UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: SPIRITUS PARACLITUS di S.S. BENEDETTO XV

Spiritus Paraclitus, è una delle lettere Encicliche più belle e significative di tutto il Magistero ecclesiastico. Prendendo spunto dalla esaltazione della straordinaria figura di San Girolamo, della quale si celebrava il XV centenario della morte, il Santo Padre Benedetto XV, traccia un sentiero di vera e nobile spiritualità tutta incentrata sulla Sacra Scrittura. Lunga è invero la lettera, ma si legge come … il cervo assetato in terra arida [terra arida = modernismo eretico, protestantesimo, massonismo, ateismo e paganesimo imperante ed imposto, etc.] che va alla fonte di acqua pura per dissetarsi e rivivere. Numerosi sono gli spunti di riflessione ed i rilievi dottrinali che si susseguono in sequenza strettamente logica, brillante e “vera” sotto tutti punti di vista. Assoluta è la considerazione della Santa Scrittura in ogni sua asserzione ed in ogni ambito anche laddove, da un certo periodo [cioè dal rinascimento del paganesimo] da empi e falsissimi pretesi scienziati e sapienti, si è tentato di trovare elementi che mettessero la Bibbia in “difficoltà” o addirittura capace di errori, falsità, sviste, manipolazioni. Giusto per fare un esempio breve, guardiamo alla storia della teoria eliocentrica, rimasuglio di un culto gnostico-cabalistico ereditato da conventicole “accademiche” e che oggi, nonostante i grandi mezzi economici dispiegati [che troverebbero migliore impiego nel sollevare gli indigenti], viene messa in ridicolo e sbeffeggiata pure da un bambino dalle normali facoltà mentali, capace di fare due semplici operazioni aritmetiche, con una buona vista, armato semplicemente di un banale cannocchiale [ognuno può vedere una terra ed un mare perfettamente piatti, soppiantando la teoria delle “palle che girano” – sembra di rivivere la favola del Re nudo!]. Quindi il Santo Padre, ricordando i decreti tridentini, e la “Providentissimus Deus” di Leone XIII, ci rafferma nella convinzione che unica guida di Verità per l’essere umano è solo la Sacra Scrittura, rettamente interpretata dalla Chiesa Cattolica Romana [e San Girolamo è appunto uno dei Padri Occidentali della Chiesa], e dal Magistero della stessa garantito dall’infallibilità del Sommo Pontefice [quello vero, naturalmente!]. Inutile dilungarsi oltre, è tutto contenuto mirabilmente nella lettera. Leggiamo e fissiamo indelebilmente nella mente: Spiritus Paraclitus cum genus humanum, ut arcanis divinitatis …

S. S. Benedetto XV

“Spiritus Paraclitus”

Lettera Enciclica

Lo Spirito Santo, che diede al genere umano, per iniziarlo ai misteri della divinità, il tesoro delle Lettere Sante, ha con immensa provvidenza fatto sorgere nel corso dei secoli numerosi esegeti, notevoli per santità e per dottrina, i quali, non contenti di non lasciare infecondo questo Celeste tesoro (Conc. Trid., s. V. decr. di riforma, c. I), dovevano far ampiamente gustare attraverso i loro studi e le loro opere, ai fedeli cristiani, “la consolazione delle Scritture“. – E’ universalmente riconosciuto l’eccelso posto tenuto da San Gerolamo, nel quale la Chiesa Cattolica riconosce e venera il più gran Dottore di cui il Cielo le abbia fatto dono per l’interpretazione delle Sacre Scritture. – Invero, poiché fra pochi giorni dobbiamo commemorare il quindicesimo centenario della sua morte, Noi non vogliamo, Venerabili Fratelli, lasciar passare un’occasione così favorevole per intrattenervi a bell’agio sulla gloria che San Gerolamo ha acquistata e sui servizi che egli ha reso con la sua sapienza nelle Sacre Scritture. – La coscienza del Nostro ufficio Apostolico e il desiderio di dare incremento allo studio nobilissimo delle Scritture, Ci incitano da un lato a proporre come esempio da imitarsi questo grande genio, e dall’altro a confermare con la Nostra Apostolica autorità ed a meglio adattare ai tempi che oggi la Chiesa attraversa le preziosissime direttive e le prescrizioni date in questa materia dai Nostri Predecessori di santa memoria: Leone XIII e Pio X. Infatti San Gerolamo, “spirito grandemente impregnato di senso cattolico e molto versato nella conoscenza della legge santa(Sulp. Sev., Dial., 1, 7), maestro dei cristiani” (Cass., De inc. VII, 26), “modello di virtù e luce del mondo intero” (San Prospero, Carmen de ingratis, V, 57), ha esposto meravigliosamente e validamente difeso la dottrina cattolica intorno ai Libri Santi; e a questo proposito Ci fornisce un insieme di insegnamenti di altissimo valore, di cui Noi Ci valiamo per esortare tutti i figli della Chiesa, e specialmente i membri del clero, al rispetto, alla lettura devota e all’assidua meditazione delle Scritture Divine. Come sapete, Venerabili Fratelli, San Gerolamo, nato a Stridone, città “un tempo di confine tra la Dalmazia e la Pannonia”, (De viris ill., 135), allevato fin dalla più tenera infanzia al Cattolicesimo (Ep. LXXX, 11, 2), dopo che col Battesimo ebbe preso qui in Roma stessa l’abito di Cristo (Ep. XV, 1, 1; XVI, 11, 1), fino alla fine della sua lunghissima vita consacrò tutte le sue forze allo studio, alla esplicazione e alla difesa dei Libri Sacri. – Istruitosi in lettere latine e greche, appena uscito dalla scuola dei rètori, ancora adolescente, si sforzava di commentare il profeta Abdia; questo Saggio “della sua prima gioventù” (Abd. praef.) fece crescere a tal punto il suo amore per le Scritture, che, seguendo la parabola del Vangelo, egli decise di dover sacrificare al tesoro che aveva scoperto “tutti i vantaggi di questo mondo” (Matth. XIII, 44). – Perciò, sfidando tutte le difficoltà di una simile decisione, abbandonò la sua casa, i genitori, la sorella, i parenti, rinunziò all’abitudine di una lauta mensa e partì per i luoghi santi dell’Oriente, allo scopo di procurarsi con maggior. abbondanza le ricchezze di Cristo e la conoscenza del Salvatore, con la lettura e lo studio dei Libri Santi (Ep. XXII, XXX, 1). Più volte egli stesso ci descrive come si sia dedicato a questa impresa, senza risparmiare fatica: “Una meravigliosa sete di sapere mi spingeva ad istruirmi e non fui affatto, come alcuni pensano, il maestro di me stesso. Ad Antiochia ascoltai spesso le lezioni di Apollinare di Laodicea (1), che frequentavo; ma benché fossi suo discepolo nelle Sacre Scritture, non ho però mai adottato il suo dogmatismo ostinato in materia di senso” (Ep. LXXXIV, 111, 1). – San Gerolamo dalla Palestina si ritirò nel deserto della Calcide, in Siria; e al fine di penetrare più profondamente il senso della parola divina e per frenare nello stesso tempo, con accanito travaglio, gli ardori della giovinezza, si mise alla scuola di un ebreo convertito, dal quale ebbe anche modo di apprendere la lingua ebraica e quella caldea.

“Quali pene tutto ciò mi sia costato, quali difficoltà abbia dovuto vincere, quali scoraggiamenti soffrire, quante volte abbia abbandonato questo studio, per poi riprenderlo più tardi, stimolato dalla mia passione per la scienza, io solo, che l’ho provato, potrei dirlo, e con me coloro che mi vivevano accanto. E benedico Iddio per i dolci frutti che mi ha arrecati l’amaro seme dello studio delle lingue” (Ep. CXXV, 12). – San Gerolamo, fuggendo le bande di eretici che venivano a turbarlo perfino nella solitudine del deserto, si recò a Costantinopoli. Il Vescovo di questa città era allora San Gregorio il Teologo (2) celebre per la fama e la gloria universali della sua scienza. Gerolamo lo prese per quasi tre anni a guida e a maestro nell’interpretazione delle Sacre Lettere. In quest’epoca egli tradusse in latino le Omelie di Origene sui Profeti e la Cronaca di Eusebio (3) e commentò la visione dei Serafini in Isaia (4). – Ritornato a Roma, per le difficoltà che la Cristianità attraversava, vi fu accolto paternamente dal Papa Damaso (5), che egli assistette nel governo della Chiesa (Ep. CXXIII, IX, al., 10; Ep. CXXVII, VII, 1). Sebbene assorbito in ogni senso dalle preoccupazioni di questa carica, tuttavia mai trascurò sia di dedicarsi ai Libri Santi (Ep. CXXVII, VII, 1 e segg.) e di trascrivere e di esaminare i codici (Ep. XXXVI, 2; Ep. XXXII, 1), sia di risolvere le difficoltà che gli venivano sottoposte e di iniziare i discepoli d’ambo i sessi alla conoscenza delle Scritture (Ep. XLV, 2; CXXVI, 3; CXXVII, 7). – Il Papa gli aveva affidato l’importantissimo compito di rivedere la versione latina del Nuovo Testamento: egli rivelò in quest’impresa una tale penetrazione e una tale finezza di giudizio, che la sua opera è sempre più stimata e ammirata dagli stessi esegeti moderni. Ma tutti i suoi pensieri, tutti i suoi desideri l’attiravano verso i luoghi della Palestina. Fu così che, alla morte di Damaso, Gerolamo si ritirò a Betlemme; ivi, fondato un monastero presso la culla di Gesù, si consacrò tutto a Dio, dedicando tutto il tempo che la preghiera gli lasciava libero allo studio e all’insegnamento delle Scritture. – “Già – così egli ci riferisce – il mio capo s’incanutiva e avevo ormai l’aspetto più di un maestro che di un discepolo; ciò nonostante mi recai ad Alessandria e mi misi alla scuola di Didimo (6). Molto a lui io devo: mi insegnò quello che ignoravo, e ciò che già sapevo mi rivelò sotto diversa forma. Sembrava che non avessi più nulla da imparare, e ora, a Gerusalemme e a Betlemme, a prezzo di quali fatiche e di quali sforzi ho io seguito ancora durante la notte le lezioni di Baranina! Egli temeva gli Ebrei e mi faceva l’effetto di un secondo Niccodemo” (Ep. LXXXIV, 111, 1 e segg.). – Lungi dall’accontentarsi delle lezioni e dell’autorità di quei maestri – e non solo di questi – egli si valse, per raggiungere nuovi progressi, di fonti di documentazione d’ogni genere: dopo di essersi procurato fin dall’inizio i migliori manoscritti e commentari delle Scritture, studiò i libri delle sinagoghe e le opere della biblioteca di Cesarea, fondata da Origene e da Eusebio; il confronto di questi testi con quelli che già possedeva, doveva metterlo in grado di fissare la forma autentica e il vero senso del testo biblico. – Per meglio raggiungere il suo scopo, visitò la Palestina in tutta la sua estensione, fermamente convinto del vantaggio che ne avrebbe tratto, come faceva notare nella sua lettera a Domnione e a Rogaziano: “La Sacra Scrittura sarà molto più penetrabile per colui che ha visto con i suoi occhi la Giudea, che ha ritrovato i resti delle antiche città, ed appreso i nomi rimasti identici o trasformatisi delle varie località. Questo è il pensiero che ci guidava quando ci siamo imposta la fatica di percorrere, insieme ai più grandi eruditi ebrei, la regione il cui nome risuona in tutte le chiese di Cristo” (Ad Domnionem et Rogatianum in I. Paral. Prefaz.). Ecco dunque San Gerolamo nutrire senza posa il suo spirito di questa manna Celeste, commentare le Lettere di San Paolo, correggere, secondo i testi greci, i codici latini dell’Antico Testamento, tradurre di nuovo in latino dall’originale ebraico quasi tutti i Libri Sacri, spiegare ogni giorno le Sacre Scritture ai fedeli insieme riuniti, rispondere alle lettere che da ogni parte gli giungevano per sottoporgli difficoltà esegetiche da risolvere, confutare vigorosamente i detrattori dell’unità e della fede cattolica, e – tanto grande era l’energia che gli infondeva l’amore per le Scritture – non smettere dallo scrivere e dal dettare, finché la morte non ebbe irrigidito la sua mano e spento la sua voce. – Così, non risparmiando né fatiche, né veglie, né spese, mai, fino all’estrema vecchiaia, cessò di meditare giorno e notte, presso il Santo Presepio, sulla legge del Signore, rendendo maggiori servigi al nome cattolico, dal fondo della sua solitudine, con l’esempio della sua vita e con i suoi scritti, di quelli che avrebbe potuto rendere se fosse vissuto a Roma, centro del mondo. – Dopo questo rapido esame della vita e delle opere di San Gerolamo, vediamo ora, Venerabili Fratelli, quale fu il suo insegnamento sulla dignità divina e l’assoluta veracità delle Sacre Scritture. A questo proposito, si analizzino gli scritti del grande Dottore: non v’è pagina in cui non sia reso evidente come egli abbia fermamente e invariabilmente affermato, in armonia con l’intera Chiesa Cattolica, che i Libri Santi sono stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, che autore di essi va ritenuto Dio stesso e che come tali la Chiesa li ha ricevuti (Conc. Vat. I. III, Const. de fide cath. cap. II). I Libri della Santa Scrittura – egli afferma sono stati composti sotto l’ispirazione o la suggestione o anche la diretta dettatura dello Spirito Santo; ed è per di più questo stesso Spirito che li ha composti e divulgati. D’altronde però San Gerolamo non dubita minimamente che ogni autore di questi libri abbia secondo la propria possibilità e il proprio genio, dato libero contributo all’ispirazione divina. Non solo dunque egli afferma senza riserve l’elemento comune a tutti gli scrittori di cose sacre – sarebbe a dire il fatto che la loro penna è guidata dallo Spirito divino, a tal punto che Dio stesso deve essere considerato causa principe e determinante di ogni espressione della Scrittura – ma anche distingue accuratamente e pone in rilievo ciò che in un singolo scrittore vi è particolarmente caratteristico. Sotto diversi punti di vista, secondo cioè l’ordinamento del materiale, secondo l’uso dei vocaboli, la qualità e la forma dello stile, egli dimostra. come ciascuno abbia messo a profitto le proprie facoltà e le proprie capacità personali; giunge in tal modo a fissare e a ben delineare il carattere singolo, le impronte, per così dire, e la fisionomia di ogni autore, soprattutto riguardo ai Profeti e all’Apostolo San Paolo. Per meglio porre in rilievo questa collaborazione di Dio e dell’uomo alla stessa opera, San Gerolamo adduce l’esempio dell’operaio, che si serve, nella costruzione di un oggetto qualsiasi, di uno strumento o di un utensile; infatti tutto quello che gli scrittori sacri dicono “altro non è che la parola stessa di Dio e non la loro parola, e parlando per mezzo della loro bocca, Dio volle servirsi come d’uno strumento (Tract. de Ps., LXXXVIII). – Se noi cerchiamo inoltre di comprendere come bisogna interpretare questa influenza di Dio sullo scrittore di sacri argomenti e l’azione che Egli come causa principale esercitò, noi vedremo che l’opinione di San Gerolamo è in perfetta armonia con la dottrina comune della Chiesa Cattolica: Dio – egli afferma – con un dono della Sua grazia illumina lo spirito dello scrittore, riguardo alla verità che questo deve trasmettere agli uomini “per ordine divino“. Egli suscita in lui la volontà e lo costringe a scrivere; gli conferisce un’assistenza speciale fino al compimento del libro. E’ principalmente su questo punto del concorso divino, che il nostro Santo fonda l’eccellenza e la dignità incomparabili delle Scritture, la cui scienza paragona al “tesoro prezioso (Matth. XIII, 44; Tract. de Ps. LXXII) e alla “splendida perla(Matth. XIII, 45 e segg.) e in cui assicura si trovano “le ricchezze di Cristo” (Quaest. in Gen., Prefaz.) e “l’argento che orna la casa di Dio” (Agg. II, 1 e segg.; cfr. Gal. 11, 10 ecc.). – Proclamava eloquentemente, sia con le parole che con i fatti, l’autorità sovrana della Scrittura. Non appena si sollevava una controversia, egli ricorreva alla Bibbia come alla più autorevole fonte per dedurne testimonianze, argomenti molto saldi e assolutamente inconfutabili al fine di dimostrare apertamente gli errori degli avversari. – Così San Gerolamo rispose, con massima schiettezza e semplicità, a Elvidio (7), che negava la perpetua verginità della Madre di Dio: Se ammettiamo tutto ciò che dice la Scrittura, neghiamo logicamente ciò che essa non dice. Noi crediamo che Dio sia nato da una vergine, appunto perché lo leggiamo nella Scrittura; e neghiamo che Maria non sia rimasta vergine dopo il parto, perché la Scrittura non lo riporta assolutamente (Adv. Helv., 19). Si ripromette, servendosi di queste stesse armi, di difendere con la massima vigoria, contro Gioviniano (8), la dottrina cattolica sullo stato di verginità di Maria, sulla perseveranza, l’astinenza e il merito delle buone opere: “Io farò ogni sforzo per opporre, a ciascuna delle sue asserzioni, i testi delle Scritture: eviterò così che egli vada ovunque lamentandosi che io l’ho vinto più con la mia eloquenza che con la forza della verità” (Adv. Iovin., 1, 4). – Nella difesa delle sue opere contro lo stesso eretico, aggiunge: “Sembrerebbe che l’abbiano supplicato di cedere davanti a me, mentre egli non s’è lasciato prendere che a malincuore, dibattendosi nei lacci della verità (Ep. XLIX, al. XLVIII, 14, 1). – Sull’insieme della Sacra Scrittura, leggiamo ancora nel suo commentario su Geremia, che la morte gli impedì di condurre a termine: “Non bisogna seguire l’errore dei genitori né quello degli antenati, bensì l’autorità delle Scritture e la volontà di Dio maestro” (Ier. IX, 12 e segg.). Ecco come descrive a Fabiola il metodo e l’arte per combattere il nemico: “Una volta che sarai erudito nelle Sacre Scritture, armato delle loro leggi e delle loro testimonianze, che sono i vincoli della verità, tu andrai contro i tuoi nemici, li domerai, li incatenerai e li riporterai prigionieri; e di questi avversari e prigionieri di ieri, tu farai tanti figli di Dio (Ep. LXXVIII, XXX, al. 78, mansio). – Per altro San Gerolamo insegna che l’ispirazione divina dei Libri Santi e la loro sovrana autorità comportano, quale conseguenza necessaria, l’immunità e l’assenza di ogni errore e di ogni inganno: tale principio egli aveva appreso nelle più celebri scuole d’Occidente e d’Oriente, come tramandato dai Padri e accettato dall’opinione comune. – E invero, dopo che egli ebbe intrapreso, per ordine del Papa Damaso, la revisione del Nuovo Testamento, alcuni “spiriti meschini gli rimproverarono amaramente di aver tentato “contro l’autorità degli antichi e l’opinione di tutto il mondo, di fare alcuni ritocchi ai Vangeli”; San Gerolamo si accontentò di rispondere che non era abbastanza semplice di spirito, né così estremamente ingenuo, per pensare che la più piccola parte delle parole del Signore avesse bisogno d’essere corretta, o per ritenere che non fosse divinamente ispirata (Ep. XXVII, 1, 1 e segg.). Nel commento alla prima visione dì Ezechiele intorno ai quattro Evangeli, fa notare: “Non troverà strani tutto quel corpo e quei dorsi disseminati d’occhi, chi si è reso conto come dal più piccolo particolare del Vangelo si sprigiona una luce che illumina col suo raggio il mondo intero: ed anche la cosa che è apparentemente la più trascurabile brilla di tutto il maestoso splendore dello Spirito Santo (Ex. I, 15 e segg.). Ora, questo privilegio, che egli qui rivendica per il Vangelo, lo reclama poi in ognuno dei suoi commentari per tutte le altre “parole del Signore, e ne fa la legge e la base dell’interpretazione cattolica; questo è d’altra parte il criterio di cui San Gerolamo si vale per distinguere il vero profeta dal falso (Mich. II, II e segg.; III, 5 e segg.). Poiché: “la parola del Signore è verità, e per Lui dire significa realizzare” (Mich. IV, 1 e segg.). Pertanto “la Scrittura non può mentire” (Ier. XXXI, 35 e segg.) e non è permesso accusarla di menzogna (Nah. 1, 9) e neppure ammettere nelle sue parole anche un solo errore di nome (Ep. LVII, VII, 4). Del resto, il Santo Dottore aggiunge che egli “non pone sullo stesso piano gli Apostoli e gli altri scrittori, cioè gli autori profani; “quelli dicono sempre la verità, mentre questi, come capita agli uomini, si ingannano su alcuni punti” (Ep. LXXXII, VII, 2); molte affermazioni della Scrittura, che a prima vista possono sembrare incredibili, sono tuttavia vere (Ep. LXXII, II, 2), e in questa “parola dì verità” non è possibile scoprire nessuna contraddizione, nessuna discordanza, nessuna incompatibilità (Ep. XVIII, VII, 4; cfr. Ep. XLVI, VI, 2); per conseguenza “se la Scrittura contenesse due dati che sembrassero escludersi, entrambi” resterebbero “veri, quantunque diversi” (Ep. XXXVI, XI, 2). – Sempre fedele a questo principio, se gli capitava di incontrare nei Libri Sacri apparenti contraddizioni, San Gerolamo concentrava tutte le sue cure e tutti gli sforzi del suo spirito per risolvere la difficoltà; e se giudicava la soluzione ancora poco soddisfacente, riprendeva, non appena si presentasse l’occasione, senza perdere coraggio, l’esame del problema, anche se talora non giungeva a risolverlo completamente. – Mai tuttavia egli incolpò gli scrittori sacri della minima falsità: “Lascio fare ciò agli empi, come Celso, Porfirio, Giuliano(Ep. LVII, IX, 1). In ciò era perfettamente d’accordo con Sant’Agostino: questi – leggiamo in una delle sue lettere allo stesso San Gerolamo – aveva per i Libri Sacri una venerazione così piena di rispetto, da credere molto fermamente che nessun errore fosse sfuggito alla penna di uno solo di tali autori; perciò, se incontrava nelle Lettere Sante un punto che sembrava in contrasto con la verità, lungi dal credere ad una menzogna, ne attribuiva la colpa a un’alterazione del manoscritto, a un errore di traduzione, o a una totale inintelligenza da parte sua. Al che aggiungeva: “Io so, fratello, che tu non pensi diversamente: voglio dire che non m’immagino affatto che tu desideri vedere le tue opere, lette nella stessa disposizione di spirito in cui vengono lette le opere dei Profeti e degli Apostoli; dubitare che esse siano prive di ogni errore, sarebbe un delitto (Sant’Ag. a San Gerol., tra le lettere di San Gerol. CXVI, 3). – Questa dottrina formulata da San Gerolamo conferma dunque splendidamente e nello stesso tempo spiega la dichiarazione del Nostro Predecessore di santa memoria, Leone XIII, in cui era precisata la credenza antica e costante della Chiesa sulla perfetta immunità che mette la Scrittura al riparo d’ogni errore: “E’ tanto assurdo che l’ispirazione divina incorra il pericolo di errare, che non solo il minimo errore ne è essenzialmente escluso, ma anche che questa esclusione e questa impossibilità sono tanto necessarie, quanto è necessario che Dio, sovrana verità, non sia l’autore di alcun errore, anche il più lieve“. – Dopo aver riferito le conclusioni dei Concili di Firenze e di Trento, confermate dal Sinodo in Vaticano, Leone XIII prosegue: “La questione assolutamente non cambia per il fatto che lo Spirito Santo s’è servito di uomini come di strumenti per scrivere, come se qualche errore avesse potuto sfuggire non certo all’autore principale, ma agli scrittori che da Lui erano ispirati. Poiché Egli stesso li ha con la sua azione soprannaturale eccitati e spinti lino a che si ponessero a scrivere; li ha poi assistiti nel corso della loro opera a tal punto che essi pensavano secondo assoluta giustizia, volevano riportare fedelmente e perfettamente esprimevano, con esattezza infallibile, tutto quello che Egli ordinava loro di scrivere, e solo questo riportavano: diversamente non potrebbe essere lo Spirito Santo l’autore di tutta la Sacra Scrittura” (Lett. Encicl. Providentissimus Deus). Queste parole del Nostro Predecessore non lasciavano adito ad alcun dubbio, né ad alcuna esitazione. Ma, ahimè!, Venerabili Fratelli, non mancarono tuttavia, non solo fra gli estranei, ma anche tra i figli della Chiesa Cattolica e – strazio ancor più grande per il Nostro cuore – perfino fra il clero e i maestri delle Scienze sacre, spiriti che con fiducia orgogliosa nel proprio criterio di giudizio, – apertamente rifiutarono o attaccarono subdolamente su questo punto il magistero della Chiesa. Certamente noi approviamo l’intenzione di coloro che, desiderosi per sé e per gli altri di liberare il Testo Sacro dalle sue difficoltà, ricercano, con l’appoggio di tutti i dati della scienza e della critica, nuovi modi e nuovi metodi per risolverle; ma essi falliranno miseramente nella loro impresa, se trascureranno le direttive del Nostro Predecessore e se oltrepasseranno i limiti precisi indicati dai Santi Padri. – Ora l’opinione di alcuni moderni non si preoccupa affatto di queste prescrizioni e di questi limiti: distinguendo nella Sacra Scrittura un duplice elemento, uno principale o religioso, e uno secondario o profano, essi accettano, si, il fatto che l’ispirazione si riveli in tutte le proposizioni ed anche in tutte le parole della Bibbia, ma ne restringono e ne limitano gli effetti, a partire dall’immunità dall’errore e dall’assoluta veracità, limitata al solo elemento principale o religioso. Secondo loro, Dio non si preoccupa e non insegna personalmente nella Scrittura se non ciò che riguarda la religione: il resto ha rapporto con le scienze profane e non ha altra utilità, per la dottrina rivelata, che quella di servire da involucro esteriore alla verità divina. Dio soltanto permette che esso vi sia e l’abbandona alle deboli facoltà dello scrittore. Perciò non vi è nulla di strano se la Bibbia presenta, nelle questioni fisiche, storiche e in altre di simile argomento, passaggi piuttosto frequenti che non è possibile conciliare con gli attuali progressi delle Scienze. – Alcuni sostengono che queste opinioni erronee non sono affatto in contrasto con le prescrizioni del Nostro Predecessore: non ha forse Egli dichiarato che, in materia di fenomeni naturali, l’autore sacro ha parlato secondo le apparenze esteriori, suscettibili quindi d’inganno? Quanto questa affermazione sia temeraria e menzognera, lo provano manifestamente i termini stessi del documento Pontificio. – L’apparenza esteriore delle cose – ha dichiarato molto saggiamente Leone XIII, seguendo Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino – deve essere tenuta in una certa considerazione; ma questo principio non può suscitare il minimo sospetto di errore nella Sacra Scrittura: poiché la sana filosofia asserisce come cosa sicura che i sensi, nella percezione immediata delle cose, oggetto vero di conoscenza, non si ingannano affatto. Inoltre il Nostro Predecessore, dopo aver negato ogni distinzione e ogni possibilità di equivoco tra quello che è l’elemento principale è l’elemento secondario, dimostra chiaramente il gravissimo errore di coloro i quali ritengono che “per giudicare della verità delle proposizioni bisogna senza dubbio ricercare ciò che Dio ha detto, ma più ancora valutare il motivo che lo ha indotto a parlare“. Leone XIII precisa ancora che l’ispirazione divina è presente in tutte le parti della Bibbia, senza selezione né distinzione alcuna, e che è impossibile che anche il minimo errore si sia introdotto nel testo ispirato: “Sarebbe un errore molto grave restringere l’ispirazione divina solo a determinate parti della Sacra Scrittura, o ammettere che l’autore sacro stesso abbia potuto ingannarsi“. – E non sono meno discordi dalla dottrina della Chiesa, confermata dall’autorità di San Gerolamo e degli altri Padri, quelli che ritengono che le parti storiche delle Scritture si appoggiano non sulla verità “assoluta” dei fatti, ma soltanto sulla loro “verità relativa“, come essi la chiamano, e sul modo volgarmente comune di pensare. Per sostenere questa teoria, essi non temono di richiamarsi alle stesse parole del Papa Leone XIII, il quale avrebbe affermato che i principi ammessi in materia di fenomeni naturali possono essere portati in campo storico. Come nell’ordine fisico gli scrittori sacri hanno parlato seguendo le apparenze, cosi – essi pretendono – quando si trattava di riportare avvenimenti non perfettamente noti, li hanno riferiti come apparivano fissati secondo l’opinione comune del popolo o le relazioni inesatte di altri testimoni; inoltre essi non hanno citato le fonti delle loro informazioni, e non hanno garantito personalmente le narrazioni attinte da altri autori. – A che confutare più a lungo una teoria veramente ingiuriosa per il Nostro Predecessore e nello stesso tempo falsa e piena di errore? Quale rapporto, infatti, vi è tra i fenomeni naturali e la storia? Le scienze fisiche si occupano di oggetti che colpiscono i sensi e devono quindi concordare con i fenomeni come essi appaiono; la storia invece, narrazione di fatti, deve – ed è questa la sua legge principale – coincidere con questi fatti, come realmente si sono verificati. Se si accettasse la teoria di costoro, come sarebbe possibile conservare alla narrazione sacra quella verità, immune da ogni falsità, che come il Nostro Predecessore dichiara in tutto il contesto della sua Enciclica, non si deve affatto menomare? – Che anzi, quando egli afferma che v’è interesse a trasportare nella storia e nelle scienze affini i principi che valgono per le scienze fisiche, non intende stabilire una legge generale e assoluta, ma indicare semplicemente un metodo uniforme da seguire, per confutare le obiezioni fallaci degli avversari e difendere contro i loro attacchi la verità storica della Sacra Scrittura. – Se almeno i partigiani di queste teorie si fermassero a ciò! Ma non giungono invece fino al punto d’invocare il Dottore dalmata per difendere la loro opinione? San Gerolamo, a credere in loro, avrebbe dichiarato che bisogna mantenere l’esattezza e l’ordine dei fatti storici nella Bibbia “prendendo per regola non la realtà obiettiva ma l’opinione dei contemporanei“, che, veniva cosi a costituire la vera legge della storia (Ier. XXIII, 15 e segg.; Matth. XIV, 8; Adv. Helv. 4). – Come sono abili a trasformare in loro favore le parole di San Gerolamo! Ma non è possibile avere dubbi sul suo esatto pensiero: egli non afferma che nell’esposizione dei fatti lo scrittore sacro si appropria di una falsa credenza popolare a proposito di dati che ignora, ma dice soltanto che nella designazione delle persone e degli oggetti egli usa il linguaggio corrente. Cosi quando uno scrittore chiama San Giuseppe padre di Gesù, indica chiaramente in tutto il corso della sua narrazione come intenda questo nome di padre. – Secondo San Gerolamo, “la vera legge della storia” richiede che nell’impiego delle denominazioni lo scrittore si attenga, dopo aver eliminato ogni pericolo d’errore, al modo generale d’esprimersi; poiché l’uso è l’arbitro e il regolatore del linguaggio. E che? Forse che il nostro Dottore non pone sullo stesso piano i fatti riportati dalla Bibbia e i dogmi nei quali è necessario credere, se si vuol raggiungere la salvezza eterna? Ecco infatti ciò che leggiamo nel suo commentario sull’Epistola a Filemone: “In quanto a me, ecco ciò che penso: uno crede in Dio Creatore: ciò non gli sarebbe possibile se non credesse alla verità di tutto quello che Scrittura riporta riguardo ai suoi Santi“. E compila una lunghissima serie di citazioni tratte dall’Antico Testamento, concludendo: “Chiunque rifiuti di prestar fede a tutti questi fatti e a tutti gli altri, senza eccezione alcuna, riguardanti i Santi, non potrà credere al Dio dei Santi” (Philem. 4). – San Gerolamo si trova quindi in perfetto accordo con Sant’Agostino, il quale, interprete del sentimento comune di tutta l’antichità, così scriveva: “Noi crediamo tutto ciò che la Sacra Scrittura, posta al supremo culmine dell’autorità dalle testimonianze sicure e venerabili della verità, ci attesta riguardo ad Enoch, ad Elia e a Mosè… Così, se noi crediamo che il Verbo è nato dalla Vergine Maria, non è per il fatto che Egli non avrebbe potuto trovare altro mezzo per assumere una forma realmente incarnata, e per manifestarsi agli uomini (come pretendeva sostenere Fausto), ma perché così è detto in quella Scrittura, alla quale dobbiamo prestar fede, se vogliamo rimanere cristiani e salvarci” (San Aug. Contra Faustum, XXVI, 3 e segg., 6 e segg.). Vi è poi un altro gruppo di denigratori della Sacra Scrittura: intendiamo parlare di coloro che, abusando di certi principi, giusti del resto se si trattengono entro determinati limiti, giungono a distruggere la base della veridicità delle Scritture, e a denigrare la dottrina cattolica trasmessa dai Padri. – Se ancora vivesse, certamente San Gerolamo lancerebbe acuminati strali contro questi imprudenti che, disprezzando il sentimento e il giudizio della Chiesa, ricorrono con troppa facilità a quel sistema da essi definito “delle citazioni implicite” o delle narrazioni che sono storiche soltanto apparentemente; i quali pretendono di scoprire nei Libri Sacri procedimenti letterari inconciliabili con l’assoluta e perfetta veracità della parola divina, e professano sull’origine della Bibbia un’opinione che tende unicamente a scuoterne l’autorità o addirittura ad annullarla. E che pensare di coloro che, nella interpretazione del Vangelo, ne attaccano l’autorità, sia umana che divina, diminuendo quella e distruggendo questa? Delle parole, delle opere di Nostro Signor Gesù Cristo, nulla ci è pervenuto, secondo costoro, nella sua integrità e senza alterazioni, malgrado le testimonianze di coloro che hanno riportato con religiosa cura ciò che avevano visto ed udito; essi non vi vedono – soprattutto per ciò che concerne il IV Vangelo – che una compilazione costituita da un lato dalle aggiunte considerevoli dovute all’immaginazione degli Evangelisti, e dall’altro dal racconto di fedeli di altra epoca; queste correnti perciò, sgorganti da dubbia fonte, hanno oggi cosi ben confuse le acque nello stesso letto, che non è possibile assolutamente avere un criterio sicuro per distinguerle. . – Non è così che Gerolamo, Agostino e gli altri Dottori della Chiesa hanno compreso il valore storico dei Vangeli, nei quali: “Chi ha visto ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera. Ed egli sa di dire il vero, affinché anche voi lo crediate” (Ioan. XIX, 35); San Gerolamo, dopo aver rimproverato agli eretici, autori di Vangeli apocrifi, di “aver tentato più di ordinare la narrazione che di stabilire la verità(Matth. Prol.) aggiunge al contrario, a proposito dei Libri Canonici: “Nessuno ha il diritto di mettere in dubbio la realtà di quello che è scritto” (Ep. LXXVIII, 1, 1; cfr. Marc. 1, 13-31). Su questo punto è nuovamente d’accordo con Sant’Agostino, il quale in modo eccellente diceva, a proposito del Vangelo: “Queste cose vere sono state scritte con tutta fedeltà e veridicità a suo riguardo, affinché chiunque crede nel suo Vangelo, sia nutrito di verità, e non sia ingannato da menzogne (San Aug., C. Faustum, XXVI, 8). – Vedete quindi, Venerabili Fratelli, con quale ardore dovete consigliare ai figli della Chiesa di fuggire questa folle libertà d’opinione, con la stessa cura che avevano i Padri. Le vostre esortazioni saranno più facilmente ascoltate se convincerete il clero e i fedeli, affidati alla vostra custodia dallo Spirito Santo, che San Gerolamo e gli altri Padri della Chiesa hanno attinto questa dottrina riguardante i Libri Sacri alla scuola stessa del Divin Maestro Gesù Cristo. Infatti, leggiamo noi forse che Nostro Signore abbia avuto una diversa concezione della Scrittura? – Le parole: “E’ scritto“, e “Bisogna che la Scrittura s’avveri” sono sulle Sue labbra un argomento senza eccezioni, tale da escludere ogni possibile controversia. – Ma insistiamo con maggior agio su questa questione. Chi non sa e non ricorda come nei Suoi discorsi al popolo, sia sulla montagna prossima al lago di Genezareth, sia nella sinagoga di Nazareth e nella Sua città di Cafarnao, Gesù Nostro Signore traeva i punti principali e le prove della Sua dottrina dal testo sacro? Non è da esso che Egli attingeva armi invincibili per le discussioni con i Farisei e i Sadducei? Sia che insegni o discuta, Egli riporta affermazioni ed esempi tolti da ogni parte della Scrittura; così, ad esempio, si riferisce indistintamente a Giona, agli abitanti di Ninive, alla regina di Saba e a Salomone, a Elia e ad Eliseo, a Davide, a Noè, a Loth, agli abitanti di Sodoma e alla moglie stessa di Loth (Matth. XII, 3, 39-47; Luc. XVII, 26-29, 32, ecc.). Egli rende una grande testimonianza alla verità dei Santi Padri con la solenne dichiarazione: “Non passerà un solo iota o un solo tratto della legge, finché tutto non sia adempiuto(Matth. V, 18); e ancora: “La Scrittura non può essere annullata” (Ioan. X, 35); perciò: “Colui che avrà violato anche il più lieve di questi comandamenti e insegnato agli uomini a fare altrettanto, sarà il più trascurabile per il regno dei Cieli” (Matth. V, 19). Prima di raggiungere il Padre Suo in Cielo, Egli volle donare questa dottrina agli Apostoli, che ben presto doveva abbandonare sulla terra: “Aprì loro gli spiriti, affinché comprendessero le Scritture, dicendo: così è scritto, e così bisognava che Cristo soffrisse e che risuscitasse da morte il terzo giorno” (Luc. XXIV, 45 e segg.). – La dottrina di San Gerolamo sull’eccellenza e la verità della Scrittura è dunque, per esprimerCi brevemente, la dottrina di Cristo stesso. Perciò Noi esortiamo vivissimamente tutti i figli della Chiesa, e in particolar modo coloro che insegnano la Sacra Scrittura agli studenti ecclesiastici, a seguire senza posa la via tracciata dal Dottore di Stridone; ne risulterà certamente che essi avranno per le Scritture la sua stessa profonda stima, e che il possesso di questo tesoro procurerà loro godimenti sublimi. – Non solo i grandi vantaggi, che già abbiamo ricordato, verranno dal prendere il grande Dottore come guida e maestro, ma molti altri ancora ne scaturiranno e considerevoli: Ci piace, Venerabili Fratelli, ricordarveli sia pur brevemente.

Innanzi tutto, poiché prima d’ogni altro si presenta al Nostro spirito, rileviamo l’appassionato amore per la Bibbia, testimoniato in San Gerolamo da ogni atto della sua vita e dalle sue parole, tutte infervorate dallo Spirito di Dio, amore che egli ha cercato di destare sempre più nelle anime dei fedeli: “Ama la Sacra Scrittura – sembra voler dire a tutti quando si rivolge alla vergine Demetria – e la saggezza ti amerà; amala teneramente, ed essa ti custodirà; onorala e riceverai le sue carezze. Che essa sia per te come le tue collane e i tuoi orecchini” (Ep. CXXX, 20). La lettura assidua della Scrittura, lo studio profondo e diligente di ogni libro, anzi di ogni proposizione e di ogni parola, gli hanno permesso di familiarizzarsi col Testo Sacro, più di ogni altro scrittore dell’antichità ecclesiastica. – Se la Versione Vulgata, compilata dal Nostro Dottore, lascia, secondo il parere di tutti i critici imparziali, molto dietro di sé le altre versioni antiche, perché si giudica essa renda l’originale con maggior esattezza ed eleganza, ciò è dovuto alla conoscenza che San Gerolamo aveva della Bibbia, conoscenza unita in lui ad uno spirito di fine sensibilità. Questa Versione Vulgata, che il Concilio di Trento ha deciso di considerare autentica e di seguire nell’insegnamento e nella liturgia, “essendo consacrata dal lungo uso che ne ha fatto, la Chiesa per tanti secoli“, è Nostro vivo desiderio vedere corretta e resa alla sua purezza primitiva, secondo l’antico testo dei manoscritti, se Dio nella sua infinita bontà vorrà concederCi vita sufficiente; compito arduo e grandissimo, affidato, con felice decisione, ai Benedettini dal Nostro Predecessore Pio X di santa memoria, che costituisce, Noi ne siamo sicuri, nuove fonti autorevoli per la comprensione delle Scritture. Questo amore di San Gerolamo per la Sacra Scrittura si rileva in modo del tutto particolare nelle sue lettere, si che esse sembrano una trama di citazioni tratte dai Libri Santi; così come San Bernardo trovava insignificante ogni pagina che non racchiudesse il dolcissimo nome di Gesù, San Gerolamo non gustava nessuno scritto che non splendesse della luce delle Sacre Scritture. Con tutta semplicità poteva egli scrivere in una lettera a San Paolino, un tempo brillante senatore e console, e da poco convertito alla fede di Cristo: “Se tu avessi questo terreno d’appoggio (voglio dire la scienza delle Sacre Scritture), le tue opere nulla avrebbero da perdere, ma acquisterebbero anzi una certa finitezza, e non cederebbero a nessun’altra per l’eleganza, per la scienza e per la finezza della forma… Unisci a questa dotta eloquenza il gusto o la comprensione delle Scritture, e presto ti vedrò posto nelle prime file dei nostri scrittori” (Ep. LVIII, IX, 2; XI, 2). – Ma quale via e quale metodo seguire per cercare con lieta speranza di scoprire quel prezioso tesoro che il Padre Celeste ha donato ai suoi figli quale consolazione durante il loro esilio? San Gerolamo stesso ce lo indica col suo esempio. Ci esorta innanzi tutto ad intraprendere lo studio della Scrittura con accurata preparazione e con animo ben disposto. – Osserviamo lo stesso San Gerolamo, dopo che ebbe ricevuto il Battesimo: per superare tutti gli ostacoli esteriori che potevano opporsi al suo santo desiderio, imitando il personaggio del Vangelo che, dopo aver trovato un tesoro, “nella sua gioia, se ne va, vende tutto ciò che possiede ed acquista quel campo” (Matth. XIII, 44), egli dice addio ai piaceri effimeri e frivoli di questo mondo, desidera ardentemente la solitudine ed abbraccia una vita austera con tanto maggior ardore quanto più si è reso conto del pericolo che fino allora aveva corso la sua salvezza in mezzo alle seduzioni del vizio. – Superati questi ostacoli, egli doveva ancora d’altra parte disporre il suo spirito ad acquistare la scienza di Gesù Cristo e a rivestirsi di Colui che è “dolce ed umile di cuore“; aveva in realtà provato quella stessa ripugnanza che Sant’Agostino confessava di aver sofferto quando s’era accinto allo studio delle Sante Lettere. Dopo essersi dedicato durante la sua giovinezza alla lettura di Cicerone e degli altri autori profani, quando vuole rivolgere il suo spirito alla Scrittura Sacra, così si pronunzia: “Mi parve indegna d’essere paragonata alla bellezza della prosa ciceroniana. La mia enfasi aveva orrore della sua semplicità e la mia intelligenza non penetrava nel senso suo più profondo; si riesce a penetrarla sempre meglio, quanto più ci si fa piccini, ma io disdegnavo di farmi piccolo, e la boria m’ingigantiva dinanzi ai miei stessi occhi” (S. Aug. Conf. III, 5; Cfr. VIII, 12). – Non altrimenti San Gerolamo, anche nella sua solitudine, gustava a tal punto la letteratura profana, che la povertà di stile delle Scritture gli impediva ancora di riconoscere in esse Cristo nella Sua umiltà. “Così – egli dice – la mia follia mi portava al punto di digiunare per leggere Cicerone. Dopo aver passato moltissime notti insonni, dopo aver versato molte lagrime. che il ricordo delle colpe passate faceva scaturire dal fondo del mio cuore, prendevo in mano Plauto. E quando, ritornato in me stesso, intraprendevo la lettura dei Profeti, il loro barbaro stile mi inorridiva, e quando i miei occhi ciechi restavano chiusi alla luce, io non accusavo di ciò gli stessi miei occhi, ma il sole” (Ep. XXII, XXX, 2). Ma ben presto amò con tale ardore la follia della Croce, da rimanere la prova vivente di quanto un animo umile e pio contribuisca alla comprensione della Bibbia. – Cosciente, come egli era, che “nell’interpretazione della Sacra Scrittura noi abbiamo sempre bisogno del soccorso dello Spirito Santo” (Mich. 1, 10, 15) e che per la lettura e la comprensione dei Libri Santi dobbiamo attenerci “al senso che lo Spirito Santo intendeva avere al momento in cui furono scritti” (Gal. V, 19 e segg.), questo santissimo uomo invocava con le sue suppliche, rafforzate dalle preghiere dei suoi amici, il soccorso di Dio e il lume dello Spirito Santo. Si racconta anche che, iniziando i commentari dei Libri Santi, egli volle raccomandarli alla grazia di Dio e alle preghiere dei confratelli, alle quali attribuì il successo, dopo che l’opera fu compiuta. – Oltre che alla grazia divina, egli si rimette all’autorità della tradizione così pienamente da affermare di aver appreso “tutto quello che non sapeva, non da lui stesso, cioè alla scuola di quel cattivo maestro che è l’orgoglio, ma dagli illustri Dottori della Chiesa” (Ep. CVIII, XXVI, 2). – Confessa infatti “di non essersi mai fidato delle proprie forze per ciò che concerne la Sacra Scrittura” (Ad Domnionem et Rogatìanum in I. Par. Prefaz.), e in una lettera a Teofilo, Vescovo d’Alessandria, egli cosi formula la regola secondo la quale aveva ordinato la sua vita e le sue sante fatiche: “Sappi dunque che nulla ci sta più a cuore che salvaguardare i diritti del Cristianesimo, non cambiar nulla al linguaggio dei Padri e non perdere mai di vista questa Romana fede, di cui l’Apostolo fece l’elogio” (Ep. LXIII, 2). – E alla Chiesa, sovrana padrona nella persona dei Pontefici Romani, Gerolamo si sottomette con tutto il suo spirito di devozione. – Dal deserto di Siria, ove era esposto alle fazioni degli eretici, in questi termini scrive a Papa Damaso, volendo sottoporre alla Santa Sede, perché la risolvesse, la controversia degli Orientali sul mistero della Santissima Trinità: “Ho creduto bene di consultare la Cattedra di San Pietro e la fede glorificata dalla parola dell’Apostolo, per chiedere oggi il nutrimento all’anima mia, laddove un tempo ho ricevuto i paramenti di Cristo. Poiché voglio che Egli sia per me unica guida, mi tengo in stretto legame con la Tua Beatitudine, cioè con la Cattedra di San Pietro. Io so che su questa pietra è edificata la Chiesa… Decidete, ve ne prego; se così stabilite non esiterò ad ammettere tre ipostasi; se voi l’ordinate, io accetterò che una nuova fede sostituisca quella di Nicea e che noi, ortodossi, ci serviamo delle stesse formule che usano gli ariani” (Ep. XV, I, 2, 4). Infine, nell’epistola seguente, egli rinnova questa notevolissima confessione della sua fede: “Nell’attesa, grido a tutti i venti: Io sono con chiunque sia unito alla Cattedra di San Pietro” (Ep. XVI, 11, 2). Sempre fedele, nello studio della Scrittura, a questa regola di fede, egli si valse di questo solo argomento per confutare un’interpretazione falsa del Testo Sacro: “Ma la Chiesa di Dio non ammette affatto questa opinione” (Dan. III, 37), e con queste sole parole rifiuta un libro apocrifo, contro di lui sostenuto dall’eretico Vigilanzio: “Questo libro non l’ho mai letto. Che bisogno dunque abbiamo di ricorrere a ciò che la Chiesa non riconosce?” (Adv. Vigil. 6). Uno zelo così ardente nel salvaguardare l’integrità della fede, lo trascinava in polemiche molto dibattute contro i figli ribelli della Chiesa, che egli considerava come nemici personali: “Mi basterà di rispondere che non ho mai risparmiato gli eretici e che ho impiegato tutto il mio zelo per fare dei nemici della Chiesa i miei personali nemici” (Dial. c. Pelag., Prolog., 2); e in una lettera a Rufino così scrive: Vi è un punto sul quale non potrò essere d’accordo con te: risparmiare gli eretici e non mostrarmi cattolico” (Contra Ruf., III, 43). Tuttavia, rattristato per la loro defezione, li supplicava di ritornare alla loro Madre addolorata, fonte unica di salvezza (Mich. I, 10 e segg.), e in favore di coloro che erano usciti dalla Chiesa e avevano abbandonato la dottrina dello Spirito Santo “per seguire il proprio criterio“, invocava con tutto il cuore la grazia che ritornassero a Dio (Is. l. VI, cap. XVI, 1-5). – Venerabili Fratelli, se fu mai necessario che tutto il clero e tutti i fedeli s’imbevessero dello spirito del grande Dottore, questo è soprattutto nella nostra epoca, quando numerosi spiriti insorgono con orgogliosa testardaggine contro l’autorità sovrana della rivelazione divina e del magistero della Chiesa. Voi sapete infatti che Leone XIII già ci aveva ammonito “quali uomini si accaniscano in questa lotta e a quali artifici o a quali armi essi ricorrano“. Quale categorico dovere si impone dunque a voi, di suscitare per questa sacra causa i difensori più numerosi e più competenti che possibile: essi dovranno combattere non solo coloro che, negando ogni ordine soprannaturale, non riconoscono né la rivelazione né l’ispirazione divina, ma anche dovranno misurarsi con coloro che assetati di novità profane, osano interpretare le Lettere Sacre come un libro puramente umano, e rifiutano le opinioni accolte dalla Chiesa fin dalla più vetusta antichità, o spingono il loro disprezzo verso il Suo magistero fino al punto di disdegnare, di passar sotto silenzio o persino di cambiare secondo il proprio interesse, alterandole sia subdolamente, sia con sfrontatezza, le Costituzioni della Santa Sede e i decreti della Commissione Pontificale per gli studi biblici. Sia possibile almeno a Noi vedere tutti i cattolici seguire l’aurea regola del Santo Dottore, e docili agli ordini della loro Madre, avere la modestia di non oltrepassare i limiti tradizionali fissati dai Padri e approvati dalla Chiesa! – Ma ritorniamo al nostro soggetto. Armati gli spiriti di pietà e d’umiltà, Gerolamo li invita allo studio della Bibbia. E dapprima raccomanda instancabilmente a tutti la lettura quotidiana della parola divina: “Liberiamo il nostro corpo dal peccato e l’anima nostra si aprirà alla saggezza; coltiviamo la nostra intelligenza con la lettura dei Libri Santi, e la nostra anima vi trovi ogni giorno il suo nutrimento” (Tit. III, 9). – Nel suo commento dell’Epistola agli Efesi, scrive: “Noi dobbiamo dunque con tutto l’ardore leggere le Scritture, e meditare giorno e notte la legge del Signore: potremo cosi, come abili cambiavalute, distinguere le monete buone da quelle false” (Eph. IV, 31). Egli non esclude da questo obbligo comune le matrone e le vergini. Alla matrona romana Leta dà, fra gli altri, questi consigli sull’educazione della figlia: “Assicurati che essa studi ogni giorno qualche passo della Scrittura… Che invece dei gioielli e delle sete essa ami i Libri Divini… Ella dovrà dapprima imparare il Salterio, distrarsi con questi canti e attingere una regola di vita dai proverbi di Salomone. L’Ecclesiaste le insegnerà a calpestare, sotto i piedi, i beni di questo mondo; Giobbe le darà un modello di forza e pazienza. Passerà poi ai Vangeli che dovrà avere sempre tra le mani. Dovrà assimilare avidamente gli Atti degli Apostoli e le Epistole. Dopo aver arricchito di questi tesori il mistico scrigno della sua anima, imparerà a memoria i Profeti, l’Eptateuco, i libri dei Re e dei Paralipomeni, per finire senza pericolo col Cantico dei Cantici” (Ep. CVII, IX, 12). – Le stesse direttive San Gerolamo traccia alla vergine Eustochio (9): “Sii molto assidua alla lettura e allo studio, quanto più ti è possibile. Che il sonno ti colga con il libro in mano e che la pagina sacra riceva il tuo capo caduto per la fatica” (Ep. XXII, XVII, 2; cfr. Ibid. XXIX, 2).

Ed aggiungeva ancora: “Rileverò un particolare che sembrerà forse incredibile ai suoi emuli: ella volle imparare l’ebraico, che io stesso in parte studiai fin dalla mia giovinezza al prezzo di molte fatiche e di molti sudori, e che continuo ad approfondire con incessante lavoro per non dimenticarlo; essa arrivò ad avere una tale padronanza di questa lingua, da cantare i salmi in ebraico e da parlarlo senza il minimo accento latino. E questo si ripete ancora oggi nella sua santa figlia Eustochio” (Ep. CVIII, 26). Né tralascia di ricordare Santa Marcella, ugualmente molto versata nella scienza delle Scritture (Ep. CXXVII, 7). – Chi non vede quali vantaggi e quali godimenti riserva agli spiriti ben disposti la pia lettura dei Libri Santi? Chiunque prenda contatto con la Bibbia con sentimenti di pietà, di salda fede, di umiltà, e col desiderio di perfezionarsi, vi troverà e vi potrà gustare il pane sceso dal Cielo e in lui si verificherà la parola di Davide: “Mi hai rivelato i segreti e i misteri della tua saggezza” (Psal. L, 8); su questa tavola della parola divina si trova infatti veramente “la dottrina santa; essa insegna la vera fede, solleva il velo (del Santuario), e conduce con fermezza fino al Sancta Sanctorum” (Imit. Chr. IV, XI, 4). – Per quanto sta in Noi, Venerabili Fratelli, non cesseremo mai, sull’esempio di San Gerolamo, di esortare tutti i Cristiani a leggere quotidianamente e intensamente soprattutto i Santissimi Vangeli di Nostro Signore, ed inoltre gli Atti degli Apostoli e le Epistole, in modo da assimilarli completamente. Pertanto, nell’occasione di questo centenario, si presenta al Nostro pensiero il piacevole ricordo della Società detta di San Gerolamo, ricordo tanto più caro in quanto abbiamo preso parte Noi stessi agli inizi e all’organizzazione definitiva di quest’opera; felici di aver potuto constatare i suoi passati sviluppi, con animo lieto altri ancora Ce ne auguriamo per l’avvenire. – Voi conoscete, Venerabili Fratelli, lo scopo di questa Società: estendere la diffusione dei Quattro Vangeli e degli Atti degli Apostoli, in modo che questi libri trovino finalmente il loro posto in ogni famiglia cristiana e che ognuno prenda l’abitudine di leggerli e meditarli ogni giorno. Noi desideriamo vivamente vedere che quest’opera, che tanto amiamo per averne constatata l’utilità, si propaghi e si sviluppi dovunque, con la fondazione, in ognuna delle vostre diocesi, di Società aventi lo stesso nome e lo stesso scopo, tutte collegate con la casa madre di Roma. – Nello stesso ordine di idee i più preziosi servigi sono resi alla causa cattolica da coloro che in diversi paesi hanno offerto, ed offrono ancora, tutto il loro zelo, per pubblicare, in formato comodo e attraente, e per diffondere tutti i libri del Nuovo Testamento e una scelta dei libri dell’Antico. E’ certo che questo apostolato è stato singolarmente fecondo per la Chiesa di Dio, poiché, grazie a quest’opera, un gran numero di anime si avvicinano ormai a questa tavola della dottrina Celeste, che il Nostro Signore ha preparato all’universo cristiano per mezzo dei suoi Profeti, dei suoi Apostoli e dei suoi Dottori (Imit. Chr. IV, XI, 4). Invero questo dovere di studiare il Testo Sacro, Gerolamo lo inculca a tutti i fedeli, ma lo impone in modo particolare a coloro che “hanno piegato il collo al giogo di Cristo” ed hanno la Celeste vocazione di predicare la parola di Dio. – Ecco l’esortazione che, nella persona del monaco Rustico, Gerolamo volge a tutto il clero: “Fino a che sei nella tua patria, fa’ della tua celletta un paradiso, cogli i diversi frutti delle Scritture, godi delle delizie di questi Libri e della loro intimità… Abbi sempre la Bibbia in mano e sotto gli occhi, impara parola per parola il Salterio, e fa’ in modo che la tua preghiera sia incessante e il tuo cuore costantemente vigile e chiuso ai pensieri vani” (Ep. CXXV, VII, 3; XI, 1). – Al prete Nepoziano (10) dà questo consiglio: “Leggi con molta frequenza le Divine Scritture ed anzi che il Libro Santo non sia mai deposto dalle tue mani. Impara qui quello che tu devi insegnare. Rimani fermamente attaccato alla dottrina tradizionale che ti è stata insegnata, affinché tu possa esortare secondo la santa dottrina e confutare coloro che la contraddicono” (Ep. LII, VII, 1). – Dopo aver ricordato a San Paolino (11) i precetti impartiti da San Paolo ai suoi discepoli Timoteo e Tito, riguardanti la scienza delle Scritture, San Gerolamo aggiunge: “La santità senza la scienza non giova che a se stessa; e quanto essa edifica la Chiesa di Cristo per mezzo di una vita virtuosa, tanto le nuoce se non respinge gli attacchi dei suoi nemici. Il profeta Malachia, o piuttosto il Signore stesso per la bocca sua, diceva: “Consulta i sacerdoti sulla legge”. Data da allora il dovere che ha un sacerdote di dare ragguagli sulla legge a coloro che l’interrogano. Leggiamo inoltre nel Deuteronomio: “Domanda a tuo padre, ed egli te lo indicherà, ai tuoi sacerdoti, ed essi te lo diranno”. Daniele, alla fine della sua santissima visione, dice che i giusti brillano come stelle, e gli intelligenti cioè i sapienti – come il firmamento. Vedi tu quale distanza separa la santità senza scienza dalla scienza rivestita di santità? La prima ci rende simili alle stelle, la seconda simili allo stesso Cielo” (Ep. LIII, 3 e segg.). In altra circostanza, in una lettera a Marcella, egli motteggia ironicamente “la virtù senza scienza” di altri chierici: “Questa ignoranza tiene luogo per loro di santità, ed essi si dichiarano discepoli dei pescatori, come se quelli facessero consistere la loro santità nel non saper niente” (Ep. XXVII, 1, 1). Ma questi ignoranti non sono i soli – rilevava San Gerolamo – a commettere l’errore di non conoscere le Scritture; questo è anche il caso di alcuni chierici istruiti; ed egli impiega i termini più severi per raccomandare ai preti la pratica assidua dei Libri Santi. – Venerabili Fratelli, dovete cercare con tutto il vostro zelo di imprimere questi insegnamenti del santissimo esegeta, il più profondamente possibile, nello spirito del vostro clero e dei vostri fedeli; uno dei vostri primi doveri è infatti quello di riportare, con somma diligenza, la loro attenzione su ciò che la missione divina loro affidatagli richiede, se essi non vogliono mostrarsene indegni: “Poiché le labbra del sacerdote saranno i custodi della scienza, e dalla sua bocca si richiederà l’insegnamento, perché egli è l’Angelo del Signore degli eserciti” (Mal. II, 7). Essi sappiano dunque che non devono né trascurare lo studio delle Scritture, né dedicarvisi con uno spirito diverso da quello che Leone XIII ha espressamente imposto nella sua Lettera Enciclica Providentissimus Deus.  – Otterranno sicuramente risultati migliori se frequenteranno l’Istituto Biblico che il Nostro immediato Predecessore, realizzando il desiderio di Leone XIII, ha fondato per il più grande bene della Chiesa, come chiaramente dimostra l’esperienza degli ultimi dieci anni. La maggior parte non ne ha la possibilità: quindi è desiderabile, Venerabili Fratelli, che per vostra iniziativa e sotto i vostri auspici, i membri scelti dell’uno e dell’altro clero di tutto il mondo vengano a Roma, per dedicarsi agli studi biblici nel Nostro Istituto. Gli studenti che risponderanno a questo appello avranno molti motivi per seguire le lezioni di quest’Istituto. Gli uni – e questo è lo scopo principale dell’Istituto – approfondiranno le scienze bibliche “per essere a loro volta in grado di insegnarle, privatamente o in pubblico, con la penna o con la parola, e per sostenerne l’onore sia come professori, nelle scuole cattoliche, sia come scrittori, esponenti della verità cattolica” (Pio X, Lett. Ap. Vinea electa, 7 maggio 1909); gli altri poi, già iniziati al santo mistero, potranno accrescere le cognizioni acquisite durante i loro studi teologici, sulla Santa Scrittura, sulle autorità esegetiche, sulle cronologie e sulle topografie bibliche; questo perfezionamento avrà soprattutto il vantaggio di fare di loro ministri perfetti della parola divina e di prepararli ad ogni forma di bene (II Tim. III, 17). – Venerabili Fratelli, l’esempio e le autorevoli dichiarazioni di San Gerolamo ci hanno indicato le virtù necessarie per leggere e studiare la Bibbia. Ora ascoltiamolo indicarci ove deve tendere la conoscenza delle Lettere Sacre e quale deve esserne lo scopo. – Ciò che bisogna innanzi tutto cercare nella Scrittura è il nutrimento che alimenti la nostra vita spirituale e la faccia procedere sulla via della perfezione: è con questo scopo che San Gerolamo s’abituò a meditare giorno e notte la legge del Signore e a nutrirsi, nelle Sacre Scritture, del pane disceso dal Cielo e della manna Celeste, che raduna in sé tutte le delizie (Tract. de Ps. CXLVII). – In qual modo la nostra anima potrà fare a meno di questo cibo? E come il sacerdote potrà indicare agli altri la via della salvezza, se trascura egli stesso di istruirsi attraverso la meditazione della Scrittura? E con quale diritto confiderà nel suo sacro ministero “d’essere la guida dei ciechi, la luce di coloro che sono nelle tenebre, il dottore degli ignoranti, il maestro dei fanciulli, colui che ha, nella legge, la regola della scienza e della verità” (Rom. II, 19 e segg.), se rifiuterà di scrutare questa scienza della legge e chiuderà la sua anima alla luce che viene dall’alto? Ahimè! Quanti sono i ministri consacrati, che, per aver trascurato la lettura della Bibbia, muoiono essi stessi di fame e lasciano morire un così gran numero di altre anime, secondo quanto sta scritto: “I piccoli domandano pane, e non v’è nessuno che lo doni loro” (Thren. IV, 4). “Tutta la terra è desolata perché non v’è nessuno che mediti in cuor suo” (Ger. XII, 11). – In secondo luogo è necessario ricercare, come il bisogno richiede, nelle Scritture gli argomenti per rischiarare, rafforzare e difendere i dogmi della fede. Questo meravigliosamente ha fatto San Gerolamo combattendo contro gli eretici del suo tempo; quando voleva confonderli, quali armi ben pungenti e solide egli abbia trovato nei testi delle Scritture, lo dimostrano chiaramente tutte le sue opere! Se gli esegeti d’oggi imitassero il suo esempio, ne risulterebbe senza alcun dubbio questo vantaggio: “risultato necessario e infinitamente desiderabile – diceva il Nostro Predecessore nella sua Enciclica Providentissimus Deus – che l’uso della Sacra Scrittura influirà su tutta la scienza teologica e ne sarà, in un certo senso, l’anima“. – Infine la Scrittura servirà in modo speciale a santificare e fecondare il ministero della parola divina. A questo punto Ci è particolarmente grato poter confermare, con la testimonianza del grande Dottore, le direttive che Noi stessi abbiamo tracciato sulla predicazione sacra nella Nostra Lettera Enciclica Humani generis. Invero, se l’illustre commentatore consiglia così vivamente e con tanta frequenza ai sacerdoti l’assidua lettura dei Libri Santi, è soprattutto perché essi adempiano degnamente il loro ministero d’insegnamento e di predicazione. La loro parola, infatti, perderebbe ogni influenza e ogni autorità, come anche ogni efficacia per la formazione delle anime, se non si ispirasse alla Sacra Scrittura e non vi attingesse forza e vigore. “La lettura dei Libri Santi sarà come il condimento alla parola del sacerdote” (Ep. LII, VIII, 1). Infatti “ogni parola della Santa Scrittura è come una tromba che fa risuonare agli orecchi dei credenti la sua grande voce minacciosa” (Amos III, 3 e segg.); e “nulla suscita tanta impressione come un esempio tratto dalla Sacra Scrittura” (Zach. IX, 15 e segg.). – In quanto agli insegnamenti del santo Dottore sulle regole da osservarsi nell’uso della Bibbia, sebbene rivolti principalmente agli esegeti, tuttavia non devono essere persi di vista dai sacerdoti nella predicazione della parola divina. – Dapprima ci insegna che noi dobbiamo, con un esame molto attento delle parole stesse della Scrittura, assicurarci, senza alcuna possibilità di dubbio, di ciò che l’autore sacro ha scritto. Nessuno infatti ignora che San Gerolamo era solito ricorrere, in caso di bisogno, al testo originale, confrontare tra loro le differenti interpretazioni, valutare la portata delle lezioni e, se scopriva un errore, ricercarne la causa, in modo da scartare dal testo ogni incertezza. Allora, insegna il nostro Dottore, “è necessario ricercare il senso e il concetto che si nascondono sotto le parole, poiché per discutere sulla Sacra Scrittura ha maggior importanza il significato che la parola” (Ep. XXIX, 1, 3). – In questa ricerca di penetrare il significato, Noi lo riconosciamo senza alcuna difficoltà, San Gerolamo, seguendo l’esempio dei Dottori latini e di alcuni Dottori greci del periodo anteriore, ha forse concesso alle interpretazioni allegoriche più di quanto fosse esatto concedere. Ma il suo amore per i Libri Santi, il suo sforzo costante per identificarli e comprenderli a fondo, gli permisero di fare ogni giorno un nuovo progresso nel giusto apprezzamento del senso letterale e di formulare su questo punto validi principi. Noi li riassumeremo brevemente, poiché essi costituiscono ancora oggi la via sicura che tutti devono seguire per trarre dai Libri Santi il vero significato. E’ dunque necessario volgere il nostro animo alla ricerca del senso letterale o storico: “Io do sempre ai lettori prudenti il consiglio di non accettare interpretazioni superstiziose, che isolano brani del testo secondo il capriccio della fantasia, ma di ben esaminare ciò che succede, ciò che accompagna e ciò che segue il punto in questione, sì da stabilire un collegamento fra tutti i brani” (Matth. XXV, 13). – Tutti gli altri metodi per interpretare le Scritture – egli aggiunge – si basano sul senso letterale (Cfr. Ez. XXXVIII, 1 e segg.; XLI, 23 e segg.; XLII, 13 e segg.; Marc. I, 13-31; Ep. CXXIX, VI, 1 ecc.), e non v’è ragione di credere, che questo manchi quando s’incontra una espressione figurata, poiché “spesso la storia è intessuta di metafore ed usa uno stile ricco di immagini” (Hab. III, 14 e segg.). Alcuni pretendono sostenere che il nostro Dottore ha dichiarato che non si rileva in certi passi delle Scritture un senso storico; egli stesso ribatte loro: “Senza negare il senso storico, noi adottiamo di preferenza quello spirituale” (Marc. IX, 1-7; cfr. Ez. XL, 24-27). – Stabilito con certezza il senso letterale o storico, San Gerolamo ricerca i sensi meno ovvi e più profondi, per nutrire il proprio spirito d’un alimento più eletto. Egli insegna infatti a proposito dei libri dei Proverbi, e consiglia più volte riguardo ad altri libri della Scrittura, di non fermarsi al puro senso letterale, “ma di penetrare più a fondo per scorgervi il senso divino, così come si cerca l’oro nel seno della terra, il nocciolo sotto la scorza, il frutto che si nasconde sotto il riccio della castagna” (Eccl. XII, 9 e segg). Perciò, egli diceva indicando a San Paolino “la via da seguire nello studio delle Sacre Scritture“, “tutto ciò che leggiamo nei libri divini splende invero nella sua scorza fulgida e brillante, ma è ancor più dolce nel midollo. Chi vuol gustare il frutto, rompa il guscio” (Ep. LVIII, IX, 1). – San Gerolamo fa inoltre osservare la necessità di usare, nella ricerca del senso nascosto, una certa discrezione, “affinché il desiderio della ricchezza del senso spirituale non sembri farci disprezzare la povertà del senso storico” (Eccl. II, 24 e segg.). – Pertanto egli rimprovera a molte interpretazioni mistiche di antichi scrittori di aver completamente trascurato di appoggiarsi al senso letterale: “Non bisogna ridurre tutte le promesse che i libri dei santi profeti hanno cantato, nel loro senso letterale, a non essere altro che forme vuote e termini estrinseci di una semplice figura di retorica; esse devono, al contrario, posare su un terreno ben fermo, che è quello di stabilirle su basi storiche, perché possano poi elevarsi alla cima più eccelsa del significato mistico” (Amos IX, 6). – Osserva saggiamente, a questo proposito, che non dobbiamo allontanarci dal metodo di Cristo e degli Apostoli, i quali, sebbene l’Antico Testamento non sia ai loro occhi che la preparazione e quasi l’ombra del Nuovo Trattato e, per conseguenza, essi interpretino secondo il senso figurato un gran numero di passi, tuttavia non riducono ad immagini tutto il complesso del testo. A sostegno di questa tesi, spesso San Gerolamo riporta l’esempio dell’Apostolo San Paolo, che, per citare un caso, “descrivendo le figure spirituali di Adamo ed Eva, non negava che esse erano state create, ma, improntando l’interpretazione mistica sulla base storica, scriveva: – Per questo l’uomo abbandonerà… ” (Is. VI, 1-7).

I commentatori delle Sacre Scritture e i predicatori della parola di Dio, seguendo l’esempio di Cristo e degli Apostoli e le direttive tracciate da Leone XIII, “non devono trascurare le trasposizioni allegoriche od altre dello stesso genere fatte dagli stessi Padri di alcuni passi, soprattutto se esse si allontanano dal senso letterale e sono sostenute dall’autorità di un Padre di gran nome“; infine, prendendo per base il senso letterale, devono giungere, con misura e discrezione, ad interpretazioni più elevate; essi coglieranno con San Gerolamo la verità profonda del detto dell’Apostolo: “Tutta la Scrittura è ispirata dallo Spirito di Dio ed è utile per insegnare, per persuadere, per correggere, per formare (le menti) alla giustizia” (II Tim. III, 16), e il tesoro inesauribile delle Scritture fornirà loro un grande appoggio di fatti e di idee atti ad orientare, con forza di persuasione, verso la santità la vita e i costumi dei fedeli.

Quanto a ciò che si riferisce all’esposizione e all’espressione, poiché quello che si richiede nei divulgatori dei misteri di Dio è la versione fedele del testo originale, San Gerolamo sostiene principalmente che è necessario attenersi innanzi tutto “all’esatta interpretazione” e che “il dovere del commentatore non è quello di esporre idee personali, bensì quelle dell’autore che viene commentato” (Ep. XLIX, al. 48, 17, 7); d’altra parte, egli aggiunge, “l’oratore sacro è esposto al grave pericolo un giorno o l’altro, per via di un’interpretazione errata, di fare del Vangelo di Cristo il Vangelo dell’uomo” (Gal. I, 11 e segg.). In secondo luogo “nella spiegazione delle Sante Scritture non è da ricercare lo stile ornato e fiorito di retorica, ma il valore scientifico e la semplicità della verità” (Amos, Prefaz. in l. III). – Uniformatosi a questa regola nella compilazione delle sue opere, San Gerolamo dichiara, nei Commentari, che il suo scopo non era quello di “ottenere un plauso” alle sue parole, ma “di far comprendere in esse il vero senso delle parole degli altri” (Gal., Pref. in l. III); l’esposizione della parola divina, egli dice, richiede uno stile che “non sappia di elucubrazioni, ma che riveli l’idea oggettiva, che ne tratti minutamente il significato, che chiarifichi i punti oscuri e che non si impigli in effetti fioriti di linguaggio” (Ep. XXXVI, XIV, 2; cfr. Ep. CXL, 1, 2). – Sarebbe bene riportare a questo punto alcuni passi di San Gerolamo, che chiaramente dimostrano come egli avesse orrore dell’eloquenza propria dei rètori, i quali nell’enfasi della declamazione e nell’eloquio vertiginoso delle parole vuote non hanno di mira che i vani applausi. “Non diventare – consiglia al prete Nepoziano – un declamatore e un inesauribile mulino di parole; ma procura di familiarizzarti col senso nascosto e penetra a fondo i misteri del tuo Dio. Ampliare la forma espressiva e farsi valere per l’agilità dello stile agli occhi del volgo ignorante, è proprio degli stolti” (Ep. LII, VIII, 1). “Tutti gli spiriti dotti al giorno d’oggi non si preoccupano di assimilare il nocciolo delle Scritture, ma di lusingare gli orecchi della folla coi fiori di retorica” (Dial. e Lucif. II). “Non voglio parlare di coloro che, come io stesso un tempo, se giungono a contatto con le Sacre Scritture dopo aver praticato la letteratura profana e ricreato l’orecchio della folla con lo stile fiorito, ritengono che ogni loro parola sia la legge di Dio e non si degnano di vedere quello che hanno inteso dire i Profeti e gli Apostoli, ma adattano al loro punto di vista testimonianze che non vi si riferiscono affatto; come se fosse eloquenza di grande valore, e non invece la peggiore che esista, quella di falsificare i testi e di allontanare abusivamente la Scrittura dal suo tracciato” (Ep. LIII, VII, 2). “Poiché senza l’autorità delle Scritture questi chiacchieroni perderebbero ogni forza persuasiva, e non sembrerebbe più che essi rafforzino coi testi sacri la falsità delle loro dottrine” (Tit. 1, 10 e segg.). Ora questa chiacchiera eloquente e questa eloquente ignoranza “non hanno nulla di incisivo, di vivo, di vitale, ma non sono che un tutto fiacco, sterile ed inconsistente che produce solo umili piante ed erbe ben presto avvizzite e giacenti al suolo“; al contrario, la dottrina del Vangelo, fatta di semplicità, “produce qualcosa di meglio di umili pianticelle” e, come il piccolissimo grano di senape, “si trasforma in albero, sì che gli uccelli del cielo… vengono a posarsi tra i suoi rami” (Matth. XIII, 32). – Perciò San Gerolamo ricercava ovunque questa santa semplicità di linguaggio, che non esclude per altro uno splendore e una bellezza tutt’affatto naturali: “Che gli altri siano pure eloquenti e ricevano il plauso tanto desiderato e declamino con voce enfatica e fiumi di parole; quanto a me, mi accontento di farmi capire e, trattando le Scritture, di imitare la loro stessa semplicità” (Ep. XXXVI, XIV, 2). Pertanto “l’esegesi cattolica, senza rinunciare al pregio di un bello, stile, deve occultarlo ed evitarlo per rivolgersi non a vane scuole di filosofi e a pochi discepoli, ma a tutto il genere umano” (Ep. XLVIII, al. 49, 4, 3). Se i giovani sacerdoti metteranno veramente a profitto questi consigli e queste norme, se i preti più anziani non li perderanno mai di vista, Noi siamo sicuri che il loro santo ministero sarà di gran lunga giovevole alle anime dei fedeli. – Ci rimane, Venerabili Fratelli, da commemorare i dolci frutti” che San Gerolamo ha colto “dall’amaro seme delle Sacre Lettere“, nella speranza che il suo esempio infiammerà lo spirito dei sacerdoti e dei fedeli affidati alle vostre cure, suscitando in loro il desiderio di conoscere e di partecipare anch’essi alla salutare virtù del Testo Sacro. – Ma tutte queste soavi delizie spirituali che pervadono l’animo del pio anacoreta, preferiamo che voi le apprendiate per cosi dire dalla sua stessa bocca, piuttosto che da Noi. Ascoltate dunque in quali termini egli parla di questa scienza sacra a Paolino, suo “confratello, compagno ed amico“: “Io ti chiedo, fratello carissimo: vivere in mezzo a questi misteri, meditarli, null’altro conoscere e null’altro sapere, non ti sembra che tutto ciò sia già il paradiso in terra?” (Ep. LIII, X, 1). “Dimmi un po’, domanda San Gerolamo alla sua allieva Paola, che vi è di più santo di questo mistero? Che cosa di più attraente di questo piacere? Quale alimento, quale miele più dolce di quello di conoscere i disegni di Dio, d’essere ammesso nel suo santuario, di penetrare il pensiero del Creatore e le parole del tuo Signore, che i dotti di questo mondo deridono e che sono piene di sapienza spirituale? Lasciamo che gli altri godano delle loro ricchezze, bevano in una coppa ornata di pietre preziose, indossino sete splendenti, si cibino dei plausi della folla, senza che la varietà dei piaceri riesca ad esaurire i loro tesori: le nostre delizie invece consisteranno nel meditare giorno e notte sulla legge del Signore, nel bussare a una porta in attesa che s’apra, nel ricevere la mistica elemosina del pane della Trinità, nel camminare, guidati dal Signore, sui flutti della vita” (Ep. XXX, 13). Ed ancora a Paola ed a sua figlia Eustochio, San Gerolamo scrive nel suo commentario sull’Epistola agli Efesi: “Se qualcosa vi è, Paola ed Eustochio, che trattiene quaggiù nella saggezza e che in mezzo alle tribolazioni e ai turbini di questo mondo mantiene l’equilibrio dell’anima, io credo che questo sia innanzi tutto la meditazione e la scienza delle Scritture” (Eph. Prol.). Ed è ricorrendo ad esse, che egli, afflitto nell’intimo da profondi dolori e colpito nel corpo dalla malattia, poteva godere ancora della consolazione della pace e della gioia del cuore: questa gioia egli non si limitava a gustarla in una vana oziosità, ma il frutto della carità si trasformava in carità attiva al servizio della Chiesa di Dio, cui il Signore ha affidato la custodia della parola divina. In realtà ogni pagina delle Sante Lettere dei due Testamenti era per lui la glorificazione della Chiesa di Dio. Quasi tutte le donne celebri e virtuose, cui nell’Antico Testamento è tributato onore, non sono forse l’immagine di questa Sposa mistica di Cristo? Il sacerdozio e i sacrifici, i riti e le solennità, quasi tutti i fatti riportati nell’Antico Testamento non ne costituiscono forse l’ombra? E il fatto che si trova divinamente realizzato nella Chiesa un così gran numero di promesse dei Salmi e dei Profeti? Ed egli stesso, infine, non conosceva forse, per l’annuncio che ne avevano fatto Nostro Signore e gli Apostoli, gli insigni privilegi di questa Chiesa? E come è possibile dunque che la scienza delle Scritture non abbia infiammato il cuore di San Gerolamo d’un amore ogni giorno più ardente per la Sposa di Cristo?

Noi già sappiamo, Venerabili Fratelli, quale profondo rispetto, quale amore entusiasta egli nutriva per la Chiesa Romana e per la Cattedra di San Pietro; sappiamo con quale vigore egli combattesse contro i nemici della Chiesa. Così scriveva, esprimendo il suo compiacimento ad Agostino, suo giovane compagno d’armi, che sosteneva le medesime battaglie e si rallegrava d’essersi come lui attirato l’ira degli eretici: “Evviva il tuo valore! Il mondo intero ha gli occhi su di te. I cattolici venerano e riconoscono in te il restauratore della fede dei primi tempi del Cristianesimo e, indice ancor più glorioso, tutti gli eretici ti maledicono e con te mi perseguitano d’uno stesso odio, per potere, dato che il loro gladio non ne ha la forza, ucciderci col desiderio” (Ep. CXLI, 2; cfr. Ep. CXXIV, 1). Questa testimonianza si trova egregiamente confermata nel “Sulpizio Severo” di Postumiano: “Una lotta continua e un duello ininterrotto contro i malvagi hanno concentrato su San Gerolamo l’odio dei perversi. In lui gli eretici odiano colui che non cessa di attaccarli, e i chierici colui che rimprovera la loro vita e le loro colpe. Ma tutti gli uomini virtuosi, senza eccezione alcuna, l’amano e l’ammirano” (Postumianus apud Sulp. Sev., Dial. 1, 9).

Quest’odio degli eretici e dei malvagi fece soffrire a Gerolamo molte asperrime pene, soprattutto quando i Pelagiani irruppero sul monastero di Betlemme e lo saccheggiarono; ma egli sopportò di buon animo tutte le offese e tutti gli oltraggi e mai perdette il coraggio, come colui che non esita a morire in difesa della fede cristiana: “La mia gioia, egli scrive ad Apronio, è quella d’apprendere che i miei figli combattono per Cristo e che Colui, nel quale crediamo, rafforza in noi lo zelo ed il coraggio, affinché possiamo essere pronti a versare il nostro sangue per la Sua fede… Le persecuzioni degli eretici hanno rovinato da cima a fondo il nostro monastero quanto alle sue ricchezze materiali, ma la bontà di Cristo lo ha colmato di ricchezze spirituali. E’ meglio non avere pane da mangiare, che perdere la fede” (Ep. CXXXIX). E se non ha mai permesso all’errore di diffondersi impunemente, non ha impiegato minor zelo ad erigersi in termini energici contro i corrotti costumi, volendo, per quanto le sue forze glielo permettevano, “presentare” a Cristo “una Chiesa gloriosa, senza macchie né rughe, né nulla di simile, ma santa e immacolata” (Eph. V, 27). M- Quale vigore nei rimproveri che San Gerolamo rivolge a coloro che profanano con una vita colpevole la dignità sacerdotale! Con quale eloquenza egli investe i costumi pagani che pervadono in gran parte la città stessa di Roma! Per arginare a qualunque costo questa invasione di tutti i vizi e di tutte le colpe, egli vi oppone l’eccellenza e la bontà delle virtù cristiane, giustamente convinto che nulla vale di più contro il male dell’amore delle cose purissime; egli richiede insistentemente per la gioventù un’educazione informata a senso religioso e ad onestà, esorta con severi consigli gli sposi a condurre una vita pura e santa, suscita nelle anime più delicate il culto della verginità, non trova abbastanza elogi per la severa ma dolce austerità della vita dello spirito, richiama, con tutte le sue forze, il primo precetto della religione cristiana – il comandamento della carità unita al lavoro – la cui osservanza doveva sottrarre la società umana ai turbamenti e restituirle la tranquillità dell’ordine. – Ricordiamo questa bella frase, ch’egli rivolgeva a San Paolino a proposito della carità: “Il vero tempio di Cristo è l’anima del fedele: ornalo, questo santuario, abbelliscilo, deponi in esso le tue offerte e ricevi Cristo. A che scopo rivestire le pareti di pietre preziose, se Cristo muore di fame nella persona di un povero?” (Ep. LVIII, VII, 1). Quanto al dovere del lavoro, egli lo ricorda a tutti con un tale ardore, nei suoi scritti e più ancora negli esempi di tutta la sua vita, che Postumiano, dopo un soggiorno di sei mesi a Betlemme insieme a San Gerolamo, gli ha reso questa testimonianza nel “Sulpizio Severo”: “Lo si trova senza posa tutto occupato nella lettura, tutto immerso nei libri: né il giorno né la notte riposa, ma sempre legge o scrive” (Postum. apud Sulp. Sev., Dial. 1, 9). – Del resto, il suo ardente amore per la Chiesa si rileva dai suoi Commentari, dove egli non tralascia nessuna occasione per celebrare la Sposa di Cristo. Citiamo, per esempio, questo passo del Commentario del profeta Aggeo: “Accorse il fior fiore di tutte le nazioni e la gloria ha riempito la casa del Signore, cioè la Chiesa di Dio vivente, colonna e fondamento della verità… Questi metalli preziosi donano più splendore alla Chiesa del Salvatore di quanto non ne donassero un tempo alla Sinagoga; di queste vive pietre è costruita la casa di Cristo ed essa si corona d’una pace eterna” (Agg. II, 1 e segg.). E in un altro passo, commentando Michea, dice: “Venite, saliamo alla casa del Signore: è necessario salire se si vuol giungere fino a Cristo e alla casa del Dio di Giacobbe, la Chiesa, casa di Dio, colonna e fondamento della verità” (Mich. IV, 1 e segg.).

Nella prefazione al Commentario di San Matteo, leggiamo: “La Chiesa è stata costruita su una pietra da una parola del Signore; è questa che il Re ha fatto introdurre nella sua camera ed è a lei che attraverso l’apertura segreta ha teso la mano” (Matth., Prol.).

Come risulta da questi ultimi passi che abbiamo citato, cosi più volte il nostro Dottore esalta l’unione intima del Signore con la Chiesa. Poiché non è possibile separare la testa dal suo corpo mistico, l’amore per la Chiesa porta necessariamente con sé l’amore per Cristo, che deve essere considerato il frutto principale e dolcissimo della scienza delle Scritture. Gerolamo, infatti, era a tal punto convinto che questa conoscenza del Testo Sacro è la via esatta che conduce alla conoscenza e all’amore di Nostro Signore, che non esitava ad affermare: “Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo stesso” (Is. Prol.; cfr. Tract. de Ps. LXXVII). Con lo stesso intendimento scrive a Santa Paola: “Come si potrebbe vivere senza la scienza delle Scritture, attraverso le quali sì impara a conoscere Cristo stesso, che è la vita dei credenti?” (Ep. XXX, 7). E’ verso Cristo infatti che convergono, come al loro punto centrale, tutte le pagine dei due Testamenti; e nel commento al passo dell’Apocalisse, dove è la questione del fiume e dell’albero della vita, San Gerolamo in particolare scrive: “Non vi è che un fiume che sgorga dal trono di Dio, ed è la grazia dello Spirito Santo, e questa grazia dello Spirito Santo è racchiusa nelle Sante Scritture, cioè in questo fiume delle Scritture. Il quale fiume tuttavia scorre tra due rive, che sono l’Antico e il Nuovo Testamento, e su ogni lato sorge un albero, che è Cristo stesso” (Tract. de Ps. I). – Nulla di strano dunque se Gerolamo nelle sue pie meditazioni era solito riferire a Cristo tutto quello che leggeva nei Libri Santi: “Quando io leggo il Vangelo e mi trovo di fronte a testimonianze sulla legge e sui profeti, io non penso che a Cristo: se ho studiato Mosè, se ho studiato i profeti, è stato solo per comprendere quello che essi dicevano di Cristo. Quando un giorno io sarò giunto dinanzi allo splendore di Cristo, quando la sua fulgida luce come quella del sole abbagliante splenderà ai miei occhi, io non potrò più vedere il lume d’una lampada. Se accenderai una lampada in pieno giorno, farà essa luce? Quando splende il sole, la luce di questa lampada svanisce: così, alla presenza di Cristo, la legge e i profeti scompaiono. Nulla io voglio togliere alla gloria della legge e dei profeti: al contrario, li lodo quali annunciatori di Cristo. Se mi accingo alla lettura della legge e dei profeti, il mio scopo non è quello di fermarmi ad essi, ma di giungere, attraverso essi, fino a Cristo” (Marc. IX, 1, 7). – Così noi lo vediamo elevarsi meravigliosamente, per mezzo dei Commentari alle Scritture, all’amore e alla conoscenza di Gesù Nostro Signore, e trovarvi la perla preziosa di cui parla il Vangelo: “Non vi è fra tutte che una sola pietra preziosa, ed è la conoscenza del Salvatore, il mistero della Sua passione e l’arcano segreto della Sua risurrezione” (Matth. XIII, 45 e segg.). – L’amore ardente per Cristo lo portava, povero ed umile insieme a Lui, a liberarsi completamente da ogni legame di preoccupazione terrestre, a non cercare che Cristo, a penetrare nel Suo spirito; a vivere con Lui nella più stretta unione, a foggiare la propria vita secondo l’immagine di Cristo sofferente, a non avere desideri più intensi che soffrire con Cristo e per Cristo. Perciò, al momento di imbarcarsi, allorché, essendo morto Damaso, perfidi nemici con le loro vessazioni lo fecero allontanare da Roma, così scriveva: “Alcuni possono considerarmi un criminale, cacciato sotto il peso di tutte le sue colpe, ma questo non è ancora nulla in confronto ai miei peccati; tu puoi tuttavia credere nel tuo intimo a una virtù dei peccatori… Io rendo grazie a Dio di meritare l’odio del mondo. Quale parte di sofferenze ho patito, io, il soldato della croce? La calunnia mi ha coperto del marchio d’un delitto: ma io so che con la cattiva come con la buona fama si arriva al regno dei Cieli” (Ep. XLV, 1,6). – Così esortava la pietosa vergine Eustochio a sopportare coraggiosamente per amore di Cristo le pene della vita presente: “Grande è la sofferenza, ma grande è la ricompensa ad imitare i martiri, gli apostoli, ad imitare Cristo. Tutte queste pene che vengo enumerando sembrerebbero intollerabili a chi non ama Cristo; ma, al contrario, chi considera tutta la pompa della vita terrena come un fango immondo, per cui tutto è vano sotto la luce del sole, chi non vuole arricchirsi che di Cristo, chi si unisce alla morte e alla resurrezione del suo Signore e chi uccide la propria carne con tutti i suoi vizi e tutte le sue brame, costui potrà liberamente gridare: Chi mi potrà separare dalla carità di Cristo?” (Ep. XXII, 38 e segg.).

Gerolamo dunque abbondantissimi frutti traeva dalla lettura dei Libri Santi: di qui egli attingeva quella luce interiore, che lo faceva sempre più avanzare nella conoscenza e nell’amore di Cristo; di qui quello spirito di preghiera, di cui così bene ha detto nei suoi scritti; qui infine acquistò quella mirabile intima comunione con Cristo, che con le sue dolcezze lo incitò a tendere senza tregua, attraverso l’aspro sentiero della croce, alla conquista della palma di vittoria. – Cosi lo slancio del suo cuore lo portava continuamente verso la Santissima Eucaristia: “Poiché nessuno è più ricco di colui che porta il corpo del Signore in un cestello di vimini e il Suo Sangue in un’ampolla” (Ep. CXXV, XX, 4); uguale venerazione nutriva San Gerolamo per la Santa Vergine di cui difende con ogni forza la perpetua verginità; e la Madre di Dio, ideale di tutte le virtù, era il modello che egli proponeva agli sposi di Cristo, perché la imitassero. – Nessuno si stupirà dunque se i luoghi della Palestina che avevano santificato il nostro Redentore e la sua Santissima Madre hanno esercitato un fascino e un’attrattiva cosi grandi su San Gerolamo. Quali fossero i suoi sentimenti su questo punto, si potrà facilmente indovinare da ciò che Paola ed Eustochio, sue discepole, scrivevano da Betlemme a Marcella: “Con quali parole noi possiamo darti un’idea della grotta in cui nacque il Divin Salvatore? Della culla che udì i suoi vagiti infantili? E’ più degno il silenzio che le nostre povere parole… Non verrà dunque il giorno in cui ci sarà dato di entrare nella grotta del Salvatore, di piangere sulla tomba del Divino Maestro accanto a una sorella, ad una madre? Di baciare il legno della Croce e sul Monte degli Ulivi di seguire in ispirito, ardenti di desiderio, Cristo nella Sua Ascensione?” (Ep. XLVI, XI, 13). – Gerolamo conduceva, lontano da Roma, una vita di mortificazione per il suo corpo, ma il richiamo dei sacri ricordi infondeva alla sua anima una tale dolcezza, da scrivere: “Ah! se Roma possedesse quello che possiede Betlemme, che è tuttavia più umile della città romana!” (Ep. LIV, XIII, 6). – Il voto del Santissimo esegeta s’è realizzato in modo diverso da quello da lui inteso, e Noi, Noi e tutti i cittadini di Roma, abbiamo motivo di rallegrarcene. Infatti i resti del grande Dottore, deposti in quella grotta che per tanto tempo aveva abitata, per cui la celebre città di Davide si gloriava un tempo di conservarli, Roma oggi ha la fortuna di custodirli nella basilica di Santa Maria Maggiore, ove riposano accanto alla Culla stessa del Salvatore. – S’è spenta la voce, la cui eco dal deserto percorreva un tempo il mondo intero; ma attraverso i suoi scritti, “che splendono su tutto l’universo come fiamme divine” (Cassian. De incarn. 7, 26), San Gerolamo parla ancora. Egli proclama l’eccellenza, l’integrità e la veracità storica delle Scritture, e i dolci frutti che la loro lettura e la loro meditazione offrono. Proclama per tutti i figli della Chiesa la necessità di ritornare a una vita degna del nome cristiano e di guardarsi dal contagio dei costumi pagani, che nella nostra epoca sembrano essersi pressoché ristabiliti. Proclama che la Cattedra di Pietro, mercè soprattutto la pietà filiale e lo zelo degli Italiani, cui il Cielo ha dato il privilegio di possederla entro i confini della loro patria, deve godere dell’onore e della libertà assolutamente indispensabili per la dignità e l’esercizio stesso della carica Apostolica. – Proclama, per le nazioni cristiane che hanno avuto la sventura di staccarsi dalla Chiesa, il dovere di ritornare alla loro Madre, ove riposa tutta la speranza della salute eterna. Voglia Dio che questo appello sia inteso soprattutto dalle Chiese Orientali, che ormai da troppo tempo sono ostili alla Cattedra di Pietro. Quando viveva in quelle regioni ed aveva per maestri Gregorio Nazianzeno e Didimo d’Alessandria, Gerolamo sintetizzava in questa formula divenuta classica la dottrina dei popoli orientali a quell’epoca: “Chiunque non si rifugia nell’arca di Noè, sarà travolto dai flutti del diluvio” (Ep. XV, 11, 1). Se Dio non arresta oggi questo flagello, non minaccia esso di distruggere tutte le istituzioni umane? Che più rimane, se viene soppresso Dio, autore e conservatore di tutte le cose? Che cosa può continuare ad esistere, una volta staccata da Cristo, fonte di vita? Ma colui che un tempo, all’appello dei suoi discepoli, calmò il mare in tempesta, può ancora rendere alla società umana travolta il preziosissimo beneficio della pace. – Possa San Gerolamo attirare questa grazia sulla Chiesa di Dio, che egli ha con tanto ardore amato e con tanto coraggio difeso contro ogni assalto dei nemici; possa il suo patrocinio ottenere per noi che tutte le discordie siano sedate secondo il desiderio di Gesù Cristo, e “che vi sia un solo gregge sotto un solo pastore“.

Comunicate senza indugio, Venerabili Fratelli, al vostro clero e ai vostri fedeli, le istruzioni che vi abbiamo dato in occasione del quindicesimo centenario della morte del grande Dottore. Noi vorremmo che tutti, secondo l’esempio e sotto il patrocinio di San Gerolamo, non soltanto rimanessero fedeli alla dottrina cattolica sotto l’ispirazione divina delle Sacre Scritture e ne prendessero la difesa, ma che osservassero anche con scrupolosa cura le prescrizioni dell’enciclica Providentissimus Deus e della presente Lettera. In attesa, formuliamo l’augurio che tutti i figli della Chiesa si lascino penetrare e fortificare dalla dolcezza delle Sante Lettere, per arrivare a una conoscenza perfetta di Gesù Cristo. – Come pegno di tale voto, e in testimonianza della Nostra paterna benevolenza, Noi impartiamo, nella somma grazia del Signore, a voi, a tutto il clero e a tutti i fedeli che vi sono affidati, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 settembre 1920, anno VII del Nostro Pontificato.

BENEDETTO PP. XV.

NOTE

(1) Due personaggi diversissimi portano questo nome: sono padre e figlio, vissuti nel IV secolo dopo Cristo e quindi contemporanei di – San Gerolamo. Il primo, detto Apollinare il vecchio, è ricordato per la sua bizzarra resistenza alla legislazione di Giuliano l’Apostata. Quando questo imperatore vietò che i maestri cristiani si valessero dei testi classici nel loro insegnamento, Apollinare si dedicò a tradurre in latino e in greco, in prosa e in versi, i libri sacri per servirsene poi di testo per l’insegnamento delle due lingue. Di queste traduzioni non resta traccia, essendo andate del tutto disperse. Il figlio, detto Apollinare il giovane, al quale si riferisce senza dubbio il ricordo di San Gerolamo, fu personaggio eminente e discusso del Cristianesimo greco. Anche delle sue opere poco o nulla è rimasto e il suo ricordo è strettamente legato agli accenni che di lui si trovano negli scritti di San Gerolamo. Nel combattere aspramente in molti scritti l’arianesimo, cadde nell’errore opposto di negare totalmente la natura umana di Cristo, riconoscendogli esclusivamente la natura divina. Ben quattro Concili lo condannarono, cosicché egli finì la sua vita fuori dal seno della Chiesa. Per molti anni, fino a tutta la prima metà del secolo, le teorie di Apollinare di Laodicea ebbero seguaci che vennero appunto chiamati “Apollinaristi”.

(2) San Gregorio il teologo – o di Nazianzo – vissuto fra il 330 e il 390. Patriarca di Costantinopoli, vi presiedette il Concilio ecumenico del 380. Lasciò il patriarcato l’anno successivo per ritirarsi in Cappadocia. Scrittore efficacissimo, combatté lo scisma ariano in quarantacinque discorsi: celeberrimo quello in morte di San Basilio. Lasciò altri scritti, in prosa e in poesia.

(3) L’Eusebio citato è quello di Cesarea, vissuto fra il 265 e il 339 o 340, vescovo di quella città. Scrittore di grande erudizione, lasciò molte opere di storia e di teologia. La Cronaca citata nell’enciclica è nota anche con il titolo di Storia ecclesiastica, che fu appunto tradotta da San Gerolamo, dal testo greco, in lingua latina.

(4) Lo scritto di San Gerolamo noto con il titolo Tractatus de Seraphin commenta il capo VI, paragrafi 2 e seguenti del libro di Isaia. Fu scoperto da Padre Ancelli a Montecassino e illustra una delle pagine più misteriose della Bibbia.

(5) Eletto dopo la morte del Pontefice Liberio e dell’antipapa Felice II, Damaso occupò la Cattedra romana in uno dei più agitati periodi della storia della Chiesa, funestato da gravi lotte politico-religiose e da molteplici eresie. San Gerolamo rientrò a Roma per il Concilio da lui indetto nel 382.

(6) Altro contemporaneo di San Gerolamo, che egli riconosce fra i suoi maestri. Cieco dall’infanzia, acquistò tuttavia una così vasta cultura da poter dirigere la scuola di Alessandria durante mezzo secolo, dal 340 al 395. Avversario tenace dell’arianesimo, non ripudiò le teorie di Origene e fu pertanto condannato. Di lui sono rimaste due opere sullo Spirito Santo e sulla Trinità.

(7) Laico romano: oltre a negare la verginità perpetua di Maria, avversò tenacemente il monachismo e impugnò l’eccellenza della verginità sul matrimonio. San Gerolamo scrisse contro le sue teorie nel 386.

(8) Gioviniano, monaco milanese vissuto alla fine del secolo IV. Lasciato il monastero, predicò una sua interpretazione eretica delle Sacre Scritture, per cui la salvezza sarebbe frutto della sola fede in Cristo. Contestò la verginità di Maria. Raccolse seguaci in una setta (giovinianisti) che dopo la condanna del suo fondatore scomparve in pochi decenni.

(9) Nell’elogio funebre che San Gerolamo inviò a Eustochio riguardante la madre sua Paola, lodava anche questa santissima donna per avere insieme alla figlia coltivato a tal punto lo studio delle Scritture, da conoscerle a fondo e ricordarle a memoria. Nel suo soggiorno romano dal 382 al 385, Gerolamo infervorò alla pratica della vita ascetica un nucleo di donne romane che si riunivano nel palazzo di Marcella sull’Aventino per dedicarsi alla lettura della Bibbia, al canto dei Salmi e alla preghiera. Di questo gruppo di devote nobildonne facevano appunto parte Eustochio e sua madre, Paola.

(10) Amico di San Gerolamo, che gli dedicò due delle sue epistole, una sui doveri dei sacerdoti cristiani e un’altra per tesserne l’elogio funebre. Da giovane Nepoziano fu militare; abbracciò poi lo stato ecclesiastico di. venendo prete, coadiutore dello zio Eliodoro, vescovo di Altino. Morì verso la fine del secolo V.

(11) San Paolino di Nola (Meropio Ponzio Paolino: 353-431), uscito da una delle più nobili famiglie romane, Insignito di alte cariche civili e fornito di immense ricchezze, abbandonò tutti i suoi beni per ritrarsi a vita monastica. Nel 409 fu eletto vescovo di Nola. Autore di carmi e panegirici, occupa un posto non trascurabile nella storia della letteratura latina cristiana.

LO SCUDO DELLA FEDE (XV)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

 XV.

IL GOVERNO DI DIO.

Come mai Iddio permette il male? — Iddio sa se mi salverò o mi dannerò; a che serve adunque che io mi travagli a salvarmi? — La predestinazione e la libertà umana.— Se Dio è infinitamente buono, perché crea coloro che andranno dannati?

— Avrei ora da esporre delle gravi difficoltà per riguardo ad alcuni attributi di Dio.

Già m’immagino quali siano. Tuttavia esponi pure liberamente tutto ciò che lambicca il tuo cervello, e vedrò di darti le spiegazioni più chiare che siano possibili.

— Ecco adunque: Iddio è onnipotente, cioè può fare tutto ciò che vuole, è santo, cioè vuole il bene ed abborrisce il male, è sapientissimo e sa tutto. Or come mai lascia che nel mondo si faccia tanto male? … si commettano tanti delitti? Li permette Egli forse perché non li può impedire! E allora dove sta la sua onnipotenza ? Li permette perché non li vuole impedire! E allora dove sta la sua santità? Li permette perché non sa che abbia ad accadere? E allora dove sta la sua sapienza?

Perdincolina! Mi fai veramente una scarica a mitraglia, ed entri per tal guisa in dei più tremendi misteri! Ma precisameli; perciò bisogna che ti ricordi anzitutto che misteri sono sempre misteri, che cioè noi non arriveremo mai a comprenderli. In secondo luogo devo dirti che il poter fare delle difficoltà anche gravi contro le verità della dottrina cristiana, difficoltà che per ora non si possono sciogliere, non dà il diritto di inferire che sia falsa la stessa dottrina, ma deve in quella vece farci riconoscere e confessare la nostra impotenza a comprendere tali verità. In terzo luogo ti aggiungerò che qualora avessi da adoperarmi a scioglierti le difficoltà, che mi hai proposte, con l’ampiezza dovuta, dovrei andare molto per le lunghe e tu non reggeresti al mio ragionamento. – Ciò premesso ti risponderò in breve che Dio, sì, è sapientissimo e perciò prevede anche il male che dagli uomini si fa, che Egli è santissimo e come tale non vuole il male e lo abborrisce, che Egli è onnipotente e che perciò assolutamente lo potrebbe impedire: e non di meno non lo impedisce perché, avendo dato all’uomo la libertà, Egli vuole assolutamente che l’uomo resti libero, padrone de’ suoi atti in modo da poter fare di sua piena volontà il bene o il male, e a seconda di quel che farà meritarsi coi propri sforzi la felicità eterna o con la propria malizia la eterna dannazione. E se l’uomo abusando della sua libertà commette il male e si abbandona persino a gravi delitti, Iddio perciò non lascia di essere e sapientissimo, e santissimo, e onnipotente.

— Va bene. Ma Iddio non poteva dare all’uomo la libertà perché faccia il bene e si meriti la felicità eterna, e a un tempo stesso impedire che l’uomo faccia il male non lasciandolo abusare della sua libertà? A me pare insomma che se Iddio non volesse davvero il male, non lo lascerebbe commettere, e che lasciandolo ommettere ne sia Egli stesso la causa.

Mio caro, senza saperlo tu metti innanzi i mostruosi errori di Calvino. Ascolta bene adunque. Che Iddio potesse, qualora lo avesse voluto, dare all’uomo la libertà per fare il bene e meritar la felicità eterna e a un tempo stesso impedire l’abuso dell’umana libertà nel fare il male è cosa certissima. Ma Egli non l’ha voluto, e in ciò appunto sta il mistero. Con tutto ciò non potendo noi capire il perché Iddio non abbia voluto affrancare l’uomo da quella naturale debolezza che lo rende peccabile, non porremo mai dire che Iddio voglia il male e ne sia Egli la causa. Il male Iddio lo permette, ma assolutamente non lo vuole, non può volerlo: se potesse voler il male, non sarebbe più Dio. Epperò non mai e poi mai si potrà ascrivere a Lui il più piccolo dei peccati, come appunto diceva S. Agostino. – E come mai sarebbe ciò possibile? Dio ha creato gli uomini, perché un giorno abbiano da possedere e godere Lui, e vorresti che Egli sia l’autore dei peccati, che allontanano l’uomo dal conseguimento del suo fine? Dio è l’infinita bontà e l’infinita giustizia, e vorresti che fosse l’autore della malizia e dell’ingiustizia? Dio è il punitore del peccato, e vorresti che punisse negli altri il peccato, di cui fosse Egli la causa? Dunque sia pure che noi non comprendiamo perché Iddio permette il peccato, ma non sia mai che sopra di Lui gettiamo la colpa dei peccati che commettiamo noi, abusando della libertà  che ci ha dato.

— Ho inteso e passo perciò ad esporle un’altra difficoltà.

Di su adunque.

— Se Iddio è, come non si può dubitare, sapientissimo, saprà certamente se noi ci salveremo o se ci danneremo, non è vero?

Verissimo!

— Dunque io dico: se Egli sa che mi salverò, sarò salvo; se Egli invece sa che mi dannerò, andrò dannato. Epperò che bisogno c’è ch’io mi travagli per salvarmi? Non mi resta così tolta ogni libertà di provvedere al mio eterno destino?

Anche questa è una difficoltà assai grave, ma se tu stai ben attento, spero che non riuscirà del tutto insolubile. – Tu dici adunque: « Iddio sa se mi salverò o se mi dannerò; » e da  questo sapere Iddio se ti salverai o ti dannerai, trai la conseguenza « che torna inutile che ti travagli per salvarti, perché non resti più libero di provvedere per parte tua al tuo eterno destino ». Ora io comincio a risponderti col fare a te una domanda. Che diresti tu a tua madre, se essa oggi ti dicesse: Figliuol mio, Iddio sa se quest’oggi devi pranzare o no; quindi è inutile che io ti prepari o non ti prepari il pranzo: se Dio sa se quest’oggi devi pranzare, pranzerai; se sa che non devi pranzare, non pranzerai?

— Oh! per certo le direi: Mia buona madre, per intanto fate il piacere di preparare il pranzo, e poi sarà come a Dio piacerà.

Così dico io a te: Pertanto tu fa da parte tua quello che importa per salvarti, e allora ti salverai; perché se al contrario non farai di tua volontà quello che devi e puoi fare per la tua eterna salvezza, certamente ti dannerai..

— Ma dunque la scienza che ha Iddio intorno alla nostra eterna destinazione non fa sì, che essa accada come Dio l’ha prevista?

La nostra eterna destinazione sarà senza dubbio infallantemente quale Iddio l’ha prevista, ma questa previsione, o a meglio dire visione (non essendovi innanzi a Dio futuro, ma tutto presente) non fa che la nostra eterna destinazione non sia ancor pienamente dipendente dalla nostra libera volontà. Supponi che tu ti trovassi sopra un terrazzo prospiciente un ampio cortile, dove molti govani tuoi compagni stanno divertendosi. Che vedresti tu?

— Eh! vedrei di quelli che corrono, di quelli che saltano, di quelli che fanno circolo, di quelli che si bisticciano, di quelli che si regalano  magari qualche pugno.

E vedendo tu tutte queste cose, ne saresti tu la cagione?

— Niente affatto!

E i tuoi compagni benché tu li veda, non restano ancor sempre liberi di proseguire i loro giuochi, le loro occupazioni, di fare quel che vogliono fare?

— Liberissimi. Il mio vedere nulla influisce sulla loro libertà.

Va bene. Ora stammi attento: Iddio da tutta l’eternità con la sua scienza infinita ha tutto presente dinanzi a sé, epperò tutto il bene e tutto il male che faranno gli uomini con tutte le circostanze più minute e particolari, e la loro conseguente salvezza o dannazione. Ma perciò che Egli tutto vede, si potrà dire la causa di quello che noi facciamo di bene o di male per salvarci o per dannarci? No assolutamente. Egli ci lascia fare il bene o il male, epperò operare la nostra salvezza o la nostra dannazione, a seconda della libertà che ci ha dato. Quindi non è già che noi facciamo il bene o il male perché Egli lo vede; ma Egli lo vede perché noi lo facciamo. Insomma Iddio vede che tu ti salverai, se tu liberamente vivrai da buon Cristiano per salvarti; e vede che ti dannerai, se tu di tua volontà vai alla dannazione vivendo male.

.— Mi sembra di aver inteso, e voglio dargliene una prova. Ecco dunque: Bisogna che io mi adoperi quanto posso per salvarmi, benché Iddio sappia se mi salverò o se mi dannerò dal vedere quello che io farò per salvarmi o per dannarmi; e la scienza, che egli ha intorno alla mia futura destinazione, non forza minimamente la libertà, che io ho di fare, il bene per salvarmi, o non farlo e fare il male èer dannarmi.

Benissimo; tu hai inteso egregiamente.

.— Resta però sempre verissimo che io infallibilmente mi salverò o mi dannerò, come Iddio ha previsto e come Egli ha predestinato.

Sì, senza dubbio, ma resta pure sempre verissimo che tu ti salverai o ti dannnerai liberamente. E questa verità, cioè l’infallibile prescienza divina e la conseguente predestinazione degli uomini ad essere salvi o dannati non contraddicono affatto a quest’altro della libertà dell’operazione umana. Ciascuna di queste verità è certa, e se torna alquanti difficile a combinarle insieme, ciò è in causa della nostra ignoranza, ma non già della impossibilità di farlo. Tutto sta che noi riflettiamo bene che Iddio non determina egli con la sua prescienza le nostre azioni buone o cattive e la nostra conseguente salvezza o dannazione, ma che invece Iddio infinitamente sapiente, vede da tutta l’eternità quelli che faranno bene e quelli che faranno male. E siccome da tutta l’eternità, in conformità alla sua giustizia, Egli ha decretato di premiare eternamente i buoni e castigare eternamente i cattivi, perciò da tutta l’eternità Egli vede altresì a chi darà il premio e a chi il castigo eterno, destinando in tal guisa gli uni a salvarsi, gli altri a dannarsi.  – Ma in tal guisa la predestinazione dell’uomo, sia alla gloria del cielo, sia alla dannazione dell’inferno, dipende interamente dalla libera volontà dell’uomo stesso, dal fare egli cioè liberamente il bene o il male. Così che siamo noi, che da noi stessi ci predestiniamo, essendo ché siamo noi, che ci vagliamo della nostra libertà o a meritare il premio dei buoni o il castigo dei cattivi.

— Ma stando così le cose, che non ostante la prescienza e la predestinazione divina noi restiamo interamente liberi nel fare il bene e salvarci o nel fare il male e dannarci, non sarebbe stato meglio che Iddio non ci avesse data la libertà?

No, caro mio. Se Iddio non avesse dato all’uomo la libertà, non ne avrebbe fatto, come volle, il capolavoro delle sue mani. La libertà è la dote, che ci pone a capo del mondo, è il perno della nostra grandezza e della nostra nobiltà, è il colmo delle nostre rassomiglianze con Dio. Tu sai quello che in proposito dice Dante:

Lo maggior don che Dio per sua larghezza

Fesse creando ed alla sua bontate

Più conformato, e quel ch’ei più apprezza,

Fu della volontà la libertate,

Di che le creature intelligenti,

E tutte e sole, furo e son dotate.

La libertà adunque è cosa per sé eccellente, così alta, così divina, di tale gloria a Dio e a noi, che Egli nella sua infinita sapienza e bontà ha preferito che vi fossero di quelli che ne abusassero, facendo il male e conseguentemente dannandosi, anziché non donarcela. Del resto per la stessa ragione che tu dici il Signore non avrebbe neppure dovuto darci gli occhi, le mani, la lingua, eccetera, perché non possiamo noi servirci, e non vi hanno molti purtroppo, che si servono anche di tali sensi per fare il male e dannarsi? In conclusione: o togliere la libertà all’uomo, o ammettere il male morale e la conseguente dannazione di taluni.

— Qualche cosa ho inteso. Iddio però, se lo volesse, potrebbe impedire in noi l’abuso della libertà, e trascinarci per forza sulla via del bene.

Sì, lo potrebbe benissimo. Ma sarebbe un far violenza alla nostra libertà. Dio vuol trattarci bene e non venir meno alla natura che ci ha dato, né fare con noi come si farebbe con un automa. Questo inoltre sarebbe un diminuire la nostra felicità futura. Quanto ci sarà più dolce il paradiso, pensando che abbiamo dovuto sostener delle lotte contro del male affine di conseguirlo!

— Ciò è verissimo. Ma intanto come conciliare tutto ciò con la bontà divina? Se Iddio è infinitamente buono, perché, sapendo che taluni andranno dannati, nulladimeno li crea?

Questa, amico mio, si può veramente riguardare come la più grave e più spaventosa difficoltà della dottrina cattolica. Cercherò di districarla alquanto ma brevemente, perché nello scandagliare questo mistero, si corre troppo rischio di sbagliare. – Vedi: Iddio è libero di fare quel che vuole e la libertà di Dio è sì gran bene, che non può venire al confronto con nessun bene o nessun male delle creature. Perciò sebbene Iddio preveda che taluno sarà malvagio, non perciò Egli deve rinunziare alla libertà di crearlo. Ma creandolo, lo fa Egli forse a questo fine che sia malvagio? Mai no: Egli lo crea, ancorché preveda che sarà malvagio, ma lo crea col fine che sia buono e si salvi, perciocché è certissimo che Dio vuole di volontà sincerissima che tutti gli uomini, che vengono al mondo, si salvino, e senza eccezione di sorta, perché da tutti senza eccezione vuole praticato il bene ed evitato il male e la conseguente salute eterna di tutti. Inoltre a tutti gli uomini, anche a quelli che andranno dannati, Iddio dà gli aiuti necessari per salvarsi. Dunque se taluni, ricevendo da Dio il benefizio dell’esistenza e gli aiuti necessari a conseguire il loro fine, nulla di meno si dannano, perché abusano di tale benefizio e di tali aiuti, si dovrà dire che Iddio non sia buono, non sia benefico?

— No, certamente.

Aggiungi poi, che dal male morale, che Iddio permette in taluni, male per cui costoro si dannano, Egli sa cavare facilmente sì gran bene, da far risplendere anche in ciò di vivissima luce la sua bontà.

— E come mai?

Ci sono ad esempio degli uomini che fanno molto male e determinano così la loro dannazione? E Iddio di fronte a questi malvagi fa vedere la sua bontà a stimolarli in mille maniere alla penitenza, ad attendere pazientemente che si convertano, a dar loro spazio di tempo perché lo facciano. Vi sono dei malvagi, che non contenti di fare essi il male e andare essi incontro alla dannazione, vorrebbero ancora indurre altri a fare lo stesso, e si valgono a tal fine della loro prepotenza per tentarli o perseguitarli, se non si arrendono alle loro inique voglie? E Iddio manifesta la sua bontà nel sostenere i buoni, nell’aiutarli ad essere vincitori in tale lotta, nel fare sì che in tal guisa si presenti al mondo lo spettacolo delle virtù eroiche praticate dalle sante vergini, dai santi martiri, dai santi d’ogni maniera, che a costo di qualsiasi sacrificio restano fedeli alla sua tede ed alla sua legge. Insomma in un modo o in un altro Iddio cava sempre del bene dal male, e così fa sempre palese, nello stesso male che permette, la sua bontà. – Ma a questo riguardo se trovi ancora delle oscurità, ripensa all’osservazione che già ti feci, che il mistero è sempre mistero, e che se possiamo vederlo chiaro da qualche lato, vederlo chiaro del tutto ci è assolutamente impossibile.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI ERETICI ED APOSTATI DI TORNO: CUM RELIGIOSI ÆQUE

Il Santo  Padre P. Lambertini, Benedetto XIV, riprende in questa lettera, un tema a lui particolarmente caro, l’insegnamento della Dottrina Cattolica, (tema già affrontato in: “Etsi minime”), argine all’ignoranza religiosa, foriera di condizioni spirituali e  materiali disastrose e che ha, come ultima conseguenza, la perdita dell’anima in eterno. Tra le altre, ricordiamo le esortazioni: “… che ogni Parroco faccia ciò che gli viene prescritto dal Sacro Concilio Tridentino ed anche dai Vostri Sinodi: che s’insegni in giorni determinati la Dottrina Cristiana dai Maestri e dalle Maestre delle Scuole; che i Confessori facciano il loro dovere quando qualcuno si accosta al loro Tribunale ignorando le cose necessitate Medii per salvarsi; e che lo stesso si faccia anche dai Parroci prima di congiungere in Matrimonio coloro che vogliono sposarsi. S’inculchi ai Padri di Famiglia e ai Padroni delle Case l’obbligo d’istruire e fare istruire i loro figli e i familiari nella Dottrina Cristiana …”. Queste esortazioni non sono state evidentemente sufficienti a richiamare tutti al loro dovere, cosicché, quando i satanici novatori, hanno ribaltato la dottrina cattolica, solo pochi hanno “arricciato il naso”, e nessuno ha veramente protestato abbaiando come saggi guardiani, e non restando cani muti, contro i lupi penetrati nell’ovile a sbranare le pecore … anzi non pochi pastori (finti e non) si sono seduti a mensa nelle agapi rosacrociane imbandite da quelli che hanno introdotto la sinagoga di satana nella Chiesa di Cristo: i nemici di Dio e di tutti gli uomini, come li appellava già l’Apostolo delle genti. Ed infatti, desti dal sonno profondo e colpevole, basterebbe rileggere solo pochi capitoli del Catechismo cattolico, per capire come la rivoluzione orgogliosa di lucifero, sia penetrata fin nelle midolla di falsi e corrotti prelati, tra i quali la maggior parte non sono mai stati ordinati, o per difetto di intenzione,  e privi di mandato e giurisdizione (ad es. i massonici cavalieri kadosh con le derivate “fraternità”, i tesisti eretici, i sedevacantisti cranio-vacanti, cerebro-privi, etc.), o per difetto di forma, come i falsi vescovi del “novus ordo” ordinati con la blasfema-gnostica formula dal 18 giugno del 1968. Riprendiamo allora i saggi consigli del Santo Padre Benedetto XIV, che tra l’altro ricorda S. Carlo Borromeo, studiamo la dottrina dagli scritti cattolici dei secoli scorsi che ancora si trovano, ed attendiamo fiduciosi il ritorno del Signore Gesù-Cristo che ristabilirà, ammantandola di nuovo splendore, la sua Sposa immacolata, la Chiesa Cattolica Romana, come ci ha promesso dicendo a Pietro, il Principe degli Apostoli: “portæ inferi non prævalebunt”.

Benedetto XIV

Cum Religiosi Æque

Essendoci stato rappresentato da persone di studio e zelanti dell’onore di Dio che sarebbe stata ottima cosa che nelle Nostre Basiliche Patriarcali di San Giovanni in Laterano, di San Pietro in Vaticano e di Santa Maria Maggiore si fossero stabiliti Ministri che istruissero i penitenti, i quali dalla Dataria Apostolica si trasferiscono alle predette tre Basiliche per adempiere in esse le opere servili e laboriose che vengono loro prescritte (e che devono adempiere prima che ad essi si rilasci la Dispensa Matrimoniale, per ottenere la quale si sono portati a Roma), e che l’istruzione si limiterebbe ad indurli a fare una fruttuosa Confessione ed a ricevere degnamente il Sacramento dell’Altare (il che viene pure prescritto loro dalla Dataria, oltre la visita delle sette Chiese e la salita alle Scale Sante); avendo Noi dato in materia gli ordini opportuni, come emerge nella Nostra Lettera Enciclica scritta ai Cardinali Arcipreti delle dette tre Basiliche in data 18 gennaio di quest’anno; avendo avuti sicuri riscontri dello zelo con il quale alcuni Canonici ed altri Ecclesiastici delle predette Basiliche si sono accinti indefessamente per l’esecuzione degli ordini dati, ne abbiamo avuto una straordinaria consolazione e ne abbiamo reso di cuore le dovute grazie al Signore Iddio, Autore di ogni bene.

1. La Nostra consolazione non è stata però completa in tutto e per tutto, essendoci stato riferito che in occasione dei Catechismi che si vanno facendo per disporre i Penitenti alla Confessione ed alla Comunione, si ritrovano spesso Dispensandi ignari dei Misteri della Fede, compresi quelli che sono necessari necessitate Medii; pertanto non possono essere ammessi ai Sacramenti. – A tale gravissimo inconveniente, quantunque i ricordati Ministri non manchino di porre gli opportuni rimedi con le necessarie istruzioni, non è però che oltre la sollecitudine e la fatica che quegli operai del Vangelo ritengono necessario ed indispensabile e che ben volentieri soffrono, ciò non amareggi i Dispensandi, i quali – essendo poveri e vivendo con le fatiche delle loro mani – non vedono l’ora di partire da Roma, tornare alle loro Patrie e contrarre il matrimonio cui anelano e per il quale hanno intrapreso il viaggio e si sono sottoposti alla pubblica, laboriosa penitenza.

2. Nel principio del Nostro Pontificato spedimmo una Lettera Enciclica nella quale eccitammo lo zelo dei Nostri Confratelli sull’insegnamento della Dottrina Cristiana nelle loro Diocesi. Abbiamo letto i loro Sinodi vecchie nuovi ed abbiamo riconosciuto che sono pieni di esortazioni e di istruzioni, e che nulla vi manca di quanto è necessario per l’importantissima opera dell’insegnamento della Dottrina Cristiana. Pertanto, in assoluta buona fede dichiariamo di essere persuasi che fra di loro non c’è nessuno che in questa materia abbia mancato al proprio Apostolico Ministero, e che l’ignoranza rilevata in alcuni loro Diocesani non sia determinata né provenga da loro colpa o negligenza, ma dalla ritrosia dei sudditi nell’ubbidire agli ordini dei loro Superiori, nel non andare alla Dottrina Cristiana e nell’accostarsi poche volte, o forse mai, a sentire la parola di Dio, o nell’incapacità di taluni di apprendere ciò che si insegna loro, o nell’essere stati alla Dottrina Cristiana solo nei primi anni della loro età senza più essersi curati di accostarsi a quei luoghi nei quali avrebbero potuto comodamente, e forse con maggior profitto intendere, nell’età adulta, quanto fu loro detto nell’età puerile, in modo che si riducono in tutto nella condizione simile a quella in cui si ritrovano coloro che nell’età puerile non sono mai stati istruiti né sono mai stati alla Dottrina Cristiana. Tutti questi disordini, che si sono verificati e si verificheranno nonostante le diligenze dei Nostri degni Confratelli, non esentano però Noi dal peso di dovere con questa Nostra Lettera Enciclica eccitare nuovamente il loro zelo, né esentano Essi dal proseguire e dall’accrescere le loro diligenze su una materia dalla quale dipende l’eterna salute delle Anime affidate alla loro cura.

3. Forse non vi sarà nessuno fra di Voi, Venerabili Fratelli, che non sia pienamente informato di quanto fece San Carlo Borromeo sia nella sua vasta Diocesi di Milano, sia in tutta la Provincia di cui era Metropolita, per stabilire un fruttuoso insegnamento della Dottrina Cristiana. Quante e quali furono le fatiche che Egli sopportò per ben fondare questo Santo Istituto! Quando Egli si accorse che le fatiche compiute non avevano conseguito il frutto che Egli desiderava, non si perdette d’animo ma aggiunse diligenze a diligenze, come si apprende dal suo quinto Concilio Milanese: “Nos multam hactenus diligentiam adhibuimus, ut omnes et singuli Christifideles in Fidei Christianae rudimentorum institutione erudirentur; sed cum parum Nos hucusque profecisse tanta in re cognoverimus, negotii, periculique magnitudine adducti, haec praeterea decernimus“. Era bastato a quel grande santissimo Presule sapere che v’era bisogno, per operare in avvenire, aggiungere diligenze a diligenze, nonostante quel molto che fino ad allora aveva fatto; nello stesso modo che bastò al Re degli Assiri avere avuto la notizia che le genti ignoravano i precetti di Dio: “Nuntiatumque est Regi Assyriorum, et dictum: gentes, quas transtulisti et habitare fecisti in Civitatibus Samariae, ignorant legitima Dei Terrae“, per spedirvi subito un Sacerdote che insegnasse a quei Popoli i precetti di Dio: “Praecepit autem Rex Assyriorum dicens: ducite illuc unum de Sacerdotibus, quos inde captivos abduxistis, et vadat et habitet cum eis, et doceat eos legitima Dei Terrae“, come si legge nel libro 4 Dei Re (2Re 17,27).

4. Noi, conformandoci a questo pratico insegnamento di San Carlo Borromeo, nonostante le diligenze finora praticate da Voi, Vi esortiamo, pregandovi per le viscere di Gesù Cristo, a non perdervi d’animo nella grande opera dell’insegnamento della Dottrina Cristiana. Fate che ogni Parroco faccia ciò che gli viene prescritto dal Sacro Concilio Tridentino ed anche dai Vostri Sinodi: che s’insegni in giorni determinati la Dottrina Cristiana dai Maestri e dalle Maestre delle Scuole; che i Confessori facciano il loro dovere quando qualcuno si accosta al loro Tribunale ignorando le cose necessitate Medii per salvarsi; e che lo stesso si faccia anche dai Parroci prima di congiungere in Matrimonio coloro che vogliono sposarsi. S’inculchi ai Padri di Famiglia e ai Padroni delle Case l’obbligo d’istruire e fare istruire i loro figlie i familiari nella Dottrina Cristiana.

Nelle Diocesi nelle quali è introdotta la disciplina, si prosegua; dove non è introdotta, si introduca che, prima o dopo la Messa Parrocchiale, si dicano ad alta voce, da parte dello stesso Parroco, gli Atti di Fede, Speranza e Carità, ben composti, ripetendo il Popolo le parole del Parroco. Non si trascuri l’adempimento dell’obbligo che ha il Parroco, se non di predicare nei giorni festivi, almeno di esporre dall’Altare il Vangelo al Popolo, e d’istruirlo nei Misteri principali della nostra Santa Religione, nei precetti di Dio e della Chiesa e in quanto è necessario per degnamente ricevere i Sacramenti. Si seguano le stesse orme dei Predicatori, ai quali si dia il salutare avvertimento di unire l’istruzione all’esortazione, dato che gli uditori hanno bisogno dell’una e dell’altra. Infine, il metodo d’insegnare (a chi è impreparato) la Dottrina Cristiana viene indicato da Sant’Agostino (De Catechizandis rudibus, cap. 10), dice essere utilissimo quello delle interrogazioni familiari, dopo aver fatto la spiegazione; dalla interrogazione familiare si rileva se chi l’ha udita l’ha capita, e se per farla capire occorre un’altra spiegazione: “Interrogatione quærendum est, utrum is, qui catechizatur, intelligat; et agendum, pro eius responsione, ut aut planius, et enodatius loquamur, aut quae illis nota sunt, non explicemus latius, etc. Quod si nimis tardus est, misericorditer succurrendus est, breviterque ea, quae maxime necessaria sunt, ipsi potissimum inculcanda“.

Teniamo per certo che da parte Vostra si farà sempre di più di quanto con questa Nostra Lettera Enciclica Vi additiamo. Nel frattempo, con pienezza di cuore, impartiamo a Voi, Venerabili Fratelli ed al Vostro Gregge, l’Apostolica Benedizione.

Dato da Castel Gandolfo, il giorno 26 giugno 1754, decimoquarto anno del Nostro Pontificato.

ÆÆ

LO SCUDO DELLA FEDE (XIII)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

L’ESISTENZA DI DIO.

— L’esistenza di Dio dimostrata dall’esistenza nostra. — Dall’esistenza del mondo. — Dall’ordine dell’universo e del suo movimento. — Dal comune consentimento dei popoli. — Da coloro stessi che la negano.

— Capisco bene, che dopo d’esser stato convinto che devo credere a tutte le verità che insegna la Chiesa Cattolica, non avrei più da fare difficoltà di sorta per nessuna di esse. Ma il desiderio di istruirmi sempre più e di togliermi dalla mente ogni falsa idea anche intorno ai punti particolari della dottrina cristiana mi spinge a farmi da capo, certo che la sua bontà in rispondermi non verrà meno.

Ciò che tu desideri, lo desidero ancor più io per giovarti quanto più mi è possibile. Domanda perciò, esponi liberamente ogni dubbio, obbietta tutto quello che credi opportuno al tuo fine anche riguardo ai punti particolari della dottrina cristiana.

— Quale sarebbe adunque la prima verità da credere?

L’esistenza di Dio. S. Paolo dice chiaro a nome del Signore che chi vuol andare a Lui deve credere anzitutto che Egli esiste (V. Lettera agli Ebrei, Capo XI, Versetto 6). Epperò è questa la verità, che appare per la prima nell’insegnamento cristiano, la verità che ad ogni tratto ci è rivelata nelle Sacre Scritture sia dalle manifestazioni (teofanie) continue che di Dio ci sono in esse narrate, sia dalle affermazioni che esse ce ne fanno.

— Ma! Sarà poi vero che vi sia un Dio?

E sarà vero che ci sia tu?

— Oh! di questo mi pare di non dover dubitare.

Ma tu perché ci sei?

— Ci sono perché ci sono stati i miei genitori, che mi han dato la vita.

E i tuoi genitori perché ci sono stati?

— Oh bella questa! Perché ci furono i loro avi.

E i loro avi perché ci furono?

— Ma comprenderà bene che è sempre la stessa storia.

Oh no! questo che dici non è giusto. Se tu prendi in mano una catena e dalla fine di essa vai giù di anello in anello, arriverai certamente al primo. Così se risali da genitori in genitori bisogna pure che tu arrivi a trovare quelli che furono i primi genitori.

— Ciò è verissimo.

Or bene quei primi genitori, dimmi, hanno essi avuti altri genitori?

— Eh! allora non sarebbero più stati i primi.

Dunque come hanno fatto ad esistere quei primi genitori?

— Saran venuti fuori dalla terra.

Bambini o già adulti?

— Saran venuti fuori bambini.

Ma bambini non sarebbero morti subito per mancanza di aiuto?

— Allora saran venuti fuori adulti?

Adulti? Ma ti pare? Il solo pensiero che un uomo ed una donna siano saltati fuori dalla terra già grandi e grossi tutto ad un tratto non ti fa ridere? E poi perché, se ciò fosse avvenuto una volta, adesso non accade più mai?…  Inoltre come si son formati dalla terra questo primo uomo e questa prima donna?

— Si saran formati a poco a poco per mezzo di successive trasformazioni. Per esempio prima saranno stati un pugno di fango e poi questo pugno di fango per certe forze intrinseche si sarà sviluppato e trasformato in una specie di animale, questa specie di animale, ancora molto imperfetto, a poco a poco si sarà trasformato in un altro animale più perfetto, e questo in un altro ancor più perfetto fino a tanto che si sarà arrivati alla scimmia, e dalla scimmia il passaggio all’uomo non deve essere stato difficile.

Ah sì? E come mai da migliaia di anni, che il mondo si trova quale esso è, non si è più mai veduto nulla di simile ? Com’è che le scimmie sono sempre rimaste scimmie? che le rane sono sempre rimaste rane e i pesci sempre rimasti pesci? Com’è che se tu pigli un pugno di fango e lo poni, mettiamo, in una scatola, e lo lasci lì per anni ed anni, per secoli e secoli, rimane sempre un pugno di fango? E poi quando pure fosse come tu dici, non ci sarebbe ancor sempre da spiegare come cominciò ad esistere quel pugno di fango, e donde originarono quelle forze che lo hanno trasformato? Non ricordi il problema dell’uovo e della gallina? Un amico chiedeva ad un altro: Mi sapresti dire qual dei due sia stato prima: l’uovo o la gallina? — La gallina, rispose questi. — E questa gallina, riprese quegli, dond’è venuta? — Da un uovo. — E allora non fu più la gallina ad esistere per la prima. — Già lo vedo anch’io; dunque prima esistette l’uovo. — E questo uovo da chi provenne? — Eh, caro mio, vedo che non si finirebbe più sia a pensarla in un modo sia a pensarla ad un altro. — Dunque bisogna riconoscere che v’è stato chi produsse o il primo uovo o la prima gallina. – Alla peggio pertanto, tornando a noi, non bisognerebbe ammettere che c’è stato chi ha dato esistenza a quel primo pugno di fango e vi ha infuso dentro quelle forze?

— Ah! questo è vero.

Ma siccome il fango rimane sempre fango, perché non ha in sé e per sé nessuna forza che lo faccia passare ad uno stato migliore, siccome le bestie rimangono sempre bestie, siccome non è possibile che un primo uomo ed una prima donna, siano venuti fuori dalla terra né grandi e grossi, né piccoli bambini, e siccome vi è stato un primo uomo e una prima donna, da cui sono venuti al mondo tutti gli altri, perciò bisogna che vi sia stato qualcuno, che abbia formati il primo uomo e la prima donna, e ben si capisce qualcuno dotato di ragione e di volontà, di gran lunga superiore all’uomo, perché nessun uomo può formare per creazione un altro uomo; bisogna insomma che vi sia stato, che vi sia Dio.

— Ma come si fa a credere che ci sia Dio se non si vede?

E tu hai già veduto la tua mente? Hai già veduto l’aria? Hai già veduto la febbre? Eppure dubiti che ci sia la tua mente, che ci sia l’aria, la febbre?

— Ma la mia mente si rivela nei pensieri, che mi vengono, nelle parole che profferisco, nelle azioni che compio; l’aria la respiro, e la febbre posso sentirmela in dosso.

È la stessa cosa di Dio. Gira gli occhi intorno a te, levali in alto, gettali in basso, che cosa vedi tu?

— Vedo millanta cose. Vedo gli uomini, vedo gli animali, vedo le piante, vedo le case, vedo le colline, le montagne, il mare, i fiumi, il sole; di notte vedo la luna, le stelle!

E tutte queste cose che vedi chi le ha fatte?

— Talune, come le case, le hanno fatte gli uomini.

Benissimo! E vedendo una casa qualsiasi, fosse pure una miserabile catapecchia, ti è mai passata per la mente che siasi fatta da sé?

— Allora sarei un matto.

E se saresti matto nel pensare che una casa qualsiasi, fosse pure una catapecchia, si sia fatta da sé, non saresti matto egualmente nel pensare che siansi fatte da sé tutte le altre cose che esistono, e gli uomini non possono aver fatte, come le piante, i fiori, le erbe, le montagne, i mari, i fiumi, gli animali, gli uccelli, i pesci, le stelle, il sole, la luna, eccetera?

— Oh certamente.

Se adunque la luna, il sole, le stelle, i pesci, gli uccelli, gli animali, i fiumi, i mari, le montagne, le erbe, i fiori, le piante, eccetera, non si sono fatte da per sé, non ti rivelano chiaro che deve esistere qualcuno che le abbia fatte? che deve esistere il loro creatore? Che deve esistere Iddio?

— Sì, è vero.

Dicevano dunque bene quei due Arabi, ai quali chiedendosi in qual modo conoscessero che Dio esiste, rispondevano, l’uno: « Allo stesso modo che io riconosco dalle tracce segnate sulla sabbia che vi è passato un uomo od una belva; » e l’altro: « Non è forse l’aurora che mi annunzia il sole? » Epperò quanto giustamente le Sacre Scritture vanno dicendo che « la magnificenza della creazione fa vedere e conoscere all’anima nostra il Creatore d’ogni cosa « (v. Libro della Sapienza, Capo XIII, Versetto 5); e che « i cieli sono come le pagine di un libro, in cui si può leggere la sua gloria, e il firmamento annunzia ch’esso è l’opera delle sue mani, e il nome ammirabile di Dio si legge su tutta la terra » (v. Salmi XVIII e VIII). Ne son prova questi altri fatti. Il filosofo Sintennis prese un bambino e lo condusse in una villa segregandolo del tutto dal mondo e non parlandogli mai di Dio, pensando per tal guisa di poter dimostrare col fatto che l’uomo non arriva di per sé a conoscere l’esistenza di Dio. Ma rimase deluso. Perché cresciuto il fanciullo, un mattino lo vide tra l’incanto della natura indirizzare i suoi passi sopra un poggetto del giardino ed ivi inginocchiarsi e mandare baci al sole e dire: « O tu che sei così bello e che sei più vicino al Creatore di tutte le cose, salutalo per me, e digli ch’io l’amo! » Interrogato quindi il fanciullo chi gli avesse detto che c’era un Dio Creatore del mondo e chi gli avesse insegnato a pregare così, quegli rispose: « Tutto ciò che vedo e mi circonda, tutto mi dice che c’è chi ha fatto il mondo, e che io lo devo adorare. – Anche il giovane Tagliapietre di Saint Point, come narra Lamartine, ad un gentiluomo che lo interrogò, perché mai tutto solo attendesse al lavoro nella sua valletta rispose: « In tutta la mia vita non mi sono mai sentito solo un momento. Si è forse soli, quando si ha Dio al fianco e si è circondati da Dio? ». « Hai ragione, replicava il gentiluomo ; ma tu come hai saputo tutto da te sollevarti fino a questa presenza di Dio e avvezzarti a vedertelo al fianco come un amico? » – « Come ho potuto? Io sono ignorante, ma ho appreso da mia madre e da molte anime buone a conoscere e adorare Iddio. Ma quando anche ciò non fosse stato, quando pure non avessi mai udito il catechismo della Parrocchia, forse che non ci ha un catechismo in ogni cosa che ne circonda, il quale insegna agli occhi e all’anima dei più ignoranti? Il nome di Dio non abbisogna di lettere dell’alfabeto per essere letto. L’idea di Dio s’incontra coi nostri sguardi sin dal primo raggio di luce che ci visita e ci rallegra ».

« Dunque tu vedi Iddio? »

« Se lo vedo! E potrei io esprimere per quali modi e per quante immagini? Ora lo vedo come un cielo senza confine seminato di occhi da ogni parte Ora lo vedo come un mare che non ha lido, donde escono in gran numero isole e terre. Ora lo vedo come un gigante, carico di montagne, di mari, di soli, di mondi addossati l’un l’altro, di cui non sente il peso … Io sono un insipiente, le frasi e le immagini mie sono quelle di un ignorante… Ma io vedo il mio Dio! » – Il Metastasio espresse pur bellamente la stessa verità con queste due belle strofe:

Dovunque il guardo io giro

Immenso Dio, ti vedo;

Nell’opre tue t’ammiro,

Ti riconosco in me.

La terra, il mar, le sfere

Parlan del tuo potere:

Tu sei per tutto, e noi

Tutti viviamo in te.

Ma non è solo l’universo e la sua bellezza che ci mostrino l’esistenza di Dio; ce la mostrano altresì l’ordine, l’armonia, la disposizione ammirabile delle cose tutte. Se tu guardi un bel quadro, una bella statua, se tu consideri la struttura di un magnifico orologio, se tu ammiri un giardino ordinato con vaghissime aiuole, oseresti tu dire che quel quadro si è dipinto da sé e che i colori si sono distesi e stemperati gli uni accanto e sopra gli altri sulla tela fino a che ne è venuto fuori quel quadro stupendo? Oseresti tu dire che nel blocco di marmo, da cui è venuta fuori quella statua, da per sé si sono rotti i pezzi, levate le schegge lisciate le parti, fino a che di per sé si è formata la bella statua? Oseresti tu dire che in quell’orologio si sono collocati a posto di per sé i perni, e dentro di essi le ruote, e le une si sono di per sé incastrate nelle altre, tanto da mettere in movimento quell’orologio! Oseresti dire infine che in quel giardino le aiuole da se stesse si sono ordinate e piantate di fiori?

— Sarebbe da ridere.

Ebbene non sarebbe da ridere anche più nel vedere l’ordine che vi regna nell’universo, e dire che quest’ordine si è fatto da sé? Mira le stelle: ciascuna sta sempre al suo posto, percorre sempre la stessa orbita. Mira le stagioni; si succedono sempre regolarmente le une alle altre. Mira gli uomini, gli animali, le piante, si riproducono sempre secondo la loro specie. E non ci sarà dunque chi tutto ha ordinato così, come c’è un giardiniere che ha ordinato le aiuole di un giardino, come c’è un orologiaio che ha messo a posto le ruote d’un orologio, come c’è uno scultore che ha fatto una statua, come c’è un pittore che ha fatto un quadro?

— Sì, è vero, verissimo; ma non si potrebbe dire che il mondo si è fatto e ordinato a caso?

A caso? Ma che cos’è il caso?

— Non saprei dire.

Il caso, in questo caso, è nulla. E il nulla non fa nulla, non ordina nulla. Curiosa questa! Non diresti mai che il caso ha dipinto un quadro, tratta una statua, composto un orologio, ordinato un giardino, e vorresti dire che il caso ha fatto e ordinato l’universo?

— Ha ragione; ma se non si può dire che ciò abbia fatto e ordinato il caso, non può invece averlo fatto e ordinato madre natura?

Madre natura? Ecco; se per madre natura tu intendi quell’Essere che, dotato di intelligenza e volontà, ha tutto fatto ed ordinato, con ciò ammetti senz’altro l’esistenza di Dio creatore ed ordinatore, benché con una espressione affatto impropria e che tutt’altro che chiarire le cose non fa che ingarbugliarle. Ma se per madre natura intendi le proprietà e le forze che vi sono nel mondo, cioè nelle cose che essi stono, tu verresti a dire questa grande assurdità che il mondo si è creato ed ordinato dalle proprietà e forze che vi erano nel mondo già creato ed ordinato.

— E già, è così.

Aggiungi poi che oltre all’ordine nell’universo vi è il moto. Tutto ciò che nell’universo esiste tutto trovasi in movimento. Si muove la terra, si muovono gli astri, si muovono i mari, si muovono gli animali, le piante, si muove l’uomo, insomma non c’è essere alcuno che o in un modo o in un altro non si muova. Ora qualunque cosa che si muova, non altrimenti si muove, se non perché c’è una forza che la fa muovere. Questa forza potrà essere ripetutamente mediata, ma ti fa d’uopo da essa risalire ad una immediata. Quando ad esempio tu vedi un carrozzone elettrico che corre rapidamente sopra un binario, benché non veda esternamente alcuna forza che lo tiri o lo spinga, sai non di meno che è l’energia elettrica, con la quale è posto in comunicazione, che lo fa muovere. Ma l’energia elettrica è già ancor essa un movimento, del quale cercando la causa la troverai in un altro movimento, ad esempio in quello dell’acqua o del fuoco. E il movimento dell’acqua o del fuoco è cagionato esso pure da altro movimento. Così potrai da movimento in movimento andare fino ad un certo punto, ma alla fine ti è necessario arrivare ad una prima causa, che dà immediatamente movimento alle altre senza più essere mossa da alcuna, poiché altrimenti tu correresti nell’infinito senza potere trovare mai un punto ove fermarti, ciò che invincibilmente ripugna alla nostra mente. Ora quello che ti è d’uopo riconoscere gettando lo sguardo sopra un carrozzone elettrico, lo devi riconoscere gettando lo sguardo sopra qualsiasi altro essere, che ti capiti sotto gli occhi. E così da ogni essere in movimento (e tutti gli esseri, come già ti dissi, si trovano in un modo o in un altro in tale condizione), potrai e dovrai risalire a quell’essere, che senza punto essere mosso da alcuno è il motore di tutto, e che tutti intendono essere Dio.

— Anche questa dimostrazione è chiara. E congiunta alle altre non deve più assolutamente lasciar dubitare dell’esistenza di Dio.- Non di meno se ne dicono tante a questo riguardo… Per esempio, si dice che siano stati i sacerdoti, che abbiano inventato Iddio.

Chi parla così, parla assurdamente e non sa quel che si dice. Se io dicessi che tu hai inventato tuo padre…

— Mi metterei a ridere.

Ma molto più dovresti ridere quando ti si dice che sono i sacerdoti che hanno inventato Dio. I sacerdoti sono i rappresentanti di Dio presso gli uomini e i rappresentanti degli uomini presso Dio. Ora come mai i sacerdoti potevano essere tali, se prima di essi non era riconosciuta l’esistenza di un Dio, del quale essi si dichiaravano ministri? Dire adunque che i sacerdoti hanno inventato un Dio è la stessa assurdità che dire che i figli hanno inventato il padre.

— Ma non è forse verissimo che vi sono tanti uomini al mondo, che non credono all’esistenza di Dio?

È verissimo tutto il contrario. Tutti i popoli antichi e moderni, barbari ed inciviliti, in ogni tempo, in ogni luogo, sotto ogni clima, hanno riconosciuto che vi è Dio. Sono celebri in proposito le affermazioni di Cicerone e di Plutarco. « Non vi ha nazione sì rozza e sì selvaggia, dice il primo, che non creda l’esistenza degli dèi, sebbene s’inganni quanto alla loro natura ». E il secondo: « Voi potrete trovare una città senza muraglie, senza case, senza ginnasi, senza leggi, senza uso di moneta, senza coltura di lettere; ma un popolo senza Dio, senza preghiere, senza sacrifizio, senza riti religiosi, non si vide giammai ». Anche Massimo di Tiro osservò « che nel mondo vi ha un gran cozzo di leggi e di opinioni, ma che tutte le leggi e le opinioni si accordano su questo punto cioè che vi ha un signore e padre di tutte le cose ». – Pertanto se vi sono degli uomini, che non credano all’esistenza di Dio, prima di tutto essi sono assai pochi e difficilmente accade che non vi credano per sistema, per convinzione, e stabilmente, per un lungo corso di tempo. In generale dicono con la lingua di non credere all’esistenza di Dio, ma nel cuore la pensano ben diversamente; e se pure talvolta fanno una tal negazione per qualche tempo, quando cioè si trovano dominati da una sfrenata superbia, non persistono mai tuttavia in essa per lunghi anni, e il più delle volte al punto della morte cambiano parere. In secondo luogo quegli uomini, che non credono o dicono di non credere all’esistenza di Dio, sono per lo più coloro che lasciandosi sopraffare dalle loro malnate passioni, e dandosi ad operare il male, temono perciò i castighi di Dio e vorrebbero che Dio non esistesse, perché non li avesse a punire.

— Questo è vero, confesso che se talvolta ho avuto anch’io qualche dubbio sull’esistenza di Dio, l’ho avuto allora che ho accontentato od avrei voluto accontentare le mie cattive inclinazioni.

Vedi adunque che la Sacra Scrittura ha avuto ragione di dire che lo stolto ha detto in cuor suo che non vi è Dio. In cuor suo, e non nella sua mente, perché la negazione di Dio più che dall’offuscarsi della mente procede dal corrompersi del cuore. Chi si conserva buono, chi vive virtuosamente, non penserà mai a negare l’esistenza di Dio. – Il La Bruyère nel suo libro intitolato I Caratteri ha detto: « Io vorrei trovare un uomo sobrio, moderato, casto, equo, che dica non esservi Dio; egli almeno lo direbbe senza interesse; ma quest’uomo voi lo cercherete indarno ». E per altra parte c’è da meravigliarsi che vi siano stati e vi siano tuttora alcuni uomini che non credano all’esistenza di Dio? In una provincia di 500,000 abitanti non v i sono sempre per lo meno un 500 pazzi? È troppo naturale adunque che nella generalità degli uomini, i quali tutti ammettono la esistenza di Dio, ve ne sia pure qualcuno che non l’ammetta, e questa eccezione, eccezione rarissima, è una piena conferma della regola.

— Ma molti popoli nel credere all’esistenza di Dio non fecero cosa ridicola, come quelli ad esempio che credettero essere tanti dèi, e quegli altri che credettero essere dèi gli animali, le piante, gli astri o le statue fabbricate dalle loro mani?

Sì, è vero, molti popoli hanno errato nell’ammettere più di un Dio e nel credere Dio ciò che non era e non poteva assolutamente essere tale; ma con tutto ciò essi ammisero l’esistenza della divinità. Fecero adunque cosa ridicola nel concepire nella loro mente le pluralità degli dèi, e la essenza di Dio diversa da quella che è, ma fecero opera assennata credendo che Iddio esiste. Aggiungi poi che in generale tutti i popoli idolatri hanno pur sempre ammesso un Dio ai di sopra di tutti e di tutto. Sofocle in pieno teatro ricordava agli Ateniesi, adoratori delle divinità dell’Olimpo « che nelle leggi sublimi del mondo v’ha un Dio supremo, che non invecchia mai » (nell’Edipo).

— Ma i popoli nel credere all’esistenza di Dio non potrebbero essere stati vittima del timore, dell’ignoranza, dei pregiudizi?

Vittima del timore, dell’ignoranza, dei pregiudizi lo furono nel credere Dio ciò che non era Dio in tante maniere diverse secondo la diversità dei tempi, dei luoghi, delle passioni, come ad esempio lo sono tuttora certi abitatori delle Indie che per timore, per ignoranza e per pregiudizio credono divinità certi serpenti velenosissimi, ai quali perciò si guardano ben bene di dare la morte; ma i popoli non furono, né possono essere vittima del timore, dell’ignoranza, dei pregiudizi in un fatto che si presenta uniforme e costante, lo stesso in tutti i luoghi e in tutti i tempi.

— E una tale credenza non sarebbe forse nata dalla superstizione?

Tutt’altro; perciocché la superstizione è l’esagerazione del sentimento legittimo della fede sincera in Dio: quindi coloro che si abbandonano alla superstizione non altrimenti lo fecero e lo fanno che dopo esservi già stata tra di loro la credenza che Dio esiste.

— Ma in questa credenza gli uomini non avrebbero potuto seguire una consuetudine?

Qualunque consuetudine deve avere la sua origine e la ragione per cui si è formata. Ora quale origine e quale ragione si potrebbe assegnare a questa consuetudine di credere all’esistenza di Dio? Eh! si ha bel cercare e ricercare, ma nel fatto uniforme e costante del credere all’esistenza di Dio non si può trovare altra spiegazione di questa: che una tale credenza è una inclinazione della nostra natura, è una legge intrinseca della nostra intelligenza.

— Ma moltissime volte la nostra intelligenza si sbaglia.

Sì; ma vorresti tu affermare che tutto l’uman genere, con a capo tanti filosofi pagani e cristiani, Mercurio Trimegisto, Talete, Anassagora, Socrate, Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca, S. Agostino, S. Anselmo, S. Tommaso d’Aquino, S. Bonaventura, eccetera, eccetera, abbia errato? No, ciò non è possibile.

— Dunque che si ha da dire di coloro che si ostinano a negare Dio?

Si ha da dire che sono anch’essi una prova che Dio esiste. « Se l’ateo ritenesse per certo che Dio non esiste, non si affannerebbe tanto a combatterlo. Ma perché mai il suo odio contro questa verità si spinge fino alla collera? La sua collera sino al furore? Il suo furore fino alla rabbia? La sua rabbia fino alla follia? » – Il poeta greco Aristofane, nella sua commedia intitolata I Cavalieri, ha introdotto tra due suoi personaggi questo breve dialogo:

« Credi tu, o Nicea, che esistano gli dèi ? »

« Certamente ».

« E la prova? »

« Eccola: io li odio ».

Credilo, amico mio, non pochi atei son qui dipinti; « il loro odio contro Dio è figlio della fede che hanno in Lui, e dall’accento con cui dicono: « Dio non esiste », è agevol cosa conchiudere che Dio esiste » (Monsabrè).

G. FRASSINETTI: CATECHISMO DOGMATICO (X)

Catechismo dogmatico (X) 

[Giuseppe Frassinetti, priore di S. Sabina di Genova:

Ed. Quinta, P. Piccadori, Parma, 1860]

CAP. VII
DEI SACRAMENTI.

§ IV.

 Della Ss. Eucaristia. 

— La Ss. Eucaristia è un Sacramento della nuova Legge?

È  un vero Sacramento della nuova Legge, e che sia tale è un espresso articolo di Fede (Conc. Trid. sess. VII, c. 1).

È pure un vero Sacrificio?

È similmente un espresso articolo di Fede che sia un vero Sacrifizio ( Conc. Trid. sess. XXII, cap. 1).

— Come si definisce la Ss. Eucaristia in quanto è Sacramento?

Un Sacramento della nuova legge, che contiene realmente il corpo e il sangue di Gesù Cristo sotto le specie del pane e del vino istituito a spirituale refezione dei fedeli. »

— Qual è  la materia di questo Sacramento?

Il pane fatto di frumento e il vino fatto di uva.

— Quale ne è la forma?

Sono le parole della consacrazione che proferisce il Sacerdote sopra il pane e il vino nella S. Messa.

— Proferite le parole della consacrazione, quale cangiamento si fa nel pane e nel vino?

È articolo di Fede che tutta la sostanza del pane si cambia nel corpo di Gesù Cristo, e tutta la sostanza del vino si cambia nel suo sangue.

— Perché si dice: tutta la sostanza?

Perché è articolo di Fede dichiarato dalla Chiesa contro alcuni eretici, che fatta la Consacrazione non vi resta più nulla della sostanza del pane e del vino, ma si cangia tutta nel Corpo e Sangue di Cristo; e per denotare che restano le specie, cioè il colore, l’odore, il sapore e la quantità tanto del pane quanto del vino; e perciò cangiandosi quelle sostanze nel Corpo e Sangue di Cristo, restano le apparenze del pane e del vino.

— Dunque nell’ostia consacrata vi è solo il corpo, e nel calice consacrato vi è solo il sangue di Cristo?

Questa sarebbe una eresia ( Conc. Trid. Sess. XIII, c. 3); giacché è di Fede che tanto sotto le specie del pane, quanto sotto le specie del vino, vi è Cristo intero, e perciò vi è anche la sua anima e la sua Divinità. Si dice che il pane si cambia nel corpo di Cristo, e il vino nel sangue di Lui, perché in virtù delle parole della Consacrazione il pane si cambia nel suo corpo, che come corpo vivo ha il suo sangue, e perché in virtù delle parole della Consacrazione del calice il vino si cambia nel sangue di Cristo, che come sangue vivo è unito al suo corpo; perciò per concomitanza insieme al corpo vi è il sangue, insieme al sangue vi è il corpo.

— Dunque tanto sotto le specie del pane quanto sotto le specie del vino si riceve Cristo vivo ed intero?

Certamente, e questo è un articolo di Fede.

— Quale sorta di pane si deve consacrare?

Qualunque pane: purché sia fatto di farina di frumento si consacra validamente; perciò sia pane fatto con lievito o senza lievito, con le parole della Consacrazione si cambia nel corpo del Signore; bisogna però avvertire, che la Chiesa ci comanda di usare il pane senza lievito, e ci è proibito di consacrare il pane fatto col lievito. Notate per altro che molti Greci, avendo l’uso antichissimo di consacrare il pane fatto col lievito, la Chiesa loro permette quest’uso; anzi non solo lo permette, ma vuole che lo mantengano (vedi Antoine, in opere morali de Euch. Append. De Orient. Ecc. etc. § 1).

— Non sarebbe cosa ben fatta che anche i secolari si comunicassero ricevendo il Ss. Sacramento sotto le specie del pane e insieme sotto le specie del vino?

Per molte savie ragioni ha proibito la Chiesa che si amministri ai secolari il Ss. Sacramento sotto le specie del vino; anzi sotto le specie del vino non si possono comunicare né meno i sacerdoti, quando non celebrano la S. Messa. Di più sarebbe eresia, condannata dal S. Concilio di Trento (sess. XXI, c. 1), il dire che i Cristiani siano obbligati a comunicarsi anche sotto le specie del vino. Si noti inoltre che, ricevendosi Cristo vivo e intero tanto sotto le specie del pane, quanto sotto le specie del vino, chi lo riceve soltanto sotto le specie del pane non può restare defraudato del frutto intero del Sacramento.

— Dividendosi un’ostia consacrata che cosa succede del corpo di Cristo?

Non avviene alcuna alterazione o cambiamento nel corpo di Cristo; ma è di fede che divisa quell’ostia anche in minute particelle tutto Cristo vivo e intero è in ciascuna delle particelle medesime (Conc. Trid. sess. XIII, can. 3); e lo stesso avviene se si dividono le specie del vino nel calice anche in minute gocce.

— Per quanto tempo resta realmente presente nel Ss. Sacramento il corpo e il sangue di Cristo?

È articolo di fede che Vi resta presente finché le specie non si consumino o non si corrompano; perciò se lasciate le specie del vino nel calice, svaporassero o si cangiassero in aceto, in quel calice non vi sarebbe più il sangue di Cristo.

— Quando ci comunichiamo, per quanto tempo resta in noi la reale presenza di Cristo?

Resta in noi finché il calore dello stomaco non cambia le specie sacramentali; perciò secondo la maggiore o minore forza degli stomachi resta per più o per meno tempo Cristo in noi realmente presente.

— Quale è il ministro del Sacramento dell’Eucaristia?

Il solo Sacerdote può consacrare il pane e il vino, cosicché né meno in caso di necessità chi non è Sacerdote può consacrare validamente. Perciò se, per esempio, un Diacono dicesse Messa non consacrerebbe, e quel pane resterebbe sempre pane, quel vino sempre vino, e ciò è di fede (C. Trid. sess. XXI, c. 2). L’amministrazione poi di questo Sacramento spetta pure ai soli Sacerdoti, sicché nessun altro può comunicare, ordinariamente parlando; e si dice ordinariamente parlando, perché in caso di necessità può comunicare anche il Diacono, e perciò è ministro straordinario di questo Sacramento, non per la consacrazione, ma per l’amministrazione (Hubert de Euch. c.  IV).

— Chi è il soggetto di questo Sacramento?

Ciascun uomo battezzato è il soggetto, ossia è capace di ricevere questo Sacramento; per altro per riceverlo con frutto, si richiedono le necessarie disposizioni negli adulti.

— I fanciulli adunque si possono anche essi comunicare?

Per molti secoli la Chiesa costumò di comunicare anche i fanciulli prima dell’uso della ragione; ma adesso questa consuetudine è cessata, sicché secondo l’odierna disciplina non è più lecito comunicarli. Anzi si avverta che il S. Concilio di Trento scomunicò chiunque asserisse essere necessaria la Comunione ai fanciulli prima che arrivino all’uso della ragione (Sess. XXI cap. 4).

— Quali disposizioni si richiedono negli adulti?

La grazia santificante; la cognizione del Sacramento, che cioè conoscano ciò che ricevono; tolto il caso di pericolo di morte, il digiuno da ogni sorta di cibo, e di bevanda ancorché fosse per medicamento. Queste sono le disposizioni più essenziali, ve ne sono altre che conferiscono a far ricevere questo Sacramento con maggior frutto; ma di quelle parlano i maestri di spirito.

— Chi fosse in peccato mortale e dovesse comunicarsi, basterebbe che si mettesse in istato di grazia con un atto di contrizione perfetta?

Nella risposta alla D. 14 del presente Capitolo § 1, abbiamo detto che no, essendovi il precetto di S. Paolo, il quale obbliga a premettere la Confessione ogni qualvolta chi vuole comunicarsi, è reo di qualche peccato mortale. Ciò però s’intende generalmente parlando; giacché se vi fosse urgente necessità di comunicarsi, e mancasse il Confessore, si potrebbe ricevere la S. Comunione col solo atto di contrizione perfetta; ma dei casi di tale necessità ne ragionano i moralisti, come dell’obbligo che quindi resta di confessare il peccato.

— Quali sono gli effetti di questo Sacramento?

Il primo effetto è lo spirituale nutrimento dell’anima mediante l’aumento della grazia santificante, il secondo effetto è la liberazione dai peccati veniali, il terzo il preservamento dai peccati mortali: questi effetti assegna il Sacrosanto Concilio di Trento (sess.XIII, c. 2). I Concili Fiorentino e Viennense, aggiungono il quarto effetto della dilettazione spirituale, il quale però come osserva San Bernardo (serm. de Ascens.) non si conferisce se non a quelli che sono bene staccati dagli  affetti terreni, e molto fervorosi di spirito. Questi sono quelli che comunicandosi provano sensibilmente quanto soave sia il Signore (Antoine de Euch. cap. IV art. 1, q. 2).

— Quale necessità vi è di ricevere la Ss. Comunione?

Tutti gli adulti per precetto Divino, ed Ecclesiastico sono obbligati a comunicarsi, e la Chiesa ha stabilito che questo obbligo vi è una volta all’anno; perciò chi non adempisse a quest’obbligo non si potrebbe salvare: vi è pure obbligo di comunicarsi avvicinandosi il termine di morte; ma di queste obbligazioni parlano i teologi moralisti. Si osservi però che questa necessità è solo di precetto, sicché qualora un adulto si trovasse impossibilitato a ricevere la S. Comunione potrebbe, ciò non ostante, salvarsi.

— Mi ha detto che la Ss. Eucaristia non solo è un Sacramento, ma che è pure un vero Sacrifizio: vorrei in primo luogo imparare che cosa sia sacrifizio?

Il Sacrifizio si definisce « Un’oblazione, ossia offerta, di una cosa sensibile fatta a Dio dal suo legittimo ministro in ricognizione del suo supremo dominio sopra tutte le creature, e questa offerta deve importare una qualche distruzione della cosa, ossia della vittima che si offerisce; altrimenti mancando questa distruzione non è più Sacrifizio ma una semplice oblazione. Questa definizione conviene pure ai sacrifizi dell’antica legge, nei quali si offrivano a Dio gli animali per mezzo dei legittimi Sacerdoti in ricognizione della sua suprema autorità e si offrivano dando loro la morte.

— Come si può appropriare questa definizione alla Ss. Eucaristia?

Nella S. Messa vi è l’oblazione di una cosa sensibile, cioè del Corpo e Sangue di Gesù Cristo sotto le specie dei pane e del vino. Vi è il legittimo ministro che è il Sacerdote, e vi è l’immolazione ossia distruzione della vittima la quale fu fatta realmente nel Sacrifizio della Croce, quando Gesù Cristo realmente versò il suo sangue e realmente morì; questa immolazione si fa misticamente nella S. Messa, in cui Gesù Cristo non versa più il suo sangue e non muore più realmente, ma misticamente, in quanto che in forza delle parole della consacrazione il corpo di Cristo vien soltanto sotto le specie del pane, e il sangue di Cristo soltanto sotto le specie del vino, e se insieme al corpo vi è pure il sangue e insieme al sangue vi è pure il corpo, questo succede per concomitanza, non potendo più separarsi realmente il sangue di Cristo dal suo corpo; ma non succede in forza delle parole della Consacrazione. Perciò nella Messa, stanti le specie diverse del pane e del vino, si offerisce come separato il corpo e il sangue del Signore, e questo basta perché si abbia una mistica distruzione, ossia immolazione della vittima (vedi Hubert de Euch. Antoine de Sacrif. Missæ e gli altri Teologi).

— Quale Sacrifizio si dovrà dire che sia la S. Messa?

È definito dal Sacrosanto Concilio di Trento (sess. XXII cap. 2), che la santa Messa è lo stesso Sacrifizio della Croce, solo diverso da quello nel modo in cui viene offerto, perché la stessa vittima che si offrì allora si offre adesso sugli altari, cioè Gesù Cristo che si è fatto vittima per i nostri peccati e lo stesso Sacerdote, offre questa vittima perché Gesù Cristo è il principale offerente, il Quale si offre come sul Calvario, mediante però il ministero dei Sacerdoti: quando dunque si celebra la S. Messa, si rinnova il Sacrifizio della Croce che allora fu cruento, cioè con vera effusione di sangue, e adesso è incruento, cioè con mistica e non reale effusione di sangue.

— Quali sono le qualità del Sacrifizio della Santa Messa?

È Lateutrico, cioè Sacrifizio di lode, che dà a Dio una lode infinita.  – È Eucaristico cioè Sacrifizio di ringraziamento, che vale a ringraziarlo di tutti i possibili benefizi. – È Propiziatorio, che cioè vale a placarlo per tutti i peccati. – É Impetratorio, che cioè vale ad impetrarci ogni grazia.

— Il Sacrifizio della Croce non ebbe tutte queste doti, e non bastò per tutto? Perché dunque si dovrà riconoscere per vero Sacrifizio la S. Messa?

In primo luogo bisogna osservare che come dimostra S. Tommaso [S. Th. 2. 2. q. 86, art. 1], la vera Religione deve avere un Sacrifizio che possa offrire a Dio; or noi non abbiamo altro Sacrificio, perché gli antichi sono stati abrogati e perciò, se non vi fosse la S. Messa, la Religione Cristiana non potrebbe offrire a Dio nessun Sacrifizio. Bisogna osservare in secondo luogo che, quantunque il Sacrifizio della Croce sia stato bastante e più che bastante per tutto, per altro con la S. Messa si rinnova a Dio l’onore che ebbe dal Sacrifizio della Croce, ed ella è un mezzo potentissimo perché ci siano applicati i meriti del Sacrifizio medesimo che offrì sulla Croce il nostro Salvatore (Antoin. pars 2 de Sacrif. Missæ q. l § 3).

— Il Sacrifizio della S. Messa giova soltanto ai vivi?

È articolo di fede definito dal S. Concilio di Trento (sess. XXII, c. 2), che il Sacrifizio della S. Messa non solo giova ai vivi ma anche ai defunti che sono nel Purgatorio.

— Si possono celebrare le Messe in onore dei Santi?

È similmente articolo di Fede, definito nella stessa sessione citata, che è cosa ben fatta celebrare le Messe ad onore dei Santi; intendesi però che il S. Sacrifizio si deve solo offrire a Dio per ringraziarlo delle grandi grazie concesse ai Santi, e per ottenere il loro patrocinio; perciò a nessun Santo si può offrire la Santa Messa, ma solo a Dio in ringraziamento delle grazie loro accordate e affinché si degni farci partecipi della loro intercessione; frattanto siccome tutto ciò ridonda ad onore dei Santi, si dice giustamente che si celebrano Messe in onore dei Santi.

— Chi può offrire il Sacrifizio della Santa Messa?

Gesù Cristo che lo istituì nell’ultima cena, e che fin d’allora, offrì in tal modo un vero Sacrifizio del suo corpo, e del suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, è veramente e propriamente il principale offerente della Santa Messa. In secondo luogo il Sacerdote, immediatamente e propriamente come ministro, può egli soltanto offrire questo sacrifizio, come già abbiamo detto, e la S. Messa non si potrebbe celebrare validamente da qualunque altra persona che non fosse Sacerdote. In terzo luogo tutti i fedeli come membri della Chiesa quando ascoltano convenientemente la S. Messa offrono anche insieme col Sacerdote il S. Sacrifizio come consta dalle orazioni del canone (Antoin. de Sacrif. Missæ cap. ult. q. 6).

— Se anche tutti i fedeli offeriscono il Sacrifizio insieme col Sacerdote, dovranno tutti comunicarsi nella Messa che ascoltano?

É bene che tutti quelli che sono disposti si comunichino; ma non vi è alcuna necessità; anzi sarebbe scomunicato dal Concilio di Trento chi asserisse non potersi celebrare la S. Messa, senza che si comunichino i circostanti.

— É necessario nella S. Messa mettere nel vino da consacrarsi un poco di acqua?

Non è necessario per la validità, giacché per le parole della consacrazione il vino si cambierebbe nel sangue di Cristo ancorché nel calice non vi fosse stata posta quell’acqua: ma è necessario il mettervela perché, come dicono i ss. Padri, così fece Cristo nell’ultima cena, così la Chiesa ha sempre costumato, e severissimamente comanda che così si costumi. Anzi sarebbe scomunicato dal S. Concilio di Trento (sess. XXII can. 9) chi asserisse non doversi mettere nel vino quel poco di acqua. Bisogna però osservare di non mettere nel calice acqua in troppa quantità, perché il vino mescolato con tanta acqua non resterebbe materia adattata per la consacrazione.

— Non sarebbe cosa meglio fatta se la Santa Messa si celebrasse in lingua volgare e tutta a voce alta, affinché il popolo potesse intenderne tutte le preghiere?

Chi dicesse che la Messa si deve celebrare solo in lingua volgare, e tutta a voce alta, compreso il canone, e le parole della consacrazione, incorrerebbe la scomunica fulminata dal Concilio di Trento (sess. XXI can. 9). Similmente incorrerebbe la scomunica fulminata dallo stesso Concilio chi disprezzasse le cerimonie, i riti, o le vesti che si usano nel celebrare la S. Messa.

[Ogni pseudo-Messa del “Novus Ordo” ricade, oltre che in diverse altre, in questa terribile scomunica che coinvolge non solo il celebrante (oggi quasi tutti falsi preti mai validamente consacrati), ma pure i laici partecipanti, che da quella sacrilega cerimonia uscirebbero scomunicati eternamente, salvo remissione operata da un Sacerdote Cattolico con Giurisdizione e facoltà di rimozione delle censure – ndr. -]

LO SCUDO DELLA FEDE (VIII)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

VIII.

I FALSI MIRACOLI E LO SPIRITISMO.

I Falsi miracoli delle false religioni. — I prodigi del diavolo e perché Dio li permétta. — Lo spiritismo e sua malizia. — Le apparizioni buone.

— Ma non vi sono forse miracoli in tutte le religioni?

Dato che ciò fosse vero, bisognerebbe spingerli senz’altro come seduzioni d’una potenza nemica del vero, del giusto, del divino.

— E perché?

Ascolta bene. Se Dio ha operati dei miracoli a prò della religione cristiana affine di

mostrarla vera, è chiarissimo che le altre religioni a lei contrarie sono false, e con esse sono falsi i pretesi miracoli, che si adducono in loro favore, perché già te l’ho detto, Iddio non farà mai dei miracoli che provino delle religioni contrarie a quella, che ha dimostrata vera precisamente coi miracoli.

— Che dire adunque di certi miracoli, che raccontano avvenuti nelle altre religioni?

Puoi dire che se qualche volta è avvenuto qualche vero miracolo, Dio l’avrebbe operato non in favore della falsa religione, in cui fu operato, ma a prò e difesa di qualche virtù. E così potresti credere del miracolo, che si dice avvenuto in favore della famosa Claudia vergine e sacerdotessa vestale, la quale, accusata di grave colpa, a dimostrarsi innocente dicesi aver portato dell’acqua in un crivello, senza che ne cadesse a terra una goccia. Non potrebb’essere che davvero Dio abbia operato questo miracolo a mostrare e difendere l’innocenza di quella donna? – Ma in generale puoi dire e credere che sono favole. Favole i pretesi prodigi di Apollonio Tianéo, raccontati da Filostrato, filosofo del terzo secolo, giacché nessuno degli altri scrittori più accreditati e suoi contemporanei ne fanno cenno; favola, della quale si ride lo stesso Cicerone, il miracolo di Accio Nervo, che dicesi aver tagliato una cote col rasoio; favola il miracolo di Vespasiano, che si narra aver guarito un cieco, che lo stesso Tacito attesta non aver perduta la forza visiva; favola il miracolo di Maometto, che riaggiustò la luna, la quale essendo caduta sulla terra si era fatta in pezzi!

— Dunque in comprova di una religione contraria alla Cattolica non possono accadere miracoli!

No, assolutamente: se si ammettesse ciò, sarebbe lo stesso che dire che può avvenire un miracolo per dimostrare che le tenebre sono la luce. Del resto la storia medesima comprova questa verità.

— Davvero? Sarei curioso di saper in proposito qualche cosa.

Ti accennerò due fatti principali, dei quali non si può avere alcun dubbio, essendo narrati da molti storici degnissimi di fede. Un falso patriarca ariano di Africa per nome Cirilla per opporsi al vescovo S. Eugenio, che dimostrava con tanti miracoli la verità del Cristianesimo, e guadagnar gente all’arianesimo, subornò un uomo con cinquanta monete d’oro, affinchè si fìngesse cieco, e al suo passaggio in un giorno determinato alla presenza di gran popolo gli chiedesse la vista. Così fece quel misero. E Cirilla gli comandò di aprire gli occhi e veder la luce. Ma ecco che in quel momento colui, che si era fìnto cieco, lo divenne realmente, epperò fattosi fremente di rabbia contro Cirilla disvelò la sua finzione e lo fece andare scornato. Buon per lui che essendo stato richiesto S. Eugenio, questi col segno della croce gli fece riacquistare la vista perduta. – Calvino, volendo egli pure acquistare fede ai suoi errori, s’intese con un certo Brulé, che si fingesse morto, perché egli potesse dare ad intendere di risuscitarlo. Il Brulé allettato dalla speranza di denaro si adattò a quell’inganno. Si finge morto, e la sua moglie mette grida di dolore nel momento che Calvino seguito da molti passava di là. Questi come per compassione entra con la sua comitiva in casa, si avvicina al morto e poi dice: « Affinché siate convinti che sono divine le cose, che io v’insegno, ecco che io adesso richiamerò a vita questo morto ». E preso il Brulé per mano gl’intima di risorgere. Ma… oh miracolo tutto all’incontrario! Chi si era finto morto, era morto davvero e nulla valse a farlo risuscitare. Chi può dire lo scorno patito da Calvino! Aveva dunque ragione Erasmo di Rotterdam nel dire ai Protestanti: « I miracoli non sono il vostro forte! Finora non avete guarito neppure un cavallo zoppo! » Vedi adunque se avvengano miracoli a prò delle false religioni.

— Ma per altro ho sentito dire che anche i diavoli, i maghi, gli spiritisti possono fare dei miracoli.

Certamente i diavoli, di natura spirituale, con l’esercizio della loro attività ed intelligenza di gran lunga superiore a quella dell’uomo, combinando prontamente e repentinamente varie leggi ed agenti naturali possono, permettendolo Iddio, operare dei prodigi, cui si può anche dare il nome di veri nel senso che sono fatti, i quali ancor essi sorpassano le leggi ordinarie della natura, come sarebbe far comparire una persona, una casa, sollevare in aria un uomo, far muovere delle tavole, dei candelabri, delle sedie, degli armadii, dei canestri, drizzare una penna su una tavola e farla scrivere rapidamente e simili. E come li possono operare per sé, così li possono col loro intervento far operare dai maghi, dai falsi sacerdoti, dai lama, dai bonzi, dagli spiritisti, da tutti i loro rappresentanti. La storia sacra ci parla appunto di quei maghi, che alla presenza di Faraone tramutarono le loro verghe in serpenti, e fecero qualche altro prodigio; e lo stesso Gesù Cristo dice nel Vangelo che negli ultimi tempi sorgeranno dei falsi cristi e falsi profeti, che faranno segni grandi e prodigi per modo, che gli stessi eletti, se fosse possibile, saranno indotti in errore. (V. Vangelo di S. Matteo, capo XXIV, versetto 24). I missionari poi e gli stessi viaggiatori nelle loro relazioni attestano di aver veduto coi loro occhi dei prodigi operati dai maghi e dagli stregoni dei popoli pagani. E da tutti si sa che per opera degli spiriti, nei nostri stessi paesi, alle volte per inganno e ciarlataneria, ma altre volte realmente, avvengono dei fenomeni affatto meravigliosi. Ma siccome Iddio ha scelto il miracolo come una prova della verità dei suoi insegnamenti, perciò non sarà mai che Egli permetta i prodigi diabolici per guisa che non possano facilmente riconoscersi per tali, come fece per esempio nei prodigi dei maghi di Faraone, i quali fino a tre o quattro volte poterono operare qualche cosa di simile ai veri miracoli di Mosè, ma poi non poterono più nulla, e dovettero confessare che solamente il dito di Dio poteva operare ciò, che Mose andava operando.

— E a quali indizi si possono riconoscere i veri miracoli dai prodigi diabolici?

I principali sono questi : 1° Nei veri miracoli si manifesta una potenza illimitata, somma, sia pei loro effetti, come pel loro numero; nei prodigi diabolici, sia per l’una che per l’altra cosa, c’è una potenza ristretta, limitata. 2° I veri miracoli sono operati generalmente dai santi, giacché, sebbene a rigore uomini perversi possano operare prodigi con parole sante e segni sacri, Dio non lo permette che per modo di eccezione. Invece gli operatori di prodigi diabolici, certi maghi, certi sacerdoti di false divinità sono gente scellerata, che, anche allora che non è addirittura immorale, non lascia di essere superba. 3° I veri miracoli sono compiuti dai santi con la massima semplicità, con qualche preghiera, con un segno di croce, con un comando fatto a nome di Dio; al contrario i prodigi diabolici sono operati in modo strano, con prestigi, con allucinazioni, con segni e figure ridicole, con cerimonie superstiziose e simili. 4° I veri miracoli hanno per scopo immediato generalmente la beneficenza e sono fatti per qualche grave necessità, come per guarire degli ammalati, per nutrire una moltitudine famelica, per eccitare la pietà. I prodigi del diavolo per lo più non hanno altro scopo che pascolare la curiosità pubblica facendo ad esempio rumori spaventevoli, evocando dei fantasmi, eccetera. 5° Da ultimo i veri miracoli si trovano in compagnia di, una dottrina santa, qual è la dottrina cristiana, dottrina che non può venire che da Dio; i prodigi diabolici si trovano invece in compagnia di dottrine cattive, materialistiche, opposte le une alle altre, epperò piene di errori.

— Ma se è dunque vero che i diavoli, e con il loro concorso i maghi, i falsi sacerdoti possano operare dei prodigi, ed è certo che questi prodigi sono avvenuti ed avvengono, e da essi molti popoli poterono e possono essere ingannati, come mai Iddio li permette?

Se dovessi rispondere adeguatamente a questa tua difficoltà entreremmo in un campo troppo vasto, e nel quale potremo entrare più di proposito in seguito. Per ora mi contento di osservarti che Iddio se ha permesso e permette tuttora questo rischio per tanti popoli, non è, forse, se non perché questi popoli con la loro malvagia vita e con la continua resistenza alle grazie sue si sono meritato tale castigo. Del resto che cosa non ha fatto, che cosa non fa anche oggi il Signore per mezzo dei santi e dei missionari affine di togliere dall’errore questi popoli disgraziati e a un tempo colpevoli! No, dell’inganno che questi popoli cercano pur troppo essi medesimi, o nel quale per lo meno amano di restare, non è da incolpare affatto la Divina Provvidenza, come non è da incolpare se vi hanno tra di noi di coloro che amano lo spiritismo, si abbandonano alle sue empie pratiche e vi annettono una somma importanza.

— Fanno adunque male coloro che si occupano di spiritismo e prendono parte alle sue pratiche?

Fanno male assai, perché lo spiritismo in certi casi è una semplice ciarlataneria, e il dedicarvisi e darvi importanza è allora una ciurmeria; in certi altri è l’effetto di cause naturali, pericolose e riprovevoli, ed allora è violazione della stessa legge di natura; ed in altri ancora è vero spiritismo, cioè rivela il vero intervento degli spiriti, ed allora il praticarlo è una vera empietà, e in tutti i casi è una vera immoralità.

— Avrei caro in proposito di conoscere meglio quanto asserisce.

Ti dirò qualche cosa con la massima brevità. Il vero spiritismo è una manifestazione di spiriti. Ecco in una sala alla presenza di molte persone una tavola muoversi e dare colpi cadenzati, una sedia levarsi in aria e danzare sulle teste, ecco una penna scrivere da sé o nella mano di un medium, rapidamente, sotto la dettatura di un essere misterioso, dare risposte, consigli, rivelazioni di cose lontane, di malattie interne e simili; ecco farsi avanti persino delle apparizioni incarnate, che si mostrano composte di carne d’ossa, come il corpo umano, e che nel loro linguaggio rivelano una intelligenza di gran lunga superiore a quella dell’uomo. Qui adunque siamo alla presenza di una forza soprannaturale ed intelligente, alla presenza di uno spirito: altrimenti non si possono spiegare questi fatti. Ora sarà egli possibile che si tratti di uno spirito buono, di un Angelo per esempio, dell’anima di un santo o di un defunto? No, assolutamente. Capisco che Iddio potrebbe metterci in commercio e con gli spiriti angelici e con quelli dei santi e di qualche defunto, ed è certo anzi che talvolta Egli lo fa. Ma in tutti i casi ei lo farebbe sempre per un fine buono, in modo degno di Lui, e in conformità del suo divino volere. Ma nello spiritismo non c’è nulla di ciò. Il fine non apparisce buono, perché a confessione degli stessi più celebri spiritisti, generalmente gli spiriti dicono cose, che sono di una empietà e malizia finissima e spudorata, che mirano perciò a travolgere la fede e a trascinare per la china delle passioni, non ostante che astutissimamente talora sembrino dare dei santi consigli per ingannare tanti poveri bagiani. Il modo non è decoroso, perché gli spiriti danno segno di loro presenza con strepiti, con rumori strani, con sghignazzi, con colpi di tavole, con balli di sedie e simili frivolezze. – Il fatto poi non è conforme al volere di Dio, perché nelle Sacre Scritture Iddio ha, espressamente proibito ogni evocazione degli spiriti e dei defunti. Di fatti nel libro I dei Re (Capo XXVIII, versetto 2) si rimprovera a Saul di avere chiesto alla Pitonessa l’evocazione dell’ombra di Samuele; nel Deuteronomio (Capo VIII, versetti 9-11) si legge: « Non imitate le genti degl’infedeli. Che tra di voi non vi sia un miserabile così temerario da interrogare gl’indovini, da badare ai segni ed agli auguri, da fare malefizi ed incantesimi… e da cercare presso i morti la verità; » e tutti i profeti condannano tali pratiche non solo in Israele, ma anche negli altri popoli, ed ascrivono giustamente a pratiche siffatte il castigo della prima schiavitù, cui dovette soggiacere il popolo ebreo, ciò che dimostra aver Iddio punite tali evocazioni spiritiche come gravi peccati. – Dunque, vedi chiaro da tutto ciò, che né gli spiriti degli Angeli, né quelli dei santi o dei defunti non sono quelli, che intervengano nello spiritismo. E se non sono gli spiriti buoni, bisognerà senza dubbio che siano gli spiriti malvagi, che siano i demoni, i quali per tal modo anche tra i popoli civili e colti si studiano di fare sempre maggiori acquisti. Ed ecco perché lo spiritismo è cattivo ed illecito, e la Chiesa giustamente ne ha fatto speciale e severissima proibizione.

— Ma allora se Dio non permette agli spiriti buoni di comunicare coi vivi, e nelle manifestazioni spiritiche è sempre uno spirito maligno che interviene, non potremmo riderci di tante rivelazioni, visioni, apparizioni dei santi?

Adagio, caro mio. Che Dio non permetta agli spiriti buoni di comunicare coi vivi vale solo per le manifestazioni dello spiritismo. Del resto già ti ho detto che Dio può, e non di raro vuole, fare delle manifestazioni celesti agli uomini, specialmente a qualche suo servo eletto. Ma nelle rivelazioni, visioni, apparizioni che si leggono nelle vite dei santi c’è una differenza enorme dalle manifestazioni spiritiche. In queste lo spiritista è egli che contro la volontà espressa di Dio batte alla porta dell’invisibile e invoca gli spiriti; in quelle invece il santo riceve una apparizione che non ha punto richiesta; nelle sedute spiritiche si ricorre a mezzi troppo spesso grotteschi, si prepara l’ambiente, si ricorre ai mediums ufficiali, si dispongono i mobili, si abbassa la luce…; nelle apparizioni ai santi o dei santi non accade nulla di tutto ciò; da ultimo nelle manifestazioni spiritiche vi è quasi sempre, sia pure velatamente, lo scherno alla fede ed alla morale; nelle apparizioni dei santi vi è invece l’eccitamento alla fede ed alla virtù, vi è nulla insomma che sia indegno di Dio e degli spiriti buoni, e in tutto l’insieme si manifestano celesti. Basta leggere le apparizioni avute da S. Teresa, da S. Caterina da Siena, dalla Beata Margherita Alacoque, da S. Filippo Neri, da S. Antonio di Padova, da S. Gaetano Tiene e da molti altri santi e sante per essere convinti della serenità, della calma, della soavità, della bellezza e della maestà delle medesime. Chi pertanto volesse mettere a paro queste rivelazioni, visioni od apparizioni colle manifestazioni spiritiche e ridersi di esse, sarebbe per lo meno un povero insensato.

— Ho inteso, e mi trovo soddisfatto.

L’AGONIA DI GESU’: QUARTO VENERDI’ DI QUARESIMA

QUARTO VENERDÌ DI QUARESIMA

[Don U. Banci: L’AGONIA DI GESU’, F. Pustet ed. Roma, 1935 – impr.]

In nomine Patris et Filli et Spiritus Sancti. Amen.

Actiones nostras, quæsumus  Domine, adspirando præveni et adiavando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a Te semper incipiat et per Te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

[Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia. Inspira, o Signore, le nostre azioni ed accompagnale col tuo aiuto, affinché ogni nostra preghiera e opera da Te sempre incominci e col tuo aiuto sempre si compia. Per Cristo nostro Signore. Così sia.]

INVITO

Già trafitto in duro legno/Dall’indegno popol rio

La grand’alma un Uomo Dio, / Va sul Golgota a spirar.

Voi, che a Lui fedeli siete, /Non perdete, o Dio, i momenti

Di Gesù gli ultimi accenti /Deh! venite ad ascoltar.

QUARTA PAROLA DI GESÙ IN CROCE

Deus meus, Deuis meus, ut quid dereliquisti me? (MATTEO, cap. XXVII, v. 46) .

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

CONSIDERAZIONE

Uno strano fenomeno ricordato dagli Evangelisti, accompagna l’agonia del Salvatore. Una densa caligine avvolge il sole ed un’ombra triste e paurosa si stende su tutta la terra. Oh! Tenebre misteriose, che gettando lo sgomento negli uomini, contribuiste a rendere più desolata la pietosa scena del Calvario, voi siete immagine di quella spaventosa solitudine, che lacera l’anima del mio Signore quando volgendo lo sguardo al cielo esclama: Eli, Eli, lamma sabactani? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?  Questo grido che fu l’espressione di uno strazio che non ha nome, fu occasione per i suoi nemici di nuovi scherni. Mal comprendendo le sue parole, alcuni presenti dissero: Costui chiama Elia, ed altri, quelli forse che poco prima lo avevano sfidato a scendere dalla croce soggiunsero con sarcasmo: Lascia, vediamo se viene Elia a liberarlo! [MATTEO, cap. XXVII, v. 47, 4 8]. Ma quelli che parlano così sono coloro che non sanno quello che fanno. Tu però, anima cristiana, cerca di ben comprendere ciò che Gesù ti ha voluto dire con queste parole, affinché quella desolazione, che Egli volle soffrire per te, arrechi conforto all’anima tua, travagliata dal dolore.

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La sera innanzi, entrando nel Getsemani per pregare, come era suo costume, aveva confidato ai suoi amici che l’anima sua era triste di una tristezza mortale: L’anima mia è addolorata a morte [MARCO, cap. XIV, v. 34]. E l’agonia che incomincia. E tu sai, anima cristiana, a quale angoscia mortale fu in preda in quella sera il tuo Salvatore. Nella solitudine di quella grotta, nella quale era entrato per raccogliersi in preghiera, con la sua penetrazione divina vide ed ebbe la sensazione fisica di presentire simultaneamente nelle sue delicate carni tutti i dolori della sua passione; vide l’ingratitudine del suo popolo, che lo aveva fatto piangere sulla strada di Gerusalemme; vide la moltitudine immensa dei peccati di tutti i popoli, che come torrente impetuoso si rovesciava nell’anima sua desolata; vide l’inutilità del suo sacrificio per tante anime, che con la loro incomprensione ed ostinata ingratitudine frustravano l’aspirazione ardente di tutta la sua vita. Questa visione orrenda, che nel Getsemani lo aveva spaventato fino al punto da farlo sudar sangue, si ripete ora sulla croce, aggravata da una circostanza ben dolorosa, l’abbandono del Padre. E un momento questo, in cui il dramma della passione di Gesù si rivela in tutto il suo orrore. Era scritto: È maledetto da Dio chi pende dalla croce Deuteronomio, [cap. XXI, v. 23], e la maledizione di Dio si fa sentire in tutto il suo rigore su di Lui, mallevadore dei nostri peccati; e la misura è ormai colma, la sua desolazione è al completo, il Martire si rivela il vir dolorum, l’uomo del dolore, [ISAIA, cap. LIII, v. 3] e si sarebbe anche qui sulla croce rinnovato il sudore di sangue, se ormai le sue vene non fossero esauste. Anima cristiana, quando senti il peso delle tue tribolazioni, volgi il tuo pensiero a Gesù, che agonizza sulla croce, e pensa che per quanto grandi possano essere i tuoi dolori, senza paragone più grandi furono quelli di Gesù, poiché anche Gesù aveva un corpo in tutto simile al tuo, e come il tuo soggetto al dolore. Anzi, dice il grande S. Tommaso d’Aquino: « Non vi fu nulla più perfettamente ordinato e completo del corpo di Gesù, tanto che nessun altro poteva sentire, come il suo, tutta l’intensità del dolore » [Somma teologica, parte III, q. 46, art. 6].

2 . E la sua divinità, lungi dall’attenuargli il dolore, contribuì, ed in modo efficace, a renderglielo più forte; poiché, appunto perché Dio, Gesù poté avere la previsione certa, esatta, circonstanziata di tutta la sua passione e della sua morte; appunto perché Dio poté misurare tutta la gravità del peccato e prevedere tutte le ingratitudini umane, che tanto cordoglio procurarono al suo cuore. D’altra parte Egli stesso volle che fosse sospesa quell’impressione di felicità, che gli arrecava la visione beatifica, conseguenza dell’unione ipostatica della natura umana con la natura divina, in modo che nulla potesse impedire alla sua benedetta umanità di sentire il dolore in tutto il suo rigore. Già il Profeta lo aveva predetto, che sarebbe stato solo a sostenere tutto il peso del suo formidabile dolore. E a questa che fu la passione del suo cuore, divenuto il ricettacolo di ogni amarezza, si aggiunse la passione del corpo. Guarda infatti, ancora una volta, come sul corpo di Gesù si siano accumulati i tormenti di ogni martirio. Non c’è senso che non abbia il suo dolore; non c’è parte del corpo che non sia ferita, piagata, insanguinata. Si verifica alla lettera la parola del Profeta Isaia: Dalla pianta dei piedi, fino alla sommità del capo, non v’è in Dio sanità, ma ferite, lividure, piaghe sanguinanti [ISAIA, loc. cit. ]. Dunque ripeti con lo stesso Profeta: Veramente i nostri languori Egli ha preso sopra di sé; ed ha portato i nostri dolori, [Isa. Cap. LIII, 4] e quindi devi concludere con S. Tommaso d’Aquino che « i dolori sopportati da Gesù nel corpo e nell’anima furono i più grandi che mai siano stati in questa vita » [Somma teologica, loc. cit.]. Che se la sua benedetta umanità poté resistere al cumulo di tanti dolori, ciò fu perché sostenuta da una virtù soprannaturale. Te lo dice Gesù con quelle parole: L’anima mia è triste fino a morirne, cioè, commenta S. Ilario, «nell’intimo di me stesso l’abbattimento e lo spavento sono così grandi che ne morrei, se non avessi i soccorsi della mia forza divina » [S . ILARIO, Intorno al cap. XXVI di S. Matteo]. Egli dunque può ben dire a te, tormentato da lunga malattia: Conosco, o povero e caro infermo, le tue ore di abbandono nella tua cameretta solitaria; anch’io le ho provate. Può ben dire a te, povera sposa, caduta ad un tratto nella più dolorosa solitudine; a te, povera madre, che invano vai cercando quel figlio che più non è; può ben dire a voi, cuori incompresi e contraddetti, a voi diseredati del mondo, i cui giorni passano senza consolazioni; a voi tutti perseguitati dalla sventura, a cui la vita sembra non abbia riserbato altro che il pianto: Conosco le vostre sventure; non mi è nuovo l’angoscioso vostro isolamento; esso fu anche il mio! Crudeli isolamenti, solitudini amare, spietate separazioni, abbandoni di ogni specie, Dio Salvatore vi volle soffrire tutti per mettere su ciascuno di voi un raggio del suo amore; un’impronta della sua grazia; il merito della sua accettazione » [LANFANT, Il cuore al Getsemani, serm, IV]. Non dire più nei momenti di sconforto: perché, o Signore, debbo essere così infelice! Perché mi avete abbandonata? No, anima cristiana, non sei abbandonata, come non lo era Gesù sulla croce. Talvolta, è vero, Iddio punisce coi suoi abbandoni l’orgoglio, la sensualità, la presunzione, il peccato; ma è anche vero che il più delle volte la desolazione con cui ti affligge è una prova del suo amore. È per distaccarti dal mondo e da te stessa; è per renderti più pura e più bella agli occhi suoi, che ti fa passare per il crogiuolo della tribolazione. Tre volte, diceva S. Paolo, ho domandato di essere liberato dallo schiaffo di Satana, e Dio mi rispose: ti basti la mia grazia. La sublimità delle celesti rivelazioni avrebbe potuto inorgoglirmi”  [Epistola ai Corinti, cap. XII, v. 7]. Anzi non sei forse mai tanto vicina al tuo Dio, come allora quando la tua vita è un Calvario. Nelle tue solitudini, dunque, in tutte le tue pene solleva, come Gesù, il tuo sguardo al cielo, e come le pie sorelle di Betania, desolate per la morte del fratello, chiamalo Gesù; Egli verrà e non sarai più sola. « E se tu piangerai, Egli piangerà con te; se pregherai, pregherà con te; se sarai oppressa dai patimenti, dall’agonia, dalla morte, Egli sarà là vicino a te per consolarti e per aprirti il Paradiso » Poiché Gesù non ti chiede, o anima cristiana, di soffocare le improvvise esplosioni della natura trambasciata, spesso più forti di qualunque coraggio. Se il tuo cuore è ferito nei suoi affetti dall’onta, dall’ingratitudine, da separazioni crudeli, tu puoi piangere, perché anche Gesù ha pianto sulla sventurata Gerusalemme e sulla tomba del suo amico Lazzaro. – Se temi i mali che sono per incoglierti, puoi domandare a Dio che li rimuova, perché anche Lui ha temuto per se stesso ed ha detto al Padre: Padre, fate che questo calice passi lontano da me. – Se il tuo povero corpo è straziato dal dolore, tu puoi implorare sollievo, poiché anche Lui ha gridato dall’alto della croce: Ho sete. Se la tua anima è sopraffatta dall’angoscia, se ti senti abbandonata, puoi gemere, lagnarti, perché anche Lui ha lasciato cadere dalle sue labbra queste dolorose parole: La mia anima è triste fino alla morte. Mio Dio, mio Dio perché mi avete abbandonato? [MONSABRÈ, Ritiri pasquali, 1S83]. E non è Gesù stesso che ti rivolge quel caro invito: Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi ristorerò? [MATTEO, cap. XI, v. 28]. – Ascoltala, anima cristiana, questa voce; è la voce di quel cuore che arde di amore per gli uomini. Ma un’altra cosa ti vuol dire Gesù. Se il Divin Padre non risparmia lo stesso suo Unigenito, se gli impone di bere fino alla feccia il calice di ogni amarezza, se Gesù ha l’impressione di provare in sé un abbandono simile a quello che forma la disperazione del dannato, è perché Iddio vede in Lui l’immagine del peccato. Ora, se questo si fa nel legno verde, che sarà nel secco? [LUCA, cap. X XIII, v. 31]. – Se la giustizia divina punisce con tanto rigore in Colui che è la stessa santità, solo l’apparenza del peccato, che cosa non farà in chi del peccato si rende realmente reo! Non è dunque il dolore che ti deve affliggere e che devi temere; ma più di ogni altra cosa devi temere il peccato, perché è questo l’unico vero male, la causa unica di ogni dolore. Pensa, anima cristiana, a quando nel dì finale dovrai presentarti dinanzi a Cristo per sostenere il suo gran giudizio. Tu allora vorrai associarti alla moltitudine potente degli Angeli e degli eletti, la quale canterà la fine dell’esilio e le delizie della patria conquistata [MONSABRÉ, Ritiri pasquali, 1875]; ma se ostinata nel peccato, nel peccato morrai, sentirai gridarti in faccia da Gesù stesso quella terribile invettiva: Via da me, maledetto, al fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli”. [MATTEO, cap. XXV, v. 41]. E mentre mille voci ti grideranno « vattene maledetto », tu confuso e tremante esclamerai come il Salvatore: « Dio, Dio mio perché mi abbandonate?», ma il tuo grido non avrà conforto; « e sarà questa l’elegia del tuo cuore, che affranto da una maledizione irrimediabile, riempirà l’eco della tua eternità. Ascolta dunque, anima cristiana, il grido di angoscia di Gesù, abbi pietà di te stessa, e trattieni con un pronto pentimento Iddio, che forse già si allontana da te » [MONSABRÉ, Ritiri pasquali, 1880].

Breve pausa, poi si reciti la seguente …

PREGHIERA

O addolorato Salvatore, il grido di angoscia uscito dalle vostre labbra, mi dice tutta la desolazione del vostro cuore. Non meritavate certamente Voi di essere abbandonato dal Padre; sono io che per la moltitudine dei miei peccati, essendomi da Voi allontanato, ho tante volte meritato di essere da Voi abbandonato. Ma Voi, generosissimo mio Salvatore, avete voluto soffrirlo questo abbandono appunto perché non fossi io abbandonato ai rigori della divina giustizia. E che cosa, vi dirò col Salmista, che cosa vi renderò per tanto benefizio? Vi prometterò di non volere più, ad ogni costo allontanarmi da Voi? Sì, o mio addolorato Salvatore, ve lo prometto, ma conosco troppo bene la mia debolezza; stanno dinanzi al mio sguardo le mie numerose ingratitudini, che depongono contro di me e mettono in dubbio la mia perseveranza. Lo so per esperienza, o mio Gesù, che lontano da Voi non c’è pace, non c’è felicità. Io so che Voi solo avete parole di vita eterna, perché Voi solo siete la via, la verità, la vita; e che quindi coloro che si allontanano da Voi periranno; so tutto, lo so come lo sapeva il vostro Apostolo Pietro, ma purtroppo anch’io come lui, nonostante le mie più calde e ripetute promesse, ho più volte ceduto di fronte alla tentazione. Continuando così, nonostante il vostro grande amore per me, nonostante quello che per me avete sofferto, vi costringerò ad abbandonarmi in vita, in morte, per tutta l’eternità. No, o mio Salvatore, per quel dolore che provaste sulla croce quando in Voi stesso sentiste l’abbandono del Padre, vi scongiuro a non abbandonarmi. Voi ben lo sapete perché ce lo avete detto, che senza di Voi a nulla noi siamo capaci; dunque aiutate la mia debolezza; sostenetemi con la vostra grazia, affinché mai più mi allontani da Voi. No, o Signore, non sia per me quella terribile sentenza, che segnerà un’eterna separazione tra Voi e il peccatore. Io voglio, sia pure per la via del Calvario, giungere alla vostra gloria per cantarvi il cantico perenne della mia gratitudine. O Maria, madre dei viventi, come Eva fu madre dei peccatori, aiuto potente dei cristiani, vegliate su di me con la vostra materna sollecitudine, e per quel dolore che provò il vostro cuore nell’udire il pietoso lamento di Gesù, ottenetemi la grazia della finale perseveranza. Auxilium christianorum, ora prò nobis ( Aiuto dei cristiani prega per noi).

Pater, Ave e Gloria.

Dunque dal Padre ancora

Abbandonato sei?

Ridotto ti ha l’amore

A questo, o buon Gesù?

Ed io, coi falli miei,

Per misero gioir,

Potrotti abbandonar?

Piuttosto, o Dio, morir!

Non più, non più peccar,

Non più peccar, non più.

GRADI DELLA PASSIONE

1. V. Jesu dulcissime, in horto mœstus, Patrem orans,

et in agonia positus, sanguineum sudorem effundens;

miserere nobis.

R). Miserere nostri Domine, miserere nostri.

2. V. Jesu dulcissime, osculo traditoris in manus

impiorum traditus et tamquam latro captus et ligatus

et a discipulis derelictus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

3. V. Jesu dulcissime ab iniquo Iudæorum concilio

reus mortis acclamatus, ad Pilatum tamquam malefactor

ductus, ab iniquo Herode spretus et delusus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

4. V . Jesu dulcissime, vestibus denudatus, et in

columna crudelissime flagellatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

5. V. Jesu dulcissime, spinis coronatus, colaphìs

cæsus, arundine percussus, facie velatus, veste purpurea

circumdatus, multipliciter derisus et opprobriis

saturatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

6. V . Jesu dulcissime, latroni Barabbæ postpositus,

a Judæis reprobatus, et ad mortem crucis injuste condemnatus;

miserere nobis.

R). Miserere etc.

7. V . Jesu dulcissime, tigno crucis oneratus,

ad locum supplicii tamquam

ovis ad occisionem ductus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

8. V. Jesu dulcissime, inter latrones deputatus,

blasphematus et derisus, felle et aceto potatus, et

horribilibus tormentis ab hora sexta usque ad horam

nonam in ligno cruciatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

9. V. Jesu dulcissime, in patibulo crucis, mortuiis et

coram tua sancta Matre lancea perforatus simul

sanguinem et aquam emittens; miserere nobis.

R). Miserere etc.

10. V . Jesu dulcissime, de cruce depositus et lacrimis

mœstissimæ Virgiuis Matris tuæ perfusus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

11. Jesu dulcissime, plagis circumdatus, quinque

vulneribus signatus, aromatibus conditus et in

sepulcro repositus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

V . Adoramus Te Christe, et benedicimus Tìbi.

R). Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum.

OREMUS

Deus, qui prò redemptione

mundi nasci voluisti,

circumcìdì, a Judæis reprobavi

et Judæ traditore

osculo tradi, vinculis alligavi,

sic ut agnus innocens

ad victimam duci, atque

conspectibus Annæ, Caiphæ,

Pilati et Herodis

indecenter offevri, a falsis

testibus accusari, flagellis

et colaphis cædi, opprobriis

vexari, conspui, spinis

coronari, arundine percuti,

facie velari, vestibus

spoliari, cruci clavis afFigi,

in cruce levari, inter

latrones deputari, felle et

aceto potari et lancea vulnerari;

Tu Domine, per

has sanctissimas pœnas,

quas ego indignus recolo,

et per sanctissimam crucem

et mortem tuam libera

me a pœnis inferni et perducere

digneris quo perduxisti

latronem tecum

crucifixum. Qui cum Patre

et Spiritu Sancto vivis

et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

[1. V . O dolcissimo Gesù, triste nell’orto, al Padre con la preghiera rivolto, agonizzante e grondante sudore di sangue; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi, o Signore, abbi di noi pietà.

.2. V . O dolcissimo Gesù, con un bacio tradito e nelle mani degli empi consegnato, e come un ladro preso e legato e dai discepoli abbandonato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

3. V . O Gesù dolcissimo, dall’iniquo Sinedrio giudaico reo di morte proclamato, e come malfattore a Pilato presentato, e dall’iniquo Erode disprezzato e schernito; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

4. V . O dolcissimo Gestì, delle vesti spogliato, e c rudelmente alla colonna flagellato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

5. V. O dolcissimo Gesù, di spine coronato, schiaffeggiato, con la canna percosso, bendato, di rossa veste rivestito, in tanti modi deriso e di obbrobri saziato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

6. V. O dolcissimo Gesù, al ladro Barabba posposto, dai Giudei riprovato; ed alla morte di croce ingiustamente condannato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

7. V. O dolcissimo Gesù, del legno della croce gravato, e come agnello al luogo del supplizio condotto, per esservi immolato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

8. V. O dolcissimo Gesù, tra i ladroni annoverato, bestemmiato e deriso, di fiele e di aceto abbeverato, e con orribili tormenti dall’ora sesta fino all’ora nona nel legno straziato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

9. V. O dolcissimo Gesù, sul patibolo della croce morto, ed alla presenza della tua santa Madre con la lancia trafitto versando insieme sangue ed acqua; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

10. V. O dolcissimo Gesù, dalla croce deposto, e dalle lacrime dell’afflittissima tua Vergine Madre bagnato;abbi di noi pietà

R). Pietà di noi ecc.

11. V. O dolcissimo Gesù, di piaghe coperto, da cinque ferite trafitto, di aromi cosparso, e nel sepolcro deposto; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

V. Ti adoriamo, o Cristo, e Ti benediciamo.

R). Poiché con la tua santa croce hai redento il mondo.

PREGHIAMO

O Dio, che per la redenzione del mondo volesti nascere, essere circonciso, dai Giudei riprovato, da Giuda traditore con un bacio tradito, da funi avvinto, come agnello innocente al sacrifizio condotto, ed in modo indegno ad Anna, Caifa, Pilato ed Erode presentato, da falsi testimoni accusato, con flagelli e schiaffi percosso, con obbrobri oltraggiato, sputacchiato, di spine coronato, con la canna percosso, bendato, delle vesti spogliato, alla croce con chiodi confitto, sulla croce innalzato, tra i ladroni annoverato, di fiele e di aceto abbeverato, e con la lancia ferito; Tu, o Signore, per queste santissime pene, che io indegno vado considerando, e per la tua croce e morte santissima, liberami dalle pene dell’inferno e, desiati condurmi dove conducesti il ladrone penitente con Te crocifisso. Tu che col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni nei secoli dei secoli. Così sia.]

CANTO DEL TEMPO DI QUARESIMA

Attende, Domine, et miserere, quia peccavìmus Tìbi.

R). Attende, Domine, et miserere, quia peccavimus Tibi.

1. Ad Te, rex summe,

omnium redemptor,

oculos nostros sublevamus

flentes; exaudi Christe,

supplicantium preces.

R). Attende etc.

2. V. Dextera Patris, lapis

angularis, via salutis,

janua cœlestis, ablue nostri

maculas delicti.

R). Attende etc.

3. V . Rogamus, Deus,

tuam majestatem, auribus

sacris gemitus exaudi; crimina

nostra placidus indulge.

R). Attende etc.

4. V. Tibi fatemur crimina

admìssa; contrito corde

pandimus occulta; tua, Redemptor,

pietas ignoscat.

R). Attende etc.

5. V. Innocens captus,

nec repugnans ductus, testibus

falsis prò impiis damnatus,

quos re demisti Tu

conserva, Christe.

R). Attende etc.

OREMUS

Respice, quæsumus Domine, super hanc familiam

tuam, prò qua Dominus noster Jesus Christus non dubitavit

manibus tradì nocentium, et Crucis subire tormentum.

Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculorum. Amen.

[R). Ascolta, o Signore, ed abbi misericordia, perché abbiamo peccato contro di Te.

R). Ascolta, o Signore, ed abbi misericordia, perché abbiamo peccato contro di Te.

1. V. A Te, o Sommo Re, redentore universale, eleviamo i nostri occhi piangenti;  esaudisci, o Cristo, la preghiera di chi a Te si raccomanda. R). Ascolta ecc.

2. V. O destra del Padre, o pietra angolare, o via di salvezza, o porta del cielo, tergi le macchie del nostro peccato. R). Ascolta ecc.

3. V. Preghiamo, o Dio, la tua maestà, porgi le sacre orecchie ai gemiti, e perdona benigno i nostri delitti. R). Ascolta ecc.

4. V. A Te confessiamo i peccati commessi; con cuore contrito manifestiamo ciò che è nascosto; la tua pietà, o Redentore, ci perdoni. R). Ascolta ecc.

5. V. Imprigionato innocente, condotto non riluttante, da falsi testimoni per i peccatori condannato, Tu, o Cristo, salva coloro che hai redento. R). Ascolta ecc.

PREGHIAMO

Riguarda benigno, o Signore, a questa tua famiglia, per la quale nostro Signore Gesù Cristo non dubitò di darsi in mano ai nemici e di subire il supplizio di croce. Egli che vive e regna Teco nei secoli dei secoli. Così sia.]

L’AGONIA DI GESU’: SECONDO VENERDI’ DI QUARESIMA

SECONDO VENERDI’ DI QUARESIMA

[d. Umberto BANCI, Libr. Federico PUSTET, ROMA, 1935]

 In nomine Patris et Filli et Spiritus Sancti. Amen.

Actiones nostras, quæsumus  Domine, adspirando præveni et adiavando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a Te semper incipiat et per Te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

[Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia. Inspira, o Signore, le nostre azioni ed accompagnale col tuo aiuto, affinché ogni nostra preghiera e opera da Te sempre incominci e col tuo aiuto sempre si compia. Per Cristo nostro Signore. Così sia.]

INVITO

Già trafitto in duro legno/Dall’indegno popol rio

La grand’alma un Uomo Dio, / Va sul Golgota a spirar.

Voi, che a Lui fedeli siete, /Non perdete, o Dio, i momenti

Di Gesù gli ultimi accenti /Deh! venite ad ascoltar.

SECONDA PAROLA DI GESÙ IN CROCE

Amen dico tibi: hodie mecum eris in Paradiso.

In verità ti dico: oggi sarai meco in Paradiso.

(S. LUCA, cap. XXIII, v. 43).

CONSIDERAZIONE

I due ladri, che per somma ingiuria al Martire Divino erano stati crocifissi l’uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, si unirono al popolo ed agli anziani per bestemmiarlo. E quelli crocifissi con Lui, lo svillaneggiarono (MARCO, cap. XV, v. 32) Ma l’atteggiamento non comune del Martire, la sua rassegnazione e più il perdono implorato sui suoi nemici fanno ad un tratto cessare la bestemmia sulle labbra di uno dei ladri, il quale aiutato dalla grazia incomincia a sentire per Gesù amore e venerazione. Ed un santo sdegno si accende nel suo cuore contro il suo compagno, il quale negli spasimi del suo tormento non cessa di ripetere: Se tu sei il Cristo salva te stesso e noi [Lc. XXIII, 39]; ed a lui rivolto: Non temi tu dunque Dio, gli dice con rimprovero, trovandoti in uguale supplizio?, e noi davvero giustamente, soggiunge, perché paghiamo la pena dei nostri misfatti; ma Luì non ha fatto nulla di male. E dopo avere così coraggiosamente difeso l’innocenza di Gesù, dopo avere sinceramente detestato le proprie colpe, a Lui rivolto, gli rende l’omaggio della sua fede e della sua speranza dicendogli : Signore, ricordati di me, quando giungerai nel tuo regno [Lc. c. XXIII, 40]. Ma che cosa mai, povero ladrone, puoi sperare da Gesù, tu che sei sempre vissuto dimentico di Dio ed hai calpestato la sua legge; tu, che per tua stessa confessione soffri una pena dovuta ai tuoi delitti; tu, che fino a pochi momenti fa hai bestemmiato quel Gesù, al quale ora osi rivolgere la tua preghiera? Ma non si bussa mai invano alle porte di quel Cuore. Ha infatti il povero crocifisso appena finito di parlare, che Gesù gli rivolge parole che contengono tale una promessa che nessuno mai si sarebbe potuto aspettare: In verità ti dico, oggi sarai con me in Paradiso. Quanta bontà! La sua grande pazienza lo aveva trattenuto dal rispondere agli insulti dei suoi nemici; la sua ardente carità lo spinge a rispondere subito ad un peccatore pentito. – Era ben nota la sua misericordia verso i traviati. Una donna è colta in adulterio; è presa e condotta dinanzi a Lui, si reclama contro di lei la pena di morte, si vuole ad ogni costo lapidarla; ma Gesù, dopo averla liberata dai suoi implacabili ed ingiusti accusatori, la rimanda in pace perdonandola [Gv. VIII]. – È invitato a desinare da un Fariseo, e mentre è seduto a mensa, ecco entrare nella sala del banchetto una donna; è una famosa peccatrice, la quale presa da sincero pentimento gli si getta ai piedi, li bagna con le sue lacrime e li asciuga coi suoi capelli. La cosa attira l’attenzione dei commensali e si incomincia a mormorare contro di lei; ma Gesù difende la peccatrice dalle maligne insinuazioni del Fariseo, e poi, a lei rivolto, le dice: Ti sono perdonati i peccati… la tua fede ti ha fatto salva; va in pace [Lc. VII, 48, 59]. Ed a Pietro spergiuro, nell’atto stesso della sua triplice apostasia, rivolge uno sguardo di tanta misericordia che gli conquide il cuore e lo fa stemprare in lacrime. Ma in nessun caso, anima cristiana, la misericordia di Gesù rifulge meglio che qui sul Calvario, verso il buon ladro. A questo grande peccatore, che ha al suo passivo tutta una vita consumata nel vizio e nei più gravi delitti, che giustamente gli meritarono la pena di morte; a costui che, nella consapevolezza della sua indegnità, aveva domandato a Gesù soltanto che si degnasse ricordarsi di lui, non solo concede il perdono di tutti i peccati, ma lo conferma in grazia, assicurandogli che senza indugio, quel giorno stesso, sarebbe con Lui entrato nella gloria dei Santi. E perché non dubitasse affatto di questa grande promessa, la fa precedere da quelle parole, che nelle sue labbra assumono quasi la forza di un giuramento: In verità ti dico : oggi sarai con me in Paradiso. – Oh carità infinita del Cuore di Gesù, che sola sai compiere tali prodigi! Quanto non dovette essere grande la gioia del buon ladro nel vedersi così ad un tratto aperte le porte del cielo! Ma più grande ancora, senza dubbio, fu la gioia di Gesù nel poter stringere al suo cuore paterno quell’anima traviata. Si fa più festa in cielo per un peccatore pentito, aveva detto, che non per novantanove  giusti, i quali non hanno bisogno di penitenza [Lc. XV, 7] . Quale festa, quale gioia di Paradiso dunque, non provò in quel momento Gesù, questo buon pastore, che ha ritrovata la pecorella smarrita; questo padre buono, che riabbraccia finalmente il figliuolo che era morto ed è risuscitato, che era smarrito e fu ritrovato! [Lc. XV] . Questo nuovo trionfo della sua grazia gli fa dimenticare per un momento i suoi grandi dolori e lo compensa, almeno in parte, dell’amarezza provata per la perdita di Giuda, il cui corpo squarciato e maledetto tuttora pende dall’infame capestro. – Dinanzi a questa nuova prova di bontà di quel grande Cuore tutto carità per i peccatori oseresti, anima cristiana, dubitare ancora della misericordia divina? Oseresti ancora lasciarti vincere dal dubbio che i tuoi peccati ti tengano per sempre separata da Dio? No, non voler dire con l’empio Caino: Il mio peccato è sì grande, che io non posso meritare perdono \[Gen. IV, 13] tuoi peccati, per quanto numerosi e gravi, non saranno mai tanto grandi quanto è grande la misericordia di Dio. E disperando del perdono faresti un torto a Gesù, ben maggiore di quello che gli facesti con tutti insieme i tuoi peccati. Quel Dio che per mezzo dei suoi Profeti aveva protestato che non è suo costume spezzare la canna fessa e spegnere il lucignolo fumigante [Mt. XII, 20] , bensì sostenere tutti quelli che stanno per cadere, rialzare coloro che sono caduti e volere non già la morte del peccatore ma la conversione e la vita, ti vieta di dubitare della sua misericordia. E Gesù non la poteva meglio illustrare questa misericordia divina, che con l’associare alla sua gloria il ladro pentito. – Ma la tua confidenza non degeneri in presunzione. Non ti lusingare cioè di poter dare a Dio gli ultimi avanzi di una vita consumata nel peccato; è maledetto da Dio chi pecca nella speranza del perdono. Non stancare la bontà di Dio col rimandare a domani quello che puoi fare oggi, o col rimettere la conversione al giorno della morte; il domani non è nelle tue mani, e tu non sai se potrai ricevere questa grazia in quel momento estremo, quando Gesù ti esorta a star pronto ed essere vigilante, poiché la morte verrà come un ladro di notte, verrà quando meno te lo aspetti [Mt. XXIV]. Queste stolte procrastinazioni potrebbero farti incorrere in quella terribile invettiva : Morirete nel vostro peccato![Gv. VIII, 21]Impara, dice S. Girolamo, che la grazia ha il suo tempo, affinché tu non abbia a lusingarti che vi sarà sempre tempo di approfittarne. D’altra parte osserva che se uno dei ladri si converte e si salva, l’altro, che è pure lì vicino a Gesù, si ostina e si danna. Bada bene, dice perciò S. Agostino: di due che muoiono sul Calvario ai fianchi di Gesù, uno si salva, dunque non disperare; uno si danna, dunque non presumere. Non tardare dunque, o peccatore, a gettarti con grande confidenza ai piedi di Gesù. Sì, anche tu, chiunque tu sia, puoi, se veramente pentito, ottenere il perdono di tutte le tue colpe. Oh se l’esempio del buon ladro ti facesse ritrovare la via della salvezza! Oh! fosse questo per te, anima traviata, il giorno della tua salute, quel giorno tanto auspicato da Gesù per il popolo ebreo, quando avvicinandosi all’ingrata Gerusalemme, piangendo uscì in quelle parole piene di profondo cordoglio, e che tu devi ritenere oggi come a te personalmente rivolte: Oh! se conoscessi anche tu, e proprio in questo giorno quel che giova alla tua pace! [Lc. XIX, 42]. – Ed ora abbraccia col tuo sguardo i tre crocifissi. Guarda: uno è Gesù, la stessa innocenza, la santità incarnata; l’altro, quello di destra, è peccatore, ma ravveduto, il buon ladrone; il terzo, quello di sinistra, è il cattivo ladro, un peccatore impenitente e ostinato nel suo peccato. Tutti e tre sono in croce, tutti e tre soffrono le stesse pene. Ciò ti conferma, più e meglio di ogni altra cosa, una verità elementare, se vuoi, ma da molti non compresa; che cioè nessuno può sperare quaggiù di vivere senza la sua croce. L’hanno i buoni la croce e l’hanno i cattivi; l’hanno i giusti, come l’hanno anche i peccatori, i quali anzi alla croce, che la Provvidenza destina ad ognuno, aggiungono quella che viene a loro dai propri vizi; onde S. Agostino scrisse che fra tutte le tribolazioni non ve n’è alcuna maggiore del rimorso dei propri delitti. Non potendo dunque sfuggire la croce, prendi e quella, che ti viene data da Dio, e quella che per caso ti venisse procurata dagli uomini; e porta l’una e l’altra con rassegnazione, sia perché anche tu devi ripetere con il buon ladro: Noi non riceviamo altro se non ciò che è dovuto ai nostri peccati; sia ancora perché dice S. Paolo : Se noi soffriremo con Cristo, con Lui saremo glorificati [Rom. VIII, 17]. Solo così la croce perderà la sua pesantezza; solo così il dolore si trasformerà in gaudio, poiché sta di fatto: chi soffre come soffrì il cattivo ladro, sarà dannato; chi soffre come soffrì il buon ladro, sarà perdonato; chi soffre come soffrì Gesù, sarà glorificato.

Breve pausa, poi si reciti la seguente:

PREGHIERA

O mio Gesù crocifisso, se ripenso ai peccati di cui è piena la mia vita, dovrei fuggire lontano da Voi, riconoscendomi indegno di starvi vicino. Sì, o Signore, ho peccato e molto peccato! Ma che sarebbe di me se Voi mi abbandonaste? Dove potrei andare lontano da Voi, che solo avete parole di vita? Ma no, o mio Salvatore, troppo grande è la vostra misericordia perché io possa disperare del vostro perdono. Ed oggi che il ricordo della vostra agonia mi ha condotto qui, ai vostri piedi, considerando i prodigi della vostra carità, che non si esaurisce e che non dubita di salvare anche un miserabile ladrone così vicino alla perdizione, sento rinascere in me una grande fiducia in Voi. Ecco qui ai vostri piedi, o Signore, un altro peccatore che, con le lacrime agli occhi, detesta di cuore tutti i suoi peccati; che riconosce in tutte le pene ed i travagli di questa misera vita una giusta pena alle sue colpe e che fiducioso e rassegnato dal fondo della sua miseria, dalla croce dei suoi dolori alza a Voi la sua voce e grida: Signore, ricordatevi di me. Sì, o Signore, ricordatevi di me e di quanti peccatori viviamo in mezzo a tanti pericoli che insidiano alla virtù, che ci traviano dal retto sentiero; ricordatevi di tutti i tribolati, che in questa misera valle di lacrime gemono nei loro dolori; e ricordatevi di noi specialmente nel momento supremo della nostra ultima agonia. Allora soprattutto voglio essere vicino a Voi, o Signore, affinché rinnoviate in me i prodigi della vostra carità. E fin da questo momento accetto volentieri quel genere di morte col quale a Voi piacerà chiudere questo mio pellegrinaggio terreno, lo accetto con tutte le ansie e i dolori che lo accompagneranno. E quando il mio sguardo languido annunzierà prossima la mia fine; quando con la mano tremante stringerò al petto la vostra cara immagine, quei gemiti, quei sospiri, quegli ultimi palpiti del mio cuore siano per Voi, o Gesù; accettateli come l’espressione del mio ardente desiderio di unirmi per sempre a Voi; e Voi allora, o mio pietosissimo Signore, mentre nel vostro bacio starò per spirare l’anima mia, degnatevi ripetermi le dolci parole: Oggi sarai con me in Paradiso. – O Madre mia, addolorata Maria, Voi che giustamente siete chiamata l’Avvocata dei peccatori, prendete a cuore la mia causa; ottenetemi da Dio il perdono dei miei peccati; ispiratemi un vivo desiderio di vivere il resto della mia vita tutto per Gesù, così che al punto della mia morte ritrovi in Lui non già un giudice adirato, ma un Padre pieno di bontà, che mi accolga tra le braccia della sua misericordia infinita. Così sia.

Pater, Ave e Gloria.

Quando morte con l’orrido artiglio,

La mia vita a predare ne venga,

Deh ! Signor, Ti sovvenga di me.

Tu mi assisti nel fiero periglio,

E, deposta la squallida salma,

Venga l’alma a regnare con Te.

GRADI DELLA PASSIONE

1. V. Jesu dulcissime, in horto mœstus, Patrem orans,

et in agonia positus, sanguineum sudorem effundens;

miserere nobis.

R). Miserere nostri Domine, miserere nostri.

2. V. Jesu dulcissime, osculo traditoris in manus

impiorum traditus et tamquam latro captus et ligatus

et a discipulis derelictus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

3. V. Jesu dulcissime ab iniquo Iudæorum concilio

reus mortis acclamatus, ad Pilatum tamquam malefactor

ductus, ab iniquo Herode spretus et delusus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

4. V . Jesu dulcissime, vestibus denudatus, et in

columna crudelissime flagellatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

5. V. Jesu dulcissime, spinis coronatus, colaphìs

cæsus, arundine percussus, facie velatus, veste purpurea

circumdatus, multipliciter derisus et opprobriis

saturatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

6. V . Jesu dulcissime, latroni Barabbæ postpositus,

a Judæis reprobatus, et ad mortem crucis injuste condemnatus;

miserere nobis.

R). Miserere etc.

7. V . Jesu dulcissime, tigno crucis oneratus, ad locum supplicii tamquam ovis ad occisionem ductus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

8. V. Jesu dulcissime, inter latrones deputatus,

blasphematus et derisus, felle et aceto potatus, et

horribilibus tormentis ab hora sexta usque ad horam

nonam in ligno cruciatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

9. V. Jesu dulcissime, in patibulo crucis, mortuiis et

coram tua sancta Matre lancea perforatus simul

sanguinem et aquam emittens; miserere nobis.

R). Miserere etc.

10. V . Jesu dulcissime, de cruce depositus et lacrimis

mœstissimæ Virgiuis Matris tuæ perfusus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

11. Jesu dulcissime, plagis circumdatus, quinque

vulneribus signatus, aromatibus conditus et in

sepulcro repositus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

V . Adoramus Te Christe, et benedicimus Tìbi.

R). Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum.

OREMUS

Deus, qui prò redemptione

mundi nasci voluisti,

circumcìdì, a Judæis reprobavi

et Judæ traditore

osculo tradi, vinculis alligavi,

sic ut agnus innocens

ad victimam duci, atque

conspectibus Annæ, Caiphæ,

Pilati et Herodis

indecenter offevri, a falsis

testibus accusari, flagellis

et colaphis cædi, opprobriis

vexari, conspui, spinis

coronari, arundine percuti,

facie velari, vestibus

spoliari, cruci clavis affigi,

in cruce levari, inter

latrones deputari, felle et

aceto potari et lancea vulnerari;

Tu Domine, per

has sanctissimas pœnas,

quas ego indignus recolo,

et per sanctissimam crucem

et mortem tuam libera

me a pœnis inferni et perducere

digneris quo perduxisti

latronem tecum

crucifixum. Qui cum Patre

et Spiritu Sancto vivis

et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

[1. V . O dolcissimo Gesù, triste nell’orto, al Padre con la preghiera rivolto, agonizzante e grondante sudore di sangue; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi, o Signore, abbi di noi pietà.

2. V . O dolcissimo Gesù, con un bacio tradito e nelle mani degli empi consegnato, e come un ladro preso e legato e dai discepoli abbandonato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

3. V . O Gesù dolcissimo, dall’iniquo Sinedrio giudaico reo di morte proclamato, e come malfattore a Pilato presentato, e dall’iniquo Erode disprezzato e schernito; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

.4. V . O dolcissimo Gestì, delle vesti spogliato, e c rudelmente alla colonna flagellato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

5. V. O dolcissimo Gesù, di spine coronato, schiaffeggiato, con la canna percosso, bendato, di rossa veste rivestito, in tanti modi deriso e di obbrobri saziato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

6. V. O dolcissimo Gesù, al ladro Barabba posposto, dai Giudei riprovato; ed alla morte di croce ingiustamente condannato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

7. V. O dolcissimo Gesù, del legno della croce gravato, e come agnello al luogo del supplizio condotto, per esservi immolato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

8. V. O dolcissimo Gesù, tra i ladroni annoverato, bestemmiato e deriso, di fiele e di aceto abbeverato, e con orribili tormenti dall’ora sesta fino all’ora nona nel legno straziato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

9. V. O dolcissimo Gesù, sul patibolo della croce morto, ed alla presenza della tua santa Madre con la lancia trafitto versando insieme sangue ed acqua; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

10. V. O dolcissimo Gesù, dalla croce deposto, e dalle lacrime dell’afflittissima tua Vergine Madre bagnato;abbi di noi pietà

R). Pietà di noi ecc.

11. V. O dolcissimo Gesù, di piaghe coperto, da cinque ferite trafitto, di aromi cosparso, e nel sepolcro deposto; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

V. Ti adoriamo, o Cristo, e Ti benediciamo.

R). Poiché con la tua santa croce hai redento il mondo.

PREGHIAMO

O Dio, che per la redenzione del mondo volesti nascere, essere circonciso, dai Giudei riprovato, da Giuda traditore con un bacio tradito, da funi avvinto, come agnello innocente al sacrifizio condotto, ed in modo indegno ad Anna, Caifa, Pilato ed Erode presentato, da falsi testimoni accusato, con flagelli e schiaffi percosso, con obbrobri oltraggiato, sputacchiato, di spine coronato, con la canna percosso, bendato, delle vesti spogliato, alla croce con chiodi confitto, sulla croce innalzato, tra i ladroni annoverato, di fiele e di aceto abbeverato, e con la l’ancia ferito; Tu, o Signore, per queste santissime pene, che io indegno vado considerando, e per la tua croce e morte santissima, liberami dalle pene dell’inferno e, desiati condurmi dove conducesti il ladrone penitente con Te crocifisso. Tu che col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni nei secoli dei secoli. Così sia.]

CANTO DEL TEMPO DI QUARESIMA

Attende, Domine, et miserere, quia peccavìmus Tìbi.

R). Attende, Domine, et miserere, quia peccavimus Tibi.

1. Ad Te, rex summe,

omnium redemptor,

oculos nostros sublevamus

flentes; exaudi Christe,

supplicantium preces.

R). Attende etc.

2. V. Dextera Patris, lapis

angularis, via salutis,

janua cœlestis, ablue nostri

maculas delicti.

R). Attende etc.

3. V . Rogamus, Deus,

tuam majestatem, auribus

sacris gemitus exaudi; crimina

nostra placidus indulge.

R). Attende etc.

4. V. Tibi fatemur crimina

admìssa; contrito corde

pandimus occulta; tua, Redemptor,

pietas ignoscat.

R). Attende etc.

5. V. Innocens captus,

nec repugnans ductus, testibus

falsis prò impiis damnatus,

quos re demisti Tu

conserva, Christe.

R). Attende etc.

OREMUS

Respice, quæsumus Domine, super hanc familiam

tuam, prò qua Dominus noster Jesus Christus non dubitavit

manibus tradì nocentium, et Crucis subire tormentum.

Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculorum. Amen.

[R). Ascolta, o Signore, ed abbi misericordia, perché abbiamo peccato contro di Te.

R). Ascolta, o Signore, ed abbi misericordia, perché abbiamo peccato contro di Te.

1. V. A Te, o Sommo Re, redentore universale, eleviamo i nostri occhi piangenti;  esaudisci, o Cristo, la preghiera di chi a Te si raccomanda. R). Ascolta ecc.

2. V. O destra del Padre, o pietra angolare, o via di salvezza, o porta del cielo, tergi le macchie del nostro peccato. R). Ascolta ecc.

3. V. Preghiamo, o Dio, la tua maestà, porgi le sacre orecchie ai gemiti, e perdona benigno i nostri delitti. R). Ascolta ecc.

4. V. A Te confessiamo i peccati commessi; con cuore contrito manifestiamo ciò che è nascosto; la tua pietà, o Redentore, ci perdoni. R). Ascolta ecc.

5. V. Imprigionato innocente, condotto non riluttante, da falsi testimoni per i peccatori condannato, Tu, o Cristo, salva coloro che hai redento. R). Ascolta ecc.

PREGHIAMO

Riguarda benigno, o Signore, a questa tua famiglia, per la quale nostro Signore Gesù Cristo non dubitò di darsi in mano ai nemici e di subire il supplizio di croce. Egli che vive e regna Teco nei secoli dei secoli. Così sia.]

 

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA (3)

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA

[Lettera pastorale scritta il 17 dicembre 1967; «Rivista Diocesana Genovese»,1968. pp. 28-63 ]

(3)

La prudenza nell’esercizio della Penitenza

La prudenza è una virtù cardinale che compone nel modo debito la obiettiva riflessione e deliberazione con la motivata e serena decisione. È una sintesi e per questo è una virtù difficile, non eccessivamente usata e più facilmente svisata in precipitazione o irresolutezza. La prudenza nel Sacramento della Penitenza riguarda il contegno generale e riguarda il giudizio in particolare.

1. – Cominciamo dalla prudenza nel contegno in generale. Consta dei seguenti elementi.

– La netta coscienza della propria umana debolezza, della propria emotività, le brecce nella sfera affettiva, le reazioni comuni agli uomini comuni. Questa conoscenza porta ad una umile accettazione di uno stato di fatto ed a tutte le conseguenze. Per taluni entra utilmente la memoria a documentare la debolezza preferita. Quando si sa di esser debole, non si fa l’eroe. Oggi si sfornano teorie per distruggere questo buon senso; purtroppo tali teorie in uomini non molto provveduti distruggono il buon senso, ma non distruggono la realtà dei fatti e delle condizioni. Si dice che i pericoli li creiamo noi con le inibizioni morali e che pertanto basta annullare le inibizioni morali per annullare i pericoli. – La risposta a questa teoria è data dalle conseguenze della medesima: l’accresciuta immoralità, anticipazione di tutte le brutture, crescente inconsistenza della famiglia, degenerazione del tessuto sociale, dilagare della pazzia e della anormalità. Questo, senza tener conto dell’esame obiettivo della natura, al di fuori di quanto è spaventosamente cresciuta la infelicità degli uomini e, si direbbe, la stessa incapacità di godere, nonostante l’aumento generale e vorticoso del benessere. Qualcuno dice anche che il male non esiste, che, comunque agiamo, siamo tutti buoni. Difatti. Lo spettacolo del simile che mangia il proprio simile – per fermarci solo a quello – cresce a tutti i livelli e qualche volta si esibisce anche dove non dovrebbe. Non anestetizziamo il mondo con teorie stupide e ricordiamoci che un mondo anestetizzato è un mondo prossimo a morire. La debolezza c’è e con essa tutti dobbiamo fare i conti: non basta la pubblicità o la popolarità a coprire le sue insufficienze e le sue vergognose deformazioni.

– La netta coscienza delle debolezze degli altri. -Si conoscono a poco a poco e proprio per questa distribuzione della esperienza nel tempo la cautela deve essere aumentata. Il novellino abbia la umiltà di accettare questo, altrimenti sarà facile per lui cadere. Ora, il sesso, le anormalità ben diffuse, la sfera affettiva in cerca di appoggi, sono argomenti che spingono tutti i confessori a rivestire la autentica corazza. E difficile accorgersi subito come e quanto questi elementi si insinuino nella confessione. Pertanto è necessario sempre sospettarne la presenza, ammetterne la possibilità e contenersi con tutti i riguardi. Tale atteggiamento interiore ed esteriore può subire un certo rallentamento quando si è arrivati a conoscere a fondo di che stoffa è fatto il penitente. – Parliamo, anche in questo caso, solo di un «certo» rallentamento, perché anche se c’è posto nella vita per la onesta amicizia, questa non ha come sede delle sue effusioni un Sacramento in cui si agisce in nome e per deputazione divina. L’argomento dovremo riprenderlo in sede propria.

– La netta coscienza dei «limiti» nei quali agisce il Sacramento.

Il salotto, il pettegolezzo, la agenzia di informazione, gli sfoghi di sentimenti di rabbia, di invidia e di gelosia, le dolci conversazioni, il rilassamento della amabile compagnia etc. si trovano tutti fuori dei limiti del Sacramento. Il sacerdote, quando entra in confessionale, è e deve essere un altro uomo da quello che agisce fuori del confessionale. La stessa confidenza, finché indica semplice e pura apertura dell’anima in materia che riguarda il Sacramento o il dovere da esercitare nel Sacramento, potrà ammettersi; diversamente va esclusa. La delicatezza, la soavità senza smancerie, la dolcezza, la amabile pazienza, la educazione – tutte cose che stanno bene nel Sacramento – non debbono arrivare alla pericolosa confidenza. La osservanza delle regole canoniche per il locus aptus della confessione sia mantenuta; ha una profonda giustificazione umana e psicologica. Da venti anni andiamo insistendo con tutti che i confessionali degli uomini vanno assimilati in gran parte a quelli delle donne, almeno per quanto riguarda la distinzione e separazione della sede e l’uso di una certa grata. Sconsigliamo qualunque confessore dall’uso di carezze, abbracci, etc. Dirà taluno: «ma questo si legge di certi santi». Ecco la risposta: si faccia prima santo, comprovi veramente di esserlo con il dono dei miracoli e dopo ne discuteremo. Se noi pensiamo che certe ganghe, note nella storia grande e piccola, sono nate dai confessionali nei quali queste regole non si osservavano, troviamo pieno motivo di insistere con i nostri consigli.

La chiara coscienza dell’ufficio.

L’ufficio è quello del giudice e – dopo – del medico e del padre. L’ufficio del medico e del padre è in ordine al fine del Sacramento che è quello di togliere il peccato e di prevenire il peccato accrescendo la virtù. Non si tratta dunque di fare il medico a tutti gli effetti pensabili. Per questi, se saranno giustificati, ci sarà posto fuori del confessionale, a norma delle leggi canoniche. Il confessore non è un conversatore, un assistente sociale, un amicone. Deve confortare, certamente, ma sempre nella dignità e carità confacenti al Sacramento, mai nella forma, magari diluita, – che potrà essere onesta o disonesta a seconda dei casi – che appartiene ad una sfera di sentimento, al tutto impropria e sconveniente per il Sacramento. Il Sacramento della Penitenza è un contatto spirituale profondo: deve essere terribilmente difeso, anche per il rispetto verso le anime, dal pericolo di diventare un contatto meno che purissimamente spirituale e funzionale.

Il chiaro avveduto giudizio su tutte le colleganze possibili con il Sacramento della Penitenza. Le colleganze sono tutti gli incontri fuori confessionale, i discorsi spirituali a due, le direzioni spirituali. Sembrerebbe che quanto accade fuori del Sacramento sia pure fuori dell’oggetto di cui trattiamo. Non è così, perché esistono, tra il Sacramento e fuori, sia il rapporto di causa ed effetto, sia il rapporto circostanziale od occasionale, sia la identità delle persone che hanno agito nel Sacramento; e pertanto la prudenza, regina in questo, ha il diritto di continuare ad essere regina anche in quanto è a questo per qualunque titolo collegato. – Le chiacchiere prima e poi non sono mai necessarie, se non contenutissime e giustificate da educazione, conoscenza, ragioni di fatto emergenti e valevoli. Esse generalmente servono a far perdere al penitente la pietà e la devozione, che è pur conveniente se non addirittura necessaria, prima e dopo la amministrazione del Sacramento. – I discorsi spirituali a due possono essere santissime cose e possono essere preludio di pessime cose. La maggior parte di coloro che hanno perduto le penne nel loro ministero hanno cominciato con incontri di carattere spirituale e persino mistico. Accadde anche a Tertulliano. Per questo motivo i discorsi spirituali fuori del confessionale e collegati con quello vanno prudentissimamente razionati e cautelati. Il luogo dove si tengono è bene sia controllabile dagli altri; la diversità di sesso, o le particolari caratteristiche degli interlocutori sono da soppesarsi severamente agli effetti della cautela; ogni forma confidenziale va esclusa. Il sacerdote prudente, prima di concedere tali colloqui, ragioni, preghi e sia deciso quando occorre dire di no. –

La direzione spirituale è congeniale con il Sacramento della Penitenza.

Infatti lo stesso Sacramento, con la sua parte di giudizio e di illuminazione, contiene una direzione spirituale. È logico che questa in clima più disteso e più diffuso possa estendersi fuori del Sacramento. Anzi molte volte deve estendersi fuori di esso, perché è uno degli ausili più afferenti alla vera formazione delle anime. Qui ci è sufficiente ricordare che tutte le ragioni di prudenza vanno considerate a proposito della direzione spirituale, con la sola aggiunta che, essendo questa bene spesso necessaria, non può e non deve evitarsi, deve favorirsi e pertanto richiede maggiori sussidi spirituali e la massima serietà in chi la attua. Riparleremo a suo tempo dell’argomento.

– Netta coscienza del dovere del distacco del cuore, della modestia, della vigorosa e pronta rinuncia. Nessuno che non sia libero è in grado di guidare utilmente gli altri, solo le cose or ora enunciate danno la necessaria libertà.

La indipendenza di spirito necessaria al confessore

Nessuno penserà che qui parliamo della indipendenza contraria alla verità, alla legge, alla virtù. Si tratta di altro. Il penitente con le sue doti fisiche, intellettuali e morali, con la sua maggiore abilità può esercitare una influenza indebita sul confessore. Parliamo di influenza indebita, perché, finché si tratta, ad esempio, di dare edificazione, nulla potrebbe essere ritenuto indebito. È adunque da questa indebita influenza che si deve sottrarre il confessore ed è esclusivamente in questo senso che parliamo di indipendenza.

– Tutto ciò che è piacere umano deve essere cautamente ed anche energicamente respinto. Anche se il piacere non è in sé peccaminoso, ma a più forte ragione se fosse peccaminoso. Attenti che parliamo di piacere «umano» per indicare quello che parte dai sensi ed arriva ai sensi, dalla naturale sfera affettiva ed in quella agisce, dalla vana compiacenza ed in quella compie le sue evoluzioni. Un piacere puramente spirituale sul bene che si compie, sulla luce che irradia, sul mutamento di purificazione che viene operato, non potrebbe essere chiamato «piacere umano». Tuttavia certi sentimenti possono quasi incoscientemente mutarsi in piaceri d’altra natura.

– Con non minore rigidità deve respingersi dall’esercizio del Sacramento ogni umano interesse, nel senso che – nell’ambito di esso – nulla deve ammettersi che abbia per fine un interesse. Amministrare il Sacramento ad un certo modo, con particolare selezione di penitenti, con particolari cure e magari attrazioni per taluni di essi, in modo da cavarne un lucro, una possibilità di potere su vicende umane e magari politiche, un dominio di famiglie… sarebbe cosa al tutto dissona dalla santità e dalla indipendenza di un tale sacramento. Vi sono delle conseguenze del genere, che possono venire senza alcuna anche lontana intenzione da parte del confessore. In tal caso nulla gli si potrebbe imputare con giustizia, però bisognerebbe ricordargli che di tali effetti egli deve usare con infinita cautela (talvolta potrebbe esser nel caso di respingerli), sicché non ne venga direttamente od indirettamente danno al Sacramento, alla Religione, all’Ordine ecclesiastico. – Ci sono sacerdoti i quali, per essere i confidenti spirituali di taluni personaggi a loro devoti, possono avere la tentazione di influire su persone e su fatti, su affari e vicende, che non sono assolutamente di loro pertinenza. Non si lascino ingannare scendendo su un terreno che può non essere il loro, evitando ambizioni e vane compiacenze, ricordando che la grazia del loro stato è per guidare anime verso una maggiore purificazione e perfezione. Fa parte del loro obbligo rispondere a quesiti sulla moralità di affari, vicende, imprese; rispondano serenamente per quanto sanno e possono, ma sempre in ordine ad indicare la giusta via secondo Dio e mai in ordine a far essi l’uomo d’affari, l’uomo politico, il gestore d’un qualunque potere umano.

Il Sacramento della Penitenza non è un ponte per raggiungere la posizione o l’esercizio di un potere estraneo a quello del Sacramento.

La serietà del Sacramento domanda che non si faccia sfoggio di una competenza che non si ha. Nessun sacerdote presuma di dare consigli medici. Se ha conoscenze di medicina se ne serva, ove occorresse, per quanto può fare come sacerdote e soprattutto per formulare il ragionevole dubbio di inviare il penitente da un medico. Fosse lui stesso medico, sempre salve tutte le convenienze, il consiglio, è meglio lo dia fuori confessione. Nessuno si prenda responsabilità per le quali Cristo non ha istituito il sacramento della Penitenza. Vi sono tante altre faccende umane per le quali può prendere il prurito di trattare in confessione. Si resti estremamente cauti, perché quella non è per sé materia di confessione. Se una giusta causa, ad esempio di carità, ci fosse, pare consigliabile parlarne dopo aver assolto l’impegno del Sacramento. – La questione è delicatissima allorché si tratta della convenienza o meno di contrarre matrimonio. Finché la convenienza riguarda l’aspetto morale e religioso il confessore, dopo aver pensato a fondo e pregato, potrà cautamente arrivare a dare anche un consiglio risolutivo. Ma quando si è fuori dell’aspetto morale e religioso, il confessore eviti ogni responsabilità che non gli competa. Se fuori del Sacramento, per esperienza, competenza, argomenti ben noti potesse dire in materia qualcosa di più, vada estremamente cauto, perché non ne venga danno a quelli che intenderebbe beneficiare e non scenda un ombra sul suo ministero. Nel nostro, ormai lungo, ministero episcopale abbiamo conosciuto casi nei quali sarebbe stato meglio il sacerdote avesse parlato solo di quello cui era deputato, non oltre. – Nessuno presuma di guidare affari pubblici attraverso qualificati penitenti. Questa di guidare è una tentazione che può venire e non è detto che nessuno ci caschi. Ma, oltreché una grave presunzione ed equivalente responsabilità, costituirebbe una aberrazione nel Sacramento. Se si sa si risponda sul valore morale delle azioni; per il rimanente si rispetti la libertà di chi ha diritto a decidere. Insomma la indipendenza del Sacramento e del ministro stanno in questo: nel distacco del cuore da tutte le cose terrene, nella purezza per cui resta alieno da ogni profana contaminazione. – Non si può finire il discorso senza parlare anche della indipendenza dalla curiosità. Il pericolo di soggiacervi è quasi sempre immediato, sia per la materia, sia per la facilità con cui troppi penitenti indulgono ai particolari, alla prolissità, alla chiacchiera. Per la seconda volta rimandiamo la materia ai testi approvati sul modo e sui limiti della interrogazione al penitente. Chi indulge in confessione alla curiosità non sa mai dove e come può finire.

[Continua …]

STORIA DEL BUON LADRONE di mons. J. J. GAUME (1)

STORIA

DEL BUON LADRONE

DEDICATA AL SECOLO XIX.

DI MONSIGNOR GAUME

[Prato, Tip. Guasti. 1879]

PREFAZIONE

Dedica di questa Istoria al secolo decimonono. — Ragioni di questa  dedica. — Il secolo decimonono trova nel buon Ladrone il suo  modello. — Colpevole al pari di lui, come lui può e deve pen­tirs i.— La sua conversione è la soluzione unica di tutti i  problemi sociali. — Risposta alle difficolta. — Utilità di questa  Istoria: essa rivela molti fatti curiosi, dimenticati o poco noti: — Dessa unisce la Storia evangelica con la Storia profana: —  apre l’anima ai più nobili sentimenti, l’ammirazione e l’ amore; — ed è un preservativo o un rimedio possente contro lo  scoraggiamento e la disperazione.

I.

Io amo i Santi che non furono sempre santi. Se  parrà strana una tal propensione; è ella forse degna  di biasimo ? Un illustre dottore della Chiesa la spiega  e la giustifica con queste parole: « Noi comprendiamo,  dice s. Ambrogio,  l’utilità dei peccati de’ santi, ed il  perché la Provvidenza li permise. Destinati a servirci  di modello, è bene per noi che abbiano alcuna volta  errato. Se non ostante le insidie di che sovrabbonda il  cammin della vita, non avessero eglino mai messo il  piè in fallo percorrendolo, noi ci perderemmo d’animo,  e deboli come ne siamo, ci sentiremmo tentati a crederli di una natura superiore alla nostra e quasi divina,  soggetta a fallire peccando. Persuadendoci di essere di altra inferiore natura,  un tal concetto ci distoglierebbe da una imitazione  riguardata come impossibile. Quindi è che la grazia di Dio ha lasciato anche a loro sentire un po’ la propria debolezza, affinché la loro vita fosse per noi un modello  di accessibile imitazione, ed i loro atti fossero una doppia  lezione di fedeltà e di penitenza. Il perché, quando io  leggo le loro cadute, vedo che parteciparono della mia  debolezza, e ravvisandoli non esenti da infermità,  prendo fiducia di poter correre dietro ai loro passi » [S. Ambrogio, In prior. Davidis apolog., cap. II.]

II.

Or ecco la storia di un gran peccatore, divenuto un  gran santo. Essa  è  dedicata ad un gran peccatore, che ha il più urgente bisogno di divenire un gran santo. Il secolo decimonono è il nome di questo gran peccatore. Nel colpevole illustre richiamato alla sua memoria, gran peccatore, gran ladro e gran santo, il secolo deci­monono riconoscerà esattamente quello che egli è, e  quel che deve essere. – Il dire di questo secolo che è un gran peccatore  ed un gran ladro, al pari di quello del Calvario, non  è un calunniarlo. Il dire che dee pentirsi, e pentirsi senza ulteriore  indugio, egli è un mostrargli la sola via di salute, che  gli resta. – Il dire che può pentirsi, egli è un ridestare in esso la fiducia ed incoraggiare i suoi sforzi. Uopo è stabilire queste tre proposizioni per giustificare la dedica di questa storia, e dimostrarne la convenienza  e l’utilità.

III.

1.° Dire del secolo decimonono che è un gran peccatore, e come quello del Calvario, un gran Ladro,  non è un calunniarlo. — Un secolo si caratterizza non già per i fatti ch’esso presenta, ma sì per lo spirito generale che lo  distingue. Questo spirito si rivela nelle idee dominanti  in fatto di politica e di religione. Alla loro volta codeste idee hanno la loro espressione nella condotta dei governi,  nelle istituzioni, nelle leggi, nei pubblici costumi e nelle  occupazioni e passatempi preferiti, nei libri e nei gior­nali che godono del favor popolare. In una parola, un  secolo si caratterizza per l’insieme delle sue aspira­zioni e tendenze intellettuali, religiose e sociali. – Che in questo secolo vi abbiano delle individualità  più o meno numerose, non partecipanti al general mo­vimento, e che queste diano segno della loro indipen­denza, con atti isolati o collettivi in opposizione allo spirito dominante, non perciò il secolo conserva meno il carattere che lo distingue, e per il quale si è in diritto  di definirlo. Ciò sia detto per mostrare che noi siamo ben lontani dal voler sminuire e molto meno negare il  bene che oggigiorno si fa, pur sostenendo il nostro giu­dizio sul secolo decimonono considerato nel suo insieme. Veniamo alle prove. Qual è mai lo spirito del secolo decimonono? È desso cattolico, o no ? Per farne retto ed imparziale  giudizio, non è da prendersi in esame presso una sola  nazione. Ragion vuole che, nelle loro generali manifestazioni, siano considerate tutte le nazioni almeno dell’Occidente. – È forse lo spirito cattolico che regna nella Russia,  nella Prussia, nella Svezia, nella Danimarca, nell’Inghilterra, in tutti i paesi protestanti e scismatici, vale  a dire per lo meno, nella metà dell’Europa? E qual è lo spirito che domina nelle nazioni, che diconsi ancora  cattoliche, Francia, Spagna, Austria, Portogallo, Italia?  Come nazioni tendono esse al Cattolicesimo, o alla parte  opposta? Cosa puerile sarebbe il discutere una siffatta  questione: il solo proporla è lo stesso che risolverla.

IV.

Or il secolo decimonono faccia il suo esame di co­scienza. V’ha una legge, la più santa di tutte le leggi,  e madre di tutte le leggi degne di questo nome; una  legge discesa dal cielo e data da Colui, innanzi al quale deve curvarsi ogni fronte, star muto ogni labbro, pie­garsi ogni ginocchio; una legge che ha la sanzione di  ricompense e pene temporali ed eterne; una legge,  della quale il battesimo rende l’osservanza ben più  rigorosa pei popoli cristiani, che per le nazioni infedeli. Questa legge, che si compone di dieci articoli, si chia­ma il  Decalogo. – Or di questi dieci articoli, qual è quello che il  secolo decimonono osservi sul serio, e secondo lo spirito  del divino legislatore, in Russia, in Francia, in Italia e presso le altre nazioni d’Europa? O piuttosto qual è quella nazione che, da nord a mezzogiorno non li violi tutti apertamente ed ostinatamente? Egli è doloroso a dirsi; ma al veder la condotta del secolo decimonono, non si può mettere in dubbio che per esso Iddio è non un so qual vecchio re quasi detronizzato, i cui consigli, le cui prescrizioni, i cui divieti, le cui promesse e minacce, oggetto d’indifferenza per gli uni, e di scherno per gli altri, non pesano più sulla vita delle nazioni, come nazioni, di quello che sul piatto di una bilancia una leggerissima piuma. – Dove trovate voi la parte di Dio nella, politica dei e, nei discorsi e negli atti officiali dei governi? Si potrà nominare un solo uomo di stato veramente cristiano in tutta la moderna Europa? Il secolo decimonono non fa ora dei codici nei quali non si rincontra una sola volta il nome di Dio? Qual secolo anche pagano, ha mai proferito e lasciato proferire tante bestemmie contro quel nome adorabile, e contro tutto ciò, che Egli adombra della sua divina maestà? Tranne quella della spada, qual potenza è sacra per esso? E son tuttavia sacri per esso i giorni riserbati al riposo? E qual’è l’andazzo dei pubblici costumi? Depositaria della divina autorità e ministra delle sue leggi, la Chiesa è ella pel secolo decimonono l’oggetto di un’esemplare venerazione? Promotrice e guardiana della vera civiltà, riceve forse la Chiesa il ben meritato omaggio di una positiva riconoscenza, e di un filiale attaccamento?

V.

Se non ché, la violazione audacissima della più  santa delle leggi non è già la più grande iniquità del secolo decimonono. V’ha una differenza enorme tra la  reità d’un figlio, che disobbedisce al padre, riconoscen­do pur sempre la paterna autorità, e quella di un figlio,  che non solo trasgredisce i paterni comandi, ma nega  ancora la paterna autorità. E di questa reità è imputabile il secolo decimonono. Non contento di ribellarsi a Dio ed alla sua Chiesa  disconosce la loro autorità: « Io sono norma e regola a me medesimo, così nel pensare, nel discorrere e  nell’operare. Che bisogno ho io di Gesù Cristo e della  sua Chiesa? Qual’uopo ho del Papa? Combattere la  loro tirannica autorità è mio buon diritto; scuoterne il giogo è mia gloria, e liberarne la umanità egli è aprire ad essa un’èra di libertà, di progresso e di felicità. » Ed  ecco per chi vuole intenderlo il perpetuo ritornello del secolo decimonono in tutta la sua estensione, e l’ultima  parola del suo modo di pensare più o meno officiale. – Quindi ciò che per  l’addietro non era mai avvenuto,  i titoli dei suoi pubblici fogli sono:  Il Libero Pensiero, La Morale Indipendente, e pur anche l’Àteo.

VI.

Di là proviene ancora il tutto nuovo carattere del  male all’epoca nostra. In tutti i tempi v ’ebbero degli errori; ma la legale riconoscenza dei dritti dell’errore  nelle nazioni cattoliche, ch’è quanto dire la patente  concessa ai falsi monetarii della verità di batter falsa  moneta pubblicamente; ma società formate in piena  luce col fine palese di tener lontano come un malefico  il Cristianesimo dalla culla del bambino, dal capezzale  del moribondo, e se sia possibile, di  soffocarlo nel fango; ecco ciò che nel secolo decimonono solamente si è ve­duto avverarsi. – Del pari in tutti i tempi v’ebbero delitti e misfatti  contro la proprietà ed i buoni costumi; ma l’apologia  del furto e della disonestà, e con essa la glorificazione  del suicidio, ecco altresì quel che non si ritrova, col  lascia-passare delle opinioni, se non nel secolo decimonono. Finalmente in tutti i tempi vi furono tumulti e  ribellioni contro le legittime potestà; ma la teoria della rivoluzione e del regicidio, anzi la consacrazione del principio dell’uno e dell’altra, con la proclamazione  legale della sovranità dell’uomo, ecco ciò che invano si cercherebbe fuorché nel secolo decimonono. Nega­zione dell’autorità divina e della coscienza umana, si  è questo il distintivo carattere della sua perversità. A giudizio di ogni spirito imparziale, essa è ben al  di sopra di quella dei secoli precedenti. « Chi può senza fremere risovvenirsi (diceva il conte de Maistre) del  frenetico fanatismo del sedicesimo secolo, e delle spa­ventevoli scene di che fece spettacolo al mondo! Qual furore sopratutto contro la Santa Sede! Noi tuttora  arrossiamo per la natura umana, leggendo nelle storie del tempo le sacrileghe ingiurie vomitale da quei novatori villani contro la romana gerarchia. « Nessuno dei nemici della fede si è mai ingannato. Tutti, battendosi contro Dio, si battono invano; ma tutti sanno ove bisogna battere. Ciò che v’ha di più  notevole si è, che a misura che i secoli passano, gli  attacchi contro l’edificio cattolico si fan sempre più  poderosi, di maniera che, sempre dicendo:  Non si può andar più, oltre, si rimane sempre ingannati. » [Du Pape, t. II, p. 271.] E di  tal verità è prova evidentissima il nostro secolo.

VII.

Il decimonono secolo è dunque un gran peccatore;,  ma soprattutto un gran Ladro.  La borsa o la vita era  stata fin qui la parola del ladro di pubblica strada. — La borsa e la vita è la parola del secolo decimonono. Di  due specie sono i beni dell’uomo, i beni del corpo, e  i beni dell’anima. Beni del corpo, la borsa; beni dell’anima, la vita. Il ladro di pubblica strada prende la  borsa e lascia la vita; il secolo decimonono prende la  borsa e la vita. – Esso prende la borsa. Non è ancora compito un  secolo che la Chiesa Cattolica era la più ricca proprie­taria del mondo. La Francia, la Spagna, il Portogallo, l’Italia ed una parte notabile dell’Alemagna erano  coperte di proprietà della Chiesa. Essa oggigiorno non ha più nulla di proprio, e se alcuna cosa le rimane, è per la precaria tolleranza degli spogliatori quali  son sempre disposti, come pur confessano,  a stendervi l’avida mano. – In questo stesso momento l’Italia finisce di vendere  i beni della Chiesa; e gran mercé di Dio se al Capo  augusto di quella ricchissima Chiesa rimane un angolo di terra indipendente su cui riposare il capo. E questo piccolo possesso, oppugnato da mille sofisti, e sempre  minacciato dalle armi degli invasori, uopo è difenderlo a costo del più puro sangue, senza potersi ripromettere che lo sarà sempre con fortunato successo. Certo giam­mai il furto sacrilego fu praticato in simile proporzione  e con sì sfacciata impudenza!

VIII.

Uno è il diritto di proprietà, ed è ugualmente sacro nella persona del prete come in quella di qualsiasi uomo del secolo. Violatore di questo diritto nell’ ordine reli­gioso, il secolo decimonono non poteva a lungo rispet­tarlo nell’ordine sociale. E con quale impassibilità non ha esso spogliato Re e Principi di sangue reale! La storia conta già più di  sessanta troni rovesciati da esso. E ben superiore è il numero dei re e delle regine, dei principi e delle prin­cipesche famiglie spogliate dei loro diritti ereditari, e della loro personale fortuna, espulsi, esiliati; di sovrani  divenuti vassalli, ed erranti per le diverse contrade dell’Europa, cercando un’ospitalità che non sempre  vien loro accordata. – Non parliamo delle provincie ingiustamente invase,  né delle nazionalità soppresse, né delle mostruose tasse  imposte ai vinti a profitto dei loro depredatori. Notiamo  soltanto che a tutte queste ingiustizie, a tutti questi  furti a mano armata, il secolo decimonono impresse il proprio suggello della sua perversità. Col suo più mellifluo tuono di voce, esso li chiama annessioni, risultati inevitabili delle aspirazioni dei popoli, conseguenza le­gittima del nuovo diritto.

IX.

Come il torrente che scende dalla montagna e si  precipita nella valle che copre di arena e di fango e  che devasta; così il furto esercitato nelle alte regioni  è disceso negli ordini inferiori della società. Tra tutti gli altri, il secolo decimonono è il secolo delle subite  scandalose fortune; scandalose per la loro rapidità,  scandalose per la loro enormità, scandalose per i mezzi adoperati a farne acquisto. Per quanto poco iniziato uno sia di ciò che avviene, e non potrebbonsi nelle diverse carriere amministrative,  industriali, commerciali, finanziarie indicar persone,  che quindici o venti anni addietro potevano dirsi poveri,  e che ora posseggono un patrimonio di milioni? Come  persuadersi che questi rapidi acquisti di ricchezze siano  esclusivo frutto di onesto lavoro, il prodotto legittimo  di un’ industria, o di mezzi non condannevoli né avanti  a Dio né avanti agli uomini? Fin qui l’opinion pubblica  si ricusa di crederlo.

X.

E che pensare poi della giustizia del secolo decimonono nelle transazioni commerciali ed anche nelle  ordinarie relazioni di compra e vendita? È stato detto  già: di tutte le scienze moderne, quella che ha progre­dito più è la scienza del rubare. Pare che la chimica  non sia stata inventata per altro, che per falsificare  più abilmente i prodotti dell’industria, e fino le sostanze  alimentari. Se dobbiamo credere alle rimostranze, ai lamenti  che sentiamo farsi per ogni dove, ed ai processi che  del continuo si tengono nei tribunali, vi han pochi, i  quali possano dire: « Son certo che il vino che io bevo non è punto adulterato, e che sostanze nocive non v’hanno nel pane ch’io mangio, nell’olio che mi fa lume. – « Io sono egualmente sicuro che non v’ha cotone  in quella stoffa ch’io compro, perché la credo di refe,  di seta, o di lana, e che non v’è frode nella fabbri­cazione degli oggetti che acquisto per mio uso, e che  ognuno rifugge dall’ingannarmi sulla misura e sul peso,  e dal vendermi per buone delle merci danneggiate, o d’infima qualità. – « In fine io ho la certezza che nella mia casa non  v’ha frode alcuna, e che né i miei domestici, né i miei  operai, né tampoco i sarti o le sarte mi rubino in modo  alcuno, e che se talvolta vi ha furto, la è cosa ben rara  e seguita sempre da un sincero pentimento, e da una  giusta riparazione. »

XI.

Ma ciò non è tutto. Posseduto da uno sfrenato amore della ricchezza, il secolo decimonono ha posto in voga due cose, che ad ogni istante compromettono la giu­stizia, cioè, il ciarlatanismo e la concorrenza illimitata. Di che mai dal principio alla fine dell’anno, son ripiene  le ultime pagine dei giornali ? Di annunzii. E le canto­nate delle città di che sono tappezzate? Di avvisi  stampati di ogni colore e di ogni dimensione. E questi annunzii ed avvisi che dicono mai? Essi  dicono che, in virtù di novelli processi e di condizioni eccezionalmente fortunate, si vende a buon mercato,  e tale da non credersi, tutto ciò che v’ha di meglio, e di più bella apparenza in fatto di tessuti o di derrate d’ogni genere. Voi correte a comprare, e siete rubato. Essi dicono che sì scoprirono talune preparazioni medicinali di tanta efficacia da guarire le malattie più ribelli ad ogni rimedio. Voi comprate e siete rubato. Essi dicono che si è formata una società con un capitale di più milioni per dar vita ad una industria, il cui successo è talmente sicuro, che oltre l’interesse della loro moneta gli azionisti riceveranno ricchi divi­dendi. Sedotti dall’esca del guadagno, rassicurati dai nomi che figurano nel manifesto, i gonzi accorrono, e ne dividono la sorte. – Il ricco, l’artigiano, il domestico recano, chi le sue  rendite, chi i suoi risparmi, e chi il suo salario; e per accrescere il numero dei creduli, nei primi anni gli interessi sono regolarmente pagati. Vi si aggiunge pur anco un dividendo, che peraltro resta ad aumento del capitale sociale; e ben tosto non vi han più né inte­ressi, né dividendi, né capitale; tutto è perduto. In questa specie di furti, il secolo decimonono può vantarsi  di portare la palma su tutti.

XII.

E non meno a tutti gli altri secoli va esso innanzi  per la novella invenzione che dicesi concorrenza illi­mitata. Come applicazione della libertà rivoluzionaria, la concorrenza illimitata ha per iscopo di produrre più che uno può al miglior mercato possibile; e chi non vede in essa una permanente tentazione di frode e di furto? Il mio vicino vende a tal prezzo gli stessi pro­dotti ch’ io vendo ; acquista credito, e la sua concor­renza cagiona la mia rovina, e m’impedisce di far fortuna. È dunque necessario ch’io venda a più basso prezzo di lui. Ma se impiego le stesse materie, se fo uso dello stesso metodo di fabbricazione usato finora, il prezzo di fattura rimarrà sempre Io stesso così per me, come per lui, e gli avventori continueranno a preferirlo. Come dunque eludere la difficoltà ? Alterando le ma­terie prime con la mescolanza di altre affini e di minor costo, e ponendo minor cura nella fabbricazione: in una  parola rubando.

XIII.

Il seguente fatto riassume tutte queste specie di falsificazioni nate dalla concorrenza illimitata. Regnava il Buon Luigi Filippo, e i Deputati della Gironda domandavano  la riduzione della imposta sui vini. Con una patetica esposizione rappresentavano la misera condizione dell’industria vinicola, e particolarmente le gravezze insop­portabili, che pesavano sulla loro provincia. Un deputato di non so qual’altro dipartimento dirigendosi all’ora­tore, gridò dicendo: « Io domando, come voi, non sola­mente la riduzione, ma la soppressione del diritto fiscale sul vino, se voi potrete provarmi che in commercio vi ha un solo ettolitro di vino di Bordò che sia pretto e vero Bordò, » Si tacque allora il deputato della Gironda, la camera rise, e la domanda fu rigettata. più furto, ma è abilità, saper fare. A forza di raggiri indefinibili, sappiate procurarvi cento mila lire di rendita, e voi certamente avrete la riputazione di uomo abile. Abbiatene due cento mila, e sarete un grand’uomo, al quale saranno accessibili tutte le sale di ricevimento aristocratiche. – Senza che gli sia pur passato pel capo di farlo im­prigionare come un nemico dell’umana società, o di separarlo da essa come un pazzo della più pericolosa natura, il decimonono secolo ha inteso un sofista proclamare questa massima: La proprietà è il furto.

XV.

È tale l’aberrazione del senso morale, che a pre­venire i tremendi effetti di un siffatto principio, uomini di stato stimaronsi obbligati a pubblicare dei volumi per confutarlo. I loro sforzi furon essi coronati di buon successo? Mi è lecito dubitarne. Dopo come per l’in­nanzi, grandi furti ebbero luogo, poche o nessune restituzioni. Al tempo istesso, il socialismo minaccia la società. E che sono mai il socialismo, il comunismo, il dritto al lavoro, la democrazia universale, la grande repub­blica mazziniana, la rivoluzione in una parola, se non il furto eretto a principio? Incoraggiata dagli uni, glorificata dagli altri, più o meno ben accolta da quanti non son cattolici di vecchia data, la rivoluzione può, per le future sue rapine, come per le sue passate ingiustizie, contare su quel decreto d’indennità, al quale il secolo decimonono ha dato corsoe valore: È un fatto compiuto.Ed ecco nell’ordine materiale accennate alcune delle attinenze del secolo decimonono col principio della giu­stizia. Ora vediamo quali sono esse nell’ordine morale.

XVI.

Per colpevole che e’ sia, il furto della borsa può passare per un peccato da nulla in confronto col furto della vita. La verità è la vita dell’uomo, è il suo pane,  il suo vino, l’aria sua respirabile; è il suo padre e la sua madre, come già fu detto nelle lingue orientali. La verità è la sua fede, la sua speranza, la sua consola­zione; è la bussola che dirige l’esistenza, e la forza  che dà lena a portarne il peso. La verità è lo scudo  che protegge l’onore, la innocenza, la forza nelle in­certezze dello spirito, contro gli smoderati desideri del  cuore, e contro le insidie e le lusinghe del mondo. – Il più reo pertanto di tutti i furti sì è quello della  verità. Spogliandone quell’essere, da un canto sì misero, che si chiama uomo, egli è un renderlo cieco, e con­dannarlo a brancolare nel vuoto; egli è un farlo zim­bello d’ogni fantasma, e sospingerlo barbaramente di  precipizio in precipizio; egli è un cangiarlo in bestia immonda alternativamente e crudele, in fino a che, torturato da dubbi, perda ogni lume di ragione; o che  stanco di una vita senza norma e senza scopo, invochi il nulla e ponga fine ai suoi giorni.

XVII.

Il decimonono secolo è egli reo di un simile furto?  E n’è egli veramente reo più che ogni altro secolo? Non si ha che aprir gli occhi per rispondere a simili  interrogazioni. Che sono mai quei milioni di scritti cat­tivi, opuscoli, libri, giornali, canzoni, farse, opere tea­trali, romanzi, incisioni, stampe di ogni formato ed anche del più basso prezzo, che ogni sera, dal principio alla fine dell’anno, partono da tutte le capitali d’Europa, se non bande di ladroni, che in tutti i luoghi abitati, e fin nei più umili villaggi, vanno a pervertire le menti, a profanare i cuori, ad assassinare le anime? Al giovine han tolto il rispetto alla paterna autorità, alla donzella il pudore, al ricco la pietà, al povero la rassegnazione, a tutti il sentimento cristiano, la vita soprannaturale, e con essa ogni conforto nel presente,  ogni speranza nell’avvenire; inestimabili tesori com­perati al prezzo del sangue di un Dio, e deposti col Battesimo nel cuore del cristiano.

XVIII.

E che sia cosi, il fatto non può revocarsi in dubbio.  Agli ottimisti più dichiarati esso rivelasi per lo stra­ripamento della vita materiale. Come ai tempi che pre­cedendo il diluvio, l’uomo del nostro secolo, perduta la vita dello spirito è fatto carne, ed i movimenti del suo cuore invece di sollevarsi in alto, vanno abbas­sandosi. Soggiogare la materia, sorprendere i segreti della materia, manipolare e trasfigurar la materia, glorifi­carsi nella materia; consumar tutta la vita nei godi­menti della materia; nulla vedere, nulla desiderare e nulla ammettere fuori della materia; sprezzare, deri­dere, calunniare, perseguitare coloro che gli propongono  altra cosa che la materia: ecco 1’uomo qual è fatto dai  ladroni della verità. – A tutti questi ladroni mille volte più rei di quelli  che forzano gli scrigni, il secolo decimonono lascia  libero il campo. Essi sono i suoi veri figli, e s’ispirano  del suo spirito e realizzano il suo pensiero. Al punto di vista morale egualmente che al punto di vista ma­teriale, dire che il secolo decimonono è un ladro, ed un gran ladre, non è dunque un calunniarlo.

XIX.

2.°  Il dir poi che esso deve pentirsi, e pentirsi al più presto,  è un indicargli la sola via di salute che gli ri­manga. — Ripetere che la situazione dell’Europa è grave, estremamente grave; che la presente società è  malata e seriamente malata; che nell’antico mondo,  come nel nuovo, fermentano elementi di dissoluzione universale: egli è questo un esprimere delle verità triviali; tanto son esse ora conosciute. Indarno i piaggiatori non cessano di cullare colle loro lodi il secolo decimonono. « La tua educazione è perfetta, gli dicono, e tu hai bene di che vantarti al  paragone dei secoli precedenti. Tu sei abbastanza forte per avanzarti nella via del progresso. Giammai non fu  il mondo più illuminato, più libero e prosperoso. Giam­mai le grandi nazioni dell’Europa non furono gover­nate con maggior sapienza, e maggior gloria. Le agitazioni che provi, non sono che superficiali: nè mai  l’edifìcio sociale riposò sopra più solide basi. » – Ma il secolo decimonono non è perciò completamente  rassicurato. Un segreto istinto lo avverte, non essere egli nell’ordine, e tutto ciò che è fuor dell’ordine non può  durare. L’ordine porta seco la pace, e la pace non si trova in alcun luogo. Vero è che in questo momento tutte le parole dei re suonano pace; ma tutte le loro  braccia fanno apparecchi di guerra. Per ogni dove da  un giorno all’ altro la guerra minaccia di venire ai fatti. Di qui ha origine quel sentimento sconosciuto  nelle epoche regolarmente costituite, la paura. – Il secolo decimonono prende di assalto città stimate  inespugnabili; ed ha paura. Con un pugno di soldati riporta lontane e strepitose vittorie su potenti nemici; ed ha paura. Sei milioni di baionette vegliano a ras­sicurarlo; ed ha paura. Esso domina gli elementi, sop­prime le distanze, moltiplica le meraviglie della sua industria; ed ha paura. L’oro cola in gran copia dalle sue mani; nei suoi vestimenti la seta ha preso luogo  della rustica stoffa di lana; la natura tutta quanta è fatta tributaria del suo lusso; la sua vita è somigliante al festino di Baldassarre; ed ha paura. Le nazioni te­mono delle nazioni: i re dei popoli: i popoli dei re. La società ha paura del presente ed ancora più dell’avvenire: e troppo generale è questo sentimento per non dover essere ben fondato.

XX.

Perché mai il secolo decimonono ha tanta paura? Noi lo abbiamo già detto: egli è perché sente bene di non essere nell’ordine. E perché non è esso nell’or­dine? Perché è reo di peccato, e di gravissimo pec­cato. Il suo capitale delitto è quello di essere in piena insurrezione contro Dio, re e legislatore supremo, e contro la Chiesa depositaria dei diritti di Dio, ed organo delle sue volontà. – « Dappoiché non vogliono conciliarsi collo spirito che mi anima, né accettare un ordine sociale che mi è a grado, né approvare la libertà, la civiltà, il pro­gresso, com’io l’intendo, Iddio e la Chiesa facciano i fatti loro; io più non voglio che su di me abbiano  influenza ed impero. Io saprò ben vivere e prosperare senza di essi, lungi da essi e, loro malgrado: Nolumus hunc regnare super nos. » Tal’è senza che si possa negare, il grido d’insensata ribellione, che tutte riassume le generali aspira­zioni del secolo decimonono. Noi la diciamo insensata e ben a ragione. Questo secolo pretende di vivere e  prosperare volgendo le spalle al Cristianesimo ed alla Chiesa. Ma tra associati, la separazione esige la liquidazione.  Che dunque il Cristianesimo e la Chiesa riprendano, e  ne hanno bene di diritto, tutto quello che han dato al secolo decimonono, e che gli danno tutto giorno e a tutte le ore, di lumi, di credenze, di costumi, di principii sociali, di libertà, di utili istituzioni, di rispetto al principio di autorità e di proprietà; e vedremo  quello che rimarrà al secolo decimonono. La insurrezione dell’uomo intanto non vale a de­tronizzare Iddio. L’orgoglio di un vermicciolo non  istrappa la folgore dalla mano dell’Onnipotente. Come  la calamita attira il ferro, così il peccato attira il castigo. Checché si faccia per divagarsi e vivere spen­sierato, il secolo decimonono comprende una tale ine­sorabile attrazione; e quindi è che ha paura. Come mai sottrarsi al castigo e sostituire la fiducia alla paura? Per trovare la soluzione del definitivo  problema, mille pensatori si affaticano e studiano. Ogni giorno gli uomini di differenti partiti recano il loro progetto di scampo e di salvezza. Gli uni si fan cam­pioni dell’assolutismo, e combattono la democrazia ed il sistema costituzionale. Gli altri esaltano la pura de­mocrazia, e mostrano i pericoli dell’ assolutismo, e l’inefficacia del regime costituzionale. Molti levano alle stelle il regime costituzionale, ed hanno in orrore la democrazia al pari dell’assolutismo. E quei che sono  indifferenti sulla forma dei governi, si confidano di ri­generare l’Europa, per virtù dell’industria, della pub­blica istruzione e della materiale prosperità. – Quindi a mille a mille le teorie economiche, po­litiche e sociali; ed assolute affermazioni, e negazioni  assolute. Quindi molte e nobili intelligenze che consu­mano le loro forze in una sterile agitazione. Quindi insomma, quella gran guerra dell’ignoranza, – Magnum inscientiæ bellum, di cui dice la Scrittura, che non lascia  nelle anime se non dubbi, stanchezza e sconforto, e nelle società vani conati, e prove, e riprove eterne. Babele certamente non fu teatro di una maggiore con­fusione d’idee e di linguaggio. Il secolo decimonono ha dato ragione a tutte le  opinioni. L’una dopo l’altra ha fatto saggio di tutte le svariate forme di governo. L’industria è divenuta la sua vita, l’istruzione la sua più sollecita cura, il benessere materiale il suo Nome; ma non perciò è  guarito.

XXI

Dopo tante inutili esperienze, tante contraddittorie  soluzioni, il cattolico osa pur esso proporre la sua, e perché non usare anch’egli di un diritto che ognuno  si arroga? Per lui non è questo solamente un diritto, ma un dovere, poiché nel comune pericolo ogni uomo è soldato. A differenza di tutte le altre, la soluzione del cat­tolico non è un palliativo, nè un’utopia. Non è il parto  di una mente umana, ma è proposta da Quello stesso,  che fece sanabili tutte le nazioni. Essa è unica, e Iddio non ne conosce altra. Essa è quella, che da sei mila anni invariabilmente propone  alle genti, trascinate all’orlo del precipizio dalle loro iniquità. Tutte le volte che essa fu abbracciata, i problemi sociali più complicati e difficili furono risoluti all’istante; svanirono i pericoli, restaurato fu l’ordine, e la pace tornò a discendere sulla terra. Essa è forzata, perché radicale: ed è radicale perché sola ripone ogni cosa al suo posto: Dìo in alto e l’ uomo a basso. Né è soltanto radicale. Legislatore e padre, Iddio volle che fosse pur facile, e la espresse in una sola parola: PENTIMENTO.

XXII.

Se dunque il secolo decimonono riconoscendo di aver forviato, risolve di rientrare nel buon sentiero e pentirsi, ei sarà salvo; altrimenti no; mille volte no. E si prenda ben sul serio la cosa; non si tratta qui, come diranno sicuramente certuni, di una soluzione mistica, totalmente estranea alla scienza politica e sociale, e conseguentemente di una soluzione di poca importanza rispetto alle cose di questo mondo. In vero così la discorrono coloro che han nome di sapienti, ma che non hanno la scienza, la quale procede dalla verità e conduce alla verità èVani enim sani omnes homines, in quibus non subest scientia Dei. Sap. XIII 1]: uomini presuntuosi che non dubitano di nulla perché non si accorgono di nulla, buoni soltanto a traviare i popoli colle loro utopie; e la cui vista, disse già s. Agostino, non va al di là del loro naso. Il vero si è che questa soluzione è talmente politica, talmente sociale, talmente decisiva nelle cose di questo mondo, che senza di essa tutte le soluzioni, tutti gli espedienti non han dato, né potranno dare mai alcun durevole risultato. Senza di essa, certamente potrete reprimere una sommossa come a Parigi nelle giornate di giugno 1848; ma ciò è reprimere una manifestazione della rivoluzione, ma non un vincere la rivoluzione. Potrete battere Garibaldi sulla via che conduce a  Roma, come avvenne a Mentana nel 1867, ma questo è arrestare nella sua marcia un figlio della rivoluzione, non già vincere la rivoluzione. Come or ora fece il Corpo Legislativo Francese, potrete con un voto solenne confermare la conserva­zione di quel che rimane al santo Padre dell’antico  suo stato; ma ciò è sospendere l’adempimento dei voti  della rivoluzione, non un vincere la rivoluzione. Tutti questi atti ed altri della medesima specie son  tanto meno vittorie, in quanto che i sedicenti nemici della rivoluzione cadono nella più manifesta contraddi­zione. Se eglino con una mano si oppongono alla rivo­luzione, coll’altra le somministrano giornalmente no­vello vigore. E che altro mai si fa pubblicando e lasciando del continuo pubblicare, in tutte le lingue, le dottrine della rivoluzione in fatto di religione, di politica e di filosofia, non che di storia e di letteratura? Pretendete di tener saldo e conservare l’edificio, e lo lasciate minare! Volete raffrenare l’impeto del torrente, e ne accrescete le forze! Un fatto si distrugge con un altro; ma la rivolu­zione non è un fatto. La rivoluzione è un principio, una potenza morale, un’idea: e le idee non si uccidono a colpi di fucile. Queste non possono esser vinte che da idee contrarie. L’idea rivoluzionaria è l’uomo in  alto, e Dio in basso. Quindi la rivoluzione non sarà mai vinta, che quando si tornerà a riporre Dio in alto, e l’uomo in basso. E Dio non può essere posto in alto e l’uomo in basso che dal pentimento.

XXIII.

Giudichi imparzialmente di ciò lo stesso secolo de­cimonono. Alla presente situazione, sì piena di pericoli e d’incertezze, non v’hanno che due soluzioni, e due  solamente, la rivoluzionaria e la cattolica. Nella sua ultima formula, la soluzione rivoluzionaria  è il rovesciamento completo dell’ordine religioso e  sociale stabilito dal Cristianesimo; rovesciamento se­guito dalla barbarie assoluta, e quel che è peggio, dalla barbarie letterata, e forse dall’una e dall’altra:  perocché sarà l’uomo posto in alto, e  Dio in basso in  tutte le cose. – Nella sua ultima formula, la soluzione cattolica è  la restaurazione universale dell’ordine religioso e so­ciale; restaurazione seguita da un’ èra di pace e di prosperità, perocché sarà Dio ricollocato in alto e 1’uomo in basso. Ora il primo, indispensabile elemento della soluzione cattolica è il  pentimento. Così, e solamente così possono essere risoluti, nell’interesse dei governanti e dei governati i minacciosi problemi che ci incalzano: tra questi ricorderemo so­lamente la gran questione del momento: la Questione  Romana. Al punto in cui si trova attualmente la questione  romana sfida la sagacia di tutti i diplomatici e di tutti  i congressi. Ond’è che solo il pentimento delle nazioni  può risolverla. Sol esso può far rientrare nelle anime dei re e dei popoli il sentimento protettore della de­bolezza oppressa, ed il religioso rispetto dell’altrui  proprietà. Solo per conseguenza può esso emendare la commessa ingiustizia. Solo esso può, intorno agli stati della Chiesa resi al legittimo possessore, rialzare la barriera di venerazione e di amore, che sì lungo tempo conservò intero e tranquillo il dominio temporale della Santa Sede, e con la sovranità temporale assicurò la  indipendenza necessaria all’oracolo del supremo capo  della vera Chiesa di Dio. – Non bisogna farsi illusione; il voto pronunziato dalla nostra Camera Legislativa il 5 dicembre 1867 non  risolve punto la questione romana. Esso non è che un  primo passo nella buona via, e speriamo che non sia l’ultimo: altrimenti lo  statu quo quale ci si promette,  sarebbe sotto ogni aspetto, una cosa ben deplorabile. Dal punto di vista politico, sarebbe esso per la Fran­cia una incancellabile vergogna. Con qual diritto gli  Italiani si sono impadroniti delle più importanti provincie della Santa Sede? Calpestando la firma posta  dalla Francia alle stipulazioni di Villafranca ed al trat­tato di Zurigo; stipulazioni e trattato che nel modo più solenne garantivano la inviolabile integrità degli Stati della Chiesa, e ciò che accresce la gravità dell’insulto la si è che nelle provincie usurpate si ritrova la dote, che la figlia primogenita della Chiesa, la Francia,  ebbe già costituita alla sua Madre. – E la Francia, la quale non avrebbe che a parlare  per essere obbedita, soffrirà senza far motto simili  oltraggi? Ma allora che diventa il nostro onor nazio­nale? Chi mai vorrà fidarsi più della nostra parola?  Rovinare una nazione nei suoi materiali interessi, è  un danno che può ripararsi: rovinarla moralmente,  egli è un fallo irreparabile. Dal punto di vista religioso, per una parte sarebbe lo stesso che consacrare l’ingiustizia, e sullo spoglio sacrilego dei due terzi del patrimonio Pontificio far valere l’iniqua teorica del fatto compiuto. E dall’altra  parte ridurre il Sommo Pontefice al possesso del lembo di terra che gli rimane, sarebbe un condannarlo alla mendicità. Si vedrebbe, diciamolo pur francamente,  l’applicazione del programma di quel libercolo di trista memoria:  Il Papa ed il Congresso. Lo che sarebbe  lasciare al Papa il Vaticano, il suo cameriere, il suo cuoco,  ed il suo giardino con qualche jugero di terra  di più. E che altro mai sarebbe questo se non proprio il trionfo della rivoluzione? Si passino pure in rivista tutte le questioni di un ordine più o meno elevato, che or tengono l’Europa in una irrimediabile agitazione, e si arriverà sempre alla  medesima necessaria, inevitabile soluzione; il  pentimento. Del rimanente tal’è, in diversi termini, l’assioma di geometria sociale, contenuto nel famoso detto:  La ri­voluzione incominciala con la proclamazione dei diritti dell’uomo, non finirà che con la restaurazione dei diritti di Dio. Deh! possa finalmente il secolo decimonono prender  sul serio il suo partito; e chiudendo l’orecchio a chi  vuole addormentarlo adulandolo, ed agli utopisti che lo fan traviare, provvedere alla propria salvezza, rien­trando nelle condizioni di vitalità divinamente prescritte  alle nazioni!

XXIV.

3.°Il dire che può esso pentirsi, egli è un ridestare in lui la fiducia ed un incoraggiarne gli sforzi. – Qui si affaccia l’obbiezione prevista fin dal prin­cipio, e della quale, quanto altri, sentiamo tutta la forza. « Domandare che il secolo decimonono si penta, è un tentar l’impossibile; lo sperarlo sarebbe follia.  La proposta soluzione altro dunque non è che un’utopia. » Una parola in risposta. Più volte nel corso della sua esistenza, il popolo Ebreo si pentì: si pentirono pur essi i Niniviti, e una gran parte del mondo pagano si pentì all’annunzio  della verità evangelica: più tardi tutte le nazioni, venute successivamente alla fede, si pentirono. Perché dunque il secolo decimonono non potrebbe far ciò che  tante altre generazioni han potuto? Gli mancano forse motivi e mezzi per compiere un atto sì salutare? Noi Io sappiamo purtroppo: ciò che ad esso manca è la volontà. Questa manca ai governanti ed ai gover­nati: manca ai doviziosi e ai negozianti: manca alla  maggior parte di coloro che formano lo spirito pubblico, scienziati, giornalisti, uomini di lettere; e manca alle  masse, grossolanamente ignoranti, e stupidamente in­credule. Pure mancherà essa lor sempre? Ben doloroso sa­rebbe il pensarlo. Fin qui senza dubbio, il decimonono  secolo si è mostrato ribelle alla voce di Dio ed alla  voce della Chiesa, che non si rimasero di chiamarlo al  pentimento. A più riprese, la Chiesa gli ha parlato per  bocca del più mansueto dei Pontefici; e Iddio gli ha pur  esso parlato col doppio linguaggio dei benefici, e dei castighi. – Dopo l’eccezionale benefìcio di una pace di quarant’anni, di che esso non volle profittare, vennero eccita­menti di una specie diversa. Per non farne una lunga enumerazione, l’anno scorso (ciò che non era mai av­venuto) tutti i flagelli di Dio ad una volta piombarono sul mondo. La peste negli uomini e negli animali; la misteriosa malattia delle uve, dei pomi di terra, della  canna di zucchero e dei vegetali; la fame, la guerra, i terremoti; lo straripamento dei fiumi, e la invasione degli insetti voraci. Fuvvi giammai avvertimento più chiaro e più solenne?

XXV.

Malgrado l’immenso danno, il pubblico benessere non fu seriamente alterato, ed il secolo decimonono, rimasto sordo alla voce della Provvidenza, nulla ha cangiato nelle sue sciagurate abitudini; ma non è esausto il calice dell’ira divina. Fino a che non fu colpito dalla giustizia umana, istrumento della giustizia divina, il Ladrone del Cal­vario proseguì la sua vita di delitti e di brigantaggio; egli non pensava a pentirsi. Ma inchiodato che fu sulla croce, fu tu tt’altro. Nelle strette del dolore, ed in faccia  alla morte, torno in sé; ascoltò la sua coscienza, si  pentì, e fu salvo. Lasciate che l’angelo della giustizia versi fino alla  feccia sul mondo ribelle il calice dell’ira divina. Senza un pronto pentimento, come quello di Ninive, quel calice sarà senza fallo versato. Tal si raccoglie qual si semina: e sì nell’ordine morale, come nel fìsico, questa legge è del pari inflessibile. Allorché dunque pel secolo decimonono sarà venuto  il momento di raccogliere quel che ha seminato di dot­trine sovversive intorno alla religione, alla società, alla proprietà, alla famiglia; e seminato a piene mani ogni giorno su tutta la faccia dell’Europa, non ostante i gridi di allarme di tutti gli uomini sensati, verranno allora i mietitori, e saranno quali si fecero. Sciami di  selvaggi civilizzati, che arruolati in mille tenebrose sètte, si mostreranno in pieno giorno, e faran sentire al mondo spaventato ciò che siano le moltitudini am­maestrate a non creder nulla, fuorché alle disordinate passioni. – Infiammati di un odio senza freno e lungamente contenuto, i novelli barbari faranno quel che già fecero i barbari di altra età. Strumenti della divina giustizia,  come già Nabucco a Gerusalemme, Attila nelle Gallie, Genserico a Roma, quando avranno compita la loro  trista missione, incendiato, saccheggiato, massacrato e dispersa questa civiltà corrotta e corruttrice, che il mondo cristiano affascina e desola, come desolò già il mondo pagano; quando finalmente oppresso dal socia­lismo e dalla barbarie, il secolo decimonono sarà stremato di forze e di coraggio, allora, ci giova sperarlo, griderà: Misericordia! Esso imiterà il modello che la divina provvidenza pare aver fatto per lui, e del quale quest’opera gli ri­chiama la consolante memoria. A solo fine di rialzar l’animo depresso dei più disperati peccatori e dei più cor­rotti secoli (dicono i padri della Chiesa), il Redentore del mondo volle coronare la sua vita con questo splen­dido esempio di misericordia.

XXVI.

E perché il secolo decimonono non vorrà farne suo pro? La scuola della sventura è per eccellenza la scuola della virtù e del ravvedimento. Non con altro mezzo che con la croce il Figlio di Dio ha salvato il mondo, e sulla croce soltanto si salvano le anime e i popoli. Senza dubbio il nostro secolo è un gran peccatore, e quel che è peggio un peccatore indurito. Ma se la voce delle sue iniquità grida vendetta, vi ha un’altra voce che grida misericordia: e come Iddio vuol perdonare, sempre avviene così. E qual’è mai la voce che domanda grazia pel secolo decimonono? La è la voce delle opere cattoliche per ogni dove moltiplicate, per ogni dove animate di novella attività; pie associazioni di carità, pellegrinaggi pubblici, ordini religiosi, apostolato della donna, propagazione della fede e missioni alle più remote parti del mondo. Ella è la voce di tutta quanta la Chiesa, che proclamando il domma dell’Immacolata Concezione di Maria, obbliga in certo modo la Regina degli Angeli a far prova della sua gran potenza; la Madre delle misericordie a disarmare lo sdegno di Dio; l’Èva novella a schiacciare anche una volta la testa del serpente. Ella è la voce degli eroici sacrifici, lo spettacolo dei quali impone l’ammirazione, e rivela tesori dj fede, riposti in cuori di venti anni. La è la voce del sangue il più puro generosamente versato per la causa di Dio e della Chiesa. La è la voce della lunga agonia dell’immortale Pio IX calunniato, tradito, spogliato e perseguitato come il suo divino maestro, e mansueto come Lui. – E chi può dire quanto pesino sulle divine bilance tante lacrime, tante preghiere, tante elemosine, tanti sacrifici, tante opere sante generosamente effettuale, e tante sofferenze accettate con la coraggiosa rassegnazione dei martiri? Quel che noi sappiamo si è che in questo solamente è fondata la speranza del secolo decimonono.

XXVII.

Gli verrà obbiettato. « L’opera vostra non conseguirà il suo intento. Il secolo decimonono è un essere collet­tivo. P arlare ad esso è parlare a tutti in generale: e parlare a tutti in generale, egli è lo stesso che non parlare ad alcuno. Predicazione nel deserto, vano rumore di cembalo risonante, tal sarà la vostra parola. Che val dunque cotesto libro? Quale importanza può avere?  In un secolo come il nostro, dove mai troverà lettori? »

XXVIII.

A che val questo libro? Senza dubbio il secolo decimonono è un essere collettivo; ma l’essere collettivo  si compone d’individualità. E queste hanno orecchie  per sentire, una coscienza per giudicare, e mente e cuore per volere. Arrivando ad esse la parola, indiriz­zata a tutti, si individua e può diventare efficace. Del  rimanente, tal è la condizione di ogni parola pubblica,  scritta o parlata; e potrà dirsi che sia del tutto inutile? Oggi pure, come sempre, la parola è quella che governa  il mondo.

XXIX

Riflettiamo poi che per esercitare una potente in­fluenza, non è necessario che la parola s’impadronisca  di tutti, e neppur di un gran numero al tempo stesso. – Nel bene, come nel male, le rivoluzioni furono sempre il fatto delle minorità. Dodici apostoli rivoluzionarono il mondo. In ciascuno dei diciotto secoli trascorsi si son veduti poveri Missionari levare in rivoluzione cristia­namente intere popolazioni. Il medesimo avviene delle rivoluzioni in senso opposto. Anche oggidì, qualunque sia la grandezza del male, datemi dodici Re, sinceramente convertiti come uomini e come Re; meno ancora; quanti giusti si richiedevano per salvar Sodoma; e non dubitate, avverranno cose maravigliose. Oltre la naturale tendenza ad imitare i  grandi, i popoli del secolo decimonono, bisogna render  loro questa giustizia, son malvagi meno dei loro governi.

XXX.

« Ma i Re non si convertiranno. In luogo di farsi e chiamarsi, come Costantino,  Vescovi al di fuori o come Carlo Magno, i Servitori di Gesù Cristo e i  Sergenti della Chiesa, dimenticheranno sempre più a quali con­dizioni venne lor confidato il potere. Perdendo affatto l’istinto della propria conservazione, eglino e i popoli andranno incontro a inevitabili catastrofi. A che dunque gioverà questo libro? » – Nel pubblicar questa storia, noi prendemmo di mira il bene generale ed il bene particolare. Inutile, a vostro giudizio, pel primo fine, lo sarà pure del tutto pel  secondo? Indicare il solo rimedio ai mali che tanto ci gravano, e alle calamità che ne minacciano; eccitare lo zelo di alcune sante vittime le cui lacrime ed espiazioni possono  far piegare dal lato della misericordia la divina bilancia:  sarà dunque nulla? Far conoscere in tutte le sue parti una meraviglia incomparabilmente più bella che tutti i capo-lavori  dell’Esposizione universale: sarà dunque nulla? – « Se è egli ben fatto, dice la Scrittura, di tener  nascosti i segreti dei Re, è cosa lodevole di rivelare e  annunziare le opere di Dio. » [Tob., XII, 7]. – Or tra tutti i prodigi  della sua destra, havvene uno che sia tanto degno di esser tramandato di generazione in generazione, e cono­sciuto fino all’estremità della terra, quanto quello della conversione del Buon Ladrone? Trarre il mondo dal nulla con una parola, egli è un miracolo dell’Onnipotenza. Con altra parola far di una pietra un figlio di Abramo, egli è un miracolo più grande ancora. Ma di un veterano del delitto, di un  masnadiero già sospeso al patibolo, sul quale espia tutta una vita di furti e di opere di sangue, farne in men ch’io noi dico, un Apostolo, un evangelista, un santo canonizzato ancor vivo, è tale un prodigio che tuttii  secoli non videro il simile, e che nel suo genere supera  tutti gli altri.

XXXI.

« Qual’ importanza può egli aver questo libro? » Non tutti quelli che san leggere sono associati ai perniciosi giornali, grandi o piccoli, né fan loro pasto dei romanzi. Se un troppo gran numero si contenta di mangiar paglia e fieno, ven’ha, grazie al cielo, pur molti di quelli, che conservano gusti più puri, e che vogliono un nutrimento più sano. Sarà forse senza importanza offrire ad essi un ali­mento, che risponda ai loro nobili istinti? Sarà senza importanza forse soddisfare una legittima  curiosità, rilevando delle circostanze, il cui interesse è proporzionato alla grandezza eccezionale del fatto a cui  si attengono? Sarà egli senza importanza, specialmente oggigiorno,  mantenere o risvegliare nelle anime i sentimenti che  le nobilitano e le santificano: l’ammirazione, la confi­denza, l’amore? E non solamente risvegliarli, ma con lo spettacolo di un sublime modello, elevarli al più alto grado di potenza? Sarà senza interesse per tante vittime dello scorag­giamento e della disperazione, trovare nel buon Ladrone la risposta perentoria ai loro dubbi, la calma delle loro  agitazioni di spirito, la guarigione dei loro sinistri pen­sieri, ed una protezione potente presso il Padre delle misericordie?

XXXII.

« In un secolo come il nostro, dove troverà esso lettori? » Egli è pur troppo vero, che il secolo decimonono,  più che ogni altro, è affascinato dalla vanità delle cose mondane e periture. Ciò nondimeno si con­tano ancora nobili intelligenze e dei nobili cuori, i quali vivono altra vita che quella dei sensi. A motivo appunto  dell’atmosfera di piombo, che col suo peso li soffoca, queste anime sentono più costante e più vivo il bisogno di respirare un aer puro, di conoscere ed ammirare  tutt’altra cosa che la materia e le sue manipolazioni,  di sperare ed amare ben altra cosa che pane e sensuali soddisfazioni. E tali saranno i lettori di questo libro.

XXXIII.

Il fatto cui n arra ha luogo nelle regioni superiori  del mondo morale, del quale fa rilevare le sorprendenti  realtà. Due elementi prodigiosamente combinati l’hanno  prodotto: la grazia di Dio nella pienezza della sua effi­cacia e nella rapidità della sua azione; e la cooperazione  dell’uomo in tutta l’energia della sua fede. Contemplandolo, abbiamo sotto gli occhi uno spettacolo che  rende l’anima estatica e ne esalta l’ammirazione. Sommariamente ricordato nell’Evangelio, questo fatto unico e più bello a considerarsi che la stessa  creazione del mondo, fu accompagnato da circostanze generalmente poco conosciute e nondimeno, per più  rapporti, di un serio interesse. Queste da un canto aprono dei nuovi orizzonti allo studio dell’antichità;  dall’altro canto, rannodando la storia sacra alla profana, rischiarano il sacro testo, raffermano la fede del cri­stiano, e danno una smentita di più a chi non presta  piena fede al racconto evangelico. Il metterle in rilievo è, fra gli altri, intento di quest’opera.

XXXIV.

Ingolfarsi nelle cose materiali, e per naturale con­seguenza, la ignoranza del mondo morale, delle sue leggi e delle sue magnificenze, non è la sola piaga del1’epoca nostra. Altre ve ne hanno vive non meno, e che di giorno in giorno tendono a dilatarsi: e da que­ste non son esenti gli stessi cristiani. Per gli uni par­liamo dell’indebolimento della fede; per gli altri del  manco di fiducia nella misericordia di Dio. – Questa fede, la quale se raggiungesse la grandezza  di un granello di senapa varrebbe a traslocar le mon­tagne; questa fede che nella persona dei primi cristiani  vinse l’intero mondo, e nei loro discendenti potrebbe  rigenerarlo; questa fede che dà ali alla preghiera, la conduce fino al trono di Dio, e ve la mantiene fino a  che l’Altissimo l’abbia esaudita; fede che in ogni tempo ha operato un sì gran numero di strepitose conversioni,  ed ottenuto contro ogni speranza, tanti insigni favori,  questa fede, nelle grandi masse, va pur troppo visi­bilmente mancando.

XXXV.

Ora come ravvivarla? Col mezzo di grandi e luminosi esempi, « Come il fuoco, dice un antico autore, non è mai così necessario quanto nel rigore dei più ge­lidi inverni; così gli esempi di grandi e luminose virtù non son mai più utili ed opportuni, che quando il mondo è pieno di grandi vizi. Ed ancorché questi esempi non siano di persone viventi, ma di già morte da tanti se­coli; ciò nondimeno, come le reliquie dei loro corpi, benché ridotti in polvere, hanno ancora una virtù di­vina da far miracoli, e le loro stesse immagini valgono talvolta, per la divina grazia, ad operare la conver­sione dei peccatori; così la storia della loro vita è una delle più preziose reliquie che di loro ci rimangono, e l’immagine della bellezza della loro anima, la quale è immortale, può ben tirare le benedizioni del Signore  nello spirito e nel cuore dei lettori, per la virtù che  lo Spirito Santo ha impressa in quelle antiche e mira­bili fatture della sua grazia, e per la potenza dell’intercessione di quei gran santi a pro di coloro che li invocano leggendo la loro vita. E queste parole non bastano a dimostrare l’utilità della storia del buon Ladrone? Se havvi un più grande  esempio di fede e di tutti gli effetti della sincera fede;  l’amor di Dio, il disprezzo del rispetto umano, il co­raggio a tutta prova, certo i Padri della Chiesa nol  conobbero. E farlo rivivere, non è forse apprestare un rimedio di grande efficacia ad una delle più gravi in­fermità del secolo nostro?

XXXVI.

Veniamo alla diffidenza della misericordia di Dio. Questa infelice disposizione, che in molte anime altronde fedeli costituisce come il fondo della lor vita, ne forma  anche il tormento e il pericolo. Vedendo in Dio più un  giudice severo che un padre misericordioso, essa fa trovar duro e pesante un giogo dall’istesso Nostro Si­gnore dichiarato soave e leggero; offusca la pietà, frange l’energia del bene, e ingenera il tedio e lo sco­raggiamento. – Ben fortunate le sue vittime se non le conduce alla finale disperazione dopo aver abbandonato il freno a tutte le loro passioni. O non è dessa sanabile, o la guarigione di questa terribile malattia è nella storia che noi prendiamo a narrare. Dopo aver veduto spa­lancarsi la porta del cielo ad un ladro insigne, chi po­trebbe più disperare? Quis hic desperet, sperante ladrone!

XXXVII

A coloro poi che sotto qualsiasi forma di condotta  avessero avuto la disgrazia d’imitarne la vita, il Buon Ladrone insegna imitarlo nella sua morte. – Sia pur  gravata di delitti e d’iniquità la vostra coscienza (egli lor dice) e presso al termine la vostra vita, un istante di sincero pentimento basta per chiudervi le porte dell’inferno ed aprirvi quelle del cielo. Ricordatevi soltanto che Quegli che ha promesso il perdono, non ha già pro­messo il domani. Profittate adunque dei giorno che ancor vi rimane. Bentosto verrà la notte e non avrete più tempo a pentirvi. » – L’istoria del Buon Ladrone non è solamente un in­coraggiamento per i più gran peccatori, ma è pur anche un punto di appoggio pel sacerdote, il quale è chiamato ad assistere al peccatore moribondo negli Ergastoli, nelle Prigioni, negli Ospedali, nel tugurio del povero, e troppo spesso ancora nel palazzo del ricco. Quanto mai gli bisogna contare sui tesori dell’infinita miseri­cordia di Dio! Potrà egli vederla brillare di una luce più  rassicurante, che nella conversione di Disma crocifisso? Render popolare questa mirabile conversione, egli è un secondare i disegni pietosi del Padre delle misericordie, del Dio d’ogni consolazione. Egli è un prevenire  la disperazione, non già un incoraggiare al male; pe­rocché sul Calvario, presso la Croce a destra v’è pur la croce a sinistra. Egli è uno stimolo non già al di­sprezzo, ma all’amore di un Dio, la cui paterna bontà, come la giustizia, confonde la ragione umana. Possa quest’opera contribuire a formare in coloro  che la leggeranno, disposizioni conformi alle intenzioni mille volte adorabili di Colui che venne a cercare e salvare, senz’alcuna eccezione, quei che si erano per­duti. « Venit enim Filius hominis quærere et salvum facere quod perierat [Luc. XIX, 10] ».