DOMENICA DELE PALME (2020)

DOMENICA DELLE PALME [2020]

Semidoppio Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

La liturgia di oggi esprime con due cerimonie, l’una tutta piena di gioia, l’altra di tristezza, i due aspetti secondo i quali la Chiesa considera la Croce. Anzi tutto vengono la Benedizione e la Processione delle Palme. Esse traboccano di una santa allegrezza che ci permette, dopo venti secoli, di rivivere la scena grandiosa dell’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme. Poi c’è la Messa di cui i canti e le letture si riferiscono esclusivamente al doloroso ricordo della Passione del Salvatore.

I . — Benedizione delle Palme e Processione.

A Gerusalemme, nel IV secolo, si leggeva in questa Domenica nel luogo medesimo dove i fatti s’erano svolti, il racconto evangelico che ci descrive Cristo, acclamato come Re d’Israele, che prende possesso della sua capitale. In realtà, Gerusalemme non è che l’immagine del regno della Gerusalemme celeste. Poi un Vescovo, montato su un asino, andava dal sommo del Monte Oliveto alla chiesa della Risurrezione, circondato dalla folla che portava delle palme, cantando inni ed antifone. Questa cerimonia era preceduta dalla lettura del passo dell’Esodo riguardante l’uscita dall’Egitto. Il popolo di Dio, accampato all’ombra dei palmizi, vicino alle dodici fonti dove Mosè gli promette la manna, è il popolo cristiano che servendosi di rami dei palmizi attesta che il suo Re, Gesù,viene a liberare le anime dal peccato, conducendole al fonte battesimale e nutrendole con la manna eucaristica.La Chiesa di Roma, adottando questo uso, pare verso il IX secolo, ha aggiunto i riti della Benedizione delle Palme, da cui deriva il nome di Pasqua fiorita dato a questa Domenica. Questa cerimonia è una specie di messa con Orazione propria, Epistola, Vangelo e Prefazio proprio. La consacrazione è sostituita dalla benedizione delle palme e la comunione dalla distribuzione di queste palme.Queste cerimonie hanno un significato simbolico. « Dio, — dice la Chiesa — per un ordine meraviglioso della sua Provvidenza, ha voluto servirsi anche di queste cose sensibili per esprimere l’ammirabile economia della nostra salvezza » poiché « questi rami di palme segnavano la vittoria che stava per esser riportata sul principe della morte e i rami d’ulivo annunciavano l’abbondante effusione della misericordia divina ». « Infatti la colomba annunciò la pace alla terra per mezzo d’un ramoscello d’ulivo », « e le grazie che Dio moltiplicò su Noè all’uscita dall’arca, e su Mosè che abbandonava l’Egitto con i figli d’Israele, sono una figura della Chiesa» «che muove incontro a Cristo con opere buone» «con le opere che germogliano dai rami di giustizia » (Orazioni della Benedizione delle Palme). Questo corteo di Cristiani che, con le palme in mano e con il canto dell’osanna sulle labbra, acclamano ogni anno, in tutto il mondo, attraverso tutte le generazioni, la regalità di Cristo, è composta di tutti i catecumeni, dei penitenti pubblici, e dei fedeli che i sacramenti del Battesimo, della Eucaristia e della Penitenza assoderanno, nelle feste di Pasqua, a questo trionfatore glorioso. « E noi, che con integra fede rammentiamo il fatto e il suo significato « …ti preghiamo, Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio,per lo stesso Signor Nostro Gesù Cristo affinché, ciò che il tuo popolo fa oggi esternamente, lo compia spiritualmente, riportando vittoria sul nemico ». Questo rappresenta la processione che si arresta alla porta della Chiesa. Alcuni coristi sono nell’interno, i loro canti s’alternano con quelli dei sacerdoti (Gloria, laus et honor)Processione delle Palme).: da una parte sono i « cori angelici », dall’altra i soldati di Cristo, ancora impegnati nel combattimento, che acclamano per turno il Re della gloria. Ben presto la porta si apre allorché il suddiacono vi avrà bussato per tre volte con l’asta della croce; così la croce di Gesù ci apre il cielo e la processione entra in Chiesa, come gli eletti entreranno un giorno con Cristo nella gloria eterna. — Conserviamo religiosamente nella nostra casa un ramoscello di olivo benedetto. Questo sacramentale, in virtù della preghiera della Chiesa, ci farà ottenere i favori del cielo e renderà più ferma la nostra fede in Gesù che, pieno di misericordia (simboleggiata dall’olivo, di cui l’olio mitiga le piaghe), ha vinto (vittoria simboleggiata dalle palme) il demonio, il peccato e la morte.

2. — Messa della Domenica delle Palme.

La benedizione delle palme si faceva a Santa Maria Maggiore, che a Roma rappresenta Betlemme, dove nacque Colui che i Magi proclamarono « Re dei Giudei ». La processione andava da questa Basilica a quella di S. Giovanni Laterano nella quale si teneva altre volte la Stazione, poiché, essendo dedicata al Santo Salvatore, essa rievoca il ricordo della Passione di cui tratta la Messa . — Il trionfo del Salvatore deve essere preceduto dalla « sua umiliazione fino alla morte e fino alla morte di croce » (Ep.) umiliazione che ci servirà di modello « affinché mettendo a profitto gli insegnamenti della sua pazienza possiamo renderci partecipi anche della sua risurrezione » (Or.).

Benedictio Palmorum

Ant. Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini. O Rex Israël: Hosánna in excélsis. [Osanna al Figlio di David, benedetto Colui che  viene nel nome del Signore. O Re di Israele: Osanna nel più alto dei cieli!]
Orémus.
Bene dic, quǽsumus, Dómine, hos palmárum ramos: et præsta; ut, quod pópulus tuus in tui veneratiónem hodiérna die corporáliter agit, hoc spirituáliter summa devotióne perfíciat, de hoste victóriam reportándo et opus misericórdiæ summópere diligéndo. Per Christum Dominum nostrum. [Bene ☩ dici Signore, te ne preghiamo, questi rami di palma e concedi che quanto il tuo popolo ha celebrato materialmente in tuo onore, lo compia spiritualmente con somma devozione, vincendo il nemico e corrispondendo con profondo amore all’opera della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore.]

De distributione ramorum

Ant. Púeri Hebræórum, portántes ramos olivárum, obviavérunt Dómino, clamántes et dicéntes: Hosánna in excélsisI [I fanciulli ebrei, portando rami di olivo, andarono incontro al Signore, acclamando e dicendo: Osanna nel più alto dei cieli.].
D
ómini est terra et plenitúdo eius, orbis terrárum et univérsi qui hábitant in eo. Quia ipse super mária fundávit eum et super flúmina præparávit eum.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes …

Attóllite portas, príncipes, vestras: et elevámini, portæ æternáles: et introíbit rex glóriæ.
Quis est iste rex glóriæ? Dóminus fortis et potens: Dóminus potens in prǽlio.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes…

Attóllite portas, príncipes, vestras: et elevámini, portæ æternáles: et introíbit rex glóriæ. Quis est iste rex glóriæ? Dóminus virtútum ipse est rex glóriæ.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes

Ant. Púeri Hebræórum, portántes

Ant. Púeri Hebræórum vestiménta prosternébant in via, et clamábant dicéntes: Hosánna filio David; benedíctus qui venit in nómine Dómini. . [I fanciulli Ebrei stendevano le loro vesti sulla via e acclamavano dicendo: Osanna al Figlio di David! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!]
Omnes gentes pláudite mánibus: iubiláte Deo in voce exultatiónis.
Quóniam Dóminus excélsus, terríbilis, rex magnus super omnem terram.
Ant. Púeri Hebræórum  …
Subiécit pópulos nobis: et gentes sub pédibus nóstris.
Elegit nobis hereditátem suam: spéciem Iacob quam diléxit.
Ant. Púeri Hebræórum

Ascéndit Deus in iúbilo: et Dóminus in voce tubæ.
Psállite Deo nostro, psállite: psállite regi nostro, psállite.
Ant. Púeri Hebræórum …

Quóniam rex omnis terræ Deus: psállite sapiénter.
Regnávit Deus super gentes: Deus sedit super sedem sanctam suam.
Ant. Púeri Hebræórum vestiménta

Príncipes populórum congregáti sunt cum Deo Abraham: quóniam Dei fortes terræ veheménter elevati sunt.
Ant. Púeri Hebræórum vestiménta

Ant. Púeri Hebræórum vestiménta prosternébant in via, et clamábant dicéntes: Hosánna filio David; benedíctus qui venit in nómine Dómini.

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum.

“In illo témpore: Cum appropinquásset Jesus Jerosólymis, et venísset Béthphage ad montem Olivéti: tunc misit duos discípulos suos, dicens eis: Ite in castéllum, quod contra vos est, et statim inveniétis ásinam alligátam et pullum cum ea: sólvite et addúcite mihi: et si quis vobis áliquid dixerit, dícite, quia Dóminus his opus habet, et conféstim dimíttet eos. Hoc autem totum factum est, ut adimplerétur, quod dictum est per Prophétam, dicéntem: Dícite fíliae Sion: Ecce, Rex tuus venit tibi mansuétus, sedens super ásinam et pullum, fílium subjugális. Eúntes autem discípuli, fecérunt, sicut præcépit illis Jesus. Et adduxérunt ásinam et pullum: et imposuérunt super eos vestiménta sua, et eum désuper sedére tecérunt. Plúrima autem turba stravérunt vestiménta sua in via: álii autem cædébant ramos de arbóribus, et sternébant in via: turbæ autem, quæ præcedébant et quæ sequebántur, clamábant, dicéntes: Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini”.

[In quel tempo: Avvicinandosi a Gerusalemme, arrivato a Bètfage, vicino al monte degli ulivi, Gesù mandò due suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio dirimpetto a voi, e subito vi troverete un’asina legata con il suo puledro: scioglietela e conducetemela. E, se qualcuno vi dirà qualche cosa, dite; – il Signore ne ha bisogno; e subito ve li rilascerà». Ora tutto questo avvenne perché si adempisse quanto detto dal Profeta: «Dite alla figlia di Sion : Ecco il tuo Re viene a Te, mansueto, seduto sopra di un’asina ed asinello puledro di una giumenta». I Discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro detto. Menarono l’asina ed il puledro, vi misero sopra i mantelli e Gesù sopra a sedere. E molta gente stese i mantelli lungo la strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li spargevano sulla via, mentre le turbe che precedevano e seguivano gridavano: «Osanna al Figlio di Davide; benedetto Colui che viene nel nome del Signore».

De processione cum ramis benedictis

Procedámus in pace.

Occúrrunt turbæ cum flóribus et palmis Redemptóri óbviam: et victóri triumphánti digna dant obséquia: Fílium Dei ore gentes prædicant: et in laudem Christi voces tonant per núbila: «Hosánna in excélsis».
[Con fiori e palme le folle vanno ad incontrare il Redentore e rendono degno ossequio al Vincitore trionfante. Le nazioni lo proclamano Figlio di Dio e nell’etere risuona a lode di Cristo un canto: Osanna nel più alto dei cieli!]

Cum Angelis et púeris fidéles inveniántur, triumphatóri mortis damántes: «Hosánna in excélsis». [Facciamo di essere anche noi fedeli come gli Angeli ed i fanciulli, acclamando al vincitore della morte: Osanna nel più alto dei cieli!]
Turba multa, quæ convénerat ad diem festum, clamábat Dómino: Benedíctus, qui venit in nómine Dómini: «Hosánna in excélsis». [Immensa folla, convenuta per la Pasqua, acclamava ai Signore: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!]
Cœpérunt omnes turbæ descendéntium gaudéntes laudáre Deum voce magna, super ómnibus quas víderant virtútibus, dicéntes: «Benedíctus qui venit Rex in nómine Dómini; pax in terra, et glória in excélsis».[Tutta la turba dei discepoli discendenti dal monte Oliveto cominciò con letizia a lodar Dio ad alta voce per tutti i prodigi che aveva veduti dicendo: Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in terra e gloria nell’alto dei cieli.]

Hymnus ad Christum Regem

Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Israël es tu Rex, Davidis et ínclita proles: Nómine qui in Dómini, Rex benedícte, venis.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Coetus in excélsis te laudat caelicus omnis, Et mortális homo, et cuncta creáta simul.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Plebs Hebraea tibi cum palmis óbvia venit: Cum prece, voto, hymnis, ádsumus ecce tibi.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Hi tibi passúro solvébant múnia laudis: Nos tibi regnánti pángimus ecce melos.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Hi placuére tibi, pláceat devótio nostra: Rex bone, Rex clemens, cui bona cuncta placent.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium

[Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Tu sei il Re di Israele, il nobile figlio di David, o Re benedetto che vieni nel nome del Signore.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
L’intera corte angelica nel più alto dei cieli, l’uomo mortale e tutte le creature celebrano insieme le tue lodi.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Il popolo Ebreo ti veniva dinanzi con le palme, ed eccoci dinanzi a te, con preghiere, con voti e cantici.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Essi ti offrivano il tributo del loro omaggio, quando tu andavi a soffrire; noi eleviamo questi canti a te che ora regni.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Ti piacquero essi: ti piaccia anche la nostra devozione, o Re di bontà, Re clemente, a cui ogni cosa buona piace.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.]

Ant. Omnes colláudant nomen tuum, et dicunt: «Benedíctus qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis».

Psalmus CXLVII
Lauda, Jerúsalem, Dóminum: * lauda Deum tuum, Sion.
Quóniam confortávit seras portárum tuárum: * benedíxit fíliis tuis in te.
Qui pósuit fines tuos pacem: * et ádipe fruménti sátiat te.
Qui emíttit elóquium suum terræ: * velóciter currit sermo ejus.
Qui dat nivem sicut lanam: * nébulam sicut cínerem spargit.
Mittit crystállum suam sicut buccéllas: * ante fáciem frígoris ejus quis sustinébit?
Emíttet verbum suum, et liquefáciet ea: * flabit spíritus ejus, et fluent aquæ.
Qui annúntiat verbum suum Jacob: * justítias, et judícia sua Israël.
Non fecit táliter omni natióni: * et judícia sua non manifestávit eis.
Ant. Omnes colláudant nomen tuum, et dicunt: «Benedíctus qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis».

Fulgéntibus palmis prostérnimur adveniénti Dómino: huic omnes occurrámus cum hymnis et cánticis, glorificántes et dicéntes: «Benedíctus Dóminus». [Di festosi rami ornati, ci prostriamo al Signor che viene: a Lui incontro corriamo tra inni e canti, Lui glorifichiamo dicendo: Benedetto il Signore!]
Ave, Rex noster, Fili David, Redémptor mundi, quem prophétæ praedixérunt Salvatórem dómui Israël esse ventúrum. Te enim ad salutárem víctimam Pater misit in mundum, quem exspectábant omnes sancti ab orígine mundi, et nunc: «Hosánna Fílio David. Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis».

[Ave, o nostro Re, Figlio di David, Redentore del mondo, preannunciato dai Profeti come Salvatore venuto per la casa d’Israele. Il Padre mandò Te come vittima di redenzione per il mondo; T’aspettavano tutti i santi sin dall’origine del mondo, ed ora: Osanna, Figlio di David. Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Osanna nel più alto dei Cieli!]

Oremus.
Dómine Jesu Christe, Rex ac Redémptor noster, in cuius honórem, hoc ramos gestántes, solémnes laudes decantávimus: concéde propítius ut, quocúmque hi rami deportáti fúerint, ibi tuæ benedictiónis grátia descéndat, et quavis dǽmonum iniquitáte vel illusióne profligáta, déxtera tua prótegat, quos redémit: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum.

Ingrediénte Dómino in sanctam civitátem, Hebræórum púeri resurrectiónem vitæ pronuntiántes, Cum ramis palmárum: «Hosánna, clamábant, in excélsis».
Cum audísset pópulus, quod Jesus veníret Jerosólymam, exiérunt óbviam ei.
Cum ramis palmárum: «Hosánna, clamábant, in excélsis».
[Mentre il Signore entrava nella città santa, i fanciulli ebrei proclamavano la risurrezione alla vita,
Agitando rami di palma e acclamando: Osanna nel più alto dei cieli!
Avendo il popolo sentito che Gesù si avvicinava a Gerusalemme, gli mosse incontro
Agitando rami di palma e acclamando: Osanna nel più alto dei cieli!]

Oremus.
Dómine Jesu Christe, Rex ac Redémptor noster, in cuius honórem, hoc ramos gestántes, solémnes laudes decantávimus: concéde propítius ut, quocúmque hi rami deportáti fúerint, ibi tuæ benedictiónis grátia descéndat, et quavis dǽmonum iniquitáte vel illusióne profligáta, déxtera tua prótegat, quos redémit: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum. [Signor Gesù Cristo, Re e Redentore nostro, in onore del quale abbiamo cantato lodi solenni, portando questi rami, concedi propizio che la grazia della tua benedizione discenda dovunque questi rami saranno portati e che la tua destra protegga i redenti togliendo di mezzo a loro ogni iniquità ed illusione diabolica. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.]

Introitus

Ps XXI: 20 et 22.

Dómine, ne longe fácias auxílium tuum a me, ad defensiónem meam áspice: líbera me de ore leonis, et a córnibus unicórnium humilitátem meam. [Tu, o Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, prendi cura della mia difesa: salvami dalla bocca del leone, e salva la mia debolezza dalle corna dei bufali.]

Ps XXI: 2 Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti? longe a salúte mea verba delictórum meórum. [Dio mio, Dio mio, guardami: perché mi hai abbandonato? La salvezza si allontana da me alla voce dei miei delitti].

Dómine, ne longe fácias auxílium tuum a me, ad defensiónem meam áspice: líbera me de ore leonis, et a córnibus unicórnium humilitátem meam. [Tu, o Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, prendi cura della mia difesa: salvami dalla bocca del leone, e salva la mia debolezza dalle corna dei bufali.]

Oratio

Omnípotens sempitérne Deus, qui humáno generi, ad imitandum humilitátis exémplum, Salvatórem nostrum carnem súmere et crucem subíre fecísti: concéde propítius; ut et patiéntiæ ipsíus habére documénta et resurrectiónis consórtia mereámur. [Onnipotente eterno Dio, che per dare al genere umano un esempio d’umiltà da imitare, volesti che il Salvatore nostro s’incarnasse e subisse la morte di Croce: propizio concedi a noi il merito di accogliere gli insegnamenti della sua pazienza, e di partecipare alla sua risurrezione.]

Epistola

Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses. Phil II: 5-11

“Fratres: Hoc enim sentíte in vobis, quod et in Christo Jesu: qui, cum in forma Dei esset, non rapínam arbitrátus est esse se æqualem Deo: sed semetípsum exinanívit, formam servi accípiens, in similitúdinem hóminum factus, et hábitu invéntus ut homo. Humiliávit semetípsum, factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Propter quod et Deus exaltávit illum: ei donávit illi nomen, quod est super omne nomen: hic genuflectitur ut in nómine Jesu omne genu flectátur coeléstium, terréstrium et inférno rum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris.”

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

L’UMILTÀ’

“Fratelli: Siano in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, essendo della natura di Dio, non ritenne come una preda la sua parità con Dio, ma spogliò se stesso, prendendo la natura di servo, divenuto simile agli uomini, e all’aspetto riconosciuto quale uomo. Abbassò, se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sublimato, e gli ha dato un Nome superiore a ogni altro nome; perchè nel Nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, sulla terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre”. (Fil. II, 5-11).

L’Epistola è tratta dalla lettera ai Filippesi. Per togliere lo spirito di divisione e di rivalità che regnava tra essi. S. Paolo propone l’esempio di Gesù Cristo. Egli, essendo Dio, non considera la sua grandezza come un possesso da conservare a ogni costo, ma se ne spoglia volontariamente, facendosi uomo e umiliandosi fino alla morte di croce. Perciò Dio lo ha esaltato, dandogli un nome, dinanzi al quale tutti devono piegarsi e confessare che Egli possiede la gloria del Padre. Sull’esempio di Gesù Cristo ogni Cristiano deve praticare la virtù fondamentale dell’umiltà. L’uomo umile, convinto dei propri demeriti,

1. Opera con semplicità,

2. È pronto all’ubbidienza,

3. Non si preoccupa della propria gloria, della quale lascia la cura a Dio.

I.

Fratelli: Siano in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, essendo della natura di Dio, non ritenne come una preda la sua parità con Dio, ma spogliò se stesso prendendo la natura di servo.  Gesù era Dio: la sua grandezza non aveva limiti. « Se in Lui fossero stati i sentimenti di parecchi Filippesi, egli avrebbe reclamato, discusso, difeso con energia questo bene che gli apparteneva in forza di un titolo eterno. L’avrebbe custodito con l’aspra fierezza del guerriero armato che non si lascia strappare la sua conquista e la sua parte di bottino avuto ». Ben diversi, però, sono i sentimenti di Gesù. Invece di attaccarsi tenacemente alla sua parità divina e alla gloria che ne deriva, se ne spoglia volontariamente ai nostri occhi, prendendo la forma e la natura di servo. Lezione più sublime di umiltà pei Filippesi e per i Cristiani tutti non si potrebbe trovare. Dopo che Gesù Cristo, nel mistero dell’incarnazione, ha tanto sublimato l’umiltà, tutti ne parlano. Pochi, però,la praticano, e non tutti la praticano nel debito modo. La confessione dei nostri demeriti, delle nostre debolezze, del nostro nulla, se non partono da un cuor sincero non possono chiamarsi atti di umiltà. Ci sono coloro che per sfuggire alla possibilità di un castigo, perprocurarsi un atto di clemenza, per rendersi accetti, dichiarano di aver sbagliato, ritrattano il male fatto con le parole e con gli scritti, si dichiarano indegni di perdono ecc; ma il loro interno com’è? Il loro cuore è più che mai lontano, attaccato a ciò che la bocca detesta. Neppure è sempre umiltà l’atteggiamento esterno. Si può esser trascurati negli abiti, col capo basso per le vie, battersi il petto in chiesa: ma accompagnar questi atteggiamenti col desiderio di essere osservati, considerati. È umile l’atteggiamento di S. Pietro, che si getta ai piedi di Gesù, ed esclama: « Signore, allontanati da me che sono un uomo peccatore ». (Luc. V, 8). È umile l’atteggiamento della Maddalena che con le lagrime bagna i piedi di Gesù. Ma al loro atteggiamento esterno corrisponde l’interna disposizione dell’animo. Quando l’atteggiamento esterno non è vivificato dall’aurea massima:« Ama di non esser conosciuto e di esser riputato per niente », non c’è umiltà, ma ipocrisia. Non sono sempre guidati dai sentimenti che erano in Gesù Cristo, quelli che, invitati a far qualche cosa di bene, ad accettare qualche carica onorifica, se ne schermiscono, protestando che non sono capaci, che si mettano altri più adatti e più degni. Anche qui, non raramente, l’apparenza inganna. Son proteste ispirate dal dispetto, dalla gelosia, da un non lodevole puntiglio. Si aspettava di essere invitati prima degli altri, si aspettava una carica più importante. L’ambizione non appagata si veste d’umiltà. Ci sarà in queste proteste e in questi rifiuti molto veleno del serpente, ma manca la semplicità della colomba.

2.

Gesù Cristo abbassò se stesso facendosi ubbidiente fino atta morte, e alla morte di croce. Chi non sa ubbidire non può esser umile. Sarebbe una contraddizione bella e buona dichiararsi un nulla davanti a Dio, riconoscered’aver tutto da Lui, di dover dipendere in ogni cosada Lui, e poi negargli obbedienza. E quel che si dice rispetto a Dio vale anche rispetto a coloro che ne rappresentano l’autorità, come i genitori e i superiori. Vediamo che cosa ci insegna in proposito Gesù Cristo, con gli esempi della sua vita.Il Vangelo, parlandoci degli anni passati nella casa di Nazaret con Maria e Giuseppe, dice: « e stava loro sottomesso» (Luc.. X, 51). Il Creatore è sottomesso alla creatura. Ma in queste creature Egli vede i rappresentanti dell’autorità di Dio, e tanto basta, perché Egli ubbidisca. Un giorno comanderà ai venti, e questi gli ubbidiranno; comanderà ai demoni, e questi si piegheranno alla sua volontà, comanderà alla morte, e questa gli restituirà la sua preda; ma adesso Egli ubbidisce agli altri. Nella vita pubblica la sua missione sarà quella di comandare, adesso è quella di ubbidire. Devo far quello che mi vien comandato, se potrei insegnare a chi mi comanda? Gesù poteva certamente dare dei punti a Giuseppe. Chi ha dato all’universo un ordine così meraviglioso da strappare inni di lodi e di ammirazione dai più eletti ingegni, poteva far senza le istruzioni di Giuseppe. Invece fa l’opposto. Egli lavora nella bottega sotto la sua direzione, e si attiene alle sue istruzioni e ai suoi suggerimenti. Chi gli comanda tiene le veci del Padre: dunque gli si ubbidisca. Se avessimo in noi questi sentimenti di Gesù Cristo, non staremmo a discutere sulla capacità di chi comanda. Ne ha l’autorità! Ne ha abbastanza, perché io debba ubbidire. E s’intende che bisogna ubbidire anche quando si tratta di cose contrarie ai nostri gusti e alle nostre inclinazioni. Gesù Cristo ubbidisce al Padre in ciò che è più duro di tutto. Egli ubbidisce nel sottoporsi ai tormenti, alla morte, e non a una morte comune, ma a una morte ignominiosa, quale era la morte di croce. «Quella morte — dice S. Bernardo — quella croce, quegli obbrobri, quegli sputi, quei flagelli, tutto ciò che Cristo, il nostro capo, ha sofferto, non furono altro che splendidi esempi di ubbidienza, lasciati a noi che siamo il suo corpo». (1 Tractatus De Gradibus humilitatis, 7). E noi resteremo insensibili davanti agli esempi datici dal nostro capo, e ci rifiuteremo ancora di ubbidire, quando l’ubbidienza costa sacrifici? Non dimentichiamoci che il sacrificio dell’ubbidienza è più accetto a Dio che gli altri sacrifici. Gesù Cristo poteva dire di se stesso: «Io non cerco la mia gloria: c’è chi se ne prende cura,». (Giov. VIII, 50). E di fatti Dio lo ha sublimato e gli ha dato un nome superiore a ogni altro nome. Chi è umile, sull’esempio di Gesù Cristo, non cerea la propria gloria nel suo operare. Questa gli verrà un giorno dal Signore, se lo avrà servito fedelmente. Che importa della gloria del mondo al fedele servo di Dio! Essa è come il fumo che in un momento s’innalza, s’allarga, toglie la vista, e in un momento scompare. Come il fiore del prato, ricrea per un giorno, e poi svanisce. E d’altronde qual motivo c’è per gloriarsi? Poiché, chi differenzia te dagli altri? e che cosa hai tu che non abbia ricevuto?» (1 Cor. IV). « Chi stima che tutto dipenda da sé, è ingrato verso colui che ha creduto di onorarlo » (S. Giov. Crisost. In Epist. ad Philipp. Hom. 5, 2). Compia pure tante belle opere, senza l’aiuto di Dio non le potrebbe compiere; a lui dunque la gloria. – I superbi non lasciano sfuggire occasione alcuna per magnificare le loro opere fatte, o non fatte. Gli umili tacciono delle cose lodevoli da essi veramente compiute. Non sempre si riesce a nascondere il bene che si fa. Il Cristiano non vive chiuso in una scatola: le sue opere buone sono necessariamente viste da quelli che lo circondano. Delle volte, è necessario che compia le sue opere buone in presenza degli altri, per dare buon esempio; ma allora egli si fa guidare dalla norma: « L’azione sia pubblica, in modo, però, che l’intenzione rimanga in segreto » (S. Gregorio M. Hom. 11, 1). I superbi hanno la pretesa di non sbagliare mai. Perciò non sopportano un avviso, una correzione, un rimprovero. Il loro amor proprio ne resterebbe profondamente ferito. Gli umili, che non si curano delle ferite che potrebbe riceverne l’amor proprio, sono lieti di essere avvisati dei loro sbagli. Il Cardinal Richelmy, arcivescovo di Torino, capitato un giorno in visita a una parrocchia della sua archidiocesi, fece le più amorevoli accoglienze ad alcuni chierici che vide in sacristia, trascurando un vecchio cappellano, che ne rimase mortificato. Un sacerdote ebbe il coraggio di far rispettose rimostranze al Cardinale il mattino seguente. « Ha fatto bene a dirmelo — rispose il Cardinale — Non l’avevo visto ». E mandatolo a chiamare gli diede segni della più grande stima e del più grande affetto. Poi, ringraziò l’ammonitore: « Quando viene a Torino, passi in arcivescovado, all’ora degli amici s’intende ». (A, Vuadagnotti. Il Cardinale Richelmy. Torino – Roma. 1926 p. 277). Ecco come riceve le giuste osservazioni chi non si preoccupa della propria gloria. Considera gli ammonitori veri amici, meritevoli di ringraziamento e di delicate attenzioni. Se noi non ci preoccupiamo della nostra gloria, non vuol dire che questa non verrà a suo tempo. Ogni atto virtuoso compiuto per amor di Dio, riceverà da Lui un premio. Anche l’umiltà avrà il suo premio. «Premio dell’umiltà è la gloria», dice S. Agostino (In Joan. Evang. Tract. 104,3). E non può essere altrimenti, perché essa è la base della santità. Il fratello di Santa Maddalena Sofia Barat, un sacerdote austero, che guidava alla virtù la sorella, le disse un giorno ruvidamente: «Non sarai mai una gran Santa ». « Mi rivendicherò con l’esser molto umile », rispose pronta la fanciulla (Santa Maddalena Sofia Barat, fondatrice dell’Ist. Del Sacro Cuore. Firenze, 1925, p. 7). E la vendetta riuscì splendidamente. L’umiltà, che possedette in grado non comune, la condusse alle altezze della santità e alla conseguente gloria. Vogliamo arrivare alla gloria un giorno! Disprezziamola ora, umiliandoci per amor di Dio.

Graduale

Ps LXXII:24 et 1-3 Tenuísti manum déxteram meam: et in voluntáte tua deduxísti me: et cum glória assumpsísti me. [Tu mi hai preso per la destra, mi hai guidato col tuo consiglio, e mi ‘hai accolto in trionfo.]

Quam bonus Israël Deus rectis corde! mei autem pæne moti sunt pedes: pæne effúsi sunt gressus mei: quia zelávi in peccatóribus, pacem peccatórum videns. [Com’è buono, o Israele, Iddio con chi è retto di cuore. Per poco i miei piedi non vacillarono; per poco i miei passi non sdrucciolarono; perché io ho invidiato i peccatori, vedendo la prosperità degli empi.]

Tractus

Ps. XXI: 2-9, 18, 19, 22, 24, 32

Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti?

Longe a salúte mea verba delictórum meórum.

Deus meus, clamábo per diem, nec exáudies: in nocte, et non ad insipiéntiam mihi.

Tu autem in sancto hábitas, laus Israël.

In te speravérunt patres nostri: speravérunt, et liberásti eos.

Ad te clamavérunt, et salvi facti sunt: in te speravérunt, et non sunt confusi.

Ego autem sum vermis, et non homo: oppróbrium hóminum et abjéctio plebis.

Omnes, qui vidébant me, aspernabántur me: locúti sunt lábiis et movérunt caput.

Sperávit in Dómino, erípiat eum: salvum fáciat eum, quóniam vult eum.

Ipsi vero consideravérunt et conspexérunt me: divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt mortem.

Líbera me de ore leónis: et a córnibus unicórnium humilitátem meam.

Qui timétis Dóminum, laudáte eum: univérsum semen Jacob, magnificáte eum.

Annuntiábitur Dómino generátio ventúra: et annuntiábunt coeli justítiam ejus.

Pópulo, qui nascétur, quem fecit Dóminus.

[Dio, Dio mio, volgiti a me: perché mi hai abbandonato?
V. La voce dei miei delitti allontana da me la mia salvezza.
V. Dio mio, grido il giorno, e non rispondi: la notte, e non c’è requie per me.
V. Eppure tu abiti nel santuario, o gloria d’Israele.
V. In te confidavano i nostri padri: confidavano, e tu li liberavi.
V. A te gridavano, ed erano salvati: in te confidavano, e non avevano da arrossire.
V. Ma io sono un verme, e non un uomo: lo zimbello della gente, e il rifiuto della plebe.
V. Tutti quelli che mi vedevano, si facevano beffe di me: storcevano la bocca e scrollavano il capo.
V. Ha confidato nel Signore, lo salvi, giacché gli vuol bene.
V. Essi mi osservarono e tennero gli occhi su di me: si spartirono le mie vesti, e tirarono a sorte la mia tunica.
V. Salvami dalle zanne del leone: dalle corna degli unicorni salva la mia pochezza.
V. Voi che temete il Signore, lodatelo: voi tutti, o prole di Giacobbe. glorificatelo.
V. Sarà chiamata col nome del Signore la generazione che verrà; e i cieli annunzieranno la giustizia di lui.
V. Al popolo che sorgerà, e che sarà opera del Signore. ]

Evangelium

Pássio Dómini nostri Jesu Christi secúndum Matthǽum.

[Matt XXVI: 1-75; XXVII: 1-66].

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: J. Scitis, quid post bíduum Pascha fiet, et Fílius hóminis tradétur, ut crucifigátur. C. Tunc congregáti sunt príncipes sacerdótum et senióres pópuli in átrium príncipis sacerdótum, qui dicebátur Cáiphas: et consílium fecérunt, ut Jesum dolo tenérent et occíderent. Dicébant autem: S. Non in die festo, ne forte tumúltus fíeret in pópulo. C. Cum autem Jesus esset in Bethánia in domo Simónis leprósi, accéssit ad eum múlier habens alabástrum unguénti pretiósi, et effúdit super caput ipsíus recumbéntis. Vidéntes autem discípuli, indignáti sunt, dicéntes: S. Ut quid perdítio hæc? pótuit enim istud venúmdari multo, et dari paupéribus. C. Sciens autem Jesus, ait illis: J. Quid molésti estis huic mulíeri? opus enim bonum operáta est in me. Nam semper páuperes habétis vobíscum: me autem non semper habétis. Mittens enim hæc unguéntum hoc in corpus meum, ad sepeliéndum me fecit. Amen, dico vobis, ubicúmque prædicátum fúerit hoc Evangélium in toto mundo, dicétur et, quod hæc fecit, in memóriam ejus. C. Tunc ábiit unus de duódecim, qui dicebátur Judas Iscariótes, ad príncipes sacerdótum, et ait illis: S. Quid vultis mihi dare, et ego vobis eum tradam? C. At illi constituérunt ei trigínta argénteos. Et exínde quærébat opportunitátem, ut eum tráderet. Prima autem die azymórum accessérunt discípuli ad Jesum, dicéntes: S. Ubi vis parémus tibi comédere pascha? C. At Jesus dixit: J. Ite in civitátem ad quendam, et dícite ei: Magíster dicit: Tempus meum prope est, apud te fácio pascha cum discípulis meis. C. Et fecérunt discípuli, sicut constítuit illis Jesus, et paravérunt pascha. Véspere autem facto, discumbébat cum duódecim discípulis suis. Et edéntibus illis, dixit: J. Amen, dico vobis, quia unus vestrum me traditúrus est. C. Et contristáti valde, coepérunt sínguli dícere: S. Numquid ego sum, Dómine? C. At ipse respóndens, ait: J. Qui intíngit mecum manum in parópside, hic me tradet. Fílius quidem hóminis vadit, sicut scriptum est de illo: væ autem hómini illi, per quem Fílius hóminis tradétur: bonum erat ei, si natus non fuísset homo ille. C. Respóndens autem Judas, qui trádidit eum, dixit: S. Numquid ego sum, Rabbi? C. Ait illi: J. Tu dixísti. C. Cenántibus autem eis, accépit Jesus panem, et benedíxit, ac fregit, dedítque discípulis suis, et ait: J. Accípite et comédite: hoc est corpus meum. C. Et accípiens cálicem, grátias egit: et dedit illis, dicens: J. Bíbite ex hoc omnes. Hic est enim sanguis meus novi Testaménti, qui pro multis effundétur in remissiónem peccatórum. Dico autem vobis: non bibam ámodo de hoc genímine vitis usque in diem illum, cum illud bibam vobíscum novum in regno Patris mei. C. Et hymno dicto, exiérunt in montem Olivéti. Tunc dicit illis Jesus: J. Omnes vos scándalum patiémini in me in ista nocte. Scriptum est enim: Percútiam pastórem, et dispergéntur oves gregis. Postquam autem resurréxero, præcédam vos in Galilaeam. C. Respóndens autem Petrus, ait illi: S. Et si omnes scandalizáti fúerint in te, ego numquam scandalizábor. C. Ait illi Jesus: J. Amen, dico tibi, quia in hac nocte, antequam gallus cantet, ter me negábis. C. Ait illi Petrus: S. Etiam si oportúerit me mori tecum, non te negábo. C. Simíliter et omnes discípuli dixérunt. Tunc venit Jesus cum illis in villam, quæ dícitur Gethsémani, et dixit discípulis suis: J. Sedéte hic, donec vadam illuc et orem. C. Et assúmpto Petro et duóbus fíliis Zebedaei, coepit contristári et mæstus esse. Tunc ait illis: J. Tristis est ánima mea usque ad mortem: sustinéte hic, et vigilate mecum. C. Et progréssus pusíllum, prócidit in fáciem suam, orans et dicens: J. Pater mi, si possíbile est, tránseat a me calix iste: Verúmtamen non sicut ego volo, sed sicut tu. C. Et venit ad discípulos suos, et invénit eos dormiéntes: et dicit Petro: J. Sic non potuístis una hora vigiláre mecum? Vigiláte et oráte, ut non intrétis in tentatiónem. Spíritus quidem promptus est, caro autem infírma. C. Iterum secúndo ábiit et orávit, dicens: J. Pater mi, si non potest hic calix transíre, nisi bibam illum, fiat volúntas tua. C. Et venit íterum, et invenit eos dormiéntes: erant enim óculi eórum graváti. Et relíctis illis, íterum ábiit et orávit tértio, eúndem sermónem dicens. Tunc venit ad discípulos suos, et dicit illis: J. Dormíte jam et requiéscite: ecce, appropinquávit hora, et Fílius hóminis tradétur in manus peccatórum. Súrgite, eámus: ecce, appropinquávit, qui me tradet. C. Adhuc eo loquénte, ecce, Judas, unus de duódecim, venit, et cum eo turba multa cum gládiis et fústibus, missi a princípibus sacerdótum et senióribus pópuli. Qui autem trádidit eum, dedit illis signum, dicens: S. Quemcúmque osculátus fúero, ipse est, tenéte eum. C. Et conféstim accédens ad Jesum, dixit: S. Ave, Rabbi. C. Et osculátus est eum. Dixítque illi Jesus: J. Amíce, ad quid venísti? C. Tunc accessérunt, et manus injecérunt in Jesum et tenuérunt eum. Et ecce, unus ex his, qui erant cum Jesu, exténdens manum, exémit gládium suum, et percútiens servum príncipis sacerdótum, amputávit aurículam ejus. Tunc ait illi Jesus: J. Convérte gládium tuum in locum suum. Omnes enim, qui accéperint gládium, gládio períbunt. An putas, quia non possum rogáre Patrem meum, et exhibébit mihi modo plus quam duódecim legiónes Angelórum? Quómodo ergo implebúntur Scripturae, quia sic oportet fíeri? C. In illa hora dixit Jesus turbis: J. Tamquam ad latrónem exístis cum gládiis et fústibus comprehéndere me: cotídie apud vos sedébam docens in templo, et non me tenuístis. C. Hoc autem totum factum est, ut adimpleréntur Scripturæ Prophetárum. Tunc discípuli omnes, relícto eo, fugérunt. At illi tenéntes Jesum, duxérunt ad Cáipham, príncipem sacerdótum, ubi scribæ et senióres convénerant. Petrus autem sequebátur eum a longe, usque in átrium príncipis sacerdótum. Et ingréssus intro, sedébat cum minístris, ut vidéret finem. Príncipes autem sacerdótum et omne concílium quærébant falsum testimónium contra Jesum, ut eum morti tráderent: et non invenérunt, cum multi falsi testes accessíssent. Novíssime autem venérunt duo falsi testes et dixérunt: S. Hic dixit: Possum destrúere templum Dei, et post tríduum reædificáre illud. C. Et surgens princeps sacerdótum, ait illi: S. Nihil respóndes ad ea, quæ isti advérsum te testificántur? C. Jesus autem tacébat. Et princeps sacerdótum ait illi: S. Adjúro te per Deum vivum, ut dicas nobis, si tu es Christus, Fílius Dei. C. Dicit illi Jesus: J. Tu dixísti. Verúmtamen dico vobis, ámodo vidébitis Fílium hóminis sedéntem a dextris virtútis Dei, et veniéntem in núbibus coeli. C. Tunc princeps sacerdótum scidit vestiménta sua, dicens: S. Blasphemávit: quid adhuc egémus téstibus? Ecce, nunc audístis blasphémiam: quid vobis vidétur? C. At illi respondéntes dixérunt: S. Reus est mortis. C. Tunc exspuérunt in fáciem ejus, et cólaphis eum cecidérunt, álii autem palmas in fáciem ejus dedérunt, dicéntes: S. Prophetíza nobis, Christe, quis est, qui te percússit? C. Petrus vero sedébat foris in átrio: et accéssit ad eum una ancílla, dicens: S. Et tu cum Jesu Galilaeo eras. C. At ille negávit coram ómnibus, dicens: S. Néscio, quid dicis. C. Exeúnte autem illo jánuam, vidit eum ália ancílla, et ait his, qui erant ibi: S. Et hic erat cum Jesu Nazaréno. C. Et íterum negávit cum juraménto: Quia non novi hóminem. Et post pusíllum accessérunt, qui stabant, et dixérunt Petro: S. Vere et tu ex illis es: nam et loquéla tua maniféstum te facit. C. Tunc cœpit detestári et juráre, quia non novísset hóminem. Et contínuo gallus cantávit. Et recordátus est Petrus verbi Jesu, quod díxerat: Priúsquam gallus cantet, ter me negábis. Et egréssus foras, flevit amáre. Mane autem facto, consílium iniérunt omnes príncipes sacerdótum et senióres pópuli advérsus Jesum, ut eum morti tráderent. Et vinctum adduxérunt eum, et tradidérunt Póntio Piláto praesidi. Tunc videns Judas, qui eum trádidit, quod damnátus esset, pæniténtia ductus, réttulit trigínta argénteos princípibus sacerdótum et senióribus, dicens: S. Peccávi, tradens sánguinem justum. C. At illi dixérunt: S. Quid ad nos? Tu vidéris. C. Et projéctis argénteis in templo, recéssit: et ábiens, láqueo se suspéndit. Príncipes autem sacerdótum, accéptis argénteis, dixérunt: S. Non licet eos míttere in córbonam: quia prétium sánguinis est. C. Consílio autem ínito, emérunt ex illis agrum fíguli, in sepultúram peregrinórum. Propter hoc vocátus est ager ille, Hacéldama, hoc est, ager sánguinis, usque in hodiérnum diem. Tunc implétum est, quod dictum est per Jeremíam Prophétam, dicéntem: Et accepérunt trigínta argénteos prétium appretiáti, quem appretiavérunt a fíliis Israël: et dedérunt eos in agrum fíguli, sicut constítuit mihi Dóminus. Jesus autem stetit ante praesidem, et interrogávit eum præses, dicens: S. Tu es Rex Judæórum? C. Dicit illi Jesus: J. Tu dicis. C. Et cum accusarétur a princípibus sacerdótum et senióribus, nihil respóndit. Tunc dicit illi Pilátus: S. Non audis, quanta advérsum te dicunt testimónia? C. Et non respóndit ei ad ullum verbum, ita ut mirarétur præses veheménter. Per diem autem sollémnem consuéverat præses pópulo dimíttere unum vinctum, quem voluíssent. Habébat autem tunc vinctum insígnem, qui dicebátur Barábbas. Congregátis ergo illis, dixit Pilátus: S. Quem vultis dimíttam vobis: Barábbam, an Jesum, qui dícitur Christus? C. Sciébat enim, quod per invídiam tradidíssent eum. Sedénte autem illo pro tribunáli, misit ad eum uxor ejus, dicens: S. Nihil tibi et justo illi: multa enim passa sum hódie per visum propter eum. C. Príncipes autem sacerdótum et senióres persuasérunt populis, ut péterent Barábbam, Jesum vero pérderent. Respóndens autem præses, ait illis: S. Quem vultis vobis de duóbus dimítti? C. At illi dixérunt: S. Barábbam. C. Dicit illis Pilátus: S. Quid ígitur fáciam de Jesu, qui dícitur Christus? C. Dicunt omnes: S. Crucifigátur. C. Ait illis præses: S. Quid enim mali fecit? C. At illi magis clamábant,dicéntes: S. Crucifigátur. C. Videns autem Pilátus, quia nihil profíceret, sed magis tumúltus fíeret: accépta aqua, lavit manus coram pópulo, dicens: S. Innocens ego sum a sánguine justi hujus: vos vidéritis. C. Et respóndens univérsus pópulus, dixit: S. Sanguis ejus super nos et super fílios nostros. C. Tunc dimísit illis Barábbam: Jesum autem flagellátum trádidit eis, ut crucifigerétur. Tunc mílites praesidis suscipiéntes Jesum in prætórium, congregavérunt ad eum univérsam cohórtem: et exuéntes eum, chlámydem coccíneam circumdedérunt ei: et plecténtes corónam de spinis, posuérunt super caput ejus, et arúndinem in déxtera ejus. Et genu flexo ante eum, illudébant ei, dicéntes: S. Ave, Rex Judæórum. C. Et exspuéntes in eum, accepérunt arúndinem, et percutiébant caput ejus. Et postquam illusérunt ei, exuérunt eum chlámyde et induérunt eum vestiméntis ejus, et duxérunt eum, ut crucifígerent. Exeúntes autem, invenérunt hóminem Cyrenaeum, nómine Simónem: hunc angariavérunt, ut tólleret crucem ejus. Et venérunt in locum, qui dícitur Gólgotha, quod est Calváriæ locus. Et dedérunt ei vinum bíbere cum felle mixtum. Et cum gustásset, nóluit bibere. Postquam autem crucifixérunt eum, divisérunt vestiménta ejus, sortem mitténtes: ut implerétur, quod dictum est per Prophétam dicentem: Divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt sortem. Et sedéntes, servábant eum. Et imposuérunt super caput ejus causam ipsíus scriptam: Hic est Jesus, Rex Judæórum. Tunc crucifíxi sunt cum eo duo latrónes: unus a dextris et unus a sinístris. Prætereúntes autem blasphemábant eum, movéntes cápita sua et dicéntes: S. Vah, qui déstruis templum Dei et in tríduo illud reædíficas: salva temetípsum. Si Fílius Dei es, descénde de cruce. C. Simíliter et príncipes sacerdótum illudéntes cum scribis et senióribus, dicébant: S. Alios salvos fecit, seípsum non potest salvum fácere: si Rex Israël est, descéndat nunc de cruce, et crédimus ei: confídit in Deo: líberet nunc, si vult eum: dixit enim: Quia Fílius Dei sum. C. Idípsum autem et latrónes, qui crucifíxi erant cum eo, improperábant ei. A sexta autem hora ténebræ factæ sunt super univérsam terram usque ad horam nonam. Et circa horam nonam clamávit Jesus voce magna, dicens: J. Eli, Eli, lamma sabactháni? C. Hoc est: J. Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquísti me? C. Quidam autem illic stantes et audiéntes dicébant: S. Elíam vocat iste. C. Et contínuo currens unus ex eis, accéptam spóngiam implévit acéto et impósuit arúndini, et dabat ei bíbere. Céteri vero dicébant:S. Sine, videámus, an véniat Elías líberans eum. C. Jesus autem íterum clamans voce magna, emísit spíritum.

Hic genuflectitur, et pausatur aliquantulum. …

Et ecce, velum templi scissum est in duas partes a summo usque deórsum: et terra mota est, et petræ scissæ sunt, et monuménta apérta sunt: et multa córpora sanctórum, qui dormíerant, surrexérunt. Et exeúntes de monuméntis post resurrectiónem ejus, venérunt in sanctam civitátem, et apparuérunt multis. Centúrio autem et qui cum eo erant, custodiéntes Jesum, viso terræmótu et his, quæ fiébant, timuérunt valde, dicéntes: S. Vere Fílius Dei erat iste. C. Erant autem ibi mulíeres multæ a longe, quæ secútæ erant Jesum a Galilaea, ministrántes ei: inter quas erat María Magdaléne, et María Jacóbi, et Joseph mater, et mater filiórum Zebedaei. Cum autem sero factum esset, venit quidam homo dives ab Arimathaea, nómine Joseph, qui et ipse discípulus erat Jesu. Hic accéssit ad Pilátum, et pétiit corpus Jesu. Tunc Pilátus jussit reddi corpus. Et accépto córpore, Joseph invólvit illud in síndone munda. Et pósuit illud in monuménto suo novo, quod excíderat in petra. Et advólvit saxum magnum ad óstium monuménti, et ábiit. Erat autem ibi María Magdaléne et áltera María, sedéntes contra sepúlcrum.

 [In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: J. Sapete bene che tra due giorni sarà Pasqua, e il Figlio dell’uomo verrà catturato per essere crocifisso. C. Si radunarono allora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo nell’atrio del principe dei sacerdoti denominato Caifa, e tennero consiglio sul modo di catturar Gesù con inganno, e così poterlo uccidere. Ma dicevano: S. Non però nel giorno di festa perché non sorga un qualche tumulto nel popolo. C. Mentre Gesù si trovava in Betania nella casa di Simone il lebbroso, gli si avvicinò una donna che portava un vaso d’alabastro, pieno d’unguento prezioso, e lo versò sopra il capo di lui che era adagiato alla mensa. Ma nel veder ciò, i discepoli se ne indignarono e dissero: S. Perché tale sperpero? Poteva esser venduto quell’unguento a buon prezzo, e distribuito [il denaro] ai poveri. C. Ma, sentito questo, Gesù disse loro: J. Perché criticate voi questa donna? Ella invero ha fatto un’opera buona con me. I poveri infatti li avete sempre con voi, mentre non sempre potrete avere me. Spargendo poi questo unguento sopra il mio corpo, l’ha sparso come per alludere alla mia sepoltura. In verità io vi dico che in qualunque luogo sarà predicato questo vangelo, si narrerà altresì, in memoria di lei, quello che ha fatto. C. Allora uno dei dodici, detto Giuda Iscariote, se ne andò dai capi dei sacerdoti, e disse loro: S. Che mi volete dare, ed io ve lo darò nelle mani? C. Ed essi gli promisero trenta monete di argento. E da quel momento egli cercava l’occasione opportuna per darlo nelle loro mani. Or il primo giorno degli azzimi si accostarono a Gesù i discepoli e gli dissero: S. Dove vuoi tu che ti prepariamo per mangiare la Pasqua? C. E Gesù rispose loro: J. «Andate in città dal tale e ditegli: Il Maestro ti fa sapere: Il mio tempo oramai si è approssimato; io coi miei discepoli faccio la Pasqua da te». C. E i discepoli eseguirono quello che aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta poi la sera [Gesù], si era messo a tavola coi suoi dodici discepoli; e mentre mangiavano, egli disse: J. In verità vi dico che uno di voi mi tradirà. C. Sommamente rattristati, essi cominciarono a uno a uno a dirgli: S. Forse sono io, o Signore? C. Ma egli in risposta disse: J. Chi con me stende [per intingere] la mano nel piatto, è proprio quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo, è vero, se ne andrà, come sta scritto di lui; ma guai a quell’individuo, per opera del quale il Figliuolo dell’uomo sarà tradito! Era bene per lui il non esser mai nato! C. Pigliando la parola, Giuda, che poi lo tradì, gli disse: S. Sono forse io, o Maestro? C. Gli rispose [Gesù]: J. Tu l’hai detto. C. Stando dunque essi a cena, Gesù prese un pane, lo benedisse, lo spezzò e lo porse ai suoi discepoli, dicendo: J. Prendete e mangiate; questo è il mio Corpo. C. E preso un calice, rese le grazie, e lo dette loro, dicendo: J. Bevetene tutti. Questo è il mio Sangue del nuovo testamento, che sarà sparso per molti in remissione dei peccati. E vi dico ancora, che non berrò più di questo frutto della vite fino a quel giorno, in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio. C. Recitato quindi l’inno, uscirono, diretti al Monte oliveto. Disse allora Gesù: J. Tutti voi in questa notte proverete scandalo per causa mia. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma dopo che sarò resuscitato, vi precederò in Galilea. C. In risposta, Pietro allora gli disse: S. Anche se tutti fossero scandalizzati per te, io non mi scandalizzerò mai. C. E Gesù a lui: J. In verità ti dico che in questa medesima notte, prima che il gallo canti, tu mi avrai già rinnegato tre volte. C. E Pietro gli replico: S. Ancorché fosse necessario morire con te, io non ti rinnegherò. C. E dissero lo stesso gli altri discepoli. Arrivò alfine ad un luogo, nominato Getsemani, e Gesù disse ai suoi discepoli: J. Fermatevi qui, mentre io vado più in là a fare orazione. C. E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a farsi triste e ad essere mesto. E disse loro: J. È afflitta l’anima mia fino a morirne. Rimanete qui e vegliate con me. C. E fattosi un poco più in avanti, si prostrò a terra colla faccia e disse: J. Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. In ogni modo non come voglio io [si faccia], ma come vuoi tu. C. E tornò dai suoi discepoli e li trovò che dormivano. Disse quindi a Pietro: J. E cosi, non poteste vegliare un’ora con me? Vegliate e pregate, perché non siate sospinti in tentazione. Lo spirito, in realtà, è pronto, ma è fiacca la carne. C. Di nuovo se ne andò per la seconda volta, e pregò, dicendo: J. Padre mio, se non può passar questo calice senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà. C. E ritornò di nuovo a loro, e li ritrovò addormentati. I loro occhi erano proprio oppressi dal sonno. E, lasciatili stare, andò nuovamente a pregare per la terza volta, dicendo le stesse parole. Fu allora che si riavvicinò ai suoi discepoli e disse loro: J. Dormite pure e riposatevi. Oramai l’ora è vicina, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi e andiamo; ecco che è vicino colui che mi tradirà. C. Diceva appunto così, quando arrivò Giuda, uno dei dodici e con lui una gran turba di gente con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore, aveva dato loro questo segnale, dicendo: S. Quello che io bacerò, è proprio lui; pigliatelo. C. E, senza indugiare, accostatosi a Gesù, disse: S. Salve, o Maestro! C. E gli dette un bacio. Gesù gli disse: J. Amico, a che fine sei tu venuto? C. E allora si fecero avanti gli misero le mani addosso e lo catturarono. Ma ecco che uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano, sfoderò una spada e, ferito un servo del principe dei sacerdoti, gli staccò un orecchio. Allora gli disse Gesù: J. Rimetti al suo posto la spada, perché chi darà di mano alla spada, di spada perirà. Credi tu forse che io non possa pregare il Padre mio, e che egli non possa fornirmi all’istante più di dodici legioni di Angeli? Come dunque potranno verificarsi le Scritture, dal momento che deve succedere così? C. In quel punto medesimo disse Gesù alle turbe: J. Come un assassino siete venuti a prendermi, con spade e bastoni. Ogni giorno io me ne stavo nel tempio a insegnare, e allora non mi prendeste mai. C. E tutto questo avvenne, perché si compissero le scritture dei Profeti. Dopo ciò, tutti i discepoli lo abbandonarono, dandosi alla fuga. Ma quelli, afferrato Gesù, lo condussero a Caifa; principe dei sacerdoti, presso il quale si erano radunati gli scribi e gli anziani. Pietro però lo aveva seguito alla lontana fino all’atrio del principe dei sacerdoti; ed, entrato là, si era messo a sedere coi servi allo scopo di vedere la fine. I capi dei sacerdoti intanto e tutto il consiglio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù per aver modo di metterlo a morte; ma non trovandola, si fecero avanti molti falsi testimoni. Per ultimo se ne presentarono altri due, e dissero: S. Costui disse: Io posso distruggere il tempio di Dio, e in tre giorni posso rifabbricarlo. C. Levatosi su allora il principe dei sacerdoti, disse [a Gesù]: S. Io ti scongiuro per il Dio vivo, che tu ci dica, se sei il Cristo, figlio di Dio. C. Gesù rispose: J. Tu l’hai detto. Anzi vi dico che vedrete altresì il Figlio dell’uomo, assiso alla destra della Potenza di Dio, venir giù sulle nubi del cielo. C. Il principe dei sacerdoti allora si strappò le vesti, dicendo: S. Egli ha bestemmiato! Che abbiamo più bisogno di testimoni? Voi stessi ora ne avete sentito la bestemmia! Che ve ne pare? C. Egli ha bestemmiato! Che abbiamo più bisogno di testimoni? Voi stessi ora ne avete sentito la bestemmia! Che ve ne pare? C. È reo di morte! C. Allora gli sputarono in faccia e lo ammaccarono coi pugni. Altri poi lo schiaffeggiarono e gli dicevano: S. Indovina, o Cristo, chi è che ti ha percosso. C. Pietro intanto se ne stava seduto fuori nell’atrio. Or gli si accostò una serva e gli disse: S. Anche tu eri con Gesù di Galilea. C. Ma egli, alla presenza di tutti, negò, dicendo: S. Non capisco quello che dici. C. Mentre poi stava per uscire dalla porta, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: S. Anche lui era con Gesù Nazareno! C. E di nuovo egli negò giurando: S. Io non conosco quest’uomo! C. Di lì a poco gli si avvicinarono coloro che si trovavano là, e dissero a Pietro: S. Tu sei davvero uno di quelli, perché anche il tuo accento ti da a conoscere per tale. C. Cominciò allora a imprecare e a scongiurare che non aveva mai conosciuto quell’uomo. E a un tratto il gallo cantò; allora Pietro si rammentò del discorso di Gesù: «Prima che il gallo canti, tu mi avrai rinnegato tre volte»; ed uscito di là, pianse amaramente. Fattosi poi giorno, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo congiurarono insieme contro Gesù per metterlo a morte; e, legatolo, lo portarono via e lo presentarono al governatore Ponzio Pilato. Il traditore Giuda, allora, visto che Gesù era stato condannato, sospinto dal rimorso, riportò ai capi dei sacerdoti e agli anziani i trenta denari, e disse: S. Ho fatto male, tradendo il sangue d’un innocente! C. Ma essi risposero: S. Che ci importa? Pensaci tu! C. Gettate perciò nel tempio le trenta monete d’argento, egli si ritirò di là, andando a impiccarsi con un laccio. I capi dei sacerdoti per altro, raccattate le monete, dissero: S. Non conviene metterle colle altre nel tesoro, essendo prezzo di sangue. C. Dopo essersi consultati tra di loro, acquistarono con esse un campo d’un vasaio per seppellirvi i forestieri. Per questo, quel campo fu chiamato Aceldama, vale a dire, campo del sangue; e ciò fino ad oggi. Così si verificò quello che era stato predetto per mezzo di Geremia profeta: «Ed hanno ricevuto i trenta denari d’argento, prezzo di colui che fu venduto dai figliuoli d’Israele, e li hanno impiegati nell’acquisto del campo d’un vasaio, come mi aveva imposto il Signore». Gesù pertanto si trovò davanti al governatore, che lo interrogò, dicendogli: S. Sei tu il re dei giudei? C. Gesù gli rispose: J. Tu lo dici. C. Ed essendo stato accusato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla. Gli disse allora Pilato: S. Non senti di quanti capi d’accusa ti fanno carico? C. Ma egli non replicò parola, cosicché il governatore ne rimase fortemente meravigliato. Nella ricorrenza della festività [pasquale] il governatore era solito di rilasciare al popolo un detenuto a loro piacimento. Ne aveva allora in prigione uno famoso, chiamato Barabba. A tutti coloro perciò che si erano ivi radunati, Pilato disse: S. Chi volete che io vi lasci libero? Barabba, oppure Gesù, chiamato il Cristo? C. Sapeva bene che per invidia gliel’avevano condotto lì. Mentre intanto egli se ne stava seduto in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: S. Non aver nulla da fare con quel giusto, perché oggi in sogno ho dovuto soffrire tante ansie per via di lui! C. Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani sobillarono il popolo, perché fosse chiesto Barabba e fosse ucciso Gesù. In risposta allora il governatore disse loro: S. Chi volete che vi sia rilasciato? C. E quei risposero: S. Barabba. C. Replicò loro Pilato: S. Che ne farò dunque di Gesù, chiamato il Cristo? C. E ad una voce, tutti risposero: S. Crocifiggilo! C. Disse loro il governatore: S. Ma che male ha fatto? C. Ed essi gridarono più forte, dicendo: S. Sia crocifisso! C. Vedendo Pilato che non si concludeva nulla, ma anzi che si accresceva il tumulto, presa dell’acqua, si lavò le mani alla presenza del popolo, dicendo: S. Io sono innocente del sangue di questo giusto; è affar vostro! C. E per risposta tutto quel popolo disse: S. Il sangue di lui ricada sopra di noi e sopra i nostri figli! C. Allora rilasciò libero Barabba; e, dopo averlo fatto flagellare, consegnò loro Gesù, perché fosse crocifisso. I soldati del governatore poi trascinarono Gesù nel pretorio e gli schierarono attorno tutta la coorte; e lo spogliarono, rivestendolo d’una clamide di color rosso. Intrecciata poi una corona di spine, gliela posero in testa, e nella mano destra [gli misero] una canna. E piegando il ginocchio davanti a lui, lo deridevano col dire: S. Salve, o re dei Giudei. C. E dopo avergli sputato addosso, presagli la canna, con essa lo battevano nel capo. E dopo che l’ebbero schernito, gli levarono di dosso la clamide, gli rimisero le sue vesti, e lo condussero via per crocifiggerlo. Nell’uscire [di città], trovarono un tale di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a pigliare la croce. E arrivarono a un luogo, detto Golgota, cioè, del cranio. E dettero da bere [a Gesù] del vino mescolato con fiele; ma avendolo egli gustato, non lo volle bere. E dopo che l’ebbero crocifisso, se ne divisero le vesti, tirandole a sorte. E ciò perché si adempisse quello che era stato detto dal Profeta, quando disse: «Si sono divisi i miei abiti ed hanno messo a sorte la mia veste». E, postisi a sedere, gli facevano la guardia. E al di sopra del capo di lui, appesero, scritta, la causa della sua condanna: – Questi è Gesù, re dei Giudei -. Furono allora crocifissi insieme con lui due ladroni: uno a destra ed uno a sinistra. E quelli che passavano di li, lo schernivano, crollando il capo, e dicevano: S. Tu che distruggi il tempio di Dio e che lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso; se sei il Figlio di Dio, scendi giù dalla croce. C. Parimenti anche i capi dei sacerdoti lo deridevano, beffandosi di lui cogli scribi e cogli anziani del popolo, e dicendo: S. Salvò gli altri, e non può salvare se stesso. Se è il re d’Israele, discenda ora dalla croce, e noi gli crederemo. Confidò in Dio. Se vuole, Iddio lo liberi ora! O non disse che era Figliuolo di Dio? C. E questo pure gli rinfacciavano i ladroni che erano stati crocifissi con lui. Si fece poi un gran buio dall’ora sesta fino all’ora nona. E verso l’ora nona Gesù gridò con gran voce: J. Eli, Eli, lamma sabacthani; C. cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ed alcuni che erano li vicini, sentitolo, dissero: S. Costui chiama Elia! C. E subito uno di loro, correndo, presa una spugna, l’inzuppò nell’aceto, e fermatala in vetta a una canna, gli dette da bere. Gli altri invece dicevano: S. Lasciami vedere, se viene Elia a liberarlo. C. Ma Gesù, gridando di nuovo a gran voce, rese lo spirito. Si genuflette per un momento. Ed ecco che il velo del tempio si divise in due parti dall’alto in basso; e la terra tremò; e le pietre si spaccarono, le tombe si aprirono, e molti corpi di Santi che vi erano sepolti, resuscitarono. Usciti anzi dai monumenti dopo la resurrezione di Lui, entrarono nella città santa e comparvero a molti. Il centurione poi e gli altri che con lui facevano la guardia a Gesù, veduto il terremoto e le cose che succedevano, ne ebbero gran paura e dissero: S. Costui era davvero il Figliuolo di Dio. C. C’erano pure lì, in disparte, molte donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea per assisterlo, tra le quali era Maria Maddalena, e Maria di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. Essendosi poi fatta sera, arrivò un uomo, ricco signore di Arimatea, chiamato Giuseppe, discepolo anche lui di Gesù. Egli si era presentato a Pilato per chiedergli il corpo di Gesù; e Pilato aveva dato ordine che ne fosse restituito il corpo. E, presolo, Giuseppe lo avvolse in un lenzuolo pulito, e lo pose in un sepolcro nuovo, che si era già fatto scavare in un masso; e, dopo aver ribaltata alla bocca della tomba una gran lapide, se ne andò. Erano ivi Maria Maddalena e l’altra Maria, sedute di davanti al sepolcro.]

OMELIA II

 [Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

– Sopra le disposizioni alla Comunione –

Dicite filiæ Sion; ecce Rex tuus venit tibi. [Matth. XXI]

La Chiesa, quella tenera, madre, sempre attenta ai bisogni dei suoi figliuoli, ci rappresenta in quest’oggi nel Vangelo l’entrata trionfante del Salvatore, in Gerusalemme: ciò non è senza disegno, Fratelli miei, essa vuole, con questo metterci sotto gli occhi, il modello di quel che dobbiamo noi fare per prepararci alla Comunione Pasquale; perciocché se l’entrata di Gesù Cristo in quella città è una figura di quella che fa nelle nostre anime con la santa Comunione, si può dire che l’accoglienza che gli fecero, i popoli, è un’istruzione di quel che dobbiamo noi fare per riceverla. Or, il Vangelo, ci dice che una gran moltitudine di persone andò al di Lui, incontro; gli uni stendevano le loro vestimenta, gli altri travagliavano rami d’alberi che mettevano sulla strada per cui doveva passare; tutti, insieme gli davano mille benedizioni dicendo: Osanna, salute e gloria al figliuolo di Davide, benedetto sia chi viene nel nome del Signore. Tale fu, Fratelli miei, quella pomposa cerimonia, di cui la Chiesa ci richiama la rimembranza con la benedizione delle palme e con la, processione ch’ella fa in questo giorno; tale è altresì il modello delle disposizioni che dovete voi apportare ad una santa Comunione. Voi dovete, non già levarvi le vestimenta come quei popoli, ma spogliarvi dell’uomo vecchio, rinunciar al peccato, reprimere le vostre cupidigie, portar nelle vostre mani la palma delle vittorie, che avere ripor tate sulle vostre passioni, andar all’incontro di Gesù Cristo con una viva fede, con una ferma speranza, con un’ardente carità, una devozione fervente, un’umiltà profonda .. Ecco a che, Fratelli miei, v’invita la Chiesa per mezzo dei suoi ministri ch’essa incarica di annunciarvi il felice arrivo di un Re pieno di mansuetudine : “Ecce Rex tuus venit tihi mansuetus”. Ecco che viene questo Re per ricolmarvi delle sue grazie e dei suoi favori; già Egli è alla vostra porta, già siete vicini al momento in cui dovete riceverlo nel vostro cuore: Ecce Rex tuus venit! Andate dunque al di Lui incontro; preparatevi con attenzione a questo grande ed augusto Sacramento, lasciate per questo le vie dell’iniquità, ed accostatevi a Gesù Cristo con un cuor puro, ed un’anima ornata di tutte le virtù; questo solo può rendergli gradita la dimora, che vuol Egli eleggersi dentro di voi medesimi. Ecco, Fratelli miei, l’importante soggetto di cui sono per intrattenervi; egli mi somministra le due seguenti riflessioni: per ricevere degnamente Gesù Cristo nella santa Comunione, bisogna 1.° esser esente da ogni peccato; primo punto: bisogna 2.° esser occupato alla pratica delle virtù; secondo punto. In due parole, la purezza dell’anima è la disposizione remota; il fervore della virtù è la disposizione prossima, che da tutti noi richiede la santa Comunione.

I. Punto. Il Santo Re Davide volendo fabbricare un tempio al Signore, credette dover preparare per questa grand’opera tutto ciò ch’egli poté trovare di più prezioso e di più magnifico nelle ricchezze della natura; perché, diceva egli, non si tratta di preparare un’abitazione ad un uomo, ma bensì ad un Dio: Neque enim homini præparatur habitatio ( I. Par. XXIX). Il gran disegno che questo pio Re non poté compire, fu eseguito da Salomone suo figliuolo, il più saggio dei Re. Or se bisognò fare tanti apparecchi per collocare l’arca d’alleanza che conteneva le tavole della legge, ed un poco di manna data miracolosamente ai Giudei nel deserto; che non deve fare un Cristiano per preparare nel suo cuore un tempio a Gesù Cristo, Autore della legge, per mangiare quella manna deliziosa discesa dal Cielo, di cui l’antica non era che la figura? Se i Giudei dovevano osservare tante cerimonie per mangiare l’Agnello Pasquale, se erano puniti di morte allorché mancavano a qualcheduna di queste cerimonie; che non devono osservare i Cristiani per mangiare l’Agnello immacolato? Quali disposizioni non debbono apportare accostandosi al più grande, al più santo dei nostri Sacramenti, che è un memoriale dei misteri di nostra Santa Religione? Ah! Fratelli miei, quand’anche non dovessimo noi partecipare che una sol volta nel tempo di nostra vita a questi augusti misteri, questa vita, benché lunga, benché santa ella fosse, non sarebbe troppo per apparecchiarci ad una sola Comunione. Ma se noi non impieghiamo a quest’azione tanto tempo, quanto domanderebbe la grandezza e la santità di chi dobbiamo ricevere, noi dobbiamo supplir per lo meno col nostro fervore al tempo che ci manca: e con una santa premura supplire all’impossibilità in cui ci mette la nostra debolezza di farne di più. –  Che non fareste voi, Fratelli miei, se doveste ricevere in casa vostra un Grande del mondo, un Principe, un Re della terra? Voi non aspettereste il giorno del suo arrivo per prepararvi; ma impieghereste molti giorni per adornar gli appartamenti in cui dovrebbe alloggiare, di ciò che ritrovar poteste di più prezioso; voi non avreste la temerità di riporvi il suo nemico, o qualche oggetto che gli dispiacesse. Quali precauzioni non dovete voi dunque prendere per ricever Gesù Cristo, il Re dei re, il quale vuol dimorare, non già nella vostra casa, ma nel vostro cuore? Voi sapete che il peccato è suo nemico; dunque dovete scacciarlo dalla vostr’anima, purificandola di tutto ciò che può dispiacere. agli occhi. di questo Re pieno di mansuetudine. Questa è, Fratelli miei, la disposizione principale, che convien apportare alla Comunione, una gran purità d’anima, senza di cui tutte le altre a nulla vi serviranno. Voi la dovete a Gesù Cristo vostro divino ospite, voi la dovete a voi medesimi, perché senza questa disposizione, ben lungi che questo cibo fosse per voi un principio di vita e di salute, egli sarebbe un principio di morte, e di dannazione. – Ed invero, se Gesù Cristo si unisce a noi nella Santa Comunione in una maniera sì intima, non dobbiamo noi forse unirci a lui con l’amore il più sincero? Se vuol Egli dimorare in noi, e onorarci di sua presenza, non dobbiamo noi forse dimorare in Lui con la sua grazia? Or, come unirvi a Gesù Cristo, Fratelli miei, mentre che il peccato metterà tra lui e voi un argine ed un ostacolo a questa unione? Come dimorare in Gesù Cristo, mentre il peccato ve ne separa, e vi ritirate dalla sua società per via di quella che voi volete avere con Belial suo nemico? Quæ conventio Christi ad Belial (2. Cor. VI)? Gesù Cristo verrà veramente ad abitare in voi, se vi comunicate, in qualunque stato di colpa, o di santità voi siate; mentre per un prodigio di amore, che noi non sapremmo abbastanza ammirare, Egli si dà egualmente ai buoni e ai malvagi; il peccato che regna nel cuore che lo riceve, non gli fa per questo perdere il suo essere sacramentale: Sumunt boni, sumunt mali. Egli entra e dimora in corpo ed in anima in questo cuor di peccato, come in un cuor puro; ma quanto diversi sono gli effetti che vi produce? Le maledizioni ch’Egli imprime in quest’anima temeraria e sfrontata, sono proporzionate agli oltraggi che vi riceve. Or come è Egli ricevuto in questo cuor di peccato, come vi è trattato, a quali disprezzi, a quali insulti, a quali indegnità non è Egli esposto? Vi si vede, per così dire, strascinato, come uno schiavo sotto i piedi del demonio, suo nemico , cui l’indegno comunicante dà la preferenza sopra il suo Dio. col suo attacco al peccato. Egli soffre in questo cuore oltraggi inuditi, che gli sono più insopportabili che non furono quelli che soffrì nella sua vita mortale; la sua passione vi è rinnovata, vi è tradito da Giuda, dispregiato da Erode, condannato da Pilato, messo a morte dai carnefici; mentre l’indegno comunicante rassomiglia a tutti quei mostri della natura, che han commesso i più orribili attentati sulla persona del Figliuol di Dio. Gesù Cristo ha più di orrore d’essere in questo cuore schiavo del peccato, che nel fango e nel sucidume. A che pensate voi dunque, e che pretendete voi fare, peccatori che vi accostate alla santa tavola con un cuore imbrattato di peccati, abbandonato ai desideri sensuali, schiavo di un abito che non avete corretto, adoratore di un oggetto cui non avete rinunciato? Pensate voi che il pane dei figliuoli sia per li cani? No, no, le cose sante non debbono essere che per i Santi; e non conviene gettare le perle preziose avanti agli animali immondi, né conviene partecipare alla tavola del Signore, e a quella dei demoni. La Scrittura vi condanna troppo apertamente, sì che troviate qualche scusa alla vostra temerità. Che pretendete voi, vendicativi, allorché venite a mangiare la carne dell’Agnello pieno di mansuetudine con un cuore ripieno di fiele, con una segreta animosità, con un risentimento ostinato che vi separa dal vostro fratello, o che vi rende così intrattabili su tutte le convenzioni che vi si propongono? Ah! voi venite come Giuda sotto il segno della pace, a dichiarare a Gesù Cristo la guerra più crudele, ad immergergli nel seno il pugnale che tenete nascosto sotto il mantello della pietà e della modestia. Voi siete colpevoli del medesimo attentato, voi che non avere rinunciato a quell’occasione che vi perde, che non avete rotta quella pratica peccaminosa, voi che non volete restituire quel bene mal acquistato, voi che non avete avuto alcun dolore dei vostri peccati, che non li avete tutti dichiarati nel tribunale; voi tutti finalmente, che conservate qualche affetto al peccato: mentre per esser degno di comunicarsi, non basta di aver interrotto il corso dei suoi peccati; avete voi passati molti mesi, molti anni senza fare al di fuori alcun’opera di peccato? Se il vostro cuore ama ancora il peccato, se ha qualche segreto affetto per lui, voi siete da quel tempo sotto la Schiavitù del demonio, e comunicandovi in questo stato, voi vi rendete colpevoli di una comunione sacrilega. Ah! sappiate che non si può bere nel calice del Signore ed in quello dei demoni, dice l’Apostolo S. Paolo; ma che bisogna provarvi, come dice lo stesso Apostolo, prima di mangiare questo pane celeste: Probet autem se ipsum homo, et sic de pane illo edat (2 Cor IX). Or, in che consiste questa prova che chiede il santo Appostolo, di chi vuol cibarsi del corpo e del Sangue di Gesù Cristo? Questa prova, dice il santo Concilio di Trento, consiste in investigare il fondo del suo cuore, riconoscere, se è egli imbrattato di qualche colpa; e se è tale, convien lavare, purificare questo cuore nelle acque di una salutevole penitenza; penitenza che non consiste solamente nel detestare il peccato, ma ancora nel dichiararlo nella confessione: senza questa dichiarazione, qualunque contrizione uno abbia altronde del suo peccato, lo stesso Concilio di Trento proibisce ad ogni peccatore di accostarsi alla santa tavola; la ragione, su cui appoggia questo divieto, è la santità di questo gran Sacramento, a cui non si può mai di troppo prepararsi per riceverlo. –  Provatevi dunque, peccatori, chiunque voi siate, prima di accostarvi al Santo dei Santi: Probet autem se ipsum homo, Non vi contenta te di una rivista superficiale sopra lo stato della vostra anima, di una semplice dichiarazione delle vostre colpe, di alcune preghiere recitate: che sono meno l’opera del vostro cuore, che di una sorgente straniera; ma investigate il fondo del vostro cuore per vedere s’egli è lo schiavo di qualche passione, se v’è qualche veleno nascosto, che il vostro amor proprio vi ha mascherato, se è signoreggiato da un orgoglio segreto, roso dall’invidia, animato dalla vendetta, sottomesso dal piacere. Dall’esame del cuore venite a quello delle vostre parole, e delle vostre azioni; mirate con attenzione se quella lingua, che deve esser tinta del Sangue di Gesù Cristo, è sovente lo strumento fatale, di cui vi servite per oltraggiarlo con le vostre bestemmie, con le vostre imprecazioni, con le vostre maldicenze, con le vostre parole oscene: ed allora qual confusione non avreste di alloggiare il Dio d’ogni santità, d’ogni purità su di una lingua, ed in un cuore sì indegno di riceverlo, per aver servito di sedia e di trono al demonio, suo nemico? Ah! quanto questa riflessione dovrebbe in appresso ben ritenere la vostra lingua, e scacciar dal vostro cuore ogni amor profano. Probet autem se ipsum homo . Provatevi ancor una volta, peccatori, ed esaminate se tutte le vostre azioni sono quelle di un uomo che deve essere incorporato a Gesù Cristo. Se le vostre mani sono cariche d’ingiustizie, se sono bagnate del sangue della vedova, e del pupillo, se il vostro corpo, che nel vostro Battesimo è divenuto il tempio dello Spirito Santo , è profanato da qualche segreto piacere: esaminate quali sono le vostre occupazioni» quali i doveri del vostro stato, se voi li adempite; e se riconoscete in voi qualche cosa di difettoso, bisogna raddrizzarlo; se vi osservate qualche macchia, qualche lordura, convien purificarla; se nel vostro cuore regna qualche passione disordinata, bisogna scacciarla; se la vostra lingua è un fonte d’iniquità, convien condannarla al silenzio; se la vostra condotta non è regolata, convien riformarla: bisogna con una sincera penitenza riparar il passato, regolar l’avvenire; bisogna, in una parola, con una buona Confessione, accompagnata da un vivo dolore dei vostri peccati, mettervi in istato di partecipare della tavola de gli Angeli: Probet autem se ipsum homo. – Voi dovete a voi medesimi questa prova, Fratelli miei, questa purezza d’anima, che vi rende graditi agli occhi di chi volete ricevere. Imperciocché se voi avete la temerità di accostarvi alla santa tavola, di mangiare il frumento degli eletti, il cibo degli Angeli, e dei veri figliuoli di Dio con un cuore di demonio, con cuor reprobo, con un cuor di peccato; se come un altro Osea, voi portate una mano temeraria sull’arca della nuova alleanza; se voi incorporate la carne di Gesù Cristo in una carne di peccato, voi sarete nello stesso momento puniti della morte la più terribile; il pane che dà la vita ai buoni, si cangerà per voi in un veleno fatale che vi darà la morte: mors est malis, vita bonis. Il calice della salute sarà per voi un calice di condannazione. Si è lo stesso Appostolo, che ve ne assicura dopo le parole che vi ho spiegate: chi mangia indegnamente, dice egli, il corpo di Gesù Cristo, chi beve indegnamente il suo sangue, cioè, chi lo riceve’ senza disposizione, ed in istato di peccato, questi beve e mangia il suo giudizio: qui enim manducat et bibit indigne, judicium sibi manducat et bibit. ( 1. Cor. XI). Qual espressione, Fratelli mici! chi di voi peccatori temerari, non ne sarà spaventato? Se questo giudizio fosse scritto sulla carta, si potrebbe lacerare, se fosse inciso sul legno, si potrebbe bruciare; se fosse intagliato sui bronzo, si potrebbe cancellare; ma egli ha penetrato sino nelle vostre vene, e nella midolla delle vostre ossa; come rivocarlo dopo che l’avete mangiato, dopo che si è convertito, per così dire, in vostra sostanza? Qual disgrazia! come ripararla? Ah quanto è difficile! l’accecamento, la durezza di cuore, l’impenitenza finale, cui noi vediamo ridotti certi peccatori, sono i funesti effetti delle loro indegne Comunioni: da che hanno avanzato il passo per accostarsi alla santa tavola, come il perfido Giuda, il demonio s’impossessa della loro anima, come fece di quell’Apostolo, che non fu punto tocco dalle finezze che Gesù Cristo ebbe ancora per lui, malgrado il suo tradimento, e che andò ad impiccarsi di disperazione, e dal suo patibolo scese nell’inferno. Tale è la sorte di quelli che indegnamente si comunicano. Cosa alcuna non li commuove; né preghiere, né minacce, né grazie, né esortazioni non fanno su di essi impressione alcuna; si acciecano, si ostinano su tutto ciò che loro può dirsi di più penetrante; muoiono, e sono dopo la loro morte precipitati nel profondo degli abissi. Ah! Fratelli miei se v’è qualcheduno tra voi che sia in queste cattive disposizioni, se v’è qui qualche Giuda, cioè, qualcheduno in istato di peccato, tremi pure alla vista del suo stato, apprenda i castighi di cui è minacciato, e non si accosti alla santa tavola per fare la Pasqua coi discepoli, ma se ne allontani; perciocché se egli ha la temerità di commettere quel sacrilegio, sarebbe meglio per lui, come fu detto di Giuda, che non fosse mai nato: Melius erat iili, si natus non fuisset homo ille (Matth. XXVI). Non deve aspettarsi che una sentenza di morte la più terribile. Uscite dunque da qui, vendicativi, che non avete ancora fatta la pace col vostro nemico, ed andate a riconciliarvi con lui prima di offerire il vostro dono all’Altare: Foris canes. Uscite da qui, bestemmiatori, che avete ancora la lingua tutta annerita dalle imprecazioni che avete pronunciate, che non avete fatto alcuno sforzo per correggervi, perché in questo giorno medesimo, in cui la vostra lingua sarà bagnata del Sangue di Gesù Cristo, voi la farete forse ancora servire ad oltraggiarlo con le vostre bestemmie. Uscite da qui voi, il cui cuore è ancora fumante del fuoco, che una infame passione vi ha acceso; andare prima ad estinguere questo fuoco con le lagrime della Penitenza. Uscite da qui finalmente voi tutti che non avete ancora gettate lungi da voi le iniquità, di cui siete carichi: il pane degli Angeli non deve essere distribuito agli schiavi del demonio; purificatevi prima con la Penitenza. È molto meglio differire per qualche tempo la vostra Comunione, che di farla in cattivo stato. Foris canes. Il Dio delle misericordie vuole di buon grado darvi ancora il tempo che vi è necessario, e ricevervi quando vi sarete preparati. Quanto a voi, cui la coscienza non rimprovera alcuna colpa grave, purificatevi delle macchie anche le più leggiere che avete contratte, perché le colpe leggiere anche, quantunque non rendano la Comunione indegna, non lasciano di privarvi di molte grazie che ricevereste se le aveste interamente cancellate. Se Gesù Cristo lava i piedi ai suoi Apostoli prima di mangiar con essi questa divina Pasqua, era, Fratelli miei, per farvi conoscere la gran purezza che bisogna avere per parteciparvi; bisogna lavar la vostra anima, e renderla tanto bianca, come la neve, per ricevere quell’abbondanza di grazie che Gesù Cristo comunica alle anime sante e ferventi, che se gli accostano: a questa purezza d’anima unite ancora la pratica delle cristiane virtù. In poche parole il secondo punto.

II. Punto. Ci fa sapere il sacro testo, che per mangiare l’Agnello Pasquale, bisognava osservar molte cerimonie; mancare ad una sola era esporsi ai più rigorosi castighi. Si doveva mangiar questo Agnello con lattughe selvagge, bisognava star in piedi, aver cinte le reni, ed un bastone in mano. Tutto questo, Fratelli miei, ci notava le disposizioni, in cui dobbiamo noi essere, le virtù che dobbiamo praticare per metterci in istato di mangiare l’Agnello immacolato della nuova alleanza. Quelle lattughe, che dovevano servire di condimento all’Agnello di Pasqua, ci rappresentavano la mortificazione che ci è necessaria per profittare del cibo celeste che ci è presentato in questo divin cibo. La postura, in cui esser dovevano gli Israeliti facendo la loro Pasqua, era una figura dello staccamento dalle cose di questo mondo, in cui dobbiamo noi essere in qualità di viatori, e delle premure che dobbiamo avere per li beni del Cielo; chiunque non è in queste disposizioni, è indegno di mangiare il pane degli Angeli, come canta la Chiesa, il pane dei viatori: Panis Angelorum factus cibus viatorum. Per partecipare a queste nozze affatto divine, per entrare in questo convito dell’Agnello, bisogna essere rivestito delle virtù cristiane, essere animato da una viva fede, penetrato da un salutevole timore, acceso da un amor tutto divino. Queste sono le disposizioni prossime che il sacro ministro annunciava altre fiate, a tutti coloro che volevano accostarsi alla santa Tavola: Accedite cum fide, tremore, et dilectione. – È d’uopo, Fratelli miei, che voi siate primieramente animati da una viva fede, che vi rappresenti da una parte la grandezza, la maestà, la santità del Dio che andate a ricevere, e dall’altra la vostra bassezza, la vostra miseria, il vostro niente: chi è dunque colui che vado a ricevere nel mio cuore, dovete dire a voi medesimi? Chi è che è rinchiuso in quell’ostia, che mi si presenta? È il Signore del cielo, e della terra, il sovrano di tutti i Re, è il mio Dio, il mio Creatore, il mio Salvatore, lo stesso Gesù Cristo che ha fatti tanti prodigi sulla terra, che ha risanato gl’infermi, che ha risuscitato i morti, che è morto in croce per me, che è risuscitato, salito al Cielo, che sta assiso alla destra di suo Padre, e che deve un giorno venire con tutto lo splendore della sua maestà a giudicare i vivi ed i morti; sì, lo credo, è lo stesso Gesù Cristo che vado a ricevere, che fa la felicità dei Santi nella gloria. Ah! Qual buona. sorte per me! ma quanto sono io povero e misero peccatore, verme di terra, cenere e polvere, per accostarmi così al Santo dei Santi, al Dio d’ogni maestà, d’ogni grandezza? Ah! se avessi almeno conservata la mia innocenza; se non avessi io giammai offeso un Dio sì buono a mio riguardo! Ma dopo tanti peccati, come ho io l’ardire di presentarmi alla santa tavola? Tali sono, Fratelli miei, i sentimenti, che la fede deve in voi produrre: sentimenti di umiltà che vi facciano riconoscere con più di ragione che l’umile Centurione del Vangelo, la vostra indegnità a ricevere un sì gran benefizio. No, Signore, dovete! voi dire com’egli, io non merito, che voi entriate nel mio cuore, io sono indegno di ricevervi; una sola delle vostre parole sarebbe per me infinitamente superiore ai miei meriti; oppure dite con San Pietro: ah! Signore, ben lungi di accostarmi a voi, dovrei piuttosto dirvi di allontanarvene, perché io sono un peccatore. Sarebbe già molto per me, che mi permetteste, come al Pubblicano, di starmene già vicino alla porta del vostro santo Tempio, e dirvi com’egli: Signore, siatemi propizio: sarebbe molto per me che mi perdonaste i miei peccati; ma che io m’accosti a voi dopo avervi sì sovente offeso; che io vi alloggi in un cuore, che è stato sì sovente imbrattato dalla colpa: ah, non devo io temere che un fuoco divorante non esca dal sacro tabernacolo per consumarmi, e punire la mia temerità? Quand’anche io avessi tutta la purità degli Angeli, e tutte le virtù dei Santi, dovrei io tremare accostandomi a Voi; quanto più non devo io temere dopo tanti peccati che ho commessi, non sapendo principalmente se mi sono perdonati? Non devo io temere di bere e di mangiare il mio giudizio, di ricevere il decreto di mia condannazione? Questo timore tuttavia, Fratelli miei, non deve disanimarvi né allontanarvi da questa sorgente di grazie, se voi avete fatto quanto dipende da voi per prepararvi. Egli deve al contrario esser accompagnato da una ferma fiducia che Gesù Cristo medesimo ha voluto ispirarci, allorché c’invita di andare a Lui: venite a me, voi tutti che siete carichi, ed io vi alleggerirò; Venite ad me omnes (Marth. 11.). Venite, miei amici, a mangiar il pane, che Io vi ho apparecchiato, inebriatevi di quel vino delizioso che fortifica le vergini: Inebriamìni carissimi (Cant. V). Ma affinché questo pane delizioso vi profitti, bisogna mangiarlo con fame, e bere questo vino con una sete ardente; mentre siccome il cibo del corpo non profitta a coloro che ne hanno nausea, così quello dell’anima non vi sarà salutevole se non bruciate di un desiderio ardente di riceverlo. Or che cosa più propria ad eccitare in voi questo desiderio, che 1’ardore che Gesù Cristo medesimo vi dimostra di unirsi a voi? Qual premura dal suo canto per ricolmarvi dei suoi favori, e riempiervi della sua grazia? Egli è il migliore di tutti i Padri, il più liberale di rutti i Re, che si spoglia, per così dire, della sua maestà per rivestirne voi, e conferirvi i suoi doni con magnificenza. Imperciocché notate, Fratelli miei, che Gesù Cristo viene a voi nella santa Comunione per vostro bene: Venit tibi mansuetus; Egli viene in qualità di conquistatore a fare la conquista del vostro cuore; a regnare nella vostra anima, e a sottomettere le vostre passioni alla sua legge; Egli viene in qualità di padrone ad istruirvi dei vostri doveri, a dissipare le vostre tenebre, e ad insegnarvi tutte le verità: viene in qualità di medico a guarire le vostre malattie spirituali; viene in qualità di pastore per ricondurvi nell’ovile, o come un tenero sposo per fare una santa alleanza con la vostra anima: tutto questo non sarà capace di eccitare in voi l’amore il più ardente per Iddio, che vi ama con tanto eccesso? Si è per amore, che Egli si dà a voi; potete voi ricusargli il vostro cuore? Alcuno dunque non si accosti con nausea, con tiepidezza, dice il Crisostomo; ma tutti siano nel fervore, e nell’ amor il più ardente.

Pratiche. Per apparecchiarvi ad una fervente Comunione, passate questa settimana santa in un profondo raccoglimento, siate voi più pii nelle vostre orazioni, più fedeli ai vostri doveri, più assidui alla Chiesa; andate con allegrezza a mettere il vostro cuore ai piedi degli altari, e trasportatevi in ispirito sul Calvario per contemplare  l’amor eccessivo di un Dio che si è reso per voi ubbidiente sino alla morte della croce: mortificate la vostra carne, a fine di risentire in voi qualcheduno dei dolori che Gesù Cristo ha sofferti per voi: Hoc sentite in vobis, quod et in Christo Jesu (Philip. II). La mortificazione unita alla preghiera è una disposizion eccellente alla Comunione. Producete sovente avanti di comunicarvi atti di fede, di adorazione, di umiltà, di timor, di confidenza, e di amore … Se voi non sapete abbastanza trattenervi lungo tempo, ripetete più volte i medesimi atti, insistete particolarmente sull’atto di umiltà: questo si è quello, che conviene di più al peccatore. Ricevendo Gesù Cristo, entrate nei sentimenti della Santa Vergine al momento dell’Incarnazione; adoratelo, ringraziatelo, amatelo, come essa lo amava, allorché lo portava nel suo seno; offrite a Gesù Cristo le adorazioni e l’amore della sua divina Madre e di tutte le anime sante, per supplire a ciò che vi manca; prostratevi ai suoi piedi, come la Maddalena, per abbracciarli, irrigarli delle vostre lagrime; fermatevi qualche tempo alla porta di questa fornace ardente per lasciar infiammare il vostro cuore del fuoco del divino amore nell’uscir dalla Comunione, chiudete i vostri occhi e i vostri sensi ad ogni altro oggetto, occupatevi unicamente di Gesù Cristo che riempie il vostro cuore, esclamate, come Santa Elisabetta: donde mi viene questo bene, che non già la Madre del mio Dio, ma il mio Dio medesimo sia venuto a visitarmi? Benedetto sia chi è venuto nel nome del Signore. Ripetete sovente gli arti di ringraziamento, di offerta, e di domanda. Dimorate qualche tempo, per lo meno un buon quarto d’ora, nel vostro ringraziamento; non imitate, come fanno molti, il perfido Giuda, che uscì subito dopo la cena. Se voi possedeste in casa vostra un gran Re pronto ad accordarvi ciò che gli domandereste, vi profittereste di quei momenti favorevoli; voi possedete il Re dei re, ed il migliore di tutti, che non ne dovete voi sperare? Passate la giornata nel raccoglimento e nella pratica delle buone opere. Visitate principalmente Gesù Cristo per ringraziarlo della grazia che vi ha fatto. Ripetete gli atti dopo la Comunione, pregatelo di dimorare con voi durante il tempo e l’eternità. Così  sia.

Credo…

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus Ps LXVIII: 21-22.

Impropérium exspectávit cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni: et dedérunt in escam meam fel, et in siti mea potavérunt me acéto. [Oltraggio e dolore mi spezzano il cuore; attendevo compassione da qualcuno, e non ci fu; qualcuno che mi consolasse e non lo trovai: per cibo mi diedero del fiele e assetato mi hanno dato da bere dell’aceto.]

Secreta

Concéde, quæsumus, Dómine: ut oculis tuæ majestátis munus oblátum, et grátiam nobis devotionis obtineat, et efféctum beátæ perennitátis acquírat. [Concedi, te ne preghiamo, o Signore, che quest’ostia offerta alla presenza della tua Maestà, ci ottenga la grazia della devozione e ci acquisti il possesso della Eternità beata.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Matt XXVI: 42.

Pater, si non potest hic calix transíre, nisi bibam illum: fiat volúntas tua. [Padre mio, se non è possibile che questo calice passi senza chi lo beva, sia fatta la tua volontà.]

Postcommunio.

Orémus.

Per hujus, Dómine, operatiónem mystérii: et vitia nostra purgéntur, et justa desidéria compleántur. [O Signore, per l’efficacia di questo sacramento, siano purgati i nostri vizi e appagati i nostri giusti desideri.].

Preghiere leonine: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

PREDICHE QUARESIMALI (V-2020)

[P. P. Segneri S. J.: QUARESIMALE – Ivrea, 1844, dalla stamp. Degli Eredi Franco – tipgr. Vescov.]

XXXI.

NEL MERCOLEDÌ DOPO LA DOMENICA DI PASSIONE

Ego vitam æternam do eis

Jo. X, 28.

I. E quando mai cesserete di travagliarmi, O miei funesti pensieri, con tante angustie, e con tante ambiguità, che voi mi sollevate nel cuore intorno al successo della mia predestinazione? È il mio cuore ornai divenuto qual fragile palischermo, che soprappreso a notte buja da un impeto di borrasca imperversata, e implacabile, non sa più qual onda debba secondar come amica, qual temere come avversaria; mentre or viene una che, sollevandolo in alto, par che promettagli di portarlo alle stelle; ed or un’altra che, al basso precipitandolo, par che gli minacci d’asconderlo negli abissi. Così talora un de’ pensieri, innalzandomi a sublimi speranze, mi dice ch’io sono del numero degli eletti, e un altro, deprimendomi a gran terrori, mi dice eh’ io sono nel ruolo de’ condannati. – Ma pace, pace, o combattuto mio spirito, ch’oggi io rimiro alcun porto, dove gettarmi: e per quanto si giri, o quanto si cerchi, non credo già che più sicuro di questo trovar si possa in una notte di tenebre sì profonde, in uno stretto di gorghi sì tortuosi. Andate dunque, o teologi, andate via, e non mi tornate a confondere più la mente con tanto vostre importune difficoltà. Che mi opporrete? Che io non sappia se la elezione de’ mortali alla Gloria sia susseguente alla vision de’ lor meriti, o antecedente? Verissimo, io non lo so. Ch’io non intenda come i decreti celesti, essendo immutabili, non impongali necessità? Verissimo, io non l’intendo. Ch’io non capisca come la scienza divina, essendo infallibile, non tolga la contingenza? Verissimo, io nol capisco. Ma ciò che prova? É questo colpa della mia debole vista, la qual né anche sa penetrare altri arcani men astrusi, men ardui, quali sono gli arcani medesimi di natura: Et quæ in prospectu sunt, invenit cura labore  (Sap. IX. 16). Nel resto nessun uomo nel mondo si troverà, il quale mi persuada ch’io mai possa esser dannato, s’io non voglio essere. – Che cercar dunque terra più ferma di questa, in cui porre il piede? Qui qui v’invito a riposare, o voi tutti, i quali andate in un mar sì vasto aggirandovi senza timone, senza remi, senz’albero, senza vela. Se non gittate qui l’ancora, siate certi di perdervi quanto prima, ed o di rompere in qualche scoglio nascosto con gl’infedeli, o d’incagliarvi in qualche sirti arenosa con gl’ignoranti. Ma perché vediate che non senza ragione vi prometto qui qualche quiete, prestate voi questa mane più solenne audienza, e più sollecita applicazione al mio dire, mentre io vi dimostrerò che  Dio, quanto a sé, è dispostissimo a salvar tutti: ego vitam æternam do eis; e che però troppo sfacciata è la temerità di coloro, i quali, non contenti d’offendere un Dio sì buono, vogliono ancora rifondere in lui la colpa della loro perdizione, amando meglio di accusar Lui come ingiusto, che sè com’empj.

II. E prima basterebbero a provare una sì riguardevole verità le tante dichiarazioni che Dio n’ha fatte nelle sue stesse Scritture, nelle quali nessuna cosa forse Egli inculca con maggior chiarezza di questa, che se ci danniamo, da noi nasce la perdizione: perditio tua, Israel (Os. XIII. 9). Onde, se ciò fosse falso, Dio verrebbe ad essere il maggior menzognere che fosse al mondo; imperciocché non solo ci gabberebbe in materia rilevantissima, ma con moltiplicate bugie. – E qual interesse avrebbe Egli mai di voler mentire, quando ancora potesse? Pensò Platone, che chiunque mentisce, mentisca per timor di una forza maggior di sé; come mentisce il reo per timer del giudice, lo scolare per timor del maestro, il bambino per timor della madre, il servidore per timor del padrone: laddove chi non ha timore di un altro, non si rimane di dirgli libera in faccia la verità. E però inferì quel gran Savio, che Dio non poteva mai dir menzogna, perché nessuno mai può recargli timore. Or posto c’è, qual timore avrebbe Dio di protestarsi liberamente ch’Egli, senz’alcun riguardo di meriti, salva a suo capriccio chi vuole, è chi vuol condanna, quando ciò fosse vero? Gli darebbon forse noja i nostri latrati? gli turberebbero forse la pace le nostre bestemmie? gli contenderebbero forse lo scettro le nostre sollevazioni ? Nulla meno. Quis tibi imputabit, si perierint nationes, quas tu fecisti, Domine? (diceva a lui lo Scrittore della Sapienza) Non est alius Deus quam tu: neque rex, neque tyrannus in conspectu tuo inquirent de his quos perdidisti[… Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto, né un re né un tiranno potrebbe affrontarti in difesa di quelli che hai punito] (Sap. XII, 12 ad 14). Potremmo a Dio ribellarci quanto volessimo, ch’Egli farebbe de’ tumulti nostri men caso, che non fa il sole di que’ popoli sciocchi meridionali, i quali, mentr’egli spunta su l’orizzonte, o gli dicon degl’improperj, o gli avventano degli strali. Mentre dunque Egli nelle sue sacre Scritture con tanta asseveranza ci attesta ch’Egli, quanto a sé, è desioso di salvar tutti: Deus vult omnes homines salvos fieri (1 ad Tim. II. 4); ch’egli vorrebbe che non perisse veruno: non est volutilas ante Patrem vestrum, qui in cœlis est, ut pereat unus (Math. XVIII, 14); non vult aliquos perire (2 Petr. III. 9); non venit animus perdere (Luc. IX. 56); e che non ama la morte del peccatore: nolo mortem impii; ma che ne vuole la conversione: sed ut convertatur; ma che bramane la salvezza: sed ut vivat (Ezech. XXXIII. 11); conviene infallibilmente che così sia. – Ma perché non debbonsi ancora in materie tali disprezzar le ragioni, quando non come padrone precedan l’autorità, ma come ancelle la seguano, contentatevi che parimente di queste noi ci vagliamo.

III. Già voi sapete, uditori, ch’essendo Dio la cagion superiore d’ogni cagione, e, come dicon le Scuole, la cagion prima, conviene per conseguente ch’egli concorrano gli effetti di tutte l’altre cagioni, le quali si chiamano o subordinate, o seconde: anzi, come san Tommaso dimostra, molto più vi concorre di qualunque altra. E però più ha Dio parte nella produzione dell’erbe, di quel che ve n’abbia la terra; più nella generazion de’ metalli, che non ve n’hanno i pianeti; più nella respirazione degli animali, che non ve n’ha l’aria; più nella formazion del frutto, che non ve n’ha l’albero; e così andate voi discorrendo. –  Ma se ciò si avvera in ordine ad altri effetti molto più avverasi in riguardo dell’ uomo nella cui formazione ha Dio sempre la maggior parte, non solamente perch’Egli viene a concorrervi, come cagione suprema potissima e principale, ma ancor perché noi da’ nostri genitori terreni non riceviamo se non che il semplice corpo, ch’è la peggior parte di noi, ma la migliore, ch’è 1’anima, tutta immediatamente ci vien da Dio; e però più propriamente noi siam figliuoli di Dio, che non siamo o di nostro padre o  di nostra madre, perché da Dio solamente noi riceviam tutto quello ch’è proprio di noi; al che pare appunto che Cristo volesse alludere quando disse: patrem nolite vacare vobis super terram; unus est enim  Pater vester, qui in cœlis est (Matth. XXIII, 9). – Or che ne segue di ciò. Ne segue che Dio, quanto a sé, non vuol mai dannarci: non laetatur (come dice il Savio), non lætatur in perditione vivorum ( Sap. I, 13). Ditemi un poco, voi padri, voi madri, ditemi: amereste voi di vedere un vostro figliuolo bruciar per vostra elezione giù nell’inferno? Uh padre, e che cosa dite? E volete che tanto male a voi voglia Dio, il quale è più padre vostro, che non siete voi de’ vostri figliuoli? Miglior dunque sarebbe alla propria prole un padre terreno, il quale le ha dato il meno, che il Padre celeste, il quale le ha dato il più. Mirate un poco quella madre, e osservate quanto ella spasima per quel figliuol da lei nato. S’ella cuce, cuce per lui; s’ella parla, parla di lui; s’ella dorme, sogna di lui; non gli sa mai levare gli occhi d’attorno. S’ella sente soffiare un’ orrida tramontana, ahimè che il mio figliuolo non patisca freddo; s’ella sente diffondersi un pericoloso contagio, ahimè che al figliuol mio non si appicchi il male; ed è tanto da lungi ch’ella mai goda della perdizion del figliuolo, ch’anzi non cura di recare a sé pregiudizio, per accrescere a lui venture. – Ma che dich’io! Non  vediam noi le bestie medesime quant’amano le lor proli, con quanta cura le allevano, con quanta pazienza le allattano, conquanta sollecitudine le provveggono? Mira la cicogna quando in qualche aperta campagna non può trovar ombra a’ suoi teneri pargoletti: distend’ella sopra di lor le sue ali, perché se il sole vuole sfogar le sue vampe, le sfoghi sopra di lei. Mira l’aquila quando per qualche urgente occasione dee trasportare altrove i suoi piccoli figliuolini: portagli ella sulla sua schiena, perché  se di terra venga scoccato alcun dardo, debba ferir prima lei. Anzi gl’istessi parti insensati usciti da noi, quali sono le pitture, i libri, le statue, quanto ci sono anche cari! Osservate quella signora, quant’ama quel bel ricamo, perché è parto delle sue dita! quanto si adira, se vi vede sopra cadere un filo di polvere! Miseri loro, se que’ bambini lo toccano, se quella cameriera lo macchia! Lo ravvolge dentro a lini bianchissimi, lo ripon nella cassa, il rinserra a chiave, ed hanne tal gelosia, qual ella avrebbe di un prezioso tesoro. E perché ciò? Perché è troppo innato ad ogni cagione amare i suoi proprj parti, o sien ragionevoli, o sien brutali, o sien vivi o siano insensati. – E volete voi sospettare che Dio, il quale è cagione tanto più nobile, ed è Padre tanto più proprio di tutti noi, ami, quanto a sé, di vedere verun di noi per tutta una eternità ardere in fornaci di fuoco, stridere in lacune di ghiaccio, spasimare in carceri orribili di tormenti? Non può essere, signori miei, non può essere: non laetatur in perditione vivorum (Sap. 1. 13). Questo sarebbe fare un Dio molto peggiore che non sono gli uomini stessi; anzi peggior che non sono gli stessi bruti. Se noi con le nostre colpe il costringeremo a pigliar le parti di giudice, dopo avere invano tentate quelle di padre, Egli s’indurrà a condannarci (come fecero ancora con tanta lode gli Epaminondi e i Torquati, gl’Ippomani, e gl’Ippodamanti, divenati implacabili verso i loro figliuoli degni di morte), perchè, eum sit justus, juste omnia disponiti ma, quanto a sé, siamo pur tutti sicuri, ripiglia il Savio, che non ci vorrìa tanto male. Jpsum autem (belle parole!), ipsum autem, qui puniti non debet, condemnare, exterum judicat a virtute sua (Ibid. XII, 15). Non è questo il suo genio, non è questo il suo godimento; e senza dubbio piuttosto vorrebbe esercitare verso di noi le parti di padre, che non quelle di giudice. E non vedete l’affezion tenerissima, con cui egli distendit membra, dilatat viscera, pectus porrigit, offert sinum;, gremium pandit, ut Patrem se tantæ obsecrationis demonstret affectu? Adunque che segno è questo, seguirò a dire con san Pietro Grisologo, se non che Deus non tam_ Dominus esse vult, quam pater, e che rogat per misericordiam, ne vindicet per rigorem? (Serm. 108)

IV. E certamente come può mai giudicarsi ch’Egli voglia la nostra perdizione, mentre tanto si adopera a fine di conseguir la nostra salvezza? Qual prudenza sarebbe mai di colui il quale spendesse mezzi grandissimi, atti a conseguire alcun fine, ed insieme avesse efficacissima volontà di sortire il fine contrario? Chi è mai che semini il campo, ma a fine ch’egli non frutti? Che inaffi il vaso, ma a fine ch’ei non fiorisca? che attizzi il fuoco, ma a fine ch’egli non arda? che ammaestri il discepolo, ma a fine ch’ei non impari? che sproni il destriere, ma a fine ch’egli non corra? Questi sono meri delirj; perché chiunque adopera un mezzo, ha desiderio di conseguire quel fine, a cui val quel mezzo. Adunque se Dio è prudentissimo, com’Egli è, non può insieme adoperar tanti mezzi per salvar tutti, ed insieme volere che qualcun non si salvi con tali mezzi. Rappresentatevi un cacciatore, il quale correa anelante dietro una fiera, or la trace per balze, or la segua per piani, or la cerchi per le caverne; che le abbia da una parte tese le reti, che dall’altra le abbia lasciati i cani; ch’ora gridi per atterrirla, ora faccia per assicurarla, ora mirala per colpirla; e che però si disciolga tutto in sudori, e nol curi; s’insanguini tra pruni, e non si rimanga. Potrà mai cadervi in sospetto ch’egli non sia vago di prendere una tal fiera? Nessuno dirà ch’egli usi tante fatiche, non a fine di averla nelle sue mani, ma a fine di non averla. Perché, se non volev’altro che questo, non accadeva ch’egli si movesse di casa: poteva rimanersi tra le sue piume, poteva dormire i suoi sonni, senza uscir su l’alba più cruda a gelar tra ghiacci, ed a perdersi tra i dirupi. Or bene. Iddio, per aversi nel paradiso, fa come que’ cacciatori, i quali, quando non possono raggiungere la fiera per una strada, la tracciano per cent’altre. Id facit Deus, quod venatores soletti facere (sono parole di san Giovanni Crisostomo), qui quando fugacissima, captuque difficillima insectantur animalia, non una via, sed diversis, et per contraria plerumque aggrediuntur, ut si alterum effugerint, in alterum incidant (in Matth. Hom. 38). Anzi egli si è consumato, si è insanguinato, si è impiagato, si è lacero per averci. Che segno è dunque? Non è manifestissimo segno ch’Egli ci vuole? Se non ci avesse curati, poteva restarsene in cielo; non accadeva scendere in terra. A che fine tollerare tanti disagi di fame, di sete, di freddo, di arsure, di nudità, di viaggi, di spine, di flagelli, di chiodi? Non poteva risparmiarsi tanti dolori? Nè mi dite aver esso patito tanto solamente per quei che dovevan salvarsi, ma non per quei che si dovevano dannare; perché affermar ciò sarebbe ora bestemmia orribile, condannata appunto in questi ultimi tempi dal Vaticano, com’empia, come sacrilega, come eretica, e come troppo ingiuriosa alla divina bontà. Mediator Dei, et hominum, homo Ciristus Jesus (sono parole chiarissime dell’Apostolo) dedit redemptionem semetipsum prò ómnibus (1 ad Tim. 2. 5 et 6). È Cristo morto verissimamente per tutti gli uomini, o giusti o peccatori, o eletti o presciti, ch’eglino siano; che però tante volte nelle divine Scritture è chiamato Sole, e Sol di giustizia, cioè Sol comune di tutti. Sol justitiæ (così tra gli altri il testificò sant’Ambrogio – in Ps. 118. Serm. 8), Sol justitiæ omnibus ortus est, omnibus venit, omnibus passus est, omnibus resurrexit. – E così, quanto a sé, per tutti, che lo vorranno, Egli ha aperto il cielo; per tutti, che nol vorranno, ha chiuso l’inferno; e per tutti egli ha meritati dal Padre ajuti bastevoli da potersi efficacemente salvare; conforme a ciò che mostrò assai bene di intendere san Giovanni quando egli disse: de plenitudine ejus nos omnes accepimus (Jo. I. 16).

V . – Né può essere che tali ajuti non si somministrino a tutti con grandissima fedeltà: non solamente perché il Padre Eterno non può negarci quel che il suo Figliuolo  umanato ci ha meritato col prezzo vantaggiosissimo del suo sangue, ma ancor perché, se ognun di noi non avesse ajuti bastevolissimi da salvarsi, ne seguirebbe (come notò san Tommaso), che tutte le creature ancorché insensate, fossero state ordinate meglio al lor fine, che l’uomo al suo. Girate gli occhi d’intorno a tutto il creato:voi non vedrete cosa veruna che non sia stata sovvenuta da Dio di mezzi opportuni ad ottenere il fine propostole. Il fine, che per ora hanno i cieli, è di stare in perpetuo moto, per compartire i loro influssi alla terra: però giacché non hanno in sé stessi. un’anima informatrice, com’ è la nostra,che possa muovergli, è stata loro assegnata un’intelligenza assistente. Le stelle debbono mitigare gli orrori della notte più tenebrosa;ma non han da sé tanto lume, che a questo basti: però il Sole ha ordini  espressi di provvedere le della sua perenne lumiera. La terra dee saziare le voglie degli agricoltori più avidi, ma non ha asé tanto umore, che a questo vaglia; però le acque hanno commissiono perpetua a fecondarla co’ loro sotterranei pellegrinaggi.Agli animali bruti manca artificio, con guernirsi o di vesti che li difendan dal.freddo, o d’armi che gli assicurino dai nemici: però guardate, come la Provvidenza somministra lor tutto questo insieme col nascere. Contro al freddo ella ricopre altri di cuojo, altri di piume, ed altri di squame; contro i nemici  ella fornisce altri di unghie altri di rostri, ed altri di aculei. Le ostriche, le conchiglie, le cappe, le quali vivono attaccate agli scogli, non hanno piedi onde muoversi a fine di procacciarsi il sostentamento: però che avviene? lo scoglio stesso d’intorno a loro germoglia il pascolo loro amico. Se la balena,  qual animato navilio, da sé girasse pel mare, correrebbe spesso pericolo di arenar nelle secche: però un piccolo pesciolino ha l’istinto d’indirizzarla. Se le coturnici che sono popolo imbelle, tragit’assero sole per l’aria, rimarrebbero spesso preda d’avvoltoi rapaci: però altri uccelli considerati han costume di convojarle. E così andate voi discorrendo per l’universo, ritroverete non v’esser cosa sì vile, la quale, se con la sola propria virtù non può conseguire il suo fine, non sia munita di qualche altro ajuto imprestatole. – Ora ditemi: volete voi che Dio usi meglio co’ bruti, servi dell’uomo, di quel ch’egli usi coll’uomo, signor de’ bruti? Ma cert’è ch’Egli userebbe così, se non avvenisse quel che dico io. Conciossiachè il fine dell’uomo è la felicità soprannaturale, a cui egli con le sue semplici forze mai non può giungere. Adunque conviene affermare che Dio infallibilmente provveggalo d’altri mezzi, e questi veraci, e questi valevoli, onde giungere a sì gran fine. Aggiungete, che ad arrivare a un tal fine Egli ancora ci obbliga con precetti strettissimi, e sotto severissime pene. Apprehende, ci fe’ dir per san Paolo, apprehende vitam æternam (1 ad Tim. VI. 12); che fu quasi un dire: benché paja a te ch’ella fuggati, valle dietro, arrivala, arrivala, falla tua, apprehende. Conviene adunque che somministrici parimente le forzo, con cui soddisfare a un tal obbligo. – Altrimenti non sarebb’Egli il più fier tiranno che si possa mai immaginare? Qual concetto voi formereste di Dio, s’Egli comandasse a noi di volare, ma non ci volesse dar però ali? se di favellare, ma non ci volesse dar però lingua? se di vedere, ma non ci volesse dar però lumi? Or sappiate che molto più impossibile è a noi il conseguire con le nostre sole forze l’eterna felicità, di quel che sarebbeci veder senza lumi, favellar senza lingua, volar senz’ale. E volete che Dio non ci suggerisca ajuti bastevoli ad avvalorar tali forze? Che se inter homines a recti discordat affectu, quia subjectis exigit, quod in potestate nontribuit, hoc de Deo qua conscientia sentiatur? esclamerò con Ennodio (ap. Turrian. I. 4). Se un tal genere di tirannia non potrebbe condonarsi ad un uomo, come dovrà supporsi in un Dio? Quando Saule volle che Davide si cimentasse contro del Filisteo, non gli offerse le sue armature? Quando Eliseo volle che Giezi risuscitasse il figliuolino della vedova, non diede gli il suo bastone? Quando Mosè volle che Aronne popolasse di zanzare l’Egitto non gli prestò la sua verga? E come dunque non farà il simile Dio, quando non solamente vuol, ma comanda che l’uomo giunga ad impadronirsi del paradiso: apprehende vitam æternam? Quegli ajuti dunque che necessariamente richieggonsi a sì gran fine, chiamateli come a voi piace, che a me non rilieva nulla, definiteli come a voi pare; non sono mai negati a veruno, per empio ch’egli si sia; perchè o gli ha, o, se non gli ha, li può subito avere, come c’insegna il Concilio (Sess. VI. c. 10), sol che li chiegga, conforme a quell’assioma celebratissimo del padre santo Agostino: Deus impossibilia non jubet, sed jubendo monet, aut facere quod possis, aut petere quod non possis. Però, ogni giusto può mantener la grazia, se vuole; ogni malvagio so vuole, può racquistarla; e così tutti posson salvarsi egualmente ancora, se vogliono. -Si conchiuda pur dunque, per ritornare al nostro primo proposito, che in Dio non si può rifondere la perdizione di alcuno; vere Deus non condemnàbìt frustra (Job. XXXIV. 12): ma ch’Egli con volontà vera, leale, limpida, sincerissima, e, quanto è dalla sua parte, ancora operante, vuole la salvazione di tutti: Deus vult omnes homines salvos fieri [Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi](1 ad Tim. II. 4).

VI. Ma piano, voi mi replicherete, che or tocca a parlare a noi. Se tutti gli nomini hanno ajuti bastevoli da salvarsi, non è però vero che alcuni n’hanno più, ed altri n’han meno. Orbene: ecco la cagione, per la qual noi sì malamente c’incamminiamo alla Gloria. Non accade sfuggir la difficoltà: bisogna un poco rispondere a questo punto. Se Dio porgesse ancora a noi tanti ajuti, quanti ne porge a questo ed a quello, di noi migliori, ancora noi diverremmo perfetti, saremmo santi. Ma egli a nostro prò restringe la mano, e slargala a favor d’altri; onde non sarà maraviglia se ci danniamo (che Dio ne guardi), mentre a noi solamente dà quanto basti, e ad altri tanto che avanza. – Oh qui si che voi mi farete avvampar di sdegno. O homo, tu qui es, qui respondeas Deo? – ad Rom. IX. 20. – (se non tacete, io vi sgriderò con san Paolo ) O homo, O homo, quis es? Chi siete voi, che presumete di far il censor di Dio? S’Egli vi dà con pienezza puntualissima tutto quello a ch’Egli è tenuto, di che vi dolete voi? che bisbigliate? che brontolate? che dite? per questo intenderete di ascrivere a Lui la colpa della vostra perdizione? Falso, falso. Non potrà Egli usar cortesia con uno, senza far torto all’altro? Oh questa è bella, che Dio solo nel mondo non possa fare un maggior servizio a un amico. Mentre a ciascun si dia quello che gli è dovuto, nulla iniquitate agitur, dice san Prospero (de Vocat. gent. c. 31), siquidem in ipsis quoque fidelium populis, non omnibus eadem, neque parìa conferantur. Non vi ho io provato che Dio vi porge quanto evvi suffìcientissimo? Adunque ite in pace. Benché, fermatevi. Con qual faccia ardite voi di chiamare Dio scarso delle sue grazie verso la vostra persona, come se non parlaste in questa città, in questa chiesa, di questi tempi? E che avrebbero dunque a dire quo’ barbari sfortunati, a’ quali è toccata così rea sorte di nascere o su spiagge deserte, o dentr’isole abbandonate, dove la Fede, tenuta indietro ora da’ marosi, or da’ mostri, non è potuta ancor giungere a inalberare le sue vittoriose bandiere? Eppur è certo che nemmen quelli, dannandosi, potranno punto fiatare in loro discolpa. Rerum autem nec his debet ignosci (Sap. XIII. 8). E per qual ragione? Non per altro, siccom’è noto, se non perchè a magnitudine speciei et creaturæ cognoscebilìter poterat Creator horum videri(Ibid.: XIII. 5); perché dalla cognizion delle creature poteano quasi per una scala levarsi di grado in grado alla notizia del Creatore, e così servirlo conforme allo scarso lume che loro ne folgorò nella mente. Adunque che potrete dir voi? Vi dolete dunque di avere penuria grande di ajuti, voi che siete nati nel cuore del Cristianesimo, in una città sì eletta, in un secolo sì erudito, e molti ancor di famiglia così cospicua? E quanta notizia vi ha Iddio donata di sè con tanti oracoli di Scritture? quanta con tante dichiarazioni di Concilj? Non passaste la maggior parte di voi l’età più pericolosa sotto la tutela di parenti singolarmente gelosi del vostro bene, di maestri tutti applicati al vostro profitto? Cresciuti poi ad età più matura, quanta comodità vi si è offerta di ben operare in tanta abbondanza di padri spirituali, atta ad indirizzar vostra coscienza! in tanta copia di predicatori devoti, acconcia ad infervorar la vostra freddezza! in tanta dovizia di libri pii, opportuna ad allattare la vostra pietà! In tanta moltitudine di uomini religiosi, avida d’impiegarsi in vostro servizio! Vi manca forse o tribunali d’assoluzione, se volete scaricar la vostr’anima dal peso delle colpe: o chiostri di solitudine, se volete rimuovere il vostro cuore da’ tumulti del mondo? E che fan del continuo quegli angeli tutelari che avete a lato, se non incitarvi or a schivare quel vizio, or ad esercitare quella virtù, or a superar quella tentazione, or ad imitar quell’esempio? Iddio medesimo con le sue illustrazioni interiori quanto si adopera affine di agevolarvi la salvazione. Lascia Egli, per così dire, mezzo intentato? Ora vi alletta con gl’inviti; ora vi sgomenta con le minacce, ora vi sollecita coi rimproveri, ora vi lusinga con le prosperità, ora vi stimola co’ flagelli. Vocat undique ad correptionem, così disse santo Agostino (in Ps. 102) vocat undique ad pœnitentiam: vocat benefeiis creaturæ, vocat per lectorem, vocat per tractatorem, vocat per intimam cogitationem, vocat per flagellum correptionis; vocat per misericordiam consolationis. E voi vi lamenterete di Dio? Siasi pur vero che Egli ad alcuni dia più ajuti di quelli che a voi non dà, sicché li voglia, per così dire, anche salvi a dispetto loro, come con quel Saulo, a cui dinunziò che lo stimolo era calcato, durum est contra stimulum calcitrare(Act. IX. 7): potete voi però querelarvi, se a voi ne dà un numero cosi grande, che non solo è bastevole per ma traboccante?

VII. Ma lasciate, che io mi voglio  avanzare ancora più oltre, ed ardimentarmi di turare a ognuno la bocca con una risposta sodissima fra’ teologi, e universale. Ditemi dunque: che sapete voi di aver minor copia di ajuti per ben operare, di quella ch’abbiane ogn’altro miglior di voi; e non piuttosto d’averne o eguale, o maggiore? Che ne sapete? Forse perché vi scorgete peggior di altrui, però credete di essere ancora men provveduti di grazia, men forniti di ajuti? Ma io nego assolutamente esser vero ch’ogni volta che uno opera minor bene, ne segua per infallibile conseguenza ch’egli abbiasi minor grazia; o che ogni volta ch’uno ha maggior grazia, ne segua parimente ch’egli operi maggior bene. Signori no. Possono duo, provveduti di un’egual grazia, fare azioni tanto diverse, che altre sien di merito grande, ed altre di niuno: il che colpa non è delia grazia, ch’è la medesima; ma della cooperazione ch’è differente. Se voi non credete a me una tal verità, uditela dall’angelico san Tommaso (3 p. q. 69, art. 8 ad 2), da cui pur alcuni si studiano di dedurre a tutto loro potere dottrine opposte: licet baptizati aliqui interdunm æqualem gratiam percipiant, non asqualiter ea utuntur, sed unus studiosius in ea profìcit, alias per negligentiam gratiæ Deideest. Ch’è quanto dire, che benché alcuni Cristiani ricevano talora un’egual provvisione di grazia, non però sempre egualmente se ne approfittano, ma talor uno caveranne grand’utile, un altro niuno. E non vedete voi come ad un medesimo sole liquefassi la cera, s’indura il loto? Cosi dice S. Girolamo, ad una medesima grazia un cuore s’intenerisce, un altro resiste. Leggesi ciò in quella dottissima epistola da lui dirizzata ad Edibia (ep. 105). Non vedete come ad una medesima pioggia un campo germoglia fiori, ed un altro lappole? Così, dice Origene, ad una medesima grazia un cuore fruttifica, un altro insalvatichisce. Trovasi ciò in quel notissimo libro, da lui intitolato Periarcon (L. 3. c. 1). E santo Agostino quanto chiaramente insegna ancor egli questa dottrina, adonta dei suoi moderni depravatori! Afferma egli nel dodicesimo libro della divina Città (cap. 6), poter esser due uomini, egualissimamente disposti per qualità di temperamento e per ajuti di grazia, i quali guardino un volto stesso donnesco, e che nondimeno uno di essi s’infiammi di compiacimenti impudici, ed un altro mantenga l’animo casto, non per altra cagione, se non perché diversamente prevalgonsi a piacer loro della lor libertà. L’istessa dottrina parimente conferma san Gregorio Niceno nell’orazione de’ Catecumeni (cap. 30); l’istessa san Giovanni Crisostomo sopra l’epistola a’ Romani (Hom. I. 16); l’istessa san Cirillo sul Vangelo di san Giovanni (1. 11); l’istessa san Prospero in quel suo famoso volume sopra la vocazion delle genti (Lib. 2. e. 16); e per finire, l’istessa san Bonaventura nel quarto delle sentenze (Dist. 16, p. 2 , art. 4, q. 1), dov’egli dice queste precise parole: ex æquali gratia aliquando magis fervens elicitur motus, aliquando minus, secundum cooperationetn liberi arbitrii. – Or come dunque ardite voi di affermare di non ricever da Dio tanta gran copia di ajuti per bene operare, quanta da Lui ne ricevano questi o quelli? Chi ve l’ha detto? qual indizio n’avete? qual fondamento? Dite bensì che la vostra grazia non riesce efficace, ma vana, ma infruttuosa, ma nulla; e direte il vero. Ma chi ha la colpa di ciò? Non l’avete voi, che in cambio di profittarvi della grazia celeste con quell’ardore che richiedeva dal suo Timoteo l’Apostolo quando gli disse, noli negligere gratiam quæ data est libi (1 ad Tim. IV, 14), la trascurate, e fate a guisa di quei nocchieri, o poco abili, o poco attenti, che restano dietro gli altri con la lor nave, non perché non godano anch’essi un istesso vento, ma perché non san prenderlo quando spira? Lasciate dunque di querelarvi di Dio, e non vogliate attribuire a difetto della sua liberale beneficenza, ciò che è mancanza del vostro libero arbitrio: mentre con solo è certo, ch’ei vi vuol salvi, e che però vi somministra ajuti abbondevolissimi, non che sufficienti a tal fine, ma può fors’essere ch’Egli altresì ve li porga in copia maggiore di quel che faccia con altri di voi più spirituali, di voi più santi. Ese pur quegli ajuti vi porge, a cui Egli, come savissimo, ben prevede che voi non corrisponderete; questo medesimo si deve ascrivere a voi, i quali lor lascerete di corrispondere. Ipsi fuerunt rebelles lumini, disse Giobbe (XXIV. 13) de’ peccatori. Non fu che Dio non desse loro un vivacissimo lume a conoscer la verità; fu ch’essi chiusero gli occhi per non conoscerla. Ed altrove: Dicebant Deo, recede a nobis (Ibid.XXVIII, 12); ed altrove: Dixerunt Deo, recede a nohis (lb. 21. 14); ed altrove: Quasi de industria recesserunt ab eo, et omnes vias ejus intelligere noluerunt (Ib. 34. 27). – E però avvezzatevi a dar di tutto il mal vostro la colpa a voi. Perditia tua, Israel.. Dite fra voi medesimi, ma di cuore: Ego sum qui peccavi, ego qui impìe egi, ego qui inique gessi (2 Reg. XXIV. 17). Dite con Geremìa, che voi da voi stessi vi andate a vendere schiavi dell’inimico per un vile acquisto di niente: Ægypto dedimus manum, et Assyriis, ut saturemur pane (Thr. 5. 6). Dite che cedete, dite che cadete, verissimo; ma perché? Perché così piace a voi: volete cadere, volete cedere. Non si può dar altra ragione, lpsi nos seducimus: così ne dice l’apostolo san Giovanni (Epist. I, 1. 8). Vedete quanta sia la forza di tutti i demonj insieme? Eppure nemmen essi mai possono ottener nulla da voi, se loro spontaneamente non lo doniate. Vi possono istigare, vi possono importunare, ma non possono violentarvi. Dixerunt animæ tuæ (notate luogo sceltissimo d’Isaia su questo proposito (LI. 23), Dixerunt animae tuae: incurvare, ut transeamus. Avete sentito? Non ardiscon di mettervi i piedi addosso: incurvare, incurvare. Si raccomandano, perché vi gettiate per terra. E però se bene spesso prevalgono sopra voi, se vi conculcano, se vi calpestano, donde accade? Perché voi vilmente vi contentate di mettervi da voi stessi sotto le lor fetide piante. Dixerunt animæ tuæ: incurvare, ut transeamus: et posuisti ut terram corpus tuum, et quasi viam transeuntibus (Ibid.). Eh Cristiani, tenete forte il vostro libero arbitrio, e non dubitate di niente: sarete salvi; sarete salvi. L’Oloferne infernale non potrà mai toccare la bella Giuditta, voglio dire l’anima vostra, se starà salda: solo potrà procurare ut sponte consentiat (Judith X. 10), che consenta spontaneamente. Ma lasciatelo fare, ciò non importa: fuggite quanto si può l’occasioni cattive, valetevi de’ mezzi donativi alla salute, confessatevi spesso, comunicatevi spesso, raccomandatevi continuamente al Signore, perché vi assista; e io vi prometto che ancora voi, quanto ogni altro, vi salverete.

VIII. Ma sapete quel ch’è? Ve lo dirò chiaro. Tutto il punto è, che vorreste poter insieme goder la terra più di ciò conviensi allo stato vostro, e truffarvi in cielo. Vorreste vivere a seconda de’ vostri sensuali appetiti, compiacere ogni voglia, soddisfare ad ogni passione; e poi finalmente trovarvi su in paradiso, senza di avervi posto nulla del vostro, se non fori ancora vorreste che il paradiso calasse a ritrovar voi, perché non vi scomodiate. Ma questo non può avvenire. Una volta sola si legge nelle Scritture, che il paradiso per gran favore calasse a trovar veruno, e quest’uno fu S. Giovanni. Vidi sanctam civitatem Jerusalem novam descendentem de cœlo (Apoc. XXI. 2). Ma quella volta medesima dove calò? dove venne? il notaste mai? Super montem magnum et altum (lb. XXI, 10). Sopra la cima di un monte e d’un monte sublime, e d’un monte alpestre. E perché ciò? Giacché quella città santa volea discendere, perché non poteva discendere alla pianura, e risparmiare all’Apostolo, già estenuato, già vecchio, anzi già decrepito, la fatica di salir sopra una montagna? No, no, uditori: il paradiso non donasi agl’infingardi (questo è il mistero), il paradiso non donasi agl’infingardi. Bisogna che si tragga di mente sì sciocco inganno, se alcun ve l’ha. Iddio ci vuol dar la sua gloria; ma come premio, intendete? come mercede, sicché ancor noi rimettiamo qualche passo del nostro per arrivarvi. Non posuit nos Deus in iram, questo è verissimo; ma conseguentemente in che posuit? In salutem? in salutem? No,  sed in acquisitionem salutis, dice l’Apostolo (1 ad Thessal. V. 9): vuol che noi ce la guadagniamo. Vuol Egli che in questo mondo noi non abbiamo occasione né di viver troppo oziosi, né di diventare troppo superbi. Però che ha fatto? ha disposte le cose in modo, che l’esecuzione della nostra salute eterna non fosse né tutt’opera nostra, né tutta sua. Non tutta nostra, perché ci mantenessimo umili; non tutta sua, perchè non divenissimo scioperati. Neque nos supinos esse vult Deus, proptem non ipse totum operatur (così avvertillo san Giovanni Crisostomo);. neque vult esse superbos, et ideo totum nobis non cessit (Hom. 60 ad pop.). Ma noiameremmo che facesse tutt’Egli, e non vorremmo far nulla noi. No Signori miei, no: a Lui spelta chiamarci, ed a noi corrispondere; a lui tocca invitarci, e noi di andare. Vocabis me, et respondebo tibi(Job XIV. 15). Egli ci ecciterà ancora, ci spingerà, ci sostenterà: Operi manuum suarum porrige dexteram(Ibid.), perché arriviamo fino alla cima del monte, quantunque altissimo, a trovar la bella città di Gerusalemme; ma non bisogna che a primi passi noi gli facciam resistenza; altrimenti, se nonotterrem la salute da noi bramata, tengasi pur per costante, che sarà nostra la colpa, non sarà sua? Perditio tua, Israel.

SECONDA PARTE.

IX. Un’altra scusa potrebbe ancora restare a favor degli empi; e sarebbe, quando Dio per salvarli richiedesse da loro fatiche molto ardue, o strazj molto penosi; perché in tal caso par che potrebbero rigettare in lui qualche colpa del loro male, s’essiin cambio di giungere a salvamento n’andasseroin perdizione. Ma quando mai chied’Egli tanto da’ perfidi per salvarli, quanto vede ch’essisopportano per dannarsi? Sentite ciò che Geremìa già diceva ai peccatori: Ut inique agerent, laboraverunt [lavorarono per agire iniquamente] angheria sopra angheria, inganno su inganno; (Jer. IX. 5). Credete voi che ai più di essinon costasse molto il farmale ? Laboraverunt, laboraverunt. Non si può dire quanto imiseri fecero per perire, quanto stentarono, quanto soffersero: ut inique agerent laboraverunt. E certamente ditemi un poco, uditori; è difficile la legge cristiana; è così? Oh padre, s’ella è difficile! Ma dite, in che? Forse nel maltrattare il corpo talmente, che non si ribelli allo spirito. Ma quanti sono gli strapazzi che voi gli usate, quando si tratti di un traffico ancora ingiusto! Non laboratis, con esporvi subito a brine, a venti, ad arsure? Forse nel soggiogare talmente la volontà, che non oppongasi alla ragione? Ma quante sono le schiavitù, con le quali voi l’avvilite, quando si tratti di un avanzamento anche improprio? Non laboratis, con umiliarvi pur a cortigiani, a uffiziali, a ministri? Et si tanta suffert anima, ut possideat unde pereat, quanta debet sufferre ne perent? Vi dirò con santo Agostino (De Pat. t. 4). Ma forse la legge divina riesce difficoltosa nel comandare, che a fine di salvar l’anima null’altra cosa si prezzi di questa terra, non ricchezze, non patria, non parentele, non sanità; e quel ch’è più, non la medesima vita, quando bisogni? Ma questa vita medesima quante volte vien da voi posta a sbaraglio per un puntiglio vano di mondo! Un titolo, un disparere, una precedenza non si decide continuamente col ferro? Vadane la roba, vadane la famiglia, vadane il sangue, vadane il corpo, vadane l’anima, la vendetta s’ha da pigliare. Voi stessi, benché talora vi conosciate disuguali di forze, inferiori d’appoggio, voi siete i primi a provocare il nemico, voi ad affrontarlo, voi ad assalirlo, e con disfide sciocchissime laboratis, per andare a dare di petto nell’altrui spada. E quando mai vi viene occasione di arrivare a tanto per Dio? Vi ricerca mai Egli più per donarvi il Cielo, di quel che fate per comperarvi l’inferno? O cæcitas! O insania! esclamerò con l’eloquente Salviano (Lib. 3 ad Eccl.). Quanto studio infelicissimi hominum id efficiiis, ut miserrimi in æternitate sitis! Quanto minore cura, minore ambitu id vobis præstare potuistis ut semper beati esse possetis! Rispondete quanto sapete: di qui non potete uscire. Se voi non aveste forze bastevole a tollerare tutti que’ patimenti, co’ quali voi comperate l’inferno, facilmente potreste darea d intendere di non averle a soffrire quelle fatiche con cui vi dovreste acquistare il Cielo. Ma se l’avete per fare il male, come vi scuserete di non averle per fare il bene? – Eppure quanto mi rimarrebbe anche a dire, mentre è cosa certa che i reprobi non solamente laborant per ire a perdersi, ma lassantur, com’essi medesimi confessarono dall’inferno a dispetto loro, quando già dissero lassati sumus in via iniquitatis, lassati sumus in via perditionis, ambulavimus vias difficiles  [… Ci siamo saziati nelle vie del male e della perdizione; abbiamo percorso deserti impraticabili] (Sap. V. 7). Non ho detto i patimenti della milizia, non gli orrori delle battaglie, non le inquietudini delle liti, non le angosce delle ambizioni, non le sollecitudini delle avarizie, non le infermità delle crapule, non le pene, non le perversità, non le turbazioni di una passione sola amorosa, non le lagrime che per essa si spargono, non i servizj che si usano, non le gelosie che si soffrono, non le villanie che s’inghiottino, non i pericoli che s’incontrano, non i sonni che si perdono, non le ricchezze che si scialacquano, non l’onore che non si cura, non i morbi anche strani che si contraggono. E non si ritrovano ogni dì nuovi Ammoni, che del continuo attenuantur macie [… tu diventi sempre più magro]  (2 Reg. XIII, 4) per una Tamar? che si svengono? che si struggono? Se però faceste per Dio una minima particella di quel che voi talora, o giovani, fate per una druda vilissima (lasciatemi ragionare con libertà), se lo faceste per Dio, non diverreste non solo salvi, ma santi?

X . O padre, mi risponderete, voi forse non siete pratico. Questi, che avete voi raccontati, sono patimenti sì, ma gradevoli, ma gustosi, che però, se voi nol sapete, i poeti nostri li chiamano dolci-amari: sono confacevoli all’istinto, son conformi all’inclinazione. Non sono come quelli che sopportiamo per osservar le leggi evangeliche: questi sono tutti spiacevoli, tutti acerbi. Sì? Veramente io confesso che non ci credeva esser tanta diversità: ma vi ringrazio che me l’abbiate voi suggerito opportunamente, perché della vostra risposta mi varrò dunque a stringere tanto più l’argomento mio. E qual può essere la ragione di tanta diversità? Perché i patimenti, considerati materialmente per sè medesimi, sien differenti? Questo non si può dire, poiché sarebbe direttamente contrario alla supposizione che noi facciamo: trattandosi di patire l’istessa fame per Dio, l’istessa sete, l’istesso sonno, l’istesse contrarietà che si patiscon per altri. Tutta la diversità dee consistere dunque in questo, che in un caso voi ciò patite per altri, nell’altro voi lo patireste per Dio: e perché lo patite per altri, per questo è gradevole, per questo è gustoso, per questo riesce un amaro-dolce; laddove, se il patiste per Dio, non saria punto dolce, ma tutto amaro. Non è così? Orsù dunque, che i peccatori hanno finalmente vinta la causa. Se non »i salvano, hanno pronta la scusa, hanno facili le discolpe. A che noi faticare con tante prove, sfiaterò con tante ragioni, struggerci con tanti argomenti? Possiam finire. Hanno essi una risposta da sciorli tutti. – Che dunque aspettasi? Vengano gli angeli, vengano i santi,  vengano i demonj, venga il cielo, venga la terra, e mi apprestino tutti udienza. Audite hæc, omnes gentes; auribus percipite omnes, qui habitatis orbem ( Ps. XLVIII, 2) omnes, omnes. Sono finalmente scusabili i Cristiani peccatori, se non si salvano, sono scusabili. E perché? Perché Dio non voglia ammetterli in cielo? No, perché Egli, come lor padre, e padre senza dubbio miglior d’ogni altro, a questo è disposto con verissima volontà. Perché essi non abbiano ajuti sufficienti da giungervi? No, perché a niuno s’impone peso, o s’ingiunge precetto su le sue forze. Perché non abbiamo almeno ajuti abbondanti? No, perché a loro è toccato in sorte di nascere dove n’è dovizia maggiore. Perché non gli abbiano almeno eguali a quei di coloro, i quali si salvano? No, perché non è sempre legge infallibile, che maggiori ajuti sortisse chi maggior bene operò. Perché almeno non sieno usi per altro a sopportare tante gravi molestie, quante richieggono a volersi salvare? Nemmeno per questo, perché ne sopportano anche maggiori per un interesse, per un’ambizione, per un puntiglio, un capriccio, e fin talora per una femmina vile; giungendo a segno, che, come deplorò Geremia (XVI. 13), volentierissimo  serviunt Diis alienis, qui non dant eis quiem die ac nocte, [… servirete divinità straniere giorno e notte]. E perché dunque, se non si salvano, essi sono scusabili? Ecco perché: perché queste molestie si avrebbero a tollerar da essi per Dio; torno a ripeterlo, perché si avrebbero a tollerare per Dio (qui si riduce tutta la loro discolpa), perché si avrebbono a tollerare per Dio. Cristiani peccatori, che dite? Siete contenti di una simile scusa? Volete che ella vi suffraghi, ch’ella vi vaglia? Su, sia così. Portatela in faccia a Cristo. Dite animosamente, sicché ognun senta: se per altri si dovesse sopportare quel che conviene sopportare per voi, non riuscirebbe tanto difficile; anzi riuscirebbe spesso giocondo, confacevole all’istinto, conforme all’inclinazione, sicché chiamare potrebbesi un dolce-amaro. Ma per voi non si può; il patire altrettanto per voi, tutto amaro sarebbeci, niente dolce. Oh vergogna. E avete cuor di parlar sul volto di Cristo in questa maniera, come s’Egli, perché sta qui coperto, sta qui celato, non vi sentisse? Questa è la riverenza a quel sangue sparso, questa è la gratitudine a quelle membra scarnificate per voi? dire che non sia dolce il patir per Dio? Ah! ben si scorge che voi non lo avete provato. Però, se voi vi fidate di tale scusa, seguite a vivere pure come a voi piace, eh’ io per me mi arrossisco di confutarvela. Ma se conoscete questa essere la peggiore di quante n’avete addotte, a quale dunque vi appiglierete? dove vi volgerete? come risponderete? Non rimarrete convinti che altra risoluzione più opportuna non si può prendere da tutti noi peccatori, se non che cominciamo da questo punto ad emendar seriamente la nostra vita, a fine di potere schivare in tal modo quella gran dannazione, in cui traboccando, non potrem da altri dolerci, se non di noi? Perditio tua, Israel (Os. XIII. 9).

DOMENICA DI PASSIONE (2020)

DOMENICA DI PASSIONE (2020)

Stazione a S. Pietro;

Semidoppio, Dom. privit. di I cl. • Pagamenti violacei.

« Noi non ignoriamo, dice S. Leone, che il mistero pasquale occupa il primo posto fra tutte le solennità religiose. Durante tutto l’anno, col cercare di migliorarci sempre più, noi ci disponiamo a celebrare questa solennità in maniera degna e conveniente, ma questi ultimi e grandissimi giorni esigono ancor più la nostra devozione, poiché sappiamo che essi sono vicinissimi al giorno in cui celebriamo « il mistero cosi sublime della misericordia divina » (II Notturno). Questo mistero è quello della Passione del Salvatore di cui è ormai prossimo l’anniversario. Pontefice e mediatore del Nuovo Testamento, Gesù salirà ben presto sulla Croce e presenterà al Padre, il sangue, che Egli verserà entrando nel vero Sancta Sanctorum che è il Cielo (Ep.). « Ecco, canta la Chiesa, brilla il mistero della Croce, dove la Vita ha subito la morte e con la Sua morte ci ha reso la vita » (Inno dei Vespri). E l’Eucaristia è frutto dell’amore immenso di un Dio per gli uomini, poiché istituendola, Gesù ha detto: « Questo è il mio corpo, che sarà immolato per voi. Questo è il calice della nuova alleanza nel sangue mio. Fate questo in memoria di me » (Com.). Cosa fecero gli uomini in risposta a tutte queste bontà divine? « I suoi non lo ricevettero » dice S. Giovanni, parlando dell’accoglienza fatta a Gesù dai Giudei: » Gli fu reso il male per il bene » (4 Ant. della Laudi) e gli furono riservati solamente gli oltraggi « Voi mi disonorate » dirà loro Gesù ». Il Vangelo ci mostra in fatti l’odio sempre crescente del Sinedrio,  Abramo, [Dopo la festa dei Tabernacoli che ebbe luogo il terzo anno del suo ministero pubblico, Gesù pronunciò nel Tempio le parole del Vangelo d’oggi. Una parte dell’atrio era stata trasformata in deposito Perché il Tempio non era ancora interamente ricostruito. I Giudei vi raccolsero delle pietre per lapidare Gesù che si nascose ai loro sguardi, la sua ora non essendo ancora, venuta.] il padre del popolo di Dio, aveva fermamente creduto alle promesse divine che gli annunciavano Cristo futuro, e nel Limbo la sua anima che, avendo avuto fede in Gesù, non è stata colpita da morte eterna, si è rallegrata nel vedere il realizzarsi di queste promesse, con la venuta del Salvatore. I Giudei che avrebbero dovuto riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, più grande di Abramo e dei profeti perché  eterno, misconobbero il senso delle sue parole e, dopo averlo insultato trattandolo da invaso dal demonio e bestemmiatore, lo vollero lapidare (Vang.). « Non temere davanti ad essi, gli dice Dio in persona di Geremia, poiché io farò che tu non tema i loro volti. Poiché oggi Io ti ho reso come una città fortificata, come una colonna di ferro, come un muro di bronzo contro i re di Giuda, i suoi principi, i suoi sacerdoti ed il suo popolo. Essi combatteranno contro te, ma non prevarranno: perché io sono con te, dice il Signore, per liberarti (I Notturno). « Io non cerco la mia gloria, dice Gesù; vi è qualcuno che la cerca e giudica» (Vang.). E per bocca del salmista, Egli continua: « Giudicami, Signore, e discerni la mia causa da quella della gente empia: liberami dall’uomo iniquo ed ingannatore». Questo popolo «bugiardo» (Vang.) afferma Gesù, è il popolo Giudeo. « Liberami dai miei nemici, continua il Salmista; mi strapperai dalle mani dell’uomo iniquo » (Grad.). « Il Signore è giusto. Egli decapiterà i peccatori » (Tratto). Dio infatti, non permise agli uomini di mettere la mano su Gesù prima che la sua ora fosse giunta (Vang.) e quando l’ora dell’immolazione fu suonata, Egli strappò il Suo figlio dalle mani dei malvagi, risuscitandolo. Questa morte e questa resurrezione erano state annunciate dai Profeti ed Isacco ne era stato il simbolo, allorché, mentre per ordine di Dio, stava per essere immolato da Abramo, suo padre, fu salvato da Dio stesso e sostituito da un ariete, che rappresentava l’Agnello di Dio sacrificato per il genere umano. . Gesù doveva dunque nel Suo primo avvento essere umiliato e soffrire; soltanto dopo Egli apparirà in tutta la Sua potenza: ma i Giudei, accecati dalle passioni, non ammisero che una sola venuta: quella che deve prodursi nella gloria e, scandalizzati dalla Croce di Gesù, lo respinsero. Per questo motivo, Dio li respinse a sua volta, mentre accolse con benevolenza coloro che hanno poste le loro speranze nella redenzione di Gesù, ed uniscono le loro sofferenze alle Sue. « Giustamente e per ispirazione dello Spirito Santo, dice S. Leone, i SS. Apostoli hanno ordinato digiuni più austeri durante questi giorni; affinché, con una comune partecipazione alla Croce di Cristo, noi pure facciamo qualche cosa che ci unisca a quello che Egli ha fatto per noi. Come dice l’Apostolo S. Paolo: « Se soffriamo con Lui, saremo anche glorificati con Lui ». Certa e sicura è l’attesa della promessa beatitudine là dove vi è partecipazione alla passione del Signore (IV Lezione). — La Stazione si tiene nella Basilica di S. Pietro, innalzata sull’area dove prima sorgeva il Circo di Nerone, dove il Principe degli Apostoli morì, come il suo Maestro, sopra una Croce. – In ricordo della Passione di Gesù, di cui si avvicina l’anniversario, pensiamo che, per risentirne gli effetti benefici, bisogna, come il Divin Maestro, saper soffrire persecuzioni per la giustizia, e quando, membri della «famiglia di Dio », siamo perseguitati con e come Gesù Cristo, chiediamo a Dio che « custodisca i nostri corpi e le nostre anime » (Or.).

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

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Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLII: 1-2.

Júdica me, Deus, et discérne causam meam de gente non sancta: ab homine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus et fortitudo mea. [Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: líberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza].

Ps XLII:3

Emítte lucem tuam et veritátem tuam: ipsa me de duxérunt et adduxérunt in montem sanctum tuum et in tabernácula tua. [Manda la tua luce e la tua verità: esse mi guídino al tuo santo monte e ai tuoi tabernàcoli.]

Júdica me, Deus, et discérne causam meam de gente non sancta: ab homine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus et fortitudo mea. [Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: líberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza].

Oratio

Orémus.

Quæsumus, omnípotens Deus, familiam tuam propítius réspice: ut, te largiénte, regátur in córpore; et, te servánte, custodiátur in mente. [Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, guarda propízio alla tua famiglia, affinché per bontà tua sia ben guidata quanto al corpo, e per grazia tua sia ben custodita quanto all’ànima.]

 Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebræos.

Hebr IX: 11-15

Fatres: Christus assístens Pontifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non hujus creatiónis: neque per sánguinem hircórum aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta. Si enim sanguis hircórum et taurórum, et cinis vítulæ aspérsus, inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis: quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti? Et ideo novi Testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem eárum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri Testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis, in Christo Jesu, Dómino nostro.

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

GESÙ CRISTO SACERDOTE

“Fratelli: Cristo, essendo venuto come pontefice dei beni futuri, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè non appartenente a questo mondo creato, e mediante non il sangue di capri e di vitelli, ma mediante il proprio sangue, entrò una volta per sempre nel santuario, avendo procurato una redenzione eterna. Poiché se il sangue dei capri e dei tori e l’aspersione con cenere di giovenca santifica gli immondi rispetto alla mondezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, ha offerto se stesso immacolato a Dio, monderà la nostra coscienza dalle opere morte, perché serviamo al Dio vivente? E per questo Egli è il mediatore del nuovo testamento, affinché, essendo intervenuta la sua morte a redimere dalle trasgressioni commesse sotto il primo testamento, quelli che sono stati chiamati conseguono l’eterna eredità loro promessa, in Gesù Cristo Signor nostro”. (Ebr. IX, 11-15).

L’Epistola di quest’oggi è tratta dalla lettera agli Ebrei, della quale si è già parlato nella solennità di Natale. Qui si parla della superiorità e della efficacia del Sacrificio di Gesù Cristo, in confronto del sacrificio della legge ebraica. Difatti Gesù Cristo:

1. È il Sacerdote della nuova legge,

2. Che offre a Dio il proprio sangue,

3. E si fa nostro mediatore.

1.

Cristo, essendo venuto come pontefice dei beni futuri; cioè dei beni del Nuovo Testamento, come: l’espiazione valevole per tutti i tempi, la santificazione interna, l’eterna felicità ecc.; venivano, necessariamente, a perdere tutta la loro importanza i riti del culto levitico. Ciò che è imperfetto dove cedere il posto a ciò che è perfetto. Gesù Cristo è il Sacerdote della nuova legge. Non si assume da sé la dignità sacerdotale: ma vi è destinato da Dio, come da Dio vi fu destinato Aronne. Il Padre, che dall’eternità gli dà l’essere di Figlio, con giuramento solenne, irrevocabile, lo dichiara: «Sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedech» (Salm. CIX, 4). Sarà un sacerdote che durerà in eterno. Melchisedech, sacerdote e re, tipo di Gesù Cristo, è introdotto nella Sacra Scrittura, così minuziosa nelle genealogie dei  Patriarchi, senza che si faccia menzione né del padre né della madre, né del tempo della nascita né del tempo della  morte, né di chi l’abbia preceduto né di chi gli sia succeduto nel sacerdozio. Gesù Cristo, come non ebbe antecessori, non avrà successori nel suo sacerdozio. Vivendo Egli in eterno, il suo sacerdozio non avrà mai fine, a differenza del sacerdozio secondo l’ordine di Aronne, che aveva carattere transitorio. Mediante il sacerdozio di Gesù Cristo abbiamo un’espiazione valevole per tutti i tempi. Al pari degli antichi re e sacerdoti, anche il sacerdote della nuova legge, Gesù Cristo, riceve l’unzione, ma in modo più eccellente. Egli viene unto «non con olio visibile, ma col dono della grazia … E deve intendersi unto con questa mistica e invisibile unzione, quando il Verbo di Dio si è fatto carne» (S. Agostino, De Trinit. L . 15. c. 26). In virtù dell’unione ipostatica con la divinità, la natura umana di Gesù Cristo ricevette, fin dal primo momento dell’incarnazione, la pienezza di tutte le grazie e di tutti i doni dello Spirito Santo. Così, la natura umana assunta riceve l’unzione dalla divinità. Gesù è, quindi, sacerdote fin dal principio della sua esistenza. È sacerdote nella culla, è sacerdote nell’esilio, è sacerdote durante la vita nascosta di Nazaret.

2.

Gesù Cristo, mediante lo Spirito Santo, ha offerto se stesso immacolato a Dio. Negli antichi sacrifici la vittima che doveva essere immolata veniva trascinata all’altare. Gesù Cristo, che sostituirà se stesso alle vittime del sacrificio levitico, non ha bisogno d’essere condotto per forza al luogo dell’immolazione. Prima di sacrificare il suo corpo sacrifica la sua volontà. Al Padre non piacciono più i sacrifici dell’antica legge, e fa conoscere la sua volontà che il Figlio, assumendo un corpo, lo offra in sacrificio per la salvezza degli uomini. E il Figliuolo, incarnandosi, può ripetere le parole del salmista: «Ecco io vengo, per fare, o Dio, la tua volontà» (Ebr. X, 7). Ecco, io assumo un corpo, mi faccio uomo, affinché offra me stesso in luogo del sacrificio mosaico. E questa spontanea ubbidienza dimostra in tutte le circostanze della sua vita mortale. La volontà del Padre è volontà sua. È volontaria la povertà di Betlemme, l’amarezza della fuga in Egitto, il sudore della bottega, le fatiche dell’apostolato. Sono volontarie tutte le privazioni, le persecuzioni, i dolori della vita pubblica; è volontario il sacrificio supremo sulla croce. Venuta l’ora dell’immolazione « non ha aperto la sua bocca; come pecorella sarà condotto ad essere ucciso: e come un agnello si sta muto dinanzi a colui che lo tosa, così Egli non aprirà la sua bocca » (Is. LIII, 7). – Siamo al sacrificio cruento. Il sangue scorre; ma questa volta non scorre sangue di capretti e di vitelli; scorre il sangue del Figlio di Dio fatto uomo; sangue d’un valore infinito. Per mezzo di questo sangue offerto a Dio, l’uomo è liberato dalla schiavitù di satana. Gli antichi schiavi che ottenevano la libertà, l’ottenevano depositando essi stessi il prezzo della propria liberazione. Noi pure siamo stati liberati dalla schiavitù mediante un prezzo e « caro prezzo »; (I Cor. VI, 20) ma questo caro prezzo, non l’abbiamo sborsato noi. L’ha sborsato Gesù Cristo « il quale ha dato se stesso quale riscatto per tutti », (I Tim. II, 6) versando il suo prezioso sangue. La pena dovuta ai nostri peccati, e che noi non avremmo mai potuto scontare, con questo sangue è cancellata. La giustizia di Dio è soddisfatta: l’uomo è riconciliato col suo creatore.

3.

E per questo egli è il mediatore del nuovo testamento. – « Egli è il solo mediatore tra Dio e gli uomini » (1 Tim. II, 5). Il sacerdote è mediatore tra Dio e gli uomini specialmente per mezzo del sacrificio e della preghiera. « Il buon mediatore offre a Dio le preghiere e i voti dei popoli, e porta loro da parte di Dio benedizioni e grazie. Supplica la divina maestà per le mancanze dei peccatori; e redime negli offensori l’ingiuria fatta a Dio» (S. Bernardo, De mor. et off. Epist. c. 3, 10). La preghiera del Sacerdote ha sempre grande valore: è la preghiera dell’uomo di Dio. Qual valore non avrà la preghiera di Gesù Cristo? « Facilmente si ottiene quando prega un figlio ». (Tertulliano, De pœn. 10). E Gesù Cristo è Figlio di Dio: « Figlio diletto », (Luc. III, 22). « Figliuolo dell’amor suo ». (Col. 1. 13) Egli stesso ha assicurato agli Apostoli che otterrebbero dal Padre qualsiasi cosa, se chiesta in nome suo. A maggior ragione si otterrà dal Padre, quanto chiede Egli stesso. Gesù Cristo innalza al Padre la sua efficace preghiera, quando appare in questo mondo; l’innalza durante la sua vita. Egli prega in ogni tempo e in ogni luogo. Prega di giorno, prega di notte. Prega in pubblico, prega nella solitudine. Dopo aver parlato agli uomini di Dio, del suo regno, si ritira a parlare degli uomini a Dio. – Nel tempio, nel deserto, nell’orto s’innalza a Dio il profumo della sua preghiera. Ma sul Calvario specialmente, quando pende dalla Croce, la sua preghiera sacerdotale si innalza ad interporsi tra la giustizia e la misericordia di Dio. – E sui nostri altari continua ancora oggi a innalzare al Padre la sua preghiera in favore dell’umanità. Ogni qualvolta s’immola misticamente il suo Corpo e il suo Sangue offerti all’eterno Padre, hanno forza più efficace di qualsiasi voce sensibile, presso la maestà di Dio offesa, ad ottenere il perdono per gli offensori. Egli continua il suo ufficio sacerdotale di mediatore su in cielo, dove si fa nostro avvocato alla destra del Padre. Lassù Gesù Cristo continua ad essere il nostro sacerdote, che prega, manifestando al Padre il suo vivissimo desiderio della nostra salute, e presentandogli l’umanità assunta, coi segni gloriosi dei misteri in essa compiuti. E continuerà il suo ufficio di mediatore per noi sino alla fine dei secoli. I Sacerdoti, suoi rappresentanti su questa terra, passeranno. Agli uni succederanno gli altri: il loro ministero sarà limitato dal tempo. Ma Gesù, Sacerdote eterno, non passerà « vivendo egli sempre affine di supplicare per noi ». (Ebr. VII, 25). Gesù Cristo, Sacerdote della Nuova Alleanza, s’interessa di noi al punto da offrire al Padre il suo Sangue per i nostri debiti, e continua a far l’ufficio di nostro difensore lassù in cielo. E noi fino a qual punto ci interessiamo di Gesù? Forse l’abbiamo completamente dimenticato. La Serva di Dio suor Benedetta Cambiago, entrata un giorno nella sala da lavoro dell’educandato da lei diretto, ove si trovavano delle fanciulle esterne, domanda: — Mie care, vorrei sapere da voi una cosa. Là vi è il Crocifisso, amor nostro, morto per noi sulla croce. Quanti atti di offerta gli avete fatto oggi? E visto che nessuna di loro si era ricordata di Gesù ripiglia: — Ebbene, chi si scorda di Gesù è indegna di star con Lui. — E senz’altro piglia una sedia, stacca il Crocifisso dalla parete e lo porta via. A questa conclusione le fanciulle si mettono a piangere, e pregano Benedetta che riporti loro il crocifisso. (Vittorio Bondiano, Suor Benedetta Cambiagio, fondatrice delle Suore di N. S.  della Provvidenza ecc. Verona, 1925; p. 92). – Se noi dovessimo piangere sulle giornate trascorse senza fare un’offerta a Gesù, che per noi offrì se stesso, senza rivolgere un pensiero a Lui, che continuamente intercede per noi, forse dovremmo piangere ben frequentemente. Un degno cambio per tutto quello che Gesù Cristo ha fatto, e fa continuamente per noi, non lo potremo mai rendere: nessuno può dubitare. Possiamo però tener sempre presenti i suoi benefici. Sarebbe già qualche cosa: ama chi non oblia. Possiamo offrirgli giornalmente i nostri pensieri, i nostri affetti, le nostre fatiche, i nostri dolori. Possiamo offrirgli le nostre preghiere. « Gesù Cristo nostro Signore — osserva S. Agostino — prega per noi come nostro Sacerdote… è pregato da noi come nostro Dio ». (Enarr. in Ps. LXXXV, 1) Lo preghiamo davvero come nostro Dio? Lo preghiamo frequentemente?

Graduale

Ps CXLII: 9, 10

Eripe me, Dómine, de inimícis meis: doce me fácere voluntátem tuam

Ps XVII: 48-49

Liberátor meus, Dómine, de géntibus iracúndis: ab insurgéntibus in me exaltábis me: a viro iníquo erípies me.

Tractus

Ps CXXVIII: 1-4

Sæpe expugnavérunt me a juventúte mea.[Mi hanno più volte osteggiato fin dalla mia giovinezza.]

Dicat nunc Israël: sæpe expugnavérunt me a juventúte mea. [Lo dica Israele: mi hanno più volte osteggiato fin dalla mia giovinezza.]

Etenim non potuérunt mihi: supra dorsum meum fabricavérunt peccatóres. [Ma non mi hanno vinto: i peccatori hanno fabbricato sopra le mie spalle.]

V. Prolongavérunt iniquitátes suas: Dóminus justus cóncidit cervíces peccatórum. [Per lungo tempo mi hanno angariato: ma il Signore giusto schiaccerà i peccatori.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joann VIII: 46-59

“In illo témpore: Dicébat Jesus turbis Judæórum: Quis ex vobis árguet me de peccáto? Si veritátem dico vobis, quare non créditis mihi? Qui ex Deo est, verba Dei audit. Proptérea vos non audítis, quia ex Deo non estis. Respondérunt ergo Judæi et dixérunt ei: Nonne bene dícimus nos, quia Samaritánus es tu, et dæmónium habes? Respóndit Jesus: Ego dæmónium non hábeo, sed honorífico Patrem meum, et vos inhonorástis me. Ego autem non quæro glóriam meam: est, qui quærat et jdicet. Amen, amen, dico vobis: si quis sermónem meum serváverit, mortem non vidébit in ætérnum. Dixérunt ergo Judaei: Nunc cognóvimus, quia dæmónium habes. Abraham mórtuus est et Prophétæ; et tu dicis: Si quis sermónem meum serváverit, non gustábit mortem in ætérnum. Numquid tu major es patre nostro Abraham, qui mórtuus est? et Prophétæ mórtui sunt. Quem teípsum facis? Respóndit Jesus: Si ego glorífico meípsum, glória mea nihil est: est Pater meus, qui gloríficat me, quem vos dícitis, quia Deus vester est, et non cognovístis eum: ego autem novi eum: et si díxero, quia non scio eum, ero símilis vobis, mendax. Sed scio eum et sermónem ejus servo. Abraham pater vester exsultávit, ut vidéret diem meum: vidit, et gavísus est. Dixérunt ergo Judaei ad eum: Quinquagínta annos nondum habes, et Abraham vidísti? Dixit eis Jesus: Amen, amen, dico vobis, antequam Abraham fíeret, ego sum. Tulérunt ergo lápides, ut jácerent in eum: Jesus autem abscóndit se, et exívit de templo.” Laus tibi, Christe!

Omelia II

“In quel tempo disse Gesù alla turbe dei Giudei ed ai principi dei Sacerdoti: Chi di voi mi convincerà di peccato. Se vi dico la verità, per qual cagione non mi credete? Chi è da Dio, le parole di Dio ascolta. Voi per questo non le ascoltate, perché non siete da Dio. Gli risposero però i Giudei, e dissero: Non diciamo noi con ragione, che sei un Samaritano e un indemoniato? Rispose Gesù: Io non sono un indemoniato, ma onoro il Padre mio, e voi mi avete vituperato. Ma io non mi prendo pensiero della mia gloria; vi ha chi cura ne prende, e faranno vendetta. In verità, in verità vi dico: Chi custodirà i miei insegnamenti, non vedrà morte in eterno. Gli dissero pertanto i Giudei: Adesso riconosciamo che tu sei un indemoniato. Abramo morì, e i profeti; e tu dici: Chi custodirà i miei insegnamenti, non gusterà morte in eterno. Sei tu forse da più del padre nostro Abramo, il quale morì? e i profeti morirono. Chi pretendi tu di essere? Rispose Gesù: Se io glorifico me stesso, la mia gloria è un niente; è il Padre mio quello che mi glorifica, il quale voi dite che è vostro Dio. Ma non l’avete conosciuto: io sì, che lo conosco; e se dicessi che non lo conosco, sarei bugiardo come voi! Ma io conosco, o osservo le sue parole. Abramo, il padre vostro, sospirò di vedere questo mio giorno: lo vide, e ne tripudiò. Gli dissero però i Giudei: Tu non hai ancora cinquant’anni, e hai veduto Abramo? Disse loro Gesù: In verità, in verità vi dico: prima che fosse fatto Abramo, io sono. Diedero perciò di piglio a de’ sassi per tirarglieli: ma Gesù si nascose, e uscì dal tempio” (Jo. VIII, 46 59).

DISCORSO PER LA DOMENICA DI PASSIONE

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la Contrizione.

Quii ex vobis arguet me de peccato (Joan. VIII)

Non appartiene che a Gesù Cristo, la stessa santità, di sfidare i suoi nemici con santa franchezza, come lo fa nell’odierno Vangelo, di rimproverargli un qualche peccato.  La santa dottrina che loro aveva predicato, gli esempi di virtù che loro aveva dati, lo mettevano in sicuro da ogni censura; era Egli medesimo in diritto di far a tali suoi nemici i più giusti rimproveri sulla perversa resistenza alla verità che loro predicava, perché la sua santa vita era una prova convincente della sua missione. Quanto siamo lontani, Fratelli miei, dal poter renderci una simile testimonianza, come Gesù Cristo rende in quest’oggi alla sua innocenza? Oltre che non havvi alcuno di noi, che non possa, e che non debba dire col Profeta, ch’egli è stato concepito nell’iniquità; havvene alcuno che non abbia avuto la disgrazia di cadere in qualche peccato attuale?  Havvene alcuno che ben lungi di poter dire, con Gesù Cristo, chi mi convincerà di peccato: non debba all’opposto confessare ingenuamente, ch’egli ha incorsa la disgrazia di Dio? Confessiamolo tutti, Fratelli miei, con altrettanto di dolore che di sincerità, che noi siamo rei degni dì portare il peso dell’ira del nostro Dio. Ma benediciamo mille volte la divina misericordia, che ci apre nei suoi tesori un rimedio al nostro male. Qualunque peccato abbiamo noi commesso, essa ce ne offerisce il perdono, purché noi lo domandiamo con un cuore contrito ed umiliato. Questo buon Padre è sempre pronto a ricevere il figliuol prodigo che ritorna dai suoi traviamenti, e che ne fa una confessione sincera con un cuore spezzato dal dolore. Volete voi dunque, peccatori, trovar grazia presso di Dio, quel tenero Padre che avete lasciato? Abbandonate i vostri cuori ai sensi di un vivo dolore: questo è un mezzo sicuro per rientrare nella casa paterna, e per ricuperare il diritto che avete perduto. Dio dimentica tutti i nostri peccati, tosto che noi li detestiamo di tutto cuore: voglio io in quest’oggi ragionarvi di questo dolore che cancella il peccato; soggetto tanto più importante, che la maggior parte delle confessioni che si fanno, principalmente in questo tempo Pasquale, sono nulle e sacrileghe per difetto di questo dolore. Si esaminano i peccati, si accusano; ma ben pochi vi sono che abbiano il dolore necessario per ottenere il perdono. Se v’è qualche confessione difettosa per mancanza di dichiarazione, molte più ve ne sono per mancanza di contrizione. Gli uni mancano affatto di contrizione; gli altri non hanno la contrizione quale Dio la richiede per accordare il perdono al peccatore. Vediamo dunque in quest’oggi la necessità della Contrizione: primo punto. Le qualità della Contrizione: secondo punto.

I Punto. La contrizione che tiene il primo luogo tra gli atti del penitente, come dice il santo Concilio di Trento, è un dolore, ed una detestazione del peccato commesso, con un fermo proponimento di non più commetterlo in avvenire. Non è solamente una interruzione, né anche una cessazione dal peccato, come lo pretendevano gli eretici che furono condannati in quel Concilio; egli è ancora una tristezza, ed un dolor vivo di cuore che ammollisce la sua durezza, gli fa odiare il peccato, e determina efficacemente il peccatore a non più commetterlo. Quindi la contrizione ha due oggetti : l’uno riguarda il passato, e l’altro l’avvenire. Ella affligge il cuore sul passato, dice S. Gregorio, e gli fa prendere delle precauzioni per l’avvenire: Pœnitere est perpetrata piangere, et plangenda non perpetrare. Or questa contrizione, questo dolore, come dice ancora il santo Concilio di Trento, è sempre stato necessario per ottenere il perdono. Egli è la prima porta per rientrare nello stato di giustizia e d’innocenza, da cui l’uomo è decaduto per il peccato. Iddio non ha mai accordato, e non accorderà mai il perdono al peccatore che a questa condizione: ella è una verità, di cui la sacra scrittura e la ragione ci forniscono prove senza replica. Apriamo primieramente i santi libri: che cosa Dio domanda ai peccatori che vogliono rientrare in grazia con lui? Gettate lungi da voi, loro dice per un Profeta, le vostre iniquità, e fatevi un cuor nuovo: Projiecite a vobis omnes prævaricationet vestras, et facite vobis cor novum (Ezech. XVIII). Invano dareste voi tutti i segni esteriori di penitenza; inutilmente coprireste i vostri capi di cenere, e i vostri corpi di cilicio; indarno squarcereste le vostre vestimenta, se i vostri cuori non sono penetrati di rammarico, e spezzati dal dolore: Scindite corda vestra, et non vestimenta vestra (Joel. II). Sì, Fratelli miei, benché per uscire dalla schiavitù del peccato, e ricuperare la libertà dei figliuoli di Dio, voi castigaste il vostro corpo, e lo riduceste in servitù con le penitenze le più austere, coi digiuni i più lunghi, e i più rigorosi; benché vi spogliaste di tutti i vostri beni per darli ai poveri; se il vostro cuore ama ancora l’oggetto di vostra passione, la vostra penitenza è vana, non è che un’ombra, e voi dimorerete sempre sotto l’anatema. Convertitevi a me in tutto il vostro cuore, vi dice il Signore, ed io mi convertirò a voi: Convertimini ad me in toto corde vestro, et ego convertar ad vos (Joel. II). Interrogate su di ciò, Fratelli miei, tutti coloro, cui il Signore ha fatto grazia e misericordia: vi diranno che non han trovata la pace delle loro anime, che nei pianti e nei gemiti; interrogate principalmente il Re Profeta, quel gran modello di penitenza: v’insegnerà che l’afflizione del cuore è l’anima della penitenza: mirate anche i sentimenti di dolore, di cui sono ripieni i suoi Salmi. Egli piange e geme ogni giorno sul suo peccato, che è sempre avanti a lui. L’agitazione e l’inquietudine si sono impadronite della sua anima sino a penetrare la midolla delle sue ossa : Conturbata sunt omnia essa mea ( Psal. VI), Il suo dolore è così grande, che interrompe il suo sonno per dare un libero corso alle lagrime abbondanti che colano dai suoi occhi: Lavabo per singulas noctes lectum meum; lacrymis meis stratum meum rigabo. Qual è l’origine di queste lagrime? Donde viene il dolore, cui questo gran Re si abbandona? Si è, ch’egli ha offeso il suo Dio, e che tutt’altro sacrificio non può appagarlo, che quello d’un cuor contrito ed umiliato: Sacrificium Deo spiritus contribulatus cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies. Così non ottiene il perdono del suo peccato, che pel dolore che ne ha concepito; le sue lagrime furono il bagno salutevole che lavarono la sua anima dal suo delitto, e la resero tanto bianca, come la neve. Or se Davide, quell’uomo che Dio aveva eletto secondo il suo cuore, non può trovar grazia dopo il suo peccato, che pel dolore che ne ebbe, invano pretendete, peccatori, ottenerlo altrimenti; mentre questo dolore non è men necessario nella legge di grazia, che nell’antica legge. Infatti, quantunque Gesù Cristo abbia istituito il Sacramento della penitenza per la remissione dei peccati, non vi ha perciò dispensati dal dolore che dovete concepirne; anzi ha voluto ch’egli fosse una parte essenziale del Sacramento, come l’ha dichiarato il santo Concilio di Trento, appoggiato su queste parole dì Gesù Cristo: se voi non fate penitenza, voi perirete tutti: Si pœnitentiam non egeritis, omnes similiter peribitis! (Luc., XIII). Cioè, se voi non vi pentite dei vostri peccati, se il vostro cuore non è tocco, ammollito, cambiato, voi non riceverete giammai il perdono, e per conseguenza non vi sarà giammai salute per voi. Perciocché notate col Crisostomo che, sebbene il nome di penitenza possa estendersi a tutte le opere penose e soddisfattorie, che dispongono il peccatore a riconciliarsi con Dio, la penitenza consiste principalmente nel dolore dei suoi peccati nel cangiamento di cuore, che sono l’anima della penitenza, senza di cui tutte le altre non ne sono che l’ombra e la scorza pœoenitentiæ larva et umbra ista sunt. Invano dunque, Fratelli miei, avreste voi fatto ricorso al Sacramento della riconciliazione; invano dichiarereste tutti i vostri peccati ai ministri che Gesù Cristo ha stabiliti per rimettervegli; invano il ministro del Signore pronuncerebbe su di voi la sentenza dell’assoluzione; tutte le vostre confessioni, tutte le assoluzioni che egli vi darebbe, vi sarebbero inutili, giacché non avreste la contrizione. Si può dirvi in un senso, che la contrizione è più necessaria alla salute che la Confessione; non già che questa non sia di un obbligo indispensabile; ma la contrizione può supplire alla Confessione, e non già la Confessione alla contrizione … Se voi siete in ìstato di peccato mortale, e che per motivo di un puro amor di Dio, voi ne concepiate dolore, qualunque peccato abbiate commesso, vi sarà perdonato; Dio vi renderà la sua amicizia, perché Egli ama coloro che l’amano: Ego diligentes me diligo (Prov. VIII). Se voi morite in questo stato senza esservi presentati al tribunale della penitenza, purché però non v’abbia alcuna vostra colpa, il Cielo vi è aperto. Convien tuttavia osservare che questa contrizione che viene dalla carità perfetta, deve rinchiudere il proponimento di sottoporre i vostri peccati alle chiavi della Chiesa; senza di che sarebbe di nessun effetto, come dice il Concilio di Trento. Al contrario, non foste voi colpevoli che di un solo peccato mortale, se voi moriste senz’averlo detestato, o con una contrizione perfetta fuori del Sacramento, o con una contrizione imperfetta insieme col Sacramento; aveste voi praticate tutte le altre virtù le più eroiche, voi non potete aspettarvi che un’eterna riprovazione; Comprendete da questo, Fratelli miei, la necessità della buona contrizione; ella è sì grande che nulla può dispensarne, così ha ordinato Iddio per la riconciliazione del peccatore, al cuore Egli si attiene; è la conversione del cuore ch’Egli dimanda, tutt’altro sacrificio non potrebbe essergli gradito. Ne volete voi sapere la ragione sensibile e con vincente? Eccola. Dio non può accordare all’uomo il perdono del suo peccato, che cangiando di disposizione riguardo all’uomo peccatore, cioè rendendogli la sua amicizia invece dell’odio, che aveva contro di Lui concepito. Or Dio non può cangiare di disposizione riguardo all’uomo peccatore, se questo peccatore non cangia egli medesimo di disposizione riguardo a Dio. Che fa l’uomo peccando? Si stacca, e si allontana da Dio per attaccarsi alla creatura, cui dà un’indegna preferenza sul suo Creatore; questa preferenza è l’opera del cuore; bisogna dunque che questo cuor cambi riguardo a Dio, attaccandosi a Lui, dandogli la preferenza che merita sulla creatura; bisogna che questo cuore divenga un cuor nuovo, amando ciò che odiava, ed odiando ciò che amava. Ecco, dice S. Agostino, quel che fa la vera penitenza, l’odio del peccato, e l’amor di Dio: Pœnitentiam non facit, nisi amor Dei, et odium peccati. Or l’odio e l’amore non possono venir che dal cuore. Non havvi dunque alcun perdono a sperare pel peccatore, se il suo cuore non è spezzato, cangiato dalla contrizione, che è nello stesso tempo l’odio del peccato, e l’amor di Dio. Inoltre non è forse il cuore che ha gustato il primo la dolcezza del frutto proibito, che si è abbandonato ai piaceri vietati, seguendo l’attrattiva della sua passione? Deve egli opporre il dolore al piacere, la tristezza al diletto, l’amarezza della penitenza alle false dolcezze che ha egli ricercate nel peccato. – Ed è così, peccatori, che l’avete voi compreso, voi che sino al presente non vi siete attaccati che alla scorza della penitenza, che avete conservato lo stesso cuore, cioè un cuore egualmente attaccato all’oggetto di vostra passione, che non avete concepito né dolore, né tristezza sui vostri peccati? Ohimè! Fratelli miei, quale illusione! Illusione, che vi ha sinora ingannati. Voi avete creduto essere sufficientemente disposti a ricevere il vostro perdono, avete esaminata la vostra coscienza, accusati i vostri peccati, fatti atti di contrizione, gettati sospiri, versate alcune lagrime; ma siccome con tutto questo il vostro cuore non era punto cangiato, e che non detestava il peccato come doveva, la vostra penitenza è stata vana, sterile, ed infruttuosa. Se aveste a fare con un uomo, egli si contenterebbe di questa esterior penitenza; ma Dio non se ne contenterà giammai, perché Egli vede il fondo del cuore; e finché questo cuore amerà i piaceri vietati, con tutte le lagrime che possiate spargere, con qualsivoglia protesta, che facciate di non più ricadere, voi sarete sempre colpevoli avanti a Dio, voi sarete sempre carichi del peso dei vostri peccati; come le vostre parole, che sono altrettanti inganni, e menzogne, ben lungi di giustificarvi, non serviranno che a rendervi più rei. Io so benissimo che per eccitarvi al dolore dei vostri peccati, voi leggete in certi libri alcune formule proprie ad ispirarvelo; ma credere, che queste preghiere bastino, e che a forza di leggere più formule proprie a toccate il cuore, senza che realmente lo sia, si otterrà il perdono del suo peccato, egli è un errore. Leggete tante preghiere che vi piacerà, pronunciate di bocca tanti atti di contrizione, quanti può formarne lo spirito, se il dolor non è nel cuore, se il cuore non è penetrato di pentimento del suo peccato, se il cuore, in una parola, non è cambiato, tutte le preghiere a nulla servono. – Ma in che, mi direte, consiste dunque questo dolore, questa tristezza che aver si deve del peccato? Questo dolore non è una semplice conoscenza che si ha della difformità del peccato; i demoni hanno questa conoscenza, e non hanno la contrizione! Non è neppure una semplice disapprovazione del peccato, che ogni uomo ragionevole non può trattenersi di condannare nel tempo stesso in cui egli si abbandona al peccato. Che convien dunque far di più, direte ancora? Bisogna forse che il cuore sia commosso da qualche dispiacer sensibile, come lo risentiamo quando ci giunge qualche funesta nuova? No, Fratelli miei, questo dolore che Dio ci domanda, non è un sentimento della natura, sovente non dipende da noi; neppure sono lacrime, ch’Egli esige, esse non sono sempre in nostra disposizione; felici tuttavia sono coloro che ne spargono per un vero dolore dei loro peccati! Eccovi dunque in che consiste questa contrizione necessaria per la giustificazione: ella è un atto della volontà che ritratta, che detesta, che odia il peccato, che si pente d’averlo commesso, e che mette il peccatore in tal disposizione, che vorrebbe non averlo mai commesso. –  Giudicate, Fratelli miei, di questa disposizione, in cui deve essere il peccator penitente, da quella in cui vi trovate, allorché vi pentite di aver fatta una qualche azione che vi ha cagionato una perdita di bene, un disonore, la disgrazia di una persona che vi amava, e vi proteggeva; voi ritrattate questa azione, voi avete dispiacere di averla fatta, voi vorreste non averla fatta. Tale è la disposizione in cui dovete essere per rapporto al peccato; non basta non volerlo più commettere, ma bisogna essere disgustato di averlo commesso. Or ecco ciò in che molti penitenti presentemente s’ingannano. Uno crede di detestar bene il peccato, perché non vi vuol più cadere; ma è forse sempre disgustato per questo di averlo commesso? Un altro ha lasciato un’occasione, una persona, che non vuol più frequentare forse perché ne è stato rigettato, o che vi si è determinato di sua elezione. Ma non si richiama egli forse con compiacenza la memoria dell’oggetto di sua passione, i piaceri, ch’egli ha gustati, i disordini, cui si è abbandonato? Non  vuoi più avere alcuna rea compiacenza per certe amate persone; ma si ha forse pentimento di quelle che si ha permesse, che sono state ottenute a prezzo d’argento, che han procurata l’amicizia d’un grande, che hanno aperta la strada ad una certa fortuna, ad uno stabilimento vantaggioso, dove si compiace d’essere pervenuto? Ah! quanto è difficile, quanto è raro di pentirsi di questa sorte di peccati! Non vuole quello più rapire la roba degli altri; ma è forse disgustato d’essersi arricchito a loro spese? Se si pentisse delle sue ingiustizie passate, penserebbe a restituire. Un vendicativo perdona al suo nemico, perché la collera è passata; ma è egli ben pentito di aver soddisfatta la sua vendetta? Questo è ciò che accade molto di rado. Ahi non sono queste, Fratelli miei, penitenze capaci di calmare l’ira di Dio. L’ho detto e non saprei troppo ripeterlo: la penitenza del cuore, che è la contrizione, ha due oggetti; ella è un rammarico, un dispiacere del peccato commesso, con un fermo proponimento di non più commetterlo in avvenire. Contrizione assolutamente necessaria per ottenere la remissione del peccato. Quali ne sono le qualità?

II. Punto. La contrizione per essere gradita a Dio e salutevole ai peccatori, deve essere soprannaturale nel suo principio e nel suo motivo, universale nel suo oggetto, efficace e costante nel suo proponimento. Essa deve esser soprannaturale nel suo principio e suo motivo, cioè deve esser prodotta da un impulso della grazia, e da un motivo soprannaturale. La ragione è che la contrizione è una disposizione prossima alla giustificazione del peccatore; cioè a quel felice passaggio dal peccato alla grazia, per cui il peccatore diventa l’amico di Dio, l’erede del regno eterno. Ora la fede c’insegna che tutto ciò che ci dispone prossimamente alla giustificazione, deve essere soprannaturale, cioè, venire dal Santo Spirito, perché la giustificazione medesima è un dono soprannaturale, che non è dovuto all’uomo, e dove non può pervenire con le sue proprie forze: egli ha dunque bisogno di un soccorso che lo innalzi su di se stesso; egli deve avere una disposizione proporzionata al fine felice che si propone, che è di riconciliarsi con Dio, e di ricuperare i suoi diritti alla celeste eredità. Egli è vero che questo soccorso soprannaturale, questo dono prezioso ci viene dal Padre dei lumi, il quale è la sorgente d’ogni dono perfetto; che è la sua grazia onnipotente che agisce in noi, che ci solleva su di noi medesimi per renderci partecipi della natura divina. La contrizione è un movimento dello Spinto Santo cui solo appartiene di fare scorrere col suo soffio divino le acque salutari della compunzione, che debbono lavare le nostre iniquità: Flabit spiritus ejus, et fluent aquæ (Psal. CXLVII). Ma Dio è sempre pronto a darci il suo aiuto, purché noi glielo domandiamo, e non formiamo alcun ostacolo alle sue operazioni. Bisogna dunque operare dal canto nostro per corrispondere alla grazia, e renderci sensibili ai motivi di dolore, che essa ci propone. Bisogna di concerto con essa proporci noi medesimi questi motivi di dolore, lasciarcene toccare, penetrare, abbandonare i nostri cuori ai sentimenti che essi non mancheranno d’ispirarci. Or quali sono questi motivi soprannaturali che debbono produrre in noi il dolore dei nostri peccati? Sono oggetti che la fede ci propone per farci odiare il peccato, facendoci considerare ciò, ch’egli è per rapporto a Dio e alla nostra salute eterna. Bisogna dunque che la fede operi in questa occasione per sollevarci su di qualunque mira umana, e rappresentarci un Dio oltraggiato pel peccato, i suoi benefici dispregiati, la passione e la morte di Gesù Cristo, di cui il peccato è stata la cagione, una felicità infinita di cui ci ha Egli privati, i castighi eterni che ci ha meritati. Questi sono i motivi soprannaturali che debbono farci detestare il peccato, o come il sommo male di Dio, o come il sommo male dell’uomo. Se voi detestate il peccato come il sommo male di Dio, come un’ingiuria fatta alla sua infinita Maestà, e non in vista delle ricompense che ci promette o dei castighi, di cui ci minaccia, ma unicamente perché il peccato gli dispiace, perché è opposto alle sue infinite perfezioni che meritano tutto l’amore delle sue creature; si è l’effetto della vostra carità perfetta che solo può giustificarvi, come l’abbiamo già detto prima anche di accostarvi al Sacramento della Penitenza; lasciandovi per altro l’obbligo di sottoporre i vostri peccati alle chiavi della Chiesa; questa è la dottrina del Santo Concilio di Trento: Etsi contritionem hanc aliquando charitate perfectam esse contingat, hominemque Deo reconciliare priusquam hoc Sacramentum actu suscipiatur . Felice chi portato sull’ale dell’amore si solleva in tal modo sino a Dio, detesta il peccato per l’opposizione che egli ha alla sua infinità bontà e che con questo si assicura dell’amicizia del suo Dio, il Quale ama coloro che l’amano: ego dìligentes me diligo! – Voi potete ancora, e dovete per lo meno, detestar il peccato come vostro sommo male, in quanto vi priva dell’amicizia di Dio, del possesso della sua gloria, e vi rende l’oggetto delle vendette eterne. Questo dolore che viene da un amor imperfetto, e dal timore delle pene, benché da se stesso insufficiente per giustificarvi fuori del Sacramento, vi dispone nulla dimeno a ricevere nel Sacramento la grazia della riconciliazione; questa è ancora la dottrina del citato Concilio di Trento. Ma bisogna per questo, che esso scacci ogni affetto al peccato, che vi porti a Dio per l’amor della giustizia, e che sia unito alla speranza del perdono. Perciocché se voi non evitate il peccato, che per il timore dei castighi, di modo che non lascereste di commetterlo, se restasse impunito, questo timore è non solo inutile, ma eziandio biasimevole, dice S. Agostino, perché non cambia punto il vostro cuore. Fa d’uopo dunque, che sia accompagnato dall’amor della giustizia, cioè da una volontà di amar Dio, di praticare le virtù, ch’Egli vi comanda. Fa d’uopo ch’Egli vi porti a Dio con un amor di speranza che vi unisca a Lui, come a vostro sommo bene, che merita di esser preferito ad ogni altro, di tal maniera, che voi foste disposti a perdere piuttosto tutti i beni creati, a soffrire tutti i mali, che di perdere l’amicizia di Dio; senza di che questo dolore imperfetto non sarebbe sommo, come deve essere, per giustificarvi anche insieme col Sacramento. – Lungi dunque da qui, Fratelli miei, ogni altro dolore, che sarebbe di un inferiore ordine, che non avrebbe alcun rapporto a Dio, o alla salute eterna dell’uomo. Lungi da qui quei dolori, che non sono prodotti che da motivi umani, e che perciò sono incapaci di toccare il cuor di Dio e di operare la guarigione del peccatore. Tale fu il dolore di Antioco, il quale piangeva i mali, che aveva fatti in Gerusalemme, che prometteva anche di ripararli e che domandava a Dio il suo perdono con lagrime e gemiti; ma il suo dolore non era che l’effetto dei mali di cui Dio l’aveva oppresso: e non ottenne il perdono che domandava: Orabat autem hic scelestus Dominun, a quo non esset misericordiam consecuturus (2. Mach. IX). Tale è ancora il dolore di un gran numero di penitenti, che sono più sensibili ai mali temporali, che sono stati la conseguenza dei loro peccati, che all’oltraggio che han fatto a Dio. Molti piangono, dice S. Agostino, ed io piango anche con essi; ma io piango perché essi piangono male. Quel dissoluto piange la sua vita licenziosa, perché ha messo in disordine i suoi affari, rovinata la sua sanità. Quella figlia sparge molte lagrime, si strugge di dolore, perché il suo peccato l’ha disonorata, perché è divenuta la favola del pubblico. Quella donna racconta con lagrime i suoi affanni e i cattivi trattamenti che gli ha fatti suo marito: ne veggo un altro metter fuori singhiozzi e sospiri, che gli cava la confusione naturale che ha di confessar certe azioni, che vorrebbe poter a se stesso occultare. Chi non vede, Fratelli miei, che questi dolori sono tutti naturali, che sono meno l’effetto della grazia, che della natura, incapaci per conseguenza di riconciliare il peccatore con Dio? Queste sono, dice S. Bernardo, piogge fredde, che cagionano la sterilità, invece di apportar l’abbondanza. Queste tristezze del secolo non sono capaci che di cagionare la morte, dice S. Paolo: laddove la vera Contrizione, che è una tristezza secondo Dio, opera la salute: Quæ secundum Deum tristitia est, pœnitentiam in saluterai stabilem operatur, sæculi autem tristitia mortem operatur (2. Cor. VII). Volete voi, Fratelli miei, che la vostra sia tale? Sollevatevi con la fede sopra di tutti i motivi umani, per non riguardare nel peccato, che l’offesa di Dio, la perdita della sua amicizia, le pene eterne che ne sono la conseguenza. Se il vostro dolore è animato da un motivo soprannaturale, egli sarà universale nel suo oggetto; cioè egli detesterà tutti i vostri peccati senza eccezione, Mentre se voi detestate il peccato, o come sommo male di Dio, o come vostro sommo male, qualunque abbiate commesso, tosto che è mortale, portando questi odiosi caratteri, merita egualmente il vostro odio, ed il vostro dolore. Invano dunque offrireste a Dio il sacrificio di un cuor contrito su certi peccati, mentre questo cuore sarebbe attaccato ad altri oggetti che lo renderebbero colpevole avanti a Dio. Invano detestate voi la vendetta per principio di carità, se il vostro cuore è occupato di un amor profano per l’oggetto di una sregolata passione. Invano, per un principio dì giustizia, non vi impadronirete del bene altrui; se voi prodigate il vostro in folli spese, se voi l’impiegate a mantenere la vostra vanità, se voi lo consumate in dissolutezze. Dio riproverà i vostri sacrifizi, come fece altre fiate quello di Saulle, che nello sterminio degli Amaleciti, aveva risparmiato il Re, contro il divieto che gliene aveva fatto. No, Fratelli miei, Dio non vuole di questi cuori mezzo contriti, come dice S. Agostino, di questi cuori mezzo Cristiani, mezzo pagani, che offrono con una mano incensi al vero Dio, e con l’altra agl’Idoli, che detestano certi vizi, e non si pentono d’altri, di cui non vogliono correggersi. Il sacrificio del cuore per essere accetto a Dio, deve esser intiero; siccome Egli non perdona per metà, e nel perdono che ci accorda, rimette tutti i nostri debiti; così bisogna che il peccatore non riserbi alcun peccato, che la sua contrizione si estenda a tutti, che sia come un mare che gli anneghi, che gli assorbisca tutti nel suo seno: Magna est velut mare contritio tua. La spada del dolore deve tutti sacrificarli. Un solo risparmiato è un ostacolo al perdono. Finalmente la Contrizione deve essere efficace e costante nel buon proponimento di non più peccare. Chiunque infatti è veramente pentito di aver offeso Dio, deve essere ben risoluto di non più ricadere nel peccato. Se la Contrizione, siccome abbiam detto, rinchiude l’odio del peccato e l’amore di Dio, può uno odiar il peccato, senza essere risoluto di evitarlo? Può uno amar Dio come deve essere amato, senza esser disposto ad osservare i suoi divini comandamenti, il che è il segno il più certo dell’amore che si ha per lui? Tali esser debbono, o peccatori, le vostre disposizioni per l’avvenire, se volete ottenere il perdono del passato. Volete voi dunque conoscere se il vostro proponimento è stato sincero ed efficace? Giudicatene dal cangiamento dei vostri costumi, e dalla vostra fedeltà ad osservare la legge del Signore. Quindi ciò che fa la vostra sicurezza, deve accrescere il vostro timore; alla vista dei vostri peccati, voi vi rassicurate sulle vostre confessioni, voi credete averne ottenuto il perdono, perché gli avete accusati: errore, Fratelli miei; confessioni sacrileghe non saprebbero giustificarvi avanti a Dio; confessioni fatte senza un buon proponimento non possono che rendervi più colpevoli. Ora la prontezza e la facilità, con cui siete caduti nel peccato mortale dopo le vostre confessioni, non prova che forse giammai non avete voi avuto un sincero proponimento di non più peccare? Ma che qualità deve avere questo proponimento? Egli deve essere accompagnato da fermezza e da vigilanza: da fermezza per resistere alle tentazioni; da vigilanza per fuggire le occasioni. Che tutti i nemici di vostra salute, per farvi cangiar di risoluzione, si colleghino contro di Voi; che il mondo per guadagnarvi vi presenti lo splendore dei suoi beni, le lusinghe dei suoi piaceri; che il demonio come un leone che rugge giri intorno di voi per divorarvi; che di concerto con le vostre passioni vi solleciti ad accordar loro piaceri che la legge del Signore vi proibisce; voi dovete esser fermi e costanti per resistere e trionfare in tutti questi combattimenti: io l’ho promesso, dovete voi dire col Profeta, io ho risoluto di osservar la legge del Signore: juravi et statui custodire judicia justitiæ tuæ (Ps. CXVIII). Ma per riportare una sicura e piena vittoria , è necessaria la vigilanza per fuggire le occasioni del peccato. Mentre invano, Fratelli miei, vi lusingate di esser fedeli a Dio; se v’impegnate nelle medesime occasioni: qualunque risoluzione abbiate presa, voi soccomberete. Le medesime cagioni produrranno i medesimi effetti; gli oggetti che non vi eccitavano punto allorché n’eravate separati, riaccenderanno con la loro presenza le vostre passioni, e vi strascineranno nei medesimi disordini da cui siete usciti. – Concepite dunque, Fratelli miei, una ferma risoluzione di fuggir il peccato e le occasioni del peccato, di corregger i vostri malvagi abiti, servendovi dei mezzi che vi sono stati prescritti nel tribunale della penitenza, mentre non solo per ricevere il perdono delle vostre colpe dovete voi accostarvene, ma ancora per correggervi. A che vi servirebbe ricuperare per qualche tempo la grazia di Dio, se voi la perdeste per vostra incostanza? Il vostro stato diverrebbe peggiore che non era prima. Ah! è finito, dovete voi dire, già da troppo lungo tempo mi abuso dei Sacramenti. Io mi confesso e sempre ricado; la mia vita non è che una vicissitudine di peccato e di penitenza. Ma voglio che la mia penitenza metta fine ai miei peccati, che questa sia una penitenza ferma e durevole, che non finisca che con la vita. Se il vostro dolore è così costante nel suo proponimento, voi avrete , Fratelli miei , un segno tanto sicuro, quanto avere si possa in questa vita, ch’esso è stato vero, e che avete ottenuto il vostro perdono.

Pratiche – 1.° Domandate a Dio questo dolore; giacché è l’effetto della grazia, si richiedono molte preghiere per ottenerlo . – 2. Per eccitarvi alla contrizione dei vostri paccati, ritiratevi in un luogo conveniente, il più proprio si è la Chiesa; ivi vi proporrete i motivi capaci di muovere il vostro cuore, di penetrarlo dei sentimenti della più viva, della più amara compunzione. Riguardandovi come un figliuol prodigo, che ha lasciato il migliore di tutti i padri, vi getterete dentro le sue braccia, dicendogli: mio Padre, io ho peccato contro il cielo e davanti a Voi, io ne sono molto pentito; io vorrei non averlo mai fatto. Ah! la risoluzione è presa, io faccio sino d’ora un divorzio eterno con il peccato; piuttosto morire, o Signore, che di offendervi, si è la sola grazia ch’io vi domando. – 3. Rappresentatevi Gesù Cristo sulla croce (abbiate, per quanto vi sarà possibile, la sua immagine avanti agli occhi); immaginatevi che vi dica: ecco, peccatore, lo stato in cui tu m’hai ridotto col tuo peccato; la mia morte è opera tua, non ti penti tu di avermi così trattato? Vorresti tu ora non averlo fatto? Indi rispondetegli di tutto vostro cuore: sì, o Signore, io lo vorrei benissimo; io me ne pento sinceramente; ma è finito, non più peccati nella mia vita, non più tiepidezza nel vostro servizio. Per rendere il vostro dolore più gradito a Dio e più salutevole per voi, unitelo a quello che questo divin Mediatore concepì nel giardino degli ulivi sui peccati degli uomini, il quale gli cagionò un sudore di sangue; mischiate le vostre lagrime con quel Sangue prezioso; offrite a Dio i suoi meriti, per supplire a ciò che vi manca. Ma applicatevi altresì i meriti di quel Sangue adorabile col dolore che concepirete dei vostri peccati; non è che a questa condizione, ch’Egli purificherà, come dice l’Apostolo, le vostre coscienze dalle opere morte, cioè, dalle opere di peccato, e che avrete parte all’eredità, che vi è promessa. Gesù Cristo vi è entrato pel suo Sangue, voi dovere entrarvi per le vostre lagrime; dopo aver pianto sulla terra, voi sarete consolati nel Cielo. Così sia.

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

 Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 17, 107

Confitébor tibi, Dómine, in toto corde meo: retríbue servo tuo: vivam, et custódiam sermónes tuos: vivífica me secúndum verbum tuum, Dómine. [Ti glorífico, o Signore, con tutto il mio cuore: concedi al tuo servo: che io viva e metta in pràtica la tua parola: dònami la vita secondo la tua parola.]

Secreta

Hæc múnera, quaesumus Dómine, ei víncula nostræ pravitátis absólvant, et tuæ nobis misericórdiæ dona concílient. [Ti preghiamo, o Signore, perché questi doni ci líberino dalle catene della nostra perversità e ci otténgano i frutti della tua misericórdia.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

 Communio

1 Cor XI: 24, 25

Hoc corpus, quod pro vobis tradétur: hic calix novi Testaménti est in meo sánguine, dicit Dóminus: hoc fácite, quotiescúmque súmitis, in meam commemoratiónem. [Questo è il mio corpo, che sarà immolato per voi: questo càlice è il nuovo patto nel mio sangue, dice il Signore: tutte le volte che ne berrete, fàtelo in mia memoria.]

Postcommunio

Orémus.

Adésto nobis, Dómine, Deus noster: et, quos tuis mystériis recreásti, perpétuis defénde subsidiis. [Assístici, o Signore Dio nostro: e difendi incessantemente col tuo aiuto coloro che hai ravvivato per mezzo dei tuoi misteri.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

PREDICHE QUARESIMALI (IV 2020)

[P. P. Segneri S. J.: QUARESIMALE – Ivrea, 1844, dalla stamp. Degli Eredi Franco – tipgr. Vescov.]

XXV. NEL MERCOLEDÌ DOPO LA QUARTA DOMENICA

“Responderunt parentes ejus, et dixerunt: scìmus quìa ille est filius noster, et quia cæcus natus est; quomodo autem nunc videat, nescimus; aut quis ejus aperuit oculos, nos nescimus.”

 Jo. IX, 20 et 21.

I. Scusi pur di voi chiunque vuole i due genitori di questo cieco evangelico, io non gli scuso. Dichiararsi di non sapere come un loro figliuolo abbia aperti gli occhi? Scimus quia cæcus natus est; quomodo autem nunc videat, nos nescimus. Tale dunque è la cura che di lui tengono? Tale la provvidenza? tale il pensiero? Ma finalmente questo cieco evangelico fu felice, perché chi aperse gli occhi a lui fu Gesù, che non poté però aprirglieli fuorché al bene. Il mal è, che a molti quel che apre gli occhi è il diavolo. Eppur chi è che vi pensi egualmente, che vi provveda? I padri lasciano che i figliuoli loro divengano spesso accorti più del dovere, iniqui, ingannevoli; e poi non temono di scusarsi con dire, che non san come abbiano mai fatto ad apprendere la malizia. Quis ejus aperuit oculos, nos nescimus. Ah che questa è scusa frivola, scusa folle; perché qual è il loro debito, se non questo, procurar che i loro figliuoli piuttosto se ne rimangano sempre ciechi, com’essi nacquero, ch’è quanto dire, in santa semplicità, in santa stoltezza; che non che aprano gli occhi per altra mano, che per quella onde apersegli il cieco d’oggi? – Ma quanto pochi sono coloro che apprendano questo debito, o che l’adempiano! I più non pongono in altro Io studio loro, che in aver prole. Qui impiegano i loro prieghi, qui indirizzano i loro pellegrinaggi; e poi, conseguita che l’hanno, non se ne pigliano sollecitudine alcuna, quasi che non averla non fosse male di gran lunga minore, che averla reproba. Sappiamo che alberi sterilissimi ancora hanno tanta gloria; ch’essi oggidì sono le delizie de’ gran giardini reali. Anzi nella scelta di varie piante, che fecero anticamente gli Dei profani, furono a bello studio anteposte le men fruttifere allo più fruttuose; e così Giove elesse la quercia. Apollo l’alloro, Nettuno il pino, Osiri l’ellera, Giunone il ginepro, Venere il mirto. Ma un albero che produca frutti cattivi, oh questo sì che da nessuno è voluto nel terren suo; né solamente non v’è  Dio che lo prezzi, ma né anche v’è rustico che lo curi. – Intendano dunque tutti questa mattina quanto grand’obbligo sia l’avere un figliuolo. Io certamente non terrò male impiegata questa mia qualunque fatica, se giungerò a dimostrare un tal obbligo a chi nol crede, ovvero non lo considera, e però cade in quegli abusi ch’io poi vi soggiungerò, non perché tra voi li supponga, ma perché non allignino ancor tra voi. Dunque uditemi attentamente.

II. E per cominciare dalla grandezza dell’obbligo, il quale più vivamente fa campeggiare la deformità degli abusi, io so benissimo che molti altri saranno ancora tenuti rendere stretto conto per l’anima di qualunque vostro figliuolo: e sono appunto i maestri, i quali gli esercitano nelle lettere; gli aii, i quali gl’indirizzano nei costumi; i confessori, i quali li regolano nella coscienza; i predicatori, i quali gli esortano alla pietà; ed i principi anch’essi, tanto secolari quanto ecclesiastici, i quali con le pubbliche leggi devon provvedere, forse più che ad ogn’altro, alla piccola gioventù, non altrimenti che i giardinieri alle piante più tenerelle. Ma se considererete intimamente, vedrete che molto più siete tenuti a procurare il loro bene voi soli, che gli altri tutti. E la ragione fondamentale si è, perché tutti gli altri sono tenuti a ciò per obbligazione introdotta dalla politica; ma voi per obbligazione inserita dalla natura. – E chi di voi non sa che è quella cagione, la quale ha generato un effetto, a quella parimente appartiensi il perfezionarlo, quanto ella può? Perocché ascoltate, giacché qui cade in acconcio una leggiadra dottrina di san Tommaso nel suo prodigioso volume contra i Gentili (1. 3. c. 122, etc.). Due sorte di effetti noi possiamo considerare: alcuni, i quali, tosto che nascono, portan seco tutta quella perfezione, della quale sono capaci; altri, che non la portano seco tutta, ma debbono andarla acquistando in progresso di tempo, ed a poco a poco. Della prima schiatta son tutti gl’inanimati; e però la loro cagione, ch’è come la loro madre, dopo averli già partoriti, non li ritiene con amore materno presso di sé, non gli alleva, non gli accarezza, ma incontanente lasciali in abbandono. Diamone gli esempj in due cose a tutti notissime, quali son l’acqua e il fuoco. Vedete voi la sorgente quando ha partorita l’acqua? vedete la selce quando ha partorito il fuoco? Nessuna di loro due ritiene punto il suo parto presso di sé; ma l’una lascia che l’acqua subito scorra, e ne vada al rivo, e l’altra lascia che il fuoco subito voli, e si appicchi all’esca: mercecchè né la selce, né la sorgente, con ritenere presso di sé le lor proli, potrebbero maggiormente perfezionarle. Ma negli effetti di qualunque modo animati avviene il contrario. Nascono questi tutti imperfetti, e però lunga stagione rimangono sotto la cura, e, per dir così, tra le braccia della lor madre, per venir da essa nutriti amorosamente e perfezionati. Vedesi prima ciò chiarissimamente ne’ pomi, ne’ fiori, nelle spighe nell’uve, ed in qualsivoglia altro frutto. Nascono questi piccoli, rozzi, scoloriti, agrestini, e così bisognosi di grandissima nutritura. Però mirate quanto tempo rimangono e i pomi attaccati al suo ramo, e i fiori alla sua cipolla, e le spighe al suo cesto, e l’uve al suo tralcio, ed ogni altro frutto in grembo della sua madre. Onde se mai vi ci sarete provati, avrete scorto ricercarsi molto più di violenza a strappar con la mano dalla sua pianta il pomo acerbo, che non il pomo maturo; quasi che malvolentieri il figliuolo partasi dalla madre, e malvolentieri la madre lasci il figliuolo, prima che abbisi finito questo di ricevere tutta la sua perfezione, e quella di dargliene. Ma meglio ciò si scorge ne’ bruti, i quali nascono imperfettissimi anch’essi. Tra questi del solo struzzolo si racconta, che abbandona dispettosamente i suoi parti dopo averli condotti a luce. Derelinquit, come abbiamo in Giobbe (39. 14), derelinquit ova sua in terra: che però quivi egli vien proposto da Dio per esempio e di stolidezza e di spietatezza, dicendosi orribilmente di questo uccello che duratur ad filios suos, quasi non sui; privavit enim eam Deus sapientia, nec dedit illi intelligentiam(Ibid. 16 et 17). Ma tutti gli altri bruti vedrete che mai non mancasi di una pietosissima educazione; questa unica differenza, avvertita tuttavia dal medesimo san Tommaso, ed è che alcuni animali vengono educati dalla madre sola, altri e dalla madre insieme e dal padre. Dalla madre sovvengono educati i cani, i cavalli, gli agnellini, i vitelli, ed altri animali lattonzoli. A provvedere questi di allevamento basta la madre con le sue poppe; e però il padre, come 1oro non necessario, per lo più non li cura e non li conosce. Il contrario avvien tra gli uccelli. Non è stato verun di loro dalla natura provveduto di latte, né di’ mammelle; e la ragione si fu, perché dovend’eglino esser agili al volo, sarebbe loro stato un tal peso di notabile impedimento. Devon però vivere, per dir così, di rapina; ed in questa parte ed in quella procacciare il sostentamento non sol per sé, ma ancora per le loro tenere famigliuole, le quali non sogliono essere meno ingorde che numerose. Ma come potrebbe supplire a tanto una debole femminella? Però al nutricamento delle colombe, delle tortorelle, delle pernici, e di altri simili uccelli, specialmente meno feroci, assiste anche il padre. Né solamente tutti i bruti provveggono i loro pargoletti di cibo, finché questi non possono procacciarselo da sé stessi; ma li sovvengono anche di ajuto, d’indirizzo e di documento, conforme i varj mestieri ch’hanno ad imprendere. Così lo sparviere ammaestra i suoi figlioletti alla caccia, così il delfino al nuoto, così la leonessa alla preda, così la gallina alla ruspa, e così l’aquila ai voli anche più sublimi: provocans ad volandum pullos suos (Deut. XXXII, 11). Eppure gli animali bruti non isperano comunemente dai loro parti veruna ricognizione né di opera, né di affetto; anzi terminati i dì necessarj all’educazione, né il generante riconosce più il generato, né il generato riconosce più il generante, ma si disgiungono, e ciascuno va dove più gli torna in profitto. Or se, non ostante ciò, allorché questi di fresco hanno partorito, assistono a’ loro parti con tanta sollecitudine, gli allattano, li provveggono, li difendono, e prestano loro tutti gli uffìzj di servitù più pietosa, chi non vede che questa legge di perfezionare, quanto maggiormente si possa, la propria prole, non è legge inventata solamente da instituzione politica o da reggimento civile, ma è legge entro a tutti i petti stampata dalla natura, e però dee dirsi che la natura parimente sia quella che no riecheggia l’osservanza dagli uomini? Anzi assai più la richied’ella dagli uomini, che da’ bruti. Perocché gli uomini da una parte nascono nel loro genere men perfetti (come Plinio considerò); nascendo i bruti vestiti, e gli uomini ignudi; i bruti calzali, e gli uomini scalzi; i bruti armati e gli uomini inermi. E d’altra parte nascon capaci di assai maggiori perfezioni; le quali perfezioni perché non si possono conseguir se non assai lentamente, però l’educazione degli uomini non si termina in pochi giorni, come quella de’ bruti, ma stendesi a molti lustri; anzi, secondo il dire di san Tommaso, a tutta la vita, per lunga ch’ella si sia; e così rende di sua natura insolubile il matrimonio. – Or deduciamo dalla dottrina bellissima di questo santo Dottore, angelico veramente più che mortale, deduciam, dico, come da premesse infallibili, la nostra principal conseguenza, e diciam così: se l’obbligo, che hanno i padri, di educare i loro figliuoli, è obbligo non positivo, ma naturale; non iscritto, ma innato; non umano, ma divino; chi non vede dunque che molto più strettamente siete tenuti a procurare il profitto loro voi stessi, di quel che a ciò sien tenuti i principi ed i prelati, i maestri ed i confessori, e gli aii e i predicatori, e qualunque altro direttor, che si trovi, de’ lor costumi, o sia egli ecclesiastico o secolare; perciocché questi sono tenuti a ciò per legge civile, la quale è meno strigliente; ma voi per istituzion naturale, la quale è di gran lunga più rigorosa?

III. Ma s’è così (oh Dio!), che timore non dovreste aver dunque voi quando trascuriate una simile educazione? Perocché se tanto conto dovrà rendere il principe, se tanto il prelato, e se tanto qualsivoglia altri, per cui colpa succeda l’eterna perdizion del vostro figliuolo; qual ne dovrete render dunque voi, padri, quale voi, madri, se succeda per colpa vostra? Potrete voi punto sperar di discolpa, se quelli tanto riceveran di rimproveri? potrete voi punto impetrar di pietà, se con quei tanto si userà di rigore? E però san Giovanni Crisostomo (1. 3 contra vitup. vilse mon.), il quale intendea benissimo questo punto, si protestava a tutti i padri così: patres, educate fìlios vestros in disciplina, et in correptione Domini, come vi dice l’Apostolo (ad Eph. VI, 4). Si enim nos ipsi quoque vigilare jubemur, tamquam prò animabus illorum rationem reddituri, quanto magis ergo pater, qui genuit? Intendete, padri cristiani? quanto magis, ergo pater, qui genuit? – Voi avete dato lor l’essere; adunque voi molto più parimente siete tenuti a dar loro la perfezione, educandoli in disciplina, ch’è indurli al bene; et in correptione, ch’è ritirarli dal male; ovvero, giustar interpretazion più spedita di san Tommaso, in disciplina verberum, et in correptione verborum. Senza che, dare lor questa perfezione è a voi molto anche più facile, che ad ogni altro: conciossiachè essendo natural di tutti i figliuoli portare, più che ad ogni altro, a’ lor padri una gran riverenza ed un grande amore, venite per conseguente ad avere sopra di essi maggiore l’autorità. E chi non sa che con un consiglio opportuno, con una riprensione aggiustata, anzi con una parola mozza talvolta, con un cenno, con un gesto, con un’occhiata potete ottener da loro quei ch’altri non otterrebbe con lunghe prediche, e con iterati clamori? Non udiste mai di quel celebre Andrea Corsini? Era egli ne’ suoi primi bollori della gioventù libero, sregolato, disciolto; e però in vano si erano adoperati religiosi zelanti ed uomini pii affine di raffrenarlo. Ma che? quello che nemmeno poterono le parole sacerdotali, potò la voce materna. Pellegrina la madre, con un solo acconcio rimprovero, il rendé santo, e convertillo di un lupo di sfrenatezza in un agnellino di sommissione. Come dunque voi non dovrete rendere a Dio ragione assai rigorosa, se non verrete a valervi di autorità così rilevante? Aggiungete, che da voi dipendono essi nel vitto, da voi nel vestito, da voi nello spendere, da voi nell’ereditaro; onde con quanta facilità potete voi governarli a vostro talento, animandoli o rimunerandoli buoni, minacciandoli e gastigandoli scostumati! – Se dunque voi, non facendolo, mancherete al debito vostro, che scusa avrete? Eppur vi è di più: perché dovete considerare che voi avete i figliuoli vostri in custodia, quasi uccellini di nido, fin da’ primi anni, quando i loro animi sono appunto a guisa d’una creta pastosa, capace d’ogni figura; o di una cera molle, disposta a qualunque impronta. Se però essi, educati prima male da voi, non saranno in età maggiore più abili a ricevere i salutevoli insegnamenti de’ loro direttori più alti (dì chi sarà la colpa più principale, non sarà vostra? Vostra sarà, signori sì, sarà vostra. Pater enim, cum teverum acceperit filium, primque ac solus omnem ejusce instruendi facultatem nactus sìt, et bellissime illum, et facillime imbuere poterit, et moderavi; coi san Giovanni Crisóstomo favellò (l. 3 tra vitup. vitæ mon.). Adunque, se voi farete, a voi verrà attribuita la ma: colpa delle loro non correggibili inclinazioni. Anzi in vano tutti gli altri faticheranno per loro profitto, se voi punto manchiate al vostro dovere. Perciocché, a che vale che il principe tenga per allevamento de’ vostri giovani provveduto il suo stato di accademie insigni, di Convitti nobili, di collegj famosi, se voi li tenete quindi lontani? Ed i maestri come potranno affezionarli allo studio, se voi non ne mostrate premura? E gli aii come gli potranno addirizzar ne’ costumi, se voi non date lor braccio? Ed i confessori e predicatori ancor essi come potranno ottenere il loro profitto spirituale, questi con esortazioni pubblici quegli con ammonizioni private, se voi non ricercate giammai da’ vostri figliuoli consieno assidui alle prediche o come sieno frequenti alla confessione? – Vedesi adunque, per così dire, che tutte le obbligazioni, le quali in altri sono diramate e disperse, vengono ad unire in voi tutta la loro piena. E pertanto a voi si appartiene di tener su’ vostri figliuoli aperti più occhi, che non se ne finsero in Argo, quel provvidissimo re del Peloponneso; a voi tocca di avvertire ogni loro parola, a voi di moderare ogni loro gesto, a voi di certificarvi d’ogni lor moto: diligenze che, almeno tutte, non toccano a verun altra. Né basta che diate lor solamente la direzione, ma bisogna che ne ricerchiate ancora la pratica; e ciò non in un luogo solo, ma in tutti: in città, di fuori, in pubblico, in segreto, in comune, in particolare. Dovete osservar dove vadano, con chi trattino, diche gustino, a che inclinino; e giacché come disse il Savio, ex studiis suis intelligitur puer (Prov. 20. 11), dovete, se sia possibile, dovete, dico, procurare ancor di spiare quello a che pensino. Né crediate dirsi ciò per soverchia amplificazione; – anzi sappiate che questo appunto era quello ond’era sempre sollecito il santo Giobbe nel governo de’ suoi figliuoli: non sapere quali affetti pullulassero ne’ loro cuori, o qual pensieri covasse la loro mente. Quindi si racconta ch’egli bene spesso rizzavasi di buon’ora, diluculo, per offerire a Dio suppliche e sacrifizj a purgamento de’ loro interni difetti. Dicebat cnim: ne forte peccaverint filli mei, et maledixerint Deo in cordibus suis (Job 1. 5). Guardate sollecitudine! non dice labiis suis, non dice lingua sua, no; in cordibus suis; tanto tremava di qualunque lor colpa, non sol palese, ma occulta; non sol pubblica, ma segreta; non sol sicura, ma dubbia.

IV. Òr che dite voi dunque? Fate così? Adempite ancora voi con premura così gran parti? Siete egualmente solleciti ancora voi dell’integrità de’ vostri figliuoli, della loro innocenza, del loro profitto? Ahimè che voi ad ogni altra cosa pensate forse, che a questa, dice il Crisostomo. E perciò che fate? Attendete solo a rendere i vostri figliuoli più ricchi, più temuti, più nobili, più potenti; ma a rendergli parimente più virtuosi non attendete. Àlii militiam filiis suis provident, alti honores, alii dignitates, alii divitias; et nemo(oh deplorabilissima cecità!), et nemo filiis suis providet Deum (Hom. 55 in Matth.). Eppure di questo solo vi sarà chiesta ragione, o signori miei. Non vi sarà domandato quanto voi gli avrete lasciati più grassi di rendite, o quanto più illustri di cariche, o quanto più rispettati di parentele; ma quanto più riguardevoli di virtù. Di questo vorrà Dio venir soddisfatto in quel suo formidabilissimo tribunale. E voi che saprete rispondergli, mentre pure talora giungete a segno che, – per avanzar loro un vil danaruzzo, non vi curate di avventurare la loro eterna salute? E quante volte, se voi voleste spendere un poco più, potreste lor provvedere di custode più virtuoso, di disciplina più scelta, di direzione più profittevole; e voi nondimeno, per risparmiar quell’entrata, fate loro quel pregiudizio! Oh vergogna! Esclama san Giovanni Grisostomo (pigliato da me volentieri questa mattina per maestro in questa materia, da lui trattata, fra tutte le altre, a stupore), oh vergogna! Non si perdona a danaro per rendere il campo più fertile, l’abitazione più comoda, la cucina più lauta, la stalla più popolata, il cocchio più splendido; e per rendere un figliuolo più costumato si conta tanto a minuto! Anzi poco saria questo, cred’io, se non si giungesse anco a peggio; perocché per questa avarizia medesima spesso accade che se voi di due servitori ne avrete uno accorto e fedele, ed un altro scimunito e vizioso, darete al migliore la cura de’ vostri poderi, ed al peggior la custodia de’ vostri parti. E potrete voi scusarvi di tanta trascuratezza? Come scusarvi? Voi dunque non ardireste di consegnare il vostro cavallo ad un mozzo inetto, o la vostra greggia ad un pastorello infedele, o i vostri buoi a un bifolco disapplicato; e non temerete di porre un figliuol vostro medesimo nelle mani di un servitore vizioso, o di un pedagogo ignorante? Non ha scusa, o Cristiani miei, questo eccesso; no, non ha scusa: perché se l’interesse è quel che vi spinge ad antepor la roba alla prole, che si può dir di più empio, di più stolido, di più insano?  – Io per me certo, se mi credessi questa essere la principale cagione del mal governo usato verso dei giovani, tosto avrei desiderio con quell’antico filosofo di montare su la torre più alta della città, ed indi vorrei tonare, tempestare, e ripetere più d’una volta a gran voce: Quo tenditis, homines, quo tenditis, qui rei faciundae omne impenditis studium, filiis instituendis, quibus opes vestras relinquetis, exiguum, ac piane nullum? (Plut.de educai liberor.) Dove andate, olà, cittadini, olà, dove andate? vorrei dir io.Chi a procuratori per liti, chi a banchieri per cambj, chi a principi per favori, chia mercati per compere, chi ad uffìzj per interessi. E dove son rimasti frattanto i vostri figliuoli? se in mano di custodi veramente fedeli, benissimo; andate pure. Ma s’essi frattanto ritrovansi o in un ridotto di gioventù ad apprendere i vizj, odin una bisca di giuoco a trattare i dadi, o in un teatro d’oscenità a provare la parte, o in una contrada d’infamia a disfarsi in vagheggiamenti, o, se non altro in una villa di ozio a perdere inutilmente gran parte danno; se si trovano in tali luoghi, tornate indietro, vorrei dire, tornate, padri inumani; provvedete prima a’ figliuoli, e poi penserete alla roba. E non procurate cotesta roba per loro? Adunque qual insania maggiore, pensare alla roba, che dee servire a’ figliuoli, e non pensare a’ figliuoli, cui dee servire la roba? Così vorrei, credo, gridare, ad imitazion di quel filosofo di cui ragiona Plutarco (lbid); – Né mancherebbemi anche a questo proposito l’autorità del Boccadoro medesimo, il quale mi attesta che ciò sarebbe far come un folle ortolano, il quale solamente mirasse a raccor grand’acqua, onde alimentare le piante; ma non mirasse se quelle piante, che si hanno ad alimentare, sien belle o disformate, sien buoni o degeneranti. Questa ragione dunque degli altri vostri interessi, quantunque onesti, ai quali attendete, non potrà discolparvi presso di Dio, perché niun interesse dovreste avere più rilevante, che la perfetta educazion della prole da lui donatavi. E s’è così, qual altra discolpa dunque voi gli addurrete? Non sarete inescusabìlmente convinti di fellonia, di perfidia, di tradimento? – Che sarebbe di voi, se rimaneste convinti di non aver voi voluto dare a’ giovani vostri o poppa che gli allattasse bambini, o cibo che sostentasse gli adulti, o veste che coprisse gli ignudi, o letto che ricettasseli sonnacchiosi? Non rimarreste senza dubbio in tal caso mutolissimi alle difese? Eppure in tal caso avreste solo lasciato di provvedere alla parte più ignobile, qual è il corpo. Or che sarà lasciando di provvedere alla più signorile, qual è lo spirito? Che sarà se non li provvediate, potendo, di maestro buono, di servitore fedele, di confessore accreditato, di libri utili, d’indirizzi opportuni, di amicizie innocenti, di esempj, di consigli, di stimoli, di freni, di guide, e di tutti gli altri ajuti più necessarj al vivere cristiano? Filii tibi sunt? grida l’Ecclesiastico (VII. 25), erudi illos. Non dice, dita illos, evehe illos, extolle illos, no, erudi illos: perché questo è ciò che soprattutto ha da premervi, farli buoni.

V. Eppure piacesse a Dio che questo fosse l’unico vostro peccato, non procurar loro la salute de’ vostri giovani. Ve n’è un maggiore. E qual è? Procurar la loro rovina! Procurar la loro rovina! Signori sì, signore sì, procurar la loro rovina. Oh questo sì che sarebbe un eccesso sì abbominevole, che voi non potreste fiatare a giustificarvene; ed io, per detestarlo questa mattina come dovrei, vorrei avere un petto di bronzo ed una voce di tuono. Ma che? Non è forse frequente una simile iniquità? Ahimè! sarebbe desiderabile ch’oggi giorno alcuni padri non solamente lasciassero di educare i proprj figliuoli, ma che, appena nati, assettandoli in un cestello, simile a quello in cui fu riposto il bambinello Mosè, gli abbandonassero alla ventura in un lito, in una balza, in un bosco, tanto perverse son le dottrine che loro infondono, tanto scellerati i dettami. Utinam hoc tantum culpa csset (seguo a ragionar tuttavia eoa le autorevoli formule del mio eloquente maestro – Chrysost. 1. 3 centra vitup. vitæ monast.), utinam hoc tantum culpa esset, nihil utile parentes liberis consulere: possit id, quamquam gravissimum sit, aliquatenus tolerari. Nunc vero illos ad ea, quæ saluti suæ sunt adversissima, impellitis, et ac ti dedita opera liberos vestros perdere omni studio curetis, ita universa illos jubetis facere, quæ qui faciunt, salvi esse non possunt. – Volete chiaramente conoscerlo? State a udire. La legge evangelica, che voi dovreste istillar insieme col latte ne’ vostri pargoletti figliuoli, intuona a tutti i ricchi minacce orribili di eterna condannazione. Væ divitibus! (Luc. VI. 24) E voi all’incontro cominciate ad insinuare ne’ lor cuori infin da’ primi anni, che bisogna serbare la roba tenacemente, e che tutta la felicità dell’uomo consiste in aver piene le casse, colmi i granai, ridondanti le grotte. E talora  parlando da solo a solo col figliuol vostro, ancor tenerello: mira (gli dite), a tal mercatante, mira il tal canonico, mira il tal cavaliere: perché seppero accumular di molto danaro, vedi tu com’or sono giunti, quegli a fabbricar la tal villa, quegli a conseguire il tal beneficio, quegli a stabilir il tal parentado? Vogliamo credere che tu saprai mai giungere a tanto? E così voi fate formargli un’opinion del danaro tanto sublime, che non cred’esservi altro Dio su la terra maggior dell’oro. Più. – L’Evangelio dice, che bisogna seder nell’ultimo lato: recumbe in novissimo loco (Ib. XIV, 10). E voi a’ vostri giovani persuadete continuamente il contrario, suggerendo loro che non bisogna contentarsi mai dello stato in cui l’uomo nasce; ma che, a guisa de’ fiumi, bisogna sempre nel mondo acquistar paese, avvantaggiarsi, allargarsi. Più. L’Evangelio afferma, che convien condonare le offese fatteci: diligite inimicos vestros (Ib. 6. 27). E voi a’ vostri giovani insinuate perpetuamente l’opposto, dicendo loro che non bisogna dimenticarsi mai di un affronto che l’uom riceva; ma che, ad imitazion de’ molossi, bisogna sempre ad ognuno mostrare i denti, rispondere, ricattarsi. Ed oh quanti sono, che dicono a’ lor figliuoli: la nostra casa è sempre stata riverita e temuta al pari di ogn’altra. Ella ha avuti tanti senatori, tanti cavalieri, tanti capitani, tanti uomini famosi in pace ed in arme. Non sarai degno del casato che porti, se non saprai sempre farti usar tua ragione. Quindi godete che di buon’ora comincino a trattar l’armi, perché i gloriosetti si avvezzino tanti Marti; ed assai più voi fate loro di applauso quando li vedete caricar con man tenera una pistola, che quando li mirate aguzzar la penna. – E quelle buone madri ancor esse con quai dettami sogliono specialmente allevare le loro figliuole? Con quei dettami evangelici, i quali c’insegnano di schivare i lussi superflui e le pompe vane? Nolite solliciti esse corpori vestro quid induamini (Ib. XII. 22). Anzi tutto il contrario. Va, figliuola mia, dicon esse, va, di’ a tuo padre che tu vuoi vestir da tua pari. Digli che tu così ti vergogni di comparire; che cavi fuori del suo scrigno que’ nastri, que’ pendenti, que’ vezzi, quelle smaniglie; a1trimenti non isperare ch’io ti voglia più condur meco neppure a Messa. Quindi abbigliandole or con una sorte di gala, ed or con un’altra, le avvezzano di buon’ora ad indurir contra il freddo ostinatamente le spalle ignude, o fintamente coperte; insinuando che nella foggia del vestire bisogna sempre attenersi all’uso del secolo, e poi lasciare, che i predicatori si sfiatino a lor piacere e che si scatenino. Ecco, o signori miei, quali sono i bei documenti che molti padri, che molte madri oggi danno a’ loro figliuoli. – E così che ne segue? Ne segue che quegli animi ancora molli, ricevuta una tal sementa, comincino a poco a poco a gittare così profonde radici di fasto, di vanità, di ambizione, di audacia, d’interesse, e di ogni altra più sregolata affezione, che quando poi con gli anni acquistano forza, non v’ha più mano mortale che possa svellerne i velenosi rampolli: Adolescens juxta viam suam, ch’è quella via che lo porta più al mal che al bene, etiam cum senuerit non recedet ab ea (Prov. XXII. 6). E vi par che il vostro delitto sia delitto pertanto di leggier peso? Io credo pure che avrete udito ragionar mille volte di quell’Eli, gran sacerdote, il quale un dì divenne a Dio sì discaro, che fu in perpetuo privato e del sacerdozio e del tempio e delle facoltà e della vita e della prosapia, e giudicato con tanta severità, che quantunque sia opinione probabile ch’ei sia salvo per gli altri suoi singolarissimi meriti verso la religione, nondimeno Filone ebreo, san Gregorio Nazianzeno, santo Isidoro pelusiota, san Cirillo alessandrino, san Giovanni Grisostomo, san Pier Damiano, e più altri, inclinano a riputare ch’ei sia dannato; e san Cesario arelatense, e santo Efrem siro lo sentono chiaramente. Or perché incorse egli un giudizio così tremendo? Mi giova che l’udiate di bocca di. Dio medesimo. Eo quod noverat indigne agere filios suos, et non corripuerit eos, idcirco juravi domui Heli, quod non expietur iniquitas domus ejus victimis et muneribus usque in æternum (1 Reg. III. 13 et 14). La soverchia indulgenza ch’Eli mostrò verso i figliuoli viziosi,fu quella che trassegli addosso sì gran gastighi; e solamente per questo Iddio dichiarossegli sì sdegnato, che non sarebbono mai bastati a placarlo né sacrifizj, né vittime, né preghiere, se non quanto alla pena eterna, almeno quanto alla soddisfazione temporale. Sì? Ora udite e tremate, signori miei. Se questo infelice fu giudicato con tanta severità sol per non avere o ripresi con efficacia, o gastigati con rigidezza i figliuoli mentre peccavano, eo quod non corripuerit eos: ahimè!;che non dovranno temer dunque quei padri, i quali non solo non li ritraggon da’ vizj, ma ve gl’incitano con sì perniciosi dettami? Se non punire il peccato dispiacque tanto, che sarà il lodarlo?che sarà il promuoverlo? che sarà il persuaderlo? che sarà il farsene perversissimo autore? Potrà restare a questi infelici speranza di salvazione? Io non lo so; ma domandovi solamente: – se voi deste questi medesimi documenti viziosi, che abbiamo detti, ad un altro giovine, il qual non vi appartenesse per verun capo, ad un Giudeo, ad un Gentile, ad un Turco, quanto severo giudizio verreste nondimeno ad incorrere nel tribunale divino? Depravatori di giovani! depravatori di giovani! Non può mai dirsi quanto a Dio sieno odiosi. Che però dove leggiamo: capite nobis vulpes parvulas, quæ demoliuntur vineas (Cant. II. 15), san Girolamo insegna potersi egualmente leggere in questa forma (in Cant. hom. 4 in fine): Capite nobis vulpes, parvulas quæ demoliuntur vineas; sicché quella voce parvulas non tanto si riferisca alle volpi, quanto alle vigne: non tam et vulpes, quam ad vineas referatur. Perché queste sono le volpi più odiose a Dio, le volpi veterane, le volpi vecchie, le quali tanto più arditamente assaliscono parvulas vineas , la tenera gioventù, la sfiorano, la sterpano, l’assassinano. Queste sono le volpi che il Signore desidera, queste, queste, per farne alfin un macello. Capite nobis vulpes, parvulas quæ demoliuntur vineas. E però conchiudo così. Se tanto conto dovreste rendere a Dio, dando cattivi consigli a qualunque giovane, il qual or cominci a fiorire; che sarà dandoli ad un giovane vostro, ad uno, a cui siete per natura tenuti d’istituzione sì santa, d’istruzione sì salutare? Voi pensateci, ed io mi riposerò.

SECONDA PARTE

VI. Tornava il profeta Eliseo dal veder Elia, suo maestro, rapito in cielo sopra cocchio di fuoco: quando, cominciando a salire una collinetta per ire a Betel, ecco una gran turma di piccioli figlioletti, i quali in vederlo cospirarono tutti ad alzar la voce, e a gridare per beffa: su, vecchio calvo; su, vecchio calvo; cammina: ascende, calve: ascende, calve (4 Reg. II. 23). Eliseo, stupito di arroganza sì audace in età sì tenera, non poté contenere lo sdegno in petto rivoltandosi con occhio bieco a mirar quegl’insolentelli: siate (disse lor) maledetti in nome di Dio: maledixit eis in nomire Domini (lb. II. 24). Credereste? Appena egli ebbe parlato, che tosto uscirono dalla vicina boscaglia due terribilissimi orsi, e cacciandosi in mezzo di que’ fanciulli, quasi in un branco di sbigottiti agnellini, cominciarono in essi a lordar le zanne, a spiccar capi, a smembrar cosce, a sbranar busti a spolpar ossa, a squarciar ventri, a disseminare interiora; nè molto andò, che con orribil macello ne lacerarono insino a quarantadue. Egressique sunt duo Ursi de saltu, et laceraverunt ex eis quadraginta duos pueros (Ibid.). Se voi ne interrogate gl’interpreti, o miei signori, vi diranno che questi figliuoli non erano ancor capaci di gran malizia; perciocché afferma la Scrittura di loro, ch’essi eran pargoletti: pueri parvi. Che vuol dir dunque, che furon eglino non pertanto puniti sì atrocemente? Sapete perché? Per castigare in questa forma i lor padri che mal allevamento che andavano lor dando: ut parentes eorum in ipsis punientur, siccome attesta il Lirano, ed altri in gran numero. Cristiani miei, voi allevate ben spesso i figliuoli con poco timor divin: non è così? con libertà, con licenza, per timore che alfin non si scorga in essi più di bacchettonismo, per usare i termini vostri, che di bravura. Qual sarà pertanto il castigo che voi ne riceverete anche in questo mondo? Che un giorno ve li vediate giacere a’ piedi, finiti innanzi al lor tempo di morte anche ignominiosa. De patre impio, queruntur filii, quoniam propter illum sunt in opprobrio (Eccli. XLI. 10). Ma quando ancor vi campassero lungamente, non vi  potrebboero recar essi materie non meno gravi di tristezza, di ansietà, di amarezze, di crepacuori? Lacta filium, et paventem te faciet, dice l’Ecclesiastico (XXX, 9); lude cum eo, et contristabit te. Che disgusto fu quello di Agarre, quando per cagion d’Ismaele da lei nutrito con educazion troppo altiera, fu necessitata di andar raminga pe’ boschi! – Che disgusto fu quello di Davide, quando per cagion di Assalonne, da lui governato con verga troppo indulgente, fu costretto a vedersi crollare il trono! Ed il patriarca Giacobbe che disgusti anch’egli non ebbe per la sua Dina? Uditelo, che potrete impararne assai. Era il buon vecchio, pellegrinando, arrivato con tutti i suoi nel paese di Cana; e quivi in una campagna, ch’egli perciò comperossi da’ Sichimiti, piantati avea i padiglioni, ripartita la gente, accomodati gli armenti, per riposare (Gen. XXXIV). Quando ecco Dina, fanciulla di quindici anni, udendo, come afferma Gioseffo, che poco lungi tutte le donne di Salem concorrevano ad una festa, chiede al padre licenza di andare un poco opportunamente a vederle; giacche per altro le rincrescea di marcirsi lungamente prigione fra quelle tende. Quanto poco a Giacob sarebbe costato il raffrenare severo nella figliuola questa donnesca curiosità giovanile! Ma egli, troppo rimesso, non vuole affliggerla; e per non vederla più piangere e più pregare, le dice: va. Dina vada? Ahi povera figliuola! ahi povero padre! In quanto cieco laberinto vi andate ad intrigar da voi stessi, non lo sapendo! Proseguiamo il fatto, che in vero è terribilissimo. Uscì la vergine per vedere altre donne; ma per quanto ella andasse o raccolta o cauta, fu veduta da un uomo, il quale fieramente invaghitosene, la rapì, la disonorò; e siccome egli era per altro signore di gran portata, cioè il principe stesso de’ Sichimiti, chiamato Sichem, così di poi con lusinghe ancora piegolla a restargli in casa, ed a consentire alle sue legittime nozze. Vassi pertanto a Giacobbe (per la nuova del caso oltre modo afflitto), e si esibiscono le soddisfazioni maggiori che dar si possano ad uomini forestieri. Propone il Principe di voler dar egli alla sposa una ricca dote, offerisce regali, promette rendite, s’obbliga ad avere col popolo d’Israele, allora non grande, perpetua corrispondenza; e si contenta di dar loro a goder le sue terre stesse, le sue campagne, i suoi pascoli, i suoi poderi. Mentre si sta sul calor di questi trattati, ecco i figliuoli di Giacobbe ritornano dalla greggia; i quali, udito lo scorno della sorella, tengon prima fra loro un consiglio breve; conchiudono, stabiliscono: e di poi, covando nel cuore un’aspra vendetta, dicono a Sichem di approvare i partiti da lui proposti; ma che a ciò solo si frapponeva un ostacolo, ed era non poter essi tener commercio con uomini incirconcisi. Però accettassero, i Sichimiti d’accordo la loro legge, si circoncidessero tutti; e poi legherebbesi la bramata amistà, e si stringerebbero scambievoli parentadi. Che non può la smania di un animo innamorato? Accetta il Principe la condizione, la stipola, la rafferma; e tornato lieto in città, con varj pretesti la persuade concordemente anche a’ suoi. Ma che? giunto il terzo dì dopo il taglio (ch’è quando appunto il dolor d’ogni ferita suol essere più crudele), ecco due fratelli di Dina, Simone e Levi, se ne vengono armati nella città; e mentre gli uomini addolorati si giacciono tutti a letto, nulla sospettosi d’inganno, nulla abili alla difesa, ne cominciano a fare un orrendo scempio: uccidono fanciulli, uccidono attempati, uccidon decrepiti; siasi chi si vuole, s’è maschio, convien ch’ei muoja: ed indi a volo passati tosto in palazzo, assaltano furibondi l’odiato Principe, lo scannano, lo sfragellano; e tolta Dina, se la riportano a’ padiglioni paterni, prima vedovella che sposa. Né qui terminò tanta rabbia; perciocché di poi ritornati con tutto il grosso di lor famiglia, recarono alla città l’estremo sterminio; saccheggiarono case, spiantaron orti, desolarono torri; fecer tutte schiave le femmine, e le rapirono. Quinci usciti fuori in campagna, miser tutto il paese furiosamente a ferro ed a fuoco: non perdonarono a beltà di giardini, non a ricchezza di armenti, non a splendidezza di possessioni; a segno tale, che divulgatasi ne’ convicini la fama del caso atroce, tutti a rumore si sollevarono i popoli: arma, arma, perseguita i forestieri, ammazzali, ammazzali; ed eccoti Giacobbe in evidente pericolo di perire con tutti i suoi. Conviene precipitare, conviene partirsi; e se Iddio spezialmente nol proteggesse, qual dubbio c’è ch’ei già sarebbe perduto anche tra le grotte? Or avete sentito, o signori miei? Oh che imbarazzi, oh che confusioni, oh che risichi, oh che garbugli! E perché? Per la soverchia indulgenza di un padre tenero verso una figliuola vogliosa. E quante notti credete voi che Giacobbe vegliare ansioso dovesse su questo affare? Non sarebbe stato assai meglio dare a quell’amata fanciulla un disgusto breve, e lasciarla pregare, e lasciarla piagnere, che dover poi per cagion di essa riceverne un sì tremendo?

VII. Signori miei, questi successi sono registrati nelle divine Scritture, perché si sappiano; ed io però ve li narro, desiderando che voi vogliate, come si conviene, e apprezzarli, ed approfittarvene. Sì, sì, chiaritevi esser verissimo il detto di Salomone: puer, qui dimittitur voluntati suæ, confundit matrem suam (Prov. XXIX, l5). Ipadri sono i primi a provare i cattivi effetti della libertà conceduta a’ lor figliuoli (ch’è quello ch’io nella seconda parte ho preteso di dimostrarvi); e però accorti incominciate a raffrenarli a buon’ora, da’ primi passi, dalla prima puerizia, ed avvezzatevi presto a dir loro, no; non vi lasciando sì facilmente snervare da’ loro vezzi, quando essi bramano che diate loro sul collo la briglia lunga, fìlius enim remissus, come parlò l’Ecclesiastico (XXX. 8), evadet præceps. E non è certamente una gran vergogna chequesti tosto divengano sì assoluti padroni de’ vostri affetti, che solamente per non veder su’ lor volti una lusinghevole lagrimuzza, condiscendiate che vadano a commedie quantunque oscene, a festini quantunque liberi, a ricreazioni quantunque non costumate? – Voglio ben io che li amiate, signori sì; ma d’amor utile, non di amore dannoso. Quanto cordiale amore portava quella famosa regina Bianca al suo piccolo re Luigi! Eppure: ah Sire (gli ripeteva ogni giorno), prima io vorrei vedervi morire su queste braccia, che vedervi commettere un sol peccato. Or perché dunque non gli amate voi pure di amor sì maschio, giacché non mancano signore ancora private che l’hanno fatto, con albergare però nel cuore ancor elleno un tale all’etto, che non par degno di petto men che reale? Certo almen è che tali erano le parole che pur avea del continuo su la sua bocca una beata Umiliana, detta de’ Cerchi, chiara in Firenze unitamente e per sangue e per santità, qualor vedeva i suoi nobili fanciullini non solamente lontani ancor dal morire, come un Luigi, ma già già prossimi. Io non so piagnere, solea dire, o figliuoli, la vostra sorte; perciocché troppo più volentieri io rimiro ciascun di voi portar la sua stola candida al Paradiso, che restar quaggiù con pericolo di lordarla. Tanto la grazia può giungere a trionfare della natura in un cuore ancora di donna, e donna madre! Ma io m’immagino di avervi ormai tediati bastantemente, e però fìnisco. Solo vorrei che vi partiste di qui con questa persuasione vivissima nella mente intorno a’ giovani vostri, che quasi tutta dalle vostre mani dipende ordinariamente la loro salute, più che la salute de’ piccoli navicelli tra le tempeste non dipende da quella de’ lor nocchieri. – E perciò tolleratemi s’io vi dico, che quali li vorrete, tali saranno; se scorretti, scorretti; se santi, santi; perch’io sono certo di non dirvelo a caso. Sofìa, la madre del gran Clemente ancirano, desiderò che il figliuol suo fosse martire del Signore; e così da fanciulletto invogliandolo di un tal pregio con raccontargli frequentemente i trionfi degli altri famosi martiri, finalmente lo consegui. Moabilia, la madre del grand’Edmondo cantuariense, desiderò che il suo figliuolo mantenesse perpetua verginità; e cosi da fanciulletto animandolo a tal virtù, con avvezzarlo incessantemente a tormentare suo tenero corpjcciuolo, facilmente l’ottenne. Bramò Aleta, la madre di san Bernardo, che tutti e sei quei figliuoli maschi, ch’ell’ebbe, si consagrassero al divino servizio; e però gli andava nutrendo fin principio con cibi non da cavalieri, qual erano, ma da romiti, qual li desiderava; e riportò felicemente l’intento. Così la reina Valfrida desiderò di far santa la sua figliuola Editta, e la fece; così parimente fece il buon padre di sant’Ugone monaco, così la madre di santo Svibberto vescovo, così la madre di san Aicardo abbate, così la madre di santa Luggarda vergine; e finalmente, per quella poca osservazione ch’ho fatta nell’assiduo  rivolger de’ fasti sacri, io vi posso affermare con verità, che quasi tutti quei genitori, i quali desideraron di rendere la lor prole non solo salva, ma santa, e con una tale intenzione l’andaron sempre sollevando fin da’ primi anni, quasi tutti lo conseguirono. Adunque perché voi pure non procurate lo stesso, signori e signore mie? che vi ritiene? che vi sturba? che v’impedisce? Erudi fìliuìn tuum, ne desperes, dirò col Savio (Prov. XIX. 18). Deh per Dio che sarebbe provarsi un poco, se ancora a voi riuscisse sì buona sorte? – Oh qual felicità sarebbe la vostra, esser padre, esser madre di un figliuolo santo! Non invidiate alla gran madre de’ Maccabei quei suoi parti di tanta fama? non invidiate ad un’Elcana il suo Samuele? non invidiate ad un’Elcia la sua Susanna? Ma tutti questi se li formarono tali. Così fate voi parimente, né mancherà chi. però porti tra qualch’anno a voi pure una santa invidia.

DOMENICA IV DI QUARESIMA (2020)

DOMENICA IV DI QUARESIMA (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Croce in Gerusalemme.

Semidoppio; Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei o rosacei.

In questa settimana la Chiesa, nell’Ufficio divino, legge la storia di Mosè (Le lezioni del 1° Notturno e i responsori della Domenica e della settimana sono presi dal libro dell’Esodo. È un riassunto di quanto si leggeva anticamente). La riassumono due idee. Da una parte Mosè libera il popolo di Dio (2a lezione della Domenica) dalla cattività dell’Egitto e gli fa passare il mar Rosso (Idem 4° e 5° Respons.). Dall’altra egli lo nutre con la manna nel deserto (2° respons. di martedì.); gli annunzia che Dio gli invierà « il Profeta » che è il Messia; gli dà la legge del Sinai (6° e 7° respons. della Domenica) e lo conduce verso la terra promessa ove scorrono latte e miele (2° e 3° respons. di lunedì. –  Nelle catacombe troviamo rappresentata l’Eucaristia per mezzo di un bicchiere di latte o di miele, intorno al quale volano delle api simbolizzanti le anime). Là un giorno sarà costruita Gerusalemme (Com.) e il suo Tempio, fatto ad immagine del Tabernacolo nel deserto, là le tribù di Israele saliranno per cantare ciò che Dio ha fatto per il suo popolo (Intr., Grad., Com.). « Lascia andare il mio popolo perché mi onori nel deserto », aveva detto Dio, per mezzo di Mose, a Faraone. La Messa di oggi mostra la realizzazione di queste figure. Il vero Mosè, difatti è Cristo, che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato (id.) e ci ha fatto passare attraverso le acque del Battesimo; che ci nutre della sua Eucaristia, della quale ne è figura la moltiplicazione dei pani (Vang.), e che ci fa entrare nella vera Gerusalemme, cioè nella Chiesa, figura dei Cielo ove noi canteremo per sempre « il cantico di Mosè e dell’Agnello » (Apocalisse), per ringraziare il Signore della sua bontà infinita a nostro riguardo. E dunque naturale che in questo giorno la Stazione si tenga in Roma a Santa Croce in Gerusalemme. Sant’Elena, madre di Costantino, che abitava sul Celio una casa conosciuta coi nome di casa Sessoriana, trasformò questa casa in un santuario per riporvi le insigni reliquie della S. Croce: e questo santuario rappresenta, in qualche modo, Gerusalemme a Roma. Così l’Introito, il Communio e il Tratto parlano di Gerusalemme che S. Paolo paragona nell’Epistola al Monte Sinai. Là il popolo cristiano canterà in mezzo alla gioia « Lætare » (Intr., Epist.) per la vittoria ottenuta da Gesù sulla Croce a Gerusalemme, e sarà evocato il ricordo della Gerusalemme celeste le cui porte ci sono state riaperte da Gesù con la sua morte. Questa è la ragione per cui in altri tempi si benediceva in questa chiesa e in questo giorno una rosa, la regina dei fiori, perché così la ricordano le formule della benedizione; — uso consacrato dall’iconografia cristiana — essendo il cielo rappresentato da un giardino fiorito. Per questa benedizione si usano paramenti rosacei e così tutti i sacerdoti possono oggi celebrare coi paramenti di questo colore. Questo uso da questa Domenica è passato alla 3a di Avvento, che è la Domenica Gaudete « Rallegratevi » e che nel mezzo dell’Avvento, viene ad eccitarci con una santa allegrezza a proseguire coraggiosamente la nostra laboriosa preparazione alla venuta di Gesù (Il diacono si riveste della dalmatica e il suddiacono della tunica, segni di gioia. L’organo fa sentire la sua voce armoniosa e l’altare è ornato di fiori.). A sua volta la Domenica Lætare (Rallegratevi) è una tappa in mezzo all’osservanza quaresimale. « Rallegriamoci, esultiamo di gioia », ci dice l’Introito, perché morti al peccato con Gesù durante la Quaresima, presto risusciteremo con Lui mediante la Confessione e la Comunione pasquale. Per questa ragione il Vangelo parla nello stesso tempo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, simbolo dell’Eucaristia, e del Battesimo, che si riceveva una volta proprio nel tempo di Pasqua, e l’Epistola fa allusione alla nostra liberazione per mezzo del sacramento del Battesimo (altre volte ricevuto dai catecumeni a Pasqua). E se noi abbiamo avuto la sventura di offendere Dio gravemente, la Confessione pasquale, ci darà la liberazione. Così l’Epistola ci ricorda, con l’allegoria di Sara e di Agar, che Gesù Cristo ci ha liberati dalla schiavitù del peccato.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Is LXVI: 10 et 11

Lætáre, Jerúsalem: et convéntum fácite, omnes qui dilígitis eam: gaudéte cum lætítia, qui in tristítia fuístis: ut exsultétis, et satiémini ab ubéribus consolatiónis vestræ. [Allietati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, esultate con essa: rallegràtevi voi che foste tristi: ed esultate e siate sazii delle sue consolazioni.]

Ps CXXI: 1.

Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. [Mi rallegrai di ciò che mi fu detto: andremo nella casa del Signore].

Lætáre, Jerúsalem: et convéntum fácite, omnes qui dilígitis eam: gaudéte cum lætítia, qui in tristítia fuístis: ut exsultétis, et satiémini ab ubéribus consolatiónis vestræ. [Alliétati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, esultate con essa: rallegràtevi voi che foste tristi: ed esultate e siate sazii delle sue consolazioni].

Orémus.

Concéde, quæsumus, omnípotens Deus: ut, qui ex merito nostræ actiónis afflígimur, tuæ grátiæ consolatióne respirémus. [Concédici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che mentre siamo giustamente afflitti per le nostre colpe, respiriamo per il conforto della tua grazia].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Gálatas.

Gal IV: 22-31. “Fratres: Scriptum est: Quóniam Abraham duos fílios habuit: unum de ancílla, et unum de líbera. Sed qui de ancílla, secúndum carnem natus est: qui autem de líbera, per repromissiónem: quæ sunt per allegóriam dicta. Hæc enim sunt duo testaménta. Unum quidem in monte Sina, in servitútem génerans: quæ est Agar: Sina enim mons est in Arábia, qui conjúnctus est ei, quæ nunc est Jerúsalem, et servit cum fíliis suis. Illa autem, quæ sursum est Jerúsalem, líbera est, quæ est mater nostra. Scriptum est enim: Lætáre, stérilis, quæ non paris: erúmpe, et clama, quæ non párturis: quia multi fílii desértæ, magis quam ejus, quæ habet virum. Nos autem, fratres, secúndum Isaac promissiónis fílii sumus. Sed quómodo tunc is, qui secúndum carnem natus fúerat, persequebátur eum, qui secúndum spíritum: ita et nunc. Sed quid dicit Scriptura? Ejice ancillam et fílium ejus: non enim heres erit fílius ancíllæ cum fílio líberæ. Itaque, fratres, non sumus ancíllæ fílii, sed líberæ: qua libertáte Christus nos liberávit”.

Omelia I

 [A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip. Arciv. Artigianelli – Pavia, 1929]

“Fratelli: Sta scritto che Àbramo ebbe due figli, uno dalla schiava, e uno dalla libera. Ma quello della schiava nacque secondo la carne, quello della libera, invece, in virtù della promessa. Le quali cose hanno un senso allegorico; poiché queste donne sono le due alleanze. L’una del monte Sinai, che genera schiavi, e questa è Agar. Il Sinai, infatti, è un monte dell’Ambia, che corrisponde alla Gerusalemme presente, la quale è schiava coi suoi figli. Ma l’altra, la Gerusalemme di lassù, è libera, ed è la nostra madre. In vero sta scritto: Rallegrati, o sterile, che non partorisci; prorompi in grida di gioia, tu che sei ignara di doglie, poiché i figli della derelitta son più numerosi che quelli di colei che ha marito. Quanto a noi, fratelli, siamo, come Isacco, figli della promessa. E come allora chi era nato secondo la carne, perseguitava colui che era nato secondo lo spirito, così avviene anche adesso. Ma che dice la Scrittura? Scaccia la schiava e il suo figlio, perché il figlio della schiava non sarà erede col figlio della libera. Perciò, noi, o fratelli, non siamo figli della schiava, ma della libera, in virtù di quella libertà con cui Cristo ci ha affrancati”. (Gal. IV, 22-31) .

S. Paolo a dimostrare ai Galati come la legge di Mosè non possa continuare ad esistere daccanto al Cristianesimo, che l’ha sostituita, ricorre a un fatto del vecchio testamento, il quale oltre il valore storico, ha un significato allegorico. Abramo ha un figlio, Ismaele, da Agar, schiava, e ha un figlio, Isacco, da Sara, libera. Agar significa la legge che tiene schiavi i suoi figli; legge promulgata sul monte Sina in Arabia, terra abitata dagli schiavi, discendenti di Agar, e che ha per suo centro la Gerusalemme terrena. Sara significa la Gerusalemme celeste, la Chiesa, libera, sposa di Gesù Cristo. Ismaele nato secondo le leggi ordinarie significa la discendenza naturale di Abramo; Isacco, nato non secondo le leggi naturali ma in forza d’una promessa fatta da Dio ad Abramo, significa la discendenza spirituale, noi Cristiani, nati spiritualmente nel Battesimo, uniti con la grazia a Gesù Cristo, termine della promessa. E come allora Ismaele perseguitava Isacco così adesso i Giudei perseguitano i Cristiani, cercando di ridurli sotto il giogo della legge. Ma, come Agar fu cacciata dalla casa con suo figlio, senza diritto all’eredità; così, l’antica legge è stata bandita dalla Chiesa, che resta l’erede delle promesse divine. Parliamo un po’ della Chiesa, nostra madre. Essa:

1. È di origine divina;

2. È universale,

3. Trionfa dei suoi oppositori.

1.

Ma l’altra, la Gerusalemme di lassù, è libera. La Gerusalemme di lassù, cioè la Gerusalemme celeste, è la Chiesa a cui noi apparteniamo, la Chiesa di Gesù Cristo. La sua condizione è ben differente dalla condizione della Sinagoga, centro del culto giudaici. La Sinagoga era schiava della legge: la Chiesa, invece, è libera. È chiamata giustamente Gerusalemme di lassù, Gerusalemme celeste, perché celeste è !a sua origine. Dio stesso l’ha istituita, per mezzo del suo Figlio, Gesù Cristo. Gesù espresse in termini chiarissimi la volontà di fondare la Chiesa. A Pietro, che lo confessa « Figlio del Dio vivente», egli dice: « Tu sei Pietro, e sopra questa pietra fonderò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei ». (Matth. XVI, 18). Non un uomo, non un Angelo, ma Egli stesso ne sarà il fondatore. E quanto aveva promesso si avvererà dopo la sua risurrezione gloriosa. Vicino al lago di Tiberiade Gesù dice a S. Pietro: « Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore ». (Giov. XXI, 16)). Il Redentore salirà al cielo, ma a pascere visibilmente il suo gregge è posto un altro, al quale è dato il potere e l’autorità necessaria. – Agli Apostoli, da Lui scelti, affida un ben determinato corpo di dottrina, che essi apprendono, o direttamente dalla sua bocca, o dall’ispirazione dello Spirito Santo, da Lui mandato. A loro dà la missione ben specificata di insegnare, di battezzare, di rimettere i peccati, di sciogliere e di legare: e questi poteri li dà come continuazione dei poteri suoi. La loro azione non avrà limiti né di luogo né di tempo; Egli, poi, sarà sempre tra loro con la sua assistenza. «E’ stato dato a me ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque a istruire tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quanto v’ho comandato. Ed ecco Io sono con voi tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli». (Matth. XXVIII, 18-20) «Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno loro rimessi; e saranno ritenuti, a chi li riterrete». (Giov. XX, 22-23). « In verità vi dico: quanto legherete sulla terra, sarà legato nel cielo: e quanto scioglierete sulla terra, sarà sciolto nel cielo». (Matth. XVIII, 18). Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me» (Luc. X, 16). La Chiesa è veramente la Gerusalemme di lassù. Di lassù venne il suo fondatore; lassù guidano la sua dottrina e i suoi Sacramenti: lassù sta il suo Capo invisibile, la pietra angolare che la sostiene, Gesù Cristo, Nostro Signore.

2.

Questa Gerusalemme di lassù è la nostra madre. « Questa è la madre di tutti, la quale ci raduna da ogni stirpe e da ogni nazione, e ne forma poi un corpo solo » (S. Zenone Tract. 33). Gesù Cristo ha costituito la Chiesa come una famiglia. Chi entrerà a farvi parte? Tutti quelli che parlano una data lingua? che abitano una determinata regione? Chi è fornito di un certo grado di coltura o di un certo censo? chi vi trova un adattamento ai propri gusti? Gesù Cristo non fa distinzione di luoghi e di persone. Se la legge mosaica si estendeva al solo popolo eletto, la legge cristiana si estenderà a tutti i popoli della terra. «Andate per tutto il mondo e predicate il Vangelo. a ogni creatura, dice agli Apostoli (Marc. XVI, 15). È dunque la Chiesa di tutti gli uomini e di tutte le nazioni. Nei primissimi anni l’attività della Chiesa si svolge in Gerusalemme e in Palestina. Poi, in adempimento alla missione ricevuta, gli Apostoli allargano il campo della loro azione. Ancor viventi essi, la buona novella è già conosciuta in buon numero delle province dell’impero romano. Roma, che si assoggetta il popolo ebreo, ne distrugge la capitale e ne conduce prigionieri gli abitanti, non ha la forza di soggiogare i dodici ebrei che Gesù Cristo ha mandato a dilatare la sua Chiesa, la quale stabilisce subito il suo centro in Roma stessa. Ben presto si estende a tutto l’impero romano, e a tutto il mondo conosciuto. Man mano che si scoprono nuove regioni, la Chiesa vi pone le sue tende. È una società unica in condizioni e in luoghi disparatissimi. Ovunque si ubbidisce allo stesso capo, si amministrano gli stessi sacramenti, si insegna la stessa dottrina, «che si conserva unica e identica a traverso il succedersi delle età » (S. Vincenzo Lirin. Comm., 24). Non può essere altrimenti, poiché «la Chiesa è la bocca di Cristo » (S. Ilario, Tract. Ps. XXXVIII, 29). A questa universalità della Chiesa non possono nuocere le defezioni, provocate nel corso dei secoli dalle eresie e dalle persecuzioni. Quando un albero è in pieno vigore non fa che una perdita temporanea, se la tempesta o il ciclone gli stroncano qualche ramo. Al posto di un ramo troncato, sorgono, pieni di rigoglio, parecchi altri rami. Se qualche popolo, o parte di qualche popolo, fa talora apostasia dalla Chiesa Cattolica, ben presto altri popoli ne prendono il posto. L’assistenza di Gesù Cristo le infonde un vigore continuo, che la porta a nuove e sempre più ampie conquiste. E come allora, chi era nato secondo la carne perseguitava colui che era nato secondo lo spirito, così avviene anche adesso. E così avverrà sempre.. Ismaele, figlio della schiava perseguita Isacco; i Giudei, schiavi della legge. perseguitavano la Chiesa nascente; gli schiavi della passione e dell’errore perseguiteranno la Chiesa nel corso dei secoli, pur soccombendo sempre.Il giorno della Pentecoste è il giorno natalizio della Chiesa. In quel giorno parecchie migliaia formano la prima comunità, che il giorno seguente aumenta di altre. migliaia, I membri della Chiesa crescono sempre più di numero, e il fatto non può sfuggire ai suoi nemici. Il Sinedrio che aveva visto sigillata la pietra che chiudeva il sepolcro di Gesù, credeva di aver seppellito per sempre anche il suo nome. Si accorge di essersi ingannato. Il Nome di Gesù risuona più di prima, e in questo nome si compiono grandi miracoli. Ed ecco che fa in carcerare e battere gli Apostoli. Presto seguirà il martirio di chi professa la divinità di Gesù Cristo. Verrà S. Stefano, verrà S. Giacomo, verranno altri martiri, in Palestina e fuori; ma non per questo la Chiesa s’arresta nel suo cammino. Il Redentore, dopo l’omaggio e l’adorazione dei Magi, è portato in Egitto per essere sottratto alla persecuzione di Erode. Un bel giorno, l’Angelo del Signore appare in sogno a Giuseppe, e gli dice: «Levati, prendi il fanciullo e la Madre di Lui, e va nella terra d’Israele; perché son già morti coloro che volevano la vita del bambino » (Matth. II, 20).

3.

Ecco la storia di tutti i persecutori della Chiesa. La Chiesa è ancor salda sul fondamento posto da Gesù Cristo e i suoi persecutori dove sono? Essi sono scomparsi, uno dopo l’altro, non lasciando di sé alcun nomea, o lasciando un nome esecrato. Quello che Dio guarda, è ben guardato. Eliodoro era stato mandato a Gerusalemme dal re Seleuco con l’ordine di spogliare il Tempio dei suoi tesori. Atterrato all’entrata del luogo santo dal cavallo d’un misterioso cavaliere, e flagellato con violenza da due giovani fulgenti di gloria, è salvato per l’intervento del Sommo Sacerdote Orda. Egli ritorna a Seleuco, a man vuote, ad annunciargli la potenza del Dio d’Israele. E quando il re gli chiede chi altro potrebbe essere mandato un’altra volta a Gerusalemme, risponde francamente: «Se tu hai qualche nemico o traditore del regno da punire, mandalo là, e ti ritornerà flagellato, se riuscirà a scampare la morte… Poiché colui che ha stanza nei cieli visita e protegge quel luogo, e percuote e stermina chi va a farvi del male» (2 Macc. III, 38-39).Brama di perdere, chi contro Dio combatte. Brama di fare una fine triste, dopo opera inutile, chi contrasta e combatte la Chiesa. Lo dimostra l’esperienza di 19 secoli. Abbiamo, dunque, la più grande fiducia nel continuo trionfo della Chiesa. Tutte le forze che si possono mobilitare contro di essa, non varranno a scuoterla. È sopra un fondamento troppo saldo. Lo scoglio avanzato o l’isolotto su cui s’innalza il faro ha ben poco da temere dall’insidia o dal furore delle acque. Il lavorio nascosto delle correnti non riesce a intaccare la salda roccia, e le onde impetuose non la possono abbattere. A ogni assalto c’è un po’ di rumore per l’urto: spruzzi d’acqua s’innalzano per un momento, poi tutto è quiete. Le onde si riversano infrante, lo scoglio sta, e il faro continua a brillare. La Chiesa continuerà la sua missione di illuminare il mondo, e intorno ad essa s’infrangerà qualunque forza.« Poiché è proprio della Chiesa il vincere quando è colpita, esser compresa quando è biasimata, riuscire quando è abbandonata » (S. Ilario, De Trin. L. 7, 4).Gesù Cristo rimprovera gli Apostoli di poca fede, quando temono di andar sommersi nelle onde del lago, nonostante la presenza del divin Maestro nella barca: non li rimprovera però, perché da parte loro fanno il possibile, lavorando di remi, per condurre la barca a riva. Saremmo certamente Cristiani di poca fede, se dubitassimo un momento del progresso continuo e del continuo trionfo della Chiesa; non saremmo certamente Cristiani modello, se non procurassimo, da parte nostra, aggiungere i fatti alla domanda che rivolgiamo tutti i giorni a Dio: «Venga il tuo regno ».

Graduale

Ps CXXI: 1, 7

Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. [Mi rallegrai di ciò che mi fu detto: andremo nella casa del Signore].

Fiat pax in virtúte tua: et abundántia in túrribus tuis. [V. Regni la pace nelle tue fortezze e la sicurezza nelle tue torri.]

Tractus

Ps. CXXIV: 1-2

Qui confídunt in Dómino, sicut mons Sion: non commovébitur in ætérnum, qui hábitat in Jerúsalem. [Quelli che confídano nel Signore sono come il monte Sion: non vacillerà in eterno chi àbita in Gerusalemme.]

Montes in circúitu ejus: et Dóminus in circúitu pópuli sui, ex hoc nunc et usque in sæculum. [V. Attorno ad essa stanno i monti: il Signore sta attorno al suo popolo: ora e nei secoli.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joann VI:1-15

“In illo témpore: Abiit Jesus trans mare Galilææ, quod est Tiberíadis: et sequebátur eum multitúdo magna, quia vidébant signa, quæ faciébat super his, qui infirmabántur. Súbiit ergo in montem Jesus: et ibi sedébat cum discípulis suis. Erat autem próximum Pascha, dies festus Judæórum. Cum sublevásset ergo óculos Jesus et vidísset, quia multitúdo máxima venit ad eum, dixit ad Philíppum: Unde emémus panes, ut mandúcent hi? Hoc autem dicebat tentans eum: ipse enim sciébat, quid esset factúrus. Respóndit ei Philíppus: Ducentórum denariórum panes non suffíciunt eis, ut unusquísque módicum quid accípiat. Dicit ei unus ex discípulis ejus, Andréas, frater Simónis Petri: Est puer unus hic, qui habet quinque panes hordeáceos et duos pisces: sed hæc quid sunt inter tantos? Dixit ergo Jesus: Fácite hómines discúmbere. Erat autem fænum multum in loco. Discubuérunt ergo viri, número quasi quinque mília. Accépit ergo Jesus panes, et cum grátias egísset, distríbuit discumbéntibus: simíliter et ex píscibus, quantum volébant. Ut autem impléti sunt, dixit discípulis suis: Collígite quæ superavérunt fragménta, ne péreant. Collegérunt ergo, et implevérunt duódecim cóphinos fragmentórum ex quinque pánibus hordeáceis, quæ superfuérunt his, qui manducáverant. Illi ergo hómines cum vidíssent, quod Jesus fécerat signum, dicébant: Quia hic est vere Prophéta, qui ventúrus est in mundum. Jesus ergo cum cognovísset, quia ventúri essent, ut ráperent eum et fácerent eum regem, fugit íterum in montem ipse solus.”

OMELIA II

 “In quel tempo Gesù se ne andò di là dal mare di Galilea, cioè di Tiberiade; e seguivalo una gran turba, perché vedeva i miracoli fatti da lui a pro dei malati. Salì pertanto Gesù sopra un monte, e ivi si pose a sedere co’ suoi discepoli. Ed era vicina la Pasqua, solennità de’ Giudei. Avendo adunque Gesù alzati gli occhi e veduto come una gran turba veniva da lui, disse a Filippo: dove compreremo pane per cibar questa gente? Lo che Egli diceva per far prova di lui; imperocché egli sapeva quello che era per fare. Risposegli Filippo: Duecento denari di pane non bastano per costoro, a darne un piccolo pezzo per uno. Dissegli uno de’ suoi discepoli, Andrea, fratello di Simone Pietro: Evvi un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che è questo per tanta gente? Ma Gesù disse: Fate che costoro si mettano a sedere. Era quivi molta l’erba. Si misero pertanto a sedere in numero di circa cinquemila. Prese adunque Gesù i pani, e rese lo grazie, li distribuì a coloro che sedevano; e il simile dei pesci, nuche ne vollero. E saziati che furono, disse ai suoi discepoli: Raccogliete gli avanzi, che non vadano a male. Ed essi li raccolsero, ed empirono dodici canestri di frammenti dei cinque pani di orzo, che erano avanzati a coloro che avevano mangiato. Coloro pertanto, veduto il miracolo fatto da Gesù, dissero: Questo è veramente quel profeta che doveva venire al mondo. Ma Gesù, conoscendo che erano per venire a prenderlo per forza per farlo loro re, si fuggì di bel nuovo da sé solo sul monte” (Io. VI, 1-15).

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra i vantaggi della Comunione.

“Accepìt Jesus panes, et quum gratias egìsset, distribuit discumbentibus”

(Joan. VI)

Era necessaria, Fratelli miei, una possanza così grande, ed una bontà così pietosa, come quella dell’Uomo-Dio, per satollare cinque mila persone con cinque pani. La moltiplicazione di questi pani fu senza dubbio un gran motivo di riconoscenza per quel popolo che seguito aveva Gesù Cristo nel deserto. Quindi lo stesso Vangelo, che ci riferisce questo miracolo, ci fa sapere, che quel popolo per denotare la sua gratitudine al Salvatore, volle farlo Re; il che Egli evitò ritirandosi sul monte. Benché grande fosse questo prodigio, era un nulla, Fratelli miei, in paragone del miracolo, che questo Dio Salvatore opera nella santa Eucaristia pel nutrimento delle nostre anime. Mentre non è già quivi un pan materiale, e corruttibile, moltiplicato per nutrire il corpo; né meno è un pane formato miracolosamente dalla mano degli Angeli, come fu la manna che nutrì il popolo di Dio nel deserto; ma è un pane celeste, che nutrisce l’anima, un pane composto della carne, e del sangue di un Dio che non è più dato ad un semplice popolo, né moltiplicato in un sol luogo, ma che è prodotto in un’infinità di luoghi, e dato a tutti i popoli che vogliono profittarne. Ammirabile invenzione dell’amor di Dio per gli uomini, il quale non contento di averli ricolmi di mille benefici, ha esaurita, per cosi dire, la sua magnificenza, dandosi Egli stesso per nutrimento ai deboli mortali, che non meritavano, che i suoi castighi! Non solamente loro permette di mangiare questo pane celeste, ma per un nuovo prodigio d’amore, loro ne fa un comando espresso; comando la cui trasgressione basta ad escluderli dalla vita eterna. Egli è questo quel divin comando, Fratelli miei, che la Chiesa ogni anno vi rinnova, ordinandovi di partecipare alla santa Tavola nel tempo Pasquale. Per indurre più efficacemente i suoi figliuoli ad adempiere il loro dovere, essa minaccia dei suoi anatemi coloro che ricusano di soddisfarvi. È forse d’uopo, Fratelli miei, che noi abbiamo ricorso a questo espediente per sottomettervi? Fa di mestieri dirvi, che essa rigetta dal suo seno i suoi figliuoli ribelli su questo punto, che essa loro ricusa la sepoltura ecclesiastica? No; io penso troppo bene di vostra pietà per credervi disubbidienti a questi santi comandamenti: io ho qualche cosa di più interessante a proporvi; sono i vantaggi annessi ad una santa Comunione, riserbandomi per un’altra volta di parlarvi delle disposizioni, che voi dovete apportarvi. Io trovo questi vantaggi nell’unione intima che Gesù Cristo contrae con l’anima fedele che lo riceve nella santa Eucaristia, e nelle grazie che Egli le comunica. L’anima unita a Gesù Cristo: primo vantaggio, e primo punto. L’anima ricolma di grazie da Gesù Cristo nella sua santa Comunione: secondo vantaggio, e secondo punto, Ecco tutto il mio disegno.

I. Punto. Per darvi, Fratelli miei, una giusta idea di questa unione ineffabile, che l’anima contrae con Gesù Cristo nell’augusto Sacramento dei nostri Altari, egli è importante di prima proporvi alcuni dei punti di Fede, che dobbiamo noi credere su questo mistero, la cui cognizione deve servire a sviluppare la verità che trattiamo. E primieramente convien sapere, che sotto i segni sensibili del pane e del vino, che noi chiamiamo le specie sacramentali, sono veramente rinchiusi il Corpo ed il Sangue di Gesù Cristo, che prendono le veci del pane e del vino: il che si fa in virtù delle parole sacramentali, che il Sacerdote pronuncia a nome di Gesù Cristo, per la potestà ch’egli ne ha ricevuto nella persona degli Apostoli; potestà ammirabile, che rende Dio ubbidiente alla voce di un uomo mortale, non per arrestare il Sole, come fece altra volta Giosuè, ma per far discender il Figliuolo di Dio sull’Altare, nel momento che egli pronuncia le parole della consacrazione. Obediente Domino voci hominis (Jos. XX). Egli non è men vero, che il Sangue di Gesù Cristo è dopo la sua risurrezione riunito al suo sacro Corpo per non esserne separato di modo che l’uno non può esser senza l’altro, perché il corpo di Gesù Cristo è un corpo vivente; quindi il fedele che sotto le specie del pane mangia la carne di Gesù Cristo, è realmente abbeverato del suo Sangue. Egli è ugualmente certo che questo Corpo, e questo Sangue sono uniti ipostaticamente alla Divinità: quindi il fedele che riceve l’una e l’altro nella, comunione, riceve veramente tutta la divinità, perché riceve Gesù Cristo, che è Dio e uomo tutto insieme. Si, Fratelli miei, noi crediamo, ed è questa una verità ben consolante, noi crediamo, e la fede ce lo insegna, che Gesù Cristo si moltiplica per un amore ingegnoso, e si trova in tutte le Ostie consacrate, e che così senza lasciare la destra di suo Padre, e senza dividersi, Egli è nel Cielo e sulla terra; con questa differenza, ch’Egli si mostra sviatamente ai Beati nel Cielo per essere l’oggetto della loro beatitudine; laddove si nasconde sotto il velo eucaristico per esercitare la nostra fede. Ma noi possiamo dire, che sotto i simboli del pane e del vino, in questo Sacramento di amore, noi possediamo lo stesso oggetto che fa la felicità dei Santi; noi vi possediamo non solamente il Figliuolo di Dio, la seconda Persona della Santissima Trinità, unita alla nostra natura; ma in certo modo ancora le due altre Persone, il Padre, e lo Spirito Santo, che essendo inseparabili l’uno e l’altro dal Figliuolo, non possono mancare di trovarsi e di comunicarsi tutti e tre, dove l’uno si trova e si comunica. Così Fratelli miei, quando vi comunicate, il vostro corpo diventa il tempio, il santuario della Divinità, la Santissima Trinità risiede in mezzo di voi medesimi; allora voi possedete ciò che il cielo e la terra hanno di più prezioso; e Dio, benché onnipotente e ricchissimo, nulla può darvi di più grande e di migliore, dice S. Agostino: Quam sit potentissimus, plus dare non potuit. Ma come mai Gesù Cristo si comunica a noi nella Santa Eucaristia, e come mai vi possediamo noi le tre Persone della Santissima Trinità? Gesù Cristo vi si comunica per l’unione, la più intima, per l’unione la più gloriosa per noi: unione la più intima, di cui Egli stesso ci ha data l’idea la più sensibile, e la più penetrante allorché la paragona a quella che si fa del cibo col corpo che lo riceve. La mia carne, dice Egli, è veramente un cibo, ed il mio sangue una bevanda: Caro mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus (Joan. VI) . Chi mangia la mia carne, e beve il mio sangue, dimora in me, ed Io in lui; Qui manducat meam carnem, et bibit meum sanguinem, in me manet, et ego in illo (Ibid.). Vale a dire, che siccome non si fa che una sostanza del cibo e di chi lo prende, così nella santa Comunione non si fa più, per così dire, che una sostanza di Gesù Cristo col fedele che lo riceve; con questa differenza ancora molto vantaggiosa per noi, che il cibo corporale che prendiamo, si cangia in nostra carne; ma nella santa Comunione Gesù Cristo ci cangia in Lui, noi diventiamo altri Egli stesso, dice S. Leone: non è solamente la sua carne, che si comunica alla nostra, ma ella ne prende, per così dire, le veci; è il suo sangue, che scorre nelle nostre vene, è la sua anima, è la sua divinità che risiedono in noi; sono le tre adorabili Persone della Santissima Trinità che vi fanno la loro dimora, non solo con la loro immensità, come fanno in tutti gli altri luoghi; non solo con la grazia e con la carità, come nell’anima dei giusti, con una presenza particolare annessa a questo Divin Sacramento; di modo che se per impossibile queste divine Persone non fossero in tutti i luoghi del mondo, esse si troverebbero in noi per la loro unione con questo, divin Sacramento. O prodigio dell’amore di un Dio che si comunica in una maniera sì intima ad una vile creatura, che si unisce ad essa non solo con legami d’amicizia, quale si trova tra fratelli, tra amici sinceri! questo sarebbe già molto; ma v’è qui qualche cosa di più, v’è una unione di sostanza, quale si trova, dice S. Cirillo d’Alessandria, tra due cere liquefatte, e sì ben mischiate insieme che non si può più distinguere l’una dall’altra. Che dirò di più, Fratelli miei? Gesù Cristo paragona ancora questa unione a quella ch’Egli ha con suo Padre nella Santissima Trinità: siccome Io vivo per mio Padre, dice Egli, e della medesima vita che mio Padre; così chi mangia la mia carne vivrà per me, e della medesima vita che vivo Io: Sicut ego. vivo propter Patrem, qui manducat me, vive propter me (Joan. VI). Vale a dire, che siccome Gesù Cristo è uno con suo Padre a cagione della natura divina che loro è comune, non è che uno in un senso con l’anima che lo riceve, nella santa Comunione, non facendo, per così dire, che una sostanza con essa; e siccome Gesù Cristo riceve da suo Padre una vita tutta divina, nello stesso modo a proporzione diventa Egli medesimo il principio di una vita spirituale e divina in coloro che si uniscono a Lui con la partecipazione del suo corpo e del suo sangue: non è più dunque il fedele che vive, è Gesù Cristo che vive in lui, come dice l’Apostolo: Vivo ego, jam. non ego, vivit vero in me Christus (Gal. II). Non è più il fedele che pensa, che parla, che agisce; è Gesù Cristo che pensa, che parla, che agisce in lui; o per lo meno è il fedele che deve pensare, parlare, agire come Gesù Cristo; mentre se egli non opera come Gesù Cristo, se la sua vita non è conforme a quella di Gesù Cristo, se egli non vive per Lui, deve dire che non ha partecipato, come conviene, a questo divin nutrimento. Eh! come poter accordare azioni affatto materiali e terrestri col principio di una vita celeste? Tremate a questo soggetto, voi in cui si osserva sì poco cangiamento dopo tante Comunioni, e che vivete una vita carnale e sensuale, come se non aveste giammai ricevuto questo pane degli Angeli. Tremate, voi che dopo esservi sì spesso nutriti della carne di un Dio pieno di amore e di bontà, siete ancora soggetti all’odio e all’ira; tremate voi che siete sì dominati dalla superbia, e sì portati alla vanità, malgrado le lezioni di umiltà che vi dà Gesù Cristo nel suo Sacramento di amore. Ma questo timore v’induca a fare tutti i vostri sforzi per prepararvi con più di attenzione che non avete fatto sinora, a ricevere questo cibo tutto celeste in cui Gesù Cristo si comunica all’anima in una maniera sì intima e sì gloriosa per essa. Per comprendere la gloria che ritorna all’anima fedele dall’unione ch’ella contrae con Gesù Cristo nel santo Sacramento dell’altare, converrebbe poter comprendere la distanza infinita che v’è tra Dio e la creatura, tra l’onnipotenza e la debolezza, tra la grandezza infinita e la bassezza, tra il tutto ed il nulla. Sarebbesi giammai creduto, che fosse un giorno per messo all’uomo peccatore di mangiare alla tavola del suo Dio, di nutrirsi della sua carne, e del suo sangue adorabile? Se Dio avesse promesso all’uomo di accordargli qualunque grazia gli domandasse, l’uomo avrebbe giammai osato portare sin là la sua speranza? E certamente chi può comprendere ciò che si opera nella santa Comunione? La creatura non solo si accosta a Dio suo Autore, ma ancora si nutrisce della sua sostanza; un vile schiavo s’impingua della carne del suo padrone. E non è questo ciò che deve far lo stupore del cielo e della terra? O res mirabilis! manducat Dominum pauper, servus, et humilis. Che cosa è l’uomo, o mio Dio, sicché vi degnate di ricordarvi di lui ed onorarlo della vostra visita? Era già molto che voi l’aveste ricevuto nella vostra amicizia; era forse necessario portare la prodigalità sino a farlo mangiare con Voi, sino a cibarlo di un pane che fa nel cielo la beatitudine degli Angeli? Non è questo, Fratelli miei, l’eccesso della tenerezza di un Dio per la sua creatura, ed il sommo dell’onore, cui possa questa creatura essere innalzata? Qual sarebbe la sorpresa e la gioia di un suddito, che un gran Re facesse mangiare alla sua tavola, che lo servisse di sua mano, principalmente se fosse un uomo da nulla, dispregevole per sua nascita e suo stato? Quanto questo suddito non si terrebbe onorato di un tal favore, poiché i grandi medesimi , cui è accordato, si fanno una gloria di pubblicarlo? Quando il Re Davide presentò la sua tavola a Miphiboseth, in considerazione di suo padre Gionata, che gli ordinò di non prenderne altre che la sua: *chi son io, ripigliò questo umile Israelita prostrandosi sino a terra, per mangiare alla tavola del mio Re? Sarebbe egli possibile, che un vile schiavo, un uomo come io, avesse quest’onore?. Quis ego sum servus tuus , quoniam respexisti super canem mortuum similem mei ( II Reg. VI)? Benchè grande fosse questo favore accordato da Davide al figliuolo di Gionata; benché onorato fosse l’ ultimo dei sudditi di mangiare alla tavola del suo Re; che è questo, Fratelli miei, in paragone dell’onore che riceve l’anima fedele di mangiare alla tavola del suo Dio? Vi è infinitamente maggior disproporzione tra Dio e la creatura, che tra il più gran Re del mondo ed un verme di terra. Di più, questo Re che onorerebbe in tal modo quel suddito, non gli servirebbe vivande della sua propria sostanza; sarebbero carni di animali, o altri cibi più squisiti veramente di quelli che sono comuni agli altri uomini; ma si darebbe egli medesimo in cibo, come lo fa Gesù Cristo nella santa Comunione all’anima che lo riceve, che s’impingua, per così dire, della sostanza di Dio medesimo, e che si arricchisce. de’ suoi doni? In quel momento quest’anima diviene la sposa del suo Dio, il tempio della divinità; ella partecipa del privilegio della Santa Vergine nel mistero dell’Incarnazione del Verbo. Qual gloria! qual onore! Sì, Fratelli miei, ogni volta che noi riceviamo Gesù Cristo alla santa Comunione, dir si può che rinnova in noi ciò che avvenne nel mistero della sua Incarnazione; il che ha fatto dire ai Santi Padri, che la Comunione è un’estensione di quel mistero. Nel mistero dell’Incarnazione la carne di Maria divenne la carne di Gesù Cristo, perché questa fu formata della sostanza di quella. Un Dio diventa uomo per l’unione della Divinità con l’umanità. Così nella santa Comunione la nostra carne diventa quella del Salvatore per l’unione ch’ella contrae con essa; noi siamo in qualche modo deificati, divinizzati, perché noi diventiamo i membri d’un Dio, il corpo di un Dio pel cambiamento ch’Egli fa di noi in Lui. Qual gloria, ancor una volta, qual onore per una creatura. – Non bastava che questo Dio d’amore avesse nobilitata la nostra natura, sposandola nel ministero della sua Incarnazione; è stato d’uopo ancora per contentare quest’amore, ch’Egli si comunicasse a ciascheduno di noi in particolare, dandoci per nutrimento non solo la natura umana ch’Egli ha presa, ma ancora la natura Divina. Che poteva fare di più per innalzar la creatura? Si può dunque dire del fedele che si comunica ciò che dicevasi della Santissima Vergine che aveva portato il Figliuolo di Dio per lo spazio di nove mesi nel suo seno verginale: beate, dicevasi indirizzandosi a Gesù Cristo, le viscere che ti han portato: Beatus venter, qui te portavit (Luc. X). Si può anche dire, beato il corpo del fedele che è santificato dalla presenza di Gesù Cristo, in cui Gesù Cristo risiede come nel suo Santuario: beate sono le labbra e la lingua che sono tinte ed innaffiate del suo Sangue prezioso: beato è il cuore di quel fedele che serve di trono alla maestà di un Dio: beata è l’anima che è, per così dire, divinizzata per l’alleanza ineffabile che contrae col suo Dio; essa può dire che possedendolo possiede tutti i beni. Sì, Fratelli miei, quando vi comunicate, Gesù Cristo vi tien luogo di tutto, Egli è vostro cibo, vostra gloria, vostro tesoro, vostro amico, vostro padre, vostro tutto, come dice S. Ambrogio: Omnia nobis est Christus! – Ma se la felicità di un’anima che riceve Gesù Cristo nella santa Comunione, si può paragonare a quella di Maria, qual purità, qual disposizione non esige da essa un dono così prezioso? Dio per l’adempimento del mistero dell’Incarnazione elesse una Vergine del tutto pura; in conseguenza di questa scelta Egli la riempi delle sue grazie le più singolari; Ella preparassi a quel gran favore con le più sublimi virtù: con tutto ciò, benché pura, benché perfetta fosse questa Vergine incomparabile, la Chiesa è nello stupore, che il Figliuolo di Dio abbia voluto scendere nel suo seno: Tu ad liberandum suscepturus hominem, non horuisti virginis uterum. Qual deve dunque essere all’accostarsi della santa tavola il timore di una creatura colpevole, che non sa se abbia essa ottenuto il perdono del suo peccato? Quali precauzioni non deve apportare per purificarsi, per tema di fare un’alleanza mostruosa di Belial con Gesù Cristo, e d’incorporare il Dio d’ogni santità in un corpo di peccato? Se questo corpo diventa per la Comunione il Tempio, il Santuario della Divinità, qual rispetto non deve aversi per questo corpo, e qual castighi non debbono aspettarsi coloro che lo profanano con piaceri brutali, con eccessi d’intemperanza o d’altre passioni cui si abbandonano? Non sia così di voi, Fratelli miei: giacché Gesù Cristo si unisce a voi in una maniera sì intima nella santa Comunione, unitevi a Lui, dimorate in Lui, come Egli dimora in voi, se volete profittare delle grazie singolari che comunica a coloro che lo ricevono con sante disposizioni.

II. Punto  Giacché Gesù Cristo sì comunica all’anima in una maniera sì intima nel Sacramento del suo amore, fa d’uopo confessare, Fratelli miei, ch’Egli ha dei gran disegni su di essa, e noi possiamo sperare ogni sorta di grazie da una santa Comunione. Gesù Cristo vi viene con le mani piene di doni propri ad arricchirci per l’eternità; giacché si dà Egli medesimo in persona, come non darebbe con sé le sue grazie, i suoi meriti, i suoi tesori? Simile ai Principi della terra, i quali facendo la loro entrata nelle città, si compiacciono di spargere le loro grazie sopra i loro popoli, Gesù Cristo si fa un piacere di spargere le sue nei nostri cuori. La manna celeste che ci dà per alimento, ha ogni sorta di virtù, e si estende a tutti i nostri bisogni. Essa ci serve ad uno stesso tempo di cibo e di rimedio; di cibo. per conservare ed accrescere in noi la vita della grazia; di rimedio per guarirci dalle nostre infermità, e preservarci dalla morte del peccato. Tali sono i vantaggi d’una santa Comungione. – Perché pensate voi, Fratelli miei, che Gesù Cristo ha istituito la Santa Eucaristia sotto i simboli del pane e del vino? Si è per farci conoscere gli effetti meravigliosi che essa produce nelle nostre anime. Infatti, siccome il pane ed il vino fanno vivere i nostri corpi, conservano in noi la vita, ed accrescono le nostre forze; così questa carne celeste conserva in noi la grazia che è la vita dell’anima, ci fa crescere in virtù, e c’innalza talmente al di sopra di noi medesimi, dice S. Cipriano, che di uomini terreni, essa ci rende uomini affatto celesti. Il pane ed il vino conservano in noi la vita del corpo, perché mantengono il calore naturale, che si consumerebbe per difetto di nutrimento. Tale è l’effetto che la santa Eucaristia produce nelle nostre anime; effetto tanto più sicuro, quanto che essa contiene l’Autore ed il principio della vita. Mentre v’è questa differenza tra il Sacramento dell’Altare e gli altri Sacramenti, che gli altri Sacramenti danno la grazia, ma questo contiene l’Autore stesso della grazia, che è Gesù Cristo. Quindi qual forza e qual vigore non riceviamo noi mangiando questo pane disceso dal Cielo? Quante volte l’avete voi medesimi sperimentato, Fratelli miei! vi abbiamo giammai veduti più fedeli ai vostri doveri che nei giorni, in cui vi siete cibati del pane dei forti? E certamente, siccome il ramo di un albero è sempre vivo, mentre che resta unito al tronco e alla radice, l’anima innestata, per così dire in Gesù Cristo per la santa Comunione, sarà sempre piena di vita, sin che sarà a lui attaccata! È vero che noi portiamo la gloria in vasi fragili, soggetti ad ogni momento a rompersi contro gli scogli delle tentazioni; ma l’anima nutrita di Gesù Cristo, e ripiena della sua virtù, non è forse in istato di vincere tutte le tentazioni? Giacché ella possiede quello che ha vinto ed incatenato il dragone, ne può forse temere i morsi? No, Fratelli miei, dimori sempre unita al suo Dio, e i suoi nemici non prevarranno giammai su di essa. Il Sacramento che ha ricevuto le dà un diritto particolare a certi aiuti che noi chiamiamo grazie attuali, per resistere a tutti gli sforzi dei nemici della salute. Or queste grazie potenti ci sono date a tempo e luogo, e nelle occasioni in cui bisogna combattere per conservar la vita della grazia. – Così, Fratelli miei, quantunque tutti i nemici di nostra salute si sollevassero contro di noi, quantunque il demonio, il mondo e la carne cospirassero a perderci, noi non abbiamo che ad accostarci alla santa tavola per mangiarvi il pane dei forti, e riporteremo su di essi un’intera vittoria. Per superare le ribellioni della carne, noi non abbiamo che a prendere nel calice del Signore il vino che fortifica le Vergini; ebri di questo prezioso liquore, noi diverremo insensibili a tutte le attrattive del piacere, una rugiada salutare, che accompagna questa manna divina, estinguerà i fuochi della concupiscenza, ne reprimerà tutti i movimenti. Che potremo noi anche temere delle potenze infernali, cui diventiamo terribili uscendo dalla santa tavola, come leoni animati da un fuoco divino, dice il Crisostomo: Tanquam leones ignem spìrantes? facti diabolo terribiles? Il demonio vedendo, le nostre labbra bagnate del sangue di Gesù Cristo, è costretto a prender la fuga pel terrore che gl’ispira il segno che l’ha vinto ed incatenato: in questo modo l’Angelo sterminatore risparmiò le case degli Israeliti, perché erano esse tinte del sangue dell’Agnello Pasquale, figura dell’Eucaristia. Finalmente che potremo noi temere del mondo, che con le sue carezze e con le sue minace vorrebbe indurci a seguire il suo partito? Ah! da che gustate abbiamo le dolcezze della santa Eucaristia, tutte quelle del mondo ci divengono insipide, e si cangiano in amarezza. Troviamo la nostra felicità nel sostenere le sue più crudeli persecuzioni: testimoni i generosi martiri, che andavano a munirsi alla santa tavola del pane degli eletti, prima di salire sui palchi, dove sostener dovevano la gloria della Religione con l’effusione del loro sangue. Si è pel soccorso di questo divin frumento, che la Chiesa nascente ha trionfato di mille mostri, che l’inferno vomitava per divorarla nel suo nascere. Allora i fedeli, come nuove piante intorno della tavola del Signore, si nutrivano, si fortificavano, e si moltiplicavano, malgrado il fuoco delle più sanguinose persecuzioni: A fructu frumenti multiplicati sunt (Psal. IV). Tali erano, Fratelli miei, gli effetti meravigliosi che la divina Eucaristia produceva nei primi Cristiani: essa li conservava nel fervore di una nuova vita, e li sosteneva contro gli assalti dei loro nemici. Noi non saremmo, ohimè! sì spesso vinti dai nostri, se come essi avessimo la precauzione di mangiar sovente, e con le disposizioni necessarie il pane celeste della divina Eucaristia. Questo cibo prezioso non solamente conserverebbe in noi la vita della grazia, fortificandoci contro i nemici che possono farcela perdere; ma ancora accrescerebbe in noi questa grazia, e ci farebbe crescere di virtù in virtù, secondo le disposizioni che porteremmo per riceverla. – Il carattere proprio dei Sacramenti dei vivi è di accrescere la grazia nei soggetti che li ricevono. Il Sacramento dei nostri Altari essendo di questo numero, deve produrre questo effetto in coloro che vi si accostano con sante disposizioni; ma con questa avventurata differenza, che gli altri Sacramenti, non essendo che canali che fanno scorrere su di noi l’acqua salutare della grazia, e l’Eucaristia essendone la sorgente, non solamente un soggetto ben disposto può prendere un qualche grado di grazia, ma un’abbondanza, una pienezza di grazie, di cui l’anima è ripiena: Mens impletur gratia. Grazia che è per quest’anima un pegno sicuro, che essa è di già, per cosi dire, sin da questa vita mortale, in possesso della felicità eterna, come Gesù Cristo ne la assicura: Habet vitam æternam. Il che ha fatto dire a S. Agostino, e a S. Tommaso, che in questo Sacramento Dio ha rinchiuso un mezzo sicuro di predestinazione. Da ciò, Fratelli miei, qual felice conseguenza a tirare in favore di coloro che vi si accostano sovente? Ma qual funesto presagio di riprovazione per coloro che se ne allontanano! O voi che accesi siete dagli ardori di una sete mortale, che in voi eccitano le passioni, venite ad attingere in queste fontane del Salvatore quell’acqua salutevole che temprerà i vostri ardori; voi ancora che ardete della sete della giustizia, che desiderate ardentemente la vostra salute, venite a dissetarvi e prendere forze in questa cisterna, le cui acque zampillano sino alla vita eterna. Non solo voi crescerete in grazie, ma vi avanzerete ancora in virtù, ed in merito, mentre questa carne celeste dà un nuovo accrescimento a tutte’ le virtù cristiane; essa anima la fede; fortifica la speranza, perfeziona la carità. La santa Eucaristia anima ed accresce la fede; e per questa ragione si chiama mistero di fede: Mysterium fidei. Noi ne abbiamo una prova nei due discepoli d’Emmaus; sentivano per verità il loro cuore infiammarsi dai discorsi che Gesù Cristo loro teneva in istrada; ma non conobbero questo divino Maestro, che nella frazione del pane: sino allora l’avevan preso per uno straniero, e le loro nebbie non furono dissipate se non quando Gesù Cristo avendo benedetto e rotto il pane, loro ne diede: Cognoverunt eum in fractione panis (Luc. XXVII). Lo stesso accade ad un’anima che si accosta al sole di giustizia rinchiuso sotto i veli dell’Eucaristia; Egli l’illumina nella sua ignoranza, la rassicura nei suoi dubbi, dissipa le sue perplessità, le scopre le insidie dei nemici, e dirige i suoi passi nelle vie di una santa pace. O voi, che siete tentati di dubbi contro la fede che il demonio, lo spirito delle tenebre, suscita in voi per turbare la serenità della vostr’anima, ricorrete a chi può dissipare le vostre nebbie, ed assodarvi in una perfetta credenza a tutte le verità che vi sono rivelate, pregatelo di accrescere la vostra fede: Domine, adauge nobis fidem (Luc. XVII); e ben tosto le tenebre faran luogo alla luce: con la fede sentirete ancora rianimarsi la vostra speranza. Infatti che non deve aspettare un’anima fedele da un Dio che si dà tutto ad essa, che le dice nel suo entrare in essa, che è la sua salute: Salus tua ego sum? Che i suoi nemici, per sconcertarla le richieggano, come altre fiate chiedevasi al Re Profeta, ove è il tuo Dio? Ubi est Deus tuus (Psal. XLII)? Esso loro risponderà, che lo tiene, che lo possiede, che è in sua disposizione, che il tutto da Lui attende, essendo egli l’Autore di sua salute: salutare vultus mei, et Deus meus; risponderà quest’anima a coloro che vorranno contristarla, spaventarla, che il suo Dio è la sua luce, che è la sua forza, il suo protettore, ch’ella è in sicurezza sotto l’ombra delle sue ali: Dominus illuminatio mea, quem timebo (Psal. XXVI)? – Finalmente la carità si perfeziona, e diventa tutta ardente ed infocata dalla virtù di questo Sacramento di amore. Mentre qual è quel cuore, fosse ben egli il più insensibile, fosse il più freddo che il ghiaccio, più duro che il diamante: quale è quel cuore, se pure non vuol resistere alle impressioni del divino amore, che non si ammollisca, che non s’infiammi, che non si consumi all’accostarti a questo roveto ardente? Siccome il fuoco che si comunica al ferro, lo rende sì ardente, che non sembra più ferro, ma fuoco; allo stesso modo, dicono i Santi Padri, Gesù Cristo nell’Eucaristia riscalda talmente il cuore di chi lo riceve, che lo cangia per così dire in se stesso; per seguire questo paragone, diciamo, fratelli miei, che siccome il fuoco fa perdere al ferro la sua ruggine, così il fuoco Divino che si comunica all’anima nella santa Eucaristia, la purifica dalle sue macchie, la rende pura, e netta dalle sozzure, ch’ella ha contratte pel peccato. Si è in questo senso, che dire si può, che questa carne celeste, la quale serve di cibo all’anima, le serve nello stesso tempo di rimedio per guarire le sue ferite e le sue infermità . Ed in vero, se gli ammalati, che si accostavano a Gesù Cristo, ricevevano la guarigione per la virtù che usciva da quest’uomo Dio, se il semplice tocco delle sue vesti fu capace di rendere la sanità ad una donna da lungo tempo assalita da una perdita di sangue, qual salutevoli effetti non deve produrre in un’anima la presenza reale di Gesù Cristo? Non ne dubitate, Fratelli miei; lo stesso Salvatore che ha guarito i leprosi, che ha renduta la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, il moto ai paralitici, ha lo stesso potere, e la stessa bontà per voi, che aveva per coloro che a Lui si accostavano durante la sua vita mortale. – Vi resta forse ancora qualche pena temporale ad espiare? Questo Sacramento ve la rimetterà, e finirà di purificarvi. La vostr’anima si è ella renduta difforme agli occhi del suo casto sposo per li mancamenti quotidiani, in cui i più giusti stessi cadono talvolta? Questo celeste antidoto ve ne guarirà, e renderà alla vostr’anima la sua primiera bellezza in quella guisa che il carbone ardente purificò le labbra del Profeta, questo fuoco divino vi netterà di tutte le vostre sozzure, di tutti i vostri mancamenti i più leggieri. Si è in questo senso che la Chiesa ci assicura nel santo Concilio di Trento, che questo Sacramento opera la remissione dei peccati: antidotum quo liberamur a culpis quotidianis. – Siete voi involti nelle tenebre dell’ignoranza, che v’impediscono di conoscere il male che dovete fuggire, ed il bene che praticar dovete, i nemici che dovete combattere, e i doveri che dovete adempiere? Voi avete in questo Sacramento di luce lo stesso Gesù Cristo che rese la vista ai ciechi, e che v’illuminerà su tutto ciò che dovete fare. Siete voi oppressi da una languidezza mortale che vi da della ripugnanza per le cose di Dio, che vi rende il giogo del Signore più pesante, che non lo è in realtà? Mangiate questo pane che fa le delizie dei Re, voi vi troverete lo stesso Gesù Cristo che ha guarito i paralitici, e che vi darà dell’agilità, che diletterà il vostro cuore per correre nella via dei suoi comandamenti: le vostre nausee si cambieranno in soavità; voi porterete non solo senza fatica, ma con una santa allegrezza l’amabile giogo del Signore. Interrogate quelle anime sante, cui Gesù Cristo comunica l’unzione della sua grazia; esse vi diranno che, da poi che hanno avuta la bella sorte di partecipare ai santi misteri, la virtù dei Sacramenti raddolcisce tutte le loro amarezze, e le innalza al di sopra di esse medesime, per eseguire con piacere tutto ciò che sembra di più difficile nel servigio di Dio: Gustate, et videte, quoniam suavis est Dominus (Psal. XXXIII). Gustate, e sperimentate voi medesimi queste dolcezze, e facilmente ne sarete persuasi. Se un pane cotto sotto la cenere diede forza bastante al Profeta Elia per continuare il suo viaggio sino al monte Oreb, qual forza non riceverete voi da questo pane celeste per continuare il gran viaggio che vi resta a fare verso l’eternità? Mangiatelo dunque, mentre avete ancora molto di strada: Grandis tibi restat via (3 Reg. X). Voi troverete in questo divin pane di che terminare tutta la vostra carriera. – Perché dunque, Fratelli miei, siamo noi sì deboli, sì vacillanti nelle vie della salute con un sì potente soccorso? Perché tanta ripugnanza al servigio del nostro Dio? Perché ancora ve ne sono tanti tra voi, che son oppressi da infermità spirituali, che sono nel triste stato della morte del peccato? Inter vos multi infirmi, et imbecilles et dormiunt multi (1. Cor. XI). Queste disgrazie non provengono, che dalla negligenza ad accostarsi alla santa tavola, o dalle cattive disposizioni che si recano per mangiarvi il pane che ci viene in essa presentato. La manna, che gl’Israeliti mangiarono nel diserto, non gl’impedì di morire; ma chi mangia il pane dell’Eucaristia, vivrà eternamente, dice Gesù Cristo: non è dunque per colpa di questo pane, se moriamo, o se siamo infermi; è per colpa delle disposizioni che recar dobbiamo a riceverlo. Preparatevi dunque, Fratelli miei, preparatevi come si conviene, a profittare di un Sacramento sì augusto, e sì salutevole, in cui Gesù Cristo vi si dà in una maniera sì intima per essere vostro cibo, vostro rimedio, vostra vita, vostra salute eterna.

Pratiche: In che consiste il prepararsi ad una santa Comunione? ‘Eccovi alcune pratiche che vi propongo col finir del discorso riserbandomi di trattarle più a lungo in un altro. 1° – La principale e la più essenziale si è la purità di anima, che consiste nell’esser esente per lo meno da ogni peccato mortale, per non comunicarsi indegnamente, e da ogni peccato veniale per ricevere più di grazie dalla Comunione. Questa manna celeste non deve essere mangiata che dai figliuoli di promissione: non conviene di ammettervi quelli della schiava; mentre il figliuolo della schiava, dice S. Paolo, non deve aver parte all’eredità col figliuolo della libera: Non hæres filius ancillæ cum filio liberæ (Gal. IV). Così per partecipare al dono per eccellenza del testamento di Gesù Cristo, che è la santa Eucaristia, bisogna godere della libertà dei figliuoli di Dio, che Gesù Cristo ci ha meritata; e per questo bisogna avere scosso il giogo del peccato e delle sue passioni: Qua libertate Chrìstus nos liberavit (Ibid.) – Se voi non siete ancora liberati dalla schiavitù dei vostri cattivi abiti, come vi ho esortati sin dal principio della Quaresima, non differite di più a correggervene. Bisogna principalmente aver lasciata l’occasione del peccato, allontanando da voi quelle che sono in casa vostra, ejice ancillam, ed allontanandovi da quelle che sono al di fuori: giammai non sarete ammessi ai santi misteri con l’abito e l’occasione del peccato . 2°- Pieni di stima e di amore per la santa Comunione, non trascurate cosa alcuna per procurarvi i preziosi vantaggi che essa rinchiude; a quest’effetto non aspettate di confessarvi il giorno in cui dovete comunicarvi; egli è bene che siavi un intervallo tra la Confessione e la Comunione; e non conviene accostarsi alla santa tavola con un cuore ancora tutto fumante del fuoco che le passioni vi hanno acceso, come fanno certi peccatori, che uscendo dal tribunale vi si vanno a presentare. 3° – In questo intervallo dalla Confessione alla Comunione, leggete o fatevi leggere qualche libro di pietà che tratti di questa materia; fate qualche visita a Gesù Cristo, sopra tutto la vigilia della vostra Comunione, per pregarlo di preparare dentro di voi medesimi una dimora, degna di Lui: si può in queste visite fare gli atti avanti la Comunione. 4° – Il giorno della vostra Comunione non siate occupati che della grande azione che andate a fare; pregate il vostro buon Angelo di aiutarvi in un affare così importante, e di accompagnarvi alla santa tavola. Siate fedeli a queste pratiche, Fratelli miei, e la Comunione sarà per voi il germe della fortunata eternità; io ve la desidero. Così sia.

CREDO …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

 Offertorium

Orémus Ps CXXXIV: 3, 6

Laudáte Dóminum, quia benígnus est: psállite nómini ejus, quóniam suávis est: ómnia, quæcúmque vóluit, fecit in coelo et in terra. [Lodate il Signore perché è buono: inneggiate al suo nome perché è soave: Egli ha fatto tutto ciò che ha voluto, in cielo e in terra.]

 Secreta

Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quæsumus, inténde placátus: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti. [Ti preghiamo, o Signore, volgi placato il tuo sguardo alle presenti offerte, affinché giòvino alla nostra pietà e alla nostra salvezza.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps CXXI:3-4

Jerúsalem, quæ ædificátur ut cívitas, cujus participátio ejus in idípsum: illuc enim ascendérunt tribus, tribus Dómini, ad confiténdum nómini tuo. Dómine. [Gerusalemme è edificata come città interamente compatta: qui sàlgono le tribú, le tribú del Signore, a lodare il tuo nome, o Signore.]

Postcommunio

Orémus. Da nobis, quæsumus, miséricors Deus: ut sancta tua, quibus incessánter explémur, sincéris tractémus obséquiis, et fidéli semper mente sumámus. [Concédici, Te ne preghiamo, o Dio misericordioso, che i tuoi santi misteri, di cui siamo incessantemente nutriti, li trattiamo con profondo rispetto e li riceviamo sempre con cuore fedele.]

Ultimo Evangelio e preci leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

FESTA DI SAN GIUSEPPE (2020)

FESTA DI SAN GIUSEPPE (2020)

F476

Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra confugimus, atque, implorato Sponsæ tuæ sanctissimæ auxilio, patrocinium quoque tuum fidenter exposcimus. Per eam, quæsumus, quæ te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit, caritatem, perque paternum, quo Puerum Iesum amplexus es, amorem, supplices deprecamur, ut ad hereditatem, quam Iesus Christus acquisivit Sanguine suo, benignius respicias, ac necessitatibus nostris tua virtute et ope succurras. Tuere, o Custos providentissime divinæ Familiæ, Iesu Christi sobolem electam; prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum ac corruptelarum luem; propitius nobis, sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate tenebrarum certamine e cœlo adesto; et sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitæ discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate defende: nosque singulos perpetuo tege patrocinio, ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte vivere, pie emori, sempìternamque in cœlis beatitudinem assequi possimus. Amen.

(Indulgentia trium (3) annorum. Indulgentia septem (7) annorum per mensem octobrem, post recitationem sacratissimi Rosarii, necnon qualibet anni feria quarta. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta fueri: (Leo XIII Epist. Encycl. 15 aug. 1889; S. C. Indulg., 21 sept. 1889; S. Paen. Ap., 17 maii 1927, 13 dee. 1935 et 10 mart. 1941).

Sancta Missa

San Giuseppe, Sposo della B. V. Maria, Conf.

Doppio di 1* classe. – Paramenti bianchi.

La Chiesa onora sempre, con Gesù e Maria, San Giuseppe, specialmente nelle feste di Natale; ecco perché il Vangelo di questo giorno è quello del 24 dicembre. La Chiesa diede a questo Santo fin dall’VIII sec, secondo un calendario copto, un culto liturgico nel giorno 20 luglio. Alla fine del XV sec. la sua festa fu fissata al 19 marzo e nel 1621 Gregorio XV l’estese a tutta la Chiesa. – 1870 Pio IX proclamò San Giuseppe protettore della Chiesa universale. Questo Santo, « della stirpe reale di Davide », era un uomo giusto (Vang.) e per il suo matrimonio con la Santa Vergine ha dei diritti sul frutto benedetto del seno verginale della Sposa. Una affinità di ordine legale esiste tra lui e Gesù, sul quale esercitò un diritto di paternità, che il Prefazio di San Giuseppe designa delicatamente con queste parole « paterna vice ». Senza aver generato Gesù, San Giuseppe, per i legami che l’uniscono a Maria, è, legalmente e moralmente, il padre del Figlio della Santa Vergine. Ne segue che bisogna con atti di culto riconoscere it questa dignità o eccellenza soprannaturale di San Giuseppe. Vi erano nella famiglia di Nazareth le tre persone più grandi ed eccellenti dell’universo; il Cristo Uomo-Dio, la Vergine Maria Madre di Dio, Giuseppe padre putativo del Cristo. Per questo al Cristo si deve il culto di latria, alla Vergine il culto di iperdulia, a San Giuseppe il culto di suprema dulia. Dio gli rivelò il mistero dell’incarnazione (ìd.) e « lo scelse tra tutti gli uomini » (Ep.) per affidargli la custodia del Verbo incarnato e della Verginità di Maria [Toccava al padre imporre un nome al proprio figlio. L’Angelo, incaricando da parte di Dio di questa missione, Giuseppe, gli mostra con ciò che, nei riguardi di Gesù, ha gli stessi diritti che se egli ne fosse veramente il padre.]. – L’inno delle Lodi dice che: « Cristo e la Vergine assistettero all’ultimo momento San Giuseppe il cui viso era improntato ad una dolce serenità ». San Giuseppe salì al cielo per godere per sempre faccia a faccia la visione del Verbo di cui aveva contemplato cosi lungamente e da vicino l’umanità sulla terra. Questo santo è dunque considerato giustamente come il patrono ed il modello delle anime contemplative. Nella patria celeste San Giuseppe conserva un grande potere sul cuore del Figlio e della sua Santissima Sposa (Or.). Imitiamo in questo santo tempo la purezza, l’umiltà, lo spirito di preghiera e di raccoglimento di Giuseppe a Nazaret, dove egli visse con Dio, come Mosè sulla nube.

Incipit

In nómine Patris,et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCI : 13-14.
Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur: plantátus in domo Dómini: in átriis domus Dei nostri.
Ps XCI: 2.
Bonum est confiteri Dómino: et psállere nómini tuo, Altíssime.

Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur: plantátus in domo Dómini: in átriis domus Dei nostri.

Oratio

Orémus.
Sanctíssimæ Genetrícis tuæ Sponsi, quǽsumus. Dómine, méritis adjuvémur: ut, quod possibílitas nostra non óbtinet, ejus nobis intercessióne donétur: [Ti preghiamo, o Signore, fa che, aiutati dai meriti dello Sposo della Tua Santissima Madre, ciò che da noi non possiamo ottenere ci sia concesso per la sua intercessione]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Eccli XLV: 1-6.

Diléctus Deo et homínibus, cujus memória in benedictióne est. Símilem illum fecit in glória sanctórum, et magnificávit eum in timóre inimicórum, et in verbis suis monstra placávit. Glorificávit illum in conspéctu regum, et jussit illi coram pópulo suo, et osténdit illi glóriam suam. In fide et lenitáte ipsíus sanctum fecit illum, et elégit eum ex omni carne. Audívit enim eum et vocem ipsíus, et indúxit illum in nubem. Et dedit illi coram præcépta, et legem vitæ et disciplínæ. [Fu caro a Dio e agli uomini, la sua memoria è in benedizione. Il Signore lo fece simile ai Santi nella gloria e lo rese grande e terribile ai nemici: e con la sua parola fece cessare le piaghe. Lo glorificò al cospetto del re e gli diede i comandamenti per il suo popolo, e gli fece vedere la sua gloria. Per la sua fede e la sua mansuetudine lo consacrò e lo elesse tra tutti i mortali. Dio infatti ascoltò la sua voce e lo fece entrare nella nuvola. Faccia a faccia gli diede i precetti e la legge della vita e della scienza].

Graduale

Ps XX :4-5.
Dómine, prævenísti eum in benedictiónibus dulcédinis: posuísti in cápite ejus corónam de lápide pretióso.
V. Vitam pétiit a te, et tribuísti ei longitúdinem diérum in sæculum sæculi.
Ps CXI: 1-3.
Beátus vir, qui timet Dóminum: in mandátis ejus cupit nimis.
V. Potens in terra erit semen ejus: generátio rectórum benedicétur.
V. Glória et divítiæ in domo ejus: et justítia ejus manet in sæculum sæculi.

Evangelium

Sequéntia + sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt 1: 18-21.

Cum esset desponsáta Mater Jesu María Joseph, ántequam convenírent, invénta est in útero habens de Spíritu Sancto. Joseph autem, vir ejus, cum esset justus et nollet eam tradúcere, vóluit occúlte dimíttere eam. Hæc autem eo cogitánte, ecce, Angelus Dómini appáruit in somnis ei, dicens: Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est. Páriet autem fílium, et vocábis nomen ejus Jesum: ipse enim salvum fáciet pópulum suum a peccátis eórum. [Essendo Maria, la Madre di Gesù, sposata a Giuseppe, prima di abitare con lui fu trovata incinta, per virtù dello Spirito Santo. Ora, Giuseppe, suo marito, essendo giusto e non volendo esporla all’infamia, pensò di rimandarla segretamente. Mentre pensava questo, ecco apparirgli in sogno un Angelo del Signore, che gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere Maria come tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, cui porrai nome Gesù: perché egli libererà il suo popolo dai suoi peccati].

Sermone di san Bernardo Abbate
Omelia 2 su Missus, verso la fine


Chi e qual uomo sia stato il beato Giuseppe, argomentalo dal titolo onde, sebbene in senso di nutrizio, meritò d’essere onorato così da essere e detto e creduto padre di Dio; argomentalo ancora dal proprio nome, che, come si sa, s’interpreta aumento. Ricorda in pari tempo quel gran Patriarca venduto altra volta in Egitto; e sappi ch’egli non solo ha ereditato il nome di quello, ma ne ha imitato ancora la castità, ne ha meritato l’innocenza e la grazia. E se quel Giuseppe, venduto per invidia dai fratelli e condotto in Egitto, prefigurò la vendita di Cristo; il nostro Giuseppe, fuggendo l’invidia d’Erode, portò Cristo in Egitto. Quegli per rimaner fedele al suo padrone, non volle acconsentire alle voglie della sua padrona: questi, riconoscendo vergine la sua Signora madre del suo Signore, si mantenne continente e fu il suo fedele custode. A quello fu data l’intelligenza dei sogni misteriosi; a questo fu concesso d’essere il confidente e cooperatore dei celesti misteri. Il primo conservò il frumento non per sé, ma per tutto il popolo : il secondo ricevé la custodia del Pane vivo celeste e per sé e per tutto il mondo. Non v’ha dubbio che questo Giuseppe, cui fu sposata la Madre del Salvatore, sia stato un uomo buono e fedele. Voglio dire, «un servo fedele e prudente»

Omelia di san Girolamo Prete
Libr. 1 Commento al cap. 1 di Matteo


Perché fu concepito non da una semplice vergine, ma da una sposata? Primo, perché dalla genealogia di Giuseppe si mostrasse la stirpe di Maria ; secondo, perch’ella non fosse lapidata dai Giudei come adultera: terzo, perché fuggitiva in Egitto avesse un sostegno. Il martire Ignazio aggiunge ancora una quarta ragione perché egli fu concepito da una sposata : affinché, dice, il suo concepimento rimanesse celato al diavolo, che lo credé il frutto non di una vergine, ma di una maritata. Prima che stessero insieme si scoperse che stava per esser madre per opera dello Spirito Santo» Malth. 1, 18. Si scoperse non da altri se non da Giuseppe, al quale per la confidenza di marito non sfuggiva nulla di quanto riguardava la futura sposa. Dal dirsi poi: « Prima che stessero insieme », non ne segue che stessero insieme dopo: perché la Scrittura constata ciò che non era avvenuto.

Omelia di sant’Ambrogio Vescovo
Lib. 4 al capo 4 di Luca, verso la fine

Guarda la clemenza del Signore Salvatore: né mosso a sdegno, né offeso dalla grave ingratitudine, né ferito dalla loro ingiustizia abbandona la Giudea: anzi dimentico dell’ingiuria, memore solo della clemenza, cerca di guadagnare dolcemente i cuori di questo popolo infedele, ora istruendolo, ora liberandone (gl’indemoniati), ora guarendone (i malati). E con ragione san Luca parla prima di un uomo liberato dallo spirito malvagio, e poi racconta la guarigione d’una donna. Perché il Signore era venuto per guarire l’uno e l’altro sesso; ma prima doveva guarire quello che fu creato prima: e non bisognava omettere (di guarire) quella che aveva peccato più per leggerezza di animo che per malvagità.

OMELIA

SAN GIUSEPPE, PROTETTORE DELLA CHIESA E DEI CRISTIANI

[A. Carmagnola: S. GIUSEPPE, Ragionamenti per il mese a lui consacrato. RAGIONAMENTO XXXI. – Tipogr. e Libr. Salesiana. Torino, 1896]

Del Patrocinio di S. Giuseppe sulla Chiesa Cattolica.

Aiuto e protettor nostro è il Signore; in lui si rallegrerà il nostro cuore, e nel santo Nome di Lui porteremo la nostra speranza: Adiutor et protector noster est Dominus; in eo laetàbitur cor nostrum, et in nomine sancto eius speravimus (Salm. XXXII, 20, 21). È con queste bellissime parole, che il Santo re Davide ci ricorda la grande verità che è da Dio solo propriamente che ci viene ogni aiuto e protezione, e che perciò in Lui solo abbiamo da riporre tutte quante le nostre speranze. Così pure l’apostolo S. Paolo ci fa attentamente osservare che un solo è il nostro naturale patrono appresso Dio Padre, vale a dire Gesù Cristo; poiché è Egli solo, che, Uomo e Dio ad un tempo, valse a ritornare in grazia e riamicare col sommo Padre il genere umano: Unus est mediator Dei et hominum homo Christus Iesus (1 Tim. II, 5). Ma sebbene sia Iddio solo, che nella sua onnipotenza ci dia aiuto e protezione, non è tuttavia men vero, che ordinariamente ci da un tale aiuto ed una tal protezione non direttamente Egli stesso, ma per mezzo dei suoi Angeli e dei suoi Santi. Così pure, sebbene Gesù Cristo per sua natura ed ufficio sia l’unico e primario patrono degli uomini, ciò non toglie, come insegna l’Angelico, che vi possano essere e realmente vi siano altri patroni secondari e per intercessione tra Dio e gli uomini stessi, quali appunto sono ancora gli Angeli e i Santi. Or bene, come è verissimo che Iddio si serve massimamente del ministero di Maria SS. sua Madre per comunicare a noi il suo santo aiuto e la sua santa protezione, e che fra tutte le creature nessuna può esercitare ed esercita più efficacemente l’ufficio di patrona degli uomini, che la stessa Vergine, così dobbiamo pure ritenere che dopo di Lei per nessun altro più Iddio fa a noi pervenire l’aiuto e la protezione sua e che nessun altro più vale ad essere il nostro patrono che S. Giuseppe, Sposo di Maria e Custode di Gesù. – La Chiesa pertanto riconoscendo una tal verità che ha fatto ella? Dopo di essersi nel corso dei secoli affidata al patrocinio della Beatissima Vergine, e continuando tuttora ad affidarvisi, in questi ultimi tempi si è pure particolarmente affidata al patrocinio di S. Giuseppe, dichiarando questo gran Santo Patrono della Chiesa cattolica, cioè universale. Ora con quanta sapienza la Chiesa abbia proclamato S. Giuseppe Patrono universale di se medesima è quello che ci faremo a riconoscere oggi in questo ultimo ragionamento, chiudendo il bel mese, che abbiamo consacrato a questo gran Santo. Io credo che non potevamo riservarci un argomento più adatto e più gradito, epperò non sento alcun bisogno di raccomandarlo alla vostra attenzione.

PRIMA PARTE.

La Chiesa Cattolica, o miei cari Cristiani, voi ben lo sapete, è la congregazione di tutti i fedeli, che fanno professione della fede e legge di Gesù Cristo, nella ubbidienza ai legittimi Pastori e principalmente al Papa, che ne è il Capo visibile sulla terra. Questa Chiesa, la sola una, santa, cattolica ed apostolica, ha per suo immediato fondatore e capo invisibile nostro Signor Gesù Cristo, il quale nel fondarla le ha promesso e comunicata tale una forza, per cui non verrà meno giammai sino alla consumazione dei secoli. Tu sei Pietro, disse al Principe degli Apostoli, e sopra di questa pietra fabbricherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa giammai: et portæ inferi non prævalebunt adversus eam (Matt. XVI, 18). Io ho pregato per te, affinché non venga meno la tua fede: rogavi prò te, ut non deficiat fides tua(Luc. XXII, 31). E a tutti gli Apostoli disse: Ecco che io sarò con voi sino alla consumazione dei secoli: Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem sæculi (Matt. XXVIII, 20). Così ha parlato Gesù Cristo alla Chiesa nella persona degli Apostoli, e Gesù Cristo ha fatto, fa e farà onore alla sua parola sino alla fine del mondo. Come la testa tiene il primo luogo nel corpo umano e da lei l’anima dà vita e forza a tutto il corpo, così Gesù Cristo capo invisibile di tutto il corpo mistico che è la Chiesa, risiedendone sempre in lui lo spirito e l’anima, a tutto il corpo mantiene la vita e la forza. – Ma sebbene per la promessa, che fedelmente Gesù Cristo mantiene, la Chiesa Cattolica non debba mai temere o tanto o poco di venir meno, è certo tuttavia che la Chiesa va soggetta alle persecuzioni, è destinata anzi alle persecuzioni, e le persecuzioni formano uno dei suoi essenziali e divini caratteri. Quelle parole profetiche che il Santo vecchio Simeone pronunciava sopra di nostro Signor Gesù Cristo: Ecco che questo Bambino è posto in segno alla contraddizione: ecce positus est hic … in signum cui contradicetur (S. Luc. II, 34) non erano pronunziate meno per la Chiesa, di cui Gesù Cristo è capo. Anzi lo stesso Gesù Cristo come predisse ed assicurò alla Chiesa la indefettibilità, così le predisse e assicurò le persecuzioni. Se hanno perseguitato me, disse Agli apostoli, perseguiteranno anche voi: Si me persecuti sunt, et vos persequentur (S. Gio. XV, 20). E difatti da diciannove secoli, quanti ne conta la Chiesa Cattolica, mentre nel suo cammino e nel suo stabilirsi attraverso il mondo da molti è stata felicemente accolta, amata obbedita, da molti altri invece è stata derisa, odiata, perseguitata a morte. E così sarà con momenti più o meno lunghi di tregua e di pace sino alla fine del mondo. E ciò perché mai? senza dubbio per moltissime ragioni, alcune delle quali non comprenderemo che in cielo. Ma tra quelle che anche qui in terra possiamo rilevare, questa tiene un principalissimo posto: volere cioè il Signor nostro Gesù Cristo che non dimentichiamo giammai essere Egli colui dal quale solo viene la vita e la forza della Chiesa e dovere noi perciò incessantemente ricorrere a Lui per aiuto e protezione, affinché esaudendo le nostre preghiere e concedendo alla Chiesa l’aiuto e la protezione invocata si renda ognor più manifesta la sua potenza e la sua gloria. È ciò che ci ha fatto chiaramente intendere Gesù Cristo stesso nel suo Santo Vangelo. Essendo Egli insieme cogli Apostoli montato sopra una nave sul lago di Genezareth, e a poppa di quella nave dormendo, si suscitò una gran tempesta, che sembrava da un momento all’altro dover capovolgere la nave istessa e farla colare a fondo, e che fece mandare agli Apostoli un grido di spavento e di invocazione: Signore, salvaci, periamo: Domine, salva nos, perimus (S. Matt. VIII, 25). Or bene, bellamente osserva Origene, quantunque Gesù Cristo allora dormisse col corpo, vegliava con la sua divinità, perché concitava il mare e conturbava gli Apostoli affine di manifestare la sua potenza: Dormiebat corpore, sed vigilabat Deitate, quia concitabat mare, contarbabat Apostolos, suam potentiam ostensurus. E poiché, come dice S. Agostino, quella nave, in cui Gesù Cristo si trovava con gli Apostoli, in tale circostanza raffigurava la Chiesa Cattolica, perciò ben possiamo dedurre che l’intendimento che ebbe allora nel permettere la tempesta, lo abbia tuttora nel permettere le persecuzioni.Egli è certo ad ogni modo che la Chiesa ha mai sempre riconosciuto il bisogno ed il dovere di ricorrere a Dio per aiuto e protezione in tutti quanti i tempi, ma allora massimamente che trovasi stretta dalla tribolazione, epperò sempre, benché con molteplici forme, ella ha fatto salire al cielo questo grido: Salva nos, perimus.Signore, vieni in nostro aiuto, in nostra protezione, affinché non abbiamo a perderci. E per essere più sicura di conseguire il fine di questo grido ha sempre in tutte le sue preghiere interpostala mediazione e il patrocinio del suo vero e naturale mediatore e patrono Gesù Cristo. Per Christum Domininum nostrum. E Iddio, o tosto o tardi, come stimò meglio nei disegni imperscrutabili della sua provvidenza, sempre ha esaudito le preghiere della Chiesa, a Lui offerte nel nome di Gesù Cristo, facendole toccar con mano che Egli veramente è il suo aiuto ed il suo protettore, e che realmente in Gesù Cristo abbiamo sempre un avvocato, un patrono onnipotente.Ma la Chiesa non si è contentata di questo. Sapendo bene, come già dicemmo, che Iddio per concederci i suoi favori ama servirsi del ministero dei suoi Angeli e dei suoi Santi, e che negli Angeli e nei Santi abbiamo dei patroni per grazia, oltre a quello che abbiamo in Gesù Cristo per natura, ebbe pur sempre in uso di ricorrere alla mediazione degli Angeli e Santi e di riguardarli almeno in generale quali suoi intercessori e patroni, ed eleggerli poi in particolare quali intercessori per un determinato genere di grazie o quali patroni particolari di un paese, di una città, di una provincia, di un regno. Or bene così facendo la Chiesa per essere eziandio aiutata e protetta in mezzo ai pericoli ed alle persecuzioni mercé l’intercessione e il patrocinio degli Angeli e dei Santi, non era conveniente che ella ne eleggesse e costituisse uno che di essa fosse il patrono universale? E ciò essendo, come è manifesto, convenientissimo, chi altri mai, dopo la SS. Vergine, doveva essere eletto e costituito Patrono della Chiesa universale, se non il nostro grande Patriarca San Giuseppe? Ed in vero, oltre che per la sua potenza, egli ne aveva il diritto per la sua stessa condizione di Custode della Divina Famiglia. Che egli sia stato il Custode della divina Famiglia non vi ha alcun dubbio. « Come Iddio, dice la Chiesa medesima, come Iddio aveva costituito l’antico Giuseppe, figliuolo del patriarca Giacobbe a presiedere in tutta la terra di Egitto per serbare ai popoli il frumento; così venuta la pienezza dei tempi, essendo per mandare in sulla terra l’Unigenito suo Figliuolo a redimere il mondo, prescelse un altro Giuseppe, del quale quel primo era stato figura, e lo costituì signore e principe della sua casa e della sua possessione, e lo elesse a custode de’ suoi divini tesori. Perocché ebbe questi in isposa la immacolata Vergine Maria, dalla quale per opera dello Spirito Santo nacque il nostro Signor Gesù Cristo, che presso agli uomini si degnò esser riputato figliuolo di Giuseppe ed a lui fu soggetto. E quel Salvatore che tanti re e profeti bramarono di vedere, questo Giuseppe non solo vide, ma con Lui conversò e con paterno affetto lo abbracciò e lo baciò; e con solertissima cura Lui nutricò, che il popolo fedele doveva ricevere come pane disceso dal cielo per conseguire la vita eterna ». Così parla la Chiesa, (Decr. 1870), e così parlandoci apprende che S. Giuseppe fu veramente il Custode della divina Famiglia. Ma che cosa era la divina Famiglia, se non la Chiesa, per così esprimermi, in embrione? non era dessa il primo principio di quella sterminata famiglia, alla quale appartengono oggi più che trecento milioni di figliuoli? È propriamente nella casa di Nazaret, dove S. Giuseppe era il capo, che la Chiesa ebbe i suoi natali. È lì che si cominciarono a compiere i sublimi disegni di Dio, ed i grandi misteri di nostra Religione; è lì che sorsero i primi modelli del culto cristiano, i primi seguaci del Vangelo ed i primi frutti della Redenzione. È lì in quella famiglia che Gesù Cristo fondatore della Chiesa, ed ora suo Capo invisibile, stette soggetto a Giuseppe e da Giuseppe volle essere scampato nel pericolo della persecuzione di Erode. È li che lo stesso Giuseppe aiutò e protesse Maria, il primo membro dellaChiesa, ed è lì ancora che per conseguenza come patrono di Gesù, Capo della Chiesa, e di Maria, suo primo membro, acquistò un certo diritto di essere il Patrono di tutte le membra del corpo mistico della Chiesa istessa. Ben a ragione pertanto il venerabile Bernardino da Busto dice a questo proposito: Che a questo santissimo uomo essendo del tutto appropriato quel che si legge in S. Luca ed in S. Matteo: « Ecco il servo fedele e prudente, che il Signore stabilì sopra la sua famiglia; doveva ancor essere costituito sulla universale famiglia di Dio; e poiché fu trovato così sufficiente all’opera tanto eccelsa del custodire la divina famiglia, così doveva essere più che mai sufficiente alla custodia e patrocinio di tutto il mondo; perciocché chi fu bastevole al più, molto meglio è da credersi bastevole al meno ». E non meno bellamente disse il devoto Isolano: « Il Signore ha suscitato per sé ed in onore del suo nome S. Giuseppe Capo e Patrono della Chiesa militante ». E non male si apponeva il grande Gersone quando nel Concilio di Costanza esortando i Prelati ivi raccolti a stabilir qualche cosa in lode ed onore di S. Giuseppe, li andava con tutte le sue forze persuadendo ad eleggerlo in Patrono della Chiesa, affine di estinguere il funestissimo scisma, che allora da tanto tempo lacerava la veste inconsutile di Gesù Cristo. E quando finalmente l’immortale Pio IX, il Pontefice dell’Immacolata e del Sacro Cuore di Gesù, il Papa dal cuore vasto come il mare, assecondando le suppliche ed i voti dei Vescovi e dei fedeli di pressoché tutto il mondo, per organo della S. Congregazione dei Riti proclamava di fatto S. Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, altro non faceva che assegnare ed assicurare a S. Giuseppe la gloria di quel terzo titolo, che giustamente gli competeva insieme con gli altri due di Sposo purissimo di Maria e di Padre putativo di Gesù. Perciocché lo stesso grande Pontefice prima ancora di aver promulgato un tanto oracolo, già alcun tempo innanzi aveva detto con gioia: Mi consola, che i due sostegni della Chiesa nascente, Maria e Giuseppe, riprendano nei cuori cristiani quel posto, che non avrebbero dovuto perdere giammai ».Sapientissima adunque fu l’opera della Chiesa nel riconoscere e proclamare l’universale Patrocinio di San Giuseppe, essendoché una tal prerogativa ed un tale ufficio è perfettamente consentaneo alla sublime dignità di sì gran Patriarca. Ma la sapienza di tal opera rifulgerà anche di maggior luce se attentamente si osservi in quanta opportunità di tempo essa fu compiuta. Certamente se mai furono tempi calamitosi perla Chiesa di Gesù Cristo, se mai volsero giorni così infausti alla nostra santissima fede sono propriamente i giorni ed i tempi nostri. Oggi, più che mai, si muove guerra tremenda contro i santi altari; oggi, più che mai, si assaltano i dommi, i misteri, la dottrina e la morale di Gesù Cristo; oggi, più che mai, si vede l’empietà sfidare il cielo e far disperate prove onde sbandire dalle menti umane persin l’idea di Dio. È ritornato proprio oggidì il tempo in cui: Fremuerunt gentes…astiterunt reges terræ et principes convenerunt in unum adversus Dominum et adversus Christum eius(Salm. II). Popoli e re, grandi e piccoli, tutti l’hanno con Cristo e con la sua Chiesa. I falsi dotti con la penna, la stampa irreligiosa coi fogli, il popolazzo con le urla e con le maledizioni, i re ed i governi con la forza brutale assalgono ad un tempo e da ogni parte questa rocca fondata da Dio e già quasi si applaudono d’averla atterrata. Si snaturano le intenzioni della Chiesa, le si attribuiscono umane passioni ed ingorde voglie, e sotto questi futili pretesti, i quali alle masse poco istruite, segnatamente in fatto di Religione, presentano sempre qualche cosa di specioso, le si rimprovera d’aver degenerato dalla primitiva perfezione, l’accagionano di idee retrograde, di ostinazione a non volersi associare al progresso dei tempi, si rovesciano le sue istituzioni, si rapiscono violentemente i suoi beni, si atterrano le sue opere pie, si assediano e si spiano i suoi ministri per coglierli in fallo, ed al caso si calunniano; si sparge il ridicolo sopra le sue più auguste cerimonie, si beffano i più devoti e fedeli suoi figli. E intanto, ahimè! l’incredulità e l’indifferenza religiosa si impadronisce dei cuori, il vizio passeggia a fronte alta da per tutto, i popoli, la gioventù si guastano e si corrompono spaventosamente e così i membri della Chiesa di Gesù Cristo corrono i più gravi pericoli della eterna perdizione. Or bene, quantunque la Chiesa, neppure ai dì nostri abbia a temere di se stessa, né con una lotta sì accanita abbia a cadere, a disfarsi, a perire, pur tuttavia ella ha bisogno di aiuto e di protezione celeste. Ed a chi altri mai, dopoché a Dio ed alla SS. Vergine, poteva essa ricorrere per aiuto e protezione che al gran Patriarca S. Giuseppe? « In questi difficilissimi tempi, dice il grande nostro Pontefice Leone XIII (Brev. 1891), nulla torna più efficace per conservare il patrimonio della fede e per menare cristianamente la vita, quanto il meritarsi il patrocinio di S. Giuseppe e conciliare il favore di Maria Madre di Dio ai clienti del suo castissimo sposo ». Ed in vero, come Custode della divina Famiglia avendo egli scampato la Chiesa nascente dalla persecuzione di Erode lascerà egli, da noi invocato, come Patrono della Chiesa Cattolica di scamparla dalla persecuzione degli Erodi moderni? Ah no! Senza dubbio questo è il suo uffizio, questo è il suo diritto: questo anzi, diciamolo pure, è il suo dovere, ed egli lo compirà a perfezione, come già lo ha compiuto per il passato, come massimamente lo compié in questo primo venticinquennio dacché fu solennemente come Patrono della Chiesa Cattolica proclamato. Sì lo compirà, e mercé il suo patrocinio torneranno per la Chiesa i giorni di libertà e di pace, somiglianti a quelli che egli godette quaggiù con Gesù e Maria nella casa di Nazaret, spenti che furono i persecutori della divina famiglia. Lo compirà, e come egli allora, non più ricercato a morte il suo caro Gesù, poté godere senza affanno la sua convivenza, così ancor noi senza oppressioni e senza timori potremo adempiere tutti i doveri e valerci di tutti i diritti di figliuoli di Dio e della Chiesa. – Sapientissima adunque, torniamolo a dire, sapientissima fu una tal proclamazione e sommamente opportuna pei tempi che corrono. Epperò santamente confidiamo, che avendo per tal modo S. Giuseppe ripreso quel posto che non avrebbe dovuto perdere giammai, siccome disse Pio IX e come col fatto asserisce il regnante Leone XIII: il mondo un’altra volta sarà salvo. Fiat! Fiat!

SECONDA PARTE.

Se la Chiesa, come abbiamo veduto, dimostrò una grande sapienza nel proclamare S. Giuseppe suo universale Patrono, tocca ora a noi, figliuoli della Chiesa, assecondare i suoi intendimenti in questa proclamazione, vale a dire tocca a noi implorare incessantemente il Patrocinio di San Giuseppe sopra della Chiesa istessa. Come gli Egiziani, colpiti dal terribile flagello della carestia, presentandosi all’antico Giuseppe, andavano esclamando: Salus nostra in manti tua est; la nostra salute, o Giuseppe, è nelle tue mani (Gen. XLVII, 25); così anche noi, in mezzo alle tribolazioni, da cui presentemente è stretta la Chiesa, facciamo salire al trono di S. Giuseppe con somma fiducia lo stesso grido. Imploriamo anzi tutto il patrocinio di S. Giuseppe sopra di noi, affinché mercé la sua potente intercessione e la sua valida protezione possiamo sempre vivere da figliuoli degni della Chiesa, e non mai questa nostra madre abbia a soffrire e piangere per noi. Sì, diciamogli, con tutto il cuore: Fac nos innocuam, Ioseph, decurrere vitam; sitque tuo semper tuta patrocinio; danne, o Giuseppe, di menar una vita lontana dalla colpa, e sempre protetta dal tuo patrocinio. – Imploriamolo in secondo luogo per tutta la Chiesa in generale, pei bisogni nei quali ora si trova, per i suoi Vescovi, per i suoi Sacerdoti, per i suoi religiosi, per i suoi missionari, per tutti quanti i suoi figliuoli, per i buoni e per i cattivi, per i giusti e per i peccatori, per coloro che ancora combattono sopra di questa terra ed eziandio per quelle sante anime, che ora soffrono nel carcere del Purgatorio. Che mercé il patrocinio di S. Giuseppe i Pastori della Chiesa si mantengano sempre in un solo spirito col Supremo Pastore, il Papa (oggi S. S. Gregorio XVIII – ndr. -) che vedano coronato di esito felice il loro apostolico zelo, che possano ricondurre molti traviati all’ovile. Che mercé il patrocinio di S. Giuseppe i Sacerdoti ed i religiosi si mantengano fedeli alla sublimità della loro vocazione e lavorino sempre con somme forze nella mistica vigna. Che sotto il patrocinio di S. Giuseppe i missionari non vengano meno giammai al loro coraggio, riescano a trionfare delle difficoltà e dei pericoli che ad ogni istante incontrano sul loro cammino, e facciano presto risplendere la luce del Santo Vangelo fra quei popoli, che giacciono ancor nelle tenebre e nell’ombra di morte. Che all’ombra del patrocinio di S. Giuseppe perseverino i giusti nella loro giustizia e vadano innanzi nella perfezione e nella santità; e i peccatori si convertano e vivano. Che sotto lo scudo di tanto patrocinio riescano sempre vincitori e trionfanti del mondo, della carne e del demonio tutti i Cristiani, che quaggiù ancora combattono; e per l’efficacia dello stesso patrocinio volino presto al cielo le sante anime del purgatorio: che tutta quanta la Chiesa sia da S. Giuseppe validamente protetta. Sì, diciamo ancora con tutto il cuore: Alme Joseph, dux noster, nos et sanctam Ecclesiam protege: almo Giuseppe, nostro patrono, proteggi noi e tutta quanta la Chiesa. Finalmente imploriamo il patrocinio di San Giuseppe in modo specialissimo per il Capo di tutta la Chiesa, pel Romano Pontefice. Nel 1814, il dì 10 di Marzo, in cui aveva principio la novena di S. Giuseppe, quell’irrequieto conquistatore, quello snaturato tiranno, quel sacrificatore di tante vittime, Napoleone I, che a Savona aveva chiuso in carcere il grande Pio VII, tentando invano di farlo zimbello di sua insana politica, vedendo volgere a male le sue sorti, decretava che fossero restituite al Papa le Provincie di Roma e del Trasimeno. E gli imperiali ordini arrivavano in Savona il 19 Marzo, giorno sacro a S. Giuseppe; per modo che immediatamente dopo il Pontefice, liberato dalla sua prigionia, poteva mettersi in viaggio per la sua diletta Roma, nella quale poi faceva trionfale ritorno il 24 Maggio di quel medesimo anno.Non fu quello un segno dei più manifesti del patrocinio specialissimo, che S. Giuseppe intende esercitare, ed esercita di fatto, sopra il Capo augustissimo della Chiesa? Preghiamo adunque per lui questo gran Santo, affinché si degni di far sentire un’altra volta per lui tutta la potenza della sua intercessione e protezione: che anche oggi S. Giuseppe voglia fiaccare l’orgoglio insensato dei nemici della Chiesa, che anche oggi spezzi le catene che tengono avvinto il venerando Vegliardo del Vaticano, che anche oggi gli ritorni la piena libertà nell’esercizio del suo sublime ministero, che anche oggi lo esalti, lo glorifichi e lo renda beato qui sulla terra, che assecondi i voti ardentissimi del suo cuore, lo zelo incessante del suo meraviglioso pontificato e riconduca al suo cuore paterno tanti figli dissidenti dalla sua dolcissima autorità, che insomma efficacemente conforti il suo animo affaticato dalle cure dell’apostolico ministero, che più vicino sente sovrastare il tempo di sua dipartita (Encicl.20 Sett. 1896). O Giuseppe, salus nostra in manu tua est, la nostra salute è nelle tue mani: col tuo patrocinio salvaci: salva la Chiesa! salva il Papa (Gregorio XVIII)! salva noi tutti! Amen!

Credo …

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Offertorium

Orémus
Ps LXXXVIII: 25.

Véritas mea et misericórdia mea cum ipso: et in nómine meo exaltábitur cornu ejus. [La mia fedeltà e la mia misericordia sono con lui: e nel mio nome sarà esaltata la sua potenza].

Secreta

Débitum tibi, Dómine, nostræ réddimus servitútis, supplíciter exorántes: ut, suffrágiis beáti Joseph, Sponsi Genetrícis Fílii tui Jesu Christi, Dómini nostri, in nobis tua múnera tueáris, ob cujus venerándam festivitátem laudis tibi hóstias immolámus. [Ti rendiamo, o Signore, il doveroso omaggio della nostra sudditanza, prengandoTi supplichevolmente, di custodire in noi i tuoi doni per intercessione del beato Giuseppe, Sposo della Madre del Figlio Tuo Gesù Cristo, nostro Signore, nella cui veneranda solennità Ti presentiamo appunto queste ostie di lode.]

Præfatio  de S. Joseph

… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes: [È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode]

Comunione spirituale: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Matt 1: 20.

Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est. [Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere Maria come tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo].

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, quǽsumus, miséricors Deus: et, intercedénte pro nobis beáto Joseph Confessóre, tua circa nos propitiátus dona custódi.
[Assistici, Te ne preghiamo, O Dio misericordioso: e, intercedendo per noi il beato Giuseppe Confessore, propizio custodisci in noi i tuoi doni].

Ultimo Evangelio e Preghiere leonine: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ringraziamento:

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/03/19/nella-festa-di-san-giuseppe-2018/

PREDICHE QUARESIMALI (III 2020)

[P. P. Segneri S. J.: QUARESIMALE – Ivrea, 1844, dalla stamp. Degli Eredi Franco – tipgr. Vescov.]

-XIX-

NEL MERCOLEDÌ DOPO LA TERZA DOMENICA.

« Quare Discipuli tui transgrediuntur tradiziones saniorum? non enim manus lavat” antequam panem manducent. ».

[Matth. XV, 2]

I. Se fa mai vero che da que’ medesimi fiori, da cui le pecchie trarrebbono un dolce nettare, traggano veleno i ragni, eveleno putrido, e veleno pestilenziale, ben apparve oggi chiarissimo nelle azioni dei santi Apostoli. S’erano dati i meschini a seguitar Cristo; e però vivendo in somma derelizione, in sommo dispregio, nessun pensiero prendevano di sé stessi, né della loro acconcezza, né de’ lor agi. Chi crederebbe però che ancor in ciò si trovasse di che accusarli? Fu in loro notato (mirate che gran delitto!), non dirò già che gustassero cibi immondi, non dirò già che toccasser cadaveri inverminiti, ma solo che talvolta lasciassero di lavarsi scrupolosamente le mani innanzi al cibarsi, quantunque, a tutto rigore, di solo pane: non manus lavant antequam panem manducent. E laddove ciò si sarebbe in poveri pescatori potuto ascrivere a santa semplicità, fu censurato qual vilipendio di riti, qual dispregio di tradizioni: tanto è ver che l’umana malignità sa d’ogn’erba salubre stillar veleno. – Eppur qual è, Cristiani miei, se non questa, quella malignità, eh? oggi tanto fra noi trionfa, e che qual peste appiccatasi ad ogni lato della città, va per le piazze serpendo, va per le case, va per le Corti, e piaccia a Dio che talor non entri ne’ chiostri anche più murati? Se uno è umile, e però tollera pazientemente ogni offesa, si dice ch’egli è un codardo; se astinente, si dice ch’egli è un avaro; se devoto, si dice ch’egli è un ipocrita; se pudico, si dice ch’egli è un melenso; e così da tutto si trae feconda materia di maldicenza, quasi che ciò ridondi a grande onor nostro, né più confidi verun di noi d’innalzarsi, se non con l’altrui depressione; né di risplendere, se non che dell’altrui discoloramento. E non è cotesta, uditori, una gran viltà? Dobbiamo mirare a divenir noi perfetti, non a far che gli altri appariscano difettosi. – E però contentatevi ch’io stamane tutto m’adoperi a mortificar queste lingue sì libere e sì loquaci, che tra noi sono, e ad impetrare qualche modesto silenzio da’ maldicenti, con esortarli a far quel degno proposito che stabilì dentro suo cuore il buon Davide quando disse: non loquatur os meum opera hominum(Ps. XVIII. 4). Le opere proprie degli uomini quali sono? Le virtù loro? Non già: sono i lor vizi, perché le virtù si han da Dio. Questi dunque, che amano di parlare continuamente de’ fatti altrui, procedano in simil forma: dicano ciò che gli uomini hanno da Dio: tacciano ciò che sol hanno da sé medesimi: e così avverrà che di maldicenti si cambino in lodatori. Temo bensì che in sentirsi costoro da me sferzare, si adireranno, e ne faranno a me misero facilmente portar le pene, con dire tutto il mal che sapranno d’una tal predica, loro odiosa. Contuttociò non voglio io mancare al mio debito; e purché questi non abbiano a mormorare più di alcun altro, io mi contento che a piacer loro si sfoghino contro me, che son degno d’ogni improperio.

II. E prima, bella gloria in vero è la vostra, o mormoratori, mentre così francamente ve la sapete voi prendere contro d’uno, il quale è lontano; né però udendo ciò che da voi viengli apposto, come non può giustificar la sua causa, così né anche può ribatter la vostra garrulità. Fece anticamente Dio nel Levitico un suo divieto, di cui voi forse non terrete gran conto; ma io per me, perché vi ho qualche interesse, lo stimo assai rilevante, assai riguardevole; e questo fu, che niun del popolo osasse dir male alcuno ad un uomo sordo : non maledices surdo (Lev. X. 14). Ma perché ciò? Han dunque i sordi per avventura a godere fra tutti i miseri un privilegio speciale, sicché si possa dir villanìa, quanto piace, ai loschi, ai monchi, ai malfatti, agli scilinguati, ed unicamente non possasi dire a’ sordi? No certamente, perché già per altro si sa la carità voler essere universale: universa delicta operit charitas (Prov. X. 12). Contuttociò, se noi diam fede agl’interpreti, mostrar Dio volle de’ sordi maggior la cura, perciocché sembra una crudeltà troppo strana voler pigliarsela contro a chi non udendo le accuse dategli, nè anche può per conseguente difendersi o discolparsi. Ma dite a me: non è fors’egli, o mormoratore, un medesimo il caso vostro? Surdo maledicere est (così moralizza il pontefice san Gregorio) absenti et non audienti derogare(3 p. Past. adm. 36) . – Voi vi ponete entro quel vostro ridotto a censurare liberamente le azioni di chi non v’ode; e non vi accorgete che ciò non solo è mostrare un’audacia somma, ma è commettere un’ingiustizia spietata? Credete voi che se colui, contra il quale arrotate i denti, vi fosse innanzi, osereste voi favellarne in sì ria maniera? Voi perdonatemi (s’io già comincio a valermi di formole un poco austere), voi dico, chiaramente la fate da’ traditori, perché assalite l’avversario alle spalle: cum ab eis recessissem, diceva Giob. (XIX. 18), cum ab eis recessissem, detrahebant mihi. S’egli ha difetti, che a voi dispiacciano tanto, andate dunque animosamente, investitelo a faccia a faccia, come fe’ Natano a Davide (2 Reg. XII. 1), Aia a Geroboamo (3 Reg. XIV. 7), Michea ad Acabbo (lbid. XXII. 17): rappresentategli la iniquità dei suoi fatti, ammonitelo, riprendetelo, rampognatelo; che in cotal guisa acquisterete gran merito presso Dio. Ma mentre solo il vituperate in assenza, qual segno è ciò, se non che voi, come codardi mastini, gridate al lupo quand’egli già con la pecorella partitosi infra le zanne, già rinselvato nel bosco, già ascososi nella buca, più non può udirvi? – Benché piacesse a Dio che imitaste quel ch’or dicea. Conciossiachè, se mirate a sì fatti cani, vedrete ch’eglino tacciono, è vero, quando il lupo è presente; canes muti, come li chiama Isaia (LVI. 10), canes muti, non valentes latrare; ma non però punto gli approvano que’ suoi furti, nol lisciano, nol lusingano, e molto meno gli tengono quasi mano a sbranar la greggia. Ma quante volte voi, che lontani mormorate con tanta animosità di quel personaggio, o privato o pubblico, perch’egli ha pratiche allato di mal affare, perché giuoca, perché getta, perché non si applica punto alle cure impostegli; quando poi gli siete presenti, voi lo adulate per questi eccessi medesimi di cui prima il mordeste tanto; gli commendate le sensualità, come sfogo di una spiritosa natura; il giuocare, come sollievo; il gettare, come splendidezza; né dubitate di esortarlo a distrarsi alquanto più spesso da quei negozi, a cui voi dite maledici che non bada! E non è questo usare al prossimo vostro un torto evidente? – lo so che veramente grand’anirno si richiede per ammonire uno in faccia de’ suoi difetti, massimamente quand’egli sia collocato in fortuna eccelsa. Converrebbe essere, com’era appunto un Elia, sprezzator di tutto; e che, contento di una ruvida pelle d’intorno a’ lombi (4 Reg. 1. 8), faceva lieto ad un torrente i suoi pasti con quel pan duro di cui lo regalavano i corvi (3 Reg. XVII. 5). Ma se non vi dà cuore a tanto, lasciate almeno di lacerare in assenza chi neppure ardite in presenza di stuzzicare. Conciossiachè, come san Girolamo disse (ep. 4ad Rust.), la verità non ama star ne’ cantoni; veritas non amat angulis; ed il far così non è altro che imitar le talpe, imitare i topi, i quali mordono sì, ma sol di nascosto; o è piuttosto fare, come l’Ecclesiaste affermò di alcune serpette, le quali maliziosamente appiattatesi in fra l’arene, quivi se ne stanno, senza sibilo e senza striscio, a spiar chi passi, per poter incauto addentarlo nelle calcagna. Si mordeat serpens m silentio, nihil eo minus habet, qui occulte detrahit(Eccl. X, 11). – E vi darà di poi l’animo di restituire ad altrui con facilità quella buona fama che a sorte gli avrete tolta? Voglioche v’impieghiate ogni vostro studio, ogni vostro sforzo: oh quanto tuttavia sarà duro che vi riesca! Mosè volea far conoscere a Faraone ch’egli era vero ministro del suo Signore. Però che fece? Aveva in mano una verga; la gettò in terra, e subito la fece trasformare in orribil serpe. Ma che? Non sì tosto poi la ritolse in mano, che la fece di serpe ritornar verga. Gl’incantatori di Faraone vollero far anch’essi una prova eguale; ma non poterono: perché giunsero bensì presto a cambiare le verghe in serpi ma quelle serpi si rimasero serpi, nè mai di serpi ritornarono verghe (Exod. VII. 10 et seq.). Or avete notato? dice qui tosto Origene acutamente (Hom. 13 in c. 22 Num.): ecco fin dove arrivò la virtù diabolica: poté fare del bene male; ma non poté poi rifare del male bene. Non petuit virtus dæmoniaca malum, quod ex bono fecerat, restituere in bonum: potuit ex virga serpentem facere, virgam autem reddere ex serpente non potuit. Or figuratevi che cosi debba succedere ancora a voi. Potrete voi di leggieri far apparire quell’uom dabbene qual orrido serpentaccio; ma come farete a rendergli di poi giusta l’antica forma sarà agevole a fare ch’uno di casto sembri un impuro; ma come a far dipoi che d’impuro si ritorni di nuovo ad apparir casto? Vi sarà agevole a fare ch’un di devoto sembri un ipocrita; ma come a far dipoi che da  ipocrita si ritorni di nuovo a parer devoto? I mali uditi dì altrui, son creduti subii; pronis auribus excipiuntur; ma le ritrattazioni, oh quanto sempre faticano a trovar fede, almeno perfetta! Calumniare dìcea quell’infame politico, calumniare che sarà finita per sempre. Semper aliquid remanet. La serpe resterà serpe. E poi chi non vede che non mai del tutto potrete al prossimo vostro rifare i danni? Restituzioni di fama! restituzioni di fama! Oh  quanto sono difficili a farsi giuste! Non può qui dirsi, come si fa quando trattasi di danaro: si quid aliquem defraudavi, reddo quadruplum(S. Luc. XIX. 8). Quale adunque, qual è la regola vera a fuggir gli scrupoli? Non è tacciare; è tacere: non loquatur os meum opera hominum.

III. – Ma io fin qui solo ho detto il minor de’ mali, ch’è l’aggravio fatto a colui di cui mormorate; aggravio finalmente non d’anima, ma soltanto di riputazione caduca, benché stimabile: maggior mal è, che a color, con cui mormorate, voi ponete fra’ pie’ così grave intoppo, che potrìa fargli agevolmente trascorrere in perdizione. Conciossiachè state a udire. O color, con cui mormorate, son uomini empj, o pur son uomini pii. Che mi rispondete ? Son uomini empj? Oh quanta festa verran pertanto a far essi in udir da voi che loro nel male non mancano de’ compagni! oh quanto conforto prenderanno! oh quanto animo! oh quanto ardire! e, quel ch’è forse anche peggio, oh quanto, per le cadute da voi narrate, oh quanto dico, faranno ad altrui d’insulto! Udito ch’ebbe il re Davide il fier successo dello sventurato Saule’, rimaso estinto su le montagne di Gelboe con tutti e tre i suoi figliuoli, guerrieri sì valorosi, pregò coloro, i quali ciò gli fér noto, che per pietà non ne lasciassero giungere le novelle agli abitatori di Geth ed a’ popoli di Ascalone, per non dar maggiore occasione agli incirconcisi d’imbaldanzire nelle calamità d’Israele. « Nolite annunciare in Geth, neque annuncietis in compitis Ascalonis, ne forte lætentur filiæ Philisthiim, ne exultent filiæ incircumcisorum » (2 Reg. I. 20). – Ma voi che fate, o mormoratori, che fate, quando in quella vostra combriccola vi ponete sì bellamente a raccontare le malvagità di quel personaggio ecclesiastico, le fragilità di quel cherico, il fasto di quel claustrale, se non che dare a gl’incirconcisi occasione di un giubilo più perverso? Gioito avrebbero gli abitatori di Geth, gioito avrebbero i popoli di Ascalone, questo è verissimo; ma di che? Di un mero infortunio; quei ch’odon voi, si rallegrano d’un peccato. Ed oh quante volte avvien però che per li mali portamenti di un solo, da voi descritti, si pongon subito a dire infamie di tutto un Órdine intero! e chi afferma ch’è necessario mortificarlo, o chi replica che dovrebbe scacciarsi, e chi ripiglia che si dovrebbe spiantare, e chi non teme di por sacrilego ancora la bocca in Cielo, e di riprovarne le leggi. Pur troppo avrete con l’esperienza osservato che non così un’importuna cicala, col garrir ch’ella faccia da un arboscello su l’ore estive, solleva ogni altra ad emulare lo strepito ed a moltiplicare lo stordimento, come un sol empio, che mormori, sveglia in tutti un egual talento insoffribile di mal dire. Cora’esser può che voi pertanto non dubitiate addossarvi un fascio così pesante d’iniquità, a cui somministrate occasione?

IV. – Che se pur coloro, co’ quali voi ragionate, sien tutti pii, e come tali abbondano le bruttezze da voi contate, non ne trionfino, vi date creder però che non poniate agevolmente ancor essi in un grave rischio di prevaricar quanto gli empj? V’ingannate assai, v’ingannate: perciocché non solo può avvenir ch’essi imparino molti mali, che loro fin allora non erano sorti in mente! ma oltre a ciò, è facilissimo che, sentendo biasimar altri per quei difetti, di cui sé conoscono esenti, comincino interiormente a vanagloriarsi; e che, ad imitazione del Fariseo, concepiscano anche eglino stolti sensi di compiacimento, di albagia, di alterezza, di presunzione, quasi che non sien uomini come gli altri: non sint sicut cæteri hominum (Luc. XVIII. 11). – È facile che dispregino le persone da voi riprese; è facile che se ne alienino, s’erano loro accette; è facile che se n’adombrino, se sieno lor confidenti; e, se non altro, è facile che, con danno sempre notabile della carità cristiana, diano precipitosa credenza alle accuse altrui, senza aver prima ascoltate ambedue le parti. – E questo è quello che volle intendere il santo profeta Davide, quando disse: sedens adversus fratrem tuum loquebaris, et adversus filium matris tuæ ponebas scandalum(Ps. XLIX. 20). Tu, dicevaegli, sedens; ch’è quanto dire, non alla sfuggita, non leggermente, non brevemente, ma molto posatamente ti ponevi a sparlare contro il tuo prossimo: sedens nell’anticamera di quel principe a cui servivi; sedens sopra de’ marini della tal piazza;  sedens dinanzi all’uscio di tal bottega, sedens sopra le panche di quella chiesa, mentre si aspettava la predica; sedens a quella mensa; sedens a quella veglia; sedens d’intorno a quel fuoco; sedens in somma, come in un’opera di singolar godimento e di sommo gaudio: sedens adversus fratrem tuum loquebaris. Ma che? Ti pensi che qui però terminasse tutto il tuo male? Non è così, sventurato, non è così; perché nello stesso tempo adversus filium matris tuæ ponebas seandalum. Non ti ricordi tu di quei che ti udivano? Quei, come uomini deboli ed imperfetti, filii matris (che così spiega appunto santo Agostino), quei, dico, per te inciamparono, per te caddero, per te vennero tutti, chi più, chi meno, a peccare anch’essi. Etenim cum detrahitur bonis ab his, qui videntur alicujus esse momenti, in scandalum caduta infirmi, qui adhuc nesciunt judicare (in hunc locum). – E tu non temi? e tu non tremi? e tu com’acqua ti bei le malvagità? Né solamente le proprie, ma ancor le altrui? Fa’ a mio modo, fa il proposito ch’io ti dissi: non loquatur os meum opera hominum.

V. – Eppur v’è di più. Perciocché dovete sapere ch’una lingua mormoratrice è lingua di vipera; ch’è quanto dire, triplicata, trisulca, mercecchè fa, come parlò san Bernardo (de consid.), tre ferite ad un colpo: tres lethaliter infìcit ictu uno. Inficit colui di cui mormora, mentre a lui fa, conforme abbiamo primieramente veduto, un solenne torto; inficit color con cui mormora, mentre lor pone, conforme abbiamo secondariamente provato, un sicuro scandalo; ed inficit finalmente colui che mormora, mentre ad esso reca que’ danni che or a me restano, ma alquanto più estesamente, da dimostrare. Benché chi mi darà mai facondia sì luttuosa, ch’io possa abbastanza esprimere questi danni, e così darvi, o maledici, a di vedere di quanto pregiudizio voi siate anche a voi medesimi con la libertà del dir vostro? – E prima è certo, benché ciò sia forse il meno, che laddove voi così credete di rendervi assai giocondi ed assai graditi (mercé quell’avidità con cui comunemente si ascoltano le altrui tacce), voi vi rendete odiosissimi non si potendo non avverare, quanto a voi pure, quel detto di Salomone, il quale affermò che il maledico è l’abominio del genere umano: abominatio hominum detractor( Prov. XXI. 9). Imperciocché un poco: tenete voi per sì semplici quei con cui ragionate, che tra sé stessi non giungano molto bene a considerai che come voi con esso loro venite a censurar altri, così con altri verrete a censurar loro? Lo veggon essi, lo veggono; e benché paja che col sembiante vi facciano grato applauso, contuttociò nell’interno: or andate (dicono) a capitar sotto il rostro a questo sparviere, e poi salvatevi, se potete le penne. Oh come trincia! oh come taglia! o come, dov’egli efferra, fa tosto piaga! Generatio, cruda formola de’ Proverbj (XXXIX, 14) generatio quæ prò dentibus gladius habet. – Né val che voi con simulato artifizio orpelliate la vostra mormorazione, mischiando que’ vituperj, che di altrui dite, con qualche encomio, che tanto più vi dia credito di sinceri, e biasimando in molti, lodando in poco. È questo già un artificio tritissimo, trivialissimo; e gran cosa vuol essere, se vi è alcuno, il quale non sappia che, quantunque il tirso sia cinto di verdi pampani, non però fa men nocevoli le ferite. Quegl’Israeliti che, ritornati dal riconoscer la Terra di promissione, la vollero porre a fondo presso quel popolò che colà gli aveva inviati, qual modo tennero? Cominciarono in prima dall’esaltarla; e però, tratto fuori un grappolo d’uva sì smisurato, che vi volevan due uomini per portarlo appeso al suo tralcio, e scoperte alcune bellissime melagrane, e dimostrati alcun fichi pinguissimi: ecco (pigliarono a dire) ecco qual sia la fertilità del paese, cui Dio ne mena. Per verità che a guisa d’acqua ivi scorrono il latte e ‘l mele: revera fluit lacte et Melle (Num. XIII. 28). Oh che verdura di pascoli! oh che amenità di colline! oh che chiarezza di fonti! Non si può al mondo vedere terren più lieto. Ma che? Su queste quasi stille di dolce, da lor premesso, versarono poco appresso tanto di assenzio, rappresentando gli abitatori di un tal paese come uomini giganteschi, le città come inespugnabili, il cielo come infettato, che amareggiato però tutto quel popolo, il quale udigli, si sollevò, si scompigliò, mosse tosto contro Mosè, contra Aronne, anzi contra Dio stesso il più fier tumulto che fino allor sorto fosse fra tende ebree. Sicché vedete che cotesto vostro artifizio di biasimare in molto, e lodare in poco, non è artifizio sì nuovo, come a voi sembra, ma rancidissimo; e però qual dubbio che nulla può concorrere a rendervi meno odiosi? Si sa, si sa che non è zelo ciò che vi muove a tacciare sì crudelmente le azioni altrui; ma ch’è acerbità, ch’è rabbia, ma ch’è rancore travestito alquanto da zelo: e però è forza che chi v’ode vi tema come molossi terribili di macello, che in ogni sangue godono ad egual modo lor darle labbra; e che temendovi, per conseguente vi abborra: abominatio hominum detractor.

VI. – Ma su figuriamo (ciò che non può mai succedere) che questo detto del Savio in voi sia fallace, sicché non solo non vi rendiate agli uomini punto odiosi col mormorare, ma che anzi siate loro ameni ed accetti: non sapete voi però bene che vi rendete, se non altro, odiosissimi innanzi a Dio? Detractores Deo odibiles (ad Rom. 1. 30); così l’Apostolo favellando ai Romani. Né è meraviglia, perché un tal vizio par totalmente opposto al genio di Dio. E qual è il genio di Dio? dice san Tommaso (in Gen. c. XVIII, n. 17). Civilissimo, cortesissimo. Oh quanto egli è ritroso a scoprire, finché viviamo, i difetti nostri! valde difficilis est ad publicanda occulta crimina nostra; non volendo egli che noi siam punto di peggior condizione di quel che sieno i pittori, a cui si fa grave incarico se loro vassi ad alzar di dietro la tela, infintantochè rimossa non hanno la man dall’opera, ed ancora vi possono, se lor piace, dar su di spugna liberamente, e mostrare che la disapprovano. – Si vide egli una volta venire innanzi quel figliuolo scialacquatore, che, tutto a un tempo intirizzito di freddo e smunto di fame, a gran fatica potea più regger lo spirito in su le labbra. Contuttociò qual fu il primo pensier che di lui si prese? Fu riscaldarlo? fu ristorarlo? Non già, uditori: fu ricoprirlo: cito offerte stolàm prima (Luc. XV. 22). E finché questa non venne, egli talmente sel tenne abbracciato a sé, che niun de’ servi, come notò Pier Grisologo (Serm. 2 de fil. prod.), che niun de’ servi veder ignudo il potesse, niuno deridere: ante vestiri voluit, quam videri. – Così coperse la nudità dell’adultera, a lui condotta nel tempio, quando non prima dir parola le volle di correzione, che dileguato si fosse ogni accusatore (Jo. VIII). Così coperse la nudità della Samaritana, a lui sopraggiunta presso una fonte, quando non prima rimproverare la volle di disonesta, che ritirato si fosse ciascun Apostolo (Jo. IV). Così coperse la nudità fin di quel Giuda medesimo, il qual tradillo; mentre, per quanto interrogato ne fosse importunamente anche da Giovanni, ch’è quanto dir dal diletto, dal favorito, dal segretario di tutti i suoi grandi arcani; contuttociò né anche il volle a Giovanni far manifesto, se non in gergo (Joan. XIII 26): tanto è vero sempre, che Dio valde diffìcilis est ad publicanda occulta crimina nostra. – Come dunque volete, o mormoratori, che Dio non vi odii, mentre a rovescio di lui non altro fate giammai che andar discoprendo le magagne più internate, più intime, più riposte del vostro prossimo, e, sfacciati ancor più dell’antico Cam (Gen. IX. 21), non dubitate per beffa nudar chi dorme, non che soltanto invitare di molti a mirarne la nudità? Sì che v’odia, sì; non è cosa da dubitarne. Conciossiachè vi addimando: credete forse voi che sia virtù vostra, se voi non siete sì peccatori, com’è quel vostro fratello? Tutt’è grazia di Dio, tutt’è sua mercede, tutt’è suo merito. E voi per ciò inalberarvi sopra degli altri? e voi per ciò morderli? e voi per ciò maltrattarli? Ch’altro potete da tal superbia aspettare, se non che Dio sottragga ad ora ad ora il suo braccio dal sostenervi, e che per giusto giudizio cader vi lasci in quegli eccessi medesimi, benché enormi, benché  brutali, per cui sì acerbamente venite a tacciare altrui? Sentite ciò ch’egli affermaci ne’ Proverbj (XIII. 5): impius confundit et confundetur; il peccatore confonde, e sarà confuso. Sì, miei signori, il peccatore confonde, e sarà confuso. – Ed oh così mi potess’io qui distendere a piacer mio, come io vi mostrerei ciò sempre avverato in ogni età, in ogni popolo, in ogni affare! Ma questa volta mi sia per tutti bastevole un Assalonne, il cui successo, se non fosse di fede, non potrìa credersi. Questi, udita che egli ebbe la brutta forza che un suo fratello maggiore, chiamato Aminone, usata avea verso Tamar, del cui amore era divenuto frenetico, se ne sdegnò, se ne stomacò, n’arse in modo, che non credette potersi cancellar tal obbrobrio dalla sorella, se non col sangue dell’empio violatore. E così che fece? Dissimulò tal notizia per lungo tempo; finche venutagli, come siam soliti dire, la palla al balzo, convitò Ammone con tutti i regi fratelli ad un lauto banchetto; e quivi fattolo a tradimento assaltare da’ suoi famigli, nol trucidò propriamente lo macellò (2 Reg. XIII). Or chi, presupposto ciò, non sarebbesi persuaso che un Assalonne star dovesse dipoi molto circospetto a non apparir egli lordo di quella macchia che in altri avea detestata con tanto orrore? Qui detrahit alicui rei, come dice il Savio, ipse se se in futurum obligate (Prov. XIII. 13). E però non direste voi certamente, che da indi innanzi un zelatore sì tremendo dell’onestà viver dovesse più casto d’ogni agnelletto, e più intatto d’ogni armellino? Eppure udite ciò che vi farà senza dubbio arricciar le chiome. Fece egli poi tanto peggio di quel medesimo che aveva abbominato in Ammone; chequando il re suo padre, fuggitosi di palazzo, glielo cede tutto libero, tutto aperto, egli fece ergersi in una pubblica loggia un gran padiglione, e quivi alla presenza di popolo innumerabile tutte francamente oltraggiò le mogli paterne, che pur non erano in numero men di dieci; e con isfacciatezza neppure usata fra’ barbari, neppure universale fra’ bruti, ìngressus est (debbo dirlo ?), ingressus est ad concubinas patris sui coram universo Israel (2 Reg. XVI, 22). E questi dunque èquell’Assalon sì zelante, il quale tanto di romor fatto avea per un solo incesto che d’altri avea risaputo? Che mutazione èquesta mai? che stranezza? che novità? Finalmente Ammone peccò (non si può negare), ma chetamente, ma occultamente, ma in un gabinetto di casa il più solitario, dov’egli avea simulato, per verecondia maggiore, di giacere infermo. Laddove Assalonne non temé peccare in pubblico, a suon di trombe, a voce di banditore, e , quel che sembra del tutto orribile, in faccia allo stesso sole, il quale non so veder come a mezzo corso non rivoltasse di subito il cocchio indietro, per non assistere a sì mostruosa laidezza. Eppur è certo, uditori, che così fu: un Assalon, un Assalon venne a tanto d’iniquità. E perché vi venne? dica pur ciascuno ciò che vuole; io per me tengo, ch’Egli per questo medesimo vi venisse, perché per una iniquità somigliante fatto avea già tante strepito contro Ammone: Impius confundetur. Egli non avea compatito il proprio fratello, ma con solenne vendetta lo avea voluto pubblicamente confondere, e svergognare; e Dio permise ch’egli venisse quindi a poco a far peggio di quel medesimo ch’avea fatto il fratello. – Applichiamo a nostro proposito. Voi lacerate con lingua così spietata il prossimo vostro per una fragilità, nella quale è incorso, per uno slogamento di senso, per uno accendimento di bile, per una intemperanza di vitto, per una tal debolezza di vanità; e non temete che Dio vi lasci per suo giudizio cadere in più gravi colpe? Mi rimetto a voi: ma sol voglio con riverenza umilissima supplicarvi a non vi fidar ornai tanto di voi medesimi: Corripe amicum, corripe proximum: ciò va bene, ma fate insieme quello che l’Ecclesiastico dice appresso: et da locum timori Altissimi (Eccli. XIX, 13, 14, 18). Perché par quanto di presente a voi paja d’esser perfetti, non però potete sapere ciò che dovrà di voi essere in altro tempo. Chi avrebbe  detto che Jeù, quel re d’Israele, il quale con zelo sì fervoroso distrusse l’altare di Baal, e ne sterminò i sacerdoti, dovesse anch’egli piegare un dì le ginocchia dinante agl’idoli? (4 Reg. X). Chi avrebbe detto che Gioas, quel re di Giuda, il quale con  pietà sì magnifica ristorò le mura del tempio, e riempinne gli erarj, dovesse anch’egli  stendere un dì le mani a rapirne i doni? (ib. XII). Chi avrebbe detto che Salomone medesimo, Salomone, quello che nei Proverbj parlò sì bene contro l’amor delle donne, e ne svelò le doppiezze, e ne scorse i danni, dovesse poi dare maculuam in gloria sua, e cadere anch’ei bruttamente in quell’alta fossa, che agli altri avea dimostrata con tanto lume? (ìbid. 11) Non vogliate dunque sì presto far gl’impeccabili, perché, a mio credere, voi non siete finor raffermati in grazia; siete ancora labili, siete ancora caduchi, e piaccia a Dio (giacché conviene finalmente ch’io parli con libertà), e piaccia a Dio, che già non siate peggiori di que’ medesimi, de’ quali voi mormorate. Ah, così va, così va. Quei che sepolti perpetuamente si giacciono dentro il fango, come le rane, questi son quei che più gridano, che più gracidano, quasi che vogliano rimproverare a chi passa le sue lordure. I buoni, dice il Savio, i buoni sono agevolissimi a credere ben di tutti: innocens credit omni verbo(Prov. XIV. 15), come il credé Giosuè pei Gabaoniti (Jos. IX), Giacobbe di Labano (Gen. XXXI), Gionata di Trifone (1 Mac. 12). I più dissoluti, i più discoli, non contenti di quei difetti che in altrui veggono, vi veggono spesso ancor quei che non vi sono: tutto notano, tutto sbeffano, tutto sprezzano, e non sanno mai d’altrui persuadersi se non il peggio. Sed et in via stultus ambulans, udite belle parole dell’Ecclesiaste (X. 3), cum ipse insipiens sit, omnes stultos æstimat. – E sarà questa dinanzi a Dio presunzione da tollerarsi? Ah che pur troppo conviene ch’ei la gastighi! Posciachè s’egli neppur volea nella sua legge (Lev. XIII) che i sani condannassero alcuno mai per lebbroso, se non premessa per mezzo del sacerdote una lunga pruova, come potrà sopportare or che i lebbrosi lìberamente condannino ancora i sani?’ Non loquatur os meum opera hominum, non loquatur; perché questo è un voler esporsi a pericoli troppo atroci. E qui voi riputerete aver io già detto a terrore de’ maldicenti il più che può dirsi; ma riposiamoci, e poi vedrete che forse ho fin qui scherzato.

SECONDA PARTE.

VII. – Io non vorrei presso voi guadagnarmi fama di predicatore funesto; perciocché a che vale che, quasi vago di spaventarvi, io vi stia tutto giorno, a fare o predizioni infelici, o presagi infausti’, se voi, per non udirli, n’andrete a mettervi in fuga? Contuttociò convien pure, se punto v’amo, ch’io non v’inganni. Badate bene, perché gravissimo è il rischio, o mormoratori, che vi sovrasta, d’incorrere quanto prima una morte orrenda. Ma che so io di ciò? Mi è per sorte calato un Angelo a confidare dal cielo sì gran segreto? n’ho qualche rivelazione? n’ho alcun ragguaglio? L’ho, e l’ho maggiore anche di quello che voi non dite. Conciossiachè non è stato un Angelo, no, ma il Signor degli Angeli, quel che, parlandomi ne’ Proverbj, mi ha detto che propria pena dei detrattori è morire improvvisamente. Time Dominum, fili mi, et cum detractoribus ne commiscearis, quoniam repente consurget perditio eorum (Prov. XXIV. 2 1 et 22). Repented! Sì, sì, repente, repente (avete sentito!), repente consurget perditio eorum. Ah noi malavveduti! che facciam dunque, mentre sì poco ci riscotiamo a pericolo sì tremendo? Può mentire Iddio per ventura? può amplificare? può far bravate a credenza? Io, quanto a ciò, mi rimetto; ma dite a me: mi sapreste voi riferire qual fine sortisse quel linguacciuto di Alcimo, il quale avea sì liberamente pigliato a sparlar di Giuda, nobilissimo Maccabeo? (1 Macchab. IX, 55). Perde ad un tratto la parola su labbri, e così insieme ammutolito ed attonito si morì di goccia improvvisa. Qual fine fece un Datano, qual fine un Core, qual fine un Abiron, quei dispregiatori maledici di Mosè? (Num. XVI, 24 a 33). Non furon tutti e tre dalla terra, che di repente si aperse, ingojati vivi? E quei tanti altri, che contra Mosè medesimo mormorarono nelle campagne di Edom (Ibid. XVI. 35 et seq.), qual fine anch’essi sortirono? Dite un poco: vi è tra voi niuno ch’or lo ritenga a memoria? Si vider tutti venire addosso improvvisamente un esercito di ceraste, di aspidi, di saettoni, e d’altre mille pestilentissime serpi che, quasi vomitassero fuoco e vibrasser fiamme, ne fecer entro brev’ora una strage immensa. Sicché non credo far Dio bravate a credenza, quando Egli afferma che repentina succederà la lor morte a’ mormoratori; repente consurget perditio eorum; mentre ciò non solo è famoso per la sperienza, ma pare ancor conformissimo alla ragione. Imperocché se i detrattori son uomini, i quali assaltano, come da principio dicemmo, l’avversario alle spalle, né contro d’esso procedono alla scoperta, ma insidiosamente, ma ingannevolmente, ma quasi da traditori; qual meraviglia sarà, che quasi a tradimento si trovino anch’essi colti da quella morte che sola al mondo è bastevole a far tacere una mala lingua?

VIII. – Ma io (guardate quanto voglio sempre essere liberale con esso voi) voglio concedervi che in voi non debba una tal minaccia eseguirsi con tanta severità, ma che vi sia conceduto innanzi al morire qualche comodo spazio di ravvedervi, di riconoscervi, di chiedere perdonanza del mal commesso: con qual ardir, con qual animo, con qual fronte potrete a Cristo ricorrere in su gli estremi per ottenerla? Non siete voi stati quei così dispietati, che niuna colpa avete mai perdonata cortesemente al prossimo vostro, ma l’avete ognora avvilito con alterigia, accusato con arroganza, e, senza mai punto usargli misericordia, n’avete fatto in ogni conversazione un solenne scempio? E come dunque esser può che gran misericordia dobbiate sperar da Dio? Ahimè! credetemi che questo sopra d’ogn’altro sarà il pericolo che incorrerete morendo, perdere affatto ogni special confidenza nella divina bontà. Né ciò senza fondamento: conciossiachè, non so come, par che Dio contro a’ mormoratori dimostrisi tutto sdegno, tutto rigore, e che propriamente abbia preso, conforme disse nel salmo, a perseguitarli; detrahentem secreto proximo suo, hunc persequebar (Ps. 100, 5). Non è tra voi chi non sappia quanta già fosse l’autorità di Mosè per rendere Dio pietoso co’ delinquenti. Avea il suo popolo fabbricato già, com’è noto, un vitello d’oro, incensatolo, idolatratolo; sicché Dio, tosto montato in furore altissimo, determinò di venire contr’uomini sì perversi a ferro ed a fuoco, e di sterminarne la razza. Contuttociò, credereste? non prima si frappone Mosè con alcune acconce parole d’intercessione a pregar per essi, che senza una minima replica ottien l’indulto, e fa che Dio ritranquillisi assai più tosto che non fan l’onde di turbata peschiera al posar de’ venti. Placatusque est Dominus, ne faceret malum, quod locutus fiierat, adversus populum suum (Exod. XXXII. 14). Qual però di voi non sarebbesi immaginato che chi per gente sì perfida avea potuto ottener perdono sì pronto, non mai dovesse in futuro temer ripulsa? Eppur che succede? Vuol egli quindi a qualche tempo intercedere per Maria, sua propria sorella, percossa in volto da schifosissima lebbra (Num. XII): e tuttavia, benché supplichi, benché gridi non ottien nulla; e a tutti i patti conviene a lui di vederla esclusa dal pubblico, ritirata, ristretta, pagar più giorni ai contumacia obbrobriosa Ma perché ciò? Era costei per avventura trascorsa in qualche delitto peggior dell’idolatria? Che aveva mai fatto la misera? ch’avea detto? ch’avea trattato? Già v’è notissimo. Ella, abusandosi di certa loquacità naturale data alle donne, affinchè incitino i lor figlioletti a parlar con facilità, avea, non so come, tacciato assai suo fratello a cagion di certa Etiopessa, non saprei direse di sembiante o di stirpe, da lui sposata. Ma perché appunto quest’era mormorazione, ch’è quanto a dire, poca pietà verso le altrui debolezze, Iddio non volle (come osservò san Basilio) accettar per essa discolpe di sorta alcuna, non raccomandazioni, non suppliche, non clamori; e laddove fu facilissimo in rilassare, ad intercession di Mosè, tanti gravi oltraggi fatti alla propria Persona, benché divina, non volle rilassarne un piccolo succeduto contro la persona medesima’ di Mosè. Vedete dunque s’è vero ciò ch’io vi dissi? – Questo, uditori, queste è  il terribile effetto che la mormorazione produce nel cuor di Dio, renderlo quasi duro, implacabile, inesorabile: e però chi può dubitare che quando voi vorrete ad esso moribondi ricorrere, per pregarlo a pietà, non saprete farlo, e vi parrà che troppa audacia sia chiedere compassione di quelle colpe che altro non furono in verità che mancanza di compassione? Così rispose un certo Religioso infelice, rammemoratoci da gravissimi autori, (Jo. Mayor. Spec. esempl. etc.). Si trovava già egli vicino a morte, quando sentendosi con grand’affetto esortare da’ circostanti ad aver fiducia nella misericordia divina: che misericordia? (gridò) che misericordia? Non è questa per me, che sì poca n’ebbi. Indi tratta fuori la lingua, accennò loro col dito che la mirassero; e poi: questa lingua (soggiunse) mi ha condannato; questa, con la quale mi avete sì frequentemente sentito condannar altri, questa ora fa che disperato io precipiti in perdizione. Disse; e perché più manifesto apparisse aver lui per giusto giudizio così parlato, se gli enfiò tutta di repente la lingua per modo orribile, sicché più non potendo ritrarla a sé, cominciò a metter muggiti ed a mandar urli, non altrimenti d’un toro ch’è sotto il maglio; e così dopo un’agonia penosissima uscì di vita. Un altro mormoratore tutta, morendo, si lacerò dispettosamente la lingua co’ suoi medesimi denti; ad un altro s’istupidì; ad un altro s’inveranno: tanto fu lungi che la sapessero su quegli estremi impiegare in chieder a Dio pietà de’ commessi errori. Ma voi che dite? – Pare a voi spediente di mettervi a sì gran rischio per una mera sfrenatezza di labbra mal custodite? Non loquatur os meum opera hominum; ditelo, ditelo; non loquatur os meum opera hominum; perché importa troppo risolvere questo punto, e fermarlo bene. Che in considerazione è mai la nostra? che abbaglio? che cecità? Sarà possibile adunque che non vogliamo determinarci oggimai di badare a noi, giacché finalmente nel tribunale divino non ci verrà domandata d’altri ragione, che di noi stessi? Gran cosa in vero che ci vogliam noi prendere tanto affanno, tanta ansietà delle altrui coscienze; mentre ciò sol dee servire a gravar le nostre! Che vale al fiume, che, uscendo gonfio dal letto con la sua piena, lavi le ripe, e via ne porti mormorando ogni feccia, ogni fracidume, s’egli vien con tal atto a lordar se stesso, e a rimaner tutto sozzo, tutto schifoso? Non è già la vita sì lunga, se noi vogliamo spenderla saviamente, come dovremmo, per nostro prò, che debba tanto tempo avanzarci da perdere oziosamente ne’ fatti altrui. Una cosa sol è di necessità, se crediamo a Cristo: porro unum est necessarium (S. Luc.X, 42), né altro è questo, che assicurare il negozio della nostra eterna salute, negozio ahi quanto spinoso! ahi quanto difficile! E noi ci stiamo, come se ciò fosse nulla, ad addossar tante cure affatto superflue, né solamente superflue, ma ancor dannose? Lasciamo pureche gli Esaù vagabondi (Ge, XXV, 27) con la faretra al fianco, e con l’arco in mano non altro facciano tuttodì ch’ire a caccia degli altrui falli, come di prede lautissime ai lor palati: noi, a similitudine di Giacob, conteniamoci in essa, e con santa semplicità reputiam ciascuno in cuor nostro miglior di noi. Questo è da buon Cristiano, questo è da considerato, questo è da cauto: fare altrimenti è da uomo nulla sollecito di salvarsi.

DOMENICA III di QUARESIMA (2020)

DOMENICA III DI QUARESIMA (2020)

 (Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Lorenzo fuori le mura.

Semidoppio, Dom. privil. di I cl. • Paramenti violacei.

L’assemblea liturgica si tiene in questo giorno a S. Lorenzo fuori le mura che è una delle cinque basiliche patriarcali di Roma. In questa chiesa si trovano i corpi di due diaconi Lorenzo e Stefano. L’Orazione del primo (10 agosto) ci fa domandare di estinguere in noi l’ardore dei vizi come questo Santo superò le fiamme dei suoi tormenti; e quella del secondo (26 dicembre) ci esorta ad amare i nostri nemici come questo Santo che pregò per i suoi persecutori. Queste due virtù: la castità e la carità, furono praticate soprattutto dal patriarca Giuseppe, di cui la Chiesa ci fa la narrazione nel Breviario proprio in questa settimana. Giuseppe resistette alle cattive sollecitazioni della moglie di Putifarre e amò i fratelli fino a rendere loro bene per male. (Nel sacramentario Gallicano – Bobbio – , Giuseppe è chiamato il predicatore della misericordia; e la Chiesa, nella solennità di S. Giuseppe, proclama in modo speciale la sua verginità.) Quando Giuseppe raccontò ai fratelli i suoi sogni, presagio della sua futura gloria, essi concepirono contro di lui tanto odio, che presentatasi l’occasione, si sbarazzarono di lui gettandolo in una cisterna senza acqua. Di poi lo vendettero ad alcuni Ismaeliti che lo condussero in Egitto e lo rivendettero ad un nobile egiziano di nome Putifarre. Fu appunto lì che Giuseppe resistette energicamente alle sollecitudini della moglie di Putifarre e divenne per questo il modello della purezza (la Chiesa nel corso di questa settimana, – Epistola e Vangelo di sabato – legge ì brani della donna adultera e di Susanna. I Padri della Chiesa spesso hanno messo in rapporto quest’ultima con Giuseppe). – « Oggi, dice S. Ambrogio, vien offerta alla nostra considerazione la storia del pio Giuseppe. Se egli ebbe numerose virtù, la sua insigne castità risplende in modo del tutto speciale. È giusto quindi che questo santo Patriarca ci venga proposto come lo specchio della castità » (Mattutino). Giuseppe accusato ingiustamente dalla moglie di Putifarre, fu messo in prigione: egli si rivolse a Dio, lo pregò di liberarlo dalle sue catene. L’Introito usa espressioni analoghe a quelle della preghiera di Giuseppe: « 1 miei occhi sono rivolti senza tregua verso il Signore, poiché Egli mi libererà dagli inganni ». « Come gli occhi dei servi sono fissi verso i padroni, continua il Tratto, cosi io volgo il mio sguardo verso il Signore, mio Dio, fino a quando non avrà compassione di me ». Allora « Dio onnipotente riguarda i voti degli umili, e stendi la tua destra per proteggerli » (Orazione). Faraone difatti fece uscire Giuseppe dalla prigione, lo fece sedere alla sua destra e gli affidò il governo di tutto il suo regno. Giuseppe prevenne la carestia che durò sette anni; il Faraone allora lo chiamò « Salvatore del popolo ». (Il Vangelo dà una sola volta questo titolo a Gesù, quando parla alla Samaritana presso il pozzo di Giacobbe, Questo Vangelo è quello del Venerdì della stessa settimana, consacrato alla storia di Giuseppe). – In questa occasione i fratelli di Giuseppe vennero in Egitto ed egli disse loro: « Io sono Giuseppe che voi avete venduto. Non temete. Dio ha tutto disposto perché io vi salvi da morte ». La felicità di Giacobbe fu immensa allorché poté rivedere il figlio; egli abitò con i suoi figli nella terra di Gessen, che Giuseppe aveva loro data. « La gelosia dei fratelli di Giuseppe, dice S. Ambrogio, è il principio di tutta la storia di Giuseppe ed è ricordata nello stesso tempo per farci apprendere che un uomo perfetto non deve lasciarsi andare alla vendetta di un offesa o a rendere male per male » (Mattutino). È impossibile non riconoscere in tutto questo una figura di Cristo e della sua Chiesa. – Gesù, figlio della Vergine Maria (Vang.), è il modello per eccellenza della purità verginale. Il Vangelo lo mostra in lotta in modo speciale contro lo spirito impuro. Il demonio che egli scaccia col dito di Dio, cioè per virtù dello Spirito Santo, dal muto ossesso, era « un demonio impuro », dicono S. Matteo e San Luca. La Chiesa scaccia dalle anime dei battezzati il medesimo spirito immondo. Si sa che la Quaresima era un tempo di preparazione al Battesimo e in questo Sacramento il Sacerdote soffia per tre volte sul battezzato dicendo: « esci da lui, spirito impuro, e fa luogo allo Spirito Santo ». « Ciò che si fece allora in modo visibile, dice S. Beda nel commento del Vangelo, si compie invisibilmente ogni giorno nella conversione di quelli che divengono credenti, affinché dapprima scacciato il demonio esse scorgano poi il lume della fede, indi la loro bocca, prima muta, si apra per lodare Dio » (Mattutino). « Né gli adulteri, né gli impudichi, dice parimente S. Paolo nell’Epistola di questo giorno, avran parte nel regno di Cristo e di Dio. Non si nomini neppure fra voi la fornicazione ed ogni impurità. Specialmente in questo tempo di lotta contro satana, noi dobbiamo imitare Gesù Cristo di cui Giuseppe era la figura. Questo Patriarca ci dà ancora l’esempio della virtù della carità, come Gesù e la sua Chiesa. Gesù, odiato dai suoi, venduto da uno degli Apostoli, morendo sulla croce, pregò per i suoi nemici. Pregò Dio, ed Egli lo glorificò facendolo sedere alla sua destra nel suo regno. Nella festività di Pasqua, Gesù, per mezzo dei Sacerdoti, distribuirà il frumento eucaristico, come Giuseppe distribuì il frumento. Per ricevere la Santa Comunione, la Chiesa esige questa carità, della quale S. Stefano, le cui reliquie si conservano nella chiesa stazionale, ci diede l’esempio perdonando ai suoi nemici. Gesù esercitò questa carità in grado eroico « allorché offrì se stesso per noi » sulla croce (Ep.), di cui l’Eucaristia è il ricordo. — La figura di Giuseppe e la stazione di questo giorno illustrano in una maniera perfetta, il mistero pasquale al quale la liturgia ci prepara in questo tempo.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV: 15-16.

Oculi mei semper ad Dóminum, quia ipse evéllet de láqueo pedes meos: réspice in me, et miserére mei, quóniam unicus et pauper sum ego.[I miei occhi sono rivolti sempre al Signore, poiché Egli libererà i miei piedi dal laccio: guàrdami e abbi pietà di me, poiché sono solo e povero.]

Ps XXIV: 1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam, [A Te, o Signore, ho levato l’ànima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Oculi mei semper ad Dóminum, quia ipse evéllet de láqueo pedes meos: réspice in me, et miserére mei, quóniam únicus et pauper sum ego. [I miei occhi sono rivolti sempre al Signore, poiché Egli libererà i miei piedi dal laccio: guàrdami e abbi pietà di me, poiché sono solo e povero.]

 Oratio

Orémus.

Quæsumus, omnípotens Deus, vota humílium réspice: atque, ad defensiónem nostram, déxteram tuæ majestátis exténde. [Guarda, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, ai voti degli úmili, e stendi la potente tua destra in nostra difesa.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.

Ephes. V: 1-9

“Fratres: Estote imitatores Dei, sicut fílii caríssimi: et ambuláte in dilectióne, sicut et Christus dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis oblatiónem, et hostiam Deo in odorem suavitátis. Fornicatio autem et omnis immunditia aut avaritia nec nominetur in vobis, sicut decet sanctos: aut turpitudo aut stultiloquium aut scurrilitas, quæ ad rem non pertinet: sed magis gratiárum actio. Hoc enim scitóte intelligentes, quod omnis fornicator aut immundus aut avarus, quod est idolorum servitus, non habet hereditátem in regno Christi et Dei. Nemo vos sedúcat inanibus verbis: propter hæc enim venit ira Dei in filios diffidéntiæ. Nolíte ergo effici participes eórum. Erátis enim aliquando tenebrae: nunc autem lux in Dómino. Ut fílii lucis ambuláte: fructus enim lucis est in omni bonitate et justítia et veritáte.”

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip. Arciv. Artigianelli – Pavia, 1929]

L’IMPURITÀ’

“Fratelli: Siate imitatori di Dio, come figli carissimi, e camminate nell’amore, come anche Cristo ha amato noi, e si è dato per noi a Dio, quale oblazione e sacrificio di soave odore. Della fornicazione, di ogni impurità, dell’avarizia non si faccia neppur menzione tra voi, come si conviene a santi: nessun turpiloquio, nessun discorso sciocco, nessuna scurrilità, tutte cose che disdicono; ma piuttosto il rendimento di grazie. Poiché, sappiatelo bene: nessun fornicatore, nessun impudico, nessun avaro, cioè idolatra, ha eredità nel regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi seduca con dei discorsi vani; poiché per tali cose viene l’ira di Dio sopra i figli della disubbidienza. Non vogliate dunque avere comunanza con costoro. Un tempo, invero, eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Camminate da figli della luce. E frutto della luce, poi, consiste in ogni sorta di bontà, di giustizia, di verità”. (Ef. V, 1-9).

Efeso, sul mare Egeo, era la capitale dell’Asia proconsolare. Era celebre pel commercio e più ancora per il tempio di Diana, ritenuto una delle meraviglie del mondo, e meta di frequenti pellegrinaggi. S. Paolo ne fece come il centro della sua attività apostolica nell’Asia minore. Lontano da Efeso, in prigionia. l’Apostolo non dimentica la Chiesa da lui fondata. Nella Chiesa di Efeso, come nelle altre dell’Asia minore, andavano infiltrandosi degli errori, che corrompevano la dottrina da lui predicata. L’Apostolo scrive una lettera, indirizzata agli Efesini, nella quale, a premonire i fedeli contro le sottigliezze dell’errore, espone il piano della Redenzione, trattando dei grandi benefìci comunicatici per mezzo di Gesù Cristo. Esorta inoltre gli Efesini a vivere secondo il Vangelo, e viene a parlare dei doveri generali e particolari dei cristiani. Dal capo V di questa lettera è tolta l’epistola odierna. Dio ha usato verso gli uomini una carità immensa, perdonando i loro debiti per i meriti di Gesù Cristo. Davanti a tanta dimostrazione di amore il Cristiano non può rimanere indifferente. Perciò San Paolo inculca agli Efesini che siano imitatori di Dio e di Gesù Cristo nella carità verso il prossimo e nel perdono delle offese ricevute. Fuggano, poi, l’avarizia e la disonestà, tanto nelle opere, quanto nelle parole, se non vogliono rimaner esclusi dal regno dei cieli. Non si lascino ingannare da chi insegna che questi peccati sono cosa da nulla. A ogni modo, essi sono figli della luce; pratichino, adunque, le opere della luce e non quelle delle tenebre. Tra le opere delle tenebre è certamente l’impurità, la quale:

1. È di una bruttezza tutta particolare.

2. Attira gravi castighi da parte di Dio.

3. È oltremodo sconveniente per un Cristiano.

1.

Della fornicazione, di ogni impurità, dell’avarizia non si faccia neppur menzione tra voi. Impurità e avarizia erano le due grandi piaghe della società pagana, dalla quale i novelli Cristiani provenivano. Era troppo forte, nelle circostanze in cui vivevano, la voce allettatrice al ritorno a questi vizi. E S. Paolo li mette in guardia.Se tra i pagani questi peccati sono detestevoli, tra i Cristiani, chiamati a una vita di santità, non si devono neppur nominare. Sull’impurità specialmente insiste l’Apostolo. Non solo si devono fuggire le azioni; ma se ne devono mantenere assolutamente puri la mente e il cuore. Perciò soggiunge: nessun turpiloquio, nessun discorso sciocco, nessuna scurrilità, tutte cose che disdicono.L’orrore che deve suscitare questo vizio si comprende benissimo se si considera la sua bruttezza. Dei peccati belli non ce n’è neppur uno, siam tutti d’accordo. Ma nell’uso generale, quando si dice peccato brutto, s’intende senz’altro il peccato impuro. È l’uso che si trova sulla bocca del popolo e dei letterati, nei libri sacri e nei profani. Voi nominate tutti gli altri vizi con il loro nome, senza sentir ripugnanza; ma il senso morale v’impedisce di parlar con disinvoltura di questo vizio. Voi sentite il bisogno, se costretti a parlarne, di essere riservati più che sia possibile.L’impuro teme che le sue azioni siano rivelate, anche se non c’è nulla da temere da parte delle leggi umane. « Odia la purità, e nondimeno vuol comparir puro ». (S. Zenone, L . 1, Tract. 4, 2). E così accade e non di rado che uomini, i quali ti sembrano santi e retti, anzi angioli che conversano sulla terra, sono imbrattati dal vizio dell’impurità. È troppo chiaro. Quando di uno si dice: «è un dissoluto», si pronuncia una di quelle condanne che scalzano la riputazione di un uomo. Anche il solo sospetto, che altri possano sapere qualche cosa della sua condotta, mette l’impuro in agitazione; poiché anche il semplice sospetto lo rende spregevole agli occhi stessi del mondo. – La ragione fa l’uomo re dell’universo. E l’uomo che è nato a dominare, se si lascia prendere dalla passione impura, è il più abbietto degli schiavi. In luogo della ragione comanda la passione: comanda sempre, e la volontà si piega e ubbidisce, ubbidisce sempre. E queste continue sconfitte non gli mettono in mente alcun sentimento di riscossa: col tempo finisce a non veder più lo stato in cui si trova. La sua anima offuscata dalle tenebre delle passioni non riconosce più se stessa, non sa più che sia dignità. Dal mal uso è vinta, la ragione; e si avvera l’osservazione del Profeta: « L’impudicizia, il vino e l’ubriachezza tolgono il bene dell’intelletto». (Os. IV, 11). Se alcuno cerca di illuminare l’impudico, di scuoterlo, quasi sempre farà opera vana, e alla fine si adatterà all’esortazione di Michea: «Non state a far tante parole: esse non cadranno sopra costoro, né vergogna li prenderà ». (II, 6). Chi ha buttato via una volta la vergogna, non la riprende più, dice il proverbio. E questo si avvera specialmente dell’impuro.

2.

I pretesti non mancano a coloro che vogliono scusare questo peccato. Si va dicendo che non è poi un gran male; che Dio non vorrà castigarlo. Ma l’Apostolo ci mette sull’avviso: Nessuno vi seduca con dei discorsi vani; poiché per tali cose viene l’ira di Dio sopra i figli della disubbidienza. L’ira di Dio si manifesterà specialmente nel giorno del giudizio. Ma coloro che non vogliono accettare la luce del Vangelo, che si ribellano alla dottrina della Chiesa e alle esortazioni dei suoi ministri, per esser liberi nella loro vita disordinata, proveranno l’ira di Dio anche su questa terra. Limitandoci, ora al peccato impuro, apriamo la Sacra Scrittura, e vediamo con quali tremendi castighi Dio l’ha punito. Ai tempi di Noè il mondo era immerso in opere e in pensieri di carne. «Non durerà per sempre il mio spirito nell’uomo, — dice Dio — perché egli è carne; ma i suoi giorni sono contati: 120 anni». (Gen VI, 3). E mantiene la parola. Passati i 120 anni, senza che gli uomini cessassero dalla loro depravata condotta, viene il diluvio. La fine degli uomini è decisa. Tutta la terra da essi abitata è coperta dalle onde. Le acque crescono continuamente; raggiungono e sorpassano la vetta dei monti più alti. Le risa, i motteggi, gli scherni che si rivolgevano a Noè, uomo giusto, retto, il quale, in mezzo a quella generazione perversa, viveva nel timor di Dio, ora si cangiano in lamenti, in pianti, in spasimi di morte. Noè con la famiglia e con gli animali introdotti nell’arca, è salvo, e tutti gli altri trovano la tomba nelle acque. La terra si era di nuovo popolata, e di nuovo dilagava il mal costume. Corrottissimi erano i costumi degli abitanti della Pentapoli, cinque città situate in luogo amenissimo. Dio manda i suoi Angioli a punirla. «Noi siamo per distruggere questo luogo, — dicono a Lot — perché grande è il loro grido al cospetto del Signore» (Gen. XIX, 13). Gli abitanti prendono per scherzo i castighi minacciati; ma, appena partito Lot con la famiglia, fuoco e zolfo, per voler di Dio, distruggono tutto quel distretto. Periscono gli uomini, la vegetazione scompare, le città sprofondano; e nel suolo abbassato entrano le acque, che formano il triste «Mar morto». Dio vuole che non resti più traccia né dei peccatori, né dei luoghi testimoni dei loro peccati.Quel Dio, che con questi ed altri tremendi castighi punì il peccato impuro allora, è ancora quello stesso che può punirlo e lo punisce anche adesso. Non siamo tanto folli da dire: «L’Altissimo non starà lì a ricordare i miei peccati». (Eccli. XXIII, 26). Anche nel tempo di Noè i viziosi dicevano così, e non facevano alcun conto dei castighi da parte del Signore. Ma i primi non poterono sfuggire alle onde; e i secondi dovettero subire la sorte delle loro città. Non sono già, del resto, un castigo l’affanno, l’agitazione, l’amarezza che riempiono l’animo di chi si dà a questi peccati?

3.

A dimostrare quanto sia disdicevole in un Cristiano l’impurità, l’Apostolo ricorda agli Efesini la diversità della loro condizione presente da quella d’una volta: Un tempo, invero, eravate tenebre, ma ora siete luce nel SignorePrima di ricevere il Battesimo gli Efesini era schiavi del demonio, principe delle tenebre: adesso, essendo uniti a Gesù Cristo, camminano nella pienezza della luce. Quale stoltezza allontanarsi da Gesù Cristo, luce del mondo, per assoggettarsi di nuovo al principe delle tenebre! È sempre disdicevole dimenticarsi della propria condizione per poter commettere azioni, che meritano biasimo. Ma la cosa è tanto più sconveniente, quanto più chi vien meno al proprio dovere è persona costituita in dignità. La medesima mancanza, commessa da una persona del volgo e commessa da un principe, assume unaspetto diverso. La condizione del Cristiano è una condizione veramente principesca, reale. Figlio adottivo di Dio, fratello di Gesù Cristo, erede del regno celeste, quando egli compie qualche cosa che non è conveniente è molto più riprovevole di un pagano, che non è illuminato dalla luce del Vangelo, che non vive la libertà dei figli di Dio; che rimane sotto la schiavitù di satana. Che conducano una vita impura i pagani, — dice il Crisostomo — è cosa detestabile, che in certo modo, però, si spiega; «ma che conducano ancora una vita impura i Cristiani fatti partecipi di tanti misteri, e in possesso di tanta gloria è cosa che sorpassa ogni sfacciataggine, e che non si può in nessun modo tollerare». (In Ep. ad Philipp. Hom. 7, 5). « Non sapete che siete tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio dimora in voi?» ricorda S. Paolo ai Corinti (I Cor. III, 16). Poter essere il tempio di Dio e l’abitazione dello Spirito Santo, e preferire d’essere l’abitazione dello spirito immondo, è tale demenza, che non si riesce a comprendere. Si racconta di reclusi, che, usciti dopo trenta o più anni di detenzione, si sentono come fuori di posto. L’aria libera, la vita libera, l’abito che li accomuna coi cittadini onorati, non contano più nulla per loro, e vogliono ritornare alla vita di catene e di disonore del carcere. Alcuni, interrogati se vogliono usufruire della grazia sovrana, dopo trenta o quarant’anni di ergastolo, vi rinunciano. Poveri infelici, veramente degni di compassione! Ancor più degni di compassione sono gli impudichi. Possono vivere della libertà che porta la grazia di Gesù Cristo, ma essi «convertono in lussuria la grazia del nostro Dio, e negano il solo Dominatore e Signor nostro Gesù Cristo». (Giud. IV). Salomone, considerando il misero stato a cui è ridotto il campo dell’uomo pigro, esclama: «Vedendo ciò vi feci riflessione, e tale spettacolo fu per me una lezione! » (Orov. XXIV, 32). Il Beato Salomone, dei Fratelli delle Scuole Cristiane, si trova giovanetto a Boulogne a compiere gli studi commerciali. Considerando i gran pericoli per il corpo, e più per l’anima, ai quali si esponeva gran parte dei giovani della città col darsi alla vita marinaresca, pensa tra se: «Io non sarò marinaro… Esporsi a perdere il cielo per guadagnare in modo temerario le ricchezze è follia». E, nauseato della vita poco costumata di tanta gioventù, si decide a lasciare il mondo. (Comp. Della vita del Beato Salomone Martire. Valle di Pompei, 1927, p. 10-11). Se anche noi volessimo far riflessione sul misero stato a cui si riduce il Cristiano impudico, ne ricaveremmo una salutare lezione. Se riflettiamo che « la potenza del diavolo sul genere umano è cresciuta specialmente per la lussuria », (S. Greg. M.: Hom. 22, 9) dobbiam conchiudere, che è una vera follia esporsi a perdere il cielo per dei piaceri indegni. Se riflettiamo quanto sia abbietto lo stato di un Cristiano impudico, dobbiam sentir nausea del peccato d’impurità, e deciderci, con la grazia di Dio, di starcene sempre lontani, e di risorgere tosto, se ne siamo schiavi. Preghiera continua e fuga delle occasioni ci otterranno di riuscire nei nostri propositi.

 Graduale

Ps IX: 20; IX: 4

Exsúrge, Dómine, non præváleat homo: judicéntur gentes in conspéctu tuo. [Sorgi, o Signore, non trionfi l’uomo: siano giudicate le genti al tuo cospetto.

In converténdo inimícum meum retrórsum, infirmabúntur, et períbunt a facie tua. [Voltano le spalle i miei nemici: stramazzano e periscono di fronte a Te.]

Tractus

Ps. CXXII:1-3

Ad te levávi óculos meos, qui hábitas in cœlis.[Sollevai i miei occhi a Te, che hai sede in cielo.]

Ecce, sicut óculi servórum in mánibus dominórum suórum.[Ecco, come gli occhi dei servi sono rivolti verso le mani dei padroni.]

Et sicut óculi ancíllæ in mánibus dóminæ suæ: ita óculi nostri ad Dóminum, Deum nostrum, donec misereátur nostri, [E gli occhi dell’ancella verso le mani della padrona: così i nostri occhi sono rivolti a Te, Signore Dio nostro, fino a che Tu abbia pietà di noi].

Miserére nobis, Dómine, miserére nobis. [Abbi pietà di noi, o Signore, abbi pietà di noi.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam. [Luc XI: 14-28]

“In illo témpore: Erat Jesus ejíciens dæmónium, et illud erat mutum. Et cum ejecísset dæmónium, locútus est mutus, et admirátæ sunt turbæ. Quidam autem ex eis dixérunt: In Beélzebub, príncipe dæmoniórum, éjicit dæmónia. Et alii tentántes, signum de coelo quærébant ab eo. Ipse autem ut vidit cogitatiónes eórum, dixit eis: Omne regnum in seípsum divísum desolábitur, et domus supra domum cadet. Si autem et sátanas in seípsum divísus est, quómodo stabit regnum ejus? quia dícitis, in Beélzebub me ejícere dæmónia. Si autem ego in Beélzebub ejício dæmónia: fílii vestri in quo ejíciunt? Ideo ipsi júdices vestri erunt. Porro si in dígito Dei ejício dæmónia: profécto pervénit in vos regnum Dei. Cum fortis armátus custódit átrium suum, in pace sunt ea, quæ póssidet. Si autem fórtior eo supervéniens vícerit eum, univérsa arma ejus áuferet, in quibus confidébat, et spólia ejus distríbuet. Qui non est mecum, contra me est: et qui non cólligit mecum, dispérgit. Cum immúndus spíritus exíerit de hómine, ámbulat per loca inaquósa, quærens réquiem: et non invéniens, dicit: Revértar in domum meam, unde exivi. Et cum vénerit, invénit eam scopis mundátam, et ornátam. Tunc vadit, et assúmit septem alios spíritus secum nequióres se, et ingréssi hábitant ibi. Et fiunt novíssima hóminis illíus pejóra prióribus. Factum est autem, cum hæc díceret: extóllens vocem quædam múlier de turba, dixit illi: Beátus venter, qui te portávit, et úbera, quæ suxísti. At ille dixit: Quinímmo beáti, qui áudiunt verbum Dei, et custódiunt illud.”

Omelia II

 [Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la confessione che è il rimedio del peccato.

“Erat Jesus ejiciens dæmonium, et illud erat mutum”

“In quel tempo Gesù stava cacciando un demonio, il quale era mutolo. E cacciato che ebbe il demonio, il mutolo parlò, e le turbe ne restarono meravigliate. Ma certuni di loro dissero: Egli caccia i demoni per virtù di Beelzebub, principe dei demoni. E altri per tentarlo gli chiedevano un segno dal cielo. Ma Egli, avendo scorti i loro pensieri, disse loro: Qualunque regno, in contrari partiti diviso, va in perdizione, e una casa divisa in fazioni va in rovina. Che se anche satana è in discordia seco stesso, come sussisterà il suo regno? conciossiachè voi dite, che in virtù di Beelzebub Io caccio i demoni. Che se Io caccio i demoni per virtù di Beelzebub, per virtù di chi li cacciano i vostri figliuoli? Per questo saranno essi vostri giudici. Che se io col dito di Dio caccio i demoni, certamente è venuto a voi il regno di Dio. Quando il campione armato custodisce la sua casa, è in sicuro tutto quel che egli possiede. Ma se un altro più forte di lui gli va sopra e lo vince, si porta via tutte le sue armi, nelle quali egli poneva sua fidanza, e ne spartisce le spoglie. Chi non è meco, è contro di me; e chi meco non raccoglie, dissipa. Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, cammina per luoghi deserti cercando requie; e non trovandola, dice: Ritornerò alla casa mia, donde sono uscito. E andatovi, la trova spazzata e adorna. Allora va, e seco prende sette altri spiriti peggiori di lui, ed entrano ad abitarvi. E la fine di un tal uomo è peggiore del principio”

Quest’uomo che il demonio rendeva muto e che, secondo s. Matteo, era ancora cieco, ci presenta, fratelli miei. una trista, ma ben naturale figura di gran numero di peccatori, nella cui anima il demonio opera i medesimi effetti che quell’uomo provava nel suo corpo. Si tratta di commettere il peccato? Il demonio, sebbene sia spirato di tenebre rischiara, per cosi dire, il peccatore, insegnando loro i mezzi di contentare le loro passioni; allora loro toglie la vergogna e la confusione che dovrebbero essere inseparabili dal peccato. Ma bisogna farne penitenza? Convien dichiarare i peccati che ha loro ispirato di commettere? Li rende ciechi e muti, chiude loro gli occhi per non vedere i loro mancamenti e la bocca per non dichiararli. Sparge nelle loro menti dense tenebre, che l’impediscono di conoscerne la enormità e loro ispira una vergogna peccaminosa che impedisce ai medesimi di dirli. Con questo mezzo stabilisce sì bene il suo impero nelle loro anime che niente meno si ricerca che un miracolo della grazia per farlo uscire. – Or questo male è pur troppo comune tra i peccatori che s’accostano al sacro tribunale; gli uni sono ciechi che non vedono lo stato delle loro anime, che per difetto di un esame sufficiente non conoscono né il numero né l’enormità dei loro peccati, e per questo difetto di conoscenza non li accusano come debbono; gli altri sono muti cui la vergogna chiude la bocca per non dichiarare certi peccati di cui si sentono colpevoli. Quindi ne viene che quei peccatori, invece d’essere liberati, per la virtù del Sacramento, dal demonio che possiede le loro anime, gli danno su di essi un nuovo impero coi sacrilegi di cui si rendono colpevoli, e si riducono, per servirmi delle parole del nostro Vangelo, in uno stato peggiore di quello in cui erano per lo innanzi. Dio volesse che potessi io in quest’oggi fratelli miei, apportare qualche rimedio a si grandi mali ed illuminare questi ciechi, rendere la parola a questi muti, insegnando ai primi che per fare una confessione intera dei loro peccati, devono prima ben esaminarsi; e agli altri, che devono dichiarare tutti i peccati di cui si ricordano dopo un sufficiente esame. In due parole, il penitente deve esaminarsi con attenzione per nulla dimenticare nella confessione: primo punto. Egli deve accusarsi con sincerità per nulla occultare: secondo punto. A voi tocca, o Signore, che avete resa la vista e la parola a quell’uomo del nostro Vangelo, d’illuminare questi ciechi, di far parlare questi muti; questo è piuttosto l’opera della vostra grazia che dei nostri deboli sforzi.

I. Punto. Siccome l’esame di coscienza è una condizione necessaria per fare una buona confessione, le medesime ragioni che provano la necessità della confessione provano altresì quella dell’esame; convien dunque primieramente stabilir per principio che è un obbligo di diritto divino confessare i suoi peccati per ottenerne il perdono; ella è una verità di fede che Gesù Cristo ha dato agli Apostoli e ai Sacerdoti loro successori, la potestà di rimettere o di ritenere i peccati, di legare e sciogliere i peccatori nel cielo e sulla terra. A quelli, disse loro, cui rimetterete i peccati, saranno rimessi; e a quelli cui li riterrete, saranno ritenuti: Quorum remiseritis peccata, remittuntur eis; quorum retinueritis, retenta sunt (Joan. XX). Potestà ammirabile, fratelli miei, che rende i Sacerdoti depositari di quella di Dio medesimo, sulla sorte eterna degli uomini: poiché rimettendo ad essi i loro peccati, aprono loro il cielo, e lo chiudono ritenendoli. Or come potrebbero i Sacerdoti esercitare la potestà di rimettere i peccati, se non fossimo obbligati di loro dichiararli? L’uomo non ha tanta umiltà per sottomettersi da se stesso, senza esservi obbligato, ad un giogo sì incomodo al suo orgoglio. Se egli potesse ottenere il perdono del suo peccato con un altro mezzo, la potestà dei Sacerdoti gli darebbe inutile, perché non evvi alcun peccatore che non fosse contento di sottrarsi a questa giurisdizione sì incomoda all’amor proprio. – Invano, dunque, dice s. Agostino, Gesù Cristo avrebbe date ai Sacerdoti le chiavi della Chiesa per legare e sciogliere i peccatori: frustra claves Ecclesiæ datæ sunt. I sacerdoti avrebbero mai luogo di servirsi di queste chiavi per peccatori che potrebbero essi stessi liberarsi? Come d’altra parte i Sacerdoti riterrebbero dei peccati che altri non sarebbe obbligato di loro dichiarare? Come riterrebbero dei prigioni in legami che potrebbero essi stessi spezzare? Perciocché in virtù di questa potestà i Sacerdoti sono stabiliti da Gesù Cristo per fare, riguardo ai peccatori, l’uffizio di giudici e di medici: come giudici debbono giudicare la loro causa, come medici debbono guarirli dalle loro malattie. – Or un giudice può egli pronunziare su d’una causa senza averne conoscenza? Un medico può egli guarire un male che gli è sconosciuto: No, senza dubbio, fratelli miei; bisogna dunque, peccatori, se volete ottener il perdono dei vostri peccati, presentarvi ai tribunali di quel giudici per farvi conoscere quali voi siete: incaricati di vendicare la giustizia di Dio contro le vostre ribellioni, come potranno esse imporvi pene proporzionate al numero e alla qualità delle vostre offese, se non le conoscono per via d’una confessione intera che voi dovete fare? Questi Sacerdoti sono ancora medici cui Gesù Cristo ha confidata la cura di guarire le vostre ferite; bisogna adunque che, come i lebbrosi del Vangelo, voi vi facciate vedere a questi Sacerdoti, non per metà, ma in tutta la difformità cui il peccato vi ha ridotti, senza di che non riceverete giammai la guarigione. – Or, fratelli miei, per dare a questi giudici e a questi medici la conoscenza di cui hanno d’uopo, bisogna conoscervi voi medesimi, poiché voi soli potete istruirli; ma per conoscervi voi medesimi, bisogna esaminarvi, convien fare una ricerca diligente ed esatta di tutti i peccati che avete commessi, senza di che voi mancherete alla giusta dichiarazione che ne dovete fare. Qual deve dunque esserne la materia e qual la regola? Questo è cui dovete tutta la vostra attenzione. Giacché la confessione è fondata su l’esame, ne segue da ciò che l’esame deve aggirarsi su tutti i peccati che è d’uopo accusare in confessione. Ora, per rendere la confessione intera, come esige il santo concilio di Trento, bisogna dichiarare tutti i suoi peccati, il numero e le circostanze; bisogna accusare tutte le trasgressioni che avete fatte dei comandamenti di Dio e della Chiesa, tutti i peccati di pensiero, tutti i desideri del vostro cuore, tutte le parole scorrette uscite dalla vostra bocca, tutte le azioni, tutte le omissioni di cui siete colpevoli verso Dio, il prossimo e voi medesimi: bisogna ancora manifestare le cause, gli effetti dei vostri peccati, le occasioni in cui vi trovaste, gli abiti che avete contratti, i peccati del vostro stato e della vostra condizione. Bisogna dire non solamente i peccati che avete commessi, ma ancora quelli che avete fatto commettere o che non avete impediti; tutti gli scandali che avete dati, tutti i danni che avete cagionati al prossimo nei beni o nella reputazione. Voi dovete ancora per rendere la confessione intera, dichiarare le circostanze del peccato prese dal tempo, dal luogo, dalla quantità, dall’oggetto, dalla qualità delle persone, per le quali circostanze il peccato cangia di specie, cioè rinchiude in sé un altro o più peccati di diversa specie, o diventa più grave nella sua specie che non lo sarebbe stato senza questa circostanza. Or potete voi dichiarare tutto questo senza conoscerlo? E potete voi conoscerlo, senza esaminarvi, senza fare una ricerca diligente dei luoghi ove avete peccato, degli oggetti che avete ricercati, dei motivi che vi hanno fatto agire, delle inclinazioni che vi hanno predominati, delle infedeltà commesse contro i doveri dello stato in cui siete? Tutto questo deve entrare nella materia dell’esame che dovete fare prima della vostra confessione. Bisogna, per avere tutte le cognizioni che vi sono necessarie, investigare il fondo del vostro cuore; bisogna ricercare nei nascondigli più occulti della vostra coscienza per scoprirvi il veleno di cui siete infetti. Bisogna passare nell’amarezza del vostro cuore, ad esempio del re Ezechia, gli anni della vostra vita, per richiamare tutti i peccati che avete commessi ciascun giorno, ciascuna settimana, ciascun mese, e dichiararli tali quali li conoscete. Bisogna finalmente entrare nelle particolarità di tutti i vostri obblighi per riconoscere in che vi avete mancato ed accusarvene. – Donde viene, fratelli miei, che un gran numero di confessioni sono nulle e sacrileghe? Perché non vi accusate che per metà; e non vi accusate che per metà perché non vi esaminate come si conviene. Voi dichiarate alcuni peccati in generale che vi sono comuni col resto degli uomini; ma non dichiarate i peccati che vi sono particolari, non discendete con serio esame alle particolarità delle vostre obbligazioni. Voi, padri e madri, vi accusate di qualche imprecazione, di qualche moto di collera che vi avrà trasportati; ma voi nulla dite della vostra poca attenzione ad istruire, a correggere i vostri figliuoli, e voi, padroni e padrone, dichiarate bensì le vostre impazienze contro la negligenza dei vostri servi nel fare quanto loro comandate; ma nulla dite della negligenza che avete avuta voi medesimi nel farli servir Dio, il primo di tutti i padroni, né della vostra indolenza a soffrire i loro disordini. Voi che siete impegnati nei negozi o in un’altra professione, non mancate di confessarvi delle vostre distrazioni nelle preghiere; ma non accusate le vostre infedeltà, i vostri inganni, le vostre ingiustizie, i vostri ladronecci. – Voi che esercitate un impiego dichiarate alcuni cattivi discorsi che avete tenuti in conversazione, ma non accusate la trascuratezza usata nei vostri doveri, la vostra poca vigilanza e fermezza nel riformare gli abusi, nel rendere giustizia a chi è dovuta. Tutto questo proviene non solo da un difetto di esame che ciascheduno far deve su i doveri del proprio stato, ma ancora da una grassa ignoranza in cui vivono i più dei Cristiani sulle loro obbligazioni, perché non assistono alle istruzioni, dove si apprende la sua religione e i suoi doveri. Questi sono ciechi che chiudono gli occhi alla luce che li rischiara e non vogliono conoscere i loro doveri per adempierli: Noluit intelligere, ut bene ageret (Psal. LV). Ciechi infinitamente più a compiangere che quello dell’odierno vangelo, che non era punto colpevole del suo accecamento; laddove questi sono ciechi colpevoli che restano per loro colpa nei legami e nelle tenebre del peccato; e sono in uno stato tanto più deplorabile che, non conoscendosi da sé medesimi, non cercano i mezzi di uscirne. Schiavi delle più vergognose passioni, degli abiti più inveterati, non vedono la loro miseria; quindi ne viene che non scoprono le loro piaghe ai medici che potrebbero guarirle. Or quanti vi sono di questi peccatori abituati, accecati da una passione che in voi predomina, e scoprirla al medico della vostra anima; perché questa passione essendo la causa degli altri vostri peccati, facendola conoscere, voi farete vedere lo stato infelice della vostra anima e riceverete i rimedi convenevoli per la vostra guarigione: esaminate dunque seriamente avanti a Dio se è la superbia che vi predomina, o l’invidia che vi rode, l’avarizia che vi tiranneggia, la lussuria che v’incanta e vi seduce, l’ira che vi trasporta, e vedrete che si è da questa sorgente avvelenata che nascono tutti i vostri sregolamenti; voi la conoscerete questa passione per li pensieri che si rivolgono il più sovente nella vostra mente, pei vostri discorsi ordinari, per gli oggetti che ricercate con maggior premura. Voi amate di comparire, voi cercate la gloria gli onori, voi vi offendete di un legger disprezzo, vi disgustate di una parola detta senza riflessione, la vostra passione dominante è la superbia. Voi non vi occupate da mattina sino alla sera che dei mezzi di acquistar del bene, voi nulla lasciate indietro per fare un piccolo profitto; voi siete tanto sensibili alla minima perdita che vi accade, come insensibili alla miseria dei poveri, la vostra passione è un sordido attacco ai beni del mondo, e l’avarizia. Il vostro cuore è incessantemente occupato della rimembranza di un oggetto che lo accende, voi ne parlate con piacere, voi cercate di vedere quell’oggetto, voi concedete ogni sorta di libertà ai vostri sentimenti, voi vi dimostrate liberi nelle parole oscene, voi non vi vergognate di certe libertà contrarie all’onestà, la vostra passione è un amor profano che vi conduce a mille disordini. Quanto a voi, bestemmiatori, ubriaconi, vendicativi, non è bisogno di farvi il vostro ritratto, le vostre parole, le vostre azioni manifestano abbastanza ciò che voi siete. Quanti, oimè! se ne trovano che predominati sono da molte passioni e che per questo motivo han bisogno di fare assai più ricerche che gli altri? Fate dunque, fratelli miei, queste ricerche coll’ultima esattezza. Se voi impiegate a far questo esame tutto il tempo che domanda un affare sì importante, darete alle vostre confessioni l’integrità necessaria per ottenere il vostro perdono. – Ma qual regola convien osservare per far questo esame? E quanto tempo convien impiegarvi? La regola più infallibile ch’io possa prescrivervi si è, fratelli miei, l’esame che Dio farà Egli stesso al suo giudizio dei peccati degli uomini: perciocché se il peccator penitente deve tener le veci della giustizia di Dio per punir il peccato, bisogna che le tenga anche per esaminarlo. Or con qual esattezza Dio farà questo esame al suo giudizio? Allorché applicando i raggi della sua luce su tutta la vita dell’uomo peccatore ne scoprirà tutte le iniquità, ne manifesterà tutti i pensieri più segreti, sino alle intenzioni più occulte. Nulla vi sarà di sì nascosto che sfugga ai suoi occhi infinitamente penetranti, nulla di sì oscuro che non venga posto in pieno giorno. Gli è così che voi dovete in qualche guisa esaminare, ricercare, la profondità delle vostre piaghe. Imitate la donna del Vangelo, la quale avendo perduta una dramma, accende una fiaccola, volta sossopra ogni cosa, fruga tutti gli angoli della casa e non è tranquilla che quando ha ritrovato ciò che ricerca. E certamente è forse esiger troppo da voi? Quel che avete perduto è molto più prezioso che quella dramma; voi avete perduta la grazia né potete ricuperarla che con una confessione preceduta da un esame sufficiente; nulla dunque tralasciate per conoscere i vostri peccati, rianimate la vostra fede, e allo splendore di questa fiaccola vi sarà facile di conoscere le vostre trasgressioni. Sì, fratelli miei, discendete, per così dire, colla fiaccola in mano, sino nei ripostigli più nascosti delle vostre coscienze per  scoprirvi tutto ciò che v’ha di più segreto e manifestarlo in appresso con una sincera confessione. – Egli è vero che, qualunque cosa faccia il peccatore, non conoscerà giammai la bruttezza del suo peccato come la conosce Dio: egli è ancor vero che malgrado tutte le precauzioni che prenderanno certi peccatori, le cui iniquità sono moltiplicato più dei capelli dei loro capi, sarà loro molto difficile, per non dire impossibile, di conoscere il numero dei loro peccati e per conseguenza di dichiararli tutti. A Dio non piaccia, fratelli miei, che io voglia rappresentare la confessione come un giogo insopportabile per la difficoltà di ricordarsi e di dichiarare tutti i suoi peccati. Ciò che Gesù Cristo domanda, come si spiega il santo concilio di Trento, e che si dichiarino i peccati di cui uno si ricorda dopo un sufficiente esame, cioè un esame proporzionato ai deboli lumi dello spirito umano, di modo che se il peccatore, dopo essersi esaminato tanto tempo, quanto ne richiede la prudenza, tralasciasse alcuni peccati sfuggiti alle sue ricerche, non lascerebbe di ottonerne il perdono, come degli altri che avesse dichiarati, con l’obbligo nulladimeno di sottometterli alle chiavi della Chiesa allorché se ne ricorderà. – Ma qual tempo la prudenza umana può ella prescrivere per fare un esame? Questo è ciò che non si può egualmente determinare per ogni persona; il numero dei peccati che si sono commessi, il tempo che è passato dopo l’ultima confessione, possono servire di regola per fare questo esame. Chi mai dubita che un peccatore che offende Dio sovente e che si confessa di rado non debba impiegar più di tempo a far il suo esame che un altro che offende Dio raramente e che spesso si confessa? Un peccatore abituato che può appena ricordarsi dei peccati che commette in un giorno, non deve egli impiegare più di tempo nella ricerca dei suoi peccati di quello che non vi cade che qualche volta? Con tutto ciò questi peccatori abituati sono quelli che passano un lungo tempo senza accostarsi al tribunale della penitenza, che mettono il meno di tempo ad esaminarsi: la loro confessione è l’affare di un momento, appena han cominciato che finiscono: poiché non pensate già che si accusino né del numero né delle circostanze dei loro peccati: due o tre parole in aria e che non dicono quasi cosa alcuna fanno tutta la loro confessione. Donde viene questo? Viene che questi peccatori abituati, a forza di accumulare peccati su peccati, non si rammentano, per cosi dire, più che all’ingrosso che sono colpevoli, allontanandosi così lungo tempo dal sacramento della penitenza, si sono posti in una sorta d’impossibilità di ricordarsi dei loro peccati, su di che la loro ignoranza non li scuserà avanti a Dio: perché avrebbero potuto prevenirla con esami o confessioni più frequenti. Ciò che rende ancora più colpevoli questi carichi di scelleratezze e d’iniquità che richiederebbero un lungo e serio esame si è che, dopo essersi esaminati superficialmente, non vanno che sul fine a presentarsi al tribunale della confessione, prendono il tempo in cui i confessori sono più occupati, sulla speranza che verranno ben presto spediti, si credono molto sicuri su d’una assoluzione di un confessore che han procurato di sorprendere; vanno tranquillamente in questo stato a presentarsi alla sacra mensa ma indarno si rassicurano; le loro confessioni, le loro comunioni non sono che sacrilegi per non avervi apportate le convenienti disposizioni. – Ah! non così certamente vi diportate, o peccatori, negli affari temporali che v’interessano. Avete voi una lite a far giudicare? Quanto tempo non mettete a studiare i vostri diritti, ad esaminare le scritture che possono esservi favorevoli? Voi contate per nulla i giorni interi che passate a leggere e a scrivere, e quando si tratta di ritrovare qualche nuovo mezzo di difesa nulla si risparmia. Avete voi un conto a rendere? Quante riviste non fate per non ommettere alcun articolo? Qual applicazione non usate voi per far vedere l’impiego delle somme che vi sono state confidato? Ecco la regola che seguir dovete per la lite più importante che abbiate a fai giudicare, per l’affare più interessante che abbiate a finire, che è quello della vostra salute, il cui successo dipende da una buona confessione. Si tratta in questo affare di tutto perdere o di tutto guadagnare; si tratta della vostr’anima, e voi vi contentate di alcune riviste superficiali; appena impiegate una mezza ora, un quarto d’ora ad esaminare, a ricercare i fatti che produrre dovete al sacro tribunale. Appena siete entrati in chiesa che con la mente ancora occupata in affari stranieri, andate a presentarvi ad un confessore per dirgli l’ingrosso alcuni peccati che si presentano di primo tratto al vostro spirito, nel mentre che ne tralasciate un gran numero che non avete esaminati. Fa d’uopo stupirsi forse se le vostre confessioni sono nulle e sacrileghe, se son confessioni riprovate da Dio, perché non hanno esse la integrità che loro è necessaria? Invano direte voi che non occultate alcuno dei vostri peccati per vergogna né per malizia, che dichiarate tutti quelli di cui vi ricordate. Ne convengo; ma se voi aveste impiegato più di tempo ad esaminarvi, se aveste ricercati con più esattezza tutti i vostri mancamenti Passati, ne avreste dichiarati di più; voi non siete dunque scusabili avanti a Dio, poiché questa omissione dei vostri peccati viene dalla vostra negligenza nell’esaminarvi, nel prepararvi diligentemente alla dichiarazione che ne dovete fare. Volete voi, peccatori, riuscire in un affare di questa importanza? Osservato le pratiche che sono ora per darvi prima di finire questa prima parte.

Pratiche. Avanti di accostarvi al sacro tribunale, indirizzatevi primieramente al Padre dei lumi, alzate i vostri occhi verso il monte santo donde vi verrà ogni soccorso; richiamando dipoi la bontà di Gesù Cristo, come quel cieco del Vangelo, pregatelo con fervore che v’ illumini, che vi faccia conoscere lo stato della vostr’anima e la profondità delle vostre piaghe: Domine ut videam (Luc. XVIII). Scendete in appresso in voi medesimi, ricercate il fondo del vostro cuore, applicatevi soprattutto a conoscere la vostra passion dominante, i doveri del vostro stato per riconoscere le vostre infedeltà. Prendete un tempo sufficiente, avuto riguardo a quello che avete passato senza confessarvi; non aspettate il giorno della vostra confessione, ma preparatevi alcun tempo prima esaminando ogni giorno la vostra coscienza su qualcheduno dei comandamenti di Dio e della Chiesa , ed osservate in che li avete trasgrediti, se in pensieri, in desideri, in parole, in azioni ed in omissioni. Indirizzatevi ad un buon confessore e pregatelo di aiutarvi a fare una buona confessione. Se è qualche tempo che non vi siete confessati, pregate questo confessore di differirvi l’assoluzione per avere più tempo ad esaminare i peccati che potessero esservi sfuggiti di mente. Il mezzo d’agevolare il vostro esame è di farlo ogni sera e di confessarvi frequentemente, perché con più facilità ci ricordiamo dei peccati che da breve tempo abbiamo commessi. Se voi vi servite di queste pratiche, le vostre confessioni saranno per voi sorgenti di grazie e di salute, perché non dimenticherete, almeno per colpa vostra, alcun peccato. Voi dovete ancora essere sinceri per nulla occultare.

Credo

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Offertorium

Orémus

Ps XVIII: 9, 10, 11, 12

Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulci ora super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea. [I comandamenti del Signore sono retti, rallégrano i cuori: i suoi giudizii sono più dolci del miele: perciò il tuo servo li adémpie.]

Secreta

Hæc hóstia, Dómine, quaesumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. [Ti preghiamo, o Signore, affinché questa offerta ci mondi dai peccati, e santífichi i corpi e le ànime dei tuoi servi, onde pòssano degnamente celebrare il sacrifício.]

Comunione spirituale:

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Communio

Ps LXXXIII: 4-5 – Passer invénit sibi domum, et turtur nidum, ubi repónat pullos suos: altária tua, Dómine virtútum, Rex meus, et Deus meus: beáti, qui hábitant in domo tua, in sæculum sæculi laudábunt te. [Il pàssero si è trovata una casa, e la tòrtora un nido, ove riporre i suoi nati: i tuoi altari, o Signore degli esérciti, o mio Re e mio Dio: beati coloro che àbitano nella tua casa, essi Ti loderanno nei sécoli dei sécoli.]

Postcommunio

Orémus.

A cunctis nos, quaesumus, Dómine, reátibus et perículis propitiátus absólve: quos tanti mystérii tríbuis esse partícipes. [Líberaci, o Signore, Te ne preghiamo, da tutti i peccati e i perícoli: Tu che ci rendesti partécipi di un così grande mistero.]

Ultimo Evangelio e preghiere leonine:

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ringraziamento dopo la Comunione:

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PREDICHE QUARESIMALI – (II 2020)

-XIII-

NEL MERCOLEDÌ DOPO LA SECONDA DOMENICA.

[P. Segneri S. J.: Quaresimale; Ivrea, 1844, Dalla Stamperia degli Eredi Franco, Tipogr. Vescov.]

“Die ut sedeant hi duo filii mei, unus ad dexteram tuam, et unus ad sinistram in regno tuo, etc. Nescitis quid petatis.”

Matth. XX, 21 et 22.

1. Se fa mai veruno, che con arti onestissime cercasse di vantaggiare la sua famiglia, o povera o popolare, fu senza dubbio questa donna evangelica, fortunata madre di Giacomo e di Giovanni. Bramò ben ella di sollevare i suoi cari figli dalla barca al trono, e dalla pescagione al comando; eda tal fine procurò diligentemente che fossero collocati, come principali assessori, l’uno alla destra, e l’altro alla sinistra di Gesù, ch’ella credeva dover tra poco aprir una reggia terrena nella Giudea. Ma nol procurò come avviene comunemente, con arti inique. Non pres’ella per questo a perseguitare veruno di quegli Apostoli, che potevano essere i concorrenti da lei maggiormente temuti; non tessè frodi, non tramò furberie, non si valse di adulazioni, non tenne mano ad usure o aperte o palliate, per comperarsi con frequenti regali la grazia del nuovo principe. Ma che? Dopo aver già qualch’anno tenuti i due suoi figliuoli alla servitù stentata di Cristo: dopo averli notte e giorno mandati dietro a lui, scalzi ne’ piedi, e laceri nelle vesti; dopo avergli esposti per tal cagione assai spesso alle beffe del popolo, all’odio degli Scribi, agl’insulti de’ Farisei: dopo essersi ella medesima ancora data a seguirlo dovunque andasse, senza riguardo della casa rimasta sola, del marito lasciato vedovo, delle faccende trascurate, neglette, dimenticate; dopo tanti meriti, dico, verso di Cristo non altro fece che comparirgli dinanzi, che gittarsegli a’ piedi, e che presentargli una supplica ossequiosa, senza veruna né doppiezza di formule, né perversità di rigiri. Dic ut sedeant hi duo filii mei, unus ad dexteram tuam, et unus ad sinistram in regno tuo. Contuttociò tanto fu da lungi che Cristo desse alcun segno di approvazione o di applauso a quella ambiziosa domanda, che la rigettò piuttosto da sé con gravissima indignazione, la tacciò d’insensata, la riprese di temeraria, e con un nescitis quid petatis colmò di pubblica confusione la faccia de’ supplicanti. – Or dove sono coloro, i quali per ansia d’ingrandir la famiglia, o di straricchirla, si valgono non solo di mezzi onesti, e di sollecitudini non viziose, ma di menzogne inoltre e di trufferie, di oppressioni, di crudeltà, di calunnie, d’iniquità? Dove sono quei che a tal fine ardiscono profferire su’ tribunali sentenze ingiuste? Dove quei che stravolgono i testamenti o le cedole da’ lor sensi? Dove quei che defraudano i mercenarj o le chiese del loro dovere? Dove tutti coloro che attendono solamente ad aggravar gli orfani, a soverchiare le vedove, ad aggirare i pupilli, ed a succhiarsi fino all’ultima stilla il sangue de’ poveretti? – Vengano pure questa mattina costoro ad udirmi tutti, perch’io voglio che scorgano ad evidenza quanto malamente consiglinsi in tant’affare. Come? non condona Cristo a una madre per altro sì meritevole e sì modesta quell’affetto soverchio che la conduce a porgere a lui preghiere per esaltazione della famiglia, e lo condonerà a chi procuri esaltarla a dispetto suo? Oh fatiche male spese! oh vigilie mal impiegate! Su le usure dunque, su le rapacità, su le ruberie, su le rovine dei miseri volete voi stabilire la casa vostra, tanto sviscerato è l’amor che a lei portate? Attendete, e vedrete che questo amore, se pur amore ha da dirsi, è un amor crudele.

II. Ma prima, come esser può che voi da voi medesimi non veggiate quanto poco quest’arti debbano riuscire giovevoli al vostro fine? Certa cosa è che gli eredi vostri, se vorranno operare cristianamente, non potran ritenere punto di ciò che voi loro abbiate lasciato di mal acquisto, e per conseguente indarno voi durate al presente tante fatiche per arricchirli: converrà che, voi morti, calin di nuovo al loro pristino stato, che dismettan que’ lussi, che scemino quei servitori, che spopolino quelle stalle, e, in una parola, che vomitino (per usar la forma di Giobbe), che vomitino quante ricchezze hanno divorate: Divitias, quas devoraverint evoment (Job. XX, 15) pur essi non s’indurranno a ciò fare di buona voglia, che accaderà? Iddio medesimo le verrà loro di propria mano a strappare fin dalle viscere: de ventre ipsorum extrahet eas Deus. Che voglio significarci s’essi vorranno ritener punto di ciò che non si dovrebbe, eccovi Dio divenir nemico giurato di casa vostra; e però ditemi: sembra voi di lasciarla sicura assai con una inimicizia così potente? Mi ricordo aver fatto di Giulio Agrìcola, gran senatore romano, ch’essendo negli ultimi anni della sua vita caduto in odio all’imperador Domiziano, fu da esso però spogliato e di molte splendidissime rendite e di una segnalatissima dignità; anzi, come alcuni anche scrivono, avvelenato. Tollerò egli con prudente dissimulazione tanti disastri; e più della sua famiglia sollecito, che di sé, appigliossi morendo a questo stravagante partito. Fe’ testamento, e quivi in primo luogo chiamò per erede suo principale l’Imperadore, favellando sempre di lui con quelle maggiori espressioni di gratitudine, che avrebbe potuto usare non un Proconsole assassinato, ma un servo creato Console. Restarono stupefatti i meno intendenti a così inaspettata risoluzione, e giudicavan quella di Agricola sconsigliata semplicità di chi aveva prima potuto finir di vivere, che finir di adulare. Ma non così riputavano i più sagaci, i quali molto bene intendevano tornar meglio ad una onorata famiglia aver l’eredità svantaggiosa, e ‘l principe amico, che vantaggiosa l’eredità, ma nemico il principe. E conforme a questo, il successo poi dichiarò aver Agricola adoperato anche in ciò con quell’alto senno che sempre aveva dimostrato. E a dir il vero, ditemi un poco: voi stessi, se vi trovaste in eguali necessità non amereste assai meglio di lasciar la vostra casa men facoltosa, ma col principe favorevole, che di lasciarla più florida, ma col principe disgustato? Anzi ogni inimicizia potente che le lasciaste, ancorché fosse di un cavaliere privato, darebbevi gran pensiero: e se poteste comporla a qualunque costo, prima di partir voi dal mondo, non credo io già che perdonereste a danaro. Or s’è così, come dunque temer sì poco di lasciare ai posteri vostri un Dio per nemico? Vi par dunque egli sì debole, che non pigliar sue giuste vendette; o sì milenso ch’egli non sia per pigliarle? Anzi sentite ciò ch’Egli disse a Malachia di costoro che a suo dispetto, voleano pur far alte le case loro là nella superba Idumea: lasciali, lasciali fare, che al fine si vedrà chi miglior braccio, o essi nell’alzare, o io nell’abbattere; isti ædificabunt, et ego destruam (Mal. I, 4). E che sia così.

III. Andate un poco, ed informatevi, nelle divine Scritture di tutte quelle famiglie, le quali con le ree sostanze paterne ereditarono l’inimicizia divina; e poi tornatemi a riferire, se a veruna di loro giovi mai punto splendor di nascita, appoggio di parentele, ampiezza di possessioni, copia di rendite o grandezza anche somma di principato: anzi vedrete che questo appunto è quel caso, nel quale Iddio si è condotto a far cose insolite. Già voi sapete esser di legge ordinaria, che i figliuoli innocenti nulla patiscono per la malizia de’ padri filius non portabit iniquitatem Patris (Ezech. XVIII. 20). Nondimeno Dio, come signore assoluto, ha derogato talora a questa sua le e per lo peccato de’ padri non solamente egli ha puniti i figliuoli, ma i nipoti, ma i bisnipoti, anche sino alla quarta generazione, dacché la quarta comunemente era l’ultima, della quale un padre, già divenuto decrepito, potess’essere spettatore. Or se considerate per qual misfatto de’ padri usasse Iddio di esercitar ne’ figliuoli sì straordinarie vendette, vedrete che fu per questo reo desiderio di volerli arricchir con iniqui acquisti. – Con iniqui acquisti li volle arricchir quell’Acan, il quale contra la proibizione divina rubò in Jerico certa somma di oro ch’egli occultamente trovò; e però non solo fu dato egli alle fiamme, ma vi fu tutta anche data la sua famiglia (Jos. VII). Con iniqui acquisti li volle arricchir quel Giezi, il quale per via di astute menzogne tolse a Naaman una parte de’ donativi ricusati dal profeta Eliseo; e però non solo fu percosso egli di lebbra, ma ne furon percossi i suoi discendenti (IV Reg. 5). Con iniqui acquisti li volle arricchir quel Saule, il quale contro il divieto di Samuele si riserbò avaramente le spoglio degli Amaleciti sconfitti; e però non solo fu privato del suo regno, ma ne fu tutta privata la sua prosapia. (1 Reg. 15). Con iniqui acquisti li fece arricchir quell’Acabbo, il quale con Aperta ingiustizia tolse a Nabot una vigna che non poté appropriarsi a partiti giusti; e però non solo ei perì di morte violenta, mane perì tutta altresì la sua casa (III Reg. 21). Eppure Acabbo (udite cosa incredibile!), eppure Acabbo lasciò, morendo, la sua casa fondata sopra settantadue suoi figliuoli, e figliuoli maschi, onde pareva che essendo ella per altro provveduta di grossissime rendite, e dilatata in amplissime parentele, durar dovesse per via di generazioni gl’intieri secoli. E in manco di quindici anni tutta perì, tutta, tutta, senza che neppur un’anima sola ne rimanesse o de’ parenti prossimi o de’ rimoti: et percussisunt omnes de domo Achab, donec non remanerent ex eo reliquia (IV. Reg. 10. 11 ) . – Sicché vedete, che per questo delitto di malvagi accumulamenti non solamente ne patiscono i padri, i quali li fanno, ma con essi ancora i figliuoli, per cui son fatti, con essi i nipoti, con essi i pronipoti; essendo convenientissimo che in quello appunto l’uomo porti le pene, per cui commette le colpe. Come dunque, per ingrandire la casa vostra, voi vi inducete ad operare quelle arti, le quali appunto sono le più acconce a distruggerla? Vi par ch’ella possa promettersi una lunga stabilità con avere per suo nemico quel Dio medesimo, che in sì piccolo tempo seppe annientare famiglie sì popolate, anzi sì sublimi, sì splendide, sì potenti? Se non vi pare di aver giusta cagione di dubitare, fate pur voi; ma s’è manifesto il pericolo, che sciocchezza, per lasciare i posteri vostri un poco più agiati, lasciarli sì mal sicuri?

IV. Se voi vi abbiate a fabbricare, uditori, qualche edificio, non credo io già che vi porrete a fabbricarlo nel cuore di un crudo verno, ma aspetterete la primavera, ma aspetterete la state; e qualunque altra stagione voi sceglierete più volentieri di quella ch’è la più aspra. E per qual cagione? Perché gli edifici fabbricati di verno non sono durevoli; i ghiacci istupidiscono la calcina, le piogge ammollan la sabbia, e così i sassi non possono tra loro fare alta presa. Ora sapete voi ciò che sia fabbricarsi la casa con l’oro altrui? È fabbricarla di verno. Qui ædifìcat domum suam impendiis aliens (s’oda lo Spirito Santo nell’Ecclesiastico), qui ædifìcat domum suam impendiis alienis, quasi qui colligit lapides suus in hyeme(Eccli. XXI. 9); ch’è quanto dire, ad fabricandum in hyeme, come tutti dichiarano gli espositori. Voi fabbricate di verno,Cristiani miei, voi fabbricate di verno: però fermatevi; altrimenti la casa farà poi pelo,crollerà, caderà, precipiterà, e tutte queste saranno state fatiche gittate al vento; Væ qui ædifìcat domum suam in injustitia, et cœnacula sua non injudicio! così gridava Geremìa (XXII. 13). Vœ qui ædifìcat civitatem in sanguinibus, cioè nel sangue de’ poveri, et præparat urbem in iniquitate! così ripiglia Abacuc (II. 12 ). E voi più credete a’ vostri folli disegni, che alle minacce infallibili de’ Profeti? – Oh quante già fastose famiglie si veggono giornalmente andare in rovina per tal cagione, oh quante, oh quante! non si ricordando le misere, che i torrenti, perché si vogliono ingrossare o ingrassare d’acque non sue, sempre son però meno durevoli d’ogni fiumicello innocente, che del suo viva. Quando Zaccheo ravvedutosi disse a Cristo: Si quid aliquem defraudavi, reddo quadruplum; che rispose il Signore? Hodie salus domui huic  facta est (S. Luc. XIX. 8 et 9). Ma piano un poco. Che risposta fu questa? Pareva che dovesse dire huic homini, perché Zaccheo era stato l’operatore de’ furti, I’operator delle fraudi, che allor volea prontamente rifare i danni; e così pareva che tutta sua dovesse essere la salute. Sì; ma il Signore la intese meglio di noi: e però non disse huic homini, no; huic domui, huic domui; perché vedeva chiaro che se Zaccheo non avesse restituito, non sarebbe stato egli solo a portar le pene di que’ sozzi accumulamenti, quantunque fosse stato solo a commetterli.

V. Ma su, sia così, come voi desiderereste. Diamo che a casa vostra nulla debba arrecare di pregiudizio l’inimicizia divina; diamo che co’ malvagi conquistamenti voi la dobbiate eternare; diamo che le dobbiate accrescere credito, aggiungere autorità, acquistare aderenze; vi par però che vi torni conto di farlo? Infelicissimi hominum (lasciatemi sfogare stamane, ma sin dall’intimo, con le parole del gran prelato Salviano), Infelicissimi hominum, cogitatis quam bene alii post vos vivant, non cogitatis quam male ipsi moriamini! (ad Eccl. 1. 3). E chi mai vi ha insegnato di apprezzar tanto la prosperità temporale della vostra prosapia, che non dubitiate di avventurare per essa, la beatitudine eterna della vostra anima? Oh lagrimevolissima cecità! Dunque sì poco voi siete in pregio a voi stessi, che per verun uomo del mondo vi contentiate di andare ad ardere eternamente nel fuoco, a freneticar co’ dannati, a fremere co’ diavoli? – Io sempre aveva finora sentito dire, amare ogni uomo se stesso sopra d’ogn’altro; e sin da fanciullo mi si era impresso nell’animo il detto di quel Comico latinissimo (Terent.), il quale afferma: omnes sibi melius velle, quam alteri. Ma ohimè, che mi conviene al presente disimparare così celebre verità, mentre mi avveggo trovarsi tanti nel mondo, che co’ suoi stenti procacciano ad altri grandezza, a sé perdizione. Et ut alios affluere faciant deliciis temporariis, se tradunt urendos ignibus sempiternis (Salv. ad Ecc. 1.3). E che potrebbe farvi di peggio il più capitale nemico che aveste in terra? Finalmente ogni altro nemico potrebbe perseguitarvi, questo è verissimo: ma fin dove? fino alla bara, fino alla tomba; ma poi non più: omnis siquidem inimicitia morte dissolvitur, comeragionò l’istesso Salviano (1. 2. ad Eccl.).Ma voi non vi soddisfate per così poco;no, dico, no: vos cantra vos ita agitis, ut inimicitias vestras nec post mortem evadatis.Mentre non solo a benefizio de’ vostri eredi menar volete in questo mondo una vita travagliosissima, ora disputando ne’ tribunali, ora imprigionandovi nelle corti, ora consumandovi ne’ viaggi, ed ora annegandovi, per dir così, tra’ negozj sino alla gola; ma, oltre a ciò, fin dopo la vostra morte voi stendete la vostra persecuzione,e dopo aver per altrui perduta la pace e la sanità, non dubitate ancor di perdere l’anima e ‘l Paradiso. E qual mai de’ vostri avversarj, per inumano che fosse, per implacabile, potrebbe giugnere a farti tanto di male? – Ecco avverato quello che disse Abacucco (II. 6): va; ei, qui multiplicat non sua! Oh sciocco, oh sciocco!se sapesse che fa! Usquequo, et aggravat, contra se densum lutum!Avete notato? Non dice contra alios, no: contra se, contra se;perché, per far bene ad altri, con un amore stranamente crudele rovina sé, gravandosi di quel loto così pesante, da cui dovrà finalmente restare oppresso. E voi frattanto vedete un poco, o Cristiani, come Dio chiami di sua bocca quell’oro che da voi tanto s’ama, tanto s’apprezza: lo chiama fango, densum lutum.

VI. Ma forsechè nell’inferno verrebbevi a cagionare qualche conforto il risaper la grandezza e là gloria de’ vostri eredi? Anzi questo medesimo sarìa quello che forse allor maggiormente vi accorerebbe: considerare che quelli tanto trionfino a spese vostre, e che voi tanto peniate per amor loro. Misero, se a veruno di quanti voi siete qui toccasse (che a Dio non piaccia) una sorte sì luttuosa, di perder l’anima per arricchire la casa! Quante volte il dì si morderebbe lo sfortunato le labbra di si solenne pazzìa! quanto maledirebbe quel giorno ch’egli aperse i suoi lumi a mirare il sole! quanto maledirebbe quell’ora ch’egli snodò la sua lingua a formare accenti: Frattanto, a guisa di finti confortatori, gli verrebbon, credo, d’attorno quei neri spiriti, e con amarissimi insulti.- allegramente (direbbongli), allegramente. Noi veniamo ora dal mondo, ed abbiam quivi potuto ad uno ad uno conoscere tutti i tuoi. Tutti stan sani, prosperosi, gagliardi, ed attendon lieti a godersi quel patrimonio, per cui formare sei tu venuto fra noi. Uno di loro serve ora in corte il tal principe; un altro èssi accasato con la tal dama; un altro si ha buscato il benefizio, e tra poco anche aspira alla prelatura. E di che dunque, o sfortunato, ti attristi? Non ti eleggesti tu di morir dannato per farli grandi: Gli hai fatti: sta allegramente. Già quella femmina, cui per lasciar ricca dote non dubitasti di succhiare il sangue de’ poveri e di schernire i sudori de’ giornalieri, già quella femmina ha ritrovato il partito che tu bramavi; già i nipoti ti crescono, già si sperano i pronipoti: e tu ululi, misero, e ti affliggi? Cristiani miei, pare a voi che questi conforti sarebbon punto bastevoli a consolarvi? Anzi cred’io che parole  tali sarebbonvi tante frecce, sagittas potentis acutæ, violentemente scoccatevi in mezzo al cuore, e cum carbonibus desolatoriis (Ps, CXIX, 4). – Né  mirate all’affetto che or voi sentite verso la vostra prosapia, perché questo allora sarebbe tutto degenerato in rancore, in astio, in asprezza, in ferocità. Di Agrippina, madre dell’ imperatore Nerone, si legge, che essendo ella oltremodo desiderosa di veder lo scettro di Roma in mano al figliuolo, adoperava a questo fine ogni industria più che donnesca. Ne l’ammonirono gl’indovini caldei, chiamati da essa su tanto affare, e tutti ad una voce le dissero ch’egli a lei darebbe la morte, ov’ella a lui conseguisse la dignità. Che importa a me? rispose allora la femmina ambiziosa: occidat, dum imperet; muoja Agrippina, purché Nerone comandi. Ma quando poi si venne all’effetto, oh quanto diversamente si diportò! Non prima cominciò ella a scorgere i preludj della sua morte, benché lontana, nelle crudeltà del suo parto già dominante, che subito cominciossi a pentir di quello che tanto aveva sospirato. Ed ecco (chi ‘l crederebbe?) ch’ella medesima prese a trattar di rimuovere dall’imperio Neron suo figliuolo, e di sostituirvi Britannico suo figliastro, cui si sarebbe più giustamente dovuto per diritto di successione. Anzi a Nerone stesso fe’ riferire, ch’ella sarebbe ita in persona a trovar l’esercito, e che ivi tanto ella avrebbe attizzati gli animi de’ soldati, tanto avrìa perorato, tanto avrìa pianto, finché si risolvesser di eleggersi nuovo principe. Ma poco valsero alla meschina minacce più feroci che sagge; perché da esse vieppiù irritato Nerone, fece morire Britannico di veleno, e indi a poco, sotto sembiante di onore, custodir la madre in palazzo. – Or che pare a voi? S’uno fosse ito a trovar allora Agrippina, mentre ella smaniava dentro a tal carcere, come leonessa in serraglio, o tigre in catena, o, quasi per consolarla, le avesse dotto: serenissima mia signora, e di che vi dolete voi? Non furono vostre quelle sì animose parole: purché Nerone comandi, Agrippina muoja: occidat, dum imperet? E come dunque ve. ne siete ora sì presto dimenticata? Confortatevi: già il vostro figliuolo siede regnante in quel trono che voi con industrie, così sagaci, per non dirsi maligne, gli procuraste; già riscuote i tributi delle provincia straniere, già riceve gli ossequj delle milizie ubbidienti. Anzi con la morte del giovinetto Britannico, che solo potea contendergli il principato, egli è già sicuro. Dunque né vi amareggi la prigionia ch’or patite, né vi atterrisca la morte qualor verrà; perciocché tutte queste sono miserie da voi previste, e nondimeno volute, purché con esse voi conseguiste l’imperio al vostro amato Nerone. Ditemi di grazia, uditori: se uno avesse favellato ad Agrippina in questo tenore, pare a voi ch’ella sarebbesi consolata? Anzi è credibile ch’ella avrebbe prorotto in maggiori smanie, considerando non poter lei contro di altri sfogar la rabbia, che contro di sé medesima. E di fatto, che tali ragioni non bastassero ad acquietarla, è manifestissimo; perch’ella fin di prigione altrettante arti malvagie seguì a tentare per lor l’imperio al figliuolo, quante n’avea prima impiegata per darglielo, a segno tale, che le convenne, qual rea di lesa maestà, comparire in giudizio a giustificarsi. E finalmente, dopo aver schivata in vano la morte altre volte a lei destinata, ben dimostrò su gli estremi della sua vita, quant’ella odiasse chi prima aveva tanto amato; perché veggendo comparire in sua camera un capitano col ferro ignudo, per segarle la gola, o passarle il petto; ella, quasi frenetica di furore, gli offerse il ventre; e: qui qui ferisci (gli disse), ferisci qui; In mortem Centurioni ferrum distringenti protendens uterum: ventrem feri, exclamavit(Tacit. 1. lo. c. 8); non so se per detestazione o se per vendetta di aver lei dato ricetto in esso ad un mostro, o, per usar più portentoso vocabolo, ad un Nerone. – Or mi perdonerete, cred’io, signori miei cari, se con qualche prolissità io ho voluto qui ponderare un successo profano sì, ma forse ancor profittevole. Perocché sembrami di potere da questo argomentare convincentissimamente così: se una madre cotanto ebbra di amore verso il figliuolo, che si offerse a morire per farlo Cesare, quando poi videsi questa morte vicina, cambiò talmente ed opinione ed affetti; che sarà di quei miserabili, i quali nell’inferno si veggano condannati ad un fuoco eterno, per aver fatto i loro, non Cesari (che finalmente sarebbe stata grandezza assai rilevante), ma o di plebei cittadini, o di cittadini nobili, o di nobili consolari? Pare a voi ch’essi non fremeranno di rabbia più che la sfortunata Agrippina? Parlate voi di presente a qualcuno di questi avidi accumulatori di roba, di cui trattiamo, e ditegli: mio signore, avvertite bene: cotesti vostri censi non sono leciti, cotesti vostri cambi non sono leali; e voi giungerete bensì con le oppressioni che giornalmente voi fate de’ poverelli, a comperare al vostro figliuolo il tale cavalierato, la tal commenda, o il tal titolo di rispetto; ma di poi questo probabilmente sarà l’eterna perdizion dell’anima vostra. Che vi rispondono? Si fanno beffe di voi; e se non con le parole, almeno co’ fatti vi dicono: non importa: occidat, dum imperet, occidat dum imperet. Perdiamo l’anima, purché s’ingrandisca la casa; perdiamo l’anima, purché s’ingrandisca la casa. Sì? Oh miseri! voi non capite al presente ciò che voglia dir perder l’anima; ma quando verrà quell’ora che il capirete, e che d’ogn’intorno vi scorgerete orribilmente assediati da fiamme, da mannaje, da ruote, da zagaglie, da vipere, da dragoni, oh quanto subito in voi verranno a cambiarsi sì crudi amori!

VII. – Io certamente mi persuado (sentite bene), se che allora da Dio vi fosse permesso di scappar dagli abissi, e di ritornarvene a’ vostri per piccol’ora, voi nel più cupo della notte entrereste con passo tacito in quella casa che fu vostro antico soggiorno; ed ivi rimirando que’ paramenti, que’ mobili, quegli arredi da voi malvagiamente adunati, non potreste più contenere l’interna smania; ma con le fiamme che avreste d’attorno, ne volereste or in questa parte, or in quella per darle il fuoco. Abbrucereste quelle lettiere dorate, que damaschi magnifici, que’ quadri vani, quegli scrigni preziosi, quelle arche piene, quei vestimenti superbi. Indi calereste furiosi dentro le stalle a soffocare i cavalli, dentro le rimesse ad incendiare le carrozze. Passereste a’ giardini, agli orti, alle ville; e scurendo per quei poderi, da voi comperati con oro di mal acquisto, tutte mandereste in un tratto a fuoco ed a fiamme le viti, gli alberi, e le peschiere, e i boschetti, e i grani, e le biade, per isfogare qual forsennati la rabbia delle vostre miserie contro a ciò che fu la materia delle vostre scelleratezze. – Ma tolga Dio da ciascun di voi questo augurio così funesto; e voi piuttosto confessate frattanto con schiettezza, se non a me, almeno a Salviano che vi domanda (lib. 3 ad Ecc.): non farebbe una pazzìa solennissima chiunque di voi per altrui giugnesse a dannarsi? Oh infelix ac miseranda conditio! bonis suis aliis præparare beatitudinem, sibi afflictionem; aliis gaudia, sibi lacrymas; aliis voluptatem brevem, sibi ignem perennem! La vostra salute siavi raccomandata, la vostra felicità, la vostra anima. Com’è possibile tenerla, voi Cristiani, in pregio sì vile, che la vogliate avventurare per un figliuolo, per un fratello, per un nipote, per un cugino, per un cognato, anzi per un erede talor posticcio, ch’altro del vostro non ha, che un cognome equivoco, se non ancora imprestato? Amate i vostri congiunti (questo va bene, ma dopo l’anima vostra; amate la loro prosperità temporale, ma più la vostra beatitudine eterna; amate la lor grandezza terrena, ma più la vostra gloria celeste: in unaparola: amate, non obsistimus, amate filios vestros, sed tamen secundo vobis gradu, Ita illos diligite(belle parole!), ita illos diligite, ne vos ipsos adisse videamini; inconsultus namque ac stultus amor est, alterius memor, sui immemor. Fin qui Salviano.

VIII. Benché non è questo veramente, non è un amare i congiunti, anzi è un odiarli con furor più che barbaro, più che ostile, e appunto diabolico. Perocché sentite: non vedete voi, che lasciando ai posteri vostri qualunque parte di roba mal acquistata, ponete anch’essi in evidente pericolo della loro dannazione? Ogni ricchezza,  avvengachè procacciala con arti lecite, sempre è pericolosa, quand’è abbondante. Quid enim sunt carnales divitia, così lo dice elegantemente Cirillo (Apol. mor. l. 3. c. 3), nisi blandimenta libidinis, fomenta cupiditatis, onera mortis? Confermalo santo Ambrogio (lib. 2. in Job c. 5; et apud Dan. c. 4. da cui son chiamate materia perfidiæ, illecebra delinquendi. Confermalo Pier Bleseuse (in Job) da cui son dette virtutum subversio, seminarium vitiorum. Confermalo San Giovanni Crisostomo (Hom. 6 de avar.), il quale, oh Dio! che mal non disse di loro? Le chiamò micidiali, le chiamò nemiche implacabili: Homicidæ, crudeles, implacabiles, quæque numquam erga eos, a quibus possidentur, remittunt simultatem. Le chiamò venti che muovono ognor tempesta (Hom.17 ad pop.); le chiamò fiere che sbranano ogn’ora i cuori (Hom. 6. de avar.); le chiamò fiamme che incendiano ogni ora il mondo. Hinc inimicitia, diss’egli, hinc pugnæ, hinc contentiones, hinc bella, hinc suspiciones, hinc convitia, hinc furta, hinc cædes, hinc sacrilegio(Hom. 65. ad pop.).Adunque certa cosa è, che, generalmente parlando, quanto più di ricchezze voi lascerete a qualunque siasi de’ vostri, tanto più lor lascerete ancor di pericoli; né miglior senno farete di chi vada a porre ai bambini in mano un coltello ben aguzzo,ben affilato, perd’egli ha il manico tempestato di gioie. – Or se ciò di tutte le ricchezze si viene a verificare, quanto più dunque di quelle, che siccome son prole d’iniquità, cosi, secondo il bel detto dell’Ecclesiaste, sogliono riuscirsi anche madri di perdizione? Divitiæ conservatæ in malum domini sui (Ecc. V. 12). Quanto rimarrebbe allacciata la coscienza del vostro erede, considerando non poter lui possedere con buona fede punto di ciò che voi gli avete acquistato con male industrie!Ch’egli il restituisca, è troppo difficile; se non lo restituisce, egli è già spedito. Adunque chi non conosce la perdizione che voi loro apportate con tali lasciti? E questo è amore, questa è affezione di padre? anzi è rancore, anzi è rabbia di parricida: inimici hominis domestici ejus (Mich. VII. 6). Meglio sarebbe, dice san Giovanni Crisostomo, che voi li lasciaste mendici: perché finalmente da qualsiasi meschinissima povertà potrebbero cavare qualche ben per l’anima loro, come per la sua ne cavò già tanto Lazaro l’ulceroso; ma da ricchezze inique nessuno. Non enim potest ad bonum proficere quod congregatur de malo (Imperf.hom. 38 in cap. XXII S. Matth.). Non possono con queste né arricchir tempi, né provvedere bisognosi, né soccorrere monasteri, né giovare a’ defunti, né placar Dio; e siccome senza colpa non possono ritenerle, così nemmeno possono spenderle senza colpa. Ditemi dunque, se può nel mondo trovarsi uno più miserabile di chi abbondi di tali beni. E questi beni voi, morendo, volete lasciare per patrimonio a’ vostri più cari? Oh amor crudele! oh stravaganza! oh spietatezza!oh barbarie di mente insana! -Racconta santo Antonino, arcivescovo di Firenze, nella sua Somma un caso atrocissimo.Si trovava già presso morte uno di questi empj ricchi, di cui parliamo; che però fu esortato dal sacerdote a restituire quei mali acquisti, de’ quali era reo; ma egli si stava immobile come un sasso: non si rendeva a preghiere, non si riscuoteva a minacce. Vi s’interposer però fin due suoi stessi figliuoli a persuaderglielo. Ai quali egli: non posso, miei figliuoli, non posso restituire; perché, s’io di poi campassi, mi converrebbe tutto dì mendicare di porta in porta la vita a stento; e s’io morissi, dovresti emendicar voi. Risposer questi, che quanto alle lor persone lasciasse pure diaverne sollecitudine, perché essi meglio amavano il padre salvo e sé poveri, che sé ricchi e il padre dannato. Allora il padre con occhio bieco mirandoli: tacete (disse), o figliuoli senza cervello. Non avete ancor imparato quanto più pietoso sia Dio, che non sono gli uomini? S’io son peccatore, posso sperar che Dio mi usi misericordia; ma se voi sarete mendici, come potrete confidare che gli uomini vi abbiano compassione.E persuaso da questo folle discorso, miserabilmente morì. Fece questo discorso grand’impressione nella mente de’ due fratelli, i quali rimanevano ereditieri delle ree sostanze paterne; nondimeno poi consigliatomi meglio seco medesimo uno di loro, volle fare perfetta restituzione della sua parte;ma non già l’altro la volle far della sua.Che avvenne però? Non andò molto, che di loro, il malvagio fini la vita, e l’innocente si consacrò religioso nell’inclita figliolanza di san Francesco. Or mentre il religioso stava una notte in solitaria contemplazione, ecco mira innanzi a’ suoi occhi spalancarsi una gran voragine, e tra nembi di fumo, tra nuvole di caligine, e tra torrenti di fuoco, tra volume di fiamme scorge il suo padre ed il suo fratello nel mezzo di una foltissima turba di condannati. Qual però credete che fosse l’atteggiamento in cui li mirò? Stavano insieme que’ due meschini afferrati come due mastini rabbiosi, ora svellendosi scambievolmente i capelli, or graffiandosi il viso; e con vicendevoli insulti:per te, maledetto figlio, diceva l’uno, io patisco questi tormenti; ed io, diceva l’altro,per te maledetto padre; meglio era pure ch’io generassi un serpente, diceva il padre; ed io che fossi generato da un orso,rispondevagli il figliuolo. Tu, figlio infame, mi strazi: tu mi braci, padre inumano. E con questi orrendi diverbi, vie più fremendo,avventavano i denti l’un con l’altro,quasi che il lor solo conforto fra tante pene non altro fosse che fare a gara tra lor di mangiarsi vivi, come due mostri legati insieme a una catena medesima. – Or ecco,signori miei, quale per relazion di un Santosi celebre sarà l’emolumento che ritrarranno per tutta l’eternità i padri delle inique ricchezze lasciate a’ figliuoli, ed i figliuoli delle inique ricchezze ereditate da’ padri.Sembra a voi però che si debba a così gran costo comperar la breve fortuna d’una famiglia? Se questo è amare sé stesso, che sarà odiarsi? e se questo è beneficare i congiunti,che sarebbe perseguitarli? Stabilisca dunque, che quando ancora i malvagi accumulamenti punto valessero ad ingrandire la casa, l’ingrandirla così non sarebbe spediente né a voi, né a’ vostri. Pensate poi che sarà, mentre, come da prima noi dimostriamo, questa è la maniera più certa da sterminarla. Væ qui congregat avaritiam malam domui suæ, ut sit in excælso njdus ejus! (Habac. II. 9) Ma perché, santo Profeta?; perché, perché, perché? Cogitasti confusionem domui tuæ (Ib. 10). Voi ponderatelo, ed io mi riposerò.

SECONDA PARTE

IX. Presupposto dunque, che per tante ragioni voi non dobbiate volere, ad ontadi Dio, far la famiglia più ricca di quelch’ell’è, che rimane a dire, se non che deponiate ormai dal cuore quella smoderata sollecitudine, con cui, per provvedervi a’ bisogni de’ vostri eredi, voi trascurate con amor crudo il pensiero della vostra anima? Deh cominciate a prezzar un poco una volta ciò che conviensi apprezzare, e  considerate tra voi: voi per ventura già carichi di anni, già cagionevoli della persona, e per conseguente vicini anche alla morte. Non andrà molto che vi converrà comparire avanti al tribunale divino, per rendere ragion dell’anima vostra: già vi aspettano da una parte gli Angeli come testimoni fedeli di quanto avrete operato;già dall’altra i demonj, come accusatori implacabili: e voi state ancora a pensare che mangeranno gli eredi vostri di buono dopo la vostra morte, come potranno abitare con comodità, come vivere con delizia? Ecce expectat te jam egressurum de ista vita officium tribunalis sacri, ritorna a parlare Salviano (1. 3 ad Eccli.), et tu delicias aliorum mente pertractas; quam bene scilicet post te hæres tuus de tuo prandeat, quibus copiis ventrem expleat, quomodo viscera exsaturata distendat? Queste son dunquele cure vostre più gravi, questi i pensieri più assidui, – come se allora nel tribunale divino doveste essere più sicuri, quando aveste lasciati i vostri più ricchi? So che vi gioverà allora gran fatto di poter dire:Signor, salvatemi. E perché? Perché io,conforme i vostri consigli, ho vestiti tanti ignudi? Perché ho dotate tante fanciulle? Perché ho riscattati tanti prigioni? Perché  ho pasciuti tanti famelici? Perché ho procurato di propagare in mille modi la gloria del vostro Nome? No, Signor mio, non per questo; ma perché ho lasciata la mia casa fornita di molte comodità, perché i miei posteri epulantus quotidie splendide; perché luxuriantur in peristomatis, quæ ego feci; perchè fornicantur in sericis, quæ reliquie (lb. IV, ad Eccl.): però salvatemi. Se dir questo vi par che debba giovarvi,pur ad accumular la roba con sì profonda ansietà; ma se vedete, che ciò piuttosto è per nuocervi, deh convertite l’ansietà in miglior uso, ed in cambio di pensar più tanto ad altri, pensate a voi.Revertere potius in tedirò a ciascuno con le belle parole di santo Eucherio, ut tu sis carior tibi, quam tuis (ep. 1 Parænet.). – Che se pur, de’ giovani vostri voi siete ansiosi, abbiate questa fidanza, che Dio piglierassi continuamente diloro una cura più che paterna, se voi sempre avrete all’amor del sangue anteposto l’onor di Dio. Povera Rut! Non capitò ella in Betlemme, giovane vedovella senza alcun bene? Contottociò, perché Dio n’avea patrocinio, trovò ancora in paese, ov’era straniera, un uomo ricchissimo che la tolse per moglie. Povera Ester! non dimorava ella in Susa, orfana fanciulletta senza alcun nome? Con tutto ciò, perché  Dio n’avea protezione, trovò ancora in paese,dov’era schiava, un potentissimo re che l’assunse al trono. Fidatevi dunque, fidatevi,che Dio non mancherà di pensare egualmente a’ vostri. E se voi frattanto Bramante come un prototipo bello, a cui conformarsi, rappresentatevi quel sì famoso Tobia.

X. Aveva egli nella sua canuta vecchiaia un sol figlioletto, speranza della sua stirpe, sostegno della sua debolezza, e quasi luce della sua cecità. E però, quantunque lo amasse con una svisceratissima tenerezza, era nondimeno sì lungi dal volerlo arricchire per vie men giuste, che udendo un giorno belar in casa un capretto comperatogli dalla madre, cominciò il buon vecchio con alte grida terribili a schiamazzare: ohimè, che sento? un capretto in casa! guardate bene, di grazia, guardate bene ch’egli non sia per ventura scappato qui dalla soglia di alcun vicino; e s’egli è, presto, rendetelo a’ suoi padroni, perché non conviene a noi di mangiare, non conviene a noi di toccare ciò ch’è di altrui. Videte ne forte furtivus sit: feddite eum dominis suis, quia non licet nobis aut edere ex furto aliquid, aut contingere (Tob. II. 21). Anzi, non contento di ciò, tutto quello che poteva mai risparmiare dal quotidiano sostentamento della povera famigliola, tutto veniva ripartito da lui caritatevolmente a persone più bisognose, tutto a’ prigioni, tutto a’ pupilli. Potea parere al giovinetto figliuolo una specie di crudeltà, veder che il padre, già grave di anni, si pigliasse sì poca cura di comporgli un patrimonio, se non fiorito, almeno decente, a potersi poi sostentare. Onde il buon vecchio, quasi che di questo volesse giustificarsi presso il figliuolo, lo chiamò un giorno; e, dopo avergli premessi di molti salutevoli documenti, gli significò lo scarsissimo capitale, ed i sottilissimi censi, che possedevano. Indi con le lagrime agli occhi: non dubitare (soggiunse), figliuol mio caro; bene io veggo quanto sia poco ciò che ti lascio: angustissima abbiamo l’abitazione, meschino il vivere, dispregiato il vestire; ma sappi, figlio, che molto avremo di bene, se non mancheremo d’un timor santo di Dio, e d’un’osservanza esattissima della legge: Noli timere, fili mi: pauperem quidem vitam gerimus, sed multa bona habebimus, si timuerimus Deum(Tob. IV. 23). Così disse il vecchio Tobia. E non credete che, com’egli promise, così seguisse? Non andò molto, che il giovinetto figliuolo incontrò partito sceltissimo di accasarsi, buona dote, onorevole parentela, grossissima eredità. – Ora da questo vorrei che ancor voi pigliaste salutevole esempio, e che con qualche congiuntura opportuna ragionando da solo a’ giovani vostri: miei figli (diceste loro), voi ben vedete quale condizione sia quella di casa nostra. Anch’io potrei, se volessi, procurar di arricchirvi con quelle malvagie industrie, che oggidì sono in uso presso di molti ancora in questa città: potrei tenere anch’io di mano a cambi malsinceri, a censi malsicuri, a fraudi, a doppiezze, a falsificamenti, a litigi, ed a mille altre fallacie nel negoziare. Ma tolga Dio da me tali vizj: io non farei né a prò vostro, né ad util mio. Figliuoli cari, temete Dio, e non dubitate di nulla, perché vivrete sotto buon protettore. Non invidiate a’ cittadini vostri pari, quando vedrete che con biasimevoli acquisti alzino a fronte di casa vostra palazzi assai maggiori di quelli, ne’ quali nacquero, o piantino vicinoa’ vostri poderi ville maggiori doppiamente di quelle che ereditarono; non gl’invidiate di ciò: nolite attendere ad possessiones iniqua (Eccli, V.1), Come il Savio medesimo vi consiglia; ma piuttosto tenete sempre a memoria, che meglio è un piccolo patrimonio ad un giusto, che un grande ad un peccatore: melius est modicum justo super divitias peccatorum multas(Ps. XXXVI. 16). Lasciate pur ch’essi sfoggino per un poco, lasciate che vi soverchino: a Dio toccherà di far un giorno ad ognuno la sua giustizia. Osservate voi la sua legge, rispettatelo, riveritelo; e s’egli non avrà cura di provvedervi, doletevi poi di me. Pauperem quidem vitam gerimus, sed multa bona habebimus, multa bona habebimus, si timuerimus Deum. Tali siano gli avvertimenti che, ad imitazion del giusto Tobia, voi diate ai giovani vostri; e frattanto cominciate un poco a raccorvi in età già grave, a pensare più all’anima che alla casa, più alla coscienza che ai traffichi, più a Dio che al mondo. E se per l’addietro aveste, ch’io già non credo, contaminate le vostre mani d’acquisti poco innocenti, presto, presto, scoteteli presto via, soddisfate ormai tanti poveri mercenarj, pagate spedali, pagate chiese, pagate chiostri, adempite legali pii, e non vogliate ritener più presso di voi, neppur un momento brevissimo, quel danaro che non può se non cagionare a voi dannazione, retare ai vostri esterminio, e, come dice Michea, mantener sempre accesa implacabilmente l’inimicizia divina con casa vostra: ignis in domo impii thesauri iniquitatis ( Mich. VI. 10).

DOMENICA II DI QUARESIMA (2020)

DOMENICA II DI QUARESIMA (2020)

Stazione a S. Maria in Domnica

Semidoppio. – Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

La Stazione a Roma si tiene nella chiesa di S. Maria in Domnica, chiamata così perchè i Cristiani si riunivano, in altri tempi, la Domenica nella casa del Signore (Dominicum). Si dice che S. Lorenzo, distribuisse lì i beni della Chiesa ai poveri. Era una delle parrocchie romane del V secolo. Come nelle Domeniche di Settuagesima, di Sessagesima e di Quinquagesima, i testi dell’Ufficiatura divina formano la trama delle Messe della 2a, 3a, e 4a Domenica di Quaresima. – Il Breviario parla in questo giorno del patriarca Giacobbe che è un modello della più assoluta fiducia in Dio in mezzo a tutte le avversità. Assai spesso la Scrittura chiama il Signore, il Dio di Giacobbe o d’Israele per mostrarlo come protettore. « Dio d’Israele, dice l’Introito, liberaci da ogni male ». La Chiesa quest’oggi si indirizza al Dio di Giacobbe, cioè al Dio che protegge quelli che lo servono. Il versetto dell’Introito dice che « colui che confida in Dio non avrà mai a pentirsene ». L’Orazione ci fa domandare a Dio di guardarci interiormente ed esteriormente per essere preservati da ogni avversità ». Il Graduale e il Tratto supplicano il Signore di liberarci dalle nostre angosce e tribolazioni » e « che ci visiti per salvarci ». Non si potrebbe meglio riassumere la vita del patriarca Giacobbe che Dio aiutò sempre in mezzo alle sue angosce e nel quale, dice S. Ambrogio, « noi dobbiamo riconoscere un coraggio singolare e una grande pazienza nel lavoro e nelle difficoltà » (4° Lez. Della 3° Domenica di Quaresima).  – Giacobbe fu scelto da Dio per essere l’erede delle sue promesse, come prima aveva eletto Isacco, Abramo, Seth e Noè. Giacobbe significa infatti « soppiantatore »: egli dimostrò il significato di questo nome allorché prese da Esaù il diritto di primogenitura per un piatto di lenticchie e quando ottenne per sorpresa, la benedizione del figlio primogenito che il padre voleva dare a Esaù. Difatti Isacco benedì il figlio più giovane dopo aver palpato le mani che Rebecca aveva coperte di pelle di capretto e gli disse: « Le nazioni si prosternino dinanzi a te e tu sii il signore dei tuoi fratelli ». Allorquando Giacobbe dovette fuggire per evitare la vendetta di Esaù, egli vide in sogno una scala che si innalzava fino al cielo e per essa gli Angeli salivano e discendevano. Sulla sommità vi era l’Eterno che gli disse: « Tutte le nazioni saranno benedette in Colui che nascerà da te. Io sarò il tuo protettore ovunque tu andrai, non ti abbandonerò senza aver compiuto quanto ti ho detto. Dopo 20 anni, Giacobbe ritornò e un Angelo lottò per l’intera notte contro di lui senza riuscire a vincerlo. Al mattino l’Angelo gli disse: « Tu non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele (il che significa forte con Dio), perché Dio è con te e nessuno ti vincerà » (Il sacramentario Gallicano (Bobbio) chiama Giacobbe « Maestro di potenza suprema »).Giacobbe acquistò infatti la confidenza di suo fratello e si riconcilia con lui.Nella storia di questo Patriarca tutto è figura di Cristo e della Chiesa. – La benedizione, infatti, che Isacco impartì a suo figlio Giacobbe — scrive S. Agostino — ha un significato simbolico perché le pelli di capretto significano i peccati, e Giacobbe, rivestito di queste pelli, è l’immagine di Colui che, non avendo peccati, porta quelli degli altri » (Mattutino). Quando il Vescovo mette i guanti nella messa pontificale, dice infatti, che « Gesù si è offerto per noi nella somiglianza della carne del peccato ». « Ha umiliato fino allo stato di schiavo, spiega S. Leone, la sua immutabile divinità per redimere il genere umano e per questo il Salvatore aveva promesso in termini formali e precisi che alcuni dei suoi discepoli « non sarebbero giunti alla morte senza che avessero visto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno » cioè nella gloria regale appartenente spiritualmente alla natura umana presa per opera del Verbo: gloria che il Signore volle rendere visibile ai suoi tre discepoli, perché sebbene riconoscessero in lui la Maestà di Dio, essi ignoravano ancora quali prerogative avesse il corpo rivestito della divinità (3° Notturno). Sulla montagna santa, ove Gesù si trasfigurò, si fece sentire una voce che disse: « Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto,ascoltatelo ». Dio Padre benedì il suo Figlio rivestito della nostra carne di peccato, come Isacco aveva benedetto Giacobbe, rivestito delle pelli di capretto. E questa benedizione data a Gesù, è data anche ai Gentili a preferenza dei Giudei infedeli, come essa fu data a Giacobbe a preferenza del primogenito. Così il Vescovo mettendosi i guanti pontificali, indirizza a Dio questa preghiera« Circonda le mie mani, o Signore, della purità del nuovo uomo disceso dal cielo, affinché, come Giacobbe che s’era coperte le mani con le pelli di capretto ottenne la benedizione del padre suo, dopo avergli offerto dei cibi e una bevanda piacevolissima, cosi, anch’io, nell’offrirti con le mie mani la vittima della salute, ottenga la benedizione della tua grazia per nostro Signore ».Noi siamo benedetti dal Padre in Gesù Cristo; Egli è il nostro primogenito e il nostro capo; noi dobbiamo ascoltarlo perché ci ha scelti per essere il suo popolo. « Noi vi preghiamo nel Signore Gesù, dice S. Paolo, di camminare in maniera da progredire sempre più. Voi conoscete quali precetti io vi ho dati da parte del Signore Gesù Cristo, perché  Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione in Gesù Cristo Signor nostro » (Epist.). — In S. Giovanni (I, 51) Gesù applica a se stesso l’apparizione della scala di Giacobbe per mostrare che in mezzo alle persecuzioni alle quali è fatto segno, egli era continuamente sotto la protezione di Dio e degli Angeli suoi. « Come Esaù, dice S. Ippolito, medita la morte di suo fratello,il popolo giudeo congiura contro Gesù e contro la Chiesa.Giacobbe dovette fuggirsene lontano; lo stesso Cristo, respinto dall’incredulità dei suoi dovette partire per la Galilea dove la Chiesa, formata di Gentili, gli è data per sposa ». Alla fine dei tempi, questi due popoli si riconcilieranno come Esaù e Giacobbe.La Messa di questa Domenica ci fa comprendere il mistero pasquale che stiamo per celebrare. Giacobbe vide il Dio della gloria, gli Apostoli videro Gesù trasfigurato, presto la Chiesa mostrerà a noi il Salvatore risuscitato.

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV:6; XXIV:3; XXIV:22

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Ps XXIV:1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, ho levato l’ànima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Orémus.

Deus, qui cónspicis omni nos virtúte destítui: intérius exteriúsque custódi; ut ab ómnibus adversitátibus muniámur In córpore, et a pravis cogitatiónibus mundémur in mente. [O Dio, che ci vedi privi di ogni forza, custodiscici all’interno e all’esterno, affinché siamo liberi da ogni avversità nel corpo e abbiamo mondata la mente da ogni cattivo pensiero.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses.

1 Thess IV: 1-7.

“Fratres: Rogámus vos et obsecrámus in Dómino Jesu: ut, quemádmodum accepístis a nobis, quómodo opórteat vos ambuláre et placére Deo, sic et ambulétis, ut abundétis magis. Scitis enim, quæ præcépta déderim vobis Per Dominum Jesum. Hæc est enim volúntas Dei, sanctificátio vestra: ut abstineátis vos a fornicatióne, ut sciat unusquísque vestrum vas suum possidére in sanctificatióne et honóre; non in passióne desidérii, sicut et gentes, quæ ignórant Deum: et ne quis supergrediátur neque circumvéniat in negótio fratrem suum: quóniam vindex est Dóminus de his ómnibus, sicut prædíximus vobis et testificáti sumus. Non enim vocávit nos Deus in immundítiam, sed in sanctificatiónem: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip. Arciv. Artigianelli – Pavia, 1929]

– LA PURITÀ –

“Fratelli: Vi preghiamo e supplichiamo nel Signore, che, avendo da noi appreso la norma, secondo la quale dovete condurvi per piacere a Dio, continuiate a seguire questa norma, progredendo sempre più. Poiché la volontà di Dio è questa: la vostra santificazione: che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo nella santità e nell’onestà, e non seguendo l’impeto delle passioni, come fanno i pagani che non conoscono Dio; che nessuno su questo punto soverchi o raggiri il proprio fratello: che Dio fa vendetta di tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e dichiarato. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità: in Cristo Gesù Signor nostro” (I Tess. IV, 1-7).

San Paolo, nel chiudere il cap. terzo della sua prima lettera ai Tessalonicesi, assicura che egli prega Dio, perché, togliendo gli ostacoli che finora vi s’erano frapposti, voglia concedergli di poter recarsi ancora a Tessalonica a completare il suo apostolato. E fa voti che Dio faccia abbondare nella carità i Tessalonicesi, a quel modo che egli abbonda nella carità verso di loro; affinché siano trovati irreprensibili per il giorno in cui Gesù Cristo comparirà con tutta la corte celeste. Adesso passa ad esortarli a cooperare da parte loro alla grazia, crescendo sempre più nella perfezione cristiana, secondo i precetti da lui dati da parte di Gesù Cristo. Precetti che rievoca cominciando da ciò che riguarda la purità. Parliamo anche noi di questa virtù la quale:

1. È voluta da Dio, che non chiede cose impossibili,

2. A lui ci avvicina,

3. E’ richiesta dalla nostra vocazione.

1.

La volontà di Dio è questa: la vostra santificazione; che vi asteniate dalla, fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo nella santità e nell’onestà. – Queste parole dell’Apostolo sono una risposta a coloro che vanno dicendo essere impossibile condurre una vita pura. Se fosse impossibile, Dio non ce ne farebbe comando. L’esercizio di qualsiasi virtù incontra certamente delle difficoltà. Ogni comandamento della legge di Dio richiede i suoi sacrifici; e il sesto comandamento ne richiede non pochi. Si tratta, però, sempre non di impossibilità, ma di difficoltà da superare. Difficoltà, che chi ama Dio supera con l’aiuto della sua grazia. «Io posso tutto in colui che mi fortifica» (Filipp. IV, 13), dichiara l’Apostolo. La prima difficoltà da superare è la cattiva inclinazione dei sensi. Per viver casti non bisogna aver aperti gli occhi a tutte le curiosità, le orecchie intente a ogni sorta di discorsi, la gola sempre disposta alle crapule, non esser dediti al vino, «sorgente di dissolutezza» (Ef. V, 18). Bisogna vincere la tendenza all’ozio. Diciamo che l’ozio è padre di tutti i vizi. È padre di tutti i vizi in generale, e dell’impurità in modo particolarissimo. L’uomo nemico della parabola evangelica va a sparger la zizzania nel campo seminato di buon grano, mentre gli agricoltori dormono. Quando il corpo e lo spirito sono occupati, l’uomo nemico ha poco da fare. Le cattive inclinazioni non si fanno sentire, la fantasia non può far la sbrigliata; i desideri trovano chiusa la porta; non si commettono certe laidezze. Bisogna evitare le cattive compagnie. Chi va col lupo, impara ad urlare. Chi va con gente sboccata, a poco a poco diventerà sboccato; chi va coi libertini, diventerà presto libertino. E van considerati come pessimi compagni certi giornali e certi libri. La loro lettura comincia con attirare la curiosità, poi eccita la fantasia, turba l’animo, e finisce con guastare la mente, il cuore e anche il corpo di tanti incauti lettori. Chi non vede che cattive azioni, e non legge che di cattive azioni, misura tutto dalla propria debolezza e dalla debolezza degli altri e conclude: «E’ impossibile viver puri». Qui vengono a proposito le parole di S. Gerolamo: « Molti, giudicando i precetti di Dio non dalle azioni virtuose dei Santi, ma dalla propria debolezza, dicono essere impossibile ciò che vien comandato » (L. I Comm. in Matth. c. 5, v. 4). Mancano forse nella Storia Sacra e nella storia della Chiesa esempi luminosi di purezza? Nei primi tempi della Chiesa si poteva affermare dei Cristiani in faccia ai loro nemici: «Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne» (Lettera a Diogneto 5, 8). E la dottrina cattolica, che formava anime pure allora, le forma anche nei nostri tempi. Il Card. Massaia, nel suo ritorno in Europa, quando fu esiliato dall’Abissinia, ebbe parecchie conversazioni in Suakim con un ricco mercante arabo, Sciek Abdallàh. In una di queste conversazioni, l’arabo, ammirato della vita intemerata e delle virtù angeliche del Messia e dei suoi compagni missionari : « Allah Kerim! — esclamò — noi mussulmani camminiamo strisciando per terra, laddove voi Cattolici, stendendo le ali, volate sì alto che noi non possiamo raggiungervi neppure con lo sguardo » (Can. L. Gentile, L’Apostolo dei Galla, 2. ed. Torino 1910, p. 380). Anche nei secoli di maggior corruzione non mancano mai Cristiani, uomini e donne, di vita illibatissima, i quali si attirano l’ammirazione di coloro stessi, che ne scrutano le minime azioni per aver pretesto di combatterli. E ciò che hanno potuto far essi, perché non posso farlo io, con l’aiuto della grazia del Signore?

2.

San Paolo continua, dicendo che Dio non vuole che noi serviamo alla concupiscenza « come fanno i pagani che non conoscono Dio ». L’ignoranza della volontà di Dio e delle relative sanzioni, come era appunto il caso dei pagani, allontana sempre più l’uomo dal suo Creatore e lo lascia cadere nella depravazione. Al contrailo, l’uomo che conosce la volontà di Dio, e vuol metterla in pratica, cerca di purificarsi sempre più. Quanto più un’anima è pura, tanto più è disposta alle ascensioni verso Dio. L’anima è spirito, e solamente i piaceri dello spirito la possono soddisfare, «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio», dice Gesù (Matt. V, 8). La purezza del cuore, qui encomiata da Gesù, esclude ogni peccato o vizio che possa imbrattare l’interno dell’uomo, e che avrà completamente il premio promesso nella seconda vita, Ma coloro che vivono casti sono più atti ad occuparsi delle perfezioni di Dio, anche durante il terreno pellegrinaggio. L’occhio sano tanto più vede quanto più è limpido. Così il cuore quanto più è puro tanto più percepisce le cose di Dio. L’uomo quanto meno è attratto dal fango e dalle brutture di quaggiù, tanto più è inclinato a sollevarsi in alto fino alla bellezza increata. « La castità — dice S. Bernardo — unisce l’uomo al cielo » (Liber ad sor., De Modo bene vivendi, 64). E S. Atanasio insegna che « la mondezza dell’anima la rende atta a veder Dio per se stessa » (Or. contra Gentes, 2). L’anima pura sente di essere legata in modo particolare a Dio, purezza infinita. Chi è puro s’intrattiene volentieri con Dio per mezzo della preghiera e dei sacri cantici. Trova le sue delizie nello star vicino al tabernacolo del Dio vivente; passa momenti di paradiso quando si unisco a Lui nella santa Comunione. Il pensiero della presenza, di Dio, che tanti sgomenta e che da tanti è trascurato, è per essa un forte incitamento all’esercizio di tutte le virtù; e le dà la costanza di superare qualunque ostacolo. E il Signore, che si compiace delle anime caste, dopo averle sostenute nella lotta. Fa loro sentire tutto il conforto della sua vicinanza.

3.

Lontani da Dio si vive in ogni sregolatezza. Questa era la vita dei Tessalonicesi, prima che si convertissero al Cristianesimo. Adesso che sono seguaci di Gesù Cristo devono tenere una condotta affatto opposta, mettendosi a praticare ogni virtù. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità. Chi continuasse a vivere nell’immondezza, non sarebbe degno di appartenere ai seguaci di Gesù Cristo; verrebbe meno ai doveri della sua vocazione. Lo stesso mondo corrotto e corruttore, è giudice severo verso coloro che conducono una vita poco casta. Chiuderà gli occhi su tante mancanze; ma aguzzerà in modo straordinario la vista per scoprire, se coloro che si mettono a condurre una vita cristiana, mancano sotto questo rispetto. E se gli è dato di scoprire qualche mancanza, fa del rumore, crea dei pretesti per additare al disprezzo i Cristiani praticanti. Un Cristiano abbia pure le più belle doti di mente e di cuore, compia pure molte opere buone, si acquisti dei meriti svariati, se è schiavo dell’immondezza disonora la sua vita: e non sarà mai un apostolo che convince. Poca macchia guasta una bellezza: soprattutto quando si tratta della macchia dell’impurità. Al contrario, la purità compenetra, per così dire, tutte le altre virtù e ne rivela le bellezze. Ci sono certi fiori che, in un mazzo, attirano lo sguardo più degli altri, nello stesso tempo che accrescono grazia al mazzo intero. Nel mazzo delle virtù che adornano la vita cristiana, la purità è quella che maggiormente influisce su l’animo di chi osserva; e gli presenta tutte le altre virtù sotto un luce tutta particolare. Essa è « il fiore dei costumi » (Tertull., De Pudicitia,1). E la storia della Chiesa, antica e moderna, la storia dei nostri giorni, quella che si svolge sotto i nostri occhi, e quella che si svolge nei paesi delle Missioni, c’insegna che tanti e tanti, rimasti irremovibili davanti ai ragionamenti e alle esortazioni, a poco a poco si lasciano soggiogare e trascinare dal fascino che esercitano le anime pure. Questa bella virtù, che tanto ci innalza agli occhi di Dio, che tanta efficacia esercita sull’anima degli uomini, che è invidiata, se non osservata, anche da coloro che vivono immersi nelle passioni, deve essere dai Cristiani costantemente praticata e gelosamente custodita. I tesori, quanto più sono preziosi, tanto più esigono cure, perché non vadano perduti. Si devono sostenere lotte e privazioni per conservare il tesoro della purità; ma quanto più lotteremo e ci mortificheremo, tanto più diventeremo belli e preziosi all’occhio di Dio. Le vette nevose delle Alpi tanto più spiccano e affascinano con il loro candore, quanto più sono flagellate dalle bufere e dalle tempeste. Le lotte e le privazioni che si devono sostenere per conservare la purità avranno, del resto, il più felice coronamento; poiché di essa, soprattutto, è scritto nei Libri Santi, che « incoronata trionfa nell’eternità, avendo riportato il premio dei casti combattimenti » (Sap. IV, 2).

 Graduale

Ps XXIV: 17-18

Tribulatiónes cordis mei dilatátæ sunt: de necessitátibus meis éripe me, Dómine,

[Le tribolazioni del mio cuore sono aumentate: líberami, o Signore, dalle mie angustie.]

Vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea.

[Guarda alla mia umiliazione e alla mia pena, e perdònami tutti i peccati.]

Tractus

Ps CV:1-4

Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. [Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.]

Quis loquétur poténtias Dómini: audítas fáciet omnes laudes ejus?

[Chi potrà narrare la potenza del Signore: o far sentire tutte le sue lodi?]

Beáti, qui custódiunt judícium et fáciunt justítiam in omni témpore.

[Beati quelli che ossérvano la rettitudine e práticano sempre la giustizia.]

Meménto nostri, Dómine, in beneplácito pópuli tui: vísita nos in salutári tuo. [Ricórdati di noi, o Signore, nella tua benevolenza verso il tuo popolo, vieni a visitarci con la tua salvezza.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.

Matt XVII: 1-9

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus Petrum, et Jacóbum, et Joánnem fratrem eius, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies ejus sicut sol: vestiménta autem ejus facta sunt alba sicut nix. Et ecce, apparuérunt illis Móyses et Elías cum eo loquéntes. Respóndens autem Petrus, dixit ad Jesum: Dómine, bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum et Elíæ unum. Adhuc eo loquénte, ecce, nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube, dicens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte. Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Jesus, et tétigit eos, dixítque eis: Súrgite, et nolíte timére. Levántes autem óculos suos, néminem vidérunt nisi solum Jesum. Et descendéntibus illis de monte, præcépit eis Jesus, dicens: Némini dixéritis visiónem, donec Fílius hóminis a mórtuis resúrgat.”

[In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, e Giacomo, e Giovanni, suo fratello, e li menò separatamente sopra un alto monte; e fu dinanzi ad essi trasfigurato. E il suo volto era luminoso come il sole, e le sue vesti bianche come la neve. E ad un tratto apparvero ad essi Mosè ed Elia, i quali discorrevano con lui. E Pietro prendendo la parola, disse a Gesù: Signore, buona cosa è per noi lo star qui: se a te piace, facciam qui tre padiglioni, uno per te, uno per Mosè, e uno per Elia. Prima che egli finisse di dire, ecco che una nuvola risplendente, li adombrò. Ed ecco dalla nuvola una voce che disse: Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto: lui ascoltate. Udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra, ed ebbero gran timore. Ma Gesù si accostò ad essi, e toccolli, e disse loro: Alzatevi, e non temete. E alzando gli occhi, non videro nessuno, fuori del solo Gesù. E nel calare dal monte, Gesù ordinò loro, dicendo: Non dite a chicchessia quel che avete veduto, prima che il Figliuol dell’uomo sia risuscitato da morte.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Per la trasfigurazione del Signore s’intende quel cangiamento miracoloso, che Gesù Cristo fece della sua Persona, alla presenza di s. Pietro, s. Giacomo e s. Giovanni, sul monte Thabor, ove apparve nella più sfolgorante mostra della sua gloria, tra Mosè ed Elia. S. Tommaso prova che era conveniente che Gesù Cristo si trasfigurasse per rendere più ferma la fede e la speranza dei suoi Apostoli. L’una e l’altra dovevano essere stranamente provate alla vista degli obbrobri, dei patimenti e della morte ignominiosa del Salvatore. Gli Apostoli, prima della discesa dello Spirito Santo, non avevano che un’idea materiale della religione: imperfettissima era la loro fede e debole la speranza. I miracoli che il Figlio di Dio faceva erano un potente motivo di credenza; ma alla fine Mosè, Elia, e tanti altri profeti senza essere Dio avevano fatto di simili miracoli; vi bisognò qualche cosa di più splendido, che fosse una visibile prova della sua divinità, e porgesse loro una più giusta idea dell’eterna felicità che doveva essere la loro ricompensa: e questo è ciò che nella Trasfigurazione del Salvatore sensibilmente si trova. Gesù Cristo prese s. Pietro seco, dice s. Giovanni Damasceno, perché doveva essere il pastore della Chiesa universale, ed aveva già confessato la divinità del Salvatore, seguendo la luce ricevutane dall’eterno Padre. Prese s. Giacomo, perché esso doveva il primo confermar col suo sangue la divinità di Gesù Cristo: prese s. Giovanni, come quello de’ suoi evangelisti che doveva pubblicare nella maniera più chiara e precisa la sua divinità: Nel principio era il Verbo, e il Verbo era appresso Dio, e il Verbo era Dio. Ma se Gesù Cristo gli fa testimoni della sua gloria sul Thabor, vuole che siano ancora della sua agonia sul monte degli ulivi. Il Salvatore non fa parte delle sue dolcezze se non a quelli che prendon parte ai dolori della sua passione. In disparte e sopra un monte elevatissimo Gesù Cristo si mostra ai suoi discepoli nello splendore della sua trasfigurazione; così Egli si svela ancora tutti i giorni alle anime fedeli, che trae a sé nel ritiro, e che con l’orazione s’innalzano al di sopra di tutte le cose create. Le anime infingarde, che strisciano tutto il tempo di loro vita sulla terra, sono indegne di tali celesti favori, che Dio non fa se non a quelli che aspirano alla più alta virtù. Questo corpo sfigurato oggi, abbattuto, consunto dalle fatiche della penitenza, splenderà come un sole per tutta l’eternità. È un tal pensiero che sostiene tanti fervorosi Cristiani, tanti santi religiosi, nel rigore di una vita austera. Le dolcezze spirituali di questa vita sono i frutti della croce: in mezzo a questa gloria che brilla da ogni parte, in mezzo a questo splendido giorno, che può dirsi un giorno di trionfo della sacra umanità di Gesù Cristo, questo divin Salvatore non parla che delle umiliazioni della sua morte e de’ suoi patimenti: tutta la gloria di un Cristiano sulla terra dev’essere nella mortificazione e nelle croci. Absit mihi gloriari nisi in cruce Domini nostri Iesu Christi, diceva l’Apostolo. Gesù Cristo proibisce ai testimoni della sua gloriosa trasfigurazione di parlarne prima della sua risurrezione: tanto Egli teme che la pubblicità di questa notizia non impedisca la sua morte! Cosa ammirabile! Gesù Cristo, per fare splendere la sua gloria, sceglie un monte in disparte; non prende con sé che pochi testimoni, e impone loro il silenzio su quanto hanno veduto; ma quando si tratta di soffrire una vergognosa morte, sceglie un monte esposto agli occhi di tutta Gerusalemme. Così, o mio Salvatore, voi confondete il nostro orgoglio.

Domanda. Padre nostro, che siete nei cieli, fate che noi ascoltiamo il vostro amatissimo Figlio, e custodiamo fedelmente i comandamenti vostri e della Chiesa, dei quali la vostra grazia ci rende l’osservanza non solo possibile, ma talvolta facilissima; e non permettete che mai prestiamo l’orecchio a perfide insinuazioni, tendenti a persuaderci che quanto esigete da noi è impossibile; insinuazioni ingiuriose alla vostra giustizia ed alla vostra bontà.

Omelia II

 [Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra l’abito del peccato, che è l’effetto del peccato

“Miserere mei, Domine, fili David, fìlia mea

male a dæmonio vexatur”. Matth. XXIII.

In questa guisa, fratelli miei, una donna Cananea domandava a Gesù Cristo la guarigione della sua figliuola ossessa. Fu la sua preghiera accompagnata da una fede si viva e da una fiducia sì costante, che ottenne quanto desiderava; la figliuola fu liberata dal demonio che l’invasava e fu renduta a sua madre. Era questo senza dubbio uno stato molto deplorabile; ma quello di un uomo in cui il demonio ha fissato la sua dimora col peccato è ancora più da compiangere, principalmente quando il demonio vi regna con un peccato abituale. Quando uno comincia a peccare, il demonio fa la sua entrata nell’anima, ed è facile il farnelo uscire. Ma quando uno è abituato nel male ed il vizio è radicato in un’anima con una lunga serie di peccati da essa commessi, il demonio fissa talmente la sua dimora in quell’anima e sì fortemente la incatena che è ben difficile lo scuoterne il giogo; si ricerca un miracolo della grazia per liberar quest’anima dalla trista schiavitù cui ella è ridotta. Ah! allora si è che il peccatore deve ricorrere a Gesù Cristo e chiedergli istantemente la propria liberazione. Signore (deve dire, alzando la sua voce come la Cananea del nostro Vangelo), quest’anima che è vostra figliuola, creata a vostra immagine e somiglianza, cui voi avete data una nuova vita morendo per essa sulla croce, che avete purificata nel vostro sangue prezioso; quest’anima è divenuta l’abitazione del demonio, essa è schiava di un cattivo abito che le ha portati colpi mortali: male a dæmonio vexatur; abbiate dunque pietà della sua miseria, spezzate le sue catene e mettete in fuga il demonio che se ne è reso padrone. Ecco, o peccatori, ciò che far dovete per uscire dalle vostre cattive abitudini: quanto a voi che non vi siete ancora involti, temetene le funeste conseguenze; e sì gli uni che gli altri imparate quest’oggi la condotta che dovete tenere o per correggervi o per preservarvi. Se voi non volete contrarre giammai cattivi abiti, conoscetene i perniciosi effetti. Primo punto. Se desiderate sinceramente correggervi dai vostri abiti viziosi, applicatevi a conoscerne i mezzi i più efficaci. Secondo punto. In due parole, ciò che l’abito fa contra l’abito ecco tutto il piano del mio discorso ed il soggetto della vostra cortese attenzione.

I . Punto. L’abito del peccato è una facilità di commetterlo, la quale si acquista con gli atti reiterati che si fanno. Questo abito può anche contrarsi con un solo peccato che venisse da una passione veemente e che lasciasse nel cuore gagliarde impressioni del male. Non è dunque sempre necessario, per giudicare che un abito sia formato, che gli atti ne siano sovente ripetuti; si conosce per mezzo dell’affetto a commettere certi peccati quando se ne presenta l’occasione. Cosi si può dire che un impudico, un intemperante che si abbandonano alle loro passioni, nelle occasioni in cui non si trovano che di rado, sono peccatori abituati, perché gli è sol per difetto di occasione e non d’inclinazione che non peccano frequentemente. Ora, di qualunque natura sia l’abito, in qualunque modo si contragga, egli è dannosissimo nei suoi effetti; egli rende il peccatore più colpevole, la sua conversione più difficile e la sua morte nel peccato più certa. – Quanto più la volontà è determinata al male e moltiplica i suoi mancamenti, tanto più ella è colpevole avanti a Dio. Or, siccome l’abito è l’effetto di una volontà ostinatamente attaccata al male ed è una sorgente feconda di peccati, convien conchiudere ch’egli rende il peccatore più colpevole. L’ignoranza, la fragilità, la sorpresa, una tentazione violenta, una occasione non preveduta, tutto ciò diminuisce l’enormità del peccato, perché tutto ciò suppone meno di determinazione nel peccatore: ma niente v’ha che scusi chi pecca per abito; perché lo fa con cognizione di causa; ben lungi di resistere alla tentazione, si abbandona spontaneamente al suo nemico; ben lungi di fuggir l’occasione, la cerca a bella posta, se ne fa una gloria ed un onore, pecca con disprezzo della legge di Dio; il che è il sommo della malizia. Pecca senza quasi alcuna resistenza; mentre l’abito una volta formato diventa la cagione di un’infinità di peccati, peccati dalla stessa specie, peccati di diverse specie. Niuno ve n’è che non si commetta da un abituato; l’abito è un tronco avvelenato dal quale escono mille funesti rampolli; un peccato ne tira un altro, si cade da abisso in abisso: abyssus abyssum invocat (Psal. XLI). Si ammassano, si accumulano peccati su peccati, desideri su desideri, azioni sopra azioni: con questo mezzo la passione si fortifica; la passione fortificata signoreggia al ragione e la conduce dove vuole: trangugia l’iniquità come l’acqua, senza quasi accorgersene; di modo che il peccatore si trova legato e come involto dalle catene del peccato, e fa tante cadute quanti passi: Iniquitates suæ capiunt impium, et funibus peccatorum suorum costringitur (Prov. 5). – Oh! chi potrebbe comprendere sino a qual eccesso l’abito conduce il peccatore? Chi potrebbe scoprire al giusto tutti i pensieri peccaminosi che un impudico rivolge nella sua mente, tutti i desideri iniqui cui abbandona il suo cuore, tutti gli sguardi lascivi che permette a’ suoi occhi, tutti i piaceri brutali in cui non ha vergogna d’immergersi? Chi potrebbe contare tutte le bestemmie che un bestemmiatore pronunzia solamente in un giorno? Non avvi alcuno de’ suoi discorsi che non ne sia infetto; egli stesso non potrebbe numerarle. Vedete quell’uomo abbandonato all’intemperanza, che non sa più serbare moderazione alcuna nei suoi pasti; egli si abbandona all’ubriachezza ogni qual volta ne trova l’occasione; la cerca anche con premura, e non è giammai più contento che quando può associarsi dei ghiottoni con cui passar le giornate intere a tavola e sovente una gran parte della notte; perversa e funesta società, ove si fa prova a chi berrà di più; quindi quali eccessi! La ragione n’è turbata, e la sanità alterata. L’abito è ancora cagione di molti peccati di diversa specie. Un uomo soggetto ad una passione mette in opera tutte le altre per soddisfare quella che in lui predomina: così un vendicativo impiega la maldicenza, la calunnia, l’ingiustizia, gli attentati per eseguire i neri disegni che la passione gl’inspira. Di quanti disordini l’impurità, l’intemperanza non sono esse cagione? Quante altre passioni non si tirano dietro per giungere al fine che si propongono? Non è forse l’abito cagione anche dei sacrilegi di cui un gran numero di peccatori si rendono colpevoli? Mentre, donde viene che, dopo tante confessioni e comunioni, si vedono sì pochi cangiamenti nella maggior parte di coloro che si accostano ai sacramenti? Perché non v’apportano le disposizioni necessarie, perché ricevono i sacramenti senza dolore del passato e senza buon proponimento per l’avvenire; quindi è che l’uso delle cose sante li la più colpevoli invece di santificarli. Infatti non hanno essi alcun dolore del passato, perché il loro peccato è un peccato che non vogliono togliere, e perché, ben lungi dal detestarlo, ne richiamano con piacere la rimembranza. Non hanno alcun buon proponimento per l’avvenire, perché non vogliono emendarsi. Quindi trovano essi un confessore zelante che tenta di guarirli con rimedi salutevoli? Se esso li mette alla prova, e se esige da essi savie dilazioni che la prudenza gl’inspira, si disgustano, non ritornano più al tempo loro assegnato, amano meglio marcire nei loro disordini che mettersi in istato di profittare della grazia dei sacramenti. Nulla di meno in un tempo di Pasqua, o nelle altre solennità, siccome vogliono salvar le apparenze, e conservare nel mondo la loro riputazione, vanno a cercare altri confessori sulla speranza di trovarli più indulgenti, e a cui celano il tristo stato della loro anima, per avere una assoluzione di cui sono indegni così è che per comparire Cristiani innanzi agli uomini, divengono sacrileghi avanti a Dio, e non essendo più trattenuti da alcun motivo, si abusano di ciò che la religione ha di più sacro. Perciocché, dopo aver profanato il Sacramento della riconciliazione passano arditamente dal tribunale alla sacra mensa, ove vanno ancora a profanare il corpo ed il sangue di Gesù Cristo, che ricevono in un cuore schiavo del peccato. Ecco, fratelli miei, qual è il disordine e la conseguenza dell’abito, ecco ciò che fa la vita di un gran numero di peccatori, una serie di sacrilegi; ed ecco forse il tristo stato di quei che mi ascoltano. Non v’ingannate su di ciò, bisogna interamente rinunziare ai vostri cattivi abiti, se volete ricevere degnamente i Sacramenti; altrimenti voi lo profanerete, e quel che servir deve alla santificazione vostra, non servirà che alla vostra condanna. Aprite dunque gli occhi e rimediate ad un sì gran male con una buona confessione che ripari tutto il passato e che vi liberi per sempre dal peso dei vostri cattivi abiti; voi tanto maggiormente far lo dovete, quanto che, se più tardate, renderete la vostra conversione più difficile. Non avrei io bisogno, fratelli miei, d’altre prove che la testimonianza medesima del peccatore abituato per far vedere quanto gli è difficile di convertirsi. Tutti i giorni non si lamentano forse i peccatori abituati di questa gran difficoltà? Io vorrei benissimo, dice quel bestemmiatore, correggermi di quelle bestemmie che offendono il mio Dio e danno scandalo al mio prossimo, ma non posso contenermi. Vorrei anch’io, dice quell’impudico, romper quell’affetto disordinato che ho per quella persona; ma la mia passione ha preso su di me un tal impero che non posso risolvermi ad abbandonarla. Non occorre, fratelli miei, essere sorpresi di questa difficoltà. Giudichiamo dell’abito del peccato come degli altri. L’abito dicesi esser una seconda natura; si fa con piacere e per una specie di necessità ciò che si ha per costume di fare. Questo è ancora più vero riguardo al peccato; tosto che uno s’abbandona alla sua passione, si passa al costume, dice s. Agostino, e dal costume ad una specie di necessità di fare il male: Deum servitur libidini, fit consuetudo; et dum consuetudini non resititur, fit necessitas. Necessità per altro che, non togliendo la libertà, non diminuisce punto la malizia del peccato; sia perché il peccatore si è impegnato di sua propria elezione in quella fatale necessità, sia perché non dipende che da lui opporsi alla sua malvagia inclinazione coll’aiuto della grazia e con gli sforzi che deve fare per resistervi; ma non facendo alcuno sforzo egli si mette quasi nell’impossibilità di convertirsi; mentre per convertirsi bisogna distruggere quel corpo di peccato che l’abito ha formato, bisogna ammollire un cuor indurito nella colpa: il che è tanto difficile, dice lo Spirito Santo, quanto far cangiare la pelle ad un etiope e il colore ad un leopardo: Si potest æthiops mutare pellem suam, et pardus varietates suas et vos poteritis bene facere, quam didiceritis mala (Jer. XIII). Ah! fratelli miei, se è già sì difficile resistere alla malvagia inclinazioni della natura quando l’abito non è ancora del tutto formato, se anco i più gran Santi hanno provata questa difficoltà; che sarà poi, allorché l’abito unirà le sue forze a quelle della natura e assuefatto si sarà a fare ciò a cui era già portato per sua inclinazione? Perciò vediamo sì pochi peccatori convertirsi. Invano, per svegliare quel peccatore abituato dal suo letargo, farete voi scoppiare il tuono sopra il suo capo e gli annunzierete il terrore dei giudizi di Dio: egli è sordo alla voce di queste minacce; come un altro Giona, rimane in un profondo sonno in mezzo delle tempeste da cui è agitato, o se è commosso, ciò non è che per un momento: simile, dice s. Agostino, ad un uomo che si risveglia e che si lascia ben tosto prender dal sonno. Invano vorrete ancora trarre quel peccatore con la bellezza delle ricompense che il Signore promette alla virtù; egli è insensibile a tutte le promesse che gli si fanno. Invano l’esorterete ad accostarsi ai Sacramenti; egli se ne allontana; o se si accosta a queste sorgenti di grazia, le sue malvage disposizioni ne arrestano il corso. Invano ancora impiegherete le ammonizioni, i rimproveri dei suoi amici che gli rappresentano i suoi disordini, che lo prendono per li sentimenti d’onore, nulla vuol egli ascoltare; la sua passione la vince su d’ogni cosa, il suo abito è come un torrente che rovescia quanto gli si oppone; né la vergogna né il timore né i rimorsi della coscienza han forza di ritenerlo: sono argini troppo deboli; possono bensì trattener certi peccatori che non sono ancora divenuti familiari con la colpa, ma il peccatore abituato si è fatto una fronte di bronzo: egli non sa più arrossire; niente è capace di contenerlo nel suo dovere: Frons meretricis facta est tibi (Jer. V). Quindi niuna conversione più difficile che quella dei peccatori abituati. Cerchi Dio medesimo di ricondurre questi peccatori, tagli la radice del male, togliendo loro l’oggetto delle loro passioni peccaminose: portano essi ben presto la loro mira altrove e, per cangiar d’oggetti, non cangiano punto d’inclinazione, Ah! che questi infermi sono in una trista situazione, poiché tanti rimedi a nulla loro servono! È necessario per guarirli un miracolo della grazia, che Dio di rado suol accordare. – Il che ha voluto Gesù Cristo rappresentarci nella risurrezione di Lazzaro nella tomba, coi piedi o con le mani legate; una grossa pietra ne chiudeva il sepolcro: il suo corpo cominciava di già a putrefarsi e spargeva un odore insopportabile. Ecco lo stato del peccatore abituato: egli è morto e sepolto nella tomba del peccato, attaccato a mille oggetti con legami d’iniquità, oppresso sotto il peso delle sue inclinazioni perverse; ha occhi e non vede, perde di vista il suo Dio, la salute, la sua eternità: ha orecchie e non ode; non ha gusto che per quello che può lusingarlo e non cangiarlo; invano la grazia batte alla porta del suo cuore per eccitarlo, attirarlo: il peso del suo abito lo trattiene e gli impedisce di sollevarsi a Dio. Oh! si richiede un altrettanto grande miracolo per trarlo da questo stato, quanto quello che fece Gesù Cristo per risuscitar Lazaro. Questo Dio Salvatore, che aveva già renduta la vita a molti morti con una sola parola, poteva nello stesso modo renderla a questo: ma fa più passi, si conturba, freme, piange, alza la voce e getta un gran grido: Lazare, veni foras (Jo. XI). Lazzaro, esci dalla tomba. Perché tutto questo? Per apprenderci, dicono i santi Padri, quanto è difficile far uscire un peccatore abituato dalla tomba del peccato; questo peccatore si ritrova anche in disposizioni che rendono il suo ritorno alla vita più difficile che quello di Lazzaro. Questi non fece alcuna resistenza alla voce di Gesù Cristo, uscì subito dalla tomba: statim prodiit (ibid.) Ma il peccatore di cui parliamo, che deve fare sforzi per risuscitare, si rende indegno non solamente di un miracolo della grazia, ma anche delle grazie comuni che Dio accorda agli uomini; così il suo stato lo conduce alle porte della morte eterna. – Ed ecco, o peccatori, il terzo e il più tristo effetto del vostro abito: egli rende la vostra morte nel peccato più certa; e ciò per due cagioni, che vi prego di ben osservare, perché far debbono su di voi salutevoli impressioni.

1. L’abito vizioso vi espone ad essere sorpresi dalla morte nello stato del peccato.

2. Quando voi non foste sorpresi e aveste il tempo di riconoscervi, voi non vi convertirete tuttavia e morrete nel vostro peccato: in peccato vestro moriemini, (Jo. VIII).

Noi vediamo talvolta morti subitanee cagionate da accidenti improvvisi o da qualche malattia occulta, cui non si può metter riparo. Ma la morte, benché subitanea, non è sempre improvvisa. Un uomo può esser sorpreso dalla morte e trovarsi nel felice stato della grazia che ha avuto cura di conservare, dopo di averla ricuperata con la penitenza: in questo caso la morte non è improvvisa, benché sia subitanea. Chi per conseguenza pecca di rado, che si rialza prontamente e persevera nella grazia, ha minori motivi di temere d’esser sorpreso dalla morte nello stato di peccato, che un peccator abituato il quale non è quasi mai in grazia di Dio. Perciocché tale è, peccatori, lo stato funesto cui vi riduce il vostro abito, di potere appena trovare un sol giorno nella vostra vita in cui non siate in peccato. Se per un colpo miracoloso della grazia o per qualche sforzo straordinario dal canto vostro, qualche volta vi rialzate, quanto tempo state voi in piedi? Ohimè! Sovente lo stesso giorno che vi ha veduti rialzarvi vi vede anche ricadere. La vostra vita è dunque una serie di delitti che non ha quasi mai interruzione. Se dunque voi dovete morire di morte subitanea, non è egli verisimile che la morte vi sorprenderà nel peccato, poiché il vostro abito vi tiene in esso quasi sempre legati? Or, chi può assicurarvi che voi non morrete di qualcuno di quei generi di morte che avete veduto accadere a tanti altri che non hanno avuto il tempo di ravvedersi? E se questo vi accade, non è egli evidente che voi siete eternamente perduti? Come, fratelli miei, sono dieci, venti anni che voi siete nel peccato; dappoicchè voi avete contratto quest’abito, tutti i vostri giorni sono d’iniquità; e sperereste che quello di vostra morte fosse un giorno di santità? Strano accecamento! io non comprendo come voi possiate viver tranquilli, stando continuamente sull’orlo del precipizio. Se un sì grande pericolo non vi fa rientrare in voi medesimi, voi avete perduta la fede e la ragione. Ma suppongasi ancora che non siate sorpresi dalla morte, che abbiate il tempo su cui contate per convertirvi, io sostengo ancora che voi non vi convertirete né in età avanzata né all’ora della morte. La ragione ne è molto sensibile, io voglio convincervene per voi medesimi. Voi non potete, mi dite, rompere ora quel cattivo abito a cagione dell’impero che esso ha preso su di voi, e come romperete le vostre catene, allorché saranno divenute più forti? Voi non potete sgravarvi di un peso che vi opprime; come ve ne sgraverete, allorché sarà divenuto più pesante? Voi non avete voluto sradicare quei cattivi abiti allorché erano ancora alberi giovani che si possono facilmente svellere; come li sradicherete voi quando saranno divenuti grossi alberi che avranno gettate profonde radici nel vostro cuore? Perciocché non credete che il tempo, la caducità del temperamento snervi la forza del cattivo abito; voi sarete nella vostra vecchiezza quali siete stati nella vostra gioventù e porterete in un corpo caduco e languido tutto il vigore delle vostre passioni, voi avrete alla morte le medesime inclinazioni che durante la vita; voi non vi separerete dall’oggetto delle vostre passioni che vostro malgrado; e se Dio prolungasse i vostri giorni, voi prolunghereste le vostre iniquità; così il vostro attaccamento per li beni del mondo niente affatto diminuirà alla morte. Se voi fate allora alcune pie disposizioni, ciò sarà o per disgusto contro coloro che pretendevano ai vostri beni o perché non potrete portarli con voi. Voi non avete voluto perdonare al vostro nemico durante la vita, voi non lo farete alla morte che per salvar le apparenze: in una parola, voi morrete come siete vissuto, voi siete vissuto nel peccato, e nel peccato morrete: in peccato vestro moriemini. Tali sono, fratelli miei, le funeste conseguenze dell’abito vizioso; chi di voi non temerà? Se voi non siete soggetti al peccato d’abito, temete di cadervi, e che questo timore vi renda più vigilanti, se voi vi siete soggetti, temete di morirvi e che questo timore v’induca a correggervene. Mentre a Dio non piace che noi disperiamo della salute di questi peccatori! Benché difficile sia la loro conversione, ella non è impossibile. Ma bisogna per questo servirsi dei mezzi che sono per loro prescrivere nel secondo punto.

II. Punto. Per correggersi di un cattivo abito è necessario soprattutto una buona volontà; nulla avvi di cui non si venga a capo quando veramente si vuole e il successo da noi dipende. Dio, la cui misericordia è infinita, invita i peccatori abituati, come gli altri, a ritornare a Lui, loro offre il suo aiuto, non vuole che rimangano nella schiavitù; è dunque in poter loro di uscirne. Non si sono forse veduti e non si vedono ancora uomini schiavi delle passioni più violente e soggetti agli abiti più inveterati scuoterne il giogo e diventare modelli di conversione ai più gran peccatori? Testimonio un s. Agostino, che si può proporre per un vero modello di penitenza. Chi fu mai più soggetto all’impero dell’abito, di quel che fosse egli prima della conversione? Con tutto ciò fratelli miei, benché dure fossero le sue catene, venne a capo di romperle, e benché inflessibile fosse l’inclinazione che lo dominava, ne seppe trionfare: D’allora un amor sommo pel Creatore regnò nel cuor suo invece di quello che aveva per le creature, e si fece un dovere di rinunziare sinceramente per sempre a tutti i piaceri che aveva gustati secondo le sue passioni. E perché, o peccatori, non potrete trionfare dei vostri abiti, come quel gran Santo, e rompere come egli le catene che vi tengono avvinti? Voi non avete che a volerlo tanto efficacemente come egli, e ben tosto ne verrete a capo. Or per venirne all’effetto, fa d’uopo primieramente andar all’origine del male. O gli abiti vengono dall’occasione, oppure sono l’effetto delle vostre cattive inclinazioni: se vengono dall’occasione, convien allontanarvene, perché l’occasione manterrà sempre l’abito: se i vostri abiti vengono dalle vostre inclinazioni, conviene ricorrere ai rimedi capaci di operare la guarigione, quali sono l’orazione, la penitenza, i Sacramenti; convien combattere queste inclinazioni con gli atti della virtù loro contrarie. Ed in vero fratelli miei, se per rompere un’abitudine si richiedono grazie forti e potenti, l’orazione ve l’otterrà. Dio non vi deve queste grazie, bisogna dunque meritarle con l’orazione. La Cananea del Vangelo ci dà una prova dell’efficacia di questo mezzo; ella s’indirizza a Gesù Cristo per chiedere la liberazione della sua figliuola; e benché da principio rigettata, non cessa punto di pregare, e sempre grida, clamat post nos, e merita con la sua perseveranza nella orazione la grazia ch’ella domandava. Fu per mezzo della preghiera che le sorelle di Lazzaro ottennero la risurrezione del loro fratello. Indirizzatevi dunque al Signore con fervore e confidenza: Egli solo può guarirvi e risuscitarvi; nulla ricusa ad una preghiera che parte da un cuor umiliato. Elevate, come il re-Profeta, la vostra voce dal profondo dell’abisso, ove siete immersi; De profundis clamavi ad te, Domine (Psal. CXXIX). Ovvero dite con la Cananea: Signore, abbiate pietà di me, la mia anima è crudelmente tormentata dal demonio, che la tiene soggetta sotto il suo impero; filia mea male a dæmonio vexatur. O finalmente, come le sorelle di Lazzaro: Signore, colui che amate è infermo, Ecce quem amas infirmatur (Jo. XI). Non solamente egli è infermo, ma si trova nelle ombre della morte, è nella tomba oppresso sotto il peso di un cattivo abito; venite dunque a rendergli la vita, che ha perduta col peccato: ecce quem amas infirmatur. – Ma l’orazione sola non opererà la vostra guarigione né vi scioglierà dai legami della morte, se voi non vi aggiungete un altro mezzo che è la Penitenza. Perciocché evvi questa differenza tra la risurrezione dei morti e quella del peccatore, che la prima si fa senza cooperazione da parte loro, laddove, per risuscitare il peccatore, Dio domanda la sua cooperazione. Il che Gesù Cristo ha voluto farci conoscere nelle circostanze della risurrezione di Lazzaro. E perché questo Dio Salvatore versò lagrime e fremette prima di fare quel miracolo, se non per insegnare al peccatore che deve piangere, gemere, che il suo cuor deve spezzarsi pel dolore dei suoi peccati? Perché Gesù Cristo ordinò che si slegassero le bende da cui era legato? Per apprendere al peccatore che deve rompere le catene che l’attaccano alla creatura: osserviamo ancora die Gesù Cristo volle che gli Apostoli slegassero le bende che tenevano legato Lazzaro, per insegnare ai peccatori ad indirizzarsi ai ministri della penitenza, che hanno ricevuta la potestà di sciogliere nel Sacramento da lui instituito a questo effetto: Solvite eum. – L’uso frequente del Sacramento della Penitenza è dunque un eccellente mezzo per guarire dei cattivi abiti, sia per le grazie ch’egli comunica, sia per gli avvisi salutari che si ricevono da un saggio direttore. Venite dunque, o infermi venite ad immergervi in questa piscina salutevole, che deve rendervi la sanità. Ma prima di presentarvi, fate un serio esame di tutta la vostra vita; almeno da poi che il vostro abito ha cominciato, per riparare con una confessione generale tutte quelle che avete fatte in tempo del cattivo abito, che rende per l’ordinario le confessioni nulle o sacrileghe. Non aspettate anche per correggervi, che vi accostiate al sacro tribunale; venite dopo avere rinunziato di cuore ad ogni abito malvagio: questo è il primo passo che far dovete verso Dio; mentre, non saprei dirvelo troppo, il santo ministero di cui siamo incaricati non ci permette di dispensare le cose sante agli indegni: quantunque muniti della potestà di sciogliere i peccatori, pure abbiamo noi medesimi lo mani legate, quando non sono disposti a ricevere la grazia del nostro ministero: ora l’abito che non è ritrattato né corretto, è un ostacolo a questa grazia. Provatevi dunque voi medesimi prima di presentarvi al Tribunale della riconciliazione: o se ve ne accostate, chiedete di esser provati durante qualche tempo per mettere in pratica gli avvisi che vi si daranno. Noi non domandiamo, fratelli miei, che d’immergere i peccatori nei sacri bagni, che debbono purificarli; ce ne dispiace quanto ad essi di rimandarli; risparmiateci adunque questo fastidio togliendo gli ostacoli che ci arresterebbero, di modo che possiate dire quando vi confesserete alla Pasqua, che da poi un certo tempo, almeno durante questa quaresima, voi non siete caduti nei vostri peccati; allora noi vi riceveremo a braccia aperte, o piuttosto Gesù Cristo vi riceverà nel seno delle sue misericordie. Ora per distruggere i vostri abiti viziosi fa d’uopo, come ve l’ho detto, produrre atti delle virtù contrarie. Mirate dunque quali sono le malattie della vostr’anima, quali sono le vostre cattive inclinazioni; opponete loro le virtù che le combattono; opponete all’orgoglio che v’innalza, l’umiltà che vi abbassa; all’avarizia che predomina, la liberalità che ama a comunicarsi; a quell’invidia che vi affligge del bene altrui, la carità che se ne rallegra; a quell’ira che vi trasporta, la mansuetudine che vi ritiene; a quell’intemperanza che vi disordina e vi toglie il senno, la sobrietà, il digiuno, l’astinenza che vi mortificano; mentre Dio, che vuole la vostra santificazione, come dice l’Apostolo, pretende che voi evitiate tutto ciò che può oscurare la bellezza di questa virtù: Hæc est voluntas Dei, sanctificatio vestra; ut abstineatis a fornicatione (1Tess., IV). Opponete finalmente all’accidia che vi rende effeminati, il fervore che vi anima a riempir tutti i vostri doveri di Cristiano. Imperciocché se vi sono abiti che portano al male, ve ne sono altri che allontanano dal bene; dai primi nascono i peccati di commissione, e dagli altri i peccati di omissione. Si combattono i primi reprimendoli, privandoli degli oggetti che li lusingano, e si combattono gli altri con le violenze che ci facciamo per operare, per far il bene che Dio ci comanda. Voi siete negligenti a far le vostre orazioni, a frequentare i sacramenti ed assistere ai divini uffizi, a compiere gli obblighi del vostro stato; per vincere questa negligenza si richiede dell’attività, della puntualità a fare ciò cui vi siete obbligati. Per quel che riguarda certi abiti che sono difficilissimi a correggere, come quelli di bestemmiare, di mettersi in collera, richiedono molti sforzi; ma si viene a capo di tutto, quando uno è ripieno di buona volontà e di zelo per. la sua salute. Se vi fosse qualche profitto a fare, se la vostra fortuna dipendesse dalla vittoria di un cattivo abito, voi ne verreste sicuramente a capo; prova certissima che la vittoria dipende da voi.

Pratiche. Per riuscire a correggervi di qualsisia abito, imponetevi qualche penitenza ogni qual volta cadrete in quel peccato, come di dare una limosina ai poveri, di fare alcune mortificazioni: subito che vi accorgerete della vostra caduta, gemetene avanti a Dio, fate un atto di contrizione che parte da un cuore che desidera sinceramente la sua conversione; ogni mattina ritrattate il vostro abito e proponetevi di passar il giorno senza peccato; fate lo stesso l’indomani, verrete a capo di correggervi interamente: ogni sera fate il vostro esame di coscienza, e se scoprite qualche infedeltà nella giornata, punitevi severamente dei minimi mancamenti. Vorreste voi, fratelli miei, all’ora della morte essere carichi del peso di un cattivo abito, che vi strascina nell’abisso se lo portaste con voi al giudizio di Dio? Non aspettate dunque alla morte di correggervene, fate in modo che vi sia un intervallo tra i vostri disordini e la vostra ultima ora, e che possiate dire in quel momento: dopo un tal tempo, dopo tanti anni io mi sono corretto, io ho cominciato a viver meglio, ciò sarà per voi un gran soggetto di consolazione. – Ma il più sicuro mezzo di preservarsi dalle conseguenze di un cattivo abito, si è di non impegnarvisi, si è di prevenirlo evitando il peccato, si è di soffocarlo sin dal suo principio reprimendo i suoi primi movimenti. Non date entrata alcuna al peccato nel vostro cuore, ma fatevi regnar la virtù; assuefatevi per tempo alla pratica del bene, siate assidui all’esercizio delle virtù cristiane, formate in voi i santi abiti, voi li contrarrete facilmente con l’aiuto della grazia: un buon abito dipende qualche volta da un atto eroico che voi farete in certe circostanze o ve avrete una forte tentazione a superare. Si arriva anche a grandi virtù per via della fedeltà nelle piccole cose; si tratta di farsi un poco di violenza: non è che con la violenza, dice Gesù Cristo che si guadagna il regno dei cieli. Io ve lo desidero. Così sia.

Credo

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Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 47; CXVIII: 48

Meditábor in mandátis tuis, quæ diléxi valde: et levábo manus meas ad mandáta tua, quæ diléxi. [Mediterò i tuoi precetti che ho amato tanto: e metterò mano ai tuoi comandamenti, che ho amato.]

Secreta

Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quæsumus, inténde placátus: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti. [Guarda, o Signore, con occhio placato, al presente sacrificio, affinché giovi alla nostra devozione e salute.]

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Communio

Ps V: 2-4 – Intéllege clamórem meum: inténde voci oratiónis meæ, Rex meus et Deus meus: quóniam ad te orábo, Dómine. [Ascolta il mio grido: porgi l’orecchio alla voce della mia orazione, o mio Re e mio Dio: poiché a Te rivolgo la mia preghiera, o Signore.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut quos tuis réficis sacraméntis, tibi etiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas. [Súpplici Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché, a quelli che Tu ristori coi tuoi sacramenti, conceda anche di servirti con una condotta a Te gradita.]

Ultimo Evangelio e preghiere leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/