DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXXXIII: 10-11.
Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília. [Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].
Ps LXXXIII: 2-3
V. Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit, et déficit ánima mea in átria Dómini. [O Dio degli eserciti, quanto amabili sono le tue dimore! L’ànima mia anela e spàsima verso gli atrii del Signore].

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília. [Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].

Oratio

Orémus.
Custódi, Dómine, quǽsumus, Ecclésiam tuam propitiatióne perpétua: et quia sine te lábitur humána mortálitas; tuis semper auxíliis et abstrahátur a nóxiis et ad salutária dirigátur.
[O Signore, Te ne preghiamo, custodisci propizio costantemente la tua Chiesa, e poiché senza di Te viene meno l’umana debolezza, dal tuo continuo aiuto sia liberata da quanto le nuoce, e guidata verso quanto le giova a salvezza.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Gálatas.
Gal V: 16-24
“Fratres: Spíritu ambuláte, et desidéria carnis non perficiétis. Caro enim concupíscit advérsus spíritum, spíritus autem advérsus carnem: hæc enim sibi ínvicem adversántur, ut non quæcúmque vultis, illa faciátis. Quod si spíritu ducímini, non estis sub lege. Manifésta sunt autem ópera carnis, quæ sunt fornicátio, immundítia, impudicítia, luxúria, idolórum sérvitus, venefícia, inimicítiæ, contentiónes, æmulatiónes, iræ, rixæ, dissensiónes, sectæ, invídiæ, homicídia, ebrietátes, comessatiónes, et his simília: quæ prædíco vobis, sicut prædíxi: quóniam, qui talia agunt, regnum Dei non consequántur. Fructus autem Spíritus est: cáritas, gáudium, pax, patiéntia, benígnitas, bónitas, longanímitas, mansuetúdo, fides, modéstia, continéntia, cástitas. Advérsus hujúsmodi non est lex. Qui autem sunt Christi, carnem suam crucifixérunt cum vítiis et concupiscéntiis.”

Omelia I

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]D

I DUE PADRONI

“Fratelli: Camminate secondo lo spirito e non soddisferete ai desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne: essi, infatti, contrastano tra loro, così che non potete fare ciò che vorreste. Che se voi vi lasciate guidare dallo spirito non siete sotto la legge. Sono poi manifeste le opere della carne: esse sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, la lussuria, l’idolatria, i malefici, le inimicizie, le gelosie, le ire, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi ecc. le ubriachezze, le gozzoviglie e altre cose simili; di cui vi prevengo, come v’ho già detto, che coloro che le fanno, non conseguiranno il seguiranno il regno di Dio. Frutto invece dello Spirito è: la carità, il gaudio, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Contro tali cose non c’è logge. Or quei che son di Cristo han crocifisso la loro carne con le sue passioni e le sue brame (Gal. V, 16-24).

L’Epistola, come quella della domenica scorsa, è tratta dalla lettera ai Galati. Anche dopo il Battesimo che libera dalla servitù della legge, c’è nell’uomo un complesso di desideri e di tendenze, che cercano di sottrarlo allo Spirito di Dio. La carne e lo spirito sono tra loro opposti. Dalle opposte opere che ne seguono, parecchie delle quali sono qui enumerate da S. Paolo, l’uomo può giudicare se è diretto dalla carne o dallo Spirito. Se è diretto dallo Spirito, la legge, che è fatta per gli uomini carnali, non ha nulla che fare con lui, che, da vero Cristiano, affligge la propria carne con tutte le sue passioni. Gli uomini, come tutti vedono, si lasciano guidare da due padroni, dei quali:

1 Uno, spodestato, maligno, menzognero.

2 L’altro, grande e potente, pieno di bontà, veritiero.

3 Uno ci procura la dannazione, l’altro la vita beata.

I.

La carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne. È una verità che si è manifestata subito dopo la caduta del primo uomo. Da allora, la concupiscenza che cerca di trascinare al male, e la ragione, che guidata dalla grazia dello Spirito Santo cerca il bene, non fu più possibile l’accordo. E l’uomo si trovò a dover scegliere tra due regni; il regno della carne e il regno dello spirito; e si ebbero da una parte i seguaci di Dio e dall’altra i seguaci di satana.Chi è Satana, che comanda ai seguaci della carne? È un superbo umiliato sotto la potente mano di Dio. Voleva essere simile all’Altissimo, e fu da Lui precipitato dalla gloria del cielo nei tormenti dell’inferno, e vi fu precipitato senza speranza di riacquistare il posto perduto. Invidioso della felicità degli uomini, non cerca che la loro rovina: tutta la sua opera è devastatrice. Nel paradiso terrestre distrugge la felicità dei nostri progenitori. Accende nel cuore di Caino l’invidia, e lo spinge al fratricidio. Entra nel cuor di Giuda, e gli fa compiere l’orribile tradimento. Se gli fosse concesso il potere procurerebbe agli uomini tutte le calamità.Bugiardo e ingannatore per eccellenza promette quel che non darà mai. Promette a Eva un innalzamento tale da renderla simile a Dio. Ed Eva, dando retta alla parole di satana, precipita nel fondo di ogni miseria. Il paradiso terrestre è cangiato in valle di lagrime. Si accosta a Gesù Cristo che digiuna nel deserto. Condottolo su un alto monte gli mostra tutti i regni della terra, e gli dice:« Io ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché a me sono stati dati e li dò a chi voglio. Se  tu, dunque, prostrandoti mi adorerai tutto sarà tuo »(Luc. IV, 6-7). Con tanta franchezza assicura di poter disporre di regni chi, spodestato di tutto, è stato relegato nel baratro infernale.E con menzogne continue si presenta agli uomini. Ti darò la pace nelle ricchezze, dice all’avaro. Ti darò la felicita nei piaceri, dice al voluttuoso. Non romperti la testa nel pensare a Dio e al suo servizio, e io ti darò una vita senza turbamento, dice all’indifferente. Non voler star dietro agli altri, — dice al vanitoso e al superbo —, e io ti darò gli onori; non perdonare al tuo nemico e ti darò la dolcezza della vendetta. Percorri la via larga: — dice alla gioventù — divertimenti e baldorie siano i compagni dei tuoi giorni, e io riempirò il tuo cuore di ebbrezza. E l’esperienza insegna che la pace, la felicità, l’ebbrezza, i beni che egli offre ai suoi seguaci non possono essere diversi da quelli che ha procurati ai nostri progenitori. Quanti credono alle sue promesse, debbono poi fare la costatazione di Eva: «Il serpente mi ha ingannata» (Gen. III, 13).

2

Se vi lasciate guidare dallo Spirito non siete sotto la legge. – Quando ci lasciam guidare non dalla carne, ma dalla ragione, illuminata e corroborata dallo Spirito Santo, siamo superiori alla legge, le cui minacce non sono più per noi, e abbiamo quel che la legge non può dare: la facilità di compiere ciò che ci vien comandato. Il vivere secondo lo spirito è il dovere di ogni Cristiano, il quale deve lasciarsi guidare non dalle promesse di satana, ma dallo Spirito di Dio, che è un padrone che ci ama, e che non vuole ingannarci. Egli è un padrone grande e potente. Egli, sì, può dire: «Mio è il mondo e tutto quanto lo riempie» (Ps. XLIX, 12). « Poiché egli disse una parola e le cose furono fatte; diede un comando, e tutto fu creato» (Ps. XXXII, 9) «Questi è il nostro Dio, e nessun altro starà al paragone con lui» (Baruch, III, 36). Nessuno può stargli al paragone non solamente in fatto di grandezza e di potenza, ma anche in fatto di bontà. Invero, «della bontà del Signore è piena la terra » (Ps. XXXII, 5). E la sua bontà si manifesta in modo particolare verso quelli che lo seguono. Non li chiama neppure col nome di servi, ma col nome di amici, perché essi sono i suoi intimi, messi a parte delle sue intenzioni e dei suoi disegni (Joan. XV, 15). La sua parola, come dice la S. Scrittura, «è purgata col fuoco» (II Re, XXII, 31). Come è puro e schietto un metallo messo al fuoco, così è pura e schietta la sua parola, che non inganna nessuno. Ai suoi seguaci non si rivolge con false promesse, non colorisce l’impresa nascondendo le difficoltà. Dichiara apertamente che per seguir Lui bisogna condurre una vita di sacrifici e di rinunce. «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Matth. X, 38). « Sarete in odio a tutti per causa del nome mio » (Matth. X, 23). « In Verità, in verità vi dico, che piangerete e gemerete voi: ma il mondo godrà: voi invece sarete in tristezza » (Joan. XVI, 20). Son parole rivolte agli Apostoli e ai discepoli, e in loro a tutti quelli che intendono seguirlo da vicino. Egli inculca la penitenza, esalta la povertà, elogia il pianto, chiama beati quei che soffrono persecuzioni per la giustizia. Previene tutti che «angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita» (Matth. VII, 14). Quando scoppia una guerra, buona parte della gioventù, che non conosce la guerra che dalle descrizioni entusiastiche dei libri o dai discorsi fioriti dei propagandisti, s’infiamma d’entusiasmo, e parte cantando le fiere canzoni. Ma quando esperimenta che la guerra non è una passeggiata né una partita al gioco, confessa che s’immaginava tutt’altro. Chi si mette a seguir Dio, non può dire d’essersi ingannato. Gesù Cristo ha parlato molto chiaro. La sua parola ciascuno la trova nel Vangelo. «Il Vangelo è specchio di verità; non lusinga nessuno, non seduce alcuno ».

3.

Sono poi manifeste le opere della carne : esse sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, la lussuria, l’idolatria, i malefici, le inimicizie, le contese, le gelosie, le ire, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi, le ubriachezze, le gozzoviglie e altre cose simili. Sono queste le opere che quel pessimo padrone che è il demonio domanda ai suoi seguaci. E la conseguenza? La fa notare subito S.Paolo: Vi prevengo, come v’ho già detto, che coloro che le fanno, non conseguiranno il regno di Dio. Ecco la paga che satana ha serbato a coloro che si mettono al suo servizio. Ha fatto sperar loro beni e delizie, e alla fine si sono trovati privi de beni celesti e immersi nell’amarezza eterna. Sulla terra poche gioie e non intere, perché finite sempre col disgusto e nel turbamento della coscienza. Nell’altra vita nessun bene e mali interminabili. Ben altrimenti avviene a coloro, che seguono Dio.Le opere di costoro sono: la carità, il gaudio, la pace, la benignità, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Sono opere che costano un po’ di sacrificio al nostro amor proprio e alle nostre tendenze sregolate; ma che non sono senza premio neppur su questa terra. Il gaudio, la pace non si hanno che da chi segue lo spirito. E dopo il gaudio e la pace verrà la ricompensa eterna. Gesù che aveva detto agli Apostoli e ai discepoli : «Voi sarete nella tristezza», ha anche aggiunto : «Ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia» (Joan. XVI, 29). Di coloro che seguono Lui invece di satana, ha detto chiaramente: «Le mie pecorelle ascoltano la mia voce; io le conosco ed esse mi seguono, e io darò loro la vita eterna» (Joan. X, 27-28).Giosuè, avvicinandosi la fine della sua vita, fa giurare dal popolo ebreo fedeltà a Dio. Prima di compiere la cerimonia, tiene un discorso in cui, fatti passare i favori usati dal Signore a Israele, domanda: «Se vi sembra un male servire il Signore vi si dà la scelta: eleggete oggi quel che vi piace; e a chi dobbiate di preferenza servire: se agli dei, ai quali servirono i vostri padri nella Mesopotamia, oppure agli dei degli Amorrei nella terra dei quali abitate: ma io e la mia casa serviremo il Signore. E il popolo rispose… Noi serviremo al Signore, perché Egli è il nostro Dio» (Gios. XXIV, 15-18).Il Cristiano ha davanti agli occhi due padroni, che non può servire simultaneamente. A lui è data la scelta. Questi padroni li conosce bene tutti e due. Uno è un angelo debellato, omicida fin dal principio, principe della tenebre, padre della bugia, giudicato per mezzo della morte di Gesù Cristo, che strappò a Lui le anime. L’altro è il Re dei Re, Signore dei dominanti, via, verità, vita, giudice dei vivi e dei morti. Uno ci impone un giogo insopportabile e vergognoso: l’altro ci sottopone a un giogo leggero e soave; poiché « il giogo di Gesù Cristo non grava sul collo, ma lo orna, non piega a terra i nostri capi ma gli innalza» (S. Massimo, Serm. 75). Uno fa promesse che non può mantenere, perché nessuno può dare quel che non ha, e ci conduce alla dannazione eterna: l’altro mantiene la promessa e ci dà la corona eterna. Purtroppo, «Dio promette il regno ed è disprezzato, il diavolo ci procura l’inferno ed è onorato » (s. Giov. Cris. In Act. Ap. Hom., 6, 3). Non cadiamo noi in tanta stoltezza da preferire il diavolo a Dio. Parrà dolce sul principio servir satana, ma presto verrà il disinganno. Dove non c’è pietà, non c’è felicità. Sembrerà duro sul principio servire il Signore, ma presto esclamerai: « Come sono amabili le tue tende, o Dio degli eserciti » (Ps. LXXXIII, 2) in attesa di passare dalle tende alla patria.

 Graduale

Ps CXVII:8-9
Bonum est confidére in Dómino, quam confidére in hómine.
[È meglio confidare nel Signore che confidare nell’uomo].

V. Bonum est speráre in Dómino, quam speráre in princípibus. Allelúja, allelúja
  [È meglio sperare nel Signore che sperare nei príncipi. Allelúia, allelúia].

 Alleluja

XCIV: 1.
Veníte, exsultémus Dómino, jubilémus Deo, salutári nostro. Allelúja.
[Venite, esultiamo nel Signore, rallegriamoci in Dio nostra salvezza. Allelúia.]

 Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt VI: 24-33
“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nemo potest duóbus dóminis servíre: aut enim unum ódio habébit, et álterum díliget: aut unum sustinébit, et álterum contémnet. Non potéstis Deo servíre et mammónæ. Ideo dico vobis, ne sollíciti sitis ánimæ vestræ, quid manducétis, neque córpori vestro, quid induámini. Nonne ánima plus est quam esca: et corpus plus quam vestiméntum? Respícite volatília coeli, quóniam non serunt neque metunt neque cóngregant in hórrea: et Pater vester coeléstis pascit illa. Nonne vos magis pluris estis illis? Quis autem vestrum cógitans potest adjícere ad statúram suam cúbitum unum? Et de vestiménto quid sollíciti estis? Consideráte lília agri, quómodo crescunt: non labórant neque nent. Dico autem vobis, quóniam nec Sálomon in omni glória sua coopértus est sicut unum ex istis. Si autem fænum agri, quod hódie est et cras in clíbanum míttitur, Deus sic vestit: quanto magis vos módicæ fídei? Nolíte ergo sollíciti esse, dicéntes: Quid manducábimus aut quid bibémus aut quo operiémur? Hæc enim ómnia gentes inquírunt. Scit enim Pater vester, quia his ómnibus indigétis. Quaerite ergo primum regnum Dei et justítiam ejus: et hæc ómnia adjiciéntur vobis”.

 Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XLII.

“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Nessuno può servire due padroni: imperocché od odierà l’uno, e amerà l’altro; o sarà affezionato al primo, e disprezzerà il secondo. Non potete servire a Dio e allo ricchezze. Per questo vi dico: non vi prendete affanno né di quello onde alimentare la vostra vita, né di quello onde vestire il vostro corpo. La vita non vale ella più dell’alimento, e il corpo più del vestito! Gettate lo sguardo sopra gli uccelli dell’aria, i quali non seminano, né mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce. Non siete voi assai da più di essi? Ma chi è di voi che con tutto il suo pensare possa aggiuntare alla sua statura un cubito? E perché vi prendete cura pel vestito? Pensate come crescono i gigli del campo; essi non lavorano e non filano. Or io vi dico, che nemmeno Salomone con tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi. Se adunque in tal modo riveste Dio un’erba del campo, che oggi è e domani vien gittata nel forno; quanto più voi gente di poca fede? Non vogliate adunque angustiarvi, dicendo: Cosa mangeremo, o cosa berremo, o di che ci vestiremo? Imperocché tali sono le cure dei Gentili. Ora il vostro Padre sa che di tutte queste cose avete bisogno. Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia; e avrete di soprappiù tutte queste cose” (Matth. VI, 24-35).

La dottrina del mondo, o miei cari, è del tutto contraria alla dottrina di Gesù Cristo. Il mondo tentando di farci credere che assai lunga sarà la nostra vita, e cercando di persuaderci che con la morte nostra tutto sarà finito ci invita altresì a ricercare tutti i suoi godimenti ed a volgere tutto l’affetto del nostro cuore alle ricchezze di questa terra. Che se pure egli non riesce a farci dimenticare affatto che su questa terra non siamo che di passaggio, né a dissuaderci che dopo la nostra morte vi sarà una eternità o di gaudio o di tormento eterno, conforme alla bontà od alla malvagità della nostra vita, si studia allora di darci ad intendere che si può benissimo conciliare insieme una vita gaudente e colma di ogni bene di fortuna con la giusta preoccupazione della vita futura e con l’attendere a fare quanto è necessario per procurarcela. Ma contro di queste false ed ingannevoli massime del mondo Gesù Cristo parla assai chiaro nel tratto di Vangelo, che la Chiesa ci propone aconsiderare in questa Domenica.

1. Disse adunque Gesù a’ suoi discepoli: Nessuno può servire due padroni: imperciocché od odierà l’uno, e amerà l’altro; o sarà affezionato al primo e disprezzerà il secondo. Certamente il divin Redentore non poteva parlar più chiaro, né farci più nettamente intendere essere impossibile congiungere il suo servizio con quello del demonio. Eppure quanti sono anche ai dì nostri quei Cristiani, quei giovani, i quali pretendono di unire insieme una cosa coll’altra? Non ostante la parola indefettibile di Gesù Cristo, costoro si studiano ogni giorno di sciogliere questo insolubile problema e conciliare il servizio di quei due padroni, tra i quali non vi può essere avvicinamento di sorta. Essi vogliono fare quel che facevano certi eretici, chiamati Ebioniti, i quali non volendo essere contro la legge ebraica e neppure contro la legge cristiana, professavano un misto di Vangelo e di ebraismo per modo che S. Girolamo ebbe a dir di loro: Cum velunt iudæi esse et christiani, neque iudæi sunt, neque christiani: mentre vogliono esser giudei e Cristiani, non sono né l’uno né l’altro. Di fatti tra costoro voi vedrete anzitutto di quelli, i quali mentre pretendono e protestano di essere Cattolici, membri della Chiesa di Gesù Cristo, nei loro sentimenti e nei loro discorsi non fanno altro che discutere sugli insegnamenti e sugli atti di chi visibilmente è alla testa della Chiesa, vale a dire del Papa, non fanno altro che censurare la sua condotta e ripetere ad ogni tratto che converrebbe smettesse ormai la sua inflessibilità nel condannare certe dottrine e certi fatti, che dovrebbe farla finita con certi lamenti e con certe rivendicazioni, che dovrebbe adattarsi alle esigenze dei tempi e degli uomini, che dovrebbe insomma da essi prendere la lezione e questa praticare. Vogliono costoro essere Cattolici sì, ma solo sino al punto da non tenersi obbligati ad ascoltare ed obbedire Colui che Gesù Cristo ha costituito suo Vicario qui in terra, poiché da questo punto in su essi vogliono pensare e dire, come pensano e dicono i nemici della Chiesa e di Gesù Cristo. Ne vedrete poi degli altri, i quali non arriveranno a questo, ma che si fanno pur anche i difensori della Chiesa e del Papa, ma che pure pretendono ancor essi di servire a due padroni, a Dio e al demonio. Ed in vero o dominati dal rispetto umano, o forse anche mossi dall’interesse, per lo più schiavi delle loro passioni, costoro mentre vanno pure ogni domenica a sentir Messa ed ogni anno a far la Pasqua, e se porta l’occasione a prendere pur parte a qualche speciale funzione religiosa, non lasciano poi di tenersi in stretta relazione con gente nemica di Dio e della Chiesa e di fare con questa gente discorsi irreligiosi ed immorali; non lasciano di frequentare teatri, caffè, conversazioni cattive, non lasciano di comprare e leggere ogni giorno uno ed anche più giornali contrarii alla fede ed alla morale cattolica. Di modo che anche costoro vogliono congiungere insieme il servizio di Dio col servizio del mondo. – Altri poi ne vedrete ancora, massime tra la gioventù, che educati cristianamente e sufficientemente conoscitori della legge di Dio vorrebbero osservarla, ma vorrebbero nel tempo stesso poter accontentare le loro malvagie passioni; epperò compiono pure certi atti esteriori di pietà, pregano, ascoltano la Messa, si accostano eziandio di tanto in tanto ai SS. Sacramenti, ma tengono pur sempre nel cuore l’affetto alle maledette dilettazioni del peccato, sentono ripugnanza a staccarsene interamente, vi pensano sopra con piacere e cadono e ricadono in esse miseramente. Or bene tutti costoro sono in un gravissimo inganno, e perciò solo, che vorrebbero servire a Dio ed al peccato, sono nemici di Dio e servitori di satana. Epperò se essi intendono di servire d’ora innanzi a Dio, dovrebbero fare quel che si legge aver fatto un giovane militare. Imperando Giuliano l’apostata, uscì un ordine rigorosissimo, che chiunque tra i Cristiani avesse qualche carica civile o militare rinunziasse alla medesima od alla fede. Un giovane Cristiano, chiamato Marino, essendo tribuno militare, si trovava assai perplesso di ciò che avesse a fare. Ma un santo Vescovo conosciuta la sua perplessità, con amore e con fermezza ad un tempo gli disse: Mio caro Marino, pensa bene che o devi servire a Dio, o devi servire a Cesare: potrai bene dividere un servizio dall’altro, ma congiungerli insieme ti è impossibile. A queste parole il buon giovano restò santamente deciso, e lasciato il servizio dell’imperatore si diede tutto al servizio di Dio. Ecco quel che dovrebbero pur fare tutti coloro che sino adesso hanno preteso di servire due padroni: santamente decidersi di lasciare il servizio di satana per darsi ancor essi unicamente al servizio di Dio.

2. Ma il divin Redentore dopo di averci detto che non è possibile servire a due padroni, volle venire a prendere di mira in particolare una passione, che è la più ordinaria, la più frequente, ed anche la più tirannica, quella cioè del danaro. Oh! chi sa dire la fame, da cui la più parte degli uomini è travagliata per riguardo al danaro. Chi può descrivere le ansietà, gli affanni, le brame che per esso si hanno? Epperò Gesù Cristo proseguì dicendo: Non potete servire a Dio ed alle ricchezze. Colla quale asserzione Egli ci fece chiaramente intendere che servire alle ricchezze, le quali per se stesse non sarebbero cattive, cioè desiderarle, amarle ingiustamente, idolatrarle con l’avarizia, non giovarsene in bene col servirsene solo a soddisfare le proprie passioni, è cosa direttamente opposta al servizio di Dio, e tale per conseguenza che col servizio di Dio non può andare assolutamente congiunta. Or ecco perché anche S. Paolo scriveva che radice di ogni male è l’amor del denaro e raccomandava perciò al suo discepolo Timoteo di fuggirlo a tutto potere, facendolo avvertito che chi anela alle ricchezze, dà nei lacci del diavolo e si impiglia in in brame perverse, che lo conducono a perdizione. Ecco perché anche Sant’Ambrogio scrive che le ricchezze sono terribile occasione di peccato, perché gonfiano, inorgogliscono e fanno dimenticare il Creatore. L’amor del denaro non si arresta in faccia a nessun peccato, ma di tutti è padre, e ben si vede come gli amanti del denaro trasandano la Religione, strapazzano i santi precetti di Dio e della Chiesa. E siccome delitto porta a delitto, ne avviene che costoro crescono in orgoglio, in ambizione, in ingiustizia ed in ogni sorta di disordini e cadono alfine nell’incredulità e nell’ateismo, arrivando persino a burlarsi di Dio, del giudizio, dell’inferno, del Paradiso, ed a cantare in aria di grandi sapientoni, che il Paradiso, non è altro che aver danari ed averne nella massima quantità. Ora se questo disordinatissimo amor del denaro arriva sino a tal punto, qual meraviglia che questa sia una delle passioni prese maggiormente di mira da Gesù Cristo, siccome una di quelle che più facilmente impedisce di conseguire l’eterna vita? E di fatti, o miei cari, che cosa accadrà a costoro nel termine della loro vita? Vi era nel Vangelo un ricco, che diceva all’anima sua: Godi e sta allegra; i granai riboccano di frumento, le cantine sono ripiene di vino; mangia, bevi e datti al bel tempo. Ma in quel mentre una voce terribile risuonò al suo orecchio: Stolto, questa notte sarà richiesta da te l’anima tua, e tutte le cose, che apparecchiasti, di chi saranno: et quæ parasti cuius erunt? Oh quanti sono gli adoratori del danaro, cui succede questa grande sventura. Essi hanno sudato per anni interi, con la febbre indosso, sempre ai traffici, ai banchi, ai commerci; per accumulare ricchezze non hanno badato a mezzi se leciti o illeciti: le truffe non furono altro per essi che sante industrie, che beato chi sa usarle; il defraudare persino la mercede agli operai, il lesinare sul soldo guadagnato, il far piangere la vedova e l’orfano reputarono necessità indispensabili per sistemare i loro affari. Ma la verità era questa, che essi avevano preso ad adorare non altro che il dio oro ed alla fine son riusciti a farsi una gran fortuna. Ma in quella che speravano di goderla in pace, l’ira di Dio li ha colpiti e sono passati all’altra vita lasciando ogni cosa ai figli ed ai nipoti, che in breve hanno fatto sparire quel che non fu radunato che in tanti anni e con tante ansie. Ma intanto che sarà nell’eternità delle anime di quegli infelici, che lungo la loro vita hanno riposto ogni affetto nelle ricchezze? Et sepultus est in inferno: ecco la tremenda parola pronunziata da Gesù Cristo a riguardo del ricco Epulone; ed ecco la sorte riservata nell’eternità agli idolatri delle ricchezze. Benché neanche sopra di questa terra sarà possibile a costoro di essere veramente felici. E chi mai trovò davvero la sua felicità in questi beni transitori e fallaci? Se ci fu un uomo che abbia nuotato nella prosperità del mondo è certamente Salomone. Egli ricchi palagi, egli numerose schiere di servi, egli ridotti a tributari moltissimi re, egli abbondanza di fertili terreni, egli un popolo fiorente nella pace per opulenza di traffico e di commercio, egli insomma, secondo il mondo, il più beato dei mortali. I re e le regine traendo alla sua reggia si partivano pieni di meraviglia d’avervi trovato mille volte tanto di quel che suonava la fama. Eppur che diceva quel monarca? Ho veduto e goduto di ogni bene che vi sia sotto la cappadel cielo, ed ho trovato che tutto è vanità delle vanità ed afflizione di spirito. No, le ricchezze non rendono felici su questa terra, e, tutt’altro che appagare il cuor dell’uomo, lo rendono insaziabile, e pieno di continue ansietà, giacché lo stesso nostro divin Maestro chiamò le ricchezze col nome di spine: spine, come spiega San Bernardo, che pungono prima del loro acquisto per il desiderio che si sente in cuore di averle, spine che pungono dopo il loro acquisto per il timore che si ha di perderle, spine che pungono dopo che si sono perdute per il dispiacere di non possederle più. – Se tale pertanto è la verità a questo riguardo, procuriamo di metterci nel novero di coloro, che Gesù Cristo stesso chiama poveri di spirito, di coloro cioè che, o ricchi o poveri, se ne vivono col cuore distaccato dalle ricchezze; di coloro che se in condizione povera non si lamentano del loro stato, sopportano con pazienza le privazioni, a cui devono andar soggetti; che se in condizione ricca, non mettono affezione alle ricchezze, ne impiegano sempre il superfluo per fare elemosine ai poveri, agli orfani, agli infermi, alle chiese ed acquistarsi così dei tesori indefettibili nel cielo.

3. Infine il divin Redentore, affinché neanche la soverchia sollecitudine di quel che abbisogna alla nostra vita possa esserci causa di attaccare il cuore alle cose della terra, ci fa il più bell’elogio della divina Provvidenza e ci anima nel modo più efficace a riporre in essa tutta la nostra fiducia. – Non prendetevi affanno, Egli disse, su di quello onde alimentare la vostra vita, né di quello onde vestire il vostro corpo. Gettate lo sguardo sopra degli uccelli dell’aria, i quali non seminano e non mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce. Non siete voi assai più di essi? E perché vi prendete pena pel vestito? Considerate come crescono i gigli nel campo: essi non lavorano e non filano. Eppure io vi dico, che neppur Salomone con tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi. Se adunque in tal modo Iddio riveste un’erba del campo, che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà molto più voi, o uomini di poca fede? Non vogliate adunque angustiarvi dicendo: Che cosa mangeremo e che cosa berremo? con che cosa ci vestiremo? che tutte queste cose, di cui avete bisogno, sa lenissimo il vostro Padre. Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta. – Quali ammaestramenti, o miei cari! Che parole di conforto sono queste! E quale rimprovero eziandio per noi, che tanto facilmente ci lamentiamo della divina Provvidenza da arrivare talvolta sino al punto di pensare e dire che il Signore non si ricorda di noi! Ah miei cari, che insensatezza è mai la nostra in queste parole! Iddio è padre, amorosissimo Padre. E come possiamo noi credere che Egli non pensi ad aiutarci nei nostri bisogni, a soccorrerci nelle nostre necessità? Un padre, che ami davvero i suoi figli, che cosa non è disposto a fare per non lasciar loro mancare il necessario? Si racconta che un padre, non avendo più nulla da dare ai suoi figli, che pativano la fame, si aperse con una lama il petto e poi invitò i suoi figli a cibarsi del sangue che ne spicciava fuori. Ciò è per nulla incredibile, quando si rifletta attentamente la forza che ha l’amore per i suoi figli nel cuore di un padre. Ora se un padre terreno farebbe tanto per i figli suoi, Iddio, Padre nostro celeste, il quale è onnipotente, tralascerà Egli di disporre le cose in modo che non abbiamo mai a mancare di ciò che strettamente ci abbisogna? Che se la sacra scrittura attribuisce occhi a questo Dio di bontà, egli è per significare che vigila del continuo sopra di noi; se gli attribuisce orecchi è per significare che ascolta sempre i nostri gemiti e le nostre preghiere, e se gli attribuisce mani è per significare che le distende misericordiosamente verso di noi per sollevarci dalle nostre miserie, dalle nostre infermità, dai bisogni nostri. No, no, Iddio non ci dimentica: « Vi porterò nelle mie braccia, dice egli per mezzo di Isaia; vi stringerò al mio seno, vi accarezzerò sulle mie ginocchia, come una madre accarezza il suo figlio. Una madre può ella dimenticare il suo bambino? No certamente. Ma pure se una madre arrivasse a tal punto, Io non mi dimenticherò mai di voi ». Oh se noi fossimo ben convinti di queste verità, quanto saremmo più tranquilli e più felici. Persuasi che Dio ci ama, si ricorda di noi, pensa al nostro bene, noi riconosceremmo in ogni caso della nostra vita la sua mano benedetta; anche in mezzo alle tribolazioni crederemmo con viva fede che Iddio dispone tutto per il nostro bene, e che quando Egli lo creda perciò opportuno, ha mille mezzi per trarcene fuori. Epperò che calma! che placidezza di spirito sarebbe mai sempre la nostra! L’anima, che si affida interamente nella divina Provvidenza, riposa e s’addormenta soavemente tra le sue braccia, come un bambino nelle braccia di sua madre; ella prende per divisa le parole di Davide: In pace in idipsum dormiam et requiescam (Salm. IV, 9). Io riposo tranquillamente in pace, perché tutta la mia speranza è riposta nella divina Provvidenza. Il Signore mi conduce e perciò niente mi mancherà; guidato dalla sua mano ed all’ombra della sua protezione io trionferò di tutti i miei nemici e non avrò timore di nessun male. La misericordia del Signore mi accompagnerà’ in tutti i giorni della mia vita, affinché io abiti nella casa di lui per tutta l’eternità. Tuttavia, o miei cari, se dobbiamo anzi tutto essere ben convinti che la divina Provvidenza non ci verrà mai meno, dobbiamo ancora far di tutto per rendercene degni con la santità della vita. Vi sono taluni, i quali vivono malamente, commettono sempre gravi peccati, non vanno quasi mai in chiesa, non aprono mai la bocca per dire un po’ di preghiera, se nominano il santo nome di Dio edi Gesù Cristo non è che per bestemmiarlo, insomma non si danno mai pensiero di Dio e vivono come se Iddio non fosse, epoi quando Iddio fa loro sentire che c’è, mandando ai medesimi qualche privazione o disgrazia, allora vengono fuori a gridare: Ecome ci può essere la Provvidenza, se noi siam così sventurati? Oh deliranti! E costoro che non pensano punto a Dio pretendono poi così superbamente che Iddio si prenda la più amorosa cura di loro e li preservi da ogni male? Riconoscano anzi tutto la loro mala vita, se ne pentono sinceramente, ne chiamino a Dio perdono, si mettano con impegno a ripararla, ed allora potranno non dico pretendere, ma sperare che il Signore li tratti con maggior bontà. Ma fino a tanto che essi rimangono nella loro mala vita, lamentandosi della Divina Provvidenza, non fanno altro che aggiungere peccato a peccato e rendersi sempre più indegni degli aiuti del Signore » – Ma oltrecchè allo studiare di rendersi degni della divina Provvidenza, conviene altresì implorarla incessantemente da Dio, e specialmente in quelle circostanze della vita, in cui se ne ha maggior bisogno, ed allora quel Dio, il quale ha detto: Domandate e riceverete: cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; potrà esser che non esaudisca le nostre preghiere e non ci tolga dall’infermità, dalla miseria, dalla privazione, in cui ci troviamo? « Oh! chi chiede, riceve, chi cerca, trova, e a chi picchia, sarà aperto. Quando un figliuolo domanda al padre del pane, il padre gli darà forse un sasso? E se un pesce, gli darà forse invece del pesce una serpe? E se chiederà un uovo, gli darà uno scorpione? Se adunque voi, che siete cattivi, diceva Gesù Cristo stesso, sapete, del bene dato a voi, far parte ai vostri figliuoli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo spirito buono a coloro, che glielo domandano (Luc. XI, 9-13) ». Che se ad ogni modo, non ostante le nostre preghiere, il Signore sembrasse fare il sordo, e non farci sentire la sua Divina Provvidenza in quel modo che piacerebbe a noi, ravviviamo la nostra fede e riconosciamo che in ciò appunto, nel lasciarci inesauditi, usa il Signore verso di noi la sua provvidenza, essendoché il non esaudirci noi nostri desideri sarà cosa sommamente utile alla salvezza dell’anima nostra. Ed allora più che mai richiamiamo alla mente la sentenza del Vangelo: Cercate innanzi tutto il regno di Dio e la sua giustizia, ed il resto vi sarà dato per giunta: quærite primum regnum Dei et iustitiam ejus, et hæc omnia adiicientur vobis.

Credo …

Offertorium

Orémus
Ps XXXIII:8-9
Immíttet Angelus Dómini in circúitu timéntium eum, et erípiet eos: gustáte et vidéte, quóniam suávis est Dóminus. [L’Angelo del Signore scenderà su quelli che Lo temono e li libererà: gustate e vedete quanto soave è il Signore].

Secreta

Concéde nobis, Dómine, quǽsumus, ut hæc hóstia salutáris et nostrórum fiat purgátio delictórum, et tuæ propitiátio potestátis. [Concédici, o Signore, Te ne preghiamo, che quest’ostia salutare ci purifichi dai nostri peccati e ci renda propizia la tua maestà].

Communio

Matt VI:33
Primum quærite regnum Dei, et ómnia adjiciéntur vobis, dicit Dóminus. [Cercate prima il regno di Dio, e ogni cosa vi sarà data in più, dice il Signore.]

 Postcommunio

Orémus.
Puríficent semper et múniant tua sacraménta nos, Deus: et ad perpétuæ ducant salvatiónis efféctum.
[Ci purífichino sempre e ci difendano i tuoi sacramenti, o Dio, e ci conducano al porto dell’eterna salvezza].

Per l’Ordinario, vedi: http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA CROCE (2019)

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA CROCE (2019)

[Messale Romano di D. G. Lefebvre O. S. B.; L.I.C.E.- R. Berruti, Torino, imprim. 16 giu. 1936 Can. L. Coccolo)

Esaltazione della Santa Croce.

Doppio maggiore. – Paramenti rossi.

Il 14 settembre 320 si fece la consacrazione della basilica costantiniana che racchiudeva la sommità del Calvario e il $. Sepolcro. Fu allora, dice Eteria, che si scopri la Croce. Ed è per questo che si celebra l’anniversario con altrettanta solennità quanto a Pasqua ed all’Epifania ». Di qui ebbe origine la festa dell’Esaltazione della Croce. « Allorché sarò esaltato, attirerò tutto a me » (Vang.) aveva detto Gesù. E poiché il Salvatore si è umiliato, facendosi obbediente sino alla morte sulla croce, Dio l’ha innalzato e gli ha dato un nome al disopra di ogni altro nome (Ep.) Così dobbiamo gloriarci nella Croce di Gesù, perché è la nostra vita e la nostra salvezza (Intr.), e protegge i suoi servi dalle insidie dei nemici (Off., Comm., Postc). – Verso la fine del regno di Foca, Cosroe, re dei Persiani, si impadronì di Gerusalemme, fece perire molte migliaia di Cristiani e trasportò in Persia la Croce di nostro Signore, che Elena aveva deposto sul monte Calvario. Eraclio, successore di Foca, dopo aver implorato fervorosamente l’aiuto divino, riunì un’armata e sconfisse Cosroe. Allora egli esigette la restituzione delia Croce del Signore. Questa preziosa reliquia venne così ricuperata, dopo quattordici anni dacché era caduta in possesso dei Persiani. Di ritorno a Gerusalemme, Eraclio la prese sulle spalle e la riportò in gran pompa sul Calvario (630). Questo atto, secondo una tradizione popolare, fu accompagnato da uno strepitoso miracolo, Eraclio, carico d’oro e di pietre preziose, sentì una forza invincibile arrestarlo dinanzi alla porta che conduceva al monte Calvario, più faceva sforzi per avanzare, più gli sembrava di essere trattenuto. Poiché l’imperatore e con lui tutti i testimoni della scena erano stupefatti, Zaccaria, Vescovo di Gerusalemme, gli disse: « O imperatore, con questi ornamenti di trionfo, tu non imiti affatto la povertà di Gesù Cristo, e l’umiltà con la quale Egli portò la Croce ». Eraclio si spogliò allora delle splendide vesti, e toltosi i calzari, si gettò sulle spalle un semplice mantello e si rimise in cammino. Fatto questo, egli compi facilmente il resto del tragitto, e rimise la Croce sul monte Calvario, nello stesso luogo donde i Persiani l’avevano portata via. La solennità dell’Esaltazione della Santa Croce, che si celebrava già ogni anno in questo stesso giorno, prese allora una grande importanza, in ricordo del fatto che l’imperatore Eraclio aveva rimessa la Croce proprio nello stesso luogo dove era stata eretta la prima volta per la crocifissione del Salvatore ». — Uniamoci in ispirito ai fedeli che, nella chiesa di Santa Croce a Roma, venerano oggi le reliquie esposte del Sacro Legno, affinché, essendo stati ammessi ad adorare la Croce sulla terra in questa solennità, nella quale ci rallegriamo per la sua Esaltazione, siamo messi in possesso per tutta l’eternità della salvezza e della gloria che essa ci ha procurato (Or., Secr.).

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Gal VI : 14
Nos autem gloriári opórtet in Cruce Dómini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita et resurréctio nostra: per quem salváti et liberáti sumus [Ci dobbiamo gloriare nella Croce di nostro Signore Gesù Cristo: in cui è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per mezzo del quale siamo stati salvati e liberati].Ps LXVI :2

Deus misereátur nostri, et benedícat nobis: illúminet vultum suum super nos, et misereátur nostri.

[Dio abbia pietà di noi e ci benedica: faccia brillare su di noi il suo volto e ci usi misericordia].

Nos autem gloriári opórtet in Cruce Dómini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita et resurréctio nostra: per quem salváti et liberáti sumus [Ci dobbiamo gloriare nella Croce di nostro Signore Gesù Cristo: in cui è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per mezzo del quale siamo stati salvati e liberati].

Oratio

Orémus.
Deus, qui nos hodiérna die Exaltatiónis sanctæ Crucis ánnua sollemnitáte lætíficas: præsta, quǽsumus; ut, cujus mystérium in terra cognóvimus, ejus redemptiónis præmia in coelo mereámur.
Per eundem Dominum nostrum Jesum Christum filium tuum ….

[O Dio, che ci allieti in questo giorno con l’annua solennità dell’Esaltazione della S. Croce, concedici, Te ne preghiamo, che, come conosciamo in terra il mistero della Croce, cosí in cielo ne godiamo il frutto di redenzione.
Per il medesimo nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio,….]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses.
Philipp II: 5-11

Fratres: Hoc enim sentíte in vobis, quod et in Christo Jesu: qui, cum in forma Dei esset, non rapinam arbitrátus est esse se æquálem Deo: sed semetípsum exinanívit, formam servi accipiens, in similitudinem hóminum factus, et hábitu inventus ut homo. Humiliávit semetípsum, factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Propter quod et Deus exaltávit illum: et donávit illi nomen, quod est super omne nomen: hic genuflectitur ut in nomine Jesu omne genu flectátur coeléstium, terréstrium et infernórum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris. [Fratelli: Abbiate gli stessi sentimenti che ebbe Gesù Cristo: il quale, essendo nella forma di Dio, non considerò questa sua uguaglianza a Dio come una rapina: ma annichilí sé stesso prendendo la forma di servo e, fatto simile agli uomini, apparve come semplice uomo. Umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni altro nome qui ci si inginocchia onde nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, in terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre].

Graduale

Phil II: 8-9
Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis.
V. Propter quod et Deus exaltávit illum, et dedit illi nomen, quod est super omne nomen. Allelúja, allelúja.
V. Dulce lignum, dulces clavos, dúlcia ferens póndera: quæ sola fuísti digna sustinére Regem coelórum et Dóminum. Allelúja. [
Per noi Cristo si è fatto ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
V. Per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni altro nome. Allelúia, allelúia.
V. O dolce legno, amati chiodi, che sostenete l’amato peso: tu che solo fosti degno di sostenere il re dei cieli, il Signore. Allelúia

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XII: 31-36
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Nunc judícium est mundi: nunc princeps hujus mundi ejiciétur foras. Et ego si exaltátum fuero a terra, ómnia traham ad meipsum. (Hoc autem dicébat, signíficans qua morte esset moritúrus.) Respóndit ei turba. Nos audívimus ex lege, quia Christus manet in ætérnum: et quómodo tu dicis: Opórtet exaltári Fílium hóminis? Quis est iste Fílius hóminis? Dixit ergo eis Jesus: Adhuc módicum lumen in vobis est. Ambuláte, dum lucem habétis, ut non vos ténebræ comprehéndant: et qui ámbulat in ténebris, nescit, quo vadat. Dum lucem habétis, crédite in lucem, ut fílii lucis sitis. [In quel tempo: Gesú disse alle turbe dei Giudei: Ora si compie la condanna di questo mondo: ora il principe di questo mondo sarà per essere cacciato via. E io, quando sarò innalzato da terra, trarrò tutti a me. Ciò diceva per significare di qual morte sarebbe morto. Gli rispose la turba: Abbiamo appreso dalla legge che il Cristo vive in eterno: come dici allora che il Figlio dell’uomo sarà innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo? Disse allora Gesù ad essi: Ancora un poco è con voi la luce. Camminate mentre avete lume, affinché non vi sorprendano le ténebre: e chi cammina nelle tenebre non sa dove vada. Finché avete la luce, credete nella luce, per essere figli della luce].

OMELIA

[Non abbiamo trovato nessuna omelia più espressiva e bella del Cap. XII del II lib. dell’Imitazione. La proponiamo alla lettura e alla pia meditazione – ndr. -]

 [IMITAZIONE DI CRISTO,  trad. T. Canonico; P. Marietti ed., Torino-Roma 1924]

DELLA REGIA VIA DELLA SANTA CROCE

Lib. II, CAPO XII.

1. Dura sembra a molti questa parola (Joan. VI, 61) : « Rinnega te stesso, prendi la tua croce, e segui Gesù » (Matth. XVI, 24). Ma più duro assai sarà udire quell’estrema parola: « Lungi da me, o maledetti, nel fuoco eterno » (id, XXV, 41). Coloro che volentieri ascoltano adesso e seguono la parola della croce (1 Cor. I, 18),non temeranno allora di ascoltare l’eterna condanna (Ps. CXI, 6). Questo segno della croce sarà in cielo quando Iddio verrà a giudicare. Allora tutti i servi della croce, che in vita si conformarono al Crocefisso (Rom. VIII, 29), si accosteranno a Cristo giudice con grande fiducia.

2. Perché dunque temi di prendere la croce, mediante la quale si va al regno? Nella croce è la salvezza, nella croce è la vita, nella croce la protezione contro i nemici. Nella croce è l’infusione di soavità superna, nella croce il vigore della mente, nella croce la gioia dello spirito. – Nella croce è il compendio della virtù, nella croce è la perfezione della santità. Non v’è salute per l’anima, né speranza di vita eterna, fuorché nella croce. Prendi dunque la tua croce, e segui Gesù, e andrai nella vita eterna (Matth. XXV, 46). – Precedette egli portando la propria croce (Joan. XIX, 17), e per te in croce morì; affinché tu pure porti la croce tua, e desideri morire in croce. Poiché, se con Lui sarai morto, con Lui pure vivrai (Rom. VI, 8), e se sarai compagno a Lui nei dolori, lo sarai altresì nella gloria.  

3. Ecco che tutto sta nella croce, e tutto si riduce al morire; e non v’è altra via alla vita ed alla vera pace interiore, fuorché la via della santa croce e della quotidiana mortificazione. Va dove vuoi, cerca tutto ciò che ti piace; e non troverai al di sopra via più alta, né al di sotto via più sicura che la via della santa croce. Disponi ed ordina ogni cosa secondo il tuo volere e piacimento; e non troverai fuorché dover sempre soffrire qualche cosa, o per amore o per forza; e cosi troverai sempre la croce. – Poiché, o sentirai dolore nel corpo, o nell’anima sosterrai tribolazione di spirito.

4. Talora sarai abbandonato da Dio, talora sarai esercitato dal prossimo; e, ciò che più è, spesse volte sarai grave a te stesso (Job. VII, 20). Né potrai trovare rimedio che ti liberi, o conforto che ti sollevi; ma finché vorrà Iddio, conviene che ciò sopporti. Poiché Iddio vuole che tu impari a soffrire la tribolazione senza consolazione; affinché a Lui totalmente ti assoggetti, e per mezzo della tribolazione diventi più umile. – Nessuno sente così nel cuore la passione di Cristo come colui al quale sia avvenuto di soffrire siffatte cose. Dunque la croce è sempre pronta, ed in ogni luogo ti aspetta. Non puoi sfuggirla dovunque tu corra; perché da qualsiasi parte tu venga, porti teco te stesso, e troverai sempre te. Volgiti all’alto, volgiti al basso, volgiti al di fuori, volgiti al di dentro; in tutte queste direzioni troverai la croce. Ed è necessario che in ogni luogo tu conservi la pazienza, se vuoi avere la pace interiore e meritare la corona perpetua.

5. Se porti volentieri la croce, essa porterà te e ti condurrà al fine desiderato, dove cioè sarà fine al patire, benché ciò non sia quaggiù. Se la porti malvolentieri, te la rendi più pesante; nondimeno conviene che la porti. Se getti via una croce, ne troverai certamente un’altra, e forse più pesante.

6. Credi tu sfuggire a ciò che nessun mortale poté schivare? Qual santo fu al mondo senza croce e senza tribolazione? Neppure Gesù Cristo, Signor nostro restò, finché visse, un’ora sola senza dolore di passione. Conveniva che Cristo patisse e risorgesse da morte, e per tal modo entrasse nella sua gloria (Luc. XXIV, 46). E come mai cerchi tu altra via, fuori di questa via regia della santa croce?

7. La vita intera di Cristo fu croce e martirio: e tu cerchi gioia e riposo? T’inganni, t’inganni, se cerchi altra cosa che soffrire tribolazioni; perché tutta quanta questa vita mortale è piena di miserie (Giob. XIV, 1), e segnata intorno di croci. E quanto più altamente altri ha progredito nello spirito, tanto maggiori croci spesso egli trova; perché l’angoscia del suo esilio cresce in proporzione dell’amore.

8. Però chi è in tal modo variamente afflitto non resta senza conforto; perché sente che dal sopportare la sua croce gli deriva grandissimo frutto. Giacché, mentre si sottomette spontaneamente alla croce, tutto il peso della tribolazione si cambia in fiducia nella consolazione divina. E quanto più la carne resta domata dall’afflizione, tanto più lo spirito vien confortato dalla grazia interiore. E talora, pel desiderio di conformarsi alla croce di Cristo, si trova talmente fortificato dall’amore della tribolazione e dell’avversità, che non vorrebbe esser mai senza dolore e senza tribolazione; poiché si crede tanto più accetto a Dio (Libro di Tobia, XII, 13.), quanto maggiori e più gravi cose può per esso soffrire. Non è questo virtù dell’uomo, ma è grazia di Cristo, la quale tanto può ed opera nella fragile carne, che l’uomo col fervore dello spirito affronta ed ama quelle cose da cui naturalmente sempre abborre e rifugge.

9. Non è cosa naturale per l’uomo portare la croce, amare la croce, tener in freno il corpo e sottoporlo a servitù (1 Cor. IX, 27); fuggire gli onori, sopportar volentieri gli oltraggi, spregiar se medesimo e bramare di essere spregiato; sopportare con proprio danno ogni cosa avversa, e niente di prospero desiderare in questo mondo. Se guardi a te stesso, nulla di tutto questo potrai da te solo. Ma se confidi in Dio, ti sarà data fortezza dal cielo, e verranno assoggettati al tuo impero il mondo e la carne. Cheanzi non temerai neppure il nemico demonio, se sarai armato di fede e segnato colla croce di Cristo.

10. Mettiti dunque da buono e fedele servitore di Cristo a portar virilmente la croce del tuo Signore crocifisso per amore di te. Preparati a tollerare molte avversità ed ogni sorta d’incomodi in questa misera vita; perché così sarà di te dovunque tu sia, e questo è ciò che troverai realmente, dovunque tu ti nasconda. Bisogna che sia cosi: non c’è mezzo per uscire dalla tribolazione e dal dolore dei mali (Ps. CVI, 39), se non che tu soffra. Bevi con amore il calice del Signore, se vuoi essere suo amico ed aver parte con Lui (Joan. XIII, 8). Le consolazioni, rimettile a Dio: faccia Egli, quanto ad esse, come più a Lui piace. Ma tu disponiti a sostenere le tribolazioni, e tienile per grandi consolazioni; poiché i patimenti di questa vita non sono degni di meritare la gloria futura (Rom. VIII, 18), quando anche li potessi soffrir tutti tu solo.

11. Quando sarai giunto a tale, che la tribolazione ti sia dolce e soave per Cristo, allora pensa pure che le tue cose van bene; perché avrai trovato il paradiso in terra. Finché il soffrire ti pesa, e cerchi difuggirlo, sempre starai male. e dovunque fuggirà teco la tribolazione.

12. Se ti sottometti a ciò che devi essere, cioè a soffrire e morire, le cose andranno subito meglio, e troverai pace. Ancorché tu fossi rapito con Paolo fino al terzo cielo (2 Cor. XII, 2), non saresti sicuro perciò di non soffrire contrarietà. Io, dice Gesù, gli mostrerò quanto bisogna ch’egli soffra pel mio nome (Act. IX, 6). Soffrire adunque, soffrire ti resta se desideri amare Gesù e servirlo per sempre.

13. Piacesse a Dio che tu fossi degno di soffrire qualche cosa pel nome di Gesù! (Act. V, 41) quanto grande gloria ne verrebbe a te, quanta esultanza a tutti i Santi di Dio, e quanta sarebbe l’edificazione del prossimo! Poiché tutti raccomandano la pazienza, ma pochi vogliono patire. A buon diritto dovresti patir volentieri qualche cosa per Cristo, mentre molti patiscono tanto pel mondo.

14. Tieni per certo che ti conviene vivere in un morire continuo. E quanto più altri muore a se stesso, tanto più comincia a vivere a Dio (Gal. II, 19). Nessuno è atto a comprendere le cose celesti, se non si è prima sottomesso a sopportare cose avverse per amore di Cristo. Nulla è più accetto a Dio, nulla più salutare per te in questo mondo, che il soffrire volentieri per Cristo. E se fosse tua la scelta, dovresti preferire di soffrire avversità per Cristo, anziché avere il conforto di molte consolazioni; perché saresti più simile a Cristo e più conforme a tutti i Santi. – Il nostro merito ed il nostro progresso non ìstanno già in molte soavità e consolazioni; ma piuttosto nel sopportare grandi gravezze e tribolazioni.

15. Veramente, se vi fosse stato qualche cosa di meglio e di più utile alla salute dell’uomo che il patire, Cristo per certo l’avrebbe mostrato con la parola e coll’esempio. Poiché i suoi discepoli che lo seguono, e tutti coloro che desiderano seguirlo, manifestamente Egli esorta a portar la croce, e dice: « Se alcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé medesimo, prenda la sua croce, e mi segua» (Matth. XVI, 24). Dopo dunque di aver letto e meditato ogni cosa, sia questa la conclusione finale: Che per mezzo di molte tribolazioni ci conviene entrare nel regno di Dio (Act. XIV, 21).

Credo …

Offertorium

Orémus
Prótege, Dómine, plebem tuam per signum sanctæ Crucis ab ómnibus insídiis inimicórum ómnium: ut tibi gratam exhibeámus servitútem, et acceptábile fiat sacrifícium nostrum, allelúja. [O Signore, per il segno della santa Croce, proteggi il tuo popolo dalle insidie di tutti i nemici, affinché ti sia gradito il nostro servizio e accetto il nostro sacrificio. Allelúia].

Secreta

Jesu Christi, Dómini nostri, Córpore et Sánguine saginándi, per quem Crucis est sanctificátum vexíllum: quǽsumus, Dómine, Deus noster; ut, sicut illud adoráre merúimus, ita perénniter ejus glóriæ salutáris potiámur efféctu.  [A noi che dobbiamo essere nutriti dal Corpo e dal Sangue del nostro Signore Gesú Cristo, per mezzo del quale fu santificato il vessillo della Croce, concedi, o Signore Dio nostro, che, come ci permettesti di adorare tale vessillo, cosí perennemente ne sperimentiamo l’effetto salutare.]

Communio

Per signum Crucis de inimícis nostris líbera nos, Deus noster. [Per il segno della Croce, líberaci dai nostri nemici, o Dio nostro.]

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, Dómine, Deus noster: et, quos sanctæ Crucis lætári facis honóre, ejus quoque perpétuis defénde subsídiis.
[Assistici, o Signore Dio nostro, e coloro che Tu allieti colla solennità della S. Croce, difendili pure coi tuoi perpetui soccorsi].

Per l’Ordinario:

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I SERMONI DEL CURATO D’ARS: FESTA DELLA NATIVITÀ DELLA SS. VERGINE

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: FESTA DELLA NATIVITÀ DELLA SS. VERGINE

[Da: I Sermoni del Curato d’Ars, trad. it. di Giuseppe D’Isengard, vol. IV, Torino, libreria del Sacro Cuore – 1907]

LA NATIVITÀ DELLA SS. VERGINE.

De qua natus est Jesus.

Da Maria ci è nato il Salvatore.

(S. MATTEO I, 16).

Ecco, miei fratelli, in due parole l’elogio più compiuto che possa farsi di Maria: dire che da Lei ci è nato Gesù, Figliuolo di Dio. Si, Maria è la creatura più bella che sia uscita mai dalle mani del Creatore. Dio medesimo l’elesse per essere il canale per cui doveva far discendere le sue grazie più preziose e più abbondanti su quelli che avessero fiducia in Lei. Dio ce la rappresenta come un bello specchio, in cui si riflette come un compiuto modello di tutte le virtù. Perciò appunto vediamo la Chiesa riguardarla qual Madre sua e qual patrona e protettrice contro i suoi nemici, e piena d’ardore celebrare colla pompa più solenne il giorno beato in cui questo bell’astro cominciò a splendere sulla terra. La nascita de’ grandi del mondo ci ispira timori e apprensioni, perché non sappiamo, se saran giusti o peccatori, salvi o riprovati, non sappiamo, dico, se renderan felici o sventurati i loro popoli. Ma quanto a Maria non abbiamo timore alcuno. Nasce per esser Madre di Dio, e con la sua nascita ci reca ogni sorta di beni e di benedizioni. Dio ce la propone qual modello, in qualunque stato o condizione siam posti. Abbandoniamoci dunque, fratelli miei, con tutta la Chiesa a una santa gioia, e: – 1° ammiriamo in questa Vergine santa il modello delle più perfette virtù; – 2° consideriamo Maria come destinata da tutta l’eternità ad esser Madre del Figlio di Dio e nostra; – 3° contempliamo finalmente con riconoscenza i doni e le grazie che ha in sé la Mediatrice che Dio ha preparato agli uomini. Ma ascoltatemi attentamente; poiché parlarvi di Maria non è forse interessare i vostri cuori trattenendovi di Colei ch’è oggetto della vostra fiducia e del vostro amore?

1. — Fratelli miei, se, per ispirarvi una tenera devozione verso Maria, fosse necessario mostrarvi quanto avventurata è la sorte di chi confida in Lei; quanti aiuti, quante grazie, quanti vantaggi può ottenerci; se fosse necessario, aggiungo, mostrarvi l’accecamento e la sciagura di chi per una Madre sì buona, sì tenera, sì potente e così inclinata a farci sperimentare gli effetti della sua tenerezza ha soltanto indifferenza e disprezzo, avrei solo ad interrogare i patriarchi e i profeti, e in tutte le grandi cose che lo Spirito Santo ha fatto dire ad essi intorno a Maria, avreste argomento di confusione pei bassi sentimenti di cui troppo spesso siete ripieni a riguardo di questa buona Madre. Se poi vi narrassi tutti gli esempi, che i Santi ne han tratto, dovremmo deplorare il nostro accecamento ed avvivare la nostra fiducia verso di Lei. Primieramente nulla giova meglio a ispirarci una tenera devozione verso Maria del primo passo che leggiamo nelle sante Scritture, in cui vediamo Dio medesimo annunziare pel primo la nascita di Maria. – Quando i nostri progenitori ebbero la sventura di cader nel peccato, Dio, mosso dal loro pentimento, promise che verrebbe un giorno in cui nascerebbe una Vergine, la quale darebbe alla luce un figliuolo, onde avesse rimedio la sciagura cagionata dal loro peccato (ISAIA VII, 14). Più tardi i profeti dopo di Lui non cessarono d’annunziare di secolo in secolo, per dar conforto al genere umano che gemeva sotto la tirannia del demonio, che una Vergine darebbe alla luce un figliuolo, il quale sarebbe Figlio dell’Altissimo e mandato dal Padre per redimere il mondo perduto pel peccato d’Adamo (Genesi III, 15). Tutti i profeti annunziano che sarò la creatura più bella che abbia ad apparir sulla terra. Talora le danno il nome di Stella del mattino, che pel suo splendore e per la sua bellezza ecclissa tutte le altre, e che, in pari tempo, è guida al viaggiatore attraverso i mari; per farci intendere ch’essa sarà modello perfetto d’ogni virtù. A ragione dunque la Chiesa, nel tripudio della sua gioia, dire alla SS. Vergine: « La vostra nascita, o santa Vergine Maria, riempì il mondo intero di dolce consolazione e di santa allegrezza, perché da Voi è nato il Sol di giustizia, Gesù nostro Dio, che ci ha liberati dalla maledizione nella quale eravamo pel peccato de’ nostri progenitori, e ci ha colmato d’ogni sorta di benedizioni ». Sì, voi, o Vergine senza pari, Vergine incomparabile, avete distrutto l’impero del peccato e ristabilito il regno della grazia. « Levati su, dice lo Spirito Santo, esci dal seno di tua madre, tu che sei la mia più cara e insieme la mia più bella amica; vieni, tenera colomba, la cui purezza e la cui modestia sono senza pari, mostrati sulla terra, mostrati al mondo, come Colei che deve adornare il cielo e render felice la terra. Vieni, e mostrati in tutto lo splendore, di cui Dio t’ha rivestita, perché  tu sei l’opera più bella del tuo Creatore ». Infatti, quantunque la SS. Vergine avesse origine per la via ordinaria, lo Spirito Santo volle che l’anima sua fosse la più bella e la più ricca di grazie; e volle altresì che il suo corpo fosse il più bello di quanti se n’erano visti mai sulla terra. La Scrittura la paragona all’aurora nella sua nascita, alla luna nella sua pienezza, al sole nel suo meriggio (Cantico dei Cantici VI, 9). Ci dice pure che ha una corona di dodici stelle (Apocalisse XII, 1) ed è costituita dispensatrice di tutti i tesori celesti. Dopo la caduta d’Adamo il mondo era coperto di orrende tenebre; apparve allora Maria e, a guisa d’un bel sole in giorno sereno, dissipa le tenebre, avviva la speranza e dà alla terra la fecondità. Non dovette Iddio, fratelli miei, dire a Maria come a Mosè (Esodo III): « Va a liberare il mio popolo, che geme sotto la tirannia di Faraone; va ad annunziargli ch’è vicina la sua liberazione e che ho udito la sua preghiera, i suoi gemiti e le sue lacrime. Sì, o Maria, sembra ch’Ei dica, ho udito i gemiti, ho visto le lacrime de’ patriarchi, de’ profeti e di tante anime che sospirano il momento beato della loro liberazione ». Maria infatti, o miei fratelli, meglio assai che Mosè, annunzia che cesseranno ben presto le nostre sciagure, e che il cielo si riconcilierà colla terra. Oh! quali tesori apporta al cielo e alla terra la nascita di Maria! Il demonio freme di rabbia e di disperazione, perché in Maria vede Colei che deve schiacciarlo e coprirlo di confusione. Invece gli Angeli e i Beati fan risuonare la volta dei cieli di cantici d’allegrezza vedendo nascere una Regina, che deve aggiungere alla loro bellezza nuovo splendore. Ma, siccome Dio voleva cominciare a mostrarci che il cielo si sarebbe acquistato solo per via dell’umiltà, del disprezzo, della povertà e dei patimenti, volle che nella natività della Vergine nulla vi fosse di straordinario. Nacque in istato di debolezza, la sua culla fu bagnata di lacrime, come quella degli altri bambini, che nel nascere pare prevedano le miserie da cui saranno oppressi nel corso della vita. In questo senso lo Spirito Santo dice per bocca del Savio « che il giorno della morte è preferibile a quello della nascita » (Eccl. VII, 2). Maria nasce nell’oscurità. Sebbene fosse della stirpe di David e tra’ suoi antenati potesse noverare patriarchi, profeti e re, tutti questi titoli, sì ricercati dalle persone del mondo erano caduti in dimenticanza: essa non aveva altro splendore che la virtù, la quale agli occhi degli uomini non è oggetto di grande considerazione. Dio aveva permesso cosi, perché questa nascita fosse più conforme a quella del suo divino Figliuolo, di cui i profeti avevano annunziato che non avrebbe avuto neppure ove riposar il suo capo. Ma s’Ella viene al mondo così povera de’ beni della terra, è ricca de’ tesori di Colui che, da tutta l’eternità, l’aveva eletta ad esser sua Madre. S. Giovanni Damasceno ci dice che i secoli si disputarono a gara, quale tra loro avrebbe la sorte avventurata di vederla nascere. Vogliam sapere, dice uno de’ grandi suoi servi, il santo Vescovo di Ginevra, chi è questa Vergine coronata sin dalla culla? Interroghiamo gli Angeli, e ci diranno che li vince infinitamente in grazia, in meriti, in dignità e in ogni maniera di perfezioni. S. Basilio dice che dalla creazione del mondo alla venuta di Maria, l’Eterno Padre non aveva trovato creatura tanto pura e tanto santa che potesse esser Madre del suo Figliuolo. Quante volte i patriarchi e i profeti non levarono la voce con sospiri e con lacrime a dire: « Ah! quando verrà il beato momento in cui apparirà nel mondo questa Tergine santa? Oh! Beati gli occhi che vedranno quella creatura, che dovrà esser Madre del Salvatore degli uomini! »

II. — Sarebbe impossibile, fratelli miei, non amare Maria, se riflettessimo un momento alla sua tenerezza verso di noi e ai benefici di cui ha continuamente ricolmati. Invero, se Gesù Cristo ha versato il suo sangue prezioso per salvarci, chi, se non Maria, ha prodotto questo sangue adorabile? Se teniamo dietro alla sua vita mortale, quanti affanni, quanti dolori, quante angosce ha tollerato! Ogni volta che volgeva lo sguardo al suo divino Figliuolo, soffriva, dicono i SS. Padri, più che tutti i martiri insieme. — E in che modo direte? — Dio per compiere questa profezia, volle farle conoscere anticipatamente tutti i patimenti, tutti gli oltraggi, e tutti i tormenti che il suo divin Figliuolo doveva tollerare prima della sua morte (Infatti il giorno della Purificazione il santo vecchio Simeone annunziò a Maria, che una spada di dolore trapasserebbe l’anima sua. – Nota degli editori francesi). Ogni volta che Maria toccava i piedi o le mani adorabili di Gesù diceva tra se: « Ohimè! questi piedi e queste mani che pel corso di trentatré anni avranno atteso soltanto a portar grazie e benedizioni, saranno un giorno trafitti e inchiodati ad un legno infame; i suoi occhi d’amore saranno coperti di sputi; il suo volto, più bello che i cieli, sarà tutto pesto dagli schiaffi che gli si daranno. Tutto questo corpo dev’essere flagellato così crudelmente, che sarà quasi impossibile riconoscerlo per un uomo; questo capo, tutto raggiante di gloria, sarà traforato da una crudele corona di spine ». Quando passava per le vie di Gerusalemme, diceva tra sé: « Verrà giorno in cui vedrò queste pietre tutte bagnate del suo sangue prezioso. Sarà steso sull’albero della croce; udrò i colpi di martello, e non potrò dargli soccorso ». O dolore incomprensibile! O ineffabile martirio! ci dice un santo Padre: solo Dio può misurarne tutta l’estensione. Sì, miei fratelli, dobbiam dire che Gesù Cristo fece provare particolarmente alla Madre sua ognuno dei dolori della sua passione; poiché Maria aveva del continuo dinanzi alla mente i supplizi a cui doveva essere sottoposto il suo Figliuolo. « Ah! (esclama il gran servo di Maria S. Bernardo) siam pure ciechi e sciagurati, se non amiamo una Madre sì benefica e sì buona! Da gran tempo, se non fossero state le preghiere di Maria, il mondo non esisterebbe più: sarebbe caduto in rovina a cagion del peccato ». Si narra infatti che, ai tempi di S. Domenico e di San Francesco, Dio era irritato contro gli uomini per modo, che aveva risoluto di farli tutti perire. Questi due santi videro la SS. Vergine gettarsi a’ piedi del suo divino Figliuolo: « Figlio mio, diss’Ella, rammentate che per questo popolo appunto siete morto: manderò due miei grandi servi (e additò S. Domenico e S. Francesco): si, andranno per tutto il mondo, e inviteranno gli uomini a convertirsi e far penitenza ». Ohimè! quante volte Essa ha presentato al suo divin Figlio le viscere ove fu concepito, il seno che l’ha nutrito, le braccia che l’hanno portato! Quante volte gli ha detto: « Figliuol mio, lasciatevi muovere dalle preghiere di Colei che vi portò nove mesi nel suo seno, che vi nutrì con tanta tenerezza, che con tanta gioia avrebbe dato la sua vita per salvare la vostra; risparmiate, di grazia, questo popolo che vi è costato sì gran prezzo ». O ingratitudine! O accecamento de’ peccatori, sei pur grande ed incomprensibile! Non aver che disprezzo per Colei che sì volentieri avrebbe dato la vita per noi! Ben diversamente, fratelli miei, operarono i santi a riguardo di Maria. Ah! essi erano ben persuasi che senza Maria sarebbe stato loro quasi impossibile poter resistere agli assalti, che il demonio dava loro per perderli. S. Bernardo insegna che tutte le grazie a noi concesse dal cielo passano per le mani di Maria. Sì, dice un altro Padre della Chiesa: « Maria è come una buona madre di famiglia, che non si contenta d’aver cura in generale di tutti i suoi tigli, ma veglia su ciascuno in particolare ». Se dopo ogni peccato Dio ci avesse trattato come meritavamo, da gran tempo bruceremmo nell’inferno. Oh! quanti son tra quelle fiamme, e non vi sarebbero, se avessero ricorso a Maria! Essa avrebbe pregato il suo Figliuolo di prolungare i loro giorni perché avessero tempo di far penitenza. Se questa sventura non c’è toccata, ringraziamo Maria; a Lei veramente ne siamo debitori. Leggiamo nell’Evangelo (S. LUCA XIII, 6) che « un uomo aveva piantato un albero nella sua vigna. Giunta la stagione dei frutti, andò a vedere se quell’albero ne aveva: ma non ne trovò. Vi andò la seconda e la terza volta, e non ne trovò punto: disse allora al vignaiuolo: « Ecco tre volte che vengo invano per cercar frutto da quest’albero: perché gli lasci occupare il posto d’un altro albero che darebbe frutto? Taglialo e gettalo nel fuoco ». Che fa il vignaiuolo? Si getta ai piedi del suo padrone e lo prega ad aspettare ancor qualche tempo, dicendo che raddoppierà le sue cure, lavorerà la terra all’intorno; concimerà l’albero e non trascurerà nulla per farlo fruttificare. « Ma, aggiunge poi, se quando tornerai l’anno venturo, non avrà dato frutto, sarà tagliato e gettato nel fuoco ». Viva immagine, fratelli miei, di ciò che accade tra Dio, la SS. Vergine, e noi: il padrone della vigna è Dio, la vigna tutta la Chiesa, gli alberi piantati nella vigna siam noi. Dio esige e vuole che diam frutto, cioè facciamo opere buone pel cielo. Come il padrone della vigna aspetta due, tre, ohimè! fors’anche venti o trent’anni per darci tempo di convertirci e far penitenza. Quando vede che, invece di correggerci e far penitenza, moltiplichiamo il numero de’ nostri peccati, comanda che quell’albero venga tagliato e gittate nel fuoco; cioè permette al demonio di prender quei peccatori e gettarli all’inferno. Ma che fa Maria, miei fratelli? Fa ciò che fece quel buon vignaiuolo, si getta ai piedi del suo divin Figliuolo: « Figliuol mio, gli dice, grazia ancor per qualche tempo a questo peccatore: forse si convertirà e farà meglio di ciò che ha fatto finora ». E che fa per placale la collera del Padre? Gli ricorda quanto ha fatto e sofferto il suo Figliuolo per risarcire la gloria toltagli dal peccato; con grande sollecitudine rappresenta al Figliuolo ciò che per amore suo Ella ha patito nei giorni della sua vita mortale: « Figlio mio, gli dice ad ogni tratto, ancor qualche giorno: forse si pentirà ». Oh! tenerezza materna, quanto sei grande! Ma sei pur pagata d’ingratitudine! Gli uni la disprezzano, altri, non contenti di disprezzarla, coi loro scherni si fanno beffe di coloro che hanno fiducia in Lei! Ebbene, fratelli miei, sebbene abbiam per Lei disprezzo e non altro, Maria non ci ha abbandonato; perché altrimenti saremmo già all’inferno: la prova è senza replica. Udite che cosa si legge nella vita del signor di Q… Narra egli stesso che il demonio fece quanto poté per farlo morire in peccato. Una notte poco mancò che il fulmine non l’incenerisse; passò attraverso parecchie tavole e distrusse metà del suo letto. Qualche tempo dopo, trovandosi in un luogo ove si cacciava il demonio dal corpo d’un ossesso, gli chiese chi l’avesse salvato dal fulmine. Il demonio rispose: «Ringraziate la SS. Vergine; se la sua protezione non v’avesse salvato, v’avremmo già da gran tempo all’inferno; e quel giorno credevamo davvero che foste nostro ». Ebbene, miei fratelli, potrei dir l’istesso anche a voi: se vivete ancora, non ostante che la vostra coscienza sia aggravata da tante colpe, dovete credere con certezza che da gran tempo sareste a patire nell’altra vita, se non vi avesse salvato la protezione di Maria presso il suo divino Figliuolo, a cui chiede di prolungare i vostri giorni per veder se vi convertirete. Ah! fratelli miei, perché non ricorreremo continuamente alla SS. Vergine, poiché abbiam continuo bisogno della sua protezione, ed Ella è inclinata sempre a soccorrerci? Nella vita di S. Maria Egiziaca si legge che fino all’età di diciannove anni condusse vita scandalosa. Un Venerdì Santo volle andar, come gli altri ad adorare il legno prezioso della vera croce. Mentre voleva entrare in chiesa, sentì una mano invisibile che la respingeva fuori, il che accadde per ben tre volte. Sbigottita si ritirò in un angolo della piazza, e cominciò a ricercare quale potesse esser la cagione d’un caso così straordinario: tutti entravano senza ostacolo; essa soltanto era respinta con tanta violenza. « Ah! esclamò sospirando, lo veggo bene: ne son cagione i miei peccati! Non vi sarà più aiuto per me? Oserò presentarmi dinanzi a Dio dopo avergli rapito tante anime redente dal suo sangue prezioso? Egli sì santo e sì puro, consentirà che il mio corpo, il quale servì solo al peccato, s’accosti al suo sacro legno? Oh! disse tra sé piangendo amorosamente, ho udito dir tante volte che la SS. Vergine è così buona anche pei più grandi peccatori, e che niuno l’ha pregata mai senza ottener grazia e misericordia: andrò dunque a pregarla ». E si ritirò tutta tremante, presso un’immagine della SS. Vergine, si prostrò col volto per terra, bagnandola delle sue lacrime: « Oh! Vergine santa, ecco dinanzi a Voi la più grande peccatrice del mondo: oserò ancora implorare il vostro aiuto e quello del vostro divin Figliuolo, o m’avrà Egli abbandonato per sempre? O Vergine santissima, se mi ottenete misericordia da Gesù Cristo, e la bella sorte d’andar ad adorare quel sacro legno su cui si è immolato, andrò a far penitenza in qualunque luogo vi piaccia ». Dopo questa protesta torna a presentarsi tutta trainante alla porta della chiesa per veder se potesse entrare senz’essere respinta come le tre prime volte; ed entra senza ostacolo. Piena di riconoscenza adora il santo legno, bagna il pavimento delle sue lacrime, e si confessa per ricevere il perdono de’ suoi peccati. Quindi si ritira in un bosco, ove rimase pel corso di quaranta anni, facendo risuonare il deserto delle sue grida e de’ suoi singhiozzi e nutrendosi solo d’erbe selvatiche. Riferisce essa medesima che il demonio per ben diciannove anni la tentò in tutte le maniere; e di mano in mano che il demonio la tentava, essa raddoppiava le sue penitenze: talora il mattino, destandosi, era tutta coperta di neve, e nel suo deserto il freddo era sì rigido che le sue carni ne cadevano a brandelli. Meditava mattina e sera, ora sulle sue colpe passate, ora sulle grazie che Maria le aveva ottenute, o anche sulla speranza che aveva d’andare a cantare in cielo le misericordie del Signore. Oh! saremmo pur felici, fratelli miei, se imitassimo questa grande penitente nel suo pentimento e nella sua viva fiducia in Maria. – Quando si ama qualcuno, si stima lieta ventura averne qualche oggetto come ricordo. Così, miei fratelli, se amiamo la SS. Vergine, dobbiamo riguardare come onore e dovere il tenerne nelle nostre case qualche immagine, che ci ricordi di tratto in tratto, questa buona Madre. Di più i genitori veramente Cristiani non debbono trascurar d’istillare nei loro bambini una tenera divozione alla SS. Vergine: è mezzo sicuro per attirar sulle loro famiglie le benedizioni del cielo e la protezione di Maria. Nella vita di S. Giovanni Damasceno (RIBADENEIRA. al 6 di Maggio) si legge che l’imperatore aveva concepito contro le sacre immagini così viva avversione da comandar sotto pena di morte di distruggerle od abbruciarle. S. Giovanni si mise subito a scrivere che si dovevano invece avere immagini e venerarle. L’imperatore si sdegnò contro il santo a tal segno che, per impedirgli di scrivere, gli fece tagliare la mano. Il santo andò a prostrarsi dinanzi ad un’immagine della SS. Vergine, dicendole: « Vi chieggo la mano che mi fu recisa, perché volevo sostenere l’onore che si rende alle vostre immagini: so che siete tanto potente da restituirmela». Fatta questa preghiera, s’addormentò, e nel sonno vide la SS. Vergine, la quale gli disse che la sua preghiera era esaudita. Quando si svegliò, trovò la mano perfettamente ricongiunta al braccio: Iddio aveva soltanto lasciato, nel punto ove s’era riunita al braccio, una piccola riga rossa, perché ricordasse la grazia ottenutagli dalla SS. Vergine. Con questo miracolo volle Essa mostrare quanto le sia gradito l’onore, che si rende alle sue rappresentazioni, cioè alle sue immagini. – Udite ciò che dice S. Anselmo: « Quelli che avranno la mala sorte di spregiare la .Madre, possono star sicuri che saranno spregiati dal Figlio. Sì, soltanto i demoni, i riprovati e i grandi peccatori, immersi nelle sozzure de’ loro vizi, non amano Maria e non hanno fiducia in Lei. Potrete riconoscere agevolmente se un Cristiano è per la via del cielo, o se va per la strada della perdizione: chiedetegli se ama Maria; se vi dice che l’ama e le sue azioni lo dimostrano, benedite il Signore: quell’anima è pel cielo. Ma se vi dice di no, e per ciò che riguarda il suo culto mostra solo disprezzo, gettatevi a’ piedi del crocifisso e piangete amaramente; perché è abbandonato da Dio, e vicino a cader nell’abisso. Sì, quando pur foste immerso nelle più obbrobriose abitudini, se avete fiducia in Lei, non disperate, che, presto o tardi, vi otterrà il perdono ». – Leggiamo nella storia (RIBADENEIRA al 9 d’Ottobre. — Il Beato ha citato più sopra in compendio questo fatto tolto dal P. Lejeune. – Nota degli editori francesi) che S. Dionisio Areopagita fu gran devoto di Maria. Ebbe la sorte felice di vivere mentre la SS. Vergine era ancora sulla terra. Pregò l’Evangelista S. Giovanni, a cui Gesù, prima di morire, aveva confidato Maria, di procurargli la consolazione di vedere la SS. Vergine. San Giovanni lo fece quindi entrare nella camera ov’era Maria. S. Dionigi fu così abbagliato dalla sua presenza che si vide ad un tratto circondato da una luce celeste: « Io era come smarrito, sentivo uscir dal suo corpo una sì grata fragranza che credevo morir d’amore; la mia mente e il mio cuore erano sì vivamente colpiti dallo splendore della sua gloria che mi sentiva venir meno. Vedevo uscir dal suo sacro corpo tale splendore di luce, che, se la fede non m’avesse insegnato che v’è un Dio solo, l’avrei creduta veramente una divinità. Per tutto il resto della mia vita mi pareva d’averla dinanzi agli occhi; la mia mente e il mio cuore erano sempre in quella camera, ove avevo avuto la bella sorte di contemplarla! Ah! che cosa sarà dunque, allorché la vedremo in cielo, accanto al suo Figliuolo, sul bel trono della reggia celeste, e rivestita della gloria stessa di Dio?» – Ecchè, miei fratelli, dopo tutto quel che abbiam detto, non ameremo Maria, la quale pare non per altro si rallegri d’esser Madre di Dio, che per ottenerci maggior copia di grazie? O accecamento!… non amare Colei che vuol soltanto la nostra felicità, questa madre che per salvarci avrebbe dato volentieri la vita!..

III. — L a SS. Vergine è pure continua difesa contro gli assalti del demonio. Un giorno il suo gran servo S. Domenico essendo stato pregato di scacciare il demonio dal corpo d’un ossesso dinanzi a una immensa folla di gente accorsa per veder questo fatto, alla presenza di tutti il demonio disse che la SS. Vergine è la sua più crudele nemica, ch’essa rovescia tutti i suoi disegni; che senz’Ella da lungo tempo non vi sarebbe più Religione, ch’egli avrebbe sconvolta la Chiesa cogli scismi e colle eresie; che Maria ad ogni istante gli strappa le anime, che sperava aver seco un giorno all’inferno; che parecchi all’ora della morte, implorandone il soccorso, ottengono misericordia, e che niuno che abbia fiducia in Lei, si perde. – Questo, fratelli miei, confessò il demonio in presenza di tutti gli astanti. E se è necessario convincervene anche meglio, ricordiamo quella donna, che, accusata falsamente dal marito, era stata condannata a morir sul patibolo; andò a prostrarsi dinanzi ad un’immagine della SS. Vergine, pregandola a non permetter che morisse, poich’era innocente. Or quando il carnefice volle giustiziarla, non poté riuscirvi. Tuttavia, credendola morta, fu staccata dal patibolo, e quando fu portata in chiesa per seppellirla, non solo die segni di vita, ma si alzò e corse dinanzi ad un’immagine della SS. » Vergine esclamando: « O Vergine santa, voi siete la mia liberatrice! » Voltasi poi verso il popolo che empiva la chiesa: « Sì, disse, ho visto Maria in atto di fermar la mano al carnefice e consolarmi mentr’ero sospesa al patibolo ». Quanti furono testimoni di questo fatto sentirono raddoppiarsi la loro confidenza nella SS. Vergine. Ma, diranno taluni ignoranti e senza religione, tutto questo va bene per chi non sa leggere, o pei poveri di spirito e di beni. — Ah! miei fratelli! Se volessi potrei dimostrarvi che in tutti gli stati Maria ebbe grandi servi; ne troverei tra quelli che van mendicando il pane di porta in porta; ne troverei tra coloro il cui stato era quello della maggior parte di voi; ne troverei, e assai numerosi, tra i ricchi. Leggiamo nel Vangelo che Nostro Signor Gesù Cristo trattò sempre tutti con grande dolcezza, eccetto una sola classe di persone, che trattò duramente, ed erano i farisei; e li trattò così perché erano orgogliosi e peccatori induriti. Gli avrebbero, se avessero potuto, volentieri impedito di compiere la volontà di suo Padre; perciò li chiamava: « sepolcri imbiancati, ipocriti, razza di vipere, viperette che straziano il seno della loro madre ». L’istesso possiam dire quanto alla divozione alla SS. Vergine. I Cristiani han tutti gran divozione a Maria, eccetto que’ vecchi peccatori ostinati, che da gran tempo, perduta la fede, si avvoltolano nelle sozzure della loro brutale passione. Il demonio cerca di mantenerli nel loro accecamento fino al momento della morte; e allora farà ad essi aprir gli occhi. Ah! se avessero la bella sorte di ricorrere a Maria, non cadrebbero all’inferno, come pur troppo loro accadrà! No, miei fratelli, non imitiamo siffatta gente! Seguiamo invece le orme dei veri servi di Maria. Del numero di questi fu S. Carlo Borromeo, che diceva sempre in ginocchio il Rosario; di più digiunava tutte le vigilie delle feste della Madonna. Era sì esatto a salutarla (quando suonava la campana, che al suono dell’Angelus, in qualunque luogo si trovasse, si metteva in ginocchio, anche in mezzo alla strada tutta fangosa. Voleva che in tutta la sua Diocesi si avesse gran divozione a Maria, e se ne pronunziasse il nome con molto rispetto. Fece edificare gran numero di cappelle in suo onore. Ebbene, fratelli miei, perché non vorremo imitar questi santi, che ottennero da Maria tante grazie per tenersi lontani dal peccato? Non abbiamo da combattere gli stessi nemici, e il medesimo paradiso da sperare? Sì, Maria ha gli occhi sempre su noi: se siam tentati, volgiamo a Maria il nostro cuore, e stiamo certi che saremo liberati. Ma non basta ancora, fratelli miei: per meritare la sua protezione, bisogna imitar le virtù, di cui ci ha dato l’esempio. Bisogna imitarne la grande umiltà. Essa non disprezzava alcuno: quantunque sapesse benissimo che Dio l’aveva innalzata alla più grande tra tutte le dignità, la dignità di Madre di Dio, di Regina del cielo e della terra, pur si riguardava come l’ultima tra tutte le creature. Bisogna imitarne l’ammirabile purità che l’ha resa a Dio sì gradita. La sua modestia era sì grande, che Dio si compiaceva nel contemplarla. Dobbiamo ancora, fratelli miei, conforme al suo esempio, staccarci dalle cose del mondo, e pensar solo al cielo, nostra vera patria. Dopo l’Ascensione del suo divin Figliuolo la vita di Maria sulla terra era continuo languire. Tollerava, sì, con pazienza la vita; ma aspettava con ardore la morte che doveva ricongiungerla al suo divino Figliuolo, unico oggetto del suo amore. Quante volte esclamava col profeta: « Mio Dio, fino a quando prolungherete il mio esilio? Oh! quando verrà il momento beato, in cui sarò a Voi ricongiunta per sempre! Oh! se vedete il mio Sposo, ditegli che languisco d’amore! » Dio la tolse dal mondo, ove aveva tanto patito nel corso del suo lungo pellegrinaggio; morì, ma non posero fine alla sua vita né gli acciacchi dell’età, né il naturale deperimento, ma solo l’amore del suo Figliuolo. Il suo primo sospiro era stato un sospiro d’amore, ed era giustissimo che un sospiro d’amore fosse anche l’ultimo. Se vogliam persuadercene, fratelli miei, gettiamo uno sguardo sul letto di morte di Maria. O nuovo spettacolo! Cielo e terra sono rapiti in ammirazione; i fedeli accorrono da ogni parte: gli apostoli si trovano prodigiosamente riuniti in quella povera casa. Nella morte di Maria non si vede ciò che nella nostra mette orrore: quello spaventoso pallore, quell’universale indebolimento, e le dolorose convulsioni dell’agonia: nella morte di Maria tutto è tranquillo; il suo volto è più splendente che mai: le sue grazie modeste si manifestano con maggior vivezza ancora che durante la vita, un’amabile pudore brilla nella sua fronte, una dolce maestà riveste il suo corpo: i suoi occhi teneramente fissi al cielo, ne han già tutta la serenità; il suo spirito, inabissato in Dio, par che già lo contempli faccia a faccia; il suo tenero cuore, stimolato da un amore del pari dolce e forte, gusta anticipatamente i torrenti d’eterne delizie, che Dio le apparecchia in cielo. Non teme, perché non ha mai offeso il suo Dio; non ha rammarico, perché non fu mai attaccata alle cose terrene; sospira solo il suo Gesù, e la morte le assicura questa felicità; lo vede venirle incontro con tutta la corte celeste per onorare il suo ingresso trionfale in cielo. Così si addormenta nel bacio del Signore questa sacra amante, così scompare questo bell’astro, che per settantadue anni ha illuminato il mondo. Così trionfa della morte Colei che ha dato alla luce l’Autore della vita… Che cosa concluder da tutto questo, fratelli miei? Che, conforme all’esempio di Maria, dobbiamo sospirare la medesima felicità e lavorare a conseguirla. Il che vi desidero …

DOMENICA XIII DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XIII dopo PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXXIII: 20; 19; 23
Réspice, Dómine, in testaméntum tuum, et ánimas páuperum tuórum ne derelínquas in finem: exsúrge, Dómine, et júdica causam tuam, et ne obliviscáris voces quæréntium te. [Signore, abbi riguardo al tuo patto e non abbandonare per sempre le anime dei tuoi poveri: sorgi, o Signore, difendi la tua causa e non dimenticare le voci di coloro che Ti cercano.] 

Ps LXXIII: 1
Ut quid, Deus, reppulísti in finem: irátus est furor tuus super oves páscuæ tuæ?
[Perché, o Signore, ci respingi ancora? Perché arde la tua ira contro il tuo gregge?]

Réspice, Dómine, in testaméntum tuum, et ánimas páuperum tuórum ne derelínquas in finem: exsúrge, Dómine, et júdica causam tuam, et ne obliviscáris voces quæréntium te. [Signore, abbi riguardo al tuo patto e non abbandonare per sempre le ànime dei tuoi poveri: sorgi, o Signore, difendi la tua causa e non dimenticare le voci di coloro che Ti cercano.]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, da nobis fídei, spei et caritátis augméntum: et, ut mereámur asséqui quod promíttis, fac nos amáre quod præcipis.
[Onnipotente e sempiterno Iddio, aumenta in noi la fede, la speranza e la carità: e, affinché meritiamo di raggiungere ciò che prometti, fa che amiamo ciò che comandi.]

Lectio


Léctio Epístolæ beáti S. Pauli Apóstoli ad Gálatas. [Gal. III: 16-22]
“Fratres: Abrahæ dictæ sunt promissiónes, et sémini ejus. Non dicit: Et semínibus, quasi in multis; sed quasi in uno: Et sémini tuo, qui est Christus. Hoc autem dico: testaméntum confirmátum a Deo, quæ post quadringéntos et trigínta annos facta est lex, non írritum facit ad evacuándam promissiónem. Nam si ex lege heréditas, jam non ex promissióne. Abrahæ autem per repromissiónem donávit Deus. Quid igitur lex? Propter transgressiónes pósita est, donec veníret semen, cui promíserat, ordináta per Angelos in manu mediatóris. Mediátor autem uníus non est: Deus autem unus est. Lex ergo advérsus promíssa Dei? Absit. Si enim data esset lex, quæ posset vivificáre, vere ex lege esset justítia. Sed conclúsit Scriptúra ómnia sub peccáto, ut promíssio ex fide Jesu Christi darétur credéntibus”.

Omelia I

 [A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

UNO SGUARDO AL CROCIFISSO

“Fratelli: Le promesse furono fatte ad Abramo ed alla sua discendenza. Non dice la scrittura: E ai suoi discendenti, come si trattasse di molti; ma come parlando di uno solo: E alla tua discendenza; e questa è Cristo. Ora, io ragiono così; un’alleanza convalidata da Dio non può, da una legge venuta quattrocento anni dopo, essere annullata, così da rendere vana la promessa. Poiché, se l’eredità viene dalla legge, non vien più dalla promessa. Ma Dio l’ha donata ad Abramo in virtù d’una promessa. Perché dunque la legge? E’ stata aggiunta in vista delle trasgressioni, finché non venisse la discendenza a cui era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo degli Angeli per mano di un mediatore. Ora non si dà mediatore di uno solo, e Dio è uno solo. Dunque la legge è contraria alle promesse di Dio? Niente affatto. Se fosse stata data una legge capace di procurarci la vita, allora, sì, la giustizia verrebbe dalla legge. Ma la Scrittura ha racchiuso tutto sotto il peccato, affinché la promessa, mediante la fede in Gesù Cristo, fosse data ai credenti»”. (Gal. III, 16-22).

S. Paolo aveva insegnato ai Galati che la giustificazione non dipende dalla legge di Mosè, ma dalla fede in Gesù Cristo, morto per noi in croce. Ma Gesù Crocifisso. dipinto tanto vivamente dall’Apostolo ai Galati, era stato ben presto dimenticato da essi, lasciatisi affascinare da coloro che insegnavano dover noi attendere la nostra salvezza dalla legge. S. Paolo, rimproverata la loro stoltezza, nota come Gesù, morendo sulla croce, maledetta dalla legge, libera i Giudei dalla maledizione, e conferisce a tutti, Giudei e Gentili, che si uniscono nella fede in Gesù Cristo, lo Spirito promesso. Passa poi a far osservare come vediamo nell’epistola di quest’oggi, che la promessa dei beni celesti, fatta ad Abramo e alla sua discendenza. cioè al Cristo, nel quale si sarebbero unite tutte le nazioni a formare un solo popolo, essendo incondizionata, fatta ad Abramo direttamente da Dio, e da Dio confermata, aveva tutto il carattere d’un patto irremissibile. Non poteva, quindi, venir indebolita o modificata dalla legge di Mosè venuta 430 anni dopo, con un contratto temporaneo. La legge, del resto, non escludeva la promessa, dal momento che essa non poteva giustificare e dare la vita, come fa la promessa. E neppure fu inutile; perché, facendo conoscere i numerosi doveri da compiere, senza porgere l’aiuto necessario, metteva l’uomo nella condizione di dover sperimentare tutta la propria debolezza e di sentir la necessità d’un Redentore; e di riconoscere, per conseguenza, che le celesti benedizioni non possono essere effetto della legge, ma della promessa, e che non si ottengono che con la fede in Gesù Cristo. Gesù Cristo, che morendo in croce, adempie le promesse fatte da Dio, sarà l’argomento di questa mattina. – Gesù Cristo Crocifisso, così presto dimenticato dai Galati, fermi la nostra attenzione. Consideriamo come il Crocifisso:

1. È il centro dei cuori

2. È la nostra guida,

3. È la causa della nostra salvezza.

I.

La legge mosaica non ci dà l’eredità né le benedizioni promesse, Essa è stata aggiunta in vista delle trasgressioni, finché non venisse la discendenza a cui era stata fatta la promessa. La legge aveva lo scopo di indicare le trasgressioni e di far sentire il peso dei peccati, risvegliando così e tenendo desta l’aspirazione al Salvatore, senza la grazia del quale era impossibile l’osservanza dei precetti. L’eredità e le benedizioni noi le abbiamo in Gesù Cristo, che muore per noi sulla croce. Dopo la risurrezione di Lazzaro, i pontefici e i farisei, che volevano sbarazzarsi di Gesù, radunato il consiglio, si pongono la domanda: «Che facciamo? Poiché quest’uomo opera grandi meraviglie. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui». E Caifa, il pontefice di quell’anno, consiglia di disfarsene: «Conviene che un uomo muoia per il popolo» (Joan. I, 47). Che cosa si aspettavano costoro dalla morte di Gesù? Forse di seppellirne col corpo anche la memoria? Accecati dall’odio, questi orgogliosi che si vantavano di aver per padre Abramo, non avevano voluto riconoscere l’unica sua discendenza, cioè il Cristo, al quale erano state fatte tutte le promesse. Ragionando da veri insensati, confessano che Gesù compie dei miracoli, e invece di trarne la conseguenza: — Con questi miracoli egli prova che è veramente il Messia promesso, l’inviato di Dio, — concludono: — Sopprimiamolo: con la sua soppressione scompariranno anche i seguaci. — E lo sopprimono con la morte di croce. – Ma l’uomo propone e Dio dispone. Gesù Cristo aveva detto: «E io, quando sarò innalzato da terra, tutto trarrò a me (Joan. XII, 32). – Quando egli è innalzato sulla croce gli animi di buona volontà si rivolgono a Lui. Non è solamente il discepolo prediletto con la Madre e un gruppo di pie donne, che sono attratti a colui che muore sul patibolo. Uno dei due ladroni, che gli stanno di fianco, crocifisso come Lui, riconosce il Messia, che non vollero riconoscere i Giudei, e, rivolgendosi a Lui, lo pregò: «Signore, ricordati di me quando giungerai nel tuo regno. E Gesù gli rispose: Ti dico in verità; oggi sarai con me in Paradiso ». (Luc. XXIII, 42-43). Gesù è spirato sulla croce, e continua a conquistare  anime e a piegare i cuori. Il centurione, che stava di rimpetto a Gesù crocifisso, proclama la sua divinità e dà gloria a Dio. Coloro che erano andati al Calvario per vedere il supplizio di Gesù, riconoscono l’ingiustizia commessa contro di Lui, ed esprimono il loro dolore percuotendosi il petto. Sulla croce Gesù inaugura il regno dell’amore che conquisterà tutti i popoli della terra. E la Chiesa può cantare solennemente: «Dio regnò dal legno» (Vexilla Regis). – Gli Apostoli, mandati alla conquista di coloro che erano sotto il giogo di Satana, presentano Gesù Crocifisso. armati di nient’altro che del crocifisso partirono alla conquista dei popoli i loro successori. Armati di quest’unica arma compiono ancora oggi le loro conquiste i missionari tra gente barbara e selvaggia. – Il Crocifisso cerca con lo sguardo e con l’anima colui che sta per partire da questo mondo: davanti al Crocifisso si reca a cercar il balsamo lenitore chi è provato dal dolore: nelle piaghe del Crocifisso cerca il suo porto di salvezza chi è agitato dalle tentazioni: baciando il Crocifisso, trova la rassegnazione e la pace chi muore per la mano della giustizia terrena. Il Crocifisso è veramente la pace, il gaudio la vita dei Cristiani; è il centro dei loro cuori.

2.

Se fosse stata data una legge capace di procurarci la vita, allora, si, la giustizia verrebbe dalla legge. Ma Dio non volle dare alla legge antica il potere di comunicare all’uomo la vita della giustizia. E così, l’uomo non deve cercare la sua salute nelle opere della legge. Deve cercarla, mediante la fede e la carità, in Gesù Cristo, salito sulla croce a immolarsi per tutti, a esser «guida e luce nella via dell’esilio». – Le inclinazioni degli uomini non sono, senza dubbio, un incitamento alla virtù. Gli uomini desiderano le ricchezze, e Gesù Cristo, che fu poverissimo durante la sua vita, sulla croce è spogliato dell’unica veste. Gli uomini bramano gli onori, la gloria. Gesù, che aveva rifiutato di esser fatto re durante gli anni della sua vita pubblica, sulla croce sopporta con animo mansuetissimo i disprezzi che gli si fanno da parte di tutti, dopo esser stato percosso, sputacchiato, da vili sgherri e dalla plebaglia. È là come l’aveva dipinto Isaia: «Come tu fosti lo stupore di molti, così il tuo aspetto sarà senza gloria tra gli uomini e la tua faccia tra i figli degli uomini» (Is. LII, 14). La disubbidienza spopolò il cielo d’una gran quantità di Angeli, e portò la rovina del genere umano. Gesù Cristo, che nella bottega di Nazaret passò la vita nell’ubbidienza a Maria e a Giuseppe, sulla croce ubbidisce ai carnefici, ai giudici iniqui, che un giorno saranno da Lui giudicati. Raramente noi ci manteniamo calmi nei contrasti, nelle pene. Ci ribelliamo, e dichiariamo ingiuste le afflizioni che ci provano. Gesù sulla croce, dissanguato dai flagelli, con le mani e i piedi trapassati da chiodi, con spine confitte nel capo, agnello senza macchia, sopportò il peso della pena dovuta ad altri, e tace. – Duro è per noi dimenticare le offese ricevute, amare coloro che ci fanno del male. Ma diventerebbe leggero, se dessimo uno sguardo a Gesù, che dalla croce, perdona a suoi offensori, li scusa, prega per loro. – Il Beato Vincenzo Maria Strambi, era stato incaricato dal Papa Pio VI di predicare una missione al popolo di Roma nella vastissima Piazza Colonna. Una sera, nella foga dell’orazione, gli venne a mancare la voce. Riusciti inutili gli sforzi per farsi sentire, prese nelle mani Crocifisso, e lo mostrò al popolo, additandone le piaghe grondanti sangue, e, come poté, disse: «Popolo mio, io non posso più parlare; questo crocifisso parlerà per me». E il crocifisso parlò veramente al cuore dei Cristiani, poiché nessuno partì da quella piazza senza di aver concepito il proposito d’una vita migliore. – Se noi amiamo Gesù Crocifisso, ogni volta che gli diamo uno sguardo parlerà al nostro cuore con parola ora ammonitrice, ora esortatrice, che ci farà progredire sempre più nella via del bene.

3.

 Quando Gesù pende in croce, popolo, sacerdoti, senior e perfino il brigante che gli è crocifisso a fianco concordi nello scherno atroce : «Scenda dalla croce » (Matth. XXVII, 40-44). Se Gesù avesse voluto, sarebbe certamente sceso dalla croce. Poche ore prima solamente, aveva dato prova del suo potere, quando con due parole: «Sono io», dimostrò tanta potenza, che i soldati mandatigli incontro « diedero indietro e stramazzarono per terra» (Joan. XVIII, 6). Egli pende in croce, ma è sempre quel Gesù «potente in opere e in parole» (Luc. XXIV, 19) che guariva le malattie corporali e spirituali, che ridava la vita ai corpi e alle anime. Egli pende in croce come un malfattore, ma dalla croce dà la vita eterna al ladrone che gli sta vicino; e, spirando in croce, apre i sepolcri, da cui risorgono i morti addormentati nel Signore. Egli muore in croce, e la sua morte segna l’adempimento della promessa… data ai credenti. – Col peccato il giogo di satana era stato posto sul collo degli uomini, e nessuna forza umana avrebbe potuto scuoterlo. Gesù Cristo sulla Croce compì quello che nessun uomo avrebbe potuto compiere. Egli carica sopra di sé le colpe di tutti gli uomini; si presenta a Dio in abito di peccatore, e chiede che su Lui si compia la giustizia che doveva compiersi sui mortali. L’offerta è gradita al Padre, la sostituzione è accettata. Pene esterne e interne lo avvolgeranno come in un mare, e tutto sarà suggellato con la morte. Ma con questa morte il decreto di condanna è stracciato, il potere di satana è infranto. «Nel paradiso (terrestre) germogliò la morte; sulla croce la morte fu tolta » (S. Giov. Cris. In Epist. ad Eph. Hom. 20, 3). satana si era servito del frutto proibito per introdurre nel mondo il suo regno; per mezzo dell’albero della Croce Gesù Cristo prende la rivincita su satana. Sulla croce Gesù sta non come un giustiziato, ma come un conquistatore, che, conquiso e debellato il suo nemico, dall’alto del trono proclama la vittoria; e annuncia ai popoli tutti della terra la liberazione dalla schiavitù, la fine del regno della maledizione e il principio del regno della grazia. – Dall’alto della croce Gesù ci dice con le sue piaghe che il prezzo del riscatto è di valore così grande che nessuno, per quanto gravi siano i Suoi peccati, ne va escluso; dall’alto della croce, con le braccia aperte, Gesù ci dice tutta la sua brama di vederci vicini a Lui, di poterci abbracciare. – Non dimentichiamo, come i Galati, l’immagine del Crocifisso; ma frequentemente «si dia uno sguardo alla croce, su cui, per mezzo del gran delitto dei Giudei, ebbe compimento la volontà di Dio misericordioso, il quale volle che fosse ucciso il suo unico Figlio per la nostra salvezza ».

Graduale

Ps LXXIII:20; 19; 22.

Réspice, Dómine, in testaméntum tuum: et ánimas páuperum tuórum ne obliviscáris in finem.
[Signore, abbi riguardo al tuo patto: e non dimenticare per sempre le ànime dei tuoi poveri.]

Exsúrge, Dómine, et júdica causam tuam: memor esto oppróbrii servórum tuórum. Allelúja, allelúja
[
V. Sorgi, o Signore, e difendi la tua causa e ricordati dell’oltraggio a Te fatto. Allelúia, allelúia].

Alleluja

Ps LXXXIX: 1
Dómine, refúgium factus es nobis a generatióne et progénie. Allelúja. [O Signore, [Tu fosti il nostro rifugio in ogni età. Allelúia.]

Evangelium


Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XVII: 11-19

In illo témpore: Dum iret Jesus in Jerúsalem, transíbat per médiam Samaríam et Galilaeam. Et cum ingrederétur quoddam castéllum, occurrérunt ei decem viri leprósi, qui stetérunt a longe; et levavérunt vocem dicéntes: Jesu præcéptor, miserére nostri.
Quos ut vidit, dixit: Ite, osténdite vos sacerdótibus. Et factum est, dum irent, mundáti sunt. Unus autem ex illis, ut vidit quia mundátus est, regréssus est, cum magna voce magníficans Deum, et cecidit in fáciem ante pedes ejus, grátias agens: et hic erat Samaritánus. Respóndens autem Jesus, dixit: Nonne decem mundáti sunt? et novem ubi sunt? Non est invéntus, qui redíret et daret glóriam Deo, nisi hic alienígena. Et ait illi: Surge, vade; quia fides tua te salvum fecit.” 

OMELIA II

 [A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XLI.

 “In quel tempo andando Gesù in Gerusalemme, passava per mezzo alla Samaria e alla Galilea. E stando por entrare in un certo villaggio, gli andarono incontro dieci uomini lebbrosi, i quali si fermarono in lontananza, e alzarono la voce dicendo: Maestro Gesù, abbi pietà di noi. E miratili, disse: Andate, fatevi vedere da’ sacerdoti. E nel mentre che andavano, restarono sani. E uno di essi accortosi di essere restato mondo, tornò indietro, glorificando Dio, ad alta voce: e si prostrò per terra ai suoi piedi, rendendogli grazie: ed era costui un Samaritano. E Gesù disse: Non sono eglino dieci que’ che son mondati? E i nove dove Sono? Non si è trovato chi tornasse, e gloria rendesse a Dio, salvo questo straniero. E a lui disse: Alzati, vattene, la tua fede ti ha salvato” (Luc. XVII, 11-19).

Allora che l’Apostolo ci dice che è volontà di Dio che noi ci facciamo santi, affinché apprendiamo in che cosa ha da consistere massimamente la nostra santificazione, ce lo dice con chiarissimi termini: Che vi teniate lontani da qualsiasi immondezza. E più volte nelle sue lettere, ora sotto un aspetto ed ora sotto un altro, ci ripete la medesima cosa e di niun’altra parla con tanta veemenza ed energia, perché come osserva S. Giovanni Grisostomo, nella virtù della castità è riposta in modo particolarissimo la santificazione delle anime, mentre nel vizio ad essa contrario è riposta la loro rovina, sia perché le tiene immerse come animali immondi nel fango di ogni laidezza, sia perché esso è un male che difficilmente si cura. Or bene, o carissimi, il Vangelo di questa mattina ci porge occasione di riconoscere il gran male che è un tal vizio, quali ne sono le cause principali e quali i rimedi. E sebbene sia questo un argomento poco piacevole, lo tratteremo tuttavia per il grande vantaggio, che ne possiamo ritrarre per la nostra salute.

1. Gesù, dice il Vangelo, andando a Gerusalemme, passava per mezzo la Samaria e la Galilea. E nell’entrare in un certo castello, se gli fecero incontro dieci lebbrosi. La lebbra era una malattia contagiosa,cagionata dai grandi calori e assai comune sotto il cielo della Giudea. Quindi chiunque aveva contratto quell’orribile malattia, secondo la legge, doveva lasciare il suo domicilio, rinunciare al commercio coi suoi simili, recarsi nella solitudine, fino a tanto che un sacerdote, dopo un maturo e coscienzioso esame, avesse riconosciuto e proclamato la totale guarigione da quella malattia; e questa legge veniva osservata con un’esattezza rigorosa. Ora tutti i commentatori della Sacra Scrittura hanno riguardato la lebbra come la figura del peccato, e soprattutto del peccato di disonestà; perciocché è massimamente questo peccato, che toglie all’anima, non solo la sua bellezza, ma ancora la sua innocenza e le comunica una bruttezza veramente spaventosa, ed è questo peccato ancora che più d’ogni altro si propaga per mezzo dello scandalo. Questo peccato è cosi brutto, che l’Apostolo Paolo vorrebbe che non si avesse neppure a nominare tra i Cristiani. E così non vi è peccato, che Iddio medesimo nelle Sacre Scritture dimostri di detestare tanto, quanto questo. Chi si dà a questo peccato nelle Sacre Scritture vien paragonato agli animali immondi. Il santo re Davide in uno de’ suoi salmi, di colui, che serve alle sue malvagie passioni, dice ripetutamente: L’uomo, che fu elevato alla più grande dignità, ha perduto l’intelletto ed è divenuto simile agli animali immondi, che si trascinano nel fango. Inoltre nelle Sacre Scritture si parla di tanti castighi mandati da Dio agli uomini per cagione di questo peccato. In esse si dice che Iddio mandò un diluvio sopra tutta la terra, perché il genere umano erasi abbandonato alla disonestà; che mandò un incendio sopra Sodoma, Gomorra e sopra le città vicine, perché quegli abitanti eransi abbandonati a questo brutto vizio; che Onan fu colpito da una morte repentina dopo un solo peccato, perché quello era un peccato di disonestà, che furono severissimamente puniti molti altri per lo stesso peccato. Nelle Sacre Scritture vi sono ancora le gravissime proibizioni fatteci dal Signore. E tra queste vi ha il sesto comandamento della sua divina legge, che dice: Non fornicare, cioè non far cose disoneste: ed il precetto di Gesù Cristo, col quale ci intima di non fissare lo sguardo, né trattenere il pensiero su ciò che può condurci al peccato della disonestà. Da questa dottrina, rivelata da Dio, voi potete già conoscere che gran male sia la disonestà: ma forse lo conoscerete molto più nel considerare nelle famiglie e domanderete la cagione di tante discordie, di tante miserie, di tanti patrimoni mandati a fondo, molti sono costretti a rispondervi che l’abbominevole vizio della disonestà ne fu la cagione. Se poi domanderete ai medici, che frequentano le case dei privati ed i pubblici ospedali, perché molti sul fior dell’età siano andati al sepolcro, vi risponderanno che ciò fu per il brutto vizio. E se le ceneri di taluni potessero parlare dalle tombe, quanti utili avvisi ci darebbero! Gli uni direbbero che la disonestà fu la cagione di risse, di guai, di affanni, di pazzie, di morte. Altri, che tal vizio loro indebolì la salute e li condusse anzi tempo alla tomba, avverandosi in essi ciò che dice lo Spirito Santo, che i peccati abbreviano la vita. Ma se sono già così gravi le sciagure, che questo vizio produce sopra il corpo, molto più gravi sono le sciagure che produce nello spirito.Dice Iddio, che il darsi alle disonestà è lo stesso che diventare apostati, cioè perdere ad un tempo l’amor di Dio e la fede. Di fatto noi vediamo i giovani, ed in generale tutti gli uomini, essere molto amanti del Signore, pieni di fervore nelle pratiche religiose, assidui ai Sacramenti, finché non sono dominati dalla disonestà. Ma appena questo vizio si fa strada nel loro cuore, cominciano a diventare tiepidi, rilassati nell’amor di Dio, diminuiscono la frequenza dei Sacramenti, si annoiano della divina parola, parlano con indifferenza delle cose di Religione, dubitano delle medesime verità della Fede, e cadendo di abisso in abisso, finiscono col divenire increduli e talora veri apostati e spregiatori beffardi dei divini misteri. Sì, perché dominati dal brutto vizio non vogliono più lasciarlo, e bramando di continuare a prendersi quelle soddisfazioni senza che i rimorsi della coscienza diano loro alcuna molestia, si adoperano a persuadersi che non esiste Iddio, che il Paradiso e l’inferno non sono altro che sogni di mente inferma. Or bene il perdere la fede non è la massima delle sciagure, che possa capitare al Cristiano? Da tutto ciò si capisce quanto sia orribile la lebbra della disonestà, che tanto è odiata da Dio e che cagiona così gravi danni.

2. Ma quali sono le cause, che producono una malattia sì turpe e sì dannosa? La lebbra dicesi che fosse cagionata specialmente da tre cose: dai soverchi calori, dal trattar liberamente colle persone che ne erano infette, e dall’alimentarsi con cibi nocivi. Or bene, sono analoghe le principali cause della disonestà. Anzi tutto cagiona questo orrendo vizio il fuoco delle passioni acceso nei cuori degli uomini dal non mortificare i sensi, specialmente quelli della vista e del tatto. Voi avete inteso le cento volte, che chi disprezza il poco, a grado a grado passa al molto, che una goccia scava una dura pietra, che una scintilla risveglia un grande incendio. E così anche qui: talvolta le più piccole libertà, sia di sguardo, sia di pericolosa confidenza, bastano per condure alla rovina. Difatti nelle Sante Scritture non vediamo un Sansone così saggio e così forte essere caduto vergognosamente, perché non fece caso della famigliarità con una infame donna? Non vediamo Davide esser stato vittima di un solo sguardo licenzioso! Gli sguardi sopra oggetti, sopra figure, sopra persone pericolose, le confidenze e le libertà di tatto sono fuoco terribile per le passioni; fuoco che manda un nerissimo fumo e che offusca l’intelletto. Epperò a nulla vale il dire: Io son forte e non cadrò; io mi permetterò soltanto questo e quello, non di più; io andrò sino a quel punto e non più in là; che con tutti questi propositi, in seguito a quelle libertà, accesosi il fuoco della passione, e non ragionandosi più affatto, miseramente si cede all’impeto della medesima, e si cade anche in gravissimi peccati. Come colui che prende ad usare dei cibi e delle bevande più del dovere, li converte ben presto in perniciosi veleni per il suo corpo, così chi non vuol negare a se stesso certe libertà di sguardo, di confidenza, di tatto, ne resterà una povera vittima; poiché tali libertà, che in sulle prime non sembrano che cose da nulla ed innocenti dimostrazioni di affetto e forse anche tratti di civiltà, diventano in seguito mostruosi eccessi di peccato e causa eziandio di eterna rovina. Oh quanti Cristiani, e specialmente quanti poveri giovani, per avere assecondato questo cattivo spirito di libertà nei sensi perdettero in breve tempo il candore dell’anima e la fede cristiana, e si abbandonarono poscia ad ogni sorta di peccati disonesti! Altra principale cagione di disonestà si è il frequentare cattivi compagni, i quali, già essendo infetti di questo male, lo mettono fuori come alito cattivo in tutti i discorsi, che fanno. Oh qual peste, qual veleno sono le compagnie cattive! In esse si svelano i misteri più orribili di iniquità; si ammaestrano addirittura i semplici sui modi più iniqui d’offendere Dio; si mette in piazza ciò che la stessa natura impone di tacere, persino ai fanciulletti s’insegna la malizia più consumata; e se taluno mostra ribrezzo di questi discorsi, gli si dà dell’ipocrita, del collo torto, dello scimunito; mentre invece si chiama giovane franco, spregiudicato e spiritoso, chi sa parlar più male e gloriarsi di azioni più vergognose. Epperò quanti entrarono casti in un ritrovo d’amici e da un osceno discorso, da un beffardo sogghigno, da un atto licenzioso ebbero guasto il cuore! Tant’è; l’innocenza è cosa gelosa, o miei cari; poco ci vuole perché ella faccia naufragio; e lo Spirito Santo per la bocca dell’Apostolo ci avvisa, che la compagnia dei tristi è corruttrice del buon costume: Corrumpunt bonos mores colloquia prava (I. Cor. XV, 33). – Terza e principalissima cagione di disonestà si è la pessima alimentazione, che si riceve dalla lettura di cattivi giornali e di cattivi libri. Purtroppo, simile a certi animali che pigliano il colore delle piante e delle foglie di cui si cibano, l’uomo prende costumi e carattere conforme alla lettura, cui attende. Onde ne consegue che i lettori di opere frivole e romantiche divengono poco a poco frivoli, leggeri e sbadati; i lettori di scritti empi ed irreligiosi perdono la fede e la pietà; quelli dei libri osceni divengono mostri di libidine. Gli scrittori dei libri e giornali cattivi per certo non hanno altro di mira che d’infiammare le passioni, scavar le fondamenta della sana morale, e snervare e corrompere le anime; e ciò fanno col sostituire incessantemente la menzogna alla verità, la frivolezza alla gravità, col narrare ed inventare le cose più turpi, coll’esaltare il soddisfacimento delle più brutte passioni. La qual cosa non può tardare ad indebolire il gusto naturale, che Dio ci ha dato pel vero e pel bello, a riempire la mente di gravissimi errori e di turpissime immaginazioni, ed a suscitare nel cuore i più immondi desideri. E volesse il Cielo che ciò non accadesse con tanta facilità e frequenza! Ma pur troppo le stesse più robuste complessioni non tengono saldo contro il veleno di cotali letture. Esse distruggono i frutti d’ogni più sana educazione, dissipano l’innocenza de’ primi anni, tolgono l’amore a quanto vi ha di più doveroso e di più caro. Quel giovane era modesto, riservato, spirante amabile pudore, amante dello studio e del lavoro, rispettoso e docile coi genitori e superiori. Ma dopo aver fatto cattive letture, ha perduto e modestia e pudore, e amore alla fatica, e rispetto ai genitori e ai superiori, tutto. Egli più non pensa che a quello che ha letto; la sua mente e il suo cuore tutto si riempie di quelle cattive immagini, alle quali finisce per prestare il suo assenso e cadere e ricadere del continuo nella colpa. Sì, i libri ed i giornali cattivi sono il più pestifero veleno, massime della gioventù, uccidono la moralità e la tendenza al bene, sono la tomba dell’onore e d’ogni nobile sentimento, inaridiscono il germe d’ogni bene, sviluppano il germoglio di tutte le passioni, di tutti i vizi, di tutte le turpezze. Addio innocenza, pudore, castità, dal cuore di coloro, che spinti da una colpevole curiosità si danno a leggere libri dettati dal diavolo a scrittori, che ne sono gli schiavi. Queste pertanto sono le cause principali della lebbra della disonestà, epperò quelle da cui deve massimamente rifuggire il Cristiano, che desidera non cadere in così schifosa e dannosa malattia. Per carità adunque evitiamo sempre ogni libertà di sguardo sopra persone indebite, sopra oggetti qualunque essi siano, che possano commuovere i nostri sensi. Giobbe (XXXI, 1) diceva di aver fatto un patto cogli occhi suoi di non pensare mai malamente: pepigi fœdus cum oculis meis ut ne cogitarem quidem de virgine. Oh! e perché mai ha fatto patto con gli occhi di non pensare? È forse con gli occhi che si pensa? No, certamente; ma sono gli occhi, che trasmettendo alla mente gli oggetti, che essi vedono, fanno dalla mente pensare agli stessi. Epperò se alla mente si trasmette la figura di persona o cosa che la colpisce malamente, come non vi penserà sopra e, pensandovi sopra, come non se ne accenderà di impura fiamma il cuore? Ma intendiamolo bene, questa mortificazione degli occhi non è solo necessaria per ciò che è vivo e reale, ma eziandio per ciò che può offendere il nostro sguardo anche solo in figura. Dunque via assolutamente dalle case nostre quei gessi, quelle statue, quelle immagini rappresentanti nudità scandalose; via assolutamente quei giornali, quelle strenne, quei libri, ove le illustrazioni umoristiche non consistono in altro che in un intreccio di irreligione e di immoralità; ma poi, giacché per le strade e per le piazze non possiamo quasi più dare un passo senza temere che i nostri occhi siano contaminati da indecenti affissi, ritratti e figure, non fermiamo mai sopra di ciò il nostro sguardo, anzi volgiamolo prontamente altrove. Mortifichiamo poi il senso del tatto, evitando ogni confidenza e famigliarità specialmente con persone indebite. Guai a colui, dice lo Spirito Santo, che si mette a trattare domesticamente con chi non deve; molti sono andati perciò in perdizione (Eccl. IX, 11). Ed è pure perciò che va alla perdizione tanta povera gioventù. Con pretesti più o meno speciosi si trovano insieme quei due o tre amici che sono l’uno all’altro di pericolo, insieme a passeggio, insieme al divertimento, insieme alle conversazioni, insieme da per tutto, e quel che è peggio si permettono tra di loro certe libertà, certe smancerie, certi atti incivili, e cose simili. Epperò come potranno costoro preservarsi dalle colpe anche più gravi? Insomma come non brucerà la paglia unita al fuoco? Infine oltre al mortificare i nostri sensi, bisogna pure evitare, fuggire anzi le compagnie cattive, in cui si dicono parole indecenti, si tengono cattivi discorsi e si fomentano i vizi; e col massimo impegno bisogna guardarsi dalle cattive letture, poiché non vi ha veramente nulla che valga di più a precipitare specialmente la gioventù nella corruzione, quanto la lettura di libri e romanzi osceni. Lo stesso Gian Giacomo Rousseau, sebbene tristo, non esitò a sentenziare crudamente ogni anima giovanile così: È ella casta? dunque non ha letto romanzi. Donde non segue qual legittima deduzione: È ella lettrice di romanzi? Dunque non è più casta.

3. Se tuttavia qualcuno fosse caduto in questa malattia, che dovrà egli fare per guarirne presto? Bisogna che imiti la condotta di quei lebbrosi, di cui ci parla il Vangelo d’oggi. Quei dieci lebbrosi certamente vivevano in disparte, all’ombra di qualche boscaglia. Ma un giorno dal luogo, ove si trovavano, avendo veduto sulla pubblica strada Gesù, ed avendo potuto in qualche modo conoscere la sua bontà e la sua potenza, mossi dall’ardentissimo desiderio, che avevano di guarire, si avanzarono alquanto fermandosi tuttavia in lontananza, ed alzarono la voce dicendo: Maestro Gesù, abbi pietà di noi. Alla quale preghiera, che fece Gesù? Miratili, disse: Andate, fatevi vedere dai sacerdoti. Il divin Redentore volle prima provare la loro fede e la loro obbedienza. Ed in vero poteva Egli medesimo guarirli, ma invece li manda ai sacerdoti. E che cosa faranno i lebbrosi? Faranno essi, come Naaman Siro, quando andò a pregar il profeta Eliseo di guarirlo? Egli stupì allora che il profeta gli comandasse di lavarsi sette volte nel Giordano per esser purificato dalla lebbra. « Io credeva, » diceva egli, « che invocherebbe il nome del Signore suo Dio, che toccherebbe colla sua mano la mia lebbra, e mi guarirebbe. Non abbiamo noi a Damasco i fiumi d’Abana e di Farfar, migliori di quelli d’Israele per lavarci e diventar puri? » Povero idolatra! ignorava che solamente la fede e l’obbedienza attirano la misericordia del Signore. I lebbrosi del Vangelo lo compresero e la loro fede fu perfetta, e cieca fu la loro obbedienza. Eccoli già in cammino, e nel mentre che andavano, restarono sani. Così volle la divina Provvidenza, forse perché se i lebbrosi non fossero stati guariti che in presenza del sacerdote, avrebbero attribuito la lor guarigione al suo ministero, mentre invece non si operava che per virtù di Colui che li aveva mandati. Ecco pertanto quel che deve fare colui il quale, sgraziatamente colpito dalla lebbra del peccato disonesto, volesse davvero guarirne. Anzi tutto egli deve, al par dei lebbrosi, arrestarsi sulla strada del suo peccato, e poi con fervorosa preghiera volgersi a Dio, perché lo aiuti a guarire dalla sua infermità; quindi fiducioso nella bontà e nella potenza di chi può e vuole guarirlo vada a presentarsi al sacerdote. E qui si osservi che il sacerdote dell’antica legge, a cui presentavasi il lebbroso, aveva incarico di esaminare la lebbra, di giudicare la gravezza del male, di dichiarare la guarigione, allorché era avvenuta; ma, tale guarigione non poteva operarla egli stesso, non aveva nessun mezzo, nessun segreto per procurarla allo sventurato, che gli compariva innanzi. Ma invece il Sacerdote della nuova legge è ben più fortunato, giacché per la podestà, che egli ha ricevuto per mezzo di quelle divine parole: « Saranno rimessi i peccati a chi li rimetterai; » egli, quando nel lebbroso che gli si presenta, vi sia il pentimento del suo male e la sincerità nello scoprirlo, può con la sua autorità guarirlo dalla sua malattia e ridonargli la mondezza dell’anima insieme con la grazia di Dio. – Vada adunque il povero peccatore a mostrarsi con tali disposizioni al Sacerdote e si opererà in lui la desiderata guarigione. Ma guarito che egli sia non deve già imitare la incomprensibile condotta di quei nove lebbrosi, che non tornarono neppure a ringraziare Gesti del bene ricevuto. Oh guai a quei pretesi convertiti, che non si tengono al tutto vicini a nostro Signore, che da Lui si allontanano per la preoccupazione delle cose di questo mondo, della vita e per la smania di gustare ancora il piacere. La loro virtù non durerà a lungo, la loro guarigione non sarà perfetta, ed in breve ricadranno anche più gravemente. – Bisogna imitare invece il solo lebbroso, che tornò indietro a lodare e glorificare Gesù ed a porsi alla sua sequela. Bisogna cioè mantenersi ferrei nei propositi fatti di star sempre vicini a Gesù, specialmente con la preghiera e con la fuga delle occasioni pericolose, perché solamente con questi mezzi sarà possibile non ritornare al peccato. Dio voglia, che chi ne avesse bisogno, si appigliasse aquesta condotta! Egli certamente sentirebbe nel suo cuore a risuonare la voce di Gesù, che gli direbbe: Alzati da’ tuoi vizi: vattene pel cammino della virtù; la tua fede ti ha salvato.

Credo…

Offertorium

Orémus
Ps XXXIII:15-16
In te sperávi, Dómine; dixi: Tu es Deus meus, in mánibus tuis témpora mea.
[O Signore, in Te confido; dico: Tu sei il mio Dio, nelle tue mani sono le mie sorti.]

Secreta

Popitiáre, Dómine, pópulo tuo, propitiáre munéribus: ut, hac oblatióne placátus, et indulgéntiam nobis tríbuas et postuláta concedas. [Sii propizio, o Signore, al tuo popolo, sii propizio alle sue offerte, affinché, placato mediante queste oblazioni, ci conceda il tuo perdono e quanto Ti domandiamo.]

Communio

Sap XVI: 20
Panem de coelo dedísti nobis, Dómine, habéntem omne delectaméntum et omnem sapórem suavitátis.
[Ci hai elargito il pane dal cielo, o Signore, che ha ogni delizia e ogni sapore di dolcezza.]

Postcommunio

Orémus.
Sumptis, Dómine, coeléstibus sacraméntis: ad redemptiónis ætérnæ, quǽsumus, proficiámus augméntum.
[Fa, o Signore, Te ne preghiamo, che, ricevuti i celesti sacramenti, progrediamo nell’opera della nostra salvezza eterna.]

Per l’Ordinario vedi: http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

DOMENICA XII DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XII DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

LXIX: 2-3
Deus, in adjutórium meum inténde: Dómine, ad adjuvándum me festína: confundántur et revereántur inimíci mei, qui quærunt ánimam meam.
[O Dio, vieni in mio aiuto: o Signore, affrettati ad aiutarmi: siano confusi e svergognati i miei nemici, che attentano alla mia vita.]

Ps LXIX: 4

Avertántur retrórsum et erubéscant: qui cógitant mihi mala. [Vadano delusi e scornati coloro che tramano contro di me.]

Deus, in adjutórium meum inténde: Dómine, ad adjuvándum me festína: confundántur et revereántur inimíci mei, qui quærunt ánimam meam. [O Dio, vieni in mio aiuto: o Signore, affrettati ad aiutarmi: siano confusi e svergognati i miei nemici, che attentano alla mia vita.]

Oratio

Orémus.
Omnípotens et miséricors Deus, de cujus múnere venit, ut tibi a fidélibus tuis digne et laudabíliter serviátur: tríbue, quǽsumus, nobis; ut ad promissiónes tuas sine offensióne currámus.
[Onnipotente e misericordioso Iddio, poiché dalla tua grazia proviene che i tuoi fedeli Ti servano degnamente e lodevolmente, concedici, Te ne preghiamo, di correre, senza ostacoli, verso i beni da Te promessi.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios. 2 Cor III: 4-9.

“Fratres: Fidúciam talem habémus per Christum ad Deum: non quod sufficiéntes simus cogitáre áliquid a nobis, quasi ex nobis: sed sufficiéntia nostra ex Deo est: qui et idóneos nos fecit minístros novi testaménti: non líttera, sed spíritu: líttera enim occídit, spíritus autem vivíficat. Quod si ministrátio mortis, lítteris deformáta in lapídibus, fuit in glória; ita ut non possent inténdere fili Israël in fáciem Moysi, propter glóriam vultus ejus, quæ evacuátur: quómodo non magis ministrátio Spíritus erit in glória? Nam si ministrátio damnátionis glória est multo magis abúndat ministérium justítiæ in glória.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia 1920)D

Il SACERDOZIO

“Fratelli: Tanta fiducia in Dio noi l’abbiamo per Cristo. Non che siamo capaci da noi a pensar qualche cosa, come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio, il quale ci ha anche resi idonei a essere ministri della nuova alleanza, non della lettera, ma dello spirito; perché la lettera uccide ma lo spirito dà vita. Ora, se il ministero della morte, scolpito in lettere su pietre, è stato circonfuso di gloria in modo che i figli d’Israele non potevano fissare lo sguardo in faccia a Mosè, tanto era lo splendore passeggero del suo volto; quanto più non sarà circonfuso di gloria il ministero dello Spirito? Invero, se è glorioso il ministero di condanna, molto più è superiore in gloria il ministero di giustizia” (2 Cor. III, 4-9).

La severa lettera di San Paolo a quei di Corinto aveva prodotto un salutare effetto. Quella comunità aveva preso ora un andamento più consolante; e, sebbene gli sconvenienti non fossero tutti scomparsi, c’era fondata speranza che l’ulteriore azione di S. Paolo riuscisse al compimento dell’opera incominciata. Non dormivano, è naturale i suoi nemici; anzi lo combattevano più aspramente di prima. Cercavano soprattutto di metterlo in discredito negandogli la dignità e l’autorità di Apostolo e criticando il suo modo di operare. Era in gioco la missione di Apostolo, affidata da Dio a Paolo, e questi crede suo dovere di difendersi dai falsi apostoli, perché non riuscissero a trar dalla loro parte i fedeli, specialmente i neofiti. Ed ecco che dalla Macedonia, pochi mesi dopo la prima, invia a Corinto una seconda lettera, in cui rivendica la sua autorità di Apostolo, e ribatte le calunnie dei suoi avversari. L’epistola di quest’oggi è un passo della lettera dove San Paolo difende il suo ministero. Se egli si presenta come predicatore della fede non lo fa per vana gloria, ben riconoscendo la sua insufficienza. Tutto il suo vanto lo ripone in Dio, per la cui grazia, datagli per mezzo di Gesù Cristo, egli compie il suo ministero tra loro. Dio ha scelto lui e i suoi compagni a essere ministri idonei del nuovo Testamento, in cui non regna più la lettera che uccide come nell’antico, ma lo spirito che dà la vita della grazia. È un ministero superiore all’antico per la gloria di cui è circonfuso. Il ministero della legge che uccide — non dando la forza di praticare ciò che prescrive — fu circondato di gloria, come si vide sul volto di Mosè, che portava questa legge scolpita in tavole di pietra. Questa gloria dev’esser sorpassata da quella che circonda il ministero dello spirito che vivifica. La gloria del ministero che vivifica è, senza confronto, superiore alla gloria del ministero di condanna. Il contenuto dell’Epistola di quest’oggi ci porta a parlare del Sacerdote Cattolico, il quale:

1. È banditore d’una dottrina sublime,

2. È dispensatore dei divini misteri,

3. Merita il nostro rispetto e le nostre premure.

1.

La nostra capacità viene da Dio, il quale ci ha anche resi idonei a esser ministri della nuova alleanza, non della lettera, ma dello spirito. L’Apostolo compie il suo ministero per la grazia di Dio. Egli, che lo ha scelto a suo ministro, lo ha reso idoneo a predicare la dottrina del Vangelo, nel quale regna lo spirito, e non più la lettera come nell’antico testamento. Come San Paolo, ogni Sacerdote è scelto da Dio, che lo rende idoneo a predicare la dottrina del Vangelo. Con la dottrina del Vangelo il sacerdote si fa guida agli uomini in questo terreno pellegrinaggio. Satana, il padre della menzogna, fa deviare dal retto sentiero i nostri progenitori nel paradiso terrestre. Fa deviare, dopo di essi, continuamente, i loro discendenti. Ha, in questo, ai suoi ordini una schiera di alleati. Insegnanti, conferenziere, settari, gaudenti, beffardi, libri, riviste, giornali, direttamente o indirettamente, tolgono di vista all’uomo la meta, cui deve arrivare. E l’uomo comincia ad essere indeciso; smarrisce il sentiero e, smarritolo, non ha più la volontà di rifare la via da capo. Il Sacerdote è posto da Dio a illuminare la via che l’uomo deve percorrere. Egli addita i pericoli da schivare, indica la via sicura, e la rischiara con gli insegnamenti di Colui che proclamò:« Io sono la via » (Giov. XIV, 6.). Ismaele va errando nel deserto di Betsabea, tormentato dalla sete. Questa è ormai divenuta insostenibile, e la madre per non vedere il figlio morire, lo abbandona sotto un arbusto. Dio ascolta il grido di Agar e di Ismaele, e manda il suo Angelo a mostrare il pozzo d’acqua ristoratrice (Gen. XXI, 14 segg.). Il Sacerdote è l’Angelo che al viandante diretto alla patria celeste, ormai privo del primo fervore, annoiato dalla lunghezza del cammino, stanco per la sua asprezza, indeciso a continuarlo, solleva lo spirito e infonde nuova forza e coraggio, facendogli porre la fiducia in Colui che dice: «Non si turbi il vostro cuore. Abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me» (Giov. XIV, 1). – La parola del Sacerdote è l’unica che sappia veramente appagare il cuore e l’intelligenza dell’uomo. La sua dottrina «non è cosa umana» (Gal. I, 4) Perciò avvince tutte le intelligenze, fa superar tutte le difficoltà. Le scoperte, il progresso, le migliorate condizioni sociali non possono togliere nulla alla efficacia e alla bellezza della dottrina del Vangelo. La parola di Dio non può scolorire davanti alla parola degli uomini. È una dottrina che non invecchierà Mai, che non avrà mai bisogno d’essere sfrondata o corretta.

2.

L’Apostolo, facendo il confronto tra l’antica alleanza, che si fondava sulla lettera, cioè sulla legge scritta, e la nuova alleanza, che è opera dello Spirito Santo, osserva: la lettera uccide, ma lo spinto dà vita. La lettera, ossia la legge scritta uccide, perché non dando la grazia necessaria a compiere ciò che è comandato e ad evitare ciò che è proibito, era, indirettamente, occasione di peccato, e quindi di morte eterna. Lo spirito dà vita, perché nella nuova legge, lo Spirito Santo dà la grazia, con cui l’uomo può osservare ciò che esternamente viene comandato o proibito. E il Sacerdote, in questa nuova legge, è fatto da Dio l’idoneo dispensatore della grazia. – L’uomo nasce figlio di questa valle di lagrime, spoglio d’ogni bene soprannaturale. Il Sacerdote versa sul suo capo l’acqua battesimale, ed egli rinasce figlio del cielo, adorno dei beni della grazia. Per il ministero del Sacerdote gli è aperta la porta al regno di Gesù Cristo, la Chiesa, e acquista il diritto a ricevere gli altri Sacramenti con l’abbondanza delle grazie, che li accompagnano. – Ogni uomo è destinato preda alla morte. Chi nasce muore. Quando arriva questo giorno, l’uomo si trova ancora di fianco il Sacerdote. «E’ infermo alcuno tra voi? — è scritto nel Nuovo Testamento — chiami i Sacerdoti della Chiesa e facciano orazione su lui, ungendolo con l’olio nel nome del Signore» (Giac. V, 19). Così si pratica nella Chiesa Cattolica. Presso il morente accorre il Sacerdote, che gli amministra il Sacramento dell’olio Santo, il quale con la sua grazia porta sollievo spirituale e corporale ai Cristiani gravemente infermi. L’uomo ha pur sempre bisogno dei soccorsi della grazia durante la sua vita. La grazia santificante, che ci viene infusa nel Battesimo, generalmente non rimane a lungo. Al primo svegliarsi delle passioni si perde facilmente. E con la perdita della grazia santificante è perduto anche il diritto alla eredità celeste. L’uomo che ha perduto la grazia santificante è un povero figlio diseredato, che ha bisogno di essere riconciliato con il Padre. Anche questa volta è il Sacerdote che avvicina il figlio al Padre. Egli, pronunciando nel tribunale di penitenza le parole dell’assoluzione, apre al figlio pentito la casa del Padre, lo rimette nelle sue grazie, e gli riacquista i diritti perduti. Ma chi aveva strappato il figlio dalla casa del padre, non si dà pace ora che ve lo vede riammesso. È questa per lui una sconfitta insopportabile, che lo spinge alla rivincita. Occorrono forze raddoppiate per resistere ai suoi assalti. Il Sacerdote procurerà queste forze, somministrandogli un pane che è la fonte delle grazie. Nelle vicinanze di Betsaida Gesù Cristo, mosso a compassione delle turbe che da tre giorni l’avevano seguito, pensa a ristorarle, perché nel ritorno alle loro case, sfinite di forze, non abbiano a venir meno per via. Moltiplicati dei pani che gli furono presentati, « li diede ai suoi discepoli, perché li ponessero davanti alle turbe ». (Marc. VIII, 6). Nell’ultima cena dà incarico ai discepoli di distribuire con le loro mani ai fedeli il Pane eucaristico, perché possano fortificarsi nel combattimento spirituale, e non venir meno sotto gli assalti del demonio, del mondo, della carne. Difatti, « mentre mangiavano Gesù prese del pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: — Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, (Matt. XXVI, 26) il quale è dato per voi: fate questo in memoria di me » – E i Sacerdoti, seguendo il comando di Gesù Cristo, continuano a rinnovare nella santa Messa la consacrazione eucaristica e a distribuire ai fedeli questo Pane di vita. – Il Beato Giovanni de Brébeuf, martire canadese, si trovava in un villaggio di Uroni, quando all’improvviso giungono gli Irochesi, loro terribili nemici. I capitani presenti fanno uscire dal villaggio le donne e i fanciulli, e pregano il Beato e il suo compagno, padre Gabriele Lalemant a seguire i fuggiaschi. «La vostra presenza — dicono essi — non ci può esser di servizio alcuno. Voi non sapete maneggiare né l’accetta né il fucile». — «C’è qualcosa ch’è più necessaria delle armi, — risponde il de Brébeuf — e sono i Sacramenti che noi soli possiamo amministrare. Il nostro posto è in mezzo a voi». E rimasero infatti ad amministrare i Sacramenti, ricevendo in premio la corona del martirio (Nicola Risi, Gli otto Martiri Canadesi della Compagnia di Gesù. Torino, 1926. p. 63-64). Nessuno può dispensare ai fedeli i tesori spirituali che dispensa il sacerdote. S. Paolo esalta tutta l’importanza del ministero sacerdotale con una semplice frase, chiamandolo ministero circonfuso di gloria. È, dunque, un ministero che merita tutto il nostro rispetto e il nostro interessamento. Ma questo contegno non è, pur troppo, il contegno della maggior parte. Per alcuni il Sacerdote non esiste che per esser bersaglio alle critiche, alle calunnie, alle persecuzioni. I preti, secondo essi, sono la cagione di tutti i malanni che succedono, o che potrebbero succedere. Ci sono i settari, i nemici della Religione, che combattono il Sacerdote per i loro fini. In battaglia si cerca di colpire specialmente gli ufficiali. Tolti di mezzo questi, i battaglioni si disgregano. I nemici della Religione Cattolica cercano di colpire specialmente i Sacerdoti per scristianizzare il popolo. – Altri si interessano del Sacerdote e lo stimano finché fa comodo. Diventa loro insopportabile quando, costretto dal proprio dovere, dà qualche ammonimento o fa qualche osservazione. «Chi vien biasimato o ripreso — nota in proposito il Grisostomo — chiunque egli sia, tralasciando affatto di essere riconoscente, diventa nemico » (In 1 Epist. ad Thess. Hom. 10, 1). E il Cristiano che viene avvisato, ammonito, ripreso dal Sacerdote gli diventa nemico. – Per altri il Sacerdote non esiste. Non gli si fanno critiche, ma neppure si pensa a lui. Lo si lascia stare. È considerato come uno che compie una funzione sociale qualsiasi, e niente di più. Questo non è un tributare l’onore, il rispetto, che s’addicono alla dignità dei ministri del nuovo Testamento. I Sacerdoti siano uomini; avranno anch’essi i loro difetti. Noi dobbiamo, però, considerare la loro dignità e non voler scrutare le loro azioni. «Non mi accada mai — scrive S. Gerolamo — che io dica qualcosa di sfavorevole rispetto a coloro, che, succeduti alla dignità apostolica, con la bocca consacrata ci danno il Corpo di Cristo, e per mezzo dei quali noi siamo Cristiani; e i quali, avendo le chiavi del regno celeste, in certo qual modo giudicano prima del giudizio» (Epist. 14, 8 ad Heliod.). – La nostra deferenza verso i Sacerdoti dobbiamo dimostrala, pure, nell’ascoltar volentieri la parola del Vangelo, da essi predicata, nel mostrarci docili alle loro cure. « Poiché — nota S. Cipriano — le eresie e gli scismi non trassero origine da altro, che dalla disubbidienza al Sacerdote di Dio» (Epist. 13, 5). – Se per mezzo del Sacerdote riceviamo i Sacramenti, partecipiamo ai divini misteri, usufruiamo delle celesti benedizioni, non possiamo disinteressarci di lui. Non basta il rispetto, la docilità alla sua parola. La riconoscenza deve spingerci a pregare per lui. La Chiesa ha stabilito giorni particolari di preghiere e di penitenza pei sacerdoti: le quattro tempora. Il Cristiano, però, non deve limitarsi a pregare pei Sacerdoti che salgono l’altare la prima volta. Deve pregare per i novelli Sacerdoti, deve pregare per quelli che sono incanutiti nel ministero, e deve pregare pei Sacerdoti futuri. Lo comanda Gesù: « La messe è veramente copiosa, ma gli operai sono pochi. Pregate il padrone della messe che mandi gli operai a lavorare nel suo campo (Matt. IX, 37-38). E che gli operai oggi siano pochi lo constatiamo tutti. Concorriamo adunque con la preghiera, e anche con quel contributo materiale che ci è possibile, a mandar nuovi operai nella vigna del Signore. Favorendo le vocazioni al Sacerdozio, faremo opera graditissima a Gesù perché concorreremo a procurargli dei collaboratori; faremo opera di carità squisita al prossimo, concorrendo a procurargli una guida spirituale; faremo il nostro migliore vantaggio perché ci faremo partecipi, in qualche modo, dei meriti che si acquista il Sacerdote nel salvar le anime.

Graduale

Ps XXXIII: 2-3.

Benedícam Dóminum in omni témpore: semper laus ejus in ore meo. [Benedirò il Signore in ogni tempo: la sua lode sarà sempre sulle mie labbra.]
V. In Dómino laudábitur ánima mea: áudiant mansuéti, et læténtur.
[La mia ànima sarà esaltata nel Signore: lo ascoltino i mansueti e siano rallegrati.]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps LXXXVII: 2

Dómine, Deus salútis meæ, in die clamávi et nocte coram te. Allelúja. [O Signore Iddio, mia salvezza: ho gridato a Te giorno e notte. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Lucam.

Luc. X: 23-37

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Beáti óculi, qui vident quæ vos videtis. Dico enim vobis, quod multi prophétæ et reges voluérunt vidére quæ vos videtis, et non vidérunt: et audire quæ audítis, et non audiérunt. Et ecce, quidam legisperítus surréxit, tentans illum, et dicens: Magister, quid faciéndo vitam ætérnam possidébo? At ille dixit ad eum: In lege quid scriptum est? quómodo legis? Ille respóndens, dixit: Díliges Dóminum, Deum tuum, ex toto corde tuo, et ex tota ánima tua, et ex ómnibus víribus tuis; et ex omni mente tua: et próximum tuum sicut teípsum. Dixítque illi: Recte respondísti: hoc fac, et vives. Ille autem volens justificáre seípsum, dixit ad Jesum: Et quis est meus próximus? Suscípiens autem Jesus, dixit: Homo quidam descendébat ab Jerúsalem in Jéricho, et íncidit in latrónes, qui étiam despoliavérunt eum: et plagis impósitis abiérunt, semivívo relícto. Accidit autem, ut sacerdos quidam descénderet eádem via: et viso illo præterívit. Simíliter et levíta, cum esset secus locum et vidéret eum, pertránsiit. Samaritánus autem quidam iter fáciens, venit secus eum: et videns eum, misericórdia motus est. Et apprópians, alligávit vulnera ejus, infúndens óleum et vinum: et impónens illum in juméntum suum, duxit in stábulum, et curam ejus egit. Et áltera die prótulit duos denários et dedit stabulário, et ait: Curam illíus habe: et quodcúmque supererogáveris, ego cum redíero, reddam tibi. Quis horum trium vidétur tibi próximus fuísse illi, qui íncidit in latrónes? At ille dixit: Qui fecit misericórdiam in illum. Et ait illi Jesus: Vade, et tu fac simíliter.”

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XL

“In quel tempo Gesù disse a’ suoi discepoli: Beati gli occhi che veggono quello che voi vedete. Imperocché vi dico, che molti profeti e regi bramarono di vedere quello che voi vedete, e no videro; e udire quello che voi udite, e non l’udirono. Allora alzatosi un certo dottor di legge per tentarlo, gli disse: Maestro, che debbo io fare per possedere la vita eterna? Ma Egli disse a lui: Che è quello che sta scritto nella legge? come leggi tu? Quegli rispose, e disse: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuor tuo, e con tutta l’anima tua, e con tutte le tue forze, o con tutto il tuo spirito; e il prossimo tuo come te stesso. E Gesù gli disse: Bene hai risposto: fa questo e vivrai. Ma quegli volendo giustificare se stesso, disse a Gesù: E chi è mio prossimo? E Gesù prese la parola, e disse: Un uomo andava da Gerusalemme a Gerico, e diede negli assassini, i quali ancor lo spogliarono; e avendogli date delle ferite, se n’andarono, lasciandolo mezzo morto. Or avvenne che passò per la stessa strada un sacerdote, il quale vedutolo passò oltre. Similmente anche un levita, arrivato vicino a quel luogo, e veduto colui, tirò innanzi: ma un Samaritano, che faceva suo viaggio, giunse presso lui; e vedutolo, si mosse a compassione. E se gli accostò, e fasciò le ferite di lui, spargendovi sopra olio e vino; e messolo sul suo giumento, lo condusse all’albergo, ed ebbe cura di esso. E il dì seguente tirò fuori due danari, e li diede all’ostiere, e dissegli: Abbi cura di lui: e tutto quello che spenderai di più te lo restituirò al mio ritorno. Chi di questi tre ti pare egli essere stato prossimo per colui che diede negli assassini? E quegli rispose: Colui che usò ad esso misericordia. E Gesù gli disse: Va’, fa’ anche tu allo stesso modo.” (Luc. X. 23-37)

Nostro Signor Gesù Cristo disse nel Santo Vangelo che Egli era venuto sulla terra a portare il fuoco della carità, e che nient’altro Egli voleva così ardentemente quanto che si accendesse un tal fuoco. Quindi non deve far meraviglia che tante e tante volte nella sua predicazione tornasse sopra l’importante argomento della carità, ed ora la raccomandasse direttamente o indirettamente colle sue magnifiche parabole. La Chiesa poi, fedelissima interprete della volontà di Gesù Cristo, suo sposo, fa ancor essa come Gesù, epperò più volte nel corso dell’anno nei Santi Vangeli della Domenica, che sono quelli che propone al nostro studio più attento, ci rinnova i precetti e le raccomandazioni di Gesù Cristo riguardo alla carità. Così fa pure questa Domenica, mettendoci sotto gli occhi uno dei più bei passi del Santo Vangelo, una di quelle più ammirabili parabole, che sono una tra le più espressive rivelazioni del Cuore di Gesù Cristo e de’ suoi santi voleri. Ascoltate.

1. I Farisei, sempre pieni di livore contro di Gesù, così mansueto e dolce, non facevano altro che cercare occasioni per sfogare la loro malignità. Ora trovandosi Gesù sulle frontiere della Samaria, stando per ritornare nella Galilea, occorse contro di Lui, da parte di quei perversi un attacco più violento di ostilità. Il divino Maestro volendo più profondamente scolpire nella mente de’ suoi discepoli ciò che doveva formar la loro felicità e la loro gioia, rivolto ad essi aveva loro detto: Beati gli occhi che veggono quello che voi vedete. Imperocché vi dico, che molti profeti e re bramarono di vedere quello che voi vedete e nol videro, e di udire quello che voi udite e non l’udirono. Allora alzatosi un certo dottore della legge (fingendosi ignorante) per tentare Gesù, gli disse: Maestro, che debbo io fare per possedere la vita eterna? Ma Gesù rispose a lui: Che è quello che sta scritto nella legge? come leggi tu? Quegli allora rispose e disse: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuor tuo, e con tutta l’anima tua, e con tutte le tue forze e con tutto il tuo spirito; e il prossimo tuo come te stesso. E Gesù gli disse: Bene hai risposto: fa questo e vivrai. Ma quegli volendo giustificare se stesso, disse a Gesù: E chi è il mio prossimo? Nella quale domanda era nascosta la più fina perfidia. Perciocché in quel tempo anche presso gli Ebrei la parola prossimo non presentava che l’idea di parente, di congiunto, di connazionale, mentre uno straniero, uno sconosciuto era quasi riguardato come nemico. Quindi questo dottor della legge credendo che neppur Gesù volesse spingere l’obbligo dell’amore fraterno oltre i confini della stessa nazione, avrebbe avuto la soddisfazione di farsi conoscere come esatto osservatore della legge, o in caso che Gesù Cristo avesse esteso il nome di prossimo anche agli stranieri, ai gentili, questo ipocrita avrebbe avuto il maligno piacere di udire Gesù a contraddire alla comune dottrina dei maestri della Sinagoga. Ora, non è veramente detestabile la condotta di questo Fariseo? Ma pure, miei cari, alla condotta di costui è molto somigliante la condotta di certi giovani, di certi Cristiani ai tempi nostri, i quali avendo cattivi sentimenti ed operando male e pur volendo giustificare se stessi, o adducono la ignoranza dei loro doveri, o cercano nella legge di Dio, nei precetti della Chiesa, negli insegnamenti e negli ordini del Vicario di Gesù Cristo, in quelli dei genitori e superiori, di trovare delle contraddizioni. Quanto è comune, in quelli che hanno commesso un qualche grave mancamento, il dire: Io non credevo che fosse male; mentre invece anche ignorando la legge, il precetto o la proibizione, si sentiva benissimo nel fondo della coscienza la legge stessa di natura, che o prescriveva o proibiva la tal cosa! Quanto è facile il sentire certi Cristiani domandare malignamente: E perché si deve pregare? Perché non si deve lavorare alla festa? Perché bisogna perdonare? Perché bisogna astenersi da certi piaceri? perché non si può almeno pensare e desiderare certe cose? Perché in certi giorni si deve far magro? Perché certi libri sono proibiti? Perché il Papa non vuol smettere le sue pretese? Perché questo? Perché quello? Eh, miei cari, se veramente non sapete darvi una risposta conveniente ai vostri perché, bisogna anzitutto che confessiate di essere molto ignoranti e riconosciate come l’ignoranza vostra sia inescusabile, avendo voi tanta facilità per mezzo delle istruzioni religiose, delle buone letture e dello studio della dottrina cristiana, di togliere dalla mente vostra tale ignoranza. Ma se invece, come può accadere in taluni, questi perché non son messi fuori che per far dello spirito, quasi per mettere in imbarazzo i Sacerdoti o i buoni Cristiani a cui li rivolgete, dovete pur dire a voi stessi in fondo al cuore, che siete maligni e perfidi come il Fariseo, di cui parla oggi il Vangelo. – Miei cari giovani e cari Cristiani, amate adunque di istruirvi nella verità di nostra santa Religione, nei doveri che essa impone a tutti in generale ed a ciascuno in particolare: questo amore di conoscere la fede di Gesù Cristo non sarà mai soverchio, perché quanto più si conoscerà tanto più si amerà e si praticherà. E se nello studio della fede cristiana vi accadrà molte volte di incontrare delle verità o dei precetti di cui non intendiate il significato e la forza, quando ne avete la comodità, domandate pure a chi può darvele, le necessarie spiegazioni. Ma procurate sempre di far questo con un cuor umile e docile; e non sia mai che, fingendo ignoranza che in voi non c’è, moviate delle domande per cattivo fine, o per mostrarvi in faccia agli altri diffidenti dell’insegnamento della Chiesa o per fare stoltamente mostra di ingegno nel discoprire contraddizioni, le quali non esisterebbero che nella vostra testa piccola e superba.

2. Ma tornando al Vangelo, la perfidia di quel dottore della legge diede occasione a Gesù di far scaturire dal suo cuore una delle sue più divine parabole: Un uomo, disse Egli, andava da Gerusalemme a Gerico, e diede negli assassini, i quali ancor lo spogliarono; e avendogli date delle ferite, se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Or avvenne che passò per la stessa strada un sacerdote, il quale vedutolo, passò oltre. Similmente anche un levita, arrivato vicino a quel luogo, e veduto colui, tirò innanzi; ma un Samaritano, che faceva suo viaggio, giunse presso a lui; e vedutolo, si mosse a compassione. E se gli accostò, e fasciò le ferite di lui, spargendovi sopra olio e vino; e messolo sul suo giumento, lo condusse all’albergo, ed ebbe cura di esso. E il dì seguente tirò fuori due danari, e li diede all’ostiere, e dissegli: Abbi cura di lui: e tutto quello che spenderai di più te lo restituirò al mio ritorno. Terminata questa stupenda parabola, Gesù rivoltosi al dottore, che lo aveva interrogato, gli chiese: Chi di questi tre ti pare egli esser stato prossimo per colui che diede negli assassini? E quegli rispose: colui che usò ad esso misericordia. E Gesù gli disse: Va’, fa’ anche tu allo stesso modo. Gesù adunque con questa parabola fece conoscere al Fariseo che nostro prossimo sono indistintamente tutti gli uomini del mondo, anche quelli che non solo non ci sono amici o parenti, ma che o per nazionalità o per qualsiasi altra ragione possono parere od anche essere nostri avversari e nemici. Imperciocché tra i Samaritani e gli Ebrei eravi una grande divisione. I Samaritani avendo fabbricato un tempio sul monte Garizim e non andando più a sacrificare nel tempio di Gerusalemme, venivano riguardati come scismatici, scomunicati e nemici. E poiché Gesù aveva narrato essere stato uno di questi, che si fece a soccorrere l’ebreo ferito sulla strada, implicitamente diceva al dottore della legge: Se un Samaritano soccorse un Ebreo, quantunque nemico, deve far lo stesso un Ebreo verso un Samaritano, ossia un uomo qualsiasi verso chiunque si trovi nel bisogno di essere soccorso; perché tutti gli uomini del mondo per mezzo della mia legge, che è legge di amore, sono approssimati gli uni agli altri, e gli uni agli altri resi fratelli, perché figli tutti di un solo e medesimo Padre Celeste. – Ma l’ammaestramento che Gesù Cristo diede al Fariseo è quello che dà anche a noi. Epperò anche noi dobbiamo badare a non cadere nell’errore dei Farisei e non vedere il nostro prossimo soltanto negli amici e nei parenti. Se fosse così non avremmo maggior merito dei pagani. Tutti adunque riguardiamo come nostro prossimo e a tutti, senza eccezione di sorta, potendo, facciamo del bene. – Se non che qualcuno potrebbe qui domandare: Ma dunque si dovrà far del bene anche ai malvagi, ai peccatori? A questa domanda rispondo col dire che senza dubbio ci vuole una savia discrezione nell’esercitare la carità e specialmente nel far elemosina al prossimo. Lo stesso Spirito Santo nell’Ecclesiastico (XII) ci avverte di badare a chi facciamo del bene e di non farlo all’empio: Si bene feceris, scito cui feceris. Da bono et ne suscipias peccatorem. Benefac humili et non dederis impio. Ma bisogna tuttavia notare che così ordinando, Iddio non vuole altro se non questo: che non facciamo la carità al peccatore, perché è peccatore, ma affinché non manteniamo in lui i peccati ed i vizi. Del resto sebbene questa discrezione sia lodevole, non è tuttavia necessaria, perché il bene fatto ad un malvagio per amor di Dio è sempre a Lui gradito e per noi meritorio. Così Gesù Cristo nel deserto moltiplicando il pane lo fece distribuire a tutti, senza badare chi era buono e chi era cattivo. Anche il B. Giordano, generale dell’Ordine dei Domenicani, ebbe l’incontro di un miserabile tutto nudo e tremante di freddo, che metteva compassione. Il buon religioso gli diede la sua cappa per ricoprirsi, e quel furfante andò a venderla e si mangiò i danari con alcuni altri ladroncelli nell’osteria. Il B. Giordano, saputo il successo disse: se colui ha gettato i danari, io non ho già perduta la cappa. L’ho veduta partire pel Paradiso, e diventar un manto da re per mia maggior gloria. Non è dunque necessario, perché l’elemosina sia semplicemente meritoria, fiscaleggiare ogni uomo e fargli un processo sopra la vita ed i miracoli, per dargli un pezzo di pane. Aprite la mano e date per amor di Dio, ed il merito è sempre in sicuro. D’altronde, o miei cari, quanto sarebbe facile alle volte ingannarsi e pensare malamente di chi non si dovrebbe, e negare perciò del bene a cui tanto importerebbe di farlo. Ed a convincerci di questo, valga ciò che si legge essere avvenuto al Santo Pontefice Gregorio Magno. S. Gregorio Magno prima di essere Papa, era abate nel monastero di S. Andrea in Roma. Un giorno fu introdotto a lui un pover’uomo, il quale con molta istanza faceva premura di dire una parola al padre abate. La parola che voleva dirgli, fu buttarglisi in ginocchio, ed esporgli come in un punto gli si era affondata una nave con sopra quanto aveva al mondo, e non essergli restato altro che i debiti, per cui correva pericolo di andar in prigione con sterminio della sua povera famiglia. L’abate, mosso a compassione, gli  fece dare sei scudi d’oro. Di lì a poche ore torna lo stesso con pianti e grida più compassionevoli che mai, e si protesta che sei scudi al suo bisogno, sono come una goccia d’acqua al mare: e che per pietà gli dia qualche altro soccorso. L’abate tutto viscere di carità, gli fa dare altri sei scudi d’oro. Colui, vedendo che gli scudi venivano a sei a sei, tornò la sera del medesimo dì, a dare un’altra stretta alla borsa del monastero. L’abate, a quella terza venuta in così breve tempo, senza scomporsi, senza ricordargli la discrezione, gli dice: mio povero uomo, non so se vi sia più denaro in cassa; se ve ne sarà, ve lo farò dare. Chiamato il dispensiere, il quale gli disse non esservi più un soldo, egli rispose: Vedete se vi è qualche cosa da vendere. V’era un piatto d’argento, di una ricca dama romana, che in quel piattello aveva mandato un piccolo regalo. Dategli quel piatto d’argento. — E la padrona che dirà? — E questo povero uomo, che ha da fare? Quando la padrona lo ricerchi glielo farò pagare. Salito poi Gregorio al Pontificato ordinò al suo maggiordomo, che ogni mattina facesse l’invito di dodici poveri alla tavola papale. Una mattina ne vide tredici, e tutti li accolse. Ma finita la tavola interrogò quel decimoterzo povero, come era entrato a desinare col Papa, senz’essere invitato. Rispose « Io sono quello stesso, a cui, essendo tu abate, facevi sborsare dodici scudi d’oro, e quel piatto d’argento di soprappiù. Sono il tuo Angelo custode, che ho voluto far queste prove della tua carità. E ti faccio sapere che per le tue elemosine, Dio Ti ha promosso al sommo di tutti gli onori in terra, qual è il Pontificato, e che per le stesse elemosine Dio ti tiene preparati maggiori onori in Cielo ». E ciò detto disparve.

3. Ma ora, passando ad altre riflessioni, è da notare come i Santi Padri sotto il velo della parabola di quest’oggi, hanno trovato la storia dell’umanità all’ora della sua caduta. Adamo usciva innocente e puro dalle mani del suo Creatore e suo Dio; ma cadde tra le mani del demonio, e fu spogliato della grazia santificante, coperto delle vergognose piaghe del peccato. Una profonda ignoranza, ecco la piaga del suo intelletto; una terribile concupiscenza, ecco la piaga della sua volontà; non può rialzarsi dalla sua caduta, e tutta intera la sua posterità, coperta delle stesse piaghe, ridotta alla stessa nudità, è fatalmente condannata a morire. Avvenne poi che un sacerdote scendendo per la medesima via, vedutolo passò avanti. Similmente anche un levita, andando presso al luogo, vedutolo, trapassò oltre. Il sacerdote ed il levita, che passandogli vicino, si accontentano di vederlo senza soccorrerlo nella sua miserabile condizione, ci mostrano l’impotenza della legge e dei profeti per la salute dell’umanità decaduta. La legge, dice l’Apostolo, ha bensì potuto farci conoscere il peccato, ma non aveva rimedio efficace per la sua guarigione. – La povera umanità caduta da sì alto in quell’orrendo abisso del male, doveva dunque essere perduta senza riparo…? e dopo essere stata spogliata dall’infernale ladrone, avrebbe dovuto dividerne i supplizi per tutta l’eternità? No, miei cari. Gesù Cristo, quel buono e tenero Salvatore, che gl’ingiusti suoi nemici trattarono appunto da Samaritano, dall’alto del trono di sua gloria, Egli ha veduta la povera nostra umanità colpevole, decaduta, ferita a morte, condannata agli abissi; e a tal vista che provò Egli? la più profonda compassione: Misericordia motus est. E questa divina compassione doveva per noi produrre i frutti più felici. Il Salvatore ha intrapreso il viaggio dal cielo alla terra e, disceso fino a noi, prese tra le divine sue braccia questa umanità debole, languente, abbattuta; ne ha perscrutate tutte le piaghe, ha versato sulle sue ferite l’olio della sua grazia ed il prezioso vino dell’adorabile suo sangue per mezzo dei Sacramenti. E questa povera umana natura fortificata e rigenerata, venne da Lui condotta ad un mirabile albergo, la Chiesa, ch’Egli ha quaggiù fondata affine di perpetuare sino alla fine dei secoli la sua missione di misericordia e d’amore. Ed ai pastori di questa Chiesa Ei dice incessantemente: Abbiate cura di queste anime; non risparmiate i vostri sudori, né le vostre fatiche; più tardi Io vi rivedrò, e ricompenserò generosamente i vostri sforzi e i vostri lavori. Oh carità immensa del buon Samaritano, Gesù Cristo! Questo ammirabile esempio è quello che deve servir di regola anche a noi. Fin qui noi avremo forse creduto che per praticare la carità bastasse il non voler male ai nostri fratelli, non serbarne alcun rancore, non odiarli. Ah! questo non basta: la nostra carità, come quella del Samaritano, deve esser pietosa ed effettiva. Apriamo perciò il nostro cuore ad una tenera e dolce compassione, andiamo incontro alle umane miserie, cerchiamo mezzi di scoprirle e con l’olio della dolcezza nelle nostre parole, col vino della generosità nei nostri consigli, nelle nostre elemosine, portiamo rimedio alle tante piaghe, che trafiggono il nostro prossimo. Oh allora si, che potremo meritare ancor noi gli elogi che implicitamente fece Gesù Cristo al buon Samaritano; e non solo gli elogi, ma il premio ancora, perché tutto ciò che noi avremo fatto di bene al prossimo lo avremo fatto a Gesù Cristo stesso, che ne ha promessa e ne darà l’eterna ricompensa.

CREDO…

Offertorium

Orémus
Exod XXXII: 11;13;14

Precátus est Moyses in conspéctu Dómini, Dei sui, et dixit: Quare, Dómine, irascéris in pópulo tuo? Parce iræ ánimæ tuæ: meménto Abraham, Isaac et Jacob, quibus jurásti dare terram fluéntem lac et mel. Et placátus factus est Dóminus de malignitáte, quam dixit fácere pópulo suo. [Mosè pregò in presenza del Signore Dio suo, e disse: Perché, o Signore, sei adirato col tuo popolo? Calma la tua ira, ricordati di Abramo, Isacco e Giacobbe, ai quali hai giurato di dare la terra ove scorre latte e miele. E, placato, il Signore si astenne dai castighi che aveva minacciato al popolo suo.]

Secreta

Hóstias, quǽsumus, Dómine, propítius inténde, quas sacris altáribus exhibémus: ut, nobis indulgéntiam largiéndo, tuo nómini dent honórem. [O Signore, Te ne preghiamo, guarda propizio alle oblazioni che Ti presentiamo sul sacro altare, affinché a noi ottengano il tuo perdono, e al tuo nome diano gloria.]

Communio

Ps CIII: 13; 14-15

De fructu óperum tuórum, Dómine, satiábitur terra: ut edúcas panem de terra, et vinum lætíficet cor hóminis: ut exhílaret fáciem in oleo, et panis cor hóminis confírmet. [Mediante la tua potenza, impingua, o Signore, la terra, affinché produca il pane, e il vino che rallegra il cuore dell’uomo: cosí che abbia olio con che ungersi la faccia e pane che sostenti il suo vigore.]

 Postcommunio

Orémus.
Vivíficet nos, quǽsumus, Dómine, hujus participátio sancta mystérii: et páriter nobis expiatiónem tríbuat et múnimen.
[O Signore, Te ne preghiamo, fa che la santa partecipazione di questo mistero ci vivifichi, e al tempo stesso ci perdoni e protegga.]

Per l’Ordinario della Messa vedi:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

I SERMONI DEL CURATO D’ARS -SUL MATRIMONIO

I SERMONI DEL CURATO D’ARS

Sul Matrimonio.

(*) Il testo originale è nel I volume di: SERMONS du Vénérable Serviteur de Dieu J.-B.-M. VIANNEY CURÉ D’ARS PARIS LIBRAIRIE VICTOR LECOFFRE, 90 RUE BONAPARTE. ——- LYON LIBRAIRIE CHRÉTIENNE(Ancienne Maison BAUCHU) ED. RUBAN, PLACE BELLECOUR, 6 –

APPROBATION.

Archevêche De LYON  –  Lyon, 20 août 1882.

f L. M. Card. CAVEROT, Archevêque de Lyon.

L’opera è pubblicata in rete da: Bibliothèque Sain Libère – htpp: www. liberius.net –

© Bibliothèque Saint Libèr 2011 (Toute reproduction à but non lucrative est autorisée – se ne autorizza la riproduzione per scopi senza fini di lucro).

La traduzione italiana è redazionale, ma confrontata con la versione italiana di Giuseppe D’Isengard F. d. M. in “I SERMONI DEL B° GIOVANNI B. M. VIANNEY, Curato d’Ars”. Libreria del Sacro Cuore – Rimpetto ai Ss. Martiri -, Torino, 1907 (Tip. Salesiana, via Cottolengo, 32)

Nihil obstat,

Torino, 5 aprile 1908 Teol. Coll. Giacomo Sacchieri, prete della Missione, Revisore delegato.

Imprimatur

Torino, 8 Aprile 1908, Can. Ezio Gastaldi-Santi Provic. Gen.

[N.B.: Si diffidano i fedeli “veri” Cattolici dal consultare altre versioni di a-cattolici modernisti, in particolare gli scismatici eretici aderenti alla setta del Novus ordo, in comunione con gli antipapi usurpanti attuali, non dotate né di Nihil obstat né dell’Imprimatur canonico imposto dalla Costituzione Apostolica “Officiorum ac Munerum” di S. S. Leone XIII, e dall’Enciclica “Pascendi” di S. S. San Pio X, passibili quindi di SCOMUNICA “ipso facto” latæ sententiæ riservata in modo speciale alla Sede Apostolica. … intelligenti pauca!]

Vocatus est Jésus ad nuptias.

[Gesù fu invitato alle nozze]

(S. Giov. II, 2.)

Quanto beati sarebbero i Cristiani se avessero la felicità di fare come questi due sposi fedeli che andarono a pregare Gesù-Cristo che venisse ad assistere alle loro nozze, alfine di poterle benedire e dar loro le grazie necessarie per potersi santificare; ma no, fratelli miei, troppo pochi fanno ciò che dovrebbero fare per invitare Gesù-Cristo a partecipare alle loro nozze per benedirle: al contrario, sembra che si prendano tutti i mezzi per impedirglielo. Ahimè! fratelli miei, quante persone vengono dannate per non aver invitato Gesù-Cristo alle loro nozze, persone che iniziano il loro inferno già in questo mondo. Ahimè! quanti Cristiani entrano in questo stato con le stesse disposizioni dei pagani e forse anche di più criminali. Diciamo, fratelli miei, gemendo, che tra tutti i Sacramenti, non ce n’è alcuno che venga maggiormente profanato. Sembra anzi che si riceva questo grande Sacramento solo per commettere sacrilegio. Ahimè! Se vediamo fare così tanti matrimoni cattivi, così tante persone essere infelici, e che, tra le maledizioni che vomitano l’un contro l’altra, iniziano davvero il loro inferno in questo mondo, non cerchiamo altro motivo che non la profanazione di questo Sacramento. Ahimè! Se, di trenta matrimoni, ce ne fossero almeno solo tre a ricevere tutte le grazie, sarebbe già molto. Ma inoltre, cosa segue a tutte queste profanazioni, se non una generazione di reprobi. Mio DIO, possiamo mai non pensarci e non tremare quando vediamo così tante povere persone che entrano in questo stato solo per cadere nell’inferno? Qual è il mio disegno, fratelli miei? Eccolo qui: è mostrare a coloro che siano entrati in questo stato, le colpe che hanno commesso, e a coloro che intendono entrarvi, le disposizioni che debbano avere. Senza dubbio, fratelli miei, noi possiamo salvarci in tutti gli stati che DIO ha creato (se questo è quello che DIO ci ha destinato), se noi vi portiamo le disposizioni che DIO ci richiede; al punto tale che se ci perdiamo nel nostro stato, è solo perché non vi siamo entrati con delle buone disposizioni. Ma è pur vero che ci siano taluni stati che contemplano molte più difficoltà di altri. E sappiamo pure che quello che ne ha di più, è quello del matrimonio; eppure noi vediamo che è quello che si riceve con le disposizioni peggiori. Quando si desidera ricevere il Sacramento della Confermazione, si fa un ritiro, ci si sforza di essere ben istruiti per diventare degni delle grazie che ci vengono elargite; ma per quello del Matrimonio, dal quale normalmente dipende la felicità o l’eterna sventura di chi lo riceve, lungi dal prepararsi con un ritiro o con qualche altra buona azione, sembra che non finiamo mai di accumulare abbastanza crimini su crimini per riceverlo, sembra che non abbiano mai fatto abbastanza male per meritare la maledizione del buon DIO, alfine di essere infelici per tutta la vita e preparando un inferno per l’eternità. – Quando si vuole entrare nello stato ecclesiastico, o in un monastero, o anche rimanere nel celibato, si consulta, si prega, si fanno buone opere per chiedere a Dio la grazia di conoscere la propria vocazione; sebbene nell’Ordine religioso tutto ci porti al buon Dio, tutto ci tenga lontani dal male, nonostante ciò, prendiamo molte precauzioni; ma per il Matrimonio, dove è così difficile fuggire, o, per dirla meglio, dove ci sono così tanti che si sono dannati, dove sono i preparativi fatti per chiedere a Dio la grazia di meritare l’aiuto del cielo così necessario per poterci in esso santificare? Quasi nessuno si prepara o se lo fa, lo fa in modo così fiacco che il cuore non lo è per niente. Non appena un giovane o una ragazza iniziano a pensare di voler convogliare, iniziano ad allontanarsi da Dio abbandonando la Religione, la preghiera e i Sacramenti. Ornamenti e piaceri prendono il posto della Religione e i crimini più vergognosi prendono il posto dei Sacramenti. Essi continuano così su questa strada fino al momento in cui non fanno l’ingresso nello stato matrimoniale, dove la maggior parte consumano la loro eterna dannazione commettendo tre sacrilegi in due o tre giorni; voglio dire, profanando il Sacramento della Penitenza, quello dell’Eucaristia e del Matrimonio, se il sacerdote non è abbastanza sventurato da amministrar loro i primi due, dico almeno per la maggior parte, anche se questo non è sempre per tutti. Il maggior numero di Cristiani vi porta un cuore mille volte più corrotto dal vizio infame dell’impurità, tanto che un gran numero di pagani non oserebbero nemmeno fare ciò che fanno la maggior parte dei Cristiani. Una ragazza che vuole avere un giovane non ha più riserve della bestia più immonda. Ahimè, succede che ella abbandona il buon Dio e il buon Dio abbandona lei a sua volta; si getta a capofitto in tutto ciò che è più infame. Ahimè! Ecco cosa possono essere e divenire queste povere persone che ricevono il Sacramento del Matrimonio in un tale stato, e quanti di questi sventurati non ne faranno parola nemmeno in confessione! O mio Dio! con quale orrore il cielo può e deve guardare tali matrimoni! Ma che dire di queste persone infelici? Ahimè! Lo scandalo per una parrocchia è una fonte di sventura per i poveri bambini che nasceranno da loro. Che cosa sentiamo in questa casa? Nient’altro che improperi, bestemmie, imprecazioni e maledizioni. Questa ragazza pensava che se avesse potuto avere questo giovane, o questo giovane questa ragazza, nulla gli potesse mancare; ma ahimè! Dopo essersi messi in comune, qual cambiamento, quante lacrime, quali pentimenti e gemiti! Ma tutto questo non serve a nulla. – Si è infelici e lo si deve rimanere fino alla morte, si deve vivere con una persona che, molto spesso, non si può né vedere né sentire; diciamo meglio, fratelli miei, essi iniziano così il loro inferno in questo mondo per andare avanti poi per il resto dell’eternità. Ahimè! Quanto grande è il numero di questi matrimoni, che sono così sventurati, eppure tutto ciò non deriva che solo dalla profanazione di questo Sacramento. Ah! se pensassimo a cosa si sta per fare entrando nello stato matrimoniale, agli oneri da adempiere e alle difficoltà che si troveranno in esso onde salvare noi stessi, o mio DIO, ci si comporterebbe molto più saggiamente! Ma il guaio di molti è che hanno già perso la fede quando vi entrano. D’altra parte, il demonio fa tutto il possibile per renderli indegni delle grazie che DIO accorderebbe loro, se fossero ben preparati. Il demone spera non solo di avere loro, ma che anche i bambini che nasceranno da essi saranno sue vittime. Oh, quanto felici sono quelli che DIO non chiama a questo stato. Oh! quante azioni di grazie dovrebbero rendere a Dio per averli esonerati da così tanti pericoli della propria perdita, senza contare inoltre che saranno molto più vicini a Dio in cielo, che tutte le loro azioni saranno molto più gradite a Dio, e che la loro vita sarà più dolce e la loro eternità più felice. Mio DIO, chi potrà ben comprenderlo? Ahimè! quasi nessuno, perché tutti seguono, non la propria vocazione, ma l’inclinazione delle proprie passioni. Tuttavia, fratelli miei, sebbene sia così difficile salvarsi nello stato matrimoniale, e che il maggior numero, senza dubitare per un solo istante, sarà dannato, coloro che DIO chiama a questo stato potrebbero essere salvati se avessero la felicità di prendere le disposizioni che DIO richiede loro per concedere le grazie promesse dai suoi Sacramenti. – Ognuno deve andare dove DIO lo chiama e possiamo dire che il maggior numero di Cristiani è dannato perché non segue la propria vocazione, sia perché non la chiede a DIO o perché si rende indegno di conoscerla per la sua cattiva vita. Per mostrarvi che ci si può salvare nel matrimonio, se è DIO che vi ci chiama, ascoltate ciò che ci dice San Francesco di Sales, che, stando in collegio, un giorno parlò con uno dei suoi compagni circa lo stato in cui stavano per entrare. San Francesco gli disse: Credo che il buon DIO mi chiami ad essere un sacerdote, qui troverò così tanti modi per santificarmi e guadagnare anime a DIO, che a pensarci, sento il mio cuore tutto pieno di gioia; quanto sarei felice se potessi convertire i peccatori a DIO per tutta l’eternità, io li ascolterei cantare le lodi di DIO in cielo. L’altro gli disse: Credo che DIO mi chiami nello stato di matrimonio e che avrò dei figli e che ne farò buoni Cristiani, e che io stesso mi santificherò. Entrambi seguirono una vocazione molto differente, poiché uno fu Sacerdote e Vescovo, e l’altro entrò nello stato matrimoniale, sebbene entrambi fossero santi. Quello che si sposò ebbe figli e figlie; uno dei suoi figli divenne Arcivescovo ed è stato un santo; un altro fu religioso; un altro, presidente di una camera, fece della sua casa quasi un monastero: si alzava ogni giorno alle quattro del mattino, alle cinque in punto pregava con tutti i suoi servi, e li istruiva ogni giorno. Molte delle sue figlie furono delle religiose, di modo che, ci dice San Francesco di Sales, tutti in questa famiglia furono modelli di virtù nel paese in cui erano collocati. Vedete, tuttavia, che sebbene sia ben difficile o molto difficile salvarsi nello stato di Matrimonio, coloro che sono chiamati da DIO, se vi portano delle buone disposizioni, possono sperare di santificarsi in esso. Ma trattiamo in modo più diretto ciò che riguarda questo Sacramento. – Se chiedessi a un bambino che cos’è il Sacramento del Matrimonio, mi risponderebbe: è un Sacramento istituito da Nostro Signore Gesù Cristo, che dà le grazie necessarie per santificare coloro che si sposano secondo le leggi della Chiesa e dello Stato. Ma quali sono le disposizioni per ricevere le grazie che Dio ci comunica mediante questo Sacramento?

Eccole: 1. È necessario essere in uno stato di grazia, cioè aver fatto una buona Confessione di tutti i peccati con un vero desiderio di non commetterli più. Se mi chiedete perché bisogna essere nello stato di grazia per sposarsi? Vi risponderò:

1. Perché esso è un Sacramento dei vivi, cioè la nostra anima deve essere libera da peccati; in secondo luogo, se non si è in uno stato di grazia, si commette un sacrilegio, a meno che non sussista, mancando di essere sufficientemente istruito. Coloro che desiderano ricevere questo Sacramento degnamente devono essere sufficientemente istruiti per conoscere i loro doveri ed insegnare ai propri figli cosa debbano fare per vivere felici. Se una persona che si sposa non sa qual sia il Sacramento che sta per ricevere, chi lo abbia istituito e quali grazie ci accordi, e quali siano le disposizioni che vi dobbiamo ammettere, è certo che non può che commettere un sacrilegio. Ahimè! Quanti sacrilegi nel ricevere questo grande Sacramento e quante persone che si sposano senza conoscere nemmeno i principali misteri; vale a dire, ad esempio, quale delle tre Persone si è fatto uomo. Essi non solo non saprebbero rispondervi che è la seconda Persona che ha preso un corpo e un’anima nel seno della Beata Vergine per opera dello Spirito Santo, e questo nel giorno del 25 marzo; che fu il 25 dicembre che venne al mondo a mezzanotte, e che nacque come uomo e non come DIO, poiché come DIO appartiene a tutta l’eternità. Quanti non sanno che è il Giovedì Santo che Gesù Cristo abbia istituito l’adorabile Sacramento dell’Eucaristia, prendendo il pane, benedicendolo e cambiandolo nel suo corpo; e poi prese il vino e lo cambiò nel suo sangue, e disse ai suoi Apostoli: « Ogni volta che pronuncerete queste parole opererete lo stesso miracolo. » Quanti non sanno che è nel Giovedì Santo che Gesù Cristo istituì il Sacerdozio, con queste parole, dicendo loro: « Fate questo in memoria di me. Ogni volta che direte le stesse parole cambierete come me, il pane nel mio corpo, il vino nel mio sangue. » Probabilmente alcuni ignorano il giorno in cui il buon DIO sia morto, risorto e salito in cielo. Questo vi sorprende, ahimè! ce ne sono più di due che non sanno quanto, non sanno come DIO abbia sofferto e come sia morto; vale a dire, che non sanno che DIO abbia sofferto ed è morto come uomo e non come DIO, poiché come DIO non poteva né soffrire né morire. Quanti credono che le tre Persone della Santissima Trinità abbiano sofferto e siano morte? Quanti non sanno che Gesù Cristo come uomo sia più giovane della Beata Vergine; e che come DIO sussiste da tutta l’eternità. Quanti sarebbero stati nell’imbarazzo se, prima di sposarsi, avessero loro domandato: chi ha istituito i Sacramenti e quali sono gli effetti di ciascun Sacramento in particolare, e quali sono le disposizioni richieste da ciascun Sacramento? Quanti credono che sia stata la Beata Vergine o gli Apostoli a istituire i Sacramenti e non sanno che invero è Gesù Cristo e non c’è che Lui che potesse istituirli e comunicare loro le grazie che per essi riceviamo! Vale a dire, che il Battesimo ci purifica dal peccato che portiamo nel mondo, ed è il primo Sacramento che un Cristiano può ricevere e che le acque per il Battesimo siano state santificate quando San Giovanni battezzò Gesù Cristo nel Giordano, che Gesù Cristo lo istituì dicendo ai suoi Apostoli: « Andate, insegnate a tutte le nazioni, battezzatele nel nome del Padre, ecc., ecc. » Quanti non sanno che cosa sia lo Spirito Santo che ricevono nel Sacramento della Confermazione, e che questo Sacramento possa essere dato solo dai Vescovi e che è necessario essere nello stato di grazia per riceverlo. Quanti non sanno in qual momento ricevano il Sacramento della Penitenza e non sanno che questo avviene quando si confessano e si dà loro l’assoluzione, e non tutte le volte che si confessano; quanti non sanno che nel sacramento dell’Eucaristia ricevono il corpo, il sangue e l’anima di nostro Signore Gesù Cristo e che non ricevono né gli Angeli né i Santi; quanti non sanno distinguere tra il Sacramento dell’Eucaristia e gli altri, vale a dire che non sanno che nel Sacramento dell’Eucaristia ricevono l’adorabile corpo e il prezioso sangue di Gesù Cristo, invece negli altri riceviamo solo l’applicazione dei meriti del suo prezioso sangue. Quanti non sanno quali siano i Sacramenti dei vivi e i Sacramenti dei morti e perché ricevono questo nome; non sanno che il Battesimo, la Penitenza e talvolta l’estrema Unzione sono i Sacramenti dei morti perché ci restituiscono la vita di grazia che abbiamo perso attraverso il peccato, e che gli altri sono chiamati dei viventi, perché occorre che non dobbiamo avere peccati sulla nostra coscienza. Quanti altri non sanno cosa ricevano quando si fa loro l’Unzione sui loro sensi e quale grazia conferisca questo Sacramento dell’estrema Unzione ai malati che lo ricevono degnamente, vale a dire che non sanno che questo Sacramento li purifichi da tutti i peccati che abbiano commesso con i loro sensi, vale a dire con gli occhi, con la bocca e con le orecchie, ecc. ecc.; infine, quanti altri hanno ignorato la grazia che dà il Sacramento del Matrimonio. Ahimè! quanti sacrilegi, ahimè! quanti sposati dannati! Pertanto, se ignorate queste cose, potete certamente considerare che tutti i Sacramenti che avete ricevuto siano stati praticamente dei sacrilegi. – Una seconda ragione che ci deve condurre ad essere ben preparati per ricevere tutte le grazie che questo grande Sacramento ci accorda, è che qui ci siano molte miserie da soffrire. Quante povere donne costrette a trascorrere la vita con i mariti, alcune dei quali sono uomini passionali, che un nulla fa mettere in collera, e come leoni, sono sempre alla ricerca; le contrastano e spesso le maltrattano; che non possono vederle mangiare. Esse muoiono di dolore, ed è molto raro trascorrere una giornata senza che versino lacrime (Esempio di Santa Monica, e tanti altri, etc. – Nota del Venerabile J.- B. V.); altri hanno dei mariti che divorano tutto ciò che hanno nei cabaret, mentre la povera donna muore per la miseria con i suoi figli a casa. Quel che dico dei mariti, vale anche per le donne. Quanti mariti hanno delle mogli che non dicono loro mai una parola di buona creanza, che li disprezzano, che hanno abbandonato tutto quello che c’è da fare in casa, che lo contestano da mane a sera. Sarete d’accordo con me sul fatto che soffrire tutto questo senza mormorare, in modo da renderlo meritorio per il paradiso, richieda una grazia straordinaria. Ebbene! Fratelli miei! Se voi aveste ricevuto tutte le grazie che vi conferisce questo Sacramento, avreste un infinito tesoro per il paradiso; grazie che Dio vi ha preparato per salvarvi, e la vostra vocazione vi renderebbe tutto questo sopportabile senza lamentarvene. Ma da dove viene che quell’uomo non può sopportare i difetti che vede in sua moglie, o che la donna maledica in ogni istante suo marito perché è un ubriacone? … dal fatto che queste persone non abbiano ricevuto le grazie del Sacramento del Matrimonio, e pertanto non possano che essere infelici durante la loro vita e dannate dopo la loro morte! – Ma una sventura ancora maggiore è che, oltre a ciò, i loro figli rassomiglino loro. Ahimè, chi potrebbe valutare il deplorevole stato dei bambini nati da tali matrimoni? Li vedete vivere quasi come bestie. Innanzitutto, i genitori non hanno mai conosciuto la loro Religione, e di conseguenza, non possono insegnarla ai loro figli. – Ahimè! i bambini che hanno dieci o undici anni non solo non conoscono le loro preghiere, né una parola della loro Religione, ma hanno già solo parolacce e spropositi sulla bocca. Ahimè! Quante persone sposate e quanti bambini dannati! Se almeno non fossero stati sposati si sarebbero dannati da soli. La profanazione di questo Sacramento popola gli inferi! – Ma, voi mi direte, cosa si deve fare per entrare in questo stato santamente? Amici miei, eccolo qui. Ascoltatelo bene, felici voi se ne profittate. Il vostro Matrimonio non deve avere nulla di simile a quello dei pagani; ecco qua i matrimoni dei pagani: quando vogliono accasarsi, alcuni prendono moglie per avere dei figli ai quali possano lasciare il loro nome e le loro proprietà; altri lo fanno perché hanno bisogno di un compagno che li aiuti nelle cure della vita; questi per la bellezza e la gradevolezza, ma molto poco per la virtù. – Dopo ciò si prendono la proprie precauzioni da entrambe le parti; il contratto è approvato e si celebra il matrimonio, che è accompagnato da alcune cerimonie religiose a loro modo; c’è un gran festino e ci si dà ad ogni sorta di festeggiamenti ed eccessi. Questo, fratelli miei, è il modo in cui i pagani, vale a dire quelli che non hanno come noi la felicità di conoscere il vero Dio, procedono. Se i vostri matrimoni non hanno niente di meglio, siate sicuri di aver profanato questo Sacramento, e per questo, rassegnatevi a trascorrere la vostra eternità nell’inferno. È veramente solo lo spirito di pietà che rende il matrimonio cristiano, che quindi deve essere fatto nel nome di Gesù Cristo, per compiacerlo nel seguire la vostra vocazione; proporsi la salvezza della propria anima e nient’altro! Non è quindi né l’interesse, né il desiderio di seguire l’inclinazione del proprio cuore che deve indurre un Cristiano a sposarsi; ma il seguire la voce di DIO che vi chiama in questo stato, e allevare in modo cristiano i figli che piacerà a DIO di darvi. Ma in un passo così importante, non si deve fare nulla con precipitazione e mai mancare di consultare i propri genitori, non concludendo nulla senza il loro consenso. Anche i genitori non dovrebbero mai forzare i loro figli a prendere persone che essi non amano, perché così non possono che essere insoddisfatti l’uno dell’altro. Bisogna sempre scegliere le persone che hanno della pietà: dovete preferirle, anche se hanno meno beni, perché sarete sicuri che DIO benedice il vostro matrimonio. Invece per coloro che non hanno Religione, i loro beni periranno in breve tempo. Non si deve fare come tanti che prendono un giovano ubriacone e un cattivo soggetto dicendo che … quando sarà sposato poi si correggerà; è esattamente il contrario, perché non diventerà se non più cattivo ancora, e si trascorrerà la vita in una specie di inferno. Ahimè! Quanto frequenti sono questi matrimoni! È nella preghiera ed in altre opere che dovete chiedere a DIO di farvi conoscere colui o colei che DIO vi destina. Si dice che affinché un matrimonio sia ben fatto, vale a dire felice, debba essere fatto in cielo prima che sia fatto sulla terra. Prima di tutto, i giovani che vogliono meritare le grazie che Dio prepara per coloro che sperano di santificarsi, non devono parlare da soli, di giorno o di notte, senza la presenza dei loro genitori, e non concedersi mai la minima familiarità o la minima parola indecente, altrimenti sono sicuri di tenere Dio lontano dalle loro nozze, e se DIO non vi parteciperà, vi verrà il diavolo. Ahimè non ce n’è che uno ogni duecento che osserva tutto questo. Si può anche dire che non ce n’è che uno ogni duecento che sia veramente tale ove cioè regnino la Religione e la pace, in modo da poter dire che sia una casa del buon DIO! Al contrario, (ce ne sono alcuni) che si danno per tre o quattro anni ai balli, alle commedie, al cabaret, che trascorrono tre quarti delle loro notti da soli, permettendosi tutto ciò che il demone dell’impurità possa loro ispirare. Mio DIO, sono questi i Cristiani che devono indossare sotto il velo del Sacramento un cuore puro e libero da ogni peccato? Ahimè! chi sarà in grado di contare il numero di peccati da cui è coperto il loro cuore e la loro povera anima tutta marcia? Ahimè! come possiamo sperare che il buon DIO possa, onnipotente com’è, benedire tali matrimoni tra persone che vivono nell’impurità più infame da forse tanti anni; che forse non fanno preghiere né al mattino né alla sera; che hanno lasciato i Sacramenti per diversi anni o, se li hanno frequentati, è stato solo per profanarli. Ahimè! come può l’adorabile sangue di Gesù Cristo scendere in questi Matrimoni per santificarli e rendere dolci e meritori i dolori del Matrimonio. Ahimè! quanti sacrilegi, quanti sposi bruceranno negli abissi! Mio DIO, quanto poco i Cristiani conoscono della loro sventura e della loro perdita eterna! Ahimè! essi non lasceranno i loro crimini infami dopo il loro Matrimonio, compiranno sempre le stesse infamie e sempre saranno nella strada dell’inferno dove cadranno ben presto. No, fratelli miei, non entriamo nel dettaglio degli orrori che si commettono nel matrimonio, tutto ciò farebbe morire di raccapriccio. Solleviamo il velo, che non si toglierà veramente se non nel gran giorno della vendetta, quando vedremo tutte queste turpitudini, senza paura di contaminare la nostra immaginazione. Le persone sposate, non perdano mai di vista il fatto che tutto sarà svelato nel giorno del giudizio, il che getterà nello stupore un numero strabiliante di persone, per come i Cristiani si siano permessi tali infamie. Fermiamoci qui. – Ora mi chiedete quali siano le condizioni perché un matrimonio sia buono davanti a DIO e agli uomini! Amici miei, qui ci sono due cose da considerare: esso deve essere contratto secondo le leggi della Chiesa e dello Stato; altrimenti, il Matrimonio sarebbe nullo, cioè le persone vivrebbero nel peccato come due persone che si coniugano senza sposarsi davanti alla Chiesa. La Chiesa ha fatto le sue leggi, assistita, guidata dallo Spirito Santo. – Se mi chiedete ciò che è il fidanzamento, eccolo qui: è la promessa che due persone si fanno l’un l’altro di sposarsi. Dal momento in cui due persone sono fidanzate, non devono rimanere nella stessa casa sotto pena di gran peccato, a causa dei pericoli e delle tentazioni a cui saranno esposti; perché il diavolo fa tutto il possibile per renderli indegni della benedizione del buon Dio promessa loro nel Sacramento del Matrimonio. Ecco perché la Chiesa proibisce loro di vivere sotto lo stesso tetto per tutto il tempo del fidanzamento. Vi ho già detto, fratelli miei, che non esiste un Sacramento per il quale si prendano così tante precauzioni esterne, e che si riceva con tanto apparato come quello del Matrimonio. Dopo aver stipulato il contratto, si pubblica per tre domeniche di fila, l’elenco delle persone che vogliono sposarsi, e questo per due motivi: primo, per invitare tutti i fedeli a pregare per loro, affinché DIO possa concedere loro le grazie necessarie per entrare in questo stato santamente. Il secondo motivo è quello di scoprire gli impedimenti che potrebbero ostacolare questo Matrimonio. I casi in cui la Chiesa proibisce il Matrimonio sono chiamati impedimenti; ci sono alcuni di questi impedimenti che rendono nullo il Matrimonio stesso, così che le persone che si fossero sposate con uno qualsiasi degli impedimenti che vedremo, non sarebbero sposate, e la loro vita non sarebbe altro che una fornicazione continua. Ahimè! Sono questi Matrimoni infelici che fanno cadere le maledizioni del cielo con dolori ovunque essi si trovino! Non dubitiamo, fratelli miei, che la profanazione di questo Sacramento ed i crimini che si commettono nel Matrimonio non siano la causa di tutti i grandi mali con cui Dio ci punisce e lo riconosceremo nel giorno del giudizio. Diciamo quindi che ci sono impedimenti che sono chiamati dirimenti; ma vediamo quelli che si incontrano più spesso. 1° – Il primo è la parentela fino al quarto grado incluso, vale a dire che contiene il quarto grado e non il quinto, il che è facilmente comprensibile. Quando viene annunciato il matrimonio, se pensate che chi lo pubblica non sappia quel che i fidanzati  gli nascondono, voi siete obbligati a dirlo a chi lo ha pubblicato, altrimenti commettete un grande peccato mortale, poiché ci sono molti che lo nascondono il più possibile, temendo di chiedere la dispensa che costa loro qualcosa. – 2° È l’affinità, vale a dire, che un vedovo non può sposare i parenti della sua defunta fino al quarto grado, né la vedova i parenti del suo defunto. – 3° È la parentela spirituale, vale a dire che non ci si possa sposare con il figlioccio di cui si sia madrina-padrino o si sia tenuto al fonte battesimale, né con il padre o la madre di questo bambino. 4 ° È l’onestà pubblica, vale a dire che quando una persona sia stata fidanzata con un tale o una tale, non può sposare né la madre, né la figlia o la sorella della persona con cui era stata fidanzata. Ecco, fratelli miei gli impedimenti che i fedeli possono per lo più conoscere, e quando si pubblica un Matrimonio che si sa possa rientrare in uno di questi casi, si è obbligati a dirlo o si commette un peccato mortale, e ci si mette nella condizione di essere scomunicato, cioè tagliato fuori dal seno della Chiesa. Vedete, fratelli miei, quanto dobbiate guardarvi dal non mancare mai di dire quello che sapete. – Ce ne sono altri meno comuni, alcuni segreti e infamanti, come l’adulterio e l’omicidio; coloro che ne sono colpevoli devono informare il loro confessore. Le leggi della Chiesa che proibiscono questo tipo di Matrimoni sono molto sagge; sono state tutte dettate dallo Spirito Santo.  – C’è ancora il voto semplice di castità, di sei mesi, di un anno e del restante … Ci sono tuttavia delle volte che la Chiesa conceda delle dispense facendo fare delle elemosine a coloro che le chiedono, ma non dimenticate mai che tutte le dispense che si chiedono e per le quali non diciamo le cose così come sono, sono prive di valore. Il Santo Padre non le concede che a condizione che ciò che viene detto sia vero; di modo che se ciò che diciamo non sia veramente certo o lo alteriamo, le vostre dispense sono prive di valore, e di conseguenza il Matrimonio è nullo, vale a dire cioè, che non siete sposati e avete commesso un sacrilegio ricevendo il Sacramento del Matrimonio, così come tutti i Sacramenti che riceverete in ​​seguito. (Una dispensa ottenuta senza motivi legittimi rende nullo il Matrimonio. – Istruzione di padre Jean Gibert sul matrimonio, pagina 335. – Nota del Venerabile.). Ahimè! Quanto è grande il numero di quelli che dormono tranquilli, mentre il diavolo scava loro un inferno eterno. Quindi non dovreste mai dare ragioni che non sussistano, e se i vostri pastori non le trovino buone; fate attenzione a non pressarli dicendo loro che vorreste mettervi insieme. Ahimè! Quante persone sposate dannate! Ma mi direte, come si deve trascorrere il tempo del fidanzamento? Eccolo: questo tempo è un tempo sacro che deve essere trascorso nel ritiro, nella preghiera e facendo ogni sorta di buone opere per meritare che Gesù Cristo ci conceda, come per gli sposi di Cana in Galilea, di assistere alle vostre nozze per benedirvi, dandovi le grazie necessarie per santificarvi. È molto buono e spesso molto necessario fare una confessione generale, sia per riparare le cose cattive che si potrebbe aver fatto durante la propria vita, sia anche per rendersi più degni di ricevere questo Sacramento, poiché le grazie sono abbondanti in proporzione delle disposizioni che vi portate. Ditemi, fratelli miei, è in questo modo che passiamo un tempo così prezioso come quello del fidanzamento? Ahimè! non prendete, fratelli miei, i pagani come modelli, come oggi fanno il maggior numero di Cristiani (o si permettono)! Non contenti di aver trascorso la maggior parte della loro vita, o almeno una buona parte, nel crimine e nell’infamia più oscuri, sembra che non abbiano mai fatto abbastanza dal primo giorno del loro fidanzamento: danze, balli, cabaret e carne nelle giornate di magro. – Non contenti di fare il male da soli, come se temessero di non irritare abbastanza la giusta collera di Dio su di loro, affinché invece di benedirli li maledica, lo faranno in tre o cinque persone alla volta; vale a dire, secondo la loro fortuna: chi ha abbastanza da spendere ne invita di più, e chi ha meno ne invita di meno; ma sempre ce n’è tanti. Ci sono forse di quelli che perderanno la propria anima, faranno dei debiti trascorrendo i tre quarti della notte, senza contare il giorno, nei cabaret, per indulgere in ogni sorta di eccessi; altri che vi si trascinano a proposito, e forse anche con la sposa. Ma, voi mi direte: questo non vi riguarda, questi non sono soldi vostri, non vi dobbiamo nulla. No, senza dubbio i vostri soldi non mi guardano, ma le vostre anime, che DIO mi ha affidato, sì che mi riguardano! Ebbene, fratelli miei, ecco l’inizio del santo ritiro dei giovani che si sono appena fidanzati, ecco la loro preparazione per ricevere il Sacramento del Matrimonio. Non è ancora tutto, il demone non ne ha ancora abbastanza. Dopo aver trascorso alcuni giorni in dissolutezza con i genitori della ragazza, trascorreranno il resto del tempo a percorrere le case portandovi le fidanzate. In ogni casa, commetteranno, forse, tre o quattro grandi peccati per gli abbracci che si faranno o si permetteranno. Ma, mi direte, questa è l’usanza! Quanto a questi costumi, essi son quelli dei Gentili; poiché finora avete seguito lo stesso percorso dei Gentili, è necessario continuare? Nonostante ciò che direte, questo non impedirà che quando comparirete davanti al tribunale di Dio per rendere conto della vostra vita malvagia, tutti gli abbracci che avrete dato o ricevuto in questo tempo del fidanzamento, non siano peccati e, nella maggior parte, peccati mortali, – Oh! Ma io non ci credo! Voi non lo credete per niente? È perché i vostri occhi sono un poco offuscati; ma non vi preoccupate, il grande Giudice ve li schiarirà per bene. Perché succede che i ragazzi non stanno durante il fidanzamento con i ragazzi e le ragazze con le ragazze? Lo so bene perché: il demone ne trova così bene il suo tornaconto. Il tempo del fidanzamento trascorre in questa dissipazione, o meglio in questa catena di peccati, per non parlare di tutto ciò che accade tra le donne. Ahimè, mio ​​Dio, ma questi sono Cristiani o pagani? Ahimè, non lo so; tutto ciò che so, è che sono delle povere anime che il diavolo trascina e divora fino a quando non le abbia precipitate tra le fiamme. Arriva il momento del matrimonio, restano solo tre o quattro giorni, essi si presenteranno al tribunale della penitenza senza pentimento e senza nemmeno il desiderio di migliorarsi. La prova ne è molto chiara: vedrete i piaceri, le stesse danze, gli eccessi nel bere e nel mangiare; essi iniziano le famiglie indulgendo a qualsiasi cosa che il diavolo possa ispirare nel giorno del loro matrimonio, ed ancora peggio … se possono. Ed essi hanno appena ricevuto questo grande Sacramento; ah! Mi sbaglio, hanno appena commesso un orribile sacrilegio e vanno a porre il sigillo della loro riprovazione passando, forse, un giorno o due nella dissolutezza. Mio DIO, cosa pensare di questi poveri Cristiani, che ne sarà di loro? Ahimè, Voi li avete già abbandonati, perché essi non hanno dimenticato nulla per costringervi a maledirli e a riprovarli. Ma, voi mi direte, è lecito gioire in quel giorno. Sì, senza dubbio, ma è permesso nel Signore. Avete un bel dire ciò che vorrete, ma non lascerete di rendere conto fino all’ultimo centesimo speso inutilmente; avrete ben da ingannarvi, ma tutto questo è così come io vi dico. Un giorno noi lo vedremo, abbiate solo cura che questo non avvenga troppo tardi per voi. – Tutto ciò è difficile da credere, perché se noi facessimo del male, il buon DIO ci punirebbe: vediamo infatti questi che si stanno ben divertendo e tutti fanno ugualmente bene i propri affari. Amico mio, questo, lungi dall’essere un buon marchio, è la più grande di tutte le disgrazie! Sai perché il buon DIO si comporta in questo modo? Ecco perché: perché Egli è giusto. Egli vi ricompensa per tutto il bene che avete fatto, in modo che dopo la vostra morte non abbia che da gettarvi nell’inferno. Questo è il motivo per cui sembra benedirvi nonostante tutti gli orrori che abbiate commesso nel vostro fidanzamento e nelle vostre nozze, senza contare che tutti i peccati commessi per conto loro, da coloro che avete invitato, saranno sul vostro conto, senza che ne siano essi stessi innocenti. Ahimè, la morte troverà dei peccati là dove molti credono che non ne abbiano! Cosa dovrebbero fare allora i Cristiani per ricevere degnamente questo Sacramento? Dovrebbero prepararsi con tutto il cuore, aver fatto una buona Confessione, superare il giorno delle loro promesse; e, ciò che avrebbero potuto spendere, dovrebbero darlo ai poveri per attirare benedizioni su di sé. Il giorno del loro Matrimonio dovrebbero andare in chiesa la mattina presto, per chiedere aiuto e luci allo Spirito Santo, ricevendo la benedizione per il Matrimonio. Possa il sangue di Gesù Cristo scorrere così sulle loro anime. Il giorno in cui si sposano, che passino la giornata alla presenza di Dio pensando in quale sventura incorrerebbero se profanassero questo santo giorno. Dopo il loro matrimonio, essi devono andare da un confessore per essere educati, in modo da non perdersi senza saperlo, o meglio, in modo che possano comportarsi come veri figli di Dio. Ahimè! dove sono i Cristiani che si comportano in questo modo? Ahimè! dove sono le persone sposate che saranno salvate? Quanti ne saranno perduti! Di coloro che vi portano buone disposizioni, non ce ne sarà quasi nessuno. Cosa concludere da questo? Eccolo: la maggior parte dei Cristiani entra nel Matrimonio senza chiedere a Dio le grazie di cui hanno bisogno, portano un cuore ed un’anima coperti da mille e mille peccati e profanano questo Sacramento: questo è una fonte di sventura per loro in questo mondo e poi nell’altro. Felici sono i Cristiani che vi entrano e perseverano fino alla fine! Questo è quello che io vi auguro …

DOMENICA XI DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XI DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXVII: 6-7; 36
Deus in loco sancto suo: Deus qui inhabitáre facit unánimes in domo: ipse dabit virtútem et fortitúdinem plebi suæ.
[Dio abita nel luogo santo: Dio che fa abitare nella sua casa coloro che hanno lo stesso spirito: Egli darà al suo popolo virtú e potenza.]
Ps LXVII: 2
Exsúrgat Deus, et dissipéntur inimíci ejus: et fúgiant, qui odérunt eum, a fácie ejus.
[Sorga Iddio, e siano dispersi i suoi nemici: fuggano dal suo cospetto quanti lo odiano.]
Deus in loco sancto suo: Deus qui inhabitáre facit unánimes in domo: ipse dabit virtútem et fortitúdinem plebi suæ. [Dio abita nel luogo santo: Dio che fa abitare nella sua casa coloro che hanno lo stesso spirito: Egli darà al suo popolo virtú e potenza.]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui, abundántia pietátis tuæ, et merita súpplicum excédis et vota: effúnde super nos misericórdiam tuam; ut dimíttas quæ consciéntia metuit, et adjícias quod orátio non præsúmit.
[O Dio onnipotente ed eterno che, per l’abbondanza della tua pietà, sopravanzi i meriti e i desideri di coloro che Ti invocano, effondi su di noi la tua misericordia, perdonando ciò che la coscienza teme e concedendo quanto la preghiera non osa sperare.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XV: 1-10
“Fratres: Notum vobis fácio Evangélium, quod prædicávi vobis, quod et accepístis, in quo et statis, per quod et salvámini: qua ratione prædicáverim vobis, si tenétis, nisi frustra credidístis. Trádidi enim vobis in primis, quod et accépi: quóniam Christus mortuus est pro peccátis nostris secúndum Scriptúras: et quia sepúltus est, et quia resurréxit tértia die secúndum Scriptúras: et quia visus est Cephæ, et post hoc úndecim. Deinde visus est plus quam quingéntis frátribus simul, ex quibus multi manent usque adhuc, quidam autem dormiérunt. Deinde visus est Jacóbo, deinde Apóstolis ómnibus: novíssime autem ómnium tamquam abortívo, visus est et mihi. Ego enim sum mínimus Apostolórum, qui non sum dignus vocári Apóstolus, quóniam persecútus sum Ecclésiam Dei. Grátia autem Dei sum id quod sum, et grátia ejus in me vácua non fuit.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia,

LA RISURREZIONE DELLA CARNE

“Fratelli: Vi richiamo il Vangelo che vi ho annunziato, e che voi avete accolto, e nel quale siete perseveranti, e mediante il quale sarete salvi, se lo ritenete tal quale io ve l’ho annunciato, tranne che non abbiate creduto invano. Poiché in primo luogo vi ho insegnato quello che anch’io appresi: che Cristo è morto per i nostri peccati, conforme alle Scritture; che fu seppellito, e che risuscitò il terzo giorno, conforme alle Scritture; che apparve a Cefa, e poi agli undici. Dopo apparve a più di cinquecento fratelli in una sol volta, dei quali molti vivono ancora, e alcuni sono morti. Più tardi appare a Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. Finalmente, dopo tutti, come a un aborto, appare anche a me. Invero io sono l’ultimo degli Apostoli, indegno di portare il nome d’Apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per la grazia di Dio, però sono quel che sono; e la sua grazia in me non è rimasta infruttuosa.” (1 Cor. XV, 1,10).

L’ultima questione di grande importanza a cui risponde S. Paolo nella prima lettera ai Corinti è quella della risurrezione dei morti. Questo domma, stimato assurdo dai pagani, ripugnava a molti cristiani di Corinto, i quali avevano difficoltà ad ammetterlo. S. Paolo prova la risurrezione dei morti argomentando dalla risurrezione di Gesù Cristo, e dimostrando le assurde conseguenze che verrebbero dalla negazione di questa verità. L’epistola di quest’oggi contiene la prova della risurrezione di Gesù Cristo. Parliamo anche noi della risurrezione dei morti, la quale:.

1. È un punto fondamentale della dottrina cattolica,

2.  È basata sulla risurrezione di Gesù Cristo,

3. Avrà conseguenze diverse pei giusti e per i reprobi.

I.

Vi richiamo il Vangelo che vi ho annunziato, e che voi avete accolto, e nel quale siete perseveranti. Parole solenni con le quali S. Paolo si introduce a parlare della resurrezione dei morti. Per mezzo della fede nel Vangelo i Corinti perverranno all’eterna salvezza, se saranno costanti sino alla fine, e se crederanno nel Vangelo tal quale l’Apostolo l’ha predicato, senza togliere o travisare alcuna verità. Quei Corinti che non credono alla verità della risurrezione dei morti, credono invano. Al conseguimento dell’eterna salute a nulla giova credere le altre verità, se negano questa. La fede nella risurrezione dei morti è di grande efficacia nel sostenere il Cristiano in questa vita « Fiducia dei Cristiani è la risurrezione dei morti» (Tertull. De Resurr. carnis). Nella speranza della futura risurrezione i martiri trovano la forza di andar contro ai tormenti e alla morte. Se essi perdono, tanto volentieri la vita presente, è per la speranza di entrare nella vita futura. S. Ignazio martire che scongiura i Romani a non impedirgli il martirio, esclama: « È bello tramontare al mondo diretti a Dio per risorgere in Lui!» (ad Rom. 2). Senza l’immortalità dell’anima e la conseguente risurrezione del corpo, sarebbe irragionevole esporsi alla perdita della vita; bisognerebbe anzi cercar di prolungarla il più possibile. Le malattie, le privazioni, le fatiche, logorano questo nostro corpo continuamente; gli anni gli tolgono ogni vigore; la morte lo riduce in polvere. Chi può sottrarsi a un senso di grande tristezza e di noia della vita? Chi pensa alla risurrezione. Chi pensa che un giorno Gesù Cristo «trasformerà il nostro miserabile corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso» (Filipp. III, 21). Chi pensa che questo stesso nostro corpo risorgerà immortale, e non sarà più soggetto alle debolezze e ai dolori. – Una delle più amare circostanze per l’uomo quaggiù, è la perdita dei suoi cari. Il dolore in quel momento è troppo giusto e legittimo. È impossibile sottrarsi alle lagrime. S. Ambrogio, parlando delle lagrime che aveva versato per la morte del fratello Satiro, osserva: «Ho pianto anch’io, si, è vero; ma pianse anche il Signore. Egli sopra un estraneo; io sopra un fratello» (De excessu. frat. sui. Sat. Lab. 1, 10). Ma al momentaneo tributo di lagrime, che pagano tutti, succede nei Cristiani un pensiero consolante: I nostri cari, partendosi da questo mondo, non ci lasciano, ma ci precedono. «Non vogliamo — scriveva l’Apostolo ai Tessalonicesi — che siate nell’ignoranza intorno a quelli che si sono addormentati, affinché non vi rattristiate come gli altri che non hanno speranza» (1 Tess. IV, 13). Se si sono addormentati, un giorno si sveglieranno. Quando Gesù, entrato nella casa di Giairo, vide gente che piangeva e ululava per la morte della figlia di questi, disse: «Perché v’affannate e piangete? La fanciulla non è morta, ma dorme» (Marc. V, 39). E, dette queste parole, la sveglia da quel breve sonno di morte. Quando s’apre la tomba per qualche persona amata la fede dice a ciascuno di noi: quella persona a te cara non è morta, ma dorme. I nostri parenti, i nostri amici, i nostri benefattori, dovunque abbiano avuto una sepoltura, non sono morti, ma dormono. Catene di monti, distese di mari divideranno i sepolcri d’una stessa famiglia; ma verrà il giorno in cui questi sepolcri si apriranno; i cadaveri riprenderanno nuova vita; e i beati riprenderanno in Dio quell’unione che la morte non ha potuto troncare che temporaneamente. –

II.

Che cosa aveva insegnato San Paolo ai Corinti? Udiamolo da lui: In primo luogo vi ho insegnato quello che anch’io appresi: che Cristo è morto per i nostri peccati, conforme alle Scritture; che fu seppellito e che risuscitò il terzo giorno, conforme alle Scritture. Il racconto della Resurrezione di Gesù Cristo, fatto dai Vangeli, contiene quanto è necessario per ottenere fede indiscussa sulla realtà della risurrezione di Lui. Lo stupore e il dolore delle pie donne che trovano vuoto il sepolcro. Il timore là cui erano state prese, tanto da mettersi a fuggire e da non aver parola, sulle prime, per narrare quanto avevano veduto; l’Angelo che mostra il luogo preciso ove giaceva Gesù, il quale non va più cercato tra i morti, perché è risuscitato; l’apparizione a Maria Maddalena, dicono abbastanza perché uno che non sia dominato da preconcetti debba credere alla verità della risurrezione di Gesù Cristo. Ma v’ha di più. Dopo che alla Maddalena Gesù apparve a Cefa, e poi agli undici. Dopo apparve a più di cinquecento fratelli in una sol volta… Più tardi apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. – È da notare che quando le pie donne annunciano agli Apostoli la risurrezione di Gesù Cristo, sono trattate da deliranti. Pietro entra nel sepolcro, vede i lenzuoli per terra, non trova più il corpo del Maestro, ne è meravigliato, ma non si decide ancora a credere alla risurrezione. La Maddalena annunzia agli Apostoli d’averlo visto risuscitato, d’aver parlato con Lui, « ed essi, avendo udito com’egli era vivo, e com’ella l’aveva visto, non credettero » (Marc. XVI, 11). È necessario che Gesù appaia a Pietro, appaia agli Apostoli e ai discepoli radunati insieme, e mostri loro le mani e il costato con le cicatrici gloriose, perché ogni dubbio sia tolto da loro. Davanti a prove così numerose e così palmari, anch’essi sono costretti a credere la risurrezione del divin Maestro, che predicheranno poi con una fermezza incrollabile. – Gli Apostoli danno principio alla predicazione insistendo sul fatto della risurrezione di Gesù Cristo. San Pietro rinfaccia ai Giudei: «Gesù di Nazaret… voi lo avete trafitto per mano d’empi, e ucciso… Dio l’ha risuscitato, avendo infranto i legami della morte» (Att. XXII-24) E questo si rinfacciava ai figli d’Israele pochi giorni dopo l’avvenimento; quando era facilissimo interrogare, controllare, vivendo ancora tutti o quasi tutti coloro a cui Gesù Cristo era apparso. E vediamo che i Giudei invece di fare obiezione alle parole di Pietro si compungono nei loro cuori, e gli domandano quel che han da fare. Non sappiamo se si possono desiderare prove più concludenti. Ne consegue che se risuscitò Gesù Cristo, risusciteranno anche i fedeli. Questi formano un sol corpo mistico con Lui. Gesù è il capo; e se il capo è risuscitato, non si spiega perché le membra debbano rimanere nel sepolcro. La risurrezione di Gesù Cristo ha introdotto un nuovo ordine di cose. Con Adamo era entrato nel mondo il dominio della morte. Con la risurrezione di Gesù Cristo questo dominio fu vinto. Egli lo ha vinto per sé e lo ha vinto per noi. E così «la morte del Figlio di Dio, che egli subì nella carne, distrusse in noi la duplice morte, quella dell’anima e quella del corpo, e la risurrezione della sua carne ci apportò la grazia della risurrezione spirituale e corporale » (S. Fulgonio Episcop. 17,16).

III

S. Paolo aggiunge che Gesù Cristo apparve anche a lui l’ultimo degli Apostoli. Tanto egli poi, l’ultimo degli Apostoli, già persecutore della Chiesa, a cui Gesù apparve sulla via di Damasco, quanto gli altri Apostoli, ai quali Gesù risorto apparve prima di salire al cielo, hanno sempre predicato la stessa cosa: la risurrezione di Gesù Cristo. «Cristo è risuscitato, primizia dei dormienti !» esclama più innanzi S. Paolo, con un grido come di vittoria (I. Cor. XV, 20). – Non si può parlar di primizia senza supporre il seguito della messe. Quando compare la primizia, la messe è garantita. Gesù Cristo risorge pel primo a vita immortale: primo per ordine di tempo, di dignità, di merito. Dopo di Lui, a suo tempo, quando Egli comparirà di nuovo su questa terra. resusciteranno tutti i giusti. – Anche i reprobi resusciteranno? La parola di Gesù Cristo non lascia dubbio alcuno. «Verrà un tempo — dice il Redentore — in cui tutti quelli che sono nei sepolcri udiranno la voce del Figliuolo di Dio, e usciranno fuori quelli che hanno fatto opere buone risorgendo per vivere: quelli poi che avranno fatto opere malvage, risorgendo per essere condannati» (Giov.V, 28-29). « La maniera della resurrezione sarà duplice. La prima è quella dei santi i quali, radunati con distintivo reale, al primo suono della tromba ricevono, con grande trionfo, il regno della beatitudine sotto Cristo, re eterno: la seconda è quella che assegna alla pena eterna gli empi assieme con i peccatori e con tutti gli increduli» (S. Zenone, L. 1, Tract. 16, 11). Il corpo dei giusti fu unito all’anima nel fare il bene; riceva, dunque, con essa il premio eterno. Il corpo dei cattivi cooperò con l’anima a fare il male: riceva con essa il meritato castigo. A ciascuno il suo. La società non è composta né esclusivamente di buoni, né esclusivamente di cattivi. Come in un campo frammischiata al buon grano si trova la zizzania, così, nella società, frammisti ai buoni si trovano i cattivi. E come al tempo della raccolta si lega la zizzania in fastelli per essere bruciata e il grano vien radunato nei granai, così succederà alla fine del mondo. Verranno gli Angeli e separeranno i cattivi dai giusti, «e getteranno quelli nella fornace di fuoco: ivi sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del loro Padre» (Matt. XIII, 42-43). È chiaro che un tal giorno infonda coraggio ai buoni che l’attendono come il giorno del trionfo finale, e rechi sgomento ai peccatori, che lo temono come il giorno della finale rovina. Questo timore sarebbe salutare, se servisse a trattenerli dal peccato, o meglio a farli uscire dallo stato di peccato. S. Agostino narra di sé stesso: « Né altro mi richiamava dal profondo abisso dei piaceri carnali, che il timor della morte e del giudizio avvenire: il qual timore,… non si partì mai dal mio petto » (Conf. L. 6, 16,). Se non ci dimenticheremo del giorno della risurrezione della carne, e del giudizio che vi avrà luogo, sarà facile la riforma di noi stessi. Chi teme quel giorno comincia a vegliare sulle proprie passioni, a guardarsi dall’avarizia, dall’impurità, dall’odio. Per vincer gli assalti del demonio comincia a mortificar se stesso con la custodia dei sensi. Le buone opere che prima gli erano pesanti diventeranno una necessità. I doveri del proprio stato gli saranno molto leggeri da compiere, e finirà per desiderare ciò che prima temeva: la seconda venuta di Cristo, nella speranza, di risalire con Lui in cielo a godere nel regno della gloria.

Graduale

Ps XXVII: 7 – 1
In Deo sperávit cor meum, et adjútus sum: et reflóruit caro mea, et ex voluntáte mea confitébor illi.
[Il mio cuore confidò in Dio e fui soccorso: e anche il mio corpo lo loda, cosí come ne esulta l’ànima mia.]

Alleluja

V. Ad te, Dómine, clamávi: Deus meus, ne síleas, ne discédas a me. Allelúja, allelúja [A Te, o Signore, io grido: Dio mio, non rimanere muto: non allontanarti da me.]

Ps LXXX: 2-3
Exsultáte Deo, adjutóri nostro, jubiláte Deo Jacob: súmite psalmum jucúndum cum cíthara. Allelúja.

[Esultate in Dio, nostro aiuto, innalzate lodi al Dio di Giacobbe: intonate il salmo festoso con la cetra. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Marcum.
R. Gloria tibi, Domine!
Marc VII:31-37
In illo témpore: Exiens Jesus de fínibus Tyri, venitper Sidónem ad mare Galilaeæ, inter médios fines Decapóleos. Et addúcunt ei surdum et mutum, et deprecabántur eum, ut impónat illi manum. Et apprehéndens eum de turba seórsum, misit dígitos suos in aurículas ejus: et éxspuens, tétigit linguam ejus: et suspíciens in coelum, ingémuit, et ait illi: Ephphetha, quod est adaperíre. Et statim apértæ sunt aures ejus, et solútum est vínculum linguæ ejus, et loquebátur recte. Et præcépit illis, ne cui dícerent. Quanto autem eis præcipiébat, tanto magis plus prædicábant: et eo ámplius admirabántur, dicéntes: Bene ómnia fecit: et surdos fecit audíre et mutos loqui.


Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXIX.

“In quel tempo Gesù, tornato dai confini di Tiro, andò por Sidone verso il mare di Galilea, traversando il territorio della Decapoli. E gli fu presentato un uomo sordo e mutolo, e lo supplicarono a imporgli la mano. Ed Egli, trattolo in disparte della folla, gli mise le sua dita nelle orecchie, e collo sputo toccò la sua lingua: e alzati gli occhi verso del cielo, sospirò e dissegli: Effeta, che vuol dire: apritevi. E immediatamente se gli aprirono le orecchie, e si sciolse il nodo della sua lingua, e parlava distintamente. Ed Egli ordinò loro di non dir ciò a nessuno. Ma per quanto loro lo comandasse, tanto più lo celebravano, e tanto più ne restavano ammirati, e dicevano: Ha fatto bene tutte lo cose: ha fatto che odano i sordi, e i muti favellino!”

(Marc. VII, 31-37)

Il divin Salvatore, al principio del terzo anno della sua predicazione, aveva lasciato la Giudea per andarsene ai confini di Tiro e di Sidone; e colà, dietro l’umile e confidente preghiera d’una povera donna pagana, chiamata Cananea dal Vangelo, perché era discendente dalla stirpe dei Cananei, ne aveva guarita la figlia posseduta dal demonio. Il Salvatore avrebbe potuto prolungare il suo soggiorno in quel paese idolatra, ma i Giudei erano facili a scandalizzarsi: epperò se il Salvatore avesse più a lungo avuto commercio coi gentili, i Giudei si sarebbero levati contro di Lui, l’avrebbero accusato di mancare alla legge mosaica e l’avrebbero trattato come un prevaricatore. Gesù pertanto ritornò in Galilea E fu nel suo ritorno a quella regione, che operò il miracolo narratoci dal Vangelo di questa domenica, quello cioè della guarigione di un sordomuto.

1. Dice adunque il Vangelo di oggi: In quel tempo Gesù tornato dai confini di Tiro, andò per Sidone verso il mare di Galilea, traversando il territorio della Decapoli. Quivi gli fu presentato un uomo sordo e muto, e lo supplicarono di imporgli la mano. Le malattie che affliggono il corpo, o miei cari, sono come i segni delle malattie spirituali, che assai più gravemente travagliato le anime. E quell’infelice sordo-muto, che non può né udir la voce dei suoi simili, né esprimere i pensieri della sua mente e i sentimenti del suo cuore, è l’immagine di coloro, che sono sordi alla voce di Dio e muti quando trattasi di parlare a gloria di Dio e a bene delle anime. Ed oh quanto sono brutte e gravi queste malattie della sordità e del mutismo spirituale. Ed in vero la sordità del corpo è una infermità certamente penosa, poiché il farsi ripetere cento volte una cosa, esser di peso agli altri, esser privo della parola di Dio, dei canti della Chiesa, del suon delle musiche, dei concerti degli uccelli, e vivere come straniero alla società degli uomini, è senza dubbio una vita ben triste. Ma finalmente uno si avvezza, e l’abitudine di un male fa rassegnati a patirlo. E poi mentre la sordità nulla toglie al ben essere corporale, può essere molto utile alla salute dell’anima; imperocché il sordo non sente le bestemmie contro la Religione, le calunnie e le maldicenze contro il prossimo, e tutte quelle facezie non sempre buone, che alimentano le conversazioni mondane. Ma invece quanto più deplorevole è la sordità dell’anima! Per essa il peccatore, smarrito per i sentieri dell’iniquità, non ascolta più le ispirazioni di Dio, né i consigli di chi lo ama e lo vuole strappar dall’abisso; non sente più nulla; i giudizi di Dio non lo spaventano più, e se nell’ultima ora non viene un colpo inaspettato della grazia a destarlo da quel fatale assopimento, sen muore nell’impenitenza finale. Il furore dei traviati, dice il Santo re Davide, è simile a quello dell’aspide e del serpente che si rende sordo col turarsi le orecchie, e non vuol più sentire la voce del magico incantatore, che usa astuzia per incantarlo (Ps. LVII, 5, 6). E non è adunque una grave disgrazia l’essere colpiti dalla sordità spirituale? E non ci sarebbe qui tra di noi qualcuno già affetto da tale infermità! Che chiude le orecchie alla voce di Dio, a quella dei sacerdoti, dei genitori, de’ suoi superiori? Ah! per carità, mentre è ancor in tempo apra le sue orecchie ed obbedisca alla voce di chi vuole soltanto il suo bene; del resto gli potrebbe capitare la disgrazia di non intenderla più.Ma se è tanto grave la malattia della sordità spirituale, non lo è meno quella del mutismo. Ed in vero quando vedete un tale che è privo della favella, non ne sentite pietà? Senza dubbio, perché il muto è privo dell’organo più essenziale all’uomo, animale socievole, quello col quale esprime il suo pensiero e lo comunica ai suoi simili, e se col linguaggio convenzionale, che s’è inventato, si fa intendere da qualcuno, non è men vero che vive isolato in mezzo al mondo. Cosa ben triste anche questa! Eppure per essa quante colpe si schivano! Le calunnie, le maldicenze, le parole disoneste, le delazioni, le bugie, i motteggi, i discorsi contro la carità, per non dire di tanti altri, sono tutti peccati, che fa commettere la lingua.Ma per altra parte non sono minori quelli che produce il mutismo spirituale, per cui si compromette la propria coscienza in più modi. Per esempio: è un peccato il tacere del continuo le lodi del Signore e il non invocare di tanto intanto il suo aiuto col lasciare la recita delle preghiere del buon Cristiano. È un peccato il tacere, quando vedendo altri a commettere un’azione cattiva e noi avendo sopra di loro autorità non ci facciamo colle nostre riprensioni a giustamente sgridarli. È un peccato il tacere, quando potendo con la nostra parola difendere chi è attaccato dalla calunnia e dalla maldicenza, e salvare un innocente, rimuovere alcuno da un grave pericolo, preservarlo da una disgrazia, non lo facciamo. È un peccato il tacere, quando avendo la capacità di dare altrui un consiglio, che lo libera da un dubbio, che lo induce ad un’opera buona, noi lasciamo di dirglielo. È un peccato il tacere quando potendo insegnare qualche cosa buona ed utile a chi la ignora, non ci diamo pensiero di farlo. È un peccato tacere quando richiesti da qualche nostro offensore di perdono noi ci ostiniamo a negarlo, come è un peccato il non voler aprir bocca per riconciliarci con chi abbiamo offeso. Così quando taluno tacendo rifiuta di mostrarsi apertamente Cristiano in faccia a quelli, che si vantano di non essere tali, ei pecca, perché allora appunto bisognerebbe manifestare i sentimenti che si han nel cuore, avendo detto Gesù Cristo: Guai a chi arrossirà di confessarmi al cospetto degli uomini! E finalmente vi è ancora una specie di mutismo spirituale, più colpevole e pericoloso di tutti, ed è quello che si tiene in confessione, tacendo qualche colpa grave per un ingiusto timore, per una malintesa vergogna. Tacere volontariamente le colpe nel tribunale di penitenza è silenzio sacrilego. Si, in tutti questi casi, ed in altri ancora, il tacere è peccato, perché in tutti questi casi noi siamo obbligati dalla legge del Signore di parlare. Epperò quel Dio, che nel dì del giudizio ci giudicherà su ogni parola oziosa da noi profferita, ci giudicherà altresì del silenzio, che abbiamo tenuto allora che dovevamo parlare.Ecco adunque il nostro stretto dovere: tacere e parlare secondo che la carità verso Dio e verso il prossimo ci impone o di tacere o di parlare.Epperò studiamoci per una parte di amare e praticare anche più perfettamente il silenzio, stando più che possiamo ritirati dai convegni e dalle conversazioni, e non solamente da quelle colpevoli, in cui si tengono discorsi osceni, irreligiosi, di maldicenza, e si cantano canzoni sconce, ma anche da quelle che non servono ad altro che a dissipare il nostro spirito e ad allontanarlo dal pensiero di Dio. La ritiratezza, il raccoglimento ed il silenzio sono ornamenti vaghissimi per un Cristiano e a tutti riescono di utilità immensa per fuggire il peccato e farsi santi, giacché è nella tranquillità e nel silenzio che il Signore parla più intimamente ed efficacemente al Cristiano e più amorosamente lo trae a gustar le delizie del suo amore. Per altra parte poi, presentandosi l’occasione, pieni di santo zelo per la gloria di Dio e per il bene delle anime, non tralasciamo di parlare, anche allora che non abbiamo stretto obbligo, e così noi praticheremo con grande nostro vantaggio il precetto incluso in quelle parole dell’Arcangelo Raffaele a Tobia: È ben fatto di tener nascosti i segreti dei re, ossia tacere quando si deve; ma è cosa lodevole di rivelare ed annunziare le opere di Dio: Sacramentum regis nascondere honum est; opera autem Dei revelare et confiteri honorificum est (Tob. XII, 7).

2. Ci dice in seguito il Vangelo che Gesù tratto in disparte dalla folla quel sordo-muto, gli mise le sue dita nelle orecchie, e collo sputo toccò la sua lingua: e alzati gli occhi al cielo, sospirò, e dissegli: Ephpheta, parola che vuol dire: apritevi. E immediatamente se gli aprirono le orecchie, e si sciolse il nodo della sua lingua, e parlava distintamente. Or bene tutte queste particolarità, con cui Gesù Cristo accompagnò il miracolo della guarigione di questo sordo-muto, sono di tale importanza, che meritano di essere considerate ad una ad una.Gesù comincia dal trarre l’infelice in disparte fuori della turba. E qui impariamo subito che quando siamo per praticare delle opere buone, dobbiamo come nasconderci ed evitare gli sguardi altrui, fuorché in certe circostanze, in cui siamo in obbligo di edificare i nostri fratelli. Per certo nei doveri che sono imposti a tutti, sarebbe da biasimare chi si nascondesse per adempierli: ad esempio chi pe’ suoi natali, per il suo stato, per le sue doti o per la sua condizione potesse esercitare una salutare influenza sugli altri, e cercasse la solitudine per fare la sua Pasqua, ed anche per frequentare i sacramenti, sotto pretesto dell’umiltà e della modestia, questi intenderebbe male le sue obbligazioni; egli più di ogni altro deve dare buon esempio, poiché con la sua fedeltà al dovere cristiano può incoraggiare i deboli, e servire anche a ricondurre sul buon sentiero quei che sono sviati. Ma fuori di queste occasioni non cerchiamo mai la piena luce per compiere le buone opere. Avremmo a temere, che la nostra intenzione non avesse tutta la purezza, che domanda Iddio. Quando poi Gesù Cristo ebbe condotto in disparte il sordo-muto, gli mise dapprima le sue dita nelle orecchie: e a questo proposito il venerabil Beda dice: Le dita di Dio poste nelle orecchie di quel sordo sono i doni dello Spirito Santo, per mezzo dei quali Egli dispone i cuori, che sono nell’ignoranza d’ogni verità, a conoscere la scienza della salute. Quindi allorché vediamo un uomo finora impenitente ed indurato, divenir ad un tratto penitente e fedele, diciamo: « Qui v’ha il dito di Dio! » Ed il Salvatore in altro luogo dice, che pel dito di Dio vengono cacciati i demoni. Ma se è vero che per l’azione dello Spirito Santo il Salvatore sanò la sordità esteriore di quell’uomo, è altresì vero che vi ha aggiunto un’azione esteriore e sensibile; pose le dita nelle orecchie di quel sordo quasi per farci intendere, che se il peccatore non può esser guarito che per l’efficacia della grazia, Iddio non lascia però di servirsi sovente dell’opera degli uomini, e soprattutto di quella dei sacerdoti per compiere i prodigi di sua misericordia: epperò fortunati coloro, che ne ascoltano la predicazione ed i consigli con un cuor docile. – Mise poi il Salvatore della sua saliva sulla lingua del mutolo. E secondo l’insegnamento dello stesso venerabile Beda, la saliva figura la sapienza che deve slegare la lingua del peccatore ed inspirargli l’umile e salutare confessione delle sue colpe, ed insegnargli a pregare e cantare le lodi del Signore. Poscia Gesù, levando gli occhi al cielo, diede un sospiro, e disse: Ephpheta, che significa: Apritevi. Ed eccolo qui agire propriamente da Dio ed usare della suprema sua potenza. Apritevi: questo è il comando espresso dal suo sovrano potere. A questa parola nulla resiste, perciocché è la parola istessa, con la quale nella creazione del mondo diceva: Si faccia la luce, e la luce fu fatta. Epperò quando ebbe fatto quel comando le orecchie del sordo-muto si aprirono e si snodò la sua lingua per modo, che parlava distintamente. Così quando Iddio tocca con la sua grazia un povero peccatore, subito si aprono le orecchie del suo spirito ad intendere la voce di Lui, della coscienza, della Chiesa, anzi delle creature stesse, che lo invitano ad amare il Signore; e la sua lingua si snoda per lodare, ringraziare, e benedire in mille guise Colui, che con la sua destra onnipotente ha operato in lui quel grande mutamento. Voi vedete adunque come tutte le particolarità di questo miracolo non erano a caso, ma per dare a noi importanti ammaestramenti, e farci conoscere sopra tutto quanto sia difficile uscir dallo stato di peccato, e che per sottrarsi alla sua trista e lamentevole servitù vi vogliono molti sforzi, penitenti sospiri e fervorose preghiere.

3. Finalmente ci dice il Vangelo, che, operato il miracolo, Gesù, dandoci una grande lezione di umiltà, insegnandoci cioè a fuggire gli applausi e le lodi degli uomini, ordinò a tutti quelli che gli erano d’intorno a non dir nulla a nessuno.Ma quella gente nel comando di Gesù Cristo non vedendo altro che l’ammirabile modestia del benefattore, per quanto loro lo comandasse, tanto più lo celebravano, e tanto più ne restavano ammirati, e dicevano: Ha fatto bene tutte le cose, ha fatto che odano i sordi, e i muti favellino. Ecco, o miei cari, l’elogio più eloquente: Bene omnia fecit; ha fatto bene ogni cosa. Ora, perché Gesù fece bene ogni cosa? Perché lo scopo di tutte le azioni, dal principiar di sua vita sino al Calvario, fu la gloria di Dio e la santificazione degli uomini. Non cerco la mia gloria, Egli diceva, ma quella di Colui, che mi ha mandato (Ioan. V. 3.). Così noi faremo bene ogni cosa, quando agiremo in tutto per la gloria di Dio e per la santificazione dell’anima nostra ed altrui. Adempiamo adunque i nostri doveri, qualunque siano, con l’intenzione di piacere a Dio e di salvarci. Ma osserviamo infine che quel bene omnia fecit, che di Gesù Cristo ci dice il Vangelo, significa ancora che tutte le opere, cui Egli pose mano, furono da Lui compiute con tutta proprietà ed esattezza. E ciò Egli fece altresì per dare a noi un grande ammaestramento intorno al modo di compiere le nostre azioni. Intendiamolo bene adunque, o miei cari; non è necessario di fare cose strepitose, che chiamino l’altrui attenzione e attraggano gli altrui sguardi; quello che massimamente importa è applicarsi a far bene le cose più ordinarie. Quando perciò ci dedichiamo al santo esercizio dell’orazione, preghiamo con tutta l’anima nostra, sotto lo sguardo di Dio e col desiderio d’esser intesi; quando siamo al lavoro, adempiamo il nostro compito con coraggio ed energia, come se Dio in persona ce lo avesse affidato; quando pigliamo il nostro nutrimento, portiamo con ogni semplicità alle labbra il pane quotidiano, pensando a Dio che ce lo dà; quando gustiamo le dolcezze del sonno, ristoriamo le nostre forze sotto lo sguardo di Colui, che su di noi veglia notte e giorno. Insomma, qualunque sia la cosa che ci occupa, facciamola con purità d’intenzione e con esattezza di modo. E così anche noi avremo fatto bene ogni cosa.

 Credo …

Offertorium

Orémus
Ps XXIX: 2-3
Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me, nec delectásti inimícos meos super me: Dómine, clamávi ad te, et sanásti me.
[O Signore, Ti esalterò perché mi hai accolto e non hai permesso che i miei nemici ridessero di me: Ti ho invocato, o Signore, e Tu mi hai guarito.]

Secreta

Réspice, Dómine, quǽsumus, nostram propítius servitútem: ut, quod offérimus, sit tibi munus accéptum, et sit nostræ fragilitátis subsidium. [O Signore, Te ne preghiamo, guarda benigno al nostro servizio, affinché ciò che offriamo a Te sia gradito, e a noi sia di aiuto nella nostra fragilità.]

Communio

Prov III: 9-10
Hónora Dóminum de tua substántia, et de prímitus frugum tuárum: et implebúntur hórrea tua saturitáte, et vino torculária redundábunt.
[Onora il Signore con i tuoi beni e con l’offerta delle primizie dei tuoi frutti, allora i tuoi granai si riempiranno abbondantemente e gli strettoi ridonderanno di vino.]

Postcommunio  

 Orémus.
Sentiámus, quǽsumus, Dómine, tui perceptióne sacraménti, subsídium mentis et córporis: ut, in utróque salváti, cæléstis remédii plenitúdine gloriémur.
[Fa, o Signore, Te ne preghiamo, che, mediante la partecipazione al tuo sacramento, noi sperimentiamo l’aiuto per l’ànima e per il corpo, affinché, salvi nell’una e nell’altro, ci gloriamo della pienezza del celeste rimedio.]

Per l’odinario vedi:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

DOMENICA X DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA X DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LIV: 17; 18; 20; 23
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante saecula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet. [Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]
Ps LIV:2
Exáudi, Deus, oratiónem meam, et ne despéxeris deprecatiónem meam: inténde mihi et exáudi me.
[O Signore, esaudisci la mia preghiera e non disprezzare la mia supplica: ascoltami ed esaudiscimi.]
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sæcula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet.
[Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui omnipoténtiam tuam parcéndo máxime et miserándo maniféstas: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, ad tua promíssa curréntes, cœléstium bonórum fácias esse consórtes.
[O Dio, che manifesti la tua onnipotenza soprattutto perdonando e compatendo, moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché quanti anelano alle tue promesse, Tu li renda partecipi dei beni celesti.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XII: 2-11
Fratres: Scitis, quóniam, cum gentes essétis, ad simulácra muta prout ducebámini eúntes. Ideo notum vobisfacio, quod nemo in Spíritu Dei loquens, dicit anáthema Jesu. Et nemo potest dícere, Dóminus Jesus, nisi in Spíritu Sancto. Divisiónes vero gratiárum sunt, idem autem Spíritus. Et divisiónes ministratiónum sunt, idem autem Dóminus. Et divisiónes operatiónum sunt, idem vero Deus, qui operátur ómnia in ómnibus. Unicuíque autem datur manifestátio Spíritus ad utilitátem. Alii quidem per Spíritum datur sermo sapiéntiæ álii autem sermo sciéntiæ secúndum eúndem Spíritum: álteri fides in eódem Spíritu: álii grátia sanitátum in uno Spíritu: álii operátio virtútum, álii prophétia, álii discrétio spirítuum, álii génera linguárum, álii interpretátio sermónum. Hæc autem ómnia operátur unus atque idem Spíritus, dívidens síngulis, prout vult.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

LE DIVERSE CONDIZIONI SOCIALI

“Fratelli: Voi sapete che quando eravate gentili correvate ai simulacri muti, secondo che vi si conduceva. Perciò vi dichiaro che nessuno, il quale parli nello Spirito di Dio dice: «Anatema a Gesù»; e nessuno può dire: «Gesù Signore», se non nello Spirito Santo. C’è, sì, diversità di doni; ma lo Spirito è il medesimo. Ci sono ministeri diversi, ma il medesimo Signore; ci sono operazioni differenti, ma è il medesimo Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito, perché sia d’utilità. Mediante lo Spirito a uno è data la parola di sapienza, a un altro è data la parola di scienza, secondo il medesimo Spirito. A un altro è data nel medesimo Spirito la fede; nel medesimo Spirito a un altro è dato il dono delle guarigioni: a un altro il potere di far miracoli; a un altro la profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro la varietà delle lingue, a un altro il dono d’interpretarle. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, il quale distribuisce a ciascuno come gli piace”.

Nei primi tempi della Chiesa, quando essa aveva maggior bisogno di prove esterne per affermarsi e dilatarsi, ai fedeli venivano concessi, visibilmente e in abbondanza, doni spirituali. Erano doni che dovevano servire non al vantaggio personale di chi li possedeva, ma per il bene generale della comunità cristiana. Nell’Epistola riportata, S. Paolo ne enumera nove. I Corinti, abbondantemente forniti di questi doni se ne insuperbivano. L’Apostolo per togliere tale abuso, stabilita la regola che, per conoscere se tali doni vengono da Dio o dal demonio, è da attendere se promuovono la fede in Gesù Cristo e il suo amore, insegna che, sebbene questi doni siano vari, distribuiti parte agli uni, parte agli altri; è lo stesso Spirito Santo che li distribuisce. Se sono molteplici e diversi i ministeri che si esercitano nella Chiesa; quelli che li esercitano sono tutti servi dello stesso Signore, Gesù Cristo. Se sono molteplici gli effetti prodotti da questi doni e da questi ministeri, è lo stesso Dio che opera in tutti. Il dono, poi, a chiunque sia stato concesso, è stato concesso per utilità degli altri. – La conseguenza da tirare è facile. I Corinti non avevano nessun motivo di orgoglio o di vanità per ì doni ricevuti. Quelli poi che avevano i doni più umili non dovevano invidiare quelli che avevano doni più eccellenti. Conseguenza pratica per noi: date le disuguaglianze che ci sono nella società:

1 I meno favoriti non devono rammaricarsi,

2 I più favoriti non hanno motivo di insuperbire,

3 Tutti devono cooperare a vivere in armonia.

1.

Quella distinzione di grazie, di attività, di misteri, che fa notare S. Paolo nel mistico corpo della Chiesa, può applicarsi alla società in generale. Anche questa, così varia nelle condizioni degli individui, vive una vita unica, a cui partecipano, come parte di un sol corpo, tutti i suoi membri. Ci sono ministeri diversi, ma il medesimo Signore. Altro è il ministero dell’Apostolo, altro quello del Vescovo, altro quello del sacerdote; ma è uno solo che dispensa questi ministeri: Dio. Nella società altra è la funzione di ehi governa e di chi è governato; altra quella del ricco e altra quella del povero; altra quella del pensatore e altra quella del bracciante: ina tutti hanno un compito che va a risolversi nell’armonia sociale voluta da Dio. – Si usa considerare la società come divisa in due campi: quello dei ricchi, dei gaudenti, dei parassiti, e quello dei diseredati, degli infelici, dei lavoratori. Naturalmente quelli d’una classe non hanno sempre sentimenti lodevoli verso quelli dell’altra. Ma non dovrebbe essere così. Cominciamo dalla classe dei meno favoriti. Vediamo i lavoratori. Generalmente il lavoro manuale viene considerato come un lavoro di poca considerazione, che avvilisce i lavoratori, mettendoli al disotto di coloro che non attendono a simili lavori. Se il lavoro manuale avvilisse, se mettesse i lavoratori in condizione di inferiorità di fronte agli altri, non si capirebbe come Gesù Cristo abbia lasciato gli splendori del cielo, la compagnia degli Angeli per sudare in una bottega. Quando in un lavoro si ha per compagno Gesù Cristo, chi può affermare che è un lavoro che disonora? Chi lavora, sia pure manuale il suo lavoro, può portar la testa alta come il grande pensatore. Ciò che disonora non è il genere di lavoro, è l’ozio. Vediamo coloro che nella società sono trascurati, non compresi, dimenticati, accanto a coloro che godono onori, posseggono titoli, gradi ecc. Anche questi non dovrebbero rammaricarsi, darsi alla tristezza. Le cose non continueranno sempre così. È questione di un po’ di pazienza. Sulla scena del teatro, chi rappresenta la parte di re, chi di suddito, chi di mecenate, chi di protetto, chi di padrone, chi di servo. Gli uni indossano abiti preziosi, gli altri portano abiti dimessi. Nessuno però, ha invidia della parte rappresentata da un altro, o degli abiti che indossa. Tanto è una scena di breve durata. Quando cala il sipario, tutte le grandezze scompaiono. Quando cala il sipario che chiude la nostra vita, tutti siamo eguali; nessuno porta di là blasoni, titoli, onorificenze. Ci sono i poveri di fronte ai ricchi. Qui il motivo di rammaricarsi è minore ancora. Sorge dalla falsa persuasione che ricchezza e felicità siano una cosa sola. S. Giuseppe Oriol, era chiamato dai suoi Catalani il «Santo allegro ». Un giorno fu visto in coro in preda a una certa inquietudine. Chiestogli da chi gli stava vicino che cosa gli fosse accaduto, rispose di aver in tasca un certo diavoletto che gli cagionava molto fastidio. E, uscito subito dal suo posto, diede a un povero, che trovò nella chiesa, la moneta che lo tormentava. Così riacquistò la sua tranquillità abituale (M. Carlo Salotti, Vita di S. Giuseppe Oriol; Roma, 1909). Si tratta di un Santo, direte; è vero. Ma persuadiamoci pure che le ricchezze turbano l’animo anche di chi non è santo. Per chi si lascia da esse dominare, le ricchezze sono «splendidi tormenti», come le chiama S. Cipriano» (Ad Donatum, 12). E, naturalmente, sono tormenti tanto più gravi, quanto più sono abbondanti. Ne abbiamo la prova ogni giorno. Chi sono quelli che si tolgono la vita, incapaci di resistere alle prove che l’accompagnano? Sono quasi sempre dei ricchi; e tra questi è preponderante il numero dei ricchissimi.

2.

A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito, perché sia di utilità. Qui è dichiarato lo scopo di questi doni soprannaturali. Essi sono dati non in vista dell’individuo che è ne è fornito, ma in vista dell’utilità della Chiesa.  Questi doni hanno un’unica origine, il Signore, hanno un unico fine, l’utilità della Chiesa. Sbagliano, quindi, quei Corinti che si lamentano per averne ricevuti meno che gli altri; e sbagliano quei Corinti che diventano orgogliosi per averne ricevuti di più. Anche rispetto alla società civile possiamo dire che sbagliano tanto quelli che si rattristano, perché si trovano inferiori agli altri, quanto quelli che vanno gonfi, perché si trovano superiori. Se tu hai beni, gradi, titoli che ti fanno superiore agli altri, non devi credere che dipenda tutto da te. Se il Signore non avesse benedetto le tue fatiche, i tuoi tentativi, se non ti avesse posto in particolari condizioni e in particolari circostanze, saresti povero, dimenticato, sconosciuto come gli altri. Quanti hanno sudato, pensato, osato più di te, e si trovano in condizione ben inferiore alla tua. Dove Dio aiuta ogni cosa riesce. Senza la benedizione di Dio, al contrario, tutte le fatiche e tutti i pensamenti degli uomini non riescono a nulla. «Se il Signore non edifica la casa, inutilmente vi si affannano i costruttori» (Ps. CXXVI, 1).Se ti trovi in condizioni sociali migliori di quelle degli atri, pensa che è anche maggiore la tua responsabilità. « A chi molto fu dato, molto sarà richiesto» (Luc. XII, 48) è scritto nel Vangelo. In certo modo, invece di disprezzare chi ti è inferiore, dovresti onorarlo, perché egli ha meno responsabilità della tua, e a lui sarà chiesto conto con meno rigore che a te. L’uomo si giudica dalle sue opere. Se tu con tutti i tuoi privilegi e i tuoi beni, non fai niente di buono; e un altro, povero, disprezzato compie delle buone opere; chi è più degno di stima di rispetto, di considerazione? Se poi entriamo nel campo spirituale, quello che tu stimi a te inferiore, può essere cento volte superiore a te. Chi più grande: S. Isidoro, agricoltore ; S. Giuseppe Benedetto Labre, pellegrino medicante ; S. Zita, domestica, o tanti fortunati del mondo, che passarono all’altra vita senza biasimo e senza lode?Per quanto possono essere notevoli le disuguaglianze su questa terra, non dovrebbero essere motivo di tristezza o di orgoglio. «Tutte queste disuguaglianze possono essere uguagliate dalla grazia divina, perché quei che restano fedeli fra le tempeste di questa vita non possono essere infelici» (S. Leone M. Epist. 15, 10).

3.

Lo Spirito Santo distribuisce a ciascuno come gli piace. Nessuno, quindi, può domandargli conto o lamentarsi, se agli uni distribuisce doni più abbondanti che agli altri. Se lo Spirito Santo distribuisce a suo piacimento, non fa, però, una distribuzione capricciosa. Tutti i doni distribuiti debbono cooperare al bene comune della Chiesa; perciò, tra essi bisogna che ci sia quella comunicazione che c’è tra le varie membra di un sol corpo. Lo stesso possiam dire delle varie mansioni nella società. La natura della società, stabilita da Dio, è tale che le varie classi, sono collegate tra di loro in maniera che una non possa far senza dell’altra. Esse sono destinate ad armonizzare fra loro, in guisa da produrre un completo equilibrio.Ci deve essere armonia tra padroni e dipendenti. I padroni, i superiori in genere, devono essere animati dal pensiero di procurare la felicità dei loro dipendenti. Proteggerli se deboli; difenderli, se vessati; procurare il loro benessere se bisognosi. Non devono dimenticarsi che i loro dipendenti hanno un’anima da salvare. Perciò devono facilitar loro il vivere secondo le leggi dell’onestà e secondo i comandamenti di Dio. Sull’animo dell’uomo, sia pure un dipendente, nessuno può aver un dominio maggiore di quello che ha Dio. Nessuno, quindi, può comandare ciò che è contrario ai comandi di Dio. Alla loro volta i dipendenti devono considerare i padroni e i superiori come quelli che sono stati da Dio destinati a curare il loro bene, a esser sostegno nelle difficoltà della vita, a esser guida nelle incertezze. E neppure ci deve essere contrasto tra il lavoro della mente e il lavoro della mano. È necessaria l’uno ed è necessario l’altro. Una macchina che proceda senza chi la guidi non potrà andare avanti bene. La sua forza, invece di produrre benefici, produce danni. Lavora tanto chi studia e dà l’indirizzo, quanto chi eseguisce il lavoro. L’importante è che lavorino tutti, poiché «chi non vuol lavorare non deve neppure mangiare» (2 Tess. III, 10). – Armonia ci dev’essere anche tra ricchi e poveri. La sollecitudine moderata di migliorare la propria condizione e di provvedere all’avvenire non è proibita, ma con tutte le sollecitudini e con tutte le provvidenze, non si chiuderà mai la porta alle miserie: queste si affacceranno sempre. E qui il ricco può colmarsi di meriti e di benedizioni: «Se hai dei beni terreni — scrive S. Agostino — usane in modo da far con essi molti beni e male nessuno» (Epist. 220, 11 ad Bonif.). Ti acquisterai vera gloria, poiché « gloria del buono è l’aver chi possa ricolmare dei suoi benefici » (S. Giovanni Grisostomo. In II Epist. ad Thess. Hom. 3, 12). Ti acquisterai la ricompensa delle preghiere dei beneficati, e farai un sacrificio molto accetto a Dio, come ti assicura l’Apostolo: «Non vogliate dimenticarvi di esercitare la beneficenza e la libertà, perché con tali sacrifici si rende propizio Dio» (Ebr. XIII, 16).

Graduale

Ps XVI: 8; LXVIII: 2
Custódi me, Dómine, ut pupíllam óculi: sub umbra alárum tuárum prótege me.
[Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dell’occhio: proteggimi sotto l’ombra delle tue ali.]
V. De vultu tuo judícium meum pródeat: óculi tui vídeant æquitátem.
[Venga da Te proclamato il mio diritto: poiché i tuoi occhi vedono l’equità.]

Alleluja

Allelúja, allelúja

 Ps LXIV: 2
Te decet hymnus, Deus, in Sion: et tibi redde tu votum in Jerúsalem.
Allelúja. [A Te, o Dio, si addice l’inno in Sion: a Te si sciolga il voto in Gerusalemme. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
Luc XVIII: 9-14.
In illo témpore: Dixit Jesus ad quosdam, qui in se confidébant tamquam justi et aspernabántur céteros, parábolam istam: Duo hómines ascendérunt in templum, ut orárent: unus pharisæus, et alter publicánus. Pharisaeus stans, hæc apud se orábat: Deus, grátias ago tibi, quia non sum sicut céteri hóminum: raptóres, injústi, adúlteri: velut étiam hic publicánus. Jejúno bis in sábbato: décimas do ómnium, quæ possídeo. Et publicánus a longe stans nolébat nec óculos ad cœlum leváre: sed percutiébat pectus suum, dicens: Deus, propítius esto mihi peccatóri.Dico vobis: descéndit hic justificátus in domum suam ab illo: quia omnis qui se exáltat, humiliábitur: et qui se humíliat, exaltábitur.” 

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXVIII.

 “In quel tempo disse Gesù questa parabola per taluni, i quali confidavano in se stessi come giusti, e deprezzavano gli altri: Due uomini salirono al tempio: uno Fariseo, e l’altro Pubblicano. Il Fariseo si stava, e dentro di sé orava così: Ti ringrazio, o Dio, che io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri; ed anche come questo Pubblicano. Digiuno due volte la settimana; pago la decima di tutto quello che io posseggo Ma il Pubblicano, stando da lungi, non voleva nemmeno alzar gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: Dio, abbi pietà di me peccatore. Vi dico, che questo se ne tornò giustificato a casa sua a differenza dell’altro: imperocché chiunque si esalta, sarà umiliato; e chi si umilia, sarà esaltato” (Luc. XVIII, 9-14).

Vi è sopra di questa terra un mostro, che si avventa contro tutti gli uomini senza distinzione di età, di sesso, di condizione, che cerca di guastare tutte le loro opere e di ridurle al nulla, che corrompe in radice tutte le loro più belle azioni e le più grandi virtù, e che tuttavia, oh insensatezza umana! anzi che essere dagli uomini temuto, cercato a morte, combattuto, è dalla maggior parte di loro ricevuto allegramente in loro compagnia, tenuto volentieri al loro fianco, pasciuto dei migliori bocconi, accarezzato ben anche, trattato sempre come un idolo carissimo. – E qual è adunque mai questo mostro in sé così spaventoso e che pure arreca sì poco spavento? qual è? forse l’avrete già indovinato: esso è il mostro della superbia. Ed in vero non è forse la superbia il primo e il più fecondo dei peccati capitali? Non prendo esso il più gran posto nella vita umana? Vi ha forse vizio che più di questo estenda il suo impero? Se pertanto vi ha vizio che debba essere da noi combattuto è certamente questo. E poiché ad inspirare orrore per qualsiasi vizio giova assai il vedere la bruttezza e i danni, che esso arreca, questo appunto procureremo di fare in questa mattina, giacché ce ne porge occasione il Vangelo di questa domenica.

1. Dice adunque il Vangelo di oggi che nostro Signor Gesù Cristo raccontava un giorno questa parabola: Due uomini salirono al tempio a fare orazione: uno Fariseo e l’altro Pubblicano. Et reliqua. Or bene, quale fu lo scopo, che si prefisse Gesù Cristo nel raccontare questa parabola? Già lo si rileva dalla conclusione della parabola stessa, ma lo si conosce anche meglio dalla dichiarazione, con la quale il Vangelo ci fa sapere che Gesù disse questa parabola per taluni, i quali pieni di superbia confidavano in se stessi come giusti e disprezzavano gli altri. Adunque confidare in se stessi ecco il primo carattere della superbia. Il superbo con somma compiacenza fa l’inventario delle sue belle qualità. Egli trova di avere una grande intelligenza, una viva immaginazione, una felice memoria, di sapere assai; egli riconosce d’avere un cuore ben fatto e dotato delle più belle qualità. Sopra tutto egli sente di avere tutta la prudenza necessaria anche per governare un regno, epperò di sapersi regolare convenientemente in tutte le più difficili circostanze senza ricorrere al consiglio di alcuno. Così anzitutto fa il superbo, e così facendo non si abbandona egli ad un grave eccesso? Perché, se pure in lui vi ha qualche cosa di buono, non lo ha ricevuto da Dio? E perché se ne vanta come fosse suo? e ne rapisce a Lui la gloria? e disconosce così la padronanza che ha Iddio sopra di lui? Ecco adunque che il superbo per rispetto a Dio è un ladro, un cieco, un bugiardo, un ribelle; un ladro che ruba al Signore la gloria, che egli protesta di voler soltanto per sé; un cieco che volontariamente chiude gli occhi a non vedere i doni del Signore; un bugiardo che dice suo quel che è di Dio; un ribelle, che in sostanza dice al Signore: non voglio riconoscerti per mio sovrano. Or dunque, considerato anche nel suo primo carattere il peccato di superbia non è forse della massima malizia? Il secondo carattere della superbia è disprezzare e trattar male gli altri. Il superbo stabilisce un confronto fra sé e il suo prossimo e sempre dà il vantaggio a se stesso collocando gli altri al di sotto di sé fino al disprezzo. Difatti che diceva il superbo Fariseo? Mio Dio, vi ringrazio ch’io non sono come il rimanente degli uomini, che sono ladri, ingiusti, ed adulteri, e neppure come codesto Pubblicano. Egli adunque disprezza tutti gli altri uomini, li punge con le più sanguinose ingiurie, li pone tutti nello stesso grado, li giudica senza ragione e li condanna senza giustizia. Fa di tutta l’intera umanità un immenso cumulo di ingiusti, di ladri, di malvagi, e in mezzo a quella folla innumerevole di uomini viziosi, egli solo si proclama giusto ed innocente. E questo generale confronto non gli basta: ha bisogno di una vittima speciale, determinata; ed è contro il povero Pubblicano che egli si scaglia con un’altera parola, con un gesto sprezzante. Ecco adunque nella superbia il disprezzo degli altri spinto al più grave eccesso e per conseguenza la mormorazione, la calunnia, l’ingiustizia, ed aggiungiamo pure l’invidia, la collera, la vendetta, la disonestà, l’apostasia dalla fede, perché a tutto questo porta il disprezzare gli altri. Ed in vero è per superbia che Lucifero si ribellò a Dio volendo essere simile a Lui. È per superbia che Adamo ed Eva disobbedirono al precetto del Signore, desiderando di arrivare a conoscere come Dio il bene ed il male. È persuperbia che Caino ucciso Abele, vedendolo a sé superiore nell’estimazione di Dio. È per superbia che Faraone oppresse gli Ebrei, per superbia che questi mormoravano contro Mosè, per superbia che Saulle attentò più volte la vita di Davide, per superbia che Davide cadde nella disonestà, per superbia che Nabucodònosor, Antioco, Erode si diedero a perseguitare gl’innocenti, per superbia che S. Pietro negò il Divin Redentore, per superbia che gli imperatori romani fecero tante vittime, per superbia che gli eresiarchi recano tanto danno alla Chiesa, insomma fu ed è tuttora per la superbia, che si commettono la maggior parte dei peccati, o più esattamente non vi è peccato alcuno, nel quale non vi entri la superbia. Lo Spirito Santo dice chiaro che la superbia è il principio d’ogni peccato: Initium omnis peccati superbia (Eccli. X. 15); e Cornelio Alapide la chiama centro, da cui partono i raggi di ogni malvagità. – Ma questo vizio ha un terzo carattere che non dobbiam passare sotto silenzio, e che è designato dal Vangelo che meditiamo. L’orgoglioso ostenta il poco di buone opere che compie, e ne trae argomento di vanagloria. Ascoltate di bel nuovo il Fariseo: Io digiuno due volte la settimana e pago la decima di tutti i beni che possiedo. Qui è ben vero, o miei cari, che trattasi di opere eccellenti, e la cui pratica è lodevole assai. Tuttavia queste opere di espiazione e di carità devono esser fatte con la mira di piacere a Dio e non con l’intenzione d’essere stimati dagli uomini. Or ecco come la superbia non è solamente il principio d’ogni peccato, ma ancora la rovina di ogni virtù: poiché, come osserva S. Agostino, tende insidie a tutte le opere buone, affinché periscano. E di fatti dove va il merito delle preghiere, delle elemosine, dei sacramenti, delle pratiche di pietà, quando siano fatte per superbia o dalla superbia siano contaminate? Colui che opera il bene per questo fine di comparire dinanzi agli altri, al termine della vita si sentirà a dire da Dio medesimo: Hai già ricevuto la tua mercede. Oh quanto è brutto adunque, e quanto grave danno arreca il peccato della superbia!

2. Ma la gravezza di questo peccato possiamo ancora rilevarla dai castighi con cui Iddio lo punisce. E come dunque si compie anche quaggiù la giustizia di Dio contro la superbia? Dio primieramente la fa servire a coprire il superbo di onta e di confusione: Gloriam eorum in ignominia commutabo (Ose. IV, 7). Guardate là in quelle basse pianure di Seunaar. Che cosa fanno quei molti là insieme radunati? Ecco quali sono i loro propositi: “Edifichiamo una città, rizziamo una torre, la quale colla cima aggiunga insino al cielo e così facciamo che grande ed eterna sia la ricordanza del nostro nome”. Eccoli adunque a murare con mattoni e con bitume per fabbricare una nuova città ed una gran torre. Ma Iddio si sdegna di quella superbia e viene ad abbatterla. Ora, Egli dice, questo è un sol popolo, ed hanno tutti la stessa lingua, ma io discenderò e confonderò il loro linguaggio, sicché l’uno non capisca più il parlare dell’altro. Come Dio volle, così avvenne. Chiamavano gli architetti e venivano i giornalieri, chiedevano pane per i lavoranti e si portavano pietre per il lavoro, volevano archipendoli e si porgevano picconi; si credettero derisi, cominciarono ad adirarsi gli uni cogli altri, senza che intendessero la cagione delle loro risse, e così smarriti, confusi, smemorati lasciarono in abbandono il superbo attentato, e perduto l’aiuto della comune favella, e quindi rotto il fortissimo legame della società, cominciarono a disgregarsi, andando chi da una parte, chi dall’altra e spargendosi in diversi paesi. Così Iddio in poco tempo ebbe volta in perpetua vergogna la grande superbia di coloro. – In secondo luogo Iddio resiste al superbo. Come coi piccoli ciottoli della spiaggia arresta gli spumanti marosi del mare furibondo, così alle volte con l’onnipotenza, di cui Egli dispone, manda in fumo tutti quanti i disegni del superbo, e fiacca la sua alterigia. Mosè a nome di Dio si presenta a Faraone e gli dice: Il Signore Iddio d’Israele mi manda a dirti che lasci partire il suo popolo, acciocché vada ad offrirgli sacrifici nel deserto. Ma Faraone, pieno di orgoglio, risponde: Chi è questo Signore, alla cui parola io debba obbedire, e pel quale io debba lasciar partire Israele? Non conosco questo Signore e Israele non partirà. Lo stolto si ostina nel suo rifiuto, e Iddio successivamente percuote il suo regno con terribili castighi. Moltitudine incredibile di rane, numero infinito di insetti, nembo di molestissime mosche e tafani, orribile peste, enfiature ed ulceri dolorosissime, uragani con tuono, fuoco e grandine sterminatrice, immensità di locuste, orrore di tenebre, morte di tutti i primogeniti, ecco le dieci piaghe, che colpirono l’Egitto a cagione della superbia del re. Eppure ciò non bastò a piegare quell’ostinato, tanto il mostro della superbia acceca coloro, che cadono tra i suoi artigli. Lascia è vero, partire gli Ebrei, ma appena partiti, si pente d’averli lasciati in libertà, allestisce prestamente un esercito ed egli medesimo alla testa di esso li insegue. Già li ha raggiunti e visto aperto il mar Rosso, pel quale a piede asciutto erano ormai passati gli Ebrei, vi entra e si avanza egli pure. Ma là lo aspetta la collera di Dio. Al tocco della verga di Mosè le acque sospese ritornano con spaventevole fracasso al luogo primiero, coprono e sommergono il superbo Faraone, i cavalieri, i cavalli e i carri, seppellendo ogni cosa negli abissi. Finalmente Iddio punisce l’orgoglioso sottraendogli la sua grazia, abbandonandolo alle sue impure passioni, permettendo talora che faccia delle vergognose cadute, che lo disonorino interamente, e lo compromettano innanzi a tutti coloro, cui studiavasi di piacere, e la cui stima e protezione era da lui ricercata con una febbre ardente: Tradititi illos Deus in passiones ignominiæ (Rom. I, 20). Non avete mai riscontrato delle prove di quanto asserisco? Non avete talvolta udito di qualche famosa caduta, da cui un uomo mai non si rialza? Fu la punizione inflitta a colui che ha voluto innalzarsi a detrimento della divina gloria, per cui, bentosto ha veduto verificarsi la minaccia del divino Maestro: Chiunque si esalta, sarà umiliato. Ecco i castighi con cui anche quaggiù vien punita la superbia, senza nulla dire della terribile morte che minaccia il superbo, della vergogna a cui andrà soggetto nel dì dell’universale giudizio, e delle umiliazioni eterne che proverà nell’inferno.

3. Pertanto, o miei cari, comprendiamo l’importanza di fuggire questo vizio e di esercitare la virtù che ad esso si oppone. L’umiltà con la quale si vince la superbia è di tale importanza che Gesù Cristo istesso ce ne ha dato il  più ammirabile esempio. L’Apostolo S. Paolo parlandoci dei grandi misteri della incarnazione, passione e morte di Gesù Cristo li presenta alla nostra considerazione come misteri di impicciolimento e di umiliazione. Iddio, egli dice, si è esinanito, prendendo la forma di servo: exinanivit semetipsum formam servi accipiens. Gesù Cristo, soggiunse, si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte e morte di croce: Humiliavit semetipsum factus ooediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Di fatti  che misteri del più profondo abbassamento? Epperò Gesù Cristo medesimo insegnando un ammaestramento da prendere per eccellenza da Lui disse: Imparate da me che sono umile di cuore: discite a me quia humilis sum corde. Notate bene – spiega qui S. Agostino – nostro Signore non ci dice: Imparate da me a fabbricare il mondo, ad operare miracoli e a risuscitare i morti, ma bensì ad essere umili di cuore. E come si presentò Egli stesso a nostro modello per eccellenza di umiltà, così si può dire che volle ancora quasi compendiare nell’umiltà tutta quanta la sua morale. Il mondo dice: Bisogna farsi onore, bisogna salire in alto, non bisogna permettere che alcuno vi umilii. Il mondo stima chi occupa i primi posti, le dignità, le cariche, chi comanda, ma non chi umilmente ubbidisce. Il mondo disprezza chi fugge gli onori o lo guarda almeno con aria di compassione quasi per dirgli: Eh folle! non sai quel che importa. Ma Gesù Cristo insegna tutto il contrario. Ecco che cosa Egli dice: « Se alcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Guardatevi bene dal fare le vostre buone opere per essere veduti e lodati dagli uomini, altrimenti non potrete pretendere verun premio dal Padre vostro, che è nei cieli. Se alcuno vuol essere il primo, si faccia l’ultimo, il servo di tutti. Quando avrete fatto tutto bene con esito felice, riconoscete da Dio ogni prospero evento e dite: Siamo servi inutili ed abbiam fatto il nostro dovere. Non vogliate i primi posti; chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. In verità, in verità vi dico, se non diventerete come fanciulli non entrerete nel regno dei cieli ». Ecco la morale del divin Maestro. E questa è la morale che noi dobbiamo praticare imitando la condotta del povero pubblicano. Egli se ne stava lontano, perché l’umiltà induce a nascondersi sempre, anche allora che si fa un po’ di bene, eseguendo incessantemente la massima dell’Imitazione di Cristo: Ama nesciri et prò nihilo reputavi. Dunque teniamoci volentieri in disparte anche noi, e non portiamo mai invidia a coloro che sono più abili di noi alle cariche, agli onori, alle dignità. Il pubblicano non osava levare gli occhi al cielo, perché chi è umile non pretende privilegi o favori speciali da Dio, ma si accontenta delle grazie ordinarie e si studia di ben corrispondere alle medesime. Così facciamo ancor noi. Finalmente il pubblicano percotendosi il petto si confessava con sincerità povero peccatore. Ed ecco: darsi al sentimento della compunzione e della penitenza; alzare a Dio gli accenti della contrizione e del pentimento; ecco ancora la vera umiltà. Il superbo non vuol saperne di manifestare i suoi falli, il dogma della confessione lo rivolta e lo spaventa; non vuol chieder grazia per le colpe, giacché egli stoltamente si vanta d’esser innocente. Così pensa, così parla l’orgoglioso. Ma l’umile invece si china, si prostra, geme, implora, confessa di meritare tutti i rigori, chiede grazia, sollecita la misericordia; egli riconosce di non aver alcun diritto al perdono e fa un appello alla pietà divina. Tale, o miei cari, è l’umiltà verace, sincera, quella che trovò il Salvatore nel pubblicano del Vangelo, ch’Egli lodò in presenza della turba, ed alla quale disse esser toccata la ricompensa della giustificazione, quella grazia che racchiude tutte le altre e senza della quale tutte le altre sarebbero un nulla: Descendit hic iustificatus in domum suam. Coraggio adunque: qui bisogna decidersi: o essere umili con Gesù Cristo, o essere superbi col mondo. Quale sarà pertanto la nostra scelta? Ricordiamoci che il regno dei cieli patisce violenza e che lo conquisteranno solamente coloro che attendono a combattere le proprie passioni e che, se con Gesù Cristo e per Gesù Cristo, saremo umili sopra di questa terra, alla fine saremo con Lui esaltati in cielo, perché se è verissimo che chi si esalta sarà umiliato, è pure certissimo che chi si umilia sarà esaltato.

Credo…

Offertorium

Orémus
Ps XXIV: 1-3
Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.
[A Te, o Signore, ho innalzata l’anima mia: o Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire: che non mi irridano i miei nemici: poiché quanti a Te si affidano non saranno confusi.]

Secreta

Tibi, Dómine, sacrifícia dicáta reddántur: quæ sic ad honórem nóminis tui deferénda tribuísti, ut eadem remédia fíeri nostra præstáres. [A Te, o Signore, siano consacrate queste oblazioni, che in questo modo volesti offerte ad onore del tuo nome, da giovare pure a nostro rimedio.]

Communio

Ps L: 21.
Acceptábis sacrificium justítiæ, oblatiónes et holocáusta, super altáre tuum, Dómine. [Gradirai, o Signore, il sacrificio di giustizia, le oblazioni e gli olocausti sopra il tuo altare.]

Postcommunio

Orémus.
Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, quos divínis reparáre non désinis sacraméntis, tuis non destítuas benígnus auxíliis.
[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché benigno non privi dei tuoi aiuti coloro che non tralasci di rinnovare con divini sacramenti.]

Per l’ordinario vedi:

Ordinario della Messa – ExsurgatDeus.org.

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: 15 AGOSTO – FESTA DELL’ASSUNZIONE DELLA SS. VERGINE

I SERMONI DEL CURATO D’ARS

15 Agosto

FESTA DEL L’ASSUNZIONE DELLA SS. VERGINE.

SULLE GRANDEZZE DI MARIA.

Quia respexit humilitatem ancillæ suæ.

[Perché il Signore ha riguardato la bassezza della sua ancella].

(S. LUCA I, 48).

[I Sermoni del B. GIOVANNI B. M. VANNEY, trad. It. di Giuseppe D’Isengrad P. d. M. – vol. IV, Torino, Libreria del Sacro Cuore – 1908- imprim. Can. Ezio Gastaldi-Santi, Provic. Gen., Torino, 8  apr. 1908]

Se noi vediamo, fratelli miei, la SS. Vergine abbassarsi nella sua umiltà al di sotto d’ogni creatura, vediamo pure quest’umiltà innalzarla al di sopra di tutto ciò che non è Dio. No, non i grandi della terra l’han sollevata al sommo grado di dignità nella quale abbiamo oggi la lieta ventura di contemplarla. Le tre Persone della SS. Trinità l’han posta su quel trono di gloria; l’han proclamata Regina del cielo e della terra, facendola depositaria di tutti i tesori celesti. No, miei fratelli, non riusciremo mai ad intender sufficientemente le grandezze di Maria, e il potere conferitole dal suo divino Figliuolo; non potremo mai conoscer bene quanto desidera di farci felici. Ci ama come figli: e si rallegra del potere datole da Dio, perché può così giovarci di più. Sì, Maria è nostra mediatrice; essa presenta tutte le nostre preghiere, le nostre lacrime, i nostri gemiti al suo divin Figlio; Ella attira su noi le grazie necessarie alla nostra salute. Lo Spirito santo ci dice che Maria è, tra tutte le creature, un prodigio di grandezza, un prodigio di santità e un prodigio d’amore. Quale felicità per noi, miei fratelli, e quale speranza per la nostra salute! Ravviviamo dunque la nostra fiducia in questa buona e tenera Madre, considerando: 1° la sua grandezza; 2° il suo zelo per la nostra salute; 3° ciò che dobbiam fare per piacerle e meritarne la protezione.

I. — Parlar delle grandezze di Maria, miei fratelli, è voler impicciolire l’idea grande che ve ne fate; poiché dice S. Ambrogio che Maria è innalzata a sì alto grado di gloria, d’onore e di potenza, cui neppur gli Angeli son capaci di comprendere: ciò è riservato a Dio solo. Quindi concludo che quanto potrete udire, sarà nulla o quasi nulla a confronto di ciò che è Maria agli occhi dì Dio. Il più bell’elogio, che possa farcene la Chiesa, è dirci che Maria è Figlia dell’eterno Padre, Madre del Figliuol di Dio salvatore del mondo, e Sposa dello Spirito santo. Se l’eterno Padre ha scelto Maria qual sua Figlia privilegiata, qual torrente di grazie non dovette Egli versar nell’anima sua? Ella sola ne ricevette più che tutti insieme gli Angeli e i Santi. Innanzi tutto la preservò dal peccato originale, grazia concessa soltanto a Lei. L’ha confermata in questa grazia, con piena certezza che mai la perderebbe. Sì, miei fratelli, l’eterno Padre l’arricchì de’ doni celesti a proporzione dell’alta dignità, a cui doveva innalzarla. Ne formò un tempio vivo delle tre Persone della SS. Trinità. – Diciamo meglio ancora: fece per essa quanto poteva farsi per una creatura. Se l’eterno Padre ebbe sì gran cura di Maria, sappiamo che lo Spirito Santo scese pure ad abbellirla in tal grado, che, fin dall’istante del suo concepimento, divenne oggetto delle compiacenze delle tre divine Persone. Maria soltanto ha la bella sorte d’esser Figlia privilegiata dell’eterno Padre, ed ha pur quella d’esser Madre del Figliuolo e Sposa dello Spirito Santo. Per tale dignità incomparabile si vede congiunta alle tre divine Persone per formare il corpo adorabile di Gesù Cristo. Di Lei Dio doveva servirsi per abbattere e rovinare l’impero del demonio. Di Lei si valsero le tre Persone divine per salvare il mondo dandogli un Redentore. Avreste pensato mai che Maria fosse un tale abisso di grandezza, di potenza e d’amore? Dopo il Corpo adorabile di Gesù Cristo Essa è il più bello ornamento della corte celeste. Possiam dire che il trionfo della SS. Vergine in cielo è il compimento di tutti i meriti di quest’augusta Regina del cielo e della terra. In quell’istante ricevette l’ultimo ornamento della sua incomparabile dignità di Madre di Dio. Dopo aver per qualche tempo tollerato le molteplici miserie della vita e incontrato poi le umiliazioni della morte, andò infine a godere della vita più gloriosa e più felice di cui possa godere una creatura. Talora ci meravigliamo che Gesù, il quale amava tanto sua Madre, l’abbia lasciata dopo la sua resurrezione così a lungo sulla terra. La ragione fu che voleva con questo ritardo procurarle maggior gloria; d’altra parte gli Apostoli avevano ancor bisogno di Lei per essere consolati e guidati. Maria infatti rivelò agli Apostoli segreti più grandi della vita nascosta di Gesù Cristo. Maria pure spiegò il vessillo della verginità, ne fece conoscere tutto lo splendore, tutta la bellezza, e ci mostra l’inestimabile premio riserbato a uno stato sì santo. Ma rimettiamoci in via, fratelli miei, e continuiamo a seguire Maria fino al momento, in cui abbandona questo mondo. Gesù Cristo volle, che, prima d’essere assunta al cielo, potesse anche una volta rivedere gli Apostoli. Tutti, eccetto S. Tommaso, furono miracolosamente trasportati intorno al suo povero letto. Per un atto profondissimo di quell’umiltà, che aveva spinto sempre al più alto grado, Maria volle baciare a tutti i piedi, e chiese loro la benedizione. Quest’atto era apparecchio all’altissima gloria, a cui il suo Figliuolo doveva innalzarla. Quindi Maria diede a tutti la sua benedizione. È impossibile far intendere quante lacrime abbiano allora versato gli Apostoli per la perdita che stavano per fare. Dopo il Salvatore la SS. Vergine non era loro unica felicità, loro sola consolazione? Per mitigare un po’ la loro pena, Ella promise che non li dimenticherebbe dinanzi al suo divino Figliuolo. Si crede che l’Angelo medesimo, da cui le era stato annunziato il mistero dell’Incarnazione, venisse a indicarle, a nome del suo Figliuolo, l’ora della sua morte. La SS. Vergine rispose all’Angelo: « Ah! qual felicità! E come desideravo questo momento! » Dopo sì lieta notizia volle fare il suo testamento che fu presto fatto. Aveva due vesti e le diede a due vergini, che da lungo tempo la servivano. Si sentì allora infiammata di tanto amore, che l’anima sua, simile ad accesa fornace, non poté più rimanere nel corpo. Beato momento! È possibile, fratelli miei, considerar le meraviglie, che accompagnarono tal morte, e non sentir ardente desiderio di viver santamente per santamente morire? Certo non dobbiamo aspettarci di morir d’amore, ma almeno abbiamo speranza di morir nell’amor di Dio. Maria non teme punto la morte, poich’essa la metterà a possesso della perpetua felicità. Sa che l’aspetta il paradiso, e ch’Ella ne sarà uno de’ più belli ornamenti. – Il suo Figliuolo e tutta la corte celeste si fanno anzi per celebrare così splendida festa; i santi e le sante del cielo aspettano solo gli ordini di Gesù, per venir in cerca di questa Regina e condurla trionfalmente nel suo regno. In cielo tutto è apparecchiato per riceverla; essa riceverà onori superiori a quanto può immaginarsi. Per uscir da questa vita Maria non ebbe a soffrir malattia, perché esente da peccato. Non ostante la sua età, il suo corpo non fu mai deperito, come quello degli altri mortali, anzi sembrava prendere nuovo splendore a misura che si avvicinava alla fine. S. Giovanni Damasceno ci dice che Gesù Cristo in persona venne in cerca della Madre sua. Così spariva questo bell’astro, che per settantadue anni aveva rischiarato il mondo. Sì, miei fratelli, Maria rivide il suo Figliuolo, ma in aspetto ben diverso da quello in cui l’aveva visto, quando, tutto coperto di sangue, era confitto alla croce. O Amor divino, ecco la più bella delle tue vittorie e delle tue conquiste! Non potevi far di più, ma neppure avresti potuto far di meno! Sì, miei fratelli, se la Madre d’un Dio doveva morire, non poteva morire che in un impeto d’amore. O bella morte! o morte beata! o morte desiderabile! Ah! Ella è pur compensata di quel torrente d’umiliazioni e di dolori, di cui la sua sant’anima fu inondata nel corso della sua vita mortale! Sì, essa rivede il suo Figliuolo, ma ben diverso da ciò che era il giorno in cui l’aveva visto nel tempo della sua dolorosa passione, tra le mani de’ suoi carnefici, sotto il peso della croce senza poterlo sollevare. Oh! no: non lo vede più in sì triste apparato, capace di annichilare una creatura un po’ sensibile; ma lo vede, dico, splendente di tanta gloria, ch’è la gioia e la felicità del cielo: vede gli Angeli e i Santi che lo circondano, lo lodano, lo benedicono e l’adorano fino ad annientarsi dinanzi a Lui. Sì, rivede quel tenero Gesù, esente da tutto ciò che può farlo patire. Ah! chi di noi non vorrà lavorare per andare a raggiungere Madre e Figlio in quel luogo di delizie? Pochi momenti di combattimento e di patimenti sono larghissimamente ricompensati. – Ah! miei fratelli, che morte beata! Maria non teme nulla, perché ha sempre amato il suo Dio: non rimpiange nulla, perché non possedette mai altro che il suo Dio. Vogliamo morire senza timore? Viviamo nell’innocenza come Maria; fuggiamo il peccato, ch’è nostra sola sventura nel tempo e nell’eternità. Se avemmo la grande sventura di commetterlo, piangiamo, conforme all’esempio di S. Pietro, fino alla morte, e il nostro dolore termini solo colla vita. Imitando l’esempio del santo re David, scendiamo nella tomba versando lacrime: e nell’amarezza del nostro pianto laviamo le anime nostre (Ps. VI, 7). Vogliamo, come Maria, morire senza rammarico? Viviamo com’Ella senza attaccarci alle cose create; facciamo com’eElla, amiamo Dio solo, Lui soltanto desideriamo, e cerchiamo unicamente di piacergli in tutto ciò che facciamo. Beato il Cristiano, che non lascia nulla e ritrova tutto!… Accostiamoci ancora un momento a quel povero letticciuolo, che ha la bella sorte di reggere questa perla preziosa, questa rosa sempre fresca e senza spine, questo globo di luce e di gloria, che deve dare nuovo splendore a tutta la corte celeste. Gli Angeli, si dice, intonarono un cantico d’allegrezza nell’umile casetta ov’era il sacro corpo, ed essa era imbalsamata d’odore sì gradito, che pareva vi fossero scese tutte le dolcezze del paradiso. Andiamo, fratelli miei, accompagniamo questo sacro corteo; teniam dietro a questo tabernacolo in cui l’eterno Padre aveva rinchiuso tutti i suoi tesori, e che, per qualche tempo starà nascosto, come fu nascosto il corpo del suo divino Figliuolo. Il dolore e i gemiti resero senza parola gli Apostoli e i fedeli venuti in grandissimo numero a vedere anche una volta la Madre del loro Redentore. Ma, riavutisi, cominciarono a cantare inni e cantici per onorare il Figlio e la Madre. Degli Angeli una parte sali al cielo per condurre in trionfo quest’anima senza pari; l’altra restò sulla terra per celebrar le esequie del suo corpo. Or vi chiedo, fratelli miei, chi potrà esser capace di dipingerci sì bello spettacolo? Da una parte s’udivano gli spiriti celesti usar tutto la loro arte di paradiso per manifestare la gioia ond’erano pieni per la gloria della loro Regina; dall’altra si vedevano gli Apostoli e gran numero di fedeli levare anch’essi le loro voci per accompagnare le armonie di quei divini cantori. S. Giovanni Damasceno ci dice che, prima di mettere nel sepolcro il santo corpo, tutti ebbero la sorte felice di baciare quelle mani sacrosante, che avevan tante volte portato il Salvatore del mondo. In quell’istante non vi fu infermo che non fosse guarito; non vi fu alcuno in Gerusalemme, che non chiedesse a Dio qualche grazia per intercessione di Maria e non l’ottenesse. Dio volle così per farci intendere che tutti coloro, i quali poi avrebbero ricorso a Lei, erano certi di tutto ottenere. Poiché ciascuno, dice il medesimo santo, ebbe soddisfatto alla sua pietà, e ottenuto ciò che chiedeva, si pensò alla sepoltura della Madre di Dio. Gli Apostoli, secondo l’usanza de’ Giudei, ordinarono che si lavasse e s’imbalsamasse il sacro corpo. Incaricarono di quest’ufficio due vergini, ch’erano ai servizi di Maria. Queste, per miracolo, non poterono veder, né toccare il santo corpo. Si credette riconoscere in questo il volere di Dio, e il corpo fu sepolto con tutte le sue vesti. Se Maria fu sulla terra umile in guisa che non ebbe pari, anche la sua morte e la sua sepoltura non ebbero eguale per la grandezza delle meraviglie che vi accaddero. Gli Apostoli in persona portarono quel prezioso deposito, e il sacrosanto corteo traversò la città di Gerusalemme fino al luogo della sepoltura, ch’era nel borgo di Gethsemani nella valle di Giosafat. Tutti i fedeli l’accompagnarono con fiaccole in mano, molti si univano per via a quella pia folla, che portava l’arca della nuova alleanza e la conduceva al luogo del suo riposo. Dice S. Bernardo che gli Angeli facevano anch’essi la loro processione, precedendo e seguendo il corpo della loro Sovrana con cantici d’allegrezza: tutti gli astanti udivano il canto degli Angeli, e, dovunque passava, quel sacro corpo spandeva una fragranza deliziosa, come se tutte le dolcezze e i profumi celesti fossero discesi sulla terra. Vi fu, aggiunge il santo, un disgraziato Giudeo, che, consumato dalla rabbia nel vedere che si rendevano sì grandi onori alla Madre di Dio, si scagliò sul santo corpo per farlo cadere nel fango; ma appena l’ebbe toccato, ambe le mani gli caddero inaridite. Pentito pregò S. Pietro a farlo accostare al corpo della SS. Vergine; e nell’atto in cui lo toccava, le sue due mani si rimisero a posto da sé in modo che pareva non fossero state mai separate dal braccio. Il corpo della Madre di Dio essendo stato rispettosamente deposto nel sepolcro, i fedeli tornarono a Gerusalemme; ma gli Angeli continuarono a cantar per tre giorni le lodi di Maria, gli Apostoli venivano, gli uni dopo gli altri, ad unirsi agli Angeli che se ne stavano sopra la tomba. In capo a tre giorni S. Tommaso, il quale non aveva assistito alla morte della Madre di Dio, chiese a S. Pietro la consolazione di vedere anche una volta quel corpo verginale. Andarono dunque al sepolcro; ma non vi trovarono più che le vesti. Gli Angeli l’avevano trasportata in cielo, poiché non si sentivano più i loro canti. Per farvi una fedele descrizione della sua entrata gloriosa e trionfante in cielo, bisognerebbe, fratelli miei, ch’io fossi Dio medesimo, che in quel momento volle prodigare alla Madre sua tutte le ricchezze del suo amore e della sua riconoscenza. Possiam dire che allora raccolse quant’era capace di abbellirne il celeste trionfo. « Apritevi, porte del cielo, ecco la vostra Regina che abbandona la terra per adornare i cieli colla grandezza della sua gloria, coll’immensità de’ suoi meriti e della sua dignità ». Quale stupendo spettacolo! Il cielo non aveva visto mai entrare nel suo recinto creatura sì bella, sì compita, sì perfetta, sì ricca di virtù. « Chi è costei, dice lo Spirito Santo, che s’innalza dal deserto di questa vita ricolma di delizie e d’amore, appoggiata al braccio del suo Diletto?… » (Cant. C. VIII, 5). Avvicinatevi: le porte del cielo si schiudono, e tutta la corte celeste si prostra dinanzi a Lei come a sua Sovrana. Gesù Cristo in persona la conduce in mezzo alla gloria del suo trionfo, e le fa sedere sul più bel trono del suo regno. Le tre Persone della SS. Trinità le mettono in capo una splendente corona e la rendono depositaria di tutti i tesori del cielo. Oh! miei fratelli, qual gloria per Maria! Ma insieme quale argomento di speranza per noi saperla elevata a sì alta dignità, e conoscer quanto ardentemente desideri di salvare le anime nostre!

II. — Quale amore non ha Maria per noi? Ci ama come figli; se fosse stato necessario, sarebbe stata pronta a morire per noi. Rivolgiamoci a Lei con grande fiducia, e saremo sicuri che, per quanto siamo meschini, ci otterrà la grazia della conversione. Ha tanta cura della salute delle anime nostre, e desidera tanto la nostra felicità!… Nella vita di S. Stanislao, devotissimo della Regina del cielo (Ribadeneira: 15 Agosto), leggiamo che, mentre un giorno pregava, chiese alla SS. Vergine che volesse una volta lasciarsegli vedere insieme al bambino Gesù. Tale preghiera riuscì così gradita a Dio, che nell’istante medesimo Stanislao vide apparirgli dinanzi la SS. Vergine, la quale teneva tra le braccia il santo Bambino. Un’altra volta, essendo infermo e in casa di luterani che non volevano permettergli di ricevere la Comunione, si rivolse alla SS. Vergine e la pregò di procacciargli tanta felicità. Finita appena la sua preghiera vide venire un Angelo, che gli recava l’Ostia santa, accompagnato dalla SS. Vergine. L’istesso gli accadde in circostanza quasi simile: un Angelo gli recò Gesù Cristo e gli diede la santa Comunione. Vedete, fratelli miei, quanta cura ha Maria della salvezza di chi confida in Lei? Siam pur felici d’aver una Madie che ci ha preceduto nella pratica delle virtù, di cui dobbiamo essere adorni, se vogliamo piacere a Dio e giungere al cielo! Ma badiamo bene di non far poco conto di Lei e del culto che le si rende! S. Francesco Borgia ci narra che un gran peccatore sul letto di morte non voleva udir parlare né di Dio, né d’anima, né di confessione. S. Francesco, ch’era allora nel paese di quel disgraziato, si mise a piegare Iddio per lui; e, mentre pregava piangendo, udì una voce che gli disse: « Va, Francesco, va a portar la mia croce a quest’infelice, esortalo alla penitenza ». S. Francesco corse presso il malato ch’era già in braccio alla morte. Ohimè! aveva già chiuso il cuore alla grazia. S. Francesco lo scongiuro’ d’aver pietà dell’anima sua, di chiedere perdono a Dio; ma no: per lui tutto era perduto; il santo udì ancor due volte la stessa voce che gli disse: « Va, Francesco, a portar la croce a questo sciagurato ». Il santo gli mostrò ancora il suo crocifisso, che si trovò tutto coperto di sangue, il quale grondava da ogni parte; disse al peccatore che quel sangue adorabile gli otterrebbe il perdono, purché volesse chieder misericordia. Ma no: per lui tutto fu vano; e morì bestemmiando il nome di Dio. – La sua sventura veniva di qui che aveva schernita e spregiata la SS. Vergine negli onori che le si rendono. Ah! fratelli miei! badiamo bene di non dispregiar nulla di ciò che si riferisce al culto di Maria, di questa Madre sì buona, così inclinata ad aiutarci alla minima confidenza che si riponga in Lei. Ecco alcuni esempi, dai quali apparirà manifesto che, se saremo fedeli anche alla più piccola pratica di devozione verso la SS. Vergine, Ella non permetterà mai che moriamo in peccato. – È riferito nella storia che un giovane libertino si abbandonava senza rimorso a tutti i vizi del suo cuore. Una malattia venne ad interrompere i suoi disordini. Per quanto libertino non aveva lasciato mai di dire ogni giorno un’Ave Maria: era la sua sola preghiera, ed anche mal fatta: era ormai una mera abitudine. Quando si seppe che la sua malattia era disperata, si andò in cerca del Curato che venne a visitarlo e l’esortò a confessarsi. Ma il malato gli rispose, che, se aveva da morire, voleva morir com’era vissuto; e che, se riusciva a scamparla, voleva continuare a vivere com’era vissuto fino allora. Egual risposta diede a tutti coloro che vollero parlargli di confessione. Tutti erano grandemente costernati: niuno osava più parlargliene per timore d’essergli occasione di vomitar le stesse bestemmie e le stesse empietà. Frattanto uno de’ suoi compagni, ma più assennato di lui, e che l’aveva spesso ripreso de’ suoi disordini, venne a trovarlo. Dopo avergli parlato di varie altre cose, gli disse senza giri di parole: « Compagno mio, dovresti pur pensare a convertirti ». — « Amico, rispose l’infermo, sono troppo gran peccatore: sai bene qual vita ho menato ». — « Ebbene, prega la SS. Vergine, ch’è rifugio de’ peccatori ». — « Ah! ho ben detto ogni giorno un’Ave Maria; ma son qui tutte le preghiere che ho fatto. Credi forse che questo debba giovarmi a qualche cosa? » — « Eccome, replicò l’altro: ti gioverà per tutto. Non le hai chiesto che preghi per te all’ora della morte? Adesso dunque pregherà per te ». — « Poiché credi che la SS. Vergine preghi per me, va a cercare il signor Curato perch’io faccia una buona confessione ». Così dicendo cominciò a versare torrenti di lacrime. « Perché piangi? » gli chiese l’amico. « Ah! potrò pianger mai abbastanza, rispose, dopo aver menato una vita così peccaminosa, dopo aver offeso un Dio così buono, che vuole ancora perdonarmi? Vorrei poter piangere a lacrime di sangue per mostrare a Dio quanto mi duole d’averlo offeso: ma troppo impuro è il mio sangue e non è degno d’essere offerto a Gesù Cristo in espiazione dei miei peccati. Mi consola il pensare che Gesù Cristo ha offerto il suo al Padre per me: in Lui è posta la mia speranza ». L’amico, udendo queste parole e vedendo le sue lacrime grondare copiose, cominciò a pianger di gioia con lui. Tale cangiamento era sì straordinario che l’attribuì alla protezione della SS. Vergine. In quell’istante tornò il Curato, e, meravigliato assai di vederli piangere ambedue, chiese che cosa fosse accaduto. — « Ah! Signore, rispose il malato, piango i miei peccati! Ohimè! Ho cominciato a piangerli troppo tardi! Ma so che sono infiniti i meriti di Gesù Cristo e che senza confini è la sua misericordia; perciò spero che Dio avrà ancora pietà di me ». – Il prete, stupito, gli chiese chi avesse operato in lui sì gran cangiamento. « La SS. Vergine, rispose l’infermo, ha pregato per me; e ciò m’ha fatto aprire gli occhi sul misero mio stato ». — « Volete ben confessarvi? » — « Oh! sì, Signore, voglio confessarmi, e pubblicamente; poiché ho dato scandalo con la mia vita cattiva, voglio che tutti siano testimoni del mio pentimento ». Il Sacerdote gli disse che ciò non era necessario; ma bastava, per riparazione dello scandalo, che si sapesse com’egli aveva ricevuto i Sacramenti. Si confessò con tanto dolore e tante lacrime, che il sacerdote dovette più volte fermarsi per lasciarlo piangere. Ricevette i Sacramenti con segni sì grandi di pentimento, che si sarebbe creduto ne dovesse morire. – Non aveva ragione S. Bernardo di dire che, chi è sotto la protezione della SS. Vergine è sicuro; e che non s’è vista mai la SS. Vergine abbandonare chi ha fatto in suo onore qualche atto di pietà? No, miei fratelli, ciò non s’è visto e non si vedrà mai. Vedete in che modo la SS. Vergine ha ricompensato un’Ave Maria che quel giovine aveva detto ogni giorno? E come la diceva! Tuttavia avete visto che fece un miracolo, anziché lasciarlo morire senza confessione! Qual felice sorte è per noi invocare Maria, poich’Ella ci salva così e ci fa perseverare nella grazia! Qual motivo di speranza è il pensare che, non ostante i nostri peccati, si offre continuamente a Dio per implorarci il perdono! Sì, miei fratelli, Maria ravviva la nostra speranza in Dio. Ella presenta a Lui le nostre lacrime, e ci trattiene dal cadere nella disperazione alla vista delle nostre colpe. – S. Alfonso de’ Liguori racconta che un suo compagno prete vide un giorno entrare in una chiesa un giovane, il cui aspetto rivelava un’anima straziata da’ rimorsi. Il prete s’accostò al giovane e gli disse: « Volete confessarvi, amico mio? » Egli rispose di sì, ma ad un tempo chiese che la sua confessione fosse ascoltata in luogo recondito, perché va esser lunga. Quando furono soli, il nuovo penitente parlò così: « Padre mio, son forestiero e gentiluomo; ma credo di non potere esser mai oggetto delle misericordie d’un Dio, che ho tanto offeso con una vita così colpevole. Per tacere gli omicidi e le infamie, di cui sono reo, vi dirò, che, disperando della mia salvezza, mi sono lasciato andare ad ogni maniera di colpe, meno per contentare le mie passioni, che per oltraggiare Iddio e far pago l’odio mio contro di Lui. Portavo indosso un crocifisso, e l’ho gettato via per disprezzo. Questa mattina istessa mi sono accostato alla sacra Mensa per commettere un sacrilegio, ed era mia intenzione calpestar l’Ostia santa, se non me ne avesse trattenuto la presenza degli astanti »; e così dicendo, consegnò al sacerdote l’Ostia consacrata che aveva conservata in una carta. « Passando dinanzi a questa chiesa, continuò, mi son sentito muovere ad entrarvi a segno che non ho potuto resistere: ho provato rimorsi così violenti, e straziavano talmente la mia coscienza, che, di mano in mano ch’io m’accostava al vostro confessionale, cadeva in grandissima disperazione. Se non foste uscito per accostarvi a me, me ne sarei andato via di chiesa: non so davvero come sia andata ch’io mi trovi adesso a’ vostri piedi per confessarmi ». Ma il prete gli disse: « Avete forse fatto qualche opera buona che vi abbia meritato tal grazia? Avete forse offerto qualche sacrifizio alla santissima Vergine, o implorata l’assistenza di Lei, poiché tali conversioni sono, d’ordinario, effetto della potenza di questa buona Madre? » — « Padre mio, siete in errore: avevo un crocifisso, e l’ho gettato via per disprezzo ». — « Eppure… riflettete bene, questo miracolo non s’è compiuto senza qualche ragione ». — « Padre, disse il giovane accostando la mano al suo scapolare, quest’è quanto ho conservato ». — « Ah! mio buon amico, gli disse il prete abbracciandolo, non vedete che la SS. Vergine appunto v’ha ottenuto la grazia, v’ha tratto in questa chiesa a Lei consacrata? ». A quelle parole il giovane ruppe in amaro pianto; narrò tutti i particolari della sua vita di peccato, e, crescendo sempre il suo dolore, cadde come morto ai piedi del confessore: riavutosi, terminò la sua confessione. Prima d’uscir di chiesa promise che avrebbe narrato dappertutto la misericordia che Maria aveva ottenuto dal suo Figliuolo per lui.

III. — Siam pure avventurati, fratelli miei, d’avere una Madre sì buona, e così intenta a procurare la salute delle anime nostre! Tuttavia non bisogna contentarsi di pregarla, bisogna altresì praticare tutte le altre virtù, che sappiamo essere gradite a Dio. Un gran servo di Maria, S. Francesco di Paola, fu un giorno chiamato da Luigi XI, che sperava di ottener da lui la guarigione. Il santo riconobbe nel re ogni maniera di pregi: attendeva a molte buone opere e preghiere ad onor di Maria. Diceva ogni giorno il Rosario, faceva molte limosine per onorare la santissima Vergine, portava indosso parecchie reliquie. Ma sapendo che non era abbastanza modesto e riserbato nel parlare, e che tollerava presso di se gente di mala vita, S. Francesco di Paola gli disse piangendo: « credete forse, o principe che tutte codeste vostre devozioni siano gradite alla SS. Vergine? No, no, principe: imitate innanzi tutto Maria, e sarete sicuro che vi porgerà la mano ». Invero avendo fatto una buona confessione generale, ricevette tante grazie ed ebbe tanti mezzi di salute, che morì d’una morte edificantissima, dicendo che Maria con la sua protezione gli era valsa il cielo. Il mondo è pieno di monumenti che attestano le grazie ottenuteci dalla SS. Vergine; vedete tanti santuari, tanti quadri, tante cappelle in onor di Maria. Ah! miei fratelli, se avessimo una tenera devozione verso Maria, quante grazie otterremmo tutti per la nostra salute? Oh! padri e madri, se ogni mattina metteste tutti i vostri figli sotto la protezione della SS. Vergine, Maria pregherebbe per loro, li salverebbe e salverebbe voi con essi. Oh! il demonio come teme la devozione alla SS. Vergine!… Un giorno si lamentava altamente con S. Francesco che due classi di persone lo facevano soffrire assai: prima quelli che concorrono a diffondere la divozione alla SS. Vergine, e poi quelli che portano il santo Scapolare. Ah! miei fratelli, non basta questo per ispirarci grande fiducia nella Vergine Maria e desiderio vivo di consacrarci interamente a Lei, mettendo tra le sue mani la nostra vita, la nostra morte e la nostra eternità? Quale consolazione per noi ne’ nostri affanni, nelle nostre pene, sapere che Maria vuole e può soccorrerci! Sì, possiam dire che chi ha la lieta ventura d’aver gran fiducia in Maria ha assicurato la sua salute; e mai non si udì né si udirà dire che sia andato dannato colui che aveva posto la sua salvezza nelle mani di Maria. All’ora della morte riconosceremo guanti peccati ci abbia fatto sfuggire la Vergine SS., e quanto bene ci abbia fatto fare, che senza la sua protezione non avremmo fatto. Prendiamola per nostro modello, e saremo sicuri di camminar veramente per la via del cielo. Ammiriamo in Lei l’umiltà, la purezza, la carità, il disprezzo della vita, lo zelo per la gloria del suo Figliuolo e per la salute delle anime. Sì, miei fratelli, diamoci tutti e consacriamoci a Maria per l’intera nostra vita. Beato chi vive e muore sotto la protezione di Lei! Il paradiso è per lui assicurato: il che vi desidero.

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LIII: 6-7.
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine. [Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]
Ps LIII: 3
Deus, in nómine tuo salvum me fac: et in virtúte tua libera me.
[O Dio, salvami nel tuo nome: e líberami per la tua potenza.]
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.
[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Oratio

Orémus.
Páteant aures misericórdiæ tuæ, Dómine, précibus supplicántium: et, ut peténtibus desideráta concédas; fac eos quæ tibi sunt plácita, postuláre.
[Porgi pietoso orecchio, o Signore, alle preghiere di chi Ti supplica, e, al fine di poter concedere loro quanto desiderano, fa che Ti chiedano quanto Ti piace.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.
1 Cor X: 6-13
Fatres: Non simus concupiscéntes malórum, sicut et illi concupiérunt. Neque idolólatræ efficiámini, sicut quidam ex ipsis: quemádmodum scriptum est: Sedit pópulus manducáre et bíbere, et surrexérunt lúdere. Neque fornicémur, sicut quidam ex ipsis fornicáti sunt, et cecidérunt una die vigínti tria mília. Neque tentémus Christum, sicut quidam eórum tentavérunt, et a serpéntibus periérunt. Neque murmuravéritis, sicut quidam eórum murmuravérunt, et periérunt ab exterminatóre. Hæc autem ómnia in figúra contingébant illis: scripta sunt autem ad correptiónem nostram, in quos fines sæculórum devenérunt. Itaque qui se exístimat stare, vídeat ne cadat. Tentátio vos non apprehéndat, nisi humána: fidélis autem Deus est, qui non patiétur vos tentári supra id, quod potéstis, sed fáciet étiam cum tentatióne provéntum, ut póssitis sustinére.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia,

IL TIMOR DI DIO

“Fratelli: Non desideriamo cose cattive, come le desiderarono quelli. Non diventate idolatri, come furono alcuni di loro, secondo sta scritto: «Il popolo si sedette a mangiare e bere; poi si alzarono a tripudiare. Né fornichiamo, come fornicarono alcuni di loro, e caddero in un giorno 23 mila. Né tentiamo Cristo come lo tentarono alcuni di loro, e furono uccisi dai serpenti. Né mormorate come mormorarono alcuni di loro, ed ebbero morte dallo sterminatore. Or tutte queste cose accadevano loro in figura, e sono state scritte per ammaestramento di noi, che viviamo alla fine dei tempi. Colui, pertanto che si crede di stare in piedi, badi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha sorpreso se non umana. Dio, poi, che è fedele, non permetterà eh siate tentati sopra le vostre forze: ma con la tentazione preparerà anche lo scampo, dandovi il potere di sostenerla”. (I Cor. X, 6-13).

Essere Cristiani non vuol dire essere esenti dalla vigilanza, e da una attenta vigilanza. Nell’Epistola della Domenica di Settuagesima abbiam visto come l’Apostolo per incoraggiare i Corinti alla perseveranza, oltre il proprio esempio, portò l’esempio dei Giudei, i quali, quantunque usciti in gran numero dall’Egitto, dopo aver ricevuto grandi benefici dal Signore, solamente in numero di due poterono entrare nella terra promessa. L’Epistola di quest’oggi continua quel brano. Vi sono enumerate alcune prevaricazioni degli Ebrei e i castighi, che ne seguirono, e si esortano i Corinti a non imitarne l’esempio; poiché quanto avvenne agli Israeliti sarà figura di quanto avverrà a noi Cristiani, se abuseremo delle grazie del Signore. – E noi non abuseremo certamente delle grazie del Signore, se avremo il timor di Dio, il quale:

1 Ci fa evitare il peccato,

2 Ci rende diffidenti di noi,

3 Ci lascia calmi e fiduciosi in Dio, durante le prove.

1.

Le prevaricazioni degli Ebrei, dopo la loro uscita dall’Egitto, ebbero da parte di Dio la meritata punizione. La storia di questa punizione e dei conseguenti castighi, deve servire di esperienza, perché tutte queste cose accadevano loro in figura, e sono state scritte per ammaestramento di noi. Dunque, le punizioni di Dio, prefigurate in ciò che accadde agli Ebrei, devono attendere anche i Cristiani che, invece di mostrarsi grati a Dio per i benefici ricevuti, e che ricevono quotidianamente, lo offendono con i peccati. – E lo offendono, perché non temono il Signore. «Il timor di Dio fa odiare il male» (Prov. VIII, 13). L’uomo che ha tanto paura di commettere cosa che possa offendere il suo simile, mortale come lui, ludibrio degli eventi; oggi forte, domani debole; oggi stimato, domani disprezzato, abbandonato; come potrebbe indursi a commettere il male sotto gli occhi di Dio, se pensasse che quel Dio che lo vede, lo giudicherà? Non si pensa a Dio, e si opera come se Dio non esistesse. E da questo errore ne consegue un altro: si fa il male senza badare alle sue conseguenze. Si pecca, ma non si tien conto che «Agli empi e ai peccatori Dio renderà il loro castigo» (Eccli. XII, 4). I servi non osano commettere mancanze alla presenza del loro padrone. Se avvengono degli alterchi, avvengono quando e dove il padrone non li sente: «Noi invece — dice il Crisostomo — tutto osiamo in faccia a Dio, che vede e che sente. Essi hanno sempre davanti agli occhi il timor del padrone; noi, il timor di Dio non l’abbiamo mai» (In 1. Epist. ad Thim. Hom. 16, 2).«Chi teme Dio rientra in se stesso» ((4) Eccli XXI, 7). Può egli continuare a vivere in peccato, se da un momento all’altro può capitare nelle mani del suo giudice? Il peccatore può mettersi a letto pieno di sanità e di vita, e prima dello spuntar del giorno trovarsi davanti al tribunale di Dio. Può alzarsi la mattina, e prima di sera esser già giudicato. Ma il pericolo di ricevere una condanna egli può evitarlo. Se teme il castigo ne tolga la causa. Faccia penitenza dei suoi peccati, e cominci una vita nuova. Chi teme Dio non dice: Dio è buono, dunque non mi punirà. Se Dio è buono devi amarlo, invece di offenderlo. Tu offendi Dio perché è buono. «Questa è dunque la retribuzione che rendi al Signore?… Non è Egli il tuo Padre, che ti ha posseduto, che ti ha fatto, che ti ha creato?» (Deut. XXXII, 6). – Egli è buono, immensamente buono, ma è anche giusto; la sua bontà non può andar scompagnata dalla sua giustizia. «Presso Dio non vi è pietà senza giustizia, né giustizia senza pietà» (S. Pier Grisos. Serm,. 145). – Se tutti gli uomini avessero il timore di Dio e non solo il timore delle leggi umane, nessuno commetterebbe il male, neppur per breve tempo.

2.

Nessuno può tenersi sicuro di poter perseverare sino alla fine nello stato di grazia e di tenersi conseguentemente, certo della propria salvezza. Nessuno può esser sicuro di questo, senza una speciale rivelazione. Pertanto, chi si crede di stare in piedi, badi di non cadere. Caddero gli Angeli che si trovavano in cielo; caddero i nostri progenitori che si trovavano nel paradiso terrestre; noi soli vogliam presumere di andar esenti da cadute? La Sacra Scrittura ci pone davanti agli occhi abbondante materia di seria riflessione su questo punto. Essa ci fa passare innanzi re, giudici, sapienti, sacerdoti, profeti, Apostoli, che precipitarono dalla loro altezza nell’abisso del peccato. Dopo simili esempi, nessuno troverà esagerata l’ammonizione dell’Apostolo: Pertanto chi si crede di stare in piedi, badi di non cadere. Quando la nebbia è fitta, il viandante cammina con la più grande precauzione. Le nostre passioni sono come una nebbia fitta, che non ci lascia ben distinguere ove mette fine il nostro cammino. Abbiamo bisogno di essere illuminati, guidati. Il santo timor di Dio è il lume che ci guida. «Non voler essere saggio ai tuoi propri occhi; — dice Salomone — temi Dio e allontanati dal male» (Prov. III, 7). – Il timor di Dio ci insegna ad allontanarci dal male. Ci dice ove è il pericolo; ove bisogna far sacrificio d’una nostra tendenza; ove c’è una passione incipiente da estirpare, ove c’è un’occasione da evitare. Chi disprezza la voce del timor di Dio, un momento o l’altro si trova trascinato là ove non avrebbe né creduto né voluto. Chi non teme, non si guarda; chi non si guarda, si perde. – Non contano le battaglie spirituali vinte altre volte. Il cavaliere che ha vinto cento corse, che ha saltato migliaia di ostacoli, sempre saldo in sella, in un momento di distrazione o di troppo fiducia è sbalzato a terra. Il navigante che ha passato e ripassato i mari, superando furiose tempeste, affonda con la nave per un imprevisto incidente qualsiasi. L’aviatore che ha valicato catene di monti e attraversato mari tra le bufere, e sempre felicemente, precipita col velivolo quando, sicuro di sé, non vede davanti agli occhi che gli onori, che coroneranno le sue imprese. A questo mondo non si è mai al sicuro dalle sorprese; e il Cristiano non è mai al sicuro dalle sorprese delle passioni, del demonio, del mondo. Nulla trascuri per mettersi al riparo contro di esse: «Chi teme Dio non trascura cosa veruna» (Eccle. VII, 19).

3.

Dio, poi, che è fedele non permetterà che siate tentati sopra le vostre forze; ma con la tentazione preparerà anche lo scampo, dandovi il potere di sostenerla. Diffidare di noi stessi, temere la nostra debolezza, non vuol dire avvilirsi e perdersi di coraggio nelle umiliazioni, nelle tentazioni, nelle prove della vita. Noi siamo fragili, ma Dio è potente. Lasciarsi abbattere, mormorare nelle difficoltà, è un dubitare della bontà, sapienza e potenza di Dio. Egli non comanda mai cose impossibili, e non nega mai la sua grazia a quelli che a Lui ricorrono fiduciosi. Con la sua grazia potremo resistere a tutte le tentazioni e superar tutte le prove, uscendone vittoriosi, ornati di meriti, rassodati nel bene. Chi teme Dio accetta, calmo e fiducioso nell’aiuto di Lui, tutte le prove che Egli gli manda.Il timor di Dio non consiste nel prostrarsi innanzi a Lui tremanti, nell’esser presi dallo sgomento. « Il timor del Signore — dice lo Spirito Santo — ha corona di sapienza e di piena pace e di frutti di salute» (Eccli. I, 22). Il timor di Dio consiste nel non far nulla di quanto a Dio dispiace, nel chiedergli la grazia di fare ciò che Egli comanda, nel non ribellarci quando la sua mano ci sottopone alle prove. Il timor di Dio non turba la pace, anzi ne è la salvaguardia. Chi teme Dio è da Lui protetto e difeso. Egli può ripetere con tutta verità le parole del Salmista: «Ecco, Dio è colui che mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’anima mia» (Salm. LIII; 6. – Introito). – « I suoi precetti sono più dolci del miele e di ciò che stilla dai favi» (Salm. XVIII, 11 – Offertorio). Perciò li osserva, e nell’osservarli ha grande ricompensa; arricchisce la sua corona di frutti di salute. Il timore e l’amore sono gli sproni della vita: non solamente della vita materiale, ma anche, e più, della vita spirituale. Il timore e l’amore spingono l’uomo a risorgere dal peccato, e a ritornare al più amante dei padri. Se il peccatore dovesse guardare solamente ai propri demeriti, come potrebbe innalzare la fronte a Dio, e dirgli: «Perdona?» Ma egli sa con chi ha da fare; egli può rivolgersi a Lui e ricordargli con tutta fiducia: «So che tu sei un Dio clemente, e misericordioso e paziente, e molto compassionevole e che perdoni il mal fare» (Gion. IV, 2). – Chi ben si guarda, scudo si rende. Questa norma fu dimenticata da Sansone, il forte d’Israele, che, fidando troppo in sé stesso, si prese gioco del pericolo, e finì con perdere la libertà, la vista, la forza prodigiosa; finì col perdere Dio, che si allontanò da lui. Ma nel misero stato in cui è ridotto non si dimentica che Dio è clemente, misericordioso, paziente, molto compassionevole, e si rivolge a Lui con umiltà, fede e fiducia : «Signore Iddio, ricordati di me» (Giud. XVI, 28). E Dio ascolta l’umile e fiduciosa preghiera del pentito Giudice d’Israele. Chissà quante volte abbiamo imitato Sansone nello scherzare con le occasioni, con la conseguenza di rimanerne vittima! Imitiamolo anche nel ricorrere con fiducia a Dio per rialzarci dalle nostre cadute. Il timor di Dio, senza la fiducia nella sua misericordia non è un timore buono. «Tu lo placherai, se speri nella sua misericordia» (En. In Ps. CXLVI), dice S. Agostino. Sperando nella sua misericordia, risorgiamo, dunque, e subito. «Risorgiamo, o cari, sebben tardi, e stiamo saldamente in piedi» (S. Giov. Cris. In Epist. I ad Cor. Hom. 23, 4).

Graduale 

Ps VIII: 2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in universa terra!
[Signore, Signore nostro, quanto ammirabile è il tuo nome su tutta la terra!]
V. Quóniam eleváta est magnificéntia tua super cœlos. Allelúja, allelúja
[Poiché la tua magnificenza sorpassa i cieli. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps LVIII: 2
Alleluja, Alleluja

Eripe me de inimícis meis, Deus meus: et ab insurgéntibus in me líbera me. Allelúja.  [Allontànami dai miei nemici, o mio Dio: e líberami da coloro che insorgono contro di me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntiasancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIX: 41-47
“In illo témpore: Cum appropinquáret Jesus Jerúsalem, videns civitátem, flevit super illam, dicens: Quia si cognovísses et tu, et quidem in hac die tua, quæ ad pacem tibi, nunc autem abscóndita sunt ab óculis tuis. Quia vénient dies in te: et circúmdabunt te inimíci tui vallo, et circúmdabunt te: et coangustábunt te úndique: et ad terram prostérnent te, et fílios tuos, qui in te sunt, et non relínquent in te lápidem super lápidem: eo quod non cognóveris tempus visitatiónis tuæ. Et ingréssus in templum, coepit ejícere vendéntes in illo et eméntes, dicens illis: Scriptum est: Quia domus mea domus oratiónis est. Vos autem fecístis illam speluncam latrónum. Et erat docens cotídie in templo”.

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXVII.

 “In quel tempo avvicinandosi Gesù a Gerusalemme, rimirandola, pianse sopra di lei, e disse: Oh? se conoscessi anche tu, e in questo tuo giorno, quello che importa al tuo bene! ma ora questo è a’ tuoi occhi celato. Conciossiachè verrà per te il tempo, quando i tuoi nemici ti circonderanno di trincera, e ti serreranno all’intorno, e ti stringeranno per ogni parte. E ti cacceranno per terra te, e i tuoi figliuoli con te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra; perché non hai conosciuto il tempo della visita a te fatta. Ed entrato nel tempio, cominciò a scacciare coloro che in esso vendevano, e comperavano, dicendo loro: Sta scritto: La casa mia è casa di orazione; e voi l’avete cangiata in spelonca di ladri. E insegnava ogni giorno nel tempio” (Luc., XIX, 41-46).

Sei giorni prima della sua morte il nostro divin Redentore entrava in Gerusalemme quale re in trionfo, accompagnato da’ suoi discepoli e da una moltitudine immensa di gente, che pur vi accorreva per la vicina solennità della Pasqua. Gli uni stendevano le proprie vesti sul passaggio di Lui, altri tagliavano rami dagli alberi e ne coprivano la strada, e l’aria risuonava di lietissimi cantici ad onore di Gesù, poiché tutta quella turba, ricordando i prodigi, ch’Egli aveva operato, ad alta voce andava ripetendo: Benedetto il Re, che viene nel nome del Signore; pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli. Ora, in vista di quel trasporto di gioia, in vista di quelle acclamazioni che cosa faceva Gesù? Ce lo dice il Vangelo di questa mattina. Ascoltate.

1. In quel tempo avvicinandosi Gesù a Gerusalemme, rimirandola, pianse sopra di essa. Sì, o miei cari, ben diversamente da quello che avrebbe fatto un qualche gran capitano, che avesse dovuta far l’entrata trionfale in qualche città, Gesù in tale circostanza piangeva. Alla pubblica gioia, che stava per manifestarsi, Gesù mandava innanzi i suoi sospiri e le sue lagrime. Ma perché questo pianto? – Il Signore aveva fatto al popolo ebreo un numero immenso di segnalatissimi benefizi. La liberazione dalla schiavitù di Egitto, il passaggio del Mar Rosso, la colonna di nube che gli servì di guida all’uscire dal deserto, la manna che per quarant’anni cadeva per lui abbondante e feconda, le acque che scaturirono dalle viscere della rupe, il Giordano passato a piede asciutto da un’armata innumerevole, le mura di Gerico cadute al suono delle trombe, la vittoria su tutti i popoli del paese di Canaan, il sole che si arrestò alla voce del capitano che voleva compiere il suo trionfo, il pieno possesso di quella terra che scorreva latte e miele, e poi tutti que’ profeti che lo istruirono nelle vie del bene e lo richiamarono più volte da quelle del male, e finalmente poi quel re dei profeti, quel Gesù ch’era stato segnalato come il Principe della pace, quel Figliuolo di Dio disceso dal cielo per recare coll’adorabile sua presenza i doni più preziosi dell’amor suo, furono altrettanti prodigi di bontà divina operati in favore di quel popolo privilegiato fra tutti gli altri. Gesù inoltre amava di special amore gli abitanti di Gerusalemme, come la prima porzione del gregge, che il divin Padre gli aveva affidata. Egli desiderava di farsi da essi riconoscere pel loro Messia, pel loro Pastore; bramava che eglino abbracciassero la sua Religione, e così abbandonando il peccato riavessero la vita dell’anima, formassero la sua Chiesa, continuassero ad essere dal Cielo benedetti, ed infine acquistassero l’eterna salute. Ma, per quanto Egli dicesse e facesse, non aveva potuto riuscire nell’amoroso intento, e l’infelice città nella sua gran maggioranza rimaneva ostinata nei vizi. Anzi Ei già vedeva come tra pochi giorni quei figli ingrati, mettendo il colmo ai propri misfatti, avrebbero commesso il più grande dei delitti, dandogli la morte. Ora peccati così enormi gridavano vendetta al cospetto di Dio, e l’ultimo delitto avrebbe costretta la divina Giustizia a versare su quei deicidi il calice dei più spaventevoli castighi. Epperò Gesù in quel giorno del suo trionfo, nell’entrare in Gerusalemme si vide schierare innanzi agli occhi della sua mente divina, da una parte tutti gli immensi benefizi fatti da Dio a quella città e le sue gravissime infedeltà ed orribili ingratitudini, e dall’altra tutte le sciagure, che per conseguenza sarebbero tra poco piombate sopra di lei. Vide come quella, che era la regina delle città, sarebbe tra non molto diventata un mucchio di rovine e il sepolcro de’ suoi abitanti. E alla vista di tanti mali il buon Gesù fu intenerito sino alle lagrime, ed esclamò: « Oh! Gerusalemme, Gerusalemme, se almeno in questo giorno, che è tuttavia per te giorno di grazia, tu sapessi conoscere le cose, che ti potrebbero dare la salute e la pace! Ma ohimè! tutto questo è nascosto agli occhi tuoi. Ed ecco che giorno verrà, in cui i tuoi nemici ti circonderanno d’assedio, ti chiuderanno d’intorno e stringeranno da tutte le parti. Essi ti rovesceranno a terra, non lasceranno più in te pietra sopra pietra, e sotto le tue rovine periranno i tuoi abitatori, perché non hai voluto conoscere la visita, che il Signore ti ha fatta.»  Ecco adunque il perché delle lagrime di Gesù in quella circostanza; perché  sul popolo ebreo pesava la maledizione divina e la più spaventevole delle sciagure a cagione delle sue ingratitudini verso Dio. Ma qui, o miei cari, anziché adirarci contro l’ingrata Gerusalemme, che costrinse Gesù a piangere sopra di lei e a profetare contro di lei i più terribili castighi, rivoltiamo pure il nostro sdegno contro di noi, perciocché non saremo già stati ancor noi tante volte cagione di lagrime a Gesù? Anche noi siamo stati colmati de’ suoi benefizi nell’ordine della natura e nell’ordine della grazia; ma vi abbiamo noi corrisposto meglio del popolo ebreo? Anche noi siamo stati visitati da Dio tante volte, ora con le prosperità, ora eziandio con le disgrazie; ma noi abbiamo riconosciuto meglio di Gerusalemme il tempo della visita del Signore? Ma se pur troppo dobbiamo confessare che per il passato non ci siamo diportati diversamente da quella città, risolviamo senz’altro di por fine a sì ingrata condotta. Da questo punto mettiamoci a corrispondere col massimo impegno alle grazie ed alle ispirazioni di Dio; perché se non lo facessimo, dovremmo temere che Iddio, sdegnato giustamente contra di noi, pronunzi anche per noi la sentenza terribilissima del suo abbandono. Ed allora che avverrebbe di noi? Vedete quel giovane, quell’uomo che non mette più piede in chiesa, che non vuole più sentire a parlar di Dio, di Religione, che bestemmia con un accanimento infernale? Egli aveva pur ricevuto il Battesimo, era pur stato allevato cristianamente, aveva pur fatto più volte la Comunione… sì, egli aveva ricevuto tutte queste grazie; ma egli le disprezzò villanamente, e Dio lo abbandonò. Il suo intelletto si è oscurato, la sua fede è morta, egli cammina nelle tenebre, i demoni già circondano l’anima sua per impadronirsene, non appena Iddio reciderà a questo infelice il filo della sua vita. Ecco la tremenda sciagura che accade a tanti Cristiani, i quali disprezzano i benefizi del Signore, le sue visite di misericordia. Che Iddio ne scampi! Ma intanto per scamparne davvero non lasciamo di fare noi la parte nostra.

2. Prosegue il Vangelo di questa mattina a dirci che il Redentore dopo di aver pianto sopra la città di Gerusalemme entrato nel tempio, cominciò a scacciare coloro, che in esso vendevano e compravano. Per ben intendere questo fatto del divin Redentore dovete sapere che nell’antica legge si facevano a Dio dei sacrifici per mezzo di animali, di farina, di olio, di incenso e simili, e che tutto ciò, che era necessario a questi sacrifici, a Gerusalemme dapprima vendevasi sul mercato della città. Ma poscia i sacerdoti ebrei, sotto pretesto della comodità del popolo, in realtà però per soddisfare la loro avarizia, trasportarono il mercato nel recinto esterno del tempio. Quel recinto era chiamato l’atrio dei Gentili, perché tutte le nazioni profane potevano entrarvi, e vi si erano stabiliti gli stessi mercatanti, i quali pagavano un enorme prezzo pel posto che occupavano, ed intervenivano tutti i giorni per attendere al loro commercio. Ora, essendo vicina la festa di Pasqua, eravi colà una gran moltitudine d’uomini e di animali, ed una tumultuosa agitazione turbava la calma, che conviene alla casa del Signore. Gesù, indignato di questa profanazione, pigliò delle funi, ne fece un flagello, e con forza scacciò e venditori e compratori; e tutti innanzi a Lui fuggirono senza opporre la più lieve resistenza, perciocché, come ci fa sapere S. Girolamo, dagli occhi di Gesù usciva un fuoco brillante e terribile, e lo splendore della sua maestà divina rifletteva sul suo volto. Gesù adunque con questa manifestazione di zelo e con questa severità di correzione ci ha fatto chiaramente intendere che per coloro, che sono costituiti in autorità, è un dovere assoluto il correggere chi non fa bene, e che in certe occasioni bisogna pur correggere con severità. Dal che, o cari giovani che mi ascoltate, dovete comprendere che i vostri genitori e i vostri superiori correggendovi non operano di loro capriccio, ma compiono un dovere gravissimo, che hanno dinnanzi a Dio, e che Iddio ripetutamente e persino con minacciò ha loro imposto. Epperò sappiate che chi vi rimprovera e vi correggo dei vostri difetti, o errori, o vizi, è un angelo inviato dal cielo, un ministro santo che a nome di Dio vi annunzia la sua volontà e stacca l’anima vostra dalla terra. Sappiate che quanto egli fa è d’un prezzo infinito per voi, e per conseguenza a voi corro obbligo di riceverlo con rispetto, con amore, con riconoscenza. A quel modo che un infermo in pericolo della salute ascolta e osserva tutto quel che ordina il medico, per quanto duro e penoso gli paia il metodo della cura; così dice S. Basilio, chi è umile e desidera veracemente la salvezza dell’anima propria, ascolta e pratica, non pur senza difficoltà, ma con gioia, la correzione ancorché acerba e tagliente. Quanto è buona cosa pentirsi, allorché si riceve una riprensione! esclama l’Ecclesiastico, poiché s’evita per ciò il peccato volontario. Quelli che accolgono le correzioni, i rimproveri, i consigli con umiltà, pazienza, riconoscenza e amore, compariranno al tribunale di Dio, in faccia all’universo, risplendenti di luce simile a quella dei martiri, dicendo Sant’Agostino che un certo qual genere, e non inglorioso, di martirio, è sopportar lieti chi ci rimprovera. Ricevete adunque le riprensioni con riconoscenza e gioia, perché così facendo voi onorerete in perfetto modo Iddio, e gli offrirete un accettevolissimo sacrifizio; perché umiliandovi profondamente e sopportando pazientemente, riuscirete vittoriosi di voi medesimi, che è la più bella, la più gloriosa ed importante delle vittorie; perché la correzione è grazia segnalata di Dio, con la quale accerterete la vostra salute e vi riscatterete dalle pene dell’inferno; e finalmente perché porgerete altrui l’esempio ed il modello d’una grande virtù. Al contrario chi soffre di mal animo d’essere ripreso e corretto, costui offende Dio, è un orgoglioso, una copia del demonio, va di male in peggio, perde quanto aveva di virtuoso, dà grave scandalo, e si prepara orribili tormenti nell’inferno. Chi vuole operare affidato ai soli suoi lumi, opera da empio, dice la Sacra Scrittura.

3. Aggiunge da ultimo il Vangelo che percuotendo i mercatanti e rovesciando i loro banchi, il Salvatore diceva: Sta scritto: La mia casa è casa di orazione, e voi ne fate una spelonca di ladroni. E ben a ragione, perché quel tempio eretto in onore di Dio, comandava la venerazione ed il raccoglimento. Ivi il Signore rendeva i suoi oracoli ed il popolo doveva presentarvisi per adempiere al debito della preghiera. Ma che direm noi delle nostre chiese? Non sono esse per eccellenza la casa di Dio? Senza dubbio, giacché in esse più che l’arca dell’alleanza, più che le tavole della legge, più che la manna miracolosamente conservata, più che i sacrifici dell’antica legge, sacrifici che non erano altro che ombre e figure, voi trovate l’eucaristico Sacrificio, la immolazione quotidiana di Colui, che per noi è morto su della croce; trovate la reale presenza di Gesù Cristo nel suo SS. Sacramento; trovate tutti i soccorsi che può richiedere l’anima vostra per compiere la sua salute. E che ci vuole di più per ispirarci profondo rispetto e religiosa venerazione verso di esse? Entrando in questi sacri luoghi, non dovremmo esser presi da un sacro timore, ed esclamare come un antico Patriarca: Terribile è questo luogo! è la vera casa di Dio, la porta del cielo? Sì, i templi sono un nuovo cielo, ove Iddio abita cogli uomini, poiché chi dimora nell’augusto tabernacolo è lo stesso Iddio che i Santi adorano in cielo. Di modo che noi dovremmo al pari di loro annientarci colla mente e col cuore innanzi alla divina maestà. Nelle chiese essa, è vero, rimane velata; ma non è meno degna delle profonde nostre adorazioni. Come dunque si osa entrare nelle chiese senza rispetto? come starvi senza modestia e raccoglimento, e spesso anche con uno scandaloso dissipamento? Per di più nel tempio ogni cosa ci parla dei benefizi di Dio; il sacro fonte, ove insieme con la vita della grazia abbiamo ricevuto l’inestimabile diritto alla celeste eredità; i tribunali di penitenza, ove spesso ci siamo mondati delle nostre colpe, e abbiamo guarite le nostre piaghe; la croce, sulla quale per noi moriva Gesù Cristo; e finalmente l’altare, su cui ogni giorno si sacrifica l’Uomo-Dio per applicarci il frutto de’ suoi patimenti, ed ai cui piedi ricevemmo lo Spirito Santo nella Cresima, e riceviamo Gesù Cristo nel santissimo Sacramento. Tutte queste cose dovrebbero riempire la nostra mente di bei pensieri, e il nostro cuore di pii sentimenti, e farci caro il soggiorno in questo luogo santo! E come avviene che vi si va talora con ripugnanza, che vi si sta con disgusto, e occupati di pensieri vani, per non dire anche colpevoli? Tanti monumenti della bontà divina non dicono nulla al nostro cuore? Quale ingiuria è mai corrispondere con una sì colpevole indifferenza a bontà sì grande! I Turchi hanno tale rispetto ed amore per le loro moschee, che non vi passano mai dinnanzi senza darne un esteriore contrassegno: un cavaliere che passando davanti ad esse non scendesse da cavallo sarebbe punito rigorosamente. Essi vi entrano scalzi, ovvero con pianelle a ciò solo destinate: e vi stanno col più profondo raccoglimento: il loro contegno e la loro modestia sono tali da farli sembrare piuttosto religiosi di un convento che uomini infedeli. Molte volte chinano la fronte al suolo per umiliarsi alla presenza di Dio: e quando pregano, nessuno vi ha che giri intorno lo sguardo. Il volgere la parola ad un altro in quell’atto, è giudicato un delitto; onde non mai avviene di vedere durante la preghiera un turco parlare con un altro. E se qualche cosa a lui si dice, non risponde: se anche lo si ingiuriasse, non guarderebbe chi è che l’ingiuria. Or questi infedeli non saranno un dì la confusione di coloro i quali vanno tanto di rado in chiesa, e quando vi vanno, pregano con sì poca attenzione e con tanta irriverenza? D’ora innanzi, o miei cari, procuriamo di essere sempre ben compresi del rispetto che si deve alla casa di Dio. Veniamo in essa volentieri a pregare il Signore, essendo essa la casa dell’orazione; e Iddio non mancherà di ascoltare le nostre suppliche e ci farà uscire dalla sua casa, come dice la Chiesa, lieti di avere impetrato quanto a Dio abbiamo nella sua casa richiesto.

Credo …

Offertorium

Orémus
Ps XVIII: 9-12
Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulcióra super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea.
[La legge del Signore è retta e rallegra i cuori, i suoi giudizii sono piú dolci del miele e del favo: e il servo li custodisce.]

Secreta

Concéde nobis, quǽsumus, Dómine, hæc digne frequentáre mystéria: quia, quóties hujus hóstiæ commemorátio celebrátur, opus nostræ redemptiónis exercétur. [Concedici, o Signore, Te ne preghiamo, di frequentare degnamente questi misteri, perché quante volte si celebra la commemorazione di questo sacrificio, altrettante si compie l’opera della nostra redenzione.]

Communio

Joann VI: 57
Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo, dicit Dóminus.
[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me, ed io in lui, dice il Signore.]

Postcommunio

Orémus.
Tui nobis, quǽsumus, Dómine, commúnio sacraménti, et purificatiónem cónferat, et tríbuat unitátem.
[O Signore, Te ne preghiamo, la partecipazione del tuo sacramento serva a purificarci e a creare in noi un’unione perfetta.]