DOMENICA DI PENTECOSTE (2018)

DOMENICA DI PENTECOSTE (2018)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Sap 1:7. Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja [Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps LXVII:2 Exsúrgat Deus, et dissipéntur inimíci ejus: et fúgiant, qui odérunt eum, a fácie ejus. [Sorga il Signore, e siano dispersi i suoi nemici: e coloro che lo òdiano fuggano dal suo cospetto].

Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja [Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio

Orémus.

Deus, qui hodiérna die corda fidélium Sancti Spíritus illustratióne docuísti: da nobis in eódem Spíritu recta sápere; et de ejus semper consolatióne gaudére.[O Dio, che in questo giorno hai ammaestrato i tuoi fedeli con la luce dello Spirito Santo, concedici di sentire correttamente nello stesso Spirito, e di godere sempre della sua consolazione.]

Lectio

Léctio  Actuum Apostolórum. Act. II:1-11

“Cum compleréntur dies Pentecóstes, erant omnes discípuli pariter in eódem loco: et factus est repéente de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis: et replévit totam domum, ubi erant sedentes. Et apparuérunt illis dispertítæ linguæ tamquam ignis, sedítque supra síngulos eórum: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, et coepérunt loqui váriis linguis, prout Spíritus Sanctus dabat éloqui illis. Erant autem in Jerúsalem habitántes Judaei, viri religiósi ex omni natióne, quæ sub coelo est. Facta autem hac voce, convénit multitúdo, et mente confúsa est, quóniam audiébat unusquísque lingua sua illos loquéntes. Stupébant autem omnes et mirabántur, dicéntes: Nonne ecce omnes isti, qui loquúntur, Galilæi sunt? Et quómodo nos audívimus unusquísque linguam nostram, in qua nati sumus? Parthi et Medi et Ælamítæ et qui hábitant Mesopotámiam, Judaeam et Cappadóciam, Pontum et Asiam, Phrýgiam et Pamphýliam, Ægýptum et partes Líbyæ, quæ est circa Cyrénen, et ádvenæ Románi, Judaei quoque et Prosélyti, Cretes et Arabes: audívimus eos loquéntes nostris linguis magnália Dei.” [Giunto il giorno di Pentecoste, tutti i discepoli stavano insieme nello stesso luogo: e improvvisamente si sentí un suono, come di un violento colpo di vento: che riempí tutta la casa ove erano seduti. Ed apparvero loro delle lingue come di fuoco, che, divise, si posarono su ciascuno di essi, cosicché furono tutti ripieni di Spirito Santo e incominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito concedeva loro. Soggiornavano allora in Gerusalemme molti Giudei, uomini religiosi di tutte le nazioni della terra. A tale suono si radunò molta gente, e rimase attònita, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E si stupivano tutti, e si meravigliavano, dicendo: Costoro che parlano, non sono tutti Galilei? E come mai ciascuno di noi ha udito il suo linguaggio natio? Parti, Medi ed Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia, della Panfilia, dell’Egitto e della Libia, che è intorno a Cirene, e pellegrini Romani, tanto Giudei come proseliti, Cretesi ed Arabi: come mai abbiamo udito costoro discorrere nelle nostre lingue delle grandezze di Dio?]

 Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CIII:30 Emítte Spíritum tuum, et creabúntur, et renovábis fáciem terræ. Allelúja. Hic genuflectitur:

Veni, Sancte Spíritus, reple tuórum corda fidélium: et tui amóris in eis ignem accénde.

Sequentia

Veni, Sancte Spíritus, et emítte cælitus lucis tuæ rádium.

Veni, pater páuperum; veni, dator múnerum; veni, lumen córdium.

 Consolátor óptime, dulcis hospes ánimæ, dulce refrigérium.

 In labóre réquies, in æstu tempéries, in fletu solácium.

O lux beatíssima, reple cordis íntima tuórum fidélium.

Sine tuo númine nihil est in hómine, nihil est innóxium.

Lava quod est sórdidum, riga quod est áridum, sana quod est sáucium.

 Flecte quod est rígidum, fove quod est frígidum, rege quod est dévium.

 Da tuis fidélibus, in te confidéntibus, sacrum septenárium.

Da virtútis méritum, da salútis éxitum, da perénne gáudium. Amen. Allelúja.

Evangelium

 Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XIV:23-31

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Si quis díligit me, sermónem meum servábit, et Pater meus díliget eum, et ad eum veniémus et mansiónem apud eum faciémus: qui non díligit me, sermónes meos non servat. Et sermónem quem audístis, non est meus: sed ejus, qui misit me, Patris. Hæc locútus sum vobis, apud vos manens. Paráclitus autem Spíritus Sanctus, quem mittet Pater in nómine meo, ille vos docébit ómnia et súggeret vobis ómnia, quæcúmque díxero vobis. Pacem relínquo vobis, pacem meam do vobis: non quómodo mundus dat, ego do vobis. Non turbátur cor vestrum neque formídet. Audístis, quia ego dixi vobis: Vado et vénio ad vos. Si diligere tis me, gaudere tis utique, quia vado ad Patrem: quia Pater major me est. Et nunc dixi vobis, priúsquam fiat: ut, cum factum fúerit, credátis. Jam non multa loquar vobíscum. Venit enim princeps mundi hujus, et in me non habet quidquam. Sed ut cognóscat mundus, quia díligo Patrem, et sicut mandátum dedit mihi Pater, sic fácio.”

OMELIA

[Mons. G. Bonomelli: “I Misteri Cristiani” vol. III, Queriniana Ed., Brescia, 1894; impr.]

« Gesù disse ai suoi discepoli: se alcuno mi ama, osserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e verremo a Lui e faremo dimora presso di Lui. Chi non mi ama, non osserva la mia parola: pure la parola, che avete udita, non è mia, ma di Colui che mi ha mandato. Queste cose vi ho ragionato, conversando con voi. Ma l’Avvocato, lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà nel nome mio, quegli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà quanto io vi ho detto. Vi lascio la pace; la pace do a voi, non come la dà il mondo, io la dò a voi: non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti. Avete udito, come io vi ho detto: Vado e vengo a voi; se mi amaste, certamente godreste, che Io vado al Padre, perché il Padre è maggiore di me. Ed ora ve l’ho detto prima che avvenga, acciocché quando sia avvenuto, crediate. Già non parlerò guari con voi, perché il principe di questo mondo viene; ma in me non ha nulla. Ma perché il mondo conosca, che Io amo il Padre, e che come il Padre mi ha ingiunto, così fo Io ». (Giov. XIV, 24-31).

Dettare o recitare parecchi Ragionamenti sul mistero della Pentecoste senza spiegare l’Epistola e il Vangelo proprio della festa, mi sembra cosa ripugnante alla natura stessa della festa e del mistero. La Chiesa, interprete fedele dei misteri che ricorda, nella Epistola e nel Vangelo della Messa di ciascuno d’essi, riporta costantemente quelle parti dei Libri santi che ai misteri stessi più direttamente si riferiscono. Il perché se noi vogliamo con la maggior esattezza possibile studiare e conoscere ciascun mistero che si celebra, non v’è via più spedita e più sicura che quella di studiare e penetrare a fondo il senso della Epistola e del Vangelo, che si leggono nella Messa propria del mistero istesso. – Nel Ragionamento precedente mi ingegnai di spiegare quel tratto degli Atti Apostolici che si legge nell’Epistola e feci del mio meglio per ribattere e sfatare la spiegazione razionalistica, che distrugge il fatto e il mistero che oggi si ricorda e si onora. In questo verrò commentando i pochi versetti tolti dal Vangelo di S. Giovanni, che pochi minuti or sono avete udito solennemente cantare. In questi versetti Gesù parla della venuta dello Spirito Santo e degli effetti ammirabili, che avrebbe prodotto negli Apostoli e per conseguenza in tutti quelli che l’avrebbero ricevuto. L’argomento pertanto è strettamente connesso col mistero che festeggiamo, e per la sua stessa natura è interessante per tutti e perciò degnissimo della vostra attenzione. – I versetti, che noi togliamo a chiosare, si leggono in quell’incomparabile discorso dell’ultima cena, in cui Gesù Cristo versò tutte le ricchezze della sua carità e che sarà il monumento eterno della tenerezza ineffabile del suo cuore; prima di imprenderne il commento è necessario pigliare il filo del discorso alquanto in alto a fine d’averne luce. Gesù conforta gli Apostoli della imminente sua dipartita, assicurandoli che se ne va a preparare loro il luogo. A Tommaso, Che domanda della via, risponde che la sanno e a Filippo che vuol vedere il Padre, dice, che vedendo sé, vedono anche il Padre. Promette loro che faranno opere anche maggiori delle sue, e esaudirà le loro preghiere e che verrà lo Spirito Santo, nel quale conosceranno Lui e in Lui vivranno. All’Apostolo Taddeo spiega perché non può farsi conoscere al mondo, e qui comincia il nostro commento. « Chi ama me, osserverà la mia parola ». L’Apostolo Taddeo aveva detto a Gesù Cristo: « … e perché dopo la tua risurrezione ti manifesterai a noi Apostoli e non al mondo? » e Gesù gli risponde: « Sappi, che se visibilmente Io non mi manifesterò che a voi soli per opera vostra, la mia dottrina e per la fede Io mi manifesterò a quanti crederanno e osserveranno la mia legge e mi ameranno ». – Vi è una doppia manifestazione di Cristo, l’una visibile agli occhi della carne, l’altra solo alla mente, per la fede. La prima, ancorché cosa buona e santa, non giova nulla se non è congiunta alla seconda. Che valse la vista materiale di Gesù Cristo a tante migliaia di uomini, che lo videro, l’udirono e gli parlarono, ma non credettero in Lui? Nulla! Per contrario quante migliaia e milioni di uomini che non lo videro nella sua natura umana, né l’udirono, ma credettero in Lui, lo amarono e osservarono la sua legge, furono salvi ed ora con Lui e di Lui sono beati in Cielo! Non diciamo adunque: O se vedessi Gesù Cristo! Se lo udissi! Crediamo in Lui, a Lui uniamoci per amore vivo ed operoso ed a Lui piaceremo come ed anche meglio che se lo vedessimo con gli occhi ed udissimo con le nostre orecchie. La carne, disse Cristo, per sé non giova a nulla; è lo spirito che dà vita, cioè è l’anima, che con la mente e con il cuore, aderendo a Dio per fede e per carità, partecipa della sua vita istessa. – Gesù rincalza la sua dottrina e dice : « E il Padre mio amerà costui e verremo a lui e faremo dimora presso di lui ». Alto e stupendissimo insegnamento! « Visibilmente a voi soli mi mostrerò: invisibilmente per fede e per amore mi mostrerò a chiunque vorrà: anzi ti dico, o Taddeo, che non solo Io mostrerò per fede me stesso a chiunque lo vorrà, ma con me verrà il Padre e porremo dimora in Lui ». Ma come, o divin Maestro, Voi ed il Padre dimorerete in chi crederà alla vostra parola e la osserverà? E lo Spirito Santo è forse separato da Voi e dal Padre? Forse il Padre e il Figlio con lo Spirito Santo si muovono e discendono nell’anime dei giusti? Dio non è Egli immenso e perciò dovunque? Come può esso entrare ed uscire, avvicinarsi o allontanarsi da un’anima? Dio è immenso e immutabile e perciò è dovunque con la sua presenza, con la sua azione e con la sua stessa essenza. Immaginare che Dio vada e venga, entri ed esca da un’anima, è cosa indegna di Dio, che ripugna alla sua infinita perfezione e se noi usiamo questo linguaggio, e l’usano i Libri santi, è per la debolezza e povertà estrema del nostro linguaggio istesso e dei nostri concetti, che non possono sollevarsi sino a conoscere Dio nella sua natura: ma ciò che la lingua dice in modo tanto imperfetto, corregga tosto la mente sorretta dalla fede. O Cristiano! Dio è dovunque con la sua essenza: lo sai, lo credi; ma è pur vero che non è dovunque con la sua fede e con la sua grazia. Tu mi dici: “Come ciò?” Ascolta e intenderai. Tu conosci per fermo un gran numero di persone, altre vicine, altre lontane: come le conosci tu? Tu le conosci in quantochè la loro immagine, la loro fisionomia, la memoria dei loro atti sono come dipinte nella tua mente e in qualche modo essi stanno dentro di te, come possono stare le cose conosciute nella mente di chi le conosce. Ma vi è un altro modo molto più nobile, con cui le persone e le cose tutte stanno in te. Tu nel tuo pensiero tieni dentro di te le cose e le persone che conosci: ma tu puoi essere esse indifferente e puoi anche odiarle e respingerle. Allora rimangono soltanto nella mente. Ma se tu, contemplandole nella mente le ami, che accade? Dalla mente esse discendono nel tuo cuore, dalle vette del pensiero calano nel santuario della tua volontà e con le funi dell’amore tu stringi a te quelle cose e quelle persone delle quali possiedi il conoscimento e con esse, secondo l’intensità dell’affetto, formi una cosa sola. Allora quelle cose e quelle persone fanno dimora in te, sono in te per forma che tu stesso dici: – Io le tengo qui dentro del mio cuore, le ho nell’anima mia -. Vi stanno per via di cognizione (che è poca cosa) e per forza d’amore, che è tutto. È questa la dottrina di San Tommaso, fondata sulla natura delle cose stesse ed è in questo senso, o dilettissimi, che Gesù Cristo col Padre e con lo Spirito Santo fanno dimora nell’anima del giusto. Voi, o figli, per l’amore portate nei vostri cuori i vostri genitori: e voi, o giusti, per l’amore portate nei vostri cuori Dio stesso, la S. Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. E per quanto tempo Dio abita nei vostri cuori? Fino a che lo amate e serbate in voi la sua grazia. E quando Dio si parte dalle anime vostre? – Quando cessate di amarlo, quando gli preferite una creatura e donate ad altri il vostro cuore, allora Dio rimane nella vostra mente come conosciuto per ragione o per fede, ma non è più nel vostro cuore, perché più non l’amate e il dolce vincolo che lo stringeva a voi, con il peccato è rotto. Ma di ciò basti e proseguiamo il commento del nostro Vangelo. « Chi me non ama, non osserva la mia parola ». A quelli poi che non credono in me, né mi amano, come potrei far conoscere la mia risurrezione e manifestare me stesso? Essi sono impotenti a ricevere il beneficio della mia manifestazione e la colpa è tutta loro, perché non amano la verità e nulla fanno per averla detta, così Cristo, la mia parola, o mia dottrina, che è la stessa cosa: ma, ponete ben mente, essa più propriamente non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Gesù Cristo riferisce la dottrina sua al Padre come uomo non solo, ma eziandio come Dio. Come uomo, tutto ciò che Gesù Cristo è, fa e dice, tutto appartiene a Dio-Trinità, perché come uomo anch’Egli al pari di noi è creato e tutto riceve dalla divina larghezza: ma anche come Dio, Gesù Cristo deve dire: la mia dottrina ed ogni mia cosa è del Padre, da cui tengo tutto. E perché? Perché da Lui con la generazione eterna ricevo la stessa sua sostanza e tutta la scienza che vi comunico. Perciò la mia parola, o la mia dottrina, è mia ed è del Padre mio: Egli la fonte prima, io il rivo; Egli il sole, io la luce che dal sole emana: tutto ciò che è mio è suo, perché Io e Lui siamo una cosa sola. È questo il significato di quelle parole di Gesù Cristo: « La parola, che avete udita, non è mia, ma di chi mi ha mandato ». E ciò disse Gesù Cristo per sollevare la mente degli Apostoli dalla sua natura umana alla divina e per confortarli in quei momenti di tanta e sì crudele angoscia. E poi, seguitando il discorso, disse: – « Queste cose vi ho ragionate, conversando con voi ». Queste verità, che vi ho annunziate in tutto il tempo, che ho vissuto con voi, le avete udite, ma non sempre, né tutte, né chiaramente le avete comprese: molte sono per voi oscure ed anche al tutto inintelligibili: non vi turbate: fra non molto le comprenderete chiaramente. E chi ve le farà conoscere? « Il Paraclito, od Avvocato, lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà nel nome mio, quegli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà quanto Io vi ho detto ». – Questo Paraclito, che significa Consolatore ed Avvocato, di cui parla Gesù Cristo e che promette ai suoi cari, indubbiamente è Persona, perché è pareggiata a Cristo stesso, ne tiene il luogo, continua l’opera di Lui e dicesi mandato dal Padre, cioè avente origine dal Padre non altrimenti dal Piglio. Onde in questo versetto chiaramente ci si presenta l’augusta Trinità, il Padre, che vi è nominato, il Figlio, Gesù Cristo che parla e lo Spirito Santo, che è mandato dal Padre nel nome di Cristo e che insegnerà ogni verità. Si chiama Paraclito od Avvocato in questo luogo, perché grande era la tristezza degli Apostoli in quei momenti di angosciosa aspettazione e avevano bisogno sommo di conforto e di difesa. Ma come Cristo può dire che il Padre manderà lo Spirito Santo nel suo nome – Quem mittit Pater in nomine meo? – Perché il Padre manda e spira lo Spirito Santo col Figlio, con unico atto a quel modo ch’io col mio intelletto fo col mio conoscimento accendo la fiamma del mio amore: perché la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli avvenne per i meriti di Cristo. Si dice che lo Spirito Santo insegnerà ogni cosa agli Apostoli : – Docebit vos omnia. – Forseché lo Spirito Santo, allorché riempì della sua luce e della sua forza gli Apostoli, insegnò loro tutte le scienze umane e divine? Forseché in quell’istante che ricevettero lo Spirito Santo gli Apostoli conobbero la matematica, la geometria, la fisica, la storia profana, la filosofia, l’astronomia, la geologia e tutte l’altre scienze naturali, di cui l’uman genere ora va meritamente altero? Certamente, no. Cristo venne sulla terra non per insegnarci queste scienze, che entro i loro confini lascia in balìa delle nostre libere discussioni, ma per insegnarci la scienza del Cielo, la scienza di Dio, dell’anima nostra, della salvezza eterna, la scienza che ci rende virtuosi e santi e figli suoi per adozione. Mirabil cosa, o carissimi! Gesù Cristo, Uomo-Dio, conosceva perfettissimamente tutte le scienze naturali, delle quali il mondo ora fa tanto strepito: conosceva quelle senza numero maggiori, che il progresso andrà mano mano scoprendo: eppure nei suoi discorsi che il Vangelo ci ha conservati nel suo insegnamento, che la tradizione ci trasmette, non vi è un solo cenno, una sola parola, che si riferisca a queste scienze naturali che formano l’orgoglio del nostro secolo. Gesù Cristo avrebbe potuto insegnare agli Apostoli almeno alcuni di quei misteri della natura, svelar loro alcune di quelle grandi scoperte, che più tardi scossero il mondo e mutarono la faccia della società. Ricchi di queste scienze e di queste scoperte gli Apostoli avrebbero ricolmato il mondo di stupore, avrebbero tirato a sé gli uomini tutti e compiuto in breve tempo la conquista delle più alte intelligenze. Eppure Gesù Cristo non fece nulla di tutto questo e restrinse tutto il suo insegnamento alle verità di ordine religioso e morale e queste sole volle che gli Apostoli predicassero. È questo, o dilettissimi, tal fatto che non deve passare inosservato e che segna a noi sacerdoti, continuatori dell’opera di Cristo e degli Apostoli, la via che dobbiamo tenere nell’esercizio del nostro ministero. È utile e necessario, che noi sacerdoti conosciamo tutte queste scienze profane e naturali per onore della Chiesa, per la difesa della fede, perché anch’esse ci sollevano a Dio e ne mettono in maggior luce la grandezza; ma non sono queste le scienze che noi dobbiamo portare nel tempio, sulla cattedra di verità, e annunziare ai popoli e né a queste scienze direttamente si estende il magistero della Chiesa e l’assistenza dello Spirito Santo promesso da Cristo. – Docebit vos Omnia -. Queste scienze della natura formano il patrimonio della ragione umana, sono il campo ch’essa può correre liberamente e cogliervi sempre e più belle palme. – Ma è da ritornare al testo evangelico che stiamo interpretando. Non senza ragioni profonde, Cristo disse che lo Spirito Santo avrebbe rammentato agli Apostoli quanto aveva loro detto: Suggeret vobis omnia quæcumque dixero vobis – . Perché disse che avrebbe loro rammentato? Gesù Cristo, nei tre anni della sua vita pubblica, aveva insegnato agli Apostoli tutte o pressoché tutte le verità necessarie alla salvezza delle anime e al governo della Chiesa: ma le avevano essi comprese a dovere? Alcune, sì: ma la maggior parte  erano rimaste nella loro memoria confusamente, ed altre le dovevano avere dimenticate o fraintese. Era dunque necessario rinfrescarne la memoria e chiarirle affinché gli Apostoli se ne facessero i banditori e questa fu l’opera dello Spirito Santo: Egli fu la luce che fece loro leggere, nel fondo dell’anima, ciò che Gesù Cristo vi aveva scritto e ch’essi non discernevano: fu la forza che li rese atti ad annunziarlo intrepidamente al mondo intero. Chi legge il discorso dell’ultima cena di leggieri comprende che non corre tutto legato, come suole essere un discorso formale, se posso usare questa parola. – Gesù Cristo si trattenne in quella sera memoranda parecchie ore con i suoi discepoli: era imminente la sua passione e la sua separazione ed Egli, a così dire, sciolse il freno alla piena dei suoi affetti e versò tutto il suo cuore. Perciò il suo discorso talvolta sembra rotto, muta argomento: ora incoraggia, ora dà consigli, ora promette, ora conforta ed ora prega. È un padre amoroso, che all’atto di separarsi per lungo tempo dai suoi figliuoli moltiplica le raccomandazioni e ripete i saluti. – Qui, quasi interrompendo il discorso, con una espansione dell’anima, che ne lascia vedere il fondo, Gesù Cristo esclama: « Vi lascio la pace; la pace mia do a voi: non come la dà il mondo, Io la do a voi ». Quali espressioni! Quale effusione di cuore! Quale tenerezza in queste parole ripetute! È vero, era questo il saluto ordinario, che si davano gli Ebrei: « La pace sia con te, sia con voi ». Ma qui e per l’occasione solenne, e per la ripetizione e per quelle parole aggiunte – la pace mia -. Non come il mondo la dà, Io la dò a voi – e perché in quel momento non si dipartiva, e soprattutto per l’accento di inesprimibile dolcezza e affocato affetto con cui pronunciò quel saluto, esso ha un significato e una forza tutta propria. Par di vedere Gesù con le palme tese verso i suoi cari, con la fronte velata da una soave e tranquilla mestizia, con gli occhi scintillanti, pieni d’amore e umidi di pianto, versare tutta l’anima sua. – Vi lascio la pace! È l’unica eredità, che vi lascio: essa è l’estremo augurio che vi fo, pegno d’ogni benedizione: pace vera, solida, eterna: pace con Dio, del quale siete figli; pace tra voi che dovete considerarvi ed amarvi come fratelli; pace con tutti, anche con i vostri nemici e persecutori; pace nei vostri cuori. Non è la pace ingannevole e bugiarda del mondo, ma la mia pace, che porta la serenità della mente, la semplicità del cuore, il vincolo dell’amore, il consorzio della carità: pace che custodisce i vostri sensi e le vostre intelligenze e trascende ogni umano concetto. – Deh, carissimi! che questa pace che Cristo porse ai suoi diletti Apostoli, che è figlia della giustizia, compagna della virtù, che allieta i giorni del nostro esilio, che in mezzo ai dolori ci consola e ci rende felici, abiti sempre nelle vostre anime. – Prosegue Gesù svolgendo l’idea della pace e confortando gli Apostoli che, afflitti, scorati e muti, gli facevano corona e dice loro: « Non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti ». Queste parole noi pure siamo soliti indirizzare a quelli che soffrono, che sono minacciati di qualche grave sventura: è un conforto, un aiuto che vorremmo dare ai fratelli nostri, che sono posti a qualche dura prova. Esse mostrano il nostro buon cuore ed il desiderio di soccorrerli. Ma, ohimè! Queste parole sulla nostra lingua non sono che un augurio, la espressione d’un desiderio, impotenti come siamo ad infondere in altri la forza e la energia della volontà per vincere la lotta della vita. Ma Gesù, che è Dio, Egli solo fa ciò che dice, e nell’anima di chi confida in Lui e a Lui ricorre, infonde la forza di vincere se stesso, di superare ciò che sul cammino della vita vi si attraversa dinanzi e di comporre in pace le tempeste, che si agitano nel fondo dell’anima nostra. – Egli solo pertanto, con tutta verità, può dire: « Non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti ». Voi vi trovate in mezzo a uomini che, odiando me, odiano pur voi, così Cristo; siete come agnelli in mezzo ai lupi e ciò che rende più dolorosa la vostra condizione presente è ch’Io, vostro maestro e vostra guida, me ne vado, cioè vado incontro alla morte e qual morte! Ma nemmeno per questo dovete turbarvi e sgomentarvi e abbandonarvi alla tristezza; perché se vado non rimango; se vado alla morte e morte di croce, risorgerò e ritornerò a voi. – Audistis quia ego dixi vohis: Vado et venio ad vos -. Anzi vi dico che se mi amaste davvero, godreste certamente, perché Io vado al Padre. – Si diligeretìs me, gauderetis utique, quia vado ad Patrem -. Se l’andare e il venire – Vado et venio ad vos di Cristo indicano la sua morte e la sua risurrezione e il suo mostrarsi agli Apostoli, il suo andare al Padre, senza dubbio significa non solo la sua risurrezione ed il suo apparire agli Apostoli, ma l’ascensione sua al cielo. Ancora poche ore, dice Cristo, ed Io morrò e poi risorgerò e me ne andrò al Padre: ancora poche ore e avranno fine i miei dolori, le mie angosce e comincerà una vita di gioie pure, una vita perfettamente beata, che non avrà fine più mai. So che mi amate: ma se mi amate davvero e volete il mio vero bene, lungi dal dolervi della mia andata, della mia morte, dovete rallegrarvi. L’amico che vede partire l’amico per lontano paese, dove sa che sarà felice, ne gode: i figli, che vedono il padre recarsi in remota contrada per riceverne il dominio e cingervi la corona di re, fanno gran festa. E questo dovete fare voi pure con me se mi amate, come veramente mi amate. – Lascio la terra pel Cielo, il luogo d’esilio per la patria vera, il luogo delle umiliazioni e dei dolori per il luogo della gloria e delle delizie: perché non godreste ? Vo al Padre mio, che è nei cieli; Egli è maggiore di me e perciò presso di Lui sarà compiuta la mia felicità. – Ma come il Padre vostro, o Gesù, è maggiore di Voi? Voi e il Padre non siete una sola cosa? Voi non siete nel Padre e il Padre non è in Voi? Non siete consostanziale al Padre e a Lui in ogni cosa perfettamente eguale, come crediamo per fede e Voi stesso tante volte avete insegnato? Come dunque ora ci dite che il Padre è maggiore di Voi? – Gesù Cristo è Dio ed uomo, vero Dio e vero uomo: come Dio Egli è eguale al Padre e perciò il Padre non è maggiore di Lui: ma come uomo Egli non è eguale, ma inferiore al Padre e in questo senso è verissimo il dire che il Padre è maggiore di Lui. E che Gesù abbia chiamato il Padre maggiore di sé in quanto uomo si fa manifesto dalle parole « Vado al Padre » perché l’andare di Gesù al Padre non può riferirsi che alla natura sua umana. Del resto, o dilettissimi, in un senso il Padre si può dire maggiore di Gesù Cristo, anche come Dio, senza che ne riceva offesa la sua divina natura. Come ciò? Il Padre è il Principio senza principio: Egli è la fonte del Figlio e col Figlio è la fonte eziandio dello Spirito Santo: il Padre è il sole e il Figlio è la luce che ne emana: il Padre è la radice, il Figlio è il fiore: per ragione adunque dell’origine il Padre precede il Figlio e in questo senso il Padre si può dire e si dice maggiore del Figlio. Questa dignità di principio che compete al Padre rispetto al Figlio e per la quale il Padre è maggiore del Figlio non toglie che la natura dell’uno e dell’altro sia una sola e comune e perciò vi sia tra loro perfetta ed assoluta eguaglianza. – Il sole e la luce hanno una sola natura, sono una cosa sola, ma il sole nella nostra mente è principio e causa della luce e non questa di quello: la natura e la vita della radice e del fiore è una sola, comune all’uno e all’altra; ma noi pensiamo prima alla radice e poi al fiore, perché questo germoglia da quella e perciò una cotal dignità maggiore, non per diversità di natura, ma di ordine e di origine, spetta alla radice sul fiore, al sole sulla luce. Così il Padre si può dire maggiore del Figlio, rimanendo perfetta la loro eguaglianza secondo natura. – Gesù Cristo, sempre inteso a rassodare la fede degli Apostoli nella sua Persona divina, perché è questa la base incrollabile del suo insegnamento e il motivo supremo del loro conforto, accenna alla nuova prova che ne avranno tra breve nell’adempimento fedele delle sue parole e soggiunge: « Ve l’ho detto prima che avvenga, acciocché, quando sia avvenuto, crediate ». Egli ha predetto la sua morte, la sua risurrezione ed altre cose particolari, che gli Apostoli avrebbero veduto con i loro occhi e toccato con le loro mani e che nessuno umanamente poteva prevedere con certezza: vedendo il tutto perfettamente adempito, che cosa dovevano necessariamente conchiuderne? Ch’Egli vedeva il futuro come il presente: che alle sue parole si doveva credere, perché non erano le parole d’un uomo, ma sì del Figliuol di Dio, come chiaramente affermava d’essere. Era qui il fondamento sicuro della fede degli Apostoli ed è qui pure il fondamento della fede nostra, che si appoggia a quella degli Apostoli, come in un edificio una pietra poggia sull’altra e tutte sulla prima, che ne è il fondamento. La certezza nostra, che abbiamo tanti secoli dopo gli Apostoli, è la certezza stessa degli Apostoli, perché legati con essi mercé una successione non mai interrotta, con essi formiamo una cosa sola, come le pietre d’un edificio tra loro congiunte formano un solo tutto. « Già non parlerò quasi più con voi », soggiunse Cristo, girando gli occhi sugli Apostoli e queste parole le dovette pronunciare con un accento di tenerezza insolita e forse con voce commossa e accrebbero sul volto dei suoi cari quella nube di mestizia, che vedevasi dipinta. Era un dir loro in altra forma: Ho finito l’opera mia: me ne vado: l’ora della separazione, della mia morte è vicina, è giunta. « Perché il principe di questo mondo viene ». Ma chi è, o amabile Gesù, il principe di questo mondo? Non siete Voi il Figlio di Dio, quel Verbo stesso, per il quale furono create tutte le cose? Non avete Voi detto che ogni potere vi è dato in Cielo ed in terra? Non siete il padrone assoluto d’ogni cosa? Come dunque dite che vi è un altro, che è principe di questo mondo, che viene contro di Voi? Chi è desso? – Gesù Cristo, perché Dio, è solo e vero Signore del Cielo e della terra. Ma vi è un altro, il quale, permettendolo Lui per gli altissimi fini della sua sapienza e bontà, ha invaso il suo regno, tenta usurpargli il suo dominio e muove contro di Lui stesso. È quello che chiamasi principe delle tenebre, seduttore e tentatore, che si designa col nome di maligno o demonio. Egli aperse la rivolta contro l’Uomo Dio in Cielo e l’ha portata sulla terra; egli lo odia ferocemente, perché fu la pietra, in cui urtò la sua superbia e n’ebbe rotte le tempia: perché a Lui uomo, e perciò inferiore per natura, dovette piegare il ginocchio, essendo anche suo Dio e suo Creatore. Lo odia e perciò muove contro di Lui la Sinagoga, i capi del popolo, Giuda e quanti sono satelliti suoi, per levarlo dalla terra e spegnere sul nascere il regno di Lui. La espressione, – Principe di questo mondo – cioè dei malvagi, indica la potenza del maligno, che pur troppo è grande: ma per quanto sia grande è pur sempre limitata entro quei confini, che Dio ha posto e che gli consente per il trionfo dei buoni e per la gloria loro e sua. Questa potenza del maligno deve pur sempre arrestarsi sulle soglie della libertà umana, la quale sorretta com’è sempre dal soccorso della grazia per chi debitamente la vuole, può resistere a qualsiasi più furioso assalto. Finalmente la scienza e la ragione istessa ci mostrano che in questo immenso e tremendo duello tra Cristo e il Principe di questo mondo la vittoria piena e definitiva sarà per Cristo e per quelli che lo seguono. Fidenti pertanto in Cristo, seguiamolo animosamente e con Lui e per Lui avremo parte alla finale vittoria. – Il Principe di questo mondo venga pure contro di me con tutti i suoi satelliti, mi uccida puranco: ma egli non troverà in me ombra di colpa e perciò, lungi dallo stendere sopra di me il tirannico suo dominio, perderà quello pure che tiene sugli uomini, perché Io soddisferò per essi e glieli strapperò di mano a prezzo del mio sangue, e così il mondo conoscerà qual sia l’amor mio verso del Padre: amore, che mi conduce a fare il suo volere fino alla morte. – Carissimi! Su questo gran campo di battaglia, che è la terra, un solo vinse e atterrò per sempre il Principe del mondo, l’autore del male, ed è Gesù Cristo; Egli solo lo vinse e lo atterrò per virtù propria. Vogliamo che la vittoria di Lui sia comunicata a noi, a ciascuno di noi? Non vi è che un mezzo: per fede e per carità operosa uniamoci a Gesù Cristo, facciamo con Lui una sola cosa, e la sua vittoria diventerà nostra.

Credo

Offertorium

Orémus – Ps LXVII:29-30

Confírma hoc, Deus, quod operátus es in nobis: a templo tuo, quod est in Jerúsalem, tibi ófferent reges múnera, allelúja. [Conferma, o Dio, quanto hai operato in noi: i re Ti offriranno doni per il tuo tempio che è in Gerusalemme, allelúia].

Secreta

Múnera, quæsumus, Dómine, obláta sanctífica: et corda nostra Sancti Spíritus illustratióne emúnda. [Santifica, Te ne preghiamo, o Signore, i doni che Ti vengono offerti, e monda i nostri cuori con la luce dello Spirito Santo]. Communio Acts II:2; II:4 Factus est repénte de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis, ubi erant sedéntes, allelúja: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, loquéntes magnália Dei, allelúja, allelúja. [Improvvisamente, nel luogo ove si trovavano, venne dal cielo un suono come di un vento impetuoso, allelúia: e furono ripieni di Spirito Santo, e decantavano le meraviglie del Signore, alleluja, alleluja.]

Communio Acts II:2; II:4

Factus est repénte de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis, ubi erant sedéntes, allelúja: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, loquéntes magnália Dei, allelúja, allelúja. [Improvvisamente, nel luogo ove si trovavano, venne dal cielo un suono come di un vento impetuoso, allelúia: e furono ripieni di Spirito Santo, e decantavano le meraviglie del Signore, alleluja, alleluja.]

Postcommunio

Orémus.

Sancti Spíritus, Dómine, corda nostra mundet infúsio: et sui roris íntima aspersióne fecúndet. [Fa, o Signore, che l’infusione dello Spirito Santo purifichi i nostri cuori, e li fecondi con l’intima aspersione della sua grazia] .

DOMENICA TRA L’ASCENSIONE (2018)

DOMENICA TRA L’ASCENSIONE (2018)

Incipit
In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI:7; XXVI:8; XXVI:9

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te, allelúja: tibi dixit cor meum, quæsívi vultum tuum, vultum tuum, Dómine, requíram: ne avértas fáciem tuam a me, allelúja, allelúja. [Ascolta, o Signore, la mia voce, con la quale Ti invoco, allelúia: a te parlò il mio cuore: ho cercato la Tua presenza, o Signore, e la cercherò ancora: non nascondermi il Tuo volto, allelúia, allelúia.]

Ps XXVI:1 Dóminus illuminátio mea et salus mea: quem timébo? [Il Signore è mia luce e la mia salvezza: di chi avrò timore?].

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te, allelúja: tibi dixit cor meum, quæsívi vultum tuum, vultum tuum, Dómine, requíram: ne avértas fáciem tuam a me, allelúja, allelúja. [Ascolta, o Signore, la mia voce, con la quale Ti invoco, allelúia: a te parlò il mio cuore: ho cercato la Tua presenza, o Signore, e la cercherò ancora: non nascondermi il Tuo volto, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus. – Omnípotens sempitérne Deus: fac nos tibi semper et devótam gérere voluntátem; et majestáti tuæ sincéro corde servíre. [Dio onnipotente ed eterno: fa che la nostra volontà sia sempre devota: e che serviamo la tua Maestà con cuore sincero.].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet IV:7-11

“Caríssimi: Estóte prudéntes et vigiláte in oratiónibus. Ante ómnia autem mútuam in vobismetípsis caritátem contínuam habéntes: quia cáritas óperit multitúdinem peccatórum. Hospitáles ínvicem sine murmuratióne: unusquísque, sicut accépit grátiam, in altérutrum illam administrántes, sicut boni dispensatóres multifórmis grátiæ Dei. Si quis lóquitur, quasi sermónes Dei: si quis minístrat, tamquam ex virtúte, quam adminístrat Deus: ut in ómnibus honorificétur Deus per Jesum Christum, Dóminum nostrum.”

Omelia I

 [Mons. Bonomelli: “Omelie” – Torino 1899; vol. II, Omelia XXV]

“Siate prudenti e vegliate nelle preghiere; ma sopra tutto abbiate costante carità tra di voi; perché la carità copre una moltitudine di peccati. Osservate la scambievole ospitalità, senza mormorio, volgendo ognuno a beneficio degli altri il dono che ha ricevuto, come buoni amministratori della molteplice grazia di Dio. Se alcuno parla, lo faccia come della parola di Dio: se alcuno ministra, sia come con potere datogli da Dio, acciocché in ogni cosa Dio sia glorificato per Gesù Cristo, al quale sia gloria ed impero nei secoli dei secoli. Amen „ (I. di S. Pietro, IV, 7-11).

In questa Domenica dopo l’Ascensione la Chiesa ci fa leggere nella santa Messa le poche linee che avete udite, e che si trovano nella prima epistola di S. Pietro. L’avrete rilevato voi stessi, o cari; sono poche linee, ma in esse si racchiude un vero tesoro di dottrina morale e pratica, che è una applicazione della gran legge della carità fraterna. Vero è che queste verità più e più volte le avete udite nelle omelie che vi tengo: ma se i Libri santi spesso le ripetono egli è perché è utile il ripeterle. Avviene dello spirito ciò che avviene del corpo. Per conservare e ristorare le forze di questo noi più volte al giorno pigliamo lo stesso cibo e la stessa bevanda e non ce ne stanchiamo: per conservare e ristorare le forze dello spirito, è necessario nutrirlo collo stesso cibo e colla stessa bevanda, e cibo e bevanda dello spirito sono le verità che Gesù Cristo ci ha insegnato. Ascoltiamole dunque con animo riverente e docile, e studiamoci di porcele ben addentro nell’animo. – Il Principe degli Apostoli, dopo aver esortati i fedeli a staccarsi dai peccati, dei quali vissero schiavi da Gentili: dopo aver accennato allo stupore dei Gentili, vedendoli signori delle basse voglie del senso, tocca del giudizio divino, che si avvicina: “Omnium finis appropinquavit.” – Dobbiamo tutti prepararci a quel giorno, che infallibilmente verrà, quantunque ignoriamo quando verrà. E come prepararci? “Siate prudenti — Estote prudente», . risponde S. Pietro. La prudenza! Essa importa anzi tutto il conoscimento delle cose che dobbiamo fare o fuggire [“Prudentia est rerum appetendarum et fugiendarum scientia” – S. August., De lib. arb., lib. 1, c. 13]. Non basta: essa importa il conoscimento del fine che in ogni cosa ci proponiamo e dei mezzi, che siano più acconci per raggiungerlo più perfettamente. Ond’è che la prudenza deve tener d’occhio il tempo, il luogo, le circostanze tutte, affinché l’opera felicemente riesca ed esige ponderazione, sagacia e costanza di propositi. La prudenza è non solo virtù cardinale, ossia fondamentale riguardo alle virtù morali, ma tiene fra di esse il primo luogo, perché essa deve regolare l’intelligenza, come questa deve poi regolare la volontà, e perché non vi è virtù senza la prudenza, anzi potrebbe essere, che una virtù, anche eccellente, scompagnata dalla prudenza, tralignasse in vizio. Così la fortezza separata dalla prudenza può diventare temerità, la giustizia durezza, la pazienza pusillanimità; la generosità, prodigalità; l’umiltà bassezza e via via. E in vero quante virtù si tramutano in vizi perché non regolate dalla prudenza! Il coraggio di Pietro diventa temerità e presunzione. La prudenza pertanto deve accompagnare sempre i nostri atti, deve essere l’arme di tutte le virtù. Siate prudenti, „ grida S. Pietro, e perciò a tutte le nostre azioni vada innanzi la face della prudenza, affinché non poniamo il piede in fallo e delle parole ed opere nostre non sentiamo il tardo ed inutile pentimento. Sorella inseparabile della prudenza è la vigilanza, che ha il suo alimento ed il suo appoggio nella preghiera; il perché S. Pietro soggiunge tosto: “Vegliate nelle preghiere —Vigilate in orationibus. „ Si direbbe che qui l’Apostolo ripete ai fedeli l’ammonimento di Cristo, là nell’orto, e che doveva risonar continuamente all’orecchio: “Vigilate et orate, ut non intretis in tentationem.” Egli, S. Pietro, non poteva non aver sempre innanzi agli occhi quella notte fatale, in cui egli e Giacomo e Giovanni erano là nel Getsemani in preda alla tristezza e al sonno. Doveva ricordare come Gesù per ben tre volte l’aveva riscosso dal sonno e ripetute quelle parole — Vegliate e pregate, — e come conseguenza di quella sua trascuratezza nel vegliare e pregare era stata la sua miserabile caduta. Perciò qui la ripete anche egli ai primi Cristiani. “Vegliate nell’orazione. „ Noi Cristiani siamo come soldati in campo, che ad ogni istante, di giorno, di notte, possiamo essere assaliti da nemici astuti e potenti: bisogna stare sempre in sull’avviso, con l’arme in pugno per difenderci e rigettarli, e l’arme più spedita per tutti è la preghiera, e perciò S. Pietro ha congiunto la vigilanza e l’orazione: la vigilanza ci fa scorgere il nemico, che si avanza, e scoprire le insidie, che tende; l’orazione è il grido che leviamo a Dio perché ci aiuti, che gettiamo contro il nemico per atterrirlo: “Vigilate in orationibus”. Segue un’altra raccomandazione, che sì spesso si incontra nei Libri santi: “Sopra tutto abbiate costante carità tra di voi. „ Qui si parla della carità del prossimo, che deve essere l’effetto e la prova della carità verso di Dio, e S. Pietro vuole che, tra le altre, abbia due doti, sia cioè costante e mutua o vicendevole. Generalmente parlando gli uomini si amano tra loro, giacché l’odiarsi è di poche anime volgari e schiave d’una passione che ripugna alla natura. Ma che amore è desso? E forza confessarlo: è un amore debole, interessato, che al primo urto, alla prima prova cede e forse si muta in risentimento e rancore mal dissimulato. L’amore nostro verso i fratelli deve essere costante e saldo, e lo sarà se la scintilla che l’accende, scende dall’alto, viene da Dio. Se l’amore verso del prossimo ha la sua radice o nell’interesse, o nelle sole qualità fisiche o morali, ond’esso è fornito, non potrà essere costante: cessi l’interesse, deve cessare con esso l’amore; se le qualità fisiche o morali fanno difetto nel prossimo, o possedute da esso un tempo, poi scemarono od anche interamente si dileguarono, con esse dovrà pure andarsene l’amore. Perché dunque l’amore del prossimo sia costante, conviene che sia costante il motivo che l’accende ed alimenta, conviene che si appunti in Dio, che non si muta mai. Oh! quando amiamo il prossimo in Dio e per Iddio, noi lo ameremo sempre, anche quando agli occhi nostri apparisce indegno, anche quando ci odia e ci perseguita perché Dio merita sempre che Lo amiamo! In secondo luogo l’amore del prossimo vuol essere mutuo o vicendevole, simile al sole, dice S. Basilio: il sole, dice il Santo, quanto è da sé, spande egualmente in ogni parte la sua luce e il suo calore, ancorché non tutti gli oggetti lo ricevano in egual misura; ciascuno dunque sia come il sole e spanda su tutti l’amor suo, e la terra presenterà lo spettacolo del cielo, dove l’amore regna sovrano. Dopo avere inculcata la carità costante e vicendevole, il nostro Apostolo accenna ad uno dei suoi frutti, dicendo: “La carità copre una moltitudine di peccati — Quia charitas operit multitudinem peccatorum. „ La copre dinanzi agli uomini, dissimulando e dimenticando le loro offese, e per tal modo inducendo gli offensori a riconciliarsi con Dio e con gli offesi: la copre, sedando le discordie tra i fratelli e ristabilendo tra loro la pace: la copre, correggendo gli erranti, e con la soavità dei modi riconducendoli alla verità: la copre, beneficando tutti, e con la larghezza della elemosina guadagnando i cuori: la copre dinanzi a Dio, perché, amandoLo perfettamente, come la Maddalena e Paolo, monda le anime e tosto a Dio le riconcilia: la copre, perché, quantunque non perfetta, essa dispone l’uomo a cancellare tutti i suoi peccati col Sacramento della Penitenza. La carità dunque, nel senso più largo della parola, copre, cioè cancella, distrugge i peccati e giustifica l’uomo o lo prepara alla giustificazione, onde fu paragonata al fuoco, che consuma ogni cosa. Carità dunque, o cari, carità verso Dio, che è la carità stessa, carità verso gli uomini; carità nelle parole, più nelle opere, carità che erompa dal cuore: carità verso i buoni e carità anche verso i cattivi, perché diventino buoni, o meno cattivi, perché è questa la virtù delle virtù, il compimento della legge. Di questa carità S. Pietro rammenta ai fedeli una applicazione a quei tempi e in quei luoghi importantissima, e a noi, nei nostri paesi e coi nostri usi moderni, quasi inesplicabile. Frequentemente nei libri del nuovo Testamento si inculca e si loda la ospitalità, e Cristo la pose tra le opere della misericordia: per formarci un’idea dell’importanza della ospitalità e dell’opera caritatevole ch’essa era, bisogna dimenticare tutti i comodi, tutti gli agi di vie sicure, di alberghi, che noi abbiamo oggidì e che rendono facilissimo il viaggiare; ma a quei tempi non strade, o malagevoli, infestate da ladroni ed assassini, non servigi pubblici, malsicuri, e perciò l’ospitalità era un bisogno, una necessità pubblica e in pari tempo una squisita carità, come nei paesi poco inciviliti lo è tuttora. Eccovi la ragione delle tante lodi e sì calde raccomandazioni della ospitalità, che troviamo nei nostri Libri santi. Da ciò che ho detto intorno alla ospitalità sì necessaria ai tempi degli Apostoli, ospitalità, che era una esplicazione della carità e che oggi ha sì poca importanza, si fa manifesto che anche la virtù regina, che è la carità, può mutare e muta le sue applicazioni secondo i tempi e i luoghi e gli uomini, che certe opere di carità necessarie in altri tempi, oggidì sono cessate, ed altre ignote nei tempi passati oggidì sono imposte. Non si muta la virtù nella sua radice, ma si mutano le sue applicazioni e noi, figli del Vangelo, dobbiamo essere uomini di tutti i tempi, come lo è il Vangelo, ed esercitare la carità quale è richiesta nei vari paesi e nei vari tempi. Né si vuole dimenticare una avvertenza che riguarda questa lettera. Essa è indirizzata ai Cristiani dispersi nelle provincie dell’Asia Minore, e prima tra queste da S. Pietro è nominata la provincia del Ponto: ora è a sapere che quella provincia aveva fama d’essere inospitale, come sappiamo dagli scrittori pagani (Ovidio), e forse fu questa una ragione di più che indusse l’Apostolo a ricordare a quei popoli il dovere della ospitalità, aggiungendovi una raccomandazione particolare, ed è di usarla “sine murmuratione”, senza mormorio o lamento. — Vi sono persone, che esercitano la carità, ma in mal modo, brontolando, lagnandosi: questa non è carità secondo il Vangelo. – Ciò che si dice della carità, devesi pur dire della ospitalità, che ne è una parziale applicazione: anch’essa deve essere benigna, graziosa e offerta con volto ilare, anzi S. Gregorio Magno vuole che in qualche modo sia imposta: “Peregrini ad hospitium non solum invitandi, sed etiam trahendi sunt”. Seguitiamo il nostro commento. Alla raccomandazione della scambievole ospitalità tiene dietro un’altra raccomandazione più particolareggiata e più grave. Uditela: “Ognuno volga a beneficio degli altri il dono che ha ricevuto, come buoni amministratori della molteplice grazia di Dio. „ Qui si parla di coloro che tengono qualche officio o ministero sacro nella Chiesa, come sarebbe l’officio o ministero dell’annunciare la parola di Dio, del dispensare i Sacramenti, o del governo delle anime. S. Pietro intima a tutti costoro senza eccezione, che si considerino non come padroni, ma amministratori dei doni ricevuti, delle grazie loro largite, non a proprio vantaggio, ma a vantaggio e beneficio altrui. Noi, uomini di Chiesa, ministri e dispensatori dei misteri di Cristo, come ci chiama S. Paolo, siamo tali, non per nostra utilità, ma sì per la vostra, o figliuoli dilettissimi: “Uniquique datur manifestatio spiritus ad utilitatem” (I Cor. c. XII, vers. 7). Il nostro ministero è un potere, vero potere, che abbiamo ricevuto non da voi, ma da Cristo, ma che dobbiamo esercitare a vostro beneficio; è un servizio, non un dominio, e se il nostro Capo supremo, il Romano Pontefice si chiama ed è Servo dei servi di Dio, cioè deve servire al bene di tutti i fedeli, che sono servi di Gesù Cristo, quanto più lo saremo noi sacerdoti e parroci? Perciò è nostro dovere prestare l’opera nostra a tutte le vostre domande ragionevoli, anche con nostro disagio, con nostro sacrificio, in certi casi, ne andasse la vita. Noi siamo amministratori dei doni di Cristo, non padroni, e guai a noi se per la nostra trascuratezza, per nostra imprudenza, per nostra colpa, alcuni ne rimanessero privi: ne dovremmo rendere strettissima ragione a Dio, dal Quale li teniamo! Specificando meglio la cosa, S. Pietro dice: “Se alcuno parla, cioè se ha l’officio di istruire, lo faccia come è richiesto di farlo, e come la parola di Dio deve essere annunziata; se alcuno amministra, cioè esercita l’officio di dispensatore dei Sacramenti, lo faccia in quel modo e con quello spirito che domanda sì alto potere. Così facendo, l’opera nostra sarà profittevole a noi, a quelli ai quali la prestiamo, e ne sarà glorificato Iddio per Gesù Cristo, al quale sia gloria ed impero nei secoli dei secoli. „ È il fine ultimo e supremo di tutte le cose sulla terra e particolarmente della grand’opera della redenzione da Gesù Cristo stabilita in mezzo a noi: è la gloria, di Dio, che si ottiene colla santificazione delle anime!

 Alleluja

Allelúja, allelúja Ps XLVI:9

V. Regnávit Dóminus super omnes gentes: Deus sedet super sedem sanctam suam. Allelúja. [Il Signore regna sopra tutte le nazioni: Iddio siede sul suo trono santo. Alleluja.]

Joannes XIV:18 V. Non vos relínquam órphanos: vado, et vénio ad vos, et gaudébit cor vestrum. Allelúja. [Non vi lascerò orfani: vado, e ritorno a voi, e il vostro cuore si rallegrerà. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem Joannes XV:26-27; XVI:1-4

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Cum vénerit Paráclitus, quem ego mittam vobis a Patre, Spíritum veritátis, qui a Patre procédit, ille testimónium perhibébit de me: et vos testimónium perhibébitis, quia ab inítio mecum estis. Hæc locútus sum vobis, ut non scandalizémini. Absque synagógis fácient vos: sed venit hora, ut omnis, qui intérficit vos, arbitrétur obséquium se præstáre Deo. Et hæc fácient vobis, quia non novérunt Patrem neque me. Sed hæc locútus sum vobis: ut, cum vénerit hora eórum, reminiscámini, quia ego dixi vobis”. OMELIA II

[Ut supra, Omelia XXVI (vol. II)

“Quando sarà venuto il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità, il quale procede dal Padre, quegli farà testimonianza di me, e voi lo attesterete, perché siete stati con me fin da principio. Queste cose vi ho detto, affinché non prendiate scandalo. Vi cacceranno dalle sinagoghe; anzi verrà tempo, che chiunque vi uccida, pensi di fare omaggio a Dio. E faranno ciò con voi, perché non hanno conosciuto né il Padre, né me. Ma queste cose vi ho dette, affinché, quando sarà venuta l’ora, vi ricordiate, che ve le ho dette , (S. Giovanni, XV, 26, 27 ; XVI, 1-4).

Se bene considerate, vi accorgere che tutti i Vangeli, che la Chiesa ci fa leggere in queste ultime Domeniche dopo Pasqua sono tutti di S. Giovanni ed hanno costantemente un doppio fine: il primo, di confortare gli Apostoli e raffermarli nella fede, prepararli alle fiere lotte che dovevano sostenere: il secondo, di rassicurarli della prossima venuta dello Spirito Santo, che avrebbe compiuta l’opera di Gesù Cristo. E questo doppio fine è par manifesto nei pochi versetti, che vi debbo spiegare. – Facciamo risparmio del tempo, e con animo docile e riverente ascoltiamo e meditiamo le parole di Gesù Cristo agli Apostoli, come se fossero dette a noi stessi. Gesù, dopo aver ricordato ai suoi Apostoli ciò che aveva fatto per il popolo, le opere, e i miracoli compiuti in mezzo di Lui e la mala corrispondenza avutane; dopo aver detto che i beneficii da Lui largiti rendevano più inescusabili gli Ebrei, che con l’odio avevano ripagato l’amor suo; dopo avere ammoniti i suoi cari, che non si aspettassero migliore accoglienza dagli uomini, quasi per abbreviare il suo discorso, dice: “Quando verrà il Paraclito, che Io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità, il quale procede dal Padre, quegli farà testimonianza di me. „ Consideriamo partitamente queste parole. –  A che, così sembra ragionare Gesù Cristo, a che vo Io dicendovi queste cose? Verrà il Paraclito, lo Spirito Santo, che vi ho promesso, che terrà il mio luogo e continuerà la mia missione: Egli colla sua luce interna rischiarerà le vostre menti e vi farà conoscere il senso delle cose, che da me avete udite, perché Egli è lo Spirito della verità. “Io ve lo manderò dal Padre. „ Osservate bene: è Gesù che lo manderà questo Spirito di verità. Ora chi è mandato ha una certa dipendenza da colui, che lo manda: lo Spirito Santo dunque, che si dice mandato da Gesù Cristo e mandato dal seno del Padre, deve avere una certa dipendenza da Gesù Cristo. Come da Gesù Cristo? Forse da Lui come uomo? No, sarebbe cosa empia il pur sospettare che la Persona divina dello Spirito Santo dipenda dall’umanità di Gesù Cristo, che è creata e finita ed è opera del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Dunque lo Spirito Santo ha codesta dipendenza da Gesù Cristo come Dio. Ma il Figlio e lo Spirito Santo sono due Persone divine, eguali perfettamente, perché aventi la stessa sostanza; lo Spirito Santo dunque non può avere dipendenza dal Figlio per ragione della sostanza, che loro è comune; resta dunque che questa dipendenza dal Figlio sia dipendenza di origine, come lo è quella del Figlio stesso dal Padre, e perciò lo Spirito Santo si dica mandato da Gesù Cristo, perché da Lui ha origine, precisamente come Gesù Cristo si dice mandato dal Padre, perché dal Padre è generato. – E qui ponete mente al modo di parlare delle sante Scritture: il Padre, che non ha origine da nessun’altra Persona, non si dice mai neppure una sola volta mandato: il Figlio, che è generato dal Padre, si dice anche costantemente mandato dal solo Padre, e giammai mandato dallo Spirito Santo, perché da Esso non riceve l’origine: lo Spirito Santo poi  si dice mandato, ora dal Padre, ed ora dal Figlio, perché dall’uno e dall’altro procede egualmente. È dunque verità di fede, o cari, che lo Spirito Santo procede non dal Padre, come con noi confessano i fratelli nostri erranti, Greci e Russi, ma anche dal Figlio, come noi Cattolici professiamo, ed essi negano, male interpretando le sante Scritture. Questo Spirito di verità, che procede dal Padre, dice Gesù Cristo, e che Io manderò, e perciò procede anche da me, farà testimonianza di me, cioè vi dirà, vi farà conoscere chi Io sia, sarà testimonio irrecusabile, che le cose ch’Io vi ho dette, son vere. Egli, avendo meco comune la natura ed essendo Dio come me, conosce tutto ciò ch’Io conosco, e il suo insegnamento non può essere che il mio stesso insegnamento, e perciò in ogni parte confermerà ciò che avete da me appreso. E che ne avverrà? Udite: “E voi pure lo attesterete, perché siete con me fino a principio.„ Ciò che apprendeste da me, vi sarà confermato dallo Spirito Santo, e voi a vostra volta lo annunzierete al mondo come testimoni. Chi erano gli Apostoli? Che ufficio avevano essi, ed hanno ed avranno fino al termine dei secoli i loro successori? Gli Apostoli erano i testimoni di Cristo, dei suoi miracoli e dei suoi insegnamenti, e testimoni devono essere tutti i loro successori. Testimoni son quelli, che hanno veduto od udito ciò che affermano: essi non devono aggiungere, né levare una sillaba a ciò che hanno veduto ed udito, allorché sono chiamati a deporre la verità: essi devono sapere ciò che attestano, essi devono essere sinceri e intrepidi nel dirlo, n’andasse la vita, e ciò che è più caro della vita, l’onore. Ora gli Apostoli, cominciando dal battesimo di Gesù Cristo fino alla sua morte, alla sua Risurrezione e Ascensione al cielo erano sempre stati con Gesù Cristo. ” Voi siete con me fino a principio — Quia mecum est a principio. „ Perciò avevano udita tutta la dottrina di Gesù Cristo; avevano veduti i miracoli, con i quali aveva confermata la dottrina stessa: che dovevano essi fare, dopo la partenza di Gesù Cristo? Una sola cosa: attestare ciò che avevano udito da Gesù e veduto fare a Lui e ripeterlo fedelmente a tutte le genti. Ecco l’ufficio, il ministero degli Apostoli, l’ufficio e il ministero di testimoni. Il perché Gesù Cristo disse loro: Voi mi sarete testimoni in Gerusalemme, nella Giudea, nella Samaria e fino ai confini della terra. — San Pietro, proponendo la elezione d’un Apostolo in luogo del traditore, disse: “Conviene, che fra gli uomini, che sono stati della nostra compagnia in tutto il tempo che Gesù è andato e venuto fra noi, sia scelto uno e sia testimonio con noi della risurrezione di Gesù „ (Att. c. I , 21, 22). Gli Apostoli tutti, ripetutamente negli Atti, si dichiarano testimoni delle cose dette e fatte da Gesù Cristo. — La Chiesa che è dessa? È il testimonio perenne di ciò che udì da quelli, che per non interrotta successione risalgono agli Apostoli e a Cristo stesso, come Cristo stesso protesta d’essere testimonio di ciò che apprese nel seno del Padre: “Quod audimus testamur vobis” (Giov. III, 11). Ascoltiamo dunque con venerazione ed amore questa testimonianza incorrotta ed incorruttibile, che attraversa i secoli, che comincia con Cristo e cesserà col mondo, testimonianza, a cui è legata la verità e la salvezza nostra. – La mente di Gesù, anche in quei supremi ed angosciosi momenti, era tutta intesa a provvedere ai suoi cari, a confortarli, a prepararli alle lotte future, e non fa meraviglia udirlo ripetere le stesse cose. Egli è come un padre amoroso, che deve partire per lontano paese e lasciare per lungo tempo i suoi figliuoli, e che salutandoli e abbracciandoli, non si stanca di ripetere le cose dette e che maggiormente gli stanno a cuore. Io vedo l’avvenire, Egli diceva, e sento il bisogno di premunirvi, affinché non pigliate scandalo e vi diate vinti alla violenza delle prove, che vi attendono, e perciò nuovamente vi metto in guardia. Badate “che vi sbandiranno dalle sinagoghe, e verrà tempo, nel quale chiunque vi uccida, crederà di prestare omaggio a Dio. „ Queste parole sì terribili e che saremmo tentati di credere esagerate, si avverarono alla lettera, e per convincervene non avete che a leggere gli Atti degli Apostoli e la storia della primitiva Chiesa. – I poveri Apostoli furono tutti senza pietà perseguitati, costretti a correre le vie dell’esilio, gettati nelle carceri, lapidati, messi crudelmente a morte: fu tanta la rabbia, specialmente degli Ebrei contro di loro, che peggio non avrebbero potuto fare contro i loro più fieri nemici. Le ire, gli odi di partiti politici sono profondi, feroci, e la storia è piena di stragi che fanno ribrezzo: ma le ire e gli odi di religione sono ancora più profondi e più implacabili, perché hanno radice in ciò che l’uomo ha di più intimo, di più delicato, di più sacro, che è il sentimento religioso, e perciò le guerre di religione furono sempre le più spaventose, e i Giudei vi tengono certamente il primo posto. Per essi uccidere chi credevano ribelle a Mosè, alla legge, alle tradizioni d’Israele, era un dovere, era un atto di culto, era un omaggio reso a Dio, e S. Paolo prima della sua conversione ne fu prova manifesta. E qui cade in acconcio toccare alcune considerazioni che non mi paiono superflue. Primieramente è da ammirare la franchezza con cui Gesù Cristo annunzia cose sì tremende ai suoi cari. Egli non si studia di scemarle, di velarle, no; le annunzia con una crudezza di linguaggio, che può sembrare eccessiva, giungendo a dire: Ricordatevelo bene: non solo vi cacceranno dalle sinagoghe, ma crederanno di fare cosa grata a Dio e santa ammazzandovi. Gesù non vuole che i suoi cari si ingannino: vuole che sappiano tutto, e così non siano impreparati. – In secondo luogo è da por mente ad una cosa manifesta e poco avvertita, benché riguardi noi stessi. Le parole indirizzate da Cristo agli Apostoli non riguardavano gli Apostoli, ma quelli ancora, che avrebbero continuata l’opera loro, in altre parole guardavano la Chiesa, e la Chiesa più o meno di tutti i tempi. E invero: le parole con le quali Cristo diede ogni suo potere agli Apostoli, mentre si riferiscono agli Apostoli, non si riferiscono eziandio agli eredi del loro potere? Che se a noi pure si riferiscono le parole di Cristo riguardanti il potere e la dignità concessa agli Apostoli, come non si riferiranno a noi pure quelle altre parole indirizzate agli Apostoli, e nelle quali si annunziano le prove, i dolori e le persecuzioni? Come! Vorremmo noi forse dividere ciò che Cristo ha congiunto? Vorremmo noi essere gli eredi degli Apostoli solamente in parte? Vorremmo noi avere comuni con essi il potere divino, i diritti e gli onori, e non i patimenti, i doveri e le umiliazioni? Vorremmo noi respingere una parte della eredità santa di Cristo e degli Apostoli, e della parte più bella e più preziosa che formò la loro gloria? Gesù Cristo e gli Apostoli furono bersaglio di contraddizione, di calunnie, di persecuzioni: bagnarono di sudori, di lacrime e di sangue le vie che percorsero; la loro missione fu un martirio continuo, e noi avremmo la strana pretensione che il mondo ci debba colmare di onori, di poteri e di ricchezze? Ma come sarebbero vere le sentenze di Cristo, che diceva: “Se han perseguitato me, voi pure perseguiteranno? Se han chiamato Beelzebub il padre di famiglia, quanto più quelli della sua famiglia? „ Nessuna meraviglia pertanto, o dilettissimi, che la Chiesa, e specialmente i reggitori della Chiesa, e il suo Reggitore supremo, soffrano pressure e dolori: sarebbe meraviglia se così non fosse; verrebbe meno in essi un segno sicuro che li mostra continuatori dell’opera di Gesù Cristo e degli Apostoli. Guai a noi, uomini di Chiesa, se il mondo ci trattasse in modo diverso da quello con cui trattò il nostro Capo e gli Apostoli: sarebbe una prova che siamo uomini del mondo, come diceva Cristo, e che non apparteniamo a Lui. Quando ci tenessimo scolpite ben addentro nell’animo queste sapientissime verità, delle quali son pieni i Vangeli e le lettere degli Apostoli, non piglieremmo scandalo, vedendoci fieramente combattuti e tribolati, anzi ce ne rallegreremmo, come se ne rallegravano gli Apostoli. Ora più che mai è necessario che noi, uomini di Chiesa, ci informiamo e tempriamo le nostre anime a queste verità solenni e maschie del Vangelo di Gesù Cristo, perché i giorni che corrono, direbbe S. Paolo, sono cattivi e secondo ogni verosimiglianza diverranno peggiori. Chi non vede addensarsi d’ogni parte la procella, che tutti ci involgerà, non ha occhi in fronte, o se li ha, li chiude per non vederla. Prove amare, durissime, terribili ci attendono; ma noi confidiamo in Lui che disse: Confidate: Io ho vinto il mondo. – ” Tutto ciò faranno, proseguiva il divino Maestro, perché non hanno conosciuto né il Padre, né me. „ Il mondo si leverà contro di voi, e di voi farà il peggior governo che si possa immaginare, o Apostoli: ve l’ho detto: e volete saperne il perché? Perché non hanno conosciuto, cioè non hanno voluto conoscere il Padre, né me. Con la parola Padre Gesù Cristo indica certamente la prima Persona dell’augusta Trinità, ma senza escludere le altre due, anzi nominando il Padre implicitamente e necessariamente comprende le altre due, perché Egli ne è il Principio eterno, onde fu come se Gesù Cristo dicesse: gli uomini vi perseguiteranno e faranno scempio di voi, perché non hanno voluto conoscere Dio, né Colui che venne ad ammaestrarli e provò la sua divina missione con tanti miracoli. Ed ecco che Gesù Cristo ripete ancora una volta il motivo pel quale fa sì tristi vaticini ai suoi Apostoli: Tutto questo ve l’ho detto, perché allorquando queste cose si compiranno sopra di voi, vi rammentiate che ve le dissi, e comprendiate bene che le ho conosciute prima che avvenissero, e che come il mio occhio signoreggia il futuro, così il mio braccio potrà avvalorarvi, ancorché più non mi vediate in mezzo a voi. – Sia pur questo il nostro conforto in mezzo alle grandi lotte della vita: Gesù Cristo che con l’occhio suo le vide ed annunziò prima che fossero, le vede quando vengono, e con la sua mano onnipossente ci sostiene e ci guida alla vittoria: ciò che fece con gli Apostoli, lo fa con noi e lo farà con quanti crederanno in Lui fino al termine dei secoli. Non dimentichiamo, o cari, che come il potere e la dottrina di Cristo e degli Apostoli è, e sarà sempre, il potere e la dottrina dei Vicari di Cristo e dei successori degli Apostoli, così anche la vita di Cristo e degli Apostoli si deve ripetere nei Vicari di Cristo e nei successori degli Apostoli: credere che possa essere altrimenti, sarebbe un disconoscere il Vangelo e la natura stessa delle cose: sarebbe un credere che il mondo cessi di essere mondo e il Vangelo di Cristo cessi di essere Vangelo di Cristo: quello farà sempre guerra a questo e a chi lo predica e perciò la croce sarà sempre la bandiera della Chiesa e in tutti i secoli si dovrà ripetere la sentenza del suo divino fondatore: “Se han perseguitato me, perseguiteranno voi pure. „

Credo

Offertorium

Orémus

Ps XLVI:6. Ascéndit Deus in jubilatióne, et Dóminus in voce tubæ, allelúja.

 Secreta

Sacrifícia nos, Dómine, immaculáta puríficent: et méntibus nostris supérnæ grátiæ dent vigórem. [Queste offerte immacolate, o Signore, ci purífichino, e conferiscano alle nostre ànime il vigore della grazia celeste.]

Communio

Joannes. XVII:12-13; XVII:15 Pater, cum essem cum eis, ego servábam eos, quos dedísti mihi, allelúja: nunc autem ad te vénio: non rogo, ut tollas eos de mundo, sed ut serves eos a malo, allelúja, allelúja. [Padre, quand’ero con loro ho custodito quelli che mi hai affidati, allelúia: ma ora vengo a Te: non Ti chiedo di toglierli dal mondo, ma di preservarli dal male, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Repléti, Dómine, munéribus sacris: da, quæsumus; ut in gratiárum semper actióne maneámus. [Nutriti dei tuoi sacri doni, concedici, o Signore, Te ne preghiamo: di ringraziartene sempre.]

 

NELLA FESTA DELL’ASCENSIONE [2018]

NELLA FESTA DELL’ASCENSIONE [2018]

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Acta 1:11.
Viri Galilæi, quid admirámini aspiciéntes in cœlum? allelúia: quemádmodum vidístis eum ascendéntem in coelum, ita véniet, allelúia, allelúia, allelúia.
[Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? allelúia: nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps XLVI:2
Omnes gentes, pláudite mánibus: iubiláte Deo in voce exsultatiónis.
[Applaudite, o genti tutte: acclamate Dio con canti e giubilo.]

Viri Galilæi, quid admirámini aspiciéntes in cœlum? allelúia: quemádmodum vidístis eum ascendéntem in cœlum, ita véniet, allelúia, allelúia, allelúia.

[Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? allelúia: nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio
Orémus.
Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui hodiérna die Unigénitum tuum, Redemptórem nostrum, ad coelos ascendísse crédimus; ipsi quoque mente in coeléstibus habitémus. [Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che noi, che crediamo che oggi è salito al cielo il tuo Unigenito, nostro Redentore, abitiamo anche noi col nostro spirito in cielo].

Lectio
Léctio Actuum Apostólorum.
Act 1:1-11
Primum quidem sermónem feci de ómnibus, o Theóphile, quæ coepit Iesus facere et docére usque in diem, qua, præcípiens Apóstolis per Spíritum Sanctum, quos elégit, assúmptus est: quibus et praebuit seípsum vivum post passiónem suam in multas arguméntis, per dies quadragínta appárens eis et loquens de regno Dei. Et convéscens, præcépit eis, ab Ierosólymis ne discéderent, sed exspectárent promissiónem Patris, quam audístis -inquit – per os meum: quia Ioánnes quidem baptizávit aqua, vos autem baptizabímini Spíritu Sancto non post multos hos dies. Igitur qui convénerant, interrogábant eum, dicéntes: Dómine, si in témpore hoc restítues regnum Israël? Dixit autem eis: Non est vestrum nosse témpora vel moménta, quæ Pater pósuit in sua potestáte: sed accipiétis virtútem superveniéntis Spíritus Sancti in vos, et éritis mihi testes in Ierúsalem et in omni Iudaea et Samaría et usque ad últimum terræ. Et cum hæc dixísset, vidéntibus illis, elevátus est, et nubes suscépit eum ab óculis eórum. Cumque intuerétur in coelum eúntem illum, ecce, duo viri astitérunt iuxta illos in véstibus albis, qui et dixérunt: Viri Galilaei, quid statis aspiciéntes in coelum? Hic Iesus, qui assúmptus est a vobis in coelum, sic véniet, quemádmodum vidístis eum eúntem in coelum.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli: MISTERI CRISTIANI, Queriniana Brescia, 1896 vol. II, impr.]

Io primieramente ho trattato, o Teofìlo, delle cose che Gesù prese a fare e ad insegnare in fino al dì, ch’Egli fu accolto in alto, dopo aver dato i suoi comandi per lo Spirito Santo agli Apostoli ch’Egli aveva eletti. Ai quali ancora, dopo aver sofferto, si presentò vivente, con molte e sicure prove, essendo da loro veduto per lo spazio di quaranta giorni e ragionando con essi delle cose del regno di Dio. E trovandosi con essi, comandò loro che non si partissero da Gerusalemme, ma aspettassero la promessa del Padre, che, diss’Egli, avete da me udita. Perocché Giovanni battezzò con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra pochi giorni. Essi adunque, stando con Lui, lo domandarono, dicendo: Signore, sarà egli in questo tempo, che tu restituirai il regno ad Israele? Ma Egli disse loro: Non spetta a voi conoscere i tempi e le stagioni, che il Padre serba in poter suo. Ma voi riceverete la virtù dello Spirito Santo, che verrà sopra di voi e mi sarete testimoni e in Gerusalemme e in tutta la Giudea e nella Samaria e fino alle estremità della terra. E dette queste cose, levossi a vista loro: e una nuvola lo ricevette e lo tolse agli occhi loro. E com’essi tenevano ancora fissi gli occhi in cielo, mentre se ne andava, ecco due uomini si presentarono loro in candide vesti e dissero loro: Uomini Galilei, perché state riguardando verso il cielo? Questo Gesù che è stato accolto in cielo d’appresso voi, verrà nella stessa maniera che l’avete veduto andarsene in cielo -. (Atti Apostolici, 1. I, 11). – In questi primi undici versetti, che leggiamo nel principio del libro degli Atti Apostolici, che la Chiesa oggi fa recitare al sacerdote celebrante la Santa Messa e che ora vi ho riportato parola per parola nella nostra favella, S. Luca ci narra l’Ascensione di Gesù Cristo al Cielo. È il fatto strepitoso, è il mistero che la Chiesa festeggia in questo giorno, col quale si chiude la vita di Gesù Cristo quaggiù sulla terra. Mio compito è quello di ragionarvi di questo fatto: e qual miglior modo di sdebitarmene che quello di commentare la lezione sacra, che udiste? Eccovi il soggetto di questa, anziché Ragionamento, modesta Omelia, a cui vi piaccia porgere benigno l’orecchio. – S. Luca, nato nel gentilesimo, fornito di coltura greca più che comune, fu medico di professione. Abbandonò il paganesimo e abbracciò il Vangelo di Gesù Cristo per opera di S. Paolo, che seguì fedelmente ne’ suoi viaggi di terra e di mare fino a Roma, dove si trovava allorché l’Apostolo scrisse la sua seconda lettera a Timoteo, poco prima della morte. (II Tim. V. 11). S, Paolo si loda di lui e lo chiama carissimo. (Ai Coloss. IV, 12). Egli scrisse il suo Vangelo come l’aveva udito da S. Paolo e lo scrisse in lingua greca, allora abbastanza conosciuta in tutto l’Oriente e a Roma e lo scrisse per uso di quei Cristiani, che prima erano stati gentili. Dopo aver scritto il Vangelo pose mano a scrivere il libro, che porta il titolo Atti o Gesta degli Apostoli, particolarmente di S. Paolo, giacché la seconda metà del libro si restringe esclusivamente a narrare le opere di lui: cosa affatto naturale, essendo egli stato suo discepolo e compagno e testimonio di ciò che narra. Cominciando questo libro, lo lega col Vangelo, che prima aveva scritto e che racchiude per sommi capi la storia di circa trent’anni. Questo libro fa seguito al Vangelo e ci descrive l’origine della Chiesa e, come voleva la natura delle cose, si apre col racconto della Ascensione di Gesù Cristo, accennata appena nell’ultimo capo del Vangelo. Uditene il prologo: Primieramente, o Teofilo, ho ragionato di tutte le cose, che Gesù prese a fare e ad insegnare fino al giorno, nel quale, dati per lo Spirito Santo i suoi comandi agli Apostoli, da Lui eletti, levossi al cielo. S. Luca rivolge la parola a Teofilo. Chi è desso codesto Teofilo, al quale S. Luca si indirizza eziandio a principio nel suo Vangelo? Sembra fuori di dubbio che fosse un personaggio distinto, che aveva dato il suo nome a Gesù Cristo e la cui vita doveva rispondere al nome che portava, e che in nostra lingua significa Amatore di Dio. Gli ricorda il libro del Vangelo, che gli aveva mandato e nel quale aveva compendiato le opere e la dottrina di Gesù Cristo. – Quæ cœpit Jesus facere et docere. Ecco che cosa è il Vangelo: il compendio delle cose fatte e insegnate da Gesù Cristo; dal che è facile inferire che nel Vangelo le opere e la dottrina di Gesù Cristo non sono riferite tutte, ma le principali e per sommi capi. A ragione poi gli interpreti fanno osservare che S. Luca, compendiando la vita di Gesù Cristo nel Vangelo, alle parole di Lui manda innanzi le opere: – Cœpit facere et docere -. Prima fece e poi insegnò! E in vero: le opere sono assai più eloquenti delle parole e gli uomini apprendono più assai da quelle, che da queste: le parole non costano gran sacrificio, ma lo impongono spesso assai grave le opere. E poi, a che valgono le parole se non sono accompagnate dalle opere? Ciò che valgono le frondi senza i frutti; ed è per questo che di Gesù si dice che cominciò a fare e dopo ad insegnare. Imitiamolo, affinché gli uomini vedano le opere nostre e vedendole sollevino la mente a Dio e gli rendano lode. – Io, scrive S. Luca, vi ho narrata nel mio Vangelo la vita di Gesù dal suo miracoloso concepimento fino alla sua dipartita dalla terra, fino a quel dì nel quale, andandosene al Cielo, lasciò i suoi comandi agli Apostoli e li costituì esecutori dei suoi voleri. Quali siano questi comandi e quali i voleri di Gesù Cristo si fa manifesto dal Vangelo istesso, dove sono determinati. E badate bene, soggiunge S. Luca, che questi comandi sono dati da Lui, che come fu concepito per virtù dello Spirito Santo, cosi tutto fa e dice per virtù dello stesso Spirito Santo, di cui possiede la pienezza. I quali comandi e voleri manifestò a quegli Apostoli che elesse Egli medesimo e ammaestrò di sua bocca. Non è senza ragione e profonda che S. Luca, nominati gli Apostoli, volle tosto soggiungere quelle due parole: – Quos elegit – I quali egli elesse -. Scopo del libro è di far conoscere le opere compiute dagli Apostoli e singolarmente da San Paolo e quindi di mettere in rilievo l’organismo della Chiesa primitiva. Importava adunque che si facesse conoscere in chi risiedeva il potere di reggere quella Chiesa e da chi era dato; e S. Luca ce lo mostra negli Apostoli e qui ci dice ch’essi l’ebbero da Cristo, che li elesse. È questa, o cari, una verità che vuolsi spesso ricordare e inculcare in questi tempi, nei quali si tende a collocare la radice del potere nella moltitudine. Checché sia del potere civile, di cui non parlo, il potere della Chiesa viene dall’alto, deriva di Cristo e da Lui passa negli Apostoli e dagli Apostoli nei suoi successori fino al termine dei tempi, perché Egli li elesse ed eleggendoli li investì di quel potere, che non riceve da chicchessia,, ma trae da se medesimo. – Fino al giorno nel quale fu assunto in Cielo – E da chi fu assunto Egli, Gesù Cristo? Non da altri fuorché dalla sua stessa onnipotenza, perché Egli era Dio eguale in ogni cosa al Padre; il perché la frase – Egli fu assunto in Cielo – vuolsi riferire alla natura umana, che aveva assunto, non alla sua divina Persona, che essendo immensa e onnipotente non può né salire, né discendere e per agire non ha bisogno di qualsiasi forza a sé estranea. Il sacro scrittore prosegue e in un versetto solo riassume la vita di Gesù Cristo, dalla sua Risurrezione alla sua Ascensione così: – Ai quali Apostoli, dopo la Passione, si era eziandio mostrato redivivo per lo spazio di quaranta giorni in molte maniere, parlando loro del regno di Dio -. Il punto capitale della vita di Gesù Cristo e la prova massima della sua divina missione, era senza dubbio il fatto della sua Risurrezione e questa, dice S. Luca, non poteva essere più certa e più splendida. Per il periodo di quaranta giorni si mostrò redivivo ai suoi Apostoli e nei modi più svariati per dileguare ogni ombra di dubbio. Si mostrò alle donne, a Pietro, a Giacomo separatamente, a due discepoli lungo la via di Emmaus, a sette sulle rive del lago di Tiberiade, a dieci e poi ad undici insieme raccolti nel Cenacolo di Gerusalemme; poi finalmente allorché salì al Cielo fu visto da circa cento e venti persone [S. Luca, narrata la Ascensione di Gesù Cristo, dice che gli Apostoli (e dà il nome di tutti undici) insieme con Maria e le donne si raccolsero nel Cenacolo in Gerusalemme, e tra parentesi aggiunge: – Che erano circa 120 -. Dal contesto sembra chiaro che questi 120 furono sul colle degli Olivi spettatori della Ascensione di Cristo. Si noti poi che gli Ebrei, allorché danno il numero delle persone, non comprendono mai le donne.], ed altra volta, che San Paolo afferma in modo solenne senza specificare il luogo e il modo, mostrossi insieme a cinquecento fratelli (I. Cor. XV. 6). Con loro parlò, con loro mangiò; volle che gli toccassero le mani e il costato perché si accertassero essere ben Egli il loro Maestro risuscitato, non ombra o spirito. La sua Risurrezione, considerata la lunghezza del tempo, la varietà delle apparizioni e delle prove e tenuto conto del numero dei testimoni, poteva ella essere più manifesta e più accertata? Mi appello a voi. – In tutte codeste apparizioni Gesù Cristo più o meno lungamente si trattenne e naturalmente parlò con gli Apostoli e con quanti erano presenti. E di quali cose parlò Egli con essi? Se noi scorriamo i quattro Evangeli e questo primo capo degli Atti Apostolici, troviamo alcuni cenni intorno alle cose che Gesù disse loro; ma ogni ragione vuole ch’Egli parlasse loro e ampiamente di tutto ciò che loro importava conoscere nell’esercizio dell’altissima missione loro affidata. S. Luca, con due sole parole, accenna il soggetto di queste istruzioni, che Gesù dava agli Apostoli e che dovevano essere la regola della loro condotta privata e specialmente pubblica, dicendo: – Loquens de regno Dei – Parlando del regno di Dio -. Qual regno di Dio? Certamente il regno di Dio sulla terra, cioè la Chiesa, che è la preparazione e il mezzo necessario per entrare nel regno di Dio, il Cielo e la vita beata. Ma se lo Scrittor sacro con estremo laconismo indicò l’argomento dei discorsi di Cristo con gli Apostoli in genere, non li significò in particolare, rimettendosi in questo alla tradizione orale. E qui riceve nuova e gagliarda prova la Dottrina Cattolica, che professa la Scrittura santa non contenere tutto l’insegnamento di Gesù Cristo, ma questo aversi pieno e perfetto nella tradizione orale. Dicano i fratelli nostri protestanti quante e quali furono le cose dette da Gesù Cristo agli Apostoli e comprese in quelle tre parole – Loquens de regno Dei? – E dovevano essere cose d’alto momento e perché venivano da tanto Maestro e perché riguardavano l’opera di Lui per eccellenza, la Chiesa, e perché  erano gli ultimi ricordi che loro lasciava. L’insegnamento orale adunque degli Apostoli e della Chiesa devesi considerare come il complemento non solo utile, ma necessario di. quello che abbiamo nei Libri Santi. – S. Luca nel versetto che segue ci fa sapere qual fu uno degli argomenti di queste conversazioni od istruzioni di Gesù Cristo, scrivendo: – Stando insieme a mensa, comandò loro non si dipartissero da Gerusalemme, ma vi aspettassero la promessa del Padre, che voi avete udito (disse) dalla mia bocca -. Dovevano fermarsi in Gerusalemme finché fosse adempiuta la promessa che Egli stesso aveva fatta a nome suo e del Padre – di mandare loro lo Spirito Santo. E perché  fermarsi in Gerusalemme? Perché là e non altrove, Gesù Cristo vuole che ricevano lo Spirito Santo? Perché là dove Gesù Cristo patì e morì, là se ne vedesse il primo frutto: perché là dove sul vertice della sua croce fu posta per ischerno la scritta: – Questi è il Re dei Giudei -, là cominciasse il suo regno, regno di tutti i secoli. Perché là dove Gesù Cristo lasciava i suoi Apostoli, là ricevessero lo Spirito consolatore, che doveva tenerne il luogo e continuarne l’opera. Perché là dove Gesù Cristo con la sua morte aveva posto fine alla legge mosaica, lo Spirito Santo proclamasse la nuova legge e dal centro della Sinagoga uscisse la Chiesa, che ne era la meta ed il termine. Accennata la promessa dello Spirito Santo che sarebbe disceso sugli Apostoli, Gesù ne tocca gli effetti, chiamando quella comunicazione miracolosa: Battesimo e altrove Battesimo di fuoco – Giovanni battezzò con l’acqua, dice Cristo, e voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra pochi giorni -. – Giovanni, così il divin Salvatore, battezzava il popolo sulle rive del Giordano, e voi ed Io con voi vi andammo. Che Battesimo era quello? Battesimo con acqua: esso, per sé, non mondava l’anima, ma solo il corpo. Per esso voi vi riconoscevate peccatori, bisognevoli di purificazione: esso non infondeva grazia alcuna nelle anime vostre; vi eccitava soltanto a desiderarla, destandovi la fede in Lui, che Giovanni annunziava e che ora vi parla. Voi ora siete mondi in virtù della mia parola: nell’anima vostra alberga la mia grazia e con essa il germe della vita divina. Ma la missione, che siete per cominciare domanda una forza più gagliarda, una vita più potente, un novello Battesimo, non di acqua, ma di fuoco e l’avrete tra pochi giorni -. È chiaro che Gesù Cristo in questo luogo col nome di Battesimo nello Spirito Santo designa la venuta dello Spirito Santo e la trasformazione operata negli Apostoli il giorno delle Pentecoste e la designa con questo nome perché vi è una certa somiglianza col Battesimo di acqua. Questo si riceve una sola volta e una sola volta in modo sensibile lo Spirito Santo discese sugli Apostoli: questo depose nell’anima una vita nuova, che si svolse nella vita cristiana, stampando in essi un segno incancellabile: e lo Spiritò Santo depose in essi una nuova energia, che si svolse nelle opere tutte dell’Apostolato. – Ma ritorniamo alla narrazione di S. Luca, il quale riporta una domanda degli Apostoli a Gesù, la quale se da una parte dimostra la semplicità e, diciamolo pure, la ignoranza degli Apostoli, dall’altra mette in piena luce la divinità del divino Maestro verso di loro e prova insieme l’ammirabile sincerità del sacro scrittore. Uditela: – Intanto i convenuti colà lo interrogarono dicendo: Signore, restituirai tu forse in questo tempo il regno ad Israele? – Per comprendere questa domanda, che sembra a noi molto strana, conviene conoscere le idee che allora fermentavano nel popolo giudaico non meno che nei suoi capi, alle quali naturalmente gli Apostoli non potevano essere estranei. E tanto più conviene conoscere queste idee, delle quali gli Apostoli si fanno interpreti presso del Maestro in quanto che esse ci danno la chiave per spiegare la terribile apostasia della nazione e la catastrofe che ne seguì. Scorrete i libri dell’antico Testamento e particolarmente i Salmi ed i Profeti: in moltissimi luoghi si promette il Messia e sotto le più svariate forme lo si presenta e si descrive. Si predicano, è vero, le sue umiliazioni, i suoi dolori, la sua morte in modo che sembrano una storia piuttostoché una profezia; ma lo si dipinge pure come un re potentissimo, un gran duce vincitore, un conquistatore glorioso, che strapperà il suo popolo dalle mani dei nemici, che lo rivendicherà a libertà e stenderà il suo scettro pacifico su tutta la terra. Che ne avvenne? Ciò che doveva avvenire in un popolo sì fiero della propria indipendenza, orgoglioso, tenacissimo e che dopo le terribili prove, da cui era uscito contro i Babilonesi e contro i re Siri, al tempo dei Maccabei, fremevano sotto il giogo romano. Come gli individui e più degli individui i popoli hanno il loro amor proprio, il loro egoismo nazionale, che può toccare i gradi estremi. Gli Ebrei tenevano salda la speranza del futuro Liberatore, del quale parlavano i profeti, i riti ed i simboli in tante forme rappresentavano; l’aspettavano, lo desideravano ardentemente. Ma la loro natura grossolana, il desiderio ardentissimo di scuotersi dal collo l’abbominata signoria straniera e l’orgoglio nazionale fecero sì che nel Messia promesso, nel Liberatore annunziato dai Patriarchi e dai Profeti, più che il Liberatore delle anime vedessero il liberatore dei corpi, più che il Redentore del mondo aspettassero il vindice della nazione, un Davide glorioso, un Maccabeo restauratore di Israele. Foggiatasi questa idea bizzarra e falsissima del Messia, che accarezzava il loro orgoglio e rispondeva alle condizioni politiche sì dolorose ed umilianti della nazione, è facile immaginare come i Giudei dovessero accogliere Gesù Cristo, che annunziava un regno spirituale, che voleva si rendesse a Cesare ciò che era di Cesare e che mandava in fumo le speranze di libertà e grandezza temporale, che si aspettavano. È questa la causa precipua della cecità de’ Giudei e del ripudio di Cristo e che trasse in rovina la nazione intera. Terribile lezione. che troviamo ripetuta sventuratamente anche in alcuni popoli cristiani! Perché l’Oriente ai tempi di Fozio e poi di Michele Cerulario si separò da Roma e cadde nello scisma e nella eresia, in cui giace ancora? La causa principale fu l’orgoglio nazionale dei Greci, ai quali pareva una umiliazione ubbidire al Pontefice di Roma e sottostare ai Latini. Perché la maggior parte della Germania consumò la sua separazione dal centro dell’unità cattolica, che risiede in Roma? Vuolsi ascriverne la causa principale alla gelosia nazionale: ai fieri Germani mal sapeva ricevere la legge da Roma, a loro, figli di Arminio. Perché l’Inghilterra ruppe i vincoli, che da secoli la tenevano unita a Roma? Perché le parve a torto minacciata la sua indipendenza nazionale. Se bene si guarda quasi tutti gli scismi e quasi tutte le grandi eresie, che desolarono la Chiesa, ebbero la loro funesta radice nel sentimento esagerato e male inteso della dignità e grandezza nazionale. È una prova tremenda per un popolo il sospetto, il solo timore, che gli interessi religiosi possano offendere il sentimento patriottico: nella lotta vera o immaginaria che sia v’è un grande pericolo, che il popolo agli interessi del Cielo anteponga i terreni e respinga una Chiesa od una Religione che gli sembra domandare il sacrificio della patria e tanto più grande è il pericolo quanto più ardente è l’amore della patria stessa. Ma guai a quel popolo che si lascia accecare! L’esempio d’Israele è là sotto gli occhi del mondo intero. Torniamo al sacro testo. – Gli Apostoli, benché poveri figli del popolo, rozzi pescatori, nati e cresciuti sugli estremi confini della nazione, ai piedi del Libano e lontani dal centro d’Israele, Gerusalemme, dove batteva il cuore della nazione e ardeva il focolare del patriottismo, non erano estranei alle speranze comuni, né insensibili al fremito del popolo. L’uomo nasce e vive patriota e tutto ciò che suona onore, libertà e grandezza della patria, trova sempre aperta la via del suo cuore e se vi è uomo, in cui l’amore della patria non trova eco, dite pure che è un miserabile, un essere degradato. Era dunque naturale che gli Apostoli, anime rette, forti e generose, ancorché prive d’ogni coltura, sentissero vivo l’amore della patria e partecipassero al sentimento comune, spingendolo fino al pregiudizio fatale di assegnare al Messia, e per conseguenza a Gesù Cristo, la missione di liberatore dal giogo straniero. E che gli Apostoli tutti fossero vittima di questo pregiudizio comune, figlio d’un patriottismo male inteso, e ciò fino alla Ascensione di Gesù Cristo al Cielo, apparisce in modo indubitato dalla domanda che ingenuamente e non senza qualche peritanza, gli mossero: – Signore, restituirai tu forse in questo tempo il regno ad Israele? – La domanda è fatta in modo, che sembra deliberata in comune, riserbata in sull’ultimo come cosa gravissima, nella speranza che il Maestro ne parlasse anche non richiesto e concepita in termini che esprimono l’angustia e l’incertezza dell’animo loro. Qual fu la risposta di Gesù? È semplicissima e l’avete udita. Egli, il divino Maestro, li lascia dire e li ascolta. Non una parola di stupore, non un accento solo di rimprovero per tanta ignoranza, dopo sì lungo tempo di scuola avuta da Lui, e tanta ignoranza sopra un punto capitale, che riguardava il fine della divina sua missione. Quanta benignità! Quanta carità con questi suoi cari Apostoli! Egli, vedendo le loro menti ingombre di sì gravi pregiudizi, tace e dissimula e non si prova nemmeno a dissiparli, perché non l’avrebbero compreso. Aspetta che il tempo e la luce che tra breve getterà nelle loro menti lo Spirito Santo, li rischiarino e mettano fine ai loro dubbi. Grande e sublime lezione per tutti e particolarmente per quanti hanno l’ufficio di ammaestrare il popolo! Quante volte accade di trovare persone piene di errori, che non si arrendono alle dimostrazioni più evidenti, che non sanno spogliarsi di certi pregiudizi succhiati col latte, che chiudono gli occhi della mente a verità chiarissime! Che fare? Talvolta sono vittime della educazione, dell’ambiente, come si dice, delle correnti popolari, di passioni per sé non sempre spregevoli. Combatterle risolutamente a viso aperto sarebbe forse cosa vana e talora anche nociva, perché ecciterebbe più vive le passioni facendosi l’amor proprio offeso loro patrocinatore. In molti casi giova tacere, dissimulare, attendere che le passioni sbolliscano, che il tempo ammaestri, e non è raro il caso che le menti si aprano da se stesse alla luce di quelle verità che prima si erano fieramente rigettate. L’esempio di Cristo lo prova. Egli lasciò cadere la domanda; non negò, né affermò; ma, riconducendo la mente dei suoi diletti Apostoli a ciò che maggiormente importava e dalle cose temporali richiamandoli, come sempre soleva fare, alle celesti, rispose: – Non spetta a voi conoscere i tempi e le congiunture, che il Padre ha serbato in sua balìa. – Che fu un dire: a che fermate il vostro pensiero sulle sorti future del regno d’Israele? Voi non potete mutarle; esse sono nelle mani di Dio, che solo le conosce e le regola nella sua sapienza. Ad altra impresa e troppo più alta e importante voi siete chiamati: di questa vi occupate, che è vostra, e quell’altra rimettete al divino volere. – Del resto qual era la sorte riserbata alla nazione giudaica e nominatamente alla sua capitale, Gerusalemme, cinquanta giorni innanzi l’aveva detto e descritto coi colori più vivi e la memoria doveva essere ancor fresca negli Apostoli. Non aveva lor detto, pochi giorni prima della sua passione, che sarebbe scoppiata una guerra sterminatrice con rivolte e tumulti? Non aveva chiaramente annunziato un assedio terribile, la presa della città, la distruzione del tempio, sì che non ne sarebbe rimasta pietra sopra pietra e ammonitili che fuggissero ai monti per non essere involti nella catastrofe? In quella profezia sì chiara e particolareggiata, che non potevano aver dimenticata, perché recentissima, si conteneva la risposta alla domanda: – È questo il tempo, nel quale restituirai il regno ad Israele? – Ma non è inutile il ripeterlo, quando un pregiudizio è profondamente abbarbicato nell’animo non valgono le ragioni più evidenti a svellerlo, ed è saggezza aspettare il beneficio del tempo e della esperienza, come fece Cristo, il quale, messo da banda questo argomento affatto umano e che allora non interessava, continuò, dicendo: – Piuttosto voi riceverete la potenza dello Spirito Santo, il quale verrà sopra di voi -. Ben altro regno che quello temporale d’Israele, del quale mi fate domanda, si deve fondare e tosto e per opera vostra. E come e quando? Appena avrete ricevuto lo Spirito Santo, che vi riempirà della sua forza divina tra pochi giorni e trasformandovi in altri uomini, vi renderà strumenti atti all’ardua impresa; e allora, da Lui supernamente illustrati, comprenderete qual sia il regno, ch’Io sono venuto a stabilire, regno della verità, regno dell’anime, che comincerà qui in Gerusalemme, si allargherà in tutta la Giudea e nella Samaria, che sono i confini del regno d’Israele, di cui parlate, e poi si distenderà fino agli estremi della terra. In tal modo Gesù Cristo accenna alla differenza immensa, che corre tra l’angusto e temporal regno sognato dagli Apostoli e quello senza confini e spirituale, ch’Egli per opera loro avrebbe fondato e implicitamente risponde alla domanda, che gli avevano fatta: – In questo tempo restituirai tu il regno ad Israele? – E qui cade in acconcio toccare alcune verità, che non sono senza importanza. E primieramente osservate tracciato agli Apostoli l’ordine della loro predicazione: essi dovevano cominciare la loro missione in Gerusalemme, poi spandersi nella Giudea, poi portarla in Samaria, che è quanto dire annunziare prima la buona novella ai figli di Abramo disseminati sul territorio delle dodici tribù, pigliando le mosse dalle due rimaste fedeli. Compiuta questa missione presso i figli d’Israele, il muro, che fino allora aveva separato il popolo eletto da tutti gli altri doveva cadere e aprirsi a tutti indistintamente la porta del novello regno, regno universale e duraturo fino al termine dei tempi. Disegno più audace di questo e umanamente di questo più impossibile non s’era mai visto, né mai era caduto in mente d’uomo e direttamente feriva l’orgoglio del popolo ebraico, sì tenace e sì geloso del suo più assoluto isolamento. Il carattere della più vasta universalità per ragione dello spazio e del tempo, che Cristo in questo luogo imprime al suo regno, siffattamente ripugna alle idee del mondo pagano e più ancora del mondo ebraico, che anche solo basta d’avvantaggio a mostrarli in Chi lo concepì e sì chiaramente l’annunzi la coscienza della propria forza al tutto sovra umana e divina. Osservate in secondo luogo che Cristo costituisce gli Apostoli testimoni – Eritis mihi testes – Testimoni di che? Dei fatti e dei miracoli (e per conseguenza della dottrina dai fatti e dai miracoli provata), che avevano veduto coi loro occhi. Ufficio adunque degli Apostoli e dei loro successori è quello di attestare e affermare costantemente e dovunque l’insegnamento di Cristo, la cui certezza poggia sui miracoli da Lui operati. Essi non sono che testimoni e perciò loro ufficio è quello di conservare pura e intatta la Dottrina di Cristo, quale uscì dalle sue labbra, senza aggiungere o levare ad essa pure un’apice. Perciò il ponetevelo bene nell’animo, o dilettissimi, la Chiesa, continuatrice dell’opera degli Apostoli non crea una sola verità nuova, non altera, né dimentica, né omette una sola delle verità caduta dalle labbra di Cristo e degli Apostoli: tutte le conserva e le trasmette fedelmente, come un cristallo tersissimo trasmette i raggi del sole, benché le svolga più largamente e di nuove e più ampie prove secondo i tempi e i luoghi le avvalori. Finalmente non dimenticate mai, o dilettissimi, che questo doppio ufficio di propagatrice e conservatrice infallibile della Dottrina di Cristo la Chiesa lo adempì e adempirà sempre, non per virtù propria, ma sì unicamente per virtù di quello Spirito Santo, che Cristo promise agli Apostoli e che rimarrà nella Chiesa fino all’ultimo giorno de’ secoli, secondo la sua promessa solenne. È bene a credere che Cristo, trattenendosi con gli Apostoli a lungo e più volte per lo spazio di quaranta giorni, altre cose disse loro, che non sono registrate da S. Luca, ma che si conservarono religiosamente nell’insegnamento orale degli Apostoli stessi e della Chiesa. S. Luca, compendiate queste cose, narra che Gesù condusse gli Apostoli fuori, in Betania, il castello di Marta, Maria e Lazzaro, presso Gerusalemme (S. Luca, XXIV, 51) e benedicendoli amorosamente – sotto i loro occhi levossi in alto – Videntibus illis, elevatus est –  Cristo levossi da terra per virtù della sua divina persona e sembra che ciò facesse a poco a poco, volti sempre gli sguardi sorridenti e stese le braccia verso i suoi cari Apostoli e discepoli e sopra tutto verso la Madre sua, che indubitatamente era colà, come si rileva dal versetto quattordicesimo di questo primo capo degli Atti Apostolici. Levossi in alto – Elevatus est – cioè levossi al Cielo. Che vi sia un luogo dove Iddio si manifesta svelatamente nella sua gloria a quelli, che hanno meritato di vederlo e bearsi in Lui e che si dice cielo, non vi può essere dubbio alcuno e la natura stessa degli Angeli e particolarmente degli uomini, che vi sono chiamati, lo esige. Ma dove sia questo luogo e questo Cielo a noi è perfettamente ignoto. Finché gli uomini, giudicando secondo i sensi e perciò seguendo le idee astronomiche di Tolomeo, credevano la terra immobile, centro universale del creato e gli astri e le stelle poste in alto e d’altra natura incomparabilmente più nobile della terra, si comprende come potessero e dovessero collocare il Cielo, questo luogo di delizie, questa dimora gloriosa lassù in alto, negli astri, nelle stelle, nel Cielo immobile, che a tutte le cose sovrasta. Era un concetto troppo facile e naturale perché non fosse accolto da tutti, anche dotti e divenisse popolare. Ma allorché Keplero e Copernico e sopra tutti Galileo ebbero rovesciato il sistema astronomico dell’universo; allorché il telescopio e lo spettroscopio ci ebbero svelato i corpi celesti, le loro distanze, i loro movimenti, le loro moli e la loro natura, quel concetto comune del Cielo apparve infantile e non s’ebbe più che un sorriso di compatimento dai dotti. L’idea cristiana del Cielo, elevandosi ai sublimi concetti di Dio, della sua immensità, degli spiriti, delle anime e dei corpi gloriosi, conserva pur sempre l’idea d’un luogo particolare, dove Dio mostra la sua presenza e la sua gloria, ma non determinò mai precisamente in qual regione sia posto questo luogo, se sopra o sotto di noi, se ad Oriente od Occidente, a tramontana o mezzogiorno. I Libri Santi tacciono, la tradizione è muta e la Chiesa, che n’è l’interprete, insegna che il Cielo de’ beati, il paradiso vi è, ma dove sia noi disse mai. E perché non potrebb’essere sulla terra istessa? Là dove è Dio svelato alle anime, là può essere il Cielo; e non potrebbe Iddio mostrarsi loro qual è qui sulla terra, campo dei loro combattimenti e delle loro vittorie e perciò anche luogo del loro trionfo? Che importa che noi non vediamo nulla? Chi può vedere Iddio, i puri spiriti, i corpi gloriosi? Cristo non vive sulla terra nel sacramento dell’altare invisibile? E certo dove è Cristo ivi è altresì il Cielo, di cui è il Re. Disse profondamente il poeta teologo che ogni dove è paradiso ed è questo il vero concetto del Cielo secondo la ragione e secondo la fede e questo teniamo. Ma voi direte: E pur sempre vero che il testo sacro, narrando l’ascensione di Cristo, ce lo descrisse in atto di salire in alto – Elevatus est -; e noi stessi, allorché accenniamo il Cielo, leviamo in alto le mani quasi fosse lassù sopra dei nostri capi. È vero: Cristo, salendo in Cielo, montò in alto, non perché il Cielo sia piuttosto in alto che in basso ma per mostrare che la sua presenza visibile cessava sulla terra e cominciava un’altra maniera differentissima di vita; e poiché le cose più nobili e più eccellenti per noi si dicono metaforicamente alte e ce le rappresentiamo, non in basso, ma in alto; così Cristo per farci conoscere il suo nuovo modo di esistere in Cielo, salì in alto. Per la stessa ragione, allorché noi parliamo del Cielo, leviamo in alto le mani e gli occhi come se il Cielo fosse sopra de’ nostri capi Poiché Gesù fu levato in alto, una nube, dice il sacro scrittore, lo tolse ai loro occhi. Qual nube? Porse fu vera nube, o come inclino a credere e mi sembra più conforme al fatto e alla maestà di Cristo, quella fu uno splendore di luce meravigliosa, che a guisa di nube lo circonfuse e lo rese invisibile agli occhi degli Apostoli, che lo seguivano con ansia amorosa, con gioia ineffabile e dolore vivissimo, come potete immaginare. – Allorché gli Apostoli stavano pur con gli occhi fissi in alto cercando di vedere il Maestro, che si era dileguato in mezzo a quei fulgori celesti, ecco ad un tratto due personaggi bianco vestiti stettero presso di loro, quasi inosservati, perché gli occhi loro erano fermi lassù in alto. S. Luca non dice che fossero Angeli, ma non è a dubitarne dal contesto. Li chiama personaggi (viri), non Angeli, perché apparvero con forme umane e certo non è questo il primo luogo, in cui gli Angeli si chiamano uomini. Essi, riscossi gli Apostoli da quella loro estasi, volsero loro la parola, dicendo: – 0 Galilei, che state a riguardare in Cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi fu assunto in Cielo, verrà al modo istesso, onde lo vedeste andarsene -. Quegli Angeli rammentarono agli Apostoli una verità, che più volte avevano udita dalla bocca di Cristo, cioè la sua venuta gloriosa al termine dei tempi. Vedete somiglianza tra i due fatti della salita di Cristo al Cielo e della futura sua venuta, toccata dal sacro Autore. E sempre sopra una nube, che Gesù si mostra, sia che parta dalla terra, sia che vi ritorni, per indicare la sua maestà e la piena signoria ch’Egli ha sopra ogni cosa. Nella stessa trasfigurazione la voce celeste si fa udire dal seno d’una nube e attraverso ad una nube Mosè intravvede Dio. Con la mente e col cuore abbiamo seguito Cristo, che sale al Cielo: prepariamoci con la mente e col cuore ad accoglierlo nella finale sua venuta per essergli compagni nel suo rientrare nella gloria celeste e vivere beati con Lui per tutti i secoli dei secoli.

Alleluia
Allelúia, allelúia.
Ps XLVI:6.
Ascéndit Deus in iubilatióne, et Dóminus in voce tubæ. Allelúia.
[Iddio è asceso nel giubilo e il Signore al suono delle trombe. Allelúia.]

Ps LXVII:18-19.
V. Dóminus in Sina in sancto, ascéndens in altum, captívam duxit captivitátem. Allelúia.  [Il Signore dal Sinai viene nel santuario, salendo in alto, trascina schiava la schiavitú. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Marcum.
Marc XVI:14-20
In illo témpore: Recumbéntibus úndecim discípulis, appáruit illis Iesus: et exprobrávit incredulitátem eórum et durítiam cordis: quia iis, qui víderant eum resurrexísse, non credidérunt. Et dixit eis: Eúntes in mundum univérsum, prædicáte Evangélium omni creatúræ.
Qui credíderit et baptizátus fúerit, salvus erit: qui vero non credíderit, condemnábitur. Signa autem eos, qui credíderint, hæc sequéntur: In nómine meo dæmónia eiícient: linguis loquantur novis: serpentes tollent: et si mortíferum quid bíberint, non eis nocébit: super ægros manus impónent, et bene habébunt. Et Dóminus quidem Iesus, postquam locútus est eis, assúmptus est in cœlum, et sedet a dextris Dei. Illi autem profécti, prædicavérunt ubíque, Dómino cooperánte et sermónem confirmánte, sequéntibus signis.

OMELIA II

[Ut supra, Commento del Vangelo]

– Mentre (gli undici Apostoli) stavano a mensa, Gesù apparve loro e rampognò la loro incredulità e durezza di cuore, perché a quelli, lo avevano veduto risorto, non avevano creduto, e disse loro: Andando per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura; chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvo; ma chi non avrà creduto, sarà condannato. I segni poi che accompagneranno quelli, che avranno creduto, sono questi: Nel mio nome scacceranno demoni, parleranno nuovi linguaggi, torranno via serpenti e se alcun che di mortifero avranno bevuto, non ne avranno nocumento: porranno le mani sopra gli infermi e guariranno. E poiché il Signore ebbe parlato loro, fu accolto in Cielo e siede alla destra di Dio. Gli Apostoli intanto usciti, predicarono per tutto, cooperando il Signore e confermando la parola coi segni che seguitavano (S. Marco, XVI, 14, 20) -.

Ogni mistero, che la Chiesa ricorda e festeggia, si rispecchia naturalmente nella sua liturgia e segnatamente nella epistola e nel tratto evangelico, che fa leggere ai suoi sacerdoti nella Santa Messa. Così è del mistero o fatto della Ascensione di nostro Signore, che celebriamo in quest’oggi. Esso è narrato nella Epistola, che è tolta dal capo primo degli Atti Apostolici, che abbiamo spiegato nel Ragionamento antecedente e si narra pure in modo meno particolareggiato negli ultimi versetti di S. Marco, che testé si cantavano. Mi parrebbe cosa meno conveniente se dopo avervi commentato il fatto registrato negli Atti Apostolici, non lo commentassi eziandio quale è riferito succintamente da S. Marco. E tanto più mi induco a farlo in quantoché nei due testi vi sono parecchie differenze e si toccano cose e verità distinte tanto che non sarò costretto a ripetizioni, che riescono di peso anche quando sono utili. Non occorre il dirlo: il mio non è propriamente un Ragionamento, come vuole il titolo, ma un’Omelia, giacché è una chiosa del testo evangelico. Ma, Ragionamento od Omelia che sia, ciò che sono per dirvi merita tutta la vostra benevola attenzione. Le manifestazioni di Cristo alle pie donne e agli Apostoli dopo la sua Risurrezione, in Gerusalemme e poi nella Galilea e poi di nuovo in Gerusalemme, sono parecchie (se ne contano nove nei Vangeli): ma si narrano in modo sì succinto e con particolari sì scarsi e talora diversi, che non è agevol cosa ordinarle tutte e collocarle ciascuna al suo posto. Onde non è meraviglia che dopo tanti e sì pazienti studi degli interpreti si trovino ancora alcuni punti oscuri quanto al modo, al luogo, al tempo ed alle circostanze, in cui queste apparizioni avvennero; la qual cosa lungi dal gettar ombra di dubbio sulla certezza del fatto della Risurrezione lo conferma maggiormente, perché le differenze della narrazione sono affatto accidentali e mostrano che tra gli Evangelisti non v’ebbe accordo precedente, ma ciascuno narrò i fatti come li vide od udì, non curandosi d’altro!). S. Marco in special maniera è brevissimo e, accennate appena le due apparizioni di Gesù a Maria Maddalena e ai due discepoli nel castello di Emmaus, chiude con la terza ed ultima apparizione fatta agli undici Apostoli nel Cenacolo di Gerusalemme. E qui comincia il Vangelo di questo giorno: – Da ultimo Gesù, stando gli undici (Apostoli) a mensa, apparve loro -. S. Giovanni, testimonio di veduta, quanto alle apparizioni di Cristo è senza dubbio il più copioso. Egli, descritta la apparizione a Maria Maddalena, avvenuta al mattino della Domenica di Pasqua, narra subito quella avvenuta la sera stessa, a porte chiuse, in Gerusalemme, a dieci Apostoli, non trovandosi con loro Tommaso, come nota accuratamente (Cap. XX, 24). – Tommaso rifiutò ostinatamente di credere ciò che gli narrarono i dieci compagni. Otto giorni appresso, scrive Giovanni, gli Apostoli erano ancora raccolti insieme, a porte chiuse, nello stesso luogo secondo ogni verosimiglianza, e Tommaso era con essi (v. 26). Allorché adunque il nostro Evangelista S. Marco ci dice che: – Da ultimo Gesù apparve agli undici (Apostoli) mentre stavano a mensa -, chiaramente si riferisce alla seconda apparizione descritta da Giovanni, quando gli Apostoli erano, non dieci, ma undici. Così armonizzano i due Evangelisti. Nota in questo luogo il Vangelista che Gesù apparve agli undici mentre erano a mensa; e questa sembra l’apparizione descritta da S. Luca (XXIV, 41, 42), nella quale Gesù per mostrare la verità della Risurrezione, disse agli Apostoli: Avete qui alcun che da mangiare? E mangiò un po’ di pesce e di miele. Ma, lasciando da parte tutte queste cose, che interessano l’ordine dei fatti evangelici più che le verità insegnate da Cristo, poniamo mente a queste parole: – Gesù, dice S. Marco, rampognò la loro incredulità e durezza di cuore -. Nel periodo dei quaranta giorni che Cristo visse sulla terra tra la Risurrezione e la Ascensione, si devono distinguere due parti: la prima parte abbraccia i primi dieci o dodici giorni e nominatamente la prima settimana. In questo periodo di tempo i dubbi, i timori, le incertezze degli Apostoli furono molte; anzi in alcuni, come in Tommaso, apparve una ostinazione inescusabile in rifiutare la verità della Risurrezione: nel secondo periodo fino alla Ascensione cessarono dubbi e le incertezze e gli Apostoli credettero fermamente. – I rimproveri pertanto riguardano la incredulità e la durezza degli Apostoli nel primo periodo, non nel secondo, e più particolarmente riguardano Tommaso. S. Marco determina il perché di questi rimproveri, soggiungendo: – Perché a quelli, che l’avevano veduto risorto, non avevano creduto -. Questa osservazione ci fa comprendere come il rimprovero della incredulità e durezza di cuore era rivolto, non a tatti, ma soltanto ad alcuni, a quelli cioè che avevano appreso la sua Risurrezione per mezzo d’altri. E non erano essi colpevoli? Gesù Cristo tante volte e con tanta chiarezza aveva annunziata la sua morte e promessa la sua Risurrezione, determinandone anche il tempo. Allorché dunque quelli che l’avevano veduto redivivo lo annunziavano ai compagni avevano diritto d’essere creduti e il non credere a loro era un’ingiuria, che loro si faceva, reputandoli o ingannati od ingannatori, ed era una ingiuria a Cristo stesso quasi ché fosse stato un profeta bugiardo, impotente a mantenere la promessa fatta di risorgere. Gesù Cristo adunque voleva che si prestasse fede e fede pienissima a quelli che affermavano d’averlo veduto e ch’Egli mandava ad annunziare la sua Risurrezione. È dunque dovere, o carissimi, di aggiustar fede a quelli che sono mandati da Lui e tengono l’ufficio di suoi ministri. Ora chi sono dessi i ministri della Chiesa, i Sacerdoti, se non mandati di Cristo, aventi l’ufficio di ripetere fedelmente il suo insegnamento? Credete adunque alla loro parola se non volete incorrere il biasimo di quelli che allora non credettero alle affermazioni di coloro che l’avevano veduto. – Qui S. Marco, omessa ogni altra cosa, riporta il comando di Cristo fatto agli Apostoli di annunziare il suo Vangelo: – Andando per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura -. Non occorre avvertire che quella parola – Ogni creatura – vuolsi riferire ad ogni creatura ragionevole, ossia a tutto l’uman genere. È un fatto sul quale giova sempre fermare la nostra attenzione, perché unico nei fasti della storia umana e perché mette in rilievo il carattere di Cristo e della sua dottrina. Cristo, nato nell’ebraismo e per conseguenza nell’ambiente religioso più esclusivo che si possa immaginare; cresciuto in mezzo ad un popolo per il quale era un delitto, un sacrilegio allargare le promesse fatte ad Abramo ai gentili e comunicare con essi; Cristo impone a’ suoi discepoli (e quali discepoli!) di predicare la sua dottrina a tutti gli uomini, senza eccezione di sorta,  senza limite di tempo e di spazio e lo impone allorché Egli stesso sta per cessare la sua missione e separarsi da loro; e l’impone in modo che non lascia ombra di dubbio sull’esito finale dell’impresa; e l’unico mezzo, che mette nelle loro mani per un’impresa sì audace, anzi impossibile, è la parola: – Predicate -. Chiunque consideri con animo posato e scevro di pregiudizi il disegno di Cristo, il suo comando e il linguaggio che tiene, deve conchiudere: O Cristo è pazzo, o è l’arbitro assoluto delle menti e dei cuori, è Dio. L’esito, che ci sta sotto degli occhi e che ogni dì più grandeggia, ha confermato la sua parola: Egli è Dio, quel Dio stesso, che da un solo trasse l’uman genere (Atti Apost. XVII. 26) e lo riduce ancora all’unità massima, l’unità della verità, fatta comune a tutti. – Qual fatto, o carissimi, che dopo diciannove secoli va compiendosi sotto de’ nostri occhi con una forza tranquilla e irresistibile! Voi, dice Cristo agli Apostoli, voi predicherete la mia dottrina a tutti così com’Io l’ho predicata: nessuna forza materiale: la sola parola, la sola persuasione vi deve dare la vittoria. – Chi avrà creduto e sarà stato battezzato, sarà salvo: ma chi non avrà creduto, sarà condannato -. Voi, o Apostoli, con la parola portate la verità nella mente degli uomini: è questo il vostro ufficio; a loro accoglierla mercé della grazia, che in modo invisibile Io infonderò nei loro cuori. Se docili presteranno l’orecchio alla vostra parola e riceveranno con essa la verità che annunziate; se faranno anche ciò che la verità impone e riceveranno il Battesimo, il suggello della fede, con questo rito santifìcatore essi diventeranno figli della nuova famiglia, membri del nuovo regno e saranno salvi. Ma come, o Signore? Per essere salvi basta dunque credere ed essere battezzati? E le opere non sono esse necessarie come la fede e il Battesimo? – Carissimi! È d’uopo mettere insieme tutte le parole di Cristo; guai a chi fissa l’occhio sopra alcune soltanto e dimentica le altre! Tiene una parte, non tutta la dottrina di Cristo. Qui Cristo afferma necessaria la fede e necessario il Battesimo a salute: altrove dice che se vogliamo salvarci bisogna osservare la legge, mettere in pratica la fede, adempiere le opere della carità verso del prossimo; che colui il quale non nutre l’affamato, non disseta l’assetato, non veste l’ignudo, e non esercita le opere della carità, sarà da Lui condannato inesorabilmente nel dì del giudizio. Mettete insieme tutte queste parole di Cristo e troverete che se la fede e il Battesimo sono necessari a salvezza, non lo sono meno le opere, che sono il frutto della fede e del Battesimo. Che se in questo luogo Cristo non parlò delle opere, ma solo della fede e del Battesimo, egli è perché, affermando la necessità della fede, implicitamente affermava altresì la necessità delle opere, perché è la fede stessa che proclama la necessità delle opere. Allorché noi diciamo che chi respira l’aria vive, intendiamo forse di dire che l’aria sola sia bastevole per vivere? Neghiamo noi forse allora che sia necessario il cibo? Certo che no. Né meglio ragionano altri, che, appoggiati ai queste parole di Cristo, pensano non potersi dare il Battesimo ai bambini e a tutti quelli che non hanno l’uso della ragione, perché Cristo esige la fede prima del Battesimo – Chi avrà creduto sarà battezzato – e certamente i bambini e quelli privi di ragione non sono capaci della fede. È manifesto che Cristo in questo luogo parlava degli adulti, che non possono ricevere il Battesimo se prima non professano di credere. Del resto anche i bambini e quelli privi di ragione in qualche modo credono, non per sé, ma per mezzo dei genitori o di quelli che li rappresentano, per mezzo della Chiesa e, come senza loro volontà contrassero la colpa di origine, così senza loro volontà pel Battesimo la cancellano.E quelli, o Signore, ai quali non giungerà la parola dei vostri Apostoli e perciò non potranno nè credere, ne ricevere il Battesimo, li condannerete Voi? Condannare all’eterna perdizione quelli che non hanno la vostra fede e non ricevono il vostro Battesimo solo perché ignorano quella e questo senza colpa, sarebbe somma e orribile ingiustizia e Voi, o Signore, non la potrete mai fare. E Dio non la fa, né la farà mai, o cari. Tutti quelli che non credono al Vangelo, né ricevono il Battesimo senza loro colpa, non commettono peccato qualsiasi e non subiranno condanna alcuna, che non è giusto punire chi ha violata una legge che ignorava senza sua colpa [Convien distinguere tra la condanna positiva all’inferno, e la semplice esclusione dalla soprannaturale visione beatifica di Dio, ossia dal paradiso. Questa si può incorrere anche senza colpa, almeno propria e personale, non così quella. Chiunque, sia pure incolpevolmente, non ha fede soprannaturale e Battesimo (almeno in voto), è escluso dal paradiso; ma all’inferno non va, che chi si è fatto reo di peccato mortale. Quale sarà adunque lo stato di chi muore senza fede e senza Battesimo, ma incolpevolmente? S. Tommaso parlando dei bambini (ai quali si possono equiparare quegli adulti che si trovassero nello stesso caso, se pure è possibile) dice, che avranno una felicità naturale]. Dopo avere imposto la predicazione del Vangelo per tutto il mondo e annunziata chiaramente la mercede dovuta ai credenti e la pena riserbata agli ostinati non credenti, sorgeva naturale la domanda negli Apostoli: Ma come otterremo noi fede alla nostra predicazione? Se ci chiederanno le prove della dottrina, che annunziamo, che risponderemo noi, o Maestro? Dovranno essi gli uomini credere ciecamente, sulla nostra parola, a verità che superano la ragione, che impongono ardui sacrifici? Quali prove daremo noi della nostra missione? A questa domanda, che gli Apostoli tacitamente dovevano fare, Gesù risponde nei due versetti che seguono. Eccoli: – Torranno via serpenti e se alcun che di mortifero berranno, non ne riceveranno nocumento alcuno; porranno le mani sopra gli infermi e guariranno -. Con queste parole Gesù Cristo diede ai suoi Apostoli il potere di far miracoli e ciascuno comprende, che il potere è amplissimo e che il testo evangelico ne accenna alcuni soltanto per brevità. Non farò osservare che il potere di operare miracoli dato agli Apostoli non si vuole intendere dato per modo che essi li potessero fare a talento, come e quanto e quando loro piacesse come il potere di annunziare la Dottrina di Cristo e amministrare i Sacramenti e via dicendo. Era un potere affatto straordinario e ne usavano solo dove, quando, come e quanto piaceva a Dio e il più delle volte, credo io, senza che lo sapessero o volessero, secondoché Dio li ispirava e muoveva. – La storia della Chiesa dai tempi degli Apostoli fino a noi è piena, possiamo dire, di miracoli e il negarli, più che una empietà, sarebbe una stoltezza. Non io dirò che tutti e ciascuno (eccettuati, s’intende, quelli narrati nei Libri Santi) siano egualmente accertati; ma il negarli tutti od anche solo metterli in dubbio, sarebbe un vero oltraggio alla ragione e al senso comune. Certo nei primi tempi della Chiesa furono più frequenti, perché maggiore ne era il bisogno e S. Agostino ne dà la ragione (De vera religione, cap. 25); ma essi in varia misura si ebbero in tutti i secoli e non mancano eziandio ai nostri tempi. So bene che la parola miracolo fa spuntare sulle labbra di certi dotti il sorriso di compatimento: so bene ch’essi, stringendosi nelle spalle, vanno dicendo: – Sono leggende! Pie frodi! Superstizioni! Ignoranza delle leggi della natura! Creazioni della fantasia popolare, che ha bisogno del meraviglioso! Il miracolo, dicono essi in aria di trionfo, è impossibile: la scienza non lo ammette e fosse anche possibile, non fu, né sarà mai accertato -. È il linguaggio del razionalismo, e poiché qui cade in acconcio parlarne, dacché Cristo in forma solenne ne conferì il potere agli Apostoli, non vi sia grave, che ne dica quel tanto, che è necessario per mettere in sodo la verità cattolica e fornirvi l’armi per ribattere le accuse e le difficoltà. – Che è desso il miracolo, o carissimi ? È un fatto che cade sotto dei sensi, indubitato, che è impossibile attribuire alle forze della natura, perché ad esse superiore o contrario e che per conseguenza si deve attribuire alla causa delle cause: Dio. Il miracolo è possibile? E perché sarebbe impossibile? Chi ha create tutte le cose e fissate le loro leggi non potrebbe mutar quelle e sospendere queste ? Il legislatore è forse soggetto alle leggi per lui stabilite? – Ma se le sospende e le muta, muta la sua volontà, muta se stesso? — No, per fermo. Se così fosse non avrebbe potuto creare, né potrebbe provvedere al governo dell’universo. E poi quel mutamento che il miracolo introduce nelle leggi di natura fu previsto e voluto da Dio ab æterno e il miracolo non è che la attuazione del suo volere eterno: si muta dunque la legge, ma non si muta il legislatore. E voi, uomini, non sospendete e non mutate tante volte le leggi naturali coi mezzi naturali? Voi deviate il corso dei fiumi e delle folgori: voi vi sollevate in alto cogli areostati; voi dominate la forza stessa di attrazione, usando delle forze naturali, che sono in vostra mano. Perché non lo potrebbe far Dio? Ciò che possono fare le creature può farlo senza dubbio il Creatore, che precontiene in sé tutte le forze della natura. Chi oserebbe negarlo? Un miracolo inteso in questo modo non importa che si mutino o si sospendano le leggi di natura: esse stanno, ed è Dio stesso che fa ogni cosa. Curiosi questi dotti, che vorrebbero sottoporre Dio alle sue leggi e negare a Lui di mondare in un istante un lebbroso, di raddrizzare uno zoppo, di ridonare la vista ad un cieco, la favella a un sordo-muto e di ricongiungere al suo corpo l’anima che se n’è partita, a Dio che ha create tutte le forze, che ha creato l’uomo e tutto ciò che l’uomo possiede! Un medico con la sua scienza e co’ suoi farmaci, nel tempo conveniente, può guarire un infermo; e Dio non lo potrà in un istante con la sua sola volontà onnipotente? – Ma come potremo noi distinguere il miracolo dal fenomeno naturale, noi che non conosciamo che imperfettissimamente le leggi e le forze della natura? È troppo facile che la nostra ignoranza veda l’opera di Dio, il miracolo là dove non è che un fenomeno d’una forza occulta di natura? -. Se il vostro sospetto, che sia l’opera della natura quello che sembra miracolo, è ragionevole, tenete pur dubbio il miracolo. Quel fenomeno che si può spiegare naturalmente non è miracolo. È vero: noi non conosciamo tutte le forze della natura, ma non ne segue che possiamo dubitare del miracolo: basta osservare il fatto come avviene ed è facile distinguere ciò che è effetto di leggi naturali da ciò che è opera di Dio. Le leggi e le forze naturali operano in modi determinati, gradatamente, con l’applicazione di mezzi necessari: Dio opera senza questi mezzi, o con mezzi affatto impari e istantaneamente. Posso trasmettervi i miei pensieri col telegrafo o col telefono; ma sono obbligato a servirmi costantemente di quei mezzi che sono necessari: il medico può guarire un infermo che lotta con la morte, ma deve usare dei rimedi e domanda il tempo conveniente: nulla di simile nel miracolo. Non vi sono o se vi sono, tra loro e l’effetto non esiste proporzione alcuna. Chi giudica che l’effetto sia naturale o sopranaturale è e deve essere sempre la vostra ragione, la vostra scienza: il miracolo non si crede, ma si dimostra e il giudizio supremo e decisivo della sua esistenza spetta a voi, o dotti: a voi, rappresentanti della scienza [Parlo, com’è naturale, del miracolo in quanto è argomento di credibilità, e dei dotti in quanto non rinnegano il buon senso]. Un corpo da quattro dì giace nel sepolcro; il fetore che mena vi dice che la putrefazione è cominciata. Un uomo alla presenza d’una turba, in cui con gli amici sono confusi i nemici, lo chiama fuori della tomba: a quella voce il cadavere infradiciato si scuote, si leva e pieno di vita balza dal sepolcro. Un uomo risorge dopo tre dì dalla morte: dopo aver conversato per quaranta giorni co’ suoi discepoli, alla presenza di centinaia di persone, in pieno giorno, lascia la terra e si innalza al Cielo con un solo atto della sua volontà: Uomini della scienza, rispondete: questi fatti certissimi, innegabili, avvenuti sugli occhi di tanti testimoni, che non potevano ingannarsi, che non avevano interesse ad ingannare, che anzi avevano interesse a negarli o tacerli, potete voi attribuirli a forze occulte della natura operanti in quell’istante, proprio in quell’istante? Se è così, mostratelo; come uomini della scienza avete obbligo di mettere in luce queste nuove e misteriose forze; non vi è concesso di ripararvi dietro all’ignoto, all’ombra del mistero e dire: Possono essere forze ignote della natura quelle che operano -. Un “può essere”, a voi, che proclamate altamente i diritti sovrani della ragione, che questa sola riconoscete giudice inappellabile, disdice. I fatti son lì indubitati: nessuna forza naturale li può produrre; dunque vi è un’altra forza sovrannaturale, che li produce, la sola che li può produrre, è Dio -. Questo ci sembra buon senso, questo è il giudizio della ragione, che erompe spontaneo da ogni uomo, scevro da pregiudizi. I vostri dubbi , i vostri forse non fanno onore alla vostra ragione, che sembra cercare le tenebre là dove tutto è luce. – Ma quanti miracoli furono creati dalla superstizione, dall’inganno, dall’interesse, dall’ignoranza e dalla febbre del meraviglioso, onde le moltitudini troppo spesso sono invase! Tutte le Religioni della terra ne sono piene! Tutti i popoli narrano e magnificano i propri miracoli, che crescono in ragione della loro ignoranza e scemano in ragione della loro coltura e del loro progresso intellettuale. Ond’è ragionevole il credere che allorquando la ragione umana avrà compiute tutte le sue conquiste e sarà pervenuta al termine del suo cammino, del suo progresso, allora scomparirà dalla terra il miracolo, come le tenebre si dileguano dinnanzi al sole -. Molti miracoli furono creati dalla superstizione, dall’inganno, dall’interesse, dalla ignoranza, e dalla febbre del meraviglioso, onde le moltitudini sono invase: lo confessiamo. Ma tutti i miracoli hanno questa origine, anche quelli della Religione cristiana? Potete voi in buona fede mettere in un fascio i miracoli del paganesimo e del maomettismo con quelli di Mosè, di Cristo e degli Apostoli? Hanno tutti lo stesso carattere storico e morale? Perché con le monete vere si spacciano le false, direte voi che tutte son false? Perché coi rimedi efficaci della scienza medica han voga quelli dei ciarlatani, li proscriverete tutti insieme? Perché nei libri e nei monumenti della storia, le leggende e le menzogne più o meno intrecciate vanno talora mescolate coi fatti più certi e sicuri, avrete voi i diritto di rigettare ogni cosa? Avete solo il diritto e il dovere di sceverare il vero dal falso, il buono dal reo, questo serbando, quello rigettando. Il somigliante fate quanto ai miracoli: esaminateli, scrutateli senza prevenzioni, senza sistematici concetti, mossi dal solo amore del vero e troverete che i miracoli del Vangelo reggono alla critica più severa e che il negarli o anche solo il dubitarne è un fare violenza e oltraggio a quella ragione, di cui siete sì alteri. Troverete che se il progredire delle scienze e della ragione umana fa sparire i falsi miracoli e rende difficile e impossibile l’inventarne e spacciarne di nuovi, conferma e mette in maggior luce i veri, quelli su cui poggia la missione di Cristo e l’origine della Chiesa. La ragione umana e la scienza progredita faranno dileguare dalla terra il miracolo, si dice. Sì? Lo faranno dileguare quando avranno scacciato dalla terra e dal cielo, dalla mente e dal cuore degli uomini l’idea di Dio. Finche l’idea di Dio rimarrà nella mente e nel cuore degli uomini rimarrà pure l’idea del miracolo, che ne è inseparabile, come la luce e il calore è inseparabile dal sole. Perdonate questa digressione troppo lunga, ma non inutile e chiudiamo il commento del nostro Vangelo . E poiché il Signore Gesù ebbe parlato loro, fu accolto nel Cielo e siede alla destra di Dio -. L’Evangelista con questo versetto ricorda il fatto della Ascensione, su cui non richiamo la vostra attenzione, perché nel Ragionamento antecedente! fu più ampiamente esposto e me ne passo. – Chiude S. Marco il suo Vangelo con queste parole: – Quelli (cioè gli Apostoli) intanto, predicarono per tutto, cooperando il Signore e confermando la parola coi miracoli, che seguitavano -. È questo un richiamo alla promessa fatta da Cristo agli Apostoli, or ora accennata, con cui die’ loro il potere dei miracoli. La promessa, dice S. Marco, fu adempiuta e noi vedemmo Dio confermare coi miracoli l’insegnamento degli Apostoli e per tal guisa farsi loro cooperatore. I miracoli adunque sono la conferma della Dottrina, il suggello di Dio stesso. La Dottrina di Cristo per la massima parte trascende le forze della ragione umana: come potremmo noi dunque coglierla e tenerla con la maggiore fermezza, ci sia possibile? Sono due le vie, per le quali noi perveniamo al possesso d’una Dottrina qualunque: l’una è la ragione, il conoscimento della Dottrina stessa in sé; così conosciamo la matematica e tante altre cose naturali; l’altra è l’autorità e questa è umana, se è appoggiata a motivi umani; per essa conosciamo innumerevoli cose, per esempio tutti i fatti della storia. Può  essere divina, se è appoggiata a fatti divini, quali sono i miracoli operati in conferma d’una Dottrina e tale è appunto l’autorità degli Apostoli e della Chiesa. Uomini ragionevoli non siamo accogliere e tenere una dottrina qualunque senza prove ragionevoli proporzionate. Prove umane e naturali, dirette e decisive delle della fede non le abbiamo, né possiamo averle, perché a tanta altezza la ragion nostra non può assorgere. Come dunque potremo accoglierle e tenerle con ogni fermezza? Agli Apostoli e alla Chiesa che le annunziano noi diciamo: perché dobbiamo credere ciò che non intendiamo, né possiamo intendere? – Perché noi veniamo a nome di Dio -. Sta bene: e come ci provate ci venite a nome di Dio? – Ecco le nostre prove: i miracoli; esaminateli: sono la lettera credenziale dataci da Lui stesso -. I miracoli sono l’opera esclusiva di Dio, sono la sua parola e alla parola di Dio chi oserebbe rifiutar fede? E così, o cari, che la nostra fede a verità incomprensibili è ragionevole. Gli nomini della terra ricevono ed eseguiscono gli ordini del loro re quando ne vedono la firma e il suggello, benché non li comprendano; noi riceviamo ed eseguiamo gli ordini, le leggi, la dottrina di Cristo, ancorché non le comprendiamo, allorché la Chiesa, la sua ambasciatrice fedele, ci mostra la firma e il suggello di Lui: e la sua firma e il suo suggello sono i miracoli operati in suo nome.

Credo

Offertorium
Orémus
Ps XLVI:6.
Ascéndit Deus in iubilatióne, et Dóminus in voce tubæ, allelúia.
[Iddio è asceso nel giubilo e il Signore al suono delle trombe. Allelúia.]

Secreta
Súscipe, Dómine, múnera, quæ pro Fílii tui gloriósa censióne deférimus: et concéde propítius; ut a præséntibus perículis liberémur, et ad vitam per veniámus ætérnam. [Accetta, o Signore, i doni che Ti offriamo in onore della gloriosa Ascensione del tuo Figlio: e concedi propizio che, liberi dai pericoli presenti, giungiamo alla vita eterna.]

Communio
Ps 67:33-34
Psállite Dómino, qui ascéndit super coelos coelórum ad Oriéntem, allelúia.

[Salmodiate al Signore che ascende al di sopra di tutti i cieli a Oriente, allelúia.]

Postcommunio
Orémus.
Præsta nobis, quǽsumus, omnípotens et miséricors Deus: ut, quæ visibílibus mystériis suménda percépimus, invisíbili consequámur efféctu.
[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente e misericordioso, che di quanto abbiamo ricevuto mediante i visibili misteri, ne conseguiamo l’invisibile effetto].

DOMENICA QUINTA DOPO PASQUA [2018]

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. XLVIII:20

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiate usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja [Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

Ps LXV:1-2 Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus. [Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: dà a Lui lode di gloria].

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiáte usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja [Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

 Orémus.

Deus, a quo bona cuncta procédunt, largíre supplícibus tuis: ut cogitémus, te inspiránte, quæ recta sunt; et, te gubernánte, éadem faciámus. [O Dio, da cui procede ogni bene, concedi a noi súpplici di pensare, per tua ispirazione, le cose che son giuste; e, sotto la tua direzione, di compierle.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli.

Jac. I:22-27

Caríssimi: Estóte factóres verbi, et non auditóres tantum: falléntes vosmetípsos. Quia si quis audítor est verbi et non factor: hic comparábitur viro consideránti vultum nativitátis suæ in spéculo: considerávit enim se et ábiit, et statim oblítus est, qualis fúerit. Qui autem perspéxerit in legem perfectam libertátis et permánserit in ea, non audítor obliviósus factus, sed factor óperis: hic beátus in facto suo erit. Si quis autem putat se religiósum esse, non refrénans linguam suam, sed sedúcens cor suum, hujus vana est relígio. Relígio munda et immaculáta apud Deum et Patrem hæc est: Visitáre pupíllos et viduas in tribulatióne eórum, et immaculátum se custodíre ab hoc sæculo

Omelia I

[Mons. G. Bonomelli: Nuovo saggio di omelie, vol. II, Marietti ed. Torino, 1898, Omelia XXIII]

“Carissimi! siate operatori della parola e non soltanto ascoltatori, ingannando voi stessi. Poiché se altri è ascoltatore e non operatore della parola, costui sarà simile ad un uomo che, avendo rimirato in uno specchio il suo volto al naturale e consideratolo, se ne ritrae tosto, dimentico di quello ch’esso è. Ma chi si è specchiato nella legge perfetta della libertà e vi perdura, non da smemorato ascoltatore, sebbene da ascoltatore operoso, questi sarà felice dell’opera sua. Che se qualcuno si pensa d’essere religioso, non imbrigliando la sua lingua, ma ingannando se stesso, la pietà di costui è vana. La religione pura e intemerata, presso Dio e Padre, è questa: Visitare gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e serbarsi “netto di questo mondo „ (S. Giacomo, c. I, vers. 22-27). – Forse voi non avete dimenticato l’omelia dell’ultima Domenica, nella quale presi a commentare alcune sentenze della lettera di san Giacomo, che si leggono nella santa Messa. Or bene; sappiate, o cari, che queste che adesso avete udito, sono la continuazione di quelle ch’ebbi a spiegarvi. Non vi è nulla di difficile, ma molto da apprendere, e ciò che importa anche maggiormente, le cose che vi dirò, rispondono ai bisogni d’ogni classe di persone, e ciò deve accrescere, se è possibile, la vostra attenzione. – S. Giacomo nel versetto che sta immediatamente prima di quello che siamo per commentare e che fu l’ultimo spiegato nell’altra omelia, aveva detto: “Accogliete docilmente la parola in voi seminata, che può salvare le anime vostre; „ a questa esortazione di ricevere la parola od insegnamento evangelico con docilità, che ha virtù di salvare le anime, con passaggio naturalissimo il nostro Apostolo fa seguire quest’altra sentenza, che la completa: “Siate poi operatori della parola e non soltanto ascoltatori.„ Buona e santa cosa è udire la parola del Vangelo e con essa accogliere la verità: ma non basta, come non basta al campo ricevere il seme; è mestieri, che lo faccia germogliare e renda moltiplicato il frutto. Miei cari! la Religione nostra santissima consta di due parti, del Simbolo e del Decalogo: quello è la regola del credere, questo è la norma dell’operare; quello guida la mente e deve precedere, questo guida la mano e deve seguire. Vi sono alcuni, i quali gridano sempre: La fede! i principi! ma poco si curano delle opere: vi sono altri che dicono: Le opere! i fatti! basta essere onesti, giusti e non parlano del Simbolo; errano questi e quelli: si esige la fede e si esigono le opere, è necessario il Simbolo ed è necessario il Decalogo. L’uomo non è soltanto anima e mente, ma è anche volontà, ed ha il corpo, e deve servire a Dio con l’anima e con la mente ed anche con la volontà e col corpo, cioè con le opere. Direste, voi che è perfetto pittore colui, che ne conosce tutte le regole, che si contenta di contemplare con la mente i suoi ideali, siano pur bellissimi, e che non ci mostra mai sulla tela una figura? Direste voi che è buono quel figliuolo, il quale conosce benissimo i suoi doveri verso di voi, o genitori, e li confessa e protesta di volervi amare e ubbidire, e poi non vi dà mai una prova di amore e di ubbidienza coi fatti? Certo la fede è necessaria, è la radice della vita cristiana, è il seme che ci deve dare l’albero e il frutto; ma la fede, o cari, può vivere a lungo se non è nutrita dalle buone opere? È ben difficile. Essa è come un albero, su cui per lunghi mesi non discende la pioggia, o che la mano industre del contadino non irriga opportunamente: a poco a poco le sue foglie ingialliscono, cadono, e l’albero finalmente muore. Non dimenticatelo mai, o dilettissimi; generalmente la fede muore perché non accompagnata o avvivata dalle opere: sono le passioni appagate, sono cioè le opere che mancano, quelle che fanno inaridire l’albero della fede. Il credere non costa molto, o cari, massime al popolo: ciò che costa è l’operare, e la maggior parte di quelli che tra i cristiani si perdono, si perdono non per essere trovati manchevoli del Simbolo, ma per aver fallito nel Decalogo. Siamo dunque non semplici ascoltatori, ma operatori della parola, e la nostra fede mostriamola con le opere; se questo non faremo, inganneremo noi stessi, perché è chiara la sentenza di Gesù Cristo che protesta: “Non chi avrà detto: Signore, Signore, ma chi avrà fatto la volontà del Padre mio (osservando la legge) sarà salvo [“Vera fides est, quæ in hoc quod dicit, moribus non contradicit” – S. Greg. M., Homil. 29. – “Monstruosa res gradus summus et animus infimus: sedes prima et vita ima; lingua magniloqua et manus otiosa: sermo multus et fructus nullus” (S. Bernard., De Consid., lib. 2, c. 7). – “Opus sermone fortius” ; Nazianz., Orat. 27]. – Per chiarire ed avvalorare la verità stabilita, il santo Apostolo adopera una graziosa similitudine, e dice: ” Se altri è ascoltatore e non operatore della parola (cioè crede e non ha le opere, frutto della fede), è somigliante ad un uomo, il quale avendo rimirato il suo volto al naturale in uno specchio, consideratolo, se ne ritrae tosto, dimentico di quello ch’esso è.„ Lo specchio di sua natura riflette l’immagine di tutto ciò che gli sta dinanzi, e la riflette sempre e fedelmente: esso non inganna, non mentisce mai. Perché l’uomo si affacciai allo specchio? Per vedere il volto suo e tutta la persona. Se nello specchio vede che il volto non è netto, non acconciati i capelli, scomposto l’abito e non abbastanza pulito, che fa tosto? Tenendo sempre l’occhio sullo specchio, lava e netta il volto, racconcia i capelli e compone debitamente il vestito. Similmente deve fare il cristiano: spesso deve farsi allo specchio dell’anima per vedere se in essa tutto è netto ed ordinato. E qual è lo specchio dell’anima? E la parola di Dio, è la fede, è l’insegnamento del Vangelo, che non erra e non inganna mai: specchiamoci in esso e vedremo tosto e con sicurezza se nella nostra condotta è tutto ordinato e conforme al volere di Dio. Fratello, accostati a questo specchio fedele della fede e della legge divina; esso ti farà conoscere qual sei. Esso ti mostrerà assai spesso il volto dell’anima tua bruttato da pensieri ed affetti indegni di cristiano: ti farà vedere le macchie della vanità, della superbia, del disordinato amore ai beni di quaggiù, dello stravizio e della intemperanza, della maldicenza, della discordia, della disubbidienza, dell’invidia, della pigrizia, della trascuratezza dei tuoi doveri cristiani e va dicendo. Oh! quante macchie scorgerai nell’anima tua dinanzi a quello specchio infallibile, se ben addentro vi spingerai lo sguardo. E allora che dovrai fare? Precisamente quello che fanno tutti coloro, uomini e donne, che si riguardano nello specchio. Devi lavare quelle macchie, mondarti di quelle sozzure, emendarti di tutte le tue mancanze, affinché il volto dell’anima tua apparisca bello, nitido, simile al gran modello, che è Gesù Cristo [“Splendidissimum in mandatis suis (Deus) condidit speculum, in quo homo suæ mentis faciem inspiceret et quam conformis imagini Dei, aut quam dissimila esset agnosceret”; S. Leonis, Serm. 11]. – Che diresti tu di quell’uomo, di quella donna, i quali dopo essersi lungamente riguardati nello specchio e viste tutte le macchie, ond’è brutto il volto e l’abito, se ne andasse e non si curasse punto di nettarsene? Diresti che è uno stolto, uno smemorato, e che se non voleva far nulla per nettarsi, non valeva la pena che ricorresse allo specchio e vi si rimirasse! e bene a ragione. Il somigliante è da dire di quel cristiano e di quella cristiana, che ascoltano la parola di Dio, conoscono la sua legge, e in essa, quasi in ispecchio tersissimo, vedono la propria anima tutta lorda e sozza per tante colpe e male abitudini, e, come non si trattasse di loro, tranquillamente se ne vanno e non si emendano. Carissimi! no, no, non imitiamo questi spensierati, che dimenticano sì facilmente qual è il volto loro al naturale, che sono ascoltatori, e non operatori della parola divina; ma per contrario, siamo imitatori, come vuole S. Giacorno, di colui “che si è specchiato nella legge della libertà (cioè nella legge evangelica, che ci ha affrancati dal male e ci dà la libertà del bene) e vi perdura, non da ascoltatore dimentico, ma da operatore col fatto; questi, questi! esclama S. Giacomo, sarà felice e beato dell’opera sua, „ e raccoglierà il frutto della redenzione. – Alla trascuratezza e spensieratezza dell’uomo che ascolta la parola di Dio e in essa si specchia senza cavarne vantaggio, toccata nel versetto superiore, S. Giacomo oppone in questo versetto l’avvedutezza e la prontezza dell’uomo che ascolta, conosce e, conformemente al conoscimento, regola la sua condotta colle opere. – Passiamo al versetto seguente: “Che se qualcuno crede di essere religioso, non raffrenando la sua lingua, ma ingannando se stesso, la sua religione è vana.„ Veramente, trattandosi d’una lettera come questa di S. Giacomo, che va tutta in sentenze morali pratiche, non si richiede che queste siano tutte legate tra loro, come in una trattazione scientifica. Esse possono stare benissimo anche separate, senza nesso di discorso, e alcuna volta ciò apparisce manifestamente, e potrebbe essere questo il caso della sentenza che vi ho riportata. Ma, considerando meglio la cosa, mi pare che il nesso tra il nostro versetto e gli antecedenti esista, comecché alquanto remoto. Sopra, S. Giacomo esorta i fedeli ad essere pronti ad udire e tardi a parlare; qui, ritornando su quella massima, la riconferma, dicendo, che se alcuno crede d’essere religioso o pio, che è tutt’uno, e non raffrena la sua lingua, costui si illude e mostra a fatti che la sua religione è vana. La lingua è lo strumento ordinario, mercé del quale comunichiamo altrui i nostri pensieri ed i nostri affetti, e non sarà facile frenare questi se non freniamo quella. La nostra mente e il nostro cuore sono come due sorgenti, dalle quali senza posa scaturiscono i nostri pensieri e i nostri affetti, buoni o rei ch’essi siano. Cessare di pensare o di amare è impossibile cosa; sarebbe come cessare di respirare: si muore. Nostra cura continua deve essere quella di vegliare sui pensieri della nostra mente e sugli affetti del nostro cuore, per reprimere i cattivi e lasciar libero il corso ai buoni; lavoro necessario e difficilissimo, perché esige un’incessante sorveglianza sopra di noi medesimi. Mezzo molto utile ed efficace a vegliare sopra i pensieri e gli affetti del nostro spirito sarà quello di vegliare sulla loro manifestazione mediante la lingua. Vegliare su questa importa vegliare sull’interno, giacché non si possono ponderare le parole senza ponderare i pensieri e gli affetti, che sono alle parole necessariamente congiunti, come il macchinista, se è prudente, non può regolare le valvole della locomotiva senza tener d’occhio in pari tempo la misura del vapore, ch’essa rinserra ne’ suoi fianchi. Vogliamo noi, o dilettissimi, regolare il nostro interno? Regoliamo l’esterno. Vogliamo stringere nelle nostre mani il freno della mente e del cuore? Custodiamo la porta per cui escono, stringiamo il freno della lingua. Ciò facendo, noi avremo un altro vantaggio e non lieve, o cari. Un uomo che continuamente versa tutti i suoi pensieri ed affetti per la via della lingua, è simile a colui che tiene sempre aperta la valvola della sua macchina: la forza del vapore se ne fugge tutta per essa e la macchina ben presto non può agire e cessa il lavoro. Perché la mente sia raccolta, i pensieri elevati eretti, gli affetti puri e nobili, è mestieri ponderarli; fa d’uopo concentrarci in noi stessi e riunire le forze tutte del nostro spirito per rivolgerle tutte insieme sopra un oggetto solo: se noi senza posa le disperdiamo fuori di noi con la parola, rimarremo vuoti, deboli, impotenti. Vedete l’acqua che discende dal monte: se la imprigionate opportunamente in vasi o tubi, si solleva, se volete, fino all’altezza dalla quale discende; se voi la lasciate scorrere liberamente sul suolo, si spande e sparisce: così avviene, dice S. Gregorio M., dell’anima nostra: tenetela raccolta in se stessa: si innalza con i suoi pensieri fino a Dio: lasciate che con le parole si effonda d’ogni parte, come per altrettanti rivi, si distrarrà, e sperderà miseramente le sue forze [S. Gregor. M., Moral., lib. 7. cap. 7). Se noi non custodiremo debitamente la nostra lingua, sappiatelo bene, la nostra religione e pietà sarà vana, e non avrà che l’apparenza: Hujus vana est religio. Ma qual è dunque, o beato Apostolo, la vera, la solida religione e pietà? Ascoltate: “La religione, o pietà pura e intemerata presso Dio e il Padre, è questa: Visitare gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e serbarsi mondi da questo secolo. „ Quale risposta! Quale verità, o carissimi! Voi lo sapete; la religione è l’insieme, il complesso dei rapporti tra Dio e l’uomo, quali scaturiscono dalla natura delle cose e quali sono voluti e stabiliti da Dio: Dio è nostro Creatore e conservatore e perciò nostro padrone assoluto: il Figliuol di Dio si è fatto uomo e ci ha ricomperati col suo sangue: ha diritto perciò alla nostra gratitudine, alla nostra obbedienza, al nostro amore: questi doveri di gratitudine, di obbedienza, di amore verso Dio si manifestano in modi svariatissimi, in atti interni ed esterni di fede, di adorazione, di ringraziamento, di speranza, di amore verso di Lui e verso il prossimo, in breve, nell’osservanza della legge divina in tutte le sue parti. Or come sta che S. Giacomo riduce la religione pura e intemerata a visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni e serbarsi netti da questo secolo? Forse ché intese dire che questo fosse bastevole e tutto il resto, che riguarda la fede, i Sacramenti e le altre opere, fosse inutile? Sarebbe un negare il Vangelo, un contraddire lo stesso Apostolo, che in questa lettera tante altre cose inculca e comanda, e sarebbe un offendere lo stesso buon senso. L’Apostolo, ricordando e proclamando la necessità di queste opere di misericordia, non negò la necessità delle altre già note ai fedeli: volle soltanto ricordare queste, perché allora più necessarie e più utili. La maggior parte dei fedeli, ai quali scriveva, erano nati e cresciuti nell’ebraismo, e forse molti di loro tenevano necessaria l’osservanza delle cerimonie mosaiche, tante di numero e sì gravose, e dalle quali non sapevano divezzarsi. S. Giacomo loro rammenta che la religione di Gesù Cristo non ha che far nulla con quelle cerimonie, ch’essa domanda le opere e sopra tutto le opere della carità verso del prossimo, come quelle che rendono cara ed amabile la religione e ne mostrano la efficacia, e di queste opere, a modo d’esempio, ricorda quella di visitare e consolare i più poveri e più abbandonati, che sono gli orfanelli e le vedove.Quando si medita questa sentenza di san Giacomo — la religione pura ed intemerata presso Dio e il Padre, è questa: “Visita orfani e le vedove” — non si può non sentire la grandezza e la santità della nostra religione. Essa ce ne rivela tutta la natura, che in fondo è la carità operosa verso tutti, ma specialmente per i più bisognosi, per i più derelitti de’ fratelli nostri, che sono gli orfani e le vedove! Ah! una religione che si compendia in una sentenza come questa, non può essere che una religione divina. Gli uomini non avrebbero mai trovata una definizione sì sublime!Aggiunge poi in fine, che la religione comanda di serbarsi mondo da questo secolo, il che importa di non seguire il mondo, le sue massime, di non abbandonarsi ai suoi colpevoli piaceri. In questa sentenza dell’Apostolo è scolpita a meraviglia l’indole della nostra religione, che ci vuole, sciolti dall’amore disordinato della terra, intesi ai veraci beni del cielo e pieni di carità verso i fratelli nostri sofferenti. Mettiamola in pratica onde non siamo uditori, ma fattori della parola divina, secondo la espressione di S. Giacomo.

 Alleluja

Allelúja, allelúja.

Surréxit Christus, et illúxit nobis, quos rédemit sánguine suo. Allelúja, [Il Cristo è risuscitato e ha fatto sorgere la sua luce su di noi, che siamo redenti dal suo sangue. Allelúia.]

Joannes XVI:28 Exívi a Patre, et veni in mundum: íterum relínquo mundum, et vado ad Patrem. Allelúja. [Uscii dal Padre e venni nel mondo: ora lascio il mondo e ritorno al Padre. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem. 

Joann XVI:23-30

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Amen, amen, dico vobis: si quid petiéritis Patrem in nómine meo, dabit vobis. Usque modo non petístis quidquam in nómine meo: Pétite, et accipiétis, ut gáudium vestrum sit plenum. Hæc in provérbiis locútus sum vobis. Venit hora, cum jam non in provérbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiábo vobis. In illo die in nómine meo petétis: et non dico vobis, quia ego rogábo Patrem de vobis: ipse enim Pater amat vos, quia vos me amástis, et credidístis quia ego a Deo exívi. Exívi a Patre et veni in mundum: íterum relínquo mundum et vado ad Patrem. Dicunt ei discípuli ejus: Ecce, nunc palam loquéris et provérbium nullum dicis. Nunc scimus, quia scis ómnia et non opus est tibi, ut quis te intérroget: in hoc crédimus, quia a Deo exísti.

Omelia II

[Ut supra, om. XXIV]

Gesù disse a’ suoi discepoli: In verità, in verità vi dico: se alcuna cosa domanderete al Padre nel nome mio, ve la darà: fino ad ora non avete domandato nulla nel nome mio: domandate e riceverete, affinché il vostro gaudio sia compiuto. Queste cose vi ho dette con similitudini. Viene l’ora che non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno domanderete nel nome mio; e non vi dic che pregherò il Padre per voi. Perché lo stesso Padre vi ama, perché voi avete amato me ed avete creduto, ch’io sono proceduto dal Padre. Sono proceduto dal Padre e venni nel mondo: di nuovo lascio il mondo e vado al Padre. I suoi discepoli gli dissero: Ecco, ora parli chiaramente e non adoperi alcuna similitudine. Ora sappiamo che tutto conosci, né hai bisogno che alcuno ti Interroghi: per ciò crediamo, che sei proceduto da Dio „ (Giov. XVI, 23-29).

Anche questo tratto di Vangelo, come quelli delle tre ultime Domeniche, si legge nel cap. XVI di S. Giovanni, e Gesù lo disse lungo la via dal cenacolo, dove aveva fatta la cena, all’orto del Getsemani. Il cenacolo (se la tradizione conservata fino ad oggi è esatta) era sulla parte alta di Gerusalemme, poco lungi dalla torre di Davide: il Getsemani è giù basso, dalla parte diametralmente opposta e per giungervi bisogna attraversare quasi tutta la città ed uscire dalle sue mura. La distanza potrà essere, in linea retta, d’un chilometro e mezzo. Fu durante questo tragitto che Gesù tenne la massima parte del discorso dopo l’ultima cena. Le parole, che testé vi ho riportate, sono parole di conforto ai suoi cari Apostoli, ai quali raccomanda la preghiera, e li assicura che sarà esaudita dal Padre. Veniamo alla spiegazione. “In verità, in verità vi dico: se alcuna cosa domanderete al Padre nel nome mio, ve la darà. „ Gesù aveva poco prima annunziata agli apostoli la vicina sua dipartita e la sua risurrezione, con quelle parole: ” Ancora un poco, e non mi vedrete più: di nuovo, ancora un poco, e mi vedrete: „ gli Apostoli ne erano desolati. Il pensiero della separazione dal loro Maestro li riempiva di tristezza. Lui lontano, chi li avrebbe consolati? Chi ammaestrati? A chi avrebbero essi avuto ricorso? Gesù, dopo aver promesso loro un altro Consolatore in suo luogo, lo Spirito Santo, offre ad essi un altro mezzo facile e sicuro, in cui avrebbero trovato conforto ed aiuto efficacissimo. E per rincorarli in tanta afflizione, manda innanzi quelle parole a lui famigliari nelle occasioni solenni. ” In verità, in verità vi dico; „ e, come avverte S. Agostino, una specie di giuramento. — Voi, o cari, così il divin Salvatore, siete afflitti ed atterriti, perché Io vi lascio: voi non mi avrete più in mezzo a voi e non potrete ricorrere a me, come eravate soliti fare. Ma Dio è sempre con voi: non vi perde di vista un solo istante, e invece di ricorrere a me, che vedete, ricorrete al Padre mio, a Dio [Qui Gesù Cristo nomina il Padre divino, come principio delle altre due Persone, e intende significare la divinità; nomina il solo Padre, credo, per ispirare, con questo nome sì dolce, maggior fiducia negli Apostoli], che è dovunque e dovunque può esaudirvi e consolarvi. Io vi assicuro, che qualunque cosa gli chiederete, ve la darà. Questa espressione ” qualunque cosa, „ vuol essere dichiarata perché non sia male intesa. Gesù Cristo promette che quello che gli Apostoli domanderanno al Padre, l’avranno; cioè quello che loro non nuoce, ma giova; quello che conduce alla salvezza delle anime e alla gloria di Dio, non ciò che può desiderare il mondo, onde quella espressione sì ampia — qualunque cosa domanderete — per la natura stessa delle cose, di cui parla Gesù Cristo, la si deve restringere a quelle che sono ordinate al bene dell’anima, e intenderle di tutte in modo assoluto sarebbe contro il senso cristiano e il modo di parlare costantemente tenuto dal Salvatore. E notate anche le condizioni esplicite, che Gesù appone alla sua promessa. Vuole che domandino, e domandino in suo nome. Indubbiamente Dio può concedere le sue grazie senza aspettare che noi le domandiamo, perché vede i nostri bisogni, può tutto ed è bontà infinita: ma ordinariamente esige che preceda la nostra preghiera, sia perché con essa confessiamo la nostra miseria e riconosciamo la sua onnipotenza, sia perché con essa esercitiamo la fede e la speranza, sia perché con essa cooperiamo con Dio all’acquisto di ciò che vogliamo e ci abbisogna, giacché Dio non vuol premiare la pigrizia e l’inerzia, e vuole che dal canto nostro facciamo ciò che possiamo. E non basta: vuole Gesù Cristo, che quello che domandiamo a Dio, lo domandiamo nel nome suo, vale a dire per i meriti suoi, per Lui, che è il mediatore nostro, per Lui, che è Dio come il Padre, per Lui, al quale, come a Redentore, in ispecial modo apparteniamo . Egli è per questo, o carissimi, che la Chiesa, madre nostra, chiude tutte le sue preghiere, pubbliche e private con quelle parole, che dirò quasi sacramentali: ” Per Dominum nostrum Jesum Christum — Per il Signor nostro Gesù Cristo. „ Fino ad ora, continua Gesù Cristo, voi non avete domandato nulla nel mio nome. „ Come ciò, o dilettissimi? Finché gli Apostoli vivevano con Gesù Cristo, fidenti in Lui, a Lui potevano chiedere e chiedevano ciò che volevano; ma quando Gesù non sarebbe più stato visibilmente con loro, allora essi dovevano rivolgersi a Dio, ma sempre nel nome e per i meriti di Gesù, di quel Gesù che nell’umana natura sederebbe alla destra del Padre, e in essa intercederebbe per essi. — In altri termini, Gesù volle dire: Ora io me ne vo al Padre: in avvenire non ricorrerete più a me, come mi vedete, ma a Dio, che sarà sempre vostro Padre, non dimenticando ch’Io sarò presso di Lui vostro mediatore. ” Su, dunque: domandate e riceverete. È una conferma della promessa fatta ed un eccitamento a pregare, con la certezza che otterranno e che in tal guisa la loro gioia sarà compiuta: Ut gaudium vestrum sit plenum. ” Queste cose vi ho detto con similitudini: viene l’ora che non vi parlerò più con similitudini, „ così il divin Maestro. Come apprendiamo dal Vangelo, Gesù Cristo ammaestrò gli Apostoli con parabole e similitudini; usò con essi il linguaggio della semplicità, anche ragionando delle cose più alte: Egli li condusse gradatamente dalle cose piane alle alte e difficili, ma sempre con un linguaggio figurato e quale poteva essere inteso da loro: ma, viene l’ora, dice Gesù Cristo, che non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre. Quest’ora, non ne dubito si riferisce alla venuta dello Spirito Santo. – Allora Egli, avendo cessato di ammaestrare gli Apostoli col senso esterno della parola, cominciò ad ammaestrarli in modo più elevato, senza bisogno di parola esterna, rischiarando direttamente le loro menti intorno alle verità più sublimi che riguardano Dio: Palam de Patre annuntiabo vobis. Allora, dice Cristo, vi parlerò apertamente del Padre. Come? forseché Gesù Cristo dopo la sua risurrezione e dopo la venuta dello Spirito Santo parlò agli Apostoli e li istruì soltanto intorno alla Persona del Padre? Ciò sarebbe contrario anche a ciò che apparisce dai libri sacri e dal fatto, perché gli Apostoli furono istruiti da Cristo e dal suo Spirito in tutte le verità e possiamo anche aggiungere che pochissime sono le cose che si riferiscono al solo Padre. Qual è dunque il senso di quella sentenza? Evidentemente Gesù Cristo nomina il Padre come principio delle altre due Persone, e in Lui e per Lui intende tutto ciò che si riferisce a Dio e alle cose da Lui fatte. “In quel giorno voi domanderete nel nome mio, ed Io non vi dico che pregherò il Padre per voi, perché lo stesso Padre vi ama. ., In quel giorno, cioè quando sarà venuto lo Spirito Santo che vi ho promesso, non avrete bisogno ch’Io vi insegni a pregare, o preghi Io stesso per voi, perché, illuminati da Lui, voi pregherete come si conviene. No, non dovete temere di pregare direttamente il Padre, perché Egli vi ama teneramente come figli, e perciò con ogni fiducia potete presentarvi a Lui. Come è delicata e per noi consolantissima questa espressione di Gesù Cristo! Avvicinatevi al Padre, pregatelo con filiale confidenza, perché Egli vi ama e amandovi non può non aver cara la vostra preghiera. Dio, non dimenticate mai questa verità di fede, o dilettissimi: Dio ci previene sempre con la sua grazia, tantoché qualunque opera buona che noi facciamo, ha sempre il primo impulso da Dio; e questo primo impulso della sua grazia è una conseguenza, una prova dell’amor suo verso di noi. È Dio stesso che ci muove a pregare e come volete che non ci esaudisca? E perché il Padre vi ama?  “Perché voi, risponde Cristo, avete amato me e avete creduto ch’Io sono proceduto da Dio. „ Il Padre ama me come Figliuol suo naturale e, amando me, deve amare quelli che amano me, come Lui, e voi con le opere avete mostrato di amar me, credendo alle mie parole, credendomi suo Figlio fatto uomo. — Ora chi ama ardentemente una persona, deve esaudire le sue preghiere: fate dunque ragione, conchiude Gesù Cristo, se il Padre mio non deve esaudirvi. È per questo che Io non vi dico che pregherò il Padre per voi: non vi è bisogno, perché Egli vi ama. – Questa espressione di Gesù Cristo non si ha da intendere in modo da credere ch’Egli come uomo non preghi il Padre, che sarebbe contrario a ciò che S. Paolo scrive: ” Cristo vive sempre intercedendo per noi, „ e al suo ufficio di Mediatore e Sacerdote in eterno. Ma la risposta è facile: Cristo non disse: Io non pregherò, ma ” non vi dico, che Io pregherò per voi, perché il Padre stesso vi ama. „ D’altra parte sappiamo che Gesù Cristo, diffondendo il suo Spirito in noi, prega in noi e con noi, tantoché solo per Lui e con Lui noi possiamo dire a Dio: Padre! Clamamus: Abba, Pater. Gli Apostoli non potevano comprendere come Gesù Cristo, essendo venuto al mondo per stabilirvi il suo regno, si partisse dal mondo senza avervelo stabilito, e ciò che era peggio, nel modo ch’essi immaginavano. Più: essi non sapevano nemmeno concepire dove, partendo dal mondo, se ne dovesse andare. Quali fossero le idee di quei poveri discepoli, è difficile il dirlo, e probabilmente essi stessi non sapevano rendersene conto. Il perché Gesù, a chiarirli, disse: “Io sono proceduto dal Padre e son venuto nel mondo: di nuovo lascio il mondo e vado al Padre: ., in altre parole: Io sono Figlio dell’eterno Genitore; per l’incarnazione sono venuto in mezzo a voi, ed ora lascio voi e questo mondo e me ne ritorno al Padre. Gli Apostoli all’udire quelle parole furono scossi: i loro dubbi, le loro incertezze svanirono; compresero la verità, e nella loro gioia, con un senso di stupore e di gratitudine di averli sì chiaramente illuminati, esclamarono: “Ecco che ora parli apertamente e non adoperi alcuna similitudine. Ora sappiamo che tutto conosci, né hai bisogno che alcuno ti interroghi: perciò crediamo che procedesti da Dio. „ Il conoscere chiaramente ciò che Gesù Cristo era per fare, com’era naturale in quelle distrette dolorose, stava sommamente a cuore a quei poveri Apostoli, sì per l’amore, che sentivano vivissimo pel Maestro, e sì ancora perché toccava troppo da vicino la loro sorte: desideravano ardentemente saperlo, ma per una cotal riverenza e timore figliale non osavano dir tutto: era un pensiero comune in tutti, ma nessuno lo manifestava nettamente: l’aver Cristo indovinato, a così dire, quel loro bisogno e desiderio cocente, parve loro una prova, che leggeva nei cuori, e uscirono in quelle parole: Or sappiamo che tutto conosci, e non hai bisogno che altri ti interroghi, e questo solo, se fosse necessario, ci mostrerebbe che sei il Figlio di Dio. Quella confessione sì spontanea degli Apostoli, in quei momenti sì dolorosi, dovette far balenare un lampo di gioia sulla mesta fronte di Gesù Cristo e spargere una stilla di gioia sul suo cuore trambasciato. – Gli Apostoli furono ammaestrati da Cristo e si rallegravano di aver conosciuto la verità: ma come la conobbero? Perché ne fecero domanda a Gesù Cristo. Noi pure domandiamogli lume ed Egli non ce lo rifiuterà mai.

Credo …

Offertorium

Orémus Ps LXV:8-9; LXV:20

Benedícite, gentes, Dóminum, Deum nostrum, et obœdíte vocem laudis ejus: qui pósuit ánimam meam ad vitam, et non dedit commovéri pedes meos: benedíctus Dóminus, qui non amóvit deprecatiónem meam et misericórdiam suam a me, allelúja. [Popoli, benedite il Signore Dio nostro, e fate risuonare le sue lodi: Egli che pose in salvo la mia vita e non ha permesso che il mio piede vacillasse. Benedetto sia il Signore che non ha respinto la mia preghiera, né ritirato da me la sua misericordia, allelúia].

Secreta

Súscipe, Dómine, fidélium preces cum oblatiónibus hostiárum: ut, per hæc piæ devotiónis offícia, ad coeléstem glóriam transeámus. [Accogli, o Signore, le preghiere dei fedeli, in uno con l’offerta delle ostie, affinché, mediante la pratica della nostra pia devozione, perveniamo alla gloria celeste].

Communio

Ps XCV:2

Cantáte Dómino, allelúja: cantáte Dómino et benedícite nomen ejus: bene nuntiáte de die in diem salutáre ejus, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore, allelúia: cantate al Signore e benedite il suo nome: di giorno in giorno proclamate la salvezza da Lui operata, allelúia, allelúia].

Postcommunio

Orémus.

Tríbue nobis, Dómine, cæléstis mensæ virtúte satiátis: et desideráre, quæ recta sunt, et desideráta percípere. [Concedici, o Signore, che, saziati dalla forza di questa mensa celeste, desideriamo le cose giuste e conseguiamo le desiderate.]

 

DOMENICA QUARTA DOPO PASQUA [2018]

 

DOMENICA QUARTA dopo PASQUA [2018]

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps CXVII:1; XCVII:2

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Salvávit sibi déxtera ejus: et bráchium sanctum ejus. [Gli diedero la vittoria la sua destra e il suo santo braccio.]

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui fidélium mentes uníus éfficis voluntátis: da pópulis tuis id amáre quod praecipis, id desideráre quod promíttis; ut inter mundánas varietátes ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gáudia. [O Dio, che rendi di un sol volere gli animi dei fedeli: concedi ai tuoi popoli di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti; affinché, in mezzo al fluttuare delle umane vicende, i nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli. Jac. I: 17-21.

“Caríssimi: Omne datum óptimum, et omne donum perféctum desúrsum est, descéndens a Patre lúminum, apud quem non est transmutátio nec vicissitúdinis obumbrátio. Voluntárie enim génuit nos verbo veritátis, ut simus inítium áliquod creatúræ ejus. Scitis, fratres mei dilectíssimi. Sit autem omnis homo velox ad audiéndum: tardus autem ad loquéndum et tardus ad iram. Ira enim viri justítiam Dei non operátur. Propter quod abjiciéntes omnem immundítiam et abundántiam malítiæ, in mansuetúdine suscípite ínsitum verbum, quod potest salváre ánimas vestras

 [Mons. Bonomelli, Nuovo saggio di Omelie – vol. II; Marietti ed. Torino 1899, impr.]

Omelia XXI.

 “Ogni buon dono ed ogni perfetto presente viene dall’alto, discendendo dal Padre dei lumi, presso il quale non vi è mutamento, od ombra di vicende. Egli di sua volontà ci ha generati colla parola di verità, affinché in certo modo fossimo la primizie dell’opera sua. Intendetelo bene, fratelli miei diletti. Ognuno sia pronto ad udire, tardo al parlare, lento all’ira. Perché l’ira dell’uomo non fa quello che è giusto dinanzi a Dio. Perciò smessa ogni bruttura e malvagità, accogliete docilmente la parola seminata in voi, la quale può salvare le anime vostre „ (S. Giacomo, I; 17-21).Queste poche sentenze leggiamo nella Messa odierna e si trovano nella epistola di S. Giacomo. Se non erro, è questa la prima volta che mi accade di dover togliere a soggetto dell’omelia un tratto di questa lettera. Essa, come si legge a principio, fu scritta da S. Giacomo apostolo. Son due gli Apostoli di questo nome; il primo, detto il Maggiore, fratello di Giovanni e figliuolo di Zebedeo, ed uno dei tre prediletti da Cristo. Questi fu messo a morte da Erode Agrippa, dieci anni dopo l’Ascensione di nostro Signore, l’anno 42 dell’era nostra. L’altro, detto il Minore, forse per ragione dell’età, figliuolo di Alfeo o Cleofa e di Maria, sorella o cugina della Vergine, e perciò detto fratello di Cristo, ossia cugino. Visse sempre in Gerusalemme, ne fu il primo vescovo, venerato per la sua santità anche dai Giudei, ebbe la corona del martirio l’anno 62 dell’era nostra, ad istigazione del pontefice Anano, otto anni prima dello sterminio di Gerusalemme. La lettera è di questo apostolo e fu indirizzata, non molto prima della sua morte, a tutti i Giudei convertiti e sparsi in varie provincie. Il suo scopo è tutto pratico e morale e riflette mirabilmente il fare degli Evangeli e mostra la perfetta opposizione, che esiste tra Dio ed il mondo, l’amore dell’uno e dell’altro. Sembra anche, per avviso di alcuni autorevoli interpreti, che S. Giacomo si proponesse in questa lettera di correggere l’abuso, che per molti si faceva della lettera di S. Paolo ai Romani. Interpretando male quella lettera, essi dicevano che la sola fede bastava a salute senza le opere, mentre san Paolo aveva insegnato soltanto che nessuno, né Giudeo, né Gentile, poteva con le opere meritare il dono della fede. S. Giacomo stabilisce che la fede senza le opere è morta, e che queste sono necessarie alla salvezza. Premesse queste comuni e non inutili avvertenze, io tolgo a chiosare i cinque versetti, che or ora ho voltato nella nostra lingua.«Ogni buon dono ed ogni perfetto presente, viene dall’alto, discendendo dal Padre dei lumi. „ Nei versetti che precedono, san Giacomo parla della concupiscenza e del peccato, che ne è il figlio e che genera la morte dell’anima. Ecco il mondo e l’opera del mondo: a questa l’Apostolo contrappone il dono e l’opera di Dio, che produce la vita, e dice: “Ogni dono, ogni grazia perfetta non viene dal basso, dalla terra, ma discende dall’alto, discende da Dio, Padre e fonte d’ogni lume e d’ogni verità. „ Vi è un doppio ordine di beni o doni, che vengono da Dio: i beni dell’ordine naturale, che sono la vita, la ragione, la libertà e tutto ciò che conserva la vita e svolge le sue forze o facoltà: i beni dell’ordine sopranaturale, che sono la grazia, la fede e andate dicendo. Di quali doni scrive qui S. Giacomo? Di tutti, io credo, perché tutti provengono da Dio, ma certamente intende parlare dei sovranaturali in particolar modo, perché più eccellenti, e di questi soli ragiona nel versetto che segue. Miei cari! come i raggi della luce emanano dal sole e con essi il calore, che avviva ogni cosa sulla terra, così tutti i beni sgorgano da Dio ed incessantemente si spargono sulle anime per fecondarle, abbellirle e santificarle. Tutti i beni derivano da Dio! Ma forse, donando continuamente a tutti, Dio si muta? Forse perde alcun che dell’essere suo? Forse passa sopra di Lui un’ombra sola d’imperfezione? No, mai. Egli dà sempre e nulla perde opera sempre e non si muta, tutto muove e non si muove. Egli è come la verità: essa è sempre la stessa: conosciuta da milioni di intelligenze in vari modi e applicata in tutte le forme, è sempre la stessa in tutti i luoghi ed in tutti i secoli passati, presenti e futuri. In cielo, in terra, corpi e spiriti, intelligenze e volontà acquistano o perdono, risplendono, si eclissano e si mutano, Dio solo è immutabile. « Presso di lui, grida S. Giacomo, non vi è mutamento, non ombra di vicende. „ A noi torna difficile concepire come Dio operi sempre e disponga ogni cosa, eppure non si muti. Io vi presenterò un fatto naturale, certissimo, che ci aiuterà a concepire l’immutabilità e la continua azione di Dio. Voi sapete che la terra e gli astri tutti del nostro sistema si muovono intorno al sole. Chi li muove incessantemente? Il sole con la forza, che dicono di attrazione. E il sole è immobile nel loro centro: esso tutti li muove in ogni istante e li illumina e li riscalda sempre egualmente, ed essi si muovono sempre e sempre sono illuminati e riscaldati variamente secondo i vari punti, in cui si trovano. Così Dio è immutabile in sé e muta le cose tutte. Non comprendete il mistero? Spiegatemi come il sole immutabile nel centro muti gli astri tutti, ed io vi spiegherò come Dio immutabile nella sua natura possa mutare le cose. S. Giacomo ha detto in genere, che Dio è fonte d’ogni dono, d’ogni grazia perfetta: ora passa a menzionarne una principalissima, che ne comprende molte altre. Udite: ” Dio, così Egli, di sua volontà, ci generò con la parola di verità. „ Dio Padre, della sua stessa sostanza, da tutta l’eternità genera il Figliuol suo in ogni cosa a sé eguale: questo Figliuolo, unico come unico è il Padre, è l’immagine perfetta e sostanziale di Colui che lo genera, è l’oggetto delle eterne sue compiacenze, lo specchio, in cui contempla se stesso e si bea e si letizia. Ma piacque a Dio formarsi altri figli fuori di sè, che fossero l’immagine del Figliuol suo, che in qualche modo crescessero e rispecchiassero le sue infinite perfezioni: tra questi figli di Dio, dopo gli Angeli, sono gli uomini. – E come forma noi, poveri uomini, suoi figli? Forse ci genera della sua sostanza, come l’eterno Figliuol suo? No, sarebbe empietà il dirlo e cosa impossibile: noi siamo creati dal nulla, e chi è creato dal nulla non può essere eguale a Dio. Come dunque? Dio ci fa suoi figliuoli, non per generazione naturale, ma per adozione. Che cosa è questa adozione ? È forse come quella che avviene tra gli uomini? No: l’adozione che avviene tra gli uomini non mette nulla del padre adottante nel figlio adottato, doveché l’adozione divina mette in noi una forza, una qualità, un elemento divino. – Spieghiamoci meglio. Un pittore ritrae sulla tela una figura, uno scultore effigia sul marmo una statua: che fanno essi? Imprimono sulla tela o nel marmo una immagine: quella immagine donde la traggono? Certamente dalla loro mente, dalla loro anima. Quella immagine, pur rimanendo nella mente e nell’anima del pittore e dello scultore, si è impressa e stampata nella figura e nella statua e forma con essa una cosa sola ed è divenuta l’immagine esterna dell’immagine interna dell’artista, ed in qualche senso si può dire che la figura e la statua sono figlie dell’artista stesso e si chiamano “parto del suo genio”. Meglio ancora, o carissimi: un maestro ha intorno a sé una bella corona di figliuoli, che l’ascoltano: il maestro li istruisce a poco a poco. Non è egli vero, che il maestro, istruendo quei figliuoli, piglia le cose o verità che insegna, e mediante la parola, le viene acconciamente travasando dalla propria nella loro tenera intelligenza, senza che egli nulla ne perda? Non è egli vero, che il maestro in tal modo viene ritraendo se stesso nei discepoli, e ponendo in loro ciò che ha di più proprio in sé, cioè le sue idee, la sua mente? Non è egli vero che in quei fanciulli il maestro ritrarrà se stesso, ed essi saranno sue immagini più o meno fedeli e formeranno la sua gioia, la sua gloria? Non è egli vero che quei fanciulli in qualche senso si potranno dire del maestro, perché nello spirito formati a sua immagine? Ciò è sì vero, che i nomi di maestro e di discepolo, di padre e di figlio si scambiano, perché, se non eguali, sono somigliantissimi. – Voi ora potete alcun poco intendere la nostra adozione in figli di Dio, accennata da san Giacomo. Dio ci adotta come figli, ma non mai come un padre adotta un figlio qualunque senza comunicargli nulla del proprio: Dio fa come e più assai del pittore, dello scultore con i lavori delle loro mani, del maestro con i suoi scolari: con la parola comunica alle anime nostre le eterne verità che emanano da Lui e le stampa in esse per modo che vi restano e diventano la loro forma. Non è tutto: Dio versa nelle anime nostre la sua grazia, specialmente con i Sacramenti: essa le penetra, le investe, come l’acqua, come il calore penetrano i corpi, e le viene trasformando mirabilmente. Come sotto la mano dell’artista la figura e la statua acquistano a poco a poco la forma da lui vagheggiata, e sotto la parola e l’azione del maestro i fanciulli acquistano la fisionomia intellettuale e morale da lui voluta, così sotto la luce della verità evangelica, annunziata dalla Chiesa, e sotto l’azione della grazia interna che Dio largisce in tanti modi, l’anima riceve l’immagine, i lineamenti di Gesù Cristo medesimo, divien simile a Lui, e si dice ed è figlio di Dio: “Ut filii Dei nominemur et simus”. – Questa adozione, generazione o rigenerazione, che Dio opera in noi, è il capolavoro della sua sapienza, è la sua gloria più bella fuori di sé, e qui S. Giacomo la chiama volontaria — “Voluntarie genuit nos verbo veritatis”,— per distinguerla dalla naturale, necessaria ed eterna, con la quale Dio Padre produce il suo Figliuolo unigenito. La nostra adozione in figli di Dio è dono della bontà sua, tutto suo dono, giacche a tanto onore non aveva diritto di sorta la nostra natura, né potevamo avere ombra di merito. È dunque nostro dovere riconoscere l’alto beneficio ricevuto, ringraziare Iddio e mostrare la nostra gratitudine con la più fedele corrispondenza. Dio, con la predicazione evangelica, ci ha chiamati alla dignità di suoi figliuoli, ed in tal modo, continua S. Giacomo, ci ha fatto l’onore insigne d’essere la primizie dell’opera sua, cioè della sua Chiesa: “Ut simus initium aliquod creatura ejus”. Tutte le cose che esistono in cielo ed in terra sono opere della mano di Dio, perché d’ogni cosa Egli è Creatore; ma quelle creature si dicono specialmente sue, nelle quali più bella e più perfetta riluce la sua immagine e somiglianza: tali sono in cielo gli Angeli e sulla terra gli uomini, che mercé il Battesimo fanno parte dell’ovile, della famiglia di Gesù Cristo, che è la Chiesa. Questa è la sposa di Gesù Cristo, che Gli genera i suoi figli, ed è l’opera sua per eccellenza. I Cristiani ai quali S. Giacomo scriveva, erano entrati per primi in questa Chiesa, primi dei suoi figli, e perciò meritatamente si dicono principio o primizie della sua conquista. Seguitiamo il commento. “Intendetelo bene, o fratelli diletti.„ Con queste parole l’apostolo richiama l’attenzione dei suoi lettori, e fa conoscere che la cosa che vuol dire è di grande importanza, e lo è veramente nella vita pratica. Sopra, nel quinto versetto di questo capo, S. Giacomo esorta i Cristiani a fare acquisto della verace sapienza con l’esercizio della preghiera e della pazienza nelle tentazioni: e qui passa, se ben vedo, a dare tre ammonimenti, che valgono non poco a far tesoro della sapienza: “Ogni uomo sia pronto ad udire, tardo a parlare e lento all’ira. „ Il mezzo più spedito e sicuro per apprendere qualunque scienza e la scienza stessa delle cose divine, egli è di ascoltare quelli che la insegnano. Senza dubbio il leggere i libri che ne trattano o il meditare da sé le cose, sono mezzi utilissimi per apprendere; ma non tutti hanno tempo, ingegno e volontà ferma per studiare sui libri e meditare da sé e giungere con sicurezza e presto, per queste vie, al conoscimento della verità, mentrechè tutti possono ascoltare chi le annunzia e impararle con facilità e senza pericolo di errare. Gesù Cristo, volendo ammaestrare tutti gli uomini nelle verità della fede, non disse agli Apostoli ed ai discepoli: “andate, scrivete, dettate libri”, ma disse: “Andate, predicate, ammaestrate!” — E S. Paolo ci fa sapere che la fede viene dall’udito, cioè dalla parola predicata. È questo il mezzo per eccellenza che genera e nutre la fede nelle anime nostre, la parola di Dio. Sia dunque ognuno di voi pronto ad udire quelli che per ufficio vi ammaestrano. La scuola delle verità celesti è sempre aperta a tutti, ed è questa Chiesa; noi, che abbiamo il dovere di annunziarle, faremo del nostro meglio per adempirlo, e voi venite sempre e prontamente ad udirle. Che se dobbiamo essere pronti ad udire, secondo l’Apostolo, dobbiamo essere tardi a parlare. — Perché questa differenza tra l’udire e il parlare? Perché con l’udire riceviamo la verità, con il parlare la partecipiamo altrui, e prima di comunicare ad altri ciò che abbiamo appreso, si richiede che lo meditiamo attentamente, ed il conoscimento della nostra miseria ci persuade a preferire d’essere discepoli anziché farci maestri, come di sé scriveva sant’Agostino: “Io amo piuttosto imparare che insegnare — Ego plus amo discere quam ducere(Quæst. ad Ducitium). Di Maria non si legge che mai insegnasse se non con l’esempio, e si dice per contrario che ascoltava le parole di Gesù e le meditava in cuor suo: “Conservabat omnia verba hæc in corde suo” (Luca II, 51). Che più? Gesù, che venne per ammaestrarci, tacque fino ai trent’anni, e parlò solo per tre anni. La stessa natura, avverte S. Basilio, fa che dobbiamo essere pronti più ad udire che a parlare, perché se ci ha dato due orecchi, non ci ha dato che una sola lingua (De Verginitate), e il molto favellare non è senza colpa, è indizio d’animo leggero e stolto (Multum loqui stultitia est. S. Bernardus, De Interiori dono, c. 50), e recherà danno a se stesso. “Ognuno sia lento all’ira.„ Forse questa espressione si deve collegare con la antecedente in questa forma: Se vuol essere lento all’ira sia tardo a parlare —, e il senso è buono, perché generalmente è la lingua, come più innanzi dice ancora S. Giacomo, come una scintilla che appicca l’incendio, che è fonte funesta d’ogni male, che sparge un veleno mortifero. Ma questa sentenza si può pigliare anche separatamente e, in tal caso, essa suppone che talvolta si possa secondare anche l’ira, volendo soltanto l’Apostolo che siamo lenti, onde sta scritto: Sdegnatevi, ma non peccate —, cioè sdegnatevi contro il male, ma in guisa che non pecchiate, conservando sempre il pieno dominio sopra di voi stessi. S. Tommaso spiega assai bene questo luogo. Conviene distinguere, secondo il santo dottore, ira da ira. V’è un’ira che previene la ragione, che spinge ad operare senza riflettere, seguendo la passione, e questa è riprovevole, perché operare senza la guida della ragione, non è da uomo, ma da bruto; ma vi è un’ira, che è voluta, che è quasi un aiuto della ragione per operare, ne accresce le forze, e questa è buona; nobile è la santa indignazione, che proviamo alla vista del delitto, è lo zelo dei profeti, degli uomini di Dio, è quella ch’ebbe Cristo medesimo, del quale si dice nel Vangelo che un giorno, vedendo la perfidia dei Farisei, li guardò con ira: “Circumspexit eos cum ira” (S. Thom. p. 3, q. 15, a. 9). Non sia mai, o dilettissimi. che noi ci lasciamo strappare di mano le redini della ragione e ci rendiamo schiavi neppure per un istante della brutta passione, che è l’ira. Essa stia sempre ai cenni della ragione e a lei non comandi, ma obbedisca, come il destriero ubbidisce al cavaliere. L’uomo, dice lo Spirito Santo, che raffrena l’ira, è più grande del conquistatore, perché vince se stesso.“Il perché, smessa ogni bruttura e malvagità, accogliete docilmente la parola seminata in voi, la quale può salvare le anime vostre: „ è questa l’ultima sentenza della nostra epistola. Dopo avere esortato i fedeli a stare in guardia contro l’ira, S. Giacomo li esorta in genere a bandire da sé qualunque passione, la gola, la lussuria, l’avarizia, l’invidia, comprese tutte in quella parola “ogni bruttura, omnem immundìtiam, ogni malvagità, che ribocca, et abundantìam malitiæ.„ E mondato il cuore, nettata l’anima di quelle sozzure, che devono essi fare? Allorché un vaso è purgato d’ogni feccia, lo si può riempire d’ogni liquore che sia buono: così devesi fare del vaso del nostro cuore. Purificato da tutte le immondezze dei peccato e delle passioni che lo insozzavano, con docilità di spirito e con amore, riceviamo e custodiamo in esso la verità e la grazie che sole possono salvare le anime nostre. La mente sia vuota dell’errore e ripiena di verità: il cuore sia sgombro d’ogni affetto sregolato e, come una coppa d’oro, vi accolga il preziosissimo liquore dell’amore divino.

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CXVII:16. Déxtera Dómini fecit virtútem: déxtera Dómini exaltávit me. Allelúja [La destra del Signore operò grandi cose: la destra del Signore mi ha esaltato. Allelúia.]

Rom VI:9 Christus resúrgens ex mórtuis jam non móritur: mors illi ultra non dominábitur. Allelúja. [Cristo, risorto da morte, non muore più: la morte non ha più potere su di Lui. Allelúia]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XVI:5-14 In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Vado ad eum, qui misit me: et nemo ex vobis intérrogat me: Quo vadis? Sed quia hæc locútus sum vobis, tristítia implévit cor vestrum. Sed ego veritátem dico vobis: expédit vobis, ut ego vadam: si enim non abíero, Paráclitus non véniet ad vos: si autem abíero, mittam eum ad vos. Et cum vénerit ille, árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício. De peccáto quidem, quia non credidérunt in me: de justítia vero, quia ad Patrem vado, et jam non vidébitis me: de judício autem, quia princeps hujus mundi jam judicátus est. Adhuc multa hábeo vobis dícere: sed non potéstis portáre modo. Cum autem vénerit ille Spíritus veritátis, docébit vos omnem veritátem. Non enim loquétur a semetípso: sed quæcúmque áudiet, loquétur, et quæ ventúra sunt, annuntiábit vobis. Ille me clarificábit: quia de meo accípiet et annuntiábit vobis.

Omelia

[ut supra, omelia XXII]

“Ora vado a chi mi ha mandato, e nessuno di voi mi chiede: Dove vai tu? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha ricolmo il vostro cuore? Ma io vi dico la verità: è bene per voi che Io me ne vada, perché se Io non sarò andato, il Paraclito non verrà a voi; se partirò, ve lo manderò. E allorché Egli sarà venuto, convincerà il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio. Di peccato, perché non credettero in me; di giustizia, perché vado al Padre e già più non mi vedrete. In fine di giudizio, perchè il principe di questo mondo è già giudicato. Molte altre cose ho ancora a dirvi, ma per ora non ne siete capaci. Ma quando sarà venuto quegli, lo Spirito di verità, vi guiderà in ogni verità , perché non parlerà da se stesso, ma dirà quanto avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché riceverà del mio e lo annunzierà a voi. Quanto ha il Padre è mio, perciò ho detto che prenderà del mio e ve lo annunzierà „ (S. Giov. XVI). Anche questo tratto del Vangelo, come quello che vi spiegai la Domenica passata, è tolto da quel magnifico discorso dell’ultima cena e precisamente da quella parte di discorso, che Gesù tenne lungo la via dal cenacolo al Getsemani. L’argomento versa sulla necessità che Gesù se ne vada al Padre e mandi lo Spirito Santo, e tocca ciò che farà lo Spirito Santo allorché sarà venuto. Di qui potete comprendere quanto opportunamente la Chiesa ci metta innanzi queste parole di Gesù Cristo agli Apostoli: esse ci devono preparare a celebrare santamente la Pentecoste, alla quale siamo vicini. – Gesù Cristo, dopo avere ammoniti gli apostoli della prova terribile imminente, che era la sua morte si crudele: dopo aver loro predette le più feroci persecuzioni da parte degli uomini, affinché, quando fossero venute, se ne ricordassero e si confortassero, prosegue e dice: “Ora vado a chi mi ha mandato. „ Con queste parole, più volte ripetute, Gesù Cristo esprime tutto insieme la sua morte, la sua risurrezione e la sua ascensione al cielo, e specialmente  questa come termine ultimo della sua missione sulla terra, e come quella che lo separava sensibilmente dagli Apostoli, che voleva consolare. Dette queste parole, benché il Vangelo non lo dica, è da credere che il divin Maestro con breve pausa interrompesse il suo discorso aspettando che gli Apostoli domandassero qualche schiarimento e gli chiedessero, com’è naturale, dove se ne andasse (Nel capo XIII, 36 di questo Vangelo S. Pietro fece precisamente questa domanda a nostro Signore: “Signore,dove vai? „ E nostro Signore rispose: ” Dove Io vo, tu non puoi venire: verrai dopo. „ Come dunque qui Gesù Cristo si meraviglia e quasi si lagna che nessuno gli dica: Dove vai? Evidentemente tra la prima domanda di Pietro e la risposta di Cristo e quest’ultima domanda di Cristo dovette passare un certo tempo). Ma quelli afflitti, costernati, tacevano. Allora Gesù soggiunse: “Nessuno di voi mi chiede: Dove vai tu? Ma perché vi ho dette queste cose, cioè, che soffrirete grandi tribolazioni dopo che Io me ne sarò andato, voi siete sopraffatti dalla tristezza. „ È un linguaggio tutto spirante bontà, compatimento e calma divina quando si considera che usciva dalla bocca di chi sapeva con tutta certezza trovarsi al principio della sua passione e a pochi passi dal Calvario e dalla croce, sulla quale venti ore appresso doveva essere confitto. – Gesù, vedendo gli Apostoli muti, sconfortati e ripieni di tristezza, per consolarli, con accento di sicurezza e di sovrana autorità, ripigliò: ” Io vi dico la verità. „ Che fu un dire: “Ponete ben mente alle mie parole e il pensiero della imminente mia dipartita non vi affligga di soverchio: perché è bene per voi ch’Io me ne vada: Expedit vobis ut ego vadam, „ Voi non dovete cercare ciò che vi piace e vi diletta, voleva dire Cristo, ma si quello che giova; ora Io vi dico che a voi giova ch’Io vi lasci e me ne vada al Padre mio. — Come mai ciò, o divino Salvatore? Vedere voi e le opere vostre: udire le vostre parole, parole di verità e di vita, non è il sommo dei beni che possiamo avere? Stare con voi, possedere voi, toccare voi non è stare, non è possedere, non è toccare l’Uomo-Dio, la vita stessa? Come dunque potete dire che è bene per noi che ci lasciate? Voi ci diceste un giorno: “Beati gli occhi che vedono le cose che voi vedete, che ascoltano le cose che voi ascoltate: molti re e profeti desiderarono di vedere ed udire ciò che voi vedete ed udite, e non le videro e non le udirono”, ed ora ci dite che sarà meglio per noi non vedervi, ne udirvi? Spiegatevi, o divino Maestro. — E si spiega e risponde nettamente così: ” S’Io non sarò andato, il Paraclito non verrà a voi: se poi me ne andrò, ve lo manderò.  Non vi è dubbio alcuno: qui Gesù Cristo parla della venuta dello Spirito Santo, chiamato Paraclito, che vuol dire consolatore o avvocato, e che doveva tenere il luogo di Gesù Cristo stesso, continuarne e compirne l’opera. Ora qual rapporto esiste tra l’andata di Cristo al cielo e la venuta dello Spirito Santo? Perché la venuta di questo era legata alla partenza di quello, e legata per modo che l’una esclude l’altra: “S’Io non sarò andato, il Paraclito non verrà a voi”? — Spiegando questo luogo del Vangelo, i Padri e gli interpreti ci danno parecchie ragioni, che riduco a due principali. Nessuno può mettere in dubbio che Gesù Cristo avrebbe potuto dare lo Spirito Santo agli Apostoli con tutta la pienezza, anche rimanendo sulla terra. Chi oserebbe negarlo? Ma era sua volontà che la venuta dello Spirito Santo sopra gli Apostoli e la piena loro trasformazione fosse l’ultimo frutto e come il culmine supremo della redenzione, ed il principio solenne della Chiesa e della sua vita in essa. – “Era dunque necessario, osserva S. Tommaso, che questa venuta dello Spirito Santo seguisse!” dopoché Cristo aveva compiuta la sua missione terrena con la Ascensione. Ritirandosi Egli dalla terra in modo visibile, doveva sottentrare, con la sua azione, lo Spirito Santo (S. Tommaso, p. 3. q. 57, a. 6). – Vi è anche un’altra ragione, toccata da molti e che è connessa con quella or’ora esposta, ed è questa: perché lo Spirito Santo potesse entrare con tutta la sua pienezza negli Apostoli, occorreva che la loro fede fosse ravvivata, e purificato perfettamente il loro cuore da ogni affetto che non fosse al tutto spirituale. Essi credevano fermamente in Gesù Cristo dopo la prova splendidissima della sua risurrezione; ma finché la loro fede aveva una prova palpabile nella vista di Gesù Cristo risorto era una fede, diciamo così, appoggiata un poco ai sensi: doveva elevarsi ancora e diventare affatto spirituale, appoggiandosi tutta all’autorità della parola del divino Maestro, e questo avvenne allorché Gesù Cristo tolse loro la vista della sua umana natura con l’Ascensione, avverandosi anche in loro ciò che disse a Tommaso: “Beati quelli che non hanno veduto ed hanno creduto. „ Similmente avvenne del loro affetto verso di Gesù Cristo; Lo amavano teneramente, ardentemente mentre Lo vedevano ed udivano; e come non avrebbero amato Lui sì buono, sì dolce, perfetto? Ma l’amor loro era come quello dei figli verso la madre: nella vista, nella parola di Gesù Cristo trovava un alimento santo sì, ma alcun poco sensibile: doveva trasformarsi in amore tutto puro e spirituale e, perché divenisse tale, conveniva fosse loro levata la vista dell’umanità di Gesù e Lo amassero invisibile, per sola e viva fede, e allora le loro menti e i loro cuori sarebbero fatti stanza degna di ricevere lo Spirito Santo in tutta la copia dei suoi doni. Sono queste le ragioni per le quali Gesù Cristo dice agli Apostoli quelle parole: “È bene per voi ch’Io me ne vada: perché se non sarò andato, il Paraclito non verrà a voi: se Io me n’andrò, lo manderò a voi. „ – E notate quella parola: ” Lo manderò a voi. „ Chi manderò a voi? Lo Spirito Santo, la terza Persona dell’augusta Trinità, ma come lo manderò? Non certo come  uomo, ma sì come Dio. Ma come Dio, Gesù Cristo, manda lo Spirito? Senza dubbio: come la Scrittura dice che il Padre manda il Figlio, così il Padre e il Figlio mandano lo Spirito Santo. E in qual senso si ha da intendere questo mandare del Padre e del Figlio? Per fermo non dovete credere che il Padre mandi il Figlio e il Padre e il Figlio mandino lo Spirito Santo come un superiore manda l’inferiore, un re il suo ministro, con movimento materiale, che sarebbe ridicolo ed empio, parlandosi di Persone, eguali, aventi la stessa sostanza e perciò egualmente infinite. Il Padre manda il Figlio in quantoché lo genera da sé “ab eterno“, e il Padre e il Figlio mandano lo Spirito Santo in quantochè lo producono: l’origine del Figlio dal Padre è detta missione eterna, ed eterna missione è pur l’origine dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio: la Persona divina poi, che ha l’origine o la missione eterna da un’altra Persona, si dice dalla medesima mandata anche esternamente, allorché esternamente si manifesta, perché la missione esterna segue l‘interna od eterna e ne è, per così dire, l’eco fedele, il riflesso visibile. E allorché questo Spirito Santo promesso sarà venuto, che cosa farà? Convincerà il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio. E che vogliono dire queste tre cose? Gesù Cristo medesimo si compiacque spiegarle: “Convincerà il mondo di peccato, „ cioè mostrerà che gli uomini, Ebrei e Gentili, ostinati nei loro errori, si resero rei d’un gran delitto, rifiutando fede a Gesù Cristo. È vero: la venuta dello Spirito Santo, che produce la trasformazione miracolosa degli Apostoli, che fonda la Chiesa e per mezzo della Chiesa perennemente annunzia all’universo la vita, i miracoli e la divinità di Gesù Cristo, è la condanna continua del mondo, è la prova, il grido incessante della fede, che predica sempre e da per tutto il delitto orrendo commesso dai figli d’Israele e il peccato di quanti a Gesù Cristo non ubbidiscono. Che altro è la Chiesa, se bene si considera, se non il testimonio indistruttibile della divinità di Gesù Cristo, del deicidio degli Ebrei e della ostinazione di quanti non credono in Lui? Ma non solo lo Spirito Santo, per mezzo della Chiesa, mette in luce il peccato del mondo, esso lo convince “di giustizia”, perché, dice Gesù Cristo, “Io me ne vo al Padre e non mi vedrete più. „ È una sentenza che fu variamente intesa e presenta non poche difficoltà: nondimeno l’interpretazione più naturale sembra questa: Gesù fu messo a morte come un malfattore, un falso profeta, un ribelle, anzi come un empio sacrilego, che osava dichiararsi Figlio di Dio: Gesù morì sotto il peso dei più orribili delitti appostigli e della morte più crudele che si possa immaginare: ecco il fatto pubblico, attestato dal Vangelo. Ma Gesù risorse: Gesù coronò la sua vita con l’Ascensione gloriosa in cielo: mandando lo Spirito Santo fondò la Chiesa, la più meravigliosa creazione della sua onnipotenza, che attraversa i secoli e riempie lo spazio, celebrando da per tutto le glorie di Gesù Cristo. La risurrezione pertanto, l’Ascensione di Gesù Cristo e sopra tutto la fondazione della Chiesa che crede in Gesù Cristo, spera in Lui, l’ama e l’adora senza vederlo, è la riparazione più grande dell’ingiustizia commessa contro di Lui, e perciò il mondo è convinto di giustizia, ossia è costretto a riconoscere la giustizia, che è resa a Cristo. In altre parole e più chiare: lo Spirito Santo mostrò che il mondo errò nella giustizia, attribuendola a chi non si doveva, e negandola a Cristo, cui si doveva. – Finalmente lo Spirito Santo convincerà il mondo  “di giudizio, perché il principe di questo mondo è già giudicato. „ Questo principe del mondo indubbiamente è satana, che prima di Cristo vi esercitò largamente e quasi senza contrasto la sua tirannica signoria: con la sua morte Gesù Cristo lo sconfisse e conquise, e con Lui e per Lui comincia la resurrezione dell’umanità. Il mondo dopo Cristo e dopo la venuta dello Spirito Santo e lo stabilimento della Chiesa, che è la stessa cosa, comincia a vedere la caduta degli idoli, la distruzione del paganesimo, la rovina, in una parola, del regno di satana, l’eseguimento della sentenza di Cristo: “Ora il principe di questo mondo è cacciato fuori”. – Ben è vero che questa cacciata del regno di satana, questo abbattimento del suo regno non è compiuto, ma è cominciato e prosegue, e il giudizio o la sentenza fulminata da Cristo, il mondo la può vedere in gran parte eseguita. “Molte cose, Cristo continua il suo discorso, ho a dirvi ancora, ma ora non ne siate capaci. „ Gesù Cristo come sapientissimo maestro, temperò sempre il suo insegnamento secondo la capacità degli Apostoli. Dio creatore e conservatore fa tutto gradatamente, seguendo la evoluzione naturale: Dio redentore opera allo stesso modo nell’ordine della grazia, e perciò Gesù Cristo non disse tutto ai suoi Apostoli da principio, ma quel solo di cui erano capaci. Ed è questa l’economia bellissima, che Dio continua nella sua Chiesa: Egli le ha affidato l’intero deposito delle verità rivelate: ma molte di queste, che erano come in germe, si svolgono a mano a mano sotto l’azione dello Spirito Santo e, secondo i tempi e le circostanze, risplendono di maggior luce fino ad ottenere il suggello della definizione. Ora, diceva Cristo, continuando il suo cammino, certe verità non le comprendete: non turbatevi: “Quando sarà venuto quegli, che è lo Spirito di verità, vi guiderà al conoscimento d’ogni verità „ per voi necessaria. Noi giungiamo al conoscimento della verità con lo studio, con l’ascoltare i maestri, col meditare: gli Apostoli vi giunsero guidati dallo Spirito Santo, rischiarati dalla sua luce, che disceso sopra di loro il dì delle Pentecoste, non li abbandonò più mai e li accompagnò in tutte le vicende della fortunosa loro vita. Questo Spirito di verità, che guidò gli Apostoli, guida e muove la Chiesa e non cesserà mai di scorgerla in mezzo alle lotte e alle prove, alle quali è sottoposta sulla terra. Gesù Cristo dice che lo Spirito Santo guiderà gli Apostoli al conoscimento d’ogni verità. Forseché lo Spirito Santo insegnò agli Apostoli le scienze matematiche, fisiche, astronomiche e andate dicendo? No sicuramente: Gesù Cristo non parlò mai di queste scienze umane, ma solo delle cose che riguardano Dio e la salvezza delle anime: Egli venne non per farci matematici e filosofi, dice un Padre, ma per farci suoi discepoli: non per dirci come è fatto il cielo, ma per insegnarci la via che vi conduce. Similmente lo Spirito Santo e la Chiesa dallo Spirito Santo guidata, non ha la missione di insegnare le scienze umane o di pronunciare sentenza sopra di esse direttamente: la sua missione è quella di Gesù Cristo stesso, condurre le anime al conoscimento delle verità necessarie alla salvezza. Delle altre non si occupa o solo indirettamente per illustrare o difendere il deposito sacro della fede. – Lo Spirito Santo guiderà gli Apostoli al conoscimento d’ogni verità, “perché non parlerà da se stesso. „ Come ciò? Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio e perciò tutto riceve da loro, onde tutto ciò che dirà od insegnerà agli Apostoli ed alla Chiesa viene dal Padre e dal Figlio e non può che ripetere che l’insegnamento stesso di Cristo, ossia, come dice Cristo stesso, “non può dire che ciò che ascolta o riceve da me e dal Padre. „ In queste parole pertanto Gesù Cristo in termini afferma che lo Spirito Santo procede da Lui, perché da Lui riceve la scienza, e ricevere la scienza è ricevere l’essenza, come insegna S. Agostino (Tract. 99). Vedo una difficoltà che si può fare, ed è questa: Gesù Cristo dice che lo Spirito Santo riceverà la scienza da Lui, in futuro: non può dunque intendersi della essenza che Egli riceve, perché questa è eterna e immanente: è dunque forza riferirla a quella scienza che lo Spirito Santo più tardi comunicherà agli Apostoli. – Nella spirazione dello Spirito Santo non v’è né futuro, né passato, ma tutto è presente, perché tutto è eterno, ma la Scrittura, adattandosi alla umana debolezza, usa ora il futuro, ora il passato anche per indicare il presente: qui poi usa il futuro perché l’opera dello Spirito Santo, ossia la scienza ch’Egli comunicherà agli Apostoli, benché la riceva in modo immanente e presente, si manifesterà quanto a noi nel futuro. E lo Spirito Santo, che vi ammaestrerà, ossia vi darà la scienza, che da me riceve con la sostanza, “vi annuncerà le cose future, „ dice Gesù Cristo. Egli vi farà conoscere le cose che avverranno a voi, secondo il bisogno, e vi farà conoscere soprattutto le verità eterne, i beni futuri, che un giorno possederete. “Egli, lo Spirito Santo, glorificherà me, perché piglierà del mio e ve lo annunzierà. „ Lo Spirito Santo illustrerà le vostre menti, vi farà conoscere la mia dottrina e la mia Persona, spanderà nelle anime vostre ogni abbondanza di grazia, e perciò renderà glorioso il mio nome sulla terra. L’opera dello Spirito Santo mostrerà la mia gloria, perché ciò ch’Egli fa, lo fa per me, e lo fa per me, perché riceve l’essenza da me com’Io la ricevo dal Padre. Qui pure Gesù Cristo in modo chiaro stabilisce, che lo Spirito Santo procede da Lui come procede dal Padre, affermando, ch’esso riceve del suo: ora una Persona divina che può mai ricevere da un’altra Persona, se non l’origine e la sostanza divina, e con essa ogni cosa? Il perché questa sola sentenza di nostro Signore basterebbe a mostrare la nostra fede nella processione dello Spirito Santo anche dal Figlio, verità che i Greci, nostri fratelli erranti, ostinatamente negano. Ho terminato il mio commento e la mia omelia, benché gli ultimi due versetti, che racchiudono il dogma della processione dello Spirito Santo anche dal Figlio, avrebbero richiesto una spiegazione più larga e più completa; ma la legge della discrezione me lo vieta.

Credo

Offertorium

Orémus Ps LXV:1-2; LXXXV:16

Jubiláte Deo, univérsa terra, psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja. [Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: venite e ascoltate, tutti voi che temete Iddio, e vi narrerò quanto il Signore ha fatto all’anima mia, allelúia.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrificii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes effecísti: præsta, quaesumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur. [O Dio, che per mezzo degli scambi venerandi di questo sacrificio ci rendesti partecipi dell’unica somma divinità: concedici, Te ne preghiamo, che come conosciamo la tua verità, così la conseguiamo mediante una buona condotta.]

Communio

Joann XVI:8

Cum vénerit Paráclitus Spíritus veritátis, ille árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício, allelúja, allelúja. [Quando verrà il Paràclito, Spirito di verità, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Adésto nobis, Dómine, Deus noster: ut per hæc, quæ fidéliter súmpsimus, et purgémur a vítiis et a perículis ómnibus eruámur. [Concédici, o Signore Dio nostro, che mediante questi misteri fedelmente ricevuti, siamo purificati dai nostri peccati e liberati da ogni pericolo.]

DOMENICA TERZA DOPO PASQUA (2018)

 

DOMENICA TERZA dopo PASQUA

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXV:1-2. Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja. [Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Ps LXV:3 Dícite Deo, quam terribília sunt ópera tua, Dómine! in multitúdine virtútis tuæ mentiéntur tibi inimíci tui. [Dite a Dio: quanto sono terribili le tue òpere, o Signore. Con la tua immensa potenza rendi a Te ossequenti i tuoi stessi nemici.]

Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio 

Orémus. – Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre justítiæ, veritátis tuæ lumen osténdis: da cunctis, qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini; et ea, quæ sunt apta, sectári. [O Dio, che agli erranti mostri la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia, concedi a quanti si professano cristiani, di ripudiare ciò che è contrario a questo nome, ed abbracciare quanto gli è conforme.]

 Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli: 1 Pet II: 11-19

“Caríssimi: Obsecro vos tamquam ádvenas et peregrínos abstinére vos a carnálibus desidériis, quæ mílitant advérsus ánimam, conversatiónem vestram inter gentes habéntes bonam: ut in eo, quod detréctant de vobis tamquam de malefactóribus, ex bonis opéribus vos considerántes, gloríficent Deum in die visitatiónis. Subjécti ígitur estóte omni humánæ creatúræ propter Deum: sive regi, quasi præcellénti: sive dúcibus, tamquam ab eo missis ad vindíctam malefactórum, laudem vero bonórum: quia sic est volúntas Dei, ut benefaciéntes obmutéscere faciátis imprudéntium hóminum ignorántiam: quasi líberi, et non quasi velámen habéntes malítiæ libertátem, sed sicut servi Dei. Omnes honoráte: fraternitátem dilígite: Deum timéte: regem honorificáte. Servi, súbditi estóte in omni timóre dóminis, non tantum bonis et modéstis, sed étiam dýscolis. Hæc est enim grátia: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

OMELIA I

 [Mons. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie, Marietti ed., vol. II, 1898 – Omelia XIX.]

“Carissimi, vi esorto come stranieri e pellegrini, affinché vi asteniate dalle cupidigie terrene, che fan guerra allo spirito. Diportatevi degnamente tra i Gentili, affinché se sparlano di voi, come di malfattori, giudicandovi dalle vostre buone opere, diano gloria a Dio nel giorno che li visiterà. Il perché, siate sommessi, per amore del Signore, ad ogni umana istituzione, sia a re, come a sovrano, sia ai governatori, come mandati da lui, a punizione dei malfattori e a lode dei buoni. Perciocché tale è la volontà di Dio, che, operando il bene, imponiate silenzio alla ignoranza di uomini stolti. Come liberi e non pigliando la libertà a mantello di malizia, ma come servi di Dio. Onorate tutti, amate i fratelli, temete Dio, riverite il re. Voi, servi, siate sommessi, con ogni riverenza, ai padroni non solo buoni e discreti, ma anche capricciosi. Perciocché questo è cosa grata, se alcuno per coscienza innanzi a Dio sostiene molestie, soffrendo ingiustamente „ (I. di S. Pietro,, c. II, vers. 11-19).

Due sentimenti affatto contrari provo in me stesso al pensiero di dovervi fare la chiosa delle sentenze che avete udite, che son prese dalla prima lettera di S. Pietro; il primo sentimento è di vivo piacere, perché le verità che vi si contengono sono ad un tempo di somma rilevanza e pratiche per ogni classe di persone; il secondo sentimento è l’impaccio, nel quale mi trovo di svolgere come si deve ad una ad una queste verità, ciascuna delle quali richiederebbe un discorso. Mi è dunque forza congiungere insieme la brevità e il commento di tutti i nove versetti, che vi ho recitati: mi vi proverò, fidando sempre nella vostra attenzione. – « Carissimi, vi esorto come stranieri e pellegrini, affinché vi asteniate dalle cupidigie terrene, che fan guerra allo spirito. „ Io non so dirvi, o fratelli, ciò che sento in cuore, allorché leggo e considero questa parola sì bella “Carissimi”, uscita dalla penna di S. Pietro. — Chi è colui, che scrive ? È il primo Vicario di Gesù Cristo, il Principe degli apostoli, il capo della Chiesa, carico di anni, di dolori e di meriti, già presso al patibolo, sul quale alla corona dell’apostolato si aggiungerà la palma del martire. A chi scrive? Ad alcuni cristiani, poveri, vessati, dispersi qua e là, usciti poc’anzi dalle tenebre del paganesimo e dai pregiudizi ebraici. E Pietro, questo primo depositario delle somme chiavi, lasciategli da Cristo, venerando per la dignità, per l’età, pei patimenti sofferti pel nome di Cristo, sembra quasi dimenticare se stesso, e con la effusione d’un padre, che abbraccia i suoi figliuoli, dice loro: “Carissimi!„ In questa parola si sente battere il cuore del sommo apostolo! Ah! se Pietro teneva coi semplici e poveri fedeli questo linguaggio pieno di affetto paterno, che dobbiamo fare noi? Noi, sacerdoti, noi, pastori di anime, oggi più che mai abbiamo bisogno d’informare i nostri cuori e le nostre parole al cuore, alle parole del primo apostolo! S. Pietro, dopo aver destata l’attenzione e guadagnato l’affetto dei suoi neofiti con quella parola -“Carissimi„- li esorta a considerarsi come stranieri e pellegrini sulla terra. Il pellegrino o straniero, che viaggia verso la patria sua, ricorda sempre d’essere pellegrino e straniero; non si cura delle cose che vede, passando, o appena le degna d’uno sguardo fuggevole, né punto lega ad esse il cuor suo; si sbriga di tutto ciò che lo impaccerebbe nel cammino e si restringe a portar seco solo quel tanto che è necessario e, fissa la mente nella patria, non bada a disagi e pericoli, non perde tempo con quelli che incontra per via, non contende con loro, li saluta cortesemente e studia il passo. — Ebbene: noi tutti, quaggiù sulla terra, siamo pellegrini e stranieri: la nostra patria è il cielo: là soltanto riposeremo: non fermiamoci per via, non leghiamo il nostro affetto a cose, che dobbiamo tosto abbandonare, non carichiamoci dell’inutile peso dei beni della terra, non consumiamoci tra noi con vani litigi, corriamo animosi verso la patria, dove ci aspetta Dio, Padre nostro, dove ci attendono i nostri fratelli, i Santi, dove tutto un giorno sarà pace e gioia purissima ed eterna. Se siete stranieri e pellegrini su questa terra “dovete astenervi – dice S. Pietro – dalle cupidigie terrene”, cioè dall’amore disordinato dei piaceri, dall’orgoglio, dall’ambizione, dalla gola, dalla avarizia, dall’ozio e sopra tutto dalla lussuria, che ritardano il vostro cammino, anzi vi incatenano a questo mondo. – L’anima, che viene da Dio, attratta dalla verità, che brilla in alto, mossa dalla grazia, che dolcemente la porta al cielo, quasi aquila generosa spiega le ali verso l’altezza suprema; ma le cupidigie, i piaceri del senso, quasi fili avvolgenti i suoi piedi, la tengono legata alla terra: rompiamo questi fili, stacchiamo i nostri affetti dalla terra e voleremo al cielo, nel seno stesso di Dio, e cesserà questa malaugurata lotta tra lo spirito e la carne, quello, che ci tira in alto, questa, che quasi palla di piombo, legata ai nostri piedi, ci tiene avvinti a questa misera terra. – Segue un’altra esortazione pratica: “Diportatevi degnamente tra i Gentili. „ I Cristiani devono sempre vivere come esige la loro professione di Cristiani, cioè degnamente e santamente, perché così vuole il loro dovere e così vuole Iddio: ma a questo motivo, che è il primo e principalissimo, altri buoni ed onesti si possono aggiungere; e buono ed onesto è pur quello di onorare la loro fede innanzi agli uomini, e particolarmente dinanzi ai nemici della fede tessa. Qual mezzo più efficace di mostrare la santità della religione, di renderla cara e degna di venerazione e di condurre a lei gli erranti ed i nemici suoi più fieri quanto il mostrarne i benefici effetti in noi stessi? Sta bene metterne in luce le prove con una parola eloquente, ma è molto meglio farne brillare la divina origine nelle opere e nelle virtù. Noi sappiamo che nei primi secoli la conversione dei Gentili, più che alla eloquenza dei grandi apologisti, si doveva alla vita illibata e santa dei cristiani, e perciò S. Pietro scriveva: “Diportatevi degnamente tra’ Gentili. „ Carissimi! ora noi non viviamo, grazie a Dio, tra Gentili, ma tra cristiani; ma quali Cristiani? Assai volte sono cristiani di nome, praticamente ed anche teoricamente miscredenti: sono cristiani di costumi perduti, immersi in ogni sorta di disordini e di scandali. Forse voi stessi avrete amici, conoscenti, congiunti, persone teneramente amate, che hanno perduta la fede, oppure, conservandola, la disonorano con una vita indegna. Volete guadagnarli a Dio? Il mezzo più sicuro è quello di offrire in voi stessi la pratica della religione, di presentare nelle vostre parole e nelle vostre opere il modello del vero cristiano. Spargete intorno a voi nella famiglia, nella conversazione, nella parrocchia il profumo della vita cristiana e a poco a poco ricondurrete sulla retta via gli erranti ed i poveri peccatori. Lo insegna S. Pietro, che va innanzi e dice: “Se i Gentili sparlano di voi e vi tengono come malfattori, quando vedranno le vostre opere buone, daranno gloria a Dio allorché Dio li visiterà, „ cioè li toccherà colla sua grazia. Che cosa è, o dilettissimi, la grazia di Dio? È una visita ch’Egli fa alle anime nostre: le visita col lume della verità, che. ci fa conoscere la verità e il dovere, che ci fa odiare il male, amare il bene: le visita colla grazia, che ci sveglia, ci scuote, ci rimprovera, ci stimola, ci sostiene, ci spinge innanzi nella via della virtù. Felice colui che riceve spesso la visita di Dio, più felice chi l’accoglie e si trattiene con Lui! – È da sapere, che nei primi secoli della Chiesa e al tempo stesso degli apostoli i cristiani erano considerati dai pagani come malfattori, nemici dell’impero e ribelli alle autorità costituite; lo sappiamo da Tacito, da Plinio, da Minuzio Felice, e qui ce lo fa sapere lo stesso S. Pietro : ” Quod detrectant de vobis tamquam de malefactoribus — Sparlano di voi come di malfattori. „ Non v’era delitto, per quanto enorme, che il popolo pagano, ingannato dai tristi, non apponesse ai cristiani, e il più comune e più terribile era quello, che essi disprezzavano le leggi e gli imperatori. – Era dunque natural cosa che gli apostoli respingessero la nera calunnia ed inculcassero pubblicamente il rispetto e l’obbedienza alle autorità civili in tutto ciò che era lecito. Allorché S. Pietro scriveva la sua lettera ai fedeli era già scoppiata o stava per scoppiare quella tremenda rivolta dei Giudei contro i Romani, che finì con lo sterminio e con la dispersione di quelli. Presso i pagani troppo spesso Cristiano e Giudeo si confondevano, come apparisce da molti luoghi degli Atti Apostolici. Il fondatore del Cristianesimo era sorto in mezzo ai Giudei ed era Giudeo: i suoi Apostoli erano Giudei, Giudei i primi Cristiani, e tutta la parte dogmatica e morale del giudaismo era passata nella Chiesa cristiana. Qual cosa più facile per i pagani quanto il confondere i Cristiani coi Giudei? Quindi è che lo spirito di rivolta dei Giudei si riputava comune ai Cristiani e perciò era doppiamente necessario che gli Apostoli separassero la causa dei Cristiani da quella dei Giudei in cosa sì grave. Ecco una delle ragioni, per la quale S. Pietro e S Paolo insistono con tanta forza sul dovere che hanno i Cristiani di rispettare ed ubbidire lo Autorità politiche e civili ancorché pagane. Si trattava di liberare i Cristiani da una accusa e da un pericolo gravissimo in quei momenti supremi. – Egli è per questo che S. Paolo nella lettera ai Romani e in questa S. Pietro nei termini più espliciti e quasi identici ricordano ai Cristiani questo dovere: “Siate dunque sottommessi, scrive S. Pietro, per amore del Signore, ad ogni umana istituzione, sia a re, come a sovrani, sia a governatori, come mandati da Lui, a punizione dei malfattori ed a lode dei buoni. „ Il tempo che mi è concesso, non mi permette di sviluppare largamente la dottrina del Vangelo o della Chiesa intorno ai doveri che abbiamo verso i poteri della terra, ma ve ne dirò quel tanto che basti all’uopo. Iddio ha creato l’uomo in modo che non può nascere, conservarsi, svilupparsi e perfezionarsi né quanto al corpo, né quanto all’anima se non nella società: prima nella società domestica, la famiglia, poi nella società civile e politica: esso è figlio, è fratello, è cittadino, e come il pesce non può vivere fuori dell’acqua, così l’uomo non può vivere fuori della società. È una necessità imposta dalla natura e perciò da Dio stesso, che ha creata la natura. Ora, o cari, perché gli uomini vivano insieme e i forti non opprimano i deboli e si mantenga l’ordine e la giustizia e si renda a ciascuno ciò che gli si deve, è necessario che vi sia una autorità, un potere, che mantenga quest’ordine e questa giustizia, e che impedisca che gli uni soverchino gli altri e procuri il bene privato e pubblico, ed eccovi l’autorità del padre in famiglia, l’autorità suprema nei tribunali, negli eserciti, nei regni, negli imperi, nelle repubbliche. Ora quel Dio che ha voluto che gli uomini vivano in società e regni la giustizia, ha voluto e deve volere, che vi siano le autorità od i poteri pubblici, che sono il mezzo necessario per conservare la società e far regnare la giustizia. Se voi, o cari, volete che i vostri figli imparino questa o quella scienza, facciano questo o quel viaggio, dovete anche volere, che abbiano i maestri, i libri e il tempo necessario per apprendere quelle scienze, e il danaro indispensabile per fare quei viaggi: è cosa manifesta, perché chi vuole il fine deve volere i mezzi. Se Dio vuole la società, vuole anche l’autorità che la governi: se vuole l’autorità che la governi, vuole anche l’obbedienza di quelli che devono essere governati, e perciò l’obbedienza alle autorità è voluta da Dio ed è un dovere di coscienza, e chi la rifiuta, offende Dio stesso. Ora comprenderete, o dilettissimi, come S. Pietro aveva ragione di dire ai primi fedeli : “Figliuoli, siate soggetti ad ogni umana istituzione, o legge, per amore di Dio, cioè perché lo vuole Iddio! S. Paolo (Rom. XIII, 1 seq.) dice: ” Ogni persona sia sottoposta ai poteri superiori, perché non v’è potere se non da Dio, e quelli che sono esistenti, sono ordinati da Dio, a talché chi resiste al potere resiste all’ordine di Dio … È necessario essere soggetto al potere, non solo per timore, ma ancora per la coscienza. „ Vedete perfetto accordo di S. Pietro e di S. Paolo! Quasi le stesse frasi! S. Pietro dice che bisogna ubbidire ai poteri per amore di Dio, propter Deum; S. Paolo “per la coscienza” propter conscientiam. „ Siate soggetti al re, come al sovrano, cioè a colui, che vi sovrasta pel potere stesso. Veramente allora il potere supremo risiedeva nelle mani dell’imperatore, ma san Pietro colla parola “re” volle indicare l’imperatore, e forse lo chiamò re anziché imperatore, perché la parola “re” a lui ed agli Ebrei era famigliare, e nuova quella di imperatore, ma la sostanza è sempre la stessa. Ma ubbidiremo noi soltanto al re, od all’imperatore, od al potere supremo, quando immediatamente ci intima di ubbidire? No: noi ubbidiremo ad esso ed ai governatori, come a delegati da lui a punire i malvagi ed a lode dei buoni. Il potere supremo è come la vita: questa risiede nel capo, come nel suo centro, e di là si spande per tutto il corpo: il potere risiede nel capo o nei capi supremi dello Stato, e di là si dirama in tutti quelli, che variamente ne partecipano: e come il ferire o percuotere una mano od un dito è ferire e percuotere il capo, da cui deriva la vita ed il senso, così rivoltarci contro i poteri inferiori è rivoltarci contro il potere, del quale sono emanazione. Che fare pertanto? Ubbidire a tutti i poteri, per dovere di coscienza, per amore di Dio. Ai sommi, come agli inferiori, perché così vuole Iddio: “Quia sic est voluntas Dei”: lo vuole la necessità delle cose, lo vuole il nostro interesse, lo vuole il timore della pena, lo vuole sopra tutto Iddio! – E qui non vi sfugga, o cari, una osservazione di grande importanza, ed è questa: la fede nostra eleva, nobilita, divinizza il potere, e così eleva, nobilita e divinizza anche la nostra sottommissione e la nostra ubbidienza. Ubbidire ad un uomo come noi, forse per ingegno, dottrina, ricchezza e virtù inferiore a noi, è cosa che offende l’amor proprio, che ci umilia, e tale può essere ed è assai volte chi comanda: ma allorché al di sopra di lui io veggo Dio, che così vuole, e mi dice: Ubbidendo a quest’uomo, tu ubbidisci a Me, Re dei re —, sento tutta la mia dignità, e lungi dall’abbassarmi, ubbidendo, mi innalzo: l’uomo del potere è un valletto, che mi porta i comandi di Dio; quello sparisce ai miei occhi e questo solo mi sta dinanzi: come non mi terrei onorato di ubbidire? S. Pietro voleva che i cristiani ubbidissero per coscienza al re, cioè all’imperatore; e chi era quell’imperatore? Sappiatelo bene: era il più scellerato degli imperatori, un vero mostro di crudeltà, uccisore del maestro e della madre sua; che due o tre anni appresso avrebbe fatto mettere in croce lui stesso, Pietro, e decollare il fratel suo nell’apostolato, Paolo: era Nerone. Ma Nerone era pagano! Non importa; Pietro a nome di Dio comanda di ubbidire anche al pagano: il potere sovrano è come un raggio di luce: esso può cadere sopra un diamante come sopra il fango: la luce è sempre luce e non si contamina illuminando le sozzure. Il padre pagano cessa di essere padre perché è pagano, e cessa forse nei suoi figli il dovere di rispettarlo ed ubbidirlo? Un ministro dell’altare potrebb’essere malvagio, empio, miscredente : ma il fulgore del carattere che suggella in lui il potere divino non si eclissa, non si spegne mai; così è il potere sovrano: esso può essere nel pagano, nell’eretico, nell’empio, e noi gli dobbiamo rispetto ed ubbidienza: non è l’uomo, ma Dio che in lui rispettiamo ed ubbidiamo. Ma l’imperatore era legittimo? Legittimo Nerone! Quale domanda! Allora non si facevano siffatte questioni, sempre difficilissime a sciogliersi anche dai dotti. Si diceva soltanto: Questi è l’imperatore; il potere supremo è nelle sue mani; il mio dovere è di ubbidire; il bene pubblico lo esige; non cerco altro, ubbidisco. E in che cosa dovevano ubbidire i cristiani? S. Pietro non determina nulla: vuole dunque che si ubbidisca in ogni cosa fin là dove un’altra autorità superiore dice: Qui comincia il mio regno e qui finisce quello dell’imperatore. — In altre parole: si deve ubbidire all’autorità terrena in tutto ciò che non si oppone alla legge di Dio; a lui è soggetto ogni potere terreno, e allorché questo vuole ch’io mi ribelli a Dio ed alla sua Chiesa, io gli rispondo: Non ubbidisco a te, ma a Dio, che è mio e tuo Re. — Così fece Pietro con Nerone! E questa la gran regola tracciata dal Principe degli Apostoli e costantemente osservata nella Chiesa e che noi custodiremo fedelmente. Con questa sottommissione a tutti i poteri della terra voi non solo adempirete la volontà di Dio e farete il bene, scriveva S. Pietro, ma imporrete silenzio alla ignoranza di uomini insipienti. „ Con queste parole S. Pietro chiaramente ci fa conoscere le condizioni difficili e dolorose, nelle quali si trovavano i Cristiani, sospettati non solo, ma denunciati pubblicamente come nemici dell’imperatore, sprezzatori delle leggi, pronti alla rivolta. Col vostro rispetto all’imperatore e a tutte le autorità, con la obbedienza alle leggi, voi, diceva S. Pietro, chiuderete la bocca a questi calunniatori che, non conoscendovi, vi rappresentano come ribelli. – Miei cari! Alcun che di simile avviene anche al giorno d’oggi, nella nostra Italia. Certi giornali, certi scrittori, certi uomini ci designano pubblicamente come nemici della patria, come avversi alle sue istituzioni, alla sua libertà, alla sua grandezza, alla sua indipendenza: questa sì atroce accusa cade particolarmente sopra di noi, uomini di Chiesa. Ma seguendo l’esempio dei primi Cristiani e il precetto di S. Pietro, con le opere, col nostro rispetto, colla nostra ubbidienza sincera e costante alle leggi ed alle autorità tutte ci studieremo di mostrare il nostro amore alla patria, e secondo le nostre forze ne procureremo la prosperità e la gloria, perché questo è pure un dovere impostoci da Dio. S. Pietro passa oltre e tocca una verità utile allora, oggi per noi necessaria, e che vorrei fosse da voi tutti debitamente ponderata. Udite: “Diportatevi come liberi, e non pigliando la libertà a mantello di malizia, ma come servi di Dio. „ Voi siete stati redenti da Gesù Cristo, e per Lui avete acquistata la libertà di figli di Dio. Ma che libertà è questa, che Gesù Cristo vi ha data? E la forza di vincere le vostre passioni, di conoscere la verità e rigettare l’errore, di praticare la virtù: Gesù Cristo vi ha chiamati alla libertà del bene, ma non vi ha sottratto ai vostri doveri, non vi ha sciolto dall’obbedienza, che dovete ai principi. Voi a ragione dite: Noi siamo liberi; ma badate bene di non usare della libertà per servire la iniquità, per gettarvi in braccio alle passioni, per coprire la licenza. Oggi la bella e santa parola di libertà per molti vuol dire “mantello di malizia” — “Velamen habentes malitiæ libertatem”.— Vogliono la libertà, ma quale libertà? La libertà di ingiuriare, di calunniare, di opprimere il fratello: la libertà di spargere la discordia: la libertà di scuotere il giogo della autorità paterna e sovrana: la libertà di farsi schiavi della superbia, della gola, dell’avarizia, della lussuria, del peccato. È questa libertà vera, o fratelli? Chiamereste voi libertà quella di potervi strappare gli occhi, di potervi tagliare, le braccia, di potervi togliere la ragione, di potervi gettare in un precipizio? Questo è abuso di libertà, non mai libertà. – Quella è vera libertà, che ci rende padroni di noi stessi, signori delle nostre passioni, che ci affranca dal vizio e dal peccato, che ci fa maggiormente simili a Dio, il quale non può far il male. Allora la nostra libertà è perfetta quando non offendiamo l’altrui, quando adempiamo tutti i nostri doveri, primo dei quali è ubbidire a Dio: Sicut servi Dei. Seguono quattro bellissime esortazioni di Pietro. “Onorate tutti, amate i fratelli, tetemete Dio, riverite il re. „ Il Vangelo fu e sarà sempre il più perfetto codice non solo di morale, ma eziandio di quella che dicesi civiltà ed educazione. Esso vuole che colle parole e colle opere sempre ed in ogni luogo onoriamo sinceramente non pure quelli che per dignità, scienza o per qualsiasi altro titolo ci sono superiori, ma gli eguali ed anche gli inferiori: “Omnes honorate”, prevenendovi gli uni gli altri con quegli atti, che sono segni di stima e di onore, come altrove insegna san Paolo. E onoreremo tutti, se tutti ameremo come fratelli: “Fraternitatem diligite”. Chi ama una persona la onora e vuole che da tutti sia onorata, e l’onore che le rende è sempre in ragione dell’amore. Quei superbissimi e terribili uomini della rivoluzione francese, che scossero tutta Europa e rovesciarono l’ordine antico di cose, scrissero sulla loro bandiera queste tre parole famose: Libertà, eguaglianza, fratellanza. Parole sante bene intese e bene applicate! Quei Titani della rivoluzione avevano l’orgoglio di credere d’aver essi pei primi proclamata la fratellanza universale, ignoravano che diciotto secoli prima S. Pietro aveva scritto: Fraternitatem diligite. — Amate la fratellanza. ” Temete Iddio — Deum timete. „ Temiamo Iddio, perché è infinita maestà e giustizia e non lascia impunita colpa alcuna; temiamo Iddio, non come lo schiavo teme il padrone, ma come il figlio teme il padre suo; il nostro sia timore di offenderlo, un timore misto ad amore. “Riverite il re — Regem honorificate. „ Ripete ciò che disse sopra per mostrare come la cosa gli stia a cuore, e non fa bisogno il dire, che questa riverenza dovuta al capo dello Stato deve manifestarsi nella obbedienza e nella preghiera, che per lui si deve fare, secondo ché S. Paolo comanda nella sua lettera a Timoteo (I. II, 1). – S. Pietro da Dio discende al re e dal re discende ai padroni ed ai servi e, rivolto a questi, dice: “Voi, servi, siate sottomessi, con ogni riverenza, ai padroni, non solo buoni e discreti, ma anche capricciosi. „ Quale insegnamento, o dilettissimi! La condizione dei servi, dirò meglio, degli schiavi, era orribile: potevano essere venduti e barattati come merce; potevano essere maltrattati, percossi ed anche uccisi: la legge non si curava di loro, perché li teneva in conto di proprietà del padrone, che poteva farne quell’uso, che voleva. Voi potete comprendere qual fosse la condizione di questi sventurati, venuti a mano dei padroni pagani, spesso senza cuore. L’apostolo non dice loro: Rivendicatevi a libertà, fate valere la vostra ragione: non avrebbe fatto che rendere più dolorosa la loro sì misera condizione: il Vangelo di Gesù Cristo ha collocato il rimedio dei maggiori mali nel grande segreto della pazienza e della rassegnazione che finisce col vincere e guadagnare gli stessi oppressori. S. Pietro vuole che questi infelici ubbidiscano ai loro padroni, ed ubbidiscano con ogni riverenza, e ubbidiscano ad essi non solo quando sono buoni, discreti, ma anche quando sono puntigliosi, capricciosi, cattivi, perché è questo il miglior modo di scemare i proprii mali e di rendere mansueti e trattabili i padroni. — Servi, dipendenti, che mi ascoltate e che forse talvolta trovate i vostri padroni difficili, duri, indiscreti, esigenti, capricciosi, ingiusti, ricordate le parole di san Pietro e fatene regola della vostra condotta. Il più terribile problema che si affacci alla mente dell’uomo, è questo: vedere la virtù avvilita, tribolata, oppressa, e la malvagità onorata, felice, trionfante. Se non ci fosse la fede, che ci mostra al di là della tomba la giustizia, che infallibilmente sarà fatta, sarebbe da disperare, da maledire la virtù, e ripetere col fiero Romano : “O virtù, tu non sei che un sogno. „ Ma la fede fa scendere dall’alto un raggio della sua luce e ci assicura che Dio un giorno renderà a ciascuno secondo le opere sue, e la ragione si calma, il cuore respira ed il problema è sciolto. Ecco ciò che insegna S. Pietro in quest’ultimo versetto: “Questo è cosa grata, se alcuno per coscienza innanzi a Dio sostiene molestie, soffrendo ingiustamente. „ – Sì, o cari, è un favore del cielo, è una gloria per noi soffrire molestie, dolori e persecuzioni ingiuste per amore di Dio, perché queste saranno il seme che ci frutterà la gioia eterna del cielo!

Alleluja

Allelúja, allelúja. Ps CX: 9 Redemptiónem misit Dóminus pópulo suo:alleluja. [Il Signore mandò la redenzione al suo pòpolo. Allelúia.]

Luc XXIV:46 Oportebat pati Christum, et resúrgere a mórtuis: et ita intráre in glóriam suam. Allelúja. [Bisognava che Cristo soffrisse e risorgesse dalla morte, ed entrasse così nella sua gloria. Allelúia.]

Evangelium

Joannes XVI:16: 22

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Módicum, et jam non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me: quia vado ad Patrem. Dixérunt ergo ex discípulis ejus ad ínvicem: Quid est hoc, quod dicit nobis: Módicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me, et quia vado ad Patrem? Dicébant ergo: Quid est hoc, quod dicit: Modicum? nescímus, quid lóquitur. Cognóvit autem Jesus, quia volébant eum interrogáre, et dixit eis: De hoc quaeritis inter vos, quia dixi: Modicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me. Amen, amen, dico vobis: quia plorábitis et flébitis vos, mundus autem gaudébit: vos autem contristabímini, sed tristítia vestra vertétur in gáudium. Múlier cum parit, tristítiam habet, quia venit hora ejus: cum autem pepérerit púerum, jam non méminit pressúræ propter gáudium, quia natus est homo in mundum. Et vos igitur nunc quidem tristítiam habétis, íterum autem vidébo vos, et gaudébit cor vestrum: et gáudium vestrum nemo tollet a vobis.” [In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete, perché io vado al Padre. Dissero perciò tra loro alcuni dei suoi discepoli: Che significa ciò che dice: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete, perché io vado al Padre? Cos’è questo poco di cui parla? Non comprendiamo quel che dice. E conobbe Gesù che volevano interrogarlo, e disse loro: Vi chiedete tra voi perché abbia detto: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete. In verità, in verità vi dico che voi piangerete e gemerete, laddove il mondo godrà, sarete oppressi dalla tristezza, ma questa si muterà in gioia. La donna, allorché partorisce, è triste perché è giunto il suo tempo: quando poi ha dato alla luce il bambino non si ricorda più dell’affanno, a motivo della gioia perché è nato al mondo un uomo. Anche voi siete adesso nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà, e nessuno vi toglierà il vostro gàudio.]

Omelia

[Idem ut supra, Omel. XX]

Gesù disse queste parole in un momento solenne, poche ore prima di cominciare la sua passione, e fanno parte di quel sublime discorso che tenne ai suoi cari dopo la Cena. Allorché si pensa che Gesù vedeva con tutta chiarezza e sicurezza gli inenarrabili dolori e la morte crudelissima e vituperosa che doveva soffrire il giorno appresso: allorché si pensa alle trepidazioni, alle angosce del suo cuore in quella sera fatale, e si legge quel discorso ammirabile, in cui apre l’animo suo ai suoi cari discepoli, li conforta, li consola, li ammaestra, dimenticando se stesso: allorché si considera la calma, la pace, la serenità, la tenerezza del suo linguaggio, la sublimità e la semplicità delle cose che dice, è forza esclamare: Gesù non è un uomo, perché un uomo in quelle terribili distrette non poteva parlare a quel modo: Gesù è Dio! Con profonda venerazione e viva fede raccogliamo le sue parole e meditiamole con amore. Il discorso di Gesù, che dicesi dell’ultima Cena, è riferito dal solo S. Giovanni, e comincia subito dopo la partenza di Giuda, dal capo XIII, vers. 31, e continua tutto il capo X. Alla fine del capo XIV Gesù dice: “Levatevi, andiamocene di qui. „ Allora egli con gli Apostoli uscì dal cenacolo e mosse verso il Getsemani, continuando il discorso che si legge nei capi XV, XVI e XVII, che fu certamente tenuto per via. Il perché anche le parole che ora siamo per ispiegare, da Gesù furono dette nel tratto di via che fece dal cenacolo all’orto del Getsemani. “Ancora un poco, diceva Gesù ai discepoli, con voce piena d’affetto, ancora un poco, e più non mi vedrete, e di nuovo, ancora un poco, e mi vedrete, perché me ne vo al Padre.„ – Non mi fermo a spiegare queste parole, perché tosto le udremo spiegate da Gesù Cristo stesso. Il pensiero di Gesù era fisso naturalmente su due punti capitali, l’imminente sua dipartita e la prova terribile a cui andavano incontro i suoi cari Apostoli, e non poteva essere altrimenti. Della sua imminente dipartita più volte fa cenno nel discorso, ma si direbbe che si studia di temperarne l’orrore per non sgomentare soverchiamente i timidi discepoli: ne parla, ma quasi velatamente e certo in modo meno particolareggiato, che non avesse fatto alcuni mesi prima, come in questo luogo: “Ancora un poco, e non mi vedrete più, ed ancora un poco, e mi vedrete. „ Udendo queste parole, che indicavano la prossima sua morte e risurrezione, come già tante volte, gli Apostoli non ne potevano afferrare il senso, che pure era abbastanza manifesto, massime se le avessero raffrontate alle altre ripetutamente da Lui udite. Che fecero, che dissero alcuni tra di loro? Quello che sogliono fare gli scolari d’un buon maestro, che sia altamente rispettato, allorché insegna cose ch’essi non capiscono. Si guardano gli uni gli altri e a bassa voce si domandano a vicenda: “Che vuol dire questo? Come si intende ciò che il maestro insegna?” – Essi non osano per riverenza interrogarlo direttamente, ma non possono dissimulare il desiderio di udire una spiegazione più chiara, che li appaghi, e la sperano dal buon maestro. Il somigliante avveniva intorno al divino Maestro. Alcuni de’ suoi discepoli (il Vangelo ne tacque il nome), camminando a fianco o dietro a Lui, bisbigliavano rispettosamente tra loro, e dicevano: “Che è mai questo che il Maestro dice: Anche un poco, e più non mi vedrete, ed anche un poco, e mi vedrete, perché me ne vado al Padre? Che è mai questo: Un poco? Non sappiamo che cosa egli voglia dire. „ Quanto candore in questa narrazione di S. Giovanni! Come apparisce la schiettezza degli Apostoli, il loro rispetto dinanzi al Maestro ed insieme la figliale confidenza che avevano in Lui, e la bontà e dignità tutta paterna ch’Egli aveva con loro! Figliuoli carissimi! allorché nella vostra mente spuntano dubbi angosciosi intorno alla fede e non sapete scioglierli, non potreste imitare gli Apostoli e chiedere a chi può dissiparli una parola di luce, un consiglio? È ciò che fanno i figli coi genitori, i discepoli col maestro. E ciò che timidamente fecero gli Apostoli con Gesù e Gesù spiegò loro la cosa. Gesù certo non aveva bisogno che le parole degli Apostoli giungessero a Lui per conoscere ciò che passava nell’animo loro, ma, come più e più volte vi dissi, Egli era uomo e in ogni cosa si acconciava a fare e parlare come uomo. E perciò, udite quelle parole degli Apostoli, come se da esse avesse appreso il bisogno che avevano d’uno schiarimento, senza una parola di meraviglia o di rimprovero, con tutta benignità ed amorevolezza, compatendo la loro ignoranza, si volse verso di essi e disse: “Voi state cercando tra di voi di ciò che ho detto: Ancora un poco, e non mi vedrete, e di nuovo un poco, e mi vedrete. „ – Eppure la cosa è facilissima ad intendersi, e l’amabile Maestro la spiega tosto, dicendo: “In verità, in verità vi dico: Voi gemerete e piangerete; il mondo godrà e voi vi rattristerete, ma la tristizia vostra si cangerà in gioia. „ Evidentemente in questi due periodi si dà la spiegazione dei due periodi della domanda fatta dagli Apostoli. “Ancora un poco, e non mi vedrete più, „ risponde alle parole: “Voi piangerete e gemerete. „ E perché? Ancora poche ore, ed Io dopo dolori senza nome morrò sulla croce e sarò calato nel sepolcro: Io sarò tolto di mezzo a voi e il vostro dolore avrà la misura nell’amore, che avete per me: voi piangerete, gemerete, sarete oppressi dalla desolazione più profonda, come figli amorosi, ai quali è rapito improvvisamente il padre. “Ma ancora un poco, e mi vedrete; „ queste altre parole trovano il loro riscontro nelle seguenti: “E la vostra tristezza si cangerà in gioia. „ Dopo poche ore Io risusciterò pieno di vita immortale, mi mostrerò a voi nella mia gloria, e il vostro dolore cesserà e si cangerà in gioia ineffabile. In altri termini Gesù volle dire: “Tra breve morrò, e voi sarete immersi nel più cocente dolore; ma poco dopo risorgerò, vi rivedrò, e grandissima sarà la vostra gioia”. In queste parole di Gesù Cristo due cose mi sembrano degne di osservazione. Primieramente Gesù Cristo non pronuncia mai la parola morte e l’altra relativa risurrezione, che senza dubbio erano più chiare. Per qual ragione? La parola morte, benché temperata dall’altra risurrezione, era troppo crudele ferita al cuore degli Apostoli, già ricolmi di tristezza, e perciò non la pronuncia ed usa una specie di circonlocuzione per raddolcire il dolore che doveva arrecare. Gesù fece con gli Apostoli come facciamo noi allorché dobbiamo annunziare a persone amate una grande sventura: non la diciamo di netto, apertamente: crederemmo, così facendo, d’essere indelicati e peggio, ma diciamo l’equivalente con un giro di parole che facciano sentire men viva la punta del dolore. Quanta delicatezza in questa condotta di Gesù coi suoi Apostoli! Quanta tenerezza! Che squisita bontà usa con loro! Imitiamolo nei nostri rapporti con tutti i fratelli nostri e più con i poveri, con gli ignoranti, perché più ne abbisognano. In secondo luogo Gesù Cristo, in queste parole e in tutto questo stupendo discorso dell’ultima Cena, non parla mai dei dolori che trafiggevano il suo cuore, delle agonie che gli sovrastavano, del calice amarissimo a cui era per accostare le labbra: Egli dissimula le sue ansie, i suoi affanni, che già dovevano premere sul suo cuore: non pensa a sé, non parla di sé, ma pensa ai suoi cari, ed ogni sua parola è volta a confortarli, a prepararli alla durissima ed imminente prova. Quale grandezza d’animo! Quale generosità di cuore! Quanta differenza tra noi e Lui! Noi, allorché siamo colti dal dolore, percossi da qualche sventura, non pensiamo che a noi stessi, non parliamo che dei nostri dolori, vogliamo che tutti se ne interessino e ci lagniamo se altri non se ne occupano e non ci compatiscono. Gesù non parla dei suoi dolori, dell’imminente sua passione e morte sì crudele e non si occupa che dei suoi cari e li conforta con una tenerezza veramente divina. Gesù Cristo rischiara il suo pensiero con una similitudine efficacissima: “Allorché la donna dà alla luce, soffre, perché è venuta l’ora sua: ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’ambascia, per la gioia che è nato un uomo al mondo. „ La similitudine non abbisogna di spiegazione: è facile immaginare come il dolore della madre si muti in vivissima gioia allorché vede, stringe tra le braccia e copre di baci il frutto del suo seno: essa più non ricorda i suoi dolori e le sue angosce e si bea e si allieta della vista del suo bambino. Similmente, dice Gesù Cristo agli Apostoli, avverrà a voi fra poco. Vedendo la mia morte, voi soffrirete dolore acerbissimo, ma sarà breve; come quello della madre che dà alla luce. Rivedendomi risorto, voi vi rallegrerete e gioirete, come si rallegra la madre, vagheggiando il suo nato. Allora la vostra gioia non vi potrà essere tolta da chicchessia. – Considerando queste parole, parrebbe quasi che nostro Signore non intenda significare la gioia degli Apostoli per la sua risurrezione e per le sue apparizioni, ma sì quella eterna del cielo, giacche dice: “Nessuno vi toglierà la vostra gioia. „ Ma la risposta è piana e chiarissima, quando si rifletta, che la prima gioia non si può separare dalla seconda, anzi è la radice della seconda. Allorché gli Apostoli videro risorto Gesù Cristo, conobbero ch’Egli era veramente il Figlio di Dio e l’aspettato Salvatore del mondo; essi da quel giorno credettero in Lui fermamente e lo amarono con tutto l’ardore dell’anima; essi poterono soffrire e soffrirono ogni maniera di dolori d’una morte crudele, ma in mezzo a quei dolori ed alle agonie più strazianti la certezza del premio li avvalorava, la speranza incrollabile di essere ricongiunti a Gesù che li aveva preceduti, li inebriava di gioia, tantoché S. Paolo diceva di sovrabbondare di consolazione in mezzo alle sue tribolazioni, e gli Apostoli si rallegravano d’essere fatti degni di patire per Cristo. Il giubilo pertanto degli Apostoli, che cominciò con la risurrezione di Cristo, dura in qualche senso tutta la loro vita e si compie in cielo, e d’esso Gesù Cristo poteva dire con tutta ragione: “Nessuno ve lo toglierà più mai. „ –  Qui ancora, o dilettissimi, si ribadisce quella grande dottrina che troviamo ad ogni pagina dei Libri santi, che è il nostro sostegno e nostro conforto nelle prove della vita e che risponde a meraviglia ai bisogni del nostro cuore; la dottrina è questa, che al nostro patire quaggiù è riserbato un godere eterno, ed alla virtù tribolata sulla terra Iddio prepara la corona in cielo. – Vi furono e vi sono uomini e talora forniti d’ingegno e di dottrina non comune, i quali affermano essere dovere fuggire il vizio e praticare la virtù, e nello stesso tempo osano insegnare che tutto finisce con la presente vita, che il cimitero è l’ultimo nostro termine. Se a codesti uomini voi domandate: “Qual premio dunque darete voi alla virtù se, dopo questa sì misera, non v’è un’altra vita?” Essi rispondono: “La virtù è premio a se stessa: il dovere vuolsi adempire per se stesso senza por mente al premio: una virtù, che si esercita in vista d’una ricompensa, è una virtù interessata, perde ogni pregio e non merita il nome di virtù” [Era questa la dottrina degli Stoici, che dicevano doversi praticare la virtù perché è il nostro dovere e perché essa con le sue gioie interne è ricompensa più che sufficiente. Tutta la scuola di materialità, che vorrebbe salvare una larva di virtù, ripete la stessa cosa al giorno d’oggi. È gente che non conosce il cuore dell’uomo e vuole ingannare se stessa. Non nego che talvolta la virtù apporti gioie interne soavissime: ma sempre? No. Ma durano molto? Pochi istanti. Ma contrappesano i sacrifici? No. Ma tutti ne sono capaci? Pochissimi. Ci vuol altro per ottenere i sacrifici della virtù!]. Ma allora, o dilettissimi, bisogna pigliare tutti i nostri Libri santi e lacerarli pagina per pagina, perché costantemente promettono all’uomo virtuoso la mercede nell’altra vita; e non solo bisogna rigettare l’insegnamento del Vangelo, che dice: “Rallegratevi, che la vostra ricompensa è grande in cielo, e nessuno più mai toglierà a voi il vostro gaudio: „ ma è necessario rinnegare tutte le tradizioni dei popoli, anche fuori della nostra religione, perché anch’essi, tutti, senza eccezione, e in tutti i tempi ammisero e professarono l’esistenza d’un’altra vita, dove il delitto è punito e debitamente retribuita la virtù. E poi, possiamo noi andare a ritroso della natura e rigettare e calpestare i suoi dettami più evidenti? Dite al contadino: Ora semina il tuo campo, pota e coltiva la tua vigna, ma bada di non pensare nemmeno alla messe: alla vendemmia. Dite all’operaio: Lavora nella tua officina, ma senza curarti della mercede. Dite al negoziante: Viaggia attraverso ai mari, logora la tua salute, ma l’idea del guadagno non deve essere il tuo fine. E costoro vorrebbero, che noi giorno e notte lavorassimo il campo dell’anima nostra, ne estirpassimo le male erbe, vi gettassimo il seme delle virtù, combattessimo contro le nostre perverse passioni, crocifiggessimo la nostra carne, lottassimo senza posa contro i nostri nemici, battessimo la via della virtù, seminata di spine e di bronchi, senza la speranza della mercede? — La virtù deve essere disinteressata! Buon Dio! possiamo noi dimenticare noi stessi? Noi siamo fatti per essere felici: il desiderio, il bisogno irresistibile della felicità ci segue da per tutto, ci incalza, non ci dà tregua un solo istante, è posto qui, in fondo al mio cuore, è il peso dell’anima mia: questo desiderio deve essere appagato, questo bisogno deve essere soddisfatto, e se non lo è col premio della virtù, in qual altro modo lo potrebbe mai essere? Io devo amare i miei fratelli, e perché li amo devo procurare loro quel bene che per me è possibile. Se devo amare i miei fratelli e procurare loro il bene per me possibile, perché non amerò prima me stesso? Non sono io uomo? Non sono io a me stesso più che fratello? Perché dunque non procurerò a me stesso il bene che posso? Perché della virtù, che mi costa tanti e sì amari sacrifici, non dovrò attendere la ricompensa? Lavorare, sudare, soffrire: ecco la virtù: e la virtù dovrebbe essere premio a se stessa? Allora il dolore: bel premio per fermo, bella ricompensa sarebbe la sua! Ah! Dio conosce bene il cuore umano: sa che per fuggire il vizio e praticare la virtù, ha bisogno del freno del castigo e dell’incoraggiamento del premio: perciò gli mette innanzi la carcere eterna da una parte, il cielo dall’altra, il possesso di se medesimo, una felicità immortale. Senza il timore della pena e la speranza della gioia, entrambe eterne, chi mai fuggirebbe il peccato, e correrebbe il sentiero sì aspro della virtù? Nessuno, io credo, perché nessuno vorrebbe soffrire senza speranza della mercede, nessuno vorrebbe patire tutta la vita sulla terra per nulla. Figliuoli! fissiamo gli occhi in quel gaudio che nessuna forza ci potrà mai rapire, e portiamo la croce inseparabile dall’esercizio della virtù.

Credo…

Offertorium

Orémus

Ps CXLV:2 Lauda, anima mea, Dóminum: laudábo Dóminum in vita mea: psallam Deo meo, quámdiu ero, allelúja. [Loda, ànima mia, il Signore: loderò il Signore per tutta la vita, inneggerò al mio Dio finché vivrò, allelúia.]

Secreta

His nobis, Dómine, mystériis conferátur, quo, terréna desidéria mitigántes, discámus amáre coeléstia. [In virtú di questi misteri, concédici, o Signore, la grazia con la quale, mitigando i desiderii terreni, impariamo ad amare i beni celesti.]

Communio

Joannes XVI:16 Módicum, et non vidébitis me, allelúja: íterum módicum, et vidébitis me, quia vado ad Patrem, allelúja, allelúja. [Ancora un poco e non mi vedrete più, allelúia: ancora un poco e mi vedrete, perché vado al Padre, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Sacramenta quæ súmpsimus, quæsumus, Dómine: et spirituálibus nos instáurent aliméntis, et corporálibus tueántur auxíliis. [Fai, Te ne preghiamo, o Signore, che i sacramenti che abbiamo ricevuto ci ristòrino di spirituale alimento e ci siano di tutela per il corpo.]

DOMENICA SECONDA DOPO PASQUA

 DOMENICA SECONDA DOPO PASQUA

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII:5-6. Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Ps XXXII: 1. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio. [Esultate, o giusti, nel Signore: ai buoni si addice il lodarlo.]

Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja [Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui in Filii tui humilitate jacéntem mundum erexísti: fidelibus tuis perpétuam concéde lætítiam; ut, quos perpétuæ mortis eripuísti casibus, gaudiis fácias perfrui sempitérnis.

[O Dio, che per mezzo dell’umiltà del tuo Figlio rialzasti il mondo caduto, concedi ai tuoi fedeli perpetua letizia, e coloro che strappasti al pericolo di una morte eterna fa che fruiscano dei gàudii sempiterni].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. [1 Petri II: 21-25]

Caríssimi: Christus passus est pro nobis, vobis relínquens exémplum, ut sequámini vestígia ejus. Qui peccátum non fecit, nec invéntus est dolus in ore ejus: qui cum male dicerétur, non maledicébat: cum paterétur, non comminabátur: tradébat autem judicánti se injúste: qui peccáta nostra ipse pértulit in córpore suo super lignum: ut, peccátis mórtui, justítiæ vivámus: cujus livóre sanáti estis. Erátis enim sicut oves errántes, sed convérsi estis nunc ad pastórem et epíscopum animárum vestrárum. [Caríssimi: Cristo ha sofferto per noi, lasciandovi un esempio, affinché camminiate sulle sue tracce. Infatti Egli mai commise peccato e sulla sua bocca non fu trovata giammai frode: maledetto non malediceva, maltrattato non minacciava, ma si abbandonava nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava; egli nel suo corpo ha portato sulla croce i nostri peccati, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia. Mediante le sue piaghe voi siete stati sanati. Poiché eravate come pecore disperse, ma adesso siete ritornati al Pastore, custode delle ànime vostre].

Omelia I

[Bonomelli, “Nuovo saggio di Omelie”; Vol II, Om. XVII]

Queste poche sentenze si leggono nella prima lettera di S. Pietro. Voi dovete sapere che del Principe degli Apostoli ci rimangono soltanto due lettere, la seconda brevissima, che sono, come potete bene immaginare, un vero tesoro di dottrina sacra. La prima lettera fu scritta da S. Pietro in Roma, allorché si trovava colà con Marco, suo interprete e scrittore del Vangelo che porta il suo nome, dopo la fuga dal carcere di Gerusalemme, narrata nel capo XII degli Atti apostolici. La lettera fu scritta circa dodici anni dopo l’Ascensione di nostro Signore, e indirizzata alle varie Chiese già stabilite nell’Asia Minore, nelle provincie del Ponto, della Galazia, della Cappadocia e della Bitinia. – L’argomento di questa lettera, somigliantissima in ogni cosa a quella di S. Paolo ai Romani ed agli Efesini, è pratico e semplicissimo. Egli esorta i nuovi credenti, la maggior parte dei quali doveva essere di Ebrei convertiti poc’anzi, ad informare la loro vita secondo i principii del Vangelo, incoraggiandoli a tollerare l’odio, le vessazioni e le persecuzioni colla speranza del premio e a ricambiare i tristi, i nemici colla carità affine di guadagnarli. Premesse queste comuni, ma non inutili osservazioni, è da venire alla interpretazione dei cinque versetti, che sopra vi ho riportati; S. Pietro nei versetti, che precedono, con l’affetto d’un padre amorosissimo esorta quei novelli cristiani, usciti dal mosaismo e dal paganesimo, a nutrirsi, come bambini, del latte della divina parola, a star fermi sulla pietra fondamentale, che è Cristo, a raffrenare le cupidigie, e con una santa vita a guadagnare i pagani; poi ricorda loro il dovere di vivere sottomessi alle podestà della terra: eccita i servi ad ubbidire ai padroni anche cattivi e, se è necessario, a gloriarsi di soffrire ingiustamente. A questo punto pervenuto colle sue esortazioni, S. Pietro, come S. Paolo, mette innanzi ai suoi cari, il grande, l’eterno, l’incomparabile modello di tutte queste virtù, che è Gesù Cristo, e così continua: “Gesù Cristo ha patito per noi, lasciandovi esempio, affinché seguitiate le sue orme”. È egli possibile, o cari, vivere sulla terra ed esercitare la virtù senza patire nel corpo e nello spirito, dal mondo, dai nemici e da noi stessi? No: vivere ed esercitare la virtù vuol dire lottare, e per conseguenza soffrire: chi pensa altrimenti si inganna ad occhi aperti. Ora Iddio, per nostro conforto ed ammaestramento, volle che il Figliuol suo Gesù Cristo ci camminasse innanzi per l’aspra via; Egli ha patito, e più di tutti gli uomini, ed ha patito, non per sé, ma sì per noi, soddisfacendo per noi alla divina giustizia. È questo il primo scopo della Passione e morte di Gesù Cristo, pagare il prezzo dovuto pel nostro riscatto. Noi eravamo colpevoli: ai colpevoli è dovuta la pena, perché la giustizia lo vuole: al nostro luogo si mette l’amabile Gesù, e quella pena, che doveva cadere sopra di noi, cade sopra di Lui, come disse sì bene Isaia: “Disciplina pacis nostra, super eum,” onde il suo patire affranca noi. – Ma la Passione e la morte di Gesù Cristo ha un altro scopo strettamente congiunto al primo, ed è quello di darci esempio nel cammino della Croce. Esortare, incoraggiare altri colla parola a correre animosamente la gran via della croce, è bella e santa cosa, ma facile: mettersi per essa e percorrerla è opera assai più difficile, ma più efficace, e Gesù Cristo la volle compire. Vedetelo: Egli soffre nel corpo, cominciando dalla culla alla tomba: soffre il freddo, il caldo, la fame, la fatica nell’officina, nei viaggi della sua vita pubblica: soffre la povertà e tutto ciò che necessariamente va congiunto colla povertà: soffre le percosse, i flagelli, in una parola, la morte di croce. Ma i dolori del corpo sono ben poca cosa in confronto di quelli che soffre nello spirito. Egli è Dio e l’anima di Gesù, rischiarata perennemente dai fulgori della divinità, vede ogni cosa con perfetta certezza e chiarezza: occhio umano non vide, né vedrà mai più addentro le cose divine ed umane dell’occhio di Gesù. Egli vede l’ignoranza degli uomini, le loro colpe, la malignità dei suoi nemici, le iniquità tutte, che allagano la terra: vede il passato, il presente, il futuro: vede la rovina di tante anime, opera delle sue mani, e per le quali immola se stesso: vede la gloria del Padre suo conculcata: vede la propria dignità e maestà di Figlio di Dio disconosciuta, calpestata. Qual dolore! quale strazio pel suo cuore! Dolore e strazio tanto più crudele ed atroce in quanto che nessuno lo comprende e pochissimi lo raddolciscono, ed Egli è costretto a divorarlo in silenzio: Gesù è veramente l’uomo dei dolori! l’uomo dei dolori continui, intimi, ineffabili nel corpo e nello spirito, e come tale Egli raccoglie sopra di sé gli occhi di tutta questa immensa progenie di Adamo, che va incessantemente dolorando in questa via di esilio e, Lui rimirando, si conforta e apprende come ha da patire. Ah fratelli miei! Se allorché il dolore si aggrava sopra di noi e quasi ci schiaccia non avessimo dinanzi agli occhi questo Gesù l’uomo dei dolori, il re dei martiri, che sarebbe di noi? Rimirar Lui santo, innocentissimo, eppure saziato di obbrobri, agonizzante sulla croce, è sentirci confortati a correre la via dei patimenti, ch’Egli ha segnato col suo sangue! Sappiamo per fede che “Gesù non fece peccato alcuno, né sulle sue labbra fu mai trovata frode.” Con questa osservazione san Pietro rincalza la verità. Noi tutti soffriamo più o meno, ma nessuno di noi soffrirà mai come Gesù Cristo; è già un argomento efficacissimo ad imitarLo: ma vi è di più. Noi soffriamo e alcune volte soffriamo assai. Ma chi siamo noi? Povere creature, e Gesù è il Figlio di Dio! Quale confronto! Non basta: noi soffriamo e sia pure moltissimo. Chi siamo noi? Non solo povere creature, ma peccatori, e se poniamo sulla bilancia da una parte i nostri dolori, e dall’altra i nostri peccati, troviamo che questi di gran lunga superano quelli, e che se Iddio volesse proporzionare i dolori ai peccati nostri, noi ne saremmo certamente schiacciati. Eppure, Gesù che sofferse quel cumulo di dolori atrocissimi, che dicemmo, era santo, innocente, immacolato: ombra di colpa non fu mai, né poteva essere in Lui, perché l’Uomo-Dio non può peccare. Quale incoraggiamento per noi a patire, avendo innanzi agli occhi tanto modello, per noi rei di tante colpe e meritevoli d’ogni supplizio! – Né qui si ferma il Principe degli Apostoli. Dopo d’aver confortati noi peccatori a patire coll’esempio di Gesù innocentissimo, tocca del modo con cui Gesù patì, e in questo pure vuole che ci modelliamo sopra di Lui. “Gesù oltraggiato, non oltraggiava; soffrendo, non minacciava.” Con queste parole il sacro Scrittore credo abbia voluto abbracciare tutta la vita di Gesù, senza alludere a qualche fatto particolare: Gesù fu crudelmente oltraggiato allorché i Giudei più volte e pubblicamente lo dissero amico dei pubblicani e dei peccatori, bevitore, samaritano, posseduto dal demonio, eccitatore di tumulti, nemico di Cesare, malfattore, seduttore, bestemmiatore, peggiore d’un ladrone e d’un omicida; eppure Gesù a tanti insulti, a sì sanguinose ingiurie non oppose che il silenzio e risposte piene di dignità e di mansuetudine: a chi Lo straziava non fece minacce, ma come agnello si lasciò condurre alla morte. Ecco come pativa Gesù, l’innocentissimo Gesù, ed ecco come dobbiamo patire noi pure. Ma che avviene, o cari? che vediamo noi? che facciamo? Troppo spesso alla più lieve offesa, e forse non sempre immeritata, ci risentiamo, leviamo alti lamenti, mettiamo a rumore il vicinato, gridiamo, strepitiamo, vogliamo giustizia, sbuffiamo d’ira, rompiamo in insulti e, non piaccia a Dio, in bestemmie, in imprecazioni! Oh come abbiamo bisogno di meditare il divino modello, Gesù Cristo, che oltraggiato, non oltraggiava, soffrendo, non minacciava! Come è bella, nobile e degna di ammirazione la calma tranquilla e dignitosa del cristiano in faccia a chi lo offende ed insulta! La pazienza e la carità non vietano che domandiamo giustizia e riparazione delle offese ricevute, e in certi casi può essere un dovere l’esigerla, ma è sempre indegno del cristiano rispondere coll’ingiuria all’ingiuria, colle invettive alle invettive. S. Pietro, proseguendo a parlare del supremo nostro modello, Gesù Cristo, dice: “Gesù si rimetteva in mano di colui che Lo giudicava ingiustamente.” Ponete mente, o dilettissimi, a queste parole: “Gesù si rimetteva in mano di colui che Lo giudicava ingiustamente.” Esse vi dicono, che Gesù Cristo patì e morì, non forzatamente, ma liberamente: Egli stesso si diede in mano de’ suoi nemici, incatenò, se posso dirlo, la sua onnipotenza, e lasciò che facessero ogni lor volere della propria Persona. L’aveva detto in termini Gesù Cristo: “Io metto l’anima mia per ripigliarla: niuno me la toglie, ma la do da me stesso, ed ho potere di darla e di ripigliarla” (Giov. x, 15 seg.). Non poteva più chiaramente affermare la sua libertà di patire e non patire, di morire e non morire. E invero: se Gesù Cristo non fosse stato perfettamente libero e di patire e di morire, non sarebbe stato perfetto uomo, la sua Passione non avrebbe avuto merito alcuno e sarebbe stato ridicolo il proporlo a noi come esempio da seguire. Chi è colui, in balia del quale Gesù si diede e che Lo giudicò ingiustamente? Accennandosi qui un giudice ingiusto, in singolare, che pronunciò sentenza contro Gesù Cristo, sembra fuor di dubbio che questi sia Pilato. E’ vero, Lo giudicarono Anna, Caifa, i capi del popolo, Erode, e Lo giudicarono ingiustissimamente; ma di quelli, ancorché più colpevoli, S. Pietro non si cura, perché la loro sentenza non poteva essere eseguita, se quella di Pilato non si aggiungeva: onde fu la sua che trasse a morte Gesù Cristo, e perciò di lui particolarmente si parla. — Gesù si commise alla mercé di Pilato, giudice straniero e pagano: in lui riconobbe un potere, che veniva dall’alto (S. Giov. XIX, 11), ancorché ingiustamente ne usasse. – Apprendiamo, o cari, da queste parole di S. Pietro non solo a rispettare l’autorità, in chiunque essa risieda, ma eziandio a soffrire ingiustizie, se questa ce le fa soffrire. Chi mai sulla terra soffrì ingiustizia più scellerata di quella, che Gesù Cristo sofferse da Pilato? Riconosciuto innocente, flagellato, coronato di spine e condannato alla croce: eppure Egli si diede nelle sue mani, limitandosi a dirgli: “Chi mi ha dato nelle tue mani è reo di maggior peccato, perché lo faceva per odio. – Soffrire l’ingiustizia non è approvarla, e noi possiamo bene rispettare l’autorità e condannare i suoi abusi. Lo so, ciò è difficile, perché l’ingiustizia, che si soffre dalla autorità, è congiunta con essa per forma che ai nostri occhi sembra formare con essa una sola cosa: ma pure è necessario non confondere queste due cose se non vogliamo renderci colpevoli. Voi avete o aveste i vostri genitori: l’autorità paterna e materna, che dopo la divina è la prima, era ed è in essi e voi la rispettaste e la rispettate. Se, per sventura vi fosse stato o vi fosse abuso in loro, qual era e quale sarebbe il vostro dovere? Avreste voi il diritto di disconoscerla? Giammai. Voi potreste e dovreste riprovare in cuor vostro l’abuso della loro autorità, ma rispettarla sempre, perché essa è cosa divina. Ragguagliata ogni cosa, è ciò che dobbiamo fare con qualunque autorità, allorché vien meno a se stessa. Nell’antica legge il sommo sacerdote, una volta all’anno, compiva il rito solenne del capro emissario: egli poneva le mani sul suo capo, confessava i peccati suoi e del popolo, e li poneva sul capro, e questo era abbandonato nel deserto (Levit. XVI, 21). Qui S. Pietro accenna a quel rito misterioso, che adombrava Gesù Cristo, il quale tolse sopra di sé, volontariamente i peccati di tutti gli uomini, li portò sulla croce e nel suo corpo, ossia nei patimenti del suo corpo, e nel sangue che sparse li espiò e li cancellò. Egli è il vero Giacobbe, che si copre della pelle del capretto, anzi è il vero capro emissario, che carico dei delitti del mondo [Non è necessario avvertire che più volte nelle Scritture la parola peccato è presa non a significare il reato, il disordine morale, ma l ‘effetto del peccato, che è la pena. Qui si dice che Gesù Cristo portò i peccati nostri sulla croce, nel suo corpo, cioè portò sulla croce ed espiò la pena dovuta al peccato.], esce dal mondo, è sollevato sull’alto della croce, muore come reietto, anzi come maledetto, e in sé riconcilia il cielo e la terra, secondo la frase di san Paolo. Allorché Gesù morì per noi sull’albero della croce e nel suo sangue spense il peccato, noi fummo sciolti dal giogo del peccato stesso, fummo come morti ad esso, e cominciammo a vivere alla giustizia risanati dalle sue lividure. Spieghiamoci meglio. Un uomo è condannato alla morte: un altro uomo innocente, mosso a pietà di lui, si offre a morire in suo luogo: la morte dell’uno è la vita dell’altro: il colpevole, compiuta la giustizia, cessa d’essere colpevole, è riabilitato, è giusto: egli è come morto ai suoi delitti, rivive alla virtù, all’onestà, alla giustizia. Il colpevole è ciascuno di noi; Gesù Cristo si offre a pagare per noi, paga col suo sangue, ed eccoci riabilitati, giustificati, risanati colle sue lividure. – S. Pietro dopo aver messo innanzi agli occhi dei suoi figliuoli il sommo modello dell’amore e del perdono, Gesù Cristo, chiude la sua esortazione, rivolgendo loro queste bellissime parole: ” Voi eravate come pecorelle smarrite: ma ora vi siete rivolte al pastore e al vescovo delle anime vostre.” Voi, pochi anni or sono, eravate ancora Giudei e Gentili; correvate le vie dell’errore: eravate simili a quelle povere agnelle, che si allontanano dall’ovile, ai smarriscono nei fitto d’un bosco o nella immensità del deserto, e che ad ogni istante possono essere sbranate dalle belve feroci: Dio ebbe pietà di voi: vi chiamò, colla sua grazia vi trasse dolcemente a sé, e voi ubbidiste, vi rivolgeste a Lui, al pastore, al Vescovo delle anime vostre. — Gesù Cristo è il Pastore delle anime in quanto le guida ai pascoli della vita, le difende dai lupi che le insidiano: è vescovo [Vescovo “Episcopus”, significa propriamente chi sovraintende ad altri in qualunque ufficio: ora si usa esclusivamente per indicare il Vescovo, il maggiore dei gradi gerarchici], cioè veglia sopra di loro, le regge, le custodisce. Egli fu Pastore e Vescovo degli Apostoli e dei discepoli, dei credenti, finché visse mortale sulla terra, ed è Pastore e Vescovo sempre nella persona di quelli che continuano l’opera sua attraverso ai secoli. Queste parole di agnelle, di pastore e di vescovo richiamano alla nostra memoria i doveri che tutti abbiamo, io vostro pastore, voi agnelle dell’ovile di Cristo. A me i doveri di ammaestrarvi e di camminare innanzi a voi coll’esempio d’una vita irreprensibile: a voi di ascoltarmi e seguirmi: adempiamoli fedelmente e tutti dal Principe dei pastori, dal Vescovo dei vescovi, avremo la nostra mercede.

Alleluja

Allelúja, allelúja Luc XXIV:35.

Cognovérunt discípuli Dóminum Jesum in fractióne panis. Allelúja [I discepoli riconobbero il Signore Gesú alla frazione del pane. Allelúia].

Joannes X:14. Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ. Allelúja. [Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

Joann X:11-16.

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves: mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovili: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor”.

Omelia II

[Mons. Bonomelli: ut supra, Omelia XVIII]

“Io sono il buon Pastore: il buon pastore mette la sua vita per le sue pecorelle; ma il mercenario e chi non è pastore e al quale non appartengono le pecorelle, se vede venire il lupo, abbandonale pecorelle e fugge; e il lupo le rapisce e le disperde. Ora il mercenario fugge, perché è mercenario e non si cura delle pecore. Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Il Padre conosce me ed Io conosco il Padre, e pongo la mia vita per le mie pecorelle. Ed altre pecorelle Io ho, e quelle ancora mi conviene addurre, ed esse udranno la mia voce, e vi sarà un solo ovile e un solo Pastore „ (S. Giov. capo X, vers. 11-16).

Chiunque percorre le catacombe romane, qua e là su quelle pareti, all’incerto lume della sua lampana, vede molte figure rozzamente tracciate: qua è la colomba che esce dall’arca noetica, là Mosè che batte con la verga la pietra e ne fa scaturire l’acqua; altrove è una donna atteggiata di dolore, che prega: poi il mistico pesce posto sopra una mensa: ma fra quelle povere figure, eppure sì belle e sì espressive, delineate dai martiri e dai figli dei martiri, più frequente apparisce l’immagine d’un pastorello scalzo, che or porta sulle spalle una pecorella, ed ora appoggiato sul suo vincastro, circondato da parecchi uomini che lo mirano, contempla con occhio pieno d’amore le pecorelle che brucano l’erba. Quel pastorello raffigura Gesù Cristo e, non vi è dubbio, quelle mani inesperte, eppure sì pie, che scolpirono quelle care immagini, erano mosse e guidate dalla fede, seguivano fedelmente il sublime ideale che Gesù aveva lasciato di sé nella parabola dell’agnella smarrita (S. Luca, xv), e nel mirabile discorso del pastore, che sopra ho riportato e che è il soggetto della presente omelia. Gesù, il buon Pastore, dipinge se stesso con sì vivi ed amabili colori, ci fa sentire la sua bontà, la sua tenerezza con tali accenti, che nulla di più eloquente e di soave. — Ascoltiamolo. S. Giovanni, nei versetti che stanno innanzi a quelli per me riferiti, riporta il discorso di Cristo, nel quale Egli dice d’essere la porta dell’ovile, e che il ladro e il mercenario non entrano per essa. Poi Gesù rappresenta se stesso come pastore, e dice: “Io sono il buon Pastore.” Avvertite, che secondo il testo originale greco dovremmo leggere: “Io sono quel buon pastore. „ Quale? Non dubito che alluda al luogo del profeta Ezechiele, che sette secoli innanzi l’aveva annunziato, dicendo: “Io susciterò un pastore che pasca le mie agnelle „ (C. XXXIV, 23). Io sono quel pastore, che fu predetto, quel Pastore buono! Ma perché disse buono? Perché non disse: Io sono quel Pastore sapiente, potente, coraggioso, giusto? Certo tutto questo Gesù Cristo avrebbe potuto dire; ma a tutte queste qualità volle preferire quella di “buono”, perché è quella che più d’ogni altra si addice al pastore e dalla quale derivano tutte le altre. La bontà è la suprema bellezza morale, e la corona di tutte le più preziose qualità. Dio creò il cuore dell’uomo, dice Bossuet, e vi pose là bontà come quella dote che meglio d’ogni altra rappresenta Lui stesso. Noi stimiamo la scienza, la forza, la prudenza, la giustizia, tutte le virtù; ma è la sola bontà che noi amiamo. Non è egli così? Vi sia un uomo colmo di ricchezze, tenga lo scettro di re, sia un prodigio di sapienza; tutto quello che volete di grande, di ammirabile, ma sia senza cuore, cioè privo di bontà: lo stimeremo, lo ammireremo, ci chineremo dinanzi a lui, ma non ci sentiremo mossi ad amarlo. Sia privo di quelle doti, ma tutto cuore, tutta bontà, noi lo ameremo: è sempre la bontà che si ama. – Gesù è il Pastore buono! Quali sono i doveri del buon pastore? Molti; eccovi i principali, toccati in questo tratto evangelico; il pastore deve conoscere le sue pecorelle: deve guidarle al pascolo; camminare loro innanzi, se occorre, difenderle dai lupi e dai ladri, nutrirle, se inferme, curarle: così il parroco, più ancora il Vescovo e sopra tutto il Pontefice, Pastore dei pastori, devono conoscere come meglio possono le anime loro commesse; devono guidarle ai pascoli della vita, nutrendole con la parola e con i sacramenti; devono camminare loro innanzi coll’esempio, difenderle contro i seminatori di errori e di scandali, curarle, guarirle dalle infermità del peccato, salvarle. – Ecco, o cari, ciò che dobbiamo fare noi, pastori di anime, ciascuno nel suo ufficio. Noi dovremmo sempre tenere fissi gli occhi in quelle sapientissime parole del Principe dei pastori, S. Pietro. Uditele: “Pascete il gregge di Dio, che vi è dato, avendone cura, non sforzatamente, ma volontariamente: non per brutta cupidigia del guadagno, ma con animo franco: e non a guisa di chi signoreggia nella eredità del Signore, ma facendoci modelli del gregge. „ O benedette e sante parole! Oh felici quei pastori, che le mettono in pratica! – Felici quelle parrocchie, che hanno tali pastori! E come ottenere che i pastori abbiano in sé tutte queste qualità? Con la carità. S’essi ameranno Iddio e per Iddio le anime, saranno veri pastori, modellati su Lui, che è il Pastor buono [“Amor in eo qui pascit oves in terra magnum debet spiritualem crescere ardorem, ut vincat etiam mortis naturalem timorem” -S. August., Tract. 123]. Ma se i pastori debbono adempire i loro uffici (e li avete uditi), voi pure avete i vostri da osservare. Se il pastore deve conoscere le agnelle, guidarle al pascolo, andare loro innanzi coll’esempio, difenderle, curarle e inferme guarirle, voi pure dovete, come docili agnelle, conoscere il vostro pastore, lasciarvi guidare, seguirne gli esempi, stringervi a lui, mostrargli le vostre infermità e ricevere ed usare i rimedi che vi suggerisce. Se i genitori devono nutrire i figli, istruirli o farli istruire, difenderli, guidarli, anche i figli hanno il dovere imposto da Dio stesso di rispettarli, ubbidirli, amarli e fare con essi tutto ciò che l’amore figliale comanda: è cosa più che manifesta. Quel Gesù che impone a noi pastori di istruirvi, guidarvi e curarvi, impone anche a voi di lasciarvi istruire, guidare e curare. E mentre domando alla mia coscienza, dinanzi a Dio, se ho adempiuto i miei sì grandi e sì terribili doveri, ancor voi domandate alla vostra se avete osservati sempre e fedelmente i vostri. – Se il pastore è buono, che farà? Qual sarà il segno infallibile dal quale noi lo riconosceremo? Gesù Cristo ce lo insegna con la parola e con l’esempio: “Il buon pastore mette la sua vita per le sue pecorelle. “Gesù Cristo per salvare le anime non esitò di correre alla obbrobriosa morte della croce, Egli, Dio! Che non dobbiamo fare noi per salvare le anime alle nostre cure affidate? Non dobbiamo risparmiare fatiche, patimenti, umiliazioni, sacrifici e, se fosse necessario, dobbiamo sfidare la stessa morte, come in ogni tempo fecero i pastori, che si formavano sull’esempio di Gesù Cristo, da S. Pietro e S. Paolo a S. Carlo Borromeo, a S. Francesco di Sales. – Era l’anno 1849, e il cannone tuonava spaventosamente per le vie di Parigi: di qui l’esercito, difensore dell’ordine; di là gli uomini della rivolta, col grido di libertà sulle labbra: il sangue scorreva a rivi da una parte e dall’altra, il sangue dei fratelli, e la vista di quel sangue infiammava le ire, raddoppiava il furore. Un uomo, venerando all’aspetto, curvo sotto il peso degli anni, atteggiato ad ineffabile dolore, con gli occhi gonfi di lacrime, comparisce nella via, dove più feroce ferveva la mischia: a stento monta sopra una barricata, in mezzo ai feriti ed ai cadaveri, e stendendo le mani ai combattenti, con accento di inesprimibile carità, esclama: “Figli miei, cessate, pace, pace!” — A quelle parole, a quella vista, cessa il fuoco, cessano le grida di rabbia e di vendetta, gli occhi di quei furibondi sono fìssi su quella figura, che sembra una apparizione eterea; con le mani annerite dalla polvere asciugano i sudori della fronte e stupefatti si domandano: “Chi è quell’uomo?” In quell’istante si ode una fucilata: la palla colpisce quell’uomo in mezzo al petto: esso cade, dicendo: “Che il mio sangue sia l’ultimo che si versi, „ e fu veramente l’ultimo: la lotta fratricida cessava. Quell’uomo era l’arcivescovo di Parigi, Mons. Affre; era il pastore che dava eroicamente la sua vita per le sue pecorelle. Ecco un pastore formato alla scuola del sommo Pastore, Gesù Cristo. Vedete il pastore che passa i mesi d’estate nelle gole delle nostre alpi, presso alle nevi eterne, vegliando sulle sue pecorelle. Allorché la notte copre col suo bruno velo ogni cosa e le stelle scintillano nel firmamento e tutto tace intorno, più volte accade che il lupo chetamente s’avvicini all’ovile: il fido cane, odorando la belva, si leva, arruffa il pelo e latra fieramente: il pastore si sveglia, si alza e tosto dà di piglio al robusto vincastro, chiama i compagni, con la voce incoraggia il cane, che animoso muove contro il lupo e raddoppia i suoi latrati, mentre le agnelle, avvertite del pericolo, tremanti si stringono, addossandosi le une alle altre. Il pastore non teme il pericolo, si lancia fuori del chiuso, affronta il lupo, e con la voce e col vincastro lo mette in fuga e salva le sue agnelle. Ecco ciò che deve fare il buon pastore, il parroco, il vescovo, allorché il lupo, l’uomo dello scandalo, il corruttore della fede, insidia le anime. Egli non deve temere le ingiurie, gli insulti, le calunnie, le minacce, i pericoli; deve levare la voce, mettere in guardia i fedeli e sventare le arti e le insidie dei nemici della fede e dei costumi. Così fa il buon pastore! – Gesù-Cristo, dopo avere descritto sì bene il buon pastore descrive il mercenario. Chi è il mercenario? E colui che non è padrone delle pecore, che aiuta il padrone per la mercede che ne riceve, che non ha alcun amore per le pecore. Che fa egli all’avvicinarsi del lupo? Teme, non vuol mettere a pericolo la sua vita, si chiude in luogo sicuro, o fugge e abbandona le pecorelle, delle quali il lupo fa scempio: il mercenario fugge, dice Cristo, perché è mercenario, perché non ha amore per le agnelle, non pensa che alla sua mercede. In questo mercenario Gesù Cristo ci rappresenta al vivo quei pastori di anime che per interesse, per timore, per prudenza mondana tradiscono il loro dovere. S. Gregorio M., quel modello di pastore supremo, nei suoi scritti ce ne lasciò una pittura vivissima. Il mercenario, grida il santo Pontefice, è colui che non pasce le anime per amore, ma tiene l’occhio ai vantaggi materiali, che è ghiotto degli agi e delle ricchezze, che ambisce onori, che esige omaggi, che pensa ad accumulare per sé o per i parenti, che opprime i deboli, che adula i ricchi, che vive oziando, che tace quando deve parlare, che non ha scintilla di zelo, che lascia correre gli scandali che potrebbe impedire, che non resiste all’ingiustizia, che non istruisce i pargoli, che non si adopera a guadagnare i peccatori, in una parola, che cerca le cose sue, non quelle di Gesù Cristo (Homil. 14, e in molti altri luoghi presso A Lapide). O grande e misericordioso Iddio! non permettete mai, ch’io, chiamato ad essere pastore di questo popolo, possa diventare un mercenario, e lasciar perire queste pecorelle, che mi avete affidate. Guai a me! Voi mi riprovereste e mi chiedereste conto delle agnelle per colpa mia perdute! – Seguitiamo il Vangelo. “Io sono il buon Pastore. „ Si direbbe che questa espressione esercita sul cuore di Gesù un tale fascino, ond’Egli ama ripeterla: essa rivela il suo cuore, mostra l’amor suo per le anime e il carattere della sua missione, del suo potere. Non dice mai: Io sono il padrone, il signore, il re, il dominatore delle anime, e lo poteva dire, perché veramente Egli lo è: ama invece ripetere questa parola sì dolce, sì amabile: Io sono il Pastore; non basta: Io sono il buon Pastore. Eppure, duole il dirlo, assai volte certi pastori sogliono ripetere queste parole sì aliene dallo spirito di Gesù Cristo: Io sono padrone! In chiesa comando io! Voglio così e non permetto che altri mi consigli! — Buon Dio! Quanta differenza tra il linguaggio di Gesù Cristo e il linguaggio di costoro! Egli Dio ed essi poveri peccatori! — Questa immagine del buon Pastore sì soave ci dice che Gesù ha potere sopra di noi, ma potere ch’Egli esercita con l’amore, con la tenerezza: essa allontana ogni idea di durezza, di pompa, di fasto, di violenza e insinua l’idea di semplicità, di vita comune, di confidenza, di mansuetudine, di scambievole affetto. Questa espressione sì bella “Io sono il buon Pastore”, uscita ripetutamente dalla bocca di Gesù scolpisce a meraviglia l’indole e il carattere del ministero sacerdotale, che è vero potere, ma paterno, temperato dalla carità. Quale esempio per noi Pastori! – “Io conosco le mie (pecorelle) e le mie (pecorelle) conoscono me, „ soggiunge Cristo. Voleva dire: Io conosco ed amo le anime che mi ascoltano, Io le seguo dovunque colla mia provvidenza, le accompagno con la mia grazia, “come un pastore non perde mai di vista le sue agnelle, ed esse con la fede, con la speranza, con la carità stanno unite a me: tra me e loro esiste una corrente misteriosa di affetto, che ci rende inseparabili, ond’Io vivo per esse ed esse vivono per me: “Cognosco meas et cognoscunt me meæ!” Quale linguaggio, o cari! Sembra un padre, che non pensa che ai figli e che sa d’essere dai figli riamato, che riposa nei figli come i figli riposano nel padre! “Il Padre conosce me ed io conosco il Padre.„ Queste parole, secondo ché spiega san Cirillo d’Alessandria, si devono collegare con le antecedenti, e vogliono dire: Come il Padre eterno conosce ed ama me da tutta la eternità e mi conosce ed ama come suo Figlio vero e proprio, ed Io conosco ed amo Lui come vero e proprio Padre mio, così Io conosco ed amo le mie pecorelle, ed esse a loro volta conoscono ed amano me, come loro pastore. È un confronto che Gesù fa tra i suoi rapporti eterni ed essenziali col Padre divino e i suoi rapporti temporali e contingenti colle anime, confronto che sotto altra forma comparisce più e più volte in quell’inarrivabile preghiera che fece nell’ultima Cena, e che ci fu conservata da S. Giovanni, e che leggiamo più innanzi nel capo XVII. Il vincolo d’amore che stringe Gesù alle sue pecorelle è una copia di quello che lo stringe al Padre suo. Si può concepire vincolo d’amore di questo più alto, più nobile, più sublime, più santo? – È una sola catena quella che lega Gesù al Padre e quella che lo lega a noi, sue povere creature; catena sì forte, che lo porta al massimo dei sacrifici, il sacrificio della sua vita per noi, e questa prova suprema dell’amor suo per noi, che ben presto avrebbe data, la ripete qui per la terza volta, dicendo: “Io pongo la mia vita per le mie pecorelle. „ Il suo cuore sente il bisogno quasi irresistibile e prova una divina compiacenza, una santa voluttà, pensando che un dì darà la sua vita per le sue pecorelle, che conosce ed ama con amore tenerissimo. – Ma qui ad un tratto lo sguardo di Gesù si spinge nel futuro; il libro del futuro sta aperto ai suoi occhi come il presente, e vi legge. E che cosa vi legge? Che cosa contempla nei secoli, che gli stanno innanzi riverenti? Egli ha intorno a sè un piccolo ovile, gli Apostoli, i discepoli, alcuni pochi credenti sparsi qua e là nelle tribù d’Israele; ma vede da lungi, in oriente e in occidente, a tramontana e mezzogiorno innumerevoli schiere di pecorelle, che entreranno nel suo ovile, e nell’impeto della gioia esclama: “Altre pecorelle io ho, che non sono di questo ovile, e quelle pure devo addurre, ed esse udiranno la mia voce. „ Gesù distingue chiaramente le pecorelle, che aveva intorno a sé, il piccolo gregge, che aveva raccolto, e le altre pecorelle, il gran gregge. che sarebbesi aggiunto, e, non occorre il dirlo, queste altre pecorelle, il gran gregge, che sarebbesi aggiunto, adombravano la gentilità, che in sì gran numero e con sì gran cuore sarebbe entrata nell’ovile, di due popoli, l’ebreo ed il gentile, formandone un solo all’ombra della croce. “Anche i Gentili udranno la mia voce!„ dice Cristo. L’udranno, non da me, sebbene per bocca de’ miei Apostoli, ma la verità è sempre la stessa. Osservate ancor qui, come Gesù Cristo di sé e degli Apostoli, cioè della Chiesa, della propria dottrina e della dottrina della sua Chiesa faccia una cosa sola, tantoché udire la voce della Chiesa egli è udire la voce di Gesù Cristo. “Et vocem meam audient”. Queste parole racchiudono una profezia, e quale profezia! Allorché Gesù annunziava la conversione dei Gentili e la futura loro fusione con quella parte d’Israele, che erasi convertita e lo seguiva, non v’era pur l’ombra d’indizio di quel gran fatto; anzi, umanamente parlando, era più che evidente la improbabilità, anzi l’impossibilità, che il gentilesimo, sì glorioso per ricchezza, per cultura di lettere, di scienze e di arti, per potenza e ampiezza sformata d’impero, seguisse Cristo, un povero Galileo, senza nome, senza splendore di potenza e di scienza, predicante l’umiltà, la pazienza, la croce, la mortificazione: eppure ciò che Cristo sì chiaramente disse: “Anch’essi, i Gentili, udranno la mia voce”, è un fatto e ci sta sotto gli occhi, e noi stessi ne siamo una prova. Noi abbiamo già un solo ovile e un solo pastore, una sola Chiesa e un solo Capo supremo della Chiesa, il Vicario di Cristo e successore di S. Pietro. Ben è vero, che fuori di questo ovile vanno qua e là errando ancora milioni e milioni di pecorelle smarrite, Ebrei, Mussulmani, Buddisti, Pagani: ma è pur vero che ogni anno, ogni giorno molte di queste pecorelle sbrancate entrano nel nostro ovile: è pur vero che la nostra Chiesa ogni giorno allarga le sue tende e stringe al suo seno materno nuovi figli: è pur vero, che i suoi apostoli, oggi sparsi su tutti i punti del globo, proseguono la grande conquista cominciata da Cristo e dilatano i confini del suo regno, e il progresso stesso delle arti e delle scienze e le vie di terra e di mare agevolate ci lasciano vedere non lontano quel giorno felice, in cui il mondo vedrà compiuto il vaticinio di Cristo: “Vi sarà un solo ovile e un solo pastore”. Che questo voto di Cristo e di tutti i suoi figli, voto che risponde ai bisogni di tutta l’umanità, la quale, spinta da forza irresistibile, tende inconsciamente a formare una sola famiglia, che questo voto presto si compia!

Credo

Offertorium

Orémus

Ps LXII:2; LXII:5  Deus, Deus meus, ad te de luce vígilo: et in nómine tuo levábo manus meas, allelúja.

Secreta

Benedictiónem nobis, Dómine, cónferat salutárem sacra semper oblátio: ut, quod agit mystério, virtúte perfíciat. [O Signore, questa sacra offerta ci ottenga sempre una salutare benedizione, affinché quanto essa misticamente compie, effettivamente lo produca]. Communio

Joannes X:14. Ego sum pastor bonus, allelúja: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ, allelúja, allelúja [Io sono il buon pastore, allelúia: conosco le mie pecore ed esse conoscono me, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Præsta nobis, quaesumus, omnípotens Deus: ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur. [Concédici, o Dio onnipotente, che avendo noi conseguito la grazia del tuo alimento vivificante, ci gloriamo sempre del tuo dono.]

DOMENICA IN ALBIS [2018]

DOMENICA I DOPO PASQUA

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus 1 Pet II, 2.

Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja. [Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia,]

Ps LXXX:2. Exsultáte Deo, adjutóri nostro: jubiláte Deo Jacob. [Inneggiate a Dio nostro aiuto; acclamate il Dio di Giacobbe.]

Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja. [Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia.]

Oratio

Orémus.

Præsta, quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui paschália festa perégimus, hæc, te largiénte, móribus et vita teneámus. [Concedi, Dio onnipotente, che, terminate le feste pasquali, noi, con la tua grazia, ne conserviamo il frutto nella vita e nella condotta.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joannis Apóstoli. – 1 Giov. V: 4-10.

“Caríssimi: Omne, quod natum est ex Deo, vincit mundum: et hæc est victoria, quæ vincit mundum, fides nostra. Quis est, qui vincit mundum, nisi qui credit, quóniam Jesus est Fílius Dei? Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine. Et Spíritus est, qui testificátur, quóniam Christus est véritas. Quóniam tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum, et Spíritus Sanctus: et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, et aqua, et sanguis: et hi tres unum sunt. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est: quóniam hoc est testimónium Dei, quod majus est: quóniam testificátus est de Fílio suo. Qui credit in Fílium Dei, habet testimónium Dei in se”.  [Carissimi: chiunque è nato da Dio trionfa del mondo; e ciò che ha trionfato del mondo è la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non chi crede che Gesù è figliolo di Dio? È Lui che è venuto per mezzo dell’acqua e del sangue, Gesù Cristo: non nell’acqua solo, ma nell’acqua e nel sangue. Ed è lo Spirito che attesta, perché lo Spirito è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo: e questi tre sono una sola cosa. E sono tre che rendono testimonianza in terra: lo Spirito, l’acqua e il sangue: e questi tre sono concordi. Se ammettiamo la testimonianza degli uomini, dobbiamo tanto più ammettere la testimonianza di Dio, che è superiore. Ora è Dio stesso che ha reso testimonianza al suo Figlio. Chi crede nel figliolo di Dio ha in sé la testimonianza di Dio.]

Omelia I

[Mons. Bonomelli: “Nuovo saggio di Omelie”, Marietti ed. Torino, vol. I; 1899 – Omel. XV]

Di S. Giovanni, oltre il Vangelo, che porta il suo nome, abbiamo tre lettere: le due ultime piuttosto che lettere, si potrebbero dire biglietti, perché brevissime, affatto confidenziali e prive d’importanza sia dogmatica, sia morale, sia polemica, e indirizzate a persone private. – La prima lettera, da cui è tolto il brano recitatovi, è di grandissima rilevanza sotto ogni rispetto, e si direbbe un’eco del Vangelo, tanto a quello è somigliante. Quando fu scritta? Prima o dopo il Vangelo? Lo ignoriamo. A chi fu scritta? Questo pure ignoriamo, né di ciò vi è traccia in tutta la lettera: essa non porta indirizzo né a principio, né infine, non saluti, a differenza di tutte le altre lettere, e perciò sembra uno scritto esortativo indirizzato in generale alle Chiese da lui fondate. L’argomento della lettera è stabilire la divinità di Gesù Cristo e la verità della umana natura assunta, contro alcuni eretici gnostici, che cominciavano a negarla, e inculcare la necessità della fede in Lui e la carità scambievole fra i credenti. – Mandati innanzi questi pochi schiarimenti generali sulla lettera di S. Giovanni, poniamo mano alla spiegazione dei versetti, che avete udito. “Quanto è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria, che ha vinto il mondo, la nostra fede!” Che cosa è la terra, o dilettissimi? È un campo di battaglia. Chi sono i combattenti? Da una parte Cristo, coi suoi seguaci, che Lo precedettero, che vissero con Lui e che dopo di Lui vivranno fino al termine dei secoli, continuando l’opera di Lui; dall’altra il demonio, coi suoi seguaci, da Adamo ed Eva fino all’ultimo uomo che vivrà sulla terra. Quali sono le armi, che si adoperano? Dalla parte di Cristo e suoi seguaci: la verità, la fede, la speranza, la carità, l’umiltà, la purezza, la mortificazione e andate dicendo: dalla parte del demonio e suoi seguaci: la menzogna, l’empietà, l’odio, l’orgoglio, la sensualità, le passioni tutte sfrenate. Tutti gli uomini pigliano posto più o meno in questi due gran campi di battaglia. S. Giovanni, che tratteggia più volte questa gran lotta in tutti i suoi scritti, qui ci fa sapere che tutti quelli che sono nati da Dio [Il testo dice: Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; perché non dice: Chiunque è nato da Dio, ecc.? Credo che quel neutro equivalga propriamente al chiunque, che indica persona; ma forse Giovanni usò il: Tutto ciò ecc. in forma neutra, perché con la persona volle significare tutti i doni della fede, della grazia ecc. che vengono da Dio.), ossia tutti quelli che per il Battesimo sono rigenerati e divenuti figliuoli di Dio ed esercitano le virtù proprie dei figliuoli di Dio, che hanno il loro compimento nella carità, come sopra ha detto, vincono il mondo]. – Con questa parola, “mondo”, san Giovanni non intende certo di significare la terra che calpestiamo, ma gli uomini che vivono secondo le massime del mondo, gli schiavi delle sue cupidigie e, in una parola, i seguaci di colui che Gesù Cristo stesso chiamò “principe di questo mondo”, gli uomini malvagi colle loro passioni! – Sì, ripiglia S. Giovanni, spiegando meglio il suo concetto e ripetendo la stessa verità in altra forma: Questa è la vittoria, cioè quelli riportano la vittoria, quelli hanno in mano l’arma sicura della vittoria sul mondo, che hanno la fede: la fede li farà vincitori del mondo. Che fede è questa che ci farà vincere il mondo e le sue passioni? Non certo la sola fede, nuda delle opere, che è morta per se stessa: ma la fede viva, che dalla mente discende al cuore, che dal pensiero si travasa nelle opere, che, secondo l’espressione di san Paolo, opera per la carità. Datemi un uomo che creda fermamente ciò che la fede insegna e ciò che crede per fede pratica con le opere, che al Simbolo congiunga il Decalogo: quest’uomo naturalmente disprezzerà il mondo, respingerà le sue lusinghe e calpesterà i suoi piaceri colpevoli: quest’uomo, ossia la fede di quest’uomo vincerà il mondo: “Hæc est Victoria, quæ vincit mundum, fides nostra”. – Né di questa sentenza si appaga S. Giovanni, ma la ribadisce nel versetto seguente in forma d’interrogazione e piena di energia: ” Chi è mai colui che vince il mondo, se non chi crede che Gesù è il Figliuolo di Dio? Come se dicesse: Nuovamente e più fortemente l’affermo: solo colui che crede ed opera conformemente alla fede, vince il mondo: a chi non crede è impossibile vincere il mondo. E questa fede, o Giovanni, in chi si appunta? In Chi si compendia? Da chi trae origine e forza? In Gesù Cristo, autore e consumatore della fede, come scrive S. Paolo, “autore”, perché viene da Lui, “consumatore”, perché Egli solo ci dà la forza di attuarla nelle opere, Gesù Cristo, che è il Figliuolo di Dio! Accenna con questa espressione al fondamento di tutta la nostra fede, che è la divinità di Gesù Cristo. Perciò badate che S. Giovanni non dice già che — Gesù è Figliuolo di Dio — ma sì “che è “il” Figliuolo di Dio”, cioè Figliuolo per eccellenza, Figliuolo unico, Figliuolo proprio di Dio, a Dio Padre consustanziale. Scolpitevela bene addentro nel cuore questa verità, o cari: Gesù Cristo è Dio ed Uomo, vero Dio e vero Uomo: se voi togliete in Lui la divinità, non vi resta che l’uomo, è distrutta la redenzione, perché un uomo non poteva riscattarci dal peccato, non poteva soddisfare la divina giustizia, cade tutta la sua autorità, e noi ci troviamo ai piedi d’un uomo, siamo adoratori di un uomo, il massimo dei delitti. Crediamo dunque che Gesù è il Figlio di Dio, Dio come il Padre, ed uniti a Lui saremo forti della sua forza, e come Egli ha vinto il mondo, così lo vinceremo noi pure. – Gesù Cristo è il Figlio di Dio, vero Dio! Ma come lo sappiamo noi? Come si è provato tale? Ascoltate S. Giovanni: “Gesù è il venuto per acqua e sangue”. Come per acqua? Lascio alcune interpretazioni date e mi attengo a quella che mi sembra più chiara, più naturale e meglio fondata. Gesù, allorché ricevette il battesimo al Giordano, ricevette la solenne testimonianza dal Padre, che disse: ” Questi è il Figliuolo mio diletto, in cui trovo tutte le mie compiacenze: Lui ascoltate” [Alcuni vogliono intendere quelle parole ” E venuto nell’acqua, pel battesimo, cioè viene in noi col battesimo. Ma le parole del versetto 9° non lo permettono, perché là si parla di testimonianza resa a Gesù, la massima, quella del Padre]. – Testimonianza splendidissima ripetuta colle stesse parole nella Trasfigurazione. Ma Gesù è anche il venuto nel sangue, cioè nella passione e morte, che non si può disgiungere dalla risurrezione, nella quale provò luminosamente ch’Egli era Dio, Signore della morte e della vita. E qui S. Giovanni, quasi per ribadire la cosa, ripete: Gesù è il venuto [È da osservare quel modo di dire assai efficace : “Il Venuto”, come si ha nel greco, che designa Gesù Cristo come il Messia, “Il Venuto” per antonomasia], non nell’acqua soltanto, ma nell’acqua e nel sangue: ha provato ch’Egli era Dio nel suo battesimo di acqua e nel battesimo del suo sangue, coronato dalla sua gloriosa Risurrezione. Alle prime due prove tiene dietro la terza, dicendo: “E lo Spirito attesta, che Cristo è la verità”, cioè è veramente il Figlio di Dio! E che vuol dire in questo luogo S. Giovanni? Nel Vangelo (Cap. XV, vers. 26) S. Giovanni riferisce queste parole dette da Gesù nell’ultima Cena: “e quando verrà il Paraclito, che vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità, che procede dal Padre, Egli farà testimonianza di me”, vale a dire, “vi farà conoscere che Io sono il Figlio di Dio”, Gesù Cristo dunque afferma che la venuta dello Spirito Santo sarebbe stata una prova, una solenne testimonianza della sua divinità, ed è quella notata dallo stesso S. Giovanni nella sua lettera. Onde per conchiudere in poche parole le sentenze di S. Giovanni, noi dobbiamo tenere che Gesù Cristo ci mostrò la sua divinità nel suo Battesimo al Giordano, nella sua Passione, morte e risurrezione, e finalmente nella venuta dello Spirito Santo, nella trasformazione degli Apostoli e nella fondazione della Chiesa. E non erano quelli miracoli solenni, strepitosissimi, che mostravano la sua divina potenza? Non cadevano sotto gli occhi di tutti? Non si potevano verificare da tutti con la massima facilità? – S. Giovanni, proseguendo, fa cenno d’una analogia e mette innanzi un paragone per confermare la sua sentenza, e il paragone è questo: “Poiché son tre, che attestano in cielo: Padre, Verbo e Spirito Santo, e questi tre sono una cosa sola; e tre sono quelli che attestano in terra, lo Spirito, l’acqua ed il sangue, e questi tre riescono ad una sola cosa”, E volle dire: Il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo con le loro manifestazioni esterne dal cielo hanno attestata e comprovata la missione divina di Gesù Cristo, e come le tre divine Persone sono una sola cosa, una sola essenza o sostanza, così la loro testimonianza esterna si unisce e si concentra in una sola, attestando la stessa verità, così le tre grandi manifestazioni esterne, ad intervalli succedute sulla terra e accertate dagli uomini, al Giordano, nella passione, morte e Risurrezione di Gesù Cristo, e nella venuta dello Spirito Santo, tornano allo stesso, raffermano la medesima verità, e mettono in luce la divina origine e missione di Gesù Cristo. – Allora si comprende ciò che S. Giovanni soggiunge nel seguente versetto: “Se noi accettiamo la testimonianza degli uomini, maggiore è la testimonianza di Dio: e la testimonianza di Dio è quella con cui ha attestato intorno al Figliuol suo”. Se noi accettiamo, e dobbiamo accettare, la testimonianza degli uomini degni di fede, e credere quello ch’essi affermano, a maggior ragione dobbiamo accettare la testimonianza stessa di Dio che dal cielo ripetutamente attesta intorno a Gesù Cristo, e ci assicura ch’Egli è il Figlio dell’Eterno. Insomma il sacro Scrittore ci mette innanzi tre Testimoni in cielo e tre sulla terra: i tre Testimoni in cielo sono le tre divine Persone distintamente nominate e che sono una sola cosa o natura; e i tre testimoni sulla terra, pure nominati, spirito, acqua e sangue, siano fatti, siano persone, cospiranti nella stessa cosa e affermanti anch’essi sulla terra ciò che le tre Persone attestano dal cielo. Voi vedete, o cari, che non si poteva esprimere in forma più precisa e più netta il grande mistero della augusta Trinità. S. Giovanni proclama che sono tre le Persone divine, Padre, Figlio, o Verbo, e Spirito Santo, e che queste tre Persone sono una cosa sola od unica essenza. È quel mistero, che abbiamo imparato bambini sulle ginocchia della madre e al catechismo in chiesa; che abbiamo professato la prima volta che facemmo il segno di croce, e nel quale e pel quale fummo rigenerati nel Battesimo e accolti nel grembo della Chiesa. Questo mistero trascende le forze della nostra povera ragione, è vero; ma Dio lo ha rivelato chiarissimamente, la Chiesa lo professa come una delle verità fondamentali della fede, e noi lo dobbiamo tenere con tutta fermezza. Sappiate poi anche, o dilettissimi, che se la sola ragione non può dimostrare e conoscere questa verità con le sole sue forze, nondimeno essa, studiandolo, vi trova tanta convenienza, tanta luce, tante armonie, che per poco ne è rapita ed è costretta ad esclamare: “la santa Trinità delle Persone nella unità della essenza, è mistero, mistero altissimo, ineffabile, ma non solo non offende la ragione, la illumina, armonizza con essa, getta un riverbero di luce su tutto il creato, specialmente sulla natura dell’uomo: la S. Trinità è un mistero per la ragione umana, ma sarebbe più grande mistero il non ammetterlo”. Crediamo adunque, o cari, sì alto mistero, crediamolo con la semplicità con cui lo credevamo fanciulli, persuasi che, se supera le forze della ragione, ad essa non si oppone, anzi ad essa mirabilmente consuona. – Siamo all’ultima sentenza del nostro commento: “Chi crede nel Figlio di Dio, ha in se stesso la testimonianza di Dio”. Chi legge e medita alcun poco le sante Scritture e particolarmente gli scritti di S. Giovanni, sa bene che la stessa verità si ripete spesse volte, o, dirò meglio, la si presenta sotto varie forme, sia per inculcarla meglio, sia per farcene vedere tutti i lati, che non sempre si affacciano subito sotto una sola forma. E ciò, se non erro, accade in questo versetto, nel quale conferma e si svolge meglio ciò che sopra è detto. Chi crede nel Figlio di Dio, chi per fede viva, salda ed operosa unisce la sua mente e il suo cuore a Gesù Cristo, Figlio di Dio, forma quasi una cosa sola con Lui, ed ha in sé, come un germe, la verità e la vita eterna, che poi a suo tempo si manifesterà in tutta la sua pienezza; possiede con la grazia e con la fede viva Gesù Cristo stesso, del quale San Paolo ebbe a dire che, “Cristo abita in noi per la fede”. – Osservate di grazia, o dilettissimi: se voi tenete stretto alla vostra persona, p. es. un corpo qualunque odoroso, un mazzo di fiori, non è egli vero, che voi partecipate della loro fragranza finché ad essi vi tenete uniti? Ciò che avviene del nostro corpo avviene altresì della nostra mente e del nostro cuore. Se noi con la mente ci teniamo fermi alle verità della fede, e con la nostra volontà le veniamo attuando nelle opere, la nostra mente e la nostra volontà si abbelliscono della bellezza di quelle verità, e quasi direi rimangono imbalsamate della fragranza della grazia, e si trovano necessariamente unite a Lui, dal quale vengono la verità e la grazia, che è Gesù Cristo stesso. Allorché voi pensate al padre, alla madre, all’amico lontani e li amate, non è egli vero che in qualche modo il padre, la madre, l’amico sono nella vostra mente e nel vostro cuore? Lo dite voi stessi: “Noi li abbiamo in mente, li teniamo sempre nel nostro cuore”. — È ciò che insegna S. Tommaso. E in questo senso che si dice Gesù Cristo abitare in noi, Dio dimorare in noi e spandersi in noi lo Spirito di Lui, e noi diventare suoi templi, sue membra, e partecipi della divina natura. – Vedete, o cari, un granello, che è affidato alla terra: sembra che voi, possedendo quel piccolo granello, non possediate che quel piccolo corpicciuolo, cosa da nulla per se stesso; ma aspettate alcuni mesi, lasciate compiere alla natura il suo occulto lavorìo. Che è avvenuto? Il granello è cresciuto e, fatto pianta, ha prodotto i suoi fiori e finalmente i suoi frutti che cortesemente ci porge, curvando sotto essi i suoi rami. Eravate possessori d’un solo granello, e più tardi siete possessori d’una pianta e di molti saporosi frutti. Così noi, o dilettissimi: ora, qui in terra possediamo il granello della fede, la radice della carità; un giorno troveremo che il granello è diventato albero carico di frutti di vita eterna. E quando verrà questo giorno? Quando, chiudendo gli occhi a questa luce del tempo, li apriremo alla luce della eternità; quando, addormentandoci la sera qui sulla terra, ci sveglieremo al mattino in cielo!

Alleluja

Alleluia, alleluia –

Matt XXVIII:7. In die resurrectiónis meæ, dicit Dóminus, præcédam vos in Galilæam. [Il giorno della mia risurrezione, dice il Signore, mi seguirete in Galilea.]

Joannes XX:26. Post dies octo, jánuis clausis, stetit Jesus in médio discipulórum suórum, et dixit: Pax vobis. Allelúja. [Otto giorni dopo, a porte chiuse, Gesù si fece vedere in mezzo ai suoi discepoli, e disse: pace a voi.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

 Joannes XX: 19-31.

“In illo témpore: Cum sero esset die illo, una sabbatórum, et fores essent clausæ, ubi erant discípuli congregáti propter metum Judæórum: venit Jesus, et stetit in médio, et dixit eis: Pax vobis. Et cum hoc dixísset, osténdit eis manus et latus. Gavísi sunt ergo discípuli, viso Dómino. Dixit ergo eis íterum: Pax vobis. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos. Hæc cum dixísset, insufflávit, et dixit eis: Accípite Spíritum Sanctum: quorum remiseritis peccáta, remittúntur eis; et quorum retinuéritis, reténta sunt. Thomas autem unus ex duódecim, qui dícitur Dídymus, non erat cum eis, quando venit Jesus. Dixérunt ergo ei alii discípuli: Vídimus Dóminum. Ille autem dixit eis: Nisi vídero in mánibus ejus fixúram clavórum, et mittam dígitum meum in locum clavórum, et mittam manum meam in latus ejus, non credam. Et post dies octo, íterum erant discípuli ejus intus, et Thomas cum eis. Venit Jesus, jánuis clausis, et stetit in médio, et dixit: Pax vobis. Deinde dicit Thomæ: Infer dígitum tuum huc et vide manus meas, et affer manum tuam et mitte in latus meum: et noli esse incrédulus, sed fidélis. Respóndit Thomas et dixit ei: Dóminus meus et Deus meus. Dixit ei Jesus: Quia vidísti me, Thoma, credidísti: beáti, qui non vidérunt, et credidérunt. Multa quidem et alia signa fecit Jesus in conspéctu discipulórum suórum, quæ non sunt scripta in libro hoc. Hæc autem scripta sunt, ut credátis, quia Jesus est Christus, Fílius Dei: et ut credéntes vitam habeátis in nómine ejus.” – [In quel tempo, la sera di quel giorno, il primo della settimana, essendo, per paura dei Giudei, chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli, venne Gesù, si presentò in mezzo a loro e disse: Pace a voi! E detto ciò mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono nel vedere il Signore. Ed egli disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi. E detto questo, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, essi saranno ritenuti. E uno dei dodici, Tommaso, detto Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Ora gli altri discepoli gli dissero: Abbiamo visto il Signore. Ma egli rispose loro: Non crederò se non dopo aver visto nelle sue mani la piaga fatta dai chiodi e aver messo il mio dito dove erano i chiodi e la mia mano nella ferita del costato. Otto giorni dopo i discepoli si trovavano di nuovo in casa e Tommaso era con loro. Venne Gesù a porte chiuse e stando in mezzo a loro disse: Pace a voi! Poi disse a Tommaso: Metti qua il tuo dito, e guarda le mie mani; accosta anche la tua mano e mettila nel mio costato; e non voler essere incredulo, ma fedele. Tommaso gli rispose: Signore mio e Dio mio! E Gesù: Tommaso, tu hai creduto perché mi hai visto con i tuoi occhi; beati coloro che non vedono eppure credono. Gesù fece ancora, in presenza dei suoi discepoli, molti altri miracoli, che non sono stati scritti in questo libro. Queste cose sono state scritte, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché credendo, abbiate vita nel nome di lui.] – R. Laus tibi, Christe!

OMELIA II

 [Bonomelli: Omelie, vol. II, om. XVI]

È sì bello, sì caro questo racconto, tutto spirante un’aria di semplicità e di candore senza esempio, che mi tarda di venire, non ad una spiegazione, della quale non v’è bisogno, ma alla pratica considerazione delle singole parti, che riusciranno dolci e fruttuose, se vi compiacerete porgere, come siete soliti, tutta la vostra attenzione. – “Allorché fu sera, in quello stesso primo giorno della settimana, cioè la nostra Domenica, ed essendo chiuse le porte del luogo dov’erano radunati i discepoli per timore dei Giudei, Gesù venne e stette in mezzo a loro, e disse: Pace a voi ! „ – Era la sera del giorno della risurrezione, cioè la domenica stessa della Pasqua, dopo le nove circa; perché sappiamo da S. Luca (C. XXIV, 33 seg.) che erano presenti i due ritornati quella sera stessa da Emmaus, e non potevano aver compiuto il loro cammino in meno di tre ore, come dicemmo. I due discepoli avevano appena narrata l’apparizione di Gesù ai dieci Apostoli e agli altri ivi raccolti, e udito dell’apparizione fatta a Pietro: eran ancora tutti in preda ad una grande agitazione conseguenza naturale dei fatti di quella giornata, della speranza, del dubbio ed anche del timore e, come suole avvenire, dovevano vivamente discutere tra loro, ed ecco Gesù, nella sua forma naturale, senza rumore alcuno, apparire in mezzo a loro, pronunciando il saluto solito, degli Ebrei: Schalom, “la pace a voi. „ – Come rimanessero tutti quei discepoli è facile immaginarlo. Parmi vederli immoti, quasi estatici, fermi gli occhi sul volto di Gesù, impotenti a pronunciare una parola, per poco senza respiro, come inconsci di se stessi, ondeggianti tra la gioia di vedere il Maestro, e il timore d’avere innanzi a sé un’ombra, uno spirito, Per incorarli e accertarli della verità, Gesù mostrò loro le cicatrici delle mani e del fianco, e ripeté il saluto: “Pace a voi” e, come narra S. Luca, completando il racconto, disse loro: Palpatemi e vedete: perché uno spirito non ha né ossa, né carne come mi vedete avere. – Poi domandò da mangiare, e mangiò un po’ di pesce e di miele. — Allora finalmente gli Apostoli e i discepoli smisero ogni timore ed ogni dubbio, e dovettero prorompere in grida di gioia e cadere ai suoi piedi e baciarglieli e sciogliersi in lacrime, come ciascuno può immaginare. Tutto ciò il Vangelista, ch’era presente, espresse con la solita sua parsimonia di linguaggio in queste cinque parole : “Gavisi sunt discipuli, viso Domino”! — I discepoli, visto il Signore, ne gioirono. Dopo la tempesta la calma, dopo il dolore la gioia, dopo gli strazi e le agonie il tripudio e la letizia più pura: la vista di Gesù tutto fa dimenticare a questi poveri discepoli, e certo non v’ebbe mai sulla terra gioia eguale alla loro. Miei cari, non dimentichiamo mai che la nostra vita quaggiù è una serie continua di pene e di gioie, di amarezze e di dolcezze, di giorni sereni e di giorni procellosi, e allorché questi imperversano, attendiamo quelli fidenti e tranquilli, e allorché questi brillano sopra di noi, prepariamoci alle ore della prova. – Gesù, dice il Vangelo, entrò, essendo chiuse le porte per timore dei Giudei. E come il corpo, il vero corpo di Gesù Cristo passò attraverso le porte o alle pareti? Se la voce nostra passa attraverso le porte e le pareti: se il raggio del sole passa attraverso l’acqua ed il cristallo: se ora la scienza ha scoperto raggi di luce che attraversano anche corpi solidi ed opachi, perché altrettanto non potrebbe fare un corpo glorioso e fatto spirituale, come dice S. Paolo? Tal era il corpo di Cristo. Egli, dice il Crisostomo, non bussò alla porta, non l’aperse, né sfondò per non atterrire gli Apostoli: “Januas non pulsavìt, ne turbarentur”. Quanta delicatezza! quanto amore per i suoi cari! Noi non sappiamo ciò comprendere, è vero, ma confessiamo, soggiunge S. Agostino, che Dio può fare cose che noi non intendiamo: ci basti il sapere che Dio può tutto, e non cerchiamo più oltre! – Ora sappiate, o cari, che vi furono e vivono tuttora, uomini ai quali non fanno difetto né ingegno, né dottrina, i quali osarono affermare, che i buoni Apostoli, in quella sera, furono vittima d’una illusione, credettero vedere e udire Gesù risorto, e non videro, né udirono che un fantasma, un’ombra creata dalla loro fantasia e dall’ardente loro brama di vedere ed udire redivivo il Maestro. Ma ci dicano questi dotti, ci dicano in nome del cielo: gli Apostoli e i discepoli, colà raccolti, che dovevano essere più di dodici persone, erano tutti vittima della propria fantasia? E tutti insieme, proprio nello stesso momento? Credere di vedere tutti, nello stesso momento, una persona, di udire tutti la stessa parola, e non vedere, non udire che un’ombra? E vederla sì da vicino e nella stessa figura e ingannarsi? Non solo vederla e udirla per pochi istanti, ma per qualche tempo, vedere le cicatrici delle mani e dei piedi e del costato e toccarle, e vederlo mangiare ed essere sempre e tutto giuoco della fantasia? Ed aver tale persuasione d’aver veduto Cristo risorto da non dubitarne mai, da patire e morire per Lui? E notate che gli Apostoli erano sì poco disposti a credere che fosse veramente risorto che, vedendolo, dubitavano e sospettavano che fosse un fantasma. E poi questa apparizione fatta la sera della Pasqua non bisogna separarla dalle tante altre che avvennero dopo, fino all’ultima solenne, allorché salì al cielo. San Paolo attesta che Gesù Cristo si mostrò risuscitato a circa 500 persone, nel periodo di quaranta giorni, in diversi luoghi e in diverse maniere: il dire od anche solo il sospettare che tutte queste apparizioni fossero effetto d’una allucinazione, è cosa sì strana, sì enorme, sì incredibile da mettere in dubbio tutti i fatti della storia più certi, da gettarci in uno scetticismo universale, e da urtare contro le leggi del senso comune in guisa da credere ragionevolmente essere allucinati davvero gli spacciatori di siffatte ipotesi e favole. – Ma è da ritornare al nostro racconto evangelico. Poiché Gesù ebbe ripetuto la cara parola “Pace a voi, „ soggiunge: “Siccome il Padre mandò me, così Io mando voi. „ Questa forma di parlare sì alta e sublime vuole essere spiegata: essa importa che la missione degli Apostoli e dei discepoli è, non solo simile, ma eguale, per quanto lo può essere, a quella che ebbe Cristo dal Padre: essa afferma l’identità della missione, ossia dell’ufficio di Cristo e dei suoi Apostoli, l’identità del fine, dei mezzi e del modo. Il Padre, così si ha da intendere la espressione di Cristo, il Padre ha mandato me con piena autorità di ammaestrare, di sciogliere i peccati, di dare la grazia di offrire il divin Sacrificio, ed Io do a voi la stessa autorità, sotto di me: “siete vicari miei [gli Apostoli ed i loro successori nella Sede Apostolica e nell’episcopato sono vicari di Cristo e non successori, perché il vicario ha il potere istesso di colui del quale è vicario, ma ne deve usare nel modo e nella misura che gli è determinata; mentreché il successore può anche modificare le cose stabilite da colui del quale è successore. Il Papa è vicario di Gesù Cristo, non successore, perché la sua potestà è delegata e circoscritta dai limiti posti da Cristo stesso.]: il Padre ha mandato me per santificare e salvare le anime, e voi pure santificate e salvate le anime: il Padre ha mandato me per vincere e guadagnare i cuori non con la forza, ma con la carità, con la persuasione, e così fate voi pure: il Padre mi ha mandato perché dia la mia vita per la salute del mondo: altrettanto fate voi: il Padre ha mandato me come un agnello in mezzo ai lupi, e così Io mando voi come agnelli in mezzo ai lupi: in una parola, voi avete lo stesso potere, che tengo Io dal Padre, e voi lo eserciterete nel modo stesso che l’ho esercitato io. Carissimi! comprendete la grandezza e l’eccellenza veramente divina della potestà della Chiesa, che risiede nel Capo in tutta la sua pienezza, e si spande da Lui in tutti i gradi della gerarchia in diversa misura! Nella Chiesa riguardiamo sempre Cristo vivente, operante, ammaestrante e santificante: si mutano gli uomini, che esercitano il potere, ma il potere è sempre quello: è come l’acqua d’un fiume, che muta il letto e le rive entro le quali scorre; ma è sempre la stessa: è come una gemma, che muta le persone che se ne adornano, ma essa non muta mai. “Come Gesù ebbe ciò detto, alitò sopra di loro, e disse: Ricevete lo Spirito santo. „ – E perché Gesù Cristo alitò loro in volto? Poiché Iddio a principio ebbe formato di poca argilla il corpo del primo uomo, gli alitò in volto, infuse in esso la vita del corpo, e quella troppo più preziosa dell’anima: doppia vita dell’anima e del corpo che doveva propagarsi nella futura generazione: qui, l’Uomo-Dio, il secondo Adamo, alita in volto ai suoi Apostoli e discepoli, rappresentanti la sua Chiesa, e infonde in essi quel soffio di vita divina, che essi dovranno propagare nella nuova generazione fino al termine dei secoli. Mirabile riscontro fra quel primo soffio di vita, che viene da Dio, e questo secondo, che viene dall’Uomo-Dio [“Qui initio naturam nostram, creavit et Spiritu sancto signavit, rursus in initio renovandæ natura sufflatione Spiritum discipulis largitur ut sicut creati ab initio fuimus, sic etìam renovaremur (S. Cyrill. Alex, in Joan.)! E perché Gesù alitò in volto ai suoi discepoli? L’alito è una cotale emanazione che esce da noi, una cotale effusione del nostro essere, che si comunica ad altri. Ora la fede ci insegna che lo Spirito santo è lo Spirito, ossia l’Emanazione amorosa del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre, consustanziale ad entrambi, e perciò assai opportunamente con quell’alito Gesù Cristo adombrò lo Spirito Santo, non già che quell’alito materiale fosse lo stesso Spirito Santo (cosa, più che assurda, ridicola), ma molto bene lo raffigurava. Certamente con quell’alito Gesù Cristo diede agli Apostoli e ai loro successori il potere divino, di cui tosto si parla. L’uomo, perché composto di spirito e di corpo, ha sempre bisogno di alcun che di sensibile per conoscere ciò che è spirituale, e non riceve questo che per mezzo di quello. Voi ora ricevete la verità, che è invisibile, ma la ricevete per mezzo della mia parola, che è sensibile: voi ricevete la grazia invisibile, ma sempre per mezzo dei Sacramenti, che sono mezzi visibili, noi ci uniamo a Dio per mezzo di Gesù Cristo, che è Dio, ma anche Uomo. Che più? Noi vediamo che l’autorità stessa umana si dà agli uomini con segni visibili, che saranno una divisa militare, un diploma, una corona, uno scettro. Era dunque ben naturale che Gesù Cristo, volendo dare agli Apostoli il suo potere, alitasse sopra di loro, quasi per significare, che come il suo soffio passava da Lui in loro, così con esso e per esso passava in loro il suo potere. – Ora vediamo, o dilettissimi, qual sia il potere che Gesù col misterioso suo soffio volle dare agli apostoli. Udite: “Quelli ai quali rimetterete i peccati, saranno rimessi: quelli ai quali li riterrete, saranno ritenuti. „ Se dovessi spiegarvi ampiamente questa sentenza di nostro Signore si richiederebbe un lungo discorso: mi restringerò a ciò che è necessario e voi raddoppiate la vostra attenzione, che l’argomento lo esige. Gesù Cristo non dà qui il potere di predicare la verità, di consacrare il suo corpo adorabile, di reggere la Chiesa od altro: dà il potere di rimettere o perdonare i peccati, di ritenerli ossia di rifiutare di perdonarli. L’oggetto dunque di questo potere divino sono i peccati, tutti i peccati, sempre e senza eccezione. Ma come si deve esercitare questo potere di perdonare o non perdonare i peccati? Forse col predicare la divina verità e con essa eccitare la fede e quindi ottenere la remissione dei peccati, come già dissero i fratelli nostri protestanti ? No, per fermo: se così fosse, il potere dato da Cristo di ritenere i peccati avrebbe significato il potere di non predicare, mentre Cristo comandò espressamente di predicare a tutte le genti. Più: se il potere di annunziare la verità è il potere stesso di perdonare i peccati, chiunque ammaestra nelle cose della fede, sia uomo, sia donna, sia cristiano, sia pagano, sia laico, sia prete, può rimettere i peccati; anzi potrebbero perdonare i peccati anche i libri, perché anche i libri, come gli uomini, e talora meglio degli uomini, ci insegnano le eterne verità. È dunque cosa manifesta che qui Gesù Cristo non diede il potere di predicare, ma un altro potere ben diverso. E quale? Considerate che Gesù Cristo conferisce agli Apostoli un doppio potere, quello di rimettere e quello di non rimettere i peccati. In qual maniera si deve esercitare questo potere? A caso? a capriccio? Andando per le vie gli Apostoli potranno dire agli uni, come loro talenta: “A voi sono rimessi i peccati”; e agli altri: “A voi non sono rimessi”? Certamente no; sarebbe cosa stolta, indegna di uomini che si rispettano, quanto più di Dio, che è la stessa sapienza! È dunque chiaro che gli Apostoli debbono perdonare i peccati o ritenerli secondo ragione, ossia debbono perdonarli a quelli ai quali è giusto perdonarli, e ritenerli a quelli ai quali è giusto ritenerli, e perciò devono avere una norma, una regola sicura, secondo la quale rimetterli o non rimetterli. Ora perché gli Apostoli e loro successori potessero sapere se si doveva dare il perdono o no secondo la regola evangelica, era assolutamente necessario che conoscessero le colpe di ciascuno e le disposizioni dell’animo, in una parola, era necessario che potessero entrare nei segreti della coscienza: solo allora avrebbero potuto sapere con sicurezza se dovessero assolvere o non assolvere. – Ma come entrare nei penetrali della coscienza senza la confessione volontaria dei propri peccati? Gesù Cristo dunque col dare quel doppio potere di rimettere o non rimettere i peccati, istituì necessariamente la Confessione, come mezzo indispensabile per esercitare ragionevolmente o l’uno o l’altro dei due poteri. Una similitudine chiarirà la cosa. – Il capo supremo di giustizia costituisce un giudice, gli assegna il campo della sua giurisdizione, egli dice: Giudicate, assolvete o condannate quanti saranno condotti innanzi al vostro tribunale. — Ditemi, o cari: potrà egli il giudice assolvere o condannare gli accusati come meglio gli piace, senza conoscere lo stato delle cose, udire l’accusato, esaminare le prove? No, sicuramente: sarebbe un insulto alla giustizia e al buon senso. Quelle parole del capo supremo della giustizia: “Assolvete o condannate gli accusati, „ vanno intese così: Udite, esaminate, conoscete debitamente lo stato degli accusati, accertatevi della loro innocenza o della loro reità, e allora usate del vostro potere di assolvere o di condannare, a norma di giustizia. Ecco come si debbono intendere le parole di Gesù Cristo, il sommo ed eterno Giudice: Quelli, ai quali, rimetterete i peccati, saranno rimessi; quelli, ai quali li riterrete saranno ritenuti. — Esse domandano da parte degli Apostoli e di quanti eserciteranno il loro ufficio la cognizione della causa, ossia la manifestazione della coscienza, ossia la Confessione, affinché si possa pronunciare sentenza secondo ragione e giustizia, e dire: “Ti assolvo, … non ti assolvo”. — Cristo dunque, dando il potere di assolvere o non assolvere i peccati, impose manifestamente ai peccatori l’obbligo di manifestare la loro coscienza, come condizione necessaria per l’esercizio del potere stesso. La cosa è sì chiara che non vi spendo intorno altre parole. – S. Giovanni continua il suo racconto, e dice: “Ma Tommaso, uno dei dodici, chiamato Didimo, non era con loro, quando venne Gesù; il Vangelo non dice per qual ragione Tommaso, che si chiamava anche Didimo, cioè gemello (forse perché gemello), era assente, né importa cercarla. Appena i discepoli l’ebbero visto, il primo loro saluto, come è facile immaginare, fu il grido che eruppe spontaneo dal loro cuore: “Abbiamo veduto il Signore. „ Sì lieto annunzio, sembra a noi, doveva ricolmare di gioia l’afflitto Tommaso: eppure non ne fu nulla. Misteri del cuore umano! Gli si assicurava dai compagni, che i desideri sì ardenti del suo cuore erano adempiuti, che Gesù era risorto, ed egli rifiuta ogni loro fede, si ostina a consumarsi nel dubbio e nel dolore, e pronuncia queste parole:” S’io non vedo nelle mani di Gesù la squarciatura dei chiodi e non vi metto il mio dito e non pongo la mia mano sul suo costato, non crederò. „ Era un linguaggio pieno di presunzione, di superbia, di caparbietà e oltraggioso verso i suoi fratelli. Era un dir loro sul viso, che li riputava tutti allucinati, visionari, fanatici, o bugiardi: era un dubitare delle promesse del divino Maestro e un pretendere che si mostrasse direttamente anche a lui; e notate che questa ostinazione dell’Apostolo durò per otto giorni. Egli voleva vedere e toccare le ferite delle mani e del costato del Maestro prima di credere: ma non le avevano vedute e toccate i suoi compagni? I loro occhi e le loro mani non valevano bene i suoi occhi e le sue mani? Perché quell’orgoglioso e ostinato: “Non credo? „ Io sono d’avviso che il buon Tommaso non si rendesse ragione del fallo, di cui si rendeva colpevole, e che dinanzi alla sua coscienza fosse immune da peccato grave: penso anche che, sopraffatto dal dolore per la morte del Maestro, non sapesse riaversi dal profondo scoramento in cui era caduto, né aprire il cuore alla speranza; ma, se mi è lecito dire un mio pensiero, in fondo a quell’anima afflitta e un po’ caparbia v’era un’altra causa, che lo teneva fermo nella sua ostinazione e che aveva la radice in una delle tante debolezze del cuore umano. Il povero Tommaso udiva che Gesù era apparso alle donne, a Pietro, a Giacomo, ai due che se ne andavano ad Emmaus, ai dieci suoi compagni nell’onore dell’apostolato: vedeva d’essere ormai il solo quasi dimenticato da Gesù: si sentiva umiliato e il suo cuore n’era punto sul vivo. Era naturale un risentimento, un certo dispetto di gelosia, d’amor proprio offeso, che cercava dissimulare e coprire dicendo: “Se non lo vedo, se non lo tocco anch’io, non crederò. „ Ma l’amoroso Gesù, pieno di compatimento pel suo caro Apostolo, permise la sua ostinazione per dare a lui una prova del suo affetto, e raffermare lui e gli altri tutti nella certezza della propria risurrezione. – “Otto giorni appresso (precisamente come oggi, ottava della Pasqua), i suoi discepoli erano ancora dentro quella casa e Tommaso con loro. Venne Gesù a porte chiuse, e stette in mezzo, e disse: Pace a voi! „ Ciascuno di noi comprende come a quella apparizione improvvisa il buon Tommaso, più che gli altri, dovesse sentirsi rimescolare il sangue, martellare il cuore e confondere tutte le idee: gioia e timore, rimorsi e giubilo, come le onde sopra uno scoglio, si avvicendavano nell’anima sua. Quel Gesù, che si era ostinato a negare risorto, ricusando fede alle sue promesse e alle affermazioni dei fratelli, era lì, a due passi; i suoi occhi, in un primo istante, incontratisi con quelli del Maestro, confusi, umiliati, si erano chinati a terra. I pensieri dei suoi compagni si riflettevano nell’anima sua, sentiva di meritare i loro rimproveri e più ancora quelli del Maestro, e li aspettava ed aspri…. Che cuore fu il tuo, o Tommaso, allorché in mezzo a quel solenne silenzio aspettavi di udire la parola di Gesù, parola severa, parola di duro e meritato rimprovero? Ma conosceva il Maestro, il suo cuore, la sua bontà, e temendo pure sperava. Quella voce, dolce e sì cara, in fondo alla quale si sentiva un lamento, un rimprovero, ma paterno, si fe’ udire: “Tommaso: qua il tuo dito (era un richiamo delicato alle sue proteste); qua il tuo dito e vedi le mie mani: stendi la tua mano e mettila sul mio costato [Bisogna dire che quel colpo di lancia, che trapassò il petto di Gesù già morto in croce, fosse rimasto profondamente fitto nella fantasia e nella memoria di Tommaso e di tutti gli Apostoli, perché lo notano in modo speciale] e fa di essere non incredulo, ma credente. „ Oh bontà, oh benignità, oh tenerezza del divino Maestro! Non un rimprovero, non un accento di sdegno contro l’Apostolo sì ostinato. Anzi Gesù lo invita a fare ciò che desiderava e a pigliarsi quella prova che esigeva qual condizione della sua fede e a smettere così la sua pervicacia. Poteva essere più benigno e più indulgente? Quelle parole, come una punta acuta penetrarono nel cuore di Tommaso, lo riempirono di dolore, di gioia e di gratitudine, e fuor di sé, nell’impeto dell’amore onde riboccava, con gli occhi gonfi di lacrime, e con voce rotta dai singulti, cadde ai piedi di Gesù, esclamando: “Signor mio e mio Dio! „ In queste parole non c’è neppure un verbo, ma esse dicono tutto. Esse volevano dire: O Signore, o Dio mio! vi credo, vi amo, mi pento, vi ringrazio, vi benedico, vi adoro, sono vostro, tutto vostro, perdonatemi, fate di me ciò che volete. Notate quella professione sì chiara di Tommaso: Dio mio! Vede un uomo, e protesta che quest’uomo è suo Dio! Il miracolo della risurrezione, congiunto a tutti gli altri miracoli, dei quali egli stesso era stato testimonio, alla dottrina, che aveva udita da Gesù Cristo, gli fece sentire e vedere in Gesù Cristo, in quell’uomo, che gli stava innanzi, il Figlio di Dio, e gli strappò quelle parole eloquentissime : “Signor mio e Dio mio [“Videbat tangebatque hominem et confitebatur Deum, quem non videbat neque tangebat? Sed per hoc quod videbat atque tangebat, illud, jam remota dubitatione, credebant” – S. August., Tract. 121]! „ Quanta carità e soavità in quella esortazione di Gesù Cristo: “Fa di essere non incredulo, ma credente” e poco dopo in quelle altre: “Perché hai veduto, o Tommaso, hai creduto: beati coloro, che non hanno veduto ed hanno creduto.” Questa sentenza deve tornare carissima a noi, o figliuoli dilettissimi. Noi non abbiamo veduto, non abbiamo udito, non abbiamo toccato Gesù Cristo nella sua umanità risorta, eppure abbiamo creduto e crediamo fermamente alla sua risurrezione e alla sua divinità, che ci fu annunziata dagli Apostoli e ci si ripete dalla Chiesa, e più felici di Tommaso, noi siamo da Cristo stesso dichiarati beati. – Siamo alla chiusa del nostro Evangelo. “Molti altri miracoli fece Gesù alla presenza dei suoi discepoli, che non sono scritti in questo libro, ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio, e affinché credendo, abbiate, nel nome di Lui, la vita eterna. „ – Da queste parole di S. Giovanni apprendiamo, che Gesù operò molti altri miracoli, oltre a quelli da Lui e negli altri tre Evangeli registrati, che Giovanni senza dubbio conosceva; perché voi, o cari, non potete ignorare che non tutto ciò che Gesù disse e fece fu scritto negli Evangeli, ma solo ciò che allo Spirito Santo parve necessario ed utile a nostro ammaestramento; il resto, in parte almeno, giunse a noi per la viva tradizione che si conserva nella Chiesa. S. Giovanni poi, in quest’ultimo versetto ci dice il fine o la ragione che lo mosse a scrivere il Vangelo, che fu quello che i lettori credessero Gesù essere il Cristo, cioè il Messia aspettato, il Figlio di Dio, eguale al Padre, e credendo questo, che è il fondamento della fede e vivendo conformemente a questa fede, potessero ottenere la vita eterna, meta ultima della fede e speranza nostra, vita eterna, che Iddio misericordioso conceda a me, a voi, a tutti gli uomini. [Qui è necessaria una avvertenza. È cosa evidente che qui si chiudeva il Vangelo di S. Giovanni. Come sta che segue dopo un altro capo, che è l’ultimo? In esso si narra distesamente un’altra apparizione avvenuta sul lago di Genesaret. Questo capo XXI, ora ultimo, certamente fu scritto da S. Giovanni dopo qualche tempo, quasi appendice. Per qual motivo? Per distruggere l’opinione, divenuta quasi generale, ch’egli, Giovanni, non avesse a morire fino alla seconda venuta di Cristo. In questo capo egli spiega le parole di Cristo, che, malintese, diedero occasione all’errore].

Credo …

Offertorium

 Orémus

Matt XXVIII:2; XXVIII:5-6. Angelus Dómini descéndit de cœlo, et dixit muliéribus: Quem quaeritis, surréxit, sicut dixit, allelúja. [Un Angelo del Signore discese dal cielo e disse alle donne: Quegli che voi cercate è risuscitato come aveva detto, alleluia.]

Secreta

Suscipe múnera, Dómine, quaesumus, exsultántis Ecclésiæ: et, cui causam tanti gáudii præstitísti, perpétuæ fructum concéde lætítiæ. [Signore, ricevi i doni della Chiesa esultante; e, a chi hai dato causa di tanta gioia, concedi il frutto di eterna letizia.]

Communio

[Joannes XX:27] Mitte manum tuam, et cognósce loca clavórum, allelúja: et noli esse incrédulus, sed fidélis, allelúja, allelúja. [Metti la tua mano, e riconosci il posto dei chiodi, alleluia; e non essere incredulo, ma fedele, alleluia, alleluia.]

Postcommunio

Orémus.

Quæsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti; et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum.

LUNEDI’ IN ALBIS (2018)

Lunedì in albis

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Exod XIII:5; XIII:9
Introdúxit vos Dóminus in terram fluéntem lac et mel, allelúja: et ut lex Dómini semper sit in ore vestro, allelúja, allelúja.  [Il Signore vi ha introdotti in una terra ove scorrono latte e miele, allelúia: affinché la legge del Signore sia sempre sulle vostre labbra, allelúia, allelúia.]
Ps CIV:1
Confitémini Dómino et invocáte nomen ejus: annuntiáte inter gentes ópera ejus.  [Glorificate il Signore, e invocate il suo nome: annunziate tra le genti le sue opere.]
Introdúxit vos Dóminus in terram fluéntem lac et mel, allelúja: et ut lex Dómini semper sit in ore vestro, allelúja, allelúja.   [Il Signore vi ha introdotti in una terra ove scorrono latte e miele, allelúia: affinché la legge del Signore sia sempre sulle vostre labbra, allelúia, allelúia.]

Oratio
Orémus.
Deus, qui sollemnitáte pascháli, mundo remédia contulísti: pópulum tuum, quǽsumus, coelésti dono proséquere; ut et perféctam libertátem consequi mereátur, et ad vitam profíciat sempitérnam. [O Dio, che nella solennità pasquale procurasti al mondo i mezzi di salvezza: accompagna il tuo popolo, Te ne preghiamo, col celeste aiuto, affinché consegua la perfetta libertà e avanzi verso la vita eterna.]

Lectio
Léctio Actuum Apostólorum.
Act. X, 37-43.
Aperiens autem Petrus os suum, dixit: In veritate comperi quia non est personarum acceptor Deus;  sed in omni gente qui timet eum, et operatur justitiam, acceptus est illi. Verbum misit Deus filiis Israel, annuntians pacem per Jesum Christum (hic est omnium Dominus). In diébus illis: Stans Petrus in médio plebis, dixit: Viri fratres, vos scitis, quod factum est verbum per universam Judaem: incípiens enim a Galilaea, post baptísmum, quod prædicávit Joánnes, Jesum a Názareth: quómodo unxit eum Deus Spíritu Sancto et virtúte, qui pertránsiit benefaciéndo, et sanándo omnes oppréssos a diábolo, quóniam Deus erat cum illo. Et nos testes sumus ómnium, quæ fecit in regióne Judæórum et Jerúsalem, quem occidérunt suspendéntes in ligno. Hunc Deus suscitávit tértia die, et dedit eum maniféstum fíeri, non omni pópulo, sed téstibus præordinátis a Deo: nobis, qui manducávimus et bíbimus cum illo, postquam resurréxit a mórtuis. Et præcépit nobis prædicáre populo et testificári, quia ipse est, qui constitútus est a Deo judex vivórum et mortuórum. Huic omnes Prophétæ testimónium pérhibent, remissiónem peccatórum accípere per nomen ejus omnes, qui credunt in eum.

Omelia I

[Mons. Bonomelli, Nuovo saggio di Omelie, Vol. II, om. XIII – Marietti ed. 1898]7

“Pietro disse: Fratelli, con tutta certezza io ho compreso, che Dio non è accettatore di persona; che anzi chiunque lo teme edopera la giustizia, a qualunque nazione egli  appartenga, gli è accetto. Iddio mandò la parola ai figli d’Israele, annunziando la pace per Gesù Cristo (è questi il Signore di tutti); voi conoscete ciò che è avvenuto per tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; come Iddio unse Gesù di Nazaret di Spirito Santo e di potenza, il quale andò attorno facendo beneficii e liberando quanti erano posseduti dal demonio, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutto ciò ch’egli fece nel paese dei Giudei e in Gerusalemme. Essi, i Giudei, lo uccisero, sospendendolo ad un legno. Dio lo ha risuscitato il terzo giorno ed ha fatto che fosse conosciuto, non già a tutto il popolo, ma a testimoni preparati da Dio, cioè a noi che abbiamo mangiato e bevuto con Lui, dopo ché fu risorto dai morti. Ed Egli ci comandò di predicare al popolo e di attestare, ch’esso è costituito da Dio giudice dei vivi e dei morti. A lui rendono testimonianza tutti i profeti, che nel suo nome si riceve la remissione dei peccati da quanti credono in Lui „ (Atti apost, X, 34-43).

Nulla di più conveniente quanto il ricordare ai fedeli il grande mistero della risurrezione di Gesù Cristo anche in questa seconda festa della santa Pasqua. E perciò la Chiesa ci fa leggere nell’Epistola della Messa odierna il compendio di un bellissimo discorso, nel quale S. Pietro annunzia il miracolo della risurrezione ad alcuni Gentili. E perché conosciate la ragione di questo discorso di S. Pietro, compendiato da S. Luca, è necessario fare un po’ di storia. – I profeti in modo chiarissimo avevano annunziato che il futuro Messia avrebbe chiamato al conoscimento della verità anche i Gentili: Cristo più e più volte l’aveva insegnato agli Apostoli, anzi fatto loro un comando formale di predicare il Vangelo dovunque e battezzare tutte le genti. Gli Apostoli pertanto sapevano benissimo che anche i Gentili dovevano essere chiamati alla fede ed alla Chiesa di Gesù Cristo; ma trovavano una fiera opposizione, non solo nei Giudei avversi al Vangelo, ma ciò che era peggio, anche nei Giudei già divenuti cristiani. Questi, ancorché credenti in Gesù Cristo, non sapevano persuadersi, che i Gentili dovessero essere pareggiati a loro, figliuoli di Abramo: non potevano tollerare che ricevessero il battesimo come loro, se prima non professavano il mosaismo e non si sottomettevano alla circoncisione. Gli Apostoli, ancorché conoscessero perfettamente la volontà di Cristo, erano sospesi quanto al modo e al tempo di procedere in cosa sì grave e sì delicata per non offendere troppo apertamente questi Ebrei cristiani, sì deboli nella fede. Aspettavano che la Provvidenza aprisse loro la via, e l’aperse col fatto narrato da San Luca nei versetti precedenti a quelli che vi ho recitati. A Cesarea viveva un centurione romano, della coorte detta Italica; era gentile, ma religioso, pio, caritatevole, pregava Dio che lo illuminasse: e come lui, era tutta la sua famiglia. Un giorno gli apparve un Angelo e gli impose di chiamare Pietro, che si trovava a Joppe, l’odierna Giaffa. Vi mandò due suoi domestici e un soldato fedele, e Pietro, a cui Iddio con una mirabile visione aveva fatto conoscere, che l’ora di chiamare alla fede anche i Gentili era venuta, andò con loro a Cesarea, entrò nella casa di Cornelio, dov’erano raccolti molti altri Gentili: vi fu ricevuto come un Angelo del cielo. A questo gruppo di Gentili, che cercavano la verità con tanto amore, che vivevano piamente, Pietro rivolge il discorso, del quale lo scrittore degli Atti apostolici ci ha conservato un brevissimo sunto. Ora commentiamolo. – S. Pietro parlava ad una piccola radunanza di Gentili, che l’avevano chiamato affinché li istruisse: due miracoli erano avvenuti, l’apparizione dell’Angelo a Cornelio e la visione manifestata a Pietro, ed entrambi i miracoli erano evidentemente volti a provare che anche i Gentili dovevano essere ricevuti nella Chiesa. Ciò posto, nulla di più naturale di queste prime parole di S. Pietro: “Con tutta certezza ho compreso che Dio non è accettatore di persona. „ Comprendo, dice l’Apostolo, che ora è venuto il tempo della salute anche per i Gentili: la volontà di Dio ora è manifesta: “Egli non è accettatore di persona. „ È una espressione ripetuta più volte nei Libri del nuovo Testamento, e significa che nella distribuzione dei suoi doni il Signore non guarda alle qualità personali di nazione o di patria, d’ingegno, di dottrina, di ricchezza o povertà, od altre doti, come sogliono fare gli uomini. Iddio non è tenuto di dare le sue grazie a chicchessia appunto perché sono grazie. Nondimeno per sua bontà e perché l’ha promesso, le grazie necessarie a salute, mediatamente o immediatamente, le dà a tutti. – Ciò non toglie ch’Egli poi sia più largo con gli uni che con gli altri, secondochè a Lui piace secondo i consigli della sua sovrana sapienza, che a noi non è dato di scrutare. – Credevano i Giudei d’avere essi soli diritto alla fede, perché figli di Abramo, e ne volevano esclusi i Gentili, perché Gentili. No, dice S. Pietro, Dio non guarda se siano Giudei o Gentili, non distingue gli uni dagli altri, ed offre a tutti la sua grazia, perché tutti sono opera delle sue mani e per tutti Gesù Cristo è morto. Una cosa sola Dio esige, ed è “che lo si tema e si operi la giustizia: chi fa questo, a qualunque nazione egli appartenga, è accetto a Dio. „ Qui si affaccia una difficoltà: noi sappiamo per fede, che nessun uomo può fare cosa alcuna che lo renda accetto a Dio, se prima non riceve la sua grazia, e qui il Principe degli Apostoli afferma ch’Egli, Dio, ha per accetto, ossia dà la grazia a chi lo teme e opera la giustizia: sembra dunque che le opere buone dell’uomo debbano precedere la grazia, che è errore manifesto ed eresia. Come dunque si ha da intendere? Ecco, o carissimi. Le grazie di Dio sono come una catena, nella quale un anello tira con sé l’altro. Dio comincia e dà la prima grazia ai poveri Gentili, giacché in questo luogo si parla a Gentili: li muove a pregare, a fare limosine, a cercare la verità; se essi corrispondono a questa grazia prima, per una cotale convenienza e per la bontà e promessa di Dio, si rendono in qualche modo meritevoli d’altre grazie maggiori, finché si compia l’opera della loro conversione e santificazione. Il timore adunque di Dio e l’opera della giustizia, di cui parla San Pietro, e che a Dio rendono accetto l’uomo, suppongono sempre la grazia precedente, senza della quale l’uomo non può né cominciare, né proseguire opera buona alcuna. Voi, il paragone è di S. Francesco di Sales, voi, viaggiando verso la patria, stanchi vi addormentate all’ombra d’un albero. Il sole, continuando il suo cammino, drizza i suoi raggi sul vostro volto e vi costringe ad aprire gli occhi: voi allora vi accorgete che l’ora è tarda, che bisogna ripigliare il cammino: vi alzate  alla luce del sole e proseguite la via. Fu il sole che vi destò, il sole che vi mostrò la via da percorrere e alla luce del sole camminaste. Così fa la grazia di Dio col peccatore, col Gentile: comincia a fargli conoscere la verità, lo eccita a fare alcune opere, che lo preparano alla conversione, e finalmente lo converte, rinnova il suo cuore, lo rende figlio di Dio, e cominciando con la grazia attuale, finisce con la abituale e santificante. – Ma ascoltiamo S. Pietro. Dio dà la gtazia a tutti senza far distinzione tra Giudeo e Gentile, ed io, dice l’Apostolo, son venuto ad annunziarvela. Sappiate adunque che Dio mandò la parola ai figliuoli d’Israele, „ cioè fece loro conoscere la verità per mezzo della parola e della predicazione di Gesù Cristo, predicazione annunziatrice della pace, che deve stabilirsi tra Dio e gli uomini, riconciliando questi con quello; predicazione di Gesù Cristo, che è, sappiatelo bene, il Signore di tutti, perciò Signore degli Ebrei non meno che dei Gentili, e dispensatore egualmente a tutti delle sue grazie. – E qui S. Pietro in poche parole accenna alla predicazione di Gesù Cristo, che ebbe principio nella Galilea, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni, e poi si sparse ampiamente per tutta la Giudea. Voi conoscete, prosegue S. Pietro, come Iddio unse Gesù da Nazaret di Spirito Santo e potenza. I Gentili, ai quali parlava S. Pietro, senza dubbio dovevano, almeno per fama, conoscere Gesù Cristo e le opere che aveva compiuto, giacché il fatto qui narrato avvenne cinque o sei anni circa dopo la sua morte, e grande era il rumore che si era levato in tutta la Palestina e cresceva ogni giorno mercé la predicazione degli Apostoli. E che unzione è questa, della quale parla il sacro testo? Un’unzione qualunque suppone chi la dà e chi la riceve, e naturalmente significa non solo una applicazione esterna del liquido che si adopera, ma una penetrazione intima del medesimo, a talché la parte unta ne rimane, a così dire, tutta imbevuta. Che cosa raffigura questa unzione? Senza dubbio la grazia divina, che a guisa d’olio o di balsamo tutta penetra e imbeve l’anima, risanandola, nutrendola, rafforzandola e trasformandola. Chi è Colui, che dà questa unzione, che sparge questo balsamo divino? È Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo, con un solo e medesimo atto. E perché poi qui si attribuisce al solo Spirito Santo? Non sono esclusi il Padre ed il Figlio, ma si nomina il solo Spirito Santo, perché questa unzione o grazia è dono di Dio, è atto di amore, e lo Spirito Santo è l’Amore sostanziale del Padre e del Figlio, e però dice un rapporto particolare allo Spirito Santo. E chi è Colui che riceve questa unzione dello Spirito Santo? È Gesù Cristo in quanto uomo. Nell’atto istesso, in cui l’anima sua fu creata e congiunta al corpo, e anima e corpo congiunti alla Persona del Verbo di Dio in guisa che Egli poté dire: Io sono Dio, ed Io sono Uomo; in quell’istante istesso dalla Persona del Verbo si riversò nell’umanità assunta tutta la pienezza della grazia quanta ve ne capiva: l’umanità assunta, anima e corpo, fu come una massa d’oro posta in mezzo ad un fuoco immenso, che tutta la investe, la penetra, la trasforma, senza mutare la sua natura di oro. È questa l’unzione che Gesù in quanto uomo ricevette, e in quell’istante divenne Re e Sacerdote e Mediatore dell’umanità tutta. S. Pietro poi dice che questa unzione fu anche unzione di potenza, accennando al potere stabile e proprio di operare miracoli, che Gesù ebbe nell’atto stesso in cui si compì l’unione ipostatica. E questa potenza sovraumana e divina, che Gesù Cristo ebbe per l’unione personale, la esercitò a benefìcio degli uomini: Pertransiit benefaciendo: liberando i corpi e le anime dalla tirannica signoria del peccato e del demonio. In queste parole S. Pietro annunziò a quei buoni Gentili la divinità di Gesù Cristo, e le prove della sua divinità, che furono i miracoli onde fu ripiena la sua vita pubblica. Ecco, grida S. Pietro, ecco le prove della divinità di Gesù Cristo, della sua missione e della nostra: i miracoli; e di questi miracoli, continua il Principe degli Apostoli con l’accento della più profonda convinzione che gli sgorga dall’anima, noi, noi stessi siamo testimoni. Noi l’abbiamo seguito in Giudea, a Gerusalemme: noi l’abbiamo visto darsi nelle mani dei suoi nemici, i Giudei: noi l’abbiamo visto appeso ad un legno e messo a morte: noi, noi, al terzo dì l’abbiamo veduto risorto, come aveva promesso: Egli apparve a noi, così Pietro prosegue come rapito da un sacro entusiasmo; no, non si mostrò a tutti, ma a quelli che erano stati alla sua scuola e preparati all’ufficio di annunziare la sua dottrina; si mostrò a noi in guisa che non ci fu, né ci è possibile ingannarci: noi l’abbiamo veduto, noi abbiamo mangiato, noi abbiamo bevuto con Lui. Come dunque potevamo dubitare della sua risurrezione, e perciò della verità delle dottrine per Lui insegnate? Voi vedete, o cari, come il Principe degli Apostoli dopo aver esposta la vita di Cristo e accennati i suoi miracoli, collochi la prova massima e irrecusabile della divinità di Gesù Cristo e del dovere di credere alla sua dottrina sul fatto, sul miracolo splendidissimo fra tutti della sua risurrezione. E veramente questo è la corona ed il suggello di tutti gli altri; la risurrezione è per se stessa il sommo dei miracoli, perché il ridare la vita a chi non l’ha domanda una potenza al tutto divina: Dio solo è padrone della vita; perché qui è un morto, anzi uno ucciso dai suoi nemici, che si è dato in loro mano vivo e morto, che risuscita se stesso; perché predisse la sua morte e il modo della morte, e predisse la risurrezione e ne determinò il tempo, e perché volle che gli stessi suoi nemici ne fossero testimoni. – In tutta la sua vita appellò costantemente a questo miracolo della risurrezione e a questo miracolo, per così dire, ridusse tutte lo prove della sua missione, onde questo miracolo è come la conferma degli altri, e tutti li lega insieme e formano tal fascio di prove, che schiacciano la ragione più esigente e più ribelle. S. Pietro dice che Gesù-Cristo si mostrò risorto “non a tutto il popolo, ma sì a testimoni preordinati o preparati da Dio. „ Perché ciò? Non sarebbe stato meglio che Gesù risuscitato si fosse dato a vedere, non ai soli Apostoli e discepoli, ma a tutti, anche ai suoi nemici, e a questi sopra tutto? In tal guisa non li avrebbe umiliati e conquisi e chiusa la bocca della incredulità? Senza dubbio Dio così poteva fare, ma se non lo fece, è forza conchiudere che non era questa la via che meglio conveniva ai disegni della sua sapienza. Era troppo giusto che le sue apparizioni dopo la risurrezione fossero riserbate ai suoi cari discepoli, quasi premio della loro fedeltà e conforto ai patimenti sofferti e argomento fortissimo, che li doveva sostenere nella missione loro affidata di annunziare da per tutto il Vangelo del Maestro. Né punto era scemata la certezza della risurrezione di Gesù Cristo, poiché gli Apostoli, i discepoli e i testimoni della medesima pel numero, per la qualità, per la varietà delle apparizioni erano tanti e tali da togliere qualunque ombra di dubbio e da generare la più assoluta certezza del miracolo. Che si poteva volere di più? Oltrediché è da por mente che Iddio dà e deve dare gli argomenti e le prove, che mettano al di sopra d’ogni dubbio la verità della fede, ma lascia e sta bene che lasci sempre libero l’assenso dell’uomo, affinché non gli sia tolto il merito della fede istessa ed abbia modo di rendere omaggio alla autorità divina, che gli dice: Credi. Ponete che Gesù Cristo si fosse mostrato solennemente a tutti, ai suoi nemici e crocifissori: che ne sarebbe avvenuto? O avrebbe quasi a forza estorto il loro assenso, o questi, perfidiando, avrebbero negato l’apparizione istessa, spiegandola coi sofismi sempre pronti a servigio delle passioni: quelli che negarono tanti miracoli di Gesù Cristo, e specialmente l’ultimo della risurrezione di Lazzaro, avrebbero trovato modo di revocare in dubbio anche la solenne apparizione di Cristo, se loro fosse stata concessa. – Iddio dispone ogni cosa con ordine e soavità; Egli rispetta la libertà dell’uomo, e porge alla sua ragione prove sufficienti della verità, ma rifiuta di appagare la sua curiosità e secondare la sua pervicacia e i suoi capricci. – S. Pietro chiude il suo discorso con queste due sentenze: “Gesù ci comandò di predicare al popolo e di attestare ch’Egli è costituito giudice da Dio dei vivi e dei morti. A Lui rendono testimonianza i profeti, che si riceve nel suo nome la remissione dei peccati da quanti credono in Lui. „ Gesù Cristo si dice costituito giudice dei vivi e dei morti, che è quanto dire, Egli ha potere sovrano su tutti gli uomini, buoni e cattivi, viventi e già morti, e renderà a suo tempo a ciascuno secondo le opere sue. Verità fondamentale, con cui si termina ogni simbolo, che deve scuotere ogni uomo, il quale pensi al suo avvenire, e che S. Pietro non poteva tacere a quei Gentili, che l’avevano chiamato e volevano udire la novella dottrina. Il giudizio divino, che sarà fatto alla fine dei secoli, ci attende tutti. Guai a coloro, che si troveranno innanzi a Lui schiavi del peccato! Bisogna liberarci dai peccati ottenerne il perdono prima di quel giorno; e chi ce lo darà questo perdono dei peccati? Lui stesso, che deve essere il nostro giudice, Gesù Cristo. Tutti i profeti, annunziando la sua venuta, ci attestano che la remissione dei peccati non ci può venire che da Gesù Cristo, il quale ha dato il prezzo del nostro riscatto, ha versato per noi il suo sangue ed è divenuto la nostra riconciliazione, la nostra redenzione e santificazione, come scrive san Paolo. E come otterremo noi questa remissione dei nostri peccati? “Credendo in Lui. „ Non già che per ottenerla basti la sola fede, come dissero alcuni eretici; ma credendo in Lui e facendo ciò che Egli insegna. La fede sola senza le opere a nulla giova; essa ci segna la via che dobbiamo battere, ci dice ciò che dobbiamo fare per salvare le anime nostre, e in questo senso le Scritture sante affermano che la fede ci salva; così diciamo assai volte: Il medico mi ha salvato, il maestro mi ha appreso la verità, l’amico mi ha messo sulla buona via, in quanto che m’hanno suggerito il rimedio efficace, m’hanno insegnato ciò che dovevo fare per apprendere la verità, mi hanno consigliato di tenere la retta via; ma certamente questi beni non sono opera esclusivamente del medico, del maestro o dell’amico. È sempre la stessa fondamentale verità, che si ribadisce: la fede è il principio e la radice della giustificazione: è il seme, che germoglia la spiga e l’albero. Se voi non aveste il seme non potreste mai avere la spiga e l’albero: ma potreste avere il seme senza avere la spiga e l’albero quando lo spegneste, oppure non fosse debitamente coltivato, irrigato dall’acqua e riscaldato dal sole. Senza la fede è impossibile la vita cristiana: ma perché la fede ci salvi e produca i suoi frutti si domanda l’opera nostra, dirò meglio, la nostra cooperazione. Conservate adunque con somma cura il seme della fede e con l’opera vostra rendetela feconda e fruttuosa. Se noi riandiamo al discorso di S . Pietro, troviamo che è come l’epilogo del catechismo, il compendio del Simbolo. Ci insegna che Dio offre a tutti la sua grazia, Giudei e Gentili, purché facciano quanto per loro è possibile; che Iddio mandò il Figliuol suo Gesù Cristo; annunziò la verità e la confermò coi miracoli; ch’Egli patì e morì in croce e risuscitò da morte; che la sua risurrezione, il massimo dei miracoli, è indubitata, perché gli Apostoli e i discepoli tutti lo videro; che Gesù Cristo è il giudice supremo dei vivi e dei morti, che per Lui solo si può avere la remissione dei peccati, facendo ciò ch’Egli con la fede ci insegna. Eccovi in queste poche parole compendiato il Simbolo.

Alleluja
Allelúja, allelúja.
Ps CXVII:24; 2.
Hæc dies, quam fecit Dóminus: exsultémus et lætémur in ea.
V. Dicat nunc Israël, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. Allelúja, allelúja.
Matt XXVIII:2.
Angelus Dómini descéndit de cœlo: et accédens revólvit lápidem, et sedébat super eum. [Alleluia, alleluia Questo è il giorno che fece il Signore: esultiamo e rallegriàmoci in esso. – Dica, Israele quanto è buono: la sua misericordia nei secoli. Alleluja, alleluja. – Un Angelo del Signore discese dal cielo: e, avvicinatosi, fece rotolare la pietra e sedette su di essa.]

Sequentia
Víctimæ pascháli laudes ímmolent Christiáni.
Agnus rédemit oves: Christus ínnocens Patri reconciliávit peccatóres.
Mors et vita duéllo conflixére mirándo: dux vitæ mórtuus regnat vivus.
Dic nobis, María, quid vidísti in via?
Sepúlcrum Christi vivéntis et glóriam vidi resurgéntis.
Angélicos testes, sudárium et vestes.
Surréxit Christus, spes mea: præcédet vos in Galilaeam.
Scimus Christum surrexísse a mórtuis vere: tu nobis, victor Rex, miserére.
Amen. Allelúja.

[Alla Vittima pasquale, lodi offrano i Cristiani.
L’Agnello ha redento le pécore: Cristo innocente, al Padre ha riconciliato i peccatori.
La morte e la vita si scontràrono in miràbile duello: il Duce della vita, già morto, regna vivo.
Dicci, o Maria, che vedesti per via?
Vidi il sepolcro del Cristo vivente: e la glória del Risorgente.
I testimonii angélici, il sudario e i lini.
È risorto il Cristo, mia speranza: vi precede in Galilea.
Noi sappiamo che il Cristo è veramente risorto da morte: o Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi. Amen. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc. XXIV:13-35
In illo témpore: Duo ex discípulis Jesu ibant ipsa die in castéllum, quod erat in spátio stadiórum sexagínta ab Jerúsalem, nómine Emmaus. Et ipsi loquebántur ad ínvicem de his ómnibus, quæ accíderant. Et factum est, dum fabularéntur et secum quaererent: et ipse Jesus appropínquans ibat cum illis: óculi autem illórum tenebántur, ne eum agnóscerent. Et ait ad illos: Qui sunt hi sermónes, quos confértis ad ínvicem ambulántes, et estis tristes? Et respóndens unus, cui nomen Cléophas, dixit ei: Tu solus peregrínus es in Jerúsalem, et non cognovísti, quæ facta sunt in illa his diébus? Quibus ille dixit: Quæ? Et dixérunt: De Jesu Nazaréno, qui fuit vir Prophéta potens in ópere et sermóne, coram Deo et omni pópulo: et quómodo eum tradidérunt summi sacerdótes et príncipes nostri in damnatiónem mortis, et crucifixérunt eum. Nos autem sperabámus, quia ipse esset redemptúrus Israël: et nunc super hæc ómnia tértia dies est hódie, quod hæc facta sunt. Sed et mulíeres quædam ex nostris terruérunt nos, quæ ante lucem fuérunt ad monuméntum, et, non invénto córpore ejus, venérunt, dicéntes se étiam visiónem Angelórum vidísse, qui dicunt eum vívere. Et abiérunt quidam ex nostris ad monuméntum: et ita invenérunt, sicut mulíeres dixérunt, ipsum vero non invenérunt. Et ipse dixit ad eos: O stulti et tardi corde ad credéndum in ómnibus, quæ locúti sunt Prophétæ! Nonne hæc opórtuit pati Christum, et ita intráre in glóriam suam? Et incípiens a Móyse et ómnibus Prophétis, interpretabátur illis in ómnibus Scriptúris, quæ de ipso erant. Et appropinquavérunt castéllo, quo ibant: et ipse se finxit lóngius ire. Et coëgérunt illum, dicéntes: Mane nobiscum, quóniam advesperáscit et inclináta est jam dies. Et intrávit cum illis. Et factum est, dum recúmberet cum eis, accépit panem, et benedíxit, ac fregit, et porrigébat illis. Et apérti sunt óculi eórum, et cognovérunt eum: et ipse evánuit ex óculis eórum. Et dixérunt ad ínvicem: Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loquerétur in via, et aperíret nobis Scriptúras? Et surgéntes eádem hora regréssi sunt in Jerúsalem: et invenérunt congregátas úndecim, et eos, qui cum illis erant, dicéntes: Quod surréxit Dóminus vere, et appáruit Simóni. Et ipsi narrábant, quæ gesta erant in via: et quómodo cognovérunt eum in fractióne panis.

OMELIA II

[Id. Omelia XIV.]

“Il giorno medesimo due dei discepoli di Gesù se ne andavano ad una borgata, lontana sessanta stadi da Gerusalemme, chiamata Emmaus. E ragionavano fra loro di tutto ciò che era accaduto. E avvenne che ragionando ed investigando tra loro, appressatosi lo stesso Gesù, camminava con essi; ma i loro occhi erano trattenuti dal conoscerlo. Ed Egli disse loro: Che discorsi son questi che scambiate tra voi per via, e perché vi mostrate tristi? E rispondendo uno di loro, che aveva nome Cleofa, gli disse: Sei tu solo nuovo in Gerusalemme e non conosci le cose che vi sono avvenute in questi giorni? E disse loro: Quali? E quelli a Lui: di Gesù Nazareno, il quale fu profeta, potente in opere e parole innanzi a Dio e a tutto il popolo: e come i nostri principali sacerdoti e magistrati lo deferirono a giudizio capitale e lo confissero in croce. Noi poi speravamo, ch’Egli fosse per riscattare Israele, e frattanto in mezzo a queste cose, oggi siamo al terzo dì che sono avvenute. Anzi alcune delle nostre donne ci hanno stupiti perché, prima di giorno andate al sepolcro e non trovatovi il sepolto, vennero a dirci d’avere anche veduta una visione di Angeli, i quali dicono Lui essere vivo. E alcuni dei nostri andarono al sepolcro e trovarono le cose come dicevano le donne; ma Lui non lo trovarono. Ed Egli disse loro: O stolti e tardi di cuore a credere a quanto i profeti hanno detto! Non era forse necessario, che il Cristo ciò patisse e così entrasse nella sua gloria? E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, interpretava loro le cose che lo riguardavano in tutte le Scritture. E si avvicinarono alla borgata, dove andavano, ed Egli fece vista di andar oltre. Ma essi gli fecero forza, dicendo: “Resta con noi, che ormai è sera, ed il giorno tramonta”; ed entrò con essi. E accadde, che essendo a mensa con essi, Egli, preso il pane, lo benedisse, e spezzatolo lo porse loro. Allora i loro occhi si apersero e lo conobbero, ma Egli sparì da loro. E dissero l’un l’altro: Ora il nostro cuore non ardeva in noi, allorché Egli ci parlava per via e ci spiegava le Scritture? E in quell’ora stessa levatisi, ritornarono in Gerusalemme, e trovarono radunati gli undici e gli altri con loro, i quali dicevano: Il Signore è veramente risorto, ed è apparso a Simone „ (S. Luca, XXIV, 13-34).

Questo racconto evangelico, benché alquanto lungo, è d’un candore, d’una bellezza, d’una precisione di contorni, d’una vivezza di tinta, d’una naturalezza al tutto meravigliosa, e ci fa conoscere lo stato di timore, di speranza, di dubbi angosciosi, di confusione e d’ignoranza, in cui si dibattevano i poveri Apostoli dopo la catastrofe imprevista del Calvario. Non vi è bisogno alcuno di commento, trattandosi di cose chiarissime per se stesse, ed io perciò mi limiterò a fare qua e là alcune riflessioni pratiche secondoché verranno a taglio. – Il giorno stesso due dei discepoli di Gesù se ne andavano ad una borgata lontana sessanta stadi da Gerusalemme, chiamata Emmaus. „ Gesù risuscitò in sullo spuntare della domenica, come è manifesto da tutti gli Evangelisti. Le donne che andarono al sepolcro per tempo, lo trovarono aperto e non vi invennero il corpo del Maestro: corsero a darne avviso agli Apostoli: la Maddalena rimase presso il sepolcro, e poco appresso vide Gesù, che a prima giunta scambiò con l’ortolano del luogo: Pietro e Giovanni corsero al sepolcro e trovarono come le donne avevano detto. Intanto la voce della risurrezione di Gesù Cristo si era diffusa, e gli Apostoli e i discepoli erano sossopra, ondeggianti tra la speranza e il timore. Quel giorno istesso, due dei discepoli di Gesù, l’uno dei quali chiamato Cleofa (forse il marito di Maria, cugina della Vergine e padre di Giacomo il Minore), uscirono da Gerusalemme per recarsi ad Emmaus, borgata posta a nord-ovest di Gerusalemme, a sessanta stadi circa, cioè dodici chilometri e tre ore di viaggio o poco più. E siccome apprendiamo dal Vangelo che i due discepoli giunsero ad Emmaus sul far della sera e sappiamo che il fatto accadde sugli ultimi di marzo, così è da credere che uscissero da Gerusalemme intorno alle tre dopo il mezzodì. I due discepoli camminando discorrevano, come suole avvenire, tra loro. E di che cosa potevano essi discorrere se non di ciò ch’era avvenuto al Maestro, e specialmente delle voci udite della sua risurrezione e dell’apparizione fatta alla Maddalena ed alle altre donne? Mentre essi discorrevano tra loro, ecco appressarsi, camminando nello stesso senso e accompagnandosi loro, Gesù. Ma essi non lo conobbero e lo presero per uno dei tanti pellegrini, che a quei giorni andavano e ritornavano da Gerusalemme. “I loro occhi, dice S. Luca, erano trattenuti dal conoscerlo, „ e S. Marco dice, che Egli era in altra forma. „ Come ciò, o dilettissimi? Il corpo di Gesù era vero e reale corpo, ma glorioso, e qual sia la natura d’un corpo glorioso, noi non lo sappiamo. Esso partecipa delle qualità dello spirito e può apparire e sparire, velarsi e lasciarsi vedere, modificare e cangiare la sua figura, come vuole, passare da un luogo all’altro con la rapidità del baleno. – E perché Gesù Cristo apparve ai due in altra forma e in guisa, che a principio non lo poteron conoscere? Nelle apparizioni di Gesù Cristo dopo la risurrezione vi è un fatto che è meritevole di considerazione. Più volte egli apparisce sotto forme diverse, sicché a principio quelli che lo vedono non lo riconoscono. Alla Maddalena, presso il sepolcro, apparisce sotto le forme di ortolano; ai discepoli, che pescavano sulle rive del lago di Genesaret, come narra S. Giovanni, si mostra in sembianze tali che in sulle prime non lo ravvisano, e argomentano che sia Lui dal miracolo della pescagione: qui si presenta ai due discepoli come un estraneo, un pellegrino, che viaggia con loro. Quali possono essere i motivi di queste apparizioni sotto altre sembianze? Perché, rispondono S. Agostino e san Gregorio, Gesù vuole mostrarsi in quel modo che meglio risponde allo stato di coloro ai quali si dà a vedere. Dubitano di Lui e delle sue promesse? Ed egli apparisce loro come estraneo, un pellegrino. Più: Gesù Cristo nelle sue apparizioni si conforma alla gran legge di natura, e che osservò in tutta la sua vita terrena. Egli manifestò le verità eterne a poco a poco, fece conoscere la sua stessa divinità per gradi, progressivamente, per non offendere e quasi opprimere le intelligenze e la volontà di quelli che lo ascoltavano. Similmente dopo la risurrezione non si scopre nella maestà della sua grandezza, nello splendore della sua gloria: Egli trova questi poveri discepoli dubbiosi, agitati, ancora ignari del grande mistero della sua passione, della sua morte e della sua risurrezione: si adopra pazientemente ad istruirli, come soleva fare in vita: fa penetrare la verità nella loro mente, la carità nel loro cuore, e poi si manifesta qual è. Se si fosse tosto fatto conoscere in tutta la grandezza e bellezza del suo corpo glorioso, come avrebbe potuto istruire quei due discepoli, ed essi come avrebbero potuto ascoltarlo? La verità sarebbe entrata nelle loro menti come un lampo di luce improvvisa, non come un raggio che a poco a poco cresce ed illumina tranquillamente, come vuole la natura umana. Ritorniamo al racconto evangelico. Gesù, raggiunti i due discepoli e scambiati, credo io, contemporaneamente i saluti, per bel modo disse loro: “Che discorsi son questi, che tenete tra voi per via, e perché vi mostrate sì tristi? „ Così il divino Maestro bellamente si introduce nei discorsi dei due discepoli. — E l’uno di loro, chiamato Cleofa, in tono di giusta meraviglia, rispose: “Sei tu solo nuovo in Gerusalemme e non conosci le cose che vi sono avvenute in questi giorni? — E quali? ripigliò tosto Gesù Cristo, all’intento che aprissero il loro cuore ed Egli potesse guarirli dal dubbio, che li tormentava. — E quelli a Lui: — Di Gesù Nazareno, il quale fu profeta potente in opere e parole dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. „ Voi vedete come sia imperfetta e manchevole la fede di questi due discepoli: essi lo riconoscono uomo grande nelle opere, nei miracoli, nelle virtù e nella predicazione della verità (potens in opere et sermone), ma non vanno più oltre: non lo confessano pel Messia, e molto meno per il Figliuolo di Dio fatto uomo, e ciò dopo tre anni d’una scuola qual era quella di Gesù Cristo! – E noi meravigliamo e meniamo alti lamenti se il popolo, il povero popolo, talora non conosce i misteri della fede? Impariamo a compatirlo, come fece Gesù, e studiamoci di istruirlo con carità. È questo un grande esempio particolarmente per noi che abbiamo il dovere di istruire il popolo. Nei quattro versetti che seguono, i due buoni discepoli espongono con tutta schiettezza lo stato del loro animo e, ricordata prima la morte di Gesù in croce, esprimono la speranza avuta che Gesù fosse per riscattare Israele. E di qual riscatto d’Israele intendono essi di parlare? Io non dubito ch’essi intendevano parlare del riscatto temporale della patria loro e della sua ricostituzione politica, spezzando il giogo romano. Era l’idea fissa della grande maggioranza degli Ebrei, comune agli stessi discepoli di Gesù Cristo anche più tardi, poco prima della sua ascensione al cielo, come leggiamo negli Atti apostolici (cap. I, 6). È cosa che fa veramente stupore vedere questi discepoli di Gesù Cristo, formati alla sua scuola e ai suoi esempi, cresciuti nei campi o sulle rive del lago di Tiberiade, aver tanto a cuore la libertà e la grandezza della patria, e Gesù Cristo istesso aspettare che il tempo li illumini. Poi essi parlano del timore ch’ebbero all’udire le donne state la mattina al sepolcro e che non vi avevano ritrovato il corpo di Gesù: ricordano in confuso l’apparizione degli Angeli alle donne istesse, che assicuravano Gesù vivere, e come quelli dei loro compagni che furono al sepolcro, trovarono per l’appunto ciò che le donne avevano detto. È veramente strano che i due discepoli non parlino mai della risurrezione del Maestro. Le loro parole rivelano sgomento, sfiducia, leggerezza, e una confusione di idee, che hanno dell’incredibile. I due discepoli con un candore infantile hanno aperto il loro cuore al creduto pellegrino: hanno confessato i loro dubbi e i loro timori, hanno mostrato le piaghe del loro spirito, e allora comincia l’opera di Gesù, del medico delle anime. Egli comincia a rimproverarli fortemente e dolcemente della durezza del loro cuore, in credere a quanto del promesso Messia avevano tanti secoli prima annunziato i profeti. Egli comincia a rovesciare il primo e massimo pregiudizio, ch’era pur quello di quasi tutta la nazione, cioè che il Messia dovesse essere un grande condottiero, un conquistatore, un liberatore materiale del popolo, come Mosè, Davide, i Maccabei ed altri: con le Scritture alla mano Egli prende a mostrar loro che il Messia doveva patire e morire Egli stesso, anziché mettere in fuga ed uccidere i nemici: che in questo stava la sua vera gloria. In questa sentenza di Cristo: “Era necessario che Cristo patisse e così entrasse nella sua gloria, „ si racchiude tutto l’insegnamento dogmatico e morale del Vangelo: patire per santificarci e salvarci: ecco tutto. Questo insegnamento faceva cadere tutte le illusioni, tutte le stravolte idee dei due discepoli, ed apriva la loro mente alla luce della verità. Questo insegnamento il divino Pellegrino veniva confortando con la testimonianza di Mosè, dei profeti e di tutte le Scritture, che si adempivano perfettamente in quel Gesù di Nazaret, ch’era stato il loro Maestro e nel quale avevano collocate le loro speranze. Il discorso dovette durare buona pezza, giacché non occorre il dirlo, S. Luca ce ne presenta appena un cenno, ce ne dà l’argomento e niente più. I due discepoli, taciti, meravigliati e commossi lo ascoltavano, e tratto tratto dovevano mirarlo in volto con un cotal senso di riverenza e di amore, e nelle sue parole dovevano riconoscere un eco fedele di quelle che tante volte avevano udite dal divino Maestro. Pareva che, udito quel pellegrino, ch’erasi trasformato in maestro sì dotto ed eloquente, avrebbero dovuto darsi per vinti, confessare la propria ignoranza e riconoscere che Gesù di Nazaret era veramente il Messia aspettato, e protestare con un impeto generoso di fede. — Ora comprendiamo tutto: Gesù è il Messia, e non dubitiamo ch’Egli sia risorto, come ci fu detto. — Eppure non ne fu nulla. Questo fatto ci mostra che non sempre la verità annunziata produce tosto i suoi effetti: essa aspetta d’essere fecondata, aspetta l’ora della grazia, aspetta l’opera, che fa brillare e sentire la verità: l’esca è pronta e si aspetta la scintilla che l’accenda. E così avvenne ai due discepoli. – In quella, senza quasi accorgersene, erano giunti presso alla borgata di Emmaus, anzi presso la casa dei due discepoli, e Gesù, come pellegrino che prosegue la sua via, fece vista di passar oltre, accomiatandosi dai due compagni. Ma non fu possibile: essi tanto lo pregarono che per poco lo costrinsero a rimanere con loro: il sacro testo dice: Coegerunt eum, per mostrare le loro vive e ripetuto istanze, e per avvalorarle, aggiunsero: “Rimani con noi. Vedi: ornai si fa sera e già tramonta il giorno. „ Quanta semplicità! Quanta cordialità in queste parole e in questa preghiera dei due discepoli verso uno straniero che aveva fatto con loro il cammino di due o tre ore! Essi si sentirono dolcemente legati a Lui con quella effusione, che viene dalla stima e da quella riverenza verso chi parla altamente della verità e di Dio e parla al cuore. A quei tempi (e in quei paesi le cose non sono guari mutate nemmeno al presente) erano ignoti gli alberghi, quali noi abbiamo anche nei più umili villaggi, e perciò l’ospitalità era una necessità della vita sociale largamente praticata in Oriente, una vera carità, tantoché Cristo la mette tra le opere di misericordia: “Io ero pellegrino, e voi mi accoglieste. „ E fu questa ospitalità, questa carità sì schietta e cordiale, che meritò ai due discepoli l’onore di ospitare Gesù Cristo e d’essere tra i primi a riconoscerlo dopo la risurrezione. — Figliuoli carissimi! la carità è somigliante ad un albero: è un solo, eppure ci dà i frutti, i fiori e si ammanta di foglie, e così non solo ci nutre, ma diletta il gusto, l’occhio, l’odorato, e ci rallegra dell’ombra sua. Così la carità deve non solo soccorrere il fratello sofferente e bisognoso, ma con la parola amorevole, col tratto cordiale, coi modi soavi e delicati lo deve anche rallegrare e dilettare. Una carità burbera, dura, ruvida è sempre per sé cosa buona e santa, ma non è amabile e perde assai del suo valore: è un albero carico di soli frutti, senza un fiore, che l’abbellisca, senza le foglie, che l’adornano. La nostra carità sia dunque dolce, amabile, erompa dal cuore, sia simile a quella dei due discepoli, che bellamente obbligarono Gesù ad accettare la loro ospitalità. “E accadde, che seduti a mensa, Gesù preso il pane, lo benedisse, e spezzatolo lo porse loro. „ Molti credettero che quel pane benedetto, spezzato e porto da Gesù ai due compagni di viaggio, fosse la stessa Eucaristia è la rinnovazione di ciò che nell’ultima cena aveva fatto tre giorni innanzi. E sentenza abbastanza fondata, ma alla quale mi sembra da preferire quell’altra, la quale tiene, che quel pane non fu l’Eucaristia. E da sapere che presso i Giudei l’ospite soleva benedire e porgere il pane ai commensali: inoltre qui Gesù non pronunciò le parole consacratrici, né è verosimile che Gesù porgesse loro la santa Eucaristia senza averli preparati e quasi per sorpresa: onde inclino a credere che quel pane fosse pane comune. In quell’istante “… i loro occhi furono aperti e conobbero Gesù, ed Egli in quel momento stesso sparve. „ Vuol dire l’Evangelista, che Gesù in quel momento lasciò vedere la sua forma, togliendo quell’impedimento, quale che fosse, che prima aveva posto, ed essi lo riconobbero perfettamente. È certo in quell’istante, attoniti e ricolmi di meraviglia, essi dovettero levarsi, buttarsi ai suoi piedi, ma Gesù era sparito. La vista di Gesù, il suo conoscimento dovette essere sì chiaro, sì evidente, sì sfolgorante, che loro non ne rimase ombra di dubbio, che non era poca cosa per loro che non avevano creduto alle apparizioni delle donne ed erano sì lontani dal crederle. E perché mai Gesù Cristo, appena è riconosciuto dai discepoli, si toglie ai loro occhi e si rende invisibile? Perché non lasciarli beare della propria vista e trattenersi con loro e consolarli ed istruirli, come soleva fare prima della sua morte? Mistero! che noi dovremmo venerare, ancorché non vi scorgessimo un solo raggio di luce: è opera di Lui che è la stessa Sapienza, e per noi basta. Ma se vi fissiamo alcun poco riverente l’occhio della ragione, non è difficile trovarvi un po’ di luce. Sparve tosto per mostrare, che il corpo suo era glorioso, simile allo spirito, e di tal guisa anziché scemare, accresceva, se era possibile, la certezza della sua risurrezione. Il subito dileguarsi a quei suoi cari mostrava che la sua vita non era più sulla terra, ma in cielo, accendeva in essi più cocente il desiderio di rivederlo e d’essere con Lui e li obbligava a ritornare tosto a Gerusalemme e dare essi stessi la novella della risurrezione ai compagni raccolti nel cenacolo. I due discepoli, rapiti fuor di sé per la gioia, guardandosi stupefatti, e rimasti per qualche istante senza parola, sclamarono: “E non ardeva il nostro cuore in noi allorché Egli ci parlava per via e ci spiegava le Scritture? “Volevano dire, quasi rimproverandosi di non averlo conosciuto prima: Noi dovevamo ben conoscerlo lungo la via: la sapienza, con cui interpretava i Libri santi e la fiamma di fede e d’amore che accendeva nei nostri cuori, ce lo dicevano chiaramente. Non altri che Lui poteva parlare a quel modo e muovere ed infiammare i nostri cuori! — Sì, o cari; Dio parla ai nostri occhi coi Libri santi, parla ai nostri orecchi con la voce della sua Chiesa e dei suoi ministri, e nello stesso tempo parla ai nostri cuori coi forti impulsi e con i soavi attraimenti della sua grazia. La sua voce esterna non si scompagna mai dalla voce interna, sì cara, sì dolce, che fa beato chi l’ode. E volete voi conoscere questa voce e distinguerla dalla voce degli uomini e dalla voce che sì spesso vi frammischiano le nostre passioni? Allorché nel fondo del vostro cuore, al di sopra del santuario della vostra coscienza, udite una voce senza suono materiale, senza strepito, tranquilla, sicura, che vi invita a romperla col vizio, a finirla con quelle passioni che vi tormentano, che vi rimprovera le vostre debolezze, le vostre colpe, che v’invita a correre le vie della virtù, che vi porta ad amare la modestia, l’umiltà, la  giustizia, la carità, che vi spinge ad essere migliori che non siete, quella voce, o cari, è la voce di Dio, è quella stessa che si faceva sentire sì forte nel cuore dei due discepoli. Ascoltatela e non errerete mai. Quei due buoni discepoli pensarono tosto ai loro compagni in Gerusalemme, che sapevano immersi nel dubbio e nel dolore: la verità, quand’è qui dentro nei nostri cuori, ha bisogno di uscire, di comunicarsi a quelli che amiamo: siamo impazienti di farla conoscere. Allorché voi avete una novella felice, non potete chiuderla nel vostro cuore: siete costretti a correre da quelli con i quali avete comuni le gioie e le pene, e a versare nel loro il vostro cuore: è una necessità e sembra di raddoppiare la vostra gioia, comunicandola a chi amate. Ciò avvenne ai due discepoli: lasciarono il loro povero desco, dimenticarono il cibo e tosto a gran passi ripresero la via di Gerusalemme, senza sentirne la fatica e ad ogni istante ripetendo a se stessi i particolari della apparizione e riandando le parole udite dal divino Maestro. Potevano essere le sei ore della sera allorché lasciarono Emmaus, e poterono arrivare in Gerusalemme intorno alle nove, trafelati, ansanti e pur lietissimi di recare ai compagni la felice novella: “Gesù è risorto, noi l’abbiamo visto. „ Ma là loro gioia, se era possibile, si raddoppiò, allorché entrati là dove erano raccolti gli undici Apostoli e gli altri con loro, se li videro venire incontro sfavillanti di gioia e gridanti ad una voce: “Il Signore è veramente risorto, ed è apparso a Simone. „ Essi accennavano alla apparizione poco prima fatta nel cenacolo stesso e descritta da S. Giovanni (XX, 19), e ad un’altra fatta al solo Pietro, non ricordata distintamente dai Vangelisti, ma qui indicata e indicata pure da S. Paolo (I ai Corinti, capo XV, vers. 5), e che doveva essere notissima tra i Cristiani. Dilettissimi! E cosa che rallegra, che gioconda il cuore vedere la gioia e la felicità di questi Apostoli e discepoli, allorché possono avere la certezza che il Maestro è risorto: è uno spettacolo commovente questo degli Apostoli e dei discepoli che si amano come fratelli, che vivono della stessa vita, che non hanno che un solo pensiero, un solo amore, il pensiero e l’amore del loro divino Maestro! E perché nelle nostre vicendevoli relazioni, almeno nelle nostre famiglie, non potremmo rispecchiare l’armonia, la carità fraterna, che regnava tra gli Apostoli?

Credo …

 Offertorium
Orémus
Matt 28:2; 28:5-6
Angelus Dómini descéndit de coelo, et dixit muliéribus: Quem quaeritis, surréxit, sicut dixit, allelúja.
[Un Angelo del Signore discese dal cielo, e disse alle donne: Colui che cercate è risuscitato, come aveva detto, allelúia.]

Secreta
Súscipe, quǽsumus, Dómine, preces pópuli tui cum oblatiónibus hostiárum: ut, paschálibus initiáta mystériis, ad æternitátis nobis medélam, te operánte, profíciant.  [O Signore, Ti supplichiamo, accogli le preghiere del pòpolo tuo, in uno con l’offerta di questi doni, affinché i medésimi, consacrati dai misteri pasquali, ci sérvano, per òpera tua, di rimédio per l’eternità.]

Communio
Luc XXIV:34
Surréxit Dóminus, et appáruit Petro, allelúja. [Il Signore è risorto, ed è apparso a Pietro, allelúia.]

 Postcommunio
Orémus.
Spíritum nobis, Dómine, tuæ caritátis infúnde: ut, quos sacraméntis paschálibus satiásti, tua fácias pietáte concórdes.
[Infondi in noi, o Signore, lo Spírito della tua carità: affinché coloro che saziasti coi sacramenti pasquali, li renda unànimi con la tua pietà.]

 

 

UN RAGIONAMENTO AL GIORNO, TOGLIE L’INCREDULO GNOSTICO DI TORNO: RISURREZIONE DI CRISTO E LA RAGIONE UMANA

Risurrezione di Cristo e la ragione umana.

[mons. G. Bonomelli: Misteri Cristiani, vol. II, Queriniana, Brescia, 1894]

Nell’augusta nostra Religione vi è un fatto solenne e strepitoso, che è il vertice della vita di Cristo, che getta una luce sfolgorante sulla sua divina missione, che suggella tutta l’opera sua e fa scintillare sulla sua fronte gli infiniti splendori della sua divinità: voi mi avete già compreso: esso è il fatto della sua Risurrezione, che la Chiesa in questo giorno, con tutta la pompa del sacro rito e con santo tripudio del suo cuore, rammenta e festeggia. Tutta la nostra Religione, tutta la nostra fede poggia, come sulla sua pietra fondamentale, su questa verità: Gesù Cristo è vero Dio! – Ora le prove svariatissime della divinità di Gesù Cristo si legano e si intrecciano tra loro per guisa che, tutte mettono capo e quasi si incentrano nel gran fatto della Risurrezione. È questo il miracolo dei miracoli, la prova delle prove della sua Divinità: se questa non regge agli assalti della ragione umana e della miscredenza, tutto intero si sfascia l’edificio della nostra fede: se questa prova sta salda di fronte agli assalti dei nemici tutti, con essa e per essa sta ritta in piedi la grand’opera di Cristo: la Chiesa e, con la Chiesa e per la Chiesa, la sua dottrina. Ecco perché gli Apostoli, fin dal primo dì che annunziarono il Vangelo, appellarono costantemente al miracolo della Risurrezione: ecco perchè l’Apostolo gridava ai Corinti: “Se Cristo non è risuscitato, è vana la nostra predicazione, vana ancora la nostra fede; noi siamo falsi testimoni di Dio, voi siete ancora nei vostri peccati…. e siamo i più miserabili di tutti gli uomini” (I ai Cor. XV, 14, 15, 17, 19) – Questo gran fatto, questo gran miracolo della Risurrezione da oltre diciotto secoli, cioè dal dì che fu annunziato fino ad oggi, è divenuto il bersaglio degli assalti più fieri della miscredenza. Dopo tante e sì lunghe prove, dopo tante e sì vergognose sconfitte, pareva che la miscredenza, fatta più savia, dovesse darsi per vinta e cessare dagli assalti. Ma non è così: gli uomini della miscredenza moderna, simili ai giganti della favola, proseguono nella loro lotta e confidano di dare la scalata al cielo, di balzare dal suo trono Cristo stesso, ed eccoli tutti affaccendati intorno al fondamento della sua Divinità, il miracolo della Risurrezione: agli ordigni antichi di guerra aggiungono i nuovi e fanno ogni sforzo per scrollarlo e rovesciarlo. Ma sono fanciulli  che, martellando la base granitica della più superba vetta dell’Alpi, credono di atterrarla. Si, dilettissimi figli! È certamente cosa che affligge e addolora il vederci costretti dopo tanti secoli a ripigliare le armi usate già dai primi apologisti per difendere il fatto e insieme il dogma capitale della nostra fede. Ma se è necessità il farlo, si faccia. La nostra fede non teme né le occulte insidie, né gli scoperti assalti della miscredenza, sia antica, sia moderna, da qualsivoglia parte le vengano. Essa attende a pie’ fermo i suoi nemici e sul terreno della pura ragione accetta qualunque combattimento, ad armi uguali. Il fatto, su cui poggia la massima prova della Divinità di Cristo, è la sua Risurrezione: gli nomini della miscredenza lo negano: la Chiesa l’afferma ed oggi canta per tutto il mondo: Resurrexit Dominus vere -. Io vi do parola di mostrarvi a tutto rigore questo fatto e questo miracolo, e di mostrarvelo, notatelo bene, con la sola ragione. Voi, che tenete salda la fede, vi sentirete in essa rinfrancati: e se tra voi che mi ascoltate, vi fosse alcuno che ha smarrita la fede, o in essa vacilla, dovrà toccare con mano che il fondamento della nostra Religione non paventa la luce della più severa discussione, della critica più inesorabile e non domanda di meglio che d’essere chiamato in giudizio. L’argomento è vasto e vi prego che non mi venga meno la vostra attenzione e la vostra pazienza, di cui forse avrò bisogno. Gesù Cristo è Egli veramente risorto? Si può dimostrare con la sola ragione ? L’una e l’altra cosa io affermo e voi siate giudici se attengo la mia promessa. – Il fatto o miracolo, che siamo per esaminare, ha due parti distinte, ma inseparabili, la morte e la Risurrezione: non vi è Risurrezione vera di Cristo se non è preceduta da una morte vera: non occorre dimostrarlo. Ora la morte e la Risurrezione di Cristo sono due fatti, e come tutti i fatti, non si possono provare che con la testimonianza. Nessuno adunque esiga prove matematiche o metafisiche; l’argomento non le comporta. Né vi sia chi creda la certezza dei fatti essere inferiore alla certezza delle prove matematiche. Chi di voi dubita che i Romani siano stati disfatti a Canne, che Cesare sia stato trucidato, che Napoleone sia morto a S. Elena? Nessuno. E come e perché voi tenete questi fatti con assoluta certezza? Li avete voi veduti? No. Ve li accertano uomini degni di fede e vi basta: la vostra certezza è incrollabile. Ma quali condizioni si domandano perché voi possiate prestare pienissima fede ai testimoni che affermano un fatto qualunque? Due condizioni sono necessarie e bastevoli: che i testimoni non si ingannino, né vogliano ingannare: in altri termini, si domanda in essi la scienza di ciò che asseriscono e la probità o sincerità. Poste queste due condizioni essenziali, la loro testimonianza è irrecusabile e la certezza che ne deriva, assoluta. Sulla affermazione di due o tre testimoni forniti di queste due doti, un tribunale condanna a vita ed anche all’estremo supplizio un uomo come uno scellerato. Si può dare certezza maggiore? Ed ora a noi, o fratelli. Eccovi i due fatti della morte e della Risurrezione di Cristo: sono due fatti esterni, che cadono entrambi sotto dei sensi e che per conseguenza non si possono provare che con la testimonianza di uomini degni di fede. Li abbiamo noi questi uomini degni di fede? Sì, e tali che per numero e qualità non potrebbero essere più autorevoli. E da prima accertiamoci sulla verità della morte di Cristo. Abbiamo quattro scrittori di quattro libri distinti, che si chiamano Vangeli: Matteo, Marco, Luca e Giovanni: tutti e quattro sono contemporanei ai fatti che narrano e due han visto ciò che scrivono. Tutti e quattro, narrati i patimenti di Cristo e la sua crocifissione, dicono semplicemente: – Egli spirò -. Altri testimoni, Pietro, Paolo, Giacomo, lo ripetono nelle loro lettere, e con loro lo attestano in modo diretto e indiretto tutti quelli che vissero con Gesù Cristo e lo seguirono. Per voi, uomini della critica e della scienza, basta l’autorità di Platone, di Cicerone, di Tacito e di Svetonio per essere certi della morte di Socrate, di Cesare, di Caligola, di Claudio: perché per essere certi della morte di Cristo non vi basterà la testimonianza dei biografi di Lui e degli storici o scrittori contemporanei? Testimoni della morte di Cristo sono i Giudei, gli Scribi, i Sacerdoti, gli Anziani, i Farisei e tutta quella gran folla, che lo seguì sul Calvario, che contemplò e contò con gioia crudele le ore e quasi i minuti della sua agonia. Era la vigilia della maggior festa d’Israele,, la Pasqua, e una moltitudine immensa da ogni angolo della Palestina traeva a Gerusalemme. Il nome di Gesù, del gran profeta e taumaturgo, risuonava dovunque, e immaginate voi qual turba dovesse accorrere al Calvario, appena si sparse la voce ch’Egli là doveva essere confitto in croce. In mezzo a quella turba e più presso alla croce, su cui agonizzava Gesù, stavano senza dubbio i suoi implacabili nemici, lieti della vittoria e aspettanti l’estremo anelito della odiata loro vittima. Pensate voi se, memori della promessa ripetuta da Cristo – Risorgerò dopo tre dì – non dovevano accertarsi della sua morte! Non è tutto: Gesù la sera del giorno innanzi aveva sofferto tale stretta di cuore da cadere in deliquio e sudar sangue: la notte era stata orribile: abbandonato, rinnegato e tradito dai suoi cari, lasciato in balìa d’una soldatesca feroce, che ne aveva fatto ogni strapazzo; al mattino spietatamente flagellato e coronato di spine; poi trascinato sul colle, inchiodato sulla croce, esposto così straziato e sanguinolente all’aria, al sole, divorato dalla febbre, colmo di dolori morali senza nome, senza una stilla di conforto, tutto lacero e pesto, ridotto ad una sola piaga, doveva soccombere; anzi fa meraviglia che dopo tanti dolori e sì orrida carneficina potesse vivere tre ore in croce. Aveva chinato il capo, era cessato l’anelito affannoso, il corpo tutto s’era abbandonato, un pallore mortale si era diffuso sul suo volto e la folla spettatrice aveva gridato: Egli è morto – La festa era imminente: i corpi dei giustiziati dovevano essere levati di là e i manigoldi venuti per il tristo ufficio, visti ancor vivi i due ladroni crocifissi a lato di Gesù, secondo la barbara usanza, a colpi di mazza, fracassarono loro le gambe e li finirono. Venuti a Gesù e, vistolo già morto, non gli ruppero le gambe, ma uno di loro, quasi per assicurarsi della sua morte, gli diede una lanciata nel petto, che gli dovette squarciare il cuore. Poco appresso un discepolo di Gesù ne chiese il corpo a Pilato per seppellirlo; e Pilato, prima di concederglielo, ebbe a sé il centurione, che presiedeva il drappello dei soldati presenti al supplizio e, accertatosi che Gesù era veramente morto, glielo accordò. Non basta ancora: il corpo di Gesù in sul calare della notte, fu tolto dalla croce, avvolto in un lenzuolo con una mistura di cento libbre di aloe e mirra e deposto in un sepolcro nuovo scavato, secondo l’uso dei Giudei, nella viva roccia e chiusane la bocca con una grossa pietra, che fu suggellata dai Giudei stessi, i quali vi posero a guardia alcuni soldati finché fosse passato il terzo dì, entro il quale Gesù aveva promesso di risorgere. Siamo sinceri, o signori. Poniamo che Gesù non fosse veramente morto sulla croce; che la sua morte fosse un deliquio, una sincope, o se vi piace meglio, una finta morte; vi domando: poteva Egli sopravvivere chiuso là nel sepolcro, avviluppato in tanti aromi, stretto nel lenzuolo, senz’aria, senza soccorso, senza cura di sorta? Riconosciamolo; se non era morto, doveva certamente morire. – Finalmente non vogliate dimenticare che gli Ebrei non posero mai in dubbio la realtà della morte di Cristo, che era pure il partito più sicuro per negare il miracolo della Risurrezione; ma ricorsero, come vedremo, al ridicolo espediente del furto del cadavere e della menzogna dei discepoli. Qual prova più evidente che non era possibile negare la verità della morte di Cristo? Concludiamo adunque questa prima parte del nostro ragionamento, affermando con la massima sicurezza: Gesù, allorché fu calato nella tomba, era indubitatamente morto – È Egli veramente risorto? Come è certissimo il primo fatto della morte, è certissimo altresì il secondo della Risurrezione. Sì: quei testimoni che provano il primo fatto, provano pure anche il secondo, e, se ci si permette il dirlo e se è possibile, anche con maggior forza. Come poc’anzi ho fatto avvertire, intanto si potrebbe dubitare ragionevolmente della testimonianza di quelli che affermano un fatto qualunque in quanto ché, o li possiamo supporre ingannati e allucinati, o li possiamo credere bugiardi e ingannatori. Dimostrata la impossibilità di queste due ipotesi, la certezza del fatto rimane là in tutto lo splendore della evidenza. La critica più sottile e più diffidente può essa dar luogo al sospetto che i testimoni della Risurrezione di Cristo si fossero ingannati, che fossero vittima d’una allucinazione? Il terzo dì dopo la morte di Cristo, il sepolcro dove fu collocato il corpo esangue, è aperto e l’intera Gerusalemme lo può vedere vuoto a tutto suo agio. Che è avvenuto di quel corpo? Non lo si saprà mai, risponde il Renan. Come, non lo si saprà mai? Volete voi gettare le tenebre sulla luce del sole e far ammutolire le mille lingue, che lo predicano dovunque e a tutti, a costo della vita? Quel Gesù, che fu deposto nel sepolcro e che là si cerca indarno, è visto da parecchie donne lungo la via; è visto dalla Maddalena presso il sepolcro; è visto da Pietro; è visto da Giacomo, è visto il giorno stesso della Risurrezione da due discepoli, che se ne andavano ad un vicino castello. È visto da sette discepoli insieme sulla riva del lago di Genezaret; è visto nel Cenacolo da dieci discepoli e poco dopo da undici ivi raccolti; è visto da centoventi persone presso Betania; è visto, scrive S. Paolo, da circa cinquecento persone, molte delle quali vivevano ancora quando l’Apostolo dettava la sua lettera. È visto da uomini, da donne, ora insieme, ora separatamente, di giorno, di notte, in casa, a mensa, sulle sponde del lago, sulla via, sul monte, in un giardino; parlano con Lui, con Lui mangiano, lo toccano, ascoltano le sue parole, lo interrogano, risponde e ciò per quaranta giorni, in Gerusalemme, nella Giudea, nella Galilea. E tutte queste apparizioni non sarebbero che illusioni e allucinazioni? Illusioni e allucinazioni, che durano sì a lungo, in tanti e sì diversi luoghi, in centinaia di persone di sesso e di carattere diverse, che cominciano nello stesso giorno e finiscono lo stesso giorno? Non nego, o signori, la potenza meravigliosa della allucinazione, gli scherzi stranissimi della fantasia. So che Teodorico vedeva sulla mensa il teschio sanguinoso di Simmaco per suo comando ucciso; so che di Socrate e di Torquato Tasso si narra come si vedessero a fianco un genio: e celebre è l’ombra di Banco, creazione del sommo tragico inglese, creazione stupenda perché rispondente alla natura umana. Ma chi mai potrebbe pareggiare a queste creazioni del genio poetico o a quegli scherzi di fantasia le apparizioni di Cristo registrate nei Vangeli, negli Atti e nelle Lettere degli Apostoli? Teodorico solo vedeva sulla sua mensa la testa di Simmaco, una sola volta e se ne comprende il perché: nessuno di quei commensali la vedeva e compativano il misero re ed erano più che certi, la sua essere una illusione. Socrate e Tasso vedevano il loro genio, ma non lo vedevano gli amici, gli scolari: era una allucinazione momentanea, conosciuta come tale, senza importanza pratica, senza nesso alcuno con la Religione. Quale immensa differenza tra queste allucinazioni e le apparizioni di Cristo per il numero, per i testimoni, per il modo, per le circostanze e per 1’importanza del fatto e della dottrina, con cui sono strettamente unite? In tutta la storia della Umanità è impossibile trovare alcun che, non dico di uguale, ma di simile alla narrazione evangelica. – Se la storia delle apparizioni di Cristo potesse dare anche solo l’ombra di sospetto d’una continuata allucinazione, dovremmo rinunciare ad ogni certezza dei sensi, la storia intera perderebbe ogni base, nessun giudice potrebbe pronunciare una sentenza, nemmeno sopra la deposizione di dieci testimoni consenzienti e cadremmo in un desolante scetticismo. E dire, o signori, che questa è la spiegazione dell’autore troppo celebre della vita di Gesù! [Renan] – Alle pie donne, e sopra tutto alla Maddalena, ai discepoli non pareva vero che Gesù fosse morto: credevano confusamente alla immortalità dell’anima; intesero alcune espressioni di Cristo come una cotal promessa della sua Risurrezione: alla Maddalena, nell’ardore della sua fede, parve di udirlo e di vederlo nell’orto: le sfuggì nell’impeto della gioia la magica parola – È risorto -. Gli Apostoli erano chiusi e silenziosi nel Cenacolo: parve loro di sentire un lieve soffio che passava sul loro capo e taluno affermò d’aver udito in quel silenzio il saluto ordinario di Gesù – Pace – Bastò: si disse: È risorto: lo abbiamo udito: l’abbiamo veduto: e così nacque e si stabilì universale e fermissima la fede nella Risurrezione di Gesù e nella sua dottrina e così nacque e si stabilì il Cristianesimo. Esso poggia sopra la allucinazione d’una donna, per un cotal contagio e per una certa tendenza alla imitazione comunicata ad altre donne ed ai discepoli! – Fratelli, arrestiamoci. Voi forse credete ch’io scherzi riportandovi questa spiegazione della Risurrezione di Cristo e che io insulti alla memoria d’un uomo, a cui non fe’ difetto l’ingegno e la coltura e un senso estetico non comune. No, non ischerzo, né insulto chichessia: ho riferito fedelmente il pensiero e la spiegazione di quell’uomo, che parve compendiare in sé tutta la scienza razionalistica moderna. Siffatte ipotesi o spiegazioni non si confutano: accennarle è sfatarle. È più facile concepire che 1’eccelso colosso del Montebianco poggi sopra la punta di un ago di quello che 1’intero Cristianesimo con tutti i suoi dogmi, con tutta la sua morale, con lo stupendo organismo della sua gerarchia poggi sulla affermazione d’una donna, che in un istante di allucinazione esclama: – Gesù è risorto! – Né qui vi spiaccia, o fratelli, por mente ad un’altra osservazione, che mi parrebbe colpa passare sotto silenzio. Non nego che le allucinazioni siano possibili, ancorché non mai nelle proporzioni, che il razionalismo gratuitamente attribuisce ai testimoni della Risurrezione di Cristo. Ma quando queste allucinazioni sono possibili? Quando gli animi sono preparati a subirle, in preda a grande aspettazione, ad ardentissimi desideri, a passioni violente. Una madre che aspetta con ansia febbrile il ritorno d’ un figlio, che piange sconsolata sopra un bambino perduto, facilmente potrà credere di vederlo, di abbracciarlo. La fantasia dà esistenza reale al desiderio vivissimo. È forse questo il caso degli Apostoli? Ma se le donne non credono a ciò che vedono? Se credono involato il corpo di Cristo? Se gli Apostoli le reputano colte da delirio? Se essi stessi, vedendo Gesù, non credono ai propri occhi e pensano di trovarsi alla presenza d’un fantasma? Se è necessario che Gesù faccia loro toccare le mani, le cicatrici del suo corpo, segga e mangi con loro? Se uno dei discepoli si ostina a negar fede ai compagni, che affermano d’ aver veduto Gesù risorto e solo allora si arrende quando con le sue mani tocca le cicatrici delle sue mani e del suo costato? Gli Apostoli adunque e le donne erano ben lungi dal dar corpo alle ombre, dall’essere vittime d’una allucinazione, essi che spinsero la incredulità oltre i confini del verosimile. Ma tutti questi testimoni della Risurrezione di Cristo, si dice, eran rozzi, ignoranti, creduli, inchinevoli ad ammettere tutto ciò che è meraviglioso e sovrannaturale. La maggior parte, si; non tutti. Ma diasi che lo fossero tutti. Qui non si tratta di lunghi e sottili ragionamenti, di cose ardue, sulle quali 1’autorità degli ignoranti non ha peso alcuno. Qui trattasi di un morto che è risuscitato: trattasi d’un fatto visibile, materiale, ripetutamente e in vari modi avvenuto. Qui non si domandano ragionamenti, discussioni, esperienze difficili: basta aver occhi, orecchi e mani, per vedere, udire e toccare e gli Apostoli e le donne avevano tutto questo al pari e forse meglio di tutti gli accademici di Parigi e del mondo. Dov’è il tribunale, che dovendo verificare il fatto d’un ferimento o d’un omicidio avvenuto sopra una piazza, rifiuti la testimonianza di dieci, di venti persone con la ragione, che sono ignoranti, rozze, illetterate? Esso esigerà soltanto di conoscere con sicurezza se hanno veduto od udito ciò che attestano e se siano moralmente degne di fede. Due cose, o fratelli, sin qui son poste fuori d’ogni controversia: Cristo veramente morì: gli Apostoli e i testimoni della Risurrezione di Lui non furono ingannati, non poterono ingannarsi, non si possono supporre giuoco d’una illusione od allucinazione. Ora procediamo nel nostro ragionamento. – Giunti a questo punto della nostra dimostrazione, per negar fede alla testimonianza degli Apostoli, dei Discepoli e delle donne affermanti d’aver visto Gesù Cristo risorto, una sola via rimane aperta ed è l’affermare francamente, che essi vollero ingannare od ingannarono. Ebbene: io assumo di provare che non solo non vollero ingannare, ma che non avrebbero potuto ingannare quando pure 1’avessero voluto. A me il dimostrarlo, a voi l’ufficio di giudici severissimi. Uno sguardo, o fratelli, a questi testimoni della Risurrezione di Cristo: sono uomini semplici, rustici, ignoranti, timidi, ignari delle cose del mondo finché volete; ma sinceri, schietti,, pieni di candore, come fanciulli, impotenti a mentire. Venuti dalla Galilea, ove avevano lasciato le reti e le loro barchette, portavano seco la semplicità della campagna, la felice ignoranza degli inganni e dei raggiri. È una lode, che più volte rende loro chi ce li rappresentò come poveri illusi. Tanta è la loro schiettezza, che negli scritti lasciatici, confessano al mondo intero i loro difetti, le loro debolezze, le gare e gelosie, che tra loro si manifestavano, la grossolana loro ignoranza, i rimproveri avuti dal Maestro, i loro timori, la fuga, gli spergiuri del loro capo, il tradimento orribile del loro compagno, gli inganni, in cui caddero, le loro illusioni, la loro ostinata incredulità, e il tutto narrano senza arte, senza debolezza, senza fasto, senza scusarsi o difendersi, con una semplicità infantile. E si vorrebbe che questi uomini ingannassero i loro fratelli, il mondo intero? Questi testimoni si presentano ai loro fratelli, a tutti gli uomini, annunziatori della dottrina del loro Maestro, a cui protestano di non aggiungere, né levare una sillaba. La dottrina ch’essi professano e che predicano in pubblico e in privato, come necessaria a salute, condanna e abbomina la menzogna e l’inganno sotto qualsivoglia forma; essa si compendia in questa sentenza del Maestro: – È, è; no, no – Possiamo noi credere che i discepoli e i maestri di questa dottrina si facessero artefici e propagatori della più scellerata menzogna, del più sacrilego inganno? A chi mai può bastare 1’animo di credere tutti i discepoli di Cristo e le donne stesse sì pie, sì generose, di crederli, dico, tutti bugiardi, sacrileghi, che si beffano di Dio e degli uomini? E poi veniamo a ragionamento più serrato e decisivo. O gli Apostoli e le donne credevano alla Risurrezione di Cristo, o non credevano: se credevano od anche solo ne dubitavano, a qual partito dovevano naturalmente appigliarsi? È chiaro: dovevano dire: Cristo risorgerà, come ha promesso: aspettiamo che risorga e lo annunzieremo: Egli avrà provata la sua divina missione; e non dovevano nemmeno pensare ad architettare 1’inganno e la menzogna. O non credevano alla Risurrezione, e allora perché mentire, ingannare i fratelli, gettarsi in una lotta disperata per far servigio ad un uomo, che conoscevano per un impostore? E non dimenticate che gli Apostoli e le donne erano Giudei credenti, pieni di venerazione per Mosè e per la legge, in cui erano nati, cresciuti ed educati. Vi sembra possibile che a questa legge loro, e dei padri loro ad un tratto potessero osare di sostituirne un’altra, che troppo bene sapevano essere fondata sulla impostura? Questi Apostoli e queste pie donne, dopo la catastrofe del Calvario e perdute le speranze della Risurrezione, dovevano rientrare in se stessi; dovevano vedere la difficilissima condizione, in cui li aveva messi il Maestro; resi invisi o sospetti a tutte le autorità per Lui, che dopo promessa la Risurrezione non risorgeva. E per Lui avrebbero mentito? Lui proclamato Messia e Redentore del mondo; Lui adorato come Dio; Lui che li aveva ingannati? Che altro sperare dall’insano tentativo che vessazioni, persecuzioni e una morte come quella del Maestro, il cui cadavere doveva stare loro sotto gli occhi? Senza capo, senza amici, senza forza, fuggiti da tutti, tremanti sui pericoli che li circondavano, dovevano in fretta pigliare la via di Galilea e farsi dimenticare, ritornando alle loro barchette e alle loro reti. Ma contro ogni verosimiglianza supponiamo che non temessero né Dio, né gli uomini; che spingendo il coraggio fino all’audacia, anzi alla disperazione, persistessero nella folle idea di fondare la nuova Religione sul fatto della Risurrezione del Maestro, ch’essi sapevano impossibile: supponiamo ch’essi volessero ripigliare l’opera, in cui il maestro era sì miseramente perito, e predicandolo risorto, farlo credere Salvatore del mondo e Figlio di Dio. Per riuscire nell’intento, dovevano ordire la trama e per modo, che presentasse almeno la possibilità della riuscita. i discepoli e le pie donne e tutti i testimoni della Risurrezione dovevano darsi la parola e riunirsi a consiglio. Quando? Precisamente in quel brevissimo spazio di tempo, che corse tra la morte di Cristo e l’affermazione che era risorto; non prima, perché non credevano possibile la sua morte; non dopo, perché il profeta era già chiarito falso profeta. Vi pare possibile siffatta riunione in quei momenti di trepidazione, di confusione e di suprema angoscia? Ma diasi possibile. Il più audace tra i convenuti doveva ragionare in questi sensi: Noi sappiamo che il Maestro non risorgerà; che per Lui tutto è ornai finito; ma noi dobbiamo compire l’opera per Lui iniziata e fondare la nuova Religione, ch’Egli aveva ideato. Affermiamo audacemente la sua Risurrezione; facciamone il capo saldo della Religione e predichiamo che il Maestro è Dio, che bisogna credere in Lui; morire per Lui; è una menzogna enorme, che ci costerà carceri, esili, la morte; ma non importa: così vendicheremo il Maestro e noi stessi. Giuriamo tutti di affermare sempre e dovunque, a costo della vita, che Gesù è risorto. L’empia e insensata proposta come doveva essere-accolta? Quei poveri Apostoli conoscevano abbastanza se stessi da sentire l’impossibilità dell’impresa: – Vivente il Maestro, siamo fuggiti tutti ieri sera; l’abbiamo abbandonato, negato; uno di noi 1’ha tradito; abbiamo contro di noi l’autorità dei Romani e del nostro Sinedrio: se il Maestro fu messo in croce, che sarà di noi? Come terremo il segreto, tutti, anche le donne? Se un solo tradisce, e scopre la congiura, siamo perduti tutti. E poi come e perché ingannare il mondo? Quale il guadagno qui in terra? E potremo sfuggire al braccio di Dio? – Erano riflessioni troppo ovvie perché non si affacciassero nemmeno alla mente degli Apostoli e delle donne e rendessero impossibile 1’impresa. Ma passiamo anche su questo e poniamo che la stoltissima ed empia proposta fosse accolta da tutti. Bisognava recarla ad effetto e subito prima che passasse il terzo dì, termine ultimo della prova fissato da Cristo stesso. La cosa più necessaria ed urgente era quella di levare il corpo del Maestro dal sepolcro e farlo sparire. Ma presso quel sepolcro stavano le guardie, probabilmente straniere, e senza dubbio vegliavano più che mai, avvertite del pericolo. Si potevano corrompere e guadagnare col danaro. Sì: ma ci voleva danaro e non poco e subito: chi lo forniva, se tutti erano poveri? Chi avrebbe assunto la pericolosissima missione di farne la proposta a quei soldati? Se avessero respinta l’offerta e trascinato chi la faceva dinanzi al Sinedrio? Se, avuto il danaro, non avessero mantenuta la promessa e denunziato i corruttori? Chi poteva assicurare il segreto tanto necessario? Potevasi rapire il corpo con la forza, mettendo in fuga i soldati. Ci volevano armi e coraggio: supporre quelle e più questo in quegli uomini, in quelle angustie, è un sogno. Ma supponiamo che tentassero un colpo di mano e assaltassero le guardie. Queste vincitrici, il corpo rimaneva: vinte, avrebbero detto: siamo state soverchiate dal numero e il corpo fu involato dai discepoli e la trama nell’uno e nel1’altro caso era svelata. Ma i soldati potevano dormire e lo si disse dai Giudei: i discepoli vennero e se ne portarono il corpo di Cristo e fu possibile 1’affermazione: – Gesù è risorto -. I soldati dormivano! Tutti? E gli Apostoli e i discepoli potevano supporre che dormissero? E nessuno si destò al rumore dei discepoli, che venivano e tornavano, al rumore della grossa pietra levata dalla bocca del sepolcro? È troppo. E chi disse che i soldati dormivano? I soldati istessi. E i dormenti sono testimoni? E non furono puniti come infedeli al loro dovere? È troppo. Setto od otto anni appresso un Evangelista afferma solennemente, che i capi del popolo con danaro guadagnarono i soldati, perché spacciassero la favola, che mentre essi dormivano, i discepoli avevano fatto sparire il corpo di Cristo. Chi levossi a smentire il Vangelista? Nessuno! prova evidente che non era calunnia. Ma sovrabbondiamo in concessioni con i nostri avversari. Che donne e discepoli entrassero nell’infame ed empia congiura di affermare la Risurrezione di Cristo; che riuscissero a far scomparire il cadavere di Lui e tutto ciò fosse stabilito ed eseguito in quelle quarant’ore, che trascorsero fra la morte di Cristo e il grido emesso: – E risorto -. Voi vedete che è un cumolo di cose affatto moralmente impossibili. — Non im porta. — Si conceda tutto. – Esiste la congiura di ingannare la nazione e il mondo intero: ne fanno parte necessaria tutti i discepoli e le donne e spetta a queste fare i primi passi. Una congiura di questo genere, ordita in fretta e in furia, di cui fanno parte alcune decine di uomini e parecchie donne! Consci tutti della propria e dell’altrui debolezza, provata testè a fatti, potevano essi fidarsi a vicenda? Dove tra congiurati non sia sicura ed assoluta la fiducia, la congiura non è possibile. Perché quelle donne e quei discepoli di Cristo potessero accingersi alla scelleratissima impresa, bisogna supporli tutti, senza eccezione, tristi e malvagi in sommo grado: bisogna crederli tutti senza Religione, senza coscienza. Ingannare i loro fratelli e ingannarli in ciò che vi è di più augusto e di più santo, la Religione! Tener mano ad una congiura, che ha per iscopo di rovesciare la Religione propria e de’ loro padri per fondarne un’altra, il cui autore sarebbe un impostore od un pazzo! Dite: vi sembra possibile che Apostoli ignoranti, grossolani sì, ma onesti e retti; che codeste donne pie potessero e volessero prestarsi all’opera nefanda? – E proseguiamo ancora: Chi si accinge ad una impresa scabrosa e in cui sono in giuoco non la sola quiete, ma l’onore, la libertà e la vita istessa, a due cose particolarmente deve badare: l’impresa è possibile? Se è possibile, offre essa la speranza d’una mercede proporzionata ai pericoli e alle fatiche, che si devono sostenere? Per quanto li supponiamo ignoranti e inesperti del mondo codesti Apostoli e codeste donne, è forza convenire che dovevano vedere chiarissimamente la impossibilità della disperata impresa. Si riconoscevano poveri, ignoranti, timidi, nuovi del mondo, senza credito, senza amici, senza capo; vedevano di fronte a sé l’autorità della Sinagoga, per scienza, credito, ricchezza, potere, prestigio del passato, onnipotente; vedevano dietro ad essa l’autorità romana stessa, che nel terribile dramma del Maestro per timore aveva ceduto alla Sinagoga e l’aveva abbandonato al suo furore dopo averne tentato invano la difesa. Potevano essi nutrire speranza di riuscire là dov’era fallito il Maestro? E qual mercede attendere da un’ impresa sì dissennata se non le carceri, i flagelli, gli esili, la morte più crudele e il disprezzo e l’infamia nella memoria dei futuri? Erano tutte considerazioni d’una evidenza massima, che rendevano impossibile la congiura negli uomini più audaci e più perversi; che dire poi negli Apostoli e nelle donne, sì timidi, sì onesti e sì religiosi? E tempo di conchiudere il nostro ragionamento. Non si può sollevare il più lieve dubbio sulla verità della morte di Cristo: la certezza della sua Risurrezione non può essere maggiore per il numero e per la qualità dei testimoni, che l’affermano; essi non poterono essere ingannati, né allucinati; essi non ingannarono, né poterono ingannare, quand’anche per una ipotesi assurda l’avessero voluto. – Mi sembra d’aver mostrato a punta eli logica, tutto questo e chiusa ogni via a qualunque sofisma e ne appello a voi stessi, o fratelli, alla vostra ragione. Quale la conseguenza che ne discende? Questa: – Cristo è veramente risorto -. Dunque la dottrina ch’Egli ha insegnato è vera; dunque Egli è veramente Dio, il nostro Salvatore; prostrandoci pieni di fede e d’amore per Lui, coll’apostolo Tommaso esclamiamo: – Mio Signore e mio Dio! -.