DOMENICA IV DOPO PASQUA (2019)

DOMENICA QUARTA dopo PASQUA [2019]

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps CXVII: 1-2

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Salvávit sibi déxtera ejus: et bráchium sanctum ejus. [Gli diedero la vittoria la sua destra e il suo santo braccio.]

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui fidélium mentes uníus éfficis voluntátis: da pópulis tuis id amáre quod praecipis, id desideráre quod promíttis; ut inter mundánas varietátes ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gáudia. [O Dio, che rendi di un sol volere gli animi dei fedeli: concedi ai tuoi popoli di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti; affinché, in mezzo al fluttuare delle umane vicende, i nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli. Jac. I: 17-21.

“Caríssimi: Omne datum óptimum, et omne donum perféctum desúrsum est, descéndens a Patre lúminum, apud quem non est transmutátio nec vicissitúdinis obumbrátio. Voluntárie enim génuit nos verbo veritátis, ut simus inítium áliquod creatúræ ejus. Scitis, fratres mei dilectíssimi. Sit autem omnis homo velox ad audiéndum: tardus autem ad loquéndum et tardus ad iram. Ira enim viri justítiam Dei non operátur. Propter quod abjiciéntes omnem immundítiam et abundántiam malítiæ, in mansuetúdine suscípite ínsitum verbum, quod potest salváre ánimas vestras.

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA MANSUETUDINE

“Carissimi: Ogni grazia eccellente e ogni dono perfetto vien dall’alto dal Padre dei lumi, nel quale non è variazione, né ombra di mutamento. Egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, ché siamo quali primizie delle sue creature. Voi lo sapete, fratelli miei dilettissimi. Che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira: poiché l’ira dell’uomo non opera ciò che è giusto davanti a Dio. Perciò rigettando ogni sozzura e sovrabbondanza di malizia, accogliete docilmente la parola inserita in voi, la quale può salvare le anime vostre”. (Giac. 1, 17-21).

L’Apostolo S. Giacomo, detto il Minore, era venuto a conoscere che tra i Cristiani convertiti dal Giudaismo e disseminati fuori della Palestina serpeggiavano gravi errori, nell’interpretazione della dottrina loro insegnata, specialmente rispetto alla necessità delle buone opere. Inoltre, in mezzo alle tribolazioni cui andavano soggetti, c’era pericolo che riuscissero a farsi strada le vecchie abitudini. Per premunire contro l’errore questi suoi connazionali dispersi, e per richiamarli a una vita più austera, S. Giacomo scrive loro una lettera. In essa si insiste sulla necessità che alla fede vadano congiunte le buone opere. Si danno, poi, varie norme, perché  tanto nella vita privata, quanto nelle relazioni sociali siano guidati da uno spirito veramente cristiano; e vengono confortati nelle loro tribolazioni. L’Epistola è tolta dal cap. 1 di questa lettera. Da Dio deriva ogni bene. Da Lui abbiamo avuto il dono inestimabile della vita della grazia, per mezzo della predicazione del Vangelo, parola di verità. Questa parola di verità ciascuno deve accogliere con prontezza, con semplicità, con spirito di mansuetudine. Parliamo appunto quest’oggi della mansuetudine, la quale

1. È l’opposto del falso zelo,

2. Non ha a che fare con l’ignavia.

3. È un apostolato efficace.

1.

Che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento al parlare, lento all’ira. Nelle dispute e nelle discussioni è molto facile l’accalorarsi, il risentirsi e, infine, l’ira. Coloro, ai quali si rivolge S. Giacomo, potevano dire che, trattandosi di discussioni sulla parola di Dio ad essi predicata, la loro ira era frutto di zelo. Non è difficile osservare che la loro ira, invece di edificare, distruggeva, perché contrariava le eventuali buone disposizioni dell’altra parte. Nessuna cosa è più raccomandabile dello zelo. Basterebbe ricordare la consolantissima promessa che leggiamo, un po’ più avanti, nella lettera di S. Giacomo: « Fratelli miei, se alcuno di voi abbia deviato dalla verità, e un altrove lo riconduce, sappia che egli ha ricondotto un peccatore dall’errore della sua via salverà l’anima sua dalla morte, e coprirà la moltitudine dei suoi peccati » (Giac. V, 20.). Ma non è encomiabile uno zelo incomposto, a base di sentimenti e di invettive fuori di luogo. Noi ammiriamo la grandezza dello zelo di S. Paolo. Restiamo come sbalorditi, considerando quanto egli ha operato per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime. Sentiamo, però, da lui stesso di che sorta era il suo zelo: «Mi son fatto debole coi deboli: mi faccio tutto a tutti, per fare a ogni costo alcuni salvi» (1 Cor. IX, 22). Non vuol imporsi senza necessità; non fa valere, senza bisogno, la sua superiorità, ma si adatta a tutti, pur di poter trarre anime a Dio. Anche il medico, quando può ottenere la guarigione con mezzi blandi, non ricorre ai mezzi forti. Questi li riserva per il caso di inutilità degli altri mezzi. Gesù ci ha detto tutta la grandezza del suo zelo in quelle parole: «Sono venuto a portar fuoco sulla terra, e che cosa desidero, se non che si accenda?» (Luc. XII, 49). Ma il suo zelo si esercita nella più perfetta mansuetudine. Il Profeta, parlando di Lui, aveva detto: «Egli non griderà e non sarà accettator di persone, né si udrà di fuori la sua voce. Egli non spezzerà la canna fessa, e non spegnerà il lucignolo che fuma…» (Is. XLII, 2-3). Ed infatti, egli mostra sempre e in tutto una mansuetudine inarrivabile. Con grande pazienza e carità avvicina i deboli, i vacillanti, e ravviva in loro la vita dello spirito, che sta per spegnersi. La sua mansuetudine risalta nelle contraddizioni, nelle derisioni, nelle contumelie, nelle insolenze, nelle minacce, nell’abbandono, nella negazione, nel tradimento. « Egli maledetto, non rispondeva con maledizioni, e, maltrattato, non minacciava ». Per non sbagliare quando esercitiamo lo zelo facciamoci questa domanda: Come farebbe Gesù Cristo, se fosse al mio posto?

2.

S. Giacomo dà la ragione del perché l’uomo deve lasciarsi dominare non dall’ira, ma dallo spirito di mansuetudine: poiché l’ira dell’uomo non opera ciò che è giusto davanti a Dio. Chi si lascia prendere dall’ira non può operare virtuosamente; anzi si metterebbe nella circostanza di trasgredire su molti punti la legge di Dio. Con l’animo tranquillo e sereno, invece, si è nella miglior disposizione per accogliere la parola di Dio, farla fruttificare e progredire così, di virtù in virtù. Stiamo attenti, però, a non scambiare la mansuetudine con l’ignavia, pericolo molto facile e assai comune, «Bisogna far attenzione — osserva in proposito il Crisostomo — che uno, avendo un vizio, non creda di possedere una virtù… che cosa è dunque la mansuetudine, che cosa è l’ignavia? Quando tacciamo, invece di prender le difese, se altri sono maltrattati, è ignavia; quando, al contrario, essendo maltrattati noi, sopportiamo, è mansuetudine » ( In Act. Ap. Hom. 48, 3). Quando p. e. si commette il male alla nostra presenza, e noi, intervenendo, potremmo impedirlo, il tacere non è mansuetudine, ma ignavia. Un bel tacer non fu mai scritto, diciamo per scusarci. Verissimo; ma a suo tempo e a suo luogo, non qui. Quando i genitori, i superiori, i padroni chiudono gli occhi sulle mancanze dei figli e dei dipendenti; non cercano di porre un freno al loro malfare, non sono dei mansueti, ma dei cani muti. E spesso, la loro creduta mansuetudine è una vera cooperazione al male degli altri. La scusa non manca mai. Io ho un cuore troppo buono, ho un carattere mite. Ci sono di quelli che hanno un carattere austero e pensano di dover trattare con austerità: io, invece, preferisco vivere e lasciar vivere. Scuse che, ridotte al loro vero valore, vogliono dire: Non voglio noie; ho paura a fare il mio dovere; ci tengo ai privilegi del mio stato, ma non ne voglio i pesi. Costoro scambiano un atto di debolezza con una virtù che richiede dell’eroismo. «La mansuetudine — dice ancora il Crisostomo — è indizio di grande fortezza; essa richiede un animo generoso e virile». Di fatti, si tratta di vincere noi stessi, cosa assai più difficile che vincere gli altri. I genitori non devono provocare i figli all’ira, trattandoli con durezza o con soverchio rigore; sarebbe uno sbaglio. Ma sarebbe uno sbaglio ancor peggiore non ammonirli, e, quando è il caso, non castigarli. I superiori devono trattare con benevolenza i loro dipendenti e soggetti; ma quando si tratta di preservare i buoni dal contagio e dallo scandalo, è santo e lodevole il rigore, è giusta la punizione. Nessuno oserebbe condannare il pastore che percuote il lupo per salvare le pecore. Quando si tratta di por fine all’ingiustizia degli uni, e di mettere al riparo dai soprusi gli altri, nessun superiore sarà criticato, se prende delle misure severe; e, nessuno potrebbe, ragionevolmente, fargli appunto di mancanza di mansuetudine. L’Apostolo che era tanto mansueto da poter dire: « Maledetti, noi benediciamo; perseguitati, sopportiamo: ingiuriati, supplichiamo» (1 Cor. IV, 12-13); quando a Corinto un Cristiano dà un gravissimo scandalo pubblico, non solo, per mezzo della scomunica, separa il peccatore dalla Chiesa; ma lo sottopone al dominio di satana, perché lo tormenti nel corpo con malattie e dolori, che servano ad indurlo al pentimento. Gesù Cristo, che si presenta a noi come modello di mansuetudine; non ha mancato di usare parole roventi contro gli scandalosi, contro i Farisei, contro i profanatori del tempio. In certi casi è nostro dovere usare del rigore, e allora, «beato chi sa unire insieme la severità e la mansuetudine» (S. Ambrogio. Epist. 74, 10).

3.

Accogliete docilmente la parola inserita in voi, la quale può salvare le anime vostre. Come la superbia è di ostacolo a ricevere con frutto la parola di Dio, similmente, come abbiamo già osservato, la mansuetudine è condizione favorevole ad accoglierla e a farla fruttificare. Ora vogliamo far notare che non solo la mansuetudine cristiana è ottima disposizione ad accogliere e a far fruttificare per la vita eterna la parola di Dio in noi; ma è un’ottima condizione a farla ricevere con frutto dagli altri. Generalmente, l’uomo che non si inquieta per un affronto, che non si scoraggia per una ripulsa, che non si turba per un’ingiuria, esercita molta forza sopra i suoi oppositori. Se è costante, riesce a vincerli e a dominarli. E questo avviene nel mondo, dove il comportamento mansueto è effetto di temperamento, più spesso di calcolo, non raramente di propositi malvagi. Più efficace deve, necessariamente, riuscire un contegno mansueto, quando è ispirato dalla fede. Chi è assuefatto a dominare il proprio cuore con la vittoria sulle passioni, trova la via a dominare il cuore degli altri. Gli Apostoli, cresciuti alla scuola di Gesù Cristo, compivano la missione loro affidata tra numerosi contrasti e difficoltà; ma senza che si potesse scorgere in essi un’ombra di amarezza, di risentimento, di collera. I loro successori, che vanno a portar la luce del Vangelo tra le nazioni che vivono nell’ignoranza e nell’errore, cominciano a guadagnar gli animi, magari dopo anni e anni, quando hanno dato una prova costante del loro animo mite e mansueto. Accolti male, osservati con diffidenza, importunati, angariati in mille modi, si mostrano sempre uguali a se stessi. Non parole aspre, non inquietudini, non ripicchi. A questo modo si comincia a vincere la diffidenza degli abitanti e le loro prevenzioni, e si finisce con edificarli mediante l’esercizio delle altre virtù. Allora la via delle conversioni è aperta. Gesù Cristo ha detto: «Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra (Matt. V, 4). I banditori del Vangelo son riusciti a farlo trionfare in tutte le parti della terra, con l’arma della mansuetudine. Anche nella nostra vita quotidiana, nel piccolo cerchio dei parenti, degli amici, dei compagni, in circostanze diverse, possiamo esercitare un apostolato salutare con un contegno mansueto. Un giovanotto si reca un giorno, a Milano, dalla Venerabile Maddalena di Canossa a chiederle, con minacce, ove si trovava una giovane, che, per sfuggire alle sue insidie, si era rifugiata presso la santa fondatrice. Maddalena risponde che dal suo labbro non l’avrebbe saputo mai. Allora il giovanotto, estratta una pistola, l’accosta alle tempia di Maddalena. Ma essa, con tranquillo sorriso, gli disse: «Oh, povero giovane! Quanto mi fate pietà!… Orsù, date a me quell’arma, ed io ne farò assai miglior uso». Il giovane, commosso e meravigliato della calma imperturbabile della Madre, piega il capo e le consegna l’arma, e s’avvia confuso alla porta. Maddalena lo accompagna, e gli dà una medaglietta d’argento come pegno di gratitudine per la visita che le aveva fatto. Qualche tempo dopo, un rispettabile Sacerdote viene dalla Madre a raccontarle il pentimento del giovane. La fondatrice le consegna l’arma pregandolo di appenderla a un Santuario dell’Addolorata (L’angelo di Canossa. Pavia 1922, p. 60-62). Proprio vero che « nulla è più forte della mansuetudine » (S. Giov. Crisostomo. In Gen. Hom. 58, 5). Quante volte abbiamo lasciato passare la circostanza di far del bene a qualche anima con la nostra dolcezza, e forse di ricondurla a Dio! Quel che non abbiam fatto per il passato, lo faremo per l’avvenire. Vogliamo usare del rigore? Usiamolo con noi. «Poiché, che cosa v’ha di più giusto, che ciascuno si adiri dei propri peccati, anziché dei peccati degli altri?» (S. Agostino. En. in Ps. IV, 7).

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CXVII: 16. Déxtera Dómini fecit virtútem: déxtera Dómini exaltávit me. Allelúja [La destra del Signore operò grandi cose: la destra del Signore mi ha esaltato. Allelúia.]

Rom VI:9 Christus resúrgens ex mórtuis jam non móritur: mors illi ultra non dominábitur. Allelúja. [Cristo, risorto da morte, non muore più: la morte non ha più potere su di Lui. Allelúia]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XVI: 5-14

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Vado ad eum, qui misit me: et nemo ex vobis intérrogat me: Quo vadis? Sed quia hæc locútus sum vobis, tristítia implévit cor vestrum. Sed ego veritátem dico vobis: expédit vobis, ut ego vadam: si enim non abíero, Paráclitus non véniet ad vos: si autem abíero, mittam eum ad vos. Et cum vénerit ille, árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício. De peccáto quidem, quia non credidérunt in me: de justítia vero, quia ad Patrem vado, et jam non vidébitis me: de judício autem, quia princeps hujus mundi jam judicátus est. Adhuc multa hábeo vobis dícere: sed non potéstis portáre modo. Cum autem vénerit ille Spíritus veritátis, docébit vos omnem veritátem. Non enim loquétur a semetípso: sed quæcúmque áudiet, loquétur, et quæ ventúra sunt, annuntiábit vobis. Ille me clarificábit: quia de meo accípiet et annuntiábit vobis.

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXV.

“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Ora vo a Colui che mi ha mandato; e nissun di voi mi domanda: Dove vai tu? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha ripieno il vostro cuore. Ma io vi dico il vero: È spediente per voi che io men vada : perché, se io non me ne vo, non verrà a voi il Paracleto; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E venuto ch’egli sia, sarà convinto il mondo riguardo al peccato, riguardo alla giustizia, perché io vo al Padre, e già non mi vedrete: riguardo al giudizio poi, perché il principe di questo mondo è già stato giudicato. Molte cose ho ancora da dirvi: ma non ne siete capaci adesso. Ma venuto che sia quello Spirito di verità, v’insegnerà tutte le verità: imperocché non vi parlerà da se stesso, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annunzierà quello che ha da essere. Egli mi glorificherà, perché riceverà del mio, e ve lo annunzierà. Tutto quello che ha il Padre, è mio. Per questo ho detto che egli riceverà del mio, e ve lo annunzierà” (Jo. XVI, 5-15).

Un padre affettuoso, che si accorga di essere ormai al termine della sua vita, non può far a meno di raccogliere d’intorno a sé i suoi amati figliuoli per discorrere con essi un’ultima volta, per dar loro gli ultimi ammonimenti, per fare ai medesimi le ultime manifestazioni del suo amore. Così appunto fece il divin Redentore co’ suoi cari discepoli. Essendo Egli vicino alla sua passione e ascensione al Cielo, raccolse i suoi discepoli nel cenacolo d’intorno a sé e compiuta con essi la cena legale, lavati loro i piedi, data ai medesimi la estrema prova di amore con l’istituzione ammirabile della SS. Eucaristia, si pose ad intrattenersi ancora con essi con un discorso ripieno dei più sublimi ed importanti ammaestramenti. Ed è appunto un tratto di questo discorso, che la Chiesa nel Vangelo di questa domenica richiama alla nostra considerazione.

1. In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Ora vado a chi mi ha mandato; e nessuno di voi mi domanda: Dove vai tu? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha ripieno il vostro cuore.

Gesù istesso adunque attesta con la sua parola quanto i suoi discepoli si trovassero afflitti nel sapere che era giunto il tempo, in cui si sarebbe separato da loro. E non avevano ragione i discepoli di affliggersi? Gesù li aveva amato tanto, Gesù si era mostrato con essi così indulgente ed affezionato, Gesù era stato il loro amico, il loro maestro, il loro benefattore, il loro padre; ed ora da questo caro Gesù avrebbero dovuto separarsi? Certamente tutte le separazioni sono dolorose, ma chi sa dire quanto fosse dolorosa quella separazione, a cui venivano assoggettati gli Apostoli con la dipartita di Gesù da questa terra! Eppure quella separazione non sarebbe stata che corporale e sensibile. Perciocché quando il Salvatore asceso al cielo avrebbe collocata l’adorabile sua umanità sul trono della gloria, avrebbe dimenticati i suoi discepoli, che aveva scelti per la conquista del mondo? No, certamente. Dall’alto del suo splendore li avrebbe seguiti nella laboriosa loro missione, li avrebbe assistiti nelle fatiche del loro apostolato; sarebbe stato con essi col suo spirito e con la divina sua forza per sempre. Eppure tanto si affliggevano di quella separazione. Or bene, o carissimi, non vedete qui lo strano contrasto tra la condotta degli Apostoli e quella di certi giovani e Cristiani infelici, i quali, avendo commesso il peccato, ed essendosi con esso separati da Dio non ne provano pena alcuna? Quando il figliuol prodigo ebbe ricevuta dal suo buon padre la parte di eredità, che gli aveva chiesta, dice il Vangelo che, messa insieme ogni cosa, se ne andò in lontano paese: profectus est in regionem longinquam (Luc. XV, 15). Ma quando un disgraziato commette una colpa grave, con assai maggior precipizio si separa da Dio, ed assai più lontano è il luogo, dove si trafuga. Mentre son necessari molti giorni, molte settimane, molti mesi e persino molti anni per fare acquisto di un po’ di virtù, al contrario in un istante solo si varca la spaventevole distanza che separa Iddio buonissimo e santissimo dal peccato. Una sola colpa mortale, che non consiste che in un godimento di un minuto, basta anche in un minuto, anzi in un attimo per separare un’anima da Dio, ne è soltanto separarla ma portarla lontano in modo spaventevole. Certamente questa distanza non è materiale, né si può con una misura materiale misurare, con tutto ciò non lascia di essere verissima. E sebbene Iddio, che riempie con la sua immensità gli spazi tutti di tutti i mondi creati, non cessi di essere presente a chi ha commesso il peccato, non è tuttavia men vero, che i peccatori si sono allontanati da Dio, come dice appunto il Signore stesso per bocca di Geremia: Elongaverunt se a me (Ier. XI, 5): e non è men vero, che Iddio resta allontanato dai peccatori: Longe est Dominus ab impiis (Prov. XV. 29). Di fatti che cosa è il peccato? Così appunto lo definisce S. Tommaso: Una separazione da Dio fatta con disprezzo per unirsi invece alle creature: Aversio a Deo et conversio ad creaturas. Chi commette il peccato volta villanamente le spalle e si separa violentemente dal suo Dio, dal suo Padre, dal suo Creatore, dal suo Redentore, dal suo sommo bene per darsi invece alle misere creature di questa terra, ai nefandi piaceri dei sensi. Separarsi da Dio! E si può immaginare una più grande sventura? Ma almeno almeno, quando questa sventura è capitata, si pensasse tosto a ripararla con la pronta risoluzione di ritornare a Dio e di riacquistare la sua unione col domandargli perdono! Ma invece molte volte vi ha chi rimane in questo stato per tanti giorni, per tanti mesi e persino per tanti anni. E quel che è peggio, si è che rinnovando costui le sue colpe sempre più si stordisce, si dissipa, s’ingolfa nell’abisso; ed allora soffoca i rimorsi, impone silenzio alla voce importuna della coscienza, cerca d’ingannarsi e di farsi a credere che è tranquillo e a forza di ripetersi che possiede la pace, giunge financo a persuadersi di realmente possederla. Di fatti è cessato il suo spavento: nell’ora del sonno più non vede i fantasmi, che dapprima lo atterrivano; la calma sembra rientrata del tutto nel suo cuore. Ma ahimè! Quando il malato non sente più il dolore, la è finita, il male è senza rimedio; altro più non resta, che fare gli apparecchi dei funerali. Così quando il peccatore, separato da Dio dall’abisso del peccato mortale, più non sente il dolore di tale separazione, è finita anche per lui; a meno di un miracolo, non ritornerà più a Dio; camminerà a grandi passi verso la separazione, che sarà eterna. Ah miei cari! Noi teniamoci stretti al nostro caro Gesù. Evitiamo diligentemente tutto ciò che potrebbe separarci da lui. Ripetiamo ancor noi Con l’Apostolo Paolo: « Chi ci separerà dalla carità di Cristo? non già la tribolazione, non l’angustia, non la fame, non la nudità, non il pericolo non la persecuzione, non la spada; no, nessuna cosa varrà a staccarci dal nostro Dio » (Rom. VIII, 35). Ma se per isventura ci fossimo da Lui separati, non ritardiamo un istante a ritornare pentiti ai suoi piedi. Ed Egli, che non disprezza un cuor pentito ed umiliato, ci accoglierà con misericordia, anzi con gioia e ci riunirà al suo Cuore divino.

2. Proseguiva il divin Redentore, dicendo: Ma io vi dico il vero: È spediente per voi che io men vada: perché se io non me ne vo, non verrà a voi il Paracleto; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. Or bene, o carissimi, perché mai, secondo quel che dice ai suoi Apostoli il divin Redentore, perché mai quella visita dello Spirito Santo è ella incompatibile con la presenza di nostro Signore! Eccolo: Gli Apostoli amavano il loro divin Maestro, ma in un modo troppo sensibile e troppo umano. Tale attaccamento di ordine troppo naturale era un ostacolo a ricevere lo Spirito Santo nella sua pienezza. Quando il profeta Eliseo volle moltiplicare l’olio della vedova di Sarepta, chiese dei vasi totalmente vuoti: così quando lo Spirito divino vuol recare ad un cuore gli adorabili suoi Doni, figurati dall’olio miracoloso, esige che quel cuore sia vuoto da ogni affetto, non dirò peccaminoso, ciò s’intende, ma eziandio dagli affetti permessi, quando hanno alcun che di troppo terreno e troppo umano. Gli Apostoli pertanto faranno il loro sacrificio; sarà duro, ma sarà pure molto meritorio; e quando verrà il giorno della Pentecoste, il Salvatore manderà loro il divino suo Spirito, ed essi lo riceveranno con l’abbondanza delle sue grazie; e saranno interamente rivestiti di quella forza divina, che assicurerà il buon esito del loro ministero evangelico e del loro Apostolato. Or dunque, o miei cari, se a ricevere in noi con abbondanza le grazie del Signore, è necessario avere il cuore mondo eziandio da certi attacchi che non sono cattivi, quanta maggior attenzione non si dovrà mettere alfine di preservarlo dalle affezioni e dalle amicizie, che sono realmente cattive, od anche solo pericolose! E qui, o miei cari, dacché mi si presenta l’occasione, lasciate che vi dica qualche parola, secondo gli insegnamenti di S. Francesco di Sales, intorno alle amicizie ed alle affezioni, affinché riconosciate bene quali sono le buone, che potete coltivare e quali sono invece le cattive o pericolose, che dovete assolutamente fuggire. Dice adunque questo Santo che diversa è l’amicizia secondo la diversità del fine a cui tende. Non merita nome di amicizia, quella che brutalmente ha per fine il peccato. Ed in vero come mai dovrei io riguardare come amico colui, che insegnandomi, od eccitandomi a fare del male, tendesse per tal guisa a rovinare l’anima mia? Per certo colui, il quale osasse dirmi certe parole, farmi certe proposte, darmi certi consigli…, sarebbe un perfido traditore, dal quale dovrei guardarmi come da un serpente. E se io sgraziatamente facessi relazione con lui, tutt’altro che avere un’amicizia avrei una relazione diabolica. L’amicizia, poi che ha per mira di compiacere i sensi, che si fonda cioè sulla bellezza esteriore del volto, sulla singolarità della voce, sull’eleganza del vestire, sull’abilità del giuocare e simili, è tutta materiale e indegna pur essa del nome di amicizia. E ciò anzitutto perché quest’amicizia è basata su cose vane e frivole, ma poi eziandio perché un’amicizia siffatta non apporta alcun profitto, né onore, né contentezza. Generalmente queste amicizie sensibili fanno perder il tempo e arrischiar l’onore, senza dar altro gusto, fuorché quello d’un’ansietà di pretendere e di sperare, senza saper ciò che si voglia o pretendasi. Imperciocché gli animi meschini e deboli, che sono presi, credono sempre che negli attestati di reciproco amore, coi quali si corrispondono, rimanga sempre qualche cosa ad aggiungere e questo desiderio insaziabile di affezione va sempre straziando il cuor loro con diffidenze, gelosie ed inquietudini incessanti. Epperò quale danno arrecano all’anima tali amicizie! Esse l’occupano in tal modo, e attraggono con tal forza i suoi movimenti, che ella poi non può più esser valevole per alcuna opera buona; i pensieri dell’amicizia sono frequenti a segno, che dissipano tutto il tempo; e in fine chiamano tante tentazioni, distrazioni, sospetti ed altre conseguenze, che tutto il cuore ne rimane conturbato e guasto; senza dire che talvolta vanno poi a terminare in gravi peccati. Insomma queste amicizie sbandiscono non solo l’amor celeste, ma ancor il timor di Dio, in una parola sono la peste de’ cuori. Se invece voi avete amicizia con taluno e trattate amichevolmente con lui per ragione dì virtù, allora sarà buona e virtuosa l’amicizia vostra. Anzi quanto più squisite saranno le virtù, sulle quali verserà il trattar vostro, tanto più sarà perfetta la vostra amicizia. Quindi se la vostra scambievole e reciproca corrispondenza avrà per oggetto la carità, la divozione, la perfezione cristiana, oh allora sarà assai preziosa la vostra amicizia! Sarà eccellente perché verrà da Dio; eccellente perché tenderà a Dio; eccellente perché il suo vincolo sarà Dio; eccellente perché durerà eternamente in Dio. Che bell’amare in terra, come si ama nel cielo, e apprendere ad aver in questo mondo quella vicendevole tenerezza, che avremo eternamente nell’altro! E non si parla qui del solo amore di carità, dovendosi questo avere per ogni persona; ma si parla dell’amicizia spirituale, pel cui mezzo due o tre, o più anime si comunicano la lor divozione, i loro affetti spirituali, e divengono un solo spirito. Quanto giustamente possono cantare queste felici anime: Oh è pur buona e piacevole cosa, che i fratelli soggiornino insieme! Così è propriamente, perché il soave balsamo della divozione stilla da un cuore nell’altro, mediante una partecipazione continua; talché si può dire, che Dio ha versato su questa amicizia la sua santa benedizione. Ed oh come piacciono al Signore queste sante amicizie. Niuno potrebbe certamente negare, che nostro Signore amasse con una più dolce e più speciale amicizia S. Giovanni, Lazzaro, Marta e Maddalena: perché la Scrittura ce ne fa fede. Sappiamo che S. Pietro aveva un tenero amore per S. Marco e per S. Petronilla, come S. Paolo pel suo Timoteo e per S. Tecla. S. Gregorio Nazianzeno si gloria in più luoghi dell’impareggiabile amicizia che passò tra lui e il grande S. Basilio, e la descrive in tal modo: Sembrava non esser in ambedue noi, se non un’anima sola, che movesse due corpi. Una sola mira avevamo entrambi, di coltivar la virtù e di conformare i disegni della nostra vita alle speranze future, uscendo così dalla terra mortale, prima di lasciarvi la vita. S. Agostino attesta, che S. Ambrogio amava singolarmente Santa Monica per le rare virtù, che scorgeva in lei, e che ella reciprocamente l’aveva caro come un angelo di Dio. S. Girolamo, S. Agostino, S. Gregorio, S. Bernardo e tutti i maggiori servi di Dio ebbero amicizie particolarissime, senza discapito della lor perfezione. S. Paolo, biasimando la depravazione dei gentili, li taccia d’essere stati gente senza affezione; vale a dire, che non aveva alcuna amicizia. E S. Tommaso, come tutti i buoni filosofi, confessa che l’amicizia è una virtù. Non consiste dunque la perfezione in non aver alcuna amicizia; ma in non averne veruna, che non sia buona, non sia santa, che non sia sacra. Ecco, o miei cari, come insegna S. Francesco di Sales intorno alle amicizie. Questi suoi insegnamenti sono molto chiari; tuttavia io vi esorto a procedere sempre assai guardinghi nel contrarre delle amicizie, anzi a non stringerne alcuna senza esservi prima consigliati da chi per ragione della sua esperienza e del suo ufficio può intorno a questo consigliarvi bene. Così facendo non correrete mai rischio di accogliere e nutrire in cuor vostro delle affezioni, che vi impediscano di ricevere e conservare nello stesso i Doni dello Spirito Santo.

3. Da ultimo il divin Maestro parlando agli Apostoli di quel che sarebbe venuto a fare lo Spirito Santo, da lui inviato, tra le altre cose disse loro: Io avrei da dirvi ancora molte cose; ma adesso non ne siete capaci. Tuttavia quando sarà venuto lo Spirito Santo, che è Spirito di verità v’insegnerà tutte le verità, ed Egli che ha la stessa mia scienza, vi annunzierà tutto quello che ha da essere.Con le quali parole, voi lo vedete, Gesù Cristo intese a suscitare negli Apostoli una viva brama di apprendere meglio con l’aiuto dello Spirito Santo le verità della fede, in cui essi dovevano credere e che avrebbero pur dovuto predicare agli altri. E così il divin Redentore fece pure intendere a noi, che se vi è cosa, di cui dobbiamo essere sommamente solleciti è la conoscenza, epperò lo studio della nostra santissima Religione. Che se questo studio e questa conoscenza fu utile e necessaria in ogni tempo, chi può dire quanto necessaria ed utile sia ai tempi nostri, in cui tanti e così gravi errori son diffusi nel mondo contro le verità della Fede Cattolica? Eppure è doloroso a dirsi, ma pur vero, non vi ha studio, che sia più di questo negletto! Una certa classe di giovani e di Cristiani non sa nemmeno più che cosa sia lo studio della Religione, e ciò non ostante essi divorano con avidità tutto quello che si scrive contro la verità delle loro credenze. Si leggono e si ascoltano le obbiezioni e gli errori, e non si ascoltano e non si leggono le risposte. Ma allora, dov’è l’amore della verità, dov’è la buona fede e la sincerità dalla parte di cotesti Cristiani? Eppure tralasciano forse i sacerdoti ai dì nostri di farsi a spiegare nelle istruzioni, nei catechismi e nelle prediche le verità della fede? Anzi, forse non si è mai così abbondantemente dispensata la parola di Dio e in modo così adatto a tutte le intelligenze. Si potrà dire che non vi siano ai dì nostri buoni libri, che trattino della Religione in modo acconcio a tutte le menti? No, senza dubbio. Anche qui, si può dire che tali libri abbondano assai più che pel passato. Eppure molti giovani e molti Cristiani rifuggono volontariamente dalle prediche, dai catechismi e dalle istruzioni religiose e gettano via ben presto, se pur loro capita alle mani, un libro che tratti in buon senso di Religione e dei doveri che essa impone. Se il libro solletica il loro amor proprio, se lusinga le loro passioni, se è cosparso di fiori e di tinte romantiche, e talvolta ben anche se contiene cose lubriche, allora lo leggono sino alla fine ad onta dei rimorsi di coscienza, che si studiano di far tacere. Ma se invece è un libro che miri a far loro del bene, ad illuminare la loro mente, ad accendere di amore per Iddio il loro cuore, oh allora lo respingono come un libro noioso, scritto senza garbo e intorno a cose, che già conoscono abbastanza. Non sia così di alcuno di voi. Riconoscendo che la prima scienza è quella della nostra eterna salute, studiatevi di applicarvi con impegno alla stessa con intervenire mai sempre volentieri ad ascoltare umilmente qui in chiesa la parola di Dio. Non paghi di ciò, rifuggendo dalle letture vane e frivole, amate invece le letture buone e di soda dottrina, soprattutto quelle religiose. Procuratevi di tali libri, leggetene volentieri almeno qualcuno, e leggetelo con una seria attenzione e un desiderio sincero di conoscere la verità, e vedrete che, dopo cotali letture, non tornerà più a voi possibile nutrir de’ dubbi sulla verità e sulla santità delle nostre credenze, ed al caso sarete anche in grado di rispondere a chi osasse parlar male di esse. E per tal modo corrisponderete al desiderio di Gesù Cristo, ben conoscerete la verità della fede, ben conoscendole le amerete e le praticherete, ed amandole e praticandole meriterete il premio eterno del cielo.

Credo …

Offertorium

Orémus Ps LXV: 1-2; LXXXV: 16

Jubiláte Deo, univérsa terra, psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja. [Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: venite e ascoltate, tutti voi che temete Iddio, e vi narrerò quanto il Signore ha fatto all’anima mia, allelúia.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrificii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes effecísti: præsta, quaesumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur. [O Dio, che per mezzo degli scambi venerandi di questo sacrificio ci rendesti partecipi dell’unica somma divinità: concedici, Te ne preghiamo, che come conosciamo la tua verità, così la conseguiamo mediante una buona condotta.]

Communio

Joann XVI:8

Cum vénerit Paráclitus Spíritus veritátis, ille árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício, allelúja, allelúja. [Quando verrà il Paràclito, Spirito di verità, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Adésto nobis, Dómine, Deus noster: ut per hæc, quæ fidéliter súmpsimus, et purgémur a vítiis et a perículis ómnibus eruámur. [Concédici, o Signore Dio nostro, che mediante questi misteri fedelmente ricevuti, siamo purificati dai nostri peccati e liberati da ogni pericolo.]

SAN PASQUALE BAYLON

San Pasquale Baylon

(Panegirico recitato il 17 maggio, giorno dell’Ascensione nel 1798 dal p. m. Vincenzo Cassitti In Ariano nella Chiesa dei PP. Riformati – Da: Saggio di Eloquenza Sacra, parte Seconda; Napoli, tipogr. De Cristofaro – 1854]

Videntibus illìs elevatus est, et nubes suscepìt eum,

Negli atti Apostolici capo 1,

Tra i molti e segnalati benefici, che fece Iddio al popol d’Israello, l’ultimo luogo certamente quello non merita col quale per mezzo di una nuvola prodigiosa, che dal tabernacolo usciva, e che su del popolo pellegrino bellamente stendevasi per luoghi aridi, deserti, e scabrosi libero dalle sferze cocenti del sole lo conduceva. Il perché  Davidde in impegno di rinfacciare alla sempre ingrata e rivoltosa gente le sue sconoscenze, quella nube di protezione singolarmente rammenta. Ma poiché quanto nell’antico Testamento avvenne, ombra soltanto fu e figura dei futuri beni, che nella Legge novella doveva a noi toccare con altra più maestosa nube, che pur esce dal Tabernacolo, e che su dei Fedeli tutti distendesi, in questo misero pellegrinaggio ci accompagna e difende. Voi ben lo intendete, accorti Ascoltanti, che dell’augusto Sagramento dell’Altare senzappiù, io intenda parlare, dove velato come da nube sotto gli Eucaristici accidenti lo stesso Dio, Re Signor degli Eserciti adoriamo, che della Chiesa è il refrigerio, il conduttore, il Maestro. Ed oh! veramente tre e quattro volte felici que’ fedeli che da questa nube amorevole non rifuggono, e si fan da quella amorevolmente condurre! Illustrati singolarmente nell’intelletto, accesi prodigiosamente nel cuore s’innalzeranno eglino dal basso tenebrìo della terra, andranno di virtù in virtù, ed in carne fuor di carne vivendo l’amorevole protezione del Sacramentato Iddio potranno sperimentare. E felice, e fortunato voi ben conchiuderò che foste il pria Pastorello, e poi umile Laico, ma infervorato amante ed Apostolo del Sacramento, onor delle Spagne, gioiello illustre dell’Ordine de’ Minori fecondo mai sempre di Eroi, S. Pasquale Baylon, che a cagion di onore nomino io qui per la prima volta solennemente. E chi meglio si fece condurre dall’Eucaristica nube, chi più di lui fu del sacramentato Iddio e nell’intelletto, e nel cuore singolarmente favorito? Or poiché di sì gran Santo a scioglier voto in suo onore già fatto, imprender devesi da me a tesserne serto di lodi, rallegromi meco stesso non poco che abbia a farlo nel dì in cui la memoria rinnova dell’Ascensione prodigiosa di Gesù Cristo nel Cielo. Io veggio non esser ciò senza occulta disposizion di provvidenza accaduto, perché congiunto osservo in modo l’elogio del Santo con le circostanze che, al riferir di S. Luca negli atti Apostolici l’odierno mistero accompagnarono, che ne resto sopraffatto oltremodo e sbalordito. Elevossi di terra il Redentore, così il Sagro Storico, ed una nuvola tutto ingombrollo. Videntibus illis elevatus est, et nubes suscepit eum. Or quel che accadde in quel dì memorando, veramente accadde moralmente nell’anima del Baylon. Una nube, e ben l’udiste, che fu il Sacramento Eucaristico, l’ingombrò tutto, e mente e cuore, innalzò sua mente, elevò suo cuore, cosicché di lui possiam dir altrettanto, benché in moral senso e spirituale; Elevatus est, et nubes suscepit eum. Egli dunque il gran Santo investito da questa nuvola, elevato fu sinpolarmente nella mente: Posuit nubem ascensum tuum. Egli per ajuto, difesa, e virtù di questa mistica nuvola, elevato venne singolarmente nel cuore. Accensiones in corde suo disposuit. Elevatus diciamolo poi in una parola, elevatus est et nubes suscepit eum. Questi saranno i due riflessi, che senza partirmi dall’odierna geminata solennità, e dall’odierno mistero, in onor di S. Pasquale io andrò proponendo, onde convinti esser possiate quanto più dell’antica sia potente a proteggere, a difendere, ad accompagnare la nube che dal nostro Santuario ascende, cioè il Sacramento dell’Altare; e quanto avventurato fu il nostro Santo che si fè da quella amorevolmente condurre, in virtù di cui ad imitazion dell’ascendente Signore elevossi di terra con la mente, e col cuore; Elevatus est; et nubes suscepit eum.

I . Egli è ben certo, o Signori, che l’uomo non peraltro è creato che per lo Cielo, e che là dovrebbero esser fissi i nostri pensieri, e i nostri affetti indirizzati, dove sono, come nell’orazione dell’odierna festività dice la Chiesa, i veri gaudi riposti: Ibi nostra fixa sunt corda, ubi vera sunt gaudia. Questa è la morale riflessione, che dall’augusto mistero dell’Ascensione vuol che i suoi figliuoli ritraggano l’amorevole Madre S. Chiesa. Come fare però, se per funesto retaggio della colpa primiera si sente l’anima a basso tratta così ed inchinata, che difficil troppo sperimenta e malagevole il volar sempre mai all’unico stato beato, eterno principio e fine? Come fare: un occhio a quel Sacramentato Iddio. Egli velato sotto 1’eucaristica nube, laddove l’anima investa, all’alto la rapisce, la conduce, la trasporta. Ed eccone il bellissimo esempio nel gran Santo del Sacramento, S. Pasquale Baylon. – Anche pria di nascer egli nel Villaggio di Torre Formosa in Aragona, rinchiuso ancora nel seno della Madre Isabella dà segno già, che doveva per 1’Eucaristia esser elevato nella mente e nel cuore. E che altro di fatti voglion dire quei salti che dà il portato gentile, emulando quasi la virtù del gran Battista, nel portarsi in sua Casa l’Uomo Dio medesimo dalle Sacramentali specie coperto e velato, approssimandosi per conforto estremo del già vicino agli ultimi aneliti genitor di lui Martino? Voglion dire, che siccome a quella presenza s’intese muovere, e sollevare nel corpo, così doveva poi e con la mente col cuore e corpo dietro la mistica nuvola sollevarsi. Che cresca pure sotto auspici sì fausti Bambinello sì amabile, e con la bocca spruzzolata ancora di latte non parli che degli altissimi Misteri della Religione; s’involi benché muova ancor titubante il picciol piede agli occhi degli uomini, ed o nel più remoto angolo della casa, o nel più ascoso tugurio della vicina selva si asconda, che non farà che additar al Mondo come da superna forza aveva sua mente investita, e come questa era rapita al Cielo dietro la nube Eucaristica. Ponit ut nubem. – Non giunge di fatti se non al primo fiore di sua giovinezza, e già corre veloce nel tempio, e nell’offrirsi a Dio Padre l’adorata incruenta vittima in guisa di celeste ardore si accende, che sembra un nobello Mosè dopo il memorando colloquio sul Sina; e immobile, modesto, con occhi bassi innanzi al Sacramentato Iddio non fa che meditare, che contemplare. Che preme intanto, che destinato egli venga alla custodia del lanuto armento? Egli ancor nelle foreste non fa che volgersi alle più vicine Chiese, e meditare. Bel vederlo , quando in cava spelonca ritrovarsi mentre sicure pascevano le pecorelle, e quivi impennar le ali, e verso il suo Dio nel Sacramento rivolgersi. Bel vederlo svellere dagli alberi i tronchi, il riverito segno della Redenzione formando contemplar il sacrificio, che da quello operato sulla Croce sol perché senza sangue differisce. Oh quante volte conducendo innanzi le pecorelle, ricordavasi del buon Pastore Gesù; oh! quante volte conducendole a pastura, ricordavasi dell’amor del Pastore medesimo Uomo-Dio, che noi sue pecorelle col sangue proprio, e con le carni sue ne pasce! Puro nelle mani, e di cuore innocente in somma si fa scala delle creature a contemplare Iddio e nelle valli, nelle colline, e ne’ monti e negli alberi, e nell’erbe e nelle piante, e nel fiume o nel rio ritrova sempre somiglianze, che lo ricordano dell’Eucaristia, questa sempre medita, sempre questa  contempla. – Or se così dalla misteriosa nuvola era di Pasquale la mente ingombrata e posseduta, se tanto alto ella poggiava per la contemplazione, figuratevi se poteva farsi trattenere dalle basse cose del mondo, dalle pie ricchezze e da Martino Garzia, e da Giovanni Apparizio offertegli. Che anzi spiccando Aquila generosa di grandi ali ardito il suo volo, d’ogni impaccio di secol togliendosi nei Chiostri di S. Francesco sen fugge, che insiem con Chiara ve lo aveva invitato, e propriamente nella sì romita solitudine di S. Pietro d’Alcantara, che inaccessibil si rende all’armento, al pastore, al bifolco, al pellegrino. – Oh! Quì sì che nella Casa ammesso del suo Dio Sacramentato, felice veramente si stima. Le ore, le notti in santa contemplazione dinanzi a lui ne impiega, né ha riposo, né si sazia, né si stanca dal contemplare. Ha ben dunque a designare questa sublime sua elevazione di mente, ha ben destinato il Cielo che ora tra sontuose Basiliche prodigiosamente da invisibil destra innalzate ai tremendi sacrifici assister si vegga: ed ora tra nobil coro di Angeli si osservi dell’Eucaristia cibarsi. Sia dall’obbedienza inviato di porta in porta ad accattar il necessario vitto; sia impiegato in esercizi meccanici, in servigi annosi, e che preme? Eh! che Pasquale ne punto né poco sa discostarsi dalla contemplazione, e dovunque si porti, qualunque cosa ne operi non pensa che al suo Sacramentato Dio. –  Ed or si che intender possiamo donde e come il Baylon, senza studio, senza lettere, passato dallo stato di Pastorello a quello di umile Laico, tanta dottrina abbia imparato quanta ne dimostrò in ogni rincontro. Nella scuola del Sacramento, nella contemplazione, nella meditazione elevata venne in modo sua mente, che non vi son già dubbiosi, che ei non consigli; non ignoranti, che non siano ammaestrali da lui; e quel che reca più stupore, non sono scolastiche difficoltà, non sono nelle sagre pagine oscure antilogie,

sono di mistica acute questioni, che egli il bel Santo non isviluppi, non ispieghi, non decida o scrivendo o parlando dell’ineffabil mistero della Incarnazione del Verbo, della Triade Sacrosanta, dei Divini attributi, dell’Eucaristico pane con tal precisione, con tal profondità di sentimenti, che stupidi fa esclamare i popoli; E donde Pasquale Baylon semplice idiota cotanto sapere apprese? Quomodo hic scit, eum litteras non didicerit? Donde lo apprese tanto sapere? E non lo vedete investito, ripieno lutto nella mente dell’Eucaristica nube, e non lo vedete sempre a contemplare, ad orare? Ecco la sua scuola, ecco l’origine della elevatezza di sua fortunata mente. Elevatus est, et nubes suscepit eum. Posuit nubem ascensum suum. – Ma se è così, che più si aspetta? Spediscasi pure per obbedienza il Laico Baylon in Francia (ed oh! fosse vissuto a dì nostri per andarvi). A che fare? A predicare, a convincere, a confutare Quingliani, Sociniani, Ugonotti, Luterani con la parola, con la dottrina, cogli esempli, coi prodigi? Eccolo intanto accinto al grand’uopo. Egli verso Parigi a pie nudi incamminasi, mal coperto da poveri cenci; passa i monti Pirenei tra i rigor del Verno, perviene ferito, straziato, e giunto finalmente a fronte degli scherni, delle contumelie, delle minacce, de’ sassi, de’ veleni, delle prigioni, delle ferite, dei pugnali, delle lance, qual altro Stefano pieno di fortezza e di grazia, qua difende la real presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia contro i seguaci di Berengario, di Carlo Stadio, di Zuinglio, di Calvino; là convince Pascasio Roberio e i Luterani, l’uno della impanazione, gli altri della consustanziazione nella Eucaristia acerrimi sostenitori. Or di Filippo Melantone gli audaci discepoli rampogna, che nell’ ostia Santissima non esservi sempre il Signore, ma sol quando ai popoli si distribuisce sostengono: ora altri dommi della Religione contro Pietro Vermiglio, e contro Teodoro Beza, e contro gli Ubiquisti, e contro gli Ugonotti tutti, ed altri innumerevoli settari, con tal felice successo, che moltissimi attoniti e confusi i loro errori detestano. – O mente davvero elevata dal Sacramento, o mirabili ascensioni dell’intelletto di Pasquale da quella nuvola mistica condotto, illustrato, sollevato, difeso: Ponit ut nubem ascensum. Io sbalordisco, Signori, io mi confondo, e sol meco stesso non fo che replicare quante volte queste cose contemplo. Ah ! mio Dio! cosi è, mio Dio creator del Cielo e della terra, è, che ai superbi negaste i misteri vostri, e li deste agli umili, agli idioti: Confiteor tibi Pater. Il perché non fidandomi più di tener dietro ai voli spicca il nostro Santo colla mente, miglior partito stimo che sia se mi rivolga a contemplar le ascensioni del suo cuore: Ascensiones in corde suo disposuit, giacché della nube stessa Eucaristica e l’intelletto, e il cuor di lui sono elevati: Elevalus est, et nubes suscepit eum. Ponit nubem ascensum tuum; ascensiones in corde suo disposuit.

II. Per ammirabile comunicazione non può la volontà e il cuore volere se non quello, che l’intelletto le presenti. Quindi ben persuaso l’intelletto, facil cosa è penetrar per occulte vie nel cuore. Or poiché la mente di Pasquale Baylon fu così ben elevata e sublimata a contemplare il Sacramento, e i misteri, inferir giustamente possiamo, che il cuore suo ancora sia stato tratto dalla mente, poiché l’uno e l’altra furono dall’Eucaristica nube investiti. – Ed oh! se tutti espor vi potessi gli amorosi slanci di quel cuore, i sussulti, i voli, le alterazioni meravigliose! Deh! Quante volte poiché contemplato aveva grandezze del suo Dio e Signore, a se stesso rivolgevasi, ed alto coll’Apostolo sclamava, chi mi spezzerà queste catene? chi mi libererà dai legami di questa morte? Oh! quante volte poi la terra guardando, chiama a gran voce ed invita le creature tutte, le stupide finanche e le insensate ad accompagnar suoi cantici di benedizione e di ringraziamento, ed al risponder degli antri, de’ macigni, degli alberi curvi ed annosi disfogasi in amorosi lamenti! Oh! quante fiate posto in dimenticanza il suo frale, senza moto, senza fiate, e pressocchè senza vita nell’abisso tuffasi della Divina Luce, con esso lei si mischia, si unisce, si confonde in guisa, che già comprensore, e non più viatore comparisce. – Uditelo in grazia, come l’Eucaristico Pane contemplando fuor di se stesso rapito variamente seco stesso favella secondo che vari sono gli affetti, che lo sorprendono: Ahi di me… Il mio Gesù… Dunque per me Sacramentato… Il freddo mio cuore… E dietro a tal voci con occhi ruggiadosi, con volto proprio di Angelo, con pianto non interrotto sospira, geme, grida, si  lamenta. – Qual mirammo noi aerostatico globo per forza di attrazione, e reso specificamente dell’aere più leggiero incamminarsi per le vie del Cielo, tal direi il cuor di Pasquale verso Dio s’indirizza, s’innalza, sen vola, se non conoscessi che scarso pur troppo ei l’è il paragone Pensate voi poi se un cuor così innamorato del Sacramento, non fosse ad imitazion del suo Dio Sacramentato stato amante ancor degli uomini. Si sa bene che, che nella puerile età or il cibo scarso a se destinato riserbava pei poveri, e più grandicello arrivò a togliersi per vestirli il suo pastorale pelliccio. Si sa che egli ora sgrava di pesi i passaggieri, e qual vile giumento sulle sue spalle sacchi interi di frumento, e fasci ben grandi di legna si caricava; ed ora illuminava per carità i ciechi, raddrizzava zoppi, guariva infermi, suscitava defunti, consolava, istruiva – Pensate, se un cuor così innamorato del Sacramento non sapeva umiliarsi ed ubbidire ad imitazione dal suo caro Dio nell’Eucaristia umiliato ed ubbidiente, se il suo stato non fu che di umiltà e di ubbidienza per lo appunto. Ma che dirò della virginea purità, della severa penitenza, della rigida povertà, c del coro delle virtù tutte nelle quali egli andò anzicché profittando, volando a passi di gigante per la contemplazione ed amore del Sacramento? Dirò, che se lingue cento io avessi e cento bocche non potrei fil filo tutto narrare; dirò che tutte queste virtù tutte in eroico grado, sublime egli ebbe; dirò, che il suo cuore infiammato di amore con tutto il treno delle virtù fu elevato dal Sacramento in modo che di pochi si legga altrettanto. Ascensiones in corde suo disposuit. De virtute in virtutem. – Volete convincervene senzappiù, o Signori? Miratelo in grazia disteso sul povero letticciuolo nei giorni di Pentecoste, in quelli appunto nei quali venuto era al mondo, e nei quali è per dipartirsi dal mondo? Penetriamo in quel cuore, esaminiamone i sentimenti. Ah! sono essi un complesso di tulle le virtù dominanti, elevate, condotte dall’amore verso Gesù Sacramentato. Io per me par che lo sento coll’infervorato Davide in quegli ultimi istanti di sua illibatissima vita ripetere: Oh Sacro Altare, o Ciborio, o Tabernacolo del mio Dio, quanto a me siete cari, quanto da me siete amati. Non solo il mio intelletto è rapito in estasi di meraviglia a contemplarvi, ma il cuore altresì s’innammora, ed il corpo sollevasi, s’innalza, esulta per voi: Quam dilecta tabernacula tua. E come non sentirmi rapito, mio Dio, se io penso se anche il passerino sa ritrovarsi una comoda abitazione, un buon nido, voi scegliete ad abitarne mio Dio, mio Re, i Sacri Aliati, e sotto l’umiltà degli Eucaristici accidenti vi nascondete. Ah! beato chi vi sta dappresso sempre, e vi loda in eterno. Ah! beato chi cibato dalle vostre carni, salirà col cuore di virtù in virtù, e malgrado le miserie di questa vita gusterà la felicità dell’altra. Sì, mio Dio, ascoltate le mie preghiere; fate, che dopo di avervi contemplato ed amato Sacramentato in terra venga a contemplarvi ed amarvi in Cielo. Benedetto quel dì che venni nella vostra casa, benedetto quel punto che mi scelsi di star abietto in vostra casa anziché rimanermi nel mondo a mezzo a ricchezze e piaceri, che almen ho speranza così, che voi, che siete tanto pieno di bontà mi darete grazia e gloria, perché sta scritto che arricchirete di beni coloro che camminano nell’innocenza, e beato è l’uomo che in Voi confida: Non privabit bonis, qui ambulant in innocentia. – Queste dovettero esser le voci, e i sentimenti estremi di Pasquale Baylon; queste le tenere espressioni di suo cuore amante. Voli intanto la bell’alma innocente in Cielo, e resti a noi il suo corpo incorrotto per sempre esser testimonio di sua verginità prodigioso. Resti il suo corpo in terra, questo ancora benché senz’anima dimostrerà con inusitato prodigio come fu elevata la mente, il cuor dal Baylon dall’Eucaristica nube, poiché in elevarsi la Sacra Ostia, alza il capo dalla bara più volte, balza, si muove, apre gli occhi prodigiosamente, e li chiude. Resti con noi il suo corpo e sian le sue reliquie, che dimostrano l’amore, ch’ei portò al prossimo, ed ora con festosi rimbombi arrivino le speranze de’ miseri, ora con mesti colpi presagiscano imminenti castighi. Voli al Cielo l’anima e resti il suo corpo con noi, e sia egli in Cielo a vegliare, come dice nel suo antico officio la Chiesa, al ben degli uomini con impegno. Mortalium bono sollicitam vigilantiam. – Ma che vado io più trattenendovi, o Signori, a dimostrare che S. Pasquale Baylon fu elevato nella mente, elevato nel cuore in virtù ed in forza di quella nube Eucaristica che tutto riempillo? La Chiesa stessa che nelle orazioni in onor dei Santi le virtù di essi principali ne addita, non altre ha saputo trovarne infra mille per decorar la memoria e i merito del Baylon, che quella dell’amore verso il Santissimo Sacramento dell’Altare. Gli scultori stessi ed i Pittori in atto di estasi cel rappresentano verso il Sacramento che in mezzo a nuvole un Angelo gli dimostra, quasi per indicar quelle elevazioni di mente, quelle di cuore che dalla nuvola Eucaristica ebbe il Baylon, il caro l’amabile Santo del Sacramento; onde ripeter noi siamo a ragione: Elevatus est, et nubes suscepit eum, cioè quanto veramente avvenne nell’Ascensione del Signore, moralmente nell’anima di S. Pasquale avvenne.  Si elevò colla mente per virtù di quella nuvola benedetta: Posuit nubem ascensum suum, si elevò col cuore; Ascensiones in corde suo disposuit. Elevatus et nubes suscepit eum. – Or che rimane a fare in più di questo vostro qualunque siasi Elogio, o gran Santo, se non pregarvi dall’intimo del cuore, che per le vostre preghiere, per lo vostro merito facciate, che siano i nostri pensieri ancora i nostri desideri al Cielo rivolti, dove l’Autore della solennità odierna ne entra, dove aveste voi rivolta e la mente vostra e i1 cuore. Deh! per quella pinguedine meravigliosa, che voi dall’Eucaristico cibo ricavaste; Deh! per quel meraviglioso amore che portaste al Sacramentato Iddio, fate, o gran Santo, che quella mente, e quell’amore noi abbiamo, onde volar coi pensieri, volar col cuore, dove voi volaste; ut quam ex illo Divino convivio spiritus percepisti pinguedinem, eamdem et nos percipere mereamur; ch’è quanto per i meriti vostri la Chiesa prega in questo giorno il Signore. Ho detto.

Leone XIII, in Mirae caritatis (28 maggio 1902):… di aver curato che i congressi eucaristici fossero numerosi e fruttuosi come conviene; di avere ad essi e ad altre opere simili assegnato per protettore celeste san Pasquale Baylon, che si segnalò nella devozione e nel culto verso il mistero eucaristico.

DOMENICA III DOPO PASQUA (2019)

DOMENICA TERZA DOPO PASQUA (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXV: 1-2. Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja. [Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Ps LXV: 3 Dícite Deo, quam terribília sunt ópera tua, Dómine! in multitúdine virtútis tuæ mentiéntur tibi inimíci tui. [Dite a Dio: quanto sono terribili le tue òpere, o Signore. Con la tua immensa potenza rendi a Te ossequenti i tuoi stessi nemici.]

Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio 

Orémus. – Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre justítiæ, veritátis tuæ lumen osténdis: da cunctis, qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini; et ea, quæ sunt apta, sectári. [O Dio, che agli erranti mostri la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia, concedi a quanti si professano cristiani, di ripudiare ciò che è contrario a questo nome, ed abbracciare quanto gli è conforme.]

 Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli: 1 Pet II: 11-19

“Caríssimi: Obsecro vos tamquam ádvenas et peregrínos abstinére vos a carnálibus desidériis, quæ mílitant advérsus ánimam, conversatiónem vestram inter gentes habéntes bonam: ut in eo, quod detréctant de vobis tamquam de malefactóribus, ex bonis opéribus vos considerántes, gloríficent Deum in die visitatiónis. Subjécti ígitur estóte omni humánæ creatúræ propter Deum: sive regi, quasi præcellénti: sive dúcibus, tamquam ab eo missis ad vindíctam malefactórum, laudem vero bonórum: quia sic est volúntas Dei, ut benefaciéntes obmutéscere faciátis imprudéntium hóminum ignorántiam: quasi líberi, et non quasi velámen habéntes malítiæ libertátem, sed sicut servi Dei. Omnes honoráte: fraternitátem dilígite: Deum timéte: regem honorificáte. Servi, súbditi estóte in omni timóre dóminis, non tantum bonis et modéstis, sed étiam dýscolis. Hæc est enim grátia: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929 – imprim.]

SOGGEZIONE ALLE AUTORITÀ

“Carissimi: Io vi scongiuro che da stranieri e pellegrini vi asteniate dai desideri sensuali, che fanno guerra all’anima. Tenete una buona condotta fra i gentili, affinché, mentre sparlano di voi quasi foste malfattori, considerando le vostre buone opere, diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà. Per amor di Dio siate, dunque, sottomessi a ogni autorità umana; sia al re, che è sopra di tutti, sia ai governatori come da lui mandati a far giustizia dei malfattori e a premiare i buoni. Poiché questa è la volontà di Dio, che, operando il bene, chiudiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Diportatevi da uomini liberi, che non fate della libertà un mantello per coprire la nequizia, ma quali servi di Dio. Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Dio, rendete onore al re. Servi, siate con ogni rispetto sottomessi ai padroni, e non soltanto ai buoni e benevoli, ma anche agli indiscreti; poiché questa è cosa di merito; in Gesù Cristo Signor nostro” (1 Piet. II, 11-19).

La lezione è tolta dalla prima lettera di S. Pietro. Precede immediatamente quella che abbiamo considerato la domenica scorsa. Vi si parla dei doveri sociali e in modo particolare dei doveri verso l’autorità civile. Dobbiamo essere soggetti all’autorità e a quelli che dall’autorità suprema sono incaricati di amministrare la giustizia, punendo i cattivi e premiando i buoni. Così, piaceremo a Dio e faremo tacere l’ignoranza dei cattivi. La nostra ubbidienza, poi, all’autorità dev’essere fatta da veri servi di Dio; cioè, per dovere di coscienza. Vediamo appunto, come la nostra soggezione all’autorità:

1. È  voluta da Dio,

2. Fa chiudere la bocca ai nemici del nome Cristiano,

3. Deve procedere da semplicità di cuore.

1.

 Per amor di Dio siate, dunque, soggetti a ogni autorità umana. S. Pietro chiama autorità umana l’autorità civile, perché la designazione degli individui, che rivestono questa autorità, generalmente, viene dagli uomini. Che un governo sia repubblicano, monarchico, federalista; che la suprema autorità sia designata per elezione o per successione, è cosa che dipende dalla volontà degli uomini. Ma non dipende dalla volontà degli uomini l’istituzione della autorità. È tanto naturale alla società il concetto di moltitudine e di autorità, di chi dirige e di chi è diretto, che non è neppur possibile immaginabile una società, senza chi la governi. Vuol dire dunque, che la natura stessa esige che nella società ci sia chi comandi, chi presieda, chi diriga. Vuol dire, infine, che l’autorità è voluta da Dio stesso, autore della natura. Perciò S. Paolo ci ammonisce:« Ogni persona sia soggetta alle autorità costituite, perché non vi ha potestà se non da Dio» (Rom. XIII, 1). Basterebbero considerazioni umane per indurci all’obbedienza verso le autorità. Senza l’ubbidienza dei sudditi sarebbe impossibile qualunque governo. Si avrebbe una piena anarchia con la conseguente perdita di ogni diritto, di ogni libertà, di ogni idea di giustizia. Ma i Cristiani devono ubbidire per un motivo più nobile. Devono ubbidire per piacere a Dio. Se ogni potestà viene da Dio, non è cosa indifferente che ad essa si ubbidisca o non si ubbidisca. Quando l’autorità costituita emana delle leggi e impone degli obblighi che non sono contrari alla legge naturale e alla legge di Dio e della Chiesa, rifiutando la nostra ubbidienza, offendiamo Dio, del quale le legittime autorità sono rappresentanti. Gesù Cristo stesso ricorda i doveri del cittadino quando dice : «Date a Cesare ciò che è di Cesare» (Matt. XXII, 21). La soggezione che dobbiamo all’autorità suprema dello Stato, la dobbiamo anche a coloro che ne fanno le veci, la rappresentano o, in qualunque modo, sono investiti di poteri in suo nome. Anche in questo, l’insegnamento è molto chiaro. Siate dunque sottomessi a ogni autorità umana; sia al re, che è sopra di tutti, sia ai governatori come da lui mandati a far giustizia dei malfattori e a premiare i buoni. Ma se il principe, se i suoi incaricati sono cattivi, siamo noi obbligati ugualmente a star loro soggetti? Quando non esigono cose ingiuste e non escono dai limiti della propria autorità, noi siamo obbligati a stare loro soggetti, anche se sono cattivi. Anche qui la soggezione ci riuscirà facile, se opereremo per amor di Dio. I Cristiani ai quali S. Pietro scriveva, si assoggettavano nientemeno che a Nerone.

2. 

S. Pietro adduce un altro motivo che deve indurre i Cristiani a essere ossequenti alle autorità. Poiché questa è la volontà di Dio, che operando il bene, chiudiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Col nome di stolti sono qui designati i pagani, i quali accusavano i Cristiani con la più grande leggerezza, e li condannavano con la più grande facilità. La dottrina dei seguaci di Gesù Cristo, tanto sublime e differente da quella dei gentili; la loro condotta, che doveva esser l’opposto da quella tenuta nel gentilesimo, attiravano su di loro lo sguardo diffidente e malevolo dei pagani. «Vi basti — dice San Pietro — di aver fatto la volontà dei gentili nel tempo passato, camminando nelle libidini, nelle concupiscenze, nelle vinolenze, nelle gozzoviglie nelle ubriachezze e nelle abbominevoli idolatrie» (1 Pietr. IV, 3). Questo mutamento di condotta doveva spingere i pagani a trovare a ogni costo un pretesto per accusare i Cristiani. Non senza motivo, dopo aver inculcato il buon esempio in generale, S. Pietro insiste in modo speciale sulla soggezione alle autorità. Una delle accuse che si facevano ai Cristiani, tanto per aver pretesto di perseguitarli, era appunto l’accusa di ribellione contro lo stato. L’accusa era gratuita, ma non era inutile insistere sulla necessità di non dar nessun pretesto ai pagani di mettere in discredito la r Religione cristiana. – Il contegno dei Cristiani di fronte all’autorità fu sempre pretesto a biasimi e a persecuzioni da parte di persone di sentimenti opposti. Per coloro che all’autorità non vogliono assegnato alcun limite, i buoni Cristiani sono dei ribelli, dei nemici dello Stato, dei cospiratori, se hanno la fortezza di anteporre la legge di Dio alla legge degli uomini. Per i nemici dell’autorità essi sono degli schiavi dei fautori del dispotismo e della tirannia. Giudizi sbagliati gli uni e gli altri. I Cristiani nell’autorità vedono il rappresentante di Dio, e nella soggezione a essa il volere di Dio. Perciò, ubbidiscono ai suoi comandi, e vogliono essere esempio agli altri nell’adempimento di questo dovere. «I Cristiani ubbidiscono alle leggi stabilite e nella loro condotta avanzano le leggi » (Lett. a Diogneto 5, 10) leggiamo in uno dei primi apologisti. I Cristiani che seguono l’insegnamento di Gesù Cristo quando dice: «Date a Cesare ciò che è di Cesare», lo seguono anche quando dice: «E date a Dio ciò che è di Dio » (Matt. XXII, 21). E la cosa è tanto giusta che non dovrebbe far meraviglia a nessuno. S. Cipriano è processato davanti al proconsole Galerio Massimo. Questi dice al santo Vescovo: « I sacratissimi imperatori hanno ordinato di render culto agli dei ». Cipriano risponde: « Non lo faccio ». Invitato dal Proconsole a rifletter bene, dichiara: « In cosa tanto giusta non c’è di riflettere » (Acta proc. S. Cipriani. Ep. et Mart.). Quando si tratta di obbedire a Dio i buoni Cristiani non hanno un momento di titubanza. E nella soggezione a Lui, come nella soggezione alle autorità da Lui costituite, sono sempre i primi.

3.

L’ubbidienza poi all’autorità dev’essere fatta non tanto per timore delle sanzioni quanto per obbligo di coscienza. Comportatevi— dice S. Pietro da vimini liberi che non fate della libertà un manto per coprire la nequizia, ma quali servi di Dio.Quindi, non l’ubbidienza forzata dello schiavo, ma l’ubbidienza spontanea dell’uomolibero, che è stato liberato bensì dalla schiavitù del peccato e dalla servitù della legge mosaica; ma non dall’obbligo di ubbidire a Dio, e quindi anche ai suoi rappresentanti. Nella soggezione all’autorità il Cristiano non deve essere guidato dallo spirito di parte. Prestare ossequio all’autorità perché chi ne è rivestito viene dal mio partito; rifiutarle il dovuto ossequio perché chi ne è rivestito viene da un partito che non è il mio; ubbidire quando chi comanda ci è persona simpatica, disubbidire quando chi comanda ci è persona antipatica, non è un diportarsi secondo coscienza. Così, non è un diportarsi secondo coscienza, quando ci si assoggetta in ciò che piace, e ci si ribella in ciò che non piace. Il nostro ossequio non è sincero quando si hanno secondi fini. Profondersi in inchini davanti all’autorità, proclamarne altamente i meriti, innalzarle inni di lode, son cose che si fanno ben frequentemente anche da chi nutre nel proprio interno una forte avversione. Non si sa mai: potrebbe venirne qualche onorificenza, qualche aiuto, qualche protezione, qualche posto. Giù, dunque, lodi smaccate e a buon mercato. Costoro si devono chiamare, non ossequenti; ma striscianti e servili. Sono i seguaci di coloro, che un giorno si presentarono a Gesù dichiarandogli:« Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non badi a nessuno, e che non guardi in faccia agli uomini ». E Gesù che leggeva nell’interno diede loro una risposta, che nessuno vorrebbe rivolta a sé: « Ipocriti, perché mi tentate? » (Matt. XXII, 16 18). Infatti, noi dobbiamo essere soggetti ai nostri superiori «in semplicità di cuore per timor di Dio» (Col. III, 22). « Ma il fare una cosa e averne nell’animo un’altra, non è semplicità, sebbene ipocrisia e simulazione» (S. Giov. Grisost. In Epist. ad Col. Hom. 10, 2). – L’autorità ha i propri pesi da portare, e noi abbiamo da portare i nostri, e tutti concorriamo a far della società una famiglia felice, quanto è possibile tra coloro che su questa terra sono stranieri e pellegrini. Se da una parte non si deve fare abuso dell’autorità propria, o farla sentire più del necessario; dall’altra non si deve disconoscerla o contrariarla; si deve anzi renderle facile il proprio compito con l’ubbidienza. L’ubbidienza dei sudditi rende felice il governare. I Cristiani devono fare ancor di più, pregare Dio che assista l’autorità. Gli Ebrei, schiavi in Babilonia, per mezzo del profeta Baruch, mandano a dire agli Ebrei di Gerusalemme: « Pregate per la conservazione di Nabucodonosor, re di Babilonia e per la conservazione di Baldassarre, suo figliuolo » (Baruch 1, 11). I Cristiani non devono essere da meno degli Ebrei, che pregano e fanno pregare per un tiranno, al quale la Provvidenza li aveva assoggettati. Essi devono accettare, ciascuno per sé, le parole di S. Paolo a Timoteo: «Raccomando che si facciano preghiere, suppliche, domande, ringraziamenti, per tutti gli uomini; per i re e per tutti quelli che stanno in dignità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta con tutta pietà e onestà» (1 Tim. II, 1-2).

Alleluja

Allelúja, allelúja. Ps CX: 9 Redemptiónem misit Dóminus pópulo suo:alleluja. [Il Signore mandò la redenzione al suo pòpolo. Allelúia.]

Luc XXIV: 46 Oportebat pati Christum, et resúrgere a mórtuis: et ita intráre in glóriam suam. Allelúja. [Bisognava che Cristo soffrisse e risorgesse dalla morte, ed entrasse così nella sua gloria. Allelúia.]

Evangelium

Joannes XVI: 16; 22

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Módicum, et jam non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me: quia vado ad Patrem. Dixérunt ergo ex discípulis ejus ad ínvicem: Quid est hoc, quod dicit nobis: Módicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me, et quia vado ad Patrem? Dicébant ergo: Quid est hoc, quod dicit: Modicum? nescímus, quid lóquitur. Cognóvit autem Jesus, quia volébant eum interrogáre, et dixit eis: De hoc quaeritis inter vos, quia dixi: Modicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me. Amen, amen, dico vobis: quia plorábitis et flébitis vos, mundus autem gaudébit: vos autem contristabímini, sed tristítia vestra vertétur in gáudium. Múlier cum parit, tristítiam habet, quia venit hora ejus: cum autem pepérerit púerum, jam non méminit pressúræ propter gáudium, quia natus est homo in mundum. Et vos igitur nunc quidem tristítiam habétis, íterum autem vidébo vos, et gaudébit cor vestrum: et gáudium vestrum nemo tollet a vobis.” [In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete, perché io vado al Padre. Dissero perciò tra loro alcuni dei suoi discepoli: Che significa ciò che dice: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete, perché io vado al Padre? Cos’è questo poco di cui parla? Non comprendiamo quel che dice. E conobbe Gesù che volevano interrogarlo, e disse loro: Vi chiedete tra voi perché abbia detto: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete. In verità, in verità vi dico che voi piangerete e gemerete, laddove il mondo godrà, sarete oppressi dalla tristezza, ma questa si muterà in gioia. La donna, allorché partorisce, è triste perché è giunto il suo tempo: quando poi ha dato alla luce il bambino non si ricorda più dell’affanno, a motivo della gioia perché è nato al mondo un uomo. Anche voi siete adesso nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà, e nessuno vi toglierà il vostro gàudio.]

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXIV.

“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Un pochettino, e non mi vedrete; e di nuovo un pochettino, e mi vedrete: perché io vo al Padre. Dissero però tra loro alcuni dei suoi discepoli: Che è quello che egli ci disse: Non andrà molto, e non mi vedrete; e di poi, non andrà molto e mi vedrete, e me ne vo al Padre? Dicevano adunque che è questo che egli dice: Un pochetto? non intendiamo quel che egli dica. Conobbe pertanto Gesù che bramavano d’interrogarlo, e disse loro: Voi andate investigando tra di voi il perché io abbia detto: Non andrà molto, e non mi vedrete; e di poi, non andrà molto, e mi vedrete. In verità, in verità, vi dico, che piangerete e gemerete voi, il mondo poi godrà: voi sarete in tristezza, ma la vostra tristezza si cangerà in gaudio. La donna, allorché partorisce, è in tristezza, perché è giunto il suo tempo, quando poi ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’affanno a motivo dell’allegrezza, perché è nato al mondo un uomo. E voi dunque siete pur adesso in tristezza; ma vi vedrò di bel nuovo, e gioirà il vostro cuore, e nessuno vi torrà il vostro gaudio”. (Jo. XVI, 16-22).

Prima della dolorosa sua passione e morte il divin Redentore aveva più volte annunziato ai suoi Apostoli, come presto si sarebbe da loro dipartito. Così appunto ci fa sapere il Vangelo di questa Domenica, Gesù aver detto a’ suoi discepoli: Ancor un poco di tempo, e non mi vedrete più. Ed in vero dopo la sua passione e morte Egli sarebbe scomparso dalla loro presenza col lasciarsi calar dalla croce e racchiudere dentro al sepolcro. Ma il divin Salvatore, come ci riferisce lo stesso Vangelo, aveva soggiunto: E di nuovo ancor un poco di tempo e mi rivedrete. Ed anche questa parola di Gesù Cristo si sarebbe verificata pienamente; poiché il terzo giorno, risorgendo gloriosamente da morte, sarebbe più volte riapparso ai suoi discepoli. Tuttavia in seguito alla sua risurrezione Gesù non si sarebbe fermato più a lungo su questa terra e gli Apostoli sarebbero quindi rimasti soli quaggiù e ne avrebbero sofferto assai. Ora Gesù volle predire loro anche questo e confortarli con queste parole: In verità, in verità, vi dico, che voi piangerete e gemerete, mentre invece il mondo godrà; ma la vostra tristezza si convertirà in gaudio. A somiglianza della madre, che dapprima soffre, ma poi si rallegra, perché è nato al mondo un uomo, così sarà di voi. che dapprima soffrirete, ma poi quando io verrò di nuovo, gioirà il vostro cuore, e nessuno torrà da voi il vostro gaudio. Ecco adunque, o miei cari, da queste parole di Gesù Cristo ben determinata la sorte dei suoi seguaci e dei seguaci del mondo. I primi dovranno su questa terra soffrire e spargere lagrime; i secondi invece sembreranno abbandonarsi ad ogni sorta di godimenti; ma alla fine cambiate le sorti, mentre i poveri mondani andranno a soffrire per sempre nell’inferno! I veri Cristiani andranno invece a godere per tutta l’eternità in cielo. Ed ecco i pensieri, che per spiegazione del Vangelo di questa domenica intendo di imprimere nella vostra mente.

1. Gesù Cristo adunque assegna per porzione ai suoi seguaci i patimenti e le lagrime. Ora, domanderete voi, non sembra, che in questo il divin Redentore manchi di tenerezza e di giustizia per i suoi fedeli amici? No, vi rispondo subito. E sapete perché! Perché le lagrime ed i patimenti, che Iddio assegna ai buoni, come loro porzione, sono una delle più belle prove dell’amore, che Iddio nutre in cuore per essi, poiché sono uno dei più validi mezzi, di cui Iddio si serve per operare la nostra santificazione. Così appunto l’Arcangelo S. Raffaele nel congedarsi da Tobia gli disse: Quia acceptus eras Deo, necesse fuit ut tentatio probaret te: Perché eri caro a Dio, fu necessario che fossi provato dalla tribolazione (Tob. XII, 13). E di fatti che cosa si fa per ripulire l’oro della sua scoria? Lo si getta, dentro al crogiuolo e lo si fonde nell’intenso calore della fornace. Così per cavar fuori da un sasso informe una bella statua, lo si percuote con ripetuti colpi di scalpello. E così pure affinché una pianta apporti numerosi frutti, durante la stagione invernale si procura di potarla ben bene. Non altrimenti i buoni diventano tali e tali si mantengono, che sotto all’azione penosa dei patimenti e delle lagrime. La virtù, ha scritto l’Apostolo Paolo, si perfeziona nel patire: virtus in infirmitate perficitur (2 Cor. XII. 8): e S. Giacomo ha soggiunto che la pazienza rende perfetta l’opera intorno a cui si travaglia: patientia opus perfectum habet (Jac. I, 4). Gettate lo sguardo sopra i Santi, siano dell’antico, siano del nuovo Testamento, e sempre riconoscerete come Iddio mise alla prova la loro virtù e la rese in loro perfetta per mezzo dei patimenti. Giobbe era uomo ricchissimo di ogni bene di fortuna. Aveva numerosa famiglia, migliaia di pecore, di cammelli e di buoni servi in quantità straordinaria. Ma era anche giusto, ed ogni giorno offriva sacrifici al Signore per sé e per la sua figliolanza. Iddio per altro lo provò e perfezionò con le più acerbe tribolazioni, permettendo al demonio di affliggerlo quanto sapeva, salva solo la vita. Ed in un giorno Giobbe perdette i suoi greggi, ì suoi pastori, e tutta la sua figliolanza. In seguito il demonio lo piagò in tutto il corpo con un’ulcerazione sì fetente, che divenuto insoffribile agli stessi parenti ed amici; fu portato sopra un letamaio. In questo lagrimevole stato era ancora insultato dalla moglie e dagli amici, che lo reputavano colpevole di qualche grave peccato. Ma il santo Giobbe, benché afflittissimo, non si turbò e mantenne inalterabile la sua pazienza in mezzo a tutte quelle calamità, aspettando umilmente, e non invano, che Iddio lo liberasse Egli da quelle tribolazioni. Or chi sa dire i grandi meriti che in tale circostanza si fece il santo Giobbe! Osservate Giuseppe, figliuolo di Giacobbe. Perché egli era fornito di ottime qualità, i suoi fratelli, pieni di invidia e di odio contro di lui, lo calarono prima nel fondo di una cisterna e poscia lo vendettero ad un signore di nome Putifarre. Ed anche nella casa di questo signore a cagione della sua virtù fu colpito dall’avversità, e benché innocente fu condannato al carcere. Osservate il giovane Davide. Quanto dovette soffrire per causa del suo bel cuore da parte di Saul. Così dovette soffrire l’innocentissimo Daniele, e così soffrirono molti altri santi Profeti dell’antico testamento. E dopo la venuta di Gesù Cristo, secondo che Gesù Cristo stesso aveva profetato, non andarono incontro ai più gravi patimenti gli Apostoli, i martiri e in seguito tutti gli altri Santi? Sì, ed appunto col patire, specialmente col patire si fecero santi; così che tanti fra di loro, quando non avevano da patire, non erano contenti, e chiamavano in grazia al Signore che mandasse loro dei patimenti. Or dunque se è così, come ardiremo ancora di lamentarci, quando Iddio ci manda da soffrire? Ah si! soffriamo volentieri: e quando la nostra natura tanto rifugge dai patimenti, che pure Iddio per nostro bene ci manda, non dimentichiamo che questi sono la porzione delle anime giuste, ed animiamoci pensando a quel che Gesù Cristo ha patito Egli anzitutto per amor nostro, e adattiamoci volentieri anche noi a portare la croce per amor suo. Oh! l’amore al Crocifisso, ecco il vero segreto per accettare ogni patimento, per esservi rassegnati, per esserne anzi contenti. È a questo divin Crocifisso che guardava Maria, quando immersa nel più grave dei dolori gioiva nell’anima sua di partecipare alle pene del figlio. È a questo Crocifisso che pensavano gli Apostoli, quando se ne andavano gaudenti dal cospetto del concilio, perché erano stati fatti degni di patire contumelie per suo amore. È alla croce di questo divin Crocifisso che si configgeva S. Paolo per sovrabbondare di gaudio in ogni sua tribolazione. È a questo Crocifisso che applicavano tutto il loro cuore San Francesco Zaverio, quando gridava: Ancora di più; o Signore, ancora di più; S. Giovanni della Croce, quando esclamava: Soffrire ed essere disprezzato; S. Teresa, quando ripeteva: O soffrire o morire; S. Maddalena de Pazzi, quando diceva: “Soffrire e non morire”. Oh! attingiamo tutti a questa ineffabile sorgente. Che la santa carità di Gesù Cristo ci spinga, c’investa, ci consumi. Ed allora quando verranno le tribolazioni ne saremo contenti, quando non verranno le cercheremo, quando fuggiranno da noi le inseguiremo. Il patire sarà il nostro compagno di giorno, il nostro compagno di notte, il nostro compagno per tutta la vita. In esso riconosceremo la manna nascosta, la scienza dei Santi, il gran dono di Dio, il suo regno terrestre, la libertà perfetta dei suoi figliuoli, la porta della vita eterna. E voi, o giovani, se finora non avete ancor provato davvero che voglia dire patire, disponetevi tuttavia a provarlo, che i patimenti non tarderanno ad esservi anche per voi; anzi non vi mancheranno neppure adesso. se siete veramente virtuosi, poiché, sono massimamente i giovani virtuosi, che si prendono di mira dai malvagi, ed ai quali si muove la persecuzione. Ma allora ancor voi ricordatevi di essere nel numero dei seguaci di Gesù Cristo e patite volentieri; rallegratevi anzi di poter patire per Lui, che questa sarà la vostra più bella gloria.

2. Ma il divino Maestro mentre assegnò come speciale porzione ai buoni il patire, disse per contrapposto che i seguaci del mondo avrebbero avuto i godimenti. E l’esperienza conferma la parola di Gesù Cristo nel santo Vangelo. I malvagi il più delle volte quaggiù trionfano fortunatamente nelle loro iniquità: essi ricchezze, essi onori, essi piaceri, essi insomma tutto ciò che sembra rendere felici gli uomini sopra di questa terra, « E perché mai, si domanda lo stesso profeta Geremia, perché mai il peccatore viene prosperato nelle sue vie? Perché l’ingiustizia ottiene un esito così fortunato?» (Jer. XII). Perché? Anzitutto, o miei cari, perché la giustizia di Dio non si compie quaggiù, perché dopo il tempo verrà l’eternità, perché il Signore alle volte con questi godimenti terreni vuol premiare quel po’ di bene, che quei malvagi fanno in mezzo a tanto male, perché vuol castigarli lasciandoli in una felicità che li acceca, li insuperbisce, e li lascia nell’abisso delle loro colpe senza che se ne avveggano. Ma poi anche perché la sorte dei mondani, benché felice in apparenza non lo è in realtà. E credete voi che il mondo con tutti i suoi tesori, con tutte le sue dignità, e con tutti i suoi piaceri possa dare ai suoi seguaci dei godimenti veri, che riescano a pienamente soddisfarli? No, o miei cari, non è possibile. Il mondo con tutti i suoi beni non può contentare il cuore dell’uomo, perché l’uomo non è creato per questi beni, ma solo per Iddio, ond’è che solo Dio può contentarlo. Le bestie, che son create per i diletti dei sensi, esse si trovano la pace nei beni di terra; date ad un giumento un fascio di erba, date ad un cane un pezzo di carne, sono contenti, non desiderano niente più. Ma l’anima, che è creata solo per amare e star unita con Dio, con tutti i piaceri del mondo non potrà mai trovare la sua pace; solo Dio può renderla appieno contenta. S. Bernardo dice di aver veduto diversi pazzi con diverse pazzie. Tutti questi pativano una gran fame, ma altri si saziavano di terra, figura degli avari; altri di aria, figura di quei che ambiscono onori; altri d’intorno ad una fornace imboccavano le faville, che da quella svolavano, figura degli iracondi; altri finalmente d’intorno ad un fetido lago bevevano quell’acque fracide, figura dei disonesti. Quindi ad essi rivolto il Santo, diceva loro: O pazzi, non vedete che queste cose più vanno accrescendo, che togliendo la vostra fame? I beni del mondo sono beni apparenti, e perciò non possono saziare il cuore dell’uomo. Di fatti l’avaro quanto più acquista, tanto più cerca di acquistare e non si accontenta mai per quanto venisse a possedere tutto il mondo. Il disonesto quanto più si rivolge tra le sordidezze, tanto più resta nauseato insieme e famelico; e come mai il fango e le sozzure sensuali possono contentare il cuore? Lo stesso avviene all’ambizioso, che vuol saziarsi di fumo, poiché l’ambizioso più mira quel che gli manca, che quello che ha. Alessandro Magno, dopo aver acquistati tanti regni, piangeva, perché gli mancava il dominio degli altri. Oh! Se i beni di questa terra contentassero l’uomo, i ricchi, i monarchi sarebbero appieno felici; ma la esperienza fa vedere l’opposto. Salomone, il quale asserisce egli stesso di non aver negato niente ai suoi sensi, con tutto ciò dovette confessare che i beni del mondo sono vanità delle vanità, ed afflizione di spirito.Sì, oltre al non restarne soddisfatto, chi si abbandona ai piaceri di peccato non trova che amarezza, agitazione, spavento e rimorso. Chi sta in peccato ha paura per niente. Ogni fronda che si muova lo spaventa. Il suono del terrore è sempre nelle sue orecchie. Fugge sempre, senza veder chi lo perseguita. E chi lo perseguita? Il medesimo suo peccato. Caino dopo che uccise il fratello Abele, diceva: “Ora chiunque mi trovi, mi ucciderà”. E sebbene il Signore l’avesse assicurato che niuno l’avrebbe offeso, pure come dice la Scrittura, Caino andò sempre fuggendo da un luogo ad un altro. Chi era dunque il persecutore di Caino se non il suo peccato? Per di più il peccato porta seco il rimorso della coscienza, ch’è quel verme tiranno, che sempre rode. Vada pure il misero peccatore al teatro, al festino, al banchetto; ma tu, gli dice la coscienza, stai in disgrazia di Dio; se muori, vai all’inferno! Epperò il rimorso della coscienza è una pena sì grande anche in questa vita, che taluni per liberarsene son giunti a darsi volontariamente la morte. Uno di costoro fu Giuda, che come si sa, per disperazione da se stesso si appiccò. Ah! Che cosa è un’anima, che sta senza Dio? Dice lo Spirito Santo, ch’è un mare in tempesta. Se taluno fosse portato ad un lautissimo e splendido pranzo, ma ivi fosse appeso coi piedi, costretto a mangiare con la testa in giù, potrebbe godere di quel pranzo? Tal è quell’uomo, che sta con l’anima sottosopra, stando in mezzo ai beni di questo mondo, ma senza Dio. Egli mangerà, beverà, si divertirà, porterà indosso ricche vesti, riceverà quegli onori, otterrà quel posto, farà quella vendetta, ma non avrà mai pace ed allegrezza vera. La pace solo da Dio si ottiene, e Dio la dà agli amici, non già ai nemici suoi. La felicità adunque dei mondani non è che una felicità apparente, vana e ingannevole. Ed ecco perché Dio lascia godere a costoro una tale felicità.

3. Ma quand’anche questa felicità della terra fosse reale e valesse a rendere davvero soddisfatti tanti miseri uomini, quale sarà il suo termine? Il termine di una tale felicità è l’inferno con gli orribili suoi tormenti. Eravi un uomo, racconta lo stesso Gesù Cristo nel Vangelo, eravi un uomo, il quale andava fastosamente vestito, ed ogni giorno si dilettava in apparecchiar lauti banchetti. Eravi eziandio un mendico per nome Lazzaro, il quale tutto coperto di piaghe giaceva alla porta del ricco, e sentivasi così travagliato dalla fame, che desiderava saziarsi delle briciole che cadevano dalla mensa di quel ricco e non le poteva avere; sicché i cani, più compassionevoli del padrone, andavano a leccare le sue piaghe. Ma non molto dopo Lazzaro morì e dagli angioli fu portato nel seno di Abramo. E morì anche il ricco, ma l’anima sua fu seppellita giù nell’inferno. Allora in mezzo agli acerbissimi tormenti, ch’ivi si soffrono, permise Iddio all’Epulone di levare lo sguardo e vedere Lazzaro nel seno di Abramo. “Padre Abramo, si mise ad esclamare, ti chiedo una grazia; per pietà mandami Lazzaro, che col dito intinto nell’acqua venga a me e ne lasci cadere una goccia sulla mia lingua, perché in questa fiamma son cruciato orribilmente” . Ma Abramo alla domanda di quel dannato rispose dicendo: Ricordati che hai già ricevuto dei beni durante la tua vita. E con questa risposta lo lasciò immerso in maggiore tristezza. Ecco adunque, o carissimi, ecco il fine della felicità mondana. Quel cattivo ricco visse quaggiù in mezzo ad ogni sorta di godimenti ed oramai da diciannove secoli si trova fra i tormenti dell’inferno, e vi starà per tutta l’eternità col più crudo rimorso di aver tanto goduto nel mondo. E tale sarà la sorte di tutti i mondani, se a tempo non si convertiranno e non faranno penitenza dei loro peccati. E vi pare questa una sorte invidiabile? Ah non è mille volte più desiderabile la sorte dei servi di Dio? Il discepolo del Salvatore quaggiù incontra delle difficoltà e delle prove. Egli ha da mortificare i suoi sensi, ha da resistere alle sue cattive inclinazioni, ha da frenare le sue malvagie passioni, ha da piegare sempre docilmente la sua testa alla volontà di Dio, anche in mezzo alle avversità, alle contraddizioni, ai patimenti ed alle lagrime. Ma tutto ciò quanti meriti gli acquista e qual ricompensa gli prepara in cielo! Tutto quanto egli fa, tutto quello che egli soffre, tutto è da Dio contato e tutto sarà da Lui ricompensato per tutta l’eternità. Gesù Cristo lo ha detto e la sua parola non fallirà mai: Ora piangete e siete nell’afflizione, ma la vostra tristezza un giorno si convertirà in gaudio; e questo gaudio, quand’io vi vedrò in cielo, nessuno toglierà da voi in eterno. Or se è così adunque, perché non ci animeremo a sostenere volentieri e con coraggio i travagli di una vita veramente cristiana? Negli stenti e nei sudori, che soffre il contadino affidando il suo seme alla terra, non si anima forse pensando al copioso raccolto, che farà un giorno? E non si anima il soldato tra i pericoli della battaglia pensando alla corona, che gli sta preparata? Così ancor noi volgendo lassù il nostro pensiero, ripetiamo spesso con l’Apostolo Paolo: Non sunt condignæ passiones huius temporis ad futuram gloriam, quæ revelabitur in nobis: È un nulla il patire di questo mondo, in confronto all’eterno godere che Iddio tiene apparecchiato per coloro che lo amano e lo servono fedelmente (Rom. VIII. 18). E ciò ripetiamoci con tanto maggior animo, quanto più siamo certi di conseguire l’eterno gaudio per la fedeltà di Gesù Cristo nelle sue divine promesse. Il contadino, benché si travagli a lavorare la terra, non è sempre sicuro di fare un raccolto copioso, che da un momento all’altro una grandine furiosa può disertarlo. Il soldato nell’atto stesso che espone la sua vita, la può perdere e con essa l’ambita corona. Ma non è così di noi soffrendo e lavorando per il cielo. Gesù Cristo ha detto chiaro: La vostra tristezza si convertirà in gaudio e questo gaudio nessuno mai re lo potrà rapire . E la parola di Gesù Cristo non verrà meno in eterno.

Credo…

Offertorium

Orémus

Ps CXLV: 2 Lauda, anima mea, Dóminum: laudábo Dóminum in vita mea: psallam Deo meo, quámdiu ero, allelúja. [Loda, ànima mia, il Signore: loderò il Signore per tutta la vita, inneggerò al mio Dio finché vivrò, allelúia.]

Secreta

His nobis, Dómine, mystériis conferátur, quo, terréna desidéria mitigántes, discámus amáre coeléstia. [In virtú di questi misteri, concédici, o Signore, la grazia con la quale, mitigando i desiderii terreni, impariamo ad amare i beni celesti.]

Communio

Joannes XVI: 16 Módicum, et non vidébitis me, allelúja: íterum módicum, et vidébitis me, quia vado ad Patrem, allelúja, allelúja. [Ancora un poco e non mi vedrete più, allelúia: ancora un poco e mi vedrete, perché vado al Padre, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Sacramenta quæ súmpsimus, quæsumus, Dómine: et spirituálibus nos instáurent aliméntis, et corporálibus tueántur auxíliis. [Fai, Te ne preghiamo, o Signore, che i sacramenti che abbiamo ricevuto ci ristòrino di spirituale alimento e ci siano di tutela per il corpo.]

DOMENICA II DOPO PASQUA (2019)

DOMENICA II DOPO PASQUA(2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 5-6. Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Ps XXXII: 1. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio. [Esultate, o giusti, nel Signore: ai buoni si addice il lodarlo.]

Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja. [Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui in Filii tui humilitate jacéntem mundum erexísti: fidelibus tuis perpétuam concéde lætítiam; ut, quos perpétuæ mortis eripuísti casibus, gaudiis fácias perfrui sempitérnis.

[O Dio, che per mezzo dell’umiltà del tuo Figlio rialzasti il mondo caduto, concedi ai tuoi fedeli perpetua letizia, e coloro che strappasti al pericolo di una morte eterna fa che fruiscano dei gàudii sempiterni].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. [1 Petri II: 21-25]

Caríssimi: Christus passus est pro nobis, vobis relínquens exémplum, ut sequámini vestígia ejus. Qui peccátum non fecit, nec invéntus est dolus in ore ejus: qui cum male dicerétur, non maledicébat: cum paterétur, non comminabátur: tradébat autem judicánti se injúste: qui peccáta nostra ipse pértulit in córpore suo super lignum: ut, peccátis mórtui, justítiæ vivámus: cujus livóre sanáti estis. Erátis enim sicut oves errántes, sed convérsi estis nunc ad pastórem et epíscopum animárum vestrárum. [Caríssimi: Cristo ha sofferto per noi, lasciandovi un esempio, affinché camminiate sulle sue tracce. Infatti Egli mai commise peccato e sulla sua bocca non fu trovata giammai frode: maledetto non malediceva, maltrattato non minacciava, ma si abbandonava nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava; egli nel suo corpo ha portato sulla croce i nostri peccati, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia. Mediante le sue piaghe voi siete stati sanati. Poiché eravate come pecore disperse, ma adesso siete ritornati al Pastore, custode delle ànime vostre].

Omelia I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

SEGUIAMO GESÙ CRISTO.

“Carissimi: Cristo patì per noi lasciandovi l’esempio, perché abbiate a seguire le sue orme. Egli non commise peccato, e sulle sue labbra non fu trovato inganno. Egli, maledetto, non rispondeva con maledizioni, e, maltrattato non minacciava, ma si rimetteva a chi lo giudicava ingiustamente. Portò egli stesso i nostri peccati nel suo corpo sul legno, affinché, morti al peccato viviamo per la giustizia: per le piaghe di Lui siete stati guariti. Infatti eravate come pecore sbandate, ma ora siete ritornate al pastore e al vescovo delle anime vostre”. (1 Piet. II, 21-25).I cristiani dispersi nell’Asia minore, e precisamente nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia proconsolare e nella Bitinia, erano esposti a varie e dure persecuzioni da parte dei Giudei e dei pagani. S. Pietro, venuto a conoscenza di questo, scrive loro una lettera da Roma, per consolarli nelle loro afflizioni, e renderli costanti nella fede, esposta a tanti pericoli. Da questa lettera è tratta l’Epistola di quest’oggi. Dopo aver parlato, precedentemente, dei doveri verso il potere civile, viene a parlare della soggezione dei servi ai loro padroni. Devono star loro soggetti volentieri, seguendo l’esempio di Gesù Cristo, che non malediva quelli che lo maledivano, non minacciava quelli che lo facevano soffrire, ma si rimetteva al Padre, giudice supremo. Egli si caricò dei nostri peccati per procurarci la giustificazione. E così, da pecore erranti quali eravamo, siamo stati condotti al Pastore delle anime nostre. L’imitazione di Gesù Cristo, inculcata da S. Pietro, è necessaria a ogni Cristiano.

1. Gesù Cristo è il nostro Pastore,

2 Che dobbiamo seguire sempre,

3 Anche sotto la croce.

1.

Cristo patì per noi lasciandovi l’esempio, perché abbiatea seguire le sue orme. Niente s’impara senza una guida, e nessuna istituzione si regge senza chi la governa. È necessario uno che guidi nello stato, nella famiglia, in una nave. È necessario un pastore che diriga e sorvegli il gregge. È facile immaginare che cosa avverrebbe d’un gregge, che abbandonasse le orme del pastore. Si sbanderebbe qua e là, prenderebbe sentieri pericolosi; e, nell’ora del pericolo, le povere pecore, rimaste senza guida, invece di ritrovare la via dell’ovile, andrebbero a finire nelle fauci di qualche fiera o nelle mani di qualche ladro. La famiglia cristiana, è, nella Sacra Scrittura, paragonata a un gregge. Chi ne è il pastore? «Io sono il buon Pastore», dice Gesù Cristo (Giov. X, 11). Un giorno vede due fratelli, Pietro ed Andrea, che gettano una rete, e dice loro: « Venite dietro me e vi farò pescatori d’uomini. Ed essi, tosto lasciate le reti lo seguirono » (Matt. IV, 19-20). Sono, a cosi dire, le primizie del gregge di Cristo. Più tardi rivolgerà il suo invito a un pubblicano. «Seguimi», dirà a Matteo, e questi; rizzatosi dal banco lo segue (Matt. IX, 9). Ripeterà questo invito ad altri, alle turbe, a tutti gli uomini di buona volontà. « Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi consolerò » (Matt. XI, 28). Quando gli Ebrei partono dall’Egitto, il Signore li guida in colonna di fumo di giorno, e in colonna di fuoco durante la notte, per illuminare il loro cammino. Gesù Cristo è la luce che guida il suo gregge nei sentieri di questa vita. Egli è «la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Giov. I, 9). Egli ci è luce con gli insegnamenti che uscirono dal suo labbro, Egli ci è luce con le sue azioni. « Poiché quando Egli fa qualche cosa in silenzio, si fa conoscere quello che noi dobbiam fare » ( S. Gregorio M. Hom. 17, 1). Ed è principalmente alle sue azioni che ci richiama S. Pietro, quando ci dice di seguire le sue orme. Della virtù si è parlato molto dai sapienti di questo mondo, anche prima che venisse sulla terra Gesù Cristo. Ma tutte le loro discussioni portarono ben poco frutto. Quegli insegnamenti, oltre non essere esenti da errori, non erano confortati dall’esempio. Non da loro, ma da Gesù s’impara l’umiltà, la pazienza, l’ubbidienza, il vero amor del prossimo, il perdono delle offese, la purità e tante altre virtù, che formano uno splendido ornamento e una irrefragabile apologia del Cristianesimo. Chi vuol sapere, sappia Cristo. Da lui solo impareremo a camminare nella via di ogni virtù.

2.

Egli non commise mai peccato, e sulle sue labbra non fu trovato inganno, ecc. Queste parole, che S. Pietro riporta da Isaia, c’insegnano quanto fosse perfetta la vita diGesù Cristo, alla quale, per quanto ci è possibile, dobbiamo conformare la nostra. Forse, non è tanto l’eroismo degli esempi datici da Gesù Cristo, che trattiene il Cristiano dall’imitarlo; quanto la forza che esercitano ancora su di lui gli esempi del mondo. Si seguirebbe Gesù Cristo, quando il mondo non seducesse più: si seguirebbe Gesù Cristo, se si potesse seguirlo di nascosto. Fin che si è fanciulli si sente parlar volentieri degli splendidi esempi di virtù che il Salvatore ci ha dato. Ci si accosta frequentemente al sacramento della Penitenza per poter ricevere Gesù nel proprio cuore, e chiedergli la grazia di seguire le sue orme. Ma quando si sono lasciati i banchi della scuola primaria, si trova già un po’ pesante il seguire Gesù. Quando si è avviati alla bottega, allo stabilimento, all’ufficio, invece di seguire Gesù, si seguono coloro che ci circondano, e si prendono le loro abitudini di vita, che, quasi sempre, non sono proprio conformi agli esempi datici da Gesù. Come una lampada brilla sempre meno al nostro sguardo man mano che il giorno si avanza; così, man mano che crescono gli anni, si affievolisce la luce che viene dagli esempi di Gesù, e ci lasciamo abbagliare da altre luci false e nocive. Dobbiamo seguir Gesù non solamente quando siamo soli, ma anche quando siamo in compagnia: non solamente nella vita domestica, ma anche nella vita pubblica. Quando uno è ascritto a una associazione, ma si accontenta di avervi dato solamente il nome, tutt’al più legge al proprio tavolo la relazione di qualche adunanza, a cui non ha partecipato, possiam chiamarlo un cattivo socio. Se tutti fossero come lui, l’associazione dovrebbe sciogliersi. Questo sistema è proprio quello di tanti Cristiani. Seguir Gesù, ma senza disturbarsi, senza dar nell’occhio, senza urtare i sentimenti di coloro che non vogliono sapere di seguirlo. Alla festa dei tabernacoli, i Giudei domandano alle turbe dove si trova Gesù. Tra le turbe è un gran sussurro. «Nessuno, però, parlava di Lui con libertà per paura dei Giudei» (Giov. VII, 13). Tanti Cristiani si trovano indecisi a seguir pubblicamente Gesù con franchezza, per paura di qualche opposizione o di qualche frase. Come sono lontani dalla generosità di S. Ignazio martire, che dichiarava a quei di Efeso: « Nulla vi sia conveniente senza Gesù Cristo, per Lui io porto in giro le mie catene, perle spirituali » (Ep. ad Eph.). Non pensano questi seguaci di Gesù Cristo a metà, che, rifiutandosi di seguirlo apertamente, si rifiutano di seguire un pastore che un giorno potrebbe rinnegarli a sua volta, ed escluderli dal celeste ovile? Se vogliamo seguire Gesù sul serio, non dobbiamo distinguere tra età ed età, tra vita pubblica e vita privata. Dobbiamo seguirlo ovunque, con fermo proponimento, facendo nostre le parole di Rut a Noemi: «Dovunque andrai tu andrò anch’io, e dove starai tu, ivi io pure starò » (Rut. 1, 16).

3.

Per le piaghe di lui siete stati guariti. Qui ci vengono ricordati i dolori di Gesù. I dolori furono il suo retaggio, dalla culla alla croce. E la sorte dei discepoli non dovrà esser diversa da quella del maestro. Le pecore docili seguono il pastore anche pei sentieri stretti e sassosi; e i buoni Cristiani seguono Gesù anche quando c’è da insanguinarsi i piedi. Sarebbe troppo comodo star con Gesù nei momenti della gloria, come durante la trasfigurazione sul Tabor; abbandonarlo nei momenti della tristezza, come durante l’agonia nell’orto. Che giudizio si dovrebbe dare di quei soldati che seguono il loro comandante, che è in testa, quando si tratta di passeggiate piacevoli, e si rifiutano di seguirlo quando si tratta di marce o, peggio ancora, quando si tratta di combattere? Il giudizio è presto dato: sono dei vili che disonorano la loro divisa. I Cristiani sono pure dei soldati. « Sopporta i travagli da buon soldato di Cristo » (2 Tim. II, 3), dice S. Paolo a Timoteo. Quando Gesù Cristo saliva il Calvario, non portava un manto, ma uno straccio di porpora: aveva una corona, ma di spine. Non saliva sopra un carro di trionfo, ma sotto il peso della croce. E la croce è divenuta la divisa del Cristiano. Non è cosa che si possa accettare o respingere a piacimento. Fu assegnata da Gesù Cristo stesso: « Chi vuol venire dietro a me… prenda ogni giorno la sua croce e mi segua » (Luc. IX, 23.). Chi rifiuta di seguir Gesù Cristo sotto la croce, è un soldato vile, che disonora la sua divisa. Il monaco benedettino Maria Gachet, durante la rivoluzione francese, è condotto innanzi alla Commissione rivoluzionaria di Lione. I giudici, che s’intendevano ben poco di carattere sacerdotale, gli chiesero che consegnasse loro gli attestati di sacerdozio. Alla domanda dei giudici repubblicani Gachet risponde francamente: «Che fareste d’un soldato repubblicano, che consegnasse la sua spada la vigilia d’una battaglia? Sarebbe un vile. Non proponetemi una viltà, poiché anch’io sono soldato, soldato di Gesù Cristo, capite?». E il tribunale lo trattò da soldato, condannandolo alla fucilazione, invece che alla ghigliottina (Franc. Rousseau, Moines Bénédictins martyrs et confesseurs de la foi pendant la Révoluction, Paris, 1926, p. 131). Siamo soldati di Gesù Cristo. Ci teniamo a non esser soldati vili? Seguiamolo sempre, seguiamolo ovunque. Seguiamolo se siamo fanciulli, se siamo giovani maturi, se siamo adulti, se siamo vecchi. Seguiamolo soprattutto nelle croci e nelle difficoltà. «Egli camminò per vie aspre — osserva S. Agostino — ma promise grandi cose. Seguilo. Non voler badar unicamente alla via che devi percorrere; ma bada anche al luogo cui devi arrivare; sopporterai gravezze temporali, ma perverrai ai godimenti eterni » (En. 2 in Ps. XXXVI, 16). Tutti abbiam bisogno della misericordia del Signore e « il Signore usa misericordia coi servi suoi, i quali con tutto il cuore seguono le sue vie » (In Paral. VI, 14).

Alleluja

Allelúja, allelúja Luc XXIV: 35.

Cognovérunt discípuli Dóminum Jesum in fractióne panis. Allelúja [I discepoli riconobbero il Signore Gesú alla frazione del pane. Allelúia].

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ. Allelúja. [Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

Joann X: 11-16.

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves: mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovili: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor”.

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali – SPIEGAZIONE XXIII.S. E. I. Ed. Torino,  1921]

“In quel tempo Gesù disse ai Farisei: Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle. Il mercenario poi, o quei che non è pastore, di cui proprie non sono le pecorelle, vede venire il lupo, e lascia lo pecorelle, e fugge; e il lupo rapisce, e disperde le pecorelle: il mercenario fugge, perché è mercenario, e non gli cale delle pecorelle. Io sono il buon Pastore; e conosco le mie, e le mie conoscono me. Come il Padre conosce me, anch’io conosco il Padre: e do la mia vita per le mie pecorelle. E ho dell’altre pecorelle, le quali non sono di questa greggia: anche queste fa d’uopo che io raduni: e ascolteranno la mia voce, e sarà un solo gregge e un solo pastore”. (Jo. X, 11-16).

Il divin Redentore per far vie meglio capire la bontà immensa del suo bellissimo cuore verso le anime di tutti gli uomini, si paragonò un giorno, secondo quel che dice il Vangelo di questa domenica, ad un buon Pastore. Io sono, disse Egli ai Farisei, io sono il buon Pastore. Et reliquia. Quanta tenerezza, o miei cari, sotto queste graziose immagini! Quanti amorevoli ed importanti ammaestramenti! Procuriamo in questa breve spiegazione di rilevarne i più importanti.

1. Ed anzi tutto nostro Signor Gesù Cristo col dirci che Egli è buon pastore, che dà la vita per le sue pecorelle, vuol richiamare alla nostra attenzione l’amore immenso, che ci ha dimostrato nel venire quaggiù a morir per noi, che eravamo come pecorelle perdute a cagione del demonio, lupo infernale. E per intendere l’amore che ci ha portato il Figliuolo di Dio nel venire a nascere e patire per noi sopra di questa terra, basta considerare le parole, che di Lui ha scritte San Paolo: « Il figlio di Dio si è impicciolito prendendo forma di servo, e si è umiliato facendosi obbediente sino alla morte e morte di croce ». Oh quale stupore ha recato e recherà agli Angeli per tutta l’eternità il vedere un Dio per amor dell’uomo farsi uomo e assoggettarsi a tutte le debolezze e patimenti dell’uomo! Quale meraviglia sarebbe vedere un re farsi verme per amore dei vermi? Ma è infinitamente maggior meraviglia il vedere un Dio fatto uomo: e dopo ciò vederlo umiliato sino alla morte così penosa e vituperosa della croce, dove finì la sua sacrosanta vita. Parlando di questa morte i profeti Mosè ed Elia sopra il Tabor, dice il Vangelo che la chiamarono un eccesso. Sì, dice S. Bonaventura, con ragione ella fu chiamata eccesso la morte di Gesù Cristo, perché, oltre all’essere stata un eccesso di dolore, fu pure un eccesso di amore, da non potersi mai credere, se non fosse già avvenuto. Sì, eccesso d’amore, ripiglia S. Agostino, mentre a tal fine il Figlio di Dio volle venire in terra a fare una vita così stentata e una morte così amara per far conoscere all’uomo quanto Egli l’amava. Ed in vero se Gesù Cristo non fosse stato Dio, ma un semplice uomo amico degli uomini, qual maggior amore avrebbe potuto dimostrar loro che morire per essi? E chi erano mai cotesti uomini, per cui sentì una passione d’amore così grande? Erano forse cuori che si disfacevano di amore per Lui? Tutt’altro, pur troppo. Erano infelici, che lo avevano e lo avrebbero offeso, che lo avrebbero insultato, perseguitato, disonorato, maledetto, calunniato, tradito, disconosciuto e maltrattato in mille guise. Sì, è per questi sciagurati suoi nemici, che Egli venne quaggiù a patire e morire sulla croce. Ah! ben a ragione tutto questo ad una S. Maria Maddalena de’ Pazzi pareva una pazzia: ond’ella chiamava il suo Gesù pazzo di amore: Sì, Gesù mio – diceva – tu sei pazzo d’amore. E così appunto i gentili, secondo attesta S. Paolo, sentendo predicare la morte di Gesù Cristo, la stimavano una pazzia da non potersi mai credere. Come mai, essi dicevano, un Dio, che è felicissimo da se stesso, che di nessuno ha bisogno, ha potuto morire per amore degli uomini suoi servi? Ciò sarebbe lo stesso che credere un Dio divenuto pazzo per amore degli uomini. Ma pur è di fede che Gesù Cristo vero Figlio di Dio per amore di noi si è dato alla morte. Epperò aveva ancor ragione la stessa S. Maria Maddalena, piangendo l’ingratitudine degli uomini a questo Dio così amante, di esclamare: « O amore non conosciuto, o amore non amato! » Sì, poiché se Gesù Cristo non è amato dagli uomini, si è perché essi vivono scordati del suo amore. Oh! se un’anima considera un Dio incarnato e morto per suo amore, non può vivere senza amarlo. Ben si sentirà ella infiammare e quasi costringere ad amare un Dio, che tanto l’ha amata. Perciocché poteva Gesù – dice un pio scrittore – redimerci con una sola goccia di sangue, ma Egli ha voluto spendere tutto il sangue e la sua vita divina, acciocché, a vista di tanti dolori e della sua morte, non ci contentassimo d’un semplice amore, ma fossimo dolcemente forzati ad amare con tutte le forze un Dio così innamorato. E ciò che ci deve spingere ognor più ad amarlo, si è che tutto quanto ha fatto e pari: Egli l’ha fatto e patito per ciascuno di noi in particolare, imperciocché, sebbene Gesù nel suo gran Cuore abbracciasse tutti gli uomini del mondo, e per tutti patisse e morisse, tuttavia sì grande, ardente e generoso fu l’amor suo, che Egli avrebbe lasciata la sua vita in croce per ciascuna anima in particolare. Gesù Cristo Figlio di Dio – scrisse S. Paolo – mi amò, e diede se stesso per me. Quindi ognuno di noi può dire al pari dell’Apostolo: Se io non sono ancora nell’inferno, se dei miei peccati ho da Dio il perdono, se cessano i miei rimorsi, se mi ritorna la pace nell’anima, se posso gioire di essere tuttavia erede del Cielo, e se ne andrò un giorno al possesso, tutto ciò io devo al buon Gesù, che tanti beni mi meritò con la sua passione e morte. Questa bontà adunque, questo amore di Gesù Cristo, devono essere per il nostro cuore, dice San Francesco di Sales, come un torchio che lo stringa per forza, e ne sprema, per così dire, l’amore per Lui. Ah! perché, soggiunge lo stesso santo, perché non ci gettiamo sopra di Gesù Crocifisso per morire sulla croce con Lui, che ha voluto morirvi per nostro amore! Come vi appagherò – o amante mio Gesù? – domanda alla sua volta il dottor Sant’Alfonso, mirando il Crocifisso. E così al pensiero dell’amore, dimostrato a noi da Gesù Cristo, tanti altri santi hanno stimato far poco il dar la vita e tutto per un Dio così amante. – Quanti giovani, quanti nobili han lasciate le case e la patria, le lor ricchezze, i parenti e tutto per ritirarsi in un chiostro a vivere al solo amore di Gesù Cristo! Quante verginelle, rinunziando le nozze dei principi e primi grandi del mondo, se ne sono andate giubilando alla morte, per render così qualche ricompensa all’amore di un Dio morto per loro amore e giustiziato in un patibolo infame! E noi, che cosa facciamo noi per corrispondere all’amore immenso di questo divino Pastore, che per noi si è sacrificato? Ah! procuriamo di fare anche noi quello che facevano i Santi. Accendiamoci tutti d’amore per Gesù, che ci ha tanto amati. Solleviamo sovente il pensiero a Lui: riponiamo in esso tutta la nostra speranza e tutta la nostra vita. E Gesù da noi sinceramente amato sarà la nostra salute e la vera felicità.

2. In secondo luogo Gesù Cristo nel Vangelo di questa mattina ci dice che essendo Egli il buon pastore, conosce le sue pecorelle, e le sue pecorelle conoscono Lui presso a poco in quel modo che si conoscono tra di loro Egli ed il suo divin Padre. Con le quali parole nostro Signor Gesù Cristo, in un modo così glorioso per noi, paragonando l’unione di amore, che vi ha tra di Lui e le anime fedeli, a quella stessa unione di amore che havvi tra Lui e il suo celeste Padre, ci fa intendere che Egli conosce benissimo tutte le anime, che gli appartengono, di qualunque età, di qualunque stato, di qualunque luogo esse siano, che tutte da qualunque punto del tempo e del mondo sono presenti al suo cuore ed al suo amore, e che alla lor volta tutte queste anime conoscono Lui, sanno l’amore, che ad esse porta, e vicendevolmente lo amano come loro supremo Pastore.Ma chi sono mai queste pecorelle così fortunate che sono conosciute dal divin Pastore, e lo conoscono? Sono quelle che appartengono al suo ovile, vale a dire alla sua vera Chiesa; sono le anime dei fedeli, che fanno professione della fede e della legge di Gesù Cristo nella ubbidienza a quegli altri pastori legittimi, che Egli pose quaggiù a perpetuare il suo ministero, tra i quali pastori tiene il primo posto il Papa. Ed in vero dopo la sua Risurrezione Gesù Cristo, avendo mangiato con i suoi discepoli per assicurarli ancor meglio della realtà del suo risorgimento, si rivolse a Simon Pietro e gli domandò per tre volte: Simone, mi ami tu più di questi? Pietro, che dopo il fallo della negazione di Cristo era divenuto più modesto, si contentò di rispondere: Signore,Voi sapete che io vi amo. E due volte il Signore gli disse: Pasci i miei agnelli. Ed una terza volta: Pasci le mie pecorelle. Per siffatta guisa nostro Signor Gesù Cristo costituiva San Pietro Principe degli Apostoli, Pastore universale di tutta la Chiesa, conferendogli di fatto quel potere supremo, che già avevagli promesso, e nella persona di S. Pietro tutti quanti i suoi successori, i Romani Pontefici, poiché Gesù Cristo, con la durata perpetua della Chiesa, volendo sino alla consumazione dei secoli trasmettere agli uomini il beneficio della sua Redenzione, volle altresì che sino alla consumazione dei secoli avesse. a durare il primato di Pietro. La Chiesa adunque è la Congregazione dei fedeli Cristiani sparsi per tutto il mondo, che a guisa di un numeroso gregge sono governati da un Pastore supremo, che è il Sommo Pontefice. Ma se ciascun Cristiano dovesse aver direttamente relazione col Vicario di Gesù Cristo, con difficoltà si potrebbero far pervenire a vicenda le proprie parole, e di rado comunicarsi i propri pensieri. Dio però pensò e provvide a tutti i bisogni dell’anima nostra. Ascoltate, è questo uno dei più bei tratti del Cattolicismo. Dio, come dissi, stabilì S. Pietro Capo della Chiesa, e morto Lui, succedettero i Romani Pontefici nel governo della medesima, e si succedettero in modo, che dal regnante Papa ne abbiamo la serie non interrotta fino a S. Pietro, e da S. Pietro abbiamo la serie dei Pontefici uno successore dell’altro, che ci conservarono intatta la santa Religione di Gesù Cristo fino a noi. Gli Apostoli poi esercitarono il loro ministero pastorale d’accordo e dipendenti da S. Pietro. Agli Apostoli succedettero altri pastori e Vescovi, che sempre d’accordo e sempre dipendenti dal Successore di S. Pietro governarono le varie Diocesi della cristianità. I Vescovi accolgono le suppliche, ascoltano la voce lei popoli e ne fanno pervenire i bisogni fino alla persona del supremo Gerarca della Chiesa. Il Papa, secondo il bisogno, comunica i suoi ordini ai Vescovi di tutto il mondo, ed i Vescovi li partecipano ai semplici fedeli Cristiani. Oltre gli Apostoli Gesù Cristo stabilì settantadue discepoli, che mandò in vari paesi a predicare il Vangelo. Gli Apostoli eziandio ordinarono sette diaconi, ed altri ministri che li aiutassero nella predicazione del Vangelo e nell’amministrazione dei Sacramenti. Così ai nostri tempi, oltre il Papa ed i Vescovi, ci sono altri sacri ministri, specialmente i Parrochi, i quali strettamente uniti e d’accordo coi Vescovi aiutano questi nella predicazione e nell’amministrazione dei Sacramenti, li aiutano a mantenere l’unità della fede, e soprattutto a conservare stretta relazione col Capo della Religione, la qual cosa è indispensabile per conoscere l’errore e conservare intatte le verità della fede. Onde noi possiamo dire che i nostri parrochi ci uniscono coi Vescovi, i Vescovi col Papa, il Papa ci unisce con Dio. Di più, i sacri pastori che governano le chiese particolari, essendosi regolarmente succeduti sempre dipendenti dal Papa, sempre insegnando la stessa dottrina, amministrando i medesimi Sacramenti, ne segue anzitutto la certezza che i ministri della Chiesa Cattolica in ogni tempo e in ogni luogo hanno sempre praticata la medesima fede, la medesima legge, i medesimi Sacramenti come furono predicati dagli Apostoli, e come furono istituiti dal nostro Signor Gesù Cristo; e in secondo luogo che tutti coloro, i quali non sono nella professione della fede e della legge di Gesù Cristo sotto l’obbedienza del Papa e di tutti gli altri legittimi pastori, non appartengono affatto all’ovile di Gesù Cristo, né sono pecorelle da Lui riconosciute per sue, e che riconoscano Lui per loro pastore. Ed al questo riflesso non vi è da tremare sapendo il gran numero di coloro, che non sono in grembo della Chiesa Cattolica e perciò tutti fuori di quell’ovile, in cui solo si può trovare salute? Ma noi santamente rallegriamoci, perché Iddio ci abbia chiamati senza alcun nostro merito a far parte di questo suo gregge, che è la Chiesa Cattolica. Siamo a Lui riconoscenti di un benefizio così grande, e dimostriamogli la riconoscenza nostra con l’essere docili alle voci del pastore universale, il Papa, e di tutti gli altri sacri pastori, come le pecore lo debbono essere alla voce del loro pastore. Dio ce li ha dati per nostri maestri nella scienza della Religione; dunque andiamo da essi ad impararla, e non dai maestri mondani. Dio ce li ha dati per guida nel cammino del cielo, dunque seguitiamoli nei loro ammaestramenti. Dio disse ai suoi ministri: « Chi ascolta voi, ascolta me: chi disprezza voi, disprezza me ». Pertanto andiamo volentieri ad ascoltarli nelle prediche, nelle istruzioni, nei catechismi, nelle spiegazioni del Vangelo. Secondiamoli nei consigli che ci danno, quando ci accostiamo ai santi Sacramenti, o quando ci istruiscono per riceverli degnamente; ascoltiamo le loro voci, come se venissero da Gesù Cristo medesimo. Abbiamo ancora per essi un grande rispetto, epperò Dio ci guardi dal disprezzarli con fatti o con parole. Alcuni giovanetti avendo deriso il profeta Eliseo con soprannomi, il Signore li castigò facendo uscire alcuni orsi da una selva, i quali avventandosi sopra quelli, ne sbranarono quarantadue. E così, chi non rispetta il sommo Pontefice, i Vescovi, i Sacerdoti, deve temer gran castigo dal Signore. Fuggite pertanto le compagnie di coloro che sparlano del Papa, o degli altri sacri pastori, e si fanno a deriderli, e compiangete la loro insensatezza, perché forse ne parlano male senza neppur conoscere chi essi sono! Che se vi accadesse di sentir questioni riguardo al Papa, ai Vescovi ed ai Sacerdoti, dite francamente: Io so bene questa verità, che chi sta coi legittimi pastori della Chiesa, sta con Dio, epperò non cerco altro, e mi glorio di essere una loro pecorella e di seguire tutti i loro insegnamenti.

 3. E finalmente il divin Redentore disse: Ed ho delle altre pecorelle, le quali non sono di questa greggia: anche queste fa d’uopo, che io raduni, e ascolteranno la mia voce, e sarà un solo gregge ed un solo pastore. E con queste parole Egli ci spiegò come la sua Chiesa sarebbesi formata non solo dei Giudei, che lo riconobbero per Dio, ma ancora dei Gentili, che si sarebbero a Lui convertiti, ed in seguito di tutti gli eretici e scismatici, i quali abiurati i loro errori sarebbero rientrati a far parte del suo gregge. Il che, come Gesù Cristo predisse, si è perfettamente avverato e si va tuttora avverando. Sì, o miei cari, anche oggidì, non ostante l’apparenza del contrario, sono a migliaia a migliaia le pecorelle che entrano o tornano all’ovile di Gesù Cristo. Per farvene un’idea sappiate che nel secolo XIX testé passato, come risulta da documenti ufficiali e irrefragabili, i progressi del Cattolicesimo furono addirittura enormi. E sommando insieme il numero dei Cattolici che presentemente si trovano in certi paesi ancor dominati dall’eresia e dal paganesimo, come nell’Inghilterra, nella Scozia, nell’Olanda, nella Germania, nella Svizzera, nella Turchia, nella Persia, nella Russia, nell’Africa, nell’Asia, nell’Oceania, negli Stati Uniti, nel Canada, nella Patagonia e in molte altre regioni dell’America, e facendo poi la differenza col numero di Cattolici che vi erano appena in questi Paesi medesimi al principio del secolo XIX, si viene a riconoscere come il numero dei Cattolici è ivi salito nientemeno che a 46 milioni in più. E questa cifra di 46 milioni non è una cifra, che dice eloquentissimamente come, nonostante gli sforzi dei nemici di Dio e della sua Chiesa, il gregge di Gesù Cristo tende sempre più a quell’unità, che Gesù Cristo stesso gli ha predetta? – Tuttavia, perché questo fatto si compia con sempre maggior larghezza, dobbiamo ancor noi far la parte nostra col l’adoperarci volentieri in tutti i modi per noi possibili alla propagazione della fede tra coloro che giacciono ancora nelle tenebre e nell’ombra di morte, ed al ritorno alla Chiesa di Gesù Cristo di quei tanti infelici, che ancor gemono tra gli errori dell’eresia e dello scisma. Tutti gli anni dei sacerdoti coraggiosi danno l’addio a tutto ciò che hanno quaggiù di più caro e partono. Il naviglio che li trasporta, fra mille pericoli, li sbarca sui ghiacci del polo o sotto i fuochi dell’equatore. Là essi sacrificano la loro vita ad evangelizzare quei nostri fratelli, che non conoscono ancor Gesù Cristo, affine di condurli al suo ovile.Or mentre essi fanno tanto, non lasciamo di far noi quel che possiamo. Facciamoci pertanto ascrivere volentieri alle opere della Propagazione della Fede e della santa Infanzia ed adempiamone gli obblighi con impegno; aiutiamo i missionari con le nostre offerte, e sopra tutto preghiamo assai, affinché Iddio nella sua infinita misericordia faccia davvero venir presto il tempo, in cui di tutti quanti gli uomini del mondo si farà un solo gregge sotto l’ubbidienza di un solo Pastore.

Credo

Offertorium

Orémus

Ps LXII:2; LXII:5  Deus, Deus meus, ad te de luce vígilo: et in nómine tuo levábo manus meas, allelúja.

Secreta

Benedictiónem nobis, Dómine, cónferat salutárem sacra semper oblátio: ut, quod agit mystério, virtúte perfíciat. [O Signore, questa sacra offerta ci ottenga sempre una salutare benedizione, affinché quanto essa misticamente compie, effettivamente lo produca].

Communio

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus, allelúja: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ, allelúja, allelúja [Io sono il buon pastore, allelúia: conosco le mie pecore ed esse conoscono me, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Præsta nobis, quaesumus, omnípotens Deus: ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur. [Concédici, o Dio onnipotente, che avendo noi conseguito la grazia del tuo alimento vivificante, ci gloriamo sempre del tuo dono.]

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: 3 MAGGIO, INVENZIONE DELLA S. CROCE

3 Maggio.

INVENZIONE DELLA SANTA CROCE.

[I Sermoni del B. GIOVANNI B. M. VANNEY, trad. It. Di Giuseppe D’Isengrad P. d. M. – vol. IV, Torino, Libreria del Sacro Cuore – 1908- imprim.Can. Ezio Gastaldi-Santi, Provic. Gen., Torino, 8  apr. 1908]

SULLA CROCE

Complacuit per eum reconciliare

omnia in ipsum, pacificans

per sanguinem crucis

eius, sive quæ in territ, sive

quæ in cœlis sunt.

[Piacque a Dio per Gesù Cristo riconciliar seco ogni cosa, pacificando pel sangue della sua croce tutto ciò ch’è in terra e tutto ciò che è in cielo]. (COLOSSESI: I, 20) .

Chi di noi, miei fratelli, potrà volger lo sguardo a questa Croce sacrosanta, su cui Gesù Cristo ha sacrificato la vita, e non sentirsi compreso dalla più viva riconoscenza? Ecchè, miei fratelli, Gesù Cristo, eguale al Padre, muore per salvarci! O santa Croce! O Croce preziosa! Senza di te non ci sarebbe toccato il cielo! Senza di te non avremmo avuto parte con Dio! Senza di te avremmo dovuto piangere eternamente nell’inferno! Senza di te non avremmo avuto felicità nell’altra vita! Sì, questa Croce ha fatto scendere dal cielo il Figliuol di Dio, pel desiderio, ond’era acceso, di morire sopr’essa e così redimere il mondo intero. Quanti beni rammenta la vista della Croce ad un Cristiano che non ha perduta la fede! Ohimè! Che cos’era di noi prima che questa Croce fosse tinta del Sangue adorabile del Figliuol di Dio! Eravamo sbanditi dal paradiso, separati per sempre da Dio, condannati a vivere eternamente nelle fiamme, e piangere e soffrire per giorni senza fine. Torniamo spesso ai piedi della Croce, e in essa vedremo la chiave che ci ha aperto le porte del cielo e chiuso l’inferno. O mio Dio! se per mezzo della Croce ci furono dati tanti beni, in qual rispetto e in quale stima dobbiamo tenerla! Per accrescere in voi questo rispetto vi mostrerò: 1° quali benefizi riceviamo dalla Croce; 2° quale stima dobbiamo farne.

I. — Prima che la Croce fosse santificata dalla morte di un Dio fatto uomo, i demoni erano padroni sulla terra, e, simili a leoni, divoravano tutto ciò che si faceva loro innanzi. Questo spirito delle tenebre lo confessò un giorno di sua bocca a S. Antonio, dicendogli che, dopo la venuta del Messia, era stato incatenato, e non poteva nuocere che a chi l’avesse voluto. S. Antonio, in tutte le sue tentazioni così frequenti e violente, non aveva altr’arma che il segno salutare della Croce (Vite dei Padri del deserto, T. I , pag. 32, 39); e perciò fu sempre vincitore del suo nemico. Santa Teresa con un solo segno di Croce mise in fuga il demonio, che le apparve un giorno in figura d’una montagna aperta e pronta ad inghiottirla. Non entrerò in lunga enumerazione dei beni che ci vengono dalla Croce. La Croce ci è valsa un’eternità felice; essa ha mutato in amore senza confini la collera del Signore; essa ha strappato i fulmini dalle mani dell’eterno Padre per riempirle d’ogni sorta di doni e di benedizioni. La Croce ci procura altresì e i buoni pensieri, e i buoni desideri, e i rimorsi della coscienza e il dolore delle colpe passate. Ah! non basta ancora! Per mezzo di questa Croce siam divenuti figli ed amici di Dio, fratelli e membri di Gesù Cristo, eredi della sua eterna felicità; sopr’essa è pur nata quella bella Religione, che, con le sue consolazioni, ci dà speranza di felice avvenire. Da questa Croce traggono ogni loro efficacia i Sacramenti. O bella e santa Croce, quanti beni ci hai meritati! Tu fai ogni giorno scorrere sui nostri altari il Sangue adorabile di Gesù Cristo per placare la collera di Dio! Dalla Croce germogliò la manna celeste, cioè l’adorabile sacramento dell’Eucaristia, che, sino alla fine de’ secoli, sarà cibo delle anime nostre. La Croce ha prodotto quelle uve misteriose, il cui succo abbevera l’anima nostra nei giorni di quest’esiguo. Il peccatore vi trova la conversione, il giusto la perseveranza. O Croce bella e preziosa! Sarebbe pur forte e terribile contro le potenze infernali chi venisse spesso a’ tuoi piedi! Dico inoltre che la vista della Croce costituisce la gloria de’ Santi in cielo, e la disperazione dei dannati nell’inferno. Infatti gli eletti in cielo vedono che dalla Croce provennero la gloria e la felicità di cui godono, e che su questo santo legno nacque quell’amore che deve inebriarli eternamente. Invece la vista soltanto della Croce metterà ne’ dannati la disperazione. Ricorderanno che avrebbe potuto esser per essi mezzo di salute, via per sfuggire l’eterna infelicità, sorgente copiosa di aiuti e di grazia. Ah! triste ricordo di tanti beni non curati! Soltanto per via della Croce possiamo giungere al cielo. Vi sono varie specie di croci: le une interiori ed invisibili, le altre visibili o sensibili. Le prime s’aggravano su tutti gli uomini senza alcuna eccezione; ciascun di noi ha la sua. Trattiamo di questo famigliarmente. 1° Mi chiedete che cosa sia una croce invisibile? Con questo nome intendo, p. es., una violenta tentazione che vivamente v’incalza per farvi cadere in peccato; una calunnia che si spaccia contro di voi; la perdita di beni di fortuna; un torto che vi si fa; una malattia che sembri non volervisi più toglier di dosso. Son pure croce invisibile quelli scherni, quei dispregi di cui vi si caricherà senza posa. Tutte codeste croci sono addolcite e perdono quasi tutta la loro amarezza se si riguarda la Croce su cui il nostro buon Salvatore è morto per strapparci dagli artigli del demonio. Volete che le vostre pene vi riescano leggere, anzi dolci e gradevoli? Venite un momento con me ai piedi della Croce, su cui fummo rigenerati in Gesù Cristo. Vi si dispregia? Considerate il vostro DIO tra le mani de’ Giudei, trascinato pei capelli, spinto contro i muri, con gli occhi bendati, con le mani legate a tergo, battuto con violenti colpi di pugno e di bastone, mentre gli si chiede chi l’ha percosso. Siete povero? Ebbene, mirate questo DIO in un presepio, steso su poca paglia. Volete di più? Volgete i vostri sguardi alla Croce, e vedrete questo DIO morire spogliato delle sue vesti. Siete calunniato? Udite le bestemmie e le maledizioni che si vomitano contro un Dio venuto sulla terra per ricolmarla di benedizioni. Tutto quello che si dice contro di Lui è falso; e in che modo si vendica? Pregando per quei che lo calunniano. Siete sotto il peso delle sofferenze e delle malattie? Alzate gli occhi a questa Croce, considerate il vostro DIO appeso ad essa, che muore della morte più crudele e più dolorosa. Padre, deh! perdonate a quei che mi danno la morte: per essi perdo la vita, soffro per i loro peccati. Che cos’è, amici miei, ciò che soffriamo noi, se lo paragoniamo a ciò che Gesù Cristo ha patito per noi? Ah! fratelli miei, i Santi conoscevano pur meglio di noi il pregio de’ patimenti! Vedete S. Giovanni della Croce battuto dai suoi religiosi a segno da cadere immerso nel suo sangue. Gli apparve Nostro Signore e gli disse: « Giovanni, che cosa vuoi che ti dia in ricambio di ciò che soffri con tanto amore? » — « Ah! Signore, non diminuite di grazia i miei patimenti; ma fate invece per tutta ricompensa ch’io soffra sempre più, poiché Voi, che siete l’innocenza medesima, avete sofferto tanti tormenti » ((Ribadeneira, ai 14 di Dicembre). S. Bernardo non poteva guardare la Croce senza versar lagrime vedendo quant’ha patito un Dio per noi. Udite che cosa disse un giorno Gesù Cristo a San Pietro martire, quando si lamentava degli oltraggi che gli venivano fatti: « Ed io, che cosa ho fatto, o Pietro, quando m’hanno crocifisso? » (Ribadeneira ai 29 d’Aprile). Sì, miei fratelli, ai piedi della Croce impareremo che cos’è il peccato, quanto grande è il pregio dell’anima nostra e l’amore di un DIO per gli uomini. Ai piedi della Croce troveremo le più dolci consolazioni nelle nostre pene, la forza più valida nelle tentazioni e all’ora della morte la più ferma fiducia. Torniamo adunque spesso ai piedi della Croce ad espandere il nostro cuore, e vi impareremo che cosa ha fatto un DIO per noi e che cosa dobbiamo fare per Lui.

II. — In primo luogo ho detto che a’ piedi della Croce impareremo che cos’è il peccato e qual orrore dobbiamo averne. Pare, sì, che il fuoco dell’inferno ci faccia intendere in qualche parte l’enormità del peccato, perché per un pensiero di superbia, che sarà durato appena uno o due minuti, se moriamo in tale peccato, saremo condannati ad ardere nelle fornaci accese dalla collera di Dio Onnipotente (Il Beato suppone qui manifestamente un peccato di superbia che sia peccato mortale; ma convien confessare che tal peccato di superbia è raro assai. – Nota degli editori francesi). Un tale avrà rubato cinquanta soldi o tre franchi al vicino; se, potendo, non ha restituito, questo solo peccato lo farà precipitar per sempre negli abissi (Quando il Beato scriveva così, il denaro era più raro, e aveva maggior valore; quindi il furto di cinquanta soldi o tre franchi, specialmente fatto ad un campagnuolo, era materia grave; oggi che il denaro è più abbondante e di minor valore quest’asserzione del Beato parrà severa. I Teologi richiedono comunemente materia più considerevole, perché vi sia peccato mortale. – Nota degli editori francesi – Ben inteso che a decidere della gravità della materia nel furto non si deve badar soltanto alla quantità in sé, ma in relazione alle circostanze del caso. – Aggiunta del Traduttore). E così d’ogni altro peccato; il che fa fremere o mio DIO! è pur cieco l’uomo che lo commette! Ma più cieco ancora è colui che l’ha commesso e, vedendosi in tale stato, spinge la demenza a segno da rimanervi. Tuttavia oso dire che l’amore d’un DIO morente sulla Croce, mostra in modo anche più vivo la malizia e la follia del peccato. In vero se consideriamo tutto quello che Gesù Cristo ha patito per esiliarlo, le sue umiliazioni, gli oltraggi, le bestemmie vomitate contro di Lui, la sua crocifissione e la sua morte, deve dirsi: Solo un DIO può conoscere che cos’è il peccato. Ho detto in secondo luogo che la Croce ci fa conoscere l’amore infinito d’un DIO per le sue creature. Ah! figliuoli miei, ci dice dall’alto della Croce su cui è confitto, vedete se vi è possibile trovar amore simile al mio: poteva Io far di più che morire per voi? Ah! se guardassimo la croce con gli occhi della fede, potremmo forse trattenerci dall’esclamare con S. Paolo: O Croce sacrosanta! O Croce d’amore, quanti beni ci porti! Ah! figliuoli miei, non amerete dunque il vostro DIO? Sì, miei fratelli, se amassimo veramente Iddio, vivremmo solo per Lui! Voglio dir con questo che dobbiamo prenderlo  per modello, aver piacere d’essere umiliati, disprezzati, calunniati, e, anziché vendicarci, riguardare invece tutto questo come cosa venuta dalle mani di DIO e come grazia grande ch’Egli ci concede. Se voleste imitar Gesù Cristo, fuggireste i piaceri, i balli, i festini, i giuochi e le bettole; perché Gesù Cristo ha condannato tutte queste cose coll’esempio di una vita penitente e ritirata. Imitate Gesù Cristo e non temerete punto la morte; anzi sarà per voi una felicità, perché vi riunirà a Lui. Se vivrete staccati dalle cose della terra il vostro cuore sarà tutto pel cielo. Ho detto poi, miei fratelli, che la Croce sarà la consolazione del Cristiano che l’avrà portata con gioia nel corso della vita. In vero quale aiuto avrete in quel terribile momento che deciderà della vostra sorte eterna? Dove volgerete lo sguardo, dove indirizzerete i vostri sospiri e le vostre preghiere, se non verso la Croce? Che cosa vi si metterà sott’occhio, che cosa vi si porrà tra le mani, che cosa vi si accosterà alle labbra? Solo la Croce, fratelli miei. Qual nome vi si farà ripetere in quel momento? Il nome di Gesù e di Gesù crocifisso. Oh! qual consolazione sarà pel Cristiano tenere all’ora della morte tra le sue mani la Croce, se nel corso della sua vita essa fu oggetto delle sue meditazioni e del suo amore! Potrà allora dire al suo Giudice: « Signore, vedete che non ho mai fuggita o spregiata la vostra Croce; l’ho portata con gioia; le umiliazioni, le ingiurie e i patimenti, anziché abbattermi o disanimarmi, mi riempirono di gioia e di coraggio ». O mio Dio, se potessimo intender bene quanto gran dono della vostra mano sono le croci! Non dimentichiamo mai, miei fratelli, che, all’ora della morte, solo nostro aiuto sarà la Croce. Ma qual disperazione per colui che all’ultima sua ora si vedrà dinanzi la Croce, sprezzata nel corso della vita e di cui arrossì per timore d’uno scherno! Quale disperazione quando Gesù Cristo raffronterà la sua vita con quella di questo peccatore! Quando contrapporrà la sua umiltà, e i disprezzi che ha tollerato all’orgoglio di quel peccatore, la sua povertà all’avarizia di lui, la sua purezza alle azioni infami, il perdono dato ai suoi nemici alle vendette, i suoi digiuni alle golosità di quello sciagurato! Che sarà allora di quei poveri infelici che, nel corso della vita, non ebbero alcun tratto di rassomiglianza col loro Salvatore? O mio DIO! Si può pensarvi e non morir di dolore? Un DIO vive e muore ne’ patimenti, e un Cristiano, sebbene carico di peccati, non vuol soffrire nulla! Ohimè! Quanti pentimenti all’ora della morte! Ma sarà troppo tardi.

III. — Vi parlerò adesso delle croci visibili, e vi darò ragione della loro molteplicità, delle benedizioni, di cui son fonte, e dei grandi onori che la Chiesa rende loro. Se le croci interiori sono così numerose, se le croci visibili, immagini di quella su cui è morto il nostro DIO, son pure in gran numero, ciò accade perché abbiam sempre dinanzi agli occhi che siam figli d’un DIO crocifisso. Non ci meravigliamo, fratelli miei, dell’onore che la Chiesa rende a questo sacro legno, da cui ci vengono tante grazie e sì grandi vantaggi. Vediamo che la Chiesa in tutte le sue cerimonie e nell’amministrazione di tutti i Sacramenti fa il segno della Croce. — E perché? domanderete. — Eccolo, amico mio: perché tutte le nostre preghiere e tutti i Sacramenti traggono dalla Croce la loro forza e la loro efficacia. Durante il santo Sacrificio della Messa, ch’è l’azione più grande, più augusta, più sublime di tutte quelle che possono glorificare Iddio, ad ogni tratto il Sacerdote fa il segno della Croce. DIO vuole che non ne perdiamo mai la memoria, come del mezzo più sicuro della nostra salute, e come della cosa più formidabile al demonio. Ci ha pur creati in forma di croce, perché ogni uomo fosse immagine della Croce, su cui Gesù Cristo è morto per salvarci. Vedete come la Chiesa si adopra sollecitamente a moltiplicarne il numero: le pone, ornamento principale, nelle nostre chiese e su tutti gli altari; le pone nei luoghi più elevati per ricordarci il trionfo riportato sul nemico della nostra salute. Qual cosa può esser più commovente di quel monumento glorioso che ci mette dinanzi il compendio dei patimenti del nostro buon Salvatore? Non par ch’Egli ci dica: Vedete, figliuoli miei, che cosa ho fatto per meritare i vostri omaggi? O mio DIO, un tale spettacolo non sarà capace di muovere il cuore più duro e più immerso nelle sozzure del peccato? O mio DIO, quante consolazioni e quante lacrime vi trova un cuore alquanto sensibile! Potrà un Cristiano posar lo sguardo su questo sacro legno e non sentire risvegliarsi i rimorsi della coscienza, e non riconoscere in quale stato sia e che cosa debba fare?

1° Perché si mettono croci vicino alle città ed ai villaggi? Per significare la professione pubblica che il Cristiano deve fare della Religione di Gesù Cristo, e ricordare a chi passa che non si deve perder mai la memoria della morte e della passione del Salvatore. Questo segno salutare ci distingue dagli idolatri, come la circoncisione distingueva già il popolo giudaico dagli infedeli. Perciò vediamo che, quando si vuol distruggere la Religione, si comincia dall’abbattere questi monumenti. I primi Cristiani riguardavano come loro più grande ventura portar sopra sé stessi questo segno salutare della nostra Redenzione. Nei tempi andati le donne e le fanciulle portavano una croce che riguardavano come il più prezioso ornamento: la portavano pendente dal collo, mostrando così ch’erano serve d’un DIO crocifisso. Ma di mano in mano che la fede è scemata, e la Religione si è affievolita, questo segno santo è divenuto raro, o, a meglio dire, è quasi scomparso. Osservate come il demonio conduca al male per gradi. Han cominciato dal lasciar da parte l’immagine del Crocifisso e della SS. Vergine, contente di portare una croce che chiamano papillon (È parso meglio conservare il termine francese, che, come ognun sa, significa: farfalla. – Nota del Traduttore). Ciò fatto, il demonio le ha spinte più oltre: a tenere il luogo di quel segno sacro han messo una catena ch’è un mero ornamento di vanità, e che, invece d’attirar loro le benedizioni di DIO, le impegna anzi nelle vie e negli agguati del demonio. Notate la differenza tra la catena e la croce: per via della Croce siam divenuti figliuoli liberi; per via della Croce Gesù Cristo ci ha liberati dalla tirannia del demonio, a cui il peccato ci aveva soggettato. La catena all’incontro è segno di schiavitù; cioè con questo segno di vanità s’abbandona DIO per darsi al demonio. Signore, il mondo ha pur cangiato dopo i tempi dei primi Cristiani, che ritenevano come onore e santa gioia portar questo segno sacro della nostra Religione!

2° È intenzione della Chiesa che tutti abbiamo la Croce nelle nostre case, per non dimenticar mai che siamo Cristiani e discepoli d’un DIO crocifisso. Se la Religione regna in una casa, si riconosce subito dalle croci e dalle immagini che vi s’incontrano. Entrando in una casa io cerco collo sguardo tutto intorno il segno della nostra Redenzione. Se non lo trovo, non posso non deplorare la sciagura di quella casa e di quei che vi son dentro. Oh! fratelli miei, è pur salutare la presenza e la vista d’una Croce! Basta spesso uno sguardo al Crocifisso per addolcire le pene più profonde e più dolorose, farci fare i sacrifici più grandi e praticare le più sublimi virtù. Chi, vedendo un Dio confitto ad una Croce, potrà ancora aver il coraggio di soddisfare una passione qualsiasi? Chi troverà troppo grandi i suoi patimenti, considerando un DIO il cui corpo è ridotto a brandelli pei colpi che ha ricevuto nella sua flagellazione? Chi potrà trovar ardua la pratica della virtù, vedendo un DIO che nulla ha intimato se prima non l’aveva Egli in persona praticato? Niuno dunque deve lasciar la sua casa senza questo segno salutare, affinché chi entra possa riconoscere che siete Cristiani e che ne fate pubblica professione. Un Cristiano dabbene deve dunque avere un bel Crocifisso e alcune belle immagini, e considerarle come il miglior ornamento e l’onore della propria casa. Di tratto in tratto volgete gli sguardi sulle immagini e sul Crocifisso, fate breve considerazione su ciò che Gesù Cristo ha patito per noi e ripensate quanto ci ha amato. Vedendo l’immagine della SS. Vergine (poiché non dovete lasciar mai le vostre case senza un’effigie di questa buona Madre), pregatela d’accoglier voi e la vostra famiglia sotto la sua santa protezione. Quando riguardate le immagini dei Santi, pensate alle virtù da essi praticate, alle penitenze che han fatto nel corso della vita per meritare la sorte felice di cui godono adesso in cielo. Che cosa pensar d’una casa in cui non si trova né un Crocifisso, né altro segno di Religione? Ohimè! si penserà ch’è abitata da uomini i quali han perduto la fede, son divenuti nemici della Croce, non son più Cristiani che di nome. Ah! quant’è grande il numero di quelli che son Cristiani solo di nome, e che si comportano in modo simile a quello de’ pagani! Ah! (direte forse) è un po’ troppo! Non ci spiace l’esser Cristiani; anzi la cosa è tutt’al contrario: spiegateci in che modo, di Cristiani abbiamo il nome soltanto.

— Eh! amici miei, è cosa facile. Quando temete di compiere i vostri doveri religiosi sotto gli occhi del mondo; quando, trovandovi in qualche casa, non osate, prima di prender cibo, farvi il segno della Croce, o, per farlo, vi voltate dall’altra parte per timore d’essere veduto e schernito; quando, udendo suonar l’Angelus, fate mostra di non udire e non lo dite, per paura che qualcuno si faccia beffe di voi, allora mostrate d’esser Cristiano soltanto di nome. O anche quando DIO vi ispira il pensiero d’andarvia confessare, e dite: « Oh! non vi vado, perché si farebbero beffe di me ». Se vi comportate così, non potete dire d’essere Cristiani. No, amici miei, foste, come già gli Ebrei, rigettati, o piuttosto vi siete da voi medesimi separati; siete apostati; lo mostra il vostro linguaggio, e la vostra maniera di vivere lo fa molto chiaramente manifesto. Perché, miei fratelli, s’era dato il nome d’apostata all’imperator Giuliano? — Perché, mi direte, era prima Cristiano e poi visse da pagano. — Ebbene, amici miei, qual differenza passa tra la vostra condotta e quella de’ pagani? Sapete quali vizi regnano d’ordinario tra i pagani? Gli uni, corrotti dal vizio infame dell’impurità, vomitano dalla lor bocca ogni sorta d’abominazioni; altri, dediti alla gola, non cercano altro che buoni bocconi o si riempiono di vino; tutta l’occupazione delle loro figliuole è attendere ad abbigliarsi e desiderar di piacere. Che vi pare di questa condotta, fratelli miei? — È la condotta di gente che non ispera in un’altra vita. — Avete ragione. Ora qual differenza v’è tra la vostra vita e la loro? Se volete parlar sincero, riconoscerete che non ve n’è alcuna, e che quindi siete Cristiani soltanto di nome. O mio Dio! Quanto pochi tra i Cristiani attendono ad imitarvi! Ohimè! Se così pochi portano la loro croce, ben pochi del pari verranno a benedirvi nell’eternità!

3° Si piantano croci benedette ne’ campi, e se ne pongono ne’ luoghi ove sono i raccolti; ed eccone la ragione: par che i nostri peccati sollecitino continuamente la giustizia di DIO per attirar su noi i flagelli della sua collera: le grandinate, i geli, le siccità, le inondazioni. Siccome per mezzo della Croce il Figlio di DIO ci ha riconciliati col Padre suo e meritato i tesori celesti, è intenzione della Chiesa, piantando le croci ne’ campi, di tenerne lontane le calamità. La benedizione che ricevono ha per fine di chiedere a DIO che non allontani dai campi, ove sono piantate, i suoi occhi misericordiosi e vi spanda le sue benedizioni. Ma non basta piantar croci, bisogna altresì farlo piamente e con fede, e specialmente non essere in quel momento in istato di peccato. Se le pianterete con tali sentimenti, sarete certi che Dio benedirà i vostri terreni e li preserverà da’ flagelli temporali. Se le vostre croci non producono l’effetto che dovevate aspettarne, non è difficile saperne il perché: voile piantate senza fede e senza pietà; piantandole non avete forse neppur recitato un Pater ed un’Ave in ginocchio; o se avete pregato, forse l’avete fatto con un ginocchio in terra e l’altro in aria. Se la cosa è così, come volete che Dio benedica i vostri raccolti? Ma quando le incontrate al momento della raccolta cadete in ben più grave abominazione! Oh! quant’ha perduto la Religione della sua antica bellezza! Sì, quelle croci sono veramente piantate in campi di pagani, e non di Cristiani! O mio DIO! A quale secolo disgraziato siam dunque giunti! Quando la Chiesa istituì questa sacra cerimonia ciascuno ambiva la sorte felice di por croci ne’ suoi campi, e si faceva col più profondo rispetto. Quando s’incontravano o mietendo o vendemmiando, tutti si prostravano con la faccia per terra per adorar Gesù Cristo, morto in croce per noi, e si mostrava così la riconoscenza che gli si aveva per aver voluto conservare e benedire il raccolto. Tutti, con le lacrime agli occhi, baciavano il segno santo della nostra Redenzione. Ohimè! mio DIO, i Cristiani non vi attestano più così la loro riconoscenza! Oserò dirlo? Imitano Giuda e i Giudei! Rassomigliano ai Giudei, quando piegavano il ginocchio per insultare la sua dignità regale; imitano Giuda che lo baciò con la bocca macchiata dai più gravi delitti. Gli uni e l’altro gli rendevano quest’apparenza di rispetto solo per derisione; e non è appunto ciò che fate voi, quando incontrate una Croce? Invece di mostrare a DIO la vostra riconoscenza perché ha voluto benedire e conservare i frutti della terra, non gli fate ingiuria col baciar la Croce ridendo? Non è una derisione, anzi un’idolatria presentargli un pugno di frumento, come se incensaste la persona che tiene fra mano la Croce? Andate, sciagurati, Dio vi punirà o in questo mondo o nell’altro. Padri di famiglia, non vi aveva detto due anni or sono che al tempo della mietitura dovevate togliere tutte le croci ch’erano nei vostri campi per evitarne la profanazione? Non vi aveva raccomandato di rimetterle nel luogo ove accumulate i vostri covoni, e, battuto che abbiate il vostro grano, farle bruciare, per timore che abbiano ad essere profanate? Se non l’avete fatto, siete colpevoli assai, e non dovete lasciare di confessarvene. Ohimè! Chi potrà noverare tutti gli orrori che si commettono in tempo della mietitura o delle vendemmie, in quei tempi nei quali Iddio, nella sua bontà e carità, colma la terra dei doni della sua Provvidenza! L’uomo ingrato pare che allora appunto raddoppi le sue ingiurie e moltiplichi le sue offese. E come osate lagnarvi perché le raccolte vengono meno, perché la grandine o la gelata ve le distruggono? Ah! stupite piuttosto che, non ostante tanti peccati, Dio voglia darvi ancora il necessario, ed anche più di ciò che vi abbisogna! O mio Dio, l’uomo è pur perverso ed accecato!

4° Il segno della Croce è l’arma più terribile contro il demonio; perciò la Chiesa vuole non solo che l’abbiamo continuamente dinanzi agli occhi, per ricordare quanto vale l’anima nostra e quanto è costata a Gesù Cristo; ma di più, che ad ogni tratto lo facciamo su noi: andando a letto, la notte quando ci svegliamo, levandoci, sul cominciar delle nostre azioni, e specialmente quando siamo tentati. Possiam dire che un Cristiano, il quale si fa il segno della Croce con sentimenti di pietà, cioè ben compreso dell’atto che compie, fa tremare l’inferno (Infatti nulla fa più viva impressione che questo seguo il quale rappresenta: 1° il mistero della SS. Trinità; 2° ci ricorda col movimento che fa la mano dalla fronte al petto la discesa di Gesù Cristo dal seno del Padre in grembo alla SS. Vergine; 3° con la croce che facciamo la crocifissione di Gesù Cristo; 4° il giudizio finale col movimento che fa la mano da sinistra a destra. – Nota del Beato). Un Cristiano tentato, che fa con viva fede il segno della Croce, può dir con certezza che vince il demonio e rallegra la corte celeste. Vedete S. Antonio a cui i demoni facevano guerra violenta e continua; di qual mezzo si valeva a sua difesa, se non del segno della nostra Redenzione? Un giorno, che i demoni lo tentavano, disse loro: « Quanto poca cosa siete mai! Io, povero solitario, che a stento mi reggo in piedi, oppresso dalla penitenza, con un solo segno di Croce vi metto tutti in fuga » (Vite dei Padri del deserto, T. I, p. 32). Nella vita di Santa Giustina (RIBADENEIRA, ai 26 di Settembre) si narra che il mago Cipriano, invaghito della sua bellezza, s’era dato al demonio perché usasse tutti i suoi artifizi per trarla al male. Ma il demonio poco tempo dopo gli confessò che non poteva nulla sopr’essa, perché alla prima tentazione si faceva il segno della Croce, e in tal modo rendeva vani i suoi sforzi. Ma quando si fa il segno della Croce bisogna farlo non per abitudine, sì con rispetto, con attenzione, pensando a ciò che si fa. O mio Dio! Di qual santo timore saremmo compresi se, facendo questo segno su noi, ricordassimo che pronunziamo quanto v’ha nella Religione di più santo e più sacro. Pensate da qual devozione saremmo animati se riflettessimo che nominiamo le tre Persone della santissima ed adorabilissima Trinità: il Padre, che ci ha creati e tratti dal nulla, come ha creato tutto ciò che esiste; il Figliuolo che ha preso un corpo ed un’anima nel seno della SS. Vergine per salvarci tutti dall’inferno e meritarci la felicità eterna; lo Spirito santo, a cui siam debitori di tutte le buone ispirazioni e di tutti i nostri buoni desideri. Vedete, miei fratelli, se faceste tutte queste riflessioni, quanto sareste pieni d’amore e di riconoscenza verso questo Dio in tre Persone, specialmente quando, nell’entrare in chiesa, prendete l’acqua benedetta. Oh! se fosse così, vi si entrerebbe tremando. Perciò quando i vostri figliuoli cominciano a muover le braccia, bisogna far loro fare tosto questo santo segno, e ispirarne loro il più grande rispetto.

5° Forse mi domanderete che cosa significano le parole: Invenzione della santa Croce, Esaltazione della santa Croce. Amici miei, son due feste di cui l’una si celebra il 3 di maggio, l’altra il 14 di settembre. Ecco l’origine della prima. Erano 326 anni dacché Gesù Cristo era morto (L’era volgare parte dalla nascita, non dalla morte di Gesù Cristo. – Nota degli editori francesi . Secondo i computi più accurati comincia circa cinque anni dopo la nascita del Salvatore. L’anno poi della vittoria di Costantino non fu il 326, ma il 312. – Aggiunta del Traduttore), quando l’imperator Costantino combattendo contro il tiranno Massenzio, vide  in aria una croce più splendente che il sole, su cui erano scritte queste parole: « Per mezzo di questo segno sarai vincitore del tuo nemico ». L’imperatore, colpito da tale prodigio, fece tosto dipingere questo segno sacrosanto sulle sue armi e sulle sue bandiere, e riportò splendida vittoria. S. Elena, sua madre, concepì tal devozione per la Croce di Gesù Cristo, che non s’acquietò finché non l’ebbe ritrovata. Andò a tal fine a Gerusalemme; e avendole Dio fatto conoscere il luogo dov’era, dopo faticose ricerche la rinvenne insieme alle due croci su cui erano stati confitti i due ladri. Per distinguere qual fosse quella del Salvatore si fece portar là un morto, il quale, posto sulle due prime croci, non risorse: ma appena posto sulla terza s’alzò e cominciò a camminare (La maggior parte degli storici, Eusebio. Teodoreto, Rufino, Socrate, Sozomeno, Teofane, riferiscono che S. Macario, Vescovo di Gerusalemme, fece portar le tre croci in casa d’una ragguardevole dama agonizzante. La sua improvvisa guarigione fece conoscere qual fosse la croce del Salvatore. Secondo S. Paolino e Sulpizio Severo non la guarigione d’una soltanto moribonda, ma la resurrezione d’un morto rese testimonianza alla vera croce. – Nota degli editori francesi). Questa croce fu fonte d’innumerevoli miracoli. S. Giovanni Crisostomo la chiama speranza de’ Cristiani, resurrezione de’ morti, consolazione dei poveri, speranza de’ ricchi, confusione dei superbi e tormento dell’inferno. O miei figliuoli, dice S. Epifanio, stampiamo questo segno santo sull’alto delle nostre porte, sulle nostre fronti, sulla nostra bocca, sul nostro petto; rivestiamoci spesso di quest’armatura impenetrabile al demonio. Badiamo di non restar mai senza questo segno santo su noi. DIO , per farci vedere quanto avesse a cuore che il sacro legno, su cui è morto, fosse venerato in tutto l’universo qual fonte di benedizione, permise che per parecchi secoli il legno della santa Croce non diminuisse, non ostante che se ne prendesse continuamente. Poi, quando questa santa reliquia fu esposta in tutto il mondo cristiano, cominciò a diminuire; ed ora è a credere che non vi sia luogoin cui non s’abbia un frammento di quel legno, su cui Gesù Cristo ha operato la nostra salute. Tal è l’origine della festa detta dell’Invenzione della santa Croce, perché si celebra il giorno in cui la Croce fu ritrovata da S. Elena, madre dell’imperator Costantino. La festa, che si celebra il 14 di settembre, ricorda come essendo questa santa Croce rimasta quattordici anni in mano dei barbari, che l’avevano rapita a Gerusalemme, l’imperatore Eraclio, vincitor de’ Persiani, stipulò nel trattato di pace che gli si dovesse restituire il santo legno; il quale fu riportato trionfalmente a Gerusalemme; e perciò si celebra il 14 di settembre la festa dell’Esaltazione della santa Croce. I Santi tutti, fratelli miei, amarono la Croce, e vi trovarono forza e consolazione. Vedete S. Liduina, a cui trent’otto anni di patimenti sembrano un lampo: tanto si dilata il suo cuore in questa fonte d’amore! (Ribadeneira, 14 d’Aprile) … — Ma, direte, si dovrà dunque aver sempre qualche cosa da patire! Ora malattie o povertà; ora maldicenze o calunnie; ovvero perdita di beni o indisposizioni? — Siete calunniato, amico mio? Siete caricato d’ingiurie? O vi si fa qualche ingiustizia? Tanto meglio: è buon segno; non ve ne inquietate punto: siete sulla via che conduce al cielo. Sapete quando si dovrebbe piangere? Non so se l’intendiate; ma sarebbe appunto da piangere se invece non aveste nulla da patire, e tutti vi stimassero e vi rispettassero; dovreste invidiar coloro che hanno la lieta sorte di passar la vita nei patimenti, nei dispregi e nella povertà. Dimenticate forse che nel vostro Battesimo accettaste una croce, cui non dovete abbandonare sino alla morte, ed è la chiave di cui vi servirete per aprirvi le porte del cielo? Non ricordate forse le parole del Salvatore: « Figliuol mio, se vuoi venir dietro a me, prendi la tua croce e seguimi », non per un giorno, non per una settimana, non per un anno, ma per tutta la vita? ( « Si quia Vult post me venire, obneqet semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me» (S. LUCA IX, 23) I Santi temevano di passare anchesol pochi istanti senza patire, perché consideravanoquel tempo come perduto. Secondo S. Teresa l’uomoè in questo mondo solo per patire, e quando finiscedi patire deve finir di vivere. S. Giovanni della Crocechiedeva piangendo a DIO, qual unico premio de’ suoitravagli, la grazia di patir sempre più.Da tutto questo che cosa dobbiamo concludere, fratellimiei? Eccolo. Risolviamo di aver gran rispettoper tutte le croci, che sono benedette e ci rappresentano compendiosamente quanto IDDIO ha patito per noi. Ricordiamo che dalla Croce provengono tutte le grazie che ci si concedono, e che perciò una Croce benedetta è sorgente di benedizioni; che dobbiamo fare spesso su noi il segno della Croce, e sempre con grande rispetto; e finalmente che nelle nostre case non deve mancar mai questo simbolo salutare. Istillate ai vostri figliuoli, fratelli miei, il massimo rispetto per la Croce, e portate sempre su voi una Croce benedetta, che vi difenderà dal demonio, dal fulmine e da ogni pericolo (Ognuno intende che si tratta qui di effetti che possono provenire dalla fede di chi porta l’oggetto benedetto, non di effetti ch’esso produca per intrinseca virtù. – Nota del Traduttore). Ah! miei fratelli, qual forza dà la Croce a coloro che han fede1 … Quanta poca cosa sono i patimenti per chi contempla quest’istrumento di salute! O bella e preziosa Croce! Quante anime felici anche in questo mondo e quanti Santi fate per l’altro! … Così sia.

MESSA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Sap. X: 17
Sapiéntia réddidit iustis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúia, allelúia.

[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia].
Ps CXXVI: 1
Nisi Dóminus aedificáverit domum, in vanum labórant qui aedíficant eam. [Se non fabbrica la casa il Signore, vi faticano invano i costruttori].


Sapiéntia réddidit iustis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúia, allelúia. [La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia]

Oratio

Orémus.
Rerum cónditor Deus, qui legem labóris humáno géneri statuísti: concéde propítius; ut, sancti Ioseph exémplo et patrocínio, ópera perficiámus quae praecipis, et praemia consequámur quae promíttis.

[O Dio, creatore del mondo, che hai dato al genere umano la legge del lavoro; concedi benigno, per l’esempio e il patrocinio di san Giuseppe, di compiere le opere che comandi e di ottenere la ricompensa che prometti].

Lectio
Léctio Epístolae beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col. III:14-15, 17, 23-24
Fratres: Caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis, et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore, et grati estóte. Omne quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Iesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum. Quodcúmque fácitis, ex ánimo operámini sicut Dómino, et non homínibus, sciéntes quod a Dómino accipiétis retributiónem hereditátis. Dómino Christo servíte.

[Fratelli, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione. Trionfi nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati nell’unità di un sol corpo: e vivete in azione di grazie! Qualunque cosa facciate, in parole od in opere, tutto fate in nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre, per mezzo di lui. Qualunque lavoro facciate, lavorate di buon animo, come chi opera per il Signore e non per gli uomini: sapendo che dal Signore riceverete in ricompensa l’eredità. Servite a Cristo Signore.]

Alleluia

Allelúia, allelúia.
De quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos, et ero protéctor eórum semper. Allelúia.
V. Fac nos innócuam, Ioseph, decúrrere vitam: sitque tuo semper tuta patrocínio. Allelúia.

[In qualsiasi tribolazione mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò sempre il loro protettore. Alleluia.
V. O Giuseppe, concedici di vivere senza colpe. e di godere sempre la tua protezione. Alleluia]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.

Matt XIII: 54-58
In illo témpore: Véniens Iesus in pátriam suam, docébat eos in synagógis eórum, ita ut miraréntur et dícerent: Unde huic sapiéntia haec et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater eius dícitur María, et fratres eius Iacóbus et Ioseph et Simon et Iudas? Et soróres eius nonne omnes apud nos sunt? Unde ergo huic ómnia ista? Et scandalizabántur in eo. Iesus autem dixit eis: Non est prophéta sine honóre nisi in pátria sua et in domo sua. Et non fecit ibi virtútes multas propter incredulitátem illórum.

[In quel tempo, Gesù giunto nel suo paese, insegnava loro nella sinagoga, così che meravigliati si chiedevano: «Di dove gli vengono questa sapienza e i miracoli? Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove, dunque, gli viene tutto questo?». Ed erano scandalizzati riguardo a lui. Ma Gesù disse loro: «Non c’è profeta senza onore, se non nella sua patria e nella sua casa». E non fece là molti miracoli, a causa della loro incredulità.]

Omelia

[A. Carmignola: S. Giuseppe, modello, maestro e protettore dei Cristiani; Tipog. e Libr. Salesiana, Torino, 1896]

RAGIONAMENTO IV.

S. Giuseppe modello di facile imitazione per tutti.

Imitare nostro Signor Gesù Cristo, ecco l’indispensabile nostro dovere per potere un giorno entrare nel regno de’ cieli e appartenere a Gesù Cristo in eterno. Ma se tuttavia Gesù Cristo per la sua sublimità ci sembra un modello troppo difficile ad imitarsi da noi, che ne siamo tanto lontani, ecco che lo stesso Gesù Cristo si accontenta che noi pieghiamo lo sguardo sopra di coloro che riuscirono a diventare sue bellissime copie, vale a dire sopra dei Santi, i quali appunto perché sono della nostra sola natura sembrano per noi più facilmente imitabili. Senonché i Santi, come non sono tutti uguali nel grado di santità, così non tutti risplendono alla stessa guisa in tutte le virtù, ma gli uni di più in questa, gli altri di più in quella. Così vi ha tra i Santi chi spicca maggiormente per la fede, chi invece per la carità, chi per la castità, chi per l’umiltà, chi per la dolcezza, chi per la povertà, chi per la pazienza e chi nelle altre diverse virtù. Epperò la Chiesa, considerando questa varietà di perfezione, che rifulge nei Santi, li propone come particolari modelli ora di questa, ora di quell’altra condizione di persone. Così ad esempio S. Luigi Gonzaga, che morì giovane, viene offerto come modello alla gioventù, e per aver praticato in modo eminente la santa purità è offerto a tutti come modello di questa virtù. San Tommaso d’Aquino, che scrisse tante opere teologiche e filosofiche, è offerto come modello agli studenti ecclesiastici. S. Isidoro, contadino, è offerto modello ai contadini. S. Francesco Zaverio, apostolo delle Indie, ai missionari: S. Luigi re di Francia, ai re; e così dicasi di altri Santi. Ma non vi sarà fra i Santi alcuno che la Chiesa possa presentare come modello facile ad imitarsi da tutti e in ogni genere di virtù? Sì, vi ha, e questo Santo è il nostro caro S. Giuseppe. Egli, essendo il più perfetto imitatore di Gesù Cristo dopo Maria, ne è ancora, dopo Maria, la più perfetta copia in ogni genere di virtù e quasi in ogni condizione di vita; per modo che, anche con maggior ragione dell’Apostolo Paolo può rivolgersi a tutti noi e dire: Siate imitatori miei, come io lo sono di Gesù Cristo: Imitatores mei estote,sicut et ego Christi(1. Cor. IV, 16). Ed ecco l’argomento, che vi propongo per quest’oggi: S. Giuseppe modello di facile imitazione per tutti. Incominciamo.

PRIMA PARTE.

Ed anzi tutto io dico che S. Giuseppe è un Santo di facile imitazione. Noi ordinariamente riguardiamo siccome difficili ad imitarsi, per non dire quasi inimitabili, quei Santi che nella loro vita hanno molto del prodigioso e dello straordinario; quelli che hanno operato molti e strepitosi miracoli, quelli che ebbero delle continue estasi, quelli che abbandonarono il mondo e andarono a vivere da solitami nei deserti e nelle caverne, quelli che si diedero alle più aspre penitenze, alle flagellazioni, ai digiuni, alle veglie; quelli insomma, che sebbene siano vissuti in questo mondo, a noi paiono piuttosto Angeli calati quaggiù dal cielo. E ciò non è senza un po’ di ragione; perché, sebbene in ogni Santo vi sia ciò che è imitabile, tuttavia in taluni di essi molte cose sono soltanto degne di ammirazione, sia perché noi non dobbiamo aspirare di imitare altrui nei miracoli e nelle estasi, sia perché non è ciò che il Signore esige, che noi imitiamo nei Santi. Or bene il nostro S. Giuseppe appartiene egli forse al numero di questi Santi, che a noi si mostrano come difficili ad imitarsi? Oh no! Tutt’altro. Egli si mostra a noi come modello di facilissima imitazione, perché appunto in lui non vi ha nulla in apparenza di prodigioso e di straordinario. Ed infatti da quel poco che ci dice di lui il Vangelo e la tradizione non apparisce che egli abbia mai compiuto alcun miracolo, si conosce che egli era di nobile stirpe, ma decaduto, che esercitava perciò il mestiere di fabbro falegname, che non passò la vita nel deserto, che non si diede a rigide penitenze, che insomma visse una vita comunissima. Or dunque non è egli vero, che si presenta perciò a noi come modello di facile imitazione? Che non vi ha perciò alcuno, che possa esimersi dall’imitarlo, col dire che ciò è impossibile? Ma non solamente tutti possono imitare S. Giuseppe, perché modello di facile imitazione, ma ancora perché egli è modello universale. Vediamolo in breve. S. Giuseppe è modello ai religiosi, a coloro cioè che sono consacrati a Dio coi tre voti di povertà, di castità e di obbedienza e si sono in certa guisa separati dal mondo, poiché S. Giuseppe visse una vita tutta nascosta e ritirata, consacrato interamente al suo Dio, perfettamente povero, casto ed obbediente. S. Giuseppe è modello ai sacerdoti, a coloro cioè che hanno ricevuta una speciale consacrazione nel Sacramento dell’Ordine e sono destinati a trattare con le loro mani le carni adorabili di Gesù Cristo, poiché S. Giuseppe con vi va fede, con ardente carità, con pietà e riverenza profonda trattò mai sempre il suo caro figlio putativo Gesù. S. Giuseppe è modello a coloro che sono dedicati all’apostolato della fede cattolica, poiché S. Giuseppe, sia nella sua dimora in Nazaret, come ne’ suoi viaggi e nel suo esilio in Egitto non tralasciò mai di fare quanto poteva per essere vero apostolo ed eccitare sia i cattivi ebrei che i gentili e gli idolatri a convertirsi sinceramente a Dio. S. Giuseppe è modello degli sposi cristiani, perché essendo stato sposo purissimo di Maria Vergine, offre loro l’esempio del più perfetto e del più puro amore scambievole. S. Giuseppe è modello dei padri e delle madri di famiglia, perché essendo stato quale padre in terra di nostro Signor Gesù Cristo, insegna ai genitori quale debba essere la loro sollecitudine nella santa educazione dei loro figli. S. Giuseppe è modello ai maestri ed agli educatori della gioventù, perché ancor egli la fece da educatore al suo caro Gesù. S. Giuseppe è modello ai re, ai nobili, ai potenti della terra, perché anch’egli fu di sangue reale ed insegna loro a non vanagloriarsi punto né della nobiltà dei loro natali, né degli onori che ricevono nel mondo, né delle alte cariche che esercitano nella società. S. Giuseppe è modello ai padroni, perché anch’egli fu padrone di bottega ed insegna ai medesimi di praticare mai sempre la giustizia verso dei loro clienti, come verso dei loro dipendenti. S. Giuseppe è modello agli operai, perché  esercitò appunto durante tutta la sua vita l’umile mestiere di fabbro falegname e nell’esercizio di questo mestiere operò tuttavia la sua grande santificazione, lavorando sempre coscienziosamente, impiegando utilmente i suoi guadagni per i bisogni della sua famiglia e santificando sempre i giorni festivi. Fu modello ai poveri col vivere contento nello stato di povertà, fu modello ai ricchi con l’impiegare il soprappiù de’ suoi guadagni nel far elemosine; fu modello ai felici, perché non abusò mai della felicità somma in cui si trovava dall’essere sposo di Maria e Custode di Gesù; fu modello ai tribolati perché in mezzo alle pene e ai dolori più acerbi chinò sempre umilmente la testa ai voleri di Dio e benedisse la sua mano, che lo metteva alla prova; fu modello ai giovani perché santo da giovane, e modello ai vecchi perché col crescere della vita crebbe eziandio nella santità; fu insomma modello universale: talché non vi è alcuno, a qualsiasi condizione egli appartenga, che possa dire: Io non posso prendere S. Giuseppe per mio modello. – E come è modello a tutti, così lo è di ogni virtù. Egli lo è anzi tutto delle virtù teologiche, della fede, della speranza e della carità. Nessuno al certo, dopo la beata Vergine, ebbe una fede più viva, una speranza più ferma, una carità più ardente di S. Giuseppe. S. Paolo diceva che il giusto vive di fede: iustus ex fide vivit(Ebr. X, 38), e S. Giuseppe è proprio queldesso: egli credette sempre, prontamente, umilmentenon ostante che gli fossero proposti a crederemisteri altissimi. Davide diceva di sé, chegli era cosa buona abbandonarsi in Dio e riporre in lui tutta la sua speranza: Mihi autem adhærere Deo bonum est, ponere in Deo spem meam(Salm, LXXII, 28), e S. Giuseppe, suo discendente, ripetevaqueste parole anche con uno slancio digran lunga superiore. Davide ancor protestavadi non voler amare che Iddio, sua fortezza: Diligam te, Domine, fortitudo mea(Salm. XVII, 1), e Giuseppe con un ardore incomprensibile si slanciava ad ogni istante ad amare il suo caro Gesù e suo Dio. Così S. Giuseppe era modello delle teologiche virtù.Nello stesso modo lo era delle virtù cardinali, della prudenza, della giustizia, della fortezza e della temperanza. Non è che guidato dalla prudenza che non ostante il voto di verginità col quale erasi consacrato a Dio, consigliato come piamente si crede dal Sommo Sacerdote, si unì in matrimonio con Maria SS., Vergine Ella pure. Ed è ancora per prudenza che fu sul punto di abbandonarla nascostamente, quando egli non ancora edotto del mistero che erasi operato in Lei, si avvide che era divenuta madre. È per la sua somma giustizia, che è appunto chiamato dal Vangelo giusto per eccellenza, perché egli dava a Dio quel che a Dio si conveniva, al prossimo quel che si conveniva al prossimo, e da se stesso quel che a se stesso doveva. È per la sua fortezza che resistette intrepido e fidente in Dio a tutte le avversità, a tutti i disagi, a tutti i patimenti cui dovette andare incontro come sposo di Maria e come Custode di Gesù. Ed è per la sua temperanza, che egli regolò mai sempre i suoi sensi secondo la ragione e la fede e non permise mai che questi creassero il minimo intoppo nell’esercizio delle virtù. Da ultimo, oltre all’essere stato modello delle virtù teologiche e cardinali, lo fu ancora di tutte quante le virtù morali; e dell’obbedienza, facendo subito ed appuntino quel che Iddio per mezzo degli Angeli gli comandava, né obbedendo solo a Dio, ma ancora agli uomini, come fece allora che si recò a Betlemme a dare il proprio nome; e dell’umiltà, non parlando mai di sé, non menando mai con alcuno il minimo vanto del suo altissimo ufficio, anzi tacendo fino allora che a noi sembra avrebbe dovuto parlare; e della castità, e della dolcezza, e della mansuetudine, e della pazienza, e della rassegnazione ai voleri di Dio, e dello spirito di preghiera, e di qualsiasi altra virtù possa da un uomo praticarsi sopra di questa terra, avendo egli, come già dicemmo ieri, copiato in sé tutte quelle virtù di cui Gesù Cristo, nostro primo modello, ci lasciò l’esempio. Or dunque non è egli vero che S. Giuseppe può volgersi a noi e dire con tutta ragione: Siate imitatori miei come io lo sono di Gesù Cristo?Imitatores mei estote sicut et ego Christi? Sì, senza alcun dubbio, e noi dobbiamo imitarlo. Dobbiamo imitarlo, perché modello di facile imitazione; dobbiamo imitarlo, perché modello a tutti, di qualsiasi condizione; dobbiamo imitarlo, perché modello bellissimo di tutte quante le virtù. Molti Cristiani si trovano in gravissimi errori per ciò che riguarda la vera divozione ai Santi. Ed in vero taluni si pensano che la divozione a qualche Santo consista in nient’altro che in una certa qual simpatia speciale per lui. Costoro nutrono nel loro animo un certo qual sentimento che io chiamerei di parzialità per il Santo di cui sono devoti, epperò se accade che ne abbiano a parlare, lo fanno con entusiasmo e con esagerazione tale che secondo loro la Madonna Santissima e Iddio stesso sono al di sotto assai del loro Santo. E cadono appunto in questo eccesso costoro, perché la loro divozione è falsa, essendoché si ferma tutta lì a quel sentimento di special simpatia. Difatti, li vedete voi mai costoro a far opere buone ad onor del loro Santo? Ecchè? Son Cristiani, che non vanno neppur più in Chiesa. Altri poi ve ne sono che si pensano che la divozione ai Santi consista unicamente nell’invocare il loro aiuto, massime nei momenti del bisogno e per quelle necessità in cui i Santi si mostrano particolari patroni. Così certa gente non appena è presa dal mal di denti ricorre a S. Apollonia; se è travagliata dal mal di gola prega S. Biagio; se corre pericolo della vista si raccomanda a S. Lucia; se ha perduto qualche cosa recita dei Pater a S. Antonio per ritrovarla, e così via via: e se poi è accaduta qualche grave sciagura, dalla quale troppo le importi di sorgere, va all’altare della Madonna e fa il voto di un cuore d’argento. Ma intanto anche questa gente non si cura troppo di chiesa; è forse anche da gran tempo che non va ai Sacramenti, è in continuo stato di peccato mortale. E questa gente avrà essa la vera divozione ai Santi?Altri poi spingono l’errore anche più in là. Poiché sebbene non possano ignorare che sia peccato il rubare, il vendicarsi delle ingiurie, il fornicare e simili, arrivano a tale da invocare l’aiuto dei Santi per riuscire a fare destramente quella ladreria, quella vendetta, quel peccato che hanno in animo di fare. Par quasi incredibile, eppure non ne mancano degli esempi. Ed altri poi nella loro devozione portano una presunzione tale, da non poter immaginare la maggiore. Poiché mentre si avvedono della mala vita che conducono e vogliono tuttavia persistere nella medesima, non dimeno perché dicono qualche Pater o qualche Ave Maria o a questo o a quel Santo, si tengono come certi di potersi salvare. Or dite non è egli chiaro, chiarissimo che tutti costoro sono falsi devoti? Invocare l’aiuto dei Santi è cosa che certamente fa parte della loro devozione, ma non è il tutto, ed invocarli poi per essere aiutati a fare il male è il più grave oltraggio che loro si possa fare. La vera divozione ai Santi consiste in tre cose massimamente: anzitutto nell’ammirare le loro grandezze, in secondo luogo nell’imitare le loro virtù, in terzo luogo nell’invocare il loro aiuto. Ma di tutte queste tre cose, la più importante e la più essenziale si è quella di mezzo, l’imitazione delle loro virtù. È S. Agostino che ce loinsegna: Vera devotio est imitari quod colimus. La vera divozione è imitare colui che onoriamo. Di qui pertanto noi possiamo farci un’idea esatta della divozione nostra verso di S. Giuseppe e ad ogni modo possiamo imparare come ci convenga essere suoi veri devoti. È dunque certamente bello venire in chiesa nel corso del mese di marzo, a sentire le sue glorie e le sue grandezze, oppure leggerle in qualche libro che parli di lui; è bello adornare il suo altare e la sua immagine di fiori e di ceri, è bello rivolgere a lui con fiducia la nostra preghiera, ma pur facendo tutto ciò, questo ha da essere il nostro principalissimo studio: imitarlo nelle sue virtù. Se così adunque e non altrimenti noi possiamo essere veri devoti di questo caro Santo, gettiamo attentamente sopra di lui il nostro sguardo per apprendere bene i suoi grandi esempi e con tutta la più buona volontà ricopiarli in noi medesimi: insomma mettiamo in pratica l’esortazione che ci fa lo stesso S. Giuseppe: Siate imitatori miei come io lo sono di Gesù Cristo: Imitatores mei estote sicut et ego Christi.

Credo

Offertorium

Orémus
Ps LXXXIX: 17
Bónitas Dómini Dei nostri sit super nos, et opus mánuum nostrárum secúnda nobis, et opus mánuum nostrárum secúnda, allelúia. [E’ con noi la grazia del Signore Dio nostro: essa conferma su di noi l’opera delle nostre mani, conferma l’opera delle nostre mani, alleluia]

Secreta

Quas tibi, Dómine, de opéribus mánuum nostrárum offérimus hóstias, sancti Ioseph interpósito suffrágio, pignus fácias nobis unitátis et pacis. [O Signore, questa offerta che è frutto del lavoro delle nostre mani, per l’intercessione di san Giuseppe ci sia pegno di unità e di pace].

Praefatio de S. Ioseph

Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Solemnitáte beáti Ioseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir iustus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Iesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem maiestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti iúbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:  [E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

Communio

Matt XIII: 54-55
Unde huic sapiéntia haec et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater eius dícitur María? Allelúia. [Da dove vengono a lui tanta sapienza e sì grandi portenti? Non è forse lui il figlio dell’operaio? Non è forse sua madre Maria? alleluia.]

Postcommunio

Orémus.
Haec sancta quae súmpsimus, Dómine, per intercessiónem beáti Ioseph; et operatiónem nostram cómpleant, et praemia confírment. [
O Signore, per l’intercessione di san Giuseppe, questo sacramento che abbiamo ricevuto renda perfetto il nostro lavoro e ci assicuri la ricompensa.]

DOMENICA I DOPO PASQUA (2019)

DOMENICA I dopo PASQUA (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

1 Pet II, 2. Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja. [Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia,]

Ps LXXX: 2. Exsultáte Deo, adjutóri nostro: jubiláte Deo Jacob. [Inneggiate a Dio nostro aiuto; acclamate il Dio di Giacobbe.]

– Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja. [Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia.]

Oratio

Orémus.

Præsta, quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui paschália festa perégimus, hæc, te largiénte, móribus et vita teneámus. [Concedi, Dio onnipotente, che, terminate le feste pasquali, noi, con la tua grazia, ne conserviamo il frutto nella vita e nella condotta.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joannis Apóstoli. – 1 Giov. V: 4-10.

“Caríssimi: Omne, quod natum est ex Deo, vincit mundum: et hæc est victoria, quæ vincit mundum, fides nostra. Quis est, qui vincit mundum, nisi qui credit, quóniam Jesus est Fílius Dei? Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine. Et Spíritus est, qui testificátur, quóniam Christus est véritas. Quóniam tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum, et Spíritus Sanctus: et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, et aqua, et sanguis: et hi tres unum sunt. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est: quóniam hoc est testimónium Dei, quod majus est: quóniam testificátus est de Fílio suo. Qui credit in Fílium Dei, habet testimónium Dei in se”.  – Deo gratias.

Omelia I.

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

L A FEDE

“Carissimi: Tutto quello che è nato da Dio vince il mondo: e questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che, Gesù Cristo è figlio di Dio? Questi è Colui che èvenuto coll’acqua e col sangue, Gesù Cristo: non con l’acqua solamente, ma con l’acqua e col sangue. E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo: e questi tre sono una cosa sola. E sono tre che rendono testimonianza in terra: lo spirito, l’acqua e il sangue: e questi tre sono una cosa sola. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio èmaggiore. Ora, la testimonianza di Dio che è maggiore è questa, che egli ha reso al Figlio suo. Chi crede al Figlio di Dio, ha in sé la testimonianza di Dio” (1 Giov. 5, 4-10).

S. Giovanni, oltre il Vangelo e l’Apocalisse, scrisse tre lettere. La prima di queste è indirizzata ai fedeli dell’Asia minore, di cui Efeso, ove l’Apostolo dimorava, erane la capitale. Si potrebbe chiamare lettera accompagnatoria o introduzione del quarto Vangelo. Vi si fa risaltare la divinità di Gesù Cristo, e vi si danno prescrizioni per la pratica della vita cristiana, specialmente in relazione all’amor di Dio e all’amor del prossimo. L’epistola odierna è tolta da questa lettera. Per vincere il mondo con le sue concupiscenze, con i suoi errori, con le sue lusinghe, con le sue persecuzioni bisogna essere appoggiati a una fede viva nella divinità di Gesù Cristo. Fede che ha una base incrollabile, perché fondata sulla testimonianza del Padre, che proclama Gesù Cristo suo Figlio, quando è battezzato nelle acque del Giordano; dalla testimonianza del Figlio, che dimostra la sua divinità quando versa il sangue sulla croce; dalla testimonianza dello Spirito Santo, che, discendendo sopra gli Apostoli il giorno di Pentecoste, conferma la predizione di Gesù Cristo e quanto egli aveva insegnato sulla propria divinità. Accogliendo la testimonianza di Dio relativamente a Gesù Cristo, abbiam ben di più che la testimonianza degli uomini. Questo celebre passo di S. Giovanni ci suggerisce di parlar della Fede. Essa:

1. Ci fa trionfare delle passioni,

2. C i preserva dall’errore,

3. Ci fa rendere il dovuto omaggio a Dio.

1.

Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede. Chi erede che Gesù Cristo è Dio, e vive in conformità di questa credenza, trova la forza necessaria per trionfare del mondo. Le lusinghe, l’esempio del male che dilaga, la concupiscenza esercitano sull’uomo una forza a cui ben difficilmente si resiste con considerazioni umane. Ci vuole una forza superiore, e questa forza è la fede. I due discepoli che il giorno di Pasqua ritornano scoraggiati al castello di Emaus, sono accompagnati, nel cammino, da uno sconosciuto, che spiega loro parecchi luoghi della Sacra Scrittura. Rimasti soli, si dichiarano a vicenda: «Non ci ardeva forse il cuore in petto mentre per istrada ci parlava e ci interpretava le Scritture?» (Luc. XXIV, 32). Quella parola accendeva i loro cuori, perché chi parlava era Gesù. La parola di Dio avvince i cuori con le sublimi verità che rivela, e gli infiamma a compiere con entusiasmo i più grandi sacrifici, con l’assicurazione che non mancherà mai l’aiuto della grazia divina. La fede parla di Dio e dei suoi attributi. Credere che Dio è santo, e illudersi che non abbiano a dispiacergli i peccati, è cosa impossibile. Credere che è sapientissimo, e lusingarsi che gli sfuggano le azioni degli uomini, è inconciliabile. Credere che è giusto, e aspettarsi che non punisca le colpe e non premi la virtù è pretesa assurda. L’uomo che crede con fede viva nella parola di Dio, cerca di conformare a essa la propria vita, e con la grazia che viene da Dio, vi riesce. « I precetti di lui non sono gravosi, — dice l’Evangelista — perché tutto ciò che viene da Dio vince il mondo » (I Giov. V, 3-4). I beni che ci offre il mondo perdono ogni attrattiva quando consideriamo seriamente l’ammonimento di Gesù Cristo: « Che giova mai all’uomo guadagnar tutto il mondo se poi perde l’anima? » (Matt. XVI, 26). Nessuno potrà mai arrivare a contare il numero di coloro, che, meditando questa massima della nostra fede, si son guardati dal commettere ingiustizie a danno degli altri, hanno moderato il loro desiderio di possedere, hanno, magari, rinunciato alle ricchezze, ottenendo una vittoria completa sulla cupidigia dei beni di questa terra, « radice di tutti i mali » (I Tim. VI, 10). Contro chi possiede una fede viva perdono la loro forza anche le minacce del mondo. «Non temete — leggiamo nel Vangelo — coloro che uccidono il corpo e non possono uccider l’anima; temete piuttosto chi può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo» (Matt. X, 28). Queste parole, ricordate nel tempo della prova, producono i forti, che disprezzano qualunque tormento, piuttosto che venir meno alla voce della coscienza. E fanno sorgere i martiri che accettano la morte più straziante, ma non si stancano di dare a Dio l’onore e l’omaggio che gli si deve. « L’operaio è degno della sua mercede » (I Tim. V, 18.). E la fede ci dice che chi lavora nel combattimento contro il mondo avrà la sua mercede. Una gloria, in confronto della quale « le sofferenze del tempo presente non hanno proporzione (Rom. VIII, 18). In vista di questa gloria, chi non è spinto a combattere costantemente il mondo fino alla vittoria, dicendo col Poverello d’Assisi: « Tanto è il bene che m’aspetto che ogni pena mi è diletto »?

2.

E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. La testimonianza dello Spirito Santo esclude ogni dubbio, perché è proprio di Lui il dire la verità. E quanto c’insegna la fede è appunto testimonianza dello Spirito Santo. Felice l’uomo che ha la fede, perché egli trova la luce vera fra le tenebre che coprono la faccia della terra. Ci sono delle verità che anche l’intelletto dell’uomo può scoprire: come, l’esistenza di Dio, la sua unità, la sua provvidenza, la spiritualità e immortalità dell’anima, la distinzione tra il bene e il male ecc. Abbandonato però l’uomo alla sola ragione, non può venire alla conoscenza di queste verità e alle conseguenze che ne derivano, senza molta riflessione e ragionamento. Ma la gran massa degli uomini non è portata al ragionamento. Basa le sue convinzioni non sul ragionamento, ma sulla fede. E anche coloro che, dotati di ingegno superiore agli altri, cercano di penetrare le verità naturali, non sempre arrivano a conoscerle come si deve; e, frequentemente, arrivano a conclusioni diverse. Che dire poi se c’entrano le passioni? Quanti errori intorno a Dio e ad altre verità fondamentali, anche tra i popoli più colti, come quelli della Grecia e di Roma! Se conobbero Dio, non ne conobbero bene né la natura né gli attribuiti. Si formarono molti dei, e si crearono degli idoli. Se conobbero Dio non gli prestarono il culto dovuto. Accecati dalla loro superbia, e seguendo le inclinazioni della corrotta natura, precipitarono in errori d’ogni sorta. « S’invanirono nei loro ragionamenti, e fu avvolto di tenebre il loro stolto cuore. Dicendo di essere sapienti divennero stolti, e scambiarono la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine, rappresentante l’uomo corruttibile e uccelli e quadrupedi e rettili » (Rom. I, 21-23). Questa constatazione che l’Apostolo fa parlando del mondo greco-romano, ci dice di quanta importanza può essere la rivelazione, anche rispetto a quelle verità, che l’intelletto umano può conoscere da sé. Io mi avvio lungo una strada maestra, al valico d’una catena di monti. Ma le ore passano e il valico è ancor lontano. Quel continuo serpeggiar della strada comincia ad annoiarmi; il continuo salire, per quanto lento, mi fa sudare e mi stanca. Sarei ben felice se una veloce vettura si fermasse al mio fianco, e io fossi invitato a salirvi. In brevissimo tempo, senza sudore e logorio di forze, arriverei alla meta. La fede, anche nel campo delle verità naturali, mi porta con prontezza, senza fatica, là dove con le sole forze della ragione non si potrebbe arrivare che tardi, a stento, e non sempre felicemente. Se poi veniamo a parlare delle verità soprannaturali, come sono i misteri della nostra Religione, sarebbe da insensati pretendere di conoscerle con le forze della nostra ragione. «Non può esserci alcun dubbio che nella cognizione delle cose divine dobbiamo usare dell’insegnamento divino » (S. Ilario: De Trinitate L. 4, 14.). Noi che non conosciamo bene questa terra sulla quale siamo nati, abitiamo, ci nutriamo; che non siamo capaci di contare le arene del mare, né le gocce dell’oceano, né i giorni del mondo, non possiamo pretendere di arrivare con la nostra ragione a penetrare la profondità di Dio, a comprender cose che sono tanto al di sopra di noi, senza esservi guidati dal lume della fede.

3.

Se ammettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore. S. Giovanni intende parlare della testimonianza, che le tre Persone della SS. Trinità hanno fatto della divinità di Gesù Cristo; e si può applicare, in generale, a qualsiasi verità da Dio rivelata. Si dice: Chi crede facilmente, è facilmente ingannato. D’accordo; ma quando si crede con la testa nel sacco. Se io credo facilmente a un uomo che è degno di fede, non mi passa neppur per la mente il dubbio di essere ingannato. E questa mia sicurezza non è affatto irragionevole. « L’autorità — osserva S. Agostino — non è destituita di ragione quando si osserva a chi si presta fede » (De Vera Relig. c. 24, 45). È quello che possiamo constatare continuamente. In fatto di scienza, di arte, di cognizioni in genere, noi ci affidiamo alla autorità degli altri, e nessuno per questo ci accusa di essere irragionevoli. Gli ammalati credono alla parola del medico, perché sono persuasi che egli, che ha studio e pratica in proposito, conosce la malattia e i rimedi, e non vuole ingannarli. Gli scolari credono al maestro che ha l’ufficio e l’obbligo di insegnar loro la verità. Lo studioso di geografia conosce il nome dei continenti e dei vari Stati, in cui si dividono, e molto probabilmente in questi luoghi egli non è mai stato. Conosce l’altezza e l’estensione delle più importanti catene di monti, e forse non le ha mai valicate, né viste da lontano. Sa quali sono i fiumi principali, vi dice dove hanno la sorgente e dove la foce, vi annuncia esattamente la lunghezza del loro percorso; eppure non li ha mai visti né misurati. Egli crede a coloro che si occupano di questa materia. Si conoscono tanti fatti della storia antica e moderna; si precisa il tempo e il luogo dove avvennero, il nome delle persone che vi presero parte; eppure questa conoscenza non è diretta. Si crede alla parola di chi ne fu testimonio o agli scrittori che narrarono gli avvenimenti. Se è ragionevole che si creda alla testimonianza dei maestri e degli scrittori, perché li stimiamo seri e degni di fede, è molto più ragionevole che si creda alla testimonianza di Dio il quale, dopo aver parlato ai nostri padri per mezzo dei Profeti, « parlò a noi per mezzo del suo Figliuolo » (Ebr. 1, 2). Sarebbe inesplicabile credere agli uomini, che possono andar soggetti a errori, e non credere a Dio, che non può né errare, né ingannare. « Egli sa tutto lo scibile… annunzia le cose passate e quelle che accadranno, e segue la traccia di quelle occulte » (Eccl. XLII: 19). Se si considera l’indiscussa autorità di Dio, bisogna conchiudere con S. Gregorio Nazianzeno: « Per noi la fede è la perfezione del ragionare » (Or. theol. 3, 21). In fondo, noi rendiamo omaggio all’uomo, quando, sulla sua autorità, crediamo quanto egli dice. E credendo alla parola di Dio, gli rendiamo l’omaggio che ogni uomo è tenuto a rendergli. Per richiamare il popolo d’Israele, ritornato dalla schiavitù, a una vita più fervorosa, il Sacerdote Esdra legge il volume che contiene la parola di Dio. Egli legge in una piazza di Gerusalemme dall’alto di una tribuna. Appena apre il libro tutto il popolo si alza in piedi in segno di rispetto alla parola del Signore, e in piedi e in silenzio ascolta la lunga lettura (2 Esdrea VIII, 2-7). Piace certamente al Signore questo omaggio esterno reso alla sua parola, ma indubbiamente gli piace di più l’omaggio interno, l’omaggio della intelligenza, che gli si rende quando si crede fermamente alle verità da Lui rivelate.

Alleluja

Alleluia, alleluia – Matt XXVIII: 7. In die resurrectiónis meæ, dicit Dóminus, præcédam vos in Galilæam. [Il giorno della mia risurrezione, dice il Signore, mi seguirete in Galilea.]

Joannes XX:26. Post dies octo, jánuis clausis, stetit Jesus in médio discipulórum suórum, et dixit: Pax vobis. Allelúja. [Otto giorni dopo, a porte chiuse, Gesù si fece vedere in mezzo ai suoi discepoli, e disse: pace a voi.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XX: 19-31.

“In illo témpore: Cum sero esset die illo, una sabbatórum, et fores essent clausæ, ubi erant discípuli congregáti propter metum Judæórum: venit Jesus, et stetit in médio, et dixit eis: Pax vobis. Et cum hoc dixísset, osténdit eis manus et latus. Gavísi sunt ergo discípuli, viso Dómino. Dixit ergo eis íterum: Pax vobis. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos. Hæc cum dixísset, insufflávit, et dixit eis: Accípite Spíritum Sanctum: quorum remiseritis peccáta, remittúntur eis; et quorum retinuéritis, reténta sunt. Thomas autem unus ex duódecim, qui dícitur Dídymus, non erat cum eis, quando venit Jesus. Dixérunt ergo ei alii discípuli: Vídimus Dóminum. Ille autem dixit eis: Nisi vídero in mánibus ejus fixúram clavórum, et mittam dígitum meum in locum clavórum, et mittam manum meam in latus ejus, non credam. Et post dies octo, íterum erant discípuli ejus intus, et Thomas cum eis. Venit Jesus, jánuis clausis, et stetit in médio, et dixit: Pax vobis. Deinde dicit Thomæ: Infer dígitum tuum huc et vide manus meas, et affer manum tuam et mitte in latus meum: et noli esse incrédulus, sed fidélis. Respóndit Thomas et dixit ei: Dóminus meus et Deus meus. Dixit ei Jesus: Quia vidísti me, Thoma, credidísti: beáti, qui non vidérunt, et credidérunt. Multa quidem et alia signa fecit Jesus in conspéctu discipulórum suórum, quæ non sunt scripta in libro hoc. Hæc autem scripta sunt, ut credátis, quia Jesus est Christus, Fílius Dei: et ut credéntes vitam habeátis in nómine ejus.” – 

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXII

“In quel tempo giunta la sera di quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuso le porte, dove erano congregati i discepoli per paura de’ Giudei, venne Gesù, e si stette in mezzo, e disse loro: Pace a voi. E detto questo, mostrò loro le sue mani e il costato. Si rallegrarono pertanto i discepoli al vedere il Signore. Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi: come mandò me il Padre, anch’io mando voi. E detto questo, soffiò sopra di essi, e disse: Ricevete lo Spirito Santo: saran rimessi i peccati a chi li rimetterete, e saran ritenuti a chi li riterrete. Ma Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo, non si trovò con essi al venire di Gesù. Gli dissero però gli altri discepoli: Abbiam veduto il Signore. Ma egli disse loro: se non veggo nello mani di lui la fessura de’ chiodi, e non metto il mio dito nel luogo de’ chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo. Otto giorni dopo, di nuovo erano i discepoli in casa, e Tommaso con essi. Viene Gesù, essendo chiuse le porte, e si pose in mezzo, o disse loro: Pace a voi. Quindi dice a Tommaso: Metti qua il dito, e osserva le mani mie, e accosta la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma fedele. Rispose Tommaso, e dissegli: Signor mio, o Dio mio. Gli disse Gesù: Perché  hai veduto, o Tommaso, hai creduto: beati coloro che non hanno veduto, e hanno creduto. Vi sono anche molti altri segni fatti da Gesù in presenza de’ suoi discepoli, che non sono registrati in questo libro. Questi poi sono stati registrati, affinché crediate che Gesù ò il Cristo Figliuolo di Dio, ed affinché credendo otteniate la vita nel nome di Lui” (Jov. XX, 19-31).

Il Vangelo di questa domenica ci trasporta col pensiero nel Santo cenacolo e ci fa assistere a due importanti apparizioni, fatte da Gesù Cristo ai suoi Apostoli dopo la sua Risurrezione. E in una di esse ci mostra il divin Redentore confermare la missione di coloro che aveva scelti per la predicazione del suo santo Vangelo, e soprattutto affidare loro la podestà ammirabile della remissione dei peccati coll’istituzione solenne del Sacramento della Penitenza. Nella seconda apparizione ci pone innanzi l’amabilissimo Gesù, che rimproverando l’Apostolo S. Tommaso, la prima volta assente, della sua incredulità, fa a lui toccare col dito le sue piaghe e il suo costato aperto, e a tutti fa intendere come siano beati coloro, che credono alle verità della fede, benché non le veggano coi loro occhi materiali e non le comprendano con la loro ragione. Procuriamo pertanto a nostro ammaestramento di penetrare un po’ più a fondo queste verità così importanti.

1. È verità di fede che nella Chiesa vi è la facoltà di rimettere i peccati, e tutti i Cristiani del mondo, non esclusi gli eretici e gli scismatici, recitando il Simbolo degli Apostoli dicono: Credo la remissione dei peccati. Questa remissione o perdono dei peccati si fa per mezzo dei Sacramenti stabiliti da Gesù Cristo, dei quali uno de’ più necessari è appunto il Sacramento della Penitenza. Per mezzo di questo Sacramento ogni volta che una persona, avendo commesso peccati dopo il Battesimo, li confessa, ossia li dichiara ad un Sacerdote legittimo, con pentimento di averli commessi, concepito per motivi di fede, e con proposito di non più commetterli in avvenire, Iddio, per le parole dell’assoluzione dette dal Sacerdote, glieli perdona dal Cielo, le rimette la pena eterna, restituisce i beni perduti, la grazia e l’amicizia sua, le riconsegna il diritto al Regno celeste, se il peccato era mortale, le rende l’anima vieppiù bella e cara agli occhi suoi, e la fa meritevole di un aumento di gloria in Paradiso. Ora, che vi sia nei Sacerdoti cattolici questa facoltà di rimettere i peccati a chi li confessa con le dovute disposizioni, o non potendo, ha tuttavia il desiderio di confessarli, è verità che risulta evidente dal primo tratto del Vangelo di questa mattina. In quel tempo, esso ci dice, giunta la sera di quel giorno, il primo della settimana, (e lo stesso, che quello della sua Risurrezione) essendo chiuse le porte, dove erano congregati i discepoli per paura dei Giudei, venne Gesù, e si stette in mezzo, e disse loro: Pace a voi. E detto questo, mostrò loro le sue mani e il costato. Si rallegrarono pertanto i discepoli al vedere il Signore. Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi: come il Padre mandò me, anch’io mando voi. E detto questo, soffiò sopra di essi, e disse: Ricevete lo Spirito Santo: saran rimessi i peccati a chi li rimetterete, e saran ritenuti a chi li riterrete. Poteva pertanto nostro Signore istituire in un modo più solenne e con termini più chiari il Sacramento delle sue misericordie? Ma qui è d’uopo osservare che con le citate parole Nostro Signor Gesù Cristo dà agli Apostoli un doppio potere, il potere cioè di rimettere e di ritenere, di perdonare e di non perdonare, di assolvere e di non assolvere. Quindi ne viene per legittima conseguenza l’obbligo imposto ai peccatori di confessare, ossia di manifestare le loro colpe, affinché il Sacerdote o confessore possa sapere quale delle due facoltà debba usare, se debba cioè pronunziare una sentenza di assoluzione, oppure di condanna. Al Sacerdote non è permesso di rimettere o non rimettere i peccati a capriccio, ma deve ciò fare con tutta ragionevolezza, come ministro di Dio e fedele dispensatore de’ suoi doni. Il confessore deve fare come un giudice, che condanna od assolve, ingiunge una pena grave o leggiera o non ne ingiunge alcuna, secondo che il reo dal processo risulta più o meno colpevole, oppure innocente. Né ciò egli può fare, se il reo o penitente medesimo non gli svela le proprie colpe. Le parole adunque, con le quali Gesù Cristo ha istituito il Sacramento della penitenza, sono pur quelle, con cui implicitamente ha istituita ed ordinata la Confessione propriamente detta, ossia manifestazione delle colpe al confessore. Ora chi non sa quanti Cristiani e quanti giovani sciagurati, i quali amando vivere in peccato, epperò rifuggendo del continuo dal Sacramento della Penitenza, per scusarsi della loro perversità vanno dicendo e ridicendo, insieme coi protestanti, che la Confessione è una invenzione degli uomini, dei Sacerdoti, e non è opera di Dio? Insensati ed infelici che essi sono! Insensati anzitutto, perché come mai dinnanzi a questa pagina di Vangelo, osano essi negare la Divina istituzione di questo Sacramento della Penitenza e della conseguente confessione delle proprie colpe ai Sacerdoti, successori agli Apostoli? Inoltre infelici, perché rigettando questo Sacramento non si privano forse di uno dei più grandi benefici di nostra santa fede? Noi pertanto guardiamoci bene dal dubitare di questa gran verità. E se alle volte ci assalisse intorno ad essa qualche dubbio, ricerchiamo tosto le sue origini; ed allora riconoscendo che un tal dubbio non nascerebbe d’altronde che dalla malvagità della vita, e dall’orribile brama di peccare senza freno, nel discoprire origini per lo meno così sospette, raffermiamoci mai sempre nel credere che la Confessione non è, non può essere opera degli uomini, ma che è veramente opera di Dio.

2. Prosegue il Santo Vangelo notando come a questa prima apparizione di Gesù a tutti gli Apostoli Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo, non si trovò con essi. Però gli altri discepoli gli dissero: Abbiam veduto il Signore. Ma egli rispose loro: Se non veggo nelle mani di lui la fessura dei chiodi, e non metto il mio dito nel luogo di essi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo. Così questo Apostolo si rifiutò di credere alla testimonianza di tutti gli altri Apostoli. E non pare inesplicabile questa sua incredulità? Tuttavia è assai più inesplicabile la incredulità di certi Cristiani e di certi giovani, i quali, col non voler credere alle verità della fede od anche solo col dubitarne, si rifiutano in realtà di credere non agli uomini, ma a Dio stesso. Ed in vero, poiché la nostra Religione è soprannaturale e divina, contiene perciò certe verità così sublimi e così misteriose, che nella vita presente non è dato all’uomo di comprenderne altro che una piccolissima parte. Il che tuttavia non ci dovrebbe meravigliare, poiché negli stessi oggetti materiali, che cadono sotto i nostri occhi, come le erbe, le piante, il fuoco, la struttura del corpo umano, scorgiamo molte cose di cui conosciamo bensì l’esistenza, ma delle quali non sappiamo darci ragione che in modo assai imperfetto. Onde se siamo costretti di ammettere segreti nelle cose materiali, che cadono sotto ai sensi, assai più dobbiamo ammetterli nelle cose spirituali. Con tutto ciò l’atto con cui l’uomo piega la sua volontà a credere, atto che chiamasi fede, è basato forse sopra un’autorità fallibile ed ingannatrice? Tutt’altro. Questa fede non è appoggiata sopra l’autorità degli uomini, che possono cadere in errore, ma sopra la parola di Dio, che è eterna, immutabile e che non può mai variare in cosa alcuna. Perciò a chiunque ci interrogasse del perché crediamo ai misteri di nostra santa Religione potremmo dare la risposta, che un bambino Cristiano diede ad un tiranno persecutore. S. Romano quando era condotto al martirio, vedendo la durezza del tiranno Asclepiade, volle provare di ammonirlo con un miracolo. Voltosi ad Asclepiade, gli disse: Se non credi a me, interroga quel bambino che tu vedi tra le braccia di sua madre, e dalla sua innocente bocca udrai confermato quanto ti ho predicato e ti predico intorno alla mia Religione. Il prefetto rimirò il bambino e persuaso che per l’età sua fosse incapace di articolare parola, dissegli per ischerzo: Sai tu dirmi chi sia il Cristo che i Cristiani adorano! Allora il bimbo snodò la lingua e alzando francamente la voce, forte gridò: Gesù Cristo, adorato dai Cristiani, è il vero Dio. – Chi ti disse questo? ripigliò Asclepiade. – L’altro replicò: Lo disse mia madre, la Chiesa. E chi lo disse a tua madre? ripigliò il prefetto meravigliato. – A mia madre lo disse Iddio. Ecco, alla nostra madre, la Chiesa, è Iddio stesso che ha rivelate le verità che la Chiesa ci propone a credere, sicché credendo alla Chiesa, noi crediamo a Dio stesso. Or bene, quale atto più grande, più nobile, e più doveroso ad un tempo noi possiamo fare, che credere a Dio? Eppure vi hanno tra gli uomini, di coloro i quali nel credere, che essi fanno, a tante cose, stanno a quel che ne dicono gli uomini e si fidano interamente della loro testimonianza, e poi non vogliono credere alle verità che Iddio medesimo ci ha insegnato e non si fidano della più splendida testimonianza che Egli stesso ha reso alle verità di ciò che si è degnato di insegnarci, e gridano: I dogmi della fede Cattolica, che vanno predicando il Papa, i Vescovi e i preti sono tutte storie, tutte favole. E perché? Perché appunto nelle verità, che loro vengono proposte a credere dalla fede cattolica, vi hanno cose che non possono vedere coi loro occhi materiali e neppure con quelli della loro ragione. E non è questo il massimo dell’orgoglio? Dal momento che le verità a cui bisogna credere sono state da Dio stesso rivelate, perché rifiutarsi di credere ed insultare ancora a coloro che credono? Ah! essi dicono che non vogliono per tal modo fare il sacrificio della loro dignità e della loro libertà! Graziosi davvero! Costoro, i quali per non avvilirsi e per non perdere la libertà non vogliono credere a Dio, si abbassano poi e si rendono miserabili schiavi di un uomo, di un romanzo e di un giornale. Perché, domandate pure a tutti cotesti liberi pensatori come la pensano, ed essi, se vogliono rispondervi il vero, vi dovranno confessare che la pensano come il loro maestro, come il romanzo, come il giornale che leggono: a questi essi credono ciecamente senza esibizione di prova e ci credono solo perché il maestro, il romanzo ed il giornale non sono di spirito Cristiano Cattolico. E si vantano liberi pensatori? Né liberi, né pensatori. Essi, come bambini contraddetti, battono i piedi per terra gridando: siamo liberi, siamo liberi: Ah! Ah! è il colmo della schiavitù. Del resto sapete che cosa vuol propriamente dire quel: « Non vogliamo credere se non quello che vediamo?» Vuol dire precisamente: «Non vogliamo fare quello che le verità, alle quali dovremmo credere, ci impongono di fare ». Le verità cattoliche non sono soltanto verità speculative, ma sono essenzialmente pratiche; non si impongono solamente all’intelligenza, ma eziandio alla volontà, affinché si applichi al bene e detesti il male. Ed è ciò appunto che non vogliono fare quei che si professano liberi pensatori. Il famoso calvinista Teodoro Beza dal dolcissimo S. Francesco di Sales convinto della verità ed invitato ad abbracciarla, rispondeva: Non posso. Ma il suo non posso non era altro che un non voglio abbandonare la donna, con la quale era malamente unito. Credetemi: Se questa innocentissima verità « due più due fanno quattro » domani avesse il potere di colpire le passioni dell’uomo, l’orgoglio, l’impudicizia, l’amor del danaro ed obbligare l’uomo a vivere dabbene, io vi assicuro che tutti costoro, che si rifiutano di credere alle verità cattoliche, salterebbero su a gridare: Come? due più due fanno quattro? È impossibile! È un assurdo! Sono i preti, che l’hanno inventato. È una nuova tirannide. Ma ritorniamo al Santo Vangelo.

3. Otto giorni dopo (la sovraddetta apparizione), di nuovo erano i discepoli in casa, e Tommaso con essi. Viene Gesù, essendo chiuse le porte, e si pone in mezzo, e disse loro: Pace a voi. Quindi dice a Tommaso : Metti qua il dito, e osserva le mani mie, e accosta la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma fedele. Tommaso rispose, e dissegli: Signor mio, e Dio mio. E Gesù soggiunse: Perché hai veduto, o Tommaso, hai creduto: beati coloro, che non hanno veduto, e hanno creduto. Così racconta il santo Vangelo avere operato Gesù con Tommaso incredulo. Conchiude poi dicendo: Vi sono anche molti altri segni fatti da Gesù in presenza de1 suoi discepoli, che non sono registrati in questo libro. Questi poi sono stati registrati, affinché crediate che Gesù è il Cristo Figliuolo di Dio, e affinché credendo otteniate la vita nel nome di Lui. Dal che oh! quanto chiaramente si rileva l’importanza della fede! La si rileva anzi tutto dalla condotta di Gesù Cristo con S.Tommaso. Imperciocché, come nota S. Gregorio, non fu a caso l’incredulità di questo Apostolo. Iddio nella sua provvidenza e bontà la permise, affinché dubitando egli, mentre nel suo Maestro toccava le ferite della carne, sanasse in noi le ferite della incredulità nostra. Sicché a noi riuscì di maggior vantaggio l’incredulità di Tommaso, che la fede degli altri Apostoli credenti; perché mentre quegli fu indotto a credere col toccare, la mente nostra, lasciato ogni dubbio, vien rassodata nella fede. La si rileva in secondo luogo dalle parole dette da Gesù Cristo allo stesso S. Tommaso: Perché hai veduto, hai creduto; ma beati coloro, che non hanno veduto ed hanno creduto. E finalmente dalla conclusione, che qui fa l’Evangelista S. Giovanni: Questi miracoli sono qui registrati, perché crediate. Riconoscendo adunque l’importanza di questa virtù, raffermiamoci mai sempre in essa. Sì, crediamo, e crediamo fermamente. Non ammettiamo mai nella nostra mente esitazioni, incertezze, dubbi di sorta. E se talvolta ne siamo all’improvviso sorpresi, cacciamoli tosto, disprezziamoli, non diamo loro importanza, dicendo tosto a noi medesimi: Come vorresti dubitare di ciò che hanno creduto tanti dotti, tanti scienziati, tanti Santi? di ciò che tutti i Dottori e tanti Padri della Chiesa hanno minutamente studiato, esaminato, discusso e trovato vero? di ciò che diciotto milioni di martiri hanno confessato col loro sangue, versato fra i più atroci tormenti? Che tutti costoro si siano ingannati? Che tu, tu la pensi giusta? Ah! Ah! Follia! Signore, credo, fermamente credo, a tutte le verità che vi siete degnato di rivelarci e che per mezzo della Santa Chiesa ci insegnate: Credo, Domine; adiuva incredulitatem meam (Marc. IX, 23). Inoltre crediamo interamente, vale a dire senza escludere alcuna delle verità che la Chiesa ci propone a credere. Tutte le verità della fede sono da Dio rivelate; quindi chi nega di credere un solo articolo di fede nega pur sempre di credere a Dio medesimo. Inoltre gli articoli di fede sono tutti legati insieme e formano una catena che lega la ragione con la rivelazione, e vengono a costituire una scala, per cui l’uomo monta fino a Dio. Ma rotto un anello della catena o spezzato un gradino di questa scala è rotta ogni relazione con Dio. Che varrebbe adunque dire di credere alla Chiesa, al Papa che è il Vicario di Gesù Cristo, se poi se ne disprezzassero gli insegnamenti? Parliamo chiaro: o tutti gli articoli di nostra fede o nessuno; perché il negarne un solo è negarli tutti. Pertanto, o miei cari, abborrite dalla compagnia di coloro, i quali, sebbene si professino Cristiani, tuttavia vanno dicendo di non poter credere o al Purgatorio, o alla grandezza e santità di Maria Vergine, od all’infallibilità del Sommo Pontefice. Tutti costoro non sono veri Cristiani, ma purtroppo eretici e scismatici, perché professano non già la fede di Gesù Cristo, ma l’errore, e sono perciò membri staccati dalla vera Chiesa. Finalmente la nostra fede sia congiunta con le opere. Gesù Cristo lo ha detto chiaro: Non tutti quelli che dicono: « Signore, Signore, entreranno nel regno dei cieli, ma tutti quelli che faranno la volontà del mio divin Padre », vale a dire tutti coloro che accompagneranno la loro fede in Dio con le buone opere nell’osservanza della sua santa legge. E S. Giacomo ha soggiunto che la fede senza delle opere è morta. Quindi S. Gregorio conchiudendo il suo commento al fatto dell’odierno Vangelo, ben giustamente dice: Oh quanto ci rallegra la sentenza di Gesù Cristo: Beati qui non viderunt et crediderunt: beati quelli che non videro e pur credettero; perciocché in questa sentenza veniamo indicati noi, che, pur non vedendo con gli occhi della nostra carne, crediamo con quelli della nostra mente. Ma veniamo indicati noi, se alla fede nostra facciamo tener dietro le opere. Perciocché colui veramente crede, che esercita con le opere quel che crede. Facciamo adunque, o carissimi, di meritarci con esattezza l’elogio che Gesù Cristo, risorto, ha fatto oggi dei veri credenti, col credere fermamente, interamente ed operosamente, ed allora un giorno, oltre all’elogio della fede nostra, avremo anche il premio.

Credo

Offertorium

V. Dóminus vobíscum. R. Et cum spíritu tuo. Orémus Matt XXVIII:2; XXVIII:5-6. Angelus Dómini descéndit de coelo, et dixit muliéribus: Quem quaeritis, surréxit, sicut dixit, allelúja. [Un Angelo del Signore discese dal cielo e disse alle donne: Quegli che voi cercate è risuscitato come aveva detto, alleluia.]

Secreta

Suscipe múnera, Dómine, quaesumus, exsultántis Ecclésiæ: et, cui causam tanti gáudii præstitísti, perpétuæ fructum concéde lætítiæ.

[Signore, ricevi i doni della Chiesa esultante; e, a chi hai dato causa di tanta gioia, concedi il frutto di eterna letizia.]

Communio

[Joannes XX: 27] Mitte manum tuam, et cognósce loca clavórum, allelúja: et noli esse incrédulus, sed fidélis, allelúja, allelúja.

[Metti la tua mano, e riconosci il posto dei chiodi, alleluia; e non essere incredulo, ma fedele, alleluia, alleluia.]

Postcommunio

Orémus.

 Quæsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti; et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum. Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

QUARESIMALE XXXVII

XXXVII. NEL LUNEDI’ DOPO PASQUA.

Sperabamus quia ipse esset redempturus Israel; et nunc tertia dies est hodie, quod hæc facta sunt.

Luc. XXIV, 21

Chi ama, teme. Non è ciò forse verissimo, o ascoltatori? Anzi teme tanto chi ama, che teme troppo; e palpita ad ogni dubbio, benché improbabile; e spaventa ogni rischio, benché leggiero: res est solliciti plena timoris amor. Non vorrei pertanto che voi mi prendeste a sdegno, se con troppo ingenuo candore io vi discuopro questa mattina un timore che in cuor mi è sorto. Temo che voi non veniate, e forse di breve, ad abbandonare quel santo tenor di vita, il quale avete animosamente intrapreso in questi dì sacri. Non vi offendete, perciò, miei signori, non vi offendete; perché sì fatto timore non nasce in me dalla gravità del pericolo ch’io ne sorga; né anche nasce da vile stima ch’io m’abbia della vostra pietà, della vostra sodezza, del vostro senno: nasce, se così mi sia lecito di parlare, da grande amore. Benché, a dire il vero, non è né anche il pericolo sì leggiero, o si inverosimile, che non porti il pregio dell’opera prevenirlo. E non udiste ciò che pur ora nel Vangelo sì è letto di quei due tanto celebri pellegrini che se ne andavano in Emausse? Si erano essi, non può negarsi, da principio portati sì fedelmente, dando intera credenza ai detti di Cristo, e concependo indubitate speranze della resurrezione di Cristo: Sperabamus quia ipse esset redempturus Israel. Ma perché già comincia a spuntar la sera del terzo giorno, ed essi nol veggono, che fanno i poverini? Cominciano a vacillare: anzi a diffidare, anzi a discredere in modo che Cristo è costretto a rimproverarli di increduli, a tacciarli di mentecatti: O stulti et tardi corde ad credendum! (Luc. XXIV, 23). – Tanto ogni poco vale a stravolgere un cuore dal ben propostosi. Chi però mi promette, o signori miei, che innanzi a domani sera, ch’è dire, innanzi d’arrivare a sera del terzo dì, qualcun di voi non cominci ancor egli a mutar sentenza, a cambiarsi di volontà, ed a mancar di fedeltà verso Cristo? Chi mi promette, che non pensi a tornare alle usate pratiche? Chi mi promette che non pensi di ridursi ai pristini giuochi? Chi mi promette che non pensi a riamare, ahi pur troppo presto, i suoi detestati costumi? – Ho io però risoluto questa mattina fare una cosa, mostrare apparentemente di non fidarmi della vostra costanza, a fine di stabilirla. E però vi chiedo quella udienza che merita chi, solamente premendo in ciò che può esservi di profitto, non altro applauso, come ormai potete vedere, ha perpetuamente, curato nelle sue prediche, se non quel solo, il quale gli è per ventura potuto nascere dall’aver di cuore trattati i vostri interessi, e con serietà persuasovi il vostro bene.

II. E primieramente io non vi niego, uditori, che cotesta nuova forma di vivere più corretta vi sarà facilmente di qualche pena; che vi lusingheranno i piaceri antichi, che vi combatteranno le passioni avverse, e che però vi converrà di farvi un poco di forza a perseverare. Ma dite a me: per quanto spazio di tempo vi converrà di usare a voi questa forza? Per anni ed anni (non è così?), per un corso lungo di età che vi sopravanza, prima di arrivare alla morte. Oh Dio! eche sarebbe, uditori, se quella morte, la quale a voi par vedere così da lungi, in oscurità, in lontananza, fosse oggi mai vicinissima al vostro albergo; e voi frattanto, per impazienza di perseverare ancor pochi mesi in cotesto stato più regolato e più saggio, perdeste la corona promessa ai perseveranti? Non so se mai vi sia caduta in pensiero una osservazione, la quale, ognor ch’io la feci, mi spremè quasi dagli occhi a forza le lagrime per pietà. Avevano i miseri Israeliti aspettato Mosè dal monte con gran longanimità, senza mai dar per ancora veruno indizio o di cuor ribelle, o di spiriti irreligiosi; quando finalmente attediati della dimora, cominciarono a infastidirsi; e divisandosi che ormai Mosè si fosse affatto dimenticato di loro, e che però non dovesse ritornar più, o almeno dovesse indugiare infinitamente, deliberarono di eleggersi un nuovo capo; e per poterne più agevolmente disporre a lor volontà, non isdegnarono di soggettarsi ad un bue, quantunque dorato: mutaverunt gloriam suam in similitudinem vituli comedentis fœnum (Ps. CIII, 20). E già avevano allegramente cambiata la modestia in dissoluzione, la pietà in giuochi, la religione in idolatria: quando ecco sopraggiunge a un tratto Mosè, il quale a quello indegno spettacolo divampando di un implicabile zelo, spezza incontanente le tavole della legge, sgrida Aronne, stritola il simulacro; e, assoldata tutta la tribù di Levi, ne scorre a guisa di un folgore per i quartieri della moltitudine attonita e disarmata; e spargendo per tutto ferite, per tutto sangue, per tutto strage, uccide alla rinfusa in brev’ora presso a ventitré mila persone, con un macello tanto più orribile, quanto più impetuoso. Or io vi domando: quanto credete, o signori miei, che costoro avessero trascorso pazientemente in attendere il loro Mosè? Trentacinque dì per lo meno, come il dottissimo Abulense dimostra nei suoi commenti. Sicché quando avessero con egual pazienza aspettato cinque altri dì, che tanto appunto differì quegli a tornare, non avrebbero né commesso un eccesso sì detestabile, nè sofferto un macello sì sanguinoso. E non vi muove, uditori, a gran compassione la disgrazia di questa turba? Infelice! per incostanza di sì poche giornate patito tanto! Oh sventura indicibile! Oh caso strano! Ben ora intendo quanto sia vero ciò che leggesi ne’ Proverbi, che chi si lascia vincere finalmente dall’impazienza, non può far mai se non pazze risoluzioni impatiens operabitur stultitiam; impatiens exaltat stultitiam (Prov. XIV, 17 et 29). Non apparve forse chiarissimo in questo fatto? – Or che sarebbe, se avvenisse a voi pure una somigliante infelicità, che sarebbe? Voi riputate la morte lontana assai, e però tutte v’infastidite, dicendo fra voi medesimi, che fo io? Ho io dunque a durare ancora tanti anni in sì fatta vita? Io tanti anni senza un piacer di vendetta? Io tanti anni senza un diletto di senso? Io senza dire una parola licenziosetta in tanti anni? Chi può resistere? Eh non dite così, dilettissimi miei, non dite così; perché potrebbe avvenire che questi conti, i quali voi fate ad anni, non riuscissero forse neppure a mesi, neppure a settimane, ma a pochi giorni. La morte forse è già cominciata a calare dalla montagna, già forse arriva, già ruota il ferro, già vibra il colpo, già vi toglie di vita: e volete voi cader d’animo per sì poco? Vac iis, qui perdiderunt sustinentiam, et derelinquerunt vias rectas, et diverterunt in vias pravas! così protesta l’Ecclesiastico (II. 16) ad uomini sì incostanti. Væ iis, Væ iis! Che sarebbe dunque, o Cristiani, se voi cadeste nel numero di costoro sì miserabili, e vi traeste con essi addosso la loro maledizione? Oh quali singhiozzi, oh qual fremiti voi dareste per tutta l’eternità! Ed oh come ogn’ora accompagnando nell’Inferno le strida degli Israeliti impazienti, ancor voi direste: per cinque giorni, per cinque giorni mal tollerati siam qui; e l’incostanza di uno spazio sì breve ne convien pagar con le pene di tutti i secoli!

III. Ma su, passi per concesso che il viver vostro debba essere ancora ad anni, e tale appunto, quale ve lo promettono o la gioventù ancor fiorita, o la complessione ancor forte: sapete, posto ciò, perché parvi sì malagevole il mantenervi innocenti? Perché vi credete di dover sempre provare in ciò quei contrasti ch’or voi provate. Ma questo è falso. Scemeranno, scemeranno ciascun giorno più le presenti difficoltà; e siccome al sorger del sole cadono le nebbie, ed all’apparir della vampa sparisce il fumo; così anche al crescere che in voi sempre farà la grazia divina, si dilegueranno dal vostro animo quelle angustie, quelle ansietà, quegli affetti disordinati, i quali or lo tengono sì malamente ingombrato. – Chi di voi non rimembrasi di Sansone caduto già disgraziatamente in potere dei Filistei? Era spettacolo di pietà rimirare un uomo così forte divenuto ludibrio di plebe vile. Chiuso in carcere, carico di catene, fu necessitato a lasciarsi trar da’ nemici ambedue gli occhi di fronte. Indi, qual giumento, applicato a girar la mola, aveva d’intorno una foltissima turba di fanciulli indiscreti, di vecchi lividi, di feminelle sfacciate, che lo insultavano: a chi lo sferzava qual pigro, e chi lo sbeffava quel orbo; né mai da lui si partivano, pugni, coi calci, con le guanciate, avessero preso un crudel trastullo, e, Sansone, e dov’è ora quella rendevati sì temuto? quella virtù, con cui ti spezzavi d’attorno i lacci di nervo, quasi fossero stoppe mostrate al fuoco; e ti recavi in collo le porte della città, quasi fossero bronzi dipinti in tela? Non se’ tu quegli che già sfidavi a lottar teco i leoni, e che con le nude mani afferratili, gli strozzavi, li soffocavi, e ne lasciavi i cadaveri in preda all’api? Non sei tu che fugavi gl’interi popoli? Non sei tu che spiantavi gl’interi campi? E come i cagnolini si fanno or beffe di te coi loro latrati, e a te non dà neppur l’animo di acchetarli? Eh aspettate un poco, uditori, aspettate un poco, e vedrete poi chi sia Sansone. Voi considerate il meschino, or che i capelli, ne’ quali sta la sua forza, gli son tonduti; ma non sarà sempre così. Cresceranno questi in breve corso di tempo, rimetteranno; e allora oh come più robusto di prima voi lo vedrete scuotere con le braccia due gran colonne, atterrare edifici, eccitar rovine, e ancor morendo far dei Filistei sbigottiti più fiero macello ch’egli ne facesse mai vivo! E non fu ciò vero, uditori? – Ora così appunto fingete che sia di voi. Sono in voi di presente i capelli bassi, ch’è come dire, la grazia dello Spirito confortatore è assai limitata. Qual meraviglia è però se par che i sensi or vi trattino come schiavo, se i demoni, con sozze larve v’inquietano, se vi dan frequente molestia le tentazioni? Ma che? concedete un poco di agio alla grazia, sì ch’ella cresca, ed allor vedrete. Ritorneranno tutte in voi quelle forze, le quali già nel Battesimo riceveste; ravviverassi la fede, rinverdirà la speranza, riaccenderassi la carità, in una parola, insiliet in vos Spiritus Domini (1. Reg. X. 6): e allora voi vi sentirete sì intrepidi, sì animosi, che neppur avrete a terrore l’istessa morte. Senza che, chi non sa che tutti i princìpi sono alquanto più faticosi de’ lor progressi? Ai tori è più malagevole da principio obbligarsi al giogo, a’ cavalli è più noioso patire il morso, a’ cammelli e più strano inchinarsi al carico. Così le arti di sonare, di ballare, di scrivere, di scolpire, di ricamare, tutte da principio riescono più difficili a chi le apprende. Chi va alla guerra, più facilmente spaventasi ai primi assalti; chi scioglie in mare, più facilmente amareggiasi alle prime navigazioni; chi s’incammina per terra, più facilmente si stanca ai primi pellegrinaggi. Non vi sembri nuovo però, se nella vita cristiana l’istesso accada. Quindi osservò con singolare acutezza Filone ebreo, che le prime acque nel deserto incontratesi, furie amare; le altre poi furono sì deliziose, sì dolci, che, come tali a poco a poco rubarono il nome al mele. – Non mirate dunque a quelle difficoltà, le quali ora vi si parano innanzi al divin servizio; perciocché queste sono difficoltà da principio comuni a tutti. A tutti è duro da prima frenar la carne, custodire la lingua, reprimer l’ira, soggiogar l’alterezza; ma se avrete un poco pazienza, vi diverrà sì leggiero, sì dilettevole, che talor forse, di voi stupiti, direte con Agostino (Confess. 1. 9. c I): O quam suave mihi subito factum est carere suavitatibus nugarum! Oh che allegrezza è questa, oh che pace, oh che contentezza! Non avrei creduto che fosse mai così facile abbandonare ogni reo diletto per Dio, e che quæ modo amittere metus fierat, jam dimittere gaudium foret. – Siasi pertanto pur vero ch’or voi provate qualche notabil fatica a non ricadere nei vizii a voi famigliari, non però voi dovete disanimarvi, perché, o moriate, o campiate, ella sarà breve. Usque in tempus, usque in tempus (sono parole infallibili di quel Dio che non può mentire), usque in tempus sustinebit patiens; e poi? et postea redditio jucunditatis (Eccli. I. 29).

IV. – Benché non vedete voi che cotesta scusa da voi recata finora, o sia verità, o sia velame, se nulla vale, vale a conchiudere contro di voi la sentenza di eterna condannazione? Perciocché sentite, e tenetelo bene a mente. Se per confession vostra voi provate ora una difficoltà così grande a non ricadere, quanto dunque maggior voi la proverete, poiché sarete ricaduti, a risorgere? non sarete allora più infievoliti? più languidi? più abbattuti? Non si accresceranno i mali abiti? non si imperverseranno le perfide inclinazioni? Tanto a voi dunque è ritornare a peccare, quanto è dannarsi. Questo argomento, a mio parere, è si forte, che non ha replica. Con tutto ciò, perché ne restiate convinti ancor maggiormente, voi dovete considerare che, ricascando, non solo vi sarà malagevole di tornare allo stato d’ora, per ciò che appartiene a voi, cioè perché voi sarete prostrati più; ma parimente per ciò che riguarda il demonio, e per ciò che rimira Dio. E quanto al demonio, io ve lo farò chiaro con una similitudine assai vivace, ma non meno ancor conchiudente.

V. Avverrà talora che un nobile Cristiano venga fatto in Algeri prigion dal Turco, ed ivi servato con diligenze anzi discrete che rigide, e più cortesi che strane. Si prevale egli però della buona opportunità; e perché le guardie non sono un dì sì sollecite o sì sagaci, che fa il meschino? Rompe i ceppi, sforza i serragli, ne fugge al mare; ed ivi scorta una fusta pronta, rimettesi in libertà. Benissimo. Ma s’egli sia tanto stolto, che di nuovo lasci raggiungersi e ricondursi sotto l’unghie del Barbaro furibondo, da cui fuggì, tra quali carceri, sotto a quali custodie credete ch’ei verrà posto? La più spaventosa segreta, che renda celebri le latomie africane, sarà la sua. Ferri al pie’, ferri al collo, ferri alle mani. Se prima gli era permesso di respirare liberamente all’aperto, or non vedrà neppur lume. Se prima gli era concesso di passeggiare frequentemente alla larga, or neppur potrà coricarsi. E perché il misero divenga sempre più fiacco, e così men abile ai pristini tentativi, non andrà dì, ch’egli non sia macerato con lunghe inedie, con duri strazi, con furia di bastonate. – Or così appunto farà il demonio, uditori, con esso voi. Egli vi teneva già suoi schiavi; ed, o perché ei vi guardasse con minor cura, o perché voi vi portaste con maggior animo, gli siete usciti felicemente di mano: non è così? Che farà egli dunque, se voi mai più gli ritorniate in potere? Ve lo dirò con una formula tolta da un Geremia: ut non egrediamini, aggravabit compedes vestros (Thr. III, 7); vi raddoppierà le catene, vi rinforzerà le ritorte; ed attentamente mirando per quali vie voi siete ora scappati dalle sue mani, circumædificabit adversum vos (Ibid.); chiuderà tutti gli aditi, sbarrerà tutti i passi, non vi lascerà neppure un angusto spiraglio, onde mirar cielo. Se voi vi siete or convertiti per una lezione che faceste di libri pii, egli starà sempre attentissimo che non vi vengano altri libri alle mani, che di romanzi, di frascherie, di favolette, di amori: se per le prediche, ve ne distrarrà con affezionarvi al negozio; se per le congregazioni, ve ne distaccherà con allettarvi ai ridotti; se per le ispirazioni interiori, procurerà di tenervi involti fra strepiti, fra tumulti, fra brighe tali, tra cui la voce divina mai possa udirsi; ed in una parola, egli adoprerà tutta la malvagità, tutta l’arte, per più non perdervi: circumædificabit adversum vos, ut non egrediamini, aggravabit compedes vestros. Guardate dunque, o Cristiani; perché se voi gli ritornate in potere, voi ci restate: andate cauti, camminate avveduti, che non sono questi pericoli da scherzare.

VI. E ciò per quello che s’appartiene al demonio. – Quanto a Dio poi, chi non sa che voi, ricascando, meno potrete confidar innanzi di quegli ajuti, i quali Egli per l’addietro vi diede, affinché sorgeste? Perocché ditemi: come volete ch’Egli più si fidi di voi, se voi già più volte siete bruttamente mancati a lui di parola; e dopo avergli asseverato, protestato, promesso di non più offenderlo, ritornate sempre ad offenderlo più di prima? Questo dunque è trattar da uomo di onore? Giuda, per mantener la promessa fatta a Giacobbe di restituire a lui Beniamino dall’Egitto, si offerse a restar egli in dura prigione. Giosuè, per mantener la promessa fatta a’ Gabaoniti di serbar loro amistà, come collegato, s’indusse a trarsi addosso un’aspra battaglie. Regolo, quantunque gentile, per mantenere ancor egli ai Cartaginesi la sua famosa promessa di ritornare, se non si conchiudeva il riscatto, non dubitò di andare incontro ad un’atrocissima morte, chiuso ignudo dagli emoli in una botte, foderata tutta di pungoli spaventosi. – E a fine  di mantener la parola a Dio, non volete voi contentarvi  di patir nulla? non di frenare un appetito di senso? non di reprimere un impeto di furore? Che fede è questa, che lealtà, che schiettezza di cuor bennato? Irrisor est, non pœnitens (così dice il gran prelato Agostino), qui adhuc agit quod pœnituit, et peccala non minuit, sed multiplicat. Questo è un beffarsi di Dio, questo è un uccellarlo, questo è trattarlo da meno assai che non fate ad un ciabattino, a un paltoniere, a un pitocco, a cui, per vii ch’egli siasi  non volet’essergli apertamente infedeli. Aggiungete, che voi, tornando a peccare, prorompete in un atto d’ingratitudine più eccessivo, il più enorme, che possa usarsi da creatura mortale, qual è sprezzare la grazia restituitavi dopo il primo peccato; e che però voi siete allor quella terra chiamata già dall’Apostolo terra reproba, la quale avendo ricevute dal cielo larghe rugiade, sæpe venientem super se bibens imbrem (ad Hebr. VI, 7), in cambio di dar erbe opportune, produce spine, produce sierpi, proferì tribulos; nè perciò più altro si merita, se non fuoco: cujus consummatio in combustionem ( Ib. VI, 8). Aggiungete, che più grave scandalo; aggiungete, che date più grave lostrate più sordida sfacciatezza; aggiungete, che voi cadete nel numero di quei cani tornati al vomito, di cui si dice che sono sì abbominevoli innanzi a Dio. Canis reversus ad vomitum, così abbiamo in san Pietro (II, 22). Canis qui revertitur ad vomitum suum, così abbiam nei sacri proverbi (XXVI, 11). Ma chi è chiamato così? Già voi lo sapete: imprudens qui iterat stultitiam suam (Ibid.). Vi par però che, almen per quello che spetta a Dio, voi possiate peccar di nuovo, senza manifesto pericolo di perire? Ah, se ciò fosse, non avrebbe di costoro mai definito sì chiaramente il Principe della Chiesa: melius erat illis non cognoscere viam justitiæ, quam post agnitionem, retrorsum converti ab eo, quod illis traditum est, sancto mandato (2 Petr. II 21).

VII. Ma perché andarcene in traccia tante ragioni, mentre noi ne abbiamo una che, bene intesa, supplisce a tutte? Io vorrei però che la udiste con attenzione; perché, quantunque potrà ella forse atterrirvi non leggermente, ciò sarà per vostro profitto; ed io non ho tanto a cuore di riuscirvi giocondo nei miei discorsi, quanto giovevole. E manifesto che presso a Dio tutte le cose umane sono disposte ed in peso ed in numero ed in misura, come disse a lui lo scrittore della Sapienza (XI. 21): omnia in mensura et numero et pondere disposuisti. Sicché non solo il Signore ha già stabilito precisamente quante anime vuol al mondo di mano in mano, ma tiene ancora annoverati i loro atti, le loro parole, i loro passi, i loro pensieri, né ci è pericolo che in veruna cosuccia, quantunque minima, abbiasi punto a trasgredir questo numero già prefisso. Da ciò ne segue, ch’abbia Dio già parimente determinato qual numero di peccati voglia Egli tollerare pazientemente da ciascuno di noi; onde, quando già questo numero sia compito, forza è che al primo, il qual dì poi commettiamo, egli o ci tronchi improvvisamente la vita, oppur ci tolga impensatamente di senno, e così abbandonici in braccio alla dannazione. – Udite santo Agostino (De vita chr. c. 3), per la cui bocca io vi ho finor favellato. Illud sentire nos convenit, tamdiu unumquemque a Dei patientia sustineri, quamdiu nondum suorum peccatorum terminum finemque compleverit; quo consummato, eum illic percuti, nec ullam illi veniam jam reservari. Né di ciò mancano nelle divine Scritture segnalate testimonianze, tratte da ciò che Dio disse prima degli Amorrei; di poi de’ Pentapoliti, ed appresso dei Farisei. Ma, lasciate queste da parte, ne dirò una, la quale è la più cospicua. Peccarono gl’Israeliti più volte per lo deserto, or mormorando, or disperando, or gridando, ora idolatrando; e tuttavia col castigo dato ad alcuni sempre andò congiunto il perdono donato ad altri, finché i meschini non si trovarono a vista della famosissima terra di promissione. Quivi tornarono essi a peccar di nuovo, rammaricandosi come altre volte di Dio, perché gli avesse voluti trar dall’Egitto. Allora Iddio tutto irato disse a Mosè: e fino a quando ho Io più a offrire pazientemente le villanie di costoro? Io li voglio tutti distruggere, quanti sono, con una general pestilenza; li voglio spiantare, li voglio sterminare, li voglio ridurre al niente: usquequo detrahet mihi populus iste? Feriam igitur eos pestilentia atque consumam (Num. XIV, 11 et 12). Contuttociò, intercedendo caldamente Mosè per loro salvezza, finalmente Iddio condiscese a questo partito. A tutti coloro, i quali erano nati dopo l’uscir dell’Egitto, o non molto prima, a tutti fu contento di perdonare; ma quanto a tutti quegli altri, i quali di età già adulta n’erano usciti, non fu possibile ch’Egli più volesse usar loro pietà veruna. Ora mi sapreste voi dire qual fu la ragione, la quale addusse Iddio di sì fatta disagguaglianza? Ascoltate quale. Perché costoro lo avevano irritato già dieci volte: tentaverunt me jam per decem vices ( lb. XIV. 22). Dieci volte già, dieci volte m’hanno irritato; perciò si muoiano tutti. Sì? E così dunque Iddio teneva minutamente contate tutte le volte ch’Egli voleva tollerarli! Oh se gli sfortunati, giunti che furono a quel nono peccato, il qual era l’ultimo termine del perdono, trovato avessero per ventura un amico accorto e animoso, il quale avesse saputo a tempo gridar loro: fermatevi, basta, basta, non passate più oltre, che dopo questo vi sarà al tutto vano sperar pietà, quanto rilevante servigio avrebbe lor fatto! Ma chi lo voleva mai sapere? Troppo incerto è un tal numero, troppo vario: né si osserva con tutti una stessa legge, ma a chi più volte perdonasi, ed a chi meno. – Ond’è che Iddio, se fino al decimo eccesso aveva stabilito di sofferir quegli Ebrei, assai più stretto rigore egli volle usare con gli abitatori di Damasco e di Gaza, di Tiro e di Edom; e però udite ciò ch’egli fece dinunziar loro per bocca di Amos profeta: super tribus sceleribus Damasci, et super quatuor non convertam eum. Super tribus sceleribus Gazæ, et super quatuor non convertam eum. Super tribus sceleribus Gazæ, et super quatuor non convertam eum. Super tribus sceleribus Edom, et super quatuor non convertam eum (Amos I. 3, 6, 9 et 11). Il che non altro fu in buon linguaggio che un protestarsi che al quarto eccesso Egli avrebbegli abbandonati; e così letteralmente ciò spiegano, a favor mio, Teodoreto, Remigio, Aimone, Dionigi, il Lirano, ed altri seguaci in ciò dell’interprete massimo san Girolamo ( vide apud Sancium  in Amos 1). – Or, posta una dottrina sì soda, sì sussistente, venite qua, Cristiani mici, dite un poco: che sapete voi che quel peccato, da cui voi siete novellamente risorti, non sia quell’ultimo, il quale Iddio ne’ suoi profondi decreti ha prescritto di condonarvi? Avete forse voi del contrario certezza alcuna? Che diss’io certezza? Ne avete voi forse qualche indizio, qualche barlume? Anzi, avendovi Iddio tollerati già non solo, come gli Ebrei, fino a dieci volte, ma fino a venti, ma fine a trenta, ma forse fino alle cento, è molto più verisimile ch’oggimai voi dobbiat’esser puniti, ch’esser sofferti. E voi nondimeno trattate di ricadere? Ahimè, credetemi ch’io per voi tutto palpito, tutto tremo, solamente in riflettere al vostro rischio. Questo peccato, il qual voi trattate or di fare, questo sarà forse quello, a cui non rimane più grazia di sorte alcuna. Non perché al peccatore (ponete niente), non perché al peccatore, fìnch’egli ha vita, o finch’egli ha libertà, non sia sempre possibile ravvedersi di qualsisia gran peccato; questo non può dirsi in sincera teologia; ma perché, quand’egli n’ha compito quel cumulo a lui tassato per lo perdono, convien che al primo, il qual di poi ne commetta,  illico percutiatur; ch’è quanto dire, o egli muoia, o egli ammattisca; o, se non altro, restisi privo di quegli aiuti efficaci, senza cui non avviene che alcun si salvi. A che volere star dunque più irrisoluti? Signori no: bisogna fissare il chiodo: clavos tuos consolida, non lo dice forse Dio chiaro per Isaia? (LIV, 2). No, che non è materia questa di lunghe consultazioni, né si vuol mettere la nostra eterna salute a sì gran cimento per un piacer fuggitivo, qual egli siasi, o di vendetta, o d’interesse, o di amore, o di vanità. A tutti i patti convien che vi facciate un poco di forza; e dacché voi per misericordia divina vi siete già felicemente riscossi dalla schiavitù del peccato, convien che vi risolviate a non ricadervi, vadane ciò che si vuole: vadane roba, vadane riputazione, vadane amici, vadane ancor, se bisogni, la vita stessa. Prima morire che più peccare: prima morire, prima morire. Agonizare prò anima tua, sentite come lo dice ben l’Ecclesiastico ( IV, 33). agonizare prò anima tua; e se neppur questo è bastevole, ancor si muoja: et usque ad mortem certa prò justitia.

VIII. Oh quanto grande fu l’allegrezza che il Cielo pigliò di voi, quando voi già fermi per queste sacre feste di rendervi a quel Signore, a cui vi eravate malvagiamente ridotti, ne usciste tutti animosi di casa vostra, ne andaste alla chiesa, vi accostaste al confessionale, e quivi inginocchiativi a’ pie di quel sacerdote, il quale vi sostenea le veci di Cristo, mandaste prima dal cuore un breve sospiro, e poi, battendovi il petto, e bassando i lumi, con vero interno rammarico gli diceste: Padre,io peccai! Oh come allora tutti gli Angeli insieme ne fecero festa! oh che tripudj, oh che trionfi, oh che giubili se ne videro infra i beati! Che affettuose congratulazioni ne furono tosto fatte a Maria vostra protettrice, a Gesù vostro redentore, a Dio vostro padre! Vi basti di risapere che tutti i Giusti unitamente non erano allora al cielo di tanta gioia, di quanta gli era ciascun di voi per sè solo. –  E voi, dopo avere al Ciel dato un sì gran diletto, già cominciate a disegnar di ritorglielo, come farebbe chi oggi vi presentasse un ricco regalo, e poi domani ve lo mandasse ripentito a richiedere? Oh che inciviltà! Oh che insolenza! E che altro è ciò, ripiglia il Savio, che un rendersi al tutto odioso? Hodie fœneratur quis, et eros expetit: odibilis est (Eccli. XX, 16). Io fui per dire, era forse meglio che voi non lusingaste tutti i cittadini celesti con la speranza di avervi già riguadagnati per loro eterni compagni, se poi volevate ritornare ad affligerli così presto’, e a convertire le loro cetre in lutto, i lor canti in lagrime, e l’onor lor fatto in più gravo affronto. Væ, filii desertores, vorrei gridar tutto irato, se così fosse, con Isaia (XXX. 1): Væ, fìlli desertores! così dunque si viene a mancar di fede, ut addatis peccatum super peccatim? Mirate bene: voi avete già fatto prova di due padroni, del demonio e di Cristo. Servito avete variamente alcun tempo or l’uno e or l’altro, sicché oramai si può credere che sappiate quale sia ciascuno.. Se però voi, dopo aver lasciato il demonio, ed esservi di presente ridotti a Cristo, lasciate Cristo, e ritorniate al demonio, che sarà ciò? Non sarà un sentenza a note apertissime, che la servitù del demonio vi par migliore, che trovate in essa più gusto, che traete da essa più utilità? Comparationem videtur egisse qui utrumque cognoverit (fu ponderazione tremenda di Tertulliano – De pœnit. c. 2), et judicato pronunciaste eum meliorem, cujus se rursum esse maluerit. – E a un Dio sì buono volete dar questo smacco? Ah no, Cristiani, per quel sangue, il qual Egli ha sparso per voi, per quel sangue io vi supplico, per quel sangue, tanto a voi salutare, non gliene date. Prima morire, prima morire. Altrimenti miseri voi! Væ, f01ìlii desertores, tornerò ad esclamare, che ardire è il vostro? Lasciare un Dio pel demonio? Lasciare un Dio pel demonio? Oh che torto orrendo! E che mai potete cavare dalla servitù dell’inferno, fuorché rancori? Quid tibi vis in via Ægypti, ut bibas aquam turbidam? quid tibi cum via Assyriorum, ut bibas aquam fluminis? (Jer. II. 18). Adunque state pur forti, grida l’Apostolo: state, et nolite iterum jugo servitutis contineri (ad Gal. V. 1). Animatevi, avvaloratevi. Tutto il Cielo è pronto ad assistervi, purché voi gli vogliate esser fedeli. Non dubitate, che col suo patrocinio potrete più di quel che voi credereste. Quanti ivi sono, hanno sofferte assai più aspre battaglio di quante converrà per ventura incontrare a voi: chi fu segato, chi lapidato, chi arso, chi abitò su gli scogli, chi marcì dentro le caverne, chi macerò le carni sue con digiuni portentosissimi, chi con cilicj, chi con catene, chi con carneficine atrocissime d’ogni membro. Eppure agevolmente poterono tutto ciò col favor divino. E perché dunque con questo voi non potrete tanto di meno, quanto sol è non peccar più mortalmente? – Stabiliscasi dunque che così sia, ed a Dio si dica col fedelissimo Giobbe; vostro, o Signore ho deliberato di essere, vostro sono, vostro sarò: justificationem meam, quam cœpi tenere, non deseram (Job XXVII. 6). Toglietemi pur dal mondo, se voi vedete dover giungere un dì, ch’io non sia più vostro.

SECONDA PARTE

IX. Io non dubito punto che voi non siate arrivati bene ad intendere quanto sia grande la necessità ch’or abbiamo a non ricadere. E se i pesci sottrattisi una volta dall’amo, e se i cervi divincolatisi una volta dai lacci, sono da indi in poi più avveduti a non ritornarvi; perché non dovrem fare il simile ancora noi, che pur siamo dotati di tanto più salutevole accorgimento? Riman però chi solamente or ci dimostri una pratica da facilmente eseguire quanto abbiam detto. Ma non dubitate: san Giovanni Crisostomo ce la dà; né, a parer mio, può darsene altra più accertata, più acconcia; e tal è, tenersi lontano dalle occasioni. Non però sol dalle gravi (vedete bene, perché su ciò fu da noi tenuto altra volta, se vi ricorda, un discorso intero), ma dalle più leggiere, dalle più piccole, da quelle ancora, che assai da lungi potrebbero indurvi al malo; sicché se voi siete avvezzi a carnalità licenziose, vi asteniate anche da leggerezze non del tutto lascive; se siete avvezzi a ragionamenti sfacciati, vi asteniate anche dalle facezie non del tutto immodeste; se siete avvezzi a crapule intemperanti, vi asteniate anche dalle delizie non del tutto vietate; e così andate voi discorrendo per gli altri vizi in cui siete usi a cadere. Hoc maxime sccuritatis erit occasio (udite già le parole proprie del Santo – Hom. 15 ad pop.), non tantum peccata fugere verum etiam quæ videntur indifferentia quidem esse seu media, ad peccata vero nos supplantant. Vis pudicus esse? fuge etiam petulantem uspectum. Visa verbis lurpibus abesse? Fuge etiam risum solutum. Vis ebrietate separari? fuge delicias, et lautas mcnsas, et vinum radicitus extirpa.

X . Ma voi direte che dagli amici devon chiedersi cose oneste; laddove il voler tanto da voi, quanto qui si è detto, che altro sarebbe in verità che dannarvi ad una vita non solamente stentata, ma  insopportabile? Che non sia poco, quando voi vi guardiate da colpe espresse: nel rimanente voler che voi vi asteniate ancor dai trastulli non proibiti, non sozzi, ma indifferenti, ciò vi par troppo. Troppo? Ahimè che dite, uditori? fermate, un poco; che non mostrate, così dicendo, d’intendere quanto voi di presente dobbiate a Dio, ed a quanto vi obblighi lo stato, in cui vi trovate, di penitenti. E che direste se vi avess’io richiesti, come altri fanno, di asprissimi, flagellazioni sanguigne, cilicj irsuti, silenzj indispensabili, veglie lunghe? Osereste voi dire che fosser troppo? Pensate dunque s’è troppo non voler altro se non che vi priviate di alcuni piacerucci, per altro leciti, dappoiché tanti ne ammessi de’ licenziosi, de’ laidi, per non aggiungere ancor degli scandalosi! – Non così certo fu di parere il re Davide allora ch’egli, ardendo un giorno di sete, bramò quell’acqua freschissima di Betlemme. Oh con quanta avidità, recata che fu, la mirò, la tolse, ed accostossela, per trangugiarla in pochi sorsi alle labbra! Ma poi, tutto a un tratto restando, si mutò di animo: e, senza pur volerne gustare una sola gocciola, la sparse in aria, e sacrificolla al Signore: noluit bibere, sed libavit eam Domino (2 Reg. XXIII, 16). E per qual cagione fe’ ciò? Sapete perché? ne risponde il pontefice san Gregorio. Si venne Davide a ricordare in quel punto dei diletti pigliati pochi anni innanzi con Rersabea; e però, colmo di profondissimo orrore, riputò audacia che più pensasse a cavarsi capricci leciti chi si era un tempo sfogati anche i disonesti. Et quia se illicita perpetrasse meminerat. contra semetipsum jam rigidus, voluit etiam a licitis abstinere (Greg. hom. 34 in Evang.). Pare a voi dunque gran fatto che, ricordandovi ancora voi degli spassi da voi pigliati più volte ad onta di Dio, veniate un poco per amor d’esso a privarvene di qualcuno, permesso sì, ma non però sicurissimo, come sarebbe d’un festino, d’un ballo, d’una commedia, d’un libretto amoroso, di un detto vano? Ah no, signori miei cari, non convien credere che l’istesso fervore sia sufficiente ad un peccatore convertito, qual poteva esserci allor ch’egli era innocente. E però in figura di ciò noi troviamo nelle Scritture che gli Israeliti, dopo la lor lacrimosa cattività ritornati in Gerusalemme, furono nel culto divino molto più puntuali, come fu osservato da Beda; e che i Maccabei, dopo una fuga rincoratisi alla battaglia, furono nel dispregiare la vita molto più forti come fu considerato da Bachiario: per tacer d’altri, che qui sarebbe ora lungo di annoverare. Non mi dite dunque ch’è chiedere da voi troppo, chieder che voi vi teniate ora lontani da alcune occasioncelle di colpa, quantunque piccole; perché maggiore si richiede in voi di presente la perfezione.

XI. Ma senza ciò, guardate ch’altra risposta io vi voglio dare inaspettatissima. Voglio che voi, com’io diceva, vi astenete dalle occasioni leggiere, non però per vostra maggior mortificazione, signori no, ma per maggior comodo vostro; mercecché assai più difficile vi sarebbe donare il poco ad una vostra mal regolata passione, a negarle il molto, che non vi sarà di fatica a negarle tutto. Mi spiegherò. San Giovanni Crisostomo muove un dubbio, che a certi giovani, vagheggiatori di dame cosi insaziabili, sarà forse caro il saperlo: per qual cagione allora che Cristo corroborò nella nuova legge i precetti intimatici dall’antica, condannasse con termini significativi sì pesanti un guardo lascivo. Non sarebbe bastato dannar gli adulteri, dannar gli stupri, dannar le fornicazioni? Perché però mostrarsi tanto sollecito ancor de’ guardi, i quali nulla per sé stessi ridondano a danno altrui? Rende il Santo a ciò una risposta degnissima del suo ingegno, cioè divina, e dice: Cristo aver proceduto così, per facilitarci la strada del paradiso. Perché fingete che si stimi lecito un guardo, qual si diceva: quanto più duro ci sarà, dopo quel guardo, non ritenere nella mente l’amabile rimembranza della bellezza guardata, non invaghirsene, non infiammarsene, non cedere a quegli assalti che tosto il senso ribelle ci muoverà, per far che passiamo alle fornicazioni, agli stupri ed agli adulteri, che non ci sarebbe stato difficile l’astenersi perfettamente anche dal medesimo guardo! Il non guardare agevolmente si ottiene da chi che sia con un torcimento di volto, con un bassamente di ciglia, con un leggiero distrarsi a qualche altro affare; ma non così si ottiene ancora il resistere a quegli assalti che succedono dopo di aver guardato. Questi richiedono  un valor sovrumano, una virtù somma, quale non si posson promettere di se stessi neppure i Santi; e però, conchiude il Crisostomo: propterea et Christus eum supplicio mulctavit, qui muliere impudico aspectu fuerit contuitus, ut majore labore nos liberaret  (Hom. 2 in epist. ad Rom.). Essendo assai men difficile non lasciare appiccare il fuoco a un campo di stoppie, che non è spegnerlo quand’egli già si è appiccato, e impetuoso già solleva le vampe, già dilata le falde, già è fatto incendio. Or veniamo a nostro proposito. Se voi volete con facilità contenervi da quegli eccessi, a cui le vostre mal frenate passioni vi han già condotti, qual modo c’è? Non cominciare a condiscendere ad esse neppure in parte (intendete, Cristiani?), neppure in parte; perché se voi le appagherete nel poco, credete a me, sarete stretti ad appagarle di breve ancora nel molto.

XII. Ed a che tanto dolersi alcuni di voi della difficoltà che ritrovano, già risorti, a non ricadere? Lo credo anch’io. Se voi tenete in casa vostra i fomenti d’ogni libidine; se, ovunque girate il guardo, non altro voi rimirate intorno la camera se non che pitture lascive, vergognosi trofei della impurità; se ai vostri sensi mai non osate interdire un piccol trastullo; ma o voi dormiate, e volete a giacer le piume più molli; o voi mangiate, e volete a nutrirvi i cibi più eletti; o voi beviate, e volete a dissetarvi i falerni più vigorosi; se godete tanto del lusso, che arrivate a conciarvi come una femmina; se conversate del continuo con gente che ha sbandita dall’animo ogni pietà, dal volto ogni verecondia; se non ragionate mai, che i discorsi vostri non siano o licenziosi nei racconti che fanno, o svergognati nei proverbi che usurpano o sregolati nelle brame che esprimono, se ogni atto, ogni portamento, ogni moto, ogni parola, ogni gesto è come uno sprone, il qual v’incita a peccare, come volete poi nel resistere non sentire le più tormentose agonie? E quello ch’io, sol per cagion di esempio, vi ho divisato nell’unico peccato di senso, fate voi ragion che succeda con proporzione in quegli altri ancora, a cui già la natura sia malavvezza. Sei tu forse troppo sfrenato in correre al sangue? Prescriviti una legge di soffocare, appena nato, lo sdegno. Il dissimular sui principi una paroletta pungente li sarà nel vero molesto, ma tollerabile; laddove se tu per quella accendi una rissa, quanto ti sarà poi difficile uscir d’impegno! E tu sei forse troppo scorretto nell’accenderti in giuoco? lmponti un’obbligazione di non appressarti, benché invitato, alle bische. Il ripugnar da principio a quello scostumato compagno ti parrà per ventura strano, ma comportabile; laddove se tu per esso rientri in cricca, quanto ti sarà poi penoso restar dal vizio! – Ha la natura donate l’ale agli uccelli, signori sì; ma per qual effetto? Perché si sbrighino dalle panie, da’ lacci, poiché v’han dato? Non già; ma perché gli schivino. Lo schivarli sia loro legger fatica; ma lo sbrigarsene, oh che dibattimenti richiede, oh che strappate, oh che scosse! Né però basta. Or così appunto, se noi crediamo a san Giovanni Grisostomo, sia di noi. Le buone massime, i proponimenti onorati, i pii sentimenti ci serviranno come l’ale agli uccelli,  non ad uscire da quelle reti che il demonio tien tese per l’universo, ma a non entrarvi. Entrati che noi vi siamo, sarà difficile spiccare un volo sì vigoroso, che vaglia a scapparne liberi. Sed quantumeumque resilierimus, capti sumus (Chrys. hom. 15 ad pop.) Su dunque: questa sia quella pratica divinissima, la qual noi questa mattina apprendiamo a non ricadere: tenersi lungi dalle occasioni di peccato, quantunque piccole; dai lacciuoli. Qui cavet laqueos, securus erit (Prov. XI,15). E quando noi dal canto nostro adempiamo ciò che a noi tocca, fidiamoci poi di Dio; perché quantunque la perseveranza finale sia dono in tutto grazioso, in tutto gratuito, non però mancherà così il buon Signore di pietosamente concederla ancora a noi.

DOMENICA DI PASQUA (2019)

DOMENICA DI PASQUA (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps CXXXVIII: 18; CXXXVIII: 5-6.

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuisti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja. [Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: miràbile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Ps CXXXVIII: 1-2.

Dómine, probásti me et cognovísti me: tu cognovísti sessiónem meam et resurrectiónem meam. [O Signore, tu mi provi e mi conosci: conosci il mio riposo e il mio sòrgere.]

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuísti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja. [Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: miràbile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Oratio

Deus, qui hodiérna die per Unigénitum tuum æternitátis nobis áditum, devícta morte, reserásti: vota nostra, quæ præveniéndo aspíras, étiam adjuvándo proséquere. [O Dio, che in questo giorno, per mezzo del tuo Figlio Unigénito, vinta la morte, riapristi a noi le porte dell’eternità, accompagna i nostri voti aiutàndoci, Tu che li ispiri prevenendoli.] Per eundem Dominum nostrum Jesum Christum filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia saecula saeculorum. R. Amen.

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios. 1 Cor V: 7-8

“Fratres: Expurgáte vetus ferméntum, ut sitis nova conspérsio, sicut estis ázymi. Etenim Pascha nostrum immolátus est Christus. Itaque epulémur: non in ferménto véteri, neque in ferménto malítiae et nequitiæ: sed in ázymis sinceritátis et veritátis.” 

Omelia I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA RISURREZIONE SPIRITUALE

“Fratelli: Togliete via il vecchio fermento, affinché siate una pasta nuova, voi che siete già senza lievito. Poiché Cristo, che è la nostra pasqua, è stato immolato. Pertanto celebriamo la festa non col vecchio lievito, né col lievito della malizia e delle perversità, ma con gli azimi della purità e della verità”. (1 Cor. V, 7-8).

L’Epistola è un brano della prima lettera di S. Paolo ai Corinti. Siamo alle feste pasquali. Gli Ebrei celebravano la loro pasqua, mangiando l’agnello con pane azimo, dopo aver fatto scomparire tutto il pane fermentato. Anche i Corinti devono liberarsi da tutte le tendenze grossolane e carnali, e rinunciare al lievito del peccato. – Gesù Cristo, il nostro agnello pasquale, immolando se stesso, ha istituito una pasqua che dura sempre. Anche i Corinti, rinnovellati in Gesù Cristo, devono condurre continuamente una vita innocente e retta davanti a Dio. Cerchiamo di ricavare anche noi qualche frutto dall’insegnamento dell’Apostolo.

1. Dobbiamo liberarci dal peccato.

2. Specialmente nel tempo pasquale,

3. Sigillando la nostra conversione col banchetto eucaristico.

1.

Fratelli: Togliete via il vecchio fermento. Comunque si vogliano intendere queste parole, che l’Apostolo indirizza ai Corinti, è certo che li esorta a vivere santamente, lontani da ogni peccato, tanto più che si avvicinava la solennità di Pasqua. « Non c’è uomo che non pecchi », dice Salomone (3 Re, VIII, 46). E si pecca non solo venialmente: da molti si pecca mortalmente con la più grande indifferenza. Forse cesserà il peccato di essere un gran male, perché è tanto comune? Una malattia non cessa di essere un gran male, perché molto diffusa; e il peccato non cessa di essere il gran male che è, perché commesso da molti. Dio, autorità suprema, ci dice: «Osservate la mia legge e i miei comandamenti» (Lev. XVIII, 5). E noi non ci curiamo della sua legge e dei suoi comandamenti, che mettiamo sotto i piedi. Quale guadagno abbiamo fatto col peccato, e qual vantaggio riceviamo dal non liberarcene? Se non hai badato al peccato prima di commetterlo; consideralo almeno ora che l’hai commesso. Col peccato avrai acquistato beni, ma hai perduto Dio. Avrai avuto la soddisfazione della vendetta; ma ti sei meritato un condegno castigo; perché « quello che facesti per gli altri sarà fatto per te: sulla tua testa Dio farà cadere la tua mercede » (Abdia, 15). Se non aggraverà su te la sua mano in questa vita, l’aggraverà nella futura. Avrai provato godimenti terreni, ma hai perduto il diritto ai godimenti celesti. Ti sei attaccato a ciò che è momentaneo, ma hai perduto ciò che è eterno. Ti sarai acquistata la facile estimazione degli uomini, ma hai perduto l’amicizia di Dio. Hai abusato un momento della libertà; ma sei caduto nella schiavitù del peccato. « Che cosa hai perduto, che cosa hai acquistato?… Quello che hai perduto è più di quello che hai acquistato » (S. Agostino Enarr. in Ps. CXXIII, 9). – Il peccatore, però, da questo stato di perdita può uscire, rompendo le catene del peccato. Egli lo deve fare. Dio stesso ve lo incoraggia: « Togliti dai tuoi peccati e ritorna al Signore » (Eccli. XVII, 21), dice egli. « Io non voglio la morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via, e viva… E l’empietà dell’empio non nuocerà a lui, ogni qual volta egli si converta dalla sua empietà » (Ezechiele XXXIII, 11…. 12). Non si è alieni dal ritornare a Dio; ma non si vuole far subito. Si vuole aspettare in punto di morte. Ma la morte ha teso le reti a tutti i varchi, e frequenti sono le sue sorprese. Può coglierci da sani, quando nessuno ci pensa; può coglierci da ammalati; quando non si crede tanto vicina, o si crede di averla già allontanata. Non sono pochi quelli che muoiono senza Sacramenti, perché si illudono che la malattia non sia mortale, o che il pericolo sia stato superato. E poi, non è da insensati trattare gli affari della più grande importanza, quando non si possono trattare che a metà, con la mente preoccupata in altre cose? E nessuno affare può essere importante quanto la salvezza dell’anima nostra; ed è imprudenza che supera ogni altra imprudenza volerlo trattare quando il tempo ci verrà a mancare, quando non avremo più la lucidità della mente. – Nessuno che è condannato a portare un peso, aspetterebbe a levarselo di dosso domani, se potesse levarselo quest’oggi. Nessuno che ha trovato una medicina, che può guarire una malattia recente, si decide a prenderla quando la malattia sarà inveterata. Nel nostro interno c’è la malattia del peccato; non lasciamola progredire. Un medico infallibile, Gesù Cristo, ci ha dato una medicina per la nostra guarigione spirituale, la confessione; non trascuriamola.

2.

Cristo, che è la nostra pasqua, è stato immolato. Per i Cristiani la festa pasquale è una festa che dura per tutta la vita, perché Gesù Cristo, nella festa pasquale, si è immolato una volta per sempre. Per tutta la vita, dunque, i Cristiani devono vivere in unione con Dio, mediante la santa grazia. E se il Cristiano avesse perduta la grazia? Non deve lasciar passare la Pasqua, senza riacquistarla Nei giorni della settimana santa la Chiesa ci ha rappresentato al vivo i patimenti di Gesù; e con questa rappresentazione voleva dire: Ecco, o peccatore, a qual punto i tuoi peccati hanno ridotto l’Uomo-Dio. Ecco in quale stato si è trovato per volerti liberare da essi. Ecco la croce su cui è morto per riparare i danni della colpa. Ecco il fiele da cui fu abbeverato, ecco le spine che gli forarono il capo, ecco i chiodi che gli trapassarono le mani e i piedi, ecco la lancia che gli aperse il costato, da cui uscirono acqua e sangue per lavacro delle anime. E tu rifiuterai di purificarti in questo lavacro? Davanti allo spettacolo di Dio che muore in croce per liberare gli uomini dal peccato, persino la natura si commuove: la terra trema, e le pietre si spezzano, e tu solo, o Cristiano resterai indifferente, mostrandoti più duro delle pietre? Imita piuttosto la moltitudine convenuta a quello spettacolo, che « tornava battendosi il petto » (Luc. XXIII, 48). Questa mattina la Chiesa ti invita a risorgere dal peccato col ricordo della risurrezione di Gesù Cristo. Essa ti rivolge le parole del salmista: « Questo giorno l’ha fatto il Signore, esultiamo e rallegrandoci in esso » (Salm. CXVII, 24. — Graduale —). Come prender parte all’esultanza della Chiesa in questo giorno, se l’anima nostra è morta alla grazia? Poiché l’esultanza che la Chiesa ci domanda non è l’esultanza delle piazze, delle osterie, dei caffè, degli spettacoli. È l’esultanza che viene dalla riconciliazione dell’uomo con Dio, dalla riacquistata libertà di suoi figli. Il peccatore non è insensibile all’invito della Chiesa. Ma la voce della Chiesa è soffocata da un’altra voce, per lui più forte, dalla voce del rispetto umano. Che diranno, se si verrà a sapere che sono andato a confessarmi? Se si tratta di curare una ferita non si ascoltano le voci dei profani, ma quella del chirurgo. Trattandosi di guarire le ferite prodotte dal peccato, saremmo ben stolti, se dessimo più peso alle chiacchiere dei negligenti, dei superbi, dei viziosi, che alla voce autorevole della Chiesa. Pensa quale consolazione procurò alla vedova di Naim la risurrezione del figlio. Le lagrime che avevano commosso Gesù, ora si sono cangiate in lagrime di consolazione. « Di quel giovane risuscitato gioì la vedova madre; degli uomini risuscitati spiritualmente goda ogni giorno la santa madre Chiesa» (S. Agostino Serm. 98, 2). Nel suono delle campane più festoso del solito essa vorrebbe farti sentire le parole dell’Apostolo: «E’ ora di scuoterci dal sonno» (Rom. XIII, 11). Svegliati, dunque, e non voler persistere nel pericolo di passare, senza svegliarti, dal sonno del peccato al sonno della morte.

3.

Gli Ebrei, purificata la casa da tutto ciò che era fermentato, mangiavano l’agnello pasquale. I Cristiani, devono anch’essi mangiare il vero Agnello pasquale, di cui l’antico agnello era tipo. Purificati, nella confessione, dal lievito dei peccati della vita trascorsa, con coscienza pura e retta intenzione, partecipino al banchetto pasquale. È quanto inculca l’Apostolo. Pertanto celebriamo la festa non col vecchio lievito, ne col lievito della malizia e della perversità; ma con gli azimi della purità e della verità.Quando si fanno feste solenni il banchetto ha sempreuna parte principale. Il banchetto eucaristico deve avereuna parte principalissima nella letizia della solennitàpasquale. Poco importa assidersi a un banchetto materiale,se l’anima si lascia digiuna.« Peccando non abbiamo conservato né la pietà, né lafelicità; ma, pur avendo perduto la felicità, non abbiamperduto la volontà di essere felici» (De Civitate Dei, L. 22, c. 30). L’uomo ha perduto il Paradiso terrestre, ma vi ritornerebbe ancor volentieri. Il Paradiso terrestre, perduto da Adamo, non possiamo più possederlo; ma possiamo possedere, ancor pellegrini su questa terra, un altro paradiso. Sta da noi,dopo aver preparato l’anima nostra ad accogliere l’Ospite divino, andargli incontro, riceverlo, metterlo nell’anima nostra, come su un piccolo trono. Il nostro cuore diventerebb el’abitazione di Dio, e, dove c’è Dio, c’è il Paradiso. La Chiesa vorrebbe che noi li gustassimo sovente questi momenti di Paradiso. E, visto che noi non siamo tanto docili alla sua voce, ci prega, ci scongiura, ci comanda di voler provare queste delizie interne almeno a Pasqua.Fare Pasqua! Due parole che spaventano tanti Cristiani, e che, invece, dovrebbero essere accolte con la brama con cui un assetato accoglie l’annuncio d’una vicina sorgente ristoratrice. Accostarsi alla Confessione e alla Mensa eucaristica, vuol dire mettere il cuore in pace, trovare la felicità perduta.Sulla fine d’Ottobre del 1886 si presenta al confessionaledell’abate Huvelin, nella chiesa di S. Agostinoa Parigi, un giovane ragguardevole, Carlo de Foucald. Era stato luogotenente dei Cacciatori d’Africa, coraggioso e fortunato esploratore del Marocco. Nel suo cuore c’era l’inquietudine e la tristezza.« Signor abate — dice dopo un leggero inchino —io non ho la fede, vengo a chiederle d’istruirmi ». L’abate Huvelin lo guardò: « Inginocchiatevi confessatevi a Dio; crederete ». — « Ma non sono venuto per questo». —« Confessatevi ».Quel giovane cedette. S’inginocchiò, e confessò tutta la sua vita. Quando il penitente fu assolto, l’abate gli domanda: « Siete digiuno? » — « Sì ». — « Andate e comunicatevi». Il giovane si accostò subito alla sacra Mensae fece « la sua seconda Prima Comunione ». Quella Confessione e quella Comunione furono il principio d’un’altravita. Egli esce dal tempio con la pace nel cuore; pace che gli trasparisce sempre dagli occhi, dal sorriso, nella voce e nelle parole. Egli, da oggi, si prepara alla vita di trappista, di sacerdote, di eremita, che finirà nel Sahara, dopo esser vissuto vittima di espiazione per sé e per gli altri (Renato Bazin, Carlo de Foucauld. Traduzione dal Francese di Clelia Montrezza. Milano 1928, p. 48-49). Forse, il pensiero di dover cominciare una vita nuova, dopo essersi accostati alla Confessione e alla Comunione, intrattiene parecchi dal compiere il loro dovere in questi giorni. Eppure è nostro interesse procurare al nostro cuore una pace vera e una santa letizia, oltre essere nostro dovere è nostro interesse, e massimo interesse, incominciare una vita nuova, intanto che ne abbiamo il tempo; senza contare che « una grave negligenza richiede anche una maggiore riparazione» (S. Leone M. Serm. 84, 2). Facciamo una buona Pasqua col proponimento di camminare in novità di vita, e di non volere imitare gli Ebrei, che dopo aver mangiato l’agnello pasquale nella notte della loro liberazione, rimpiangono l’Egitto, la terra della loro oppressione. « Noi pure mangiamo la Pasqua, cioè Cristo… Nessuno di coloro che mangiano questa pasqua si rivolga all’Egitto, ma al cielo, alla superna Gerusalemme » (S, Giov. Crisost.); da dove ci verrà la forza di compiere il nostro pellegrinaggio, senza ritornare sui passi della vita passata.

Alleluja 

Alleluia, alleluia Ps. CXVII:24; CXVII:1 Hæc dies, quam fecit Dóminus: exsultémus et lætémur in ea. [Questo è il giorno che fece il Signore: esultiamo e rallegriàmoci in esso.] V. Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. Allelúja, allelúja. [Lodate il Signore, poiché è buono: eterna è la sua misericòrdia. Allelúia, allelúia.] 1 Cor V:7 V.Pascha nostrum immolátus est Christus. [Il Cristo, Pasqua nostra, è stato immolato.]

Sequentia

“Víctimæ pascháli laudes ímmolent Christiáni. Agnus rédemit oves: Christus ínnocens Patri reconciliávit peccatóres. Mors et vita duéllo conflixére mirándo: dux vitæ mórtuus regnat vivus. Dic nobis, María, quid vidísti in via? Sepúlcrum Christi vivéntis et glóriam vidi resurgéntis. Angélicos testes, sudárium et vestes. Surréxit Christus, spes mea: præcédet vos in Galilaeam. Scimus Christum surrexísse a mórtuis vere: tu nobis, victor Rex, miserére. Amen. Allelúja.” [Alla Vittima pasquale, lodi òffrano i Cristiani. – L’Agnello ha redento le pécore: Cristo innocente, al Padre ha riconciliato i peccatori. – La morte e la vita si scontràrono in miràbile duello: il Duce della vita, già morto, regna vivo. – Dicci, o Maria, che vedesti per via? – Vidi il sepolcro del Cristo vivente: e la glória del Risorgente. – I testimónii angélici, il sudàrio e i lini. – È risorto il Cristo, mia speranza: vi precede in Galilea. Noi sappiamo che il Cristo è veramente risorto da morte: o Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi. Amen. Allelúia.]

Evangelium 

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Marcum. 

 Marc. XVI:1-7.

“In illo témpore: María Magdaléne et María Jacóbi et Salóme emérunt arómata, ut veniéntes úngerent Jesum. Et valde mane una sabbatórum, veniunt ad monuméntum, orto jam sole. Et dicébant ad ínvicem: Quis revólvet nobis lápidem ab óstio monuménti? Et respiciéntes vidérunt revolútum lápidem. Erat quippe magnus valde. Et introëúntes in monuméntum vidérunt júvenem sedéntem in dextris, coopértum stola cándida, et obstupuérunt. Qui dicit illis: Nolíte expavéscere: Jesum quǽritis Nazarénum, crucifíxum: surréxit, non est hic, ecce locus, ubi posuérunt eum. Sed ite, dícite discípulis ejus et Petro, quia præcédit vos in Galilǽam: ibi eum vidébitis, sicut dixit vobis.” [In quel tempo: Maria Maddalena, Maria di Giacomo, e Salòme, comperàrono degli aromi per andare ad úngere Gesú. E di buon mattino, il primo giorno dopo il sàbato, arrivàrono al sepolcro, che il sole era già sorto. Ora, dicévano tra loro: Chi mai ci sposterà la pietra dall’ingresso del sepolcro? E guardando, vídero che la pietra era stata spostata: ed era molto grande. Entrate nel sepolcro, vídero un giòvane seduto sul lato destro, rivestito di càndida veste, e sbalordírono. Egli disse loro: Non vi spaventate, voi cercate Gesú Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui: ecco il luogo dove lo avévano posto. Ma andate, e dite ai suoi discépoli, e a Pietro, che egli vi precede in Galilea: là lo vedrete, come vi disse.]

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

PEL SANTO GIORNO DI PASQUA

“In quel tempo, passato il sabato, Maria Maddalena, e Maria madre di Giacomo, e Salòme avevano comperato gli aromi per andare a imbalsamare Gesù. E (partite) di gran mattino, il primo dì della settimana, arrivano al sepolcro, essendo già nato il sole. E dicevano tra di loro: Chi ci leverà la pietra dalla bocca del monumento? Ma in osservando, videro ch’era stata rimossa la pietra, la quale era molto grossa. Ed entrate nel monumento videro un giovine a sedere dal lato destro, coperto di bianca veste, e rimasero stupefatte. Ma egli disse loro: Non abbiate timore: voi cercate Gesù Nazzareno crocifisso: egli è risuscitato, non è qui: ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ma andate ai suoi discepoli e a Pietro: egli vi andrà innanzi nella Galilea; ivi lo vedrete, com’egli vi ha detto” (Marc. XVI, 1-1).

Surrexit! È risorto! Ecco, o miei cari, la gran parola, che oggi si ripete con gioia nei sacri riti della Chiesa: Gesù Cristo è risorto! Dopoché nel giorno di venerdì, alle tre pomeridiane, Egli era spirato sulla croce, Giuseppe d’Arimatea, nobile decurione e uomo buono e giusto, benché discepolo occulto del divino Maestro per timore dei Giudei, fattosi santamente audace si presentò a Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Pilato, inteso dal centurione che Gesù era veramente morto, annuì alla domanda di Giuseppe d’Arimatea. Il quale comperata una sindone monda si avviò al Calvario per deporre dalla croce il corpo di Gesù ed involgerlo entro a quella sindone. Ed essendosi a lui unito Nicodemo, altro discepolo occulto di Gesù, che portava con sé degli aromi preziosi, giunti al Calvario, calarono con santa riverenza il corpo di Gesù dalla croce, lo involsero nella sindone con quegli aromi, secondo il costume de’ Giudei; quindi andarono religiosamente a deporlo in un monumento nuovo scavato nel vivo sasso; ed appressata una gran pietra alla porta del monumento, lo lasciarono. Ivi il corpo di Gesù rimase parte di quel venerdì, tutto il susseguente sabbato e parte del giorno dopo, chiamato in seguito domenica. Ma in sull’alba del terzo giorno l’anima di Gesù che, dopo la sua morte, era discesa al limbo, venne a riunirsi al suo corpo, e Gesù per sua propria virtù risorse glorioso e trionfante dal suo sepolcro, deludendo tutte le precauzioni, che contro di Lui avevano preso i suoi nemici. Del quale grande avvenimento perché noi fossimo certi, non solo volle dopo la sua risurrezione ripetutamente apparire a’ suoi discepoli, ma volle ancora che gli Angeli del cielo venissero a manifestarlo e ad attestarlo agli uomini. Ed è appunto una tale manifestazione ed attestazione che la Chiesa in questo giorno solenne ci invita a considerare nel santo Vangelo.

1. In quel tempo, comincia a dirci il santo Vangelo, in quel tempo Maria Maddalena, e Maria di Giacomo, e Maria Salòme comprarono degli aromi, per recarsi ad ungere il corpo di Gesù. E qui, o miei cari, prima di andare innanzi fermiamoci un istante a prendere una bella lezione da queste pie e sante donne. Animate come esse erano da una gran fede, epperò persuase che il corpo racchiuso nel sepolcro di Giuseppe di Arimatea era veramente il corpo del Redentore del mondo; inoltre accese da una grande carità verso di quel caro Gesù, che avevano preso ad oggetto di tutto il loro amore, non potendo patire di starsene da Lui lontane e di lasciarlo negletto in quel sepolcro, comprarono degli aromi per recarsi a Lui vicino e con quelli fargli in qualche modo riparazione delle tante piaghe, da cui nella sua passione e morte era stato ricoperto. Or non è vero che è grandemente ammirabile la pietà di queste sante donne? Ma non meno della nostra ammirazione una tale pietà è sommamente meritevole della nostra imitazione. – Il nostro caro Gesù, non più morto come nel santo sepolcro, ma vivo come dopo la sua risurrezione, e come trovasi in cielo, risiede pure per la SS. Eucarestia nel piccolo monumento del santo tabernacolo, ivi trattenuto dal suo infinito amore per gli uomini. E chi sa dire i benefizi immensi, che di lì Egli sparge sopra gli uomini? Eppure vi sono tanti sciagurati, i quali in questo stesso Sacramento di amore lo oltraggiano, lo insultano e lo ricoprono per così dire di ferite e di piaghe. Ed in vero quante lingue malvagie bestemmiano questo SS. Sacramento! Quanti uomini superbi lo contraddicono ed osano negarne la verità! Quanti miserabili lo disprezzano col mancargli di rispetto e in Chiesa, dove se ne sta come in sua casa, e fuori di Chiesa, quando è portato in processione o per viatico agli infermi! Quanti altri lo affliggono col costringerlo nella Comunione sacrilega ad entrare nei loro cuori macchiati da grave peccato! E quanti disgraziati vi sono, che arrivano anche al punto di rapirlo nei santi tabernacoli e da gettarlo poscia tra le luridezze e in pasto ai cani! Or chi sa dire come tutti questi oltraggi ed insulti feriscono il cuore amoroso di Gesù? Conviene pertanto ai buoni Cristiani, animati da viva fede pel suo SS. Sacramento ed accesi per esso di santo amore, imitare la pietà delle sante donne, di cui parla il Vangelo di oggi, e farsi con visite devote al SS. Sacramento istesso a ripararlo degli oltraggi e degli insulti, che pur troppo riceve dai malvagi. E come quelle sante donne per riparare alle piaghe di Gesù portarono con sé degli aromi preziosi, così ancor noi nell’entrare nella casa di Dio a ripararlo degli oltraggi, che riceve nel S. S. Sacramento, dobbiamo portare con noi gli aromi preziosi di una viva fede e di una ardente carità, che ci eccitino a fare delle preghiere, le quali salgano al trono di Dio in odore di soavità e gli riescano di grata riparazione. Ecco adunque la prima e bella lezione, che dobbiamo prendere dal Vangelo di questa grande solennità.

2. Prosegue poi il Vangelo dicendo che, comperati quegli aromi, le pie donne assai per tempo nel primo dì dopo il sabbato vennero al monumento, essendo già balzato il sole. E dicevano tra di loro: Chi ci smuoverà la pietra dalla porta del monumento? E riguardando videro la pietra già rovesciata, benché fosse assai grande. Ed anche su questo tratto conviene che ci fermiamo qualche poco a fare un’importante osservazione. Quelle pie donne nel recarsi al monumento in cui era sepolto Gesù, si mostravano assai preoccupate dalla difficoltà in cui si sarebbero trovate per entrarvi, essendo che assai pesante era la pietra sovrapposta alla porta del monumento e per loro sarebbe stato assai difficile il poterla rimuovere. Ma ecco che riguardando attentamente videro scomparsa ogni difficoltà al loro intento, giacché quella gran pietra si presentò loro innanzi già bell’e rovesciata. Or ecco in queste circostanze rappresentato al vivo ciò che succede in certe anime, quando stanno per uscire da una vita di peccato per darsi invece ad una vita tutta intesa al servizio di Dio.Costoro, avendo pur volontà risoluta di lasciare il male e di appigliarsi al bene, immaginano tuttavia delle gravi difficoltà, prima nel compiere questo passo, e poi nel camminare costantemente per la retta via. Anzitutto si pensano che sia assai difficile compiere il primo passo, fare cioè una buona Confessione. Giacché, o essendo già da molti anni che non si confessano più, od essendo da vario tempo che si confessano male, temono che nella confessione, che pur vorrebbero fare, non possa riuscir loro di dire tutto, di spiegarsi bene e di riparare convenientemente alla trascuranza ed alla malvagità passata. E con questo timore talmente si angustiano, che alle volte per questa sola difficoltà rimandano e differiscono sempre di giorno in giorno la loro Confessione, esponendosi per tal guisa al pericolo di non poterla più fare, e ad ogni modo mantenendo il loro animo in uno stato di affanno e di ansietà indicibile. E poscia si crucciano altresì pensando, che, anche dopo d’aver con una buona Confessione riparato al passato, non riesca loro possibile mantenersi fermi nei loro buoni propositi e non ritornare alla vita peccaminosa di prima. Questa era appunto la difficoltà, che sentiva Santo Agostino, quando era pur risoluto di lasciare la vita mondana per darsi del tutto al divino servizio. Come mai, andava dicendo egli a se stesso, come mai riuscirò io a menare una vita veramente pura e casta? Come lascerò del tutto quei piaceri che sino ad ora ho gustati? Come vincerò le mie perverse inclinazioni? E così al pari di S. Agostino, vanno dicendo a se stessi molti giovani e molti Cristiani e quando dalla voce di Dio sono invitati a lasciare la vita del peccato, e quando sentono puro in cuore una grande volontà di lasciarla.Or bene costoro devono essere ben persuasi, che le difficoltà, che loro si presentano in questo caso, non sono che difficoltà apparenti, e che anzi tali difficoltà a chi è di buon volere non esistono più, come più non esisteva all’intento delle pie donne la difficoltà della gran pietra sovrapposta al monumento di Gesù Cristo. Ed in vero, chi è seriamente risoluto di lasciare il male per appigliarsi al bene, si accosti senz’altro al Sacramento della Penitenza e conoscerà a prova come tutt’altro che difficile, riesce invece assai facile coll’aiuto di Dio e del confessore a sgravarsi del peso delle proprie colpe, tanto da restare persino meravigliato della facilità, che vi ha in questo primo passo. E poscia continui tranquillamente nei suoi buoni propositi e vedrà che il Signore, facendosi con lui generoso della sua grazia, gli darà la forza per resistere alle tentazioni e vincerle, e per mantenersi costante nella pratica della virtù. Sicché in tanta agevolezza di operare il bene e di respingere il male dovrà dire in fondo al suo cuore: No, non mi sarei mai creduto, che fosse così soave il giogo di Gesù Cristo e così leggiero il peso della sua legge! Se pertanto, o miei cari, vi fosse ancora qualcuno che non si fosse del tutto deciso di lasciare una vita poco o nulla cristiana, si decida oggi a questo importante ammaestramento, che gli dà il Vangelo della solennità pasquale e, superate tutte le difficoltà, risorga ancor egli dal suo sonno di morte e partecipi alla giocondità della Risurrezione di Cristo, di quella Risurrezione, che come dissi, il Signore volle manifestata ed attestata anche dagli Angeli del Cielo.

3.  Ed in vero ecco ciò che ci racconta infine il Vangelo: Ed entrando quelle pie donne nel monumento videro un giovane che sedeva alla destra, ricoperto di una veste candida, e stupirono. Ma questi disse loro: Non vogliate spaventarvi: voi cercate Gesù Nazareno crocifisso: è risorto, non è più qui, ecco il luogo, ove lo posarono. Epperò andate, dite ai suoi discepoli ed a Pietro, che Egli vi precede in Galilea, che ivi lo vedrete, siccome Egli vi disse. Questo giovane pertanto, così chiamato nel Vangelo di S. Marco, e nel Vangelo di S. Matteo chiamato senz’altro col suo nome di Angelo del Signore, disceso dal Cielo e rimossa la pietra del monumento, col volto sfolgoreggiante di luce e col vestito candido come la neve rimase là per manifestare ed attestare a quelle pie donne, e per mezzo loro a tutti, che Gesù Cristo, conforme a quel che aveva predetto, era veramente risorto.Dal che è assai facile il riconoscere con qual lusso di testimonianze il Signore abbia voluto dimostrare la verità di quel miracolo, che è il massimo operato da nostro Signor Gesù Cristo, e che al dire di S. Paolo, basta da sé solo a costituire la base della nostra fede, poiché, come egli stesso si esprime, sarebbe vana la nostra fede, se Gesù Cristo non fosse risorto. Epperò mentre l’abbondanza di testimonianze di questo grande mistero ci deve raffermare nella fede del medesimo, accresce altresì la colpa di coloro, che superbamente negano alle verità della fede l’omaggio della loro credenza, e li rende affatto inescusabili. Tuttavia, o miei cari, prima di terminare io desidero ancora dall’attestazione dell’Angelo prendere argomento a fare un voto per ciascuno di noi. Gesù Cristo, disse l’Angelo alle pie donne,Gesù Cristo è risorto. Or ecco il voto che io intendo esprimere: che gli Angeli del cielo, riguardando di questi giorni a ciascuno di noi, possano dire di ciascuno di noi la stessa cosa: Questi giovani, questi Cristiani sono risorti! Sono risorti dai loro peccati e dai loro vizi; sono risorti dalle loro cattive abitudini; sono risorti dalla loro freddezza; sono risorti dalla loro indifferenza e dalla loro tiepidezza; son veramente risorti per non ricadere mai più, come Gesù Cristo risorse per non mai più morire. Ecco il voto che io esprimo, e che non è altro se non l’adempimento di quella raccomandazione, che con le parole di S. Paolo ci fa oggi la Chiesa dicendo: « Fratelli, togliete da voi il vecchio fermento della malizia e della nequizia e rendetevi come pani azimi per la sincerità e per la verità (1 Cor. V) ». Che si adempia pertanto questo voto, che si pratichi da tutti noi questa raccomandazione; ed allora con maggior animo si potrà da ciascuno di noi prender parte alle grandi feste della Pasqua, cioè della Risurrezione di Cristo.

  Credo…

Offertorium 

Orémus 

Ps. LXXV: 9-10.

Terra trémuit, et quiévit, dum resúrgeret in judício Deus, allelúja. [La terra tremò e ristette, quando sorse Dio a fare giustizia, allelúia.]

Secreta

Súscipe, quaesumus, Dómine, preces pópuli tui cum oblatiónibus hostiárum: ut, Paschálibus initiáta mystériis, ad æternitátis nobis medélam, te operánte, profíciant. [O Signore, Ti supplichiamo, accogli le preghiere del pòpolo tuo, in uno con l’offerta di questi doni, affinché i medésimi, consacrati dai misteri pasquali, ci sérvano, per òpera tua, di rimédio per l’eternità.] –

Communio 

1 Cor V: 7-8

Pascha nostrum immolátus est Christus, allelúja: itaque epulémur in ázymis sinceritátis et veritátis, allelúja, allelúja, allelúja.[Il Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato, allelúia: banchettiamo dunque con gli àzzimi della purezza e della verità, allelúia, allelúia, allelúia.]

Postcommunio 

 Orémus.

Spíritum nobis, Dómine, tuæ caritátis infúnde: ut, quos sacraméntis paschálibus satiásti, tua fácias pietáte concordes. [Infondi in noi, o Signore, lo Spírito della tua carità: affinché coloro che saziasti coi sacramenti pasquali, li renda unànimi con la tua pietà.]

LE OMELIE DEL CURATO D’ARS (Venerdì Santo)

VENERDI SANTO

Il peccato rinnova la passione di Gesù-Cristo. (*) 

Prolapsi sunt: rursum crucifigentes sibimetipsis Filium Dei.

Coloro che peccano crocifiggono in se stessi nuovamente il Figlio di DIO

(S. Paolo agli Ebrei, VI, 6.)

(*) Il testo originale è nel I volume di:

SERMONS du Vénérable Serviteur de Dieu  J.-B.-M. VIANNEY CURÉ D’ARS – PARIS
LIBRAIRIE 
VICTOR
LECOFFRE, 90 RUE BONAPARTE. ——- LYON LIBRAIRIE
CHRÉTIENNE
(Ancienne Maison BAUCHU) ED. RUBAN, PLACE BELLECOUR, 6

APPROBATION.

Archevêche De LYON  –  Lyon, 20 août
1882.

† L. M. Card. CAVEROT, Archevêque de Lyon.

L’opera è pubblicata in rete da: Bibliothèque Sain Libère – htpp: www. liberius.net –

© Bibliothèque Saint Libèr 2011 (Toute reproduction à but non lucrative est autorisée- si autorizza ogni riproduzione senza fini di lucro).

La traduzione italiana è redazionale, ma confrontata con la versione italiana di Giuseppe D’Isengard F. d. M. in “I SERMONI DEL B° GIOVANNI B. M. VIANNEY, Curato d’Ars”. Libreria del Sacro Cuore – Rimpetto ai Ss. Martiri -, Torino, 1907 (Tip. Salesiana, via Cottolengo, 32)

Nihil obstat,

Torino, 5 aprile 1908 Teol. Coll.
Giacomo Sacchieri, prete della Missione, Revisore delegato.

Imprimatur

Torino, 8 Aprile 1908, Can. Ezio
Gastaldi-Santi Provic. Gen.

[N.B.: Si diffidano i fedeli “veri” Cattolici dal consultare altre versioni di a-cattolici modernisti, in particolare gli scismatici eretici
aderenti alla setta del Novus ordo, in comunione con gli antipapi usurpanti attuali, non dotate né di Nihil obstat né dell’Imprimatur canonico
imposto dalla Costituzione Apostolica “Officiorum ac Munerum” di S. S. Leone XIII, e dall’Enciclica “Pascendi” di S. S. San Pio X, passibili quindi di SCOMUNICA “ipso facto”
latæ sententiæ riservata in modo speciale alla Sede Apostolica. … intelligenti pauca!].

Possiamo noi, fratelli miei, concepire un crimine più orribile di quello dei Giudei, quando fecero morire il Figlio di DIO, che essi aspettavano da quattromila anni, Egli che era stato l’ammirazione dei Profeti, la speranza dei Patriarchi, la consolazione dei giusti, la gioia del cielo, il tesoro della terra, la beatitudine dell’universo? Qualche giorno prima essi lo avevano ricevuto in trionfo alla sua entrata in Gerusalemme, manifestando così chiaramente che essi lo avevano riconosciuto come il Salvatore del mondo. Ora ditemi, fratelli miei, è possibile mai che, malgrado tutto questo, essi volessero farlo morire dopo averlo caricato di ogni tipo di oltraggi? Che male aveva loro fatto questo divin Salvatore? O piuttosto quale bene non aveva loro fatto nel venirli a liberare dalla tirannia del demonio, riconciliarli con il Padre, aprire loro la porta del cielo che il peccato di Adamo aveva loro chiuse? Ahimè! Di cosa non è capace l’uomo che si lascia accecare dalle sue passioni! Pilato lasciò ai Giudei la scelta se liberare Gesù o Barabba che era un ladro insigne. Essi liberarono il ladro carico di crimini; e Gesù, che era innocente, anzi ancor più, il loro Redentore, vollero che lo si facesse morire! O mio DIO! Quale preferenza indegna! Questo vi stupisce, fratelli miei, e ne avete ben ragione; tuttavia se posso osare, vi dirò che noi

facciamo questa preferenza tutte le volte che pecchiamo. E per farvelo meglio sentire, vado a dimostrarvi quanto grande sia l’oltraggio che facciamo a Gesù-Cristo, preferendo la via delle nostre inclinazioni alla via di DIO. – Sì, fratelli miei, la malizia degli uomini ha fatto loro trovare dei mezzi per rinnovare le sofferenze e la morte di Gesù-Cristo, non solo nella maniera
crudele come presso i Giudei, ma ancora in una maniera sacrilega e piena di orrore. Gesù-Cristo sulla terra, non aveva che una vita ed un Calvario dove doveva essere sacrificato; ma dopo la sua morte, l’uomo con il suo peccato gli
ha fatto trovare tante croci quanto sono i cuori sulla terra. Per meglio convincervene vediamo questo da più vicino. Cosa vediamo nella passione di Gesù-Cristo? Non è un DIO  tradito, abbandonato anche dai suoi discepoli; un DIO messo al pari di un infame ladrone? Un DIO esposto al furore del libertinaggio e trattato come un re da teatro? Infine non è un DIO crocifisso su di una croce? Tutto questo, ne converrete, era così umiliante e crudele nella morte di Gesù-Cristo. Tuttavia, fratelli miei, io non temo di dirvi che tutto ciò che avviene tutti i giorni tra i Cristiani, è ancora più sensibile per Gesù-Cristo, che non tutto ciò che i Giudei hanno potuto fargli soffrire.

1° Io so bene che Gesù-Cristo fu tradito ed abbandonato dai suoi Apostoli: fu forse questa la ferita più sensibile per il suo cuore così buono. Ma io dico che pere la malizia dell’uomo e del demonio, questa ferita sì dolorosa è rinnovata ogni giorno, presso un numero infinito di cattivi Cristiani. Se Gesù-Cristo, fratelli miei, nella santa Messa ci ha lasciato il memoriale ed il merito della sua passione; Egli ha permesso che ci fossero ancora degli uomini, dei Cristiani che portano il carattere dei suoi discepoli e che, nondimeno, lo tradiscono e lo abbandonano quando se ne presenti l’occasione. Essi non si fanno scrupoli di rinunciare al loro Battesimo, né di rinnegare la loro fede; e questo per il timore sempre di essere rimproverati o disprezzati da qualche libertino o da qualche piccolo ignorante. Di questo numero fanno parte tre quarti delle persone dei nostri giorni, che non osano mostrare con i loro atti che sono Cristiani. Ora, noi abbandoniamo il nostro DIO, ogni volta che lasciamo le nostre preghiere del mattino o della sera, che manchiamo alla santa Messa, ai Vespri, agli altri esercizi che si fanno in chiesa. Noi abbiamo abbandonato il buon DIO da quando non frequentiamo più i Sacramenti. Ah! Signore, dove sono che vi sono fedeli, e che vi seguono al Calvario? … Gesù-Cristo, nel tempo della sua passione, prevedeva già quanti pochi Cristiani lo seguissero dappertutto, quanti pochi coloro che né i tormenti, né la morte, potrebbero separato da Lui. Tra tutti i suoi discepoli, non vi fu allora che la sua Madre Santa e San Giovanni che ebbero tanto coraggio da accompagnarlo fino al Calvario. Tanto Nostro Signore colmò i suoi discepoli di benefici, che essi furono sempre pronti a soffrire. Tali erano San Pietro, San Tommaso; ma giunto il momento della prova, tutti fuggirono, tutti lo abbandonarono. Immagine evidente di tanti Cristiani che fanno a DIO le più belle risoluzioni; ma che alla minima prova, lo lasciano e lo abbandonano. Essi non vogliono riconoscere né DIO né la sua provvidenza. Una piccola calunnia, un piccolo torto che si farà loro, una malattia un po’ più lunga, il timore di perdere l’amicizia di una persona da cui si è ricevuto o dal quale si attende qualche bene, fa loro considerare la Religione come un niente. Essi la mettono da parte, e giungono fino a scatenarsi contro coloro che la praticano. Essi passano poi da male in peggio, maledicono le persone che credono esserne causa. Ahimè, DIO  mio che disertori! Quanti pochi Cristiani ci sono a seguirvi, come la Vergine Santa, fino al Calvario! … Ma, voi mi direte, come possiamo conoscere che noi seguiamo Gesù-Cristo? Nulla di più facile da sapersi. È quando seguite fedelmente i Comandamenti. Ci viene ordinato di pregare DIO al mattino e di sera con un gran rispetto: ebbene! Lo fate voi in ginocchio, prima di lavorare, con il desiderio di piacere a DIO e salvare la vostra anima; o al contrario la fate per abitudine, per routine, senza pensare a DIO, senza immaginare di essere in pericolo di perdervi, e che, di conseguenza, avete bisogno della grazia del buon DIO per non dannarvi? Ebbene voi vedrete se siete stati fedeli, se avete trascorso santamente questo giorno nel pregare, nel confessare i vostri peccati, nel timore che la morte non vi sorprenda in uno stato capace di condurvi all’inferno. Esaminate la maniera con cui avete assistito alla santa Messa, per vedere se avete ben penetrato la grandezza di questa azione, se veramente avete pensato che Gesù-Cristo stesso, Egli stesso come uomo e come DIO, fosse presente all’altare! Siete venuti con le stesse disposizioni che la Vergine Santa aveva sul Calvario, poiché è lo stesso DIO e lo stesso Sacrificio. Avete testimoniato a DIO quanto siate mortificati per averlo offeso, e con il soccorso della sua grazia, amereste meglio morire che peccare per l’avvenire? Avete fatto tutto il possibile per rendervi degni dei favori che il buon DIO volesse accordarvi? Gli avete chiesto che vi faccia la grazia di profittare delle istruzioni che avete la fortuna di ascoltare, il cui scopo era di istruirvi sui vostri doveri verso di Lui ed il vostro prossimo? I Comandamenti di DIO vi proibiscono di giurare. Vedete quali parole sono uscite dalla vostra bocca, consacrata a DIO fin dal santo Battesimo, esaminate se non abbiate mai giurato il Nome santo di DIO, se abbiate detto cattive parole, etc.; il buon DIO vi ordina con un comandamento di amare vostro padre e vostra madre, ed il resto. – Voi diete di essere figli della Chiesa? Vedete se osservate ciò che essa vi comanda … (citare i Comandamenti). Sì, fratelli miei, se siamo fedeli a DIO come la Vergine Santa, noi non temeremmo né il mondo, né il demonio; ma saremo pronti a sacrificare tutto, anche la nostra vita, eccone un
esempio. La storia racconta che dopo la morte di San Sisto, tutte le ricchezze della Chiesa furono affidate a San Lorenzo. L’imperatore Valentiniano fece venire il Santo e gli ordinò di consegnargli tutti i suoi tesori. San Lorenzo, senza scomporsi, chiese al principe, un tempo di tre giorni. Durante questo tempo, egli raccolse tutti quelli che poté trovare tra ciechi, zoppi ed altri poveri malati, pieni di infermità e coperti da ulcere. Passati i tre giorni, San Lorenzo li mostrò all’imperatore dicendogli che là c’erano i tesori della Chiesa. Valeriano, sorpreso e spaventato dal trovarsi in presenza di una folla che sembrava riunire tutte le miserie della terra, si infuriò e rivolgendosi ai suoi soldati, ordinò di caricare Lorenzo di catene e ferri, riservandosi il piacere di farlo morire con una morte lenta e crudele. In effetti, lo fece battere con le verghe, gli fece strappare la pelle e subire ogni sorta di tormenti. Il Santo si beava di tutte queste torture, e Valeriano, non contenendosi più, fece drizzare un letto di ferro sul quale fu steso Lorenzo. Al di sotto fece accendere un piccolo fuoco di carboni, al fine di farlo arrostire lentamente e rendere così la sua morte più crudele e più lunga. Quando il fuoco ebbe consumata una parte del suo corpo, san Lorenzo, burlandosi sempre dei supplizi, si voltò verso l’imperatore, col viso sorridente e irradiando luminosità: « Non vedi – gli dice – che la mia carne da questo lato è arrostita? Girala quindi dall’altra parte perché giunga ugualmente gloriosa in cielo. » All’ordine del tiranno, i carnefici girarono il martire. Dopo un altro poco di tempo, San Lorenzo si rivolse all’imperatore: « La mia carne oramai è cotta, puoi mangiarne. » Non riconoscete qui, fratelli miei, un Cristiano che, imitando la Vergine Santa, e Santa Maddalena, sa seguire il suo DIO sul Calvario? Ahimè! Fratelli miei, cosa diventiamo quando il buon DIO ci mette a confronto di questi Santi, che hanno preferito soffrire tutto piuttosto che tradire la loro Religione e la loro coscienza?

2. Noi non ci siamo contentati di abbandonare Gesù-Cristo come gli Apostoli che, dopo essere stati colmati dei suoi benefici, fuggirono quando aveva più bisogno di consolazione. Ma Ahimè! Quanto è grande il numero di coloro che danno la preferenza a Barabba, cioè che amano meglio seguire il mondo e le loro passioni, che Gesù-Cristo che porta la sua croce! Quante volte lo abbiamo ricevuto come in trionfo nella santa Comunione e qualche tempo dopo, sedotti dalle nostre passioni, abbiamo preferito a questo Re di gloria tanto un piacere di un momento, tanto un vile interesse, che noi perseguiamo malgrado i rimorsi della nostra coscienza. Quante volte, fratelli miei, non siamo stati divisi tra la nostra coscienza e le nostre passioni e, in questo combattimento, non abbiamo soffocato la voce di DIO per non ascoltare che quella delle nostre cattive inclinazioni? Se ne dubitate, ascoltatemi un istante e lo comprenderete il più chiaramente possibile. La nostra coscienza, che è il nostro giudice, quando facciamo qualcosa contro la legge di DIO, ci dice interiormente: « Cosa stai per fare?  Ecco il tuo piacere da un lato ed il tuo DIO dall’altro; tu non puoi piacere a tutti e due e nello stesso tempo: per chi dei due vuoi parteggiare? Rinuncia o al tuo DIO o al tuo piacere. » La nostra coscienza ci ha risposto: « Ma il tuo DIO, cosa sta per diventare? » – « Sia del mio DIO ciò che gli piacerà; riprendano le nostre passioni, io voglio soddisfarmi. » – « Tu sai bene, ci dice la coscienza con il rimorso che ci fa provare, che godendo questi piaceri proibiti, tu farai morire il tuo DIO una seconda volta. » – « Cosa importa, risponde la nostra coscienza, se il mio DIO  è crocifisso, basta che mi contenti io! » – « Ma che male ha fatto il tuo DIO, e qual è la tua ragione per abbandonarlo? Tu sai bene che ogni qual volta tu lo abbia disprezzato, te ne sei pentito, e che seguendo le tue cattive inclinazioni, tu perdi la tua anima, il cielo ed il tuo DIO! » – Ma la passione, che brucia dal desiderio di essere soddisfatta: « Il mio piacere, ecco la mia ragione. DIO è il nemico del mio piacere, che sia crocifisso! » – « Preferisci il piacere di un istante al tuo DIO? » – « Si, grida la passione, avvenga che quel che succederà della mia anima e del mio DIO, basta che io goda. » Ecco quindi, fratelli miei, ciò che
noi facciamo tutte le volte che pecchiamo. È vero che noi non ce ne rendiamo mai chiaramente conto; ma noi sappiamo molto bene che ci è impossibile desiderare e commettere il peccato, senza perdere il nostro DIO, il cielo e la nostra anima. Non è vero che ogni volta che noi siamo sul punto di peccare, sentiamo una voce interiore che ci grida di fermarci; altrimenti andremo a perderci noi, e a far morire il nostro DIO? Ah! noi possiamo ben dirlo, fratelli miei, la passione che i Giudei fecero soffrire a Gesù-Cristo non era quasi nulla in confronto di quello che i Cristiani gli fanno provare con gli oltraggi del peccato mortale. I Giudei preferirono a Gesù-Cristo un ladrone che aveva commesso diversi delitti: ma il Cristiano peccatore cosa fa? Non è un uomo che preferisce al suo DIO, è, diciamolo gemendo, un miserabile pensiero d’orgoglio, di odio, di vendetta o di impurità; è un atto di avidità, un bicchiere di vino, un misero guadagno di appena cinque soldi; è uno sguardo disonesto o qualche azione infame: ecco quello che preferisce a DIO di ogni santità! Ah! Disgraziati, noi cosa facciamo? Qual non sarà il nostro orrore, quando Gesù-Cristo ci mostrerà ciò che gli abbiamo preferito! … Ah! Fratelli miei, possiamo noi portare tanto lontano il nostro furore contro un DIO che ci ha tanto amato! … Noi siamo stupiti se i Santi, che conoscevano la grandezza del peccato, hanno preferito soffrire tutto ciò che il furore dei tiranni abbia potuto inventare, piuttosto che commetterlo. Noi ne vediamo un esempio ammirabile nella persona di Santa Margherita. Suo padre, prete idolatra e di grande reputazione, vedendola Cristiana e non potendola far rinunciare alla sua Religione, la maltrattava nella maniera più indegna, poi la cacciò di casa. Margherita, non si scoraggiò, e nonostante la nobiltà della sua origine, si mise a condurre una vita umile ed oscura presso la sua nutrice che fin da quando era giovanissima, le aveva ispirato le virtù cristiane. Un certo prefetto del pretorio, di nome Olibrio, rapito dalla sua bellezza, se la fece condurre per farle rinnegare la fede e sposarla. Alle prime domande che il prefetto le fece, rispose che ella era Cristiana, e che sarebbe stata sempre la sposa di Cristo. Olibrio, irritato dalla risposta della Santa, comandò ai carnefici di spogliarla dei suoi abiti e stenderla sul cavalletto. Là la fece battere con le verghe con tale crudeltà, che il sangue scorreva da tutte le sue membra. In mezzo a tali tormenti, le si diceva di sacrificare agli dei dell’impero, al fine di non perdere la sua
bellezza e la vita per la sua ostinazione. Ma in mezzo ai supplizi ella gridava: « No, no, giammai per un bene deperibile ed un piacere vergognoso, io non lascerò il mio DIO. Gesù-Cristo, che è il mio sposo, ha cura di me e non mi abbandonerà. » Il giudice, vedendo il suo coraggio che egli definiva ostinazione, la fece colpire così crudelmente che, pur barbaro com’era, fu obbligato a voltare lo sguardo. Temendo che soccombesse, la fece condurre in prigione. Il demonio apparve alla giovane vergine sotto la forma di un orribile dragone che sembrava volesse ingoiarla. Ma, avendo fatto la Santa il segno della croce, morì ai suoi piedi. Dopo questo terribile combattimento, ella vide una bella croce come un globo di luce, ed una colomba di mirabile candore che vi volteggiava al di sopra. Ella si sentì tutta fortificata. Dopo qualche tempo, il giudice iniquo, vedendo che nulla poteva su di lei, malgrado le torture dalle quali gli stessi carnefici erano inorriditi, le fu infine troncato il capo. Ebbene! Fratelli miei, facciamo come Santa Margherita noi che preferiamo un vile interesse a Gesù-Cristo? noi che amiamo meglio trasgredire i Comandamenti di DIO  o della Chiesa, che dispiacere al mondo; noi che, per piacere ad un amico empio, mangiamo la carne nei giorni proibiti; noi che per rendere un servizio al vicino, non ci facciamo scrupolo di lavorare o prestare le nostre bestie nel giorno santo della Domenica; noi, infine, che passiamo una parte di questo giorno, finanche nel tempo degli uffizi, nel giuoco o al cabaret, piuttosto che dispiacere qualche miserabile amico? Ahimè! Fratelli miei, i Cristiani che sono disposti a fare come Santa Margherita, a sacrificare tutto, i loro beni e la loro vita piuttosto che dispiacere a Gesù-Cristo, sono assai rari come gli eletti, cioè coloro che andranno in cielo. DIO  mio, come è cambiato il mondo!

3° Noi abbiamo detto che Gesù-Cristo fu esposto agli insulti del libertinaggio, e trattato come un re da burla da una truppa di falsi adoratori. Vedete questo DIO che il cielo e la terra non possono contenere che, se volesse, con un solo sguardo incenerirebbe il mondo: gli si getta sulle spalle un vile mantello scarlatto, gli si mette una canna in mano ed una corona di spine sulla testa, lo si consegna ad una coorte di sodati insolenti. Ahimè! In che stato è ridotto Colui che gli Angeli adorano tremanti! Si piega il ginocchi davanti a Lui con la più amara derisione, gli si strappa la canna che tiene in mano e gliela si batte sulla testa. Oh! Qual spettacolo! Oh! Quale empietà! … Ma la carità di Gesù è così grande che, malgrado tanti oltraggi e senza far sentire alcun lamento, Egli muore volontariamente per salvarci tutti. Fratelli miei, questo spettacolo al quale non possiamo assistere che tremando, si riproduce ogni giorno nella condotta di un gran numero di Cristiani. Consideriamo il modo con cui questi sventurati si comportano durante gli uffici divini; in presenza di un DIO che si è annichilito per noi, che non riposa sui nostri altari e nei nostri tabernacoli, se non per colmarci di ogni sorta di beni; quali adorazioni gli si rendono? Gesù-Cristo non è trattato ancora più crudelmente dai Cristiani che dai Giudei che non avevano, come noi, la fortuna di conoscerlo? Vedete queste persone sensuali; esse appena piegano il ginocchio durante gli istanti più cruciali del mistero; vedete queste risa, queste parole, questi sguardi gettati da ogni parte della chiesa, questi segni che si fanno tutti questi piccoli empi e questi piccoli ignoranti. E non è ancora che l’esterno. Se potessimo penetrare fin nel fondo dei cuori; Ahimè! Quanti pensieri di odio, di vendetta, di orgoglio! Oserei dirlo, quanti pensieri impuri divorano e corrompono questi cuori! Questi poveri Cristiani non hanno spesso né libri, né rosari durante la santa Messa, e non sanno come trascorrere il tempo degli uffici; ascoltate, ascoltateli piangere e mormorare perché si trattengono per troppo tempo alla presenza santa di DIO. O signore! Quale oltraggio e quale insulto vi si fa, nell’ora stessa in cui Voi aprite con tanta bontà ed amore le viscere della vostra misericordia! … io non mi stupisco fratelli miei, che i Giudei abbiano ricoperto Gesù Cristo di obbrobri, che l’abbiano trattato come un criminale, credendo pure di aver fatto un’opera buona; perché « Se l’avessero conosciuto – ci dice San Paolo – mai avrebbero essi fatto morire il Re di gloria. » Ma dei Cristiani che sanno troppo bene che Gesù-Cristo stesso è presente sui nostri altari, e quanto il poco rispetto lo offenda e la loro empietà lo disprezzi! … O DIO mio! Se i Cristiani non avessero perso la fede, potrebbero comparire nei vostri templi senza tremare e piangere amaramente i loro peccati! Quanti vi sputano in faccia per la troppo cura nell’abbellire la loro testa; quanti vi coronano di spine con il loro orgoglio; quanti vi fanno sentire i rudi colpi della flagellazione con le azioni impure con cui profanano i loro corpi e la loro anima; quanti, ahimè! vi danno morte con i loro sacrilegi; quanti vi tengono inchiodati sulla croce restando nel peccato! …. O mio DIO!, Voi … trovare dei Giudei tra i Cristiani! …

4° Noi non possiamo pensare senza fremere a ciò che succede ai piedi della croce. Era là che il Padre eterno attendeva il suo Figlio adorabile per scaricare su di Lui tutti i colpi della giustizia. Noi possiamo dire anche è ai piedi degli altari che Gesù-Cristo riceve gli oltraggi più cruenti. Ahimè! Quanti disprezzi per la sua santa presenza! Quante Confessioni mal fatte! Quante Messe ascoltate male! Quante Comunioni sacrileghe! Ah! fratelli miei, non potrei dirvi come San Bernardo: « Cosa pensate del vostro DIO, quale idea ne avete? Disgraziati, se voi ne aveste l’idea che dovreste averne, verreste fino ai suoi piedi per insultarlo? » È insultare Gesù-Cristo il venire nelle nostre chiese, di fronte all’altare, con uno spirito distratto e tutto pieno delle faccende del mondo; è insultare la maestà di DIO, restare alla sua presenza con modesta minore di quella che si ha nella casa dei grandi del mondo. Elle lo oltraggiano, queste donne e queste ragazze mondane, che sembrano venire ai piedi degli altari solo per mostrare la loro vanità, attirare gli sguardi, sottrarre la gloria e l’adorazione che non sono dovute che a DIO solo. DIO è paziente, fratelli miei, ma avrà la sua rivincita … lasciate che arrivi l’eternità! … Se un tempo DIO si lamentava che il suo popolo gli fosse infedele e profanasse il suo Nome santo, qual lamento non dovrebbe fare ora che, non contenti di oltraggiare il suo santo Nome con dei giuramenti da far fremere l’inferno, si profana il corpo adorabile del Figlio suo ed il suo Sangue prezioso! … O mio DIO, come vi siete ridotto? … Un tempo avevate un solo Calvario, mentre ora ne avete tanti, quanti sono questi cattivi Cristiani! … Cosa concludere dopo tutto questo. Fratelli miei? Se non che noi siamo proprio degli sventurati a far soffrire tanto il nostro Salvatore che ci ha tanto amato. No, non facciamo morire più Gesù-Cristo con i nostri peccati, lasciamolo vivere in noi, e noi stessi vivremo della sua grazia. Così avremo la sorte di tutti coloro che hanno evitato il peccato e fatto il bene nel solo modo che gli piace. È quello che io vi auguro.