DOMENICA I DI QUARESIMA [2018]

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps XC:15; XC:16

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum. [Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Ps XC:1 Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorábitur. [Chi àbita sotto l’égida dell’Altissimo dimorerà sotto la protezione del cielo].

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum. [Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui Ecclésiam tuam ánnua quadragesimáli observatióne puríficas: præsta famíliæ tuæ; ut, quod a te obtinére abstinéndo nítitur, hoc bonis opéribus exsequátur. [O Dio, che purífichi la tua Chiesa con l’ànnua osservanza della quaresima, concedi alla tua famiglia che quanto si sforza di ottenere da Te con l’astinenza, lo compia con le opere buone.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios. 2 Cor VI:1-10.

“Fratres: Exhortámur vos, ne in vácuum grátiam Dei recipiátis. Ait enim: Témpore accépto exaudívi te, et in die salútis adjúvi te. Ecce, nunc tempus acceptábile, ecce, nunc dies salútis. Némini dantes ullam offensiónem, ut non vituperétur ministérium nostrum: sed in ómnibus exhibeámus nosmetípsos sicut Dei minístros, in multa patiéntia, in tribulatiónibus, in necessitátibus, in angústiis, in plagis, in carcéribus, in seditiónibus, in labóribus, in vigíliis, in jejúniis, in castitáte, in sciéntia, in longanimitáte, in suavitáte, in Spíritu Sancto, in caritáte non ficta, in verbo veritátis, in virtúte Dei, per arma justítiæ a dextris et a sinístris: per glóriam et ignobilitátem: per infámiam et bonam famam: ut seductóres et veráces: sicut qui ignóti et cógniti: quasi moriéntes et ecce, vívimus: ut castigáti et non mortificáti: quasi tristes, semper autem gaudéntes: sicut egéntes, multos autem locupletántes: tamquam nihil habéntes et ómnia possidéntes.” –  Deo gratias.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli, “Nuovi saggi di Omelie”; Marietti ed. vol. II, Omelia I1899 imprim.]

“Essendo noi cooperatori (suoi), vi esortiamo a non ricevere indarno la grazia di Dio; perché egli dice: A tempo propizio ti ho esaudito, e ti ho aiutato nel giorno della salute. Non rechiamo offesa alcuna a chicchessia, acciocché non sia disonorato il nostro ministero. Anzi in ogni cosa ci diportiamo come ministri di Dio, in grande pazienza, in afflizioni, in bisogni, in angustie, in battiture, in prigionie, in sommosse, in travagli, in vigilie, in digiuni, in purezza, in scienza, in longanimità, in benignità, in Spirito santo, in carità non finta, in parlare verace, in potenza di Dio, con le armi di giustizia a destra e a sinistra; in mezzo alla gloria ed alla ignominia, all’infamia e alla buona fama: come seduttori, eppure veraci; come ignoti, eppure notissimi; come morenti, eppure ecco che viviamo; come puniti, ma non a morte; come attristati, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come nulla aventi, eppure possedendo ogni cosa „ (II ai Corinti, capo VI, 1-10).

In queste sentenze, o Fratelli carissimi, vi ho messo innanzi fedelmente volgarizzati i primi dieci versetti del capo VI della seconda lettera di S. Paolo ai Corinti, che la Chiesa ci fa leggere nella Messa di questa prima Domenica di Quaresima, e della quale vi debbo dare la spiegazione. Ma perché possiate intenderla a dovere, torna necessario che vi dica la ragione che indusse l’Apostolo a parlare di sé ed a fare questa eloquentissima difesa del suo apostolato. – Come è manifesto dalle sue lettere e dal libro degli Atti apostolici, scritto da S. Luca, l’Apostolo ebbe due sorta di nemici: i Gentili, e più gli Ebrei, suoi connazionali, e questi senza confronto più feroci di quelli. E ciò che fa anche maggior meraviglia, è che san Paolo ebbe nemici accaniti non solo gli Ebrei rimasti ostinatamente Ebrei, ma anche buon numero di quegli Ebrei, che avevano accolto la fede e si professavano cristiani. Presso alcuni di costoro (e dovevano essere non pochi e assai potenti) S. Paolo era caduto in sospetto di rinnegare e disprezzare tutta la legge antica; di non essere un vero apostolo, o d’essere da meno degli altri Apostoli e quasi da loro disconosciuto. Era cosa affatto naturale, che, vedendo messa in dubbio la sua missione apostolica, S. Paolo fosse costretto a mostrarne i titoli e a darne le prove di fatto, se non voleva, come dice egli stesso, correre, ossia lavorare indarno (Gal. II, 2). Ecco perché in tanti luoghi delle sue lettere, massime nelle due ai Corinti e più ancora in quella ai Galati, parla di se stesso, ricorda la sua conversione e la missione apostolica avuta da Gesù Cristo medesimo, narra le opere sue in guisa da sembrare quasi che faccia il panegirico di se stesso. Ma pensate voi, o carissimi, se quell’anima sì umile, tutta amore di Gesù Cristo, che non cercava che la gloria di Lui e la salvezza dei fratelli, che non voleva altro vanto di quello in fuori della croce e menava trionfo degli obbrobri, ond’era satollato per il Vangelo, pensate, dico, se Paolo poteva mai neppure per un istante aprir l’animo alla povera vanità di magnificare l’opera sua ed averne in compenso un po’ di ventosa lode! – Se l’Apostolo dunque parla di sé in questo luogo e tocca a rapidi cenni la sua dignità e le incredibili fatiche sostenute, egli lo fa unicamente per tener alta la sua autorità combattuta, e tenerla alta a bene dei fratelli: era un dovere che aveva in faccia a Gesù Cristo e in faccia alla Chiesa. Del resto, nelle opere che S. Paolo enumera come compiute, noi tutti, sacerdoti e laici, abbiamo un luminoso esempio da imitare. – Ed ora alla spiegazione. “ Essendo noi cooperatori (di Dio), vi esortiamo a non ricevere indarno la grazia di Dio. ,, Dio, o carissimi, può far tutto da sé, in ogni ordine di cose, perché per Lui il volere è veramente potere: ma, nella sua sapienza e nella sua bontà, ama servirsi delle cause seconde ed associarle a sé affine di elevarle, di congiungerle tra loro e, se sono libere, offrir loro occasione di spiegare la loro attività e, mercé l’esercizio del libero arbitrio, meritare. – In tutta la scala sterminata degli esseri creati, non ne trovate pur uno, che non operi sugli altri e che con le sue forze non concorra all’armonia universale voluta da Dio. Così Iddio nelle acque, nell’aria e sulla terra conserva e propaga costantemente la vita sia degli animali, sia degli uomini, mediante il concorso degli animali e degli uomini stessi. La stessa legge Gesù Cristo ha stabilito quanto al modo di comunicare la vita divina della grazia: Egli domanda sempre il concorso di coloro che ha scelti per continuare l’opera sua sulla terra, che sono gli Apostoli ed i loro successori. Questi sono gli strumenti di Gesù Cristo, i suoi aiutatori o cooperatori nell’opera altissima e divina di santificare gli uomini. Non dimenticate mai, o dilettissimi, questa grande verità: come voi ricevete la vita naturale da Dio per mezzo dei vostri genitori, così ricevete la vita sovrannaturale della grazia per mezzo della Chiesa, o del Sacerdozio, in cui si concreta e piglia corpo la Chiesa; e come quelli che vi diedero la vita del corpo chiamano col dolce e santo nome di padri e loro rendete onore ed obbedienza, così e più ancora dovete chiamar padri, e come padri onorare ed ubbidire quelli che vi diedero e vi danno la vita della grazia. – Noi, esclama S. Paolo, chiamati all’ufficio di Apostoli e cooperatori di Gesù Cristo, gridiamo a tutti: “Badate di non ricevere la grazia di Dio invano. „  È grazia di Dio la vita del corpo: è grazia di Dio l’intelligenza e la volontà: è grazia di Dio l’aria che respiriamo, la luce che ci rallegra: è grazia di Dio il pane che ci nutre, l’acqua che ci disseta: tutto che siamo, che abbiamo, che ne circonda sulla terra, è dono, è grazia di Dio, perché non avevamo diritto alcuno a ricevere questi beni: ma non è di questi beni, di questi doni dell’ordine naturale, che qui parla l’Apostolo, ancorché non li escluda, anzi li supponga: egli parla di quella grazia, che è la verità e che illumina la mente, che eccita la volontà, che trasforma povere creature in figli adottivi di Dio: grazia portata sulla terra da Gesù Cristo e per mezzo degli Apostoli a tutti largamente offerta. Ma perché questa grazia, della quale Gesù Cristo è fonte inesauribile, produca i suoi effetti, basta che sia offerta? No, no, o cari. Sarebbe come dire che per vedere basti che il sole splenda in cielo, e per nutrirci basti avere innanzi una mensa lautamente imbandita: per vedere bisogna aprire gli occhi, per nutrirci è necessario pigliare il cibo. Dio ci offre sempre, dovunque e abbondantemente la grazia: a noi aprire la mente ed il cuore per riceverla e farla fruttare: se noi non rispondiamo al suo invito, essa cadrà inutilmente e sarà la nostra condanna, perché respingere il dono è far onta al donatore. Io grido a voi, come Paolo ai Corinti: “Sono, benché immeritamente, cooperatore di Dio: e come tale, vi esorto, vi scongiuro di non ricevere invano la grazia di Dio, „ che in più larga copia vi è largita in questo tempo della sacra Quaresima. “Poiché Dio dice: “A tempo propizio ti ho esaudito, e ti ho aiutato nel giorno della salute.„ Queste parole si leggono nel profeta Isaia, che le mette in bocca del Padre, e sono rivolte al Figlio fatto uomo e rappresentante tutta l’umanità. Vero è che queste parole del profeta sembrano riferirsi ad un tempo passato, mentre riguardano il futuro; ma ciò non deve fare difficoltà alcuna, giacché dovete sapere che Iddio, parlando per bocca dei profeti, assai volte mette il futuro come presente, anzi come passato, perché dinanzi a Lui il futuro è presente e come già fatto. “Ricevete, è questo il senso, ricevete la grazia di Dio, perché questo è il tempo propizio, questo è il tempo della salute. „ Anche prima di questo tempo, cioè prima che venisse il Figliuolo di Dio, il nostro Capo e supremo Mediatore, non si rifiutava la grazia a chi era disposto a riceverla; ma si concedeva in misura più scarsa: era simile a quella luce che il sole sparge per il cielo prima di spuntare sull’orizzonte: ma ora dopo la venuta di Gesù Cristo, la grazia sovrabbonda, come sovrabbonda la luce allorché il sole sfolgoreggia in mezzo al cielo: “È questo il tempo propizio, il tempo per eccellenza della salute, ed io, dice l’Apostolo, ve l’annunzio: usatene. „ Questo tempo che S. Paolo chiamava propizio e di salute, non è ristretto a quello in cui egli viveva: esso comincia da Cristo e si estende fino al termine dei secoli, tutto egualmente tempo di salute e di misericordia per chi vuole debitamente valersene. E voi, o cari, senza dubbio ve ne varrete. –  Seguitiamo il nostro commento. “Non rechiamo offesa a chicchessia, acciocché non sia disonorato il nostro ministero. „ Quale ammaestramento per noi sacerdoti direttamente e indirettamente anche per voi, o laici! Noi tutti, sacerdoti, chiamati ai vari uffici del sacro ministero, dobbiamo porre ogni studio in cessare qualunque atto o parola od anche solo omissione, che in qualsiasi modo possa offendere alcuno e recare disonore o danno alla Religione, della quale siamo rappresentanti e ministri. Ciò che predichiamo a voi, lo dobbiamo predicare prima e più fortemente a noi stessi, obbligati come siamo a precedervi in ogni cosa con l’esempio di una vita illibata e santa. Voi, o laici, avete il sacro diritto, che, fin dove le forze ce lo consentono, vi ammaestriamo più con le opere che con le parole, e noi, da questo luogo, dovremmo sempre poter ripetere la sentenza dell’Apostolo: ” Figliuoli, imitate noi, come noi imitiamo Gesù Cristo — Imitatores mei estote sicut et ego Christi. „ Nondimeno due cose vorrei che non dimenticaste mai. In primo luogo vogliate ricordarvi, che se noi, ministri del Vangelo, dobbiamo presentare in noi stessi la copia fedele di Gesù Cristo, siamo pur sempre uomini, figli di Adamo, come voi, travagliati come voi dalle stesse passioni, soggetti alle stesse prove ed alle stesse debolezze. Il perché se talvolta scorgete in noi ciò che male risponde all’alta nostra vocazione, non dovete pigliarne scandalo; anzi dovete compatirci e coprire noi pure con quel manto della carità cristiana, che non esclude alcuno dei vostri fratelli, e in ogni modo non sia mai che facciate ricadere sulla Religione le conseguenze dei nostri falli, o che si attribuiscano a tutti i ministri della Religione quei falli che sono di alcuni soltanto. – La Religione è santa nella sua dottrina e nelle sue leggi, ed è ingiustizia somma imputare a lei ciò che è colpa degli uomini e dei ministri suoi. Chi mai griderebbe contro il codice perché talvolta i giudici stessi, che lo devono applicare, lo trasgrediscono? Chi oserebbe pigliarsela con la ragione e con la giustizia perché vi sono filosofi e magistrati, che la disonorano? Come le nubi non tolgono nulla alla luce del sole, così i falli degli uomini di Chiesa non scemano la santità della Religione. L’oro che vedete nella polvere, il diamante che è coperto di terra, è sempre oro e diamante: così la Religione non deve perdere nulla della sua santità allorché alcuni dei suoi ministri vengono meno all’alto loro ufficio. La Religione è sempre santa ancorché non sempre santi siano coloro che la predicano. Ed è pure da guardarvi da un’altra ingiustizia che non raramente si commette contro gli uomini di Chiesa: uno di loro cade in un fallo e subito si grida ai quattro venti: Vedete chi sono i preti! Vedete come fanno i religiosi! — È giustizia attribuire a tutti la colpa di uno? Ditelo voi. E perché poi l’opera buona d’uno non è egualmente attribuita a tutti? Pur troppo il male che si fa da un prete è male di tutti, e il bene è di quell’uno che lo fa, se pure non si tace. – In secondo luogo vi piaccia considerare, che se noi, ministri della Chiesa, dobbiamo onorare la nostra dignità e il Capo divino che ci manda, con la bontà e santità della vita; ancor voi, come Cristiani, dovete modellarvi sullo stesso esemplare e mostrarvi degni della vostra vocazione all’eccelso onore di figli di Dio. E in che cosa ci mostreremo noi veri ministri di Dio? Risponde l’Apostolo con una lunga ed eloquente enumerazione, che è in pari tempo una stupenda apologia della sua condotta. “Noi in tutto ci diportiamo come ministri di Dio in grande pazienza, in afflizioni, in bisogni, in angustie, „ cioè, sopportando le afflizioni, che ci vengono dal di fuori, i bisogni, ossia le privazioni d’ogni guisa, le angustie, ossia le distrette e gli affanni della vita sempre agitata. Non basta: l’Apostolo prosegue: “Ci diportiamo come ministri di Dio nelle battiture, nelle prigionie, nelle sommosse; „ manifestamente allude alle parecchie flagellazioni, a cui fu sottoposto (tre volte, come dice più innanzi), alle prigionie sostenute ripetutamente, alle sommosse, nelle quali si trovò involto, come apparisce dagli Atti apostolici. Non basta ancora e continua: “Nei travagli, nelle vigilie, nei digiuni, „ sono le opere che l’Apostolo aggiungeva alle persecuzioni esterne, quasiché queste non bastassero, e segue ancora: “Nella purezza, nella scienza, nella longanimità. — Io ho adempito il mio ufficio di apostolo, cosi S. Paolo, non ricevendo doni da chicchessia, non recando carico a persona, perché ai miei bisogni, come protesta altrove, provvidero queste mani; ho servito al Vangelo e non ho voluto essere di peso a nessuno: è questa la mia gloria. „ L’ho adempito quest’alto ufficio nella scienza, svelandovi i misteri della fede, della sapienza e della carità di Gesù Cristo: l’ho adempito nella longanimità, agli insulti, alle calunnie, all’odio, alle persecuzioni dei miei nemici opponendo costantemente la pazienza, il perdono più generoso, la mitezza del linguaggio, la soavità dei modi. E tutto questo, continua nella foga del suo dire l’Apostolo, e tutto questo non è mio merito, non è frutto delle mie industrie, dei miei sforzi, no; è tutto dono di Dio, dal quale discende ogni cosa buona; è dono dello Spirito santo, in Spiritu sancto, che spande nelle anime la carità vera, che risplende nelle opere, in charitate non ficta. Noi potremmo credere che le cose sin qui dette dall’Apostolo per mostrare qual fu l’esercizio del suo ministero dal giorno che sulla via di Damasco udì la voce di Cristo, fossero bastevoli e più che bastevoli: ma non così parve al grande Apostolo: trasportato dall’impeto del suo zelo, dalla carità, che lo strugge; piena l’anima di un entusiasmo divino per l’altezza della missione apostolica ricevuta da Cristo, quando sembra aver esauriti i concetti e le espressioni, allora ripiglia nuova lena e forza e trova nuove idee, nuove e più gagliarde forme per esprimerle. Uditelo: “Sì, io ho adempito il mio ministero, e l’ho adempito con una parola verace, in verbo veritatis; la verità, la sola verità e sempre la sola verità fu, è e sarà sempre sulle mie labbra, come si conviene a chi è apostolo di Colui che disse: Io sono la verità; e l’ho predicata nella potenza di Dio, il quale con lo splendore dei miracoli l’ha confermata e suggellata. Sono queste le prove del mio apostolato, prove che vengono non dagli uomini, ma da Dio, e che non ammettono ombra di dubbio. „ E qui, Paolo, quell’Apostolo incomparabile, quell’uomo dalla tempra d’acciaio e dal cuore di madre, si apre una nuova via e versa tutta l’anima sua: “Ho adempito il mio ministero, usando le armi della giustizia, ossia tutti i mezzi leciti per far trionfare la giustizia, per santificare le anime, a destra ed a sinistra, nelle prospere cose come nelle avverse, in mezzo agli applausi ed alla gloria, che talora raccolsi, e in mezzo alle ignominie, onde più spesso fui coperto, per gloriam et ignobilitatem; ora accolto con il nome di falso ed ora di vero apostolo, per infamiam et bonam famam; ora tenuto in conto di seduttore, mentre ho coscienza di annunziare la verità, ut seductores et veraces; considerato come uomo ignoto, eppure sono notissimo per quelli che mi ascoltano e più ancora per quelli che non mi lasciano in pace, sicut qui ignoti et cogniti: sono come un uomo continuamente in pericolo della vita, cercato a morte, eppure, per divina provvidenza, sempre vivo e robusto, quasi morientes, et ecce vivimus; ogni giorno sono fatto bersaglio agli assalti dei miei nemici, battuto, vergheggiato, eppure non muoio, ut castigati, et non mortificati: le cause di dolore e di tristezza si addensano sopra di me e dovrei esserne sopraffatto, totalmente oppresso, eppure sono sempre lieto e sono colmo di gioia in mezzo alle mie tribolazioni, quasi tristes, semper autem gaudentes; superabundo gaudio in omni tribulatione nostra: sono povero, miserabile, non ho che le mani per campare la vita, e nondimeno non manco di nulla e posso largheggiare con altri, sicut egentes, multos autem locupletantes: tamquam nihil habentes, et omnia possidentes. „ Qui ha termine il tratto dell’Epistola, che m’ero proposto di spiegarvi. Chiudendo questo breve commento, non posso fare a meno di richiamare la mia e la vostra attenzione sopra tre cose che mi paiono troppo degne di attenzione: la prima è comune a me ed a voi; la seconda riguarda me e i fratelli miei nel sacerdozio, e la terza riguarda voi, o laici fedeli. Queste sentenze dell’Apostolo, piene di forza, di maschia eloquenza, e direi quasi d’un santo orgoglio, ci mettono sott’occhio la sua vita, le sue opere e l’ardore del suo zelo, che non dice mai: “Basta”. Esse ci mostrano come la grazia di Dio possa trasformare un’anima e renderla atta, pronta ai maggiori sacrifici: si direbbe ch’essa non vede più che due cose sole, la gloria di Dio e la salvezza delle anime: tutto il resto per essa è nulla e meno che nulla. Queste sentenze dell’Apostolo ci insegnano quanto sia sublime e degna di riverenza la dignità sacerdotale in tutti i suoi gradi, e come la si debba mantenere in onore presso tutti e difenderla, se è necessario, contro i calunniatori ed oltraggiatori, perché caduta questa in disprezzo e mala voce presso il popolo, l’opera sua è impedita o resa inutile o fors’anche tramutata in iscandalo. Ogni autorità naturale, cominciando dalla paterna fino alla suprema, la reale, ha bisogno di stima e di rispetto per poter produrre i suoi benefici effetti nella famiglia e nella società civile: più assai dell’autorità naturale l’autorità sovrannaturale del Sacerdozio ha bisogno di stima, di rispetto e di venerazione, perché destituita del presidio umano della forza, perché più alto senza confronto è il suo fine e più difficile il conseguirlo. Circondiamo adunque l’autorità sacerdotale del nostro rispetto più sincero, della nostra venerazione più profonda; onoriamola, al bisogno difendiamola, e se qualcuno, che ne è adorno, se ne mostra men degno con la sua condotta, non confondiamo lui con l’autorità che rappresenta, e ricordiamoci che i figli devono sempre rispettare ed onorare il padre anche errante e colpevole. – La seconda cosa riguarda me e i fratelli miei nel sacerdozio. Noi, ammaestrati da san Paolo, porremo ogni studio in non recare offesa di sorta a chicchessia, affinché non sia disonorato il nostro ministero: saremo pazienti nelle afflizioni, nei bisogni, nelle angustie, nelle vicende più amare della vita; praticheremo il disinteresse, vi daremo la scienza di Dio, saremo longanimi, benigni, caritatevoli, sempre eguali nei casi avversi e nei prosperi; non curando la guerra che ci fa il mondo, adempiremo il nostro dovere, e ai sofferenti, ai poverelli saranno rivolte le nostre più amorose sollecitudini, seguendo l’esempio dell’Apostolo. – La terza cosa riguarda voi, laici fedeli. Il principe degli Apostoli, S. Pietro, scrivendo ai fedeli, diceva loro: ” Voi siete la generazione eletta, il regale sacerdozio, la gente santa, il popolo di conquista „ (I Petri, II, 9). Certamente S. Pietro non volle attribuire a voi. laici, la dignità ed il potere sacerdotale nel senso rigoroso della parola, quasiché voi pur possiate amministrare i Sacramenti, offrire il Sacrifìcio, ammaestrare autorevolmente fedeli e reggere e governare la Chiesa: intese soltanto di dire, che voi pure col santo Battesimo e con la Confermazione siete consacrati a Dio, e potete essere elevati alla dignità sacerdotale e come membra di Cristo potete offrire sacrifici spirituali (capo II, 5): intese soltanto di dire, che voi pure, o laici, massime se avete la dignità e l’autorità di padri, di padroni o qualsiasi altra dignità od autorità, in qualche modo partecipate della dignità ed autorità sacerdotale, quella di reggere e governare i figli, i dipendenti, e per questo titolo vi corre l’obbligo di far tesoro di quelle stesse virtù, che dobbiamo esercitar noi sacerdoti, e farne tesoro in quella misura che è richiesta dal vostro stato, affinché non veniate meno ai vostri doveri. Perciò ancor voi dovete armarvi di pazienza nelle afflizioni, nei bisogni, nelle distrette, nelle tribolazioni d’ogni maniera, che troverete sul vostro cammino: ancor voi avete bisogno della scienza opportuna, della longanimità, della benignità, della carità schietta e della fortezza d’animo, alle quali è riserbata la vittoria nelle prove della vita e la corona a chi adempie fedelmente i propri doveri.

 Graduale Ps XC,11-12

Angelis suis Deus mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum.

[Dio ha mandato gli Ángeli presso di te, affinché ti custodíscano in tutti i tuoi passi. Essi ti porteranno in palmo di mano, ché il tuo piede non inciampi nella pietra.]

Tractus. Ps XC:1-7; XC:11-16

Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorántur.

V. Dicet Dómino: Suscéptor meus es tu et refúgium meum: Deus meus, sperábo in eum.

V. Quóniam ipse liberávit me de láqueo venántium et a verbo áspero.

V. Scápulis suis obumbrábit tibi, et sub pennis ejus sperábis.

V. Scuto circúmdabit te véritas ejus: non timébis a timóre noctúrno.

V. A sagitta volánte per diem, a negótio perambulánte in ténebris, a ruína et dæmónio meridiáno.

V. Cadent a látere tuo mille, et decem mília a dextris tuis: tibi autem non appropinquábit.

V. Quóniam Angelis suis mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

V. In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum,

V. Super áspidem et basilíscum ambulábis, et conculcábis leónem et dracónem.

V. Quóniam in me sperávit, liberábo eum: prótegam eum, quóniam cognóvit nomen meum,

V. Invocábit me, et ego exáudiam eum: cum ipso sum in tribulatióne,

V. Erípiam eum et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum, et osténdam illi salutáre meum.

[Chi abita sotto l’égida dell’Altissimo, e si ricovera sotto la protezione di Dio.

Dica al Signore: Tu sei il mio difensore e il mio asilo: il mio Dio nel quale ho fiducia.

Egli mi ha liberato dal laccio dei cacciatori e da un caso funesto.

Con le sue penne ti farà schermo, e sotto le sue ali sarai tranquillo.

La sua fedeltà ti sarà di scudo: non dovrai temere i pericoli notturni.

Né saetta spiccata di giorno, né peste che serpeggia nelle tenebre, né morbo che fa strage al meriggio.

Mille cadranno al tuo fianco e dieci mila alla tua destra: ma nessun male ti raggiungerà. V. Poiché ha mandato gli Angeli presso di te, perché ti custodiscano in tutti i tuoi passi.

Ti porteranno in palma di mano, affinché il tuo piede non inciampi nella pietra.

Camminerai sull’aspide e sul basilisco, e calpesterai il leone e il dragone.

«Poiché sperò in me, lo libererò: lo proteggerò, perché riconosce il mio nome.

Appena mi invocherà, lo esaudirò: sarò con lui nella tribolazione.

Lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni, e lo farò partécipe della mia salvezza».]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

Matt IV:1-11

“In illo témpore: Ductus est Jesus in desértum a Spíritu, ut tentarétur a diábolo. Et cum jejunásset quadragínta diébus et quadragínta nóctibus, postea esúriit. Et accédens tentátor, dixit ei: Si Fílius Dei es, dic, ut lápides isti panes fiant. Qui respóndens, dixit: Scriptum est: Non in solo pane vivit homo, sed in omni verbo, quod procédit de ore Dei. Tunc assúmpsit eum diábolus in sanctam civitátem, et státuit eum super pinnáculum templi, et dixit ei: Si Fílius Dei es, mitte te deórsum. Scriptum est enim: Quia Angelis suis mandávit de te, et in mánibus tollent te, ne forte offéndas ad lápidem pedem tuum. Ait illi Jesus: Rursum scriptum est: Non tentábis Dóminum, Deum tuum. Iterum assúmpsit eum diábolus in montem excélsum valde: et ostendit ei ómnia regna mundi et glóriam eórum, et dixit ei: Hæc ómnia tibi dabo, si cadens adoráveris me. Tunc dicit ei Jesus: Vade, Sátana; scriptum est enim: Dóminum, Deum tuum, adorábis, et illi soli sérvies. Tunc relíquit eum diábolus: et ecce, Angeli accessérunt et ministrábant ei.”

Omelia II

[Idem, OmeliaII]

“Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E poiché ebbe digiunato quaranta giorni e quaranta notti, infine sentì fame. E il tentatore, appressatosi a lui, gli disse: Se sei Figliuolo di Dio, comanda che queste pietre divengano pani. Ma egli rispondendo, disse: Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma d’ogni parola, che procede dalla bocca di Dio. Allora il diavolo lo trasportò nella santa città, e lo pose sopra l’orlo del tetto del tempio, e gli disse: Se sei Figlio di Dio, gettati giù, perciocché sta scritto, ch’egli “ha dato la cura di te ai suoi angeli, ed essi ti terranno nelle loro mani, affinché non intoppi del piede in alcuna pietra”. Gesù gli disse: “Sta scritto altresì: Non tenterai il Signore Iddio tuo”. Da capo il diavolo lo trasportò sopra un monte altissimo, e gli mostrò tutti i regni della terra e la loro magnificenza, e gli disse: Io ti darò tutte queste cose, se, gettandoti in terra, mi adorerai. Allora Gesù gli disse: Via di qua, satana perché sta scritto: Adorerai il Signore Iddio tuo, e a lui solo servirai. Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco gli angeli vennero a lui, e lo servivano „ (Matteo, capo IV, 1-11).

Il fatto che si racchiude in questo Vangelo della prima Domenica di Quaresima e che vi ho riportato parola per parola nella nostra lingua, è della più alta importanza. Esso apre la vita pubblica di Gesù Cristo e dà principio a quel terribile duello ch’Egli volle sostenere a nostra istruzione e salvezza col suo e nostro giurato nemico, il demonio. E prima di cominciare la interpretazione del testo evangelico, non vi sia grave, che mandi innanzi alcune avvertenze, che mi paiono convenienti. Anzitutto osservate che Gesù Cristo è, come insegna S. Paolo, il secondo Adamo, l’Adamo celeste, il Capo della nuova generazione dei figli di Dio, il Riparatore del fallo commesso dal primo Adamo; come il primo Adamo, a principio, nel luogo di delizie, fu messo alla prova, affinché con la vittoria meritasse il possesso e la conferma dei doni ricevuti, così doveva essere messo alla prova il secondo Adamo, nel deserto: il primo con la sua caduta, divenne schiavo del nemico e schiava fece tutta la sua progenie: il secondo, Gesù Cristo, con la sua vittoria comincia la riscossa, la liberazione dell’umanità peccatrice e insegna a tutti il modo di combattere e vincere il comune nemico. E qui è pur anche da avvertire che i demoni, benché per acume di mente, di gran lunga superiori agli uomini, non conoscono, né possono conoscere i nostri pensieri ed affetti: questi son noti soltanto a Dio, se non li manifestiamo. Possono argomentarli da segni esterni e con maggiore o minore probabilità supporli, ma conoscerli con certezza, giammai. – Gesù Cristo è il Santo per eccellenza: in Lui, nell’anima sua, nel suo corpo non vi è ombra della funesta eredità di Adamo, non tendenze, non passioni incomposte: tutto in Lui è ordine, armonia, santità; la tentazione pertanto viene a Gesù di fuori, e in Lui non trova punto d’appoggio, non porta dischiusa: Egli è come la luce circondata dalle tenebre: queste non hanno, né possono avere accesso nella natura della luce. Questa tentazione, che Gesù permise, narrata da tre Evangelisti, avvenne subito dopo il suo battesimo nel Giordano e la divina manifestazione, che colà ebbe luogo, e la solenne testimonianza a Lui resa dal Precursore. – Ora veniamo alla spiegazione delle singole parti di questo fatto sì straordinario e sì istruttivo. “Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto. „ Il deserto ebbe sempre un’attrattiva potente sulle anime religiose: esso è la soglia della vita attiva dei grandi personaggi. Il deserto separa dal consorzio umano, raccoglie la mente, la solleva a Dio, la purifica, matura le grandi risoluzioni, tempra le anime virili e le prepara alle più ardue lotte. Mosè, Elia, Giovanni Battista si formarono nella solitudine. Gesù, lasciato il Giordano dopo il suo Battesimo, è condotto dal suo spirito nel deserto. Questo luogo è poco lungi dal Giordano, presso la via che mette a Gerusalemme, in mezzo a monti dirupati, e che anche al giorno d’oggi si chiamano i monti della tentazione, a pochi chilometri da Gerico. E perché Gesù Cristo si riduce nel deserto? Aveva forse bisogno della solitudine, del silenzio dei boschi per pregare, meditare, immergersi nella contemplazione, e prepararsi alla vita pubblica, alla missione, per la quale era venuto? Sarebbe bestemmia pure il pensarlo! Egli era Dio e l’occhio della sua mente era perennemente fisso nella luce divina di cui si beava, il suo cuore sempre immerso nell’oceano della divina Essenza. Che andava adunque a cercare nel deserto? Non la pace, ma la lotta, la prova per vincerla e dare a tutti i futuri credenti due lezioni indimenticabili che sono la necessità della preghiera, del digiuno, della mortificazione, e il modo di vincere il nemico. Lo dice l’Evangelista: ” Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto per essere tentato. „ Tentato da chi? Dal diavolo. Non sono pochi oggidì coloro, che all’udire questa parola “il diavolo”, sorridono e mettono la sua esistenza tra le favole e compatiscono come menti inferme e ancora schiave di vecchi pregiudizi quanti vi credono. Per noi basti il sapere che la S. Scrittura, dal principio del primo libro della Genesi, fino alle ultime linee dell’Apocalisse, parla di angeli buoni e cattivi, o demoni; basti il sapere che tutto il gran dramma della rivelazione divina, che comincia in cielo, poi si porta sulla terra e sulla terra si scioglierà alla fine dei secoli, non è che lo svolgimento d’una lotta colossale tra Cristo, i suoi Angeli e i suoi eletti, e satana o il diavolo, e i suoi seguaci. Non è qui il luogo di mostrare l’esistenza degli spiriti malvagi e l’origine del male; vi basti sapere, che, piaccia o non piaccia al mondo ed alla miscredenza, la fede insegna che il demonio esiste e che tutta quanta l’umanità, in tutti i tempi e in tutti i luoghi credette e crede alla sua esistenza. Quanto tempo Gesù stette in quell’orrido deserto? Lo dice in termini il Vangelo: ” Quaranta giorni e quaranta notti. „ E che fece colà in sì lungo periodo di tempo? Certo pregò, contemplò la maestà del Padre suo, lo adorò; ma il Vangelo ci dice soltanto “che digiunò. „ Sembra che il suo fosse un digiuno assoluto, senza pigliar cibo o bevanda di sorta: Egli ripete in sé ciò che avevano fatto Mosè ed Elia, e consacra il digiuno quadragesimale. Il digiuno è una espiazione dei peccati commessi ed è uno dei modi più comuni nei quali si esplica la gran legge del Vangelo, che è la mortificazione. Il digiuno raffrena la carne, rintuzza le passioni, solleva la mente, la rende atta a conoscere la verità, è l’amico, il compagno della virtù. – In capo ai quaranta giorni di sì austero digiuno, Gesù, permettendolo Lui stesso, sentì la fame e il bisogno di cibo, Esuriit, e ciò dovette apparire a segni esterni, quali che fossero. Allora “Il tentatore, appressatosi a luì, gli disse: Se sei il Figliuolo di Dio, comanda che queste pietre divengano pani. „ Il tentatore! – Chi è questo che è chiamato, non semplicemente tentatore, ma “IL TENTATORE”, secondo il testo greco? Evidentemente quel medesimo, che sopra è chiamato diavolo. E perché si chiamava tentatore? Perché tentò i primi padri e li sedusse, e perché continua e continuerà l’opera sua scellerata fino al termine dei secoli. E perché l’angelo caduto, ossia il diavolo, coi suoi seguaci incessantemente insidia e si studia di sedurre tutti gli uomini? Qual motivo, quale interesse ha egli in questa non so ben dire se più empia o più stupida impresa? Egli odia Dio, che l’ha punito, e più ancora, se si può dire, Cristo, l’Uomo-Dio. Secondo ogni verosimiglianza, a principio, Dio agli angeli tutti, appena li ebbe creati, mostrò il mistero dell’Incarnazione, che sarebbesi compiuto nella pienezza dei tempi e impose loro di riconoscerlo loro Capo e loro Signore, secondochè si legge nel salmo: “Allorché introdusse il suo primogenito nel mondo, Dio disse: Lo adorino i suoi angeli. „ Buon numero di essi, per superbia disdegnarono di riconoscere il loro Capo e Signore in chi, fatto uomo, pareva loro inferiore, si ribellarono e furono precipitati nell’inferno. Di qui l’odio ferocissimo del demonio contro Cristo e gli uomini, coi quali ha comune la natura assunta, e di qui il fare ogni sforzo per perdere gli uomini e rapirli a Cristo. Benché non tutte le tentazioni vengano direttamente dal demonio, ma molte vengano dalle nostre passioni, si può dire che indirettamente tutte vengano da lui in quantochè egli corruppe la nostra natura in Adamo e introdusse il peccato, onde a ragione si chiama il tentatore. E come si presentò a Cristo? Il Vangelo non lo dice, ma sembra che ciò facesse sotto forma sensibile, probabilmente sotto forma umana. – Uno dei più acuti dolori che l’uomo retto e santo possa soffrire, è la vista del male, è la compagnia, il contatto dei tristi, delle anime corrotte e depravate: è un cruccio, un supplizio ineffabile. Gesù Cristo, che doveva bere al torrente di tutti i dolori, volle pure soffrire questo: volle vedersi vicino l’autore del male, il perverso, che fu cacciato dal cielo, l’omicida, colui che tutto odia, che vuole il male per il male, “Che contro il suo Fattore alzò le ciglia.” Chi è desso quest’Uomo, che prega e digiuna nel deserto, sul capo del quale pochi giorni fa si sono aperti i cieli, che l’Eterno ha chiamato suo Figlio diletto? Chi è quest’Uomo, sì virtuoso e sì santo, ma sì povero e sì spregiato, che non ha dove posare la testa? È un profeta? E figlio adottivo di Dio? E forse il Messia, lo stesso Uomo-Dio, che ha da venire? Il tentatore non lo sa e il dubbio tormenta quel superbo. Dovete sapere che il demonio non conobbe mai con certezza chi era Gesù Cristo, se un gran profeta, un figlio di Dio per adozione, o il Figlio di Dio per natura, fatto uomo; lo conobbe solo in quell’istante in cui fu compiuta la redenzione. Dio gli nascose questo mistero per fiaccare il suo orgoglio e perché egli stesso, il demonio, non conoscendolo, cooperasse, suo malgrado, alla propria disfatta e alla salvezza degli uomini. E ciò che insegnano S. Girolamo, S. Ambrogio, S. Ignazio M., S. Leone e che apparisce da questo luogo del Vangelo. Il demonio vuol liberarsi da questo dubbio angoscioso, affine di regolarsi nella guerra che gli deve muovere, e perciò, appressatosi, vistolo sofferente e quasi rifinito dal digiuno, gli dice: Se tu sei il Figlio di Dio. Notate quel — Se tu sei —, in cui confessa a suo gran dispetto la sua ignoranza: Se tu sei il Figlio di Dio, tu puoi fare ogni cosa: tutto obbedisce all’impero della tua voce: muta in pani questi sassi del deserto. Se Gesù lo faceva, affermava sé essere veramente il Figliuolo di Dio, e il demonio usciva dal suo dubbio: se Gesù rispondeva : “Far questo non è in mio potere”, dichiarava di non essere Dio. Oltrecché la proposta era empia, perché imponeva di fare un miracolo per poter conoscere i disegni di Dio, né v’era necessità alcuna di operar un miracolo, potendo Gesù Cristo soddisfare ai bisogni della natura in modo naturale, procurandosi, come ogni altro uomo, il cibo necessario. Perciò Gesù Cristo, lasciando sempre il demonio nella sua umiliante ignoranza, rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma d’ogni parola, che procede dalla bocca di Dio. „ Queste parole son tolte dal capo VIII, vers. 3 del Deuteronomio, dove Dio dice al popolo d’Israele, che si lagnava di non aver cibo nel deserto, che l’uomo non vive solamente del pane comune, ma può vivere di qualunque cibo, che a lui piaccia dargli, e gli diede la manna. Cristo adunque non rispose direttamente al tentatore quanto al miracolo domandato: Io sento il bisogno di cibo, è vero; ma Io mi nutrirò come piace al Padre mio: se è suo volere ch’io soffra ancora la fame, la soffrirò: se Egli vorrà con la sua parola vivificatrice, con la verità nutrire il mio spirito in guisa che il corpo istesso ne riceva alimento, come sin qui, Io lo benedirò: se vorrà fornirmi un altro cibo qualunque, Io lo riceverò: la sua volontà per me è legge sovrana. Gesù adunque respinge il tentatore, non discutendo, non promettendo, o negando, ma semplicemente rimettendosi al Padre suo quanto ai bisogni naturali del proprio corpo. E ciò che ciascuno di noi deve fare nelle tentazioni e prove sì svariate della vita: si faccia ciò che piace a Dio, che è Padre nostro, e che non può non volere e sempre il maggior nostro bene. – “Allora il diavolo lo trasportò nella santa città e lo pose sopra l’orlo del tetto del tempio, e gli disse: Se sei Figlio di Dio, gettati giù, perché sta scritto, ch’Egli ha dato la cura di te agli Angeli, ed essi ti terranno nelle loro mani, affinché non intoppi del piede in alcuna pietra. „ – Alcuni fecero le più alte meraviglie che Gesù Cristo, non solo permettesse d’essere tentato dal demonio, ma da lui trasportato qua e là, quasi a suo talento, e sembra loro cosa indegna da non potersi credere, e però cercarono di interpretare questo fatto come una visione fantastica. Ma se Gesù Cristo permise d’essere calunniato, schernito, schiaffeggiato, messo in croce ed ucciso da coloro che erano aizzati dal demonio, non vi è ragione che non tollerasse anche d’essere trasportato dal medesimo sopra il tempio. Vedete sottile tentazione! In fondo all’anima, nelle pieghe più intime dello spirito più puro e più santo vi è sempre un filo di egoismo, l’amore della propria eccellenza: esso non muore che con noi. Il demonio conta su quello e dice a Gesù: Vedi: se tu sei il Figlio di Dio, l’aspettato Salvatore del mondo, devi farti conoscere come tale: fa risplendere la tua potenza e la tua gloria. Gettandoti da questo luogo, non hai a temere di riportarne alcun danno: Dio ha dato a ciascun uomo un angelo, che lo custodisca in ogni pericolo: quanto più saranno pronti gli Angeli ai tuoi cenni (Gesù poco prima aveva rigettata la tentazione con le parole della Scrittura; il demonio, a sua volta, ricorre anch’egli ai Libri santi). Se tu ti getti da questa altezza, in questo luogo sì celebre, sotto gli occhi di tanto popolo, senza danno di sorta, tutta Gerusalemme, tutto Israele ti riconoscerà per il Figlio di Dio e ti seguirà: “l’opera tua sarà compiuta. „ Fine del tentatore era di spingere Gesù a farsi conoscere a suo modo, a mettere a servizio di sé la potenza divina, in altri termini, a tentar Dio. Gesù rispose, gettando in faccia al tentatore quella sentenza solenne dei Libri santi: ” Non tenterai il Signore Dio tuo. „ Le quali parole non si devono intendere dette da Gesù come se suonassero: “Non tenterai me, Signore e Dio tuo, „ che allora Gesù avrebbe fatto conoscere al maligno quello che non voleva fargli conoscere; ma si hanno da intendere in senso generale, come un precetto comune a tutti, come se avesse detto: “Tu sai il comando divino che abbiamo di non tentare Dio e pretendere da Lui miracoli a capriccio nostro: Io non lo tenterò, come tu mi consigli di fare. „ – Dio, o carissimi, veglia sempre sopra di noi, come un padre sui diletti suoi figli: stende loro la mano soccorrevole come e quando gli piace: Egli ha stabilito le vie, che ciascuno deve percorrere: a noi tocca camminare per esse e usare dei mezzi che ci offre: ora se volessimo che Dio prestasse la sua mano a quello che vogliamo noi e come vogliamo noi e che al bisogno mutasse per noi il corso naturale delle cose, operando anche miracoli, noi scambieremmo le parti, metteremmo Dio al luogo nostro e noi al luogo di Dio. Questo è tentar Dio ed offesa gravissima fatta alla sua Maestà. A Dio spetta guidarci per la sua via, a noi il seguirlo umilmente e docilmente. – Il tentatore non si diede per vinto, e servendosi della sua natura spirituale, padrona dello spazio, “trasportò Gesù sopra un monte altissimo, e gli mostrò tutti i regni della terra e la loro magnificenza, e gli disse: Io ti darò tutte queste cose, se, gettandoti in terra, mi adorerai. „ Qual sia questo monte altissimo, sul quale fu portato Gesù Cristo, è al tutto ignoto, né il Vangelo ce ne dà indizio benché minimo. Dalla vetta di quel monte il tentatore, accennando in qualche modo la direzione e la postura dei regni ed imperi della terra, e forse a rapidi tratti descrivendone le grandezze, “queste cose, disse, son mie e le posso dare a chi voglio. „ Questa padronanza, che il demonio si arroga su tutta la terra, è una millanteria degna di lui, che è il padre della menzogna. Egli, per sé, non è padrone di nulla, se non di quel tanto che Dio nei consigli della sua sapienza permette e che gli uomini consentono. Nondimeno, in qualche senso, quelle parole del superbo erano vere: tutto il mondo, fatta eccezione di poche anime elette, allora, in quel momento, si curvava dinanzi agli idoli, si ravvoltolava nel fango d’ogni bruttura, e il demonio poteva dire: “Tutti i regni della terra sono miei, „ e pur troppo in gran parte sono ancora suoi! Il tentatore sapeva benissimo, che il Figlio di Dio doveva venire e che venendo, avrebbe infranto il suo scettro tirannico e strappatagli di mano la gran preda, e questo Figlio di Dio poteva essere quel Gesù, che gli stava dinanzi. Invano aveva tentato di conoscerlo, di ottenere una prova, di avere una sola parola, che gli squarciasse il velo, che lo avvolgeva. – Allora tenta l’ultima prova: tenta di sedurlo o di atterrirlo: “Tu vedi l’ampiezza, la potenza, la grandezza del mio impero: tutto è mio: se lo vuoi, è tutto tuo, ecco la seduzione; se no, vedi le mie forze e comprendi, che non le potrai superare. Io ti do tutto, tutto, a questo solo patto, che, tu, prostrandoti, mi adori. „ L’angelo ribelle, divenuto demonio, porta sempre e dappertutto con sé quell’orgoglio indistruttibile, che un dì lo spinse a rifiutare l’omaggio dovuto a Dio nell’umana natura assunta: il Figlio di Dio fatto uomo è il suo rivale in cielo e in terra, e come già lassù tra gli Angeli, così quaggiù tra gli uomini gli contrasta palmo a palmo l’impero: egli vuole per sé il culto supremo, l’adorazione dovuta all’Uomo-Dio. Qual trionfo per lui, se potesse ottenere, che quest’Uomo-Dio (che può essere Gesù), per avere l’impero dell’universo, cada ai suoi piedi e l’adori! Egli avrebbe vinto Dio stesso e avrebbe piena vendetta del suo esilio eterno dal cielo. A lui premeva più avere le adorazioni di quell’uomo, che poteva essere il Messia, il suo nemico personale, che tutte le adorazioni di tutti gli uomini. – Gesù, insensibile all’ambizione, come al terrore, con accento di profonda indignazione, rispose: “Via di qua, satana! Perché sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a Lui solo. „ “satana” vale quanto dire, nemico, avversario. Gesù, udita la esecrabile proposta, usando dell’impero sovrano della sua volontà, scaccia da sé il tentatore, ma senza appagare il desiderio cocente, che aveva di conoscere la sua persona. ” Via, gli grida, e sappi, che Dio solo si deve adorare, e tu stesso, miserabile caduto, lungi dal ricevere l’adorazione da chicchessia, la devi rendere piena e assoluta a Lui e Lui solo servire. „ Confuso, svergognato il tentatore si partì da Lui, “Ed ecco gli Angeli vennero a Lui e lo servirono. „ A Gesù, che esce dalla pugna vincitore del principe delle tenebre, quasi umili valletti muovono incontro gli Angeli ed offrono il conveniente ristoro all’affranta sua umanità e fanno plauso alla sua vittoria. Fugato l’angelo delle tenebre, si mostrano gli Angeli della luce e prestano l’opera loro a Colui, ch’essi riconoscono loro capo. In questa triplice tentazione si svolge la triplice concupiscenza: il demonio invita Gesù a secondare i desideri della natura e ad usare della sua potenza divina per appagarli; il demonio invita Gesù a confidare in sé, a sfidare temerariamente un pericolo, senza motivo, perché Dio lo libererà; il demonio infine lo invita a farsi signore della terra e a dare libero corso all’ambizione. Gesù sventa le arti del maligno e respinge le sue seduzioni ed i suoi assalti: Egli non discute mai col tentatore, non si cura delle sue promesse, perdura nel digiuno, ma gli getta alteramente in viso la parola di verità e tien sempre fissi gli occhi nella volontà del Padre suo, che è l’unica sua legge. Collocati su questo deserto della terra, ogni giorno alle prese con lo spirito malvagio, che tentò il nostro capo e modello, Gesù Cristo, vogliamo noi pure uscire trionfanti dalle nostre battaglie? Ecco il modo sicuro ed infallibile: combattiamo com’Egli ha combattuto; combattiamo cioè armati della fede e della fiducia in Dio, che non abbandona mai chi lo invoca con umiltà di cuore, non discutiamo col nemico, non curiamoci delle sue promesse e minacce, non porgiamo ascolto alle sue seduzioni: saldi per la fede a Dio, disprezziamo il tentatore e le tentazioni. – Il demonio, sollevando la tempesta nella nostra mente e nel nostro cuore, può bene travagliarci, molestarci, ma non può mai entrare nel nostro spirito, se noi con l’assenso nostro non gli apriamo la porta.

 Credo …

Offertorium

Orémus Ps XC:4-5:

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus. [Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Secreta

Sacrifícium quadragesimális inítii sollémniter immolámus, te, Dómine, deprecántes: ut, cum epulárum restrictióne carnálium, a noxiis quoque voluptátibus temperémus.

[Ti offriamo solennemente questo sacrificio all’inizio della quarésima, pregandoti, o Signore, perché non soltanto ci asteniamo dai cibi di carne, ma anche dai cattivi piaceri.]

Communio Ps XC:4-5

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus.

[Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Postcommunio

Orémus.

Qui nos, Dómine, sacraménti libátio sancta restáuret: et a vetustáte purgátos, in mystérii salutáris fáciat transíre consórtium. [Ci ristori, o Signore, la libazione del tuo sacramento, e, dopo averci liberati dall’uomo vecchio, ci conduca alla partecipazione del mistero della salvezza.]

 

DOMENICA DI QUINQUAGESIMA [2018]

Introitus Ps XXX: 3-4

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me. – [Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guidami e assistimi.]

Ps XXX:2

In te, Dómine, sperávi, non confúndar in ætérnum: in justítia tua líbera me et éripe me. – [In Te, o Signore, ho sperato, ch’io non resti confuso in eterno: nella tua giustizia líberami e sàlvami.]

 

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me. – [Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guídami e assistimi.]

Orémus. Preces nostras, quaesumus, Dómine, cleménter exáudi: atque, a peccatórum vínculis absolútos, ab omni nos adversitáte custódi. [O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le nostre preghiere: e liberati dai ceppi del peccato, preservaci da ogni avversità.]

Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

Amen.

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.

1 Cor XIII:1-13

“Fratres: Si linguis hóminum loquar et Angelórum, caritátem autem non hábeam, factus sum velut æs sonans aut cýmbalum tínniens. Et si habúero prophétiam, et nóverim mystéria ómnia et omnem sciéntiam: et si habúero omnem fidem, ita ut montes tránsferam, caritátem autem non habúero, nihil sum. Et si distribúero in cibos páuperum omnes facultátes meas, et si tradídero corpus meum, ita ut árdeam, caritátem autem non habuero, nihil mihi prodest. Cáritas patiens est, benígna est: cáritas non æmulátur, non agit pérperam, non inflátur, non est ambitiósa, non quærit quæ sua sunt, non irritátur, non cógitat malum, non gaudet super iniquitáte, congáudet autem veritáti: ómnia suffert, ómnia credit, ómnia sperat, ómnia sústinet. Cáritas numquam éxcidit: sive prophétiæ evacuabúntur, sive linguæ cessábunt, sive sciéntia destruétur. Ex parte enim cognóscimus, et ex parte prophetámus. Cum autem vénerit quod perféctum est, evacuábitur quod ex parte est. Cum essem párvulus, loquébar ut párvulus, sapiébam ut párvulus, cogitábam ut párvulus. Quando autem factus sum vir, evacuávi quæ erant párvuli. Vidémus nunc per spéculum in ænígmate: tunc autem fácie ad fáciem. Nunc cognósco ex parte: tunc autem cognóscam, sicut et cógnitus sum. Nunc autem manent fides, spes, cáritas, tria hæc: major autem horum est cáritas.” –

Omelia I

[Mons. Bonomelli, Nuovo Saggio di Omelie, vol. I, Marietti ed. Torino, 1899 – Om. XXV]

“Quand’io parlassi lingue di uomini e di angeli, se non ho carità, divento un rame sonoro e un cembalo tintinnante. Avessi anche profezia e intendessi tutti i misteri e tutta la scienza; e avessi anche tutta la fede fino a trasportare i monti, se non ho carità, sono un bel nulla. Spendessi pure tutte le mie facoltà in nutrire i poveri, e dessi alle fiamme il mio corpo, se non ho carità, tutto questo non mi giova nulla. La carità è longanime, è benigna; la carità non invidia, non è insolente, non si gonfia, non è scomposta, non cerca le cose proprie, non si inasprisce, non pensa male, non si rallegra della ingiustizia, ma della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sostiene. La carità non vien meno mai: le profezie avran fine, le lingue cesseranno e la scienza svanirà: perché ora conosciamo in parte e in parte profetiamo; ma quando tutto sarà perfetto, allora il parziale finirà. Allorché io era fanciullo, parlava da fanciullo, ragionava da fanciullo; ma allorché divenni uomo, ho smesse le cose da fanciullo. Finora vediamo le cose come in uno specchio, in enigma; ma allora vedremo faccia a faccia; finora conosco in parte, ma allora conoscerò come sono conosciuto. Queste tre cose durano al presente, fede, speranza e carità, ma la massima di queste è la carità „ (I. Cor. XIII, 1-13).

In questo tratto che vi ho recitato, voi avete l’intero capo decimoterzo della prima lettera di S. Paolo ai fedeli di Corinto. Voi stessi udendo queste sentenze, avrete compreso che in esse si racchiude un tesoro di sapienza pratica, un capolavoro di dottrina celeste. Mi duole che la strettezza del tempo mi tolga di sviluppare con qualche ampiezza questa sì sublime pagina dell’Apostolo: dovrò sfiorarla appena; ma la vostra attenzione supplisca alla brevità forzata del commento e approfondisca ciò ch’io avrò toccato di volo. – Nei primi tempi della Chiesa erano frequentissimi i doni straordinari tra i fedeli; doni di profezia, di diverse lingue, di conoscimenti dell’interno degli spiriti, di guarigioni miracolose; Dio ne era largo allora perché trattavasi di stabilire la fede: più tardi, scemando il bisogno, perché la fede era già stabilita, scemarono anche quei doni straordinari. Questi abbondavano nella Chiesa di Corinto, e san Paolo ne parla più volte, e dopo aver dato sapienti norme intorno all’uso di questi doni passa a dimostrare, che vi sono doni ben più eccellenti e desiderabili che quelli, dei quali i Corinti facevano tanto rumore, perché quei doni straordinari, anche sommi, sono nulla senza la carità, virtù regina e radice di tutte le altre, e qui comincia 1’insegnamento dell’Apostolo. Ascoltiamolo. – “Quand’io parlassi lingue di uomini e di Angeli, se non ho carità divento un rame sonoro e un cembalo tintinnante. Avessi anche profezia e intendessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi anche tutta la fede fino a trasportare i monti, se non ho carità, sono un bel nulla. „ Qui l’Apostolo vuol dimostrare che la carità, s’intende verso Dio e per conseguenza anche verso il prossimo, è la massima tra le virtù a talché senza di essa tutto il resto è inutile. Non occorre che vi dica, come questa carità, di cui parla l’Apostolo, stia riposta nel cuore e si traduca poi nelle opere. E gran cosa, così S. Paolo, parlare le lingue degli uomini, più gran cosa ancora sarebbe parlare la lingua degli Angeli e possedere il dono della profezia e penetrare tutti i misteri della terra e del cielo, grandissima cosa poi sarebbe aver tal fede da trasportare i monti. Chi non ammirerebbe l’uomo che tutto questo possedesse? chi non lo saluterebbe come un miracolo vivente? Ebbene, esclama l’Apostolo: vi dico che quest’uomo, se fosse privo di carità, non sarebbe altro che un rame, il quale percosso, dà un po’ di suono; sarebbe meno ancora, un nulla. Né qui si ferma l’Apostolo; ma, incalzando l’argomento, continua e dice: “Se spendessi tutte le mie facoltà in nutrire i poveri e dessi alle fiamme il mio corpo, se non ho carità tutto questo non mi giova nulla. „ Si direbbe che questa è una esagerazione, eppure è una verità indubitata. Come! direte voi: un uomo può dar tutte le sue sostanze ai poverelli, anzi dare la vita stessa e darla in mezzo alle fiamme e non avere carità e perdersi eternamente? Gesù Cristo non dice Egli nel Vangelo, che nessuno ha maggior carità di colui che dà la sua vita per il prossimo? Dare adunque la vita per il prossimo è avere la carità in grado sommo. Come dunque qui l’Apostolo suppone che altri si immoli per il prossimo e non abbia la carità e nulla gli giovi il sacrificio stesso della vita? come ciò può essere? Sì; quando un uomo facesse tutto questo, non per amore di Dio, per ubbidire a Lui, ma per ambizione, per orgoglio, per capriccio, per ostinazione e per altre cause somiglianti, certamente peccherebbe e anziché premio meriterebbe castigo, e qualche raro esempio di tanta follia non manca nella storia. I sacrifici che si fanno, anche i massimi, come quello delle sostanze e della vita, ricevono il valore e merito dal fine, dal motivo, per il quale si fanno; se non si fanno per Iddio, per la carità, che a Lui ci lega, che valgono? Nulla. Del resto S. Paolo in questo luogo non parla del fatto, ma fa un’ipotesi, come se dicesse: Posto pure che un uomo versasse tutti i suoi beni in seno agli indigenti fino a ridursi all’estrema miseria e che immolasse la sua vita istessa (cosa umanamente impossibile, se non ha la carità), tutto è gettato inutilmente. — Comprendete, o cari, qual sia il pregio della carità: con essa, tutto giova; senza di essa, nulla giova pel cielo. Qui S. Paolo, con uno di quei rapidi passaggi, che s’incontrano non raramente nelle sue lettere, prende a tratteggiare con mano maestra le qualità della carità cristiana. Consideriamole ad una ad una e non lo faremo senza frutto. – ” La carità è longanime. „ Chi ha il cuore ripieno di carità non solo possiede la pazienza, che è fortezza e grandezza d’animo, ma è longanime, cioè è temperato per modo che i dolori e le tribolazioni, per quanto siano lunghe ed aspre, non lo turbano e lo trovano sempre eguale. “La carità è benigna. „ La carità paziente, dice S. Bernardo, basta; ma la carità benigna colma la misura: la carità paziente ama quelli che tollera; la carità benigna, li ama ardentemente. La carità compone costantemente il viso a benevolenza inalterabile e mette sulle labbra parole di pace e d’amore. “La carità non invidia. „ Chi ama il prossimo per amore di Dio, lo ama come se stesso non conosce il tuo ed il mio e gode tanto del proprio come dell’altrui bene, e perciò non sa che cosa sia invidia. – “La carità non è insolente. La carità è sempre delicata e mette ogni studio in non recare offesa o dispiacere a chicchessia con atti, o parole, o in qualsiasi modo, perché il dispiacere altrui è dispiacere proprio; perciò serba la giusta misura in ogni cosa, sempre tranquilla e modesta. – “La carità non si gonfia. „ La vanità, l’orgoglio, l’arroganza sono frutti della mala pianta dell’amor proprio sregolato; questo domato e ridotto alla obbedienza, regna la carità, che è sempre umile, mansueta, dolce con tutti. – “La carità non è scomposta. „ La virtù che tutte le altre contiene e avviva, la carità, è madre dell’ ordine e dell’armonia in ogni cosa, e perciò elimina dolcemente ogni durezza, ogni scabrosità, tutto ciò che sia o sembri meno decente; essa, come dice graziosamente il Crisostomo, con le sue ali d’oro, copre i difetti di tutti quelli che abbraccia. – “La carità non cerca il suo interesse. Se noi volgiamo intorno gli occhi, vediamo che pur troppo gli uomini cercano le cose loro, quærunt quæ sua sunt. Per sé gli onori, per sé le ricchezze, per sé i piaceri, per sé ogni cosa: il loro io è il centro a cui convergono tutti i loro pensieri, desideri! e sforzi: la carità inverte le parti: dimentica sé per gli altri, ama dare più che ricevere, simile a Dio che dà a tutti sempre e largamente. – “La carità non si inasprisce, non pensa male. „ Certamente chi ama, fa opera di rimuovere dalla persona amata qualunque male e si ingegna di procurarle ogni bene: per far ciò non è raro che sia necessario usare modi fermi ed austeri e ricorrere a mezzi spiacevoli e dolorosi: il medico che vuole la guarigione dell’infermo, lo tormenta col ferro e col fuoco; il padre che vuole 1’emenda del figlio riottoso, lo rimprovera e punisce. Forseché diremo che qui la carità si inasprisce? No, mai, carissimi. Essa, anche quando castiga e ferisce e flagella è sempre dolce e amabile e trova mille vie per far sentire e toccare, che ama e fa tutto per amore. L’occhio, l’accento, l’atteggiamento, il tutto della persona vi dice che è sempre l’amore che opera, tanto più caro e ardente in quanto che soffre e fa soffrire suo malgrado, onde è vero il detto del poeta: “Né per sferza è però madre men pia”. – La carità non tradisce mai la verità, e se altri apertamente fa male, non dirà, né penserà che faccia bene, no, per fermo. Ma se nel fratello che fa male può supporre l’inavvertenza, la buona fede, un fine lodevole, un errore involontario, ella sarà ben lieta di pensarlo e dirlo, perché non pensa male se non forzata dalla verità e sempre a malincuore. – “La carità non si rallegra della ingiustizia, ma della verità. „ Sante parole! L’anima è fatta per la virtù, per la giustizia e per la verità, come l’occhio per la luce e l’orecchio per l’armonia, e per ciò essa gode e si letizia di tutto ciò che è conforme a virtù, a giustizia e a verità: è la sua musica, è la sua gioia più pura. Figliuoli, amate sempre la verità e la giustizia, fuggite e abbominate la menzogna e l’ingiustizia dovunque appariscano. . “La carità tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sostiene. „ L’uomo informato alla vera carità tutto copre, cioè dissimula fin dove è possibile gli altrui difetti e pietosamente nasconde i loro falli, è inchinevole a credere alle altrui parole, perché tutti reputa buoni, spera sempre bene di tutti e tutti amorevolmente tollera senza lagnarsi e tollera perché spera. Non è poi mestieri l’osservare, che tutto si deve credere e tutto sperare secondo ragione e verità, perché dove la ragione e la verità non permettono il credere e lo sperare, sarebbe debolezza e stoltezza il credere e lo sperare, giacché non è mai virtù quella che si scompagna dalla verità. La Scrittura santa ci insegna che è leggero chi crede tosto senza motivi sufficienti. Ricordatelo bene, o dilettissimi. La religione non ci obbliga mai ad operare contro ragione, perché anche questa, come la religione, viene da Dio, e se noi prestassimo fede a tutto ciò che si dice, senza assicurarci della verità delle cose, meritamente cadremmo in disprezzo e offenderemmo la religione stessa. – L’Apostolo prosegue ancora enumerando altri pregi della carità in confronto degli altri doni sopra accennati della profezia, delle lingue e della scienza, e dice: “La carità non viene mai meno; le profezie avranno termine, le lingue cesseranno, e la scienza svanirà. „ Tutti questi doni, benché eccellenti, sono ristretti alla vita presente: sono mezzi più o meno efficaci per condurci a Dio, e alla morte cesseranno, ma non cesserà la carità. L’amore verso Dio e le sue immagini vive, acceso nelle anime qui in terra, allorché entreremo in cielo, si purificherà, crescerà a dismisura e durerà per tutti i secoli. – “Ora conosciamo in parte e in parte profetiamo, ma quando tutto sarà perfetto, allora finirà ciò che è parziale. „ Che cosa è la scienza nostra qui in terra? E una favilla, tenue favilla in confronto del sole: la nostra scienza quaggiù in terra, sia quanto vi piace grande e acuta, è sempre circoscritta a poche cose, mista a dubbi ed errori e mutevole: la profezia poi, che è parte della scienza infusa, non dà il conoscimento che di alcuni punti del futuro. Ebbene: quando porremo piede in cielo, spariranno tutti questi limiti e queste imperfezioni: alla scienza incerta e limitata, alla profezia sottentrerà la scienza piena e perfetta, perché tutto vedremo senza velo in Dio. — Qui l’Apostolo rischiara la cosa con una immagine graziosa e semplicissima. ” Quand’io ero fanciullo, parlavo da fanciullo, giudicavo da fanciullo, ragionavo da fanciullo; ma come divenni uomo, smisi ciò che era da fanciullo. „ È cosa che ciascuno di noi ha sperimentato. Il nodo di pensare, di operare, di ragionare varia secondo gli anni: a sei, a sette, a dieci, a dodici anni quali erano i nostri pensieri, discorsi e giudizi? Ditelo voi. Crescemmo e toccammo i quindici, i venti, i trent’anni; senza accorgerci, li mutammo in altri e certamente migliori e degni d’uomini fatti; passammo dall’imperfetto al perfetto relativo, dal fanciullesco al virile; così, dice S. Paolo, e in nodo ben più perfetto, ci muteremo, passando dalla terra al cielo. – Alcuni talvolta rinfacciano ad altri d’aver mutato, come se il mutarsi per se stesso fosse cosa biasimevole. Conviene distinguere: se si muta il vero in falso, il bene in male, è certo cosa altamente biasimevole; ma se si muta il falso in vero, il male in bene, l’imperfetto in perfetto, il bene in meglio, il meglio in ottimo, chi vorrà farne biasimo? Ogni cognizione che acquisto è un mutamento nell’anima mia, e in questo senso tutti ci mutiamo e sarebbe da stolti muoverne lamento o farne le meraviglie. – “Finora vediamo per ispecchio. in enigma. „ Nell’ordine presente del tempo vediamo le cose per riflesso, quasi in nube, come 1’immagine nello specchio; ma in cielo “vedremo faccia a faccia, cioè direttamente, senza mezzo, come sono in se medesime. Ora conosco in parte, ma allora conoscerò come sono conosciuto, ., non già con la perfezione infinita, con cui Dio conosce me (cosa impossibile), ma sì per modo diretto, senz’ombra di mezzo creato, e in Lui e per Lui conoscerò tutto quello che mi sarà possibile di conoscere. – “Queste tre cose, conchiude l’Apostolo, durano al presente, fede, speranza e carità, ma di queste la carità è la maggiore: „ la maggiore per le cose sopra dette. Carissimi! Dio è carità, come insegna san Giovanni; figli di Dio, figli della carità, mostriamoci tali costantemente nelle parole e nelle opere, che questo è il compimento della legge.

 Graduale : Ps LXXVI:15; LXXVI:16

Tu es Deus qui facis mirabília solus: notam fecísti in géntibus virtútem tuam. . [Tu sei Dio, il solo che operi meraviglie: hai fatto conoscere tra le genti la tua potenza.]

Liberásti in bráchio tuo pópulum tuum, fílios Israel et Joseph

[Liberasti con la tua forza il tuo popolo, i figli di Israele e di Giuseppe.]

Tratto: Ps XCIX:1-2

Jubiláte Deo, omnis terra: servíte Dómino in lætítia, V. Intráte in conspéctu ejus in exsultatióne: scitóte, quod Dóminus ipse est Deus. V. Ipse fecit nos, et non ipsi nos: nos autem pópulus ejus, et oves páscuæ ejus.

[Acclama a Dio, o terra tutta: servite il Signore in letizia. V. Entrate alla sua presenza con esultanza: sappiate che il Signore è Dio. V. Egli stesso ci ha fatti, e non noi stessi: noi siamo il suo popolo e il suo gregge.]

Evangelium

Luc XVIII:31-43

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus duódecim, et ait illis: Ecce, ascéndimus Jerosólymam, et consummabúntur ómnia, quæ scripta sunt per Prophétas de Fílio hominis. Tradátur enim Géntibus, et illudétur, et flagellábitur, et conspuétur: et postquam flagelláverint, occídent eum, et tértia die resúrget. Et ipsi nihil horum intellexérunt, et erat verbum istud abscónditum ab eis, et non intellegébant quæ dicebántur. Factum est autem, cum appropinquáret Jéricho, cæcus quidam sedébat secus viam, mendícans. Et cum audíret turbam prætereúntem, interrogábat, quid hoc esset. Dixérunt autem ei, quod Jesus Nazarénus transíret. Et clamávit, dicens: Jesu, fili David, miserére mei. Et qui præíbant, increpábant eum, ut tacéret. Ipse vero multo magis clamábat: Fili David, miserére mei. Stans autem Jesus, jussit illum addúci ad se. Et cum appropinquásset, interrogávit illum, dicens: Quid tibi vis fáciam? At ille dixit: Dómine, ut vídeam. Et Jesus dixit illi: Réspice, fides tua te salvum fecit. Et conféstim vidit, et sequebátur illum, magníficans Deum. Et omnis plebs ut vidit, dedit laudem Deo.” –

Omelia II

[Mons. Bonomelli, Nuovo Saggio di Omelie, vol. I, Marietti ed. Torino, 1899 – Om. XXVI]

“Presi seco i dodici, Gesù disse loro: Ecco noi andiamo a Gerusalemme e tutte le cose scritte dai profeti intorno al Figliuol dell’uomo, saranno compiute. Perocché egli sarà dato in mano ai gentili, vilipeso, flagellato e sputacchiato. E poiché l’avranno flagellato, l’uccideranno e il terzo dì risorgerà. Ma essi non compresero nulla di queste cose, perché questo ragionamento era loro occulto e non intendevano le cose dette loro. Avvicinandosi a Gerico, avvenne, che un certo cieco stava lungo la via, chiedendo la limosina. Ora, questi, udito il rumore della folla che passava, domandò che cosa fosse, e gli risposero che passava Gesù di Nazaret. Allora egli si pose a gridare: Gesù, figliuolo di Davide, abbi pietà di me. E quelli che andavano innanzi lo sgridavano affinché tacesse. E Gesù, fermatosi, comandò che gli fosse menato, e come gli fu presso, lo interrogò, dicendo: Che vuoi ch’io ti faccia? e quegli: Signore, ch’io riabbia la vista. E Gesù gli disse: Vedi; la tua fede ti ha fatto salvo. E incontanente riebbe la vista e lo seguitava, glorificando Iddio; e tutto il popolo, veduto ciò, diede lode a Dio.„

È questo, o carissimi, l’odierno Vangelo, che la Chiesa ci propone a meditare in questa Domenica detta di Quinquagesima. Esso si divide in due parti ben distinte tra di loro: nella prima si contiene l’annunzio chiarissimo che Gesù Cristo fa della prossima sua passione, morte e risurrezione: nella seconda si narra il miracolo operato da Gesù Cristo presso a Gerico nella persona d’un cieco. Tutto questo avvenne nell’ultimo viaggio di Gesù Cristo dalla Galilea a Gerusalemme, poco prima della sua entrata trionfale in quella città. — Veniamo alla spiegazione. – “Presi seco i dodici, Gesù disse loro: Ecco noi entriamo a Gerusalemme e tutte le cose scritte dai profeti intorno al Figliuol dell’uomo saranno compiute. „ Gesù aveva settantadue discepoli e dodici Apostoli, che più o meno lo seguivano dovunque, massime verso la fine di sua vita; i dodici Apostoli poi erano ammessi a speciali confidenze, come tre fra i dodici erano ammessi a specialissime; è cosa manifesta dai Vangeli. Gesù adunque dalla Galilea movendo verso Gerusalemme per l’ultima volta, ebbe a sé i dodici Apostoli e disse loro chiaramente che i vaticini dei profeti intorno alla sua Persona erano prossimi a compirsi, e venendo più al particolare intorno a questi vaticini, soggiunse: “Il Figliuol dell’uomo, cioè l’uomo che vi parla, sarà consegnato ai gentili, e vilipeso, e flagellato, e sputacchiato, e poiché l’avranno flagellato, l’uccideranno e il terzo dì risorgerà. „ Ecco, o dilettissimi, una profezia sovra ogni altra splendidissima. Che cosa si domanda per avere una profezia nel senso rigoroso della parola e una prova divina della verità? Si domanda che si annunzi in termini chiari una cosa futura; una cosa futura affatto impossibile a prevedersi con la ragione umana, e che la cosa annunziata avvenga nel tempo, luogo e modo determinati. Ora queste parole di Gesù Cristo contengono esse una profezia, che abbia tutti questi caratteri? Indubitatamente. Gesù Cristo annunzia la vicina sua morte accompagnata da circostanze particolarissime: doveva avvenire in Gerusalemme, fra breve, per opera degli Ebrei e dei gentili, dopo essere stato vilipeso, flagellato, sputacchiato. Più: predice nettamente la risurrezione e ne fissa il giorno. Tutto questo poteva Egli predire, umanamente ragionando? No: perché tutto questo dipendeva dalla volontà altrui, volontà libera, che poteva fare e non fare a quel modo, e nessuno aveva manifestato e forse allora non ci pensava nemmeno. I termini, coi quali Gesù Cristo  annunzia tutto questo, non hanno ombra di incertezza, di ambiguità: la chiarezza non potrebbe essere maggiore. Dodici persone ascoltano quel vaticinio, lo riferiscono e ne sono testimoni oculari, e tanta è la certezza loro quanto all’adempimento, che tutti, a loro tempo morranno per Lui, che lo predisse. E il fatto della passione, della morte e della risurrezione, sì complesso e sì determinato, avvenne come fu predetto? Il mondo intero lo attesta. Noi dunque abbiamo in queste parole di Gesù una magnifica profezia adempiuta letteralmente e per conseguenza una prova luminosissima della sua divinità, perché Dio solo poteva conoscere tutto questo cumulo di fatti. Direte: Questa profezia prova che Gesù Cristo poteva essere ed era profeta, non mai che fosse Dio. Moltissimi furono i profeti, ma nessuno dalle loro profezie argomentò che essi fossero Dio. Obbiezione facilissima a sciogliersi: Molti, moltissimi furono i profeti, ma nessuno di loro disse: Io sono il Figliuolo di Dio e Dio. Solo l’affermò chiaramente e ripetutamente Gesù Cristo: le profezie pertanto fatte e perfettamente adempiute mostrano la sua divinità, se non vogliamo dire che Dio concorre col miracolo a provare 1′ errore e la bestemmia, e massimo errore, massima bestemmia sarebbe l’affermazione di Gesù: Io sono Dio! E perché Gesù Cristo volle fare agli Apostoli questa profezia? Evidentemente per prepararli a quella prova terribile, per togliere o almeno scemare l’effetto dello scandalo che la loro debolezza doveva risentire alla vista della sua morte obbrobriosa e per dar loro in mano un argomento perentorio della sua divina missione. “Voi vedete, così S. Giovanni Crisostomo fa parlare Gesù Cristo, voi vedete che volontariamente io vo alla morte. Allorché mi vedrete confitto in croce, badate di non considerarmi come un semplice uomo, perché se il poter morire è da uomo, il voler morire non è da uomo. „ Questa profezia pertanto era un atto di bontà e di misericordia coi suoi Apostoli, era un temperare la ferita acerbissima che avrebbero provato alla vista dello scempio e della morte crudelissima del divino Maestro. E perché Gesù Cristo disse tutto ai soli Apostoli e non a tutti i suoi discepoli e alle turbe che lo seguivano? Altre volte ciò aveva fatto, sebbene in modo men chiaro: poi, dicendolo ai dodici Apostoli, in qualche modo lo faceva conoscere anche agli altri, e forse con ciò volle dar loro un segno peculiare del suo amore. – Che dissero e fecero gli Apostoli, udendo quelle parole di Gesù Cristo? Non lo crederemmo se non lo leggessimo registrato nel Vangelo. “Essi non compresero nulla di queste cose, perché questo ragionamento era loro occulto e non intendevano le cose dette loro. „ Come ciò, o dilettissimi ? Forseché non capivano il senso materiale delle parole e non sapevano che cosa fosse l’essere dato in mano ai gentili, essere vilipeso, flagellato, sputacchiato, morire e risorgere? Certo che sì: essi comprendevano troppo bene il significato naturale delle parole, ma non comprendevano, non sapevano persuadersi che tutto questo avesse a compirsi nella persona del divino Maestro. Lo amavano, lo adoravano: attendevano da Lui la ristorazione del regno temporale d’Israele, aspettavano il suo trionfo tutto alla foggia ebraica, cioè materiale: come dunque comprendere tante umiliazioni, la morte, la risurrezione di Gesù Cristo? Non ricusavano fede alle parole di Lui, credevano anche, ma non potevano comporre tutte queste cose che a loro sembravano ripugnanti: confusi, sbigottiti, afflitti ascoltavano e tacevano: solamente i fatti avrebbero potuto snodare 1e loro difficoltà e illuminarli, e così avvenne. – Intanto ammiriamo la schiettezza veramente meravigliosa degli Evangelisti, che non esitarono a narrare tanta ignoranza degli Apostoli e a farla conoscere a tutto il mondo, e da loro apprendiamo noi pure ad amare la sincerità, ancorché ci costi assai, e a confessare, quando occorra, i nostri falli senza arrossire. Questo fatto della ignoranza degli Apostoli è anche una grande lezione per noi tutti. Gli Apostoli, formati alla scuola stessa di Gesù Cristo, non avevano ancora compreso la sostanza del suo insegnamento, che si riduce pressoché tutto alla scienza della croce: qual meraviglia pertanto che anche al giorno d’oggi molti cristiani si mostrino ripugnanti alla dottrina e alla pratica della croce, che è il succo del Vangelo? È dunque ben giusto che siam pieni di compatimento verso tanti cristiani ignoranti, pensando che lo erano anche gli Apostoli istruiti da Gesù Cristo istesso. S. Luca passa alla narrazione del miracolo del cieco, avvenuto presso Gerico (S. Matteo [XX, 29] e S. Marco [X, 46] parlano di due ciechi guariti da Gesù Cristo, e qui S. Luca d’un solo. Sembra certo che siano stati guariti l’uno nell’entrare, l’altro nell’uscire da Gerico; quei due Evangelisti li mettono insieme, S. Luca parla solamente del primo.). “Nell’accostarsi a Gerico, avvenne che un certo cieco stava lungo la via, domandando la limosina.„ Il Vangelista qui non dice il suo nome, ma è forse quel figliuolo di Timeo, del quale scrive S. Luca: come sogliono fare i ciechi poveri sedeva lungo la via, tendendo la mano e chiedendo la limosima a quanti passavano. – Il povero cieco udì l’insolito rumore della turba che precedeva e seguitava Gesù Cristo: tese l’orecchio, s’accorse di qualche cosa di straordinaria che avveniva e stimolato dalla naturale curiosità, a quelli che erano più presso, domandò che cosa fosse. E tosto gli fu risposto: “Che passava Gesù di Nazaret. „ Appena ebbe udito quel nome, che più volte era risuonato ai suoi orecchi come quello di un gran profeta, d’un taumaturgo, del Messia aspettato, nella sua mente balenò un lampo di speranza, anzi la certezza di riacquistare la vista. Levandosi, agitando le mani e muovendosi come poteva alla volta di Gesù, con quanta voce aveva in petto, gridava: “Gesù, figliuolo di Davide, abbi pietà di me. „ Semplicissima e sublime preghiera, che la fede e la speranza della guarigione mettono sulle labbra del poverello, che riconosce in Gesù il Figliuolo di Davide, ossia l’aspettato Salvatore del mondo. Egli gridava per modo, che i vicini stimarono bene dargli sulla voce e imporgli silenzio, parendo loro che turbasse tutti e particolarmente Gesù Cristo. Ma più gli si intimava di tacere e più alta egli levava la voce, ripetendo sempre il suo grido: “Figliuol di Davide, abbi pietà di me. „ Figliuoli amatissimi! questo cieco, che non fa che ripetere la stessa preghiera sì bella e sì eloquente, è un perfetto modello del modo con cui dobbiamo innalzare a Dio le nostre preci, con fede viva, con perseveranza, senza rispetti umani. Allora Gesù, udendo quelle grida e forse pregatone dai vicini, si fermò e con lui si fermò quella turba che lo accompagnava. Il cieco brancolando, condotto a mano da alcuni pietosi, commosso, anelante, fu ai piedi di Gesù, ripetendo sempre il suo grido: ” O Gesù, abbi pietà di me. „ Avutolo a sé vicino, Gesù, con voce amorevole, gli disse: “Che vuoi tu che ti faccia? „ Senza dubbio Gesù Cristo conosceva ciò che tutti conoscevano, la cecità del meschinello: Egli leggeva nel cuore di lui il desiderio, la domanda che voleva fare; ma volle che la facesse, sia perché apparisse meglio il miracolo, sia perché voleva che con la domanda i n qualche modo meritasse la guarigione. Il cieco, non appena ebbe udita la domanda di Gesù, con quell’ardore dell’anima, che potete immaginare e che tutto gli traspariva sul volto, rispose con tre sole parole: “Domine, ut videam — Signore, la vista. „ Quanta semplicità, quanta fede e quanta forza in queste parole: Signore, la vista! — Il momento era sublime: la turba si accalcava intorno a Gesù ed al cieco: i lontani si premevano per avvicinarsi, si levavano in punta di piedi per vedere: il silenzio assoluto e mille occhi erano fissi sopra il Salvatore e sopra il cieco, che, levando il viso, aspettava ansante una parola, la parola del miracolo. E Gesù la disse: “Vedi. „ Quella parola fu come un lampo, aperse gli occhi del cieco, che furono inondati di luce: attonito, fuor di sé per la gioia, gettò un grido di gratitudine, di amore, a cui si unirono le acclamazioni e gli applausi della folla, che glorificava Dio. Il miracolo è operato sulla pubblica via, alla presenza, sotto gli occhi di numerosissimo popolo, con una sola parola: “Respice — Vedi. „ È narrato da testimoni di veduta, che credono essi stessi in Gesù fino a morire per Lui. Chi potrà mai dubitare della virtù divina dell’operatore? Gesù Cristo attribuì il miracolo alla fede del cieco: “La tua fede ti ha salvato, „ cioè risanato; e in un senso è vero, perché se il cieco non avesse avuto fede in Lui, non avrebbe domandato il miracolo e Gesù non l’avrebbe operato. Carissimi! se non sono molti i ciechi degli occhi corporei, pur troppo moltissimi sono i ciechi degli occhi della mente: son ciechi tanti fratelli nostri, che hanno perduto la fede o che ne dubitano: son ciechi tanti, che, pure avendola, non si curano di operare secondo i suoi dettati: son ciechi tanti, che, dimentichi dei veraci beni del cielo, corrono dietro ai fallaci della terra, schiavi dell’orgoglio e della vanità, della gola e della lussuria e di tante altre passioni. – Deh! che tutti questi ciechi si alzino, si accostino a Gesù e, col cieco di Gerico, gridino a Lui: “Signore, la vista della mente, della fede, „ e Gesù che non rimandò mai un solo inesaudito e sconsolato, dirà loro: “Vedete; la vostra fede vi ha salvati. „

Credo

Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 12-13

Benedíctus es, Dómine, doce me justificatiónes tuas: in lábiis meis pronuntiávi ómnia judícia oris tui. [Benedetto sei Tu, o Signore, insegnami i tuoi comandamenti: le mie labbra pronunciarono tutti i decreti della tua bocca.]

Secreta

Hæc hóstia, Dómine, quaesumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. [O Signore, Te ne preghiamo, quest’ostia ci purifichi dai nostri peccati: e, santificando i corpi e le ànime dei tuoi servi, li disponga alla celebrazione del sacrificio.]

Communio Ps LXXVII:29-30

Manducavérunt, et saturári sunt nimis, et desidérium eórum áttulit eis Dóminus: non sunt fraudáti a desidério suo. [Mangiarono e si saziarono, e il Signore appagò i loro desiderii: non furono delusi nelle loro speranze.]

Postcommunio

Orémus. Quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui coeléstia aliménta percépimus, per hæc contra ómnia adversa muniámur. Per eundem … [Ti preghiamo, o Dio onnipotente, affinché, ricevuti i celesti alimenti, siamo muniti da questi contro ogni avversità.]

DOMENICA DI SESSAGESIMA [2018]

Incipit 
In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLIII:23-26

Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? exsúrge, et ne repéllas in finem: quare fáciem tuam avértis, oblivísceris tribulatiónem nostram? adhaesit in terra venter noster: exsúrge, Dómine, ádjuva nos, et líbera nos. [Risvégliati, perché dormi, o Signore? Déstati, e non rigettarci per sempre. Perché nascondi il tuo volto diméntico della nostra tribolazione? Giace a terra il nostro corpo: sorgi in nostro aiuto, o Signore, e líberaci.]

Ps XLIII:2 – Deus, áuribus nostris audívimus: patres nostri annuntiavérunt nobis. [O Dio, lo udimmo coi nostri orecchi: ce lo hanno raccontato i nostri padri.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui cónspicis, quia ex nulla nostra actióne confídimus: concéde propítius; ut, contra advérsa ómnia, Doctóris géntium protectióne muniámur. – Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

[O Dio, che vedi come noi non confidiamo in alcuna òpera nostra, concédici propizio d’esser difesi da ogni avversità, per intercessione del Dottore delle genti. – Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. R. – Amen.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.

2 Cor XI:19-33; XII:1-9.

“Fratres: Libénter suffértis insipiéntens: cum sitis ipsi sapiéntes. Sustinétis enim, si quis vos in servitútem rédigit, si quis dévorat, si quis áccipit, si quis extóllitur, si quis in fáciem vos cædit. Secúndum ignobilitátem dico, quasi nos infírmi fuérimus in hac parte. In quo quis audet, – in insipiéntia dico – áudeo et ego: Hebraei sunt, et ego: Israelítæ sunt, et ego: Semen Abrahæ sunt, et ego: Minístri Christi sunt, – ut minus sápiens dico – plus ego: in labóribus plúrimis, in carcéribus abundántius, in plagis supra modum, in mórtibus frequénter. A Judaeis quínquies quadragénas, una minus, accépi. Ter virgis cæsus sum, semel lapidátus sum, ter naufrágium feci, nocte et die in profúndo maris fui: in itinéribus sæpe, perículis fluminum, perículis latrónum, perículis ex génere, perículis ex géntibus, perículis in civitáte, perículis in solitúdine, perículis in mari, perículis in falsis frátribus: in labóre et ærúmna, in vigíliis multis, in fame et siti, in jejúniis multis, in frigóre et nuditáte: præter illa, quæ extrínsecus sunt, instántia mea cotidiána, sollicitúdo ómnium Ecclesiárum. Quis infirmátur, et ego non infírmor? quis scandalizátur, et ego non uror? Si gloriári opórtet: quæ infirmitátis meæ sunt, gloriábor. Deus et Pater Dómini nostri Jesu Christi, qui est benedíctus in saecula, scit quod non méntior. Damásci præpósitus gentis Arétæ regis, custodiébat civitátem Damascenórum, ut me comprehénderet: et per fenéstram in sporta dimíssus sum per murum, et sic effúgi manus ejus. Si gloriári opórtet – non éxpedit quidem, – véniam autem ad visiónes et revelatiónes Dómini. Scio hóminem in Christo ante annos quatuórdecim, – sive in córpore néscio, sive extra corpus néscio, Deus scit – raptum hujúsmodi usque ad tértium coelum. Et scio hujúsmodi hóminem, – sive in córpore, sive extra corpus néscio, Deus scit:- quóniam raptus est in paradisum: et audivit arcána verba, quæ non licet homini loqui. Pro hujúsmodi gloriábor: pro me autem nihil gloriábor nisi in infirmitátibus meis. Nam, et si volúero gloriári, non ero insípiens: veritátem enim dicam: parco autem, ne quis me exístimet supra id, quod videt in me, aut áliquid audit ex me. Et ne magnitúdo revelatiónem extóllat me, datus est mihi stímulus carnis meæ ángelus sátanæ, qui me colaphízet. Propter quod ter Dóminum rogávi, ut discéderet a me: et dixit mihi: Súfficit tibi grátia mea: nam virtus in infirmitáte perfícitur. Libénter ígitur gloriábor in infirmitátibus meis, ut inhábitet in me virtus Christi.”

Deo gratias.

Omelia I

[Mons. Bonomelli, Nuovo saggio di Omelie, Marietti ed. – Torino, 1899, vol. I, om. XXIII – imprim.]

“Essendo voi savi, volentieri sopportate gli insipienti. E invero, se alcuno vi tratta da schiavi, se alcuno vi divora, se alcuno vi raggira, se alcuno si innalza, se alcuno vi schiaffeggia, voi lo sopportate. Lo dico a vergogna, come se noi da questo lato fossimo deboli: eppure in ciò, onde altri si vanta (lo dico da pazzo), anch’io me ne vanto. Sono essi Ebrei? Io ancora. Son essi Israeliti? Io ancora. Sono progenie di Abramo? Io ancora. Sono essi ministri di Cristo? Parlo da pazzo: io lo sono più di loro: nei travagli più sbattuto, nelle carceri più macerato di loro, nelle battiture oltre ogni misura, spesso nelle fauci della morte. Dai Giudei cinque volte ricevetti quaranta colpi, meno uno; tre volte fui vergheggiato, una volta lapidato, tre volte naufragai, restando un dì ed una notte in balia del mare. Spesse volte in viaggi, in pericoli di fiumi, in pericoli di ladroni, in pericoli da quelli della mia nazione, in pericoli dai gentili, in pericoli in città, in pericoli in luoghi deserti, in pericoli in mare, in pericoli tra falsi fratelli: tra fatiche e calamità, in veglie, in fame e sete, in prolungati digiuni, in freddo e nudità: oltre alle cose esterne, l’ansia che porto di tutte le Chiese, mi stringe. Chi mai è debole, ch’io non sia debole con lui? Chi è scandalizzato, ch’io non ne bruci? Se conviene vantarsi, io vanterò gli effetti della mia debolezza. Dio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, che sia benedetto in eterno, sa ch’io non mentisco. In Damasco, il capo della mia nazione, governatore del re Areta, aveva poste guardie nella città dei Damasceni per pigliarmi. Ma io fui calato dal muro per una finestra, in una sporta e così scampai dalle sue mani. Se mette conto gloriarmi (non è certo spediente), verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un cristiano, il quale quattordici anni or sono, fu rapito (se nel corpo o fuori del corpo, io non lo so, lo sa Iddio) fino al terzo cielo; so che quest’uomo (se nel corpo o fuori del corpo, io non lo so, lo sa Iddio) fu rapito in paradiso e vi udì parole ineffabili, che a nessun uomo è lecito profferire. Io mi glorierò di quel tale, ma non mi glorierò di me stesso, se non nelle mie debolezze. Perocché s’io volessi gloriarmi, non sarei stolto, perché direi il vero; tuttavia me ne rimango, affinché altri non mi stimi da più di ciò, che vede in me, od ode cosa di me. E perché l’altezza delle rivelazioni non mi faccia salire in orgoglio, mi fu dato un pungolo nella mia carne, un ministro di satana che mi tormenti. Onde tre volte ho pregato il Signore perché quello si partisse da me, e mi disse: Ti basti la mia grazia, perché la potenza si compie nella debolezza. Di gran cuore adunque mi glorierò delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo alberghi in me „ (II. Cor. XI, 19-33; XII, 1-9).

Non ho potuto dispensarmi dal riportare tutto intero questo tratto abbastanza lungo della epistola odierna per attenermi alla consuetudine universalmente stabilita. D’altra parte in questo tratto dell’epistola, che avete udito, vi è tanta forza, tanto calore, tanto nerbo di eloquenza popolare e serrata da gareggiare con i sommi oratori, ed era mio dovere farvelo gustare nella nativa sua semplicità e robustezza. Si direbbe che in queste in due pagine il grande Apostolo volle versare tutta l’anima sua, anima di fuoco. – Voi comprendete che la strettezza del tempo non mi permette di commentare ad uno ad uno questi ventiquattro versetti, come siam soliti fare: in quella vece, assommando insieme le cose dette dall’Apostolo, mi studierò di cavarne alcuni punti, che ne sono come la sostanza e il succo, e li verremo meditando insieme. S. Paolo aveva fondato la Chiesa di Corinto, composta di gentili e in parte di Ebrei ivi stabiliti. Quella Chiesa era fiorente, come apparisce dalle lettere dell’Apostolo; ma ben presto vi nacquero dei partiti, per sopire i quali S. Paolo scrisse la sua prima lettera. Poco appresso vi si recò Tito e ne recò ottime notizie all’Apostolo; ma dovette pure riferirgli che a Corinto non erano interamente cessati i dissidi e che colà v’erano ancor molti, massime Ebrei convertiti, i quali combattevano lo stesso Apostolo, lo gridavano nemico di Mosè e delle istituzioni nazionali ed osavano mettere in dubbio la sua missione e dignità di Apostolo. – Scopo della lettera, particolarmente nella parte recitàtavi, è di mostrare con le opere la sua dignità di Apostolo e che non ha fatto meno degli altri, anzi più degli altri, e tesse a rapidi tocchi le incredibili fatiche e i patimenti senza numero e senza nome, che sostenne per la causa di Gesù Cristo e per la salvezza delle anime. Si direbbe che l’Apostolo volesse fare il più splendido panegirico delle proprie imprese e gloriose conquiste. Da tutto questo noi apprendiamo in primo luogo, che i maggiori santi, lo stesso Apostolo per eccellenza, permettendolo Iddio, quaggiù non vanno immuni dalle contraddizioni e dalle prove più dure. S. Paolo, quest’uomo meraviglioso per l’ingegno e per la tempra d’acciaio della sua volontà, in un istante si decide di lasciare il mosaismo, di cui era campione fanatico e si fa discepolo di Gesù Cristo: chiamato da Lui stesso all’apostolato, affronta ogni sorta di nemici, Giudei e gentili; soffre esili e carceri, è vergheggiato e lapidato: la sua è la vita più travagliosa che si possa immaginare: va da Damasco ad Antiochia, a Tarso, a Gerusalemme, in Arabia, ritorna a Gerusalemme; poi ripiglia i suoi viaggi nell’Asia Minore, a Cipro, in Grecia, in Macedonia, e poi rifà il viaggio per Gerusalemme, poi rivede le Chiese fondate e carico di catene è condotto a Roma. È quasi impossibile narrare tutte le fatiche e le opere apostoliche di quest’uomo straordinario. Eppure questo apostolo, questo vaso di elezione, non sfugge alle censure, alle accuse, alle calunnie dei Cristiani, forse da lui stesso convertiti: si vede caduto in sospetto di nemico di Mosè e della legge, di falso apostolo, è obbligato a difendersi e ricordare i titoli della divina sua missione. Quali conseguenze dobbiamo dedurre, o cari? Parecchie, e questa in primo luogo: che gli uomini stessi più virtuosi, più fedeli ai loro doveri, attese le debolezze, l’ignoranza e le passioni comuni, devono rassegnarsi a vedere bene spesso travisate le loro intenzioni, anche più rette, e non meravigliarsi d’essere fatti segno essi medesimi di calunnie e persecuzioni. Basti loro la testimonianza della coscienza retta dinanzi a Dio, e da Lui aspettino pazientemente la giustizia, che tardi o tosto deve pur venire. Tengano dinanzi agli occhi della fede l’esempio luminoso dell’Apostolo, che ebbe feroci avversari tra gli stessi Cristiani. In secondo luogo consideriamo qual fu la condotta dell’Apostolo accusato e calunniato. – Si danno casi, nei quali chi è accusato e calunniato può tacere e rimetter a Dio la sua causa; ma vi sono casi, nei quali l’accusato e il calunniato non solo può, ma deve difendersi e smascherare i suoi avversari e calunniatori. Allorché l’accusato o calunniato tiene un ufficio e ha bisogno della stima pubblica per adempirlo debitamente, e questa gli è tolta o scemata e ne deriva danno altrui, egli può e deve mettere a nudo le arti inique dei tristi, vendicare il suo buon nome e se occorre può tradurli anche dinanzi ai tribunali. S. Paolo, negli Atti apostolici, nelle sue lettere e segnatamente in questo luogo ce ne porge uno splendido esempio. Egli nella sua difesa non ebbe certamente di mira di confondere e svergognare i suoi avversari per il vile piacere di umiliarli, per un basso sentimento di vendetta: in quell’anima sublime siffatti sentimenti non potevano entrare: egli si propose soltanto di conservare al suo apostolato quell’onore e quella fiducia, che si richiedevano perché l’opera sua fosse fruttuosa: suo fine principale e santo era il bene e la salvezza delle anime: del resto non si curava punto. – Si dice, e meritamente, che la lode in bocca propria non istà bene: Laus in ore proprio sordescit. Nulla di più vero. Il sentimento della propria debolezza, il dubbio troppo ragionevole d’essere cattivi giudici in causa propria, la modestia più elementare, che si fa sentire e si impone anche ai più orgogliosi ci vietano di far le lodi di noi stessi sotto pena di cadere sotto il biasimo e le risa del pubblico. Ma talora può accadere che altri per difendersi e per mettere in luce la propria innocenza e procurare il bene altrui possa e debba anche ricordar quelle opere, che fruttano lode, e ciò senz’ombra di vanità o di arroganza; e in questa congiuntura si trovò S. Paolo allorché scrisse la seconda lettera ai Corinti! Egli non esitò punto a fare la storia del suo apostolato, che era la storia della sua conversione miracolosa, delle sue rivelazioni prodigiose, dei suoi dolori, delle persecuzioni sostenute, delle sue opere e del suo zelo instancabile. Tutto questo narra l’Apostolo, non per farsene un vanto, per menarne pompa innanzi ai Corinti, ma solamente per fiaccare la baldanza di coloro che si camuffavano da Apostoli di Cristo che mettevano in dubbio la sua missione e per tal modo fuorviavano i fedeli. Ed è sì vero che l’Apostolo non parlava di sé e delle cose sue per averne vana lode, che due volte protesta di far ciò a malincuore, e dichiara di parlare da stolto, quasi in insipientia, da pazzo; ma voi, dice altrove, voi a ciò mi avete costretto. Non è dunque cosa biasimevole, nè da persone vane parlare di sé e delle opere proprie meritevoli di lode quando sia necessario per difendere se stessi, salvare il proprio onore o procurare il bene delle anime. – Né S. Paolo si fermò a ricordare le sole opere del suo apostolato, delle quali quasi tutti erano testimonio: stringendo più davvicino i suoi avversari, non stette in forse di appellare ad altre e più gagliarde prove del suo apostolato, prove che a lui solo erano note e che i Corinti dovevano ammettere sulla sua parola, perché “Iddio sa ch’io non mentisco Scit quod non mentior. „ E qui S. Paolo parla del suo rapimento al più alto dei cieli e di cose là vedute ed udite, che a nessun uomo è dato di dire; afferma che è certissimo di questo fatto, avvenuto quattordici anni prima, ma che non saprebbe dire se sia stato rapito colassù con lo spirito, od anche con il corpo. Era questo, per sentenza di S. Paolo, il suggello supremo del suo apostolato e la prova massima della sua autorità. Ma pervenuto a questa prova massima della sua missione divina, a questo argomento sommo della sua gloria, S. Paolo ritorna sopra di sé, ricorda il proprio nulla e non vuole che altri lo stimi da più ch’egli non è. Si direbbe che l’Apostolo ad un tratto dalle altezze dei cieli precipita sulla terra e alle grandezze dei doni celesti ricevuti contrappone le debolezze e le miserie della sua natura. Egli parla di un pungolo della carne, di un ministro di satana, che lo schiaffeggia e tormenta: questo pungolo della carne e ministro di satana S. Paolo non disse che cosa fosse. Alcuni pensarono che fosse la concupiscenza, che lo travagliava; ma non sembra probabile che l’Apostolo parlasse di questa miseria umana e molto meno che potesse poi gloriarsene, come fa subito dopo. Si può dunque credere che accennasse a qualche grande tribolazione o dolore acuto che lo tormentava stranamente che noi ignoriamo e doveva essere noto ai Corinti. Era sì pungente questo dolore, che l’Apostolo dichiara d’aver pregato tre volte, cioè molte volte Iddio, affinché ne lo liberasse, ma gli fu risposto, probabilmente per ispirazione interna, che dovesse accontentarsi della grazia necessaria per sopportarlo, perché la potenza o la forza si compie e si affina nella debolezza. In un impeto di fede, di amore e di umiltà l’Apostolo esclama: “Di gran cuore adunque io mi glorierò nelle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo dimori in me. „ Condannati a soffrire nel corpo e nello spirito; messi continuamente alle prove più amare dai nemici esterni ed interni; travagliati da noie e timori d’ogni maniera, noi pure bene spesso gridiamo a Dio che ne liberi, e Dio sembra sordo alle nostre preghiere, e le nostre pene, le nostre amarezze continuano e forse crescono ogni dì. E perché? Perché per noi è bene il soffrire: ci tiene umili, ci fa sentire e conoscere il nostro nulla, ingenera in noi un santo timore, ci obbliga di ricorrere a Dio ed abbandonarci in Lui, ci stacca dalle cose della terra, ci porge occasione di meriti sempre maggiori. In mezzo pertanto alle nostre pene ed agli aspri combattimenti della vita, pieni di fiducia e di santa gioia esclamiamo con S. Paolo: “Di gran cuore mi glorierò nelle mie debolezze, affinché la forza di Cristo dimori in me! „

Graduale Ps LXXXII:19; 82:14

Sciant gentes, quóniam nomen tibi Deus: tu solus Altíssimus super omnem terram, [Riconòscano le genti, o Dio, che tu solo sei l’Altissimo, sovrano di tutta la terra.]

Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stípulam ante fáciem venti.

[V. Dio mio, ridúcili come grumolo rotante e paglia travolta dal vento.]

 Ps LIX:4; LIX:6

Commovísti, Dómine, terram, et conturbásti eam.

Sana contritiónes ejus, quia mota est.

Ut fúgiant a fácie arcus: ut liberéntur elécti tui.

[Hai scosso la terra, o Signore, l’hai sconquassata.

Risana le sue ferite, perché minaccia rovina.

Affinché sfuggano al tiro dell’arco e siano liberati i tuoi eletti.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.

Gloria tibi, Domine!

Luc VIII:4-15

“In illo témpore: Cum turba plúrima convenírent, et de civitátibus properárent ad Jesum, dixit per similitúdinem: Exiit, qui séminat, semináre semen suum: et dum séminat, áliud cécidit secus viam, et conculcátum est, et vólucres coeli comedérunt illud. Et áliud cécidit supra petram: et natum áruit, quia non habébat humórem. Et áliud cécidit inter spinas, et simul exórtæ spinæ suffocavérunt illud. Et áliud cécidit in terram bonam: et ortum fecit fructum céntuplum. Hæc dicens, clamábat: Qui habet aures audiéndi, audiat. Interrogábant autem eum discípuli ejus, quæ esset hæc parábola. Quibus ipse dixit: Vobis datum est nosse mystérium regni Dei, céteris autem in parábolis: ut vidéntes non videant, et audientes non intéllegant. Est autem hæc parábola: Semen est verbum Dei. Qui autem secus viam, hi sunt qui áudiunt: déinde venit diábolus, et tollit verbum de corde eórum, ne credéntes salvi fiant. Nam qui supra petram: qui cum audierint, cum gáudio suscipiunt verbum: et hi radíces non habent: qui ad tempus credunt, et in témpore tentatiónis recédunt. Quod autem in spinas cécidit: hi sunt, qui audiérunt, et a sollicitudínibus et divítiis et voluptátibus vitæ eúntes, suffocántur, et non réferunt fructum. Quod autem in bonam terram: hi sunt, qui in corde bono et óptimo audiéntes verbum rétinent, et fructum áfferunt in patiéntia.”

[“In quel tempo: radunandosi grandissima turba di popolo, e accorrendo gente a Gesù da tutte le città. Egli disse questa parabola: Andò il seminatore a seminare la sua semenza: e nel seminarla parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli dell’aria la divorarono; parte cadde sopra le pietre, e, nata che fu, seccò, perché non aveva umore; parte cadde fra le spine, e le spine che nacquero insieme la soffocarono; parte cadde in terra buona, e, nata, fruttò cento per uno. Detto questo esclamò: Chi ha orecchie per intendere, intenda. E i suoi discepoli gli domandavano che significasse questa parabola. Egli disse: A voi è concesso di intendere il mistero del regno di Dio, ma a tutti gli altri solo per via di parabola: onde, pur vedendo non vedano, e udendo non intendano. La parabola dunque significa questo: La semenza è la parola di Dio. Ora, quelli che sono lungo la strada, sono coloro che ascoltano: e poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore, perché non si salvino col credere. Quelli caduti sopra la pietra, sono quelli che udita la parola l’accolgono con allegrezza, ma questi non hanno radice: essi credono per un tempo, ma nell’ora della tentazione si tirano indietro. Semenza caduta tra le spine sono coloro che hanno ascoltato, ma a lungo andare restano soffocati dalle sollecitudini, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non portano il frutto a maturità. La semenza caduta in buona terra indica coloro che in un cuore buono e perfetto ritengono la parola ascoltata, e portano frutto mediante la pazienza.”]

Lode a Te, o Cristo.

OMELIA II

[Mons. Bonomelli; op. cit. Omelia XXIV]

È questo, o figliuoli miei, il Vangelo, che la Chiesa ci fa leggere in questa Domenica e che io tolgo a commentarvi. Il significato della parabola, che avete udita, è certissimo, perché Gesù Cristo medesimo si compiacque porgerlo agli Apostoli, che gliene fecero domanda. Nulla di più semplice e di più istruttivo di questa parabola in ciascuna delle sue parti, e voi medesimi siatene giudici. – “Raccoltasi una grande moltitudine, e accorrendosi da tutte le città a Gesù, Egli disse in parabola. „ Gesù si trovava nelle parti di Galilea, sulle rive del lago di Tiberiade o Genesaret, presso alla cittadella o borgata di Cafarnao: da poco tempo aveva cominciato la sua predicazione. La fama dei suoi miracoli, la semplicità e la sublimità della sua dottrina, l’unzione della sua parola, che andava dritta al cuore, il tutto insieme della sua persona, da cui traluceva un raggio della nascosta divinità, commuovevano i popoli, che pieni d’un sacro entusiasmo lo seguivano dovunque e pendevano estatici dalle sue labbra. Quelle turbe, sì avide di udire la parola di Dio, ci danno un grande esempio e ci insegnano come dobbiamo accorrere noi pure ad udirla con amore e rispetto, allorché si annunzia nelle nostre chiese. È sempre la stessa dottrina che si annunzia, ancorché diverse siano le persone che ve la porgono. – Gesù prese a dire in parabola: “Uscì un seminatore a seminare il suo seme, e nel seminare una parte cadde lungo la via e fu calpestato e gli uccelli dell’aria lo mangiarono: ed altro ne cadde sopra dei sassi, e nato appena, disseccò per difetto di umore. Altro cadde in mezzo alle spine, e le spine, germogliate insieme, lo soffocarono. Altro poi cadde nella terra buona, e nato fruttò il centuplo. Dicendo queste cose, esclamava: Chi ha orecchi da udire, oda. „ Certamente questa parabola non era difficile ad intendersi, e perciò Gesù Cristo conchiuse, dicendo, chi ha orecchi da udire, oda; il che voleva dire, chi ha fior di mente, la mediti e la comprenderà. Ma crederei di non errare, affermando, che buon numero di quelli che ascoltavano Gesù Cristo, non compresero il senso della parabola, giacché, come tosto vedremo, gli stessi Apostoli confessarono di non averlo compreso. Che dovevano fare quelle turbe? Ciò che poco appresso fecero gli Apostoli, domandarne a Gesù stesso la spiegazione, che senza dubbio l’avrebbe data, come la diede agli Apostoli. Ma le turbe, per trascuratezza, o per orgoglio, o per altra cagione, non la chiesero e rimasero nella loro ignoranza. Dilettissimi! In ciò non imitiamole. Allorché alla mente nostra si affacciano difficoltà, che non possiamo da noi stessi sciogliere, dubbi che ci angustiano, che forse mettono a pericolo la nostra fede, chiediamo lume a chi può darcelo, e l’acquisto della verità sarà il premio della nostra umiltà. Dov’è l’uomo che conosca tutto? che non abbia bisogno di lume? che sdegni di ricorrere ad altri allorché n’abbia bisogno? Nessuna meraviglia adunque, che anche persone dotte ed alto locate abbiano bisogno d’essere ammaestrate in certe verità della fede, che ignorano o non conoscono chiaramente. Saranno dottissime nelle scienze umane, ma non di rado accade che nella scienza della religione siano meno istruite e bisognose d’essere meglio illuminate. Non arrossiscano di chiedere questo lume a chi può darlo. Ma quanto raramente ciò avviene! – I discepoli poi, trovatisi soli con Gesù, come narra S. Marco, gli chiesero che volesse dire quella parabola. „ Vedete umiltà e confidenza filiale dei discepoli! Non hanno capito il senso della parabola: non si vergognano di confessarsi ignoranti e pregano il divino Maestro ad illuminarli; ed Egli con paterna amorevolezza risponde: “A voi è dato conoscere il mistero del regno di Dio, „ cioè a voi spiegherò le cose occulte della mia dottrina, ossia il senso della parabola. “Agli altri parlo in parabole, sicché vedendo non vedano e ascoltando non intendano. „ Ma, come, o Signore? voi siete il maestro per eccellenza: voi siete venuto per istruire i poverelli e parlate in parabole, affinché vedendo non vedano, ascoltando non intendano? Voi dunque volete che rimangano nelle tenebre dell’ignoranza e che per essi sia inutile la vostra venuta, la vostra parola? Perché dunque predicate se non volete che vi intendano? — Voi comprendete che sarebbe bestemmia orribile il solo sospettare che Gesù parlasse in parabole per non essere inteso. Egli anzi parlava in parabole per acconciarsi alla loro debolezza: se avesse annunziata più chiaramente la verità, anche meno l’avrebbero intesa: la nascondeva sotto il velo della parabola per temperarne la luce, perché non li offendesse troppo vivamente e li allontanasse e così accrescesse la loro colpa. Parlava in parabole, perché chi le intendeva, ne traeva alimento di vita; chi non le intendeva, poteva domandarne la spiegazione e l’avrebbe avuta, e chi non la domandava, non si rendeva reo di maggior colpa, né correva il rischio di calpestare le perle. Dette queste parole ai suoi cari Apostoli, Gesù spiega la parabola. Udiamolo. “Il seme è la parola di Dio, „ cioè rappresenta la parola di Dio. Vediamo come il seme raffiguri la parola di Dio. Il seme si affida alla terra: posto sotto terra, riscaldato dal sole e irrigato dalla pioggia, mette le sue radici, si assimila la terra, cresce, germoglia il fiore e poi dà moltiplicato il frutto, che è sempre in ragione della fecondità del suolo che lo riceve, del calore del sole, dell’umido della pioggia e dell’opera che l’agricoltore vi spende intorno. – La parola di Dio, ossia la verità chiusa entro la parola di Dio, come il seme entro la sua corteccia, per l’orecchio discende al cuore: esso l’accoglie in sé, l’ama, la fa propria. Che avvien allora? Tra l’anima e la verità avviene un connubio misterioso sotto l’azione della grazia divina, che è luce e acqua fecondatrice. L’anima pensa, vuole, opera secondo la verità ricevuta; dirò meglio, la verità germoglia nell’anima, cresce, si ammanta di fiori, si copre di frutti, e i fiori e i frutti sono i pensieri, i desideri buoni, le opere sante. Un solo seme ci dà venti, cinquanta, mille frutti: una sola verità praticata dall’uomo, quanti pensieri ed affetti buoni e quante opere sante ci può dare! – La moltiplicazione del seme è opera del seme istesso e della terra, del sole e dell’acqua e del lavoro dell’industre agricoltore: le opere buone e sante sono il frutto della verità, della libertà umana, della grazia divina e della cooperazione dell’uomo. Senza il seme, senza la verità, nessun frutto: il seme senza la cooperazione dell’uomo rimane sterile ed infruttuoso. Voi vedete, o cari, come sapientissimamente Gesù Cristo sotto l’immagine del seme adombrasse la parola di Dio, o la verità, e sotto l’immagine del terreno raffigurasse il cuore umano. – Gesù prosegue e dice: “Quelli che sono lungo la via, sono quelli che ascoltano; ma dopo viene il diavolo e porta via dai loro cuori la parola, affinché col credere non si salvino. „ Il seme fu gettato e cadde in parte lungo la via, cioè sull’estremo lembo del terreno, dove passano gli uomini, e quello fu calpestato o mangiato dagli uccelli. Vi sono raffigurati quegli uomini, che ascoltano la parola di Dio, che ricevono la verità, ma non vi può mettere radice. Quanti, o cari, vengono in chiesa, ascoltano la parola di Dio, conoscono la verità e, uscendo di qui, più non se ne rammentano! E il seme calpestato sulla via o rapito dagli uccelli e dal demonio. Nostra prima cura pertanto sia quella di ricevere nel nostro cuore la parola di Dio e con essa la verità, di imprimervela fortemente, affinché il nemico non ce la involi e noi restiamo come la pubblica via, su cui non spunta mai il germoglio d’un granello. “Quelli poi di sopra i sassi, son coloro, ì quali, udita la parola, la ricevono con gioia; ma questi, non avendo radice, credono per poco e al tempo della prova si ritraggono. „ Fate che il seme cada in mezzo ai sassi, cioè in terreno petroso, con pochissimo fondo. Il seme, riscaldato dal sole, mette le prime barbe, spunta dal suolo, comincia a distendere le sue foglioline; ma, poi, riarso dal sole e non potendo ficcare le radici in terreno che lo alimenti, imbianca, intristisce e muore senza dare ombra di frutto. – Eccovi un’immagine della parola di Dio sparsa in certe anime, che l’ascoltano e la ricevono volentieri, ma senza energia, senza saldezza di volontà. La parola di Dio, ossia la verità, non può mettervi radici profonde; queste rimangono a fior di terra, senza umore, e prima di gettare il frutto, la povera pianticella inaridisce e muore. È necessario, o cari, che le verità della fede penetrino ben addentro nel terreno del nostro cuore, vi si abbarbichino fortemente mercé della volontà, che le abbracci, le ami e le faccia proprie: allora potranno soffiare i venti delle tentazioni e il nemico muoverci più aspra battaglia; ma reggeremo saldi alla prova. – “Il seme caduto nelle spine significa coloro che ascoltarono, ma dalle cure, dalle ricchezze e dai piaceri della vita restano soffocati e non portano frutto. „ Avrete rilevato certamente la gradazione della parabola: il primo seme cade lungo la via e non nasce nemmeno; il secondo cade un terreno petroso, nasce, ma muore tosto; il terzo cade in terreno, ma le spine lo soffocano. Non rare volte avrete visto sparso il buon seme in terra ferace: ma appena il buon seme spunta rigoglioso, ecco i cardi, le ortiche, le spine ed altre male erbe germogliare d’ogni parte e coprire e soffocare il buon seme, se la mano dell’agricoltore non le sbarbica prontamente. Le verità divine sono piantate nel nostro cuore mercé dell’istruzione: vi crescono vigorose e ben presto darebbero frutto abbondante; ma le cure delle cose terrene, la fame delle ricchezze, la sete dei piaceri, la febbre dell’ambizione, l’amore sregolato di noi stessi, in una parola, le passioni scomposte ci fanno perdere di vista le verità, non ce ne diamo più pensiero alcuno e rimangono nel nostro cuore come se non ci fossero. Come le male erbe rubano al buon seme il succo vitale e lo fanno miseramente perire, cosi le passioni, le cure mondane, i piaceri sensuali rapiscono all’anima le sue forze e condannano alla infecondità od alla morte il seme celeste della verità. Che fare? Ciò che fa il contadino, che taglia e svelle senza pietà le male erbe: tagliamo e, se è possibile, svelliamo i rei germogli delle nostre passioni, particolarmente dell’avarizia, della gola e della lussuria. “Il seme che cade in terra buona, significa coloro i quali, udita la parola, la conservano in un cuor retto e buono, e danno frutto con la pazienza. „ S. Matteo (XIII, 3, seg.) e S. Marco (IV, 3, seguenti) riferiscono più ampiamente questa parte della parabola e dicono che il seme caduto in buona terra fruttò dove il trenta, dove il sessanta e dove il cento per uno: qui san Luca dice in generale che diede frutto con la pazienza. Notate bene, o dilettissimi, le singole parole del Vangelo, perché non ve n’è una sola inutile. Gesù Cristo parla di coloro che ascoltano la parola di Dio e ricevono le verità, e sono come terra buona rispetto al seme si sparge. Chi sono costoro? Quelli che hanno un cuor retto e buono. Intendete, o fratelli miei? Cuor retto e buono hanno coloro che accorrono ad udire la parola di Dio per amore della verità, col desiderio vivo di abbracciarla e di farne tesoro, attuandola nelle opere; che non secondano una curiosità mondana, che non appuntano il ministro sacro che la annunzia, per alcuni difetti di forma, che guardano più ai modi che alla sostanza: cuor retto e buono hanno coloro che ascoltano docilmente, come gli Apostoli ascoltavano Gesù, e cercano solo di piacere a Lui e fare la sua volontà. Questi danno il frutto copioso, purché (ponete mente a quest’ultima condizione) abbiano pazienza: In patientia. – Il mettere in pratica le verità conosciute, massime in certi casi, è cosa ardua e domanda saldezza di propositi, costanza incrollabile e spirito di sacrificio a tutta prova. Per non venir meno in mezzo alle tante traversie della vita cristiana, non occorre il dirlo, si esige la pazienza: In patientìa; quella pazienza, alla quale sola, dice san Paolo, “è legato il conseguimento delle divine promesse.„

Offertorium

Orémus Ps XVI:5; XVI:6-7

Pérfice gressus meos in sémitis tuis, ut non moveántur vestígia mea: inclína aurem tuam, et exáudi verba mea: mirífica misericórdias tuas, qui salvos facis sperántes in te, Dómine. [Rendi fermi i miei passi nei tuoi sentieri, affinché i miei piedi non vacillino. Inclina l’orecchio verso di me, e ascolta le mie parole. Fa risplendere la tua misericordia, tu che salvi chi spera in Te, o Signore.]

Secreta

Oblátum tibi, Dómine, sacrifícium, vivíficet nos semper et múniat.

[Il sacrificio a Te offerto, o Signore, sempre ci vivifichi e custodisca.]

Communio

Ps XLII:4

Introíbo ad altáre Dei, ad Deum, qui lætíficat juventútem meam. [Mi accosterò all’altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut, quos tuis réficis sacraméntis, tibi étiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas. [Ti supplichiamo, o Dio onnipotente, affinché quelli che nutri coi tuoi sacramenti, Ti servano degnamente con una condotta a Te gradita.]

 

DOMENICA DI SETTUAGESIMA [2018]

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps XVII:5; 6; 7
Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me: et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam.  [Mi circondavano i gemiti della morte, e i dolori dell’inferno mi circondavano: nella mia tribolazione invocai il Signore, ed Egli dal suo santo tempio esaudì la mia preghiera.]
Ps 17:2-3
Díligam te, Dómine, fortitúdo mea: Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus.
[Ti amerò, o Signore, mia forza: Signore, mio firmamento, mio rifugio e mio liberatore.]
Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me: et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam. [Mi circondavano i gemiti della morte, e i dolori dell’inferno mi circondavano: nella mia tribolazione invocai il Signore, ed Egli dal suo santo tempio esaudì la mia preghiera.

Oratio
Orémus.
Preces pópuli tui, quǽsumus, Dómine, cleménter exáudi: ut, qui juste pro peccátis nostris afflígimur, pro tui nóminis glória misericórditer liberémur. [O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo: affinché, da quei peccati di cui giustamente siamo afflitti, per la gloria del tuo nome siamo misericordiosamente liberati.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.

1 Cor IX:24-27; X:1-5

Fratres: Nescítis, quod ii, qui in stádio currunt, omnes quidem currunt, sed unus áccipit bravíum? Sic cúrrite, ut comprehendátis. Omnis autem, qui in agóne conténdit, ab ómnibus se ábstinet: et illi quidem, ut corruptíbilem corónam accípiant; nos autem incorrúptam. Ego ígitur sic curro, non quasi in incértum: sic pugno, non quasi áërem vérberans: sed castígo corpus meum, et in servitútem rédigo: ne forte, cum áliis prædicáverim, ipse réprobus effíciar. Nolo enim vos ignoráre, fratres, quóniam patres nostri omnes sub nube fuérunt, et omnes mare transiérunt, et omnes in Móyse baptizáti sunt in nube et in mari: et omnes eándem escam spiritálem manducavérunt, et omnes eúndem potum spiritálem bibérunt bibébant autem de spiritáli, consequénte eos, petra: petra autem erat Christus: sed non in plúribus eórum beneplácitum est Deo.

Deo gratias.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli; Nuovo saggio di Omelie, Marietti ed. Torino, 1899 – VOL I. Omelia XXI.]

“Non sapete voi, che coloro, i quali corrono nell’arringo, bensì tutti corrono, ma uno solo riporta il pallio? Correte per modo che lo riportiate. Ora chiunque combatte nella palestra, si contiene in tutto: e quelli per ottenere una corona corruttibile, ma noi per una corona incorruttibile. Io pertanto corro per guisa, che non sia come alla ventura: combatto, non quasi battendo l’aria. Anzi reprimo il mio corpo e lo riduco in servitù, affinché dopo aver predicato agli altri, io stesso non diventi reprobo. Perché, o fratelli, io non voglio che ignoriate come i padri nostri furono tutti sotto la nube e tutti passarono il mare, e tutti furono per Mosè battezzati nella nube e nel mare e tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale e bevvero tutti la stessa spirituale bevanda: perché tutti bevvero della pietra spirituale, che li seguiva; la pietra poi era Cristo: ma nei più di loro non si compiacque Iddio. „ –

Fin qui l’epistola propria di questa Domenica, detta di Settuagesima. Si chiama Domenica di Settuagesima, perché è la settima Domenica, che precede la Domenica di Passione, con cui si aprono i grandi misteri della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Il tratto che vi ho recitato, si trova in fine del capo nono ed in principio del capo decimo della prima lettera ai Corinti, scritta da S. Paolo la primavera dell’anno cinquantesimosesto dell’era nostra, prima della Pentecoste (capo XVI, 6-8). È una calda esortazione ad assicurare la corona eterna per non essere simili a quegli Israeliti che morirono nel deserto, senza poter entrare nella terra promessa. – Udiamola e facciamone tesoro. “Non sapete voi, che coloro, i quali corrono nell’arringo, bensì tutti corrono, ma uno solo porta il pallio? „ Corinto era la città principale dell’Acaia, fiorente di commerci e di arti e celebre eziandio per dissolutezza di costumi; tantoché era passata in proverbio in tutto l’Oriente. In quel gran centro Paolo aveva fondata una chiesa numerosa e, partitone per la sua missione apostolica e stabilitosi per qualche tempo in Efeso, di là scrisse due lettere ai Corinti. – Presso questa città si celebravano i grandi giuochi, detti istmici, ai quali accorreva pressoché tutta la Grecia. Erano giuochi di corse, comuni in Grecia, nei quali i vincitori ricevevano la corona ed il loro nome era glorioso presso i concittadini. S. Paolo, sì pronto e sì felice nell’approfittare d’ogni cosa per istruire i fedeli e chiarire la verità, coglie il destro da questi giuochi notissimi e sì cari ai Corinti, per inculcare ciò che gli sta a cuore. Voi, così egli, sapete bene che nei vostri famosi giuochi sono moltissimi quelli che discendono nell’arena e si lanciano al corso per toccare la meta: ma quanti sono coloro che colgono la corona? Uno solo: gli altri corrono indarno. Noi pure Cristiani abbiamo il nostro arringo da correre e la nostra corona da guadagnare: il nostro arringo è la vita intera, che la Provvidenza ci accorda quaggiù sulla terra, arena di combattimenti e luogo di prova: la nostra corona è la conquista del cielo, il possesso di Dio stesso. “Correte tutti, esclama S. Paolo, per guisa, che riportiate il pallio. „ Nessuno si arresti, nessuno sia pigro, nessuno venga meno al dovere: corriamo tutti affine di raggiungere la meta. “Ora chiunque combatte nella palestra, si contiene in tutto. „ Quelli che scendevano nella palestra sia per la corsa, sia per battersi col cesto, con le mani o in qualsiasi altro modo, mettevano somma cura in prepararsi alla prova, esercitando le membra, ungendosi, astenendosi da certi cibi e pigliandone altri con non lieve loro sacrificio. Insomma quei lottatori si condannavano a non poche privazioni e a dure fatiche per riportare la corona; una corona corruttibile, di nessuno o poco valore per sé, e uno solo poteva guadagnarla. E sì tanto pativano e tanto facevano per sì povera mercede, argomenta qui l’Apostolo, e noi Cristiani che non dobbiamo fare per cogliere la nostra corona? A differenza di quei lottatori, dei quali un solo poteva averla, noi tutti e ciascuno di noi può e deve averla ed incorruttibile. A somiglianza adunque di quegli antichi atleti e per una causa incomparabilmente più nobile della loro, rifiutiamo al nostro corpo tutto ciò che può impedirgli o rendergli difficile il correre e vincere in questo arringo della vita cristiana: mortifichiamo i nostri occhi, le nostre orecchie, la nostra lingua, la nostra gola, i nostri pensieri, il nostro corpo tutto: stacchiamoci dall’amore sregolato delle cose terrene, affinché leggeri e spediti possiamo correre la via del cielo e vincere i nemici che vi incontreremo: il mondo, la carne, il demonio. “Sei soldato dappoco, grida il Crisostomo, se credi di poter vincere senza battaglia, di trionfare senza combattimento. E ad ogni sforzo, gagliardamente combatti, ti getta intrepidamente nel folto della mischia. Poni mente al patto, bada alle condizioni: ricorda il patto della tua milizia, le condizioni, con le quali vi entrasti „ (Serm. dei Martiri), E qui S. Paolo, con un rapido passaggio, che in lui non è raro, mette innanzi l’esempio di se stesso: “Io corro per guisa, che non sia come alla ventura: combatto, non quasi battendo l’aria. „ È sempre l’immagine dei lottatori istmici od olimpici, che comparisce sotto la penna dell’Apostolo, il quale è lieto di non fare com’essi facevano assai volte, correndo nello stadio e battendosi fieramente tra loro per soccombere senza mercede e senza gloria. Egli, l’Apostolo delle genti, ha uno scopo sicuro, una meta nobilissima, a cui tende, uditelo: “Io reprimo il mio corpo e lo riduco in servitù, affinché dopo aver predicato agli altri, io stesso non diventi reprobo. Egli signoreggia con lo spirito il suo corpo, nel quale si annidano tutte le passioni: lo raffrena, lo punisce col digiuno, con la veglia, con la penitenza, col portare la sua croce per averlo ubbidiente e strumento docile alle opere sante; che se ciò non facesse, egli stesso, ancorché apostolo, non sarebbe senza timore della sua salute e di perdersi dopo aver predicato agli altri (Domandano i teologi, se S. Paolo era certo della sua predestinazione eterna: io lo credo, appoggiato alle sue parole della lettera ai Rom. VIII, 38, 39. Come dunque poté dire che aveva timore d’essere tra i reprobi, se non assoggettava il suo corpo? Si può dire che era certo di essere predestinato, facendo ciò che doveva fare, come condizione richiesta, come esecuzione dei disegni della Provvidenza). – Carissimi figliuoli! se l’Apostolo temeva di essere nel numero dei reprobi se non avesse mortificato il suo corpo e ridottolo a servitù, che dobbiamo noi dire e temere di noi stessi, sì indulgenti con esso e sì facili a secondarne le tendenze! Ohimè! il Vangelo e le Lettere apostoliche, ad ogni pagina, e con le più forti espressioni, ci predicano la gran legge, la suprema necessità della mortificazione del corpo, qual condizione assoluta della salvezza, e pochi sono coloro, che l’intendono, e ciò che più importa, che la praticano! Mettiamoci ben nell’animo questa verità incontrastabile: se vogliamo essere salvi, dobbiamo mortificare il corpo. Prosegue l’Apostolo, confermando la ragionevolezza del suo timore e la necessità di mantenersi fedele alla vocazione cristiana. Noi, par che dica l’Apostolo, siamo stati chiamati alla fede, io poi anche alla gloria dell’apostolato: noi siamo stati battezzati, illuminati, santificati coi Sacramenti, nutriti nel grembo della Chiesa. Sono benefici preziosissimi; ma tutto questo basta ad assicurarci della eterna nostra salvezza? Potremmo ancora dopo tutti questi insigni favori perderci miseramente? Sì, pur troppo, risponde S. Paolo. – Io non voglio che ignoriate, o fratelli, sono sue parole, come i padri nostri furono sotto la nube, e tutti passarono il mare e tutti furono per Mosè battezzati nella nube e nel mare. „ Più ancora, soggiunge S. Paolo: “Tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale. „ Eppure non tutti, ma pochissimi, due soli poterono entrare nella terra promessa: il somigliante può avvenire a noi ancora, figliuoli del Vangelo. Non occorre illustrare quelle frasi dell’Apostolo, furono sotto la nube, furono battezzati in Mosè, nella nube e nel mare e mangiarono lo stesso cibo spirituale, perché tutti vi scorgono un cenno alla nube, che il giorno copriva Israele e la notte si mutava in colonna di fuoco: al passaggio del mar Rosso e alla manna, onde si nutrì nel deserto. La nube, che la notte si mutava in fuoco e più ancora il passaggio del mar Rosso, erano simbolo del Battesimo, che è detto il Sacramento della luce: e come Israele passò sano e salvo sulla riva opposta del mar Rosso e l’esercito egiziano con Faraone rimase sepolto sotto i flutti, così dalle acque del Battesimo esce rigenerata l’anima nostra e in essa rimangono sommersi i peccati. Il cibo poi di cui si nutrirono gli Israeliti – che è la manna, si dice spirituale, perché raffigurava il cibo delle anime per eccellenza, la santa Eucaristia. – E non solo gli Israeliti si nutrirono dello stesso cibo, ma “bevvero la  stessa spirituale bevanda, „ ossia la stessa acqua miracolosa, che Mosè fece sgorgare dalla pietra: acqua miracolosa, che figurava la grazia divina, o meglio, la bevanda celeste del sangue adorabile di Gesù Cristo. Quell’acqua, dice l’Apostolo, scaturiva dalla pietra, la qual pietra simboleggiava Cristo, che doveva venire a suo tempo e che a nostro modo di dire pellegrinava col popolo israelitico, da cui traeva la sua origine secondo la carne. Dilettissimi, non lo dimentichiamo giammai: la sola grazia di Dio, i suoi doni più eletti, i suoi favori più insigni, da sé soli, non ci salvano, come i miracoli più strepitosi non condussero il popolo d’Israele nella terra dei suoi padri: ma ci salvano se la nostra corrispondenza a quei doni e favori si unisce costantemente, perché quel Dio che ci ha creato senza l’opera nostra, senza l’opera nostra non vuole salvarci.

Graduale
Ps IX:10-11; IX:19-20

Adjútor in opportunitátibus, in tribulatióne: sperent in te, qui novérunt te: quóniam non derelínquis quæréntes te, Dómine, [Tu sei l’aiuto opportuno nel tempo della tribolazione: abbiano fiducia in Te tutti quelli che Ti conoscono, perché non abbandoni quelli che Ti cercano, o Signore]

Quóniam non in finem oblívio erit páuperis: patiéntia páuperum non períbit in ætérnum: exsúrge, Dómine, non præváleat homo. [Poiché non sarà dimenticato per sempre il povero: la pazienza dei miseri non sarà vana in eterno: lévati, o Signore, non prevalga l’uomo.]

Tractus Ps CXXIX:1-4

De profúndis clamávi ad te. Dómine: Dómine, exáudi vocem meam. [Dal profondo ti invoco, o Signore: Signore, esaudisci la mia voce.]

Fiant aures tuæ intendéntes in oratiónem servi tui. [Siano intente le tue orecchie alla preghiera del tuo servo.]

Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? [Se baderai alle iniquità, o Signore: o Signore chi potrà sostenersi?]

Quia apud te propitiátio est, et propter legem tuam sustínui te, Dómine. [Ma in Te è clemenza, e per la tua legge ho confidato in Te, o Signore.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Gloria tibi, Domine!

Matt XX:1-16

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Simile est regnum coelórum hómini patrifamílias, qui éxiit primo mane condúcere operários in víneam suam. Conventióne autem facta cum operáriis ex denário diúrno, misit eos in víneam suam. Et egréssus circa horam tértiam, vidit álios stantes in foro otiósos, et dixit illis: Ite et vos in víneam meam, et quod justum fúerit, dabo vobis. Illi autem abiérunt. Iterum autem éxiit circa sextam et nonam horam: et fecit simíliter. Circa undécimam vero éxiit, et invénit álios stantes, et dicit illis: Quid hic statis tota die otiósi? Dicunt ei: Quia nemo nos condúxit. Dicit illis: Ite et vos in víneam meam. Cum sero autem factum esset, dicit dóminus víneæ procuratóri suo: Voca operários, et redde illis mercédem, incípiens a novíssimis usque ad primos. Cum veníssent ergo qui circa undécimam horam vénerant, accepérunt síngulos denários. Veniéntes autem et primi, arbitráti sunt, quod plus essent acceptúri: accepérunt autem et ipsi síngulos denários. Et accipiéntes murmurábant advérsus patremfamílias, dicéntes: Hi novíssimi una hora fecérunt et pares illos nobis fecísti, qui portávimus pondus diéi et æstus. At ille respóndens uni eórum, dixit: Amíce, non facio tibi injúriam: nonne ex denário convenísti mecum? Tolle quod tuum est, et vade: volo autem et huic novíssimo dare sicut et tibi. Aut non licet mihi, quod volo, fácere? an óculus tuus nequam est, quia ego bonus sum? Sic erunt novíssimi primi, et primi novíssimi. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

[In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un padre di famiglia, il quale andò di gran mattino a fissare degli operai per la sua vigna. Avendo convenuto con gli operai un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. E uscito fuori circa all’ora terza, ne vide altri che se ne stavano in piazza oziosi, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna, e vi darò quel che sarà giusto. E anche quelli andarono. Uscì di nuovo circa all’ora sesta e all’ora nona e fece lo stesso. Circa all’ora undicesima uscì ancora, e ne trovò altri, e disse loro: Perché state qui tutto il giorno in ozio? Quelli risposero: Perché nessuno ci ha presi. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta la sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e paga ad essi la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti dunque quelli che erano andati circa all’undicesima ora, ricevettero un denaro per ciascuno. Venuti poi i primi, pensarono di ricevere di più: ma ebbero anch’essi un denaro per uno. E ricevutolo, mormoravano contro il padre di famiglia, dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora e li hai eguagliati a noi che abbiamo portato il peso della giornata e del caldo. Ma egli rispose ad uno di loro, e disse: Amico, non ti faccio ingiustizia, non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi quel che ti spetta e vattene: voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso dunque fare come voglio? o è cattivo il tuo occhio perché io son buono? Così saranno, ultimi i primi, e primi gli ultimi. Molti infatti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti.]

Omelia II

[Mons. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie; vol. I, Marietti ed. Torino, 1899 – Omelia XXII.]

Questa parabola, d’una naturalezza ammirabile, racchiude uno dei più profondi misteri della nostra fede, qual è la distribuzione della grazia dalla parte di Dio, e la corrispondenza col merito relativo da parte degli uomini. Esporre la parabola versetto per versetto, come siamo soliti fare, richiederebbe troppo tempo: perciò, mutando metodo, oggi esporrò tutta insieme la dottrina nascosta sotto il velame della parabola, riserbando un commento speciale agli ultimi due versetti. E per spianarci la strada alla spiegazione della parabola, ricordatevi che il padre di famiglia rappresenta Iddio, la vigna rappresenta la Chiesa, i lavoratori sono gli uomini, la giornata è la vita dell’umanità sulla terra, od anche la vita di ciascun uomo; la sera è il termine dei tempi; il danaro è la mercede del lavoro, ossia il premio della vita eterna. Ora poniamo mano allo svolgimento della dottrina cattolica, che Gesù Cristo volle insegnarci con questa parabola. – Iddio crea e colloca gli uomini sulla terra e vuole che qui, nel tempo, si santifichino e meritino la vita beata nella eternità. Ma perché gli uomini possano operare la propria santificazione nel tempo e meritare la vita beata nella eternità, che cosa si domanda? Dalla parte di Dio si domanda che conceda ad ogni uomo la grazia, che lo prevenga, che lo illumini, che lo muova e lo trasformi in suo figliuolo adottivo. E dalla parte dell’uomo che cosa si domanda? Si domanda, che accolga questa grazia, la secondi e cooperi fedelmente. Allora Iddio a questo uomo, che ha fatto fruttare la grazia con le opere compiute in vita, perché fedele alle sue promesse e alla sua giustizia, dà la vita eterna con il possesso di se medesimo. Ondeché la vita eterna, il possesso del cielo è frutto della grazia divina, ed insieme delle opere e dei meriti dell’uomo. Ora vi domando, o carissimi: Dio è egli obbligato a dare la grazia all’uomo, senza della quale non può far nulla? Certamente, no. Che  dovere avrebbe egli Iddio di dare la sua grazia all’uomo? Quali meriti vi possono mai esser  in lui, quali diritti da poter dire, a Dio: “Voi mi dovete dare la vostra grazia; io ho il diritto, io, miserabile creatura, d’essere adottato da voi come figliuolo?” Nell’uomo adunque non vi è, né vi può essere diritto o merito di sorta per avere la grazia: la fede e la ragione lo proclamano. Ma se l’uomo non ha diritto di avere la grazia in forza dei suoi meriti, che devono essere effetti della grazia istessa, ha forse diritto di averla appoggiato alle esigenze della sua natura? Posto che Dio ha creato l’uomo col bisogno dell’aria per respirare, del cibo e della bevanda per sfamarsi e dissetarsi e ristorare le forze naturali, ne segue il diritto da parte dell’uomo di avere l’aria, il cibo e la bevanda; diritto non fondato nei meriti, ma nelle esigenze della natura. La cosa corre forse così anche quanto alla grazia? La natura è ella creata per modo che richieda quale elemento necessario la grazia, tantoché, posta la esigenza della natura nostra, ne venga qual conseguenza necessaria il diritto alla grazia? No, no, dilettissimi. Dio poteva creare la natura senza la grazia, perché questa è tal bene a cui la natura non ha, né potrà mai avere, diritto alcuno. Hai tu, uomo, diritto di avere le ali per volare o d’essere re? No, per fermo. Come potresti avere diritto d’avere la grazia, che ti unisce a Dio e d’essere figlio suo adottivo? Non parliamo adunque dei diritti della natura in ordine alla grazia divina, che sta al di sopra d’ogni nostra esigenza. Ma Dio, unicamente per sua bontà, vuol dare agli uomini tutti la sua grazia, e la promette nel modo più solenne. Posta questa promessa solenne di Dio, gli uomini hanno essi il diritto di averla? Sì, l’hanno, appoggiati non ai propri meriti, che non ne hanno; non alla natura, che non ha con la grazia proporzione o nesso necessario, ma alla promessa di Dio, che è fedele, e purché adempiano le condizioni che Egli ha imposte. Dio, che ha promesso a tutti la sua grazia, adempiendo le condizioni da Lui stesso stabilite, è egli forse obbligato a darla a tutti e a ciascuno nella stessa misura, nello stesso tempo e nello stesso modo? No, certo. Egli vuol salvi tutti, e perciò a tutti deve dare la sua grazia, per quanto è da Lui; ma le vie, il tempo, la qualità, l’intensità, tutto è riservato al suo sovrano volere e nessuno ha diritto di chiedergliene ragione. Questo fu e sarà sempre per noi sulla terra un mistero impenetrabile, che umilia il nostro orgoglio, che ci obbliga a maggior gratitudine, se più degli altri abbiamo ricevuto, che non ci dà ombra di ragione di lamentarci, se meno abbiamo ricevuto. Ora potete comprendere il significato della parabola: il padrone di casa o padre di famiglia chiama a lavorare nella sua vigna tutti quelli, senza eccezione, che trova per le vie e per le piazze: non uno è escluso, e a tutti è promessa la mercede. Ma li chiama tutti insieme, alla stessa ora, allo stesso modo? No. Chiama gli uni in sul far del mattino, altri a tre ore, altri a sei ore, altri a nove, a dieci, ad undici ore del giorno, cioè in sul fare della sera. Quegli uomini potevano accusare di ingiustizia il padrone? Potevano dirgli: Dovevi chiamarci tutti all’aprirsi del giorno, alla terza od all’undecima ora? Sarebbe folli a il pensarlo. Egli ha promesso di chiamar tutti, e tutti chiama; ma chiama a quell’ora che gli piace e nessuno può muoverne lamento. Chiama gli Ebrei per i primi; chiama dopo i gentili; chiama Pietro, Andrea e gli altri Apostoli nei primi giorni della sua predicazione; chiama Paolo più tardi, più tardi ancora Cornelio, Timoteo, Dionigi e andate dicendo: questi chiama ancor bambino, quegli fanciullo, quell’altro giovane e adulto e molti perfino quante volte decrepiti, sul letto del dolore, gli ultimi istanti di vita! Egli è padrone della sua grazia; a tutti dà ciò che è necessario; con alcuni largheggia, con altri profonde i suoi tesori; a chi dà cinque talenti, a chi due, a chi uno; questo vuol semplice fedele, quello sacerdote, quell’altro Pontefice; è padrone dei suoi doni e dà a ciascuno, come dice S. Paolo, come vuole: Divìdens singulis prout vult. Chi mai oserebbe chiedergliene il perché? Nessuno. – Dunque, chiamati a qualunque ora, popoli ed individui, in qualunque modo, per qualunque mezzo, rispondiamo sempre: “Eccoci pronti ad entrare nella vigna del Signore”, e, imitando la generosità degli ultimi lavoranti, quanto alla mercede, non patteggiamola e rimettiamoci alla munificenza del padrone. Lavoriamo, ciascuno, secondo i doni ricevuti e il tempo che ci è concesso, anzi, se ne abbiamo perduto, coll’intensità del lavoro riscattiamone la brevità, come insegna S. Paolo, Redìmentes tempus. – Una difficoltà presenta la parabola là dove si dice, che tutti i lavoratori ebbero la stessa mercede, un danaro, quelli che lavorarono un’ora sola, come quelli che lavorarono il giorno intero, portandone il peso e l’arsura. Come ciò? La ragione naturale non vuole che la mercede sia in ragione del lavoro? Lavoro più lungo e più grave domanda maggior mercede. E la Scrittura non insegna che Iddio renderà a ciascuno secondo le opere sue? (Matt. XVI, 27). Come dunque vuolsi intendere questa mercede data a tutti egualmente? Ecco la risposta che mi sembra la migliore, anzi l’unica. — La mercede, che il padre di famiglia dà a tutti eguale, rappresenta la vita eterna. In che sta riposta la vita eterna? Nella visione beatifica di Dio. E questa è data a tutti indistintamente quelli che si salvano? Senza dubbio! Il premio o mercede adunque, in quanto che tutti possiedono lo stesso bene, che è Dio stesso, è eguale per tutti. Ma il modo e la misura di godere di questo bene sarà uguale? No: esso risponderà ai meriti maggiori o minori di ciascuno. Mille persone contemplano quel magnifico edificio, che è il duomo di Milano: l’oggetto contemplato è lo stesso per tutti; ma il conoscimento e il gusto del bello sarà diverso in ciascuno secondo l’ingegno, l’attitudine e la coltura. Il somigliante avverrà a tutti i beati in cielo possessori tutti dello stesso bene, variamente ne godranno. Il Vangelo nella eguaglianza della mercede data ai lavoranti volle esprimere la eguaglianza del possesso di Dio, non la disuguaglianza del goderne. E bene a ragione il padre di famiglia rispose a quelli che si lagnavano: Non vi faccio ingiuria: vi do ciò che vi spetta: a tutti do ciò di cui siete capaci, ciò che basta per essere perfettamente felici; che volete di più? Oltre di che quelli che lavorarono meno poterono benissimo in quel breve tempo coll’intensità del lavoro compensare il tempo e pareggiare i primi e meritare egual mercede. Forse a taluno si affaccerà una difficoltà: se il godimento della felicità eterna sarà diverso in ragione della grazia e della cooperazione alla grazia, non spunterà nell’animo il desiderio di più alto loco e quindi un senso penoso di gelosia e d’invidia? Giammai, carissimi, perché ciascuno avrà tutto ciò che corrisponde alle proprie forze e non potrà nemmeno concepire il desiderio di maggior felicità. Ad una lauta mensa seggono molti convitati e diverso è il bisogno del cibo in ciascuno, in chi più, in chi meno. Quando tutti sono sazi secondo la loro natura, è impossibile il desiderio di maggior cibo o di maggior bevanda e perciò è impossibile nei beati desiderio qualsiasi di maggior godimento. Il Vangelo si chiude con due sentenze, che è prezzo dell’opera sviluppare: ” Così saranno ultimi i primi e primi gli ultimi: che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. „ È chiaro che la prima sentenza, compendio in parte della parabola, si riferisce agli Ebrei ed ai gentili: quelli furono chiamati i primi, perché a loro fu data la legge e i profeti e perché Gesù Cristo e gli Apostoli a loro annunziarono prima la verità; ma, eccettuati pochi, la respinsero: al loro luogo sottentrarono i gentili, che ignoravano la legge ed i profeti, e così quelli che vennero dopo furono i primi: e poiché alla fine dei tempi si convertiranno anche gli Ebrei, così i primi verranno ultimi. Nulla di più chiaro. L’altra sentenza: “Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti „ è alquanto più difficile. Pensano alcuni che questa sentenza non si leghi con la parabola, e non senza fondamento, perché dalla parabola appariscono non solo chiamati tutti nelle varie ore del giorno, ma anche tutti eletti, perché a tutti, non uno eccettuato, è data la mercede. Come dunque dobbiamo intendere quella sentenza? Molti sono chiamati, cioè tutti, perché tutti sono i molti e perché questa parola è usata anche per significar tutti (Ai Rom. v, 15): tutti sono chiamati, ma gli eletti, cioè le anime privilegiate, più perfette, che si levano alle altezze supreme della virtù e della santità, non sono molte, son poche. Carissimi! Non vogliate turbarvi, udendo queste parole: “Sono pochi gli eletti, „ quasi che siano pochi coloro che si salvano. Noi non sappiamo il numero degli eletti, né ci gioverebbe il saperlo; sappiamo solamente che Iddio vuol salvi tutti, tutti gli uomini, e che volendoli salvi, deve dare loro la grazia necessaria; che non la rifiuta mai a chi dal canto suo fa quel che può fare, e chi si perde, si perde unicamente perché ha voluto perdersi, e ciò ne basti a nostro conforto.

Credo …

Offertorium

Orémus
Ps XCI:2

Bonum est confitéri Dómino, et psállere nómini tuo, Altíssime. [È bello lodare il Signore, e inneggiare al tuo nome, o Altissimo.]

Secreta
Munéribus nostris, quæsumus, Dómine, precibúsque suscéptis: et coeléstibus nos munda mystériis, et cleménter exáudi. [O Signore, Te ne preghiamo, ricevuti i nostri doni e le nostre preghiere, purificaci coi celesti misteri e benevolmente esaudiscici.]

Communio
Ps XXX:17-18

Illúmina fáciem tuam super servum tuum, et salvum me fac in tua misericórdia: Dómine, non confúndar, quóniam invocávi te. [Rivolgi al tuo servo la luce del tuo volto, salvami con la tua misericordia: che non abbia a vergognarmi, o Signore, di averti invocato.]

Postcommunio

Fidéles tui, Deus, per tua dona firméntur: ut eadem et percipiéndo requírant, et quæréndo sine fine percípiant. [I tuoi fedeli, o Dio, siano confermati mediante i tuoi doni: affinché, ricevendoli ne diventino bramosi, e bramandoli li conseguano senza fine.]

DOMENICA III dopo l’EPIFANIA

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps XCVI:7-8
Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae. [Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda]
Ps XCVI:1
Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.
[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae. [Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda]

Oratio
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, infirmitatem nostram propítius réspice: atque, ad protegéndum nos, déxteram tuæ majestátis exténde.
[Onnipotente e sempiterno Iddio, volgi pietoso lo sguardo alla nostra debolezza, e a nostra protezione stendi il braccio della tua potenza].

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII:16-21
Fratres: Nolíte esse prudéntes apud vosmetípsos: nulli malum pro malo reddéntes: providéntes bona non tantum coram Deo, sed étiam coram ómnibus homínibus. Si fíeri potest, quod ex vobis est, cum ómnibus homínibus pacem habéntes: Non vosmetípsos defendéntes, caríssimi, sed date locum iræ. Scriptum est enim: Mihi vindícta: ego retríbuam, dicit Dóminus. Sed si esuríerit inimícus tuus, ciba illum: si sitit, potum da illi: hoc enim fáciens, carbónes ignis cóngeres super caput ejus. Noli vinci a malo, sed vince in bono malum.

Omelia I

[Mons. Bonomelli: Saggio di omelie, vol. I, Om. XV, Torino, 1899]

“Non riputate voi stessi sapienti: non rendete male per male a chicchessia: procurate il bene non solo innanzi a Dio, ma anche innanzi a tutti gli uomini. Se è possibile, quanto è da voi, siate in pace con tutti. Non vi vendicate da voi, o carissimi, ma date luogo all’ira, perché sta scritto: “A me la vendetta; renderò io la retribuzione, dice il Signore. Se dunque il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare: se ha sete, dagli da bere; facendo così, radunerai carboni accesi sul suo capo. Non ti lasciar vincere dal male, ma col bene vinci il male „

Queste stupende sentenze dell’apostolo Paolo sono la continuazione di quelle che udiste nella penultima Omelia, come quelle erano la continuazione dell’altra penultima. La Chiesa nella epistola di queste tre Domeniche dopo la Epifania ci ha messo sotto gli occhi da meditare l’intero capo XII della lettera ai Romani, vero e sublime compendio della dottrina morale del Vangelo. – Io penso che raccogliendo e ordinando insieme tutto ciò che di bello e perfetto dissero sparsamente nei loro volumi tutti i filosofi di Grecia e di Roma intorno ai doveri morali degli uomini, non avremmo la decima parte delle verità morali che S. Paolo ha condensate in questo solo capo. Quanta differenza tra l’insegnamento incerto, diffuso, manchevole, misto ad errori e senza autorità di quelli, e l’insegnamento preciso, breve, compiuto, scevro d’ogni ombra ed autorevole di S. Paolo! È questa dell’Apostolo una pagina che, anche sola, meditata a dovere, ci fa sentire e conoscere quale abisso corra tra la dottrina morale dei sommi sapienti del paganesimo e quella di Gesù Cristo. Ma veniamo al commento. – “Non reputate voi stessi sapienti: non rendete male per male a chicchessia. „ Una delle cause più frequenti e più gravi delle nostre colpe e, dirò anche, dei nostri malanni domestici e pubblici, è la soverchia fiducia che riponiamo nella nostra abilità e nelle nostre forze: essa ingenera la presunzione, l’avventatezza nel parlare e nell’operare e l’imprudenza con tutti i suoi effetti. Perciò S. Paolo grida ai suoi figli spirituali: “Non reputate voi stessi sapienti; „ non appoggiatevi soverchiamente a voi stessi, ma rivolgetevi per lumi ad altri più savi di voi e soprattutto appoggiatevi a Dio, da cui viene ogni lume. “Non rendete male per male a chicchessia: „ è una sentenza, che l’Apostolo, nella foga del dire, ha cacciata qui, ma, che tosto ritorna sotto la sua penna e che svolge più ampiamente, onde è bene rimetterla ai versetti seguenti. – “Curate il bene non solo innanzi a Dio. ma anche innanzi a tutti gli uomini. „ Queste parole l’Apostolo le piglia dal libro dei Proverbi capo III, vers. 4, e qui si vogliono spiegare alquanto diffusamente. Noi dobbiamo sempre fare il bene: ma talvolta può avvenire che quello che è bene in sé e dinanzi a Dio, non lo sia egualmente dinanzi agli uomini che giudicano dalle apparenze, od anche secondo le loro passioni od inclinazioni; e noi allora adoperiamoci a raddrizzare i loro giudizi e mostriamo che ciò che facciamo è veramente bene e avremo tolto lo scandalo. Queste parole possono anche intendersi in altro modo e forse migliore: Dio vede la nostra mente, il nostro cuore e la nostra intenzione, e gli uomini vedono e conoscono soltanto le nostre opere e le nostre parole. Ebbene: vediamo di fare ogni cosa, internamente ed esternamente, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, in modo da piacere a Dio ed agli uomini stessi. Anzi tutto dobbiamo fare il bene dinanzi a Dio. Come? avendo sempre un fine retto, quello di adempire il nostro dovere, di ubbidire a Dio, di procurare la sua gloria, il bene dei prossimi, e scacciando qualsiasi altro fine men degno del cristiano, come sarebbe la vanità, il capriccio, l’interesse e andate dicendo. Nel fine specialmente sta la bontà delle opere nostre e questo Dio solo lo vede. Dobbiamo fare il bene anche dinanzi agli uomini, cioè in guisa che non sia offesa la carità, che non sia male interpretato, che giovi, se è possibile, a tutti e tutti ne ricevano edificazione. – “Se è possibile, quanto è da voi, siate in pace con tutti. „ Vuole l’Apostolo che abbiamo pace con tutti, quella pace che Gesù Cristo portò sulla terra e tante volte raccomandò ai suoi Apostoli; ma vi mette due condizioni, che sono naturali. La pace è desiderabile e dobbiamo procurarla con ogni studio, ma salvi sempre i diritti della verità e della giustizia. Se gli uomini per accordarci la pace ci domandano il sacrificio della verità e della giustizia, noi dobbiamo rinunciare alla pace e rassegnarci alla lotta, sia quanto si vuole lunga e crudele. Era in questo senso che Gesù Cristo diceva d’essere venuto a portare, non la pace, ma la spada, ossia la guerra, e questa verità accenna l’Apostolo allorché dice: “Se è possibile, siate in pace con tutti. „ Vi è un’altra condizione ed anche questa non infrequente. Noi possiamo volere, desiderare e procurare, la pace, ma gli altri per animo malvagio, possono ricusarla: in tal caso la pace non è possibile. Allora che dobbiamo fare? Che si richiede da noi? Si richiede e basta, che noi dal canto nostro siamo sempre disposti a fare e mantenere la pace, il che S. Paolo ha espresso chiaramente in quelle parole: ” Quanto è da voi. „ Che altri non voglia la pace o la turbi, è male, ma tal sia di loro; ne risponderanno a Dio; ma voi vogliatela sempre e dal lato vostro non la turbate mai. Seguiamo l’Apostolo nelle magnifiche sue lezioni morali. ” Non vi vendicate da voi, o carissimi. „ Gli altri, cosi in sentenza S. Paolo, potranno turbare la pace, offendervi, manomettere i vostri diritti, farvi ingiustamente ogni male. Che farete voi? Potrete voi da voi stessi rendervi giustizia e vendicarvi dei vostri nemici ed oppressori? No, no, grida il grande Apostolo: ciò non è lecito, non è da cristiano, e nemmeno da uomo. “Date luogo all’ira, „ insegna S. Paolo. E che vuol dire dar luogo all’ira ? Se altri vi odia e rompe in ira con voi e vi copre d’ingiurie, voi tacete pazientemente; lasciate che l’ira sua, a guisa di torrente o di nembo impetuoso passi e si dilegui: l’opporvi potrebbe accrescerne il danno, e bisogna ricordarci che una parola benigna e mansueta ammorza l’ira e che un vento procelloso atterra l’albero che sta ritto e resiste, ma non la molle erbetta che si piega e cede. Oh! quante discordie, quante querele, quante risse sarebbero impedite in casa, per le vie, dovunque, se noi dessimo luogo all’ira, frenassimo la lingua ed al fratello che sbuffa d’ira e getta fuoco dagli occhi opponessimo il silenzio tranquillo e senza fiele! Ricordate sempre le parole di S. Paolo: “Date luogo all’ira. „ “Non vi vendicate da voi. „ Se ciascuno volesse vendicarsi da sé per le offese ricevute, che ne avverrebbe? Manifestamente la società intera andrebbe sossopra, anzi sarebbe distrutta. – Se tu vuoi farti giustizia da te stesso, qualunque altro uomo avrebbe egual diritto, e perciò ogni uomo sarebbe giudice e vindice delle offese che ha ricevute, o crede di aver ricevute, e troppe volte il diritto soccomberebbe alla forza e si scambierebbe con la violenza. Dunque non spetta mai all’individuo fare la vendetta per le offese ricevute. A chi spetta? A Dio, solo a Dio, che rende giustizia quaggiù per mezzo della autorità costituita, che mantiene l’ordine e turbato lo ristora, che può e deve rendere a ciascuno secondo le opere sue. – Non occorre il dirlo: in queste parole di S. Paolo: “Non vi vendicate da voi, „ son vietate non solo tutte le vendette private, ma il duello, del quale sì spesso udite parlare e che in sostanza è una vendetta, che uno si prende da se stesso. Uno è offeso in un modo qualunque e sfida a duello l’offensore e scendono sul terreno per decidere con le armi alla mano le loro ragioni, accompagnati dai medici e da quelli che si dicono padrini o testimoni. Nulla di più irragionevole, o cari, di questi duelli, che si osa chiamare partite d’onore, necessità sociali. Tu sei stato offeso ingiustamente? Eccoti il tribunale, eccoti i giudici, e se meglio ti piace, gli arbitri. A loro esponi i tuoi diritti offesi ed essi ti faranno ragione. Ma tu esigi la riparazione con le armi in pugno. Ma così facendo tu rimetti alla forza il giudizio del diritto. Si può fare ingiuria maggiore al buon senso, alla ragione naturale quanto con l’appellare, non alla ragione stessa, alla legge, ma alla forza e talvolta al caso? Quante volte chi aveva ragione nel duello ebbe la peggio ed alla offesa ricevuta aggiunse il danno delle ferite ed anche della morte e la vergogna di soccombere! Qual differenza tra due villani o facchini,, che offesi a vicenda nell’impeto dell’ira si scagliano addosso, si pestano a pugni o danno di piglio ai coltelli, si feriscono od uccidono? Nessuna, anzi, se v’è differenza, essa sta tutta a danno dei duellanti, perché generalmente più istruiti; e perché si battono a sangue freddo ed in modi determinati e con armi scelte e perciò il loro delitto è più inescusabile. E mettono innanzi l’onore offeso! L’onore si ripara col giudizio di uomini competenti, con la sentenza dei giudici, non mai con l’uso delle armi e con l’offesa fatta alle leggi ed all’onore. Il duello, tenetelo ben fermo, o cari, è cosa indegna di uomini ragionevoli, di buoni cittadini, è un avanzo di barbarie, è il diritto della forza, è il giudizio del caso e tutti i sofismi del mondo non varranno mai a giustificarlo. È un delitto nel senso più volgare della parola. – Alla autorità, che è posta da Dio e lo rappresenta sulla terra, sottomettiamoci, come a Dio stesso. Che se ella non può o non vuole renderci giustizia, leviamo gli occhi in alto, a lui che è il Giudice infallibile, al quale nessuno può sfuggire e che ha detto: “A me la vendetta; io renderò la retribuzione. „ Rimettiamo la nostra causa a Dio; Egli, a suo tempo, punirà i nostri offensori e darà loro la mercede secondo le opere loro. Se noi volessimo fare la vendetta per conto nostro, usurperemmo il diritto, che spetta a Dio solo. Ponete che un padre abbia molti figliuoli e che questi vengano a litigio tra di loro e che l’uno se la pigli con l’altro, lo offenda e lo percuota malamente sotto gli occhi del padre suo. Voi che direste? Certamente voi lo condannereste anche nel caso che avesse ragione contro del fratello, e gli direste: “Tu hai il padre tuo, tuo giudice naturale: a lui devi rimettere ogni giudizio: la vendetta che ti prendi da te stesso è una offesa gravissima al diritto paterno, è una brutta usurpazione d’una autorità che non hai. ,, Noi tutti siamo figli del Padre nostro, che è nei cieli: siamo dunque fratelli: che l’uno dunque non si levi mai contro dell’altro, e ne lasci il giudizio a quelli che Iddio ha posto sulla terra a reggere gli uomini e, se questi vengono meno, ne lasci il giudizio a Dio stesso, a cui tutti dovranno rendere ragione delle opere loro. E tu che devi fare intanto col tuo offensore, col tuo nemico? Guardarlo di mal occhio? Serbargli odio in cuore? Fuggirlo come un nemico? Udite, udite, o cari, l’insegnamento di S. Paolo: ” Se il tuo nemico ha fame, dagli a mangiare: se ha sete, dagli a bere. „ È l’insegnamento stesso di Cristo, in altre parole: ” Amate i vostri nemici, diceva Gesù Cristo nel Vangelo (Matt. V, 44), benedite coloro che vi maledicono, fate bene a coloro che vi odiano, pregate per quelli che vi fanno torto e vi perseguitano. „ La carità non può poggiare a maggiore altezza. “Così facendo, prosegue l’Apostolo, tu radunerai carboni accesi sul suo capo. „ Come ciò? Amando chi ti odia, beneficando chi ti perseguita e fa danno, tu lo costringerai a smettere il suo odio, lo forzerai ad amarti, vincendolo a forza di benefici. ” Radunerai, così commenta S. Girolamo, radunerai carboni accesi sul capo di lui, non già a sua maledizione e condanna, come pensano alcuni, ma a sua correzione ed a suo ravvedimento, sinché vinto dai beneficii e conquistato dalla carità, cessi dall’esserti nemico. „ ” Non ti lasciar vincere dal male, è la conclusione di S. Paolo, ma col bene vinci il male. „ Che vuol dire, fa bene a chi ti fa male, e sarà questa la più bella e la più gloriosa delle tue vittorie. – Sono piene le storie ecclesiastiche e le biografie dei Santi di esempi luminosi di tanta carità e non sono rari nemmeno al giorno d’oggi in quelle anime, nelle quali la dottrina di Gesù Cristo non è una semplice professione di fede, ma operosa realtà. Ho conosciuto un negoziante, sorto dal nulla, ottimo marito e padre eccellente di numerosa famiglia: era un cristiano modello. I suoi negozi prosperavano a meraviglia. Se ne rodeva d’invidia un suo vicino, pur esso negoziante: ne parlava male, gettava sospetti sulla sua onestà e spargeva voci sinistre sul suo conto in modo da cagionargli non solo grave dispiacere, ma non lieve danno, scemandogli il credito. Il pio cristiano soffriva e taceva, né mai rifiutava il saluto al suo vicino invidioso e maledico. Gli affari di questo precipitarono: impotente a pagare certe grosse cambiali, il disastro era imminente ed inevitabile. Lo seppe la vittima innocente della sua invidia e della sua maldicenza: senza farne motto a persona corse dai creditori, pagò i debiti dell’emulo suo e suo nemico e lo salvò dalla catastrofe, limitandosi a fargli tenere in bel modo le cambiali soddisfatte. – L’infelice salvato stupì a tanta generosità, pianse, corse dal suo benefattore, gli gettò le braccia al collo, gli chiese perdono e narrò a tutti l’eroica virtù di lui. Ecco, o dilettissimi, un uomo che raduna sul capo del suo nemico carboni accesi e col bene vince il male.

Graduale
Ps CI:16-17
Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam.
[Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua [V. Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia.]
Alleluja

Allelúja, allelúja.
Ps 96:1
Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.
Allelúja. [Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia].

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
Matt VIII:1-13
In illo témpore: Cum descendísset Jesus de monte, secútæ sunt eum turbæ multæ: et ecce, leprósus véniens adorábat eum, dicens: Dómine, si vis, potes me mundáre.
Et exténdens Jesus manum, tétigit eum, dicens: Volo. Mundáre. Et conféstim mundáta est lepra ejus. Et ait illi Jesus: Vide, némini díxeris: sed vade, osténde te sacerdóti, et offer munus, quod præcépit Móyses, in testimónium illis. Cum autem introísset Caphárnaum, accéssit ad eum centúrio, rogans eum et dicens: Dómine, puer meus jacet in domo paralýticus, et male torquetur. Et ait illi Jesus: Ego véniam, et curábo eum. Et respóndens centúrio, ait: Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur puer meus. Nam et ego homo sum sub potestáte constitútus, habens sub me mílites, et dico huic: Vade, et vadit; et alii: Veni, et venit; et servo meo: Fac hoc, et facit. Audiens autem Jesus, mirátus est, et sequéntibus se dixit: Amen, dico vobis, non inveni tantam fidem in Israël. Dico autem vobis, quod multi ab Oriénte et Occidénte vénient, et recúmbent cum Abraham et Isaac et Jacob in regno coelórum: fílii autem regni ejiciéntur in ténebras exterióres: ibi erit fletus et stridor déntium. Et dixit Jesus centurióni: Vade et, sicut credidísti, fiat tibi. Et sanátus est puer in illa hora.

[In quel tempo: Essendo Gesù disceso dal monte, lo seguirono molte turbe: ed ecco un lebbroso che, accostatosi, lo adorava, dicendo: “Signore, se vuoi, puoi mondarmi”. Gesù, stesa la mano, lo toccò, dicendo: “Lo voglio. Sii Mondato”. E tosto la sua lebbra fu guarita. E Gesù gli disse: “Guarda di non dirlo ad alcuno: ma va, mòstrati ai sacerdoti, e offri quanto prescritto da Mosè, onde serva a loro di testimonianza”. Entrato poi in Cafàrnao, andò a trovarlo un centurione, raccomandandosi e dicendo: “Signore, il mio servo giace in casa, paralitico, ed è malamente tormentato”. E Gesù gli rispose: “Verrò, e lo guarirò”. E il centurione disse: “Signore, non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ solo una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, sebbene soggetto ad altri, ho sotto di me dei soldati, e dico a uno: va, ed egli va; e all’altro: vieni, ed egli viene; e al mio servo: fa’ questo, ed egli lo fa”. Gesù, udite queste parole, ne restò ammirato, e a coloro che lo seguivano, disse: “Non ho trovato fede così grande in Israele. Vi dico perciò che molti verranno da Oriente e da Occidente e siederanno con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori: ove sarà pianto e stridore di denti”. Allora Gesù disse al centurione: “Va, e ti sia fatto come hai creduto”. E in quel momento il servo fu guarito.]

OMELIA II

 [Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

Volontà di salvarsi

Un povero lebbroso andava in cerca di Gesù Nazzareno, spinto dal desiderio di ricuperare la perduta sanità. Quando opportunamente lo vede discendere dal declive d’un monte, seguitato da numerosa turba, e fattosi a Lui incontro, proteso a terra profondamente L’adora. Indi alzato il capo, le mani e la voce, “Signore, Gli dice, se Voi volete, io son guarito, il potere non manca: basta un atto di vostra volontà; “Domine, si vis, potus me mundare”. In vista di tanta umiliazione, di tanta fede, stende la mano il pietoso Signore, e “tu, gli risponde, mi chiedi se voglio mondarti, e ciò è appunto che voglio. Orsù resta mondo”, “volo mundare”. E così avvenne sull’istante. “Vattene, soggiunse poi, presentati al sacerdote, ed offerisci al Tempio quel che da Dio vien prescritto nella legge di Mose”. Fin qui un tratto dell’odierno Vangelo, in cui due cose naturalmente si presentano alla nostra riflessione; cioè la volontà del lebbroso in cercar la sua guarigione, e in procurarsela con i modi più moventi ed efficaci, e la volontà dei divin Redentore, manifestata con quell’imperioso “volo”, e compiuta coll’istantaneo prodigioso risanamento di quell’infelice. Da ciò dobbiamo apprendere, uditori miei, che per conseguire la nostra eterna salvezza, sono necessarie due volontà: quella di Dio, e la nostra. Quella di Dio è sempre pronta, la nostra sovente manca. Sono questi i due riflessi, che meritano tutta la nostra applicazione. La volontà di Dio è sempre disposta e pronta a salvarci. Dio vuole che tutti si salvino, “vult omnes homines salvos fieri” (ad Tim. II, 4). Di questa sua volontà ci ha Egli dato prove? Infinite! Noi eravamo per l’originale peccato, figli d’ira, vasi di riprovazione, e secondo la frase di S. Agostino, una “massa dannata”. Dio Padre, mosso a pietà di noi, diede il proprio Figlio riparatore dei nostri mali, e vittima dei nostri falli; ed Egli discese dal cielo per liberarci dalle catene del peccato, e dalla schiavitù del demonio. “Propter nos homines, et propter nostram salutem descendit de cœlis” (Symb. Nic.). Osservate pertanto quel Dio fatto uomo nella capanna di Bettelemme, quelle lacrime che sparge sono sparse per lavarci dalla lebbra immonda delle nostre colpe; quel sangue che versa fin dai primi giorni nella sua circoncisione, è il balsamo per le nostre ferite. – OsservateLo in Gerusalemme nella Galilea, nella Palestina, ove ammaestra i discepoli, istruisce i popoli, catechizza le turbe, e ovunque sparge con la sua predicazione i semi dell’Evangelica sua dottrina, e con gli stupendi prodigi i lampi della divinità, che in Lui si asconde. E tutto ciò a fine di farsi conoscere per nostro liberatore, maestro e guida; onde seguendo le sue pedate, arriviamo per istrada sicura all’esenta salute. OsservateLo finalmente nell’orto dei suoi languori sudante sangue, nel pretorio da ogni parte grondante sangue, sul Calvario dalle piaghe e dal cuor trafitto versante sangue fino all’ultima stilla, e poi dite, di questo suo sangue Gesù Cristo ha formato un bagno salutare per lavarci dalla macchia dell’originale peccato; ed a riparo dell’innocenza perduta ha aperto un altro bagno dello stesso suo sangue nel Sacramento della penitenza, Battesimo secondo, seconda tavola dopo il naufragio. Che vi pare di queste prove? doveva forse far di più per dimostrarci la volontà che ha della nostra salvezza? – Poco forse vi muovono le indicate prove, perché universali, estese a tutto il genere umano? Seguite ad ascoltarmi. Siete voi nel numero degl’innocenti, o de’ penitenti, o dei peccatori? Se siete innocente, ditemi: “chi vi conservò illibata la candida stola della battesimale innocenza?” Chi vi ha liberato dai tanti pericoli del mondo e della carne? È Dio, che vi fece sortire un’anima buona, un’indole inclinata al bene, un’ottima educazione cristiana; è desso che con le sante ispirazioni, con i lumi della sua fede, con gli aiuti della sua grazia regolò i vostri passi, i vostri affetti, le vostre azioni. Desso è che vi ha tenuto lontano da tante occasioni nelle quali avrebbe fatto naufragio la vostra innocenza. Desso è finalmente che, in mezzo ai lacci e agli scandali d’un secolo così pervertito, vi ha difeso come un giglio fra le spine, come Lot fra le abominazioni di Sodoma: dunque Dio vi vuol salvo! Siete penitente? Or bene chi fu il primo a richiamarvi dalla via di perdizione? chi v’ispirò di tornare ai suoi piedi? chi vi diede forza a risolvervi? Chi vi diede grazia di vomitare il veleno dei vostri peccati ai piedi del confessore? Chi medicò le vostre ferite? Gesù, Samaritano pietoso, col vino della sua sapienza, con l’olio della sua misericordia! Egli vi accolse al suo seno come un altro fìgliuol prodigo, vi diede un bacio di pace, e vi rivestì della stola prima, cioè della grazia santificante. Dunque Dio vi vuol salvo! Se poi siete peccatore non ancor ravveduto, ditemi da chi vengono quelle interne voci che vi chiamano a penitenza? Da chi sono eccitati i rimorsi, che v’inquietano nelle vegliate notti, che vi amareggiano nei tediosi giorni, che vi avvelenano gli stessi vostri piaceri, che vi fan toccar con mano che il peccato non può farvi contento? Dalla divina misericordia partono questi colpi, la quale vi vola d’intorno, come provò S. Agostino, e vi assedia, e amaramente vi affligge con tetre apprensioni, con nere malinconie massime in quel tempo che una sventura vi attrista, che una febbre vi crucia, un dolor vi tormenta, una grave infermità vi minaccia di morte vicina. Son questi finissimi tratti della bontà di un Dio che non vi perde di vista, che tutta adopera i mezzi per farvi uscire dal vostro misero stato e vi molesta per consolarvi, e vi ferisce per risanarvi, perché in fine, sazio e mal contento del mondo, del peccato e di voi stesso, cerchiate in Lui la pace che non avete, la felicità che aver non potete, se non in Lui. Dunque Dio vi vuol salvo! A finirla, siete una pecorella innocente? È Gesù buon pastore, che vi custodì nel suo gregge. Siete pecorella ritornata dai vostri traviamenti? È Gesù buon pastore che sugli omeri suoi vi riportò all’ovile. Siete pecora ancora errante? È Gesù buon pastore, che vi tien dietro, e vi chiama a sé, perché non andiate in bocca al lupo infernale. Dunque, ripetiamolo ancor una volta: Dio vi vuol salvo!

II. “S’è così, ripigliate voi, noi abbiamo in pugno la nostra salvezza. Dio ci vuol salvi, noi vogliamo salvarci, e chi è quello stolto che non voglia salvarsi? … dunque la nostra salvezza sarà sicura”. Sicura sarà se avrete una volontà decisa, efficace, operante. Una volontà astratta, superificiale, oziosa non vi salverà. Siccome vi sono delle monete legittime, e delle false, così v’è una volontà vera, ed una fallace. Come faremo a distinguerle facilmente? L’oro si conosce alla prova del fuoco, la volontà si distingue alla prova del fatto. Perché Iddio ha una vera volontà di salvarci, abbiamo veduto poc’anzi quanto abbia fatto, e quanto fa continuamente per noi. Veniamo dunque all’opere, se ci preme la nostra salute. Voi pertanto, anime innocenti, allontanatevi dai pericoli del tristo mondo, adempite i doveri del vostro stato, frequentate le Chiese e i Sacramenti, regolatevi con le massime della fede, fortificatevi colle incessanti preghiere, perseverate nel bene e vi salverete! Voi penitenti cristiani, piangete i vostri trascorsi, ed il vostro pianto vi accompagni fino all’ultimo dei vostri respiri, fuggite le occasioni pericolose, soddisfate la divina giustizia con le opere di penitenza, mortificate i vostri sensi, raffrenate le vostre passioni, la mutazione del vostro cuore si manifesti col cambiamento dei vostri costumi, perseverate nell’intrapresa via di penitenza, e vi salverete. Voi peccatori, fratelli miei cari, ancor macchiati da colpa, ancor coperti di lebbra, imitate il lebbroso del presente Vangelo, gettatevi ai piedi di Gesù, portatevi ai pie del sacerdote, tuffatevi nel bagno formato dal sangue dell’immacolato Agnello di Dio nella sacramental confessione, e sarete guariti, e Dio vi salverà. Non vi sentite acconci di farlo? Dunque non volete salvarvi! Costantino imperatore, carico di schifosa lebbra, consultò per liberarsene i più valenti medici del suo impero, ed essi gli consigliarono un bagno di sangue di fanciulli lattanti, in cui dovesse immèrgersi, e ricuperare la pristina salute. Questo crudel consiglio, questo crudelissimo bagno, non ebbe effetto; poiché gli apparì S. Pietro, gli propose un bagno migliore nel santo Battesimo, ove acquistò la salute dell’anima e del corpo. Fingete però che si fosse eseguito, immaginatelo presente. Che orrore! Chi può soffrir la vista di quel sangue innocente, caldo, fumante? “Spogliati barbaro imperatore”. Che mi spogli? l’aria fredda, la stagione cruda, non mi sento per ora, più tosto … ah disumano, ah mostro di crudeltà! dunque per così poco tu rendi inutile il dolor di tante madri, il sangue di tanti bambini? Deh cessiamo dalle invettive in un supposto accidente, rivolgiamole contro di noi in un fatto vero. Gesù Cristo ha dato tutto il suo sangue, ne ha formato un mistico bagno nel Sacramento di penitenza per darci vita e salute, e noi per non spogliarci di un abito cattivo, per risparmiare un incomodo, rifiutiamo un tanto e così necessario rimedio? Dunque non vogliamo salvarci! – Se il Signore ci comandasse aspre, difficili cose pure per la salute eterna converrebbe eseguirle. Quanto si soffre per la salute del corpo? Rigorose diete, amare bevande, tagli di membra, dolori di spasimo; e per l’anima si ricusa un rimedio così consolante, qual è chiedere a Dio perdono col cuor contrito, e scoprire le proprie piaghe a chi tiene il suo luogo? “Se il Profeta Eliseo (dissero i cortigiani al loro principe Naaman Siro), se Eliseo per guarirvi dalla lebbra v’avesse ordinato una cura lunga, ardua, penosa, dovreste intraprenderla; ma una cosa sì agevole, qual è il lavarsi nel fiume Giordano, perché non praticarla?” Si arrese il principe al saggio consiglio, e doppiamente fu risanato, nel corpo cioè e nello spirito. Un esito egualmente felice dobbiamo sperare dal Sacramento della penitenza. Più dell’acque del Giordano è salubre il sangue dei Redentore. – Lavati così nei fonti del Salvatore, ecco quel che far ci resta, fedeli amatissimi, apprendetelo dalla bocca di Gesù Cristo. Un certo giovane Gli domandò che far doveva per conseguire la vita eterna, “si vis, gli rispose, ad vitam ingredi, serva mandata” (Matth. XIX, 17). Ponderate bene queste divine parole : “si vis”, se tu vuoi entrare nell’eterna vita, osserva i comandamenti; se tu vuoi, e veramente vuoi, tu mi darai prove del tuo volere con l’osservanza dei divini precetti. – Altrettanto ripete a ciascun di noi. Volete salvarvi? ecco la necessaria condizione, osservate la legge di Dio! Ma se invece bestemmiate il suo santo Nome, se non santificate le feste, se per santificarle vi contentate d’una Messa sentita in piedi, con gli occhi in giro, con la mente altrove, se usurpate la roba d’altri, se non restituite, se odiate il prossimo, se gli togliete la fama, se non lasciate il giuoco, il ridotto, la scandalosa amicizia, non state a dire che volete salvarvi, perché direste bugia, perché smentite col fatto quel che pronunziate con la lingua. La strada non passa. Quel Dio, dice S, Agostino, che ha creato voi senza di voi, non vuol salvare voi senza di voi. “Qui creavit te sine te, non salvabit te sine te”. Iddio per crearvi non ha avuto bisogno di voi, vi ha tratto dal nulla, con un sol atto di sua volontà; ma per salvarvi, e assolutaménte vuole, che alla sua volontà sia unita la vostra, con eseguire in tutto la sua santissima volontà. Non vi sentite, non volete farlo? Dunque non volete salvarvi, non vi salverete! – Concludiamo, e mi sia permesso servirmi d’un detto tratto dalla storia non sacra. Nei passati secoli, e nella nostra Europa eravi forte guerra tra due possenti monarchi; e com’è costume di tutti i tempi, tra i novellisti e geniali si teneva diverso partito, e la futura vittoria chi la voleva per l’uno, chi per l’altro sovrano. Interrogato su di ciò un principe neutrale, qual di quei due credeva sarebbe il vincitore, rispose: “vincerà quegli a cui presterò la mia spada”. Cristiani amatissimi, tra Dio e il demonio, a nostro modo d’intendere, passa una forte guerra contro dell’anima nostra. Iddio la vuole per sé, e come abbiam veduto, ne ha dato i più evidenti contrassegni, il demonio la vuol sua, e fa tutti i suoi sforzi. Chi la vincerà? senza alcun dubbio colui la vincerà, al quale presteremo la nostra spada, a cui uniremo la nostra volontà. – Se unita la volontà nostra è con quella del demonio, volendo persistere nel peccato, noi siam perduti. Sarà unita a quella di Dio con la fedele osservanza della sua santa legge? Noi sarem salvi!

 Credo …

Offertorium
Orémus
Ps CXVII:16;17
Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini.
[La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta
Hæc hóstia, Dómine, quǽsumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. [Quest’ostia, o Signore, Te ne preghiamo, ci mondi dai nostri delitti e, santificando i corpi e le ànime dei tuoi servi, li disponga alla celebrazione del sacrificio.]

Communio
Luc 4:22
Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei.
[Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

 Postcommunio
Orémus.
Quos tantis, Dómine, largíris uti mystériis: quǽsumus; ut efféctibus nos eórum veráciter aptáre dignéris.
[O Signore, che ci concedi di partecipare a tanto mistero, dégnati, Te ne preghiamo, di renderci atti a riceverne realmente gli effetti.]

DOMENICA II dopo EPIFANIA

DOMENICA II dopo l’EPIFANIA

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps LXV:4
Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime. [Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Ps LXV:1-2
Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.
[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: canta salmi al suo nome e gloria alla sua lode.]


Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime. [Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Oratio
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui coeléstia simul et terréna moderáris: supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi; et pacem tuam nostris concéde tempóribus.
[O Dio onnipotente ed eterno, che governi cielo e terra, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo e concedi ai nostri giorni la tua pace.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII:6-16
“Fratres: Habéntes donatiónes secúndum grátiam, quæ data est nobis, differéntes: sive prophétiam secúndum ratiónem fídei, sive ministérium in ministrándo, sive qui docet in doctrína, qui exhortátur in exhortándo, qui tríbuit in simplicitáte, qui præest in sollicitúdine, qui miserétur in hilaritáte. Diléctio sine simulatióne. Odiéntes malum, adhæréntes bono: Caritáte fraternitátis ínvicem diligéntes: Honóre ínvicem præveniéntes: Sollicitúdine non pigri: Spíritu fervéntes: Dómino serviéntes: Spe gaudéntes: In tribulatióne patiéntes: Oratióni instántes: Necessitátibus sanctórum communicántes: Hospitalitátem sectántes. Benedícite persequéntibus vos: benedícite, et nolíte maledícere. Gaudére cum gaudéntibus, flere cum fléntibus: Idípsum ínvicem sentiéntes: Non alta sapiéntes, sed humílibus consentiéntes
.”.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli, Omelie, vol. I, Torino – 1899 Omelia XIII]

“Avendo noi doni differenti, secondo la grazia, che ci è stata data, se abbiamo la profezia, adoperiamoci a proporzione della fede; se abbiamo il ministero, attendiamo al ministero; se il magistero, attendiamo ad insegnare. Colui che esorta, attenda ad esortare; chi distribuisce, lo faccia con semplicità; colui che presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere pietose, si presti con ilarità. La carità sia senza simulazione: abborrite il male, attenetevi al bene. Amatevi fraternamente: prevenitevi gli uni gli altri nel rendervi onore. Non siate pigri: siate ferventi nello spirito, dedicati al servizio di Dio, allegri nella speranza, costanti nelle afflizioni, perseveranti nell’orazione, partecipi ai bisogni dei santi, facili alla ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano: benediteli e non vogliate maledirli. “Rallegrate vi con chi è allegro, piangete con chi piange. Abbiate tra voi uno stesso sentimento, non rivolgete l’animo a cose alte, ma acconciatevi alle basse „ (Rom. cap. XII, vers. 6-16).

Questo tratto della epistola ai Romani segue immediatamente a quello che vi spiegai nell’omelia XI e non è che una serie di sentenze morali d’una bellezza veramente stupenda. Esse erompono dall’anima ardente dell’Apostolo con una foga, con una facilità ed efficacia incomparabile. Se queste massime sì sublimi e sì semplici, che rispondono a meraviglia a ciò che vi ha di più intimo e più nobile nella nostra natura, fossero cadute sotto gli occhi di Platone, di Aristotele, di Cicerone e di tanti filosofi pagani, quale stupore ne avrebbero avuto? Con quale entusiasmo le avrebbero abbracciate? Noi le abbiamo sotto gli occhi e negli orecchi ogni giorno e per poco non vi poniamo mente! Nati in mezzo alla luce, non ne comprendiamo il pregio: educati con queste santissime verità, non ne apprezziamo debitamente) l’altezza. Oggi veniamole considerando partitamente e con amore e ne rileveremo la bellezza. – S. Paolo dopo aver fatto osservare, che la Chiesa è somigliante al corpo umano, il quale è uno solo, ma ha molte membra differenti, con differenti uffici, tra loro armonicamente! coordinati, prosegue, e dice: “Avendo noi doni differenti, secondo la grazia, che ci è stata data, se abbiamo la profezia, adoperiamoci a proporzione della fede. „ Il sole è uno solo, eppure crea una varietà sterminata di  colori secondo la natura degli oggetti che illumina: così Dio, che è uno e semplicissimo, produce nelle anime una varietà prodigiosa di doni, che mostrano la grandezza e fecondità inesauribile del donatore. Ciascuno di noi ha i suoi doni particolari? Usiamone. Hai tu il dono della profezia? Qui il dono della profezia non significa propriamente annunziare le cose future, ma la facoltà di parlare delle cose spettanti alla religione. Ebbene: l’adopera nella misura che l’hai ricevuto, secondo le tue forze. “Se abbiamo il ministero, segue l’Apostolo, attendiamo al ministero. „ Abbiamo cioè 1’ufficio di presiedere, di governare? Adempiamolo come si deve. — Se abbiamo il magistero, ossia l’ufficio di ammaestrare, e questo facciamo meglio che per noi si possa. — Colui che esorta, ossia che eccita i fratelli a fuggire il vizio ed a praticare la virtù, vi metta tutto lo zelo. — Chi distribuisce, chi largheggia in elemosine, lo faccia con semplicità, allontanando ogni fine men retto e men nobile, intendendo solo di soccorrere il fratello e far cosa grata a Dio. — Chi presiede e regge altri, faccia il suo dovere con diligenza. — Nella Chiesa vi sono molti ed alti uffici: quelli che li tengono, devono ricordarsi che gli uffici non hanno per scopo di accumulare ricchezze, ricevere omaggi, ritrarne comodi ed onori, ma sì hanno per fine proprio ed immediato il bene delle anime e la salute loro eterna e perciò si vogliono adempire con ogni diligenza. — Chi fa opere pietose, scrive S. Paolo, si presti con ilarità. — Che bella e cara espressione! Soccorri tu il povero? Conforti tu l’afflitto? Ammaestri l’ignorante? Consigli il timido e vacillante? Visiti l’infermo ed eserciti qualunque opera di carità? E a tutto questo col volto ilare e contento, perché così vuole Iddio: Hilarem datorem dilìgit Deus, e perché così l’opera tua sarà più efficace e gradita. Vedi queste Suore di carità che giorno e notte si aggirano per gli ospedali, che vanno da un letto all’altro: che hanno sempre sotto gli occhi lo spettacolo delle miserie umane: esse hanno sempre serena la fronte, il sorriso sulle labbra, la parola soave, l’occhio pieno d’amore: eccovi, o cari, ciò che vuole S. Paolo allorché comanda: “Chi fa opere pietose si presti con ilarità. „ Prosegue l’Apostolo: “La carità sia senza simulazione. Via la finzione, via l’ipocrisia sì nelle parole come negli atti e la nostra carità sia schietta, piena di candore. E qui l’Apostolo, quasi volesse condensare tutto ciò che ha detto e gli resta a dire, esclama: “Abborrite il male, attenetevi al bene. „ Pareva che qui l’Apostolo dovesse por fine alle sue esortazioni ed ai suoi documenti; no. Egli è simile ad un padre amoroso, che non vuole che il bene dei suoi figli ed aggiunge alle esortazioni le preghiere, ai ricordi i comandi e allorché sembra abbia finito, ripiglia da capo: il suo cuore non dice mai: Basta! – E invero qui S. Paolo comincia un’altra esortazione, come se nulla avesse detto. Uditelo: “Amatevi fraternamente. „ È il precetto nuovo, che Gesù Cristo portò sulla terra, Egli, che disse agli apostoli e in loro a tutti gli uomini quella sublime sentenza: ” Vos autem fratres estis — Voi siete fratelli. „ Dunque “come fratelli amatevi. „ Vi furono uomini, che scrissero sulla loro bandiera, come se fosse stata una loro scoperta, questa parola: “Fratellanza,„ imbrattandola tosto di sangue. Ignoravano essi che Gesù Cristo diciotto secoli innanzi l’aveva proclamata: Vos autem fratres, estis, e qui S. Paolo la ripete: Charitate fraternitatis invicem diligentes? Non era possibile. Lo sapevano; ma volevano arrogarsi il vanto d’aver trovata quella sublime dottrina. O cari! più che delle parole e delle vane proteste di fratellanza, siamo solleciti di mostrare le opere della fratellanza, “rispettandoci, amandoci, compatendoci e soccorrendoci a vicenda. „ La carità fraterna è una radice feconda: da essa derivano non solo le opere, ma le parole e perfino quelle convenienze del vivere quieto ed onesto, che alimentano il rispetto reciproco e la mutua benevolenza. Ecco ciò che voleva dire S. Paolo nelle parole sì belle, che seguono: “Prevenitevi gli uni gli altri nel rendervi onore. „ Sì; se la carità regnerà nei nostri cuori ed informerà tutti i nostri atti, ci guarderemo da far cosa che spiaccia ai fratelli e faremo ciò che loro torna gradito e sarà una nobile e santa gara in prevenirci, rendendoci onore gli uni gli altri. E ciò che altrove inculca lo stesso Apostolo scrivendo: “Per umiltà, ciascuno di voi pregiando gli altri più che se stesso — Humilìtate… invicem superiores arbitrantes. „ Dite, o carissimi, il codice di Gesù Cristo, che si compendia nella carità, non è desso anche un perfetto codice di educazione e civiltà sociale? “Non siate pigri, „ soggiunge l’Apostolo; s’intende nei vostri doveri, ma ferventi nello spirito, „ pronti, alacri per il fuoco della carità, acceso in voi dallo Spirito Santo, intesi ad una cosa sola, a servire cioè al Signore, fine ultimo di tutte le opere vostre. – Né qui si ferma S. Paolo, ma, trasportato dall’impeto della sua carità, con una rapidità mirabile accumula verità pratiche sopra verità pratiche, con una concisione ben più grande e sostanziosa di quella di Tacito. “Allegri nella speranza, costanti nelle afflizioni, perseveranti nella preghiera. „ La speranza della mercede rallegra il contadino, che suda sul campo, l’operaio che lavora nell’officina, il mercante che viaggia; e la speranza del premio del cielo fa brillare la gioia sulla fronte del cristiano, che soffre nella lotta della vita, lo tiene saldo in mezzo ai dolori. E quando egli sente venir meno le forze (e ciò non è raro), dia di piglio all’arme sì valida e sì sicura della preghiera e in essa perduri, e la vittoria sarà certa. L’Apostolo non dimentica mai che l’uomo non vive, né può vivere quaggiù isolato: che egli ha dei rapporti e continui ed intimi coi suoi fratelli, ed eccolo di nuovo a ricordarli sotto un’altra forma: “Siate partecipi ai bisogni dei santi, facili alla ospitalità. „ Fate che i bisogni, le necessità di tutti siano comuni a voi, siano come se fossero vostre, e particolarmente quelle dei santi, dei vostri fratelli nella fede, chiamati ad essere santi e, se sono pellegrini, offrite loro l’ospitalità. – La facondia santa dell’Apostolo continua: “Benedite quelli che vi perseguitano, e non vogliate maledirli. „ Quale sentenza! Qual precetto! È qui che la carità di Gesù Cristo tocca il sommo della perfezione. Amare operosamente tutti gli uomini; amare gli stranieri, come fratelli, è già gran cosa, ignota a tutto il mondo pagano; ma amare anche i nemici, benedire perfino quelli che ci perseguitano, beneficarli, se è possibile, è cosa che trascende al tutto l’umano comprendimento, e questo solo precetto (giacche l’amore dei nemici non è consiglio, ma precetto) basta a provare l’origine sovraumana del Vangelo. Qualunque uomo, sia pur buono e virtuoso, deve avere più o meno dei malevoli, degli invidiosi, dei nemici. Li ebbero i santi e gli Apostoli: li ebbe il Santo dei santi, Gesù Cristo; qual meraviglia, che li abbiamo noi, pieni di difetti, sì facili ad offendere il prossimo, talvolta senza volerlo? Ameremo dunque tutti i nostri nemici, o fratelli. Che fare? Ciò che qui comanda l’Apostolo: “Benedite quelli che vi perseguitano: benediteli e non vogliate maledirli. „ Gesù Cristo, dall’alto della croce, rivolto al Padre pregava per i suoi carnefici e li scusava, dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno. „ S. Pietro, parlando di Gesù e proponendolo qual modello, scriveva: ” Oltraggiato non oltraggiava, soffrendo non minacciava „ (I. c. II, vers. 23). Perdoniamo le offese, amiamo i nemici, rendiamo bene per male, preghiamo per essi e il buon Dio userà misericordia a tutti. Si sta sì bene, o cari, quando si perdona e si beneficano i nemici! Si gusta tal pace, si sente tal gioia, che la lingua non sa esprimere. È questa tal mercede che anche sola ci compensa ad usura del sacrificio compiuto in far tacere l’amor proprio ferito. – Voi potete scorrere tutti i libri dei sommi filosofi morali del paganesimo, Epitteto, M. Aurelio, Cicerone, Platone, Aristotele: voi potete investigare tutti i codici sacri delle nazioni antiche e moderne fuori del Cristianesimo. Troverete qua e là sentenze belle, ammirabili sull’amore del prossimo, sulla ospitalità, sulla elemosina, sul perdono delle offese: ma non troverete mai queste verità insieme unite, con tanta chiarezza, brevità, sicurezza e perfezione come nel Vangelo e in queste poche sentenze di S. Paolo. E perche? Ah! Perché esse non vengono dagli uomini, ma da Dio. “Rallegratevi con chi è allegro e piangete con chi piange. „ E la conseguenza naturale della carità e delle cose sopra inculcate dall’Apostolo. La carità unisce i cuori per guisa che il bene ed il male è comune, e perciò si gode e si soffre insieme. Se il padre vostro, la vostra madre, i vostri fratelli salgono in onore e abbondano d’ogni cosa, voi che fate? Ne siete lietissimi. Se soffrono infermi, se sono tribolati, perseguitati, che fate voi? Soffrite con essi. Perché? Perché l’amore, che a loro vi lega, fa di voi tutti quasi una sola persona e sentite tutti lo stesso dolore o lo stesso piacere. Se questo amore abbracciasse tutti gli uomini, avremmo lo stesso effetto: ci rallegreremmo con chi è allegro e piangeremmo con chi piange. – “Abbiate, conchiude l’Apostolo, lo stesso sentimento. „ Ripete in altra forma ciò che ha detto nel versetto antecedente. “E non siate con l’animo alle cose alte, ma acconciatevi alle basse. „ Non aspirate a grandezze, ad onori, a ricchezze, a quelle cose, delle quali il mondo è sì ghiotto, e che non possono far pago il nostro cuore: ricevete ciò che Iddio vi dà, e collocati in basso stato, di questo accontentatevi e sarete, per quanto lo possiamo essere quaggiù, tranquilli e felici. – Se noi studiamo la causa vera d’una gran parte dei nostri dolori e delle nostre inquietudini, che troviamo? Troviamo che fonte massima di questi dolori e di queste inquietudini è il desiderio d’aver sempre più di ciò che abbiamo: è questo il pungolo, che ci spinge innanzi e ci tormenta, è questo il nostro implacabile carnefice. I desideri non soddisfatti sono il tormento dei nostri poveri cuori; soffochiamo quei desideri, ed avremo la pace, quella pace che il mondo non conosce.

Graduale

Ps CVI:20-21
Misit Dóminus verbum suum, et sanávit eos: et erípuit eos de intéritu eórum. [Il Signore mandò la sua parola e li risanò: li salvò dalla distruzione.]
V. Confiteántur Dómino misericórdiæ ejus: et mirabília ejus fíliis hóminum.  [V. Diano lode al Signore le sue misericordie e le sue meraviglie in favore degli uomini. ]

Alleluja
Allelúja, allelúja

Ps CXLVIII:2
Laudáte Dóminum, omnes Angeli ejus: laudáte eum, omnes virtútes ejus. Allelúja.
[Lodate il Signore, voi tutti suoi Angeli: lodatelo, voi tutte milizie sue. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann 2:1-11
In illo témpore: Núptiæ factæ sunt in Cana Galilaeæ: et erat Mater Jesu ibi.
Vocátus est autem et Jesus, et discípuli ejus ad núptias. Et deficiénte vino, dicit Mater Jesu ad eum: Vinum non habent. Et dicit ei Jesus: Quid mihi et tibi est, mulier? nondum venit hora mea. Dicit Mater ejus minístris: Quodcúmque díxerit vobis, fácite. Erant autem ibi lapídeæ hýdriæ sex pósitæ secúndum purificatiónem Judæórum, capiéntes síngulæ metrétas binas vel ternas. Dicit eis Jesus: Implete hýdrias aqua. Et implevérunt eas usque ad summum. Et dicit eis Jesus: Hauríte nunc, et ferte architriclíno. Et tulérunt. Ut autem gustávit architriclínus aquam vinum fáctam, et non sciébat unde esset, minístri autem sciébant, qui háuserant aquam: vocat sponsum architriclínus, et dicit ei: Omnis homo primum bonum vinum ponit: et cum inebriáti fúerint, tunc id, quod detérius est. Tu autem servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc fecit inítium signórum Jesus in Cana Galilaeæ: et manifestávit glóriam suam, et credidérunt in eum discípuli ejus.

[In quel tempo: Vi furono delle nozze in Cana di Galilea, e li vi era la Madre di Gesù. E alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la Madre di Gesù disse a Lui: Non hanno più vino. E Gesù rispose: Che ho a che fare con te, o donna? La mia ora non è ancora venuta. Disse sua Madre ai domestici: Fate tutto quello che vi dirà. Orbene, vi erano lì sei pile di pietra, preparate per la purificazione dei Giudei, ciascuna contenente due o tre metrete. Gesù disse loro: Empite d’acqua le pile. E le empirono fino all’orlo. Gesù disse: Adesso attingete e portate al maestro di tavola. E portarono. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino, non sapeva donde l’avessero attinta, ma i domestici lo sapevano; chiamato lo sposo gli disse: Tutti servono da principio il vino migliore, e danno il meno buono quando sono brilli, ma tu hai conservato il vino migliore fino ad ora. Così Gesù, in Cana di Galilea dette inizio ai miracoli, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.]

OMELIA II

 [Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

Gesù onorava di sua presenza un convito di nozze in Cana della Galilea, così ci narra l’odierno Vangelo. Dunque il matrimonio, dice S. Agostino, ha Dio per autore. Dunque il matrimonio, soggiunge S. Paolo, è santo, ed è nella Chiesa di Cristo, un gran sacramento. “Sacramentum hoc magnum est… in Christo et in Ecclesia” (ad Ephes.V, 32). Della santità del matrimonio potrei, uditori amatissimi, tenervi ragionamento, se non credessi più profittevole parlarvi di alcuni obblighi annessi allo stato del matrimonio stesso. E per ciò fare il modo facile a intendersi, e ritenersi da tutti, contentatevi ch’io mi serva di cose sensibili, che fissino l’mmaginativa, e possano ritenersi più agevolmente nella memoria de’ meno istruiti. L’arca del Testamento è un simbolo assai espressivo delle obbligazioni del matrimonio. Su quella stavano due Cherubini d’oro, figura dei due sposi, l’amore e le intenzioni de’ quali devono esser pure come puro è l’oro. L’arca era formata di legni incorruttibili, simbolo della reciproca inviolabile fedeltà. Nel seno dell’arca si conservavano le tavole della legge data da Dio a Mosè sul Sinai, la verga d’Aronne, e un vaselletto di manna, piovuta già nel deserto (ad Heb. IX,4). In questi ultimi abbietti io raffiguro tre principali obbligazioni de’genitori verso i propri figliuoli. Istruzione, correzione e custodia. Ripigliamo: tavole della Legge, ecco l’istruzione: verga d’Aronne, ecco la correzione: vaselletto di manna, ecco la custodia della propria prole. Ciò ch’io passo ad esporvi con la maggiore a me possibile chiarezza.

I . Due erano, come voi sapete, le tavole della divina legge. Conteneva la prima i comandamenti che riguardano Dio, la seconda quei che al prossimo si appartengono. Padri e madri, siccome il grande Iddio impose a Mosè di promulgare al suo popolo i precetti scritti dal suo dito in quelle tavole, così lo stesso Dio comanda a voi di intimarli, e d’istruirne la vostra prole. Questo comando del Signore esattamente adempì il buon Tobia (Tob. IV). “Figliuol mio, diceva sovente all’unico suo figlio, abbi sempre il tuo Dio presente allo spirito, guardati dal trasgredire alcuno dei suoi comandamenti, guardati da qualunque peccato: fa’ volentieri limosina a’ poverelli, e noli far volto duro sopra l’altrui miserie: da’ prontamente agli operai la loro mercede, e non fare ad altri quel male che non vorresti fosse fatto a te”. Oh se i padri e le madri con frequenti esortazioni facessero penetrare queste massime sante nell’animo dei teneri figli, quanto si vedrebbe fiorire nelle città cristiane la Religione e il buon costume! Se tratto tratto dicessero come la madre dei Maccabei: “figliuoli chi vi ha data la vita, non siam in noi precisamente: Dio è l’autore del vostro essere. Da esso venite, a Lui dovete ritornare. Questa terra, su cui vi ha posti, è un esilio, un luogo di prova. Chi opera il bene avrà Iddio per premio, chi fa il male avrà Dio per nemico. Un po’ più presto, o un po’ più tardi io e voi dovremo sloggiare di questo mondo, e comparire al suo tremendo giudizio; il peccato è quel solo, che può trarci addosso una sentenza di eterna morte. Odiate adunque il peccato, o figli, fuggite da questo e da’malvagi compagni come dalla faccia del serpente. Queste e simili debbon essere le istruzioni de’genitori, se bramano salvi i propri figli e sé stessi. Ma i miei figliuoli, dirà alcun di voi, non mi danno ascolto, le mie parole se le porta il vento, ed essi son sempre più perversi. Sentite; le tavole del Decalogo erano di pietra, e il dito di Dio vi scrisse i precetti della sua legge. Quand’anche il cuor de’ figli nostri fosse di pietra, non cessate d’istruire, replicate le ammonizioni, gli avvisi, i buoni consigli, e vi assicuro che essi resteranno impressi nella loro mente. “Gutta cavat lapidem”. Verrà un giorno, che memori delle salutari vostre istruzioni e delle buone massime loro inculcate, diranno: benedetto quel mio padre, egli sempre mi raccomandava il timor santo di Dio. Ora mi leggeva e mi faceva leggere un libro spirituale, ora mi narrava i fatti più celebri della sacra Scrittura. Benedetta quella mia madre, essa m’istruiva nella cristiana dottrina, non ammetteva scuse per dispensarmi dalle quotidiane preghiere, mi voleva sempre sotto i suoi occhi; qualche volta mi sembrava troppo precisa, ora conosco il bene che mi fece , e i pericoli da’ quali mi liberò. Così i vostri ammaestramenti, a guisa di buona semente, produrranno a suo tempo il frutto desiderato. Tantopiù che voi padri e madri, avete per natura e per grazia del sacramento le più idonee disposizioni a muovere il cuore de’vostri figli, a formarne lo spirito, a regolarne i costumi, a riformarne i difetti. È necessario però agli insegnamenti congiungere i buoni esempi. Se raccomandate alla vostra famiglia il timor di Dio, e poi vi fate sentire a nominarLo invano, o a bestemmiarLo col proferire il suo santo nome nell’impeto della vostra collera, se ad essi inculcate la frequenza de’ sacramenti, e voi ne state lontani; se li mandate alla Chiesa e voi vi portate all’osteria; Voi distruggete con le opere quel ch’edificaste con le parole. Sostenete per carità con l’esempio cristiano là cristiana istruzione… la via de’ documenti e de’ precetti è troppo lunga, e il più delle volte senza successo, la più corta ed efficace è il buon esempio. L’intendeva anche un Gentile: “Longum iter per præcepta; breve et effìcax per exempla”.

II. L’istruzione però non basterebbe, se ai dati tempi si escludesse l’opportuna correzione. Deve questa esser simile alla verga di Aronne, che non era un ramo d’albero selvaggio, ma di mandorlo, pianta fruttifera, e perciò la correzione riuscirà vantaggiosa, se sarà figlia della ragione, della prudenza e della carità, carità che finga sdegno per apportare rimedio, come fa il chirurgo che ferisce la piaga a fin di sanarla. – Se per l’opposto il vostro correggere sarà effetto di collera, sfogo di rabbia e di furioso trasporto, non n’aspettate buon esito; mancherete all’avviso che vi dà l’Apostolo, di non provocare i vostri figli a concepir ira contro di voi, “Patres, nolite ad indignationem, provocare filios vestros” (ad COL. III, 21) . La verga d’Aronne era flessibile, e in una notte si coprì prodigiosamente di fiori. Alla qualità della colpa, della persona e dell’età va adattata la correzione. Le mancanze de’ figlioletti meritan verga, ma dolce e flessibile, ma fiorita per discreta moderazione: da queste regole quanto si discostano comunemente i genitori! Quel fanciullo rompe un vaso, versa un liquido: e la madre di esso, lo batte senza riguardo, e lo vuol morto; lo stesso poi proferisce una parola scandalosa, e gli ride in faccia. Che razza di procedere è questo? L’interesse nel primo caso è quel che spinge una correzione ingiusta; nel secondo quel che va corretto si approva col riso. Non si approvano è vero certe colpe più notabili degli adulti, ma la troppa indulgenza, ma la trascuratezza in castigarli ridonda poi in danno de’ figli rei e de’ negligenti genitori. Che disgusto non provò Davide pe’ suoi due figliuoli Ammone e Assalonne? Sa che il primo ha fatto violenza a Tamar sua sorella, e non si legge che aprisse bocca ad un rimprovero. Gli arriva notizia, che il secondo ha ucciso Ammone a tradimento, e non si dà premura d’aver in mano il delinquente; e perciò nella più grande amarezza piange inutilmente uno trucidato in un convito, l’altro trafitto in un bosco: un proporzionato castigo avrebbe impedito la morte d’entrambi. Castigate i figli vostri, o padri e madri, se non volete disgusti, castigateli se volete salvarvi. Dio vel comanda; dovete ubbidire. Non vi lasciate sedurre da natural tenerezza, o da un falso amore. Non è amore, ma odio quel che risparmia al figlio reo il meritato castigo. Lo dice lo Spirito Santo: “Qui parcit virgæ odiit fìlium suum” (Prov. XVIII). Ho detto se volete salvarvi, dal Sacerdote Eli apprendete il vostro obbligo e il vostro pericolo. Riprese egli le scandalose azioni de’ figli suoi, pe’ quali il popolo si allontanava dal tempio e da’ sacrifizi; ma siccome invece d’una giusta severità e rigorosa punizione, si contentò di poche parole, Iddio gli fece intimare dal profeta Samuele la perdita dei propri figli in un sol giorno, e quel che più importa, perdette egli non solo la vita temporale, colpito da subitanea morte, ma secondo l’opinione de’ santi Cirillo e Giovanni Damasceno, anche la vita eterna.

III. Devono finalmente i genitori aggiungere all’istruzione, ed alla correzione l’esatta custodia della loro prole. La manna era custodita nell’arca del Testamento. Pareva dovesse bastare l’essere riposta in una delle sue cassette; no, non bastava, dice S. Paolo (ad Ebr.IX, 4) chiusa in un’urna, e da Dio conservata incorrotta. Usate voi somigliante cautela per custodire la vostra figliolanza? Oh Dio! su questo punto così declamava innanzi al suo popolo di Antiochia S. Giovanni Crisostomo, acceso di santo zelo: dovrò dirlo, o dovrò tacerlo? ma che giova il tacere per non contristarvi, se il mio silenzio vi fosse nocevole? Io vedo in questa vostra città che molti di voi hanno più cura degli asini e dei cavalli, che de’propri figliuoli. Maiorem asinorum et equorum, quam filiorum curam habent (Hom. 60). E forse che non può dirsi lo stesso di noi? Si ha più cura della vacca, della capra, della gallina, dell’uccello di gabbia, che della propria famiglia, che del proprio sangue; ond’è che si lasciano i figli tutto giorno in abbandono, come i cani alla strada; e se questo è un gran delitto riguardo ai figli qual sarà in rapporto alle figlie? Oh la mia figlia è innocente. Se la lascerete in libertà perderà la sua innocenza. La manna nel deserto appena vedeva il sole si dileguava. Io la lascio, è vero, andare a quella campagna, a quel passeggio, a quel festino, ma con persone oneste, buoni amici e stretti parenti. Voi vi fidate troppo, io piango la vostra figlia e voi. Ma io l’ho data in custodia a un mio congiunto, uomo di senno e di tutta probità. Sarebbe stato meglio, che si fosse offerto ad accompagnarla uno scapestrato, chè così non vi sareste fidati, e non fidandovi, voi e la figlia vostra eravate sicuri. Vi fidate? dunque arrischiate. Bisogna dire che voi, o padre, conosciate poco il mondo, e che a voi, o madre, non sia mai occorso di trovarvi in qualche cimento. Possibile che la vostra esperienza non vi faccia aprir gli occhi, e non vi renda più cauti! Con questo di più, che forse nella vostra adolescenza e giovinezza non v’erano tanti lacci, tant’inciampi, tanta dissolutezza come nel secolo presente, secolo presso che somigliante a quel di Noè avanti il diluvio, secolo in cui, rotto ogni freno all’impudenza, si aggirano ingordi avvoltoi intorno alle incaute colombe, lupi rapaci in cerca di agnelle non custodite. – Non volete restar persuasi sul pericolo delle vostre figlie se non avrete cent’occhi? Imparatelo da Dina unica figliuola di Giacobbe. Questa savia donzella si presenta un dì al suo buon genitore dicendogli.- siavi qui nelle vicinanze di Sichem, contentatevi ch’io vada a vedere come sono abbigliate le donne Sichimite. Qual più innocente domanda? Ah Giacobbe, chi presago dell’avvenire avesse potuto dire all’orecchio di questo patriarca: Giacobbe, non accordare questa licenza, che troppo ti costerà d’amarezza, di lacrime e di pericoli. Ma Giacobbe che nulla prevede, consente e permette. Va Dina per vedere ed è veduta, e l’esser veduta, rapita, disonorata fu una cosa stessa. Giunge al padre la contristante notizia, e ne piange, arriva ai fratelli, e van sulle furie, dissimulano per poco la vendetta, armati poi assalgono quella città, e mettono a ferro, a fuoco uomini, donne, bambini, case, campagne. I paesi vicini temono una egual sorte; onde tutti gridano all’armi contro i forestieri assassini. Ed ecco il buon Giacobbe e tutta la famiglia in evidente pericolo della vita, costretto a darsi a fuga precipitosa e notturna per selve, per balze e per dirupi. Che dite ora di quella domanda innocente, e di quella incolpabile licenza? Che avverrà delle figlie vostre, alle quali sì facilmente accordate la conversazione, il passeggio il ballo, il festino, il teatro? Ah per carità aprite gli occhi sulle altrui disgrazie. Tante ne vedete, e ne sapete meglio di me. Che aspettate voi dunque? Deh, ve ne prego, ammaestrare i vostri figli, tenete sempre innanzi agli occhi loro le tavole della divina legge, e datene loro l’esempio con l’osservarla; maneggiate la verga per loro correzione; custoditeli in fine come una manna, come un prezioso deposito che Iddio vi ha affidato, e di cui vi domanderà strettissimo conto. E così voi a’ vostri figli, e a voi medesimi procurerete una temporale ed eterna felicità, ch’ io vi desidero.

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps 65:1-2; 65:16
Jubiláte Deo, univérsa terra: psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja
. [Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: cantate un salmo al suo nome: venite, e ascoltate, voi tutti che temete Iddio, e vi racconterò quanto Egli ha fatto per l’anima mia. Allelúia.]

Secreta
Oblata, Dómine, múnera sanctífica: nosque a peccatórum nostrórum máculis emúnda.  [Santifica, o Signore, i doni offerti, e mondaci dalle macchie dei nostri peccati.]

Communio
Joann 2:7; 2:8; 2:9; 2:10-11
Dicit Dóminus: Implete hýdrias aqua et ferte architriclíno. Cum gustásset architriclínus aquam vinum factam, dicit sponso: Servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc signum fecit Jesus primum coram discípulis suis. [Dice il Signore: Empite d’acqua le pile e portate al maestro di tavola. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino disse allo sposo: Hai conservato il vino migliore fino ad ora. Questo fu il primo miracolo che Gesù fece davanti ai suoi discepoli.]

Postcommunio
Oremus.
Augeátur in nobis, quǽsumus, Dómine, tuæ virtútis operatio: ut divínis vegetáti sacraméntis, ad eórum promíssa capiénda, tuo múnere præparémur.
[Cresca in noi, o Signore, Te ne preghiamo, l’opera della tua potenza: affinché, nutriti dai divini sacramenti, possiamo divenire degni, per tua grazia, di raccoglierne i frutti promessi.]

 

 

OMELIA DI NATALE a GRAND STRAND – USA –

“Sulla Natività di Cristo e la verginità della sua Madre Santissima “

Un sermone ai cattolici di rito orientale di FatherUK., sacerdote di Sua Santità, Gregorio XVIII

Santo Natale, 7 gennaio 2018, The Grand Strand, SC, USA

Sia benedetta la Natività del nostro Salvatore.

Questa festa è tanto importante per ogni cattolico, poiché, grazie alla Natività, prendiamo parte al Mistero dell’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità, che mediante questo Mistero è diventato così vicino a noi. – Cosa dovremmo ricordare durante la celebrazione della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo? Ebbene, troviamo la risposta nel Santo Vangelo di San Matteo:

Pariet autem filium: et vocabis nomen ejus Jesum : ipse enim salvum faciet populum suum a peccatis eorum”. (Ella partorirà un figliuolo, cui tu porrai il nome Gesù; imperocchè egli libererà il suo popolo dai suoi peccati.) –  (San Matteo 1:21).

“Ecce virgo in utero habebit, et pariet filium: et vocabunt nomen ejus Emmanuel, quod est interpretatum Nobiscum Deus.” – (Ecco, una vergine sarà incinta e partorirà un figliuolo: e lo chiameranno per nome Emmanuele: che, interpretato, significa Dio con noi) (San Matteo 1:23).

 “Et non cognoscebat eam donec peperit filium suum primogenitum : et vocavit nomen ejus Jesum.” – (Ed egli non la conosceva fino a quando partorì il suo figliuolo primogenito; e lo chiamò con il nome Gesù)( San Matteo 1:25).

– Innanzitutto dunque vediamo che lo scopo della Natività, o il primo Avvento di Cristo, era quello di “salvare il suo popolo dai suoi peccati” e divenire il “Dio con noi”: Emmanuel.

Sin dal primiero peccato  di Adamo ed Eva, tutta la razza umana è stata contaminata dal peccato originale. A causa del peccato originale, Adamo ed Eva, e tutta l’umanità attraverso di loro, persero la loro “verginità spirituale” e conseguentemente persero il dono della vita eterna con il loro Creatore. I loro corpi  andarono così soggetti alla debolezza e alla decadenza estrema … la loro vita sulla terra divenne triste e difficile:

… maledicta terra in opere tuo : in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae…pulvis es et in pulverem reverteris. – (maledetto sia il suolo per causa tua: con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita … polvere tu sei e in polvere tornerai!”.)

Ciò accadde perché Adamo ed Eva accettarono volontariamente la menzogna del serpente, cioè del diavolo … essi trasgredirono imprudentemente l’unico comandamento che Dio aveva loro dato: “Di ogni albero del paradiso tu mangerai; ma dell’albero della conoscenza del bene e del male, non mangerai. Perché in qualunque giorno tu ne mangerai, tu morirai “( Genesi 2: 16-17). [Ex omni ligno paradisi comede; de ligno autem scientiae boni et mali ne comedas : in quocumque enim die comederis ex eo, morte morieris.]

Essendo giusto Giudice, Dio ha dato loro la punizione, ma allo stesso tempo ha dato loro la possibilità di essere salvati. Dio diede loro il Salvatore, il Quale “salverà il suo popolo dai suoi peccati”. [salvum faciet populum suum a peccatis eorum]. Ogni uomo ha la possibilità di essere salvato, ma sfortunatamente non tutti gli uomini sfruttano questa possibilità. Solo il suo popolo sarà salvato.

Ma chi sono i suoi?

Dio fondò la Sua unica Chiesa su Pietro Apostolo (San Matteo XVI:18); pertanto gli uomini che appartengono alla Sua Chiesa, questi sono il Suo popolo … ed usano prudentemente la possibilità, data loro da Dio.

Quando le persone diventano membri della Chiesa di Dio, fondata su San Pietro, non hanno solo la possibilità, ma la vera opportunità di essere salvati, perché il Fondatore della Chiesa, l’Emmanuel“Dio con noi”, in effetti è sempre con noi, cioè con la sua Chiesa, alla quale ha fornito  numerosi mezzi necessari per la salvezza, specialmente i SS. Sacramenti. Quando il nostro Salvatore disse ai Suoi Apostoli che sarebbe stato con loro “fino al compimento del mondo” ( San Matteo XXVIII: 19-20), lo disse non solo ai suoi Apostoli, sebbene ad essi per primi, ma a tutta la Chiesa, attraverso di loro. – Per essere salvati è assolutamente necessario essere membri della Chiesa di Cristo, non importa che uno sia chierico o laico. E se si vuole essere salvati, non si deve solo essere parte del suo popolo, cioè appartenere alla sua Chiesa costruita su San Pietro, ma si deve fare tutto quanto il nostro Salvatore ha comandato.

(Sulla perpetua verginità della madre di Dio)

In secondo luogo, durante la festa della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, professiamo la nostra fede nella perpetua Verginità di sua Madre, Maria. Il Profeta Isaia e San Matteo Evangelista dicono le stesse parole: “Ecco, una vergine sarà incinta e partorirà un figlio”. Credere nella Verginità Perpetua della Madre di Dio è parte integrante della nostra salvezza. – Molti eretici in tutta la storia del Cristianesimo, fino ai nostri giorni, rifiutano la Verginità perpetua di Maria … e si sottomettono ad una menzogna del diavolo. La “logica” del diavolo è infatti questa: – se la madre è una “non vergine”, allora anche il figlio è un “non-innocente” – ed in tal caso nessuno è obbligato ad osservare i comandamenti di un figlio “peccaminoso”. – Ma la Parola di Dio insegna che la Madre del Salvatore è “la Vergine”, e suo Figlio, il Salvatore, è “l’Innocente”. Lui stesso, essendo l’Innocenza stessa, desiderava che anche sua Madre fosse Vergine. San Giuseppe “non la conosceva” poiché era “un uomo giusto” e obbediva alla volontà ed ai comandamenti di Dio, come sappiamo dalla Sacra Scrittura. – Se qualcuno non crede nella Perpetua Verginità della Madre di Dio, non sarà salvato. Perché? Perché la Volontà di Dio ha comandato che la Beata Vergine Maria fosse uno strumento molto speciale di salvezza … la Chiesa infallibilmente insegna che la Perpetua Verginità di Maria è dottrina “de fide”!

(I tre saggi)

Un’altra lezione molto importante della Natività è la storia dei Tre Saggi che vennero  dall’Oriente a Betlemme. Prima che arrivassero dal Bambino Gesù, essi erano seguaci di un culto pagano, l’astrologia. Uno degli inni natalizi che cantiamo, dice che prima di Cristo adoravano le stelle, ma dopo essere venuti a visitare Cristo, furono convertiti e diventarono seguaci e adoratori dell’unica “Stella, il Sole della Verità”, come la Chiesa chiama metaforicamente Gesù Cristo. – Prima di Cristo essi adoravano le creature. Ma dopo il loro incontro con il Salvatore, adorarono solo il Creatore e non tornarono mai all’adorazione delle creature. – Prima di Cristo erano maghi pagani, ma dopo l’incontro con Gesù Cristo in persona, divennero dei cristiani savi. – Prima di Cristo erano in amicizia con i rappresentanti delle false autorità, come Erode –  questo era normale per loro – per comunicare con coloro che erano del loro circolo … ma dopo aver incontrato il Salvatore, abbandonarono la loro amicizia con le false autorità, iniziando  la loro amicizia esclusivamente con la Vera Autorità: Gesù Cristo. “E avendo ricevuto una risposta nel sonno che non dovevano tornare ad Erode, tornarono indietro nel loro paese” (Et responso accepto in somnis ne redirent ad Herodem, per aliam viam reversi sunt in regionem suam.) (San Matteo II:12).  – Quindi, durante la celebrazione annuale della Natività dovremmo accettare la Verginità della Madre di Dio, come fece San Giuseppe. E poi, proprio come i Re Magi, non dovremmo mai tornare ai culti pagani! Poiché abbiamo trovato Gesù Bambino e lo abbiamo accettato come Vero Dio, non dovremmo tornare mai più dalle false autorità, come Erode allora, Wojtyła, Ratzinger o Bergoglio oggi, perché l’amicizia con loro è inutile e dannosa. – Abbiamo la sempre Vergine Madre di Dio, abbiamo gli Angeli di Dio, abbiamo San Giuseppe, abbiamo i Re Magi: Essi sono tutti membri dell’unica Chiesa di Gesù Cristo, che Egli stesso ha fondata su San Pietro. E tutti loro sono i nostri veri amici e mecenati in preghiera davanti a Dio Salvatore, di cui celebriamo la Natività. –  Imitiamo la loro fede e chiediamo loro di aiutarci a rimanere nello stato di verginità spirituale, che è assolutamente necessario per la salvezza.

Sia benedetta la Natività di Cristo Bambino e la Sua sempre Vergine Madre!

frUK

 

DOMENICA I DOPO L’EPIFANIA

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Prov XXIII:24;25
Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te. [Esulti di gaudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato.]
Ps LXXXIII:2-3
Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit et déficit ánima mea in átria Dómini.
[Quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore degli eserciti: anela e si strugge l’anima mia nella casa del Signore.]
Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te. [Esulti di gaudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato.]

Oratio
Orémus.
Dómine Jesu Christe, qui, Maríæ et Joseph súbditus, domésticam vitam ineffabílibus virtútibus consecrásti: fac nos, utriúsque auxílio, Famíliæ sanctæ tuæ exémplis ínstrui; et consórtium cénsequi sempitérnum:
[O Signore Gesú Cristo, che stando sottomesso a Maria e Giuseppe, consacrasti la vita domestica con ineffabili virtú, fa che con il loro aiuto siamo ammaestrati dagli esempi della tua santa Famiglia, e possiamo conseguirne il consorzio eterno:]

Lectio

[Ad Romanos, XII, 1-5]
Obsecro itaque vos fratres per misericordiam Dei, ut exhibeatis corpora vestra hostiam viventem, sanctam, Deo placentem, rationabile obsequium vestrum. Et nolite conformari huic saeculo, sed reformamini in novitate sensus vestri : ut probetis quae sit voluntas Dei bona, et beneplacens, et perfecta. Dico enim per gratiam quae data est mihi, omnibus qui sunt inter vos, non plus sapere quam oportet sapere, sed sapere ad sobrietatem: et unicuique sicut Deus divisit mensuram fidei. Sicut enim in uno corpore multa membra habemus, omnia autem membra non eumdem actum habent: ita multi unum corpus sumus in Christo, singuli autem alter alterius membra.

Omelia I

[Mons. Bobomelli, Omelie, vol. I, Torino, 1899]

Omelia XI.

– Vi esorto, o fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi in sacrificio vivo, santo, accettevole a Dio: ad offrire il vostro culto ragionevole. Non vi conformate a questo secolo; anzi riformatevi, rinnovando il vostro spirito, affinché conosciate quale sia la volontà di Dio buona, accettevole e perfetta. Perciocché in virtù della grazia concessami, io dico a tutti voi di non farla da savi più di quello che conviene, ma di essere savi con modestia secondoché Dio dà a ciascuno la misura della fede. Poiché come in un corpo abbiamo molte membra, ma non tutte le membra hanno la stessa operazione, così in molti siamo un corpo solo in Cristo, e ciascuno è membro l’uno dell’altro „ (Ai Rom. XII, vers. 1-5).

Così S.Paolo nei primi cinque versetti del capo XII ai Romani. — Nei capi antecedenti il grande Apostolo ha ragionato profondamente e a lungo della grazia di Dio, della sua gratuità e che nessuno può insuperbire dei doni ricevuti: in questi versetti discende alla parte pratica e tocca verità troppo necessarie a qualunque cristiano, qualunque sia il suo stato. Vi piaccia udirle e meditarle. “Vi esorto, o fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi in sacrificio vivo, santo, accettevole a Dio: ad offrire il vostro culto ragionevole.„ Due qualità soprattutto brillano nelle lettere dell’Apostolo, che sembrano ripugnanti tra loro, eppure in lui si accoppiano mirabilmente, e sono la forza del dire e la tenerezza dell’affetto, l’intrepidezza dell’Apostolo e il cuore del padre. Egli, come Apostolo, potrebbe comandare; invece preferisce esortare e supplicare, chiamando fratelli i suoi figli spirituali. Egli esorta, supplica, obsecro vos, fratres, per ciò che vi è di più commovente e di più dolce e caro, per la misericordia di Dio, per ciò che Iddio ha di più intimo, per la sua carità sì pietosa per noi. Vi piaccia, o dilettissimi, rilevare la differenza che corre tra l’autorità umana e civile e l’autorità sacra e religiosa. La prima riguarda solo gli atti esterni e si appoggia alla forza: la seconda entra nel santuario delle coscienze e domanda la persuasione e ritrae l’indole della autorità paterna. Perciò l’autorità sacra ed ecclesiastica, benché vera autorità e di tanto superiore alla terrena e civile, in generale rifugge dall’impero, dal costringimento, dal dominio, secondo le parole di Cristo e quelle del suo primo Vicario, che dissero di non esercitare il potere alla foggia dei re signoreggiando, ricordandoci che siamo fratelli e che chi comanda si governi come chi è soggetto. S. Paolo, ripieno di questo spirito di Cristo, scrive: “Fratelli, io vi scongiuro. „ L’Apostolo prega, non comanda! Questa idea sì sublime e sì bella della autorità fu portata sulla terra da Gesù Cristo. – Carissimi! Non sarebbe buona e santa cosa, allorché possiamo comandare ai nostri fratelli, imitassimo l’Apostolo, e invece li pregassimo e supplicassimo? Forse saremmo più prontamente e più soavemente obbediti. – E di  cosa S. Paolo prega e supplica i suoi fratelli? Egli li prega di offrire i loro corpi in sacrificio vivo, santo, accettevole a Dio. Presso gli Ebrei e presso gli stessi Gentili si offrivano moltissimi sacrifici; si svenavano buoi, agnelli ed altri animali. No, no, grida l’Apostolo: non sono questi i sacrifici che dovete offrire a Dio: offrite i vostri corpi stessi, dice S. Paolo. Ma dobbiamo noi uccidere i nostri corpi in onore di Dio? No, non occorre uccidere i nostri corpi, che sarebbe delitto: il nostro sacrificio, a differenza degli antichi, che non piacquero a Dio, deve essere sacrificio vivo. Non dobbiamo ferire od uccidere il corpo per compire questo sacrificio, ma dobbiamo ferire, e se fosse possibile, uccidere le nostre passioni, che si annidano nel corpo. Uccidiamo la superbia, l’avarizia, la lussuria, la gola, l’ira, tutte le malnate tendenze, che militano nel nostro corpo, ed avremo offerto un sacrificio vivo, santo, gradito a Dio. Vi furono e vi sono ancora alcuni, che abusando di alcune sentenze della S. Scrittura, dissero, doversi onorare Dio in ispirito e verità e gli atti esterni del corpo non giovare a nulla, ed essere quasi d’impaccio al culto dello spirito. Voi vedete che l’Apostolo qui vuole che offriamo a Dio i nostri corpi: dunque anche il culto esterno e materiale è gradito a Dio. E in vero: non è esso ancora congiunto allo spirito e da esso inseparabile? Chi offre il corpo e i suoi atti se non lo spirito? E poi il corpo non è esso pure dono di Dio? Perché non lo offriremo a Dio, restituendogli, quasi dissi, lo stesso suo dono? Certo è il sacrificio del cuore, dello spirito, che Iddio vuole principalmente, ma non senza del sacrificio del corpo, che deve seguire quello dello spirito. — Non basta. L’Apostolo vuole un altro sacrificio, “il sacrificio o culto ragionevole. „ Che è questo culto o sacrificio ragionevole? Noi abbiamo il corpo e nel corpo le passioni disordinate: al di sopra del corpo abbiamo l’anima, e il vertice, la punta dell’anima è la ragione, di cui siamo sì teneri e sì superbi. Ebbene anche questa ragione dobbiamo sacrificarla a Dio, che ce l’ha data. In che modo? Con la fede. Allorché ci si presentano i misteri della fede, la nostra ragione ricalcitra, si irrita, vorrebbe ribellarsi, perché non li comprende e si sente umiliata e ferita. Ma i misteri ci sono imposti da Dio, che ci fa udir la sua voce per mezzo della Chiesa: noi li dobbiamo ammettere e credere con tutta la certezza; ancorché in se stessi non li intendiamo. Con uno sforzo supremo, sorretti dalla grazia, noi diciamo a Dio: Non comprendo ciò che mi imponete di credere: sottometto la mia mente, ve ne fo il sacrificio e credo. — Ecco il sacrificio più nobile che l’uomo possa fare dopo quello delle sue passioni e della sua volontà, il sacrificio della mente! — E noi lo facciamo ogni volta, che diciamo il Credo. – Non vi conformate a questo secolo. „ Offrendovi totalmente, corpo ed anima a Dio, è impossibile, soggiunge l’Apostolo, che abbiate a seguire questo secolo. Con la parola secolo, qui come altrove, l’Apostolo, vuol significare il mondo con le sue passioni e con la sua corruzione. Lo storico Tacito prende la parola secolo nel senso di S. Paolo, dove scrive: ” Corrumpere et corrumpi sæculum vicatur — il secolo altro non è che corrompere e corrompersi. „ Magnifica definizione! Ah! no, noi non seguiremo questo secolo, non approveremo le sue massime, non praticheremo i suoi costumi, condannati da Gesù Cristo, “ma ci riformeremo, rinnovando il nostro spirito. „ Con queste parole S. Paolo ci esorta ad ordinare la nostra vita internamente ed esternamente secondo i principii insegnati da Gesù Cristo nel Vangelo. – L’uomo nuovo è Adamo giusto ed innocente; nuovo, perché fatto immediatamente da Dio: ma quell’uomo nuovo si è profondamente alterato e corrotto per il peccato: Gesù Cristo è venuto per rifarlo, per rinnovarlo in se stesso, illuminando la sua mente con la luce della verità, e creando nel suo cuore uno spirito nuovo, lo spirito della grazia. –  Figliuoli dilettissimi! Siamo noi simili al secolo, o siamo conformi a Gesù Cristo? La prova infallibile l’avremo nelle opere nostre: esse diranno se siamo discepoli del mondo o di Gesù Cristo. Se possederemo i principii, le verità predicate dal secondo Adamo, Gesù Cristo, potremo, continua S. Paolo, “giudicare qual sia la volontà di Dio buona, accettevole e perfetta.„ Al lume della fede, delle eterne verità insegnateci da Gesù Cristo ci sarà facile distinguere ciò che Dio vuole da ciascuno di noi: conosceremo chiaramente ciò che è bene, ciò che è meglio e ciò che è perfetto od ottimo, giacche sembra che questo voglia dire l’Apostolo con quelle tre parole volontà di Dio buona, accettevole, perfetta. Il Signore non vuole tutto da tutti egualmente: come nell’ordine naturale vi è la varietà dei doni, così vuole la stessa varietà nell’ordine sovrannaturale o della grazia. Questi vuole che vivano nel mondo, quelli chiama al chiostro: vuole che gli uni si santifichino in mezzo alle ricchezze, agli onori, nell’esercizio del potere e del comando; gli altri nella povertà, nelle umiliazioni, nell’ubbidienza; perché Egli, Iddio! è padrone de’ suoi doni e a Lui spetta determinare a ciascuno le vie che deve percorrere! Nostro dovere è quello di conoscere queste vie e metterci animosamente e confidentemente per esse per fare ciascuno la volontà di Dio. – Prosegue S. Paolo e dice: “Perciocché in virtù della grazia concessami, io dico a tutti voi di non farla da savi più di quello che conviene.,, Sono varie le grazie e vari gli offici che Dio dispensa secondo la sua volontà; a me ha concesso la grazia e il ministero dell’apostolato, e in virtù di questo ministero affidatomi, io dico e comando a voi tutti e singoli, senza distinzione, che cosa? “Di non farla da savi più di quello che conviene, ma di essere savi con modestia, secondoché Dio dà a ciascuno la misura della fede.,, – Questa espressione dell’Apostolo ebbe ed hai molte e varie interpretazioni, tutte buone per se stesse: ma mi sembra più naturale e migliore di tutte questa, che è confortata dall’autorità di S. Basilio e di S. Ambrogio. Sono varie e diverse le grazie di Dio, vari e diversi gli uffici, che affida agli uomini: ebbene! che ciascuno si contenga nel proprio ufficio e si guardi dall’invadere l’altrui. – Onde quella parola “secondo la misura della fede, „ si deve pigliare largamente, come se l’Apostolo dicesse: Ciascuno si contenga entro i limiti dei suoi doni e dell’ufficio suo, quale che esso sia. — Insegnamento fecondissimo di pratiche applicazioni è questo, o fratelli miei. Dio, che è la stessa sapienza e perciò lo stesso ordine, vuole che tutto sia ordinatissimo; perché tutto sia ordinatissimo e la terra rappresenti l’immagine del cielo e gli uomini abbiano in sé la somiglianza di Dio, è necessario che ciascuna creatura e ciascun uomo rimangano al proprio posto e adempiano le loro parti. Quando, o cari, una macchina lavora bene quando i singoli pezzi, ond’è composta, stanno al loro luogo e ciascuno fa la parte sua debitamente. Così la famiglia, la parrocchia, la società si trovano bene allorché i singoli membri stanno al loro posto e compiono a dovere il loro ufficio. Studiamoci, o cari, di mettere in pratica il documento dell’Apostolo e saremo buoni cristiani e buoni cittadini. Questa dottrina sì bella e sì naturale è illustrata dall’Apostolo con una similitudine a lui famigliare e che qualunque persona, anche di corta intelligenza, può facilmente comprendere. Eccovi la similitudine: “Poiché come in un corpo abbiamo molte membra, ma non tutte le membra hanno la stessa operazione,  così in molti siamo uno solo in Cristo; e ciascuno è membro l’uno dell’altro. „ – Vedete il corpo umano, dice S. Paolo: esso è un solo corpo, ma ha molte e varie membra, occhi, orecchie, lingua, capo, mani, piedi, e via dicendo. Ciascun membro poi ha il suo ufficio speciale, di vedere, di udire, di parlare, di reggere, di lavorare, di camminare: un solo corpo, e molte membra, e queste non contrastano tra loro, né l’occhio vuol udire, né l’orecchio vedere, né il capo ubbidire, né le mani camminare, né i piedi sostituirsi alle mani: tutte le membra attendono al loro ufficio e l’uomo se ne trova benissimo. Così, conchiude S. Paolo, debb’essere nel corpo di Cristo, che è la Chiesa. Ciascun membro, ossia ciascun cristiano, non si consideri come isolato, ma come membro dello stesso corpo, e il bene comune consideri come bene proprio, ed allora nessuno violerà i diritti altrui ed avremo nella Chiesa, nella parrocchia, nella famiglia, nell’individuo l’ordine più perfetto, e nell’ordine la pace, la carità e tutto quel benessere anche materiale, che è possibile su questa terra. Felici le famiglie, felici le parrocchie, felice la società tutta se la gran legge qui stabilita dall’Apostolo fosse debitamente osservata!

Graduale
Ps XXVI:4
Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ. [Una sola cosa ho chiesto e richiederò al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.]
Ps LXXXIII:5.
Beáti, qui hábitant in domo tua, Dómine: in saecula sæculórum laudábunt te. Beati quelli che àbitano nella tua casa, o Signore, essi possono lodarti nei secoli dei secoli.
Allelúja

Allelúja, allelúja,

Isa 45:15
Vere tu es Rex abscónditus, Deus Israël Salvátor. Allelúja. [Tu sei davvero un Re nascosto, o Dio d’Israele, Salvatore. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc II:42-52
“Cum factus esset Jesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Jerosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus.
Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater ejus conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Jesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.” [Quando Gesú raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesú rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che Egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesú cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini.]
R. Laus tibi, Christe!

Omelia II

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

(Vangelo sec. S. Luca II, 42-52)

Perdita di Dio.

Maria e Giuseppe perdono il fanciullo Gesù, giunto all’età di dodici anni. Credevano, come ci narra S. Luca nell’odierno Vangelo, ch’Egli fosse in lor comitiva, insieme con altri molti della Galilea, che discendevano da Gerusalemme dopo la celebrazione d’una festa solenne; ma giunti ad un ospizio sull’imbrunir della sera, si mirano intorno e non veggono il divino Fanciullo. L’attendono ma inutilmente: ne domandano ai compagni del loro viaggio, ma nessuno ne sa dare conto: lo cercano fra gli amici e fra i congiunti, ma tutto è vano: immaginate qual dovett’essere il loro affanno. Pensavano bensì che qualche giusto e ragionevole motivo tratteneva Gesù da essi lontano; ma questo riflesso non era bastevole a consolarli. Oh con quanta amarezza passarono quella notte! Al primo spuntar del giorno si posero a rifare il cammino dall’ospizio a Gerusalemme, e al terzo dì finalmente lo ritrovarono nel Tempio, che in mezzo ai dottori li interrogava con loro stupore, e con meraviglia del popolo circostante. “Eh! figlio, prese a dirgli la Vergine Madre, figlio, io e il vostro nutrizio padre siamo andati in cerca di Voi con la mestizia nel volto e con la doglia nel cuore” : “Fili… pater tuus et ego dolentes quaerebamus te”. Maria e Giuseppe perdono Gesù e, come osserva il venerabile Beda con altri sacri espositori, lo perdono senza loro minima colpa, e pure tanto si attristano di questa perdita, e tanto si affannano per ritrovarlo. Quanto è mai diversa la condotta di molti cristiani! Perdono questi Gesù per propria colpa, perdono Dio e la sua grazia per lo peccato, e pur non si commuovono, non si contristano, non se ne pigliano pensiero. Così è: quanto sono sensibili e premurosi per la perdita di cose temporali, altrettanto sono stupidi e indolenti per la perdita di Dio. – E questo è appunto ciò che v’invito a meco compiangere, uditori devoti. Non ha bisogno di prova la prima parte del mio assunto; cioè, che per l’ordinario gli uomini della perdita dei beni terreni son tutti in pena ed in contristamento; pure diamo così di volo uno sguardo alle sacre pagine, per riscontrarne fra molti alcuni esempi. Perde Esaù la primogenitura, e alza clamori, e trae dal petto ruggiti a guisa di leone piagato a morte, “irrugiit clamore magno” ( Gen XXVII, 34) . Perde Cis le sue giumente, spedisce Saul suo figlio ad andarne in cerca. Saul, per quanto si aggiri per valli, per monti e per foreste, non gli vien fatto trovarle; e preso il consiglio del suo servo compagno, va a consultarne Samuele gran profeta in Israele. Perde il suo figliuol prodigo le sostanze assegnategli per sua porzione dal suo buon padre, ed è inconsolabile. Perde quel pastore, descritto in parabola nel santo Vangelo, una pecorella, e lascia nel deserto l’armento intero, e ne va in traccia per balze e per dirupi. Perde, a finirla, quella donna evangelica una dramma, moneta di poco valore, e mette tutta sossopra la casa finche non la ritrovi. Ma a che rammentar cose antiche? Non è questo il naturale effetto che producono nel cuor dell’uomo le cose smarrite? e la pena ordinaria di chi più o meno è attaccato ai beni di questa terra? Compatiamo la misera umanità, qualora per gravi infortuni è posta in cimento, qualora o per naufragio si perdono ricche mercanzie, o per sentenza contraria liti di somma importanza, o per prepotenza pingui eredità. Compatiamo ancora coloro, che per un anello, per un orecchino, per un fazzoletto ricorrono al parroco, acciò avvisi il popolo di quegli oggetti smarriti, e loro ricordi il proprio dovere per la necessaria restituzione. – Non si possono costoro né riprendere, né disapprovare, se usano diligenze, se adoprano mezzi per riavere ciò che hanno perduto. Ma di grazia perché almeno non si tiene questa pratica, quando per grave reato si perde Dio e la sua amicizia? Perché non si fa ricorso alla Vergine Madre, ai Santi del cielo, al confessore, acciò vi aiutino a ricuperare la grazia, e a riconciliarvi con Dio? Perché tanta sollecitudine per le perdite temporali, e tanta indifferenza, tanta freddezza per la perdita di Dio, perdita incalcolabile infinitamente maggiore della perdita d’un mondo intero? – Bramate sapere onde nasce tanta stupidezza? Ecco tre cagioni, alle quali, per ben comprenderle, vi prego porgere l’attento orecchio. La prima cagione, per cui, perduto Dio per lo peccato, non si sente il dolore di perdita, sì grande, è perché non c’è lume, non c’è fede, non c’è cognizione di Dio. Avviene a molti ciò che non di rado accade ad un fanciullo non ancor giunto all’uso di ragione. Perde questi una gemma preziosa, e non la cura, e non vi pensa: perde una carta dipinta, una palla da giuoco, un palco da trastullo, ed è inconsolabile, piange, singhiozza, pesta coi piedi la terra. Ed ecco il nostro caso. Perdiamo i beni fallaci, che un giorno bisogna lasciare, e siamo trafitti; si perde il sommo bene, ch’è Dio, e siamo insensibili. E fino a quando, o uomini già adulti e forse incanutiti, amerete ancora i pregiudizi dell’infanzia?Usquequo… diligìtis infatiam? ( Prov. I. 22) Se conosceste che dir voglia perdere Dio, piangereste a lacrime di sangue. La spada più acuta, che ferisce il cuor d’un dannato, la pena più atroce che lo tormenta, è quel fisso contristante pensiero, quell’interna voce di acerbo rimprovero, che gli dice ad ogn’istante: “ubi est Deus tuus?” dov’è quel Dio che ti creò, quel Dio che ti ha redento, quel Dio che ti voleva salvo? dov’è, infelice, tu l’hai perduto! “Ubi est Deus tuus?” Dov’è quel Dio che nello stato di tua dannazione è l’oggetto dell’odio tuo, e al tempo stesso lo scopo del tuo desiderio, come unico rimedio a’ tuoi tormenti, dov’è? Questo Dio non è più per te, non è più tuo. Conosci ora per tua pena quel che conoscere non volesti per tua malizia. – La seconda cagione dell’umana insensibilità nella perdita di Dio è una fiducia ingannevole, una speranza fallace di riacquistare Iddio perduto con una penitenza futura. È vero, dice colui, dice colei, che sono in disgrazia di Dio, ch’Egli contro di me è giustamente sdegnato; ma voglio ben io riconciliarmi con Lui; non voglio vivere in questo stato, in cui non vorrei morire: perciò dato ch’io avrò compimento ai miei affari, ultimato quel negozio, finita quella lite, collocata la famiglia, quando avrò un tempo più comodo, più quiete, penso ben prevalermene per ricuperare tanto bene perduto, e non perdere me stesso. Ahi miei cari, queste vostre proteste non fan che mitigare il rimorso di vostra coscienza, e il dolore della vostra perdita; vi lusingano, vi addormentano in seno al peccato, con una speranza tanto più traditrice, quanto più lusinghiera. Accade a voi come a quel giocatore, che sente meno la pena del danaro perduto, perché spera in un altro giuoco rifarsi del danno sofferto; e questa speranza per lo più moltiplica le sue perdite, e lo getta in rovina. E poi se in questo tempo che differite la vostra conversione vi cogliesse la morte, che sarebbe di voi? Oh allora presi dallo spavento, chiamato in nostro aiuto un confessore, più facilmente ci volgeremo a Dio con un cuor contrito, e pieni di fiducia nella sua misericordia. Non più, miei dilettissimi, non più: questo è il maggior degl’inganni. Questa, seducente speranza ha popolato l’inferno; Iddio, dice S. Agostino, vi promette perdono, se in tempo vi convertite, non vi promette né tempo, né perdono, se differite. – Ma torniamo al nostro argomento. La terza, forse più forte cagione della nostra insensibilità nella perdita di Dio, è perché, se si perde Dio in questa vita, pure si godè dello stesso Dio. E come? Ecco: tutti i beni, che anche dai peccatori si gustano su questa terra, sono altrettante stille emanate da quell’oceano immenso di bontà ch’è Dio. Il sole che c’illumina, l’aria che ci pasce, i fiori che ci dilettano, le piante che ci ricreano, i frutti che ci nutriscono, tutte insomma le creature, o inanimate o sensibili o ragionevoli, son tutti beni che discendono da Dio sommo bene; ond’è che se il peccatore perde Dio bene infinito, pur gode Iddio ne’ beni sparsi nelle sue creature, e non si avvede della perdita del fonte, perché si disseta ai ruscelli. Ma quando poi l’anima sciolta dai legami del corpo comparirà, spirito ignudo, abbandonato e solo, innanzi a Dio, conoscerà allora che Dio è l’unico bene; l’infinito bene; che fuor di Lui in quel nuovo inondo altro bene non v’è, con cui trattenersi, con cui sfamarsi. E perciò una delle due: o l’anima è amica dì Dio, e troverà in Dio come in suo centro ogni bene, o di Dio nemica, e da Lui ributtata e divisa, non avrà più un attimo, un’ombra di bene. Non più mondo in quel terribile istante, non più corpo, non più creature. Piaceri, onori, gradi, ricchezze, amici, congiunti, tutto è finito; Dio, Dio solo è l’unico eterno, incommutabile bene, e fuori di Lui né si può sperare, anzi né pur si può immaginare, o fingere un altro bene. – Vogliamo noi, uditori carissimi, aspettare al mondo di là a conoscer la perdita del sommo bene, che è Dio? Ah anime mie care non vi sarà allora più riparo all’inganno, più rimedio all’errore, non più tempo a profittevole ravvedimento. Dovremo allora esclamare con quel Sovrano, di cui parla la storia: “Omnia perdidimus”. Sedotto questi da lusinghiera beltà, e da furiose passioni invasato, corse a precipizio le vie del piacere, dell’errore e dell’empietà, e giunse in fine a quel termine da Dio a tutti costituito, al quale non si può passar oltre. Infermo, aggravato, giacente a letto, conobbe, come il grande Alessandro, che bisognava morire; “decidit in lectum, et cognovit quia moreretur” ( Mac. I), e data in giro una mesta occhiata a’ suoi favoriti, ahi me disgraziato! esclamò, che ho perduto la fede, la reputazione, l’amor de’ sudditi, la sanità, e fra poco sarò per perdere la vita, il regno, l’anima e Dio, “omnia perdidimus”. Tanto dovrà ripetere un’anima che abbia perduto Dio per colpa e per pena, “omnia perdidimus”. – Infelice pertanto chi aspetta a conoscere la sua disavventura quando non è più in tempo di ripararla. Infelicissimo chi aspetta a cercare Dio quando non si può più ritrovare. Cari ascoltanti, facciamo senno, ravviviamo la fede, apriamo gli occhi sul massimo nostro interesse. Ora in questo tempo accettevole, che ci accorda il pietoso Signore, andiamo in cerca di Dio, e sarà facile il trovarLo, “Quærite Dominum dum inveniri potest” (Isai. LV, 6). In punto di morte, ahi! che forse Lo cercheremo invano. No, peccatori fratelli miei, con Dio non si burla, “Deus non irridetur”. Cercate Dio in vita, perché in morte non lo troverete! Non son io che vel dico, lo dice a me, lo dice a voi l’infallibile Verità, lo dice Gesù Cristo, “quæretis me, et non invenietis” (Joan. VII, 34). E in un altro luogo ce lo ripete in termini di maggiore spavento: mi cercherete, e morrete in seno al vostro peccato: Quæretis me, et in peccato vestro moriemini (Joan. VIII, 21). – Che facciamo dunque? fino a quando noi stolti figliuoli degli uomini ameremo la vanità, e terremo dietro ai beni fuggevoli e bugiardi di questa terra? Deh! se ci cale l’eterna nostra salvezza, procuriamo essere di quella santa generazione, che altro non cerca, che Dio. Cerchiamo Dio sull’esempio e sulla scorta di Maria Vergine, e di S. Giuseppe, cerchiamoLo nel tempio ai piedi degli altari, a piedi dei suoi ministri; che poi dopo il breve corso di nostra vita Lo vedremo nel tempio della beata eternità, e al primo incontro sarà per noi oggetto di consolazione perpetua, come lo fu di temporanea alla Vergine Madre, ed al suo nutrizio padre. Che Dio ce ne faccia la grazia.

Credo …

Offertorium
Orémus
Luc II:22
Tulérunt Jesum paréntes ejus in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino.
[I suoi genitori condussero Gesù a Gerusalemme per presentarlo al Signore.]

Secreta
Placatiónis hostiam offérimus tibi, Dómine, supplíciter ut, per intercessiónem Deíparæ Vírginis cum beáto Joseph, famílias nostras in pace et grátia tua fírmiter constítuas. [Ti offriamo, o Signore, l’ostia di propiziazione, umilmente supplicandoti che, per intercessione della Vergine Madre di Dio e del beato Giuseppe, Tu mantenga nella pace e nella tua grazia le nostre famiglie.]

Communio
Luc II:51
Descéndit Jesus cum eis, et venit Názareth, et erat súbditus illis. [E Gesù se ne andò con loro, e tornò a Nazareth, ed era loro sottomesso.]
Postcommunio
Orémus.
Quos cœléstibus réficis sacraméntis, fac, Dómine Jesu, sanctae Famíliæ tuæ exémpla júgiter imitári: ut in hora mortis nostræ, occurrénte gloriósa Vírgine Matre tua cum beáto Joseph; per te in ætérna tabernácula récipi mereámur: [O Signore Gesú, concedici che, ristorati dai tuoi Sacramenti, seguiamo sempre gli esempii della tua santa Famiglia, affinché nel momento della nostra morte meritiamo, con l’aiuto della gloriosa Vergine tua Madre e del beato Giuseppe, di essere accolti nei tuoi eterni tabernacoli.]

MESSA DELL’EPIFANIA

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Malach 3:1; 1 Par 29:12
Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium [Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]
Ps LXXI:1
Deus, judícium tuum Regi da: et justítiam tuam Fílio Regis.
[O Dio, concedi al re il tuo giudizio, e la tua giustizia al figlio del re.]
Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium [Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]

Oratio
Orémus.
Deus, qui hodiérna die Unigénitum tuum géntibus stella duce revelásti: concéde propítius; ut, qui jam te ex fide cognóvimus, usque ad contemplándam spéciem tuæ celsitúdinis perducámur.
[O Dio, che oggi rivelasti alle genti il tuo Unigenito con la guida di una stella, concedi benigno che, dopo averti conosciuto mediante la fede, possiamo giungere a contemplare lo splendore della tua maestà.]
Per eundem Dominum nostrum Jesum Christum filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.

Lectio
Léctio Isaíæ Prophétæ.
Is LX:1-6
Surge, illumináre, Jerúsalem: quia venit lumen tuum, et glória Dómini super te orta est. Quia ecce, ténebræ opérient terram et caligo pópulos: super te autem oriétur Dóminus, et glória ejus in te vidébitur.
Et ambulábunt gentes in lúmine tuo, et reges in splendóre ortus tui. Leva in circúitu óculos tuos, et vide: omnes isti congregáti sunt, venérunt tibi: fílii tui de longe vénient, et fíliæ tuæ de látere surgent. Tunc vidébis et áfflues, mirábitur et dilatábitur cor tuum, quando convérsa fúerit ad te multitúdo maris, fortitúdo géntium vénerit tibi. Inundátio camelórum opériet te dromedárii Mádian et Epha: omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes. [Sorgi, o Gerusalemme, sii raggiante: poiché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è spuntata sopra di te. Mentre le tenebre si estendono sulla terra e le ombre sui popoli: ecco che su di te spunta l’aurora del Signore e in te si manifesta la sua gloria. Alla tua luce cammineranno le genti, e i re alla luce della tua aurora. Leva gli occhi e guarda intorno a te: tutti costoro si sono riuniti per venire a te: da lontano verranno i tuoi figli, e le tue figlie sorgeranno da ogni lato. Quando vedrai ciò sarai raggiante, il tuo cuore si dilaterà e si commuoverà: perché verso di te affluiranno i tesori del mare e a te verranno i beni dei popoli. Sarai inondata da una moltitudine di cammelli, dai dromedarii di Madian e di Efa: verranno tutti i Sabei portando oro e incenso, e celebreranno le lodi del Signore.]

Graduale
Isa LX:6;1
Omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.
[Verranno tutti i Sabei portando oro e incenso, e celebreranno le lodi del Signore.]

Surge et illumináre, Jerúsalem: quia glória Dómini super te orta est. Allelúja, allelúja. [Sorgi, o Gerusalemme, e sii raggiante: poiché la gloria del Signore è spuntata sopra di te.

Allelúja.

Allelúia, allelúia
Matt II:2.

Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum. Allelúja.
[Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni per adorare il Signore. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum
Matt II:1-12

Cum natus esset Jesus in Béthlehem Juda in diébus Heródis regis, ecce, Magi ab Oriénte venerunt Jerosólymam, dicéntes: Ubi est, qui natus est rex Judæórum? Vidimus enim stellam ejus in Oriénte, et vénimus adoráre eum. Audiens autem Heródes rex, turbatus est, et omnis Jerosólyma cum illo. Et cóngregans omnes principes sacerdotum et scribas pópuli, sciscitabátur ab eis, ubi Christus nasceretur. At illi dixérunt ei: In Béthlehem Judae: sic enim scriptum est per Prophétam: Et tu, Béthlehem terra Juda, nequaquam mínima es in princípibus Juda; ex te enim éxiet dux, qui regat pópulum meum Israel. Tunc Heródes, clam vocátis Magis, diligénter dídicit ab eis tempus stellæ, quæ appáruit eis: et mittens illos in Béthlehem, dixit: Ite, et interrogáte diligénter de púero: et cum invenéritis, renuntiáte mihi, ut et ego véniens adórem eum. Qui cum audíssent regem, abiérunt. Et ecce, stella, quam víderant in Oriénte, antecedébat eos, usque dum véniens staret supra, ubi erat Puer. Vidéntes autem stellam, gavísi sunt gáudio magno valde. Et intrántes domum, invenérunt Púerum cum María Matre ejus, hic genuflectitur ei procidéntes adoravérunt eum. Et, apértis thesáuris suis, obtulérunt ei múnera, aurum, thus et myrrham. Et re sponso accépto in somnis, ne redírent ad Heródem, per aliam viam revérsi sunt in regiónem suam,”
R. Laus tibi, Christe!

[Nato Gesù, in Betlemme di Giuda, al tempo del re Erode, ecco arrivare dei Magi dall’Oriente, dicendo: Dov’è nato il Re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. Sentite tali cose, il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme. E, adunati tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, voleva sapere da loro dove doveva nascere Cristo. E questi gli risposero: A Betlemme di Giuda, perché così è stato scritto dal Profeta: E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei la minima tra i prìncipi di Giuda: poiché da te uscirà il duce che reggerà il mio popolo Israele. Allora Erode, chiamati a sé di nascosto i Magi, si informò minutamente circa il tempo dell’apparizione della stella e, mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e cercate diligentemente il bambino, e quando l’avrete trovato fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo. Quelli, udito il re, partirono: ed ecco che la stella che avevano già vista ad Oriente li precedeva, finché, arrivata sopra il luogo dov’era il bambino, si fermò. Veduta la stella, i Magi gioirono di grandissima gioia, ed entrati nella casa trovarono il bambino con Maria sua madre qui ci si inginocchia e prostratisi, lo adorarono. E aperti i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non passare da Erode, tornarono al loro paese per un altra strada.]

Omelia

FESTA DELL’EPIFANIA

Sopra il mistero dello stesso giorno

[Mons. Billot: “Discorsi parrocchiali”; S. Cioffi ed. Napoli, 1840]

 

Vidimus stellam eias,

et venimus adorare eum. Matth. II.

-Appena Gesù Cristo è nato che chiama alla sua culla pastori dalla Giudea e magi dall’oriente, perché viene a salvare tutti gli uomini. Dopo aver fatto annunziare la sua nascita ai pastori con la voce di un Angelo, fa risplendere agli occhi di quei saggi della gentilità una stella miracolosa, la quale li avvisa che un nuovo re è venuto al mondo per riscattarli. Subitamente fedeli alla grazia, abbandonano il loro paese, vengono in Gerusalemme ad informarsi dove è nato il re dei Giudei; apprendono dai dottori della legge che Betlemme, piccola città di Giuda, è il luogo della sua nascita: escono dunque da Gerosolima e col favore della nuova luce che li guida si trasferiscono a Betlemme: vi trovano l’oggetto dei loro desideri, il tesoro che cercano, il loro re; il loro salvatore nella persona di un bambino che è tra le braccia di Maria sua Madre. Senza essere ributtati dal povero apparecchio che lo circonda, penetrano con gli occhi di una viva feda il mistero di un Dio fatto uomo per la loro salute; innanzi a Lui s’inginocchiano, e mettendo ai suoi piedi il loro scettro e la loro corona, gli offeriscono regali insieme col loro cuore; ed avvertiti da un angelo ritornano nei loro paesi per una strada diversa da quella che tenuta avevano: Per aliam viam reversi sunt in regionem suam. Tale è, cristiani, la storia del mistero che celebriamo in questo giorno; mistero di gaudio per la Chiesa, poiché ci rammenta il felice momento della nostra vocazione al Cristianesimo nella persona dei re magi. Benediciamo mille volte la provvidenza che ci ha cavati dalle ombre della morte oveimmersi eravamo , per chiamarci alla luce ammirabile del Vangelo; ma nello stesso tempo profittiamo dell’esempio che ci danno i re magi per cercar Gesù Cristo e conservare la sua grazia nei nostri cuori dopo averla ritrovata. Qual fu dunque la premura dei magi nel cercar Gesù Cristo? Primo punto. Qual fu la loro fedeltà nei conservar la grazia che avevano trovato? Secondo punto. Tale è il modello che noi imitare dobbiamo, ed il soggetto della vostra attenzione.

I.° Punto. Qual differenza, fratelli miei, tra la condotta del re Erode, e quella dei re magi? Erode, che regnava in un paese dove era nato il Salvatore del mondo, accecato dalle sue passioni chiude gli occhi alla luce che lo rischiara. Sebbene convinto dalla testimonianza e dagli oracoli dei profeti che il Cristo è nato in Betlemme, poco distante da Gerosolima, non si degna di fare il minimo passo per rendergli omaggio; e i re che abitano all’estremità dell’ oriente non sì tosto hanno veduto la stella che loro addita la sua nascita che si mettono in viaggio per venirlo ad adorare. Erode non conosce e non cerca Gesù Cristo che per perderlo , e i re magi altra premura non hanno che di sottomettersi a lui e farlo regnare nel loro cuore. Detestiamo la condotta di quel principe cieco e barbaro, ed imitiamo la fedeltà dei re magi in corrispondere alla grazia. – Cercano Gesù Cristo con prontezza, con coraggio e con costanza. in simil guisa dobbiamo noi cercarlo, se ritrovar lo vogliamo. No, i magi non stanno sospesi sul partito che hanno da prendere; non si arrestano a formare lungi progetti né a prendere gran misure per mettersi in viaggio; unicamente attenti alla luce che li rischiara, vanno a cercar Colui ch’essa loro annunzia: premurosi di giunger al termine ove la stella li chiama, sono impazienti di arrivare. Sanno benissimo che, qualora si tratta di cercar il suo Dio e di darsi a lui, non convien arrestarsi, deliberare, discorrere; perché in deliberando, quantunque abbiasi intenzione di trovar Dio, non si trova giammai. Di già lasciato hanno il loro paese; loro sembra d’udire la voce del divin Bambino che a sé li chiama: fedeli a questa voce, affrettano i loro passi e solleciti sono di andar a rendergli i loro omaggi. Giunti a Gerusalemme ed impazienti di sapere il luogo ove è nato il Salvatore, s’indirizzano a coloro che essi credono i meglio informati. Dove è dunque questo nuovo re? Perciocché abbiamo veduta la sua stella e siamo partiti per venirlo ad adorare : Vidimus stellam eius et venimus adorare eum. Qual premura! Qual prontezza! Qual attività! In poco tempo hanno percorsa la strada tutta che il loro paese separa dalla Giudea. Ahi quando si cerca Dio sinceramente, niuna cosa evvi che arrestar possa l’anima fedele. Grazie immortali vi sieno per sempre rendute, o mio Dio, che chiamati ci avete alla fede in quelle nobili primizie della gentilità convertita! Per quanto piccolo comparite, voi già siete il vincitore delle nazioni; Voi in un istante le sottomettete, e senza resistenza voi le abbattete ai vostri piedi con tutta la loro pompa e grandezza. – Imitate voi, fratelli miei, la condotta di questi santi re, voi che, allevati nel Cristianesimo, avete lumi maggiori per camminare nella strada che conduce a Dio? Voi, la cui fede esser deve meglio stabilita e più formata, e a cui la volontà di Dio è più chiaramente manifestata, questa fede è la vostra stella; e perché; come i magi, non ne seguite i movimenti? Oltre la fede che vi rischiara, quanti lumi non ha fatto Dio risplendere alle vostre menti, or con le grazie interiori, or con la divina parola v’istruisce dei vostri doveri, ed or con i buoni esempi che avete avanti agli occhi, i quali vi animano alla pratica della  virtù? Tutte queste grazie interiori ed esteriori sono tanti astri luminosi che vi condurrebbero infallibilmente a Dio, se voi fedeli foste a seguirli.  Con tutto ciò voi rimanete sempre nelle vostre tenebre; immersi nel pantano del peccato, non fate sforzo alcuno per uscirne. Da lungo tempo la voce di Dio vi chiama e vi sollecita di disfarvi di quell’affetto che divide il vostro cuore tra Dio e la creatura; di combattere quell’orgoglio segreto che vi predomina; di restituire quella roba che ingiustamente possedete, di perdonare a quella persona che non volete neppur vedere, di menar una vita più mortificata, più penitente e più regolata; e voi non avete ancor fatto ciò che la grazia da sì lungo tempo vi domanda. Ma non dovete voi temere che la stella che adesso vi illumina non dispaia dagli occhi vostri? Che questa grazia di conversione che Dio vi dà non siavi più accordata, e che l’abuso che voi ne fate seguito non sia dall’accecamento e dall’ostinazione, che vi condurrà all’impenitenza finale? – Osservate la prontezza dei magi nel seguitare la stella che li conduce; partono tosto che 1’hanno veduta: Vidimus et venimus. Ecco ciò che far dovete, e così conchiudere tra voi medesimi: ho veduta la stella che mi conduce a Dio in questo buon pensiero che mi ha ispirato, in questo pio movimento che mi ha toccato il cuore: voglio seguirla; voglio amar il mio Dio meglio che non ho sinora fatto: dandogli la preferenza sopra le creature tutte. Voglio riconciliarmi con quel nemico, restituire quei beni mal acquistati, essere il buon esempio nella mia famiglia, abbandonar quelle occasioni, quei luoghi di dissolutezza che m’hanno perduto, esser assiduo nell’orazione, frequentare i sacramenti, riceverli con migliori disposizioni, osservare la santa legge del Signore; in una parola, vivere in una maniera più regolata: Vidimus, et venimus. – È necessario per ciò fare un gran coraggio, ma i magi ve ne danno ancora 1’esempio. Di qual coraggio, infatti, non fanno mostra in tutti i loro portamenti? Conviene, per obbedire alla voce di Dio che li chiama, abbandonare, come Abramo, il loro paese, le loro case, i loro amici, il loro regno? L’abbandonano generosamente. Bisogna intraprendere un lungo e faticoso viaggio, esporsi a tutti i pericoli, sopportare tutti i travagli che ne sono inseparabili, nella stagione la più rigida dell’anno, sacrificare il loro riposo, la loro tranquillità, rinunziare a tutti gli agi, a tutti i loro piaceri? Rinunziano a tutto, sacrificano tutto; né l’affetto ai loro comodi può ritenerli, né il rigore delle stagioni sgomentarli, né la cura delle loro famiglie e dei loro regni è capace di far loro cangiar risoluzione. Quante ragioni ciò non ostante, quanti pretesti per cuori meno coraggiosi dei loro? Ma no, malgrado tutti gli ostacoli che si oppongono al loro disegno, già sono giunti in Gerusalemme capitale della Giudea, col favore dell’astro che li rischiara. Ma, oh cielo! qual nuova prova per la loro virtù! La luce che li guida s’invola ai loro occhi, la stella sparisce, la loro fede appena nascente non ne resterà forse commossa? Non penseranno forse a ritornar nei loro paesi? No, fratelli miei, no, non temete, non soccombono essi alla tentazione, ed è qui appunto dove ci danno un esempio di coraggio che deve animarci allorché sembra Dio occultarsi a noi ed abbandonarci a noi medesimi. Qui è dove ci apprendono a ricercarlo, in quelle vie tenebrose ove ci ricusa quelle consolazioni sensibili che ci addolciscono il sentiero della virtù. Si è in quel tempo di prove in cui gli piace di metterci che il nostro amore appare più coraggioso e più sincero, perché non cerca Dio che per Dio solo. – Ma ammiriamo ancora il coraggio dei magi in cercare Gesù Cristo: nella città di Gerusalemme, sino nella capitale della Giudea, sino nella corte di un re che regna sopra i Giudei, chiedono dove è nato il re dei Giudei. Che temere non debbono dalla gelosia di Erode, che si offenderà di una simil domanda e soffrire non verrà alcun rivale! Non importa che Erode se ne offenda, che se ne conturbi; vogliono a qualunque siasi prezzo trovar Gesù Cristo e darsi a Lui; né il rispetto umano né la tema dei supplizi e della morte cui si espongono, fa sopra quei generosi cuori impressione veruna. Fate voi così, fratelli miei, allorché, illuminati, tocchi dalle verità della fede, risolvete di abbandonare i vostri disordini e di ritornare a Dio? La minima difficoltà vi spaventa; il più leggiero ostacolo vi sembra insuperabile; la più leggiera tentazione vi fa soccombere. Converrebbe un poco di coraggio per lasciare quell’abito peccaminoso che avete di bestemmiare, di adirarvi, di abbandonarvi agli eccessi dell’ impurità, converrebbe fare un po’ di violenza alla vostra indole, alle vostre passioni, alla vostra inclinazione: ma voi non volete fare alcuno sforzo; non volete in alcun modo incomodarvi né soggettarvi: ora il peso delle vostre propensioni vi strascina, ora il rispetto umano vi abbatte e sconcerta tutti i vostri progetti. Ed in tal modo pretendete voi trovare Iddio? Ed in tal modo aspirate voi al suo regno, il quale non si acquista che con la violenza? Ignorate voi che, per pretendervi, bisogna sacrificare quanto uno ha di più caro, mortificare le proprie passioni, tenerle soggette alla legge, disprezzare gli umani rispetti, in una parola, combattere per guadagnare la corona? Ora tutto ciò suppone in voi una forza ed un coraggio a tutte prove. Non basta dunque aver fatto qualche passo per cercar Gesù Cristo, aver formata qualche buona risoluzione: conviene eseguirla, malgrado gli ostacoli che si presentano; conviene, come i magi, uscire dalla corte di Erode, cioè lasciar quelle compagnie pericolose, quelle occasioni di peccato, dove la stella del Signore non vi rischiarirà più, dove la voce del Signore non si fa intendere: e questa stella, siccome i magi, vi condurrà al presepio del Salvatore. Voi lasciate pur quelle compagnie quando si tratta della vostra fortuna, di un interesse temporale; e quando si tratta della vostra salute, della vostra eternità, il minimo ostacolo vi rattiene. Dove è dunque la vostra fede? Dove è la vostra ragione? Dio non chiede già che, come i magi, voi abbandoniate la vostra patria, i vostri parenti, i vostri amici, quando non sono per voi occasione di peccato: non chiede che intraprendiate lunghi viaggi, che tolleriate fatiche eccessive, ma vi chiede il sacrificio delle vostre passioni; vi chiede il vostro cuore, che gli è già dovuto per tanti titoli, vi chiede un poco di contegno e di violenza per lasciare i vostri agi e i vostri comodi, affine di andare a visitare quel povero infermo o prigioniero; chiede che assidui siate a visitarlo nel suo santo tempio, ad assistere ai divini offizi, ad accostarvi ai sacramenti, a compiere i doveri di buon cristiano, Dio vuol rendervi felici e poco costo, e voi siete si codardi e sì vili di non voler fare quel poco che vi richiede? Ah! non siate cotanto insensibili ai vostri veri interessi! Voi avete in questo nuovo anno formato o dovuto formare la sincera risoluzione d’essere di Dio, di servirlo fedelmente durante quest’anno, e tutto il restante di vostra vita; siate dunque, come i magi, coraggiosi e costanti per eseguire le vostre risoluzioni. – All’uscire da Gerusalemme videro di nuovo i magi la stella che era agli occhi loro sparita; il che fu per essi un gran motivo d’allegrezza: la sua vista non fece che confermarli nel buon disegno che formato avevano di andare ad adorare il nuovo re: continuano dunque il loro viaggio, arrivano a Betlemme, entrano nella casa; ma qual esser deve la loro sorpresa alla vista dell’oggetto che agli occhi loro si presenta! Una povera abitazione ed un bambino povero che è tra le braccia d’una madre povera! Ed è questo dunque, dice debole loro ragione, il re che la stella ci ha annunziato, il Signore del cielo e della terra, il desiderato dalle nazioni, il Messia da tanti secoli aspettato? Qual palazzo! Quali cortigiani! Quale apparecchio di grandezza! Ah! gli è in questo momento che mostrano l’attività tutta e la costanza della loro fede. No, non sono sgomentati né dalla povertà del luogo né da quella del Bambino e della Madre; la loro fede, che s’innalza al di sopra della loro ragione, mostra ad essi un Dio nascosto sotto la debolezza di quel bambino, ed adorano, dice S. Leone, il Verbo nella carne, la sapienza nell’infanzia, la forza nell’infermità, ed il Dio di maestà sotto la forma di nostra natura. Gli danno testimonianza della fede che li anima con i regali che gli offrono; riconoscono il suo regno con l’oro che gli presentano; la sua umanità con la mirra, e la sua divinità con l’incenso: ma l’omaggio ed il regalo il più prezioso che gli fanno si è quello dei loro cuori e delle loro persone. Non contenti di mettere ai suoi piedi il loro scettro e la loro corona, gli fanno omaggio della loro mente con una viva fede, e del loro cuore con l’amor più generoso; si dedicano interamente al suo servizio, sottomettono al suo impero le loro persona e i loro regni. – Tale è, cristiani, il bel modello che noi dobbiamo imitare. Giacché formata abbiamo la risoluzione di donarci a Dio, dobbiamo essere fedeli e costanti nei nostri buoni proponimenti, darci a Lui senza riserva. Non ci chiede egli i nostri beni, non ne ha bisogno; ma ci chiede i nostri cuori. No, non vuole che gli presentiate né oro né mirra né incenso, ma bensì l’amore del vostro cuore rappresentato dall’oro; perché siccome l’oro è il più prezioso di tutti i metalli, cosi l’amor di Dio è la più preziosa di tutte le virtù: la mortificazione dei vostri corpi è rappresentata dalla mirra; perché siccome la mirra preserva i corpi dalla corruzione, così la mortificazione, preserva l’anima dal contagio del peccato. Finalmente, per l’incenso che i magi offrirono a Gesù Cristo, convien presentargli il sacrificio delle vostre menti coll’orazione; perché in quella guisa che l’incenso s’innalza col suo fumo nell’aria, nello stesso modo l’orazione sale al trono di Dio per far discendere su di noi le grazie di cui abbiamo bisogno. Tali sono, fratelli miei, i donativi che Gesù Cristo da voi attende; con quest’offerta acquisterete il suo cuore e regnerà su di voi. Egli è vostro Dio, vostro re, vostro Salvatore; quanti titoli che vi sollecitano a darvi a Lui senza riserva, fargli sacrificio delle vostre menti, dei vostri cuori e dei vostri corpi! Delle vostre menti con una viva fede e con ferventi preghiere; dei vostri cuori con un amore ardente; dei vostri corpi con una mortificazione continua che portar dovete sopra di voi medesimi per essere del numero dei suoi discepoli. In questa guisa convien cercare Gesù Cristo, e così lo troverete. Ma, dopo averlo ritrovato, bisogna, come i magi, conservare sollecitamente la sua grazia ed il suo amore, e con questo finisco in poche parole.

II. Punto. Invano avrebbero i magi fatto tanti passi per cercar Gesù Cristo, invano superato avrebbero tanti ostacoli per ritrovarlo, se non si fossero dati a Lui per sempre! Per esser efficacemente di Dio, non bisogna mai rallentarsi dalle buone risoluzioni che si sono formate: è necessario perseverare nel suo servigio sino alla morte: da questa fedeltà dipende la nostra felicità eterna. Ce ne danno i magi un bell’esempio nel ritorno ai loro paesi. Ben lungi dal ritornare in casa di Erode, come questo principe aveva loro detto, prendono, dice il Vangelo, una altra strada per andarsene a casa loro: Per aliam viam reversi sunt in regionem suam (Matth. II). Sanno che questo barbaro principe va macchinando la morte di Gesù Cristo; la terna che egli non colga il momento di sacrificare al suo furore il nuovo re, fa loro preferire un viaggio più lungo e più difficile per sottrarre Gesù Cristo dalla morte e non espor se stessi al rischio di perdere la vita della grazia.

Pratiche generali. Ecco il modo, fratelli miei, con cui regolar vi dovete, dopo aver pur veduto Gesù Cristo nascere nei vostri cuori; fuggir bisogna le occasioni di offenderlo e di perder la grazia; bisogna aver in orrore la casa di Erode, cioè quelle case di dissolutezza e di libertinaggio ove si trama e si dà la morte a Gesù Cristo, ove si perde la vita della grazia; bisogna fuggire lo stesso Erode, cioè quelle persone scandalose che servono di strumento al demonio per indurre gli altri al peccato. Invano vi lusinghereste voi di conservar la vita della grazia nelle occasioni che altre volte ve l’hanno fatta perdere; se voi vi esponete al pericolo, infallibilmente vi perirete, qualunque buona risoluzione abbiate presa di salvarvi. Conviene, sull’esempio dei magi, seguire una strada diversa da quella che avete sinora seguito. Invece di andare in quelle case, di frequentare quelle persone che sono state per voi pietre d’inciampo, bisogna allontanarvene; frequentare piuttosto dovete i luoghi santi, le persone di pietà, i cui buoni esempi vi animeranno alla virtù. Vegliate su di voi medesimi, abbiate una continua attenzione per scansare le insidie che il mondo ed il demonio vi presentano, se conservar volete la grazia del vostro Dio. Ohimè! Fin adesso voi forse non avete seguite che le vie d’iniquità; abbandonati vi siete al torrente delle vostre passioni; la vostra vita si è forse tutta passata nel peccato e nella disgrazia di Dio; voi non vi siete sforzati di ricuperare la sua amicizia; voi non avete riandati nell’amarezza del vostro cuore gli anni scorsi che avete sì mal impiegati. Ecco un nuovo anno che il Signore vi dà per riparare il passato: forse non avete più che questo a vivere; forse non ne vedrete il fine. Impiegatelo dunque unicamente alla vostra salute; profittatene per accumular tesori per il cielo, vivendo diversamente da quello che avete fatto sino al presente; sicché vi vediamo più assidui ai divini uffizi, più esatti a frequentar i sacramenti, più diligenti, più edificanti nelle vostre famiglie, di modo che voi ne siate gli apostoli, siccome i magi lo furono nei loro regni, dove conoscer fecero il Salvatore a quelli, che l’ignoravano. Fatene altrettanto colle vostre istruzioni, coi buoni consigli, coi buoni esempi. Conservate diligentemente il prezioso deposito della fede; siate fedeli a seguire i lumi di questa celeste fiaccola che vi rischiara; rendete pratica questa fede con le buone opere, e la sua luce vi condurrà al porto della salute eterna.

Pratiche particolari. Venite ad adorare Gesù Cristo nel suo santo tempio con i medesimi sentimenti, con cui i magi l’adorarono nella sua culla; visitatelo nei poveri e negl’infermi, i quali tengono la sua vece; ma le vostre visite non siano sterili: offritegli qualche porzione dei vostri beni nella persona dei suoi poveri; tiene Egli come fatto a sé stesso tutto ciò che si fa per essi. – Ringraziate questo divin Salvatore di avervi chiamati alla fede nella persona dei re magi; producete spesso atti di questa fede, fatela conoscere con le buone opere. – Invece dei tre regali che i magi fecero a Gesù Cristo, offritegli il vostro cuore acceso di carità, si è l’oro che Egli domanda da voi; offritegli la vostra mente applicata all’esercizio, dell’orazione è questo l’incenso ch’Egli esige; offritegli il vostro corpo dedicato alla pratica della mortificazione, è la mirra che Egli da voi attende; in virtù di questa offerta privatevi di qualche agio, evitate soprattutto gli eccessi cui molti si abbandonano in questo santo giorno. Domandate perdono per quelli che offendono il Signore, recitando a tal fine il salmo Miserere! Se vi prendete qualche sollazzo, il Signor ne sia il principio e il fine: Gaudete in Domino. Ricordatevi sempre che ricercar non dovete alcuna vera allegrezza se non nel cielo. Io ve la desidero.

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps LXXI:10-11
Reges Tharsis, et ínsulæ múnera ófferent: reges Arabum et Saba dona addúcent: et adorábunt eum omnes reges terræ, omnes gentes sérvient ei.
[I re di Tharsis e le genti offriranno i doni: i re degli Arabi e di Saba gli porteranno regali: e l’adoreranno tutti i re della terra: e tutte le genti gli saranno soggette.]

Secreta
Ecclésiæ tuæ, quǽsumus, Dómine, dona propítius intuere: quibus non jam aurum, thus et myrrha profertur; sed quod eisdem munéribus declarátur, immolátur et súmitur, Jesus Christus, fílius tuus, Dóminus noster: [Guarda benigno, o Signore, Te ne preghiamo, alle offerte della tua Chiesa, con le quali non si offre più oro, incenso e mirra, bensì, Colui stesso che, mediante le medesime, è rappresentato, offerto e ricevuto: Gesù Cristo tuo Figlio e nostro Signore:

Communio
Matt 2:2
Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum.
[Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni ad adorare il Signore.]

Postcommunio
Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quæ sollémni celebrámus officio, purificátæ mentis intellegéntia consequámur.
[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che i misteri oggi solennemente celebrati, li comprendiamo con l’intelligenza di uno spirito purificato.]

DISCORSO PER IL PRIMO GIORNO DELL’ANNO

DISCORSO PER IL PRIMO GIORNO DELL’ANNO

[Mons. Billot, “Discorsi parrocchiali”, 2a ediz. S. Cioffi edit. Napoli, 1840]

Sopra il buon impiego del tempo

Renovamini spiritu mentis vestræ et induite

novum hominem, qui secundum Deum

creatus est in iustitia et sanctitate veritatis.

[Eph. 4.]

Per ben cominciare quest’anno, fratelli miei, e procurarvelo felice, voi non potete far meglio che seguire l’avviso che vi dà l’Apostolo s. Paolo. Rinnovatevi dunque nello spirito del cristianesimo, imitando Gesù Cristo vostro modello, cui dovete essere conformi per trovarvi nel numero dei predestinati. Si tratta di spogliarvi dell’uomo vecchio, per servirmi delle parole dello stesso Apostolo, cioè rinunziare a tutte le vostre inclinazioni perverse, e fare a Dio in questo nuovo anno il sacrificio di tutte le vostre passioni. Bisogna che coll’anno che avete finito finisca altresì il regno del peccato: che con lui finiscano l’empietà, l’irreligione, le bestemmie, le imprecazioni, gli odi, le vendette, le ingiustizie, le impurità, le intemperanze, gli scandali, in una parola tutti i delitti che si sono commessi: possano essi rimanere sepolti in un eterno obblio! e che in loro vece rinascere si vedano in questo nuovo anno la pietà, la religione, la temperanza, la modestia, la carità, l’unione dei cuori. Tale è, fratelli miei, il compendio della morale rinchiusa nelle parole del grande Apostolo; Renovamini etc. – Se l’anno che voi cominciate si passa nella pratica delle virtù cristiane; se è un anno santo, egli sarà per voi fortunato. Invano accompagnato verrebbe dalla felicità più perfetta secondo il mondo invano vi presenterebbe tutto ciò che può appieno appagare le vostre brame nei piaceri e negli onori passeggieri; se non è un anno cristiano, sarà egli per voi disgraziato. Se all’opposto voi santamente il passate, fosse ben egli altronde attraversate da qualunque sinistro accidente, egli sarà sempre favorevole, perché vi condurrà alla felicità eterna. Profittatene dunque nel disegno che Dio ve lo dà, cioè per operare la vostra salute; destinatene tutti i momenti a questo beato fine. Per indurvi a questo, voglio proporvi alcune riflessioni sopra il buon impiego del tempo, Quali sono i motivi che debbono indurvi a ben impiegare il tempo? primo punto: come dovete voi impiegarlo? secondo punto. –

I Punto: Quando più prezioso e necessario si e un bene che ci viene offerto, tanto più dobbiamo noi stimarlo. Più è limitato l’uso che ci vien dato, più dobbiamo affrettarci di metterlo a profitto, principalmente quando dopo di averlo perduto non è più in nostro potere ricuperarlo per trarne vantaggio. – Ora tale è la natura del tempo di nostra vita; egli è prezioso, egli è breve, egli è irreparabile: tre ragioni che c’impegnano a ben impiegarlo. – Il tempo è prezioso e per riguardo al fine per cui ci è dato e per riguardo a quel che ne ha costato a Gesù Cristo per procurarcelo. Per qual fine, infatti, Dio vi ha dato, fratelli miei, e vi dà ancora del tempo a vivere sulla terra? È egli forse per accumular ricchezze, innalzarvi agli onori, appagar le vostre passioni? No, fratelli miei, no, ma bensì per guadagnare il cielo. Il tempo deve condurvi all’eternità, e la vostra eternità sarà felice o sgraziata secondo il buono o cattivo uso che avrete fatto del tempo. Voi potete ad ogni istante guadagnare un’eternità di gloria, perché non evvi alcun istante nella vita in cui non possiate entrare in grazia di Dio, se siete peccatori; ovvero, se siete in istato di grazia, meritar potete tanti gradi di gloria, quante buone opere farete: ecco perché dire si può che da un momento l’eternità dipende, perché basta un momento per meritarla o perderla. Se voi passar lasciate questo momento che vi è dato; se voi non profittate del tempo presente, dopo la morte voi non potrete più meritare : Tempus non erit amplius (Apoc. X). Dopo la morte non vi sarà più perdono dei vostri peccati ad ottenere; più opera alcuna che possa essere nel cielo ricompensata. I reprobi nell’inferno non potranno mai, con tutti i pianti che verseranno, con tutti i tormenti che soffriranno, ottenere il perdono di un solo peccato; i santi nel cielo non potranno mai, con tutto l’amore che avranno per Dio, accrescere un solo grado della loro beatitudine perché fuori della vita non avvi più merito. Oh quanto è dunque prezioso il tempo della vita e quanto importa il profittarne! poiché ciascun momento vale, per così dire, il possesso di un Dio, vale una felicità eterna. – Ma quale stima ancora non dobbiamo noi fare del tempo, se consideriamo quanto ha costato a Gesù Cristo per procurarcelo? Gli è per meritarci questo tempo che questo Dio salvatore è nato in una stalla, si è assoggettato ai rigori delle stagioni, agl’incomodi della fame e della sete, ai patimenti e alla morte ignominiosa della croce: gli è per meritarci il tempo di far penitenza ch’Egli si è offerto alla giustizia del Padre suo, il che non ha fatto per gli angeli ribelli, che non hanno avuto un solo istante per rialzarsi dalla loro caduta, nel mentre che il Signore ci dà dei giorni, dei mesi, degli anni per cancellare i nostri peccati, calmare la sua giustizia, meritare i doni della sua misericordia. A chi siamo noi debitori di questo favore? Ai meriti, ai patimenti, ed alla morte di Gesù Cristo. Quante volte Iddio, sdegnato contro il peccatore, ha alzato il braccio della sua giustizia per recidere questo albero infruttuoso, e quanti di questi alberi sterili sarebbero già nel fuoco, se Gesù Cristo, il mediatore supremo, non avesse per essi domandata grazia, pregando suo Padre di aspettare ancora per dar loro tempo di portar frutto? Dimitte illam et hoc anno (Luc. XIII). Ah! Signore, aspettate ancora un anno, che quest’albero produca frutti, e se egli non ne produrrà, voi lo taglierete. Ecco, o peccatori, ciò che domanda Gesù Cristo per voi; e di questo tempo, che è il frutto dei suoi patimenti e della sua morte, quale stima ne fate? in che l’impiegate? Dio ve lo dà per salvarvi, voi ve ne servite per perdervi: questo tempo ha costato la vita di un Dio, e lungi dal metterlo a profitto, voi ne fate un malvagio uso. Gli uni lo passano senza far niente: nihil agentibus. Sono quelle persone oziose e sfaccendate cui fare si può il rimprovero che faceva il padre di famiglia agli operai che se ne stavano in piazza e non si curavano di andare al lavoro: Quid hic statis tota die Matt. XX)? Si passano i giorni, le settimane, i mesi interi senza far nulla per la salute. Non sappiamo che cosa fare, dicono essi, troviamo il tempo ben lungo; bisogna dunque cercare di ricrearsi e sollazzarsi; e a questo fine il passano in divertimenti frivoli, in render visite, in ispacciar novelle, trattenersi in cose vane ed inutili, andar e venir da una compagnia all’altra, giuocare, andar al passeggio; perché, dicono essi, convien poi passar il tempo in qualche cosa. Ah insensati! voi dite di non avere cosa alcuna a fare? Trovate voi il tempo lungo? Oh quanto la discorrete male, dice s. Bernardo, dicendo che convien cercare di passar un tempo che vi è dato per fare penitenza, per ottenere il vostro perdono, per meritare la grazia, per procurarvi una felicità eterna! Ah! che dovete voi fare? — Non bisogna pregare, far delle buone opere, visitar le chiese, gl’infermi, ammaestrarvi con leggere libri di pietà? Non avete voi doveri ad adempire, virtù a praticare? Ah! se voi foste ben persuasi che avete un affare importante, qual è quello della salute, e che non avete se non il tempo della vita per faticarvi intorno, ben lungi dal trovarlo lungo, vi sembrerebbe troppo breve; per assicurarvi la riuscita di questo affare importante, voi ne mettereste sollecitamente a profitto tutti i momenti. Se i dannati dell’inferno avessero, non dico tutto il tempo, ma solamente una parte di quello di cui voi abusate, con qual precauzione non ne userebbero? – Altri si abusano ancora del tempo a fare tutt’altro che ciò che far dovrebbero: aliud agentibus. Moltissimi si occupano nel mondo, l’uno passa tutti i suoi giorni ad avvantaggiare i suoi negozi, l’altro a proseguire le sue liti, questi a condurre affari stranieri, quegli a fare azioni che non sono né del suo stato né della sua professione. Gli uni rovinano la loro sanità coll’applicazione della mente, gli altri coi travagli del corpo; ma quasi nessuno pensa alla sua salute. Ciò non ostante questi giorni sì pieni sono interamente vuoti di buone opere; si fa tutt’altro che quel che far si dovrebbe; e a che serve lavorar per gli altri, se non si lavora per sé? Questo è faticar inutilmente, questo è perdere il suo tempo: aliud agentibus. – Ma 1’abuso peggiore che si fa del tempo, si trova in quelli che lo passano in far del male: male agentibus. Abuso che pur troppo è comune tra gli uomini. Basta vedere quel che passa tra di essi. Gli uni non pensano dalla mattina alla sera che ai mezzi di contentare una rea passione, di mantenere una pratica, di soddisfare la loro cupidigia, la loro sensualità colle delizie e coll’abbondanza del riposo. Gli altri avidi di arricchirsi, commettono tante ingiustizie, quante occasioni trovano di usurpare l’altrui; tutta la loro vita la passano a meditar i mezzi di soppiantar gli uni e d’ingannar gli altri, di distruggere coloro che resister non gli possono. A che si riducono la maggior parte delle conversazioni? A parlar di affari progettati o conchiusi per la soddisfazione delle sue passioni, a spacciar novelle per lo meno inutili, a passar in rivista tutti gli stati, tutte le condizioni, a ricercare scrupolosamente i doveri di ciascuno, fuorché i loro propri; a censurare senza discrezione quei che impiegati sono nelle diverse cariche della società. M’inganno forse? Nulla è di tutto questo? Sarebbero dunque discorsi contro la religione, contro i costumi? Finalmente, per la disgrazia più deplorabile, non si vede, non si ode parlar dappertutto che di scelleratezze e di disordini: male agentibus; cioè, del mezzo che Dio loro dà per santificarsi, per meritar il cielo, se ne servono per consumare la loro riprovazione. Quale accecamento e quale insensibilità per i suoi interessi! Poiché questo tempo sì prezioso che ci vien dato per salvarci è sommamente breve. – Secondo motivo che deve indurci a metterlo a profitto. Infatti, fratelli miei, che cosa è la vita dell’uomo? È un sogno che sparisce nell’istante in cui uno si sveglia; è, dice il santo Giobbe, una foglia che il vento trasporta, un fumo che si dissipa nell’aria. Appena l’uomo è venuto al mondo che conviene pensare a lasciarlo. Non evvi, per così dire, che un passo dalla culla al sepolcro. La maggior parte degli uomini vive poco; e che compaiono alfine della vita gli anni di quei medesimi che vivono lungo tempo? Mille anni, dice il profeta, non sono innanzi a Dio che come il giorno di ieri che è passato: Mille anni tanquam die hesterna quæ præteriit (Ps.LXXXIX). La vita più lunga, a paragone dell’ eternità, è meno che una gocciola d’acqua vi pare, fratelli miei, dei venti, quaranta, sessant’anni che vissuto avete sopra la terra? Che cosa vi sembra dell’anno che ora è passato? É un giorno, è un momento: tutti i vostri anni passeranno nella stessa guisa, e voi vi troverete al fine come se pur allora incominciaste a vivere. Insensato è colui che si attacca alle cose transitorie di questo mondo, che cerca la sua felicità in una vita sì breve e che non se ne profitta per assicurarsi una più durevole felicità. – Dio ci ha dato il tempo della vita come un bene ad affitto, che ci toglierà dopo un certo tempo. I nostri corpi sono case che cadono ogni giorno in rovina e che ci tocca fra poco abbandonare; la nostra vita si accorcia tutti i giorni, di modo che più abbiamo noi vissuto, meno ci resta a vivere. Verrà fra breve l’ultimo giorno, in cui nulla vi sarà più a contare. Affrettiamoci di profittare di un tempo che se ne fugge veloce e la cui perdita è inoltre irreparabile. Ed invero, il tempo perduto non ritornerà più, gli anni che noi abbiamo vissuto sulla terra non sono più in nostro potere. Felici noi, se li abbiamo ben passati, sono altrettanti tesori di merito che abbiamo acquistati e che sussistono: mentre la virtù è il solo bene che sia sicuro dall’ ingiuria del tempo; le nostre preghiere, i nostri digiuni, le nostre limosine, tutto ciò noi troveremo alla morte e nell’ eternità. Ma se noi abbiamo passati male i giorni di nostra vita, la perdita che fatta abbiamo, è senza rimedio. Possiamo, è vero, ricuperar la grazia di Dio che abbiamo perduta nel tempo passato, ma non ricupereremo giammai quei momenti favorevoli cui aveva Iddio annesse certe grazie che forse non ci darà più e che deciso avrebbero di nostra predestinazione. Il nostro fervore può supplire ancora al numero delle buone opere che non abbiamo fatte; noi possiamo ancora, come gli operai della vigna che vennero all’ultima ora, meritare la ricompensa che fu data ai primi; ma non raccoglieremo giammai quell’abbondanza di frutti che tutti i momenti di un costante fervore ci avrebbero prodotti. – Qual sarà dunque alla morte il rammarico di coloro che abusato avranno del tempo? Qual sarà il cordoglio di quei peccatori che vedranno fuggiti quei bei giorni che non dipendeva che da essi l’impiegare pel cielo? Quei bei giorni in cui la grazia li sollecitava a staccarsi dalla creatura, a rompere quegli attacchi illeciti che li soggettavano al loro impero. Vedranno i loro piaceri passati col tempo; desidereranno di aver ancora quel tempo; ma con tutte le loro lagrime e i loro tormenti, non potranno giammai far ritornare un solo di quei momenti che avrebbero bastato per preservarli dall’ eterna disgrazia. – Aspetterete voi, fratelli miei, a questo stesso momento per riflettere sul prezzo del tempo e sospirare quello che perduto avrete? Oimè! di quanti momenti non vi siete voi già abusati? Interrogate su di ciò la vostra coscienza e domandate a voi medesimi: da poi che io sono sopra la terra, che cosa ho fatto per la mia salute? Molto ho lavorato per gli altri, e nulla ho fatto per me; forse che se io dovessi al presente comparire innanzi a Dio, presentargli non potrei una sola azione degna delle sue ricompense: all’opposto tutte le azioni di mia vita non meritano che i suoi castighi. Ah! ormai è tempo che io esca dal letargo in cui ho sin adesso vissuto, che incominci a vagliare per me, e che ripari il passato con un santo uso, del tempo. E qual deve essere quest’uso? Ecco il secondo punto.

  1. II. Punto. Per fare un sant’uso del tempo, dice s. Bernardo, convien considerarlo per riguardo al passato, al presente ed al futuro. Bisogna riparar il passato, regolar il presente, cautelarsi contro l’avvenire e non contarvi sopra. – Quantunque non sia in poter nostro far ritonare il tempo già passato, possiamo nulladimeno ripararlo, o, per servirmi delle parole di s. Paolo, riscattarlo: redimentes tempus etc. Ora che cosa è riscattare un podere nel commercio del mondo? É pagare, per ritirarlo, il prezzo che ne abbiamo ricevuto, è soddisfar un debito che abbiamo contratto, Voi avete venduto, prostituito il vostro tempo al mondo e alle vostre passioni, voi avete alienato questo fondo che Dio aveva confidato alla vostra economia; e per cattivo uso da voi fattone, avete contratto dei debiti verso la giustizia di Dio. Ora quali sono questi debiti? Sono i peccati che avete commessi. Questi peccati sono passati, è vero; i piaceri da voi gustati nel commetterli non sussistono più, ma il vostro delitto sussiste ancora nella macchia che ha impressa nella vostra anima, che la rende difforme agli occhi di Dio e ne fa 1’oggetto delle sue vendette: questa macchia rimarrà sempre, sin tanto che non sia cancellata con le lagrime della penitenza. Alla penitenza dunque convien ricorrere per purificarvi; e a questo fine entrate nei sentimenti di un re penitente, il quale riandava nell’amarezza del suo cuore gli anni della sua vita: Recogitabo Ubi omnes annos meos in amaritudine animæ meæ [Isai. XXXVIII). Oimè! dovete voi dire, sono tanti anni che io vivo alla terra, e nulla ho ancora fatto per la mia salute; a nient’altro ho pensato che a far fortuna in questo mondo, che a soddisfar le mie passioni. Di quei beni che ho ricercato, di quei piaceri che ho gustato,, che cosa mi resta? Una trista rimembranza, che mi trafigge l’anima, ma di pungenti rimorsi. Vane apparenze di dolcezze, che vi siete dileguate come un sogno, voi null’altro più siete che un’ombra che svanì. Ah! tempo infelice in cui vi ricercai! tempo infelice in cui tanto vi amai! O mio Dio, che siete una bellezza sempre antica e sempre nuova, ah quanto sono stato cieco ed insensato a cercare altra contentezza che quella che gustasi nell’amarvi e nel servirvi. Io ne ho il cuor penetrato dal più vivo dolore; e giacché voi mi date ancor tempo di riparare le mie disgrazie, io voglio profittarne per non attaccarmi che a Voi solo e risarcirvi col mio fervore l’ingiuria che vi ho fatta coll’abusarmi del tempo che Voi mi avete dato. – Se voi siete, fratelli miei, in questi sentimenti e li metterete in pratica, voi, meriterete che Dio vi tenga conto di quegli anni che prostituiste al mondo, al demonio e al peccato: Reddam vobis annos quos, comedit locusta, bruchus et rubigo (Joel. 2). Con questo riparerete le vostre perdite, riscatterete il tempo che avete perduto, ma si tratta di fare in primo luogo un santo uso di quello che presentemente si trova in vostra disposizione. Voi dispor più non potete del tempo passato, perché più non esiste; neppure dispor potete del tempo avvenire, perché non esiste ancora e forse voi non l’avrete: non evvi dunque che il tempo presente, che è in vostre mani ed ancora vi fugge nello stesso momento che ne parlate; profittate adunque con diligenza di quel che avete, perché è il solo su cui potete contare, è un talento che Dio vi dà, non lasciatene perdere la minima parte: Particula boni doni non defraudet te ( Ecli. XIV). Può essere che Dio abbia attaccato al momento che è adesso in vostra disposizione certe grazie speciali da cui dipende la vostra eterna salute. – Se voi sicuri foste di non aver più che quest’anno, questo giorno a vivere, come, io vi domando, come lo passereste voi? Non l’impieghereste tutto nella pratica delle buone opere?… Rimarreste voi un sol momento in peccato? Ebbene vivete in questa guisa, e voi farete un santo uso del tempo. Dite a voi medesimi: questo forse è l’ultimo anno di mia vita, convien dunque che lo passi come se lo fosse in realtà; e voi lo passerete santamente. Perciocché finalmente, fratelli miei, ne verrà uno che sarà l’ultimo, e qual è? Potete voi assicurarvi che non sia questo? Quanti ve ne sono stati che. cominciato avendo lo scorso anno in ottima sanità, non ne han veduto il fine! Quanti cominciano questo e non lo vedranno finire! Chi viver crede ancora molti anni forse è colui che morrà il primo e fra poco. Se alcuno avesse detto a quell’uomo, a quella donna, che sono stati sotto gli occhi vostri sepolti nei sepolcri dei loro padri: Voi non avete più che quest’anno a vivere come passato l’avrebbero? Si dice a voi la medesima cosa al principio di questo: egli sarà per qualcheduno l’ultimo, e non evvi alcuno che dir non possa: forse lo sarà per me, forse a me toccherà di andar in quest’anno alla sepoltura; perché posso io lusingarmi di andarvi più tardi che un’altro? Ah bisogna dunque, senza esitare, metter ordine alla mia coscienza, restituire quella roba mal acquistata, riconciliarmi con quel nemico, corregger quel cattivo abito, dire addio al peccato, allontanare quell’occasione pericolosa, quell’oggetto che mi seduce, bisogna finalmente che io faccia tutto il bene che da me dipende, che io fatichi alla mia salute, mentre ne ho il tempo: Dum tempus habemus, operemur bonum (Gal. 6). – Tali sono, fratelli miei, le salutevoli risoluzioni che suggerir vi debbono la brevità del tempo e l’importanza della buona riuscita nell’affare della vostra salute. Voi potete lasciar il restante a terminare ai vostri eredi, lasciar loro quella fabbrica a perfezionare, quella lite a finire, ma non già la vostra salute; se voi non vi ci siete adoperato nel tempo, non potrete più farlo dopo la morte, né altri vi faticherà per voi. Profittate dunque, torno a dirvi, del momento che se ne fugge per non ritornare giammai, ed occupatevi incessantemente nella pratica delle buone opere che vi seguiranno nell’eternità: Quodcumque potest manus tua, instanter operare (Eccl. 9). Distribuite il vostro tempo ad adempiere i doveri del vostro stato, regolate si bene i vostri esercizi di pietà che ciascheduna cosa abbia il suo tempo: che la preghiera, la messa, la lettura di pietà, l’adorazione del Santissimo Sacramento, la visita dei poveri trovino luogo nella distribuzione che voi ne farete. Date pure le vostre attenzioni ai vostri affari temporali, al governo della vostra famiglia: ma la vostra salute tenga sempre il primo posto, e tutti gli altri a lei rapportino. Cosi i vostri giorni si troveranno pieni, la vostra anima sarà carica di meriti pel cielo, e vi precauzionerete per l’avvenire, sul quale voi contar non dovete. E come, infatti, contar si può sopra un tempo che è così incerto? Iddio non ce l’ha promesso, né il vigore dell’età né la forza del temperamento possono assicurarcelo; poiché vediamo sovente persone giovani e robuste colpite dalla morte così presto, come le inferme e le vecchie. Tale che si promette di vivere ancora un gran numero d’anni morrà fra poco: ciò che è ben certo si è che si muore più presto di quel che si pensa. Bisogna dunque preveder l’avvenire ed operare come se non dovessimo averlo. È lo stesso che arrischiare la sua eterna salute, l’esporla all’incertezza di un tempo avvenire. Ah! non fate così, fratelli miei, quando si tratta di affari temporali! Quando trovate l’occasione di arricchirvi, voi la cogliete avidamente, niente vi distoglie dal profittarne; se si presenta un buon acquisto a fare, voi non aspettate all’indomani, per tema che un altro più pronto di voi non vi prevenga. Eh! Perché non fate lo stesso per la vostra salute? Potete voi in quest’oggi convertirvi, riconciliarvi con Dio. Non differite di più; forse non avvi domani per voi. La prudenza richiede che voi pensiate all’avvenire; e perciò voi fate provvisione di quanto vi sarà necessario per sussistere un numero di anni che credete ancora vivere sulla terra e per una stagione in cui non potete più lavorare. Ah! forse non sarete più in quest’anno, per cui fate tanti cumuli e non pensate a far provvisioni per l’eternità, ove sarete per sempre. Qual follìa! Qual accecamento! Al vedervi sembra che abbiate da star sempre sulla terra, e che convenuti vi siate, per così dire, con la morte, affinché ella non vi colpisca se non quando piacerà a voi. Ah! insensati! voi morrete forse prima di aver terminato un solo dei vostri affari, e la vostra gran disgrazia sarà di morire senza aver operato la vostra salute! Imitate un viaggiatore che trattenuto si è nel suo cammino in frivoli divertimenti, e, vedendo il fine del giorno, raddoppia i suoi passi per riparare il tempo perduto e giungere al termine del suo viaggio. Voi arrestati vi siete alle bagattelle del secolo; i beni, i piaceri hanno occupato tutte le vostre sollecitudini; e voi non avete ancora pensato alla soda felicità: nondimeno il sole s’abbassa. Inclinata est iam dies (Luc. XXIV). Eccovi al fine di vostra vita; forse voi toccate, il momento che deve farvi passare dal tempo all’eternità. Profittate dunque del tempo che vi resta, camminate sinché la luce vi rischiara, perché la notte s’avvicina, in cui nulla più potrete operare per la salute; precipitate il vostro corso, poiché vi resta ancora molta strada a fare.

Pratiche. Il più importante ed il più premuroso per voi è di uscire dallo stato del peccato per riconciliarvi con Dio con una buona confessione, che rinnoverà in voi la immagine dell’uomo nuovo: Renovamìni etc. Non potete voi meglio cominciar l’anno che con questa santa pratica. Correggete i vostri cattivi abiti e riformate tutto ciò che conoscete di difettoso nella vostra condotta. Tale è la circoncisione spirituale che Gesù Cristo domanda da voi in questo giorno, in cui ha Egli sofferto la circoncisione corporale per la vostra salute. Dopo aver Egli tanto sofferto per esser vostro Salvatore, non vorrete voi fare cosa alcuna per esser salvi? Giacché si è per voi sacrificato, non dovete voi altresì fargli un qualche sacrificio col troncare tutto ciò che in voi gli dispiace? – Ringraziate Iddio dei beni che vi ha fatti negli anni scorsi; fate a questo fine una visita a Gesù Cristo, offeritegli i pochi anni che vi restano per impiegarli nel suo servizio. Vivete questo anno, questo giorno stesso, come se non aveste più che quest’anno, che questo giorno a vivere; fate ogni mattina questa risoluzione. Ravvivate il vostro fervore nel servizio di Dio con quelle parole di s. Paolo: Dum tempus habemus, operemur bonum (Gal. VI); facciamo del bene mentre ne abbiamo il tempo, per raccoglierne il frutto nell’eternità. Così sia.