I SERMONI DEL CURATO D’ARS; “IL CIELO”

[Discorsi di San G. B. M. VIANNEY, Curato d’Ars, vol. II, IV ed. TORINO – ROMA; Marietti ediz. 1933]

Il Cielo.

(laudate et exultate, quoniam merces vestra copiosa est in cælis).

(MATTH. V, 12).

Queste furono, F. M., le consolanti parole che Gesù Cristo rivolse ai suoi Apostoli per confortarli, ed animarli a soffrire coraggiosamente le croci e le persecuzioni future. ” Sì, figli miei, diceva loro questo tenero Padre, diverrete oggetto dell’ira e del disprezzo dei cattivi, sarete vittime del loro furore, gli uomini vi odieranno. vi condurranno davanti ai principi della terra per essere giudicati e condannati ai supplizi più spaventosi, alla morte più crudele ed ignominiosa: ma, lungi dallo scoraggiarvi, rallegratevi, poiché una gran ricompensa vi è preparata in cielo. „ O cielo bello! chi non ti amerà, poiché tanti beni tu racchiudi? Non è infatti il pensiero di questa ricompensa che rendeva gli Apostoli infaticabili nel loro lavoro apostolico, invincibili contro le persecuzioni che soffrirono dai loro nemici? Non è il pensiero di questo bel cielo che faceva comparire i martiri davanti ai giudici, con un coraggio che meravigliava i tiranni? Non è la vista del cielo che spegneva l’ardore delle fiamme destinate a divorarli, e spuntava le spade che li dovevano colpire? Oh! come erano felici di sacrificare i beni, la vita per il loro Dio, nella speranza di passare ad una vita migliore che non finirebbe mai! O fortunati abitanti della città celeste, quante lagrime avete versate e quanti patimenti sofferto per acquistare il possesso del vostro Dio! Oh! ci gridano essi dall’alto di quel trono di gloria, sul quale si trovano; oh! come Dio ci ricompensa di quel po’ di bene che abbiamo fatto! Sì, noi lo vediamo, questo tenero Padre: sì, lo benediciamo questo amabile Salvatore: sì, lo ringraziamo questo caritatevole Redentore, per anni senza fine. O felice eternità! esclamano essi; quante dolcezze e gioie non ci farai tu provare! Cielo bello, quando ti vedremo noi? O momento fortunato, quando verrai per noi? Senza dubbio, F. M., desideriamo tutti e sospiriamo beni sì grandi: ma per farveli desiderare con maggior ardore, vi mostrerò, per quanto mi sarà possibile:

1° la felicità della quale sono inebriati i santi in cielo;

2° la strada da seguire per andarvi.

È certo che noi siamo fatti per essere felici: ognuno dal più povero fino al più ricco, cerca qualche cosa che l’accontenti e compia i suoi desideri. (Nota del Beato).

I. — Se’ dovessi, F. M., farvi il triste e doloroso quadro delle pene che soffrono i reprobi nell’inferno, comincerei a provarvi la certezza di queste pene: poi spiegherei innanzi ai vostri occhi con spavento, o, a meglio dire, con una specie di disperazione, la grandezza e la intensità dei mali che soffrono, e che soffriranno eternamente. A questo racconto lagrimevole, vi sentireste presi d’orrore; e per farvelo ancor meglio comprendere, vi mostrerei le ragioni per cui quelle anime sono divorate dalla disperazione senza tregua. Vi direi che sono quattro: la privazione della vista di Dio, il dolore che soffrono, la certezza che non finirà mai, ed i mezzi che ebbero, coi quali potevano così facilmente schivarla. Infatti, se un dannato, per mille eternità, quando ve ne potessero essere mille, domandasse con le grida più strazianti e commoventi la felicità di veder Dio per un minuto solo, è certo che giammai gli verrebbe accordata. In secondo luogo, vi dico che ad ogni istante egli soffre da solo più che non abbian mai sofferto tutti i martiri insieme, o, per dir meglio, soffre in ogni minuto dell’eternità tutti i patimenti che deve sentire durante l’eternità. La terza causa dei loro supplizi è che, malgrado il rigore delle loro pene, sono sicuri che non finiranno mai. Ma ciò che metterà il colmo ai loro tormenti, alla loro disperazione, sarà il ricordo di tanti mezzi così efficaci non solo per evitare quegli orrori, ma anche per essere felici per tutta l’eternità: ricorderanno che avevano a lor portata tutte le grazie che offrì loro Iddio per salvarsi: e queste saranno altrettanti carnefici che li tortureranno. Dal fondo di quelle fiamme vedranno i beati seduti su troni di gloria, accesi d’amore sì ardente e tenero da immergerli in una ebbrezza continua: mentre il pensiero delle grazie a loro concesse da Dio, il ricordo del disprezzo fattone farà ad essi emettere urla di rabbia e di disperazione così spaventose che l’intero universo, se Dio permettesse fossero intese, ne morrebbe e cadrebbe nel nulla. E bestemmie orribili lanceranno gli uni contro gli altri. Un figlio griderà che è perduto solo perché i suoi genitori lo vollero, e invocherà la collera di Dio, e gli domanderà colle più orribili grida di concedergli d’essere il carnefice del padre suo. Una giovane strapperà gli occhi a sua madre che invece di condurla al cielo, l’ha spinta, trascinata all’inferno co’ suoi cattivi esempi, colle parole che spiravano solo mondanità, libertinaggio. Quei figli vomiteranno bestemmie orribili contro Dio per non aver abbastanza forza e furore di far soffrire i loro parenti: correranno attraverso l’abisso disperati, prendendo e trascinando i demoni, gettandoli sui padri e sulle madri loro: per fare sentire ad essi che non saranno mai abbastanza tormentati di averli perduti, mentre facilmente potevano salvarli. O eternità infelice! o sventurati padri e madri, quanto sono terribili i tormenti a voi riservati! Ancora un istante, e li proverete; ancora un istante, ed abbrucerete nelle fiamme!… – Ma no, F. M., non andiamo più oltre: non è il momento di trattenerci su un argomento così triste e doloroso: non turbiamo la gioia che abbiamo provato all’avvicinarsi del giorno consacrato a celebrare la felicità di cui godono gli eletti nella città celeste e permanente. – Vi dissi, che quattro cose opprimeranno di mali i reprobi nelle fiamme: lo stesso avviene dei beati. Quattro cose si uniscono insieme per non lasciar loro nulla più a desiderare. Queste cose sono:

1° la vista e la presenza del Figlio di Dio, che si manifesterà in tutto lo splendore di sua gloria, di sua bellezza, e di tutte le sue amabilità; cioè quale è nel seno del Padre suo;

2° il torrente di dolcezze e di caste delizie che godranno, e sarà simile al traboccar d’un mare agitato dal furore della tempesta: esso li travolgerà nei suoi flutti e li sommergerà in una ebbrezza così estasiante che quasi oblieranno di esistere.

3° Altra causa di felicità in mezzo a tutte le delizie sarà la certezza che esse non avranno mai fine, e da ultimo,

4° ciò che li immergerà totalmente in questi torrenti d’amore, sarà che tutti questi beni sono dati loro per ricompensa delle virtù e delle penitenze esercitate. Quelle anime sante vedranno che alle proprie opere buone sono debitrici dei casti amplessi dello sposo. Anzitutto il primo trasporto d’amore che si accenderà nel loro cuore sorgerà alla vista delle bellezze che scopriranno accostandosi alla presenza di Dio. In questo mondo sia pur bello e seducente un oggetto che ci si presenta, dopo un istante di piacere il nostro spirito si stanca e si volge da un’altra parte, per trovarvi di che soddisfarsi meglio; passa da una ad altra cosa senza poter trovare d’accontentarsi: ma in cielo non sarà così: bisognerà anzi che Dio ci partecipi le sue forze, per poter sostenere lo splendore delle sue bellezze, e delle cose dolci e meravigliose che si offriranno continuamente ai nostri occhi. E ciò sprofonderà le anime degli eletti in un abisso tale di dolcezza e d’amore, che non potranno distinguere se vivano o se siano tramutate in amore. O avventurata dimora! o felicità permanente! chi di noi ti gusterà un giorno? Poi per quanto grandi e inebrianti siano queste dolcezze, sentiremo continuamente gli Angeli ripetere che esse dureranno sempre. Vi lascio pensare quanto i beati ne godranno. Notate, P. M., se gustiamo in questo mondo alcuni piaceri, non tardiamo a provare qualche pena che ne diminuisce le dolcezze, sia per il timore che abbiamo di perderli, sia anche per le premure necessarie per conservarli: dal che avviene che non siamo mai perfettamente contenti. In cielo non succederà così: ci troveremo nella gioia e nelle delizie, sicuri che nulla potrà mai rapircele né diminuirle. Finalmente l’ultimo dardo d’amore che colpirà il nostro cuore, sarà il quadro che Dio metterà davanti ai nostri occhi di tutte le lagrime venate e delle penitenze fatte durante la nostra vita, senza lasciare da parte neppure un pensiero o un desiderio buono. Oh! qual gioia per un buon Cristiano, vedere il disprezzo avuto per se medesimo, il rigore esercitato sul suo corpo, il piacere che provava in vedersi disprezzato, vedere la sua fedeltà nel respingere quei cattivi pensieri coi quali il demonio aveva cercato di turbare la sua immaginazione: ricorderà le preparazioni per la confessione, la premura di nutrire l’anima sua alla sacra mensa: avrà davanti agli occhi tutte le volte che si privò degli abiti per coprire il fratello povero e sofferente. “O mio Dio! mio Dio! esclamerà ad ogni istante, quanti beni per così poca cosa!„ Ma Dio, per infiammare gli eletti di amore e di riconoscenza, metterà la sua croce sanguinosa in mezzo alla sua corte celeste, e farà loro la descrizione di tutti i patimenti sofferti per renderli felici, mosso com’era soltanto dal suo amore. Vi lascio immaginare i loro trasporti di amore e di riconoscenza: quali casti abbracci non le prodigheranno durante l’eternità, ricordandosi che questa croce è lo strumento di cui si servì Iddio per donar loro tanti beni! I santi Padri, facendoci la descrizione delle pene che soffrono i reprobi, ci dicono che ognuno dei loro sensi è tormentato, a seconda delle colpe commesse e dei piaceri gustati: chi avrà avuto la sfortuna di essersi abbandonato al vizio impuro sarà coperto di serpenti e dragoni che lo divoreranno per tutta l’eternità: i suoi occhi che ebbero sguardi disonesti, le orecchie che si compiacquero di canzoni impudiche, la bocca che pronunciò quelle impurità, saranno altrettanti canali donde usciranno turbini di fiamme a divorarli: gli occhi non vedranno che oggetti orribili. Un avaro soffrirà tal fame che lo divorerà, un orgoglioso verrà calpestato sotto i piedi degli altri dannati, un vendicativo sarà trascinato dai demoni tra le fiamme. Non vi sarà parte alcuna del nostro corpo che non soffrirà in proporzione dei peccati da essa commessi. O orrore! o sventura spaventevole! Altrettanto sarà della felicità dei beati nel cielo: la felicità, i piaceri, le gioie loro saranno grandi in proporzione di quanto fecero soffrire ai loro corpi durante la vita. Se avremo avuto orrore delle canzoni e dei discorsi disonesti, non udremo lassù che cantici dolci e meravigliosi, di cui gli Angeli faran ripercuotere la vòlta dei cieli: se saremo stati casti negli sguardi, i nostri occhi non saranno occupati che in contemplare oggetti, la cui bellezza li terrà in continua estasi senza potersene stancare: cioè scopriremo sempre nuove bellezze, come ad una sorgente d’amore che scorre senza esaurirsi mai. Il nostro cuore che aveva emesso gemiti, pianto durante l’esilio, proverà una ebbrezza tale di diletto che non sarà più padrone di sé. Lo Spirito Santo ci dice che le anime caste saranno simili ad una persona stesa sopra un letto di rose, le cui fragranze lo tengono in un’estasi continua. In una parola, solo di piaceri casti e puri i santi saranno nutriti ed inebriati per tutta l’eternità. – Ma, penserete dentro di voi, quando saremo in cielo, saremo tutti felici ugualmente? — Sì, amico mio, ma v’è qualche distinzione da fare. Se i dannati sono infelici e soffrono secondo i delitti commessi, parimente non devesi dubitare che più i Santi fecero penitenze, più la lor gloria sarà brillante; ed ecco come avverrà. E necessario, o piuttosto, conviene che Dio ci dia aiuti proporzionati alla gloria della quale vuol incoronarci, perciò ci darà soccorsi in proporzione delle dolcezze che vuol farci gustare. A coloro che fecero grandi penitenze, senza aver commesso peccati, darà delle forze sufficienti per reggere alle grazie che comunicherà loro per tutta l’eternità. È verissimo che saremo tutti completamente felici e contenti, perché troveremo tante delizie quante ce ne occorrerà per non lasciarci nulla a desiderare. – “O mio Dio! mio Dio! esclamava san Francesco in una furiosa tentazione provata, i vostri giudizi sono spaventosi: ma se io fossi tanto sventurato da non amarvi nell’eternità, accordatemi almeno la grazia d’amarvi quanto potrò in questo mondo.„ Ah! poveri peccatori che non volete tornare al vostro Dio, se almeno aveste gli stessi desideri di questo gran santo, amereste il Signore quanto potete in questa vita! O mio Dio! quanti Cristiani che mi ascoltano non vi vedranno mai! O cielo bello! o bella dimora! quando ti vedremo? Mio Dio! sino a quando ci lascerete languire in questa terra straniera? in questo esilio? Ah! se vedeste Colui che il mio cuore ama! ah! ditegli che languisco d’amore, che non vivo più, ma che muoio ad ogni ora!… Oh! chi mi darà ali come di colomba per lasciar questo esilio e volare nel seno del mio diletto?… O città felice! donde sono bandite tutte le pene, e dove si nuota in un torrente delizioso di eterno amore!…

II. – Ebbene! amico mio, vi affliggerà di essere in questo numero, mentre i dannati abbruceranno e manderanno grida orribili senza speranza che ciò debba finire? — Oh! mi direte, non solo non me ne affliggerò, ma vorrei già esservi. — Pensavo bene che m’avreste risposto così: ma non basta desiderare il cielo, bisogna lavorare per guadagnarselo. — E che si deve fare adunque ? — Nol sapete, amico mio? ebbene, eccovi: ascoltate bene, e lo saprete. Bisognerebbe non attaccarvi tanto ai beni di questo mondo, aver un po’ più di carità per la moglie, i figli, i domestici e i vicini: aver un cuore un po’ più tenero per gli sventurati: invece di non pensare che ad accumular denaro, acquistar terreni, dovreste pensare a guadagnarvi un posto in cielo: invece di lavorare la domenica, dovreste santificarla venendo nella casa di Dio per piangervi i vostri peccati, domandargli di non più ricadervi, e di perdonarvi: lungi dal non conceder tempo ai figli ed ai domestici di compiere i loro doveri di religione, dovreste essere i primi ad indurveli colle parole e col buon esempio: invece di incollerirvi alla minima perdita o contraddizione che vi succede, dovreste considerare che essendo peccatore, ne meritate ben di più, e che Dio si diporta con voi nel modo più sicuro per rendervi un giorno felice. Ecco, amico mio, ciò che occorrerebbe per andare in cielo, e che voi non fate. E che sarà di voi, fratello mio, poiché seguite la strada che conduce là dove si soffrono mali sì spaventosi? Ricordatevi, che se non lasciate questa strada, non tarderete a cadervi: fate le vostre riflessioni, e poi mi direte che cosa avrete trovato; ed io vi dirò che cosa bisognerà fare. Non invidiate forse, amico mio, tutti quei felici abitanti della corte celeste? — Ah! vorrei esservi già; almeno sarei liberato da tutte le miserie di questo mondo. — Ed anch’io lo vorrei; ma v’è ben altro da fare e da pensare.  Cosa devesi dunque fare e lo farò? — Le vostre intenzioni sono assai buone: ebbene! ascoltate un istante, e ve lo mostrerò. Non dormite, per favore. Bisognerebbe, sorella mia, essere un po’ più sottomessa al marito, non lasciarvi salire il sangue alla testa per un nonnulla; bisognerebbe avere con lui un po’ più di garbo; e quando lo vedete tornare a casa ubbriaco, ovvero dopo aver fatto un cattivo contratto, non dovreste scagliarvi contro di lui e farlo infuriare tanto che non sappia più trattenersi. Di qui vengono le bestemmie e le maledizioni senza numero contro di voi, e che scandalizzano i figli ed i domestici: invece di girar per le case a riferire quanto vi dice o fa il marito, dovreste occupare questo tempo in preghiere per domandare a Dio di darvi la pazienza e la sottomissione dovuta al marito: domandare che Dio gli tocchi il cuore per cambiarlo. So bene quanto sarebbe ancora oltre a ciò necessario per andare in cielo: madre di famiglia, ascoltatelo e non vi sarà inutile. Sarebbe necessario impiegare un po’ più di tempo nell’istruire i figli e i domestici, nell’insegnar loro ciò che devono fare per andar in cielo: sarebbe necessario non comperar loro abiti così belli, per aver modo di fare elemosina, ed attirar le benedizioni di Dio sulla vostra casa; e fors’anche poter pagare i vostri debiti: bisognerebbe lasciar da parte le vanità; e che so io? Bisognerebbe che non vi fossero nella vostra condotta che dei buoni esempi, l’esattezza nel far le vostre preghiere mattina e sera, nel prepararvi alla santa Comunione, nell’accostarvi ai Sacramenti: sarebbe necessario il distacco dai beni del mondo, un linguaggio che mostri il disprezzo che avete di tutte le cose di quaggiù, ed il conto che fate delle cose dell’altra vita. Ecco quali dovrebbero essere le vostre occupazioni e tutte le cure vostre: se fate diversamente, siete perduta: pensatevi bene oggi, forse domani non sarete più in tempo: fatevi sopra il vostro esame, giudicatevi da voi stessa: piangete i vostri sbagli, e procurate di far meglio; altrimenti non entrerete mai in cielo. Non è vero, sorella mia, che tutte queste meravigliose bellezze di cui i santi sono inebriati vi fanno invidia? — Ah! mi direte, si invidierebbe anche una fortuna meno grande di questa. — Avete ragione, ed anch’io sono del vostro parere: ma m’inquieta il pensiero che non ho fatto nulla per meritare il cielo; e voi? — Qualsiasi cosa occorra fare, pensate voi, la farei se la conoscessi: che cosa non dovrebbesi fare pur di procurarsi un sì gran bene? Se fosse necessario tutto abbandonare e sacrificare, lasciare il mondo per passare il resto dei propri giorni in un monastero, lo farei ben volentieri. — Ecco una bellissima disposizione: questi pensieri sono degni davvero d’una buona cristiana: non credeva che il vostro coraggio fosse così grande: ma vi dirò che Dio non ve ne domanda tanto. — Ebbene! pensate voi; ditemi che cosa bisogna fare, e la farò assai volentieri. — Vel dirò adunque, e vi prego di porvi ben attenzione. Occorrerebbe non prender tanta cura del vostro corpo, farlo soffrire un po’ di più: non temer tanto che questa beltà si perda o diminuisca: non essere così lunga alla domenica mattina in abbigliarvi, osservarvi davanti allo specchio, per aver più tempo da dare al buon Dio. Bisognerebbe avere un po’ più sottomissione ai parenti, ricordandovi che dopo Dio dovete ad essi la vita, e obbedir loro di buon animo e non mormorando. Bisognerebbe anche, invece di vedervi ai divertimenti, ai balli, alle conversazioni, vedervi nella casa del Signore a pregare, a purificarvi dei peccati, e nutrir l’anima vostra col pane degli Angeli. Bisognerebbe anche essere un po’ più riservata nelle vostre parole, nelle relazioni che avete con persone di sesso diverso. Ecco quanto domanda Dio da voi: se lo fate, andrete in cielo. – E voi, fratel mio, che pensate voi di tutto ciò? da qual lato volgete i vostri desideri? — Ahi voi dite, preferirei bene d’andare in cielo, giacche vi si sta così bene, piuttosto che d’esser cacciato all’inferno dove si soffre tanto ed ogni sorta di tormenti: ma v’è molto da fare per andarvi, e mi manca il coraggio. Se un solo peccato ci condanna, io, che ad ogni istante vado in collera, non cerco neanche di incominciare “Voi non osate provare? Ascoltatemi un momento, e vi mostrerò chiaramente che non è tanto difficile come credete: e che fareste meno fatica per piacere a Dio e salvar l’anima vostra, che per procurarvi i diletti e per contentare il mondo. Rivolgete solo a Dio le cure e premure che aveste pel mondo; e vedrete che Egli non ve ne domanda tante quante il mondo. I vostri piaceri sono sempre uniti a tristezza ed amarezza, seguiti dal pentimento d’averli gustati. Quante volte ritornato dall’aver passato una parte della notte all’osteria od al ballo, dite: “Son malcontento d’esservi stato: se avessi saputo quanto vi avviene, non vi sarei andato.„ Ma, invece, se aveste passato una parte della notte in preghiere, ben lungi dall’esser afflitto sentireste dentro di voi una tal gioia, una dolcezza che vi accenderebbe il cuor d’amore. Ripieno di gioia, direste come il santo re David: “Mio Dio! un giorno passato nella casa vostra quanto è preferibile a mille passati nelle riunioni del mondo.„ I piaceri che provate nel mondo vi disgustano: quasi ogni volta che vi abbandonate ad essi, risolvete di non più ritornarvi: spesso anche vi sciogliete in lagrime, sino a disperarvi di non potervi correggere: maledite coloro che incominciarono a sviarvi: ve ne lamentate ad ogni istante: invidiate la fortuna di quelli che ora scorrono tranquillamente i loro giorni nella pratica della virtù, in un intero disprezzo dei piaceri del mondo: quante volte anche gli occhi vostri versano amare lagrime vedendo quella pace, quella gioia che brillano sulla fronte dei buoni Cristiani: che dico? Invidiate sin coloro che hanno la ventura di abitare sotto il vostro tetto. Dissi, amico mio, che quando avete passata la notte negli eccessi del vino, non trovate in voi che agitazione, noia, rimorso, disperazione: eppure avete fatto quanto potevate per accontentarvi, ma senza alcun risultato. Ebbene! amico mio: vedete quanto è più dolce soffrir per Iddio che pel mondo. Quando si ha trascorsa una notte o due in preghiera, lungi dall’esserne annoiati, pentiti e dall’invidiare coloro che passano questo tempo nel sonno e nelle comodità, si piange invece la loro sventura ed accecamento: mille volte si benedice il Signore di averci mandata l’ispirazione di procurarci tante dolcezze e consolazioni: lungi dal maledire chi ci fece abbracciare un tal genere di vita, non possiam vederlo senza la sciare scorrere lagrime di riconoscenza, tanto ci troviamo felici: lungi dal risolvere di non più ritornarvi ci sentiamo decisi di fare ancor più, ed abbiamo una santa invidia di coloro che non sono occupati che a lodare il buon Dio. Se avete speso del danaro per i vostri piaceri, il domani lo piangete: ma un Cristiano che l’ha adoperato per conservare in vita un povero che non poteva sostenersi, un Cristiano che ha vestito uno sventurato ignudo, lungi dal rimpiangerlo, cerca invece di continuo il mezzo di farlo ancor più: è pronto se occorre, a privarsi del necessario, a spogliarsi di tutto, tanta gioia risente soccorrendo Gesù Cristo nella persona dei suoi poveri. Ma, senza andar così lontano, non vi costerà certo di più, amico mio, quando siete in chiesa, lo starvi con rispetto e modestia che non ridere e volger attorno lo sguardo: sareste egualmente comodo avendo le ginocchia piegate a terra quanto tenendone uno levato per aria: quando ascoltate la parola di Dio, sarebbe più penoso ascoltarla con intenzione di approfittarne e di metterla in pratica appena il potrete, oppure andarvene fuori per divertirvi a chiacchierare di cose indifferenti, forse cattive? Non sareste più contenti se la coscienza non vi rimproverasse di nulla, e vi accostaste di tempo in tempo ai Sacramenti, ricevendo così molta forza per sopportare con pazienza le miserie della vita? Se ne dubitate, F. M., domandate a coloro che fecero la loro pasqua, come erano contenti per un po’ di tempo; cioè sino a quando ebbero la fortuna di restare amici del buon Dio. Ditemi, amico mio, vi sarebbe più duro e penoso che i parenti vi rimproverassero perché vi fermaste troppo in chiesa, ovvero vi rinfacciassero d’aver passato la notte negli stravizi? — No, no, amico mio, da qualsiasi lato consideriate quanto fate pel mondo, vi costa più caro che fare ciò che occorre per piacere a Dio e salvare l’anima vostra. Non vi parlerò della differenza, che vi sarà all’ora della morte, tra un Cristiano che servì bene Iddio, ed i rimorsi e la disperazione di chi non seguì che i suoi piaceri, non cercò che d’accontentare i corrotti desideri del cuore: perché nulla è tanto bello quanto il veder morire un santo: Dio stesso si compiace assistervi, come narrasi nelle vite di molti. Si può forse paragonarla agli orrori che accompagnano quella del peccatore, mentre i demoni lo circondano sì dappresso, e si dilaniano gli uni gli altri, per avere la barbara soddisfazione d’essere i primi a trascinarlo negli abissi? Ma, no, lasciamo tutto ciò: consideriamo soltanto la vita presente. Concludiamo, che se faceste per Iddio quanto fate pel mondo, sareste santi. — Oh! soggiungete dentro di voi, ci andate dicendo che non è difficile arrivare in cielo; a me sembra che v i siano molti sacrifici da fare. — Non v’ha dubbio: vi sono dei sacrifici da fare, altrimenti Gesù Cristo, contro verità, ci avrebbe detto che la porta del cielo è stretta, che bisogna sforzarsi per entrarvi, che occorre rinunciare a se stessi, prender la croce e seguirlo, che molti non saranno nel numero degli eletti: perciò ci promette il cielo come una ricompensa che avremo meritata. Vedete quanto fecero i santi per procurarsela. Andate, F. M., in quegli antri in fondo ai deserti, entrate nei monasteri, percorrete quelle rocce, e domandata a tette quelle schiere di santi: Perché tante lagrime e penitenze? Salite sui patiboli, ed informatevi dai martiri che cosa aspettano. Tutti vi diranno che fanno così per guadagnarsi il cielo. O mio Dio! quante lagrime versarono quei poveri solitari durante tanti anni! O mio Dio! quante penitenze e rigori non esercitarono sui loro corpi tutti quegli illustri anacoreti! Ed io non vorrò soffrir nulla! io, che ho la medesima loro speranza, ed il medesimo giudice che mi deve esaminare? O mio Dio, quanto sono neghittoso quando trattasi di lavorare pel cielo! Come mi condanneranno i santi, quando mostreranno tanti sacrifici da loro fatti per piacervi! Voi dite che è faticoso andar in cielo: ma, amico mio, non costò forse nulla a san Bartolomeo il lasciarsi scorticare vivo per piacere a Dio? Nulla a S. Vincenzo martire l’essere disteso su d’un cavalletto, ove gli si abbruciò il corpo con torce accese, finché le sue viscere caddero nel fuoco, e l’essere poi condotto in prigione, ove gli si fece un letto di pezzi di vetro e vi fu steso sopra? Amico mio, domandate a S. Ilarione perché durante ottanta anni visse nel deserto, piangendo giorno e notte. Andate, interrogate S. Girolamo, quel gran santo: domandategli perché si percuoteva il petto con un sasso, fino ad esserne tutto ammaccato. Andate nelle spelonche a trovare il grande Arsenio, e domandategli perché lasciò i piaceri del mondo per venire a piangere tutto il resto dei suoi giorni frammezzo alle belve feroci. Non avrete altra risposta, amico mio, che questa: “Ahi per guadagnar il bel cielo; eppure non ci è costato nulla: oh! queste penitenze sono ben poca cosa, se le confrontiamo alla felicità che ci preparano! „ Non vi è qualità di tormenti che i santi non siano stati pronti a soffrire per guadagnare il cielo. Leggiamo che l’imperatore Nerone, trattò i Cristiani con crudeltà sì spaventose, che il solo pensiero ci fa fremere ancora. Non sapendo con qual pretesto incominciare la persecuzione contro di essi, incendiò la città, per far credere che n’erano stati autori i Cristiani. Vedendosi applaudito dai suoi sudditi, si abbandonò a tutto quanto il furore suo poteva ispirargli. Simile aduna tigre furibonda, spirante strage, faceva uscire gli uni entro pelli di belve, e li gettava nel circo in pasto ai cani: altri faceva ricoprire di vesti intrise di pece e zolfo, poi li appendeva agli alberi delle vie maggiori por servir da torce ai passeggieri durante la notte: egli stesso ne aveva disposti due file nel suo giardino, e di notte li faceva accendere per avere il barbaro diletto di condurre il suo cocchio allo splendore di questo spettacolo triste e  straziante. Non trovandosi ancora soddisfatto il suo furore, inventò un altro supplizio: fece fondere urne di bronzo in forma di toro, nelle quali, arroventate per più giorni, gettava i Cristiani in gran numero e stava a vederli abbrustolire spietatamente. In questa stessa persecuzione S. Pietro fu messo a morte. Essendo in prigione con S. Paolo, al quale fu troncata la testa, trovò S. Pietro il mezzo di fuggire. Sulla strada apparvegli nostro Signore, che gli disse: “Pietro, vado a Roma a morire una seconda volta, „ e scomparve. S. Pietro conoscendo da ciò che non doveva fuggire la morte, ritornò in prigione, e fu condannato a morire in croce. Quando udì pronunciar la sentenza: “O grazia! esclamò: o felicità, il morire della morte del mio Dio! „ Ma domandò un favore ai suoi carnefici, di essere cioè crocifisso con la testa in giù : ” … perché, diceva, non merito la fortuna di morire in modo somigliante al mio Dio. „ Ebbene! amico mio, non è costato nulla ai santi l’andare in cielo? O cielo bello! se deve costare a noi quanto a tutti questi beati, chi di noi vi andrà? Ma no, F. M., consoliamoci Dio non ci domanda tanto. Ma, penserete, cosa bisogna far dunque per andarvi? — Ah! amico mio, lo so ben io cosa bisogna fare. Avete desiderio d’andarvi? — Oh! senza dubbio, voi dite; è ben questo il mio desiderio; se prego, se faccio penitenze è appunto per meritar questa fortuna. — Ebbene! ascoltatemi un istante e lo saprete. Cosa dovete fare? non tralasciar le preghiere mattina e sera: non lavorare in domenica: frequentar di tratto in tratto i Sacramenti: non ascoltare il demonio quando vi tenta, e ricorrere subito a Dio. — Ma, penserete voi, molte cose si possono benissimo fare, ma certe altre, il confessarsi, p. es., non è tanto comodo. — Non è tanto comodo, amico mio? dunque preferite restare in mano al demonio che cacciarlo per rientrare nel seno di Dio, che tante volte vi fece provare quanto è buono? Non considerate adunque come il momento più felice per voi quello in cui avete la fortuna di ricevere il vostro Dio? O mio Dio! se vi si amasse come si sospirerebbe questo momento felice!…Coraggio, amico mio, non disanimatevi: presto sarete al termine delle vostre pene; guardate al cielo, quella dimora santa e permanente; aprite gli occhi,e vedrete il vostro il vostro Dio che vi stende la mano per attrarvi a Lui.  Si, amico mio, tra poco farà con voi ciò che fu fatto con Mardocheo, per celebrare la grandezza delle vostre vittorie sul mondo e sul demonio. Il re Assuero per riconoscere i benefizi del suo generale,volle farlo montare sul suo carro di trionfo, con un araldo che camminava innanzi a lui, gridando: “Così il re ricompensa i servizi a lui resi. „ Amico mio, se adesso Dio presentasse agli occhi nostri uno di quei beati in tutto lo splendore della gloria di cui è rivestito in cielo, e ci mostrasse quelle gioie, quelle dolcezze e delizie delle quali sono inondati i santi nella patria celeste, e gridasse a noi tutti: O uomini! Perché non amate il vostro Dio? Perché non faticate a guadagnare un sì gran bene? O uomo ambizioso, che attaccasti il tuo cuore alla terra, che cosa sono gli onori di questo mondo frivolo e perituro a confronto degli onori e della gloria che Dio ti prepara nel suo regno? O uomini avari che desiderate queste ricchezze periture, quanto siete ciechi a non lavorare per meritarvi ora quelle che non finiranno mai! L’avaro cerca la felicità nei suoi beni, l’ubbriacone nel vino, l’orgoglioso negli onori, e l’impudico nei piaceri della carne. Ah! no, no, amico mio, vi ingannate; alzate gli occhi dell’anima vostra verso il cielo, volgete i vostri sguardi a questo cielo bello e troverete la felicità perfetta: calpestate e disprezzate la terra e troverete il cielo! Fratel mio, perché ti immergi in questi vizi vergognosi? Osserva quali torrenti di delizie Gesù Cristo ti prepara nella patria celeste! Ah! sospira questo felice momento!… „ Sì, F. M., tutto ci predica, tutto ci sollecita di non perdere questo tesoro. I santi che sono in quel bel soggiorno ci gridano dall’alto dei loro troni di gloria: “Oh! se poteste comprendere bene la felicità di cui godiamo per alcuni momenti di combattimento. „ Ma i dannati cel dicono in modo più toccante: “O voi che siete ancor sulla terra, quanto siete fortunati di poter guadagnare il cielo, che noi perdemmo! Oh! se fossimo al vostro posto quanto saremmo più saggi di quello che fummo: abbiam perduto il nostro Dio, e l’abbiamo perduto per sempre! O sventura incomprensibile!… o sventura irreparabile!… cielo bello non ti vedremo mai!… „ F. M., chi di noi non sospira una sì grande felicità?

ASCENSIONE AL CIELO DEL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO (2021)

FESTA DELL’ASCENSIONE AL CIELO DEL S. N. GESÙ CRISTO (2021)

ASCENSIONE

I. Commento, dogmatico: Ascensione.

La seconda festa che si celebra nel corso del Tempo Pasquale è l’Ascensione, coronamento di tutta la vita di Gesù Cristo. Era infatti necessario che il divino Risuscitato, cessando di calcare il fango di questa, povera terra, ritornasse al Padre, nel cui seno, come Dio, è fin dall’eternità. Egli accolse la sua umanità, dice S. Cipriano, « con una gioia che nessuna lingua saprebbe esprimere ». Bisognava che Gesù Cristo prendesse possesso del regno dei cieli che si era acquistato con i suoi patimenti e che collocando la nostra fragile natura alla destra della gloria di Dio, ci aprisse la casa del Padre per farci occupare, come figli di Dio, il posto degli Angeli caduti. Gesù entra dunque in cielo, avendo vinto satana e il peccato: gli Angeli acclamano e salutano il loro Re; le anime dei Giusti, liberate del Limbo, formano la gloriosa sua scorta. « Vado a prepararvi il posto », disse ai suoi Apostoli, e San Paolo afferma che Dio ci ha fatti sedere con Gestì in cielo », poiché, « per la speranza siamo già salvi ». « Dove è entrato il capo, dice San Leone, anche il corpo è chiamato ad entrare. Il trionfo di Gesù Cristo è quindi anche il trionfo della sua Chiesa. Come il Sommo Sacerdote, che entrava nel Santo dei Santi per offrire a Dio il Sangue delle vittime sotto l’Antica Legge, Gesù, ci dice l’Apostolo, entrò nel Santo dei Santi della Gerusalemme celeste per offrirvi il suo proprio sangue, il sangue della Nuova Alleanza, e ottenerci i favori di Dio Nel giorno dell’Ascensione. – Gesù, mostrando a Dio le sue piaghe gloriose, comincia il suo celeste sacerdozio. « Egli divenne nostro intercessore perpetuo presso suo Padre » (Heb. VII, 25) e ci ottenne lo Spirito Santo con i suoi doni. – Complemento di tutte le feste di Gesù Cristo, l’Ascensione è il principio della nostra santificazione: « Egli sale al cielo, canta il Prefazio, per renderci partecipi della sua divinità ». « Non basta, dice Don Guéranger, che l’uomo si appoggi ai meriti della passione del Redentore, non basta che Egli unisca a questo ricordo quello della Risurrezione; l’uomo non è salvato e redento che con l’unione di questi due misteri con un terzo mistero, quello cioè dell’Ascensione trionfante di Colui che è morto e risorto. L’opera della Redenzione non sarà perfetta se non quando tutti gli uomini riaccettati saranno entrati nel giorno della risurrezione generale, dietro Gesù e per virtù della sua Ascensione, nel Cielo. Ecco la nostra speranza in questo mondo ».

II. — Commento storico: Ascensione.

Quaranta giorni dopo la Risurrezione di Cristo, il Ciclo Pasquale celebra l’anniversario del giorno che segnò il termine del regno visibile di Gesù Cristo sulla terra. Gli Apostoli, venuti a Gerusalemme prima della Pentecoste, stavano nel Cenacolo quando Gesù apparve loro e prese con essi un ultimo pasto; poi li condusse fuori di città, dalla parte di Betania, sul Monte degli Olivi che è il più alto fra quelli che circondano la capitale; Gesù allora benedisse i suoi Apostoli e ascese al cielo. Mentre saliva, una nube lo nascose agli sguardi e due Angeli annunziarono ai Discepoli che Cristo, risalito al cielo, ne scenderà di nuovo alla fine del mondo. – A Roma per ricordare questo corteo di Gesù e degli Apostoli si soleva fare, verso l’ora di Sesta (mezzogiorno) una solenne processione. Il Papa, celebrata la Messa Pontificale a S. Pietro, si recava, accompagnato, dai Vescovi e dai Cardinali, a S. Giovani in Laterano. – Sant’Elena fece innalzare sul Monte degli Olivi una Basilica sul luogo dove Gesù salì al cielo. La Basilica, sul tipo del Santo Sepolcro, era, con simbolismo felice, aperta in alto.

III. Commento liturgico: Ascensione.

Anticamente la solennità dell’Ascensione si confondeva con quella della Pentecoste, perché il Tempo Pasquale era considerato come una festa che s’iniziava a Pasqua per terminare con la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. Ma si cominciò presto a celebrare l’Ascensione al quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, dandole una Vigilia e un’Ottava. È festa di precetto. Con rito simbolico caratteristico si spegne oggi, il Cero pasquale che con la sua luce rappresentava, durante questa quarantena, la presenza di Gesù fra i discepoli e che si estingue dopo la lettura del Vangelo del giorno dell’Ascensione ove è narrata la dipartita del Signore per il cielo. I paramenti bianchi e l’Alleluia, mostrano l’allegrezza della Chiesa al ricordo del trionfo di Cristo, al pensiero della felicità degli Angeli e dei Giusti dell’Antica Legge che vi parteciparono. – Lo spirito di questa festa è indicato dall’Orazione del giorno dell’Ascensione che ci mostra come, dopo aver seguito finora Gesù nella sua vita mortale, bisogna innalzare lo sguardo verso il cielo e con la fede e la speranza di abitarvi con Lui, poiché quella è la vera patria dei figli di Dio.

ASCENSIONE DEL SIGNORE.

Stazione a S. Pietro,

Doppia di I cl. con ottava privilegiata di III ord. – Paramenti bianchi.

Nella Basilica di S. Pietro, dedicata a uno dei principali testimoni dell’Ascensione del Signore, si celebra oggi (Or.) l’anniversario di questo mistero, che segna il termine della vita terrena di Gesù. Durante i quaranta giorni, che seguirono la sua Risurrezione, il Redentore pose le basi della sua Chiesa, alla quale doveva poco dopo mandare lo Spirito Santo. L’Epistola e il Vangelo di questo giorno riassumono tutti gli insegnamenti del Maestro. Gesù lascia quindi questa terra, e tutta la Messa è la celebrazione della Sua gloriosa elevazione in cielo dove gli fanno scorta le anime liberate, dal Limbo (Ali.) che entrano al suo seguito nel regno celeste, ove partecipano più ampiamente alla sua divinità (Pref.). — L’Ascensione ci predica il dovere di innalzare i nostri cuori a Dio e infatti, l’Orazione ci fa chiedere di abitare in ispirito con Gesù nelle regioni celesti, dove siamo chiamati ad abitare un giorno con il corpo. Durante tutta l’Ottava si recita il Credo: «Credo in un solo Signore Gesù Cristo Figlio unico di Dio… che è asceso al cielo, dove siede alla destra del Padre ». Il Gloria dice pure: « Signore, Figlio unico di Dio Gesù Cristo, tu che siedi alla destra  del Padre, abbi pietà di noi. Nel Prefazio proprio che si recita fino alla Pentecoste, si rendono grazie a Dio pel fatto che « il Cristo risorto, dopo essere apparso a tutti i suoi discepoli, si sia innalzato in cielo sotto i loro sguardi ». Durante tutta l’Ottava si recita ugualmente un Communicantes proprio a questa festa; con esso la Chiesa ci ricorda che « celebra il giorno sacrosanto nel quale Nostro Signore, Figlio unico di Dio, si degnò di introdurre nella gloria e porre alla destra del Padre la nostra fragile carne ». alla quale si era unito nel Mistero dell’Incarnazione. – Ogni giorno la liturgia ci ricorda, all’Offertorio (Suscipe Sancta Trinitas) e al Canone (Unde et memores) che essa, secondo l’ordine del Signore, offre il Santo Sacrificio « in memoria della beatissima passione di Gesù Cristo, della sua risurrezione dalla tomba, e della sua gloriosa Ascensione al cielo ». Infatti l’uomo è salvato solo per l’unione dei misteri della Passione e della Risurrezione con quello dell’Ascensione. « Per la tua morte e per la tua sepoltura, per la tua santa risurrezione, per la tua mirabile Ascensione, liberaci, Signore » (lit. dei Santi). — Offriamo a Dio il sacrifizio divino « in memoria della gloriosa Ascensione del Figliuol Suo » affinché, liberati dai mali presenti, giungiamo con Gesù alla vita eterna (Secr.).

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Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Acta 1:11.
Viri Galilæi, quid admirámini aspiciéntes in cœlum? allelúia: quemádmodum vidístis eum ascendéntem in coelum, ita véniet, allelúia, allelúia, allelúia.


[Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? allelúia: nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps XLVI:2
Omnes gentes, pláudite mánibus: iubiláte Deo in voce exsultatiónis.


[Applaudite, o genti tutte: acclamate Dio con canti e giubilo.]

Viri Galilæi, quid admirámini aspiciéntes in cœlum? allelúia: quemádmodum vidístis eum ascendéntem in cœlum, ita véniet, allelúia, allelúia, allelúia.

[Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? allelúia: nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio

Orémus.
Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui hodiérna die Unigénitum tuum, Redemptórem nostrum, ad coelos ascendísse crédimus; ipsi quoque mente in coeléstibus habitémus.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che noi, che crediamo che oggi è salito al cielo il tuo Unigenito, nostro Redentore, abitiamo anche noi col nostro spirito in cielo].

Lectio

Léctio Actuum Apostólorum.
Act I: 1-11

Primum quidem sermónem feci de ómnibus, o Theóphile, quæ coepit Iesus facere et docére usque in diem, qua, præcípiens Apóstolis per Spíritum Sanctum, quos elégit, assúmptus est: quibus et praebuit seípsum vivum post passiónem suam in multas arguméntis, per dies quadragínta appárens eis et loquens de regno Dei. Et convéscens, præcépit eis, ab Ierosólymis ne discéderent, sed exspectárent promissiónem Patris, quam audístis -inquit – per os meum: quia Ioánnes quidem baptizávit aqua, vos autem baptizabímini Spíritu Sancto non post multos hos dies. Igitur qui convénerant, interrogábant eum, dicéntes: Dómine, si in témpore hoc restítues regnum Israël? Dixit autem eis: Non est vestrum nosse témpora vel moménta, quæ Pater pósuit in sua potestáte: sed accipiétis virtútem superveniéntis Spíritus Sancti in vos, et éritis mihi testes in Ierúsalem et in omni Iudaea et Samaría et usque ad últimum terræ. Et cum hæc dixísset, vidéntibus illis, elevátus est, et nubes suscépit eum ab óculis eórum. Cumque intuerétur in coelum eúntem illum, ecce, duo viri astitérunt iuxta illos in véstibus albis, qui et dixérunt: Viri Galilaei, quid statis aspiciéntes in coelum? Hic Iesus, qui assúmptus est a vobis in coelum, sic véniet, quemádmodum vidístis eum eúntem in coelum.

“Io primieramente ho trattato, o Teofìlo, delle cose che Gesù prese a fare e ad insegnare in fino al dì, ch’Egli fu accolto in alto, dopo aver dato i suoi comandi per lo Spirito Santo agli Apostoli ch’Egli aveva eletti. Ai quali ancora, dopo aver sofferto, si presentò vivente, con molte e sicure prove, essendo da loro veduto per lo spazio di quaranta giorni e ragionando con essi delle cose del regno di Dio. E trovandosi con essi, comandò loro che non si partissero da Gerusalemme, ma aspettassero la promessa del Padre, che, diss’Egli, avete da me udita. Perocché Giovanni battezzò con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra pochi giorni. Essi adunque, stando con Lui, lo domandarono, dicendo: Signore, sarà egli in questo tempo, che tu restituirai il regno ad Israele? Ma Egli disse loro: Non spetta a voi conoscere i tempi e le stagioni, che il Padre serba in poter suo. Ma voi riceverete la virtù dello Spirito Santo, che verrà sopra di voi e mi sarete testimoni e in Gerusalemme e in tutta la Giudea e nella Samaria e fino alle estremità della terra. E dette queste cose, levossi a vista loro: e una nuvola lo ricevette e lo tolse agli occhi loro. E com’essi tenevano ancora fissi gli occhi in cielo, mentre se ne andava, ecco due uomini si presentarono loro in candide vesti e dissero loro: Uomini Galilei, perché state riguardando verso il cielo? Questo Gesù che è stato accolto in cielo d’appresso voi, verrà nella stessa maniera che l’avete veduto andarsene in cielo -.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli: MISTERI CRISTIANI, Queriniana Brescia, 1896 vol. II, impr.]

In questi primi undici versetti, che leggiamo nel principio del libro degli Atti Apostolici, che la Chiesa oggi fa recitare al sacerdote celebrante la Santa Messa e che ora vi ho riportato parola per parola nella nostra favella, S. Luca ci narra l’Ascensione di Gesù Cristo al Cielo. È il fatto strepitoso, è il mistero che la Chiesa festeggia in questo giorno, col quale si chiude la vita di Gesù Cristo quaggiù sulla terra. Mio compito è quello di ragionarvi di questo fatto: e qual miglior modo di sdebitarmene che quello di commentare la lezione sacra, che udiste? Eccovi il soggetto di questa, anziché Ragionamento, modesta Omelia, a cui vi piaccia porgere benigno l’orecchio. – S. Luca, nato nel gentilesimo, fornito di coltura greca più che comune, fu medico di professione. Abbandonò il paganesimo e abbracciò il Vangelo di Gesù Cristo per opera di S. Paolo, che seguì fedelmente ne’ suoi viaggi di terra e di mare fino a Roma, dove si trovava allorché l’Apostolo scrisse la sua seconda lettera a Timoteo, poco prima della morte. (II Tim. V. 11). S, Paolo si loda di lui e lo chiama carissimo. (Ai Coloss. IV, 12). Egli scrisse il suo Vangelo come l’aveva udito da S. Paolo e lo scrisse in lingua greca, allora abbastanza conosciuta in tutto l’Oriente e a Roma e lo scrisse per uso di quei Cristiani, che prima erano stati gentili. Dopo aver scritto il Vangelo pose mano a scrivere il libro, che porta il titolo Atti o Gesta degli Apostoli, particolarmente di S. Paolo, giacché la seconda metà del libro si restringe esclusivamente a narrare le opere di lui: cosa affatto naturale, essendo egli stato suo discepolo e compagno e testimonio di ciò che narra. Cominciando questo libro, lo lega col Vangelo, che prima aveva scritto e che racchiude per sommi capi la storia di circa trent’anni. Questo libro fa seguito al Vangelo e ci descrive l’origine della Chiesa e, come voleva la natura delle cose, si apre col racconto della Ascensione di Gesù Cristo, accennata appena nell’ultimo capo del Vangelo. Uditene il prologo: Primieramente, o Teofilo, ho ragionato di tutte le cose, che Gesù prese a fare e ad insegnare fino al giorno, nel quale, dati per lo Spirito Santo i suoi comandi agli Apostoli, da Lui eletti, levossi al cielo. S. Luca rivolge la parola a Teofilo. Chi è desso codesto Teofilo, al quale S. Luca si indirizza eziandio a principio nel suo Vangelo? Sembra fuori di dubbio che fosse un personaggio distinto, che aveva dato il suo nome a Gesù Cristo e la cui vita doveva rispondere al nome che portava, e che in nostra lingua significa Amatore di Dio. Gli ricorda il libro del Vangelo, che gli aveva mandato e nel quale aveva compendiato le opere e la dottrina di Gesù Cristo. – Quæ cœpit Jesus facere et docere. Ecco che cosa è il Vangelo: il compendio delle cose fatte e insegnate da Gesù Cristo; dal che è facile inferire che nel Vangelo le opere e la dottrina di Gesù Cristo non sono riferite tutte, ma le principali e per sommi capi. A ragione poi gli interpreti fanno osservare che S. Luca, compendiando la vita di Gesù Cristo nel Vangelo, alle parole di Lui manda innanzi le opere: – Cœpit facere et docere -. Prima fece e poi insegnò! E in vero: le opere sono assai più eloquenti delle parole e gli uomini apprendono più assai da quelle, che da queste: le parole non costano gran sacrificio, ma lo impongono spesso assai grave le opere. E poi, a che valgono le parole se non sono accompagnate dalle opere? Ciò che valgono le fronde senza i frutti; ed è per questo che di Gesù si dice che cominciò a fare e dopo ad insegnare. Imitiamolo, affinché gli uomini vedano le opere nostre e vedendole sollevino la mente a Dio e gli rendano lode. – Io, scrive S. Luca, vi ho narrata nel mio Vangelo la vita di Gesù dal suo miracoloso concepimento fino alla sua dipartita dalla terra, fino a quel dì nel quale, andandosene al Cielo, lasciò i suoi comandi agli Apostoli e li costituì esecutori dei suoi voleri. Quali siano questi comandi e quali i voleri di Gesù Cristo si fa manifesto dal Vangelo istesso, dove sono determinati. E badate bene, soggiunge S. Luca, che questi comandi sono dati da Lui, che come fu concepito per virtù dello Spirito Santo, cosi tutto fa e dice per virtù dello stesso Spirito Santo, di cui possiede la pienezza. I quali comandi e voleri manifestò a quegli Apostoli che elesse Egli medesimo e ammaestrò di sua bocca. Non è senza ragione e profonda che S. Luca, nominati gli Apostoli, volle tosto soggiungere quelle due parole: – Quos elegit – I quali egli elesse -. Scopo del libro è di far conoscere le opere compiute dagli Apostoli e singolarmente da San Paolo e quindi di mettere in rilievo l’organismo della Chiesa primitiva. Importava adunque che si facesse conoscere in chi risiedeva il potere di reggere quella Chiesa e da chi era dato; e S. Luca ce lo mostra negli Apostoli e qui ci dice ch’essi l’ebbero da Cristo, che li elesse. È questa, o cari, una verità che vuolsi spesso ricordare e inculcare in questi tempi, nei quali si tende a collocare la radice del potere nella moltitudine. Checché sia del potere civile, di cui non parlo, il potere della Chiesa viene dall’alto, deriva di Cristo e da Lui passa negli Apostoli e dagli Apostoli nei suoi successori fino al termine dei tempi, perché Egli li elesse ed eleggendoli li investì di quel potere, che non riceve da chicchessia,, ma trae da se medesimo. – Fino al giorno nel quale fu assunto in Cielo – E da chi fu assunto Egli, Gesù Cristo? Non da altri fuorché dalla sua stessa onnipotenza, perché Egli era Dio eguale in ogni cosa al Padre; il perché la frase – Egli fu assunto in Cielo – vuolsi riferire alla natura umana, che aveva assunto, non alla sua divina Persona, che essendo immensa e onnipotente non può né salire, né discendere e per agire non ha bisogno di qualsiasi forza a sé estranea. Il sacro scrittore prosegue e in un versetto solo riassume la vita di Gesù Cristo, dalla sua Risurrezione alla sua Ascensione così: – Ai quali Apostoli, dopo la Passione, si era eziandio mostrato redivivo per lo spazio di quaranta giorni in molte maniere, parlando loro del regno di Dio -. Il punto capitale della vita di Gesù Cristo e la prova massima della sua divina missione, era senza dubbio il fatto della sua Risurrezione e questa, dice S. Luca, non poteva essere più certa e più splendida. Per il periodo di quaranta giorni si mostrò redivivo ai suoi Apostoli e nei modi più svariati per dileguare ogni ombra di dubbio. Si mostrò alle donne, a Pietro, a Giacomo separatamente, a due discepoli lungo la via di Emmaus, a sette sulle rive del lago di Tiberiade, a dieci e poi ad undici insieme raccolti nel Cenacolo di Gerusalemme; poi finalmente allorché salì al Cielo fu visto da circa cento e venti persone [S. Luca, narrata la Ascensione di Gesù Cristo, dice che gli Apostoli (e dà il nome di tutti undici) insieme con Maria e le donne si raccolsero nel Cenacolo in Gerusalemme, e tra parentesi aggiunge: – Che erano circa 120 -. Dal contesto sembra chiaro che questi 120 furono sul colle degli Olivi spettatori della Ascensione di Cristo. Si noti poi che gli Ebrei, allorché danno il numero delle persone, non comprendono mai le donne.], ed altra volta, che San Paolo afferma in modo solenne senza specificare il luogo e il modo, mostrossi insieme a cinquecento fratelli (I. Cor. XV. 6). Con loro parlò, con loro mangiò; volle che gli toccassero le mani e il costato perché si accertassero essere ben Egli il loro Maestro risuscitato, non ombra o spirito. La sua Risurrezione, considerata la lunghezza del tempo, la varietà delle apparizioni e delle prove e tenuto conto del numero dei testimoni, poteva ella essere più manifesta e più accertata? Mi appello a voi. – In tutte codeste apparizioni Gesù Cristo più o meno lungamente si trattenne e naturalmente parlò con gli Apostoli e con quanti erano presenti. E di quali cose parlò Egli con essi? Se noi scorriamo i quattro Evangeli e questo primo capo degli Atti Apostolici, troviamo alcuni cenni intorno alle cose che Gesù disse loro; ma ogni ragione vuole ch’Egli parlasse loro e ampiamente di tutto ciò che loro importava conoscere nell’esercizio dell’altissima missione loro affidata. S. Luca, con due sole parole, accenna il soggetto di queste istruzioni, che Gesù dava agli Apostoli e che dovevano essere la regola della loro condotta privata e specialmente pubblica, dicendo: – Loquens de regno Dei – Parlando del regno di Dio -. Qual regno di Dio? Certamente il regno di Dio sulla terra, cioè la Chiesa, che è la preparazione e il mezzo necessario per entrare nel regno di Dio, il Cielo e la vita beata. Ma se lo Scrittor sacro con estremo laconismo indicò l’argomento dei discorsi di Cristo con gli Apostoli in genere, non li significò in particolare, rimettendosi in questo alla tradizione orale. E qui riceve nuova e gagliarda prova la Dottrina Cattolica, che professa la Scrittura santa non contenere tutto l’insegnamento di Gesù Cristo, ma questo aversi pieno e perfetto nella tradizione orale. Dicano i fratelli nostri protestanti quante e quali furono le cose dette da Gesù Cristo agli Apostoli e comprese in quelle tre parole – Loquens de regno Dei? – E dovevano essere cose d’alto momento e perché venivano da tanto Maestro e perché riguardavano l’opera di Lui per eccellenza, la Chiesa, e perché  erano gli ultimi ricordi che loro lasciava. L’insegnamento orale adunque degli Apostoli e della Chiesa devesi considerare come il complemento non solo utile, ma necessario di. quello che abbiamo nei Libri Santi. – S. Luca nel versetto che segue ci fa sapere qual fu uno degli argomenti di queste conversazioni od istruzioni di Gesù Cristo, scrivendo: – Stando insieme a mensa, comandò loro non si dipartissero da Gerusalemme, ma vi aspettassero la promessa del Padre, che voi avete udito (disse) dalla mia bocca -. Dovevano fermarsi in Gerusalemme finché fosse adempiuta la promessa che Egli stesso aveva fatta a nome suo e del Padre – di mandare loro lo Spirito Santo. E perché  fermarsi in Gerusalemme? Perché là e non altrove, Gesù Cristo vuole che ricevano lo Spirito Santo? Perché là dove Gesù Cristo patì e morì, là se ne vedesse il primo frutto: perché là dove sul vertice della sua croce fu posta per ischerno la scritta: – Questi è il Re dei Giudei -, là cominciasse il suo regno, regno di tutti i secoli. Perché là dove Gesù Cristo lasciava i suoi Apostoli, là ricevessero lo Spirito consolatore, che doveva tenerne il luogo e continuarne l’opera. Perché là dove Gesù Cristo con la sua morte aveva posto fine alla legge mosaica, lo Spirito Santo proclamasse la nuova legge e dal centro della Sinagoga uscisse la Chiesa, che ne era la meta ed il termine. Accennata la promessa dello Spirito Santo che sarebbe disceso sugli Apostoli, Gesù ne tocca gli effetti, chiamando quella comunicazione miracolosa: Battesimo e altrove Battesimo di fuoco – Giovanni battezzò con l’acqua, dice Cristo, e voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra pochi giorni -. – Giovanni, così il divin Salvatore, battezzava il popolo sulle rive del Giordano, e voi ed Io con voi vi andammo. Che Battesimo era quello? Battesimo con acqua: esso, per sé, non mondava l’anima, ma solo il corpo. Per esso voi vi riconoscevate peccatori, bisognevoli di purificazione: esso non infondeva grazia alcuna nelle anime vostre; vi eccitava soltanto a desiderarla, destandovi la fede in Lui, che Giovanni annunziava e che ora vi parla. Voi ora siete mondi in virtù della mia parola: nell’anima vostra alberga la mia grazia e con essa il germe della vita divina. Ma la missione, che siete per cominciare domanda una forza più gagliarda, una vita più potente, un novello Battesimo, non di acqua, ma di fuoco e l’avrete tra pochi giorni -. È chiaro che Gesù Cristo in questo luogo col nome di Battesimo nello Spirito Santo designa la venuta dello Spirito Santo e la trasformazione operata negli Apostoli il giorno delle Pentecoste e la designa con questo nome perché vi è una certa somiglianza col Battesimo di acqua. Questo si riceve una sola volta e una sola volta in modo sensibile lo Spirito Santo discese sugli Apostoli: questo depose nell’anima una vita nuova, che si svolse nella vita cristiana, stampando in essi un segno incancellabile: e lo Spiritò Santo depose in essi una nuova energia, che si svolse nelle opere tutte dell’Apostolato. – Ma ritorniamo alla narrazione di S. Luca, il quale riporta una domanda degli Apostoli a Gesù, la quale se da una parte dimostra la semplicità e, diciamolo pure, la ignoranza degli Apostoli, dall’altra mette in piena luce la divinità del divino Maestro verso di loro e prova insieme l’ammirabile sincerità del sacro scrittore. Uditela: – Intanto i convenuti colà lo interrogarono dicendo: Signore, restituirai tu forse in questo tempo il regno ad Israele? – Per comprendere questa domanda, che sembra a noi molto strana, conviene conoscere le idee che allora fermentavano nel popolo giudaico non meno che nei suoi capi, alle quali naturalmente gli Apostoli non potevano essere estranei. E tanto più conviene conoscere queste idee, delle quali gli Apostoli si fanno interpreti presso del Maestro in quanto che esse ci danno la chiave per spiegare la terribile apostasia della nazione e la catastrofe che ne seguì. Scorrete i libri dell’antico Testamento e particolarmente i Salmi ed i Profeti: in moltissimi luoghi si promette il Messia e sotto le più svariate forme lo si presenta e si descrive. Si predicano, è vero, le sue umiliazioni, i suoi dolori, la sua morte in modo che sembrano una storia piuttostoché una profezia; ma lo si dipinge pure come un re potentissimo, un gran duce vincitore, un conquistatore glorioso, che strapperà il suo popolo dalle mani dei nemici, che lo rivendicherà a libertà e stenderà il suo scettro pacifico su tutta la terra. Che ne avvenne? Ciò che doveva avvenire in un popolo sì fiero della propria indipendenza, orgoglioso, tenacissimo e che dopo le terribili prove, da cui era uscito contro i Babilonesi e contro i re Siri, al tempo dei Maccabei, fremevano sotto il giogo romano. Come gli individui e più degli individui i popoli hanno il loro amor proprio, il loro egoismo nazionale, che può toccare i gradi estremi. Gli Ebrei tenevano salda la speranza del futuro Liberatore, del quale parlavano i profeti, i riti ed i simboli in tante forme rappresentavano; l’aspettavano, lo desideravano ardentemente. Ma la loro natura grossolana, il desiderio ardentissimo di scuotersi dal collo l’abbominata signoria straniera e l’orgoglio nazionale fecero sì che nel Messia promesso, nel Liberatore annunziato dai Patriarchi e dai Profeti, più che il Liberatore delle anime vedessero il liberatore dei corpi, più che il Redentore del mondo aspettassero il vindice della nazione, un Davide glorioso, un Maccabeo restauratore di Israele. Foggiatasi questa idea bizzarra e falsissima del Messia, che accarezzava il loro orgoglio e rispondeva alle condizioni politiche sì dolorose ed umilianti della nazione, è facile immaginare come i Giudei dovessero accogliere Gesù Cristo, che annunziava un regno spirituale, che voleva si rendesse a Cesare ciò che era di Cesare e che mandava in fumo le speranze di libertà e grandezza temporale, che si aspettavano. È questa la causa precipua della cecità de’ Giudei e del ripudio di Cristo e che trasse in rovina la nazione intera. Terribile lezione. che troviamo ripetuta sventuratamente anche in alcuni popoli cristiani! Perché l’Oriente ai tempi di Fozio e poi di Michele Cerulario si separò da Roma e cadde nello scisma e nella eresia, in cui giace ancora? La causa principale fu l’orgoglio nazionale dei Greci, ai quali pareva una umiliazione ubbidire al Pontefice di Roma e sottostare ai Latini. Perché la maggior parte della Germania consumò la sua separazione dal centro dell’unità cattolica, che risiede in Roma? Vuolsi ascriverne la causa principale alla gelosia nazionale: ai fieri Germani mal sapeva ricevere la legge da Roma, a loro, figli di Arminio. Perché l’Inghilterra ruppe i vincoli, che da secoli la tenevano unita a Roma? Perché le parve a torto minacciata la sua indipendenza nazionale. Se bene si guarda quasi tutti gli scismi e quasi tutte le grandi eresie, che desolarono la Chiesa, ebbero la loro funesta radice nel sentimento esagerato e male inteso della dignità e grandezza nazionale. È una prova tremenda per un popolo il sospetto, il solo timore, che gli interessi religiosi possano offendere il sentimento patriottico: nella lotta vera o immaginaria che sia v’è un grande pericolo, che il popolo agli interessi del Cielo anteponga i terreni e respinga una Chiesa od una Religione che gli sembra domandare il sacrificio della patria e tanto più grande è il pericolo quanto più ardente è l’amore della patria stessa. Ma guai a quel popolo che si lascia accecare! L’esempio d’Israele è là sotto gli occhi del mondo intero. Torniamo al sacro testo. – Gli Apostoli, benché poveri figli del popolo, rozzi pescatori, nati e cresciuti sugli estremi confini della nazione, ai piedi del Libano e lontani dal centro d’Israele, Gerusalemme, dove batteva il cuore della nazione e ardeva il focolare del patriottismo, non erano estranei alle speranze comuni, né insensibili al fremito del popolo. L’uomo nasce e vive patriota e tutto ciò che suona onore, libertà e grandezza della patria, trova sempre aperta la via del suo cuore e se vi è uomo, in cui l’amore della patria non trova eco, dite pure che è un miserabile, un essere degradato. Era dunque naturale che gli Apostoli, anime rette, forti e generose, ancorché prive d’ogni coltura, sentissero vivo l’amore della patria e partecipassero al sentimento comune, spingendolo fino al pregiudizio fatale di assegnare al Messia, e per conseguenza a Gesù Cristo, la missione di liberatore dal giogo straniero. E che gli Apostoli tutti fossero vittima di questo pregiudizio comune, figlio d’un patriottismo male inteso, e ciò fino alla Ascensione di Gesù Cristo al Cielo, apparisce in modo indubitato dalla domanda che ingenuamente e non senza qualche peritanza, gli mossero: – Signore, restituirai tu forse in questo tempo il regno ad Israele? – La domanda è fatta in modo, che sembra deliberata in comune, riserbata in sull’ultimo come cosa gravissima, nella speranza che il Maestro ne parlasse anche non richiesto e concepita in termini che esprimono l’angustia e l’incertezza dell’animo loro. Qual fu la risposta di Gesù? È semplicissima e l’avete udita. Egli, il divino Maestro, li lascia dire e li ascolta. Non una parola di stupore, non un accento solo di rimprovero per tanta ignoranza, dopo sì lungo tempo di scuola avuta da Lui, e tanta ignoranza sopra un punto capitale, che riguardava il fine della divina sua missione. Quanta benignità! Quanta carità con questi suoi cari Apostoli! Egli, vedendo le loro menti ingombre di sì gravi pregiudizi, tace e dissimula e non si prova nemmeno a dissiparli, perché non l’avrebbero compreso. Aspetta che il tempo e la luce che tra breve getterà nelle loro menti lo Spirito Santo, li rischiarino e mettano fine ai loro dubbi. Grande e sublime lezione per tutti e particolarmente per quanti hanno l’ufficio di ammaestrare il popolo! Quante volte accade di trovare persone piene di errori, che non si arrendono alle dimostrazioni più evidenti, che non sanno spogliarsi di certi pregiudizi succhiati col latte, che chiudono gli occhi della mente a verità chiarissime! Che fare? Talvolta sono vittime della educazione, dell’ambiente, come si dice, delle correnti popolari, di passioni per sé non sempre spregevoli. Combatterle risolutamente a viso aperto sarebbe forse cosa vana e talora anche nociva, perché ecciterebbe più vive le passioni facendosi l’amor proprio offeso loro patrocinatore. In molti casi giova tacere, dissimulare, attendere che le passioni sbolliscano, che il tempo ammaestri, e non è raro il caso che le menti si aprano da se stesse alla luce di quelle verità che prima si erano fieramente rigettate. L’esempio di Cristo lo prova. Egli lasciò cadere la domanda; non negò, né affermò; ma, riconducendo la mente dei suoi diletti Apostoli a ciò che maggiormente importava e dalle cose temporali richiamandoli, come sempre soleva fare, alle celesti, rispose: – Non spetta a voi conoscere i tempi e le congiunture, che il Padre ha serbato in sua balìa. – Che fu un dire: a che fermate il vostro pensiero sulle sorti future del regno d’Israele? Voi non potete mutarle; esse sono nelle mani di Dio, che solo le conosce e le regola nella sua sapienza. Ad altra impresa e troppo più alta e importante voi siete chiamati: di questa vi occupate, che è vostra, e quell’altra rimettete al divino volere. – Del resto qual era la sorte riserbata alla nazione giudaica e nominatamente alla sua capitale, Gerusalemme, cinquanta giorni innanzi l’aveva detto e descritto coi colori più vivi e la memoria doveva essere ancor fresca negli Apostoli. Non aveva lor detto, pochi giorni prima della sua passione, che sarebbe scoppiata una guerra sterminatrice con rivolte e tumulti? Non aveva chiaramente annunziato un assedio terribile, la presa della città, la distruzione del tempio, sì che non ne sarebbe rimasta pietra sopra pietra e ammonitili che fuggissero ai monti per non essere involti nella catastrofe? In quella profezia sì chiara e particolareggiata, che non potevano aver dimenticata, perché recentissima, si conteneva la risposta alla domanda: – È questo il tempo, nel quale restituirai il regno ad Israele? – Ma non è inutile il ripeterlo, quando un pregiudizio è profondamente abbarbicato nell’animo non valgono le ragioni più evidenti a svellerlo, ed è saggezza aspettare il beneficio del tempo e della esperienza, come fece Cristo, il quale, messo da banda questo argomento affatto umano e che allora non interessava, continuò, dicendo: – Piuttosto voi riceverete la potenza dello Spirito Santo, il quale verrà sopra di voi -. Ben altro regno che quello temporale d’Israele, del quale mi fate domanda, si deve fondare e tosto e per opera vostra. E come e quando? Appena avrete ricevuto lo Spirito Santo, che vi riempirà della sua forza divina tra pochi giorni e trasformandovi in altri uomini, vi renderà strumenti atti all’ardua impresa; e allora, da Lui supernamente illustrati, comprenderete qual sia il regno, ch’Io sono venuto a stabilire, regno della verità, regno dell’anime, che comincerà qui in Gerusalemme, si allargherà in tutta la Giudea e nella Samaria, che sono i confini del regno d’Israele, di cui parlate, e poi si distenderà fino agli estremi della terra. In tal modo Gesù Cristo accenna alla differenza immensa, che corre tra l’angusto e temporal regno sognato dagli Apostoli e quello senza confini e spirituale, ch’Egli per opera loro avrebbe fondato e implicitamente risponde alla domanda, che gli avevano fatta: – In questo tempo restituirai tu il regno ad Israele? – E qui cade in acconcio toccare alcune verità, che non sono senza importanza. E primieramente osservate tracciato agli Apostoli l’ordine della loro predicazione: essi dovevano cominciare la loro missione in Gerusalemme, poi spandersi nella Giudea, poi portarla in Samaria, che è quanto dire annunziare prima la buona novella ai figli di Abramo disseminati sul territorio delle dodici tribù, pigliando le mosse dalle due rimaste fedeli. Compiuta questa missione presso i figli d’Israele, il muro, che fino allora aveva separato il popolo eletto da tutti gli altri doveva cadere e aprirsi a tutti indistintamente la porta del novello regno, regno universale e duraturo fino al termine dei tempi. Disegno più audace di questo e umanamente di questo più impossibile non s’era mai visto, né mai era caduto in mente d’uomo e direttamente feriva l’orgoglio del popolo ebraico, sì tenace e sì geloso del suo più assoluto isolamento. Il carattere della più vasta universalità per ragione dello spazio e del tempo, che Cristo in questo luogo imprime al suo regno, siffattamente ripugna alle idee del mondo pagano e più ancora del mondo ebraico, che anche solo basta d’avvantaggio a mostrarli in Chi lo concepì e sì chiaramente l’annunzi la coscienza della propria forza al tutto sovra umana e divina. Osservate in secondo luogo che Cristo costituisce gli Apostoli testimoni – Eritis mihi testes – Testimoni di che? Dei fatti e dei miracoli (e per conseguenza della dottrina dai fatti e dai miracoli provata), che avevano veduto coi loro occhi. Ufficio adunque degli Apostoli e dei loro successori è quello di attestare e affermare costantemente e dovunque l’insegnamento di Cristo, la cui certezza poggia sui miracoli da Lui operati. Essi non sono che testimoni e perciò loro ufficio è quello di conservare pura e intatta la Dottrina di Cristo, quale uscì dalle sue labbra, senza aggiungere o levare ad essa pure un’apice. Perciò il ponetevelo bene nell’animo, o dilettissimi, la Chiesa, continuatrice dell’opera degli Apostoli non crea una sola verità nuova, non altera, né dimentica, né omette una sola delle verità caduta dalle labbra di Cristo e degli Apostoli: tutte le conserva e le trasmette fedelmente, come un cristallo tersissimo trasmette i raggi del sole, benché le svolga più largamente e di nuove e più ampie prove secondo i tempi e i luoghi le avvalori. Finalmente non dimenticate mai, o dilettissimi, che questo doppio ufficio di propagatrice e conservatrice infallibile della Dottrina di Cristo la Chiesa lo adempì e adempirà sempre, non per virtù propria, ma sì unicamente per virtù di quello Spirito Santo, che Cristo promise agli Apostoli e che rimarrà nella Chiesa fino all’ultimo giorno de’ secoli, secondo la sua promessa solenne. È bene a credere che Cristo, trattenendosi con gli Apostoli a lungo e più volte per lo spazio di quaranta giorni, altre cose disse loro, che non sono registrate da S. Luca, ma che si conservarono religiosamente nell’insegnamento orale degli Apostoli stessi e della Chiesa. S. Luca, compendiate queste cose, narra che Gesù condusse gli Apostoli fuori, in Betania, il castello di Marta, Maria e Lazzaro, presso Gerusalemme (S. Luca, XXIV, 51) e benedicendoli amorosamente – sotto i loro occhi levossi in alto – Videntibus illis, elevatus est –  Cristo levossi da terra per virtù della sua divina persona e sembra che ciò facesse a poco a poco, volti sempre gli sguardi sorridenti e stese le braccia verso i suoi cari Apostoli e discepoli e sopra tutto verso la Madre sua, che indubitatamente era colà, come si rileva dal versetto quattordicesimo di questo primo capo degli Atti Apostolici. Levossi in alto – Elevatus est – cioè levossi al Cielo. Che vi sia un luogo dove Iddio si manifesta svelatamente nella sua gloria a quelli, che hanno meritato di vederlo e bearsi in Lui e che si dice cielo, non vi può essere dubbio alcuno e la natura stessa degli Angeli e particolarmente degli uomini, che vi sono chiamati, lo esige. Ma dove sia questo luogo e questo Cielo a noi è perfettamente ignoto. Finché gli uomini, giudicando secondo i sensi e perciò seguendo le idee astronomiche di Tolcredevano la terra immobile, centro universale del creato e gli astri e le stelle poste in alto e d’altra natura incomparabilmente più nobile della terra, si comprende come potessero e dovessero collocare il Cielo, questo luogo di delizie, questa dimora gloriosa lassù in alto, negli astri, nelle stelle, nel Cielo immobile, che a tutte le cose sovrasta. L’idea cristiana del Cielo, elevandosi ai sublimi concetti di Dio, della sua immensità, degli spiriti, delle anime e dei corpi gloriosi, conserva pur sempre l’idea d’un luogo particolare, dove Dio mostra la sua presenza e la sua gloria, ma non determinò mai precisamente in qual regione sia posto questo luogo, se sopra o sotto di noi, se ad Oriente od Occidente, a tramontana o mezzogiorno. I Libri Santi tacciono, la tradizione è muta e la Chiesa, che n’è l’interprete, insegna che il Cielo de’ beati, il paradiso vi è, ma dove sia nol disse mai. E perché non potrebb’essere sulla terra istessa? Là dove è Dio svelato alle anime, là può essere il Cielo; e non potrebbe Iddio mostrarsi loro qual è qui sulla terra, campo dei loro combattimenti e delle loro vittorie e perciò anche luogo del loro trionfo? Che importa che noi non vediamo nulla? Chi può vedere Iddio, i puri spiriti, i corpi gloriosi? Cristo non vive sulla terra nel Sacramento dell’altare invisibile? E certo dove è Cristo ivi è altresì il Cielo, di cui è il Re. Disse profondamente il poeta teologo che ogni dove è paradiso ed è questo il vero concetto del Cielo secondo la ragione e secondo la fede e questo teniamo. Ma voi direte: E pur sempre vero che il testo sacro, narrando l’ascensione di Cristo, ce lo descrisse in atto di salire in alto – Elevatus est -; e noi stessi, allorché accenniamo il Cielo, leviamo in alto le mani quasi fosse lassù sopra dei nostri capi. È vero: Cristo, salendo in Cielo, montò in alto, non perché il Cielo sia piuttosto in alto che in basso ma per mostrare che la sua presenza visibile cessava sulla terra e cominciava un’altra maniera differentissima di vita; e poiché le cose più nobili e più eccellenti per noi si dicono metaforicamente alte e ce le rappresentiamo, non in basso, ma in alto; così Cristo per farci conoscere il suo nuovo modo di esistere in Cielo, salì in alto. Per la stessa ragione, allorché noi parliamo del Cielo, leviamo in alto le mani e gli occhi come se il Cielo fosse sopra de’ nostri capi Poiché Gesù fu levato in alto, una nube, dice il sacro scrittore, lo tolse ai loro occhi. Qual nube? Porse fu vera nube, o come inclino a credere e mi sembra più conforme al fatto e alla maestà di Cristo, quella fu uno splendore di luce meravigliosa, che a guisa di nube lo circonfuse e lo rese invisibile agli occhi degli Apostoli, che lo seguivano con ansia amorosa, con gioia ineffabile e dolore vivissimo, come potete immaginare. – Allorché gli Apostoli stavano pur con gli occhi fissi in alto cercando di vedere il Maestro, che si era dileguato in mezzo a quei fulgori celesti, ecco ad un tratto due personaggi bianco vestiti stettero presso di loro, quasi inosservati, perché gli occhi loro erano fermi lassù in alto. S. Luca non dice che fossero Angeli, ma non è a dubitarne dal contesto. Li chiama personaggi (viri), non Angeli, perché apparvero con forme umane e certo non è questo il primo luogo, in cui gli Angeli si chiamano uomini. Essi, riscossi gli Apostoli da quella loro estasi, volsero loro la parola, dicendo: – 0 Galilei, che state a riguardare in Cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi fu assunto in Cielo, verrà al modo istesso, onde lo vedeste andarsene -. Quegli Angeli rammentarono agli Apostoli una verità, che più volte avevano udita dalla bocca di Cristo, cioè la sua venuta gloriosa al termine dei tempi. Vedete somiglianza tra i due fatti della salita di Cristo al Cielo e della futura sua venuta, toccata dal sacro Autore. E sempre sopra una nube, che Gesù si mostra, sia che parta dalla terra, sia che vi ritorni, per indicare la sua maestà e la piena signoria ch’Egli ha sopra ogni cosa. Nella stessa trasfigurazione la voce celeste si fa udire dal seno d’una nube e attraverso ad una nube Mosè intravvede Dio. Con la mente e col cuore abbiamo seguito Cristo, che sale al Cielo: prepariamoci con la mente e col cuore ad accoglierlo nella finale sua venuta per essergli compagni nel suo rientrare nella gloria celeste e vivere beati con Lui per tutti i secoli dei secoli.

Alleluia

Allelúia, allelúia.


Ps XLVI:6.
Ascéndit Deus in iubilatióne, et Dóminus in voce tubæ. Allelúia.

[Iddio è asceso nel giubilo e il Signore al suono delle trombe. Allelúia.]

Ps LXVII:18-19.
V. Dóminus in Sina in sancto, ascéndens in altum, captívam duxit captivitátem.
Allelúia.  

[Il Signore dal Sinai viene nel santuario, salendo in alto, trascina schiava la schiavitú. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Marcum.
Marc XVI:14-20

In illo témpore: Recumbéntibus úndecim discípulis, appáruit illis Iesus: et exprobrávit incredulitátem eórum et durítiam cordis: quia iis, qui víderant eum resurrexísse, non credidérunt. Et dixit eis: Eúntes in mundum univérsum, prædicáte Evangélium omni creatúræ. Qui credíderit et baptizátus fúerit, salvus erit: qui vero non credíderit, condemnábitur. Signa autem eos, qui credíderint, hæc sequéntur: In nómine meo dæmónia eiícient: linguis loquantur novis: serpentes tollent: et si mortíferum quid bíberint, non eis nocébit: super ægros manus impónent, et bene habébunt. Et Dóminus quidem Iesus, postquam locútus est eis, assúmptus est in cœlum, et sedet a dextris Dei. Illi autem profécti, prædicavérunt ubíque, Dómino cooperánte et sermónem confirmánte, sequéntibus signis.

“In quel tempo: Gesú apparve agli undici, mentre erano a mensa, e rinfacciò ad essi la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano prestato fede a quelli che lo avevano visto resuscitato. E disse loro: Andate per tutto il mondo: predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo: chi poi non crederà, sarà condannato. Ed ecco i miracoli che accompagneranno coloro che hanno creduto: nel mio Nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, maneggeranno serpenti, e se avran bevuto qualcosa di mortifero non farà loro male: imporranno le mani ai malati e questi guariranno. E il Signore Gesù, dopo aver parlato con essi, fu assunto in cielo e si assise alla destra di Dio. Essi se ne andarono a predicare per ogni dove, mentre il Signore li assisteva e confermava la loro parola con i miracoli che la seguivano.”

Recitato il Vangelo, viene spento il Cero pasquale, ne più si accende, se non il Sabato di Pentecoste per la benedizione del Fonte.

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli: MISTERI CRISTIANI, Queriniana Brescia, 1896 vol. II, impr.]

FESTA ASCENSIONE – RAGIONAMENTO IV.

Il fatto della Ascensione di Gesù Cristo ci ammaestra e ci conforta.

L’Ascensione di Gesù Cristo, che oggi celebriamo, è l’ultimo dei misteri da Lui compiuti sulla terra e corona degnamente tutta la sua vita. Colla Incarnazione venne dal Cielo sulla terra: colla Ascensione parte dalla terra e ritorna al Cielo, conducendo seco le primizie della umanità redenta e schiudendo a noi fratelli suoi secondo la carne le porte di quella beata dimora. Gesù, dall’alto della croce, abbracciando collo sguardo della mente i giorni di sua vita mortale, le profezie, che si compivano nella sua Persona e vedendo compiuta l’opera della umana redenzione, poté esclamare – Consummatum est -. Tutto è consumato -. Oggi, con maggior verità, se così posso esprimermi, Gesù Cristo può ripetere – Tutto, tutto è consumato; la mia missione sulla terra, missione di maestro coll’opera e colla parola: missione di vittima espiatrice e di redentore di tutti gli uomini, è compiuta e me ne vado al Padre, che mi ha mandato. Ho gittato il seme fecondo della verità e della vita nei cuori de’ miei Apostoli. È necessario, che salga al Cielo e di là mandi lo Spirito Santo, che qual sole vivificatore e qual pioggia fecondatrice, lo faccia crescere e fruttificare: Consummatum est. Mentre Gesù sale al Cielo, benedicendo gli Apostoli, che con occhi pieni d’amore lo seguono, noi, carissimi, raccogliamoci e meditiamo alcune verità, che l’odierno mistero ci mette innanzi; esse saranno lume alle nostre menti e conforto al nostro cuore. – E per dare qualche ordine alle poche parole che sono per rivolgervi, vi mostrerò: 1° la condiscendenza paterna e la squisita bontà di Gesù Cristo verso degli Apostoli prima di separarsi da loro. 2° Vedremo come Gesù ci abbia tracciato la via da seguire se vogliamo essere con Lui, e che è compendiata in quelle parole – Conveniva che Cristo soffrisse e così entrasse nella sua gloria -. 3° Finalmente vi dirò del conforto dolcissimo, che dobbiamo attingere nell’odierno mistero, rammentando le parole dell’Apostolo, che scrisse, il Salvatore essere entrato ne’ Cieli e colà vivere adempiendo l’ufficio di Mediatore. – Semper vivens ad interpellandum pro nobis. Dalle Sante Scritture, e particolarmente dal primo capo degli Atti Apostolici, apprendiamo che Gesù Cristo dopo la sua Risurrezione dimorò sulla terra quaranta giorni. In quel periodo di tempo qual fu la sua vita? Non vi è dubbio, colla Risurrezione comincia la sua vita gloriosa, ma non sempre e in ogni occasione si manifesta come tale. Il suo corpo apparisce fornito delle doti del corpo glorioso entrando nel cenacolo a porte chiuse, dileguandosi agli occhi dei due discepoli in Emmaus, tramutandosi in un istante da un luogo all’altro: talvolta tra il suo modo di vivere e operare dopo la sua Risurrezione e quello che teneva prima non sembra correre differenza o leggera: si trattiene e conversa amichevolmente cogli Apostoli: mangia con essi; li istruisce, li rimprovera, li conforta e si direbbe che nulla di singolare apparisce nel suo corpo e nel suo tenore di vita. Come ciò, o carissimi? Perché Gesù Cristo non si circonda di luce e di gloria come sul Tabor? Perché vela lo splendore, che dovea brillare nella sua umanità risorta e trasformata e si presenta ora come pellegrino, ora come ortolano, ora come un estraneo sulle rive del lago di Galilea, ora come l’antico maestro? Quali le ragioni di questa condotta, che parrebbe al tutto contraria al suo stato di corpo glorioso? Così Egli fece unicamente per i suoi cari Apostoli e discepoli. Ad uomini che viveano ancora nello stato di via e di prova, che aggravati da un corpo mortale erano impotenti a sostenere la luce smagliante dell’umanità sua gloriosa, Gesù doveva mostrarsi in quei modi e sotto quelle forme, che, mostrando pure la verità della Risurrezione, lo rendessero accessibile ai loro sensi infermi. Ecco perché il Salvatore risorto eclissa quasi interamente la sua gloria e assume le forme più semplici. Nell’Incarnazione il Figlio di Dio per avvicinarsi agli uomini e ammaestrarli si fece uomo e nascose la sua gloria infinita nell’assunta natura, lasciandone trasparire a quando a quando alcuni raggi, che mostrassero la sua divina Persona: risorto, tempra gli splendori, onde doveva sfolgorare il suo corpo, perché gli Apostoli potessero avvicinarsi a Lui; ma nello stesso tempo opera tali prodigi, che tolgono ogni ombra di dubbio sulla realtà della Risurrezione. Non è questa una prova della sua bontà verso de’ suoi diletti discepoli? Si fa piccolo coi piccoli e quasi ancora mortale coi mortali per prolungare e compire il suo insegnamento! S’Egli fosse loro apparso sfavillante di luce, librato in alto o in altri modi straordinari, non è egli vero che forse gli Apostoli avrebbero potuto sospettare d’essere vittime di qualche inganno, o di qualche allucinazione? Come avrebbero potuto accostarsi a Lui, udirlo tranquillamente, parlargli, interrogarlo, toccare il suo corpo, palpare le sue mani? A principio, vedendolo, credevano d’avere innanzi a sé un’ombra, un fantasma, uno spirito e tennero in conto di vaneggianti le donne, che affermavano d’averlo veduto (S. Luca, XXIV, II); che sarebbe stato se si fosse mostrato in tutta la maestà e in tutta la gloria d’un corpo glorioso? Se alla vista d’un lampo di gloria, che sfolgorava nel suo corpo ancor mortale sul monte, allorché trasfigurossi, i tre Apostoli abbagliati e sopraffatti caddero colla faccia sul suolo, che sarebbe avvenuto se dopo la Risurrezione si fosse loro svelato qual era glorioso? – Gesù Cristo, se così possiamo dire, dopo la Risurrezione ama ritornare all’antica semplicità coi suoi cari, vuol ripigliare la famigliarità consueta del trattare e conversare e con essi, rivedere quei luoghi e specialmente quei colli ridenti di Galilea e quelle rive incantevoli del suo lago, dove avea cominciato la sua predicazione e formato: il drappello de’ suoi Apostoli. Si direbbe che la compagnia de’ sui fedeli discepoli gli fa dimenticare l’ingresso trionfale in Cielo. – Essi, que’ suoi diletti ondeggiano ancora tra il timore e la speranza: vuole accertarli che è ben Lui l’antico loro Maestro, il crocefisso e il risorto del Golgota e moltiplica le apparizioni e le forme ed i luoghi delle apparizioni e muta talora i testimonî, perché nella varietà delle manifestazioni maggior sia la loro certezza. Non è così che fanno gli uomini allorché vogliono persuadere d’una verità quelli, che ne dubitano? L’annunziano, la ripetono più e più volte mutando le parole e ai vecchi argomenti altri nuovi argomenti aggiungendo, finché veggono dissipato ogni dubbio e la verità nella mente degli oppositori saldamente stabilita. Gli Apostoli e i discepoli, dopo la tremenda tragedia del Calvario, erano come pecorelle che, perduto il pastore, circondate da lupi e sgominate dal nembo, non sanno dove ripararsi e qua e là scorrono per la selva, ignare che sarà di loro. Gesù, il buon pastore per eccellenza, appena risorto, va in cerca di queste pecorelle smarrite e tremanti: or queste or quelle rintraccia separatamente; poi, tutte le raccoglie in vari luoghi e ripetutamente le conforta e le prepara alle prove future. Quando sta in mezzo a’ suoi Apostoli, dopo averli consolati e fatti certi della sua Risurrezione, riduce alla loro memoria le verità che loro aveva insegnate, le spiega meglio – Loquens de regno Dei -, le ribadisce nelle loro menti, parla loro del modo, con cui dovranno governarsi nella grande missione, che loro affida: nettamente predice le lotte, le persecuzioni, che li aspettavano nel mondo; ma non temessero perché lo Spirito Santo li avrebbe ammaestrati in ogni cosa, ed Egli stesso sarebbe sempre con loro fino al termine dei tempi. Egli è simile ad un padre amoroso, che dovendo partire per lontano paese, si chiama intorno i figli, e porge loro i più saggi ammonimenti e non si stanca di ripeterli a questo e a quello in particolare e a tutti insieme, e li va preparando al momento. della separazione in guisa che questa riesca meno dolorosa.Lo so: altri potrebbe dirmi: e non poteva Gesù Cristo nella sua onnipotenza provare in un istante solo la verità della Risurrezione, dissipare tutti i dubbi dalla mente degli Apostoli e inondarla di luce sì che non vi fosse bisogno di tanto tempo per ammaestrarli? Perché non fare in un lampo ciò che ottenne in quaranta giorni? E poi perché non affidare ad altri questo ufficio di Consolatore e di Maestro? Nessun dubbio che Gesù poteva veramente così fare, se così gli fosse piaciuto: ma nol volle e fu prova di sapienza e bontà grande fare come fece.Se voi scorrete la vita di Gesù Cristo, troverete, che Egli si acconcia allo svolgimento delle leggi e delle forze di natura e se coi miracoli talvolta lo sospende e lo muta egli è per provare la sua missione e lo fa, diremmo quasi, con parsimonia, tanto quanto era necessario. Lo sviluppo della sua natura umana segue le leggi naturali:col lavoro suo pane: non mette l’onnipotenza sua a servizio de’ suoi bisogni naturali per risparmiarsi fatiche, stenti o dolori. Avrebbe potuto in un attimo formarsi gli Apostoli e ricolmarli d’ogni scienza: invece travaglia intorno a loro per lo spazio di tre anni e voi non ignorate quale ne fosse il risultato. Perché dopo la Risurrezione avrebbe tenuto altro modo? Non dimenticate lo mai, o dilettissimi; Dio vuole nell’ordine soprannaturale seguire le vie naturali, perché più conformi all’uomo, perché queste domandano il concorso dell’uomo e l’obbligano a spiegare la sua attività. Ponete che Cristo in un istante, usando della sua onnipotenza avesse ammaestrati e trasformati gli Apostoli: quale sarebbe statal’opera loro e quale per conseguenza il loro merito?Sarebbe stata opera totalmente di Dio e nullo il loro merito. A questo ufficio di Consolatore e Maestro degli Apostoli avrebbe potuto deputare gli Angeli od altri uomini. Chi l’ignora? Ma Gesù Cristo volle affermarlo e compirlo Egli stesso perché era conveniente ch’Egli, che aveva incominciato l’opera, Egli stesso la conducesse a termine e perché alle tante altre aggiungeva una novella prova della sua carità e paterna tenerezza verso gli Apostoli. Sia dunque ora e sempre benedetto Gesù Cristo, che, prolungando la sua dimora sulla terra dopo la Risurrezione, quasi fosse ancora pellegrino,ci diede un pegno sì prezioso della sua immensa bontà! – S. Luca (Vangelo XXIV. 50, Atti Apost. I, 12) narra che Gesù condusse Seco presso Betania sul colle degli Ulivi, i suoi Apostoli e discepoli e di là, stendendo le mani e benedicendoli, Sali al cielo! È un fatto, che non deve passare inosservato, o carissimi, e non senza ragione il sacro scrittore notò questo particolare del luogo, donde Gesù si dipartì dalla terra e cominciò il suo trionfale ingresso nel regno de’ Cieli. Sorge naturale nell’anima; perché Gesù Cristo scelse quel luogo per dare l’ultimo addio a’ suoi cari e pigliare le mosse pel Cielo in modo visibile? Là presso Betania, su quel colle degli Ulivi, Gesù avea pregato tante volte nel silenzio della notte: là aveva cominciato, dopo la preghiera, la terribile lotta, che doveva spremere dal suo corpo il sudore di sangue, prova dell’angoscia mortale, ond’era oppresso il suo cuore; là avea cominciato la sua passione. Quegli ulivi avevano visto accostarsi a Lui il traditore a capo degli sgherri della sinagoga; avevano visto il bacio nefando dato al Maestro; l’aveano visto stretto in catene avviarsi fra le tenebre di quella notte fatale verso: Gerusalemme, mentre gli Apostoli si davano alla fuga. Era troppo giusto che quel luogo per Gesù e per gli Apostoli sì memorando, testimonio di tante umiliazioni, di tanti e sì ineffabili dolori, fosse testimonio altresì della loro gioia e del trionfo supremo del divino Maestro. Chi di noi non rivede volentieri nei giorni della felicità quei luoghi dove fummo messi a dure prove e versammo lagrime amare? Il ricordo di quei luoghi per la ragione dei contrasti spande non so qual dolce voluttà negli animi nostri, che ci obbliga a rivederli e ce li rende cari e preziosi. Alla vista di quel luogo io credo che Gesù e gli Apostoli trasalissero di gioia scorrendo col pensiero la sì recente storia de’ loro patimenti, tramutati in tanta felicità. Da quel luogo, abbassando lo sguardo, vedeasi Gerusalemme, il tempio che torreggiava su tutta la città; vedeansi le piazze, le vie per le quali Gesù era stato trascinato in mezzo alle grida selvagge della folla inferocita; vedeasi il pretorio, vedeasi il Golgota, su cui in mezzo a strazi senza nome aveva esalato l’anima, e ai suoi piedi il sepolcro, in cui quel corpo, che ora appariva riboccante di vita e glorioso, per tre giorni era stato deposto. Qual vista! Quali memorie! Quei luoghi, già teatro de’ suoi vituperî e delle sue agonie, dovevano essere spettatori della sua finale vittoria e rendere più bello e più caro il suo trionfo. E chi sono i testimonî della sua Ascensione? Chi son quelli che l’accompagnano sul colle degli Ulivi, che raccolgono le ultime parole cadute dalle sue labbra e ricevono l’ultima sua benedizione? Anzitutto la sua Madre benedetta chiaramente si raccoglie dagli Atti Apostolici (S. Luca – Atti Apost. I, 14 – dice, che subito dopo l’Ascensione gli Apostoli si ritirarono in Gerusalemme e vi stettero insieme riuniti fino alla Pentecoste, cioè per 10 giorni, ed espressamente dice, che con essi era Maria, madre di Gesù. Erano, scrive S. Luca, circa 120 persone. Da ciò si rileva che queste 120 persone con Maria dovevano essere state presenti alla Ascensione di Gesù Cristo.). Poteva Egli mai Gesù Cristo privare la Madre sua di questo onore, di questa gioia suprema, la Madre sua, che più di tutti avea bevuto fino alla feccia il calice de’ suoi inenarrabili dolori? Dopo la Madre venivano gli Apostoli, poi i discepoli e i credenti tutti, che in Gerusalemme formavano la sua Chiesa. E perché questi soli? Perché su quel colle non chiamò l’intero Sinedrio, tutta Gerusalemme, tutti quelli che erano stati testimonî, complici e autori de’ suoi patimenti e della sua morte? Il suo trionfo non sarebbe stato più completo? Sono sempre le nostre vedute umane, che vorremmo adottate dalla infinita sapienza di Dio: senza accorgerci noi prestiamo a Dio le debolezze del nostro amor proprio. Umiliati ingiustamente, perseguitati, traditi, noi vogliamo la rivincita, aneliamo alla vendetta pubblica, solenne, sopra i nostri nemici e vogliamo che il mondo tutto la vegga e così sia riscattato l’onor nostro, o più veramente il nostro egoismo offeso. Non son questi i consigli della sapienza divina. Gesù non si cura di questi piccoli trionfi, di queste piccole vendette, architettate dall’amor proprio e ad esso sì care. Egli vuole ammaestrarci col suo esempio ed a più alti e più nobili ideali solleva le nostre menti. Egli non pensa a schiacciare sotto il peso d’un trionfo teatrale i suoi nemici: Egli lascia che il tempo e la forza della verità aprano la via della loro mente e del loro cuore; sa che ben presto molti di loro verranno a Lui vinti dalla evidenza della verità e attratti dalla sua grazia; Egli non vuole far violenza al libero arbitrio di chicchessia, perché vuole l’ossequio libero delle menti e dei cuori. Egli mette a parte dello spettacolo dolcissimo della sua Ascensione soltanto i suoi cari, quelli soli ch’ebbero parte ai dolori e alle umiliazioni della sua passione e della sua morte: è una ricompensa che dà loro sulla terra pegno di quell’altra pienissima ed eterna, che riserba loro in Cielo. Non ricusa i benefici effetti di questa ricompensa nemmeno a quelli che non ne sono meritevoli, anzi che ne sono indegnissimi; perché i testimonî e gli spettatori della sua Ascensione potranno e dovranno narrare anche a loro ciò che hanno veduto coi loro occhi e in qualche misura renderli pur essi partecipi del beneficio e della gioia di quest’ultimo trionfo ed insieme argomento della divina sua missione. Finalmente l’Ascensione di Gesù Cristo ribadisce quella grande verità, che forma la base della nostra fede e della nostra speranza e che quantunque notissima giova ripetere continuamente per avvalorare la nostra debolezza nelle dure prove della vita ed è quella ricordata da Cristo istesso (Mt. XXIV. 26), cioè, ch’Egli dovea patire e così entrare al possesso della sua gloria. L’Ascensione corona tutta la vita di Cristo; è il trionfo, che segue il combattimento e la vittoria; è il riposo dopo la fatica; è la mercede dopo il lavoro; è la gioia dopo il dolore; è la gloria dopo le umiliazioni. Noi sappiamo che l’anima di Gesù Cristo fin dal primo momento della Incarnazione ebbe la visione immediata di Dio e perciò fu perfettamente beata; ma questa beatitudine e questa gloria era tutta interna; non appariva esternamente e la sua trasfigurazione sul monte, non fu che uno sprazzo momentaneo della felicità e gloria interna, onde colla beatitudine e gloria interna dell’umanità di Gesù Cristo si potevano comporre i dolori e le umiliazioni indicibili, onde esternamente fu coperto ed oppresso. Quella beatitudine e gloria interna, che nell’umanità di Cristo sgorgava necessariamente dall’unione sua intima colla Persona del Verbo non furono, né potevano essere frutto de’ suoi meriti, perché precedettero ogni suo atto; ma la beatitudine e la gloria esterna dell’umanità di Cristo fu mercede dovuta a’ suoi meriti, e perciò questa l’ebbe dopo la morte e apparve nella sua magnificenza il giorno della Ascensione. Ora ciò che avviene nel Capo deve ripetersi nella conveniente misura nelle membra: Gesù ebbe la sua glorificazione esterna dopo averla meritata coi dolori e colle umiliazioni della passione e della morte; così noi pure avremo la felicità e la gloria del Cielo, ma dopo averla meritata colle fatiche e coi dolori della vita presente. – Gesù dal colle degli Ulivi sale al Cielo, ma dopo aver pregato e agonizzato a piè di quel colle, dopo aver portata la sua croce sul Golgota; anche per Lui la gloria dell’Ascensione al Cielo è un premio di ciò che sofferse nei giorni di sua vita mortale. Se così è, dilettissimi, del nostro Capo e modello Gesù Cristo, come non lo sarà per noi? – Noi tutti, quanti siamo figli di Adamo, e credenti in Gesù Cristo, aspiriamo alla felicità, ne sentiamo prepotente il bisogno, è il tormento delle anime nostre. Venuti da Dio a Dio vogliamo ritornare: viventi sulla terra sentiamo la nostalgia del Cielo: gementi su questa terra d’esilio, sospiriamo alla patria, nella quale oggi ci ha preceduto il nostro duce supremo, Gesù Cristo. Ma, non inganniamoci, carissimi; per giungervi non c’è che una sola via, la via battuta da Lui, la via del patire, la via della croce, la via del Calvario. Sperare di giungervi per altra via meno faticosa, è follia, è un insulto a Gesù Cristo, che se vi fosse ce l’avrebbe insegnata colla parola e coll’esempio. Noi dunque che oggi sul colle degli Ulivi cogli occhi della fede abbiamo veduto Gesù Cristo, che col corpo pel primo entra in Cielo e vogliamo lassù seguirlo e con Lui vivere eternamente, cogli Apostoli e coi discepoli discendiamo ancora in questa Gerusalemme terrena, con essi preghiamo nel Cenacolo, con essi e com’essi corriamo le vie dolorose dell’esilio, rifacciamo il cammino percorso dal divino Maestro, affinché, venuta l’ora nostra, come venne la sua, possiamo cantare nel suo regno – Oportuit Christum pati et ita intrare in gloriam suam – Regneremo con Lui, se con Lui avremo patito – “Conregnabimus, si tamen et compatimur”- Vi dissi a principio, che il mistero dell’Ascensione non solo ci ricorda due grandi verità, ci offre un conforto dolcissimo in mezzo alle pene e alle amarezze della vita. È prezzo dell’opera vederlo. Il nostro divino Salvatore in questo giorno ha sottratto la sua visibile presenza alla terra ed ha varcate le soglie del Cielo, dove agli Angeli tutti ed agli uomini, che lo seguirono, spiega la sua gloria in tutta 1a magnificenza che a Lui è dovuta. Rallegriamocene: il trionfo di Gesù Cristo è trionfo nostro. Dove sono i figli, che non godano degli onori che il padre riceve in lontane contrade, ancorché a loro sia tolto di vederli? Dov’è il popolo che non esulti udendo come il suo re sia accolto da altri popoli con feste strepitose? gli onori resi al padre si riflettono sui figli e le feste fatte al re sono fatte al suo popolo. Dove sono quegli uomini, che vedendo il figlio del loro ben amato monarca, che per salvarli da orrida schiavitù e renderli felici ha sfidato tutti i pericoli, ha versato il suo sangue in mezzo a dolori atrocissimi, ha dato la sua vita e ciò che vale più della vita, l’onore, e non gioiscono; vedendolo redivivo e coperto di gloria? Gesù Cristo è nostro padre, il nostro re, il Figlio del Monarca eterno, che patì e morì per noi, che oggi entra trionfante in Cielo. Come non godere ed esultare con Lui? Ma l’Apostolo Paolo ci mette innanzi un altro motivo nobilissimo, che oggi ci deve ricolmare di gioia, uditelo: Gesù Cristo – scrive l’Apostolo, è il vero e sommo Sacerdote, che placa la giustizia del Padre suo nel proprio sangue e a Lui riconcilia tutti gli uomini. Il Sacerdozio di Cristo è eterno, come eterno è Egli stesso: Egli ed Egli solo può salvare tutti quelli che con fede si accostano al Padre suo; gli altri sacerdoti non hanno virtù di salvare chicchessia, perché peccatori essi stessi ed hanno bisogno essi pure d’essere salvati; e se salvano i fratelli, lo possono unicamente nel Nome e nella autorità di Lui. Ebbene; Gesù Cristo, l’eterno sacerdote, santo, innocente, immacolato, che non ha nulla di comune coi peccatori, oggi monta nel più alto de’ cieli per rimanervi eternamente. E qual è l’ufficio, che, cominciato sulla terra, continua lassù? Eccolo: – Vive eternamente, intercedendo per noi – Semper vivens ad interpellandum pro nobis (VII, 25-26) -. Qual conforto! qual gioia per noi! Gesù-Cristo è Dio ed uomo: nell’unica sua Persona divina congiunge le due nature, divina ed umana; rinserra in sè, ponte immenso tra il Cielo e 1a terra, lo due sponde dell’infinito e del finito e per esso Dio con la pienezza de’ suoi beni discende e si comunica agli Angeli e agli uomini e per essa gli uomini e gli Angeli ascendono a Dio e a Lui si uniscono. Gesù Cristo nella natura sua divina certamente non prega, non intercede, perché eguale al Padre e al Santo Spirito e con Essi è padrone d’ogni cosa; ma nella natura umana, nella quale è inferiore al Padre e allo Spirito Santo, e nella quale merita, Egli compie incessantemente l’ufficio di Mediatore e Sacerdote e prega per tutti – Semper vivens ad interpellandum pro nobis (Heb, VII, 25-26). Allorché vivea sulla terra, dal dì che comparve nel seno intemerato della Vergine fino all’istante, in cui dall’alto della croce esalò l’estremo sospiro, Egli esercitò l’ufficio di Sacerdote e Mediatore: lo esercitò soffrendo per gli uomini, sollevando al Padre suo gli occhi e le mani, pregando con alto grido: – Cum clamore valido – spargendo largo pianto – et lacrymis -, aprendo le sue vene e il suo cuore e versando tutto il suo sangue e consumando il sacrificio di tutto se stesso. Contemplato questo Sacerdote incomparabile: Egli ha pigliato la sua santa umanità: l’ha collocatasull’altare: a forza di dolori e di strazi pel corso di trentatré anni ne ha spremuto tutto il pianto fino all’ultimo lacrima, tutto il sangue fino all’ultima stilla; l’ha offerta alla maestà del Padre suo come ostia di espiazione e propiziazione, dicendogli: – Ecco il prezzo del riscatto per i fratelli miei secondo la carne -. La fronte del Padre si rasserenò, un sorriso di gioia lampeggiò nel suo volto e dell’amor suo paterno abbracciò il Figlio e con Lui abbracciò l’umanità tutta quanta a Lui unita e riconciliata. Oggi questo Figlio, nel quale il Padre trova tutte le infinite sue compiacenze, perché a Lui eguale, dopo aver ripigliata l’umanità sua nella Risurrezione e rifattala bella, immortale e gloriosa, la presenta ancora al Padre suo in Cielo: l’esercito sterminato degli Angeli gli muove incontro, lo riconosce e adora come suo Re e del suo Nome fa risuonare le sfere celesti. Il Padre vede il Figliuol suo ammantato dell’umana natura assunta: vede in essa i segni e le cicatrici delle ferite ricevute nel terribile duello, col nemico, scintillanti come rubini e diamanti; vede quegli occhi che tante lagrime versarono: quelle mani che lavorarono sì a lungo in arte abbietta, quella fronte già trafitta dalle spine, quel petto già squarciato da crudel punta, quella umanità tutta già pesta e lacerata per la salvezza di tutti gli uomini e per la gloria sua: se la vede innanzi raggiante sì di luce e di gloria, ma umile, riverente e supplichevole, non per sé, ma pei fratelli erranti sulla terra ed ogni giorno alle prese con quel feroce nemico, ch’Egli ha debellato. In quella umanità gloriosa del Figlio che gli sta innanzi, il Padre vede tutta la storia della sua vita terrestre, legge raccolti in un sol punto tutti gli atti suoi: comprende l’amore, che lo condusse a compire tanto sacrificio: vede che l’onore che gliene viene, è rigorosamente infinito e infinitamente supera l’offesa ricevuta; vede che il trionfo della misericordia sulla giustizia è smisurato, e stringendo al suo seno questo Figliuol suo e Figliuolo dell’uomo, questo Capo e Sacerdote dell’umanità, esclama; – Figlio mio! domanda e ti darò in retaggio le nazioni tutte della terra: i confini del tuo regno saranno i confini dell’universo -. Dilettissimi! Allorchè io mi figuro Gesù Cristo, mio Salvatore, che oggi comparisce dinnanzi alla maestà del Padre, e gli mostra la sua umanità, vittima offerta per me e stende verso di Lui supplichevoli le mani e per me implora misericordia – Semper vivens ad interpellandum pro nobis – io non temo più nulla, tutto io spero, io l’amo con tutta l’anima mia e grido:- A Te, o Agnello di Dio, che siedi sul tuo trono di gloria, a Te sia benedizione, e onore e gloria e potere per tutti i secoli. Amen – (Apoc. V, 13).

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XLVI: 6.
Ascéndit Deus in iubilatióne, et Dóminus in voce tubæ, allelúia.

[Iddio è asceso nel giubilo e il Signore al suono delle trombe. Allelúia.]

Secreta

Súscipe, Dómine, múnera, quæ pro Fílii tui gloriósa censióne deférimus: et concéde propítius; ut a præséntibus perículis liberémur, et ad vitam per veniámus ætérnam.

[Accetta, o Signore, i doni che Ti offriamo in onore della gloriosa Ascensione del tuo Figlio: e concedi propizio che, liberi dai pericoli presenti, giungiamo alla vita eterna.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXVII: 33-34
Psállite Dómino, qui ascéndit super coelos coelórum ad Oriéntem, allelúia.

[Salmodiate al Signore che ascende al di sopra di tutti i cieli a Oriente, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.
Præsta nobis, quǽsumus, omnípotens et miséricors Deus: ut, quæ visibílibus mystériis suménda percépimus, invisíbili consequámur efféctu.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente e misericordioso, che di quanto abbiamo ricevuto mediante i visibili misteri, ne conseguiamo l’invisibile effetto].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

DOMENICA V DOPO PASQUA (2021)

DOMENICA V DOPO PASQUA (2021)

Semidoppio. – Paramenti- bianchi.

La liturgia continua a cantare il Cristo risorto e ci invita, in questa settimana delle Rogazioni, ad unirci a quella preghiera con la quale il Salvatore ha chiesto a Dio di far partecipe, con l’Ascensione, la propria umanità di quella gloria che, come Dio, possiede fin dall’eternità (Off.). Anche noi possederemo un giorno questa gloria, poiché ci ha liberati dal peccato con la virtù del Suo Sangue (Intr., Comm.). Poiché Gesù Cristo partendosi da noi ci ha lasciato come consolazione « di poter pregare in nome suo, onde la nostra gioia sia perfetta », cosi domandiamo a Dio « per nostro Signore » di non rimanere senza frutto nella conoscenza di Gesù, affinché, credendo alla sua generazione da parte del Padre, (Vang.) noi meritiamo di entrare con Lui nel Regno di suo Padre.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. XLVIII: 20

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiate usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja.

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

Ps LXV: 1-2

Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.

[Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: dà a Lui lode di gloria].

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiáte usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

 Orémus.

Deus, a quo bona cuncta procédunt, largíre supplícibus tuis: ut cogitémus, te inspiránte, quæ recta sunt; et, te gubernánte, léadem faciámus.

[O Dio, da cui procede ogni bene, concedi a noi súpplici di pensare, per tua ispirazione, le cose che son giuste; e, sotto la tua direzione, di compierle.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli.

Jac. I: 22-27

Caríssimi: Estóte factóres verbi, et non auditóres tantum: falléntes vosmetípsos. Quia si quis audítor est verbi et non factor: hic comparábitur viro consideránti vultum nativitátis suæ in spéculo: considerávit enim se et ábiit, et statim oblítus est, qualis fúerit. Qui autem perspéxerit in legem perfectam libertátis et permánserit in ea, non audítor obliviósus factus, sed factor óperis: hic beátus in facto suo erit. Si quis autem putat se religiósum esse, non refrénans linguam suam, sed sedúcens cor suum, hujus vana est relígio. Relígio munda et immaculáta apud Deum et Patrem hæc est: Visitáre pupíllos et viduas in tribulatióne eórum, et immaculátum se custodíre ab hoc sæculo.

“Carissimi: Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Perché se uno ascolta la parola e non l’osserva, egli rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplato, se ne va, e subito dimentica come era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta della libertà, e persevera in essa, diventando non un uditore smemorato, ma un operatore di fatti, questi sarà felice nel suo operare. – Se alcuno crede d’essere religioso, e non frena la propria lingua, costui seduce il proprio cuore, e la sua religione è vana. Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, e conservarsi incontaminati da questo mondo”.

STUDIO E CURIOSITA”.

L’esposizione cristiana — ed è il Cristianesimo che noi, sulle orme degli Apostoli veniamo esponendo in queste spiegazioni — oscilla tra le verità più alte, trascendenti addirittura ed i concetti più umili, più pratici. Qualche volta il pensiero apostolico vola, tal altra cammina per vie piane, quasi trite. Abbiamo volato con Paolo, camminiamo oggi con S. Giacomo. Il quale è molto preoccupato dei pericoli della speculazione pura, anche religiosa. È facile illudersi e credere, per illusione, che il parlare molto di una cosa, o il meditarla profondamente, lo specularvi d’intorno voglia dire amarla per davvero. Illusione funesta sempre; ma più funesta quando la materia della illusione, sia religiosa; quando si creda religiosità o religione perfetta la speculazione teologica la più sottile e più alta. La speculazione ci vuole, perché noi uomini, anche nel campo religioso siamo esseri intelligenti, razionali: vogliamo capire. È un bisogno ed un dovere, è un ossequio a Dio: l’ossequio dell’intelligenza. Ma non basta, ma non è la cosa più importante. Perciò l’Apostolo dice ai fedeli: siate osservanti della Legge, non solo curiosi di essa. Mettetela in pratica, non appagatevi di conoscerla a perfezione. E continua osservando che il fare diversamente, il preferire la speculazione curiosa all’osservanza pratica, il guardare e sentire al fare, ancora il separare quello da questo, è un’illusione, un auto inganno. – E dopo avere insistito su questo concetto fondamentale, non con l’abilità del sofista, ma collo zelo dell’apostolo, conclude in un modo e con una formula anche più severamente e modestamente pratica, che per le sue qualità apparenti, può anche scandalizzare, ma che importa rammentare sempre per fare del buon Cristianesimo, fare della religione autentica. La quale consiste, dice l’Apostolo (e adopera la parola « religione pura ed immacolata presso Dio e il Padre ») nel « visitare i pupilli e le vedove tribolate ed oppresse, custodendo il proprio cuore senza macchia fra la corruttela del nostro secolo ». Visitare i pupilli e le vedove tribolate, oppresse; notoriamente i deboli sono stati il bersaglio della perversità vile. E nessuno è così tipicamente debole come la vedova coi suoi orfanelli. Le anime pagane approfittano di queste debolezze per opprimerle e spogliarle ed angariarle: prendono quel poco che c’è, spogliano di quel nulla che è rimasto. Le anime pagane… le quali proprio così, proprio in questo assalto ostile, cupido avido al poco benessere di questi deboli, si rivelano tali: pagane. Ed è inutile che ostentino così facendo, così trattando il prossimo, sentimenti buoni di adorazione, di amore per il loro Dio, per Iddio. L’abito religioso su queste anime egoistiche è una maschera, che non inganna nessuno, certo non inganna Dio. La pietà verso di Lui si rivela e traduce in modo irrefragabile solo nella carità operosa, benefica verso i poveri, anzi verso quei poveri che non sono più poveri, verso quelli dei quali chi fa il bene non ha nulla da umanamente ripromettersi, tanto sono poveri e miseri! I pupilli e le vedove, bersagliati, oppressi. Il linguaggio apostolico è di una singolare chiarezza. Senza questa carità o attuta, o almeno sinceramente voluta, non c’è religione, c’è una lustra di Cristianesimo. Ma basta questa carità, perché si possa dire religiosa un’anima? Basta? Delicato problema, ma a cui si può sicuramente rispondere: Se c’è in un’anima carità sincera, senza secondi fini, senza alterazioni innaturali, c’è la religione, almeno embrionalmente. Non c’è ancora la pienezza, c’è già il principio: non c’è ancora l’albero, c’è già il germe. Non siamo all’arrivo; siamo alla partenza per… verso la religione, verso Dio. Ecco perché noi possiamo predicare a tutti i nostri uditori, a quelli che hanno ancora la fede e a quelli che non l’hanno forse mai avuta, che forse l’hanno disgraziatamente perduta: siate caritatevoli, cioè fate la carità, e avrete nell’anima l’aurora e il meriggio di Dio.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Alleluja

Allelúja, allelúja.

Surréxit Christus, et illúxit nobis, quos rédemit sánguine suo. Allelúja.

[Il Cristo è risuscitato e ha fatto sorgere la sua luce su di noi, che siamo redenti dal suo sangue. Allelúia.]

Joannes XVI: 28

Exívi a Patre, et veni in mundum: íterum relínquo mundum, et vado ad Patrem. Allelúja.

[Uscii dal Padre e venni nel mondo: ora lascio il mondo e ritorno al Padre. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joann XVI:23-30

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Amen, amen, dico vobis: si quid petiéritis Patrem in nómine meo, dabit vobis. Usque modo non petístis quidquam in nómine meo: Pétite, et accipiétis, ut gáudium vestrum sit plenum. Hæc in provérbiis locútus sum vobis. Venit hora, cum jam non in provérbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiábo vobis. In illo die in nómine meo petétis: et non dico vobis, quia ego rogábo Patrem de vobis: ipse enim Pater amat vos, quia vos me amástis, et credidístis quia ego a Deo exívi. Exívi a Patre et veni in mundum: íterum relínquo mundum et vado ad Patrem. Dicunt ei discípuli ejus: Ecce, nunc palam loquéris et provérbium nullum dicis. Nunc scimus, quia scis ómnia et non opus est tibi, ut quis te intérroget: in hoc crédimus, quia a Deo exísti.

[“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: In verità in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve lo concederà. Fino adesso non avete chiesto cosa nel nome mio: chiedete, e otterrete, affinché il vostro gaudio sia compito. Ho detto a voi queste cose per via di proverbi. Ma viene il tempo che non vi parlerò più per via di proverbi, ma apertamente vi favellerò intorno al Padre. In quel giorno chiederete nel nome mio: e non vi dico che pregherò io il Padre per voi; imperocché lo stesso Padre vi ama, perché avete amato me, e avete creduto che sono uscito dal Padre. Uscii dal Padre, e venni al mondo: abbandono di nuovo il mondo, e vo al Padre. Gli dissero i suoi discepoli: Ecco che ora parli chiaramente, e non fai uso d’alcun proverbio. Adesso conosciamo che tu sai tutto, e non hai bisogno che alcuno t’interroghi: per questo noi crediamo che tu sei venuto da Dio”].

Omelia

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulla preghiera.

“Amen, amen dico vobis si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis.”

(JOAN. XVI, 23).

Fratelli miei, nulla è più consolante per noi quanto la promessa che Gesù Cristo ci fa nell’Evangelo, assicurandoci che qualunque cosa domanderemo in nome suo al Padre, Egli ce la concederà. E non solo ci permette di domandargli ciò che vogliamo: ma ce lo comanda, ce ne prega. Egli diceva ai suoi Apostoli:  « Son già tre anni che mi trovo con voi, e voi non mi domandate nulla. Domandate dunque, affinché la vostra gioia sia piena e perfetta. » E questo ci mostra come la preghiera sia la sorgente di tutti i beni e di tutta la felicità che noi possiamo sperare sulla terra. Perciò, o F. M., se siamo così poveri, così privi della Luce e dei beni della grazia, questo avviene perché non preghiamo o preghiamo male. Ahimè! diciamolo piangendo: una gran parte di voi non sa nemmeno che cosa sia pregare, ed altri non hanno che una grande ripugnanza per un esercizio, che è sì dolce e sì consolante per un buon Cristiano. Alle volte vediamo alcuni che pregano, ma che non ottengono nulla; vuol dire ch’essi pregano male: cioè, senza prepararsi, e senza sapere nemmeno ciò che domandano a Dio. Ma per meglio farvi sentire, F. M., la grandezza dei beni che la preghiera attira su di noi, vi dirò che tutti i mali che ci colpiscono sulla terra, non vengono se non da ciò che noi non preghiamo, o preghiamo male; e, se volete saperne la causa, eccola. Se avessimo la fortuna di pregare il buon Dio come si deve, ci sarebbe impossibile cadere nel peccato; e se fossimo esentati dal peccato, ci troveremmo, per così dire, come Adamo prima della sua caduta. Per eccitarvi, F. M., a pregare spesso e a pregar bene, vi mostrerò: 1° che senza la preghiera è impossibile salvarsi; 2° che la preghiera è onnipotente presso Dio; 3° vi dirò quali sono le qualità che deve avere la preghiera per essere accetta a Dio e meritoria per chi la fa.

I. Per mostrarvi, F. M., il potere della preghiera e le grazie ch’essa attira dal cielo, vi dirò che, solo per la preghiera i giusti hanno avuto la fortuna di perseverare. La preghiera è per la nostra anima ciò che è la pioggia per la terra. Concimate un terreno quanto volete, se manca la pioggia, il vostro lavoro servirà a nulla. Così, fate opere buone quante volete; se non pregate spesso e come si deve, non vi salverete mai; perché la preghiera apre gli occhi della nostra anima, le fa sentire la grandezza della sua miseria, la necessità di ricorrere a Dio e la fa temere per la sua debolezza. Il Cristiano fa conto su Dio solo e niente su se stesso. Sì, F. M., per la preghiera tutti i santi hanno perseverato. Infatti, chi ha spinto i santi a fare grandi sacrifici, abbandonare tutte le loro ricchezze, i parenti, le comodità, per andar a finire la vita nelle foreste a piangere i loro peccati? F. M., fu la preghiera che accese nel loro cuore il pensiero di Dio, il desiderio di piacergli, e di vivere unicamente per Lui. Vedete Maddalena, qual è la sua occupazione dopo la sua conversione? Non è la preghiera? Vedete san Pietro; vedete ancora S. Luigi, re di Francia, che nei suoi viaggi, invece di passare la notte in letto, la passava in chiesa a pregare, domandando a Dio il prezioso dono della perseveranza nella grazia. Ma senza andare così lontano, F. M., non vediamo noi stessi che quando trascuriamo la preghiera perdiamo subito il gusto delle cose celesti: non pensiamo più che alla terra; e, se riprendiamo la preghiera, sentiamo rinascere in noi il pensiero ed il desiderio delle cose celesti? Sì, F. M., se abbiamo la ventura d’essere in grazia di Dio; o ricorriamo alla preghiera, o siamo sicuri di non perseverare lungamente nella via del cielo. In secondo luogo, affermo, o F. M., che tutti i peccatori devono, senza un miracolo straordinario, il quale non avviene che rarissimamente, la loro conversione alla preghiera. Vedete che cosa fa S. Monica, per domandare la conversione del figlio: ora ai piedi del suo crocifisso prega e piange; ora a persone dabbene domanda il soccorso delle loro preghiere. Vedete S. Agostino stesso, quando volle seriamente convertirsi; vedetelo in un giardino che attende alla preghiera e si abbandona alle lagrime per commuovere il cuore di Dio e cambiare il suo. Sì, F. M., per quanto peccatori noi siamo, se ricorressimo alla preghiera e se pregassimo come si deve, saremmo sicuri che Dio ci perdonerebbe. Ah! F. M., non stupiamoci perché il demonio fa ogni sforzo per non farci fare le nostre preghiere o per farcele far male; egli sa meglio di noi quanto la preghiera sia terribile per l’inferno, e che è impossibile che Dio possa rifiutarci ciò che gli domandiamo colla preghiera. Oh! quanti peccatori uscirebbero dal peccato se avessero la fortuna di ricorrere alia preghiera! – In terzo luogo, affermo, che tutti i dannati si sono dannati perché non hanno pregato o hanno pregato male. E da questo concludo, F. M., che senza la preghiera ci perderemo irreparabilmente per tutta l’eternità, mentre colla preghiera ben fatta siamo sicuri di salvarci. Sì, F. M. tutti i santi erano così convinti che la preghiera era assolutamente necessaria per salvarsi, che non si accontentavano di passare i giorni a pregare, ma vi passavano altresì le notti intere. E perché, F. M., noi abbiamo tanta ripugnanza per un esercizio così dolce e confortante? Ahimè! o  F.M., è perché facendolo male, non abbiamo mai provato le dolcezze che provavano i santi. Vedete sant’Ilarione, che pregò senza cessare per cent’anni, e i suoi cento anni di preghiera furono così corti che la vita gli sembrò passata come un baleno. Infatti, F. M., una preghiera ben fatta è un olio imbalsamato che si spande sulla nostra anima, e che sembra farle pregustare la felicità che godono i beati nel cielo. E questo è sì vero, che leggiamo nella vita di S. Francesco d’Assisi che, spesso, quando pregava, cadeva in estasi al punto che non si poteva distinguere se egli era sulla terra o coi beati in cielo. E questo perché egli era infiammato dal fuoco divino che la preghiera accendeva nel suo cuore, fuoco che gli comunicava un calore sensibile. Un giorno trovandosi in chiesa provò uno slancio d’amore così violento che si mise ad esclamare ad alta voce: “Mio Dio, non posso più reggere.„ — Ma, penserete in cuor vostro, questo va bene per quelli che sanno pregar bene e dire delle belle preghiere. F. M., Dio non guarda alle preghiere lunghe né alle preghiere belle; ma a quelle che son fatte col cuore, con un grande rispetto ed un vero desiderio di piacere a Lui. Eccone un bell’esempio. Si narra nella vita di S. Bonaventura, che era un grande dottore della Chiesa, che un religioso, uomo semplicissimo, gli disse: “Padre, pensate voi, che io sì poco istruito, possa pregar bene Iddio ed amarlo?„ S. Bonaventura gli rispose: “Ah! amico, sono principalmente coloro che somigliano a voi quelli che il buon Dio ama di più e che gli sono assai cari… Il buon religioso, stupito d’una sì buona notizia, si mise alla porta del monastero, dicendo a tutti quelli che vedeva passare: « Ascoltate, amici, ho una buona notizia da darvi: il dottor Bonaventura m’ha detto che noi, sebbene ignoranti, possiamo amare Dio come i sapienti. Che felicità per noi poter amare Dio e piacergli anche senza essere istruiti!„ E dopo questo, F. M., vi dirò che niente è più facile quanto il pregare Dio, e che non vi è nulla di più consolante. La preghiera è un’elevazione del cuore a Dio. Dirò meglio, F. M., è una dolce conversazione del figlio col padre, del suddito col re, del servo col padrone, dell’amico coll’amico in seno al quale depone i suoi affanni e le sue pene. Per spiegarvi ancor meglio questa felicità: è una vile creatura che il buon Dio riceve nelle sue braccia per prodigarle ogni sorta di benedizioni. E che vi dirò di più, o F. M.? È l’unione di tutto ciò che vi è di più umile con tutto ciò che vi è di più grande, di più potente, di più perfetto. Ditemi, F. M., ci occorre di più per farci sentire la gioia della preghiera e la sua necessità? Vedete dunque, che se vogliamo piacere a Dio e salvarci, ci è assolutamente necessaria la preghiera. D’altra parte, noi sulla terra non possiamo trovare altra felicità che amando Dio, e non possiamo amarlo che pregandolo. Vediamo che Gesù Cristo per incoraggiarci a ricorrere spesso alla preghiera, ci promette che nulla mai ci rifiuterà, se lo preghiamo come si deve. Ma, senza tanti giri di parole, per intendere che dobbiamo pregare spesso, non avete che da aprire il vostro catechismo, e vi vedrete che il dovere di un buon Cristiano è quello di pregare alla mattina ed alla sera e spesso durante il giorno: vale a dire sempre. Alla mattina, un Cristiano che desidera salvare la propria anima, deve, appena svegliato, fare il segno della santa croce, dare il suo cuore a Dio, offrirgli tutte le sue azioni, disporsi a fare la sua preghiera. Non bisogna mai mettersi al lavoro prima di aver fatto orazione e sta bene farla in ginocchio, dopo aver preso l’acqua santa, e davanti al crocifisso. Non perdiamo mai di vista, F. M., che è alla mattina che il buon Dio ci prepara tutte le grazie che ci sono necessarie per passare santamente la giornata; poiché il buon Dio conosce tutte le occasioni di peccare che ci si presenteranno, tutte le tentazioni che il demonio durante il giorno ci muoverà; e, se preghiamo in ginocchio e come si deve, ci dà tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per non soccombere. E per questo che il demonio fa ogni sforzo per farcela tralasciare o per farcela far male; convintissimo, come confessò un giorno per bocca d’un ossesso, che se può avere il primo momento della giornata, è sicuro d’avere tutto il resto. Chi di noi, F. M., potrà udire senza piangere di compassione, quei poveri Cristiani che osano affermare di non aver tempo per pregare? Non avete tempo! poveri ciechi; qual è l’azione più preziosa: lavorare per piacere a Dio e salvare la propria anima, ovvero andare a dar da mangiare alle bestie che sono nella stalla, oppure chiamare i figli od i servi per mandarli a smuovere la terra od il letame? Dio mio, quanto è cieco l’uomo!… Non avete tempo! ma, ditemi, ingrato, se Dio questa notte vi avesse fatto morire, avreste lavorato? Se Dio vi avesse mandato tre o quattro mesi di malattia avreste lavorato? Via, miserabile, meritate che il Signore vi abbandoni al vostro accecamento e che vi lasci perire. Ci par troppa cosa concedere a Lui qualche minuto per ringraziarlo delle grazie che ci concede ad ogni momento! — Bisogna attendere al proprio lavoro, mi dite. — Ma, amico, v’ingannate grandemente, non avete altro lavoro che procurar di piacere a Dio e salvare la vostra anima, tutto il resto non è vostro lavoro: se non lo fate voi, lo faranno altri; ma se perdete la vostra anima, chi la salverà? Andate, siete un insensato: quando sarete nell’inferno imparerete ciò che avreste dovuto fare; e che, disgraziatamente, non avete fatto. – Ma, mi direte, quali sono dunque i vantaggi che ricaviamo dalla preghiera che dobbiamo sì spesso fare? F. M., eccoli. La preghiera fa che le nostre croci siano meno pesanti, essa mitiga le nostre pene, e ci fa meno attaccati alla vita, attira su di noi lo sguardo della misericordia di Dio, fortifica la nostra anima contro il peccato, ci fa desiderare la penitenza e ce la fa praticare con piacere, ci fa sentire e comprendere quanto il peccato oltraggia il buon Dio. Dirò di più, F. M., colla preghiera piacciamo a Dio, arricchiamo le nostre anime e ci assicuriamo la vita eterna. Ditemi, F. M., occorre ancor di più per indurci a far sì che la nostra vita non sia che una preghiera continua per la nostra unione con Dio? Quando si ama uno, si ha bisogno di vederlo per pensare a lui? No, senza dubbio. Così, se amiamo il buon Dio, la preghiera ci sarà familiare come il respiro. Tuttavia, F. M., vi dirò che per pregare in modo d’attirare su di noi tutti questi beni, non basta impiegarvi un momento, o farla in fretta, e con precipitazione. Dio vuole che vi impieghiamo un tempo conveniente, quanto basta per domandargli le grazie che ci sono necessarie, per ringraziarlo dei benefizi ricevuti e per piangere i nostri falli passati domandandogliene perdono. – Ma, mi direte, come possiamo dunque pregare senza cessare mai? F. M.,niente di più facile: occupiamoci di Dio, di quando in quando durante il nostro lavoro; ora con un atto d’amore, per testimoniargli che l’amiamo perché è buono e degno d’essere amato; ora con un atto d’umiltà, riconoscendoci indegni delle grazie di cui Egli ci ricolma continuamente; ora con un atto di confidenza, perché, sebbene miserabili, sappiamo ch’Egli ci ama e che vuol renderci felici. Talvolta pensiamo alla morte od alla passione di Gesù Cristo, seguendolo in ispirito nell’orto degli Olivi, quando è incoronato di spine, quando porta la croce, quando su di essa viene crocifisso; oppure ripensiamo la sua incarnazione, la sua nascita, la sua fuga in Egitto; oppure riflettiamo alla morte, al giudizio, all’inferno e al cielo. Facciamo qualche breve orazione prima e dopo il pasto: quando suona la campana, che ci ricorda la fine che ci attende, risuoni sulle nostre labbra l’Angelus e riflettiamo che ben presto non saremo più sulla terra. Questo vi porterà a non attaccarvi troppo il cuore e a non restare nel peccato, per timore che vi colga la morte. Ecco, F. M., quanto è facile pregare incessantemente. Ecco, in che modo i santi pregavano sempre.

II. — Un secondo motivo che deve indurci a ricorrere alla preghiera, è che il vantaggio è tutto nostro. Dio vuole la nostra felicità, e sa che solo colla preghiera possiamo procurarcela. D’altra parte, F. M., quale grande fortuna per una vile creatura, come noi, che Dio voglia abbassarsi fino ad essa e con lei intrattenersi come fa un amico coll’amico? Vedete la sua bontà per noi concedendoci di metterlo a parte dei nostri affanni, delle nostre pene. E questo buon Salvatore si dà premura di consolarci, di sostenerci nelle prove. Ditemi, F. M., non è lo stesso che voler rinunciare alla nostra salute ed alla nostra felicità sulla terra, il rinunciare alla preghiera? giacché, senza la preghiera non possiamo essere che disgraziati, e colla preghiera siamo sicuri di ottenere tutto quanto ci è necessario per il tempo e per l’eternità? Miei cari, tutto è promesso alla preghiera; la preghiera ottiene tutto, quand’è ben fatta. È questa una verità che Gesù Cristo ci ripete ad ogni pagina dell’Evangelo. La promessa che Gesù Cristo ci fa è formale: « Domandate ed otterrete, Egli dice: cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. Tutto ciò che domanderete al Padre mio in mio Nome, se lo fate con fede, l’otterrete ». – Gesù Cristo non si accontenta di dirci che la preghiera ben fatta ottiene tutto. Per meglio ancora convincercene, ce rassicura con giuramento: « In verità, in verità vi dico, tatto ciò che domandate al Padre mio in mio Nome, l’otterrete. » Dopo le parole di Gesù Cristo, mi sembra, F . M. che sarebbe impossibile dubitare del potere della preghiera. Del resto, di dove potrebbe venire la nostra diffidenza? Forse dalla nostra indegnità? Ma Dio sa che noi siamo peccatori e colpevoli, e che contiamo unicamente sulla sua bontà che è infinita, e che preghiamo in suo Nome. E la nostra indegnità non è forse coperta, e come nascosta dai suoi meriti? Forse perché i nostri peccati sono troppo orribili e troppo spaventosi? Ma a Lui non è ugualmente facile perdonare mille peccati come uno solo? Non ha Egli dato la vita principalmente per i peccatori? Ascoltate ciò che ci dice il santo Re-profeta: « Si è mai visto alcuno che abbia pregato il Signore, e la sua preghiera non sia stata esaudita ? (Questo testo non è tolto dai Salmi, ma dall’Ecclesiastico: Quis invocavit eum, et despexit illum? (Eccl.. II, 12). « Sì, egli soggiunge, tutti quelli che invocano il Signore, e che ricorrono a Lui, hanno provato gli effetti della sua misericordia. » Vediamolo con degli esempi, il che vi persuaderà di più. Vedete, Adamo dopo il suo peccato domanda misericordia. Non solo il Signore perdona a lui, ma altresì a tutti i suoi discendenti; gli promette che il suo Figlio s’incarnerà, soffrirà e morirà per riparare il suo peccato. Vedete i Niniviti, tanto colpevoli che il Signore mandò loro il profeta Giona per avvertirli che li avrebbe fatti perire nel modo più spaventoso piovendo su di loro fuoco dal cielo (Giona, predicando a Ninive diceva: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta…” senza indicare per qual castigo (Jon. III, 4). Forse il Beato confonde la distruzione di Ninive con la rovina di Sodoma annunciata da un angelo a Lot e che è così descritta nella Genesi: « Il Signore fece cadere dal cielo una pioggia di zolfo o di fuoco su Sodoma e Gomorra » – (Gen. XIX, 21). Essi si danno alla preghiera, ed il Signore perdona. Anche quando Dio era disposto a sommergere la terra nelle acque del diluvio universale, se quei peccatori avessero ricorso alla preghiera, sarebbero stati sicuri del perdono del Signore. Continuando, vedete Mosè sulla montagna mentre Giosuè combatte i nemici del popolo di Dio. Finché egli prega, gli Israeliti sono vittoriosi; ma quando cessa di pregare, essi sono vinti. Vedete ancora lo stesso Mosè che domanda grazia al Signore per trentamila colpevoli che Dio aveva risoluto di far perire: colle sue preghiere, obbligò, per modo di dire, il Signore a perdonar loro. « No, o Mosè, non domandar grazia per quel popolo, non voglio perdonargli. » Mosè continua, ed il Signore è vinto dalle preghiere del suo servo e perdona. Che fa Giuditta per liberare la sua patria dall’odiato nemico? Si mette a pregare, e, piena di confidenza in Colui che pregava, va da Oloferne, gli taglia la testa e salva così la patria sua. Vedete il re Ezechia, al quale il Signore manda il suo profeta per avvertirlo di mettere in ordine le sue cose giacché deve presto morire. Egli si prostra davanti al Signore pregandolo di non toglierlo allora da questo mondo. Il Signore commosso dalla sua preghiera gli dà ancora quindici anni di vita. Andate più innanzi, vedete un pubblicano che, riconoscendosi colpevole, va nel tempio a pregare il Signore perché gli perdoni. E Gesù Cristo stesso ci dice che i suoi peccati gli furono perdonati. Vedete la peccatrice che, ai piedi di Gesù Cristo, lo prega con lagrime. Gesù Cristo non le dice: « Ti son rimessi i tuoi peccati? » Il buon ladrone, sebbene carico dei più enormi delitti, prega sulla croce: non solo Gesù Cristo gli perdona; ma, per di più, gli promette che quel giorno stesso sarà con Lui in paradiso. Sì, F. M., se occorresse citarvi tutti coloro che per la preghiera sono stati perdonati, bisognerebbe ricordarvi tutti i santi che sono stati peccatori; poiché solo per la preghiera hanno avuto la fortuna di riconciliarsi con Dio, che si lasciò commuovere dalle loro preghiere.

III. — Ma voi, forse, pensate: Perché dunque, malgrado tante preghiere, siamo sempre peccatori e mai progrediamo? Amico, la nostra disgrazia nasce da questo, che non preghiamo come si deve, cioè preghiamo senza prepararci e senza il desiderio di convertirci; spesso anche senza sapere ciò che vogliamo domandare al buon Dio. È veramente così, F. M., poiché tutti i peccatori che hanno domandata al buon Dio la loro conversione l’hanno ottenuta, e tutti i giusti che hanno domandato a Dio la perseveranza, hanno perseverato. — Ma forse mi direte: Siamo troppo tentati. — Siete troppo tentato, amico? Potete pregare e siete sicuro che la preghiera vi darà la forza di resistere alla tentazione. Avete bisogno di grazia? Ebbene! la preghiera ve l’otterrà. Se ne dubitate, ascoltate ciò che ci dice S. Giacomo, che colla preghiera comandiamo al mondo, al demonio ed alle nostre inclinazioni. Sì, F. M., in qualunque pena ci troviamo, colla preghiera, avremo la fortuna di sopportarla con rassegnazione alla volontà di Dio; e per quanto forti siano le nostre tentazioni, se ricorriamo alla preghiera, le vinceremo. Ma che fa il peccatore? Ecco. È persuasissimo che la preghiera gli è assolutamente necessaria per fare il bene e fuggire il male, e per uscire dal peccato, quando ha la disgrazia d’esservi caduto; ma, intendete, se lo potete, il suo accecamento: o non fa quasi mai preghiera o la fa male. Non è vero forse? Vedete come il peccatore fa la sua preghiera, dato che la faccia: poiché la maggior parte dei peccatori non ne fanno; ahimè! si alzano e si coricano come le bestie. Ma esaminiamo quel peccatore mentre fa la sua preghiera: Vedetelo appoggiato ad una sedia o contro il letto; prega vestendosi o spogliandosi, camminando o vociando, e fors’anche bestemmiando coi suoi servi o coi suoi figli. Che preparazione vi reca egli? Ahimè! nessuna. Spesso o quasi sempre, questi uomini finiscono la loro pretesa preghiera, non solo senza sapere ciò che hanno detto, ma anche senza pensare davanti a chi si trovavano e che cosa avevano fatto e domandato. Osservateli nella casa di Dio; fanno morire di compassione! Pensano essi che sono alla presenza del Signore? Niente affatto: guardano chi entra e chi esce, parlano l’un l’altro, sbadigliano, dormicchiano, s’annoiano, fors’anche si arrabbiano perché le funzioni, secondo loro, sono troppo lunghe. Attingendo l’acqua santa mostrano, press’a poco la stessa devozione di quando prendono nel secchio acqua per bere. Appena piegano il ginocchio a terra, e sembra loro gran cosa curvare un poco la testa durante la Consacrazione o la Benedizione. Vedeteli vagare i loro sguardi per la chiesa anche su oggetti che possono portarli al male; e non sono appena entrati che vorrebbero esserne già fuori. Quando escono li sentite gridare come persone tolte di prigione e messe in libertà. I bisogni del peccatore sono grandi, voi lo sapete, M. F. Ma egli prega al modo che v’ho detto: dobbiamo dunque stupirci se resta sempre nel suo peccato, e per di più, se vi persevera? Ho detto, che i vantaggi della preghiera derivano dal modo in cui s’adempie questo dovere:

1° Perché una preghiera sia accetta a Dio e vantaggiosa per chi la fa, bisogna che chi la compie sia in istato di grazia od almeno in una buona risoluzione di uscire prontamente dal peccato; perché la preghiera d’un peccatore che non vuol uscire dal peccato è un insulto fatto a Dio. Poi, perché una preghiera sia buona, bisogna che chi la fa sia preparato. Ogni preghiera fatta senza preparazione è una preghiera mal fatta; e questa preparazione consiste, nel pensare almeno un momento a Dio prima di mettersi in ginocchio, pensare a ciò che dovete dire, a ciò che dovete domandargli. Ahimè! quanto è scarso il numero di coloro che vi si preparano, e per conseguenza quanto pochi pregano come si deve, cioè in modo d’essere esauditi! D’altra parte, F. M., che cosa volete che Dio vi conceda, se non volete nulla e non desiderate nulla? Dirò di più: chi prega così somiglia ad un povero che non vuol elemosina, ad un ammalato che non vuol guarire, ad un cieco che vuol restare nel suo accecamento; ad un dannato, finalmente, che non vuol il cielo ed acconsente di andare all’inferno.

2° In secondo luogo ho detto, che la preghiera è l’elevazione del nostro cuore verso Dio, è un dolce e caro colloquio della creatura col suo Creatore. Dunque, F. M., non preghiamo Dio come si deve, se durante la preghiera pensiamo ad altre cose. Non appena ci accorgiamo che il nostro spirito si distrae, dobbiamo subito ritornarlo alla presenza di Dio, umiliarci davanti a Lui, e non lasciar mai la preghiera anche se nel farla non sentiamo alcun gusto; dobbiamo anzi riflettere che più ne proviamo disgusto e più la nostra preghiera è meritoria davanti a Dio, se continuiamo sempre nel pensiero di piacere a Lui. Si racconta nella storia che un giorno un santo diceva ad un altro santo: « Perché mai quando si prega il buon Dio, il nostro spirito si riempie di mille pensieri estranei, ai quali, spesso, se non si fosse occupati nella preghiera non si penserebbe? » E l’altro gli rispose: « Amico, non c’è da stupirsi: prima di tutto il demonio prevede le grazie abbondanti che colla preghiera possiamo ottenere, e per conseguenza dispera di guadagnare una persona che prega come si deve; e poi, più noi preghiamo con fervore e più lo rendiamo furibondo. » Un altro a cui apparve il demonio, gli domandò perché era continuamente occupato a tentare i Cristiani che stanno pregando. Il demonio, di sua bocca, rispose che egli non poteva tollerare che un Cristiano, tante volte peccatore, potesse colla preghiera ottenere il perdono; e che egli perciò fin che vi sarebbero Cristiani dediti alla preghiera, li avrebbe tentati. Chiese poi come li tentava:ecco ciò che il demonio rispose: « Ad alcuni metto un dito in bocca per farli sbadigliare; altri li addormento; di altri faccio correre la fantasia di città in città. » Ahimè! F. M., questo pur troppo è vero: noi proviamo ogni giorno tutto questo ogni volta che ci troviamo alla presenza di Dio per pregarlo. Si racconta che il superiore d’un monastero vedendo uno dei suoi religiosi che prima di cominciare le preghiere, faceva certi movimenti e sembrava parlare con qualcheduno, gli domandò di che s’occupasse prima di cominciare le sue preghiere. « Padre, rispose, prima di cominciare le mie preghiere, chiamo tutti i miei pensieri ed i miei desideri dicendo loro: Venite tutti, ed adoreremo Gesù Cristo nostro Dio. » — « Ah! F. M., ci dice Cassiano, com’era bello veder pregare i primi fedeli! Essi avevano un sì grande rispetto della presenza di Dio, che sembravano morti, tant’era grande il silenzio; in chiesa tremavano; non vi erano né sedie né banchi; stavano prostrati come colpevoli che aspettano la loro sentenza. Ma come il cielo si popolava presto, e come si viveva bene sulla terra! Ah! immensa felicità di quelli che vissero in quei tempi beati! »

3° In terzo luogo ho detto che le nostre preghiere devono esser fatte con confidenza, e colla ferma speranza che il buon Dio può e vuole accordarci ciò che gli domandiamo, se lo domandiamo come si deve. In tutti i luoghi in cui Gesù Cristo ci promette di accordare tutto alla preghiera, mette sempre questa condizione: « Se la fate con fede. » Quando qualcheduno gli domandava la sua guarigione od altre cose, non mancava di dir loro: « Vi sia dato secondo la vostra fede. » Del resto, F. M., che cosa potrà farci dubitare, giacché la nostra confidenza è appoggiata sull’infinita onnipotenza di Dio, sull’illimitata sua misericordia e sugli infiniti meriti di Gesù Cristo, in nome del quale preghiamo? Quando preghiamo in nome di Gesù Cristo, non siamo noi che preghiamo, ma è Gesù Cristo stesso che prega il Padre suo per noi. L’Evangelo ci dà un bell’esempio della fede che dobbiamo avere pregando, nella donna soggetta a perdite di sangue. Essa diceva tra se: « Se io arrivo anche solo a toccare l’orlo della sua veste io sono guarita. » Vedete com’essa credeva fermamente che Gesù Cristo poteva guarirla: aspettava con grande confidenza una guarigione che ardentemente desiderava. Infatti, passando il Salvatore vicino a lei, si gettò ai suoi piedi, gli toccò la veste, e sull’istante fu guarita. Gesù Cristo vedendo la sua fede, la guardò con bontà dicendole: « Va in pace, la tua fede t’ha salvata.  Sì, M. F., tutto è promesso a questa fede, a questa confidenza.

4° In quarto luogo dico che quando si prega, bisogna avere purità d’intenzione in tutto ciò che domandiamo, e non domandar nulla che non possa tornare a gloria di Dio e a salute nostra. « Potete domandare cose temporali, ci dice S. Agostino; ma sempre col pensiero che ve ne servirete per la gloria di Dio e per la salute della vostra anima, o per quella del vostro prossimo: altrimenti, le vostre domande non nascono che dall’orgoglio e dall’ambizione: e se, in questo caso, il buon Dio rifiuta di accordarvi ciò che gli domandate, è perché non vuol contribuire alla vostra rovina spirituale. Ma che facciamo nelle nostre preghiere? Ci dice ancora S. Agostino. Ahimè! domandiamo una cosa e ne desideriamo un’altra. Recitando il Pater, diciamo: Padre nostro, che siete nei cieli; cioè: Dio mio, distaccateci da questo mondo; fateci la grazia di disprezzare tutto ciò che appartiene alla vita presente; concedetemi che tutti i miei pensieri e tutti i miei desideri non siano che pel cielo ! „ Ahimè! saremmo invece ben dolenti se il buon Dio ci facesse questa grazia; certamente un gran numero di noi lo sarebbe, confessiamolo! – Dobbiamo pregare spesso, F. M., ma dobbiamo raddoppiare le nostre preghiere nelle prove e nelle tentazioni. Eccone un bell’esempio. Leggiamo nella storia che al tempo dell’imperatore Licinio, si volle che tutti i soldati sacrificassero al demonio. Fra questi ve ne furono quaranta che si rifiutarono, dicendo che i sacrifici sono dovuti solo a Dio e non al demonio. Si fece loro ogni sorta di promesse. Vedendo che nulla poteva vincerli, dopo molti tormenti, furono condannati ad esser gettati nudi in uno stagno d’acqua gelata, di notte, nel rigore dell’inverno; affinché morissero pel freddo. I santi martiri, vedendosi così condannati, si dissero l’un l’altro: « Amici, che ci resta ora, se non abbandonarci nelle mani di Dio onnipotente, da cui solo dobbiamo aspettare la forza e la vittoria? Ricorriamo alla preghiera, e preghiamo senza interruzione per attirare su di noi le grazie del cielo: domandiamo a Dio d’avere la bella sorte di perseverare tutti. „ Ma per tentarli si mise là vicino un bagno caldo. Disgraziatamente uno d’essi, perdendo il coraggio, abbandonò il combattimento, e andò a mettersi nel bagno caldo; ma, entratovi appena, vi perdette la vita. Colui che li custodiva, vedendo trentanove corone discendere su di essi dal cielo, ed una sola restar sospesa: « Ah! esclamò, è di quell’infelice che ha abbandonato gli altri! » E si mise al suo posto, ricevette la quarantesima corona e fu battezzato nel proprio sangue. Il giorno dopo, siccome respiravano ancora, il governatore ordinò che fossero gettati nel fuoco. Vennero posti tutti su di un carro, ad eccezione del più giovane, che si sperava di poter guadagnare. La madre, che era presente, esclamò: “Ah! figlio mio, coraggio! un momento di dolori, ti varrà un’eternità di gioie. „ Preso il figlio, lo collocò sul carro cogli altri: e piena di gioia, lo condusse come in trionfo, alla gloria del martirio. Per tutto il tempo del loro martirio non cessarono di pregare, tanto erano persuasi che la preghiera è il mezzo più potente per attirare su di noi gli aiuti del cielo. – Sappiamo che S. Agostino, dopo la sua conversione, si ritirò per lungo tempo in un luogo romito, per domandare la grazia di perseverare nelle buone disposizioni. S. Vincenzo Ferreri, che ha convertite tante anime, diceva che nulla è tanto potente per convertire i peccatori, quanto la preghiera; essa è simile ad un dardo che ferisce il cuore del peccatore. Sì, F. M, possiamo dire che la preghiera fa tutto: ci fa conoscere i nostri doveri, lo stato miserabile della nostr’anima dopo il peccato, ci dà le disposizioni che ci sono necessarie per ricevere i Sacramenti: ci fa comprendere quanto la vita ed i beni del mondo siano poca cosa, il che ci porta a non attaccarvici; imprime vivamente il timore salutare della morte, dell’inferno e della perdita del cielo. Ah! F. M., se avessimo la fortuna di pregare come si deve, saremmo ben presto santi penitenti! Vediamo che S. Ugo, vescovo di Grenoble, nella sua malattia, non si stancava di ripetere il Pater noster. Gli si disse che ciò poteva contribuire ad aggravare il suo male. « Ah! no – rispose loro – invece mi solleva. » – Ho detto, F. M., che la terza condizione, perché la nostra preghiera sia gradita a Dio, è la perseveranza. Vediamo spesso che il Signore non ci accorda con prontezza ciò che gli domandiamo: lo fa per farcelo desiderare di più, o per meglio farcelo apprezzare. Questo ritardo non è un rifiuto, è una prova che ci dispone a ricevere con più abbondanza ciò che domandiamo. Vedete S. Agostino che per cinque anni domanda a Dio la grazia della sua conversione. Vedete S. Maria Egiziaca che, per diciannove anni, domanda al buon Dio la grazia di liberarla da cattivi pensieri. Ma che hanno fatto i santi? Sentite. Hanno sempre perseverato nel domandare, e per la loro perseveranza hanno sempre ottenuto ciò che avevano domandato. Noi, invece, che siamo coperti di peccati, quando il buon Dio non ci accorda subito ciò che gli domandiamo, pensiamo che Egli non vuol esaudire le nostre domande, e, subito, lasciamo la preghiera. No, F. M., i santi non si comportavano così quanto al perseverare: essi hanno sempre pensato ch’erano indegni d’essere esauditi, e che, se Iddio lo faceva, ascoltava la sua misericordia e non i loro meriti. Io dico dunque che quando preghiamo, sebbene sembri che il buon Dio non ascolti le nostre preghiere, non bisogna tralasciar di pregare; ma anzi continuare sempre. Se il buon Dio non ci concede ciò che gli domandiamo, ci concede un’altra grazia che ci è più vantaggiosa di quella che noi domandiamo. Abbiamo un esempio del modo con cui dobbiamo perseverare nella preghiera nella persona di quella donna cananea, che si indirizzò a Gesù Cristo per domandargli la guarigione di sua figlia. Vedete la sua umiltà e la sua perseveranza… Ecco un altro a mirabile esempio della potenza della preghiera. Leggiamo nella storia dei Padri del deserto, che i Cattolici erano andati a vedere un santo la cui riputazione si spargeva molto lontano, per pregarlo di venir a confondere un certo eretico, i cui discorsi seducevano molta gente; essendosi il santo messo in disputa con quell’infelice, senza poterlo convincere che aveva torto e ch’era un disgraziato, nato soltanto per rovinare le anime; e vedendo che colle sue lungaggini, voleva far credere che non aveva torto; gli disse: « Disgraziato, il regno di Dio non consiste in parole, ma in opere: andiamo tutti e due con tutta questa gente, che testimonierà, andiamo al cimitero, là invocheremo il buon Dio sul primo morto che ivi troveremo, e le nostre opere faranno vedere la nostra fede. » L’eretico sbigottì a questa proposta, e non osò accettare l’invito: domandò al santo d’aspettare fino al giorno seguente: il santo vi acconsentì. Il dì dopo, il popolo che desiderava ardentemente sapere come finirebbe la cosa, venne in gran folla al cimitero. Si attese l’eretico fino alle tre di sera; ma si annunciò al santo che il suo avversario durante la notte aveva preso la fuga e s’era ritirato in Egitto. Allora S. Macario condusse al cimitero tutto quel popolo che aspettava l’esito della loro conferenza, e soprattutto quelli ingannati da quel disgraziato. Fermatosi su di una tomba, in loro presenza s’inginocchiò, pregò per qualche tempo, e volgendosi al cadavere che da maggior tempo era sepolto in quel luogo, disse: « O uomo! ascoltami: se quell’eretico fosse venuto con me, e, davanti a lui, avessi invocato il nome di Gesù Cristo mio Salvatore, non ti saresti alzato per testimoniare la verità della mia fede? » A quelle parole, il morto si alzò ed in presenza di tutti, disse che, come lo faceva adesso, l’avrebbe fatto anche presente l’eretico. S. Macario gli disse: « Chi sei? in quale anno hai vissuto? Conosci Gesù Cristo? » Il morto risuscitato rispose che aveva vissuto al tempo degli antichi re; e che non aveva mai sentito il nome di Gesù Cristo. Allora Macario, vedendo che tutti erano convintissimi che quel disgraziato eretico era un impostore, disse al morto: « Dormi in pace fino all’universale risurrezione. » E tutti si ritirarono lodando Dio, che aveva sì bene fatto conoscere la verità della nostra santa Religione. S. Macario poi ritornò nel suo deserto a continuarvi la penitenza (Vita dei Padri del deserto, vol. III – S. Macario d’Egitto). Vedete, F. M., la potenza della preghiera, quando è ben fatta? Non riconoscerete dunque con me che se non otteniamo ciò che domandiamo al buon Dio, è perché non preghiamo con fede, con un cuore abbastanza puro, con una confidenza abbastanza grande, o che non perseveriamo abbastanza nella preghiera? No, F. M., Dio non ha mai rifiutato e non rifiuterà mai nulla a quelli che gli domandano, come si deve, qualche grazia. Sì, la preghiera è la sola via che ci resta per uscire dal peccato, per perseverare nella grazia, per commuovere il cuore di Dio, per attirare su di noi ogni benedizione del cielo, per l’anima ed anche per le cose temporali. – Di qui concludo che se restiamo nel peccato, se non ci convertiamo, se ci troviamo così disgraziati nei dolori che Dio ci manda, è perché non preghiamo o preghiamo male. Senza la preghiera, non possiamo frequentare degnamente i Sacramenti. Senza la preghiera, non conosceremo mai lo stato a cui Dio ci chiama. Senza la preghiera non può toccarci che l’inferno. Senza la preghiera, non gusteremo le dolcezze che possiamo gustare amando Dio. Senza la preghiera le nostre croci sono senza merito. Oh! quante dolcezze, F. M., proveremmo pregando, se avessimo la ventura di pregare come si deve! Non preghiamo dunque mai senza pensar bene a Chi parliamo e a ciò che vogliamo domandare a Dio. Preghiamo soprattutto con umiltà e confidenza, e con questo, avremo la bella sorte d’ottenere ciò che desideriamo, se le nostre domande sono secondo ciò che Dio vuole da noi. È quello che vi auguro…

Credo …

IL CREDO

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps LXV: 8-9; LXV: 20

Benedícite, gentes, Dóminum, Deum nostrum, et obœdíte vocem laudis ejus: qui pósuit ánimam meam ad vitam, et non dedit commovéri pedes meos: benedíctus Dóminus, qui non amóvit deprecatiónem meam et misericórdiam suam a me, allelúja.

[Popoli, benedite il Signore Dio nostro, e fate risuonare le sue lodi: Egli che pose in salvo la mia vita e non ha permesso che il mio piede vacillasse. Benedetto sia il Signore che non ha respinto la mia preghiera, né ritirato da me la sua misericordia, allelúia].

Secreta

Súscipe, Dómine, fidélium preces cum oblatiónibus hostiárum: ut, per hæc piæ devotiónis offícia, ad cœléstem glóriam transeámus.

[Accogli, o Signore, le preghiere dei fedeli, in uno con l’offerta delle ostie, affinché, mediante la pratica della nostra pia devozione, perveniamo alla gloria celeste].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XCV: 2

Cantáte Dómino, allelúja: cantáte Dómino et benedícite nomen ejus: bene nuntiáte de die in diem salutáre ejus, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore, allelúia: cantate al Signore e benedite il suo nome: di giorno in giorno proclamate la salvezza da Lui operata, allelúia, allelúia].

Postcommunio

Orémus.

Tríbue nobis, Dómine, cæléstis mensæ virtúte satiátis: et desideráre, quæ recta sunt, et desideráta percípere.

[Concedici, o Signore, che, saziati dalla forza di questa mensa celeste, desideriamo le cose giuste e conseguiamo le desiderate.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

TUTTA LA MESSA (L’UNICA “VERA” CATTOLICA ROMANA) MOMENTO PER MOMENTO (1)

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “SULLA PREGHIERA”

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulla preghiera.

“Amen, amen dico vobis si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis.”

(JOAN. XVI, 23).

Fratelli miei, nulla è più consolante per noi quanto la promessa che Gesù Cristo ci fa nell’Evangelo, assicurandoci che qualunque cosa domanderemo in nome suo al Padre, egli ce la concederà. E non solo ci permette di domandargli ciò che vogliamo: ma ce lo comanda, ce ne prega. Egli diceva ai suoi Apostoli:  « Son già tre anni che mi trovo con voi, e voi non mi domandate nulla. Domandate dunque, affinché la vostra gioia sia piena e perfetta. » E questo ci mostra come la preghiera sia la sorgente di tutti i beni e di tutta la felicità che noi possiamo sperare sulla terra. Perciò, o F. M., se siamo così poveri, così privi della Luce e dei beni della grazia, questo avviene perché non preghiamo o preghiamo male. Ahimè! diciamolo piangendo: una gran parte di voi non sa nemmeno che cosa sia pregare, ed altri non hanno che una grande ripugnanza per un esercizio, che è sì dolce e sì consolante per un buon Cristiano. Alle volte vediamo alcuni che pregano, ma che non ottengono nulla; vuol dire ch’essi pregano male: cioè, senza prepararsi, e senza sapere nemmeno ciò che domandano a Dio. Ma per meglio farvi sentire, F. M., la grandezza dei beni che la preghiera attira su di noi, vi dirò che tutti i mali che ci colpiscono sulla terra, non vengono se non da ciò che noi non preghiamo, o preghiamo male; e, se volete saperne la causa, eccola. Se avessimo la fortuna di pregare il buon Dio come si deve, ci sarebbe impossibile cadere nel peccato; e se fossimo esentati dal peccato, ci troveremmo, per così dire, come Adamo prima della sua caduta. Per eccitarvi, F. M., a pregare spesso e a pregar bene, vi mostrerò: 1° che senza la preghiera è impossibile salvarsi; 2° che la preghiera è onnipotente presso Dio; 3° vi dirò quali sono le qualità che deve avere la preghiera per essere accetta a Dio e meritoria per chi la fa.

I. Per mostrarvi, F. M., il potere della preghiera e le grazie ch’essa attira dal cielo, vi dirò che, solo per la preghiera i giusti hanno avuto la fortuna di perseverare. La preghiera è per la nostra anima ciò che è la pioggia per la terra. Concimate un terreno quanto volete, se manca la pioggia, il vostro lavoro servirà a nulla. Così, fate opere buone quante volete; se non pregate spesso e come si deve, non vi salverete mai; perché la preghiera apre gli occhi della nostra anima, le fa sentire la grandezza della sua miseria, la necessità di ricorrere a Dio e la fa temere per la sua debolezza. Il Cristiano fa conto su Dio solo e niente su se stesso. Sì, F. M., per la preghiera tutti i santi hanno perseverato. Infatti, chi ha spinto i santi a fare grandi sacrifici, abbandonare tutte le loro ricchezze, i parenti, le comodità, per andar a finire la vita nelle foreste a piangere i loro peccati? F. M., fu la preghiera che accese nel loro cuore il pensiero di Dio, il desiderio di piacergli, e di vivere unicamente per Lui. Vedete Maddalena, qual è la sua occupazione dopo la sua conversione? Non è la preghiera? Vedete san Pietro; vedete ancora S. Luigi, re di Francia, che nei suoi viaggi, invece di passare la notte in letto, la passava in chiesa a pregare, domandando a Dio il prezioso dono della perseveranza nella grazia. Ma senza andare così lontano, F. M., non vediamo noi stessi che quando trascuriamo la preghiera perdiamo subito il gusto delle cose celesti: non pensiamo più che alla terra; e, se riprendiamo la preghiera, sentiamo rinascere in noi il pensiero ed il desiderio delle cose celesti? Sì, F. M., se abbiamo la ventura d’essere in grazia di Dio; o ricorriamo alla preghiera, o siamo sicuri di non perseverare lungamente nella via del cielo. In secondo luogo, affermo, o F. M., che tutti i peccatori devono, senza un miracolo straordinario, il quale non avviene che rarissimamente, la loro conversione alla preghiera. Vedete che cosa fa S. Monica, per domandare la conversione del figlio: ora ai piedi del suo crocifisso prega e piange; ora a persone dabbene domanda il soccorso delle loro preghiere. Vedete S. Agostino stesso, quando volle seriamente convertirsi; vedetelo in un giardino che attende alla preghiera e si abbandona alle lagrime per commuovere il cuore di Dio e cambiare il suo. Sì, F. M., per quanto peccatori noi siamo, se ricorressimo alla preghiera e se pregassimo come si deve, saremmo sicuri che Dio ci perdonerebbe. Ah! F. M., non stupiamoci perché il demonio fa ogni sforzo per non farci fare le nostre preghiere o per farcele far male; egli sa meglio di noi quanto la preghiera sia terribile per l’inferno, e che è impossibile che Dio possa rifiutarci ciò che gli domandiamo colla preghiera. Oh! quanti peccatori uscirebbero dal peccato se avessero la fortuna di ricorrere alia preghiera! – In terzo luogo, affermo, che tutti i dannati si sono dannati perché non hanno pregato o hanno pregato male. E da questo concludo, F. M., che senza la preghiera ci perderemo irreparabilmente per tutta l’eternità, mentre colla preghiera ben fatta siamo sicuri di salvarci. Sì, F. M. tutti i santi erano così convinti che la preghiera era assolutamente necessaria per salvarsi, che non si accontentavano di passare i giorni a pregare, ma vi passavano altresì le notti intere. E perché, F. M., noi abbiamo tanta ripugnanza per un esercizio così dolce e confortante? Ahimè! o  F.M., è perché facendolo male, non abbiamo mai provato le dolcezze che provavano i santi. Vedete sant’Ilarione, che pregò senza cessare per cent’anni, e i suoi cento anni di preghiera furono così corti che la vita gli sembrò passata come un baleno. Infatti, F. M., una preghiera ben fatta è un olio imbalsamato che si spande sulla nostra anima, e che sembra farle pregustare la felicità che godono i beati nel cielo. E questo è sì vero, che leggiamo nella vita di S. Francesco d’Assisi che, spesso, quando pregava, cadeva in estasi al punto che non si poteva distinguere se egli era sulla terra o coi beati in cielo. E questo perché egli era infiammato dal fuoco divino che la preghiera accendeva nel suo cuore, fuoco che gli comunicava un calore sensibile. Un giorno trovandosi in chiesa provò uno slancio d’amore così violento che si mise ad esclamare ad alta voce: “Mio Dio, non posso più reggere.„ — Ma, penserete in cuor vostro, questo va bene per quelli che sanno pregar bene e dire delle belle preghiere. F. M., Dio non guarda alle preghiere lunghe né alle preghiere belle; ma a quelle che son fatte col cuore, con un grande rispetto ed un vero desiderio di piacere a Lui. Eccone un bell’esempio. Si narra nella vita di S. Bonaventura, che era un grande dottore della Chiesa, che un religioso, uomo semplicissimo, gli disse: “Padre, pensate voi, che io sì poco istruito, possa pregar bene Iddio ed amarlo?„ S. Bonaventura gli rispose: “Ah! amico, sono principalmente coloro che somigliano a voi quelli che il buon Dio ama di più e che gli sono assai cari… Il buon religioso, stupito d’una sì buona notizia, si mise alla porta del monastero, dicendo a tutti quelli che vedeva passare: « Ascoltate, amici, ho una buona notizia da darvi: il dottor Bonaventura m’ha detto che noi, sebbene ignoranti, possiamo amare Dio come i sapienti. Che felicità per noi poter amare Dio e piacergli anche senza essere istruiti!„ E dopo questo, F. M., vi dirò che niente è più facile quanto il pregare Dio, e che non vi è nulla di più consolante. La preghiera è un’elevazione del cuore a Dio. Dirò meglio, F. M., è una dolce conversazione del figlio col padre, del suddito col re, del servo col padrone, dell’amico coll’amico in seno al quale depone i suoi affanni e le sue pene. Per spiegarvi ancor meglio questa felicità: è una vile creatura che il buon Dio riceve nelle sue braccia per prodigarle ogni sorta di benedizioni. E che v i dirò di più, o P. M.? E l’unione di tutto ciò che vi è di più umile con tutto ciò che vi è di più grande, di più potente, di più perfetto. Ditemi, F. M., ci occorre di più per farci sentire la gioia della preghiera e la sua necessità? Vedete dunque, che se vogliamo piacere a Dio e salvarci, ci è assolutamente necessaria la preghiera. D’altra parte, noi sulla terra non possiamo trovare altra felicità che amando Dio, e non possiamo amarlo che pregandolo. Vediamo che Gesù Cristo per incoraggiarci a ricorrere spesso alla preghiera, ci promette che nulla mai ci rifiuterà, se lo preghiamo come si deve. Ma, senza tanti giri di parole, per intendere che dobbiamo pregare spesso, non avete che da aprire il vostro catechismo, e vi vedrete che il dovere di un buon Cristiano è quello di pregare alla mattina ed alla sera e spesso durante il giorno: vale a dire sempre. Alla mattina, un Cristiano che desidera salvare la propria anima, deve, appena svegliato, fare il segno della santa croce, dare il suo cuore a Dio, offrirgli tutte le sue azioni, disporsi a fare la sua preghiera. Non bisogna mai mettersi al lavoro prima di aver fatto orazione e sta bene farla in ginocchio, dopo aver preso l’acqua santa, e davanti al crocifisso. Non perdiamo mai di vista, F. M., che è alla mattina che il buon Dio ci prepara tutte le grazie che ci sono necessarie per passare santamente la giornata; poiché il buon Dio conosce tutte le occasioni di peccare che ci si presenteranno, tutte le tentazioni che il demonio durante il giorno ci muoverà; e, se preghiamo in ginocchio e come si deve, ci dà tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per non soccombere. E per questo che il demonio fa ogni sforzo per farcela tralasciare o per farcela far male; convintissimo, come confessò un giorno per bocca d’un ossesso, che se può avere il primo momento della giornata, è sicuro d’avere tutto il resto. Chi di noi, F. M., potrà udire senza piangere di compassione, quei poveri Cristiani che osano affermare di non aver tempo per pregare? Non avete tempo! poveri ciechi; qual è l’azione più preziosa: lavorare per piacere a Dio e salvare la propria anima, ovvero andare a dar da mangiare alle bestie che sono nella stalla, oppure chiamare i figli od i servi per mandarli a smuovere la terra od il letame? Dio mio, quanto è cieco l’uomo!… Non avete tempo! ma, ditemi, ingrato, se Dio questa notte vi avesse fatto morire, avreste lavorato? Se Dio vi avesse mandato tre o quattro mesi di malattia avreste lavorato? Via, miserabile, meritate che il Signore vi abbandoni al vostro accecamento e che vi lasci perire. Ci par troppa cosa concedere a Lui qualche minuto per ringraziarlo delle grazie che ci concede ad ogni momento! — Bisogna attendere al proprio lavoro, mi dite. — Ma, amico, v’ingannate grandemente, non avete altro lavoro che procurar di piacere a Dio e salvare la vostra anima, tutto il resto non è vostro lavoro: se non lo fate voi, lo faranno altri; ma se perdete la vostra anima, chi la salverà? Andate, siete un insensato: quando sarete nell’inferno imparerete ciò che avreste dovuto fare; e che, disgraziatamente, non avete fatto. – Ma, mi direte, quali sono dunque i vantaggi che ricaviamo dalla preghiera che dobbiamo sì spesso fare? F. M., eccoli. La preghiera fa che le nostre croci siano meno pesanti, essa mitiga le nostre pene, e ci fa meno attaccati alla vita, attira su di noi lo sguardo della misericordia di Dio, fortifica la nostra anima contro il peccato, ci fa desiderare la penitenza e ce la fa praticare con piacere, ci fa sentire e comprendere quanto il peccato oltraggia il buon Dio. Dirò di più, F. M., colla preghiera piacciamo a Dio, arricchiamo le nostre anime e ci assicuriamo la vita eterna. Ditemi, F. M., occorre ancor di più per indurci a far sì che la nostra vita non sia che una preghiera continua per la nostra unione con Dio? Quando si ama uno, si ha bisogno di vederlo per pensare a lui? No, senza dubbio. Così, se amiamo il buon Dio, la preghiera ci sarà familiare come il respiro. Tuttavia, F. M., vi dirò che per pregare in modo d’attirare su di noi tutti questi beni, non basta impiegarvi un momento, o farla in fretta, e con precipitazione. Dio vuole che vi impieghiamo un tempo conveniente, quanto basta per domandargli le grazie che ci sono necessarie, per ringraziarlo dei benefizi ricevuti e per piangere i nostri falli passati domandandogliene perdono. – Ma, mi direte, come possiamo dunque pregare senza cessare mai? F. M.,niente di più facile: occupiamoci di Dio, di quando in quando durante il nostro lavoro; ora con un atto d’amore, per testimoniargli che l’amiamo perché è buono e degno d’essere amato; ora con un atto d’umiltà, riconoscendoci indegni delle grazie di cui Egli ci ricolma continuamente; ora con un atto di confidenza, perché, sebbene miserabili, sappiamo ch’Egli ci ama e che vuol renderci felici. Talvolta pensiamo alla morte od alla passione di Gesù Cristo, seguendolo in ispirito nell’orto degli Olivi, quando è incoronato di spine, quando porta la croce, quando su di essa viene crocifisso; oppure ripensiamo la sua incarnazione, la sua nascita, la sua fuga in Egitto; oppure riflettiamo alla morte, al giudizio, all’inferno e al cielo. Facciamo qualche breve orazione prima e dopo il pasto: quando suona la campana, che ci ricorda la fine che ci attende, risuoni sulle nostre labbra l’Angelus e riflettiamo che ben presto non saremo più sulla terra. Questo vi porterà a non attaccarvi troppo il cuore e a non restare nel peccato, per timore che vi colga la morte. Ecco, F. M., quanto è facile pregare incessantemente. Ecco, in che modo i santi pregavano sempre.

II. — Un secondo motivo che deve indurci a ricorrere alla preghiera, è che il vantaggio è tutto nostro. Dio vuole la nostra felicità, e sa che solo colla preghiera possiamo procurarcela. D’altra parte, F. M., quale grande fortuna per una vile creatura, come noi, che Dio voglia abbassarsi fino ad essa e con lei intrattenersi come fa un amico coll’amico? Vedete la sua bontà per noi concedendoci di metterlo a parte dei nostri affanni, delle nostre pene. E questo buon Salvatore si dà premura di consolarci, di sostenerci nelle prove. Ditemi, F. M., non è lo stesso che voler rinunciare alla nostra salute ed alla nostra felicità sulla terra, il rinunciare alla preghiera? giacche, senza la preghiera non possiamo essere che disgraziati, e colla preghiera siamo sicuri di ottenere tutto quanto ci è necessario per il tempo e per l’eternità? Miei cari, tutto è promesso alla preghiera; la preghiera ottiene tutto, quand’è ben fatta. È questa una verità che Gesù Cristo ci ripete ad ogni pagina dell’Evangelo. La promessa che Gesù Cristo ci fa è formale: « Domandate ed otterrete, Egli dice: cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. Tutto ciò che domanderete al Padre mio in mio nome, se lo fate con fede, l’otterrete ». – Gesù Cristo non si accontenta di dirci che la preghiera ben fatta ottiene tutto. Per meglio ancora convincercene, ce rassicura con giuramento: « In verità, in verità vi dico, tatto ciò che domandante al Padre mio in mio nome, l’otterrete. » Dopo le parole di Gesù Cristo, mi sembra, F . M. che sarebbe impossibile dubitare del potere della preghiera. Del resto, di dove potrebbe venire la nostra diffidenza? Forse dalla nostra indegnità? Ma Dio sa che noi siamo peccatori e colpevoli, e che contiamo unicamente sulla sua bontà che è infinita, e che preghiamo in suo nome. E la nostra indegnità non è forse coperta, e come nascosta dai suoi meriti? Forse perché i nostri peccati sono troppo orribili e troppo spaventosi? Ma a Lui non è ugualmente facile perdonare mille peccati come uno solo? Non ha Egli dato la vita principalmente per i peccatori? Ascoltate ciò che ci dice il santo Re-profeta: « Si è mai visto alcuno che abbia pregato il Signore, e la sua preghiera non sia stata esaudita ? (Questo testo non è tolto dai Salmi, ma dall’Ecclesiastico: Quis invocavit eum, et despexit illum? (Eccl.. II, 12). « Sì, egli soggiunge, tutti quelli che invocano il Signore, e che ricorrono a Lui, hanno provato gli effetti della sua misericordia. » Vediamolo con degli esempi, il che vi persuaderà di più. Vedete, Adamo dopo il suo peccato domanda misericordia. Non solo il Signore perdona a lui, ma altresì a tutti i suoi discendenti; gli promette che il suo Figlio s’incarnerà, soffrirà e morirà per riparare il suo peccato. Vedete i Niniviti, tanto colpevoli che il Signore mandò loro il profeta Giona per avvertirli che li avrebbe fatti perire nel modo più spaventoso piovendo su di loro fuoco dal cielo (Giona, predicando a Ninive diceva: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta…” senza indicare per qual castigo (Jon. III, 4). Forse il Beato confonde la distruzione di Ninive con la rovina di Sodoma annunciata da un angelo a Lot e che è così descritta nella Genesi: « Il Signore fece cadere dal cielo una pioggia di zolfo o di fuoco su Sodoma e Gomorra » – (Gen. XIX, 21). Essi si danno alla preghiera, ed il Signore perdona. Anche quando Dio era disposto a sommergere la terra nelle acque del diluvio universale, se quei peccatori avessero ricorso alla preghiera, sarebbero stati sicuri del perdono del Signore. Continuando, vedete Mosè sulla montagna mentre Giosuè combatte i nemici del popolo di Dio. Finché egli prega, gli Israeliti sono vittoriosi; ma quando cessa di pregare, essi sono vinti. Vedete ancora lo stesso Mosè che domanda grazia al Signore per trentamila colpevoli che Dio aveva risoluto di far perire: colle sue preghiere, obbligò, per modo di dire, il Signore a perdonar loro. « No, o Mosè, non domandar grazia per quel popolo, non voglio perdonargli. » Mosè continua, ed il Signore è vinto dalle preghiere del suo servo e perdona. Che fa Giuditta per liberare la sua patria dall’odiato nemico? Si mette a pregare, e, piena di confidenza in Colui che pregava, va da Oloferne, gli taglia la testa e salva così la patria sua. Vedete il re Ezechia, al quale il Signore manda il suo profeta per avvertirlo di mettere in ordine le sue cose giacché deve presto morire. Egli si prostra davanti al Signore pregandolo di non toglierlo allora da questo mondo. Il Signore commosso dalla sua preghiera gli dà ancora quindici anni di vita. Andate più innanzi, vedete un pubblicano che, riconoscendosi colpevole, va nel tempio a pregare il Signore perché gli perdoni. E Gesù Cristo stesso ci dice che i suoi peccati gli furono perdonati. Vedete la peccatrice che, ai piedi di Gesù Cristo, lo prega con lagrime. Gesù Cristo non le dice: « Ti son rimessi ituoi peccati? » Il buon ladrone, sebbene carico dei più enormi delitti, prega sulla croce: non solo Gesù Cristo gli perdona; ma, per di più, gli promette che quel giorno stesso sarà con lui in paradiso. Sì, F. M., se occorresse citarvi tutti coloro che per la preghiera sono stati perdonati, bisognerebbe ricordarvi tutti i santi che sono stati peccatori; poiché solo per la preghiera hanno avuto la fortuna di riconciliarsi con Dio, che si lasciò commuovere dalle loro preghiere.

III. — Ma voi, forse, pensate: Perché dunque, malgrado tante preghiere, siamo sempre peccatori e mai progrediamo? Amico, la nostra disgrazia nasce da questo, che non preghiamo come si deve, cioè preghiamo senza prepararci e senza il desiderio di convertirci; spesso anche senza sapere ciò che vogliamo domandare al buon Dio. È veramente così, F. M., poiché tutti i peccatori che hanno domandata al buon Dio la loro conversione l’hanno ottenuta, e tutti i giusti che hanno domandato a Dio la perseveranza, hanno perseverato. — Ma forse mi direte: Siamo troppo tentati. — Siete troppo tentato, amico? Potete pregare e siete sicuro che la preghiera vi darà la forza di resistere alla tentazione. Avete bisogno di grazia? Ebbene! la preghiera ve l’otterrà. Se ne dubitate, ascoltate ciò che ci dice S. Giacomo, che colla preghiera comandiamo al mondo, al demonio ed alle nostre inclinazioni. Sì, F. M., in qualunque pena ci troviamo, colla preghiera, avremo la fortuna di sopportarla con rassegnazione alla volontà di Dio; e per quanto forti siano le nostre tentazioni, se ricorriamo alla preghiera, le vinceremo. Ma che fa il peccatore? Ecco. È persuasissimo che la preghiera gli è assolutamente necessaria per fare il bene e fuggire il male, e per uscire dal peccato, quando ha la disgrazia d’esservi caduto; ma, intendete, se lo potete, il suo accecamento: o non fa quasi mai preghiera o la fa male. Non è vero forse? Vedete come il peccatore fa la sua preghiera, dato che la faccia: poiché la maggior parte dei peccatori non ne fanno; ahimè! si alzano e si coricano come le bestie. Ma esaminiamo quel peccatore mentre fa la sua preghiera: Vedetelo appoggiato ad una sedia o contro il letto; prega vestendosi o spogliandosi, camminando o vociando, e fors’anche bestemmiando coi suoi servi o coi suoi figli. Che preparazione vi reca egli? Ahimè! nessuna. Spesso o quasi sempre, questi uomini finiscono la loro pretesa preghiera, non solo senza sapere ciò che hanno detto, ma anche senza pensare davanti a chi si trovavano e che cosa avevano fatto e domandato. Osservateli nella casa di Dio; fanno morire di compassione! Pensano essi che sono alla presenza del Signore? Niente affatto: guardano chi entra e chi esce, parlano l’un l’altro, sbadigliano, dormicchiano, s’annoiano, fors’anche si arrabbiano perché le funzioni, secondo loro, sono troppo lunghe. Attingendo l’acqua santa mostrano, press’a poco la stessa devozione di quando prendono nel secchio acqua per bere. Appena piegano il ginocchio a terra, e sembra loro gran cosa curvare un poco la testa durante la Consacrazione o la Benedizione. Vedeteli vagare i loro sguardi per la chiesa anche su oggetti che possono portarli al male; e non sono appena entrati che vorrebbero esserne già fuori. Quando escono li sentite gridare come persone tolte di prigione e messe in libertà. I bisogni del peccatore sono grandi, voi lo sapete, M. F. Ma egli prega al modo che v’ho detto: dobbiamo dunque stupirci se resta sempre nel suo peccato, e per di più, se vi persevera? Ho detto, che i vantaggi della preghiera derivano dal modo in cui s’adempie questo dovere:

1° Perché una preghiera sia accetta a Dio e vantaggiosa per chi la fa, bisogna che chi la compie sia in istato di grazia od almeno in una buona risoluzione di uscire prontamente dal peccato; perché la preghiera d’un peccatore che non vuol uscire dal peccato è un insulto fatto a Dio. Poi, perché una preghiera sia buona, bisogna che chi la fa sia preparato. Ogni preghiera fatta senza preparazione è una preghiera mal fatta; e questa preparazione consiste, nel pensare almeno un momento a Dio prima di mettersi in ginocchio, pensare a ciò che dovete dire, a ciò che dovete domandargli. Ahimè! quanto è scarso il numero di coloro che vi si preparano, e per conseguenza quanto pochi pregano come si deve, cioè in modo d’essere esauditi! D’altra parte, F. M., che cosa volete che Dio vi conceda, se non volete nulla e non desiderate nulla? Dirò di più: chi prega così somiglia ad un povero che non vuol elemosina, ad un ammalato che non vuol guarire, ad un cieco che vuol restare nel suo accecamento; ad un dannato, finalmente, che non vuol il cielo ed acconsente di andare all’inferno.

2° In secondo luogo ho detto, che la preghiera è l’elevazione del nostro cuore verso Dio, è un dolce e caro colloquio della creatura col suo Creatore. Dunque, F. M., non preghiamo Dio come si deve, se durante la preghiera pensiamo ad altre cose. Non appena ci accorgiamo che il nostro spirito si distrae, dobbiamo subito ritornarlo alla presenza di Dio, umiliarci davanti a Lui, e non lasciar mai la preghiera anche se nel farla non sentiamo alcun gusto; dobbiamo anzi riflettere che più ne proviamo disgusto e più la nostra preghiera è meritoria davanti a Dio, se continuiamo sempre nel pensiero di piacere a Lui. Si racconta nella storia che un giorno un santo diceva ad un altro santo: « Perché mai quando si prega il buon Dio, il nostro spirito si riempie di mille pensieri estranei, ai quali, spesso, se non si fosse occupati nella preghiera non si penserebbe? » E l’altro gli rispose: « Amico, non c’è da stupirsi: prima di tutto il demonio prevede le grazie abbondanti che colla preghiera possiamo ottenere, e per conseguenza dispera di guadagnare una persona che prega come si deve; e poi, più noi preghiamo con fervore e più lo rendiamo furibondo. » Un altro a cui apparve il demonio, gli domandò perché era continuamente occupato a tentare i Cristiani che stanno pregando. Il demonio, di sua bocca, rispose che egli non poteva tollerare che un Cristiano, tante volte peccatore, potesse colla preghiera ottenere il perdono; e che egli perciò fin che vi sarebbero Cristiani dediti alla preghiera, li avrebbe tentati. Chiese poi come li tentava:ecco ciò che il demonio rispose: « Ad alcuni metto un dito in bocca per farli sbadigliare; altri li addormento; di altri faccio correre la fantasia di città in città. » Ahimè! F. M., questo pur troppo è vero: noi proviamo ogni giorno tutto questo ogni volta che ci troviamo alla presenza di Dio per pregarlo. Si racconta che il superiore d’un monastero vedendo uno dei suoi religiosi che prima di cominciare le preghiere, faceva certi movimenti e sembrava parlare con qualcheduno, gli domandò di che s’occupasse prima di cominciare le sue preghiere. « Padre, rispose, prima di cominciare le mie preghiere, chiamo tutti i miei pensieri ed i miei desideri dicendo loro: Venite tutti, ed adoreremo Gesù Cristo nostro Dio. » — « Ah! F. M., ci dice Cassiano, com’era bello veder pregare i primi fedeli! Essi avevano un sì grande rispetto della presenza di Dio, che sembravano morti, tant’era grande il silenzio; in chiesa tremavano; non vi erano né sedie né banchi; stavano prostrati come colpevoli che aspettano la loro sentenza. Ma come il cielo si popolava presto, e come si viveva bene sulla terra! Ah! immensa felicità di quelli che vissero in quei tempi beati! »

3° In terzo luogo ho detto che le nostre preghiere devono esser fatte con confidenza, e colla ferma speranza che il buon Dio può e vuole accordarci ciò che gli domandiamo, se lo domandiamo come si deve. In tutti i luoghi in cui Gesù Cristo ci promette di accordare tutto alla preghiera, mette sempre questa condizione: « Se la fate con fede. » Quando qualcheduno gli domandava la sua guarigione od altre cose, non mancava di dir loro: « Vi sia dato secondo la vostra fede. » Del resto, F. M., che cosa potrà farci dubitare, giacché la nostra confidenza è appoggiata sull’infinita onnipotenza di Dio, sull’illimitata sua misericordia e sugli infiniti meriti di Gesù Cristo, in nome del quale preghiamo? Quando preghiamo in nome di Gesù Cristo, non siamo noi che preghiamo, ma è Gesù Cristo stesso che prega il Padre suo per noi. L’Evangelo ci dà un bell’esempio della fede che dobbiamo avere pregando, nella donna soggetta a perdite di sangue. Essa diceva tra se: « Se io arrivo anche solo a toccare l’orlo della sua veste io sono guarita. » Vedete com’essa credeva fermamente che Gesù Cristo poteva guarirla: aspettava con grande confidenza una guarigione che ardentemente desiderava. Infatti, passando il Salvatore vicino a lei, si gettò ai suoi piedi, gli toccò la veste, e sull’istante fu guarita. Gesù Cristo vedendo la sua fede, la guardò con bontà dicendole: « Va in pace, la tua fede t’ha salvata.  Sì, M. F., tutto è promesso a questa fede, a questa confidenza.

4° In quarto luogo dico che quando si prega, bisogna avere purità d’intenzione in tutto ciò che domandiamo, e non domandar nulla che non possa tornare a gloria di Dio e a salute nostra. « Potete domandare cose temporali, ci dice S. Agostino; ma sempre col pensiero che ve ne servirete per la gloria di Dio e per la salute della vostra anima, o per quella del vostro prossimo: altrimenti, le vostre domande non nascono che dall’orgoglio e dall’ambizione: e se, in questo caso, il buon Dio rifiuta di accordarvi ciò che gli domandate, è perché non vuol contribuire alla vostra rovina spirituale. Ma che facciamo nelle nostre preghiere? Ci dice ancora S. Agostino. Ahimè! domandiamo una cosa e ne desideriamo un’altra. Recitando il Pater, diciamo: Padre nostro, che siete nei cieli; cioè: Dio mio, distaccateci da questo mondo; fateci la grazia di disprezzare tutto ciò che appartiene alla vita presente; concedetemi che tutti i miei pensieri e tutti i miei desideri non siano che pel cielo! „ Ahimè! saremmo invece ben dolenti se il buon Dio ci facesse questa grazia; certamente un gran numero di noi lo sarebbe, confessiamolo! – Dobbiamo pregare spesso, F. M., ma dobbiamo raddoppiare le nostre preghiere nelle prove e nelle tentazioni. Eccone un bell’esempio. Leggiamo nella storia che al tempo dell’imperatore Licinio, si volle che tutti i soldati sacrificassero al demonio. Fra questi ve ne furono quaranta che si rifiutarono, dicendo che i sacrifici sono dovuti solo a Dio e non al demonio. Si fece loro ogni sorta di promesse. Vedendo che nulla poteva vincerli, dopo molti tormenti, furono condannati ad esser gettati nudi in uno stagno d’acqua gelata, di notte, nel rigore dell’inverno; affinché morissero pel freddo. I santi martiri, vedendosi così condannati, si dissero l’un l’altro: « Amici, che ci resta ora, se non abbandonarci nelle mani di Dio onnipotente, da cui solo dobbiamo aspettare la forza e la vittoria? Ricorriamo alla preghiera, e preghiamo senza interruzione per attirare su di noi le grazie del cielo: domandiamo a Dio d’avere la bella sorte di perseverare tutti. „ Ma per tentarli si mise là vicino un bagno caldo. Disgraziatamente uno d’essi, perdendo il coraggio, abbandonò il combattimento, e andò a mettersi nel bagno caldo; ma, entratovi appena, vi perdette la vita. Colui che li custodiva, vedendo trentanove corone discendere su di essi dal cielo, ed una sola restar sospesa: « Ah! esclamò, è di quell’infelice che ha abbandonato gli altri! » E si mise al suo posto, ricevette la quarantesima corona e fu battezzato nel proprio sangue. Il giorno dopo, siccome respiravano ancora, il governatore ordinò che fossero gettati nel fuoco. Vennero posti tutti su di un carro, ad eccezione del più giovane, che si sperava di poter guadagnare. La madre, che era presente, esclamò: “Ah! figlio mio, coraggio! un momento di dolori, ti varrà un’eternità di gioie. „ Preso il figlio, lo collocò sul carro cogli altri: e piena di gioia, lo condusse come in trionfo, alla gloria del martirio. Per tutto il tempo del loro martirio non cessarono di pregare, tanto erano persuasi che la preghiera è il mezzo più potente per attirare su di noi gli aiuti del cielo. – Sappiamo che S. Agostino, dopo la sua conversione, si ritirò per lungo tempo in un luogo romito, per domandare la grazia di perseverare nelle buone disposizioni. S. Vincenzo Ferreri, che ha convertite tante anime, diceva che nulla è tanto potente per convertire i peccatori, quanto la preghiera; essa è simile ad un dardo che ferisce il cuore del peccatore. Sì, F. M, possiamo dire che la preghiera fa tutto: ci fa conoscere i nostri doveri, lo stato miserabile della nostr’anima dopo il peccato, ci dà le disposizioni che ci sono necessarie per ricevere i Sacramenti: ci fa comprendere quanto la vita ed i beni del mondo sono poca cosa, il che ci porta a non attaccarvici; imprime vivamente il timore salutare della morte, dell’inferno e della perdita del cielo. Ah! F. M., se avessimo la fortuna di pregare come si deve, saremmo ben presto santi penitenti! Vediamo che S. Ugo, vescovo di Grenoble, nella sua malattia, non si stancava di ripetere il Pater noster. Gli si disse che ciò poteva contribuire ad aggravare il suo male. « Ah! no – rispose loro – invece mi solleva. » – Ho detto, F. M., che la terza condizione, perché la nostra preghiera sia gradita a Dio, è la perseveranza. Vediamo spesso che il Signore non ci accorda con prontezza ciò che gli domandiamo: lo fa per farcelo desiderare di più, o per meglio farcelo apprezzare. Questo ritardo non è un rifiuto, è una prova che ci dispone a ricevere con più abbondanza ciò che domandiamo. Vedete S. Agostino che per cinque anni domanda a Dio la grazia della sua conversione. Vedete S. Maria Egiziaca che, per diciannove anni, domanda al buon Dio la grazia di liberarla da cattivi pensieri. Ma che hanno fatto i santi? Sentite. Hanno sempre perseverato nel domandare, e per la loro perseveranza hanno sempre ottenuto ciò che avevano domandato. Noi, invece, che siamo coperti di peccati, quando il buon Dio non ci accorda subito ciò che gli domandiamo, pensiamo che Egli non vuol esaudire le nostre domande, e, subito, lasciamo la preghiera. No, F. M., i santi non si comportavano così quanto al perseverare: essi hanno sempre pensato ch’erano indegni d’essere esauditi, e che, se Iddio lo faceva, ascoltava la sua misericordia e non i loro meriti. Io dico dunque che quando preghiamo, sebbene sembri che il buon Dio non ascolti le nostre preghiere, non bisogna tralasciar di pregare; ma anzi continuare sempre. Se il buon Dio non ci concede ciò che gli domandiamo, ci concede un’altra grazia che ci è più vantaggiosa di quella che noi domandiamo. Abbiamo un esempio del modo con cui dobbiamo perseverare nella preghiera nella persona di quella donna cananea, che si indirizzò a Gesù Cristo per domandargli la guarigione di sua figlia. Vedete la sua umiltà e la sua perseveranza… Ecco un altro a mirabile esempio della potenza della preghiera. Leggiamo nella storia dei Padri del deserto, che i Cattolici erano andati a vedere un santo la cui riputazione si spargeva molto lontano, per pregarlo di venir a confondere un certo eretico, i cui discorsi seducevano molta gente; essendosi il santo messo in disputa con quell’infelice, senza poterlo convincere che aveva torto e ch’era un disgraziato, nato soltanto per rovinare le anime; e vedendo che colle sue lungaggini, voleva far credere che non aveva torto; gli disse: « Disgraziato, il regno di Dio non consiste in parole, ma in opere: andiamo tutti e due con tutta questa gente, che testimonierà, andiamo al cimitero, là invocheremo il buon Dio sul primo morto che ivi troveremo, e le nostre opere faranno vedere la nostra fede. » L’eretico sbigottì a questa proposta, e non osò accettare l’invito: domandò al santo d’aspettare fino al giorno seguente: il santo vi acconsentì. Il dì dopo, il popolo che desiderava ardentemente sapere come finirebbe la cosa, venne in gran folla al cimitero. Si attese l’eretico fino alle tre di sera; ma si annunciò al santo che il suo avversario durante la notte aveva preso la fuga e s’era ritirato in Egitto. Allora S. Macario condusse al cimitero tutto quel popolo che aspettava l’esito della loro conferenza, e soprattutto quelli ingannati da quel disgraziato. Fermatosi su di una tomba, in loro presenza s’inginocchiò, pregò per qualche tempo, e volgendosi al cadavere che da maggior tempo era sepolto in quel luogo, disse: « O uomo! ascoltami: se quell’eretico fosse venuto con me, e, davanti a lui, avessi invocato il nome di Gesù Cristo mio Salvatore, non ti saresti alzato per testimoniare la verità della mia fede? » A quelle parole, il morto si alzò ed in presenza di tutti, disse che, come lo faceva adesso, l’avrebbe fatto anche presente l’eretico. S. Macario gli disse: « Chi sei? in quale anno hai vissuto? Conosci Gesù Cristo? » Il morto risuscitato rispose che aveva vissuto al tempo degli antichi re; e che non aveva mai sentito il nome di Gesù Cristo. Allora Macario, vedendo che tutti erano convintissimi che quel disgraziato eretico era un impostore, disse al morto: « Dormi in pace fino all’universale risurrezione. » E tutti si ritirarono lodando Dio, che aveva sì bene fatto conoscere la verità della nostra santa Religione. S. Macario poi ritornò nel suo deserto a continuarvi la penitenza (Vita dei Padri del deserto, vol. III – S. Macario d’Egitto). Vedete, F. M., la potenza della preghiera, quando è benfatta? Non riconoscerete dunque con me che se non otteniamo ciò che domandiamo al buon Dio, è perché non preghiamo con fede, con un cuore abbastanza puro, con una confidenza abbastanza grande, o che non perseveriamo abbastanza nella preghiera? No, F. M., Dio non ha mai rifiutato e non rifiuterà mai nulla a quelli che gli domandano, come si deve, qualche grazia. Sì, la preghiera è la sola via che ci resta per uscire dal peccato, per perseverare nella grazia, per commuovere il cuore di Dio, per attirare su di noi ogni benedizione del cielo, per l’anima ed anche per le cose temporali. – Di qui concludo che se restiamo nel peccato, se non ci convertiamo, se ci troviamo così disgraziati nei dolori che Dio ci manda, è perché non preghiamo o preghiamo male. Senza la preghiera, non possiamo frequentare degnamente i Sacramenti. Senza la preghiera, non conosceremo mai lo stato a cui Dio ci chiama. Senza la preghiera non può toccarci che l’inferno. Senza la preghiera, non gusteremo le dolcezze che possiamo gustare amando Dio. Senza la preghiera le nostre croci sono senza merito. Oh! quante dolcezze, F. M., proveremmo pregando, se avessimo la ventura di pregare come si deve! Non preghiamo dunque mai senza pensar bene a Chi parliamo e a ciò che vogliamo domandare a Dio. Preghiamo soprattutto con umiltà e confidenza, e con questo, avremo la bella sorte d’ottenere ciò che desideriamo, se le nostre domande sono secondo ciò che Dio vuole da noi. È quello che vi auguro…

DOMENICA IV DOPO PASQUA (2021)

DOMENICA IV DOPO PASQUA (2021)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La liturgia di questo giorno esalta la giustizia di Dio (Intr., Vang.) che si manifesta col trionfo di Gesù e l’invio dello Spirito Santo. « La destra del Signore ha operato grandi cose risuscitando Cristo da morte » (All.) e facendolo salire al cielo nel giorno dell’Ascensione. È bene per noi che Gesù lasci la terra, poiché dal cielo Egli manderà alla sua Chiesa lo Spirito di verità (Vang.), per eccellenza, che viene dal Padre dei lumi (Ep.). Lo Spirito Santo ci insegnerà ogni verità (Vang., Off., Secr.), esso « ci annunzierà » quello che Gesù gli dirà e noi saremo salvi se ascolteremo questa parola di vita (Ep.). Lo Spirito Santo ci dirà le meraviglie che Dio ha operate per il Figlio (Intr., Off.) e questa testimonianza della splendida giustizia resa a Nostro Signore consolerà le anime nostre e ci sarà di sostegno in mezzo alle persecuzioni. Siccome, secondo quanto dice S. Giacomo, «la prova della nostra fede produce la pazienza e questa bandisce l’incostanza e rende le opere perfette », noi imiteremo in tal modo la pazienza del nostro Dio « e del Padre nostro », nel quale « non vi è né variazione né cambiamento » (Ep.), e « i nostri cuori saranno allora là dove si trovano le vere gioie » (Or.). Lo Spirito Santo convincerà inoltre satana e il mondo del peccato che hanno immesso mettendo a morte Gesù (Vang., Comm.) e continuando a perseguitarlo nella sua Chiesa.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCVII:1; 2
Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.

]Ps XCVII: 1
Salvávit sibi déxtera ejus: et bráchium sanctum ejus.

[Gli diedero la vittoria la sua destra e il suo santo braccio.]

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui fidélium mentes uníus éfficis voluntátis: da pópulis tuis id amáre quod prǽcipis, id desideráre quod promíttis; ut inter mundánas varietátes ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gáudia.

[O Dio, che rendi di un sol volere gli ànimi dei fedeli: concedi ai tuoi pòpoli di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti; affinché, in mezzo al fluttuare delle umane vicende, i nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli
Jas I 17-21
Caríssimi: Omne datum óptimum, et omne donum perféctum desúrsum est, descéndens a Patre lúminum, apud quem non est transmutátio nec vicissitúdinis obumbrátio. Voluntárie enim génuit nos verbo veritátis, ut simus inítium áliquod creatúræ ejus. Scitis, fratres mei dilectíssimi. Sit autem omnis homo velox ad audiéndum: tardus autem ad loquéndum et tardus ad iram. Ira enim viri justítiam Dei non operátur. Propter quod abjiciéntes omnem immundítiam et abundántiam malítiæ, in mansuetúdine suscípite ínsitum verbum, quod potest salváre ánimas vestras.


[Caríssimi: Ogni liberalità benéfica e ogni dono perfetto viene dall’alto, scendendo da quel Padre dei lumi in cui non è mutamento, né ombra di vicissitudine. Egli infatti ci generò di sua volontà mediante una parola di verità, affinché noi siamo quali primizie delle sue creature. Questo voi lo sapete, miei cari fratelli. Ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira. Poiché l’uomo iracondo non fa quel che è giusto davanti a Dio. Per la qual cosa, rigettando ogni immondezza e ogni resto di malizia, abbracciate con ànimo mansueto la parola innestata in voi, la quale può salvare le vostre ànime.]

L’Apostolo S. Giacomo, detto il Minore, era venuto a conoscere che tra i Cristiani convertiti dal Giudaismo e disseminati fuori della Palestina serpeggiavano gravi errori, nell’interpretazione della dottrina loro insegnata, specialmente rispetto alla necessità delle buone opere. Inoltre, in mezzo alle tribolazioni cui andavano soggetti, c’era pericolo che riuscissero a farsi strada le vecchie abitudini. Per premunire contro l’errore questi suoi connazionali dispersi, e per richiamarli a una vita più austera, S. Giacomo scrive loro una lettera. In essa si insiste sulla necessità che alla fede vadano congiunte le buone opere. Si danno, poi, varie norme, perché tanto nella vita privata, quanto nelle relazioni sociali siano guidati da uno spirito veramente cristiano; e vengono confortati nelle loro tribolazioni. L’Epistola è tolta dal cap. 1 di questa lettera. Da Dio deriva ogni bene. Da Lui abbiamo avuto il dono inestimabile della vita della grazia, per mezzo della predicazione del Vangelo, parola di verità. Questa parola di verità ciascuno deve accogliere con prontezza, con semplicità, con spirito di mansuetudine.

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Ps CXVII:16.
Déxtera Dómini fecit virtútem: déxtera Dómini exaltávit me. Allelúja.

[La destra del Signore operò grandi cose: la destra del Signore mi ha esaltato. Allelúia.]
Rom VI:9
Christus resúrgens ex mórtuis jam non móritur: mors illi ultra non dominábitur. Allelúja.[Cristo, risorto da morte, non muore più: la morte non ha più potere su di Lui. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem

Joannes XVI: 5-14

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Vado ad eum, qui misit me: et nemo ex vobis intérrogat me: Quo vadis? Sed quia hæc locútus sum vobis, tristítia implévit cor vestrum. Sed ego veritátem dico vobis: expédit vobis, ut ego vadam: si enim non abíero, Paráclitus non véniet ad vos: si autem abíero, mittam eum ad vos. Et cum vénerit ille, árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício. De peccáto quidem, quia non credidérunt in me: de justítia vero, quia ad Patrem vado, et jam non vidébitis me: de judício autem, quia princeps hujus mundi jam judicátus est. Adhuc multa hábeo vobis dícere: sed non potéstis portáre modo. Cum autem vénerit ille Spíritus veritátis, docébit vos omnem veritátem. Non enim loquétur a semetípso: sed quæcúmque áudiet, loquétur, et quæ ventúra sunt, annuntiábit vobis. Ille me clarificábit: quia de meo accípiet et annuntiábit vobis.

[In quel tempo: Gesú disse ai suoi discepoli: Vado a Colui che mi ha mandato, e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico il vero: è necessario per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito, ma quando me ne sarò andato ve lo manderò. E venendo, Egli convincerà il mondo riguardo al peccato, riguardo alla giustizia e riguardo al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché io vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il príncipe di questo mondo è già condannato. Molte cose ho ancora da dirvi: ma adesso non ne siete capaci. Venuto però lo Spirito di verità, vi insegnerà tutte le verità. Egli infatti non vi parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito: vi annunzierà quello che ha da venire, e mi glorificherà, perché vi annunzierà ciò che riceverà da me.]

OMELIA

(OMELIE PANEGIRICI E SERMONI DEL PREVOSTO PAROCO IN SANTO STEFANO DI MILANO FRANCESCO MARIA ZOPPI – Томо II. – MILANO – TIPOGRAFIA DI GIUDITTA BONARDI – POGLIANI MDCCCXLII.)

VANTAGGI CHE APPORTO’ AL MONDO LA PARTENZA DI GESÙ CRISTO.

Ogni volta che il divin Redentore parlava a’ suoi discepoli della sua partenza, questi si mostravano curiosissimi di sapere dove egli se ne andasse, non avendo essi ancora inteso che volesse significare la misteriosa partenza di Lui. Quindi allorché disse loro, Figliuoli miei, mi resto ancora un poco con voi, ma poi mi cercherete, e dove Io vo, voi non potete venire; l’apostolo san Pietro si fece tosto ad interrogarlo, dicendo, Signore, dove andate? E quando tornò a dir loro, Io vo a prepararvi il luogo, e dove Io vado, voi lo sapete, e non ne ignorate la strada; l’apostolo s. Tommaso gli rispose subito, Signore, noi ignoriamo dove ve ne andate, e come possiamo saperne la strada? Ma poiché ebbero inteso che la partenza del divin Maestro volea significar prima la morte, indi l’ascensione di Lui al cielo; poiché ebbero pensato che così sarebbero rimasti orfani e privi dell’amata presenza di Lui; poiché ebbero ascoltato dalla sua bocca medesima, che dopo di Lui sarebbero stati essi pure com’Egli aspramente perseguitati, fu sì grande la tristezza onde sono stati compresi, che più non lo interpellarono ove se ne andasse. Tanto è vero, o miei dilettissimi, che sono ben rari coloro che amino la croce, o che non si rattristino quando se la vedono avvicinare. Epperò Gesù Cristo, quasi rimproverandoli dolcemente, disse loro, come si legge nell’odierno Vangelo: Ora Io me ne vado a chi mi ha mandato, e nessuno di voi mi domanda, dove Io me ne vada? ma perché  vi ho detto queste cose, vi lasciate occupare il cuore dalla tristezza. Nunc vado ad eum qui misit me, et nemo ex vo bis interrogat me, Quo vadis? sed quia hæc locutus sum vobis, tristitia implevit cor vestrum. Ma il divin Maestro non si lagna così della tristezza de’ cari suoi discepoli, che loro non ne porga prontissima e molta la consolazione. Vi dico la verità, così prosegue a parlar loro, torna bene per voi ch’Io me ne vada; perché se Io non me ne vo, non verrà a voi il Consolatore; che se io me ne andrò, ve lo manderò: Sed ego veritatem dico vobis: expedit vobis ut ego vadam; si enim non abiero, Paraclitus non veniet ad vos; si autem abiero, mittam eum ad vos. – Ecco come li consola, riflette s. Giovanni Crisostomo: Non vi parlo in modo lusinghiero, e quantunque vi rattristiate fuor di modo, fa d’uopo che ascoltiate ciò che è espediente; ed è proprio di chi ama veramente, il non aver riguardo al desiderio degli amati, quando così conviene, ma l’essere piuttosto sollecito di ciò che può tornare a loro vantaggio. Quando Egli sarà venuto, prosegue a dire Gesù Cristo, convincerà il mondo, Arguet mundum; insegnerà a voi tutte le verità, Docebit vos omnem veritatem; e glorificherà me stesso Ille me clarificabit. Eccovi tre vantaggi: l’uno del mondo, l’altro degli Apostoli e il terzo di Gesù Cristo; ed eccovi tutto il Vangelo d’oggi. Sarebbe di troppo il volere in oggi parlare di tutti partitamente: lasciando dunque per ora quello degli Apostoli e di Cristo, accontentiamoci di esaminare sulle tracce del santo Vangelo in che consista quello del mondo che ci riguarda. – Venuto che sarà il Paraclito, convincerà il mondo, Cum venerit ille, arguet mundum. Intorno a che cosa il convincerà, o dilettissimi? Il convincerà intorno al peccato ed alla giustizia ed al giudizio, Arguet de peccato et de justitia et de judicio. Di quale peccato, di quale giustizia e di qual giudizio? chi sia il peccatore, chi il giusto, chi il giudicato, onde qui parla Gesù Cristo, varii essendo i sentimenti de’ santi Padri, a quello mi attengo che sembrami il più conveniente ed il più utile a nostra istruzione. Il mondo tutto era in peccato anziché Gesù Cristo venisse a liberarnelo: tutti aveano peccato in Adamo, ed al peccato di origine quant’altri ne aggiungevano enormissimi de’ proprj e personali? Fa orrore il leggere nelle sacre Scritture a quale eccesso fosse arrivata la universale corruzione degli uomini: fa orrore il pensare che per punire i peccati degli uomini ha dovuto Dio Creatore, quando o colle guerre o colla peste o colla fame distruggere intere nazioni, quando col fuoco consumare città popolatissime, quando sommergere nell’acque il mondo tutto, e pentirsi d’aver fatta la migliore delle sue creature: fa orrore l’ascoltare l’apostolo s. Paolo, che dichiara, essere stati allora gli uomini ripieni d’ogni iniquità, di malizia, di fornicazione, di avarizia; pieni d’invidia, di omicidio, d’inganno; maligni, seminatori di falsi rapporti, detrattori e nemici di Dio; contumeliosi, superbi, altieri, inventori di sempre nuove maniere di far male; indocili, insensati, senza regola e senza affezione; senza patti, senza sentimento di compassione e di umanità: il quadro è tutto dell’Apostolo. Ma pure quanto erano più perversi di cuore, erano altrettanto più ciechi di mente; e mentre erano pieni di delitti da capo a piedi, non sapevano persuadersi d’essere in peccato, e ricusavano di riguardarsi come peccatori. E così pur troppo avviene tuttavia di chiunque è guasto di cuore. Al venire di Gesù Cristo doveansi poi diradare queste nubi, doveano questi ciechi aprire gli occhi alla luce vivissima che Gesù Cristo veniva a spargere per tutto il mondo: l’esemplare santità della sua vita, l’alta sapienza di sua dottrina, la luminosa evidenza de’ suoi miracoli doveano finalmente disingannarli. Ma quanto pochi furono coloro che siansi dati convinti delle loro colpe, e, credendo in Gesù Cristo, lo abbiano riguardato come il loro liberatore! Voi sapete che per lo contrario il tradussero per un indemoniato, per un impostore, per un peccatore, per un trasgressore della legge, e lo trattarono quale il più perverso ed il più infame de’ malfattori. È d’uopo adunque ch’egli si tolga dagli occhi di questi uomini materiali e carnali, e mandi lo Spirito Santo a convincerli del loro peccato. Erano allora sufficienti le opere di Lui a chiuder loro la bocca – dice san Giovanni Crisostomo – ma quanto più convinti saranno e condannati, quando vedranno rinnovarsi le opere stesse dallo Spirito Santo, e rendersi più perfetta e chiara la dottrina, ed operarsi miracoli più strepitosi, e tutte e sì grandi cose farsi in nome di Lui, ch’essi hanno sì barbaramente trattato! Quanto più manifesta si renderà la gloriosa risurrezione di lui! Finora, prosegue lo stesso santo Dottore, potevano riguardarlo come il Figliuolo del falegname, come quello di cui conoscevano il padre e la madre, e non curarlo, vilipenderlo anzi e maltrattarlo: ma quando vedranno sciogliersi i vincoli della morte, sanarsi le malattie, mandarsi in fuga i demonj, emendarsi i vizj della natura e diffondersi un’immensa pienezza di spirito, e tutte queste cose operarsi coll’invocare soltanto il nome di Gesù, che cosa diranno, Quid dicent? Come il Padre (è sempre lo stesso santo Dottore che parla) ha reso testimonianza di Lui, così la rende lo Spirito Santo; e sebbene l’abbia resa sino dal principio, or pure la renderà, e convincerà il mondo di peccato, Arguet de peccato: non gli lascerà cioè alcun appiglio, e dimostrerà che ha peccato senza che v’abbia luogo a scusa alcuna: Hoc est, omnem auferet excusationem, et sine venia peccasse demonstrabit. Al vedere pertanto le opere meravigliose dello Spirito Santo, forz’è che il mondo si riconosca legato ancora dai vincoli antichi del suo peccato; forz’è che confessi, che non poteva essere sciolto fuorchè dalle mani di Gesù Cristo; forz’è che pianga di non esserne stato da lui liberalo per non avere creduto in Lui: Arguet de peccato, quia non cre diderunt in me. Non tardò diffatti il mondo a darsi per convinto e per colpevole. Investito appena l’apostolo s. Pietro dello Spirito Santo, insegna altamente e pubblicamente a tutta la casa d’Israele, che Cristo, quello stesso ch’essi hanno poco prima messo in croce, è il solo . Salvatore, il vero Messia. Un siffatto parlare dovea concitargli contro l’odio di tutti: tutte le passioni de’ Giudei ne venivano fortemente irritate,e si sarebbe creduto che Pietro dovesse restar vittima di quell’odio stesso che di fresco avea sacrificato il suo divin. Maestro. Ma no, dilettissimi: parla Pietro, ma non è Pietro che parla, è lo Spirito Santo che parla in Lui, e talmente illumina e muove chi lo ascolta, che già si danno per rei, e computi nel cuore e premurosi di riparare il loro delitto, e a Lui e agli altri Apostoli si rivolgono affannosi, dicendo, Fratelli, fratelli, che cosa abbiamo a fare: Quid faciemus, viri Fratres? Predica Pietro per la prima volta, e predica la penitenza e predica il battesimo in nome dell’odiato Gesù; ma non è Pietro che predica, è lo Spirito santo che predica in Pietro, e porta a’ piedi di lui ben tremila persone, che, sinceramente pentite, domandano é ricevono il santo battesimo nel nome di Gesù. Predica Pietro per la seconda volta, e la parola di lui diviene più feconda di prima, ma è lo Spirito Santo che dà la forza e l’efficacia alla parola di Pietro, e penetrando nel cuore di altre ben cinquemila persone, le fa credere in quel Gesù ch’elleno stesse hanno crocifisso.Ma non erano queste che le prime prove della vittoria che lo Spirito Santo anto riportava sul cuore degli uomini: non meno efficace della predicazione di Pietro fu la predicazione di tutti gli altri Apostoli ripieni dello stesso divino Spirito. Si sparsero questi per tutto il mondo, e dappertutto predicarono la stessa fede, lo stesso Vangelo, Gesù Cristo, e questo crocifisso; ed a fronte di ostacoli e molti e fortissimi ei insormontabili, la fede e la religione di Cristo si sparse, si stabilì dappertutto rapidamente, e tutto il mondo confessò il suo peccato di non aver creduto in Gesù Cristo, riconobbe in lui il suo liberatore, e rese pienissima testimonianza col fatto siccome allo Spirito Santo che operava questo grandissimo prodigio, così a Gesù Cristo che lo avea predetto: Arguet de peccato, quia non crediderunt in me. Che se lo Spirito santo così convince il mondo intorno al suo peccato, perché non ha creduto in Gesù Cristo, il convince nello stesso tempo e per la stessa ragione intorno alla santità e giustizia di Gesù Cristo, nel quale non hanno creduto: Arguet de justitia. E qual prova può aggiungere più convincente di quella di andarsene egli al Padre suo e togliersi per sempre agli occhi loro? Quia vado ad Patrem, et jam non videbitis me. Imperciocchè, come osserva il nostro santo Padre, erano soliti i Giudei di accusare Gesù Cristo,che non venisse da Dio, e che fosse però un peccatore, un trasgressore della legge, e tale il credevano, e così bassamente pensavano di Lui, perché il vedevano affatto simile ad ogni altro uomo, vestito della stessa carne, soggetto alle stesse infermità, perché conversavano con ogni confidenza con Lui,e trattavano con Lui come con chicchessia: avranno quindi detto fra loro … Possibile che costui, in tutto simile a noi, sia il Figliuol di Dio, il Salvator del mondo, il vero Messia? Ma ascendendo egli ne’ cieli, e togliendosi per sempre agli occhi loro, conviene che ogni calunnia sia rimossa e confusa: Hinc omnis calumnia amovebitur. – Perocchè, così continua ragionando il santo Padre, se per ciò il credono trasgressore della legge, perchè non sia egli da Dio, quando lo Spirito Santo avrà dimostrato che se ne è da qui partito ed è asceso al cielo non già per un’ora, ma per rimanervi per sempre, come il significa con quelle parole, Già più non mi vedrete, Jam non videbitis me; che cosa mai diranno? Quidnam dicent? Può egli un peccatore restarsene per sempre con Dio Padre? Ecco come con questi due argomenti si toglie dall’animo de’ Giudei ogni mal concepito sospetto. Imperciocchè un peccatore non può operare miracoli a suo capriccio; i miracoli sono un effetto soltanto della virtù di Dio, della quale non vuole e non può usarne ad inganno degli uomini: un peccatore non può restarsene per sempre appresso Dio; anzi non può essere con Lui neppure per un momento, essendo riservata la beata presenza di Lui ad essere il premio e la felicità eterna de’ giusti: Ne que enim peccator miracula facere, neque esse apud Deum perpetuo protest. Dunque lo Spirito Santo li convincerà chi io mi sia, né possono più chiamarmi peccatore, e dirmi ch’io non venga da Dio: Quare non possunt me amplius peccatorem et a Deo non esse dicere: li convincerà ch’Io sono l’Agnello di Dio, l’Agnello senza macchia, quale sono stato loro predicato dal mio precursore Giovanni; che sono il Figliuol di Dio, il Salvatore del mondo, quale Io stesso mi sono dichiarato e confermato sempre sino sulla croce; li convincerà ch’egli stesso è mandato da me di là, dove sono ritornato, e ch’Io siedo alla destra di mio Padre; li convincerà finalmente ch’Io sono il santo, il giusto, la santità, la giustizia stessa; e non solo il santo, il giusto, ma la sola sorgente d’ogni santità e giustizia, Arguet de justitia. Imperciocchè non mi vedranno essi più; e tolta sarà dagli occhi loro quella carne inferma, di cui hanno voluto prendersi scandalo, Jam non videbitis me; ma dalle opere dello Spirito santo che io manderò, conosceranno ch’io non sono, quale appariva agli occhi loro, uomo infermo e peccatore, ma Dio onnipotente e giusto, quale il Padre appresso cui sono asceso, Arguet de justitia, quia vado ad Patrem. Vedranno rozzi pescatori parlare le lingue tutte e confondere i saggi del secolo; uomini timidi ed inermi affrontare l’alterigia e le minacce de tiranni, e farli impallidire; uomini deboli ed impotenti comandare alla natura, cangiarne le leggi a loro arbitrio ed operare non mai più veduti prodigi. Ma per virtù di chi, o dilettissimi, se non per virtù di Lui, che prima di ascendere al cielo, già li avea mandati per il mondo a predicare il Vangelo, e muniti d’ogni sua podestà, e costituiti a stabilire il suo regno e la sua fede sulle rovine di tanti imperi e di tanti errori? Vedranno il mondo tutto cangiare in breve tempo maniera di pensare, cangiare costume e abbracciare la religione di Cristo , cui, siccome contraria ai pregiudizi dell’educazione, agli impegni del partito, alle mire della prudenza carnale e a tutte le passioni, avea prima sommamente abborrita e contraddetta. Ma per forza di chi? se non per forza di Lui che già avea predetto, che non lo avrebbero più veduto, ma spedito avrebbe il suo Spirito a rinnovare la faccia della terra? Arguet de justitia, quia vado ad Patrem, et jam non videbitis me. S’alzerà questo mondo e il principe di lui; s’alzerà quel mondo, come riflette sant’Agostino, di cui sta scritto che non lo conobbe, Et mundus eum non cognovit, gli infedeli, cioè, onde tutto il mondo è pieno, hoc est, homines infideles, quibus toto orbe terrarum mundus est plenus: s’alzerà il principe di questo mondo, che dall’Apostolo S. Paolo si appella il principe di queste tenebre, cioè degli infedeli: Princeps tenebrarum harum, hoc est, infidelium: il demonio, in una parola, si alzerà contro questi alti disegni della divina Sapienza. E quanto già prevalse la forza e l’insidia di lui contro Gesù Cristo! Ei gli sovvertì un apostolo e glielo cangið in un traditore; ei gliene avvilì un altro e lo rese uno spergiuro; egli pervertì il cuore de’ sacerdoti, de’ seniori, de’ Giudei, e li rese ingiusti contro di lui e sacrileghi violatori delle leggi e della religione; egli concitò contro Lui l’odio ed il furore del popolo, che poc’anzi lo avea proclamato suo Re, e lo convertì in carnefice, in crocifissore di Lui; egli finalmente arrivò a conficcarlo su di una croce. Poteva sopra di Lui dimostrare potenza maggiore e menare maggior trionfo? Ma ora appunto che sembra giunto al colmo del suo potere e delle sue vittorie, lo Spirito Santo convincerà il mondo intorno al giudizio, alla condanna pronunziata contro di Lui, Arguet de judicio, e dimostrerà ch’Egli è debellato, vinto, giudicato: Arguet de judicio, quia Princeps hujus mundi jam judicatus est. Imperciocchè al solo segno di quella croce, che già fu il grande trofeo di Lui, non daranno più risposta gli idoli, muti si renderanno gli oracoli, e fugati saranno i demonj non solo da’ corpi degli ossessi, ma fuori da tutta la terra, e cacciati negli eterni abissi; e la voce sola di un discepolo di Gesù crocifisso farà rovinare i tempi, rovesciare gli altari degli déi fallaci, e più non si rammenterà l’impero del principe di questo secolo che con fremito e con orrore. Egli si opporrà alla forza ed alla sapienza dello Spirito Santo vincitore, e contro Lui dai profondi abissi, ov’egli è irrevocabilmente cacciato, adoprerà potere ed arte; userà della propria seduzione, userà del ministero di quanti seguaci egli ha nel mondo, ma vani saranno gli sforzi, inutili gli attentati di lui: contro tutte le passioni del cuore, ch’egli risveglierà e ravviverà più che mai, si promulgherà e si abbraccerà la morale evangelica di Gesù Cristo, che ne impone il freno e la mortificazione: sotto la spada onde armerà egli i tiranni per sacrificare nella sua culla, dirò così, la Chiesa di Cristo ancor bambina, crescerà questa vigorosa, e moltiplicherà i suoi figliuoli senza numero: la violenza di ostinate fierissime persecuzioni, colle quali egli si sforzerà di distruggere ne’ suoi principj la Religione di Gesù Cristo, gioverà anzi a stabilirne e dilatarne l’impero; e la crudeltà de’ persecutori, di cui egli si servirà a terrore de’ Cristiani, diverrà pe’ Cristiani – come dice Tertulliano – un allettamento: In christianis crudelitas illecebra facta est; e quanto più ne mieterà colla falce dei tiranni dal campo della Chiesa, diverrà questo tanto più fertile e coperto di messe sempre più abbondante: Quo plures metimur, eo plures efficimur. Stabilita così e dappertutto estesa la santa Chiesa di Gesù Cristo per virtù dello Spirito Santo da dodici pescatori, contro gli sforzi di questo mondo congiurato, e del principe di lui, resterà convinto il mondo, che il demonio co’ suoi seguaci già è giudicato, condannato, e, come dice sant’Agostino, irremissibilmente destinato al giudizio del fuoco eterno, Judicio ignis æterni irrevocabiliter destinatus est; che ogni potere di lui è distrutto, annientato ogni impero, e che verificandosi va la promessa di Gesù Cristo a Pietro, che le porte dell’inferno non prevaleranno giammai contro la sua Chiesa: Arguet de judicio, quia princeps hujus mundi jam judicatus est. Ormai l’opera grande dello Spirito Santo è compiuta. Siamo noi, o dilettissimi, convinti di tutto ciò di cui venne Egli a convincere il mondo? Io non dubito che alcuno di noi non lo sia. Ma dimostriamo poi tutti di esserlo coi fatti? Ahi! che forse non pochi sono bensì convinti e confessano, come dice l’Apostolo, di conoscere Dio, ma lo negano co’ fatti, e colla vita loro smentiscono la loro fede, la loro persuasione: Confitentes se nosse Deum, factis autem negant. Guardinsi costoro, conchiude sant’Agostino, guardinsi dal giudizio che li aspetta, perché, imitando essi il principe di questo mondo già giudicato, devono a tutta ragione temere di non essere con lui condannati: Caveant futurum judicium, ne cum mundi principe damnentur, quem judicatum imitantur.

IL CREDO

Offertorium


Orémus.
Ps LXV:1-2; LXXXV:16
Jubiláte Deo, univérsa terra, psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja.

[Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: venite e ascoltate, tutti voi che temete Iddio, e vi narrerò quanto il Signore ha fatto all’ànima mia, allelúia.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrifícii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes effecísti: præsta, quǽsumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur.

[O Dio, che per mezzo degli scambi venerandi di questo sacrificio ci rendesti partecipi dell’unica somma divinità: concedici, Te ne preghiamo, che come conosciamo la tua verità, così la conseguiamo mediante una buona condotta.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joann XVI:8
Cum vénerit Paráclitus Spíritus veritátis, ille árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício, allelúja, allelúja.

[Quando verrà il Paràclito, Spirito di verità, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio, allelúia, allelúia]

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, Dómine, Deus noster: ut per hæc, quæ fidéliter súmpsimus, et purgémur a vítiis et a perículis ómnibus eruámur.

[Concédici, o Signore Dio nostro, che mediante questi misteri fedelmente ricevuti, siamo purificati dai nostri peccati e liberati da ogni pericolo.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DI BOSSUET, L’AQUILA DI MEAUX: “VADO AD PATREM MEUM”

I SERMONI DI BOSSUET

Vado ad Patrem meum

Io me ne vo a mio padre

(JOANN . XVI, 16).

SERMONE RECITATO NELLA CATTEDRALE DI MEAUX NELL’APERTURA DI UNA MISSIONE, L’ANNO 1692.

(Sermoni di J. B. BOSSUET – Palermo, Stabilim. Poligrafico Empedocle, 1843)

Nostro Signore, miei cari fratelli, dice questa parola nella persona de’ suoi fedeli ugualmente che nella sua propria; e per darci la confidenza di ripeterla con Lui, disse in un altro luogo: lo ascendo a mio Padre, e al Padre vostro; al mio Dio, e al vostro Dio (Joan.: XX, 17). Dunque suo Padre è altresì il Padre nostro, sebbene con un titolo differente; è Padre di lui per natura, è Padre nostro per adozione; e noi possiam dire con esso: Io me ne vo a mio Padre. Io posso anche aggiungere, miei cari fratelli, che questa parola in un qualche senso conviene più a noi che a Gesù Cristo; perché vivendo sopra la terra, Egli era già con suo Padre secondo la divinità; e perché, anche secondo la natura umana, la sua santa anima ne vedeva la di lui faccia. Egli era sempre con esso; e nel tempo in cui sembrava ancora lontano di ritornare nel luogo della sua gloria con suo Padre, non lasciava di dire: Io non sono solo; ma mio Padre, il quale mi ha mandato, ed Io, siamo sempre assieme (JOANN. VIII , 16). – Noi dunque siamo quelli, che siamo veramente separati dal Padre, noi siamo quelli, miei dilettissimi, che dobbiamo fare un continuo sforzo per ritornarvi: a noi tocca di dire incessantemente: io me ne vo a mio padre: siccome poi questa parola indicava la consumazione del mistero di Gesù Cristo nel suo ritorno alla sua gloria, così accenna la perfezione della vita cristiana, per mezzo del desiderio che ci inspira di ritornare a Dio con tutto il nostro cuore. – Pertanto penetriamo il senso di questa parola, concepiamo:

– prima cosa sia andare da nostro Padre;

– vediamo secondariamente ciò che ci deve avvenire, finché siamo in questo mondo; e comprendiamo finalmente qual bene avremo quando saremo ivi arrivati: tutto ciò ci sarà insinuato nel nostro Vangelo; ed io non farò che seguire a passo a passo ciò che Gesù Cristo in esso ci propone.

PRIMO PUNTO

Io me ne vo a mio Padre. Lo stato di un Cristiano è di sempre andare: ma donde egli parte, e dove deve arrivare? S. Giovanni ce lo fa intendere con questa parola… sapendo Gesù ch’era arrivata la sua ora di passare da questo mondo a suo Padre (JOA. XIII, 1); non proseguiamo maggiormente: noi dobbiamo fare questo passaggio con Gesù Cristo. Io non sono forse di questo mondo, come non lo sono essi (XVII 16). Secondo la sua parola, voi parimenti non siete del mondo: dunque abbandonatelo, camminate senza allentarvi; ma camminate verso vostro Padre. Ecco le due ragioni del vostro passaggio: la miseria del luogo da cui partite, e la bellezza di quello a cui siete chiamati. S. Paolo per esprimerci la prima: il tempo è breve, dice egli (1 Cor. VII, 29), il tempo è breve; se voi non abbandonale il mondo, esso abbandonerà voi: dunque rimane, che quello il quale è ammogliato, sia come non lo fosse; e che quelli i quali piangono, come se non piangessero; e quelli i quali godono, come se non godessero; e quelli i quali comprano, come se non comprassero; e quelli i quali si servono di questo mondo, come se non si servissero; perché la figura di questo mondo sen fugge (Ibid. 29, 30, 31, 32). Come se Egli dicesse: perché volete voi fermarvi in ciò che passa? Voi credete, che ciò sia un corpo, una verità; mentre non è che un’ombra e una figura, la quale sen passa e si dilegua: così in qualunque stato voi siate, non vi arrestate. I vincoli più fermi e più santi, come è quello del matrimonio, trovano la loro dissoluzione nella morte: le vostre tristezze passeranno ugualmente che le vostre allegrezze; ciò che voi credete di possedere con tutta giustizia, fugge da voi qualunque sia il prezzo con cui lo compraste; tutto passa nostro malgrado. Ma altro è, dice sant’Agostino (In JOANN . tr. LV, n. 1, T. lll, par. II, p. 632), passare col mondo, altro passare dal mondo per andare altrove. Il primo è la porzione de’ peccatori: porzione infelice, che loro non rimane; poiché se il mondo passa, eglino passano altresì con esso. Il secondo è la porzione de’ figliuoli di Dio, i quali per timore di sempre passare, come il mondo, escono dal mondo in ispirito, e passano per andare al Signore. Domìnii, possessioni, palazzi magnifici, superbi castelli, perché volete voi arrestarmi? voi un giorno cadrete, o se sussisterete, ben presto io stesso non sarò più per possedervi: addio, io passo, io vi abbandono, io me ne vo, io non ho il comodo di fermarmi. E voi, piaceri, onori, dignità, perché ostentate i falsi adescamenti? lo me ne vo. Invano mi domandate ancora alcuni momenti, questo residuo di gioventù e di vigore: no, no, io sono sollecitato, io parto, io me ne vo; voi non mi appartenete più. Ma ove andate voi? lo ve l’ho detto, io me vo a mio Padre: questa è la seconda ragione di accelerare la mia partenza. Il mondo è una cosa da poco, che i filosofi lo abbandonarono, senza anche sapere ove andare; disgustati della sua vanità, e delle di lui miserie, lo hanno abbandonato; lo hanno abbandonato, dico io, senza neppur sapere, se ritroverebbero, abbandonandolo, un altro soggiorno, in cui potessero fermamente stabilirsi. Ma io, io so ove vado: io vado a mio Padre. Che mai teme un figliuolo, quando va nella casa paterna? Quell’infelice prodigo, che allontanandosi da essa erasi perduto, ed erasi immerso in tanti peccati e in tante miserie, ritrova un qualche rimedio dicendo: io sorgerò, e me ne andrò da mio padre (Luc. XV, 18). Prodighi, cento volte più traviati del prodigo evangelico, dite dunque: io sorgerò, io ritornerò; ma piuttosto non dite, io ritornerò; partite subito. Gesù Cristo v’insegna a dire, non già, io andrò da mio padre, ma, io me ne vo; io parto subito: o se dite col prodigo, io ritornerò, una tal risoluzione sia seguita da un pronto effetto, come la sua; imperciocchè egli tosto si leva, e viene da suo padre. Dunque dite collo stesso spirito, io ritornerò da mio Padre: ivi i mercenari, le anime imperfette, quelli che principiano a servire al Signore, e che lo fanno anche con qualche specie d’interesse, non lasciano di trovare nella di lui casa un principio di abbondanza; dunque, quanta ne troveranno quelli che sono perfetti, e lo servono per puro amore? Andate pertanto, camminate: quando anche il mondo fosse sì bello, come esso si vanta, e che sembrasse tale a’ vostri sensi, bisognerebbe lasciarlo per una maggiore bellezza, per quella di Dio e del suo regno. Ma esso non è che un niente, e voi esitate, e dite sempre: io andrò, io sorgerò, io ritornerò da mio Padre, senza mai dire: io vado. – Ma supponiamo finalmente, che voi partiate; eccovi nella casa paterna. Attratti dalle sensibili dolcezze di una nascente conversione, ivi dimorate: questo è il vitello grasso, che tosto vi si porge, è la musica che si fa sentire in tutta la casa al vostro ritorno. Volete dunque restare in questo stato ameno, ed accoppiare ad esso il vostro cuore? No, no, camminate, avanzate: ricevete ciò che Iddio vi dona; ma alzatevi maggiormente alla croce, alla sofferenza, agli abbandonamenti di Gesù Cristo, alla aridità che gli fece dire: io ho sete (JOANN . XIX 28 ); in cui nondimeno non ricevette che un poco di aceto. – Ebbene, eccomi dunque arrivato; io sono passato per le prove, e il Signore mi donò la perseveranza; io dunque non ho a che arrestarmi. No, camminate sempre. Siete forse più perfetti di s. Paolo, il quale aveva bevuto tante volte il calice della passione del suo Salvatore? udite come egli parli, o piuttosto considerate come egli operi. Egli dice a’ Filippensi: fratelli miei, io non credo già di essere arrivato (Phil. III, 23). E che, o grande Apostolo, non siete voi nel numero de perfetti! e perché avete voi detto in questo stesso luogo: sebbene noi siamo perfetti, abbiamo questo sentimento? (Ibid. 15). Egli è perfetto, e nondimeno: No, dice egli, fratelli miei, io non sono ancora ove voglio andare, e non mi resta da fare che una cosa (Ibid. 13). Intendete: Non mi resta da fare che una cosa. E che? che obbliando ciò che io ho fatto, e tutto lo spazio che ho lasciato dietro a me nella carriera in cui corro, mi estenda a ciò ch’è innanzi di me. Io mi estendo; che vuol dire egli? Io fo continuamente nuovi sforzi; io mi frango, per così dire, e distruggo me stesso per lo sforzo continuo che fo per avanzarmi, e ciò incessantemente, senza prendere respiro, senza rallentare il piede per un momento nel cammino in cui mi trovo; io corro con tutte le mie forze verso il termine che mi è proposto (Ibid. 14). Ed inoltre, qual è questo termine? Vedremo noi un qualche fine al vostro corso durante questa vita mortale? Udite ciò che egli risponde: Siate miei imitatori, come io lo sono di Gesù Cristo (1 COR . IV, 16). Imitatore di Gesù Cristo? Dunque io più non mi stupisco, se dopo tanti sforzi, tante sofferenze, tante conversioni, tanti prodigi della vostra vita, voi dite sempre che non siete ancora arrivato. Il termine a cui mirate, ch’è d’imitare la perfezione di Gesù Cristo, è sempre lontano infinitamente da voi; per ciò voi sempre andrete, finché sarete questa vita; poiché tendete a un termine a cui non sarete mai perfettamente arrivato. –  E voi, fratelli mici, che farete voi mai, se non ciò che soggiunge lo stesso Apostolo nella sua lettera a’ Filippensi  (Philip . III, 17 ) . Fratelli miei, siate imitatori, e proponetevi l’esempio di quelli che si regolano secondo il modello che avete veduto in noi. Dunque bisogna sempre avanzare, sempre crescere: in qualsivoglia grado mai riposarsi, né arrestarsi mai. Io me ne vo, io me ne vo più alto, e sempre più vicino a mio Padre: vado ad Patrem! La strada ove si cammina, il monte ove si vuole, per così dire, arrampicarsi, è sì rigido, che se sempre non si avanza, si ricade; se non si sale incessantemente, e se si vuole, prendere un momento per riposarsi, si è strascinato giù dal proprio peso. Dunque bisogna sempre inoltrarsi, sempre elevarsi, senza fermarsi in veruna parte. Bisogna celebrare la Pasqua della nuova alleanza in abito di viaggiatore, col bastone in mano, colla veste cinta, e mangiare frettolosamente l’agnello pasquale; perché è la Pasqua, cioè, il passaggio del Signore (Exod. XII, 11): e come lo spiega Mosè poco dopo, la vittima del passaggio del Signore (Ibid. 27), la quale c’insegna a sempre avanzare senza mai arrestarci: imperciocchè Gesù Cristo, ch’è una tal vittima, sen va sempre a suo Padre, e ci conduce con Lui. Se non facciamo uno sforzo continuo per avvicinarci ad esso, e unirci sempre, noi non adempiamo il precetto: Voi amerete Iddio vostro Signore non con tutto il vostro cuore, con tutti i vostri pensieri, con tutte le vostre forze (Deut. VI, 5). – Ma quando si sarà arrivato a questo perfetto esercizio dell’amore di Dio, allora almeno sarà permesso di fermarsi e di prendere riposo? Che! voi dunque non sapete che amando si acquistano nuove forze per amare, il cuore si anima, si dilata; lo Spirito Santo che lo possiede, gl’istilla nuove forze e per amare sempre più? Quindi voi non amate con tutte le vostre forze, se non amate eziandio con quelle nuove forze, che vi porge l’amore perfetto. – Dunque bisogna crescere in amore durante tutto il corso di questa vita: quello che assegna limiti al suo amore, non sa cosa sia amare: quello che non tende sempre ad un grado più alto di perfezione, non conosce la perfezione, né gli obblighi del Cristianesimo. Siate perfetti – dice il Salvatore – come è perfetto il vostro celeste Padre (MATTH. V, 48). Per tendere verso quel termine a cui non si arriva mai perfettamente in questa vita, bisogna crescere in perfezione, sempre maggiormente amare. Io non so se anche in cielo l’amore sempre non andrà crescendo; poiché l’oggetto che si amerà, essendo infinito e infinitamente perfetto, somministrerà eternamente nuove fiamme all’amore. Se nondimeno convien dire che ci sono alcuni limiti, Iddio solo è quello che li assegna; siccome poi durante questa vita si può sempre avanzare sempre crescere, sempre fare, sempre dire  io me ne vo a mio Padre; cioè, io cammino non sol per andare ivi, allorché ne sono lontano, ma anche allora che mi avvicino, che mi unisco, io procuro di avvicinarmi e di unirmi maggiormente; finché arrivo a quella perfetta unità, ove io non sarò con esso che uno stesso spirito, ove io sarò totalmente a Lui simile, vedendolo come Egli è in se stesso (JOAN. III, 2); ove finalmente, e per dire tutto in una parola, Egli stesso sarà tutto in tutti (1. COR. V, 28); e sazierà tutti i nostri desideri. Ma intanto, che dobbiamo noi fare? Questo è ciò che vi devo spiegare nella seconda parte di questo sermone, o piuttosto ciò che Gesù Cristo stesso vi spiegherà nel nostro Vangelo.

SECONDO PUNTO.

Ciò che voi dovete fare, dic’Egli, aspettando il giorno della vostra liberazione, si è, che voi pian piangerete e gemerete, e il mondo godrà; ma voi sarete nella tristezza: Vos autem contristabimini. (JOAN. XVI, 20). Per intendere questa tristezza, bisogna ascoltare l’Apostolo, il quale ci dice, che ci sono due specie di tristezza: evvi la tristezza del secolo, la tristezza secondo il mondo, e la tristezza secondo il Signore (II COR. VII, 10). Non crediate già, fratelli miei, che perché Gesù Cristo profferì che il mondo sarà nel gaudio, non crediate, dico, che Egli abbia voluto dire che le sue allegrezze saranno senza amarezza, o che non saranno seguite dal dolore. Chi non vede colla esperienza, che quelli che amano il mondo, piangono quasi sempre la perdita de’ loro beni, de’ loro piaceri, della loro fortuna, delle loro speranze, in una parola di ciò che essi amano? Se dunque Gesù Cristo ha detto che il mondo godrà, ciò ha Egli detto perché il mondo cercherà sempre di godere; perché questo è il suo genio, questo il suo carattere: ma sebbene cerchi sempre il gaudio, non gli accade mai di trovarlo secondo il suo desiderio, cioè, puro e durevole. Salomone ha detto: È molto tempo che queste due qualità mancano a’ piaceri della terra: il riso sarà confuso col dolore (Prov. XIV, 13 ); dunque i piaceri del mondo non sono mai puri: le lagrime seguono da vicino il gaudio; dunque esso non sarà mai durevole; e qualunque felicità abbiasi nel mondo, vi è in esso più afflizione che piacere; in ciò dunque consiste quella tristezza del secolo di cui vi parlò san Paolo. –  Ma che ha detto di essa questo santo Apostolo? La tristezza del secolo produce la morte (II. Cor. VII, 10); perché proviene dalla adesione a’ beni transitori. A questa tristezza del secolo s. Paolo oppone la tristezza che è secondo il Signore, e che è il vero carattere de’ suoi figliuoli. La tristezza che ci può venire per parte del mondo, per la perdita de’ beni della terra, e per la infermità della natura, per le malattie, pei dolori, ci è comune cogli empi; quindi questa non è quella tristezza che il Salvatore compartisce a’ suoi fedeli, dicendo loro: Voi piangerete. Una tale tristezza, fratelli miei, è quel dolore, secondo Dio, di cui Egli vuol parlare: e quale ne è il motivo? se non che il mondo persecutore affligge ordinariamente le persone dabbene, « le tiene nella oppressione. Aggiungiamo che Iddio, come buon Padre, castiga i giusti come suoi figliuoli, e fa loro trovare in questo mondo i loro mali; per riservar loro nella vita futura i loro beni. Voi scorgete già molto bene qualche cosa di quella tristezza la quale è secondo il Signore. Assoggettatevi, miei cari fratelli, assoggettatevi all’ordine che Egli stabilì nella sua famiglia, e se, allorché è risoluto di punire il mondo, principia il suo giudizio dalla sua casa, da’ giusti che sono i suoi figliuoli; stendete umilmente gli omeri a quella mano paterna, e lasciategli esercitare un rigore sì pieno di misericordia. Ma ecco inoltre un’altra specie di questa tristezza secondo il Signore. Assisi sopra i fiumi di Babilonia, e in mezzo a’ beni che passano, i fedeli odono il loro bando, e piangono ricordandosi di Sionne loro cara patria. Ah! miei cari figliuoli, se qualche goccia di quella tristezza entra ne’ vostri cuori, e se pieni di sdegno e di disgusto contro ciò che passa, vi sentite afflitti di non godere peranco del bene che è eterno, dietro a cui sospirate; una tale tristezza è la tristezza secondo il Signore, che io vi desidero. Ma ciò non è ancora quello che io ho in animo di predicarvi in questo giorno con san Paolo. Quella tristezza, la quale è secondo il Signore, produce – dice quel sant’Apostolo – una stabile penitenza, (1 Cor. VII, 10). Dunque questo principalmente è quel dolore che io vi desidero; il rammarico de’ vostri peccati; la tristezza e l’amarezza della penitenza. Se io posso ispirarvi un tal dolore, allora, allora, miei cari fratelli, vi dirò coll’Apostolo: Ah! miei dilettissimi, io mi consolo, non già che siate contristati, ma che siate tali secondo il Signore mediante la penitenza (Ibid. 9); e inoltre: Chi è quello che mi possa recare qualche consolazione e qualche gaudio, se non quello che per motivo di me si affligge ( Ibid . 11, 2 ), a cui la mia predicazione e i miei avvertimenti hanno ispirata quella tristezza la quale è secondo il Signore, e il dolore de’ suoi peccati? Per ispirarvi, fratelli mici, questa salutare tristezza, io ho chiamati alcuni predicatori, i quali vi predicheranno la penitenza nelle vesti è sopra la croce. Voi comincerete ad udirli in questa sera, ed io fo l’apertura di queste missioni, da cui spero sì gran frutto. Dunque lasciatevi affliggere secondo il Signore, e immergetevi nella tristezza della penitenza. Io sono mosso da gran tempo dalla tristezza, che vi recano tante miserie, tanti aggravi, che molta pena soffrite a sopportarli, e che senza dubbio non potete soffrire lungamente, malgrado la vostra buona volontà. Io vi compiango; io li sento con voi: e quale sarebbe il mio giubilo, se potessi liberarvi da questo peso? ma bisogna che io vi parli come padre amoroso: quando voi esagerate i vostri mali, che sono grandi, voi non andate alla sorgente. Tulle le volte che Iddio percuote, e che si sentono alcune miserie o pubbliche o private; che si è flagellato ne’ propri beni, nella propria persona, somministrarci nella propria famiglia; non bisogna fermarsi a piangere i propri mali, e in mandar gemiti, che non li guariscono: bisogna rivolgere il proprio pensiero ai propri peccati, i quali ci attraggono questi mali. Mirate quel prodigo, di cui vi abbiamo parlato di sopra, ridotto a pascere un gregge immondo, e che guadagna appena un po’ di pane mercé un sì basso e sì indegno servigio. Egli non si contenta di dire: I servi infimi di mio padre sono alimentati abbondantemente, ed io che sono suo figliuolo, io muoio qui di fame (Luc. XV, 17): perché quel pianto sterile non avrebbe fatto che inasprire i suoi mali invece di alleggerirli. Egli va alla sorgente: egli sente, che la sorgente de’ suoi mali si è di avere lasciato suo padre e la sua casa, ove tutto è in abbondanza; di essersi contentato de’ beni, che si consumano sì velocemente, e che gli aveva strappati; perché quel padre sì sаvio e sì buono, il quale ne conosceva la malignità, provava difficoltà in accordarglieli. Egli dunque disse tra sé stesso: io andrò, io sorgerò (Ibid. 18), e ritornerò da mio padre; e non contento di dirlo con un modo fiacco e imperfetto, si leva, viene a suo padre, e prova le dolcezze de’ suoi teneri abbracciamenti. Se si fosse contentato di dire, ah! quanto infelice io sono! e se incolpando dei suoi mali, non già se stesso, ma il Signore, avesse bestemmiato contro il cielo; che altro avrebbe egli fatto, se non accrescere il suo peso? ma poiché nella sua miseria ha detto: Padre io ho peccato contro il cielo, e contro voi e non sono degno di essere chiamato vostro figliuolo; egli nello stesso tempo e cancellò il suo peccato e annientò i mali, che ne formavano il castigo. Ma, dilettissimi, fate anche voi lo stesso. Voi vedete tanti nemici congiurati da tutte le parti contro di voi: non dite già, come una volta facevano i Giudei: l’Egitto, i Caldei, la spada del re di Babilonia, sono quelli che ci perseguitano; dite piuttosto: i nostri peccati sono quelli che hanno messa la separazione tra Dio e noi (Isa. LIX, 2); i nostri peccati sono quelli che sollevano tanti nemici contro di noi i nostri peccati opprimono lo stato, come diceva san Gregorio, il regno non può più sostenersi sotto un tal peso. Pertanto venite a gemere innanzi al Signore, e alla voce di que’ santi missionari, i quali vengono per secondarmi e porgermi il loro soccorso, per prepararvi alla grazia del giubileo.  Voi mi direte: ma la grazia del giubileo è data per alleggerirci, e rilasciare le pene, che noi meritiamo pe’ nostri peccati; conseguentemente per somministrarci allegrezza, e non già per immergerci nella tristezza, a cui voi ci esortate. Voi non intendete, miei dilellissimi, il mistero della indulgenza, e del giubileo, e la natura della grazia. Evvi una pena e un dolore, che la indulgenza rimette: e ve ne un’altra, che essa accresce. La pena che rimette, è quella spaventosa austerità della penitenza, di cui dovremmo soffrire tutti i rigori dopo di avere peccato tante volte contro il Signore, e oltraggiato il suo Santo Spirito. Ma evvi una pena, che la indulgenza deve accrescere; e questa è la pena che ci causa il dolore di avere offeso il Signore. E perché mai la indulgenza accresce questa pena di un cuore affitto per i suoi peccati, e trafitto dal dolore di averne commesso un numero si grande? Perché, come dice il Salvatore, quello a cui viene rimesso maggiormente altresì ama (Luc.VII, 47), e amando il suo benefattore deve parimenti affliggersi maggiormente di averlo offeso con tanti delitti. In tal guisa pertanto la indulgenza accresce la pena; quella pena di aver commesso un peccato mortale, cento peccati mortali, un numero infinito di peccati mortali. La indulgenza è concessa per quelli, ne’ quali quella pena interna della penitenza si aumenta. Quelli poi, i quali fanno la penitenza indifferentemente, come parla il santo Concilio di Nicea (Can. XII, Lab. t. II, p. 42, non ottengono alcuna indulgenza. Lo spirito della Chiesa si è di concedere la indulgenza a quelli che sono penetrati e quasi oppressi dal dolore dei loro peccati. Ma io voglio inoltrarmi anche maggiormente, e porvi sotto gli occhi l’esempio di S. Paolo. La penitenza imposta, e la indulgenza concessa a quell’incestuoso di Corinto ha dato luogo alla eccellente dottrina che io vi ho riferita di quel grande Apostolo sopra la tristezza della penitenza. San Paolo aveva profferita contro quello scandaloso peccatore una dura e giusta sentenza, fino a lasciarlo in potestà di satanasso, per affliggerlo quanto al corpo, e salvarlo quanto all’anima (1. Cor. V, 5). La Chiesa di Corinto, mossa vivamente dal rimprovero che aveale fatto S. Paolo di soffrire in mezzo di essa uno scandalo sì grande, aveva posto in castigo quel peccatore; e poi, penetrata dalle di lui lagrime, ne avea raddolcito il rigore, supplicando il santo Apostolo ad aggradire questo caritatevole mitigamento. Ciò posto ecco la indulgenza, che S. Paolo concede: ecco il primo esempio di quella indulgenza apostolica, che in ogni tempo fu tanto apprezzata e stimata nella Chiesa. Eh bene! dice egli, basta che il peccatore scandaloso abbia ricevuta la correzione, abbia accettata la pena, che gli fu imposta della vostra assemblea dalla moltitudine, dice egli, dalla Chiesa, dai Pastori, con il consenso di tutto il popolo; imperciocchè questo senza dubbio è ciò che vogliono significare queste parole: Sufficit objurgatio hæc, quæ fit a pluribus (II COR. II, 6). Quindi invece di disapprovare ciò che la vostra carità ha fatto per lui, ed il raddolcimento della sua pena, io vi esorto al contrario di trattarlo con indulgenza, di consolarlo con questo mezzo nella estrema confusione e afflizione, che gli cagiona il suo delitto, per timore, dice l’Apostolo, che non resti oppresso dall’eccesso della tristezza (ibid, 7). Voi ora vedete, miei dilettissimi, ciò che lo rende degno della indulgenza della chiesa e di s. Paolo; essendosi abbandonato senza limiti a quella salutare tristezza della penitenza, s’immergeva in essa fino a far temere, che non ne rimanesse oppresso, che il suo dolore non lo assorbisse: Ne absorbeatur, che non lo inabissasse; cosicchè non potesse sostenerlo. Dunque abbandonatevi, a suo esempio, al dolore della penitenza, per rendervi degni della indulgenza, delle consolazioni, della carità della Chiesa. Ma, fratelli miei, non obbliate un carattere di quella tristezza, che è secondo il Signore, accennato da s. Paolo nel passo di cui trattiamo. La tristezza, la quale è secondo il Signore, produce, dice egli, una penitenza. Qual penitenza, fratelli miei? una penitenza stabile (Pœnitentiam stabilem) (II. Cor. VII, 10), e non già certi dolori passeggieri, che il primo attacco dei sensi e della tentazione tosto e senza alcuna resistenza invola. Una tale tristezza produce la morte ugualmente che quella del secolo; perché non serve al peccatore se non per fargli fare una confessione, la quale non avendo avuto alcun buon effetto, non ha potuto averne se non di cattivissimi, dando luogo a una ricaduta più pericolosa della prima. La penitenza che io vi domando è una penitenza durevole appoggiata a massime solide, e ad una prova conveniente. In che poi consiste la stabilità di questa tristezza? L’Apostolo dice che quando essa è perfetta, deve produrre una penitenza stabile per la salute: pertanto ha essa la stabilità che le conviene, quando vi conduce fino alla salute, fino alla unione perfetta con Dio, e all’ultimo adempimento di quella parola; io vado a mio Padre. Allora vi avverrà ciò che Gesù Cristo ha promesso nel nostro Vangelo; ciò che doveva formare l’ultimo punto di questo discorso, e che io brevemente espongo. – Allora, dice Egli, la vostra tristezza sarà cambiata in gaudio, e in un gaudio, che niuno potrà mai involarvi Gaudium vestrum nemo tollet a vobis (JOAN. XVI, 22). Ecco, fratelli miei, il gaudio che io vi desidero; e non que’ piaceri, che il mondo compartisce, e che il mondo toglie: esso li dà, già mosso dalla ragione, ma dal genio e dalla bizzarria; e li toglie senza sapere il perché, senza ragione, come li ha dati. Lungi da noi questi piaceri ingannevoli; lungi da noi la cecità, che producono nel cuore, e l’attacco peccaminoso con cui ad essi ci abbandoniamo. Io vi desidero quel gaudio che non si cambia mai; perché quello che lo concede è immutabile. Ma, fratelli miei, non vi scordate mai, che bisogna ivi arrivare mediante la tristezza, mediante la tristezza che è secondo il Signore, mediante la Tristezza della penitenza. Questo è ciò che ci spiega Gesù Cristo nel fine del nostro Vangelo con una similitudine ammirabile, e molto naturale. La donna, dice Egli, prova grandi dolori mentre partorisce, perché la sua ora è arrivata ma tosto che ha partorito un figliuolo, non si ricorda più de’ suoi mali, per il piacere che ha di aver posto al mondo un uomo (Joan. XVI, 21). Ecco il modello di questo dolore nella penitenza, che io vi ho predicato in questo giorno dietro a s. Paolo. Voi dovete partorire un uomo; e questo uomo che dovete partorire e a cui dovete dare una vita nuova, siete voi stesso. La vostra ora è arrivata, voi siete al termine; la guerra con tutte le sue sciagure, il principio di una campagna, che apertamente deve essere decisiva; la missione, il giubileo, le nostre pressanti ammonizioni vi avvertono che è tempo, che adempiate un tal parto, che sembrate incominciare dopo tanti anni con un modo sì languido e si fiacco. Ma, dilettissimi, se il dolore, che vi cagionano i vostri peccati, non è vivo, penetrante, tormentoso, voi non partorirete mai la vostra salute; ohime! voi sarete di quelli de’ quali sta scritto: il bambino si presenta, e sua madre non ha forza di darlo alla luce: Vires non habet parturiens (1. Reg. xix, 3). Voi non avete che alcuniimperfetti desiderii, alcune vacillanti risoluzioni; cioènon già risoluzioni, ma alcuni languidi movimenti,che finiscono in niente: voi perirete con il fruttoche dovete dare alla luce, cioè la vostra conversione e la vostra salute. Ma se gridate con tutte le vostre forze, se i vostri gemiti feriscono il cielo, se sono pressanti e costanti i vostri sforzi, e se siete di que’ violenti i quali vogliono rapire il ciclo violentemente; quanto felice sarà la vostra sorte! Quale sarà il vostro giubilo! imperciocchè se la madre si reputa felice per aver messo al mondo un figliuolo, il quale è invero un’altra se stessa, ma finalmente è un altro; quale esser deve la vostra consolazione, allorché avrete partorito, non già un altro, ma voi stessi! Per incominciare una nuova vita, abbandonatevi dunque al dolore giustissimo di avere offeso il Signore: se poi volete compiere questo parto salutare, che io vi predico a suo nome, non vi arrestate nel timore de’ suoi giudizi. Il timore de’ suoi giudizi è un tuono che stordisce, che scuole il deserto, che spezza i cedri, che abbatte l’orgoglio, che con vivi scuotimenti principia a sradicare i cattivi abiti. Ma per rendere feconda le terra, bisogna che questo tuono squarci la nube, e faccia discendere la pioggia la quale feconda la terra: Dominus diluvium inhabitare facit (Ps. XXVIII, 10). Quella pioggia di cui è irrigata e penetrata l’anima, che altro è mai, fratelli miei, se non il santo amore? Il terrore non muove che esteriormente; non vi è che l’amore il quale cambi il cuore. Il timore opera con violenza, e può bensì raffrenarci per un poco di tempo; la sola dilezione ci fa operare naturalmente per inclinazione, e produce risoluzioni permanenti non meno che dolci. E questo è ciò che dobbiamo anche fare dicendo, io men vo a mio Padre. Ah! Egli non è un giudice implacabile e rigoroso, a cui ci bisogni andare, come vili schiavi, come rei condannati; Egli è un Padre misericordioso e pieno di tenerezza. Dunque se volete vivere, amate; amate se cambiar volete il vostro cuore, e se volete fare un durevole cambiamento. Non vi stancate mai di dolervi per avere tanto offeso un Padre così buono; e dopo di avere gustata con un dolore sì santo l’amarezza della penitenza, riempirete a poco a poco il vostro cuore di quel gaudio, il quale non vi sarà mai involato: mediante la eterna benedizione del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Amen.

DOMENICA III DOPO PASQUA (2021)

DOMENICA III DOPO PASQUA (2021)

Semidoppio. • Paramenti bianchi.

La Chiesa è nella gioia perché Gesù è risuscitato e ci ha fatti liberi (All.). Essa dà quindi gloria a Dio (Intr.) e ne canta le lodi (Off.). «Ancora un poco di tempo e non mi vedrete più, aveva detto Gesù nel Cenacolo, allora piangerete e vi lamenterete; ancora un poco di tempo e mi rivedrete e il vostro cuore si rallegrerà» (Vang.). Gli Apostoli, vedendo Gesù risuscitato, provarono quella gioia che risuona ancora nella liturgia pasquale; e come la Pasqua è un’immagine della Pasqua eterna, questa gioia è la stessa che avrà la Chiesa quando, dopo aver, nel dolore, generato anime a Dio, vedrà Gesù apparire trionfante nel cielo alla fine dei secoli, tempo assai breve, se paragonato all’eternità (Mattutino). « Egli allora cambierà la nostra afflizione in un gaudio che nessuno potrà più rapirci » (Vang.). Questo gaudio santo comincia già su questa terra, poiché Gesù non ci lascia orfani, ma viene a noi per mezzo dello Spirito Santo; e nella grazia sua siamo colmati di gioia nella speranza di una felicità avvenire. Non attacchiamoci ai vari piaceri del mondo, dice San Pietro, noi che siamo stranieri e viandanti avviati verso il cielo al seguito del divino Risuscitato, ma osserviamo i precetti tanto positivi, quanto negativi del Vangelo (Ep.), affinché, facendo professione di Cristianesimo, possiamo evitare quello che disonora questo nome e praticare quanto vi è conforme (Or.) e giungere cosi alla celeste Gerusalemme. «uno dei sette Angeli mi disse: Vieni e ti mostrerò la novella sposa, la sposa dell’Agnello. E vidi Gerusalemme che scendeva dal cielo, ornata dei suoi monili, alleluia. Come è bella la sposa che viene dal Libano, alleluia » (Respons.). L’eucaristico e divino alimento delle anime nostre protegga i nostri corpi (Postcomm.), affinché mitigando in noi l’ardore dei desideri terrestri, ci faccia amare i beni celesti (Secr.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXV: 1-2. Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.

[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Ps LXV: 3 Dícite Deo, quam terribília sunt ópera tua, Dómine! in multitúdine virtútis tuæ mentiéntur tibi inimíci tui.

[Dite a Dio: quanto sono terribili le tue òpere, o Signore. Con la tua immensa potenza rendi a Te ossequenti i tuoi stessi nemici.]

Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.

[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio 

Orémus. – Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre justítiæ, veritátis tuæ lumen osténdis: da cunctis, qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini; et ea, quæ sunt apta, sectári.

[O Dio, che agli erranti mostri la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia, concedi a quanti si professano cristiani, di ripudiare ciò che è contrario a questo nome, ed abbracciare quanto gli è conforme.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli: 1 Pet II: 11-19

“Caríssimi: Obsecro vos tamquam ádvenas et peregrínos abstinére vos a carnálibus desidériis, quæ mílitant advérsus ánimam, conversatiónem vestram inter gentes habéntes bonam: ut in eo, quod detréctant de vobis tamquam de malefactóribus, ex bonis opéribus vos considerántes, gloríficent Deum in die visitatiónis. Subjécti ígitur estóte omni humánæ creatúræ propter Deum: sive regi, quasi præcellénti: sive dúcibus, tamquam ab eo missis ad vindíctam malefactórum, laudem vero bonórum: quia sic est volúntas Dei, ut benefaciéntes obmutéscere faciátis imprudéntium hóminum ignorántiam: quasi líberi, et non quasi velámen habéntes malítiæ libertátem, sed sicut servi Dei. Omnes honoráte: fraternitátem dilígite: Deum timéte: regem honorificáte. Servi, súbditi estóte in omni timóre dóminis, non tantum bonis et modéstis, sed étiam dýscolis. Hæc est enim grátia: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

(“Carissimi: Io vi scongiuro che da stranieri e pellegrini vi asteniate dai desideri sensuali, che fanno guerra all’anima. Tenete una buona condotta fra i gentili, affinché, mentre sparlano di voi quasi foste malfattori, considerando le vostre buone opere, diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà. Per amor di Dio siate, dunque, sottomessi a ogni autorità umana; sia al re, che è sopra di tutti, sia ai governatori come da lui mandati a far giustizia dei malfattori e a premiare i buoni. Poiché questa è la volontà di Dio, che, operando il bene, chiudiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Diportatevi da uomini liberi, che non fate della libertà un mantello per coprire la nequizia, ma quali servi di Dio. Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Dio, rendete onore al re. Servi, siate con ogni rispetto sottomessi ai padroni, e non soltanto ai buoni e benevoli, ma anche agli indiscreti; poiché questa è cosa di merito; in Gesù Cristo Signor nostro”).

L’obbedienza e l’autorità come principio

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Tutta l’Epistola di questa domenica, terza domenica di Pasqua, è degna del suo autore umano e delle circostanze storiche in cui gli accadde di scrivere. San Pietro, apostolo dell’autorità tratta precisamente dell’autorità per garantirne i diritti. Ma non si circoscrive nel suo mondo religioso, non chiede obbedienza solo ai pastori d’anime, va oltre ei direbbe guardi di preferenza, almeno a momenti, l’autorità civile. Certo egli pensa a quel mondo romano che dopo essere stato il mondo della violenza, volle essere il mondo della legge. E si preoccupa, il Pontefice, ormai romano anch’esso, di quel mondo in cui vive, se nme preoccupa in due modi, per due ragioni. Intanto quel mondo ha un suo valore spirituale, morale, vero e proprio in quanto non è pio e non vuol essere il mondo della violenza bruta e dell’arbitrio personale, quel mondo non bisogna guastarlo per pretesa, neppur per pretesi interessi spirituali superiori come certi fanatici sarebbero pronti a fare; bisogna conservarlo. Il Cristianesimo assume il suo ufficio di conservatore della civiltà. Conservarlo per se stesso, conservarlo anche per creare uno scandalo civile alle coscienze di fronte all’invito religioso del Vangelo. – Ma per conservare quel mondo civile bisogna custodire, rafforzare il principio, uno dei principi su cui regge, che è proprio l’autorità col suo correlativo: l’obbedienza. L’autorità principio unificatore, l’autorità rappresentanza dell’intere collettivo di fronte alla somma degli interessi individuali, somma concorrente. – Il Cristianesimo per bocca dei suoi primi propagandisti più autorevoli, Pietro e Paolo, vi apporta il suggello di una vera e propria consacrazione, il paganesimo, in fondo, ha avuto – se è limitato al concetto di autorità per forza, o delle autorità entusiasmo – nell’un caso e nell’altro, un concetto personale dell’autorità, la persona del monarca (comunque poi si chiami chi comanda). Nel paganesimo, e dovunque il paganesimo, il laicismo civile risorge, comanda il più forte, in ragione ed in nome della sua forza. Il monarca è il potente, uomo o classe. – Che se poi si esce da questa situazione così precaria e avvilente, vuoi per chi comanda, vuoi per chi obbedisce, è per il rotto della cuffia dell’entusiasmo, il mito, il feticcio. Il monarca è Cesare, tutti lo acclamano e lo adulano. Di fronte alla sua autorità personale e mitologizzata l’obbedienza è servilità, una schiavitù dorata, schiavitù sempre. Il monarca nei due casi comanda, s’impone perché è lui. Il padrone sono me. Si fabbrica sull’arena mobile. Se la forza vien meno? Se l’entusiasmo si sgonfia? Che cosa succede? Dove va a finire la società di cui l’autorità è anima, vita, forza stabile, è verso la spersonalizzazione dell’autorità. L’autorità principio sostituita dall’autorità persona. E noi abbiamo di questo sforzo una formula magica nell’epistola di oggi. – « Obbedite ai vostri capi legittimi anche quando, anche se essi sono cattivi ». È l’ipotesi più terribile. La bontà e la qualità che sembra essenziale in chi comanda. Passi pure la mancanza di genio, d’ingegno, ma la bontà! La funzione del comando è proprio una funzione morale e moralizzatrice. E l’Apostolo è ben lontano dal negare in chi comanda l’utilità, la preziosità della bontà. Un buon monarca è il piu grande dono di Dio a un popolo. Ma non bisogna edificare lì; neppur lì, su questa facoltà preziosissima. Guai! Si tornerebbe al personalismo; l’obbedienza è alla discrezione dei sudditi e possono giudicare le qualità personali. E perciò obbedite ai vostri capi sempre, perché sono capi, qualunque siano le loro qualità o i loro difetti… anche ai (personalmente cattivi. Purché non comandino il male, purché non si erigano comandando né contro Dio, né contro la coscienza. – I Cristiani sono così i sudditi migliori, i più fidati dell’impero … d’ogni impero, d’ogni stato civile, diremmo oggi in linguaggio moderno. E perciò sono ciechi i governi che combattono il Cristianesimo; si danno la zappa sui piedi. Sono miopi i governi che accarezzano la religione per secondi fini, sono savi oltreché onesti, i governi che favoriscono senza ipocrisie, equivoci e sottintesi il Cristianesimo: lavorando in apparenza per la religione, lavorano in realtà abilmente ed efficacemente per sé.

Alleluja

Allelúja, allelúja. Ps CX: 9

Redemptiónem misit Dóminus pópulo suo: alleluja.

[Il Signore mandò la redenzione al suo pòpolo. Allelúia.]

Luc XXIV: 46 Oportebat pati Christum, et resúrgere a mórtuis: et ita intráre in glóriam suam. Allelúja.

[Bisognava che Cristo soffrisse e risorgesse dalla morte, ed entrasse così nella sua gloria. Allelúia.]

Evangelium

Joannes XVI: 16; 22

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Módicum, et jam non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me: quia vado ad Patrem. Dixérunt ergo ex discípulis ejus ad ínvicem: Quid est hoc, quod dicit nobis: Módicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me, et quia vado ad Patrem? Dicébant ergo: Quid est hoc, quod dicit: Modicum? nescímus, quid lóquitur. Cognóvit autem Jesus, quia volébant eum interrogáre, et dixit eis: De hoc quaeritis inter vos, quia dixi: Modicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me. Amen, amen, dico vobis: quia plorábitis et flébitis vos, mundus autem gaudébit: vos autem contristabímini, sed tristítia vestra vertétur in gáudium. Múlier cum parit, tristítiam habet, quia venit hora ejus: cum autem pepérerit púerum, jam non méminit pressúræ propter gáudium, quia natus est homo in mundum. Et vos igitur nunc quidem tristítiam habétis, íterum autem vidébo vos, et gaudébit cor vestrum: et gáudium vestrum nemo tollet a vobis.”

[In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete, perché io vado al Padre. Dissero perciò tra loro alcuni dei suoi discepoli: Che significa ciò che dice: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete, perché io vado al Padre? Cos’è questo poco di cui parla? Non comprendiamo quel che dice. E conobbe Gesù che volevano interrogarlo, e disse loro: Vi chiedete tra voi perché abbia detto: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete. In verità, in verità vi dico che voi piangerete e gemerete, laddove il mondo godrà, sarete oppressi dalla tristezza, ma questa si muterà in gioia. La donna, allorché partorisce, è triste perché è giunto il suo tempo: quando poi ha dato alla luce il bambino non si ricorda più dell’affanno, a motivo della gioia perché è nato al mondo un uomo. Anche voi siete adesso nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà, e nessuno vi toglierà il vostro gàudio.]

OMELIA

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulle afflizioni.

Amen, amen dico vobis,

Quia plorabitis et flebitis  vos:

mundus autem gaudebit.”

(JOAN. XVI, 20) .

Chi potrebbe ascoltare senza stupire, Fratelli miei, il linguaggio che il Salvatore tiene ai discepoli prima di salire al cielo, quando predice che la loro vita non sarebbe stata che un succedersi di lagrime, di croci e di sofferenze; mentre i seguaci del mondo si abbandonerebbero ad una gioia insensata, ridendo come frenetici? « Non già – ci dice S. Agostino – che i seguaci del mondo, cioè i malvagi, non abbiano anch’essi le loro pene; i dolori e gli affanni sono le conseguenze di una vita peccaminosa, un cuore sregolato trova il suo supplizio nella propria sregolatezza. „ Essi sono travolti nella maledizione che Gesù Cristo pronuncia contro coloro i quali non pensano che ad abbandonarsi ai piaceri ed alla gioia. La sorte dei buoni Cristiani è ben differente: bisogna ch’essi si rassegnino a passare la vita nella sofferenza e nel pianto; ma poi, dalle lagrime e dai dolori passeranno ad una gioia e ad un piacere infinito nella sua grandezza e nella sua durata; mentre i seguaci del mondo, dopo qualche momento di gioia, mescolata ad amarezze, passeranno la loro eternità nelle fiamme. « Guai a voi, dice loro Gesù Cristo, guai a voi che non pensate che a godervela, poiché i vostri piaceri davanti alla mia giustizia vi saranno causa di danni senza fine. Ah! fortunati, dice poi ai buoni Cristiani, ah! fortunati voi, che passate i vostri giorni nelle lagrime, poiché verrà un giorno in cui Io stesso vi consolerò. » Vi mostrerò dunque, F . M., che le croci, i dolori, la povertà ed il disprezzo sono l’eredità di un Cristiano che cerca di salvare la propria anima e di piacere a Dio. O bisogna soffrire in questo mondo, o non sperar mai più di vedere Iddio lassù in cielo. Esaminiamo tutto questo un po’ davvicino.

I . — Dico primieramente che da quando siamo annoverati tra i figli di Dio, prendiamo una croce, la quale non deve abbandonarci che alla morte. Dovunque Gesù Cristo ci parla del cielo non manca di dirci che noi non possiamo meritarlo se non colle croci e colle sofferenze: « Prendete la vostra croce, ci dice Gesù Cristo, e seguitemi, non per un giorno, non per un mese, non per un anno, ma per tutta la vostra vita. » S. Agostino ci dice: « Lasciate le gioie ed i piaceri alla gente del mondo; ma voi che siete figli di Dio, piangete coi figli di Dio. » Le sofferenze e le persecuzioni ci sono vantaggiosissime sotto due rapporti. Primo, perché vi troviamo mezzi assai efficaci di espiare i nostri peccati passati, poiché, o in questo mondo, o nell’altro bisogna subirne la pena. In questo mondo le pene non sono infinite sia nella durata che nel rigore: siamo in mano di un Dio misericordioso che ci castiga perché ha grandi disegni di misericordia su di noi; Egli ci fa soffrire un momento per renderci felici durante tutta una eternità. Per quanto sieno grandi le nostre pene, Egli non ci tocca ora che col suo dito mignolo; mentre, nell’altra vita, i dolori ed i tormenti che sopporteremo saranno generati dalla sua potenza e dal suo furore. Sembrerà ch’Egli cerchi esaminare le sue forze per farci soffrire. In questo mondo le nostre pene sono ancora addolcite dalle consolazioni e dai conforti che troviamo nella nostra santa Religione; ma nell’altro mondo non avremo né consolazioni né sollievo; tutto sarà per noi motivo di disperazione. Oh! felice il Cristiano che passa la sua vita nelle lacrime e nei dolori, poiché eviterà tanti mali e si procurerà tanti piaceri e gioie eterne! – Il santo Giobbe ci dice che la vita dell’uomo non è che un “succedersi di miserie.„ Entriamo in qualche particolarità. Invero, se andiamo di casa in casa, vi troviamo dappertutto la croce di Gesù Cristo; qui, una perdita di beni, un’ingiustizia che riduce alla miseria una povera famiglia; là una malattia che inchioda quel povero uomo su un letto di dolore, affinché passi la sua vita nei patimenti; altrove una povera donna che bagna il suo pane di lagrime, per i dispiaceri che le fa provare un marito irreligioso e brutale. Se mi volgo ad un’altra, vedo la tristezza dipinta sul suo volto: se gliene domando il perché mi risponderà ch’è accusata di cose, cui non ha mai neppur pensato. Da una parte sono poveri vecchi rigettati e disprezzati dai loro figli e ridotti a morire di affanno e di miseria. Finalmente, da un’altra parte, sento una casa risuonare di pianti causati dalla perdita del padre, della madre, d’un figlio. Ecco in generale. F . M., ciò che rende la vita dell’uomo sì triste e miserabile, se consideriamo tutte queste cose solo umanamente; ma se ci volgiamo dalla parte della Religione, vedremo che siamo grandemente sventurati desolandoci e piangendo come facciamo.

II. — Vi dirò poi che quello che vi rende così disgraziati, si è il guardare sempre a quelli che stanno meglio di voi. Un povero, nelle miserie della sua povertà, invece di pensare ai delinquenti carichi di catene, condannati a passare i loro giorni nelle prigioni, o a perdere la loro misera vita su di un patibolo, porterà il suo pensiero nella casa d’un grande del mondo, che sovrabbonda di beni e di piaceri. Un ammalato, invece di pensare ai tormenti che soffrono gli infelici dannati, i quali urlano nelle fiamme, sono schiacciati dalla collera di Dio, mentre un’eternità di tormenti non potrà mai cancellare il minimo loro peccato; getterà gli occhi su quelli che mai non furon tocchi da malattia e dalla povertà. Ecco, F . M., ciò che rende i nostri mali insopportabili. E che cosa ne deriva da questo, se non lamenti e pianti, che ci fanno perdere ogni merito pel cielo? Poiché, da una parte noi soffriamo senza consolazione e senza speranza d’esserne ricompensati, dall’altra, invece di servircene per espiare i nostri peccati, non facciamo che aumentarli colle mormorazioni e colla mancanza di pazienza. Eccone la prova: da quando parlate male di quella persona che ha tentato farvi del male, che guadagno avete ottenuto? Il vostro odio s’è mitigato? No, F. M., no. Dopo tanti anni che non cessate di gridare contro quel marito, che colla sua ubriachezza, coi suoi stravizzi e colle sue folli spese vi addolora, è egli diventato più ragionevole? No, sorella, no. Quando accasciato da malattie e da dissesti finanziari vi siete abbandonato alla disperazione fin a volervi uccidere, fino a maledire coloro che vi hanno dato la vita, i vostri mali sono cessati, le vostre pene diventarono meno dolorose? No, F. M., no. Quel figlio che v’ha fatto versare tante lacrime è risuscitato? No, F. M., no. Così le vostre impazienze, la vostra mancanza di sottomissione alla volontà di Dio e la vostra disperazione non hanno servito che a rendervi più infelici, non avete fatto altro, dunque, che aggiungere nuovi peccati agli antichi. Ecco, F. M., la sorte infelice e sconfortante d’una persona che ha perduto di vista il fine per cui Iddio le manda le croci. Ma, mi direte voi, abbiamo già sentito cento volte questo linguaggio: queste sono parole e non consolazioni; anche noi parliamo così a quelli che soffrono. — Ah! amico mio, guarda, guarda in alto; togli il tuo cuore dal fango della terra in cui lo tieni immerso, togli quelle nebbie che ti nascondono i beni che ti possono procurare le tue pene. Ah! guarda in alto, osserva la mano d’un buon padre che ti prepara un posto beato nel suo regno; un Dio ti colpisce, per guarire le piaghe arrecate dal peccato alla tua povera anima; un Dio ti fa soffrire per coronarti di gloria immortale. Volete sapere, F. M., come dobbiamo ricevere le croci che ci vengono o dalla mano di Dio o da quella delle creature? Ecco. Come il santo Giobbe che, dopo aver perduto immense ricchezze ed una numerosa famiglia, non se la prese, né con la folgore che aveva distrutto una parte dei suoi armenti, né coi ladri che avevano rubato il resto, né col vento impetuoso che, fatta crollare la sua casa aveva schiacciato i suoi poveri figli: ma s’accontentò di dire: “Ahimè! la mano del Signore s’è aggravata su di me.„ Quando steso per un anno sul letamaio, coperto di ulceri, senza ristoro e consolazione, disprezzato dagli uni ed abbandonato dagli altri, perseguitato fin dalla moglie che, invece di consolarlo, si burlava di lui, dicendogli: “Domanda a Dio la morte affinché finiscano questi mali. Vedi come ti tratta il tuo Dio, che tu servi con tanta fedeltà? — Taci, le rispose, se abbiamo ricevuto con ringraziamenti la prosperità dalle sue mani, perché non dobbiamo ricevere i mali di cui ci affligge?„ Ma, voi pensate, non posso spiegarmi come sia Dio che ci affligge, Dio, che è la stessa bontà, che ci ama infinitamente. Domandatemi allora anche se è possibile che un padre castighi il figlio suo, che un medico dia un rimedio amaro ai suoi ammalati. Pensereste voi forse che sarebbe meglio lasciar vivere quel figliuolo nel suo libertinaggio, piuttosto che castigarlo, per farlo camminare sulla via della salute e condurlo al cielo? Vi pare che un medico farebbe meglio a lasciar morire il suo ammalato, per tema di dargli medicine amare? Oh! quanto siamo ciechi se ragioniamo così! Bisogna che Dio ci castighi, altrimenti non saremmo nel numero dei suoi figli, poiché Gesù Cristo stesso ci dice che il cielo non sarà dato che a coloro che soffrono e che combattono fino alla morte. Credete, F. M., che Gesù Cristo non dica la verità? Ebbene, esaminate la vita che hanno condotto i santi, vedete la via ch’essi hanno presa: quando non soffrono si credono perduti ed abbandonati da Dio. “Dio mio, Dio mio – esclamava piangendo S. Agostino – non risparmiatemi in questo mondo, fatemi soffrire molto; purché mi usiate misericordia nell’altro io sono contento.„ — “O quanto sono felice – diceva S. Francesco di Sales nelle sue Malattie – di aver trovato un mezzo così facile per espiare i miei falli. Oh! quant’è più dolce e consolante soddisfare la giustizia di Dio su di un letto di dolore che andarla a soddisfare nelle fiamme! „ Ed io dico, dopo tutti i santi, che i dolori, le persecuzioni e le altre miserie sono i mezzi più efficaci per attirare un’anima a Dio. Infatti, vediamo che i più gran Santi son quelli che hanno sofferto di più: Dio distingue i suoi amici soltanto colle croci. Vedete S. Alessio che restò per quattordici anni coricato su di un fianco tutto scorticato e, in quella crudele posizione, si accontentava di dire: ” Dio mio, voi siete giusto, mi castigate perché sono peccatore e m’amate.„ Vedete ancora santa Lidwina, giovane di straordinaria bellezza, domandare a Dio, se la sua beltà poteva essere motivo della caduta e della rovina della propria anima, di farle la grazia di perderla. Sull’istante fu coperta di lebbra, che la rese a tutti oggetto d’orrore, e questo per trentotto anni, cioè fino alla sua morte. E durante questo tempo ella non si lasciò sfuggire nemmeno una parola di lamento. Quanti, che. ora sono nell’inferno sarebbero in cielo, se Iddio avesse lor fatto la grazia di restar lungo tempo ammalati. Ascoltate S. Agostino: “Figli miei – ci dice – negli affanni, consolatevi col pensiero della ricompensa che vi è preparata.„ Si racconta nella storia che una povera donna era da molti anni stesa su di un letto di dolore; le si domandò che cosa poteva darle tanto coraggio per soffrire con tanta pazienza. “Eh! disse, sono così contenta d’essere come Dio mi vuole, che non cambierei con tutti i regni del mondo. Quando penso che Dio vuol ch’io soffra, mi consolo tutta.„ S. Teresa ci riferisce che un giorno Gesù Cristo apparendole le disse: « Figlia mia, non ti stupire di quanto vedi; i miei servi fedeli passano la loro vita nelle croci, nel disprezzo ; più il Padre mio ama qualcheduno e più lo fa soffrire.„ S. Bernardo accettava le sue croci con tanta riconoscenza, che un giorno diceva piangendo a Dio: “Ah! Signore, quanto sarei felice di aver la forza di tutti gli uomini, per poter soffrire tutte le croci dell’universo!„ S. Elisabetta, regina d’Ungheria, cacciata dal suo palazzo dai propri sudditi e trascinata nel fango, invece di pensare a punirli, corse alla chiesa a far cantare il Te Deum di ringraziamento. S. Giovanni Crisostomo, quel grande amante della croce, diceva che preferiva soffrire con Gesù Cristo che regnare in cielo con Lui. S. Giovanni della Croce, dopo aver provata tutta la crudeltà dei suoi fratelli, che lo misero in prigione e lo batterono sì barbaramente ch’egli era tutto coperto di sangue, che cosa rispose a coloro che erano testimoni dei suoi dolori? – E che, amici miei, voi piangete perché io soffro? Ma se non ho passato mai momenti così felici!„ Gesù Cristo, apparsogli, gli disse: “Giovanni, che cosa vuoi che ti dia per ricompensarti di quanto soffri per me ? — Ah! Signore, esclamò, fate ch’io soffra ancor più! „ Conveniamo dunque, F. M., che i Santi comprendevano meglio di noi la fortuna di soffrire per Dio. Si sente dire da molti tra voi quando hanno dei dolori: Ma che ho fatto a Dio perché mi mandi tante disgrazie? — Che male avete fatto, perché il buon Dio vi affligga così?… Prendete tutti i comandamenti della legge di Dio e vedete se ve ne ha uno contro cui non abbiate peccato. Che male avete fatto? Percorrete tutti gli anni della vostra giovinezza, passate nella memoria tutti i giorni della vostra miserabile vita; e poi domandate che male avete fatto perché il buon Dio vi affligga così. Contate dunque per nulla tutte le abitudini vergognose, in cui avete marcito sì lungo tempo? Contate dunque per nulla quella superbia la quale vi fa credere che debbono tutti inchinarsi davanti a voi per qualche pezzo di terra più degli altri che possedete e che, forse, sarà la causa della vostra dannazione? Contate dunque per nulla quell’ambizione che non vi lascia mai contenti, quell’amor proprio, quella vanità che vi occupa continuamente, quelle vivacità, quei risentimenti, quelle intemperanze, quelle gelosie? Contate dunque per nulla quella detestevole negligenza per i Sacramenti e per tutto ciò che riguarda la vostra povera anima: tutto questo voi l’avete dimenticato; ma siete perciò meno colpevole? Ebbene! amico, se siete colpevole, non è giusto che il buon Dio vi castighi? Ditemi, amico, che penitenze avete fatto per espiare tanti peccati? Dove sono i vostri digiuni, le vostre mortificazioni e le vostre buone opere? Se dopo tanti peccati non avete versato una lagrima; se dopo tanta avarizia vi siete accontentato solo di fare qualche leggera elemosina; se dopo tanta superbia non volete subire la minima umiliazione; se dopo aver fatto servire tante volte il vostro corpo al peccato, non volete sentir parlare di penitenza, bisogna che il cielo faccia giustizia poiché voi non volete farvela. Ahimè! quanto siamo ciechi! Vorremmo fare il male senza esser puniti, o meglio, vorremmo che Dio non fosse giusto. Ebbene! Signore, lasciate vivere tranquillo questo peccatore, non aggravate la vostra mano su di lui, lasciatelo impinguare come una vittima destinata alle vendette eterne, ed in quel fuoco, avrete tempo di fargli soddisfare la vostra giustizia; risparmiatelo in questo mondo, poiché egli lo vuole; nelle fiamme gli farete fare una penitenza inutile, senza fine. Dio mio! che questa disgrazia non ci tocchi mai! « Oh! – esclama S. Agostino – moltiplicate le mie afflizioni e le mie sofferenze fin che vorrete, purché mi usiate misericordia nell’altra vita!„ Ma, mi dirà un altro, tutto questo è per quelli che hanno commesso gravi peccati; non per me, che, grazie a Dio, non ho fatto gran male. — Eh! voi dunque credete che perché non avete fatto molto male non dovete soffrire? ed io vi dirò: appunto perché avete cercato di far bene il buon Dio vi affligge e permette che siate schernito e disprezzato e che si getti in ridicolo la vostra divozione; è Dio stesso che vi fa provare dispiaceri e malattie. E ne stupite? Date uno sguardo a Gesù Cristo, vostro vero modello, vedete se ha passato un solo istante senza soffrire pene che uomo alcuno non potrà comprendere. Ditemi, perché i farisei lo perseguitavano, e cercavano continuamente di poterlo sorprendere per condannarlo a morte? Era forse colpevole? No, senza dubbio; ma eccone la ragione. Perché  i suoi miracoli ed i suoi esempi d’umiltà e di povertà erano la condanna del loro orgoglio e delle loro cattive azioni. Diciamo meglio, F. M.; se percorressimo la sacra Scrittura, vedremmo che fin dal principio del mondo, le sofferenze, il disprezzo e gli scherni sono sempre stati il retaggio dei figli di Dio; cioè di quelli che hanno pensato di piacere a Dio. Infatti chi può disprezzare e burlarsi d’una persona che adempie i suoi doveri di Religione, se non un infelice dannato che l’inferno ha vomitato sulla terra per far soffrire i buoni, o per cercare di trascinarli negli abissi, dove egli è già per sempre? Ne volete la prova? Eccola. Perché Caino uccise suo fratello Abele? Non forse perché era più buono di lui? Non gli tolse forse la vita perché non poté indurlo al male? Perché i figli di Giacobbe gettarono il loro fratello Giuseppe in una cisterna? non forse perché la sua vita santa condannava la loro condotta libertina? Che cosa attirò tante persecuzioni sugli Apostoli che, ad ogni momento erano gettati in prigione, battuti, torturati; e la cui esistenza, dopo la morte di Gesù Cristo, non fu che un martirio continuo, giacché quasi tutti hanno finito i loro giorni nel modo più crudele e doloroso? Ora, che male facevano essi, i quali non cercavano che la gloria di Dio e la salute delle anime? Siete disprezzati, derisi, perseguitati quantunque non diciate né facciate male ad alcuno? Tanto meglio se vi si disprezza, e vi si deride. Se non aveste nulla da soffrire che cosa avreste da offrire a Dio nell’ora di morte? Ma, direte, essi offendono Dio, si perdono facendo soffrire gli altri; se Dio volesse, potrebbe impedirneli. — Certo che se lo volesse impedirebbe. Perché Iddio tollerava i tiranni? Gli era egualmente facile punirli come conservarli; ma si serviva dei loro cattivi intenti per provare i buoni ed affrettare la loro felicità. Non v’ha dubbio che dobbiate compiangerli e pregare per essi, non perché vi disprezzanoe vi deridono, ma per il male ch’essi fanno a se stessi. Bisogna infatti convenire che si deve essere ben ciechi disprezzando uno perché serve Dio meglio di noi, cerca con più diligenza la via del cielo, e fa maggior numero di buone opere e di penitenze. È questo un mistero veramente incomprensibile. Se vuoi dannarti: ebbene! fallo. Perché ti inquieti se, io vado dove tu non vuoi andare? Io voglio andare in cielo; se tu non ci vai, è perché nonlo vuoi. Apri gli occhi, amico, riconosci il tuo accecamento: quando m’avrai impedito di servire il buon Dio, o sarai la causa della mia dannazione, che ne ricaverai? Ancora una volta, apri gli occhi, esci dal tuo errore. Cerca d’imitare quelli ch’hai disprezzato fino ad ora, e troverai la felicità in questo mondo e nell’altro. Ma, mi direte, io non faccio loro alcun male; perché essi vogliono fame a me? — Tanto meglio, amico, buon segno; siete sicuro di essere sulla via che conduce al cielo. Ascoltate nostro Signore: « Prendete la vostra croce e seguitemi; se perseguitano me perseguiteranno anche voi; io sono disprezzato e voi pure lo sarete: ma. lungi dallo scoraggiarvi, rallegratevi, perché una grande ricompensa vi è promessa in cielo. Chi non è pronto a soffrir tutto, fino a perdere la vita por amor mio, non è degno di me. » Perché il santo Tobia diventò cieco? Non era egli forse un uomo dabbene? Ascoltate ciò che dice Gesù Cristo parlando a S. Pietro martire, che si lagnava di un oltraggio fattogli senza ch’egli vi avesse dato motivo. « Ed io, Pietro, disse Gesù Cristo, che male avevo fatto quando mi si fece morire? » Riconosciamolo tutti, F. M., noi facciamo belle promesse a Dio finché nessuno ci dice nulla, e tutto va a seconda dei nostri desideri; ma al primo piccolo scherno, disprezzo od anche alla minima burla di un empio, il quale non ha il coraggio di fare ciò che voi fate, arrossite, ed abbandonate il servizio di Dio. Ah! ingrato, non ricordi quanto Iddio ha sofferto per amor tuo? Non è forse, o amico, perché vi è stato detto che fate l’uomo dabbene, che non siete che un ipocrita, e che siete più cattivo di quelli che non si confessano mai, che avete abbandonato Dio, per mettervi dalla parte di quelli che saranno dannati? Fermatevi, amico, non andate più oltre; riconoscete la vostra pazzia, e non gettatevi nell’inferno.

III. — Ditemi, F. M., che cosa risponderemo quando Dio confronterà la nostra vita con quella di tanti martiri, dei quali gli uni sono stati fatti a pezzi dai carnefici, gli altri sono marciti nelle prigioni, piuttosto di tradire la propria fede? No, F. M., se siamo buoni Cristiani, non ci lamenteremo degli scherni che ci si fanno: invece, più ci si disprezza, più saremo contenti e più pregheremo Dio per quelli che ci perseguitano; rimetteremo ogni vendetta nelle mani di Dio, e, se egli lo trova conveniente per la sua gloria e per la nostra salute, lo farà. Vedete Mosè coperto ingiurie dal fratello e dalla sorella: a tutto questo disprezzo, oppone una bontà ed una carità sì grandi che Dio ne fu commosso. Lo Spirito Santo dice ch’egli era il più mite degli uomini che vivevano allora sulla terra.„ Il Signore colpì la sorella con un’orribile lebbra per punirla di aver mormorato contro il fratello. Mose, vedendola punita, lungi dall’esterne contento, disse al Signore: “Ah! Signore, perché punite mia sorella? Sapete ch’io non ho mai domandato vendetta; guarite, ve ne prego, mia sorella. „ Dio non poté resistere alla sua bontà; e la guarì. Oquale felicità per noi, F. M., se nel disprezzo e negli scherni che ci si fanno, ci comportassimo così! Quanti tesori pel cielo! No, F. M., fin che non vi si vedrà far del bene a quelli che vi disprezzano, preferirli anche agli stessi amici e non opporre alle loro ingiurie che bontà e carità, non sarete del numero di quelli che Dio ha destinato pel cielo, direte che cosa siamo noi? Eccolo. Noi facciamo come quei soldati che, finché non vi è pericolo, sembrano invincibili e che, al primo pericolo prendono la fuga; così finché siamo adulati pel nostro modo di vivere, e si lodano le nostre azioni, crediamo che nulla potrà farci cadere; ed invece un nonnulla ci fa precipitare, ed abbandonare tutto. Dio mio, come è cieco l’uomo quando si crede capace di qualche cosa, mentre non è capace che di tradirvi e di perdervi! E d io dico, F. M., che nulla è più adatto a convertire quelli che lacerano la nostra riputazione quanto la dolcezza e la carità. Essi non possono resistervi. Se sono troppo induriti ed hanno già messo il sigillo alla loro riprovazione, si confonderanno, e se n’andranno come disperati: eccone la prova. Si racconta che S. Martino aveva con sé un chierico giovanetto. Sebbene avesse fatto ogni possibile per ben allevarlo nel servizio di Dio, il chierico divenne un vero libertino, uno scandaloso: non v’era sorta d’ingiurie e d’oltraggi ch’egli non lanciasse contro il suo santo vescovo. Ma S. Martino invece di cacciarlo da sé, come meritava, lo trattava con sì grande bontà che sembrava moltiplicare le sue cure in proporzione degli insulti che riceveva. Ad ogni momento spargeva lacrime ai piedi del crocifisso, per sollecitare la sua conversione. Ad un tratto il giovane aprì gli occhi; considerando, da una parte, la carità del Vescovo, dall’altra le ingiurie di cui l’aveva coperto, corse a gettarsi ai suoi piedi per domandargli perdono. Il Vescovo l’abbraccia e benedice Dio d’aver avuto pietà di quella povera anima. Quel giovane fu. per tutta la vita, un modello di virtù e considerato come un santo. Prima di morire ripeté più volte che la pazienza e la carità di Martino, gli avevano valso la grazia della conversione. – Si, F. M.. ecco a che riusciremmo se, invece di rendere ingiuria per ingiuria, avessimo la fortuna di non opporre che dolcezza e carità. Ahimè! quando i santi non avevano occasione d’esser disprezzati, essi stessi la cercavano: eccone la prova.Leggiamo nella vita di sant’Atanasio che una dama, desiderando lavorare per guadagnarsi il cielo, andò dal vescovo e gli domandò uno dei poveri che veniva nutrito d’elemosina, por averne cura essa stessa: perché, diceva, vorrei esercitare un po’ la pazienza. Il santo Vescovo le mandò una donna estremamente umile e che non sapeva tollerare d’esser servita da quella dama. Ogni volta che le rendeva un servizio ella si profondeva in mille ringraziamenti. Malcontenta di tutti questi ringraziamenti, la dama, tutta triste, va dal Vescovo dicendogli: “Monsignore, voi non m’avete servita com’io desideravo; m’avete dato una persona che colla sua umiltà mi copre di confusione. Al minimo servizio ch’io le rendo, s’inchina fino a terra; datemene un’altra.„ Il vescovo, vedendo la sua voglia di soffrire, gliene diede una che era superba, collerica, disprezzatrice. Ogni volta che la dama la serviva, la copriva d’ingiurie, rinfacciandole ch’essa l’aveva domandata, non per averne cura, ma per farla soffrire. E giunse perfino a batterla; ed essa che fece? Eccolo: più la povera disprezzava la dama, più questa la serviva senza stancarsi e con maggior sollecitudine. Che avvenne? Commossa da tanta carità la donna si convertì e morì da santa. Oh! F. M., quante anime, nel giorno del giudizio ci rimprovereranno, perché se non avessimo opposte alle loro ingiurie che bontà e carità, sarebbero in cielo; mentre invece bruceranno nell’inferno eternamente! Se abbiamo detto in principio, F. M., che le croci, come tutte le miserie della vita, ci erano date da Dio per soddisfare la sua giustizia per i nostri peccati, possiamo dire anche ch’esse sono un preservativo contro il peccato. Perché Dio ha permesso che uno vi recasse danno, che un altro v’ingannasse? Eccone la ragione. Perché Dio, che vede l’avvenire, ha previsto che il vostro cuore s’attaccherebbe troppo alle cose della terra e che perdereste di vista il cielo. Egli permette che si laceri il vostro onore, che vi si calunni: e perché? Perché siete troppo superbi, troppo gelosi della vostra riputazione; per questo ha permesso che foste umiliati; altrimenti vi sareste dannati. Finendo dunque, F. M., io dico che non vi è alcuno più disgraziato nelle croci che l’uomo senza Religione. Ora accusa se stesso dicendo: Se avessi preso quelle misure, questa disgrazia non mi sarebbe toccata. Ora accusa gli altri: Fu quella persona la causa dei miei mali; non le perdonerò mai più. Egli si augura la morte e la augura agli altri. Maledice il giorno della sua nascita; commetterà mille viltà, che crederà lecite, per togliersi d’impaccio; ma no, la sua croce, o meglio il suo inferno, l’accompagnerà. Tale è la fine disgraziata di colui che soffre senza rivolgersi a Dio, che solo può consolarlo e sollevarlo. Ma guardate invece una persona che ama Dio e che desidera d’andarlo a vedere in cielo: Dio mio, dice, quanto sono poca cosa i miei dolori in confronto di ciò che i miei peccati meritano che io soffra nell’all’altra vita! Voi mi fate soffrire un piccolo momento in questo mondo per rendermi felice per tutta l’eternità. Quanto siete buono, mio Dio! fatemi soffrire; ch’io sia oggetto di disprezzo ed’orrore davanti al mondo; purché abbia la fortuna di piacervi, non voglio altro. Concludiamo dunque che chi ama Dio è felice anche in mezzo a tutte le tempeste del mondo. Dio mio, fate che noi soffriamo sempre, affinché dopo avervi imitato quaggiù, veniamo a regnare con voi in cielo!

Credo…

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps CXLV: 2 Lauda, anima mea, Dóminum: laudábo Dóminum in vita mea: psallam Deo meo, quámdiu ero, allelúja.

[Loda, ànima mia, il Signore: loderò il Signore per tutta la vita, inneggerò al mio Dio finché vivrò, allelúia.]

Secreta

His nobis, Dómine, mystériis conferátur, quo, terréna desidéria mitigántes, discámus amáre coeléstia.

[In virtú di questi misteri, concédici, o Signore, la grazia con la quale, mitigando i desiderii terreni, impariamo ad amare i beni celesti.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes XVI: 16 Módicum, et non vidébitis me, allelúja: íterum módicum, et vidébitis me, quia vado ad Patrem, allelúja, allelúja.

[Ancora un poco e non mi vedrete più, allelúia: ancora un poco e mi vedrete, perché vado al Padre, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Sacramenta quæ súmpsimus, quæsumus, Dómine: et spirituálibus nos instáurent aliméntis, et corporálibus tueántur auxíliis.

[Fai, Te ne preghiamo, o Signore, che i sacramenti che abbiamo ricevuto ci ristòrino di spirituale alimento e ci siano di tutela per il corpo.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLE AFFLIZIONI

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLE AFFLIZIONI

Amen, amen dico vobis,

Quia plorabitis et flebitis  vos: mundus autem gaudebit.”

(JOAN. XVI, 20).

Chi potrebbe ascoltare senza stupire, Fratelli miei, il linguaggio che il Salvatore tiene ai discepoli prima di salire al cielo, quando predice che la loro vita non sarebbe stata che un succedersi di lagrime, di croci e di sofferenze; mentre i seguaci del mondo si abbandonerebbero ad una gioia insensata, ridendo come frenetici? « Non già – ci dice S. Agostino – che i seguaci del mondo, cioè i malvagi, non abbiano anch’essi le loro pene; i dolori e gli affanni sono le conseguenze di una vita peccaminosa, un cuore sregolato trova il suo supplizio nella propria sregolatezza. „ Essi sono travolti nella maledizione che Gesù Cristo pronuncia contro coloro i quali non pensano che ad abbandonarsi ai piaceri ed alla gioia. La sorte dei buoni Cristiani è ben differente: bisogna ch’essi si rassegnino a passare la vita nella sofferenza e nel pianto; ma poi, dalle lagrime e dai dolori passeranno ad una gioia e ad un piacere infinito nella sua grandezza e nella sua durata; mentre i seguaci del mondo, dopo qualche momento di gioia, mescolata ad amarezze, passeranno la loro eternità nelle fiamme. « Guai a voi, dice loro Gesù Cristo, guai a voi che non pensate che a godervela, poiché i vostri piaceri davanti alla mia giustizia vi saranno causa di danni senza fine. Ah! fortunati, dice poi ai buoni Cristiani, ah! fortunati voi, che passate i vostri giorni nelle lagrime, poiché verrà un giorno in cui Io stesso vi consolerò. » Vi mostrerò dunque, F . M., che le croci, i dolori, la povertà ed il disprezzo sono l’eredità di un Cristiano che cerca di salvare la propria anima e di piacere a Dio. O bisogna soffrire in questo mondo, o non sperar mai più di vedere Iddio lassù in cielo. Esaminiamo tutto questo un po’ davvicino.

I . — Dico primieramente che da quando siamo annoverati tra i figli di Dio, prendiamo una croce, la quale non deve abbandonarci che alla morte. Dovunque Gesù Cristo ci parla del cielo non manca di dirci che noi non possiamo meritarlo se non colle croci e colle sofferenze: « Prendete la vostra croce, ci dice Gesù Cristo, e seguitemi, non per un giorno, non per un mese, non per un anno, ma per tutta la vostra vita. » S. Agostino ci dice: « Lasciate le gioie ed i piaceri alla gente del mondo; ma voi che siete figli di Dio, piangete coi figli di Dio. » Le sofferenze e le persecuzioni ci sono vantaggiosissime sotto due rapporti. Primo, perché vi troviamo mezzi assai efficaci di espiare i nostri peccati passati, poiché, o in questo mondo o nell’altro bisogna subirne la pena. In questo mondo le pene non sono infinite sia nella durata che nel rigore: siamo in mano di un Dio misericordioso che ci castiga perché ha grandi disegni di misericordia su di noi; Egli ci fa soffrire un momento per renderci felici durante tutta una eternità. Per quanto sieno grandi le nostre pene, Egli non ci tocca ora che col suo dito mignolo; mentre, nell’altra vita, i dolori ed i tormenti che sopporteremo saranno generati dalla sua potenza e dal suo furore. Sembrerà ch’Egli cerchi esaminare le sue forze per farci soffrire. In questo mondo le nostre pene sono ancora addolcite dalle consolazioni e dai conforti che troviamo nella nostra santa Religione; ma nell’altro mondo non avremo né consolazioni né sollievo; tutto sarà per noi motivo di disperazione. Oh! felice il Cristiano che passa la sua vita nelle lacrime e nei dolori, poiché eviterà tanti mali e si procurerà tanti piaceri e gioie eterne! – Il santo Giobbe ci dice che la vita dell’uomo non è che un “succedersi di miserie.„ Entriamo in qualche particolarità. Invero, se andiamo di casa in casa, vi troviamo dappertutto la croce di Gesù Cristo; qui, una perdita di beni, un’ingiustizia che riduce alla miseria una povera famiglia; là una malattia che inchioda quel povero uomo su un letto di dolore, affinché passi la sua vita nei patimenti; altrove una povera donna che bagna il suo pane di lagrime, per i dispiaceri che le fa provare un marito irreligioso e brutale. Se mi volgo ad un’altra, vedo la tristezza dipinta sul suo volto: se gliene domando il perché mi risponderà ch’è accusata di cose, cui non ha mai neppur pensato. Da una parte sono poveri vecchi rigettati e disprezzati dai loro figli e ridotti a morire di affanno e di miseria. Finalmente, da un’altra parte, sento una casa risuonare di pianti causati dalla perdita del padre, della madre, d’un figlio. Ecco in generale. F. M., ciò che rende la vita dell’uomo sì triste e miserabile, se consideriamo tutte queste cose solo umanamente; ma se ci volgiamo dalla parte della Religione, vedremo che siamo grandemente sventurati desolandoci e piangendo come facciamo.

II. — Vi dirò poi che quello che vi rende così disgraziati, si è il guardare sempre a quelli che stanno meglio di voi. Un povero, nelle miserie della sua povertà, invece di pensare ai delinquenti carichi di catene, condannati a passare i loro giorni nelle prigioni, o a perdere la loro misera vita su di un patibolo, porterà il suo pensiero nella casa d’un grande del mondo, che sovrabbonda di beni e di piaceri. Un ammalato, invece di pensare ai tormenti che soffrono gli infelici dannati, i quali urlano nelle fiamme, sono schiacciati dalla collera di Dio, mentre un’eternità di tormenti non potrà mai cancellare il minimo loro peccato; getterà gli occhi su quelli che mai non furon tocchi da malattia e dalla povertà. Ecco, F . M., ciò che rende i nostri mali insopportabili. E che cosa ne deriva da questo, se non lamenti e pianti, che ci fanno perdere ogni merito pel cielo? Poiché, da una parte noi soffriamo senza consolazione e senza speranza d’esserne ricompensati, dall’altra, invece di servircene per espiare i nostri peccati, non facciamo che aumentarli colle mormorazioni e colla mancanza di pazienza. Eccone la prova: da quando parlate male di quella persona che ha tentato farvi del male, che guadagno avete ottenuto? Il vostro odio s’è mitigato? No, F. M., no. Dopo tanti anni che non cessate di gridare contro quel marito, che colla sua ubriachezza, coi suoi stravizzi e colle sue folli spese vi addolora, è egli diventato più ragionevole? No, sorella, no. Quando accasciato da malattie e da dissesti finanziari vi siete abbandonato alla disperazione fin a volervi uccidere, fino a maledire coloro che vi hanno dato la vita, i vostri mali sono cessati, le vostre pene diventarono meno dolorose? No, F. M., no. Quel figlio che v’ha fatto versare tante lacrime è risuscitato? No, F. M., no. Così le vostre impazienze, la vostra mancanza di sottomissione alla volontà di Dio e la vostra disperazione non hanno servito che a rendervi più infelici, non avete fatto altro, dunque, che aggiungere nuovi peccati agli antichi. Ecco, F. M., la sorte infelice e sconfortante d’una persona che ha perduto di vista il fine per cui Iddio le manda le croci. Ma, mi direte voi, abbiamo già sentito cento volte questo linguaggio: queste sono parole e non consolazioni; anche noi parliamo così a quelli che soffrono. — Ah! amico mio, guarda, guarda in alto; togli il tuo cuore dal fango della terra in cui lo tieni immerso, togli quelle nebbie che ti nascondono i beni che ti possono procurare le tue pene. Ah! guarda in alto, osserva la mano d’un buon padre che ti prepara un posto beato nel suo regno; un Dio ti colpisce, per guarire le piaghe arrecate dal peccato alla tua povera anima; un Dio ti fa soffrire per coronarti di gloria immortale. Volete sapere, F. M., come dobbiamo ricevere le croci che ci vengono o dalla mano di Dio o da quella delle creature? Ecco. Come il santo Giobbe che, dopo aver perduto immense ricchezze ed una numerosa famiglia, non se la prese, né con la folgore che aveva distrutto una parte dei suoi armenti, né coi ladri che avevano rubato il resto, né col vento impetuoso che, fatta crollare la sua casa aveva schiacciato i suoi poveri figli: ma s’accontentò di dire: “Ahimè! la mano del Signore s’è aggravata su di me.„ Quando steso per un anno sul letamaio, coperto di ulceri, senza ristoro e consolazione, disprezzato dagli uni ed abbandonato dagli altri, perseguitato fin dalla moglie che, invece di consolarlo, si burlava di lui, dicendogli: “Domanda a Dio la morte affinché finiscano questi mali. Vedi come ti tratta il tuo Dio, che tu servi con tanta fedeltà? — Taci, le rispose, se abbiamo ricevuto con ringraziamenti la prosperità dalle sue mani, perché non dobbiamo ricevere i mali di cui ci affligge?„ Ma, voi pensate, non posso spiegarmi come sia Dio che ci affligge, Dio, che è la stessa bontà, che ci ama infinitamente. Domandatemi allora anche se è possibile che un padre castighi il figlio suo, che un medico dia un rimedio amaro ai suoi ammalati. Pensereste voi forse che sarebbe meglio lasciar vivere quel figliuolo nel suo libertinaggio, piuttosto che castigarlo, per farlo camminare sulla via della salute e condurlo al cielo? Vi pare che un medico farebbe meglio a lasciar morire il suo ammalato, per tema di dargli medicine amare? Oh! quanto siamo ciechi se ragioniamo così! Bisogna che Dio ci castighi, altrimenti non saremmo nel numero dei suoi figli, poiché Gesù Cristo stesso ci dice che il cielo non sarà dato che a coloro che soffrono e che combattono fino alla morte. Credete, F. M., che Gesù Cristo non dica la verità? Ebbene, esaminate la vita che hanno condotto i santi, vedete la via ch’essi hanno presa: quando non soffrono si credono perduti ed abbandonati da Dio. “Dio mio, Dio mio – esclamava piangendo S. Agostino – non risparmiatemi in questo mondo, fatemi soffrire molto; purché mi usiate misericordia nell’altro io sono contento.„ — “O quanto sono felice – diceva S. Francesco di Sales nelle sue Malattie – di aver trovato un mezzo così facile per espiare i miei falli. Oh! quant’è più dolce e consolante soddisfare la giustizia di Dio su di un letto di dolore che andarla a soddisfare nelle fiamme! „ Ed io dico, dopo tutti i santi, che i dolori, le persecuzioni e le altre miserie sono i mezzi più efficaci per attirare un’anima a Dio. Infatti, vediamo che i più gran Santi son quelli che hanno sofferto di più: Dio distingue i suoi amici soltanto colle croci. Vedete S. Alessio che restò per quattordici anni coricato su di un fianco tutto scorticato e, in quella crudele posizione, si accontentava di dire: ” Dio mio, voi siete giusto, mi castigate perché sono peccatore e m’amate.„ Vedete ancora santa Lidwina, giovane di straordinaria bellezza, domandare a Dio, se la sua beltà poteva essere motivo della caduta e della rovina della propria anima, di farle la grazia di perderla. Sull’istante fu coperta di lebbra, che la rese a tutti oggetto d’orrore, e questo per trentotto anni, cioè fino alla sua morte. E durante questo tempo ella non si lasciò sfuggire nemmeno una parola di lamento. Quanti, che ora sono nell’inferno sarebbero in cielo, se Iddio avesse lor fatto la grazia di restar lungo tempo ammalati. Ascoltate S. Agostino: “Figli miei – ci dice – negli affanni, consolatevi col pensiero della ricompensa che vi è preparata.„ Si racconta nella storia che una povera donna era da molti anni stesa su di un letto di dolore; le si domandò che cosa poteva darle tanto coraggio per soffrire con tanta pazienza. “Eh! disse, sono così contenta d’essere come Dio mi vuole, che non cambierei con tutti i regni del mondo. Quando penso che Dio vuol ch’io soffra, mi consolo tutta.„ S. Teresa ci riferisce che un giorno Gesù Cristo apparendole le disse: « Figlia mia, non ti stupire di quanto vedi; i miei servi fedeli passano la loro vita nelle croci, nel disprezzo ; più il Padre mio ama qualcheduno e più lo fa soffrire.„ S. Bernardo accettava le sue croci con tanta riconoscenza, che un giorno diceva piangendo a Dio: “Ah! Signore, quanto sarei felice di aver la forza di tutti gli uomini, per poter soffrire tutte le croci dell’universo!„ S. Elisabetta, regina d’Ungheria, cacciata dal suo palazzo dai propri sudditi e trascinata nel fango, invece di pensare a punirli, corse alla chiesa a far cantare il Te Deum di ringraziamento. S. Giovanni Crisostomo, quel grande amante della croce, diceva che preferiva soffrire con Gesù Cristo che regnare in cielo con Lui. S. Giovanni della Croce, dopo aver provata tutta la crudeltà dei suoi fratelli, che lo misero in prigione e lo batterono sì barbaramente ch’egli era tutto coperto di sangue, che cosa rispose a coloro che erano testimoni dei suoi dolori? – E che, amici miei, voi piangete perché io soffro? Ma se non ho passato mai momenti così felici!„ Gesù Cristo, apparsogli, gli disse: “Giovanni, che cosa vuoi che ti dia per ricompensarti di quanto soffri per me? — Ah! Signore, esclamò, fate ch’io soffra ancor più! „ Conveniamo dunque, F. M., che i Santi comprendevano meglio di noi la fortuna di soffrire per Dio. Si sente dire da molti tra voi quando hanno dei dolori: Ma che ho fatto a Dio perché mi mandi tante disgrazie? — Che male avete fatto, perché il buon Dio vi affligga così?… Prendete tutti i comandamenti della legge di Dio e vedete se ve ne ha uno contro cui non abbiate peccato. Che male avete fatto? Percorrete tutti gli anni della vostra giovinezza, passate nella memoria tutti i giorni della vostra miserabile vita; e poi domandate che male avete fatto perché il buon Dio vi affligga così. Contate dunque per nulla tutte le abitudini vergognose, in cui avete marcito sì lungo tempo? Contate dunque per nulla quella superbia, la quale vi fa credere che debbono tutti inchinarsi davanti a voi per qualche pezzo di terra più degli altri che possedete e che, forse, sarà la causa della vostra dannazione? Contate dunque per nulla quell’ambizione che non vi lascia mai contenti, quell’amor proprio, quella vanità che vi occupa continuamente, quelle vivacità, quei risentimenti, quelle intemperanze, quelle gelosie? Contate dunque per nulla quella detestevole negligenza per i Sacramenti e per tutto ciò che riguarda la vostra povera anima: tutto questo voi l’avete dimenticato; ma siete perciò meno colpevole? Ebbene! amico, se siete colpevole, non è giusto che il buon Dio vi castighi? Ditemi, amico, che penitenze avete fatto per espiare tanti peccati? Dove sono i vostri digiuni, le vostre mortificazioni e le vostre buone opere? Se dopo tanti peccati non avete versato una lagrima; se dopo tanta avarizia vi siete accontentato solo di fare qualche leggera elemosina; se dopo tanta superbia non volete subire la minima umiliazione; se dopo aver fatto servire tante volte il vostro corpo al peccato, non volete sentir parlare di penitenza, bisogna che il cielo faccia giustizia poiché voi non volete farvela. Ahimè! quanto siamo ciechi! Vorremmo fare il male senza esser puniti, o meglio, vorremmo che Dio non fosse giusto. Ebbene! Signore, lasciate vivere tranquillo questo peccatore, non aggravate la vostra mano su di lui, lasciatelo impinguare come una vittima destinata alle vendette eterne, ed in quel fuoco, avrete tempo di fargli soddisfare la vostra giustizia; risparmiatelo in questo mondo, poiché egli lo vuole; nelle fiamme gli farete fare una penitenza inutile, senza fine. Dio mio! che questa disgrazia non ci tocchi mai! « Oh! – esclama S. Agostino – moltiplicate le mie afflizioni e le mie sofferenze fin che vorrete, purché mi usiate misericordia nell’altra vita!„ Ma, mi dirà un altro, tutto questo è per quelli che hanno commesso gravi peccati; non per me, che, grazie a Dio, non ho fatto gran male. — Eh! voi dunque credete che perché non avete fatto molto male non dovete soffrire? ed io vi dirò: appunto perché avete cercato di far bene il buon Dio vi affligge e permette che siate schernito e disprezzato e che si getti in ridicolo la vostra divozione; è Dio stesso che vi fa provare dispiaceri e malattie. E ne stupite? Date uno sguardo a Gesù Cristo, vostro vero modello, vedete se ha passato un solo istante senza soffrire pene che uomo alcuno non potrà comprendere. Ditemi, perché i farisei lo perseguitavano, e cercavano continuamente di poterlo sorprendere per condannarlo a morte? Era forse colpevole? No, senza dubbio; ma eccone la ragione. Perché  i suoi miracoli ed i suoi esempi d’umiltà e di povertà erano la condanna del loro orgoglio e delle loro cattive azioni. Diciamo meglio, F. M.; se percorressimo la sacra Scrittura, vedremmo che fin dal principio del mondo, le sofferenze, il disprezzo e gli scherni sono sempre stati il retaggio dei figli di Dio; cioè di quelli che hanno pensato di piacere a Dio. Infatti chi può disprezzare e burlarsi d’una persona che adempie i suoi doveri di Religione, se non un infelice dannato che l’inferno ha vomitato sulla terra per far soffrire i buoni, o per cercare di trascinarli negli abissi, dove egli è già per sempre? Ne volete la prova? Eccola. Perché Caino uccise suo fratello Abele? Non forse perché era più buono di lui? Non gli tolse forse la vita perché non poté indurlo al male? Perché i figli di Giacobbe gettarono il loro fratello Giuseppe in una cisterna? non forse perché la sua vita santa condannava la loro condotta libertina? Che cosa attirò tante persecuzioni sugli Apostoli che, ad ogni momento erano gettati in prigione, battuti, torturati; e la cui esistenza, dopo la morte di Gesù Cristo, non fu che un martirio continuo, giacché quasi tutti hanno finito i loro giorni nel modo più crudele e doloroso? Ora, che male facevano essi, i quali non cercavano che la gloria di Dio e la salute delle anime? Siete disprezzati, derisi, perseguitati quantunque non diciate né facciate male ad alcuno? Tanto meglio se vi si disprezza, e vi si deride. Se non aveste nulla da soffrire che cosa avreste da offrire a Dio nell’ora di morte? Ma, direte, essi offendono Dio, si perdono facendo soffrire gli altri; se Dio volesse, potrebbe impedirneli. — Certo che se lo volesse impedirebbe. Perché Iddio tollerava i tiranni? Gli era egualmente facile punirli come conservarli; ma si serviva dei loro cattivi intenti per provare i buoni ed affrettare la loro felicità. Non v’ha dubbio che dobbiate compiangerli e pregare per essi, non perché vi disprezzanoe vi deridono, ma per il male ch’essi fanno a se stessi. Bisogna infatti convenire che si deve essere ben ciechi disprezzando uno perché serve Dio meglio di noi, cerca con più diligenza la via del cielo, e fa maggior numero di buone opere e di penitenze. È questo un mistero veramente incomprensibile. Se vuoi dannarti: ebbene! fallo. Perché ti inquieti se, io vado dove tu non vuoi andare? Io voglio andare in cielo; se tu non ci vai, è perché nonlo vuoi. Apri gli occhi, amico, riconosci il tuo accecamento: quando m’avrai impedito di servire il buon Dio, o sarai la causa della mia dannazione, che ne ricaverai? Ancora una volta, apri gli occhi, esci dal tuo errore. Cerca d’imitare quelli ch’hai disprezzato fino ad ora, e troverai la felicità in questo mondo e nell’altro. Ma, mi direte, io non faccio loro alcun male; perché essi vogliono fame a me? — Tanto meglio, amico, buon segno; siete sicuro di essere sulla via che conduce al cielo. Ascoltate nostro Signore: « Prendete la vostra croce e seguitemi; se perseguitano me perseguiteranno anche voi; io sono disprezzato e voi pure lo sarete: ma. lungi dallo scoraggiarvi, rallegratevi, perché una grande ricompensa vi è promessa in cielo. Chi non è pronto a soffrir tutto, fino a perdere la vita por amor mio, non è degno di me. » Perché il santo Tobia diventò cieco? Non era egli forse un uomo dabbene? Ascoltate ciò che dice Gesù Cristo parlando a S. Pietro martire, che si lagnava di un oltraggio fattogli senza ch’egli vi avesse dato motivo. « Ed io, Pietro, disse Gesù Cristo, che male avevo fatto quando mi si fece morire? » Riconosciamolo tutti, F. M., noi facciamo belle promesse a Dio finché nessuno ci dice nulla, e tutto va a seconda dei nostri desideri; ma al primo piccolo scherno, disprezzo od anche alla minima burla di un empio, il quale non ha il coraggio di fare ciò che voi fate, arrossite, ed abbandonate il servizio di Dio. Ah! ingrato, non ricordi quanto Iddio ha sofferto per amor tuo? Non è forse, o amico, perché vi è stato detto che fate l’uomo dabbene, che non siete che un ipocrita, e che siete più cattivo di quelli che non si confessano mai, che avete abbandonato Dio, per mettervi dalla parte di quelli che saranno dannati? Fermatevi, amico, non andate più oltre; riconoscete la vostra pazzia, e non gettatevi nell’inferno.

III. — Ditemi, F. M., che cosa risponderemo quando Dio confronterà la nostra vita con quella di tanti martiri, dei quali gli uni sono stati fatti a pezzi dai carnefici, gli altri sono marciti nelle prigioni, piuttosto di tradire la propria fede? No, F. M., se siamo buoni Cristiani, non ci lamenteremo degli scherni che ci si fanno: invece, più ci si disprezza, più saremo contenti e più pregheremo Dio per quelli che ci perseguitano; rimetteremo ogni vendetta nelle mani di Dio, e, se egli lo trova conveniente per la sua gloria e per la nostra salute, lo farà. Vedete Mosè coperto ingiurie dal fratello e dalla sorella: a tutto questo disprezzo, oppone una bontà ed una carità sì grandi che Dio ne fu commosso. Lo Spirito Santo dice ch’egli era il più mite degli uomini che vivevano allora sulla terra.„ Il Signore colpì la sorella con un’orribile lebbra per punirla di aver mormorato contro il fratello. Mose, vedendola punita, lungi dall’esterne contento, disse al Signore: “Ah! Signore, perché punite mia sorella? Sapete ch’io non ho mai domandato vendetta; guarite, ve ne prego, mia sorella. „ Dio non poté resistere alla sua bontà; e la guarì. O. quale felicità per noi, F. M., se nel disprezzo e negli scherni che ci si fanno, ci comportassimo così! Quanti tesori pel cielo! No, F. M., fin che non vi si vedrà far del bene a quelli che vi disprezzano, preferirli anche agli stessi amici e non opporre alle loro ingiurie che bontà e carità, non sarete del numero di quelli che Dio ha destinato pel cielo, direte che cosa siamo noi? Eccolo. Noi facciamo come quei soldati che, finché non vi è pericolo, sembrano invincibili e che, al primo pericolo prendono la fuga; così finché siamo adulati pel nostro modo di vivere, e si lodano le nostre azioni, crediamo che nulla potrà farci cadere; ed invece un nonnulla ci fa precipitare, ed abbandonare tutto. Dio mio, come è cieco l’uomo quando si crede capace di qualche cosa, mentre non è capace che di tradirvi e di perdervi! E d io dico, F. M., che nulla è più adatto a convertire quelli che lacerano la nostra riputazione quanto la dolcezza e la carità. Essi non possono resistervi. Se sono troppo induriti ed hanno già messo il sigillo alla loro riprovazione, si confonderanno, e se n’andranno come disperati: eccone la prova. Si racconta che S. Martino aveva con sé un chierico giovanetto. Sebbene avesse fatto ogni possibile per ben allevarlo nel servizio di Dio, il chierico divenne un vero libertino, uno scandaloso: non v’era sorta d’ingiurie e d’oltraggi ch’egli non lanciasse contro il suo santo vescovo. Ma S. Martino invece di cacciarlo da sé, come meritava, lo trattava con sì grande bontà che sembrava moltiplicare le sue cure in proporzione degli insulti che riceveva. Ad ogni momento spargeva lacrime ai piedi del crocifisso, per sollecitare la sua conversione. Ad un tratto il giovane aprì gli occhi; considerando, da una parte, la carità del Vescovo, dall’altra le ingiurie di cui l’aveva coperto, corse a gettarsi ai suoi piedi per domandargli perdono. Il Vescovo l’abbraccia e benedice Dio d’aver avuto pietà di quella povera anima. Quel giovane fu. per tutta la vita, un modello di virtù e considerato come un santo. Prima di morire ripeté più volte che la pazienza e la carità di Martino, gli avevano valso la grazia della conversione. – Si, F. M.. ecco a che riusciremmo se, invece di rendere ingiuria per ingiuria, avessimo la fortuna di non opporre che dolcezza e carità. Ahimè! quando i santi non avevano occasione d’esser disprezzati, essi stessi la cercavano: eccone la prova.Leggiamo nella vita di sant’Atanasio che una dama, desiderando lavorare per guadagnarsi il cielo, andò dal vescovo e gli domandò uno dei poveri che veniva nutrito d’elemosina, per averne cura essa stessa: perché, diceva, vorrei esercitare un po’ la pazienza. Il santo Vescovo le mandò una donna estremamente umile e che non sapeva tollerare d’esser servita da quella dama. Ogni volta che le rendeva un servizio ella si profondeva in mille ringraziamenti. Malcontenta di tutti questi ringraziamenti, la dama, tutta triste, va dal Vescovo dicendogli: “Monsignore, voi non m’avete servita com’io desideravo; m’avete dato una persona che colla sua umiltà mi copre di confusione. Al minimo servizio ch’io le rendo, s’inchina fino a terra; datemene un’altra.„ Il vescovo, vedendo la sua voglia di soffrire, gliene diede una che era superba, collerica, disprezzatrice. Ogni volta che la dama la serviva, la copriva d’ingiurie, rinfacciandole ch’essa l’aveva domandata, non per averne cura, ma per farla soffrire. E giunse perfino a batterla; ed essa che fece? Eccolo: più la povera disprezzava la dama, più questa la serviva senza stancarsi e con maggior sollecitudine. Che avvenne? Commossa da tanta carità la donna si convertì e morì da santa. Oh! F. M., quante anime, nel giorno del giudizio ci rimprovereranno, perché se non avessimo opposte alle loro ingiurie che bontà e carità, sarebbero in cielo; mentre invece bruceranno nell’inferno eternamente! Se abbiamo detto in principio, F. M., che le croci, come tutte le miserie della vita, ci erano date da Dio per soddisfare la sua giustizia per i nostri peccati, possiamo dire anche ch’esse sono un preservativo contro il peccato. Perché Dio ha permesso che uno vi recasse danno, che un altro v’ingannasse? Eccone la ragione. Perché Dio, che vede l’avvenire, ha previsto che il vostro cuore s’attaccherebbe troppo alle cose della terra e che perdereste di vista il cielo. Egli permette che si laceri il vostro onore, che vi si calunni: e perché? Perché siete troppo superbi, troppo gelosi della vostra riputazione; per questo ha permesso che foste umiliati; altrimenti vi sareste dannati. Finendo dunque, F. M., io dico che non vi è alcuno più disgraziato nelle croci che l’uomo senza Religione. Ora accusa se stesso dicendo: Se avessi preso quelle misure, questa disgrazia non mi sarebbe toccata. Ora accusa gli altri: Fu quella persona la causa dei miei mali; non le perdonerò mai più. Egli si augura la morte e la augura agli altri. Maledice il giorno della sua nascita; commetterà mille viltà, che crederà lecite, per togliersi d’impaccio; ma no, la sua croce, o meglio il suo inferno, l’accompagnerà. Tale è la fine disgraziata di colui che soffre senza rivolgersi a Dio, che solo può consolarlo e sollevarlo. Ma guardate invece una persona che ama Dio e che desidera d’andarlo a vedere in cielo: Dio mio, dice, quanto sono poca cosa i miei dolori in confronto di ciò che i miei peccati meritano che io soffra nell’altra vita! Voi mi fate soffrire un piccolo momento in questo mondo per rendermi felice per tutta l’eternità. Quanto siete buono, mio Dio! fatemi soffrire; ch’io sia oggetto di disprezzo ed orrore davanti al mondo; purché abbia la fortuna di piacervi, non voglio altro. Concludiamo dunque che chi ama Dio è felice anche in mezzo a tutte le tempeste del mondo. Dio mio, fate che noi soffriamo sempre, affinché dopo avervi imitato quaggiù, veniamo a regnare con voi in cielo!

DOMENICA II DOPO PASQUA (2021)

DOMENICA II DOPO PASQUA (2021)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è chiamata la Domenica del Buon Pastore (Questa parabola fu da Gesù pronunziata il terzo anno del suo ministero pubblico allorché, alla festa dei Tabernacoli, aveva guarito a Gerusalemme il cieco nato. Questi è dai Giudei cacciato dalla Sinagoga, ma Gesù gli offre la sua Chiesa come asilo e paragona i farisei ai falsi pastori che abbandonano il loro gregge). Infatti, San Pietro, che Gesù risuscitato ha costituito capo e Pastore della sua Chiesa, ci dice nell’Epistola che Gesù Cristo è il pastore delle anime, che erano come pecore erranti. Egli è venuto per dare la propria vita per esse ed esse gli si sono strette intorno. Il Vangelo ci narra la parabola del Buon Pastore che difende le pecore contro gli assalti del lupo e le preserva dalla morte (Or.), e annunzia pure che i pagani si uniranno agli Ebrei dell’Antica Legge e formeranno una sola Chiesa e un solo gregge sotto un medesimo Pastore. Gesù le riconosce per sue pecorelle ed esse, come i discepoli di Emmaus « i cui occhi si aprirono alla frazione del pane » (Vang., 1° All., S. Leone, lezione V), riconoscono a loro volta, all’altare ove il sacerdote consacra l’Ostia, memoriale della passione, che Gesù « il Buon Pastore che ha dato la sua vita per pascer le pecorelle col suo Corpo e col suo Sangue » (S. Gregorio, lezione VII). Levando allora il loro sguardo su Lui (Off.), esse gli esprimono la loro riconoscenza per la sua grande misericordia (Intr.). « In questi giorni, dice S. Leone, Io Spirito si è diffuso su tutti gli Apostoli per l’insufflazione del Signore e in questi giorni il Beato Apostolo Pietro, innalzato sopra tutti gli altri, si è sentito affidare, dopo le chiavi del regno, la cura del gregge del Signore » (2° Notturno). È questo il preludio alla fondazione della Chiesa. Stringiamoci dunque intorno al divino Pastore delle anime nostre, nascosto nell’Eucarestia, e di cui il Papa, Pastore della Chiesa universale, è il rappresentante visibile.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 5-6. Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Ps XXXII: 1. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate, o giusti, nel Signore: ai buoni si addice il lodarlo.]

Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúja: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui in Filii tui humilitate jacéntem mundum erexísti: fidelibus tuis perpétuam concéde lætítiam; ut, quos perpétuæ mortis eripuísti casibus, gaudiis fácias perfrui sempitérnis.

[O Dio, che per mezzo dell’umiltà del tuo Figlio rialzasti il mondo caduto, concedi ai tuoi fedeli perpetua letizia, e coloro che strappasti al pericolo di una morte eterna fa che fruiscano dei gàudii sempiterni].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. [1 Petri II: 21-25]

Caríssimi: Christus passus est pro nobis, vobis relínquens exémplum, ut sequámini vestígia ejus. Qui peccátum non fecit, nec invéntus est dolus in ore ejus: qui cum male dicerétur, non maledicébat: cum paterétur, non comminabátur: tradébat autem judicánti se injúste: qui peccáta nostra ipse pértulit in córpore suo super lignum: ut, peccátis mórtui, justítiæ vivámus: cujus livóre sanáti estis. Erátis enim sicut oves errántes, sed convérsi estis nunc ad pastórem et epíscopum animárum vestrárum.

[Caríssimi: Cristo ha sofferto per noi, lasciandovi un esempio, affinché camminiate sulle sue tracce. Infatti Egli mai commise peccato e sulla sua bocca non fu trovata giammai frode: maledetto non malediceva, maltrattato non minacciava, ma si abbandonava nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava; egli nel suo corpo ha portato sulla croce i nostri peccati, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia. Mediante le sue piaghe voi siete stati sanati. Poiché eravate come pecore disperse, ma adesso siete ritornati al Pastore, custode delle anime vostre]. –

In queste due parole « mors et vita » si compendia tutta la storia dell’umanità, individua e sociale. Due parole che si integrano a vicenda pur sembrando diametralmente contrarie, parole la cui sovrana importanza dal campo fisiologico si riverbera nel mondo spirituale. Che cosa è il Cristianesimo? Dottrina di vita, o dottrina di morte? Amici e nemici hanno agitato il problema, delicato e difficile anche per la varietà dei suoi aspetti, grazie ai quali quando fu imprecato al Cristianesimo dai neo pagani, come a dottrina velenosa e deprimente di morte, si poté rispondere e si rispose da parte nostra, rivendicando al Cristianesimo l’amore, il culto della vita; e quando invece da noi si esalta la dinamica vitale del Cristianesimo, si poté e si può dagli avversari rammentare tutto un insieme cristiano di austere parole di morte. La soluzione dell’enigma ce la dà San Pietro nella Epistola odierna. Il Cristianesimo è tutto insieme un panegirico di vita e un elogio di morte; ci invita a respirare la vita a larghi polmoni, ci invita ad accettare quel limite immanente della vita che è la morte. Tutto sta nel determinare bene: a che cosa dobbiamo morire per essere Cristiani? e a che cosa dobbiamo rinascere? Ce lo dice San Pietro in due parole dopo averci rimesso davanti l’esempio di N. S. Gesù Cristo, che prese sopra di sé i nostri peccati, espiandoli in « corpore suo super lignum. » Noi Cristiani dobbiamo morire al peccato, vivere alla giustizia. Morire al peccato, come chi dicesse morire alla morte, negare la negazione. Negare la negazione è la formula scultoria della affermazione. Morire alla morte è formula di vita…. e noi dobbiamo morire al peccato, cominciando dal convincerci che il peccato è morte, e che quindi si vive davvero morendo a lui. Purtroppo, il grande guaio è la riputazione che il peccato si è venuto usurpando. Il male morale si è usurpato una fama di cosa viva e vivificatrice. Noi viviamo, dicono con orgogliosa e fatua sicurezza quelli che si godono la vita e cioè la sfruttano, la sciupano, quelli che lasciano la briglia sciolta a tutte le passioni, non escluse le più vergognose e mortifere. Noi viviamo, dicono i seguaci del mondo; i loro divertimenti, le loro dissipazioni, i loro giochi, i loro folli amori, le loro vanità gonfie e vuote, tutto questo chiamano vita, esaltano come se fosse veramente tale. E della vita tutto questo simula le apparenze. Ma è febbre, calore sì, ma calore morboso; troppo calore… anche il precipitare è un moto, ma chi vorrebbe muoversi a quel modo? chi vorrebbe considerare come forma classica di moto il precipitare, la corsa pazza d’una automobile priva dei suoi freni? Così si muovono, così vivono i mondani. A guardar bene, sono come quei prodighi che vivono mangiando il capitale. Bella forma di economia! Il peccato ci logora, ci sciupa; è usura, logoramento delle nostre risorse più vitali. Così in realtà chi vive nel peccato, muore ogni giorno più alla vera vita. Chi folle, persegue l’errore, atrofizza, a poco a poco, quella capacità di rintracciar il vero che solo merita il nome di intelligenza, di vita intellettuale. Chi ama il fango, la materia, paralizza, a poco a poco, quella capacità di amare spiritualmente che è la vera forma di amare. Il programma della nostra vita cristiana deve essere un altro, tutt’altro; vivere per la giustizia. Gesù Cristo voleva che la giustizia fosse per noi cibo e bevanda. Beati quelli e solo quelli che hanno fame e sete di giustizia. Questo ardore per la giustizia è nell’uomo vita vera e duratura. Parola sintetica quella parola giustizia: tutto ciò che è diritto, che è vero, che è alto, che è dovere nostro, volontà di Dio. In questo mondo superiore devono appuntarsi le nostre volontà, dirigersi i nostri sforzi. Lì è vita, la forza, l’entusiasmo, la gioia vera, umana. Il cristianesimo ci ha fatto sentire la nostra vocazione autentica. Siamo una razza divina. Le razze inferiori possono vivere di cose basse: le superiori solo di cose alte. Razza divina, noi abbiamo bisogno proprio di questo cibo divino che è la giustizia. Di questo, con questo viviamo. Senza di esso, fuori di esso è la morte.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Alleluja

Allelúja, allelúja Luc XXIV: 35.

Cognovérunt discípuli Dóminum Jesum in fractióne panis. Allelúja

[I discepoli riconobbero il Signore Gesú alla frazione del pane. Allelúia].

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ. Allelúja.

[Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

Joann X: 11-16.

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves: mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovili: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor”.

(“In quel tempo Gesù disse ai Farisei: Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle. Il mercenario poi, o quei che non è pastore, di cui proprie non sono le pecorelle, vede venire il lupo, e lascia lo pecorelle, e fugge; e il lupo rapisce, e disperde le pecorelle: il mercenario fugge, perché è mercenario, e non gli cale delle pecorelle. Io sono il buon Pastore; e conosco le mie, e le mie conoscono me. Come il Padre conosce me, anch’io conosco il Padre: e do la mia vita per le mie pecorelle. E ho dell’altre pecorelle, le quali non sono di questa greggia: anche queste fa d’uopo che io raduni: e ascolteranno la mia voce, e sarà un solo gregge e un solo pastore”.)

OMELIA

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulla Perseveranza.

“Qui autem perseveraverit usque in finem, hic salvus erit”       

(chi pervererà fino alla fine sarà salvo)

(MATTH. X, 22).

Chi combatterà e persevererà fino alla fine dei suoi giorni, senza lasciarsi vincere, ci dice il Salvatore del mondo; oppure, caduto, si sarà rialzato e persevererà, sarà coronato, cioè sarà salvo: sono parole, F. M., che dovrebbero farci tremare ed agghiacciare dallo spavento, se consideriamo da una parte i pericoli a cui siamo esposti e dall’altra, la nostra debolezza ed il numero dei nemici che ci circondano. Perciò non meravigliamoci, se i più grandi santi hanno abbandonato parenti ed amici, ricchezze e piaceri per andare gli uni a nascondersi nelle foreste, gli altri a piangere nelle grotte; altri ancora a chiudersi fra quattro mura per passare nelle lacrime il resto della loro vita, ed essere più liberi e sciolti da tutti gli impacci del mondo, per non occuparsi che di combattere i nemici della loro salute, convinti che il cielo sarebbe dato solo alla loro perseveranza. — Ma, mi direte, cosa vuol dire perseverare? — Ecco. Esser pronti a sacrificare tutto: le ricchezze, la volontà, la libertà e la stessa vita, piuttosto che dispiacere a Dio. — Ma, mi direte ancora: cos’è il non perseverare? — Eccolo. Ricadere nei peccati che già abbiamo confessati, seguire le cattive compagnie che ci hanno portato al peccato, il più grande di tutti i mali, poiché con esso abbiam perduto il nostro Dio, abbiamo attirato su di noi tutta la sua collera, strappiamo la nostra anima al cielo e la condanniamo all’inferno. Volesse Iddio che i Cristiani che hanno la ventura di riconciliarsi con Dio per mezzo del sacramento della Penitenza, lo comprendessero bene! E per darvene un’idea, vi mostrerò i mezzi che dovete usare per perseverare nella grazia che avete ricevuto nel sacro tempo pasquale. Io ne trovo cinque principali, cioè: la fedeltà nel seguire i movimenti della grazia di Dio, la fuga delle cattive compagnie, la preghiera, la frequenza dei Sacramenti ed infine la mortificazione. Veramente oggi potrete dire che quello che sentirete non vi riguarda; almeno, un buon terzo di voi. Io, parlarvi della perseveranza? ma sono dunque un falso pastore? non lavoro dunque che alla vostra rovina spirituale? Il demonio si servirà di me per affrettare la vostra dannazione? dunque farò io tutto il contrario di ciò che Dio mi ha comandato di fare: Egli non mi manda in mezzo a voi che per salvarvi, e la mia occupazione sarà quella di trascinarvi nell’abisso? che io sia il crudele carnefice delle vostre anime! Dio mio! Quale disgrazia! Parlarvi della perseveranza! Ma questo linguaggio non conviene che a coloro che hanno abbandonato risolutamente il peccato, e che hanno stabilito di perdere mille vite piuttosto che tornare a commettere la colpa; dire ad un peccatore di perseverare! Dio mio! non sarò io la più disgraziata creatura che la terra abbia portata? No, no, non è questo il linguaggio che dovrei tenere, ma piuttosto: cessa, amico mio, di perseverare nel tuo stato deplorevole, altrimenti ti perderai. Io, dire di perseverare a quest’uomo che da parecchi anni non fa più Pasqua o la fa male? No, no, amico, se perseveri, sei perduto; il cielo non sarà mai per te! Io, dire a quella persona, che si accontenta di fare la Pasqua, di perseverare? ma non sarebbe questo il metterle una benda davanti agli occhi e trascinarla all’inferno? Io, dire di perseverare a quei padri e a quelle madri che fanno Pasqua e rallentano il freno ai loro figli? Ah! no, non voglio essere il carnefice della loro povera anima. Io, dir di perseverare a quelle giovani che hanno fatto la Pasqua col pensiero ed il desiderio di tornare ai balli ed ai piaceri? Oh! povero me! che orrore! che abbominazione! che catena di delitti e di sacrilegi! Io, dire di perseverare a quelle persone che frequentano cinque o sei volte all’anno i Sacramenti e non fanno apparire alcun cambiamento nel loro modo di vivere? gli stessi lamenti nelle loro pene, gli stessi impeti di collera, la stessa avarizia, la stessa noncuranza dei poveri; sempre pronti a calunniare e a denigrare la fama del prossimo… Dio mio! quanti Cristiani ciechi e venduti all’iniquità! Io, dire di perseverare a quelle persone che, senza inquietarsi o per rispetto umano, mangiano di grasso nei giorni proibiti, e lavorano senza scrupolo nei giorni di domenica? Dio mio! che disgrazia! A chi dunque mi volgerò? Non ne so nulla. Ah! no, no, F . M., non della perseveranza nella grazia avrei oggi dovuto parlarvi! Avrei piuttosto dovuto dipingervi lo stato spaventoso e disperato di chi non ha fatto Pasqua o l’ha fatta male, e persevera in questo stato. Ah! volesse Dio che mi fosse permesso di descrivervi la disperazione d’un peccatore davanti al tribunale del Giudice divino, e farvi sentire quei torrenti di maledizioni: “Va, maledetto dannato, va, peccatore indurito, va a piangere la tua vita peccaminosa ed i tuoi sacrilegi. Ah! non ti basta l’avervi marcito durante la tua vita… „ Bisognerebbe trascinarli sino alle porte dell’inferno, prima che il demonio ve li precipiti per sempre, e far loro sentire le grida, le urla di quegl’infelici dannati, e mostrare a ciascuno il posto a lor riservato. Dio mio! potrebbero vivere ancora?!!! Un cielo perduto… Un inferno… un’eternità.. Essi hanno disprezzato i dolori… che dico i dolori? la morte d’un Dio… Ecco la ricompensa della perseveranza nel peccato; sì, ecco il soggetto di cui avrei dovuto trattare oggi. Ma parlarvi della perseveranza, la quale suppone un’anima che teme più il peccato che la morte, che passa i suoi giorni nell’amor del suo Dio; un’anima spoglia di ogni affetto terreno e i cui desiderii non sono che pel cielo …Ebbene, dove volete ch’io mi rivolga? Dove io potrei trovarla quest’anima? Ah! dov’è? Qual è il paese fortunato che la possiede? Ahimè! io non ne ho trovato; od almeno, ne ho trovate ben poche. Dio mio! forse voi ne vedete alcuna ch’io non conosco. Io vi parlerò dunque come se fossi sicuro che ve ne fossero almeno più una o due, per mostrar loro i mezzi ch’esse devono usare per continuare la via fortunata che hanno cominciata. Ascoltate bene, anime sante, se pure ve n’ha alcuna tra quelli che mi ascoltano, ascoltate ciò che Iddio vi dirà per bocca mia.

I. — Anzitutto, il primo mezzo di perseverare nella via che conduce al cielo, è d’esser fedele nel seguirla, e nell’approfittare dei movimenti della grazia che Dio vuol accordarci. Tutti i santi non sono debitori della loro felicità che alla loro fedeltà nel seguire i movimenti operati in essi dallo Spirito Santo, ed i dannati non possono attribuire la loro disgrazia che al disprezzo che ne hanno fatto. Questo solo può bastare per farvene sentire tutto il valore, e la necessità d’esservi fedele. — Ma, mi direte, come, in qual modo possiamo conoscere se corrispondiamo a ciò che la grazia vuole da noi, oppure se vi resistiamo? — Se non lo sapete, ascoltatemi un momento e ne saprete ciò che è essenziale. In primo luogo la grazia è un pensiero il quale ci fa sentire la necessità d’evitare il male e di fare il bene. Entriamo, in qualche particolarità familiare, perché possiate meglio comprendere, e vedrete quando le resistete, oppure quando le siete fedeli. La mattina, quando vi svegliate, il buon Dio vi suggerisce il pensiero di offrirgli il vostro cuore, di offrirgli il vostro lavoro, di fare tosto in ginocchio la vostra preghiera: se lo fate subito e di buona volontà, seguirete le ispirazioni della grazia; e se non lo fate, ovvero lo fate male, non le seguite. Vi sentite ad un tratto il desiderio d’andarvi a confessare e di correggervi dei vostri difetti, di non rimanere nello stato in cui siete; pensando che se aveste a morire vi dannereste. Se seguite queste buone ispirazioni che vi dà Iddio, siete fedeli alla grazia. Ma voi lasciate passare tutto questo senza il pensiero di fare qualche elemosina, qualche penitenza, d’andare a messa nei giorni feriali, di mandarvi i vostri servi: non lo fate. Ecco F. M., che cos’è seguire la grazia o resistervi. Questo è ciò che si chiama la grazia interiore. Quelle che sono chiamate grazie esteriori, sono per esempio, una buona lettura, una conversazione con una persona dabbene, che vi fa sentire la necessità di cambiar vita, di meglio servir il buon Dio, il rimorso che proverete se non lo fate, in punto di morte: è un buon esempio che vi si presenta dinanzi e che sembra stimolarvi affinché vi abbiate a convertire; è infine un’istruzione che vi insegna i mezzi che bisogna usare per servire Dio e adempiere i vostri doveri verso di Lui, verso noi stessi e verso il prossimo. Badate bene, da qui dipende la vostra salvezza o la vostra dannazione. I santi non si sono santificati che con la loro grande attenzione nel seguire tutte le buone ispirazioni, che Dio mandava loro; ed i dannati non sono caduti nell’inferno se no perché le hanno disprezzate; e ne vedrete la prova. Vediamo nell’Evangelo che tutte le conversioni, operate da Gesù Cristo durante la sua vita, hanno fondamento sulla perseveranza! Come S. Pietro è stato convertito, F . M.? Sappiamo, è vero, che Gesù Cristo lo guardò, che S. Pietro pianse il suo peccato, ma che cosa ci assicura della sua conversione, se non l’aver egli perseverato nella grazia, e mai più peccato? (Luc. XXII, 61, 62). Come è stato convertito S. Matteo? Sappiamo, è vero, che Gesù Cristo, avendolo visto al suo banco, gli disse di seguirlo, e che egli lo seguì, ma ciò che ci assicura che la sua conversione fu vera è il fatto che egli non si sedette più a quel banco, e non commise più ingiustizie; è il fatto che dopo aver cominciato a seguire Gesù Cristo, non lo lasciò più. (Luc. V, 27, 28) La perseveranza nella grazia, la rinuncia per sempre al peccato, furono i segni certissimi della sua conversione. Sì, F. M., quand’anche aveste vissuto venti o trent’anni nella virtù e nella penitenza, se non perseverate, tutto è perduto per voi. Sì, dice un santo vescovo al suo popolo, quand’anche aveste dato ogni vostro avere ai poveri, lacerato il vostro corpo e ridottolo tutto una piaga, sofferto, da solo, quanto tutti i martiri assieme, foste stato scorticato come S. Bartolomeo, segato tra due tavole come il profeta Isaia, arrostito lentamente come S. Lorenzo; se, per disgrazia, non perseverate, cioè se ricadrete nel peccato che già avete confessato, e la morte avesse a sorprendervi in questo stato, tutto sarebbe perduto. Chi di noi si salverà? Forse chi avrà combattuto quaranta o sessant’anni? No, F. M. Forse chi sarà invecchiato nel servizio di Dio? No, F. M., se non persevera. Salomone, di cui lo Spirito Santo dice, parlando di lui, che fu il più saggio dei re della terra (III Reg. IV, 31); quantunque paresse sicuro della propria salute, pure ci lasciò a questo riguardo in una grande incertezza. Saul ce ne presenta un’immagine ancor più spaventosa. Scelto da Dio stesso per reggere il suo popolo, colmato di tante benedizioni, muore riprovato. (I Reg. XXXI, 6) Ah! disgraziato! ci dice S. Giovanni Crisostomo, guardati bene, dopo aver ricevuto la grazia del tuo Dio, di non disprezzarla. Io tremo allorquando considero con quanta facilità il peccatore ricade nel peccato già confessato; come oserà domandare perdono?„ Sì, F. M., vi basterebbe per non ricadere mai più nel peccato, vi basterebbe coll’aiuto della grazia, confrontare lo stato disgraziato in cui vi aveva ridotto il peccato con quello! in cui v’ha messo la grazia. Sì, F. M., un’anima che ricade nel peccato, abbandona il suo Dio al demonio, fa opera di carnefice e lo crocifigge sulla croce del suo cuore; strappa la sua anima dalle mani del suo Dio, la trascina all’inferno, l’abbandona a tutto il furore ed alla rabbia dei demoni, le chiude il cielo, e rivolge a sua condanna tutti i patimenti del suo Dio. Ah! Dio mio, chi potrebbe tornare a commettere il peccato, se si facessero tutte queste riflessioni? Ascoltiamo, F. M., le terribili parole del Salvatore: “Chi avrà combattuto fino alla fine sarà salvo. „ E poi tremiamo ad ogni momento. Non vi sarà più cielo per noi se non siamo più fermi di quanto siamo stati fino ad ora; ma non è ancora tutto. Giacche potete perseverare nella pratica della virtù e dannarvi. Le vostre confessioni sono ben fatte? Avete prese tutte le precauzioni che dovevate usare per ben fare le vostre confessioni e comunioni? Avete ben esaminata la vostra coscienza prima di avvicinarvi al tribunale della penitenza? Avete confessato tutti i vostri peccati come voi li conoscevate senza dire, forse, che non è male, che non è nulla, oppure: lo dirò un’altra volta? Avete vero dolore dei vostri peccati? L’avete domandato a Dio andando al confessionale? Avreste preferito la morte piuttosto che tornare a commettere i peccati che avevate appena confessati? Siete nella ferma risoluzione di non più frequentare quelle persone con cui avete fatto del male? Protestate al buon Dio che se doveste ancora offenderlo, preferireste ch’egli vi faccia morire? Eppure, anche con tutto questa disposizioni, tremate sempre; vivete una specie di speranza e di diffidenza. Oggi siete nell’amicizia di Dio, tremate che, forse domani, non siate in odio a Lui, e riprovato. Ascoltate S. Paolo, quel vaso d’elezione, che era stato scelto da Dio per portare il suo nome davanti ai principi e re della terra, che ha condotte tante anime a Dio, i cui occhi si offuscavano ad ogni momento per l’abbondanza delle lagrime ch’egli spargeva; egli esclamava ad ogni momento: “Ahimè! non cesso di mortificare il mio corpo e di ridurlo in servitù, e temo che dopo aver predicato agli altri i mezzi d’andare in cielo, non sia io stesso cacciato e dannato (I Cor. IX, 27)„ In un altro punto sembra avere un po’ più di confidenza; ma su che è fondata questa confidenza? “Sì, mio Dio, esclama, io sono come una vittima pronta per essere immolata, ben presto il mio corpo e la mia anima saranno separati, vedo che non vivrò più a lungo; ma la mia confidenza sta in ciò che ho sempre seguito le ispirazioni che la grazia di Dio m’ha dato. Da quand’ebbi la ventura di convertirmi, ho condotto tante anime a Dio quanto m’è stato possibile, ho sempre combattuto, ho fatto una guerra continua al mio corpo. Ah!quante volte ho domandato a Dio la grazia di disfarmi di questo miserabile corpo, che mi conduceva verso il male (II Cor. XII, 8); finalmente, grazie a Dio, riceverò la ricompensa di chi ha combattuto e perseverato fino alla fine (II Tim. IV, 8).„ O mio Dio! quanto son pochi quelli che perseverano, e per conseguenza, quanto pochi si salvano! Leggiamo nella vita di S. Gregorio che una dama romana gli scrisse per domandargli l’aiuto delle sue preghiere, affinché Dio le facesse conoscere se i suoi peccati le erano stati perdonati e se, un giorno, riceverebbe la ricompensa delle sue buone opere.”Ah! diceva ella, temo che Dio non m’abbia perdonata. „ — ” Ahimè! le dice S. Gregorio, mi domandate una cosa difficilissima; pure vi dirò che, se perseverate, potete sperare che Dio vi perdonerà e che andrete in cielo; ma se non perseverate, malgrado tutto ciò che avrete fatto, vi dannerete. „ Quante volte non teniamo lo stesso linguaggio, tormentandoci per sapere se ci salveremo o ci danneremo! Pensieri inutili, F. M.! Ascoltate Mosè che, vicino a morire, fece radunare le dodici tribù d’Israele. “Sapete, disse loro, che vi ho teneramente amati, che non ho cercato se non la vostra salute e la vostra felicità; ora che vado a render conto a Dio di tutte le mie azioni, bisogna vi avverta che vi raccomando di non dimenticare questo: servite fedelmente il Signore, ricordatevi di tante grazie, di cui vi ha colmati; ed a qualunque costo non separatevi mai da Lui. Vedrete nemici che vi perseguiteranno e faranno il possibile per farvi abbandonare, ma fatevi coraggio, siete sicuri di vincerli se siete fedeli a Dio (Deuter. XXXI). Ahimè! F. M., le grazie che Dio ci accorda sono ben più numerose ed i nemici che ci circondano sono ben più potenti. Io dico: le grazie, poiché essi non avevano ricevuto che qualche ricchezza e la manna; e noi abbiamo avuto la fortuna di ricevere il pendono dei nostri peccati, di strappare le nostre anime dall’inferno e d’esser nutriti non della manna, ma del Corpo e del Sangue adorabile di Gesù Cristo!… Dio mio! che fortuna! Non bisogna dunque rivolgerci indietro, e lavorare continuamente per non perdere questo tesoro. Si quanti non perseverano, perché temono il combattimento!  Leggiamo nella storia che un santo prete incontrò un giorno un cristiano che era in continua apprensione di soccombere alla tentazione. ” Perché temete? gli dice il prete. — Ahimè! padre, disse, temo d’esser tentato, di cadere, di perire. Ah! esclama piangendo, non ho forse di che tremare se tanti milioni di angeli soccombettero in cielo, se Adamo ed Eva sono stati vinti nel Paradiso terrestre, se Salomone, che era considerato il più saggio dei re, e che era giunto al più alto grado di perfezione, ha insozzato i suoi bianchi capelli coi delitti più vergognosi e disonoranti; se quest’uomo, dopo essere stato l’ammirazione del mondo ne è diventato l’orrore e l’obbrobrio; quando considero un Giuda che cadde ed era in compagnia di Gesù Cristo stesso; se tanti lumi fulgidi si sono spenti, che devo pensare di me che non sono che peccato? Chi potrebbe contare il numero delle anime che sono nell’inferno e che, senza le tentazioni, sarebbero in cielo? Dio mio! chi non può tremare e avere speranza di perseverare? — Ma, amico, gli dice il santo prete, non sapete ciò che ci dice S. Agostino, che cioè il demonio è simile ad un grosso cane incatenato, che abbaia e fa grande strepito, ma non morde se non chi gli si avvicina troppo? Abbiate confidenza in Dio, fuggite le occasioni di peccato, e non soccomberete. Se Eva non avesse ascoltato il demonio, se quand’egli le proponeva di trasgredire l’ordine di Dio, ella fosse fuggita, non sarebbe caduta. Quando sarete tentato, scacciate subito la tentazione e, se potete, fate devotamente il segno della croce, pensate ai tormenti che sopportano i dannati per non aver saputo resistere alla tentazione; alzate gli occhi al cielo e vedrete la ricompensa di chi combatte; chiamate in aiuto il vostro buon Angelo custode, gettatevi prontamente nelle braccia della Madre di Dio, invocando la sua protezione; sarete sicuro allora d’esser vittorioso dei vostri nemici, e ben presto li vedrete coperti di confusione.„ Se soccombiamo, F. M. , è dunque perché non vogliamo usare i mezzi che il buon Dio ci offre per combattere. Bisogna soprattutto esser convinti che, da soli, non possiamo che perderci; ma che con una grande confidenza in Dio possiamo tutto. S. Filippo Neri diceva spesso a Dio: “Ahimè! Signore, custoditemi! bene, io sono così cattivo che mi sembra a ogni momento di tradirvi; io sono sì poca cosa che, anche quand’esco per fare una buona opera, dico tra me: tu esci cristiano di casa e forse entrerai pagano, dopo aver rinnegato il tuo Dio. „ Un giorno, credendosi solo in una solitudine, si mise a gridare: ” Ahimè! sono perduto, sono dannato! „ Uno che lo senti venne da lui, dicendogli: “Amico, perché disperate della misericordia di Dio? non è essa infinita? — Ah! gli disse il gran santo io non dispero, anzi spero molto; ma dico che sono perduto e dannato se Dio m’abbandona a me stesso. Quando considero quante persone hanno perseverato fino alla fine e che per una sola tentazione si sono perdute; questo mi fa tremare notte e giorno, nel timore d’esser del numero di quei disgraziati. „ Ah! F. M., se tutti i santi hanno tremato per tutta la loro vita nel timore di non perseverare, che sarà di noi che, senza virtù, quasi senza confidenza in Dio, dal canto nostro carichi di peccati, non facciamo attenzione a metterci in guardia per non lasciarci prendere nelle insidie che il demonio ci tende? noi che camminiamo come ciechi in mezzo ai più grandi pericoli, che dormiamo tranquillamente tra una folla di nemici i più accaniti per trarci a perdizione? — Ma, mi direte, che bisogna dunque fare per non soccombere? — Eccolo: bisogna fuggire le occasioni che ci hanno fatto cadere altre volte; ricorrere incessantemente alla preghiera, e finalmente frequentare spesso e degnamente i Sacramenti; se fate questo, se seguite questa via, siete sicuri di perseverare; ma se non prendete queste precauzioni, avrete bel fare e prendere tutte le vostre misure; ma non sfuggirete per questo la dannazione.

II. — In secondo luogo, per quanto vi è possibile, dovete fuggire il mondo, perché il suo linguaggio ed il suo modo di vivere sono interamente opposti a ciò che deve fare un buon Cristiano; cioè una persona che cerca i mezzi più sicuri per andare in cielo. Domandatelo a S. Maria Egiziaca che abbandonò il mondo e passò la vita in fondo ad un orrido deserto: essa vi dirà ch’è impossibile poter salvare la propria anima e piacere a Dio, se non si fugge il mondo; perché dappertutto non vi si trova che lacci e agguati; e siccome è contrario a Dio, bisogna assolutamente disprezzarlo ed abbandonarlo per sempre. Dove avete sentito cattive canzoni e infami discorsi, che vi fanno nascere un’infinità di cattivi pensieri e di cattivi desideri? Non fu quando vi siete trovato in quella compagnia di libertini? Chi v’ha fatto fare giudizi temerari? Non fu il sentire parlare male del prossimo in compagnia di quei maldicenti? Chi v’ha dato l’abitudine di osare sguardi e contatti abbominevoli su voi o su altri? Non fu dopo aver frequentato quell’impudico? Qual è la causa per cui voi non frequentate più i Sacramenti? Non è forse da quando siete andato con quell’empio, che ha cercato di farvi perdere la fede, dicendovi che erano bestialità le cose che vi diceva il prete; che la religione serviva solo per tener in freno i giovani; che si era imbecilli andando a raccontare ad un uomo le proprie azioni; che tutti coloro che sono istruiti si ridono di tutto questo, fino alla morte,… allora poi confesseranno che si sono ingannati? (S. Gregorio Magno. — S. Leone Magno. — S. Agostino. — Massillon. — È vero che Voltaire ed altri, in punto di morte hanno confessato che si sono ingannati: cioè, sono vissuti da empi e sono morti nella loro empietà. (Nota del Beato). – Il Beato è d’accordo col libro della Sapienza che ci mostra gli empi nel giorno del giudizio parlare cosi dei giusti: “Ecco quelli che altre volte noi abbiamo derisi, e di cui ci siamo burlati. Noi, insensati, consideravamo la loro vita come una follia e la loro morte come disonorante. Ma ora essi sono annoverati nel numero dei figli di Dio, ed hanno la loro eredità tra i santi „ (Sap. v, vers. 3 e seg.). Ebbene! amico, senza quella cattiva compagnia, avreste avuto tutti questi dubbi? No, certo. Ditemi, sorella, da quanto tempo provate tanto diletto per i piaceri, le danze, i balli, gli appuntamenti, gli ornamenti mondani? Non forse da quando avete frequentato quella giovanotta mondana che non è ancora contenta d’aver perduta la sua povera anima e che ha perduta la vostra? Ditemi, amico, da quanto tempo frequentate i giuochi, le osterie? Non fu da quando avete conosciuto quel libertino? Da quando vi si sente vomitare ogni sorta di bestemmie e d’imprecazioni? Non forse dacché siete a servizio presso quel padrone, che grida continuamente e la cui bocca non è che una sorgente d’abbominazione? – Sì, F. M., nel giorno del giudizio, ogni libertino vedrà l’altro libertino domandargli la sua anima, il suo Dio, il suo paradiso. Ah! disgraziato, si diranno l’un l’altro, rendimi la mia anima che m’hai rovinata, rendimi il cielo che m’hai rapito. Disgraziato, dov’è la mia anima? Strappala dunque dall’inferno in cui deve piombare. Ah! senza di te non avrei certo commesso quel peccato che mi danna! Io non lo conoscevo neppure. No, io non avrei mai avuto quel pensiero; ah! il bel cielo che mi hai fatto perdere! Addio, bel cielo che m’hai rapito! Sì, ogni peccatore si getterà su chi gli ha dato cattivo esempio e l’ha portato per la prima volta al peccato. “Ah! dirà, avesse Iddio voluto ch’io non t’avessi conosciuto mai! Ah! se almeno fossi morto prima di vederti, ora sarei in cielo; e non andrei mai più… Addio, bel cielo, per ben poco io t’ho perduto!… „ No, F. M.,  non persevererete mai nella virtù se non fuggite le compagnie del mondo; potreste ben volervi salvare, ma fatalmente vi dannerete. O l’inferno o la fuga: non c’è via di mezzo. Scegliete ciò che preferite. Da quando un giovane od una giovane seguono il loro talento… sono giovani riprovati… Avrete un bel dire che non fate male, che forse io sono scrupoloso. Io vi dico che sarà sempre così, che, se non cambiate, un giorno sarete nell’inferno; e non solo lo vedrete, ma, di più, lo proverete. Tiriamo un velo, F. M., e passiamo ad un altro argomento.

III. — In terzo luogo per aver la fortuna di perseverare nella grazia di Dio dopo aver ricevuto il sacramento della Penitenza, è assolutamente necessaria la preghiera. Colla preghiera potete tutto, siete, per così dire, passi la frase, padroni della volontà di Dio; e senza la preghiera, non siete capaci di nulla, e questo solo basta per mostrarvi la necessità della preghiera. Tutti i santi hanno cominciato la loro conversione colla preghiera e con essa hanno perseverato; e tutti i dannati si sono perduti per la loro negligenza nella preghiera. Per perseverare la preghiera è assolutamente necessaria. Ma distinguo: non una preghiera fatta dormendo, appoggiati ad una sedia, o sdraiati sul letto; non una preghiera fatta vestendosi o spogliandosi o camminando; non una preghiera fatta accendendo il fuoco, sgridando i figli ed i servi; non una preghiera fatta girando tra le mani il cappello od il berretto; non una preghiera fatta baciando i figli, od accomodando il fazzoletto od il grembiule; non una preghiera fatta colla mente attenta a cose estranee; non una preghiera fatta a precipizio come una cosa che ci annoia, e della quale non vediamo che il momento di liberarci; tutto questo non è più una preghiera, ma un insulto che facciamo a Dio. Lungi dal trovarvi i mezzi per garantirci dalla caduta nel peccato, questa preghiera stessa ci è un argomento di caduta; perché invece di attingere un nuovo grado di grazia, Dio ci ritira quella che ci aveva già data, per punire il disprezzo che noi facciamo della sua augusta presenza. Invece d’indebolire i nostri nemici li rendiamo più forti; invece di strappar ad essi le armi che avevano per combatterci ne procuriamo loro di nuove; invece di mitigare la giustizia di Dio, l’irritiamo sempre più! Ecco, F. M., il profitto che abbiamo dalle nostre preghiere. Ma la preghiera di cui vi parlo, preghiera che è sì potente presso Dio, che attira su noi tante grazie, che sembra quasi legare la volontà di Dio, che sembra, per così dire, obbligarlo ad accordarci ciò che gli domandiamo, è una preghiera fatta in una specie di diffidenza e di speranza. Diffidenza, considerando la nostra indegnità ed il disprezzo che abbiamo fatto di Dio e delle sue grazie, riconoscendoci indegni di comparire davanti a Lui e di osare domandar grazia, noi che tante volte l’abbiamo già ricevuta, e l’abbiamo sempre contraccambiato con ingratitudini, il che deve condurci in ogni momento della nostra vita, a credere che la terra s’aprirà sotto i nostri piedi, che tutti i fulmini del cielo sono pronti a colpirci, e che tutte le creature gridano vendetta in vista degli oltraggi da noi arrecati al loro Creatore; perciò tremanti davanti a Lui aspettiamo se Dio lancerà la sua folgore per annientarci, o se vorrà perdonarci ancora una volta. Col cuore spezzato dal rimorso d’aver offeso un Dio sì buono, lasciamo scorrere le nostre lagrime di pentimento e di riconoscenza: il nostro cuore ed il nostro spirito sono compresi dell’umiltà del nostro nulla, e della grandezza di Colui che abbiamo offeso e che ci lascia ancora la speranza del perdono. Lungi dal considerare il tempo della preghiera come un momento perduto, lo consideriamo come il più felice ed il più prezioso della nostra vita, perché un Cristiano peccatore, non deve avere in questo mondo altra occupazione che quella di piangere ai piedi del suo Dio. Lungi dall’occuparsi anzitutto dei suoi affari temporali, e di preferirli a quelli della sua salute, li considera come inezie, anzi ostacoli alla propria salvezza, e non ha per essi che quelle cure ed attenzioni che Dio gli comanda, convinto che se non li compie lui vi penseranno altri; ma che, se non ha la fortuna di ottenere la grazia e di rendersi Dio favorevole, tutto è perduto per lui, e nessuno vi penserà per lui. Non abbandona la preghiera che a gran pena; i momenti in cui si trova alla presenza di Dio, sono un nulla, o meglio passano come un lampo; se il suo corpo lascia la presenza di Dio, il suo cuore ed il suo spirito sono fissi in lui. Durante la preghiera non pensa più al lavoro, né a sedersi, né a coricarsi… Un Cristiano deve essere tra la diffidenza e la speranza. La speranza, cioè ricordando la grandezza della misericordia di Dio, il desiderio ch’egli ha di renderci felici, e ciò che ha fatto per renderci degni del cielo. Animati da un pensiero sì consolante ci indirizzeremo a Lui con grande confidenza, e diremo con san Bernardo: “Dio mio, quello che vi domando non l’ho meritato, ma voi l’avete meritato per me. Se m’esaudite, è solo perché voi siete buono e misericordioso. „ Con questi sentimenti che fa un Cristiano? Eccolo. Penetrato dalla più viva riconoscenza, prende la ferma risoluzione di non più oltraggiare il suo Dio, che gli ha accordata la grazia. Ecco, F. M., la preghiera di cui vi voglio parlare, e che ci è assolutamente necessaria per ottenere il perdono dei nostri peccati ed il prezioso dono della perseveranza.

IV. — In quarto luogo per aver la fortuna di conservare la grazia di Dio dobbiamo aggiungere la frequenza dei Sacramenti. Un Cristiano che usa santamente della preghiera e dei Sacramenti, è così terribile pel demonio come un soldato sul suo cavallo, cogli occhi fulminei, armato di corazza, sciabola e pistola, davanti al nemico disarmato la sua sola presenza lo spaventa e lo mette  in fuga. Ma se scende dal cavallo ed abbandona le sue armi; subito il suo nemico gli si getta addosso, lo schiaccia sotto i piedi e se ne rende padrone; mentre, quand’era armato, la sua sola presenza sembrava annientarlo. Vera immagine questa d’un Cristiano munito delle armi della preghiera e dei Sacramenti. No, no, un Cristiano che prega, e che colle disposizioni necessarie frequenta i Sacramenti è più terribile pel demonio che quel soldato di cui v’ho parlato. Che cos’era che rendeva S. Antonio sì terribile alle potenze dell’inferno se non la preghiera? Ascoltate il linguaggio che gli teneva un giorno il demonio, chiedendogli perché lo faceva tanto soffrire, egli che era il suo più crudele nemico. “Ah! quanto siete dappoco; gli disse S. Antonio, io che non sono che un povero solitario, che non posso tenermi in piedi, con un solo segno di croce vi metto in fuga. „ Considerate ancora ciò che disse il demonio a S. Teresa, egli che per il grande amore di lei per Iddio e la frequenza dei Sacramenti, non poteva nemmeno respirare dov’ella era passata. Perché? Perché i Sacramenti ci danno tanta forza per perseverare nella grazia di Dio, che non s’è mai visto un santo allontanarsi dai Sacramenti e perseverare nell’amicizia del Signore; nei Sacramenti essi hanno trovato la forza per non lasciarsi vincere dal demonio: eccone la ragione. Quando preghiamo, Dio ci dà degli amici, ci manda or un santo od un angelo per consolarci; come fece con Agar, la serva di Abramo, (Gen. XXI, 17), col casto Giuseppe quand’era in prigione; e così con S. Pietro… ; ci fa sentire con più abbondanza le sue grazie per fortificarci ed incoraggiarci. Ma nei Sacramenti, non è un santo od un Angelo, è Lui stesso che viene colle sue folgori per annientare il nostro nemico. Il demonio, vedendolo nel nostro cuore, si precipita come un disperato negli abissi; ecco precisamente perché il demonio fa ogni cosa possibile per allontanarcene e farceli profanare. Sì, F. M., dal quando una persona frequenta i Sacramenti, il demonio perde tutta la sua potenza. Però bisogna distinguere: sono terribili al demonio quelli che frequentano i Sacramenti colle necessarie disposizioni, che hanno veramente in orrore il peccato, e che usano tutti i mezzi che Iddio ci dà per non più ricadervi ed approfittare delle grazie ch’Egli ci fa. Non voglio parlarvi di quelli che oggi si confessano e domani ricadono nel loro peccato; non voglio parlarvi di quelli che s’accusano dei loro peccati con poco rimorso e pentimento, come se narrassero una storia dilettevole; né di quelli che non hanno disposizioni o quasi, che vengono a confessarsi forse senza fare l’esame di coscienza, e che dicono quello che capita loro in mente; s’accostano alla sacra Mensa senza avere scrutato i nascondigli del proprio cuore, senza aver domandato la grazia di conoscere i propri peccati e di sentirne il dolore, e senza aver presa alcuna risoluzione di non più peccare. No, no, questi non lavorano che alla loro rovina. Invece di combattere contro il demonio, essi si mettono dalla sua parte e si gettano da sé nell’inferno. No, no, non è di costoro che voglio parlarvi. Se tutti quelli che frequentano i Sacramenti fossero ben disposti, quantunque il numero ne sia piccolo, pure vi sarebbero assai più eletti che non vi siano. Ma parlo di quelli che si allontanano o dal tribunale di penitenza, o dalla sacra Mensa, per comparire con grande confidenza davanti al tribunale di Dio, senza timore d’esser condannati per le mancanze di preparazione nelle loro confessioni o comunioni. Dio mio! quantunque siano rari, quanti Cristiani si sono perduti!

V. — In quinto luogo per avere la somma ventura di conservare la grazia che abbiamo ricevuta nel sacramento della Penitenza, dobbiamo praticare la mortificazione: è la via che hanno tenuto tutti i santi. O castigate questo corpo di peccato, o presto cadrete. Vedete il santo re Davide, per domandare a Dio la grazia di perseverare, mortificò il suo corpo per tutta la sua vita. Vedete S. Paolo che vi dice ch’egli trascinava il suo corpo come un cavallo. Innanzi tutto non dobbiamo mai lasciar passare un pasto senza privarci di qualche cosa, affinché possiamo in fine di ogni pasto offrire a Dio qualche privazione. Riguardo al sonno, di quando in quando, diminuiamolo un po’. Nella nostra fretta di parlare quando abbiamo qualche cosa da dire, priviamocene per il buon Dio. Ebbene, F. M., chi sono quelli che prendono tutte queste precauzioni di cui vi ho mostrato l’importanza? Dove sono? Ahimè! non ne so niente! Quanto sono rari! e quanto ne è piccolo il numero! Ma, e dove sono quelli che avendo ricevuto il perdono dei loro peccati, perseverano nello stato fortunato in cui li ha messi la penitenza? Ahimè! Dio mio, e dove bisogna cercarli? Tra quelli che mi ascoltano vi sono dei Cristiani tanto fortunati? Ahimè! non ne so nulla. Che dobbiamo dunque concludere, F. M. Ecco. Se ricadiamo, come prima, quando occasioni ci si presentano, è perché non prendiamo migliori risoluzioni, non aumentiamo le nostre penitenze, e non raddoppiamo le  nostre preghiere e le nostre mortificazioni. Tremiamo per le nostre confessioni, che all’ora della nostra morte non abbiamo a trovare che dei sacrilegi, e per conseguenza, la nostra rovina per tutta l’eternità. Felici, mille volte felici, quelli che persevereranno fino alla fine, poiché il cielo è per essi!…

Credo

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps LXII:2; LXII:5  Deus, Deus meus, ad te de luce vígilo: et in nómine tuo levábo manus meas, allelúja.

Secreta

Benedictiónem nobis, Dómine, cónferat salutárem sacra semper oblátio: ut, quod agit mystério, virtúte perfíciat.

[O Signore, questa sacra offerta ci ottenga sempre una salutare benedizione, affinché quanto essa misticamente compie, effettivamente lo produca].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus, allelúja: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ, allelúja, allelúja.

[Io sono il buon pastore, allelúia: conosco le mie pecore ed esse conoscono me, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Præsta nobis, quaesumus, omnípotens Deus: ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur.

[Concédici, o Dio onnipotente, che avendo noi conseguito la grazia del tuo alimento vivificante, ci gloriamo sempre del tuo dono.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLA PERSEVERANZA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: Sulla Perseveranza

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulla Perseveranza.

“Qui autem perseveraverit usque in finem, hic salvus erit”  

(MATTH. X, 22).

Chi combatterà e persevererà fino alla fine dei suoi giorni, senza lasciarsi vincere, ci dice il Salvatore del mondo; oppure, caduto, si sarà rialzato e persevererà, sarà coronato, cioè sarà salvo: sono parole, F. M., che dovrebbero farci tremare ed agghiacciare dallo spavento, se consideriamo da una parte i pericoli a cui siamo esposti e dall’altra, la nostra debolezza ed il numero dei nemici che ci circondano. Perciò non meravigliamoci, se i più grandi santi hanno abbandonato parenti ed amici, ricchezze e piaceri per andare gli uni a nascondersi nelle foreste, gli altri a piangere nelle grotte; altri ancora a chiudersi fra quattro mura per passare nelle lacrime il resto della loro vita, ed essere più liberi e sciolti da tutti gli impacci del mondo, per non occuparsi che di combattere i nemici della loro salute, convinti che il cielo sarebbe dato solo alla loro perseveranza. — Ma, mi direte, cosa vuol dire perseverare? — Ecco. Esser pronti a sacrificare tutto: le ricchezze, la volontà, la libertà e la stessa vita, piuttosto che dispiacere a Dio. — Ma, mi direte ancora: cos’è il non perseverare? — Eccolo. Ricadere nei peccati che già abbiamo confessati, seguire le cattive compagnie che ci hanno portato al peccato, il più grande di tutti i mali, poiché con esso abbiam perduto il nostro Dio, abbiamo attirato su di noi tutta la sua collera, strappiamo la nostra anima al cielo e la condanniamo all’inferno. Volesse Iddio che i Cristiani che hanno la ventura di riconciliarsi con Dio per mezzo del sacramento della Penitenza, lo comprendessero bene! E per darvene un’idea, vi mostrerò i mezzi che dovete usare per perseverare nella grazia che avete ricevuto nel sacro tempo pasquale. Io ne trovo cinque principali, cioè: la fedeltà nel seguire i movimenti della grazia di Dio, la fuga delle cattive compagnie, la preghiera, la frequenza dei Sacramenti ed infine la mortificazione. Veramente oggi potrete dire che quello che sentirete non vi riguarda; almeno, un buon terzo di voi. Io, parlarvi della perseveranza? ma sono dunque un falso pastore? non lavoro dunque che alla vostra rovina spirituale? Il demonio si servirà di me per affrettare la vostra dannazione? dunque farò io tutto il contrario di ciò che Dio mi ha comandato di fare: Egli non mi manda in mezzo a voi che per salvarvi, e la mia occupazione sarà quella di trascinarvi nell’abisso? che io sia il crudele carnefice delle vostre anime! Dio mio! Quale disgrazia! Parlarvi della perseveranza! Ma questo linguaggio non conviene che a coloro che hanno abbandonato risolutamente il peccato, e che hanno stabilito di perdere mille vite piuttosto che tornare a commettere la colpa; dire ad un peccatore di perseverare! Dio mio! non sarò io la più disgraziata creatura che la terra abbia portata? No, no, non è questo il linguaggio che dovrei tenere, ma piuttosto: cessa, amico mio, di perseverare nel tuo stato deplorevole, altrimenti ti perderai. Io, dire di perseverare a quest’uomo che da parecchi anni non fa più Pasqua o la fa male? No, no, amico, se perseveri, sei perduto; il cielo non sarà mai per te! Io, dire a quella persona, che si accontenta di fare la Pasqua, di perseverare? ma non sarebbe questo il metterle una benda davanti agli occhi e trascinarla all’inferno? Io, dire di perseverare a quei padri e a quelle madri che fanno Pasqua e rallentano il freno ai loro figli? Ah! no, non voglio essere il carnefice della loro povera anima. Io, dir di perseverare a quelle giovani che hanno fatto la Pasqua col pensiero ed il desiderio di tornare ai balli ed ai piaceri? Oh! povero me! che orrore! che abbominazione! che catena di delitti e di sacrilegi! Io, dire di perseverare a quelle persone che frequentano cinque o sei volte all’anno i Sacramenti e non fanno apparire alcun cambiamento nel loro modo di vivere? gli stessi lamenti nelle loro pene, gli stessi impeti di collera, la stessa avarizia, la stessa noncuranza dei poveri; sempre pronti a calunniare e a denigrare la fama del prossimo… Dio mio! quanti Cristiani ciechi e venduti all’iniquità! Io, dire di perseverare a quelle persone che, senza inquietarsi o per rispetto umano, mangiano di grasso nei giorni proibiti, e lavorano senza scrupolo nei giorni di domenica? Dio mio! che disgrazia! A chi dunque mi volgerò? Non ne so nulla. Ah! no, no, F . M., non della perseveranza nella grazia avrei oggi dovuto parlarvi! Avrei piuttosto dovuto dipingervi lo stato spaventoso e disperato di chi non ha fatto Pasqua o l’ha fatta male, e persevera in questo stato. Ah! volesse Dio che mi fosse permesso di descrivervi la disperazione d’un peccatore davanti al tribunale del Giudice divino, e farvi sentire quei torrenti di maledizioni: “Va, maledetto dannato, va, peccatore indurito, va a piangere la tua vita peccaminosa ed i tuoi sacrilegi. Ah! non ti basta l’avervi marcito durante la tua vita… „ Bisognerebbe trascinarli sino alle porte dell’inferno, prima che il demonio ve li precipiti per sempre, e far loro sentire le grida, le urla di quegl’infelici dannati, e mostrare a ciascuno il posto a lor riservato. Dio mio! potrebbero vivere ancora?!!! Un cielo perduto… Un inferno… un’eternità.. Essi hanno disprezzato i dolori… che dico i dolori? la morte d’un Dio… Ecco la ricompensa della perseveranza nel peccato; sì, ecco il soggetto di cui avrei dovuto trattare oggi. Ma parlarvi della perseveranza, la quale suppone un’anima che teme più il peccato che la morte, che passa i suoi giorni nell’amor del suo Dio; un’anima spoglia di ogni affetto terreno e icui desiderii non sono che pel cielo …Ebbene, dove volete ch’io mi rivolga? Dove io potrei trovarla quest’anima? Ah! dov’è? Qual è il paese fortunato che la possiede? Ahimè! io non ne ho trovato; od almeno, ne ho trovate ben poche. Dio mio! forse voi ne vedete alcuna ch’io non conosco. Io vi parlerò dunque come se fossi sicuro che ve ne fossero almeno più una o due, per mostrar loro i mezzi ch’esse devono usare per continuare la via fortunati che hanno cominciata. Ascoltate bene, anime sante, se pure ve n’ha alcuna tra quelli che mi ascoltano, ascoltate ciò che Iddio vi dirà per bocca mia.

I. — Anzitutto, il primo mezzo di perseverare nella via che conduce al cielo, è d’esser fedele nel seguirla, enell’approfittare dei movimenti della grazia che Dio vuol accordarci. Tutti i santi non sono debitori della loro felicità che alla loro fedeltà nel seguire i movimenti operati in essi dallo Spirito Santo, ed i dannati non possono attribuire la loro disgrazia che al disprezzo che ne hanno fatto. Questo solo può bastare per farvene sentire tutto il valore, e la necessità d’esservi fedele.

— Ma, mi direte, come, in qual modo possiamo conoscere se corrispondiamo a ciò che la grazia vuole da noi, oppure se vi resistiamo? — Se non lo sapete, ascoltatemi un momento e ne saprete ciò che è essenziale. In primo luogo, la grazia è un pensiero, il quale ci fa sentire la necessità d’evitare il male e di fare il bene. Entriamo, in qualche particolarità familiare, perché possiate meglio comprendere, e vedrete quando le resistete, oppure quando le siete fedeli. La mattina, quando vi svegliate, il buon Dio vi suggerisce il pensiero di offrirgli il vostro cuore, di offrirgli il vostro lavoro, di fare tosto in ginocchio la vostra preghiera: se lo fate subito e di buona volontà, seguirete le ispirazioni della grazia; e se non lo fate, ovvero lo fate male, non le seguite. Vi sentite ad un tratto il desiderio d’andarvi a confessare e di correggervi dei vostri difetti, di non rimanere nello stato in cui siete; pensando che se aveste a morire vi dannereste. Se seguite queste buone ispirazioni che vi dà Iddio, siete fedeli alla grazia. Ma voi lasciate passare tutto questo senza il pensiero di fare qualche elemosina, qualche penitenza, d’andare a messa nei giorni feriali, di mandarvi i vostri servi: non lo fate. Ecco F. M., che cos’è seguire la grazia o resistervi. Questo è ciò che si chiama la grazia interiore. Quelle che sono chiamate grazie esteriori, sono per esempio, una buona lettura, una conversazione con una persona dabbene, che vi fa sentire la necessità di cambiar vita, di meglio servir il buon Dio, il rimorso che proverete se non lo fate, in punto di morte: è un buon esempio che vi si presenta dinanzi e che sembra stimolarvi affinché vi abbiate a convertire; è infine un’istruzione che vi insegna i mezzi che bisogna usare per servire Dio e adempiere i vostri doveri verso di Lui, verso noi stessi e verso il prossimo. Badate bene, da qui dipende la vostra salvezza o la vostra dannazione. I santi non si sono santificati che con la loro grande attenzione nel seguire tutte le buone ispirazioni, che Dio mandava loro; ed i dannati non sono caduti nell’inferno se no perché le hanno disprezzate; e ne vedrete l prova. Vediamo nell’Evangelo che tutte le conversioni, operate da Gesù Cristo durante la sua vita, hanno fondamento sulla perseveranza.! Come S. Pietro è stato convertito, F. M.? Sappiamo, è vero, che Gesù Cristo lo guardò, che S. Pietro pianse il suo peccato, ma che cosa ci assicura della sua conversione, se non l’aver egli perseverato nella grazia, e mai più peccato? (Luc. XXII, 61, 62). Come è stato convertito S. Matteo? Sappiamo, è vero, che Gesù Cristo, avendolo visto al suo banco, gli disse di seguirlo, e che egli lo seguì, ma ciò che ci assicura che la sua conversione fu vera è il fatto che egli non si sedette più a quel banco, e non commise più ingiustizie; è il fatto che dopo aver cominciato a seguire Gesù Cristo, non lo lasciò più. (Luc. V, 27, 28) La perseveranza nella grazia, la rinuncia per sempre al peccato, furono i segni certissimi della sua conversione. Sì, F. M., quand’anche aveste vissuto venti o trent’anni nella virtù e nella penitenza, se non perseverate, tutto è perduto per voi. Sì, dice un santo vescovo al suo popolo, quand’anche aveste dato ogni vostro avere ai poveri, lacerato il vostro corpo e ridottolo tutto una piaga, sofferto, da solo, quanto tutti i martiri assieme, foste stato scorticato come S. Bartolomeo, segato tra due tavole come il profeta Isaia, arrostito lentamente come S. Lorenzo; se, per disgrazia, non perseverate, cioè se ricadrete nel peccato che già avete confessato, e la morte avesse a sorprendervi in questo stato, tutto sarebbe perduto. Chi di noi si salverà? Forse chi avrà combattuto quaranta o sessant’anni? No, F. M. Forse chi sarà invecchiato nel servizio di Dio? No, F. M., se non persevera. Salomone, di cui lo Spirito Santo dice, parlando di lui, che fu il più saggio dei re della terra (III Reg. IV, 31); quantunque paresse sicuro della propria salute, pure ci lasciò a questo riguardo in una grande incertezza. Saul ce ne presenta un’immagine ancor più spaventosa. Scelto da Dio stesso per reggere il suo popolo, colmato di tante benedizioni, muore riprovato. (I Reg. XXXI, 6) Ah! disgraziato! ci dice S. Giovanni Crisostomo, guardati bene, dopo aver ricevuto la grazia del tuo Dio, di non disprezzarla. Io tremo allorquando considero con quanta facilità il peccatore ricade nel peccato già confessato; come oserà domandare perdono?„ Sì, F. M., vi basterebbe per non ricadere mai più nel peccato, vi basterebbe coll’aiuto della grazia, confrontare lo stato disgraziato! in cui vi aveva ridotto il peccato con quello! in cui v’ha messo la grazia. Sì, F. M., un’anima che ricade nel peccato, abbandona il suo Dio al demonio, fa opera di carnefice e lo crocifigge sulla croce del suo cuore; strappa la sua anima dalle mani del suo Dio, la trascina all’inferno, l’abbandona a tutto il furore! ed alla rabbia dei demoni, le chiude il cielo, e rivolge a sua condanna tutti i patimenti del suo Dio. Ah! Dio mio, chi potrebbe tornare a commettere il peccato, se si facessero tutte queste riflessioni? Ascoltiamo, F. M., le terribili parole del Salvatore: “Chi avrà combattuto fino alla fine sarà salvo. „ E poi tremiamo ad ogni momento. Non vi sarà più cielo per noi se non siamo più fermi di quanto siamo stati fino ad ora; ma non è ancora tutto. Giacche potete perseverare nella pratica della virtù e dannarvi. Le vostre confessioni sono ben fatte? Avete prese tutte le precauzioni che dovevate usare per ben fare le vostre confessioni e comunioni? Avete ben esaminata la vostra coscienza prima di avvicinarvi al tribunale della penitenza? Avete confessato tutti i vostri peccati come voi li conoscevate senza dire, forse, che non è male, che non è nulla, oppure: lo dirò un’altra volta? Avete vero dolore dei vostri peccati? L’avete domandato a Dio andando al confessionale? Avreste preferito la morte piuttosto che tornare a commettere i peccati che avevate appena confessati? Siete nella ferma risoluzione di non più frequentare quelle persone con cui avete fatto del male? Protestate al buon Dio che se doveste ancora offenderlo, preferireste ch’egli vi faccia morire? Eppure, anche con tutto questa disposizioni, tremate sempre; vivete una specie di speranza e di diffidenza. Oggi siete nell’amicizia di Dio, tremate che, forse domani, non siate in odio a Lui, e riprovato. Ascoltate S. Paolo, quel vaso d’elezione, che era stato scelto da Dio per portare il suo nome davanti ai principi e re della terra, che ha condotte tante anime a Dio, i cui occhi si offuscavano ad ogni momento per l’abbondanza delle lagrime ch’egli spargeva; egli esclamava ad ogni momento: “Ahimè! non cesso di mortificare il mio corpo e di ridurlo in servitù, e temo che dopo aver predicato agli altri i mezzi d’andare in cielo, non sia io stesso cacciato e dannato (I Cor. IX, 27)„ In un altro punto sembra avere un po’ più di confidenza; ma su che è fondata questa confidenza? “Sì, mio Dio, esclama, io sono come una vittima pronta per essere immolata, ben presto il mio corpo e la mia anima saranno separati, vedo che non vivrò più a lungo; ma la mia confidenza sta in ciò che ho sempre seguito le ispirazioni che la grazia di Dio m’ha dato. Da quand’ebbi la ventura di convertirmi, ho condotto tante anime a Dio quanto m’è stato possibile, ho sempre combattuto, hofatto una guerra continua al mio corpo. Ah!quante volte ho domandato a Dio la grazia di disfarmi di questo miserabile corpo, che mi conduceva verso il male (II Cor. XII, 8); finalmente, grazie a Dio, riceverò la ricompensa di chi ha combattuto e perseverato fino alla fine (II Tim. IV, 8).„ O mio Dio! quanto son pochi quelli che perseverano, e per conseguenza, quanto pochi si salvano! Leggiamo nella vita di S. Gregorio che una dama romana gli scrisse per domandargli l’aiuto delle sue preghiere, affinché Dio le facesse conoscere se i suoi peccati le erano stati perdonati e se, un giorno, riceverebbe la ricompensa delle sue buone opere.” Ah! diceva ella, temo che Dio non m’abbia perdonata. „ — “Ahimè! le dice S. Gregorio, mi domandate una cosa difficilissima; pure vi dirò che, se perseverate, potete sperare che Dio vi perdonerà e che andrete in cielo; ma se non perseverate, malgrado tutto ciò che avrete fatto, vi dannerete. „ Quante volte non teniamo lo stesso linguaggio, tormentandoci per sapere se ci salveremo o ci danneremo! Pensieri inutili, F. M.! Ascoltate Mosè che, vicino a morire, fece radunare le dodici tribù d’Israele. “Sapete, disse loro, che vi ho teneramente amati, che non ho cercato se non la vostra salute e la vostra felicità; ora che vado a render conto a Dio di tutte le mie azioni, bisogna vi avverta che vi raccomando di non dimenticare questo: servite fedelmente il Signore, ricordatevi di tante grazie, di cui vi ha colmati; ed a qualunque costo non separatevi mai da Lui. Vedrete nemici che vi perseguiteranno e faranno il possibile per farvi abbandonare, ma fatevi coraggio, siete sicuri di vincerli se siete fedeli a Dio (Deuter. XXXI) Ahimè! F. M.,le grazie che Dio ci accorda sono ben più numerose ed i nemici che ci circondano sono ben più potenti. Io dico: le grazie, poiché essi non avevano ricevuto che qualche ricchezza e la manna; e noi abbiamo avuto la fortuna di ricevere il pendono dei nostri peccati, di strappare le nostre anime dall’inferno e d’esser nutriti non della manna, ma del Corpo e del Sangue adorabile di Gesù Cristo!… Dio mio! che fortuna! Non bisogna dunque rivolgerci indietro, e lavorare continuamente per non perdere questo tesoro. (Si quanti non perseverano, perché temono il combattimento!  Leggiamo nella storia che un santo prete incontrò un giorno un cristiano che era in continua apprensione di soccombere alla tentazione. ” Perché temete? gli dice il prete. — Ahimè! padre, disse, temo d’esser tentato, di cadere, di perire. Ah! esclama piangendo, non ho forse di che tremare se tanti milioni di angeli soccombettero in cielo, se Adamo ed Eva sono stati vinti nel Paradiso terrestre, se Salomone, che era considerato il più saggio dei re, e che era giunto al più alto grado di perfezione, ha insozzato i suoi bianchi capelli coi delitti più vergognosi e disonoranti; se quest’uomo, dopo essere stato l’ammirazione del mondo ne è diventato l’orrore e l’obbrobrio; quando considero un Giuda che cadde ed era in compagnia di Gesù Cristo stesso; se tanti lumi fulgidi si sono spenti, che devo pensare di me che non sono che peccato? Chi potrebbe contare il numero delle anime che sono nell’inferno e che, senza le tentazioni, sarebbero in cielo? Dio mio! chi non può tremare e avere speranza di perseverare? — Ma, amico, gli dice il santo prete, non sapete ciò che ci dice S. Agostino, che cioè il demonio è simile ad un grosso cane incatenato, che abbaia e fa grande strepito, ma non morde se non chi gli si avvicina troppo? Abbiate confidenza in Dio, fuggite le occasioni di peccato, e non soccomberete. Se Eva non avesse ascoltato il demonio, se quand’egli le proponeva di trasgredire l’ordine di Dio, ella fosse fuggita, non sarebbe caduta. Quando sarete tentato, scacciate subito la tentazione e, se potete, fate devotamente il segno della croce, pensate ai tormenti che sopportano i dannati per non aver saputo resistere alla tentazione; alzate gli occhi al cielo e vedrete la ricompensa di chi combatte; chiamate in aiuto il vostro buon Angelo custode, gettatevi prontamente nelle braccia della Madre di Dio, invocando la sua protezione; sarete sicuro allora d’esser vittorioso dei vostri nemici, e ben presto li vedrete coperti di confusione.„ Se soccombiamo, P. M. , è dunque perché non vogliamo usare i mezzi che il buon Dio ci offre per combattere. Bisogna soprattutto esser convinti che, da soli, non possiamo che perderci; ma che con una grande confidenza in Dio possiamo tutto. S. Filippo Neri dicev spesso a Dio: “Ahimè! Signore, custoditemi! bene, io sono così cattivo che mi sembra a ogni momento di tradirvi; io sono sì poca cosa che, anche quand’esco per fare una buona opera, dico tra me: tu esci cristiano di casa e forse entrerai pagano, dopo aver rinnegato il tuo Dio. „ Un giorno, credendosi solo in una solitudine, si mise a gridare: ” Ahimè! sono perduto, sono dannato! „ Uno che lo senti venne da lui, dicendogli: “Amico, perché disperate della misericordia di Dio? non è essa infinita? — Ah! gli disse il gran santo io non dispero, anzi spero molto; ma dico che sono perduto e dannato se Dio m’abbandona a me stesso. Quando considero quante persone hanno perseverato fino alla fine e che per una sola tentazione si sono perdute; questo mi fa tremare notte e giorno, nel timore d’esser del numero di quei disgraziati. „ Ah! F. M., se tutti i santi hanno tremato per tutta la loro vita nel timore di non perseverare, che sarà di noi che, senza virtù, quasi senza confidenza in Dio, dal canto nostro carichi di peccati, non facciamo attenzione a metterci in guardia per non lasciarci prendere nelle insidie che il demonio ci tende? noi che camminiamo come ciechi in mezzo ai più grandi pericoli, che dormiamo tranquillamente tra una folla di nemici i più accaniti per trarci a perdizione? — Ma, mi direte, che bisogna dunque fare per non soccombere? — Eccolo: bisogna fuggire le occasioni che ci hanno fatto cadere altre volte; ricorrere incessantemente alla preghiera, e finalmente frequentare spesso e degnamente i Sacramenti; se fate questo, se seguite questa via, siete sicuri di perseverare; ma se non prendete queste precauzioni, avrete bel fare e prendere tutte le vostre misure; ma non sfuggirete per questo la dannazione.

II. — In secondo luogo, per quanto vi è possibile, dovete fuggire il mondo, perché il suo linguaggio ed il suo modo di vivere sono interamente opposti a ciò che deve fare un buon Cristiano; cioè una persona che cerca i mezzi più sicuri per andare in cielo. Domandatelo a S. Maria Egiziaca che abbandonò il mondo e passò la vita in fondo ad un orrido deserto: essa vi dirà ch’è impossibile poter salvare la propria anima e piacere a Dio, se non si fugge il mondo; perché dappertutto non vi si trova che lacci e agguati; e siccome è contrario a Dio, bisogna assolutamente disprezzarlo ed abbandonarlo per sempre. Dove avete sentito cattive canzoni e infami discorsi, che vi fanno nascere un’infinità di cattivi pensieri e di cattivi desideri? Non fu quando vi siete trovato in quella compagnia di libertini? Chi v’ha fatto fare giudizi temerari? Non fu il sentire parlare male del prossimo in compagnia di quei maldicenti? Chi v’ha dato l’abitudine di osare sguardi e contatti abbominevoli su voi o su altri? Non fu dopo aver frequentato quell’impudico? Qual è la causa per cui voi non frequentate più i Sacramenti? Non è forse da quando siete andato con quell’empio, che ha cercato di farvi perdere la fede, dicendovi che erano bestialità le cose che vi diceva il prete; che la religione serviva solo per tener in freno i giovani; che si era imbecilli andando a raccontare ad un uomo le proprie azioni; che tutti coloro che sono istruiti si ridono di tutto questo, fino alla morte,… allora poi confesseranno che si sono ingannati? (S. Gregorio Magno. — S. Leone Magno. — S. Agostino. — Massillon. — È vero che Voltaire ed altri, in punto di morte hanno confessato che si sono ingannati: cioè, sono vissuti da empi e sono morti nella loro empietà. (Nota del Beato). – Il Beato è d’accordo col libro della Sapienza che ci mostra gli empi nel giorno del giudizio parlare cosi dei giusti: “Ecco quelli che altre volte noi abbiamo derisi, e di cui ci siamo burlati. .Noi, insensati, consideravamo la loro vita come una follia e la loro morte come disonorante. Ma ora essi sono annoverati nel numero dei figli di Dio, ed hanno la loro eredità tra i santi „ Sap. v, vers. 3 e seg.). Ebbene! amico, senza quella cattiva compagnia, avreste avuto tutti questi dubbi? No, certo. Ditemi, sorella, da quanto tempo provate tanto diletto per i piaceri, le danze, i balli, gli appuntamenti, gli ornamenti mondani? Non forse da quando avete frequentato quella giovanotta mondana che non è ancora contenta d’aver perduta la sua povera anima e che ha perduta la vostra? Ditemi, amico, da quanto tempo frequentate i giuochi, le osterie? Non fu da quando avete conosciuto quel libertino? Da quando vi si sente vomitare ogni sorta di bestemmie e d’imprecazioni? Non forse dacché siete a servizio presso quel padrone, che grida continuamente e la cui bocca non è che una sorgente d’abbominazione? – Sì, F. M., nel giorno del giudizio, ogni libertino vedrà l’altro libertino domandargli la sua anima, il suo Dio, il suo paradiso. Ah! disgraziato, si diranno l’un l’altro, rendimi la mia anima che m’hai rovinata, rendimi il cielo che m’hai rapito. Disgraziato, dov’è la mia anima? Strappala dunque dall’inferno in cui deve piombare. Ah! senza di te non avrei certo commesso quel peccato che mi danna! – Io non lo conoscevo neppure. No, io non avrei mai avuto quel pensiero; ah! il bel cielo che mi hai fatto perdere! Addio, bel cielo che m’hai rapito! Sì, ogni peccatore si getterà su chi gli ha dato cattivo esempio e l’ha portato per la prima volta al peccato. “Ah! dirà, avesse Iddio voluto ch’io non t’avessi conosciuto mai! Ah! se almeno fossi morto prima di vederti, ora sarei in cielo; e non andrei mai più… Addio, bel cielo, per ben poco io t’ho perduto!… „ No, F. M.,  non persevererete mai nella virtù se non fuggite le compagnie del mondo; potreste ben volervi salvare, ma fatalmente vi dannerete. O l’inferno o la fuga: non c’è via di mezzo. Scegliete ciò che preferite. Da quando un giovane od una giovane seguono il loro talento… sono giovani riprovati… Avrete un bel dire che non fate male, che forse io sono scrupoloso. Io vi dico che sarà sempre così, che, se non cambiate, un giorno sarete nell’inferno; e non solo lo vedrete, ma, di più, lo proverete. Tiriamo un velo, F. M., e passiamo ad un altro argomento.

III. — In terzo luogo per aver la fortuna di perseverare nella grazia di Dio dopo aver ricevuto il sacramento della Penitenza, è assolutamente necessaria la preghiera. Colla preghiera potete tutto, siete, per così dire, passi la frase, padroni della volontà di Dio; e senza la preghiera, non siete capaci di nulla, e questo solo basta per mostrarvi la necessità della preghiera. Tutti i santi hanno cominciato la loro conversione colla preghiera e con essa hanno perseverato; e tutti i dannati si sono perduti per la loro negligenza nella preghiera. Per perseverare la preghiera è assolutamente necessaria. Ma distinguo: non una preghiera fatta dormendo, appoggiati ad una sedia, o sdraiati sul letto; non una preghiera fatta vestendosi o spogliandosi o camminando; non una preghiera fatta accendendo il fuoco, sgridando i figli ed i servi; non una preghiera fatta girando tra le mani il cappello od il berretto; non una preghiera fatta baciando i figli, od accomodando il fazzoletto od il grembiule; non una preghiera fatta colla mente attenta a cose estranee; non una preghiera fatta a precipizio come una cosa che ci annoia, e della quale non vediamo che il momento di liberarci; tutto questo non è più una preghiera, ma un insulto che facciamo a Dio. Lungi dal trovarvi i mezzi per garantirci dalla caduta nel peccato, questa preghiera stessa ci è un argomento di caduta; perché invece di attingere un nuovo grado di grazia, Dio ci ritira quella che ci aveva già data, per punire il disprezzo che noi facciamo della sua augusta presenza. Invece d’indebolire i nostri nemici li rendiamo più forti; invece di strappar ad essi le armi che avevano per combatterci ne procuriamo loro di nuove; invece di mitigare la giustizia di Dio, l’irritiamo sempre più! Ecco, F. M., il profitto che abbiamo dalle nostre preghiere. Ma la preghiera di cui vi parlo, preghiera che è sì potente presso Dio, che attira su noi tante grazie, che sembra quasi legare la volontà di Dio, che sembra, per così dire, obbligarlo ad accordarci ciò che gli domandiamo, è una preghiera fatta in una specie di diffidenza e di speranza. Diffidenza, considerando la la nostra indegnità ed il disprezzo che abbiamo fatto di Dio e delle sue grazie, riconoscendoci indegni di comparire davanti a Lui e di osare domandar grazia, noi che tante volte l’abbiamo già ricevuta, e l’abbiamo sempre contraccambiato con ingratitudini, il che deve condurci in ogni momento della nostra vita, a credere che la terra s’aprirà sotto i nostri piedi, che tutti i fulmini del cielo sono pronti a colpirci, e che tutte le creature gridano vendetta in vista degli oltraggi da noi arrecati al loro Creatore; perciò tremanti davanti a Lui aspettiamo se Dio lancerà la sua folgore per annientarci, o se vorrà perdonarci ancora una volta. Col cuore spezzato dal rimorso d’aver offeso un Dio sì buono, lasciamo scorrere le nostre lagrime di pentimento e di riconoscenza: il nostro cuore ed il nostro spirito sono compresi dell’umiltà del nostro nulla, e della grandezza di Colui che abbiamo offeso e che ci lascia ancora la speranza del perdono. Lungi dal considerare il tempo della preghiera come un momento perduto, lo consideriamo come il più felice ed il più prezioso della nostra vita, perché un Cristiano peccatore, non deve avere in questo mondo altra occupazione che quella di piangere ai piedi del suo Dio. Lungi dall’occuparsi anzitutto dei suoi affari temporali, e di preferirli a quelli della sua salute, li considera come inezie, anzi ostacoli alla propria salvezza, e non ha per essi che quelle cure ed attenzioni che Dio gli comanda, convinto che se non li compie lui vi penseranno altri; ma che, se non ha la fortuna di ottenere la grazia e di rendersi Dio favorevole, tutto è perduto per lui, e nessuno vi penserà per lui. Non abbandona la preghiera che a gran pena; i momenti in cui si trova alla presenza di Dio, sono un nulla, o meglio passano come un lampo ; se il suo corpo lascia la presenza di Dio, il suo cuore ed il suo spirito sono fissi in lui. Durante la preghiera non pensa più al lavoro, né a sedersi, né a coricarsi… Un Cristiano deve essere tra la diffidenza e la speranza. La speranza, cioè ricordando la grandezza della misericordia di Dio, il desiderio ch’egli ha di renderci felici, e ciò che ha fatto per renderci degni del cielo. Animati da un pensiero sì consolante ci indirizzeremo a Lui con grande confidenza, e diremo con san Bernardo: “Dio mio, quello che vi domando non l’ho meritato, ma voi l’avete meritato per me. Se m’esaudite, è solo perché voi siete buono e misericordioso. „ Con questi sentimenti che fa un Cristiano? Eccolo. Penetrato dalla più viva riconoscenza, prende la ferma risoluzione di non più oltraggiare il suo Dio, che gli ha accordata la grazia. Ecco, F. M., la preghiera di cui vi voglio parlare, e che ci è assolutamente necessaria per ottenere il perdono dei nostri peccati ed il prezioso dono della perseveranza.

IV. — In quarto luogo per aver la fortuna di conservare la grazia di Dio dobbiamo aggiungere la frequenza dei Sacramenti. Un Cristiano che usa santamente della preghiera e dei Sacramenti, è così terribile pel demonio come un soldato sul suo cavallo, cogli occhi fulminei, armato di corazza, sciabola e pistola, davanti al nemico disarmato la sua sola presenza lo spaventa e lo mette  n fuga. Ma se scende dal cavallo ed abbandona le sue armi; subito il suo nemico gli si getta addosso, lo schiaccia sotto i piedi e se ne rende padrone; mentre, quand’era armato, la sua sola presenza sembrava annientarlo. Vera immagine questa d’un Cristiano munito delle armi della preghiera e dei Sacramenti. No, no, un Cristiano che prega, e che colle disposizioni necessarie frequenta i Sacramenti è più terribile pel demonio che quel soldato di cui v’ho parlato. Che cos’era che rendeva S. Antonio sì terribile alle potenze dell’inferno se non la preghiera? Ascoltate il linguaggio che gli teneva un giorno il demonio, chiedendogli perché lo faceva tanto soffrire, egli che era il suo più crudele nemico. “Ah! quanto siete dappoco; gli disse S. Antonio, io che non sono che un povero solitario, che non posso tenermi in piedi, con un solo segno di croce vi metto in fuga. „ Considerate ancora ciò che disse il demonio a S. Teresa, egli che per il grande amore di lei per Iddio e la frequenza dei Sacramenti, non poteva nemmeno respirare dov’ella era passata. Perché? Perché i Sacramenti ci danno tanta forza per perseverare nella grazia di Dio, che non s’è mai visto un santo allontanarsi dai Sacramenti e perseverare nell’amicizia del Signore; nei Sacramenti essi hanno trovato la forza per non lasciarsi vincere dal demonio: eccone la ragione. Quando! preghiamo, Dio ci dà degli amici, ci manda or un santo od un angelo per consolarci; come fece con Agar, la serva di Abramo, (Gen. XXI, 17), col casto Giuseppe quand’era in prigione; e così con S. Pietro… ; ci fa sentire con più abbondanza! le sue grazie per fortificarci ed incoraggiarci. Ma nei Sacramenti, non è un santo od un Angelo, è Lui stesso che viene colle sue folgori! per annientare il nostro nemico. Il demonio, vedendolo nel nostro cuore, si precipita come un disperato negli abissi; ecco precisamente perché il demonio fa ogni possibile per allontanarcene e farceli profanare. Sì, F. M., dal quando una persona frequenta i Sacramenti, il demonio perde tutta la sua potenza. Però bisogna distinguere: sono terribili al demonio quelli che frequentano i Sacramenti colle necessarie disposizioni, che hanno veramente in orrore il peccato, e che usano tutti i mezzi che Iddio ci dà per non più ricadervi ed approfittare delle grazie ch’Egli ci fa. Non voglio parlarvi di quelli che oggi si confessano e domani ricadono nel loro peccato; non voglio parlarvi di quelli che s’accusano dei loro peccati con poco rimorso e pentimento, come se narrassero una storia dilettevole; né di quelli che non hanno disposizioni o quasi, che vengono a confessarsi forse senza fare l’esame di coscienza, e che dicono quello che capita loro in mente; s’accostano alla sacra Mensa senza avere scrutato i nascondigli del proprio cuore, senza aver domandato la grazia di conoscere i propri peccati e di sentirne il dolore, e senza aver presa alcuna risoluzione di non più peccare. No, no, questi non lavorano che alla loro rovina. Invece di combattere contro il demonio, essi si mettono dalla sua parte e si gettano da sé nell’inferno. No, no, non è di costoro che voglio parlarvi. Se tutti quelli che frequentano i Sacramenti fossero ben disposti, quantunque il numero ne sia piccolo, pure vi sarebbero assai più eletti che non vi siano. Ma parlo di quelli che si allontanano o dal tribunale di penitenza, o dalla sacra Mensa, per comparire con grande confidenza davanti al tribunale di Dio, senza timore d’esser condannati per le mancanze di preparazione nelle loro confessioni o comunioni. Dio mio! quantunque siano rari, quanti Cristiani si sono perduti!

V. — In quinto luogo per avere la somma ventura di conservare la grazia che abbiamo ricevuta nel sacramento della Penitenza, dobbiamo praticare la mortificazione: è la via che hanno tenuto tutti isanti. O castigate questo corpo di peccato, o presto cadrete. Vedete il santo re Davide, per domandare a Dio la grazia di perseverare, mortificò il suo corpo per tutta la sua vita. Vedete S. Paolo che vidice ch’egli trascinava il suo corpo come un cavallo. Innanzi tutto non dobbiamo mai lasciar passare un pasto senza privarci di qualche cosa, affinché possiamo in fine di ogni pasto offrire a Dio qualche privazione. Riguardo al sonno, di quando in quando, diminuiamolo un po’. Nella nostra fretta di parlare quando abbiamo qualche cosa da dire, priviamocene per il buon Dio. Ebbene, F. M., chi sono quelli che prendono tutte queste precauzioni di cui vi ho mostrato l’importanza? Dove sono? Ahimè! non ne so niente! Quanto sono rari! e quanto ne è piccolo il numero! Ma, e dove sono quelli che avendo ricevuto il perdono dei loro peccati, perseverano nello stato fortunato in cui li ha messi la penitenza? Ahimè! Dio mio, e dove bisogna cercarli? Tra quelli che mi ascoltano vi sono dei Cristiani tanto fortunati? Ahimè! non ne so nulla. Che dobbiamo dunque concludere, F. M. Ecco. Se ricadiamo, come prima, quando occasioni ci si presentano, è perché nonprendiamo migliori risoluzioni, non aumentiamo le nostre penitenze, e non raddoppiamo le nostre preghiere e le nostre mortificazioni. Tremiamo per le nostre confessioni, che all’ora della nostra morte non abbiamo a trovare che dei sacrilegi, e per conseguenza, la nostra rovina per tutta l’eternità. Felici, mille volte felici, quelli che persevereranno fino alla fine, poiché il cielo è per essi!…