eternità chi ha Dio nemico. Nei misteri che si contemplano è un compendio prezioso dei dommi di nostra fede, e si riduce a memoria Gesù Cristo, Maria, la redenzione, il Paradiso, l’inferno. La necessità dell’orazione, i debiti che ci corrono verso Maria e la devozione a Lei come a Madre si raccomandano con raccomandazione di fatto. Applicando il Rosario pei nostri poveri morti mentre suffraghiamo quelle anime benedette, ammoniamo noi stessi che deve fuggirsi il male, deve farsi il bene e che dopo questa vita un tribunale ci aspetta dove il bene e il male sarà pagato da Gesù Cristo a rigore di giustizia. Che andare in tante parole? Il santo Rosario è nato fatto per radicare e mantenere nelle famiglie la fede, la quale se si perde in molte famiglie la colpa è dei genitori. Se non si prega mai in casa vostra, se i nomi di Gesù Cristo e di Maria mai non si odono sul vostro labbro, vi meravigliate poi che i figliuoli crescano senza fede? Padri e madri che mi ascoltate rispondete a me: al tempo dei vostri genitori si recitava in casa vostra il santo Rosario? Si recita al presente in casa vostra? Se si recita ancora badate bene, non lasciate cadere la santa usanza: a dismetterla si fa presto ma a ripigliarla o quanto è diffìcile! Se non si recita…. Ahimè che vi ha fatto Maria, perché sbandiste una devozione a Lei sì cara e a voi medesimi sì fruttuosa?

6. E finora non ho parlato di un altro tesoro che porta in dono il santo Rosario a quelli che devotamente lo recitano, il tesoro delle sante indulgenze: le quali sono tante e di tal prestanza che il giorno mi verrebbe meno se tutte le volessi o noverare o ammendare. Indulgenze plenarie e indulgenze parziali; indulgenze che ogni giorno si lucrano, indulgenze che si guadagnano al cadere di ogni mese, indulgenze per le solennità della Vergine, di Gesù Cristo, dei Santi, indulgenze per la remissione dei peccati dei vivi, e indulgenze che si applicano ai nostri cari defunti, indulgenze che mentre siamo in vita distruggono nel libro di Dio le partite del nostro debito, indulgenze che le distruggono in morte. Imperocché la santa Chiesa ha col santo Rosario obbligazioni grandi e ne conosce alla prova la efficacia per placare Dio irato ai peccati degli uomini, per prodigare i nemici di Gesù Cristo, per conseguire ogni maniera di misericordie. E se io volessi qui convertire il discorso in panegirico, o qual campo mi si aprirebbe davanti opportunissimo alla pompa dell’eloquenza! Vi potrei spalancare infatti davanti agli occhi il pelago delle Cursolari e il golfo di Lepanto, e metterei innanzi la flotta mussulmana annichilita, trascinata nel fango la mezza luna, battuta di tal colpo la potenza turchesca dal quale non si è riavuta mai più. Potrei da Lepanto condurvi sotto le mura di Vienna, e di là in Ungheria e sotto i baluardi di Buda e farvi spettatori di vittorie miracolose; opera e merito del santo Rosario. Ma io non mi sono prefisso di dilettarvi con le glorie del santo Rosario ma di mettervi in altissima stima sì gran presidio che ha il Cristiano per conseguire il suo ultimo fine la eterna salute; alla quale mirando soprattutto la Chiesa commenda il santo Rosario e vorrebbe vederlo regnare nel mondo, sicché non ci fosse individuo non famiglia, non società che non fosse dal Rosario santificata. Le quali cose essendo così uditori carissimi, lasciamo noi andare il mondo per la sua via, e noi imitiamo i Santi di Gesù Cristo, imitiamo le anime cristiane e pie. che hanno sempre amato e trovato tempo pel santo Rosario. Mirabil cosa, un S. Francesco di Sales recitò ogni giorno fino che visse intero il santo Rosario, e trovò sempre tempo: S. Carlo Borromeo era Vescovo di immensa diocesi ed ebbe tempo, tempo trovarono re. principi, regine delle quali e dei quali ci contano le fedeli storie che ogni giorno con le loro famiglie congiunti insieme pagavano questo tributo a Maria. E noi siamo costretti a sentire gente che passa tutto giorno o nell’ozio o in futilità che equivalgono all’ozio, dirci che non ci è tempo, che non ci è comodo! Eh! basterebbe che ci fosse la voglia, il tempo e il comodo si troverebbe. Si trova per tante altre cose. Ma dei sacrifizi se ne fanno pel mondo quanti si vuole, e solo allora che si tratta dell’anima non se ne vuol fare nessuno. Si sa, anche a quei Santi che ho nominato, anche ai nostri antichi portava qualche disagio il santo Rosario recitato in comune, ma essi intendevano che quel disagio era lieve cosa verso i frutti preziosi che ne venivano, e si sarebbero vergognati di non saper fare per Maria un sacrificio che si fa sì facilmente pel mondo. Signori miei, badiamo bene, non viviamo troppo alla moda perché si muore all’antica. Allora quando avremo spirato quest’anima che c’informa, e il nostro corpo freddo, inerte, squallido, contraffatto giacerà sulla bara, porteremo in queste gelide mani fra queste dita intirizzite intrecciata la corona della Vergine. Ma varrà poco la corona sepolta col corpo, se il santo Rosario non infiorerà l’anima davanti a Dio. Ma, o che consolazione in quel punto se potremo dire guardando la corona: giorno non è passato che io non pagassi il caro tributo del Rosario a Maria! Con che affetto con che fiducia baciando la tua corona ti domanderemo o Maria, e tu chiamata verrai e ci tergerai con le tue mani benedette il sudore dell’agonia, e molcerai i terrori e gli affanni dell’anima conturbata. No, non perirà di mala morte chi avrà tenuto fede al santo Rosario. O non sia dunque mai che il santo Rosario da me si scompagni: per quel giorno che non pagherò questo tributo a Maria, si inaridisca il braccio e irrigidisca la lingua pria che la corona dalle mani mi cada e sul labro ammutisca la prece. Sia il Rosario il mio conforto in vita, e in mortemi tocchi la sorte che ti fece beato, o gemma della Compagnia di Gesù, soavissimo giovinetto Giovanni Berchmans. Giaceva questo caro imitatore di S. Luigi Gonzaga nel letticciuolo di morte, e sentiva l’anima presso a sciogliersi dai lacci del corpo che ansava nell’agonia. Strinse allora con le tremule mani il Crocifìsso, al Crocifisso appressò il libricciuolo delle sue regole, e fra l’uno e l’altro intrecciò la corona, e composto il sembiante in un’ aria di paradiso, questi, disse, sono stati i miei amori in vita, con questi morrò volentieri. Disse ed esalò lo spirito e parve non una creatura umana che muore ma un Angelo che si addormenta. Questa fu morte all’ antica: beato chi la farà somigliante.

DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE (2018)

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DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Dan III:31; 31:29; 31:35
Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, quia peccávimus tibi et mandátis tuis non obœdívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ.
[In  tutto quello che ci hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al tuo nome e fai a noi secondo l’immensità della tua misericordia.]
Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.
[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, quia peccávimus tibi et mandátis tuis non oboedívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ. [In  tutto quello che ci hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al tuo nome e fai a noi secondo l’immensità della tua misericordia.]

Oratio

Orémus.
Largíre, quǽsumus, Dómine, fidélibus tuis indulgéntiam placátus et pacem: ut páriter ab ómnibus mundéntur offénsis, et secúra tibi mente desérviant.
[Largisci placato, Te ne preghiamo, o Signore, il perdono e la pace ai tuoi fedeli: affinché siano mondati da tutti i peccati e Ti servano con tranquilla coscienza.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes V: 15-21
Fratres: Vidéte, quómodo caute ambulétis: non quasi insipiéntes, sed ut sapiéntes, rediméntes tempus, quóniam dies mali sunt. Proptérea nolíte fíeri imprudéntes, sed intellegéntes, quae sit volúntas Dei. Et nolíte inebriári vino, in quo est luxúria: sed implémini Spíritu Sancto, loquéntes vobismetípsis in psalmis et hymnis et cánticis spirituálibus, cantántes et psalléntes in córdibus vestris Dómino: grátias agéntes semper pro ómnibus, in nómine Dómini nostri Jesu Christi, Deo et Patri. Subjecti ínvicem in timóre Christi.

Omelia I

[Mons. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie; vol. IV – Omelia XV.– Torino 1899]

 “Badate adunque, o fratelli, come procediate circospetti, non da stolti, ma come saggi, ricomperando il tempo, perché corrono giorni tristi. Il perché non siate imprudenti, ma studiatevi di conoscere qual sia la volontà del Signore. Non vi inebriate di vino, nel quale è dissolutezza, ma riempitevi di Spirito Santo, parlando a voi stessi con salmi ed inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando nei vostri cuori al Signore; rendendo grazie del continuo, per ogni cosa al Dio e Padre, nel nome del nostro Signore Gesù Cristo, sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo „ (Agli Efesini, V, 15-21).

La Chiesa in questa Domenica ci chiama nuovamente a meditare alcune sentenze della lettera di S. Paolo scritta ai fedeli di Efeso. Io non so quante volte, lungo l’anno, ci si proponga a considerare qualche tratto di questa lettera, ma certo sono moltissime, benché la lettera sia tra le più brevi, e ciò a ragione. Nell’ultima parte di questa lettera l’Apostolo ha condensato tante e sì mirabili massime di morale evangelica, che nulla di meglio; è una miniera ricchissima di verità pratiche, che tornano acconce ad ogni stato e ad ogni classe di persone. Era dunque ben naturale che la Chiesa ci conducesse frequentemente in questa miniera, e ci invitasse a cavarne l’oro purissimo delle più sante verità. Io mi studierò di aprirvi questa miniera, di scavarvi l’oro delle verità che vi si nascondono, sceverarlo dalla terra e dalla scoria che lo copre, e voi studiatevi di riceverlo e custodirlo gelosamente. – Nei versetti precedenti, S. Paolo, sull’esempio di Cristo, ha caldamente esortato i fedeli a guardarsi da ogni cupidigia, a non lasciarsi sedurre, a separarsi, essi, figli della luce, dai figli delle tenebre e a rendere frutti a Cristo, ruggendo e riprendendo le male opere, ch’Egli chiama opere di tenebre, e, continuando sempre il suo metodo, che è quello d’indicare il male da fuggire e poi suggerire il bene da praticare, per via di sentenze concise e chiarissime, dice: “Badate, fratelli, come procediate circospetti. „ La nostra vita è un cammino, che comincia dalla culla e termina sull’orlo della tomba; è un cammino alcuna volta piano e netto, più spesso ripido, seminato di sterpi e di spine, infestato da ladroni e assassini, costeggiato da dirupi e precipizi; le insidie e i pericoli sono senza numero. Per correre questo cammino sì aspro e sì pieno di lacci, senza cadere, si richiede aver sempre l’occhio aperto, e badar bene dove mettiamo il piede, affine di non inciampare: “Videte quomodo caute ambuletis — Badate come procediate circospetti. „ Sicuramente i nemici interni ed esterni e la naturale nostra debolezza ci creano tante difficoltà e pericoli, che è assai difficile non cadere; ma che sarà poi se cammineremo senza cautela e quasi a caso? Se noi terremo sempre gli occhi sopra noi stessi, se veglieremo sui nostri pensieri e sui nostri affetti; se peseremo le nostre parole e porremo ben mente ad ogni nostro atto; se staremo in guardia quanto alle compagnie, alle amicizie, alle letture, insomma a tutto ciò che ne circonda, noi eviteremo moltissime colpe e acquisteremo la perfetta signoria sopra noi stessi, e opereremo non da stolti, ma sì da prudenti, come vuole l’Apostolo: Videte quomodo caute ambuletis, non quasi insipientes. – Allorché una cosa ci sta molto a cuore, noi la ripetiamo, e S. Paolo ripete qui la sua raccomandazione, cioè di camminare od operare circospetti, non da stolti, ma da saggi, sed ut sapiente», dove la parola saggi è il contrapposto di stolti, ed è la ripetizione di circospetti. Questa circospezione e saggezza, sì efficacemente inculcata dall’Apostolo, deve manifestarsi in particolar modo in una cosa, che tosto si accenna. Uditela: ” Redimentes tempus — Ricomperando il tempo. „ Il cielo è una mercede, che si dà soltanto a chi lavora: è la mietitura che si fa soltanto da chi ha seminato. Ma dove si lavora? dove si semina? Qui sulla terra! Quando si lavora e quando si semina? In questa giornata della vita presente, nel tempo. Allorché cala la notte, e le tenebre coprono la faccia della terra, nessuno può lavorare, e allora comincia il riposo. Similmente allorché la morte stende sopra di noi il nero suo velo, si chiude lo stadio del tempo e comincia la eternità interminabile, non possiamo più lavorare, e cessa il periodo di vita, in cui possiamo meritare. Ora può accadere (e troppo frequentemente accade) che molti si trovino già presso alle porte della eternità, sul finire della vita, dopo avere malamente sciupato il loro tempo e con le mani quasi vuote di meriti. Costoro che devono fare se hanno senno? Ciò che fa il viaggiatore, il quale, avendo perduto gran parte del suo tempo in discorsi inutili e in sonno non necessario, studia il passo e procura di riguadagnare il tempo inutilmente speso. Gli Efesini, ai quali l’Apostolo scriveva, per la maggior parte dovevano essere stati Gentili, ed erano entrati nella Chiesa già molto innanzi negli anni. Il tempo per loro perduto nella idolatria e nelle brutture del paganesimo era molto: quello che rimaneva era breve. Qual cosa più naturale quanto l’esortarli ad affrettarsi, e con la frequenza e col fervore delle buone opere ricuperare il tempo perduto, e così in qualche modo mettersi a pari con quelli che avevano speso santamente tutta la loro vita? – Dilettissimi! Uno sguardo alla nostra vita. Ben è vero che noi abbiamo ricevuta la fede col santo Battesimo prima ancora che ne potessimo avere coscienza; ma (siamo sinceri) nella nostra vita qua e là non vi sono molti intervalli, e fors’anche lunghi, nei quali ci arrestammo sulla via e facemmo getto d’un tempo prezioso? Non è egli vero che vivemmo mesi e mesi (e a Dio non piaccia), anni e lustri in peccato? Quello, o cari, è tutto tempo miseramente perduto per il cielo, e Dio stesso nella sua onnipotenza non potrebbe fare che non sia perduto. Eppure possiamo ripararne la perdita, non già col far sì che ritorni il tempo perduto, ma col far uso migliore di quello che ci resta, simili all’operaio, che nelle due ultime ore del giorno può fornire il lavoro che altri fornisce appena in quattro. È questo il ricomperare il tempo, che S. Paolo predica agli Efesini. E perché avessero nuovo e più forte sprone a ricomprare ciò che per negligenza avevano perduto, l’Apostolo aggiunge una ragione speciale, dicendo: ” Perché ì tempi volgono tristi Quoniam dies mali sunt. „ I tempi tutti sono cattivi, perché brevi per ciascun uomo, incerti, pieni di lotte, di pericoli, di tentazioni, di dolori, di mali d’ogni guisa; è vero, essi hanno anche la loro porzione di beni, che si alternano; ma la misura dei mali quasi sempre soverchia quella dei beni. I tempi poi, nei quali l’Apostolo scriveva la sua lettera, erano miserrimi sopra tutti: persecuzioni sanguinose, tirannie, delle quali non abbiamo nemmeno l’idea; basti sapere che imperava Nerone; corruzione spaventosa, schiavitù, ignoranza dei primi principi della morale, guerre atrocissime e continue. Aveva ben dunque ragione S. Paolo di esclamare: ” I tempi corrono tristi! „ Quale la conseguenza? L’ha detto sopra: quella di usare a bene di tempi sì cattivi. Come? Soffrendo con pazienza, con costanza e con rassegnazione tanti mali, e così volgendo in guadagno pel cielo le calamità della terra. — “In questo, continua l’Apostolo, voi mostrerete il vostro senno — Propterea nolite fieri imprudente» — se farete di conoscere qual sia la volontà del Signore — Intelligentes quæ voluntas Dei.  I mali che ci travagliano, così sembra ragionare il nostro Apostolo, sono grandi, e i tempi sono infelici; io vi dico di farne tesoro e con il soffrirli generosamente, riguadagnare quelli malamente perduti. Ma voi direte: Questi mali, che si aggravano sopra di noi, vengono dalla malizia degli uomini. No, risponde Paolo: se avrete la vera sapienza dei figli di Dio, comprenderete che è Dio quegli che così vuole. Come ciò? domanderete voi. Ve lo spiego. Tutto ciò che accade sulla terra è voluto da Dio o da Lui permesso: ciò che è bene è certamente voluto da Dio, che è la stessa bontà, e non è mestieri provarlo; ciò che non è bene, ma è male, e al male conduce, non è voluto da Dio, ma da Dio permesso e tollerato. E poiché è cosa manifesta che Dio potrebbe, nella sua onnipotenza, impedire il male, ne segue che se avviene, avviene perché lo permette, e lo permette perché anch’esso entra nei grandi disegni della sua sapienza e della sua misericordia. Lo permette per farci conoscere e sentire la nostra debolezza, per fiaccare il nostro orgoglio, per obbligarci a levare a Lui supplichevoli le nostre mani e invocare il suo aiuto, per staccarci dall’amore di questo mondo, per darci modo di esercitare la pazienza, la carità, la prudenza, la fortezza, per acquistare meriti, per renderci simili al Figliuol suo, fatto uomo, Gesù Cristo. Allorché dunque i mali della vita presente si addensano sopra di te, o fratel mio, e ti senti per poco schiacciato, non lagnarti, non far ingiuria a Dio e alla sua provvidenza, dicendo: Perché mi abbandonate, o Signore? Nei mali che ti opprimono, e in quelli che ne sono strumenti e ministri, vedi la mano paterna di Dio, che opera o che lascia fare, e sappi che tutto è volto a tuo bene. Non fermare l’occhio sulla mano del tristo che ti percuote, ma in Dio che, potendo arrestare questa mano, la lascia percuotere. L’infermo che geme e si dimena dolorosamente sotto il ferro del chirurgo, che recide il membro cancrenoso, non si sdegna col medico pietosamente crudele, ma lo ringrazia. Ecco ciò che voleva insegnare l’Apostolo allorché esclamava: “Sono giorni tristi, ma non vogliamo essere dissennati, anzi riconosciamo che anch’essi sono voluti da Dio, e volgiamoli a nostro vantaggio. „ – S. Paolo, continuando la sua esortazione morale, scrive: “Non vi inebriate di vino, nel quale è dissolutezza — Nolite inebriavi vino, in quo est luxuria. „ Ubriachezza! Questa parola sì brutta e sì vergognosa per l’uomo ragionevole, e più brutta e più vergognosa assai per il Cristiano, come quella di lussuria, non si dovrebbe nemmeno pronunciare. Eppure più volte comparisce sotto la penna del grande Apostolo! “Non vi ubriacate. — Gli ubriachi non possederanno il regno dei cieli. — L’uno ha fame e l’altro è ubriaco. „ Sono sentenze dell’Apostolo, e provano come anche nei primi giorni della Chiesa, tra gli stessi discepoli degli Apostoli, il turpissimo vizio della ubriachezza non fosse ignoto. E ai nostri giorni, o carissimi? Che avviene sotto i nostri occhi? Qual vituperoso spettacolo vediamo noi quasi ogni giorno, e particolarmente nei giorni consacrati a Dio? Uomini, giovani, vecchi, e perfino talvolta donne, avvinazzati per le vie, barcollanti, schiamazzanti, presentare in se stessi il miserando spettacolo del più schifoso degradamento morale! Genitori ubriachi e i bambini senza pane, coperti di luridi cenci, piangenti per la fame e per il freddo! E sono uomini, e sono Cristiani costoro? L’ubriachezza toglie all’uomo ciò che lo differenza dalla bestia: la ragione. Vedetelo, il miserabile, mal reggersi in piedi, barcollare e cadere! La lingua va articolando parole e accenti che nessuno intende; guarda e non vede; or ride stupidamente ed or minaccia; or prega ed ora insulta e bestemmia; attacca brighe con tutti, provoca risse e peggio, oggetto di compatimento e di orrore, di scherno e di disprezzo, disonore della famiglia, tormentatore di chi è costretto a vivere con lui, scialacquatore, distruggitore d’ogni cosa, finisce anzi tempo una vita di scandalo; eccovi l’ubriaco! – Ma l’Apostolo, in questo luogo, da conoscitore profondo della natura umana, col vizio detestabile dell’ubriachezza ne congiunge un altro come conseguenza naturale, ed è la dissolutezza: “Non vi ubriacate di vino, nel quale è dissolutezza — In quo est luxuria. „ Dissolutezza e ubriachezza sono inseparabili; lo videro gli stessi pagani, e ne sono autorevolissimi testimoni Cicerone, Seneca ed altri. Ma noi non abbiamo bisogno dell’autorità di sapienti pagani; udite S. Girolamo: “Dove è intemperanza e ubriachezza, ivi signoreggia la libidine… Io non riputerò giammai casto l’ubriaco… Dica chiunque ciò che vuole, io parlo secondo la mia coscienza: io so che a me fece danno l’interrompere l’astinenza, e mi giovò il ripigliarla.” (Ep. Tit.) — L’ubriachezza è propria dei buffoni e dei mangiatori, ed un ventre pieno di vino ci lascia veder tosto la spuma della libidine. „ Bando adunque, o cari, all’intemperanza, bando all’ubriachezza che ci fa meno che uomini, che è il flagello della famiglia e della società: Nolite inebriari vino, in quo est luxuria. – Non è pago l’Apostolo di ciò che ha detto per tenere lontani i suoi cari dal vizio detestabile dell’ubriachezza: dopo il vizio da fuggire, suggerisce il bene da fare, come è suo costume: “Non inebriatevi di vino, ma siate ripieni di Spirito Santo — Sed implemini Spiritu Sancto. „ Cioè fate in modo che la grazia di Dio, che è il dono per eccellenza dello Spirito Santo, riempia le vostre menti e i vostri cuori e ridondi anche nei vostri corpi. Il vino riscalda i corpi, esalta gli spiriti, annebbia la ragione, porta l’uomo ai piaceri sensuali, lo fa simile ai bruti; la grazia divina riempie l’anima d’un fuoco puro e sacro, la eleva sopra se stessa, rischiara la sua mente, le fa gustare le caste delizie del cielo, la fa simile agli Angeli. Ecco il vino sacro, di cui potete inebriarvi: Implemini Spiritu Sancto. E quando sarete ripieni di questo vino sacro della grazia divina, le vostre anime gioiranno, i vostri cuori esulteranno, sarete inondati d’una santa letizia, e sentirete il bisogno di sfogarla tra voi stessi e nelle vostre radunanze, “cantando salmi ed inni e cantici spirituali, salmeggiando nei vostri cuori al Signore. „ – Allorché l’uomo è compreso da sublimi verità, da gagliardi sentimenti umani, e più ancora se divini, sente il bisogno irresistibile di sfogarli col canto e con la musica: il canto e la musica sono naturali all’uomo, come lo sono il pianto ed il riso (S. Girolamo distingue gli inni e i salmi e i cantici, e dice, che negli inni si celebrano la grandezza, la bontà e le perfezioni di Dio, e mette nel numero degli inni quei salmi ai quali è premesso o aggiunto l’alleluja: i salmi, secondo lui, sono quelli che si riferiscono alla morale; i cantici poi celebrano le bellezze e le armonie dell’universo). Il canto è uno sfogo naturale degli affetti interni, e in pari tempo giova mirabilmente ad alimentarli ed a crescerli. S. Agostino narra che, allorquando, dopo la sua conversione, entrava in chiesa e udiva il popolo cantare a pieno coro i salmi, si sentiva tutto commuovere e versava copiose lacrime. E chi di noi non si sente fortemente commosso e intenerito allorché ode la gran voce del popolo, che canta le litanie della Vergine, il Miserere od il Pange lingua? S. Paolo esortava i suoi cari Efesini ad innalzare a Dio inni e salmi e cantici spirituali: e perché non faremo altrettanto noi pure? E qui un mesto pensiero, o carissimi, si affaccia alla mia mente. Alle nostre orecchie giungono, e spessissimo, i cantici degli operai nelle loro officine e lungo le vie, e dei contadini sparsi pei campi. Che canti son questi? Ah! certo non sono cantici spirituali, come li voleva S. Paolo: Canticis spiritualibus — ; non sono le lodi di Dio o della Vergine benedetta; sono cantici profani, forse liberi, fors’anche osceni, che rivelano un cuore abbietto o corrotto, che accendono e dilatano una fiamma impura. Che le vostre labbra non si imbrattino mai di queste canzoni che, come e forse più dei discorsi cattivi, corrompono i costumi: Corrumpunt bonos mores colloquia prava. Come starebbe bene che nelle nostre campagne ritornasse il costume che S. Girolamo ricorda usato nella villetta dov’egli viveva! “In questa villetta di Cristo, così il Santo, tutto è semplicità, tutto è silenzio, fuorché il canto dei salmi. Dovunque ti volgi, il contadino che ara, tenendo l’aratro, canta alleluja (La parola Alleluia è composta di Allelu- e –ia, abbreviazione di Jehovah, e vuol dire Vìva Jehovah, viva Dio.); il mietitore che suda, si richiama coi salmi, e il vignaiuolo che con la curva falce pota la vite, canta qualche strofa di Davide. Questi sono i canti nella campagna; queste, come suol dirsi, le canzoni d’amore, questo il fischio dei pastori, queste le armi dell’agricoltura (Epist. 17 ad Marcellam). „ Né vi sfugga, o cari, quella espressione di S. Paolo riguardante il modo d’innalzare a Dio gli inni, i salmi ed i cantici: “Salmeggiando e cantando nei vostri cuori al Signore. „ Con queste parole egli ci ricorda che le nostre preghiere, le nostre lodi, i nostri ringraziamenti a Dio, non devono risuonare soltanto sulle nostre labbra, ma devono sgorgare dai nostri cuori, cosa che troppo facilmente per molti si dimentica. Gesù Cristo, ammaestrando la povera Samaritana, tra le altre cose, le disse: “I veri adoratori adoreranno in spirito e verità… Dio è spirito, e perciò conviene che quelli che l’adorano, l’adorino in spirito e verità, cioè spirito vero „ (S. Giov. IV, 23, 24). Come è l’anima tua, o Cristiano, quella che fa vivere e muovere il tuo corpo, cosi dev’essere l’anima tua che fa cantare la lingua e lodare Iddio. Se la mente ed il cuore non accompagnano la tua lingua, che valore possono avere le tue preghiere e le tue lodi? Nessuno, perché manca ciò che le fa degne di Dio e di te, la mente e il cuore: sarebbero come le preghiere e le lodi di chi sogna o delira. Tu incontri un uomo che ti saluta ed inchina cortesemente, e ne va lieto. Se tu leggessi nel suo cuore e vedessi ch’egli ha ciò fatto senza saperlo, senza porvi mente, te ne terresti tu onorato? Non credo. Come vuoi tu dunque che torni accettevole a Dio la tua preghiera, la tua lode, se vede ch’essa si riduce ad un movimento di lingua, ad un suono materiale, e che il tuo cuore non vi ha parte alcuna? Il tuo canto non differisce da quello dell’augelletto che saluta il nuovo giorno. “Non è la voce, ti dice S. Agostino, quella che Iddio vuole, non è la corda della cetra, ma il tuo cuore. „ Allorché pertanto pregate e lodate Iddio, almeno a principio, con la voce levate a Lui il vostro cuore, secondoché vuole lo stesso Apostolo in altro luogo, scrivendo: “Io salmeggerò con lo spirito, salmeggerò con la mente „ (I. Cor. XIV, vers. 15). “Rendendo grazie del continuo, per ogni cosa, a Dio e Padre, nel nome del Signor nostro Gesù Cristo. „ La nostra vita, ad ogni istante è un continuo beneficio di Dio: ogni respiro, ogni battito del nostro cuore è suo dono; suo dono il cibo che ci nutre; suo dono la bevanda che ci disseta; suo dono il sole che ci illumina e ci riscalda; suo dono l’aria che respiriamo, tutto il nostro essere, tutto ciò che è in noi e fuori di noi, è suo dono, puro suo dono. È dunque dover nostro, essere grati a tanto donatore, ringraziarlo di tanti benefici. Ma come farlo debitamente noi che siamo creature sì miserabili? Abbiamo Gesù Cristo; come Dio Egli è uguale al Padre e al Santo Spirito; come uomo è fratello nostro; Egli è il nostro capo, il nostro mediatore: il nostro ringraziamento presentato per le sue mani è degno di Dio: ringraziamolo adunque per suo mezzo: In nomine Domini nostri Jesu Christi. – La nostra Epistola si chiude con questa raccomandazione bellissima, che esprime a meraviglia l’indole della legge evangelica: “Siate soggetti tra voi nel timore di Cristo. „ Ogni società, sia grande, sia piccola, intanto può conservarsi e prosperare, in quanto è bene ordinata, ed è bene ordinata in quanto ogni membro rimane al suo posto, e rimane al suo posto osservando l’ubbidienza. Togliete l’ubbidienza, ed ogni cosa è turbata: le famiglie si dividono, la società va in rovina. Ed è questa ubbidienza che S. Paolo raccomanda, dicendo: “Siate soggetti tra voi — Subditi invicem. „ L’ubbidienza, perché sia secondo verità e giustizia, deve prestarsi dagli inferiori ai superiori, e così senza dubbio ha da intendersi la sentenza apostolica. Ma perché dire: “Siate soggetti tra voi, ad invicem, „ come se il dovere dell’ubbidienza fosse imposto a vicenda, cioè in guisa che ciascuno debba ubbidire a ciascun altro, senza badare a chi tiene l’autorità? Certamente il comando dell’Apostolo: “Siate soggetti, „ importa che si debba ubbidire dagli inferiori ai superiori, ed è questa la vera ubbidienza; ma io penso che l’Apostolo volesse insinuare in bel modo ciò che forma una cotale appendice dell’ubbidienza, e ch’egli in altro luogo espresse felicemente in questa frase: “Reputandovi gli uni agli altri superiori nella umiltà. „ Ai superiori noi dobbiamo l’ubbidienza; agli eguali ed agli inferiori dobbiamo rispetto, piacevolezza, cortesia e condiscendenza, che sono alcunché di simile alla ubbidienza. E perché dobbiamo ubbidire ad altri, che infine sono uomini come noi, e, può essere, anche inferiori a noi? Perché così vuole Iddio, perché così comanda Gesù Cristo, e ubbidendo a quelli che tengono il suo luogo, ubbidiamo a Lui stesso: a disubbidendo loro, a Lui disubbidiamo. E come non temere di rifiutare l’ubbidienza a Gesù Cristo? Ecco perché S. Paolo, dopo aver detto: “Siate soggetti, „ soggiunge: “nel timore di Cristo. „ Così si eleva l’autorità che comanda, e con l’autorità si eleva e si nobilita l’ubbidienza, e tutto si riporta a Gesù Cristo, a Dio, al quale sia onore e gloria per tutti i secoli.

Graduale
Ps CXLIV:15-16
Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore opportúno.

Aperis tu manum tuam: et imples omne ánimal benedictióne. [Tutti rivolgono gli sguardi a Te, o Signore: dà loro il cibo al momento opportuno. V. Apri la tua mano e colmi di ogni benedizione ogni vivente.]

Allelúja.

Ps CVII:2
Allelúja, allelúja
Parátum cor meum, Deus, parátum cor meum: cantábo, et psallam tibi, glória mea. Allelúja.
[Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto: canterò e inneggerò a Te, che sei la mia gloria. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia   sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.
R. Gloria tibi, Domine!
Joannes IV: 46-53
In illo témpore: Erat quidam régulus, cujus fílius infirmabátur Caphárnaum. Hic cum audísset, quia Jesus adveníret a Judaea in Galilæam, ábiit ad eum, et rogábat eum, ut descénderet et sanáret fílium ejus: incipiébat enim mori. Dixit ergo Jesus ad eum: Nisi signa et prodígia vidéritis, non créditis. Dicit ad eum régulus: Dómine, descénde, priúsquam moriátur fílius meus. Dicit ei Jesus: Vade, fílius tuus vivit. Crédidit homo sermóni, quem dixit ei Jesus, et ibat. Jam autem eo descendénte, servi occurrérunt ei et nuntiavérunt, dicéntes, quia fílius ejus víveret. Interrogábat ergo horam ab eis, in qua mélius habúerit. Et dixérunt ei: Quia heri hora séptima relíquit eum febris. Cognóvit ergo pater, quia illa hora erat, in qua dixit ei Jesus: Fílius tuus vivit: et crédidit ipse et domus ejus tota.

Omelia II

[Mons. BONOMELLI, Saggio di Omelie, ut supra, Omelia XVI]

“Vi era un certo ufficiale regio, il cui figliuolo era infermo in Cafarnao. Questi avendo inteso che Gesù dalla Giudea era venuto nella Galilea, lo pregava perché scendesse e gli risanasse il figlio, che era presso a morire. Ma Gesù gli disse: Se voi non vedete segni e miracoli, voi non credete. L’ufficiale gli disse: Signore, scendi prima che il figliuol mio si muoia. Gesù gli disse: “va, il figliuol tuo vive”. Colui credette alla parola che Gesù Cristo gli aveva detto, e se ne andava. Ma, scendendo egli, i servi gli vennero incontro ad annunziargli che il figliuolo viveva. Ed egli domandò loro a che ora si era sentito meglio: e gli risposero: Ieri all’ora settima lo lasciò la febbre. Quindi il padre conobbe che quella era l’ora che Gesù gli aveva detto: Il figliuol tuo vive: e credette egli e tutta la sua famiglia. ,, – (S. Giov., IV, 46-53).

Gesù, ritornando dal suo primo viaggio in Gerusalemme, dove aveva celebrato la Pasqua, accompagnato da alcuni dei suoi discepoli, passò attraverso alla Samaria, incamminandosi verso la sua Galilea. In questo viaggio Egli si fermò presso la città di Sichem, al pozzo detto di Giacobbe, e convertì la celebre peccatrice e buon numero di Samaritani, come sappiamo dal Vangelo. Poi riprese la via della Galilea e recossi a Cana, dove aveva operato il primo miracolo, mutando l’acqua in vino e dove, secondo ogni verosimiglianza, trovavasi ancora la Madre sua. Sembra che in quei giorni gli Apostoli, che l’avevano seguito a Gerusalemme, fossero ritornati alle loro case ed alle loro occupazioni a Betsaida o a Cafarnao, giacché solo alcuni giorni dopo, vi sta la pesca prodigiosa, lo seguirono definitivamente. Gesù adunque era a Cana; ma la fama dei suoi miracoli e della sua dottrina erasi largamente sparsa per tutta la Galilea, e più ancora a Cafarnao e nei luoghi vicini, dove erano ritornati gli Apostoli dopo il loro viaggio a Gerusalemme. – Tutto questo dovevo dirvi per venire alla esposizione del fatto che avete udito e che deve formare il soggetto della nostra omelia. Esso avvenne adunque, poco dopo la prima Pasqua celebrata a Gerusalemme, nei primi mesi della predicazione di Gesù, ed è narrato dal solo Giovanni. — Ed ora a noi, carissimi. – “Vi era un certo ufficiale regio, che aveva un figliuolo infermo in Cafarnao. „ Chi era questo ufficiale regio? Ne ignoriamo il nome, e non importa gran fatto il saperlo. Dove dimorava? Evidentemente a Cafarnao, città allora non senza importanza, dove aveva stanza una guarnigione romana. Che ufficio teneva a Cafarnao? Il Vangelo non lo dice. Di qual re era egli ufficiale? Senza dubbio di Erode Antipa, figlio di quell’Erode che mise a morte i bambini e Giovanni Battista, e tre anni più tardi si vedrà condotto innanzi Gesù Cristo in Gerusalemme per essere giudicato come suo suddito. Erode era tetrarca, o re della Galilea, ma tributario dei  Romani. – Questo ufficiale aveva un figliuolo infermo a morte. Ogni speranza nei medici era perduta. Immaginate il dolore del povero padre, che si vedeva il caro figliuolo venir meno sotto gli occhi! Tolta ogni speranza nei rimedi umani, il buon padre si volse ai rimedi sovraumani. Aveva udito parlare di Gesù e dei suoi miracoli; aveva saputo ch’era poc’anzi ritornato da Gerusalemme in Galilea, e che trovavasi a Cana, distante da Cafarnao circa quindici chilometri. Che fa egli? Gli spunta nell’animo il pensiero di andare a Lui, di pregarlo e scongiurarlo a salvargli il figliuol suo. – Che idea, quale concetto aveva egli della persona di Gesù Cristo? Credeva in Lui? Sarebbe difficile il rispondere: probabilmente lo credeva un uomo di Dio, un profeta, forse anche soltanto un medico valentissimo. Ad ogni modo, che non può l’amore di un padre? Egli lascia Cafarnao, che giace sulla riva del lago, sale le colline che stanno a ridosso e giunge a Cana, dov’era Gesù, gli si presenta e lo prega di scendere con lui fino a Cafarnao, perché gli salvi il figlio ormai morente. Non vi sia grave far meco una considerazione non inutile a voi, o genitori. Voi, padri, e specialmente voi, o madri, amate teneramente i vostri figli, massime ancora fanciulletti. Che non fate per loro se cadono infermi? Voi li vegliate dì e notte: trepidate sulla loro vita: non badate a spese per riaverli sani; per loro pregate, chiamate i medici, porgete loro le medicine, non vi è cosa, per quanto grave e molesta, che non siate pronti a fare nella speranza che possa loro giovare. Voi non sareste da meno, al bisogno, di questo buon padre del quale parla il Vangelo. Sta bene, ed io non posso che ammirare e commendare altamente l’amore che avete per i vostri figliuoli: è vostro dovere. Ma vi domando: I vostri figli, oltre il corpo, non hanno essi altresì l’anima? — Sì; lo teniamo per ragione e per fede. — E l’anima non è da più del corpo? — E chi ne può dubitare? — E dunque giusto, o genitori, che voi siate solleciti, sì, del corpo, ma più assai dell’anima? — Certamente. — Eppure, che cosa vediamo noi, o cari genitori? Noi vi vediamo pieni di sollecitudine e di cure le più amorose, allorché trattasi del corpo dei vostri figliuoli, dei loro interessi temporali, ma non raramente trascurati e quasi dimentichi dei vostri doveri, allorché si tratta dell’anima loro, degli interessi loro eterni. Dove sono quei genitori che insegnano ai loro piccoli figliuoli le orazioni del Cristiano e i misteri della fede? Dove sono quei genitori che sorveglino debitamente i loro figliuoli, che li tengano lontani dalle amicizie e compagnie pericolose, che rammentino loro il dovere di santificare le feste, di ascoltare la parola di Dio, di usare ai sacramenti, di vivere cristianamente? Voi ne troverete molti che li scandalizzano coi loro discorsi, con le loro maldicenze, con le loro bestemmie, col porre nelle loro mani libri perversi e condurli a spettacoli teatrali osceni od irreligiosi! Ah! genitori! Tanto amore per il corpo dei vostri cari figliuoli, e sì poco amore, anzi odio sì feroce per le loro anime innocenti! Tanta sollecitudine per la loro felicità nel tempo, sì poca o nessuna per quella dell’eternità! Quale contraddizione! Esaminate e risolvete. Il buon padre del Vangelo pregava Gesù che volesse scendere fino a Cafarnao e guarirgli il figlio. — Voi vedete come era imperfetta la fede di questo uomo. Se l’avesse creduto fermamente Figliuolo di Dio, gli avrebbe detto, come poco dopo il Centurione: “Signore, non son degno che entriate nella casa mia: ditelo con la parola e il figliuol mio sarà salvo. „ Egli lo doveva credere un profeta, un uomo santo e nulla più; egli credeva che non potesse risanare il suo figliuolo che con la presenza materiale, ponendo le mani sul capo di lui, pregando per  lui o applicando qualche rimedio. Né fa punto meraviglia questa fede sì debole ed imperfetta in un uomo laico, ufficiale regio, in quei primordi della vita pubblica di Cristo: era la fede di parecchi altri, e forse di alcuni dei suoi stessi discepoli. — Udiamo la risposta di Gesù. “Se voi non vedete segni e miracoli, voi non credete. „ La risposta è rivolta al padre, ma insieme a tutti i Giudei, e parecchi dovevano essere presenti. Essa contiene un lamento ed insieme un ammaestramento. Gesù vuol dire: “Voi, o Giudei, volete vedere soprattutto dei miracoli; voi chiedete con i miracoli vantaggi materiali; la curiosità e l’interesse per voi tengono il primo luogo, e vanno innanzi alla fede; più che il regno di Dio e la  verità, voi cercate le cose della terra. Levate più alto il vostro sguardo: prima la fede, prima i beni eterni e poi le cose di quaggiù. „ – Queste parole di Gesù Cristo potrebbero essere rivolte anche ad alcuni Cristiani, i quali mostrano di tenere la religione più per gli interessi e i vantaggi materiali, che talora ne traggono o sperano di ritrarne, che per il sentimento del dovere e pei beni della vita avvenire. Essi domandano a Dio la salute dei corpi, la liberazione di danni o mali temporali, i frutti copiosi della campagna, la prosperità dei negozi, più spesso e con maggior fervore, che la salvezza dell’anima. Che nessuno di noi si renda meritevole del rimprovero di Cristo, ricordandoci, che se possiamo domandare a Dio i beni della terra, dobbiamo anche essere pronti a rinunciare a questi quando a Dio piaccia altrimenti, o possano tornare dannosi o pericolosi alla nostra santificazione. Il buon padre ascoltò umilmente l’ammonimento del divino Maestro, e credo che ne facesse suo prò e ravvivasse la sua fede, ripetendo con maggiore istanza la sua preghiera: “Signore, scendi prima che il figliuol mio muoia — Domine, descende priusquam moriatur filius meus. „ In queste parole dell’afflitto padre sentiamo tutta la grandezza dell’amor suo e l’angoscia che l’opprimeva. Presto, par che dica a Gesù, presto, te ne prego, te ne scongiuro, vieni meco, salvami il figlio prima che muoia. — Egli è ancor fermo nella sua povera idea che sia necessaria la presenza materiale di Gesù per guarire il figlio morente, come se Gesù non sapesse ogni cosa, dice S. Giovanni Crisostomo, e non lo potesse risuscitare anche morto. Gesù, alla vista di quel padre sconsolato, che con tanto affetto e sì viva speranza lo pregava, s’intenerì, e con sicuro accento gli disse: “Va, il figliuol tuo vive — Vade, filius tuus vivit. „ Egli dovette pronunciare queste parole con tanta autorità e sicurezza, da togliere ogni dubbio nel padre, infondendogli nell’anima quella fede a cui tutto è possibile, e che in qualche modo lo rendeva meritevole del miracolo. “Con le stesse parole, dice un Padre, il Salvatore curò l’anima dell’ufficiale, donandogli la fede e risanando il corpo del fanciullo. „ Voi vedete come Gesù opera da Dio. Il fanciullo è lontano, in termini di morte; non dice: Confida, o uomo, il figliuolo guarirà, non gli addita nessun rimedio umano, anzi non prega nemmeno: “Va, il figliuol tuo vive”; è una promessa assoluta, anzi un comando perentorio, e noi vedremo subito come ebbe in quel punto stesso pieno adempimento. – Figliuoli carissimi! In qual modo quel buon padre ottenne la guarigione temporale del figliuol suo? Con la preghiera, e preghiera ripetuta. Ecco il gran mezzo a tutti presto e facile per ottenere le grazie divine: la preghiera. Usatene voi pure e ne sperimenterete la potenza. Può essere che tra voi, che mi ascoltate, vi siano padri e madri che hanno i loro figliuoli infermi, non del corpo, ma dell’anima, che è troppo maggior male; figliuoli riottosi, insolenti, dissoluti, miscredenti, che corrono per le vie della perdizione, che fanno versare lacrime amare ai poveri genitori. Voi forse li avete corretti le cento volte inutilmente. Che vi resta a fare ? Correte a Gesù, pregatelo, come lo pregava il padre di cui parla l’odierno Evangelo; non stancatevi, ripetete un giorno, due, venti, cento, un anno la vostra preghiera, e vincerete la prova. La preghiera d’un padre, d’una madre desolata per la conversione del figlio traviato ha una forza meravigliosa sul cuore di Dio. Quanti giovani gettati sulla mala via si ravvidero, si convertirono per le preghiere dei genitori, e specialmente delle madri! La storia di Agostino e di Monica è la storia di molte madri e di molti figli. — Ma ritorniamo al nostro Vangelo. – Udite quelle parole consolanti, il padre si rasserenò, sentì infondersi in cuore una tranquilla e dolce speranza, ringraziò Gesù Cristo, “credette — credidit, „ e se ne ritornava frettoloso alla volta di Cafarnao, ansioso di rivedere il figliuol suo e l’effetto della affermazione solenne: “Il figliuol tuo vive. „ ” Scendendo egli, i servi gli mossero incontro ad annunziargli che il fanciullo viveva, „ forma di dire che significava essere guarito perfettamente, come vuole il contesto. Questo correre dei servi incontro al padre, per portargli la felice novella, è cosa naturalissima. Egli era partito per Cana, in cerca di Gesù, lasciando il fanciullo in fine di vita: immaginavano facilmente le ansie del povero padre: vedono ad un tratto ritornato da morte a vita il fanciullo: pieni di gioia, gli corrono incontro per anticipargli il faustissimo avvenimento, del quale non conoscevano la causa, o tutt’al più la potevano confusamente sospettare. Appena lo videro da lontano, dovettero alzare la voce e gridargli che il fanciullo viveva ed era guarito. Il buon padre, al colmo della gioia, ricordando la promessa di Gesù ed a Lui attribuendo la salvezza del figlio, domandò loro: A qual ora s’era riavuto. — E quelli: Ieri all’ora settima lo lasciò la febbre. — Il padre conobbe che quella era l’ora che Gesù gli aveva detto: “Il figlio tuo vive. ,, – Voi vedete semplicità e candore di narrazione che non ha l’uguale. L’Evangelista di suo non vi mette una parola: racconta il fatto in guisa che voi lo vedete: non una osservazione, non una applicazione, non una parola di meraviglia o di stupore per mettere in maggior luce la potenza divina di Gesù Cristo. Quale guarentigia, qual carattere di veracità! Gli Ebrei dividevano il giorno, come la notte, in dodici ore; onde, dicendo Giovanni che il fanciullo fu risanato alle ore sette del giorno, e che precisamente a quell’ora Gesù pronunciò le parole: “Il figliuol tuo vive, „ siamo certi che l’una e l’altra cosa ebbe luogo ad un’ora circa dopo il mezzodì. – È vero: i servi dissero che la guarigione era avvenuta il giorno innanzi, “ieri all’ora settima, „ e non è credibile che il padre, sì desideroso di rivedere il figliuolo, impiegasse un giorno a percorrere meno di cinque chilometri; ma la cosa si spiega agevolmente, allorché si pensi al modo con cui gli Ebrei determinavano il principio e la fine del giorno. Noi contiamo il giorno da una mezzanotte all’altra, doveché per gli Ebrei il nuovo giorno cominciava col tramonto del sole; il perché se l’incontro dei servi avvenne dopo il tramonto del sole, questi potevano e dovevano dire ieri e non oggi. E qui torna acconcio fare due osservazioni, che mi sono suggerite dal racconto evangelico. Gesù, stando lontano, con un atto della sua volontà onnipotente, aveva in un istante risanato un fanciullo: era un miracolo. Il padre, che l’aveva domandato e ne godeva il beneficio, vuole accertarsene, e perciò interroga i servi intorno all’ora in cui si era compiuto. Non era questo un mettere in dubbio la promessa di Gesù Cristo? No: l’accertarsi del miracolo era un diritto ed un dovere di quel buon padre, ed in ciò merita lode. E ciò che fa la Chiesa e dobbiamo far noi pure ogni qual volta  il bisogno lo richieda. Si parla di fatti straordinari? di profezie? di miracoli? di apparizioni, insomma di cose soprannaturali? Qual è il nostro diritto e il nostro dovere? Quello di esaminare con la ragione, e a tutto rigore di ragione, i fatti che si narrano o che si vedono: chi crede senza esaminarli mostra d’essere leggero, dice la Scrittura, e facilmente può essere ingannato. Dio ci ha data la ragione, e secondo essa dobbiamo operare e regolarci, e allorché sottoponiamo alla ragione i fatti che si dicono miracolosi, noi non facciamo torto a Dio, anzi gli rendiamo onore, usando del suo dono, che è la ragione, per conoscere se quei fatti sono veramente opere sue o della natura, o frutto dell’ignoranza, o inganni dell’astuzia. La fede ha i suoi diritti senza dubbio, ed inviolabili; ma anche la ragione ha pur essa i suoi non meno inviolabili, perché anch’essa è dono di Dio, e disse bene S. Tommaso, che: “L’uomo non crederebbe se non conoscesse essere dover suo il credere. „ La seconda osservazione è questa: Il padre, poiché ebbe conosciuta la coincidenza delle parole di Cristo con la guarigione del figlio, sgombrò ogni dubbio: comprese ch’Egli era padrone della natura, e che a Lui doveva aggiustare ogni fede, e di fatto credette egli e tutta la sua famiglia. Due volte si dice nel Vangelo che il padre credette: la prima volta quando Gesù gli disse: “Va, il figliuol tuo vive, „ e se ne andò; la seconda, qui, allorché intese l’adempimento delle parole di Cristo: Credidit. Qual differenza corre tra il credette della prima volta ed il credette della seconda? Grande, ed è questa. Dapprima credette che gli avrebbe guarito il figlio; dappoi credette ch’egli era il Messia; quella prima fede fu il primo passo che lo condusse alla seconda. Una fede imperfetta, confusa, lo fece andare da Cafarnao a Cana, ai piedi di Gesù, egli pose sulle labbra la preghiera per il figlio; la parola di Gesù rinvigorì quella fede, e pieno di speranza lo fece ritornare a casa; il conoscimento del miracolo compì l’opera, gli fece conoscere Gesù per quel che era veramente, e credette in Lui. – Io vo pensando tra me stesso: Quanti padri, a quel tempo, in quel giorno stesso avranno avuto i loro figliuoli gravemente infermi! Quanti in Cafarnao e nelle vicine borgate avranno veduto od udito parlare della guarigione di quel fanciullo fatta da Gesù Cristo? E quanti avranno imitato quell’ufficiale regio, correndo a Gesù e domandandogli la guarigione dei figli loro ? Non lo so, e dal Vangelo nulla si rileva, ma, secondo ogni probabilità, si può affermare che quel buon padre non trovò imitatori, o ben pochi. E perché? Mistero della umana libertà, e, aggiungo anche, della umana cecità! Così è, o carissimi. Gesù Cristo, per mezzo della sua Chiesa, continuamente ammaestra, rimette i peccati, salva le anime: è l’opera per la quale è venuto sulla terra, e per la quale vive perennemente nella Chiesa stessa. Accoglie tutti quelli che vanno a Lui, concede il perdono dei peccati a tutti quelli che lo chiedono, salva tutti quelli che vogliono essere salvati. E quanti sono quelli che vanno a Lui? Un certo numero: e gli altri? Non se ne curano. E perché? Ripeterò ancora: Mistero dell’umana libertà e dell’umana cecità!

Credo

Offertorium
Orémus
Ps CXXXVI: 1
Super flúmina Babylónis illic sédimus et flévimus: dum recordarémur tui, Sion.
[Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti e abbiamo pianto: ricordandoci di te, o Sion.]

Secreta
Cœléstem nobis præbeant hæc mystéria, quǽsumus, Dómine, medicínam: et vítia nostri cordis expúrgent. [O Signore, Te ne preghiamo, fa che questi misteri ci siano come rimedio celeste e purífichino il nostro cuore dai suoi vizii.]

Communio
Ps CXVIII:49-50
Meménto verbi tui servo tuo, Dómine, in quo mihi spem dedísti: hæc me consoláta est in humilitáte mea.
[Ricordati della tua parola detta al servo tuo, o Signore, nella quale mi hai dato speranza: essa è stata il mio conforto nella umiliazione.]

Postcommunio

Orémus.
Ut sacris, Dómine, reddámur digni munéribus: fac nos, quǽsumus, tuis semper oboedíre mandátis.
[O Signore, onde siamo degni dei sacri doni, fa’, Te ne preghiamo, che obbediamo sempre ai tuoi precetti].