DOMENICA II DOPO L’EPIFANIA

DOMENICA II dopo l’EPIFANIA (2019)

Incipit


In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


Ps LXV:4
Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime. [Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Ps LXV: 1-2
Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.
[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: canta salmi al suo nome e gloria alla sua lode.]


Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime.
[Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui coeléstia simul et terréna moderáris: supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi; et pacem tuam nostris concéde tempóribus.
[O Dio onnipotente ed eterno, che governi cielo e terra, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo e concedi ai nostri giorni la tua pace.]

Lectio


Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII: 6-16
“Fratres: Habéntes donatiónes secúndum grátiam, quæ data est nobis, differéntes: sive prophétiam secúndum ratiónem fídei, sive ministérium in ministrándo, sive qui docet in doctrína, qui exhortátur in exhortándo, qui tríbuit in simplicitáte, qui præest in sollicitúdine, qui miserétur in hilaritáte. Diléctio sine simulatióne. Odiéntes malum, adhæréntes bono: Caritáte fraternitátis ínvicem diligéntes: Honóre ínvicem præveniéntes: Sollicitúdine non pigri: Spíritu fervéntes: Dómino serviéntes: Spe gaudéntes: In tribulatióne patiéntes: Oratióni instántes: Necessitátibus sanctórum communicántes: Hospitalitátem sectántes. Benedícite persequéntibus vos: benedícite, et nolíte maledícere. Gaudére cum gaudéntibus, flere cum fléntibus: Idípsum ínvicem sentiéntes: Non alta sapiéntes, sed humílibus consentiéntes
.”.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli, Omelie, vol. I, Torino – 1899, Omelia XIII]

“Avendo noi doni differenti, secondo la grazia, che ci è stata data, se abbiamo la profezia, adoperiamoci a proporzione della fede; se abbiamo il ministero, attendiamo al ministero; se il magistero, attendiamo ad insegnare. Colui che esorta, attenda ad esortare; chi distribuisce, lo faccia con semplicità; colui che presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere pietose, si presti con ilarità. La carità sia senza simulazione: abborrite il male, attenetevi al bene. Amatevi fraternamente: prevenitevi gli uni gli altri nel rendervi onore. Non siate pigri: siate ferventi nello spirito, dedicati al servizio di Dio, allegri nella speranza, costanti nelle afflizioni, perseveranti nell’orazione, partecipi ai bisogni dei santi, facili alla ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano: benediteli e non vogliate maledirli. “Rallegrate vi con chi è allegro, piangete con chi piange. Abbiate tra voi uno stesso sentimento, non rivolgete l’animo a cose alte, ma acconciatevi alle basse „ (Rom. cap. XII, vers. 6-16).

Questo tratto della epistola ai Romani segue immediatamente a quello che vi spiegai nell’omelia XI e non è che una serie di sentenze morali d’una bellezza veramente stupenda. Esse erompono dall’anima ardente dell’Apostolo con una foga, con una facilità ed efficacia incomparabile. Se queste massime sì sublimi e sì semplici, che rispondono a meraviglia a ciò che vi ha di più intimo e più nobile nella nostra natura, fossero cadute sotto gli occhi di Platone, di Aristotele, di Cicerone e di tanti filosofi pagani, quale stupore ne avrebbero avuto? Con quale entusiasmo le avrebbero abbracciate? Noi le abbiamo sotto gli occhi e negli orecchi ogni giorno e per poco non vi poniamo mente! Nati in mezzo alla luce, non ne comprendiamo il pregio: educati con queste santissime verità, non ne apprezziamo debitamente) l’altezza. Oggi veniamole considerando partitamente e con amore e ne rileveremo la bellezza. – S. Paolo dopo aver fatto osservare, che la Chiesa è somigliante al corpo umano, il quale è uno solo, ma ha molte membra differenti, con differenti uffici, tra loro armonicamente! coordinati, prosegue, e dice: “Avendo noi doni differenti, secondo la grazia, che ci è stata data, se abbiamo la profezia, adoperiamoci a proporzione della fede. „ Il sole è uno solo, eppure crea una varietà sterminata di  colori secondo la natura degli oggetti che illumina: così Dio, che è uno e semplicissimo, produce nelle anime una varietà prodigiosa di doni, che mostrano la grandezza e fecondità inesauribile del donatore. Ciascuno di noi ha i suoi doni particolari? Usiamone. Hai tu il dono della profezia? Qui il dono della profezia non significa propriamente annunziare le cose future, ma la facoltà di parlare delle cose spettanti alla religione. Ebbene: l’adopera nella misura che l’hai ricevuto, secondo le tue forze. “Se abbiamo il ministero, segue l’Apostolo, attendiamo al ministero.„ Abbiamo cioè 1’ufficio di presiedere, di governare? Adempiamolo come si deve. — Se abbiamo il magistero, ossia l’ufficio di ammaestrare, e questo facciamo meglio che per noi si possa. — Colui che esorta, ossia che eccita i fratelli a fuggire il vizio ed a praticare la virtù, vi metta tutto lo zelo. — Chi distribuisce, chi largheggia in elemosine, lo faccia con semplicità, allontanando ogni fine men retto e men nobile, intendendo solo di soccorrere il fratello e far cosa grata a Dio. — Chi presiede e regge altri, faccia il suo dovere con diligenza. — Nella Chiesa vi sono molti ed alti uffici: quelli che li tengono, devono ricordarsi che gli uffici non hanno per scopo di accumulare ricchezze, ricevere omaggi, ritrarne comodi ed onori, ma sì hanno per fine proprio ed immediato il bene delle anime e la salute loro eterna e perciò si vogliono adempire con ogni diligenza. — Chi fa opere pietose, scrive S. Paolo, si presti con ilarità. — Che bella e cara espressione! Soccorri tu il povero? Conforti tu l’afflitto? Ammaestri l’ignorante? Consigli il timido e vacillante? Visiti l’infermo ed eserciti qualunque opera di carità? E a tutto questo col volto ilare e contento, perché così vuole Iddio: Hilarem datorem dilìgit Deus, e perché così l’opera tua sarà più efficace e gradita. Vedi queste Suore di carità che giorno e notte si aggirano per gli ospedali, che vanno da un letto all’altro: che hanno sempre sotto gli occhi lo spettacolo delle miserie umane: esse hanno sempre serena la fronte, il sorriso sulle labbra, la parola soave, l’occhio pieno d’amore: eccovi, o cari, ciò che vuole S. Paolo allorché comanda: “Chi fa opere pietose si presti con ilarità. „ Prosegue l’Apostolo: “La carità sia senza simulazione. Via la finzione, via l’ipocrisia sì nelle parole come negli atti e la nostra carità sia schietta, piena di candore. E qui l’Apostolo, quasi volesse condensare tutto ciò che ha detto e gli resta a dire, esclama: “Abborrite il male, attenetevi al bene. „ Pareva che qui l’Apostolo dovesse por fine alle sue esortazioni ed ai suoi documenti; no. Egli è simile ad un padre amoroso, che non vuole che il bene dei suoi figli ed aggiunge alle esortazioni le preghiere, ai ricordi i comandi e allorché sembra abbia finito, ripiglia da capo: il suo cuore non dice mai: Basta! – E invero qui S. Paolo comincia un’altra esortazione, come se nulla avesse detto. Uditelo: “Amatevi fraternamente. „ È il precetto nuovo, che Gesù Cristo portò sulla terra, Egli, che disse agli apostoli e in loro a tutti gli uomini quella sublime sentenza: ” Vos autem fratres estis — Voi siete fratelli. „ Dunque “come fratelli amatevi. „ Vi furono uomini, che scrissero sulla loro bandiera, come se fosse stata una loro scoperta, questa parola: “Fratellanza,„ imbrattandola tosto di sangue. Ignoravano essi che Gesù Cristo diciotto secoli innanzi l’aveva proclamata: Vos autem fratres, estis, e qui S. Paolo la ripete: Charitate fraternitatis invicem diligentes? Non era possibile. Lo sapevano; ma volevano arrogarsi il vanto d’aver trovata quella sublime dottrina. O cari! più che delle parole e delle vane proteste di fratellanza, siamo solleciti di mostrare le opere della fratellanza, “rispettandoci, amandoci, compatendoci e soccorrendoci a vicenda. „ La carità fraterna è una radice feconda: da essa derivano non solo le opere, ma le parole e perfino quelle convenienze del vivere quieto ed onesto, che alimentano il rispetto reciproco e la mutua benevolenza. Ecco ciò che voleva dire S. Paolo nelle parole sì belle, che seguono: “Prevenitevi gli uni gli altri nel rendervi onore. „ Sì; se la carità regnerà nei nostri cuori ed informerà tutti i nostri atti, ci guarderemo da far cosa che spiaccia ai fratelli e faremo ciò che loro torna gradito e sarà una nobile e santa gara in prevenirci, rendendoci onore gli uni gli altri. E ciò che altrove inculca lo stesso Apostolo scrivendo: “Per umiltà, ciascuno di voi pregiando gli altri più che se stesso — Humilìtate… invicem superiores arbitrantes. „ Dite, o carissimi, il codice di Gesù Cristo, che si compendia nella carità, non è desso anche un perfetto codice di educazione e civiltà sociale? “Non siate pigri, „ soggiunge l’Apostolo; s’intende nei vostri doveri, ma ferventi nello spirito, „ pronti, alacri per il fuoco della carità, acceso in voi dallo Spirito Santo, intesi ad una cosa sola, a servire cioè al Signore, fine ultimo di tutte le opere vostre. – Né qui si ferma S. Paolo, ma, trasportato dall’impeto della sua carità, con una rapidità mirabile accumula verità pratiche sopra verità pratiche, con una concisione ben più grande e sostanziosa di quella di Tacito. “Allegri nella speranza, costanti nelle afflizioni, perseveranti nella preghiera. „ La speranza della mercede rallegra il contadino, che suda sul campo, l’operaio che lavora nell’officina, il mercante che viaggia; e la speranza del premio del cielo fa brillare la gioia sulla fronte del cristiano, che soffre nella lotta della vita, lo tiene saldo in mezzo ai dolori. E quando egli sente venir meno le forze (e ciò non è raro), dia di piglio all’arme sì valida e sì sicura della preghiera e in essa perduri, e la vittoria sarà certa. L’Apostolo non dimentica mai che l’uomo non vive, né può vivere quaggiù isolato: che egli ha dei rapporti e continui ed intimi coi suoi fratelli, ed eccolo di nuovo a ricordarli sotto un’altra forma: “Siate partecipi ai bisogni dei santi, facili alla ospitalità. „ Fate che i bisogni, le necessità di tutti siano comuni a voi, siano come se fossero vostre, e particolarmente quelle dei santi, dei vostri fratelli nella fede, chiamati ad essere santi e, se sono pellegrini, offrite loro l’ospitalità. – La facondia santa dell’Apostolo continua: “Benedite quelli che vi perseguitano, e non vogliate maledirli. „ Quale sentenza! Qual precetto! È qui che la carità di Gesù Cristo tocca il sommo della perfezione. Amare operosamente tutti gli uomini; amare gli stranieri, come fratelli, è già gran cosa, ignota a tutto il mondo pagano; ma amare anche i nemici, benedire perfino quelli che ci perseguitano, beneficarli, se è possibile, è cosa che trascende al tutto l’umano comprendimento, e questo solo precetto (giacche l’amore dei nemici non è consiglio, ma precetto) basta a provare l’origine sovraumana del Vangelo. Qualunque uomo, sia pur buono e virtuoso, deve avere più o meno dei malevoli, degli invidiosi, dei nemici. Li ebbero i santi e gli Apostoli: li ebbe il Santo dei santi, Gesù Cristo; qual meraviglia, che li abbiamo noi, pieni di difetti, sì facili ad offendere il prossimo, talvolta senza volerlo? Ameremo dunque tutti i nostri nemici, o fratelli. Che fare? Ciò che qui comanda l’Apostolo: “Benedite quelli che vi perseguitano: benediteli e non vogliate maledirli. „ Gesù Cristo, dall’alto della croce, rivolto al Padre pregava per i suoi carnefici e li scusava, dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno. „ S. Pietro, parlando di Gesù e proponendolo qual modello, scriveva: ” Oltraggiato non oltraggiava, soffrendo non minacciava „ (I. c. II, vers. 23). Perdoniamo le offese, amiamo i nemici, rendiamo bene per male, preghiamo per essi e il buon Dio userà misericordia a tutti. Si sta sì bene, o cari, quando si perdona e si beneficano i nemici! Si gusta tal pace, si sente tal gioia, che la lingua non sa esprimere. È questa tal mercede che anche sola ci compensa ad usura del sacrificio compiuto in far tacere l’amor proprio ferito. – Voi potete scorrere tutti i libri dei sommi filosofi morali del paganesimo, Epitteto, M. Aurelio, Cicerone, Platone, Aristotele: voi potete investigare tutti i codici sacri delle nazioni antiche e moderne fuori del Cristianesimo. Troverete qua e là sentenze belle, ammirabili sull’amore del prossimo, sulla ospitalità, sulla elemosina, sul perdono delle offese: ma non troverete mai queste verità insieme unite, con tanta chiarezza, brevità, sicurezza e perfezione come nel Vangelo e in queste poche sentenze di S. Paolo. E perché? Ah! Perché esse non vengono dagli uomini, ma da Dio. “Rallegratevi con chi è allegro e piangete con chi piange. „ E’ la conseguenza naturale della carità e delle cose sopra inculcate dall’Apostolo. La carità unisce i cuori per guisa che il bene ed il male è comune, e perciò si gode e si soffre insieme. Se il padre vostro, la vostra madre, i vostri fratelli salgono in onore e abbondano d’ogni cosa, voi che fate? Ne siete lietissimi. Se soffrono infermi, se sono tribolati, perseguitati, che fate voi? Soffrite con essi. Perché? Perché l’amore, che a loro vi lega, fa di voi tutti quasi una sola persona e sentite tutti lo stesso dolore o lo stesso piacere. Se questo amore abbracciasse tutti gli uomini, avremmo lo stesso effetto: ci rallegreremmo con chi è allegro e piangeremmo con chi piange. – “Abbiate, conchiude l’Apostolo, lo stesso sentimento. „ Ripete in altra forma ciò che ha detto nel versetto antecedente. “E non siate con l’animo alle cose alte, ma acconciatevi alle basse. „ Non aspirate a grandezze, ad onori, a ricchezze, a quelle cose, delle quali il mondo è sì ghiotto, e che non possono far pago il nostro cuore: ricevete ciò che Iddio vi dà, e collocati in basso stato, di questo accontentatevi e sarete, per quanto lo possiamo essere quaggiù, tranquilli e felici. – Se noi studiamo la causa vera d’una gran parte dei nostri dolori e delle nostre inquietudini, che troviamo? Troviamo che fonte massima di questi dolori e di queste inquietudini è il desiderio d’aver sempre più di ciò che abbiamo: è questo il pungolo, che ci spinge innanzi e ci tormenta, è questo il nostro implacabile carnefice. I desideri non soddisfatti sono il tormento dei nostri poveri cuori; soffochiamo quei desideri, ed avremo la pace, quella pace che il mondo non conosce.

Graduale

Ps CVI: 20-21
Misit Dóminus verbum suum, et sanávit eos: et erípuit eos de intéritu eórum. [Il Signore mandò la sua parola e li risanò: li salvò dalla distruzione.]
V. Confiteántur Dómino misericórdiæ ejus: et mirabília ejus fíliis hóminum. 
[V. Diano lode al Signore le sue misericordie e le sue meraviglie in favore degli uomini. ]

Alleluja


Allelúja, allelúja

Ps CXLVIII: 2
Laudáte Dóminum, omnes Angeli ejus: laudáte eum, omnes virtútes ejus. Allelúja.
[Lodate il Signore, voi tutti suoi Angeli: lodatelo, voi tutte milizie sue. Allelúia.]

Evangelium


Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. [Joann II: 1-11]


In illo témpore: Núptiæ factæ sunt in Cana Galilaeæ: et erat Mater Jesu ibi.
Vocátus est autem et Jesus, et discípuli ejus ad núptias. Et deficiénte vino, dicit Mater Jesu ad eum: Vinum non habent. Et dicit ei Jesus: Quid mihi et tibi est, mulier? nondum venit hora mea. Dicit Mater ejus minístris: Quodcúmque díxerit vobis, fácite. Erant autem ibi lapídeæ hýdriæ sex pósitæ secúndum purificatiónem Judæórum, capiéntes síngulæ metrétas binas vel ternas. Dicit eis Jesus: Implete hýdrias aqua. Et implevérunt eas usque ad summum. Et dicit eis Jesus: Hauríte nunc, et ferte architriclíno. Et tulérunt. Ut autem gustávit architriclínus aquam vinum fáctam, et non sciébat unde esset, minístri autem sciébant, qui háuserant aquam: vocat sponsum architriclínus, et dicit ei: Omnis homo primum bonum vinum ponit: et cum inebriáti fúerint, tunc id, quod detérius est. Tu autem servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc fecit inítium signórum Jesus in Cana Galilaeæ: et manifestávit glóriam suam, et credidérunt in eum discípuli ejus.

OMELIA II

[Mons. Bonomelli, Omelie, ut supra, Omelia XIV]

“Si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e la madre di Gesù era quivi. Ed anche Gesù fu invitato alle nozze coi suoi discepoli. E venuto meno il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino. E Gesù le disse: Che vi è tra me e te, donna? L’ora mia non è ancora venuta. Ma la madre di lui disse ai servi: Fate quanto e gli vi dirà. Erano ivi sei pile di pietra, poste secondo l’usanza della purificazione de’ Giudei, capaci ciascuna di due o tre misure. E Gesù disse a quelli: Empite le pile di acqua: ed essi le empirono fino all’orlo. E poi Gesù disse loro: Attingete ora e portate allo scalco. Ed essi ne portarono. E come lo scalco ebbe assaggiata l’acqua diventata vino (egli non sapeva donde fosse, ma lo sapevano i servi, che avevano attinta l’acqua), chiamò lo sposo, e gli disse: Ogni uomo mette in tavola prima il buon vino e dopo che hanno bevuto largamente, serve il men buono: ma tu hai serbato il buon vino insino ad ora. Questo principio diede Gesù ai miracoli in Cana di Galilea e manifestò la gloria sua e i suoi discepoli credettero in lui.„

Gesù Cristo uscito dal deserto, dove aveva digiunato per quaranta giorni e superata la triplice tentazione, era venuto sulle rive del Giordano, dove predicava Giovanni, e di là erasi ritirato nella sua Galilea, dove cominciò la sua vita pubblica, operando il primo miracolo, narratoci da Giovanni e che or ora vi ho recitato. Il miracolo descrittoci da Giovanni non abbisogna di spiegazione; ma esso ha un’importanza specialissima, perché è operato da Gesù Cristo per secondare il desiderio della Madre e perché è uno di quei tratti evangelici rarissimi, dove si parla di Maria e si riferiscono le sue parole. “Si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e la madre di Gesù era quivi. „ Cana era un villaggio ad un’ora da Nazaret, sulla via, se via si può dire, che conduce a Tiberiade: al presente è un gruppo di miserabili capanne di contadini, forse duecento. Vi sono due piccole chiese, l’una nella sala dove si dice essere avvenuto il miracolo, l’altra dove si dice sorgesse la casa di Natanaele o S. Bartolomeo. – In una valletta, che si trova ad oriente di Cana, si vede una misera fonte, l’unica di Cana, dove vuolsi attinta l’acqua trasmutata in vino. Chi fossero gli sposi che celebravano quelle nozze, col relativo convito d’uso antico ed universale, l’Evangelista non lo dice, né importa gran fatto il saperlo. È cosa affatto naturale supporre, che fossero congiunti o almeno amici di Maria e di Gesù, che sembra fosse invitato per riguardo della Madre, e per riguardo di Gesù furono invitati eziandio quei quattro o cinque discepoli, che l’avevano seguito, cioè Pietro, Andrea, Natanaele o Bartolomeo, che era di Cana, e Filippo. L’Evangelista ha cura di indicare il villaggio, dove si celebrarono le nozze, Cana di Galilea, per distinguerlo da un altro Cana, sui confini della Fenicia. Vedete amabile condiscendenza di Gesù Cristo! Accetta l’invito di questi sposi, che dovevano essere assai poveri, come apparisce dal fatto istesso del mancare il vino: siede a quell’umile desco con la Madre e coi discepoli, onora i poverelli e con la sua presenza, santifica quelle nozze e mostra come alla vera virtù e alla massima santità non disdica punto partecipare alle feste di famiglia, alle gioie domestiche, che siano oneste e pure. Ciascuno di noi può facilmente immaginare quale potesse essere il convito nuziale di Cana, dove sedevano Gesù e Maria ed alcuni discepoli. Quanta dignità e modestia! Quanta amabilità e soavità di modi! La letizia del convito serbava in tutti la giusta misura in ogni cosa. Dilettissimi! quanta differenza coi nostri banchetti, dove troppe volte la lingua trascorre al frizzo, alla maldicenza, al lazzo e la moderazione nel bere e nel mangiare è sbandita! – “E venuto meno il vino, la Madre di Gesù disse a lui: Non hanno più vino. „ Il banchetto doveva essere verso la fine, come si ricava dalle parole dello scalco, allorché, passando di bocca in bocca, quasi furtivamente, si sparse la notizia, che non c’era più vino. Maria raccolse tacitamente quella voce, o forse lesse la cosa sul volto dei due poveri sposi, rossi per la vergogna, e mossa a compassione dell’imbarazzo, che sentiva vivissimo in cuore, con fidanza tutta materna e con uno sguardo pieno d’amore si volse al Figlio, che le doveva essere presso, e gli disse: “Non hanno più vino. „ Ella non domanda nulla, non prega: espone al Figlio il bisogno dei due sposi: si rimette alla bontà, al cuore di Gesù, sicura che provvederà. Giovi osservare, che Maria si fa interceditrice presso il Figlio a favore dei due sposi, senza esserne richiesta da loro o da altri, unicamente mossa dalla pietà e dalla tenerezza del suo cuore. Questo solo fatto vi mostra qual era il cuore di Maria. Che se tanta pietà sentì per quei due sposi e per un bisogno materiale tantoché si fece loro mediatrice, ancorché non richiesta, che farà Ella alla vista di tante nostre miserie spirituali e da noi pregata? – Che rispose Gesù alle parole della Madre? “Che vi è tra te e me, donna? L’ora mia non è ancora venuta. „ Se voi considerate superficialmente questa risposta, sareste tentati di vedervi una cotale irriverenza; ma tolga il cielo che noi pur sospettiamo, Cristo essere venuto meno alla riverenza dovuta alla Madre, o la Madre aver meritato un rimprovero. Più volte troviamo questa maniera di esprimersi nei Libri santi ( II dei Re , capo XVI, 10; XIX, 22; II Paral., XXXV, 21), e significa semplicemente: Questa cosa non appartiene a te, non ci hai che fare, ecc. Se noi pronunciamo queste parole seccamente, con ira o dispetto, certo suonano offensive e irriverenti; ma se le pronunciamo con accento di confidenza e con volto sorridente, non hanno nulla di duro o di sprezzante, e così le dovette pronunciare Gesù Cristo, massimamente se consideriamo che senz’altro fece pago il desiderio della Madre. In sostanza Gesù Cristo volle dire: Tu, o Madre, mi chiedi un miracolo; questo è opera della divina natura, che ricevo dal Padre, non dell’umana, che ho da te: perciò in questo tu non hai diritto alcuno; in ciò devo stare al volere del Padre mio, e l’ora di fare il miracolo non è ancor venuta. Né vi rechi meraviglia, che Gesù chiami Maria, non col dolce nome di madre, ma sì di “Donna”. In quel caso Egli volle far comprendere che i diritti suoi di Madre cessavano per dar luogo al solo volere del Padre. Del resto, e presso gli antichi ed anche presso alcuni moderni, i figli talvolta chiamano la madre col nome di signora per mostrare il rispetto. Bisogna dire che Gesù Cristo aggiungesse altre parole, con le quali indicava d’essere disposto a fare il desiderio della Madre, perché questa voltasi ai servì, disse loro: Fate ciò ch’Egli vi dirà. “Erano ivi sei pile di pietra, poste secondo l’usanza della purificazione dei Giudei, capaci ciascuna di due otre misure. „ – Usavano gli Ebrei lavarsi spesso le mani e i piedi, massime prima di mangiare, e perciò in tutte le case vi erano queste pile di pietra piene di acqua. L’Evangelista ce ne dà la capacità approssimativa, dicendo che potevano contenere ciascuna due o tre misure, che è quanto dire, ragguagliata ogni cosa, circa 500 litri di acqua. Ora “Gesù disse ai servi: Riempite le pile di acqua: quelli le empirono fino all’orlo. „ Ponete mente che Gesù vuole che i servi riempiano di acqua quelle pile, affinché il miracolo sia manifesto e i servi stessi ne siano testimoni. Poiché ebbero riempite quelle pile di acqua sotto gli occhi di tutti i convitati, disse ai servi: ” Ora attingete e portate allo scalco, „ ossia a colui che presiedeva al convito, che chiamavasi architriclino, che in nostra lingua vuol dire capo dei letti, perché gli antichi, sì Romani come Ebrei, usavano pranzare e cenare mettendosi a giacere sopra piccoli letti. Il miracolo del mutamento dell’acqua in vino dovette farsi nell’atto che Gesù comandò di attingere. “Come lo scalco ebbe assaggiata l’acqua diventata vino (egli non sapeva donde fosse, ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: Ogni uomo prima mette in tavola il buon vino e poi che hanno bevuto largamente, serve il men buono; ma tu hai serbato il buon vino fino ad ora. „ Questi particolari sono riferiti dall’Evangelista all’intento di accertare il fatto del miracolo, come ciascuno facilmente comprende. E qui, o dilettissimi, fermiamoci per considerare due cose degne di tutta la vostra attenzione. Questo è il primo miracolo operato da Gesù Cristo, e con esso apre la sua vita pubblica. E da chi fu mosso ad operarlo? Da Maria, sua Madre, e mosso da Lei, allorché protestava che l’ora sua non era ancora venuta, quasi volesse dire: Per me, ora non farei il miracolo; ma poiché tu, o Madre mia, lo desideri, lo farò. Così Gesù volle lasciare a Maria, sua Madre, la gloria del primo miracolo, onde, come Ella lo introdusse nel mondo, generandolo nell’umana natura, così Ella lo introduce nella vita pubblica e lo fa conoscere, inducendolo ad operare il suo primo miracolo. E qui notate un altro fatto, che non vuolsi lasciar passare inosservato. – I miracoli di Gesù Cristo appartengono a due classi distinte: altri sono miracoli nell’ordine visibile e materiale, come la guarigione degli infermi, la risurrezione dei morti e quello di cui oggi ci occupiamo; ed altri spettano all’ordine spirituale ed invisibile, come la conversione della Maddalena, della Samaritana e via dicendo. I miracoli di questa seconda classe sono più eccellenti di quelli della prima, perché questi sono mezzi a quelli. Ora qual è il primo miracolo operato da Gesù Cristo nell’ordine spirituale? Senza dubbio, la santificazione del Precursore, narrata da S. Luca. E come, per qual mezzo Gesù Cristo, appena concepito, santificò il Battista? Per mezzo della Madre sua. Ella lo porta nella casa di Elisabetta; Ella è lo strumento, onde Gesù si vale per riempire di grazia il Precursore ed infondere lo spirito profetico nella madre di lui, come è chiaro dalle parole di lei: “Appena la voce del tuo saluto, dice a Maria, mi è pervenuta agli orecchi, il fanciullino balzò di allegrezza nel mio seno; „ ed ella, la madre, fu ripiena di Spirito santo. – Il miracolo odierno appartiene all’ordine visibile e materiale e n’è il primo, come espressamente avverte S. Giovanni. Il primo miracolo pertanto operato da Gesù Cristo nel doppio ordine visibile ed invisibile, materiale e spirituale, si deve a Maria, come interceditrice e come strumento. Quale onore, qual gloria per Maria! Quale insegnamento per noi e quale argomento della nostra fiducia in Lei, fatta dispensatrice di tutte le grazie. Gesù per Lei è fatto uomo ed entra nel mondo; per Lei accende la sua prima e più luminosa lucerna, Giovanni Battista: Ille lucerna erat lucens et ardens; per lei fa brillare illampo della sua divinità e lega a sè i primi discepoli, i quali ” credettero in Lui, „ come dice S. Giovanni. La loro fede allora non era certamente una fede perfetta e distinta nella divina Persona di Gesù Cristo, ma un po’ vaga e confusa e diremo quasi iniziale, come si fa manifesto da tutta la storia evangelica che segue. Era per altro tal fede, che fu bastevole a determinarli fin d’allora a seguirlo come Maestro. Credo anche che questo primo miracolo fosse ordinato a preparare la fede de’ suoi discepoli nel mistero dei misteri, nella S. Eucaristia, che avrebbe istituita in sul chiudersi a della sua vita pubblica, e così il principio legava al termine, all’ultima prova della infinita sua carità.

Credo…

Offertorium


Orémus

Ps LXV: 1-2; 16
Jubiláte Deo, univérsa terra: psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja
. [Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: cantate un salmo al suo nome: venite, e ascoltate, voi tutti che temete Iddio, e vi racconterò quanto Egli ha fatto per l’anima mia. Allelúia.]

Secreta


Oblata, Dómine, múnera sanctífica: nosque a peccatórum nostrórum máculis emúnda.  [Santifica, o Signore, i doni offerti, e mondaci dalle macchie dei nostri peccati.]

Communio


Joann II: 7; 8; 9; 10-11
Dicit Dóminus: Implete hýdrias aqua et ferte architriclíno. Cum gustásset architriclínus aquam vinum factam, dicit sponso: Servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc signum fecit Jesus primum coram discípulis suis. [Dice il Signore: Empite d’acqua le pile e portate al maestro di tavola. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino disse allo sposo: Hai conservato il vino migliore fino ad ora. Questo fu il primo miracolo che Gesù fece davanti ai suoi discepoli.]

Postcommunio


Oremus.
Augeátur in nobis, quǽsumus, Dómine, tuæ virtútis operatio: ut divínis vegetáti sacraméntis, ad eórum promíssa capiénda, tuo múnere præparémur.
[Cresca in noi, o Signore, Te ne preghiamo, l’opera della tua potenza: affinché, nutriti dai divini sacramenti, possiamo divenire degni, per tua grazia, di raccoglierne i frutti promessi.]

DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Domenica dopo l’Epifania (2019)

Sanctæ Familiæ Jesu Mariæ Joseph

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Prov XXIII: 24; 25
Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te.

[Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].
Ps LXXXIII: 2-3
Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit et déficit ánima mea in átria Dómini.

[Quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore degli eserciti: anela e si strugge l’ànima mia nella casa del Signore].

Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te. [Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].

Oratio
Orémus.
Dómine Jesu Christe, qui, Maríæ et Joseph súbditus, domésticam vitam ineffabílibus virtútibus consecrásti: fac nos, utriúsque auxílio, Famíliæ sanctæ tuæ exémplis ínstrui; et consórtium cónsequi sempitérnum: [O Signore Gesú Cristo, che stando sottomesso a Maria e Giuseppe, consacrasti la vita domestica con ineffabili virtú, fa che con il loro aiuto siamo ammaestrati dagli esempii della tua santa Famiglia, e possiamo conseguirne il consorzio eterno].

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col. III: 12-17
Fratres: Indúite vos sicut elécti Dei, sancti et dilécti, víscera misericórdiæ, benignitátem, humilitátem, modéstiam, patiéntiam: supportántes ínvicem, et donántes vobismetípsis, si quis advérsus áliquem habet querélam: sicut et Dóminus donávit vobis, ita et vos. Super ómnia autem hæc caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis: et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore: et grati estóte. Verbum Christi hábitet in vobis abundánter, in omni sapiéntia, docéntes et commonéntes vosmetípsos psalmis, hymnis et cánticis spirituálibus, in grátia cantántes in córdibus vestris Deo. Omne, quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum.
[Fratelli: Come eletti di Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza, sopportandovi e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno ha da dolersi di un altro: come il Signore vi ha perdonato, così anche voi. Ma al di sopra di tutto questo rivestitevi della carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché siete stati chiamati a questa pace come un solo corpo: siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, istruitevi e avvisatevi gli uni gli altri con ogni sapienza, e, ispirati dalla grazia, levate canti a Dio nei vostri cuori con salmi, inni e cantici spirituali. E qualsiasi cosa facciate in parole e in opere, fate tutto nel nome del Signore Gesú Cristo, rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di Lui].

Graduale
Ps XXVI: 4
Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ.
Ps 83:5. Una sola cosa ho chiesto e richiederò al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.

Alleluja
Beáti, qui hábitant in domo tua, Dómine: in sǽcula sæculórum laudábunt te. Allelúja, allelúja, [Beati quelli che àbitano nella tua casa, o Signore, essi possono lodarti nei secoli dei secoli. Allelúia, allelúia]
Isa XLV: 15
Vere tu es Rex abscónditus, Deus Israël Salvátor. Allelúja. [Tu sei davvero un Re nascosto, o Dio d’Israele, Salvatore. Allelúia].

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
Luc II: 42-52
Cum factus esset Jesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Jerosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater ejus conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Jesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

[Quando Gesù raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesú rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesú cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini].

OMELIA

 [A. Carmagnola: Stelle Fulgide, S. E. I. Editrice, Torino, 1904]

DISCORSO III.

(Detto nella Chiesa della Maddalena in Genova).

La Sacra Famiglia;

(Domenica dopo Epifania).

“Et descendit cum eis, et venit Nazareth, et erat subtitus illis”.

(Luc. II, 51).

Famiglia! E chi è mai, che a questo nome non si senta intenerire il cuore? Dopo la Religione, la famiglia è quanto vi ha di più bello, di più caro, di più dolce, di più attraente sulla terra. Iddio, che sebbene uno nella essenza, per essere trino nelle persone costituisce in cielo la famiglia più perfetta, ha voluto nel suo amore per noi riprodurla quaggiù sulla terra. Epperò dopo aver creato il cielo e la terra con tutte le meraviglie che l’adornano, dopo aver compiuto il capolavoro della creazione, l’uomo, volle coronare l’opera sua creando la famiglia. Egli mandava un dolce sonno ad Adamo, e mentre questi dormiva gli traeva dal fianco la donna facendogliene un aiuto simile a lui, e dopo d’avergliela condotta innanzi benediceva all’uno e all’altro dicendo: Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra: Crescite et multiplicamini, et replete terram (Gen. I, 28). – Ed è lì, nella famiglia creata e benedetta da Dio, che due cuori vivono dolcemente incatenati fra di loro, dividendo le gioie e le sofferenze, le fatiche ed i riposi, gli abbattimenti ed i conforti, le pene e le consolazioni. È lì, che lo sposo pur essendo superiore alla sposa, non fa altro tuttavia che riguardarla come dolce consorte; ed è lì, dove la donna forte, saggia, operosa, prudente, sommessa, affettuosa riempie di gioia il cuore del marito e raddoppia il numero dei suoi anni. È lì ancora dove un padre ed una madre vedendo i loro figliuoli, come novelli virgulti di olivo circondare la loro mensa, posano sopra di essi le più belle speranze, e in essi si allietano delle più pure consolazioni; ed è lì alla loro volta, dove i figliuoli stando umilmente soggetti al padre ed alla madre vivono beati nell’amore così intenso e così sicuro dei loro genitori! No, non vi ha pace, non vi ha felicità più bella, più pura, più grande di quella che si gode nel seno della famiglia; essa è l’immagine più viva della pace e della felicità, che si gode per sempre in cielo dalla famiglia dei Santi. Se non che è egli vero, che in tutte le famiglie regni tale pace e felicità? Ahimè! tutt’altro. Qua vi hanno mariti inumani, che violando le più sante promesse fatte appiè degli altari, mentre per la compagna avuta da Dio non hanno che odio, disprezzo, fastidio ed abbandono, gettano negli amori più infami sanità, sostanze, onore ed anima. Là sono mogli implacabili, le quali tengono sempre lo loro lingue armate di finissima punta per ribattere le osservazioni dei loro mariti e per ferire al vivo chi alla fin fine è il capo della casa e può e deve comandare. Altrove sono padri crudeli, che senza alcun giusto motivo trattano spietatamente i loro figliuoli o li lasciano nel più barbaro abbandono: ed altrove sono figliuoli, che arrivati appena ai primi anni dell’adolescenza più non piegano la fronte ad alcun comando di padre e di madre, insorgono anzi riottosi contro di loro e fanno a dispetto quel che ad essi è proibito. Insomma, qua per un membro, altrove per un altro, in non poche famiglie invece della pace regnano sovrani il disamore, la gelosia, l’odio, la lite, la discordia e per conseguenza l’infelicità. » – O Famiglie cristiane, voi, che volete davvero che regni in mezzo a voi la pace e la felicità, venite oggi in conformità al desiderio della Chiesa a specchiarvi in quella Divina Famiglia, che il Signore ha posto sulla terra per vostro modello. Di Gesù sta scritto nel Santo Vangelo che, ritrovato da Maria e da Giuseppe nel tempio di Gerusalemme, se ne andò con essi e fece ritorno a Nazareth, ed era ad essi soggetto: Et descendit cum eis et venit Nazareth, et erat subditus illis. Facciamo quello che Gesù ha fatto: andiamo per poco in compagnia di Lui, di Maria e di Giuseppe nella Santa casa di Nazareth e vedendo in essa risplendere il santo amore coniugale, la sollecitudine paterna e materna, la sudditanza figliale apprenderemo sempre meglio di qual guisa possa stabilirsi e mantenersi tra di noi quel dolce vivere, che è principio e pegno dell’eterna beatitudine. – Essendo ornai vicina la pienezza dei tempi, dovevasi perciò operare sulla terra il grande mistero della Divina Incarnazione. E la prima opera circostante a questo grande mistero fu lo sposalizio di S. Giuseppe con Maria Vergine; giacché sebbene il Signore avesse stabilito di nascere da una Madre vergine, voleva non di meno che questa sua Madre fosse da uno sposo aiutata, protetta, difesa, consolata e sostenuta in mezzo ai suoi bisogni e ai suoi travagli, ed egli durante i suoi trent’anni di vita privata avesse nello sposo di sua Madre una guida, un sostegno, un custode, un vice padre. Pertanto arrivato S. Giuseppe ad un’età virile e Maria raggiunti gli anni fissati dalla legge ebraica per il matrimonio, non ostante che l’uno e l’altra avessero fatto voto al Signore di perpetua verginità, per divino volere resosi a loro in modo certo manifesto, in conformità al rito ebraico si sposarono, e nello stato coniugale si diedero a vivere insieme nella umile e piccola casetta di Nazareth. Ma per dirsi il vicendevole e sacramentale sì, che doveva poscia tenerli uniti fino alla morte dell’uno di essi in perpetua concordia e dolcissima pace, a che badarono essi anzi tutto? Oggidì il più delle volte, avendosi a combinare un matrimonio, anziché cercare se lo sposo e la sposa siano illibati nei loro costumi, se frequenti alla Chiesa, se laboriosi, se ritirati e modesti, si cerca se lo sposo stia bene a quattrini, a possedimenti, se la sposa abbia ricca la dote, se la famiglia si trovi in relazioni splendide ed utili; si guarda ad un bel volto e non ad un bel cuore, e qual meraviglia poi che, spariti i giorni così detti della luna di miele, spariscano eziandio i sentimenti e gli affetti di benevolenza, di fedeltà e di rispetto, che pur dovrebbero durare per tutta quanta l a vita, e dai quali soltanto nasce e si mantiene la concordia e la felicità degli sposi? – Ben diversamente dall’odierno andazzo Giuseppe e Maria per congiungersi tra di loro nello stato coniugale non mirarono ad altro massimamente che alla santità della vita, allo splendore delle virtù, che vi era nell’uno e nell’altro. Essi, benché di stirpe regia, erano tuttavia decaduti; non avevano ricchezze di sorta, anzi erano poveri tanto da dover del continuo lavorare per guadagnarsi il sostentamento quotidiano, ma erano santi e ciò fu più che bastante perché i loro cuori si incontrassero e si unissero insieme nel vincolo indissolubile del matrimonio. – Ed ora come mai si potrebbe convenientemente esaltare il genere di vita, che presero a condurre insieme Maria e Giuseppe? Quel genere di vita intima e intimamente unita, che procedeva dallo straordinario amore reciproco che si portavano? S. Giuseppe amava Maria con quanto amore si può amare una creatura; l’amava tanto che volentierissimamente e senza esitazione di sorta avrebbe dato per lei il suo sangue e la sua vita, e nel tempo stesso l’amava di un amore santo e purissimo, in cui non entrava nulla di umano e sensuale. E Maria alla sua volta amava il suo sposo Giuseppe quanto lo poteva amare, di modo che dopo Gesù nessun altro al mondo fu amato con amore più ardente da Maria che S. Giuseppe. – E questo vicendevole amore si andava aumentando ogni giorno per la vicendevole comunicazione, che passava fra di essi, dei loro beni, per l’unione delle loro volontà e per il servizio che l’un l’altro si rendevano. Ed ecco nascere di qui quella fedeltà così grande, che non ebbe mai uguale in sulla terra e per la quale S. Giuseppe meritava d’essere lodato per eccellenza, conforme a quello che di lui fu detto profeticamente: Vir fidelis multum laudabitur; l’uomo fedele sarà molto lodato (Prov. XXVIII, 20). Ecco di qui sorgere quel vicendevole rispetto che S. Giuseppe e Maria si portavano e pel quale l’uno cercava di prevenire i desideri dell’altro e di assecondarli con la maggior esattezza. È vero S. Giuseppe, riconoscendosi ogni giorno più di gran lunga inferiore alla santità di Maria avrebbe voluto più volte, e più volte certamente gli dovette riuscire, di fare a lei da umilissimo servo. Ma la Vergine alla sua volta riconoscendo che S. Giuseppe come suo sposo era il suo capo ed il suo superiore, voleva a lui in tutto obbedire, epperò si può dire che non si metteva ad alcuna opera senza prima parlarne con Giuseppe e riceverne il consenso, non moveva un passo senza la sua licenza, non si dipartiva un filo dalla sua volontà, era del tutto con Giuseppe un cuor solo ed un’anima sola. – Oh! io non oserò certamente di dire che oltre al rispettarsi ed obbedirsi, in virtù del loro puro e ardente amore si usassero eziandio reciproco compatimento, perché è egli possibile di pensare che l’uno all’altro facesse mai cosa che si dovesse compatire? Essi erano due cetre così perfettamente armonizzate, che non producevano mai il minimo disaccordo; ma facendo pure, per un istante, e con la misericordiosa licenza di Giuseppe e di Maria, facendo pure, dico, la supposizione che in qualche cosa fosse o all’uno o all’altro capitato anche inavvertitamente di venir meno all’armonia perfetta, non è egli vero che tanto l’uno quanto l’altro, oltre al sopportare l’accaduto senza risentimento alcuno, se ne sarebbero ancora domandato prontissimamente perdono? Or dunque se tale fu la convivenza di Maria con Giuseppe, e mille volte più santa che noi non sappiamo immaginare, non è egli vero che la Sacra Famiglia fu per eccellenza la famiglia della concordia, della tranquillità, e della pace? E che questa famiglia si presenta anzitutto come l’esemplare degli sposi cristiani nell’adempimento dei loro reciproci doveri? – I quali ad altro alla fin fine non si riducono che ad un vero e santo amore. E non è questa la più calda raccomandazione che al riguardo fa l’Apostolo S. Paolo? « Uomini, egli dice, amate le vostre donne, come anche Cristo amò la Chiesa, sino a dare per lei se stesso affin di santificarla. E secondo il suo esempio amatele le vostre mogli come i corpi vostri. Imperocché se il Sacramento del matrimonio è grande, lo è appunto perché significa l’amore immenso che unisce santamente, intimamente e indissolubilmente Gesù Cristo alla Chiesa. Perciò a corrispondere alla grandezza di questo Sacramento, voi, o uomini amate davvero le vostre mogli, e voi o donne rispettate i vostri mariti » (Efes. V. 25-33). Cosi l’Apostolo. E ben a ragione, perché quando tra gli sposi vi è un vero e santo amore, allora vi ha eziandio la fedeltà, il rispetto, il compatimento, epperò la concordia, la pace e la felicità. – Ma questo vero e santo amore vi ha ora tra gli sposi Cristiani? Oh viva Dio! che delle famiglie, ove questo amore regna sovrano e con esso la concordia, la pace, e là tranquillità della Famiglia di Nazareth non mancano. Ma quante altre, dalle quali un tale amore è del tutto sbandito! Deh! o sposi Cristiani che mi ascoltate, che ciò non sia delle famiglie vostre! come Giuseppe e Maria amatevi sempre anche voi, e veramente, santamente, nel Signore, cercando di rendere gli uni agli altri meno grave la croce, che vi siete addossato. Nel vicendevole amore, vero e santo, sarà mai possibile che spunti nella vostra mente un pensiero d’infedeltà? E se mai vi spuntasse come per sorpresa, non lo ricaccereste prontamente, inorriditi al pensiero del grave delitto, che vi si è presentato dinanzi? Nel vicendevole amore, vero e santo, sarà mai possibile che vi manchiate del conveniente rispetto? No, per certo. La donna, come è suo dovere, sarà soggetta al marito e cercherà con ogni impegno di accontentarlo in tutto ciò che non è peccato: sarà anzi sommamente sollecita di prevenirne i desideri. E il marito alla sua volta non farà sentire sopra della sua moglie il peso della sua autorità, ricordando che nel Sacramento del matrimonio la donna non è più schiava come presso ai pagani, ma consorte, vale a dire ammessa a partecipare della sorte del marito. Le aprirà sovente il suo pensiero, la metterà a parte de’ suoi divisamenti, non ricuserà i suoi pareri, e, se dovrà correggerla, il farà con destrezza e con amore. Finalmente, se voi vi amerete d’amor vero e santo, vi compatirete a vicenda dei difetti e dei mancamenti vostri. Purtroppo tutti mancano quaggiù: è questa la condizione degli uomini in sulla terra, e nel mancare si può urtare il prossimo. Ciò quanto più facilmente può accadere tra marito e moglie, che devono convivere insieme! Certe differenze sono inevitabili. Ma l’amore vero e santo trionferà di tutte queste piccole miserie. Gettate adunque, o coniugi cristiani, gettate lo sguardo sopra gli sposi della Sacra Famiglia e da loro imparerete nello stato del matrimonio a pregustare l’armonia, la pace, e la gioia del cielo. – Ma la Sacra Famiglia non meno che agli sposi si presenta modello ai padri ed alle madri. Ed in vero essendo giunto il tempo preciso stabilito da Dio per mandare sulla terra l’Unigenito suo figliuolo, un Angelo del Paradiso, l’Arcangelo Gabriele, calava dal cielo a darne l’annunzio a Maria ed a chiamarne il consenso. E Maria, poiché fu rassicurata dall’Angelo che diventando madre di Gesù sarebbe rimasta ancora purissima vergine, ed ebbe detto il gran fiat, eccola per opera dello Spirito Santo concepire nel suo castissimo seno il Verbo divino ed a suo tempo darlo alla luce. Or chi sa dire le sollecitudini, le cure, le diligenze che da quel momento fino a che fu cresciuto all’età adulta ebbero per Gesù la sua santissima madre Maria e il suo santo custode Giuseppe? Maria, poiché il suo Gesù fu nato, tosto lo ravvolse nei poveri panni, che seco aveva, e lo pose a giacere nel presepio. In seguito lo nutrì del suo latte, lo vegliò di giorno e di notte, gli preparò e indossò la veste, lo addestrò a parlare e a camminare, usò sempre verso di lui tutte le cure della madre più affettuosa e diligente. E Giuseppe? Vi è forse funzione alcuna spettante ad ottimo padre, che non sia stata gloriosamente esercitata da questo servo fedele e prudente, quem constituit Dominus super familiam suam? E chi fu se non Giuseppe che preparò la prima culla a Gesù? Chi altri mai se non Giuseppe lo sottrasse alle furie di quell’Erode che lo cercava a morte? Chi lo provvide per trent’anni di vitto, di vestito, di abitazione con le fatiche delle sue braccia, con i sudori della sua fronte? Chi lo ricercò con tanto affanno allorché si fu smarrito all’età di dodici anni, se non Giuseppe? Insomma dal momento in cui venne al mondo Gesù, egli non visse più che per Lui; tutte le sue cure e sollecitudini, tutti i suoi lavori e tutte le sue fatiche non mirarono più ad altro che al sostentamento ed alla conservazione di Gesù. Ma non bisogna credere che la cura di Maria e di Giuseppe per il loro Gesù fosse solamente rivolta al corpo. Oh sì! Maria e Giuseppe sapevano bene che Gesù, non essendo solo vero uomo, ma pur vero Dio, non aveva alcun bisogno di essere ammaestrato dagli uomini e di essere da loro curato affine di essere virtuoso: ma sapendo altresì come pure in ciò Gesù Cristo non voleva parere da più degli altri uomini, ai quali in tutto si fece simile fuorché nel peccato, perciò eccoli a prendersi cura eziandio del suo spirito, e dopo d’avergli insegnato essi medesimi le cose più facili e più importanti a sapersi da chi vuol essere esatto nell’adempimento dei doveri che si hanno e verso Dio, e verso gli uomini, e verso di noi stessi, nel giorno di sabato condurlo seco loro alla Sinagoga, dove appunto facevasi la spiegazione della legge ed impartivasi, secondo il bisogno di quei tempi, l’istruzione religiosa. Eccoli mattina e sera pigliarlo tra loro nell’atto di volgere al cielo le loro preghiere. Eccoli, giunto che fu all’età di dodici anni, cominciare a condurlo seco in conformità alle prescrizioni ebraiche al tempio di Gerusalemme nelle feste della Pasqua e nelle altre principali solennità. Eccoli insomma, per quanto era da loro e non ostante il nessun bisogno che ne aveva Gesù, iniziarlo agli atti di religione, alle preghiere, alle opere bucane, allo studio della legge, al canto delle sacre laudi, al divino servizio, precedendolo almeno in quello che era loro possibile, cioè in quanto all’esterno, nell’adempimento di tutti questi doveri. Così Maria e Giuseppe esercitavano l’ufficio di madre e di custode di Gesù Cristo. – Ed è così appunto che ancor voi, o genitori cristiani dovete esercitare l’ufficio vostro nell’educazione dei vostri figli. E qui io non dico nulla della cura materiale che dovete avere per essi. Ah! un padre ed una madre si caverebbero il pan dalla bocca per non lasciarlo mancare ai loro figli. Ma io parlo sopra tutto della cura, che ai genitori incombe per lo spirito e pel cuore dei loro figli, di quella cura per cui allevandoli per Iddio, dal quale li ricevettero, sarà senza dubbio loro impegnò istruirli fin da bambini nelle preghiere e nelle verità di nostra fede, mandarli in seguito ai catechismi e in vigilare perché vi si rechino davvero e ne approfittino, condurli seco alla domenica ad ascoltare la santa Messa e la parola di Dio, dar loro in casa ogni qualvolta si presenta l’occasione dei saggi avvertimenti, far loro conoscere l’importanza di crescere su virtuosi, amanti di Dio, della Chiesa, dei Santi Sacramenti; e poi attentamente in vigilare perché non si associno con cattivi compagni, perché non leggano cattivi libri, perché stiano lontani da quei luoghi dove la virtù corre pericolo, ed ogni qualvolta si vedono a mancare in qualche cosa, correggerli, sgridarli, castigarli, non già per passione, per impeto di collera, ma unicamente per dovere e per fare il  loro vero bene. Senonché è questa propriamente la cura che tutti i genitori si pigliano dei loro figliuoli? Ah! padri e madri, che mi ascoltate, per carità intendete la grandezza dell’ufficio vostro e la gravezza della vostra responsabilità. Epperò riflettendo che al suo tribunale Dio vi chiamerà strettissimo conto dei vostri figli, dell’educazione che loro avete dato, mentre siete in tempo fate, fate per essi quel che dovete: siate loro genitori, sopra tutto col pigliarne diligente cura. E qui rammentate che le parole giovano, ma gli esempi traggono; che anzi nella famiglia ciò che assicura ad un padre e ad una madre il possesso e l’esercizio della propria autorità è solo il buon esempio. Sì, quando voi per i primi vi manteniate fermi nella pratica dei doveri cristiani, cioè quando voi continuiate a venir alla chiesa, a santificare la festa, a frequentare i sacramenti, a fuggire la bestemmia ed ogni indecente parola, a raccogliervi alcuni minuti il mattino e la sera insieme coi figli vostri a pregare Iddio, voi vi manterrete altresì il re e la regina nella vostra famiglia. Oh! la pratica esatta dei doveri cristiani, la preghiera soprattutto, quella fatta in famiglia, alla presenza dei figliuoli, anzi in comunanza coi medesimi, sono propriamente la base di granito su cui posa incrollabile l’autorità d’un padre e d’una madre. Nostro Signore ha detto, che dove sono due o tre congregati nel nome suo, ivi sarà in mezzo a loro: Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum (Matt. XVIII, 20). E la sua parola, che non vien meno giammai, tanto più si adempirà nel seno di quelle famiglie cristiane, che gli rappresenteranno allo sguardo il dolce spettacolo della Divina Famiglia, a cui appartenne quaggiù, quando Giuseppe, Maria e Gesù, insieme raccolti nella piccola stanza di Nazareth, facevano salire al cielo il profumo delle loro preghiere. Sì, Dio sarà tra quel padre e quella madre che pregano insieme coi loro figli, ed oltre allo spargere un soave balsamo sui piccoli vicendevoli disgusti della giornata, farà raggiare la loro fronte di una maestà severa ed amabile ad un tempo, per cui i figliuoli genuflessi loro d’accanto sentiranno di star vicini ai primi rappresentanti di Dio in sulla terra, e si verranno sempre più animando alla loro venerazione ed alla loro obbedienza. – Ma in quel giorno in cui voi padre, e peggio ancora voi madre, lascerete il buon esempio, e vi dimenticherete di essere cristiani e più non pregherete, più non andrete alla Chiesa e ai Sacramenti, e più non praticherete la Religione, in quel giorno la corona di re e di regina scadrà miseramente dalla vostra testa, e voi non sarete più i capi sicuri delle vostre famiglie. Avrete un bel dire: Mi farò temere; un figlio non è un servo e non si domina soltanto col timore: ci vuole qualche cosa di più, quel qualche cosa di più che amorosamente persuade e convince, quel qualche cosa che non potete avere senza della Religione. Quando un figliuolo, una figliuola può dire: Mio padre non obbedisce più a Dio: mia madre non obbedisce più alla Chiesa; mio padre e mia madre di Dio non riconoscono più l’autorità; può andare anche più avanti, e generalmente vi va, e dire: Ebbene neppur io ubbidirò a mio padre ed a mia madre, ancor io disprezzerò la loro autorità, ancor io mi riderò di loro. Un tal ragionamento è senza dubbio colpevole, che un figlio ed una figlia devono sempre obbedire ai loro genitori, anche allora che fossero malvagi, tranne che nel peccato; ma chi può impedire e rattenere la forza dello scandalo? O carissimi genitori, tenetevi dunque fermi qui, a questo Dio, a questa fede, a questa Religione: essa è per voi, per la vostra autorità, una rocca inespugnabile. Sì, purtroppo, questi vostri figliuoli che crescono, nel passare e vivere nel mondo, dove non risuonano al loro orecchio che le parole di libertà e indipendenza, un giorno troveranno duro lo stare a voi soggetti ed obbedirvi, e daranno delle scosse alla vostra autorità, e cercheranno di farla cadere, ma indarno… l’autorità vostra basata sulla fermezza della santa Religione fiaccherà la loro cervice superba. – Ma no, neppur voi, o figliuoli che mi ascoltate, neppur voi farete mai simile attentato; perciocché se i vostri padri e le vostre madri seguiranno soprattutto gli esempi, che nella Sacra Famiglia han dato loro Maria e Giuseppe, voi seguirete specialmente quello che vi ha dato lo stesso Gesù Cristo. Ed in vero, che cosa ha fatto Gesù per trent’anni nella casa di Nazaret? Che cosa ha fatto? È stato soggetto a Maria ed a Giuseppe: Ut descendit cum eis et venit Nazareth, et erat subditus illis: ecco tutto. Miratelo, miratelo, quel caro Gesù sempre intento a fare la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi ed aiutarli in tutte le loro faccende. È vero, che tanto Maria come Giuseppe riconoscendo con vivissima fede che quel loro figliuolo era Dio, non avrebbero osato di fargli alcun comando, ma nel tempo stesso riconoscendo che era volere di Gesù che lo comandassero, perché obbedendo potesse lasciare a noi il suo ammirabile esempio, eccoli di tratto in tratto con tutta grazia e soavità chiamarlo e impartirgli degli ordini. E Gesù sorridente in volto, il cuore pieno di gioia, pronto subito ad eseguirli. Epperò eccolo per obbedire a Maria e porgerle aiuto ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Lei, e mettersi a pulire la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancora presentemente si fa vedere presso di Nazaret, e attingervi l’acqua. Eccolo per obbedire a Giuseppe e lavorare con lui, ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare quel mobile, ora uscire a far delle compre, ora a prendere delle misure, ed ora attendere ad altre cose somiglianti. Oh Dio! Che spettacolo sublime non doveva esser quello per gli Angeli del Paradiso vedere quel Dio, che è Re dei re, dominatore del mondo, al cui cenno tremano gli spiriti d’abisso, alla cui servitù si prostra riverente il cielo, soggetto ad un uomo e lavorare umilmente sotto la sua direzione in quella bottega di Nazaret! – Che spettacolo commovente doveva essere altresì per tutti coloro che si fermavano dinnanzi a quella bottega! Nel vedere un giovane di bellezza così celestiale, di una intelligenza così straordinaria, tutto intento a quei lavori sì grossolani e faticosi, e così pronto a fare la volontà di colui che essi credevano suo vero padre, anche senza sapere chi egli fosse, sentivano nel cuore la più viva e più grande ammirazione per lui, e senza dubbio nel partirsi di là con vero entusiasmo dovevano andar ripetendo: Che figlio! Che figlio è mai quello! – Or bene, se Gesù volle esercitare tale sudditanza verso Maria e Giuseppe, si fu propriamente per dare a tutti i figliuoli l’esempio, affinché stiano sottomessi ai loro genitori. Anche qui Gesù, come sta scritto negli Atti Apostolici, volle prima fare per poter poi più efficacemente insegnare. E poiché uno fra i più grandi precetti, che Egli colla sua dottrina doveva confermare, era pur questo, dell’onorare il padre e la madre, volle perciò anzi tutto, benché non obbligato, praticare un tal precetto Egli stesso. Chi non vede adunque l’importanza di prendere da Gesù questa importante lezione? E di prenderla tutti, siamo fanciulli, siamo giovanotti, siamo adulti, sol che abbiamo ancora la grande fortuna di avere un padre ed una madre, benché vecchi? Guai a quei malvagi figliuoli, i quali perché sono giunti ad una certa età e si sentono pieni di vigoria e di vita, non vogliono più sottostare ai loro genitori, ne sdegnano gli avvisi, crollano le spalle ai loro comandi, vanno e vengono, vivono come loro piace, vogliono insomma farla essi da padroni! La mano del Signore non tarderà a farsi pesante sopra il loro capo per castigarli terribilmente anche in questa vita. Nella Sacra Scrittura (Eccli. III, 18)è chiamato infame colui che abbandona suo padre ed è dichiarato maledetto da Dio colui che esaspera la sua madre. Cam manca di rispetto al suo vecchio padre Noè, e Dio maledice alla sua discendenza: maledictus Canaan (Gen. IX, 25), e il segno di quella tremenda maledizione sta tuttora scolpita sopra di essa. Ofni e Finees sprezzano gli avvisi del loro padre Eli, e tutti e due muoiono nello stesso giorno uccisi in battaglia. Assalonne si ribella al suo padre Davide e finisce di mala morte appeso ad una quercia e trapassato il cuore dalla lancia di Gioabbo. Tant’è, Dio riguarda come fatto a sé ogni oltraggio recato ai genitori. Deh! adunque, o figliuoli diletti, a somiglianza di Gesù professate sempre ai vostri genitori la più umile ed affettuosa sudditanza. Anzi a somiglianza di Lui, del quale sta scritto che crescendo negli anni cresceva altresì nella manifestazione della sapienza e della grazia presso Dio e presso gli nomini, crescete anche voi ogni giorno più nell’amore e nel rispetto al vostro padre e la vostra madre e nella pratica di tutti gli altri vostri doveri e di tutte le cristiane virtù, apportando per tal guisa ai medesimi le più dolci consolazioni. – Ormai si rimarranno più poco insieme con voi, Non vedete? I loro capelli si fanno grigi, la loro fronte si copre di rughe, i loro occhi si infossano e la loro vista si oscura, impallidisce il loro volto, le loro mani si fanno tremanti, vacillanti le loro gambe, curve le loro spalle, la forza vien meno, il respiro è corto, la memoria si perde. Ahimè! È il gelo della morte che comincia a serpeggiare nelle loro vene. Ancor pochi anni, forse… forse ancor pochi mesi e poi… lasceranno le vostre case per sempre per portare le loro quattro ossa al camposanto! Ma allora che non saranno più, allora sì intenderete appieno il gran tesoro che essi erano; allora sì vorreste aver fatto mille cose per loro, ma saranno rimpianti inutili, e che ad altro non serviranno che a rendere più cocente il rimorso di non averli trattati come si meritavano. O fratelli carissimi, nell’aver oggi rammentati e considerati gli ammirabili esempi della Sacra Famiglia, risolvete tutti di seguirli sempre ciascuno per la parte vostra. Ed a riuscire più facilmente in questo nobile proposito continuate a professare per la stessa Sacra Famiglia la più tenera divozione. Vi sia dolce il consacrarvi a Lei, il farvi ascrivere alla Pia Associazione che da Lei si intitola e praticarne fedelmente i facilissimi doveri, che altri non sono alla fin fine se non quelli che io vi ho accennati. Datevi premura di collocare nella vostra casa in vista di tutti la immagine della Sacra Famiglia ed oltre al recitarle innanzi quotidianamente le vostre preghiere, consideratela ancora di tratto in tratto per richiamare alla vostra mente il santo amore coniugale, la sollecitudine paterna e materna e la figliale sudditanza, onde praticare ancor voi, ciascuno nella propria condizione, sì belle virtù; ed allora certamente regnerà anche fra di voi il santo timor di Dio, la carità reciproca, il vicendevole rispetto, la dovuta obbedienza, e conseguentemente la pace, la concordia, la tranquillità, la gioia che regnò n ella Sacra Famiglia, ciò che io vi auguro e vi prego da Dio di tutto cuore.

Credo…

Offertorium
Orémus
Luc II: 22
Tulérunt Jesum paréntes ejus in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino. [I suoi parenti condussero Gesú a Gerusalemme per presentarlo al Signore.]

Secreta
Placatiónis hostiam offérimus tibi, Dómine, supplíciter ut, per intercessiónem Deíparæ Vírginis cum beáto Joseph, famílias nostras in pace et grátia tua fírmiter constítuas. [Ti offriamo, o Signore, l’ostia di propiziazione, umilmente supplicandoti che, per intercessione della Vergine Madre di Dio e del beato Giuseppe, Tu mantenga nella pace e nella tua grazia le nostre famiglie.]

Communio
Luc II: 51
Descéndit Jesus cum eis, et venit Názareth, et erat súbditus illis. [E Gesú se ne andò con loro, e tornò a Nazareth, ed era loro sottomesso.]

Postcommunio
Orémus.
Quos cœléstibus réficis sacraméntis, fac, Dómine Jesu, sanctæ Famíliæ tuæ exémpla júgiter imitári: ut in hora mortis nostræ, occurrénte gloriósa Vírgine Matre tua cum beáto Joseph; per te in ætérna tabernácula récipi mereámur:
[O Signore Gesú, concedici che, ristorati dai tuoi Sacramenti, seguiamo sempre gli esempii della tua santa Famiglia, affinché nel momento della nostra morte meritiamo, con l’aiuto della gloriosa Vergine tua Madre e del beato Giuseppe, di essere accolti nei tuoi eterni tabernacoli.]

 

 

PICCOLI SERMONI NATALIZI DI Fr. UK, SACERDOTE CATTOLICO

I.

FOURTH SUNDAY OF ADVENT 2018 A.D.

Continuation of the Holy Gospel according to St. Luke III: 1-6

1 Now in the fifteenth year of the reign of Tiberius Cesar, Pontius Pilate being governor of Judea, and Herod being tetrareh of Galilee, and Philip his brother tetrarch of Iturea and the country of Trachonitis, and Lysanias tetrarch of Abilina,
2 Under the high-priests Annas and Caiphas: the word of the Lord was made unto John the son of Zachary, in the desert.
3 And he came into all the country about the Jordan, preaching the baptism of penance for the remission of sins;
4 As it was written in the book of the sayings of Isaias the prophet: A voice of one crying in the wilderness: Prepare ye the way of the Lord, make straight his paths.
5 Every valley shall be filled; and every mountain and hill shall be brought low: and the crooked shall be made straight, and the rough ways, plain:
6 And all flesh shall see the salvation of God. (ISAIAS 40:3-5)

In the Name of The Father and of The Son and of The Holy Ghost. Amen.

As it was written in the book of the sayings of Isalas the prophet: A voice of one crying in the wilderness: Prepare ye the way of the Lord, make straight his paths.

God inspired the prophet to reveal God’s Will by saying these words. And that is not just curious, futuristic information about the events which should happen. This is not just a request, but it is a specific order by the Commander, Who has unlimited power. That is God’s command, because He used the imperative verbs: “prepareand “make”, that mean “do this”. The prophet only transmitted the order of the Supreme Commander and Legislator. All mountains and all hills should be made of the same level. The crooked ways should be made straight and the rough ways should be made plain. The way of Our Lord Jesus Christ, Who came down to save us from our sins, should be straight and easy. We must remove all the obstacles on His way so it should be comfortable and pleasing to Him.

God is ever independent in His actions, and He is able to do everything by Himself alone. God was independent from man when He created the heaven and earth, and when God made man to His image and likeness (Genesis 1:26; 2:7). God is the Creator and the Governor of the heaven and the earth and He is the Supreme Lawgiver.

“God is the Author of the natural and positive divine law. The natural law obliges all men, and the positive divine law of the New Testament obliges all men who have the use of reason, including Jews and pagans” (Moral Theology); and God did not depend on man when He made these laws.

But there is only one thing, in which God depends on man; and this is the salvation of man from his sins.

Today’s Gospel says to us that God wants our cooperation and assistance in the work of our salvation, and He gave us all the necessary means to participate in this work. He gave us seven Sacraments of the New Testament, specifically the Sacraments of Penance and of the Holy Eucharist.

By doing Penance we become builders of the straight and safe way, by which our Savior can easily come to our hearts and save us, and we also have safe access to God by the same way. The Sacrament of Penance restores our confidence and friendship with God.

“By the Holy Eucharist God nourishes and strengthens the spiritual life of our souls, unites us most intimately with Christ and His Mystical Body, the Church, increases sanctifying grace in us, weakens our evil inclinations and confers upon us a pledge of eternal life.” (Moral Theology)

The two exclamations of two prophets, St. Isaias and St. John the Baptist: “Prepare ye the way of the Lord, make straight his paths” and the very first words of our Savior in the beginning of His public mission: “Do penance” – this is the same command with the same meaning.

Since the very moment when the original sin happened, this command of God obliges all men, and it will oblige all men until the last day of this world’s existence, and until the last breath of every man.

By the Gospel of St. John we know, that “God so loved the world, as to give His only begotten Son; that whosoever believeth in Him, may not perish, but may have life everlasting” (St. John 3:16).

By doing penance we are preparing ourselves for life everlasting. By doing penance man helps God to return man into a state of sanctifying grace. To be in a state of sanctifying grace – this is the only way to be saved. To be saved means to be united with God in His Kingdom.

The process of salvation is a permanent process, and we take part in it by doing penance, prayers and works of mercy, by faith, hope and charity. “The virtues that unite our soul to God are the three theological virtues: Faith, Hope, Charity” (The Catechism). St. Paul says: “And now there remain, faith, hope, charity, these three: but the greatest of these is charity” (1 Cor. 13:13)

Let us ask God to provide us with spiritual and bodily support, so that we can always “prepare the way of the Lord” and “make straight his paths” by doing penance with Faith, Hope and Charity.

In the Name of The Father and of The Son and of The Holy Ghost. Amen

Fr. UK

I.

QUARTA DOMENICA DELL’AVVENTO 2018 A. D.

Continuazione del Santo Vangelo secondo San Luca III: 1-6

1 Ora nel quindicesimo anno del regno di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca di Galilea, Filippo suo fratello tetrarca di Iturea e della Trachonitide, e Lisania tetrarca di Abilene,

2 Sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa: la parola del Signore scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.

3 E percorse tutta la regione del Giordano, predicando il battesimo della penitenza per la remissione dei peccati;

4 Come fu scritto nel libro dei detti di Isaia, il profeta: Una voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, drizzate i suoi sentieri.

5 Ogni valle sia riempita; e ogni monte e collina siano abbassati; e i passi tortuosi siano retti, e le vie aspre, rese piane:

6 E ogni carne vedrà la salvezza di Dio.

(ISAIA XL: 3-5).

Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

“Come è stato scritto nel libro dei detti di Isaia, il profeta: Una voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, drizzate i suoi sentieri”.

Dio ha ispirato il profeta a rivelare la Volontà di Dio pronunciando queste parole. E non si tratta solo di informazioni curiose e futuristiche sugli eventi che dovrebbero accadere. Questa non è solo una richiesta, ma è un ordine specifico del Capo, che ha un potere illimitato. Questo è il comando di Dio, perché ha usato i verbi imperativi: “prepara” e “fai”, che significa “fa’ questo”.

 

Il profeta trasmise solo l’ordine del Capo Supremo e del Legislatore. Tutte le montagne e tutte le colline dovrebbero essere ridotte allo stesso livello. I modi tortuosi dovrebbero diventare dritti e i modi approssimativi dovrebbero essere resi chiari. La via di Nostro Signore Gesù Cristo, che è sceso per salvarci dai nostri peccati, dovrebbe essere semplice e lineare. Dobbiamo rimuovere tutti gli ostacoli sulla sua strada in modo che tutto debba comodo e gradito a Lui.

Dio è sempre indipendente nelle sue azioni, ed è in grado di fare tutto da solo. Dio era indipendente dall’uomo quando creò il cielo e la terra, e quando Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza (Genesi 1:26, 2: 7). Dio è il Creatore e il Governatore del cielo e della terra ed è il Supremo Legislatore.

“Dio è l’autore della legge divina naturale e positiva. La legge naturale obbliga tutti gli uomini e la legge divina positiva del Nuovo Testamento obbliga tutti gli uomini che hanno l’uso della ragione, inclusi ebrei e pagani “(Teologia morale); e Dio non dipendeva dall’uomo quando ha fatto queste leggi.

Ma c’è solo una cosa, in cui Dio dipende dall’uomo; e questa è la salvezza dell’uomo dai suoi peccati.

Il vangelo di oggi ci dice che Dio vuole la nostra cooperazione e assistenza nell’opera  della nostra salvezza e ci ha dato tutti i mezzi necessari per partecipare a quest’opera. Ci ha dato sette Sacramenti del Nuovo Testamento, in particolare i Sacramenti della Penitenza e della Santa Eucaristia.

Facendo penitenza diventiamo costruttori del modo retto e sicuro, grazie al quale il nostro Salvatore può facilmente venire nei nostri cuori e salvarci, e abbiamo anche, allo stesso modo, un accesso sicuro a Dio. Il Sacramento della penitenza ripristina la nostra fiducia e l’amicizia con Dio.

“Con la Santa Eucaristia Dio nutre e fortifica la vita spirituale delle nostre anime, ci unisce più intimamente a Cristo e al suo Corpo mistico, la Chiesa, aumenta la grazia santificante in noi, indebolisce le nostre inclinazioni malvagie e ci conferisce un pegno per la vita eterna. “(Teologia morale)

Le esclamazioni di due profeti, Isaia e San Giovanni Battista: “Preparate la via del Signore, raddrizzate le sue vie” e le primissime parole del nostro Salvatore all’inizio della Sua missione pubblica: “Fate penitenza “- costituiscono lo stesso comando con lo stesso significato.

Dal momento stesso in cui è stato commesso il peccato originale, questo comando di Dio obbliga tutti gli uomini, tutti gli uomini fino all’ultimo giorno dell’esistenza di questo mondo e fino all’ultimo respiro di ogni uomo.

Secondo il Vangelo di San Giovanni, sappiamo che “Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui, non muoia, ma abbia la vita eterna” (San Giovanni III: 16) .

Facendo penitenza ci stiamo preparando per la vita eterna. Facendo penitenza l’uomo aiuta Dio a riportare se stesso in uno stato di grazia santificante. Essere in uno stato di grazia santificante: questo è l’unico modo per essere salvati. Essere salvati significa essere uniti a Dio nel suo Regno.

Il processo di salvezza è un processo permanente e noi ne prendiamo parte facendo penitenza, preghiere e opere di misericordia, mediante la fede, la speranza e la carità. “Le virtù che uniscono la nostra anima a Dio sono le tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità” (Il Catechismo). San Paolo dice: “E ora rimangono, fede, speranza, carità; ma di queste tre: la più grande è la carità” (1 Corinzi XIII: 13)

Chiediamo a Dio di fornirci un sostegno spirituale e corporeo, in modo che possiamo sempre “preparare la via del Signore” e “raddrizzare le sue vie” facendo penitenza con Fede, Speranza e Carità.

Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

II.

HOLY CHRISTMAS 2018 A.D.

Continuation of the Holy Gospel according to St. Luke 2:1-14

1 AND it came to pass that in those days there went out a decree from Cesar Augustus; that the whole world should be enrolled.
2 This enrolling was first made by Cyrinus the governor of Syria.
3 And all went to be enrolled, every one into his own city.
4 And Joseph also went up from Galilee out of the city of Nazareth into Judea, to the city of David, which is called Bethlehem: because he was of the house and family of David,
5 To be enrolled with Mary his espoused wife who was with child.
6 And it came to pass, that when they were there, her days were accomplished, that she should be delivered.
7 And she brought forth her first-born son, and wrapped him up in swaddling clothes, and laid him in a manger: because there was no room for them in the inn.
8 And there were in the same country shepherds watching, and keeping the night-watches over their flock.
9 And behold an angel of the Lord stood by them, and the brightness of God shone round about them, and they feared with a great fear.
10 And the angel said to them: Fear not; for behold I bring you good tidings of great joy, that shall be to all the people:
11 For this day is born to you a SAVIOUR, who is Christ the Lord, in the city of David.
12 And this shall be a sign unto you. You shall find the infant wrapped in swaddling clothes, and laid in a manger.
13 And suddenly there was with the angel a multitude of the heavenly army, praising God, and saying:
14 Glory to God in the highest: and on earth peace to men of good will.”

In the Name of The Father and of The Son and of The Holy Ghost. Amen.

On this Feast of The Nativity of Jesus Christ we will meditate on the Exile, Obedience, Humility and Charity.

When Cesar issued a decree that the whole world should be enrolled, our Savior was obeying the order of Cesar. By that action Our Lord gave us the example of obedience.

During His public Mission among the Jews Jesus Christ many times confirmed that in certain cases the people should give respect and obedience to earthly authority, even to a bad one.

Many times the Pharisees wanted to ensnare Jesus in His own speech. Once they sent to Him their disciples, who asked Him: “is it lawful to give tribute to Cesar, or not?”

 “18 But Jesus knowing their wickedness, said: Why do you tempt me, ye hypocrites? 19 Shew me the coin of the tribute. And they offered him a penny. 20 And Jesus saith to them: Whose image and inscription is this? 21 They say to him, Cesar‘s. Then he saith to them: Render therefore to Cesar the things that are Cesar‘s: and to God, the things that are God’s.” (St. Matthew 22:15-21)

Being God, the second Person of the Most Holy Trinity, Jesus is not obliged to obey any human authority, because He is the Supreme Authority to every man over the whole world. Our Lord just tells us, that in the things which are in jurisdiction of earthly authority, we should obey them. But in the things that belong to God, we must obey God.

For Jesus, Who is true God of true God, the King of kings, to be obedient to Cesar’s decree meant to be humiliated.

An owner of the hotel in the Bethlehem was so indifferent, if not to say cruel, that he did not give even a small place to pregnant Mary, although he saw that shortly she should give birth to a Child. And Joseph had no a choice, but to propose to Mary and Jesus a place, which was prepared for animals. For God, Who came down from Heaven, it was indeed an act of humiliation. “He came unto his own, and his own received him not.” (St. John 1:11)  But in spite of all those insults, given to Him by the people, our Savior gave them a sign of Charity, sending the angel and a multitude of the heavenly army, who praised God, saying “Glory to God in the highest: and on earth peace to men of good will.”

They “received Him not” by sending Him to the manger among animals, but in spite of that He told them in that moment, that He recognizes them to be “men of good will”. By saying so, our Savior gave a chance of salvation for everyone.

By that heavenly hymn, our Savior confirmed the purpose of His First Coming – to return mankind to the state of twofold peace – peace with God, and peace among the nations. Our Lord said that such peace would be possible, only under the condition that people will be “men of good will”. God wants all nations to be “men of good will”, and that is the reason why He did not call them “men of evil will”.

By the same hymn Jesus also said that His place is not in a manger among animals, but “in the highest”.

Being really exiled and abandoned by the majority of the mankind, Our Lord gives us His personal example of Obedience, Humility and Charity.

By the Nativity, our Lord gave us an example of how we can keep a balance between two kinds of obedience – obedience to God and obedience to Cesar.

By this heavenly hymn God declared that He is the God of peace, not a God of war.

“At the time of His birth the temple of Janus in Rome was closed, and there was peace over all the earth, because Christ was the Prince of peace (Is. ix. 6); and the God of peace (1 Cor. xiv. 33). The hymn of the angels is the keynote of His mission, to glorify God (John xiii. 32), and to give peace to men (John xiv. 27), especially peace with God, reconciling man to God by His death on the cross, peace with self, the true peace which comes from the knowledge and practice of the Gospel, and peace with the neighbor by the virtues of brotherly love, love of one’s enemy, and meekness.” (The Catechism Explained, From the original of Rev. Francis Spirago, Professor of Theology, Edited by Rev. Richard F. Clarke, S.J. p. 180.)

Also we can say that the hymn of the angels is the formula of salvation for everyone who wants to be saved from his sins in order to go into life everlasting. This formula will be in force until the end of this world, and therefore everyone is obliged to live according to this formula out of infinite love of God and love of our neighbor.

So, if our Merciful Savior calls us “men of good will”, and He indeed says so, we have no other choice except to really be men of good will, wherever we are, wherever we go, in every place, in every circumstance.

“Glory to God in the highest: and on earth peace to men of good will.”

In the Name of The Father and of The Son and of The Holy Ghost. Amen.

Fr. UK

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II.

SANTO NATALE 2018 A.D.

[Continuazione del Santo Vangelo secondo San Luca II: 1-14]

1 E avvenne che in quei giorni uscì un decreto di Cesare Augusto; che il mondo intero dovrebbe essere censito.

2 Questa iscrizione fu fatta per la prima volta da Cirinus, il governatore della Siria.

3 E tutti andarono a farsi censire, ognuno nella propria città.

4 E Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città di Nazaret, in Giudea, nella città di Davide, chiamata Betlemme, perché apparteneva alla casa e alla famiglia di Davide,

5 Per essere iscritto con Maria sua sposa che era incinta.

6 E avvenne che quando furono là, i suoi giorni del parto furono compiuti.

7 E ella partorì il suo primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

8 E c’erano nello stesso paese pastori che vegliavano e facevano la guardia notturna sul loro gregge.

9 Ed ecco un Angelo del Signore si presentò a loro, e lo splendore di Dio risplendeva intorno ad essi, ed essi furono presi da grande paura.

10 E l’angelo disse loro: Non temete; poiché ecco, vi porto un buon annunzio di grande gioia, che sarà per tutto il popolo:

11 Perché in questo giorno è nato per voi un SALVATORE, che è Cristo il Signore, nella città di David.

12 E questo sarà per voi un segno. Troverete il bambino avvolto in fasce e posto in una mangiatoia.

13 E improvvisamente apparve con l’Angelo una moltitudine dell’esercito celeste, lodando Dio e dicendo:

14 Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà “.

Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

In questa festa della Natività di Gesù Cristo mediteremo sull’esilio, l’obbedienza, l’umiltà e la carità.

Quando Cesare emanò un decreto per il censimento generale, il nostro Salvatore obbedì all’ordine di Cesare. Con quella azione Nostro Signore ci ha dato l’esempio dell’obbedienza.

Durante la sua pubblica missione tra gli Ebrei, Gesù Cristo ha più volte confermato che in certi casi il popolo deve rispettare e recare obbedienza all’autorità terrena, anche a quella cattiva.

Molte volte i Farisei hanno cercato di insidiare Gesù nei suoi stessi discorsi. Una volta gli mandarono i loro discepoli, che gli chiesero: “È lecito rendere omaggio a Cesare, o no?”

18 Ma Gesù, conoscendo la loro malvagità, disse: Perché mi tentate, ipocriti? 19 Mostratemi la moneta del tributo. E gli hanno mostrato una moneta. 20 E Gesù disse loro: Di chi è l’immagine e l’iscrizione? 21 Gli dicono: di Cesare. Allora disse loro: Rendete dunque a Cesare le cose che sono di Cesare: e a Dio, le cose che sono di Dio. “(San Matteo XXII: 15-21)

Essendo Dio,  seconda Persona della Santissima Trinità, Gesù non è obbligato ad obbedire a nessuna autorità umana, perché è Egli l’autorità suprema di ogni uomo di tutto il mondo.

Nostro Signore ci dice solo che, nelle cose che sono sotto la giurisdizione dell’autorità terrena, dobbiamo obbedire ad essa. Ma nelle cose che appartengono a Dio, dobbiamo obbedire a Dio.

Per Gesù, che è vero Dio da vero Dio, il Re dei re, obbedire al decreto di Cesare, era un essere umiliato.

Il padrone dell’albergo  a Betlemme era così indifferente, per non dire crudele, che non aveva dato neanche un piccolo posto a Maria incinta, sebbene avesse visto che tra breve avrebbe dovuto dare alla luce un bambino. E Giuseppe non aveva scelta, e dovette proporre a Maria e Gesù un luogo che era disposto per gli animali. Per Dio, che discese dal cielo, fu davvero un atto di umiliazione. “Venne tra i suoi, e i suoi non lo accolsero.” (San Giovanni 1:11)

Ma nonostante tutti quegli insulti, dati a Lui dal popolo, il nostro Salvatore diede loro un segno di carità, inviando l’Angelo e una moltitudine dell’esercito celeste, che lodò Dio, dicendo: “Gloria a Dio nel più alto pace terrestre agli uomini di buona volontà “.

Essi “non Lo hanno ricevuto” costringendolo presso una mangiatoia tra gli animali, ma nonostante ciò ha detto loro in quel momento, che li riconosce come “uomini di buona volontà”. Dicendo così, il nostro Salvatore ha dato una possibilità di salvezza per tutti.

Mediante quell’inno celeste, il nostro Salvatore confermò lo scopo della Sua prima venuta: riportare l’umanità allo stato di duplice pace: pace con Dio e pace tra le nazioni. Nostro Signore disse che tale pace sarebbe stata possibile, solo a condizione che le persone fossero “uomini di buona volontà”. Dio vuole che tutte le nazioni siano “uomini di buona volontà”, e questa è la ragione per cui Egli non li ha chiamati “uomini di volontà malvagia”.

Con lo stesso inno Gesù ha anche detto che il suo posto non è in una mangiatoia tra gli animali, ma “nel più alto dei cieli”.

Essendo veramente esiliato e abbandonato dalla maggioranza dell’umanità, Nostro Signore ci dà il Suo esempio personale di obbedienza, umiltà e carità.

Con la Natività, nostro Signore ci ha dato un esempio di come possiamo mantenere un equilibrio tra due tipi di obbedienza: l’obbedienza a Dio e l’obbedienza a Cesare.

Con questo inno celeste Dio ha dichiarato che Egli è il Dio della pace, non un Dio della guerra.

“Al tempo della sua nascita il tempio di Giano a Roma era chiuso, e c’era pace su tutta la terra, perché Cristo era il Principe della pace (Is VI,1), e il Dio della pace (1 Corinzi XIV 33) L’inno degli Angeli è la nota dominante della sua missione, quella di glorificare Dio (S. Giovanni XIII, 32) e dar pace agli uomini (Giovanni XIV, 27): in particolare la pace con Dio, riconciliando l’uomo con Dio mediante la Sua morte sulla croce, la pace con se stessi, la vera pace che viene dalla conoscenza e dalla pratica del Vangelo, e la pace con il prossimo con la pratica delle virtù dell’amore fraterno, dell’amore per il proprio nemico e della mitezza “. (Il Catechismo spiegato, dall’originale di Rev. Francis Spirago, professore di teologia, a cura del Rev. Richard F. Clarke, S.J. p.180).

Inoltre possiamo dire che l’inno degli Angeli è la formula della salvezza per tutti coloro che vogliono essere salvati dai loro peccati per giungere alla vita eterna. Questa formula sarà in vigore fino alla fine di questo mondo, e quindi ognuno è obbligato a vivere, secondo questa formula, con  amore infinito di Dio e l’amore per il prossimo.

Quindi, se il nostro Salvatore misericordioso ci chiama “uomini di buona volontà”, e in effetti lo dice, non abbiamo altra scelta se non quella di essere veramente uomini di buona volontà, ovunque siamo, ovunque andiamo, in ogni luogo, in ogni circostanza .

“Gloria a Dio nel più alto: e in terra pace agli uomini di buona volontà”.

Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Fr. UK

MESSA DELL’EPIFANIA (2019)

MESSA DELLA FESTA DELL’EPIFANIA 2019

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Malach 3: 1; 1 Par XXIX: 12
Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium
[Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]
Ps LXXI: 1
Deus, judícium tuum Regi da: et justítiam tuam Fílio Regis.
[O Dio, concedi al re il tuo giudizio, e la tua giustizia al figlio del re.]
Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium
[Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]

Oratio
Orémus.
Deus, qui hodiérna die Unigénitum tuum géntibus stella duce revelásti: concéde propítius; ut, qui jam te ex fide cognóvimus, usque ad contemplándam spéciem tuæ celsitúdinis perducámur.
[O Dio, che oggi rivelasti alle genti il tuo Unigenito con la guida di una stella, concedi benigno che, dopo averti conosciuto mediante la fede, possiamo giungere a contemplare lo splendore della tua maestà.]

Lectio
Léctio Isaíæ Prophétæ.
Is LX: 1-6
Surge, illumináre, Jerúsalem: quia venit lumen tuum, et glória Dómini super te orta est. Quia ecce, ténebræ opérient terram et caligo pópulos: super te autem oriétur Dóminus, et glória ejus in te vidébitur.
Et ambulábunt gentes in lúmine tuo, et reges in splendóre ortus tui. Leva in circúitu óculos tuos, et vide: omnes isti congregáti sunt, venérunt tibi: fílii tui de longe vénient, et fíliæ tuæ de látere surgent. Tunc vidébis et áfflues, mirábitur et dilatábitur cor tuum, quando convérsa fúerit ad te multitúdo maris, fortitúdo géntium vénerit tibi. Inundátio camelórum opériet te dromedárii Mádian et Epha: omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.

OMELIA I

GESÙ CRISTO RE.

[A. Catellazzi, La scuola degli Apostoli,

Ed. Artig. Pavia, 1929]

“Levati, o Gerusalemme, e sii illuminata, perché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è sorta su te. Poiché, ecco le tenebre ricoprono la terra e l’oscurità avvolge le nazioni; su te, invece, spunta il Signore, e in te si vede la sua gloria. Le nazioni cammineranno; alla tua luce, e i re allo splendore della tua aurora. Alza i tuoi occhi all’intorno, e guarda: tutti costoro si son radunati per venire a te. I tuoi figli verranno da lontano, e le tue figlie ti sorgeranno a lato. Allora vedrai e sarai piena di gioia; il tuo cuore si stupirà e sarà dilatato, quando le ricchezze del mare si volgeranno verso di te, quando verranno a te popoli potenti. Sarai inondata da una moltitudine di cammelli, di dromedari di Madian e di Efa: verranno tutti insieme da Saba, portando oro e incenso, e celebrando le glorie del Signore” (Isaia LX 1-6).

Isaia, il profeta suscitato da Dio a rimproverare e a consolare il popolo eletto in tempo di grande afflizione, ci dipinge in esilio, prostrato a terra, immerso nel dolore per voltate le spalle a Dio. È bisognoso d’una consolazione; e il profeta questa parola l a fa sentire. Gerusalemme risorgerà. Il Messia vi comparirà come un faro risplendente sulla sponda di un mare in burrasca. E nella sua luce accorreranno le nazioni uscendo dalle tenebre dell’idolatria. Gerusalemme deve alzar gli occhi e contemplar lo spettacolo consolante dei suoi figli dispersi che  ritornano, e dei popoli della terra che verranno ad essa, cominciando da quei dell’oriente, recando oro ed incenso, annunziando le lodi del Signore. Questa profezia ha compimento nel giorno dell’Epifania, poiché in questo giorno comincia il movimento delle nazioni verso la Chiesa, la nuova Gerusalemme, I Magi che venuti dall’oriente domandano ove è il nato Re dei Giudei, ci invitano a far conoscenza con questo Re. Vediamo, dunque, come Gesù Cristo è:

  1. Il Re preannunciato,
  2. Che esercita su noi l’autorità legittima,
  3. E al quale dobbiamo dimostrare la nostra sudditanza.

1.

Isaia che invita Gerusalemme a vestirsi di luce ne dà ragione: perché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è sorta su di te. Il Messia promesso, ristoratore non solo di Israele, ma di tutto il genere umano è venuto dall’alto ad illuminare chi giace nelle tenebre e nell’umbra della morte. La notte in cui nasce il Salvatore una luce divina rifulge attorno ai pastori che fanno la guardia, al gregge nelle vicinanze di Betlemme; e contemporaneamente in altre contrade un’altra luce, una stella, appare ai Magi e li guida a Gerusalemme. «Dov’è il nato re dei Giudei? Perché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente a siam venuti per adorarlo» (Matth. II, 2). A questa domanda che essi fanno, arrivati a Gerusalemme, Erode e tutta la città si conturba. Eppure, niente era più esatto di quella domanda.Il Messia era stato ripetutamente predetto dai profeti come un restauratore, che avrebbe iniziato un regno nuovo. Gli Ebrei potevano errare nella interpretazione di questo regno; ma i n essi l’idea del Messia era inconcepibile, se disgiunta dalla dignità reale. Del resto i profeti l’avevano annunciato chiaramente come re. Davide dice: «Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech » (Ps. CIX). È lo stesso che dire che il Messia sarebbe stato sacerdote e re. «Poiché questo Melchisedech era re di Salem, Sacerdote del Dio Altissimo… Egli primieramente, secondo l’interpretazione del suo nome, re di giustizia, e poi anche re di Salem, che significare di pace» (Hebr. VII, 1-2). Anche il regno del Messia sarà regno di giustizia e di pace. Sentiamo Geremia « Così parla il Signore, Dio d’Israele, ai pastori che pascono il mio popolo. … Ecco che vengono i giorni, e io susciterò a Davide un germe giusto; e regnerà come re, e sarà sapiente e renderà ragione, e farà giustizia in terra» (Ger. XXIII, 2, 5.) . Isaia, parlando della nascita del Messia, così si esprime: «Ecco, ci è nato un pargolo, e ci è stato donato un figlio, e ha sopra i suoi omeri il principato » (Is. IX, 4). A lui segue Zaccaria: «Egli sarà ammantato di gloria, e sederà, e regnerà sul suo trono» ( Zac. VI, 13). Quando poi l’Angelo annunzia a Maria l’Incarnazione, parlando del Messia che nascerà da lei, dice: «Questi sarà grande e sarà chiamato Figliuolo dell’Altissimo: il Signore Iddio gli darà il trono di David, suo padre, ed egli regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà mai fine» (Luc. I, 32-33). Non solo è predetto come re, ma come re è salutato e venerato. Abbiamo visto che i Magi dichiarano apertamente di essere venuti ad adorare «il nato Re Giudei ». Quando Natanaele è condotto da Filippo a vedere « quello di cui scrissero Mosè nella legge e i profeti, Gesù », al primo incontro esclama: «Maestro, tu sei il Figliuolo di Dio: tu sei re d’Israele» (Giov. I, 49). Nel giorno del trionfo, quando entra in Gerusalemme per celebrare l’ultima Pasqua, la grande folla accorsa per le feste gli va incontro con rami di palma, gridando : «Osanna! Benedetto chi viene nel nome del Signore, il Re d’Israele» (Giov. XII, 13). In parecchie circostanze, perfino quando sta lasciando la terra per salire al cielo, gli si fanno domande relative al suo regno. Infine, Gesù Cristo stesso dichiara d’essere re; d’avere un regno (Giov. XVIII, 36). Un regno non umano, nè caduco, « ma di gran lunga superiore e più splendido » (S. Giov. Crisost. In Ioa. Ev. Hom. 83, 4).

2.

Le nazioni camminano alla tua luce e i re allo splendore della tua aurora: … tutti costoro si son radunati per venire a te. Re e sudditi, che vanno a mettersi ai piedi di Gesù Cristo, attratti dalla luce che si diffonde dal suo Vangelo, riconoscono praticamente che Egli ha il diritto di dominare su di loro. Difatti chi è Gesù Cristo? Il centurione romano, che coi soldati è posto a guardia della croce, esclama alla morte di Gesù: «Costui era veramente Figlio di Dio» (Matth. XXVII, 54). È Figlio di Dio — nota a questo punto S. Ilario — ma non come noi che siam figli di Dio adottivi. «Egli, invece, è Figlio di Dio vero e proprio, per origine, non per adozione» (S. Ilario, De Trin. 1. 3, c. 11). La sua vita dunque, lo fa superiore a tutto quanto è al disotto di Dio: superiore non solo a tutti gli uomini, ma anche a tutti gli Angeli. A nessuno di loro Dio ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» (Ps. II, 7). Essi sono posti al comando di Dio; sono a disposizione di Gesù Cristo. « Pensi tu — egli dice a S. Pietro — che io non possa chiamare in aiuto il Padre mio, il quale mi manderebbe sull’atto più di dodici legioni di Angeli?» (Matth. XXVI, 53). Non solo gli Angeli sono a disposizione di Gesù Cristo, ma lo devono adorare, come è scritto nei libri santi: «E lo adorino tutti gli Angeli di Dio »: (Hebr. I, 6). A Gesù, dunque, tutte le creature, uomini e Angeli, devono l’adorazione, la soggezione, l’obbedienza; tutte devono riconoscere la sua sovranità. Oltre che per diritto di natura, Gesù Cristo è nostro re per diritto di investitura. Il Messia, Figlio ed erede di Dio, Creatore e Signore del cielo e della terra, ha diritto al dominio universale sul mondo. Al momento propizio il Padre gliene darà l’investitura, secondo Egli ha dichiarato: « Chiedimi, e ti darò in eredità le nazioni e in possesso i confini della terra » (Ps. II, 8). Nell’incarnazione Gesù Cristo è costituito « erede di tutte le cose » (Hebr. I, 2). e riceve, così, la promessa investitura del suo dominio universale. Ma Gesù Cristo è anche nostro Re per diritto di conquista. Noi eravamo schiavi del peccato, destinati alla morte eterna. Egli ci ha liberati dalla schiavitù del peccato, sottraendoci alla morte eterna. «Quando combatté per noi — dice S. Agostino — apparve quasi vinto; ma in realtà fu vincitore. In vero fu crocifisso, ma dalla croce, cui era affisso, uccise il diavolo, e divenne nostro Re» (En. in Ps. 149, 6). A differenza degli altri conquistatori, egli non ci ha liberati versando il sangue altrui, ma versando il proprio sangue. «Non sapete — dice S. Paolo ai Corinti — che voi non vi appartenete? Poiché siete stati comprati a caro prezzo» (I Cor. VI, 19-20). Noi non possiamo disconoscere l’autorità di chi ha sborsato per noi un prezzo che supera ogni prezzo. I popoli liberati dalla schiavitù passano sotto il dominio del loro liberatore; e noi siamo passati sotto il dominio di chi ci ha liberati dalla schiavitù di satana. Lui dobbiamo riconoscere per nostro re, proclamare apertamente nostro Re,  non solo a parole, ma all’occorrenza anche con della propria vita, come ce ne hanno dato esempio i martiri di tutti i tempi. Tra coloro che furono martirizzati al Messico nel Gennaio del 1927 si trovava un tal Nicolas Navarro. Alla giovane moglie che piangendo lo pregava ad aver pietà del figlioletto: «Anzitutto la causa di Dio! — rispose — E quando il figlio crescerà gli diranno: Tuo padre è morto per difendere la Religione». Percosso, ferito con le punte dei pugnali, strascinato così brutalmente da non esser più riconoscibile, come avvenne anche ai suoi compagni, riceve per di più tanti colpi sulla faccia da aver sradicati i denti. Caduto a terra colpito da due palle, incoraggia i compagni, e rammenta loro la promessa di seguire fino alla morte l’esempio di Gesù. Trapassato da due pugnalate, muore gridando: « Viva Cristo Re » (Civiltà Cattolica, 1927, vol. IV p. 181).

3.

Isaia predice che le nazioni faranno a gara per entrare nel regno di Gesù Cristo. Verranno i nuovi sudditi. portando oro e incenso, e celebrando le glorie del Signore. – Così fanno subito i re Magi, i quali, venuti alla culla di Gesù, « prostrati lo adorarono : e, aperti i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra » (Matth. II, 11). « Offrono l’incenso a Dio, la mirra all’uomo, l’oro al re » (S. Leone M. Serm. 31, 2). Quell’oro, forse una corona reale, essi offrono a Dio come tributo che i sudditi devono al re in segno di sudditanza. Quale tributo dobbiamo noi portare a Gesù Cristo in segno della nostra sudditanza? Il regno di Gesù Cristo non è un regno materiale. È un regno spirituale, che si esercita principalmente sulle anime. In primo luogo è il regno della verità. Tra le fitte tenebre dell’errore che coprivano la faccia della terra, Gesù comparve come il sole che illumina ogni cosa, fugando l’ignoranza, la menzogna, l’inganno. Tra gl’intricati sentieri, che non permettono all’uomo, o gli rendono assai difficile, di prendere una giusta direzione nel cammino di questa vita, Egli è la guida sicura.Egli poteva dire alle turbe : «la luce è in voi… Sinché avete la luce credete nella luce, affinché siate figliuoli di luce» (Giov. XII, 35-36). Primo tributo da rendere al nostro Re sarà dunque quello di accogliere con docilità e semplicità la sua parola che è contenuta nel Santo Vangelo. È un regno di giustizia. Se c’è un regno in cui contano più i fatti che le parole, è precisamente il regno di Gesù Cristo. Come tutti i re, Gesù Cristo è legislatore. E le sue leggi vuol osservate. Sulla terra, quanti trasgrediscono le leggi e si credono sudditi fedeli e amanti del loro re! Gesù dichiara apertamente che non può essere o dichiararsi amico suo chi trasgredisce le sue leggi: «Se mi amate osservate i miei comandamenti (Giov. XIV, 15). – Per conseguenza egli eserciterà un altro potere reale: quello di giudicare coloro che sono osservanti delle leggi e coloro che le trasgrediscono. Nessuno potrà sfuggire al suo giudizio e alla sua sanzione. «Poiché bisogna che tutti noi compariamo davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva le cose che gli spettano, secondo quello che ha fatto, o in bene o in male» (2 Cor. V, 10.). Lo ubbidiremo, dunque, in modo da non meritarsi alcuna riprensione. – Il regno di Gesù Cristo è un regno universale. I suoi confini sono i confini del mondo, i suoi sudditi sono tutte le nazioni dell’universo. È un dominio che si estende su l’individuo e sulla società; e che quindi va riconosciuto e onorato in privato e in pubblico. Purtroppo non tutti riconoscono ancora di fatto il dominio di Gesù Cristo. Un numero sterminato d’infedeli, non sa ancora chi sia Gesù Cristo. Molti Cristiani gli si ribellano; violano i suoi diritti, e gli rifiutano il dovuto omaggio. Tributo d’omaggio del buon Cristiano sarà quello di affrettare con la preghiera il giorno in cui tutte le nazioni conosceranno questo Re, e intanto rendergli l’omaggio, che altri gli negano, riparare le offese, che altri gli recano. Fede viva, esatta osservanza dei comandamenti, zelo per concorrere a farlo regnare, nei singoli individui, nelle famiglie, nella società, ecco i tributi, che dobbiam recare a Gesù Cristo Re, in attestazione della nostra sudditanza.

Graduale
Isa. LX: 6; 1
Omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.
[Verranno tutti i Sabei portando oro e incenso, e celebreranno le lodi del Signore.]

Surge et illumináre, Jerúsalem: quia glória Dómini super te orta est. Allelúja, allelúja. [Sorgi, o Gerusalemme, e sii raggiante: poiché la gloria del Signore è spuntata sopra di te.

Allelúja.

Allelúia, allelúia
Matt II: 2.
Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum. Allelúja. [Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni per adorare il Signore. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum
S. Matt II: 1-12

Cum natus esset Jesus in Béthlehem Juda in diébus Heródis regis, ecce, Magi ab Oriénte venerunt Jerosólymam, dicéntes: Ubi est, qui natus est rex Judæórum? Vidimus enim stellam ejus in Oriénte, et vénimus adoráre eum. Audiens autem Heródes rex, turbatus est, et omnis Jerosólyma cum illo. Et cóngregans omnes principes sacerdotum et scribas pópuli, sciscitabátur ab eis, ubi Christus nasceretur. At illi dixérunt ei: In Béthlehem Judae: sic enim scriptum est per Prophétam: Et tu, Béthlehem terra Juda, nequaquam mínima es in princípibus Juda; ex te enim éxiet dux, qui regat pópulum meum Israel. Tunc Heródes, clam vocátis Magis, diligénter dídicit ab eis tempus stellæ, quæ appáruit eis: et mittens illos in Béthlehem, dixit: Ite, et interrogáte diligénter de púero: et cum invenéritis, renuntiáte mihi, ut et ego véniens adórem eum. Qui cum audíssent regem, abiérunt. Et ecce, stella, quam víderant in Oriénte, antecedébat eos, usque dum véniens staret supra, ubi erat Puer. Vidéntes autem stellam, gavísi sunt gáudio magno valde. Et intrántes domum, invenérunt Púerum cum María Matre ejus, hic genuflectitur ei procidéntes adoravérunt eum. Et, apértis thesáuris suis, obtulérunt ei múnera, aurum, thus et myrrham. Et re sponso accépto in somnis, ne redírent ad Heródem, per aliam viam revérsi sunt in regiónem suam,” [Nato Gesù, in Betlemme di Giuda, al tempo del re Erode, ecco arrivare dei Magi dall’Oriente, dicendo: Dov’è nato il Re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. Sentite tali cose, il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme. E, adunati tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, voleva sapere da loro dove doveva nascere Cristo. E questi gli risposero: A Betlemme di Giuda, perché così è stato scritto dal Profeta: E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei la minima tra i prìncipi di Giuda: poiché da te uscirà il duce che reggerà il mio popolo Israele. Allora Erode, chiamati a sé di nascosto i Magi, si informò minutamente circa il tempo dell’apparizione della stella e, mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e cercate diligentemente il bambino, e quando l’avrete trovato fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo. Quelli, udito il re, partirono: ed ecco che la stella che avevano già vista ad Oriente li precedeva, finché, arrivata sopra il luogo dov’era il bambino, si fermò. Veduta la stella, i Magi gioirono di grandissima gioia, ed entrati nella casa trovarono il bambino con Maria sua madre qui ci si inginocchia e prostratisi, lo adorarono. E aperti i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non passare da Erode, tornarono al loro paese per un altra strada.]

Omelia II

FESTA EPIFANIA

RAGIONAMENTO I.

Nel mistero dell’epifania si adombrano i tre periodi storici della Chiesa.

[Mons. G. Bonomelli, Misteri Cristiani, vol. I; Queriniana ed. Brescia, 1898 –imprim. -]

Gesù Cristo è la stessa verità Ego sum veritas-. Ora in faccia alla verità, vogliasi o non vogliasi, tre partiti soltanto sono possibili: o noi la respingiamo, la combattiamo, cerchiamo di soffocarla e ucciderla, poco importa poi se col ferro o col sofisma; o noi le cadiamo ai piedi, l’adoriamo e ci professiamo suoi seguaci fedeli e, al bisogno, suoi soldati; o noi non ci curiamo di essa, passiamo oltre senza degnarla d’uno sguardo o d’un saluto, e nemmeno d’un insulto. In altri termini, in faccia alla verità non vi possono essere, che o amici o nemici, od indifferenti: sfido chicchessia a trovare un quarto partito; è assolutamente impossibile. Questo triplice partito oggi apparisce in tutta la sua luce.  – Il divino Infante, l’eterna Verità, è là a Betlemme. Erode, i suoi consiglieri, satelliti e cortigiani, l’odiano e mandano sicari per trucidarlo nella culla: ecco i nemici. I Magi, venuti da lontane contrade (Nei Libri Santi la parola generica Oriente significa la Caldea, la Mesopotamia, la Persia, l’Arabia Petrea e altri paesi posti ad Oriente della Giudea e in qualche modo conosciuti dai Giudei.), si prostrano ai suoi piedi, l’adorano e gli offrono doni e regali: ecco gli amici. – Gli scribi e farisei, i capi del popolo, i principi dei sacerdoti, interrogati da Erode: – dove ha da nascere il Messia?- con la Scrittura alla mano, senza esitare, rispondono: – a Betlemme: lo disse il profeta -. E a Betlemme inviano i Magi stranieri, che ignorano la sacra Scrittura, ed essi, maestri in Israele, custodi delle tradizioni e dei Libri Santi, non si muovono, non li accompagnano, non se ne curano nemmeno, come se fosse cosa che punto li interessava: ecco gli indifferenti. In queste tre classi di uomini, che all’apparire del divino Infante sì diversamente si atteggiano, noi abbiamo anticipata in compendio la storia tutta della Chiesa, continuatrice della vita e delle opere di Gesù Cristo. Le generazioni, passando dinanzi alla Chiesa di Cristo si dividono in tre grandi schiere, di nemici, spesso armati della legge e della forza, che tentano di spegnerla; di amici fedeli, che la onorano, la ubbidiscono e la soccorrono; di indifferenti, che non se ne danno pensiero e tutte e tre queste schiere di uomini a loro modo mettono a prova la vita divina della Chiesa; Essa vince la prova del ferro, con cui i nemici si argomentano di ucciderla: vince la prova dell’oro, con cui gli uomini, senza volerlo, sembrano tentarla e sedurla; vince la prova della indifferenza, con cui una società freddamente cinica si avvisa di schiacciarla. – In questi tre punti, per vero dire. Soverchiamente vasti, fermeremo la nostra attenzione. Toccherò appena i primi due notissimi e che riguardano quasi esclusivamente il passato e mi fermerò alquanto più a lungo sul terzo, perché  è il periodo nel quale entra a piene vele la società moderna (Il Gesuita P. Felix, al Congresso Cattolico di Malines, nel 1863 – se bene mi ricordo – recitò un discorso eloquentissimo, intitolato: “Le tre fasi della Chiesa, ossia la fase di persecuzione materiale, di protezione legale, e di separazione dello Stato”. Ho tolto da lui il pensiero e lo svolgimento). È argomento che merita tutta la vostra attenzione. Erode, udendo dai Magi ch’era nato il Re dei Giudei e udendo riconfermata la voce dai Sacerdoti, e da essi determinato il luogo, si turbò Turbatus est rexe con lui si turbarono i suoi cortigiani – Et omnìs Hierosolyma cum illo -. Erode non solo si turbò, ma impaurì, e nei re che tengono la mano sulla spada, la paura è crudele e tremenda consigliera. – Come? diceva seco stesso quell’efferato tiranno. (Chi era Erode? Eccovelo: – Appena salito sul trono domandò ad Antonio – il Triumviro che regnava in Oriente – la testa del vinto Antigono – suo emulo – e Antigono fu decapitato. Egli fece massacrare tutti i membri del Sinedrio, che durante l’assedio di Gerusalemme avevano parteggiato contro di lui e i suoi alleati, i Romani; fece affogare Aristobalo, suo cognato, e il figlio di Alessandro in un bagno a Gerico, e sotto il vano pretesto di tradimento, diede in mano al carnefice Ircano, ottuagenario, ultimo degli Asmonei. Nutre a torto sospetti su Marianna una delle sue mogli: la uccide. Gli intrighi di Sefora e di Salome destano sospetti sui figli Alessandro e Aristobalo: li fa strozzare. Invecchiando diviene più crudele e più sospettoso. I Farisei, esasperati per la sua politica antinazionale e irreligiosa, congiurano ed eccitano una rivolta; piglia i due capi, Giuda e Mattia e li fa bruciar vivi. – Giuseppe Ebreo, presso Didon, Volume I, p. 62-63 -. È la storia lo disse Erode il Grande!!!), come? un altro re dei Giudei? E non sono io, io solo il re dei Giudei e dopo di me i miei figli? E un nuovo Re annunziato dai Profeti? E il Sacerdozio e il popolo l’aspettano? E se ne conosce il luogo? E il cielo l’annunzia con segni miracolosi? E sotto a’ miei occhi si cerca di lui? E vengono da lontani paesi per ossequiarlo? E lo si dice a me, quasi non fossi io il re dei Giudei? Se si agitano i lontani, che vorrà essere dei vicini? Questo bambino, che dicesi nato a Betlemme, può essere pretesto a tumulti, a rivolte: il popolo è sì mobile, sì superstizioso! Non c’è tempo da perdere: bisogna spegnere la prima scintilla che può divampare in incendio: bisogna tagliare subito la radice del male. Un bambino più o meno che monta! La sicurezza del trono, la tranquillità pubblica, la ragione di Stato lo esigono. Olà, soldati, a Betlemme: senza pietà uccidete, scannate tutti i bambini al di sotto dei due anni nella città e luoghi vicini -. E l’orrido comando era eseguito. Ma il divino Infante è sottratto alla strage. Come? forse con un miracolo della onnipotenza divina? Forse Iddio manda una legione di Angeli a circondare l’asilo del Figliuolo suo? Forse arma di fulmini la destra e incenerisce Erode e i suoi sicarii? Usa forse d’uno di quei mezzi strepitosi, dei quali son piene le storie dell’antico Patto? No, fratelli miei; molte volte Cristo fu cercato a morte dai suoi nemici prima dell’ora per Lui stabilita; mandò a vuoto i loro disegni in varie guise, ma non ricorse mai alle manifestazioni strepitose della sua onnipotenza; preferì la fuga. Fa conoscere al suo custode l’imminente pericolo; per opera di lui con pochi passi muta luogo, mette fra sé ed Erode un lembo di terra: il persecutore è reso impotente e Gesù è salvo. Noi forse avremmo amato ch’Egli fin dalla culla, con uno di quei lampi della sua infinita potenza che gli erano sì facili, sfolgorasse i suoi nemici e mostrasse tosto al mondo chi Egli era: non lo volle, né valeva a pena. E proprio della sua sapienza fare le grandi cose coi mezzi minimi. È la storia della Chiesa dei primi tre secoli, e che poi a vari intervalli di tempo e di spazio, continua fino a noi e continuerà fino al termine dei tempi; giacche la vita della Chiesa non è che la continuazione della vita di Cristo. Essa nasceva nel Cenacolo, vagiva ancora nella culla, giaceva sulla paglia, povera come il suo Fondatore, indifesa, e coloro che avevano confìtto alla croce Gesù Cristo, che avevano ancora le mani calde del sangue di Lui, Pontefici, Scribi, Farisei, turbe aizzate dal fanatismo, il figlio di Erode, degno del padre, i successori di Pilato, armati della legge, si gettano sopra di essa per trucidarla. Il sangue di Stefano, di Giacomo e di mille altri scorre per le contrade della Giudea: chi difenderà questo piccolo greggia di Cristo? Chi salverà questa agnella del divino Pastore, caduta, sotto le zanne di tanti lupi rapaci? Essa non ha altre armi, che quelle datele dal suo Fondatore: fuggire, soffrire, pregare, tener salda la fede, confessarla coraggiosamente e morire per essa. E così Essa fece! Il sangue de’ martiri è seme di Cristiani; l’albero reciso per uno mette dieci, venti vigorosi germogli. Viventi ancora gli Apostoli, la Chiesa porta dovunque le sue tende; se Erode costringe il divino Infante a correre le vie dell’esilio e a portare la luce della verità in Egitto, terra di incirconcisi, il figlio di lui e la Sinagoga forzano gli Apostoli ad annunziare il Vangelo ai gentili, ad allargare la Chiesa in Oriente e ad Occidente e noi la vediamo in pochi anni stabilita in Alessandria, a Corinto, Efeso, Tessalonica, Soma, in Spagna e pressoché in tutto il mondo allora conosciuto. Allora contro questa Chiesa, bambina, sì debole, priva di tutto, ricca solo di fede e di coraggio, si leva il gigante dell’Impero Romano; egli ha pronte a’ suoi cenni quelle legioni, che corsero vincitrici e trionfanti il mondo: ha con sé le glorie del passato, il prestigio dell’antichità, della scienza, delle arti, delle lettere, la sapienza e la forza del codice, tutto. Il mondo non vide e forse non vedrà mai tanta potenza e tanta gloria, riunite in un impero, anzi nelle mani d’un solo uomo, arbitro dell’Impero. Ebbene: questo uomo, questo imperatore, in cui si incarna tutta la potenza della terra, che stende le sue mani di ferro, dall’Eufrate al Tago, dalla Mosa al Nilo, per tre secoli quasi continui si getta sulla Chiesa: col ferro, col fuoco, con la scienza, con tutti i mezzi, che sono in suo potere, la ferisce, la lacera, la squarcia con un furore, con una rabbia che non ebbe, né avrà mai l’uguale. Essa non ricorre una sola volta alle armi per difendersi: la sua forza sempre e tutta è nel patire e morire. Dei due chi vinse? Vinse il debole, l’inerme; vinse quella Chiesa che ogni giorno saliva il patibolo e soggiacque il gigante armato: vinse la vittima e soggiacque il carnefice. – Non basta: la gran lotta, cominciata in Giudea, allargatasi in tutta l’ampiezza del Romano Impero, che sembrava chiusa per sempre allorché la Croce comparve scintillante sulla corona di Costantino, rinacque qua e là e talvolta più feroce dell’antica; rinacque con Maometto, che dal mezzogiorno versò sul mondo Cristiano le sue orde sterminate, quasi fiume di lava ardente e distruggitrice: rinacque con le immani incursioni dei barbari, che dal settentrione, quasi onde accavallatesi le une sulle altre, copersero tutte le regioni che la Chiesa aveva appena conquistate; rinacque più tardi nel Medio Evo, allorché imperatori e re, che la Chiesa aveva nutriti e cullati sulle sue ginocchia, volsero contro di lei l’armi matricide; rinacque nel secolo XVI, allorché principi e popoli si levarono a rivolta, posero a soqquadro quasi tutta l’Europa settentrionale e apersero nei fianchi della Chiesa sì larghe e profonde ferite, che tre secoli e mezzo non hanno ancora chiuso. Rinacque sullo spirare del secolo passato, allorché sulla primogenita della Chiesa scoppiò quel nembo procelloso, che tutta l’avvolse, che disertò i campi dianzi sì ricchi, la coperse di rovine. E ai nostri giorni, i venti che soffiano da Oriente e da Mezzogiorno non fanno giungere troppo spesso alle nostre orecchie atterrite i gemiti e le grida strazianti dei fratelli nostri, che la barbarie pagana massacra in Cina, in Corea, al Tonchino e sulle rive dei grandi laghi dell’Africa Centrale? Oh! il sangue della Chiesa di Cristo scorre in tutti i secoli e alla sua corona non vengono meno giammai le rose del martirio, e se fosse raccolto insieme vi navigherebbe sopra una flotta. Non vi è terra sì inospite, non angolo sì remoto, che in un secolo o in un altro, non abbia bevuto il sangue dei suoi figli, vittime volontarie della fede e della carità. E nella formidabile e sì diuturna e sì vasta lotta tra la Chiesa sì debole ed inerme e i suoi nemici sì numerosi, si possenti e sì crudeli, da qual parte sta la vittoria? Scorrete con lo sguardo della memoria il passato: voi vedrete lungo la via percorsa dalla Chiesa le tombe e gli ossami de’ suoi nemici, dei quali non resta che il nome, e la Chiesa vi sta dinanzi ritta, piena di cicatrici, sì, ma anche di vita. Come Gesù sfuggì agli artigli di Erode e de’ suoi consiglieri, così la Chiesa uscì salva dalle mani dei mille e mille nemici e carnefici, che l’inferno lanciò sopra di essa. Essa adunque vinse la prima prova, la prova della forza materiale; la prova del ferro e del sangue, nella quale, secondo i calcoli della umana sapienza, doveva inesorabilmente soccombere: chi doveva vincere fu vinto, e chi doveva esser vinto rimase vincitore: le parti sono invertite contro tutte le leggi dell’umana ragione; è dunque l’opera, non degli uomini, ma di Dio e chi noi vede fa oltraggio alla ragione. – Lo so, si disse e si dice dagli uomini della scienza: La Chiesa debole e inerme vinse i nemici potenti ed armati: la vittoria della Chiesa è il risultato naturale delle cose: così e non altrimenti doveva essere. – E perché, o uomini della scienza? – Perché la persecuzione crea la reazione e la reazione dà la sconfitta ai persecutori e la vittoria ai perseguitati -. Stupendo ragionamento! Allorché voi volete che una pianta cresca rigogliosa, sfrondatela, tagliate i suoi rami, incidetela, fatene il peggior scempio. – Quando volete che un fanciullo cresca sano e robusto, non solo dategli scarso l’alimento e rifiutategli il riposo, ma battetelo, flagellatelo, feritelo, straziatelo. Quando volete che una società prosperi e grandeggi e voi opprimetela, tiranneggiatela, sterminatela.- La Chiesa si propagò e crebbe perché spietatamente perseguitata!- Se fosse stata, nei primi secoli specialmente, onorata, protetta, colmata di favori e di ricchezze, come fu più tardi, che avreste voi detto? Che doveva il suo trionfo alla forza, ai favori, alle protezioni, ai mezzi umani. Non ebbe tutto questo, anzi ebbe il rovescio di tutto questo, l’odio, le persecuzioni più implacabili; ed ecco gli uomini della scienza invertire il ragionamento e dirci: – E appunto a codeste persecuzioni che la Chiesa va debitrice naturalmente del suo finale trionfo (Non nego che talvolta la persecuzione produce la reazione e per conseguenza l’effetto contrario, come il vento, che invece di spegnere il fuoco lo fa maggiormente divampare. Ma quando? Quando la persecuzione è fiacca, ristretta per ragione del tempo e dello spazio e per altri rispetti tale, che sia impotente a soffocare le forze dei perseguitati; ma certo non erano tali le persecuzioni di cui fu bersaglio la Chiesa. Considerate le forze dell’una e dell’altra parte, un uomo che ragiona deve conchiudere che la Chiesa doveva perire e se non perì fu per opera sovrumana). – Lasciamoli e passiamo al secondo periodo della Chiesa. – Erode voleva la morte del divino Infante e i suoi sicari correvano per le vie di Betlemme e dei villaggi vicini, uccidendo barbaramente tutti i bambini al disotto dei due anni, sicuri di involgere in quell’orribile macello il paventato Re de’ Giudei. I Magi, sapienti o principi che fossero, venuti dall’Oriente a Betlemme, lo riconoscono, lo adorano, gli offrono oro, incenso e mirra. Erode rappresenta i nemici, i persecutori implacabili della Chiesa, i Magi raffigurano i figli devoti che la difendono e la colmano di onori e di ricchezze: prova pur questa non meno pericolosa di quella. La Chiesa tutta sanguinolenta uscì dalle Catacombe: vincitrice del paganesimo e dei barbari si assise regina sul trono dei Cesari: vide principi e popoli caderle dinanzi devoti e riverenti. Grati dei benefìci ricevuti, nella speranza di riceverne altri, pieni di fede, principi e popoli a gara le offersero oro ed incenso, ricchezze ed onori, immunità e privilegi senza numero, possessi amplissimi, giurisdizioni quasi assolute, feudi ricchissimi, i sommi uffici delle corti regie e imperiali, stabilmente affidati ai membri della Gerarchia ecclesiastica mutarono profondamente le condizioni della Chiesa: gli Abati dei monasteri e i Vescovi parvero tramutati in principi e re: il Capo della Chiesa, il Sommo Pontefice, alla mitra aggiunse la corona e al pastorale la spada, divenne l’arbitro dei re, il consacratore degli Imperatori, e la debolezza e la povertà apostolica si videro nel volgere di pochi secoli trasformate in potenza e ricchezza quasi incredibili. Era un bene? Senza dubbio era un bene per i popoli e per i principi: era un tributo volontario della fede e della pietà verso Cristo e la sua Chiesa. Dov’è il credente, che non vorrebbe rendere a Cristo tutti gli onori possibili e offrirgli tutti i tesori della terra se fosse in suo potere? Ora Cristo vive, opera e governa nel Pontefice e nella Chiesa: è dunque naturale nei credenti il sentimento che li porta a rendere al Pontefice e alla Chiesa tutti gli omaggi possibili, a deporre nelle loro mani tesori e poteri, a collocare quello e questa al di sopra d’ogni autorità e d’ogni cosa, primi dopo Dio. E la fede che così vuole. Ma se gli onori, la potenza e le ricchezze sono un pericolo e una seduzione per tutti gli uomini, come la ragione dimostra e come insegna il Vangelo, lo devono essere e maggiormente per gli uomini di Chiesa. Dovrebbe Iddio fare un miracolo per affrancarneli? E a questo pericolo e a questa terribile seduzione fu sottoposta la Chiesa per un periodo assai lungo. Fratelli miei! La storia è inesorabile e tolga Iddio, ch’io ne alteri pure una riga, e noi, discepoli di Lui che si disse la verità « Ego sum veritas » la diremo tutta intera, senza reticenze, perché è la verità e la sola verità che ci fa liberi e ci salva. Fanno oltraggio al Vangelo coloro che per timore e per non so quale umana prudenza la nascondono. Lo Spirito Santo nei Libri Sacri narra a tutti e per tutti i secoli, senza una parola di scusa o di difesa, i delitti di Davide, l’ignoranza e la debolezza degli Apostoli, il tradimento di Giuda, la caduta e gli spergiuri di Pietro: perché, quando è necessario, dissimuleremo noi i mali che avvennero e avvengono nella Chiesa? Diciamo adunque, che se il ferro degli Erodi e dei persecutori della Chiesa le fecero versare lagrime amare e la copersero di sangue, gli onori e le ricchezze la fecero vestire a lutto e la imbrattarono di polvere e talvolta di fango. Per mostrarvelo non avrei che a riportare alcune pagine desolate di S. Pier Damiani, di S. Bernardo e d’altri Santi: non avrei che a ripetervi il grido affannoso del grande Ildebrando, l’uomo prodigioso mandato da Dio per rialzare la sua Chiesa (S. Gregorio VII): « Guardo ad Oriente, guardo ad Occidente, guardo a Settentrione, guardo a Mezzogiorno e non trovo un Vescovo che governi la Chiesa per amor di Dio! » Quanti scandali nei monasteri, nel clero, nei Vescovi! Ricchi e potenti, lasciarono la cattedra e l’altare per seguire i principi alle caccie e alla guerra! Immersi negli affari temporali, dimenticavano gli spirituali: vivendo alle corti, nel lusso e negli agi del secolo, pareva non sapessero d’avere una Chiesa che languiva nella povertà e nell’abbandono del proprio pastore. La marea della corruzione, figlia dell’ignoranza, degli agi, della mollezza e soprattutto della ricchezza, saliva, saliva in alto e talvolta parve avvolgere nei suoi flutti torbidi e vorticosi la stessa sede di Pietro, da cui solo poteva venire la salute. Che tempi nefasti furono quelli per la Chiesa di Cristo! Fu miracolo che non fosse travolta da quella fiumana e scomparisse dalla terra. Chi conosce la storia della Chiesa dal sesto al decimosesto secolo e specialmente del nono, del decimo e decimo primo, converrà ch’io non esagero. E non è tutto: il principe delle tenebre osò dire a Cristo stesso: – Io ti darò tutti i regni della terra, se, piegando il ginocchio a terra, mi adorerai. I re e gli imperatori della terra, non rare volte, ancorché Cristiani e Cattolici, osarono dire ai Vescovi, successori degli Apostoli, e agli stessi Pontefici, successori di Pietro : – Se voi farete ogni nostro desiderio, se ci venderete la vostra libertà, noi ve la pagheremo largamente: saremo i vostri difensori a patto che siate i nostri servi; non vi domanderemo che il sacrificio di qualche parola del Simbolo, di qualche parte del Decalogo: non saremo soverchiamente esigenti. Se farete il voler nostro, raddoppieremo i vostri onori e le vostre ricchezze e la vostra potenza: se ricuserete, vi leveremo anche ciò che avete -. E ciò che dissero e fecero la maggior parte dei re ed Imperatori fino a nostri tempi: basti ricordare Enrico IV, V e VI, Federico I e II, Filippo il Bello e Filippo Augusto, Enrico VIII, per tacere d’altri. È il periodo di protezione interessata, che troppo spesso si riduceva in signoria reale da parte del potere laico ed in servitù vergognosa da parte della Chiesa. Ohimè! quanti dolori e quante angosce! Quanti danni e quante umiliazioni costarono alla Chiesa queste protezioni dei re della terra! A qual caro prezzo dovette quasi sempre pagarle! Erano re e Imperatori che, professandosi figli rispettosi, si inchinavano dinanzi alla Madre, mentre si ingegnavano di stringerle i polsi con catene d’oro! Che, baciando i piedi al Vicario di Cristo, lo volevano complice de’ loro delitti ed errori, e non si peritavano all’uopo di mormorargli all’orecchio parole di minaccia! E resistere e respingere un potente che a mano armata scopertamente vi assale, è difficile; ma assai più difficile torna resistere e respingere le preghiere e le umili domande di chi si dice vostro amico e vostro figlio e vi tradisce. Quand’io considero le due prove della Chiesa, la prova del ferro e quella dell’oro: la prova delle persecuzioni e del sangue e la prova dei favori e delle protezioni e le confronto tra di loro, esclamo: – Entrambe sono terribili; ma la seconda è più terribile della prima, perché più insidiosa -. E la storia è là a dimostrarlo a luce meridiana. Ed anche questa prova vinse la Chiesa, spezzò le catene d’oro che le si volevano porre, gettò lungi da sé la porpora reale ed imperiale, onde la volevano coprire protettori sospetti, malfidi, pronti sempre a trasformarsi in oppressori. – Nessuna cosa è più cara a Dio della libertà della sua Chiesa, scrisse S. Anselmo, e questa sopra tutto Essa ama e vuole; è la sua vita e la sua forza e questa serbò di fronte agli incomodi suoi tutori, lasciando talora nelle loro mani stracciato il suo manto, come il casto giovane ebreo lasciò il suo nelle mani della ribalda moglie di Putifarre anziché fornicare con essa. Questo secondo periodo di protezione pericolosa va scomparendo pressoché dovunque per dar luogo al terzo, nel quale alcuni Stati sono entrati ed altri ben presto li seguiranno. I Magi, che vanno a Betlemme per adorare Gesù Cristo e offrirgli oro e incenso, trovano pochissimi imitatori tra i principi e i governi Cristiani. Essi amano meglio imitare il Sinedrio di Gerusalemme, raccolto da Erode, che sapeva dov’era Cristo e additò il luogo ai Magi, ma non fece un passo per andare a Lui, non un atto solo per riconoscere in Lui il suo Salvatore. La Società attuale va scrivendo sulla sua bandiera questa formula: – Separazione dello Stato dalla Chiesa -, della quale ben pochi comprendono il significato. Con questa formula la Società proclama la sua perfetta indifferenza in religione, e in sostanza dice: – La Società, come Società, lo Stato come Stato, non ho, non voglio, non debbo avere religione alcuna e perciò non debbo schierarmi né prò, né contro qualsiasi chiesa. Non è affare che mi riguardi. Io non la condanno, né la approvo, non la combatto, non la difendo, non la giudico nemmeno, né posso giudicarla. Lo Stato, come Stato, prescindo da qualunque religione e perciò faccio le mie leggi, che regolano l’istruzione pubblica, l’esercito, la magistratura, la beneficenza, l’amministrazione, i rapporti tra i cittadini d’ogni classe, come se non vi fosse religione alcuna. Questa è affare di coscienza, affatto interno, di cui ciascuno è giudice per conto proprio. Sono Cattolici? Sono mussulmani? Sono israeliti? Sono buddisti? Sono protestanti? Sono bramini? Sono atei? A me non importa e non me ne curo. Rispetto tutti: voglio la libertà per tutti; per me sono tutti eguali, sono tutti cittadini, e non altro che cittadini. Io accordo a tutti gli stessi diritti, la stessa eguaglianza, che già domandavano Tertulliano e S. Giustino. Ecco che cosa intendo per separazione dello Stato dalla Chiesa -. Primieramente ci sia lecito domandare ai fautori di questa libertà ed uguaglianza perfetta d’ogni religione, di questa parità assoluta d’ogni culto in faccia alla legge: la si osserva lealmente? Nella scuola vi era un Crocefisso, v’era l’immagine della Madre di Dio e quanti erano Cristiani Cattolici ve le volevano: è forse per ossequio alla piena libertà per tutti, che l’avete tolta? Si cominciava la scuola con la preghiera; voi l’avete soppressa. Vi si insegnava il Catechismo; voi ne l’avete sbandito. Vi si poteva pronunciare il nome di Dio; ora in molte scuole è vietato l’uso di questa voce benedetta; dite: è questa la libertà e parità d’ogni religione? Si solevano fare solenni processioni e si poteva pregare per le pubbliche vie; ora in molti luoghi è interdetto. È sacra la libertà della Chiesa di eleggere i suoi ministri; perché dunque voi, che non volete occuparvi di Religione, fate indagini se siano atti a predicare e compire gli uffici del ministero e li sottoponete alla vostra approvazione? È questa la separazione dello Stato dalla Chiesa? Perché escludere dalla pubblica beneficenza, da quasi tutti gli uffici civili, i ministri del culto, se per voi non vi sono ministri del culto, ma soli cittadini? A noi torna impossibile comporre siffatta condotta con la vantata libertà di tutte le religioni, con la teoria della separazione dello Stato dalla Chiesa. Conosciamo gli argomenti coi quali si studia di puntellare questa teoria. Un giorno ragionavo con un uomo di Stato, anima retta, modello di onestà, carattere nobilissimo, intelligenza pronta ed acuta, sostenitore convinto di questa teoria e credente Cattolico. – Noi, diceva egli con l’accento della più sincera persuasione, vogliamo la separazione della Chiesa dallo Stato. – Voi dunque, gli risposi, volete lo Stato senza alcuna religione, in altri termini, volete lo Stato, ossia la legge senza Dio, ateo. – Sì, lo stato ateo, la legge atea: ecco il nostro ideale! – Ma allora, dissi, dovreste avere e volere ateo, anche il paese. – No; io – soggiunse – non avrei lagrime bastevoli per deplorare la sventura del nostro popolo divenuto ateo. – Sta bene: ma come dare una legge atea ad un popolo non ateo? Un governo ateo al capo d’un paese non ateo? Non è possibile. – Io voglio ateo il governo e atea la legge perché sia rispettata la libertà e la religione di ciascuno. – Ma come volete – ripigliai – che un governo e una legge che non riconoscono religione alcuna e che per conseguenza tutte le disconoscono, possano poi rispettarle e farle rispettar tutte? – Così è, rispose; quelli che governano, ciascuno come cittadino privato, possono osservare quella religione che credono meglio; come uomini di governo, come uomini pubblici, non ne devono avere alcuna. – Ditemi: per voi l’ateismo è assurdo? – Ed egli: assurdissimo. – Ed io: e con un principio assurdissimo volete reggere uno Stato? Il massimo degli errori, qual è l’ateismo, può mai diventare la base dell’ordine, della giustizia, della sana politica? – Mi guardava e taceva. Ed io continuavo: L’individuo è egli tenuto moralmente di essere soggetto a Dio, di ubbidirgli e praticare la Religione che crede e sa venire da Lui? – E chi ne può dubitare? fu la sua risposta. – E perché, soggiunsi, non sarà tenuto a tutto questo l’individuo collettivo, cioè la Società e il governo, quale che sia la sua forma che la rappresenta e la regge? – Ed egli: L’individuo, sì; la società e il suo governo, no! Perché in tal caso il governo dovrebbe imporre la Religione anche a chi non la vuole e andremmo diritti alla Inquisizione. – Ed io: No, non si va alla Inquisizione, perché il governo, professando esso la Religione, non può, non deve imporla mai a chicchessia con la forza. – Ed egli: Se lo stato e il governo, come stato e governo riconoscono e professano la Religione, la devono imporre, e mettere fuori della legge chi non la crede e non la osserva. – Ed io: Non mai; la riconosca, la professi, la difenda nella misura della prudenza e delle sue forze, ma non costringa un solo cittadino a fare atto di ipocrisia. – Ed egli: i diritti religiosi dei cittadini sfuggono all’azione dello Stato; esso non deve immischiarsene; se lo fa, esce dal suo campo. – Ed io: Se questi diritti rimanessero chiusi nel santuario del pensiero, della volontà e della coscienza, direste bene; ma essi naturalmente si svolgono negli atti esterni della Gerarchia e della professione, del culto, delle leggi religiose in mille modi. E se voi, uomini del governo, avete il dovere di rispettare e difendere i miei diritti di proprietario, di padre, di figlio, di cittadino, perché non avrete il dovere di rispettare e difendere i miei diritti religiosi, che mi sono più cari dei civili? Perché mi assicurate questi e non volete occuparvi di quelli? – Ed egli: perché i diritti civili spettano a noi; i religiosi spettano ad un’altra autorità; essa vi provveda! – Ed io: Ma questa autorità divina e religiosa sta sopra voi pure, perché Dio sta sopra noi tutti; se dunque vi impone di riconoscere e difendere questi diritti, come potrete voi rifiutarvi? Se la Religione è vera e d’un interesse sovrumano e comune, come potrete passarvene col dire: non ce ne curiamo? È dovere di tutti difendere nei modi possibili e convenienti la verità. – Negli uomini di Stato vi sono due persone, il cittadino magistrato od uomo pubblico, e il Cristiano, se sono Cristiani: il Cristiano è in Chiesa e, se gli pare, negli atti della vita privata: nel cittadino magistrato od uomo pubblico non c’è che l’uomo di Stato, come nel giudice cessa il padre, il marito, l’ingegnere, il ricco e via dicendo, e non esiste che il giudice. – Ed io: Che gli uomini di Stato vestano doppia persona, lo concedo; che siano distinte le due qualità, è vero, è giusto; ma che siano separate e l’una possa operare contrariamente all’altra, non mai. L’uomo è sempre un solo e i suoi doveri e diritti devono armonizzarsi, non opporsi. L’uomo sui seggi del potere non è più soggetto a Dio? Là cessa forse di essere Cristiano? Entrando nell’aula dei legislatori può egli pigliare la sua coscienza e appenderla sulle pareti dell’atrio per ripigliarla uscendo e riportarla in casa e in Chiesa? La verità è sempre verità, in casa, sulla via, in piazza, nel Parlamento, in Chiesa, dovunque e non è mai lecito rinnegarla od offenderla in qualsiasi luogo e tempo. Non dividiamo ciò che è essenzialmente uno: l’uomo ed il Cristiano. Non potremo mai separarlo in due per darne la metà a Dio e l’altra metà al mondo, per mandarne una metà in cielo e l’altra metà gettarla nell’inferno. Tutto l’essere nostro viene da Dio e a Dio tutto e sempre deve servire. Sono verità d’una evidenza matematica –. Il mio nobile interlocutore sorrise e pose fine alla conversazione, separandoci più amici di prima. Parmi di avere messo in luce abbastanza chiara la contraddizione del principio oggidì in voga della separazione dello Stato dalla Chiesa. Esso ha già fatto in alcuni Stati le sue prove e sono riuscite infelici e giova credere che molti dalla rea natura dei frutti conosceranno la rea natura dell’albero che li produce. – Là dove se ne fece la esperienza la Chiesa non ebbe a soccombere, anzi se ne trovò men male che là dove in compenso d’una protezione accordata ad oncia ad oncia le si chiedeva il sacrificio d’una parte della sua libertà. Se non che per molti e chiari indizi si fa manifesto che il principio della separazione dello Stato dalla Chiesa va guadagnando terreno e secondo ogni verosimiglianza in un tempo forse non lontano sarà universalmente attivato nelle nostre Società informate alla moderna libertà. Il grido, che ci si fa udire qua e là in alto e in basso, dagli uomini della politica e dagli agitatori della moltitudine: “Noi non abbiamo a che fare con la Chiesa; la società civile deve essere puramente laica; noi pensiamo a noi, e la Chiesa pensi a sé; non persecuzioni, non protezioni per qualsiasi religione, ma libertà per tutte; noi faremo da noi e la Chiesa faccia da sé”. – Questo grido diventerà universale e diventerà la parola d’ordine del secolo futuro. Sarà una prova novella per la Chiesa e una solenne ingiustizia della Società moderna. Questa società, nata e cresciuta all’ombra della Chiesa, fatta grande dal soffio divino del Vangelo, aveva l’obbligo d’essere grata alla Chiesa, d’essere la proteggitrice e propagatrice del Vangelo; questa società, che ha conosciuta e proclamata da tanti secoli divina la Religione Cristiana e la Chiesa, che la concreta in sé, aveva il dovere di farsene la discepola fedele, la figlia amorevole e per conseguenza la difenditrice risoluta nel limite voluto dai tempi e dalle condizioni speciali della società stessa. Oggi non vuole più essa adempire i suoi doveri di gratitudine e di giustizia? Ora ai suoi occhi si devono pareggiare l’errore e la verità, il Cattolicismo, il protestantismo, il mussulmanismo, tutte le religioni? Per questa Società alla Madre antica, la Chiesa Cattolica, è fatta la stessa condizione che alle usurpatrici dei suoi titoli e al suo diritto di Sposa unica di Cristo? È una offesa atroce, una umiliazione senza nome per una madre l’essere disconosciuta dai suoi figli; ma Essa, fidente nel suo diritto e nella sua forza divina, entrerà animosa nel nuovo campo che le si apre dinanzi. Vinse i nemici armati a suoi danni; vinse i protettori, congiunti a farla schiava; più facilmente vincerà quelli che professano di non volerla aiutare e nemmeno combattere, gli uomini della sistematica indifferenza. – Anzi dalla nuova condizione di cose, che le si apparecchiano, la Chiesa troverà non lievi vantaggi: Ella mostrerà una volta di più al mondo che la sua origine e conservazione, non viene dalle forze umane che le sono sottratte, ma dall’alto, da Dio stesso. Più: Essa sapendo di non poter contare sulle forze degli nomini, sugli aiuti delle leggi e dei governi della terra, domanderà alla scienza, alla virtù, alla santità, alla propria energia, quei presidii terreni che le vengono meno, e non dubitate, la perdita si muterà in guadagno. Una cosa sola la Chiesa domanda ed esige dai principi, dalle repubbliche e dai governi, che vogliono fare pieno divorzio da Lei e levano alta la bandiera, su cui sta scritto: – Separazione dello stato dalla Chiesa; libertà eguale per tutti – ed è, che questa separazione dello stato dalla Chiesa sia sincera e franca e non si risolva nell’assorbimento di questa nello stato; che la libertà eguale per tutti sia vera, stabile, leale, amplissima, in casa, nella scuola, sulla piazza, nel tempio, fuori del tempio, negli uffici privati e pubblici, dalla culla al cimitero. Ritirate pure, o legislatori, i vostri privilegi e la vostra protezione, dalla quale spesso sentimmo più che i benefici, i danni e gli incomodi; protezione che talora ci rendeva quasi solidali dei vostri errori e delle vostre colpe; lasciateci la libertà comune, quella che Giustino, Tertulliano e i primi Apologisti chiedevano agli Imperatori pagani. La Chiesa non ha paura della libertà vera, ma solo della schiavitù, perché sa che nelle lotte tra la verità e l’errore, quella è facilmente vincitrice, se questo non trovi l’alleanza della forza. Lo vinse alleato alle maggiori forze della terra; come non lo vincerebbe abbandonato a se stesso? Se un giorno (e forse può essere vicino), se un giorno, voi, reggitori di popoli, [oggi tutti, “TUTTI”, adoratori prostrati alle logge massonico-giudaiche -ndr. -], dopo aver compiuto il vostro divorzio dalla Chiesa, atterriti dalle procelle, che rumoreggiano sul vostro capo, che minacciano di sommergere la vostra nave, giuoco dei flutti, chiederete l’opera della Chiesa, fin d’ora Essa vi dice che potete contare sopra di lei; Essa, obliando il divorzio invocato e consumato, volerà al vostro soccorso. V’era una madre: aveva un figlio: lo aveva nutrito del suo latte, istruito sulle sue ginocchia, accarezzato, coperto di baci: lo amava senza misura: crebbe il figlio, bello, robusto, pieno d’ingegno, divenne ricco, potente, era l’orgoglio legittimo della madre, che lo seguiva dovunque con l’occhio e più col cuore. Ma il figlio, fatto adulto, pervenuto al pieno sviluppo delle sue forze, si inorgoglì, aperse il cuore ad amori colpevoli, amici corrotti lo allontanarono dalla madre, la cui presenza suonava rimprovero e le cui parole di consiglio, di preghiera, di ammonimento svegliavano rimorso e spargevano di assenzio i mal gustati piaceri. Un giorno, stanco della presenza e delle affettuose correzioni della madre, la cacciò, le volse le spalle, le disse ingiurie e non la volle più vedere. Continuò la mala via: diede fondo al ricco patrimonio, fu abbandonato dagli amici seduttori e complici delle sue tresche e si vide ridotto sopra un miserabile giaciglio. La madre lo seppe, dimenticò tutto, corse presso il figlio, lo curò, lo guarì, lo rivesti, gli rifece il patrimonio dissipato. Fratelli carissimi! In questo figlio, simile in tutto al prodigo figliuolo, voi vedete raffigurato lo stato moderno: in questa madre, piena d’amore, voi vedete adombrata la Chiesa. La prima parte della storia è ornai al suo termine: i nostri figli e nipoti vedranno compiersi la seconda.

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps LXXI:10-11
Reges Tharsis, et ínsulæ múnera ófferent: reges Arabum et Saba dona addúcent: et adorábunt eum omnes reges terræ, omnes gentes sérvient ei.
[I re di Tharsis e le genti offriranno i doni: i re degli Arabi e di Saba gli porteranno regali: e l’adoreranno tutti i re della terra: e tutte le genti gli saranno soggette.]

Secreta
Ecclésiæ tuæ, quǽsumus, Dómine, dona propítius intuere: quibus non jam aurum, thus et myrrha profertur; sed quod eisdem munéribus declarátur, immolátur et súmitur, Jesus Christus, fílius tuus, Dóminus noster: [Guarda benigno, o Signore, Te ne preghiamo, alle offerte della tua Chiesa, con le quali non si offre più oro, incenso e mirra, bensì, Colui stesso che, mediante le medesime, è rappresentato, offerto e ricevuto: Gesù Cristo tuo Figlio e nostro Signore:

Communio
Matt II: 2
Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum.
[Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni ad adorare il Signore.]

Postcommunio
Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quæ sollémni celebrámus officio, purificátæ mentis intellegéntia consequámur.
[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che i misteri oggi solennemente celebrati, li comprendiamo con l’intelligenza di uno spirito purificato.]

 

MESSA DI CAPODANNO (2019)

MESSA DI CAPODANNO

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Isa IX: 6
Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consílii Angelus. [Ci è nato un bambino, ci è stato dato un figlio, il cui impero poggia sugli ómeri suoi: e il suo nome sarà: Angelo del buon consiglio.
Ps XCVII: 1
Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit. Cantate al Signore un cantico nuovo: perché ha fatto cose mirabili.
Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consílii Angelus. [Ci è nato un bambino, ci è stato dato un figlio, il cui impero poggia sugli ómeri suoi: e il suo nome sarà: Angelo del buon consiglio.]

Oratio
Orémus.
Deus, qui salútis ætérnæ, beátæ Maríæ virginitáte fecúnda, humáno géneri praemia præstitísti: tríbue, quǽsumus; ut ipsam pro nobis intercédere sentiámus, per quam merúimus auctórem vitæ suscípere, Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum:  [
O Dio, che mediante la feconda verginità della beata Maria, hai conferito al genere umano il beneficio dell’eterna salvezza: concédici, Te ne preghiamo: di sperimentare in nostro favore l’intercessione di Colei per mezzo della quale ci fu dato di ricevere l’autore della vita: il Signore nostro Gesú Cristo, tuo Figlio:]

Lectio
Léctio Epístolæ beati Pauli Apóstoli ad Titum.
Tit II: 11-15
Caríssime: Appáruit grátia Dei Salvatóris nostri ómnibus homínibus, erúdiens nos, ut, abnegántes impietátem et sæculária desidéria, sóbrie et juste et pie vivámus in hoc saeculo, exspectántes beátam spem et advéntum glóriæ magni Dei et Salvatóris nostri Jesu Christi: qui dedit semetípsum pro nobis: ut nos redímeret ab omni iniquitáte, et mundáret sibi pópulum acceptábilem, sectatórem bonórum óperum. Hæc lóquere et exhortáre: in Christo Jesu, Dómino nostro.

OMELIA I

CIRCONCISIONE

IL PROGRAMMA DELLA NOSTRA VITA

[A, Castellazzi: Alla Scuole degli Apostoli. Ed. Artigian. Pavia, 1929 – imprim. ]

“Carissimo: La grazia di Dio nostro Salvatore si è manifestata per tutti gli uomini, insegnandoci che, rinunciata l’empietà e i desideri mondani, viviamo con temperanza; con giustizia e con pietà in questo mondo, in attesa della beata speranza e della manifestazione gloriosa del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo; il quale ha dato se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità, e formarsi un popolo puro che gli fosse accetto, zelante delle buone opere. Così insegna ed esorta in Cristo Signor nostro” (Tit. II, 11-15). –

Quando S. Paolo si recò nell’isola di Creta col suo discepolo e collaboratore Tito, vi trovò parecchi gruppi di Cristiani, che non erano organizzati in una gerarchia regolare. Non potendo l’Apostolo trattenersi a lungo nell’isola, vi lasciò Tito a organizzare quella Chiesa. Più tardi gli scrive una lettera. In essa gli dà norme da seguire nell’adempimento del suo ufficio pastorale rispetto agli uffici ecclesiastici, ai doveri delle varie classi di persone e ai doveri generali dei Cristiani. Nel brano riportato, avendo prima stabiliti i doveri secondo i differenti stati, reca la ragione per la quale i Cristiani sono tenuti a questi doveri. Sono tenuti perché Dio, che nella sua bontà è sceso dal cielo per tutti, ha insegnato a tutti a rinunciare all’empietà e ai desideri del secolo per vivere nella moderazione, nella giustizia, nell’amor di Dio. Così vivendo saranno consolati dalla presenza della venuta del Redentore, il quale ha dato in sacrificio se stesso per riscattarci dal peccato, e così formare di noi un popolo veramente eletto, tutto dato alle buone opere. Sul cominciare dell’anno la Chiesa ripete a noi questo insegnamento, per esortarci a vivere secondo:

1. Pietà,

2. Temperanza,

3. Giustizia.

1.

 L’Incarnazione e la vita su questa terra del Figlio di Dio, sono una scuola efficacissima per tutti gli uomini. « Tutta la sua vita mortale — dice S. Agostino — fu una scuola di ben vivere per mezzo della natura umana che si è degnato di assumere» (De vera Relig. 16, 32). In primo luogo Gesù Cristo ci insegnò che per attendere la beata speranza dobbiamo aver rinunciata l’empietà e i desideri mondani. – Nella religione pagana, che i novelli Cristiani avevano abbandonata, il culto della verità non esisteva. Si aveva qualche conoscenza di Dio, ma non si adorava come Dio. Il culto che gli si prestava era superstizioso quando non era immorale. Dell’ultimo fine dell’uomo si aveva un’idea sbagliata. Non si cercava tanto di condurre una vita terrena, che fosse preparazione alla vita celeste, quanto di godere quaggiù più che fosse possibile, come se tutto dovesse finire in questa valle di lacrime. Non si alzava a Dio la mente, la quale non sapeva sollevarsi da quanto cadeva sotto gli occhi. Tra queste dense tenebre di errori e di corruzione apparve Gesù, sapienza increata, che insegnò la vera dottrina rispetto a Dio uno ed eterno: che ci manifestò le verità che riguardano la seconda vita; ne indirizzò le menti e i cuori a Dio, nostro principio e nostro fine. – I novelli convertiti avevano rinunciato alle dottrine empie del paganesimo, ma ciò non era tutto. L’edificio vecchio dell’empietà era stato demolito, e al suo posto bisognava innalzare l’edificio della pietà. Quanti esempi ci ha lasciato Gesù Cristo in proposito! A dodici anni sale al tempio con Maria e con Giuseppe per la solennità di Pasqua. Terminata la solennità, rimane in Gerusalemme. Quando, dopo tre giorni di ricerche, Maria e Giuseppe lo ritrovano, al lamento della Madre Gesù risponde: « Perché mi cercavate? Nulla sapevate che io devo attendere a ciò che riguarda il Padre mio? » (Luc. II, 49). E come attendeva Gesù in quei giorni alle cose del Padre suo? Stando nel tempio seduto in mezzo ai dottori in atto di ascoltarli e interrogarli. Grande scuola di pietà pei fanciulli, i quali dall’apprendimento delle cognizioni profane non devono disgiungere l’apprendimento delle cognizioni divine. Appena la loro mente si apre devono incominciare a interessarsi della loro sorte celeste, a conoscer Dio, a conoscere la sua volontà. Grande scuola anche per gli adulti. L’obbligo di interessarsi di Dio, del nostro ultimo fine incomincia alla soglia, della vita, e non cessa che alla nostra partenza da questo mondo. Se le verità che riguardano Dio le abbiam dimenticate, bisogna richiamarle alla mente con lo studio del Catechismo, con la frequenza alle prediche. – Interessarsi di Dio vuol dire procurare la sua gloria. Questa procurò sempre Gesù in tutta la sua vita. E la sera che precedette la sua passione poteva dire : «Padre, io ti ho glorificato sulla terra» (Giov. XVII, 4). Noi possiamo dar gloria a Dio mostrandoci Cristiani pubblicamente, edificando gli altri con la frequenza ai santi Sacramenti, con la pratica degli esercizi di pietà. Interessarsi di Dio vuol dire intrattenersi con Lui mediante la preghiera. Gesù Cristo, che ci ha insegnato ed esortato a pregare con la parola, ci ha anche grandemente confortato alla pratica della preghiera col suo esempio. Egli prega nel tempio e prega sul monte quando ha cessato di ammaestrare le turbe. Prega nel deserto e prega nella gloria della trasfigurazione; prega di giorno e prega di notte. Prega quando risuscita Lazzaro, quando istituisce l’Eucaristia. Con la preghiera incomincia e chiude la sua passione. In una parola, Egli ha praticamente dimostrato come «bisogna pregar sempre, senza stancarsi mai» (Luc. XVIII, 1).

2.

E ‘ naturale che nella religione pagana l’uomo non fosse portato alla rinuncia, al sacrificio. Il piacere, l’accontentamento delle passioni non vi trovavano ostacolo alcuno. Tutt’altro, invece, è nella Religione Cristiana. Gesù Cristo venne su questa terra a darci insegnamenti ed esempi affatto opposti agli insegnamenti e agli esempi pagani. Egli è venuto a insegnarci che rinunciati i desideri mondani viviamo con temperanza. Si tratta di una vera riforma della vita. Non solo bisogna voltare la schiena alle antiche abitudini: bisogna formarsi abitudini nuove. Uno può voltare la schiena alle antiche abitudini, senza allontanarsene troppo. Senza staccare da esse il cuore. È un addio forzato col desiderio, se non sempre con la speranza, dell’a rivederci. Non siamo noi che ci distacchiamo da ciò che domina in questo mondo: sono spesso le circostanze che ce ne staccano: sono questi beni apparenti che spesso ci abbandonano, lasciando noi nell’amarezza. Questa non è la sobrietà e la temperanza insegnataci da Gesù Cristo e dai suoi Apostoli. Gesù Cristo ci ha insegnato la rinuncia ai desideri sregolati dei beni di questo mondo. E rinuncia vuol dire staccarsene senza rimpianto, e senza desiderio di ritornarvi. Rinuncia vuol dire essere pronto a sostenere qualunque sforzo, a impegnarsi in un combattimento lungo e faticoso, a provare avversione per ciò che prima si amava, ad amare e praticare ciò che prima si odiava. « Gesù Cristo ci ha redenti, affinché, conducendo una vita illibata e ricca di buone opere possiamo divenire eredi del regno di Dio» (Ambrosiaster, in Ep. ad Tit.. cap. II, v. 11). Il Cristiano che vuol conseguire l’eredità del regno celeste, deve saper porre un freno alle proprie tendenze; altrimenti non riuscirà a condurre una vita illibata, ad arricchirsi di buone opere. Senza la temperanza saremo ben presto travolti dalle passioni. La malerba cresce presto: tagliata, ricompare ben tosto. Le passioni, anche rintuzzate, rialzano subito il capo. L’odio, la superbia, l’avarizia, la lussuria, la gola si fanno sentire a nostro dispetto. Che avverrà se, invece di combatterle con la mortificazione ne porgiamo loro alimento, con l’assecondarle? Presto ci prenderanno la mano e ci trasporteranno dove esse vogliono. – Tanto, coloro che non sanno mai porre un limite alle loro brame non possederanno mai neppure su questa terra il godimento che vanno immaginandosi. Un viandante si propone di arrivare a quell’altura che si presenta al suo sguardo. Quando vi è giunto vede che, dopo uno spazio più o meno esteso di terreno piano, si trova un’altra altura. Non si dà pace finché non ha raggiunta anche quella. Arrivato vi vede ripetersi la scena di prima. Nuova altura, e dopo quella un’altra ancora, ed egli è inquieto perché non può raggiungerle tutte. Così, coloro che non sanno mai mettere un limite ai loro desideri, che non sanno imporsi delle privazioni saranno sempre malcontenti e irrequieti per le disillusioni che provano. I volti sereni, l’allegria schietta, che è il riflesso della pace dell’anima, si cercherebbero invano tra coloro che si fanno un idolo del ventre, degli onori, delle ricchezze, dei piaceri. Chi vuol trovarli li deve cercare tra coloro che sanno porsi un freno nell’uso dei beni di questa vita, e sanno moderare le loro voglie.

3.

Gesù Cristo ci ha anche insegnato a vivere con giustizia rispetto al prossimo. Questa giustizia richiede « che nessuno desideri ciò che è del prossimo » (S. Efrem). Molto più richiede che non si tolga ciò che è del prossimo. Richiede che non gli tolgano i beni materiali coi furti, con le appropriazioni indebite, con le dannificazioni, con le frodi, con la sottrazione della paga dovuta, col non mettersi in grado di pagare i debiti ecc. Richiede che non gli si tolgano i beni morali con le calunnie, con le mormorazioni, con le critiche ingiuste, con le insinuazioni. Richiede che non gli si tolgano i beni spirituali con il cattivo esempio, con la propaganda dell’errore, con toglierlo alle pratiche di pietà, con avviarlo alle usanze mondane. – L’uomo è creato per vivere in società. La vita sociale ha molti privilegi; ma, si sa: ogni diritto ha il suo rovescio. La vita sociale porta con sé anche i suoi pesi. Caratteri perfettamente uguali non si trovano. Ogni creatura ha la sua natura. E questo basta perché possano sorgere dissensi, contrasti tra coloro che, o per un motivo o per un altro, si trovano a contatto. Lo spirito della giustizia vuole che in questi casi non si abbia a scendere a liti o a recriminazioni. « Gli uni portate i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo », ci dice l’Apostolo (Gal. VI, 2). I l quale ancor più chiaramente dice ai Corinti: « In tutti i modi è già un mancamento l’aver delle liti gli uni con gli altri. E perché piuttosto non sopportate qualche ingiustizia? Perché piuttosto non soffrite qualche danno? » (I Cor. VI, 7). Invero se domandiamo a Dio che sopporti noi, è troppo giusto che noi sopportiamo gli altri. Sentiamo l’Ecclesiastico: «Un uomo nutre lo sdegno contro un altr’uomo, e chiede che Dio lo guarisca? Egli non usa misericordia verso il suo simile, e chiede perdono de’ suoi peccati? Egli che è carne conserva rancore, e chiede che Dio gli sia propizio?» (Eccli XXVIII, 3-5). – È spirito di giustizia non restringere la mano quando si tratta di soccorrere i fratelli bisognosi. La solennità di quest’oggi c’insegna che Gesù Cristo ha dato per noi il suo sangue. E noi, seguaci di Gesù Cristo, non faremo cosa straordinaria se daremo al nostro prossimo un po’ di quei beni, che Dio ci ha largiti. Dovessimo dare al nostro prossimo tutto quanto possediamo non daremo mai quanto a noi ha dato Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità. Non lesiniamo nel dimostrare la nostra giustizia verso il prossimo, se vogliamo sperare l a manifestazione gloriosa del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo. « Chiunque, pertanto, vuol pervenire al regno celeste, viva con temperanza verso se stesso, con giustizia verso il prossimo, con pietà perseverante verso Dio» (S. Fulgenzio, De remiss. Pacc. L. 1 c. 23). Cominciamo subito da quest’oggi a mettere in pratica questo programma affinché, se il Signore volesse chiamarci al rendiconto nel corso di quest’anno, in qualunque momento ci chiami abbia a trovarci pronti.Mons. Francesco Iannsens, Vescovo di Nuova Orleans, venerato dai suoi figli come un santo, viaggiando sopra un piroscafo alla volta d’Europa, è colpito improvvisamente dalla morte. Non gli rimane che il tempo di inginocchiarsi in cabina e dire: «Mio Dio, v i ringrazio che son pronto» (La Madre Francesca Zaverio Cabrini; Torino 1928, p. 144-45). Che d’ora innanzi la nostra vita sia tale, da poter anche noi dare questa risposta alla divina chiamata, in qualunque momento e in qualunque circostanza si faccia sentire!

Graduale
Ps XCVII: 3; 2
Vidérunt omnes fines terræ salutare Dei nostri: jubiláte Deo, omnis terra.
V. Notum fecit Dominus salutare suum: ante conspéctum géntium revelávit justitiam suam. Allelúja, allelúja.

[Tutti i confini della terra videro la salvezza del nostro Dio: acclami a Dio tutta la terra.
V Il Signore ci fece conoscere la sua salvezza: agli occhi delle genti rivelò la sua giustizi. Alleluia, alleluia.]

Heb I: 1-2
Multifárie olim Deus loquens pátribus in Prophétis, novíssime diébus istis locútus est nobis in Fílio. Allelúja. [Un tempo Iddio parlò in molti modi ai nostri padri per mezzo dei profeti, ultimamente in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio. Allelúia.]

Evangelium

Munda cor meum, ac labia mea, omnípotens Deus, qui labia Isaíæ Prophétæ cálculo mundásti igníto: ita me tua grata miseratióne dignáre mundáre, ut sanctum Evangélium tuum digne váleam nuntiáre. Per Christum, Dóminum nostrum. Amen.
Jube, Dómine, benedícere. Dóminus sit in corde meo et in lábiis meis: ut digne et competénter annúntiem Evangélium suum. Amen.
Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Lucam.

Luc II: 21
In illo témpore: Postquam consummáti sunt dies octo, ut circumciderétur Puer: vocátum est nomen ejus Jesus, quod vocátum est ab Angelo, priúsquam in útero conciperétur.

OMELIA II.

Circoncisione — Battesimo — Nome di Gesù.

[Mons. G. Bonomelli, Misteri Cristiani, Queriniana ed. Brescia, 1898, . imprim.]

« Come furono compiuti gli otto giorni, per circoncidere il bambino, gli fu posto nome Gesù, come era stato chiamato dall’Angelo, prima di essere concepito nel seno » (S. Luca II 21).

In questo solo e non lungo versetto si contiene la lezione evangelica, che or ora solennemente si cantava e che la Chiesa ci mette innanzi affinché la meditiamo: se brevissima è la lezione evangelica, alto e gravissimo ne è il significato. Arte mirabile e veramente divina sapienza è questa della Chiesa di tener sempre viva nella mente de’ suoi figliuoli la memoria dei misteri principali della fede; misteri che si incontrano tutti e insieme si svolgono nella adorabile Persona di Gesù Cristo e a vari intervalli troviamo sparsi lungo la via dell’anno liturgico. Otto giorni or sono la Chiesa piena di gioia ci invitava a contemplare il divino Infante nella spelonca di Betlemme e a riconoscerlo ed adorarlo coi pastori; oggi ci chiama ancora a Betlemme, in quella stessa spelonca, giacché sembra che in questi otto giorni nessuno gli avesse offerto un asilo meno disagiato per assistere al doloroso rito della Circoncisione, alla quale gli piacque sottoporsi. Fra sei giorni lo rivedremo ancora in atto di ricevere gli omaggi dei primi credenti gentili, i Magi. Si direbbe che la Chiesa lungo il cammino che i suoi figliuoli devono percorrere, qua e là innalza alcune colonne, sulle quali sta scritta una pagina della vita del suo sposo, il Salvatore del mondo. I popoli, ivi passando, si fermano alcun poco, levano gli occhi, leggono quella pagina, pensano al divino Maestro, ricordano la sua vita e i suoi esempi, e, ristorate le forze, più, lieti ed animosi ripigliano la via, che dalla terra della schiavitù, l’Egitto, attraverso alle ardenti sabbie del deserto, conduce alla terra promessa, alla terra dove scorre latte e miele. – Nel corso dell’anno ecclesiastico è questa la seconda colonna, che troviamo. Che cosa vi leggiamo noi, o carissimi? Due sole parole, ma feconde di preziosi insegnamenti: Circoncisione e il nome di Gesù. Arrestiamoci un poco ai piedi di questa colonna e meditiamole con religiosa attenzione. – « Come furono compiuti gli otto giorni per circoncidere il Bambino, gli fu posto nome Gesù, com’era stato chiamato dall’Angelo prima d’essere concepito nel seno ». In questa sentenza evangelica, come dissi, due cose distinte sono accennate, la Circoncisione e il nome di Gesù, che il Bambino celeste ricevette nello stesso tempo; su queste due cose fermeremo le nostre considerazioni. – (In questo luogo S. Luca non dice veramente che Gesù ricevesse la Circoncisione, ma solo che erano compiuti gli otto giorni, nei quali doveva riceverlo; ma la maniera di scrivere dell’Evangelista congiunta alla tradizione costante, unanime ed universale e suggellata con la festa, che si celebra, ci dà la certezza assoluta che Gesù Cristo fu circonciso. – Il rito della Circoncisione si poteva compiere da chiunque, in qualunque luogo, e perciò possiamo credere che Gesù la ricevesse nel luogo stesso, dove nacque e da Giuseppe come pensano alcuni Padri.) – Che cosa era la Circoncisione, che la legge mosaica imponeva soltanto ai bambini di sesso maschile? Era un taglio doloroso, che si faceva sul corpo del bambino, od anche dell’uomo adulto, allorché questo voleva essere ascritto tra i figli di Abramo e abbracciare la legge mosaica. Quando fu essa istituita? Allorché Iddio fece ad Abramo la solenne promessa, che in lui sarebbero benedette le genti tutte e che dalla sua progenie verrebbe il Salvatore del mondo. Più tardi poi Mosè determinò il tempo, cioè l’ottavo giorno dopo la natività, stabilì i particolari del rito e la pena terribile per chi non l’avesse compiuto. Il rito della Circoncisione fu in uso non solo presso i Giudei, ma presso altri popoli d’Oriente e in parecchi luoghi è osservata anche al giorno d’oggi, come assicurano di alcune tribù selvagge d’Africa viaggiatori degni di fede. Quale fu il fine di questo rito e quale il suo significato? Dio chiamò Abramo: gli fece magnifiche promesse, come apprendiamo dai Libri Santi, somma delle quali ch’egli sarebbe padre d’un gran popolo, dal quale sarebbe nato il Messia, l’Uomo – Dio, il riparatore del genere umano: Abramo rispose fedelmente alla chiamata e non venne mai meno nelle più dure prove: tra Dio ed Abramo avvenne come un Patto sacro e simbolo di questo Patto fa la Circoncisione, e ciò apparisce ripetutamente dalla dottrina dell’Apostolo. Oltre di che una società religiosa è simile ad un esercito, ad un corpo qualunque ordinato. Trovate voi un corpo, una società, un esercito, un regno, un impero, una repubblica senza un segno qualunque, una bandiera, intorno alla quale i singoli membri si raccolgano e si rattestino? No, per fermo; similmente la Religione mosaica domandava un segno visibile, che la distinguesse dalle altre e sotto il quale, quasi vessillo, si stringesse. Questo segno fa dato da Dio, accolto prima da Abramo e sancito qual legge fondamentale da Mosè. Chi non era circonciso presso gli Ebrei era fuori della Sinagoga, era gentile, come presso di noi Cristiani chi non ha ricevuto il Battesimo è infedele. Il perché non deve recare meraviglia che i Padri, seguendo l’insegnamento di S. Paolo, abbiano considerata la Circoncisione come una figura ed un simbolo del Battesimo cristiano: e in vero non pochi, né oscuri sono i punti di somiglianza tra i due riti sacri. – La Circoncisione fu istituita da Dio, Autore dell’Antico Patto, il Battesimo fu istituito dall’Uomo – Dio, Gesù Cristo, Autore del Nuovo Patto; la Circoncisione imprimeva nel corpo un segno indelebile, il Battesimo lo imprime nell’anima: la Circoncisione si riceveva una sola volta e una sola volta si riceve il Battesimo: quella si poteva dare dal Sacerdote e dal laico e questo si può amministrare validamente da qualunque persona anche infedele. La Circoncisione non conferiva la grazia per virtù propria ma era segno ed eccitamento della fede, che giustificava: il Battesimo è segno e insieme strumento, o mezzo infallibile della grazia: per la Circoncisione il bambino e l’adulto che la riceveva, diventava figlio di Abramo, membro della Sinagoga: pel Battesimo il bambino e l’adulto diventa membro della Chiesa e figlio adottivo di Dio. Ben a ragione dunque la Circoncisione giudaica fu sempre considerata come una figura del nostro Battesimo. E perché dunque, mi domanderete voi, perché dunque Gesù Cristo volle sottoporsi alla Circoncisione, Egli che era la stessa santità e veniva per abolirla? Per quelle stesse ragioni per le quali osservò più tardi tutte l’altre prescrizioni della legge mosaica e che sono con tanta accuratezza indicate dai Padri. Ricevendo la Circoncisione, Gesù Cristo riconobbe la sua origine divina e con essa tutta la economia mosaica: ci diede un esempio efficacissimo di ubbidienza alle leggi, anche quando impongono gravi sacrifici e tal era senza dubbio la Circoncisione; essa era una implicita confessione del peccato, a cui tutti i figli di Adamo erano e sono soggetti; e Gesù Cristo, che veniva per assumerne la pena ed espiarla in se stesso, che volle avere la somiglianza dei peccatori – In similitudinem carnis peccati – volle altresì la Circoncisione. V’ha di più; Gesù Cristo veniva per ammaestrare gli uomini e prima i fratelli suoi, secondo la carne, gli Ebrei, e più volte lo disse nel santo Vangelo: Era dunque necessario che rimuovesse da sé tutto ciò che in qualsiasi modo rendeva la sua parola meno accetta agli Ebrei; ora s’Egli non fosse stato circonciso, naturalmente lo avrebbero respinto come un gentile e questo solo sarebbe bastato a far sì che turassero le orecchie alle sue parole e l’avessero in abbominazione. Altro motivo e nobilissimo Egli ebbe di volere per sé la Circoncisione del corpo quale figura della Circoncisione del cuore, che si può dire il fondo dell’insegnamento pratico del Vangelo; ma di questo argomento a maggior agio ragioneremo altrove. Dissi che la Circoncisione mosaica, alla quale Gesù Cristo in questo giorno con esempio sublime di umiltà, di abnegazione e di amore al patire volontariamente si sottomise, è figura del nostro Battesimo e ne accennai le ragioni. Non vi paia dunque cosa strana, che qui tocchi alcune verità troppo necessarie intorno al Battesimo e vi metta in guardia contro certi abusi e pregiudizi, che sventuratamente si aprono la via nella nostra società cristiana. – Era legge inviolabile presso gli Ebrei che ogni bambino maschio ricevesse la Circoncisione ed era stato determinato il giorno ottavo dopo il nascimento. Non uno dei figli d’Israele violava la legge. Ora, non Mosè, ma Cristo, nella forma più solenne ha stabilito, che ogni uomo, senza distinzione di sesso, d’ età o di condizione riceva il Battesimo: non Mosè, ma Cristo ha chiaramente stabilito, che chi non riceve il Battesimo, è fuori della sua Chiesa, è già giudicato e condannato: udite « In verità, in verità ti dico, che se alcuno non è nato d’ acqua e di spirito non può entrare nel Regno di Dio » (S. Gio. III, 5). E ancora « Chi avrà creduto e sarà stato battezzato, sarà salvo; ma chi non avrà creduto (e non sarà battezzato) sarà condannato » (San Marco, XVI, 16). A questa legge assoluta, sancita da Cristo stesso, nessuno può sottrarsi: non gli adulti, che la conoscono e la devono osservare: non i bambini, ai quali devono provvedere i loro genitori e che per essi devono rispondere dinanzi a Dio finché i bambini non sono arbitri di se medesimi.

1) Non occorre il dirlo, la condanna eterna a chi non riceve il S. Battesimo è intimata soltanto a quelli che ne conoscono l’obbligo e la necessità, come è manifesto dalle parole di nostro Signore, che dice: « Predicate ad ogni creatura: chi avrà creduto e sarà battezzato ecc. ». Dunque si parla degli adulti, che prima devono essere istruiti, devono credere, e poi, come conseguenza del credere, ricevere il Battesimo. Ora che vediamo noi, o carissimi fratelli? Lo dico con profondo dolore: noi vediamo alcuni genitori (pochissimi è vero, ma l’esempio è contagioso), i quali rifiutano di presentare al sacro fonte i loro figliuoli. Quale oltraggio alla fede, che professiamo, alla Chiesa, della quale siamo figli! Grande Iddio! Sarebbe mai, che in mezzo ad una società, che Cristo ha fatto tutta cristiana, vedessimo sorgere una società non cristiana, una società pagana? Sarebbero questi i segni paurosi di quella defezione o apostasia, di cui parla l’Apostolo? Che molti non si curino della Confessione, della S. Eucaristia, del Matrimonio cristiano, degli altri Sacramenti, istituiti da Voi, o divino Salvatore, è un male, una sventura, è una colpa, che piangiamo a calde lagrime; ma che si rifiuti di ricevere il vostro Battesimo, che si respinga il carattere di vostro discepolo, che si chiuda la porta della vostra Chiesa, ah! questo è troppo. E tal delitto, che, in una società già tutta vostra, non ha nome; è la guerra fatta a voi stesso, è il ripudio formale del vostro Vangelo, è un ricacciarci negli orrori del paganesimo, è un dirvi: Non vi vogliamo più e aboliamo il vostro nome per sempre -. E questi genitori non sono essi compresi di ribrezzo e di spavento, pensando che i loro figli non appartengono a Cristo, che non portano impresso nell’anima loro il carattere di Lui, che sono come stranieri in mezzo alla famiglia cristiana? A qual religione adunque appartengono essi? Qual Dio riconoscono essi se non vogliono saperne del Dio dei Cristiani, se rigettano Gesù. Cristo? Qual fede, quale speranza possono essi avere quaggiù? Mio Dio! Non avrei giammai creduto, che i n mozzo a questa società, che piglia il suo nome e deve riconoscere le sue grandezze intellettuali, morali e materiali da Gesù Cristo, sorgessero uomini, che pubblicamente lo ripudiassero. Preghiamo per loro e che tanto scandalo ci ispiri orrore! Gesù Cristo stabilì e promulgò la legge del Battesimo sotto pena di eterna perdizione: la Chiesa, depositaria e interprete di questa legge sovrana, ne determina il tempo e quasi seguendo le traccio della mosaica, prescrive, che i bambini siano portati al sacro fonte entro l’ottavo giorno dal dì della nascita. Legge facile, tutta ispirata al bene spirituale dei bambini e in tutto conforme ai doveri, che ci stringono innanzi a Dio. E questa legge sì giusta, sì facile, tutta intesa al bene delle anime di questi bambini, si osserva? Ah! figli e fratelli carissimi, lasciate che vi esprima tutta l’amarezza dell’anima mia. Nelle nostre città e anche in alcune delle nostre borgate più popolose, sventuratamente alcuni genitori, (e non son pochi), non rifiutano, ma differiscono il Battesimo dei loro figli un mese, parecchi mesi e perfino qualche anno. E come ciò, o carissimi? Voi non potete ignorare come il Battesimo sia necessario per modo, che senza di esso le porte de’ cieli son chiuse: voi non ignorate che una legge gravissima della Chiesa vi obbliga a procurar loro tanto bene entro l’ottavo giorno dopo il loro nascimento; perché dunque ritardare sì a lungo l’adempimento del vostro dovere? Perché calpestare una legge della Chiesa sì facile ad osservarsi e di tanta importanza? La vita di questi bambini è d’una estrema delicatezza; un lieve soffio la può estinguere; qual dolore per voi, o genitori, qual rimorso per tutta la vita, qual conto dovreste rendere a Dio, se per vostra trascuratezza il vostro bambino morisse senza Battesimo! Ne sareste inconsolabili! Appena adunque v i è possibile, prima dell’ottavo giorno, portatelo al Tempio, affinché il vostro figlio diventi figlio di Dio e col Battesimo riceva il diritto alla vita eterna. Voi dite: – Si ritarda il Battesimo per giusti motivi; si aspetta che la madre possa prender parte alla festa di famiglia; si attende il padrino; spesso vi sono altre ragioni, che obbligano a differire il rito solenne -. Tutto ciò che volete, o carissimi; ma la legge esiste, la si deve osservare e se ragioni speciali ne rendono necessaria la dispensa, la si domandi a quella Autorità, che sola la può concedere, e che, benigna com’è, la concederà, né vi sia mai chi in cosa di sì grave momento si faccia giudice di se stesso. E perché in questi casi non si provvede tosto alla sicurezza del bambino, conferendogli privatamente il Battesimo, rimettendo a miglior agio la celebrazione del rito solenne, come desiderate? La legge civile prescrive il tempo, nel quale il neonato debb’essere inscritto nei pubblici registri e nessuno di voi, o genitori, vien meno alla sua osservanza e sta bene. Perché dunque non si mostra almeno eguale rispetto alla legge della Chiesa? Forse che le leggi di questa sono da meno delle leggi civili? Porse ché gli interessi eterni dell’anima sottostanno agli interessi temporari del corpo? Voi stessi siatene giudici. E poiché qui viene a proposito, non v i spiaccia che tolga ad esaminare una difficoltà, che si oppone e che merita una risposta, tanto più che ha l’apparenza di verità. – Si dice: – Sarebbe ragionevole differire il Battesimo a quel tempo, nel quale l’uomo conosce ciò che fa e ha coscienza dei doveri, che assume. E cosa che non è conforme alla ragione e al rispetto, che devesi alla libertà umana, ascrivere ad una religione chi non la conosce, imporgli doveri gravi, che al tutto ignora e che un giorno, conosciutili, potrebbe disconoscere e rigettare. E ciò che voi fate allorché conferite il Battesimo ad un bambino. Aspettate che cresca, che conosca la Religione e i doveri, ch’essa impone e che liberamente l’abbracci, se così gli parrà. E ciò che si faceva in altri tempi nella Chiesa; è ciò che si fa con gli altri Sacramenti, che si ricevono dopo acquistato l’uso della ragione. Nessuno deve esser fatto Cristiano senza saperlo, per sorpresa, quasi per forza e tale è il bambino, che riceve il Battesimo. Breve è la risposta, ma chiara e recisa. Padri, che mi ascoltate, ditemi: Trovereste voi ragionevole e giusto aspettare che i vostri figli tocchino i dieci, o i dodici anni prima di ricordar loro i doveri, che a voi li legano? Vi parrebbe ragionevole e giusto attendere il pieno sviluppo della loro intelligenza e il pieno esercizio della loro libertà per domandar loro se accettano di riconoscervi per padri, se acconsentono a divenire vostri figli ed adempirne gli obblighi? Che dico? Dov’è lo Stato, il quale aspetti che i bambini raggiungano l’uso della ragione e acquistino la piena balìa di se stessi, prima di dichiararli suoi sudditi e di esigere l’osservanza delle sue leggi? Basta che siano nati nel suo territorio perché egli li consideri e tratti come suoi sudditi, né crede necessario domandar loro se acconsentano di divenir tali e accettare le sue leggi. Forseché i vostri figli non sono stati inscritti tra i cittadini del paese, che gli è patria, pochi giorni dopo nati e prima che potessero conoscere quali doveri imponeva loro quell’atto? E vorreste, che Dio, Padre supremo di tutti, attendesse l’assenso dei vostri figli, prima di pigliar possesso di loro col Battesimo? E vorreste che la Chiesa aspettasse che questi figli, nati nel suo seno, un giorno venissero a dirle:- Noi siamo contenti di diventare col Battesimo vostri figli? – Il diritto di Dio sopra di voi, o genitori, e sopra dei vostri figli non è forse maggiore del vostro? Non esiste prima dei figli e di voi stessi? E chi può sottrarli al diritto ch’Egli ha sopra di loro, diritto imprescrittibile, diritto pieno e assoluto? Essi, questi bambini, non conoscono il dovere che hanno, né lo possono conoscere ed adempire; ma lo conoscete voi, o genitori; e poiché i vostri bambini formano una cosa sola con voi finché, con l’acquisto dell’uso della ragione, diventano arbitri di se stessi, il dovere cade sopra di voi e voi dovete procurar loro il Battesimo come lo dovreste ricevere voi stessi se ancora non l’aveste ricevuto. Voi dovete rispondere di loro fino a quel dì, nel quale la responsabilità passando con l’uso della ragione in essi, cesserà la vostra. Ed è sì vero che voi formate con essi una sola cosa e che voi dovete rispondere di loro finché coll’uso della ragione saranno padroni di se stessi, che la Chiesa non permette di battezzare i vostri bambini senza il vostro assenso, come severamente vieta di battezzare chicchessia contro la sua volontà. È vero: i bambini ricevono il Battesimo senza conoscerlo; ma senza conoscerlo contraggono eziandio la colpa primitiva; e così se ricevono la ferita, ricevono anche la medicina, ignorando l’una e l’altra. Sommo benefìcio è il Battesimo: qual beneficio maggiore che ricevere la grazia di Dio, L’essere fatti figliuoli suoi per adozione, eredi dell’eterna felicità! E si può ritardare tanto benefìcio ai propri figliuoli? E si deve aspettare ch’essi prestino il loro assenso? E aspettereste il loro assenso se si trattasse di accettare per essi una pingue eredità, un’alta onorificenza? Se i vostri bambini fossero infermi, aspettereste voi il loro assenso per chiamare il medico e porgere loro la medicina? Se la loro vita corresse pericolo, aspettereste voi il loro assenso per salvarli? Perché dunque non si tiene la stessa regola allorché si tratta della vita dell’anima? Dov’è l’uomo che rifiuti un grande favore ? L’assenso è sempre e necessariamente supposto: la volontà dei vostri figli ancor bambini, o genitori, è la vostra e quali obblighi essa abbia in faccia a Dio, non lo potete ignorare. Lo sappiamo: ne’ tempi antichi, nei primi secoli il Battesimo si differiva in età più adulta; ma vi erano motivi e ben gravi: non si volevano esporre incautamente fanciulli al furore della persecuzione: si volevano preparare a quelle terribili prove. Cessati i pericoli delle persecuzioni, la Chiesa riprovò 1′ abuso di differire il Battesimo ai figli di genitori Cristiani: ed oggidì noi vorremmo rinnovare quell’abuso? Non sia dunque che nelle nostre città e borgate si vedano bambini di parecchi mesi e talvolta di qualche anno non ancora battezzati, per conseguenza privi della grazia di Dio, in balìa del peccato ed in pericolo di morire fuori della Chiesa. La digressione è stata alquanto lunga, ma non inutile: ritorniamo al nostro argomento. – Presso gli Ebrei, nell’atto in cui il bambino veniva circonciso riceveva altresì il nome: similmente presso di noi, nell’atto in cui è battezzato, gli viene anche imposto il nome ed a ragione. Per la Circoncisione il bambino diventava membro della società mosaica, e pel Battesimo diventa membro della Società Cristiana; è dunque giusto che in quell’atto, nel quale viene ascritto nella nuova società, riceva anche il nome, col quale possa essere riconosciuto e scritto nel numero de’ suoi membri. Al Figlio di Maria e di Dio, dice il Vangelo, fu posto nome Gesù – Et vocatum est nomen eius Jesus -. Gesù! nome adorabile e glorioso, che un giorno risuonerà su tutte le lingue, in tutti gli angoli più remoti della terra. Che cosa è il nome? E una parola, che indica e designa una persona, che gli uomini s’accordano di darle e che talvolta è la espressione e lo specchio più o meno fedele delle sue doti fisiche e morali. Il nome d’una persona, perché sia veramente il suo nome, dovrebbe essere la cornice, che racchiude il quadro, la corolla che contiene il fiore; dovrebbe essere il compendio delle qualità, onde va adorno chi lo porta. Ciò raramente avviene tra noi, ma perfettamente avvenne nel Salvatore. Né poteva essere altrimenti, perché quel nome non veniva dagli uomini, ma da Dio stesso ed esprimeva a meraviglia il carattere personale, la dignità e la missione di Lui. Gesù, in nostra lingua, significa Salvatore: Salvatore senza restrizione di sorta, senza limite di tempo, di luoghi, di popoli: Salvatore universale, perenne. “Vero è che prima di Lui questo nome augusto fu dato ad uomini; ma ad essi non conveniva (e non sempre) che in parte e sovente sembrava una ironia amara: erano uomini che lo imponevano! Qui il nome di Gesù o Salvatore, è dato da Dio ed esprime fedelmente ciò ch’esso suona: Salvatore degli uomini, di tutti gli uomini, quanto all’anima e quanto al corpo, solo, unico Salvatore, perché nella grande opera che compie, non ha bisogno d’altri, e tutta sua ne è la gloria. Meritamente i Libri Santi dicono, che non v’è sotto del cielo altro nome, nel quale si possa avere salute e che al suono di questo nome santo si piega ogni ginocchio in cielo, in terra e giù nell’abisso. Parrebbe dunque impossibile che tanto nome possa essere profanato e bestemmiato da chi lo conosce, crede in Lui e ne ha ricevuto il beneficio della salvezza. E così, o carissimi? Rispondete Ohimè! Quante volte questo nome benedetto per le vie, per le piazze, per le case, in privato ed in pubblico è orribilmente insultato e bestemmiato! Insultare e bestemmiare il nome di Colui, che non solo non ci fatto, né può farci la più lieve offesa, ma ci ha colmato di benefici, che è il nostro Salvatore, l’unica nostra speranza! Non sia mai, o dilettissimi, che sulla vostra lingua risuoni la parola della bestemmia e nemmeno della irriverenza contro questo nome santissimo! A Lui sia sempre, in cielo, in terra, in ogni luogo, lode, onore e gloria! – Lo dissi sopra: come gli Ebrei nell’atto della Circoncisione, cosi noi Cristiani tutti nell’atto del Battesimo diamo il nome ai nostri bambini. E qui, o carissimi, non vi è osservazione utile a fare? Si, v’è e voi non muoverete lamento se la dirò con tutta franchezza. – La Chiesa raccomanda e quasi prescrive che ai bambini nel Battesimo si impongano nomi sacri, i nomi di qualcuno degli innumerevoli eroi, onde Essa va meritamente altera. Quel nome del santo deve ricordare per tutta la vita il modello da imitare, l’avvocato e protettore, al quale ricorrere. Quel nome, che portano, è un richiamo continuo alla fede, è un eccitamento alla virtù, è una parola, che compendia in sé  le gesta d’un Apostolo, d’un martire, d’un santo è uno sprone potente ad imitarne la vita, è un rimprovero efficace se con la loro condotta lo disonorano. Il Cristianesimo ha trionfato del paganesimo e la grandezza e la gloria di quello sotto qualsivoglia rispetto trascendono al tutto la grandezza e la gloria di questo. Perché dunque disseppellire nomi prettamente pagani e talvolta nomi di famosi colpevoli, di grandi scellerati ed imporli a vostri figli? Non è questa brutta e inesplicabile contraddizione? Noi, Cristiani, mendicare i nomi dei nostri figli presso i gentili o presso i romanzieri, forse al disotto dei gentili! I nomi di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di Tommaso, di Luigi, di Francesco, di Agnese, di Agata, di Cecilia, di Caterina e di cento e cento altri eroi ed eroine della Chiesa cattolica non vi presentano ideali stupendi di fortezza, di virtù senza macchia, di scienza, di grandezza morale? Questa simpatia pei nomi pagani o quasi pagani o romantici, che largamente si manifesta in mezzo a noi, pur troppo è argomento di un’altra simpatia, la simpatia delle idee e delle opere pagane e romantiche, che fermentano in seno alla nostra società cristiana. Siamo Cristiani e i nomi dei nostri figli e nipoti siano pur essi una professione della nostra fede e un ricordo delle virtù, delle quali deve essere ricca e bella la nostra vita! – (Un indizio del ritorno al paganesimo in una parte della società nostra è questo ritorno ai nomi pagani. Fa pena leggere scritto sui fianchi delle locomotive Plutone, Pallade, Mercurio, Saturno, Minerva, Cerere, Astrea e via tutti i nomi degli Dei pagani, e maggior pena fa l’udire i nomi di Cibele, di Adone, di Milziade, di Temistocle, di Vetturia ai figli ed alle figlie. I nomi cristiani non sono belli abbastanza!)

Offertorium
Orémus
Ps LXXXVIII: 12; 15
Tui sunt cœli et tua est terra: orbem terrárum et plenitúdinem ejus tu fundásti: justítia et judícium præparátio sedis tuæ. Tuoi sono i cieli e tua è la terra: Tu hai fondato il mondo e quanto vi si contiene: la giustizia e l’equità sono le basi del tuo trono.

Secreta
Munéribus nostris, quǽsumus, Dómine, precibúsque suscéptis: et coeléstibus nos munda mystériis, et cleménter exáudi. Ti preghiamo, o Signore, affinché gradite queste nostre offerte e preghiere, Ti degni di mondarci con questi celesti misteri e pietosamente di esaudirci.

Communio
Ps XCVII: 3
Vidérunt omnes fines terræ salutáre Dei nostri.
Tutti i confini della terra videro la salvezza del nostro Dio.

Postcommunio
Orémus.
Hæc nos commúnio, Dómine, purget a crímine: et, intercedénte beáta Vírgine Dei Genetríce María, cæléstis remédii fáciat esse consórtes.
[Questa comunione, o Signore, ci purífichi dal peccato e, per intercessione della beata Vergine Maria Madre di Dio, ci faccia partecipi del celeste rimedio.]

Initium ✠︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann. 1, 1-14.
Junctis manibus prosequitur:
In princípio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Hoc erat in princípio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt: et sine ipso factum est nihil, quod factum est: in ipso vita erat, et vita erat lux hóminum: et lux in ténebris lucet, et ténebræ eam non comprehendérunt.  Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Joánnes. Hic venit in testimónium, ut testimónium perhibéret de lúmine, ut omnes créderent per illum. Non erat ille lux, sed ut testimónium perhibéret de lúmine.
Erat lux vera, quæ illúminat omnem hóminem veniéntem in hunc mundum. In mundo erat, et mundus per ipsum factus est, et mundus eum non cognóvit. In própria venit, et sui eum non recepérunt. Quotquot autem recepérunt eum, dedit eis potestátem fílios Dei fíeri, his, qui credunt in nómine ejus: qui non ex sanguínibus, neque ex voluntáte carnis, neque ex voluntáte viri, sed ex Deo nati sunt.
Genuflectit dicens: Et Verbum caro factum est, Et surgens prosequitur: et habitávit in nobis: et vídimus glóriam ejus, glóriam quasi Unigéniti a Patre, plenum grátiæ et veritatis.
R. Deo gratias.

Oratio Leonis XIII

S. Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus.
O. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
S. Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus.
O. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
S. Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus.
O. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

O. Salve Regina, Mater misericordiae, vita, dulcedo, et spes nostra, salve. Ad te clamamus, exsules filii Evae. Ad te suspiramus gementes et flentes in hac lacrymarum valle. Eia ergo, Advocata nostra, illos tuos misericordes oculos ad nos converte. Et Jesum, benedictum fructum ventris tui, nobis, post hoc exilium, ostende. O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria.
S. Ora pro nobis, sancta Dei Genitrix.
O. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

S. Orémus. Deus, refúgium nostrum et virtus, populum ad te clamantem propitius respice; et intercedente gloriosa, et immaculata Virgine Dei Genitrice Maria, cum beato Joseph, ejus Sponso, ac beatis Apostolis tuis Petro et Paulo, et omnibus Sanctis, quas pro conversione peccatorum, pro libertate et exaltatione sanctae Matris Ecclesiae, preces effundimus, misericors et benignus exaudi. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

DOMENICA TRA L’OTTAVA DI NATALE (2018)

 

Incipit 
In nómine Patris, 
 et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus 
Sap XVIII: 14-15.
Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter háberet, omnípotens Sermo tuus, Dómine, de coelis a regálibus sédibus venit
[Mentre tutto era immerso in profondo silenzio, e la notte era a metà del suo corso, l’onnipotente tuo Verbo, o Signore, discese dal celeste trono regale.]

Ps XCII: 1
Dóminus regnávit, decórem indútus est: indútus est Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se.
[Il Signore regna, rivestito di maestà: Egli si ammanta e si cinge di potenza.]
Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter háberet, omnípotens Sermo tuus, Dómine, de coelis a regálibus sédibus venit
[Mentre tutto era immerso in profondo silenzio, e la notte era a metà del suo corso, l’onnipotente tuo Verbo, o Signore, discese dal celeste trono regale.]

Oratio 
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, dírige actus nostros in beneplácito tuo: ut in nómine dilécti Fílii tui mereámur bonis opéribus abundáre.
[Onnipotente e sempiterno Iddio, indirizza i nostri atti secondo il tuo beneplacito, affinché possiamo abbondare in opere buone, in nome del tuo diletto Figlio]

Lectio 
Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Gálatas.
Gal IV: 1-7
Patres: Quanto témpore heres párvulus est, nihil differt a servo, cum sit dóminus ómnium: sed sub tutóribus et actóribus est usque ad præfinítum tempus a patre: ita et nos, cum essémus párvuli, sub eleméntis mundi erámus serviéntes. At ubi venit plenitúdo témporis, misit Deus Fílium suum, factum ex mulíere, factum sub lege, ut eos, qui sub lege erant, redímeret, ut adoptiónem filiórum reciperémus. Quóniam autem estis fílii, misit Deus Spíritum Fílii sui in corda vestra, clamántem: Abba, Pater.
Itaque jam non est servus, sed fílius: quod si fílius, et heres per Deum.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli: Omelie, Torino 1899, vol. I, Omelia IX]

“Fratelli, fintantoché l’erede è fanciullo, non differisce punto dal servo, benché sia padrone di tutto: ma sta sotto, tutori ed amministratori fino al tempo stabilito prima dal padre. Così noi pure: mentre eravamo fanciulli, eravamo tenuti in servitù sotto gli elementi del mondo. Ma quando venne il compimento dei tempi, Iddio mandò il Figliuol suo, fatto di Donna, soggetto alla legge, affine di riscattare quelli che erano sotto la legge, sicché fossimo adottati in figliuoli. E poiché siete figliuoli, Iddio ha mandato lo Spirito del Figliuol suo nei vostri cuori, che grida: Abba, Padre „ (Ai Galati, IV, 1-6).

Queste poche sentenze, che avete udite e che l’apostolo Paolo scriveva ai fedeli di Galazia, rispondono a meraviglia al mistero sì sublime e sì dolce che abbiamo celebrato in questi giorni. Il Figlio di Dio fatto uomo! ecco il mistero del S. Natale, di cui festeggiamo l’ottava. Ora qual è il fine, il frutto principalissimo di questo mistero? Perché il Figlio di Dio si è fatto uomo? Affinché gli uomini diventassero Dei, vi risponde S. Agostino e con lui ad una voce tutti i Padri: affinché gli uomini diventassero figli di Dio, risponde S. Paolo nel testo sopra riportato. Bene a ragione pertanto la Chiesa in questa Domenica ci invita a meditare le parole dell’Apostolo, che vi ho recitate: in esse si chiude il frutto pratico della Incarnazione e del santo Natale; a me lo spiegarvel0, a voi l’udirlO. – Scopo di tutta la lettera di S. Paolo ai Galati è quello di mostrare che la legge mosaica con tutte le sue cerimonie e tutti i suoi sacrifici doveva cessare, per dar luogo alla legge di Gesù Cristo; la legge di Mosè, dice S. Paolo, era il pedagogo, che doveva condurre a Gesù; venuto questo, l’ufficio del pedagogo non aveva più ragione di essere e naturalmente cessava. Per illustrar meglio questa idea fondamentale, Paolo ricorre ad una idea affine e tolta dalla legge stessa civile, evoluzione della legge naturale. Udite l’Apostolo. “Fintantoché l’erede è fanciullo, non differisce punto dal servo, benché sia padrone di tutto; ma sta sotto tutori ed amministratori fino al tempo stabilito prima dal padre. „ Vedete un fanciullo: egli è l’erede del padre suo e perciò veramente padrone di tutta la sua sostanza; ma finché è fanciullo, finché è nella minorità, non differisce dal servo: deve ubbidire all’aio: deve lasciar amministrare la sua sostanza al tutore, ai procuratori e restare in questo stato di dipendenza, lui padrone, finché sia spirato il tempo fissato dalla legge e dal padre, ed egli acquisti il pieno e libero esercizio dei suoi diritti di figlio. Fino a quel tempo non vi è differenza tra il servo ed il figlio; tutta la differenza è questa: la condizione del servo è stabile, quella del figlio è temporanea. Noi, così ragiona S. Paolo, noi Ebrei, sotto la legge mosaica, noi Gentili, prima del Vangelo, eravamo come fanciulli, impotenti ad ogni cosa; eravamo tenuti in servitù, sotto gli elementi del mondo; eravamo cioè legati alle prescrizioni sì gravi e sì minute della legge di Mosè; eravamo schiavi delle superstizioni gentilesche; eravamo come quei fanciulli che, prima di studiare ed apprendere le scienze, devono imparare le lettere dell’alfabeto. Insomma tutto il tempo che corse da Adamo a Cristo, è un tempo di preparazione: l’umanità tutta è come un pupillo, un minore, che aspetta il tempo in cui sarà emancipata: acquisterà la piena libertà di se stessa per opera di Gesù Cristo, sciogliendosi dalle fascio della sinagoga e dalle superstizioni e dagli errori del paganesimo. – E questa emancipazione dell’umanità quando avvenne? “Quando venne il compimento dei tempi, Iddio mandò il Figliuol suo, fatto di Donna, soggetto alla legge. „ Che cosa è questo compimento o pienezza del tempo, come dice il testo latino? Una cosa è piena quand’è compita e perfetta, e allora viene la pienezza dei tempi, quando i tempi sono maturi e compiute le cose: quando son giunti i tempi e i fatti annunziati dai profeti, quando tutto è disposto, Dio manda il Figliuol suo, cioè il Figliuol di Dio si fa uomo. Si dice che Dio, cioè Dio-Padre, che di sé, ab eterno, genera il Figliuol suo, lo manda sulla terra. Non dovete immaginare che il Padre mandi il Figlio, come un padre terreno manda i suoi figli, no; Dio-Padre non si può mai separare dal Figlio, con cui ha comune la natura, come non possiamo noi separare il pensiero dalla nostra mente; non lo manda con movimento materiale, che in Dio è impossibile: non lo manda a guisa di chi fa un comando: Dio-Padre manda il Figliuol suo, cioè fa sì che il Figliuolo, che ha una sola volontà con Lui, assuma la natura umana, ed essendo Dio eterno ed immutabile, cominci ad essere anche uomo. Il Figliuolo del Padre eterno si fa uomo, pigliando dalla donna la natura umana. E qui badate che S. Paolo dice che Gesù Cristo prese dalla Donna la natura umana, per indicare che non vi ebbe parte l’opera dell’uomo, e che perciò Gesù Cristo nacque da una Vergine. — Il Figlio di Dio nacque da una Vergine e fu posto sotto la legge, s’intende, la mosaica. Certamente Gesù Cristo, anche in quanto uomo non era obbligato alla legge mosaica, essendo Egli sopra ogni legge; ma, benché non tenuto alla legge mosaica, volontariamente ad essa si sottopose e ne osservò scrupolosamente tutte le prescrizioni, dalla circoncisione alla celebrazione della pasqua. E per qual motivo Gesù Cristo volle sottoporsi alla legge mosaica, Egli che non ne aveva obbligo alcuno? Risponde S. Paolo: “Affine di riscattare quelli che erano sotto la legge, sicché fossimo adottati in figliuoli. „ Gesù Cristo pigliò sopra di sé tutto il peso della legge mosaica per due motivi secondo san Paolo: perché fossimo liberati noi da quella legge di servi, ed acquistassimo tutti i diritti di figliuoli adottivi. — La legge mosaica era una legge di timore; a moltissime delle sue trasgressioni era inflitta la pena di morte: essa riguardava più il corpo che lo spirito, aveva ricompense terrene; era tal giogo che, diceva S. Pietro, non abbiam potuto portare noi, né i padri nostri (Atti, xv, 10). Ebbene Gesù Cristo la tolse sopra di sé, come tolse sopra di sé il peccato, e la chiuse per sempre, a quella sostituendo la sua legge. Quale? “La legge di figliuoli di adozione, „ che è il Vangelo. – Noi per natura siamo creature di Dio e perciò suoi servi, e come servi erano trattati i figli d’Israele, percossi terribilmente ogni qualvolta traviavano. Nella nuova legge, portata da Gesù Cristo, noi siamo elevati alla dignità di figli di Dio, e perciò da noi si esige più l’amore che il timore. – Siamo figli di Dio per adozione! Voi sapete che cosa sia l’adozione e i diritti ch’essa porta seco. Un uomo sceglie un giovane qualunque, lo dichiara suo figlio, lo tiene presso di sé, lo tratta, lo ama come se fosse suo figlio naturale e morendo gli lascia in eredità la sua sostanza e porta il nome del padre, che lo ha adottato. Ecco il figliuolo adottivo ed ecco la nostra dignità, di cui siamo debitori a Gesù Cristo. Egli senza merito nostro di sorta, ci scelse di mezzo agli uomini, col santo Battesimo ci fece suoi figliuoli, ci accolse nella Chiesa, che è la sua famiglia ed il suo regno: ci ama come figli, ci fa partecipi di tutti i beni spirituali della sua Chiesa e ci darà l’eredità eterna del cielo. Ecco che cosa vuol dire essere figli adottivi di Dio! Ma non ho detto tutto, o cari. La nostra dignità di figli di Dio per adozione, importa tra noi e Dio rapporti senza confronto maggiori di quelli che corrono tra il padre che adotta, ed il figlio che è adottato, e qui vi prego di porre ben mente alla cosa. Un uomo adotta un figlio, e questo si considera come se fosse veramente figlio dell’adottante e ne ha tutti i diritti. Ma ditemi: il padre adottante che cosa mette di proprio nella persona del figlio adottato? Perfettamente nulla. Il padre adottante ami pure il figlio adottato coll’amore più intenso; lo dica pure suo figlio, lo colmi di favori, di ricchezze finché vuole: quel figlio non sarà mai veramente figlio dell’adottante se non per virtù della legge e nell’apprezzamento comune; nelle vene di quel giovane adottato non scorrerà mai una stilla sola di sangue del padre adottante; sarà sempre vero che quel giovane ha avuto la vita da un altro uomo e che il vero padre dell’adottato non è, ne sarà mai colui che l’ha adottato, e forse la fisionomia, l’indole morale, le tendenze, il carattere e le abitudini lo mostreranno a chiare note. – Ben altra è l’adozione che noi abbiamo ricevuto da Dio. Egli nell’adottarci ha posto in noi ciò che ha di più intimo, la partecipazione del suo Spirito, della sua vita stessa. Ce lo dice in termini S. Paolo: “E poiché siete figliuoli, Iddio ha mandato lo Spirito del Figliuol suo nei nostri cuori. „ Lo spirito di Gesù Cristo è lo stesso Spirito Santo, l’amore sostanziale del Padre e del Figlio, e Gesù Cristo lo spande nelle nostre anime con la grazia che ci santifica nel Battesimo, che si accresce nella Confermazione e particolarmente nella santa Eucaristia e in tutti i Sacramenti. E che è questa grazia, questo dono dello Spirito Santo? È una forza che emana da Dio stesso, che investe e penetra tutta l’anima, l’abbellisce, la trasforma e la rende simile a Dio. Vedete il ferro messo nel fuoco: esso è tutto penetrato dal fuoco, quasi trasformato nel fuoco, rimanendo pur sempre ferro. È una immagine dell’anima adorna della grazia di Dio. Essa è unita intimamente a Dio; è fatta bella della bellezza di Dio, come il fiore è bello della luce del sole; essa riceve in sé l’influsso della vita stessa di Dio, come il tralcio riceve la sua vita dalla radice e dal tronco della vite; per la grazia l’anima, restando pur sempre anima creata, partecipe della divina natura e porta in se stessa i lineamenti, la somiglianza di Dio e sente di avere tutto il diritto di dire a Dio: Padre nostro! Oh! sì: grida S. Giovanni, non solo possiamo dirci figliuoli di Dio, ma lo siamo realmente: “Ut filii Dei nominemur et simus.,, Quale dignità! quale grandezza, o carissimi! Figli di Dio! Dunque, come figli, dobbiamo rispettarlo, ubbidirlo, onorarlo con la nostra condotta, porre in Lui ogni fiducia, amarlo teneramente e sopra ogni cosa.

 Graduale Ps XLIV: 3; XLIV: 2
Speciósus forma præ filiis hóminum: diffúsa est gratia in lábiis tuis.
[Tu sei bello fra i figli degli uomini: la grazia è diffusa sulle tue labbra.]
V. Eructávit cor meum verbum bonum, dico ego ópera mea Regi: lingua mea cálamus scribæ, velóciter scribéntis.
[V. Mi erompe dal cuore una buona parola, al re canto i miei versi: la mia lingua è come la penna di un veloce scrivano.]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps XCII: 1.
Dóminus regnávit, decórem índuit: índuit Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se virtúte. Allelúja.
[Il Signore regna, si ammanta di maestà: il Signore si ammanta di fortezza e di potenza. Allelúja]

Evangelium 
Sequéntia  sancti Evangélii secundum Lucam.

Luc II: 33-40
In illo témpore: Erat Joseph et Maria Mater Jesu, mirántes super his quæ dicebántur de illo. Et benedíxit illis Símeon, et dixit ad Maríam Matrem ejus: Ecce, pósitus est hic in ruínam et in resurrectiónem multórum in Israël: et in signum, cui contradicétur: et tuam ipsíus ánimam pertransíbit gládius, ut reveléntur ex multis córdibus cogitatiónes. Et erat Anna prophetíssa, fília Phánuel, de tribu Aser: hæc procésserat in diébus multis, et víxerat cum viro suo annis septem a virginitáte sua. Et hæc vídua usque ad annos octogínta quátuor: quæ non discedébat de templo, jejúniis et obsecratiónibus sérviens nocte ac die. Et hæc, ipsa hora supervéniens, confitebátur Dómino, et loquebátur de illo ómnibus, qui exspectábant redemptiónem Israël. Et ut perfecérunt ómnia secúndum legem Dómini, revérsi sunt in Galilaeam in civitátem suam Názareth. Puer autem crescébat, et confortabátur, plenus sapiéntia: et grátia Dei erat in illo.

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, Om. X]

 “Giuseppe e la Madre di Gesù si meravigliavano delle cose che erano dette di lui. E Simeone li benedisse, e disse a Maria, madre di Lui: Ecco, costui è posto a rovina ed a rialzamento di molti in Israele, ed a segno, al quale sarà contraddetto: e una| spada trapasserà a te stessa l’anima, affinché i pensieri di molti cuori siano fatti manifesti. Eravi anche una certa Anna profetessa, figliuola di Fanuel, della tribù di Aser: donna molto innanzi negli anni, che era vissuta sette anni col marito dopo la sua verginità; ed era vedova di circa ottantaquattro anni, e non si partiva mai dal tempio, servendo a Dio, notte e giorno, in digiuni ed orazioni. E questa, sopravvenendo in quell’ora, glorificava il Signore e parlava di quel bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione d’Israele. Come ebbero adempiuta ogni cosa secondo la legge del Signore, se ne tornarono in Galilea, in Nazaret loro città. Ed il fanciullo cresceva e si fortificava in ispirito, ed era ripieno di sapienza e la grazia di Dio era in lui „ (Luca, II, 33-40).

Il Vangelo che vi ho riportato nella nostra lingua, versa tutto intorno a Gesù bambino; vi si accenna alla sua presentazione al tempio: vi si parla della sua manifestazione per opera di Simeone e di Anna e del suo ritorno a Nazaret: è una cotale appendice del mistero del santo Natale. Il testo, che devo spiegarvi, è alquanto lungo e perciò è savio consiglio guadagnar tempo e porvi tostamente mano. “Giuseppe e la Madre di Gesù si meravigliavano delle cose che erano dette di Lui. „ Per capire il senso di queste parole è necessario rifarci indietro alquanto. Simeone, supernamente illustrato, aveva riconosciuto, nel bambino che Maria teneva tra le braccia, l’aspettato Salvatore del mondo e pronunciate quelle parole nobilissime che compongono il cantico che dicesi di Simeone. In quelle parole del santo vegliardo si annunziava la conversione dei Gentili e la gloria che ne sarebbe venuta a quel Bambino celeste. Ciò udendo, Giuseppe e Maria furono ricolmi di meraviglia; non già che Maria al tutto ignorasse questa gloria futura del suo Gesù, ma la riempiva di stupore l’udirla annunziata sì chiaramente da quell’uomo ed in quel luogo. Ma né Giuseppe, né Maria dissero parola: tacevano, ammiravano e ringraziavano Dio in silenzio. È bene, dilettissimi, porre attenzione a questa sentenza del Vangelo: “Giuseppe e la Madre di Gesù. „ Voi vedete che l’Evangelista, in ordine alla origine di Gesù, distingue accuratamente Giuseppe da Maria, e mentre nomina Giuseppe semplicemente, come se fosse un estraneo, di Maria espressamente dice: “Madre di Gesù.,, In queste parole si indica nettamente il dogma cattolico, per il quale crediamo che Gesù non ebbe padre terreno e che la sola Vergine gli diede vita umana e si deve credere vera sua Madre. – Maria Madre di Gesù e Madre di Dio è la stessa cosa, perché in Gesù non essendovi che una sola Persona, il Figlio di Dio, e dicendosi Maria Madre di Gesù, è manifesto ch’Ella è veramente Madre di Dio, ancorché essa non abbia dato l’essere al Figlio di Dio, come Figlio di Dio. La nostra madre non ha dato a noi l’anima, che è creata solo da Dio, ma il corpo; ma poiché ciascuno di noi è una sola persona, avente le due sostanze, anima e corpo insieme unite, la madre nostra si dice ed è, vera madre nostra. Così Maria è vera Madre di Gesù, Dio-Uomo, perché lo ha veramente generato nella natura umana, ch’Ella gli diede. –  Simeone, dopo aver rivolte le sue parole a Dio, ringraziandolo d’avergli fatto conoscere in quel bambino il Messia, “benedisse i due coniugi, „ cioè recitò la benedizione sacra prescritta dalla legge, e poi si rivolse a Maria e disse: “Ecco, Costui è posto a rovina e a rialzamento di molti in Israele. „ Simeone volle dire: Questo bambino è venuto per essere la salvezza di tutti, perché tutti Egli vuole salvare; ma per alcuni, contro sua volontà, sarà pietra di scandalo, sarà occasione di caduta e di rovina eterna. Quelli fra i figli d’Israele che lo videro e udirono la sua dottrina, e con spirito di umile ubbidienza credettero, furono salvi: quelli che, pieni di orgoglio lo videro, lo sprezzarono e rigettarono la sua dottrina, furono a loro volta respinti e si perdettero. Gesù Cristo fu per Israele, e sarà sempre per tutti gli uomini, causa di salute od occasione di rovina. Egli è come la luce che rallegra l’occhio sano e tormenta l’infermo, ancorché per sua natura sia destinata solamente a rallegrare l’occhio e non a tormentarlo, e se lo tormenta non è per cagion sua, ma sì per colpa dell’occhio stesso infermo. La nostra condizione, o cari, ora è tale che se non siamo salvati da Lui, da Lui saremo eternamente condannati. Chi più ha ricevuto più deve dare, e chi meno, meno deve dare. Ora noi l’abbiamo conosciuto Gesù Cristo; da Lui abbiamo ricevuto ogni maniera di beni; guai a noi se non corrispondessimo! Una caduta d’alto luogo è fatale, e tale sarebbe la nostra caduta se, portati a tanta altezza da Gesù Cristo, da Lui ci separassimo. Gesù, continuava Simeone, “… è posto a segno al quale sarà contraddetto. „ È una profezia che si adempì e si adempie tuttora sotto i nostri occhi. Gesù Cristo nella sua Persona e nella sua Chiesa, nella quale opera, non è Egli segno e bersaglio di contraddizione? Chi crede in Lui e chi non crede; chi gli ubbidisce e chi rifiuta di ubbidirgli; chi lo benedice e chi lo bestemmia; chi lo ama e chi non si cura di Lui, e chi perfino lo odia fieramente. Ciò che avvenne a Gesù Cristo nei giorni di sua vita mortale, avvenne in tutti i secoli fino a noi, alla sua Chiesa, dagli uni ubbidita, rispettata ed amata qual Madre, e dagli altri disubbidita, disprezzata ed odiata quale nemica. – “E una spada trapasserà a te stessa l’anima, affinché i pensieri di molti cuori siano fatti manifesti. „ – Maria è inseparabile da Gesù come il ramo dal fiore e la sorgente dal suo ruscello, e perciò le gioie e i dolori del figlio sono gioie e dolori della madre. Gesù sarà il bersaglio delle ire e dei furori della sinagoga, che un giorno lo conficcherà alla croce, e sarà l’uomo dei dolori e il re dei martiri; dunque anche Maria sarà con Lui e per Lui straziata, e meritatamente sarà chiamata la Donna dei dolori e la Regina dei martiri. Gesù sarà straziato nell’anima e nel corpo; Maria solamente nell’anima, è vero, ma sarà tale il suo martirio, che Simeone per esprimerlo usa di questa frase fortissima: “Una spada trapasserà l’anima tua. „ Questa spada le fu piantata in cuore fin da quell’istante che divenne Madre, perché fin da quell’istante ebbe, non dico la viva apprensione, ma il chiaro e certo conoscimento di tutto ciò che il suo Gesù doveva patire, onde il martirio di Maria fu continuo ed abbraccia l’intera sua vita. — È legge, a cui nessun seguace di Gesù Cristo può sottrarsi: l’altezza della virtù, la perfezione della vita si misura dai patimenti, e quegli è più simile a Gesù Cristo nella santità, che gli cammina più presso nella via della croce. – Allorché Gesù chiuse la sua vita sulla croce, segno dell’odio dei suoi nemici, e Maria agonizzava ai suoi piedi, allora furono manifesti i pensieri di molti cuori ed apparve in tutta la sua orridezza l’empietà e crudeltà della sinagoga; Giuseppe e Maria erano ancora nel tempio e andavano forse mestamente ripensando al vaticinio di Simeone, allorché ecco farsi loro innanzi una donna chiamata Anna, che in nostra lingua significa grazia. Essa apparteneva alla tribù di Aser e doveva essere conosciuta in Gerusalemme come dotata dello spirito profetico, giacché S. Luca la chiama profetessa. Anna era rimasta vedova dopo sette anni di convivenza col marito ed aveva ottantaquattro anni. Dopo la morte del marito “ella non si partiva dal tempio, servendo a Dio, notte e giorno, con digiuni ed orazioni. „ Noi sappiamo, che presso al tempio dimoravano alcune pie donne, che prestavano i loro servigi e vivevano a modo di Religiose. Anna doveva essere una di queste pie donne, intesa al servizio del tempio ed alla preghiera, e ciò che fa più meraviglia in quella età sì inoltrata, alla preghiera aggiungeva i digiuni. — Carissimi! quale rimprovero per noi questa donna ammirabile! A ottantaquattro anni condannava volontariamente il suo corpo ai digiuni, alle mortificazioni, dopo una vita innocente! E noi ancor giovani, pieni di vita, pur troppo sì indulgenti con le nostre passioni a stento osserviamo i digiuni e le astinenze prescritte e fors’anche le calpestiamo! – “Anna, sopravvenendo in quell’ora, glorificava il Signore e parlava di quel Bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione d’Israele. ,,  Anna, divinamente illustrata, come poco prima Simeone, nel Bambino aveva riconosciuto il Messia e il Salvatore del mondo, e come tale lo annunziava a tutti quelli che erano nel tempio. Dio si compiacque far conoscere il mistero della Incarnazione e il Salvatore aspettato a due persone, Simeone ed Anna, un uomo e una donna, perché preparati entrambi a conoscerlo mercé d’una vita religiosa e santa, e perché, essendo entrambi personaggi venerandi per età e più ancora per virtù, potevano farsene apostoli presso il popolo e risvegliarne la fede. Vedete come Iddio nella sua bontà non manchi mai di far conoscere la verità a quelli che sono disposti ad udirla. I pastori, i Magi, Simeone, Anna, Zaccaria, Elisabetta furono nelle mani di Dio strumenti efficacissimi per far conoscere Gesù ancora Bambino. Ma quanti degli Ebrei fecero tesoro di questa grazia specialissima? Pur troppo furono pochi, come apparisce dal Vangelo. “Com’ebbero adempiuta ogni cosa, secondo la legge del Signore, se ne tornarono in Galilea, in Nazaret, loro città. „ Dopo udite le grandi cose che Simeone ed Anna avevano annunziato di Gesù, Giuseppe e Maria si ridussero nella piccola loro borgata nativa, nell’umilissima loro casetta di Nazaret, lasciando alla Provvidenza la cura di maturare gli occulti suoi disegni (Gli interpreti sudano a comporre l’apparente opposizione che qui si presenta tra il Vangelo di S. Luca e quello di S. Matteo. S. Matteo (capo II) parla del nascimento di Gesù in Betlemme, poi narra la venuta dei Magi e subito dopo la fuga in Egitto e il ritorno in Nazaret, che dovette aver luogo circa tre anni appresso, giacché la morte di Erode avvenne due anni dopo la strage dei bambini. S. Luca, dopo il nascimento di Gesù, descrive la presentazione sua e la purificazione della Madre nel tempio, compiutasi quaranta giorni dopo il nascimento e addirittura porta la santa famiglia a Nazaret. S. Luca conosceva certo il Vangelo di S. Matteo e omise la narrazione dei Magi e la fuga in Egitto, e senz’altro – sembra la spiegazione più ovvia – ci trasporta al tempo del ritorno dall’Egitto e ci mostra la santa famiglia raccolta in Nazaret. Perciò questo versetto 39 di S. Luca è perfettamente parallelo al versetto 23 del capo II di S. Matteo). Siamo all’ultimo versetto del nostro Evangelo. “E il fanciullo cresceva e si fortificava in ispirito, ed era ripieno di sapienza e la grazia di Dio era in Lui. „ Questa sentenza del Vangelo può sembrare ad alcuno difficile ad intendersi e contraria a ciò che dobbiamo credere intorno alla perfezione di Gesù Cristo; ma non vi è ombra di difficoltà, se bene la intenderemo. Noi dobbiamo tenere per fede, che Gesù Cristo fin dal primo istante in cui fu concepito nel seno della Madre, fu ricolmo d’ogni scienza, virtù e santità a talché era impossibile che l’anima sua benedetta potesse crescere pure d’un solo apice. Ciò voleva la natura stessa dell’unione immediata e personale dell’umanità col Verbo divino, il quale, assumendola, dovette riempirla di tutta la scienza e santità e perfezione, delle quali era capace. Gesù Cristo adunque, in quanto uomo, nel primo istante di sua concezione era perfetto né più, né meno come nell’ultimo momento di sua vita mortale. Come dunque il Vangelo ci insegna, che cresceva in sapienza e grazia? Non cresceva in sapienza e grazia in sé, realmente, ma solo in quanto, a mano a mano che cresceva negli anni, mostrava eziandio di crescere nella sapienza e nella grazia, ossia temperava la manifestazione delle medesime secondo l’età. A quella guisa ch’Egli volle essere bambino, poi fanciullo, poi giovane e finalmente uomo nel pieno sviluppo delle forze virili, così nell’ordine spirituale e sovraumano, volle che la manifestazione esterna della grazia e santità fosse progressiva e rispondesse all’età. – Carissimi! il sole è sempre lo stesso e sempre egualmente spande i suoi raggi e diffonde il suo calore; eppure noi vediamo quelli e questo crescere gradatamente fino al pieno meriggio. Similmente avvenne in Gesù Cristo: Egli era e fu sempre eguale nella santità e sapienza; era disuguale soltanto la manifestazione (Veramente S. Luca nel versetto ultimo di questo capo dice che Gesù cresceva in sapienza, età e grazia non solo appresso gli uomini, ma innanzi a Dio stesso, il che parrebbe escludere la nostra interpretazione. Si osservi che in Gesù Cristo vi è una doppia scienza, l’una propria, intima, l’altra sperimentale: questa non aggiunge nulla a quella; Gesù Cristo poteva crescere nella sperimentale, non mai nella propria, intima, infusa nell’atto stesso della Incarnazione). La grazia, la sapienza, la virtù di Gesù Cristo non poteva crescere in se stessa, ma apparentemente agli occhi degli uomini; la nostra, o dilettissimi, può e deve crescere realmente, di giorno in giorno finché avremo raggiunta la perfezione, modellandoci sul supremo nostro esemplare, Gesù Cristo. Ora esaminando la nostra condotta, la nostra vita, possiamo noi dire, che la nostra virtù venne crescendo con gli anni? Ohimè! forse dovremo confessare d’essere stati più pii, più virtuosi da giovanetti, che adulti e vecchi. Sarebbe una contraddizione vergognosa. Deh! figliuoli dilettissimi, a somiglianza di Gesù, cresciamo sempre con gli anni in sapienza e nella grazia di Dio!

  Credo

Offertorium 
Orémus
Ps XCII: 1-2
Deus firmávit orbem terræ, qui non commovébitur: paráta sedes tua, Deus, ex tunc, a sæculo tu es.
[Iddio ha consolidato la terra, che non vacillerà: il tuo trono, o Dio, è stabile fin da principio, tu sei da tutta l’eternità.]

Secreta 
Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut óculis tuæ majestátis munus oblátum, et grátiam nobis piæ devotiónis obtineat, et efféctum beátæ perennitátis acquírat. [Concedi, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che questa offerta, presentata alla tua maestà, ci ottenga la grazia di una fervida pietà e ci assicuri il possesso della eternità beata.]

Communio 
Matt II: 20
Tolle Púerum et Matrem ejus, et vade in terram Israël: defúncti sunt enim, qui quærébant ánimam Púeri. [Prendi il bambino e sua madre, e va nella terra di Israele: quelli che volevano farlo morire sono morti.]

Postcommunio 
Orémus.
Per hujus, Dómine, operatiónem mystérii, et vitia nostra purgéntur, et justa desidéria compleántur. [Per l’efficacia di questo mistero, o Signore, siano distrutti i nostri vizii e compiuti i nostri giusti desiderii.]

MESSA DI NATALE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Isa IX: 6
Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consílii Angelus. [Ci è nato un Bambino e ci è stato dato un Figlio, il cui impero poggia sugli òmeri suoi: il suo nome sarà Àngelo del buon consiglio.]
Ps XCVII: 1
Cantáte Dómino cánticum novum, quia mirabília fecit.
[Cantate al Signore un càntico nuovo: poiché ha fatto cose mirabili.]

Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consílii Angelus. [Ci è nato un Bambino e ci è stato dato un Figlio, il cui impero poggia sugli òmeri suoi: il suo nome sarà Angelo del buon consiglio.]

Oratio
Orémus.
Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut nos Unigéniti tui nova per carnem Natívitas líberet; quos sub peccáti jugo vetústa sérvitus tenet.
[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che la nuova nascita secondo la carne del tuo Unigenito, liberi noi, che l’antica schiavitù tiene sotto il gioco del peccato.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebræos.
Hebr 1: 1-12
Multifáriam, multísque modis olim Deus loquens pátribus in Prophétis: novíssime diébus istis locútus est nobis in Fílio, quem constítuit herédem universórum, per quem fecit et saecula: qui cum sit splendor glóriæ, et figúra substántia? ejus, portánsque ómnia verbo virtútis suæ, purgatiónem peccatórum fáciens, sedet ad déxteram majestátis in excélsis: tanto mélior Angelis efféctus, quanto differéntius præ illis nomen hereditávit. Cui enim dixit aliquándo Angelórum: Fílius meus es tu, ego hódie génui te? Et rursum: Ego ero illi in patrem, et ipse erit mihi in fílium? Et cum íterum introdúcit Primogénitum in orbem terræ, dicit: Et adórent eum omnes Angeli Dei. Et ad Angelos quidem dicit: Qui facit Angelos suos spíritus, et minístros suos flammam ignis. Ad Fílium autem: Thronus tuus, Deus, in saeculum saeculi: virga æquitátis, virga regni tui. Dilexísti justítiam et odísti iniquitátem: proptérea unxit te Deus, Deus tuus, óleo exsultatiónis præ particípibus tuis. Et: Tu in princípio, Dómine, terram fundásti: et ópera mánuum tuárum sunt coeli. Ipsi períbunt, tu autem permanébis; et omnes ut vestiméntum veteráscent: et velut amíctum mutábis eos, et mutabúntur: tu autem idem ipse es, et anni tui non defícient.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929 – imprim.]

A più riprese e in molte maniere, parlò Dio un tempo ai padri per mezzo dei profeti: ultimamente, in questi giorni; ha parlato a noi per mezzo del suo Figliuolo, che egli ha costituito erede di tutte le cose, e per mezzo del quale ha anche creato il mondo. Questo Figlio che è lo splendore della gloria del Padre e la forma della sua sostanza, e che sostiene tutte le cose con la sua potente parola, compiuta che ebbe l’espiazione dei peccati; s’è posto a sedere alla destra della maestà nel più alto dei cieli, fatto di tanto superiore agli Angeli, di quanto più eccellente del loro è il nome da lui ereditato. Infatti, a quale degli Angeli disse mai. Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generata? E ancora: Io gli sarò Padre, ed Egli mi sarà Figlio? E quando introduce di nuovo il primogenito nel mondo dice: E l’adorino tutti gli Angeli di Dio. Agli Angeli, poi, dice: Colui che fa dei suoi Angeli i venti, e dei suoi ministri guizzi di fuoco. Al Figlio, invece dice: Il tuo trono, o Dio. sta in eterno: lo scettro del tuo regno è scettro di rettitudine. Hai amato la giustizia, e hai odiato l’iniquità; perciò, o Dio, il tuo Dio ti ha unto con olio di allegrezza a preferenza dei tuoi compagni. E tu in principio, o Signore, hai creato la terra, e i cieli sono opera delle tue mani. Essi passeranno, ma tu rimarrai, e tutti invecchieranno come un vestito, e tu li cambierai come un mantello, ed essi saranno cambiati. Ma tu sarai sempre quello, e i tuoi anni non finiranno mai.” (Ebr. 1, 1-12).

Paolo era venuto a conoscenza delle persecuzioni che subivano i Cristiani palestinesi, convertiti dal giudaismo, e non gli sfuggiva il pericolo che correvano di abbandonare la Religione cristiana per far ritorno a quella ebraica. A confortarli nella loro tribolazione, e a confermarli nella Religione abbracciata manda loro dall’Italia una lunga lettera. In essa è dimostrata la grande superiorità del Nuovo Testamento su l’antico, e se ne deducono pratiche esortazioni. Il principio di questa lettera forma l’Epistola di quest’oggi. — Premesso che Dio ci ha parlato, un tempo, per mezzo dei profeti, in molti e vari modi, e, ora, per mezzo del proprio Figlio, prova, con diversi argomenti che il Figlio di Dio è molto superiore agli Angeli. Guidati dagli insegnamenti dell’Apostolo, portiamoci davanti alla culla di Gesù a venerare Colui che è

1. La luce fra le tenebre,

2. Il Salvatore del mondo,

3. Il dispensatore delle grazie.

1.

Quando nasce il figlio di un re si fa festa in tutto il regno. Il giorno della sua nascita è considerato un giorno di letizia. La nascita di Gesù Cristo si festeggia in tutto il mondo: il giorno di questa nascita è il giorno del gaudio universale. Tutti vi prendono parte: adulti e piccini, fortunati e infelici. E perché tanto gaudio, da 19 secoli, si rinnova di anno in anno davanti alla culla di Gesù? Chi è quel bambino che vaggisce nella mangiatoia, che non balbetta una parola? Egli è l’interprete della volontà di Dio, egli è colui che rivela pienamente le verità che riguardano l’Altissimo. Nell’Antico Testamento erano state fatte al popolo ebreo divine rivelazioni: e questo tesoro delle divine rivelazioni rendeva quel popolo grandemente superiore a tutti gli altri popoli. Con l a nascita di Gesù Cristo comincia una nuova rivelazione. Udiamo S. Paolo: A più riprese e in molte maniere parlò Dio un tempo ai padri per mezzo dei profeti: ultimamente, in questi giorni, parlò a noi per mezzo del suo Figliuolo. Fin dal tempo dei primi patriarchi Dio manifesta i suoi oracoli a uomini, che si è scelti come strumenti per manifestare la sua volontà. Non tutto è rivelato ai profeti, né a tutti è rivelata la stessa cosa. Una cosa è rivelata ai nostri progenitori, altra a Noè, altra ad Abramo. A Isaia è rivelato il parto della Vergine e la passione di Cristo. A Daniele il tempo della nascita del Messia; a Michea il luogo. La rivelazione è fatta come a frammenti, a più riprese, in modo che s’accresce col succedersi dei tempi.Orbene, il fanciullo che noi contempliamo nella culla di Betlemme, è strumento di rivelazione divina molto più completa di quella fatta per mezzo dei profeti, attraverso tanto volgere di secoli. Quel Bambino ci istruirà non solamente intorno a qualche verità, ma intorno a tutte le verità. Non ci istruirà in modo confuso, ma chiaro. Quel Bambino è il riflesso della gloria di Dio e l’impronta della sua sostanza; è il Verbo fatto carne. La dottrina che Egli insegna l’ha attinta nel seno del Padre. «Tutto quello che intesi dal Padre — dirà un giorno agli Apostoli — l’ho fatto sapere a voi» (Giov. XV, 15). E la sua rivelazione non è riservata ai soli Ebrei: è fatta per tutti i popoli della terra. Questo profeta di tutti i tempi e di tutte le verità è anche il profeta di tutte le genti». « È la luce che splende fra le tenebre» (Giov. I, 5) dovunque esse si stendano. La luce che questo Bambino è venuto a portare porterà un nuovo ordine, che andrà estendendosi a tutto il mondo.

2.

Il Fanciullo che contempliamo nella culla è colui che si porrà, compiuta  l’espiazione dei peccati, a sedere alla destra della maestà nel più alto dei cieli.  – Sofonia aveva predetto:« In quel giorno si dirà in Gerusalemme: … Il Signore, il Dio tuo forte sta in mezzo a te » (Sof. III, 16-17). Quel giorno è venuto. Il Fanciullo che vaggisce è il Dio forte venuto a salvarci, espiando per noi i peccati. Attorno a lui l’occhio umano non scorge nulla che indichi chi strapperà i popoli al potere dei nemici. Dalle pareti tra cui vaggisce non pendono i ritratti di antenati guerrieri. Alla soglia non vegliano soldati armati. Le sue mani non stringono la spada. Egli è avvolto nelle fasce, debole come tutti i fanciulli appena nati. Crescerà non in una scuola di guerra, ma in una bottega di falegname. Un giorno si associerà dei discepoli, che non avranno mai combinato piani di battaglia, ma unicamente tese le reti nel lago di Genesaret, E se un giorno, uno di loro, in un momento di zelo, sfodererà la spada per difendere il Maestro; questi lo richiamerà prontamente: «Rimetti la spada al posto, perché tutti coloro che si serviranno della spada, periranno di spada» (Matth. XXVI, 52). – Gesù, come predisse l’Angelo a S. Giuseppe, «salverà il popolo dai suoi peccati» (Matth. I, 21). ma non per mezzo di eserciti. Egli combatterà non sterminando i nemici col ferro e col fuoco, ma consegnando se stesso alla morte come mite agnello. «E l’Agnello li vincerà, perché Egli è il Signore dei Signori e il R e dei Re» (Apoc. XVII, 14). Questo Bambino nella natura umana che ha assunto ha deposto la maestà divina, ma non il potere» (S. Zenone, L. 2 Tract. 9, 1). – I tiranni sorgono e scompaiono. I regni da loro fondati si dilatano, poi vanno restringendosi, e poi non sono che ricordi. Ma il tiranno, contro cui prende a lottare Gesù Cristo, regna da secoli. Ha posto il suo giogo sul primo uomo, e continua a porlo sopra i suoi discendenti. Il suo regno, che è il regno del peccato, si estende a tutto il mondo. Non c’è nazione, non c’è individuo che se ne possa sottrarre. « In vero tutti hanno peccato, e sono privi della gloria di Dio » (Rom. III, 23). Gesù Cristo sarà il liberatore di tutti. – Quel Bambino, è l’innocente, è il segregato dai peccatori. Egli è sfuggito al dominio di satana, e sulla croce lo infrangerà completamente. Da Adamo fino a Gesù Cristo ha dominato il peccato. Con la venuta di Gesù Cristo si inizia il dominio della grazia. L’impero di satana andrà perdendo terreno ogni giorno. I tempi dedicati agli idoli cadranno a mano a mano, e al loro posto sorgeranno chiese, in cui si innalzeranno preghiere al vero Dio, e a Lui si faranno sacrifici accetti, l’uomo è ora destinato alla morte eterna, e Gesù gli aprirà le porte della vita beata. Egli salirà al cielo a ricevere il premio della sua vittoria, e dietro di Lui saranno continuamente i suoi seguaci. Come aveva ragione l’Angelo di dire ai pastori: «Vi reco una buona novella di grande allegrezza per tutto il popolo. Oggi nella città di Davide vi è nato un Salvatore che è il Cristo Signore» (Luc. II, 10-11).

3.

In principio hai creato la terra e i cieli sono opera delle tue mani. È la preghiera che il popolo d’Israele, schiavo in Babilonia, rivolge a Dio, perché lo liberi, e faccia risorgere Gerusalemme. Egli può farlo: è onnipotente (Salm. CI, 26). Lo stesso possiam dire con S. Paolo del fanciullo di Betlemme. Egli è padrone del cielo e della terra: l’universo e quanto vi si contiene è suo. Egli può ricolmarci di tutti i beni. Non sconfortiamoci se non lo vediamo in una culla dorata, se non è difeso da cortine di seta, se il suolo della sua abitazione non è coperto di ricchi tappeti. « La povertà di Cristo è più ricca che tutta la roba, che tutti i tesori del mondo » (S. Bernardo. In Vig. Nat. Serm. 4, 6). Questo povero Fanciullo un giorno darà abbondanza di pane alle turbe affamate. Darà il camminare agli storpi, l’udito ai sordi, la vista ai ciechi, la loquela ai muti, la liberazione agli indemoniati. – Padrone della vita e della morte, ascolterà la preghiera delle sorelle di Lazzaro, e richiamerà dalla tomba, ove è già in preda alla corruzione, il loro fratello; scuoterà dal sonno della morte la figlia di Giairo, fermerà la bara che porta alla sepoltura il figlio unico della vedova di Naim; e, ridonata la vita al giovinetto, lo consegnerà alla madre. – Chi giace privo di tutto nella mangiatoia è il dispensatore dei regni. Un giorno dirà agli eletti : « Venite, o benedetti dal Padre mio; prendete il regno che vi è stato preparato dalla fondazione del mondo » (Matth. XXV, 34). Egli richiamerà i peccatori dalla morte alla vita spirituale. La peccatrice, il paralitico, ascolteranno dalla sua bocca la consolante parola: « Va, ti sono rimessi i tuoi peccati » (Luc. V, 20; VII, 48). S. Giovanni racchiude tutto in una frase: E della pienezza di Lui tutti abbiamo ricevuto, grazia su grazia » (Giov. I, 16). E intanto gli uomini cominciano a godere il dono della pace. Poco lontano dalla sua culla uno stuolo dell’esercito celeste canta: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà» (Luc. II, 14). La pace tra Dio e l’uomo è stata inaugurata con la nascita del Redentore. Il Bambino di Betlemme è la vittima destinata a placare la divina giustizia offesa. La culla in cui piange è come un altare su cui comincia per noi il sacrificio che deve riconciliarci al Padre. Su questo altare versa lagrime; sulla croce verserà sangue, e sarà compiuto l’ultimo atto del sacrificio. L’opera è cominciata con l’offerta di pace; non respingiamola. È un dono che non troveremo altrove, perché, nessuno può dare quel che non ha. Togliamo prontamente tutto ciò ch’è d’ostacolo a questa pace, e godremo pienamente di questo giorno. Oggi dev’essere giorno di letizia. « Non è lecito dar luogo alla tristezza quando è il giorno natalizio della vita» (S. Leone M. Serm. 21, 1). Non potremo sottrarci alla tristezza se avremo il peccato su l’anima: via, dunque, il peccato. E se vogliamo gustare appieno la letizia, procuriamo di stringere al nostro cuore, sotto le specie eucaristiche, quel Bambino che contempliamo nella culla di Betlemme. – È commovente la storia del piccolo Giorgio, nipote del celebre ebreo convertito, Ermanno Cohen. Per obbligarlo ad abiurare la Religione Cattolica, che il fanciullo aveva abbracciato con la madre, il padre, ebreo, lo separa da questa, e lo conduce in un paese protestante, lontano quattrocentocinquanta leghe da lei. Si era fatto Cristiano per poter ricevere Gesù nella S. Comunione, e ora ne è severamente impedito. Era questo il suo maggior tormento. All’avvicinarsi di Natale può far pervenire allo zio i suoi lamenti: « Siamo alla vigilia di Natale, ed all’approssimarsi di questa solennità la sorveglianza si raddoppia per impedirmi di ricevere il mio Dio. Ahimè! Dovrò dunque passare queste belle feste nel digiuno e privo del pane di vita? Prego il Santo Bambino Gesù che il mio digiuno presto finisca ». Il non rimaner digiuno del pane di vita sarà appunto il modo migliore di assaporare tutta intera la gioia che ci reca la nascita di Gesù.

Graduale
Ps XCVII:3; 2
Vidérunt omnes fines terræ salutare Dei nostri: jubiláte Deo, omnis terra. [Tutti i confini della terra vídero la salvezza del nostro Dio: tutta la terra acclàmi a Dio.]
V. Notum fecit Dominus salutare suum: ante conspéctum géntium revelávit justitiam suam. Allelúja, allelúja. [Il Signore ci fece conoscere la sua salvezza: agli occhi delle genti rivelò la sua giustizia. Allelúia, allelúia.]
V. Dies sanctificátus illúxit nobis: veníte, gentes, et adoráte Dóminum: quia hódie descéndit lux magna super terram. Allelúja. [Un giorno sacro ci ha illuminati: venite, genti, e adorate il Signore: perché oggi discende gran luce sopra la terra. Allelúia.]

Evangelium

Joann 1: 1-14
In princípio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Hoc erat in princípio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt: et sine ipso factum est nihil, quod factum est: in ipso vita erat, et vita erat lux hóminum: et lux in ténebris lucet, et ténebræ eam non comprehendérunt. Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Joánnes. Hic venit in testimónium, ut testimónium perhibéret de lúmine, ut omnes créderent per illum. Non erat ille lux, sed ut testimónium perhibéret de lúmine. Erat lux vera, quæ illúminat omnem hóminem veniéntem in hunc mundum. In mundo erat, et mundus per ipsum factus est, et mundus eum non cognóvit. In própria venit, et sui eum non recepérunt. Quotquot autem recepérunt eum, dedit eis potestátem fílios Dei fíeri, his, qui credunt in nómine ejus: qui non ex sanguínibus, neque ex voluntáte carnis, neque ex voluntáte viri, sed ex Deo nati sunt. Hic genuflectitur Et Verbum caro factum est, et habitávit in nobis: et vídimus glóriam ejus, glóriam quasi Unigéniti a Patre, plenum grátiæ et veritátis. [In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che è fatto. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. E la luce splende tra le tenebre e le tenebre non l’hanno accolta. Ci fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Questi venne come testimonio, per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma era per rendere testimonianza alla luce. Era la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di Lui, e il mondo non lo conobbe. Venne nella sua casa, e i suoi non lo accolsero. Ma a quanti lo accolsero diede il potere di diventare figli di Dio: a loro che credono nel suo nome: i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono nati. Genuflettiamo E il Verbo si fece carne Ci alziamo, e abitò tra noi: e noi abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigénito dal Padre, pieno di grazia e di verità.]

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli: Misteri Cristiani, vol. I., Queriniana Ed.; Brescia, 1894]

Le convenienze della Incarnazione.

Dio! Noi possiamo considerarlo in se stesso, fissando l’occhio della mente, avvalorato dalla fede, nel mare sterminato dell’essere suo, in quell’oceano di luce, nel quale allora meglio e più santamente si vede quando non si vede più nulla, secondo il linguaggio dei Padri: e possiamo considerarlo eziandio spaziando liberamente in quell’altro mare, finito sì, ma per noi immensurabile, dell’opere stupende, svariatissime della sua mano, disseminate in cielo e in terra. – Ficcando l’occhio della mente, confortato dalla fede, nell’intima natura di Dio, per quanto lo consente la debolezza nostra, che solo … “da sensato apprende Ciò che fa poscia d’intelletto degno”, noi vediamo, ch’Egli è eterno, immutabile, infinito, immenso, uno, semplicissimo, sovranamente perfetto: l’esser primo, non fatto, da cui deriva ciò che esiste. Attraverso ai fulgori di quella luce infinita, nell’unità incommutabile dell’essere, con la ragione intravediamo alcun poco e con la fede fermamente crediamo : tre Persone, l’una che emana dall’altra, come dalla luce il raggio e dal raggio il calore: come dalla mente nostra il pensiero e dal pensiero la scintilla dell’amore. Ciascuna Persona si distingue dall’altra, eppure ciascuna ha tutta l’essenza divina, come il mio pensiero e la mia volontà si distinguono dall’anima mia e tutte egualmente la posseggono, anzi sono tutta l’anima istessa. Che se dalla profondità inscrutabile della divina essenza portiamo lo sguardo sull’opere che ha compiute e compie fuori di sé, non per bisogno, che ne avesse, ma per solo amore, che vediamo noi, carissimi? – Vediamo che Dio con una parola trae dal nulla l’universo, di cui la nostra terra è appena un atomo nello spazio sconfinato. È questo il primo atto che Dio liberissimamente compie fuori di sé, il primo riverbero della sua luce. Nel corso di quaranta secoli, preparata ogni cosa, Colui che è il Figlio di Dio, generato ab eterno nel seno del Padre, si fa figlio dell’uomo ed è generato nel seno della Vergine: il raggio dell’eterna luce si posa entro il calice del più candido giglio, che la mano di Dio abbia potuto creare e l’ineffabile connubio tra l’umana e la divina natura fu stretto e consumato. È il secondo atto che Dio per un miracolo della sola sua bontà compiva fuori di sé, diciannove secoli or sono, e che oggi con santa letizia solennemente rammentiamo. – È questo il mistero dei misteri, che solo l’amore infinito di Dio poteva ideare e compire: mistero, dinanzi al quale la ragione umana si smarrisce e, còlta dalle vertigini, è quasi tentata di esclamare: È impossibile, è impossibile! – Ma se poi lo contempliamo posatamente, e studiamo meglio le proporzioni e le armonie, in mezzo alle fitte tenebre, onde si avvolge il mistero, noi vediamo balenare tali lampi di luce, da trovarlo non solo non ripugnante alla ragione, ma alla ragione mirabilmente conforme. È ciò che vedremo se vi piacerà seguirmi con animo attento e desideroso del vero. – Prima di svolgere il vastissimo argomento, che ho tra mano, è necessario determinare in che consista il mistero della Incarnazione e fissarne con la maggior precisione possibile il concetto secondo la dottrina cattolica. Eccolo. Dio, quando furono maturi i tempi per lui stabiliti, creò un’anima, la più perfetta, che alla sua sapienza e onnipotenza fosse possibile: formò nel seno di Maria un corpo ugualmente il più perfetto possibile senza intervento di qualsiasi opera umana; e a quest’anima, nell’atto stesso di crearla, e a questo corpo nell’atto stesso di formarlo e congiungerlo all’anima, si univa la seconda Persona dell’augusta Trinità, il Figlio di Dio, e si univa per guisa che ne risultava un solo individuo, Dio ed Uomo ad un tempo. Come tu, o uomo, hai il corpo e l’anima, eppure sei un solo individuo, una sola persona, visibile e mortale quanto al corpo, invisibile ed immortale quanto all’anima, così pel mistero dell’Incarnazione Gesù Cristo è un solo individuo, una sola Persona, vero Dio e vero Uomo, perfetto Dio e perfetto Uomo, visibile e mortale corno Uomo, invisibile ed immortale come Dio. Il suo corpo è in ogni cosa eguale al nostro fuorché in tutto quello che è conseguenza del peccato: l’anima sua, dotata d’intelligenza e volontà liberissima, è ricolma di tutta quella scienza e grazia, di cui è capace fin dal primo istante della sua esistenza. – Questo mistero, pur rimanendo sempre mistero incomprensibile, risponde esso alle perfezioni divine ed ai bisogni delle tendenze dell’umana natura? Sì, e vediamolo, seguendo la guida dei Padri e nominatamente dell’Angelo della scuola, S. Tommaso. – L’Incarnazione, come ciascuno intende, importa due termini distinti e infinitamente distanti, il Creatore ed il creato, Dio e l’uomo, che si uniscono col massimo dei vincoli, il vincolo personale. Consideriamo anzitutto la convenienza della Incarnazione per rapporto a Dio. – L’Incarnazione è un atto che Iddio compie fuori di sé e perciò è sovranamente libero. Qual è il fine di qualunque atto, che Dio compie fuori di sé? La manifestazione delle sue perfezioni, fine principalissimo, e il bene delle creature, fine secondario, ordinato al principalissimo. L’atto esterno  di Dio è tanto più grande e più degno di Lui, quanto maggiore è in esso la manifestazione delle sue perfezioni, come più splendido è il trionfo di quel monarca, nel quale maggiormente brillano la sua potenza, la sua sapienza, e tutta la forza del suo genio. Ora nell’Incarnazione del Figlio di Dio noi vediamo apparire in tutta la loro magnificenza le perfezioni divine. – Apparisce in tutta la sua luce la sapienza, che seppe ideare e mandare ad effetto questo meraviglioso disegno di unire l’umana alla divina natura, in guisa che Dio fosse veramente un Uomo e un uomo fosse veramente Dio, e l’onore e la gloria che Dio riceve fuori di sé, fosse infinita come quella che necessariamente in se stesso. Dio è uno solo nell’essenza e trino nelle Persone; l’unità dell’essenza si svolge nella Trinità delle Persone e tutto questo oceano immenso della luce e dell’amore divino si racchiude negli abissi inscrutabili dell’essenza divina, dove Dio è gloria adeguata a se stesso nella generazione del suo Verbo e nella spirazione del suo Amore. Per l’Incarnazione il Verbo divino, eguale al Padre ed allo Spirito Santo, a nostro modo d’intendere, si mette fuori di Dio, si pone nella umanità assunta, e, se è lecito il dirlo, raddoppia se stesso e la sua gloria. Perocché nell’istante. in cui si compie l’Incarnazione, il Figlio di Dio è anche Figlio dell’uomo e dal fondo dell’universo, fuori di Dio, si leva una voce, che grida: – Tu, o Dio, sei mio Padre: io Uomo sono eguale a te e ti rendo un onore adeguato -. La sapienza divina ha trovato il modo di far sì che il finito sia anche infinito e che la gloria resa a Dio da un uomo sia rigorosamente infinita e divina. E non è questo un prodigio di sapienza? Apparisce nella Incarnazione la potenza di Dio, che unisce le cose più disparate tra loro, il corpo, l’anima e il Verbo divino in una sola Persona: tra Dio e il creato si avalla un immenso abisso, che cielo e terra moltiplicati mille volte e mille milioni di volte non varrebbero mai per tutti i secoli a ricolmare. Ma Dio coll’Incarnazione sopra questo sconfinato abisso getta un ponte che unisce e stringe intimamente tra loro le due rive dell’Increato e del creato, dell’immutabile e del mutabile, dell’eterno e del temporario, dell’impassibile e del passibile, di Dio e dell’uomo. Contemplatelo questo ponte, che lega a sé cielo e terra e ammirate la sapienza e la potenza dell’architetto, che lo compì e lo eseguì! – Vi sono in Dio due perfezioni sovrane ed eguali, che per poco sembrano tra loro ripugnanti, ma pure armonizzano stupendamente tra loro nel mistero dell’Incarnazione e sono la misericordia e la giustizia. Quella vuole il perdono pel colpevole, questa ne domanda inesorabile la punizione; quella apre le braccia e tutti invita i peccatori a gettarvisi fidenti; questa con atteggiamento austero li respinge. Come si comporranno tra loro queste due perfezioni, delle quali Dio è e deve essere egualmente geloso? Come rimarranno intatti i diritti dell’una e dell’altra? L’Incarnazione scioglie l’arduo problema. Il Figliuolo di Dio, assumendo la povera nostra natura e in essa offrendosi vittima espiatrice per tutti gli uomini, ci dà prova dell’amor suo ed eccovi il trionfo massimo della misericordia: ricevendo sopra di sé la pena a noi dovuta e col sacrificio della croce soddisfacendo con usura smisurata il debito che avevamo con Dio, la sua giustizia è placata e il prezzo del riscatto sovrabbondante. Intreccio sublime di  sapienza! In Gesù Cristo, Dio-Uomo, la misericordia diventa giustizia, e la giustizia diventa misericordia: la misericordia lo fa vittima della giustizia e la giustizia lo fa vittima della misericordia. Ponete che Dio avesse condonato gratuitamente il delitto dell’umanità (e certo così poteva fare): avevamo il trionfo della misericordia; ma dov’era il trionfo della giustizia? Per l’Incarnazione l’uno è congiunto all’altro per forma che sono inseparabili e qui veramente la pace, ossia la misericordia e la giustizia si gettano le braccia al collo e si baciano in fronte. – A canto alla sapienza ed alla potenza, alla misericordia e alla giustizia di Dio risplende nell’Incarnazione la sua Provvidenza. Spetta ad essa, stabilito il fine, disporre i mezzi, che più acconciamente conducono al suo conseguimento. Fine primo di Dio è di condurre gli uomini al conoscimento di se stesso, in cui sta riposta la vita. Ora gli uomini devono salire al conoscimento di Dio invisibile per mezzo delle cose visibili; per le creature e quasi per altrettanti scalini, dovevano salire a Dio Creatore. Ma sciaguratamente gli uomini si fermavano nelle creature: queste sole conoscevano e amavano; in queste riponevano ogni loro felicità, sordi alla voce, che gridava: – In alto i cuori: montate a Dio, che è al di sopra delle cose tutte visibili. Gli uomini erano tutti come tuffati nelle cose visibili e materiali. Allora Dio, scrive S. Atanasio, discende e per l’Incarnazione si fa sensibile e palpabile agli nomini e fa loro conoscere se stesso e le verità invisibili colla parola materiale, che risuona sul suo labbro e percuote il loro orecchio e per l’orecchio discende al cuore Ut dum visibiliter cognoscimus, per hunc in invisibilium amorem rapiamur -. Al linguaggio muto, ma eloquente delle creature, che annunziavano Dio, per l’Incarnazione è sostituito l’accento vivo, più chiaro, intelligibile a tutti che l’Uomo-Dio fa udire sulla sua lingua. E non brilla in questo consiglio di pietà infinita quella Provvidenza che arriva da un estremo all’altro ed ogni cosa dispone con forza e dolcezza? Ma dalle altezze divine discendiamo sulla terra e consideriamo l’Incarnazione rispetto all’umana natura e ancor meglio appariranno le sue mirabili convenienze. Una mano barbara e profana ha sformato in parte il Mosè di Michelangelo e guastato la Trasfigurazione di Raffaello. Che farebbero essi quei due artisti se vivessero? Gli artisti amano i loro lavori come i padri amano i figli, e veramente sono figli nobilissimi della loro intelligenza. Io credo che quelle mani, che trassero dal marmo quel volto parlante, che gettarono sulla tela quelle figure vive, rifarebbero il loro lavoro, né si darebbero pace finché non ci avessero ridonati nella primitiva loro bellezza quei miracoli del genio. Ora l’uomo era il capolavoro uscito dalle mani del Creatore, che compendiava in sé tutte le bellezze dell’universo: sulla sua fronte riluceva in tutta la sua bellezza l’immagine di Dio, di quel Verbo, che l’aveva creato.La mano del nemico fino a principio guastò orribilmente quel superbo lavoro, lasciandovi ancora alcuni lineamenti, che ricordavano l’antica bellezza. Poteva Egli il Verbo, che lo fece sì bello, abbandonarlo a se stesso? Sarebbe stato un darla vinta al nemico, che n’avrebbe menato vanto. Conveniva adunque che quella stessa mente che prima ideò, che quelle stesse mani, che prima produssero quel capolavoro di bellezza, lo rifacessero sull’antico modello, e lo rifacessero ancor più bello, perché più pieno fosse il trionfo del divino Artefice e più perfetto lo scorno del malvagio, che l’aveva bruttamente svisato e guastato (1). Dio, che è immortale, buono e onnipotente, non può fare come quell’architetto, che, visto scrollato l’edificio, opera delle sue mani, impotente a ricostruirlo, l’abbandona: Dio ripara tutte le opere delle sue mani che sono riparabili e non può, non vuole abbandonarle in balia del suo nemico. Poteva riparare l’uman genere miseramente caduto, e lo volle, ed Egli che l’aveva fatto venne a rifarlo e a ridipingere in lui le proprie fattezze. L’umana natura, scrive il Nisseno (Catech.) uscì dalle mani del sommo Fattore simile ad oro purissimo: il nemico di Dio e dell’uomo la frammischiò alla scoria e perdette la sua lucidezza e purezza. Il Verbo divino, che, al dire dell’Apostolo, è fuoco che consuma – Ignis consumens Deus – investe e penetra in ogni sua parte l’umanità assunta e per essa tutta l’umanità, che non respinge l’opera sua, la purga d’ogni mondiglia e le restituisce la perduta bellezza. Quale opera più degna di lui? Il Verbo divino era la luce, che illuminava ogni uomo: luce, che, rischiarando perennemente la sua intelligenza, le mostrava l’errore da fuggire e il vero da seguire, il male da rigettare e il bene da fare; ma la nube del peccato eclissava quella luce e l’uomo muoveva il passo a tentoni, scambiando la verità coll’errore, il lecito con l’illecito: allora il Verbo divino, Colui  che solo merita il nome di Maestro – Unus magister Christus si presenta agli uomini come Uomo Egli stesso, e ripete in accenti umani chiarissimi ciò che sempre, e prima e poi, dice loro con la luce interna della ragione, con la voce della coscienza, aggiungendovi per sua bontà tesori di verità ben più sublimi.Così il Maestro interno diventa Maestro esterno, dà che dice internamente annunzia e spiega esternamente e compie l’ufficio suo d’infinità carità, accoppiando alle parti di Maestro perfetto, quella di Medico perfetto. – L’uomo non poteva essere ricondotto a Dio che da Dio stesso, colla luce della verità annunziata in modo sensibile, con la parola, che quasi scintilla riaccendesse la face della coscienza e ne secondasse la fiamma. Ad uomini, che non ricevono la verità che per la via dei sensi, era necessario un Maestro visibile, che parlasse ai sensi, ed eccolo nell’Uomo-Dio, il Verbo incarnato. Ma voi sapete troppo bene, o Signori, che allora l’insegnamento della parola riesce eloquente ed efficace quando è confermato e avvalorato dalle opere. Un maestro che parla bene ci piace: un maestro che parla bene e quello che dice mostra nei fatti, ci persuade e ci trascina. Conveniva adunque che il Maestro dell’uman genere all’insegnamento della parola aggiungesse quello più potente dell’esempio e perciò era necessario che fosse Uomo come noi. – Ed eccolo questo divino Maestro adempire in sé le due parti di perfettissimo Maestro colla parola e con le opere. Egli predica al mondo tutte le virtù con un linguaggio, che non si era mai udito, né mai s’udrà l’uguale « Beati i poveri di spirito: Beati i mansueti: Beati quelli che soffrono: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia: Beati i mondi di cuore: Beati i pacifici: Beati i misericordiosi: Beati quelli che soffrono per la giustizia: tutta la legge e i profeti si riducono alla carità: perdonate ai vostri nemici, fate bene a chi vi fa male ». Non occorre che ricordi tutto l’insegnamento teorico e pratico di Cristo, che formò sempre la meraviglia di tutti gli uomini della scienza. Ma quale efficacia avrebbe avuto sul cuore degli uomini codesta dottrina, ancorché sì sublime, se non fosse stata suggellata dall’esempio? Ora vedete Gesù Cristo, Dio-Uomo, che si mette a capo dell’ umanità: Egli povero volontario, il più povero di tutti gli uomini fino a nascere in una stalla; Egli mansueto come un agnello; Egli che soffre e muore coperto di vituperio e perdona : Egli il pacifico per eccellenza: Egli la stessa purezza e bontà; Egli modello di umiltà, di ubbidienza, di pazienza, di tutte le virtù e massimamente di quelle che tornano più difficili e più amare alla nostra natura. Poteva egli l’uman genere domandare al cielo un maestro più perfetto di Gesù Cristo? Quale mai tra i figliuoli degli uomini potrà alzare la voce e dire: – Io non conosco la via della verità? Il cammino della virtù è troppo aspro perché io lo possa correre? – Noi non avremmo che ad aprirgli sotto gli occhi il Vangelo di Gesù Cristo e narrargli la sua vita. Ecco o uomini, il Maestro, che vi insegna la via della virtù con la parola e con l’opera la conferma. Ci sono virtù, belle, sublimi finché volete al lume  della ragione e alle quali facciamo plauso unanimi; ma esse domandano troppo spesso tali sforzi, tali sacrifici, che la natura nostra s’arresta e quasi atterrita indietreggia: tali sono l’umiltà, la pazienza, l’ubbidienza, il perdono delle offese, il disprezzo di se stesso, la mortificazione, la purezza e via dicendo. Noi le ammiriamo negli altri, ma praticarle noi stessi!…. Ohimè! è cosa che ci sgomenta. Ma allorché noi vediamo Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, alla nostra testa, che dopo averle predicate, le pratica con infinita perfezione, chi volete, che vinto dal timore dia volta? Sul ponte d’Arcole fervea feroce la mischia: la presa del ponte era la vittoria: le schiere vi si urtavano con orribile cozzo: dall’una e dall’altra parte vi erano mucchi di cadaveri: la sua vittoria pendeva incerta: allorché il duce supremo dell’una parte, afferra una bandiera e agitandola fieramente si lancia sulla fronte de’ suoi: con la voce e con l’esempio li trascina dietro a sé, rovescia le file nemiche e la vittoria è sua. E ciò che fece e fa Gesù Cristo a capo dell’umanità: come avrebbe potuto far ciò se non era uomo? L’Incarnazione adunque del Figliuolo di Dio ci dà il vero e perfetto Maestro, che ci era necessario. Togliete l’Incarnazione, resta pur sempre Dio il Maestro nostro; ma un Maestro, che è nell’alto dei cieli, che è lontano da noi, che non si vede, che ci fa udire la sua voce, ma non ci lascia vedere l’opera sua: noi abbiamo bisogno d’un Maestro che vediamo, che tocchiamo, che cammini con noi, che soffra con noi, che sia uno di noi, per infonderci coraggio, che sia Dio per condurci a Dio. L’Incarnazione risponde ad ogni nostro bisogno e ci dà un Maestro, che come uomo si acconcia alla nostra debolezza, come Dio ci solleva alle supreme altezze della verità e della virtù. – Chi di noi uomini non ama elevarsi e nobilitarsi? E un desiderio per sé buono e santo, che Dio ha posto nel cuore d’ogni uomo, e che rettamente secondato, ci rende migliori. Non vi è uomo che non vada altero di potersi dire amico e congiunto d’un sapiente, d’un grande, d’un potente d’un re della terra. Gli pare di ricevere sulla propria persona il riflesso di quella luce, ond’essi si ammantano e non a torto. I vincoli dell’amicizia e del sangue creano non so qual solidarietà d’onore, di grandezza e di gloria, che tutti sentono e riconoscono, benché non sia facile rendercene ragione. Ora per l’umana natura tutta si può dare nobiltà più gloriosa di quella che acquista per l’Incarnazione del Verbo divino? Vi è un Uomo, un figlio d’Adamo, un nostro fratello secondo la carne, che è Dio! In Lui e per Lui noi siamo congiunti, imparentati con Dio e la nostra povera natura assurge a tanta gloria, che è come immersa nel mare dell’Essere divino,  tutta sfolgorante della sua luce istessa, come canta il Poeta:

“Dietro da sé, del suo color istesso

mi parve pinta della nostra effige.”

(PARAD. C. XXIII, v. 131-32).

Fine supremo di tutte le opere, che Iddio compie fuori di sé è la sua gloria e massima sua gloria è di ottenere l’omaggio delle intelligenze ed il tributo dell’amore delle creature libere; la gloria che gli rendono le creature prive di ragione e di libertà, che vale sulla bilancia di Dio? Nulla se non è congiunta a quella che gli rendono gli esseri servizievoli. Un solo atto di fede, di ubbidienza e di amore dell’ultima creatura ragionevole onora Dio immensamente più che tutti gli astri del cielo e le creature tutte irragionevoli dell’universo: è verità che basta annunziarla per dimostrarla. Dio domanda sopra tutto l’amore dell’uomo: questo solo è degno di Lui. Per ottenere l’amore si domanda amore, ond’è pieno di sapienza quel verso del poeta … amor che nullo amato amar perdona. L’amore allorché si manifesta provoca l’amore e manifestazione somma dell’amore è che l’amante si faccia simile e, se è possibile, eguale all’amato. Per l’Incarnazione Iddio, il primo, il sommo, l’eterno Essere, non pure si fa simile, ma eguale all’uomo, si dona tutto a lui in guisa da diventare uomo Egli stesso. Qual prova d’amore! Essa trascende al tutto ogni umano concepimento e se da una parte mostra l’infinita ricchezza della sapienza e bontà di Dio, mostra dall’altra qual sia la grandezza dell’uomo, qual sia la eccellenza e il pregio dell’amor suo. – La natura umana è un mistero incomprensibile. Vedetela! Essa ha un bisogno incessante, prepotente dell’infinito: mostratele il bello, il buono, il vero creato; essa non dice mai, mai basta: essa domanda sempre più, più, più ancora: mille universi insieme uniti, mille volte più belli di questo, non farebbero paghi i suoi desideri, non sazierebbero le sue brame. Essa dunque tende sempre all’infinito, a Dio, colla intelligenza, che domanda la verità, col cuore che domanda il bene. Ma come ciò se l’uomo naturalmente non può vedere Iddio e unirsi immediatamente a Lui? Lo vuol vedere, lo vuole abbracciare e non lo può vedere, né abbracciare! Quale enigma! Quale mistero! L’Incarnazione scioglie l’enigma, spiega il mistero. Il Verbo divino, che è il candore dell’eterna luce, che nessun occhio mortale può tollerare, si vela della nostra carne, si copre, dice S. Gregorio Nazianzeno, della nube della nostra natura e si rende accessibile: noi possiamo accostarci a Lui e attraverso al velo della carne vedere in qualche modo la luce increata del Verbo: vedendo in Gesù Cristo l’uomo, vediamo Dio, toccando l’uomo, tocchiamo Dio, abbracciando l’uomo, abbracciamo Dio. – Egli è pel mistero dell’Incarnazione, osserva S. Tommaso, che Dio provvide alla nostra debolezza, affinché non cadesse nelle vergogne della idolatria, adorando le creature in luogo del Creatore. L’uomo è soggetto all’ impero dei sensi per guisa che non può concepire le cose stesse spirituali senza l’aiuto dei fantasmi, che sono creature dei sensi. Egli ha sempre bisogno d’un oggetto sensibile ed è tratto a foggiarsi Dio medesimo sotto forme sensibili. Ecco perché cadde nel politeismo e confuse le creature col Creatore e prestò culto a quelle, che pure erano opere delle sue mani. Dio ebbe pietà dell’uomo e sovvenne alla sua debolezza: si fece uomo e nell’umana natura si degna ricevere le adorazioni dovute a Dio; in tal maniera gli uomini possono impunemente seguire la naturale tendenza, che li porta a rappresentarsi Dio sotto forme sensibili. – Il nemico aveva sedotto l’uomo e fattolo sua preda, pigliandolo per la carne: ebbene nella carne pose Iddio il rimedio, nella carne assunta dal Verbo Divino e per essa vinse il nemico. Dio fece come il pescatore: esso getta l’amo nascosto sotto l’esca: il pesce abbocca l’esca e resta preso dall’ amo. Dio si nascose sotto la carne di peccato: il nemico l’afferrò per farla sua preda: ma sotto la carne trovò nascosto Iddio e il predatore divenne preda e colui che aveva vinto per la carne per la carne fu vinto e il rimedio venne di là donde scaturiva il veleno e dalla morte sgorgò la vita. – Più ancora: Dio creò gli uomini e sopra gli uomini gli Angeli, distribuiti in ordine meraviglioso: quelli e questi formano un esercito sterminato, che non v’ha cifra, che li rappresenti. Essi costituiscono una scala immensa, che dal sommo tra gli Angeli giù giù digrada fino all’ultimo degli uomini. Questo sterminato esercito di uomini ed Angeli, facenti corona all’ Essere sovrano, che è Dio, doveva avere un capo ed un capo, a così dire omogeneo, come osservano i Padri, che li raccogliesse intorno a sé e a Dio li guidasse: capo, che loro sovrastasse, e che in pari tempo fosse della loro stessa natura. Tal è per ogni rispetto il Figlio di Dio fatto uomo. Egli è Dio, eguale al Padre e al Santo Spirito Egli ha il corpo e risponde agli uomini; Egli ha l’anima e in essa risponda e agli uomini e agli Angeli. In Lui gli uomini, in quanto hanno corpo, hanno nel tempo e nell’eternità un termine, che risponde alle loro esigenze: in Lui, in quanto ha l’anima, le menti umane ed angeliche hanno l’oggetto loro acconcio: in Lui in quanto Dio, ogni loro aspirazione è fatta paga e contenta come insegnano S. Agostino e S. Bonaventura. E non è anor tutto: la Scrittura ci insegna che un numero stragrande di Angeli, fino a principio, si ribellò e fu precipitata negli abissi infernali. Perché si ribellò e cadde? Secondo ogni verosimiglianza Iddio, a principio, mostrò agli Angeli il mistero dell’Incarnazione, che si sarebbe compiuto nella pienezza dei tempi ed impose loro che riconoscessero ed adorassero il suo Verbo nella natura umana: essi, considerandosi a lui superiori nella loro natura, ricusarono l’omaggio: di qui la caduta degli Angeli e l’odio loro ferocissimo contro Cristo e 1’uman genere. L’Incarnazione fu pertanto fu la prova, a ci Dio mise la fedeltà degli Angeli: quelli, che riconobbero ed adorarono come loro capo Cristo nell’umana natura, a loro inferiore, si giustificarono e furono confermati in grazia: quelli che superbi ricusarono, furono puniti: così l’umile ubbidienza salvò i primi e l’orgogliosa rivolta perdette gli altri, e questi ad eterno loro scorno son posti sgabello sotto i piedi dell’Uomo-Dio e veggono i figli di Adamo riempire le loro sedi. Così tutto il gran dramma degli Angeli in cielo e degli uomini sulla terra si svolge e si raggruppa intorno al mistero dell’Incarnazione, ed il Verbo fatto carne è il perno di tutti i disegni di Dio, è il capo degli uomini e degli Angeli, santificatore e glorificatore supremo di tutti i giusti, punitore di tutti i malvagi. – Levatevi col pensiero fino a Dio: contemplatelo in quell’istante, nel quale, uscendo di sé, coll’atto della sua onnipotente volontà trae dal nulla l’universo. Vedete come sotto l’impulso della sua irresistibile parola, quasi riflesso della vita divina, si spande dovunque la vita creata. Vedete come l’onda immensa dell’essere creato muove da Dio e quale smisurato circolo si allarga in cielo e in terra. Vedete comparire per primi i puri spiriti con una gradazione, che supera ogni calcolo umano; e poi man mano l’uomo, spirito e corpo; e poi l’onda della vita scema e diventa sola vita animale e poi vita vegetale e poi sola materia, ultima eco dell’essere, là sugli estremi limiti del nulla. Dio, con la creazione, ha lanciato fuori di sé l’essere in tutte le forme e gradazioni possibili, dalla più sublime, il primo Serafino, all’infima, 1’atomo della materia; ma tutto deve ritornare a Lui, da cui tutto deriva. Che fa Dio?  Mette fuori il suo Verbo: piglia la carne umana, e in essa e per essa gli elementi disseminati nel triplice regno minerale, vegetale e animale: con la carne umana piglia l’anima umana, la unisce alla Persona del suo Verbo e con Lui e per Lui, tira a sé tutto l’universo. Quale spettacolo di questo più magnifico e più sublime! Con la creazione Dio dà l’essere a tutte le cose e dispone fuori di sé l’immenso circolo delle creature digradanti sopra una scala indefinita; con l’Incarnazione le ripiglia tutte e secondo loro natura cominciando dalle più lontane, le tira a sé e coopera quella stupenda ricapitolazione universale di cui parla S. Paolo – Instaurare omnia in Christi Jesu. Chiuderò questo ragionamento, sviluppando con la maggiore brevità un pensiero, che tolgo da S. Tommaso e che è veramente degno di lui. Fisso lo sguardo della mente in Dio e veggo avvolte in lui tutte le perfezioni in grado infinito: una, a nostro modo di dire, grandeggia sopra le altre tutte, la sua bontà. Essa lo muove a comunicarsi tutto e necessariamente dentro di sé, nella sua vita intima, ed ecco la comunicazione totale, necessaria, eterna che ciascuna persona fa all’altre; lo muove a comunicarsi liberamente fuori di sé, ed ecco la creazione. La comunicazione che Dio fa della bontà sua nella creazione può essere maggiore? Sì: Egli può dare alle creature l’esistenza: ma a questa esistenza può aggiungere la partecipazione della sua immagine mediante la grazia; è comunicazione di Dio molto maggiore, soprannaturale. Non potrebbe Iddio, spinto dalla sua bontà, andare più oltre nella sua comunicazione? Dopo aver dato l’essere alle cose; dopo aver dato alle creature, che ne erano capaci, la sua immagine e la partecipazione della sua vita divina, non potrebbe,spinto da quell’amore immensurabile, che non dice mai basta; unire la stessa sua natura alla natura umana e far sì che la persona stessa del Figlio suo la facesse propria e dicesse: Io e questa natura siamo un solo essere, un solo io? La ragione non trova impossibile la cosa, anzi considerata la natura dell’amore di Dio infinito, la trova conforme e degna di Dio. Ora fisso lo sguardo nella natura umana e tra l’altre doti, ond’essa va bella, trovo la tendenza a comunicarsi, a darsi tutta per 1’amore. L’uomo si dà per amore ai figli, al padre, alla madre, allo sposo, alla sposa: si dà alla patria e più volte! è capace di dare tutto se stesso, la sua vita medesima. Mosso dall’amore, si dà a Dio, a Lui tutto sacrifica e per Lui, non una, ma mille vite immolerebbe. Dove può egli arrestarsi l’amore, che porta l’uomo a donarsi? Chi potrebbe stabilirne l’ultimo confine? Nessuno: egli tende all’infinito e solo in lui, fonte d’ogni verità e d’ogni! bellezza e d’ogni bontà può quietare le sue voglie: viene dall’infinito e torna all’infinito, come l’acqua, che scende d’alta cima ritornerebbe alla medesima altezza, se non ne fosse impedita, o come raggio di sole che riflesso torna diritto pur su al punto onde si parte. Dio pertanto per la sua infinita bontà discende verso l’uomo e tende ad unirsi a lui col massimo vincolo possibile; l’uomo dal lato suo, pel bisogno che ha di Dio, tende ad unirsi a Lui nel maggior grado possibile. Perché questi due esseri mossi l’uno dal puro amore, l’altro da un supremo bisogno, non si incontrerebbero in un punto, non si stringerebbero in un amplesso ineffabile in un connubio santo,  formando un solo individuo, una sola persona che dice: – Io sono Dio, io sono Uomo? – Questo amplesso ineffabile, questo connubio santo, che la ragione umana intravvede e presente, avvenne in quell’istante, in cui, come la fede insegna, il Verbo si fece uomo – Et Verbum caro factum est. –  Il Verbo divino alla umana natura per virtù divina formato nel seno intemerato della Vergine, unì immediatamente la sua Persona, e allora fu gettato il ponte tra il cielo e la terra, un uomo, un figlio d’Adamo fu Dio, e Dio, il Figlio di Dio fu uomo e con quel vincolo, il massimo dei vincoli, vincolo nei secoli eterni infrangibile, non solo l’umanità tutta, ma con essa tutto il creato fu congiunto per sempre a Dio. – Una volta mi trovai, in un mattino d’estate ai piedi dell’Alpi; il cielo era sereno, l’aria tranquilla, e le vette superbe dell’Alpi, quasi giganti silenziosi, erano là ritte, 1’una a ridosso dell’altra. Ad un tratto la più eccelsa dì quelle cime si colora di porpora, il sole la investe, arde come se fosse avvolta in un vasto incendio. La luce de sole la investe quel vertice altissimo e si riflette sulle cime inferiori, e tutti quanti siamo sparsi per la pianura ne riceviamo il benefico riverbero. È  questa una pallida immagine del mistero che oggi celebriamo. Il Verbo divino si posa sul vertice, sul capo dell’umanità, 1’assunta umana natura, la unisce a sé in unità di persona e di là irradia la sua luce, versa il suo calore e spande la sua vita divina in cielo e in terra – Pieghiamo le ginocchia, curviamo la fronte e adoriamolo coi pastori – .

Credo
Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, factórem cœli et terræ, visibílium ómnium et in visibílium. Et in unum Dóminum Jesum Christum, Fílium Dei unigénitum. Et ex Patre natum ante ómnia saecula. Deum de Deo, lumen de lúmine, Deum verum de Deo vero. Génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómnia facta sunt. Qui propter nos hómines et propter nostram salútem descéndit de coelis. Et incarnátus est de Spíritu Sancto ex María Vírgine: Et homo factus est. Crucifíxus étiam pro nobis: sub Póntio Piláto passus, et sepúltus est. Et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras. Et ascéndit in coelum: sedet ad déxteram Patris. Et íterum ventúrus est cum glória judicáre vivos et mórtuos: cujus regni non erit finis. Et in Spíritum Sanctum, Dóminum et vivificántem: qui ex Patre Filióque procédit. Qui cum Patre et Fílio simul adorátur et conglorificátur: qui locútus est per Prophétas. Et unam sanctam cathólicam et apostólicam Ecclésiam. Confíteor unum baptísma in remissiónem peccatórum. Et exspécto resurrectiónem mortuórum. Et vitam ventúri sæculi. Amen.

Offertorium
Orémus
Ps LXXXVIII: 12; 15
Tui sunt c
œli et tua est terra: orbem terrárum et plenitúdinem ejus tu fundásti: justítia et judícium præparátio sedis tuæ. [Tuoi sono i cieli, e tua è la terra: tu hai fondato il mondo e quanto vi si contiene: giustizia ed equità sono le basi del tuo trono.]

Secreta
Obláta, Dómine, múnera, nova Unigéniti tui Nativitáte sanctífica: nosque a peccatórum nostrórum máculis emúnda. [Santifica, o Signore, con la nuova nascita del tuo Unigénito, i doni offerti, e puríficaci dalle macchie dei nostri peccati]

Communio
Ps XCVII:3
Vidérunt omnes fines terræ salutáre Dei nostri. [Tutti i confini della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio.]

Postcommunio
Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut natus hódie Salvátor mundi, sicut divínæ nobis generatiónis est auctor; ita et immortalitátis sit ipse largítor:
[Fa, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che il Salvatore del mondo, oggi nato, come è l’autore della nostra divina rigenerazione, così ci sia anche datore dell’immortalità.]

DOMENICA IV DI AVVENTO (2018)

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Exod XVI :16; 7
Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus [Oggi saprete che verrà il Signore e ci salverà: e domattina vedrete la sua gloria.]
Ps XXIII:1
Dómini est terra, et plenitúdo ejus: orbis terrárum, et univérsi, qui hábitant in eo. [Del Signore è la terra  e quanto essa contiene; il mondo e e tutti quelli che vi abitano.]
Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus

[Oggi saprete che verrà il Signore e ci salverà: e domattina vedrete la sua gloria.]

Oratio  
Excita, quǽsumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni: et magna nobis virtúte succúrre; ut per auxílium grátiæ tuæ, quod nostra peccáta præpédiunt, indulgéntiæ tuæ propitiatiónis accéleret: [O Signore, Te ne preghiamo, súscita la tua potenza e vieni: soccòrrici con la tua grande virtú: affinché con l’aiuto della tua grazia, ciò che allontanarono i nostri peccati, la tua misericordia lo affretti.]

Lectio
Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Corinthios
1 Cor IV:1-5
Fratres: Sic nos exístimet homo ut minístros Christi, et dispensatóres mysteriórum Dei. Hic jam quaeritur inter dispensatóres, ut fidélis quis inveniátur. Mihi autem pro mínimo est, ut a vobis júdicer aut ab humano die: sed neque meípsum judico. Nihil enim mihi cónscius sum: sed non in hoc justificátus sum: qui autem júdicat me, Dóminus est. Itaque nolíte ante tempus  judicáre, quoadúsque véniat Dóminus: qui et illuminábit abscóndita tenebrárum, et manifestábit consília córdium: et tunc laus erit unicuique a Deo.

OMELIA I

 [Mons. Bonomelli: Omelie, vol. I – Omelia VII; Torino 1899]

“Così ognuno faccia stima di noi come di ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. Del resto nei dispensatori si richiede che ciascuno sia trovato fedele. Quanto a me poco mi importa d’essere giudicato da voi o da tribunale umano; anzi neppur io giudico me stesso. Perché in coscienza io non mi sento colpevole di cosa alcuna, ma non per questo sono giustificato. Colui che mi giudica è il Signore. Perciò non giudicate prima del tempo, finché non venga il Signore, che metterà in luce le cose nascoste nelle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori, ed allora ciascuno avrà, la sua lode da Dio „ (I. Cor. IV, 1-5). Sono questi i primi cinque versetti del capo quarto della prima lettera di S. Paolo ai Corinti, che si legge nella Messa di questa Domenica. I fedeli della Chiesa di Corinto, che S. Paolo aveva fondato, erano sossopra per molte cause, come apparisce dalla stessa lettera. Non fate le meraviglie, o cari, che vi fossero dei disordini anche nella primitiva Chiesa: dove sono uomini ivi sono anche le debolezze e le passioni umane. La causa principale dei dissidi della Chiesa di Corinto era il parteggiare che facevano quei fedeli, chi per l’uno e chi per l’altro. Viveva in Corinto un certo Apollo, sacerdote d’ingegno, di molta eloquenza e virtuoso. Alcuni dicevano: Noi stiamo con Apollo; ed altri rispondevano: E noi stiamo con Paolo; ed altri protestavano di seguire Pietro; ed altri infine, quasi a troncare ogni questione, dichiaravano d’essere discepoli di Gesù Cristo. Erano gare deplorevoli, che dividevano gli animi e che non è raro vedere anche ai giorni nostri. Spesso noi vediamo certi fedeli, anche buoni e pii, che, scambiando le persone con la religione, si legano a quelle più che alla religione stessa: seguono l’uomo più che Gesù Cristo, il ministro più che Colui, del quale il ministro non è che ministro. – L’Apostolo per togliere quel disordine, parla del giudizio che si deve fare dei ministri di Dio. L’argomento riguarda noi sacerdoti e voi, laici, e si raccomanda assai alla nostra attenzione. – “Così ognuno faccia stima di noi come di ministri di Dio. „ A Corinto, come or ora vi dicevo, vi era un grave dissidio tra i fedeli, per il diverso apprezzamento che si faceva dei sacri ministri, parteggiando chi per questo e chi per quello. Voi, o Corinti, diceva l’Apostolo, siete divisi a cagione di noi, ministri di Cristo. Ma in nome del cielo, come dovete voi giudicarci? Unicamente per quello che siamo. Considerate in noi, non l’ingegno, non la scienza, non l’eloquenza, non le altre doti naturali, ma solamente l’ufficio e il potere, che teniamo di ministri di Cristo e di dispensatori dei misteri di Dio. Con la parola dispensatori dei misteri di Dio, S. Paolo significa i misteri della fede, le verità sovraumane del Vangelo, o i Sacramenti, fonti della grazia, e più probabilmente l’una e l’altra cosa insieme. Qui ci si porge un grande ammaestramento, che vuolsi attentamente considerare. Assunti all’altissimo onore di annunziarvi le eterne verità, uscite dalla bocca di Gesù Cristo, e di dispensare i santi Sacramenti, mezzi infallibili della grazia divina, nella virtù e nella santità della vita noi dobbiamo camminare innanzi a voi, o fedeli, e rendere rispettabile e venerando l’ufficio che esercitiamo. È nostro dovere, e guai a noi, se veniamo meno; sarà terribile il giudizio che ci attende. Che se per nostra grande sventura nella nostra condotta non rispondiamo all’altezza dell’ufficio che teniamo, voi, o cari, non dovete mai dimenticare, che noi siamo pur sempre ministri di Gesù Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. Un liquore prezioso è sempre prezioso, sia che lo teniate chiuso in un vaso di cristallo o in un vaso d’oro, e un diamante è sempre diamante, sia desso legato in oro finissimo o in vile metallo. Quali che siano le nostre doti di mente e di cuore; siamo buoni o cattivi, assai istruiti o poco istruiti, voi dovete sempre ricordare, che siamo ministri di Cristo, e che i nostri difetti e le nostre colpe non possono né togliere, né diminuire la nostra dignità, perché veramente non è nostra, ma di Gesù Cristo. Al di sopra delle nostre povere persone dovete fissare gli occhi in Colui che ci manda e al quale si deve onore, tutto l’onore nei suoi rappresentanti, anche più indegni. Sublime, divina è la nostra dignità; ma noi non siamo Angeli; siamo fratelli vostri, soggetti come voi alle stesse passioni, e se col manto della carità dovete coprir tutti indistintamente, dovete compatire pur noi, perché noi pure ne abbiamo bisogno e siamo fratelli vostri. È verità che facilmente si dimentica dai laici e che li dovrebbe rendere più giusti, più caritatevoli verso dei sacerdoti erranti. È un fatto, che non so spiegare a me stesso: in generale si compatiscono con grande facilità i falli dei laici, e somma è la severità che si usa con i Sacerdoti. Lo comprendo, o fratelli: i falli nostri sono assai più gravi dei vostri: ma è pur vero altresì che maggiore è la necessità che noi abbiamo della carità vostra. Come potremo noi con frutto esercitare il nostro ministero se voi senza pietà gettate in pasto ad un pubblico, avido di scandali, le nostre colpe? Se non noi, il ben pubblico esige che maggiore sia la carità vostra col Clero. E fossero almeno sempre vere le colpe che ci si appongono! Quante volte sono a studio ingrandite, anzi inventate per disonorarci! E poi chi non vede un’altra ingiustizia, che si commette sì spesso contro il Clero? Un prete sarà caduto in una colpa, se volete, gravissima: che si fa? che si dice? Subito si grida: “Vedete chi sono i preti, chi sono i religiosi!” La colpa di uno diventa colpa di tutti. Non è questa una imperdonabile ingiustizia? Pecca un prete, hanno peccato tutti i preti! E perché non si adopera la stessa misura con i laici, con ogni altro ceto di persone? E se la colpa d’un uomo di Chiesa la si vuole colpa di tutti gli uomini di Chiesa, perché non si tiene la stessa regola col bene ch’essi fanno? Perché se un prete, un religioso compie un’opera buona e generosa non si dice egualmente: Vedete chi sono i preti, chi sono i religiosi? Ah! il male che si fa da un prete o da un religioso è male di tutto il clero, il bene poi è solo di colui che lo fa! E questa è giustizia? – Del resto, soggiunge S. Paolo, nel dispensatore dei beni altrui, che cosa si richiede? Una cosa sopratutto si richiede e basta, ed è che sia fedele, cioè adempia fedelmente i voleri del padrone. Questa è la sostanza. Dunque, dice S. Paolo, anche in noi, ministri di Cristo, badate a questo, cioè se adempiamo il nostro dovere, annunziando la parola di Dio, dispensando i Sacramenti, visitando gli infermi e compiendo tutti gli altri uffici del ministero: tutto il resto a voi poco importa. Voi avete il diritto di esigere che il sacerdote sia fedele nel suo ufficio verso di voi; quanto al resto non è cosa che vi riguardi, né avete diritto di occuparvene. S. Paolo procede e conferma la stessa verità. – “Quanto a me poco mi importa d’essere giudicato da voi o da tribunale umano. „ Voi fate differenza tra ministro e ministro, e questo preferite a quello: di ciò non mi curo, e non mi curo dei vostri giudizi favorevoli o sfavorevoli, o di qualsiasi tribunale terreno. L’Apostolo scrisse, non tribunale terreno, ma “giorno umano”, alludendo al giorno del Signore per eccellenza, che è il giorno del giudizio finale. Continua l’Apostolo: “Sì poco mi curo dei giudizi umani, che non mi do pensiero nemmeno di giudicare me stesso. “Neque meipsum judico”. Quale linguaggio degno dell’Apostolo delle genti! Egli non cura le lodi, né teme i biasimi del mondo: non giudica delle sue doti, delle sue intenzioni; intende ad una sola cosa, ad adempire cioè il ministero ricevuto da Gesù Cristo. Ecco il modello perfetto del sacerdote, che, quando occorra, deve sfidare le ire dei tristi, disprezzare le loro lodi e una sola cosa aver sempre dinanzi agli occhi, l’adempimento del proprio dovere. “Perché in coscienza non mi sento colpevole di cosa alcuna. „ Non mi curo, non mi do pensiero, nemmeno di giudicare me stesso, “perché la coscienza, così l’Apostolo, non mi rimorde di nulla quanto all’esercizio del mio ministero. — Felici quelle anime, che, interrogando diligentemente se stesse, possono rispondere con l’Apostolo: “Non sento in coscienza d’essere colpevole! „ È la più cara testimonianza, il più dolce conforto ohe l’uomo possa avere anche in mezzo alle tribolazioni più gravi. Vediamo di meritare questa, che è la mercede del giusto sulla terra e la forza che ci tiene saldi nelle prove sì amare della vita. Sembra strano ciò che S. Paolo soggiunge: Sento in coscienza di non essere colpevole: “con tutto ciò non sono giustificato. „ – “Il non avere rimorsi, quanto all’esercizio del mio ministero, scrive l’Apostolo, non vuol dire ch’io sia giusto, inescusabile, santo, no”. Ben è vero che non si commette mai peccato se non quando sappiamo, od abbiamo coscienza di commetterlo; è verità chiarissima; ma potrebbe accadere di non porre mente al male che facciamo, e ciò per colpevole negligenza, o di non ricordarci al presente del male già commesso con piena deliberazione, e in tal caso il non avere rimorsi non vorrebbe dire che siamo innocenti e giusti, né ci varrebbe di scusa dinanzi a Dio. Pur troppo moltissimi sono quelli, che vivono immersi in ogni sorta di peccati e non sono molestati dal più lieve rimorso. La distrazione, la trascuratezza, in cui vivono, il callo che hanno fatto ad ogni disordine, l’abitudine inveterata di non ascoltare le grida della coscienza, fanno sì che più non sentono i rimorsi. Forseché costoro, perché non sentono i rimorsi, si potranno dire giusti? Certamente, no. Possiamo essere gravemente ammalati e non sentire dolori; così possiamo essere colpevoli e non sentire rimorsi, e ciò non varrà a scolparci innanzi a Dio. Il nostro giudizio non è sicuro, insegna S. Paolo: il solo giudizio di Dio è infallibile, e a Lui rimettiamoci: “Qui judicat me, Dominus est.,, È questa, o carissimi, una verità di sommo conforto per tutti, ma particolarmente per quelli, i quali, esercitando un ufficio, non raramente sono fatti segno a biasimi ingiusti e ad apprezzamenti erronei. Quante volte gli uomini biasimano a torto quel padre e quella madre, quasi trascurati nella educazione dei loro figli! Accarezzano sospetti ingiuriosi a carico di quella persona, condannano l’opera di quel padrone, di quel servo, la condotta di quel prete, di quel parroco, giudicando dalle apparenze! Spesso chi sta in alto diviene bersaglio delle più gravi accuse, delle più nere calunnie ed è impotente a difendersi. Sono pene acerbe, agonie di spirito, che Dio solo conosce. È pur dolce allora il potersi gettare dinanzi a Lui, che tutto conosce, aprirgli il cuore ed effondere l’anima e dirgli: Signore, Voi conoscete tutto; voi conoscete la mia rettitudine, la mia innocenza; mi abbandono nelle vostre braccia paterne. — “Dominus est qui judicat me.,, Credo che tra di voi, che m’ascoltate, non vi sia pur uno che un giorno non abbia sentito il bisogno di dire: “Il Signore sa ch’io sono innocente; Egli solo mi ha da giudicare”. S. Paolo applica a tutti in genere la dottrina stabilita, e dice a modo di conseguenza: “Perciò non giudicate prima del tempo, finché non venga il Signore. „ Noi pure, è vero, possiamo giudicare le cose e le persone in quanto si manifestano con le parole o con le opere e possiamo dire: Questa è buona, questa è cattiva: ma giudicare le cose e le persone in sé, nella loro mente e nella loro coscienza, è riserbato a Dio solo. Quante volte un atto esterno, che giudichiamo buono e lo è in se stesso, è cattivo per l’intenzione di chi lo fa, e quello che reputiamo cattivo, è buono per la retta intenzione dell’operante! Dio solo legge nelle coscienze e perciò non giudichiamo gli altri nel loro interno. Quali veramente siano le opere dell’uomo lo conosceremo allorché verrà Dio e farà il gran giudizio. “Egli illuminerà le cose tenute nelle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori, „ come insegna l’Apostolo. Nel presente ordine di cose noi vediamo solo ciò che apparisce; a nessuno di noi è dato di penetrare nelle menti e nei cuori se non tanto quanto essi si aprono volontariamente mediante la parola; parola che non è sempre mezzo sicuro della verità. – I cuori, le menti, le coscienze umane sono avvolte in fitte tenebre, che saranno pienamente rischiarate soltanto in quel dì, che il Giudice supremo verrà sulla terra. Che avverrà allora, o dilettissimi? Udite. Un valente artefice, chiuso in una stanza a tutti inaccessibile, lavora, ponete, una statua di cristallo; per il corso di molti anni, con pazienza ammirabile, vi si travaglia intorno e non vi è un punto solo della statua, che non sia lavorato. Compiuta l’opera sua in quel recesso impenetrabile, al lume d’una lampada, un bel dì la trae fuori e la espone al pubblico sotto la luce del mezzodì, sotto i fulgori del sole di luglio. Ad un tratto voi vedete quella statua, cesellata in ogni parte, e se vi è un solo punto, in cui il cesello abbia fallito, voi lo rilevate tosto. Non è vero che allora in un istante voi vedete il lavoro di molti e molti anni, compiuto occultamente, ignoto a tutti? Ecco una immagine del giudizio divino. Nel corso della nostra vita, che si svolge nelle tenebre di questo secolo, al fioco lume della ragione, avvalorato dal lume della fede, nel fondo della nostra coscienza, impenetrabile ad ogni occhio mortale, noi abbiamo lavorato la nostra statua, compiuta l’opera nostra, che rimarrà eterna. In quel momento, che avverrà il giudizio, l’opera condotta a termine nel corso di tanti anni, sarà posta sotto la luce infinita, che raggia dal volto di Gesù Cristo, e tutto sarà perfettamente manifesto il nostro lavoro, bello o brutto ch’esso sia. Allora saranno svelate le coscienze, rischiarate tutte le tenebre, fatto il giudizio e data a ciascuno la lode che gli si dee, come dice S. Paolo. E chiaro adunque, o carissimi, che nella presente vita ciascuno di noi va scrivendo sul libro della coscienza la sentenza che Cristo leggerà e pronunzierà nel giorno del giudizio e che con lui leggeremo e pronunceremo noi pure. — Figliuoli carissimi! badiamo bene a tutto ciò che pensiamo, vogliamo, diciamo e facciamo in vita, perché tutto si scrive nel libro indistruttibile della nostra coscienza e tutto rimarrà a nostra gloria od a nostra infamia eterna.

Graduale 
Ps 144:18; 144:21
Prope est Dóminus ómnibus invocántibus eum: ómnibus, qui ínvocant eum in veritáte. [Il Signore è vicino a quanti lo invocano: a quanti lo invocano sinceramente.]
V. Laudem Dómini loquétur os meum: et benedícat omnis caro nomen sanctum ejus. [Signore: e ogni mortale benedica il suo santo nome.

Alleluja

Allelúja, allelúja,
V. Veni, Dómine, et noli tardáre: reláxa facínora plebis tuæ Israël. Allelúja [Vieni, o Signore, non tardare: perdona le colpe di Israele tuo popolo. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secundum Lucam.
R. Gloria tibi, Domine!
Luc III:1-6
Anno quintodécimo impérii Tibérii Cæsaris, procuránte Póntio Piláto Judæam, tetrárcha autem Galilaeæ Heróde, Philíppo autem fratre ejus tetrárcha Ituraeæ et Trachonítidis regionis, et Lysánia Abilínæ tetrárcha, sub princípibus sacerdotum Anna et Cáipha: factum est verbum Domini super Joannem, Zacharíæ filium, in deserto. Et venit in omnem regiónem Jordánis, praedicans baptísmum pæniténtiæ in remissiónem peccatórum, sicut scriptum est in libro sermónum Isaíæ Prophétæ: Vox clamántis in desérto: Paráte viam Dómini: rectas fácite sémitas ejus: omnis vallis implébitur: et omnis mons et collis humiliábitur: et erunt prava in dirécta, et áspera in vias planas: et vidébit omnis caro salutáre Dei.”

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli: Omelie, ut supra; Om. VIII]

“L’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, essendo Ponzio Pilato procuratore della Giudea, ed Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca “della Iturea, e della regione Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilina, sotto i pontefici Anna e Caifa, la parola di Dio fu indirizzata a Giovanni, figliuolo di Zaccaria, nel deserto. Ed egli venne in tutto il paese del Giordano, predicando la penitenza, in remissione dei peccati, siccome sta scritto nel libro delle parole di Isaia profeta: Voce d’uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i sentieri di lui; sarà ricolmata ogni valle e abbassato ogni monte ed ogni colle e i luoghi distorti si muteranno in dritti e gli aspri in piani, ed ogni uomo vedrà il Salvatore di Dio „ (Luca, III, 1-6).

Eccovi, o carissimi, il Vangelo proprio di questa Domenica quarta ed ultima d’Avvento. In esso si parla della missione di Giovanni e della sua predicazione. La Chiesa tutta intenta in questi giorni a preparare i suoi figli alla venuta di Gesù Cristo, va loro ripetendo quelle parole, che il Precursore rivolgeva ai Giudei, eccitandoli a prepararsi alla venuta dell’aspettato Messia. Ascoltiamo dunque le parole del Precursore, e, più docili dei figli d’Israele, vediamo di metterle in pratica. Il fatto massimo della nostra Religione è il fatto della Incarnazione, per il quale fatto Dio divenne anche uomo e comparve e visse in mezzo a noi. A quel fatto è ordinato tutto l’antico Testamento con i suoi riti, con la sua legge, con i suoi sacrifici e con le sue profezie; a quel fatto si rivolge e si lega intimamente tutta la economia cristiana; è la pietra fondamentale di tutta la Religione nostra santissima. – Il fatto adunque della manifestazione dell’Uomo-Dio, di Gesù Cristo in Israele, doveva accertarsi nel modo più solenne affine di rendere impossibile qualunque dubbiezza della scienza, che più tardi avrebbe tentato tutti i modi per oscurarlo o negarlo. S. Luca, cominciando a narrare la vita pubblica di Gesù Cristo, ossia la manifestazione del fatto della incarnazione, piglia il fare di storico e determina il tempo, in cui avvenne, con una accuratezza, che non potrebb’essere maggiore. Giova udire lui stesso lo storico sacro: “L’anno decimoquinto di Tiberio Cesare, essendo Ponzio Pilato procuratore della Giudea, ed Erode tetrarca della Galilea [Erode Antipa (Antipatro) l’uccisore di S. Giovanni.], e Filippo, suo fratello [Questo Filippo non è quel Filippo, che era marito di Erodiade, ma un altro, che visse privato e si capisce come dovesse subire la vergogna di vedere la moglie convivere pubblicamente col fratello Erode Antipa], tetrarca dell’Iturea e della regione Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilina,, sotto i pontefici Anna e Caifa. „ Noi abbiamo qui nominato Tiberio Cesare e determinato l’anno del suo impero [Augusto associò all’impero delle Provincie Tiberio-Cesare, suo figliastro: tre anni appresso Augusto morì e gli successe Tiberio. Se datiamo l’impero di Tiberio dalla morte d’Augusto, sarebbe questo l’anno 12° di Tiberio, come fa Tertulliano: se lo datiamo dalla sua associazione ad Augusto, è questo l’anno 15° del suo impero. S. Luca tiene questa data e a ragione, perché in sostanza l’impero per Tiberio cominciò quando Augusto lo assunse a socio.), il decimoquinto]. Abbiamo pure nominato il rappresentante dell’imperatore nella Giudea, Ponzio Pilato. Erode, l’uccisore dei bambini, lasciò il regno ai suoi figliuoli e, questi contendendo tra loro, Augusto lo divise in quattro parti, ossia tetrarchie, assegnandole ai medesimi, come dice espressamente il Vangelo [Archelao era figlio di Erode ed ebbe la Giudea, la parte principale. Ma per la sua crudeltà fu rimosso dall’Imperatore e cacciato in esilio. La Giudea allora fu data in governo ad un Procuratore romano e fu Ponzio Pilato]. Dopo avere con ogni esattezza descritto lo stato politico del regno d’Israele, Luca accenna eziandio al governo religioso e dice, che governavano come pontefici Anna, o Anano, e Caifa. Secondo la legge di Mosè uno solo doveva essere il sommo sacerdote, e veramente fu sempre un solo; ma al tempo di Cristo il sommo sacerdote Anna, o Anano, fu deposto per opera dei Romani e in suo luogo eletto Caifa, suo genero. Ma sia perché Anna era ricco e potente, sia perché Caifa, a lui sostituito, era suo genero, sia perché il popolo doveva considerare Anna legittimo sacerdote, questi esercitava ancora l’ufficio suo pressoché in comune col genero Caifa. Perciò S. Luca scrive che allora erano due i sommi sacerdoti, Anna e Caifa, accennando il fatto senza approvarlo. S. Luca poi volle sì accuratamente indicare i prìncipi civili e religiosi di quell’epoca per mostrare l’esattezza storica con cui narra i fatti riguardanti Gesù Cristo; per mettere in evidenza il cessare del principato civile presso gli Ebrei e l’adempimento della profezia di Giacobbe, e perché i personaggi nominati si collegano strettamente con la vita di Gesù Cristo, che imprende a narrare. – Stando le cose civili e religiose d’Israele in questi termini, che avvenne? “La parola di Dio, scrive S. Luca, fu indirizzata a Giovanni, figliuolo di Zaccaria, nel deserto. „ Sappiamo dalla tradizione, che Giovanni Battista, fino dalla sua fanciullezza si mostrò ripieno dello Spirito di Dio e ancora giovinetto si ridusse nel deserto, vivendovi con quella austerità, che altra volta dicemmo. Questo genere di vita, abbracciato da Giovanni, non era nuovo, e molti e grandi esempi somiglianti troviamo nei profeti e in quella che si diceva scuola dei profeti. Giovanni adunque viveva nel deserto; la sua era una vita di silenzio, di preghiera, di penitenza, e certamente non doveva essere ignota a molti dei suoi concittadini. Ma fino a quel tempo non aveva fatta udire la sua voce, anzi sembrava fuggire ogni consorzio umano. Allora, cioè l’anno 15° dell’impero di Tiberio Cesare, Iddio fece conoscere a Giovanni, o con una ispirazione interna, o col ministero degli Angeli, o in qualunque altro modo, che era venuto il tempo di cominciare la sua missione; e Giovanni, ubbidiente alla voce di Dio, uscì dal fondo del deserto, dove dimorava e “venne in tutto il paese del Giordano. „ Il Giordano discendendo dal Libano, attraversa in gran parte la Palestina ad oriente, forma il lago di Genesaret o Tiberiade e finisce nel mare o Lago Morto. Giovanni pertanto abbandonò il suo deserto e comparve sul Giordano, scorrendo i paesi che sorgevano sulle due rive e predicando alle turbe, che in folla accorrevano ad udirlo. E che cosa predicava Giovanni? In questo Vangelo di S. Luca e negli altri abbiamo un cenno delle verità, che il Precursore annunziava: ma qui l’Evangelista compendia in una brevissima sentenza la predicazione del Battista: “Egli, così S. Luca, predicava il battesimo della penitenza, per la remissione, de peccati. „ Predicava cioè la necessità di fare penitenza (segno della quale era il battesimo che dava nel Giordano), affine di ottenere il perdono dei peccati. Vi è una doppia penitenza, o dilettissimi: la penitenza interna, o del cuore, e l’esterna, che consiste in qualche atto di mortificazione, come sarebbe il digiuno, l’astinenza, la veglia. La prima è la radice della seconda, e questa tanto vale in quantoché deriva da quella. La penitenza del cuore è sì necessaria, che senza di essa non è possibile ottenere il perdono dei peccati, anzi senza di essa Dio stesso, che è onnipotente, non potrebbe condonarli. I peccati vengono dal cuore, ossia dalla volontà: è essa che li concepisce e li genera di sé; è dunque necessario ch’essa li rigetti, li cacci da sé, disvolendo ciò che malamente volle. Ecco la penitenza interna, o il dolore dell’animo, che distrugge il peccato e riconcilia l’anima con Dio. Questa penitenza del cuore si potrebbe avere e si ha molte volte senza atti di penitenza esterna, come allorché il peccatore è impotente a farli o per difetto di tempo o di forze; così il ladrone sulla croce ottenne il perdono con la sola penitenza del cuore. Ed anche può avvenire che si abbiano atti e grandi di penitenza esterna, digiuni, macerazioni, limosine, senza la penitenza interna, come avveniva nei farisei per sentenza di nostro Signore: tutte le penitenze esterne non giovano nulla senza quella del cuore, e perciò il profeta gridava ai Giudei: “Spezzate (col dolore) i vostri cuori e non le vostre vesti. „ Ottima poi è la penitenza interna ed esterna insieme congiunta, e noi in questi giorni ci studieremo di praticare la prima, detestando i nostri peccati e preparandoci alla santa confessione; e la seconda, osservando almeno la doppia legge dell’astinenza e del digiuno, impostaci dalla madre nostra, la Chiesa. – Il battesimo di Giovanni, lo dissi altra volta, non aveva efficacia di cancellare i peccati: era un atto di umiltà, un segno della penitenza interna, una preparazione al Battesimo di Gesù Cristo; la penitenza nostra congiunta alla Confessione è il secondo Battesimo e cancella per virtù propria tutti i peccati. Figliuoli carissimi! le turbe correvano al Giordano per ricevere il battesimo di Giovanni e così prepararsi a ricevere il Messia, ch’egli annunziava vicino: e noi in questi giorni corriamo al lavacro benedetto della Confessione, ben più facile del battesimo di Giovanni, e ci prepareremo a ricevere santamente Gesù Cristo nei nostri cuori ed a celebrare con letizia il suo nascimento. – Di Giovanni e della sua predicazione, dice l’evangelista S. Luca, cinque secoli innanzi aveva parlato il profeta Isaia, e riporta le sue parole stesse: “Voce d’uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore; raddrizzate i sentieri di lui. „ Per fermo il Precursore, al quale Isaia mette in bocca queste parole, non intende parlare delle vie e dei sentieri materiali; ma, se ben vedo, vuol dire così: “Come allorché si aspetta un gran personaggio, un re, i popoli si affrettano ad acconciare le vie, le allargano, le appianano, le puliscono; così voi, o Giudei, dovete acconciare, allargare, appianare e pulire, non le vie materiali, ma le vostre menti, i vostri cuori, affine di accogliere debitamente il Salvatore del mondo. „ Come nell’ordine materiale la via retta è quella che si deve seguire, così nell’ordine spirituale e morale l’uomo che vive a norma della ragione e della fede si dice camminare per la via retta, vivere rettamente, si dice uomo retto. È il linguaggio delle Sante Scritture, ed è anche il linguaggio comune. Per converso l’uomo che si scosta dalle norme della ragione e della fede si dice che cammina per vie torte. La verità e la fede e per conseguenza la virtù, che ne è l’attuazione, si può rappresentare come una linea perfettamente retta, l’errore ed il vizio si può disegnare come una linea più o meno curva e torta. Allorché dunque il Precursore grida: “Raddrizzate i sentieri del Signore, „ vuol dire, lasciate l’errore, fuggite il vizio, abbandonate il peccato e ritornate sulla diritta via, la via della verità e della virtù —. Ma non si può raddrizzare ciò che è malamente piegato senza sforzo e senza dolore. Se il vostro piede o il vostro braccio per mala ventura sono distorti, il chirurgo non li riporrà al loro posto senza vostro dolore, proporzionato senza dubbio alla gravezza dello storcimento. Così avviene eziandio nell’ordine morale: senza dolore non è possibile lasciare il peccato, smettere i mali abiti, ridurre all’obbedienza le ribellanti passioni; il dolore è la condizione necessaria del ritorno alla grazia, della riconciliazione con Dio. Ecco perché il Precursore mette insieme la penitenza e il raddrizzamento dei sentieri del Signore: “Fate penitenza: raddrizzate le vie del Signore! „ – “Ogni valle, continua Isaia citato da san Luca, ogni valle sarà ricolmata, e sarà abbassato ogni monte ed ogni colle, e i luoghi distorti si muteranno in diritti e gli aspri in piani. „ Segue lo svolgimento dell’idea sopra annunziata del “preparare la via del Signore e raddrizzare i sentieri di Lui. „ Con questo linguaggio metaforico e vivacissimo il profeta forse volle dire, che i superbi, gli orgogliosi, che si sollevano a guisa di colli e di monti, dovevano abbassarsi, umiliarsi, riconoscere le proprie miserie, e Dio li avrebbe riempiti delle sue grazie. Voi lo sapete, le acque non si fermano sulle vette superbe, battute dai venti e dalle procelle ed arse dal sole, ma scendono nelle valli, che si coprono di bionde messi e di verdi prati. In sostanza in queste parole Isaia volle dire ciò che più tardi Gesù Cristo disse in linguaggio più semplice e popolare: Chi si esalta sarà abbassato e chi si abbassa sarà esaltato —. In questi giorni Colui che a ragione si chiama l’Altissimo, si abbassa fino a farsi uomo, bambino, l’ultimo, il più povero dei bambini a talché nasce in una stalla; abbassiamoci noi pure, dirò meglio, riconosciamo la nostra miseria, il nostro nulla, e allora avremo la gioia di vederlo per viva fede e di imitarlo.

Credo

Offertorium

Orémus
Luc 1: 28
Ave, María, gratia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui.

Secreta
Sacrifíciis pæséntibus, quǽsumus, Dómine, placátus inténde: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti. [O Signore, Te ne preghiamo, guarda benigno alle presenti offerte: affinché giovino alla nostra devozione e alla nostra salvezza.]

Communio
Is. VII:14
Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium: et vocábitur nomen ejus Emmánuel. [Ecco la Vergine concepirà e partorirà un figlio: e si chiamerà Emanuele.]

Postocommunio

Orémus.
Sumptis munéribus, quǽsumus, Dómine: ut, cum frequentatióne mystérii, crescat nostræ salútis efféctus. [Assunti i tuoi doni, o Signore, Ti preghiamo, affinché frequentando questi misteri cresca l’effetto della nostra salvezza.]

DOMENICA III DI AVVENTO (2018)

DOMENICA III DI AVVENTO

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Phil IV:4-6
Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. [Godete sempre nel Signore: ve lo ripeto: godete. La vostra modestia sia manifesta a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi per alcuna cosa, ma in ogni circostanza fate conoscere a Dio i vostri bisogni]

Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob. [Hai benedetto, o Signore, la tua terra: hai liberato Giacobbe dalla schiavitù]. Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. [Godete sempre nel Signore: ve lo ripeto: godete. La vostra modestia sia manifesta a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi per alcuna cosa, ma in ogni circostanza fate conoscere a Dio i vostri bisogni.]

Oratio

Orémus.
Aurem tuam, quǽsumus, Dómine, précibus nostris accómmoda: et mentis nostræ ténebras, grátia tuæ visitatiónis illústra: [O Signore, Te ne preghiamo, porgi benigno ascolto alle nostre preghiere e illumina le tenebre della nostra mente con la grazia della tua venuta.]

Lectio
Lectio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses
Philipp IV: 4-7
Fratres: Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne et obsecratióne, cum gratiárum actióne, petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. Et pax Dei, quæ exsúperat omnem sensum, custódiat corda vestra et intellegéntias vestras, in Christo Jesu, Dómino nostro.
R. Deo gratias.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli: Omelie, Vol. I; Torino 1899 – Omelia V.]

“Rallegratevi sempre nel Signore: da capo ve lo dico, rallegratevi. La vostra benignità sia nota a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi di nulla: ma in ogni cosa le vostre domande siano manifestate a Dio nell’orazione, nella preghiera e nel rendimento di grazie. E la pace di Dio, che supera ogni mente, custodisca i vostri cuori e le vostre menti in Gesù Cristo „ (Ai Pilipp. IV, 4-7).

Con questi quattro versetti l’apostolo Paolo chiude la sua breve ma bella ed affettuosissima lettera ai fedeli della Chiesa di Filippi, città principale della Macedonia. Nessuna difficoltà nella spiegazione di queste sentenze dell’Apostolo: ma i documenti che vi si contengono, sono d’una importanza pratica grandissima e meritano tutta la vostra attenzione. – “Rallegratevi sempre nel Signore: da capo vel dico, rallegratevi. „ S. Paolo scrisse questa lettera da Roma, come si fa manifesto dai saluti che in fine della lettera manda a quei di Filippi. La scrisse certamente dalla carcere, in cui fu gettato la prima volta, circa l’anno sessantesimo dell’era nostra. Uomo veramente ammirabile questo Apostolo per eccellenza! Egli è oppresso da ogni maniera di tribolazioni e in molti luoghi delle sue lettere, e in questa stessa, ne fa una viva descrizione. Da Gerusalemme è condotto a Roma incatenato: è là in carcere, imperando Nerone; si vede innanzitutto il patibolo: molti lo hanno abbandonato ed alcuni dei suoi lo amareggiano perfino in carcere: eppure, ripieno d’un sacro entusiasmo, l’entusiasmo della fede e della carità, grida ai suoi cari: rallegratevi. „ Ciò non gli basta, ed aggiunge: “Rallegratevi sempre; „ non gli basta ancora: lo ripete di nuovo: “Da capo vel dico, rallegratevi. „ Ma come rallegrarsi in mezzo ai timori e ai terrori della persecuzione, con le catene alle mani, lì, a pochi passi di quel mostro di crudeltà, che si chiama Nerone? — L’Apostolo leva in alto gli occhi, li fissa con fede viva in Dio ed è in Lui, in Lui solo, che egli attinge ogni conforto e perfino l’allegrezza, che vorrebbe trasfondere nei suoi cari figliuoli. – Vi è una doppia allegrezza, l’una celeste, l’altra terrena: l’una che viene dagli uomini, l’altra che viene da Dio; l’una che si fa sentire nel corpo, l’altra che riempie l’anima, la fa trasalire e si riflette eziandio nel corpo. Vi è la gioia dell’avaro, che guarda estatico lo scrigno riboccante d’oro; vi è la gioia del superbo, del vanitoso, che si delizia degli applausi e si inebria dell’incenso che le turbe gli profondono: vi è la gioia dell’epulone, che si bea tra vini e vivande; vi è la gioia del voluttuoso che lussureggia per ogni fibra: son gioie basse, turpi, indegne dell’uomo, inette a farlo felice, perché non sono durevoli, passano rapidamente e se pur saziano per alcuni istanti la parte inferiore del corpo, che se ne va tutto con la morte, lasciano vuota, desolata, riarsa la povera anima, come se vi passasse sopra un soffio infuocato. Domandate a questi beati del mondo, che corsero tutte le vie del piacere, che colsero tutti i fiori trovati lungo la via; che ammassarono i milioni; che salirono alto e videro le turbe prostrate ai loro piedi; che alla loro bocca non negavano mai né un cibo, né una bevanda, fossero pure a peso d’oro; che ebbero tutto ciò che poterono desiderare; domandate loro: “Siete felici?,, Ad una voce vi risponderanno: “Siamo sazi della vita; la noia ci opprime; il nostro cuore è vuoto. „ – Ecco la gioia del mondo! Vi è poi la gioia dell’umile, che conosce se stesso, del poverello rassegnato e contento dei suo pane quotidiano, dell’uomo che comanda alle passioni e le vede obbedienti; vi è la gioia del casto, del giusto, del caritatevole; gioia tranquilla, sempre eguale, che inonda l’anima, che ne ricerca tutte le fibre più riposte, che dura in mezzo alle pene ed alle amarezze della vita, che è come un effluvio del cielo, che ci fa sentire Dio presente e quasi ce lo fa toccare: ecco la gioia del Signore, di cui scrive S. Paolo. Non cercate, non amate mai la gioia del mondo, ma la gioia di Dio: Gaudete semper in Domino: iterum dico, gaudete. Questa gioia della virtù, gioia pura e santa, raddolcisce i dolori, che sulla terra sono nostri compagni inseparabili; infonde una forza meravigliosa nell’anima e ci fa correre speditamente le vie del cielo. S. Francesco d’Assisi sul miserabile giaciglio delle sue agonie, cantava. S. Luigi Gonzaga esclamava: Lætantes imus: ce ne andiamo pieni di gioia. S. Francesco di Sales, S. Vincenzo dei Paoli, S. Filippo erano sempre sorridenti e in mezzo alle fatiche, alle cure, alle pene della vita erano lieti e felici. E la gioia dei figli di Dio, quella di S. Paolo, che scrive: Rallegratevi sempre nel Signore. – “La vostra benignità sia nota a tutti gli uomini. „ La parola greca usata da S. Paolo e che io ho voltato nella parola benignità, ha un significato amplissimo e vuol dire modestia, temperanza di modi, affabilità, dolcezza. Qui l’Apostolo in sostanza vuole che nel nostro esterno, parole, opere e contegno ci mostriamo con tutti, tali da non recar loro molestia alcuna e da essere loro graditi. Tutto questo non è che il frutto e la manifestazione della carità, la quale vuole, che per quanto è possibile, non facciamo mai cosa che spiaccia ai nostri prossimi e facciamo loro ciò che onestamente piace. Il Cristiano, secondo S. Paolo, deve essere l’uomo più caro, più amabile, più accettevole a tutti nella stessa società civile, perché in ogni cosa è informato alla carità di Gesù Cristo. E perché questa benignità con tutti? Perché, risponde S. Paolo, “Il Signore è vicino Dominus prope est. „ Il Signore è vicino: forseché è vicino il giorno del finale giudizio, come alcuni sognarono? No: perché Gesù Cristo non volle dire quando verrà, e lo stesso Apostolo, nella sua lettera seconda a quei di Tessalonica, vuole che nessuno si turbi, quasi che quel giorno sia vicino (Capo II, 2 ) . — Il Signore è vicino; — vicino, perché il giorno della nostra morte e per conseguenza del giudizio per ciascuno, sia quanto si voglia lontano, è sempre vicino, dacché la nostra vita passa come un’ombra. — Il Signore è vicino; — vicino, perché viviamo in Lui, in Lui ci muoviamo, in Lui siamo; perché in qualunque luogo e in qualunque istante Egli ci vede, scruta i nostri pensieri e i nostri affetti. Siamo in ogni cosa composti, grida S. Paolo, perché siamo sempre al suo cospetto. Qual motivo più efficace di questo per vivere santamente? Segue un altro versetto, nel quale S. Paolo» ci dà un ammaestramento pratico per regolare cristianamente la nostra condotta. Eccovelo: “Non siate ansiosi di nulla. „ In mezzo alle nostre occupazioni, tribolazioni, privazioni ed anche in mezzo alla abbondanza d’ogni bene,, noi siamo facilmente inquieti e inquietiamo quelli coi quali abbiamo comune la vita. Temiamo, speriamo, affannosamente desideriamo, ci agitiamo senza tregua e così la pace fugge dai nostri cuori. Quando S. Paolo ci dice: “Non siate ansiosi di nulla,„ non intende già che trascuriamo le cose nostre, che viviamo spensierati, dimentichi del domani, con la stolta pretensione che ogni nostra cura si abbandoni alla Provvidenza divina: se così fosse, S. Paolo avrebbe predicata la negligenza, inculcato l’ozio, avrebbe condannata l’intera sua vita e ci avrebbe imposto di tentare la Provvidenza. Egli vuole che adempiamo ogni nostro dovere e poi ci rimettiamo alla provvidenza di Dio, perfettamente rassegnati a tutto ciò ch’essa disporrà, senza turbarci, sapendo ch’essa tutto va ordinando al nostro vero bene. E ciò che si fa? Sventuratamente nella nostra condotta cadiamo troppo spesso nei due estremi. Ora noi domandiamo tutto alle nostre forze, al nostro ingegno, alla nostra abilità, dimenticando che se Dio non è con noi, tutto fallisce: ed ora tutto pretendiamo da Dio, come se nulla si esigesse da noi e Dio dovesse premiare i pigri, gli oziosi. La verità è, carissimi, che si domanda sempre in ogni cosa l’aiuto di Dio ed il nostro concorso, e se l’uno o l’altro fa difetto, follia sperare il compimento dell’opera. Può esso il sole illuminare i vostri occhi, se voi non li aprite? Può essa il campo coprirsi di messi, se voi non lo seminate e coltivate? Possono i vostri polmoni respirare se l’aria vien meno? Non dimenticate mai, che se Dio ci ha creati senza di noi, senza di noi non ci salva. Lavoriamo, facciamo il nostro dovere, ma senza ansietà, sicuri che se noi dal canto nostro faremo ciò che è in poter nostro, Dio non mancherà mai dal lato suo, e le due forze unite, l’umana e la divina, ci daranno l’opera compiuta. – E per cessare questa ansietà, che sì spesso turba i nostri cuori, che faremo? Ce lo insegna l’Apostolo: “In ogni cosa le vostre domande siano manifestate a Dio nella orazione, nella preghiera e nel rendimento di grazie. „ Allorché ci assale il timore che le cose nostre volgano male e l’anima nostra è sopraffatta da sollecitudini moleste ed è in preda al turbamento, solleviamo gli occhi a Lui che tutto vede e può; a Lui, che ci è sempre vicino e ci ama teneramente, e come figli a padre amoroso, apriamogli l’anima nostra con l’orazione; e se la tempesta dell’anima non cessa, instiamo più fortemente nella orazione, che allora diventa preghiera. Qui è notata la differenza tra orazione e preghiera; la preghiera è l’orazione con insistenza, con ardore, e quando incalza il bisogno, deve pur crescere la nostra orazione e diventare preghiera. – Se Dio ci esaudisce, noi gli porgeremo rendimento di grazie per l’ottenuto beneficio: se per gli occulti consigli della sua sapienza, Egli ritarda l’esaudimento della nostra preghiera e ci lascia ancora in balia della tempesta, noi lo ringrazieremo egualmente, perché ci conforta col suo aiuto, perché ciò vuole a nostro maggior bene e perché la sua volontà benedetta è pur sempre la nostra legge inviolabile. Non dimentichiamo mai, o carissimi, questo sì prezioso insegnamento dell’Apostolo: in ogni cosa ricorriamo a Dio; la preghiera è il farmaco dell’anima afflitta, è l’àncora della nostra salvezza. – L’Apostolo chiude il tratto della epistola per noi citato con questo augurio, che non potrebb’essere più bello: “E la pace di Dio, che supera ogni mente, custodisca i vostri cuori e le vostre menti in Gesù Cristo. „ La pace! Non vi è cosa che suoni più dolce ai nostri orecchi, che maggiormente si desideri e che più studiosamente si conservi quanto la pace. Tutti cerchiamo, tutti vogliamo la pace: tutti la salutiamo come il sommo bene che si possa avere quaggiù. Che è dessa la pace? Fu definita da sant’Agostino: “Tranquillitas ordinis — Tranquillità dell’ordine! „ Quando serbiamo l’ordine, che è quanto dire, osserviamo la giustizia con tutti, allora abbiamo la pace. Noi tutti abbiamo dei doveri verso noi stessi, verso i nostri simili, verso Dio. Abbiamo doveri verso noi stessi, che ci impongono di vegliare sui pensieri e sugli affetti nostri, di reprimere le passioni scomposte che ci travagliano, la superbia, l’amore sregolato dei beni della terra, la sensualità, l’intemperanza, l’invidia, l’ira e via dicendo. Vogliamo noi la pace con noi? Ebbene: ristabiliamo l’ordine nell’anima nostra, le passioni ribelli siano ridotte alla ubbidienza, vi regnino le virtù e legge nostra sia la fede, che regoli ogni nostro atto. — Abbiamo doveri coi nostri simili e quanti son padri, sono madri, sono figli, padroni, servi, ricchi, poveri; adempia ciascuno i suoi doveri, sempre e fedelmente: esercitando i nostri doveri, vediamo di non offendere quelli degli altri; pieni di compatimento e di amore vero ed operoso verso di tutti, cerchiamo il bene altrui come il nostro, ed avremo l’ordine, cioè la pace coi fratelli nostri. — Abbiamo doveri con Dio, e sono i primi e il fondamento degli altri; osserviamo la sua legge, temiamo il suo giudizio, amiamolo, come il Padre nostro, non facendo mai cosa che lo possa offendere, ed avremo l’ordine e la pace con Dio. Oh la pace! come la può avere colui che vive in peccato, che sa d’avere per nemico Dio stesso? Un uomo che sa d’avere commesso un delitto e di meritare l’estremo supplizio; che sa d’avere sulle sue orme gli esecutori della giustizia, che lo cercano, non ha un’ora di pace. Ogni rumore, ogni stormire di foglie, la vista d’un uomo che muove alla sua volta, tutto lo turba, lo agita, lo riempie di sospetto e di terrore. É l’uomo che sa d’aver offeso Dio onnipotente, a cui non può sfuggire; Dio, che lo attende e lo coglierà all’estremo passo; questo uomo potrà mai aver pace? É impossibile. Quegli solo ha la pace, la pace di Dio, la pace cioè che viene da Dio, il quale signoreggia le sue passioni, ama i fratelli come se stesso, che fugge il peccato, che vive nella grazia di Dio. Uomo avventurato! Questa pace, tesoro di tutti preziosissimo, custodirà la sua mente ed il suo cuore, gli farà gustare anche sulla terra quanto dolce e soave è il Signore con quelli che lo amano!

Graduale
Ps LXXIX:2; 3; 79:2

Qui sedes, Dómine, super Chérubim, éxcita poténtiam tuam, et veni. [O Signore, Tu che hai per trono i Cherubini, súscita la tua potenza e vieni.]

Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph. [Ascolta, Tu che reggi Israele: che guidi Giuseppe come un gregge. Allelúia, allelúia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,

Excita, Dómine, potentiam tuam, et veni, ut salvos fácias nos. Allelúja. [Suscita, o Signore, la tua potenza e vieni, affinché ci salvi. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem

Gloria tibi, Domine!

Joann l: XIX-28

“In illo tempore: Misérunt Judæi ab Jerosólymis sacerdótes et levítas ad Joánnem, ut interrogárent eum: Tu quis es? Et conféssus est, et non negávit: et conféssus est: Quia non sum ego Christus. Et interrogavérunt eum: Quid ergo? Elías es tu? Et dixit: Non sum. Prophéta es tu? Et respondit: Non. Dixérunt ergo ei: Quis es, ut respónsum demus his, qui misérunt nos? Quid dicis de te ipso? Ait: Ego vox clamántis in desérto: Dirígite viam Dómini, sicut dixit Isaías Prophéta. Et qui missi fúerant, erant ex pharisæis. Et interrogavérunt eum, et dixérunt ei: Quid ergo baptízas, si tu non es Christus, neque Elías, neque Prophéta? Respóndit eis Joánnes, dicens: Ego baptízo in aqua: médius autem vestrum stetit, quem vos nescítis. Ipse est, qui post me ventúrus est, qui ante me factus est: cujus ego non sum dignus ut solvam ejus corrígiam calceaménti. Hæc in Bethánia facta sunt trans Jordánem, ubi erat Joánnes baptízans.”

Laus tibi, Christe!

Omelia II

(Mons. G. Bonomelli, Omelie ut supra, Omelia VI)

“I Giudei di Gerusalemme mandarono dei sacerdoti e dei leviti per domandare a Giovanni: Tu chi sei? Ed egli confessò e non negò, e confessò: Non sono io il Cristo. Ed essi gli domandarono: Chi sei dunque? Sei tu Elia? E disse: Non lo sono. Sei tu il profeta? E rispose: No. Essi dunque gli dissero: Chi sei? affinché diamo risposta a coloro che ci hanno mandati: che dici tu di te stesso? Egli rispose: Io sono la voce di colui, che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come disse Isaia profeta. – E i messi erano farisei. E lo interrogarono e gli dissero: Perché dunque tu battezzi, se non sei Cristo, né Elia, né il profeta? Giovanni rispose loro, e disse: Io battezzo con  acqua, ma in mezzo a voi è presente chi voi non conoscete: egli è colui che viene dopo di me, ma che è stato innanzi a me, del quale io non sono degno di sciogliere i lacci dei calzari. Queste cose avvenivano in Betania, di là del Giordano, dove Giovanni battezzava. „ (Giov. I, 19-28).

Voi ora, o carissimi, avete udito nella nostra lingua il Vangelo che la Chiesa ci fa leggere nella Messa di questa Domenica terza d’Avvento. Prima di cominciare la spiegazione del testo evangelico, che è piana e facilissima, giova conoscere il perché di questa solenne ambasceria, che il gran Consiglio di Gerusalemme mandò a Giovanni. A quei giorni era generale l’aspettazione del Messia nel popolo ebreo, e per riflesso, ancorché in proporzioni molto minori, anche presso i gentili. Le tradizioni antiche, sempre vive in Israele, e più ancora gli oracoli dei profeti sì chiari, indicavano essere ormai giunto il tempo in cui il Salvatore del mondo doveva comparire in mezzo agli uomini. Di questa aspettazione comune d’Israele, vi sono prove indubitate negli Evangeli, che qui non occorre riportare: della aspettazione d’un grande personaggio presso i gentili, precisamente al tempo di Cristo, sono testimoni due celebri storici, Tacito e Svetonio, per tacere d’altri documenti. Nessuna meraviglia pertanto, che allorquando Giovanni Battista uscì dal deserto e venne sulle rive del Giordano, predicando la penitenza, non pure il popolo, ma i capi stessi del popolo, entrassero seriamente in dubbio, Giovanni stesso dover essere l’aspettato Messia. Il nascimento miracoloso di Giovanni, la sua dimora nel deserto, l’austerità della sua vita, il suo linguaggio sì franco con tutti, anche coi potenti, che ricordava quello di Elia, il tutto insieme che circondava quell’uomo, dovevano naturalmente scuotere le fantasie popolari e per rimbalzo richiamare sopra di lui l’attenzione dei principali uomini della sinagoga. – Molti e massimamente quelli che erano stati al Giordano e l’avevano veduto e udite le sue parole di fuoco, si domandavano: Giovanni non sarebbe egli stesso il Messia, che attendiamo? La fama di Giovanni in poco tempo crebbe a dismisura, e la credenza, che lui stesso fosse il Messia si propagò per guisa che i capi della sinagoga, sia per secondare l’opinione popolare, sia perché essi ancora ne dubitassero e volessero chiarire il dubbio e raddrizzare il giudizio della moltitudine, deliberarono di mandare a Giovanni una solenne ambasciata, provocandolo a dire pubblicamente chi egli fosse. E qui comincia la narrazione dell’evangelista S. Giovanni e la spiegazione che vi debbo dare. Non vi sia grave udirla attentamente. – “I Giudei di Gerusalemme mandarono dei sacerdoti e dei leviti per domandare a Giovanni: Tu chi sei? „ Questa ambasciata, composta, come dirà più innanzi il Vangelo, di sacerdoti e di leviti, doveva essere numerosa e grandemente autorevole. È troppo naturale supporre, che gran folla accompagnasse quella missione, perché il nome di Giovanni era già celebre, e perché vivissimo doveva essere il desiderio in tutti di udire una risposta esplicita, che avrebbe dissipato ogni dubbio. Per il popolo giudaico il Messia era tutto, perché in lui si incentravano i vaticini dei profeti, si compivano i riti, i sacrifici, la legge di Mosè e i voti tutti dei padri suoi. Pensate dunque aspettazione grandissima del popolo di udire la risposta di Giovanni. Sempre così, o dilettissimi. Qualunque fatto tocca fortemente il sentimento religioso, in qualunque tempo e luogo, i popoli si scuotono e sembra che sopra di loro passi il soffio di Dio. E ciò che accade anche ai nostri tempi, che pur si dicono (ed in parte è vero) tempi di indifferenza religiosa. Fate che si sparga la voce, in un luogo qualunque essersi manifestato alcun che di straordinario, una immagine, una statua aver mosso gli occhi, aver versato lacrime, e andate dicendo, e voi vedrete tosto commuoversi i popoli, accorrere d’ogni parte per vedere, per udire, per accertarsi del fatto, e in mezzo alla folla dei devoti troverete non pochi, che non sono religiosi e nemmeno credenti; anch’essi vogliono vedere ed udire e subiscono l’influenza del movimento popolare. E perché tutto questo? Perché la indifferenza religiosa vera e totale non esiste, e perché in fondo alla natura umana rimane sempre indistruttibile il sentimento religioso, come indistruttibile è la ragione. Vi riflettano i liberi pensatori e si persuadano, che è opera vana e stolta quella di distruggere il sentimento religioso: lo svieranno, lo tramuteranno in superstizione, ma non lo annienteranno mai, ed essi stessi, se si esamineranno bene, troveranno di credere sempre qualche cosa e più che per avventura non vorrebbero. Ritorniamo al racconto evangelico. – “I messi dissero a Giovanni: Tu chi sei? „ Credo che quei messi avranno indirizzato a Giovanni un discorso e forse anche abbastanza lungo, richiedendolo per bel modo, che volesse dire chi egli era. L’Evangelista, come è suo costume, restringe la domanda dei messi al puro necessario e fa loro dire seccamente: Tu chi sei? “E Giovanni confessò e non negò, „ dice il Vangelo. Confessò cioè che non era egli il Cristo, com’essi credevano. Vedete schiettezza e franchezza singolare di linguaggio. Confessò, cioè disse ciò che doveva dire, non negò nulla della verità. Giovanni conosceva l’opinione del popolo e forse degli stessi messi, che inclinavano a credere lui essere il Messia, e perciò di tratto tolse loro ogni dubbio, protestando: “Sappiatelo bene, non sono io il Cristo. „ Uomo ammirabile questo Precursore! Egli poteva tacere, dissimulare, rispondere in modo indiretto e lasciar credere che fosse il Messia ed accettare, in parte almeno, l’onore sommo che gliene sarebbe venuto. Un uomo debole, che vagheggia l’onore e la gloria (e pochi sono quelli che siano immuni da questa febbre) avrebbe ceduto alla terribile tentazione; ma il Battista non esita un istante, e prima che gli si domandasse in termini s’egli era il Messia, innanzi a tutti protesta: “No, non sono io il Messia, il Cristo. „ Ammiriamo tanta altezza di virtù, guardiamoci dall’aura sì carezzevole della vanità, imitiamo il Precursore, respingendo generosamente qualunque lode non dovuta, amando la verità, la sola verità. I messi, attoniti a risposta sì recisa, ripigliano e interrogano il Precursore, dicendogli: “Sei tu Elia? „ Gli Ebrei sapevano che Elia doveva venire sulla terra e precedere il Signore e, confondendo la prima con la seconda venuta di Gesù Cristo, gli fecero quella domanda: “Sei tu Elia? „ E Giovanni con la stessa franchezza, in modo da togliere ogni dubbio, rispose ” Non lo sono. „ È vero: Gesù Cristo, parlando di Giovanni, presso S. Matteo, dice ch’egli è Elia: Ipse est Elias. Ma con quella espressione volle soltanto significare, che Giovanni allora andava innanzi a Lui come più tardi Elia gli sarebbe andato innanzi nella seconda venuta, e che Giovanni aveva la stessa virtù e lo stesso spirito di Elia. Instavano ancora i messi per avere una risposta esplicita intorno alla sua persona, giacché fin qui Giovanni non aveva fatto che negare di essere Cristo od Elia. — Gli dissero: “Sei tu il profeta? „ Notate che i messi non gli domandarono se era profeta od un profeta, ma sì “il profeta”, indicando con questo articolo “il” un profeta determinato, conosciuto ed aspettato dal popolo. Chi era o poteva essere questo profeta? Riferisce S. Giustino M. (Dial. contro Trifone), che era credenza del popolo ebraico, il Messia a principio dover restare nascosto per qualche tempo e che un profeta l’avrebbe fatto conoscere. Perciò i messi chiesero a Giovanni se era egli stesso questo profeta. Era questa una creazione della fantasia popolare o forse una alterazione dell’idea del Precursore. Giovanni rispose nettamente, come era da aspettarsi: “No. „ Nostro Signore nel Vangelo c’insegnò che il linguaggio dei suoi seguaci deve essere semplicemente : “È, è; no, no. „ Le tergiversazioni, le reticenze, le mezze bugie, che sono sì comuni, sono affatto contrarie a quella sincerità e schiettezza, che deve essere il carattere del Cristiano. Giovanni Battista con le sue risposte sì chiare e franche previene l’insegnamento di Gesù Cristo. – Amate sempre, o carissimi, la sincerità e la vostra lingua ignori la doppiezza e la menzogna, ricordevoli della sentenza dello Spirito santo: “La lingua che mentisce uccide l’anima sua. „ Allora i messi strinsero più da vicino Giovanni, e dissero: “Chi sei tu dunque? Affinché possiamo dare risposta a coloro che ci hanno mandato? Che dici di te stesso? „ Allora, stretto a dire chi era, rispose: “Io sono la voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. „ Voleva dire: Io sono colui che fu annunziato da Isaia, che vo innanzi al Signore che viene; io devo preparare il popolo a riceverlo e formargli i primi discepoli. Giovanni ha l’ufficio di preparare il popolo alla venuta di Gesù Cristo e condurre a lui i discepoli. È questo pure l’ufficio del parroco, del sacerdote. Come Giovanni, egli deve ammaestrare il popolo, intimargli la penitenza, richiamarlo dalla mala via, condurlo a Gesù! Se suo ufficio è quello di ammaestrarvi, correggervi, guidarvi a Gesù Cristo, dover vostro è certo quello di ascoltarlo, di lasciarvi correggere e guidare a Gesù Cristo. Il nostro dovere è legato al vostro inseparabilmente. ” Ed i messi, soggiunge Giovanni, appartenevano ai farisei, „ cioè erano sacerdoti e leviti della setta dei farisei; e chi fossero i farisei lo dirò in luogo più opportuno. I messi non si accontentarono delle risposte di Giovanni, ma col fatto mostrandosi veramente farisei, cioè uomini cavillosi e superbi, arrogandosi una certa autorità sopra il Battista, gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, ne Elia, né il profeta? „ Era un dire a Giovanni: Tu non avresti diritto di battezzare, cioè di usare quella cerimonia nuova, che hai istituita. Voi sapete che Giovanni battezzava nel Giordano quelli che lo domandavano. Era una cerimonia nuova, io credo, istituita da Giovanni stesso: gli uomini discendevano nel fiume e Giovanni spargeva acqua sopra di loro: era una cotal confessione dei loro peccati, era un dire che avevano bisogno d’essere mondati, era un chiedere perdono delle proprie colpe, ed alcuni, come apparisce dal Vangelo, le confessavano pubblicamente. E manifesto che il battesimo di Giovanni era ben altra cosa del Battesimo di Gesù Cristo, ma lo adombrava. – Giovanni a quella domanda insolente rispose con umiltà: “Io battezzo con acqua: ma in mezzo a voi è presente chi voi non conoscete. „ Il mio battesimo, così in sostanza il Precursore, è cosa da poco: non è che un po’ d’acqua versata sul capo di chi lo vuole: non ha virtù di cancellare i peccati, perché non ha la virtù dello Spirito Santo, che solo può cancellarli: il mio è battesimo di sola acqua, è un semplice rito, è una implicita confessione di essere peccatore, è un atto di umiltà, come sarebbe per es. coprirsi il capo di cenere: ma vi è in mezzo a voi un altro, che battezza nell’acqua e nello Spirito Santo: il mio non è che la figura di quello. — Chi lo darà? Colui, del quale io annunzio la venuta, l’Agnello, che toglie i peccati del mondo. — E qui Giovanni coglie occasione di far conoscere il Messia e di muovere un rimprovero a quelli che ancora non lo conoscevano. Colui che battezzerà, cancellando i peccati, è già venuto, sta in mezzo a voi e voi non lo conoscete. Se l’aveste cercato, di certo l’avreste trovato, poiché Dio fa sempre conoscere la verità a chi la cerca con amore e semplicità. E proseguendo a parlare del Messia per adempire l’ufficio suo di precursore e per invogliare i messi a cercare di lui, Giovanni dice: Volete sapere chi è il Messia, il Cristo, che aspettate e che è in mezzo a voi? “Egli viene dopo di me, „ cioè è nato dopo di me, e noi sappiamo dal Vangelo che Gesù Cristo nacque sei mesi dopo Giovanni. Viene sei mesi dopo di me per ragione della origine umana, ma sappiate, che “è stato prima di me, „ ossia è da più di me, sta sopra di me. In questa sentenza Giovanni abbastanza chiaramente afferma che Gesù era anche prima di essere uomo, che era Dio. Egli è sì grande, continua il Precursore, ch’io rispetto a lui “non sono degno di sciogliere i legacci dei suoi calzari. „ Era ufficio degli schiavi sciogliere al padrone i legacci dei calzari. Quale amore della verità e quale sentimento di umiltà in questo uomo straordinario! A noi sembra che quei messi venuti apposta da Gerusalemme per accertarsi se Giovanni era o non era il Messia, udendo da lui stesso che non lo era, ma che il Messia era venuto ed era in mezzo a loro, non conosciuto, a noi sembra, dico, che dovessero tosto dire a Giovanni: Deh! tu che lo conosci, ci insegna dov’Egli è, che di presente andremo a lui e gli renderemo il dovuto onore —. Era cosa sì naturale e voluta, non che altro, dalla più volgare curiosità. Eppure non ne fu nulla: non si curarono tampoco di chiedergli un solo indizio per riconoscere il Messia, che era il sospiro dell’intera nazione. Mistero inesplicabile di cecità, che si ripete continuamente sotto i nostri occhi. Quanti, in mezzo a noi vivono dimentichi di Dio, di Gesù Cristo, dell’anima loro! Non si curano nemmeno di sapere se Dio esiste, se Gesù Cristo è veramente il Figliuolo di Dio e il Salvatore del mondo! La Chiesa, come già il Precursore, grida incessantemente: “Fate penitenza: Gesù Cristo è in mezzo a voi: vi aspetta, vi invita al perdono: correte a lui, che è la verità e la vita; a lui, che toglie i peccati tutti del mondo. „ E tanti anche tra i Cristiani che fanno? Non se ne danno per intesi; continuano nella loro indifferenza, nelle loro tresche, nei loro stravizzi, nei loro scandali! Cecità questa anche più inesplicabile di quella dei Giudei, perché allora Gesù Cristo non si era ancora manifestato, né aveva operate le meraviglie che operò dopo e continua ad operare nella Chiesa. Dio ci guardi sempre dal cadere in tanta e sì inscusabile cecità! “Queste cose, conchiude l’Evangelista, avvennero in Betania, dove Giovanni battezzava. „ Questa non è la Betania, castello di Lazzaro, Marta e Maddalena, ma è un’altra Betania, posta sulla riva sinistra del Giordano, dove stava il Precursore, anche pel comodo dell’acqua, per battezzare le turbe, che traevano a lui. Carissimi! ci stia sempre dinanzi alla mente l’esempio di sincerità, di umiltà, di franchezza e di zelo ardente di Giovanni e studiamoci di imitarlo.

CREDO

Offertorium
Orémus
Ps LXXXIV:2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Iacob: remisísti iniquitatem plebis tuæ. [Hai benedetto, o Signore, la tua terra: liberasti Giacobbe dalla schiavitù: perdonasti l’iniquità del tuo popolo.]

Secreta
Devotiónis nostræ tibi, quǽsumus, Dómine, hóstia iúgiter immolétur: quæ et sacri péragat institúta mystérii, et salutáre tuum in nobis mirabíliter operétur. [Ti sia sempre immolata, o Signore, quest’ostia offerta dalla nostra devozione, e serva sia al compimento del sacro mistero, sia ad operare in noi mirabilmente la tua salvezza.]

Communio
Is XXXV:4.
Dícite: pusillánimes, confortámini et nolíte timére: ecce, Deus noster véniet et salvábit nos. [Dite: Pusillànimi, confortatevi e non temete: ecco che viene il nostro Dio e ci salverà.]

Postcommunio

Orémus.
Implorámus, Dómine, cleméntiam tuam: ut hæc divína subsídia, a vítiis expiátos, ad festa ventúra nos præparent. [Imploriamo, o Signore, la tua clemenza, affinché questi divini soccorsi, liberandoci dai nostri vizii, ci preparino alla prossima festa.]

Ite, Missa est.
R. Deo gratias.

DOMENICA II DI AVVENTO (2018)

DOMENICA II di AVVENTO

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

 Introitus
Is XXX:30.
Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri. [Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]
Ps LXXIX:2
Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph.
[Ascolta, tu che reggi Israele, tu che guidi Giuseppe come un gregge.]

Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri. [Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

 Oratio
Orémus.
Excita, Dómine, corda nostra ad præparándas Unigéniti tui vias: ut, per ejus advéntum, purificátis tibi méntibus servíre mereámur:
[Eccita, o Signore, i nostri cuori a preparare le vie del tuo Unigenito, affinché, mediante la sua venuta, possiamo servirti con anime purificate:]

Lectio
Lectio Epístolæ beáti Pauli Apostoli ad Romános.
Rom XV:4-13.
Fatres: Quæcúmque scripta sunt, ad nostram doctrínam scripta sunt: ut per patiéntiam et consolatiónem Scripturárum spem habeámus. Deus autem patiéntiæ et solácii det vobis idípsum sápere in altérutrum secúndum Jesum Christum: ut unánimes, uno ore honorificétis Deum et Patrem Dómini nostri Jesu Christi. Propter quod suscípite ínvicem, sicut et Christus suscépit vos in honórem Dei. Dico enim Christum Jesum minístrum fuísse circumcisiónis propter veritátem Dei, ad confirmándas promissiónes patrum: gentes autem super misericórdia honoráre Deum, sicut scriptum est: Proptérea confitébor tibi in géntibus, Dómine, et nómini tuo cantábo. Et íterum dicit: Lætámini, gentes, cum plebe ejus. Et iterum: Laudáte, omnes gentes, Dóminum: et magnificáte eum, omnes pópuli. Et rursus Isaías ait: Erit radix Jesse, et qui exsúrget régere gentes, in eum gentes sperábunt. Deus autem spei répleat vos omni gáudio et pace in credéndo: ut abundétis in spe et virtúte Spíritus Sancti.

Omelia I

[Mons. Bonomelli: Omelie – Vol. I, Omelia III – Torino 1899]

“Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la  speranza. Il Dio poi della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. Affinché di pari consentimento, con un sol labbro, diate gloria a Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo. Il perché accoglietevi gli uni gli altri come Gesù Cristo ha accolto voi a gloria di Dio. E veramente io affermo, Gesù Cristo essere stato ministro della circoncisione per la veracità di Dio, per mantenere le promesse fatte ai patriarchi: i gentili poi glorificare Iddio per la misericordia, siccome sta scritto: Per questo io ti celebrerò fra le nazioni e inneggerò al tuo nome. E altrove: Rallegratevi, o genti, col suo popolo. E ancora: “Quante siete nazioni, lodate il Signore, e voi, o popoli tutti, celebratelo. E Isaia dice ancora: Vi sarà il rampollo di Jesse e colui che sorgerà a reggere le nazioni, e le nazioni spereranno in lui. Intanto il Dio della speranza vi ricolmi di ogni allegrezza e pace nel credere, affinché abbondiate nella speranza per la forza dello Spirito santo. ,, (Ai Rom, XV, 4-13). –

Queste parole l’Apostolo Paolo scriveva ai fedeli a Chiesa di Roma verso la fine della sua lettera, e queste parole la Chiesa oggi ci fa leggere nella santa Messa, e su queste parole io richiamerò per pochi minuti la vostra attenzione, che vi prego di accordarmi intera. – “Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la speranza. „ Per comprendere il significato di questa sentenza fa d’uopo rilevare il nesso con le parole che la precedono. Nel versetto antecedente l’Apostolo parla di Gesù Cristo, che non secondò le sue inclinazioni naturali per salvare gli uomini, ma tutto sostenne; onde tutte le offese fatte a Dio ricaddero sopra di Lui, che n’era mallevadore, e a conferma cita un luogo del Salmo LXVIII: “I vituperi dei tuoi vituperatori caddero sopra di me: „ parole queste messe in bocca a Gesù Cristo stesso. Messo innanzi ai fedeli questo oracolo delle Scritture, adempiutosi in Cristo, l’Apostolo prosegue, affermando in genere, che tutto ciò che i Libri divini insegnano, lo insegnano a nostro vantaggio spirituale. Che cosa sono i Libri santi? Sono il Codice divino, al quale dobbiamo conformare tutta la nostra vita: sono la lettera, scrive S. Atanasio, che Dio manda agli uomini; lettera che contiene la sua santa volontà, legge sovrana per noi tutti. “La Scrittura tutta, dice san Paolo in un altro luogo, è divinamente inspirata, ed è utile ad insegnare, ad arguire, a correggere, ad ammaestrare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto ed adorno d’ogni opera buona „ (II Timot. III, 16 e 17). Senza il conoscimento di ciò che dobbiamo credere e fare è impossibile salvarci. E questo conoscimento donde deriva? Da Dio solo, fonte d’ogni verità. E per quali modi, per quali vie Dio ci comunica il conoscimento di queste verità? Per mezzo della parola; e questa può essere annunziata a noi a voce per mezzo degli Apostoli e della Chiesa e può giungere a noi scritta, per mezzo dei Libri divinamente ispirati. La prima via è la più facile e spedita e basta per tutti indistintamente gli uomini: la seconda via è meno facile e meno spedita, né a tutti possibile: ma è pur sempre buona e santa. Qual cosa più buona e santa dell’apprendere le verità della fede su quei libri, che Dio volle si scrivessero a nostra istruzione e conforto? Quelle verità, che un dì risuonarono sulle labbra di Cristo e degli Apostoli, sono lì scritte sui Libri santi: tra noi e gli ascoltatori di Cristo e degli Apostoli non vi è differenza alcuna; quelli ricevevano la verità per gli orecchi, noi per gli occhi, ma è sempre la stessa verità. – Un tempo, o carissimi, la Scrittura santa si leggeva e si meditava anche dai semplici fedeli; era un libro in mano di tutti che sapevano leggere: oggi dov’è il laico, anche istruito, che legga e mediti alcuna volta questo Libro divino? Si leggeranno libri d’ogni  maniera; ma il libro per eccellenza, il libro in cui tutto è verità e che ci ammaestra nelle cose del cielo, che ci insegna la via della virtù, pur troppo è dimenticato. Se non lo si legge, né si medita, se ne ascolti almeno la spiegazione, che la Chiesa comanda sia fatta al popolo ogni domenica! E che cosa ci insegnano i Libri santi e nominatamente le parole del Profeta sopra riportate dall’Apostolo? Esse ci insegnano (scolpitevelo bene nell’animo), ci insegnano la pazienza nei mali e il conforto nelle tribolazioni. Chi di noi, o dilettissimi, non ha da soffrire nell’esercizio della virtù, e nel durarvi saldamente? Bisogna patire, bisogna portare ogni giorno la nostra croce, e sovente assai pesante. Ebbene! Nei Libri sacri, nell’esempio dei santi e sopratutto nell’esempio di Gesù Cristo troveremo lume, forza e conforto e perfino consolazione in mezzo alle amarezze della vita, ponendoci innanzi agli occhi la mercede che ci è promessa e che teniamo sicura per la speranza: Spem habeamus. Un’anima che si inginocchia dinanzi a Gesù Cristo crocifisso e, scorrendo il Vangelo, ne medita la vita piena di dolori, di umiliazioni senza nome e pensa ch’Egli è Dio, il Santo per eccellenza: un’anima, che creda oltre la tomba cominciare un’altra vita interminabile, in cui si riparano le ingiustizie della presente e i dolori passeggeri di questa sono ripagati con gioie ineffabili ed eterne: come volete che quest’anima non si conforti e non si rallegri? Ah! essa deve esclamare con l’Apostolo: “Sovrabbondo di gioia in mezzo alle mie tribolazioni e la morte stessa per me è un guadagno. „ – Pregustando nella speranza le gioie promesse a chi soffre per Gesù Cristo, S. Paolo, in uno di quegli impeti di carità sì frequenti nelle sue lettere, esclama: “Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. „ Le parole “il Dio della pazienza e della consolazione „ sono un modo di dire ebraico, che significa, Dio Autore e Largitore della pazienza e della consolazione: Dio, che è pazientissimo, o la stessa pazienza e consolazione, vi conceda ciò che è frutto prezioso della pazienza e causa di consolazione purissima, cioè la pace, la concordia fra voi, secondo Gesù Cristo, cioè quale è da Lui voluta. Carissimi! l’Apostolo desiderava ai suoi cari figliuoli, come il massimo dei beni, la concordia e la pace tra loro. L’abbiamo noi nella nostra parrocchia, nelle nostre famiglie questa pace benedetta, questo sentimento stesso tra noi, come si esprime l’Apostolo? Oimè! Quanti mali umori! quanti rancori! quante maldicenze, che seminano la discordia e mettono sossopra le famiglie! Se la carità fraterna non regna nei nostri cuori, come potremo, di pari sentimento e d’un sol labbro glorificare Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, secondo che comanda l’Apostolo? Può egli un padre amoroso gradire l’ossequio e le testimonianze di riverenza e di affetto dei figli, quando sa che essi si guardano di mal occhio tra loro e forse anche si odiano? Oh! no certamente; così Iddio, il Padre nostro, non può gradire i nostri omaggi e le nostre preghiere, se i nostri cuori non sono avvivati dall’alito divino della carità fraterna. Dobbiamo aver tutti un solo cuore e un’anima sola, come i Cristiani della primitiva Chiesa, e allora la preghiera e la lode uscirà dalle nostre labbra come un soave profumo, che rallegra il cuore di Dio. Gesù Cristo è il sovrano ed eterno modello, sul quale dobbiamo tener fissi gli occhi, e l’Apostolo in modo specialissimo ad ogni pagina, quasi ad ogni linea delle inarrivabili sue lettere, ce lo rammenta. Se il vincolo della carità di Gesù Cristo congiunge tutti i cuori e ne caccia le contese ed i sospetti, quale ne sarà la naturale conseguenza? “Allora voi – dice S. Paolo – vi accoglierete gli uni gli altri, come anche Gesù Cristo accolse voi a gloria di Dio. „ E come Gesù Cristo accolse voi? sembra domandare l’Apostolo. Fra voi non pochi sono figli di Abramo e portano il segno dell’alleanza e della promessa divina, fatta ai patriarchi, e molti sono gentili, nati e cresciuti in mezzo alle tenebre del paganesimo; ma Gesù Cristo, continua l’Apostolo, non ha fatto differenza alcuna, e ha chiamati egualmente alla fede voi, Ebrei, e voi, gentili, e tutti egualmente vi ha stretti al suo seno paterno. Se Gesù Cristo pertanto vi ha accolti tutti nella sua Chiesa, vi ama tutti come figli e tutti vi ricolma dei suoi doni, come non dovete voi pure accogliervi gli uni gli altri quasi fratelli? L’argomento non poteva essere più chiaro ed efficace. E qui vedete differenza che corre tra le società umane e la società divina, che è la Chiesa. Fate che in una società umana entrino ricchi e poveri, sapienti ed ignoranti; fate che vi siano Francesi ed Inglesi, Tedeschi ed Italiani e andate dicendo: essi sono tutti uomini e lo riconoscono: ma qual differenza di accoglienze tra loro! Quali diffidenze! quali sospetti! Si dicono fratelli, ma troppo spesso si trattano come stranieri, anzi come nemici. Non così nella grande famiglia di Gesù Cristo, che è la Chiesa! Sono tutti figli dello stesso Padre celeste, tutti fratelli e se si usa qualche differenza, questa è per i poverelli, per gli ignoranti, perché Gesù Cristo disse: “Son venuto per annunziare il Vangelo ai poveri e per consolare gli afflitti. „ Nella Chiesa di Gesù Cristo non vi è né greco, né scita, né barbaro: son tutti egualmente redenti da Lui e tutti fratelli. S. Paolo per provare la chiamata dei gentili alla fede non altrimenti degli Ebrei cita quattro oracoli profetici, che a principio avete udito e che non occorre ripetere. Piuttosto è da notare una differenza, che l’Apostolo mette in rilievo tra la chiamata degli Ebrei e quella dei gentili, ed è questa, che Gesù Cristo chiama gli Ebrei per la veracità, doveché chiama i gentili per la misericordia. Che differenza è questa, o dilettissimi? Forse che anche la chiamata degli Ebrei non è opera di misericordia come quella dei gentili? Sì, e chi ne potrebbe dubitare? Come dunque S. Paolo attribuisce la prima alla veracità di Dio e la seconda alla sua misericordia? La risposta è facilissima. La conversione degli Ebrei, come quella  dei gentili, è tutta e sola opera della bontà e misericordia di Dio, come insegna la fede. Che merito o diritto potevamo noi avere a tanta grazia, noi che abbiamo ricevuto tutto da Lui; noi che non avevamo di nostro che il peccato; noi che siamo miserabili creature? Indegni d’essere suoi servi, come potevamo aspirare all’altissimo onore di diventare suoi figli per adozione? Iddio, unicamente per sua bontà, ripetutamente per i profeti e pei patriarchi promise ai figli d’Israele la salute per mezzo di Gesù Cristo, mentre che ai gentili non fece direttamente promessa alcuna: ai gentili non diede la legge di Mosè, non i profeti, non i patriarchi: a loro diede la sola ragione e con essa la legge naturale. Coll’offrire la fede agli Ebrei Dio mantenne le sue promesse fatte loro nei Libri santi, ed ecco perché S. Paolo l’attribuisce alla veracità di Dio: con l’offrire la fede ai gentili Dio non mostrò di mantenere promesse di sorta, perché ai gentili non ne aveva fatte, e perciò S. Paolo ripete la loro conversione dalla sola misericordia. In una parola: Dio accolse gli Ebrei per la sua misericordia e per mantenere le promesse loro fatte, e accolse i gentili per la sola sua misericordia, perché con essi non aveva promesse da osservare. Noi, o dilettissimi, siamo figli di questi gentili, che Dio accolse insieme coi figli d’Israele; noi siamo gli eredi della loro fede e in noi si continua la divina misericordia. Permettete che ve lo domandi: La vostra fede è viva ed operosa come quella dei Romani, ai quali scriveva l’Apostolo e che era rinomata in tutto il mondo? In mezzo ai tanti pericoli che ne circondano, alle tante insidie che ci son tese, la conserviamo noi pura ed intatta, come il più prezioso beneficio della misericordia divina? La onoriamo noi questa fede con le opere, che la mostrano viva ed efficace? Ascoltiamo la risposta che a ciascuno darà la coscienza. – Siamo all’ultimo versetto della epistola citata: “Intanto il Dio della speranza vi riempia d’ogni allegrezza e pace nel credere, con l’arricchirvi di speranza nella potenza dello Spirito santo. „ È un caro e santo augurio,, che con la tenerezza di padre l’Apostolo indirizza ai suoi figliuoli in spirito. Il Dio della speranza, che è quanto dire, Dio autore, fonte e termine della speranza, allontani da voi qualunque contesa e discordia, vi riempia di quella pace, che è figlia della fede e vi avvalori nella forza dello Spirito santo; e in termini più chiari ancora: Dio vi conceda di star saldi nella fede, che avete ricevuta e nella speranza, che deriva dalla fede, e frutti di questa fede e di questa speranza saranno l’allegrezza e la pace, e tutti questi beni conservi ed accresca in noi la grazia e la forza dello Spirito santo. S. Paolo in questa sentenza ci presenta l’allegrezza e la pace, che augura ai fedeli, come frutti della fede e della speranza, e bene a ragione. – La fede, o cari, ci dice chiaramente la nostra origine, ci segna la strada che dobbiamo tenere, ci addita il fine, a cui dobbiamo tendere; essa ci insegna con sicurezza donde veniamo e dove andiamo. La speranza, che si fonda nella fede, ci insegna i mezzi, con lo aiuto dei quali possiamo e dobbiamo raggiungere il fine, pel quale siamo creati. Ponete che un uomo ignori chi l’abbia creato e messo su questa terra: che ignori al tutto ciò che sarà di lui di là della tomba, in quella regione, dove tutti entrano e d’onde nessuno torna mai: ponete per conseguenza che quest’uomo non abbia, né possa mai avere un solo filo di speranza per la vita avvenire: ditemi, quest’uomo non sarebbe egli come un essere perduto sulla terra? Immaginate che voi, ad un tratto, bendati gli occhi, foste trasportati li da una forza prepotente lungi molte migliaia di miglia e deposti in mezzo ad un deserto: aprite gli occhi, vi rivolgete da ogni lato, non vedete traccia di via, non un colle, non un albero, non il sole, velato da fitte nubi, non una stella: non vedete che arida sabbia, e deserto in tutta la maestà opprimente del suo silenzio. Potreste voi dire, donde siete venuto! dove vi convenga volgere il passo per uscire da quel deserto, in cui vi sentite morire? Impossibile. Ecco l’immagine d’un uomo senza fede e senza speranza. Egli si trova balzato qui sulla terra, come in mezzo ad uno sconfinato deserto. Chi mi ha dato la vita? domanda affannosamente a se stesso. Chi mi ha collocato quaggiù? Dove mi debbo incamminare? Che debbo fare? Là è la tomba: presto vi sarò calato: oltre la tomba, che c’è? Finirò tutto nel cimitero? Vi sarà un’altra vita, e quale? Domande inevitabili e paurose, alle quali nessuno risponde: il grido del misero si perde nel deserto: non v’è un’eco lontana, che risponda: tutto è silenzio e morte. Ecco l’uomo senza fede e senza speranza: è ciò che si può immaginare di più desolato, di più sconsolato: è il nulla, il nulla nella sua forma più spaventevole. — Ma brilli in alto un raggio di luce, un raggio della fede e della speranza, e l’orrido deserto si copre di erbe verdeggianti; di vaghi fiori: da lungi si scorge la patria, sospirata e si vede la via sicura che ad essa conduce. Ah! la pace, la gioia della fede e della speranza cristiana. Vedete questi poveri operai, che sudano nella loro officina : quei poveri contadini, che indurano sotto la sferza del sole di luglio e sotto i geli del gennaio: vedete quelle povere madri, quelle vedove, che a stento possono sfamare e coprire di abiti sdrusciti i loro figli: essi soffrono, e Dio solo conosce appieno i loro dolori: ma essi sanno che Dio li ha creati; che Gesù Cristo li ha redenti, che ha patito come loro e più di loro: sanno che l’occhio di Dio veglia sempre sopra di loro, che conta le loro lacrime, che li sostiene con la sua grazia, che alla morte comincia una seconda vita interminabile, e che allora sarà fatta a tutti piena giustizia: essi sanno in fine che Gesù Cristo disse: Beati i poveri: beati quelli che piangono: beati quelli che soffrono per la giustizia: beati quelli che sono perseguitati perché grande è la loro mercede: questo pensiero del premio eterno, che li attende è quello che li conforta, che muta in gioia il dolore e sulla terra dell’esilio fa gustare le dolcezze della patria. — “Che il buon Dio pertanto, chiuderò ancora con san Paolo, vi riempia di ogni allegrezza e pace nella fede e vi arricchisca di speranza nella potenza dello Spirito Santo!. ,,

Graduale
Ps XLIX:2-3; 5
Ex Sion species decóris ejus: Deus maniféste véniet,
V. Congregáta illi sanctos ejus, qui ordinavérunt testaméntum ejus super sacrifícia.
[Da Sion, ideale bellezza: appare Iddio raggiante.
V. Radunategli i suoi santi, che sanciscono il suo patto col sacrificio. Alleluia, alleluia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,
Ps CXXI:1
V. Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. Allelúja.
[V. Mi sono rallegrato in ciò che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt. XI:2-10

In illo tempore: Cum audísset Joánnes in vínculis ópera Christi, mittens duos de discípulis suis, ait illi: Tu es, qui ventúrus es, an alium exspectámus ? Et respóndens Jesus, ait illis: Eúntes renuntiáte Joánni, quæ audístis et vidístis. Cæci vident, claudi ámbulant, leprósi mundántur, surdi áudiunt, mórtui resúrgunt, páuperes evangelizántur: et beátus est, qui non fúerit scandalizátus in me. Illis autem abeúntibus, coepit Jesus dícere ad turbas de Joánne: Quid exístis in desértum vidére ? arúndinem vento agitátam ? Sed quid exístis videre ? hóminem móllibus vestitum ? Ecce, qui móllibus vestiúntur, in dómibus regum sunt. Sed quid exístis vidére ? Prophétam ? Etiam dico vobis, et plus quam Prophétam. Hic est enim, de quo scriptum est: Ecce, ego mitto Angelum meum ante fáciem tuam, qui præparábit viam tuam ante te. 

Omelia II

[Mons. G. Bonomelli, Omelie, ut supra, vol.I om. IV, Torino, 1899 – imprim.]

” Giovanni, nel carcere avendo udite le opere di Cristo, mandò due dei suoi discepoli per dirgli: Sei tu Quegli che ha da venire, oppure ne aspetteremo un altro? — E Gesù rispose loro: Andate e riferite a Giovanni le cose che avete udite e vedute: i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono e ai poveri è annunziato il Vangelo, e beato colui che non patirà scandalo in me. Ora, com’essi se ne andavano, Gesù prese a dire di Giovanni alle turbe: Che mai andaste a vedere nel deserto? Forse una canna agitata dal vento ? Ma che andaste a vedere? Forse un uomo vestito di morbidezze? Eh! quegli che indossano morbide vesti abitano nelle case dei re. Ma che andaste a vedere? Un profeta? Sì, vi dico: anche più che un profeta. Perché questi è colui del quale è scritto: Ecco, io mando il mio Angelo davanti alla tua faccia, il quale preparerà il tuo cammino dinanzi a te „ (Matteo XI, 2-10).

Fin qui, o carissimi, il Vangelo di questa Domenica seconda d’Avvento, quale si legge in S. Matteo al capo undecimo. Il senso di queste parole di nostro Signore è sì piano che non v’è bisogno alcuno di spiegazione; ma se ciascuno di voi senza fatica può comprendere il senso delle parole evangeliche che vi ho recitate, forse non sì facilmente ciascuno saprebbe applicarle da se stesso ai propri bisogni. Noi vediamo i medici, allorché cadono infermi, quantunque valentissimi, chiamare a curarli altri medici e talvolta a loro per valore e perizia inferiori. Il somigliante accade a noi nella cura spirituale: abbiamo bisogno che altri ci suggerisca i rimedi e amorosamente ce li porga. Oggi l’opera mia si restringerà a cavare dalle parole di Cristo alcuni documenti utilissimi a nostra comune edificazione. Il Vangelo, che avete udito, ha due partì distinte: nella prima si narra l’ambasciata che Giovanni Battista mandò a Gesù Cristo: nella seconda abbiamo la risposta di Gesù Cristo e l’elogio che Egli fa del suo precursore. Prima di venire alla spiegazione, non vi sia grave udire alcuni chiarimenti. Ufficio del precursore era quello di preparare il popolo giudaico alla venuta di Cristo, e Giovanni l’aveva adempiuto a meraviglia con la vita austera menata nel deserto e con la predicazione della penitenza sulle rive del Giordano. La parola ardente del Battista aveva scosso gagliardamente popolo e sacerdoti, e intorno a lui erasi formato un gruppo di discepoli. Più d’una volta Giovanni, vedendo Gesù Cristo, l’aveva additato alle turbe e proclamato l’Agnello di Dio e protestato di essere indegno di sciogliere i legacci dei suoi calzari. Aveva affermato aver veduto lo Spirito Santo discendere sopra di lui, e che lui solo tutti dovevano seguire. Giovanni aveva avuto la gioia e la gloria di dare a Gesù Cristo i primi e principali apostoli, Pietro ed Andrea, Giovanni e Giacomo. Il Precursore, compiuta la sua missione, si eclissava. Erode agli altri suoi delitti aggiunse quello di imprigionar Giovanni, perché con santa libertà gli rimproverava le sue tresche con la moglie del fratello suo. A Giovanni in carcere giunse la fama dei miracoli e della predicazione di Gesù. E da sapere che il Precursore aveva ancora un certo numero di discepoli che lo visitavano in carcere, e probabilmente furono essi stessi che gli parlarono delle grandi opere di Cristo. Questi discepoli non avevano imitato i loro compagni, né obbedito il maestro, che li confortava a seguire Gesù Cristo. Forse erano quei medesimi, che nutrivano una cotale invidia verso Gesù Cristo e si lagnavano che egli ancora battezzasse e oscurasse così la gloria del proprio maestro. Voi vedete come questi buoni discepoli erano soverchiamente legati a Giovanni. Era l’amore male inteso verso del maestro, che li faceva disobbedienti a lui stesso e li rendeva ingiusti verso di Gesù Cristo. Certamente poi all’amore disordinato del maestro si aggiungeva l’amor proprio (causa principale della loro ostinazione), che sentivasi ferito nell’apparente abbassamento del maestro stesso. Siffatti siamo noi che tal volta amiamo disordinatamente lo stesso bene e col manto dello zelo per l’onore altrui copriamo il nostro rancore e malanimo verso del prossimo. Non è raro vedere taluni anche ai nostri giorni che usano alla Chiesa ed osservano le pratiche religiose o dalle stesse se ne allontanano unicamente per ragione dei ministri. Costoro sono simili ai discepoli di Giovanni, e nelle cose di Dio guardano gli uomini più che Dio stesso. Non ignoro, o fratelli miei, che alcuni moderni dotti, che si occupano di studi sacri e biblici, al fatto evangelico, che avete udito ora danno una diversa interpretazione. Essi dicono che Giovanni Battista, chiuso nel carcere di Macheronte, ebbe un’ora di debolezza e dubitò veramente se quel Gesù, ch’egli aveva salutato Agnello di Dio e Salvatore del mondo, era veramente l’aspettato Messia, il Figlio di Dio fatto uomo. Dissero anche che Giovanni Battista, mandando a Gesù quella ambasciata, volle quasi sollecitare Gesù a mostrarsi il Messia e con la sua autorità venire in soccorso del prigioniero abbandonato. Manifestamente le due spiegazioni ripugnano al carattere del Precursore. E una ingiuria il sospettare che Giovanni, dopo le solenni confessioni fatte a Cristo, balenasse nella fede ed avesse bisogno d’una parola di conforto e sollecitasse indirettamente la propria liberazione. Giovanni non era una canna, come dirà tosto il Salvatore, che piegasse ad ogni vento: non era uomo che impallidisse in faccia al patibolo. La sua fede incrollabile, le illustrazioni supreme avute, l’indomito coraggio che aveva spiegato in faccia alla sinagoga e ad Erode, ci obbligano a respingere queste interpretazioni indegne del maggiore tra i nati di donna. Giovanni adunque voleva che i suoi cari discepoli si persuadessero, Gesù essere veramente il Messia. Che fece egli per illuminarli? Giovanni diceva seco stesso: Se questi miei discepoli, troppo teneri del mio nome, vedranno Gesù Cristo e le opere sue e udranno le sue parole, si persuaderanno certamente, Lui essere il Messia, e abbandoneranno me per seguitar Lui. — Perciò, avutili a sé, disse loro: “Andate da Gesù, e a mio nome ditegli: Sei tu Quegli che aspettiamo, o dobbiamo aspettarne un altro? „ – Ammirate, o dilettissimi, l’amore affocato della verità e zelo per la causa di Gesù Cristo in questo uomo meraviglioso! Egli adopera tutta la sua autorità, usa d’una santa industria per staccare da sé i discepoli e mandarli a Gesù Cristo, e continua l’ufficio di Precursore e di apostolo perfino in carcere, quando la scure del carnefice lampeggiava sul suo capo! I discepoli obbedirono prontamente, se ne andarono a Gesù, ripetendo a Lui le parole, che Giovanni aveva loro posto in bocca: ” Sei tu Quegli che ha da venire, cioè il Messia e “Salvatore del mondo, o ne aspetteremo un altro?„ La domanda era netta e precisa, e netta e precisa è pure la risposta di Gesù Cristo: risposta data, non con le parole, ma con le opere,, e queste eloquentissime. “Andate e riferite a Giovanni le cose che avete vedute ed udite: i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi son mondati, i sordi odono, i morti risorgono ed ai poveri è annunziato il Vangelo. „ Gesù Cristo poteva ben rispondere ai messi di Giovanni: “Sì, dite al maestro ch’Io sono veramente Quegli, che Israele aspetta, il Messia, come Giovanni stesso mi proclamò in faccia al popolo. „ In quella vece Gesù Cristo volle che i messi medesimi comprendessero la verità e facessero a sé ed al maestro la risposta quale risultava dai fatti, che avvenivano sotto i loro occhi. Proprio in quella che i messi di Giovanni si presentavano a Gesù, Egli era circondato da una folla di infermi d’ogni maniera, che imploravano ed ottenevano la guarigione: erano ciechi, storpi, lebbrosi, sordi e perfino alcuni morti risuscitati. S. Luca narra il fatto stesso e rischiara il racconto di S. Matteo. Quelle guarigioni sì svariate, sì numerose, sì istantanee, operate con un solo cenno, con una sola parola, dinanzi ad una moltitudine che tutto vedeva, dissipavano ogni dubbio sulla divina missione di Gesù Cristo e costringevano i più diffidenti e più restii a prestar fede alla sua dottrina ed a credere senza esitanza, Lui  essere veramente l’aspettato Salvatore del mondo. Il Vangelo non dice che cosa facessero o dicessero i messi di Giovanni; ma io penso che, retti e sinceri come dovevano essere, senza più si arrendessero all’evidenza dei fatti e riportassero al maestro ciò che avevano udito e veduto e lo ricolmassero di gioia, dichiarandosi pronti a seguire Gesù Cristo. Permettete, o cari, una applicazione, che viene spontanea dal fatto narratovi. Ciechi, storpi, lebbrosi, sordi correvano a Gesù per essere guariti; fino i morti si portavano a lui, perché li richiamasse a vita novella, e l’amabile Gesù tutti accoglieva e tutti rimandava esauditi e consolati. Quanti stanno in mezzo a noi ciechi e storpi della mente, coperti della lebbra schifosa del peccato, sordi alla voce della coscienza; morti miseramente nell’anima! Vedete questa turba di infelici tanto più degni di compassione in quanto ché assai volte non conoscono la loro misera condizione! È sventura grande non vedere la luce del sole ed essere sepolti in fitte ed eterne tenebre: ma è sventura troppo più grande non vedere la luce della verità e brancolare nella notte dell’errore. Muove pietà uno storpio, che non può reggersi in piedi, né dare un passo: ma ben più deplorevole è la sorte di tanti poveri fratelli, che giacciono là immobili nel lezzo delle loro passioni. Fa ribrezzo vedere un lebbroso, disfatto da questo insanabile morbo e al quale cadono a brani a brani le carni e che beve a lenti sorsi la morte più atroce: ma che dire del peccatore, fatto abominevole agli occhi degli Angeli e di Dio! Vedete quel sordo sventurato, sempre triste, cupo, sospettoso: tra lui e la società è rotto ogni commercio; nessuna armonia rallegra mai il suo orecchio e la parola non può destare la sua intelligenza impotente a conoscere il dovere, se stesso, il suo Dio. Egli è una pallida immagine di quei Cristiani che non ascoltano mai la parola di Dio, che turano le orecchie del cuore ai rimorsi della coscienza. Un cadavere ci fa orrore: quegli occhi semiaperti e cristallini, che non vedono; quegli orecchi che non odono; quella lingua muta, quelle mani e quei piedi irrigiditi; quel corpo immobile, freddo, abbandonato, fa paura; ma l’anima in peccato, se la vedessimo, è senza confronto più orribile d’un cadavere. Essa è morta alla grazia, a Dio, per se stessa impotente a qualunque atto, che sia buono; se in questo stato si separasse dal corpo, sarebbe eternata nella morte. Che fare, o poveri ciechi e storpi, lebbrosi e sordi e morti? Quel Gesù che risanava i corpi e risuscitava i cadaveri, vive sempre nella sua Chiesa: Egli è pronto e desideroso di rinnovare nelle anime i miracoli, che operava nei corpi. Se Gesù non rimandò mai da sé un solo infermo del corpo senza consolarlo e risanarlo, talvolta anche senza esserne pregato, che non farà con gli infermi dell’anima? Non è questa incomparabilmente più del corpo? Non è principalmente per la salvezza dell’anima ch’Egli è venuto sulla terra? Deh! dunque venite a Lui, e gli occhi della mente saranno aperti, e raddrizzati i piedi nelle vie della virtù, e mondate le vostre coscienze e risanate le vostre orecchie spirituali e risuscitate le vostre anime, perché Egli è la luce, la verità e la vita. Non posso non richiamare la vostra attenzione su quella sentenza sì cara del Figliuol di Dio, dataci quale argomento sicuro della sua venuta. “Ai poveri è annunziato il Vangelo. „ Non so dirvi come queste parole commuovano il mio cuore. Il mondo, o cari (non dimenticatelo mai), ebbe sempre in disprezzo i poveri, che sono anche quasi sempre per necessità delle cose i meno istruiti. I sapienti, i filosofi di tutti i tempi e di tutti i paesi non solo non si degnavano di istruire il povero popolo, ma a bello studio lo tenevano nella ignoranza, né gli permettevano che varcasse le soglie delle loro scuole ed accademie. La scienza doveva essere di pochi, patrimonio dei ricchi. Crudeltà che non ha nome! Gesù Cristo pel primo volle che la sua scienza divina fosse di tutti, ma particolarmente del povero popolo, perché maggiore è il suo bisogno. È Gesù che portò sulla terra questa santa eguaglianza di tutti quanto al possesso della verità: è Gesù che disse agli apostoli: — Andate, ammaestrate tutte le genti: la verità l’avete ricevuta da me gratuitamente e gratuitamente datela a tutti. Il mio Vangelo deve essere annunziato ai poveri! — Quale dottrina consolante! Quale beneficio! “E beato colui, che non patirà scandalo in me. „ La più terribile prova, alla quale venisse posta la fede degli Apostoli e di quelli che vivevano al tempo di Gesù Cristo, era certamente il vedere Lui stesso. Un uomo povero, che non aveva dove posare la sua testa, che viveva di limosine, che aveva sempre lavorato come un operaio, che pativa la fame e la sete, calunniato, perseguitato, messo in croce come un malfattore, e dover credere, che quell’uomo era Dio, Signore del cielo e della terra! Ah! confessiamolo, o cari, la vista di Gesù Cristo era veramente una pietra di scandalo, cioè una fortissima tentazione per dire : — No, quest’uomo, benché santo e operatore di miracoli strepitosi, quest’uomo non può essere Dio; sarà un gran profeta, un uomo di Dio, ma Dio! È troppo: ripugna alla ragione che la maestà di Dio siasi cotanto abbassata! — Così purtroppo allora ragionavano moltissimi e non credevano a Gesù Cristo. Ecco perché Egli disse: — Beato chi non patirà scandalo in me. — Noi veniamo diciannove secoli dopo quelli: noi conosciamo non solo i miracoli operati allora da Gesù Cristo, ma tutti quelli non meno grandi, che poi furono operati nel suo nome: noi stupefatti contempliamo l’immensa gloria, onde Gesù Cristo si circonda attraverso ai tempi e che lo solleva a tanta altezza, che non ha l’eguale. No, noi non possiamo patire scandalo, vedendo le umiliazioni di Gesù Cristo, perché queste ci mostrano la sua carità smisurata e sono di gran lunga vinte dalle sue glorie. “Ora, come i messi di Giovanni se ne andavano, Gesù prese a dire di Giovanni alle turbe: Che mai andaste a vedere nel deserto? Forse una canna agitata dal vento? „ Senza dubbio la venuta e le interrogazioni di Giovanni dovevano essere l’argomento delle conversazioni della moltitudine e il nome di. Giovanni in quel momento doveva essere sulle labbra di tutti, e Gesù Cristo colse il destro di parlare di lui, di tesserne le lodi, di rendergli pubblica testimonianza, come Giovanni l’aveva resa a Lui, e mostrare la perfetta armonia che regnava tra loro. Nessun uomo mai ebbe la gloria di ricevere dalla bocca di Cristo i magnifici elogi che ricevette Giovanni. La folla, a cui Gesù Cristo rivolgeva la parola, in gran parte almeno, doveva essere stata nel deserto a veder Giovanni, allorché predicava, e perciò, indirizzandosi ad essa, diceva: — Voi andaste a vedere Giovanni: bene sta; e che vedeste voi? Forse un uomo che si muta ad ogni spirare di vento? — Evidentemente questa domanda equivale ad una risposta negativa; come se dicesse: Certo voi non vedeste un uomo che piega ad ogni soffio d’aria. Voi trovaste in lui l’uomo saldo ad ogni prova più dura, che non cede a minacce, né si piega a promesse, sempre eguale a se stesso, che non muta linguaggio, che ha sempre e dovunque, d’innanzi al popolo, come in faccia ai re, una sola legge inviolabile, l’amore della verità —. Dilettissimi! quanti di noi potrebbero meritare l’elogio di Giovanni? Siamo sinceri; troppe volte siamo come canne agitate dal vento, cadiamo al timore del biasimo, all’amore della lode, ci diamo vinti al rispetto umano, sacrifichiamo la coscienza, il dovere e la verità. Prosegue l’elogio di Gesù Cristo. “Ma che andaste a vedere? Porse un uomo vestito di morbidezze? Eh! quelli che indossano morbide vesti, abitano le case dei re. „ L o vedeste Giovanni Battista là nel deserto. Come vestiva? Forse ricche e molli vesti? Sedeva forse a lauta mensa e si nutriva di cibi delicati? Era egli uomo, che amava i comodi, il lieto vivere, che accarezzava il corpo? Ditelo voi che lo vedeste. “Egli indossava una veste di pel di cammello, stringeva ai fianchi una cintura di cuoio e si nutriva di locuste e di miele selvatico „ (Marco, I, 6, 7). Giovanni era l’uomo della penitenza, della austerità. Quelli che menano vita comoda, che amano i piaceri, che blandiscono la carne, non vivono nel deserto, come Giovanni, ma nelle case dei grandi e dei re. – In queste parole Gesù Cristo ci dà una grande lezione: ci insegna che una vita molle quanto al vitto ed al vestito non è la vita del seguace di Giovanni e sua: ci insegna che dobbiamo rinnegare noi stessi, mortificare i sensi, in una parola, condurre una vita penitente se vogliamo essere suoi discepoli. La virtù, o cari, non cresce che all’ombra della croce: l’austerità della vita ne è il fondamento, diceva Tertulliano, e la mollezza la rovescia. Virtus duritìe extruitur. mollitie destruìtur (Ad Marc.). Credere di praticare la virtù e giungere a salvamento per altre vie che per quella della penitenza, è una strana illusione. – “Ma che siete andati a vedere nel deserto? Un profeta? Sì, vi dico: anche più che un profeta. ,, Gesù Cristo fa di Giovanni un triplice elogio: prima gli dà lode d’uomo fermo, incrollabile; poi d’uomo mortificato, e finalmente lo chiama profeta, anzi più che profeta. La parola profeta nei Libri santi si usa talvolta in senso largo per indicare un uomo, che annunzia la verità a nome di Dio: tal altra e più spesso si adopera nel senso più rigoroso di uomo che predica il futuro. Qui Gesù Cristo chiama profeta Giovanni nell’uno e nell’altro senso, se non erro. Giovanni è profeta, perché maestro del popolo e annunziatore d’una dottrina morale, che in sostanza è quella del Vangelo: è profeta, perché al popolo ricorda le promesse fatte ad Israele e annunzia vicini a compirsi i vaticini degli antichi profeti e riconferma l’imminente venuta del Messia: è più che profeta, perché a lui è dato di mostrare a dito quel Salvatore del mondo, che gli altri profeti annunziarono da lungi. – Il nostro Vangelo si chiude con un oracolo del profeta Malachia, che Gesù Cristo dichiara compiuto in Giovanni Battista. È Giovanni “… quegli, del quale è scritto: Ecco il mio Angelo davanti alla tua faccia, il quale preparerà la tua via innanzi a te. „ Son due le venute di Cristo sulla terra, come è chiaro dalle Scritture: la prima come Redentore del mondo, l’altra come Giudice supremo: la prima è già avvenuta, l’altra avverrà alla fine dei secoli; precursore della prima fu Giovanni, della seconda sarà Elia. Lo spirito, la virtù e diciamo il ministero di questi due sommi personaggi è simile, anzi pressoché eguale. Ecco perché talvolta quasi si confondono tra loro nei Libri divini e Gesù Cristo stesso dice, che Elia è già venuto ed è Giovanni (Matt. XI, 14). Ma dal contesto è chiaro che Gesù Cristo chiama Giovanni Elia, non perché Giovanni sia veramente Elia, ma sì perché era ripieno dello spirito di Elia e preparava la via a Lui nella sua prima venuta. Carissimi! vendiamo di porci ben addentro nell’animo le parole di Gesù Cristo, che abbiamo udito, e gli esempi di virtù del suo Precursore, e studiamoci di imitarli.

CREDO …

Offertorium
Orémus
Ps LXXXIV:7-8
Deus, tu convérsus vivificábis nos, et plebs tua lætábitur in te: osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam, et salutáre tuum da nobis.
[O Dio, rivongendoti a noi ci darai la vita, e il tuo popolo si rallegrerà in Te: mostraci, o Signore, la tua misericordia, e concedici la tua salvezza.]

Secreta
Placáre, quǽsumus, Dómine, humilitátis nostræ précibus et hóstiis: et, ubi nulla suppétunt suffrágia meritórum, tuis nobis succúrre præsídiis. [O Signore, Te ne preghiamo, sii placato dalle preghiere e dalle offerte della nostra umiltà: e dove non soccorre merito alcuno, soccorra la tua grazia.]

Communio
Bar V: 5; IV:36
Jerúsalem, surge et sta in excélso, ei vide jucunditátem, quæ véniet tibi a Deo tuo.
[Sorgi, o Gerusalemme, e sta in alto: osserva la felicità che ti viene dal tuo Dio.]

Postcommunio
Orémus.
Repléti cibo spirituális alimóniæ, súpplices te, Dómine, deprecámur: ut, hujus participatióne mystérii, dóceas nos terréna despícere et amáre cœléstia.
[Saziàti dal cibo che ci nutre spiritualmente, súpplici Ti preghiamo, o Signore, affinché, mediante la partecipazione a questo mistero, ci insegni a disprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti.]