DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2021)

DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2021)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Le letture dell’Ufficio divino che si fanno in questa Domenica sono spesso quelle dei Maccabei (vedi Dom. precedente). « Antioco, soprannominato Epifane, avendo invaso la Giudea e devastato tutto, dice S. Giovanni Crisostomo, aveva obbligato molti Ebrei a rinunziare alle sante pratiche dei padri loro, ma i Maccabei rimasero costanti e puri in queste prove. Percorrendo tutto il paese, essi riunivano tutti i membri ancora fedeli e integri che incontravano; e di quelli che si erano lasciati abbattere o corrompere, ne riconducevano molti al loro primo stato, esortandoli a ritornare alla fede dei padri loro e rammentando loro che Dio è pieno di indulgenza e di misericordia e che mai rifiuta di accordare la salvezza al pentimento, che ne è il principio. E questa esortazioni facevano sorgere un esercito di uomini più valorosi, che combattevano non tanto per le loro donne, i loro figli, i loro servitori, o per risparmiare al paese la rovina e la schiavitù, quanto per la legge dei padri loro e i diritti della nazione. Dio stesso era il loro capo, e perciò, quando in battaglia serravano le file e prodigavano la loro vita, il nemico era messo in fuga: essi stessi fidavano meno nelle loro armi che nella causa che li armava e pensavano che essa sarebbe sufficiente per vincere anche in mancanza di qualunque armatura. Andando al combattimento, non empivano l’aria di vociferazioni e di canti profani come usano fare alcuni popoli: non si trovavano tra loro suonatori di flauto come negli altri campi; ma essi pregavano invece Iddio di mandar loro il suo aiuto dall’alto, di assisterli, di sostenerli, di dar loro man forte, poiché per Lui facevano guerra e combattevano per la sua gloria » (4a Domenica di ottobre Notturno). Dio non considera nel mondo che il suo popolo, Gesù Cristo e la sua Chiesa che sono una cosa sola. Tutto il resto è subordinato a questo. « Dio, che esiste ab æterno e che esisterà per tutti i secoli, è stato per noi, dice il Salmo del Graduale, un rifugio di generazione in generazione» (Introito). «Allorché Israele usci dall’Egitto e la casa di Giacobbe da un popolo barbaro » continua il Salmo dell’Alleluia, Dio consacrò Giuda al suo servizio e stabilì il suo impero in Israele ». Dopo aver mostrato tutti i prodigi, che Dio fece per preservare il suo popolo, il salmista aggiunge: « Il nostro Dio è in cielo, tutto quello che ha voluto, Egli lo ha fatto. La casa di Israele ha sperato nel Signore; Egli è il loro soccorso ed il loro protettore ». Il Salmo del Communio e del Versetto dell’Introito, dice il grido di speranza che le anime giuste innalzano al cielo: « L’anima mia è nell’attesa della tua salvezza, quando farai giustizia dei miei persecutori? Gli empi mi perseguitano, aiutami, Signore mio Dio». «Signore, aggiunge l’Introito, ogni cosa è sottomessa alla tua volontà, poiché Tu sei il Creatore e il padrone dell’Universo ». – « Signore, dice ugualmente la Chiesa nell’Orazione di questo giorno, veglia sempre misericordiosamente sulla tua famiglia, affinché essa sia, per mezzo della tua protezione, liberata da ogni avversità e attenda, con la pratica delle opere buone, a glorificare il tuo nome ». Il popolo antico e il popolo nuovo hanno un medesimo scopo, che è la glorificazione di Dio e l’affermazione dei suoi diritti. Tutti e due hanno anche gli stessi avversari, che sono satana e i suoi ministri. La Chiesa, ispirandosi alle Letture del Breviario delle Domeniche precedenti, ricorda oggi gli assalti che Giobbe ebbe da sostenere da parte di satana (Offertorio) e Mardocheo da parte di Aman, che fu calunniatore come il demonio (Introito). Dio liberò questi due giusti, come pure liberò il suo popolo dalla cattività d’Egitto, come venne in aiuto ai Maccabei che combattevano per difendere la sua causa. Cosi pure i Cristiani devono subire gli assalti degli spiriti maligni, poiché i persecutori della Chiesa sono suscitati dal demonio, come quelli del popolo d’Israele nell’antica legge. «Abbiamo da combattere, dice San Paolo, non contro esseri di carne e di sangue, ma contro i principi di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male sparsi nell’aria (Epistola). Come per i Maccabei che, per quanto valorosi, fidavano più in Dio che nelle loro armi, così i mezzi di difesa che devono adoperare i Cristiani sono anzitutto di ordine soprannaturale. « Fortificatevi nel Signore, dice l’Apostolo, e nella sua virtù onnipotente. Rivestitevi dell’armatura di Dio per difendervi dal demonio ». – I soldati romani, servono di esempio al grande Apostolo nella descrizione minuziosa che ci dà della panoplia mistica dei soldati di Cristo. Come armi difensive la Chiesa ha ricevuto nel giorno della Pentecoste, la rettitudine, la giustizia, la pace e la fede; come armi offensive le parole divinamente ispirate dallo Spirito Santo. Ora la parabola che Gesù ci dice nell’Evangelo di questo giorno, riassume tutta la vita cristiana nella pratica della carità, che ci fa agire verso il prossimo come Dio ha agito verso di noi. Egli ci ha perdonato delle gravi colpe: sappiamo a nostra volta perdonare ai nostri fratelli le offese che essi ci fanno e che sono molto meno importanti. Il demonio geloso porta gli uomini ad agire come quel servitore cattivo che prese per la gola il compagno, che gli doveva una somma minima e lo fece mettere in prigione perché non poteva pagare immediatamente. Se anche noi agiremo così, nel giorno del giudizio, cui ci prepara la liturgia di questa Domenica, dicendo: « Il regno dei cieli è simile ad un re che volle farsi rendere i conti dai suoi servi », Dio sarà verso di noi, quali noi saremo stati verso il prossimo. – L’Apostolo parla di una lotta accanita contro i nemici invisibili che ci lanciano dardi infiammati. Il combattimento è terribile e dobbiamo armarci fortemente per poter restare in piedi dopo aver riportata una vittoria completa. Come il soldato, il Cristiano deve avere un largo cinturone, una corazza, dei calzari, uno scudo, un elmo ed una spada.

Mostrarci implacabili per una ingiuria ricevuta, dice s. Girolamo, e rifiutare ogni riconciliazione per una parola amara, non è forse giudicare noi stessi degni della prigione? Iddio ci tratterà secondo le intime disposizioni del nostro cuore: se non perdoniamo, Dio non ci perdonerà. Egli è nostro giudice e non vuole un semplice perdono puramente esteriore. Ognuno deve perdonare a suo fratello « di tutto cuore », se vuol esser perdonato nell’ultimo giorno » (Mattutino).

Incipit9

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Esth. XIII: 9; 10-11
In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, cœlum et terram et univérsa, quæ cœli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es.

[Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.

[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, coelum et terram et univérsa, quæ coeli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es.

[Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Oratio

Orémus.

Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut a cunctis adversitátibus, te protegénte, sit líbera, et in bonis áctibus tuo nómini sit devóta.

[Custodisci, Te ne preghiamo, o Signore, con incessante pietà, la tua famiglia: affinché, mediante la tua protezione, sia libera da ogni avversità, e nella pratica delle buone opere sia devota al tuo nome.]

Lectio

Lectio Epistolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes VI: 10-17

Fratres: Confortámini in Dómino et in poténtia virtútis ejus. Indúite vos armatúram Dei, ut póssitis stare advérsus insídias diáboli. Quóniam non est nobis colluctátio advérsus carnem et sánguinem: sed advérsus príncipes et potestátes, advérsus mundi rectóres tenebrárum harum, contra spirituália nequítiae, in coeléstibus. Proptérea accípite armatúram Dei, ut póssitis resístere in die malo et in ómnibus perfécti stare. State ergo succíncti lumbos vestros in veritáte, et indúti lorícam justítiæ, et calceáti pedes in præparatióne Evangélii pacis: in ómnibus suméntes scutum fídei, in quo póssitis ómnia tela nequíssimi ígnea exstínguere: et gáleam salútis assúmite: et gládium spíritus, quod est verbum Dei.

“Fratelli, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Vestite tutta l’armatura di Dio, perché possiate tener fronte alle insidie del demonio; poiché noi non abbiamo a combattere contro la carne ed il sangue, ma sì contro i principati, contro le podestà, contro i reggitori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti malvagi, per i beni celesti. Per questo pigliate l’intera armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e in ogni cosa trovarvi ritti in piedi. Presentatevi adunque al combattimento cinti di verità i lombi, coperti dell’usbergo della giustizia, calzati i piedi in preparazione dell’Evangelo della pace. Sopra tutto prendete lo scudo della fede, col quale possiate spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Pigliate anche l’elmo della salute e la spada dello spirito, che è la parola di Dio „.

SOLDATI DI CRISTO.

L’Epistola d’oggi ci schiude dinanzi degli orizzonti di una vastità sconfinata, che sono però gli orizzonti stessi della vita cristiana. Ogni vita, nessuno ormai lo ignora, è a base di lotta, dalla forma più elementare e semplice alla più alta e complicata. La lotta è la condizione naturale della vita, ne è la intima legge. Non tutte le lotte hanno la stessa importanza appunto perché non tutte le forme di vita si svolgono allo stesso livello. Purtroppo, noi diamo molta importanza a lotte che ne hanno poca, pochissima. Tali, ad esempio, le nostre lotte economiche, che pure tanto ci appassionano, che noi giudichiamo spesso le maggiori, le massime nostre lotte. Il poeta moderno le poté perciò definire: « il ronzìo d’un’ape dentro un bugno vuoto ». Le grandi lotte, le vere, sono le lotte tipiche del Cristianesimo, le lotte morali. Il Cristianesimo è vita superiore, vita altissima dell’anima in Dio, Dio verità, Dio giustizia, Dio bontà, bontà sovratutto. La vita della verità, la vita cristiana della verità è per la bontà morale. E questa vita è lotta perché il bene ha un misterioso avversario: il male. Lotta individuale e sociale; ogni Cristiano impegna la sua lotta, per la verità contro l’errore, per la giustizia contro l’iniquità, per il bene contro il male. L’ultimo Cristiano, il più modesto, la povera donnicciola, l’umile contadino, l’operaio, sono militi di questa guerra. Che è poi la vita e la lotta della società cristiana, della Chiesa. – Ebbene, nelle lotte economiche anche più colossali, è impegnata una piccola parte del nostro pianeta. E ne risulta che le lotte (economiche) più all’apparenza gigantesche, sono piccole, sono cosa da poco, da nulla. E lasciano effettivamente di sé traccia così breve! Di fronte ad esse il Cristianesimo ha sempre affermato, afferma ancora la grandezza della sua lotta, la grande lotta morale, la lotta del bene e del male. San Paolo scrive frasi classiche per questa epica grandezza. Grandezza cosmica. In esso è interessato il mondo, proprio il mondo, tutto il mondo spirituale. Questo mondo spazia oltre la materia, oltre l’umanità per gli innumeri gradi che ricollegano Dio, lo Spirito più alto, all’uomo, l’infimo nella gerarchia spirituale. Tutto questo vastissimo mondo visibile e invisibile è ricollegato da quella unità di interesse. Nella vittoria del bene è interessata con Dio la falange degli spiriti buoni; nella vittoria del male è interessata l’opposta falange degli spiriti malvagi. Ecco le vere forze che stanno le une di fronte all’altre, di qua e di là tutte collegate. Il piccolo soldato che ha il suo piccolo settore di combattimento non si accorge della vastità del fronte suo, del fronte avverso; non la sente questa grandezza. San Paolo scuote questa incoscienza, scarsa coscienza nella quale ciascuno di noi rischia di precipitare: questa, chiamiamola così, involuzione, per cui ciascuno crede di avere il suo nemico solo dentro di sé, come dice benissimo l’Apostolo, la carne ed il sangue, il nostro egoismo, la nostra corruzione. Questa nemica individuale, intima, piccola c’è e bisogna rompere questa trincea fatale dell’egoismo; bisogna guarire dalla corruzione per vincere, per dar ragione in noi stessi a Dio, per diventare soldati suoi. Ma il nemico interiore ha degli alleati fuori di noi, alleato il mondo, l’ambiente sociale, le coalizioni di tutta la parte dell’umanità che non è con Dio. La quale, non essendo con Lui, è contro di Lui e contro tutti quelli che lo amano e lo seguono. E colla carne e col mondo, compie il trinomio grandioso il demonio, la coalizione del male, e la coalizione contro Dio. – Quando siamo chiamati a deciderci, e la decisione è il punto saliente, il vero momento tragico, della vita, non siamo chiamati a deciderci tra entità astratte, bene e male, ma tra forze concrete e vive e innumerevoli, estesissime. Ogni vittoria nostra, ogni vittoria in noi del bene ha ripercussione immensa in tutta la falange degli spiriti buoni, di rabbia nel mondo degli spiriti malvagi: e viceversa d’ogni nostra sconfitta che noi decretiamo al bene, si rallegra la falange malvagia; la santa falange si rattrista. E anche questo deve essere a noi motivo e stimolo di valore. Alla grandezza della pugna dev’essere proporzionata la grandezza spirituale del combattente. Armiamoci nel Nome di Dio, per una lotta nella quale sono impegnati l’onore di Lui e i destini del mondo.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps LXXXIX: 1-2
Dómine, refúgium factus es nobis, a generatióne et progénie.
V. Priúsquam montes fíerent aut 9 terra et orbis: a saeculo et usque in sæculum tu es, Deus.

[O Signore, Tu sei il nostro rifugio: di generazione in generazione.
V. Prima che i monti fossero, o che si formasse il mondo e la terra: da tutta l’eternità e sino alla fine]

Alleluja

Allelúja, allelúja Ps 113: 1
In éxitu Israël de Ægýpto, domus Jacob de pópulo bárbaro. Allelúja.

[Quando Israele uscí dall’Egitto, e la casa di Giacobbe dal popolo straniero. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt XVIII: 23-35
In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Assimilátum est regnum cœlórum hómini regi, qui vóluit ratiónem pónere cum servis suis. Et cum cœpísset ratiónem pónere, oblátus est ei unus, qui debébat ei decem mília talénta. Cum autem non habéret, unde rédderet, jussit eum dóminus ejus venúmdari et uxórem ejus et fílios et ómnia, quæ habébat, et reddi. Prócidens autem servus ille, orábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Misértus autem dóminus servi illíus, dimísit eum et débitum dimísit ei. Egréssus autem servus ille, invénit unum de consérvis suis, qui debébat ei centum denários: et tenens suffocábat eum, dicens: Redde, quod debes. Et prócidens consérvus ejus, rogábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Ille autem nóluit: sed ábiit, et misit eum in cárcerem, donec rédderet débitum. Vidéntes autem consérvi ejus, quæ fiébant, contristáti sunt valde: et venérunt et narravérunt dómino suo ómnia, quæ facta fúerant. Tunc vocávit illum dóminus suus: et ait illi: Serve nequam, omne débitum dimísi tibi, quóniam rogásti me: nonne ergo opórtuit et te miseréri consérvi tui, sicut et ego tui misértus sum? Et irátus dóminus ejus, trádidit eum tortóribus, quoadúsque rédderet univérsum débitum. Sic et Pater meus cœléstis fáciet vobis, si non remiséritis unusquísque fratri suo de córdibus vestris.

In quel tempo: Gesú disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. E avendo iniziato a fare i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Ma non avendo costui modo di pagare, il padrone comandò che fosse venduto lui, sua moglie, i figli e quanto aveva, e cosí fosse saldato il debito. Il servo, però, gettatosi ai suoi piedi, lo supplicava: Abbi pazienza con me, e ti renderò tutto. Mosso a pietà, il padrone lo liberò, condonandogli il debito. Ma il servo, partito da lí, trovò uno dei suoi compagni che gli doveva cento denari: e, presolo per la gola, lo strozzava dicendo: Pagami quello che devi. E il compagno, prostratosi ai suoi piedi, lo supplicava: Abbi pazienza con me, e ti renderò tutto. Ma quegli non volle, e lo fece mettere in prigione fino a quanto lo avesse soddisfatto. Ora, avendo gli altri compagni veduto tal fatto, se ne attristarono grandemente e andarono a riferire al padrone tutto quello che era avvenuto. Questi allora lo chiamò a sé e gli disse: Servo iniquo, io ti ho condonato tutto quel debito, perché mi hai pregato: non dovevi dunque anche tu aver pietà di un tuo compagno, come io ho avuto pietà di te? E sdegnato, il padrone lo diede in mano ai carnefici fino a quando non avesse pagato tutto il debito. Lo stesso farà con voi il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello.”

OMELIA

Sulla collera.

Tenens suffocabat eum, dicens: Redde quod debes.

(MATTH. XVIII, 28).

Come sono differenti i sentimenti dell’uomo da quelli di Dio! Questo miserabile, cui era stato condonato tutto ciò che doveva al suo padrone, invece di sentirsi mosso a riconoscenza ed esser pronto ad usare la medesima indulgenza verso il suo fratello, non appena lo scorge, monta su tutte le furie, non sa trattenersi, lo prende per la gola e sembra volerlo strozzare. L’altro può ben gettarglisi ai piedi per domandargli grazia, niente lo commuove, niente lo trattiene. Bisogna che sfoghi il suo furore contro quell’infelice, e lo fa gettare in prigione finché abbia pagato il debito. Tale è, Fratelli miei, la condotta della gente del mondo. Dio ci è rappresentato nel padrone. Se Egli ci condona volontariamente quanto dobbiamo alla sua giustizia, se ci tratta con tanta bontà e dolcezza, è perché, dietro il suo esempio, noi ci abbiamo a comportare allo stesso modo coi nostri fratelli. Ma un uomo, ingrato e violento, dimentica subito ciò che il buon Dio ha fatto per lui. Per un nonnulla lo si vedrà abbandonarsi a tutto il furore d’una passione così indegna di un Cristiano, e così oltraggiosa verso un Dio di dolcezza e di bontà. Temiamo, F. M., una passione così malvagia, così capace di allontanarci da Dio e che fa condurre a noi ed a tutti quelli che ci circondano una vita infelice. Vi mostrerò:

1° quanto la collera oltraggi Dio;

2° quanto sia indegna d’un Cristiano.

I. — Non intendo parlarvi di quelle piccole impazienze, di quei borbottamenti che sono così frequenti. Sapete che ogni qualvolta non vi frenate offendete Dio. Sebbene questi non siano ordinariamente peccati mortali, non dovete però mancare di accusarvene. Se voi mi domandate che cos’è la collera, vi risponderò che è un moto violento, impetuoso dell’anima, che rigetta con veemenza ciò che le dispiace. Se apriamo i libri santi dove si contengono le azioni degli uomini che formarono l’ammirazione del cielo e della terra, vediamo dappertutto che essi hanno sempre avuto in orrore questo maledetto peccato, e che l’hanno considerato come segno di riprovazione. Frattanto vi dirò con S. Tommaso che v’ha una santa collera, la quale proviene dallo zelo che abbiamo nel difendere la causa di Dio. Si può, dice egli, qualche volta adirarsi senza offendere Dio, secondo il Re profeta: Adiratevi; ma non peccate„. (Ps. IV, 5) Vi ha dunque una collera giusta e ragionevole, la quale si può piuttosto chiamare zelo che collera. La sacra Scrittura ce ne mostra un gran numero d’esempi. Vi leggiamo che Finees (Num. XXV), uomo che temeva il Signore e sosteneva la sua causa, entrò in una santa collera alla vista dello scandaloso peccato di un Giudeo con una Madianita, e li uccise con un colpo di spada. Non solo egli non offese il Signore colla morte di quei due miserabili, ma al contrario fu lodato del suo zelo nel vendicar le offese che gli si facevano. E tale fu la condotta di Mosè. Indignato perché gli Israeliti avevano adorato un vitello d’oro disprezzando il vero Dio, ne fece uccidere ventitré mila per vendicare il Signore; e ciò per ordine di Dio stesso (Exod. XXXII, 28). Tale ancora fu quella di Davide che, fin dal mattino, dichiarava guerra a tutti quei grandi peccatori che passavano la vita oltraggiando Iddio (Ps C, 8). E tale infine fu quella di Gesù Cristo stesso, quando entrò nel tempio per scacciare quelli che compravano e vendevano, dicendo loro: “La mia casa è casa di preghiera, e voi ne avete fatto una spelonca di ladri (Matt. XXI, 13)„. – Tale deve essere la collera d’un pastore, cui sta a cuore la salute dei suoi parrocchiani e la gloria di Dio. Se un pastore resta muto vedendo Dio oltraggiato e le anime perdersi, guai a lui! Se non vuol dannarsi bisogna che, se vi è qualche disordine in parrocchia, metta sotto i piedi il rispetto umano ed il timore d’essere odiato o disprezzato dai suoi parrocchiani, e quand’anche fosse certo d’esser ucciso appena sceso dal pulpito, ciò non deve trattenerlo. Un pastore che vuol adempiere il suo dovere deve sempre avere la spada in mano per difendere gli innocenti, ed incalzare i peccatori finché non siano ritornati a Dio; questo continuo incalzare deve durare fino alla morte. Se non fa così, è un cattivo sacerdote, che perde le anime, invece di condurle a Dio. Se vedete succedere qualche scandalo nella vostra parrocchia, ed i vostri pastori non dicono nulla; guai a voi, perché Dio mandandovi tali pastori vi punisce. Dico dunque che tutte queste collere non sono che sante collere, lodate ed approvate da Dio stesso. Se tutte le vostre collere fossero così, non si potrebbe che lodarvi. Ma quando riflettiamo un poco su ciò che avviene nel mondo, quando s’odono tanti sussurri, si vedono dissensioni regnare tra vicini e vicine tra fratelli e sorelle; riconosciamo in ciò una passione violenta, ingiusta, viziosa ed irragionevole, di cui occorre mostrarvi gli effetti dannosi, per farvene concepire l’orrore che merita. Ascoltate quello che ci dice lo Spirito Santo: L’uomo quando s’incollerisce, non solo perde la sua anima ed il suo Dio, ma accorcia anche i suoi giorni, « Zelus et iracundia minuunt dies ». (Eccli. XXX, 26). – Ve lo provo con un esempio sorprendente. Leggiamo nella storia della Chiesa che l’imperatore Valentiniano, ricevendo gli ambasciatori dei Quadi, s’infuriò così grandemente, che perdette il respiro e morì sull’istante. Dio mio! che orrore! che passione detestabile e mostruosa! essa dà la morte a chi se ne lascia soggiogare. So bene che non si va di frequente a tali eccessi; ma quante donne incinte, abbandonandosi alla collera, fanno perire i loro poveri figli prima di aver loro dato la luce ed il battesimo! Questi disgraziati non avranno dunque mai più la fortuna di vedere Dio! Nel giorno del giudizio li vedremo perduti: essi non andranno mai in cielo! E la collera d’una madre ne sarà stata la sola causa! Ahimè! questi poveri fanciulli gridano spesso nell’inferno: Ah, maledetto peccato di collera, di quanti beni ci hai privati!… tu ci hai strappato il cielo; tu ci hai condannati ad essere divorati dalle fiamme! Dio mio, quanti beni ci ha strappati questo peccato! Addio, bel cielo, noi non ti vedremo mai: ah! quale disgrazia!… Mio Dio, una donna che si fosse resa colpevole d’un tal delitto, potrebbe vivere senza versare giorno e notte torrenti di lacrime, e non ripetere ad ogni momento: Disgraziata, che hai fatto? dov’è il tuo povero bambino? tu l’hai gettato nell’inferno. Ahimè! quali rimproveri nel giorno del giudizio, quando lo vedrai venire a domandarti il cielo! Questo povero bambino si getterà sulla madre con un furore spaventoso. Ah! madre! le dirà, maledetta madre! rendimi il cielo! tu me l’hai strappato! Questo bel cielo che non vedrò mai, te lo domanderò per tutta l’eternità; questo bel cielo che la collera d’una madre mi ha fatto perdere!… Mio Dio! che disgrazia! Eppure quanto è grande il numero di questi poveri bambini! — Una donna incinta, confessandosi d’un peccato di collera, se vuol salvarsi non deve mancare di far conoscere il suo stato, perché invece d’un peccato mortale può averne commessi due. Se non fate così, cioè se non dite questa circostanza, dovete dubitare delle vostre confessioni. Così un marito che ha fatto incollerire sua moglie deve accusarsi di questa circostanza, e lo stesso devono fare tutti coloro che si sono resi colpevoli del medesimo fallo. Ahimè! come son pochi quelli che si accusano di questo! Mio Dio! quante confessioni cattive! Il profeta Isaia ci dice che l’uomo in collera è simile ad un mare in tempesta. (Isa. LVII, 20). Bella similitudine, F. M… Infatti, niente rispecchia meglio il cielo come il mare quand’è calmo; è un grande specchio nel quale gli astri sembrano riprodursi; ma subito, quando l’uragano commove le acque, tutte queste celesti immagini scompaiono. Così, l’uomo che ha la fortuna di conservare la pazienza e la dolcezza è, in questa calma, un’immagine sensibile di Dio. Ma non appena la collera e l’impazienza hanno distrutta questa calma, l’immagine della divinità scompare. Quest’uomo cessa d’essere l’immagine di Dio, e diventa l’immagine del demonio. Ne ripete le bestemmie, ne riproduce il furore. Quali sono i pensieri del demonio? Non sono che pensieri di odio, di vendetta, di divisione, e tali sono quelli di un uomo in collera. Quali sono le espressioni del demonio? Maledizioni e bestemmie orribili. Se ascolto un uomo in collera, dalla sua bocca non si sentono che spergiuri e maledizioni. Mio Dio! che triste compagnia è quella d’una persona che va soggetta alla collera! Vedete una povera donna che ha un tal marito: se essa ha il timor di Dio e vuol evitare a lui delle offese, ed a sé dei cattivi trattamenti, non può dire una sola parola, anche se ne avesse il più gran desiderio. Bisogna che si accontenti di lamentarsi e piangere in segreto, per poter vivere d’accordo e non dare scandalo. — Ma, mi dirà un uomo stizzoso, perché ella mi resiste? sa bene che sono stizzoso. — Voi, amico, siete stizzoso, ma credete che gli altri non lo siano al par di voi? Dite piuttosto che non avete religione, e direte quello che veramente siete. Una persona che ha il timor di Dio non deve forse saper domare le proprie passioni, invece di lasciarsi domare da esse? – Ahimè! se ho detto che vi sono delle mogli disgraziate perché hanno mariti furiosi; vi sono dei mariti che non sono meno disgraziati con donne, che non sapranno mai dire una parola dolce, che per un nonnulla s’infuriano e vanno fuori di sé. Ma quale disgrazia in un matrimonio quando né l’uno né l’altra si vogliono piegare; sono continui alterchi, collere e maledizioni. Gran Dio! Non è questo un vero inferno anticipato? Ahimè! a quale scuola sono quei poveri fanciulli? quali lezioni di bontà e di dolcezza ricevono? S. Basilio ci dice che la collera rende l’uomo simile al demonio, perché non vi sono che i demoni capaci di abbandonarsi a tale sorta di eccessi. Una persona in questo stato è simile ad un leone furente, il cui ruggito fa di terrore gli altri animali. Vedete Erode, poiché i re Magi l’avevano ingannato, preso da tale collera, o meglio da tale ira che fece sgozzare tutti i piccoli fanciulli di Betlemme e dei dintorni (Matt. II, 16). E non si contentò di questi orrori, ma fece pugnalare anche sua moglie ed i suoi figli. Ahimè! quanti poveri fanciulli sono storpiati per tutta la loro vita, per i crudeli colpi che hanno avuti dai loro genitori in questi eccessi di collera! Ma aggiungo che la collera quasi mai è sola, essa è sempre accompagnata, come vedremo, da molti altri peccati.

II. — La collera trascina con sé spergiuri, bestemmie, rinnegamenti di Dio, maledizioni, imprecazioni. S. Tommaso ci dice che il giurare è un peccato così grave, così orribile agli occhi di Dio, che noi non potremo mai comprendere l’oltraggio che gli fa. Questo peccato non è come gli altri che per la leggerezza della materia sono soltanto peccati veniali. Nei giuramenti, più la materia è leggera, e più il peccato è grave, perché è un maggior disprezzo ed una maggior profanazione del santo Nome di Dio. Lo Spirito Santo ci assicura che la casa dell’uomo solito a giurare sarà piena d’iniquità, e non cesseranno per essa i castighi di Dio fino a che non sarà distrutta (Eccli. XXIII, 12). Si può sentire senza fremere questi disgraziati, che osano portare il loro furore fino a giurare sul santo Nome di Dio, questo Nome adorabile che gli Angeli con tanta gioia ripetono incessantemente: “Santo, santo, santo, è il Dio degli eserciti! sia benedetto per tutti i secoli de’ secoli! „ Se si riflettesse bene prima di usare la lingua, che essa è un organo datoci da Dio per pregarlo, per cantare le sue lodi; che questa lingua è stata bagnata dal Sangue prezioso di Gesù Cristo, che essa tante volte ha servito di altare al Salvatore stesso; si potrebbe servirsene per oltraggiare un Dio così buono, e per profanare un Nome così santo e così rispettabile?… Vedete come i Santi abborrivano i giuramenti. S. Luigi, re di Francia, aveva fatta una legge per la quale chi giurasse avrebbe la lingua forata da un ferro rovente. Un cittadino di Parigi, in un alterco, giurò il santo Nome di Dio. Fu condotto davanti al re, che tosto lo condannò ad avere forata la lingua. Essendo venuti tutti i personaggi insigni della città per domandare grazia, il re rispose loro che, se egli avesse avuto sventura di cadere in tale peccato, da stesso se la sarebbe traforata. Ed ordinò che la sentenza fosse eseguita. Quando andò a combattere in Terra santa, venne fatto prigioniero. Gli si domandò un giuramento che, del resto, non sembrava offendere la sua coscienza, tuttavia, preferì esporsi alla morte, tanto temeva di giurare (Ribadeneira, 25 Ag.). Perciò vediamo che chi giura spesso, d’ordinario è una persona abbandonata da Dio, oppressa da mille disgrazie che fa non di rado una fine infelice. Leggiamo nella storia un esempio che può ispirarci il più grande orrore pel giuramento. Quando S. Narciso governava la chiesa di Gerusalemme, tre libertini lo calunniarono orribilmente, appoggiando le loro asserzioni con tre esecrabili giuramenti. Il primo disse che, se quanto affermava non era vero, voleva essere abbruciato vivo; l’altro che voleva morire di male caduco; ed il terzo che  voleva gli fossero strappati gli occhi. Per queste calunnie, S. Narciso fu scacciato dalla città come un infame, cioè come un Vescovo che s’abbandonava ad ogni sorta d’impurità. Ma la vendetta di Dio non tardò a punire quegli infelici. Essendosi appiccato il fuoco alla casa del primo, questi vi restò abbruciato vivo. Il secondo morì di male caduco; il terzo, spaventato da sì orribili castighi, perdette la vista piangendo i suoi peccati. So che questi giuramenti avvengono di rado. I più ordinari sono: In fede mia! — In coscienza! — Mio Dio! sì; — Mio Dio! no; perbacco! — caspita! — cane d’un…! – Quando vi confessate, dovete dire il perché avete giurato; se per affermare cose false o vere: se avete fatto giurare altre persone, perché non volevate credere ad esse. Dovete dire se ne avete l’abitudine, e da quanto tempo. Bisogna poi guardarsi bene di non aggiungere al giuramento l’imprecazione. Vi sono alcuni che dicono: “Se questo non è vero, che non mi muova mai più di qui; che non veda il cielo; che Dio mi danni! che la peste mi soffochi! che il diavolo mi porti via! …„ Ahimè! amico, forse il diavolo non aspetta che la tua morte per portarti via! … Dovete dire nelle vostre confessioni, se ciò che avete detto era o no contro la verità. Alcuni credono che non sia alcun male giurando per assicurare che una cosa è vera. Il male, non è certo così grave come se si fosse giurata una cosa falsa; ma è sempre un peccato e grave. Siete adunque obbligati di accusarvene sempre, senza di che vi dannerete. Eccone un esempio che fa tremare. Si racconta nella vita di S. Edoardo, re d’Inghilterra (Ribadeneira, 13. ott.) che il conte Gondevino, suocero del re, era così geloso che non poteva sopportare persona alcuna vicino al re. Il re l’accusò un giorno d’aver cooperato all’uccisione di suo fratello. Il conte rispose che se ciò era vero, voleva che un boccone di pane lo soffocasse. Il re fece il segno di croce su un pezzo di pane; il suocero lo prese e, mentre l’inghiottiva, il pane gli s’infisse nella gola e lo soffocò, ed egli morì. Terribile punizione, F. M. Ahimè! dove andò la sua povera anima, poiché morì nell’atto di commettere questo peccato? Non solo: non dobbiamo giurare per qualunque pretesto, anche se si trattasse di perdere i beni, l’onore e la vita; perché, giurando, perdiamo il cielo, il nostro Dio e la nostra anima; ma non dobbiamo nemmeno far giurare gli altri. S. Agostino ci dice (Serm. CCCVIII) che, se prevediamo che quelli che facciamo chiamare in giudizio, giureranno il falso, non dobbiamo farli chiamare; noi siamo colpevoli al par loro, ed ancor più colpevoli che se togliessimo loro la vita. Infatti, uccidendoli, non facciamo che dare la morte al loro corpo, se hanno la fortuna di essere in istato di grazia; il male è tutto nostro; invece facendoli giurare, perdiamo la loro povera anima, e la perdiamo per tutta l’eternità. Si racconta che un cittadino di Ippona, uomo dabbene, ma molto attaccato alla terra, costrinse uno, cui aveva prestato del denaro, a giurare in giudizio; costui giurò il falso. La stessa notte, si trovò in sogno presentato al tribunale di Dio. — Perché hai tu fatto giurare quest’uomo?… Non dovevi perdere ciò che ti doveva piuttosto che rovinare la sua anima? Gesù Cristo gli disse che per questa volta gli perdonava, ma che lo condannava ad essere staffilato; il che fu sull’istante eseguito dagli Angeli. Al domani si trovò tutto coperto di piaghe. — Voi mi direte: Devo perdere quello che mi si deve? — Sì, dovreste perdere quello che vi è dovuto: stimate voi, dunque, meno l’anima del vostro fratello che il vostro denaro? – Del resto, siete sicuri che se farete questo per Iddio, Egli non mancherà certo di ricompensarvene. I padri e le madri, i padroni e le padrone devono esaminarsi se non sono mai stati, per i loro figli o dipendenti, causa di qualche giuramento, pel timore d’essere maltrattati o rimproverati. Si giura tanto il vero che il falso. Guardatevi bene, quando sarete chiamati in giudizio, di non giurare mai il falso. Anche se non avete giurato, dovete esaminarvi se avete avuto il pensiero, e quante volte l’avete avuto; se avete consigliato agli altri di giurare il falso col pretesto, che, dicendo la verità, verrebbero condannati. Siete obbligati a dire tutto questo. Accusatevi anche se avete usato qualche astuzia di parole per dire in modo differente da quello che pensavate; perché siete obbligati di dire ciò che pensate, ciò che avete visto e sentito; altrimenti commettete un grave peccato. Dovete altresì accennare distintamente se avete fatto qualche cosa per indurre gli altri a mentire: così un padrone, che minacciasse il servo di maltrattarlo o di fargli perdere il posto, deve dir in confessione tutto questo, altrimenti la confessione non sarebbe che un sacrilegio. Lo Spirito Santo ci dice che il falso testimonio sarà punito rigorosamente (Deut. XIX, 18. 21).  – Ho detto che cos’è il giuramento e lo spergiuro; vediamo ora che cos’è la bestemmia. Vi sono molti che non sanno distinguere la bestemmia dal giuramento. Se non sapete distinguere l’uno dall’altra, non potete sperare che le vostre confessioni siano buone, poiché non fate conoscere i vostri peccati come li avete commessi. Ascoltatemi dunque, affinché abbiate a togliere questa ignoranza che certissimamente vi dannerà. Bestemmia è parola greca che vuol dire detestazione, maledizione d’una beltà infinita. S. Agostino ci dice (De morìbus Manichæorum lib. II, lib. XI) che si bestemmia quando si attribuisce a Dio quello che non ha o non gli conviene: quando gli si toglie quello che gli compete, o, infine, quando si attribuisce a sé quello che non è dovuto che a Dio. Spieghiamoci.

1° Noi bestemmiamo quando diciamo che Dio non è giusto, se ciò che facciamo od intraprendiamo non riesce.

2° Dire che Dio non è buono, come fanno alcuni nell’eccesso della loro miseria, è una bestemmia.

3° Bestemmiamo quando diciamo che Dio non sa tutto; che non bada a quello che avviene sulla terra; ch’Egli non sa che noi siamo al mondo; che tutto va a casaccio; che Dio non si cura di sì poca cosa; che venendo al mondo siamo destinati ad essere felici od infelici, o che Dio non vi muta nulla.

4° Quando diciamo: Se Iddio usasse misericordia con quel tale, non sarebbe proprio giusto, perché ne ha fatte troppe, e non merita che l’inferno.

5° Quando ci adiriamo con Dio per qualche perdita, e diciamo: No, Dio non può farmi più di quello che mi ha fatto. Ed è pure una bestemmia mettere a burla e motteggiare la Ss. Vergine od i Santi dicendo: È un santo che ha poca potenza; son già più giorni che prego… e non ho nulla ottenuto; certo non ricorro più a lui. È una bestemmia dire che Dio non è potente, e trattarlo indegnamente, come dicendo: A dispetto di Dio! ecc. – I Giudei avevano talmente in orrore questo peccato che, quando sentivano bestemmiare, si stracciavano le vesti in segno di dolore (Per esempio Caifa, durante la passione. Matth. X. vers. 65). Il santo Giobbe temeva questo peccato a tal segno che, nel timore che i suoi figli l’avessero a commettere, offriva a Dio dei sacrifizi in espiazione (Job. I, 5). Il profeta Nathan disse a Davide: Poiché sei stato la causa che si bestemmiasse Dio, tuo figlio morrà, ed i castighi non si allontaneranno dalla tua casa per tutta la tua vita (II Reg. XII, 14). Il Signore dice nella sacra Scrittura (Lev. XXIV, 16.): Chiunque bestemmierà il mio santo Nome, voglio sia messo a morte; quando gli Ebrei erano nel deserto, venne sorpreso un uomo che bestemmiava, ed il Signore ordinò che fosse ucciso a colpi di pietra (Lev. XXIV, 14). Sennacherib, re degli Assiri, che assediava Gerusalemme, aveva bestemmiato il Nome di Dio, dicendo che a dispetto di Dio prenderebbe la città e la metterebbe tutta a ferro e fuoco; il Signore allora mandò un Angelo, che in una sola notte uccise cento ottantacinquemila uomini, e il re stesso fu sgozzato dai suoi propri figli al suo ritorno a Ninive, nel tempio di Moloch, (IV Reg. XIX). Fin dal principio del mondo la bestemmia è sempre stata in orrore: essa è infatti il linguaggio dell’inferno, poiché il demonio ed i dannati non cessano di proferirla. Quando l’imperatore Giustino sapeva che qualcuno dei suoi sudditi aveva bestemmiato, gli faceva tagliare la lingua. Durante il regno del re Roberto, la Francia fu afflitta da una grande guerra. Il buon Dio rivelò ad un’anima santa che tutti questi mali durerebbero sino a che nel regno non si cessasse dal bestemmiare. Non è dunque uno straordinario miracolo, che una casa dove si trova un bestemmiatore non venga schiacciata dalla folgore, ed oppressa da ogni sorta di disgrazie? S. Agostino dice ancora che la bestemmia è un peccato più grave dello spergiuro; perché in questo si prende Dio come testimonio d’una cosa falsa; in quella invece è una cosa falsa che si attribuisce a Dio (S. Aug. Contra mendacium, c. XIX). Riconoscete dunque con me, F. M., l’enormità di questo peccato e la disgrazia di chi vi si abbandona. Quando taluno vi si è abbandonato, non deve temere che la giustizia di Dio lo punisca sull’istante come ha fatto con tanti altri? – Vediamo ora la differenza che passa tra la bestemmia ed il rinnegar Dio. Non voglio parlarvi di quelli, che rinnegano Dio abbandonando la Religione Cattolica per abbracciarne una falsa, come i protestanti, i giansenisti e tanti altri. Noi chiamiamo queste persone rinnegati ed apostati. Parlo ora di quelli che, dopo qualche perdita o qualche disgrazia, hanno la maledetta abitudine di uscire in parole di collera contro Dio. Questo peccato è orribile, perché per la minima cosa che ci accade, ce la prendiamo con Dio stesso, e ci adiriamo con Lui: è come se dicessimo a Dio: Siete un…! un… ! uno sciagurato, un vendicativo! Voi mi punite per quell’azione, voi siete ingiusto! Dio deve subire la nostra collera, come se fosse la causa della perdita che abbiamo fatto, dell’incidente che ci è toccato. Non fu questo tenero Salvatore che ci ha tratti dal nulla, che ci ha creati a sua immagine, che ci ha riscattati col proprio Sangue prezioso, e che ci conserva così lungamente, mentre meriteremo già da molti anni d’essere inabissati nell’inferno?… Egli ci ama di un amore ineffabile, e noi lo disprezziamo; profaniamo il suo santo Nome, lo spergiuriamo, lo rinneghiamo! Oh orrore! V’ha forse delitto più mostruoso? Non è imitare il linguaggio dei demoni? dei demoni, che null’altro fanno nell’inferno? Ahimè! F. M., se li imitate in questa vita, state ben certi di andare a far loro compagnia nell’inferno. Dio mio! può un Cristiano abbandonarsi a tali orrori! Una persona che s’abbandona a questo peccato deve aspettarsi una vita disgraziata, anche in questo mondo. Si racconta che un uomo, il quale aveva bestemmiato per tutta la sua vita, disse al prete che lo confessava: Ahimè! padre, quanto fu disgraziata la mia vita! Io avevo l’abitudine di giurare, di bestemmiare il Nome di Dio; ho perduto le mie ricchezze, che erano considerevoli; i miei figli, su cui non ho attirato che maledizioni, non sono buoni a nulla; la mia lingua, che ha giurato, bestemmiato il Nome santo di Dio, è ulcerata e va incancrenandosi. Ahimè! dopo essere stato disgraziato in questo mondo, temo di dannarmi in causa delle mie bestemmie. Ricordatevi, F. M., che la lingua non vi è stata data che per benedire il buon Dio; essa gli è stata consacrata col santo Battesimo e colla santa Comunione. Se per disgrazia andate soggetti a questo peccato, dovete confessarvene con grande dolore e farne un’aspra penitenza; altrimenti ne subirete il castigo nell’inferno. Purificate la vostra bocca, pronunciando con rispetto il Nome di Gesù. Domandate spesso a Dio la grazia di morire, piuttosto di ricadere in questo peccato. Non avete mai pensato quanto la bestemmia sia orribile davanti a Dio e davanti agli uomini? Ditemi, vi siete confessati come si deve? Non vi siete accontentato di dire che avete giurato, oppure che avete detto delle parole triviali? Esaminate la vostra coscienza, e non addormentatevi, poiché può darsi che le vostre confessioni non valgano nulla. – Vediamo ora che cosa s’intende per maledizione ed imprecazione. Ecco. Si cade nella maledizione quando, trascinati dall’odio o dalla collera, vogliamo annientare o rendere disgraziato chiunque si opponga alla nostra volontà. Queste maledizioni cadono su di noi, sui nostri simili, sulle creature animate od anche inanimate. Quando facciamo così, non operiamo secondo lo spirito di Dio, che è uno spirito di dolcezza, di bontà e di carità; ma secondo lo spirito del demonio, il cui ufficio è solo quello di maledire. Le maledizioni più cattive sono quelle che i padri e le madri invocano sui loro figli, per i grandi mali che ne seguono. Un figlio maledetto dai suoi genitori è ordinariamente, un figlio maledetto da Dio stesso; perché Dio ha detto che se i genitori benedicono i loro figli, Egli li benedirà: al contrario, se li maledicono, la maledizione cadrà su di loro. (Eccli. III, 11). S. Agostino ne cita un esempio degno d’essere impresso per sempre nel cuore dei padri e delle madri. Una madre, ci dice, incollerita, maledisse i suoi tre figli ed all’istante essi furono invasi dal demonio (De civ. Dei). Un padre disse ad uno dei suoi figli: Non morirai una benedetta volta dunque? Il figlio cadde morto a’ suoi piedi. Ciò che aggrava di più questo peccato, è che se un padre ed una madre hanno l’abitudine di commetterlo, i figli contrarranno la medesima abitudine, ed il vizio diventa ereditario nella famiglia. Se vi sono tante case disgraziate, e che sono veramente la soddisfazione dei demoni e l’immagine dell’inferno, ne troverete la spiegazione nelle bestemmie e nelle maledizione degli antenati, che sono passate da nonno in padre, da padre in figlio, e continuerete così di generazione in generazione. Voi avete sentito un padre incollerito pronunziar giuramenti, imprecazioni e maledizioni; ebbene! ascoltate i suoi figli quando sono in collera: hanno sulle labbra gli stessi giuramenti; le stesse imprecazioni. Così i vizi dei genitori passano nei loro figli, come le loro ricchezze e meglio ancora. Gli antropofagi non uccidono che gli stranieri per mangiarli; ma, fra i Cristiani vi sono dei padri e delle madri che, per soddisfare le loro passioni, augurano la morte a coloro ai quali essi stessi han dato la vita ed abbandonano al demonio tutti coloro che Gesù Cristo ha riscattati col suo Sangue prezioso. Quante volte si sente dire da questi padri e madri senza religione: Ah! maledetto ragazzo, non creperai… una volta? Mi dai fastidio; il buon Dio non ti punirà dunque una buona volta?… vorrei che tu fossi lontano da me quanto mi sei vicino! cane d’un ragazzo! demonio d’un figlio! Carogne di figli!… bestie! O mio Dio! possibile che tutte queste maledizioni escano dalla bocca d’un padre e d’una madre, i quali non dovrebbero augurare e desiderare ai loro poveri figli che le benedizioni del cielo? Se vediamo tanti figli scemi, storpi, stizzosi, senza religione, non cerchiamone la causa, almeno per la maggior parte dei casi, che nelle maledizioni dei genitori. – Qual è poi il peccato di coloro che nei momenti di malumore maledicono se stessi? È un delitto spaventoso, contrario alla natura e alla grazia; poiché la natura e la grazia ci comandano l’amore verso noi stessi. Chi maledice se stesso rassomiglia ad un arrabbiato, che si uccide colle proprie mani; egli è anche peggiore; spesso se la prende colla sua anima, dicendo: Che Dio mi danni! che il diavolo mi porti via! vorrei essere all’inferno piuttosto che in questa condizione! Ah! disgraziato, dice S. Agostino, che Dio non ti esaudisca; perché andresti a vomitare il veleno della tua rabbia nell’inferno! Mio Dio! se un Cristiano pensasse a ciò che dice, avrebbe la forza di pronunciare queste bestemmie, che potrebbero, in qualche modo, obbligare Dio a maledirlo dall’alto del suo trono? Oh! quanto è disgraziato un uomo soggetto alla collera! Egli costringe a punirlo quel Dio, il quale non vorrebbe che il suo bene e la sua felicità! Si riuscirà mai a comprendere questa cosa? – Qual è pure il peccato d’un marito e d’una moglie, d’un fratello e d’una sorella che vomitano l’un contro l’altro ogni sorta di maledizioni? È un peccato di cui non si potrà mai esprimere l’enormità; è un peccato tanto più grande quanto più rigorosamente essi sono obbligati ad amarsi ed a sopportarsi a vicenda. Ahimè! Quante persone maritate non cessano di vomitarsi vicendevolmente ogni sorta di maledizioni! Un marito ed una moglie che non dovrebbero farsi che dei felici augùri, e sollecitare la misericordia di Dio per ottenere l’un per l’altro d’andar in cielo a passare insieme l’eternità, si caricano di maledizioni; si strapperebbero, potendolo, gli occhi, si toglierebbero la vita! Maledetta moglie, o maledetto marito, gridano, non t’avessi, almeno, mai visto o conosciuto! Ah! maledetto mio padre, che m’ha consigliato di sposarti! … Mio Dio! quale orrore per dei Cristiani, i quali non dovrebbero occuparsi che di diventar santi! Essi fanno come i demoni ed i dannati! Quanti fratelli e sorelle vediamo augurarsi la morte, maledirsi, perché uno è più ricco, o per qualche ingiuria ricevuta; e conservare spesso l’odio per tutta la vita, ed a stento perdonarsi anche prima di morire! È altresì un grave peccato maledire il tempo, le bestie, il proprio lavoro. Quante persone, quando il tempo non è come vorrebbero, lo maledicono, dicendo: Maledetto tempaccio, non ti cambierai più dunque? Voi non sapete quello che dite: è come se diceste: Ah! maledetto Dio, che non mi dai il tempo come vorrei. Altri maledicono le loro bestie : Ah! maledetta bestia, non potrò farti andare come voglio?… Che il diavolo ti porti via, che il fulmine ti annienti! che il fuoco del cielo ti abbruci!… Ah! disgraziati, le vostre maledizioni hanno il loro effetto, più spesso che non crediate. Spesso alcune bestie periscono o si storpiano, e ciò in conseguenza dello maledizioni che avete loro date. Quante volte le vostre maledizioni, i vostri impeti di collera, le vostre bestemmie hanno attirato la brina o la grandine sui vostri raccolti! – Ma qual è il peccato di coloro che augurano male al prossimo? Questo peccato è grande in proporzione del male che augurate, e del danno che gli procurerebbe, se ciò si avverasse. Voi dovete accusarvene ogni. qualvolta fate di questi augùri. Quando vi confessate dovete dire quale male avete augurato, e quale danno ne sarebbe avvenuto se il vostro augurio si fosse adempito. Dovete spiegare se si trattava dei genitori, dei fratelli e delle sorelle, dei vostri cugini o cugine, zii o zie. Ahimè! Quanto pochi sono quelli che confessandosi fanno queste distinzioni! Si saran maledetti i fratelli, le sorelle, i cugini, le cugine, e si starà contenti di dire che si ha augurato male al prossimo, senza dire a chi, né quale era l’intenzione. Quanti altri hanno fatto giuramenti orribili, pronunciato bestemmie, imprecazioni, rinnegamenti di Dio da far rizzare i capelli in capo, e si accontentano di dire che hanno detto parole grossolane e nient’altro. Una parola grossolana, lo sapete, è una specie di piccola imprecazione detta senza collera. Ahimè, quante confessioni e comunioni sacrileghe! Ma, mi direte, che cosa bisogna fare per non commettere questi peccati, che sono così orribili e capaci di attirare su di noi ogni sorta di disgrazie? —Bisogna che tutte le pene che ci colpiscono ci facciano ricordare che, essendoci noi ribellati contro Dio, è giusto che le creature si rivoltino contro di noi. Bisogna non dar mai occasione agli altri di maledirci. I figli ed i servi soprattutto devono fare il possibile per non obbligare i genitori ed i padroni a maledirli, poiché è certo, presto o tardi toccherà loro qualche castigo. I padri e madri devono considerare che non hanno nulla di più caro al mondo che i loro figli, e lungi dal maledirli, non devono cessare di benedirli affinché Dio effonda su di loro i beni che essi augurano. Se vi capita qualche cosa di doloroso, invece di coprire di maledizioni chi non fa come voi vorreste, vi sarebbe ben facile dire: Dio vi benedica. Imitate il santo Giobbe che benediceva il Nome del Signore in tutte le grandi sventure che gli toccavano, e riceverete le stesse grazie. Vedendo la sua grande sottomissione alla volontà di Dio, il demonio fuggì, le benedizioni si sparsero abbondantemente sulle sue ricchezze, e tutto gli venne raddoppiato. Se, per disgrazia, vi capita di pronunciare qualcheduna di queste cattive parole, fate subito un atto di contrizione per domandarne perdono, e promettete che non vi ricadrete mai più. S. Teresa ci dice che, quando pronunciamo con rispetto il Nome di Dio, tutto il cielo si rallegra; come fa l’inferno, quando pronunciamo ogni cattiva parola. Un Cristiano non deve perdere di vista che la sua lingua non gli è data che per benedire Dio in questa vita, ringraziarlo dei beni di cui l’ha colmato, per benedirlo durante tutta l’eternità cogli Angeli e coi santi: questa sarà la sorte di quelli che avranno imitato gli Angeli e non il demonio. Io ve la desidero…

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Job I. 1
Vir erat in terra Hus, nómine Job: simplex et rectus ac timens Deum: quem Satan pétiit ut tentáret: et data est ei potéstas a Dómino in facultátes et in carnem ejus: perdidítque omnem substántiam ipsíus et fílios: carnem quoque ejus gravi úlcere vulnerávit.

[Vi era, nella terra di Hus, un uomo chiamato Giobbe, semplice, retto e timorato di Dio. Satana chiese di tentarlo e dal Signore gli fu dato il potere sui suoi beni e sul suo corpo. Egli perse tutti i suoi beni e i suoi figli, e il suo corpo fu colpito da gravi ulcere.]

Secreta

Suscipe, Dómine, propítius hóstias: quibus et te placári voluísti, et nobis salútem poténti pietáte restítui.

[Ricevi, propizio, o Signore, queste offerte con le quali volesti essere placato e con potente misericordia restituire a noi la salvezza.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps CXVIII: 81; 84; 86
In salutári tuo ánima mea, et in verbum tuum sperávi: quando fácies de persequéntibus me judícium? iníqui persecúti sunt me, ádjuva me, Dómine, Deus meus.

[L’ànima mia ha sperato nella tua salvezza e nella tua parola: quando farai giustizia di coloro che mi perseguitano? Gli iniqui mi hanno perseguitato, aiutami, o Signore, Dio mio.]

Postcommunio

Orémus.
Immortalitátis alimoniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, quod ore percépimus, pura mente sectémur.

[Ricevuto il cibo dell’immortalità, Ti preghiamo, o Signore, affinché di ciò che abbiamo ricevuto con la bocca, conseguiamo l’effetto con animo puro]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “SULLA COLLERA”

I SERMONI DEL CURATO D’ARS

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sulla collera.

Tenens suffocabat eum, dicens: Redde quod debes.

(MATTH. XVIII, 28).

Come sono differenti i sentimenti dell’uomo da quelli di Dio! Questo miserabile, cui era stato condonato tutto ciò che doveva al suo padrone, invece di sentirsi mosso a riconoscenza ed esser pronto ad usare la medesima indulgenza verso il suo fratello, non appena lo scorge, monta su tutte le furie, non sa trattenersi, lo prende per la gola e sembra volerlo strozzare. L’altro può ben gettarglisi ai piedi per domandargli grazia, niente lo commuove, niente lo trattiene. Bisogna che sfoghi il suo furore contro quell’infelice, e lo fa gettare in prigione finché abbia pagato il debito. Tale è, Fratelli miei, la condotta della gente del mondo. Dio ci è rappresentato nel padrone. Se Egli ci condona volontariamente quanto dobbiamo alla sua giustizia, se ci tratta con tanta bontà e dolcezza, è perché, dietro il suo-esempio, noi ci abbiamo a comportare allo stesso modo coi nostri fratelli. Ma un uomo, ingrato e violento, dimentica subito ciò che il buon Dio ha fatto per lui. Per un nonnulla lo si vedrà abbandonarsi a tutto il furore d’una passione così indegna di un Cristiano, e così oltraggiosa verso un Dio di dolcezza e di bontà. Temiamo, F. M., una passione così malvagia, così capace di allontanarci da Dio e che fa condurre a noi ed a tutti quelli che ci circondano una vita infelice. Vi mostrerò:

1° quanto la collera oltraggi Dio;

2° quanto sia indegna d’un Cristiano

I. — Non intendo parlarvi di quelle piccole impazienze, di quei borbottamenti che sono così frequenti. Sapete che ogniqualvolta non vi frenate offendete Dio. Sebbene questi non siano ordinariamente peccati mortali, non dovete però mancare di accusarvene. Se voi mi domandate che cos’è la collera, vi risponderò che è un moto violento, impetuoso dell’anima, che rigetta con veemenza ciò che le dispiace. Se apriamo i libri santi dove si contengono le azioni degli uomini che formarono l’ammirazione del cielo e della terra, vediamo dappertutto che essi hanno sempre avuto in orrore questo maledetto peccato, e che l’hanno considerato come segno di riprovazione. Frattanto vi dirò con S. Tommaso che v’ha una santa collera, la quale proviene dallo zelo che abbiamo nel difendere la causa di Dio. Si può, dice egli, qualche volta adirarsi senza offendere Dio, secondo il Re profeta: Adiratevi; ma non peccate„. (Ps. IV, 5) Vi ha dunque una collera giusta e ragionevole, la quale si può piuttosto chiamare zelo che collera. La sacra Scrittura ce ne mostra un gran numero d’esempi. Vi leggiamo che Finees (Num. XXV), uomo che temeva il Signore e sosteneva la sua causa, entrò in una santa collera alla vista dello scandaloso peccato di un Giudeo con una Madianita, e li uccise con un colpo di spada. Non solo egli non offese il Signore colla morte di quei due miserabili, ma al contrario fu lodato del suo zelo nel vendicar le offese che gli si facevano. E tale fu la condotta di Mosè. Indignato perché gli Israeliti avevano adorato un vitello d’oro disprezzando il vero Dio, ne fece uccidere ventitré mila per vendicare il Signore; e ciò per ordine di Dio stesso (Exod. XXXII, 28). Tale ancora fu quella di Davide che, fin dal mattino, dichiarava guerra a tutti quei grandi peccatori che passavano la vita oltraggiando Iddio (Ps C, 8). E tale infine fu quella di Gesù Cristo stesso, quando entrò nel tempio per scacciare quelli che compravano e vendevano, dicendo loro: “La mia casa è casa di preghiera, e voi ne avete fatto una spelonca di ladri (Matt. XXI, 13)„. – Tale deve essere la collera d’un pastore, cui sta a cuore la salute dei suoi parrocchiani e la gloria di Dio. Se un pastore resta muto vedendo Dio oltraggiato e le anime perdersi, guai a lui! Se non vuol dannarsi bisogna che, se vi è qualche disordine in parrocchia, metta sotto i piedi il rispetto umano ed il timore d’essere odiato o disprezzato dai suoi parrocchiani, e quand’anche fosse certo d’esser ucciso appena sceso dal pulpito, ciò non deve trattenerlo. Un pastore che vuol adempiere il suo dovere deve sempre avere la spada in mano per difendere gli innocenti, ed incalzare i peccatori finché non siano ritornati a Dio; questo continuo incalzare deve durare fino alla morte. Se non fa così, è un cattivo sacerdote, che perde le anime, invece di condurle a Dio. Se vedete succedere qualche scandalo nella vostra parrocchia, ed i vostri pastori non dicono nulla; guai a voi, perché Dio mandandovi tali pastori vi punisce. Dico dunque che tutte queste collere non sono che sante collere, lodate ed approvate da Dio stesso. Se tutte le vostre collere fossero così, non si potrebbe che lodarvi. Ma quando riflettiamo un poco su ciò che avviene nel mondo, quando s’odono tanti sussurri, si vedono dissensioni regnare tra vicini e vicine tra fratelli e sorelle; riconosciamo in ciò un passione violenta, ingiusta, viziosa ed irragionevole, di cui occorre mostrarvi gli effetti dannosi, per farvene concepire l’orrore che merita. Ascoltate quello che ci dice lo Spirito Santo: L’uomo quando s’incollerisce, non solo perde la sua anima ed il suo Dio, ma accorcia anche i suoi giorni,« Zelus et iracundia minuunt dies ». (Eccli. XXX, 26). – Ve lo provo con un esempio sorprendente. Leggiamo nella storia della Chiesa che l’imperatore Valentiniano, ricevendo gli ambasciatori dei Quadi, s’infuriò così grandemente, che perdette il respiro e morì sull’istante. Dio mio! che orrore! che, passione detestabile e mostruosa! essa dà la morte a chi se ne lascia soggiogare. So bene che non si va di frequente a tali eccessi; ma quante donne incinte, abbandonandosi alla collera, fanno perire i loro poveri figli prima di aver loro dato la luce ed il battesimo! Questi disgraziati non avranno dunque mai più fortuna di vedere Dio! Nel giorno del giudizio li vedremo perduti: essi non andranno mai in cielo! E la collera d’una madre ne sarà stata la sola causa! Ahimè! questi poveri fanciulli gridano spesso nell’inferno: Ah, maledetto peccato di collera, di quanti beni ci hai privati!… tu ci hai strappato il cielo; tu ci hai condannati ad essere divorati dalle fiamme! Dio mio, quanti beni ci ha strappati questo peccato! Addio, bel cielo, noi non ti vedremo mai: ah! quale disgrazia!… Mio Dio, una donna che si fosse resa colpevole d’un tal delitto, potrebbe vivere senza versare giorno e notte torrenti di lacrime, e non ripetere ad ogni momento: Disgraziata, che hai fatto? dov’è il tuo povero bambino? tu l’hai gettato nell’inferno. Ahimè! quali rimproveri nel giorno del giudizio, quando lo vedrai venire a domandarti il cielo! Questo povero bambino si getterà sulla madre con un furore spaventoso. Ah! madre! le dirà, maledetta madre! rendimi il cielo! tu me l’hai strappato! Questo bel cielo che non vedrò mai, te lo domanderò per tutta l’eternità; questo bel cielo che la collera d’una madre mi ha fatto perdere!… Mio Dio! che disgrazia! Eppure quanto è grande il numero di questi poveri bambini! — Una donna incinta, confessandosi d’un peccato di collera, se vuol salvarsi non deve mancare di far conoscere il suo stato, perché invece d’un peccato mortale può averne commessi due. Se non fate così, cioè se non dite questa circostanza, dovete dubitare delle vostre confessioni. Così un marito che ha fatto incollerire sua moglie deve accusarsi di questa circostanza, e lo stesso devono fare tutti coloro che si sono resi colpevoli del medesimo fallo. Ahimè! come son pochi quelli che si accusano di questo! Mio Dio! quante confessioni cattive! Il profeta Isaia ci dice che l’uomo in collera è simile ad un mare in tempesta. (Isa. LVII,20). Bella similitudine, F. M… Infatti, niente rispecchia meglio il cielo come il mare quand’è calmo; è un grande specchio nel quale gli astri sembrano riprodursi; ma subito, quando l’uragano commove le acque, tutte queste celesti immagini scompaiono. Così, l’uomo che ha la fortuna di conservare la pazienza e la dolcezza è, in questa calma, un’immagine sensibile di Dio. Ma non appena la collera e l’impazienza hanno distrutta questa calma, l’immagine della divinità scompare. Quest’uomo cessa d’essere l’immagine di Dio, e diventa l’immagine del demonio. Ne ripete le bestemmie, ne riproduce il furore. Quali sono i pensieri del demonio? Non sono che pensieri di odio, di vendetta, di divisione, e tali sono quelli di un uomo in collera. Quali sono le espressioni del demonio? Maledizioni e bestemmie orribili. Se ascolto un uomo in collera, dalla sua bocca non si sentono che spergiuri e maledizioni. Mio Dio! che triste compagnia è quella d’una persona che va soggetta alla collera! Vedete una povera donna che ha un tal marito: se essa ha il timor di Dio e vuol evitare a lui delle offese, ed a sé dei cattivi trattamenti, non può dire una sola parola, anche se ne avesse il più gran desiderio. Bisogna che si accontenti di lamentarsi e piangere in segreto, per poter vivere d’accordo e non dare scandalo. — Ma, mi dirà un uomo stizzoso, perché ella mi resiste? sa bene che sono stizzoso. — Voi, amico, siete stizzoso, ma credete che gli altri non lo siano al par di voi? Dite piuttosto che non avete religione, e direte quello che veramente siete. Una persona che ha il timor di Dio non deve forse saper domare le proprie passioni, invece di lasciarsi domare da esse? – Ahimè! se ho detto che vi sono delle mogli disgraziate perché hanno mariti furiosi; vi sono dei mariti che non sono meno disgraziati con donne, che non sapranno mai dire una parola dolce, che per un nonnulla s’infuriano e vanno fuori di sé. Ma quale disgrazia in un matrimonio quando né l’uno né l’altra si vogliono piegare; sono continui alterchi, collere e maledizioni. Gran Dio! Non è questo un vero inferno anticipato? Ahimè! a quale scuola sono quei poveri fanciulli? quali lezioni di bontà e di dolcezza ricevono? S. Basilio ci dice che la collera ronde l’uomo simile al demonio, perché non vi sono che i demoni capaci di abbandonarsi a tale sorta di eccessi. Una persona in questo stato ad un leone furente, il cui ruggito fa di terrore gli altri animali. Vedete Erode, poiché i re Magi l’avevano ingannato, preso da tale collera, o meglio da tale ira che fece sgozzare tutti i piccoli fanciulli di Betlemme e dei dintorni (Matt. II, 16). E non si tentò di questi orrori, ma fece pugnalare che sua moglie ed i suoi figli. Ahimè! poveri fanciulli sono storpiati per loro vita, per i crudeli colpi che hanno avuti dai loro genitori in questi eccessi di collera! Ma aggiungo che la collera quasi mai sola, essa è sempre accompagnata, come vedremo, da molti altri peccati.

II. — La collera trascina con sé spergiuri, bestemmie, rinnegamenti di Dio, maledizioni, imprecazioni. S. Tommaso ci dice che il giurare è un peccato così grave, così orribile agli occhi di Dio, che noi non potremo mai comprendere l’oltraggio che gli fa. Questo peccato non è come gli altri che per la leggerezza della materia sono soltanto peccati veniali. Nei giuramenti, più la materia è leggera, e più il peccato è grave, perché è un maggior disprezzo ed una maggior profanazione del santo Nome di Dio. Lo Spirito Santo ci assicura che la casa dell’uomo solito a giurare sarà piena d’iniquità, e non cesseranno per essa i castighi di Dio fino a che non sarà distrutta (Eccli. XXIII, 12). Si può sentire senza fremere questi disgraziati, che osano portare il loro furore fino a giurare sul santo Nome di Dio, questo Nome adorabile che gli Angeli con tanta gioia ripetono incessantemente: “Santo, santo, santo, è il Dio degli eserciti! sia benedetto per tutti i secoli de’ secoli! „ Se si riflettesse bene prima di usare la lingua, che essa è un organo datoci da Dio per pregarlo, per cantare le sue lodi; che questa lingua è stata bagnata dal Sangue prezioso di Gesù Cristo, che essa tante volte ha servito di altare al Salvatore stesso; si potrebbe servirsene per oltraggiare un Dio così buono, e per profanare un Nome così santo e così rispettabile?… Vedete come i santi abborrivano i giuramenti. S. Luigi, re di Francia, aveva fatta una legge per la quale chi giurasse avrebbe la lingua forata da un ferro rovente. Un cittadino di Parigi, in un alterco, giurò il sanito Nome di Dio. Fu condotto davanti al re, che tosto lo condannò ad avere forata la lingua. Essendo venuti tutti i personaggi insigni della città per domandare grazia, re rispose loro che, se egli avesse avuto sventura di cadere in tale peccato, da stesso se la sarebbe traforata. Ed ordinò che la sentenza fosse eseguita. Quando andò a combattere in Terra santa, venne fatto prigioniero. Gli si domandò un giuramento che, del resto, non sembrava offendere la sua coscienza, tuttavia, preferì esporsi alla morte, tanto temeva di giurare (Ribadeneira, 25 Ag.). Perciò vediamo che chi giura spesso, d’ordinario è una persona abbandonata da Dio, oppressa da mille disgrazie che fa non di rado una fine infelice. Leggiamo nella storia un esempio che può ispirarci il più grande orrore pel giuramento. Quando S. Narciso governava la chiesa di Gerusalemme, tre libertini lo calunniarono orribilmente, appoggiando le loro asserzioni con tre esecrabili giuramenti. Il primo disse che, so quanto affermava non era vero, voleva essere abbruciato vivo; l’altro che voleva morire di male caduco; ed il terzo che  voleva gli fossero strappati gli occhi. Per queste calunnie, S. Narciso fu scacciato dalla città come un infame, cioè come un Vescovo che s’abbandonava ad ogni sorta d’impurità. Ma la vendetta di Dio non tardò a punire quegli infelici. Essendosi appiccato il fuoco alla casa del primo, questi vi restò abbruciato vivo. Il secondo morì di male caduco; il terzo, spaventato da sì orribili castighi, perdette la vista piangendo i suoi peccati. So che questi giuramenti avvengono di rado. I più ordinari sono: In fede mia! — In coscienza! — Mio Dio! sì; — Mio Dio! no; perbacco! — caspita! — cane d’un…! – Quando vi confessate, dovete dire il perché avete giurato; se per affermare cose false o vere: se avete fatto giurare altre persone, perché non volevate credere ad esse. Dovete dire se ne avete l’abitudine, e da quanto tempo. Bisogna poi guardarsi bene di non aggiungere al giuramento l’imprecazione. Vi sono alcuni che dicono: “Se questo non è vero, che non mi muova mai più di qui; che non veda il cielo; che Dio mi danni! che la peste mi soffochi! che il diavolo mi porti via! …„ Ahimè! amico, forse il diavolo non aspetta che la tua morte per portarti via! … Dovete dire nelle vostre confessioni, se ciò che avete detto era o no contro la verità. Alcuni credono che non sia alcun male giurando per assicurare che una cosa è vera. Il male, non è certo così grave come se si fosse giurata una cosa falsa; ma è sempre un peccato e grave. Siete adunque obbligati di accusarvene sempre, senza di che vi dannerete. Eccone un esempio che fa tremare. Si racconta nella vita di S. Edoardo, re d’Inghilterra (Ribadeneira, 13 ott.) che il conte Gondevino, suocero del re era così geloso che non poteva sopportare persona alcuna vicino al re. Il re l’accusò un giorno d’aver cooperato all’uccisione di suo fratello. Il conte rispose che se ciò era vero, voleva che un boccone di pane lo soffocasse. Il re fece il segno di croce su un pezzo di pane; il suocero lo prese e, mentre l’inghiottiva, il pane gli s’infisse nella gola, lo soffocò, morì. Terribile punizione, F. M. Ahimè! dove andò la sua povera anima, poiché morì nell’atto di commettere questo peccato? Non solo non dobbiamo giurare per qualunque pretesto, anche se si trattasse di perdere i beni, l’onore e la vita; perché, giurando, perdiamo il cielo, il nostro Dio e la nostra anima; ma non dobbiamo nemmeno far giurare gli altri. S. Agostino ci dice (Serm. CCCVIII) che, se prevediamo che quelli che facciamo chiamare in giudizio, giureranno il falso, non dobbiamo farli chiamare; noi siamo colpevoli al par loro, ed ancor più colpevoli che se togliessimo loro la vita. Infatti, uccidendoli, non facciamo che dare la morte al loro corpo, se non hanno la fortuna di essere in istato di grazia; il male è tutto nostro: invece facendoli giurare, perdiamo la loro povera anima, e la perdiamo per tutta l’eternità. Si racconta che un cittadino di Ippona, uomo dabbene, ma molto attaccato alla terra, costrinse uno, cui aveva prestato del denaro, a giurare in giudizio; costui giurò il falso. La stessa notte, si trovò in sogno presentato al tribunale di Dio. — Perché hai tu fatto giurare quest’uomo?… Non dovevi perdere ciò che ti doveva piuttosto che rovinare la sua anima? Gesù Cristo gli disse che per questa volta gli perdonava, ma che lo condannava ad essere staffilato; il che fu sull’istante eseguito dagli Angeli. Al domani si trovò tutto coperto di piaghe. — Voi mi direte: Devo perdere quello che mi si deve? — Sì, dovreste perdere quello che vi è dovuto: stimate voi, dunque meno l’anima del vostro fratello che il vostro denaro? – Del resto, siete sicuri che se farete questo per Iddio, Egli non mancherà certo di ricompensarvene. I padri e le madri, i padroni e le padrone devono esaminarsi se non sono mai stati, per i loro figli o dipendenti, causa di qualche giuramento, pel timore d’essere maltrattati o rimproverati. Si giura tanto il vero che il falso. Guardatevi bene, quando sarete chiamati in giudizio, di non giurare mai il falso. Anche se non avete giurato, dovete esaminarvi se avete avuto il pensiero, e quante volte l’avete avuto; se avete consigliato agli altri di giurare il falso col pretesto, che, dicendo la verità, verrebbero condannati. Siete obbligati a dire tutto questo. Accusatevi anche se avete usato qualche astuzia di parole per dire in modo differente da quello che pensavate; perché siete obbligati di dire ciò che pensate, ciò che avete visto e sentito; altrimenti commettete un grave peccato. Dovete altresì accennare distintamente se avete fatto quale cosa per indurre gli altri a mentire: così un padrone, che minacciasse il servo di maltrattarlo o di fargli perdere il posto, deve dir in confessione tutto questo, altrimenti la confessione non sarebbe che un sacrilegio. Lo Spirito Santo ci dice che il falso testimonio sarà punito rigorosamente (Deut. XIX, 18. 21).  – Ho detto che cos’è il giuramento e lo spergiuro; vediamo ora che cos’è la bestemmia. Vi sono molti che non sanno distinguere la bestemmia dal giuramento. Se non sapete distinguere l’uno dall’altra, non potete sperare che le vostre confessioni siano buone, poiché non fate conoscere i vostri peccati come li avete commessi. Ascoltatemi dunque, affinché abbiate a togliere questa ignoranza che certissimamente vi dannerà. Bestemmia è parola greca che vuol dire detestazione, maledizione d’una beltà infinita. S. Agostino ci dice (De morìbus Manichæorum lib. II, lib. XI) che si bestemmia quando si attribuisce a Dio quello che non ha o non gli conviene: quando gli si toglie quello che gli compete, o, infine, quando si attribuisce a sé quello che non è dovuto che a Dio. Spieghiamoci.

1° Noi bestemmiamo quando diciamo che Dio non è giusto, se ciò che facciamo od intraprendiamo non riesce.

2° Dire che Dio non è buono, come fanno alcuni nell’eccesso della loro miseria, è una bestemmia.

3° Bestemmiamo quando diciamo che Dio non sa tutto; che non bada a quello che avviene sulla terra; ch’Egli non sa che noi siamo al mondo; che tutto va a casaccio; che Dio non si cura di sì poca cosa; che venendo al mondo siamo destinati ad essere felici od infelici, o che Dio non vi muta nulla.

4° Quando diciamo: Se Iddio usasse misericordia con quel tale, non sarebbe proprio giusto, perché ne ha fatte troppe, e non merita che l’inferno.

5° Quando ci adiriamo con Dio por qualche perdita, e diciamo: No, Dio non può farmi più di quello che mi ha fatto. Ed è pure una bestemmia mettere a burla e motteggiare la Ss. Vergine od i santi dicendo: È un santo che ha poca potenza, son già più giorni che prego… e non ho nulla ottenuto; certo non ricorro più a lui. È una bestemmia dire che Dio non è potente, e trattarlo indegnamente, come dicendo: A dispetto di Dio! ecc. – I Giudei avevano talmente in orrore questo peccato che, quando sentivano bestemmiare, si stracciavano le vesti in segno di dolore (Per esempio Caifa, durante la passione. Matth. X. vers. 65). Il santo Giobbe temeva questo peccato a tal segno che, nel timore che i suoi figli l’avessero a commettere, offriva a Dio dei sacrifizi in espiazione (Job. I, 5). Il profeta Nathan disse a Davide: Poiché sei stato la causa che si bestemmiasse Dio, tuo figlio morrà, ed i castighi non si allontaneranno dalla tua casa per tutta la tua vita (II Reg. XII, 14). Il Signore dice nella sacra Scrittura (Lev. XXIV, 16.): Chiunque bestemmierà il mio santo Nome, voglio sia messo a morte; quando gli Ebrei erano nel deserto, venne sorpreso un uomo che bestemmiava, ed il Signore ordinò che fosse ucciso a colpi di pietra (Lev. XXIV, 14). Sennacherib, re degli Assiri, che assediava Gerusalemme, aveva bestemmiato il Nome di Dio, dicendo che a dispetto di Dio prenderebbe la città e la metterebbe tutta a ferro e fuoco; il Signore allora mandò un Angelo, che in una sola notte uccise cento ottantacinquemila uomini, e il re stesso fu sgozzato dai suoi propri figli (al suo ritorno a Ninive, nel tempio di Moloch, IV Reg. XIX). Fin dal principio del mondo la bestemmia è sempre stata in orrore: essa è infatti il linguaggio dell’inferno, poiché il demonio ed i dannati non cessano di proferirla. Quando l’imperatore Giustino sapeva che qualcuno dei suoi sudditi aveva bestemmiato, gli faceva tagliare la lingua. Durante il regno del re Roberto, la Francia fu afflitta da una grande guerra. Il buon Dio rivelò ad un’anima santa che tutti questi mali durerebbero sino a che nel regno non si cessasse dal bestemmiare. Non è dunque uno straordinario miracolo, che una casa dove si trova un bestemmiatore non venga schiacciata dalla folgore, ed oppressa da ogni sorta di disgrazie? S. Agostino dice ancora che la bestemmia è un peccato più grave dello spergiuro; perché in questo si prende Dio come testimonio d’una cosa falsa; in quella invece è una cosa falsa che si attribuisce a Dio (S. Aug. Contra mendacium, c. XIX). Riconoscete dunque con me, F. M., l’enormità di questo peccato e la disgrazia di chi vi si abbandona. Quando taluno vi si è abbandonato, non deve temere che la giustizia di Dio lo punisca sull’istante come ha fatto con tanti altri? – Vediamo ora la differenza che passa tra la bestemmia ed il rinnegar Dio. Non voglio parlarvi di quelli, che rinnegano Dio abbandonando la Religione Cattolica per abbracciarne una falsa, come i protestanti, i giansenisti e tanti altri. Noi chiamiamo queste persone rinnegati ed apostati. Parlo ora di quelli che, dopo qualche perdita o qualche disgrazia, hanno la maledetta abitudine di uscire in parole di collera contro Dio. Questo peccato è orribile, perché per la minima cosa che ci accade, ce la prendiamo con Dio stesso, e ci adiriamo con Lui: è come se dicessimo a Dio: Siete un…! un… ! uno sciagurato, un vendicativo! Voi mi punite per quell’azione, voi siete ingiusto! Dio deve subire la nostra collera, come se fosse la causa della perdita che abbiamo fatto, dell’incidente che ci è toccato. Non fu questo tenero Salvatore che ci ha tratti dal nulla, che ci ha creati a sua immagine, che ci ha riscattati col proprio Sangue prezioso, e che ci conserva così lungamente, mentre meriteremo già da molti anni d’essere inabissati nell’inferno?… Egli ci ama di un amore ineffabile, e noi lo disprezziamo; profaniamo il suo santo Nome, lo spergiuriamo, lo rinneghiamo! Oh orrore! V’ha forse delitto più mostruoso? Non è imitare il linguaggio dei demoni? dei demoni, che null’altro fanno nell’inferno? Ahimè! F. M., se li imitate in questa vita, state ben certi di andare a far loro compagnia nell’inferno. Dio mio! può un Cristiano abbandonarsi a tali orrori! Una persona che s’abbandona a questo peccato deve aspettarsi una vita disgraziata, anche in questo mondo. Si racconta che un uomo, il quale aveva bestemmiato per tutta la sua vita, disse al prete che lo confessava: Ahimè! padre, quanto fu disgraziata la mia vita! Io avevo l’abitudine di giurare, di bestemmiare il Nome di Dio; ho perduto le mie ricchezze, che erano considerevoli; i miei figli, su cui non ho attirato che maledizioni, non sono buoni a nulla; la mia lingua, che ha giurato, bestemmiato il Nome santo di Dio, è ulcerata e va incancrenandosi. Ahimè! dopo essere stato disgraziato in questo mondo, temo di dannarmi in causa delle mie bestemmie. Ricordatevi, F. M., che la lingua non vi è stata data che per benedire il buon Dio; essa gli è stata consacrata col santo Battesimo e colla santa Comunione. Se per disgrazia andate soggetti a questo peccato, dovete confessarvene con grande dolore e farne un’aspra penitenza; altrimenti ne subirete il castigo nell’inferno. Purificate la vostra bocca, pronunciando con rispetto il Nome di Gesù. Domandate spesso a Dio la grazia di morire, piuttosto di ricadere in questo peccato. Non avete mai pensato quanto la bestemmia sia orribile davanti a Dio e davanti agli uomini? Ditemi, vi siete confessati come si deve? Non vi siete accontentato di dire che avete giurato, oppure che avete detto delle parole triviali? Esaminate la vostra coscienza, e non addormentatevi, poiché può darsi che le vostre confessioni non valgano nulla. – Vediamo ora che cosa s’intende per maledizione ed imprecazione. Ecco. Si cade nella maledizione quando, trascinati dall’odio o dalla collera, vogliamo annientare o rendere disgraziato chiunque si opponga alla nostra volontà. Queste maledizioni cadono su di noi, sui nostri simili, sulle creature animate od anche inanimate. Quando facciamo così, non operiamo secondo lo spirito di Dio, che è uno spirito di dolcezza, di bontà e di carità; ma secondo lo spirito del demonio, il cui ufficio è solo quello di maledire. Le maledizioni più cattive sono quelle che i padri e le madri invocano sui loro figli, per i grandi mali che ne seguono. Un figlio maledetto dai suoi genitori è ordinariamente, un figlio maledetto da Dio stesso; perché Dio ha detto che se i genitori benedicono i loro figli, Egli li benedirà: al contrario, se li maledicono, la maledizione cadrà su di loro. (Eccli. III, 11). S. Agostino ne cita un esempio degno d’essere impresso per sempre nel cuore dei padri e delle madri. Una madre, ci dice, incollerita, maledisse i suoi tre figli ed all’istante essi furono invasi dal demonio (De civ. Dei). Un padre disse ad uno dei suoi figli: Non morirai una benedetta volta dunque? Il figlio cadde morto a’ suoi piedi. Ciò che aggrava di più questo peccato, è che se un padre ed una madre hanno l’abitudine di commetterlo, i figli contrarranno la medesima abitudine, ed il vizio diventa ereditario nella famiglia. Se vi sono tante case disgraziate, e che sono veramente la soddisfazione dei demoni e l’immagine dell’inferno, ne troverete la spiegazione nelle bestemmie e nelle maledizioni degli antenati, che sono passate da nonno in padre, da padre in figlio, e continuerete così di generazione in generazione. Voi avete sentito un padre incollerito pronunziar giuramenti, imprecazioni e maledizioni; ebbene! ascoltate i suoi figli quando sono in collera: hanno sulle labbra gli stessi giuramenti; le stesse imprecazioni. Così i vizi dei genitori passano nei loro figli, come le loro ricchezze e meglio ancora. Gli antropofagi non uccidono che gli stranieri per mangiarli; ma, fra i Cristiani vi sono dei padri e delle madri che, per soddisfare le loro passioni, augurano la morte a coloro ai quali essi stessi han dato la vita ed abbandonano al demonio tutti coloro che Gesù Cristo ha riscattati col suo Sangue prezioso. Quante volte si sente dire da questi padri e madri senza religione: Ah! maledetto ragazzo, non creperai… una volta? Mi dai fastidio; il buon Dio non ti punirà dunque una buona volta?… vorrei che tu fossi lontano me quanto mi sei vicino! cane d’un ragazzo! demonio d’un figlio! Carogne di figli!… bestie! O mio Dio! possibile che tutte queste maledizioni escano dalla bocca d’un padre e d’una madre, i quali non dovrebbero augurare e desiderare ai loro poveri figli che le benedizioni del cielo? Se vediamo tanti figli scemi, storpi, stizzosi, senza religione, non cerchiamone la causa, almeno per la maggior parte dei casi, che nelle maledizioni dei genitori. – Qual è poi il peccato di coloro che nei momenti di malumore maledicono se stessi? E’ un delitto spaventoso, contrario alla natura e alla grazia; poiché la natura e la grazia ci comandano l’amore verso noi stessi. Chi maledice se stesso rassomiglia ad un arrabbiato che si uccide colle proprie mani; egli è anche peggiore; spesso se la prende colla sua anima, dicendo: Che Dio mi danni! che il diavolo mi porti via! vorrei essere all’inferno piuttosto che in questa condizione! Ah! disgraziato, dice S. Agostino, che Dio non ti esaudisca; perché andresti a vomitare il veleno della tua rabbia nell’inferno! Mio Dio! se un Cristiano pensasse a ciò che dice, avrebbe la forza di pronunciare queste bestemmie, che potrebbero, in qualche modo, obbligare Dio a maledirlo dall’alto del suo trono? Oh! quanto è disgraziato un uomo soggetto alla collera! Egli costringe a punirlo quel Dio, il quale non vorrebbe che il suo bene e la sua felicità! Si riuscirà mai a comprendere questa cosa? – Qual è pure il peccato d’un marito e d’una moglie, d’un fratello e d’una sorella che vomitano l’un contro l’altro ogni sorta di maledizioni? E un peccato di cui non si potrà mai esprimere l’enormità; è un peccato tanto più grande quanto più rigorosamente essi sono obbligati ad amarsi ed a sopportarsi a vicenda. Ahimè! Quante persone maritate non cessano di vomitarsi vicendevolmente ogni sorta di maledizioni! Un marito ed una moglie che non dovrebbero farsi che dei felici augùri, e sollecitare la misericordia di Dio per ottenere l’un per l’altro d’andar in cielo a passare insieme l’eternità, si caricano di maledizioni; si strapperebbero, potendolo, gli occhi, si toglierebbero la vita! Maledetta moglie, o maledetto marito, gridano, non t’avessi, almeno, mai visto o conosciuto! Ah! maledetto mio padre, che m’ha consigliato di sposarti! … Mio Dio! quale orrore per dei Cristiani, i quali non dovrebbero occuparsi che di diventar santi! Essi fanno come i demoni ed i dannati! Quanti fratelli e sorelle vediamo augurarsi la morte, maledirsi, perché uno è più ricco, o per qualche ingiuria ricevuta; e conservare spesso l’odio per tutta la vita, ed a stento perdonarsi anche prima di morire! È altresì un grave peccato maledire il tempo, le bestie, il proprio lavoro. Quante persone, quando il tempo non è come vorrebbero, lo maledicono, dicendo: Maledetto tempaccio, non ti cambierai più dunque? Voi non sapete quello che dite: è come se diceste: Ah! maledetto Dio, che non mi dai il tempo come vorrei. Altri. maledicono le loro bestie : Ah! maledetta bestia, non potrò farti andare come voglio?… Che il diavolo ti porti via, che il fulmine ti annienti! che il fuoco del cielo ti abbruci!… Ah! disgraziati, le vostre maledizioni hanno il loro effetto, più spesso che non crediate. Spesso alcune bestie periscono o si storpiano, e ciò in conseguenza delle maledizioni che avete loro date. Quante volte le vostre maledizioni, i vostri impeti di collera, le vostre bestemmie hanno attirato la brina o la grandine sui vostri raccolti! – Ma qual è il peccato di coloro che augurano male al prossimo? Questo peccato è grande in proporzione del male che augurate, e del danno che gli procurerebbe, se ciò si avverasse. Voi dovete accusarvene ogniqualvolta fate di questi augùri. Quando vi confessate dovete dire quale male avete augurato, e quale danno ne sarebbe avvenuto se il vostro augurio si fosse adempito. Dovete spiegare se si trattava dei genitori, dei fratelli e delle sorelle, dei vostri cugini o cugine, zii o zie. Ahimè! Quanto pochi sono quelli che confessandosi fanno queste distinzioni! Si saran maledetti i fratelli, le sorelle, i cugini, le cugine, e si starà contenti di dire che si ha augurato male al prossimo, senza dire a chi, né quale era l’intenzione. Quanti altri hanno fatto giuramenti orribili, pronunciato bestemmie, imprecazioni, rinnegamenti di Dio da far rizzare i capelli in capo, e si accontentano di dire che hanno detto parole grossolane e nient’altro. Una parola grossolana, lo sapete, è una specie di piccola imprecazione detta senza collera. Ahimè, quante confessioni e comunioni sacrileghe! Ma, mi direte, che cosa bisogna fare per non commettere questi peccati, che sono così orribili e capaci di attirare su di noi ogni sorta di disgrazie? — Bisogna che tutte le pene che ci colpiscono ci facciano ricordare che, essendoci noi ribellati contro Dio, è giusto che le creature si rivoltino contro di noi. Bisogna non dar mai occasione agli altri di maledirci. I figli ed i servi soprattutto devono fare il possibile per non obbligare i genitori ed i padroni a maledirli, poiché è certo, presto o tardi toccherà loro qualche castigo. I padri e madri devono considerare che non hanno nulla di più caro al mondo che i loro figli, e lungi dal maledirli, non devono cessare di benedirli affinché Dio effonda su di loro i beni che essi augurano. Se vi capita qualche cosa di doloroso, invece di coprire di maledizioni chi non fa come voi vorreste, vi sarebbe ben facile dire: Dio vi benedica. Imitate il santo Giobbe che benediceva il Nome del Signore in tutte le grandi sventure che gli toccavano, e riceverete le stesse grazie. Vedendo la sua grande sottomissione alla volontà di Dio, il demonio fuggì, le benedizioni si sparsero abbondantemente sulle sue ricchezze, e tutto gli venne raddoppiato. Se, per disgrazia, vi capita di pronunciare qualcheduna di queste cattive parole, fate subito un atto di contrizione per domandarne perdono, e promettete che non vi ricadrete mai più. S. Teresa ci dice che, quando pronunciamo con rispetto il Nome di Dio, tutto il cielo si rallegra; come fa l’inferno, quando pronunciamo ogni cattiva parola. Un Cristiano non deve perdere di vista che la sua lingua non gli è data che per benedire Dio in questa vita, ringraziarlo dei beni di cui l’ha colmato, per benedirlo durante tutta l’eternità cogli Angeli e coi santi: questa sarà la sorte di quelli che avranno imitato gli Angeli e non il demonio. Io ve la desidero…

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “Sull’ubriachezza”

I SERMONI DEL CURATO D’ARS:

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

“Sull’ubriachezza”

Nolite inebriari vino, in quo est luxuria.

(EPHES. V, 18).

S. Paolo ci assicura che gli ubbriaconi non entreranno mai nel regno dei cieli (I Cor. VI, 10); bisogna dunque dire che l’ubriachezza sia un peccato molto grave. E ciò si capisce facilmente, poiché, sotto qualunque aspetto lo si consideri, questo peccato è disonorante anche per gli stessi pagani; devono dunque i Cristiani temerlo mille volte più della morte. Lo Spirito Santo ce lo dipinge in un modo pauroso; Egli ci dice: “Guai a voi che vi vantate di bere molto vino, e siete forti nell’inebriarvi… guai a colui che si alza al mattino col pensiero di darsi all’ubriachezza! „ (Prov. VI, 6). Ahimè! Fratelli miei, sono assai pochi quelli che, presi da questo vizio, procurano di correggersi. Alcuni  non trovano alcun male nel bere ad ogni occasione; gli altri pensano che, purché non perdano la ragione, non commettono grave peccato; altri infine, si scusano perché i compagni ve li trascinano. Per disingannarli tutti di questi errori, io mostrerò loro:

1° che tutto condanna l’ubriachezza;

2° che tutti i pretesti che i bevitori tentano di addurre non riescono a giustificarli davanti a Dio.

I. — Per mostrarvi, F. M., l’enormità del peccato dell’ubriachezza, bisognerebbe poter farvi conoscere la grandezza dei mali che porta con sé per il tempo e per l’eternità: ciò che non sarà mai possibile ad un uomo mortale, perché Dio solo può conoscerlo. Quanto vi dirò dunque, sarà un nulla in confronto di ciò che è la realtà. Dapprima converrete con me, che una persona la quale ha ancora un po’ di buon senso e di religione, non può essere indifferente ed insensibile alla perdita della sua riputazione, della sanità e della salvezza dell’anima. Se devo spiegarmi meglio, vi dirò che l’ubbriacone, per il suo peccato, si rovina la salute, attira su di sé l’avversione degli uomini e la maledizione di Dio. Io credo, F. M., che questo solo potrebbe bastarvi per farvene concepire un vero orrore. Quale vergogna per una persona, ma specialmente per un Cristiano, immergersi in questo infame pantano! Lo Spirito Santo ci dice nella sacra Scrittura, che bisogna mandare il fannullone e l’ozioso dalla provvida formica, affinché da essa impari a lavorare (Prov. XX, 22); ma l’ubbriacone, dice che bisogna mandarlo dagli animali immondi, perché da essi impari la temperanza nel bere e nel mangiare. Quando si vuol indurre un peccatore ad uscire dal peccato gli si propongono gli esempi di Gesù Cristo e dei santi; ma per un ubbriacone bisogna cambiar linguaggio: bisogna proporgli l’esempio degli animali, senza temere di scendere ai più immondi. Gran Dio, che orrore! S. Basilio ci dice che non si dovrebbero tollerare gli ubbriaconi tra gli uomini; ma che bisognerebbe scacciarli, e relegarli tra le bestie selvagge in fondo alle foreste. – Questo peccato sembrava odioso anche agli stessi pagani. Si racconta nella storia che i magistrati di Sparta, i cui abitanti erano molto sobrii, per far bene comprendere ai giovani quanto questo vizio fosse indegno d’una creatura ragionevole, in un certo giorno facevano venire sulla pubblica piazza uno schiavo che prima era stato ubbriacato. I giovani vedendo quell’uomo trascinarsi nell’acqua o nel fango si stupivano e gridavano: O cielo, donde può venire un tal mostro? ha sembianze umane, ma è meno ragionevole d’un bruto. Vedete, F. M., che, sebbene pagani, non potevano comprendere come una persona ragionevole potesse abbandonarsi ad una passione che riduce l’uomo in uno stato così disonorante. Leggiamo pure che un giovane signore dabbene, aveva un servo il quale disgraziatamente di quando in quando si dava al vino. Un giorno lo trovò in questo stato mentre andava in chiesa, e gli domandò dove andasse. “Vado in chiesa a pregare Dio, rispose il servo.„ — “Tu vai in chiesa, soggiunse il padrone: come potrai pregare il buon Dio, mentre non saresti capace di dar da mangiare al cavallo? „ Non avviene di questo peccato come di molti altri che, col tempo e colla grazia, si correggono; occorre un miracolo della grazia, e non una grazia ordinaria. — Mi domandate perché gli ubbriaconi si convertono così raramente? Ecco: essi non hanno né fede, né religione, né pietà, né rispetto per le cose sante; nulla può commuoverli e far aprire ad essi gli occhi sul loro stato disgraziato. Se li minacciate colla morte, col giudizio, coll’inferno che li aspetta per abbruciarli; se li intrattenete sulla felicità che Dio riserva a quelli che l’amano; vi risponderanno con un piccolo sorriso sardonico, che significa: “Voi credete forse di farmi paura come si fa ai fanciulli; ma non sono ancora nel numero di coloro che si lasciano… per credere ciò.„ Ecco quanto ne ricaverete. Egli crede che dopo la morte tutto sia finito, Il suo Dio è il vino, e ne ha abbastanza. “Va, disgraziato, gli dice lo Spirito Santo, quel vino che bevi oltre misura è come un serpe che ti dà la morte. „  (Prov. XXIII, 22) Tu ora non credi nulla; ma nell’inferno conoscerai che oltre il tuo ventre vi è un altro Dio. Oltre il male che l’ubbriacone reca a sé stesso col suo peccato, a quali eccessi può giungere quando è immerso nella crapula! S. Agostino ce ne dà un esempio spaventoso. Nella città dove egli era vescovo, un giovane chiamato Cirillo aveva, come tanti altri, ahimè! la disgraziata abitudine di frequentare le bettole. Un giorno ritornando dal luogo de’ suoi stravizi, portò il furore della sua passione così oltre, che assalì la sua stessa madre da mesi incinta. Vedendosi ella nelle mani di questo figlio snaturato, si difese con tanti sforzi che fece morire il povero bambino che portava in seno. Dio mio, quale disgrazia! Un infante pel furore di quello sciagurato libertino non potrà mai vedere il cielo!… Quell’infame, vedendo che non riusciva a nulla con sua madre, andò in cerca d’una delle sorelle, la quale preferì lasciarsi pugnalare, piuttosto che acconsentire al suo infame desiderio. Il padre sentendo un gran rumore, accorse per liberare la figlia. Il disgraziato si getta sul padre, lo copre di coltellate e lo fa cadere ai suoi piedi. Un’altra delle sorelle corre in aiuto del padre che vedeva assassinare, e il disgraziato pugnala anche questa. Cielo! che orrore! Quale passione è simile a questa? S. Agostino, avendo fatto radunare i fedeli in chiesa per metterli a parte di questo avvenimento, ci dice che tutti si scioglievano in lagrime al racconto d’un tale delitto. Vedete, F. M., quale orrore per questo peccato vuole ispirarci lo Spirito Santo, quando ci dice “di non guardare il vino neppure quando brilla nel bicchiere. Se lo bevete senza moderazione, dice ancora, vi morderà come un serpente, vi avvelenerà come un basilisco.„ (Prov. XXIII, 31,32) Volete sapere, ci dice S. Basilio, che cos’è il ventre d’un ubbriaco? ecco: è un serbatoio ripieno di tutte le immondizie della bettola. Ordinariamente, dice egli, vedete che un ubbriacone conduce una vita snervata; non è capace che di rovinare la sua salute, di dar fondo alle sue sostanze, di gettare la famiglia in miseria: ecco ciò di cui è capace. Bisogna che questo vizio sia ben disonorante, poiché il mondo, corrotto com’è, non lascia di avere un sommo disprezzo per gli ubbriaconi, e di considerarli come pubblica peste. Ciò non è difficile a comprendersi: non vi è realmente in questo vizio tutto quanto può rendere un uomo infame ed odioso agli stessi pagani? Il beone non riesce odioso quando, per negligenza dei suoi affari, rovina la famiglia e la mette in miseria? Non è odioso per gli scandali che dà colla turpitudine della sua vita, e le ingiurie che lancia così contro i superiori come contro gli inferiori? giacché un ubbriacone non ha maggior rispetto per gli uni che per gli altri. Converrete con me, F. M., che non occorre tutto questo per rendere spregevole un uomo. Ascoltatemi ancora un momento, e lo comprenderete meglio. Dove troverete un padre che voglia dare sua figlia ad un ubbriacone, se lo conosce per tale? Appena glielo proponete vi risponde: “Se volessi far morire mia figlia di dispiaceri, lo farei; ma siccome amo i miei figli, preferisco tenerla con me per tutta la mia vita. „ Del resto, F. M., qual è quella giovane che acconsentirebbe di sposare un giovane che frequenta troppo le osterie? — “Proferisco, vi direbbe, passar la mia vita in un bosco piuttosto che sposare un abbrutito, che, proso dal vino, potrebbe uccidermi, come spesso si è visto. „ Ditemi, F. M., qual è quel proprietario che vorrebbe affidare la cura della sua sostanza ad un ubbriacone, incaricato di fare i suoi pagamenti, di riscuotere il suo denaro? Sopra cinque mila non ne troverete uno che vi acconsenta; e ben a ragione. Qual giudico vorrebbe accettare la deposizione d’un ubbriacone? Lo farebbe scacciare dall’udienza, ed ordinerebbe di condurlo nella sua scuderia insieme ai cavalli, o meglio co’ suoi porci, se ne avesse. Dove troverete una persona dabbene che voglia entrare in un albergo in compagnia d’un ubbriacone? Se nessuno la conosce, forse tollererà; ma se si crede riconosciuto da una persona onorata, fugge subito; o, se non può, cerca mille pretesti per far capire che s’è trovato in simil compagnia senza saperlo. – Se in una disputa volete inquietarlo, rimproverategli di averlo veduto in così bella compagnia; è lo stesso che dirgli che non vale gran fatto più di quell’ubbriacone: insomma ad un ubbriacone si attribuisce ogni sorta di cattive qualità! – S. Basilio ci dice che se le bestie potessero conoscere cos’è un ubbriacone, non lo tollererebbero in loro compagnia, credendo di disonorarsi. Un ubbriacone non si mette infatti al di sotto dell’animale più bruto? Infatti, una bestia, ha piedi per andare dove vuole, o dove è chiamata; ma l’ubbriacone non ne ha. Quante volte lo trovato steso in mezzo alla strada come un animale a cui siano state tagliate tutte quattro le zampe. Se, per un atto di carità lo rialzate, ricade subito, così che siete costretti o a lasciarlo nel fango od a prendervelo sulle spalle. Non è forse vero? — Sì, senza dubbio, pensate tra voi. — Una bestia ha occhi per vedere, per dirigersi, per andare a casa del suo padrone, e mettersi nella stalla al suo solito posto. Un ubbriacone non ha occhi per andare a casa, non sa se prendere la destra o la sinistra; e se siete un suo vicino non vi conoscerà nemmeno. Domandategli se è giorno o notte: non lo sa. Una bestia ha orecchie per sentire ciò che dice il suo padrone; non può rispondergli, ma lo guarda per mostrare che ha capito e che è pronta a fare tutto ciò ch’ei vuole. Un cane, al segno del padrone che ha perduto il fazzoletto od il bastone, va subito a cercarlo e lo riporta manifestando al padrone la gioia, il piacere che prova nel servirlo. Se trovate invece un ubbriacone sdraiato sulla via, cercate di parlargli per ore intere; non vi risponderà, tanto sono sorde le sue orecchie, tanto i suoi occhi sono annebbiati dal fumo del vino. Se l’ubriachezza gli lascia ancora la forza di aprire la bocca, vi risponderà una cosa per l’altra; e finirete per andarvene deplorando la sua disgraziata abitudine. Se poi, in questo stato, ha ancora un po’ di conoscenza, non v’ha trivialità ed infamia che non vomiti; lo vedrete commettere azioni che farebbero arrossire i pagani se fossero presenti, e tutto questo senza rimorso. Occorre dare un ultimo tratto di pennello per farvi meglio apprezzare il valore e le belle qualità d’un ubbriacone? aggiungo una sola parola: è un demonio d’impurità vestito di corpo, che l’inferno ha vomitato sulla terra; è il più sozzo, il più immondo degli animali. Toglietegli l’anima ed è l’ultima delle bestie che vivono sulla terra. – Credo che ora, F. M., potete farvi un’idea dell’enormità del peccato dell’ubriachezza. Noi lo troviamo stomachevole, eppure non abbiamo che una conoscenza assai limitata della malizia di questo peccato: vi lascio pensare come deve giudicarlo Iddio che perfettamente lo conosce! Se non fosse immortale, potrebbe, senza morir d’orrore, sopportare questo vizio che tanto lo disonora nelle sue creature, le quali sono, come dice S. Paolo, membra di Gesù Cristo? » (I Cor. VI, 15.).Ma, non andiamo più innanzi, F. M., ve n’è abbastanza. Vi dirò solo che un impudico, sebbene molto colpevole, può ancora nel suo peccato fare un atto di contrizione che lo riconcili col buon Dio; ma un ubbriacone è incapace del minimo segno di pentimento. Lungi dal conoscere lo stato della sua anima, non sa nemmeno se è al mondo; così Che morire nell’ubriachezza e morire da riprovato, F. M., è la stessa cosa. – Dico, inoltre, F. M., che un beone è del tutto incapace di lavorare per la sua salute, come vedrete. Per uscire dal suo stato, bisognerebbe che potesse sentirne tutto l’orrore. Ma, ahimè! egli non ha fede: o crede assai debolmente le verità che la Chiesa ci insegna. Dovrebbe ricorrere alla preghiera; ma non ne fa quasi mai, ovvero la fa vestendosi o spogliandosi, od anche si accontenterà di fare, bene o male, il segno della croce mentre si getta sul letto, come una bestia sullo strame. Dovrebbe frequentare i Sacramenti che, malgrado il disprezzo degli empi, sono i soli rimedi che la misericordia di Dio ci presenta per attirarci a sé. Ma ahimè! egli non conosce né le disposizioni necessarie per riceverli degnamente e nemmeno il più necessario di quanto bisogna sapere per salvarsi. Se l’interrogate sul suo stato, non capisce nulla, e vi risponde una cosa por l’altra. Se in tempo di giubileo, o durante le missioni vuol salvare le apparenze; si accontenterà di dire solo la metà dei peccati commessi; o, cogli altri sull’anima, va ad accostarsi alla sacra mensa, cioè va a commettere un sacrilegio; questo gli basta. Dio mio! quale stato è quello di un ubbriacone e quanto è difficile il poterne uscire! F. M., se volete darvi la pena di osservare il contegno d’un ubbriacone in chiesa credereste che egli sia un ateo, che non crede nulla; lo vedete venire per ultimo, oppure uscire per sollevarsi un poco, cercare qualcheduno de’ suoi amiconi che lo accompagni alla bettola, mentre gli altri stanno ad ascoltare la S. Messa. Il profeta Isaia ci dice che gli ubbriaconi sono creature inutili per il bene su questa terra, ma che sono però pericolosissime per il male Per convincervene, F. M., entrate in una bettola, che S. Giovanni Climaco chiama la bottega del demonio, la scuola dove l’inferno vende ed insegna la sua dottrina, il luogo dove si vendono le anime, dove si rovinano i matrimoni, si guasta la salute, cominciano gli alterchi e si commettono gli omicidi. Ahimè! tutte cose che fanno orrore a quelli che non hanno ancora perduta la fede. Che cosa vi si sente? Voi lo sapete meglio di me: bestemmie, spergiuri, imprecazioni, parole triviali. E quante azioni vergognose che non si farebbero altrove!… Vedete, F. M., quel povero ubbriaco! Egli è pieno di vino, mentre la sua borsa è vuota. Si getta bocconi su una panca o su di un tavolo: il domani, si stupisce di trovarsi in una bettola, mentre ei credeva d’essere a casa sua. Egli se ne va dopo avere sprecato tutto il denaro, e spesso è obbligato a lasciare in deposito il cappello o gli abiti con una polizza per poter portar via il suo corpo col vino che ha bevuto. Quando rientra in casa la povera moglie ed i figli, che ha lasciati senza pane, cogli occhi solo per piangere, sono costretti a fuggire por non essere maltrattati, come se essi fossero la causa della perdita del suo denaro, e dei suoi cattivi affari. Mio Dio, quanto è deplorevole lo stato d’un ubbriacone! Il Concilio di Magonza ha ragione di dirci che un ubbriacone trasgredisce i dieci comandamenti della legge di Dio. Se volete convincervene, esaminateli l’un dopo l’altro, e vedrete che un ubbriacone è capace di fare tutto ciò che i comandamenti ci proibiscono. Non voglio entrare in questi particolari che sarebbero troppo lunghi. S. Giovanni Crisostomo, parlando al popolo di Antiochia, dice: “Guardatevi bene, figli miei, di non darvi all’ubriachezza, poiché questo peccato degrada l’uomo in un modo così spaventoso da metterlo al di sotto del bruto privo di ragione. Sì, continua, gli ubbriaconi sono veramente gli amici del demonio: dove sono essi, sono i demoni in grande quantità. „ Ahimè! F. M., bisogna che questo peccato sia ben orribile agli occhi di Dio, se Egli lo punisce in modo così spaventoso anche in questo mondo! Eccone unchiaro esempio. Leggiamo nella S. Scrittura (Dan. V,) , che il re Baldassare, per ricevere i grandi della sua corte, aveva dato uno splendido banchetto, quale non aveva mai offerto durante il suo regno. Aveva fatto cercare per tutto il regno i vini più squisiti. Quando i convitati furono radunati, e, gloriandosi di bere a larghi sorsi, il sangue cominciò a scaldarsi e la lussuria ad infiammarsi (poiché ubriachezza e lussuria non vanno mai disgiunte): mentre ormai si tuffavano nelle voluttà, apparve ad un tratto davanti al re una mano senza corpo, la quale scrisse sul muro alcune parole che erano la condanna del re, senza che egli lo comprendesse. Ahimè! F. M., come l’uomo più fiero, più orgoglioso, più altero si fa piccolo piccolo davanti a simil caso, anzi al più lieve accidente! Baldassare ne fu così spaventato, e fu preso da un tremito così forte, che le giunture delle mani gli si rompevano e le ginocchia si urtavano l’un l’altro. Tutti i convitati furono presi da ugual terrore e sembravano mezzo morti. Il re s’affrettò a far cercare qualcuno che potesse spiegargli il significato di quelle parole; ma nessuno vi capiva nulla. Comandò allora di far venire tutti i suoi indovini, cioè i falsi profeti. Ciascuno voleva comprendere, ma non vi riusciva. Finalmente si disse al re che solo Daniele, il profeta del Signore, poteva darne la spiegazione. Siccome il re vivamente desiderava conoscere il significato di quelle parole misteriose, ordinò di farlo venire all’istante alla sua presenza. Il profeta, accondiscese tosto a comparire dinanzi al re, che lo ricevette con grande rispetto ed. offrendogli molti regali, gli domandò la spiegazione di quelle strane parole. Il profeta rifiutò i doni, poi: “Principe, disse, ascoltami. Ecco ciò che significano quelle tre parole Mane, Thecèl, Phares. La prima significa, che i tuoi giorni sono contati e che sei alla fine della tua vita e del tuo regno; la seconda che sei stato pesato e trovato troppo leggiero; la terza che il tuo regno sarà diviso tra i Medi ed i Persiani. „ Così il re dalla bocca stessa del profeta, udì la sentenza di condanna che gli annunciava la fine di tutti i suoi stravizi. Notatelo bene: ciò avveniva nel momento in cui questo disgraziato beveva coi convitati nei vasi sacri, rubati dal padre suo nel saccheggio del tempio di Gerusalemme; mentre si riempivano di vino e si tuffavano nelle più indegne voluttà. Dio mio! qual colpo di folgore della vostra collera! Ma la paura non lo salvò: tutto accadde come il profeta aveva predetto. Il re fu ucciso, ed il regno venne diviso fra i Medi ed i Persiani. Malgrado questo avvertimento che avrebbe convertito ogni altro peccatore, quel disgraziato vieppiù si ostinò; poiché non sembra che abbia dato segni di pentimento. Così, secondo tutte le apparenze, dalla sua orgia e dal suo spavento, discese nell’inferno. Questo ci mostra quanto sia difficile che un ubbriacone si converta. Vedete ancora Oloferne, il famoso superbo I che si vantava di riempirsi di vino fino a traboccarne, davanti alla bella Giuditta « (Judith XII, 20). Fu precisamente durante l’ubriachezza ch’ella gli tagliò il capo. Ah! F. M., quale funesta passione! chi potrebbe comprenderne la tirannia, ed abbandonarvisi? No, F. M., chi si dà all’ubriachezza non ha più alcun ritegno, nemmeno coi suoi genitori, come ho già detto. Ma, per ben imprimervelo nel cuore, ecco un esempio che non è meno spaventoso. Narra la storia che un padre aveva un figlio il quale, ancora giovanissimo, aveva l’abitudine di frequentare troppo le osterie. Un giorno vedendolo tornare da questo luogo sciagurato, ed accorgendosi che aveva bevuto un po’ troppo, il padre volle ricordargli che era cosa vergognosa per lui, ancora ragazzo, frequentare così le osterie dove non si commette che del male, mai del bene; che avrebbe fatto assai meglio a fuggire quei luoghi dove si perdeva la reputazione e l’onore, e che, se voleva continuare, lo caccerebbe di casa. Il giovane, sentendo queste parole, si accese di una tal collera che si slanciò sul padre, lo coprì di pugnalate e lo stese ucciso ai suoi piedi coperto di sangue. Ditemi, F. M., avreste mai pensato che l’ubriachezza potesse portare un uomo a simili eccessi? – Così l’ubbriacone non commette soltanto peccato di golosità; ma diventa capace per il suo peccato di abbandonarsi a tutti i delitti. Se non temessi di esser troppo lungo, ve lo mostrerei tanto chiaramente, che non potreste più dubitarne. Dopo questo, F. M., non è necessario dirvi quanto dovete temere l’ubriachezza, e fuggire quelli che vi si abbandonano. Ah! come è da temere che quelli che ne sono presi, non se ne correggano più! Pure, F. M., siccome la misericordia di Dio è infinita, ed Egli vuol salvare gli ubbriaconi, come tutti gli altri, quantunque la loro conversione sia molto difficile, se essi volessero corrispondere alla grazia, che è data loro por correggersi, riuscirebbero a trarsi da questo abisso. La prima cosa ch’essi devono fare, è di fuggire gli ubbriaconi e le osterie; questa condizione è ad essi assolutamente necessaria per tornare a Dio. La seconda è di ricorrere alla preghiera, per commuovere il cuore di Dio e riguadagnare la sua amicizia. La terza d’avere un gran rispetto per le cose sante; di non disprezzar nulla di ciò che si riferisce alla religione. La quarta di ricorrere ai Sacramenti, dove ci vengono accordate tante grazie: è questo il mezzo di cui tutti i peccatori si sono serviti per tornare a Dio tanto gli ubbriaconi quanto gli altri. – S. Agostino narra (Conf. lib. IX, cap. VIII, 18) . , conforme al racconto che aveva udito dalle labbra stesse di sua madre. che ella aveva corso pericolo di dannarsi mostrandosi golosetta del vino. Spiava il momento in cui nessuno la vedesse, e tosto cercava di soddisfare la sua gola. Ma una serva che qualche volta l’aveva vista, e colla quale un giorno ebbe a litigare, le disse che era una piccola bevitrice. Questa parola la offese talmente e ne provò tale confusione che, pentita, pianse per molto tempo. Andò subito a confessarsi di questo difetto che non aveva mai osato dire al suo confessore, tanto lo stimava brutto, pur avendo solo dodici anni, infame e vergognoso. E colla grazia di Dio se ne corresse così bene che non vi cadde più per tutta la sua vita, e visse in modo così esemplare che diventò una gran santa. Vediamo (Ibid., cap. IX) che Dio, per farle espiare il suo peccato, permise che ella sposasse un uomo ubbriacone e brutale, che le fece provare innumerevoli maltrattamenti. Il figlio Agostino, fino all’età di trentadue anni non fu meno beone del padre. S. Monica, riconoscendo che il buon Dio permetteva questo per soddisfare la sua giustizia, sopportò così bene questa prova che non fu mai sentita lamentarsi con alcuno. E finalmente ebbe la consolazione di vedere il marito ed il figlio Agostino convertirsi. Vedete, F. M., che Dio stende la mano, e dà la grazia a quelli che gliela domandano con vero desiderio di uscire dal peccato, e vivere solo per Lui. – Ma un altro esempio vi darà piacere, perché vi mostrerà che gli ubbriaconi, sebbene miserabili assai, pure possono salvarsi; e quelli che non cambiano le loro cattive abitudini, dicendo che non riusciranno mai a correggersi, s’ingannano di molto. Non sarebbe facile trovare un fatto che meglio convenga al nostro soggetto. In un villaggio presso Nimes, v’era un contadino chiamato Giovanni. Fin dalla sua gioventù si era talmente dato al vino, che era quasi continuamente ebbro e passava per il maggior ubbriacone del paese. Il curato della parrocchia avendo fatto venire dei missionari per istruire i suoi parrocchiani, pensò che bisognava far loro conoscere questo peccatore, per timore che li ingannasse. La saggia precauzione del pastore parve da principio inutile, poiché non solo il contadino non si presentò ad alcun missionario, ma non assistette neppure ad alcun esercizio della missione. Due giorni prima che la missione finisse, pensò d’andar a sentire il discorso sul Figliuol prodigo, o, meglio sulla misericordia di Dio, che era predicato dal Rev. Castel, sacerdote di Nimes, il missionario più bravo e zelante. Questo discorso scritto con nobile semplicità, ma pronunciato con molta forza ed unzione, fece vivissima impressione sul nuovo uditore. Egli riconobbe il suo ritratto nei disordini del Figliuol prodigo; vide nella bontà del padre un’immagine commovente di Dio, e ripieno, tutto ad un tratto, di pentimento e di confidenza, disse: Come il giovane Figliuol prodigo dell’Evangelo, uscirò finalmente dalla cattiva abitudine in cui marcisco da sì lungo tempo; mi getterò ai piedi di quel Dio di misericordia che mi vien presentato come il più amoroso di tutti i padri. La sua risoluzione non fu meno efficace che pronta. Il domani va a trovare quel medesimo Sac. Castel di cui aveva sentito il discorso, e avvicinandolo gli dice cogli occhi pieni di lagrime: “Vedete qui il più gran peccatore che vi sia sulla terra. Voi avete detto che la misericordia di Dio è ancor più grande dei nostri peccati; per attirarne su di me i salutari effetti, vi prego; fatemi la carità d’ascoltare la mia confessione. Ah! non rifiutatemela, Padre, ve ne scongiuro, questa grazia; mi fareste cadere nella disperazione. Non posso più sopportare il peso dei miei rimorsi, e non sarò tranquillo, se non quando m’avrete riconciliato con Dio che troppo ho offeso. „ Il missionario fu tanto più commosso e sorpreso da questo discorso, perché riconobbe nel suo interlocutore il famoso ubbriacone di cui gli aveva parlato il Curato. S’intenerì con lui, l’abbracciò amorosamente, e gli dimostrò gli stessi sentimenti che il padre del Figliuol prodigo aveva testimoniato al figliuol suo; ma nel medesimo tempo gli mostrò con bontà che era troppo tardi, che era alla vigilia della sua partenza e temeva di non potergli accordare ciò che gli domandava. “Ah! se è così, rispose il contadino singhiozzando, è finita: sono perduto. Quando mi conoscerete meglio, forse avrete pietà di me. Fatemi dunque la grazia di ascoltarmi, e che io abbia, almeno, la consolazione di confessarmi. „ Il missionario si arrese a questo desiderio, ed il contadino si confessò il meglio che gli fu possibile. Accompagnò l’accusa de’ suoi peccati con tante lagrime e con sì vivo pentimento; resisté con tanto coraggio ai prudenti consigli che gli si davano di non interamente rinunciare al vino per la sua salute, e di usarne solo più raramente e più sobriamente; protestò sì fortemente che non avrebbe giammai fatto la pace con questo crudele nemico, che aveva dato la morte alla sua anima, e che l’avrebbe tanto in orrore per tutta la sua vita, che il missionario, trovandolo così ben disposto, gli diede l’assoluzione, raccomandandogli fortemente di perseverare nei buoni sentimenti che Dio gli aveva ispirati. Questo grande peccatore glielo promise, e l’avvenire provò che il suo pentimento era stato sincero. Cinque o sei mesi dopo la missione, una delle sorelle di Giovanni fece un viaggio a Nimes. Incontrò il missionario che volle sapere se il suo famoso ubbriacone Giovanni aveva perseverato. “Voi venite, senza dubbio, dal vostro villaggio, dissele; potete darmi notizie del bravo Giovanni?„ — “Ah! signore, rispose la donna, quanto vi siamo obbligati! voi ne avete fatto un santo. Da quando avete lasciato il nostro paese, non solo i suoi amici non riuscirono a trascinarlo alle osterie: ma non ci è stato possibile largii bere una sola goccia di vino. No,dice quando gliene parliamo; è stato il vino il mio più grande nemico, e non mi riconcilierò mai più con lui; non parlatemene assolutamente.„ Il missionario non poté sentire queste parole senza piangere, tant’era la suagioia nel sapere che questo peccatore convertito aveva avuto la fortuna di perseverare. Tutte le volte che narrava questo fatto, aggiungeva sempre, che dopo una simile conversione, non si dovrebbe mai disperare dei più grandi peccatori, se il peccatore vuol corrispondere alla grazia che Dio dà a tutti perché possano salvarsi.

II. — Vedremo ora, F . M., che i peccatori, cioè gli ubbriaconi, non hanno alcun pretesto che possa giustificare i loro eccessi. S. Agostino ci dice che, quantunque l’ubriachezza sia condannata da tutti, pure ciascuno crede potersene scusare. Se domandate ad un uomo perché s’è lasciato vincere dal vino, vi risponderà senza turbarsi che un amico è venuto a trovarlo; sono andati assieme all’osteria e che, se han troppo bevuto non fu che per compiacenza. — Per compiacenza! ma, o quell’amico è un buon Cristiano, ovvero è un empio. Se è un buon Cristiano, l’avete scandalizzato in citandolo a bere e passando il vostro tempo nell’osteria: forse durante la S. Messa o durante i Vespri!… Ma che! fratel mio, siete entrati nell’osteria ambedue ragionevoli, e ne siete usciti meno ragionevoli che due bruti! Credetemi, amico, se aveste tenuto per un po’ il vostro amico in casa vostra e, non avendo vino, gli aveste offerto dell’acqua, gli avreste fatto molto più piacere che facendogli vendere l’anima al demonio. Se questo amico è un cattivo Cristiano od un empio senza religione, non dovete andare con lui, dovete fuggirlo. — Ma, mi direte, se non lo faccio bere, se non lo conduco all’osteria, mi vorrà male, mi tratterà d’avaro. — Amico, è una gran fortuna l’essere disprezzati dai cattivi. Questa è una prova che non somigliate ad essi. Voi dovete servir loro d’esempio. S. Agostino ci dice: Ah! miserabile, vi siete dato al vino per essere l’amico d’un ubbriacone, d’un empio, d’un libertino; ed intanto diventate il nemico di Dio! Ah! disgraziato! quale indegna preferenza! Vedete dunque, F. M., che non avete nulla che vi possa scusare: vi date al vino perché la vostra golosità vi trascina. Alcuni dicono che hanno l’abitudine d’andare all’osteria per bere in compagnia, ma che per quanto bevano, il vino non toglie loro la ragione. Amico mio, v’ingannate. Sebbene il vino non vi intorbidi la ragione, bevendone più del necessario, siete altrettanto colpevoli come se aveste perduta la ragione; non è che un piccolo scandalo di meno. E del resto, agli occhi del pubblico siete una colonna dell’osteria. Ascoltate ciò che dice il profeta Isaia: “Guai a voi che siete così forti che potete bere eccessivamente, che vi gloriate di ubriacare gli altri: voi ubbriacate voi stessi (Isa. V, 22). Altri dicono pure: E per fare un contratto, per dare o per ricevere denari. — Ahimè! amico, io non voglio dimostrarvi che quelli i quali si danno al vino fanno contratti rovinosi. Però, è un fatto, sì o no, che all’osteria i furbi fanno firmar quietanze, e poi, dato il denaro, cercano di ricuperarlo? Del resto, come volete conoscere ciò che fate? non conoscete nemmeno voi stessi.. – Quale conclusione dobbiamo trarre da tutto questo, F. M.? Eccola. Rientriamo seriamente in noi stessi, come ci dice il Signore per bocca del profeta Gioele: “Svegliatevi, dice, ubbriaconi, poiché v’attendono sciagure d’ogni sorta. Piangete e gridate, alla vista dei castighi che la giusta collera di Dio vi prepara nell’inferno in causa della vostra ubriachezza(Joel. I, 5). Svegliatevi, disgraziati, ai lamenti di quella povera donna che avete maltrattata dopo averle mangiato il pane; svegliatevi, ubbriaconi, alle grida di quei poveri fanciulli che riducete alla miseria o che mettete in pericolo di morir di fame. Ascoltate, infame ubbriacone, quel vicino che vi domanda il denaro che v’ha prestato, e che avete sciupato negli stravizi e nelle osterie. Egli ne ha bisogno per sfamare la moglie ed i figli, i quali piangono la loro miseria causata dalla vostra ubriachezza. Ah! disgraziato peccatore, che cosa avete promesso a Dio quando vi ha ricevuto tra i suoi figli? Gli avete promesso di servirlo, di non ricadere più in questi disordini, Che avete fatto nella vostra ubriachezza? Ahimè! avete rivelati segreti a voi confidati, e che non dovevate mai dire. Avete commesso un numero infinito di turpitudini che fanno orrore a tutti. Che avete fatto dandovi all’ubriachezza? Avete rovinata la vostra riputazione, le vostre sostanze, la vostra salute, ed avete resa la vostra famiglia così miserabile che, forse per vivere, s’abbandonerà ad ogni sorta di disordini. Siete diventato un uomo da nulla, la favola e l’obbrobrio dei vostri vicini che, ora, vi guardano solo con disprezzo ed orrore.Che avete fatto della vostra anima, di quest’anima così bella, che Dio solo la supera in beltà? L’avete resa carnale, l’avete sfigurata coi vostri eccessi. – Che cosa avete perduto colla vostra ubbriachezza? Ahimè, amico, avete perduto il più grande di tutti i beni. avete perduto il cielo, la felicità eterna, beni infiniti; avete perduto la vostra anima redenta dal Sangue adorabile di Gesù Cristo. Ah! diciamo ancor più: Avete perduto il vostro Dio, quel tenero Salvatore, che ha vissuto solo per rendervi felice durante tutta l’eternità. Oh! quale perdita! Ohi potrà comprenderla ed esservi insensibile? Quale disgrazia  si può paragonare a questa? Ma, che cosa avete guadagnato? Ahimè null’altro che l’inferno per esservi bruciato eternamente. Avete meritato, amico mio, d’esser collocato sulla mensa dei demoni, dove alimenterete il furore che essi hanno contro Gesù Cristo. Sarete la vittima sulla quale peserà la giusta collera di Dio per secoli senza fine!… Convenite con me, che forse non avete mai potuto formarvi un’idea dell’enormità del peccato dell’ubriachezza, dello stato a cui riduce chi lo commette, dei mali che attira su di lui durante la sua vita, e dei castighi che gli prepara per l’eternità. Chi non si commoverebbe davanti a tanta sciagura, F. M.? Piangete, o disgraziati ubbriaconi. le vostre sregolatezze e tutti i cattivi esempi che avete dato, invece di riderne come fate. Alzate la voce verso il cielo per domandare misericordia, per vedere se il Signore vuol ancora avere pietà di voi. Preghiamo il buon Dio che ci preservi da questo disgraziato vizio, che sembra metterci quasi nella impossibilità di salvarci. E perciò amiamo Dio solo: è la felicità che vi auguro…

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLA PUREZZA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sulla Purezza

Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt

(MATTH. V, 8).

Leggiamo nell’Evangelo che Gesù Cristo, volendo istruire il popolo, che accorreva in folla per imparare da Lui quanto occorreva fare per avere la vita eterna, sedé, ed aperta la bocca disse loro : “Beati quelli che hanno il cuor puro, poiché vedranno Dio. „ Se noi avessimo un gran desiderio di vedere Dio, Fratelli miei, queste sole parole dovrebbero farci comprendere quanto la purità ci renda accetti a Lui, e quanto sia per noi necessaria questa virtù; poiché, secondo la parola di Gesù Cristo, senza di essa non lo vedremo mai. “Beati, ci dice Gesù Cristo, quelli che hanno il cuor puro, poiché vedranno Dio. „ Si può forse sperare una più grande ricompensa di quella che Gesù Cristo dà a questa bella ed amabile virtù, cioè il godimento eterno delle tre Persone della Ss. Trinità?… S. Paolo che ne conosceva bene il valore, scrivendo ai Corinti, dice loro: ” Glorificate Dio, poiché voi lo portate nei vostri corpi, e siate fedeli nel conservarlo con grande purità. Ricordatevi, figli miei, che le vostre membra sono le membra di Gesù Cristo, e che i vostri cuori sono i templi dello Spirito Santo. Guardatevi dal non contaminarli con quel peccato che è l’adulterio, la fornicazione e tutto ciò che può disonorare il vostro corpo ed il vostro cuore davanti a Dio, che è la purezza in persona. „» (I Cor. VI, 15-20). – Oh ! F . M., quanto questa virtù è bella e preziosa non solo agli occhi degli uomini e degli Angeli, ma altresì agli occhi di Dio. Egli la tiene in tal conto che non cessa di lodarla in tutti coloro che sono abbastanza fortunati di conservarla. Inoltre questa virtù inestimabile forma il più bell’ornamento della Chiesa e, per conseguenza, dovrebbe essere la più amata dai Cristiani. Noi, F. M., che nel santo Battesimo siamo stati lavati nel Sangue adorabile di Gesù Cristo, che è purezza per essenza; in questo Sangue adorabile che ha generato tanti vergini dell’uno e dell’altro sesso; (Frumentum electorum, et vinum germinans virgines. Zach. IX, 17) noi che Gesù Cristo ha messo a parte della sua purità facendoci sue membra e suo tempio… Ma, ahimè! F. M., in questo disgraziato secolo in cui viviamo non si conosce più questa virtù, questa celeste virtù che ci rende simili agli Angeli!… Si, F. M., la purezza è una virtù necessaria per tutti, poiché, senza di essa, nessuno vedrà Dio. Io vorrei farvene concepire un’idea degna di Dio e dimostrarvi: 1° come essa ci renda accetti ai suoi occhi, dando un nuovo grado di santità a tutte le nostre azioni, e 2° ciò che dobbiamo fare per conservarla.

I. F. M., per farvi ben comprendere la stima che dobbiamo avere di questa incomparabile virtù, per farvi il panegirico della sua bellezza, e farvene apprezzare il valore davanti a Dio, occorrerebbe non un uomo mortale, ma un Angelo del cielo. Sentendolo voi direste con stupore: Come mai tutti gli uomini non sono pronti a sacrificare ogni cosa piuttosto che perdere una virtù che ci unisce così intimamente a Dio? Cerchiamo tuttavia di concepirne qualche idea considerando che questa virtù viene dal cielo, che essa fa discendere Gesù Cristo sulla terra, che essa eleva l’uomo fino al cielo, per la rassomiglianza che gli dà con gli Angeli, con Gesù Cristo medesimo. Ditemi, F. M., dopo tutto questo, non merita essa di essere chiamata virtù preziosa? Non è essa degna di tutta la nostra stima e di tutti i sacrifici necessari per conservarla? Dico che la purità viene dal cielo, perché non vi era che Gesù Cristo, capace di insegnarcela e di farcene sentire tutto il valore. Egli ci ha lasciati meravigliosi esempi della stima che ebbe per questa virtù. Avendo deciso, nella grandezza della sua misericordia, di redimere il mondo, prese un corpo mortale come abbiamo noi, ma volle scegliere una vergine per Madre. Chi fu, F. M., questa incomparabile creatura? Fu Maria santissima, la più pura di tutte, e che, per una grazia accordata a nessun’altra, fu altresì esente dal peccato originale. Ella, fin dall’età di sette anni consacrò la sua verginità a Dio e, offrendogli il suo corpo e la sua anima, gli fece il sacrificio più santo, più caro, più gradito che Dio abbia mai ricevuto da una creatura sulla terra. E lo mantenne con una fedeltà inviolabile nel custodire la sua purezza ed evitare tutto ciò che potesse anche menomamente offuscarne il candore. Quanto poi la S. Vergine stimasse questa virtù vediamo anche da questo, che ella non volle acconsentire di essere la Madre di Dio prima che l’Angelo non l’ebbe assicurata che la sua purezza non avrebbe sofferto detrimento. Ma avendole detto l’Angelo che diventando Madre di Dio, ben lungi dal perdere o dall’offuscare la sua purità, che tanto Ella stimava, diventerebbe anzi più pura e gradita a Dio, acconsentì volentieri per aggiungere nuovo splendore alla sua verginale purezza. Vediamo ancora che Gesù Cristo scelse a proprio padre putativo un uomo povero sì, ma la cui purità superò quella di ogni altra creatura, esclusa la S. Vergine. Fra i suoi discepoli ne preferì uno, al quale attestò un’amicizia e una confidenza singolare, e che mise a parte de’ suoi più grandi segreti; ma scelse il più puro di tutti, quello che si era consacrato a Dio fin dalla sua giovinezza. S. Ambrogio ci dice che la purità ci eleva fino al cielo e ci fa abbandonare la terra, quanto è possibile ad una creatura abbandonarla. Essa ci eleva al di sopra di ogni creatura corrotta, e per i suoi sentimenti ed i desideri ci fa vivere la vita stessa degli Angeli. Secondo S. Giovanni Crisostomo la castità di un’anima ha più valore dinanzi agli occhi di Dio che quella degli Angeli, poiché i Cristiani non possono acquistare questa virtù se non combattendo; mentre gli Angeli l’hanno per natura. Gli Angeli non hanno nulla da combattere per conservarla, mentre un Cristiano è obbligato di fare a se stesso una guerra continua. S. Cipriano aggiunge, che non solo la castità ci rende simili agli Angeli, ma ci dà anche un carattere di rassomiglianza con Gesù Cristo stesso. Sì, dice questo gran Santo, un’anima pura è un’immagine vivente di Dio sulla terra. – Più un’anima si distacca da se stessa, resiste alle sue passioni, più si attacca a Dio; e per un felice ricambio, più il buon Dio si attacca  a lei; Egli la custodisce e la considera come la sua sposa e la sua diletta; ne fa l’oggetto delle sue più care compiacenze e fissa in lei la sua dimora per sempre. “Beati, ci dice il Salvatore, quelli che hanno il cuor puro, poiché vedranno il buon Dio (Matth. V, 8). Secondo S. Basilio, se noi troviamo la castità in un’anima, noi vi troviamo tutte le altre virtù cristiane; essa le praticherà con una grande facilità, “perché – egli dice – per essere casti bisogna imporsi molti sacrifici e farci una grande violenza. Ma una volta riportate simili vittorie sul demonio, sulla carne, sul sangue, tutto il resto costa ben poco; perché un’anima che comanda con autorità a questo corpo sensuale, supera facilmente tutti gli ostacoli che incontra nel cammino della virtù. „ Perciò vediamo, F. M., che i Cristiani casti sono i più perfetti. Noi li vediamo riservati nelle loro parole, modesti nel loro tratto, sobrii nei pasti, rispettosi nel luogo santo, ed edificanti in tutta la loro condotta. S. Agostino paragona coloro che hanno la grande fortuna di conservare il loro cuore puro, ai gigli che s’innalzano diritti al cielo e spandono intorno un soavissimo profumo; il solo vederli ci fa pensare a questa preziosa virtù. – Così la S. Vergine ispirava purezza a tutti coloro che la guardavano… Virtù beata, F. M., è questa che ci mette nelle file degli Angeli e che sembra persino elevarci al di sopra di essi! Tutti i santi ne hanno avuto la più grande stima, ed hanno preferito perdere ogni loro bene, la loro reputazione e la stessa vita piuttosto che offuscare così bella virtù. Ne abbiamo un bell’esempio nella persona di S. Agnese. La sua beltà e le sue ricchezze l’avevano fatta chiedere in isposa, all’età di dodici anni, dal figlio del prefetto di Roma. Essa gli fece conoscere che si era già consacrata a Dio. Fu subito arrestata, sotto pretesto di essere Cristiana, ma in realtà affinché consentisse ai desideri del giovane… Era talmente unita a Dio che né le promesse, né le minacce, né la vista dei carnefici e degli strumenti disposti davanti a lei per ispaventarla, le fecero cambiare risoluzione. I suoi persecutori non potendo nulla guadagnare su di lei, la caricarono di catene e vollero metterle un giogo al collo e anelli di ferro pesantissimi alle mani: ma fu fatica sprecata; non si piegò quel collo, non cedettero quelle sottili manine innocenti. Ella restò ferma nel suo proposito in mezzo a quei lupi infuriati, ed offrì il suo corpicciuolo ai tormenti con un coraggio che stupì i carnefici. Fu trascinata ai piedi degli idoli: ed ella confessò ad alta voce che riconosceva per suo Dio soltanto Gesù Cristo e che i loro idoli non erano che demoni. Il giudice, barbaro e crudele, vedendo che nulla egli riusciva a guadagnare, pensò che Agnese sentirebbe più vivamente la perdita della purezza da lei tanto stimata, la minacciò di farla esporre in un luogo infame. Ma ella con fermezza gli rispose: “Voi potrete benissimo farmi morire, ma non potrete giammai farmi perdere questo tesoro: Gesù Cristo stesso ne è troppo geloso. „ Il giudice furente di rabbia la fece condurre in un luogo di bruttezze infernali. Ma Gesù Cristo che vegliava su di lei in modo particolare, ispirò per lei sì grande rispetto ai custodi, che questi la guardavano con una specie di terrore, e comandò ad uno dei suoi Angeli di proteggerla. I giovani che s’accostavano a quel luogo accesi di fuoco impuro, vedendo un Angelo accanto a lei, più splendente del sole, ne uscivano infiammati di amore divino. Solo il figlio del prefetto, più malvagio e corrotto degli altri, penetrò nel luogo ove era S. Agnese. Senza badare a tutte queste meraviglie, si avvicina a lei nella speranza di accontentare gli infami suoi desiderii; ma l’Angelo che custodiva la giovane martire, colpì il libertino che cadde morto ai suoi piedi. Subito si sparse per Roma la voce che il figlio del prefetto era stato ucciso da Agnese. Il padre furibondo accorse presso la Santa, e si lasciò andare a tutto ciò che il suo dolore e la sua disperazione potevano ispirargli. La chiamò furia dell’inferno, mostro nato per la desolazione della sua vita, giacché gli aveva fatto morire il figlio. S. Agnese gli rispose tranquillamente: “Perché egli volle farmi violenza, il mio Angelo gli diede la morte. „ Il prefetto un po’ raddolcito le disse: “Ebbene! prega il tuo Dio che lo faccia risuscitare, perché non si dica che l’hai fatto morire tu. „ — “Certamente, risponde la Santa, voi non meritate questa grazia; ma perché sappiate che i Cristiani non si vendicano mai, anzi, al contrario, rendono bene per male, uscite di qui, ed io pregherò il buon Dio per lui. „ Agnese si gettò in ginocchio colla faccia prostrata verso terra. Mentre pregava le apparve l’Angelo e le disse: “Fatti coraggio. „ E nel medesimo istante quel corpo esanime riprese vita. Il giovane risuscitato per le preghiere della Santa, si precipita fuori, corre per le vie di Roma gridando: “No, no, miei amici, non v’ha altro Dio che quello dei Cristiani: tutti gli dèi che adoriamo sono demoni i quali ci ingannano e ci trascinano all’inferno. „ Non ostante un sì grande miracolo, Agnese venne condannata alla morte. Allora il luogotenente del prefetto comandò che si accendesse un gran fuoco, e che vi si gettasse dentro la Santa. Ma le fiamme aprendosi non le fecero alcun male, e bruciarono invece gli idolatri accorsi per essere spettatori del suo combattimento. Vedendo che il fuoco la rispettava e non le faceva male alcuno, il luogotenente ordinò che le fosse tolta la vita con un colpo di spada che le recidesse il capo; fu visto il carnefice, uomo crudele, tremare come una foglia. I genitori di Agnese piansero la morte della loro diletta; ma ella apparve loro, dicendo: “Non piangete la mia morte, ma rallegratevi invece, perché io ho acquistata gloria ineffabile nei cieli. „ (RIBADENEIRA, 21 Gennaio). . – Vedete, F. M., quanto questa vergine ha sofferto piuttosto che perdere la sua verginità. Intendete ora la stima che dovete avere della purezza, e come Dio si compiaccia di far miracoli per mostrarsene il protettore ed il custode. Come quest’esempio confonderà un giorno quei giovani che fanno così poco conto di sì bella virtù. Essi non ne hanno mai conosciuto il pregio. Lo Spirito Santo ha dunque ben ragione di esclamare: “Quanto è bella codesta generazione pura; la sua memoria è eterna, e la sua gloria brilla davanti agli uomini ed agli Angeli. „ (Sap. IV, 1). E certo, F. M., che ciascuno ama i suoi simili; quindi gli Angeli, che sono puri spiriti, amano e proteggono in modo particolare le anime che imitano la loro purità. Leggiamo nella S. Scrittura (Tob. V-VIII) che l’Angelo san Raffaele, il quale accompagnò il giovane Tobia, gli rese mille servigi. Egli impedì che venisse divorato da un grosso pesce e strangolato dal demonio. Se questo giovane non fosse stato casto, certamente l’Angelo non l’avrebbe accompagnato e non gli avrebbe reso tanti servigi. Quanta gioia prova l’Angelo custode che è guida ad un’anima pura! Non vi ha virtù, per la conservazione della quale Dio faccia miracoli così numerosi come quelli che prodiga in favore di chi conosce il pregio della purità e si sforza di conservarla. Vedete ciò che fece per S. Cecilia. Nata a Roma da ricchissimi genitori, era assai istruita nella religione cristiana; docile all’ispirazione di Dio, consacrò a Lui la sua verginità. I genitori che nulla sapevano la promisero in isposa a Valeriano, figlio d’un senatore della città. Era, secondo il mondo, un buonissimo partito. Ella domandò ai genitori il tempo di pensarvi; e passò questo tempo nel digiuno, nella preghiera, nelle lagrime, per ottenere da Dio la grazia di non perdere il fiore di quella virtù che ella stimava più della vita. Dio le rispose di nulla temere, e di obbedire ai suoi genitori; poiché non solo non perderebbe questa virtù, ma convertirebbe colui che ella avrebbe sposato … Acconsentì adunque al matrimonio. Il giorno delle nozze, allorché Valeriano si presentò, gli disse: “Mio caro Valeriano, ho un segreto da comunicarvi. „ Quegli rispose: “Qual è questo segreto?„ — “Ho consacrata la mia verginità a Dio, e giammai uomo alcuno mi toccherà, perché io ho un Angelo che veglia alla custodia della mia purità, e se voi tentaste qualche cosa, egli vi colpirebbe di morte. „ Valeriano fu assai sorpreso di questo linguaggio perché, pagano, nulla comprendeva di tutto ciò. E soggiunse: “Fatemi vedere quest’Angelo, il quale vi custodisce. „ Replicò la santa: “Per ora voi non potete vederlo perché siete pagano. Andate, a mio nome, da Papa Urbano, e domandategli il battesimo; poi vedrete il mio Angelo. ,, Valeriano partì subito. Dopo essere stato battezzato dal Papa ritornò presso la sposa, ed entrando nella camera di lei, scorse l’Angelo che vegliava su S. Cecilia. Lo vide sì bello, sì raggiante di gloria che ne fu abbagliato e commosso. Non solo egli permise alla sua sposa di restare consacrata a Dio, ma egli pure fece voto di verginità… Essi ebbero ben presto, l’una e l’altro, la felicità di morire martiri (RIBADENEIRA, 22 Novembre). Vedete dunque, come Dio prende cura di chi ama questa incomparabile virtù e si adopera di conservarla? Leggiamo nella vita di S. Edmondo (RIBADENEIRA, 16 Nov. S. Edmondo era arcivescovo di Cantorbery), che essendo egli a studiare a Parigi, si trovò una volta con persone le quali tenevano discorsi osceni: egli le abbandonò subito. Questo atto fu così gradito a Dio, che gli apparve sotto la forma di un bel fanciullo e lo salutò con aria graziosissima, dicendogli che con soddisfazione l’aveva visto abbandonare i compagni che tenevano discorsi licenziosi; e per ricompensarnelo gli promise che starebbe sempre con lui. Di più, S. Edmondo ebbe la somma ventura di conservare la sua innocenza sino alla morte. Quando S. Lucia andò sulla tomba di S. Agata per domandare a Dio, per intercessione di lei, la guarigione della madre, santa Agata le apparve e le disse che ella da sola poteva ottenere ciò che domandava, perché colla sua purità aveva preparato nel cuore una dimora graditissima al suo Creatore (RIBADENEIRA, 5 Febbr.). Questo ci mostra che il buon Dio nulla può rifiutare a chi ha la somma ventura di conservare puri il corpo e l’anima… Ascoltate il racconto di ciò che accadde a S. Potamiena, che viveva nel tempo della persecuzione di Massimiano (RIBADENEIRA, 28 Giugno). Questa giovinetta era schiava di un padrone corrotto e libertino che non cessava di sollecitarla al male. Essa preferì soffrire ogni sorta di crudeltà e di supplizi piuttosto che acconsentire alle sollecitazioni dell’infame padrone. Questi vedendo che nulla poteva ottenere, infuriato la consegnò, quale Cristiana, nelle mani del governatore, al quale promise una grande ricompensa se riusciva a guadagnarla. Il giudice fece condurre la vergine davanti al suo tribunale, e vedendo che tutte le minacce non le facevano mutar decisione, le fece patire tutto ciò che la rabbia poté ispirargli. Ma Dio, che giammai abbandona chi a Lui si è consacrato, diede alla martire tanta forza che ella sembrava insensibile a tutti i tormenti. L’iniquo giudice non potendo vincere la sua resistenza, fece mettere su un ardentissimo fuoco una caldaia ripiena di pece e disse alla martire: “Guarda ciò che ti si prepara se non ubbidisci al tuo padrone. „ La santa giovinetta senza turbarsi rispose: “Io preferisco soffrire tutto quanto il vostro furore potrà ispirarvi, piuttosto che obbedire alla infame volontà del mio padrone; del resto io non avrei mai creduto che un giudice fosse così ingiusto da voler farmi obbedire ai capricci di un padrone corrotto. „ Il tiranno irritato da questa risposta, ordinò che fosse gettata nella caldaia. “Almeno comandate, gli disse essa, che io vi sia gettata vestita. Vedrete quale forza il Dio che noi adoriamo dà a chi soffre per Lui. „ Dopo tre ore di supplizio, Potamiena rese la bell’anima al suo Creatore, e così riportò la doppia palma del martirio e della verginità. Ahimè! F. M., quanto poco questa virtù è conosciuta nel mondo, quanto poco noi la stimiamo, quanto poco ci curiamo di conservarla, quanto poca premura abbiamo di domandarla a Dio, giacché non possiamo averla e conservarla da noi stessi. No, noi non conosciamo questa bella ed amabile virtù, che guadagna così facilmente il cuore di Dio, che dà così vivo splendore a tutte le nostre opere buone, che ci eleva al di sopra di noi stessi, che ci fa vivere sulla terra come gli Angeli in cielo!… No, F . M., essa non è conosciuta da quei vecchi infami impudici che si trascinano, si avvoltolano, si tuffano nel fango delle loro turpitudini, il cui cuore rassomiglia a quei… sull’alto delle montagne… arsi e divorati dai loro fuochi impuri. Ahimè! lungi dal cercare di estinguerlo, essi non cessano di alimentarlo e di accenderlo in se stessi coi loro sguardi, coi loro pensieri, coi desideri, colle azioni. In quale stato si troverà quell’anima quando comparirà davanti a un Dio, che è la stessa purità? No, F. M., questa bella virtù non è conosciuta da colui, le cui labbra sono come il canale, lo scolo, di cui l’inferno si serve per vomitare le sue impurità sulla terra; e che se ne nutrisce come di un pane quotidiano. Ahimè! Quella povera anima non è più che un orrore pel cielo e per la terra. No, F. M., non è conosciuta questa amabile virtù da quei giovani i cui occhi sono insozzati di sguardi innominabili, e le cui mani… O Dio, quante anime questo peccato trascina all’inferno… No, F. M., questa bella virtù non è conosciuta da quelle giovani mondane e corrotte che usano tante cure e precauzioni per attirare su di sé gli sguardi del mondo; che, coi loro abbigliamenti ricercati ed indecenti annunciano pubblicamente di essere infami strumenti, di cui l’inferno si serve per perdere le anime, quelle anime che a Gesù Cristo hanno costato tante fatiche, tante lacrime e tanti tormenti!… Guardatele, quelle disgraziate, e vedrete che mille demoni circondano la loro testa ed il loro petto. O mio Dio, come può la terra sopportare queste cooperatrici dell’inferno? E, cosa ancor più strabiliante, come possono le madri tollerarle in uno stato indegno di una Cristiana! So io non temessi di andar troppo lontano, direi a queste madri che esse non valgono di più delle loro figlie. Ahimè! quel cuore disgraziato e quegli occhi impuri non sono che una sorgente avvelenata, che dà la morte a chi le guarda o le ascolta. Come osano simili mostri presentarsi davanti ad un Dio santo e così nemico dell’impurità? Ahimè! la loro povera vita non è altro che un mucchio di untume, che esse accumulano per alimentare il fuoco dell’inferno per tutta l’eternità. Ma, F. M., abbandoniamo una materia così disgustosa e ributtante per un Cristiano, la cui purità deve imitare quella di Gesù Cristo stesso; e ritorniamo alla nostra bella virtù della purezza, che ci eleva fino al cielo, che ci apre il cuore adorabile di Gesù Cristo, ed attira su noi ogni sorta di benedizioni spirituali e temporali.

II. — Ho detto, F. M., che questa virtù ha un grande pregio agli occhi di Dio; aggiungo che essa non manca di nemici, i quali si sforzano di farcela perdere. Possiamo anzi dire che quasi tutto quanto ci circonda lavora a rubarcela. Il demonio è uno dei nostri più accaniti nemici. Siccome egli vive nella laidezza dei vizi impuri, sa che non vi è peccato che tanto oltraggi il buon Dio, e conosce quanto gli è gradita un’anima pura; così ci tende ogni sorta di insidie per toglierci questa virtù. D’altra parte, anche il mondo che cerca solo i suoi comodi ed i suoi piaceri, lavora anch’esso a farcela perdere pur fingendo sovente di mostrarci amicizia. Ma possiamo dire che il nostro più crudele e pericoloso nemico siamo noi stessi, cioè la nostra carne, che essendo già stata guastata e corrotta dal peccato di Adamo, ci porta con una specie di furore alla corruzione. Se noi non ci teniamo continuamente in guardia, essa ben presto ci abbrucerà e divorerà colle sue fiamme impure. — Ma, mi direte voi, giacché è così difficile conservare questa virtù, tanto preziosa agli occhi di Dio, che cosa bisogna dunque fare? — F. M., eccovi i mezzi. Il primo, è quello di vegliare attentamente sui nostri occhi, sui nostri pensieri, sulle parole, sulle azioni; il secondo, di ricorrere alla preghiera; il terzo, di frequentare spesso e degnamente i Sacramenti; il quarto, di fuggire tutto quanto può portarci al male; il quinto, di avere una grande devozione alla Ss. Vergine. Se noi facciamo ciò, malgrado tutti i nostri nemici, o malgrado la fragilità di questa virtù, possiamo essere sicuri di conservarla.

1° Dobbiamo anzitutto vegliare sui nostri sguardi; di ciò non vi ha dubbio, poiché noi vediamo che tanti sono caduti in peccato per un solo sguardo e non si sonoo più rialzati. Non permettetevi mai la menoma libertà senza una vera necessità. Soffrite qualche incomodo piuttosto che esporvi al peccato…

2° S. Giacomo ci dice che questa virtù viene dal cielo e che giammai l’avremo se non la domandiamo al buon Dio. Dobbiamo dunque spesso domandare a Dio di darci la purità degli occhi, delle parole, di tutte le nostre azioni.

3° In terzo luogo se vegliamo conservare questa bella virtù, dobbiamo spesso e degnamente frequentare i Sacramenti, senza di che, non avremo mai tale preziosa fortuna. Gesù Cristo non ha istituito il sacramento della Penitenza per rimettere solo i nostri peccati, ma anche per darci la forza di combattere il demonio; ciò che è facilissimo a comprendersi. Chi è colui che avendo fatto oggi una buona confessione potrà lasciarsi trascinare dalla tentazione? Il peccato, anche con tutte le sue seduzioni gli fa orrore. Chi è colui che essendosi comunicato da poco, potrà acconsentire, non dico ad un’azione impura, ma ad un solo cattivo pensiero? Ah! il divin Gesù, che ha stabilito la dimora nel suo cuore, gli fa troppo ben comprendere quanto questo peccato è infame, quanto gli dispiaccia e come l’allontani da Lui. Sì, F. M., un Cristiano che degnamente frequenta i Sacramenti può ben essere tentato; ma peccare è per lui un’altra cosa. Infatti, quando noi abbiamo la somma ventura di ricevere il Corpo adorabile di Gesù Cristo, non sentiamo dentro di noi estinguersi questo fuoco impuro? Quel Sangue adorabile che scorre nelle nostre vene, può forse fare a meno di purificare il nostro sangue? Quella Carne consacrata che si mescola colla nostra, in certo qual modo non la divinizza? Il nostro corpo non sembra ritornare nel primo stato, in cui era Adamo prima del peccato? Ah! Questo Sangue adorabile, che ha generato tanti vergini.. (Vinum germinans virgines. Zach. IX, 171). Stiamo ben certi, F. M., che, se non frequentiamo i Sacramenti cadremo ad ogni istante nel peccato. Dobbiamo altresì, per difenderci dal demonio, fuggire le persone che ci possono portare al male. Vedete ciò che fece il casto Giuseppe, tentato dalla moglie del suo padrone: le lasciò il mantello nelle mani, e fuggì per salvare la sua anima (Gen. XXXIX, 12) . I fratelli di S. Tommaso d’Aquino non potendo soffrire che egli si consacrasse a Dio, per impedirnelo, lo chiusero in un castello, e vi fecero venire una donna di cattiva vita per tentare di corromperlo. Vedendosi posto ad estremo cimento dalla spudoratezza di quella cattiva creatura, prese un tizzone in mano e la cacciò vergognosamente dalla sua camera. Avendo visto il pericolo al quale era stato esposto, pregò con tante lagrime che il buon Dio gli accordò il prezioso dono della continenza, cioè non fu mai più tentato contro questa bella virtù (RIBADENEIRA, 7 Marzo). – Vedete ciò che fece S. Girolamo per avere la fortuna di conservare la purezza; vedetelo nel suo deserto, abbandonarsi a tutti i rigori della penitenza, alle lagrime ed a macerazioni che fanno fremere (Vita dei Padri del deserto).

2. Questo gran santo ci racconta (S. Hieron, Vita S. Pauli, primi eremitæ.) la vittoria che riportò un giovane in un combattimento, forse unico nella storia, al tempo della persecuzione, che l’imperatore Decio scatenò contro i Cristiani. Il tiranno dopo aver sottoposto questo giovane a tutte le prove, che il demonio poté suggerirgli, pensò che se gli faceva perdere la purezza, allora più facilmente lo indurrebbe a rinunciare alla vera religione. Con questo intendimento comandò che il giovane fosse condotto in un giardino di delizie, in mezzo ai gigli ed alle rose, vicino ad un ruscello che scorreva con lieve mormorio e sotto alberi agitati da un leggero venticello. Là fu messo su di un letto di piume, vi fu legato con funicelle di seta e fu lasciato solo. Si fece poi venire una cortigiana vestita riccamente, ed anche il più indecentemente possibile. Essa cominciò a sollecitarlo con tutta la spudoratezza e tutte le lusinghe che la passione può ispirare. Il povero giovane, che avrebbe dato mille volte la vita piuttosto che macchiare la purezza della sua bell’anima, si vedeva senza difesa, poiché aveva mani e piedi legati. Non sapendo più come resistere agli attacchi del piacere, spinto dallo spirito di Dio, si taglia la lingua coi denti, e la sputa in faccia alla donna. Il che vedendo, questa si confuse talmente che fuggì. Questo fatto ci mostra che mai il buon Dio ci lascerà tentare al di sopra delle nostre forze. – Vedete ancora quanto fece S. Martiniano, che viveva nel IV secolo (Ribadeneira, 13 Febbr.). Dopo aver vissuto venticinque anni nel deserto, fu esposto ad un’occasione assai prossima di peccato. Di già aveva acconsentito col pensiero e colle parole. Ma il buon Dio venne in suo soccorso, e gli toccò il cuore. Concepì egli un così vivo pentimento che, rientrato nella cella, accese un gran fuoco e vi mise dentro i piedi. Il dolore che provava, ed il rimorso del suo peccato, gli facevano mandare grida dolorosissime. Zoe, quella cattiva donna che era venuta per tentarlo, accorse alle sue grida, e ne fu così commossa che, invece di pervertirlo, si convertì. Ella passò tutto il resto di sua vita nelle lacrime e nella penitenza. S. Martiniano restò sette mesi steso a terra e immobile, poiché i suoi piedi erano bruciati. Quando fu guarito si ritirò in un altro deserto, dove non fece che piangere per tutto il resto della sua vita, al ricordo del pericolo che aveva corso di perdere la sua anima. Ecco, F. M., ciò che facevano i Santi; ecco i tormenti che essi hanno patito piuttosto di perdere la purezza della loro anima. Ciò forse vi stupisce; ma dovreste piuttosto stupirvi del poco conto in cui avete questa bella ed incomparabile virtù. Ahimè! Questo deplorevole disprezzo di sì bella virtù dipende da ciò che non ne conosciamo il pregio! Finalmente dobbiamo avere una grande divozione alla Ss. Vergine, se vogliamo conservare sì bella virtù; di ciò non v’ha dubbio alcuno, poiché essa è la Regina, il modello, la protettrice dei vergini… S. Ambrogio chiama la S. Vergine la padrona della castità; S. Epifanio la chiama la principessa della castità, e S. Gregorio la regina della castità… Ecco un esempio che ci mostrerà la grande cura che prende la Ss. Vergine della castità di coloro che hanno confidenza in Lei, al punto che non sa mai nulla rifiutare di quanto essi le domandano. Un gentiluomo che aveva una grande devozione alla Ss. Vergine aveva fatto fare una piccola cappella in suo onore in una camera del castello che egli abitava. Nessuno sapeva dell’esistenza di questa cappella. Ogni notte, dopo alcuni momenti di sonno, e senza avvertire la moglie, si alzava, per andare dinanzi alla Ss. Vergine e restarvi sino al mattino… La sua moglie n’ebbe gran dispiacere perché credeva che uscisse per andar a trovare qualche donna di cattiva vita. Un giorno non potendo più resistere, gli disse che s’era accorta ch’egli le preferiva un’altra donna. Il marito, pensando alla Ss. Vergine, le rispose affermativamente. Ciò l’afflisse in modo tale, che non vedendo alcun cambiamento nella condotta del marito, si uccise. Il marito al ritorno dalla sua cappella, trovò la moglie immersa nel proprio sangue. Estremamente afflitto a quella vista, chiude a chiave la porta della camera, ritorna nella cappella della Ss. Vergine, e tutto piangente si prostra davanti alla sua immagine esclamando : “Voi vedete, Ss. Vergine, che mia moglie si è data la morte, perché io veniva di notte a tenervi compagnia ed a pregarvi. Nulla è per voi impossibile, giacché il vostro Figlio vi ha promesso che non vi negherà mai nulla. Vedete che la mia povera moglie è dannata; la lascerete voi tra le fiamme, giacché a causa della mia devozione per Voi nella sua disperazione ella si uccise? Vergine santa, rifugio degli afflitti, rendetele, per carità, la vita; mostrate che Voi volete far del bene a tutti. Io non uscirò di qui prima che mi abbiate ottenuto questa grazia dal vostro divin Figliuolo. Mentre era assorto nelle lagrime e nelle preghiere, una serva che andava in cerca di lui, lo chiamò, dicendo che la padrona lo desiderava. Le rispose: “Siete ben sicura che ella mi chiama? „ — “Udite la sua voce, „ replica la fantesca. Il giubilo del gentiluomo era sì grande che egli non poteva allontanarsi dalla S. Vergine. Finalmente si alzò piangendo di gioia e di riconoscenza. Ritrovò la moglie in piena salute; e delle ferite non le restavano che le cicatrici, affinché non perdesse mai il ricordo di un tal miracolo operato dalla protezione della Ss. Vergine. Vedendo essa entrare il marito l’abbracciò dicendo: “Ah! amico mio, vi ringrazio di aver avuto la carità di pregare per me. Io era nell’inferno e condannata a bruciare eternamente, perché mi ero data la morte. Ringraziamo dunque insieme la Vergine santa che mi ha strappato da un tale abisso. Ah! quanto si soffre in quel fuoco! chi potrà dirlo e soprattutto comprenderlo?„ Fu così riconoscente di questo prodigioso favore, che passò tutta la vita nelle lagrime, nella penitenza e non poteva raccontare la grazia che la Vergine le aveva ottenuto dal suo divin Figlio senza piangere a calde lagrime. Avrebbe voluto far sapere a tutti quanto la Ss. Vergine è potente per soccorrere coloro che in Lei confidano.  – M. F., se la Ss. Vergine ha il potere dì strappare le anime perfino dall’inferno, potremo dubitare che Ella non ci ottenga le grazie che le domanderemo; noi che siamo sulla terra, dove si esercitano la misericordia del Figlio e la compassione della Madre? Quando abbiamo qualche grazia da domandare al buon Dio, rivolgiamoci adunque con gran confidenza alla Ss. Vergine e saremo sicuri di essere esauditi. Vogliamo toglierci dal peccato, F. M.? andiamo a Maria: essa ci prenderà per mano e ei condurrà al suo Figliuolo per ricevere il perdono. Vogliamo perseverare nel bene? Indirizziamoci alla Madre di Dio; essa ci coprirà col manto della sua protezione, e tutto l’inferno nulla potrà contro di noi. Ne volete la prova? Eccola: leggiamo nella vita di S. Giustina, (RIBADENEIRA 26 SETT.) che avendo un giovane concepito un grande amore per essa, e vedendo che nulla poteva guadagnare colle sue premure, ricorse ad un certo Cipriano, che aveva relazioni con il demonio. Gli promise una somma di danaro se induceva Giustina ad acconsentire a quanto egli desiderava. Subito dopo la giovinetta si sentì fortemente tentata contro la santa virtù della purità; ma quando il demonio la sollecitava, subito ella ricorreva alla Ss. Vergine. Tosto il demonio fuggiva. Avendo il giovane domandato, perché  non poteva guadagnare la giovinetta, Cipriano si rivolse al demonio stesso e gli rimproverò il suo poco potere in quella circostanza, mentre in simili casi aveva sempre potuto coronare i suoi disegni. Il demonio gli rispose: “È vero, ma essa ricorre alla Madre di Dio; e da quando ella prega io perdo le mie forze e non posso più nulla. „ Cipriano stupito che una persona che ricorreva alla Ss. Vergine fosse così terribile a tutto l’inferno, si convertì e morì da santo dando la vita per Gesù Cristo. – Finisco, dicendo che se vogliamo conservare la purità d’animo e di corpo, ci occorre mortificare la nostra fantasia; e non lasciare mai che si aggiri nella nostra mente il pensiero di quegli oggetti che ci conducono al male, o procurare di non essere mai occasione di peccato agli altri, sia colle parole, sia col modo di vestirci, massime se trattasi di persone di altro sesso. Se noi ne vediamo alcuna indecentemente vestita, dobbiamo presto allontanarcene, e non fare come coloro che hanno occhi impudici, e vi si soffermano finché il demonio lo vuole. Bisogna mortificare le nostre orecchie; e non dilettarci mai di sentire parole o canzoni oscene. Ah! mio Dio, come mai avviene che padri e madri, padroni e padrone, che ascoltano nelle serate canzoni le più infami e vedono commettersi azioni che farebbero orrore agli stessi pagani, possano tollerarle senza dir nulla, sotto pretesto che sono fanciullaggini? Ah! disgraziati, il buon Dio vi aspetta al gran giorno delle vendette! Ahimè! Quanti peccati i vostri figli ed i vostri servi avranno commesso per causa vostra! Beati, ci dice Gesù Cristo, quelli che hanno il cuor puro, poiché vedranno Dio. „ Quanto sono felici coloro che hanno la somma ventura di possedere questa virtù! Non sono essi gli amici di Dio, i diletti degli Angeli, i figli prediletti della Ss. Vergine? Domandiamo spesso al buon Dio, F. M.. per l’intercessione di questa Ss. Madre di darci un’anima ed un cuore puro, un corpo casto; ed avremo la fortuna di piacere a Dio durante la nostra vita, e di andarlo a glorificare per tutta l’eternità: ciò che vi auguro…

DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE (2021)

DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE (2021)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Le lezioni dell’Ufficio divino in questo tempo sono spesso ricavate dai libri dei Maccabei. Dopo la cattività di Babilonia, il popolo era ritornato a Gerusalemme e vi aveva ricostruito il Tempio. Ma lo stesso popolo ben presto fu di nuovo punito da Dio perché  gli era stato nuovamente infedele: Antioco Epifane s’impadronì di Gerusalemme e saccheggiò il Tempio, quindi pubblicò un editto che proibiva in ogni luogo la professione della religione giudaica. Furono allora da per tutto eretti altari agli idoli e il numero degli apostati crebbe in guisa che sembrò che la fede di Abramo, Mosè e Israele dovesse scomparire. Dio suscitò allora degli eroi: un sacerdote, chiamato Mathathia raccolse tutti coloro che erano ancora animati da zelo per la legge e per il culto dell’Alleanza e designò suo figlio Giuda Maccabeo come capo della milizia, che suscitò per rivendicare i diritti del vero Dio. E Giuda col suo piccolo esercito combatté con gioia i combattimenti di Israele. Nella battaglia era simile ad un giovane leone, che ruggisce sulla sua preda. Sterminò tutti gli infedeli, mise in fuga il grande esercito di Antioco e ristabilì il culto a Gerusalemme. Animati dallo spirito divino i Maccabei riconquistarono il loro paese e salvarono l’anima del loro popolo. « Le sacrileghe superstizioni della Gentilità, disse S. Agostino, avevano insozzato il tempio stesso; ma questo fu purificato da tutte le profanazioni dell’idolatria dal valoroso capitano, Giuda Maccabeo, vincitore dei generali di Antioco » (2a Domenica di ottobre, 2° Notturno). – « Alcuni, commenta S. Ambrogio, sono accesi dal desiderio della gloria delle armi e mettono sopra ogni cosa il valore guerresco. Quale non fu mai la prodezza di Giosuè, che in una sola battaglia fece prigionieri cinque re! Gedeone con trecento uomini trionfò di un esercito numeroso; Gionata, ancora adolescente, si distinse per fatti d’arme gloriosi. Che dire dei Maccabei? Con tremila Ebrei vinsero quarantottomila Assiri. Apprezzate il valore di capitano quale Giuda Maccabeo da ciò che fece uno dei suoi soldati: Eleazaro aveva osservato un elefante più grande degli altri e coperto della gualdrappa regale, ne dedusse dover essere quello che portava il re. Corse dunque con tutte le forze precipitandosi in mezzo alla legione e sbarazzatosi anche dello scudo, si slanciò avanti combattendo e colpendo a destra e sinistra, finché ebbe raggiunto l’elefante; passando allora sotto a questo, lo trafisse con la sua spada. L’animale cadde dunque sopra Eleazaro che perì sotto il suo peso. Coperto più ancora che schiacciato dalla mole del corpo atterrato, fu seppellito nel suo trionfo » (la Domenica di ottobre, 2° Notturno). – Per stabilire un parallelo fra il Breviario e il Messale di questo giorno, possiamo osservare che, come i Maccabei, che erano guerrieri, si rivolsero a Dio per ottenere che la loro razza non perisse, ma che conservasse la sua religione e la sua fede nel Messia (e furono esauditi), così pure nel Vangelo è un ufficiale del re, che si rivolge a Cristo perché il suo figliuolo non muoia; egli con tutta la sua famiglia credette in Gesù, quando vide il miracolo compiuto in favore di suo figlio. Constatiamo inoltre che i Maccabei opponendosi agli uomini insensati che li circondavano, cercarono presso Dio luce e forza per conoscere la sua volontà in circostanze difficili (5° responsorio, Dom. 1° respons. del Lunedì) ed esauditi nel nome di Cristo che doveva nascere dalla loro stirpe, resero in seguito azioni di grazie nel Tempio, « benedicendo il Signore con inni e con lodi » (2° responsorio del Lunedì). – Cosi pure S. Paolo, nell’Epistola, parla di uomini saggi che, in tempi cattivi, cercano di conoscere la volontà di Dio e che, liberati dalla morte (v. 14 di questa Epistola) per la misericordia dell’Altissimo, gli rendono grazie in nome di Gesù Cristo, cantando inni e cantici. Tutti i canti della Messa esprimono anch’essi sentimenti simili in tutto a quelli dei Maccabei. « Signore, dice il 5° responsorio, i nostri occhi sono rivolti a te, affinché non abbiamo a perire » e il Graduale: « Tutti gli occhi si alzano con fede verso di te, o Signore ». il Salmo aggiunge: « Egli esaudirà le preghiere di coloro che lo temono, li salverà e perderà tutti i peccatori ». – « O Dio, canterò i tuoi gloriosi trionfi », dichiara l’Alleluia, e termina con queste parole: « Con Dio compiremo atti di coraggio ed Egli annienterà i nostri nemici ». L’Offertorio è un cantico di ringraziamento dopo la liberazione dalla cattività di Babilonia e la riedificazione di Gerusalemme e del suo Tempio. (Ciò che si rinnovò sotto i Maccabei). Il Salmo del Communio, che è il medesimo di quello del Versetto dell’Introito, ci mostra come Iddio benedica coloro che lo servono e venga loro in aiuto nelle afflizioni. L’Introito, finalmente, dopo aver riconosciuto che i castighi piombati sul popolo eletto sono dovuti alla sua infedeltà, domanda a Dio di glorificare il suo Nome, mostrando ai suoi la sua grande misericordia. – Facciamo nostri tutti questi pensieri. Riconoscendo che le nostre disgrazie hanno per origine la nostra infedeltà, uniformiamoci alla volontà divina (Intr.) domandiamo a Dio di lasciarsi commuovere, di perdonarci e di guarirci (Vangelo), affinché la sua Chiesa possa servirlo nella pace (Orazione). Poi, pieni di speranza nel soccorso divino e pieni di fede in Gesù Cristo riempiamoci dello Spirito Santo, che deve occupare tutta la nostra attenzione in questo tempo dopo la Pentecoste e nel Nome del Signore Gesù cantiamo tutti insieme nei nostri templi alla gloria di Dio, che ci ha liberati dalla morte e che nei giorni difficili della fine del mondo (Epistola) libererà tutti coloro che hanno fede in Lui (Vangelo).

« Sorgi d’infra i morti, dice S. Paolo, e Cristo ti illuminerà » (v.14). Salvati dalla morte per opera dì Cristo, non prendiamo più parte alcuna alle opere delle tenebre (v. 11), ma viviamo come figli della luce (v. 8). Approfittiamo del tempo che ci è stato dato per fare la volontà di Dio. Non conosciamo altra ebbrezza che quella dello Spirito Santo e, uniti gli uni agli altri nell’amore di Gesù, rendiamo grazie al Padre, che ci ha liberati per mezzo del Figlio suo e che ci libererà nell’ultimo giorno ».

Gesù salvò dalla morte il figlio dell’ufficiale, per dare la vita della fede a lui ed a tutta la sua famiglia. Questo miracolo deve cooperare ad aumentare la nostra fede in Gesù, per opera del quale Dio ci ha liberati dalla febbre del peccato e dalla morte eterna, che ne è la conseguenza. « Quegli che chiedeva la guarigione del figlio, dice S. Gregorio, senza dubbio credeva, poiché era venuto a cercare Gesù, ma la sua fede era difettosa ed egli chiedeva la presenza corporale del Signore, che con la sua presenza spirituale si trova dappertutto. Se la sua fede fosse stata perfetta, avrebbe senza dubbio saputo, che non esiste luogo ove Dio non risieda; egli crede bensì che colui al quale si rivolge abbia il potere di guarire, ma non pensa che sia invisibilmente vicino al figlio che sta per morire. Ma il Signore, che egli supplica di venire, gli prova che è già presente là dove egli gli chiedeva di andare; e Colui che ha creato tutte le cose, rende la salute a questo malato col semplice suo comando. (Mattutino).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Dan III: 31; 31:29; 31:35
Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, quia peccávimus tibi et mandátis tuis non obœdívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ.

[In  tutto quello che ci hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al tuo nome e fai a noi secondo l’immensità della tua misericordia.]


Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.

[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, quia peccávimus tibi et mandátis tuis non oboedívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ.

[In  tutto quello che ci hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al tuo nome e fai a noi secondo l’immensità della tua misericordia.]

Oratio

Orémus.
Largíre, quǽsumus, Dómine, fidélibus tuis indulgéntiam placátus et pacem: ut páriter ab ómnibus mundéntur offénsis, et secúra tibi mente desérviant.
[Largisci placato, Te ne preghiamo, o Signore, il perdono e la pace ai tuoi fedeli: affinché siano mondati da tutti i peccati e Ti servano con tranquilla coscienza.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios
Ephes 5: 15-21

 Fratres: Vidéte, quómodo caute ambulétis: non quasi insipiéntes, sed ut sapiéntes, rediméntes tempus, quóniam dies mali sunt. Proptérea nolíte fíeri imprudéntes, sed intellegéntes, quae sit volúntas Dei. Et nolíte inebriári vino, in quo est luxúria: sed implémini Spíritu Sancto, loquéntes vobismetípsis in psalmis et hymnis et cánticis spirituálibus, cantántes et psalléntes in córdibus vestris Dómino: grátias agéntes semper pro ómnibus, in nómine Dómini nostri Jesu Christi, Deo et Patri. Subjecti ínvicem in timóre Christi.

(“Fratelli: Badate di camminare con circospezione, non da stolti, ma da prudenti, utilizzando il tempo, perché i giorni sono tristi. Perciò non siate sconsiderati, ma riflettete bene qual è la volontà di Dio. E non vogliate inebriarvi di vino, sorgente di dissolutezza, ma siate ripieni di Spirito Santo. Trattenetevi insieme con salmi e inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando coi vostri cuori, al Signore, ringraziando sempre d’ogni cosa Dio e Padre nel nome del Signor nostro Gesù Cristo. Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo.).”

IL CONTAGOCCE DELLA VITA.

Se fossi un poeta seicentista o un predicatore, anche solo un predicatore di quel secolo stravagante, definirei il tempo: «il contagocce della vita», perché la vita ci è proprio data così goccia a goccia, minuto per minuto, scorre la vita e si compone di istanti. Potremmo anche dire che il tempo è la misura della vita. Perciò noi con la vita stessa lo identifichiamo. Fare buon uso del tempo è la misura della vita. La saggezza cristiana San Paolo la fa consistere nel buon uso del tempo, come nel rovescio, cioè nello sciupìo del tempo consiste la incoscienza, la leggerezza pagana. Del tempo, ossia della vita, di tutte le sacre energie che la costituiscono ora per ora, noi possiamo fare tre usi: possiamo usarne male, cioè per fare il male. Il mondo non adopera questa parola, la copre, la maschera. Dice: per divertirci, per distrarci. Chiamano anche questo: godere la vita. Il paganesimo pretende sia questo l’uso vero, saggio della vita. Quelli che sfrenatamente, bassamente, non ne godono come egli fa e insegna a fare, li chiama stolti. Per noi Cristiani il tempo speso così nei bagordi, nel trionfo della materia, è tempo perduto… anzi perduto è un aggettivo troppo blando, è tempo sciupato, è vita sciupata, sciupata energia. Sciupare un oggetto prezioso è più che perderlo: è un disfarlo, un farlo a rovescio. Così è il tempo speso nel peccato, nel male morale, comunque mascherato. Ma c’è anche il tempo perduto. Ed è quello che noi passiamo non facendo niente, né bene né male. Nell’ozio, o nella futilità della vita. La neutralità è veramente un sogno, un’utopia. Non si riesce alla neutralità, al far niente. In realtà l’ozio, la frivolezza, il conato di neutralità morale nell’azione, è un’utopia: far niente vuol dire far del male. Il tempo speso così è tempo perduto. E perder tempo è già un male, come il non guadagnare denaro in commercio, come il perdere un bell’oggetto. E quanto tempo si perde, specialmente, in chiacchiere inutili! che poi, viceversa, non sono inutili, sono dannose, dannosissime. Educano l’anima di chi vi si abbandona alla superficialità, alla frivolezza. Spianano la via alla cattiveria vera e propria, quando non sono già cattiveria matricolata, insulti costanti alla carità cristiana, alla purezza con le loro insinuazioni e le loro larvate oscenità. Sottraggono il tempo all’operosità buona. La quale costituisce l’impiego savio e sacro, cristiano del tempo. « Dum tempus habemus operemur bonum.» Questa è la vita per noi, Cristiani; fare il bene. Farlo in tutti i modi: parlando, tacendo (perché spesso il silenzio è d’oro, spesso ci vuole più virtù a tacere che a parlare, e si fa più bene al prossimo con un silenzio dignitoso, paziente, che con mille chiacchiere), operando, lavorando, soffrendo: farlo in tutte le forme, bene a noi stessi, bene agli altri, gloria e cioè bene a Dio. Il tempo che si passa così è tempo bene speso, veramente bene speso. È un tempo impiegato. Speso bene, perché, a parte anche le considerazioni soprannaturali, noi siamo fatti per il bene, e quando mettiamo a servizio della buona causa le nostre energie, a servizio della verità il nostro intelletto, a servizio delle carità la nostra influenza sociale, a servizio dei poveri il nostro denaro; quando facciamo così, stiamo bene. Ma è anche bene impiegato, perché il bene resta. Il piacere passa, finisce inesorabilmente. Goduto una volta non c’è più. Il bene fatto una volta resta sempre. San Paolo parla di riscatto, di redenzione del tempo. E cioè dobbiamo tanto più intensificare la nostra attività nel bene, quanto più scarsa è stata la nostra attività nel bene, quanto più abbondante è stata forse la nostra operosità cattiva. La morte si avanza e incalza: prima che essa giunga a troncare le possibilità del bene e del premio, avaramente, spendiamo per Dio il tempo ch’Egli ci dona.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps CXLIV: 15-16
Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore opportúno.

V. Aperis tu manum tuam: et imples omne ánimal benedictióne.

[Tutti rivolgono gli sguardi a Te, o Signore: dà loro il cibo al momento opportuno.

V. Apri la tua mano e colmi di ogni benedizione ogni vivente.]

Allelúja.

Ps CVII:2
Allelúja, allelúja
Parátum cor meum, Deus, parátum cor meum: cantábo, et psallam tibi, glória mea. Allelúja.

[Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto: canterò e inneggerò a Te, che sei la mia gloria. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia   sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.
Joannes IV: 46-53
In illo témpore: Erat quidam régulus, cujus fílius infirmabátur Caphárnaum. Hic cum audísset, quia Jesus adveníret a Judaea in Galilæam, ábiit ad eum, et rogábat eum, ut descénderet et sanáret fílium ejus: incipiébat enim mori. Dixit ergo Jesus ad eum: Nisi signa et prodígia vidéritis, non créditis. Dicit ad eum régulus: Dómine, descénde, priúsquam moriátur fílius meus. Dicit ei Jesus: Vade, fílius tuus vivit. Crédidit homo sermóni, quem dixit ei Jesus, et ibat. Jam autem eo descendénte, servi occurrérunt ei et nuntiavérunt, dicéntes, quia fílius ejus víveret. Interrogábat ergo horam ab eis, in qua mélius habúerit. Et dixérunt ei: Quia heri hora séptima relíquit eum febris. Cognóvit ergo pater, quia illa hora erat, in qua dixit ei Jesus: Fílius tuus vivit: et crédidit ipse et domus ejus tota.

(“In quel tempo eravi un certo regolo in Cafarnao, il quale aveva un figliuolo ammalato. E avendo questi sentito dire che Gesù era venuto dalla Giudea nella Galilea, andò da lui, e lo pregava che volesse andare a guarire il suo figliuolo, che era moribondo. Dissegli adunque Gesù: Voi se non vedete miracoli e prodigi non credete. Risposegli il regolo: Vieni, Signore, prima che il mio figliuolo si muoia. Gesù gli disse: Va, il tuo figliuolo vive. Quegli prestò fede alle parole dettegli da Gesù, e si partì. E quando era già verso casa, gli corsero incontro i servi, e gli diedero nuova come il suo figliuolo viveva. Domandò pertanto ad essi, in che ora avesse incominciato a star meglio. E quelli risposero: Ieri, all’ora settima, lasciollo la febbre. Riconobbe perciò il padre che quella era la stessa ora, in cui Gesù gli aveva detto: Il tuo figliolo vive: e credette egli, e tutta la sua casa”)

Omelia

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Doveri dei genitori verso i figli.

Credidit ipse, et domus ejus tota.

(JOAN. IV, 53).

Possiamo noi trovare, Fratelli miei, un esempio più adatto per far intendere a tutti i capi di famiglia che essi non possono efficacemente lavorare alla loro salvezza se nel medesimo tempo non lavorano a quella dei loro figli? Invano i padri e le madri passerebbero la loro vita nel far penitenza, nel piangere i loro peccati, nel distribuire le ricchezze ai poveri; se essi hanno la disgrazia di trascurare la salute dei loro figli, tutto è perduto per essi. Ne dubitate, F. M.? Aprite le Scritture, e vi vedrete che se i genitori furono santi, lo furono del pari i loro figli, ed anche i dipendenti. Quando il Signore loda quei padri e quelle madri che si sono distinti per fede e pietà, non dimentica di dirci che i loro figli ed i loro servi hanno camminato sulle loro tracce. Lo Spirito Santo vuol farci l’elogio di Abramo e di Sara? Non tralascia nel medesimo tempo di ricordarci l’innocenza di Isacco e il fervoroso e fedele lor servo Eliezero (Gen XXIV). E se ci mette davanti le rare virtù della madre di Samuele, fa rilevare subito le belle qualità di questo degno figliuolo (I Reg. I e II). Se ci manifesta l’innocenza di Zaccaria e di Elisabetta ci parla subito di Giovanni Battista, il santo precursore del Salvatore (Luc. I). Quando il Signore vuol presentarci la madre dei Maccabei come una madre degna dei suoi figliuoli, ci mostra nel medesimo tempo il coraggio e la generosità di questi, che danno la vita con tanta gioia per il Signore (II Macc. VII). Se S. Pietro ci parla del centurione Cornelio come d’un modello di virtù, ci dice anche che tutta la sua famiglia serviva con lui il Signore (Act. X, 2) . Se il Vangelo ci parla di quell’ufficiale che venne a domandare a Gesù la guarigione di suo figlio, ci dice che dopo averla ottenuta non si diede più pace finché tutta la famiglia non credette con lui nel Signore (Joan. IV, 58). Quali esempi per i padri e le madri! Dio mio! se i padri e le madri dei nostri giorni avessero la fortuna di esser santi, quanti figli di più pel cielo! quanti figli di meno per l’inferno! Ma, forse mi direte, che cosa dobbiamo fare per adempiere i nostri doveri, poiché sono sì grandi e sì terribili? — Ahimè! io non oso dirvelo, tanto sono gravi per un Cristiano che desidera adempirli come vuole il buon Dio. Ma giacché sono obbligato a mostrarveli, eccoli: istruire i vostri figli, cioè insegnar loro a conoscere il buon Dio ed i propri doveri; correggerli cristianamente, dar loro buon esempio, guidarli per la giusta via che conduce al cielo, camminandovi per primi voi stessi. Ahimè ! F. M., io temo che questa istruzione vi sia, come tante altre, nuovo argomento di condanna. Il voler mostrarvi la grandezza dei vostri doveri, è volere discendere in un abisso senza fondo, e volere spiegare una verità che l’uomo non può mettere in tutta la sua luce. – Per questo, F. M. bisognerebbe potervi far comprendere ciò che valgono le anime dei vostri figli, quanto ha sofferto Gesù Cristo per ridonar loro il cielo, il conto spaventoso che un giorno dovrete renderne a Dio, la felicità che fate loro perdere per tutta l’eternità, i tormenti che preparate loro per l’altra vita; converrete con me, F. M., che nessun uomo è capace di tutto questo. Ah! disgraziati genitori, se li stimaste quanto li stima il demonio! Quando pure egli impiegasse tre mila anni per tentarli, se finalmente riuscisse ad averli, conterebbe per nulla tutte le sue fatiche. Piangiamo, F. M., la perdita di tante anime che i genitori stessi ogni giorno gettano nell’inferno. Diamo uno sguardo superficiale ai vostri doveri, e frattanto, se non avete perduta interamente la fede, vedrete che non avete fatto nulla di quanto il buon Dio vuol che facciate per i vostri figli, o piuttosto che avete fatto tutto quanto occorreva per perderli. Ah! quante persone maritate non andranno in cielo! — E perché? mi direte voi. — Ecco. Perché vi sono molti che entrano nello stato del matrimonio senza le necessarie disposizioni, e profanano così da principio questo sacramento. Sì, dove sono quelli che ricevono questo Sacramento con la dovuta preparazione? gli uni vi sono condotti dal pensiero di accontentare i loro impuri desiderii; gli altri sono attirati da viste d’interesse, o dalle seduzioni della beltà; ma quasi nessuno ha per oggetto Dio solo. Ahimè! quanti matrimoni profanati, e come sono poche le unioni dove regnano la pace e la virtù! Dio mio! Quante persone maritate si danneranno. Ma, no, F. M., non entriamo in questi particolari, vi ritorneremo un’altra volta; parliamo solo dei doveri dei genitori verso i figli; sono abbastanza estesi per servirci da soggetto di trattenimento. Per oggi, F. M., non dirò nulla di quei padri e di quelle madri, del cui delitto non potrei dipingere a colori abbastanza vivi e forti la enormità e l’orrore. Essi fissano, prima di Dio stesso, il numero dei loro figli, mettono dei limiti ai disegni della Provvidenza, s’oppongono alle sue adorabili volontà. Copriamo, F. M., tutte queste turpitudini con un velo, che nel grande giorno delle vendette, Colui, che ha tutto visto, contato e ponderato saprà strappare. I tuoi delitti, amico, sono ancora nascosti, ma fra qualche giorno  Dio saprà manifestarli davanti a tutto l’universo. Sì, F. M., nel giorno del giudizio vedremo tutti gli orrori commessi nel matrimonio e che avrebbero fatto fremere gli stessi pagani. Non dico neppur nulla di quelle madri delinquenti, che vedrebbero senza dolore, ahimè! forse anche con piacere, perire i loro poveri figli prima di averli dati alla luce, e di aver loro procurato la grazia del Battesimo; le une, per timore dei fastidi che proverebbero nell’allevarli; le altre per timore del disprezzo e del rifiuto che proverebbero da un marito brutale ed irragionevole; non dico, senza religione, perché i pagani non farebbero di più, Dio mio! e possono tali delitti trovarsi fra i Cristiani? Eppure F. M., quanto ne è grande il numero! Ancora una volta, quante Persone maritate sono dannate! Ecchè, amico mio, il buon Dio vi ha forse dato cognizioni superiori alle bestie, solo perché poteste offenderlo meglio? Gli uccelletti e gli stessi animali più feroci dovranno servirvi d’esempio? Vedetele,  queste povere bestie, quanto si rallegrano al vedersi moltiplicare i loro nati: di giorno si affaticano a cercar loro il nutrimento, e di notte li coprono colle loro ali per difenderli dalle ingiurie del tempo. Se una mano rapace porta via loro i piccoli, le sentirete lamentarsi; sembra che esse non possano più abbandonare i loro nidi, sempre nella speranza di ritrovarli. Quale vergogna, non dico per i pagani, ma per i Cristiani, che gli animali siano più fedeli nell’adempimento dei disegni della Provvidenza, che non gli stessi figli di Dio; cioè i padri e le madri che Dio ha scelto solo per popolare il cielo! No, no, F. M., non continuiamo, abbandoniamo un argomento così ributtante; entriamo nei particolari che riguardano un maggior numero di persone. Io vi parlerò più semplicemente che mi sarà dato, affinché possiate ben comprendere i vostri doveri ed adempirli.

1° Dico anzitutto che quando una madre è incinta deve pregare o fare qualche elemosina; meglio ancora, se può, far celebrare una Messa, per domandare alla santa Vergine di riceverla sotto la sua protezione, affinché ottenga da Dio che il povero infante non muoia senza aver ricevuto il santo Battesimo. Se una madre avesse veramente il sentimento religioso, direbbe a se stessa: “Ah! se avessi la fortuna di veder questo bambino diventare un santo, e contemplarlo per tutta l’eternità al mio fianco, cantando le lodi del buon Dio, quale gioia per me!„ Ma no, no, F. M., non è questo il pensiero che occupa una madre incinta: essa proverà invece un affannoso dispiacere nel vedersi in questo stato, e forse penserà di distruggere il frutto del suo seno. Dio mio, il cuore di una madre cristiana, può concepire un tale delitto? Eppure, quante ne vedremo, in quel giorno, che avranno nutrito in sé tali pensieri d’omicidio!

2° Dico inoltre che una madre incinta che vuol conservare il figliuolo pel cielo, deve evitare due cose: il portare carichi troppo pesanti e l’alzare le braccia troppo con isforzo per prendere qualche cosa, il che potrebbe nuocere al povero figliuolo e farlo perire. La seconda cosa da evitare, è il prendere rimedi che possano far patire il figliuolo, o dare in iscatti di collera, ciò che potrebbe spesso soffocarlo. I mariti devono tollerare molte cose che in un altro tempo non tollererebbero; se non vogliono farlo per riguardo alla madre, lo facciano almeno per riguardo al bambino; poiché potrebbe perdere la grazia del santo Battesimo; il che sarebbe la più grande di tutte le disgrazie!

3° Quando una madre vede avvicinarsi il tempo del parto, deve andarsi a confessare, e per più ragioni. La prima, perché molte durante il parto muoiono e, se per isventura ella avesse la disgrazia d’essere in peccato, si dannerebbe. La seconda, perché essendo in istato di grazia, tutte le pene e dolori che soffrirà saranno ricompensati in cielo. La terza, perché il buon Dio non mancherà di accordarle tutte le grazie che essa augurerà al suo figliuolo. Una madre, durante il parto, deve conservare il pudore e la modestia, per quanto nel suo stato le sia possibile, e non mai dimenticarsi di essere alla presenza di Dio, ed in compagnia del suo buon Angelo custode. Non deve mangiare mai di grasso nei giorni proibiti, senza permesso, perché attirerebbe la maledizione su di sé e sul figlio.

4° Non lasciate mai passare più di ventiquattro ore senza far battezzare i vostri figli; se non lo fate, vi rendete colpevoli, eccetto però che non abbiate serie ragioni. Per padrini e madrine scegliete persone buone per quanto lo potete; eccone la ragione: tutte le preghiere, le buone opere che faranno i padrini e le madrine, in virtù della parentela spirituale coi vostri figli otterranno a questi una quantità di grazie dal cielo. Sì, F. M., stiamo certi che nel giorno del giudizio vedremo molti figli riconoscersi debitori della loro salute alle preghiere, ai buoni consigli ed ai buoni esempi dei padrini e delle madrine. Un’altra ragione vi obbliga: se voi venite a mancare, essi dovranno tenere il vostro posto. Dunque, se aveste la disgrazia di scegliere padrini e madrine senza religione, questi non potrebbero che condurre i vostri figli all’inferno. Padri e madri, non dovete mai lasciar perdere il frutto del Battesimo ai vostri figli: come sareste ciechi e crudeli! La Chiesa vuol salvarli col santo Battesimo, e voi, per negligenza, li rimettete in potere del demonio! Poveri bambini; in quali mani avete la disgrazia di cadere! Ma quanto ai padrini ed alle madrine non bisogna dimenticare che per farsi mallevadori di un fanciullo è necessario essere sufficientemente istruiti, di poter istruire essi il fanciullo, se il padre e la madre avessero a mancargli. Inoltre bisogna che siano buoni Cristiani ed anche perfetti Cristiani; poiché devono servir d’esempio ai loro figli spirituali. Perciò una persona che non fa Pasqua non deve tener a battesimo un bambino, e neppure una persona che ha una cattiva abitudine e non vuole rinunciarvi, o che va ai balli, o che frequenta abitualmente le bettole; perché ad ogni interrogazione del sacerdote, fa un giuramento falso: cosa grave, come ben vedete, in presenza di Gesù Cristo stesso, e ai piedi del sacro fonte battesimale. Quando non avete le necessarie condizioni per essere padrini cristiani, dovete rifiutare; e, se tutto questo vi è già capitato, dovete confessarvene, e non cadere più in simile peccato.

5° Non dovete far dormire i vostri figli con voi prima dell’età di due anni; se lo fate, commettete peccato. La Chiesa ha fatto questa legge non senza ragione: voi siete obbligati ad osservarla. — Ma, mi direte, alle volte fa molto freddo, o si è molto stanchi. — Questo non è una ragione che possa scusarvi davanti a Dio. Del resto, quando vi siete maritati, sapevate che sareste stati obbligati a portare il peso e ad adempiere i doveri inerenti a questo stato. Vi sono anche, F. M., dei padri e delle madri così poco istruiti in materia di religione, o così noncuranti dei loro doveri, che fanno dormire con sé figliuoli dai quindici ai diciotto anni, e spesso anche fratelli e sorelle assieme. Dio mio in quale stato d’ignoranza sono questi padri e queste madri! — Ma, mi direte, non abbiamo letti. — Voi non avete letti: ma è meglio farli dormire su di una seggiola, o in casa del vostro vicino. Dio mio! quanti genitori e figli dannati! Ma ritorno ancora al mio punto, dicendo che tutte le volte che fate dormire con voi i figliuoli prima che abbiano due anni, offendete il buon Dio. Ahimè! quanti poveri bambini alla mattina sono trovati soffocati dalla madre, ed a quante madri, qui presenti, è toccata questa disgrazia! E quand’anche Iddio ve ne avesse preservate, non siete meno colpevoli che se li aveste trovati soffocati ogni qualvolta hanno dormito con voi. Voi non volete convenirne, cioè non ve ne correggete: aspettiamo il giorno del giudizio, ed allora sarete obbligate di ammettere quanto ora non volete riconoscere. — Ma, mi direte, quando sono battezzati non vanno perduti, anzi vanno in cielo. — Senza dubbio, F. M., non andranno perduti, ma siete voi che vi perderete; del resto sapete voi a che cosa destinava Iddio quei figliuoli? Forse quel bambino sarebbe stato un buon sacerdote. Avrebbe condotto una quantità di anime a Dio; ogni giorno, celebrando la S. Messa, avrebbe reso più gloria a Dio che tutti gli angeli ed i santi riuniti insieme in cielo. Avrebbe tratto più anime dal purgatorio che non le lagrime e le penitenze dei solitari offerte al trono di Dio. Comprendete ora, il male di lasciar morire un fanciullo, anche battezzato? Se la madre di S. Francesco Saverio, che fu un gran santo che ha convertito tanti idolatri, l’avesse lasciato perire; ahimè! quante anime nell’inferno, al giorno del giudizio, la rimprovererebbero di essere stata la causa della loro dannazione, perché quel fanciullo era mandato da Dio per convertirli! Voi lasciate perire quella bambina che forse si sarebbe data a Dio; colle sue preghiere e co’ suoi buoni esempi avrebbe condotto un gran numero di anime al cielo. Forse madre di famiglia, avrebbe ben allevato i suoi figli che, a loro volta, ne avrebbero allevati altri, e così la religione si sarebbe mantenuta e conservata per numerose generazioni. Voi contate poco, F. M., la perdita di un fanciullo, col pretesto che è battezzato; ma aspettate il giorno del giudizio, e vedrete e riconoscerete ciò che non comprenderete mai in questo mondo. Ahimè! se i padri e le madri facessero di tanto in tanto questa riflessione, quante anime di più vi sarebbero in cielo.

6° Io dico che i genitori sono colpevoli assai quando accarezzano i loro figli in un modo troppo sconveniente. — Ma, mi direte, non facciamo alcun male, è soltanto per carezzarli; — ed io invece vi dirò che offendete il buon Dio, e che attirate la maledizione su questi poveri bambini. Sapete che cosa ne avviene? Ecco: Vi sono dei fanciulli che hanno presa questa abitudine dai genitori, e l’hanno conservata fino alla loro prima comunione. Ma, mio Dio! si può credere che questo avvenga da parte di genitori cristiani?

7° Vi sono delle madri, che hanno sì poca religione, o se volete, sono così ignoranti, che per mostrare alle vicine la robustezza dei loro figli li scoprono nudi; altre per lavarli, li lasciano per lungo tempo scoperti davanti a tutti. Ebbene non dovreste farlo, neppure se niuno vi fosse presente. Forse non dovete rispettare la presenza dei loro Angeli custodi? Lo stesso dicasi quando li allattate. Deve forse una madre cristiana lasciare il seno scoperto? e quantunque ben coperta, non deve forse voltarsi dove non vi sia alcuno? Altre, sotto pretesto che sono nutrici, non si coprono che per metà; quale abbominazione! Non c’è da far arrossire persino i pagani? Si è obbligati, per non esporsi a sguardi impuri, di fuggire la loro compagnia. Che orrore! — Ma, mi direte, quantunque vi sia presente alcuno, bisogna pur allattare i figli e fasciarli quando piangono. — Ed io vi dirò che quando piangono, dovete fare tutto il possibile per acquietarli; ma è meglio lasciarli piangere un poco che offendere Iddio. Ahimè! quante madri sono causa di sguardi impuri, di cattivi pensieri, di toccamenti disonesti! Ditemi, sono quelle le madri cristiane che dovrebbero essere così riservate? Dio mio! quale giudizio dovranno subire? Altre sono così maleducate che d’estate lasciano correre per tutta la mattina i loro figli mezzo nudi. Ditemi, o miserabili, non stareste forse meglio tra le bestie selvagge? Dove è la vostra religione e il pensiero dei vostri doveri? Ahimè! della religione non ne avete, e quanto ai vostri doveri, non li avete mai conosciuti. Voi stesse ne date la prova ogni giorno. Ah! poveri figli, quanto siete disgraziati d’aver tali genitori!

8° Dico, che dovete ancora sorvegliare i vostri figli quando li mandate nei campi; là, lontani da voi, si abbandonano a tutto ciò che il demonio ispira loro. Se l’osassi, vi direi che essi commettono ogni sorta di disonestà; che passano delle mezze giornate nel far cose abbominevoli. So che la maggior parte non conoscono il male che fanno; ma aspettate quando ne avranno la conoscenza. Il demonio non mancherà di ricordar loro quello che han fatto in questi momenti, per farli peccare. Sapete, F. M., ciò che produce la vostra negligenza o la vostra ignoranza? Eccolo: ricordatevelo bene. Una buona parte dei figliuoli che mandate nei campi, alla loro prima comunione commettono dei sacrilegi; essi hanno contratto delle abitudini vergognose: e non osano manifestarle, ovvero non se ne sono corretti. In seguito, se un sacerdote che non vuol dannarli, non li ammette, lo si rimprovererà, dicendo: Fa così perché è il mio … “Via, miserabili, vegliate un po’ meglio sui vostri figli, e saranno ammessi. Sì, dirò che la maggior parte dei vostri figli hanno cominciato la lor riprovazione da quando cominciarono ad andare nei campi. — Ma, mi direte, noi non possiamo seguirli sempre, avremmo ben da fare. — Per questo, F. M., non vi dico nulla; ma tutto quello che so è che voi risponderete delle anime loro come della vostra. — Ma noi facciamo quello che possiamo. — Io non so se voi fate quello che potete; ma quello che so è questo, che se i vostri figli presso di voi si dannano, vi dannerete voi pure; ecco quello che so, e niente altro. Avrete un bel dir di no, che io vado troppo avanti; se non avete del tutto perduta la fede, ne converrete; ciò solo basterebbe a gettarvi in una disperazione dalla quale non potreste più uscirne. Ma io so che voi non farete un passo di più per meglio osservare i vostri figli; voi non vi inquietate di questo; ed avete quasi ragione, perché avrete il tempo di tormentarvi durante tutta l’eternità. Andiamo avanti.

9. Non dovete far dormire le vostre domestiche o le vostre figlie, in appartamenti, dove alla mattina vanno i servi a cercare le rape o le patate. Bisogna dirlo, a confusione dei padri e delle madri, dei padroni e delle padrone; povere fanciulle e povere domestiche, avranno la confusione di alzarsi, di vestirsi davanti a gente che ha tanta religione quanta ne avrebbe se non avesse mai sentito parlare del vero Dio. Spesso poi i letti di queste povere fanciulle non avranno cortine. — Ma, mi direte, se bisognasse fare tutto ciò che voi dite, quanto lavoro ci sarebbe. — Amico mio, è questo appunto ciò che dovete fare, e se non lo fate ne sarete giudicati e puniti: certamente. Voi non dovete far dormire i vostri figli che hanno già sette od otto anni, nella vostra stessa camera. Ricordatevi, F. M., non conoscerete il male che fate se non al giudizio di Dio. So bene che non farete nulla o quasi nulla di ciò che vi insegno; non importa; io vi dirò sempre tutto ciò che vi devo dire; dopo, tutto il male sarà vostro e non mio, perché vi faccio conoscere ciò che dovete fare per adempire i vostri doveri verso i figli. Quando il buon Dio vi giudicherà, non potrete dire che non sapevate ciò che bisognava fare; io allora vi ricorderò ciò che oggi vi ho detto. – Avete adunque visto, F. M., che i vostri figli, benché piccoli, vi fanno commettere molte mancanze; ora vedrete che quando saranno alti ve ne faranno commettere di più grandi e di più funeste per voi e per essi. Converrete tutti con me, F. M., che più i vostri figli avanzano in età più dovete raddoppiare le preghiere e le cure, perché i pericoli sono maggiori, e le tentazioni più frequenti. Ditemi ora, fate voi tutto questo? No, senza dubbio; quando i vostri figli erano piccoli voi avevate la cura di parlar loro del buon Dio, di far loro recitare le preghiere; vegliavate un po’ sulla loro condotta, domandavate loro se si erano confessati, se avevano assistito alla santa Messa; avevate la precauzione di ricordar loro d’andare alla dottrina. Ma da quando hanno raggiunto i diciotto o i venti anni, non ispirate più loro in cuore l’amore ed il timor di Dio, non ricordate loro la felicità di chi lo serve in questa vita, il rimorso che si ha morendo, di andare perduti: ahimè! quei poveri figli sono pieni di vizi; ed hanno già mille volte trasgredito, senza conoscerli, i comandamenti della legge di Dio: il loro spirito è ripieno delle cose terrene, e vuoto di quelle di Dio. Voi parlate loro del mondo. Una madre comincerà a dire alla figliuola che la tale si è unita col tale, e che è stato un buon partito; bisognerebbe che anch’essa trovasse simile fortuna. Questa madre non avrà in mente che la figlia, cioè, farà tutto ciò che potrà per farla comparire agli occhi del mondo. Essa la coprirà di vanità, fors’anche a costo di far dei debiti; le insegnerà a camminare diritta, dicendole che cammina tutta curva, o non si sa che cosa somigli. Certo vi stupisce che vi siano madri così cieche. Ahimè! come è grande il numero di queste povere cieche che cercano la perdita delle loro figlie! Altra volta, vedendole uscire la mattina, si daranno maggior premura di guardare so hanno la cuffia ben accomodata, il viso e le mani ben pulite, che di chiedere se hanno offerto il loro cuore a Dio, se hanno fatto le loro preghiere e offerta a Dio la loro giornata; di questo non parlano mai. Altre volte diranno alle figliuole che non bisogna essere troppo rustiche, che bisogna far buon viso a tutti; che bisogna farsi delle conoscenze per potersi collocare. Quante madri o poveri padri accecati dicono al figlio: Se ti porterai gentilmente o se farai bene quella cosa, ti lascerò andare alla fiera di Montmerle o alla sagra, cioè, se farai sempre quello che io vorrò, ti trascinerò nell’inferno! Dio mio, è questo il linguaggio di genitori cristiani che dovrebbero pregare giorno e notte per i loro propri figli, affinché il buon Dio ispiri loro un grande orrore per i piaceri, un grande amore per Lui e per la salute della loro anima? Quello che addolora ancor di più, è vedere che vi sono figliuole le quali non sono affatto portate ad uscir di casa; ed i genitori le pregano, le sollecitano dicendo loro: Se stai sempre in casa non troverai da collocarti, fuori non sarai conosciuta. Volete voi, madre mia, che la vostra figlia faccia delle conoscenze? Non inquietatevi troppo, ne farà senza che voi abbiate a tormentarvi tanto; aspettate ancora un po’ e, vedrete, se le avrà fatte. La figlia, che non avrà forse il cuore guasto come quello della madre, soggiungerà: Farei volentieri come voi volete; ma il signor Parroco non vuole; ci dice che tutto ciò non fa che attirare la maledizione del buon Dio nei matrimoni. Io non mi sento voglia di andar a ballare, che ve ne pare, mamma? — Eh! Buon Dio, quanto sei ingenua, figlia mia, ad ascoltare il signor Parroco; bisogna bene che egli dica qualche cosa; è il suo mestiere; noi si prende quello che si vuole e si lascia il resto agli altri. — Ma, allora, non faremo Pasqua? — Ah! povera bambina; se lui non ci assolverà, andremo da un altro; ciò che rifiuta l’uno, un altro l’accetta sempre. Figlia mia, sii prudente, ritorna presto, ma va pure; quando non sarai più giovane avrai finito di divertirti. „ Un’altra volta sarà una vicina che le dirà: “Voi lasciate troppo libera vostra figlia, essa finirà col darvi dei dispiaceri. — Mia figlia! le risponderà; non temo proprio di nulla. E poi le ho raccomandato di essere prudente ed essa me l’ha promesso; sono sicura che frequenta solo persone dabbene.„ — Madre mia, aspettate ancora un po’ e vedrete il frutto della sua assennatezza. Quando la colpa sarà palese, vostra figlia diventerà argomento di scandalo per tutta la parrocchia, coprirà di obbrobrio e di disonore la famiglia; e se nulla se ne scorgerà, cioè se nessuno lo saprà, tuttavia essa porterà sotto il velo del sacramento del matrimonio un cuore ed un’anima guasti da impurità, alle quali s’era data prima del matrimonio, fonte di maledizioni per tutta la sua vita. — Ma, dirà una madre, quando vedrò mia figlia andar troppo oltre, allora saprò ben io fermarla; non la lascerò più uscire, oppure adoprerò il bastone. — Voi, o madre, non le darete più il permesso; non inquietatevi, essa saprà prenderselo senza che voi vi affatichiate a darglielo, e se mostrerete anche solo di volerglielo rifiutare, ella saprà ben minacciarvi, burlarsi di voi, e partire. Siete stata voi ad eccitarla la prima volta, ed ora non potrete più trattenerla. Forse piangerete, ma a che serviranno le vostre lagrime? a nulla, se non a farvi ricordare che vi siete ingannata, che dovevate essere più prudente e guidar meglio i vostri figli. Se ne dubitate, ascoltatemi un momento e, malgrado la durezza del vostro cuore, per l’anima dei vostri poveri figli, vedrete che è solo il primo passo quello che costa; una volta che li avete lasciati uscir di strada non ne siete più padrone, e spesso fanno una fine miserabile. – Si racconta nella storia, che un padre aveva un figlio il quale gli dava ogni sorta di consolazioni; era buono, obbediente, riservato nelle sue parole, ed era nel medesimo tempo l’edificazione di tutta la parrocchia. Un giorno che vi fu un divertimento nel vicinato, il padre gli disse: “Figlio mio, tu non esci mai; va a divertirti un po’ coi tuoi amici, sono giovani dabbene, e non sarai in cattiva compagnia.„ Il figlio gli rispose: “Padre, per me non v’ha piacere più grande, e miglior divertimento che il restare in vostra compagnia.„ Ecco una bella risposta da parte di un figlio, che preferisce la compagnia di suo padre a tutti gli altri piaceri ed a tutte le altre compagnie. “Ah! figlio mio, gli rispose il povero padre accecato, verrò anch’io con te.„ Il padre parte col figlio. La seconda volta, il giovane non ha più bisogno di farsi tanto pregare; la terza va da solo, non ha bisogno di suo padre; al contrario, il padre comincia a dargli fastidio; egli conosce già molto bene la strada. Il suo spirito non è più preoccupato che dal suono degli strumenti che ha sentito, delle persone che ha viste. E finisce coll’abbandonare quelle piccole pratiche di pietà che si era prescritte quand’era tutto di Dio; finalmente si lega con una giovane ben più cattiva di lui. I vicini cominciano già a parlare di lui, come di un nuovo libertino. Quando il padre se n’accorge, vuol opporsi, gli proibisce di andare in qualsiasi luogo senza il suo permesso; ma non trova più nel figlio l’antica sottomissione. Nulla può più fermarlo; si burla del padre, dicendogli che, non potendo ora divertirsi lui, vuol impedirlo anche agli altri. Il padre disperato, non vede più rimedio, si strappa i capelli, vuol castigarlo. La madre che capiva meglio del marito i pericoli di quelle compagnie, gli aveva spesso ripetuto che faceva molto male, che avrebbe avuto dei dispiaceri; ma era troppo tardi. Un giorno il padre, vistolo tornare da quei divertimenti, lo castigò. Il figlio, vedendosi contrariato dai genitori, si arruolò soldato; e qualche tempo dopo il padre ricevette una lettera che gli annunciava che il figliuol suo era rimasto schiacciato sotto i piedi dei cavalli. Ahimè! dove andò questo povero figlio? Dio non voglia che sia andato all’inferno. Intanto se egli si è dannato, come tutto fa credere, il padre fu la vera causa della sua perdizione. Quand’anche il padre facesse penitenza, la sua penitenza e le sue lagrime non riusciranno mai a strappare quel povero figlio dall’inferno. Ah! disgraziati genitori che gettate i vostri figli nelle fiamme eterne! Voi trovate questo alquanto esagerato; ma se esaminiamo davvicino la condotta dei genitori, vediamo che questo è quello appunto che essi fanno tutti i giorni. Se ne dubitate solo un po’ tocchiamo più da vicino questo punto. Non è vero che vi lamentate ogni giorno dei vostri figli? che non potete più comandar loro? purtroppo è vero. Voi forse avete dimenticato quel giorno in cui avete detto a vostro figlio o a vostra figlia: Se vuoi andare alla fiera di Montmerle, o alla Sagra, va pure, non ritornare però troppo tardi. Vostra figlia vi ha risposto che avrebbe fatto ciò che volevate. — Va pure, non esci mai, bisogna che ti pigli un momento di svago. — Non potete dir di no. Ma dopo qualche tempo, non avrete più bisogno di sollecitarla, né di darle il permesso. Allora, vi affliggerete, perché esce di casa senza dirvelo. Guardatevi indietro, o madre, e vi ricorderete che le avete dato il permesso una volta per tutte. Di più: vedete che cosa accadrà quando le avrete permesso di andare ovunque la conduca la sua testa senza cervello. Voi volete ch’essa faccia delle conoscenze per potersi collocare. State certa, che continuando a correre per le strade, ne farà tante, e moltiplicherà le sue colpe. Sarà questo cumulo di peccati che impedirà alla benedizione di Dio di spandersi su questi poveri figli al momento del loro matrimonio. Ahimè! questi poveretti sono già maledetti da Dio! Mentre il sacerdote alza la mano per benedirli, Dio dall’alto de’ cieli lancia le sue maledizioni. E di qui comincerà una spaventosa sorgente di disgrazie per essi. Questo nuovo sacrilegio, aggiunto a tanti altri, fa perder loro la fede per sempre. Allora, nel matrimonio, dove si crede tutto permesso, la vita non è più che un abisso di corruzione che farebbe fremere l’inferno stesso se ne fosse testimonio. Ma tutto questo dura poco. Ben presto cominceranno a non essere rari i dispiaceri, gli odi, gli alterchi ed i cattivi trattamenti dall’una e dall’altra parte. — Dopo cinque o sei mesi di matrimonio il padre vedrà suo figlio infuriato e quasi disperato, maledire i genitori, la moglie e fors’anche quelli che hanno combinato il matrimonio. Suo padre, stupito, gli domanderà che cosa è successo: “Ah! quanto sono disgraziato; ah! se quando son nato mi aveste ucciso, o se prima del mio matrimonio qualcheduno m’avesse avvelenato! — Ma, figlio mio, gli dirà il padre tutto affannato, bisogna aver pazienza. Che cosa vuoi! forse non sarà sempre così. — Non mi dite nulla, se mi sentissi il coraggio, mi tirerei una fucilata, o mi getterei nel fiume: con costei bisogna ad ogni momento altercare e battersi.„ — Non è questo, o buon padre, il frutto di quelle parole: Lasciamo che il Parroco dica, bisogna far delle conoscenze, altrimenti non si troverà da collocarsi. Va pure, figlio mio, sii prudente, torna di buon’ora e sta tranquillo? Sì, senza dubbio, amico mio, se foste stato assennato ed aveste consultato Iddio, non vi sareste collocato come avete fatto; Dio non l’avrebbe permesso; ma avrebbe fatto con voi come col giovane Tobia; vi avrebbe scelto Lui stesso una sposa che, venendo in casa, vi avrebbe apportato la pace, la virtù, ogni sorta di benedizioni. Ecco, amico mio, ciò che avete perduto non volendo ascoltare il vostro pastore ed avendo seguito il consiglio dei vostri ciechi genitori. – Un’altra volta sarà una povera figliuola che verrà, forse tutta ammaccata di battiture, a deporre nel seno della madre le sue lagrime ed i suoi dispiaceri. Esse mescoleranno assieme le loro lagrime: “Ah! madre mia, quanto sono stata disgraziata d’aver preso un marito come quello! così malvagio e brutale! Io credo che un giorno si dirà ch’egli mi ha uccisa.„ — “Ma, le dirà la madre: devi fare tutto ciò che ti comanda.„ — “Io lo faccio sempre; ma nulla lo accontenta, è sempre in collera.„ — “Povera figliuola, le dirà la madre, se avesti sposato un tale che t’ha domandata, saresti stata ben più felice… „ Voi v’ingannate, madre, non è questo che dovete dirle. “Ah! povera figlia, se t’avessi insegnato il timore e l’amor di Dio, non t’avrei mai lasciata correre ai divertimenti: Dio non avrebbe permesso che tu fossi così disgraziata…„ Non ricordate, buona madre, quelle vostre parole: lascia dire il signor Parroco, va pure; sii prudente, ritorna di buon’ora e sta tranquilla. Va benissimo, madre mia, ma ascoltate. Un giorno, passai vicino ad un gran fuoco; presi una manata di paglia e ve la gettai dentro, dicendole di non bruciare. Quelli che furono testimoni del mio atto, mi dissero, burlandosi di me: “Avete un bel dirle di non bruciare; non l’impedirete certo. — E come, risposi, se io le dico di non bruciare?„ Che ne pensate, madre mia? vi riconoscete? Non è questa la vostra condotta, o quella della vostra vicina? Non è vero che avete detto a vostra figlia prima di concederle che partisse, di essere assennata? — Sì, senza dubbio… — Andate, buona madre, voi foste cieca, voi siete stata il carnefice dei vostri figli. Se essi sono disgraziati nel loro matrimonio, voi sola ne siete la causa. Ditemi, buona madre, se aveste avuto un po’ di religione e di amore per i vostri figli, non dovevate fare tutto il possibile per evitar loro il male che avete commesso voi, quando eravate nella medesima condizione? Parlerò più chiaro. Non siete abbastanza contenta di esser disgraziata voi; volete che lo siano anche i vostri figli. E voi, figlia mia, siete sfortunata nella vostra famiglia? Me ne dispiace assai; ma ne sono meno stupito che se mi diceste che siete felice, dopo le disposizioni che avete portato al vostro matrimonio. – Sì, F. M., la corruzione oggi è salita tant’alto tra i giovani, che sarebbe quasi impossibile trovare chi riceva santamente questo Sacramento, come è impossibile vedere un dannato salire al cielo. — Ma, mi direte, ve ne sono ancora alcuni. — Ahimè! amico mio, dove sono?… Ah! sì, un padre od una madre non mettono alcuna difficoltà di lasciare per tre o quattro ore, alla sera od anche durante i vespri, la loro figlia con un giovane. — Ma, mi direte, sono buoni. — Sì, senza dubbio, sono buoni; la carità deve farcelo credere. Ma ditemi, madre mia, eravate voi buona quando eravate nel medesimo caso di vostra figlia? – Finisco, F. M., dicendo che se i figli sono disgraziati in questo mondo e nell’altro, è colpa dei genitori che non hanno usato tutti i mezzi possibili per condurli santamente per la via della salute, dove il buon Dio li avrebbe certo benedetti. Ahimè! al giorno d’oggi, quando un giovane od una giovane vogliono collocarsi, bisogna assolutamente che abbandonino il buon Dio. No, non entriamo in questi particolari; vi tornerò su un’altra volta. Poveri padri e povere madri, quanti tormenti vi aspettano nell’altra vita! Fin che la vostra discendenza durerà, voi parteciperete a tutti i suoi peccati, sarete puniti come se li aveste commessi voi, e per di più renderete conto di tutte le anime della vostra discendenza che si danneranno. Tutte queste povere anime vi accuseranno di averle fatte perdere. Questo è facilissimo da comprendersi. Se aveste ben allevato i vostri figli, essi avrebbero allevato bene i loro: si sarebbero salvati gli uni e gli altri. Ciò non basta ancora; voi sarete responsabili davanti a Dio di tutte le buone opere che la vostra discendenza avrebbe fatte sino alla fine del mondo, e che non avrà fatto per causa vostra. Che ne pensate, padri e madri? Se non avete ancor perduta la fede, non avete motivo di piangere sul male che avete fatto, e sull’impossibilità di rimediarvi? Non avevo io ragione di dirvi, in principio, che è quasi impossibile mostrarvi in tutta la sua luce la grandezza dei vostri doveri? Eppure quello che vi ho detto oggi non è che un piccolo sguardo. Ritornate domenica, padri e madri, lasciate la casa in custodia ai vostri figli, ed io continuerò, senza però potervi far comprenderò tutto. Ahimè! quanti genitori trascinano i loro poveri figli nell’inferno, e insieme vi cadono essi stessi. Dio mio! si può pensare a tanta sciagura senza fremere? Felici quelli che il buon Dio non chiama al matrimonio! Quale conto di meno avranno da rendere! — Ma, mi direte: “Noi facciamo quello che possiamo.„ Voi fate ciò che potete, sì, senza dubbio; ma per perderli, non per salvarli. Finendo vi voglio mostrare che non fate quello che potete. Dove sono le lagrime versate, le penitenze e le elemosine fatte per domandare a Dio la loro conversione? Poveri figli, quanto siete disgraziati d’appartenere a genitori, i quali non lavorano che a rendervi infelici in questo mondo, ed ancor più nell’altro! Come vostro padre spirituale, ecco il consiglio che vi do: Quando vedete i vostri genitori che mancano alle funzioni, lavorano alla domenica, mangiano di grasso nei giorni proibiti, non frequentano più i Sacramenti, non s’istruiscono, fate tutto il contrario; affinché i vostri buoni esempi li salvino, e se otterrete questa felicità, avrete tutto guadagnato. E ciò che vi auguro.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXXVI: 1
Super flúmina Babylónis illic sédimus et flévimus: dum recordarémur tui, Sion.

[Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti e abbiamo pianto: ricordandoci di te, o Sion.]

Secreta

Cœléstem nobis præbeant hæc mystéria, quǽsumus, Dómine, medicínam: et vítia nostri cordis expúrgent.

[O Signore, Te ne preghiamo, fa che questi misteri ci siano come rimedio celeste e purífichino il nostro cuore dai suoi vizii.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps CXVIII: 49-50
Meménto verbi tui servo tuo, Dómine, in quo mihi spem dedísti: hæc me consoláta est in humilitáte mea.

[Ricordati della tua parola detta al servo tuo, o Signore, nella quale mi hai dato speranza: essa è stata il mio conforto nella umiliazione.]

Postcommunio

Orémus.
Ut sacris, Dómine, reddámur digni munéribus: fac nos, quǽsumus, tuis semper oboedíre mandátis.

[O Signore, onde siamo degni dei sacri doni, fa’, Te ne preghiamo, che obbediamo sempre ai tuoi precetti].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “Doveri dei genitori verso i figli”

I SERMONI DEL CURATO D’ARS:

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Doveri dei genitori verso i figli.

Credidit ipse, et domus ejus tota.

(JOAN. IV, 53).

Possiamo noi trovare, Fratelli miei, un esempio più adatto per far intendere a tutti i capi di famiglia che essi non possono efficacemente lavorare alla loro salvezza se nel medesimo tempo non lavorano a quella dei loro figli? Invano i padri e le madri passerebbero la loro vita nel far penitenza, nel piangere i loro peccati, nel distribuire le ricchezze ai poveri; se essi hanno la disgrazia di trascurare la salute dei loro figli, tutto è perduto per essi. Ne dubitate, F. M.? Aprite le Scritture, e vi vedrete che se i genitori furono santi, lo furono del pari i loro figli, ed anche i dipendenti. Quando il Signore loda quei padri e quelle madri che si sono distinti per fede e pietà, non dimentica di dirci che i loro figli ed i loro servi hanno camminato sulle loro tracce. Lo Spirito Santo vuol farci l’elogio di Abramo e di Sara? Non tralascia nel medesimo tempo di ricordarci l’innocenza di Isacco e il fervoroso e fedele lor servo Eliezero (Gen XXIV). E se ci mette davanti le rare virtù della madre di Samuele, fa rilevare subito le belle qualità di questo degno figliuolo (I Reg. I e II). Se ci manifesta l’innocenza di Zaccaria e di Elisabetta ci parla subito di Giovanni Battista, il santo precursore del Salvatore (Luc. I). Quando il Signore vuol presentarci la madre dei Maccabei come una madre degna dei suoi figliuoli, ci mostra nel medesimo tempo il coraggio e la generosità di questi, che danno la vita con tanta gioia per il Signore (II Macc. VII). Se S. Pietro ci parla del centurione Cornelio come d’un modello di virtù, ci dice anche che tutta la sua famiglia serviva con lui il Signore (Act. X, 2). Se il Vangelo ci parla di quell’ufficiale che venne a domandare a Gesù la guarigione di suo figlio, ci dice che dopo averla ottenuta non si diede più pace finché tutta la famiglia non credette con lui nel Signore (Joan. IV, 58). Quali esempi per i padri e le madri! Dio mio! se i padri e le madri dei nostri giorni avessero la fortuna di esser santi, quanti figli di più pel cielo! quanti figli di meno per l’inferno! Ma, forse mi direte, che cosa dobbiamo fare per adempiere i nostri doveri, poiché sono sì grandi e sì terribili? — Ahimè! io non oso dirvelo, tanto sono gravi per un Cristiano che desidera adempirli come vuole il buon Dio. Ma giacché sono obbligato a mostrarveli, eccoli: istruire i vostri figli, cioè insegnar loro a conoscere il buon Dio ed i propri doveri; correggerli cristianamente, dar loro buon esempio, guidarli per la giusta via che conduce al cielo, camminandovi per primi voi stessi. Ahimè ! F. M., io temo che questa istruzione vi sia, come tante altre, nuovo argomento di condanna. Il voler mostrarvi la grandezza dei vostri doveri, è volere discendere in un abisso senza fondo, e volere spiegare una verità che l’uomo non può mettere i n tutta la sua luce. – Per questo, F. M. bisognerebbe potervi far comprendere ciò che valgono le anime dei vostri figli, quanto ha sofferto Gesù Cristo per ridonar loro il cielo, il conto spaventoso che un giorno dovrete renderne a Dio, la felicità che fate loro perdere per tutta l’eternità, i tormenti che preparate loro per l’altra vita; converrete con me, F. M., che nessun uomo è capace di tutto questo. Ah! disgraziati genitori, se li stimaste quanto li stima il demonio! Quando pure egli impiegasse tre mila anni per tentarli, se finalmente riuscisse ad averli, conterebbe per nulla tutte le sue fatiche. Piangiamo, F. M., la perdita di tante anime che i genitori stessi ogni giorno gettano nell’inferno. Diamo uno sguardo superficiale ai vostri doveri, e frattanto, se non avete perduta interamente la fede, vedrete che non avete fatto nulla di quanto il buon Dio vuol che facciate per i vostri figli, o piuttosto che avete fatto tutto quanto occorreva per perderli. Ah! quante persone maritate non andranno in cielo! — E perché? mi direte voi. — Ecco. Perché vi sono molti che entrano nello stato del matrimonio senza le necessarie disposizioni, e profanano così da principio questo sacramento. Sì, dove sono quelli che ricevono questo Sacramento con la dovuta preparazione? gli uni vi sono condotti dal pensiero di accontentare i loro impuri desiderii; gli altri sono attirati da viste d’interesse, o dalle seduzioni della beltà; ma quasi nessuno ha per oggetto Dio solo. Ahimè! quanti matrimoni profanati, e come sono poche le unioni dove regnano la pace e la virtù! Dio mio! Quante persone maritate si danneranno. Ma, no, F. M., non entriamo in questi particolari, vi ritorneremo un’altra volta; parliamo solo dei doveri dei genitori verso i figli; sono abbastanza estesi per servirci da soggetto di trattenimento. Per oggi, F . M., non dirò nulla di quei padri e di quelle madri, del cui delitto non potrei dipingere a colori abbastanza vivi e forti la enormità e l’orrore. Essi fissano, prima di Dio stesso, il numero dei loro figli, mettono dei limiti ai disegni della Provvidenza s’oppongono alle sue adorabili volontà. Copriamo, F. M., tutte queste turpitudini con un velo, che nel grande giorno delle vendette, Colui, che ha tutto visto, contato e. ponderato saprà strappare. I tuoi delitti, amico, sono ancora nascosti, ma fra qualche giorno  Dio saprà manifestarli davanti a tutto l’universo. Sì, F. M., nel giorno del giudizio vedremo tutti gli orrori commessi nel matrimonio e che avrebbero fatto fremere gli stessi pagani. Non dico neppur nulla di quelle madri delinquenti, che vedrebbero senza dolore, ahimè! forse anche con piacere, perire i loro poveri figli prima di averli dati alla luce, e di aver loro procurato la grazia del Battesimo; le une, per timore dei fastidi che proverebbero nell’allevarli; le altre per timore del disprezzo e del rifiuto che proverebbero da un marito brutale ed irragionevole; non dico, senza religione, perché i pagani non farebbero di più, Dio mio! e possono tali delitti trovarsi fra i Cristiani? Eppure. F. M., quanto ne è grande il numero! Ancora una volta, quante Persone maritate sono dannate! Ecchè, amico mio, il buon Dio vi ha forse dato cognizioni superiori alle bestie, solo perché poteste offenderlo meglio? Gli uccelletti e gli stessi animali più feroci dovranno servirvi d’esempio? Vedetele,  queste povere bestie, quanto si rallegrano al vedersi moltiplicare i loro nati: di giorno si affaticano a cercar loro il nutrimento, e di notte li coprono colle loro ali per difenderli dalle ingiurie del tempo. Se una mano rapace porta via loro i piccoli, le sentirete lamentarsi; sembra che esse non possano più abbandonare i loro nidi, sempre nella speranza di ritrovarli. Quale vergogna, non dico per i pagani, ma per i Cristiani, che gli animali siano più fedeli nell’adempimento dei disegni della Provvidenza, che non gli stessi figli di Dio; cioè i padri e le madri che Dio ha scelto solo per popolare il cielo! No, no, F. M., non continuiamo, abbandoniamo un argomento così ributtante; entriamo nei particolari che riguardano un maggior numero di persone. Io vi parlerò più semplicemente che mi sarà dato, affinché possiate ben comprendere i vostri doveri ed adempirli.

1° Dico anzitutto che quando una madre è incinta deve pregare o fare qualche elemosina; meglio ancora, se può, far celebrare una Messa, per domandare alla santa Vergine di riceverla sotto la sua protezione, affinché ottenga da Dio che il povero infante non muoia senza aver ricevuto il santo Battesimo. Se una madre avesse veramente il sentimento religioso, direbbe a se stessa: “Ah! se avessi la fortuna di veder questo bambino diventare un santo, e contemplarlo per tutta l’eternità al mio fianco, cantando le lodi del buon Dio, quale gioia per me!„ Ma no, no, F. M., non è questo il pensiero che occupa una madre incinta: essa proverà invece un affannoso dispiacere nel vedersi in questo stato, e forse penserà di distruggere il frutto del suo seno. Dio mio, il cuore di una madre cristiana, può concepire un tale delitto? Eppure, quante ne vedremo, in quel giorno, che avranno nutrito in sé tali pensieri d’omicidio!

2° Dico inoltre che una madre incinta che vuol conservare il figliuolo pel cielo, deve evitare due cose: il portare carichi troppo pesanti e l’alzare le braccia troppo con isforzo per prendere qualche cosa, il che potrebbe nuocere al povero figliuolo e farlo perire. La seconda cosa da evitare, è il prendere rimedi che possano far patire il figliuolo, o dare in iscatti di collera, ciò che potrebbe spesso soffocarlo. I mariti devono tollerare molte cose che in un altro tempo non tollererebbero; se non vogliono farlo per riguardo alla madre, lo facciano almeno per riguardo al bambino; poiché potrebbe perdere la grazia del santo Battesimo; il che sarebbe la più grande di tutte le disgrazie!

3° Quando una madre vede avvicinarsi il tempo del parto, deve andarsi a confessare, e per più ragioni. La prima, perché molte durante il parto muoiono e, se per isventura ella avesse la disgrazia d’essere in peccato, si dannerebbe. La seconda, perché essendo in istato di grazia, tutte le pene e dolori che soffrirà saranno ricompensati in cielo. La terza, perché il buon Dio non mancherà di accordarle tutte le grazie che essa augurerà al suo figliuolo. Una madre, durante il parto, deve conservare il pudore e la modestia, per quanto nel suo stato le sia possibile, e non mai dimenticarsi di essere alla presenza di Dio, ed in compagnia del suo buon angelo custode. Non deve mangiare mai di grasso nei giorni proibiti, senza permesso, perché attirerebbe la maledizione su di sé e sul figlio.

4° Non lasciate mai passare più di ventiquattro ore senza far battezzare i vostri figli; se non lo fate, vi rendete colpevoli, eccetto però che non abbiate serie ragioni. Per padrini e madrine scegliete persone buone per quanto lo potete; eccone la ragione: tutte le preghiere, le buone opere che faranno i padrini e le madrine, in virtù della parentela spirituale coi vostri figli otterranno a questi una quantità di grazie dal cielo. Sì, F. M., stiamo certi che nel giorno del giudizio vedremo molti figli riconoscersi debitori della loro salute alle preghiere, ai buoni consigli ed ai buoni esempi dei padrini e delle madrine. Un’altra ragione vi obbliga: se voi venite a mancare, essi dovranno tenere il vostro posto. Dunque, se aveste la disgrazia di scegliere padrini e madrine senza religione, questi non potrebbero che condurre i vostri figli all’inferno. Padri e madri, non dovete mai lasciar perdere il frutto del Battesimo ai vostri figli: come sareste ciechi e crudeli! La Chiesa vuol salvarli col santo Battesimo, e voi, per negligenza, li rimettete in potere del demonio! Poveri bambini; in quali mani avete la disgrazia di cadere! Ma quanto ai padrini ed alle madrine non bisogna dimenticare che per farsi mallevadori di un fanciullo è necessario essere sufficientemente istruiti, di poter istruire essi il fanciullo, se il padre e la madre avessero a mancargli. Inoltre bisogna che siano buoni Cristiani ed anche perfetti Cristiani; poiché devono servir d’esempio ai loro figli spirituali. Perciò una persona che non fa Pasqua non deve tener a battesimo un bambino, e neppure una persona che ha una cattiva abitudine e non vuole rinunciarvi, o che va ai balli, o che frequenta abitualmente le bettole; perché ad ogni interrogazione del sacerdote, fa un giuramento falso: cosa grave, come ben vedete, in presenza di Gesù Cristo stesso, e ai piedi del sacro fonte battesimale. Quando non avete le necessarie condizioni per essere padrini cristiani, dovete rifiutare; e, se tutto questo vi è già capitato, dovete confessarvene, e non cadere più in simile peccato.

5° Non dovete far dormire i vostri figli con voi prima dell’età di due anni; se lo fate, commettete peccato. La Chiesa ha fatto questa legge non senza ragione: voi siete obbligati ad osservarla. — Ma, mi direte, alle volte fa molto freddo, o si è molto stanchi. — Questo non è una ragione che possa scusarvi davanti a Dio. Del resto, quando vi siete maritati, sapevate che sareste stati obbligati a portare il peso e ad adempiere i doveri inerenti a questo stato. Vi sono anche, F. M., dei padri e delle madri così poco istruiti in materia di religione, o così noncuranti dei loro doveri, che fanno dormire con sé figliuoli dai quindici ai diciotto anni, e spesso anche fratelli e sorelle assieme. Dio mio in quale stato d’ignoranza sono questi padri e queste madri! — Ma, mi direte, non abbiamo letti. — Voi non avete letti: ma è meglio farli dormire su di una seggiola, o in casa del vostro vicino. Dio mio! quanti genitori e figli dannati! Ma ritorno ancora al mio punto, dicendo che tutte le volte che fate dormire con voi i figliuoli prima che abbiano due anni, offendete il buon Dio. Ahimè! quanti poveri bambini alla mattina sono trovati soffocati dalla madre, ed a quante madri, qui presenti, è toccata questa disgrazia! E quand’anche Iddio ve ne avesse preservate, non siete meno colpevoli che se lì aveste trovati soffocati ogniqualvolta hanno dormito con voi. Voi non volete convenirne, cioè non ve ne correggete: aspettiamo il giorno del giudizio, ed allora sarete obbligate di ammettere quanto ora non volete riconoscere. — Ma, mi direte, quando sono battezzati non vanno perduti, anzi vanno in cielo. — Senza dubbio, F. M., non andranno perduti, ma siete voi che vi perderete; del resto sapete voi a che cosa destinava Iddio quei figliuoli? Forse quel bambino sarebbe stato un buon sacerdote. Avrebbe condotto una quantità di anime a Dio; ogni giorno, celebrando la S. Messa, avrebbe reso più gloria a Dio che tutti gli angeli ed i santi riuniti insieme in cielo. Avrebbe tratto più anime dal purgatorio che non le lagrime e lo penitenze dei solitari offerte al trono di Dio. Comprendete ora, il male di lasciar morire un fanciullo, anche battezzato? Se la madre di S. Francesco Saverio, che fu un gran santo che ha convertito tanti idolatri, l’avesse lasciato perire; ahimè! quante anime nell’inferno, al giorno del giudizio, la rimprovererebbero di essere stata la causa della loro dannazione, perché quel fanciullo era mandato da Dio por convertirli! Voi lasciate perire quella bambina che forse si sarebbe data a Dio; colle sue preghiere e co’ suoi buoni esempi avrebbe condotto un gran numero di anime al cielo. Forse madre di famiglia, avrebbe ben allevato i suoi figli che, a loro volta, ne avrebbero allevati altri, e così la religione si sarebbe mantenuta e conservata per numerose generazioni. Voi contate poco, F. M., la perdita di un fanciullo, col pretesto che è battezzato; ma aspettate il giorno del giudizio, e vedrete e riconoscerete ciò che non comprenderete mai in questo mondo. Ahimè! se i padri e le madri facessero di tanto in tanto questa riflessione, quante anime di più vi sarebbero in cielo.

6° Io dico che i genitori sono colpevoli assai quando accarezzano i loro figli in un modo troppo sconveniente. — Ma, mi direte, non facciamo alcun male, è soltanto per carezzarli; — ed io invece vi dirò che offendete il buon Dio, e che attirate la maledizione su questi poveri bambini. Sapete che cosa ne avviene? Ecco: Vi sono dei fanciulli che hanno presa questa abitudine dai genitori, e l’hanno conservata fino alla loro prima comunione. Ma, mio Dio! si può credere che questo avvenga da parte di genitori Cristiani?

7° Vi sono delle madri, che hanno sì poca religione, o se volete, sono così ignoranti, che per mostrare alle vicine la robustezza dei loro figli li scoprono nudi; altre per lavarli, li lasciano per lungo tempo scoperti davanti a tutti. Ebbene non dovreste farlo, neppure se niuno vi fosse presente. Forse non dovete rispettare la presenza dei loro Angeli custodi? Lo stesso dicasi quando li allattate. Deve forse una madre cristiana lasciare il seno scoperto? e quantunque ben coperta, non deve forse voltarsi dove non vi sia alcuno? Altre, sotto pretesto che sono nutrici, non si coprono che per metà; quale abbominazione! Non c’è da far arrossire persino i pagani? Si è obbligati, per non esporsi a sguardi impuri, di fuggire la loro compagnia. Che orrore! — Ma, mi direte, quantunque vi sia presente alcuno, bisogna pur allattare i figli e fasciarli quando piangono. — Ed io vi dirò che quando piangono, dovete fare tutto il possibile per acquietarli; ma è meglio lasciarli piangere un poco che offendere Iddio. Ahimè! quante madri sono causa di sguardi impuri, di cattivi pensieri, di toccamenti disonesti! Ditemi, sono quelle le madri cristiane che dovrebbero essere così riservate? Dio mio! quale giudizio dovranno subire? Altre sono così maleducate che d’estate lasciano correre per tutta la mattina i loro figli mezzo nudi. Ditemi, o miserabili, non stareste forse meglio tra le bestie selvagge? Dove è la vostra religione e il pensiero dei vostri doveri? Ahimè! della religione non ne avete, e quanto ai vostri doveri, non li avete mai conosciuti. Voi stesse ne date la prova ogni giorno. Ah! poveri figli, quanto siete disgraziati d’aver tali genitori!

8° Dico, che dovete ancora sorvegliare i vostri figli quando li mandate nei campi; là, lontani da voi, si abbandonano a tutto ciò che il demonio ispira loro. Se l’osassi, vi direi che essi commettono ogni sorta di disonestà; che passano delle mezze giornate nel far cose abbominevoli. So che la maggior parte non conoscono il male che fanno; ma aspettate quando ne avranno la conoscenza. Il demonio non mancherà di ricordar loro quello che han fatto in questi momenti, per farli peccare. Sapete, F. M., ciò che produce la vostra negligenza o la vostra ignoranza? Eccolo: ricordatevelo bene. Una buona parte dei figliuoli che mandate nei campi, alla loro prima comunione commettono dei sacrilegi; essi hanno contratto delle abitudini vergognose: e non osano manifestarle, ovvero non se ne sono corretti. In seguito, se un sacerdote che non vuol dannarli, non li ammette, lo si rimprovererà, dicendo: Fa così perché è il mio … “Via, miserabili, vegliate un po’ meglio sui vostri figli, e saranno ammessi. Sì, dirò che la maggior parte dei vostri figli hanno cominciato la lor riprovazione da quando cominciarono ad andare nei campi. — Ma, mi direte, noi non possiamo seguirli sempre, avremmo ben da fare. — Per questo, F. M., non vi dico nulla; ma tutto quello che so è che voi risponderete delle anime loro come della vostra. — Ma noi facciamo quello che possiamo. — Io non so se voi fate quello che potete; ma quello che so è questo, che se i vostri figli presso di voi si dannano, vi dannerete voi pure; ecco quello che so, e niente altro. Avrete un bel dir di no, che io vado troppo avanti; se non avete del tutto perduta la fede, ne converrete; ciò solo basterebbe a gettarvi in una disperazione dalla quale non potreste più uscirne. Ma io so che voi non farete un passo di più per meglio osservare i vostri figli; voi non vi inquietate di questo; ed avete quasi ragione, perché avrete il tempo di tormentarvi durante tutta l’eternità. Andiamo avanti.

9. Non dovete far dormire le vostre domestiche o le vostre figlie, in appartamenti, dove alla mattina vanno i servi a cercare le rape o le patate. Bisogna dirlo, a confusione dei padri e delle madri, dei padroni e delle padrone; povere fanciulle e povere domestiche, avranno la confusione di alzarsi, di vestirsi davanti a gente che ha tanta religione quanta ne avrebbe se non avesse mai sentito parlare del vero Dio. Spesso poi i letti di queste povere fanciulle non avranno cortine. — Ma, mi direte, se bisognasse fare tutto ciò che voi dite, quanto lavoro ci sarebbe. — Amico mio, è questo appunto ciò che dovete fare, e se non lo fate ne sarete giudicati e puniti: certamente. Voi non dovete far dormire i vostri figli che hanno già sette od otto anni, nella vostra stessa camera. Ricordatevi, F. M., non conoscerete il male che fate se non al giudizio di Dio. So bene che non farete nulla o quasi nulla di ciò che vi insegno; non importa; io vi dirò sempre tutto ciò che vi devo dire; dopo, tutto il male sarà vostro e non mio, perché vi faccio conoscere ciò che dovete fare per adempire i vostri doveri verso i figli. Quando il buon Dio vi giudicherà, non potrete dire che non sapevate ciò che bisognava fare; io allora vi ricorderò ciò che oggi vi ho detto. – Avete adunque visto, F. M., che i vostri figli, benché piccoli, vi fanno commettere molte mancanze; ora vedrete che quando saranno alti ve ne faranno commettere di più grandi e di più funeste per voi e per essi. Converrete tutti con me, F. M., che più i vostri figli avanzano in età più dovete raddoppiare le preghiere e le cure, perché i pericoli sono maggiori, e le tentazioni più frequenti. Ditemi ora, fate voi tutto questo? No, senza dubbio; quando i vostri figli erano piccoli voi avevate la cura di parlar loro del buon Dio, di far loro recitare le preghiere; vegliavate un po’ sulla loro condotta, domandavate loro se si erano confessati, se avevano assistito alla santa Messa; avevate la precauzione di ricordar loro d’andare alla dottrina. Ma da quando hanno raggiunto i diciotto o i venti anni, non ispirate più loro in cuore l’amore ed il timor di Dio, non ricordate loro la felicità di chi lo serve in questa vita, il rimorso che si ha morendo, di andare perduti: ahimè! quei poveri figli sono pieni di vizi; ed hanno già mille volte trasgredito, senza conoscerli, i comandamenti della legge di Dio: il loro spirito è ripieno delle cose terrene, e vuoto di quelle di Dio. Voi parlate loro del mondo. Una madre comincerà a dire alla figliuola che la tale si è unita col tale, e che è stato un buon partito; bisognerebbe che anch’essa trovasse simile fortuna. Questa madre non avrà in mente che la figlia, cioè, farà tutto ciò che potrà per farla comparire agli occhi del mondo. Essa la coprirà di vanità, fors’anche a costo di far dei debiti; le insegnerà a camminare diritta, dicendole che cammina tutta curva, o non si sa che a cosa somigli. Certo vi stupisce che vi siano madri così cieche. Ahimè! come è grande il numero di queste povere cieche che cercano la perdita delle loro figlie! Altra volta, vedendole uscire la mattina, si daranno maggior premura di guardare so hanno la cuffia ben accomodata, il viso e le mani ben pulite, che di chiedere se hanno offerto il loro cuore a Dio, se hanno fatto le loro preghiere e offerta a Dio la loro giornata; di questo non parlano mai. Altre volte diranno alle figliuole che non bisogna essere troppo rustiche, che bisogna far buon viso a tutti; che bisogna farsi delle conoscenze per potersi collocare. Quante madri o poveri padri accecati dicono al figlio: Se ti porterai gentilmente o se farai bene quella cosa, ti lascerò andare alla fiera di Montmerle o alla sagra; cioè, se farai sempre quello che io vorrò, ti trascinerò nell’inferno! Dio mio, è questo il linguaggio di genitori cristiani che dovrebbero pregare giorno e notte per i loro propri figli, affinché il buon Dio ispiri loro un grande orrore per i piaceri, un grande amore per Lui e per la salute della loro anima? Quello che addolora ancor di più, è vedere che vi sono figliuole le quali non sono affatto portate ad uscir di casa; ed i genitori le pregano, le sollecitano dicendo loro: Se stai sempre in casa non troverai da collocarti, fuori non sarai conosciuta. Volete voi, madre mia, che la vostra figlia faccia delle conoscenze? Non inquietatevi troppo, ne farà senza che voi abbiate a tormentarvi tanto; aspettate ancora un po’ e, vedrete, se le avrà fatte. La figlia, che non avrà forse il cuore guasto come quello della madre, soggiungerà: Farei volentieri come voi volete; ma il signor Parroco non vuole; ci dice che tutto ciò non fa che attirare la maledizione del buon Dio nei matrimoni. Io non mi sento voglia di andar a ballare, che ve ne pare, mamma? — Eh! Buon Dio, quanto sei ingenua, figlia mia, ad ascoltare il signor Parroco; bisogna bene che egli dica qualche cosa; è il suo mestiere; noi si prende quello che si vuole e si lascia il resto agli altri. — Ma, allora, non faremo Pasqua? — Ah! povera bambina; se lui non ci assolverà, andremo da un altro; ciò che rifiuta l’uno, un altro l’accetta sempre. Figlia mia, sii prudente, ritorna presto, ma va pure; quando non sarai più giovane avrai finito di divertirti. „ Un’altra volta sarà una vicina che le dirà: “Voi lasciate troppo libera vostra figlia, essa finirà col darvi dei dispiaceri. — Mia figlia! le risponderà; non temo proprio di nulla. E poi le ho raccomandato di essere prudente ed essa me l’ha promesso; sono sicura che frequenta solo persone dabbene.„ — Madre mia, aspettate ancora un po’ e vedrete il frutto della sua assennatezza. Quando la colpa sarà palese, vostra figlia diventerà argomento di scandalo per tutta la parrocchia, coprirà di obbrobrio e di disonore la famiglia; e se nulla se ne scorgerà, cioè se nessuno lo saprà, tuttavia essa porterà sotto il velo del sacramento del matrimonio un cuore ed un’anima guasti da impurità, alle quali s’era data prima del matrimonio, fonte di maledizioni per tutta la sua vita. — Ma, dirà una madre, quando vedrò mia figlia andar troppo oltre, allora saprò ben io fermarla; non la lascerò più uscire, oppure adoprerò il bastone. — Voi, o madre, non le darete più il permesso; non inquietatevi, essa saprà prenderselo senza che voi vi affatichiate a darglielo, e se mostrerete anche solo di volerglielo rifiutare, ella saprà ben minacciarvi, burlarsi di voi, e partire. Siete stata voi ad eccitarla la prima volta, ed ora non potrete più trattenerla. Forse piangerete, ma a che serviranno le vostre lagrime? a nulla, se non a farvi ricordare che vi siete ingannata, che dovevate essere più prudente e guidar meglio i vostri figli. Se ne dubitate, ascoltatemi un momento e, malgrado la durezza del vostro cuore, per l’anima dei vostri poveri figli, vedrete che è solo il primo passo quello che costa; una volta che li avete lasciati uscir di strada non ne siete più padrone, e spesso fanno una fine miserabile. – Si racconta nella storia, che un padre aveva un figlio il quale gli dava ogni sorta di consolazioni; era buono, obbediente, riservato nelle sue parole, ed era nel medesimo tempo l’edificazione di tutta la parrocchia. Un giorno che vi fu un divertimento nel vicinato, il padre gli disse: “Figlio mio, tu non esci mai; va a divertirti un po’ coi tuoi amici, sono giovani dabbene, e non sarai in cattiva compagnia.„ Il figlio gli rispose: “Padre, per me non v’ha piacere più grande, e miglior divertimento che il restare in vostra compagnia.„ Ecco una bella risposta da parte di un figlio, che preferisce la compagnia di suo padre a tutti gli altri piaceri ed a tutte le altre compagnie. “Ah! figlio mio, gli rispose il povero padre accecato, verrò anch’io con te.„ Il padre parte col figlio. La seconda volta, il giovane non ha più bisogno di farsi tanto pregare; la terza va da solo, non ha bisogno di suo padre; al contrario, il padre comincia a dargli fastidio; egli conosce già molto bene la strada. Il suo spirito non è più preoccupato che dal suono degli strumenti che ha sentito, delle persone che ha viste. E finisce coll’abbandonare quelle piccole pratiche di pietà che si era prescritte quand’era tutto di Dio; finalmente si lega con una giovane ben più cattiva di lui. I vicini cominciano già a parlare di lui, come di un nuovo libertino. Quando il padre se n’accorge, vuol opporsi, gli proibisce di andare in qualsiasi luogo senza il suo permesso; ma non trova più nel figlio l’antica sottomissione. Nulla può più fermarlo; si burla del padre, dicendogli che, non potendo ora divertirsi lui, vuol impedirlo anche agli altri. Il padre disperato, non vede più rimedio, si strappa i capelli, vuol castigarlo. La madre che capiva meglio del marito i pericoli di quelle compagnie, gli aveva spesso ripetuto che faceva molto male, che avrebbe avuto dei dispiaceri; ma era troppo tardi. Un giorno il padre, vistolo tornare da quei divertimenti, lo castigò. Il figlio, vedendosi contrariato dai genitori, si arruolò soldato; e qualche tempo dopo il padre ricevette una lettera che gli annunciava che il figliuol suo era rimasto schiacciato sotto i piedi dei cavalli. Ahimè! dove andò questo povero figlio? Dio non voglia che sia andato all’inferno. Intanto se egli si è dannato, come tutto fa credere, il padre fu la vera causa della sua perdizione. Quand’anche il padre facesse penitenza, la sua penitenza e le sue lagrime non riusciranno mai a strappare quel povero figlio dall’inferno. Ah! disgraziati genitori che gettate i vostri figli nelle fiamme eterne! Voi trovate questo alquanto esagerato; ma se esaminiamo davvicino la condotta dei genitori, vediamo che questo è quello appunto che essi fanno tutti i giorni. Se ne dubitate solo un po’ tocchiamo più da vicino questo punto. Non è vero che vi lamentate ogni giorno dei vostri figli? che non potete più comandar loro? purtroppo è vero. Voi forse avete dimenticato quel giorno in cui avete detto a vostro figlio o a vostra figlia: Se vuoi andare alla fiera di Montmerle, o alla Sagra, va pure, non ritornare però troppo tardi. Vostra figlia vi ha risposto che avrebbe fatto ciò che volevate. — Va pure, non esci mai, bisogna che ti pigli un momento di svago. — Non potete dir di no. Ma dopo qualche tempo, non avrete più bisogno di sollecitarla, né di darle il permesso. Allora, vi affliggerete, perché esce di casa senza dirvelo. Guardatevi indietro, o madre, e vi ricorderete che le avete dato il permesso una volta per tutte. Di più: vedete che cosa accadrà quando le avrete permesso di andare ovunque la conduca la sua testa senza cervello. Voi volete ch’essa faccia delle conoscenze per potersi collocare. State certa, che continuando a correre per le strade, ne farà tante, e moltiplicherà le sue colpe. Sarà questo cumulo di peccati che impedirà alla benedizione di Dio di spandersi su questi poveri figli al momento del loro matrimonio. Ahimè! questi poveretti sono già maledetti da Dio! Mentre il sacerdote alza la mano per benedirli, Dio dall’alto de’ cieli lancia le sue maledizioni. E di qui comincerà una spaventosa sorgente di disgrazie per essi. Questo nuovo sacrilegio, aggiunto a tanti altri, fa perder loro la fede per sempre. Allora, nel matrimonio, dove si crede tutto permesso, la vita non è più che un abisso di corruzione che farebbe fremere l’inferno stesso se ne fosse testimonio. Ma tutto questo dura poco. Ben presto cominceranno a non essere rari i dispiaceri, gli odi, gli alterchi ed i cattivi trattamenti dall’una e dall’altra parte. — Dopo cinque o sei mesi di matrimonio il padre vedrà suo figlio infuriato e quasi disperato, maledire i genitori, la moglie e fors’anche quelli che hanno combinato il matrimonio. Suo padre, stupito, gli domanderà che cosa è successo: “Ah! quanto sono disgraziato; ah! se quando son nato mi aveste ucciso, o se prima del mio matrimonio qualcheduno m’avesse avvelenato! — Ma, figlio mio, gli dirà il padre tutto affannato, bisogna aver pazienza. Che cosa vuoi! forse non sarà sempre così. — Non mi dite nulla, se mi sentissi il coraggio, mi tirerei una fucilata, o mi getterei nel fiume: con costei bisogna ad ogni momento altercare e battersi.„ — Non è questo, o buon padre, il frutto di quelle parole: Lasciamo che il Parroco dica, bisogna far delle conoscenze, altrimenti non si troverà da collocarsi. Va pure, figlio mio, sii prudente, torna di buon’ora e sta tranquillo? Sì, senza dubbio, amico mio, se foste stato assennato ed aveste consultato Iddio, non vi sareste collocato come avete fatto; Dio non l’avrebbe permesso; ma avrebbe fatto con voi come col giovane Tobia; vi avrebbe scelto Lui stesso una sposa che, venendo in casa, vi avrebbe apportato la pace, la virtù, ogni sorta di benedizioni. Ecco, amico mio, ciò che avete perduto non volendo ascoltare il vostro pastore ed avendo seguito il consiglio dei vostri ciechi genitori. – Un’altra volta sarà una povera figliuola che verrà, forse tutta ammaccata di battiture, a deporre nel seno della madre le sue lagrime ed i suoi dispiaceri. Esse mescoleranno assieme le loro lagrime: “Ah! madre mia, quanto sono stata disgraziata d’aver preso un marito come quello! così malvagio e brutale! Io credo che un giorno si dirà ch’egli mi ha uccisa.„ — “Ma, le dirà la madre: devi fare tutto ciò che ti comanda.„ — “Io lo faccio sempre; ma nulla lo accontenta, è sempre in collera.„ — “Povera figliuola, le dirà la madre, se avesti sposato un tale che t’ha domandata, saresti stata ben più felice… „ Voi v’ingannate, madre, non è questo che dovete dirle. “Ah! povera figlia, se t’avessi insegnato il timore e l’amor di Dio, non t’avrei mai lasciata correre ai divertimenti: Dio non avrebbe permesso che tu fossi così disgraziata…„ Non ricordate, buona madre, quelle vostre parole: lascia dire il signor Parroco, va pure; sii prudente, ritorna di buon’ora e sta tranquilla. Va benissimo, madre mia, ma ascoltate. Un giorno, passai vicino ad un gran fuoco; presi una manata di paglia e ve la gettai dentro, dicendole di non bruciare. Quelli che furono testimoni del mio atto, mi dissero, burlandosi di me: “Avete un bel dirle di non bruciare; non l’impedirete certo. — E come, risposi, se io le dico di non bruciare?„ Che no pensate, madre mia? vi riconoscete? Non è questa la vostra condotta, o quella della vostra vicina? Non è vero che avete detto a vostra figlia prima di concederle che partisse, di essere assennata? — Sì, senza dubbio… — Andate, buona madre, voi foste cieca, voi siete stata il carnefice dei vostri figli. Se essi sono disgraziati nel loro matrimonio, voi sola ne siete la causa. Ditemi, buona madre, se aveste avuto un po’ di religione e di amore per i vostri figli, non dovevate fare tutto il possibile per evitar loro il male che avete commesso voi, quando eravate nella medesima condizione? Parlerò più chiaro. Non siete abbastanza contenta di esser disgraziata voi; volete che lo siano anche i vostri figli. E voi, figlia mia, siete sfortunata nella vostra famiglia? Me ne dispiace assai; ma ne sono meno stupito che se mi diceste che siete felice, dopo le disposizioni che avete portato al vostro matrimonio. – Sì, F. M., la corruzione oggi è salita tant’alto tra i giovani, che sarebbe quasi impossibile trovare chi riceva santamente questo Sacramento, come è impossibile vedere un dannato salire al cielo. — Ma, mi direte, ve ne sono ancora alcuni. — Ahimè! amico mio, dove sono?… Ah! sì, un padre od una madre non mettono alcuna difficoltà di lasciare per tre o quattro ore, alla sera od anche durante i vespri, la loro figlia con un giovane. — Ma, mi direte, sono buoni. — Sì, senza dubbio, sono buoni; la carità deve farcelo credere. Ma ditemi, madre mia, eravate voi buona quando eravate nel medesimo caso di vostra figlia? – Finisco, F. M., dicendo che se i figli sono disgraziati in questo mondo e nell’altro, è colpa dei genitori che non hanno usato tutti i mezzi possibili per condurli santamente per la via della salute, dove il buon Dio li avrebbe certo benedetti. Ahimè! al giorno d’oggi, quando un giovane od una giovane vogliono collocarsi, bisogna assolutamente che abbandonino il buon Dio No, non entriamo in questi particolari; vi tornerò su un’altra volta. Poveri padri e povere madri, quanti tormenti vi aspettano nell’altra vita! Fin che la vostra discendenza durerà, voi parteciperete a tutti i suoi peccati, sarete puniti come se li aveste commessi voi, e per di più renderete conto di tutte le anime della vostra discendenza che si danneranno. Tutte queste povere anime vi accuseranno di averle fatte perdere. Questo è facilissimo da comprendersi. Se aveste ben allevato i vostri figli, essi avrebbero allevato bene i loro: si sarebbero salvati gli uni e gli altri. Ciò non basta ancora; voi sarete responsabili davanti a Dio di tutte le buone opere che la vostra discendenza avrebbe fatte sino alla fine del mondo, e che non avrà fatto per causa vostra. Che ne pensate, padri e madri? Se non avete ancor perduta la fede, non avete motivo di piangere sul male che avete fatto, e sull’impossibilità di rimediarvi? Non avevo io ragione di dirvi, in principio, che è quasi impossibile mostrarvi in tutta la sua luce la grandezza dei vostri doveri? Eppure quello che vi ho detto oggi non è che un piccolo sguardo Ritornate domenica, padri e madri, lasciate la casa in custodia ai vostri figli, ed io continuerò, senza però potervi far comprenderò tutto. Ahimè! quanti genitori trascinano i loro poveri figli nell’inferno, e insieme vi cadono essi stessi. Dio mio! si può pensare a tanta sciagura senza fremere? Felici quelli che il buon Dio non chiama al matrimonio! Quale conto di meno avranno da rendere! — Ma, mi direte: “Noi facciamo quello che possiamo.„ Voi fate ciò che potete, sì, senza dubbio; ma per perderli, non per salvarli. Finendo vi voglio mostrare che non fate quello che potete. Dove sono le lagrime versate, le penitenze e le elemosine fatte per domandare a Dio la loro conversione? Poveri figli, quanto siete disgraziati d’appartenere a genitori, i quali non lavorano che a rendervi infelici in questo mondo, ed ancor più nell’altro! Come vostro padre spirituale, ecco il consiglio che vi do: Quando vedete i vostri genitori che mancano alle funzioni, lavorano alla domenica, mangiano di grasso nei giorni proibiti, non frequentano più i Sacramenti, non s’istruiscono, fate tutto il contrario; affinché i vostri buoni esempi li salvino, e se otterrete questa felicità, avrete tutto guadagnato. E ciò che vi auguro.

7 OTTOBRE: MADONNA DEL S. ROSARIO DELLA B. V. MARIA (2021)

Madonna del S Rosario della B. V. M.

Doppio di 2° classe – Paramenti bianchi

La festa odierna fu istituita da S. Pio V per ricordare la strepitosa vittoria riportata dai Cristiani sui musulmani a Lepanto il 7 ottobre del 1571, giorno in cui le numerose e diffuse confraternite del Rosario onoravano in modo particolare Maria SS. Sotto l’invocazione di Madonna del Rosario. Forma popolare di devozione e risultato d’una lunga evoluzione attraverso gli ultimi secoli del basso Medio evo, il Rosario – ad imitazione dei 150 Salmi del Salterio – consta di 150 Ave Maria, ogni decina delle quali è intercalata con un Pater e accompagnata dalla meditazione di uno dei principali episodi della vita di Gesù e di Maria. Questa forma altrettanto semplice che facile di preghiera, adatta anche ai meno colti, è divenuta una delle più care alla pietà privata, favorita ed arricchita da indulgenze da parte dei Papi. La festa odierna, celebrando una grande vittoria, celebra pure l’umile ma potente arma cui è dovuta: la preghiera e particolarmente quella del Rosario.

Introitus

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre beátæ Maríæ Vírginis: de cujus sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei.

[Rallegriamoci tutti nel Signore celebrando questo giorno di festa in onore della beata Vergine Maria! Della sua festa gioiscono gli angeli, e insieme lodano il Figlio di Dio]

Oratio

Orémus.

Deus, cujus Unigénitus per vitam, mortem et resurrectiónem suam nobis salútis ætérnæ præmia comparávit: concéde, quǽsumus; ut, hæc mystéria sacratíssimo beátæ Maríæ Vírginis Rosário recoléntes, et imitémur, quod cóntinent, et quod promíttunt, assequámur.

[O Dio, il tuo Unico Figlio ci ha acquistato con la sua vita, morte e risurrezione i beni della salvezza eterna: concedi a noi che, venerando questi misteri nel santo Rosario della Vergine Maria, imitiamo ciò che contengono e otteniamo ciò che promettono.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Prov VIII:22-24; VIII:32-35


Dóminus possédit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram. Nunc ergo, fílii, audíte me: Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas quotídie. et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.
[Dall’inizio delle sue vie Iddio mi ha posseduta, dal principio dei tempi, prima di ogni opera sua. Fin dall’eternità io sono stata formata; dai tempi remoti, prima che la terra fosse. Ancora non c’era l’abisso, ma io ero già stata concepita. Or dunque, figlioli, ascoltatemi: beati coloro che custodiscono le mie vie. Ascoltate l’ammonizione e diventate saggi, e non vogliate disprezzarla. Beato l’uomo che mi ascolta, che veglia ogni giorno alle mie porte e custodisce la soglia della mia casa. Chi trova me, trova la vita: e dal Signore attingerà la salvezza.]

Graduale

Ps XLIV: 5; 11; 12
Propter veritátem et mansuetúdinem et justítiam, et dedúcet te mirabíliter déxtera tua.
V. Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam: quia concupívit Rex spéciem tuam. Allelúja, allelúja.
V. Sollémnitas gloriósæ Vírginis Maríæ ex sémine Abrahæ, ortæ de tribu Juda, clara ex stirpe David. Allelúja.

[Per la tua fedeltà e mitezza e giustizia la tua destra compirà prodigi.
V. Ascolta e guarda, tendi l’orecchio, o figlia: il Re si è invaghito della tua bellezza.
Alleluia, alleluia.
V. Celebriamo la gloriosa vergine Maria, della discendenza di Abramo, nata dalla tribù di Giuda, nella nobile famiglia di Davide.
Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:26-38

In illo témpore: Missus est Angelus Gábriel a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus. Quæ cum audísset, turbáta est in sermóne ejus: et cogitábat, qualis esset ista salutátio. Et ait Angelus ei: Ne tímeas, María, invenísti enim grátiam apud Deum: ecce, concípies in útero et páries fílium, et vocábis nomen ejus Jesum. Hic erit magnus, et Fílius Altíssimi vocábitur, et dabit illi Dóminus Deus sedem David, patris ejus: et regnábit in domo Jacob in ætérnum, et regni ejus non erit finis. Dixit autem María ad Angelum: Quómodo fiet istud, quóniam virum non cognósco? Et respóndens Angelus, dixit ei: Spíritus Sanctus supervéniet in te, et virtus Altíssimi obumbrábit tibi. Ideóque et quod nascétur ex te Sanctum, vocábitur Fílius Dei. Et ecce, Elisabeth, cognáta tua, et ipsa concépit fílium in senectúte sua: et hic mensis sextus est illi, quæ vocátur stérilis: quia non erit impossíbile apud Deum omne verbum. Dixit autem María: Ecce ancílla Dómini, fiat mihi secúndum verbum tuum.

[In quel tempo, l’angelo Gabriele fu inviato da Dio in una città della Galilea, di nome Nazareth, ad una vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe, della stirpe di Davide; e il nome della vergine era Maria. L’angelo, entrando da lei, disse: «Ave, piena di grazia; il Signore è con te; tu sei benedetta fra le donne». Mentre l’udiva, fu turbata alle sue parole, e si domandava cosa significasse quel saluto. E l’angelo le disse: «Non temere, Maria, poiché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai nel tuo seno e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre: e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». L’angelo le rispose, dicendo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’ Altissimo ti coprirà della sua ombra. Per questo il Santo, che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anch’essa un figlio nella sua vecchiaia ed è già al sesto mese, lei che era detta sterile: poiché niente è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: sia fatto a me secondo la tua parola».]

OMELIA

[J. B. BOSSUET: LA MADONNA NELLE SUE FESTEVittorio Gatti ed. Brescia, 1934]

FESTA DEL ROSARIO

Jesus… deinde dicit discipulo: ecce mater tua.

Luciano, nei suoi dialoghi, narra di un certo filosofo, Eudomide di Corinto, che, Vicino a morire nella più squallida miseria, lasciò in eredità al suo più intimo amico, sua moglie ed i suoi figlioli; persuaso che meglio non poteva dar prova della sua stima per l’amico, che con questo gesto di piena fiducia. Certo, fratelli miei, in quest’atto avremmo qualche cosa di veramente bello se fosse stata compiuto con buona fede e davvero vi fosse stato mutuo amore d’amicizia: ma Purtroppo noi sappiamo che i saggi del mondo ci tengono di più ad apparire che ad essere: e nei loro gesti c’è tutto lo sforzo per ostentare la virtù: e le loro sentenze non sono l’espressione della convinzione e della vita pratica, ma vesti di parata, mostre di una saggezza che non esiste. Lasciamo dunque ai profani le storie profane: abbiamo le Sacre Scritture noi, ricorriamo alle divine pagine del Vangelo di Gesù. – Mi Permetterete, signori, di dirvi che quello che la necessità fece compiere al filosofo di Corinto, l’amore e solo l’amore lo fece fare, ed in un modo tutto divino, al Salvatore nostro Cristo Gesù. – Dall’alto della croce, Egli vede Maria sua Madre ed il discepolo prediletto: gli oggetti più cari del suo amore! Morente vuol loro dare un pegno della sua tenerezza: e dona a sua Madre Giovanni, e al discepolo prediletto sua Madre… con questo gesto, o signori, con questo testamento Gesù tracciava le linee della vera devozione alla Vergine Santa. – Per questo, la Chiesa ci fa leggere nella solennità del Rosario questo brano di Vangelo! Ed io per edificare, accrescere la vostra pietà, spero mostrarvi oggi che con queste parole Maria divenne la Madre di tutti i fedeli: ma prima voglio ripeterle il saluto con cui l’Angelo le annunciava la maternità del Cristo. Ave Maria. Per un tratto d’infinita bontà del Signore, noi troviamo pronunciata nello stesso luogo una sentenza di morte per noi, nella persona dei nostri progenitori caduti; ed una promessa di redenzione e salute che doveva essere base alla nostra speranza, proprio in quel giorno ch’era stato testimonio della ribellione umana. – Il Genesi ci narra che Dio condannando l’uomo alla schiavitù, gli promette insieme un liberatore: e mentre pronuncia la condanna contro di lui, grida minaccioso al serpente che l’aveva sedotto, che avrà schiacciata la testa: cioè il suo dominio sarà spezzato, ed un giorno i vinti saranno strappati alla sua tirannia. Minaccia e promessa si toccano: nello stesso fuoco della collera brilla la luce di un faro di salvezza. Vuole, il Signore, che intendiamo che s’Egli si adira contro di noi, lo fa come un padre buono che sotto l’impeto del più giusto sdegno, non sa dimenticare d’esser padre né contenere gli effetti della sua tenerezza. – Quando considero questo fatto, quello che mi msi presenta più strabiliante in questo operare della divina Provvidenza si è che Adamo stesso che ci precipita nella rovina ed Eva causa della nostra sciagura, dagli Scrittori Sacri ci vengono rappresentati come immagini viventi incarnanti il mistero della nostra santificazione. Gesù non rifiuta d’esser detto: il nuovo Adamo! Maria, la sua Vergine Madre, è detta — la novella Eva — cosicché la nostra redenzione ci è rappresentata dagli autori stessi della nostra rovina. Certamente S. Epifanio considerava sotto questo aspetto la parola Scritturale del Genesi, in cui Eva è detta — Madre dei viventi —. Egli nota, molto profondamente, che venne così chiamata dopo che già aveva compiuta la nostra rovina ed era stata condannata al terribile: morte morieris… ed al: in dolore parieris! e meraviglia il santo dottore, nel vedere che questo nome non le era stato dato nei giorni d’innocenza del paradiso terrestre! E veramente è giusta la sua meraviglia: quando consideriamo che Eva non viene chiamata — Madre dei viventi — che quando era stata condannata a non generare che dei cadaveri. Certamente voi comprendete che in questa contraddizione si nasconde un mistero: mistero che fa dire al Santo Vescovo, che Eva fu così chiamata in enigma, cioè in quanto era figura della Vergine Maria che, associata al Cristo nella casta generazione della nuova economia di grazia, sarebbe diventata, in questa unione col Salvatore, la vera Madre di tutti i viventi, cioè di tutti i fedeli. Ecco una bella figura della indescrivibile maternità di Maria: maternità della quale vi voglio parlar oggi, e che trova il suo coronamento in questa pagina di Vangelo scritta ai piedi della croce del nostro Salvatore. – Cosa vediamo, infatti, sul Calvario: cosa vi ci presenta l’Evangelo? Gesù morente, la Vergine impietrita dal dolore, il discepolo prediletto dal Salvatore delle anime, Giovanni, che, rimessosi dal primo spavento che lo aveva fatto fuggire, ritorna sui suoi passi, segue Gesù e viene al Calvario per raccogliervi l’estremo sospiro del Maestro che vi muore per amore degli uomini! Oh divina e stupenda scena!… ma non è su di essa, che oggi voglio fermare il vostro pensiero. Voglio che consideriate che è proprio in questa sua agonia che Gesù genera il popolo nuovo: miriamo e meravigliamo che proprio nello spasimo di questa generazione, proprio quando noi nasciamo dalle sue piaghe, e nella sua morte troviamo la vita, Egli ha voluto a compagna la sua Madre: anch’Ella generò nello spasimo un figlio: glielo diede il suo Gesù, Giovanni il discepolo che Gesù amava: « Donna ecco tuo figlio ». Ma guardando al discepolo, Gesù non vede solo lui: è vero gli altri sono fuggiti l’hanno abbandonato: ma il Padre guida ai piedi della croce il prediletto del Maestro! Questo povero avanzo della sua Chiesa quasi dispersa, Giovanni, che solo gli resta, gli rappresenta tutti i fedeli, la grande famiglia dei figli di Dio. È tutto un popolo nuovo: popolo di conquista, è tutta la Chiesa che Gesù consegna quale figlio, alla Vergine nella persona dell’amato discepolo! Ed Ella, alla parola del suo Gesù morente diventa non solo la madre di Giovanni, ma la Madre di tutti i credenti in Lui. Ecco che ritorna il pensiero di S. Epifanio: Maria è l’Eva della nuova alleanza, è la vera Madre dei viventi: intimamente unita al Nuovo Adamo diventa la Madre di tutti gli eletti. È questa dottrina cavata dal Vangelo, ch’io oggi porrò come base perché sia vera la devozione alla Vergine, per onorare la quale noi ci siamo qui riuniti. –  Per procedere però con metodo ed ordine e spiegare chiaramente questa verità, tanto importante, vorrei fissaste bene nella vostra mente i due punti in cui riassumo e svolgo tutto il mio dire. Due cose e grandi erano necessarie per dar vita ad un popolo nuovo e render noi figli di Dio per mezzo della grazia. Occorreva l’atto di adozione, ed insieme che noi fossimo riscattati! – Stranieri, anzi nemici di Dio, come saremmo diventati suoi figli se la sua infinita bontà non ci avesse adottati? se il delitto del primo uomo, ci aveva venduti a satana, come avremmo potuto esser restituiti al vero nostro Padre se il Sangue del suo Figliolo prima non ci riscattava dal tiranno? A farci figlioli di Dio era dunque necessaria e l’adozione d’un Dio, e il riscatto nostro operato da Lui stesso. Come saremo adottati? Ecco, la nostra adozione la compie l’amore del Padre celeste. Il riscatto la passione e la morte del Figlio del Padre. Che l’amore di Dio Padre sia il principio della nostra adozione è molto evidente: la natura nostra non può dare figli a Dio, ed allora glieli procurerà il suo stesso amore che ci viene a cercare. Bisognosi dell’amore del Padre per essere adottati, non avevamo meno bisogno della passione e morte del Figlio per essere riscattati, diventando i figli della redenzione: quindi noi nasciamo insieme e dall’amore dell’uno e dalla passione dell’altro. – Adesso domanderò a Voi, o Vergine, a voi Eva della nuova alleanza: Quale parte aveste in questa grand’opera: come partecipaste alla casta generazione dei figli di Dio? Ecco il grande mistero, o Cristiani, e perché l’intendiate bisogna che io vi provi colla Scrittura alla mano che Dio Padre e Dio Figlio associarono la Vergine, il Padre alla fecondità del suo amore, il Figlio alla fecondità della sofferenza: cosicché Maria è nostra Madre prima per l’amor materno, poi per le pene crudeli che le lacerarono l’anima là sul Calvario. È la divisione del mio discorso: ed io senza lasciar l’Evangelo spero mostrarvi che queste due grandi verità ebbero il loro compimento ai piedi della croce: basando su questo fondamento la devozione alla Vergine santa, perché sia vera e feconda.

I° punto.

Nessun desiderio assillava di più il cuore del Verbo, che la brama pietosa di unirsi alla nostra misera natura, e far alleanza con noi: e nacque da stirpe umana perché noi potessimo diventare di stirpe spirituale e divina per opera della grazia. Noi per l’opera sua veniamo congiunti a Lui da un duplice nodo: facendosi Egli figlio di Adamo rende nello stesso tempo noi figli di Dio, ed in questa alleanza vuole che il suo Padre divino diventi anche nostro mentre fa che il nostro diventi suo: allontanandosi, infatti dai suoi Apostoli nell’Ascensione diceva loro: « Ascendo ad Patrem meum et Patrem vestrum » per dirci che voleva che noi con Lui avessimo tutto in comune… e non si rammarica affatto che noi diventiamo figli di Dio. Questa sua identica liberalità, o signori, che fa che ci dia per Padre il suo Padre fa che ci doni insieme per madre la sua stessa Madre: imponendo a Lei che ci generi nello spirito come Lui ci aveva generato secondo la carne. Maria diventa quindi sua e nostra Madre insieme, mentr’Egli diventa sotto ogni aspetto nostro fratello. È questa pia convinzione che oggi ci fa ricorrere alla protezione ed all’aiuto della Vergine: figli di Dio noi sentiamo di essere insieme figli di Maria: è mio dovere, fratelli, per eccitare sempre più i vostri cuori alla devozione della Vergine, cercare nelle Sacre Scritture come Ella sia stata unita a Dio per esser la Madre di tutti i fedeli. Da solo però non mi sento di affrontare la dimostrazione, c’è però S. Agostino il quale viene in mio aiuto mettendoci su di una via luminosa per comprendere questa verità. Sentite cosa scrive questo grande Vescovo nel suo libro sulla Verginità (capo VI). Parlando della Vergine Maria in un modo ammirabile dice che Ella, secondo la carne, Madre del Cristo, e secondo lo spirito, Madre di tutte le membra del suo Corpo: Carne Mater Capitis nostri, spiritu Mater membrorum eius: perché: cooperata est charitate ut filiù Dei nascerentur in Ecclesia — cooperò col suo amore perché alla Chiesa nascessero figli di Dio. — Non è già risolta la questione? non ci dice chiaramente Agostino che la maternità di Maria per tutti i fedeli viene dalla sua carità? Alla luce della parola di questo grande Dottore, leggiamo ora le pagine della Scrittura per vedervi quella beata fecondità per la quale nascemmo dalla carità di Maria. Ricordiamo che v’è una duplice fecondità: l’una viene dalla natura, l’altra dall’amore. Non vi spiego la fecondità naturale, poiché l’abbiamo ogni giorno sotto gli occhi in quella eterna moltiplicazione che perpetua tutte le specie sotto l’azione della benedizione di Dio Creatore. Vediamo invece l’altra fecondità, vediamola nelle sacre carte questa fecondità che nasce dalla carità. – Leggete la lettera di S. Paolo ai Galati e poi dite se non è eloquentemente provata la fecondità della carità: « Figlioli miei, egli scrive, che nuovamente genero, per i quali risento i dolori del parto, fino a che sia in voi Gesù Cristo — Filioli mei quos iterum parturio donec formetur Christus in vobis ». Non brilla qui la fecondità prodigiosa dell’amore di Paolo per i credenti? chi sono mai questi figlioletti che l’Apostolo dice suoi, se non quelli datigli dal suo amore? Quali sono questi dolori di partoriente di cui parla l’Apostolo se non le spinte del suo amore, l’inquietudine che non gli dava mai tregua nel suo lavoro per generare anime a Gesù? Allora (vi pare?) la carità è veramente feconda! È la Sacra Scrittura stessa che ci dice che la carità ha figliuoli, e le attribuisce tutte le caratteristiche di una madre (De catechiz. Rudibus, Cap. XV). – Oh, l’amore materno in un impeto di tenerezza si procura figlioli, ha viscere in cui li porta, un seno che loro offre, un latte che a loro dà!… S. Agostino dice che la carità è madre e nutrice. « Charitas mater, charitas nutrix est ». La carità è una madre che porta nel suo cuore tutti i suoi figlioli, che ha per essi viscere di tenerezza, viscere di compassione quali noi troviamo tanto spesso descritte nelle Sante Scritture. « Charitas mater est ». Ma la stessa carità, o fratelli, è nutrice e loro presenta il casto seno da cui stilla senza inganno il latte della santa mansuetudine e della sincerità cristiana: Sine dolo lac — dice l’Apostolo S. Pietro. Vedete come davvero si ha una duplice fecondità: l’una di natura l’altra della carità. Supposta questa evidente verità, mi sarà facilissimo provarvi come Maria fu unita al Divin Padre nella casta generazione dei figli della nuova alleanza. – Osservate prima di tutto: le due fecondità che nelle creature noi vediamo distinte, in Dio le troviamo come in unica sorgente. Dio fecondo per natura lo è altrettanto per amore. La natura di Dio è feconda: essa gli dà un Figlio come Lui eterno, immenso, perfettissimo, Dio come Lui. Ma se la fecondità di natura gli diede un unico Figlio in seno alla eternità «ab aeterno » il suo amore gliene fa cercare altri ch’Egli fa suoi adottandoli ogni giorno attraverso i tempi. Noi nascemmo da questo ed è questo amore, che ci fa chiamar Dio: Padre nostro. Ecco dunque il divin Padre doppiamente fecondo: per natura genera il suo Verbo; per amore genera figlioli d’adozione. Ma queste fecondità che in Lui sono come in un’unica sorgente, Dio le comunicò alla Vergine: ne volete la prova? Favorite raccogliere ancora di più la vostra attenzione. Ci appare subito ch’ella partecipa alla fecondità naturale per cui Dio genera a sé un Figlio: difatti perché la chiamiamo, ed è verità di fede, Madre di Dio? Madre cioè dello stesso figlio di Dio? Certamente non fu la fecondità che poteva, come donna, aver comune con tutte le altre donne: la sua natura non poteva farla madre che di un uomo. Ma è un Dio che colla sua potenza la fa madre: — fecit mihi magna qui potens est — Ella canta! Dal canto suo, lo leggiamo nel Vangelo, si condannava alla sterilità, avendo promesso di custodire la sua verginità: Quomodo fiet istud… virum non cognosco — dice all’Angelo, confessando la sua incapacità voluta a diventar madre. Come poteva diventare, con tale volontà, madre, non del Figlio di Dio, ma anche solo d’un figlio d’uomo? L’Angelo spiega il mistero: Lo Spirito Santo ti circonderà, sarà la virtù dell’Altissimo che opererà in te. Penetriamo bene il significato di queste parole: esse dicono chiaramente che la fecondità dell’Altissimo è comunicata a Maria… ed è la sua virtù— virtus altissimi — che la fa feconda, per essa diventerà Madre del Figlio dell’Altissimo…: — quod nascetur ex te vocabitur Filius Dei! — Quasi volesse dirle, l’Angelo: Divina Maria, non sarà la fecondità del vostro seno che vi farà Madre, ma la potenza di Dio Padre che vi comunica la sua fecondità — virtus altissimi obumbrabit —. Non vi par di sognare, o fratelli, davanti alla dignità di Maria?… Ma andiamo avanti c’è ancor di più! Associata al Padre nella generazione del suo Figlio unigenito, credete voi che la vorrà lasciar da parte quando genera figlioli, non per natura, ma nell’infinita sua carità, adottandoli? Della sua fecondità naturale la fece partecipe perché fosse Madre di Gesù Cristo: non lascerà certo incompleta la sua opera… le comunicherà anche la fecondità del suo amore, facendola Madre delle membra di questo Corpo mistico di cui Cristo è capo. Andiamo, il Vangelo d’oggi ci chiama al Calvario: là vedremo Maria unirsi sull’esempio del Figlio all’amore fecondo del Padre. Oh, chi non si commuove a questa scena dolcissima d’amore! È vero: noi non potremo mai abbastanza ammirare questa immensa carità per cui Dio ci sceglie a figlioli; perché, osserva S. Agostino, tra gli uomini l’adozione avviene quando sono cessate o si stimano cessate, le speranze di aver veri figlioli. Quando non possono aver figlioli dalla natura, gli uomini ne cercano al loro amore: amore che viene a riparare le deficienze della natura. Ma ciò non avviene in Dio: dall’eternità generò un Figlio uguale a sé, e che forma la delizia del suo cuore, sazie le brame del suo amore, completamente, come completamente esaurisce la sua fecondità! Ma allora avendo un Figliolo così perfetto perché se ne vuol cercar altri coll’adozione? Oh non è certo il bisogno che lo costringe, ma l’infinita ricchezza della sua carità! la fecondità immensa di un amore sovrabbondante inesauribile che lo induce a dar fratelli al suo Primogenito ed Unigenito: dei coeredi a questo Diletto del suo cuore. Amore, misericordia senza confini!… Ma badate Cristiani… si va ancora più avanti, più lontano più in alto, excelsior… più su! Non solo unisce al suo Unigenito fratelli adottati in un gesto di infinita misericordia… ma perché questi figli dell’adozione possano nascere, condanna a morte il suo Figliolo Diletto: è così che il suo amore diventa fecondo: è una forma nuova di fecondità. Per produrre deve distruggere: per generare figli adottivi bisogna che condanni e sacrifichi il suo vero Figlio. Badate che la frase, per quanto sembri un paradosso, è verissima e non è mia: è parola dello stesso Gesù, e ce la riporta il suo discepolo prediletto (III, 16): « Dio amò tanto il mondo che diede per lui il suo Unigenito, perché non avessero ad andar perduti quelli che credono, ma avessero la vita eterna ». Non è evidente. o fratelli, che nell’infinito suo amore Dio Padre condanna a morte il Figlio suo perché abbiano la vita i figli d’adozione? Quali parole potrebbero dimostrare con più chiarezza, che il sacrificio del Figlio è sorgente della nostra generazione e della nostra vita? – Dal cuore di Dio portiamo il nostro sguardo sulla Vergine Maria: vediamo come s’unisca all’amore fecondo del Divin Padre. Perché Gesù, suo figlio, la volle spettatrice della scena inumana della sua crocifissione e morte? Perché volle le fosse spaccato il cuore… contorte dallo spasimo le viscere? Era proprio necessario che i suoi occhi materni fossero straziati da questo orrendo spettacolo: vedessero colare il sangue dal corpo del Figlio fatto tutto una piaga? Oh non è crudeltà il non voler risparmiare tanto strazio ad un cuore di madre? Crudeltà no, fratelli, siamo davanti al mistero! Dovendo unirsi al Padre celeste nell’amore…: per salvare i peccatori e Lui e Lei dovevano in unico atto d’amore condannare al patibolo Gesù Figlio di Dio Padre e di Maria Vergine! Mi par sentire la Vergine parlare così al Divin Padre, con un cuore stretto dal dolore ed insieme generosamente dilatato dall’amore pietoso che le fa cercare la salute degli uomini: « Come volete Voi, o Dio, si faccia: acconsento anch’Io all’ignominiosa morte a cui condannaste il nostro Gesù! Voi sentenziate la sua morte io sottoscrivo la condanna! Volete che dalla morte del nostro innocentissimo Figlio nascan a vita i peccatori?… muoia, lo grido anch’io, muoia: Gesù e vivan gli uomini nella sua morte! – Vedete come amando Dio Padre se ne fa propria la volontà, unendosi al suo amore fecondo: ma ammiriamo insieme come venga fatta partecipe di questa fecondità. È Gesù Dio-Uomo che parla morente dalla croce: « Donna ecco tuo figlio ». L’amore le strappa il Figlio amato, l’amore gliene dà un altro: nella persona di questo solo discepolo, Maria diventa l’Eva della nuova economia: la Madre feconda dei veri viventi: i vivi della grazia. Scusate non è amore materno questo? Sacrificherebbe il suo Figliolo per noi se non ci amasse come figlioli suoi? Ed allora che ci resta a fare, Cristiani miei? Amore domanda amore: ognuno di noi faccia che Maria trovi un figlio che la compensi del Figlio perduto. Mi pare sorridiate mestamente, ma qual cosa ci consigliate? qual cambio… ma cosa daremo noi alla Vergine? Uomini condannati a morte al posto di un Dio che non muore: uomini colpevoli al posto d’un Agnello senza macchia! Scusate, credete proprio che un tal dono possa compensare la perdita? – No, signori, voi non avete capito il mio pensiero. È Maria che dà a noi un Gesù, diamole anche noi un Gesù! un Gesù in noi stessi, facendo rivivere nelle nostre anime questo Figliuolo che Ella perde per nostro amore. È vero Iddio glielo restituì risuscitato, glorioso, impassibile, immortale: il suo Gesù: ma la Vergine pur avendo il suo Gesù nello splendore della gloria, non cessa di ricercarlo nei fedeli. Siamo dunque casti e puri: Maria riconoscerà in noi Gesù! Sia tenero il nostro cuore… e la nostra mano segua gli impulsi del cuore allargandosi nel soccorso degli infelici, dei poveri: sussurri il nostro labbro, le grandi parole del conforto cristiano ai cuori esasperati e stanchi. – Gesù dimenticò tanto le ingiurie fino a lavarle col suo sangue: perfino le ingiurie dei suoi crocifissori, anche noi se siamo stati offesi, dimentichiamo… lavi il perdono nostro la colpa di chi ci offese. Oh qual gioia inonderà il cuore di Maria, nostra Madre quando vedrà riprodursi nella nostra vita quotidiana il suo Gesù: nell’anima nostra per l’esercizio della carità: nei nostri corpi per la pratica della castità: quando vedrà scintillare la sua immagine nei nostri occhi, sul nostro viso nella riservatezza, nella modestia nella semplicità dell’anima cristiana! Riconoscendo in noi Gesù, nella traduzione pratica e quotidiana del suo Vangelo nella nostra giornata, le sue viscere si rinnoveranno ed una tenerezza materna davanti all’immagine vivente del suo Diletto! ed il cuor suo, tocco da tanta somiglianza, crederà amar Gesù in noi, ed il suo amore le farà spargere su di noi tutte le tenerezze di cui solo è capace un cuore di madre. – Vi pare che abbia detto abbastanza per convincervi che Maria ci ama da mamma e noi le dobbiamo un amore di teneri figlioli! Se ancor non siamo persuasi, se il cuore ancor non si intenerisce al pensiero d’una Madre che ci ama dal cielo, e le tenerezze del suo cuore non giungono a commuovere il nostro cuore troppo duro, se proprio occorre la visione truce dello strazio d’un’anima, del sangue d’una vittima… su seguitemi in questa seconda parte del mio dire ed io vi ripeterò la scena dello strazio e del pianto in cui Maria generò noi alla vita.

II° punto.

Nella Apocalisse, S. Giovanni, al capo XII, descrive una magnifica figura: « Apparve un grande segno nel cielo: una donna vestita di sole aveva la luna sotto i piedi e la testa circondata da stelle e stava per dare alla luce un figlio ». S. Agostino, nel suo Simbolo per i Catecumeni, ci garantisce che questa donna dell’Apocalisse è la Vergine, e non sarebbe difficile provarlo. Pare però, che una parola della stessa Scrittura s’opponga a questa interpretazione. Come mai questa donna circondata da tanto splendore e gloria ci è rappresentata qui nel momento triste dei dolori del parto? S. Giovanni stesso ce lo dice: « Clamabat parturiens et cruciabatur ut pareret ». Che rispondiamo? può esser la Vergine questa donna dolorante tanto da farla gridare? Dovremmo allora concedere agli eretici, che Maria fu, come ogni altra madre, sottoposta alla condanna: in dolore parieris — partorirai nel pianto, mentre noi sappiamo che come senz’ombra di corruzione concepì, senz’ombra di dolore partoriva il suo Unigenito? Cosa intende allora S. Giovanni per questo parto doloroso attribuito alla Vergine: come rispondiamo, come sciogliamo la difficoltà? Non è che una contraddizione apparente: io sto predicandovi un mistero, ma insieme vi annunzio una verità. Fratelli. Maria due volte divenne madre: una volta diede alla luce Gesù, pell’altra tutti i fedeli: nell’una l’innocente, nell’altra i peccatori! Ma come senza dolore dava alla luce l’innocente, doveva nel pianto generare i peccatori! Ecco perché la vediamo nel Vangelo d’oggi ai piedi della croce: è là ch’ella genera gli uomini in un mare di dolori e di strazi col viso inondato di lacrime! Ecco spiegato il mistero: Ma io vi pregherei di cercar di penetrarlo molto profondamente: quanto bene ne ritrarranno le vostre anime! – Come abbiamo detto, i fedeli dovevano nascere dall’amore del Padre e dalla passione e morte del Figlio: ma perché Maria diventasse la madre di questo popolo nuovo, non solo doveva essere unita all’amore fecondo con cui il divin Padre ci adottava: ma anche alla passione del Figlio che ci rigenerava alla vita coi suoi strazi e colla sua morte. E non doveva l’Eva della nuova alleanza essere unita all’Adamo del nuovo patto? È proprio per questo che noi la vediamo guidata dalla mano di Dio ai piedi della croce, dove la contempliamo coll’anima passata dalla spada dello spasimo. Ai piedi d’un albero, la prima Eva ed il primo Adamo disobbedienti avevan mangiato il frutto vietato: l’Eva del Vangelo s’avvicinava quindi alla croce di Gesù per gustarvi con Lui tutta la amara amarezza di quest’albero misterioso. – Il ragionamento è forse un po’ serrato: mettiamolo in maggior luce, mettendo per principio base che era volontà del Salvatore delle anime, che la sua fecondità fosse frutto delle sue pene. Nel Vangelo Egli ci dà una meravigliosa immagine di sé paragonandosi al chicco di frumento del quale dice che il moltiplicarsi è legato alla sua sepoltura nel terreno dove marcisce e muore: « Nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit, ipsum solum manet; si autem mortuum fuerit, multum fructum affert ». Osservate: i misteri del Cristo li potremmo dire altrettante cadute. Dal cielo cade sulla terra: dal trono della gloria in una mangiatoia! Già umiliato nella carne di schiavo nella sua nascita continua a scendere giù giù per tutti i gradini della debolezza e della miseria della natura umana: e da questa scende ancora più basso nella morte sua legata all’ignominia d’un patibolo infamante… dalla croce nella tomba… una tomba datagli per compassione! è l’ultima tappa, più giù non poteva andare. Giunto però a questo completo annientamento, ecco che gli ritorna la forza: il germe d’immortalità, che la miseria della natura umana non aveva potuto distruggere, comincia il suo lavoro proprio là nella tomba dove pareva morto: questo grano di frumento si moltiplica: la sua morte genera figli senza numero a Dio! Proprio da questo fatto io traggo come conseguenza infallibile che la fecondità della generazione dei figlioli di Dio operata dal Cristo è frutto della sua passione e morte. Ed ora è la vostra volta, o Maria: venite, venite Madre del Condannato, venite ai piedi della croce del vostro Figlio, perché l’amor vostro materno vi unisca alle sue pene feconde di rigenerazione per noi. Chi potrebbe descrivere la cruda ripercussione che tutti gli strazi della passione e morte di Gesù, morte di croce del suo Gesù, che proprio allora le comunica la fecondità delle sue pene. « Donna ecco tuo figlio ». Donna, che con me e come me soffri, sii, come lo sono io, feconda: sii tu la Madre di coloro che Io genero nel sangue che cola dalle mie ferite! – Vi sentite, fratelli, di descrivere l’effetto di queste parole? – Gemeva ai piedi della croce la Vergine: la violenza del dolore l’aveva impietrita pareva insensibile. Ma quando al suo orecchio risuona la voce dell’adorato morente… il suo ultimo addio… le ferite del cuore si riaprono più crude: quella voce scava più profonda una ferita nuova… non v’è più una goccia di sangue nel suo cuore che non sia sconvolta dallo strazio nuovo… le sue viscere materne sono terribilmente contorte. « Ecce filius tuus ». Che? un altro al tuo posto, o Gesù mio Figlio e mio Dio? un altro per te!! Quale straziante addio supremo è il tuo, o Figlio! Così dunque conforti la Madre tua straziata dalla tua agonia, inconsolabile della tua perdita?… Cristiani, la parola dell’estremo addio l’ammazza quasi la Vergine, ma insieme la rende feconda… il mistero è compiuto. Mi passa alla mente, Cristiani, la pena di quelle madri a cui si squarcia il seno per strappar loro le creature… e che muoiono nel dar alla luce i loro figlioli. È proprio in questo modo, o fratelli, che la Vergine genera alla vita i credenti. – Col cuore, o Maria, voi li concepiste in un impeto di ardente amore: la parola di Gesù, penetrando fino in fondo alla vostra anima come una lama tagliente, potremmo dire che vi squarciò il seno per trarne noi peccatori… Ah, voi ci deste alla luce in uno strazio violento che non ha misura! Quando suona al vostro orecchio la voce nostra che vi dice — Madre — certo; sentite ancora ripetersi la voce del morente Gesù che vi comandava: «Donna ecco tuo figlio » — quella voce commuove le vostre viscere, il vostro cuore si riempie di tenerezza per noi, figli del vostro spasimo! Ma ricordiamolo anche noi, o fratelli, che siamo figli di Maria e che lo divenimmo al piedi della croce: « Gemitus matris tuæ ne obliviscaris » ci avvisa l’Ecclesiaste! Quando il mondo folleggia e ci invita coi suoi piaceri e l’occhio nostro è attratto dall’incantevole miraggio e non ci basta la forza per distoglierlo dalle visioni seducenti, ricordiamo il pianto di Maria, la nostra Madre pietosa. Quando sotto l’infuriar della tentazione ci parrà che le forze vengan meno e ci sentiremo vicini alla sconfitta, ed i piedi scivoleranno sulla via diritta, per la violenza di una tentazione o d’una occasione o per gli esempi cattivi che da ogni parte attaccano la gioventù… non dimentichiamo: tua Madre piange! — ricordiamo le sue lacrime ed i suoi dolori, gli strazi che al Calvario le lacerarono l’anima! Vorresti… oh miserabile… vorresti rizzar una nuova croce per inchiodarvi ancora una volta Gesù Cristo? Vuoi dunque che Maria riveda la scena terribile del Calvario? il suo Gesù di nuovo crocifisso?… sotto gli occhi della Vergine vorresti calpestare il sangue del nuovo Testamento riaprendo la terribile ferita della spada acuta che le trapassava l’anima? – Oh no, no fratelli, non sia mai! ci risuonino nell’anima i gemiti della Vergine che ci generava… non rinnoviamole dolori, basta quanto già soffrì! ripariamo, espiamo le nostre colpe nella penitenza! Ricordiamolo sempre: noi siamo: i nati dal dolore il piacere non dovrebbe esistere per noi, che Gesù generò morendo e la Vergine nei suoi dolori. consacrandoci al dovere della penitenza! – Chi ama la penitenza è vero figlio di Maria! difatti dove ci trovò figlioli suoi? forse nell’allegria, nel piacere, in mezzo al mondo folleggiante dietro agli onori e la gloria?… Oh no, no, ella ci incontrò, ci ebbe là vicino al suo Gesù che moriva: là ai piedi della croce, dove crocifiggeva se stessa bevendo la pena da quelle piaghe sanguinanti che facevan cadere su di Lei il sangue del Cristo. Là Maria divenne Madre degli uomini… là gli uomini furono dati figlioli alla Vergine! – Siamo noi, fratelli cari, lo siamo tutti di questo numero fortunato? Oh purtroppo noi non respiriamo che l’aria del mondo: l’amor suo, la sua libertà, lo splendore delle sue grandezze ci attraggono!… le sue gioie? Gioie, grandezza, libertà false… gioia grandezza, libertà sognate che ci avviano alla condanna eterna! Ah quale sventura la nostra! Ma Vergine cara, Madre nostra Maria, la nostra speranza è in Voi!… Voi pregate per noi! per la preghiera vostra soltanto noi speriamo essere liberati dai mali che minacciano la nostra impenitenza! otteneteci Voi, costringeteci Voi, insegnandocelo, all’amore del Padre celeste che in un eccesso d’amore ci adotta figlioli; del Redentore suo Unigenito e vostro Figlio che ci dà la vita colla sua passione. Fateci amare la croce di Gesù Cristo perché possiate Voi riconoscerci come vostri figlioli, ed un giorno nel cielo possiate mostrarci il frutto benedetto del vostro seno, Gesù, perché con Lui possiamo godere della gloria ch’Egli ci preparò nella sua bontà senza confini. Amen.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Eccli XXIV:25; Eccli XXXIX:17
In me grátia omnis viæ et veritátis, in me omnis spes vitæ et virtútis: ego quasi rosa plantáta super rivos aquárum fructificávi

[In me ogni grazia di verità e dottrina in me ogni speranza di vita e di forza. Sono fiorita come una rosa, piantata lungo i corsi delle acque]

Secreta

Fac nos, quǽsumus, Dómine, his munéribus offeréndis conveniénter aptári: et per sacratíssimi Rosárii mystéria sic vitam, passiónem et glóriam Unigéniti tui recólere; ut ejus digni promissiónibus efficiámur:

[Rendici degni, Signore, di offrirti questo sacrificio: e concedi che, venerando nel santo rosario i misteri della vita, passione e gloria del tuo unico Figlio, diventiamo partecipi dei beni da lui promessi]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Eccli XXXIX:19
Floréte, flores, quasi lílium, et date odórem, et frondéte in grátiam, collaudáte cánticum, et benedícite Dóminum in opéribus suis.

[Fiorite, come gigli, o fiori, date profumo, spandetevi in bellezza: cantate in coro la lode divina e benedite Dio nelle sue opere.]

Postcommunio


Sacratíssimæ Genetrícis tuæ, cujus Rosárium celebrámus, quǽsumus, Dómine, précibus adjuvémur: ut et mysteriórum, quæ cólimus, virtus percipiátur; et sacramentórum, quæ súmpsimus, obtineátur efféctus:

[Ci aiutino, Signore, le preghiere della tua santissima Madre, nella festa del suo rosario: concedi a noi di sentire l’efficacia dei misteri che veneriamo, e di ottenere il frutto dei sacramenti che abbiamo ricevuto:]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULL’INVIDIA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Marietti editore, 1933)                                

Sull’invidia.

Ut quid cogitatis mala in cordibus vestris?

(MATTH. IX, 4).

No, Fratelli miei, non v’ha nulla di santo e di perfetto che non sia biasimato e condannato dai malvagi; essi corrompono, colla malignità della laro invidia, le più belle virtù degli uomini, e spandono il veleno delle loro maldicenze e dei loro giudizi temerari sulle migliori azioni del prossimo. Sono simili ai serpenti i quali si nutrono dei fiori solo per farne materia del loro veleno. Sono le più belle qualità che essi odiano nei loro fratelli, ci dice S. Gregorio Magno; e con questo sembrano rimproverare a Dio il bene che ha fatto ad essi. Perché i Giudei hanno gridato così forte contro Gesù Cristo, il dolce ed amabile Salvatore, che non era venuto in mezzo ad essi se non per salvarli? Perché così spesso si sono uniti, ora per precipitarlo dall’alto della montagna, ora per lapidarlo, e altre volte per farlo morire? [Luc. iv, 29. 8 Ibid. vii, 1; xi, 53 – Joan. VIII, 59; x, 31]. Non fu perché la sua vita santa ed esemplare condannava la loro vita orgogliosa e peccaminosa, ed era per essi una specie di carnefice segreto che li torturava? Non fu altresì perché i suoi miracoli attiravano al suo seguito il popolo, il quale pareva lasciasse da parte quegli empi? Divorati da una rabbia interna non sapevano più trattenersi: Che dobbiamo fare, esclamavano essi, che cosa aspettiamo? Bisogna, a qualunque costo disfarcene. Non vedete che Egli stupisce il mondo colla grandezza dei suoi prodigi? Non vedete che tutti corrono dietro a Lui e ci abbandonano? Facciamolo morire: v’è altro mezzo per liberarcene [Giov. XI, 47, 48]. Ahimè F. M., quale passione si può paragonare all’invidia? Tatto le belle doti ed i magnifici tratti di bontà che i Giudei vedevano brillare nella condotta di Gesù Cristo avrebbero dovuto rallegrarli e consolarli; ma no, l’invidia che li divora è causa della loro afflizione: ciò che dovrebbe convertirli diventa materia della loro invidia e della loro gelosia. Si presenta a Gesù Cristo un paralitico steso sul suo letto [Matth. IX, 2,]. Il Salvatore compassionevole lo guarda e lo guarisce, dicendogli con bontà: – Figlio mio, confida, ti son rimessi i peccati. Orsù, prendi il tuo letto e cammina. „ Chiunque si sarebbe sentito commuovere di riconoscenza, e sarebbesi affrettato a pubblicare dappertutto la grandezza di questo miracolo; ma i farisei no: erano così induriti che ne presero occasione per screditarlo, per trattarlo da bestemmiatore. E così, F. M., che l’invidia avvelena le migliori azioni. Ah! se almeno questo maledetto peccato fosse morto coi farisei ma, invece, ha messo radici così profonde che lo si trova in tutti gli stati, ed in tutte le età. Per darvi un’idea della viltà di chi si abbandona a questo peccato, v i mostrerò: 1° che nulla è più odioso, eppure niente è più comune di questo peccato; 2° che non vi è nulla di più pericoloso per la salute eterna quanto l’invidia, e che tuttavia è il peccato di cui ogni Cristiano meno si corregge.

I. — Prima di mostrarvi, F. M., quanto Questo peccato avvilisca e degradi chi lo commette, e quanto Iddio l’abbia in orrore, voglio farvi comprendere, per quanto posso, cos’è il peccato dell’invidia. S. Tommaso chiama questo maledetto peccato un’angoscia ed una tristezza mortale, che sentiamo nel nostro cuore, davanti ai favori che Dio si degna di spandere sul nostro prossimo. E altresì, egli ci dice, un maligno piacere che proviamo quando il nostro prossimo subisce qualche perdita o qualche disgrazia. [2-2, qu. xxxvi, art. 1]. Io sono sicuro, F. M., che questa semplice esposizione comincia già a farvi sentire quanto questo peccato sia odioso, non solo a Dio, ma anche ad ogni persona che non ne è divorata. Si può trovare una passione più cieca di quella che consiste nell’affliggersi della fortuna dei propri fratelli, e nel rallegrarsi delle loro disgrazie? Ecco precisamente ciò che si chiama peccato d’invidia: peccato così odioso che racchiude in sé nel medesimo tempo una debolezza, una crudeltà ed una segreta perfidia. Potrete voi. F. M., formarvene un’idea? rappresentarvelo com’è? No, voi non lo potrete mai. Ed è poi soprattutto impossibile a quelli che lo commettono, tanto li acceca. Ditemi, perché siete voi dolente se il vostro vicino riescestaglio di voi nei suoi affari? Egli non v’impedisce di fare ciò che potete per riuscire al pari ed anche meglio di lui. Voi vi affliggete perché egli ha più ingegno e più spirito di voi, ma ciò non vi toglie quello che voi avete. Voi vedete che egli aumenta le sue sostanze; ma questo aumento non diminuisce le vostre. Voi vi addolorate perché egli è amato e stimato; ma egli non vi toglie l’amore e la stima che si ha per voi… Voi siete tormentato nel vedere che una persona è assai buona; e chi vi impedisce, se lo volete, di essere voi più buono di lei? Il buon Dio non vi darà la sua grazia quanto vi è necessaria? D’altra parte invece, vi rallegrate quando il prossimo perde qualche cosa delle sue ricchezze, o lo si tocca un po’ nell’onore; ma le sue disgrazie e le sue miserie non vi apportano nulla. Vedete, F. M., come questa passione acceca chi vi si abbandona. – In questo peccato non è come negli altri: un ladro, per esempio, rubando, prova un certo piacere nel possedere ciò che ha rubato: un impudico che si abbandona alle sue turpitudini gusta una gioia momentanea, quantunque seguano ben presto i rimorsi; un ubbriacone prova viva soddisfazione, quando il vino passa dal bicchiere nel suo stomaco; un vendicativo crede provare una certa gioia nel momento della vendetta; ma un invidioso, od un geloso non ha nulla che lo ricompensi. Il suo peccato è simile ad una vipera che genera nel suo seno i piccoli, che la faranno morire. Ah! maledetto peccato, quale guerra crudele ed intestina muovi a chi ha la disgrazia di averti generato! Ma, mi direte forse, dove questo peccato fu commesso la prima volta? — Ahimè! Ha cominciato nel cielo. Gli Angeli, che erano le più belle creature di Dio, divennero gelosi ed invidiosi della gloria del loro Creatore, e vollero attribuirsi ciò che era dovuto a Dio solo; e questo peccato d’invidia fu la causa per cui il Signore creò l’inferno, per precipitarvi quella moltitudine infinita di angeli che ora sono i demoni. Di là il peccato d’invidia discese sulla terra, ed andò a germogliare nel paradiso terrestre; è proprio dunque per l’invidia che il peccato è entrato nei mondo. Il demonio, che per la sua invidia aveva già perduto il cielo, non potendo soffrire che l’uomo, a lui molto inferiore per natura, fosse così felice nel paradiso terrestre, volle tentare di trascinarlo nella sua disgrazia. Ahimè! riuscì troppo bene. Indirizzandosi alla donna come alla più debole, fece brillare ai suoi occhi le grandi cose che ella avrebbe conosciuto, se mangiava il frutto che il Signore le aveva proibito di mangiare (Gen. III, 5). Ella si lasciò tentare ed ingannare, ed indusse il marito a fare altrettanto. Questo fallo costò loro molto caro; da quel momento furono condannati alla morte: la punizione più umiliante, giacché l’uomo è stato creato per non mai morire. Da allora questo peccato recò nel mondo i danni più spaventosi. Il primo assassinio commesso fu causato dall’invidia. Perché, ci dice S. Giovanni, Caino uccise il fratello Abele? (Gen. III, 5. ; I Joan. III, 12). Perché le azioni di Caino erano cattive, ed attiravano su di lui l’odio di Dio e degli uomini; mentre il fratello, essendo buono, era amato da Dio e dagli uomini, e le sue buone azioni erano un rimprovero continuo per Caino. Ma l’invidia che lo divorava non restò chiusa solo nel cuore; essa si manifestò sul suo viso per la grande tristezza che vi appariva: “Perciò il Signore – dice la sacra Scrittura – non si curava né di Caino né della sua offerta (-  Ibid. XXVII, 41). Allora Caino disse tra sé: Mio fratello è amato da tutti: per lui io sono disprezzato. Bisogna che mi vendichi di questo disprezzo, bisogna che l’uccida colle mie proprie mani; e mi tolga davanti un oggetto che mi è insopportabile. “Andiamo, fratello – gli dice lo sciagurato invidioso – andiamo a fare una passeggiata nei campi. „ Il povero innocente lo segue, senza sapere ch’egli sarà il suo carnefice. Giunti nei campi, Caino lo assale, lo ferisce, lo uccide. Abele cade ai suoi piedi immerso nel proprio sangue. Lungi dall’essere assalito da orrore per un tal delitto, Caino invece se ne rallegra, almeno pel momento; poiché il suo peccato non tarderà a diventare il suo carnefice. Vedete altresì Esaù, tormentato dall’invidia. Come Caino, egli vuole uccidere il fratello Giacobbe, per la benedizione che questi ha ricevuto dal padre. Dice tra sé: al tempo della morte di mio padre verrà; allora mi vendicherò, l’ucciderò (Ibid. XXVII, 41) . „ Il povero Giacobbe è obbligato, per fuggire la morte, di andare presso lo zio Labano, dove restò molto tempo senza ritornare, nel timore di essere ancora esposto all’invidia del fratello. E fu di nuovo l’invidia che animò i fratelli di Giuseppe contro di lui, fino a volergli togliere la vita (Gen. XXXVII, 8). Dio mio quanto è cieca questa passione! Giuseppe aveva raccontato ai fratelli ingenuamente un sogno avuto, e che sembrava elevarlo al di sopra di loro. Da allora essi presero la risoluzione di ucciderlo, poiché la sua vita innocente e cara a Dio condannava la loro vita peccaminosa. –  Così pure Saul divorato dall’invidia contro Davide, che era elogiato più di lui, gli tese ogni sorta d’insidie per farlo perire e non ebbe pace fino alla morte (1 Reg. XVIII, 8). Ah! F. M. quanto dobbiamo guardarci dal non lasciar nascere questa passione nei nostri cuori, poiché quando vi hapreso radice, difficilmente si può strappare! Eccone un esempio evidente, raccontato nella vita dell’abate Pafnuzio. (Vita dei Padri del deserto. Pafnuzio “soprannominato Bubalo o Bufalo, per il grande amore che egli aveva alla solitudine, poiché l’animale che porta questo nome dimora ordinariamente nei luoghi deserti.) „ Le sue virtù erano così splendide, che egli era oggetto di ammirazione per quanti avevano la fortuna di conoscerlo. Nello stesso monastero viveva un altro cenobita, talmente geloso di questa riputazione, diventata così grande, che decise di fare ogni possibile per diffamarlo. Una domenica questo invidioso entrò segretamente nella cella di S. Pafnuzio, che in quel momento assisteva devotamente alla S. Messa, e nascosto un suo libro sotto un piccolo mucchio di legna, se n’andò cogli altri in chiesa. Corse poi a lamentarsi presso il superiore, affermando davanti a tutti, che gli era stato rubato un libro. Il superiore comandò che nessuno dei religiosi uscisse di chiesa; poi mandò tre anziani, i quali visitarono tutte le celle, e trovarono il libro in quella di S. Pafnuzio. Al ritorno lo mostrarono a tutti, dicendo che l’avevano trovato nella cella di Pafnuzio. Questi, quantunque la sua coscienza fosse quieta, non cercò affatto di giustificarsi temendo che, se avesse negato, lo si sarebbe creduto bugiardo. Nessuno infatti poteva credere altrimenti, poiché aveva visto coi propri occhi. Il povero monaco si accontentò di offrire le sue lagrime a Dio, e s’umiliò profondamente davanti a tutti, come se fosse stato davvero colpevole. E passò quasi due settimane in digiuni, per domandare a Dio la grazia di sopportare questa prova per suo amore. Testimonio della pace del suo servo, Dio non tardò a far conoscere la verità. Per svelare l’innocenza del suo servo fedele, che con tanta calma sopportava la nera calunnia, che l’invidia gli aveva attirato sul capo, permise, con terribile sentenza, che l’autore d’un sì grande delitto fosse invaso dal demonio, ed obbligato a confessare quel peccato d’invidia davanti a tutti i religiosi. Lo spirito immondo lo assalì così violentemente, e lo tormentò con tanta ostinazione, che nessun santo del deserto fu capace di scacciarlo. Il disgraziato invidioso fu infine costretto a confessare la sua impostura, e a proclamare che Pafnuzio era un santo, e che egli solo poteva liberarlo; aggiunse poi che il demonio l’aveva invaso solo in castigo di aver voluto far passare il santo per ipocrita. E  gli domandò perdono, scongiurandolo di aver pietà di lui. Pafnuzio il quale, come tutti i santi, era senza fiele e senza risentimento, s’avvicinò al colpevole, ed ordinò al demonio di lasciarlo; ciò che questi fece sull’istante. – Ahimè! dice S. Ambrogio, quanto sono frequenti nel mondo gli invidiosi che si affliggono perché Dio benedice i loro fratelli! Secondo il santo Giobbe, la collera fa morire l’insensato, e l’invidia fa morire gli spiriti piccini. (Vere stultum interficìt iracundia, et parvulum occidit invidia. Job v, 2). Infatti, F. M., non è avere un animo ben piccolo, l’addolorarsi perché un vicino, o forse anche un fratello o una sorella sono fortunati, fanno bene i loro interessi, sono amati e benedetti da Dio? Sì, figli miei, ci dice san Gregorio Magno, bisogna avere uno spirito ben debole per lasciarsi tiranneggiare da una passione così disonorante, e così lontana dalla carità. Un Cristiano non deve rallegrarsi nel vedere il suo prossimo felice? Ditemi, F. M., si può concepire una cosa più odiosa del rattristarsi della felicità del vicino, e rallegrarsi delle sue pene? E poi non vediamo noi che chi è preso da una passione così bassa, ed indegna d’una creatura ragionevole, cerca con ogni cura di nasconderla quanto può? Cerca di avvilupparla con mille pretesti, per far credere che egli non agisce che per il bene? Quale peccaminosa viltà! Angustiarsi perché Dio ricolma di beni quelli che lo meritano più di noi! L’invidioso non ha un sol momento di riposo. Su chi spande l’invidioso la sua bava velenosa? O sul nemico o sull’amico, ovvero su di una persona che gli è indifferente. 1° Se sul nemico, l’invidioso non solo sa che non deve augurargli male, ma che Gesù Cristo gli comanda di amarlo come se stesso, di fargli del bene, e di pregare per lui; (Matth, V, 44)  affinché Dio lo benedica nei suoi beni spirituali e temporali. Ma, direte, egli mi ha fatto del male; ha detto contro di me cose che assai mi spiacquero. Sia pure, ma appunto per questo mostrate un’indegna viltà; voi non avete il coraggio di fare quanto con la grazia divina hanno fatto molti santi. 2° Se si tratta d’un amico, gli fate buon viso quando lo vedete, gli parlate come se gli auguraste ogni sorta di beni, e nel vostro cuore lo vorreste disgraziato, vorreste che Dio l’abbandonasse, lo riducesse in miseria, ovvero che fosse oggetto di disprezzo agli occhi di tutti: quale perfidia, quale crudeltà! Egli vi apre il suo cuore, mentre voi vomitate su di lui il veleno della vostra invidia. Che direste di una persona che si comportasse in tal modo con voi? Se vedeste il fondo del suo cuore, ne sareste indignato, e direste tra voi: ecco un vile, un perfido, un malvagio che, in faccia, mi fa buona accoglienza e sembra augurarmi ogni sorta di felicità; mentre, in cuor suo, vorrebbe vedermi il più disgraziato degli uomini. Può darsi una passione più malvagia? – 3° Se si tratta di una persona indifferente; ebbene, che cosa vi ha fatto per attirare su di sé  il veleno del vostro odio? Perché vi affliggete della sua felicità, oppure vi rallegrate se le tocca qualche disgrazia? Quanto è crudele, F. M., quanto è cieca questa passione dell’invidia! Come uomini, lo sapete, F. M., dobbiamo avere benevolenza l’un per l’altro; ma un invidioso invece vorrebbe, potendolo, distruggere quanto di bene vede nel prossimo. Come Cristiani poi, e questo pure lo sapete, dobbiamo avere pei nostri fratelli una carità senza limiti. Abbiamo visto dei Santi che, non contenti di aver dato tutto ciò che possedevano per riscattare i loro fratelli, hanno dato anche se stessi. Mosè acconsentiva di lasciarsi cancellare dal libro della vita per salvare il suo popolo, cioè per ottenerne il perdono dal Signore (Exod. xxxn, 31, 32). S. Paolo ci dice che avrebbe dato mille volte la vita per salvare l’anima dei suoi fratelli 2 . (Rom. IX, 13). Ma un invidioso è ben lontano da tutte queste virtù che formano il più bell’ornamento di un Cristiano. Egli vorrebbe vedere il fratello in rovina. Ogni tratto della bontà di Dio verso il suo prossimo è un colpo di lancia che gli ferisce il cuore e lo fa morire segretamente. Poiché “noi siamo tutti un medesimo corpo„ di cui Gesù Cristo è il capo  (Ibid. XII, 5), noi dobbiamo far apparire in tutto l’unione, la carità, l’amore e lo zelo. Per renderci felici gli uni gli altri, dobbiamo rallegrarci, come dice S. Paolo, della felicità dei nostri fratelli, ed affliggerci con essi quando hanno qualche dolore (Ibid. 15). Lungi dall’aver questi sentimenti, l’invidioso non cessa dal lanciare mormorazioni e calunnie contro il vicino. Sembra che con ciò provi sollievo e mitighi un po’ le sue pene. – Ahimè! F. M. e pensare che di questo vizio non ho detto ancor tutto! Questo vizio funesto sbalza dal trono i re e gli imperatori. Perché, F. M., fra questi re, questi imperatori, questi uomini che occupano i primi posti alcuni sono cacciati, altri avvelenati, altri pugnalati? Solo perché altri vogliono regnare in vece loro. Non è pane, non è il vino, non è l’alloggio che manca agli autori di questi delitti. No, senza dubbio; ma è l’invidia che li divora. Dall’altra parte, vedete un mercante; vorrebbe per sé clienti, e che gli altri non ne avessero nessuno. Se alcuno lo abbandona per andare altrove, cercherà di dire tutto il male che potrà e del mercante e della merce che egli vende. Tenterà tutti i mezzi possibili per fargli perdere la reputazione, dicendo che quella merce non è buona come la sua, o che il mercante pesa scarso. Vedete ancora la malizia diabolica di questo invidioso: non bisogna dirlo a nessuno, aggiunge, per non recargli danno; ne sarei ben addolorato: e lo dico solo perché non vi lasciate ingannare. – Vedete un operaio, se un altro va a lavorare nella casa dove egli è solito andare, subito si turba: e farà ogni possibile per diffamare costui affinché non venga più accettato. Vedete un padre di famiglia, come è indispettito se il vicino fa i suoi affari meglio di lui, se le terre gli producono più delle sue. Vedete una madre: vorrebbe che non si parlasse che dei suoi figli; e se si lodano davanti a lei gli altri e non i suoi, risponderà: essi non sono perfetti; e diventa triste. Quanto siete trista, povera madre! le lodi che si danno agli altri non tolgono nulla ai vostri. Vedete la gelosia d’un marito per sua moglie, e di una moglie per suo marito; vedete come si esaminano in tutto ciò che fanno, in tutto ciò che dicono; come osservano tutte le persone con cui parlano, e tutte le case in cui vanno. Se uno vede che l’altro parla con alcuno, benché spesso innocente, lo caricherà di ogni sorta d’ingiurie, Non è questo maledetto peccato che divide fratelli e sorelle? Il padre o la madre danno ad uno qualche cosa di più che agli altri, e vedete subito nascere quest’odio geloso contro il favorito o la favorita; odio che dura per anni interi e qualche volta per tutta la vita. Questi figli non sono sempre là a sorvegliare il padre o la madre, per vedere se danno qualche cosa, se fanno qualche favore all’uno o all’altro? Ed allora, non v’ha sorta di male che non dicano. – Vediamo anche che questo peccato, sembra nascere coi bambini. Vedete infatti tra di loro quella piccola gelosia che concepiscono gli uni contro gli altri, se vedono qualche preferenza da parte dei genitori. Vedete un giovane; egli solo vorrebbe avere spirito, talento, buona condotta; e si addolora se gli altri fanno meglio, o sono più stimati di lui. Vedete una giovane; vorrebbe essere la sola amata, la sola ben vestita, la sola ricercata. Se altre le sono preferite, la vedete affliggersi, tormentarsi, forse anche piangere, invece di ringraziare il buon Dio di essere disprezzata dalle creature per non piacere che a Lui solo. Quale cieca passione, F. M.! chi potrebbe ben comprenderla? Ahimè! F. M., questo vizio si trova anche in coloro, presso dei quali non lo si dovrebbe punto vedere; voglio dire fra le persone che fanno professione di essere religiose. Esse guarderanno quanto tempo una impiega per confessarsi, il modo con cui prega il buon Dio; ne parlano e la biasimano. Esse pensano che tutte quelle preghiere, quelle buone opere non sono fatte che per farsi vedere, oppure che sono smorfie, e null’altro. Si ha un bel dire loro che ciascuno deve render conto delle proprie azioni; esse si irritano e si adombrano perché quelle fanno meglio di loro. Vedete anche tra i poveri; se si benefica più uno che non l’altro parlano subito male di lui al benefattore, per distornarlo dal far ciò un’altra voIta. Dio mio! che passione detestevole è mai questa! Essa si attacca a tutto, così ai beni spirituali come ai beni temporali. – Ho detto che questa passione mostra uno spirito piccino. Ciò è tanto vero che nessuno crede d’averla, almeno non vuol credere d’esserne preso. Si cercherà di coprirla con mille pretesti per nasconderla agli altri. Se, davanti a noi, si dice bene del prossimo, noi tacciamo, ne siamo afflitti. Obbligati a parlare, lo facciamo in modo freddo. No, F. M., non v’è carità in un invidioso. S. Paolo ci dice, che dobbiamo rallegrarci del bene toccato al nostro prossimo (Rom. II. 15). E ciò che la carità cristiana, F. M., deve ispirarci l’un l’altro. Ma i sentimenti di un invidioso sono ben differenti. No, io non credo che vi sia peccato peggiore, e più da temersi di quello dell’invidia, perché è un peccato nascosto e spesso coperto da una bella veste di virtù o di amicizia. Dirò meglio: è un leone che si finge di legare, o un serpente coperto d’una manata di foglie che vi morderà senza che voi ve ne accorgiate; è una pubblica peste che non risparmia nessuno… Ordinariamente è questo peccato che solo getta le divisioni e le discordie nelle famiglie. Dico, F . M., che questo peccato è un peccato di malizia: ecco un esempio che lo proverà chiaramente. S. Vincenzo Ferreri racconta che un principe avendo sentito che vi erano nella capitale del suo regno due uomini, l’uno avarissimo, l’altro invidiosissimo, li fece venire a sé. Egli promise che avrebbe dato loro tutto ciò che domanderebbero, ma a questa condizione, che chi domanderebbe per primo, ricoverebbe la metà meno del suo compagno. Questa condizione li turbò molto. L’avaro ardeva dal desiderio di avere del danaro, ma diceva tra sé: Se domando per primo non avrò che la metà di quello che avrà l’altro. L’invidioso sentivasi sollecitato a domandare, ma era geloso che l’altro ricevesse il doppio di lui. Il tempo passava così in dispute, senza che l’uno o l’altro volesse domandare per primo: l’uno era ritenuto dall’avarizia e, l’altro, dall’invidia. Per terminare finalmente questa contesa, il principe comandò che l’invidioso domandasse per primo. Ridotto agli estremi, vedete che cosa fece costui Assalito da un accesso di indefinibile passione, esclamò: “Poiché ci avete promesso d’accordarci tutto quanto domanderemo, voglio che mi si strappi un occhio. „ Sapete. F. M., perché fece questa domanda? Perché, se vi ricordate, il principe aveva promesso il doppio a chi domandasse per ultimo. E l’invidioso diceva tra sé: Io avrò ancora un occhio per rallegrarmi nel vederli strappare tutti e due al mio compagno, e lui non avrà nulla più di me. Io non credo, ci dice S. Vincenzo Ferreri, deplorando la disgrazia di coloro che sono presi da questo vizio, io non credo che mai altra passione abbia portato un uomo ad una tale malvagità. – E non fu ancora l’invidia che fece gettare Daniele nella fossa dei leoni? (Dan. VI, 4). Quanto è dunque comune questo peccato! S’estende dappertutto, a tutte le condizioni, a tutte le età. Quanto è detestabile! Ma la cosa più deplorevole, F. M., è che questo peccato è poco conosciuto; pochi vogliono credersene colpevoli, e meno ancora lavorano per correggersene.

II. — Per accusarsi di un peccato, umiliarsene, e non più commetterlo, bisogna necessariamente conoscerlo. Ma un invidioso, un geloso è così cieco che non riconosce la sua passione. E un ostinato che non vuole né abbandonarla né accusarsene. Da questo, ne concludo che è rarissimo che un invidioso si converta. Voi mi direte, forse, che ogni peccato acceca chi lo commette. E vero; ma non ve n’è alcuno che vi avviluppi l’anima di nubi così dense quanto il peccato dell’invidia, e che v’impedisca di più la conoscenza di voi stesso. E per questo che lo Spirito Santo ci dice, per bocca del Savio, di non frequentare gli invidiosi, poiché essi non hanno senno 2 (Prov. XXIII, 6). Un povero invidioso si persuade che il suo peccato non è nulla, o almeno ben poca cosa, perché questo peccato non lo disonora agli occhi del mondo, come il furto, la bestemmia, l’adulterio. Egli considera la passione che lo inaridisce come una cosa perdonabile; non pensa che è il veleno di Caino di cui diviene l’imitatore. Questo miserabile, ci dice la S. Scrittura, non poté tollerare che Dio preferisse alla sua l’offerta del fratello Abele (Gen. IV,5)La passione l’accecò a tal punto che non ebbe pace finché non gli tolse la vita. Il Signore dal cielo gli fece sentire la sua voce: “Caino, Caino, che hai fatto? dove è tuo fratello ? il suo sangue grida vendetta. „ Caino tremò e rabbrividì tutto. Egli stesso diventò il proprio carnefice, e portò con sé dappertutto il suo castigo. Ma, ci dice S. Basilio, si ravvide? si convertì? No, F. M., no, l’invidia l’accecò a segno che morì miseramente nel suo peccato. Vedete ancora i farisei. L’invidia fa loro domandare ad alte voci la morte di Gesù Cristo, che sotto i loro occhi aveva operato tanti miracoli. Si sono convertiti? No, F. M., essi sono morti nel loro peccato. – Io dico ancora di più: questo peccato non solo acceca, ma indurisce. S. Basilio aggiunge che un invidioso non è altro che un mostro di… che rende male per bene; il suo peccato lo trascina in una serie di altri peccati che sempre più l’allontanano da Dio, e sempre più lo rendono ostinato. La sua conversione diventa ogni giorno più difficile. Vedete ciò che accadde alla sorella di Mosè. Essa non poteva sopportare l’onore che il Signore faceva a suo fratello/Perché il Signore non ha parlato che a Mosè? diceva. Non ha egli parlato a noi del pari che a lui? Ma il Signore la rimproverò perché osava invidiare il fratello, e le disse: Ben presto avrai il castigo che merita il tuo peccato di gelosia; e la colpì con una lebbra che le coprì tutto il corpo (Num. XII); Perché il Signore le mandò questa malattia piuttosto che un’altra? E perché questa malattia mostra la natura del suo peccato: come la lebbra invade tutte le parti del corpo, così l’invidia corrompe tutte le potenze dell’anima. La lebbra è una corruzione del sangue ed un segno di morte; così l’invidia è una corruzione spirituale che s’insinua sino al midollo delle ossa. Questo ci mostra, F. M., quanto sia difficile guarire una persona che è presa dal peccato dell’invidia. Vedete altresì ciò che toccò a Core, Dathan e Abiron. Gelosi degli onori che si rendevano a Mosè, questi miserabili gli dissero: “Porse non siamo uguali a te? Porse non possiamo offrire l’incenso al Signore al pari di te? „ Si ebbe un bel dir loro che con questo irritavano il Signore, che li avrebbe puniti. Nulla poté fermarli. Essi vollero offrire l’incenso. Ma Dio disse a Mosè e ad Aronne: “Separateli con tutto ciò che loro appartiene. Io li punirò rigorosamente.„ Infatti, nel momento in cui credevano di accontentare la loro invidia, la terra s’aprì sotto i loro piedi, e li inghiotti vivi nell’inferno (Num. XVI) Ah! F. M., quanto è difficile abbandonarequesto peccato, quando ne siamo presi. Quantepersone hanno concepito odio contro alcunoe non possono più liberarsene; lo conservanoper mesi, per anni interi e spesso per tuttala loro vita. Esse non lo fanno conoscere;faranno ugualmente favori a quelli che nesono l’oggetto: ma preferirebbero però nonvederli. Fuggono, tagliano corto, se possono,la conversazione: preferiscono sentirne dirmale piuttosto che bene; cercano mille pretestiper evitare di aver a che fare con loro.Se provano qualche disgusto, pensano chequeste persone ne sono la causa, e dicono:vorrei non vederle, perché mi dan fastidio, iloro modi mi dispiacciono. V’ingannate, amicomio, è la vostra invidia che vi rode e vi consuma;togliete questo peccato dal cuore, e leamerete come tutte le altre.Volete, F. M., un esempio che vi farà comprenderequanto questo peccato accechi l’uomo?Vedete Faraone. Geloso delle benedizioni che il Signore spandeva sul popolo giudeo, lo sovraccaricò di lavori (Exod. I). Il Signore, per mezzo di Mosè e di Aronne, fece miracoli straordinari per obbligarlo a lasciar partire il suo popolo. Ma i miracoli che avrebbero dovuto convertire questo principe, non servirono che a vieppiù indurirlo. Frattanto un ultimo castigo toccò il suo cuore. Dio fece morire tutti i primogeniti degli Egiziani. Allora il re acconsentì a lasciar partire gli Israeliti. Appena furono partiti, se ne pentì, e li inseguì con tutto il suo esercito. Ma il Signore proteggeva sempre il suo popolo… Mosè vedendosi chiuso tra il mare e l’esercito di Faraone, percosse il mare. Il mare gli aprì un passaggio, e, quando gli Israeliti furono passati, ritornò nel suo letto ordinario, inghiottì Faraone e tutto il suo esercito, senza che uno solo ne restasse salvo. E fu altresì l’invidia, che eccitò Saul contro Davide, fino a cercare ogni mezzo per togliergli la vita. E sapete perché? Davide aveva ucciso diecimila nemici. Al ritorno dalla guerra il popolo cantò: “Saul ne ha ucciso mille e Davide diecimila. „ La sacra Scrittura ci dice che ciò irritò talmente Saul, che da quel giorno non ebbe più quiete (I Reg. XVIII, 7, 8). Ma il buon Dio per far comprendere quanto questo peccato gli sia odioso, permise al demonio di entrare nel corpo di Saul. Il suo orgoglio generò l’invidia, perché queste due passioni non vanno disgiunte l’una dall’altra. Possiamo dire che un orgoglioso è invidioso, e che un invidioso è orgoglioso. Noi vediamo che quasi tutti quelli che sono presi da questo vizio perdono anche la vita per opera di questo carnefice. Saul non potendo più resistere si uccise da sé. Vedete dunque, F. M., dopo questi esempi, quanto sia da temere questo peccato, poiché quasi mai un invidioso sì convertì. Il buon Dio non colpisce sempre gli invidiosi con questi spaventevoli castighi, è vero; ma essi non sono meno disgraziati, e non lasciano di dannarsi. Noi andiamo per tal via all’inferno senza accorgercene. – Ma come, F. M., possiamo correggerci da questo vizio, se non ce ne crediamo colpevoli? Io sono sicuro che tra mille invidiosi, esaminandoli bene, non ve n’avrà uno che creda di essere di questo numero. Non v’è peccato che si conosca meno di questo. Negli uni l’ignoranza è così grande, che non conoscono nemmeno la quarta parte dei loro peccati ordinari; e siccome il peccato dell’invidia è molto più difficile da conoscersi, non è da stupirsi se ben pochi se ne confessano e se ne correggono. Perché non fanno quei grossi peccati che commette la gente rozza ed abbrutita, credono che i peccati d’invidia siano soltanto piccole mancanze di carità, mentre per la maggior parte, sono gravissimi peccati mortali, che essi custodiscono e nutrono nel loro cuore, spesso senza conoscerli. — Ma, pensate tra voi, se li conoscessi, cercherei di correggermene. — Per conoscerli, F. M., bisogna domandare i lumi dello Spirito Santo. Egli solo vi farà questa grazia. Si avrebbe un bel farvelo toccar con mano, voi non vorreste persuadetene, trovereste sempre qualche cosa che vi farà credere che non avete torto di pensare e di agire come agite. Sapete ancora ciò che potrà contribuire a farvi conoscere lo stato della vostra anima, ed a scoprire questo maledetto peccato nascosto tra le pieghe segrete del vostro cuore? È l’umiltà: come l’orgoglio ve lo nasconde, l’umiltà ve lo scoprirà. – S. Agostino temeva tanto codesto peccato d’ignoranza, che sposso ripoteva questa preghiera: “Signore, Dio mio, fatemi conoscere che cosa sono. „ Ahimè ! F. M., quante persone che fanno anche professione di pietà, ne sono prese e non lo credono. Se ora domandassi ad un fanciullo qual è la virtù opposta all’invidia, mi risponderebbe: E l’amor del prossimo e la liberalità verso i poveri. Quanto sarebbe luogo felice il mondo, F. M., se avessimo l’uno per l’altro questo amore che la religione ci comanda; se sapessimo rallegrarci con quelli che sono nella pace e nella gioia, e rattristarci con quelli che sono nei dolori e negli affanni; ringraziare Dio della prosperità che accorda ai nostri vicini, come vorremmo facessero essi per noi! È questo, F. M., ciò che hanno fatto tutti i santi. Vedete Gesù Cristo stesso, quanto era commosso per le nostre miserie, e quanto desiderava di renderci felici! Lasciò il Padre per apportarci la felicità. Sacrificò non solo il suo onore, ma la stessa vita, morendo come un malfattore sulla croce. Vedete com’era mosso a compassione per gli ammalati, per i deboli; vedete con quale sollecitudine andava Egli stesso a guarirli e a consolarli. Vedete come le sue viscere erano commosse dalla medesima compassione per quella folla che lo seguiva nel deserto; ed operò un miracolo per dar loro da mangiare. “Io temo, diceva ai suoi Apostoli, che questa povera gente non venga meno di debolezza per via „ [Matth. XV, 32]. Vedete come gli Apostoli tutti hanno sacrificata la loro vita per render felici i fratelli! Vedete quanto i primi cristiani erano caritatevoli gli uni cogli altri, e quanto l’invidia era lontana da essi ! Lo Spirito Santo ci dice “ch’essi non avevano che un cuore ed un’anima sola „ [Act. IV, 32],  e ci mostra anche che vedevano con piacere il bene che Dio faceva ai loro fratelli, come se l’avesse fatto a loro stessi. Vedete tutti i santi: gli uni hanno dato la vita per salvare quella dei loro fratelli; gli altri si sono spogliati, non solo delle loro ricchezze per i poveri o per i sofferenti; ma dopo aver dato quanto potevano dare, diedero anche se stessi! E si sono venduti per riscattare gli schiavi! Quanto saremmo felici, F. M., se vedessimo tra noi questa carità, questo amore vicendevole, questo piacere e questa gioia quando il nostro vicino è felice, è stimato dagli uomini; la stessa compassione, la stessa angustia, e lo stesso affanno vedendolo afflitto e miserabile! La terra non sarebbe allora il cominciamento del cielo? Finisco, F . M., dicendo che dobbiamo soprattutto temere che questo maledetto peccato dell’invidia prenda radice nel nostro cuore, poiché rende le persone così infelici. Se il demonio ci tenta con pensieri d’invidia contro il prossimo, invece di fargliela conoscere con un fare indifferente, bisogna mostrargli la nostra amicizia e rendergli favori, più che possiamo. Quanto alle sue azioni, se esse ci sembrano cattive, pensiamo subito che possiamo ingannarci per la nostra cecità; e che, del reato, non saremo giudicati di quanto fanno gli altri, ma solo del bene e del male che avremo fatto nella nostra vita. Se abbiamo pensieri d’invidia perché gli altri riescono meglio di noi nei loro affari temporali, pensiamo subito che un buon Cristiano deve ringraziare Dio del bene concesso al fratello. Riguardo al bene spirituale, pensiamo quanto dobbiamo reputarci felici sapendo che Dio ha persone che lo ricompensano delle ingiurie che noi gli facciamo. – Concludo, F. M., dicendovi che se vogliamo sperare di andare in cielo, dobbiamo assolutamente esser contenti del bene che Dio fa al nostro prossimo, e rattristarci del male che gli tocca, poiché S. Giovanni ci dice:  ‘‘Come volete far credere che amate Dio, che non vedete; mentre non amate il vostro fratello, che sempre vedete? „ [I Joann. IV, 20].  Gettiamo gli occhi sul nostro grande modello, il quale per guarirci da questo maledetto peccato dell’invidia e della gelosia, è morto per i suoi nemici e per renderci felici. E questa felicità appunto io vi auguro…

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2021)

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2021)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

La liturgia fa leggere nell’Ufficio divino la storia di Ester verso quest’epoca (5a Domenica di Settembre). Reputiamo quindi cosa utile, al fine di rivedere ogni anno con la Chiesa tutte le figure dell’Antico Testamento e per continuare a studiare le Domeniche dopo Pentecoste in corrispondenza del Breviario, di parlare in questo giorno di Ester. – L’lntroito della Domenica 2a dopo Pentecoste è la preghiera di Mardocheo. Non potremo noi vedervi un indizio della preoccupazione della Chiesa di unire, a questo periodo liturgico, la storia di Ester ad una Messa di questo Tempo?

« Assuero, re di Susa in Persia, aveva scelto per prima regina Ester, nipote di Mardocheo. Aman, l’intendente del palazzo, avendo osservato che Mardocheo rifiutava di piegare le ginocchia davanti a lui, entrò in grande furore e, saputo che era Giudeo, giurò dì sterminare insieme a lui tutti quelli che fossero della sua razza. Accusò quindi al re gli stranieri che si erano stabiliti in tutte le città dei suo regno e ottenne che venisse dato ordine di massacrarli tutti. Quando Mardocheo lo seppe, si lamentò e fu presso tutti gli Israeliti un gran duolo.- Mardocheo disse allora a Ester che essa doveva informare il re di quanto tramava Aman, fosse pure col pericolo della sua vita medesima. » Se Dio ti ha fatta regina, non fu forse in previsione di giorni simili? ». Ed Ester digiunò tre giorni con le sue ancelle; e il terzo giorno, adorna delle sue vesti regali, si presentò davanti al re e gli domandò di prender parte ad un banchetto con lui e Aman. Il re acconsentì. E durante questo banchetto Ester disse al re: « Noi siamo destinati, io e il mio popolo, ad essere oppressi e sterminati ». Assuero sentendo che Ester era giudea, e che Mardocheo era suo zio, le disse: « Chi è colui che osa far questo? ». Ester rispose: « Il nostro avversario e nostro nemico è questo crudele Aman ». Il re, irritato contro il suo ministro, si levò e comandò che Aman fosse impiccato sulla forca che egli stesso aveva fatto preparare per Mardocheo. E l’ordine fu eseguito immediatamente, mentre veniva revocato l’editto contro i Giudei. Ester aveva salvato il suo popolo e Mardocheo divenne quel giorno stesso ministro favorito del re e uscì dal palazzo portando la veste regale azzurra e bianca, una grande corona d’oro e il mantello di porpora, e al dito l’anello regale ». — Il racconto biblico ci mostra come Dio vegli sul suo popolo e lo preservi in vista del Messia promesso. « Io sono la salvezza del popolo, dice il Signore, in qualunque tribolazione mi invochino, li esaudirò e sarò il loro Signore » (Introito). « Quando cammino nella desolazione Tu mi rendi la vita, Signore. Al disopra dei miei nemici, accesi d’ira, tu mi stendi la mano e la tua destra mi assicura la salvezza » (Off.); il Salmo del Communio parla del giusto che è oppresso dall’afflizione e che Dio non abbandona; quello del Graduale, ci mostra come, rispondendo all’appello di coloro che in Lui sperano, Dio fa cadere i peccatori nelle loro proprie reti; il Salmo dell’Alleluia canta tutte le meraviglie che il Signore ha fatto per liberare il suo popolo. Tutto questo è una figura di quanto Dio non cessa di fare per la sua Chiesa e che farà in modo speciale alla fine del mondo. Aman che il re condannò durante il banchetto in casa di Ester, è come l’uomo che è entrato al banchetto di nozze di cui parla il Vangelo, e che il re fece gettar nelle tenebre esteriori, perché non aveva la veste di nozze, cioè « perché non era rivestito dell’uomo novello che è creato a somiglianza di Dio nella vera giustizia e nella santità, per non aver deposto la menzogna e i sentimenti di collera, che nutriva in cuore verso il prossimo» (Epistola). Cosi iddio tratterà tutti coloro che, pur appartenendo al corpo della Chiesa per la loro fede, sono entrati nella sala del banchetto senza essere rivestiti, dice S. Agostino, della veste della carità. Non essendo vivificati dalla grazia santificante, non appartengono all’anima del Corpo mistico di Cristo, e rinunziando alla menzogna, dice S. Paolo, ognuno di voi parli secondo la verità al suo prossimo, perché siamo membri gli uni degli altri. Possa il sole non tramontare sull’ira vostra » (Epistola). E quelli che non avranno adempiuto a questo precetto saranno dal Giudice supremo gettati nel supplizio dell’inferno, come pure i Giudei che hanno rifiutato l’invito al pranzo di nozze del figlio del re, cioè di Gesù Cristo con la sua sposa che è la Chiesa (2° Notturno) e che hanno messo a morte profeti e gli Apostoli recanti loro questo invito. — Assuero in collera, fece impiccare Aman. Anche il Vangelo ci narra che il re montò in furore, inviò i suoi eserciti per sterminare quegli assassini e bruciò la loro città. Più di un milione di Giudei morirono nell’assedio di Gerusalemme per opera di Tito, generale dell’esercito romano, la città fu distrutta e il Tempio incendiato. Aman infedele, fu sostituito da Mardocheo; gli invitati alle nozze furono sostituiti da coloro che i servi trovarono ai crocicchi. I Gentili presero il posto dei Giudei e verso di quelli si volsero gli Apostoli, riempiti di Spirito Santo, nel giorno di Pentecoste. E al Giudizio universale, che annunziano le ultime domeniche dell’anno, queste sanzioni saranno definitive. Gli eletti prenderanno parte alle nozze eterne e i dannati saranno precipitati nelle tenebre esteriori e nelle fiamme vendicatrici, ove sarà pianto e stridore di denti. – Bisogna spogliarsi dell’uomo vecchio, dice S. Paolo, come ci si toglie una veste vecchia e rivestirsi di Cristo come ci si mette una veste nuova. Bisogna dunque rinunziare alla concupiscenza traditrice delle passioni che, come figli di Adamo, abbiamo ereditato, e aderire a Cristo accettando la verità evangelica, che ci darà la santità nei nostri rapporti con Dio e la giustizia nei nostri rapporti col prossimo. – « Dio Padre, dice S. Gregorio, ha celebrate le nozze di Dio suo Figlio, allorché l’unì alla natura umana nel seno della Vergine. E le ha celebrate specialmente allorché, per mezzo dell’Incarnazione, lo unì alla santa Chiesa. Inviò due volte i servi per invitare i suoi amici alle nozze, perché i Profeti hanno annunziata l’Incarnazione del Figlio di Dio come cosa futura e gli Apostoli come un fatto compiuto. Colui che si scusa col dover andare in campagna, rappresenta chi è troppo attaccato alle cose della terra; l’altro che si sottrae col pretesto degli affari, rappresenta chi desidera smodatamente i guadagni materiali. E ciò che è più grave, è che la maggior parte non solo rifiutano la grazia data loro di pensare al mistero dell’Incarnazione e di vivere secondo i suoi insegnamenti, ma la combattono. La Chiesa presente è chiaramente indicata dalla qualità dei convitati, tra i quali si trovano coi buoni anche i cattivi. — Cosi il grano si trova mescolato con la paglia e la rosa profumata germoglia con le spine che pungono. — All’ultima ora Dio stesso farà la separazione dei buoni dai cattivi che ora la Chiesa contiene. Quegli che entra al festino nuziale senza l’abito di nozze appartiene alla Chiesa colla fede, ma non ha la carità. Giustamente la carità è chiamata abito nuziale perché essa era posseduta dal Creatore allorché si unì alla Chiesa. Chi per la carità è venuto in mezzo agli uomini ha voluto che questa carità fosse l’abito nuziale. Allorché uno è invitato alle nozze in questo mondo, cambia di abiti per mostrare che partecipa alla gioia della sposa e dello sposo e si vergognerebbe di presentarsi con abiti spregevoli in mezzo a tutti quelli che godono e celebrano questa festa. Noi che siamo presenti alle nozze del Verbo, che abbiamo fede nella Chiesa, che ci nutriamo delle Sante Scritture e che gioiamo dell’unione della Chiesa con Dio, rivestiamo dunque il nostro cuore dell’abito della carità, che deve comprendere un doppio amore: quello di Dio e quello per il prossimo. Scrutiamo bene i nostri cuori per vedere se la contemplazione di Dio non ci faccia dimenticare il prossimo e se le cure verso il prossimo non ci facciano dimenticare Dio. La carità è vera se si ama il prossimo in Dio e se si ama teneramente il nemico per amore di Dio » (Omelia del giorno).

Incipit

In nomine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum

[Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.]

Ps LXXVII: 1
Attendite, pópule meus, legem meam: inclináte aurem vestram in verba oris mei.
[Ascolta, o popolo mio, la mia legge: porgi orecchio alle parole della mia bocca.]

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum

[Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.].

Oratio

Orémus.
Omnípotens et miséricors Deus, univérsa nobis adversántia propitiátus exclúde: ut mente et córpore páriter expedíti, quæ tua sunt, líberis méntibus exsequámur.

[Onnipotente e misericordioso Iddio, allontana propizio da noi quanto ci avversa: affinché, ugualmente spediti d’anima e di corpo, compiamo con libero cuore i tuoi comandi.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes IV: 23-28


“Fratres: Renovámini spíritu mentis vestræ, et indúite novum hóminem, qui secúndum Deum creátus est in justítia et sanctitáte veritátis. Propter quod deponéntes mendácium, loquímini veritátem unusquísque cum próximo suo: quóniam sumus ínvicem membra. Irascímini, et nolíte peccáre: sol non occídat super iracúndiam vestram. Nolíte locum dare diábolo: qui furabátur, jam non furétur; magis autem labóret, operándo mánibus suis, quod bonum est, ut hábeat, unde tríbuat necessitátem patiénti.”

(“Fratelli: Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell’uomo nuovo, che è creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Perciò, deposta la menzogna, ciascuno parli al suo prossimo con verità: poiché siamo membri gli uni degli altri. Nell’ira siate senza peccato: il sole non tramonti sul vostro sdegno. Non lasciate adito al diavolo. Colui che rubava non rubi più: piuttosto s’affatichi attendendo con le proprie mani a qualche cosa di onesto, per aver da far parte a chi è nel bisogno.”)

IDEALE E REALTÀ.

Il Cristianesimo è venuto al mondo con una realtà nuova e divina ch’era un ideale e con un ideale umano che era una realtà divina. Non è per quanto possa parerlo, non è un bisticcio, un gioco di parole: le parole qui traducono un concetto magnifico e che a voi, Cristiani miei uditori, dovrebbe essere famigliare. O non è forse il Cristianesimo venuto al mondo con Gesù Cristo? E non è Gesù Cristo vero uomo e vero Dio? È la formula precisa che la Chiesa mette sulle nostre labbra nelle famose benedizioni popolari e semiliturgiche. Vero. C’è l’eco di una frase di San Paolo nel brano che oggi leggiamo. Vero vuol dire qui: reale, che è realmente uomo e Dio. Ma vero vuol dire  che N. S. Gesù Cristo rappresenta in sé l’umanità quale deve, quale dovrebbe essere: Egli è il nostro modello. E San Paolo lo proclama oggi apertamente. Invita i suoi lettori, a diventare copie di Gesù Cristo. –  Dobbiamo trasformarci interiormente, ricreare in noi l’uomo nuovo, che è poi viceversa molto antico, in quanto nell’uomo nuovo si realizza quell’ideale di umanità che brillò davanti a Dio Creatore. Gesù, Signor Nostro, nella Sua reale umanità (ipostaticamente unita alla divinità) è perfetto, è ciò che Dio voleva fare e sognò di fare sin da principio, fece anzi da parte sua fin da principio. Ecco il paganesimo. – Chi è l’uomo vero? forse l’uomo pagano? l’uomo passionale e passionato? che alla passione si abbandona? alla passione, che è ragione contro la ragione? Purtroppo molti lo pensano. Salutano l’umanesimo pagano. È un ritornello preferito degli anticlericali. Il paganesimo è (o era) umano: e ciò significa ed implica che il Cristianesimo non lo è: è antiumano. Il Cristianesimo è veramente umano. È stato e continua ad essere una restaurazione. Quando si restaura un edificio, che cosa si fa? lo si prende deformato e lo si riconduce alla purezza, alla verità delle linee primitive. Dio ha restaurata l’umanità in Gesù Cristo. La linea primitiva, il disegno divino dell’uomo era bello. Dio lo aveva creato a Sua immagine e somiglianza: con un intelletto fatto per la verità, con una volontà dirizzata verso il bene. E l’uomo guastò in se stesso l’opera di Dio, si scostò dal disegno divino. Adoperò l’intelletto per ributtare coi sofismi la verità: adoperò la sua volontà per fare il male. Il senso si sovrappose alla ragione, e la passione alla volontà. Umanità rovesciata: ecco il paganesimo. – Ma viene Gesù Cristo, l’uomo nuovo, dice San Paolo, il nuovo Adamo; proprio così dice San Paolo e lo dice benissimo. Nuovo Adamo quello (è San Paolo che continua), che fu creato proprio secondo il disegno di Dio (secundum Deum) e perciò fu creato giusto e vero. E il nostro sforzo d’uomini e di Cristiani deve essere quello di ricopiare, di rifare Gesù Cristo.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps CXV: 2

Dirigátur orátio mea, sicut incénsum in conspéctu tuo, Dómine.

[Si innalzi la mia preghiera come l’incenso al tuo cospetto, o Signore.]


V. Elevatio mánuum meárum sacrifícium vespertínum. Allelúja, allelúja

[L’elevazione delle mie mani sia come il sacrificio della sera. Allelúia, allelúia]
Ps CIV: 1

Alleluja

Alleluja, Alleluja

Confitémini Dómino, et invocáte nomen ejus: annuntiáte inter gentes ópera ejus. Allelúja.

[Date lode al Signore, e invocate il suo nome, fate conoscere tra le genti le sue opere.]

Evangelium

Sequéntia   sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt XXII: 1-14


“In illo témpore: Loquebátur Jesus princípibus sacerdótum et pharisaeis in parábolis, dicens: Símile factum est regnum cœlórum hómini regi, qui fecit núptias fílio suo. Et misit servos suos vocáre invitátos ad nuptias, et nolébant veníre. Iterum misit álios servos, dicens: Dícite invitátis: Ecce, prándium meum parávi, tauri mei et altília occísa sunt, et ómnia paráta: veníte ad núptias. Illi autem neglexérunt: et abiérunt, álius in villam suam, álius vero ad negotiatiónem suam: réliqui vero tenuérunt servos ejus, et contuméliis afféctos occidérunt. Rex autem cum audísset, iratus est: et, missis exercítibus suis, pérdidit homicídas illos et civitátem illórum succéndit. Tunc ait servis suis: Núptiæ quidem parátæ sunt, sed, qui invitáti erant, non fuérunt digni. Ite ergo ad exitus viárum et, quoscúmque invenéritis, vocáte ad núptias. Et egréssi servi ejus in vias, congregavérunt omnes, quos invenérunt, malos et bonos: et implétæ sunt núptiæ discumbéntium. Intrávit autem rex, ut vidéret discumbéntes, et vidit ibi hóminem non vestítum veste nuptiáli. Et ait illi: Amíce, quómodo huc intrásti non habens vestem nuptiálem? At ille obmútuit. Tunc dixit rex minístris: Ligátis mánibus et pédibus ejus, míttite eum in ténebras exterióres: ibi erit fletus et stridor déntium. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

(“In quel tempo Gesù ricominciò a parlare a’ principi dei Sacerdoti ed ai Farisei per via di parabole dicendo: Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece lo sposalizio del suo figliuolo. E mandò i suoi servi a chiamare gl’invitati alle nozze, e non volevano andare. Mandò di nuovo altri servi, dicendo: Dite agl’invitati: Il mio desinare è già in ordine, si sono ammazzati i buoi e gli animali di serbatoio, e tutto è pronto, venite alle nozze. Ma quelli misero ciò in non cale, e se ne andarono chi alla sua villa, chi al suo negozio: altri poi presero i servi di lui, e trattaronli ignominiosamente, e gli uccisero. Udito ciò il re si sdegnò; e mandate le sue milizie, sterminò quegli omicidi e diede alle fiamme le loro città. Allora disse a’ suoi servi: Le nozze erano all’ordine, ma quelli che erano stati invitati, non furono degni. Andate dunque ai capi delle strade e quanti riscontrerete chiamate tutti alle nozze. E andati i servitori di lui per le strade, radunarono quanti trovarono, e buoni e cattivi; e il banchetto fu pieno di convitati. Ma entrato il re per vedere i convitati, vi osservò un uomo che non era in abito da nozze. E dissegli: Amico, come sei tu entrato qua, non avendo la veste nuziale? Ma quegli ammutolì. Allora il re disse ai suoi ministri: Legatelo per le mani e pei piedi, e gettatelo nelle tenebre esteriori: ivi sarà pianto e stridor di denti. Imperocché molti sono i chiamati e pochi gli eletti”)

Omelia

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sull’impurità.

« Ligatis manibus et pedibus ejus, mittite eum in tenebras exteriores: ibi erit fletus et stridor dentium.»

(MATTH., XXII, 13).

Se ogni peccato mortale, Fratelli miei, deve trascinarci, precipitarci, fulminarci nell’inferno, come Gesù Cristo dice nel Vangelo, quale dovrà essere la sorte di chi avrà la disgrazia di abbandonarsi al più infame peccato, il peccato dell’impurità? O mio Dio! si può osare di pronunciare il nome d’un vizio, così orribile, non solo pei Cristiani, ma anche per le creature ragionevoli? Potrò io dirlo, F. M., e potrete voi udirlo senza fremere? Ah! se potessi, mostrandovi tutta l’enormità e la spaventosa bruttezza di questo peccato, farvelo fuggire per sempre. Dio mio! può un Cristiano abbandonarsi ad una passione che lo degrada a segno da metterlo al di sotto della bestia più vile, più bruta, più immonda? Un Cristiano può abbandonarsi ad un delitto che fa tanta strage in una povera anima? Un Cristiano, dico, che è il tempio dello Spirito Santo, un membro di Gesù Cristo, può tuffarsi, avvoltolarsi, affogarsi, per così dire, nel fango d’un vizio così infame che, abbreviandogli i giorni, disonorandolo, gli prepara tanti mali e tante sventure per l’eternità? Sì, F. M., per darvi un’idea dell’enormità di questo peccato, io vi mostrerò, per quanto mi sarà possibile:

1° la spaventosa bruttezza di questo delitto;

2° in quanti modi possiamo rendercene colpevoli;

3° quali sono le cause che vi ci possono condurre;

4° infine, ciò che dobbiamo fare per preservarcene.

I. Per farvi comprendere l’enormità di questo peccato che rovina tante anime, bisognerebbe spiegarvi qui davanti tutto ciò che l’inferno ha di più orribile, di più disperato e, nel medesimo tempo, tutto ciò che la potenza di Dio esercita su una vittima colpevole d’un simile delitto. Ma, voi comprendete al pari di me, che non sarà mai possibile capire l’enormità di questo peccato, ed il rigore della giustizia di Dio verso gli impudici. Io vi dirò solo che chi commette il peccato d’impurità si rende colpevole d’una specie di sacrilegio, poiché essendo il nostro cuore il tempio dello Spirito Santo, essendo il nostro corpo un membro di Gesù Cristo, profaniamo veramente questo tempio colle impurità alle quali ci abbandoniamo; e del nostro corpo, che è un membro di Gesù Cristo, facciamo il membro d’una prostituta.« (I Cor. VI, 15, 19). Considerate ora, se potrete mai farvi un’idea approssimativa dell’oltraggio che questo peccato fa a Dio, e della punizione che esso merita. Ah! F. M., bisognerebbe potere trascinar qui, al mio posto, quella infame regina Gezabele che colle sue impudicizie ha perduto tante anime; bisognerebbe ch’ella stessa vi facesse il quadro disperante delle pene che soffre e che soffrirà per tutta l’eternità, in quel luogo di orrore dove è precipitata per le sue turpitudini. Ah! la sentireste gridare dal mezzo delle fiamme che la divorano: “Ahimè! quanto soffro! Addio cielo beato, io non ti vedrò mai, tutto è finito per me. Ah! maledetto peccato d’impurità, le fiamme della giustizia di Dio mi fanno pagar ben cari quei piaceri che ho gustati! Se avessi la fortuna di essere ancora sulla terra, quanto mi sarebbe cara la virtù della purità, ben più che nel passato! „ – Ma andiamo un po’ più avanti, F. M., forse sentirete meglio l’orrore di questo peccato. Io non parlo d’un pagano che non ha la fortuna di conoscere Dio, ma d’un Cristiano che sa quanto questo vizio sia opposto alla santità della sua condizione di figlio di Dio; d’un Cristiano che è stato bagnato dal suo Sangue adorabile, che tante volte gli ha servito di dimora e di tabernacolo. Come questo Cristiano può abbandonarsi ad un tal peccato? Dio mio! vi si può pensare senza morire di spavento? Ascoltate ciò che dice lo Spirito Santo: Chi è tanto sventurato d’abbandonarsi a questo maledetto peccato, merita di essere calpestato sotto i piedi del demonio, come le immondizie sotto i piedi degli uomini (Eccli. IX, 10). Gesù Cristo disse a S. Brigida che si vedeva costretto a preparare tormenti terribili per gli impudici, e che quasi tutti gli uomini erano infetti di questo vizio infame. Se ci prendiamo il gusto di percorrere la sacra Scrittura, vediamo che, dal principio del mondo, Dio ha perseguitato nel modo più severo gli impudici. Vedete, tutti gli uomini prima del diluvio che s’abbandonano a questo infame vizio; il Signore non può più sopportarli; si pente di averli creati; si trova costretto di punirli nel modo più spaventoso, giacché apre su di essi le cateratte del cielo, e li fa perir tutti nel diluvio universale (Gen. VI). – Bisognava che questa terra, insozzata da tanti delitti e così perversa agli occhi di Dio, fosse purificata dal diluvio; cioè dalle acque della collera del Signore. Se andate più avanti, vedete gli abitanti di Sodoma e Gomorra, e delle altre città vicine, abbandonarsi a delitti così spaventosi d’impurità, che il Signore, nella sua giusta collera, fece cadere su quei luoghi maledetti una pioggia di fuoco e di zolfo che li abbruciò coi loro abitanti; uomini, bestie, piante, campi, pietre, furono come annientati; questo luogo è stato così maledetto da Dio, che ancor oggi non è che un mare maledetto (Gen. XIX). Si chiama Mar Morto, perché non dà vita ad alcun pesce e, sulle sue rive, si trovano certi frutti di bella apparenza, ma non rinchiudenti che un pugno di cenere. In altro luogo, vediamo che il Signore ordinò a Mosè di mettere a morte ventiquattromila persone, perché si erano date all’impurità (Num. XXV, 9). Sì, F. M., possiamo dire che questo maledetto peccato dell’impurità è stato, dal principio del mondo fino alla venuta del Messia, la causa di tutte le disgrazie dei Giudei. Vedete Davide, Salomone e tanti altri. Che cosa ha attirato tanti castighi su di loro e sui loro sudditi, se non questo maledetto peccato? Dio Mio! quante anime Vi strappa questo peccato, oh! quante ne trascina all’inferno! – Se passiamo dall’Antico al Nuovo Testamento, i castighi non sono minori. S. Giovanni ci dice che Gesù Cristo gli fece vedere, in una rivelazione, il peccato d’impurità sotto la forma di una donna, seduta su di una bestia, che aveva sette teste e dieci corna, per mostrarci che questo peccato viola i dieci comandamenti della legge di Dio e racchiude tutti i sette vizi capitali (Apoc. XVII, 3). Se volete convincervene non avete che da esaminare la condotta di un impudico; vedete che non v’è comandamento ch’egli non trasgredisca, e peccato capitale di cui non si renda colpevole, accontentando i desideri del suo corpo. Non voglio entrare in tutti questi particolari; osservate voi stessi, e vedrete che ciò è vero. Ma aggiungerò che non v’è alcun peccato nel mondo che faccia commettere tanti sacrilegi: gli uni non conoscono la metà dei peccati che commettono in questo modo, e, per conseguenza, non li confessano; gli altri non li vogliono dire sebbene li conoscano; cosicché nel giorno del giudizio vedremo che non v’è altro peccato che abbia gettate tante anime nell’inferno. Sì, F. M., questo peccato è tanto orribile che noi ci nascondiamo per commetterlo; ma vorremmo anche nasconderlo a noi stessi, tanto è infame persino agli occhi di coloro che se ne rendono colpevoli!

II. —- Ma, per meglio farvi comprendere quanto questo peccato, che è così orribile, sia tuttavia comune tra i Cristiani, e quanto sia facile commetterlo, vi dirò in quanti modi si pecca contro il sesto comandamento della Legge di Dio. Si pecca in sei modi: coi pensieri, desiderii, sguardi, parole, azioni, occasioni.

1° Anzitutto coi pensieri: vi sono molti che non sanno distinguere un pensiero da un desiderio: ciò che può causare delle confessioni sacrileghe. Ascoltatemi bene e lo vedrete. Commettiamo un cattivo pensiero quando il nostro spirito volontariamente si ferma a pensare a cose impure, o riguardo a noi, o riguardo ad altri, senza desiderare però di compiere ciò che si pensa; si lascia solo infracidar lo spirito su queste cose sconce e disoneste. Ve ne confessate: bisogna dire quanto tempo vi avete lasciato fermo il vostro pensiero senza distornarlo, ed ancora se avete pensato a cose che potevano condurvici pel ricordo di qualche conversazione fatta, di qualche familiarità che vi siete permessa, o di qualche oggetto che avete visto. Il demonio vi rimette ciò davanti agli occhi appunto nella speranza di condurvi al peccato almeno di pensiero.

2° Inoltre noi pecchiamo di desiderio. Ecco, F. M., la differenza che v’è tra pensiero e desiderio; il desiderio, è il voler effettuare ciò a cui pensiamo; ma per parlarvi più chiaramente, è il voler commettere il peccato d’impurità, dopo avervi pensato per qualche tempo, allorché ne troveremo l’occasione, o la cercheremo. – Bisogna dire se questo desiderio è restato nel nostro cuore, se abbiamo fatto qualche passo per effettuare ciò che abbiamo desiderato, se abbiamo sollecitato qualcheduno a fare il male con noi; poi, quali sono le persone che abbiamo voluto condurre al male, se è un fratello, una sorella, un figlio, una madre, una cognata, un cognato, un cugino. E bisogna dire tutto questo, altrimenti la vostra confessione non varrebbe nulla. Però, non bisogna nominare le persone più di quanto sia necessario per far conoscere il proprio peccato. Certamente che, se aveste fatto del male con un fratello od una sorella, e vi accontentaste di dire che avete peccato contro la santa virtù della purità, non basterebbe davvero.

3° Si pecca cogli sguardi, quando si portano gli occhi su oggetti impuri, o su qualche cosa che possa condurci all’impurità. Non v’è porta per la quale il peccato entri sì spesso, così facilmente quanto per gli occhi; perciò il santo Giobbe diceva: “Ch’egli aveva fatto un patto coi suoi occhi di non guardare mai una persona in faccia (Giob. XXXI, 1).„

4° Noi pecchiamo colle parole. Si parla, F. M., per manifestare all’esterno ciò che si pensa internamente, cioè ciò che avviene nel nostro cuore. Voi dovete accusarvi di tutte le parole impure che avete dette, quanto tempo ha durato la vostra conversazione; qual motivo vi ha eccitato a dirle, a quali e a quante persone le avete dette. Ahimè! F. M., vi sono poveri fanciulli pei quali sarebbe meglio trovare sulla via un leone od una tigre, che certi impudici. Se, come si dice, la bocca parla per l’abbondanza del cuore, giudicate quale deve essere la corruzione di questi infami che si avvoltolano, si trascinano ed affogano, per così dire, nel fango della loro impurità. Dio mio! se voi ci dite che si conosce l’albero dal frutto, quale abisso di corruzione dev’essere questo!

5° Noi pecchiamo colle opere. Tali  sono le libertà colpevoli su se stesso o sugli altri, i baci impuri, senza osare dirvi il resto; capite abbastanza quello che dico. Dio mio! Dove sono quelli che, nelle loro confessioni si accusano di tutto questo? Ah! quanti sacrilegi questo maledetto peccato d’impurità fa commettere! Noi non lo conosceremo che nel gran giorno delle vendette. Quante giovani stanno due o tre ore con libertini che vomitano continuamente dalle loro bocche infernali ogni sorta di impurità. Mio Dio! come non bruciare in mezzo ad un braciere così ardente?

6° Si pecca colle occasioni, o dandole o prendendole. Dico col darle, come una donna indecentemente composta, che lascia il fazzoletto troppo slacciato, il collo e le spalle scoperte, o indossa vesti che delineano troppo la forma del corpo, oppure veste in un modo troppo ricercato. No, queste disgraziate non sapranno che al tribunale di Dio il numero dei peccati che avranno fatto commettere. Quante persone maritate sono meno riservate dei pagani! Una ragazza è altresì colpevole di una quantità di peccati impuri, che sono quasi sempre peccati mortali, ogni volta che è troppo facile e troppo familiare coi giovani. Si è pure colpevoli andando con persone le quali ben si sa che non hanno in bocca altro che parole sconce. Voi potete non esservene dilettati, ma avete sempre il torto di esporvi a quell’occasione. Spesso, illudendoci, crediamo di non far male, mentre pecchiamo orribilmente. Così le persone che si trovano assieme perché devono sposarsi, credono che non vi sia alcun male, se passano soli, di giorno e di notte, un tempo abbastanza lungo. Non dimenticate, F. M., che tutti gli abbracci che si danno in questi momenti, sono quasi tutti peccati mortali perché non sono provocati che da un’amicizia carnale. Quanti fidanzati non hanno alcun ritegno: si caricano dei delitti più spaventosi, e sembrano obbligare la giustizia di Dio a maledirli al momento del loro matrimonio. Voi dovete essere in questo tempo così riservati come lo siete colle vostre sorelle: tutto ciò che si fa di più è un peccato. Ahimè! mio Dio, dove sono quelli che se ne accusano? quasi nessuno. Ed ancora dove sono coloro che entrano santamente nello stato matrimoniale? Ahimè! quasi nessuno. E per questo quanti mali nel matrimonio e per l’anima e pel corpo. Ah! mio Dio! ed i genitori che lo sanno possono dormire tranquilli! Ahimè! quante anime si trascinano da sé nell’inferno! Si pecca ancora contro la santa virtù della purità quando di notte ci alziamo svestiti per uscire, e servire un ammalato, o per aprire la porta. Una madre deve guardarsi bene da ogni sguardo disonesto, e da qualsiasi contatto non necessario coi propri figliuoli. I padri, le madri, i padroni sono colpevoli di tutte le familiarità che si permettono fra di loro figli e altresì i domestici, quando possono impedirle. Si è ancora colpevoli, leggendo o dando da leggere libri cattivi o canzoni licenziose: scrivendosi lettere tra persone di sesso diverso. Si partecipa al peccato favorendo appuntamenti tra i giovani, anche sotto pretesto di matrimonio. Voi siete obbligati, F. M., a dichiarare tutte le circostanze aggravanti, se volete che le vostre confessioni siano buone. Ascoltatemi, e comprenderete meglio. Se peccate con una persona già abbandonata al vizio, che ne fa professione, vi rendete volontariamente lo schiavo di satana, ed incorrete nella dannazione eterna. Ma, insegnare il male ad un giovane, indurlo per la prima volta al male, strappargli l’innocenza, rubargli il fiore della verginità, aprire la porta del suo cuore al demonio, chiudere il cielo a quest’anima che era oggetto d’amore alle tre Persone della Ss. Trinità, renderla degna dell’esecrazione del cielo e della terra; questo peccato è ancora infinitamente più grande del primo, e siete obbligati ad accusarvene. Peccare con una persona libera, né maritata né parente è, secondo S. Paolo, un delitto che ci chiude il cielo e ci spalanca gli abissi; ma peccare con una persona legata dai vincoli del matrimonio, è un delitto che ne racchiude molti altri; è una orribile infedeltà, che profana e distrugge tutte le grazie del sacramento del matrimonio; è altresì un esecrabile spergiuro che calpesta una fede giurata ai piedi dell’altare, alla presenza non solo degli Angeli, ma di Gesù Cristo stesso; delitto che è capace di attirare ogni sorta di maledizioni non solo su di una casa, ma anche su di una parrocchia. Peccare con una persona che non è né parente né affine, è un grave peccato, peccato che ci rovina per sempre; ma peccare con una parente od affine, cioè un padre colla figlia, una madre col figlio, un fratello colla sorella, un cognato colla cognata, un cugino colla cugina, è il più grande di tutti i delitti che si possa immaginare; è prendersi giuoco delle leggi più inviolabili del pudore; è calpestare sotto i piedi i diritti più sacri della religione e della natura. Infine, peccare con una persona consacrata a Dio, è il colmo di tutti i delitti, poiché è uno spaventevole sacrilegio. Mio Dio! e vi possono essere Cristiani che si abbandonano a tutte queste turpitudini? Ahimè! se almeno, dopo tali orrori, si ricorresse al buon Dio per domandargli di strapparci da questo abisso! Ma no, si vive tranquilli, e la maggior parte non aprono gli occhi che quando cadono nell’inferno. Vi siete formata un’idea, F. M., dell’enormità di questo peccato? No, senza dubbio, perché ne avreste ben più orrore, ed avreste preso maggiori precauzioni per non cadervi.

III. — Se mi domandate ora che cosa può condurci ad un tale delitto, amico mio, non ho che da aprire il catechismo ed interrogare un fanciullo, dicendogli: Che cosa è che ci conduce ordinariamente a questo vizio detestevole? Egli semplicemente mi risponderà: Signor Parroco, sono le danze, i balli, la troppa familiarità con le persone di sesso differente; le canzoni, le parole libere, l’immodestia nel vestire, gli eccessi nel mangiare e nel bere. Dico: gli eccessi nel mangiare e nel bere. Mi domandate perché questo: eccolo, F. M.: il nostro corpo non tende che alla perdita della nostra anima: necessariamente bisogna farlo soffrire, senza di che o presto o tardi, egli getterà la nostra anima nell’inferno. Una persona che ha a cuore la salute della propria anima non lascerà passar giorno senza mortificarsi in qualche cosa, nel mangiare, nel bere, nel dormire. Riguardo all’eccesso del vino, S. Agostino ci dice chiaramente che un bevitore è impudico; ciò che è molto facile provare. Entrate in una bettola dove possiate essere in compagnia d’un bevitore; questi non avrà altro in bocca che parole le più sconce; lo vedrete fare le azioni più vergognose: e non le farebbe certo se non fosse preso dal vino. Da questo dunque vedete, F. M., che, se vogliamo conservare la purità della nostra anima, dobbiamo necessariamente rifiutare qualche soddisfazione al nostro corpo, altrimenti esso ci perderà. Dico che i balli e le danze ci conducono a questo vizio infame. È il mezzo di cui si serve il demonio per strappare l’innocenza almeno a tre quarti dei giovani. Non ho bisogno di provarvelo; troppo disgraziatamente lo sapete per vostra esperienza. Ahimè quanti cattivi pensieri, cattivi desiderii, ed azioni vergognose sono causate dalle danze! Mi basterebbe dirvi che otto concili tenuti in Francia proibivano il ballo, anche nelle nozze, sotto pena di scomunica. — Ma, mi direte, perché vi sono dei sacerdoti che danno l’assoluzione a queste persone senza riprovarle? — Riguardo a questo, io non dico nulla, ciascuno renderà conto di ciò che ha fatto. Ahimè! F. M., di dove è venutala perdita di tanti giovani? Perché non hanno più frequentato i Sacramenti? Perché hanno perfino tralasciate le loro preghiere? Non cercatene altrove la causa se non nel ballo. Di dove può venire questa grande disgrazia che molti non fanno più Pasqua, o la fanno male? Ahimè! dal ballo. Quante giovani dopo il ballo hanno perduto il loro onore, la loro povera anima, il cielo, il loro Dio! S. Agostino ci dice che minor male sarebbe lavorar tutta la domenica, che ballare. Sì, F. M., nel grande giorno del giudizio, vedremo che queste giovani mondane hanno fatto commettere più peccati che non i capelli che hanno sul capo. Ahimè! quanti sguardi maliziosi, desideri cattivi, contatti disonesti, parole impure, abbracciamenti peccaminosi, quante gelosie, questioni e litigi si vedono in un ballo od in conseguenza di esso! Per meglio convincervene, F. M., ascoltate ciò che ci dice il Signore per bocca del profeta Isaia: “I mondani danzano al suono dei flauti e dei tamburi, ed un momento dopo precipitano nell’inferno. „ (Tenent tympanum et citharam, et gaudent ad sonitum organi, Ducunt in bonis dies suos, et in puncto ad inferno descendunt. Job. XXXI, 12, 13. Questo testo è di Giobbe e non del profeta Isaia. Faremo notare che non è la sola volta che il Beato attribuisce ad un autore dei testi che appartengono ad un altro). Lo Spirito Santo ci dice per bocca del profeta Ezechiele: “Va a dire ai figli dell’amore che perché si sono dati alle danze, io li punirò rigorosamente; affinché tutto Israele sia preso da terrore. „ S. Giovanni Crisostomo ci dice che i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe non permisero mai che si danzasse alle loro nozze, temendo di attirare su di sé le maledizioni del cielo. Ma non ho bisogno di andare a cercare altre prove. Siate sinceri. Ditemi schiettamente; non è vero che non vorreste morire tornati dal ballo? Senza dubbio, perché  non sareste pronti a comparire davanti al tribunale di Dio. Ditemi, perché non vorreste morire in questo stato, e perché non mancate di confessarvene? È dunque vero; voi stessi sentite che fate male; altrimenti non avreste bisogno di accusarvene e non temereste di comparire davanti a Gesù Cristo. Ascoltate ciò che ci dice S. Carlo Borromeo parlando del ballo: al suo tempo si condannava a tre anni di pubblica penitenza una persona che andava al ballo e, se continuava, la si minacciava di scomunica. Ma non andiamo più avanti, F. M.:la morte vi proverà ciò che dico oggi, ma allora per molti sarà troppo tardi. Bisogna essere proprio ciechi per credere che non vi sia gran male nel ballo, quando vediamo che tutte le persone desiderose di assicurarsi il cielo l’hanno lasciato ed hanno pianto di esservi andate nel tempo delle loro dissolutezze. Ma, teniamo nascosto ogni cosa fino al giorno delle vendette, dove vedremo tutto ciò più chiaramente, quando la corruzione del cuore non troverà più scusa. – Dico inoltre che l’immodestia negli abiti conduce a questo vizio vergognoso. Sì, F. M., una persona che non si veste decentemente è causa di molti peccati: di sguardi maliziosi, di cattivi pensieri, di parole disoneste. Volete sapere, almeno in parte, il male di cui siete la causa? Mettetevi per un momento ai piedi del vostro crocifisso, come se foste per essere giudicati. Si può dire che le persone vestite in modo mondano sono una sorgente d’impurità, ed un veleno che dà la morte a tutti quelli che non hanno la forza di fuggirle. Vedete in esse quell’aria effeminata o piacevole, quegli sguardi penetranti, quei gesti vergognosi, che come tante saette intinte nel veleno della loro impudicizia, feriscono quasi tutti gli occhi disgraziati che li guardano. Ahimè!quanti peccati fa commettere un cuore insozzato da questo fango impuro! Ahimè! vi sono poveri cuori, che ardono di questo vizio turpe come un pugno di paglia gettata nel fuoco. Io non so se avete cominciato a farvi un’idea dell’enormità di questo peccato, e in quanti modi si può rendersene colpevoli: pregate il buon Dio, F. M., che ve lo faccia conoscere e vi faccia concepire un tale orrore, da non commetterlo mai più.

IV. — Ma, vediamo ora che cosa bisogna fare per preservarsi da questo peccato, che è così orribile agli occhi di Dio, e trascina tante povere anime nell’inferno. Per mostrarvelo in modo chiaro e semplice, non ho che da aprire ancora una volta il mio catechismo. Se domandassi ad un fanciullo quali sono i mezzi che dobbiamo usare per non cadere in questo maledetto peccato, colla solita semplicità mi risponderebbe: Ve ne sono parecchi, ma i principali sono il ritiro, la preghiera, la frequenza ai Sacramenti, una grande divozione alla santissima Vergine, la fuga delle occasioni, e lo scacciare prontamente tutti i cattivi pensieri che il demonio ci presenta. Dico che bisogna amare il ritiro; non voglio dire che bisogna nascondersi in un bosco, e neppure in un monastero, ciò che del resto sarebbe una grande fortuna per voi; ma vi dico solo che bisogna fuggire la compagnia di quelle persone le quali non parlano che di cose capaci di turbarvi la fantasia, oppure non s’occupano che di affari terreni, e niente del buon Dio. Ecco, F. M., ciò che voglio dire. La domenica soprattutto, invece d’andare a trovare i vostri vicini o le vicine, prendete un libro, per esempio l’Imitazione di Cristo, o la Vita dei Santi; vedrete come essi hanno combattute le tentazioni che il demonio faceva nascere nel loro spirito; vedrete quanti sacrifici hanno fatto per piacere a Dio e per salvare le loro anime: questo vi incoraggerà. Farete come S. Ignazio che, ferito, si mise a leggere la Vita dei Santi; vedendo le lotte che essi avevano sostenuto, ed il coraggio col quale combattevano per Dio, disse tra se stesso: “E perché non farò io come hanno fatto questi Santi? Non ho il medesimo Dio che m’aiuterà a combattere, lo stesso cielo da sperare, ed il medesimo inferno da temere? „ Voi farete lo stesso. Sì, F. M., è necessario fuggire la compagnia delle persone che non amano Dio. Stiamo col mondo solo per necessità, quando il nostro dovere vi ci chiama. Dico altresì che se vogliamo conservare la purità della nostra anima, dobbiamo amare la preghiera. Se mi domandate perché bisogna pregare, ve lo dico subito: questa bella virtù della purità viene dal cielo, e per mezzo della preghiera dobbiamo domandarla e conservarla. È certo che una persona che non ricorre alla preghiera, non conserverà mai l’anima pura agli occhi di Dio. Colla preghiera, noi conversiamo col buon Dio, cogli Angeli e coi Santi, e con questo trattenimento celeste diventiamo necessariamente spirituali; il nostro spirito ed il nostro cuore si staccano a poco a poco dalle cose create per non considerare ed amare che le cose del cielo. Non bisogna però credere che ogni volta che si è tentati noi si offenda Iddio; il peccato sta solo nell’acconsentirvi e nel piacere che vi si prende. Fossimo tentati per otto o per quindici giorni, se il peccato ci fa orrore sarà di noi come dei fanciulli nella fornace di Babilonia, che ne uscirono più belli (Dan. III. 94). Dobbiamo subito ricorrere a Dio, dicendogli: “Dio mio, aiutatemi; sapete che senza di Voi non posso far altro che perdermi; ma, colla vostra grazia, sono sicuro di uscir vittorioso dal combattimento. Ah! santa Vergine – dobbiamo dire – non permettete che il demonio rapisca la mia anima, che ha costato tanti dolori al vostro divin Figliuolo.„ Per conservare la purità, bisogna ricorrere ai Sacramenti e riceverli colle dovute disposizioni. Sì, F. M., una persona che ha la fortuna di frequentare spesso e santamente i Sacramenti, può assai facilmente conservare questa bella virtù. Ed abbiamo una prova che i Sacramenti ci sono di grande aiuto, negli sforzi che il demonio fa per allontanarcene o per farceli profanare. Vedete, quando vogliamo accostarvici: quanti timori, agitazioni, disgusti suscita in noi il demonio. Ora ci dice che noi facciamo quasi sempre male, ora che il sacerdote non ci conosce, o che non ci facciamo conoscere abbastanza, e tante altre cose. Ma, per burlarci di lui, dobbiamo raddoppiare le cure, accostarvici più spesso, e poi nasconderci nel seno della misericordia di Dio, dicendogli: “Voi sapete, o mio Dio, che io non cerco che Voi e la salvezza della mia povera anima. „ No, F. M., non v’è nulla che ci renda tanto formidabili agli occhi del demonio quanto la frequenza dei Sacramenti: eccone la prova. Vedete S. Teresa. Il demonio per bocca d’un ossesso, confessò che questa Santa gli era diventata così formidabile colla santità attinta dalle sue Comunioni, tanto che egli non poteva nemmeno respirare l’aria dove ella passava. Se ne cercate la ragione, è facile comprenderla: l’adorabile sacramento dell’Eucaristia, non è il vino che genera i vergini? (Zacc. IX). Come non esser puro ricevendo il Re della purità? Volete conservare od acquistare questa bella virtù che rende simili agli Angeli? Frequentate spesso e santamente i Sacramenti: siete sicuri che, malgrado tutti gli sforzi del demonio, avrete la grande ventura di conservare la purità della vostra anima. Se vogliamo conservar puro questo tempio dello Spirito Santo, bisogna avere una grande divozione alla Ss. Vergine, perché Ella è la Regina dei vergini. Fu Lei che per la prima, innalzò lo stendardo di questa incomparabile virtù. Vedete quanto il buon Dio la stimi: non ha sdegnato di nascere da madre povera, sconosciuta dal mondo, d’avere un padre putativo povero; ma gli occorreva una Madre pura e senza macchia, un padre putativo che riguardo alla purità fosse inferiore solo alla S. Vergine. S. Giovanni Damasceno ci incoraggia assai ad avere una tenera divozione verso la purità della S. Vergine; egli ci dice che tutto ciò che si domanda a Dio per la purità della santa Vergine lo si ottiene sempre. Ci dice che questa virtù è così gradita agli Angeli che essi in cielo cantano senza posa: “O Vergine dei vergini, noi vi lodiamo; Madre del bell’amore, vi benediciamo. „ S. Bernardo, il grande servo di Maria, ci dice che egli ha convertito più anime con l’Ave Maria che con tutti i suoi discorsi. Siete tentati? ci dice; chiamate in vostro aiuto Maria, e siate sicuri che non soccomberete alla tentazione (Hom. super Mìssus est, 17). Quando recitiamo l’Ave Maria, ci dice, tutto il cielo si rallegra e sussulta di gioia, e l’inferno intero freme ricordandosi che Maria è stata l’istrumento che Dio ha adoperato per incatenarlo. Perciò il gran santo ci raccomanda tanto la divozione verso la Madre di Dio, affinché Maria ci custodisca come suoi figli. Se siete i diletti di Maria, state sicuri di essere i diletti del Figliuol suo. Moltissimi santi Padri ci raccomandano di aver una grande divozione verso Maria, e di fare di quando in quando qualche Comunione in suo onore, e soprattutto in onore della sua santa purità; cosa che le è così accetta che essa non mancherà di farci sentire la sua intercessione presso il suo divin Figliuolo. – Per conservare questa angelica virtù dobbiamo combattere le tentazioni e fuggire le occasioni, come hanno fatto i Santi, che preferirono morire piuttosto che perdere questa bella virtù. Vedete ciò che fece il patriarca Giuseppe, che quando la moglie di Putifar volle sollecitarlo al male, le lasciò metà del mantello tra le mani (Gen. XXXIX, 12) . Vedete la casta Susanna che preferì di perdere la sua riputazione, quella della famiglia, e la stessa vita piuttosto che perdere questa virtù così gradita a Dio (Dan. XIII).Vedete ancora ciò che capitò a S. Martiniano che si era ritirato in un bosco per non pensare che a piacere a Dio. Una donna di cattiva vita venne da lui, fingendo di essersi smarrita nella foresta, e pregandolo di aver pietà di lei. Il Santo la ricevette nella solitudine e la lasciò sola. All’indomani, ritornato a veder che cosa ne fosse, la trovò ben vestita. Essa allora gli disse che Dio l’aveva mandata per unirsi con lui; ch’ella aveva grandi ricchezze nella città, ed egli avrebbe potuto così fare molte elemosine. Il Santo volle sapere se la cosa veniva da Dio o dal demonio; le disse di aspettare, perché tutti i giorni veniva gente a raccomandarsi alle sue orazioni, e non poteva lasciar loro fare inutilmente un lungo viaggio: e salì sulla montagna per vedere se arrivasse qualcheduno. Quando fu sulla montagna, sentì una voce: “Martiniano, Martiniano, che fai? tu ascolti la voce di satana. „ Ne fu così spaventato che ritornò nella solitudine, accese un gran fuoco, e vi si mise dentro: il dolore del peccato che era stato ad un punto di commettere, ed il dolore del fuoco gli fecero mandare lamentevoli grida. La disgraziata donna, accorsa alle grida gli domandò chi l’avesse messo in tale stato. “Ah! le rispose il Santo, non posso sopportare il fuoco di questo mondo; e come potrei sopportare quello dell’inferno, se per disgrazia avessi a peccare come voi volete? „ Questo fatto colpì talmente la donna, ch’ella restò nella cella del Santo, fece penitenza per tutta la sua vita, e Martiniano andò in un altro luogo a continuare le sue austerità (Ribadeneira, 13 febbraio). – Si racconta nella vita di S. Tommaso d’Aquino (Ibid., 7 Marzo), che gli venne mandata una donna di cattiva vita per indurlo al peccato. Fu fatta entrare nella sua stanza mentre egli era assente. Appena scorse quella creatura, afferrò un tizzone acceso e la scacciò vergognosamente. Vedete ancora S. Benedetto, che per liberarsi dai cattivi pensieri, si avvoltolava tra le spine, uscendone tutto grondante di sangue. Altre volte per estinguere questo fuoco impuro s’immergeva fino al collo nell’acqua ghiacciata (Ibid., 21 Marzo). Ma io non trovo nulla nella vita dei Santi che si possa paragonare al racconto di S. Girolamo. Dal fondo del suo deserto scrive ad uno dei suoi amici, e gli racconta le lotte che sopporta, e le penitenze che esercita sul suo corpo; non si può leggerlo senza piangere di compassione: “In questa vasta solitudine resa insopportabile dai raggi del sole – dice – non nutrendomi che di un poco di pane nero e di erbe crude, dormendo sulla nuda terra, non bevendo che acqua, anche quando sono ammalato, non cesso di piangere ai piedi del mio Crocifisso. Quando i miei occhi non hanno più lagrime, prendo una pietra e mi percuoto il petto fino a che il sangue mi esce dalla bocca, e ciononostante, il demonio non mi lascia tregua; bisogna aver sempre le armi in mano. „ (Lettera 22 a Eustochio, citata nella Vita dei Padri del deserto.). – Che cosa conchiuderemo, F. M., da tutto quanto ho detto? Non v’è virtù che ci renda tanto accetti a Dio, quanto la virtù della purità, e nessun vizio che tanto piaccia al demonio quanto il peccato d’impurità. Questo nemico non può tollerare che una persona consacrata a Dio, possegga questa virtù; ed è questo che deve incitarvi a non tralasciare nulla per conservarla. Perciò vegliate con cura sui vostri sguardi, sui vostri pensieri e su tutti i movimenti del vostro cuore; ricorrete frequentemente alla preghiera; fuggite le cattive compagnie, i balli, i giuochi; praticate la mortificazione; ricorrete alla Ss. Vergine; frequentate spesso i Sacramenti. Quale felicità, se saremo così fortunati da non lasciare macchiare il nostro cuore da questo maledetto peccato; poiché Gesù Cristo ci dice che solamente quelli che hanno il cuor puro vedranno Iddio. „ (Matt. V, 8). Domandiamo, F. M., ogni mattina al Signore di purificare i nostri occhi, le nostre mani, ed in generale tutti i nostri sensi affinché possiamo con confidenza comparire davanti a Gesù Cristo, che è il retaggio delle anime pure. È questa la fortuna che vi auguro.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXXVII: 7
Si ambulávero in médio tribulatiónis, vivificábis me, Dómine: et super iram inimicórum meórum exténdes manum tuam, et salvum me fáciet déxtera tua.

[Se cammino in mezzo alla tribolazione, Tu mi dai la vita, o Signore: contro l’ira dei miei nemici stendi la tua mano, e la tua destra mi salverà.]

Secreta

Hæc múnera, quǽsumus, Dómine, quæ óculis tuæ majestátis offérimus, salutária nobis esse concéde.

[Concedi, o Signore, Te ne preghiamo, che questi doni, da noi offerti in onore della tua maestà, ci siano salutari.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps CXVIII: 4-5
Tu mandásti mandáta tua custodíri nimis: útinam dirigántur viæ meæ, ad custodiéndas justificatiónes tuas.

[Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati con grande diligenza: fai che i miei passi siano diretti all’osservanza dei tuoi precetti.]

Postcommunio

Orémus.
Tua nos, Dómine, medicinális operátio, et a nostris perversitátibus cleménter expédiat, et tuis semper fáciat inhærére mandátis.

[O Signore, l’opera medicinale del tuo sacramento ci liberi benignamente dalle nostre perversità, e ci faccia vivere sempre sinceramente fedeli ai tuoi precetti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULL’IMPURITÀ

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sull’impurità.

« Ligatis manibus et pedibus ejus, mittite eum in tenebras exteriores: ibi erit fletus et stridor dentium.»

(MATTH., XXII, 13).

Se ogni peccato mortale, Fratelli miei, deve trascinarci, precipitarci, fulminarci nell’inferno, come Gesù Cristo dice nel Vangelo, quale dovrà essere la sorte di chi avrà la disgrazia di abbandonarsi al più infame peccato, il peccato dell’impurità? O mio Dio! si può osare di pronunciare il nome d’un vizio, così orribile, non solo pei Cristiani, ma anche per le creature ragionevoli? Potrò io dirlo, F. M., e potrete voi udirlo senza fremere? Ah! se potessi, mostrandovi tutta l’enormità e la spaventosa bruttezza di questo peccato, farvelo fuggire per sempre. Dio mio! può un Cristiano abbandonarsi ad una passione che lo degrada a segno da metterlo al di sotto della bestia più vile, più bruta, più immonda? Un Cristiano può abbandonarsi ad un delitto che fa tanta strage in una povera anima? Un Cristiano, dico, che è il tempio dello Spirito Santo, un membro di Gesù Cristo, può tuffarsi, avvoltolarsi, affogarsi, per così dire, nel fango d’un vizio così infame che, abbreviandogli i giorni, disonorandolo, gli prepara tanti mali e tante sventure per l’eternità? Sì, F. M., per darvi un’idea dell’enormità di questo peccato, io vi mostrerò, per quanto mi sarà possibile,

1° la spaventosa bruttezza di questo delitto;

2° in quanti modi possiamo rendercene colpevoli;

3° quali sono le cause che vi ci possono condurre;

4° infine, ciò che dobbiamo fare per preservarcene.

I. Per farvi comprendere l’enormità di questo peccato che rovina tante anime, bisognerebbe spiegarvi qui davanti tutto ciò che l’inferno ha di più orribile, di più disperato e, nel medesimo tempo, tutto ciò che la potenza di Dio esercita su una vittima colpevole d’un simile delitto. Ma, voi comprendete al pari di me, che non sarà mai possibile capire l’enormità di questo peccato, ed il rigore della giustizia di Dio verso gli impudici. Io vi dirò solo che chi commette il peccato d’impurità si rende colpevole d’una specie di sacrilegio, poiché essendo il nostro cuore il tempio dello Spirito Santo, essendo il nostro corpo un membro di Gesù Cristo, profaniamo veramente questo tempio colle impurità alle quali ci abbandoniamo; e del nostro corpo, che è un membro di Gesù Cristo, facciamo il membro d’una prostituta.« (I Cor. VI, 15, 19). Considerate ora, se potrete mai farvi un’idea approssimativa dell’oltraggio che questo peccato fa a Dio, e della punizione che esso merita. Ah! F. M., bisognerebbe potere trascinar qui, al mio posto, quella infame regina Gezabele che colle sue impudicizie ha perduto tante anime; bisognerebbe ch’ella stessa vi facesse il quadro disperante delle pene che soffre e che soffrirà per tutta l’eternità, in quel luogo di orrore dove è precipitata per le sue turpitudini. Ah! la sentireste gridare dal mezzo delle fiamme che la divorano: “Ahimè! quanto soffro! Addio cielo beato, io non ti vedrò mai, tutto è finito per me. Ah! maledetto peccato d’impurità, le fiamme della giustizia di Dio mi fanno pagar ben cari quei piaceri che ho gustati! Se avessi la fortuna di essere ancora sulla terra, quanto mi sarebbe cara la virtù della purità, ben più che nel passato! „ – Ma andiamo un po’ più avanti, F. M., forse sentirete meglio l’orrore di questo peccato. Io non parlo d’un pagano che non ha la fortuna di conoscere Dio, ma d’un Cristiano che sa quanto questo vizio sia opposto alla santità della sua condizione di figlio di Dio; d’un Cristiano che è stato bagnato dal suo Sangue adorabile, che tante volte gli ha servito di dimora e di tabernacolo. Come questo Cristiano può abbandonarsi ad un tal peccato? Dio mio! vi si può pensare senza morire di spavento? Ascoltate ciò che dice lo Spirito Santo: Chi è tanto sventurato d’abbandonarsi a questo maledetto peccato, merita di essere calpestato sotto i piedi del demonio, come le immondizie sotto i piedi degli uomini (Eccli. IX, 10). Gesù Cristo disse a S. Brigida che si vedeva costretto a preparare tormenti terribili per gli impudici, e che quasi tutti gli uomini erano infetti di questo vizio infame. Se ci prendiamo il gusto di percorrere la sacra Scrittura, vediamo che, dal principio del mondo, Dio ha perseguitato nel modo più severo gli impudici. Vedete, tutti gli uomini prima del diluvio che s’abbandonano a questo infame vizio; il Signore non può più sopportarli; si pente di averli creati; si trova costretto di punirli nel modo più spaventoso, giacché apre su di essi le cateratte del cielo, e li fa perir tutti nel diluvio universale (Gen. VI). – Bisognava che questa terra, insozzata da tanti delitti e così perversa agli occhi di Dio, fosse purificata dal diluvio; cioè dalle acque della collera del Signore. Se andate più avanti, vedete gli abitanti di Sodoma e Gomorra, e delle altre città vicine, abbandonarsi a delitti così spaventosi d’impurità, che il Signore, nella sua giusta collera, fece cadere su quei luoghi maledetti una pioggia di fuoco e di zolfo che li abbruciò coi loro abitanti; uomini, bestie, piante, campi, pietre, furono come annientati; questo luogo è stato così maledetto da Dio, che ancor oggi non è che un mare maledetto (Gen. XIX). Si chiama Mar Morto, perché non dà vita ad alcun pesce e, sulle sue rive, si trovano certi frutti di bella apparenza, ma non rinchiudenti che un pugno di cenere. In altro luogo, vediamo che il Signore ordinò a Mosè di mettere a morte ventiquattromila persone, perché si erano date all’impurità (Num. XXV, 9). Sì, F. M., possiamo dire che questo maledetto peccato dell’impurità è stato, dal principio del mondo fino alla venuta del Messia, la causa di tutte le disgrazie dei Giudei. Vedete Davide, Salomone e tanti altri. Che cosa ha attirato tanti castighi su di loro e sui loro sudditi, se non questo maledetto peccato? Dio Mio! quante anime Vi strappa questo peccato, oh! quante ne trascina all’inferno! – Se passiamo dall’Antico al Nuovo Testamento, i castighi non sono minori. S. Giovanni ci dice che Gesù Cristo gli fece vedere, in una rivelazione, il peccato d’impurità sotto la forma di una donna, seduta su di una bestia, che aveva sette teste e dieci corna, per mostrarci che questo peccato viola i dieci comandamenti della legge di Dio e racchiude tutti i sette vizi capitali (Apoc. XVII, 3). Se volete convincervene non avete che da esaminare la condotta di un impudico; vedete che non v’è comandamento ch’egli non trasgredisca, e peccato capitale di cui non si renda colpevole, accontentando i desideri del suo corpo. Non voglio entrare in tutti questi particolari; osservate voi stessi, e vedrete che ciò è vero. Ma aggiungerò che non v’è alcun peccato nel mondo che faccia commettere tanti sacrilegi: gli uni non conoscono la metà dei peccati che commettono in questo modo, e, per conseguenza, non li confessano; gli altri non li vogliono dire sebbene li conoscano; cosicché nel giorno del giudizio vedremo che non v’è altro peccato che abbia gettate tante anime nell’inferno. Sì, F. M., questo peccato è tanto orribile che noi ci nascondiamo per commetterlo; ma vorremmo anche nasconderlo a noi stessi, tanto è infame persino agli occhi di coloro che se ne rendono colpevoli!

II. —- Ma, per meglio farvi comprendere quanto questo peccato, che è così orribile, sia tuttavia comune tra i Cristiani, e quanto sia facile commetterlo, vi dirò in quanti modi si pecca contro il sesto comandamento della Legge di Dio. Si pecca in sei modi: coi pensieri, desideri, sguardi, parole, azioni, occasioni.

1° Anzitutto coi pensieri: vi sono molti che non sanno distinguere un pensiero da un desiderio: ciò che può causare delle confessioni sacrileghe. Ascoltatemi bene e lo vedrete. Commettiamo un cattivo pensiero quando il nostro spirito volontariamente si ferma a pensare a cose impure, o riguardo a noi, o riguardo ad altri, senza desiderare però di compiere ciò che si pensa; si lascia solo infracidar lo spirito su queste cose sconce e disoneste. Ve ne confessate: bisogna dire quanto tempo vi avete lasciato fermo il vostro pensiero senza distornarlo, ed ancora se avete pensato a cose che potevano condurvici pel ricordo di qualche conversazione fatta, di qualche familiarità che vi siete permessa, o di qualche oggetto che avete visto. Il demonio vi rimette ciò davanti agli occhi appunto nella speranza di condurvi al peccato almeno di pensiero.

2° Inoltre noi pecchiamo di desiderio. Ecco, F. M., la differenza che v’è tra pensiero e desiderio; il desiderio, è il voler effettuare ciò a cui pensiamo; ma per parlarvi più chiaramente, è il voler commettere il peccato d’impurità, dopo avervi pensato per qualche tempo, allorché ne troveremo l’occasione, o la cercheremo. – Bisogna dire se questo desiderio è restato nel nostro cuore, se abbiamo fatto qualche passo per effettuare ciò che abbiamo desiderato, se abbiamo sollecitato qualcheduno a fare il male con noi; poi, quali sono le persone che abbiamo voluto condurre al male, se è un fratello, una sorella, un figlio, una madre, una cognata, un cognato, un cugino. E bisogna dire tutto questo, altrimenti la vostra confessione non varrebbe nulla. Però, non bisogna nominare le persone più di quanto sia necessario per far conoscere il proprio peccato. Certamente che, se aveste fatto del male con un fratello od una sorella, e vi accontentaste di dire che avete peccato contro la santa virtù della purità, non basterebbe davvero.

3° Si pecca cogli sguardi, quando si portano gli occhi su oggetti impuri, o su qualche cosa che possa condurci all’impurità. Non v’è porta per la quale il peccato entri sì spesso, così facilmente quanto per gli occhi; perciò il santo Giobbe diceva: “Ch’egli aveva fatto un patto coi suoi occhi di non guardare mai una persona in faccia (Giob. XXXI, 1).„

4° Noi pecchiamo colle parole. Si parla, F. M., per manifestare all’esterno ciò che si pensa internamente, cioè ciò che avviene nel nostro cuore. Voi dovete accusarvi di tutte le parole impure che avete dette, quanto tempo ha durato la vostra conversazione; qual motivo vi ha eccitato a dirle, a quali e a quante persone le avete dette. Ahimè! F. M., vi sono poveri fanciulli pei quali sarebbe meglio trovare sulla via un leone od una tigre, che certi impudici. Se come si dice, la bocca parla per l’abbondanza del cuore, giudicate quale deve essere la corruzione di questi infami che si avvoltolano, si trascinano ed affogano, per così dire, nel fango della loro impurità. Dio mio! se voi ci dite che si conosce l’albero dal frutto, quale abisso di corruzione dev’essere questo!

5° Noi pecchiamo colle opere. Tali  sono le libertà colpevoli su se stesso o sugli altri, i baci impuri, senza osare dirvi il resto; capite abbastanza quello che dico. Dio mio! Dove sono quelli che, nelle loro confessioni si accusano di tutto questo? Ah! quanti sacrilegi questo maledetto peccato d’impurità fa commettere! Noi non lo conosceremo che nel gran giorno delle vendette. Quante giovani stanno due o tre ore con libertini che vomitano continuamente dalle loro bocche infernali ogni sorta di impurità. Mio Dio! come non bruciare in mezzo ad un braciere così ardente?

6° Si pecca colle occasioni, o dandole o prendendole. Dico col darle, come una donna indecentemente composta, che lascia il fazzoletto troppo slacciato, il collo e le spalle scoperte, o indossa vesti che delineano troppo la forma del corpo, oppure veste in un modo troppo ricercato. No, queste disgraziate non sapranno che al tribunale di Dio il numero dei peccati che avranno fatto commettere. Quante persone maritate sono meno riservate dei pagani! Una ragazza è altresì colpevole di una quantità di peccati impuri, che sono quasi sempre peccati mortali, ogni volta che è troppo facile e troppo familiare coi giovani. Si è pure colpevoli andando con persone le quali ben si sa che non hanno in bocca altro che parole sconce. Voi potete non esservene dilettati, ma avete sempre il torto di esporvi a quell’occasione. Spesso, illudendoci, crediamo di non far male, mentre pecchiamo orribilmente. Così le persone che si trovano assieme perché devono sposarsi, credono che non vi sia alcun male, se passano soli, di giorno e di notte, un tempo abbastanza lungo. Non dimenticate, F. M., che tutti gli abbracci che si danno in questi momenti, sono quasi tutti peccati mortali perché non sono provocati che da un’amicizia carnale. Quanti fidanzati non hanno alcun ritegno: si caricano dei delitti più spaventosi, e sembrano obbligare la giustizia di Dio a maledirli al momento del loro matrimonio. Voi dovete essere in questo tempo così riservati come lo siete colle vostre sorelle: tutto ciò che si fa di più è un peccato. Ahimè! mio Dio, dove sono quelli che se ne accusano? quasi nessuno. Ed ancora dove sono coloro che entrano santamente nello stato matrimoniale? Ahimè! quasi nessuno. E per questo quanti mali nel matrimonio e per l’anima e pel corpo. Ah! mio Dio! ed i genitori che lo sanno possono dormire tranquilli? Ahimè! quante anime si trascinano da sé nell’inferno! Si pecca ancora contro la santa virtù della purità quando di notte ci alziamo svestiti per uscire, e servire un ammalato, o per aprire la porta. Una madre deve guardarsi bene da ogni sguardo disonesto, e da qualsiasi contatto non necessario coi propri figliuoli. I padri, le madri, i padroni sono colpevoli di tutte le familiarità che si permettono fra di loro figli e altresì i domestici, quando possono impedirle. Si è ancora colpevoli, leggendo o dando da leggere libri cattivi o canzoni licenziose: scrivendosi lettere tra persone di sesso diverso. Si partecipa al peccato favorendo appuntamenti tra i giovani, anche sotto pretesto di matrimonio. Voi siete obbligati, F. M., a dichiarare tutte le circostanze aggravanti, se volete che le vostre confessioni siano buone. Ascoltatemi, e comprenderete meglio. Se peccate con una persona già abbandonata al vizio, che ne fa professione, vi rendete volontariamente lo schiavo di satana, ed incorrete nella dannazione eterna. Ma, insegnare il male ad un giovane, indurlo per la prima volta al male, strappargli l’innocenza, rubargli il fiore della verginità, aprire la porta del suo cuore al demonio, chiudere il cielo a quest’anima che era oggetto d’amore alle tre Persone della Ss. Trinità, renderla degna dell’esecrazione del cielo e della terra; questo peccato è ancora infinitamente più grande del primo, e siete obbligati ad accusarvene. Peccare con una persona libera, né maritata né parente è, secondo S. Paolo, un delitto che ci chiude il cielo e ci spalanca gli abissi; ma peccare con una persona legata dai vincoli del matrimonio, è un delitto che ne racchiude molti altri; è una orribile infedeltà, che profana e distrugge tutte le grazie del sacramento del matrimonio; è altresì un esecrabile spergiuro che calpesta una fede giurata ai piedi dell’altare, alla presenza non solo degli Angeli, ma di Gesù Cristo stesso; delitto che è capace di attirare ogni sorta di maledizioni non solo su di una casa, ma anche su di una parrocchia. Peccare con una persona che non è né parente né affine, è un grave peccato, peccato che ci rovina per sempre; ma peccare con una parente od affine, cioè un padre colla figlia, una madre col figlio, un fratello colla sorella, un cognato colla cognata, un cugino colla cugina, è il più grande di tutti i delitti che si possa immaginare; è prendersi giuoco delle leggi più inviolabili del pudore; è calpestare sotto i piedi i diritti più sacri della religione e della natura. Infine, peccare con una persona consacrata a Dio, è il colmo di tutti i delitti, poiché è uno spaventevole sacrilegio. Mio Dio! e vi possono essere Cristiani che si abbandonano a tutte queste turpitudini! Ahimè! se almeno, dopo tali orrori, si ricorresse al buon Dio per domandargli di strapparci da questo abisso! Ma no, si vive tranquilli, e la maggior parte non aprono gli occhi che quando cadono nell’inferno. Vi siete formata un’idea, F. M., dell’enormità di questo peccato? No, senza dubbio, perché ne avreste ben più orrore, ed avreste preso maggiori precauzioni per non cadervi.

III. — Se mi domandate ora che cosa può condurci ad un tale delitto, amico mio, non ho che da aprire il catechismo ed interrogare un fanciullo, dicendogli: Che cosa è che ci conduce ordinariamente a questo vizio detestevole? Egli semplicemente mi risponderà: Signor Parroco, sono le danze, i balli, la troppa familiarità con le persone di sesso differente; le canzoni, le parole libere, l’immodestia nel vestire, gli eccessi nel mangiare e nel bere. Dico: gli eccessi nel mangiare e nel bere. Mi domandate perché questo? Eccolo, F. M.: il nostro corpo non tende che alla perdita della nostra anima: necessariamente bisogna farlo soffrire, senza di che o presto o tardi, egli getterà la nostra anima nell’inferno. Una persona che ha a cuore la salute della propria anima non lascerà passar giorno senza mortificarsi in qualche cosa, nel mangiare, nel bere, nel dormire. Riguardo all’eccesso del vino, S. Agostino ci dice chiaramente che un bevitore è impudico; ciò che è molto facile provare. Entrate in una bettola dove possiate essere in compagnia d’un bevitore; questi non avrà altro in bocca che parole le più sconce; lo vedrete fare le azioni più vergognose: e non le farebbe certo se non fosse preso dal vino. Da questo dunque vedete, F. M., che, se vogliamo conservare la purità della nostra anima, dobbiamo necessariamente rifiutare qualche soddisfazione al nostro corpo, altrimenti esso ci perderà. Dico che i balli e le danze ci conducono a questo vizio infame. E il mezzo di cui si serve il demonio per strappare l’innocenza almeno a tre quarti dei giovani. Non ho bisogno di provarvelo; troppo disgraziatamente lo sapete per vostra esperienza. Ahimè quanti cattivi pensieri, cattivi desideri, ed azioni vergognose sono causate dalle danze! Mi basterebbe dirvi che otto concili tenuti in Francia proibivano il ballo, anche nelle nozze, sotto pena di scomunica. — Ma, mi direte, perché vi sono dei sacerdoti che danno l’assoluzione a queste persone senza riprovarle? — Riguardo a questo, io non dico nulla, ciascuno renderà conto di ciò che ha fatto. Ahimè! F. M., di dove è venuta la perdita di tanti giovani? Perché non hanno più frequentato i Sacramenti? Perché hanno perfino tralasciate le loro preghiere? Non cercatene altrove la causa se non nel ballo. Di dove può venire questa grande disgrazia che molti non fanno più Pasqua, o la fanno male? Ahimè! dal ballo. Quante giovani dopo il ballo hanno perduto il loro onore, la loro povera anima, il cielo, il loro Dio! S. Agostino ci dice che minor male sarebbe lavorar tutta la domenica, che ballare. Sì, F. M., nel grande giorno del giudizio, vedremo che queste giovani mondane hanno fatto commettere più peccati che non i capelli che hanno sul capo. Ahimè! quanti sguardi maliziosi, desideri cattivi, contatti disonesti, parole impure, abbracciamenti peccaminosi, quante gelosie, questioni e litigi si vedono in un ballo od in conseguenza di esso! Per meglio convincervene, F. M., ascoltate ciò che ci dice il Signore per bocca del profeta Isaia: “I mondani danzano al suono dei flauti e dei tamburi, ed un momento dopo precipitano nell’inferno. „ (Tenent tympanum et citharam, et gaudent ad sonitum organi, Ducunt in bonis dies suos, et in puncto ad inferno descendunt. Job. XXXI, 12, 13. Questo testo è di Giobbe e non del profeta Isaia. Faremo notare che non è la sola volta che il Beato attribuisce ad un autore dei testi che appartengono ad un altro). Lo Spirito Santo ci dice per bocca del profeta Ezechiele: “Va a dire ai figli dell’amore che perché si sono dati alle danze, io li punirò rigorosamente; affinché tutto Israele sia preso da terrore. „ S. Giovanni Crisostomo ci dice che i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe non permisero mai che si danzasse alle loro nozze, temendo di attirare su di sé le maledizioni del cielo. Ma non ho bisogno di andare a cercare altre prove. Siate sinceri. Ditemi schiettamente; non è vero che non vorreste morire tornati dal ballo? Senza dubbio, perché  non sareste pronti a comparire davanti al tribunale di Dio. Ditemi, perché non vorreste morire in questo stato, e perché non mancate di confessarvene? È dunque vero; voi stessi sentite che fate male; altrimenti non avreste bisogno di accusarvene e non temereste di comparire davanti a Gesù Cristo. Ascoltate ciò che ci dice S. Carlo Borromeo parlando del ballo: al suo tempo si condannava a tre anni di pubblica penitenza una persona che andava al ballo e, se continuava, la si minacciava di scomunica. Ma non andiamo più avanti, F. M.: la morte vi proverà ciò che dico oggi, ma allora per molti sarà troppo tardi. Bisogna essere proprio ciechi per credere che non vi sia gran male nel ballo, quando vediamo che tutte le persone desiderose di assicurarsi il cielo l’hanno lasciato ed hanno pianto di esservi andate nel tempo delle loro dissolutezze.Ma, teniamo nascosto ogni cosa fino al giorno delle vendette, dove vedremo tutto ciò più chiaramente, quando la corruzione del cuore non troverà più scusa. Dico inoltre che l’immodestia negli abiti conduce a questo vizio vergognoso. Sì, F. M., una persona che non si veste decentemente è causa di molti peccati: di sguardi maliziosi, di cattivi pensieri, di parole disoneste. Volete sapere, almeno in parte, il male di cui siete la causa? Mettetevi per un momento ai piedi del vostro crocifisso, come se foste per essere giudicati. Si può dire che le persone vestite in modo mondano sono una sorgente d’impurità, ed un veleno che dà la morte a tutti quelli che non hanno la forza di fuggirle. Vedete in esse quell’aria effeminata o piacevole, quegli sguardi penetranti, quei gesti vergognosi, che come tante saette intinte nel veleno della loro impudicizia, feriscono quasi tutti gli occhi disgraziati che li guardano. Ahimè! quanti peccati fa commettere un cuore insozzato da questo fango impuro! Ahimè! vi sono poveri cuori, che ardono di questo vizio turpe come un pugno di paglia gettata nel fuoco.Io non so se avete cominciato a farvi un’idea dell’enormità di questo peccato, e in quanti modi si può rendersene colpevoli: pregate il buon Dio, F. M., che ve lo faccia conoscere e vi faccia concepire un tale orrore, da non commetterlo mai più.

IV. — Ma, vediamo ora che cosa bisogna fare per preservarsi da questo peccato, che è così orribile agli occhi di Dio, e trascina tante povere anime nell’inferno. Per mostrarvelo in modo chiaro e semplice, non ho che da aprire ancora una volta il mio catechismo. Se domandassi ad un fanciullo quali sono i mezzi che dobbiamo usare per non cadere in questo maledetto peccato, colla solita semplicità mi risponderebbe: ve ne sono parecchi, ma i principali sono il ritiro, la preghiera, la frequenza ai Sacramenti, una grande divozione alla santissima Vergine, la fuga delle occasioni, e lo scacciare prontamente tutti i cattivi pensieri che il demonio ci presenta. Dico che bisogna amare il ritiro; non voglio dire che bisogna nascondersi in un bosco, e neppure in un monastero, ciò che del resto sarebbe una grande fortuna per voi; ma vi dico solo che bisogna fuggire la compagnia di quelle persone le quali non parlano che di cose capaci di turbarvi la fantasia, oppure non s’occupano che di affari terreni, e niente del buon Dio. Ecco, F. M., ciò che voglio dire. La domenica soprattutto, invece d’andare a trovare i vostri vicini o le vicine, prendete un libro, per esempio l’Imitazione di Cristo, o la Vita dei Santi; vedrete come essi hanno combattute le tentazioni che il demonio faceva nascere nel loro spirito; vedrete quanti sacrifici hanno fatto per piacere a Dio e per salvare le loro anime: questo vi incoraggerà. Farete come S. Ignazio che, ferito, si mise a leggere la Vita dei Santi; vedendo le lotte che essi avevano sostenuto, ed il coraggio col quale combattevano per Dio, disse tra se stesso: “E perché non farò io come hanno fatto questi santi? Non ho il medesimo Dio che m’aiuterà a combattere, lo stesso cielo da sperare, ed il medesimo inferno da temere „ Voi farete lo stesso. Sì, F. M., è necessario fuggire la compagnia delle persone che non amano Dio. Stiamo col mondo solo per necessità, quando il nostro dovere vi ci chiama. Dico altresì che se vogliamo conservare la purità della nostra anima, dobbiamo amare la preghiera. Se mi domandate perché bisogna pregare, ve lo dico subito: questa bella virtù della purità viene dal cielo, e per mezzo della preghiera dobbiamo domandarla e conservarla. È certo che una persona che non ricorre alla preghiera, non conserverà mai l’anima pura agli occhi di Dio. Colla preghiera, noi conversiamo col buon Dio, cogli Angeli e coi Santi, e con questo trattenimento celeste diventiamo necessariamente spirituali; il nostro spirito ed il nostro cuore si staccano a poco a poco dalle cose create per non considerare ed amare che le cose del cielo. Non bisogna però credere che ogni volta che si è tentati noi si offenda Iddio; il peccato sta solo nell’acconsentirvi e nel piacere che vi si prende. Fossimo tentati per otto o per quindici giorni, se il peccato ci fa orrore sarà di noi come dei fanciulli nella fornace di Babilonia, che ne uscirono più belli (Dan. III. 94). Dobbiamo subito ricorrere a Dio, dicendogli: “Dio mio, aiutatemi; sapete che senza di Voi non posso far altro che perdermi; ma, colla vostra grazia, sono sicuro di uscir vittorioso dal combattimento. Ah! santa Vergine – dobbiamo dire – non permettete che il demonio rapisca la mia anima, che ha costato tanti dolori al vostro divin Figliuolo.„ Per conservare la purità, bisogna ricorrere ai Sacramenti e riceverli colle dovute disposizioni. Sì, F. M., una persona che ha la fortuna di frequentare spesso e santamente i Sacramenti, può assai facilmente conservare questa bella virtù. Ed abbiamo una prova che i Sacramenti ci sono di grande aiuto, negli sforzi che il demonio fa per allontanarcene o per farceli profanare. Vedete, quando vogliamo accostarvici: quanti timori, agitazioni, disgusti suscita in noi il demonio. Ora ci dice che noi facciamo quasi sempre male, ora che il sacerdote non ci conosce, o che non ci facciamo conoscere abbastanza, e tante altre cose. Ma, per burlarci di lui, dobbiamo raddoppiare le cure, accostarvici più spesso, e poi nasconderci nel seno della misericordia di Dio, dicendogli: “Voi sapete, o mio Dio, che io non cerco che Voi e la salvezza della mia povera anima. „ No, F. M., non v’è nulla che ci renda tanto formidabili agli occhi del demonio quanto la frequenza dei Sacramenti: eccone la prova. Vedete S. Teresa. Il demonio per bocca d’un ossesso, confessò che questa santa gli era diventata così formidabile colla santità attinta dalle sue Comunioni, tanto che egli non poteva nemmeno respirare l’aria dove ella passava. Se ne cercate la ragione, è facile comprenderla: l’adorabile sacramento dell’Eucaristia, non è il vino che genera i vergini? (Zacc. IX). Come non esser puro ricevendo il Re della purità? Volete conservare od acquistare questa bella virtù che rende simili agli Angeli? Frequentate spesso e santamente i Sacramenti: siete sicuri che, malgrado tutti gli sforzi del demonio, avrete la grande ventura di conservare la purità della vostra anima. Se vogliamo conservar puro questo tempio dello Spirito Santo, bisogna avere una grande divozione alla Ss. Vergine, perché Ella è la Regina dei vergini. Fu Lei che per la prima, innalzò lo stendardo di questa incomparabile virtù. Vedete quanto il buon Dio la stima: non ha sdegnato di nascere da madre povera, sconosciuta dal mondo, d’avere un padre putativo povero; ma gli occorreva una madre pura e senza macchia, un padre putativo che riguardo alla purità fosse inferiore solo alla S. Vergine. S. Giovanni Damasceno ci incoraggia assai ad avere una tenera divozione verso la purità della S. Vergine; egli ci dice che tutto ciò che si domanda a Dio per la purità della santa Vergine lo si ottiene sempre. Ci dice che questa virtù è così gradita agli Angeli che essi in cielo cantano senza posa: “O Vergine dei vergini, noi vi lodiamo; Madre del bell’amore, vi benediciamo. „ S. Bernardo, il grande servo di Maria, ci dice che egli ha convertito più anime con l’Ave Maria che con tutti i suoi discorsi. Siete tentati? ci dice; chiamate in vostro aiuto Maria, e siate sicuri che non soccomberete alla tentazione (Hom. super Mìssus est, 17). Quando recitiamo l’Ave Maria, ci dice, tatto il cielo si rallegra e sussulta di gioia, e l’inferno intero freme ricordandosi che Maria è stata l’istrumento che Dio ha adoperato per incatenarlo. Perciò il gran santo ci raccomanda tanto la divozione verso la Madre di Dio, affinché Maria ci custodisca come suoi figli. Se siete i diletti di Maria, state sicuri di essere i diletti del Figliuol suo. Moltissimi santi Padri ci raccomandano di aver una grande divozione verso Maria, e di fare di quando in quando qualche Comunione in suo onore, e soprattutto in onore della sua santa purità; cosa che le è così accetta che essa non mancherà di farci sentire la sua intercessione presso il suo divin Figliuolo. – Per conservare questa angelica virtù dobbiamo combattere le tentazioni e fuggire le occasioni, come hanno fatto i Santi, che preferirono morire piuttosto che perdere questa bella virtù. Vedete ciò che fece il patriarca Giuseppe, che quando la moglie di Putifar volle sollecitarlo al male, le lasciò metà del mantello tra le mani (Gen. XXXIX, 12) . Vedete la casta Susanna che preferì di perdere la sua riputazione, quella della famiglia, e la stessa vita piuttosto che perdere questa virtù così gradita a Dio (Dan. XIII). Vedete ancora ciò che capitò a S. Martiniano che si era ritirato in un bosco per non pensare che a piacere a Dio. Una donna di cattiva vita venne da lui, fingendo di essersi smarrita nella foresta, e pregandolo di aver pietà di lei. Il Santo la ricevette nella solitudine e la lasciò sola. All’indomani, ritornato a veder che cosa ne fosse, la trovò ben vestita. Essa allora gli disse che Dio l’aveva mandata per unirsi con lui; ch’essa aveva grandi ricchezze nella città, ed egli avrebbe potuto così fare molte elemosine. Il Santo volle sapere se la cosa veniva da Dio o dal demonio; le disse di aspettare, perché tutti i giorni veniva gente a raccomandarsi alle sue orazioni, e non poteva lasciar loro fare inutilmente un lungo viaggio: e salì sulla montagna per vedere se arrivasse qualcheduno. Quando fu sulla montagna, sentì una voce: “Martiniano, Martiniano, che fai? tu ascolti la voce di satana. „ Ne fu così spaventato che ritornò nella solitudine, accese un gran fuoco, e vi si mise dentro: il dolore del peccato che era stato ad un punto di commettere, ed il dolore del fuoco gli fecero mandare lamentevoli grida. La disgraziata donna, accorsa alle grida gli domandò chi l’avesse messo in tale stato. “Ah! le rispose il santo, non posso sopportare il fuoco di questo mondo; e come potrei sopportare quello dell’inferno, se per disgrazia avessi a peccare come voi volete? „ Questo fatto colpì talmente la donna, ch’essa restò nella cella del Santo, fece penitenza per tutta la sua vita, e Martiniano andò in un altro luogo a continuare le sue austerità (Ribadeneira, 13 febbraio). – Si racconta nella vita di S. Tommaso d’Aquino (Ibid., 7 Marzo), che gli venne mandata una donna di cattiva vita per indurlo al peccato. Fu fatta entrare nella sua stanza mentre egli era assente. Appena scorse quella creatura, afferrò un tizzone acceso e la scacciò vergognosamente. Vedete ancora S. Benedetto, che per liberarsi dai cattivi pensieri, si avvoltolava tra le spine, uscendone tutto grondante di sangue. Altre volte per estinguere questo fuoco impuro s’immergeva fino al collo nell’acqua ghiacciata (Ibid., 21 Marzo). Ma io non trovo nulla nella vita dei Santi che si possa paragonare al racconto di S. Girolamo. Dal fondo del suo deserto scrive ad uno dei suoi amici, e gli racconta le lotte che sopporta, e le penitenze che esercita sul suo corpo; non si può leggerlo senza piangere di compassione: “In questa vasta solitudine resa insopportabile dai raggi del sole – dice – non nutrendomi che di un poco di pane nero e di erbe crude, dormendo sulla nuda terra, non bevendo che acqua, anche quando sono ammalato, non cesso di piangere ai piedi del mio crocifisso. Quando i miei occhi non hanno più lagrime, prendo una pietra e mi percuoto il petto fino a che il sangue mi esce dalla bocca, e ciononostante, il demonio non mi lascia tregua; bisogna aver sempre le armi in mano. „ (Lettera 22 a Eustochio, citata nella Vita dei Padri del deserto.). – Che cosa conchiuderemo, F . M., da tutto quanto ho detto? Non v’è virtù che ci renda tanto accetti a Dio, quanto la virtù della purità, e nessun vizio che tanto piaccia al demonio quanto il peccato d’impurità. Questo nemico non può tollerare che una persona consacrata a Dio, possegga questa virtù; ed è questo che deve incitarvi a non tralasciare nulla per conservarla. Perciò vegliate con cura sui vostri sguardi, sui vostri pensieri e su tutti i movimenti del vostro cuore; ricorrete frequentemente alla preghiera; fuggite le cattive compagnie, i balli, i giuochi; praticate la mortificazione; ricorrete alla Ss. Vergine; frequentate spesso i Sacramenti. Quale felicità, se saremo così fortunati da non lasciare macchiare il nostro cuore da questo maledetto peccato; poiché Gesù Cristo ci dice che solamente quelli che hanno il cuor puro vedranno Iddio. „ (Matt. V, 8). Domandiamo, F. M., ogni mattina al Signore di purificare i nostri occhi, le nostre mani, ed in generale tutti i nostri sensi affinché possiamo con confidenza comparire davanti a Gesù Cristo, che è il retaggio delle anime pure. È questa la fortuna che vi auguro.