DOMENICA XIII DOPO PENTECOSTE (2018)

DOMENICA XIII dopo PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps LXXIII:20; 19; 23
Réspice, Dómine, in testaméntum tuum, et ánimas páuperum tuórum ne derelínquas in finem: exsúrge, Dómine, et júdica causam tuam, et ne obliviscáris voces quæréntium te. [Signore, abbi riguardo al tuo patto e non abbandonare per sempre le ànime dei tuoi poveri: sorgi, o Signore, difendi la tua causa e non dimenticare le voci di coloro che Ti cercano.]
Ps LXXIII:1
Ut quid, Deus, reppulísti in finem: irátus est furor tuus super oves páscuæ tuæ?
[Perché, o Signore, ci respingi ancora? Perché arde la tua ira contro il tuo gregge?]

Réspice, Dómine, in testaméntum tuum, et ánimas páuperum tuórum ne derelínquas in finem: exsúrge, Dómine, et júdica causam tuam, et ne obliviscáris voces quæréntium te. [Signore, abbi riguardo al tuo patto e non abbandonare per sempre le ànime dei tuoi poveri: sorgi, o Signore, difendi la tua causa e non dimenticare le voci di coloro che Ti cercano.]

Oratio
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, da nobis fídei, spei et caritátis augméntum: et, ut mereámur asséqui quod promíttis, fac nos amáre quod præcipis.
[Onnipotente e sempiterno Iddio, aumenta in noi la fede, la speranza e la carità: e, affinché meritiamo di raggiungere ciò che prometti, fa che amiamo ciò che comandi.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti S. Pauli Apóstoli ad Gálatas. [Gal. III:16-22]
“Fratres: Abrahæ dictæ sunt promissiónes, et sémini ejus. Non dicit: Et semínibus, quasi in multis; sed quasi in uno: Et sémini tuo, qui est Christus. Hoc autem dico: testaméntum confirmátum a Deo, quæ post quadringéntos et trigínta annos facta est lex, non írritum facit ad evacuándam promissiónem. Nam si ex lege heréditas, jam non ex promissióne. Abrahæ autem per repromissiónem donávit Deus. Quid igitur lex? Propter transgressiónes pósita est, donec veníret semen, cui promíserat, ordináta per Angelos in manu mediatóris. Mediátor autem uníus non est: Deus autem unus est. Lex ergo advérsus promíssa Dei? Absit. Si enim data esset lex, quæ posset vivificáre, vere ex lege esset justítia. Sed conclúsit Scriptúra ómnia sub peccáto, ut promíssio ex fide Jesu Christi darétur credéntibus”.

Omelia I

 [Mons. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie; vol. IV Omelia I .- Torino 1899]

“Le promesse furono fatte ad Abramo ed alla sua prole; non dice: Ed alle proli, come parlando a molte, ma come ad una: e dalla sua prole, la quale è Cristo. Ora io dico così: La legge, venuta dopo quattrocento trent’anni, non poté annullare un patto prima fermato da Dio, sicché restasse senza effetto la promessa. Perché, se l’eredità è per legge, non è più per la promessa. Eppure Dio la conferì ad Abramo per promessa. Perché dunque fu data la legge? Fu essa aggiunta in grazia delle trasgressioni, promulgata per angeli, per mezzo di un mediatore, finché non fosse venuta la prole, alla quale era stata fatta la promessa. – Ora mediatore non è di uno; eppure Dio è uno. Sarà dunque la legge contraria alle promesse di Dio? No. Ma se fosse stata data una legge capace di dare la vita, se ne avrebbe di fatto la giustificazione. Ma la Scrittura ha racchiusa ogni cosa sotto peccato, affinché la promessa di fede fosse data per Gesù Cristo ai credenti „ (Ai Galati, capo III, 16-22).

Anzitutto, o carissimi, devo dirvi che questi sette versetti della Epistola odierna che vi ho recitati, sono difficili ad intendersi, e voi stessi, udendoli, ve ne sarete accorti. La difficoltà ed oscurità di queste sentenze si deve far dipendere da varie cause. Primieramente si tratta dei rapporti tra la legge antica mosaica e la legge evangelica, e si accenna alla efficacia di questa sopra quella, verità a quel tempo assai contrastata: in secondo luogo si fa un’allusione di volo ad alcuni oracoli dell’antico Testamento, per noi oscuri; se ne deducono conseguenze d’alta importanza, con una concisione tutta propria dell’Apostolo. Finalmente il modo di fraseggiare e di argomentare qui usato da S. Paolo, è così rapido e serrato, e il giro del periodo sì involuto e duro, che rende faticoso il seguirlo ed afferrarne il significato. Ma se voi avrete la bontà di tenermi dietro con tutta l’attenzione, nutro fiducia di farvi comprendere perfettamente la dottrina dell’Apostolo, e troverete ampia mercede della fatica durata. Dio con la sua grazia, faccia sì che la mia parola sia semplice e chiara, e la vostra mente aperta e docile a riceverla. – La lettera di S. Paolo ai Galati si può dividere in tre parti: nella prima difende se stesso contro coloro che lo accusavano di aver alterato o frainteso il Vangelo e prova la sua missione divina; nella seconda svolge l’insegnamento dogmatico intorno alla giustificazione; nella terza inculca alcune verità morali pratiche. Il tratto che vi devo spiegare appartiene alla parte dogmatica, che aveva una importanza grande e pratica allorché l’Apostolo scriveva la sua lettera. Un cenno storico necessario. Molti Ebrei della Galazia, convertiti prima da S. Paolo, sedotti da falsi maestri, erano entrati nella persuasione che, per salvarsi, fosse necessario unire alla fede cristiana l’osservanza della legge mosaica in ogni sua parte, e nominatamente il rito della circoncisione. L’Apostolo vuol dissipare questo errore gravissimo, che rendeva perpetuo il giudaismo e tra gli altri argomenti, S. Paolo, parlando ad Ebrei, ricorda che Abramo fu giustificato dinanzi a Dio con la fede che prestò alla parola di Lui, non con la legge mosaica che non esisteva e che venne assai più tardi. E come Abramo piacque a Dio, non per la osservanza della legge mosaica, ma sì per la fede, così anche i veri suoi figli si giustificarono con la fede. Qui cominciano le sentenze, che dobbiamo interpretare: “Le promesse furono fatte ad Abramo ed alla sua prole: non dice alle proli, come parlando a molte, ma come ad una: ed alla sua prole, che è Cristo. Ecco come ragiona S. Paolo: “La Scrittura c’insegna che Abramo piacque a Dio e si santificò allorché credette alla sua parola ed ubbidì ad essa, lasciando la patria sua: Dio allora gli fece una promessa solenne, assoluta, dicendogli: “Tutte le genti saranno benedette in te, cioè riceveranno come te e allo stesso modo la mia grazia. „ Ora allorché Abramo ricevette la grazia, non vi era né la legge di Mose, né la circoncisione: dunque si giustificò non in forza della legge mosaica e della circoncisione, ma per la fede che ebbe e per l’ubbidienza sua alla parola di Dio; ma Dio promise che allo stesso modo si sarebbero giustificate tutte le genti, o Gentili; “… dunque, o Galati, per piacere a Dio si esige la fede e l’obbedienza ai voleri divini, ma non l’osservanza della legge di Mosè”; e S. Paolo avverte che la promessa della giustificazione fu fatta non solo ad Abramo, ma anche alla sua “prole”, non proli, perché si indicava Cristo e tutti quelli che nella fede si sarebbero mostrati figli di Cristo. L’Apostolo prosegue argomentando così: “La legge venuta dopo 430 anni non poté annullare il patto già stabilito da Dio, sicché rimanesse la promessa senza effetto: „ che è quanto dire: la legge di Mosè, data da Dio sul Sinai, venne 430 anni dopo; ora, se fosse necessaria l’osservanza di questa legge per essere figli di Dio, Dio stesso avrebbe annullata la promessa od il patto stretto con Abramo in forza del quale i Gentili dovevano ricevere la benedizione alla maniera stessa di Abramo. Se la grazia divina venisse a noi dalla legge di Mosè, allora non verrebbe secondo la promessa fatta ad Abramo; eppure questa grazia fu promessa da Dio fuori e prima della legge, e la promessa di Dio sta e deve stare, come sta e deve stare un testamento a cui non è lecito né aggiungere, né levare una sillaba. È questo l’argomento, sottile sì, ma valido, dell’Apostolo. – Ora qualche osservazione acconcia ai nostri bisogni. In questi versetti si parla della giustificazione ottenuta da Abramo, e che doveva ottenersi dai suoi figli secondo lo spirito, mediante la fede in Cristo. Che cosa è questa giustificazione? È la grazia, è una forza stabile, che penetra tutta l’anima, la trasforma, la abbellisce e stampa in essa l’immagine di Dio e le dà il diritto di vederlo un giorno ed amarlo svelatamente ed essere felice della sua stessa felicità. Vedete un ferro: esso è di per sé freddo ed oscuro: fate che il fuoco, un fuoco potente lo investa; diventa non solo caldo, ma rovente e lucente senza cessare d’essere ferro: ciò stesso avviene dell’anima che riceve la grazia di Dio: non cessa d’essere anima, ma acquista doti e qualità ammirabili; diventa bella della bellezza di Dio, forte della sua forza stessa, e perciò i suoi atti acquistano un valore sovrumano. Quest’anima si dice giustificata, cioè fatta giusta e retta dinanzi a Dio, bella di quella bellezza ch’Egli vuole in lei, e perciò cara a Lui ed oggetto dell’amor suo: essa diviene partecipe della stessa divina natura, come il fiore è partecipe della bellezza del sole che lo colora ed abbellisce. Questa giustificazione o grazia divina non può essere il frutto delle opere nostre, né merito dei nostri sforzi, come non è merito del fiore l’essere abbellito dal sole: è dono, tutto e puro dono di Dio: tutto il nostro merito sta nel riceverlo, ancorché, ricevutolo, possiamo e dobbiamo accrescerlo con la nostra cooperazione. Questa grazia, che è il massimo dei doni di Dio, noi la riceviamo per i meriti di Gesù Cristo, nel quale e per il quale soltanto, come altrove scrive S. Paolo, siamo arricchiti d’ogni bene spirituale. – Seguitiamo l’Apostolo: “Voi direte, così egli fa parlare i Galati: Se la legge mosaica con tutte le sue prescrizioni e con la stessa circoncisione, non ci riconcilia con Dio e non ci santifica, che vale essa? Perché ci fu data? Qual pro di questa legge, che pure viene da Dio? Quid igitur lex?” — Risponde tosto l’Apostolo con la sua forma sì concisa: “Vi dico che la legge mosaica fu aggiunta alla promessa fatta ad Abramo, a causa delle trasgressioni del popolo d’Israele, il quale per la sua lunga dimora in Egitto, era caduto in tanta ignoranza ed in tanto pervertimento, che spesso faceva il male senza nemmeno conoscerlo: (Lex) posìta est propter transgressiones“. Spieghiamo un po’ meglio, se almeno ci vien fatto, la mente dell’Apostolo, che qui può parere oscura. – Abramo si giustificò innanzi a Dio, credendo alle sue parole e promesse ed ubbidendo ai suoi voleri; alla stessa maniera potevano e dovevano giustificarsi tutti i suoi discendenti: bastava che credessero alle divine promesse fatte ad Abramo e operassero conformemente ad esse, ma che avvenne? I suoi discendenti crebbero in gran numero, divennero un gran popolo in Egitto: a poco a poco dimenticarono le promesse avute per Abramo: caddero ripetutamente nell’idolatria e si resero colpevoli di gravissimi delitti. Che fece allora Iddio? Viste le male inclinazioni del popolo e le sue miserande cadute, nella sua misericordia gli diede la legge con tutto quel cumulo di minute prescrizioni ond’essa è ripiena: (Lex) propter transgressionea posita est. Questa legge di timore era un aiuto possente dato al popolo per tenerlo sulla via della verità e mantenere viva in lui la memoria delle promesse divine; questa legge, come poco appresso dice lo stesso Apostolo, era la guida, il pedagogo che doveva condurre Israele a Cristo e prepararlo al suo Vangelo (vers. 25). “La legge mosaica, soggiunge Paolo, fu promulgata dagli Angeli, per mezzo di un mediatore, che è Mosè. „ Da queste parole apprendiamo che la legge data sul Sinai, fu data per mezzo degli Angeli: Ordinata per angelos, e che dagli Angeli la ricevette Mosè, il quale fu poi il mediatore tra Dio e il popolo: In manu mediatoris. Forse alcuno tra voi dirà: Noi abbiamo sempre udito dire che Mosè  ricevette la legge da Dio stesso: come sta che qui S. Paolo ci insegna che Mosè la ricevette dagli Angeli? Nessuna difficoltà, o carissimi. Ciò che Iddio fa per mezzo degli Angeli o dei suoi ministri, dicesi fatto da Lui stesso, perché Egli ne è la causa principale. Non diciamo noi che Dio santifica il bambino nel Battesimo, scioglie dai peccati l’adulto, benché il Battesimo sia conferito dal ministro, e la penitenza amministrata dal Sacerdote ? Similmente le Scritture sante ci dicono che la legge fu data a Mosè, ora da Dio ed ora dagli Angeli, ed è l’una e l’altra cosa. E qui è superfluo il ciò che altre volte ebbi a dire, cioè Dio nelle opere tutte che compie fuori di sé, anche le più alte, suole usare come strumento le cause seconde, Angeli ed uomini, perché in tal guisa apparisce meglio la sua grandezza e la sua gloria, e perché eleva alla dignità di cause le creature, le nobilita e le rende più simili a sé. Impariamo dunque ad  venerare questi spiriti eccelsi, gli Angeli che stanno tra Dio e noi, e che sono i ministri ordinari dei suoi voleri sulla terra. E fino a quando doveva durare la legge di Mosè, data in aiuto delle promesse fatte prima ad Abramo? Finché fosse venuto il seme a cui aveva promesso — Donec veniret semen cui promiserat, „ E chi è questo seme? Non occorre il dirlo, è Cristo, nel quale avrebbe avuto compimento la benedizione promessa ad Abramo. Allorché il fanciullo diventa uomo, cessa l’opera del pedagogo: dunque alla venuta di Cristo doveva cessare la legge, e cessò. –  Continua S. Paolo e scrive: “Ora mediatore non vi fu per uno, eppure Dio è uno. „  È una sentenza che ha bisogno di essere chiarita, e così mi pare si possa chiarire: Dio è uno solo e Padre di tutti gli uomini, e tutti li vuol salvi, e la sua volontà è eterna ed immutabile: agli Ebrei diede la legge in aggiunta alla promessa per condurli a salute, e la diede per Mosè, come per un mediatore: a quelli che non sono Ebrei provvede Egli stesso, ponendo a loro capo Cristo stesso, e in Lui unificando i figli di Abramo ch’ebbero il mediatore in Mosè, ed i Gentili, che chiama a sé senza l’opera di Mosè. In altri termini: come gli uomini si salvavano senza la legge, prima di Mosè, per la fede in Cristo ventura, così ora si salvano senza la stessa legge, purché credano in Cristo già venuto: la legge di Mosè fu un aiuto temporaneo dato da Dio ai soli Ebrei. La conseguenza pratica di questo insegnamento dell’Apostolo nei versetti citati, si riduce in sostanza a stabilire questo punto fondamentale: la salute per tutti gli uomini, Giudei e non Giudei, prima e dopo Cristo, sta riposta unicamente in Cristo, Salvatore universale. Egli comparisce sulla terra nel mezzo dei tempi: una parte dell’umanità lo precede: l’altra viene dopo di Lui e continuerà, fino alla fine dei tempi: quella prima parte guarda a Cristo venturo con la fede nelle promesse divine, come Adamo, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, o con la fede aiutata dalla legge mosaica, come Mosè, Davide e tutti i profeti; la seconda parte guarda a Cristo venuto, e a Lui si unisce con la fede, che opera per la carità. Per tal modo Cristo è il gran centro di tutta l’umanità, e in Lui si appuntano tutti gli sguardi, tutti i desideri e tutti gli amori di quelli che cercano e vogliono la salvezza. Fratelli e figliuoli carissimi! Gesù Cristo è la luce delle nostre menti, è la forza delle nostre volontà, è la nostra vita. Tutti dunque uniamoci a Lui, perché solo per Lui abbiamo accesso a Dio, come scrive altrove San Paolo. Ma come  possiamo unirci a Lui, sì che la sua vita divina si spanda in noi? Eccovelo. L’anima nostra si svolge tutta negli atti di quelle due potenze che le sono proprie e caratteristiche: l’intelligenza e la volontà. L’intelligenza è ordinata al possesso della verità, come l’occhio è ordinato a ricevere la luce: e la volontà tende necessariamente ad amare, come i polmoni a respirare. Ora Gesù Cristo, autore e consumatore dalla fede, per mezzo della Chiesa, ci presenta le verità che sono la luce dalla nostra intelligenza, ci mostra se stesso, come oggetto degno di tutto il nostro amore. Ebbene:  appuntiamo la nostra intelligenza in queste verità che sgorgano da Cristo, come i raggi emanano dal sole; volgiamo il nostro cuore a Gesù, come il fiore volge il suo calice al sole che lo colora, e posiamolo in Lui, ed ecco compiuta la nostra unione con Gesù Cristo. Dietro alla mente ed al cuore, con la fede e con la carità intimamente uniti a Gesù Cristo, verranno le opere, verrà il corpo stesso, fedele esecutore di ciò che si conosce e si vuole od ama. Congiunti mente e cuore a Gesù Cristo nel tempo, lo saremo nella eternità. Ma è da passare alla spiegazione degli ultimi due versetti della nostra Epistola. “Sarà dunque la legge contraria alle promesse di Dio? No. „ — È una nuova difficoltà che l’Apostolo, secondo il suo stile sì conciso e vibrato, muove a se stesso. La legge di Mosè, come sopra si è stabilito, non dava la grazia e la santificazione per se stessa, ma questa veniva soltanto dalla fede salda alle promesse divine; ora l’essere aggiunta la legge di Mosè alle promesse divine, fa sì che sembri non bastevole la fede, e che la giustificazione derivi dalla legge stessa. In altra forma: l’aggiunta della legge mosaica alle promesse divine arguirebbe il difetto di queste e la necessità e sufficienza di quella. No, no, risponde Paolo, quasi inorridito: Absit. Se la legge mosaica avesse avuto virtù di santificarci per se stessa, allora sarebbe vero che è contraria alle promesse, perché la giustificazione ci verrebbe dalla legge e non dalle promesse divine e dalla fede alle medesime. Resta dunque verità indubitata, che la legge mosaica non può sostituire la fede nell’opera della nostra giustificazione, e che fu soltanto un aiuto temporaneo dato agli Ebrei, per renderla più sensibile e conservarla finché venne Cristo, che la rese inutile. – Siamo all’ultima sentenza dell’Apostolo: “Ma la Scrittura ha racchiusa ogni cosa sotto peccato, affinché la promessa di fede fosse data per Gesù Cristo ai credenti. „ Non ve lo dissimulo, o carissimi; anche quest’ultima sentenza è dura ad intendersi per la forma del dire e per la struttura del periodo: ma questo è il senso: No, la legge di Mosè non è contraria alle promesse di giustificare gli uomini con la fede in Gesù Cristo; anzi serve di mezzo a compirle. In qual modo? La legge mosaica data agli Ebrei tolse forse le trasgressioni ed arrestò le colpe loro? No; anzi crebbero a dismisura fino all’eccesso di mettere a morte il Figliuolo di Dio: la legge mosaica mise in piena luce la debolezza dell’uomo, e gli fece sentire dopo sì lunga prova la necessità dell’aiuto divino, e che solo per la fede in Gesù Cristo poteva giustificarsi. Questa dottrina dell’Apostolo mi richiama al pensiero ciò ch’egli stabilisce nei primi tre capi della sua lettera ai Romani, e particolarmente nel terzo (vers. 20). S. Paolo mostra con robusta eloquenza, che tanto i Gentili con la sola ragione e con la sola forza della natura, come gli Ebrei con la loro legge mosaica, non poterono piacere a Dio, e che tanto quelli che questi, dovevano confessare la loro impotenza assoluta nell’opera della propria giustificazione, ed erano forzati a riconoscerla soltanto da Gesù Cristo, e così nessuno possa gloriarsi dinanzi a Dio e tutti soggiacciamo al suo giudizio (Rom. III, 19). Tutti, Gentili ed Ebrei, sono peccatori: tutti egualmente, per piacere a Dio e salvarsi, hanno bisogno della fede in Gesù Cristo (Rom. III, 22, 23, 27, 29, 30). Deh! che questa fede, che riceveste nel santo Battesimo, che fu nutrita dalla parola di Dio e dai Sacramenti, che è la radice della nostra santificazione e che opera per la carità, sia sempre viva nei vostri cuori [Comprendo molto bene che il testo dell’Apostolo è oscuro e che anche dopo la mia spiegazione rimangano molti punti non abbastanza chiariti. Mi studierò di esporre in breve e più chiaramente il pensiero dell’Apostolo. S. Paolo vuol dimostrare che la legge mosaica per sé non salva e che salva la fede in Dio e in Gesù Cristo. Come lo mostra? Udite. Abramo si giustificò col credere a Dio e alle sue promesse: quelle promesse e quella fede furono anteriori alla legge di Mosè e alla circoncisione: dunque la legge di Mosè e la circoncisione, per sé, non sono necessarie, perché l’uomo si giustificò senza di esse con la fede allo promesse divine. Vanne la legge, venne la circoncisione. Perché? A che servono? Unicamente come aiuto e mezzo per avvivare la fede nelle divine promesse, attese le debolezze e la infedeltà d’Israele. La legge mosaica e la circoncisione non tolse dunque nulla alla efficacia della fede nelle divine promesse. Ora è venuto il termine delle divine promesse: Cristo. Via dunque la legge mosaica, via la circoncisione, ch’erano soltanto un aiuto per tenerci saldi alla fede nelle divine promesse: si leva l’impalcatura quando la fabbrica è compiuta. Così parmi spiegato meglio il testo apostolico].

Graduale
Ps LXXIII:20; 19; 22.

Réspice, Dómine, in testaméntum tuum: et ánimas páuperum tuórum ne obliviscáris in finem.
[Signore, abbi riguardo al tuo patto: e non dimenticare per sempre le ànime dei tuoi poveri.,+

Exsúrge, Dómine, et júdica causam tuam: memor esto oppróbrii servórum tuórum. Allelúja, allelúja
[
V. Sorgi, o Signore, e difendi la tua causa e ricordati dell’oltraggio a Te fatto. Allelúia, allelúia].

Alleluja

Ps LXXXIX:1
Dómine, refúgium factus es nobis a generatióne et progénie. Allelúja. [O Signore, [Tu fosti il nostro rifugio in ogni età. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XVII:11-19

In illo témpore: Dum iret Jesus in Jerúsalem, transíbat per médiam Samaríam et Galilaeam. Et cum ingrederétur quoddam castéllum, occurrérunt ei decem viri leprósi, qui stetérunt a longe; et levavérunt vocem dicéntes: Jesu præcéptor, miserére nostri.
Quos ut vidit, dixit: Ite, osténdite vos sacerdótibus. Et factum est, dum irent, mundáti sunt. Unus autem ex illis, ut vidit quia mundátus est, regréssus est, cum magna voce magníficans Deum, et cecidit in fáciem ante pedes ejus, grátias agens: et hic erat Samaritánus. Respóndens autem Jesus, dixit: Nonne decem mundáti sunt? et novem ubi sunt? Non est invéntus, qui redíret et daret glóriam Deo, nisi hic alienígena. Et ait illi: Surge, vade; quia fides tua te salvum fecit.” 

OMELIA II

 [Mons. Bonomelli: ut supra; vol. IV, Omelia II.- Torino 1899]

“Avvenne che, nel muovere alla volta di Gerusalemme, Gesù passava attraverso la Samaria e la Galilea; ed essendo entrato in un certo villaggio, gli si fecero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono da lontano e levarono la voce, dicendo: “O Gesù maestro, abbi pietà di noi”. E vedutili, disse loro: “Andate e mostratevi ai sacerdoti”. E avvenne, che nell’andare, furono mondati. Ed uno di quelli, vedutosi mondato, torna indietro, glorificando Dio a gran voce. E gittossi con la faccia per terra, ai piedi di Lui, ringraziandolo, e questi era samaritano. Allora Gesù, rispondendo, disse: Non furono forse dieci i mondati? E dove sono gli altri nove? Non si è trovato chi tornasse a dar gloria a Dio se non questo straniero? Egli disse: Levati su e vattene: che la tua fede ti ha salvato!” (S. Luca, XVII, 11-19).

Il miracolo della resurrezione di Lazzaro, sì strepitoso, sì evidente, operato da Gesù sulle porte di Gerusalemme, aveva messo sossopra il Sinedrio. I capi dei farisei e del popolo, radunati a concilio sotto la presidenza di Caifa, avevano deliberato di metterlo a morte. Gesù allora (Giov. XI, 54) lasciò Gerusalemme e Betania e si ritrasse ad Efrem, cittadella sui confini della Giudea. Poco appresso lasciò anche Efrem, prese la via della Samaria, risalì fino in Galilea e di là discese nella valle del Giordano e ripigliò il cammino verso Gerico e Gerusalemme, poco prima dell’ultima Pasqua. Fu in questo viaggio, che precedette di pochi giorni la sua morte, che avvenne il fatto, o meglio, il miracolo, che vi ho narrato. Esso non presenta difficoltà alcuna: ma si presta ad applicazioni morali non prive di pratico interesse, meritevoli della vostra pia attenzione. – Narra un viaggiatore moderno di aver trovato, sulla via che da Giaffa mette a Gerusalemme, una turba di pezzenti. Essi, scrive il viaggiatore, erano senza capelli, senza naso, senz’occhi, e tendevano verso di lui le braccia senza mani: non parlavano, ma mugolavano nella gola parole impossibili ad intendersi. Erano lebbrosi che vivevano rilegati fuori dell’abitato, in certi casolari abbandonati; nessuno toccava né loro, né i loro abiti od utensili. I tocchi dalla lebbra, oggi assai rari anche in Oriente, erano numerosi al tempo di Cristo. Questa terribile malattia, comune allora in Oriente, passò in Occidente al tempo delle Crociate e vi si diffuse in modo che si eressero molti ospitali per i lebbrosi. Oggidì in Occidente è quasi scomparsa, ma non sono rari i casi in Oriente, massime in Palestina e se ne hanno in altre parti del mondo. Era ed è una conseguenza del difetto d’ogni pulizia. Mosè aveva stabilito le regole più minute e più severe da osservarsi quanto ai lebbrosi od anche solo sospetti d’essere colti dal fiero morbo. Il sacerdote, ch’era anche medico, doveva esaminare l’infermo sospetto di lebbra: trovatolo caso dubbio, lo separava finché cessasse il dubbio. Se non era lebbra, lo lasciava libero; se la lebbra si manifestava, lo separava totalmente dalla società: se guariva, ciò che accadeva raramente, il lebbroso doveva presentarsi al sacerdote, il quale, accertata la guarigione, nella sua qualità anche di medico, gli permetteva di ritornare in mezzo alla società. Mosè si può considerare come il primo legislatore, che contro il propagarsi delle malattie contagiose (e contagiosa in sommo grado era la lebbra) stabilì la più assoluta separazione. Mandate innanzi queste semplici osservazioni, veniamo al fatto narrato dal Vangelo. Avvenne che nel muovere alla volta di Gerusalemme, Gesù passava attraverso la Samaria e la Galilea. „ La Samaria divide la Giudea dalla Galilea, tantoché non si poteva passare dall’una all’altra provincia senza attraversare la Samaria, o fare un lungo giro ad oriente, di là del Giordano. – ” Essendo entrato, in un certo villaggio, gli si fecero incontro dieci lebbrosi. „ Noi ignoriamo il nome di questo villaggio che il Vangelo non ha nominato; ma secondo ogni verosimiglianza è il villaggio che oggi si chiama Diennin (V. P. Didon, Vita di Gesù Cristo, vol. 1, pag. 140), a metà strada tra Nazaret e Sichem. Presso il villaggio gli si fecero incontro dieci lebbrosi. Non deve far meraviglia trovarne dieci insieme, sia perché, come dissi, allora in Palestina erano più frequenti che al presente i casi di lebbra, sia perché, cacciati dai luoghi abitati ed andando qua e là a guisa di vagabondi, era naturale che gl’infelici si cercassero a vicenda, per temperare nella convivenza, che sola era loro possibile, lo strazio dei loro dolori e l’affanno e la desolazione dell’isolamento inesorabile a cui erano condannati. Il trovarsi tra loro un Samaritano prova che si erano mossi insieme, dandosi quasi la posta, da vari paesi. Quei miseri avevano certo dovuto udire più volte pronunziare il nome di Gesù, come quello di un gran profeta, d’un gran maestro, anzi del Messia aspettato. La fama dei miracoli operati da lui, certamente era giunta ai loro orecchi, e con essa era nata nel loro cuore la speranza d’essere per Lui risanati. Per chi è percosso da grave infermità è tanto naturale aprir l’animo ala speranza della guarigione, anche quando sembra impossibile! Pensate se non lo dovessero aprire questi sventurati, che di Gesù, della sua bontà e della sua potenza avevano udite tante meraviglie! Io credo che qualche persona, impietosita di quegli infelici e bramosa di vedere un miracolo, corresse a loro, e stando da lungi, li chiamasse e gridasse loro che Gesù di Nazaret, l’operatore di tanti miracoli, si avvicinava al villaggio; ch’Egli poteva guarirli; che non dovevano lasciar sfuggire sì bella occasione; che corressero a Lui, che lo pregassero, che lo supplicassero a risanarli: era sì buono, che li avrebbe esauditi, come altri ne aveva esauditi! Immaginate voi se quei poveretti avevano bisogno d’altri conforti. Essi, unitisi insieme, e forse sorreggendosi pietosamente gli uni gli altri, si collocarono sulla via per dove passava Gesù, e appena lo videro o l’udirono avvicinarsi, rispettando la legge, che li obbligava a starsene lontani: “Levaverunt vocem suam — si misero a gridare come più e meglio potevano. „ E che dicevano essi quei tapini? Qual era il grido, lamentevole, quale la preghiera ardente, che rivolgevano a Gesù, agitando le braccia? Uditela: “O Gesù maestro, abbi pietà di noi” – = — Jesu præceptor, miserere nostri. „ Lo chiamano col suo nome proprio e sì dolce, e vi aggiungono il titolo d’onore: “Maestro – Rabbi, „ che gli si dava dal popolo e che a Lui sì bene conveniva. Il loro grido, la loro preghiera è sì bella, sì semplice e sì eloquente, che altra più naturale e più efficace non si può immaginare. È questa la preghiera che il bisogno e la stessa natura mettono sulle labbra dell’uomo, ed è quella che dovrebbe risonare sulle nostre ogni qualvolta ci prostriamo dinanzi a Dio: Signore, abbiate pietà di me: Miserere mei, Deus. E la confessione della nostra miseria, è l’espressione della nostra fiducia in Dio: è il grido dell’umiltà e della speranza, le due ali con le quali voliamo a Dio. Allorché, o carissimi, siamo afflitti, desolati e gemiamo sotto il peso dei nostri dolori, e talvolta non sappiamo come pregare, prostriamoci dinanzi a Dio e ripetiamo spesso questa sì breve e sì santa preghiera: “Signore, abbiate pietà di me. „ I poveri lebbrosi non gridano a Gesù: Liberaci, o Maestro, da questa lebbra, mondaci da queste schianze e fetide piaghe onde siamo coperti: essi le mostrano e a chi ha cuore, basta mostrare i bisogni per essere esauditi. Io credo che, come al solito, gran folla di popolo accompagnasse Gesù, desiderosa di vedere il miracolo. Gli occhi di tutta quella moltitudine si fissavano avidamente ora sopra il divino Maestro, ed ora sui dieci sventurati; il silenzio doveva essere profondo, vivissima l’aspettazione. Gesù fermò gli occhi pieni d’amore e di tenerezza sopra di essi, mostrando che sentiva al vivo i loro dolori, e poi con voce amorevole e che mostrava i loro voti dover essere fatti paghi, disse: “Andate, mostratevi ai sacerdoti — Ite, ostendite vos sacerdotibus. „ Perché mai Gesù Cristo non volle mondare immediatamente, lì sul luogo, quei dieci lebbrosi, come fece quasi costantemente ogni volta che fu richiesto di qualche miracolo? Perché volle che questi lebbrosi se ne andassero e si mostrassero ai sacerdoti? Non è mestieri il far osservare che Gesù poteva operare i miracoli come meglio stimava, e nessuno aveva il diritto di imporgli il modo di operarli: ma non è temerità investigare con umiltà e riverenza, perché ha voluto tenere questo modo insolito con i dieci lebbrosi, e noi lo facciamo seguendo l’insegnamento dei Padri e degli interpreti più autorevoli. – Secondo la legge di Mosè (Levit., c. XXIV) era uffizio dei sacerdoti, come poc’anzi accennai, il verificare l’esistenza della lebbra e la sua guarigione; e Gesù, per rispetto alla legge, e fors’anco per disarmare con quell’atto di deferenza i sacerdoti, che sapeva essergli nemicissimi, Gesù mandò quei lebbrosi ai sacerdoti per mettere alla prova la loro fede ed ubbidienza, e in tal guisa far loro quasi meritare il miracolo. Finalmente, penso io, voleva che gli stessi sacerdoti, suoi nemici, fossero testimoni del miracolo, e così aprissero gli occhi alla verità. Certamente è poi da credere, che Gesù pronunziò queste parole : “Andate e mostratevi ai sacerdoti, „ in modo che i lebbrosi compresero benissimo che la guarigione era sicura, e non per virtù dei sacerdoti, ma di Lui che li mandava ai sacerdoti. Onde lieti partirono per recarsi dai sacerdoti, e … “avvenne che nell’andare furono mondati. „ Senza dubbio dal contesto del Vangelo è chiaro: la loro guarigione avvenne in un istante, benché dei particolari intorno al modo non vi sia un solo cenno: Et factum est, dum irent mundati sunt. – Voi vedete che la certezza del miracolo non potrebb’essere maggiore. Si tratta d’una malattia visibile a tutti e notissima, e la cui guarigione era assai rara: e quando pure lunga cura, ed era progressiva, non mai repentina; qui il risanamento avvenne sulla via, ad un tratto, in tutti i dieci egualmente, in quella che ubbidiscono al comando di Cristo: non si applica nessun rimedio, non precede la minima cura. Il fatto si compie all’aperto, sulla via pubblica e, credo, sotto gli occhi di molti che li dovevano seguire, se non altro, per una certa curiosità. Si tratta non di un solo lebbroso mondato, ma di dieci; d’uno o di due forse si poteva dubitare che fossero allucinati, o come che sia ingannati o ingannatori: ma dieci allucinati, tutti ingannati o ingannatori, e ingannatori senza motivo, contro ogni interesse proprio, calpestando la propria coscienza, esponendosi ai più gravi pericoli, questo, o cari, è troppo, è impossibile. La guarigione pertanto dei dieci lebbrosi, quale ci è narrata dal Vangelo, considerata in ogni sua parte, col solo lume del senso comune, apparisce un fatto indubitato, e per conseguenza un’opera evidentemente sovrumana, in una parola, un vero miracolo. – E qui mi parrebbe di lasciare imperfetto e manchevole il commento di questo miracolo evangelico, se lasciassi da banda un’altra osservazione od applicazione che vedo toccata da tutti gli interpreti cattolici, e che torna sempre opportunissima. La lebbra, onde quei meschini erano coperti e orribilmente malconci e disfatti, era figura del peccato: il guasto che la lebbra faceva dei corpi, coprendoli di macchie schifose e piaghe puzzolenti e gangrenose e dimorandoli vivi, lo fa il peccato dell’anima nostra. A guisa di immonda lebbra la copre, altera in essa o bruttamente svisa la bella immagine di Dio e la rende deforme ed abominevole ai suoi occhi. Chi la monderà da tanta bruttura? Chi farà cadere quelle pustole fetenti, che tutta la insozzano? Chi chiuderà le sue piaghe, che menano un lezzo intollerabile? Chi ristorerà in essa la immagine di Dio e farà rifiorire l’antica sua bellezza? Dio solo, o carissimi, può ciò fare, perché come Egli solo col Battesimo ha creato queste capolavoro di bellezza, che è l’anima adorna della sua grazia, così Egli solo può rifarlo, rifondendo la stessa grazia: lo può e lo vuole col più acceso desiderio. Dio può mondarla dalla lebbra del peccato e rivestirla della sua prima bellezza, infondendo in essa la sua grazia direttamente, senza bisogno di qualsiasi mezzo o strumento; chi potrebbe dubitarne? Ma Dio vuol fare tutto questo, associando a sé l’uomo, dirò meglio, il sacerdote, e usando di lui, come di strumento, in maniera che  senza il suo concorso, Egli ordinariamente non fa nulla. Dio vuole sciogliere il peccatore dalla lebbra del suo peccato e rifarlo suo figliuolo per adozione mercè l’opera del Sacerdote. Udite ciò che Cristo dice ai dieci lebbrosi, che con le lacrime agli occhi gli chiedono la guarigione: ” Andate, mostratevi ai sacerdoti. „ Così Egli dice a noi tutti peccatori, che gli chiediamo la guarigione dell’anima nostra, il perdono dei nostri peccati: ” Sì, io vi monderò della vostra lebbra; io vi perdonerò le vostre colpe e vi rivestirò dell’ammanto prezioso della grazia; ma andate, e mostratevi ai Sacerdoti — Ite, ostendite vos sacerdotibus. „ Chi mai potrebbe lagnarsi di questa condizione impostaci per avere il perdono delle nostre colpe? Non è Egli il padrone assoluto, al cui impero nessuno può sottrarsi? Non poteva egli imporci condizioni assai più dure e gravose? E non dovremmo noi anche in tal caso essergli grati della misericordia usata? E chi ne può dubitare? Infine ci dice: “ Andate, mostratevi ai Sacerdoti, „ cioè aprite loro il vostro cuore, i penetrali della vostra coscienza: anch’essi, questi Sacerdoti, per ottenere il perdono delle loro colpe, sono sottoposti alla stessa legge, e devono, come voi, manifestare la propria coscienza ai fratelli loro, ed avendo essi pure bisogno di carità, la useranno tutta con voi. Non temete di palesar loro le vostre debolezze e le vostre colpe; esse rimarranno sepolte per sempre nel loro cuore. E non sarà piccolo il vantaggio che voi ritrarrete, manifestando la vostre coscienze ai Sacerdoti: voi sarete obbligati a studiare e conoscere meglio voi stessi, le vostre passioni, le vostre tendenze: il rossore che proverete scorrendo le vostre colpe sarà parte di quella penitenza che dovreste fare, e sarà un valido ritegno al trascorrere delle passioni, e umiliando l’orgoglio troppo naturale del vostro cuore, vi renderà più saldi e più generosi nelle lotte quotidiane che dovrete sostenere. Non vi incresca adunque di ubbidire, come i dieci lebbrosi, al comando, non degli uomini, ma di Gesù Cristo, di andare e mostrarvi ai Sacerdoti con la Confessione, e così essere mondati dalla lebbra del peccato. – Voi dovete sapere che il Vangelo nella narrazione dei fatti è oltre ogni dire conciso: accenna appena le cose più necessarie, e le altre le lascia sottintendere ai lettori. Senza fallo, allorché Gesù Cristo disse ai dieci lebbrosi: “Andate, mostratevi ai sacerdoti, „ ancorché nol dicesse, lasciò loro intendere che certamente sarebbero stati mondati, e perciò la loro fede fu piena, la loro obbedienza fu pronta e cieca, e se ne andarono. Mentre se ne andavano, ad un trattò si videro cadere le squame della lebbra, chiudere le piaghe aperte e rifiorire la carne e perfettamente risanati. Stupiti si guardavano a vicenda, e quasi non sapevano credere ai propri occhi. Potete immaginare la gioia di questi poveri lebbrosi, che testé si vedevano cacciati dalla convivenza sociale, condannati ad una morte inesorabile ed atrocissima, ed ora si vedono ritornati in vita e liberi di rientrare in seno alle loro famiglie. La guarigione dovette avvenire in un istante, come dicevo, e per loro non poteva esservi ombra di dubbio che l’autore del miracolo era Gesù Cristo. L’istantanea e prodigiosa guarigione dalla lebbra di quei tapinelli, è figura di quell’altra istantanea e che Gesù Cristo opera in noi mercé della sacramentale Confessione. Allorché noi, guidati dalla fede, ubbidiamo al comando di Gesù Cristo, e confessiamo schiettamente le nostre colpe al suo ministro: allorché egli alza la sua mano e pronunzia le sante parole: “Io ti assolvo, „ la lebbra del peccato sparisce dall’anima nostra, ed essa è rivestita della bellezza divina, ond’era stata nel santo Battesimo arricchita. Ah! se in quell’istante i nostri occhi potessero vedere ciò che avviene nell’anima nostra e la sua meravigliosa trasformazione, la nostra gioia per fermo non sarebbe inferiore a quella onde furono ricolmi i dieci lebbrosi. –  Ritorniamo alla narrazione evangelica. Visto il miracolo che fecero, che dissero i dieci lebbrosi? Noi immaginiamo che tutti e dieci, senza esitare un solo istante, dovessero rifare la via e a gran corsa ritornare a Gesù, che non doveva essere lontano, e ringraziarlo e benedirlo, e narrare a tutti ciò ch’Egli aveva operato in loro; ma non fu così. Nove proseguirono il loro cammino, come se nulla fosse, e certo si recarono dai sacerdoti, affinché, accertata la guarigione, secondo la legge di Mosè, e fatta l’offerta, fosse loro dato di ritornare nelle loro famiglie (Gesù Cristo comandò ai lebbrosi di mostrarsi ai sacerdoti, non solo, credo io, perché la legge lo voleva e per far palese com’Egli la rispettava, ma perché essi stessi potessero e dovessero vedere con i loro occhi il miracolo per Lui operato e ne fossero testimoni.), il decimo per contrario, appena si vide mondato, ritornò sui suoi passi, corse da Gesù, si buttò ai piedi di Lui, con la faccia sul suolo: Cecidit in faciem suam ante pedes ejus, ringraziandolo senza fine: Gratias agens. E chi era egli questo lebbroso, che solo dei dieci ritornava a Gesù per attestargli la sua gratitudine? Il Vangelo non lo tacque: “Egli era samaritano — Et hic erat samaritanus.” I Giudei, come altra volta ebbi occasione di osservare, odiavano, abbominavano i Samaritani, e li tenevano in conto non solo di erranti e pagani, ma peggio ancora, se era possibile. Eppure Gesù non fece differenza alcuna nel miracolo operato; Egli guarì il Samaritano come gli altri nove che erano giudei, combattendo e distruggendo in tal guisa il pregiudizio nazionale, e mostrando come il Vangelo avrebbe stabilito il regno della carità universale. Poco prima il Salvatore (capo X, 33), ad un dottore della legge, alla presenza delle turbe giudaiche, nella persona di un Samaritano, aveva proposto il modello della carità fraterna; qui, in un Samaritano vero e reale, ci mette innanzi il tipo della gratitudine. Si direbbe che Gesù Cristo disponeva a bello studio le cose in modo da umiliare l’orgoglio degli Ebrei e distruggere il loro inveterato pregiudizio contro dei Samaritani. Credo anche non inutile avvertire un’altra cosa, che mostra il perché il buon Samaritano solo se ne tornò a Gesù, ed è questa: Egli troppo bene sapeva che se si fosse presentato ai sacerdoti, l’avrebbero dispettosamente respinto e rifiutato la sua offerta, appunto perché samaritano; e sapeva d’altra parte che quel Gesù che l’aveva mondato con tanta prontezza e bontà, l’avrebbe anche amorevolmente accolto, e che in fine valeva meglio ringraziare chi l’aveva con sì strepitoso miracolo risanato, che presentarsi al tempio e ai sacerdoti, che nulla avevano fatto, né potevano fare… Il buon Samaritano stava ai piedi di Gesù, e, come meglio poteva, con gli atti e con le parole, e, credo, anche con le lacrime, mostrava la sua gratitudine e benediceva il divino Maestro. Questi lo accoglieva con ogni amorevolezza, lo guardava con occhio pieno d’amore, e taceva; gli Apostoli e le turbe meravigliati gli facevano corona, aspettando pure che Gesù parlasse, e finalmente parlò e disse: “Non furono forse dieci i mondati? E gli altri nove dove sono? „ Voi lo comprendete, o dilettissimi: in queste domande di Gesù si sente un cotale accento di dolore, di mestizia, di nobile e tranquillo lamento, che va dritto al cuore, e che un lungo discorso difficilmente potrebbe esprimere. “Io so bene d’averne risanati dieci: ora come avviene che ne vedo un solo? Gli altri nove dove sono essi? „ Le parole di Cristo non erano rivolte né al Samaritano, né agli Apostoli, ma sono una forma di soliloquio, che fa seco stesso. Dopo un breve silenzio molto significante Gesù riprese, ed in modo solenne, girati intorno gli sguardi, disse: “Dunque non si è trovato chi tornasse a dar gloria a Dio, se non questo straniero! „ Di dieci lebbrosi un solo sentì il dovere di ringraziare chi li aveva sì prodigiosamente risanati, e, per di più, quest’uno non era un figlio di Abramo, ammaestrato dalla legge e dai profeti, ma uno straniero, un Samaritano! Non vi sfugga una osservazione, che mi sembra assai grave: in questo luogo Gesù, in modo abbastanza chiaro, afferma, sé essere Dio, perché dice: “Non si è trovato chi tornasse a dar gloria a Dio che questo straniero; „ ora lo straniero ch’era tornato a dar gloria o ringraziare, com’era suo dovere, dava gloria a Gesù Cristo, e Lui ringraziava: Gesù Cristo adunque parlava da Dio. – Una delle offese più cocenti, una delle ferite più dolorose che un’anima nobile e delicata possa ricevere, è senza dubbio l’ingratitudine delle persone beneficate, massime se queste hanno con essa vincoli speciali di parentela od amicizia, e se i benefizi sono grandi e segnalati. Avea ragione S. Bernardo di scrivere, che l’ingratitudine sopra ogni altra cosa spiace a Dio, particolarmente nei suoi cari figliuoli; che l’ingratitudine chiude la porta alla grazia, e che, quasi vento infuocato, dissecca la fonte della pietà, la rugiada della misèricorda, i ruscelli della grazia (Serm. 51). Non è vero, o cari, che allorché voi avete coscienza di aver colmato di benefizi un amico, di aver teneramente amato i vostri figli e sudato per essi, e li trovate sconoscenti, o anche solo indifferenti, vi sentite trafitti nella parte più intima del cuore ed esclamate: Oh gli ingrati! — Ebbene: da ciò misurate l’offesa che noi facciamo a Dio allorché sì malamente usiamo dei suoi benefizi. Questi, pel numero, per la qualità, per la durata, per la grandezza, per l’amore di chi li concede, non potrebbero essere maggiori. La vita che abbiamo, tutto ciò che alla vita è congiunto, la sua conservazione ad ogni istante, tutti i mezzi per conservarla e perfezionarla: la fede, la grazia, i sacramenti, la vita futura che ci promette ed offre, sono tali e tanti benefizi, che superano al tutto ogni umano comprendimento. Eppure a tanti benefizi, a tanto amore come abbiamo noi corrisposto? Me ne appello a voi. Noi ci lagniamo sì spesso di trovare uomini ingrati, e i nostri benefici sono quasi sempre un nonnulla: con quanta maggior ragione Dio può lagnarsi di noi, che tante volte lasciamo passare, non dico le ore e i giorni, ma le settimane, i mesi e gli anni senza dirgli: “O Signore, vi ringrazio della vita che mi avete accordato; della fede che mi avete dato, dei tanti benefizi che mi avete concessi! Questa gratitudine la dovremmo in ispecial maniera mostrare a Dio quando ci monda dalla lebbra dei nostri peccati nel Sacramento della Penitenza. In questo bagno salutifero Gesù Cristo ci monda dalla lebbra del peccato e ci adorna del manto glorioso della sua grazia; sarebbe mai, o dilettissimi, che a somiglianza dei nove lebbrosi, uscendo da questo lavacro purificatore, non ci recassimo ai piedi dell’altare, dove Gesù dimora nell’augusto Sacramento, e prostrandoci alla sua presenza col buon Samaritano, non lo ringraziassimo e levassimo a cielo la sua bontà e misericordia? Ah! se non lo facessimo, saremmo pure ingrati, e Gesù a ragione; potrebbe dire: E questo lebbroso, ch’io ho mondato nel mio sangue, non è venuto a ringraziarmi? Tanti pagani e Gentili ringraziano i loro idoli di quei benefizi che credono d’aver ricevuto da loro; tanti musulmani pubblicamente s’inginocchiano per benedire quel Dio, ch’ essi sì imperfettamente conoscono; tanti eretici e scismatici, che vivono nei loro errori, sollevano a me le loro mani e mi ringraziano a gran voce dei doni loro concessi; e i figli della Chiesa, i miei figli, prosciolti per me dai loro peccati, risanati dalla lebbra che li divora, non si curano tampoco di ringraziarmi. Ogni giorno al mattino ed alla sera, porgiamo a Dio il tributo della nostra riconoscenza, ringraziandolo degli innumerevoli benefizi onde ci è largo, e più particolarmente ogni volta che nel Sacramento della Penitenza ci mondiamo dalla lebbra del peccato, ricordandoci che il mezzo più efficace di ottenere grazie da Dio è quello di mostrarci grati di quelle ricevute. “Allora Gesù Cristo, così S. Luca chiude il suo racconto, disse al Samaritano: Levati e vattene, che la tua fede ti ha salvato. „ Tu hai creduto alle mie parole: tu, ubbidiente, andavi per mostrarti ai sacerdoti, secondo il mio comando: premio della tua fede e della tua ubbidienza è stata la guarigione; più grato de’ tuoi compagni, venisti a ringraziarmi; or levati e vattene. ,, Gesù qui, come in tanti altri luoghi del Vangelo, attribuisce la guarigione del lebbroso alla fede: certo la causa principale di quella guarigione era la bontà e la onnipotenza di Gesù Cristo; ma da queste parole apparisce che vi ebbe anche parte la fede del lebbroso stesso, tantoché è da dire, che se il lebbroso non avesse avuto questa fede, non sarebbe stato nemmeno risanato. Quantunque le parole di Cristo: ” La tua fede ti ha salvato, „ direttamente si riferiscano alla guarigione del corpo, è comune sentenza degli interpreti, che si riferiscano anche alla guarigione dell’anima, sia perché non è esclusa, sia perché era costume di Gesù Cristo risanare coi corpi anche le anime, sia finalmente perché la condotta del povero samaritano, i suoi ringraziamenti, la sua gratitudine sì altamente lodata dal Salvatore, non ci lasciano dubbio della sua pronta e sincera conversione. L’esempio di questo avventurato samaritano ci stia sempre dinanzi alla mente: egli ottenne insieme la salute del corpo e quella dell’anima: la ottenne dalla bontà del divino Maestro, ma non senza la propria cooperazione, per testimonianza di Cristo: ” La tua fede ti ha salvato. „ Noi pure otterremo la salvezza dell’anima nostra, ma a patto di prestare fedelmente la nostra cooperazione, radice della quale è la fede viva: Fides tua te salvum fecit.

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps XXXIII:15-16
In te sperávi, Dómine; dixi: Tu es Deus meus, in mánibus tuis témpora mea.
[O Signore, in Te confido; dico: Tu sei il mio Dio, nelle tue mani sono le mie sorti.]

Secreta
Popitiáre, Dómine, pópulo tuo, propitiáre munéribus: ut, hac oblatióne placátus, et indulgéntiam nobis tríbuas et postuláta concedas. [Sii propizio, o Signore, al tuo popolo, sii propizio alle sue offerte, affinché, placato mediante queste oblazioni, ci conceda il tuo perdono e quanto Ti domandiamo.]

Communio
Sap XVI:20
Panem de coelo dedísti nobis, Dómine, habéntem omne delectaméntum et omnem sapórem suavitátis.
[Ci hai elargito il pane dal cielo, o Signore, che ha ogni delizia e ogni sapore di dolcezza.]

Postcommunio
Orémus.
Sumptis, Dómine, coeléstibus sacraméntis: ad redemptiónis ætérnæ, quǽsumus, proficiámus augméntum.
[Fa, o Signore, Te ne preghiamo, che, ricevuti i celesti sacramenti, progrediamo nell’opera della nostra salvezza eterna.]

MESSA DELL’ASSUNZIONE (2018)

MESSA DELL’ASSUNTA 2018

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ap XII:1
Signum magnum appáruit in cœlo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim [Un gran segno apparve nel cielo: una Donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].
Ps XCVII:1
Cantáte Dómino cánticum novum: quóniam mirabília fecit. Cantate al Signore un càntico nuovo: perché ha fatto meraviglie.
Signum magnum appáruit in coelo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim [Un gran segno apparve nel cielo: una donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].

Oratio
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui Immaculátam Vírginem Maríam, Fílii tui genitrícem, córpore et ánima ad coeléstem glóriam assumpsísti: concéde, quǽsumus; ut, ad superna semper inténti, ipsíus glóriæ mereámur esse consórtes.
Onnipotente sempiterno Iddio, che hai assunto in corpo ed ànima alla gloria celeste l’Immacolata Vergine Maria, Madre del tuo Figlio: concédici, Te ne preghiamo, che sempre intenti alle cose soprannaturali, possiamo divenire partecipi della sua gloria.

Lectio
Léctio libri Judith.
Judith XIII, 22-25; XV:10
Benedíxit te Dóminus in virtúte sua, quia per te ad níhilum redégit inimícos nostros. Benedícta es tu, fília, a Dómino Deo excelso, præ ómnibus muliéribus super terram. Benedíctus Dóminus, qui creávit coelum et terram, qui te direxit in vúlnera cápitis príncipis inimicórum nostrórum; quia hódie nomen tuum ita magnificávit, ut non recédat laus tua de ore hóminum, qui mémores fúerint virtútis Dómini in ætérnum, pro quibus non pepercísti ánimæ tuæ propter angústias et tribulatiónem géneris tui, sed subvenísti ruínæ ante conspéctum Dei nostri. Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri.
[Il Signore ti ha benedetta nella sua potenza, perché per mezzo tuo annientò i nostri nemici. Tu, o figlia, sei benedetta dall’Altissimo più che tutte le donne della terra. Sia benedetto Iddio, creatore del cielo e della terra, che ha guidato la tua mano per troncare il capo al nostro maggior nemico. Oggi ha reso cosí glorioso il tuo nome, che la tua lode non si partirà mai dalla bocca degli uomini che in ogni tempo ricordino la potenza del Signore; a pro di loro, infatti, tu non ti sei risparmiata, vedendo le angustie e le tribolazioni del tuo popolo, che hai salvato dalla rovina procedendo rettamente alla presenza del nostro Dio. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la gloria di Israele, tu l’onore del nostro popolo!]

Graduale
Ps XLIV:11-12; XLIV:14
Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam, et concupíscit rex decórem tuum. [Ascolta, o figlia; guarda e inclina il tuo orecchio, e s’appassionerà il re della tua bellezza.]

ALLELUJA

Omnis glória ejus fíliæ Regis ab intus, in fímbriis áureis circumamícta varietátibus. Allelúja, allelúja. [V. Tutta bella entra la figlia del Re; tessute d’oro sono le sue vesti. Allelúia, allelúia].
V. Assumpta est María in cœlum: gaudet exércitus Angelórum. Allelúja. [Maria è assunta in cielo: ne giúbila l’esercito degli Angeli. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
Luc 1: 41-50
“In illo témpore: Repléta est Spíritu Sancto Elisabeth et exclamávit voce magna, et dixit: Benedícta tu inter mulíeres, et benedíctus fructus ventris tui. Et unde hoc mihi ut véniat mater Dómini mei ad me? Ecce enim ut facta est vox salutatiónis tuæ in áuribus meis, exsultávit in gáudio infans in útero meo. Et beáta, quæ credidísti, quóniam perficiéntur ea, quæ dicta sunt tibi a Dómino. Et ait María: Magníficat ánima mea Dóminum; et exsultávit spíritus meus in Deo salutári meo; quia respéxit humilitátem ancíllæ suæ, ecce enim ex hoc beátam me dicent omnes generatiónes. Quia fecit mihi magna qui potens est, et sanctum nomen ejus, et misericórdia ejus a progénie in progénies timéntibus eum.”

[In quel tempo: Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo, e ad alta voce esclamò: Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno! Donde a me questo onore che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, infatti, che appena il tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il bimbo ha trasalito nel mio seno. Beata te, che hai creduto che si compirebbero le cose che ti furono dette dal Signore! E Maria rispose: L’ànima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva; ed ecco che da ora tutte le generazioni mi diranno beata. Perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente, e santo è il suo nome, e la sua misericordia si estende di generazione in generazione su chi lo teme.]

OMELIA DELL’ASSUNTA

 La Festa dell’Assunzione

[J. Thiriet: Prontuario evangelico. Libr. Arciv. G. Daverio, MILANO, 1917 -impr.]

“Quæ est ista, quæ ascendit de deserto, delicùs affluens, innixa super dilectum suum?”  (Cantic. VIII, 5 ).

L’assunzione e l’esaltazione di Maria nel cielo hanno degnamente coronato la sua vita ammirabile: la festa dell’Assunzione è una delle più solenni che si celebrino in suo onore. Oggi la Chiesa ci invita a celebrarla con la più viva letizia: « Gaudeamus omnes in Domino… O gloriosa Domina, excelsa super sidera ».

Consideriamo le tre fasi di questo mistero:

1. la morte preziosa di Maria;

2. la sua risurrezione;

3. la sua assunzione e il suo trionfo in cielo.

— Il transito prezioso di Maria Ss.

1. — Gesù, morendo, aveva affidato i suoi discepoli alle materne sollecitudini della Madre sua: volle adunque che, dopo la sua ascesa al Cielo, rimanesse Maria ancor lungo tempo sulla terra per consolarli, per istruirli, e per dirigere i primi fedeli: occorreva che da parte sua completasse, a bene della Chiesa, quello che ancor mancava alle sofferenze di N. S. G. C.

2. — E Maria, nonostante ardentemente desiderasse di ricongiungersi al suo Figliuolo, sempre obbediente, chinò il capo ai voleri del suo Figliuolo. – Vuole la tradizione che Maria, dopo l’Ascensione di Cristo al Cielo rimanesse sulla terra per una ventina d’anni all’incirca ricevendo ogni dì la S. Comunione, glorificando il suo Dio con atti di purissimo amore, e di completa conformità ai suoi voleri, e aumentando ogni dì più il capitale de’ suoi meriti.

3. — Concepita senza peccato originale, doveva essere esentata dalla legge di morte. Il Signore invece aveva stabilito ch’Ella morisse, com’era morto il suo Figliuolo G. C. la santità per eccellenza… che gli somigliasse nella morte come gli era stata somigliante nella vita, e s’offrisse, come lui, in perfetto oloucasto. – Finalmente doveva esserci di modello in questa grande partenza per l’eternità e costituire per noi una sorgente di consolazione.

4. — Ma la morte non dovendo essere un castigo per Maria, ecco che sen venne a Lui non in quella maniera con cui s’affaccia al letto dei figli dell’uomo, cioè preceduta da angosce, da malattie, da spasimi e da crisi agoniche… La sua morte fu un estasi, un rapimento; Maria morì d’amore… L’amor di Maria era radicato m Dio Padre, il Quale aveva fecondato il suo seno, sicché Ella diede alla luce il Verbo divino fatto carne, che amò come suo proprio figliolo. L’amor di Maria era un amor di madre per il suo figliuolo, era l’amor d’una santa per il suo Dio. Vinta dall’amor di Dio, l’anima sua si separò dal corpo, senza scosse e senza dolore.

5. — Vuolsi che l’Arcangelo Gabriele l’abbia prevenuta della sua vicina morte. A quest’annunzio naturalmente avrà risposto col solito suo ritornello: Ecce ancilla Domini etc… Narra S. Giov. Damasceno, che gli Apostoli, avvertiti dell’imminente transito di Maria, siano convenuti nella cameretta ove stava adagiata su di umile letticiuolo. Tutti erano presenti, meno Giacomo il minore che aveva già subito il martirio, e Tommaso che arrivò troppo tardi. Maria vedendoli, li avrà benedetti con effusione di cuore, e avrà fatto loro delle raccomandazioni, quali sa fare una madre nell’atto di staccarsi da’ suoi figliuoli.

6. — S. Giovamii Damasceno soggiunge che N. S. venne dal cielo, seguito da parecchie legioni di Angeli, per accogliere l’anima della Madre sua.

7. — Quando dette l’ultimo respiro, gli Angeli, continua a dire S. Giov. Damasceno, riempirono l’aere di dolcissime armonie, come quando nacque Gesù-Cristo. Gli Apostoli, che rappresentavano tutta la Chiesa, si fecero venerabondi intorno alla salma di Maria; e disposero pel suo seppellimento, che pare, secondo una tradizione, abbia avuto luogo nella valle di Giosafat.

— Risurrezione della SS. Vergine.

1. — Trascorsi tre dì dal seppellimento, ecco arrivare Tommaso, il quale manifesta il suo vivo desiderio di vedere per l’ultima volta le sembianze della Madre sua. — Pietro e Giovanni lo fecero pago — e andarono insieme ad aprire la tomba. Ma, oh! prodigio: il sepolcro non racchiudeva più la salma di Maria …. in fondo ad esso c’era un lenzuolo e le vesti in cui era stato avviluppato il corpo di Maria: il corpo era scomparso…. Gli Apostoli proruppero in lodi, ringraziando il Salvatore che di tal modo aveva glorificato la Madre sua — (Leggansi nel Breviario Romano le lezioni IV. V. VI. del quarto giorno nell’ottava dell’Assunzione — 18 Agosto).

2. — Era giusto che Maria fosse esente dalla corruzione del sepolcro, preservata dalla colpa orignale, per singolare privilegio, preservata dalla colpa originale: giacché solo all’uom peccatore fu detto: morrai… ma inoltre: Tu ritornerai nella polvere… donde sei stato cavato. Ancora: era conveniente che non dovesse cadere preda della putredine e dei vermini quella carne che era immacolata, e della quale era stata formata quella del Verbo Incarnato… Iddio aveva disposto che l’arca di Mosè, che doveva racchiudere la mamma (figura di N. S. G. C.) fosse costrutta di legno incorruttibile: poteva adunque essere soggetta alla corruzione l’Arca vera e vivente, che aveva rinchiuso nel suo grembo il Santo dei Santi? ». Il Cielo, scrive S. Agostino, merita meglio della terra di conservare un tesoro sì prezioso…. – Gesù, infinitamente possente, ha potuto preservare il corpo di Maria SS. dalla corruzione, come aveva preservato l’anima sua dal peccato originale. Se l’ha potuto, dunque realmente l’ha fatto, perocché è sovranamente buono ». Spettava alla giustizia di Dio, nonché alla sua sapienza, alla sua bontà, ed al suo amore il compimento di questo miracolo in favore di Maria.

III. — Assunzione e trionfo di Maria.

1. — Dopo la sua risurrezione, Cristo rimase sulla terra quaranta giorni per istruire i suoi Apostoli e fortificare la loro fede. Ma per Maria, una volta risorta, non c’erano le stesse ragioni per differire la sua partenza da questa terra. In cielo era vivamente desiderata ed attesa: la potenza divina la elevò al cielo; Gesù la presentò al suo Eterno Genitore. Quale trionfo per Maria! Gli Angeli, il cielo tutto eruppero in quel cantico: « Quæ est ista, quæ ascendit de deserto, deliciis affluens, innixa super dilectum suum? … O gloriosa Domina, excelsa super sidera »•

2. — Ricordiamo gli onori che resero Assuero ad Ester, coronandola regina, e Salomone alla madre sua Bersabea, facendola assidere su di un trono accanto al suo…. ma queste non sono che pallide figure di quello che ha fatto Gesù verso la madre sua, e la SS. Trinità verso Maria: la realtà è di gran lunga superiore alla figura! Tota pulchra es, … tota pulchra es … le avrà detto Iddio. Veni coronaberis…. secondo i tuoi meriti, e l’amor mio… Poi dandole per vestimento il sole, la luna come sgabello ai suoi pie (siccome la vidde Giovanni nella visione di Patmos), la fece sedere su di un trono più elevato di tutti gli altri, ed ordinò che tutti chinassero il capo, e piegassero le ginocchia al pronunciarsi del nome di Maria. La costituì Regina del Cielo e della terra, degli Angeli e degli uomini.

3. — A questa dignità sovrana Iddio aggiunse un potere senza limiti … I poteri della terra sono circoscritti all’ordine materiale… spesse volte sono distruttori o oppressori…- o almeno effimeri…. che cosa è mai la più grande longevità della vita umana? Inoltre il potere di Maria è universale nella sua estensione, e tocca il mondo, vuoi nell’ordine spirituale, come in quello materiale; è un potere eminentemente benefico, non l’esercita che per fare del bene, e per distruggere il male… è un potere senza limiti, quanto alla sua durata, perché Maria autorevolmente comanderà finché Dio sarà Dio, finché avrà il diritto di dire al Verbo Incarnato, assiso alla destra del Padre suo: Filius meus es tu, ego… genui te. Maria che in terra si chiamò l’ancella del Signore, in cielo è stata costituita Regina, Avvocata e Protettrice!

Conclusione. — Esultiamo per il trionfo e per la gloria accordata alla Madre nostra! Raddoppiamo la nostra fiducia in Dio! Se Iddio l’ha fatta sì potente, l’ha costituita tale, perché c’aiutasse e ci soccorresse nei nostri bisogni spirituali e temporali. O Signora, o Madre nostra, otteneteci la grazia di vivere santamente, di imitare le vostre virtù, di morire piamente fra le vostre braccia, affinché possiamo salire là ove Voi siete, per lodare insieme a Voi la Ss. Trinità, che vi ha così esaltata e glorificata.

Offertorium
Orémus
Gen III:15
Inimicítias ponam inter te et mulíerem, et semen tuum et semen illíus.[Porrò inimicizia tra te e la Donna: fra il tuo seme e il Seme suo.]

Secreta
Ascéndat ad te, Dómine, nostræ devotiónis oblátio, et, beatíssima Vírgine María in coelum assumpta intercedénte, corda nostra, caritátis igne succénsa, ad te júgiter ádspirent.
[Salga fino a Te, o Signore, l’omaggio della nostra devozione, e, per intercessione della beatissima Vergine Maria assunta in cielo, i nostri cuori, accesi di carità, aspirino sempre verso di Te.]

Communio
Luc 1:48-49
Beátam me dicent omnes generatiónes, quia fecit mihi magna qui potens est. [Tutte le generazioni mi diranno beata, perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente.]

Postcommunio
Orémus.
Sumptis, Dómine, salutáribus sacraméntis: da, quǽsumus; ut, méritis et intercessióne beátæ Vírginis Maríæ in coelum assúmptæ, ad resurrectiónis glóriam perducámur.
[Ricevuto, o Signore, il salutare sacramento, fa, Te ne preghiamo, che, per i meriti e l’intercessione della beata Vergine Maria Assunta in cielo, siamo elevati alla gloriosa resurrezione.]

DOMENICA XII DOPO PENTECOSTE (2018)

DOMENICA XII DOPO PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
LXIX:2-3
Deus, in adjutórium meum inténde: Dómine, ad adjuvándum me festína: confundántur et revereántur inimíci mei, qui quærunt ánimam meam.
[O Dio, vieni in mio aiuto: o Signore, affrettati ad aiutarmi: siano confusi e svergognati i miei nemici, che attentano alla mia vita.]
Ps LXIX:4
Avertántur retrórsum et erubéscant: qui cógitant mihi mala.
[Vadano delusi e scornati coloro che tramano contro di me.]

Deus, in adjutórium meum inténde: Dómine, ad adjuvándum me festína: confundántur et revereántur inimíci mei, qui quærunt ánimam meam. [O Dio, vieni in mio aiuto: o Signore, affrettati ad aiutarmi: siano confusi e svergognati i miei nemici, che attentano alla mia vita.]

Oratio
Orémus.
Omnípotens et miséricors Deus, de cujus múnere venit, ut tibi a fidélibus tuis digne et laudabíliter serviátur: tríbue, quǽsumus, nobis; ut ad promissiónes tuas sine offensióne currámus.
[Onnipotente e misericordioso Iddio, poiché dalla tua grazia proviene che i tuoi fedeli Ti servano degnamente e lodevolmente, concedici, Te ne preghiamo, di correre, senza ostacoli, verso i beni da Te promessi.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios. 2 Cor III: 4-9.

“Fratres: Fidúciam talem habémus per Christum ad Deum: non quod sufficiéntes simus cogitáre áliquid a nobis, quasi ex nobis: sed sufficiéntia nostra ex Deo est: qui et idóneos nos fecit minístros novi testaménti: non líttera, sed spíritu: líttera enim occídit, spíritus autem vivíficat. Quod si ministrátio mortis, lítteris deformáta in lapídibus, fuit in glória; ita ut non possent inténdere fili Israël in fáciem Moysi, propter glóriam vultus ejus, quæ evacuátur: quómodo non magis ministrátio Spíritus erit in glória? Nam si ministrátio damnátionis glória est multo magis abúndat ministérium justítiæ in glória.

OMELIA I

 [Mons. Bonomelli: Omelie, Vol. III, Torino 1898; Omelia XXV]

“Tal fiducia noi abbiamo per Cristo presso Dio, non mai che noi fossimo atti a pensare alcun che da noi, come da noi; ma l’attitudine nostra è da Dio, il quale ci ha fatti ministri idonei del nuovo Testamento, non della lettera, ma sì dello spirito; perché la lettera uccide e lo spirito vivifica. Che se il ministero della morte, scolpito in lettere sopra le pietre, fu glorioso, a talché i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè per lo splendore passeggero del suo volto, quanto non sarà egli più glorioso il ministero dello spirito? E veramente se il ministero della condanna fu glorioso, quanto più sarà ricco di gloria il ministero della giustificazione? „ (II Corinti, III: 4-9). –

Questi sei versetti noi leggiamo nella Epistola della Messa odierna, e sono tolti dal capo terzo della seconda di S. Paolo ai Corinti. Questa seconda lettera di S. Paolo ai fedeli della Chiesa di Corinto si può considerare come una appendice ed una continuazione della prima, ed una parte non piccola di essa va in difesa personale della sua condotta e del suo apostolato, alternando destramente le lodi ed i rimproveri, i consigli ed i comandi. Dopo aver condonata la pena inflitta allo scandaloso da lui scomunicato nella prima lettera ed esortato i fedeli ad accoglierlo benignamente ed accennati gli incrementi della fede, S. Paolo parla di se stesso, afferma la propria fedeltà nel ministero apostolico, protestando di non lodare se stesso, perché i Corinti stessi con la loro fede erano la sua più bella giustificazione, la lettera più eloquente, che tutti potevano leggere a sua difesa. Qui comincia il brano sopra riportato, che dobbiamo meditare insieme e che non è privo di interesse. Vi piaccia seguirmi con la vostra solita attenzione. – Ve lo dissi più volte, commentando le lettere di S, Paolo, ch’egli dal dì della sua conversione fino alla sua morte, fu sempre fatto segno di feroci persecuzioni: queste gli venivano dai pagani e più ancora dagli Ebrei ostinati, che lo consideravano come un apostata e un traditore. E non era tutto: contro di lui erano pieni di diffidenza, di mal animo e peggio, non pochi Cristiani, passati dalla legge di Mosè a quella del Vangelo: essi dubitavano della purezza della sua dottrina, lo mettevano in mala voce, come un nemico di Mosè, un novatore, un falso apostolo, in opposizione con gli altri Apostoli, e ponevano grave inciampo alla sua predicazione. Questi sospetti ingiuriosissimi, queste accuse e calunnie, questa incessante guerra di coloro, ch’egli chiama falsi fratelli, affliggevano profondamente la sua grand’anima, e più volte amaramente se ne lagna, come in questa lettera. È un prezioso ammaestramento e conforto per quegli uomini, e non pochi, che dai tempi dell’Apostolo furono e sono nella Chiesa, hanno la coscienza di essere suoi figli e suoi ministri fedeli, e non possono cessare le male lingue dei malevoli e degli ignoranti, che li designano come erranti, come prevaricatori o di dubbia fede. Non sarebbe facile trovare un santo solo, massime dei più illustri e posti in alto per l’ufficio, o per l’ingegno, o per le opere, che non abbia sofferto contraddizioni ed anche vessazioni da Cristiani cattolici buoni e talvolta santi. Chi ignora ciò che Origene, S. Giovanni Grisostomo, S. Cirillo di Gerusalemme, S. Cesario, S. Ignazio di Lojola, S. Giuseppe di Calasanzio, S. Francesco di Sales, S. Alfonso de’ Liguori, patirono da persone pie e da Uomini santi! È Dio che lo permette per purificare i suoi servi, per tenerli nella umiltà, e certo non vi è dolore più acuto del sentirsi combattuti dai buoni e tenuti in conto di erranti. Quelli che si trovano in questo caso nella vita, dall’Apostolo Paolo, hanno un conforto ed un modello sicuro da imitare. Ora veniamo al commento della nostra Epistola.

“Noi, così S. Paolo, non alteriamo la parola di Dio, come fanno molti, ma con schiettezza parliamo, in Cristo, come mandati da Dio ed alla sua presenza „ (C. II, 17)… ” e tale fiducia abbiamo per Cristo presso Dio, „ cioè abbiamo ferma ed intima convinzione e persuasione, per la grazia di Gesù Cristo, d’essere sinceri e fedeli annunziatori della divina parola, checché altri possa pensare e dire. E questa attitudine e fedeltà nell’esercizio dell’apostolico ministero, della quale la Chiesa fondata in Corinto è una prova, a chi si deve ascrivere? Di chi ne è il merito? È forse opera tua, frutto delle tue forze naturali, o grande Apostolo? No, no, risponde subito il Dottore delle genti, e con una frase ammirabile riconferma la dottrina cattolica intorno alla gratuità della grazia. Uditela: “Non mai che noi fossimo atti a pensare alcun che da noi, ma la nostra attitudine è da Dio. „ È dottrina di fede, o cari, che senza l’aiuto della grazia divina noi non possiamo fare nulla che meriti la vita eterna: svolgiamo alquanto più largamente questa verità. – Dio Creatore ci ha dato il corpo coi suoi sensi e l’anima con la sua intelligenza e volontà libera, e tutte le cose esterne necessarie od utili a conservare la vita e perfezionare l’essere nostra: tutti questi beni si dicono naturali e costituiscono quello che chiamiamo ordine naturale. Ora avevamo noi qualche diritto, qualche merito, perché Iddio ci creasse e ci elargisse i doni della natura? Nessun diritto, nessun merito, benché minimo: basti dire che non esistevamo nemmeno e perciò nulla potevamo fare. É con i doni della natura, con l’uso della nostra intelligenza, volontà e libertà, con le opere proprie delle sole nostre forze possiamo noi, o cari, meritare la grazia divina, anche nella minima misura? No, mai. La natura con le sue opere non può meritare se non ciò che è naturale, non mai ciò che è sovrannaturale. Ditemi: l’albero selvatico potrà esso mai produrre altri frutti che selvatici? No, per fermo. Volete che produca frutti domestici, copiosi, dolci a gustarsi? Innestatelo e li avrete. Il somigliante accade della nostra natura: abbandonata a sé non dà che frutti selvatici, agresti, acerbi: fate che abbia la grazia divina, che la illumina, la eleva, la trasforma: eccovi i frutti di vita eterna. Come senza la natura non potevamo fare cosa alcuna nell’ordine naturale, non pensare, non volere, non operare; cosi senza la grazia non possiamo né pensare, né volere, né operare in ordine alla vita eterna. L’occhio senza la luce può esso vedere cosa alcuna? Il campo senza il seme può produrre una sola spiga? Così noi senza la luce della grazia, senza il germe della grazia, siamo al tutto impotenti a conoscere, amare e possedere Iddio come si deve. Questa è necessaria a principio, è necessaria a mezzo, è necessaria in fine, necessaria sempre. Prima di fare una cosa bisogna conoscerla, bisogna pensarla; senza conoscerla, senza pensarla è impossibile il farla, voi lo comprendete: dunque prima di amare e servire Iddio e praticare la virtù, è necessario conoscere e pensare a Dio, conoscere e pensare la virtù, come è necessario il fondamento per fabbricare. Ebbene S. Paolo ci fa sapere che da noi, con le sole nostre forze non siamo capaci nemmeno d’un primo buon pensiero: Non quod sufficientes simus cogitare aliquid a nobis quasi a nobis; se lo siamo, lo siamo perché Dio con la sua grazia ce lo concede: Sed sufficientia nostra ex Deo est. Questa verità dovrebbe fiaccare il nostro orgoglio, farci sentire il nostro nulla e costringerci a gettarci nelle braccia della divina misericordia, unica nostra speranza. Vedo io in me alcun bene, qualche virtù? Devo dire: Non è cosa mia, è dono, tutto e puro dono di Dio. S’Egli ritira il suo dono, la sua grazia, tutto si dilegua, ed io cado nell’abisso, come il sasso che la mano dell’uomo lascia cadere nel precipizio. – Seguitiamo l’Apostolo. Tutto ciò che ho, la dignità di Apostolo e l’attitudine ad adempirne le parti tutte, non è cosa mia: è dono di Dio. scrive S. Paolo: dono di Dio, “il quale ci ha fatti ministri idonei del nuovo Testamento, non secondo la lettera, ma sì secondo lo spirito. „ Non vi è religione, né vera, né falsa, che non abbia il suo sacerdozio e i suoi ministri, come non vi è Stato, sia monarchico, sia repubblicano, che non abbia i suoi magistrati. Abbiamo il vecchio Testamento o il Mosaismo, e con esso abbiamo il suo sacerdozio e i suoi ministri: abbiamo il nuovo Testamento o il Cristianesimo, e con esso il nuovo sacerdozio e i nuovi ministri. È chiaro che il sacerdozio e i ministri della legge mosaica dovevano informarsi allo spirito di quella legge, come il sacerdozio ed i ministri della legge evangelica devono informarsi allo spirito di questa, precisamente come i magistrati civili si devono informare allo spirito della legge, della quale sono interpreti. S. Paolo dichiara, che Dio ha fatto di lui e dei suoi colleghi altrettanti ministri idonei del nuovo Testamento. – E qual è lo spirito del nuovo Testamento e per conseguenza dei suoi ministri? In che sta la differenza tra l’antico ed il nuovo Testamento, tra i ministri di quello e di questo? Eccovela scolpita in due parole con lo stile sì incisivo dell’Apostolo: “Non secondo la lettera, ma secondo lo spirito: „ Non littera, sed spiritu. L’antica legge mosaica è la lettera, la nuova cristiana è lo spirito. Non era possibile ritrarre più al vivo l’indole dei due Testamenti. – Spieghiamola alquanto. La legge antica o mosaica rimaneva al di fuori dell’uomo, riguardava più il corpo che lo spirito; purificazioni continue del corpo, dei vasi sacri, offerte materiali, continui ed innumerevoli sacrifici, oblazioni, riti senza fine e minutissimi e sotto pene gravissime, e andate dicendo: erano tutti atti esterni, era tutto culto e tutta religione esterna principalmente, che dell’interno quel popolo ben poco si curava, anche perché ben poco ne capiva. La legge, nuova o cristiana, va direttamente all’interno, riguarda principalmente lo spirito, esige la purezza del cuore, e senza rigettare, anzi imponendo anche il culto esterno, lo fa servire all’interno, vuole l’ossequio della mente e del cuore, inculca la rinnovazione dell’uomo interiore; insomma proclama, che Dio è spirito e che perciò Dio vuole adoratori in ispirito e verità. Ecco la differenza essenziale tra la legge mosaica e la cristiana. – Ma l’Apostolo chiarisce ancor meglio il suo pensiero con un’altra sentenza, soggiungendo: “Poiché la lettera uccide e lo spirito per contrario vivifica: „ Littera enim occidit, spiritus autem vivificat. Come mai si può dire che la lettera, cioè l’antica legge uccide, e lo spiritò, cioè la legge evangelica vivifica? Lo spiegano i Padri, e tra questi S. Agostino e S. Ambrogio. La legge antica o mosaica si contiene nei cinque libri di Mosè, e più particolarmente nel libro del Levitico, che determina le leggi e le cerimonie sacre. Pigliatelo in mano, percorretelo, e voi troverete che ogni trasgressione, ha la sua pena e grave, e assai volte la pena di morte. Chi bestemmia, sia messo a morte: a chi lavora in sabato, la morte: a chi dice ingiuria ai genitori, la morte: a chi commette adulterio, la morte: al falso profeta, la morte, e via via di questo tenore: era, possiamo dirlo, una legge scritta col sangue, e necessaria per raffrenare quel popolo riottoso e di dura cervice. – Pigliate in mano il Vangelo: esso intima ai peccatori ostinati le pene della vita futura, anche eterne, ma neppure una sola volta la pena di morte nella vita presente. Il Vangelo vuole la conversione del peccatore e non la morte, si impone con la persuasione, non con la forza, a dir breve, è legge d’amore e non di timore, di figli, non di schiavi. – In queste due sentenze dell’Apostolo, noi abbiamo messa in tutta la loro luce la natura della legge mosaica e della evangelica. Permettetemi una domanda, o dilettissimi. Certo la legge mosaica è cessata, è abrogata, ed a quella Gesù Cristo ha sostituita la sua, la evangelica: ma benché la legge mosaica, la legge della lettera, sia cessata ed abrogata, ditemi, è dessa cessata al tutto nella pratica tra i Cristiani? Duole il dirlo, ma bisogna confessarlo; essa è ancor viva in molti senzaché se ne accorgano. Tali sono coloro, che recitano molte e lunghe orazioni con le labbra, e non si curano di accompagnarle con la mente e col cuore: tali sono coloro che osservano le astinenze dalle carni nei giorni stabiliti, che ascoltano la S. Messa la festa, che digiunano anche, ed hanno il cuore e la mente pieni di immondezze, opprimono i poveri, bestemmiano, rubano a man salva, odiano i fratelli, ne lacerano la fama e si reputano buoni Cristiani: tali sono coloro che vanno ai Sacramenti, anche frequentemente, e non fanno sforzo alcuno per reprimere le passioni e praticare la virtù, e credono d’aver fatto ogni loro dovere: quelli che abbondano in pratiche religiose, tridui, ottave, novene, benedizioni, prediche, pellegrinaggi e andate discorrendo, e si rifiutano al più lieve sacrificio per vincere se stessi, per combattere l’amor proprio, per esercitare la carità, regina di tutte le virtù. La religione di costoro è la religione degli Ebrei, degli scribi, dei farisei, tante volte e con frasi sì roventi folgorata da Cristo: è religione tutta esterna, religione del corpo, non dello spirito, che riempie di superbia chi la pratica, tutte foglie e frasche inutili. Carissimi! guardiamoci da siffatta religione, e studiamoci di unire alle pratiche esterne, che sono la lettera, la fede, la speranza, la carità, che sono lo spirito, e allora vivremo. – Ripigliamo il nostro commento. In questi versetti S. Paolo istituisce un parallelo o confronto tra l’antica legge mosaica e la nuova legge cristiana, fra il sacerdozio di quella e il sacerdozio di questa, affine di mostrare la eccellenza del secondo sul primo, e prosegue: “se il ministero della morte, cioè la legge mosaica, sì terribile contro i suoi trasgressori, che spesso colpiva di morte; legge scritta materialmente sopra tavole di pietra, fu gloriosa, massime nel suo promulgatore Mosè , il quale scendendo dal Sinai ne riportò raggiante il volto, sicché il popolo d’Israele non poteva sostenerne la vista, legge ch’era pure destinata a scomparire: se quella legge, se quel ministero, dico, fu glorioso, quanto più gloriosa sarà la legge nuova, il nuovo ministero, che è tutto spirituale e che deve durare fino al termine dei secoli? E non è ancor pago l’Apostolo d’avere magnificato il ministero evangelico sopra il mosaico con sì gagliarde espressioni: egli, nel versetto che segue ed ultimo della nostra lezione, ritorna sulla stessa verità, e con altre parole la ribadisce, scrivendo: E veramente, se il ministero della condanna, cioè se la legge mosaica sì facile alla condanna, alle pene corporee, alla stessa morte, fu nondimeno grande e glorioso, quanto sarà più glorioso il ministero della nuova legge, che cancella i peccati, che giustifica i peccatori, che rigenera le anime e trasforma i figli degli uomini in figli di Dio ed eredi della sua gloria? In altri termini: il ministero dell’antica legge ebbe gran gloria, specialmente nella persona di Mosè, che vide Dio, udì la sua parola e ne riportò sfolgorante il volto: ebbe gran gloria, benché fosse sì severo contro i trasgressori, dovesse finire ed avesse in mira più che la purificazione delle anime, quella dei corpi: sé tale fu quel ministero, quanto più glorioso deve essere questo della nuova legge, istituito da Gesù Cristo stesso, che non infligge pene materiali ai trasgressori, sì benigno, sì paterno, che durerà fino al termine dei secoli, e che è ordinato a santificare direttamente le anime? Ebbene: questo è il ministero mio, il ministero, che ho ricevuto, non dagli uomini, ma da Gesù Cristo stesso, e che io ho esercitato in mezzo a voi e continuerò ad esercitare finché abbia filo di vita, come implicitamente, ma chiaramente, innanzi S. Paolo protesta. In sostanza, in queste sentenze e nelle seguenti, S. Paolo è tutto inteso a mettere in rilievo la sua dignità e il suo ufficio di apostolo della nuova legge sulla dignità ed ufficio dei ministri della legge antica. – A noi forse può sembrare alquanto strana questa condotta dell’Apostolo, e non ne comprendiamo tutta l’importanza e la necessità. Ma se ci trasportiamo ai suoi tempi; se consideriamo le lotte ch’egli doveva sostenere coi cristiani giudaizzanti, che volevano legare la legge evangelica alla mosaica e restringere il benefìcio della redenzione operata da Cristo ai soli figli d’Israele e chiudere le porte ai Gentili, noi comprenderemo la ragione di queste sì frequenti e sì gagliarde difese, che l’Apostolo fa del suo ministero. Si trattava non della sua persona, ma della verità, dell’avvenire della Chiesa, che si voleva sottomessa alla Sinagoga, e l’Apostolo, che vedeva tutto il pericolo, leva la sua voce, non risparmia questi apostoli, che, ignoranti o perversi, col nome di Mosè in bocca, ponevano inciampo gravissimo alla fede e turbavano e confondevano le menti dei deboli. – Miei cari, una riflessione opportuna ai nostri tempi, ed ho finito. La Chiesa di Gesù Cristo, dai tempi di san Paolo a noi, ebbe sempre le sue prove e le sue lotte, e le avrà finché sarà sulla terra. Queste lotte variano secondo i tempi, i luoghi, le persone e le circostanze: ora sono intense e feroci, ora più lievi e più blande, ma non cessano mai, ed è nella natura delle cose che durano, e Gesù Cristo apertamente le predisse. L’ombra segue sempre il corpo, e le infermità più o meno sono compagne dei sani e robusti; così l’errore cammina sempre a fianco della verità, la insidia e la combatte, e gli apostoli di quello non danno mai tregua agli apostoli di questa. Vogliamo o non vogliamo, noi tutti siamo trascinati in questa lotta, che sì fieramente si combatte tra i seguaci dell’errore e quelli della verità, tra gli apostoli del mondo e quelli di Gesù Cristo. Che fare, o dilettissimi? Noi, per uscirne vincitori, dobbiamo tener sempre fisso l’occhio sulle guide sicure che ci dà la Chiesa, porgere l’orecchio docile alla loro parola e chiuderlo alla parola di quelli che si vantano maestri, sì, ma non ci sono dati dalla Chiesa. – I fedeli, al tempo di S. Paolo, come rimasero fedeli alla verità ed al Vangelo di Gesù Cristo? Ascoltando e seguendo il grande Apostolo, che aveva ricevuto direttamente da Cristo la sua missione, e volgendo le spalle a quelli che pur venivano da Gerusalemme e si gloriavano d’essere maestri di verità. Forse saranno stati dotti e valenti, più dotti e più valenti, se volete, di S. Paolo, nelle lettere e nelle scienze umane, la cui parola, egli stesso lo confessa, era incolta e spregevole; ma non dimentichiamolo mai, o carissimi, perché il bisogno è grande anche al giorno d’oggi, la verità della fede non è congiunta per volere di Cristo alla scienza, all’ingegno, ai doni naturali, ma è affidata a quelli che tengono la missione da Cristo stesso, ai Vescovi in comunione col Vescovo dei vescovi, il Romano Pontefice. Se volete conservare con sicurezza il tesoro della fede in mezzo a questo turbine di opinioni e di dottrine che mutano sì spesso, non ascoltate quelli che dicono: “Noi siamo con Paolo, e noi con Apollo, e noi con Pietro, e noi con Cristo, come si diceva ai tempi di Paolo stesso; ma ascoltate veramente Paolo e Apollo e Pietro, quelli cioè che nella Chiesa hanno l’ufficio di ammaestrarvi e guidarvi, e questi vi condurranno a Cristo, che è la verità stessa. Forse non mai, come al presente, fu sì necessaria l’ubbidienza ai pastori della Chiesa, che stanno uniti col Pastore supremo, perché forse non mai come al presente, si cercò di sostituire alla sacra gerarchia l’opinione pubblica, all’autorità che viene da Dio, l’ingegno e l’autorità umana, all’insegnamento dei pastori legittimi quello dei dottori privati! [Volentieri avrei aggiunto alla parola dei vescovi quella dei giornalisti, divenuti oggimai i maestri e le guide del popolo. Il giornalismo è una necessità nelle condizioni attuali: ma è un pericolo, e parlo del giornalismo che si dice cattolico. Talvolta senza che altri se ne avvedano il giornalismo cattolico (cioè quei preti o laici, che lo dirigono) si sostituisce al Vescovo ed esercita una influenza pericolosa, sconvolgendo il principio gerarchico.]

Graduale
Ps XXXIII:2-3.
Benedícam Dóminum in omni témpore: semper laus ejus in ore meo.
[Benedirò il Signore in ogni tempo: la sua lode sarà sempre sulle mie labbra.]
V. In Dómino laudábitur ánima mea: áudiant mansuéti, et læténtur.
[La mia ànima sarà esaltata nel Signore: lo ascoltino i mansueti e siano rallegrati.]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps LXXXVII:2
Dómine, Deus salútis meæ, in die clamávi et nocte coram te. Allelúja.
[O Signore Iddio, mia salvezza: ho gridato a Te giorno e notte. Allelúia.]

Evangelium

.Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
Luc X:23-37
“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Beáti óculi, qui vident quæ vos videtis. Dico enim vobis, quod multi prophétæ et reges voluérunt vidére quæ vos videtis, et non vidérunt: et audire quæ audítis, et non audiérunt. Et ecce, quidam legisperítus surréxit, tentans illum, et dicens: Magister, quid faciéndo vitam ætérnam possidébo?
At ille dixit ad eum: In lege quid scriptum est? quómodo legis? Ille respóndens, dixit: Díliges Dóminum, Deum tuum, ex toto corde tuo, et ex tota ánima tua, et ex ómnibus víribus tuis; et ex omni mente tua: et próximum tuum sicut teípsum. Dixítque illi: Recte respondísti: hoc fac, et vives. Ille autem volens justificáre seípsum, dixit ad Jesum: Et quis est meus próximus? Suscípiens autem Jesus, dixit: Homo quidam descendébat ab Jerúsalem in Jéricho, et íncidit in latrónes, qui étiam despoliavérunt eum: et plagis impósitis abiérunt, semivívo relícto. Accidit autem, ut sacerdos quidam descénderet eádem via: et viso illo præterívit. Simíliter et levíta, cum esset secus locum et vidéret eum, pertránsiit. Samaritánus autem quidam iter fáciens, venit secus eum: et videns eum, misericórdia motus est. Et apprópians, alligávit vulnera ejus, infúndens óleum et vinum: et impónens illum in juméntum suum, duxit in stábulum, et curam ejus egit. Et áltera die prótulit duos denários et dedit stabulário, et ait: Curam illíus habe: et quodcúmque supererogáveris, ego cum redíero, reddam tibi. Quis horum trium vidétur tibi próximus fuísse illi, qui íncidit in latrónes? At ille dixit: Qui fecit misericórdiam in illum. Et ait illi Jesus: Vade, et tu fac simíliter.”

OMELIA II

[Mons. Bonomelli, ut supra, om. XXVI]

“Gesù disse ai suoi Apostoli: Beati, gli occhi, che vedono le cose che voi vedete. Perché vi dico che molti profeti e re desiderarono di vedere le cose che voi vedete, e non le videro, ed udire le cose che voi udite, e non le udirono. Allora sorse un cotal dottore della legge e tentandolo, disse: Maestro, qual cosa farò io per avere la vita eterna? Ed Egli disse: Che sta scritto nella legge? come vi leggi? E quegli rispondendo disse: Amerai il Signore, Iddio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutte le tue forze, con tutta la tua ménte, e il prossimo tuo come te stesso. E Gesù gli disse: “Bene hai risposto; fa questo e vivrai”. Ma quel tale, volendosi giustificare, disse a Gesù: “E chi è mai il mio prossimo?” Allora Gesù, replicando, disse: Un certo uomo discendeva da Gerusalemme in Gerico, diede nei ladri, che lo spogliarono ed anche feritolo, se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Ora avvenne per caso, che un certo sacerdote scendesse per quella via, e vedutolo, passò oltre. Similmente fece un levita; venuto presso a quel luogo, e vedutolo, anch’esso passò oltre. Ma un Samaritano, viaggiando, venne presso di quello, e vedutolo, n’ebbe pietà; ed accostatosi, fasciò le sue ferite, versandovi dell’olio e del vino e messolo sul suo giumento, lo menò all’albergo e si prese cura di lui. E il dì appresso, sborsati due denari, li diede all’oste e gli disse: Abbi cura di lui, e quanto avrai speso di più, ritornando, te lo darò. Di questi tre, chi ti pare essere stato prossimo a colui che cadde nei ladri? E quegli disse: Colui che gli usò misericordia. E Gesù a lui: Va, e tu pure fa allo stesso modo „ (S. Luca, X, 23-37).

Tra le parabole, che si leggono nel Vangelo, questa senza fallo è una delle più belle e più care, fu e rimarrà sempre come un modello inarrivabile per la naturalezza ed efficacia e per l’altissima dottrina, che vi si racchiude. Prima di chiosarla è mestieri vedere il nesso cogli antecedenti per comprendere il perché della domanda fatta a Gesù dal dottore della legge; domanda che provocò la parabola del Samaritano. – Gesù aveva mandato i settantadue discepoli a predicare a coppie nelle città e nei villaggi dov’Egli era per andare. Compiuta la loro missione, essi ritornarono esultanti a Gesù, narrando ciò che avevano fatto. Gesù pure ne fece gran festa, ne ringraziò con grande ardore il Padre, e disse ai discepoli, che dovevano godere più assai perché i loro nomi erano scritti in cielo, vale a dire erano sicuri, corrispondendo d’avere la vita eterna. Poi, rivoltosi ancora ad essi, pronunciò le parole, con le quali comincia l’odierna lezione e che sono per ispiegarvi. – Gesù, rivolto ai suoi discepoli, disse: Beati gli occhi, che vedono le cose che voi vedete. Perché vi dico, che molti profeti e re desiderarono di vedere le cose che voi vedete, e non le videro, ed udire le cose che voi udite, e non le udirono. „ – Tutto l’antico Testamento era una preparazione al nuovo; tutti i riti, tutti i sacrifici, tutti i simboli, tutti i vaticini dell’antico Testamento, come raggi nel centro, si appuntavano nel nuovo, e più propriamente in Gesù Cristo, che ne è l’autore e consumatore. Il Messia, cioè Gesù Cristo, è il fine della legge antica, scrive S. Paolo: Finis legis Christus. Egli è il termine fisso dell’eterno consiglio, Egli è il punto, nel quale tutto si incentra, Egli il sospiro, l’aspettazione, il desiderio dei secoli. Chi può dire con quali affocate brame i patriarchi, i profeti, i santi dell’antico Patto sospirarono la sua venuta! Abramo, Giacobbe, Mose, Davide, Elia, Isaia, Geremia, Daniele e tutti i santi e profeti lo invocarono e desiderarono di vederlo, e intravedendolo attraverso i secoli, lo salutarono da lungi, dice S. Paolo: Salutantes a longe. Àbramo, dice Cristo, vide la mia venuta, e ne gioì: Abraham exultavit, ut videret diem meum; vidit, et gavisus est. Ebbene, esclama Cristo, stendendo le braccia ai suoi cari Apostoli e mirandoli con occhi pieni d’amore; ciò che quei grandi desiderarono di vedere e non videro, di udire e non udirono, voi lo vedete, voi l’udite. Qual grazia, qual gloria è la vostra, e perciò come grande è il dovere della vostra gratitudine! Dilettissimi! Se grande, ineffabile fu la grazia concessa agli Apostoli di vedere e di udire il Piglio di Dio nell’assunta natura, non è minore la nostra, che viviamo tanti secoli dopo di loro. Noi pure, come gli Apostoli, udiamo lo stesso Gesù, leggendo nei Vangeli le sue parole e la sua dottrina; noi possediamo lo stesso Gesù, lo tocchiamo, lo riceviamo dentro di noi stessi nel mistero d’amore, la S. Eucaristia. Tra noi e loro non vi è differenza alcuna sostanziale, perché noi pure al pari di essi possediamo Gesù; essi nella sua forma umana visibile, noi sotto le ombre eucaristiche, sotto le specie del Sacramento; se v’è differenza è quella del modo, non della sostanza, ondechè a noi pure sono rivolte quelle parole di Gesù Cristo: “Beati gli occhi che vedono le cose che voi vedete. Perché vi dico che molti profeti e molti re desiderarono di vedere le cose che voi vedete, e non le videro, di udire le cose che voi udite, e non le udirono. „ Queste parole Gesù disse agli Apostoli, ma insieme con essi, v’era molta gente, e in mezzo ad essa, come quasi sempre, scribi e farisei. Costoro lo seguivano, come sappiamo dal Vangelo, non per udire la parola di vita e di verità che usciva dalle sue labbra, ma per coglierlo in fallo, accusarlo e perderlo. Vedete cecità e malignità di quella gente, che istruita nella legge e nei profeti, doveva essere la prima a riconoscere la sua divina missione, e invece non pure non lo seguiva, ma faceva ogni opera affine di allontanare da Lui il povero popolo. A tanta cecità di mente, a tanto pervertimento di volontà può trascinare la superbia! Che avvenne? In mezzo a quella folla era un dottore della legge, o scriba; costui, argomentandosi di poter pure trarre di bocca a Gesù qualche risposta meno misurata e che gli fornisse appiglio a qualche accusa, gli mosse una domanda. Aveva poco prima udito da Cristo, che i suoi discepoli dovevano essere lieti, perché i loro nomi erano scritti in cielo, sui libri della vita eterna; afferrata questa idea della vita eterna, il legista disse a Gesù: “Maestro, che farò io per avere la vita eterna, della quale or ora hai parlato? „ Per fermo il legista lo sapeva bene: Osserva i comandamenti della legge divina; ma nella sua malizia sperava che Gesù avrebbe aggiunta qualche altra cosa ed avrebbe porto occasione ad accuse. Pensate quanto Gesù doveva soffrire, vedendosi costantemente circondato da questa gente che l’odiava, che gli tendeva lacci e ordiva sempre nuove insidie a suo danno! Eppure Egli taceva, lo soffriva e si studiava di far penetrare la luce della verità in quelle menti ed in quei cuori pervertiti. Gesù prontamente rispose: “Tu sei dottore della legge e la devi ben conoscere, dimmi dunque: “Che cosa sta scritto nella legge? Come vi leggi? „ E il legista: ”    Amerai il Signore Iddio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso. La risposta non poteva essere più netta e precisa: essa è il succo di tutto l’insegnamento divino. Gesù rispose al legista: “Bene hai risposto: fa’ questo e vivrai, „ cioè anche il nome tuo sarà scritto nella vita eterna. – Non è d’uopo ripetere qui ciò che dissi più volte altrove, cioè che l’amore di Dio, quando sia vero amore, porta necessariamente al perfetto adempimento di tutta la legge, della volontà divina, ond’è verissimo, che chi ama, ha osservata tutta la legge ed è sicuro della propria salvezza. Questa risposta di Gesù troncava ogni questione e poneva il legista nella impossibilità di proseguire le sue domande suggestive ed insidiose, e lo svergognava dinanzi alle turbe. Ma egli non si diede per vinto, e volendo coprire il suo mal animo e la sua disfatta, s’appigliò a quell’ultima parola: “Ama il tuo prossimo come te stesso; „ atteggiandosi a discepolo, che ha bisogno d’essere chiarito dal maestro sopra qualche punto più difficile, disse: “Chi è poi il mio prossimo?„ Il legista doveva conoscere almeno in confuso l’insegnamento di Cristo per ciò che spettava l’amore del prossimo, e come la sua Dottrina, su questo punto del prossimo, fosse diversa dalle grettezze giudaiche (Si sa che i Giudei insegnavano che il prossimo erano gli stessi Giudei: quanto agli altri popoli, agli stranieri, le loro idee non erano bene determinate; in sostanza essi consideravano tutti gli stranieri come nemici, e pare che reputassero lecito odiarli. ” Odio habebis inimicum tuum. „) ed abbracciasse tutti gli uomini e perciò non gli parve fuori di proposito il tentarlo su questo argomento, dicendogli: ” Chi è poi il prossimo mio? „ Cristo risponde con la parabola,, onde la risposta alla domanda è lasciata al legista stesso ed alla moltitudine, e non poteva essere dubbia, tanta è la evidenza della verità. ” Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e diede nei ladri, i quali lo spogliarono, e per di più, feritolo, se n’andarono, lasciandolo mezzo morto. „ Gerusalemme è posta sopra una catena di colline di più che discreta altezza, a 700 metri circa sul livello del mare. Di là scendeva una gran via verso la valle del Giordano che passava per la città di Gerico e metteva ai paesi oltre il Giordano stesso: il tratto di via fra Gerusalemme e Gerico, di 20 kilometri circa, era infestato da ladroni, e v’era un luogo, tra gli altri famoso per latrocini ed assassinii, chiamato Adommim, che vuol dire: Luogo di sangue, come attesta S. Girolamo. È noto che la Giudea è un paese assai montuoso, quasi tutto a colli, oggidì pressoché nudi e rocciosi. Vi sono frequentissime le spaccature e le caverne, e in esse trovavano facile nascondiglio, i ladroni e gli assassini. Gesù dunque immagina che un uomo parta da Gerusalemme e percorra la via di Gerico. Badate che scopo di Gesù è di mostrare, rispondendo al legista, che qualunque uomo sia Giudeo, sia Gentile, ci è prossimo; e per questo Egli non dice: Un Giudeo, ma un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Che avvenne? Giunto ad un certo luogo, una banda di ladroni sbucò dai suoi nascondigli, si gettò sul mal capitato viandante, lo spogliò d’ogni cosa: non furono paghi quegli scellerati ladroni: lo crivellarono di ferite, e così com’era, coperto di sangue e mezzo morto, lo lasciarono in mezzo alla via e sparvero. Il misero giaceva sulla via, impotente a muoversi, a chiedere soccorso, aspettando la morte inevitabile. Poco appresso si ode un rumore di passi che lentamente si avvicinano. Chi è? È un sacerdote che, avvolto nella sua ampia e maestosa veste, s’avanza. Egli si avvicina, china l’occhio sul misero, disteso sulla via, lo guarda e poi senza fermare il passo, freddo ed imperturbabile, prosegue il suo cammino. Non una parola, non uno sguardo di pietà per quello sventurato. Era da poco passato il sacerdote, ed ecco per la stessa via, giungere un altro viandante: egli è un levita (Il sacerdote compiva i riti sacri per ufficio suo; il levita èra il suo aiutante, presso a poco quello che sono oggidì i diaconi, i suddiaconi e gli altri ordini minori, che servono ai sacerdoti): anch’egli, come il sacerdote a passo grave e lento s’appressa, volge lo sguardo al giacente, ma non si china a sollevarlo, non si ferma, non gli muove una domanda, e con aria non curante, continua il suo viaggio. Chi non sente ribollire il sangue e fremere indignata l’anima al vedere l’indifferenza, dirò meglio, la crudeltà, di questo sacerdote e di questo levita? Evidentemente Gesù volle proporre in questi due, il tipo della indifferenza e della durezza di cuore, per due ragioni principalmente: in primo luogo, il ministero sacro imponeva al sacerdote ed al lievita, un obbligo maggiore di esercitare la carità, e quella indifferenza crudele diventa più detestabile; in secondo luogo, Gesù volle mettere a nudo la falsa religione dei sacerdoti e leviti d’allora: tutti intenti alle pratiche materiali della religione, alle cerimonie, alle abluzioni, ai sacrifici, alle lunghe orazioni, dimenticavano il fondo della religione vera, che è la carità. Gesù qui con la parabola rafferma quella dottrina che tante volte ha inculcato, vale a dire, che bisogna badare all’interno, al cuore, alle opere, e non alle apparenze. La parte che in questa parabola rappresentano il sacerdote ed il levita, fa ribrezzo ed essi non ricevettero mai rampogna più sanguinosa di questa e più meritata, e si comprende come il ceto sacerdotale giudaico e i farisei, ch’erano pressoché tutti dello stesso taglio, dovessero sentirsi trafitti, ne fremessero ed in cuor loro giurassero di farne aspra vendetta. E si comprende anche come gli ebbero a gettare in faccia l’accusa di Samaritano, dicendogli: “Non diciamo noi bene che tu sei Samaritano, cioè scismatico eretico, nemico della legge mosaica? Il povero spogliato e ferito era ancor là sulla strada immerso nel suo sangue e invano chiedente aiuto. Ed ecco sopravvenire un terzo viandante, laico; esso cavalcava un giumento: era un Samaritano. Voi lo sapete, i Samaritani vivevano nell’errore, e lo disse Cristo in termini alla Samaritana (Capo IV di S. Giov.). Per schiatta, per lingua e per religione differenti dai Giudei, erano in odio a questi più che gli stessi Gentili, ed una delle maggiori ingiurie, che i Giudei potessero gettare in faccia ad un uomo, era il dirgli: Tu sei Samaritano. I Samaritani per i Giudei erano eretici, scismatici e tutto quel peggio che si possa immaginare. Il Samaritano, dice Cristo, giunse sul luogo, vide quel meschinello, che ingombrava la via e gemeva pietosamente; fermò tosto il suo giumento e gettategli le briglie sul collo, scese di sella e corse sopra il misero: lo sollevò da terra, scoperse le ferite sanguinolenti, le lavò, vi sparse sopra vino ed olio, le fasciò, e poi, levatolo di peso, lo pose sul proprio giumento, e camminando esso a piedi e conducendo l’umile sua cavalcatura, giunse al primo albergo, prese cura di lui e lo fece adagiare in letto. Il giorno dopo, messi fuori due denari, circa cinque lire delle nostre, le diede all’oste, e gli disse: ” Abbi cura di lui, e quanto di più avrai speso, ritornando, te lo darò. „ Molte cose sono qui da osservarsi, che il Vangelo lascia intendere e che noi dobbiamo accuratamente considerare. Gesù volle raffigurare nel Samaritano la carità per svergognare maggiormente i sacerdoti e leviti ebrei, che non ne avevano; mettendo loro innanzi l’esempio d’un eretico e d’un laico e umiliando così il loro orgoglio. Il Samaritano non guarda, né cerca se il ferito sia Samaritano, o Giudeo, o Gentile, se sia buono o cattivo, ricco o povero, se gli sarà grato o ingrato; vede un uomo che soffre, che muore; non bada ad altro, lo aiuta come meglio può, e per lui non risparmia nulla e mette mano alla borsa. La nostra carità, osservando pur sempre l’ordine voluto dalla natura e dai vincoli del sangue e dell’amicizia, non deve escludere alcuno, ma tutti abbracciare, perché tutti sono creati da Dio ed immagini sue. Il Samaritano era nell’errore, era fuori della vera religione. Gesù Cristo, facendone un modello di carità, volle forse sancire l’errore? Volle forse stabilire l’indifferenza in materia di religione e quasi riconoscere quella massima assurda ed empia, che oggi si professa da taluni, cioè che tutte le religioni son buone: che non importa tener questa più che quella, purché siamo onesti e facciamo carità, amandoci scambievolmente? Sarebbe orribile bestemmia pure il pensarlo! Se tutte le religioni sono egualmente buone, perché mai Gesù Cristo venne sulla terra ad insegnarci la sua? Perché mai mandò gli Apostoli a predicare dovunque il Vangelo? Perché non lasciò ciascun popolo nella sua religione, i Giudei nel giudaismo, i pagani nel paganesimo? Perché mai proclamò altamente che chi non avesse creduto alla sua dottrina, sarebbe condannato? Gesù Cristo dunque con la parabola del Samaritano non intese, né poté intendere di insegnare che tutte le religioni sono eguali e ch’Egli considera come suoi seguaci e suoi figli tutti quelli che esercitano la carità, quale che sia la religione che professano. Lodò la carità del Samaritano, la propose come esempio. in quel senso stesso in cui lodò il fattore ladro ed eccitò ad imitare la prudenza dei figli delle tenebre. Lodò l’opera del Samaritano e volle darcelo come modello da imitare, non nella dottrina che teneva, ma nella carità, che adempiva: di quella tacque, questa encomiò; e di quella tacque, perché i suoi uditori la tenevano per falsa e non v’era bisogno di istruirli, e di questa fece l’elogio, perché o la ignoravano, o, conoscendola, malamente la osservavano. Questa parabola di Gesù non solo ci insegna che la vera carità è quella che si mostra nelle opere, ma stabilisce eziandio ch’essa, pur serbando sempre l’ordine voluto dalla natura e dalla fede, considera come fratelli tutti gli uomini, anche d’altre nazioni e d’altra religione. L’uomo, sia turco, sia tartaro, sia civile, sia barbaro, sia credente, sia miscredente, è sempre uomo, è sempre creatura di Dio e fratello nostro, e per esso ancora è morto nostro Signore. È dunque nostro dovere amarlo ed aiutarlo secondo le nostre forze. –  Un giorno ad un Vescovo si presentava un povero, chiedendogli la elemosina: il Vescovo gli pose in mano cinque lire. Il povero, tenendo sulla palma della mano le cinque lire e fissando gli occhi in volto al Vescovo, gli disse: “Monsignore, sappia ch’io sono israelita. E che perciò, rispose il Vescovo. – Eccovi altre cinque lire, „ e le lasciò cadere sulla palma della mano, che l’israelita teneva aperta —. Ecco un Vescovo che conosceva il Vangelo di Gesù Cristo. – Direte: E pur sempre vero da questa parabola, che le persone che possedevano la vera religione e più degli altri la dovevano osservare, come erano i sacerdoti ed i leviti, non la osservavano; e il Samaritano, che era un eretico e scismatico, notoriamente in una falsa religione, ne osservava e perfettamente il precetto fondamentale, che è la carità. Come dunque si spiega questa contraddizione manifesta di avere da una parte la vera Religione senza le opere della vera Religione, e dall’altra la falsa religione e con essa le opere proprie della vera Religione? A che serve dunque avere una religione, sia vera, sia falsa? Non neghiamo che molti vivono nella vera Religione e la professano con le parole e la rinnegano con le opere, come già diceva san Paolo: Fide fatentur se nosse Deum, factis autem negant. E che perciò? Un architetto conosce benissimo l’architettura, e costruisce assai male una casa: diremo noi che è inutile l’architettura e la rigetteremo ? Un avvocato conosce profondamente la legge, ma ne usa a danno altrui ed a proprio disonore: diremo noi che la scienza della legge è inutile, anzi cattiva? Non mai. Conoscere la verità, conoscere i doveri verso Dio, verso gli altri, verso se stesso è cosa buona e necessaria, giacché se non li conosciamo è impossibile osservarli: la Religione ce li fa conoscere prontamente e con sicurezza; è dunque buona, santa e necessaria cosa. Se molti non osservano la Religione, ciò prova soltanto che l’uomo può abusare della sua libertà, e conoscendo il dovere, lo può calpestare; prova che la volontà può andare a ritroso della intelligenza, che si può vedere la via retta e mettersi per la via che mena al precipizio. Se valesse l’argomento di coloro che dicono: Molti professano la Religione e fanno opere cattive, come se non la professassero, si potrebbe con egual diritto rispondere: Tutti hanno la ragione, che insegna ad adempire i doveri naturali, e molti non si curano di osservarli: molti sono forniti d’alta scienza e sono cattivi, corrotti e corrompitori, mentre altri che ignorano l’alfabeto, sono eccellenti cittadini e uomini virtuosi: dunque, via la ragione, abbasso la scienza! Voi vedete che questo sarebbe un fare oltraggio alla ragione ed allo stesso comune buon senso. Dunque concludiamo: è vero, molti che professano la vera Religione, operano male; e ciò forma la loro condanna: operano male, perché non la osservano: essa è sempre buona e santa, ed essi sono malvagi. Il sole cessa forse d’essere un immenso beneficio per tutti, perché alcuni sotto la piena sua luce si gettano sbadatamente o volontariamente in un precipizio? Ma intanto sta il fatto, che alcuni, i quali vivono nell’eresia, nello scisma e forse anche nella miscredenza, praticano la virtù come e meglio dei Cattolici, come insegna Cristo stesso nella parabola odierna. E noi siamo lungi dal negarlo, anzi lo riconosciamo volentieri. E ciò che prova? Prova ciò che la Chiesa ha sempre insegnato ed insegna, cioè che l’uomo con le sole forze della natura può fare alcune opere buone naturali e meritare una ricompensa naturale. L’uomo, anche senza la fede cristiana e fuori della Religione Cattolica, può conoscere molte verità, che perfettamente si insegnano dalla Chiesa Cattolica: conoscendole, può metterle in pratica, ed eccovi alcune opere buone, eccovi le virtù degli eretici, degli scismatici, degli increduli. Il perché tutte quelle virtù che esercitano coloro che sono fuori della Chiesa Cattolica, intanto le esercitano in quanto che senza volerlo e quasi senza porvi mente, hanno comune con la Chiesa Cattolica il conoscimento di quelle virtù stesse, ossia in quanto che intorno a quelle, senza saperlo, sono Cattolici. Piaccia a Dio, che costoro, amando i frutti, amino altresì la pianta, cioè praticando alcune virtù, entrino in quella Chiesa che ne è la madre. Gesù, recitata la parabola, volto al legista: “Or dimmi: quale di questi tre, il sacerdote, il levita ed il Samaritano, si è mostrato prossimo al capitato tra i ladri? „ La risposta non poteva essere dubbia; ma Gesù la voleva strappare di bocca a quel medesimo che l’aveva tentato. Il legista rispose: “Colui che gli usò misericordia. „ Non pronunciò la parola Samaritano, perché quella parola forse lo confondeva, lo umiliava e quasi gli bruciava la lingua; ma in sostanza lo confessò, e non poteva non confessarlo. Ebbene, soggiunse Gesù: “Va, e fa’ tu pure il somigliante. „ Tu, figlio d’Israele, maestro della legge, imita questo povero Samaritano che, ignorando la legge scritta da Mosè, conobbe ed osservò quella che Dio scrisse nel cuore dell’uomo.

CREDO…

Offertorium
Orémus
Exod XXXII:11;13;14
Precátus est Moyses in conspéctu Dómini, Dei sui, et dixit: Quare, Dómine, irascéris in pópulo tuo? Parce iræ ánimæ tuæ: meménto Abraham, Isaac et Jacob, quibus jurásti dare terram fluéntem lac et mel.
Et placátus factus est Dóminus de malignitáte, quam dixit fácere pópulo suo. [Mosè pregò in presenza del Signore Dio suo, e disse: Perché, o Signore, sei adirato col tuo popolo? Calma la tua ira, ricordati di Abramo, Isacco e Giacobbe, ai quali hai giurato di dare la terra ove scorre latte e miele. E, placato, il Signore si astenne dai castighi che aveva minacciato al popolo suo.]

Secreta
Hóstias, quǽsumus, Dómine, propítius inténde, quas sacris altáribus exhibémus: ut, nobis indulgéntiam largiéndo, tuo nómini dent honórem. [O Signore, Te ne preghiamo, guarda propizio alle oblazioni che Ti presentiamo sul sacro altare, affinché a noi ottengano il tuo perdono, e al tuo nome diano gloria.]

Communio
Ps CIII:13; CIII:14-15
De fructu óperum tuórum, Dómine, satiábitur terra: ut edúcas panem de terra, et vinum lætíficet cor hóminis: ut exhílaret fáciem in oleo, et panis cor hóminis confírmet.
[Mediante la tua potenza, impingua, o Signore, la terra, affinché produca il pane, e il vino che rallegra il cuore dell’uomo: cosí che abbia olio con che ungersi la faccia e pane che sostenti il suo vigore.]

 Postcommunio

Orémus.
Vivíficet nos, quǽsumus, Dómine, hujus participátio sancta mystérii: et páriter nobis expiatiónem tríbuat et múnimen.
[O Signore, Te ne preghiamo, fa che la santa partecipazione di questo mistero ci vivifichi, e al tempo stesso ci perdoni e protegga.]

DOMENICA XI, dopo PENTECOSTE (2018)

DOMENICA XI dopo PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps LXVII:6-7; 36
Deus in loco sancto suo: Deus qui inhabitáre facit unánimes in domo: ipse dabit virtútem et fortitúdinem plebi suæ.
[Dio abita nel luogo santo: Dio che fa abitare nella sua casa coloro che hanno lo stesso spirito: Egli darà al suo popolo virtú e potenza.]
Ps LXVII:2
Exsúrgat Deus, et dissipéntur inimíci ejus: et fúgiant, qui odérunt eum, a fácie ejus.
[Sorga Iddio, e siano dispersi i suoi nemici: fuggano dal suo cospetto quanti lo odiano.]
Deus in loco sancto suo: Deus qui inhabitáre facit unánimes in domo: ipse dabit virtútem et fortitúdinem plebi suæ. [Dio abita nel luogo santo: Dio che fa abitare nella sua casa coloro che hanno lo stesso spirito: Egli darà al suo popolo virtú e potenza.]

Oratio
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui, abundántia pietátis tuæ, et merita súpplicum excédis et vota: effúnde super nos misericórdiam tuam; ut dimíttas quæ consciéntia metuit, et adjícias quod orátio non præsúmit.
[O Dio onnipotente ed eterno che, per l’abbondanza della tua pietà, sopravanzi i meriti e i desideri di coloro che Ti invocano, effondi su di noi la tua misericordia, perdonando ciò che la coscienza teme e concedendo quanto la preghiera non osa sperare.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XV:1-10
“Fratres: Notum vobis fácio Evangélium, quod prædicávi vobis, quod et accepístis, in quo et statis, per quod et salvámini: qua ratione prædicáverim vobis, si tenétis, nisi frustra credidístis. Trádidi enim vobis in primis, quod et accépi: quóniam Christus mortuus est pro peccátis nostris secúndum Scriptúras: et quia sepúltus est, et quia resurréxit tértia die secúndum Scriptúras: et quia visus est Cephæ, et post hoc úndecim. Deinde visus est plus quam quingéntis frátribus simul, ex quibus multi manent usque adhuc, quidam autem dormiérunt. Deinde visus est Jacóbo, deinde Apóstolis ómnibus: novíssime autem ómnium tamquam abortívo, visus est et mihi. Ego enim sum mínimus Apostolórum, qui non sum dignus vocári Apóstolus, quóniam persecútus sum Ecclésiam Dei. Grátia autem Dei sum id quod sum, et grátia ejus in me vácua non fuit.”

Omelia I

[Mons. Bonomelli, “Nuovo saggio di OMELIE per tutto l’anno”, Vol. III, om. XXIII. – Torino 1899 –imprim.]

“Ora vi rammento, o fratelli, il Vangelo che vi ho predicato e che voi avete anche accettato, e nel quale state saldi e per il quale anche vi salverete, se lo ritenete nel modo che vi ho predicato, purché non abbiate creduto indarno. Perché prima di tutto vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto; come cioè Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, e come fu sepolto e risuscitò il terzo giorno, secondo le stesse Scritture: e come apparve a Cefa e poscia agli undici: quindi apparve a più di cinquecento fratelli, dei quali molti vivono tuttora e gli altri morirono. Poi apparve a Giacomo, poi agli Apostoli; finalmente all’ultimo di tutti, quasi ad aborto, apparve anche a me, che sono il minimo degli Apostoli, indegno d’essere chiamato Apostolo perché ho perseguitata la Chiesa di Dio. Ma per la grazia di Dio sono quel che sono, e la grazia di Dio in me non fu sterile: anzi ho lavorato più di essi tutti: non già io, ma la grazia di Dio con me „ (I. Cor. c. XV, vers. 1-10).

Noi siamo siffatti, che sentiamo il bisogno vivissimo di mutare spesso le cose che ci stanno intorno e le impressioni che riceviamo, anche belle e gradite. Un cibo, una bevanda, ancorché squisita, se è sempre quella, ci viene a noia: una armonia, una vista, una scena, ancorché incantevole, dopo un certo tempo, non ci interessa gran fatto. Noi abbiamo bisogno di variare le nostre impressioni per gustarne la bellezza: siamo simili alle api, che vanno di fiore in fiore, succhiando da ciascuno il miele e assaporandone sempre nuove dolcezze. I Libri sacri, massime del nuovo Testamento, sono come un immenso panorama, nel quale le scene variano mirabilmente: sono come un vastissimo prato, coperto d’una infinita varietà di fiori, una splendida mensa imbandita d’ogni sorta di cibi. La Chiesa ci spiega dinanzi questo panorama, ci mostra questo prato, ci introduce a questa mensa, ma pone ogni cura di variare le viste ed i fiori, di mutare i cibi, onde con la novità rendere più gradevoli le nostre impressioni. Perciò ogni Domenica la Chiesa ci mette innanzi qualche tratto nuovo, volete nell’Epistola, volete nel Vangelo: ora è un fiore colto in una delle quattordici lettere di S. Paolo, od in una di quelle di S. Pietro, di S. Giovanni o di S. Giacomo; ora ci dà a gustare una scena narrata in uno dei quattro Evangeli, e ci nutre col cibo sostanzioso delle sentenze di Gesù Cristo, che vi sono largamente disseminate. Così la novità delle cose eccita la nostra curiosità e tien desta la nostra attenzione, e la nostra curiosità eccitata e la nostra attenzione più vivamente destata, trovano più gradito e più sostanzioso l’alimento della verità che ci è offerta. – La Chiesa in questa Domenica ci fa leggere e meditare i primi dieci versetti del capo XV della prima lettera ai Corinti, e servono di prefazione alla dottrina della risurrezione finale dei nostri corpi che l’Apostolo ampiamente vi svolge. Io vi invito a considerare con me questa breve lezione della Epistola, con cui S. Paolo si apre destramente la via a spiegare il dogma fondamentale della futura nostra risurrezione. – È manifesto da questo capo XV di S. Paolo che a Corinto, nella Chiesa fondata da lui stesso, vi erano alcuni che negavano la risurrezione dei corpi o almeno ne dubitavano (vers. 12, 35) e muovevano difficoltà, che turbavano la fede dei semplici. Forse era il mal seme già sparso dagli eretici Imeneo e Pileto, riprovati da S. Paolo (II. Timot. II, 17, 18), e che si propagava come gangrena, a detta dello stesso Apostolo. Volendo egli pertanto porre in sodo questo articolo capitale della nostra fede, comincia dal ricordare ai Corinti ciò che loro aveva insegnato, cioè che Cristo era veramente risorto dai morti, e ne cita i testimoni, per conchiudere poi a suo luogo, che se Cristo era veramente risorto, Egli il capo dell’umanità, tutti sarebbero risorti. Udiamolo: “Ora io vi rammento, o fratelli, il Vangelo che vi ho predicato, che voi ancora avete accettato, nel quale vi mantenete saldi. „ Il Vangelo che Paolo qui ricorda ai fedeli di Corinto, non è certamente il libro scritto, ma sì l’insegnamento evangelico, ossia la dottrina di Gesù Cristo: questa dottrina, egli Paolo, l’aveva annunziata, ed essi, i Corinti, l’avevano accolta: Accepìstis, non solo, ma in essa stavano saldi: In quo et statis. Doppio elogio che l’Apostolo fa ai suoi Corinti, quello d’aver ricevuto il Vangelo e di perseverare in esso in mezzo ai pericoli ed alle persecuzioni, che d’ogni parte li circondavano e molestavano. Figliuoli! quel Vangelo che i Corinti avevano ricevuto adulti, noi l’abbiamo ricevuto ancor bambini, prima ancora di conoscerne il tesoro: i Corinti vi si tennero fermi; imitiamoli, conservando gelosamente e a qualunque costo questa santa eredità lasciataci dai nostri avi: In quo et statis. Pur troppo alcuni dei nostri cari fratelli, massime istruiti, colpa dei tempi e della scaltrezza dei nemici e della debolezza umana, hanno perduta la fede succhiata col latte tra le braccia della madre: deh! Che nessuno di voi la perda, ma la serbi intatta e viva, perché ad essa è legata la nostra speranza e la eterna nostra salvezza. – Seguitiamo S. Paolo. “Per questo Vangelo voi sarete salvi; „ ma a qual patto? ” … Se lo tenete nel modo, con cui io ve l’ho predicato, „ risponde l’Apostolo. Non basta, o cari, avere la fede, ma bisogna averla e conservarla quale l’autore e consumatore della fede; ma Egli ce la dà per mezzo della sua Chiesa, che ne è la depositaria ed interprete infallibile. Noi dunque dobbiamo ricevere e conservare questa fede secondo l’insegnamento della Chiesa: aggiungervi o levarne una sola sillaba sarebbe delitto, sarebbe sacrilegio. Nessuno può mutare una parola d’una sentenza pronunciata da un tribunale che giudica secondo il codice e l’applica ai casi particolari e, se la mutasse, sarebbe punito: similmente noi dobbiamo ricevere le sentenze della Chiesa, unica interprete infallibile del Vangelo. Teniamo dunque il Vangelo come ce lo porge la Chiesa, e allora non avremo creduto indarno: Nisì frustra credidistìs, giacché pretendere di piegare la fede, allargarla, restringerla, modificarla secondoché pare alla nostra corta intelligenza, è un sottoporre Dio a noi stessi, è un farci giudici della sua parola, è un distruggere la natura stessa della fede, e questa è inutile: Frustra credidistìs. In tal caso non crederemmo a Dio, ma a noi medesimi, e la fede sarebbe non l’opera di Dio, ma sì l’opera nostra. Che cosa anzi tutto avete voi insegnato, o grande Apostolo, ai vostri Corinti? Qual fu il punto capitale del vostro Evangelo? Eccovelo: “Prima di tutto vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto. „ La verità, sì la naturale, come la sovrannaturale, quella propria della ragione, come quella della fede, non è opera o fattura dell’uomo; se lo fosse, sarebbe in potere dell’uomo annientarla o mutarla: essa viene da Dio, da Dio solo, e l’uomo non può esserne che il mezzo o lo strumento di comunicazione, non mai la sorgente. Bene a ragione pertanto S. Paolo dice: Quelle verità, che io vi ho insegnate, non sono mie, non le traggo da me stesso, ma le ho ricevute anch’io, come voi le ricevete da me: Tradidi vobis in primis quod et accepi. E da chi le ha ricevute S. Paolo? Lo dice e lo ripete altrove; non dagli uomini, né per gli uomini, ma da Gesù Cristo. — E che cosa ricevette da Gesù Cristo? “… Che Gesù Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture. „ Non basta: “Fu sepolto e risuscitò il terzo giorno, secondo le stesse Scritture. ,, In queste poche parole, come vedete, si contiene il compendio di tutta la Fede cristiana, la morte di Gesù Cristo per i nostri peccati, la sua sepoltura, la sua risurrezione, in breve, il secondo mistero della fede, che ci insegna il Catechismo. È da notarsi quella espressione ripetuta due volte: “Secondo le Scritture: „ Secundum Scripturas, che la Chiesa volle conservata nel Simbolo che si canta nella Messa. E perché questa espressione è con insistenza speciale inculcata? Le Scritture, delle quali parla in questo luogo l’Apostolo, non possono essere i libri del nuovo Testamento, che allora non esistevano che in minima proporzione, nè v’era ragione di citarli. Resta dunque che si alluda a quelli dell’antico Testamento, e v’era ben ragione di accennarvi. In quasi tutti i libri dell’antico Testamento si parla di Gesù Cristo, della sua venuta, della sua origine, della sua vita, della sua passione, morte e risurrezione, tantoché non è esagerazione il dire che tutta la vita di Cristo, prima che nei Vangeli, è scritta nei Profeti. È questo un vero miracolo, una prova della divinità di Gesù Cristo, e perciò S. Paolo, inteso sempre a raffermare nella fede i suoi neofiti, ricordando la vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo, ricorda eziandio che questa vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo, era già stata predetta e descritta nei Libri santi, e così delle prove della divinità di Gesù forma un solo fascio, che vince ogni opposizione e schiaccia qualunque mente riottosa. Vedete, sembra dire l’Apostolo, il cumulo di miracoli operati da Cristo che tutti si incentrano nella risurrezione, sono più che bastevoli a mostrare chi Egli sia: eppure vi è un altro cumulo di miracoli, che si legano ai primi, ed è che questi miracoli furono tutti predetti, e se volete persuadervene pigliate in mano i libri del vecchio Testamento e ve li troverete descritti prima che avvenissero: Secundum Scripturas. – Scopo dell’Apostolo, come dicemmo, è di mostrare il dogma della risurrezione universale: per mostrare questo dogma, egli appella alla risurrezione di Cristo, predetta dai Profeti. Ma questa risurrezione di Cristo è avvenuta? È certa? Si può provare? La risurrezione di Gesù Cristo è un miracolo, il sommo dei miracoli operati da Cristo, ed è insieme un fatto; un fatto che si può e si deve provare a punta di ragione. Ora i fatti come si provano? Indubbiamente coi testimoni; non c’è altra via. Come provate voi che Cristoforo Colombo abbia scoperto l’America e che Goffredo di Buglione abbia preso Gerusalemme? Con le testimonianze di quelli che videro od udirono quei fatti. Similmente nel caso nostro: se Cristo è veramente risorto noi lo sapremo da coloro che lo videro ed udirono risorto. Fuori dunque i testimoni degni di fede della risurrezione di Cristo. Paolo li accenna per sommi capi, e le sue parole sono come l’eco ed il sunto delle narrazioni evangeliche. “Gesù Cristo, dice S. Paolo, apparve a Cefa, cioè Pietro: „ Visus est Cephæ? È cosa che non deve passare inosservata: l’Apostolo, enumerando le principali apparizioni di Cristo, mette in primo luogo quella fatta a Pietro, avvenuta certamente il giorno stesso della risurrezione, come apparisce dal Vangelo di S. Luca (XXIV, 34), ancorché l’Evangelista non la descriva particolarmente (Senza dubbio la prima apparizione di Cristo risorto e dai Vangelisti narrata, fu fatta alle donne e alla Maddalena, andata al sepolcro in sul far del giorno, ma l’Apostolo la passa sotto silenzio e si restringe a quelle che ebbero gli Apostoli e discepoli, e la ragione è manifesta). E perché porre in primo luogo l’apparizione di Pietro: Visus est Cephæ? La ragione vuolsi cercare, penso io, nella dignità di Pietro: egli era il capo degli Apostoli, la pietra fondamentale della Chiesa, il Vicario di Gesù Cristo, da Lui stesso ripetutamente designato come tale: la sua testimonianza era la maggiore, e perciò doveva andare innanzi a quella degli Apostoli tutti: è questo un indizio non dubbio del primato di S. Pietro, che l’Apostolo S. Paolo ci dà in questo luogo, e del quale si deve tener conto. Dopo l’apparizione di Pietro viene quella degli Apostoli uniti: Et post hoc undecim. Gesù apparve il giorno della risurrezione, a notte chiusa, ai dieci Apostoli raccolti in Gerusalemme: erano dieci, perché, oltre Giuda, il traditore, mancava Tommaso, come narra S. Luca (XXIV). Otto giorni appresso, ancora secondo il Vangelo di S. Luca, Gesù apparve nuovamente agli Apostoli, ed a questa seconda apparizione di Gesù era presente S. Tommaso, ed a questa indubbiamente accenna S. Paolo, allorché dice: ” E poscia agli undici: „ Et post hoc undecim. Credo poi che l’Apostolo, accennando a questa seconda e più completa apparizione fatta a tutti gli Apostoli, in modo indiretto sì, ma certo, alludesse anche alla prima fatta ai dieci e registrata nello stesso Vangelo di S. Luca che, secondo alcuni, è quello che S. Paolo chiama Vangelo suo: Secundum Evangelium meum. Prosegue S. Paolo la sua enumerazione, e dice: ” Quindi apparve a più di cinquecento fratelli insieme: „ Deinde visus plus quam quingentis fratribus simul. La parola, insieme, usata da S. Paolo, non permette di considerare questi cinquecento e più testimoni come la somma totale di quelli ai quali Gesù risuscitato apparve; qui evidentemente parlasi di una apparizione speciale, a cui erano presenti più di cinquecento persone. Non può essere quella della Ascensione, perché S. Luca (Atti Apost. c. I, vers. 15) afferma che questa avvenne sul monte degli Olivi, presso Gerusalemme e sembra che tutti quelli i quali ne furono testimoni, si raccogliessero poi nel cenacolo, ed erano in numero di circa cento venti. Quale è dunque questa apparizione fatta a più di cinquecento persone insieme, molte delle quali, allorché S. Paolo scriveva la sua lettera, erano morte, ma alcune vivevano ancora? Dai Vangeli non apparisce né quando, né dove, né come avvenisse la grandiosa apparizione, ma secondo ogni verosimiglianza avvenne nella Galilea, dove Gesù Cristo stesso aveva comandato si radunassero e dove si sarebbe loro mostrato. ” Dite ai fratelli miei, che vadano in Galilea; là mi vedranno „ (Matt. XXVI, 10). – Checché sia del luogo e del tempo di questa apparizione, è indubitato che oltre a cinquecento persone ne furono testimoni, che è ciò che più importa. S. Paolo continua la enumerazione: “Dopo apparve a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli .„ – Ignoriamo i particolari della apparizione fatta a Giacomo che si crede sia il Minore e poi Vescovo di Gerusalemme. L’apparizione poi che dicesi fatta agli Apostoli tutti, si può considerare come il compendio o riassunto di tutte le altre narrate o indicate nei Vangeli. – “Finalmente, all’ultimo di tutti, come ad aborto, conchiude S. Paolo, apparve anche a me. „ Io pure, esclama il grande Apostolo, ho veduto Cristo risorto, là sulla via di Damasco; io, ultimo degli Apostoli, io aborto di Apostolo, perché chiamato a tanta dignità dopo gli altri e in modo affatto diverso dagli altri, io pure l’ho veduto Gesù risorto, io pure ne sono testimonio. — Qui la mente dell’Apostolo, com’era naturale, vola sulle memorie e sulle vicende del passato: ricorda ciò che fu e quel che è di presente, raffronta l’alta dignità di Apostolo, della quale è rivestito, e la sua vita e condotta prima della miracolosa sua vocazione, sente la propria indegnità e l’immenso beneficio della grazia ricevuta, e nell’impeto, non so ben dire della sua riconoscenza o del suo dolore, e più probabilmente dell’una e dell’altro, esce in questo grido sublime: “Perché io sono il minimo degli Apostoli, indegno d’essere chiamato Apostolo! „ E perché, o vaso di elezione, vi chiamate minimo degli Apostoli, indegno d’essere Apostolo? Non avete voi lavorato come e più degli altri Apostoli? Non siete voi l’Apostolo dei Gentili? Non siete voi stato chiamato da Cristo stesso, e in un baleno da Lui trasformato meravigliosamente? Non avete portate le vostre catene dinanzi ai tribunali della terra per amore di Cristo, per Lui vergheggiato, per Lui lapidato? Migliaia e migliaia di Gentili guadagnati a Cristo, non formano la corona e la gloria del vostro apostolato? Sì, tutto questo è vero, lo so, risponde l’incomparabile Apostolo; ma io ricordo d’aver perseguitato la Chiesa di Dio: Persecutus sum Ecclesiam Dei; il sangue di Stefano mi sta sempre dinanzi agli occhi: sono Apostolo di Cristo, ma prima fui suo persecutore e feroce persecutore: Persecutus sum supra modum, come scrive altrove: unico tra gli Apostoli fui persecutore della Chiesa prima d’essere Apostolo: ciò mi umilia, mi confonde, mi copre di vergogna, e mi fa sentire d’essere non solo l’ultimo degli Apostoli, ma indegno d’essere Apostolo. Questi due versetti, nella loro semplicità ed inarrivabile eloquenza, ci rivelano tutta la grand’anima dell’Apostolo, ce ne fanno vedere il fondo, e per poco ci strappano le lacrime. Ma torniamo all’argomento che l’Apostolo sta svolgendo. Vuol provare, come dicemmo, la risurrezione futura dei nostri corpi; per provarla appella alla risurrezione gloriosa del corpo di Gesù Cristo, nostro capo e modello: e per provare il fatto della risurrezione di Gesù Cristo appella all’autorità dei testimoni, Pietro, Giacomo, gli undici Apostoli, tutti gli Apostoli, cinquecento persone che lo videro, e infine produce la propria testimonianza. Qual serie, quale schiera di testimoni pel numero, per le qualità morali, per la costanza, per la varietà ed unanimità, per le conseguenze pari a questa! Un fatto qualunque attestato da due, tre, quattro persone oneste ed intelligenti e degne di fede genera in noi la certezza del fatto istesso, per guisa che non ci resta ombra di dubbio, e sulla loro testimonianza i tribunali pronunciano sentenze della più alta importanza, e tutti le trovano ragionevoli e giuste: il fatto della risurrezione di Gesù Cristo è affermato da tutti gli Apostoli e i discepoli: è affermato da oltre cinquecento persone che protestano d’averlo veduto e toccato, d’aver mangiato con Lui e ricevuti i suoi comandi; è affermato dovunque, costantemente, sempre allo stesso modo, ed a costo di esili, di carceri, di supplizi e della morte più atroce: chi mai potrebbe dubitarne? Se fosse possibile dubitare di tale e tanta testimonianza, sulla terra non vi sarebbe più un solo fatto che si potesse dir certo; sarebbe forza dubitare d’ogni cosa. Voi vedete pertanto che il gran fatto della risurrezione di Gesù Cristo, base della nostra fede, riposa sul più incrollabile fondamento che si possa desiderare, agli occhi stessi della ragione umana. Paolo aveva proclamato d’essere il minimo degli Apostoli, d’essere indegno di sì alta prerogativa: era il grido sincero della sua coscienza, era l’omaggio dovuto alla verità; ma l’umiltà è inseparabile dalla verità, anzi essa è verità, null’altro che verità. Io, per me, dice Paolo, non sono stato che un miserabile persecutore della Chiesa, e lo sarei tuttora; “… ma per la grazia di Dio sono quel che sono; „ sono cioè Apostolo di Gesù Cristo: Gratìa Dei sum id quod sum. E perché, o grande Apostolo, per la grazia di Dio siete quel che siete? Perché, risponde, la grazia di Dio in me non fu sterile. ., Non fu come un raggio di sole, che cade sopra un occhio chiuso, come un seme sparso sulla pietra, come un ramo innestato sopra un tronco disseccato. A questa grazia, con la quale Iddio mi chiamò senza alcun mio merito, anzi ad onta dei miei demeriti, io risposi, e risposi perché mi diede la grazia di rispondere e feci ogni suo volere. In altri termini, se sono uscito dalla cecità ebraica ed ho abbracciato il Vangelo di Gesù Cristo, e fattone Apostolo, lo devo anzi tutto alla grazia di Dio; ma non solo alla grazia di Dio, sebbene anche alla mia cooperazione. È questa la dottrina cattolica intorno ai rapporti della grazia divina e del nostro libero arbitrio, esposta da S. Paolo con una chiarezza e precisione, che non lascia nulla da desiderare. Dio previene con la sua grazia, illuminando la mente e movendo la volontà, e l’uomo lasciandosi illuminare e muovere e cooperando alla grazia con l’unire all’azione di questa la propria azione. Che cosa sono le opere buone e sante del Cristiano? Sono il risultato dell’azione divina, mercé della grazia e dell’azione umana, mercé del concorso della volontà nostra, insieme unite ed armonizzanti. – Badiamo, o cari, che la grazia di Dio non fa mai difetto, come nel seme non fa difetto il principio vitale; ma che questo rimane sterile se la terra che lo riceve, non è preparata e non risponde. Che non rimanga giammai sterile questo germe della grazia che Dio ci largisce, onde possiamo dire con S. Paolo: Gratia ejus in me vacua non fuit! L’Apostolo conchiude il suo dire che la grazia di Dio in lui non solo non fu sterile ma fu ricca di opere, a talché, soggiunge: “Ho faticato più di tutti gli Apostoli: „ Abundantius illìs omnibus laboravi. Santa franchezza e mirabile audacia questa del nostro Paolo! Protesta d’essere l’ultimo degli Apostoli, indegno di chiamarsi Apostolo, non Apostolo, ma aborto di Apostolo, e poi non esita a dichiarare di aver fatto più di tutti gli altri Apostoli. Parrebbe una contraddizione manifesta, ed è una lampante verità: egli è veramente l’uno e l’altro, secondochè consideriamo in lui ciò che era da sé prima dell’opera della grazia, e ciò che fu poi dopo l’opera trasformatrice della grazia. E poiché gli parve che l’aver detto: “Ho faticato più degli altri Apostoli, „ potesse sonare millanteria, quasi fosse opera tutta sua, spiega stupendamente l’espressione, soggiungendo: “Non io, ma sì la grazia di Dio con me: „ Non ego autem. sed gratia Dei mecum. Le opere del mio apostolato sono grandi, maggiori di quelle dei miei fratelli, che mi precedettero; voi le vedete e le vede il mondo tutto; ma esse non sono esclusivamente mie; sono mie e della grazia di Dio, che mi prevenne, mi avvalorò e le condusse a termine. È la stessa verità sopra accennata è  qui ribadita con una frase brevissima e insieme chiarissima: “La grazia di Dio con me. „ – Tenete saldi, o dilettissimi, questi due gran capi di dottrina cattolica, qui stabiliti dall’Apostolo, vale a dire, la necessità della grazia di Dio e la cooperazione della libera nostra volontà per fare il bene ed operare la nostra salvezza eterna; questi due elementi, queste due forze insieme unite portano le anime nostre alle altezze dei cieli e le depongono in seno a Dio; separate, le lasciano povere e nude su questa misera terra, anzi le lasciano cadere negli abissi di eterna dannazione. Il far sì che siano o congiunte o separate dipende da noi, onde se bene si guarda, la salute eterna o l’eterna perdizione è nelle nostre mani, perché è sempre in nostro potere usare o non usare della grazia divina a tutti e sempre più che bastevolmente offerta.

Graduale
Ps XXVII:7 – :1
In Deo sperávit cor meum, et adjútus sum: et reflóruit caro mea, et ex voluntáte mea confitébor illi.
[Il mio cuore confidò in Dio e fui soccorso: e anche il mio corpo lo loda, cosí come ne esulta l’ànima mia.]
V. Ad te, Dómine, clamávi: Deus meus, ne síleas, ne discédas a me. Allelúja, allelúja [A Te, o Signore, io grido: Dio mio, non rimanere muto: non allontanarti da me.]

Alleluja

Allelúia, allelúia
Ps LXXX:2-3
Exsultáte Deo, adjutóri nostro, jubiláte Deo Jacob: súmite psalmum jucúndum cum cíthara. Allelúja.

[Esultate in Dio, nostro aiuto, innalzate lodi al Dio di Giacobbe: intonate il salmo festoso con la cetra. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum s. Marcum.
R. Gloria tibi, Domine!
Marc VII:31-37
In illo témpore: Exiens Jesus de fínibus Tyri, venit per Sidónem ad mare Galilaeæ, inter médios fines Decapóleos. Et addúcunt ei surdum et mutum, et deprecabántur eum, ut impónat illi manum. Et apprehéndens eum de turba seórsum, misit dígitos suos in aurículas ejus: et éxspuens, tétigit linguam ejus: et suspíciens in cœlum, ingémuit, et ait illi: Ephphetha, quod est adaperíre.
Et statim apértæ sunt aures ejus, et solútum est vínculum linguæ ejus, et loquebátur recte. Et præcépit illis, ne cui dícerent. Quanto autem eis præcipiébat, tanto magis plus prædicábant: et eo ámplius admirabántur, dicéntes: Bene ómnia fecit: et surdos fecit audíre et mutos loqui.

Omelia II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, om. XXIV]

“Gesù, partitosi” di nuovo dai confini di Tiro, venne per Sidone, presso al mare di Galilea, per mezzo i confini della Decapoli. – Gli condussero innanzi un sordo è mutolo, e lo pregavano, perché gli volesse porre la mano sul capo. Ed egli, trattolo in disparte dalla folla, pose le sue dita nelle orecchie di quello, ed avendo sputato, gli toccò la lingua. Poi, levati gli occhi al cielo, trasse un gran sospiro, e dissegli: Effeta, cioè apriti. E incontanente le sue orecchie furono aperte e si sciolse il nodo della lingua e speditamente parlava. E comandò loro che non lo dicessero a persona; ma più Egli lo divietava loro e più quelli lo predicavano. E n’erano sopramodo stupiti, dicendo: Egli ha fatto bene ogni cosa, e fa udire i sordi e parlare i muti „ (S. Marco, VII, 31-87). –

È questa la lezione evangelica, che la Chiesa ci mette innanzi a meditare in questa Domenica undecima dopo la Pentecoste. In essa non troviamo una sola sentenza che si riferisca alle verità di fede da credersi, o a quelle del costume da praticarsi, ma si narra soltanto un miracolo operato da Gesù Cristo nella persona d’un sordo e mutolo. Ma poiché S. Girolamo ci insegna, che nelle S. Scritture non vi è punto, non àpice, che non racchiuda verità preziosa, non è a dubitare che eziandio in questo fatto si contengano documenti d’alta sapienza, utilissimi a conoscersi. La Scrittura santa, scrisse S. Ireneo, “… è simile ad una miniera ricca d’oro; per trovare il prezioso metallo fa d’uopo scavare, penetrare nelle viscere della terra, scrutarne ogni parte e, trovatolo, sceverarlo dalla mondiglia. E ciò che faremo noi pure stamattina, studiando il fatto evangelico, che avete udito. – “Gesù, partitosi di nuovo dai confini di Tiro, per Sidone, venne presso al mare di Galilea, per mezzo i confini della Decapoli. „ Rare volte nei Vangeli troviamo determinati e nominati sì particolarmente i luoghi, che Gesù onorò della sua presenza, come in questo tratto. È dunque da fermarvisi un poco per conoscere il teatro che Gesù Cristo scelse per spiegarvi le opere della sua potenza. La Palestina si stende dai piedi del Libano fin presso ai confini dell’Egitto, chiusa ad oriente dai monti di Moàb, dal Giordano e dai laghi di Genesaret o Tiberiade e mar Morto, e ad occidente dal Mediterraneo. La sua larghezza da Oriente ad Occidente varia da 40 a 70 chilometri, la sua lunghezza da tramontana a mezzogiorno, può toccare i duecento, onde la sua estensione totale è assai minore della nostra Lombardia; sono sedici mila chilometri quadrati! La Galilea, serrata tra il Libano, il suo lago ed il mare, è separata dalla Giudea, perché tramezzo sta la Samaria. Regione incantevole un tempo per i suoi colli, per le sue valli, per i suoi monti, per l’ubertà meravigliosa della sua terra, coperta di messi, di vigne, di olivi, di oleandri, vero sorriso del cielo, ed oggi povera e convertita quasi in deserto. Fu là, su quelle rive ridenti del suo lago, su quei colli amenissimi, che Gesù cominciò a predicare il regno dei cieli ai poverelli, che fece udire le più sublimi verità che siano mai cadute da labbro umano. Dopo aver moltiplicato i cinque pani, voi lo sapete, le turbe nel loro entusiasmo lo volevano far re: Gesù si sottrasse, e sembra che all’intento di quitare ogni tumulto popolare e tagliar corto a qualunque tentativo di questa natura, per qualche tempo si ritraesse da quei luoghi. Egli, come narrano gli Evangelisti, si ridusse presso il mare, nelle vicinanze di Tiro e Sidone, dove guarì la figlia della povera Cananea. Di là, riprese la via che metteva ancora al lago di Galilea, attraversando la Decapoli, ossia le dieci città, dove erano misti Ebrei e Gentili. E fu appunto in questo viaggio, che Gesù operò il miracolo del sordomuto che ci narra il Vangelo, benché taccia il luogo preciso dove avvenne. – Gesù si studiava di evitare la folla, ma il suo nome era sulle bocche di tutti: la curiosità naturale, la brama di vedere miracoli, di udire quella parola ammaliatrice, traevano sui suoi passi le moltitudini: ciechi, zoppi, infermi d’ogni maniera si mettevano dinanzi a Lui affinché li risanasse. Tra gli altri, scrive il nostro Evangelista, “gli menarono innanzi un sordo e muto e lo pregavano, affinché gli ponesse la mano sul capo. „ Questo fatto è narrato dal solo S. Marco. È noto che la mutolezza di origine è conseguenza della sordità, perché chi non ode non può apprendere la favella, e perciò il malanno della sordità trae seco l’altro malanno della mutolezza. Non si dice nel Vangelo se l’infelice era tale dalla nascita o lo divenisse appresso, limitandosi ad affermare, “che era sordo e mutolo; „ ma sembra che fossa diventato sordo appresso, perché la sua mutolezza non era assoluta. E in vero, il testo greco dice che parlava male, a stento, balbettando, e perciò in qualche modo si poteva chiamare muto. Questo sordo e muto fu tratto innanzi a Gesù Cristo da alcune caritatevoli persone, le quali pregarono il divino Maestro a risanarlo. – E qui permettetemi due osservazioni semplicissime, che il fatto mi suggerisce. La prima è questa; senza dubbio Gesù Cristo conosceva la sventura del povero sordomuto e ne voleva la guarigione: perché dunque non la operò senza esserne pregato? Perché la differì sino a che ne fu pregato? Appunto per esserne pregato! Sono pochi, pochissimi i miracoli operati da Cristo, senza esserne pregato e talora istantemente. E perché? Perché vuole che ne riconosciamo il bisogno, che ci umiliamo, confessando la nostra impotenza e la sua onnipotenza, e perché in qualche modo con la nostra preghiera concorriamo ad ottenere il miracolo istesso. Si direbbe che Dio non vuol far nulla senza di noi, dove noi possiamo concorrere. La seconda osservazione è questa: i nostri fratelli protestanti negano che gli Angeli ed i Santi in cielo possano pregare ed intercedere per noi: dicono che noi, rivolgendoci ai Santi, agli Angeli, alla Vergine affinché preghino Iddio per noi, facciamo ingiuria a Dio stesso, quasi ché Egli sia men buono di loro ed abbia bisogno di mediatori. Voi qui vedete alcuni pietosi che menano a Gesù Cristo il sordo e mutolo e lo pregano di guarirlo: Deprecabantur eum; e Gesù non si offese, non respinse come ingiuriosa la loro preghiera, anzi la gradì, e la gradì per modo che fece paghi i loro desideri, e la esaudì con il miracolo. Se qui in terra gli uomini, sì imperfetti e spesso peccatori, possono pregare per i loro fratelli bisognosi, perché i Santi, gli Angeli, la Vergine benedetta, non lo potranno pregare in cielo? Perché Iddio rigetterà in cielo ciò che gli è accettevole in terra? È dunque chiaro che la invocazione dei Santi è lecita, utile e cara a Dio. Quei buoni popolani che condussero a Gesù il sordo e muto, lo pregarono di sanarlo; ma in qual modo? Con gl’imporgli la mano sul capo: Ut imponet illì manum. È cosa singolare l’udire quella buona gente, chiedere un miracolo a Gesù e determinarne per poco il modo, mercé l’imposizione delle mani. Perché l’imposizione delle mani? Era questo un rito in uso presso gli Ebrei e consacrato poi nella Chiesa: esso soleva accompagnare la preghiera che si faceva sopra una persona, quasi simbolo della grazia divina che discende dall’alto. Giacobbe morente benedice i figli di Giuseppe e pone le sue mani tremanti sul loro capo (Gen. XLVIII, 14-17): il capo della sinagoga, Giairo, prega Gesù di salvargli la figlia agonizzante, e Gli dice: “Vieni, metti la tua mano sul suo capo e sarà salva „ (Marco, V, 23). Gesù benedice i fanciulli e pone le sue mani sul loro capo (Marco, X, 16). Che più? Gesù Cristo stabilì che lo Spirito Santo fosse dato nel Sacramento della Conferma zione, e il Sacerdozio conferito nel Sacramento dell’Ordine con la imposizione delle mani. Questo rito dunque è antico e venerando e da Gesù Cristo usato non solo, ma da Lui elevato alla dignità di Sacramento. – Le mani che si posano sul capo, la parte più nobile e più elevata dell’uomo, congiunte alla invocazione divina, ci adombrano il misterioso commercio della terra con il cielo, dell’uomo con Dio, e sembrano stabilire tra l’uno e l’altro l’invisibile corrente della grazia. Ecco perché coloro che menarono a Gesù il sordomuto, lo pregarono che volesse mettere sopra di lui la mano: era un dirgli: “Prega per lui e guariscilo.” Gesù non fu mai pregato indarno. Pigliate in mano il Vangelo, scorretelo pagina per pagina, versetto per versetto, e troverete che Gesù Cristo alcuna volta operò miracoli non pregato, ma non troverete giammai che, pregato, rimandasse inesaudito chicchessia: la bontà del suo cuore non glielo permetteva, quantunque per lo più non si trattasse di beni e favori spirituali, ma di grazie temporali: ed una prova l’abbiamo nel fatto evangelico odierno. Appena Gesù si vide innanzi quel misero ed ebbe udita la preghiera di quelli che glielo presentarono, fu tocco di compassione, e presolo in disparte dalla turba, pose le sue dita nelle orecchie di lui, ed avendo sputato, gli toccò la lingua, e poi levati in alto gli occhi e dato un gran sospiro, gli disse: ” Effeta, cioè apriti. „ . – Non occorre il dirlo, o carissimi! Gesù, il Figlio di Dio, onnipotente, poteva operare qualunque miracolo nei modi e luoghi e tempi che voleva; poteva operare qualunque miracolo con l’atto solo del suo volere, senza lasciarne apparire esternamente nemmeno un segno, un indizio tuttoché minimo; ma è chiaro dal Vangelo ch’Egli accompagnò sempre i suoi miracoli con qualche atto esterno, o con la parola, o con la preghiera, o con l’impero, o con qualche altro segno che varia secondo le circostanze. Caccia i demoni e rabbonaccia il lago con una parola d’assoluto imperio: guarisce infermi, monda lebbrosi, restituisce la vista ai ciechi con queste semplici parole: Sii sano, sii mondato! vedi: risana un paralitico, dicendo: Piglia il tuo letticciuolo e vattene; risuscita Lazzaro con quelle tre parole: ” Lazzaro, vien fuori. „ È cosa evidente che Gesù opera i suoi miracoli, accompagnandoli con alcune parole o con qualche atto o toccamento, non perché di queste cose abbisognasse (che sarebbe cosa ridicola), ma per mostrare nella coincidenza delle sue parole, dei suoi atti e de’ suoi toccamenti, coll’effetto miracoloso, che questo era veramente suo. Se i miracoli suoi non fossero stati congiunti con la manifestazione del suo volere, che solo ne era la causa, chi mai avrebbe potuto dire e credere con sicurezza che erano opera sua? Queste parole e questi atti accompagnanti i miracoli di Gesù Cristo sono vari, ma in generale rispondono alla natura dei miracoli stessi, alle circostanze di tempo, di luogo e di persone, al fine che si proponeva e andate dicendo. Ciò posto, veniamo al modo affatto particolare, che Gesù Cristo tenne nella guarigione del nostro sordomuto. Anzitutto lo piglia in disparte dalla folla : Àpprehendens eum de turba seorum. Non lo trasse in disparte in guisa da essere solo a solo col sordomuto, e nascosto agli occhi della moltitudine, come io penso; ma lo volle separato dalla moltitudine in maniera che la moltitudine lo vedesse meglio e fosse spettatrice sicura del miracolo e del modo con cui operava il miracolo; giacché scopo precipuo dei miracoli di Gesù Cristo, come sapete, era quello di mostrare e confermare la sua divina missione e, per conseguenza, la dottrina che insegnava: ora per raggiungere questo scopo era necessario che i suoi miracoli fossero indubitati, operati alla piena luce del giorno, non nascostamente, a talché potessero convincere i più restii e gli stessi suoi nemici. Poiché Gesù ebbe tratto in disparte il sordomuto e messolo, a così dire, sotto gli occhi di tutti, gli pose le dita nelle orecchie, e umettato della sua saliva o l’indice od il pollice, con esso toccò la lingua di lui. Perché tutto questo? Ve l’ho or ora detto, non già che questi atti fossero necessari ad operare il miracolo, o che in essi si racchiudesse materialmente il segreto e la efficacia della guarigione, ma solo per mostrare ch’era Egli colui che risanava quelle parti o membra inferme, applicando ad esse la sua occulta virtù onnipotente, adombrata da quei due toccamenti misteriosi. Né tutto questo bastò a Gesù: dal profondo del suo petto, dall’intimo dell’anima, trasse un sospiro angoscioso ed in pari tempo levò gli occhi al cielo: Suspìciens in cœlum, ingemuit: due atti distintissimi e compiuti nello stesso momento: con quel sospiro o gemito Gesù mostrò come vedeva e sentiva tutte le miserie dell’umana famiglia, della quale il povero sordomuto era una prova parlante, e che la virtù risanatrice non veniva dalla terra, dagli uomini, ma dal cielo e da Dio stesso. Senza dubbio gli atti esterni sono, per chi bene li considera, parole che manifestano ciò che passa nell’animo, e parole eloquenti; ma se a questi atti si aggiunge la parola esterna che li spiega, il loro significato riceve maggior luce e si toglie ogni dubbiezza; è per questo che Gesù Cristo, istituendo i Sacramenti, che sono riti esterni significanti ciò che internamente operano, volle si aggiungessero le parole, che li spiegano con tutta chiarezza. Così, mentre col versare l’acqua sul capo del bambino si esprime l’interna purificazione e mondezza dell’anima, e con l’ungere la sua fronte col crisma si significa l’interna unzione della grazia, con le parole che accompagnano quei riti sacri, si spiega nettamente ciò che essi operano. Ecco il perché Gesù Cristo, al toccamento delle orecchie e della lingua del sordomuto, al sollevare degli occhi in cielo ed al gremito che trasse affannosamente dal cuore, aggiunse la parola: Effeta, apriti, che tutto comprendeva e spiegava … È troppo facile immaginare qual doveva essere in quell’istante solenne l’atteggiamento e l’aspettazione di quella folla che gli stava intorno. Tutti gli occhi erano fissi in Gesù e nel sordomuto; i lontani si levavano in punta di piedi per vedere; tutte le orecchie erano tese ad udire le parole di Gesù e del sordomuto, se per avventura ne pronunciava: il silenzio era profondo ed assoluto, e il ronzio d’un insetto sarebbesi certamente udito. Appena pronunciata quella parola imperiosa: ” Apriti, „ le orecchie furono aperte, si sciolse il legame della lingua e speditamente parlava (2). La doppia infermità della sordità e della mutolezza era certa, notissima; Gesù non vi adopra intorno alcun rimedio naturale, se rimedio non si vogliono dire il toccare le orecchie e la lingua, il guardare il cielo e il dare un sospiro e il pronunciare quella parola: ” Apriti . „ E fosse pure che vi avesse usato intorno qualche rimedio naturale, questo non poteva certamente produrre immediatamente il suo effetto: la guarigione fu istantanea, testimonio l’intero popolo: essa non può attribuirsi a cause umane, ma al solo comando di Cristo; che è quanto dire, è un miracolo manifesto. Alcune riflessioni non inutili, o carissimi: come sulla terra vi sono uomini, grazie a Dio, non molti, che sono infermi delle orecchie e della lingua del corpo, così vi sono uomini, e pur troppo senza numero, infermi delle orecchie e della lingua dell’animo. Sono coloro, che non ascoltano mai la parola di Dio, o se l’ascoltano talvolta, non ne penetrano il senso; sono coloro che non sciolgono mai la lingua alla preghiera, che non ringraziano mai il buon Dio dei benefici ricevuti, che pronti a parlare di tutto e a difendere lo loro massime, le loro idee, i loro diritti, sono muti allorché si tratta di confessare o difendere la fede, che professano e le ragioni della giustizia e della verità. Ah! questi uomini, questi sordi, questi mutoli hanno bisogno che Gesù Cristo apra loro le orecchie, sciolga la lingua del loro spirito con un gemito del suo cuore e con quella parola potente: “Apriti”. Ben è vero, che nel santo Battesimo, nei riti che lo precedono, a noi pure il sacro ministro toccò le nostre orecchie e con la sua saliva toccò la nostra lingua e pronunciò la mistica parola: “ Effeta, apriti, „ come Cristo fece col sordomuto del Vangelo; ma è pur vero che molti di noi, fatti adulti, volontariamente chiusero quelle orecchie che erano state aperte, legarono quella lingua ch’era stata sciolta, e divennero ancora sordi e muti. Che fare, o dilettissimi? Gesù è pronto a rinnovare in ciascuno di noi quel miracolo che operò nel sordomuto, di cui parla il Vangelo: lasciamo che lo operi, anzi preghiamolo che si degni operarlo in noi con quel suo gemito e con quella sua parola onnipossente: Apriti! Apriamo sempre le orecchie ad udire la parola di verità, e la lingua sia sempre pronta e sciolta a celebrare le lodi di Dio! Operato il miracolo e manifestatosi da sé stesso agli astanti nella favella libera e spedita del poverello già sordo e mutolo, “… Gesù comandò che non lo dicessero ad alcuno: ma più Egli lo vietava loro e più essi lo predicavano. „ – In questo stesso Vangelo di S. Marco (V, 19), si narra come Gesù liberò un infelice dalla signoria del demonio, che lo tiranneggiava e orribilmente malmenava, e poi gli disse: “Va, di’ ai tuoi quel che ti ha fatto il Signore. „ Come si compongono questi due comandi di Gesù Cristo? Con l’uno divieta che si divulghi il miracolo del sordomuto, e con l’altro impone che si manifesti la liberazione miracolosa dell’ossesso? E non era bene che il miracolo del sordomuto fosse conosciuto e così fosse conosciuta la missione divina di Gesù Cristo? Non era questo il fine, per cui operava i miracoli? Nell’interesse della salvezza delle anime e della gloria del Padre suo, Gesù doveva desiderarne la divulgazione massima: perché dichiara di non volerla? – Non fa mestieri il dirlo: in Gesù Cristo non vi fu mai, né poteva esservi ombra di contraddizione: questa diversità di condotta nei due fatti forse si deve spiegare da diverse condizioni di luogo, di tempo, di circostanze nelle quali Gesù si trovò e che noi non conosciamo e il Vangelo non volle dire (Apparisce dal “Vangelo che alcuna volta Gesù Cristo ebbe cura di non irritare maggiormente i suoi nemici, scribi e farisei; forse in quel momento fa prudenza per lui imporre silenzio alle turbe per mostrare ad essi che non cercava le lodi degli uomini e che, se queste gli venivano, erano uno spontaneo tributo di ammirazione e gratitudine); forse anche, come avvertono alcuni interpreti, qui è da ricordare in Gesù la sua doppia natura, divina ed umana: come uomo, Egli diceva: La gloria mia è nulla, ed amava il nascondimento, e perciò vietava o mostrava di desiderare che il miracolo si tenesse occulto; come Figliuol di Dio, voleva e doveva volere che fosse conosciuto e predicato dovunque. Qui parlò come uomo, dandoci esempio di modestia. Ma certo il suo divieto di parlarne non fu un comando esplicito, perché se fosse stato tale, ne avrebbe voluto la osservanza o, violato, ne avrebbe mosso rimprovero o lamento. Del resto, come esigere il silenzio sovra un miracolo ed esigerlo da una moltitudine che non capiva in sé per la meraviglia, e piena di un santo entusiasmo? Come impedire la manifestazione strepitosa della gratitudine? Era questa da parte del popolo e del sordomuto e suoi congiunti ed amici l’adempimento d’un dovere. – Il Vangelo si chiude con queste parole: “E ne erano sopra modo stupiti, e dicevano: Ogni cosa ha fatto bene, e fa udire i sordi e favellare i muti. „ Doveva, essere questo naturalmente il grido di quella moltitudine, grido nel quale si confondevano e compendiavano le voci e gli applausi che salivano al cielo. Carissimi! ogni giorno, ogni istante della nostra vita, riceviamo benefici da Dio e quali e quanti! Possiamo dire che la nostra esistenza è un continuo beneficio di Dio sì nell’ordine naturale come nel soprannaturale: questi benefici sono senza confronto maggiori di quello che ricevette il sordomuto e che le turbe ammirarono. I benefici nostri, per essere continui, passano quasi inosservati e spesso ci dimentichiamo di renderne grazie al benigno Datore: Assiduitate vilescunt. Ah! non sia così, o dilettissimi. Se non ad ogni momento, almeno a quando a quando fra il giorno, al meno all’aprirsi ed al chiudersi del giorno, ci esca dal cuore il grido di lode, di ammirazione, di ringraziamento, di gratitudine, che la guarigione miracolosa del sordomuto strappò a quella folla: Egli, il nostro Dio, il nostro Creatore e Salvatore ha fatto bene ogni cosa: a Lui onore e gloria ora e sempre per tutti i secoli. Amen.

 Credo …

Offertorium
Orémus
Ps XXIX:2-3
Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me, nec delectásti inimícos meos super me: Dómine, clamávi ad te, et sanásti me.
[O Signore, Ti esalterò perché mi hai accolto e non hai permesso che i miei nemici ridessero di me: Ti ho invocato, o Signore, e Tu mi hai guarito.]

Secreta
Réspice, Dómine, quǽsumus, nostram propítius servitútem: ut, quod offérimus, sit tibi munus accéptum, et sit nostræ fragilitátis subsidium. [O Signore, Te ne preghiamo, guarda benigno al nostro servizio, affinché ciò che offriamo a Te sia gradito, e a noi sia di aiuto nella nostra fragilità.]

Communio
Prov III:9-10
Hónora Dóminum de tua substántia, et de prímitus frugum tuárum: et implebúntur hórrea tua saturitáte, et vino torculária redundábunt.
[Onora il Signore con i tuoi beni e con l’offerta delle primizie dei tuoi frutti, allora i tuoi granai si riempiranno abbondantemente e gli strettoi ridonderanno di vino.]

Postcommunio
Orémus.
Sentiámus, quǽsumus, Dómine, tui perceptióne sacraménti, subsídium mentis et córporis: ut, in utróque salváti, cæléstis remédii plenitúdine gloriémur.
[Fa, o Signore, Te ne preghiamo, che, mediante la partecipazione al tuo sacramento, noi sperimentiamo l’aiuto per l’ànima e per il corpo, affinché, salvi nell’una e nell’altro, ci gloriamo della pienezza del celeste rimedio.]

DOMENICA X DOPO PENTECOSTE (2018)

DOMENICA X dopo PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps LIV:17; 18; 20; 23
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante saecula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet. [Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]
Ps LIV:2
Exáudi, Deus, oratiónem meam, et ne despéxeris deprecatiónem meam: inténde mihi et exáudi me.
[O Signore, esaudisci la mia preghiera e non disprezzare la mia supplica: ascoltami ed esaudiscimi.]
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sæcula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet.
[Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui omnipoténtiam tuam parcéndo máxime et miserándo maniféstas: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, ad tua promíssa curréntes, cœléstium bonórum fácias esse consórtes.
[O Dio, che manifesti la tua onnipotenza soprattutto perdonando e compatendo, moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché quanti anelano alle tue promesse, Tu li renda partecipi dei beni celesti.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XII: 2-11
Fratres: Scitis, quóniam, cum gentes essétis, ad simulácra muta prout ducebámini eúntes. Ideo notum vobisfacio, quod nemo in Spíritu Dei loquens, dicit anáthema Jesu. Et nemo potest dícere, Dóminus Jesus, nisi in Spíritu Sancto. Divisiónes vero gratiárum sunt, idem autem Spíritus. Et divisiónes ministratiónum sunt, idem autem Dóminus. Et divisiónes operatiónum sunt, idem vero Deus, qui operátur ómnia in ómnibus. Unicuíque autem datur manifestátio Spíritus ad utilitátem. Alii quidem per Spíritum datur sermo sapiéntiæ álii autem sermo sciéntiæ secúndum eúndem Spíritum: álteri fides in eódem Spíritu: álii grátia sanitátum in uno Spíritu: álii operátio virtútum, álii prophétia, álii discrétio spirítuum, álii génera linguárum, álii interpretátio sermónum. Hæc autem ómnia operátur unus atque idem Spíritus, dívidens síngulis, prout vult.

Omelia I

[Mons. G. Bonomelli, Omelie, vol. III – Torino, 1899. Omelia XXI]

« Voi sapete, che, essendo Gentili, andavate agli idoli muti, come vi menavano. Perciò vi dico che nessuno, parlando nello Spirito di Dio, può dire anatema a Gesù; e che nessuno può dire Signore Gesù, se non per lo Spirito Santo. Vi sono poi diversi doni, ma lo Spirito è medesimo: e sono diversi ministeri, ma è lo stesso Signore; e sono diverse operazioni, ma è lo stesso Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito ad utilità. Perciocché ad uno è data per lo Spirito parola di sapienza, ad altro di scienza, secondo lo Spirito stesso. Ad altro la fede per il medesimo Spirito, ad altri doni di guarigioni nello stesso Spirito. Ad altro l’operare portenti, ad altro profezia, ad altro il discernere gli spiriti, ad altro generi di lingue, ad altro interpretazioni di lingue. Ora tutte queste cose le opera quell’uno e medesimo Spirito, dividendole a ciascuno come vuole „ (I. Cor. XII, 2-11).

Lo scopo della prima lettera di S. Paolo ai Corinti (le sentenze che or ora avete udite spettano a quella lettera) è vario, come apparisce a chi la legge anche solo superficialmente. Si studia di togliere i dissidi che turbavano la pace di quella Chiesa e vuole che, smesse le pretensioni a sapienza, riconosca nei sacri ministri Colui che li manda. Usando della sua autorità, separa dalla Chiesa l’incestuoso: stabilisce come devono regolarsi, quanto al mangiar le carni offerte agli idoli e dichiara la dottrina di Cristo intorno al matrimonio ed alla verginità, e dà le norme intorno al modo di celebrare la cena e di ricevere la S. Eucaristia. Nella primitiva Chiesa erano assai frequenti i doni straordinari, secondo la promessa di Cristo. L’Apostolo per cessare i pericoli e la confusione che ne potevano derivare nella Chiesa, ricorda ai fedeli la dottrina cattolica intorno a questi doni e poi traccia le regole pratiche, alle quali si devono attenere nell’uso dei medesimi. Nella lezione che debbo spiegare, si espone la dottrina cattolica rispetto a tutti i doni celesti, ed essa è ben meritevole di tutta la vostra attenzione. Dio è il Padre dei lumi, dice S. Giacomo, è la fonte inesauribile di tutti i doni, siano naturali, siano sovrannaturali. I doni di Dio, che appartengono all’ordine sovrannaturale, si sogliono partire in due grandi classi: alla prima classe spettano i doni più eccellenti, quelli che per se stessi ci fanno grati a Dio, ci costituiscono suoi amici, anzi suoi figliuoli e partecipi della sua stessa natura; tal è la grazia di Dio santificante. Alla seconda classe di doni sovrannaturali appartengono quelli che propriamente non ci fanno amici di Dio, ma che ci possono condurre a Lui e che si possono trovare e si trovano di fatti anche in uomini peccatori. Così taluno può avere il dono della profezia, di far miracoli e andate dicendo, e vivere in peccato ed anche perdersi. Questi doni sovrannaturali nessuno può meritarli; Iddio li concede a chi vuole secondo i consigli della sua sapienza, e direttamente hanno per fine, non il bene di chi li riceve, ma sì il bene altrui. Così il potere sacerdotale è volto principalmente alla salvezza delle anime e può trovarsi e validamente si esercita anche da chi ne è indegno e vive nel peccato e nello scandalo. S. Paolo nel luogo che siamo per ispiegare, ragiona dei doni sovrannaturali della seconda classe, a quei tempi molto comuni, perché erano ordinati a diffondere e stabilire la fede e la Religione ch’era in sul suo nascere. – L’Apostolo scrive ai Corinti, molti dei quali erano stati Gentili, e dopo aver detto loro: “Quanto ai doni spirituali non voglio che ne siate ignari, ,, prosegue e scrive: “Voi sapete, che, essendo Gentili, andavate agli idoli mutoli, come vi menavano. „ Con destrezza affatto naturale, S. Paolo contrappone lo stato presente a quello in cui, poco prima, si trovavano quei suoi neofiti allo scopo manifesto di far loro conoscere l’immenso beneficio ricevuto. Non potete dimenticarlo, par che dica l’Apostolo: pochi anni or sono voi eravate idolatri e adoravate statue mute e come pecore vi lasciavate condurre a’ loro piedi. Voi, esseri dotati di ragione e di libera volontà, prestavate il vostro culto ad idoli muti, sordi, senza vita. Quale vergogna per voi caduti sì basso! Ora avete conosciuto Dio, il vero Dio, puro spirito e Lui solo adorate, Lui, sorgente d’ogni bene e perciò siete capaci di conoscere il pregio eccelso de’ suoi doni e il modo di usarne a vostra santificazione. “Il perché vi significo, continua S. Paolo, che nessuno, parlando nello Spirito di Dio, può dire anatema a Gesù. „ Dire anatema significa maledire, bestemmiare, esecrare, ed è forma di parlare ebraica. Volete conoscere chi ha lo Spirito di Dio e possiede la verità? – Volete conoscere i veri dottori e distinguerli dai falsi, dagli impostori? Tenete questa regola: Chi sente bene di Gesù Cristo, lo riconosce, lo confessa qual è, nostro Salvatore, chi l’onora e l’ama, costui ha lo Spirito di Dio, è nella verità, e potete sicuramente ascoltarlo e seguirlo. In quei primi principi, erano già sorti non pochi maestri, che insegnavano perverse dottrine: chi diceva ch’era uomo soltanto e non Dio: chi affermava che non aveva corpo vero, ma solo apparente, e perciò solo apparentemente aveva patito ed era morto, e chi altri errori spacciava intorno a Gesù Cristo. Ebbene: chiunque erra intorno a Gesù Cristo e lo bestemmia, sappiatelo bene, non parla nel suo spirito, e fuggitelo. Questo stesso criterio è ripetutamente stabilito quarant’anni dopo da S. Ignazio M. nelle sue magnifiche lettere, che sembrano l’eco di quelle di san Paolo, del quale dovette essere discepolo. Per contrario, “Nessuno può pronunziare Signore Gesù, se non per lo Spirito santo. „ In altri termini: Chi riconosce Gesù per Signore, lo confessa, lo benedice, questi ha lo spirito di Lui, e in Lui dovete riconoscere un suo sincero discepolo. Una grande verità è qui affermata dall’Apostolo, ed è questa: “Nessuno, sia quanto si voglia pieno d’ingegno e di dottrina, senza la grazia divina, senza l’aiuto dello Spirito Santo, può credere e sperare, come si deve, in Gesù Cristo, e nemmeno invocarlo a salute”. Senza gli occhi potreste voi vedere le cose? Senza gli orecchi potreste voi udire? Senza la ragione potreste voi ragionare e senza volontà potreste voi volere? Certo che no, e non occorre dimostrarlo. Similmente senza la grazia di Dio, che illumina la nostra mente ed eccita ed avvalora la nostra volontà, noi non solo non possiamo credere, né sperare, né amare Iddio, ma nemmeno fare il minimo atto od avere il minimo pensiero, che a Lui ci guidi e ci renda accettevoli. In una parola: senza l’aiuto della grazia divina non possiamo fare né poco, né molto, in ordine alla nostra salvezza, ma nulla, perfettamente nulla: non possiamo nemmeno pronunciare o invocare, come si deve, il nome di Gesù! “Nemo potest dicere Dominus Jesus nisi in Spiritu sancto”. Quale argomento di umiliarci dinanzi a Dio e di riconoscere la necessità assoluta della sua grazia e di chiederla con ogni istanza! Tutti i beni, tutte le grazie vengono da Dio, e senza di Lui non abbiamo, né possiamo fare cosa alcuna: è verità di fede. “Sono poi diversi i doni, ma lo Spirito è il medesimo. „ I doni, dei quali qui si discorre, sono quelli, che si chiamano gratis dati, per es. i miracoli, le profezie, i doni del sacro ministero e via via: essi sono vari e più innanzi li nomina distintamente, ma la causa o il principio che li produce è un solo, lo Spirito Santo. Quantunque tutti questi doni vengano tutti egualmente dalle tre divine Persone, nondimeno si attribuiscono specialmente allo Spirito Santo, perché esso è l’Amore sostanziale del Padre e del Figlio, e questi doni sono un frutto od una conseguenza dell’amore di Dio verso di noi. – “E diversi sono i ministeri, ma è lo stesso Signore. „ La parola ministeri, qui usata, significa i diversi uffici o servigi che sono nella Chiesa, per es. l’ufficio di diacono, di prete, di vescovo; sono diversi, è vero, ma è un solo e medesimo che li ha istituiti, che è Gesù Cristo, fondatore della Chiesa. – “E diverse sono le operazioni, ma è lo stesso Dio che opera tutto in tutti. „ Con la parola operazioni, S. Paolo indica la potenza, la forza od efficacia, per cui le grazie e i ministeri sacri producono i loro effetti variamente; ma il  principio da cui derivano, è sempre Dio e più propriamente il Padre, che è il principio senza principio del Figlio e dello Spirito Santo. E Dio opera tutto in tutte le cose: “Operatur omnia in omnibus”. Questa espressione o sentenza, perché non sia torta a cattivo senso, richiede un po’ di spiegazione. – Senza fallo tutte le cose che esistono, tanto nell’ordine naturale, che nel sovrannaturale, tutte muovono da Dio, sono effetto dell’azione divina: Qui operatur omnia. Ma Dio opera o produce anche gli effetti che derivano dalle cause seconde? Il fuoco brucia, la luce illumina, l’acqua bagna, l’albero germoglia il suo frutto: questi effetti sono essi prodotti da Dio stesso? Certamente il fuoco brucia per sé, e la luce lumina per sé, e l’acqua per sé bagna, e l’albero per sé fruttifica; ma perché poi tutte queste cose producono questi effetti? Donde traggono le forze per produrli? Essi fanno ciò che fanno, perché tale è la loro natura, né potrebbero fare diversamente da quello che fanno; ma la forza per cui producono gli effetti, che noi vediamo, fondamentalmente la ricevono da Dio solo, che le ha create, tantoché possiamo dire che è Dio che opera per loro, e tutto opera in ciascuna di loro. Onde è verità certissima il dire che Dio brucia col fuoco, ci illumina con la luce, ci disseta con l’acqua, ci nutre coi frutti degli alberi e ci veste con le lane delle pecore: Deus operatur omnia in omnibus. Tutti i servigi che noi riceviamo ad ogni istante, dalle creature che ne circondano, li riceviamo veramente da Dio, poiché esse non fanno che ciò che Dio Creatore vuole facciano: sono esecutrici fedeli e infallibili delle sue leggi e de’ suoi voleri. – È dunque un linguaggio pieno di verità quello che si ode sì spesso sulle labbra del popolo credente: Dio ci ha dato la pioggia! Dio ci dà il calore del sole! Dio ne ha concesso un raccolto abbondante! Dio ci ha mandata questa siccità! e via dicendo. È dunque un linguaggio pieno di verità e a torto gli uomini della scienza lo biasimano quasi erroneo e contrario alla scienza. Il popolo in tutti i fenomeni naturali vede e riconosce la Causa prima senza negare le cause seconde, e a quella li ascrive: gli uomini della scienza non badano alla Causa prima e si fermano alle cause seconde. Questi ragionano bene, e ragionerebbero meglio se quando è necessario e conveniente, dalle cause seconde risalissero alla Causa prima, e quelli riconoscendo la prima debbono riconoscere anche le cause seconde o immediate: ma questi meritano compatimento se non le ricordano, perché spesso le ignorano: ma il loro linguaggio è sempre vero e sapiente. Ma vi sono creature, fornite di ragione e libertà, come gli Angeli e gli uomini; anch’esse operano secondo la loro natura. Ma come? Sicuramente in modo ben diverso da quello che tengono le creature irragionevoli. Le creature ragionevoli operano liberamente, possono fare e non fare, a questo e a quel modo, e Iddio non le sforza, ma rispetta Egli stesso quella libertà che loro ha data. Ma la forza di fare ciò che fanno, sia bene, sia male, da chi la ricevono? Anch’esse tutte e sempre la ricevono da Dio solo, e perciò è giusto il dire che anche in esse Dio opera tutto in ciascuna: Operatur omnia in omnibus. Non opera, né può operare il male, ch’Egli non vuole, né può volere, ma la forza con cui l’uomo fa il male, anche questa viene da Dio. È vero pertanto che tutto è dono di Dio, in qualunque ordine di cose, e ch’Egli opera tutto in ogni cosa. Dio è un solo e nella semplicissima sua unità, produce la più sterminata varietà di effetti: diversissimi sono i doni, eppure un solo è lo Spirito da cui scaturiscono. – S. Cirillo di Gerusalemme spiega la cosa con una similitudine, che non è senza grazia. Uditelo: “Vedete, così il santo in una delle sue mirabili catechesi, vedete l’acqua; essa è una sola e da per tutto la stessa, senza colore proprio; fate che si spanda sopra un prato e lo irrighi; dovunque spuntano fiori per colore e fragranza differentissimi tra loro. Similmente la grazia dello Spirito Santo: essa è una sola in se stessa, eppure variamente partecipata produce vari effetti, ond’è verissima la sentenza dell’Apostolo: Diverse sono le operazioni, ma è lo stesso Iddio, che opera tutto in tutti. „ S. Paolo ora discende ai doni particolari, che Dio concede a vantaggio della Chiesa: “A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito a fine di utilità; „ il che vuol dire che il dono dello Spirito santo, nel quale lo stesso Spirito Santo si fa conoscere, come il sole si manifesta nei suoi raggi, ha per fine proprio il bene della Chiesa. E in vero; ad uno è data la parola di sapienza per lo Spirito Santo: “Alii quidem datur sermo sapientìæ”. Che è quanto dire, lo Spirito Santo ad uno elargisce il dono di spiegare i misteri più alti della dottrina evangelica, di gustare e far gustare con la parola le verità più sublimi e farne sentire tutta l’altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza, come altrove scrive lo stesso Apostolo:  “Ad un altro è data la parola della scienza, secondo lo stesso Spirito. „ Noi possiamo conoscere semplicemente le verità, averne la nozione precisa, e possiamo conoscerle, assaporarne la bellezza e la dolcezza e praticarle: questo secondo dicesi dono della sapienza, quel primo, dono della scienza. Non occorre il dire che la sapienza sovrasta alla scienza e ne è, a così dire, il fine. Un teologo o filosofo può conoscere nettamente le verità della fede, spiegarvele e mostrarvele ad evidenza senza praticarle: S. Francesco d’Assisi, che passa le notti intere, meditando quelle parole; ” Mio Dio, voi siete tutto per me, „ si delizia nella contemplazione della verità: egli possiede il dono della sapienza. La scienza è luce, sì, ma luce fredda: la sapienza è luce che spande per tutte le fibre dell’anima il tepore ed il calore della vita, che ci fa amare e praticare la verità. – Seguitiamo l’Apostolo nella sua lunga enumerazione dei doni celesti: ” Ad un altro è data la fede nello stesso Spirito: “Alteri fides in eodem Spiritu”. Gesù Cristo un giorno disse agli Apostoli: “Se voi avete fede, direte a questo monte: Tirati in là e gettati in mare, e il monte ubbidirà. „ E di questa fede, operatrice di miracoli, non della fede ordinaria e comune, teologica, che Gesù Cristo ragiona. Questa è un dono singolare, punto necessaria per salvarsi, ma solo per operare miracoli. – “Ad altri sono dati doni di guarigioni nello stesso Spirito. „ Gesù Cristo e gli Apostoli assai volte con una parola, con un cenno, con una preghiera, con l’ombra della loro persona scacciavano le infermità più ostinate e restituivano ai miseri che n’erano travagliati, la perfetta guarigione. Questo dono speciale di guarire gli infermi era assai comune nella Chiesa dei primi secoli, e qui è ricordato da S. Paolo: ” Ad altro è dato operare prodigi: „ Alii operatio virtutum. Nella sentenza precedente S. Paolo accenna in particolare il dono di risanare gli infermi, qui designa più largamente il dono di far miracoli: Alii operatio virtutum, che è molto più ampio del far guarigioni, giacché comprende qualunque miracolo. “Ad altri è data la profezia. „ Ve lo dissi altra volta: la parola profezia ha parecchi significati distinti nei Libri santi, e due sono i principali: talora la parola profezia importa conoscimento e annunzio di cose future affatto superiori alle forze umane, e questo è il significato più comune e più proprio: tal altra si usa per significare semplicemente l’annunzio di verità divine, onde profeta e predicatore o apostolo equivalgono. In questo luogo la parola profezia suona precisamente il dono di dichiarare in pubblico le verità della fede, e i sensi della Scrittura santa, in modo piano ed intelligibile. – “Ad altro, continua S. Paolo, è dato il discernere gli spiriti: „ Alii discretio spirituum. Che dono è questo, dilettissimi? Ciò che avviene in fondo al nostro spirito, i pensieri, che si affacciano alla nostra mente, gli affetti e desideri, che spuntano nel nostro cuore, non sono manifesti che a Dio solo: i demoni, anzi gli stessi Angeli, senza una illustrazione particolare di Dio, non possono spingere lo sguardo nei penetrali del nostro spirito e leggervi ciò che vi passa. Possono, come noi uomini e più di noi uomini, perché dotati di acume assai maggiore, possono argomentare i pensieri e gli affetti interni dagli atti esterni ed averne una cognizione congetturale, ma non certa ed assoluta. Conoscere pertanto con sicurezza gli occulti pensieri e leggere nel libro delle coscienze, a Dio solo è riservato e a quegli uomini che Iddio rischiara della sua luce: esso è un dono affatto sovraumano, ed era frequente in quei primordi della Chiesa. “Ad altro, prosegue ancora S. Paolo, è dato di avere generi di lingue: „ Alii genera linguarum. Nessun uomo può parlare una lingua ignota: la è cosa evidente: il perché se una persona favella in una lingua ad essa ignota, è forza arguire che lo fa per virtù divina, che è un dono dall’alto. Ebbene: il dì della Pentecoste avvenne questo miracolo e avvenne pubblicamente per le vie di Gerusalemme, come si narra nel libro degli Atti apostolici. Gli Apostoli annunziavano il Vangelo nella loro lingua nativa e le turbe che li ascoltavano, benché ignare di quella, li intendevano, onde attonite esclamavano: Come avviene, che noi li intendiamo ciascuno nel nostro linguaggio? Quel fatto ebbe a ripetersi più volte e se n’ebbero prove indubitate nelle predicazioni di S. Francesco Xaverio. Ai tempi apostolici questo miracolo del favellare in una lingua ignota non doveva essere infrequente, perché S. Paolo ne parla qui e in altro luogo più innanzi. Ma se alcuni  parlavano linguaggi stranieri e mostravano in sé la virtù divina, vi erano altri che li spiegavano, illustrati sempre dallo stesso Spirito, onde S. Paolo soggiunge: “Ad un altro è data l’interpretazione delle lingue: „ Alii interpretatio sermonum. Il parlare improvvisamente una lingua affatto ignota in mezzo all’adunanza dei fedeli mostrava l’azione divina ed era una prova della verità della fede, ma non illuminava le menti, che udivano accenti strani senza afferrarne il senso: stupivano gli uditori, ma nulla apprendevano, e ciò che più importa è che  le menti siano illustrate dalla luce del vero. Ed  ecco che Iddio, aggiungendo miracolo a miracolo, in mezzo all’assemblea dei fedeli, ad un tratto dava a qualcuno il dono di interpretare quelle lingue straniere e ne spiegava i sensi, tantoché i presenti ne ritraevano edificazione. – “Tutte queste cose, conchiude il nostro Apostolo, opera un solo e medesimo Spirito, spartendole a ciascuno come vuole. „ Sono dodici doni diversi, che in questo luogo sono partitamente numerati da S. Paolo: doni che avevano per iscopo diretto di mostrare la divinità della fede, di rassodarla negli animi e propagarla rapidamente, e che per se stessi non erano tali da santificare né quelli che li possedevano, né quelli che n’erano testimoni. Questi doni se nella Chiesa non vennero, né  verranno meno giammai, sono senza fallo assai più rari, perché minore è il bisogno, e a quella prova della divina origine della cristiana Religione altre splendidissime sono sottentrate [Quando gli Apostoli cominciarono la predicazione evangelica, i miracoli erano una necessità, e perciò erano frequentissimi: più tardi la stessa propagazione e conservazione della Chiesa divennero un miracolo permanente, e l’adempimento delle profezie a tutti manifesto, può tenere il luogo di tutti i miracoli.]. – Tutti quei doni sì magnifici e sì vari sgorgavano dalla stessa fonte, da Dio, causa suprema d’ogni cosa, da Dio, che li dà a chi vuole, come vuole, quanto vuole e quando vuole perché nessuno può dirgli: Io ho il diritto di averli. L’unica ragione della partecipazione di questi doni è la volontà sovrana del donatore. – Carissimi figliuoli! Iddio dispone ogni cosa in numero, peso e misura, e come non abbonda nelle cose superflue, così non manca nelle necessarie. Gli Apostoli, annunziando il Vangelo, dovevano provarne la verità e la divina origine ai Giudei ed ai Gentili: come potevano ciò fare senza miracoli che scuotessero quei popoli rozzi, ignoranti, schiavi di superstizioni antichissime? Si trattava di insegnare e far abbracciare una Dottrina che aveva per Autore un uomo vissuto poverissimo, morto sulla croce; una dottrina, che imponeva misteri inscrutabili, che muoveva guerra asprissima a tutte le passioni: una dottrina, che veniva proposta da pescatori, da uomini sprezzati, senza cultura, senza autorità. Come far credere e tenere fermissimamente questa dottrina senza l’intervento immediato di Dio, senza la prova irrecusabile dei miracoli? E i miracoli furono fatti, si moltiplicarono sui passi degli Apostoli e dei loro discepoli, miracoli solenni, indubitati, quasi continui, come ne fanno fede gli Atti apostolici e S. Paolo in questa lettera, e la Chiesa fu stabilita. Poiché la Chiesa fu stabilita, la necessità dei miracoli se non cessò al tutto, certamente scemò di molto, ed ecco perché i miracoli nel corso dei secoli furono meno frequenti. A noi per credere la divinità della nostra Religione non occorrono nuovi miracoli; basta la cognizione certa di quelli, che accompagnarono la sua comparsa sulla terra: basta il compimento delle profezie, che si avverano sotto i nostri occhi, e la forza delle quali cresce di giorno in giorno; a noi basta la sola vista di questa Chiesa che, inerme e sempre combattuta attraverso i secoli, e sulla via da lei percorsa spande tanta luce di verità, tal serie e tal cumulo di benefici d’ogni maniera da mostrare ad evidenza, essere ella opera non degli uomini, ma di Dio. – Un’altra osservazione ed ho finito. I miracoli sono fatti visibili, certi, che ci attestano la presenza di Dio: sono la sua voce, che risuona sulla terra, l’opera immediata della sua mano, e perciò grandissimo è in tutti il desiderio di vederli, di toccarli. Per vedere un miracolo che non farebbero i popoli? Basta la sola fama, la sola voce d’un miracolo per agitarli, per far loro intraprendere lunghi viaggi,  per riempirli di gioia o di timore, per imporre loro i maggiori sacrifici. Sì, i miracoli son cose grandi e per esserne testimoni è  bene spesa qualunque fatica; ma io, grida S. Paolo, vi addito cose ancor più grandi, doni senza confronto più eccelsi, che voi potete acquistare: “Æmulaminì charismata melìora et adhuc excellentìorern viam vobis demonstro”. Io suppongo che ciascuno di voi parli per divina virtù tutte le lingue della terra e le intenda: che conosca tutti i segreti dei cuori, che con una parola risani tutte le infermità, che comandi a tutta la natura, che sappia tutti gli avvenimenti dell’avvenire, che richiami a vita novella i morti. Qual potenza! Qual gloria! Qual felicità! Ebbene: io vi dico, che chiunque di voi ha viva la fede in cuore, chiunque possiede la carità, pratica l’umiltà, la mortificazione, l’obbedienza; chiunque in breve è adorno delle virtù proprie del Cristiano, è di gran lunga superiore a chi avesse il potere di operare tutti i miracoli più strepitosi. Perché? Perché con questo potere sì glorioso potrebbe miseramente perdere l’anima sua, doveché col possesso della virtù egli è caro a Dio e assicura l’eterna sua salvezza. Una vecchierella pia e virtuosa dinanzi a Dio è più grande del massimo operatore di miracoli, a talché di Giovanni Battista sta scritto, che non fece alcun miracolo, eppure tra i figli di donna non sorse chi fosse maggiore di lui [Questa sentenza evangelica non vuol dire, come taluno parve credere, che il Precursore fosse veramente il più gran santo che sia stato sulla terra: essa significa soltanto che Giovanni Battista fu il maggiore dei profeti per ragione del suo ufficio.]

Graduale
Ps XVI:8; LXVIII:2
Custódi me, Dómine, ut pupíllam óculi: sub umbra alárum tuárum prótege me.
[Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dell’occhio: proteggimi sotto l’ombra delle tue ali.]
V. De vultu tuo judícium meum pródeat: óculi tui vídeant æquitátem.
[Venga da Te proclamato il mio diritto: poiché i tuoi occhi vedono l’equità.]

Alleluja
Allelúja, allelúja

 Ps LXIV:2
Te decet hymnus, Deus, in Sion: et tibi redde tu votum in Jerúsalem. Allelúja.
[A Te, o Dio, si addice l’inno in Sion: a Te si sciolga il voto in Gerusalemme. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
Luc XVIII:9-14.
In illo témpore: Dixit Jesus ad quosdam, qui in se confidébant tamquam justi et aspernabántur céteros, parábolam istam: Duo hómines ascendérunt in templum, ut orárent: unus pharisæus, et alter publicánus. Pharisaeus stans, hæc apud se orábat: Deus, grátias ago tibi, quia non sum sicut céteri hóminum: raptóres, injústi, adúlteri: velut étiam hic publicánus. Jejúno bis in sábbato: décimas do ómnium, quæ possídeo. Et publicánus a longe stans nolébat nec óculos ad cœlum leváre: sed percutiébat pectus suum, dicens: Deus, propítius esto mihi peccatóri.Dico vobis: descéndit hic justificátus in domum suam ab illo: quia omnis qui se exáltat, humiliábitur: et qui se humíliat, exaltábitur.” 

Omelia II

[Mons. Bonomelli, ut supra, Om. n. XXII]

“A certi tali, che confidavano in se stessi d’essere giusti e sprezzavano gli altri, Gesù propose questa parabola: Due uomini salirono al tempio per pregare: l’uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo stava a pregare da sé in questo modo:  “O Dio, io ti ringrazio che non sono come il resto degli uomini, rapaci, ingiusti, adulteri e né anche come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana: pago le decime di ciò che posseggo”. Intanto il pubblicano, stando da lungi, non osava pure levare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore. Vi so dire che questo, a differenza di quello, se ne tornò a casa giustificato: perché chiunque si innalza sarà abbassato, e chi si abbassa, sarà innalzato „ (S. Luca, XVIII, 9-14).

È questo il Vangelo della corrente Domenica, decima dopo la Pentecoste. L’argomento è la notissima parabola del fariseo e del gabelliere, che Gesù disse verso la fine della sua missione, e forse in uno dei quattro ultimi giorni di sua vita, in Gerusalemme. Troppe volte nel Vangelo si parla di farisei e di pubblicani o gabellieri, perché non torni utile dirne quel tanto che occorre a conoscimento delle cose che li riguardaino – La parola fariseo in nostra lingua significa Separato o partigiano. I farisei formavano una setta potente, composta la maggior parte di laici. Essa ebbe origine cento settantanni prima di Cristo, allorché il popolo giudaico levossi contro i re di Siria, che lo tiranneggiavano e sotto la condotta dei Maccabei, parola che vuol dire martelli, si riscosse a libertà. I farisei si atteggiavano a rigidi osservatori della legge, nella parte materiale, attribuendo al manco di esattezza della medesima, le sventure della nazione. Alla legge poi avevano aggiunte molte tradizioni od usanze, alle quali davano forza di legge e rendevano questa non solo grave e molesta, ma perfino ridicola. – I farisei costituivano il partito nazionale per eccellenza; avversavano la signoria straniera, tenevano illecita cosa pagarle il tributo ed aspettavano e caldeggiavano la riscossa e la libertà della patria. Era naturale che l’austerità, almeno apparente della dottrina e della condotta, ed il sentimento patriottico conciliassero stima e procacciassero credito grande ai farisei presso un popolo sì ligio alla legge e sì fiero della sua indipendenza. I pubblicani o gabellieri riscuotevano le pubbliche imposte, e sia per l’ufficio, odioso per se stesso, sia per l’abuso che ne facevano e le vessazioni che cagionavano, erano in mala voce presso il popolo, a talché pubblicano e peccatore e ladro erano pressoché la stessa cosa. Questi pubblicani, per la maggior parte, dovevano essere stranieri. – Gesù, in questa parabola, ci rappresenta al vivo l’orgoglio e la burbanza nel fariseo e l’umile conoscimento di se stesso nel pubblicano. Poche parabole esprimono meglio di questa la natura e l’indole della dottrina evangelica. Uditela, e voi stessi siatene giudici.

“A certi tali, che confidavano in se stessi d’essere giusti e sprezzavano gli altri, Gesù propose questa parabola. „ Chi sono costoro, che confidano in se stessi d’essere giusti e per giunta disprezzano gli altri? L’Evangelista non li nomina, ma è facil cosa il rilevare dal tutto insieme, che erano i farisei, setta, come dicevamo, piena d’orgoglio, e per conseguenza, sprezzatrice degli altri, giacché l’orgoglio è naturalmente congiunto col disprezzo altrui. – Se bene si considera la natura della superbia e dell’orgoglio, si scorge che questa, fra tutte le passioni, è la più rea e maligna e che fra tutti i peccatori, i superbi e gli orgogliosi sono i più spiacenti a Dio. Fine supremo della creazione e di tutte le opere esterne di Dio è la sua gloria; ora la superbia, di sua natura, porta l’uomo ad attribuire a sé quella gloria, che è dovuta a Dio, lo spinge a mettersi al suo luogo, a riscuotere per proprio conto quell’onore e quegli omaggi che spettano a Dio. È dunque cosa affatto naturale che Gesù Cristo, tutto bontà e carità verso dei peccatori e delle peccatrici, che riconoscevano le proprie colpe, sia fieramente inesorabile coi farisei superbi e li flagelli senza pietà. La gola, l’avarizia, l’ira, l’invidia, la lussuria sono brutte passioni, sono peccati che disonorano la nostra natura e offendono Dio senza dubbio; ma la superbia è ben peggiore, o cari. Se la sensualità e l’incontinenza è la lussuria del corpo, la superbia è la lussuria dello spirito, è il peccato degli angeli ribelli, il primo peccato, che cominciò su in cielo, il più difficile a conoscersi, che più strettamente si abbarbica al nostro cuore, che più scaltramente si maschera e l’ultimo che si snida dal nostro spirito. Per guarire gli uomini da questo, Gesù recitò la sua parabola. “Due uomini salirono al tempio per l’orazione: l’uno era fariseo e l’altro pubblicano. „ Ho detto quanto basta intorno alle qualità di questi due uomini. Seguiamoli nel tempio e vediamo come si presentano a Dio e pregano. – Il fariseo entra con la testa alta, non degna d’uno sguardo i suoi fratelli, si apre il passo in mezzo a loro, si mette in luogo alto e in vista di tutti, presso l’altare, e ritto in piedi, così comincia la sua preghiera: “O Dio, io ti ringrazio. „ Bello ed eccellente è il principio di questa orazione! come osserva S. Agostino: il fariseo ringrazia Dio. La vita dell’uomo è un continuo beneficio di Dio, e per ciò dovrebbe essere un continuo ringraziamento, un incessante inno di lode a tanto benefattore, e le parole: “O Dio, io ti ringrazio, „  dovrebbero essere famigliarissime alla nostra lingua. Che almeno alcuna volta fra il giorno risuonino sulla nostra lingua, ricordevoli di quella sentenza, che il mezzo più efficace per ottenere da Dio benefici è quello di mostrarci grati di quelli già ricevuti. Il fariseo ha cominciato bene la sua orazione; ma ecco che subito la guasta, e l’orazione si trasforma in compiacenza presuntuosa, in millanteria ridicola. Uditelo: “O Dio, io ti ringrazio, „ di che cosa? : che non sono come il resto degli uomini, rapaci, ingiusti, adulteri. „ Egli non tanto ringrazia Dio quanto loda se stesso; non domanda nulla, come se di nulla abbisognasse e avesse raggiunto l’ultimo grado d’ogni perfezione. Peggio ancora: egli si confronta agli altri uomini, e nel suo orgoglio li trova tutti, senza eccezione, rapaci, ingiusti, adulteri. Quanta superbia in queste parole! Quanto e quale disprezzo dei fratelli suoi che mette in fascio e atrocemente insulta, chiamandoli ladri ed adulteri: Non sum sicut cœteri homìnes, raptores, injusti, adulteri! Egli solo, questo tronfio fariseo, è giusto e virtuoso, e lo è per virtù propria: vede il fuscello negli occhi altrui, e non vede la trave, se non altro, la grossa trave della superbia nel proprio. Mentre il fariseo vedeva in sé ogni virtù, e tutti gli altri trattava da ladri ed adulteri, l’occhio suo cadde sopra il pubblicano, che in fondo al tempio pregava anch’egli. Quella vista gli risvegliò più viva l’idea delle altrui malvagità: in un baleno gli si affacciarono al pensiero le ingiustizie, le rapacità, le concussioni dei pubblicani: raffrontandosi a lui, sentì crescere il suo orgoglio a dismisura, ed aggiunse queste altre parole: “Io non sono come gli altri uomini… e né anche come questo pubblicano: „ Velut etiam hìc publicanus. Lo sprezzo di questo povero gabelliere non poteva essere maggiore. Lo giudica temerariamente gran peccatore, mentre poteva non esserlo e non l’era, e lo ingiuria atrocemente qualificandolo come rapace, ingiusto ed adultero: Velut etiam hic publicanus. Ecco i frutti naturali della superbia, la presunzione, il giudizio temerario, il disprezzo altrui, l’insolenza e l’ingiuria. – Guardiamoci, o cari, da questo malnato germe della superbia, che tutti più o meno portiamo dentro noi stessi, e che è facile riconoscere dai frutti. Vogliamo noi conoscere e toccare con mano questo funestissimo germoglio, che abbiamo ereditato dal padre nostro, e che è la radice di tanti mali? Entriamo in noi: scrutiamo il nostro cuore, mettiamoci a tu per tu con la nostra coscienza, interroghiamola dinanzi a Dio, e facilmente troveremo che talora ci attribuiamo doti e beni e virtù che non abbiamo, o quelle che abbiamo, siamo inchinevoli ad ingrandirle; troveremo che abbiamo piacere che altri le conosca e ce ne dia lode: troveremo che ci turba il pensiero d’essere dimenticati, che ci sa male che altri salga in fama e che la nostra lingua è pronta a deprimere chi ci dà ombra, e ci adoperiamo a tenerli in basso, e che amiamo tener sempre il primo posto. Che è mai questo, o cari, se non il frutto del mal seme della superbia, che ha sempre profonde le radici nel nostro cuore? Studiamoci, se non di svellerle e sterparle al tutto, che è impossibile, almeno di tagliarle, per guisa che non crescano, né producano i loro frutti sì funesti. Non bastò al superbo fariseo l’affermare pubblicamente, ch’egli non era né rapace, né ingiusto, né adultero, come tutti gli altri e come il povero pubblicano; spiegate le vele all’aura sì carezzevole della vanità e della superbia, narra le sue virtù e ne fa pompa, dicendo: “Io digiuno due volte la settimana: pago le decime di quanto posseggo. „ Gli altri uomini rubano, io pago i miei debiti e do a ciascuno ciò che gli si deve, e adempio la legge in tutte le sue prescrizioni; gli altri uomini seguono le malvagie voglie della carne, io la castigo digiunando due volte la settimana, e perciò io sono giusto, o Signore. — Che dici, o fariseo arrogante? Il digiunare e adempire le prescrizioni della legge, è buona e santa cosa; ma forsechè tutta la virtù e la santità si riduce a queste due pratiche? Dove lasci la carità verso dei poveri, la pazienza, il compatimento per le altrui debolezze e sopra tutto l’umiltà del cuore? — Voi lo vedete, il fariseo ripone la sua giustizia negli atti esterni, pagare le decime e digiunare, e il resto dov’è? La virtù, la santità anzitutto sta riposta nella mente e nel cuore: Dio vuole il culto del corpo sicuramente, ma prima quello dello spirito, ed in tanto gli è accettevole il primo in quantochè proviene dal secondo. – “Signore, diceva Davide, se tu avessi voluto dei sacrifici, io per fermo te li avrei offerti; ma tu non trovi le tue compiacenze negli olocausti: il sacrificio, che tu accetti è quello d’uno spirito dolente dei suoi falli; un cuore contrito ed umiliato tu non lo respingi giammai. „ Ci stia sempre fitta nell’anima questa grande verità, o dilettissimi: Dio vuole noi più che le cose nostre: vuole prima l’ossequio della mente ed il tributo del cuore, vuole il nostro interno, e dopo, quasi segno dell’interno, gradisce gli atti esterni. Ma poniamo che il fariseo con la giustizia esterna della legge e con la mortificazione del corpo per il digiuno, avesse possedute tutte le altre virtù, se volete, anche in grado sommo; sarebbe egli stato giusto dinanzi a Dio? Avrebbe egli avuto diritto alla mercede eterna? No; con quella sua superbia egli guastava qualunque virtù, perdeva ogni ragione di merito e Dio gli avrebbe detto, come sta scritto altrove nel Vangelo: “Hai voluto menar vanto delle tue opere ed insuperbirtene? Hai ricevuta ogni mercede, e vattene. „ Voi sapete che il pregio ed il merito delle opere si misura principalmente dal fine che le informa: se questo è cattivo, l’opera stessa, ancorché buona in se medesima, diventa cattiva agli occhi di Dio ed anche degli uomini, se lo conoscono. Un vostro amico, o cari, vi circonda di cure amorevoli, vi onora, vi rende i migliori servigi, si professa tutto pronto ai vostri cenni; ma un bel giorno voi apprendete che tutto questo egli fa per il suo interesse, per servirsi del vostro nome e della vostra influenza al conseguimento d’un certo fine per giunta biasimevole; che se ciò non fosse, egli non si curerebbe punto di voi; ditemi, qual giudizio fareste voi dell’amico? In qual conto terreste voi i suoi servigi, e l’amore che vi dimostra? Io penso che ne sareste sdegnati e cancellereste dal numero dei vostri amici il suo nome e lo caccereste di casa come un ingannatore, un ipocrita, e a ragione. Or bene: è questo il caso di chi pratica la virtù, adempie i suoi doveri, e se vi piace, fa anche opere grandi ed eroiche all’intento, non di onorar Dio, di piacere a Lui e fare il voler suo, ma di pascere la propria vanità, di correre per le bocche altrui, di trarne lucro e di fare il piacere proprio. Dio, il quale vede questo fine, che è quasi l’anima delle opere, vede anche che le opere non sono fatte per Lui, ma per altri, le respinge e giustamente offeso, gli dirà: Queste opere, tu non le hai fatte per me, ma per te, per altri; a che aspetti la mercede da me, per il quale nulla hai fatto? Chiedila a te stesso, a quelli per i quali le facesti: Recepisti mercedem tuam. – Così le opere più sante e più sublimi che non sono fatte per Iddio, non sono che borra ed immondezza dinanzi a Lui. Ah! dunque, cari, non sia mai che il tarlo della superbia guasti le opere nostre, come guastò i digiuni e le altre opere del fariseo. Dopo che avremo fatto il nostro dovere e praticate tutte le virtù proprie del nostro stato per piacere a Dio, diciamo: Siamo servi inutili: quel poco che abbiamo fatto, l’abbiamo fatto mercé il vostro aiuto, o Signore; giacche senza di questo noi non avremmo potuto far nulla, e per ciò a voi solo se ne renda la gloria. – Abbiamo visto ed udito il fariseo; ora vediamo ed udiamo il suo contrapposto, il pubblicano. “Questi, stando da lungi, non osava nemmeno di levare gli occhi al cielo. „ Egli era peccatore, invischiato in ogni mala pratica: lo sapeva, lo sentiva in cuore: appena entrato nel tempio, si arresta: non osa avvicinarsi all’altare, si reputa indegno di stare nel luogo santo e considera come una somma grazia che Iddio lo tolleri alla sua presenza. Conscio delle proprie colpe, sente una fiamma salire sul volto; si vergogna, non che d’altri, di se stesso: non vede in sé bene alcuno e solo i suoi peccati gli stanno innanzi. China la fronte, la nasconde tra le palme, ripassa con la memoria ad una ad una le sue iniquità, ne misura la gravezza, ne sente tutto il peso, la coscienza si desta e geme, e nell’amarezza dell’anima sua non trova rifugio, che nella misericordia di Dio e nel suo perdono, e cadendo ginocchione, si batte il petto: Percutiebat pectus suum, e prorompe in questo grido, sì bello, sì eloquente: “O Dio, abbi pietà dì me peccatore: „ Propitius esto mihi peccatori. Egli si batteva il petto! Che voleva egli dire con quel battere il petto? Risponde S. Agostino: “Egli rimproverava a se stesso ed in qualche modo puniva il peccato, che sta nella volontà, che si annida nel cuore. „ Il povero pubblicano in quell’atteggiamento, con quel battersi il petto, con quegli occhi lacrimosi, e fissi al suolo, e con quel grido: ” O Dio, abbi pietà di me peccatore, „ voleva dire: Signore lo so, lo confesso innanzi agli uomini e a te, io sono un peccatore, grande peccatore: me ne pento nell’intimo dell’anima, perché ho offeso te, mio Creatore e Signore, te, che dovevo amare sopra ogni cosa. Il mio cuore è spezzato, l’anima mia afflitta e desolata. – Non mi resta altra speranza che la tua misericordia infinita: in essa mi getto e mi abbandono. O mio Dio e mio Signore! pietà, perdono! In questi atti e in queste parole del pubblicano la fede è viva, salda la speranza, ardente la carità, profonda l’umiltà, la preghiera schietta ed affocata; non si scusa, non incolpa altri dei suoi falli, non esita un istante a riconoscerli e confessarli e a confessarli ad alta voce, nel luogo più pubblico e venerando, alla presenza di tutti e del fariseo, che fissava sopra di lui lo sguardo sprezzatore e beffardo. Tanto dolore e tanta umiltà non potevano non ottenere il perdono dei peccati, fossero stati per numero e gravezza mille volte maggiori. Gesù Cristo afferma che “questi (cioè il publicano), a preferenza di quello (cioè del fariseo), se ne tornò a casa giustificato: „ . “Così, scrive un celebre interprete, chi si reputava santo, fu condannato da Dio, e chi si confessava peccatore, era da Dio giustificato: „ Qui sese adeo justificaverat, a Deo condemnatus est, et qui adeo se condemnaverat, justificatus est (Euthymius): chi si presentò a Dio pieno di sé ne partì vuoto, dice S. Bernardo; e chi si presentò vuoto di sè, cioè umile, ne partì ripieno di grazia. “È meglio, esclama S. Ottato di Milevi, essere peccatore ma umile, che innocente ma superbo: „ Meliora sunt peccata cum humilitate, quam innocentìa cum superbia (Lib. 2 Cont. Donat.). Il peccatore, ma umile, confessa i suoi peccati e si giustifica; il giusto che è pieno di sè, non è più giusto, ma peccatore, e quel che è peggio, non sa di essere peccatore. Scorrete il Vangelo; voi troverete Zaccheo pubblicano, Maria Maddalena peccatrice, la Samaritana, donna di perdutissima vita, l’adultera colta in fallo, Pietro spergiuro, il ladrone in croce e Paolo persecutore, che ad una parola di Gesù Cristo, alla chiamata della grazia, si scuotono, si ravvedono, si convertono, fanno pubblica penitenza e diventano gran santi e apostoli; ma non troverete un solo fariseo, che chiamato ed ammaestrato da Cristo e da lui con le più gagliarde espressioni, promesse e minacce, eccitato alla penitenza, abbia mutato vita e lo abbia seguitato. Anzi ai suoi ammonimenti rispondevano con ingiurie, appuntavano le sue parole, malignavano sui suoi miracoli, e non potendo negar questi, conchiudevano dicendo: “Questo uomo fa molti miracoli, e non possiamo negarlo: è dunque necessario toglierlo di mezzo. „ Mistero di iniquità e di perfidia, che non crederemmo possibile se non fosse registrato nel Vangelo. –  E questo fatto strano non lo vediamo ripetersi spesso sotto de’ nostri occhi? Vi sono uomini immersi in ogni sorta di vizi, dediti ai bagordi, dissoluti, iracondi, tutti intesi ad accumulare ricchezze, non badando per il sottile ai mezzi, dimentichi dell’anima e persino praticamente miscredenti, ma non superbi. Fate che venga una missione, che una sventura li colpisca, che una malattia li getti sul letto della morte, che un accidente qualunque, strumento della divina misericordia, li richiami a sé: voi li vedete cadere ai piedi del sacerdote per confessarsi, chiamarlo al loro capezzale, convertirsi, vivere e morire santamente. Per contrario vi sono altri uomini, se volete, che menano vita mediocremente corretta, lontana da certi disordini e scandali pubblici, ma che si tengono dotti, pieni di sé, orgogliosi, sprezzanti del povero popolo, che guardano tutti d’alto in basso: essi offriranno lo spettacolo doloroso di non valicare giammai le soglie del tempio e di respingere il prete ed il crocifisso in punto di morte, ed essere insensibili alle lacrime della madre, della sposa, dei figli, delle figlie, che li scongiurano a riconciliarsi con Dio. D’onde, d’onde, o cari, la conversione sì pronta, sì franca degli uni, l’ostinazione fredda ed invincibile degli altri? Ah! Io non la so trovare che nella umiltà di quelli, e nella superbia di questi, e nella sentenza di S. Giacomo: “Dio dà le sue grazia agli umili e resiste ai superbi. „ Ohimè, fratelli! Questo spirito di superbia, questo orgoglio del cuore, questo disprezzo altezzoso dei poveri peccatori, lo vedo largamente propagato in mezzo a noi, anche in quelli i quali dovrebbero essere modelli di umiltà, di compatimento, di carità verso gli erranti! Il loro linguaggio è duro, altero, sdegnoso, ricorda quello del fariseo ed anziché attirare a Dio i peccatori, li allontana. Non imitiamoli. Mille volte meglio il pubblicano, il peccatore umile e sincero che il fariseo superbo ed arrogante. – Gesù Cristo raccoglie in una breve e bella sentenza il frutto di questa parabola. Eccovela: ” Chiunque si innalza, sarà abbassato; chi si abbassa, sarà esaltato. „ Vale a dire: chi è superbo come il fariseo, sarà cacciato da Dio e coperto d’ignominia: chi si abbassa, chi si umilia, chi confessa d’essere quel che è, peccatore, sarà accolto da Dio, otterrà il perdono e sarà esaltato nel giorno in cui Egli renderà a ciascuno secondo le opere sue. Vogliamo salire alto nella gloria? Abbassiamoci qui con l’umiltà: gli alberi tanto più alta sollevano la cima quanto più profonde sono le radici: tanto più eccelso e saldo sorge l’edificio quanto il fondamento è più profondo: la misura della gloria è l’umiltà [“Sicut superbia omnium malorum fons est, ita humilitas cunctarum virtutum origo est. „ (S. Joan. Chrysost. in Matth. Homil. 45.)]

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps XXIV:1-3
Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.
[A Te, o Signore, ho innalzata l’ànima mia: o Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire: che non mi irridano i miei nemici: poiché quanti a Te si affidano non saranno confusi.]

Secreta
Tibi, Dómine, sacrifícia dicáta reddántur: quæ sic ad honórem nóminis tui deferénda tribuísti, ut eadem remédia fíeri nostra præstáres. [A Te, o Signore, siano consacrate queste oblazioni, che in questo modo volesti offerte ad onore del tuo nome, da giovare pure a nostro rimedio.]

Communio
Ps L:21.
Acceptábis sacrificium justítiæ, oblatiónes et holocáusta, super altáre tuum, Dómine. [Gradirai, o Signore, il sacrificio di giustizia, le oblazioni e gli olocausti sopra il tuo altare.]

Postcommunio
Orémus.
Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, quos divínis reparáre non désinis sacraméntis, tuis non destítuas benígnus auxíliis.
[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché benigno non privi dei tuoi aiuti coloro che non tralasci di rinnovare con divini sacramenti.]

DOMENICA IX dopo PENTECOSTE (2018)

DOMENICA IX dopo PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps LIII:6-7.
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine. [Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]
Ps LIII:3
Deus, in nómine tuo salvum me fac: et in virtúte tua libera me.
[O Dio, salvami nel tuo nome: e líberami per la tua potenza.]
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.
[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Oratio
Orémus.
Páteant aures misericórdiæ tuæ, Dómine, précibus supplicántium: et, ut peténtibus desideráta concédas; fac eos quæ tibi sunt plácita, postuláre.
[Porgi pietoso orecchio, o Signore, alle preghiere di chi Ti supplica, e, al fine di poter concedere loro quanto desiderano, fa che Ti chiedano quanto Ti piace.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.
1 Cor X:6-13
Fatres: Non simus concupiscéntes malórum, sicut et illi concupiérunt. Neque idolólatræ efficiámini, sicut quidam ex ipsis: quemádmodum scriptum est: Sedit pópulus manducáre et bíbere, et surrexérunt lúdere. Neque fornicémur, sicut quidam ex ipsis fornicáti sunt, et cecidérunt una die vigínti tria mília.
Neque tentémus Christum, sicut quidam eórum tentavérunt, et a serpéntibus periérunt. Neque murmuravéritis, sicut quidam eórum murmuravérunt, et periérunt ab exterminatóre. Hæc autem ómnia in figúra contingébant illis: scripta sunt autem ad correptiónem nostram, in quos fines sæculórum devenérunt. Itaque qui se exístimat stare, vídeat ne cadat. Tentátio vos non apprehéndat, nisi humána: fidélis autem Deus est, qui non patiétur vos tentári supra id, quod potéstis, sed fáciet étiam cum tentatióne provéntum, ut póssitis sustinére.

Omelia I

[Mons. Bonomelli, Omelie, vol. III, Omelia XIX – Torino, 1899]

“Non siamo desiderosi di cose malvagie come anche quelli ne desiderarono. Non diventate idolatri, come alcuni di loro, secondoché sta scritto: Il popolo si sedette e si pose a mangiare e bere, poi si levò per danzare. Non fornichiamo, come alcuni di loro fornicarono, e in un sol giorno ne caddero ventitré mila. Non tentiamo Cristo, come alcuni di loro tentarono e furono uccisi dai serpenti. Non mormorate come alcuni di loro mormorarono e furono distrutti dallo sterminatore. Ora tutte queste cose avvenivano a quelli in figura e sono scritte ad ammonimento di noi, nei quali si sono scontrati i termini dei secoli. Il perché chi pensa di restar ritto, badi che non cada. Non vi colga tentazione se non umana; Dio è fedele, ed egli non permetterà Che siate tentati sopra le forze vostre; ma colla tentazione darà l’uscita, affinché la possiate “ sostenere „ (I. ai Corinti, X, 6-13;)

Voi stessi vi sarete accorti, che la lezione della Epistola propria della Messa è quasi sempre tolta dalle lettere di S. Paolo. E perché ciò, o dilettissimi? Se non erro, le ragioni principali di quest’uso della sacra liturgia, devono essere le seguenti: le lettere dell’Apostolo, messe insieme, formano un volume pressoché eguale a quello dei quattro Evangeli uniti e di gran lunga superiore a quello che formerebbero le sette lettere, che ci rimangono di S. Giacomo, di S. Pietro, di san Giovanni e di Giuda Taddeo. Qual meraviglia, che formando le Epistole di S. Paolo una parte
sì considerevole del nuovo Testamento, forniscano anche in proporzione assai maggiore delle altre la materia di lettura nella santa Messa? Oltreché vuolsi avvertire che nelle Epistole di S. Paolo si condensa in modo ammirabile la dottrina dogmatica e particolarmente la morale di Cristo, e perciò queste si prestano a preferenza d’altre parti scritturali alla considerazione ed edificazione dei fedeli [Nei Vangeli occupano una parte considerevole i fatti della vita di Cristo, doveché nelle Epistole di S. Paolo di fatti non se ne fa menzione, che pochissime volte: in quella vece vi si espone la dottrina di Cristo si dogmatica come morale, onde per questa parte si può dire che nelle Epistole abbiamo una ricca miniera al pari e più degli Evangeli.] – Nei versetti precedenti S. Paolo ha detto, che gli conveniva lavorare e mortificare il suo corpo, se non voleva trovarsi tra i reprobi dopo di aver predicato agli altri. Giustifica poi questo suo timore per sè e per gli altri, di esser trovato reprobo, coll’esempio del popolo d’Israele, caduto quasi tutto miseramente nel deserto prima di entrare nella terra promessa; e qui, colto il destro, applica ai cristiani, moraleggiando, i fatti che avvennero agli Ebrei nel deserto. Vedete, dice l’Apostolo: dei seicentomila Ebrei, dai vent’anni in su, che uscirono dall’Egitto, due soli entrarono nella terra promessa: ciò potrebbe accadere anche a noi viaggianti verso la vera terra promessa, il cielo. “ Non siamo desiderosi di cose malvage, come anche quelli ne desiderarono. „ Continua il riscontro tra gli Ebrei e noi cristiani; gli Ebrei nel deserto, rammentando i cibi succulenti che si mangiavano in Egitto: Sedebamus super ollas carnium, e dimenticando l’orribile schiavitù, che vi soffrivano, si levarono a rumore contro Mosè e contro Dio, che li aveva condotti in quel luogo selvaggio, e desideravano le carni: il desiderare le carni per sè non sarebbe stato un gran delitto, ma lo era bene, e gravissimo, il lagnarsi di Dio, il ribellarsi a Mosè, il dimenticare i beneficii innumerevoli ricevuti e il rimpiangere la servitù, ond’erano stati liberati. Iddio punì quell’ingrato e maligno popolo, e gran numero di esso rimase in quel luogo percosso di morte, tantoché gli fu dato il nome di Sepolcri della concupiscenza; Sepulchrum concupiscentiæ (Num. c. XII, 33, 34). Badiamo, grida qui l’Apostolo, di non imitare codesti Ebrei, per non incorrere il loro castigo ed essere esclusi dal cielo. Il popolo, o fratelli miei, è sempre lo stesso, simile ad un fanciullo, mobile, facile ad essere sedotto, a dimenticare i benefizi. Vedete gli Ebrei: dovevano rammentare gli orrori della schiavitù in Egitto, le fatiche intollerabili, i bambini dal barbaro tiranno fatti gettare nel Nilo, i prodigi Operati da Mosè: nulla di tutto ciò. In un momento di malcontento, di dispetto, d’ira, pensa alle cipolle ed alle carni d’Egitto: si lamenta di Dio, grida contro Mosè, si solleva contro il liberatore e lo minaccia. E non è ciò che troppo spesso facciamo noi pure? Liberati dal peccato, col pensiero torniamo agli antichi piaceri, rimpiangiamo la servitù, le catene delle passioni portate sì a lungo e ci pare troppo aspra la via della virtù, troppo dura la vita cristiana? Stolti! desideriamo di ritornare in Egitto e volgiamo le spalle alla terra promessa, la vera terra promessa, a cui Dio ci chiama. Non desideriamo cose malvage; Non simus concupiscentes malorum! Il desiderio dei Giudei si riferiva soltanto alle carni, come apparisce dal sacro testo, ed era colpevole: l’Apostolo proclama che noi cristiani dobbiamo guardarci in genere da ogni desiderio di cose malvage: Non simus concupiscentes malorum. Gli uomini non vedono che le cose esterne, e questo pure in modo assai imperfetto; ma l’occhio di Dio penetra nelle pieghe del nostro cuore, nelle fibre del nostro spirito, e tutto vede, pesa e misura senza pericolo di errore. – Carissimi! quanti desideri spuntano, si agitano, si succedono in fondo al nostro cuore! Chi potrebbe mai contarli? S’incalzano come le onde del mare, e tutti vi lasciano la traccia del loro passaggio: non importa che si manifestino negli atti e gli uomini li vedano e li contino: li vede e li conta Iddio! Ora quali sono questi desideri, figli dei nostri pensieri e dei nostri amori? Sono tutti buoni, retti, onesti, o almeno indifferenti? Ohimè! se siamo sinceri, dovremo confessare che molti di questi desideri, che erompono dal fondo dell’anima nostra, sono viziosi, colpevoli e tali, che arrossiremmo, se fossero conosciuti, non che da altri, ma dai nostri amici! Perché aprire il cuore, vagheggiare e accarezzare questi desideri, che vorremmo nascondere agli uomini, ai nostri cari istessi e sono manifesti a Dio, e un giorno saranno manifestati all’universo intero? Vegliamo adunque su questi desideri, e quelli che sono buoni e santi coltiviamo, quelli che sono malvagi o pericolosi cacciamo prontamente perché imbrattano l’anima: “Non simus concupiscentes malorum”. S. Paolo prosegue ne’ suoi riscontri, e dice: “ Non siamo idolatri, come alcuni di loro (cioè degli Ebrei nel deserto). „ Mosè narra, che mentre egli era sul monte e riceveva la legge, il popolo si fabbricò un vitello d’oro (era un idolo degli Egiziani) e lo adorò, gli offerse sacrifici e probabilmente, secondo l’uso dei gentili, mangiò delle carni offerte all’idolo stesso e si pose a danzare. Non dimentichiamo che queste danze sacre dei gentili dinanzi ai loro idoli erano orge oscene e lascivie senza nome, e possiamo credere che tali fossero pur quelle degli Ebrei dinanzi al vitello d’oro. Ebbene, cosi ragiona S. Paolo: Stiamo in guardia noi pure Cristiani, e non sia mai che per noi si cada nella idolatria alla maniera degli Ebrei. Di quale idolatria discorre l’Apostolo? Chiaramente della idolatria nel senso rigoroso della parola, perché così vuole l’allusione alla idolatria ebraica; né deve far meraviglia, che S. Paolo creda necessario mettere in sull’avviso i fedeli contro il pericolo della idolatria. Non pochi dei fedeli, ai quali scriveva, erano stati gentili ed idolatri e la loro conversione era recente. Il pericolo di ricadere era assai grave, considerata la loro triste abitudine, e visto che l’idolatria allora regnava padrona assoluta dal trono alla capanna. La storia ci narra che non erano rari gli esempi di apostasie e di Cristiani, che dopo ricevuto il Battesimo, o per timore delle persecuzioni, o per interesse, o per altre cause ritornavano al culto degli idoli. L’esortazione dunque di S. Paolo non era fuor di luogo, anzi molto opportuna e necessaria. Oggidì per noi non vi è più ombra di pericolo che si cada nella idolatria antica: quel periodo del massimo degradamento morale per i nostri popoli è passato e passato per sempre. Ma se è cessato il pericolo della idolatria propriamente detta, non è cessata, anzi dura più elle mai vigorosa e generale un’altra idolatria, l’amore sfrenato dei beni della terra, ai quali si sacrifica troppo spesso l’onore, il dovere, la coscienza, Dio stesso. Che faceva l’idolatra? Pigliava un tronco di legno, un pezzo di metallo, ne foggiava una statua e cadendo ginocchioni dinanzi ad essa, l’adorava, le offriva sacrifici, ed esclamava: Tu sei il mio Dio! — Che fa l’uomo schiavo dell’amore sfrenato dei beni di quaggiù? Accumula oro ed argento: vagheggia un posto d’onore: ficca cupido gli sguardi in volto seducente e prostrandosi vilmente dinanzi a loro, grida: Voi avete il mio cuore, tutto l’amor mio; io vivo per voi; voi siete il mio Dio; a voi tutto sacrifico. Non è questa brutta e schifosa idolatria? Una mente, un cuore, uno spirito, che adorano la materia e vituperosamente vi si tuffano? E ch’io non esageri punto, me ne assicura il grande Apostolo, il quale in altro luogo, parlando della cupidigia e della avarizia, la chiama “ servitù di idoli, cioè idolatria: „ Quod est idolorum servitus. Noi detestiamo l’idolatria, come un gran delitto e il sommo vituperio della natura umana, e lo è veramente: detestiamo pur anco ed abbominiamo quest’altra idolatria, per la quale diveniamo adoratori delle ricchezze, degli onori e dei piaceri: Neque idolatræ efficiamìni, sicut quidam ex ipsis. In alto le menti e i cuori! appuntiamo lo spirito nostro in Dio e in lui e con lui ci eleveremo: lui solo adoriamo: i beni della terra sono appena degni di stare sotto i nostri piedi, e vi stiano sempre. – Prosegue S. Paolo il suo riscontro tra noi e i figli d’Israele nel deserto e dice: “Né fornichiamo, come alcuni di quelli fornicarono. „ Mosè nel libro dei Numeri narra come moltissimi Ebrei si abbandonarono al turpe peccato con le figliuole dei Moabiti, e come per comando di Dio furono terribilmente puniti, rimanendone sul campo ben ventitré mila trucidati. Tanta strage ci riempie di stupore e di terrore; ma non dobbiamo mai dimenticare, che quel popolo di dura cervice e di cuore incirconciso, sì facile in trascorrere ad ogni eccesso, solamente con queste tremende lezioni poteva essere contenuto, quando pur queste bastavano. Quel formidabile castigo ci mostra come sia brutta e gravissima colpa la fornicazione. Lungi dunque da noi, sembra dire l’Apostolo, questo delitto, che trasse in capo ai figli d’Israele sì aspra vendetta: Neque fornicemur, sicut quidam ex ipsis fornicati sunt. Questa sozzura è dessa rara tra i Cristiani, figli della legge di grazia e d’amore? Dio immortale! essa, a vergogna del nome cristiano, è frequente e in certi luoghi, in certe città si considera come cosa da nulla e passa quasi in trionfo. Ah! cosa da nulla questo peccato, che la giustizia di Dio percosse si fieramente, e lavò col sangue di ventitré mila vittime? E bensì vero che si paurosi castighi, per bontà di Dio, ora non si rinnovellano; ma non crediate, che sì detestabile peccato rimanga sempre impunito anche quaggiù sulla terra, sotto la legge evangelica. Dio dispone le cose per guisa, che soventi volte gli schiavi di questo peccato si puniscano da se stessi con le opere delle loro mani. Le discordie, gli odi, gli scialacqui, lo sperpero dei più ricchi patrimoni, la miseria, il disonore, i duelli, i delitti di sangue, le più vergognose infermità dello spirito e del corpo, l’ebetismo e la morte precoce non sono frequentemente gli amari frutti di questo peccato? Se noi potessimo conoscere le vittime che questo peccato va facendo in mezzo a noi e contarle ad una ad una, inorridiremmo, e forse dovremmo confessare che il braccio di Dio anche al presente non è meno terribile di quello che fosse coi figliuoli d’Israele. – Allora era Dio, che direttamente percuoteva il popolo fornicatore, ora sono gli stessi fornicatori che si puniscono da se stessi, e trovano qui nel loro peccato un saggio di quella pena eterna che si tesoreggiano nella vita futura. S. Paolo continua: “ Non tentiamo Cristo, come alcuni di loro tentarono e perirono pei morsi dei serpenti. „ Il popolo ebreo (Num. c. XXI, vers: 5 seg.) nel deserto prese a lagnarsi di Dio e di Mosè, perché mancava l’acqua e si annoiava dello stesso cibo, e dovette prorompere in invettive e bestemmie: esso, dimentico dei tanti prodigi veduti e dei tanti benefici ricevuti, metteva a dura prova la bontà e la pazienza di Dio: Tentaverunt! E Dio lo flagellò, mandando in mezzo a quel popolo ingrato e ribelle gran moltitudine di serpenti; i loro morsi erano mortali e gran numero di Ebrei miseramente perì. Ciò che accadde a loro sia nostro ammaestramento: Non tentiamo Cristo, cioè non dubitiamo delle promesse divine, delle verità, che ci furono annunziate; non facciamo come gli Ebrei, che ad ogni istante domandavano miracoli: ci basta la parola di Gesù Cristo e sopra di essa riposiamo tranquillamente. Iddio regge le cose umane con la sua provvidenza, vale a dire con quelle leggi ordinarie, che Egli ha stabilite e sulle quali poggia tutto l’ordine naturale: il miracolo è una eccezione fatta a quelle leggi, è l’intervento diretto ed immediato di Dio e questo non si deve ammettere se non quando l’evidenza ci obbliga ad ammetterlo, perché le leggi naturali sono la regola, il miracolo è l’eccezione e l’eccezione si ammette solo quando è necessario ammetterla e la ragione naturale ci costringe ad ammetterla. Dio può fare la eccezione, ossia il miracolo; ma lo deve fare quando è necessario; ma quando è necessario? Egli ed Egli solo ne è il giudice assoluto e nessuno può imporglielo, perché nessuna creatura può dire al Creatore: Voi dovete far questo e questo, s’Egli non ha promesso di farlo e farlo in quel modo e in quel tempo. Volere adunque che Iddio faccia un miracolo, a nostro modo, e deroghi a nostro cenno alle sue leggi, è un tentare Dio, un imporgli la legge e mostrarci diffidenti delle sue promesse e del corso ordinario della sua provvidenza. Noi possiamo e dobbiamo pregarlo in ogni nostro bisogno con piena confidenza ed umiltà, rimettendoci con figliale abbandono alla sua paterna bontà quanto al modo, al tempo ed alla misura, con cui vorrà esaudirci. “ Né mormoriate, prosegue S. Paolo, come alcuni di loro mormorarono e furono annientati dallo sterminatore; „ è questo l’ultimo dei riscontri, che ci lasciò l’Apostolo fra la storia del popolo ebreo e ciò che può accadere al popolo cristiano. Molte volte Israele mormorò nel deserto contro Dio e Mosè, che a nome di Dio lo guidava: a quale di queste mormorazioni del popolo qui si alluda non è chiaro: certo è che tutte le volte fu più o meno punito, ondechè non irragionevolmente possiamo dire che qui il sacro testo tutte le comprenda. Le mormorazioni del popolo contro Mosè e perciò contro Dio, che mandava Mosè, per vero dire, sono piuttosto sommosse e ribellioni, e Dio ne fece aspra giustizia. L’autorità ha sempre la sua fonte in Dio, da cui solo deriva, sia nell’ordine naturale, sia nell’ordine sovrannaturale: gli uomini, che ne sono investiti, non sono che i mandati e i rappresentanti di Dio, e perciò il mormorare contro di essi, e più assai il ribellarsi, è un offendere Dio stesso ed uno sconvolgere l’ordine per Lui stabilito. Può bene accadere, che quelli, i quali sono investiti dell’autorità, volete civile, volete paterna, volete anche ecclesiastica, nelle varie sue gradazioni,, falliscano al loro dovere ed anche ne abusino malamente; noi possiamo richiamarcene alla autorità superiore, mostrare il torto che riceviamo e chiedere giustizia nei modi onesti e stabiliti, ma rivoltarci contro di loro non mai; l’interesse pubblico e l’ordine posto da Dio non lo consente. I ribelli a Mosè là nel deserto furono percossi da Dio; se al presente Dio non punisce i riottosi quaggiù in modo visibile, senza fallo non sfuggiranno alla sua giustizia nella vita futura. Rispettiamo dunque, o cari, ogni autorità, quale ch’essa sia, e quelli che ne sono investiti, e rispettiamoli in ragione della grandezza ed eccellenza dell’autorità stessa, perché questo è il volere di Dio e chi vien meno non sfuggirà al castigo di Colui che disse: Chi sprezza voi sprezza me. Seguitiamo il testo dell’Apostolo: “Ora tutte queste cose avvenivano a quelli, vale a dire agli Ebrei, in figura e sono scritte ad ammonimento di noi, nei quali i termini dei secoli si sono riscontrati, „ ossia di noi, che veniamo ultimi, nell’ultimo periodo dei secoli. Siamo dunque accertati per questa sentenza dell’Apostolo, che tutti i fatti accaduti agli Ebrei e qui commemorati, erano e sono una figura di ciò che accade nella Chiesa, e devono essere un ammaestramento per noi. Ve lo dissi altra volta, i fatti dell’antico Testamento sono anch’essi come altrettante parole, che ci ammaestrano intorno ai nostri doveri, a ciò che dobbiamo credere, fare od evitare, ed è questo quel senso delle Scritture, che dicesi mistico, o recondito. – Forseché tutti e ciascuno dei fatti registrati nell’antico Patto sono figure di dottrine e di fatti del nuovo Testamento? Ciò sarebbe eccessivo, e S. Paolo non disse semplicemente “ tutte le cose, „ ma si tutte queste cose, che vi ho accennato, erano figura di quello che sarebbe avvenuto nel nuovo patto. – L’Apostolo, dopo aver toccati questi quattro fatti dell’antico Patto e cavatane la pratica morale pei fedeli di Corinto, ai quali scrive, passa ad una osservazione od esortazione generale, scrivendo; “Chi crede di stare ritto in piedi, veda di non cadere. „ Avete visto, o cari, così egli, come i figli d’Israele, messi alla prova caddero; vedete ancor voi, che vi riputate saldi, di non cadere come quelli. La nostra volontà è debole, si muta ad ogni istante, e benché siamo certi che l’aiuto della grazia divina a chi lo vuole non fa mai difetto, non siamo mai certi di corrispondere alla stessa, e perciò la nostra perseveranza nel bene a Dio solo è nota. Diffidiamo dunque di noi stessi, temiamo della nostra debolezza, umiliamoci dinanzi a Dio, preghiamolo con gran fede: sono questi i mezzi per star fermi nella grazia ricevuta. Viviamo sulla terra, vero campo di incessanti battaglie: affrancarci da ogni tentazione, interna od esterna, non è possibile. Che fare? “ Nessuna tentazione vi colga, scrive S. Paolo, se non umana: „ Tentatio vos non apprehendat, nisi humana. Che cosa è dessa questa tentazione umana? Penso che mente dell’Apostolo sia di esortare i fedeli a fuggire tutte le tentazioni che si possono fuggire, rassegnandosi a quelle, che sono inevitabili e a queste virilmente resistendo. Vi sono tentazioni, che è in poter nostro prevenire e schivare, e queste, secondo le circostanze, con ogni cura preveniamo e schiviamo: vi sono altre tentazioni, che nostro malgrado ci si affacciano, ci stringono, ci travagliano in mille modi, e vengono dalla carne, dal mondo, dal demonio: queste si dicono umane da S. Paolo, cioè inerenti alla nostra condizione presente, che avvengono secondo l’andamento ordinario delle cose umane. Queste Iddio le permette per i suoi fini altissimi e per il nostro bene. E allorché queste tentazioni umane sopraggiungono e vi molestano, quale deve essere la vostra regola e la vostra condotta? Anzi tutto ricordatevi, che “ Dio è fedele: „ Fidelis Deus est: ciò che promette, fedelmente mantiene: ha promesso di aiutarvi; non ne dubitate, vi aiuterà secondo il bisogno. Non basta: imporreste voi al vostro servo, ai vostri figliuoli un peso troppo grave, sotto del quale rimarrebbero oppressi? No, di certo; se lo faceste, sareste ingiusti e crudeli: ora voi siete servi di Dio, anzi suoi figli bene amati: sarebbe bestemmia pure il pensare che Iddio, padrone giustissimo, anzi Padre amorosissimo, vi sottometta ad una prova o tentazione superiore alle vostre forze; statene sicuri: “ Dio non lascerà che siate tentati sopra ciò che potete. „ E verità insegnata in termini da S. Paolo, e quando pure non la trovassimo nei libri santi, la dovremmo tenere per la sola ragione, tanto essa è manifesta. Nessuno adunque dica giammai: “La tentazione era troppo forte; io era impotente a resistere. É una menzogna, un’ingiuria atroce a Dio, è un far ricadere sopra di Lui la causa del nostro peccato. Dio non comanda mai cose impossibili, o se le comanda, dà la forza perché siano possibili. E verità questa consolante per noi tutti, che ogni giorno ci troviamo alle prese col nemico e che ci toglie ogni scusa se soccombiamo. – Va innanzi S. Paolo ed alle due verità sì belle e sì consolanti espresse nelle due sentenze brevissime: “Dio è fedele, e non permetterà, che siate tentati sopra le vostre forze, „ ne fa seguire una terza, dicendo: Ma con la tentazione darà l’uscita a poterla sostenere: „ Sed faciet cum tentatione proventum, ut possìtis sustinere. Permettendo che la tentazione v’incolga, Dio vi darà la grazia di uscirne vittoriosi, e lungi dal riportarne danno alcuno, ne avrete vantaggi non lievi. Quali? Quelli che riporta il soldato valoroso, che torna vincitore dalle battaglie. Questo nelle battaglie si addestra sempre meglio a combattere il nemico ed a vincerlo, onde tra i soldati novelli il veterano a ragione si reputa più valente. Come gli atti ripetuti in un’arte qualunque ci danno l’abito della stessa e ce ne rendono più facile e più perfetto l’esercizio, cosi le tentazioni sviluppano meglio le forze spirituali, ci fanno più forti e più generosi, ci fanno correre più speditamente la via della virtù e della perfezione e per conseguenza ci rendono più agevole la resistenza alle tentazioni future: Ut possitis sustinere. Finalmente le tentazioni ci porgono occasione di procacciarci maggiori meriti pel cielo, giacché ogni tentazione superata è una vittoria riportata sul nemico, ed ogni vittoria ci dà il diritto ad una nuova corona, secondochè sta scritto: “ Colui che avrà debitamente combattuto riceverà la corona. „

Graduale  Ps VIII:2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in universa terra!
[Signore, Signore nostro, quanto ammirabile è il tuo nome su tutta la terra!]
V. Quóniam eleváta est magnificéntia tua super cœlos. Allelúja, allelúja
[Poiché la tua magnificenza sorpassa i cieli. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps LVIII:2
Alleluja, Alleluja

Eripe me de inimícis meis, Deus meus: et ab insurgéntibus in me líbera me. Allelúja.  [Allontànami dai miei nemici, o mio Dio: e líberami da coloro che insorgono contro di me. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIX:41-47
“In illo témpore: Cum appropinquáret Jesus Jerúsalem, videns civitátem, flevit super illam, dicens: Quia si cognovísses et tu, et quidem in hac die tua, quæ ad pacem tibi, nunc autem abscóndita sunt ab óculis tuis. Quia vénient dies in te: et circúmdabunt te inimíci tui vallo, et circúmdabunt te: et coangustábunt te úndique: et ad terram prostérnent te, et fílios tuos, qui in te sunt, et non relínquent in te lápidem super lápidem: eo quod non cognóveris tempus visitatiónis tuæ.
Et ingréssus in templum, coepit ejícere vendéntes in illo et eméntes, dicens illis: Scriptum est: Quia domus mea domus oratiónis est. Vos autem fecístis illam speluncam latrónum. Et erat docens cotídie in templo”.

Omelia II

(Mons. Bonomelli, ut supra, om. XX)

“E come Gesù si appressava alla città, vedendola, pianse sopra di lei, e disse: Oh! se tu, almeno in questo tuo giorno, avessi conosciute le cose, che si appartengono alla tua pace; ma ora sono nascoste agli occhi tuoi. Che ti sopravverranno giorni, nei quali ti cingeranno di trincee e ti circonderanno “ e ti stringeranno d’ogni intorno. E atterreranno te e i tuoi figliuoli dentro di te e non lasceranno in te pietra sopra pietra, perché non hai conosciuto il giorno propizio della tua visitazione. Ed entrato nel tempio, prese a scacciarne coloro che vi vendevano e comperavano, dicendo loro: Sta scritto: La mia casa è casa di orazione; “ ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri. Ed ogni giorno egli insegnava nel tempio „ (S. Luca, XIX, 41-47).

Udendo questa breve narrazione evangelica, voi tutti senza dubbio vi sarete accorti, che contiene due parti distinte: nella prima si dice che Gesù, alla vista di Gerusalemme pianse, e si riferiscono le parole, piene di dolore e di amore, che piangendo pronunciò sopra di essa; nella seconda parte si narra come entrò nel tempio e di là cacciò i profanatori. Noi verremo considerando i due fatti narratici dal Vangelo e ci studieremo di cavarne alcune pratiche conseguenze a nostra edificazione. Il miracolo della risurrezione di Lazzaro, operato sulle porte di Gerusalemme, alla presenza di tanti testimoni, per le circostanze particolari e gravissime che l’accompagnarono, aveva gagliardamente scosso l’opinione pubblica, e rinfocolato l’odio feroce dei nemici di Gesù Cristo. Essi avevano tenuto consiglio e deliberato di togliergli prontamente la vita, e così spegnere con Lui la nuova religione. Gesù sapeva ogni cosa e, non essendo giunta l’ora per Lui stabilita di darsi in mano dei suoi nemici, si ritrasse più lontano, presso al deserto, in una cittadella che si chiamava Efraim, e che ora non sappiamo dove precisamente fosse. Dopo alcuni giorni, venuto il tempo per Lui determinato, mosse alla volta di Gerusalemme insieme coi discepoli e giunse a Betania, a tre chilometri da Gerusalemme e, come è bene a credere, scese a casa di Lazzaro e delle sorelle. Era imminente la Pasqua, quella Pasqua, in cui Gesù doveva immolare se stesso: sei giorni prima della Pasqua, Egli da Betania andò verso Gerusalemme, dove era già gran moltitudine di devoti pellegrini [Gli scrittori, e tra questi il Bonghi (pag. 342, Vita di Gesù), fanno salire a tre milioni i pellegrini che per la Pasqua si adunavano a Gerusalemme, gran parte dei quali si attendava in campagna, come si usava e si usa in Oriente.] che vi accorrevano d’ogni parte. Montando l’umile cavalcatura, procuratagli dai discepoli, salì il colle degli Olivi, che è a meno di un chilometro dalla città. – La salita del colle degli Olivi da Betania, ossia da oriente è dolce e si può fare comodamente: ma la discesa del versante verso occidente, cioè a cavaliere della città, è ripida assai e non si può fare che girando e rigirando il colle. Dalla cresta del colle, qua e là sparso di olivi anche al presente e seminato di case, di alcune moschee e di alcuni grandi edifici religiosi cattolici e scismatici russi, si gode la più magnifica vista di Gerusalemme. Sul colle di Sion, che sorge di fronte, maestosa e severa giganteggia la torre di Davide, più basso si vedono le cupole del santo sepolcro, più basso ancora la moschea di Omar, la reggia di Erode o torre Antonia. Gesù dovette giungere sulla cima del colle e si addita ancora il luogo, dove si fermò e dove si vede una cappella col titolo: Dominus flevit: Gesù pianse. Di là volse lo sguardo sulla città che stava ai suoi piedi: un velo profondo di mestizia coperse il suo volto, e mentre la folla che lo seguitava, faceva rimbombare il colle e la valle sottoposta delle sue grida festose: “Osanna al Figliuolo di Davide; benedetto Colui, che viene nel nome del Signore, „ Egli, l’amabile Salvatore, pianse: Videns civitatem flevit super illam. Notate che il fatto del pianto di Gesù sopra Gerusalemme è riferito dal solo S. Luca, ed è riferito in modo che apparisce chiaramente, averlo Egli versato mentre il popolo lo acclamava e lo copriva di applausi. Mirabile questo contrasto delle lacrime di Gesù e del trionfo con cui è accolto; la folla è giubilante e Gesù ha il cuore colmo di mestizia e piange di dolore, dacché è fuor di dubbio dalle parole che seguono, ch’Egli pianse non di gioia, ma sì di dolore e di dolore acutissimo. Gesù pianse sopra Gerusalemme: Flevit super illam! Pianse cioè sopra la durezza, la cecità, la ingratitudine e la perfidia di quella rea città, che aveva chiusi gli occhi ai suoi miracoli e gli orecchi alle parole di verità, che le aveva rivolte; pianse sopra il delitto spaventoso che fra pochi giorni avrebbe consumato nella sua persona stessa, e forse da quel luogo poteva scorgere il sito, dove l’avrebbe confitto alla croce; e pianse sopra tutto, pensando alla tremendissima vendetta, che la giustizia del Padre avrebbe fatto di quella sventurata città. Quelle erano lacrime di dolore e di amore, egualmente intensi, l’uno causa dell’altro. – L’amore ardentissimo di Gesù per quella infelice città era la cagione dell’atrocissimo suo dolore e del pianto amaro che ne era il segno esterno visibile. Gesù era Dio e uomo; come Dio, Creatore, conservatore e Redentore di tutti gli uomini, tutti li amava e quanto! Come uomo anche li amava: erano tutti fratelli suoi secondo la carne, tutti fatti ad immagine di Dio; come uomo poi, doveva amare d’un amore peculiare la sua nazione, il centro della sua nazione, Gerusalemme, e ne aveva dato prove non dubbie, scegliendola a teatro dei suoi miracoli e della sua predicazione. I diritti e i doveri di natura sono sacri, perché vengono immediatamente da Dio e precedono quelli stessi della grazia. A quel modo che  Gesù, Dio-Uomo, doveva amare la madre sua, Giuseppe e i suoi congiunti più di tutti i suoi connazionali, così doveva amare Israele e Gerusalemme più d’ogni altra nazione e città. Era la sua patria, e l’obbligo di amare la patria, dice S. Tommaso, non è che una estensione di quello che abbiamo di amare i genitori e la famiglia. Il Figliuolo di Dio avendo voluto farsi uomo e scegliersi una madre ed i consanguinei, volle anche e dovette volere una patria, e come dubitare che adempisse verso di essa ed in modo perfettissimo tutti i doveri di buon figliuolo? L’amore verso la patria, cioè verso quel paese che ci vide nascere, che chiude in seno le spoglie mortali dei nostri cari, e forse un giorno le nostre; dove sorge la chiesa, nella quale fummo battezzati, che compendia in sé tutte le nostre più dolci e sante memorie; l’amore della patria sgorga dalla natura, viene da Dio, autore della natura ed è un dovere sacro, che dobbiamo religiosamente adempire. Bene sciagurato è colui che non ama la patria sua: egli fa oltraggio alla natura e a Dio stesso. Vero è che anche questo amore della patria, come quello dei genitori ed ogni altro amore, deve essere sempre conforme alle leggi eterne ed inviolabili della giustizia, perché sia vero ed onesto amore. Gesù amava teneramente la patria sua e più Gerusalemme, perché maggiori erano i titoli ch’essa aveva all’amor suo, e quel piangere, quel singhiozzare ch’Egli fece alla vista di essa, vi dicono qual fosse l’amor suo, come sentisse al vivo gli orribili castighi che le sovrastano, e più ancora le colpe enormi che quei castighi avrebbero provocato. – Quali fossero i motivi che fecero piangere e singhiozzare Gesù alla vista di Gerusalemme, era facile rilevarli; la natura delle cose e l’insieme delle circostanze li mostravano ad evidenza: ma a quelle lacrime ed a quei singhiozzi, Egli aggiunse le parole, e spiegò chiaramente l’animo suo. Uditelo: “ O se tu almeno, in questo tuo giorno, avessi conosciute le cose che appartengono alla tua pace! ma ora sono nascoste agli occhi tuoi! „ Questo grido erompe dal cuore di Gesù profondamente afflitto, e più che afflitto, trangosciato; l’espressione rotta, che lascia intendere più assai che non dica, ne è prova manifesta.  Essa, tradotta in linguaggio più chiaro, suona cosi: Se tu pure, o Gerusalemme, conoscessi come conosco Io, almeno oggi, ciò che devi fare per aver pace, la vera pace, tu saresti salva: ma, ohimè! tu ostinata e cieca non lo conosci e sei perduta —. E quali erano le cose che Gerusalemme doveva conoscere per avere salvezza e che nella sua pertinacia non conosceva? Non occorre il dirle. Essa non aveva conosciuto Lui, Messia e Salvatore promesso: l’aveva ostinatamente respinto e fra cinque giorni lo avrebbe appeso alla croce: Egli tutto aveva fatto per salvarla, miracoli, promesse, minacce, inviti pieni di carità, ma tutto indarno: ora la misura è piena, alla carità sottentra la giustizia e il ripudio della misera città è ormai consumato: Gerusalemme, quella Gerusalemme, che gli sta dinanzi, che ha tanto amato, in cui si concentrano tutte le glorie della sua nazione, della sua patria, è irrevocabilmente perduta, e Gesù, oppresso dal dolore, piange e singhiozza! È una delle scene più tenere del Vangelo e che rivela mirabilmente il cuore di Gesù. – I Padri in Gerusalemme ravvisano la figura di ogni anima cristiana, che è sorda agli stimoli della grazia e alla voce di Dio, che la chiama a penitenza. Quante anime, o carissimi, sulle quali Gesù piange amaramente! Egli le ha fatte sue col santo Battesimo, le ha ricolmate di grazie: ha fatto conoscere loro le eterne verità, le ha nutrite di se stesso, le ha amate come frutto della sua conquista, prezzo del suo sangue, figlie al suo cuore carissime. Ed esse che han fatto? Si sono allontanate da Lui, gli hanno voltate le spalle villanamente: con la più nera ingratitudine non hanno corrisposto ai suoi favori, al suo amore: hanno accumulate iniquità sopra iniquità: hanno fatto lega coi nemici di Lui, hanno respinta la sua dottrina, bestemmiato il suo Nome, insozzato quel cuore, che a Lui solo era consacrato e ciò per mesi, per anni e per lustri. Povere anime! Gesù le guarda con occhio d’amore e di inesprimibile mestizia: le vede danzare sull’orlo dell’abisso e piange sopra di esse, come sopra di Gerusalemme, e ripete lo stesso pietoso lamento: “O se tu ancora, almeno in questo tuo giorno, avessi conosciute le cose che fanno alla tua pace! Ma ora sono nascoste ai tuoi occhi! „ Deh! che il pianto ed il grido di dolore che esce dal cuor di Gesù sopra queste anime ingrate e cieche, non rimangano sterili! Deh! che nessuna di queste anime infelici rinnovi in se stessa la storia sì terribile di Gerusalemme! Dopo aver pianto sulla ostinazione di Gerusalemme e sfogato il suo dolore sui mali morali della sciagurata città, il suo sguardo si spinge nell’avvenire, a Lui manifesto come il presente; vede la catastrofe spaventosa, che fra quarant’anni la farà scomparire per sempre dalla terra, disperdendo ai quattro venti tutti i suoi figli: vede gli orrori inenarrabili di quell’assedio, di quegli assalti, di quell’eccidio senza nome, e li tratteggia in due versetti in guisa da sembrare storia anziché profezia. Ecco le sue parole: “ Ti sopravverranno giorni, nei quali i tuoi nemici ti cingeranno di trincee e ti stringeranno d’ogni intorno, e atterreranno te e i tuoi figliuoli dentro di te, né lasceranno in te pietra sopra pietra, perché non hai conosciuto il giorno propizio della tua visitazione. „ E prezzo dell’opera, o cari, considerare questa profezia sì memoranda in ogni sua parte. – E primieramente noi sappiamo che non sempre i mali della vita presente sono castighi dei peccati. Noi vediamo frequenti volte, uomini giusti e santi oppressi da mali e dolori d’ogni genere: vedete Gesù Cristo, la Vergine, gli Apostoli, i martiri, i santi tutti, di tutti i tempi: che non soffersero nei beni materiali, nel corpo, nell’onore, nell’anima! Vedete i loro nemici e crudeli persecutori, ricchi, spesso onorati, umanamente felici. È questo il pauroso problema e direi quasi lo scandalo di molti che vedono la virtù calpestata ed il vizio trionfante! Guardiamoci dunque, o cari, dal dire: questi sono percossi da ogni sorta di mali: dunque sono grandi peccatori e li meritano. Per contrario questi altri sono colmi d’ogni prosperità: dunque sono virtuosi e Dio li benedice. È una regola sommamente fallace, e Gesù Cristo più volte nel Vangelo, ci avverte che se vogliamo essere suoi discepoli, dobbiamo aspettarci d’essere trattati come fu trattato Egli stesso. Quantunque le sventure e i mali temporali non si debbano sempre considerare come una punizione da Dio inflitta pei peccati, vi sono casi nei quali ciò si può dire con fondamento, in quanto che vi sono argomenti che lo dimostrano. Nel caso nostro la cosa è indubitata. L’immenso disastro, che cadde sopra Gerusalemme e l’intera nazione ebraica, vuolsi ritenere come una giustissima vendetta dei suoi delitti, perché Gesù Cristo stesso lo disse in termini. Tutti questi mali verranno sopra di te, cosi Gesù Cristo: “Perché non hai conosciuto il tempo propizio della tua visitazione: „ Eo quod non cognovéris tempus visitationis tuæ. – Questo vaticinio di Cristo fu pronunciato circa quarant’anni prima che si compisse, e registrato nel Vangelo di S. Matteo circa otto anni, nel Vangelo di S. Marco, circa quindici anni, in questo di S. Luca circa vent’anni dopo l’Ascensione di Cristo: ciò è indubitato dalla storia, come è indubitato che i Cristiani lo conoscevano e ne fecero tesoro, fuggendo tutti dalla città, secondo il comando di Cristo, che aveva detto: “ Allorché vedrete la desolazione nel luogo santo e gli eserciti nemici appressarsi alla città, fuggite ai monti, e chi legge, se ne rammenti: “Fugite ad montes… Qui legit intelligat,,. È questa, diceva, una delle profezie più splendide e più certe che abbiamo nel Vangelo, perché fatta prima e fatta e registrata in modo chiarissimo; perché è tal complesso di fatti sì particolareggiati e dipendenti dalla volontà libera degli uomini, che solo la mente di Dio poteva conoscere, e perché in ogni sua parte si adempì esattamente. Dell’avveramento perfetto di questa profezia di Gesù Cristo abbiamo tra le altre la testimonianza superiore ad ogni eccezione di Giuseppe Flavio. Egli prese parte a principio ai combattimenti tra Romani ed Ebrei, pugnando valorosamente per questi. Poi, fatto prigioniero, rimase nel campo romano, adoperandosi come meglio poteva a favore de’ suoi connazionali. A lui siamo debitori dei più interessanti particolari di quella lotta spaventevole, che finì con lo sterminio di Gerusalemme e con la dispersione del popolo superstite. I Romani, condotti da Tito, figlio di Vespasiano, in soli tre giorni cinsero la vasta città di un muro di otto chilometri: Circumdabunt te inimici tui vallo et coangustabunt te undique; la profezia di Cristo è d’una precisione meravigliosa. I cittadini, chiusi in grandissimo numero, perché vi erano accorsi da ogni parte come nell’ultimo loro propugnacolo, vi si difesero disperatamente. Sospesi i combattimenti esterni coi nemici, cominciavano gli interni tra loro, fino nel tempio: la fame li struggeva non meno del ferro e una madre uccise il suo bambolo per sfamarsi delle sue carni. Molti non potendo più reggere agli orrori della fame e delle stragi cittadine, fuggivano nel campo romano: ma nei soldati romani era nata l’idea che gli Ebrei, fuggendo dalla città, trafugassero i loro tesori, inghiottendosi l’oro; per impossessarsene, squartavano quei miseri e nelle fumanti viscere cercavano l’oro agognato, e non trovandolo, per rabbia li crocifiggevano, e ben presto si vide la città tutto intorno, coronata da una selva di crocifissi. – Dopo un lungo e ferocissimo assedio, la città fu presa d’assalto: gli Ebrei furibondi si ridussero nel tempio e vi si difendevano col coraggio della disperazione. Vi fu appiccato il fuoco da un soldato romano e quella meraviglia di tempio in pochi istanti fu avvolto tra le fiamme. Alla vista dell’incendio, quegli sventuratissimi Ebrei superstiti nel tempio, volsero le armi gli uni contro gli altri, trucidandosi a vicenda e
lanciandosi tra le fiamme. Perirono in quella guerra senza esempio, più d’un milione di Ebrei e parecchie centinaia di migliaia furono condotti via schiavi e venduti a pochi soldi l’uno. Cosi ebbe compimento la profezia di Cristo, il tempio fu arso e distrutto, la città smantellata e l’intera nazione dispersa ai quattro venti, per non aver conosciuto il tempo della sua visitazione: Eo quod non cognoveris tempus visitationis tuæ. Dio è buono e misericordioso, ma è altresì giusto: quel popolo, che respinse il vero Messia e lo mise barbaramente a morte, prestò fede ai falsi Messia, che gli promettevano la vittoria sui Romani e la libertà, e lo spinsero alla rivolta e alla guerra, e cosi si trasse egli stesso in capo la vendetta divina. – Ma ora torniamo al nostro Vangelo. “Gesù, entrato nel tempio, prese a scacciarne coloro che vi comperavano e vendevano, dicendo loro: Sta scritto: La casa mia è casa d’orazione, e voi l’avete tramutata in una spelonca di ladri. Gesù accompagnato dalla folla plaudente, giunse presso il tempio, ma non vi entrò e se ne tornò a Betania, credo senz’altro nella casa ospitale di Lazzaro e delle sorelle. Il dì seguente ritornò in Gerusalemme (era il nostro lunedì santo) e andò di filato al tempio. Trovò gli atrii ed i portici ingombri di venditori e compratori di cose spettanti al culto ed ai sacrifici che si dovevano offrire: v’erano anche cambiatori di monete, che vi facevano grossi guadagni. Gesù scacciò bruscamente tutti costoro come profanatori del tempio. Due volte Gesù scacciò da quei luoghi i profanatori; la prima volta allorché al cominciamento della sua vita pubblica si recò a Gerusalemme per celebrare la prima Pasqua, ed è narrata da S. Giovanni (c. II, 14-17): la seconda al
chiudersi della sua vita pubblica, tre di prima della sua passione, ed è questa narrata dagli altri tre Evangelisti; cosi il Salvatore comincia e chiude la sua predicazione  in Gerusalemme con lo stesso atto di zelo per l’onore della casa di Dio, volendo significare, che unico e supremo fine della sua missione era la gloria del Padre suo. – Cacciando tutta quella gente, che aveva mutato l’atrio ed i portici del tempio in un mercato, pronunciò queste parole d’Isaia: La casa mia è casa d’orazione. Quale lezione per noi, o dilettissimi! Se l’atrio ed i portici del tempio antico, quasi appendici del medesimo, son detti “casa di orazione, „ che dire dei nostri templi, dei quali l’antico non era che una povera figura? La chiesa nostra è dunque per eccellenza casa di orazione: Domus orationis! Non è dunque luogo di conversazione, punto di geniali convegni, dove si venga per vedere od essere veduti, per fare sfoggio di mode e di lusso, per soddisfare la propria o l’altrui curiosità. La chiesa è il luogo di preghiera: Domus orationis. Andiamovi adunque per pregare, ringraziare ed adorare Iddio; per udire la sua parola; per ricevere i Sacramenti e con essi e per essi la grazia; in breve, andiamovi e dimoriamovi come si conviene andare e dimorare nella casa di Dio, o casa di orazione. “ E Gesù stava ogni giorno ammaestrando nel tempio, „ è l’ultimo versetto della nostra lezione evangelica. Il lunedì, dopo il suo ingresso trionfale, il martedì ed il mercoledì precedenti la sua passione, che cominciò il giovedì sera, Gesù li passò nel tempio, predicando: la sera ritornava a Betania per rivenire nel mattino al tempio e continuare l’opera sua. Quando si pensa che Gesù sapeva tutto con tutta la certezza, che gli veniva dalla sua scienza divina; che contava le ore di vita che gli rimanevano e vedeva tutta l’orrida tragedia che si doveva consumare nella sua Persona; che vedeva lì nel tempio, intorno a sè, gli implacabili suoi nemici, che avevano già stabilita la sua morte; quando si pensa a tutto questo e si vede Gesù, che dimentico affatto di se stesso, continua la sua santa missione fino all’ultimo momento, ammaestra il popolo, conforta i suoi cari, e studia tutte le vie per far penetrare la verità nella mente e nel cuore de’ suoi nemici, noi siamo costretti ad ammirare il suo coraggio eroico, il suo zelo instancabile, la sua infinita carità e ad esclamare: O Gesù! voi siete il Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo!

Credo …

Offertorium
Orémus
Ps XVIII:9;10;11;12
Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulcióra super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea.
[La legge del Signore è retta e rallegra i cuori, i suoi giudizii sono piú dolci del miele e del favo: e il servo li custodisce.]

Secreta
Concéde nobis, quǽsumus, Dómine, hæc digne frequentáre mystéria: quia, quóties hujus hóstiæ commemorátio celebrátur, opus nostræ redemptiónis exercétur. [Concedici, o Signore, Te ne preghiamo, di frequentare degnamente questi misteri, perché quante volte si celebra la commemorazione di questo sacrificio, altrettante si compie l’opera della nostra redenzione.]

Communio

Joann VI:57
Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo, dicit Dóminus.
[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me, ed io in lui, dice il Signore.]

Postcommunio
Orémus.
Tui nobis, quǽsumus, Dómine, commúnio sacraménti, et purificatiónem cónferat, et tríbuat unitátem.
[O Signore, Te ne preghiamo, la partecipazione del tuo sacramento serva a purificarci e a creare in noi un’unione perfetta.]

DOMENICA VIII dopo PENTECOSTE (2018).

DOMENICA VIII dopo PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps XLVII: 10-11.

Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua. [Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio; la tua lode, come si conviene al tuo nome, si stende fino alle estremità della terra: la tua destra è piena di giustizia.]

Ps XLVII: 2. Magnus Dóminus, et laudábilis nimis: in civitate Dei nostri, in monte sancto ejus. [Grande è il Signore, e degnissimo di lode nella sua città e nel suo santo monte.]

Ps XLVII: 10-11 Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua. [Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio; la tua lode, come si conviene al tuo nome, si stende fino alle estremità della terra: la tua destra è piena di giustizia.]

Oratio

Orémus.

Largíre nobis, quǽsumus, Dómine, semper spíritum cogitándi quæ recta sunt, propítius et agéndi: ut, qui sine te esse non póssumus, secúndum te vívere valeámus. [Concedici propizio, Te ne preghiamo, o Signore, di pensare ed agire sempre rettamente; cosí che noi, che senza di Te non possiamo esistere, secondo Te possiamo vivere.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom VIII:12-17

Fratres: Debitóres sumus non carni, ut secúndum carnem vivámus. Si enim secúndum carnem vixéritis, moriémini: si autem spíritu facta carnis mortificavéritis, vivétis. Quicúmque enim spíritu Dei aguntur, ii sunt fílii Dei. Non enim accepístis spíritum servitútis íterum in timóre, sed accepístis spíritum adoptiónis filiórum, in quo clamámus: Abba – Pater. – Ipse enim Spíritus testimónium reddit spirítui nostro, quod sumus fíli Dei. Si autem fílii, et herédes: herédes quidem Dei, coherédes autem Christi.

“Fratelli, noi non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne; perché se vivrete secondo la carne, voi morrete: ma se con lo spirito avrete mortificato la carne, vivrete. Perché, quanti sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figliuoli di Dio. E’ vero, voi non avete ricevuto di nuovo lo spirito di servaggio a timore; ma avete ricevuto lo spirito di adozione, nel quale diciamo: Abba! Padre! Poiché lo stesso Spirito rende testimonianza allo spirito nostro, che noi siamo figliuoli di Dio. Se poi siamo figliuoli, siamo altresì eredi: eredi cioè di Dio, ma coeredi di Cristo „.

La dottrina contenuta in questi sei versetti, l’altezza delle idee, la forma del dire ed il contorno dei periodi vi dicono senz’altro, che questo tratto dell’Epistola appartiene all’Apostolo Paolo; e veramente si legge nel capo ottavo della sua lettera ai Romani. Questa lettera tra le quattordici lasciateci dall’Apostolo è la principale per la copia e profondità della dottrina dogmatica e morale ed anche per l’ampiezza dello svolgimento, e fra i sedici capi, onde consta la lettera, questo, a mio giudizio, tocca la massima altezza per ciò che spetta la natura e gli effetti della rigenerazione operata da Cristo. – Dopo aver toccata la felice condizione dei rigenerati in Cristo, raffrontati a quelli che vivono nella carne, afferma che in essi abita lo Spirito Santo, e che esso un giorno li risusciterà come già risuscitò Gesù Cristo. Qui o cari, comincia il testo, che devo interpretare e che domanda tutta la vostra attenzione. – “ Fratelli, noi non siamo debitori alla carne, per vivere secondo la carne. „ L’Apostolo, lo sapete, con la parola carne indica l’uomo vecchio, l’uomo del peccato, l’uomo corrotto, l’uomo schiavo delle passioni, le quali hanno la loro radice principalmente nella carne, e perciò lo chiama semplicemente carne: con la spirito significa l’uomo nuovo, l’uomo della grazia, l’uomo rigenerato nel Battesimo, l’uomo che segue lo spirito di Cristo, e perciò lo chiama spirito. Il Battesimo mette in noi la grazia, che cancella il peccato, depone in noi un germe nuovo, una forza, una vita nuova, che è la partecipazione della vita stessa di Cristo, ma non distrugge le conseguenze o pene del peccato, e lascia sussistere accanto al nuovo uomo il vecchio, accanto alla grazia la concupiscenza, accanto allo spirito di Cristo, la carne con le sue passioni, e ciò ad esercizio della virtù. Vedeste mai, o dilettissimi, spuntare una pianta gentile, una vaga rosa, un candido giglio in mezzo ad un terreno pantanoso? È un’immagine del Cristiano, esso ha in sé la grazia di Gesù Cristo, pianta gentile che germoglierà la rosa ed il giglio; ma la terra, in cui sorge e tiene le radici, è un pantano, che spesso esala miasmi pestilenziali, è il nostro corpo, la nostra natura corrotta, nella quale si annidano le più sozze passioni. Che dobbiamo far noi? Ciò che fa l’industre giardiniere: egli non guarda al pantano, non l’ama, non vi mette il piede, che vi s’imbratterebbe, non se ne cura, anzi ne torce lo sguardo, rimira e vagheggia con occhio di compiacenza la rosa ed il giglio e circonda la pianta di tutte le sue cure amorose. – Similmente noi pure, o dilettissimi. Gesù Cristo ha posto in noi, come dicevo, la sua grazia: col santo Battesimo a Lui ci siamo dati e gli abbiamo fatta solenne promessa di vivere come Lui, di seguire il suo spirito e di combattere il mondo, il demonio e la carne. Che cosa dobbiamo noi alla carne? Quali benefici ci ha essa fatti? Quali benefici possiamo aspettarci? Nessun beneficio ci ha fatto, né ci può fare, ed ogni male passiamo da essa temere. Dunque “non viviamo secondo la carne: „ – “Debitores sumus non carni, ut secundum carnem vìvamus.” La carne ci invita, ci trae a seguire la vanità, ad accumulare ricchezze, a mangiare e bere senza misura, a poltrire nell’ozio, ad odiare chi ci ha offesi, a vendicarci, a sfogare le basse voglie del senso e andate dicendo; no, non seguitiamo la carne per questa mala via; essa non ha diritto alcuno che noi la seguitiamo, e mal per noi se lo facessimo. E perché? – Perché esclama S. Paolo, “se vivrete secondo la carne, morrete: „ “Si enim secundum carnem vixiritis, morìemini”. Termine ultimo ed infallibile delle malnate vostre passioni soddisfatte, sappiatelo bene, sarà la morte. Qual morte? La morte dell’anima e con quella dell’anima, la morte altresì del corpo nell’eterna perdizione. Chi di voi non ha orrore della morte? Chi di voi non la fugge a tutto potere? Che non fareste voi per sottrarvi al suo braccio di ferro? Ebbene: non vivete secondo la carne, combattete virilmente le sue malvagie passioni e non sarete preda della morte. – No, noi non vivremo secondo la carne, come ci intimate voi, o grande Apostolo: come dunque vivremo? secondo qual legge? Udite: ” Se con lo Spirito avrete mortificate le opere della carne, vivrete: „ Si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis. Comprendeste, o cari? Armati dalla grazia divina, come d’una spada a due tagli, avvalorati dalla forza dello spirito in noi infuso mercé del Battesimo e degli altri Sacramenti, dobbiamo rintuzzare le opere della carne, cioè le male cupidigie, che pullulano nella carne, ed allora vivremo, cioè avremo la vita eterna dell’anima e a suo tempo quella del corpo. Lo so, che il raffrenare e il castigare le perverse voglie della carne, cagiona assai volte dolori acutissimi, e la natura nostra fieramente si rivolta, né sa rassegnarsi a certi tagli crudeli; ma se vogliamo vivere è forza sottomettersi: Si spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis. – Un infelice è minacciato di gangrena in un braccio, in un piede o in altra parte del corpo: si chiamano i più valenti chirurghi: esaminano, si consultano tra loro e dichiarano unanimi, essere necessario il taglio. L’infermo impallidisce e domanda ansioso se non v’è altro rimedio. No, rispondono gli uomini della scienza: o il taglio e prontamente, o la vita. – Il misero s’arrende e lascia che il ferro penetri profondamente nelle carni, e recida senza pietà le parti cancrenose, vi dica Dio con quale atroce spasimo. – Quello sventurato trova, nella sua volontà e nel timore della morte e nel desiderio della vita temporale, la forza bastevole per sottomettersi al ferro ed al fuoco, e soffrire strazi indicibili e talora inutilmente; e noi nella nostra volontà sostenuta e rinvigorita dalla grazia divina, nel timore della morte e nel desiderio della vita eterna, non troveremo la forza necessaria per isvellere quella triste abitudine, per sbarbicare quel turpe amore, per recidere quella scellerata passione, che quasi cancro rode e va spegnendo la vita della misera anima? Che il timore della morte eterna e l’amore della vita eterna siano meno efficaci sul nostro cuore, del timore della morte temporale e dell’amore della vita temporale? Se così fosse, noi saremmo pessimi ragionatori. – Se voi seguirete, così l’Apostolo, se voi seguirete non gli appetiti della carne, ma lo spirito, ossia la grazia di Gesù Cristo, non solo non morrete, non solo avrete la vita, ma quella vita che è propria dei figli di Dio. Perché quanti sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio: „ “Quicumque enim Spiritu Dei aguntur, ii sunt filli Dei”. Questa espressione dell’Apostolo è molto forte e in alcuno può far sorgere il timore, che corra pericolo la nostra libertà; se siamo mossi dallo Spirito di Dio, si dirà, è tolta la libertà nostra, e se questa è tolta, è tolta la ragione del merito e della pena, e tra noi ed i bruti non corre differenza alcuna. Non temete, o cari, che lo Spirito di Dio tolga o scemi la nostra libertà; Esso non solo la rispetta, ma la sorregge e l’aiuta, perché sta scritto, che dove è lo Spirito di Dio, ivi è la libertà. – Il vento agita e muove l’albero; il sole muove intorno sé la terra ed i pianeti; il pilota guida dove e come vuole la sua nave, il cocchiere i suoi cavalli: è forse così che Dio con il suo Spirito muove le nostre volontà? No, per fermo; se così le muovesse, la libertà nostra sarebbe annientata: l’albero non può non muoversi sotto il soffio del vento, la terra ed i pianeti non sono liberi di seguire il sole, la nave non può resistere al pilota, ed i cavalli sono costretti ad ubbidire al freno. Come, dunque le nostre volontà sono mosse dalla grazia, eppure rimangono libere? Come! Un giorno vostro padre e vostra madre vi dissero: Figliuoli! voi non andrete nel tal luogo dove correreste pericolo; voi attenderete allo studio ed andrete alla scuola; voi non piglierete il tal cibo e la tal bevanda, ma quello che vi sarà dato ed all’ora per voi stabilita, e tutto ciò per il vostro bene. Se non lo farete, mal per voi; se lo farete, noi, vostri genitori ne gioiremo e ne avrete la giusta mercede. E voi che faceste? Per il timore del castigo, per l’amore dei vostri genitori, seguiste il consiglio, faceste il loro volere, vi lasciaste guidare dal loro spirito. Perdeste voi la vostra libertà? No, sicuramente. Potevate fare il contrario di ciò che vi era da essi consigliato o comandato? Chi ne dubita? E forse in parte lo faceste ed ora ne provate rimorso. Il somigliante avviene rispetto a Dio, Padre nostro. Ci fa conoscere ciò che dobbiamo sfuggire e ciò che dobbiamo fare: ci mostra la via del male e ci dice: “Non camminate per questa”; ci mostra la via del bene e ci dice: “Ti metti per questa”. Poi infonde nell’anima nostra la forza necessaria perché facciamo ciò che ci comanda, ma non ci costringe e ci lascia, come dice la Scrittura santa, in mano del nostro libero arbitrio. Dio dunque si muove, come si può muovere una volontà libera; ci muove come voi potete muovere la libertà d’un amico, dei vostri figli mostrando loro la verità, eccitandoli, esortandoli, minacciandoli, pregandoli, allettandoli ed in cento altri modo studiandovi di far sì che le loro volontà seguano la vostra (corre una gran differenza tra la nostra azione e quella di Dio: noi non possiamo agire sugli altri che in modo esterno, doveché Dio agisce esternamente ed internamente; esternamente illumina la mente ed internamente muove la volontà e la avvalora secondo i bisogni). Forse che voi costringete e fate violenza alla loro volontà? E ciò che fa Dio con noi con la sua grazia e voi potete comprendere, che essa non nuoce, ma giova alla libertà, come il vostro consiglio ed il vostro comando e i vostri eccitamenti giovano al bene de’ vostri figliuoli. – In quanto siamo mossi e guidati dallo Spirito di Dio, “siamo figli di Dio, „ scrive san Paolo: Quicumque Spiritu Dei aguntur, ii sunt fillii Dei”. È questa una dottrina altissima, che ha bisogno d’essere ben compresa, e a ben rischiararla, userò d’una similitudine. Un padre, modello d’ogni virtù, ha due figli: l’uno è la copia fedele del padre, come lui pio e virtuoso; l’altro è il rovescio, superbo, iracondo, invidioso, dissoluto, senza fede, viziosissimo. Sono entrambi figli dello stesso padre? Indubbiamente, perché entrambi da lui hanno ricevuta la vita e secondo l’ordine naturale, rispetto alla vita umana, sono fratelli e fratelli, li dice il popolo. Ma secondo la vita morale sono essi fratelli e figli dello stesso padre? Certamente, no, e il padre nel suo dolore più volte va esclamando: Ah! tu non sei mio figlio; e il popolo lo conferma, ripetendo: Questo non è figlio di quell’ottimo padre. Che differenza passa tra i due figli? Il primo ha in sé non solo la vita naturale del padre, ma anche la parte migliore di lui, la vita morale: ha in sé lo spirito del padre, è mosso e guidato dallo stesso spirito, si dice ed è perfettamente suo figlio. Il secondo ha dal padre la vita naturale, come il fratello, ma non ha la parte migliore, la vita morale, non ha lo spirito del padre, non è mosso, né guidato dallo stesso spirito, e perciò si dice che per questo rispetto non è figlio del padre. Così noi tutti siamo opera di Dio creatore, tutti riscalda un Dio redentore, e come tali tutti egualmente siamo figli di Dio; ma se la nostra condotta non è quale si conviene ai figli di Dio, se lo Spirito di Dio non ci muove e non ci guida, a ragione si deve dire che non siamo figli di Dio. Guardando alle opere nostre, ai pensieri, agli affetti, onde si informa il nostro spirito, troviamo noi d’essere simili a Dio e figli di Dio, perché mossi ed informati del suo Spirito? Se, si, rallegriamoci e ringraziamone il buon Dio; se, no, facciamo del nostro meglio per essere tali almeno in avvenire. – “E veramente, voi non avete ricevuto di nuovo lo spirito di servaggio a timore”; è questa la sentenza che segue la spiegata e la rincalza. Noi siamo figli di Dio, guidati dal suo Spirito; e come potrebbe essere altrimenti? dice l’Apostolo. Noi, uomini della nuova legge, discepoli di Gesù Cristo, non abbiamo ricevuto lo spirito della legge antica, lo spirito di quella legge e quello spirito era proprio, non di figli, ma di servi, non di figli che amano il padre, ma di servi che temono il padrone. Che vuol dir ciò, o carissimi? L’indole e lo spirito della legge mosaica era quello di incutere timore con le pene gravissime temporali e con esse frenare le passioni e metterle in orrore il peccato, onde quella legge riguardava soltanto le opere esterne e non poteva, se non indirettamente, esercitare l’azione sua sull’interno e formare il cuore. Gli Ebrei servivano a Dio più per timore che per amore, erano più servi che figli; ma noi, dice S. Paolo, siamo informati ad un’altra scuola: lo spirito che abbiamo ricevuto, quello di figli adottivi di Dio; è tale spirito che ci diritto di chiamare Iddio col dolce nome di Padre: “In quo clamamus: Abba, Pater”. Dio Padre, per opera dello Spirito Santo congiunse la Persona del Figliuol suo con la natura umana assunta, e lo congiunse per modo che l’Uomo-Cristo è vero Dio; Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo, con la grazia, con la carità e soprattutto con la S. Eucaristia, congiunge gli omini a se stesso, per guisa che formano con Lui una cosa sola, vivono della sua vita, partecipano della sua stessa natura e diventano anch’essi figli, non naturali, che è impossibile, ma adottivi, e come tali possono chiamare Dio loro padre. Che cosa importi questa eccelsa dignità di figliuoli adottivi di Dio, lo spiegai in altra omelia, e perciò qui me ne passo. – E possiamo noi sapere se abbiamo veramente in noi lo Spirito di Dio e se siamo suoi figli? Sì, risponde S. Paolo: “Per lo stesso Spirito rende testimonianza allo spirito nostro, che noi siamo figli di Dio. „ – Noi possiamo avere una certezza di fede come quella che abbiamo p. es. della presenza reale di Gesù Cristo nella S. Eucaristia, e questa è la massima ed esclude qualunque ombra, ancorché lievissima, di dubbio; perché il nostro assenso si appoggia all’autorità stesso di Dio, che non può né ingannare, né ingannarsi: e possiamo avere una certezza umana, che esclude pur questa ogni dubbio e che appoggia alla nostra ragione od alla testimonianza altrui; così io sono certo che ogni effetto suppone la sua causa e che esiste il Giappone, benché io non l’abbia veduto. Chi mai, che sia sano di mente, potrà dubitare di queste due verità? Ebbene: noi siamo certi, dice S. Paolo, d’essere figli di Dio. E d’onde questa certezza? A qual prova si appoggia? Alla testimonianza che lo Spirito di Dio ci rende internamente. E questa una certezza di fede (Il Concilio di Trento insegnò, che l’uomo giustificato non è tenuto a credere per fede di essere nel numero dei predestinati, e che nessuno sa con assoluta ed infallibile certezza di essere predestinato, se non lo conosce per via di speciale rivelazione. -Sess. VI, Can. 15, 16.-) se non vi è una speciale rivelazione di Dio, della quale qui l’Apostolo non fa cenno e che è fuori di questione, perché parla in generale di tutti i fedeli, dicendo: “Perché lo stesso Spirito rende testimonianza allo spirito nostro, che siamo figli, di Dio. „ È questa dunque una certezza umana, maggiore o minore, secondo le persone e secondo le circostanze, che tiene, a così dire, il mezzo tra la certezza assoluta e la congettura. Ma in qual maniera poi lo Spirito Santo ci accerta che siamo figli di Dio e perciò adorni della sua grazia? Lo Spirito di Dio nella Scrittura santa e nell’insegnamento ordinario della Chiesa ci dice chiaramente, che chi crede le verità della fede, ed osserva la legge divina ed adempie come meglio può i propri doveri tutti, costui si santifica e si salva: ora, se interrogando schiettamente la nostra coscienza, essa ci dice che tutto questo noi abbiamo fatto e facciamo, noi abbiamo l’umana certezza d’essere nella sua grazia e di salvarci. Come siamo noi certi di godere l’amicizia di questa o quella persona? Come siamo noi certi che i genitori ci amino? Guardando alle opere loro e nostre, considerando il complesso delle cose tutte, noi teniamo con maggior o minore certezza di poter riposare sulla fedeltà degli amici e sull’amore dei nostri genitori, tantoché assai volte non ci si affaccia un’ombra sola di dubbio. Similmente, ragguagliata ogni cosa, possiamo dire dell’amicizia e dell’amore di Dio. – Alcuni provano angustie penose e grandi timori perché ignorano se sono in grazia di Dio od in peccato, se si salveranno o perderanno, e si sentono stringere il cuore. Nessuno sa con assoluta certezza se è degno d’odio o di amore, come insegna la S. Scrittura: il nostro cuore è un abisso e solamente l’occhio di Dio vi legge con tutta chiarezza; con tutto ciò a noi pure è dato leggervi alcun poco e tanto, da poterne avere una cotale certezza, che ci procuri quella pace che quaggiù è possibile . – Carissimi! volete voi sapere se siete veramente in grazia di Dio e per conseguenza suoi figliuoli? Sì, mi rispondete voi ad una voce e mi domandate: “Come ottenere questa certezza sì desiderata e sì consolante?” Raccoglietevi in voi stessi, nel santuario della vostra coscienza, e mettendovi faccia a faccia con essa, indirizzatele queste domande semplicissime: Credo io tutto ciò che insegna la Chiesa, madre mia? Se conoscessi d’aver commesso un peccato grave, me ne pentirei di cuore e sinceramente me ne confesserei? Se Dio, ora, in questo punto, mi comandasse un sacrificio grande, doloroso, sarei io pronto a farlo, sostenuto dalla sua grazia? Se in questo istante mi si offrisse un grande onore, un tesoro a patto di offendere Dio con un peccato mortale, avrei io il coraggio di respingere quell’onore e quel tesoro? Se la vostra coscienza vi risponde: Sì, consolatevi, la grazie di Dio è in voi e voi siete suoi figli. È una prova che ciascuno può fare in se stesso ogni qual volta gli piaccia (sono questi i segni che siamo in grazia di Dio indicati da S. Francesco di Sales. Iddio poi vuole che la nostra certezza sia sempre accompagnata da un po’ di timore per scuotere la nostra pigrizia. “Perpende, dulcissima filia, così S. Gregorio M. ad una pia dama di corte, quia mater negligentiæ solet esse securitas. Habere ergo in hac vita non debes securitatem, per quam negligens reddaris”). – Se siamo figli, siamo altresì eredi, eredi di Dio, ma coeredi di Cristo. „ Con questa sentenza si chiude la lezione della nostra Epistola. Se siamo figli di Dio e perciò nell’anima nostra simili a Lui, quale ne sarà la conseguenza? quale il frutto? “Saremo eredi di Dio. „ il Figlio di Dio, il figlio docile ed amorevole, che adempie tutti i suoi doveri, ha diritto alla eredità del padre: così noi, se adempiremo fedelmente i doveri nostri verso Dio che ci ha adottati per sola sua bontà, saremo eredi suoi. Di quali beni saremo noi eredi? Di tutti i beni, onde risulta la eterna felicità, fonte dei quali è il possesso di Dio medesimo. – Direte: i figli,- siano essi naturali od adottivi, non ricevono la eredità che alla morte del padre; ora Dio, Padre nostro, non muore mai, né può morire: perché dunque i beni, che un giorno ci darà su in cielo, si chiamano eredità? Si chiamano eredità, per indicare i rapporti che passano tra Dio rimuneratore e gli uomini rimunerati, che sono appunto i rapporti tra padre adottante e i figli adottati. Oltreché, noi siamo fratelli di Gesù Cristo secondo la sua natura umana: Gesù Cristo, in quanto uomo, ricevette dal Padre tutti i beni, come Figliuol suo naturale, e questi beni si chiamano la sua eredità; il perché, per ragione di analogia, pure i nostri beni futuri si dicono eredità. Nell’ordine naturale i figli qui sulla terra ricevono l’eredità dopo la morte dei genitori; nell’ordine sovrannaturale i figli devono morire prima di riceverla dal Padre immortale; ad ogni modo, per avere questi beni, deve sempre precedere la morte, e perciò si chiama eredità. Eredi di Dio! “Hæredes Dei!” Quale dignità! Quale grandezza è la nostra! Quei beni sono certamente un dono gratuito di Dio, se consideriamo la loro radice, che è la grazia, ma ci sono anche dovuti, se poniamo mente alla nostra prerogativa di figli di Dio e alle opere nostre, frutto della grazia. La eredità è dovuta ai figli per giustizia: poteva Iddio non adottarci; ma dopo l’adozione non può negarcela; Egli stesso ce ne ha dato il diritto. Eredi di Dio! Queste parole svegliano nella mente dell’Apostolo un’altra idea nobilissima e subito la nota, dicendo: “E coeredi di Cristo. „ Sì, siamo figli di Dio, e quindi eredi suoi; figli ed eredi di Dio, perché il Figlio di Dio si fece uomo e fratello nostro, e per Lui ed in Lui, Figlio naturale ed erede necessario della eredità paterna, noi pure siamo figli per adozione di Dio e suoi eredi. Tutto dunque abbiamo per Gesù Cristo e perciò a Lui si devono tutte le grazie e la gloria di tanta grandezza. a cui siamo sollevati. – O poveri che mi ascoltate; che bagnate di sudore il vostro pane quotidiano, che non possedete un palmo di terra, che soffrite tutti i mali ed i dolori, che sono inseparabili compagni della povertà e della miseria, rallegratevi, gioite: levate i vostri occhi al cielo, esso è vostro. Iddio il Padrone d’ogni cosa, ha un Figliuolo, unico Figliuolo: Egli ha diritto al possesso di tutti i beni del Padre suo; per eccesso di bontà Egli ha voluto associare voi tutti ai suoi diritti sulla eredità paterna; voi sarete suoi coeredi, a quest’unica condizione, che vi riuniate a Lui con la fede, con la speranza e con la carità, e dietro a Lui portiate quella croce ch’Egli per primo portò dinanzi a voi.

 Graduale Ps XXX:3

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias. [Sii per me, o Dio, protezione e luogo di rifugio: affinché mi salvi.]

Ps LXX:1 V. Deus, in te sperávi: Dómine, non confúndar in ætérnum. Allelúja, allelúja. [V. O Dio, in Te ho sperato: ch’io non sia confuso in eterno, o Signore. Allelúia, allelúia]

Alleluja Ps XLVII:2

Alleluja, Alleluja.

Magnus Dóminus, et laudábilis valde, in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus. Allelúja. [Grande è il Signore, degnissimo di lode nella sua città e sul suo santo monte. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam. Luc XVI: 1-9

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Homo quidam erat dives, qui habébat víllicum: et hic diffamátus est apud illum, quasi dissipásset bona ipsíus. Et vocávit illum et ait illi: Quid hoc audio de te? redde ratiónem villicatiónis tuæ: jam enim non póteris villicáre. Ait autem víllicus intra se: Quid fáciam, quia dóminus meus aufert a me villicatiónem? fódere non váleo, mendicáre erubésco. Scio, quid fáciam, ut, cum amótus fúero a villicatióne, recípiant me in domos suas. Convocátis itaque síngulis debitóribus dómini sui, dicébat primo: Quantum debes dómino meo? At ille dixit: Centum cados ólei. Dixítque illi: Accipe cautiónem tuam: et sede cito, scribe quinquagínta. Deínde álii dixit: Tu vero quantum debes? Qui ait: Centum coros trítici. Ait illi: Accipe lítteras tuas, et scribe octogínta. Et laudávit dóminus víllicum iniquitátis, quia prudénter fecísset: quia fílii hujus saeculi prudentióres fíliis lucis in generatióne sua sunt. Et ego vobis dico: fácite vobis amicos de mammóna iniquitátis: ut, cum defecéritis, recípiant vos in ætérna tabernácula.

Omelia II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, om. XVIII]

“Gesù disse ai suoi discepoli: Vi era un certo ricco, che aveva un amministratore: questo fu accusato presso il padrone di avere sperperati i beni di lui. Ed egli, chiamatolo, gli disse: Che è ciò ch’io odo di te? Rendi conto del fatto tuo, perché non potrai più oltre ritenere l’amministrazione. Allora colui disse tra sé: Che farò io ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Non posso vangare, ho rossore a cercare la limosina. So bene quel che farò, affinché, rimosso dalla amministrazione, alcuni mi abbiano ad accogliere in casa loro. Chiamati dunque a sé ad uno ad uno i debitori del suo padrone, disse al primo: Che debito hai tu col mio padrone? E quegli disse: Cento barili di olio: ed egli a lui: Prendi la tua quietanza e siedi presto e scrivi cinquanta. Poi disse ad un altro: E tu quanto devi? Cento staia di grano. E l’altro a lui: Prendi la tua quietanza e scrivi ottanta. E il Signore lodò l’amministratore fraudolento, perché aveva operato con avvedutezza; con ciò sia che i figliuoli di questo secolo, nel genere loro, siano più avveduti che i figliuoli della luce. Ed io dico a voi: Con le ingiuste ricchezze fatevi degli amici, affinché quando verrete meno, quelli vi accolgano negli eterni tabernacoli „ (S. Luca, c. XVI . 1-9).

Gli scribi ed i farisei come erano duri e crudeli con i peccatori, così si mostravano stretti ed avari coi poverelli. Gesù per guarirli dalla prima infermità, recitò loro le tre parabole del buon pastore, che va in cerca della pecorella smarrita, poi della donna che ha perduta una delle dieci dramme, e finalmente del padre, che accoglie il figliuol prodigo: queste tre parabole leggiamo nel c. xv di S. Luca. Per guarire poi quegli scribi e farisei dell’altra infermità non meno grave dell’avarizia, Gesù, nel capo seguente, propone la parabola, che avete udito e insegna a loro e a tutti qual uso dobbiamo fare delle ricchezze malamente acquistate. La parabola ci presenta un lato che di primo tratto può sembrare uno scandalo e la sanzione d’una truffa: ma se voi porgerete attento l’orecchio alla spiegazione, vedrete dileguarsi ogni ombra di ingiustizia e comprenderete in tutta la sua semplicità e verità l’insegnamento del divino Maestro. – Gesù disse a’ suoi discepoli. „ Come ho avvertito, le tre parabole che precedono, e questa che le segue immediatamente, come apparisce dal contesto del Vangelo, sono rivolte in modo particolare agli scribi ed ai farisei, ma ciò non toglie che siano utili a tutti. Ben è vero che gli Apostoli e i discepoli di Gesàù, erano quasi tutti poveri e che perciò l’applicazione della parabola non li poteva  gran fatto interessare: ma se non a loro direttamente, ai futuri discepoli poteva e doveva tornare utile e necessaria, e perciò quelle parole: “Gesù disse ai suoi discepoli, „ si vogliono intendere in senso largo, e si ha da riferire a tutti i credenti di tutti i tempi.  Segue la parabola, che vi ho recitata. In essa abbiamo il padrone, il suo fattore o amministratore e i debitori verso del padrone. Amministratore o fattore è colui, che non è padrone dei beni, ma ne tiene il governo a nome del padrone e li deve curare ed amministrare nell’interesse del padrone, al quale deve renderne conto e dal quale deve poi ricevere la sua mercede. – Noi tutti, quanti siamo uomini e Cristiani, e noi specialmente Sacerdoti, non siamo che amministratori dei beni della terra, non padroni, come osserva S. Ambrogio (1). Dio solo è padrone assoluto d’ogni cosa, perché Egli ne è il creatore e conservatore e può i disporre a talento; noi non ne abbiamo che l’uso temporaneo, ne siamo soltanto dispensatori, e nell’uso e nella distribuzione dobbiamo attenerci alla volontà del padrone, legge sovrana, alla quale dobbiamo conformarci. O padrone, o signore, o ricco, che mi ascolti, non dir mai: Queste cose son mie, posso farne ciò che mi piace: posso spendere in passatempi, in pranzi, in vesti, in lusso, in piaceri i miei denari e le mie sostanze e nessuno ha diritto di chiedermene ragione. No, gli uomini non potranno domandartene conto legalmente, perché la legge riconosce nel padrone il diritto di fare delle cose sue ciò che gli piace, appunto perché padrone, ma te lo comanderà bene Iddio, del quale sei amministratore. Che risponderai allorché ti dirà: Rendimi conto della tua amministrazione? „ A Lui non potrai sottrarre nulla, né sfuggire all’infallibile suo giudizio. Quello che sprecasti in lusso, in gozzoviglie, in bagordi, in piaceri forse colpevoli, potevi usarlo a vestire il fratello coperto di cenci e soffrente la fame: il tuo superfluo poteva fornire il necessario al penurioso. Ah! miei cari, se ci considerassimo tutti come amministratori e dispensatori dei beni del Signore e rammentassimo il conto che dovremo renderne, non si farebbe tanto scialacquo da una parte e tanta penuria dall’altra. E qui lasciate che tocchi una differenza notabile tra la legge umana e la legge divina. La legge umana, generalmente parlando, ammette nel padrone il potere anche di distruggere ciò che è suo, anche quando lo fa per capriccio. Uno per capriccio potrebbe bruciare la casa sua e il granaio, mentre i poveri sono affamati; tutti biasimeranno il capriccioso padrone, lo malediranno, se volete, ma la legge non lo può punire, perché non offende rigorosamente il diritto altrui; ma la legge naturale e divina lo riprova e non sfuggirà il giudizio di Dio. Voi vedete pertanto come la legge divina, di cui è depositaria e interprete la Chiesa, spinga la sua azione oltre i confini della legge umana,  e giovi a questa e ne avvalori la efficacia. – Ritorniamo alla nostra parabola. “L’amministratore fu accusato di avere sperperato i beni del padrone. „ La cosa era manifesta: l’amministratore viveva splendidamente, banchettava, largheggiava, sfoggiava come un gran signore e conveniva non aver occhi per non vedere, che doveva cacciare liberamente le mani negli averi del suo padrone; se ne sussurrava dovunque e, come suole accadere, qualcuno fu dal padrone e per sentimento di giustizia o per invidia e malanimo o per altra causa qualunque, gli riferì le voci sinistre che correvano sull’amministratore: Et hìc diffamatus est apud illum, quasi dissipasset bona sua. Il padrone, udite quelle voci, fece ciò che avrebbe fatto qualunque altro padrone, per non vedere sciupato il suo patrimonio; chiamato tostamente a sé il fattore infedele, e, avutolo innanzi, con piglio severo gli disse: “Che ciò ch’io odo di te? Rendimi conto del fatto tuo, perché non potrai più ritenere l’amministrazione. „ – Ecco, o cari, il primo e più naturale castigo, che Dio può e suole infliggere a chi usa male dei doni ricevuti, il castigo di levargli i beni stessi. E chi può muoverne lamento? Dov’è il padrone che lasci l’amministrazione de’ suoi beni in mano d’un fattore infedele ed anche solo caduto in sospetto di essere infedele? Anzi non è raro il caso che questi beni se li toglie egli stesso colui che ne abusa, e Dio lo punisce con le opere delle sue mani. Questi era ricco sfondato: si gettò al mal vivere, al lusso, a tutte le intemperanze del mangiare del bere: vedetelo sopra un letto di dolori, percosso da infermità insanabile; quegli godeva d’un’alta reputazione, e la sua condotta l’ha mortalmente ferita; quell’altro aveva la felicità della pace domestica; ora l’ha perduta e perché? Perché non seppe vincere se stesso e la mala educazione dei figli ha portato in casa la discordia. Ditemi, o cari: non è egli vero che troppe volte sono gli uomini che puniscono se stessi, che si privano di quei beni della perdita dei quali si lagnano? L’esperienza quotidiana lo dimostra e l’amministratore del Vangelo ne è una prova. La perdita del suo ufficio non la dovette alla durezza del padrone, ma sì alla sua condotta disonesta. – L’amministratore, udita l’intimazione del padrone, comprese tutta la gravità ed il pericolo del suo stato; la perdita dell’ufficio, con cui campava la vita, era inevitabile. Che fare? Raccolse i suoi pensieri e, chinata la testa fra le palme delle mani, prese a ragionare fra stesso, e disse: ” Che farò io, ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Come potrò vivere? Andrò a lavorare la terra come codesti contadini, che sudano sotto la sferza del sole e svolgono la gleba? Sono innanzi negli anni, non ho l’abitudine e non lo potrei fare. Stenderò la mano, chiedendo la limosina? Io che sin qui sono vissuto onorato ed agiato? Sarebbe per me vergogna intollerabile. Né l’una, né l’altra cosa: Fòdere non valeo, mendicare erubesco. Eppure è forza trovare un modo per uscire dal mal passo e provvedere a me stesso. Una cosa è degna di considerazione in questo amministratore, ed è che seco stesso riconosce il suo fallo, né pensa tampoco a coprire, o negare audacemente la sua colpa. – Dopo avere seco stesso considerato a lungo ciò che in tanta distretta gli conveniva, gli balenò alla mente un pensiero, lo colse, deliberò, e disse: ” Ora so bene ciò che farò, affinché, quando mi sarà tolta l’amministrazione, alcuni mi abbiano a ricevere in casa loro. „ – Osservate, o cari, come quest’uomo riconosce la sua infedeltà, confessa dinanzi alla propria coscienza il furto commesso, non cerca nemmeno di mascherarlo; ma egli non mostra pentimento alcuno, non fa la risoluzione generosa del figliuol prodigo, che disse: muoio di fame, andrò dal padre mio e gli dirò: Ho peccato contro Dio e contro di te”. Egli poteva gettarsi ai piedi del padrone, confessare il suo fallo, appellare alla sua carità  e domandargli perdono e di metterlo nel numero dei suoi servi; nulla di tutto ciò, nessun pentimento, nessun indizio di ravvedimento, di emenda, non pensa che allo stato miserabile in cui tra breve si troverà. – Senza dubbio non è male pensare al proprio stato ed al modo di provvedere onestamente a se medesimo ed ai bisogni futuri del corpo; ma oltre i bisogni del corpo vi sono quelli dell’anima, e questi sono senza confronto più importanti che quelli del corpo, onde a questi anzi tutto è da provvedere. Ma così non fece l’amministratore del Vangelo, e pur troppo in ciò lo imitano tanti Cristiani. In conseguenza delle loro malfrenate passioni e dei loro peccati trovansi ridotti in tristi condizioni, rovinati  nelle sostanze, nell’onore, nella salute stessa del corpo; gemono sotto il peso dei danni materiali, fanno ogni opera per cessarli, ma non si danno pensiero di rimuovere le cause che sono i peccati, di detestarli e riconciliarsi con Dio. Cecità incredibile! Non vogliono gli effetti, ma ne vogliono le cause; si studiano di sfuggire al castigo che Dio infligge per il peccato, ma vivono nel peccato e lo amano! E qual fu il partito, al quale si attenne l’amministratore infedele? Eccolo: “Chiamati ad uno ad uno i debitori del suo padrone disse al primo: Quanto devi tu al mio padrone? E quegli disse: Cento barili di olio; e lui: Prendi la tua quietanza e siedi e scrivi: Cinquanta. Quindi disse ad un altro: E tu quanto devi? E quegli: Cento staia di grano. E l’altro a lui: Prendi la tua quietanza e scrivi: Ottanta. „ – Questo amministratore, alle truffe già commesse a danno del padrone, ne aggiunge un’altra e forse più grave di tutte, dando ai debitori le obbligazioni per iscritto e lasciandole loro alterare, anzi esortandoli egli stesso ad alterarle, tantoché amministratore e debitore si fanno complici della falsificazione e del latrocinio, ciascuno con l’intento del proprio vantaggio: i debitori per diminuire il loro debito, l’amministratore per farseli amici e benevoli, e perché lo ricevano in casa, allorché sarà cacciato dal padrone. Noi, udendo questa truffa ordita di comune accordo tra l’amministratore e i debitori a danno del padrone, ci sentiamo indignati e la nostra coscienza si rivolta a questa ribalderia con tanta facilità disinvoltura consumata, e sta bene. Ma, siamo schietti, o cari fratelli: in mezzo alle nostre proteste di onestà, in mezzo alle lodi ed ai panegirici, che oggi a voce ed in iscritto si fanno della giustizia e della lealtà, in onta agli articoli del codice penale, le frodi, gli inganni, le falsificazioni ed i conseguenti latrocini di questo genere sono forse sì rari, come si potrebbe credere? Ohimè! me ne appello a voi stessi. Troppo spesso siamo spettatori di contratti fraudolenti, di usure enormi, di promesse violate, di obblighi calpestati, di alterazioni di firme e di fallimenti, che non sono sempre effetti di sventure fortuite, perché i falliti talora arricchiscono; e tutto questo perché? Per accumulare ricchezze, per vivere più lautamente, per grandeggiare in lusso, in conviti, in passatempi, e via dicendo. L’amministratore iniquo del Vangelo e i debitori non meno iniqui di lui, trovano troppi imitatori nella nostra società cristiana e la esecrabile fame del danaro, figlia della esecrabile fame de’ piaceri, continua l’opera sua demolitrice della pubblica morale. – Ma ritorniamo alla nostra parabola. Il padrone dovette ben presto conoscere la nuova truffa compiuta con tanta destrezza dal suo amministratore; lo cacciò via, come si rileva dal contesto del Vangelo, ma “il Signore, cioè Gesù Cristo, dice S. Matteo, lodò l’amministratore fraudolento, perché aveva operato con avvedutezza. „ Come? voi mi domanderete attoniti; come? Gesù Cristo lodò l’amministratore infedele e artefice della frode dei debitori? Come? Gesù Cristo adunque consacra l’inganno ed il furto? Ma questa è bestemmia: Laudavit Dominus vìllicum iniquitatis! Non turbatevi, o cari; Gesù Cristo, l’Uomo-Dio non può certamente approvare l’ingiustizia; sarebbe una bestemmia pure il pensarlo. Come dunque si vuole intendere quella sentenza dell’Evangelista: “Il Signore lodò l’amministratore fraudolento? „ Molto facilmente si intende e si spiega; Gesù non lodò, nè poteva lodare l’inganno, la frode ed il furto, ma la prudenza, la prontezza, l’industria, l’ingegno, col quale l’amministratore provvide a se stesso: Laudavit Dominus … quìa prudenter fecisset. Quando noi pure, udendo le scaltrezze con le quali taluno ha frodato il prossimo ed ha condotto a termine felice un inganno, un delitto anche atrocissimo, diciamo: Bravo! è un uomo d’ingegno! e lo ammiriamo. Nessuno di noi per fermo approva od ammira l’inganno e il delitto commesso, anzi lo detestiamo ad una voce, ma lodiamo e ammiriamo l’astuzia e l’ingegno, con cui fu compiuto, perché questo si considera separatamente dall’uso fattone, e per se stesso è buono e può essere degno di ammirazione, ed è unicamente in questo senso che Gesù Cristo lodò l’ingiusto amministratore. – Dalla parabola il divino Maestro discende a due applicazioni, che è prezzo dell’opera considerare particolarmente. “Conciossiaché i figliuoli di questo secolo, nel genere loro, ossia nel loro modo di operare, sono più avveduti, che non i figliuoli della luce. „ Chi sono i figliuoli di questo secolo? Indubbiamente gli uomini mondani, i tristi, i malvagi schiavi delle passioni. Chi sono i figli della luce? Evidentemente, per ragione dell’opposizione e secondo il linguaggio biblico, sono gli uomini spirituali, i credenti, quelli che hanno la luce della fede. L’amministratore disonesto, i debitori falsari e ladri, per sentenza di Gesù Cristo, sono messi tra i figli di questo secolo, e ciò conferma la spiegazione data or ora, allorché vi dicevo che Gesù non lodò l’opera dell’amministratore e dei debitori, ma sì la loro avvedutezza; e ciò è sì vero che l’Evangelista chiama l’amministratore: Villicum iniquìtatis, uomo ingiusto e fraudolento, benché gli dia lode di prudente, in quantochè provvide a se stesso. Gesù disse che i tristi sono più avveduti, s’intende alcuna dei buoni, nel loro modo di operare, ed è verità provata dall’esperienza direi quasi quotidiana. Noi vediamo molti uomini di mondo non ad altro intesi, che ad accumulare ricchezze, a salire in alto, a godere, in una parola, a raggiungere il loro fine affatto mondano. Quanti  sottili artifizi per riuscire! quante fatiche! Quanti sforzi! quanti sacrifici! Non si danno pace né giorno, né notte, e tutto ciò per servire alle loro passioni, per l’acquisto di beni fugaci, se pure meritano il nome di beni. – Vedete d’altra parte i figli della luce, i credenti, i buoni! Essi attendono ai beni imperituri del cielo, alla santificazione di se stessi, al servizio di Dio: non è egli vero, o cari che assai volte, a nostra vergogna, i figli del secolo fanno più assai per servire al mondo, loro padrone, che non i figli della luce per servire a Dio? Non è egli vero che lo zelo, il coraggio, l’attività di questi è vinta al paragone di quelli? Non è egli vero che il troppo spesso è servito meglio dai suoi seguaci, che non lo sia Gesù Cristo da’ suoi discepoli? Ecco il lamento che fa Gesù Cristo nel luogo citato. Miei cari! se noi esamineremo sinceramente noi stessi, facilmente troveremo d’aver fatto per il mondo, per le nostre passioni, molto più di quello che abbiamo fatto per Iddio, benché a quello non dobbiamo nulla e tutto a questo! E un fatto, che ci  deve umiliare in faccia alla nostra coscienza! Il divino Maestro conchiude la parabola con  una sentenza, che ne è il frutto principale,  dicendo: “Ed io vi dico: Fatevi amici con le ricchezze ingiuste, affinché quando verrete meno, ossia sloggerete dalla terra, quelli vi ricevano negli eterni tabernacoli. ,, – L’amministratore infedele usò dei beni che aveva, facendosi degli amici, che a tempo opportuno l’avrebbero aiutato; il somigliante fate voi, ci dice il Salvatore. Avete dei beni materiali? abbondanti ricchezze? Questi beni, queste ricchezze sono talora ingiuste, perché acquistate malamente, con usure, con inganni, con contratti illeciti; sono dette ingiuste anche, perché, quantunque acquistate onestamente, sono sempre incentivi al male, considerata la debolezza umana; ebbene, dice Cristo, volgete queste ricchezze all’acquisto del cielo, deponetele nelle mani dei poveri, ed essi vi riceveranno un giorno negli eterni tabernacoli, perché il fatto a loro, Dio lo reputa fatto a se stesso.- Direte: Ma se le ricchezze, che abbiamo, sono frutto di ingiustizie, queste dobbiamo riparare, e restituire il maltolto a chi si deve, e non convertirlo in limosine ai poverelli. Dite  il vero, e così senza dubbio si deve fare; ma allorché non è possibile rendere il mal tolto a chi si dovrebbe, come non di rado accade, allora vada ai poveri, lenisca i loro dolori, e noi li avremo nostri avvocati dinanzi  Dio. La sostanza è questa: non solo, vivendo sulla terra, dobbiamo acquistare il cielo, ma egli è con la terra che noi dobbiamo acquistare il cielo, vale a dire è col buon uso dei beni della terra che ci procureremo i beni del cielo.

Credo …

Offertorium

Orémus Ps XVII:28; XVII:32

Pópulum húmilem salvum fácies, Dómine, et óculos superbórum humiliábis: quóniam quis Deus præter te, Dómine? [Tu, o Signore, salverai l’umile popolo e umilierai gli occhi dei superbi, poiché chi è Dio all’infuori di Te, o Signore?]

Secreta

Súscipe, quǽsumus, Dómine, múnera, quæ tibi de tua largitáte deférimus: ut hæc sacrosáncta mystéria, grátiæ tuæ operánte virtúte, et præséntis vitæ nos conversatióne sanctíficent, et ad gáudia sempitérna perdúcant. [Gradisci, Te ne preghiamo, o Signore, i doni che noi, partecipi dell’abbondanza dei tuoi beni, Ti offriamo, affinché questi sacrosanti misteri, per opera della tua grazia, ci santífichino nella pratica della vita presente e ci conducano ai gaudii sempiterni.]

Communio Ps XXXIII:9 Gustáte et vidéte, quóniam suávis est Dóminus: beátus vir, qui sperat in eo. [Gustate e vedete quanto soave è il Signore: beato l’uomo che spera in Lui.]

Postcommunio

Orémus.

Sit nobis, Dómine, reparátio mentis et córporis cæléste mystérium: ut, cujus exséquimur cultum, sentiámus efféctum. [O Signore, che questo celeste mistero giovi al rinnovamento dello spirito e del corpo, affinché di ciò che celebriamo sentiamo l’effetto.]

DOMENICA VII dopo PENTECOSTE (2018)

… véniunt ad vos in vestiméntis óvium, intrínsecus autem sunt lupi rapáces: a frúctibus eórum cognoscétis eos!!!

DOMENICA VII dopo PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLVI:2.  Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis.[O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo.]

Ps XLVI:3 Quóniam Dóminus excélsus, terríbilis: Rex magnus super omnem terram. [Poiché il Signore è l’Altissimo, il Terribile, il sommo Re, potente su tutta la terra.] Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis. [O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo.]

Oratio

Orémus. Deus, cujus providéntia in sui dispositióne non fállitur: te súpplices exorámus; ut nóxia cuncta submóveas, et ómnia nobis profutúra concédas. [O Dio, la cui provvidenza non fallisce mai nelle sue disposizioni, Ti supplichiamo di allontanare da noi quanto ci nuoce, e di concederci quanto ci giova.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom VI :19-23

“Fratres: Humánum dico, propter infirmitátem carnis vestræ: sicut enim exhibuístis membra vestra servíre immundítiæ et iniquitáti ad iniquitátem, ita nunc exhibéte membra vestra servíre justítiæ in sanctificatiónem. Cum enim servi essétis peccáti, líberi fuístis justítiæ. Quem ergo fructum habuístis tunc in illis, in quibus nunc erubéscitis? Nam finis illórum mors est. Nunc vero liberáti a peccáto, servi autem facti Deo, habétis fructum vestrum in sanctificatiónem, finem vero vitam ætérnam. Stipéndia enim peccáti mors. Grátia autem Dei vita ætérna, in Christo Jesu, Dómino nostro”.

Omelia I

[Mons. Bonomelli, Omelie, vol. III, omelia XV.-Torino 1899]

Parlo da uomo, secondo la vostra naturale debolezza: siccome offriste le vostre membra a servire alla immondezza ed alla iniquità per la iniquità, così ora fate di offrirle alla giustizia per la santificazione. E invero, quando eravate servi del peccato, eravate franchi dalla giustizia. Ora qual frutto ricavaste da quelle opere, delle quali ora arrossite? Perché termine di quelle è la morte. Ma ora affrancati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per vostro frutto la santificazione e per termine la vita eterna. Perché lo stipendio del peccato è morte; ma il dono di Dio è vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore„ (Ai Rom. VI, 19-23).

L’omelia, che tengo, come sapete, si riduce costantemente ad un commento del Vangelo o della Epistola della Domenica corrente. Questo metodo ha il vantaggio di seguire l’esempio dei Padri, di rispondere alla lettera ed spirito della prescrizione tridentina, di esporre l’insegnamento divino della Scrittura, ma non va immune da alcune difficoltà, delle quali la principale è questa: il testo del Vangelo o della Epistola, che si legge nella santa Messa, è tolto qua e là da uno dei quattro Vangeli e dalle Lettere apostoliche. Naturalmente staccato dagli antecedenti e dai conseguenti, raro è che presenti un tutto insieme, che stia da sé e si possa comprendere separatamente dal contesto, e ciò specialmente quanto alla Epistola. Se voi vedete un ramo tagliato dal suo albero, per giudicarne siete obbligati di guardare all’albero, dal quale fu tagliato. Così avviene a me nella spiegazione in particolar modo della Epistola; per conoscere debitamente il senso della parte, che riferisco, sono obbligato a vedere ciò che precede il testo, affine di seguire il filo del ragionamento e trovare il nesso che congiunge le parti. – Scopo dell’apostolo Paolo in questo capo sesto della lettera ai Romani è di mostrare che il battezzato ha l’obbligo di vivere una vita nuova, la vita di Cristo, rimovendo la vita dell’uomo vecchio, la vita del peccando. Svolgendo questa verità, S. Paolo si avvia ad una applicazione pratica bellissima, e dice che tutto quello che in noi servì di strumento alle passioni ed al peccato prima del Battesimo, deve servire a strumento di virtù dopo il Battesimo: come prima eravamo servi del peccato, cosi dopo dobbiamo essere servi della giustizia. E qui comincia il testo dell’Apostolo, che avete udito e che deve formare il soggetto della presente omelia. – “Parlo secondo uomo per la vostra naturale debolezza: perché siccome offriste le vostre membra a servire alla immondezza ed alla iniquità, così or fate di offrirle alla giustizia per la santificazione. „ Vi ho detto, che voi col Battesimo siete diventati servi della giustizia: Servi facti estis justitiæ. Questa parola “servi”, soggiunge l’Apostolo quasi scusandosi, vi torna grave e quasi vi offende, perché l’essere servi importa l’aver perduto ciò che l’uomo ha di più alto e di più caro, la libertà; ma ho dovuto usare questa parola, non avendone altra a mano e che risponda alla cosa. Sono costretto a parlare così per la povertà del nostro linguaggio e per farmi intendere come meglio posso, e voi o Romani, non offendetevi della parola “servi” “Humanum dico, propter infìrmitatem carnis vestræ”. – Fors’anche questa frase Humanum dico, può significare: vi dico cosa piana affatto, naturale, facile ad intendersi. E qual è? Finché voi vivete nel peccato, seguendo le vostre passioni, voi foste servi delle stesse e portaste il loro giogo vergognoso. Le vostre membra furono strumento al peccato, gli occhi, le orecchie, la lingua, le mani, i piedi, tutto il vostro corpo, che altro fecero se non servire in mille modi al peccato? Voi, che disprezzate il servo e non volete essere servi di chicchessia, pure serviste ad ogni turpitudine, “Immunditiæ”, ad ogni iniquità in guisa di precipitare da iniquità in iniquità: Iniquitate in iniquitatem, ora non dovete aver vergogna d’essere servi della giustizia, della virtù, affine di santificarvi. Udite il commento che questa sentenza ci lasciò un Padre della Chiesa: “Con queste parole San Paolo vuole che i suoi lettori arrossiscano di se stessi, affinché facciano per la virtù quello che prima fecero pel vizio, quasi dicesse: prima i vostri piedi correvano al delitto, ora corrano alla virtù; prima le vostre mani si allungavano per rapire l’altrui, ora si stendano per largheggiare del vostro; prima i vostri occhi si volgevano intorno per bramare d’avere l’altrui, ora si volgano intorno per soccorrere i poverelli, e quel servizio che ciascun membro del vostro corpo prestò ai vizi, ora lo renda alle virtù, e se un tempo corse dietro a sozzi piaceri, ora batta le vie della castità e della santità. „ Vi torna amara questa parola” servi della giustizia, „ – “Servi facti estis justitiæ”; non la vorreste udire, perché vi sembra un oltraggio alla vostra dignità; ma ricordatevi di quel tempo, nel quale “eravate servi del peccato, ed eravate franchi, cioè liberi del giogo della giustizia: “Cum servi essetis peccati, lìberi fuistis justitiæ”. – Qui è necessario spiegare più largamente il pensiero dell’Apostolo. Vi è il bene, vi è il male; vi è la virtù, vi è il vizio; vi è la legge di Dio, vi è la legge del mondo e della carne: noi siamo posti tra la legge di Dio e la legge del mondo, tra il vizio e la virtù, tra il bene ed il male: dobbiamo necessariamente appigliarci all’uno od all’altro; lo starcene indifferente è impossibile e vorrebbe dire, se pure fosse possibile, che ci gettiamo dalla parte del male, del vizio e del mondo, perché chi non è con Cristo è contro di Lui. È dunque condizione assoluta dell’uomo il servire al bene od al male, al vizio od alla virtù, a Dio o al mondo; è la sua stessa natura, che l’obbliga a mettersi dall’una o dall’altra parte, a scegliere d’essere servo di Dio o del mondo, del peccato o della giustizia. Per quanto gli spiaccia questa parola servire, non è in poter suo sottrarsi a questa legge sovrana. Ora fino al giorno nel quale avete creduto a Cristo e avete ricevuto il battesimo, a chi avete voi servito? domanda l’Apostolo. Al peccato: Cum servi essetis peccato. Servendo al peccato, per fermo non servivate alla giustizia, eravate sciolti e franchi dal suo giogo: ora vi sembra, così argomenta l’Apostolo, che sia più degno dell’uomo servire al peccato od alla giustizia? Poiché vi è pur forza piegare il collo sotto il gioco dell’uno o dell’altra, chi non vede che è meglio servire alla giustizia che al peccato? – Strana e quasi incredibile contraddizione quella dell’uomo! Egli ha una tendenza innata, che gli fa considerare come nemico chiunque metta un limite alla sua indipendenza, e come un diritto sacro inalienabile quello di usare come meglio gli piace della sua libertà. Egli non vede che i suoi diritti e la sua libertà; di doveri e di dipendere non ama che gli si parli e volentieri li dimentica. Che cosa è la libertà debitamente intesa? È il potere di usare delle proprie forze, di fare o non fare certi atti, di non essere impedito nell’esercizio delle sue facoltà e de suoi diritti. Ora si può essa comprendere questa libertà dell’uomo senza il dovere di rispettare i diritti altrui, ossia la libertà altrui? Evidentemente, no. Intorno ad ogni uomo vi sono altri uomini, che hanno diritti eguali ai suoi, e vi sono libertà che limitano la sua, giacché dove comincia la libertà degli altri cessa la nostra. Al di sopra di lui vi è l’autorità civile e politica con le sue leggi: vi è la Chiesa con le sue leggi, e al di sopra della civile autorità e della Chiesa vi è Dio, il Padrone assoluto di tutti. In faccia ai diritti dei suoi simili, in faccia alle autorità umane, alla Chiesa, a Dio, che a tutti sovrasta, qual è il dovere d’ogni uomo? Che uso deve egli fare della sua libertà? L’uso ch’egli deve fare della sua libertà è quello di sottoporla a chi ha diritto d’averla a sè sottoposta. Allora essa è al suo posto, usa debitamente delle sue forze e con l’adempimento esatto dei suoi doveri si mostra rispettosa pei diritti altrui ed è vera libertà. – Come sarei felice se potessi farvi comprende che la libertà vera sta riposta, non già nel fare ciò che a noi piace, sia bene, sia male, ma solamente nell’adempire i nostri doveri e fare il bene, che solo veramente ci giova! L’occhio per vedere deve dipendere dalla luce, i polmoni per respirare devono dipendere dall’aria, il sangue per fare il suo giro deve dipendere dal cuore e così via via dite di tutte le membra del corpo, ciascuna delle quali più o meno dipende dalle altre. Oltre che direste voi se col pretesto di voler piena libertà l’occhio respingesse la luce, i polmoni non volessero aver che fare coll’aria, il sangue rigettasse ogni dipendenza dal cuore ed ogni membro rifiutasse sottostare all’altro e volesse fare da sé? Avremmo il disordine più perfetto e la morte. È la dovuta dipendenza quella che crea e mantiene la libertà di ciascun membro del nostro corpo: così la legittima dipendenza, o in altre parole l’adempimento perfetto dei nostri doveri verso i nostri simili, verso tutte le autorità e sovra tutto verso Dio quello che ci dà ed assicura la nostra vera libertà, e in questo senso Cristo disse, che chi commette il peccato è schiavo del peccato, e quegli è libero chi è liberato da lui. Dunque, o cari, non confondiamo le cose, non diamo il santo nome di libertà alla schiavitù, né col brutto nome nome di schiavitù vogliamo designare la vera libertà. Schiavo è colui che ubbidisce alle passioni, che serve al peccato; libero invece è quegli che frena le passioni, caccia da sé il peccato e serve alla giustizia ed alla virtù, perché l’uomo di sua natura è fatto per servire alla virtù e non per servire al peccato. – Vi è un figliuolo: egli rifiuta di ubbidire ai suoi genitori ed ubbidisce ad un servo, al quale deve comandare, vantandosi d’essere libero di così fare. Direte voi che questo figliuolo è veramente libero? Voi direte che è libero il figliuolo che ubbidisce ai suoi genitori e comanda al suo servo, perché così vuole la giustizia e l’ordine. Similmente noi diremo che chi respinge il giogo del peccato e serve a Dio, suo Padre, e a cui servire è regnare, è veramente libero. Deh! Carissimi cessiamo dal chiamare luce le tenebre e le tenebre luce, libertà la schiavitù e la schiavitù libertà. Siamo servi della giustizia, servi di Dio, e saremo liberi dal peccato e franchi dal mondo. Forse non mai nel corso dei secoli si parlò tanto di libertà come ai nostri tempi e forse non mai se n’ebbe un’idea sì confusa e sì falsa. Quanti al giorno d’oggi credono ci sia libertà vera fare ciò che piace, sia bene sia male! Quanti che vogliono per sé la libertà più sconfinata, non badando che questa importa la violazione dell’altrui libertà! Siffatta libertà metterebbe il mondo sossopra e produrrebbe la più brutta schiavitù. Ricordatelo bene: la libertà vera secondo la ragione e secondo il Vangelo, è rispettare e osservare le leggi di Dio, della Chiesa e di tutte le autorità anche civili: libertà vera è adempiere ciascuno i propri doveri, rispettando i diritti degli altri. Voi, ne sono certo, vi atterrete a questa legge, e così sarete veramente liberi. – Seguitando ora il nostro commento, vedete come l’Apostolo rincalzi a meraviglia la verità sopra accennata, vale a dire che dobbiamo essere servi della giustizia, e non del peccato. “Qual frutto aveste allora da quelle opere delle quali ora arrossite? „ Un tempo, così S. Paolo, prima di ricevere il battesimo, eravate servi del peccato, facevate le opere del peccato: ora, illuminati dalla verità, considerando quelle opere, non è vero che vi sentite salire sul volto la fiamma della vergogna? Non è vero che sentite tutta la vergogna di quel vituperoso servaggio? Ecco una prova indubitata che il servire al peccato non è libertà, ma servitù indegna, perché se fosse libertà non ne avremmo vergogna, anzi ne andremmo alteri. – Non solo il servire al peccato ci fa vergognare, continua l’Apostolo, ma vi è ben peggio: “Termine, ossia frutto delle opere del peccato è la morte, „ Finis illorurn mors est. Quale morte? La morte eterna! Bando adunque al servaggio del peccato, che dopo averci coperto di vergogna, spesso agli occhi del mondo, sempre a quelli della coscienza e di Dio, ci getta in braccio alla morte eterna. Bando al servaggio del peccato, che ci disonora ed uccide l’anima! – Che faremo dunque? “Sciolti o affrancati dal peccato e divenuti servi di Dio, avete per frutto la santificazione e per termine la vita eterna. „ In questo versetto S. Paolo ha condensato i doveri tutti dell’uomo nel tempo ed il suo destino nella eternità: romperla con le passioni e con il loro frutto, il peccato, santificarsi con l’esercizio della virtù e così toccare la meta ultima, il conseguimento della vita eterna: Finem vero vitam æternam. – Il versetto che segue, ultimo del capo e ultimo della nostra lezione è, possiam dire, la ripetizione di quello che abbiamo spiegato: “Perché lo stipendio del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna, in Cristo Gesù, nostro Signore.„ L a parola stipendio qui adoperata, è tolta dall’uso militare e per sé significa il soldo che si dava qual mercede al soldato. Sì, sembra gridare l’Apostolo: se voi servirete alle passioni, al peccato, e come soldati militerete sotto la sua bandiera, avrete anche dal peccato la mercede dovuta alla vostra miserabile milizia: il vostro stipendio sarà la morte eterna. Volgerete voi le spalle al peccato?” Correrete sotto la bandiera della giustizia e combatterete animosamente per essa? Il vostro stipendio, !a vostra mercede sarà il dono di Dio, che è la vita eterna: autem Dei, vita æterna, e questa la dovrete ai meriti di Gesù Cristo. – Questa sentenza di S. Paolo ci presenta una difficoltà, ed è questa: S. Paolo ci insegna ripetutamente in altri luoghi, che la vita eterna è corona dovuta a chi combatte e vince: è mercede dovuta a chi lavora e dovuta rigorosamente per giustizia: Gesù Cristo stesso ci dice di rallegrarci, perché grande ed abbondante è la mercede, che ci è riserbata in cielo; ora come sta che qui S. Paolo la chiama dono o grazia di Dio? Gratia autem Dei, vita æterna? Se è grazia, non è mercede: se è mercede non può essere grazia. Forsechè l’Apostolo bruttamente contraddice a se stesso? L’Apostolo certamente non può contraddire a se stesso, e la risposta non è difficile. La vita eterna è mercede di giustizia dovuta alle opere nostre: Dio non può negarla a chi opera rettamente. Ma come, con qual mezzo facciamo noi le opere meritevoli della vita eterna? Col mezzo della grazia che Dio ci ha data. E la grazia, la prima grazia, è essa nostra, o dono di Dio? La grazia, la prima grazia non è opera nostra, non la possiamo in alcun modo meritare, ed è dono della bontà divina. La vita eterna pertanto considerata nella sua radice, che è la grazia, è dono di Dio affatto gratuito: considerata nelle opere, frutto della grazia e della nostra corrispondenza alla medesima, è mercede: corona a noi dovuta. Volete comprendere questa verità con una similitudine comunissima, che tolgo dal Vangelo e precisamente dalla parabola dei talenti? Udite. Un ricco signore vi dà una grossa somma da trafficare a vostro talento. Che diritto avete voi a quella somma? Nessuno: essa è dono, ch’egli vi fa per sola sua bontà. Voi trafficate e fate con quella somma, mercé della vostra industria un grosso guadagno. Quel guadagno è frutto delle vostre fatiche e insieme del dono ricevuto da quel generoso signore, ed io potrei dire il vostro guadagno è dono del signore ed anche che è mercede delle vostre fatiche, perché l’una e l’altra cosa è egualmente vera: così è vero il dire, che il cielo è grazia e dono di Dio, ed è vero altresì, che è mercede e ricompensa delle nostre fatiche, perché per guadagnarlo è necessaria la grazia di Dio e necessaria l’opera nostra, e se l’uno o l’altra fa difetto, è impossibile ottenerlo.

Graduale Ps XXXIII:12; XXXIII:6

Veníte, fílii, audíte me: timórem Dómini docébo vos. – V. Accédite ad eum, et illuminámini: et fácies vestræ non confundéntur. [Venite, o figli, e ascoltatemi: vi insegnerò il timore di Dio. V. Accostatevi a Lui e sarete illuminati: e le vostre facce non saranno confuse.]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps XLVI:2 Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis. Allelúja. [O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt VII:15-21 “In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Atténdite a falsis prophétis, qui véniunt ad vos in vestiméntis óvium, intrínsecus autem sunt lupi rapáces: a frúctibus eórum cognoscétis eos. Numquid cólligunt de spinis uvas, aut de tríbulis ficus? Sic omnis arbor bona fructus bonos facit: mala autem arbor malos fructus facit. Non potest arbor bona malos fructus fácere: neque arbor mala bonos fructus fácere. Omnis arbor, quæ non facit fructum bonum, excidétur et in ignem mittétur. Igitur ex frúctibus eórum cognoscétis eos. Non omnis, qui dicit mihi, Dómine, Dómine, intrábit in regnum coelórum: sed qui facit voluntátem Patris mei, qui in cœlis est, ipse intrábit in regnum cœlórum.”

Omelia II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, Omelia n. XVI]

 “Guardatevi dai falsi profeti, i quali vengono a voi in sembianze di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Voi li riconoscerete dai loro frutti. Si colgono forse uve dalle spine o fichi dai triboli? Così ogni albero buono fa frutti buoni, ma l’albero tristo fa frutti tristi. Non l’albero buono fa frutti tristi, né l’albero tristo fa frutti buoni. Ogni  albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Voi dunque li riconoscerete dai loro frutti. Non chiunque dirà: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, quegli entrerà nel regno dei cieli „ (S. Matteo, VII, 15-21).

In questi sette versetti, che parola per parola ho reso nella nostra lingua, voi avete il tratto dell’Evangelo, che or ora si è letto nella S. Messa, e che si trovano precisamente nel capo VII di S. Matteo. Queste sì belle e sì pratiche sentenze fanno parte di quel maraviglioso discorso, detto del monte, nel quale Gesù Cristo compendiò la sostanza tutta del suo insegnamento morale. Nei quattordici versetti che precedono la nostra lezione Gesù Cristo ci vieta di giudicare i nostri fratelli e vuole che prima di correggere gli altri, badiamo ad emendare noi stessi: poi ricorda di non dare le cose sante agli indegni, inculca la preghiera e ne mostra la efficacia, e dopo aver detto che la via della salute è stretta, e larga quella della perdizione, ci mette in guardia contro i corruttori della verità, contro i maestri d’errore, che si atteggiano ad annunziatori della dottrina evangelica. Voi vedete, o cari, che se questo ammonimento era necessario al tempo di Gesù Cristo, oggi è senza confronto più necessario, perché i seminatori di scandali e di perverse dottrine di dieci tanti sono cresciuti. Un padre amoroso, che ha dato ai suoi cari figliuoli un grande tesoro; che da una parte vede la loro inesperienza, e dall’altra conosce le arti e le insidie dei tristi, che faranno ogni prova per ispogliarli, con grande insistenza raccomanda loro di stare in sull’avviso e di custodire con ogni diligenza il tesoro ricevuto. Qual cosa di questa più naturale? È ciò che fa Gesù Cristo nel Vangelo: dopo aver annunziato le più sublimi verità morali agli Apostoli ed alle turbe che l’ascoltavano, troppo bene conoscendo i pericoli che li circondavano, disse: “Guardatevi dai falsi profeti „ Attendite a falsìs prophetis. Voi sapete che la parola profeta ha vari significati nei Libri santi: ora significa uomo che annunzia cose future, ora uomo pio e virtuoso, ora uomo operatore di miracoli, ora semplicemente maestro delle cose sacre; questa parola nel testo che ci sta innanzi, è presa in quest’ultimo senso, come è chiaro. Ma come vi sono maestri buoni e maestri cattivi, uomini veramente pii e uomini ipocriti, così vi sono profeti veri e profeti falsi, maestri di verità e maestri di errori, e se dobbiamo ascoltare quelli, a questi dobbiamo chiudere le orecchie e, fuggirli, onde Gesù Cristo ci grida: “Guardatevi dai falsi profeti. „ Chi sono questi falsi profeti o maestri designati da Gesù Cristo? Erano gli scribi, i farisei, che facevano opera di allontanare da Lui la gente, che mettevano in mala voce la sua dottrina: erano gli eretici, gli scismatici, e tutti quelli che prevedeva sarebbero sorti nel corso dei secoli ed avrebbero tentato di rapire e corrompere il deposito della fede. Miei cari! ponetevi bene nell’animo queste verità: finché dura il presente stato di prova (e durerà fino alla fine dei tempi), durerà altresì la lotta tra il bene ed il male, tra il vizio e la virtù, tra la dottrina di Gesù Cristo e le massime false del mondo. Come l’ombra segue sempre il corpo e la malattia cammina a fianco della sanità, pronta ad assalirla, così accanto alla verità sta sempre l’errore, e mescolati con i maestri del Vangelo, si vedono sempre i suoi corruttori. Vi fu mai tempo, o paese sì privilegiato, che ne fossero al tutto immuni? No: con il buon grano più o meno crescono le male erbe, con il frumento si vede la paglia e con i maestri della verità sono frammisti i maestri dell’errore, i falsi profeti. Ed oggidì, che vediamo noi? Forse non mai nei passati tempi si videro tanti maestri d’errori, tanti e sì scaltri seduttori, quanti ne vediamo nel nostro. Essi spargono il veleno delle loro massime nei libri, nelle figure, a voce, in iscritto, in pubblico, in privato, nelle scuole, nelle adunanze e nelle conversazioni, in tutti i modi, liberamente!… Oh quanti maestri d’errore sono sparsi dovunque! Quanto veleno di dottrine false e di corruzione si versa dovunque, a piene mani, impunemente con rovina estrema di innumerevoli anime! La terra tutta ne è inondata. Che possiamo far noi, ministri della Chiesa? Noi non possiamo far altro che ripetere a voi tutti il grido doloroso di Gesù Cristo: “Guardatevi, guardatevi dai falsi profeti; „ ma specialmente poi da quelli “che vengono in sembianze di pecore e dentro sono lupi rapaci. „ – I maestri dell’errore si possono partire in due classi: quelli che scopertamente insegnano l’errore e si studiano di corrompere i costumi, e quelli che lo fanno copertamente. Ciascun vede che, se sono pericolosi e da fuggirsi i primi, lo sono maggiormente i secondi, perché con questi siamo meno cauti e più facilmente possiamo essere vittime delle loro insidie. Tali sono, o cari, certi libri, che nascondono il veleno di dottrine irreligiose e corruttrici; certi romanzi, che accendono il fuoco di laide passioni senza averne l’apparenza; tali sono certi maestri, che si danno l’aria di rispettare la religione, perché non ne parlano mai, perché si atteggiano ad indifferenti, perché lasciano altrui la piena libertà di praticarla, come se questa indifferenza non fosse per se stessa un’offesa alla Religione. E non offende gravemente i genitori quel figlio, che tratta con essi come con gli estranei, che non adempie con essi i suoi più sacri doveri? “Guardatevi dai falsi profeti, dice Cristo, e specialmente da quelli che si coprono della pelle di pecora e sono lupi rapaci. „ Guardatevi! E che dobbiamo fare per adempire questo precetto imposto da Cristo e che ha la sua radice nella natura stessa, giacché la stessa natura ci obbliga a scansare ogni pericolo di male che ci minacci, e pericolo di male gravissimo è senza dubbio il vivere in mezzo ai falsi profeti? Dobbiamo uscire da questo mondo? Dobbiamo separarci da ogni convivenza sociale? Rinunciare ai nostri uffici? Ridurci nella solitudine d’un chiostro? No, non si esige tanto. Varie sono le condizioni nelle quali ciascuno di noi si può trovare e vari i pericoli, che possiamo correre in questo mondo pieno di scandali e di errori. Faccia ciascuno del suo meglio per sfuggire a questi scandali, per cessare questi errori, e quando non è in poter suo cessare i pericoli e chiudere le orecchie ai falsi profeti, quali che essi siano, preghi fervidamente Iddio, confidi in Lui, ed Egli non permetterà mai che sia messo a prova superiore alle sue forze. “Guardatevi dai falsi profeti! „ Sì, o Signore, noi ce ne guarderemo, come voi comandate e come richiede la carità che dobbiamo a noi stessi. Ma come conoscerli con sicurezza, se Voi stesso dite che si possono nascondere sotto la pelle di pecora? Qual segno ci date per distinguerli? Udite la risposta del divino Maestro : “Voi li riconoscerete dai loro frutti. Forse si colgono le uve dalle spine, o i fichi dai triboli? Così ogni albero buono porta buoni frutti, ma l’albero tristo dà tristi frutti. „ Il segno per distinguere i maestri di verità dai maestri d’errore, per sentenza di Cristo, è guardare ai frutti, alle opere: se queste son buone, buono è il maestro; se cattive, cattivo è il maestro e non ascoltatelo. Questa regola dataci da Gesù Cristo non è immune da alcune difficoltà, che è prezzo dell’opera esaminare e sciogliere. Gesù Cristo, al principio di questo capitolo dice: ” Non vogliate giudicare affinché non siate giudicati, „ ed è sentenza ripetuta dall’Apostolo Paolo e scaturisce dal sentimento della nostra debolezza ed ignoranza e più ancora dalla legge della carità, la quale non vuole che apriamo l’animo nostro ad alcun sospetto sinistro che offenda il prossimo; come va dunque che in questo luogo, Gesù comanda di scrutare bene la condotta di chi annunzia la parola di Dio, e vedere se le loro opere siano conformi alla loro dottrina? Non è questo un dubitare della loro condotta? Non è questo un costituirci loro giudici contro la sentenza di Gesù Cristo stesso, che proclamò: “Non vogliate giudicare affinché non siate giudicati? „ Per fermo Gesù Cristo non può in questo luogo comandare ciò che vieta più sopra in questo stesso capo. Noi non dobbiamo mai giudicare il prossimo e nemmeno dubitare della sua onestà e bontà, quando non abbiamo motivo ragionevole di ciò fare, come senza motivo ragionevole non possiamo né correggerlo, né fuggire la sua compagnia; ma allorché si tratta di conoscere se questi è maestro di verità o maestro d’errore, e per conseguenza si tratta di cosa gravissima, che interessa la mia salute eterna, non solo posso, ma devo esaminare ed investigare accuratamente e giudicare se mi sia lecito od illecito porgergli orecchio. La carità che devo avere con altri e verso di me giustifica pienamente il mio giudizio, e sarei imprudente e colpevole se non lo facessi. Se in questi casi io non avessi il diritto di mettere alla prova dei fatti la dottrina che mi si annunzia, io sarei obbligato di credere a chiunque mi si presenti e mi dichiari che mi annunzia la verità, e diventerei necessariamente la vittima di qualunque apostolo di errore. A che mi varrebbe la ragione datami da Dio se non l’adoperassi per conoscere la verità ed abbracciarla, per conoscere l’errore e respingerlo? Dunque io non offendo la carità, anzi rendo omaggio alla carità quando, per amore della verità, sottopongo alla prova della ragione i titoli che un uomo mi mette innanzi per ottenere il mio assenso. – Ben è vero poi, o cari, che questo giudizio nostro vuol essere fatto con prudenza, con discernimento, chiedendo lume a chi per senno ed autorità spetta darcelo e può guidarci al conoscimento della verità. Dove l’autorità legittima ha pronunciato il suo giudizio, noi possiamo e dobbiamo ad esso acquetarci; ma prima del suo giudizio è forza seguire quello della nostra ragione e porre ogni studio affinché esso sia retto. Un’altra difficoltà, e certo non spregevole, ci si fa innanzi a proposito di questa regola dataci da Gesù Cristo, per discernere i maestri di verità dai maestri d’errore: “Voi li riconoscerete dai loro frutti, „ cioè la loro vita, le loro opere saranno la prova della dottrina che insegnano. “Forseché, direte, i ministri della Religione sono impeccabili? Gesù Cristo non disse forse, accennando ai maestri d’Israele: Fate quel che vi dicono, non ciò che essi fanno? Con queste parole ci fece intendere, che talvolta gli uomini possono tenere una condotta che contraddice alla verità, che insegnano. E noi stessi non vediamo talora la vita e le opere dei sacri ministri condannate dalla dottrina che predicano? E non conosciamo persone, che vivono onestamente ed hanno voltate le spalle al Vangelo di Gesù Cristo e lo combattono? Come dunque il Salvatore può dirci: Volete conoscere la verità d’una dottrina? Guardate alle opere di coloro che la promulgano: se le loro opere sono buone, buona è la dottrina; se cattive, cattiva altresì è la dottrina, “perché l’albero buono dà buoni frutti, e l’albero cattivo fa cattivi frutti. „ Guai a noi se le opere dei sacri ministri fossero sempre il criterio sicuro ed infallibile della verità della dottrina per loro insegnata! Come dunque è da intendere questa regola evangelica proposta da Gesù Cristo istesso? Questa regola non si vuole applicare costantemente a tutti ed a ciascun maestro: se così fosse, sarebbe fallace ed erronea, perché  è manifesto che un cattivo ministro può annunziare le più sante verità, come Caifa fu profeta, eppure consigliò di uccidere Cristo, anzi pronunciò solennemente contro di Lui la sentenza di morte, e un ministro dell’errore può avere una condotta morale buona, un miscredente può esercitare alcune virtù talvolta meglio di certi credenti. Gesù Cristo adunque ci dà questa regola per discernere i veri dai falsi profeti, non in modo assoluto, ma generale, utile e buona nel maggior numero dei casi. Così noi pure diciamo: Non fidatevi degli adulatori ; né delle persone che parlano molto: vi tradiranno. Noi non intendiamo di dire che gli adulatori e le persone che parlano molto, tradiscano sempre e tutti, ma vogliamo dire soltanto che spesso tradiranno e non conviene fidarci di loro. Similmente Cristo volle dire: Guardatevi dai falsi profeti: voi li riconoscerete generalmente dalle opere loro, perché per lo più chi opera male insegna anche male, e il frutto mostra la qualità dell’albero. Considerando attentamente le parole di Cristo, penso che si possano intendere in un altro senso anche più chiaro e più conforme al contesto evangelico. Volete voi conoscere la bontà d’una dottrina qualunque? Guardate, non alla condotta di chi l’annunzia, ma alle conseguenze ed alle applicazioni pratiche della dottrina stessa. Vi sono certe dottrine che per se stesse producono frutti di sì rea e sì maligna natura, da farvene conoscere prontamente la falsità senza bisogno di lungo studio e di profondo esame. Per ragion d’esempio vi dicono: — Bisogna seguire gli istinti tutti della natura per essere felici: dopo la vita, presente non c’è più nulla, perché tutto finisce nel cimitero: tutte le religioni sono egualmente buone: ciascuno ha diritto di pensare e fare come gli piace, ed il proprio vantaggio è l’unica norma che devesi seguire: per salvarsi basta la sola fede senza le opere: l’uomo non ha libertà e tutto ciò che fa, lo fa necessariamente. — Voi comprendete tosto col solo lume della ragione, che codeste dottrine messe in pratica devono produrre i frutti più tristi per se stesse: non avete bisogno d’altre prove per giudicare falsi profeti quelli che le spacciano, e fuggirli a tutto potere. Come l’albero cattivo non può dare che frutti cattivi, così codesti maestri e codeste dottrine non possono dare che opere cattive. Carissimi! che giova dissimularlo? Al giorno d’oggi troppo spesso ci avviene di leggere sui libri e sui pubblici diari, o di udire nelle conversazioni, nei ritrovi, o dalle cattedre del pubblico insegnamento dottrine, che applicate distruggerebbero ogni idea di morale, di giustizia, di vizio o di virtù, di bene o di male, di vero o di falso, e rovescerebbero dalla base non solo ogni religione, ma l’ordine stesso domestico e sociale. Ebbene: voi, al solo leggere od udire siffatte dottrine, sapete qual giudizio sia da farne. I frutti che esse producono nell’individuo e nella società sarebbero malefici e fatali: dunque via queste dottrine e lungi da coloro che le diffondono: essi sono falsi profeti; le opere loro abbastanza li manifestano: Ex fructibus eorum cognoscetis eos. Cattivi i frutti, dunque cattivi anche gli alberi: Mala arbor malos fructus facit. Che farà Iddio di questi alberi cattivi, che non danno che frutti cattivi? Ciò che fa il contadino degli alberi che non danno frutti, o li danno bacati, acerbi, disgustosi, cattivi: li taglia, li sbarbica dal suolo, che inutilmente ingombrano, e li getta sul fuoco. Così Iddio: Egli, alla morte, getterà questi miserabili seminatori di dottrine perverse, pascolo alle fiamme eterne: Omnis arbor, quæ non facit fructum bonum: excìdetur et in ignem mittetur. Chiosando questa sentenza terribile, Gesù Cristo pronuncia un’altra sentenza gravissima, con la quale si chiude la nostra omelia: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, che è ne’ cieli, quegli entrerà nel regno de’ cieli. „ Egli ha parlato di albero buono e di albero cattivo, di frutti buoni e di frutti cattivi, e che da questi si conosce la natura e la qualità dell’albero: ha detto che l’albero senza frutti buoni sarà inesorabilmente gettato pasto alle fiamme: ora Gesù Cristo insiste sulla necessità dei frutti, ossia delle opere buone, e queste si riducono a fare il volere divino, in altri termini, all’osservanza della legge divina. Allora, come anche al presente, vi erano molti, i quali praticamente mostravano di ridurre la religione alla fede, poco o nulla curando le opere, come se queste non fossero necessarie non meno della fede. Invocar Dio, recarsi al tempio, adempire le pratiche materiali della religione, offrire sacrifici, fare lunghe orazioni, prostrarsi dinanzi alla sua maestà e gridare : Signore, Signore; ecco la loro religione. Quanto poi alla mondezza del cuore, all’umiltà dello spirito, all’osservanza della giustizia, alla mortificazione delle passioni, all’amore del prossimo, in una parola, alle opere nelle quali si attua la vera Religione, non se ne davano pensiero: onoravano Dio, così Cristo nel Vangelo, con le labbra, ma il loro cuore era lontano da Dio. Ah! tutti costoro, grida il divino Maestro, non entreranno nel regno dei cieli. – Dilettissimi! io non vorrei che anche tra voi si trovasse qualcuno, al quale si potesse rivolgere il rimprovero e la minaccia di Cristo. Buone e sante cose sono frequentare la Chiesa, pregare, far pellegrinaggi ed osservare altre pratiche religiose; ma badate bene di non ingannarvi: queste sole non bastano: si domandano le opere della carità, la purezza del cuore, la vittoria delle nostre passioni, in una parola, la vita cristiana. Senza di questa, tutto il resto è apparenza, è pula che si porta via il vento, è fogliame lussureggiante, che non salverà l’albero, che se ne ammanta, dalla condanna al fuoco eterno.

Credo …

Offertorium

Orémus Dan III:40

“Sicut in holocáustis aríetum et taurórum, et sicut in mílibus agnórum pínguium: sic fiat sacrifícium nostrum in conspéctu tuo hódie, ut pláceat tibi: quia non est confúsio confidéntibus in te, Dómine”. [Il nostro sacrificio, o Signore, Ti torni oggi gradito come l’olocausto di arieti, di tori e di migliaia di pingui agnelli; perché non vi è confusione per quelli che confidano in Te.]

Secreta

Deus, qui legálium differéntiam hostiárum unius sacrifícii perfectione sanxísti: accipe sacrifícium a devótis tibi fámulis, et pari benedictióne, sicut múnera Abel, sanctífica; ut, quod sínguli obtulérunt ad majestátis tuæ honórem, cunctis profíciat ad salútem. [O Dio, che hai perfezionato i molti sacrifici dell’antica legge con l’istituzione del solo sacrificio, gradisci l’offerta dei tuoi servi devoti e benedicila non meno che i doni di Abele; affinché, ciò che i singoli offrono in tuo onore, a tutti giovi a salvezza.]

Communio Ps XXX:3. Inclína aurem tuam, accélera, ut erípias me. [Porgi a me il tuo orecchio, e affrettati a liberarmi.]

Postcommunio

Orémus. Tua nos, Dómine, medicinális operátio, et a nostris perversitátibus cleménter expédiat, et ad ea, quæ sunt recta, perdúcat. [O Signore, l’opera medicinale (del tuo sacramento), ci liberi misericordiosamente dalle nostre perversità e ci conduca a tutto ciò che è retto.]

 

FESTA DEL SANGUE PREZIOSISSIMO – Messa

MISSA

Pretiosissimi Sanguinis Domini Nostri Jesu Christi

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Apoc V:9-10
Redemísti nos, Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu et lingua et pópulo et natióne: et fecísti nos Deo nostro regnum [Ci hai redento, Signore, col tuo sangue, da ogni tribù e lingua e popolo e nazione: hai fatto di noi il regno per il nostro Dio.].
Ps LXXXVIII:2
Misericórdias Dómini in ætérnum cantábo: in generatiónem et generatiónem annuntiábo veritátem tuam in ore meo. [L’amore del Signore per sempre io canterò con la mia bocca: la tua fedeltà io voglio mostrare di generazione in generazione.]

Redemísti nos, Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu et lingua et pópulo et natióne: et fecísti nos Deo nostro regnum [Ci hai redento, Signore, col tuo sangue, da ogni tribù e lingua e popolo e nazione: hai fatto di noi il regno per il nostro Dio.]

Oratio
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui unigénitum Fílium tuum mundi Redemptórem constituísti, ac eius Sánguine placári voluísti: concéde, quǽsumus, salútis nostræ prétium sollémni cultu ita venerári, atque a præséntis vitæ malis eius virtúte deféndi in terris; ut fructu perpétuo lætémur in coelis.

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebraeos.
Hebr IX:11-15
Fratres: Christus assístens Póntifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non huius creatiónis: neque per sánguinem hircórum aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta. Si enim sanguis hircórum et taurórum et cinis vítulæ aspérsus inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis: quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti’? Et ídeo novi Testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem earum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri Testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis, in Christo Iesu,
Dómino nostro.

OMELIA I

[da Nuovo Saggio di OMELIE di mons. Bonomelli – 3^ ed. VOL. II- Marietti ed. Torino 1898- impr.]

Omelia IX

“Venuto Cristo, pontefice dei beni futuri, per un maggiore e più perfetto tabernacolo, non fatto a mano, cioè non di questa creazione, né pel sangue di capri o di vitelli, ma pel proprio sangue è entrato una volta per tutte nel Santuario, avendo compiuta una redenzione eterna. Che se il sangue dei “capri e dei tori ed il cenere di giovenca,, sparso sopra i contaminati, santifica a purità della carne; quanto più il sangue di Cristo, il quale, per lo Spirito santo, offerse se stesso immacolato a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire al Dio vivente? E per questo egli è mediatore del nuovo Testamento, acciocché, intervenutavi la morte, a pagamento delle trasgressioni avvenute sotto l’Alleanza prima, i chiamati ricevano la promessa della eredità eterna „ (Agli Ebrei, IX, 11-15).

Sono cinque versetti, tolti dal capo IX della lettera di S. Paolo agli Ebrei, che la Chiesa ci fa leggere nella Messa di questa Domenica della festa del Preziosissimo Sangue di Cristo. – Questa lettera agli Ebrei, fu scritta dall’Italia, come si fa manifesto dal penultimo versetto dell’ultimo capo, forse da Roma, dove l’Apostolo era stato in carcere, di recente uscitone tra la prima e la seconda sua prigionia, circa sei anni prima della distruzione di Gerusalemme e quattro circa prima della sua morte. La lettera è scritta ai Cristiani di Palestina, che prima erano stati Giudei. Questi credevano che Gesù Cristo era il Messia, il Figliuol di Dio e tutto ciò ch’Egli aveva insegnato e comandato; ma, nati e cresciuti nel giudaismo, non sapevano staccarsi dalle sue leggi, dai suoi riti, dai suoi sacrifici, dalle sue grandezze, e male sapevano entrare nello spirito del Cristianesimo, tutto fede, vita interna, speranze future, rinnegamento di se stessi, insegnamento della croce. L’antico Patto, iniziato dagli Angeli, proclamato da Mosè, imperniato nel sacerdozio di Aronne, la magnificenza del tempio, le memorie del tabernacolo, dell’arca, delle tavole della legge e via dicendo, esercitavano un fascino incredibile sui loro animi, che noi oggi non possiamo abbastanza comprendere; non sapevano rinunciarvi e alla men peggio essi volevano che il mosaismo dovesse mantenersi per sempre anche nel Cristianesimo. S. Paolo nella sua lettera, si propone di dissipare questi pregiudizi dei Giudei convertiti, che di mente e di cuore erano in gran parte ancora Giudei. Perciò nella lettera toglie a dimostrare la sovrana eccellenza del nuovo sull’antico Patto, del Cristianesimo sul mosaismo, della Chiesa sulla sinagoga, specialmente per tre capi, cioè in quanto ché Cristo, Figlio di Dio, di infinito intervallo sovrasta agli Angeli, a Mosè, ad Aronne, ed è il mediatore per eccellenza e l’eterno Pontefice. E questo lo scopo di tutta la lettera, per chi bene la considera. Nel breve tratto recitato e che ora devo spiegare, l’Apostolo dimostra, che Cristo per ragione del suo sacerdozio sta sopra l’antico, perché Egli è entrato nel santuario vero, cioè il cielo, non nel sangue altrui, nel sangue delle vittime immolate, ma nel proprio sangue, avente efficacia per se stesso. Ora svolgiamo l’alto insegnamento dell’Apostolo, e voi, o cari, raddoppiate l’attenzione, perché il soggetto ne è ben degno. “Venuto Cristo, pontefice dei beni futuri, per un maggiore e più perfetto tabernacolo, non fatto a mano, cioè non di questa creazione, né per il sangue di capri o di vitelli, ma per il proprio sangue, è entrato una volta per tutte nel Santuario, avendo compiuta una redenzione eterna. „ Perché possiamo capire ciò che S. Paolo insegna in questo luogo, occorre accennare brevemente ciò che dice nei versetti precedenti, e che riguarda le cose principali spettanti al culto dell’antica legge. Le cose del culto nella legge mosaica erano minutamente determinate e tutte e ciascuna avevano un significato proprio. Il popolo ebraico aveva un sol tempio in Gerusalemme, al quale tre volte all’anno si recavano tutti i figli d’Israele giunti all’età di dodici anni. In quel tempio vastissimo tutto era ordinato: nel centro era il luogo destinato ai sacerdoti: nel mezzo il grande altare destinato agli olocausti, ossia al bruciamento delle vittime: oltre l’altare degli olocausti era il vestibolo od atrio: dopo l’atrio c’era il tabernacolo anteriore, o primo tabernacolo, o luogo santo, e finalmente il Santo dei santi, o Santissimo, o secondo tabernacolo, separato dal Santo dei santi, o Santissimo, mediante un velo. Nel primo tabernacolo, o luogo santo erano il candelabro con le sette lucerne sempre accese, la mensa coi dodici pani, uno per ciascuna tribù d’Israele, e che si rinnovavano ogni sette giorni. Nel Santo de’ santi, o Santissimo, si conservavano il turibolo d’oro, l’arca del Testamento, ed in essa, rivestita d’oro, l’urna d’oro racchiudente la manna, la verga d’Aronne e le tavole della legge. Nel luogo santo, o primo tabernacolo i sacerdoti entravano due volte al giorno per gli uffici sacri; ma nel secondo tabernacolo, o Santo dei santi, entrava il solo sommo pontefice ed una volta all’anno per offrirvi il sangue della vittima in espiazione dei peccati suoi e del popolo. – Tutto questo significava, dice S. Paolo, che non era ancora venuto il tempo, nel quale tutti potessero entrare nel Santo de1 santi, e che dovevano limitarsi a sacrifici, abluzioni e riti materiali, che non avevano forza di santificare la coscienza, e che tutto quel culto doveva durare finché venisse il raddrizzamento (usque ad tempus correctionis), cioè finché venisse Colui che compisse la legge e schiudesse il Santo de’ santi e vi introducesse tutti i redenti. Ora, continua S. Paolo: “E venuto Cristo,, pontefice dei beni futuri; „ al pontefice dell’ordine di Aronne è sottentrato Cristo, il sacerdote secondo 1’ordine di Melchisedec, alla figura è sottentrata la realtà. A quelli che vivevano sotto il sacerdozio mosaico, cioè ai figli d’Israele, se osservavano la legge, era promessa principalmente una mercede temporale: ma Cristo, pontefice della nuova legge, promette e a suo tempo darà beni celesti, ricompense incomparabilmente più nobili: Christus… Pontifex futurorum honorum. Voi, carissimi, non ignorate l’economia e il carattere dell’antica legge: a chi la trasgrediva erano minacciate pene temporali, e non rare volte inflitta perfino la morte: a chi la osservava erano promessi beni temporali, vittorie sui nemici, abbondanza dei frutti della terra, pace ed ogni prosperità. Ben è vero, che, oltre i castighi e le ricompense terrene, ai trasgressori ed agli osservatori della legge, erano riserbati altresì castighi e premi nella vita futura; ma in generale nei Libri santi si parla più assai di castighi e premi temporali, che degli eterni, attesa la natura grossolana del popolo ebraico. La legge nuova per contrario ai suoi seguaci non parla che dei premi e dei castighi della vita futura: ai credenti, ai virtuosi quaggiù sulla terra non promette mai la mercede dovuta, ma la mostra aldilà della tomba; anzi va più oltre: ai credenti, ai virtuosi, qui sulla terra annunzia persecuzioni, dolori, travagli, e l’apostolo S. Paolo non teme di proclamare altamente “che tutti quelli che vogliono vivere piamente secondo Cristo, soffriranno persecuzione — Omnes qui pie volunt vivere in Christo Jesu persecutionem patientur. „ È questo il carattere proprio della dottrina di Cristo, che in ciò si differenzia dal mosaismo e di gran lunga si innalza sopra di esso. Nondimeno, bisogna confessarlo, non mancano anche tra i cristiani alcuni, che, malamente applicando alla nuova legge le parole dei Libri santi, che si riferiscono soltanto alla mosaica, e seguendo un cotale spirito giudaico, promettono alla virtù ricompense terrene e al vizio denunziano terrene vendette (Talvolta Iddio può ricompensare la virtù e punire il vizio anche sulla terra ; ma non è economia regolare come nel mosaismo, e noi non possiamo dire ciò in particolare se non quando vi sono argomenti chiari ed evidenti.), e  tutto questo in modo ordinario ed a nome di Dio. Ah! no, carissimi. Noi dobbiamo vivere di fede, come vuole 1’Apostolo: la nostra vita deve essere la copia della vita di Cristo, che in terra patì ogni maniera di umiliazioni e dolori: la nostra speranza, la nostra mercede non è quaggiù, ma lassù in cielo: noi siamo discepoli di un Pontefice che promette beni futuri: Poritifex futurorum honorum. Il pontefice ebraico, una sola volta all’anno entrava nel Santo dei santi, ch’era opera degli uomini: Gesù Cristo, scrive l’Apostolo, il pontefice nostro, è entrato in un tabernacolo, nel vero Santo dei santi, raffigurato dal primo, che è il cielo dei cieli, non opera degli uomini, ma di Dio stesso. Il pontefice ebraico entrava nel Santo dei santi, offrendo il sangue di due vittime per i peccati propri e del popolo; Gesù Cristo è entrato in cielo, non col sangue delle vittime, ma pel sangue proprio, e offerto, non per i peccati suoi, che non poteva averne, lui sacerdote santo, innocente, immacolato, non avente parte alcuna con i peccatori (Capo VII, 26). Il pontefice ebraico entrava nel Santo dei santi una volta sola all’anno, ma tutti gli anni, ripetendo gli stessi sacrifici; Gesù Cristo. Pensano alcuni interpreti, anche assai autorevoli, che quel tabernacolo, maggiore e più perfetto, nel quale dicesi entrato Cristo, sia rappresentata la Chiesa militante, o l’Umanità santa di Cristo. Ma non so come Cristo debba passare per la Chiesa militante e molto meno possa passare per la sua Umanità. — L’una e l’altra sentenza parmi strana, è entrato in cielo una volta sola, e questa non si ripete, perché vale per tutte; e vale per tutte, perché la espiazione da Lui compiuta con il suo sangue è eterna, cioè bastevole per tutti e per tutti i secoli. Gli antichi sacrifici, quelli stessi offerti solennemente una volta all’anno dal sommo pontefice, si dovevano ripetere: ora la stessa necessità del dover ripetere quei sacrifìci, grida in altro luogo l’Apostolo, vi dimostra la loro poca efficacia, la loro impotenza di santificare gli uomini (Capo X, 2). Penso che, udendo questa dottrina dell’Apostolo, si affacci alla vostra mente una difficoltà, che è bene sciogliere. Se dal ripetersi i sacrifici nell’antica legge S. Paolo arguisce la loro poca efficacia e la loro impotenza di santificare le anime, altri potrebbe alla stessa maniera argomentare contro il sacrificio stesso di Cristo sulla croce, che ogni giorno si ripete senza numero sulla faccia della terra nel sacrificio dell’altare. Ma la risposta è facile e perentoria, o carissimi figliuoli. I sacrifici dell’antica legge erano diversi e distinti tra loro in guisa, che ciascuno era vero sacrificio da se stesso. La cosa va ben altrimenti quanto al sacrificio di Cristo consumato sulla croce e rinnovato sui nostri altari in ogni Messa, che si celebra. Noi teniamo per fede, che il sacrificio della nuova legge è un solo, quello della croce, al quale nulla si può aggiungere, nulla levare, e sovrabbonda a tutti i bisogni nostri. Nella Messa abbiamo un vero e proprio sacrificio, ma non è altro che quello stesso della croce: l’unica differenza che corre tra 1’uno e l’altro è accidentale, ossia di modo: quello della croce fu sanguinoso, questo della Messa è incruento e si compie sotto le specie del pane e del vino. La vittima che si offre, è la stessa, l’Uomo-Dio, Gesù Cristo; sul Calvario sparse visibilmente il suo sangue e morì: sull’altare sparge il sangue e muore misticamente in quanto che sotto le specie eucaristiche rappresenta veramente ciò che fece sulla croce. Sulla croce offerse e compì il suo sacrificio, sull’altare lo ripete, e quasi direi, lo prolunga e lo applica agli uomini attraverso lo spazio e il tempo. Un fiume sgorga dai fianchi delle Alpi, e scorrendo per valli e per pianure volge al mare l’ampio volume delle sue acque: esso è un solo fiume, sempre quel solo e medesimo fiume, che scaturisce dalle Alpi, che bagna le valli, che tocca le

borgate e le città che trova sulle sue sponde, che irriga le pianure, che sbocca nel mare. Così è il sacrificio del Calvario, un solo, sempre lo stesso, che sotto altra forma continua in tutti i punti dello spazio e del tempo fino all’ultimo giorno dei secoli. Ecco perché san Paolo più innanzi (X, 14) pronuncerà questa sublime sentenza: “Cristo con un solo sacrificio in perpetuo fece perfetti i santificati — Una oblatione consummavit in sempiternum sanctificatos. „ Ora torniamo al nostro commento là dove  l’abbiamo lasciato. Dopo aver detto che Cristo, eterno Pontefice, entrò nel vero Santuario, che è il cielo, una sola volta per tutte, e vi entrò col proprio sangue, offrendo a tutti per tutti i secoli una compiuta espiazione, prosegue e così ragiona: “Che se il sangue di capri e di tori ed il cenere di giovenca sparso sopra i contaminati (Nel Levitico e nei Numeri, particolarmente al c. XIX, Mosè parla a lungo di quelle che si dicono immondezze della carne od esterne. Era immondo il lebbroso e chi lo toccava: immonda la puerpera, chi toccava un cadavere, ecc. ecc. Erano immondezze materiali, non morali, ma che non permettevano a chi n’era macchiato, il consorzio civile e religioso, se non si purificava con le abluzioni o con i sacrifici prescritti, che erano molti e gravosi), santifica a purità della carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale, per lo Spirito Santo, offerse se stesso immacolato a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire al Dio vivente! „ È un argomento semplicissimo e calzante usato con gli Ebrei divenuti Cristiani. Voi tenete che il sangue delle vittime e le purificazioni stabilite da Mose vi nettino dalle immondezze legali e vi rendano possibile il consorzio civile e la partecipazione delle cose sacre, e sta bene: ora come potrete voi, dice S. Paolo, dubitare che il sangue della vittima divina, pura ed immacolata, che è Gesù Cristo, che si offerse a Dio con atto d’amore ardentissimo, prosciolga le coscienze, le anime vostre da ogni sozzura di peccato e vi renda atti a servire debitamente a Dio? Qui l’Apostolo mette in rilievo la profonda differenza che passa tra l’efficacia dei sacrifici antichi e il sacrificio di Cristo. Quelli, per se stessi, non producevano che una purificazione esterna, legale, materiale, e se producevano anche la interna, spirituale, dinanzi a Dio, era unicamente in quanto risvegliava la fede nel futuro Messia e nel suo sacrificio, doveché questo monda l’anima per virtù propria, la rende bella agli occhi di Dio, liberandola dalle opere morte, cioè dai peccati. E perché i peccati si dicono opere morte? Perché come le cose morte, i cadaveri, sono brutti a vedersi, fanno ribrezzo, gettano lezzo, e nell’antica legge rendevano immondo chi li toccava; così i peccati fanno l’anima brutta e schifosa a Dio, e a così dire lo costringono a torcere altrove gli sguardi. Purificata dai peccati, l’anima è atta a servire al Dio vivente, dice l’Apostolo, mettendo in rilievo il passaggio di stato, d’essere prima soggetta alle opere morte, e poi di poter servire a Dio vivente. “E per questo, conchiude S. Paolo il suo ragionamento, e per questo è mediatore del Testamento nuovo, acciocché, intervenutavi la morte a pagamento delle trasgressioni avvenute sotto 1’Alleanza prima, i chiamati ricevano la promessa della eredità eterna. „ – L’Apostolo spiega perché Cristo è l’autore e mediatore del nuovo Testamento, e qui lasciate, o cari, che spieghi un po’ diffusamente il valore di queste parole testamento e mediatore. Si parla assai spesso di patto, di alleanza, di testamento antico, e di patto, di alleanza e

testamento nuovo. Che vogliono dire queste parole? Qual è la ragione del loro uso nel linguaggio sacro? Dio fece promesse solenni a Noè, ad Abramo, ad Isacco, a Mosè: promesse di protezione, di beni temporali e spirituali, e soprattutto fece la gran promessa del futuro Salvatore, che sarebbe venuto dalla progenie di Abramo e dalla famiglia di Davide. Le promesse dei beni temporali, come sapete, erano legate alla condizione, che i figli di Abramo e di Giacobbe sarebbero stati fedeli alla osservanza della legge. Le promesse divina furono accettate dai patriarchi e dal popolo registrate nei Libri santi. Era un patto, un’alleanza stretta tra Dio ed il suo popolo, una specie di contratto giurato e consacrato con il sangue delle vittime immolate. L’osservanza del patto con Dio da parte del popolo portava naturalmente il diritto di avere i beni da Dio promessi, e da parte di Dio l’obbligo di darli: ecco perché; i chiamò alleanza o patto si disse poi anche testamento, perché al possesso dei beni spirituali e della vita eterna che ne è il termine ultimo, non sarebbero giunti che per la morte di Cristo. Ben è vero che gli Ebrei ebbero i beni temporali prima della morte di Cristo: ma quei beni temporali erano figura degli spirituali, e poiché questi non si potevano ottenere che per la morte di Cristo, cosi anche per ragione de primi l’economia mosaica meritamente fu detta testamento. In una parola: la disposizione che dicesi testamento, ha vigore dopo la morte del testatore, e solo dopo questa l’erede riceve il possesso della eredità: ora tutte le promesse fatte da Dio agli uomini, quanto ai beni spirituali, erano tutte necessariamente legate alla morte di Cristo, come causa meritoria, e solo alla sua morte si sarebbero dischiuse le porte dei cieli ed avuto il possesso della vita eterna, ed è perciò che Cristo si chiama mediatore del Testamento nuovo, che completa il vecchio imperfetto. S. Paolo in questo luogo e in altri chiama Cristo mediatore in termini, implicitamente poi dovunque nei Libri santi è rappresentato come mediatore. La parola mediatore per se stessa importa l’idea d’uno che sta tra due e si adopera a conciliarli tra loro. A chi meglio che a Cristo si addice la dignità di mediatore. Egli primieramente è mediatore tra Dio e l’umano genere per natura, come avvertono i Padri. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo: in Lui è perfetta la natura umana non meno della divina, e unica la persona, e questa è divina. In Lui pertanto si congiungono la natura umana e la divina per guisa ch’Egli è veramente infinito e finito, eterno e temporario, immutabile e mutabile, in una parola Dio e uomo: Egli è, come scrisse S. Gregorio Nisseno, il punto che congiunge le due sponde del finito e dell’infinito, pel quale passano tutti i doni di Dio agli uomini, e pel quale gli uomini e gli Angeli stessi, dei quali ancora è capo, vanno a Dio. In questo senso Gesù Cristo è mediatore naturale. Egli poi adempie con sovrana perfezione gli uffici tutti di mediatore. Egli, in quanto uomo, paga per noi non solo, ma alla giustizia divina offre se stesso qual vittima espiatrice e propiziatrice in modo perenne, e salva da una parte tutti i diritti della giustizia eterna, pagando della sua stessa persona in misura infinita, e dall’altra spiegando le magnificenze della sua carità, col patire e morire per gli uomini colpevoli, ond’Egli è la nostra conciliazione e la nostra pace, come insegna l’Apostolo. Carissimi! Gesù Cristo è il Figlio di Dio e di Maria: in Lui il Padre trova tutte le sue compiacenze: in Lui ama ed abbraccia tutti quelli che per fede ed amore a lui sono uniti e somiglianti: a Gesù Cristo adunque, fratel nostro secondo la carne, stringiamoci per fede viva, per salda speranza, per ardente carità: a Lui facciamoci simili nelle parole e nelle opere, e dov’Egli è, noi pure saremo.

Graduale
1 Ioann V:6; V:7-8
Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Iesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine.
[Questo è colui che è venuto con acqua e con sangue: Cristo Gesù; non con acqua soltanto, ma con acqua e con sangue.]
Alleluja

  1. Tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum et Spíritus Sanctus; et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, aqua et sanguis: et hi tres unum sunt. Allelúia, allelúia. [In cielo, tre sono i testimoni: il Padre, il Verbo, lo Spirito Santo; e i tre sono uno. In terra, tre sono i testimoni: lo Spirito, l’acqua, il sangue; e i tre sono uno. Alleluia, alleluia]
    1 Ioann V:9
    V. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei maius est. Allelúia.

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Ioánnem.
Ioann XIX:30-35
In illo témpore: Cum accepísset Iesus acétum, dixit: Consummátum est. Et inclináto cápite trádidit spíritum. Iudaei ergo – quóniam Parascéve erat -, ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati -, rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et altérius, qui crucifíxus est cum eo. Ad Iesum autem cum venissent, ut vidérunt eum iam mórtuum, non fregérunt eius crura, sed unus mílitum láncea latus eius apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit; et verum est testimónium eius.

[In quel tempo, quand’ebbe preso l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». Poi, chinato il capo, rese lo spirito. Allora i Giudei, essendo la Parascève, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era, infatti, un gran giorno quel sabato – chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e portati via. Andarono, dunque, i soldati e spezzarono le gambe al primo, e anche all’altro che era stato crocifisso con lui. Quando vennero a Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe: ma uno dei soldati gli trafisse con la lancia il costato, e subito ne uscì sangue ed acqua. Colui che ha visto ne rende testimonianza, e la sua testimonianza è veritiera.]

OMELIA

(I Domenica di Luglio)

Del Preziosissimo Sangue di N. S. G. C.

[J. Thiriet: PRONTUARIO EVANGELICO, vol. VIII, Libreria Arciv. G. Daverio, MILANO, 1917]

“Dilexit nos, et lavit nos a peccatis nostris in Sanguine suo”.

(Apoc. I, 5).

Ecco una festa che dovrebbe esserci tanto cara, ed eccitarci a grandi sentimenti di amore e di riconoscenza verso Nostro Signore Gesù Cristo. Che cosa ci ricorda? Ci ricorda l’immenso amore che Gesù Cisto ha avuto per noi. Dilexit nos… Spinse l’amor suo fino a versare il suo sangue, offrendolo all’Eterno suo Genitore in espiazione dei nostri peccati. Ha dimostrato questo suo grande amore proprio allora in cui a Dio eravamo nemici, quum inimici essemus… Inoltre questo suo sangue divino ci ha riscattati, ci ha purificati, ci ha santificati, ci ha aperte le porte del cielo: Lavit nos a peccatis nostris in sanguine suo… Consideriamo pertanto: 1. l’eccellenza e il prezzo di questo sangue divino; 2. la sua necessità pel nostro riscatto; 3. i suoi effetti meravigliosi.

1. — Eccellenza e prezzo del sangue di N. S.

1. — Da tutta l’eternità Iddio ha veduto la caduta dell’uomo: da tutta l’eternità ha parimenti veduto il rimedio ai tanti mali, che originò il fallo primo. Ha quindi accettato il Sangue del suo Unigenito Figliuolo in espiazione della ribellione, che l’uomo aveva perpetrato, peccando.

— Il sangue di Gesù Cristo è, per così dire, il compendio di tutta la Religione, perché tutto il culto si assomma nel Sacrificio, di cui l’effusione del Sangue di Cristo è la parte essenziale… Perché l’altare? Perché il calice?

— Gli antichi sacrifici, sì frequenti e sì tanto raccomandati, erano la figura del Sacrificio del Calvario: il sangue degli animali rappresentava quello della Vittima senza macchia, che solo era capace di placare lo sdegno di Dio, e di cancellare i nostri peccati. Parimenti il sangue dell’Agnello Pasquale, di cui gli Ebrei tinsero le loro porte, in tanto aveva virtù in quanto si connetteva al sangue dell’Agnello di Dio, il vero ed unico Salvatore del mondo.

— Il Sangue di Gesù Cristo è di un prezzo infinito; perché è stato formato per opera di Spirito Santo nel seno di Maria Ss. e, in virtù dell’unione ipostatica, è il sangue del Verbo di Dio, come dice S. Ireneo « Verbum Dei sanguine suo nos redemit… » È così prezioso, che una sola sua goccia vale di più che non tutti i tesori della terra, e basterebbe da sé a redimere milioni di mondi. « Non c’era proporzione tra l’iniquità dei peccatori e la santità di Colui che dava la sua vita per essi » così s’esprime S. Cirillo di Gerusalemme. E S. Giovanni Crisostomo soggiunge: « Tra Cristo e i peccatori c’era tanta distanza quanta ve n’ha tra l’immensità del mare ed una gocciolina d’acqua ».

— Ciò che ancora aumenta il prezzo del Sangue di N. S. è l’amore al Padre suo per noi. Lo ha versato tutto interamente, fino all’ultima stilla, in mezzo a tormenti atrocissimi, acciocché meglio comprendessimo l’enormità dei nostri peccati, e il pregio dell’anima nostra, e la grandezza del suo amore. Non corruptibilibus auro vel argento redempti estis, sed pretioso sanguine quasi Agni immaculati Jesus Christi— Empti enim estis pretio magno.

2. — Sua necessità per il nostro riscatto.

— Peccando, l’uomo aveva contratto un debito infinito con Dio. Né da solo, né tutti gli uomini potevano soddisfare… Qual mai tra i nati all’odio poteva presentarsi a Dio e dirgli: perdona? Ci voleva adunque una vittima di prezzo infinito, ci voleva, la vita, e il sangue di un Dio. Ecco il motivo per cui il Figlio di Dio scese sulla terra, e si fece uomo.

— Oh! i funesti effetti che cagionò il peccato!… L’uomo era caduto schiavo del demonio: l’anima sua aveva perduto la somiglianza con Dio, era diventato abbominevole a Dio…; sul suo capo s’erano chiuse le porte del cielo, s’era aperta sotto dei suoi piedi la voragine dell’inferno. Ebbene, solo il Sangue d’un Dio poteva porre riparo a sì tante rovine prodotte dal peccato… Habitavit in nobis… riscattò l’uomo, rese all’anima la primitiva sua beltà gli dischiuse le porte del cielo, gli restituì il diritto all’eredità dei figliuoli di Dio. Difatti, il Sangue prezioso di Gesù ha tutto restaurato… « mirabilius reformasti ».

— Data la nostra debolezza, di frequente, cadiamo e rinnoviamo la nostra rivolta contro Dio… Filii Israel peccatis veteribus jungentes nova. Come faremo a rientrare nella sua amicizia? Vi rientreremo per i meriti del Sangue di Gesù, che ogni giorno si offre sui nostri altari e si diffonde nelle anime nostre con la santa assoluzione… Nel tribunale di penitenza, il sangue di Gesù è il rimedio a tutte le nostre cadute, a tutte le nostre ferite: è un rimedio facile, certo, infallibile. Sull’altare, ove tquotìdie viene offerto dai sacerdoti, grida misericordia, e intercede per noi, secondo la promessa del Salvatore: Sanguis meus, qui prò vobis effundetur in remissionem peccatorum. Che sarebbe di noi, del mondo, se non ci fosse il Sangue di Gesù? Noi saremmo puniti, annientati, come furono gli uomini al tempo del diluvio, e i cittadini della Pentapoli. Il Sangue di Gesù è la nostra salvaguardia, ci protegge dalle folgori di Dio giustamente irritato contro di noi.

III. — I suoi effetti meravigliosi.

1. — In cielo. Offerto già questo sangue divino sul Calvario, e offrendosi ogni dì sui nostri altari, procaccia a Dio una gloria infinita, placa la sua giustizia, riconcilia l’uomo con lui, fa discendere tutte le grazie e tutte le benedizioni necessarie per farci santi. D’offerta e la preghiera di Gesù sono onnipossenti sul cuor di Dio: Exauditus est prò sua reveventia. Col Sangue suo versato, Gesù Cristo ha acquistato il diritto incontrastabile di signoria su di noi. Dominus meus et Deus meus. Finalmente questo Sangue divino procura altresì un aumento di gloria e di felicità alla Ss. Vergine Maria, che l’ha prestato ed offerto a Dio, dal quale ripete tutti i privilegi, di cui è stata insignita.

2. — Nel Purgatorio. Il sangue di Gesù, che ad ogni istante si offre a Dio, ha la virtù di estinguere, o diminuire le fiamme del Purgatorio, di refrigerare, di consolare, di liberare le anime che colaggiù vi sono trattenute. Come nel giorno della sua ascansione, tolse Gesù le anime giuste dal Limbo e le recò con sé in cielo, così il suo sangue prezioso che ogni dì si versa sui nostri altari, ha la possanza di liberare un gran numero di anime dal Purgatorio e di farle degne di salire al cielo.

3. — Sulla terra, a) Il sangue del Salvatore è il tesoro della S. Chiesa, sposa immacolata di Gesù, tesoro che costituisce il suo vanto, la sua gioia, la sua gloria, le sue rochezze. Fons patens domus David…. b) Distrugge l’impero di Satana e stabilisce nelle anime il regno di Gesù Cristo — c) Converte e purifica i peccatori, fortifica e santifica le anime giuste: Justificati in sanguine Christi, Salvi erimus ab ira per ipsum. Sentite con quali parole S. Giov. Crisostomo sintetizza i beneficii derivati da questo sangue divino, che, secondo la mente di S. Paolo, a noi profuse abundantiam gratiæ … « Non abbiamo solo ricevuto la quantità di grazia necessaria per cancellare il peccato, ma ne abbiamo ricevuto una quantità assai considerevole. Siamo stati liberati dal castigo, che ci attendeva, abbiamo completamente rejetto il peccato, abbiamo sepolto l’uomo vecchio, siamo stati sollevati oltre l’antico onor, siamo stati rigenerati ad una vita nuova, siamo stati giustificati, siam divenuti figli adottivi di Dio Padre, fratelli di Gesù Cristo, suoi eredi, membra del suo corpo, parte della sua carne, uniti a Lui di quell’unione, che intercede tra la testa ed il corpo. »

Conclusione. — Adoriamo profondamente il sangue prezioso di N. S. — segnatamente quando si versa sui nostri altari durante il Sacrificio della S. Messa. Ringraziamo Gesù dell’infinito amore ch’ebbe per noi, versando il suo sangue come prezzo del nostro riscatto. Rendiamogli amore per amore, viviamo per Lui, affinché possiamo meritare di essere un di’ fra coloro che … laverunt stolas suas  et dealbaverunt eas in sanguine agni.

Credo

Offertorium
Orémus
1 Cor X:16
Calix benedictiónis, cui benedícimus, nonne communicátio sánguinis Christi est? et panis, quem frángimus, nonne participátio córporis Dómini est? [Il calice dell’eucarestia che noi benediciamo non è forse comunione del sangue di Cristo? Il pane che noi spezziamo non è forse comunione col corpo di Cristo].

Secreta
Per hæc divína mystéria, ad novi, quǽsumus, Testaménti mediatórem Iesum accedámus: et super altária tua, Dómine virtútum, aspersiónem sánguinis mélius loquéntem, quam Abel, innovémus. [O Dio onnipotente, concedi a noi, per questi divini misteri, di accostarci a Gesù, mediatore della nuova alleanza, e di rinnovare sopra il tuo altare l’effusione del suo sangue, che ha voce più benigna del sangue di Abele.]

Communio
Hebr 9:28
Christus semel oblítus est ad multórum exhauriénda peccáta: secúndo sine peccáto apparébit exspectántibus se in salútem. [Il Cristo è stato offerto una volta per sempre: fu quando ha tolto i peccati di lutti. Egli apparirà, senza peccato, per la seconda volta: e allora darà la salvezza ad ognuno che lo attende.]

Postcommunio
Orémus.
Ad sacram, Dómine, mensam admíssi, háusimus aquas in gáudio de fóntibus Salvatóris: sanguis eius fiat nobis, quǽsumus, fons aquæ in vitam ætérnam saliéntis:
[Ammessi, Signore, alla santa mensa abbiamo attinto con gioia le acque dalle sorgenti del Salvatore: il suo sangue sia per noi sorgente di acqua viva per la vita eterna:]

DOMENICA VI dopo PENTECOSTE (2018)

DOMENICA VI DOPO PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVII:8-9 Dóminus fortitudo plebis suæ, et protéctor salutárium Christi sui est: salvum fac pópulum tuum, Dómine, et benedic hereditáti tuæ, et rege eos usque in sæculum. [Il Signore è la forza del suo popolo, e presidio salutare per il suo Unto: salva, o Signore, il tuo popolo, e benedici i tuoi figli, e govérnali fino alla fine dei secoli.]

Ps XXVII: 1 Ad te, Dómine, clamábo, Deus meus, ne síleas a me: ne quando táceas a me, et assimilábor descendéntibus in lacum. [O Signore, Te invoco, o mio Dio: non startene muto con me, perché col tuo silenzio io non assomigli a coloro che discendono nella tomba.]

Dóminus fortitudo plebis suæ, et protéctor salutárium Christi sui est: salvum fac pópulum tuum, Dómine, et benedic hereditáti tuæ, et rege eos usque in sæculum. [Il Signore è la forza del suo popolo, e presidio salutare per il suo Unto: salva, o Signore, il tuo popolo, e benedici i tuoi figli, e govérnali fino alla fine dei secoli.]

Oratio

Orémus.

Deus virtútum, cujus est totum quod est óptimum: ínsere pectóribus nostris amórem tui nóminis, et præsta in nobis religiónis augméntum; ut, quæ sunt bona, nútrias, ac pietátis stúdio, quæ sunt nutríta, custódias. [O Dio onnipotente, cui appartiene tutto quanto è ottimo: infondi nei nostri cuori l’amore del tuo nome, e accresci in noi la virtú della religione; affinché quanto di buono è in noi Tu lo nutra e, con la pratica della pietà, conservi quanto hai nutrito.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom. VI: 3-11

“Fratres: Quicúmque baptizáti sumus in Christo Jesu, in morte ipsíus baptizáti sumus. Consepúlti enim sumus cum illo per baptísmum in mortem: ut, quómodo Christus surréxit a mórtuis per glóriam Patris, ita et nos in novitáte vitæ ambulémus. Si enim complantáti facti sumus similitúdini mortis ejus: simul et resurrectiónis érimus. Hoc sciéntes, quia vetus homo noster simul crucifíxus est: ut destruátur corpus peccáti, et ultra non serviámus peccáto. Qui enim mórtuus est, justificátus est a peccáto. Si autem mórtui sumus cum Christo: crédimus, quia simul étiam vivémus cum Christo: sciéntes, quod Christus resurgens ex mórtuis, jam non móritur, mors illi ultra non dominábitur. Quod enim mórtuus est peccáto, mórtuus est semel: quod autem vivit, vivit Deo. Ita et vos existimáte, vos mórtuos quidem esse peccáto, vivéntes autem Deo, in Christo Jesu, Dómino nostro”.

Omelia I

[Mons. Bonomelli: Omelie, vol. III, Torino 1899, impr. – Omelia XIII]

“Tutti quanti siamo stati battezzati in Gesù Cristo, siamo stati battezzati nella morte. Noi dunque siamo stati con Lui seppelliti per il battesimo, a morte; affinché, come Cristo è risuscitato dai morti per la gloria del Padre, similmente noi pure camminiamo nella vita nuova: perché se siamo stati innestati con Cristo alla conformità della sua morte, certo lo saremo ancora a quella della sua risurrezione. Sapendo questo, che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con Lui, affinché il corpo del peccato sia annullato, sicché noi non serviamo più al peccato, perché chi è morto è sciolto dal peccato. Ora se noi siamo morti con Cristo, crediamo che vivremo altresì con Lui. Sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più signoria sopra di Lui. Perché quanto all’essere morto per il peccato, Egli morì una volta: quanto al vivere, Egli vive a Dio. Così anche voi fate conto di essere bensì morti al peccato, ma di vivere a Dio in Gesù Cristo Signor nostro „ (Ai Rom. VI, 3-11).

– Delle quattordici lettere di S. Paolo, per sentenza unanime degli interpreti, la più importante e più difficile ad intendersi è quella indirizzata ai Romani, perché in essa il grande Apostolo tratta diffusamente della vocazione alla fede, della grazia divina e della sua gratuità, della rinnovazione che si opera per il santo Battesimo, del peccato originale e d’altri punti capitalissimi di dottrina cristiana. Il brano, che vi ho recitato, si legge nel capo sesto di questa epistola ai Romani. Esso riguarda ai doveri, che hanno i battezzati di morire al peccato e di vivere a Cristo, nel che si compendia tutta la sapienza pratica del Vangelo. È un argomento della più alta importanza, ma non facile a spiegarsi, attesa la forma concisa e serrata propria dell’Apostolo. La vostra attenzione renda a me più agevole la chiusa delle sentenze riportate ed a voi più fruttuoso l’apprenderne il senso. “Tutti quanti siamo stati battezzati in Cristo, fummo battezzati nella morte di Lui. „ Punto principalissimo della dottrina di Cristo, svolto in tutte le forme da san Paolo, è questo: noi siamo riconciliati a Dio per la fede in Gesù Cristo, e questo è dono totalmente gratuito, al quale, per nessun titolo avevamo diritto; e la larghezza di questo dono apparisce mirabilmente più grande se consideriamo lo stato di colpa universale, in cui tutti, senza eccezione, Giudei e Gentili ci trovavamo. Ora noi siamo battezzati, che è quanto dire siamo passati dallo stato di morte allo stato di vita, e tutto ciò per Gesù Cristo. Ma che vuol dire questa frase di san Paolo, ” fummo battezzati nella morte di Cristo? „ Noi sappiamo che al tempo degli Apostoli e dopo essi per molti secoli, cioè fino al tempo di S. Tommaso, il Battesimo solevasi amministrare quasi sempre per immersione: la persona tutta era immersa nell’acqua, anche il capo: in quest’atto o rito il battezzato rappresentava la morte e la sepoltura di Cristo, come nell’atto e nel rito di uscire dall’acqua rappresentava la sua risurrezione. Cristo, morendo sulla croce, cessò di vivere alla vita di prima, cioè al peccato del quale era schiavo; Cristo, uscendo dal sepolcro, rivive, ma di una vita nuova, immortale; così il battezzato uscendo dall’acqua deve ricominciare una vita nuova, spirituale, santa. Come Cristo lasciò nel sepolcro, a così dire, la vita sua passibile e mortale, così il battezzato lascia nell’acqua del Battesimo il peccato e tutte le opere del peccato. – È ciò che S. Paolo più chiaramente sviluppa nel versetto seguente: “Fummo sepolti con Cristo nel Battesimo, affinché come Cristo risuscitò dai morti, a gloria del Padre, così noi pure camminassimo in una vita nuova. „ Chi è desso il ristiano? domandava a se stesso Tertulliano, e rispondeva con frase ardita sì, ma vera ed incisiva: Alter Christus. Egli è un altro Cristo, una copia fedele di Cristo in ogni cosa. Tutto ciò che avvenne in Cristo, dice S. Agostino, ragguagliata ogni cosa, deve ripetersi nel suo vero discepolo: Cristo morì in croce alla vita naturale del corpo, e tu devi morire nel Battesimo al peccato, alle passioni, ai piaceri illeciti della carne, cioè devi essere a tutte queste cose quello che è un morto, che non se ne cura, non le vede, non le ama. Cristo risuscitò, rifiorente d’una immortale giovinezza: e tu devi uscire dalle acque del Battesimo rifatto, nei pensieri, nelle parole, nelle opere uomo nuovo, nuova creatura; e camminare per la via nuova della virtù e della santità. Cristo risuscitò e con la sua risurrezione ci provò la santità della sua dottrina e manifestò la gloria sua e la gloria del Padre, che l’aveva mandato: così tu, rinnovato nel Battesimo, con la tua vita, modellata su quella di Cristo, farai in te stesso testimonianza alla santità della Dottrina che professi, e renderai gloria a Dio, giacché gli uomini, come dice altrove Gesù Cristo stesso, vedendo le opere tue buone ed affatto nuove, frutto della tua fede, riconosceranno la grandezza e santità di Colui del quale sei discepolo, e glorificheranno Dio. In altre parole più brevi e forse più chiare, per il Battesimo (l’Apostolo parlava ad adulti) deve cessare in noi il peccato e la vita antica, vita schiava delle passioni, e deve cominciare la grazia e la vita nuova, la vita di Cristo. – Oh piacesse a Dio, che queste maschie verità penetrassero negli animi nostri e informassero la nostra condotta! Persuadiamocene bene, o dilettissimi, che il bisogno è grande in ogni classe di persone: la vera vita cristiana non sta in parole, in proteste, in pratiche esterne, in novene, in tridui, in processioni, in luminarie, in feste, in pellegrinaggi clamorosi, ma nelle opere della vita cristiana, nell’imitazione di Gesù Cristo, l’eterno modello di ogni perfezione. Tutte quelle pratiche esterne sono buone, commendevoli senza dubbio, ma sono mezzi e non fine, e intanto si hanno da fare in quanto ci conducono al fine, cioè alla pratica delle virtù cristiane. Se in noi non appare la vita di Gesù Cristo, cioè se in noi non risplendono le virtù di Gesù Cristo, tutte quelle pratiche religiose non giovano a nulla, sono una contraddizione manifesta e in qualche modo sono la nostra condanna. Ribadisco questa grande verità perché mi sembra che grande ne sia il bisogno. – S. Paolo ribadisce questa verità nel versetto che segue, scrivendo: “Se siamo stati innestati alla conformità della morte di Cristo, lo saremo eziandio a quella della risurrezione. „ Scopo dell’Apostolo è sempre quello di stabilire la unione intima di Cristo e dell’anima per Lui rigenerata e quella identità di vita, che forma la vera nostra grandezza, e che il divino Maestro espresse stupendamente allorché nel discorso dell’ultima Cena disse: Io sono la vite e voi siete i tralci: come il tralcio non può dare frutto alcuno, se non rimane unito alla vite, così voi pure se non rimarrete uniti a me. Osservate, dice S. Paolo, ciò che avviene nell’albero: se sopra quest’albero si inseriscono rami d’altri alberi, questi rami succhiano l’umore dell’albero, su cui sono innestati, di esso vivono e vigoreggiano e formano con l’albero stesso una sola cosa: così deve avvenire anche di noi, rami inseriti nell’albero della Vite divina, che è Gesù Cristo. Inseriti in Lui per il santo battesimo, siamo simili in ogni cosa a Lui, viviamo a Lui e con Lui, e produciamo i suoi frutti stessi. Che avverrà? Morti all’albero antico, da cui siamo tagliati, cioè all’uomo vecchio, ad Adamo peccatore per il battesimo e inseriti nell’albero della vita divina che è Cristo, con Cristo vivremo e risorgeremo: Si enim complantati facti sumus similitudini mortis ejus, sìmul et resurrectionìs erimus. Vedi: d’inverno l’albero si spoglia dell’ammanto delle sue frondi, e con ‘albero i rami, che sembrano morti: ritorna la bella stagione: l’aria si intiepidisce, il sole vibra più ardenti i suoi raggi, l’albero si desta dalla sua morte apparente, rifonde la vita nei rami, che tosto si ricoprono di foglie e di fiori e albero e rami insieme rivivono: così avverrà a noi, o cari, se saremo inseriti nell’albero della vite vera, che è Gesù Cristo; come Egli già risuscitò, noi pure risusciteremo e con Lui vivremo eternamente. Oh la bella e consolante dottrina dell’Apostolo! Inseriti in Cristo, risuscitiamo prima alla vita della grazia e per la grazia abbiamo in noi il germe felice della finale risurrezione anche del corpo: Sìmul et resurrectionis erimus. – Troppo preme all’Apostolo far comprendere ai fedeli di Roma il mistero della morte nostra per il Battesimo, e quindi della conseguente nostra risurrezione in Cristo, e perciò vi torna sopra nei versetti seguenti: “Questi ben sapendo, che il nostro vecchio uomo è stato con Lui (Cristo) crocifisso, affinché il corpo del peccato sia annientato. „ Voi, o fedeli, sapendo queste cose, cioè che noi siamo per il Battesimo morti al peccato, inseriti Cristo e che dobbiamo vivere una vita nuova, la vita stessa di Cristo, dovete anche sapere che il nostro uomo vecchio è crocifisso con Cristo. E che è questo uomo vecchio, del quale qui ed altrove si parla dall’Apostolo? Lo dissi altra volta, ma non sarà inutile ripeterlo qui. L’uomo vecchio, l’uomo fuor d’uso, l’uomo esterno, espressione che si trova nel solo S. Paolo, è detto per opposizione all’uomo nuovo, ossia rinnovato per Cristo. Il nuovo fu quello, che uscì pel primo dalle mani di Dio, come nuova dicesi quella casa, appena fabbricata dall’architetto: uomo vecchio è quello che vien dopo, che per ragione di tempo o per altre cause è guastato, come dicesi vecchia la casa, che ha bisogno d’essere ristorata. Adamo innocente era l’uomo nuovo: Adamo peccatore è l’uomo vecchio e uomo vecchio è ogni peccatore che viene da lui con il peccato d’origine e con gli altri peccati a quello aggiunti. Il vecchio uomo pertanto qui importa ogni uomo, guasto dal peccato originale, schiavo delle passioni e delle malvagie abitudini contratte. Or bene, dice san Paolo, sappiatelo bene: quest’uomo corrotto fu confitto alla croce con Cristo, cioè ucciso con Cristo nel Battesimo, e lo deve essere ogni giorno per la grazia di Cristo, in quanto ché ogni giorno noi dobbiamo combatterlo, crocifiggendo, e se fosse possibile, uccidendo tutte le sue perverse voglie. Che cosa deve fare ogni giorno il vero discepolo di Gesù Cristo? combattere e soggiogare le proprie passioni: ecco che cosa vuol dire crocifiggere con Cristo l’uomo vecchio; come Cristo confisse il suo corpo alla croce, così noi dobbiamo mettere in croce le nostre passioni : è tutta qui la sapienza di Cristo, l’insegnamento del Vangelo. E se ciò faremo, quale ne sarà la conseguenza? “Il corpo del peccato sarà annientato, „ Ut evacuetur corpus peccati. Questo corpo del peccato, di cui parla S. Paolo, può significare il cumulo dei peccati, onde ciascuno è aggravato, o meglio il corpo stesso in quanto che in esso si annida la concupiscenza, radice di tutti i peccati, e in questo senso è lo strumento ed anche l’incentivo dei peccati stessi. – Forse che s’intende che il corpo debba essere distrutto? No, per fermo, giacché l’Apostolo in altro luogo vuole che il corpo serva alla giustizia, a Dio, come prima ha servito all’iniquità: il corpo del peccato si dice dover essere annientato, cioè il corpo, ora strumento di peccato, deve essere sciolto da questo servaggio, diventando strumento della virtù: “Ut evacuetur corpus delinquentiæ per emendationem vitæ, non per interitum substantiæ”, disse sapientemente Tertulliano (De Besurr. Carnis, c. 47, apud A Lapide). Quando avremo crocifisso l’uomo vecchio, e annientato il corpo del peccato, che è la stessa cosa, allora noi non serviremo al peccato: “Et ultra non serviamus peccato”. Il nostro corpo, lo disse il maggiore dei filosofi pagani, è simile ad un destriero: questo ubbidisce a chi lo cavalca, e va dove esso vuole che vada. Se l’anima è rigenerata da Cristo, informata dalla sua grazia, il corpo ubbidisce ad essa e si presta alle opere di vita: se per contrario l’anima è in balia delle passioni e serva del peccato, il corpo fa opere di peccato. E qui l’Apostolo in una sentenza piena di energia compendia tutta la dottrina esposta in questi versetti, dicendo: “Chi è morto è sciolto dal peccato. „ Noi, nel Battesimo, dando il nostro nome a Cristo e venendo innestati in Lui, non abbiamo più nulla a fare col peccato: in faccia al peccato siamo come i morti rispetto alle cose che li circondano: per essi sono come se non fossero. E per tenerci all’altra immagine di S. Paolo, noi siamo rami tagliati da un albero per essere innestati nell’albero della vita, che è Gesù Cristo. Questi rami tagliati dall’albero sono morti totalmente all’albero stesso, né più possono produrre frutti innestati in un altro albero, possono vivere e fruttificare, ma vivono e fruttificano del nuovo albero. Similmente noi; dopo il Battesimo non dobbiamo più vivere di Adamo, cioè dell’uomo peccatore e far le opere sue, ma vivere di Cristo e fare le opere di Cristo. Questa sentenza sì profonda e sì forte dell’Apostolo ci stia fitta nell’animo. – Rigenerati in Cristo, viventi di Lui, non dobbiamo curarci del mondo, né dei suoi piaceri: tra noi e lui non ci debbono essere rapporti: egli è morto a noi e noi a lui. Il ramo che è innestato in un albero e vive di esso ed in esso, cerca egli forse di separarsi da questo per ritornare ancora all’albero antico, da cui fu reciso? Certamente no, e se lo facesse, per esso varrebbe quanto il disseccare ed il perire. Questa è la dottrina dell’Apostolo ed il succo del Vangelo: noi, che ora apparteniamo a Gesù Cristo per il Battesimo, dovremmo essere come morti all’amore sregolato del mondo e delle mondane cose: questo il nostro dovere. È così anche nel fatto? La nostra condotta è conforme alla nostra vocazione? Ohimè! quanto siamo lontani da questo sublime ideale del vero cristiano tratteggiato da S. Paolo. Col pensiero, con l’affetto sempre volti alle cose della terra, queste amiamo, queste cerchiamo, per queste viviamo, in queste collochiamo le nostre gioie, il nostro fine: a Gesù Cristo ed alle cose del cielo, noi, cristiani, raramente pensiamo, se pure qualche volta vi pensiamo. Quasi continuamente intesi ad accarezzare il corpo ed appagarne le voglie malnate, dimentichiamo il dovere che abbiamo di crocifiggerlo, di farlo morire al peccato! Eppure a questo si riduce tutta la vocazione e l’opera del Cristiano, e se non lo facciamo, non siamo Cristiani che di nome. – “Se dunque siamo morti con Cristo, crediamo, eziandio che vivremo insieme con Cristo. ,, È la conclusione naturale delle cose sopra accennate: se saremo imitatori di Cristo, nel far morire il nostro corpo ai piaceri terreni, avremo comune con Cristo la vita futura. Voi vedete che l’Apostolo con la somma cura con cui cerca porci sotto gli occhi i sacrifici che dobbiamo fare per la virtù, per l’imitazione di Cristo, ci ricorda anche il premio e la corona riserbata, e come tutto Egli consideri sempre in rapporto a Cristo. – “Sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più signoria sopra di Lui .. Quest’altro versetto si lega col primo e vuol dire che vivremo con Cristo. Quanto? Per sempre, perché Cristo è risorto per non ricadere più mai in potere della morte, che ha vinto. E prosegue, svolgendo meglio questo pensiero: Perché quanto all’essere morto per il peccato, Cristo morì una sola volta al peccato, una sola volta per sempre: così noi, morti una volta al peccato; fatta una volta la rinuncia al mondo e alle opere sue, dovremmo essere morti per sempre, e la rinuncia fatta una volta al mondo, non dovrebbe più aver bisogno d’essere rinnovata; e come Cristo, risorto una volta, è risorto per sempre e sempre vivrà nella gloria, così noi pure, resuscitati a Dio con la grazia, viventi in Cristo, dovremmo vivere in Lui per sempre e non ricadere più mai in balia della morte, ritornando al peccato. Eccoci all’ultimo versetto della nostra epistola: “Così ancor voi fate conto d’essere morti al peccato, ma di vivere a Dio in Gesù Cristo Signor nostro. „ Dopo avere esposta la dottrina evangelica, sì teorica come pratica in genere, l’Apostolo si rivolge direttamente e particolarmente ai fedeli, ai quali scrive e dice: “Ora a voi, o carissimi, applicare l’insegnamento che vi ho dato. Secondo le vostre forze studiatevi d’essere sempre morti al peccato e sempre vivi soltanto a Dio, ad imitazione di Gesù Cristo, o forse meglio, mercé l’aiuto di Gesù Cristo Signore nostro. „ – S. Paolo in tutti questi versetti, che abbiamo commentati, con linguaggio poetico ci rappresenta la virtù e il vizio, come due esseri viventi, che combattono tra loro, e si contendono tra loro la signoria del cuore dell’uomo. Questo sta in mezzo ai due contendenti, libero di darsi all’uno od all’altro; se si getta dal lato del vizio, diventa schiavo delle passioni, che militano nel corpo, vive della vita del corpo e muore per sempre a Dio; se per contrario si mette dalla parte della virtù, della santità, di Cristo, diventa figlio di Dio, muore al mondo e vive per sempre a Cristo. La scelta è inevitabile, e così l’uomo è l’artefice della propria sorte, o eternamente infelice col peccato, o eternamente beata con la virtù in Cristo. O morire a Dio per vivere col peccato; o morire al mondo per vivere con la grazia: non c’è via di mezzo, e tra i due è forza scegliere. A quale dei due, che domandano l’ingresso del nostro cuore, porgeremo noi le chiavi? Al peccato od alla virtù? Al mondo o a Cristo? A chi col piacere presente ci porta la morte eterna, o a chi col dolore passeggero ci offre la vita eterna? Voi non potete stare in forse un solo istante; la vostra scelta è fatta: voi vi schierate sotto la bandiera della virtù, che è la bandiera di Gesù Cristo, perché con Lui solo vi è la vita!

Graduale

Ps LXXXIX:13; LXXXIX:1 Convértere, Dómine, aliquántulum, et deprecáre super servos tuos. V. Dómine, refúgium factus es nobis, a generatióne et progénie. Allelúja, allelúja. [Vòlgiti un po’ a noi, o Signore, e plàcati con i tuoi servi. V. Signore, Tu sei il nostro rifugio, di generazione in generazione. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XXX: 2-3 In te, Dómine, sperávi, non confúndar in ætérnum: in justítia tua líbera me et éripe me: inclína ad me aurem tuam, accélera, ut erípias me. Allelúja. [Te, o Signore, ho sperato, ch’io non sia confuso in eterno: nella tua giustizia líberami e allontanami dal male: porgi a me il tuo orecchio, affrettati a liberarmi Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Marcum.

Marc. VIII:1-9 In illo témpore: Cum turba multa esset cum Jesu, nec haberent, quod manducárent, convocatis discípulis, ait illis: Miséreor super turbam: quia ecce jam tríduo sústinent me, nec habent quod mandúcent: et si dimísero eos jejúnos in domum suam, defícient in via: quidam enim ex eis de longe venérunt. Et respondérunt ei discípuli sui: Unde illos quis póterit hic saturáre pánibus in solitúdine? Et interrogávit eos: Quot panes habétis? Qui dixérunt: Septem. Et præcépit turbæ discúmbere super terram. Et accípiens septem panes, grátias agens fregit, et dabat discípulis suis, ut appónerent, et apposuérunt turbæ. Et habébant piscículos paucos: et ipsos benedíxit, et jussit appóni. Et manducavérunt, et saturáti sunt, et sustulérunt quod superáverat de fragméntis, septem sportas. Erant autem qui manducáverant, quasi quatuor mília: et dimísit eos.

Omelia II

[G. Bonomelli, ut supra, om. XIV]

“Essendosi radunata grande moltitudini, né avendo che mangiare, Gesù, chiamati a sè i discepoli, disse loro: Questa gente mi fa pietà, perché da tre giorni rimane presso di me e non hanno che mangiare. E se li rimando digiuni a casa loro, verranno meno per via, giacché alcuni di loro sono venuti da lontano. Ma i suoi discepoli gli risposero: Donde potrebbe alcuno, qui nel deserto, satollare costoro di pane? Ed Egli domandò loro: Quanti pani avete? Essi dissero: Sette. Allora Egli comandò alla moltitudine di sedersi in terra, e, presi i sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai suoi discepoli, affinché li ponessero innanzi a quella, e così fecero. Avevano anche alcuni pochi pesciolini, e benedettili, comandò di porli loro innanzi. E mangiarono e furono sazi, e levarono degli avanzi di frusti sette sporte. Ora quelli che avevano mangiato erano circa quattromila: quindi li accommiatò „ (S. Marco, VIII, 1-9).

Due volte Gesù Cristo operò la moltiplicazione del pane, e ambedue le volte in Galilea, sulle rive del lago di Genesaret, e quasi nello stesso luogo. La prima volta Egli moltiplicò cinque pani d’orzo e due pesci, satollando circa cinque mila persone, senza tener conto delle donne e dei fanciulli, e questo fatto è narrato da S. Matteo, nel capo XIV, da San Marco, nel capo IV, da S. Luca, nel capo IX, e finalmente anche da S. Giovanni, nel capo VI. Quest’ultimo, che a studio omette quasi sempre ciò che è narrato dagli altri Evangelisti, riferì questo miracolo all’intento di riportare la promessa della Eucaristia, che fa seguito, omessa da quelli. Il secondo miracolo fu fatto da Gesù Cristo non molto dopo, ed è riferito solamente da S. Matteo, al capo XV, e nell’VIII da S. Marco, che ho riportato.Alcuni furono d’avviso che le due moltiplicazioni del pane fossero una sola, ma ciò è manifestamente falso, perché S, Matteo e san Marco avrebbero narrato due volte lo stesso fatto e con circostanze differenti, cosa affatto impossibile. Oltreché i particolari della seconda moltiplicazione presso S. Matteo e S. Marco non si possono comporre con la prima descritta da S. Luca e S. Giovanni; in questa si parla di cinque pani e due pesci moltiplicati, e di dodici canestri di avanzi raccolti, in quella di sette pani e pochi pesciolini, e di sette sporte di avanzi. Nessun dubbio pertanto che questo miracolo è distinto dall’altro e avvenuto qualche mese appresso, come non sarebbe difficile mostrare, raffrontando tra loro gli Evangelisti. Mandata innanzi questa breve avvertenza, vi piaccia seguirmi, non nella interpretazione del testo, che è chiarissimo, ma nelle applicazioni morali, che verranno a proposito. Gesù, accompagnato sempre dai suoi Apostoli, era stato sui confini della Fenicia, presso Tiro e Sidone, dove aveva risanata la figlia d’una donna cananea: di là, attraversata la Galilea, era ritornato sulle rive del suo lago prediletto di Tiberiade o Genesaret. Colà una gran moltitudine lo seguiva da tre giorni, attratta dai miracoli che operava, e rapita dalla sua parola. Gesù, vedendo quella folla, che lo seguiva con tanto amore e che non aveva che mangiare, chiamati a sé gli Apostoli, disse loro: Questa gente mi fa pietà, perché da tre giorni rimane presso di me e non hanno che mangiare. „ Noi, popoli occidentali, difficilmente possiamo formarci un’idea dei costumi orientali: per noi queste moltitudini di uomini, di donne e di fanciulli, che per tre giorni seguono il divino Maestro in luoghi lontani dall’abitato, presentano un fatto strano e quasi impossibile; ma se teniamo conto di quel clima, che nella maggior parte dell’anno permette di passare anche la notte in aperta campagna. Se poniamo mente a ciò che in quei paesi avviene anche al giorno d’oggi, non troveremo difficile ad intendersi ciò che si narra delle turbe che seguivano Cristo. Popoli, nei quali il sentimento religioso era profondo e potentissimo e fermentava l’idea del Messia aspettato, e nei quali le abitudini quasi nomadi non erano affatto dimenticate; popoli, che si erano sì fortemente scossi alla parola di Giovanni, e che ora udivano quella ammaliante di Cristo e vedevano i suoi miracoli, non potevano non levarsi in massa e seguitarlo dovunque con sacro entusiasmo. Nei nostri grandi pellegrinaggi possiamo avere una pallida immagine di ciò che avveniva a quei giorni intorno a Cristo. Quella moltitudine portava seco qualche provvisione di viveri, ma questa doveva essere interamente consumata, allorché Gesù, chiamati a sé gli Apostoli, esce in quelle parole piene d’ineffabile tenerezza: “Questa gente mi fa pietà, „ Misereor super turbam. E perché Gesù sente sì vivamente pietà di questa turba, che lo segue? Rende quattro ragioni semplicissime: “Perché da tre giorni questa gente rimane presso di me: perché non hanno da mangiare: perché se dovessero ritornare a casa così digiuni, verrebbero meno per via, e perché molti di loro sono venuti da lontani paesi. „

Quanta semplicità! quanta naturalezza di linguaggio! quanta bontà e soavità di affetto, quando si pensa, che Colui che parla in questo modo agli Apostoli e parla del popolo sofferente, è il Figlio di Dio, il Creatore dell’universo, il Salvatore del mondo, noi ci sentianio sopraffatti dalla meraviglia, la mente si smarrisce, vien meno la parola e sentiamo il bisogno di raccomandarci alla fede. Che cosa dobbiamo apprendere da Gesù? Che cosa ci insegna questo popolo, che per udire il divino Maestro, non bada a disagio di cammino e dimentica persino il bisogno naturale del cibo? Da Gesù, noi che teniamo una autorità qualunque, dobbiamo imparare la dolcezza, l’affabilità, la benignità, lo spirito di compatimento e di indulgenza verso quelli, che ci sono soggetti, quelli che soffrono, verso tutti i deboli ed i poveri. Sulla terra non c’è spettacolo più bello e più commovente quanto quello d’una autorità, che si china verso i sofferenti ed i piccoli, li ama, li soccorre e tratta con essi come se fossero eguali. Questa autorità non si abbassa, ma si innalza, non perde del suo decoro, ma lo accresce, più che farsi temere e rispettare si fa amare. Gesù ne è il modello più perfetto! Vedetelo in mezzo a quei poveri e rozzi pescatori, che erano i suoi Apostoli! Discorre con loro: li interroga, quasi li consulta ed apre con essi il suo cuore come un padre con i figli, che gli fanno corona; esprime i sensi del suo cuore, tocco di compassione alla vista di quella folla che soffre la fame, che ha fatto lungo viaggio: Misereor super turbarti. “Questa povera gente mi fa pietà! „ In queste parole sì semplici e sì care noi sentiamo, a così dire, oscillare il cuore di Gesù! Imitiamolo. Il popolo, che con tanta costanza e tanto suo disagio segue Gesù Cristo, ci insegna molte cose. Primieramente ci insegna, che in generale non sono i ricchi, i dotti, i grandi quelli che seguono Gesù Cristo; in mezzo a quella folla pare che non ve ne fossero; essi amano i comodi, gli agi, sdegnano di farsi discepoli: l’orgoglio li gonfia e non lascia loro vedere la verità, che entra soltanto nelle anime semplici ed umili; ciò che avveniva intorno a Cristo si ripete anche in oggi nella sua Chiesa. In secondo luogo quel popolo, che seguitava Gesù Cristo sulle rive del lago e fino nel deserto, soffrendo la fame per udire la sua parola, ci insegna come noi pure dobbiamo essere solleciti in accorrere al tempio per udire la stessa parola annunziata dai suoi ministri. Qual confronto tra noi e quel buon popolo! Esso per udire il divino Maestro doveva lasciare le sue case, i suoi campi, viaggiare lungamente, sfidare le intemperie della stagione, passare la notte senza un tetto amico, che l’accogliesse: noi l’abbiamo a pochi passi delle nostre case, a tutto nostro agio possiamo udirlo, eppure tante volte per ogni lieve motivo e spesso senza motivo trascuriamo di udirlo, di visitarlo nelle sue chiese! Quale vergogna e quale condanna per noi! – Quel popolo finalmente ci insegna, che chi segue Gesù Cristo riceve la mercede: esso non solo udì dalla sua bocca le verità celesti, che nutrono l’anima, ma fu fatto degno di vedere uno strepitoso miracolo e di ricevere un pane, che nutrisse anche i corpi. Giacché l’amabile Gesù, scrive S. Girolamo, dopo di avere risanato molti infermi, che gli erano stati presentati, ed ammaestrata quella moltitudine, volle miracolosamente sfamarla: Vult pascere quos curaverat et, ablatis debìlitatibus, jam sanis offerre cibos (in hunc locum, apud A Lapide). Gesù aveva detto agli Apostoli, che gli stavano intorno, che quella gente gli faceva pietà: che non gli reggeva il cuore rimandarli a casa così digiuni. Era un dir loro, che sentiva il bisogno di provvedere alle loro necessità in uno di quei modi, che alla sua onnipotenza non mancavano. Qualche tempo prima, in quei luoghi stessi aveva moltiplicato i cinque pani e i due pesci, e gli Apostoli non potevano aver dimenticato quel miracolo, che aveva ricolme le turbe di meraviglia per guisa, che volevano a forza dichiararlo loro re. Parea dunque, che, udite quelle parole, gli Apostoli dovessero rispondere prontamente a Gesù: “Maestro, tutto tu puoi: altra volta tu saziasti miracolosamente una grande moltitudine, noi lo ricordiamo e ne fummo testimoni. Ebbene: che ti costa rinnovare quel miracolo? Non altro che il volerlo. Tu senti pietà di questa gente che ha fame: seconda il tuo cuore, e rimandala nutrita, te ne preghiamo. „ Eppure nessuno di quegli Apostoli volse a Gesù una preghiera a favore di quella turba affamata: essi si limitarono a dare questa risposta al Maestro: “Donde potrebbe alcuno, qui nel deserto, saziare costoro di pane? „ Essi dichiaravano semplicemente, essere impossibile avere tanto pane in quel luogo deserto da nutrire tanta moltitudine, ed era questa dichiarazione che Gesù voleva dalla loro bocca, affinché riconoscessero essi medesimi il miracolo ch’era per operare. Perciò, rivolto verso di loro, disse: “Quanti pani avete? Essi risposero: Sette. „ Sembra che questi sette pani li portassero seco gli Apostoli, qual provvigione ai più urgenti bisogni, giacché la domanda è fatta a loro in guisa da farci comprendere, che questi pani erano loro proprietà: “Quanti pani . avete? „ – Leggendo queste cose nel Vangelo, la nostra mente, quasi senza accorgercene, corre a confronti, che possono essere istruttivi. Gli Apostoli formavano una famiglia abbastanza numerosa, della quale Gesù Cristo era naturalmente il capo. Essa non possedeva perfettamente nulla, e il suo capo divino altamente protestava di non avere un palmo di terra il che fosse suo e sul quale potesse adagiare la testa. Ridottosi in quel deserto con i suoi cari, trova che tutte le provvigioni per sé e per essi si riducono a sette pani! Possiamo immaginare strettezze e povertà di queste maggiori? Carissimi! quando le angustie della povertà vi assediano e vi premono, al termine d’una lunga giornata di lavoro ritornate alle vostre case, e trovate il vostro desco poveramente imbandito, non vi lagnate della vostra sorte, non fate offesa alla Provvidenza, non levate la voce contro il mondo, contro i ricchi, che nuotano nell’abbondanza, no, mai; pensate a Gesù, che nel deserto al chiudersi d’un giorno di grandi fatiche, non aveva un tetto ospitale, che lo accogliesse, non un giaciglio, su cui riposare, e solo sette pani da dividere con i suoi cari Apostoli. Ah! il contadino e l’operaio, che conservano la fede, che pensano alla vita sì travagliosa e sì povera di Gesù, nel suo esempio attingeranno sempre un conforto, che tutti i discorsi e tutti i libri dei dotti non potranno mai dare. – A taluno di voi recherà meraviglia la domanda di Gesù agli Apostoli: “Quanti pani avete ? „ Ma Gesù non conosceva ogni cosa? Senza dubbio, tutto Egli conosceva. Perché dunque domanda agli Apostoli, come se avesse bisogno che gli facessero conoscere ciò che già conosceva perfettamente? Perché essendosi Egli fatto uomo, in ogni cosa dell’ordine naturale si conformava agli altri uomini: perché con quella domanda: “Quanti pani avete? „ obbligava gli Apostoli a riflettere alla tenue provvisione del pane, che tenevano e quindi a riconoscere la evidenza e la grandezza del miracolo, che avrebbe operato. – Avuta la risposta degli Apostoli, Gesù comandò alla moltitudine di sedersi in terra: Præcepit turbæ discumbere super terram. Penso che questo comando fosse fatto da Gesù alle turbe per mezzo degli Apostoli, come aveva già fatto nella prima moltiplicazione dei cinque pani e due pesci. Vuole che la moltitudine segga, affinché riposi, gravandogli di vederla stanca e ritta in piedi, ed affinché fosse più agevole agli Apostoli la distribuzione del pane, ch’era per moltiplicare. Voi vedete che Gesù Cristo non dimentica nulla e tutto dispone con una semplicità e delicatezza di padre amoroso. Come quella turba si fu seduta, Gesù, “presi i pani, rese le grazie, li spezzò e diede ai suoi discepoli, perché li mettessero innanzi a quella, ed essi li misero. „ Qui, o cari, parecchie cose sono da considerare: il pane si moltiplica, nelle mani di Cristo, e come ciò avvenisse, lo dissi in altra omelia ed è qui superfluo ripeterlo. Prima di moltiplicarlo, rese grazie a Dio e lo dovette benedire, come poi benedisse i pesci. Rese grazie a Dio e benedisse quei pani, cioè pregò, volendo mostrare che la moltiplicazione non era opera umana, ma divina e che a Dio se ne doveva rendere tutto l’onore. Il pane si moltiplica nelle mani di Cristo, sotto gli occhi degli Apostoli, delle turbe, in luogo aperto, alla piena luce del giorno e la moltiplicazione dovette durare finché ve ne fu bisogno e fu compiuta la distribuzione a quelle migliaia di persone. L’evidenza del miracolo non poteva essere più splendida e solenne. Gesù, che moltiplicava il pane nelle sue mani, poteva certamente far sì che questo dalle sue passasse nelle mani di chi lo mangiava senza bisogno di passare per quelle degli Apostoli. Ma così non volle fare: volle che il pane prodigiosamente moltiplicato passasse per le mani degli Apostoli e da queste in quelle delle turbe, e ciò, se non erro, per due ragioni. In primo luogo, perché gli Apostoli toccassero, direi quasi con mano, il miracolo e la loro fede ne ricevesse conforto validissimo. In secondo luogo Gesù Cristo volle farci comprendere che come il cibo del corpo moltiplicato con un prodigio sì grande giungeva a chi ne aveva bisogno solamente per mezzo degli Apostoli, così per lo stesso mezzo il cibo dell’anima, cioè la verità e la grazia, si sarebbe comunicato costantemente agli uomini. – E questa, o cari, una verità che non è mai abbastanza inculcata. Noi non abbiamo accesso a Dio che per mezzo di Gesù Cristo, Dio-Uomo, Mediator nostro supremo; e a Gesù Cristo non abbiamo accesso che per mezzo della sua Chiesa, cioè per mezzo del sacerdozio, per il quale solo Gesù Cristo continua la sua azione santificatrice ordinaria sulla terra. Dio solo, Gesù Cristo solo è l’autore e la fonte inesausta della verità e della grazia; ma questa grazia e questa verità Egli la comunica in modo ordinario e costantemente per opera del Sacerdote: per esso ammaestra, per esso battezza, per esso conferma, per esso consacra, per esso proscioglie da’ peccati, per esso in una parola sparge sulla terra la luce della verità e spande l’onda vivifica della grazia. Togliete il sacerdozio ed avete rotto il ponte, per cui la terra comunica col cielo e il cielo comunica con la terra: togliete il sacerdozio e voi avete spezzato quel filo, quel vincolo prodigioso, pel quale la corrente della vita divina si spande sulla umanità pellegrinante su questa valle d’esilio. Ecco perché Gesù Cristo diede il pane a’ suoi discepoli, affinché essi lo ponessero dinanzi alle turbe: Et dabat discipulis suis ut apponerent, et apposuerunt turbæ. Noi, o cari, ci studieremo di continuare l’ufficio degli Apostoli, di dispensare a voi tutti il pane celeste della verità e della grazia, ma ancor voi studiatevi di riceverlo dalle nostre mani. – L’Evangelista osserva che coi sette pani gli Apostoli avevano seco alcuni pochi pesciolini: et habebant pisciculos paucos, e questi pure Gesù Cristo moltiplicò con i pani e come i pani furono distribuiti alla moltitudine. Era questa la vivanda più comune della povera gente, in particolare di quella che abitava sulle rive di quel lago pescosissimo. Voi vedete, che Gesù per nutrire quella folla opera un miracolo, è vero, ma con quel miracolo appresta un alimento comune, quale era in uso presso quelle popolazioni, pane e pesce, non un alimento squisito, insegnandoci che dobbiamo appagarci del necessario secondo il nostro stato. “E mangiarono, continua S. Marco, e furono satolli, e levarono di avanzi sette sporte; „ e pare che gli avanzi fossero raccolti ancora per volere di Gesù Cristo, come aveva fatto nella prima moltiplicazione, sia per comprovare sempre più il miracolo, sia per mostrarci che dobbiamo aver cura che nulla perisca, perché quello che non è necessario a noi può essere utile ad altri. Erano sette pani, e dopo aver saziata sì grande moltitudine se ne raccolsero precisamente sette sporte, volendo Gesù Cristo che la misura degli avanzi rammentasse a tutti la quantità del pane moltiplicato. Il nostro Evangelista chiude la narrazione del miracolo col dirci a un di presso il numero dei satollati, scrivendo: ” Quelli poi che avevano mangiato erano circa quattromila; ,, S. Matteo poi, narrando lo stesso fatto, dice che erano quattromila senza contare le donne e i fanciulli (XV, 38), ond’è a credere, che tutti compresi potevano essere un diecimila; moltitudine enorme, che prova maggiormente la certezza del miracolo. Dopoché ebbe sfamata tutta quella gente, ricevendone senza dubbio in cambio benedizioni, applausi ed acclamazioni, che potete immaginare, l’accommiatò per bel modo: Et dimìsit eos, e si tolse di mezzo a loro sia per cessare quel trionfo, sia per raccogliersi, come soleva fare, nel silenzio e nella pace della preghiera.

Credo …

Offertorium

Orémus

Ps XVI:5; XVI:6-7 Pérfice gressus meos in sémitis tuis, ut non moveántur vestígia mea: inclína aurem tuam, et exáudi verba mea: mirífica misericórdias tuas, qui salvos facis sperántes in te, Dómine. [Rendi fermi i miei passi sui tuoi sentieri, affinché i miei piedi non vacillino: porgi l’orecchio ed esaudisci la mia preghiera: fa risplendere le tue misericordie, o Signore, Tu che salvi quelli che sperano in Te.]

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris, et has pópuli tui oblatiónes benígnus assúme: et, ut nullíus sit írritum votum, nullíus vácua postulátio, præsta; ut, quod fidéliter pétimus, efficáciter consequámur. [Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris, et has pópuli tui oblatiónes benígnus assúme: et, ut nullíus sit írritum votum, nullíus vácua postulátio, præsta; ut, quod fidéliter pétimus, efficáciter consequámur.]

Communio

Ps XXVI:6 Circuíbo et immolábo in tabernáculo ejus hóstiam jubilatiónis: cantábo et psalmum dicam Dómino. [Circonderò, e immolerò sul suo tabernacolo un sacrificio di giubilo: canterò e inneggerò al Signore.]

Postcommunio

Orémus. Repléti sumus, Dómine, munéribus tuis: tríbue, quæsumus; ut eórum et mundémur efféctu et muniámur auxílio. [Colmàti, o Signore, dei tuoi doni, concédici, Te ne preghiamo, che siamo mondati per opera loro e siamo difesi per il loro aiuto.]