AL DI FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA NON C’È SALVEZZA -2-

georgehay

[Mons. George Hay]

PARTE III

 D. 4 Non è una dottrina molto poco caritatevole, dire che nessuno possa essere salvato fuori della Chiesa o se non crede, come fa la Chiesa?

R. Se questa dottrina fosse un semplice parere umano, o il risultato di ragionamenti umani, potrebbe essere chiamata non caritatevole; ma è una dottrina in cui la ragione umana non entra. Si tratta di un punto di vista che dipende unicamente dalla volontà dell’Onnipotente; e l’unica questione è sapere ciò che Egli si è compiaciuto di decidere a riguardo. Ora, le Sacre Scritture dichiarano nei termini più elementari, che Egli si è compiaciuto di ordinare che nessuno sarà salvato fuori della Chiesa di Cristo o senza la vera fede; e come si può avere il coraggio di dire che una dottrina insegnata e definita da Dio stesso sia poco caritatevole? – Ma l’errore in cui molti cadono nasce dal non riflettere che Dio non è obbligato a salvare nessuno. Ha perseguito gli angeli caduti con il massimo rigore della giustizia, e poteva giustamente trattare l’uomo allo stesso modo. Se, dunque, Egli si compiace di offrire la salvezza agli uomini per i meriti di Gesù Cristo, questo è unicamente effetto della sua infinita misericordia; e come Egli è il perfetto padrone dei suoi doni propri, Egli ha pure piena libertà di richiedere qualsiasi condizione gli piaccia per donarli a noi. Ora, l’intero tenore della Sua volontà rivelata dichiara che Egli richiede che coloro che desiderano salvarsi, siano componenti della sua Chiesa, e possiedano la vera fede di Gesù Cristo, come condizioni indispensabili di salvezza: e chi ha il coraggio di trovare un difetto in quel che Egli desidera fare? O chi potrà dire, che è poco caritatevole il pensare e il credere ciò che Egli ha così espressamente e così più volte dichiarato nelle sue Sacre Scritture? – Si osservi inoltre che non è la sola Chiesa cattolica che professa questa dottrina. Abbiamo visto che i fondatori della Chiesa protestante della Scozia ritengono, in termini espressi, che “per chi è fuori della vera Chiesa di Cristo non c’è alcuna possibilità ordinaria di salvezza”, ed è stato inserito come un articolo della loro fede pubblicamente definito della loro religione, la “Confessione di fede”, che tutti i suoi ministri devono sottoscrivere. La Chiesa d’Inghilterra anche, allo stesso modo, dichiara, in un articolo del suo Credo, “che se uno non conserva tutta la fede cattolica e senza macchia, senza dubbio perirà in eterno; ” e assicura i suoi membri che questo credo può essere dimostrato con i testi più evidenti della Sacra Scrittura che, di conseguenza, tutti i suoi ministri devono sottoscrivere. Inoltre, si afferma: “che devono essere maledetti coloro che hanno la presunzione di dire che ogni uomo (anche se non ha la vera fede di Gesù Cristo), sarà salvato dalla legge o setta che ha professato.” – Se, dunque, questa dottrina è considerata poco caritatevole, anche le Chiese, sia di Inghilterra che di Scozia, devono evidentemente cadere sotto la stessa condanna. – È vero, infatti, che, anche se i fondatori di queste Chiese, convinti dalle testimonianze ripetute ed evidenti della Parola di Dio, professano questa verità, e l’hanno inserita nelle norme pubbliche della loro religione, nella loro progressione, ora la declinano, e accusano la Chiesa Cattolica di non essere caritatevole nella sua enunciazione; ma questo dimostra solo la loro inconsistenza, e che sono privi di ogni certezza di ciò che credono; infatti, se si tratta di una verità divina che “fuori dalla Chiesa cattolica non c’è salvezza”, essa deve restare immutabile quando sono state fondate queste religioni che sono fuori della vera Chiesa e senza la fede cattolica, e se i loro primi fondatori erano in errore su questo punto, quale sicurezza possono avere i loro seguaci oggi per qualsiasi altra cosa questi abbiano insegnato? – Ma la Chiesa cattolica, sempre coerente ed uniforme nella sua dottrina, mantenendo sempre le parole che una volta per sempre le sono state messe in bocca dal suo Divino Maestro, in ogni momento ed in ogni età ha creduto ed ha insegnato la medesima dottrina come verità rivelata da Dio, che: “fuori della vera Chiesa di Cristo, e senza la sua vera fede, non vi è alcuna possibilità di salvezza”; e la più autentica testimonianza pubblica dei suoi nemici dimostra che questa è la dottrina di Gesù e del suo Vangelo, quali che siano i privati, egoistici ed interessati motivi, che possano far dire il contrario. Essa non ha paura alcuna di essere ritenuta priva di carità su questo aspetto. Al contrario, si considera proprio in funzione della carità il dovere di avvertire gli uomini del pericolo che corrono, in un affare di tale immensa importanza come è quello della loro salvezza eterna; ed è in virtù della compassione per la loro situazione, che usa ogni mezzo in suo potere, in particolare la fervente preghiera a Dio, per la conversione di tutti coloro che sono fuori dalla vera via, e che possono essere portati a conoscenza della verità ed essere così salvati. – Questa è la vera carità; la carità è una virtù del cuore, che fa sì che un uomo ami l’anima del suo prossimo, e si sforzi di promuovere la sua salvezza; solo questa è l’opinione che merita di essere chiamata caritatevole e che tende ad eccitare ed a promuovere questa disposizione; mentre, al contrario, un uomo distratto e indifferente all’anima del suo prossimo, è veramente poco caritatevole. E’ chiaro, quindi che le accuse di essere “poco caritatevole” sono assolutamente false, dichiarazioni calunniose, impiegate per rendere odiosa la Chiesa Cattolica e la sua dottrina. I suoi nemici hanno pensato che la mancanza di carità fosse un crimine scioccante per ogni mente ben disposta, e dovesse eccitare l’odio e l’avversione, se riversata su di Essa. Sapevano che i loro seguaci, erano sempre pronti a credere a tutto ciò che fosse contro di Essa, e non si sarebbero presi nessuna cura di esaminare i motivi di una tale accusa, prendendo per scontato che Essa fosse colpevole sulla base delle loro affermazioni fraudolentemente evidenziate e il cui parere non risulta verificato. Ma la minima attenzione facilmente dimostra che il comportamento della Chiesa è l’effetto di una autentica carità. Era S. Paolo caritatevole quando ha dichiarato che “né i fornicatori, né idolatri, né adulteri, ecc, possederanno il regno di Dio?” [1 Cor. VI: 9]; o quando ha pronunciato “un anatema su chiunque, anche se fosse un Angelo dal cielo, che dovesse predicare un Vangelo diverso da quello che aveva egli stesso predicato?” [Gal. 1: 8] Al contrario! … era la sua ardente carità e lo zelo per la loro salvezza, che lo ha reso così serio nell’avvertirli del pericolo. Come può allora la Chiesa cattolica essere considerata poco caritatevole solo perché dice quello che dichiara, e per lo stesso motivo caritatevole? L’atteggiamento negativo è sicuramente di tutti coloro che non sono nella sua comunione, ed il considerarla poco caritatevole, è una mera imposizione irriflessiva.

 D. 5 Ma gli atti di un uomo che agisce secondo i dettami della sua coscienza, e segue esattamente la luce della ragione che Dio ha impiantato in lui a sua guida, non sono sufficienti a portarlo alla salvezza?

R. Questo è una proposizione speciosa: un grave errore si nasconde dietro di essa. Quando l’uomo è stato creato, la sua ragione era allora illuminata dalla grazia della giustizia originale con la quale era stata adornata la sua anima; la ragione e la coscienza erano allora guide sicure per condurlo sulla via della salvezza. Ma a causa del peccato originale, questa luce è stata miseramente oscurata, e la sua ragione offuscata da ignoranza e errori. Essa non è interamente estinta, ed ancora possiede insegnamenti chiari su molte grandi verità, ma attualmente essa è così influenzata dall’orgoglio, dalle passione, dal pregiudizio, e da altri simili motivi di corruzione, che in molti casi serve solo per confermare l’errore, dando una copertura apparentemente razionale ai suggerimenti dell’amor proprio e delle passioni. Questa coscienza, molto spesso, si può utilizzare nelle cose naturali; ma nel soprannaturale, nelle cose che riguardano Dio e l’eternità, la nostra ragione, se lasciata a se stessa, è miseramente cieca. Per rimediare a questo, Dio ci ha dato la luce della fede come guida certa e sicura per condurci alla salvezza, nominando la Sua Santa Chiesa custode e depositaria di questa luce celeste; Di conseguenza, un uomo può anche fingere di agire secondo ragione e con coscienza, potendosi anche illudere di rettitudine nel farlo, ma in verità, la ragione e la coscienza, se non illuminate e guidate dalla vera fede, non potranno mai portarlo alla salvezza.

D. 6 La Sacra Scrittura dà qualche luce su questa materia?

R. Nulla può essere più evidente delle parole della Sacra Scrittura. “C’è un modo”, dice il saggio, “C’è una via che sembra diritta a qualcuno, ma sbocca in sentieri di morte”. [Prov. XIV: 12]. Questo viene ribadito più avanti [Prov. XVI: 25]. Cosa c’è di più semplice di questo, per dimostrare che un uomo può agire secondo ciò che pensa alla luce della ragione e della coscienza, persuaso che stia facendo bene ma, di fatto, si trova solo sulla via della perdizione? E tutti coloro che vengono sedotti da falsi profeti e falsi maestri, non pensano forse di essere nel giusto? Non è forse con il pretesto di agire secondo coscienza che essi vengono sedotti? Eppure la Bocca della Verità ha dichiarato, che “… se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nella fossa,” [Matt. XV:. 14]. – Al fine di mostrare a noi quello che l’eccesso di malvagità dell’uomo può far passare con il pretesto di “seguire” la propria coscienza, la stessa verità eterna dice ai suoi Apostoli, “… è giunto il momento, che chiunque ucciderà penserà di rendere culto a Dio” [Giovanni XVI: 2]; ma osservare ciò che Egli aggiunge: “E queste cose faranno, perché non hanno conosciuto il Padre né me,” [ver. 3]. Il che dimostra che se uno non ha la vera conoscenza di Dio e di Gesù Cristo, che può essere ottenuta solo attraverso la vera fede, non c’è enormità in cui egli non possa essere coinvolto, pensando di agire secondo la ragione e la coscienza. Se avessimo solo la luce diretta della ragione, questo sarebbe giustificato; ma siccome Dio ci ha dato una guida esterna nella sua Santa Chiesa, per aiutare e correggere la nostra ragione accecata alla luce della fede, la nostra ragione da sola, senza l’assistenza di questa guida, non può mai essere sufficiente per la salvezza. – Niente potrà mettere questo in una luce più chiara che un paio di esempi. – La coscienza dice ad un pagano che: non solo è legittimo, ma doveroso adorare ed offrire sacrifici agli idoli, opera delle mani dell’uomo. Sarà questa la condizione che sarà in grado, secondo la sua coscienza, di salvarlo? O saranno questi atti di idolatria innocenti e graditi agli occhi di Dio, perché sono eseguiti secondo coscienza? La risposta che la Parola di Dio dà a questa domanda, con la parole del saggio è invece: “… maledetto l’idolo opera di mani e chi lo ha fatto; questi perché lo ha lavorato, quello perché, corruttibile, è detto dio. Perché sono ugualmente in odio a Dio l’empio e la sua empietà; l’opera e l’artefice saranno ugualmente puniti”[Sap XIV: 8, 10.], o anche: “Colui che offre un sacrificio agli dèi, oltre che al solo Signore, sarà votato allo sterminio” [Es. XXII: 19]. Allo stesso modo, la coscienza di un Ebreo dice: che egli può legittimamente e con merito bestemmiare Gesù Cristo, e approvare la condotta dei suoi antenati che Lo hanno messo a morte su di un albero. Sarà tale bestemmia a salvarlo, solo perché questa è proferita secondo i dettami della sua coscienza? Lo Spirito Santo per bocca di S. Paolo, al contrario dice: “Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema”, cioè: “maledetto”, [1 Cor. XVI: 22]. – Ad un maomettano viene insegnato dalla sua coscienza, che sarebbe un crimine credere in Gesù Cristo, e non credere in Maometto; sarà l’empia coscienza a salvarlo dal momento che la Scrittura ci assicura che: “non vi è infatti altro Nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale possiamo essere salvati”, che il nome di Gesù solo?; e “colui che non crede al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio sopravanza su di lui.” – Tutte le varie sette sono state separate dalla Chiesa vera, in ogni tempo, l’hanno uniformemente calunniata con il mal parlare della verità da Essa professata, credendo nella loro coscienza che questo non era solo cosa legittima, ma altamente meritoria. Saranno queste calunnie contro la Chiesa di Gesù Cristo a salvarli a causa della loro coscienza che le approva? La Parola di Dio dichiara: “che la nazione e il regno che non la serve perirà …” e “… Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati e attirandosi una pronta rovina”. [2 Piet. II: 1]. – In tutti questi ed altri casi consimili, il dettame della loro coscienza è il crimine più grande, e dimostra a quali aberrazioni possa portare una coscienza ed un’empia ragione, quando esse sono sotto l’influenza dell’orgoglio, della passione, dei pregiudizi, e dell’amor proprio. La coscienza e la ragione, quindi, non possono mai essere guide sicure per la salvezza, se non guidate dalla luce sacra della verità rivelata.

PARTE IV

D. 7 Ma supponiamo che una persona sia in uno stato di invincibile ignoranza della fede di Gesù Cristo e della sua Chiesa: questa ignoranza invincibile, non lo farà salvare?

R. Anche questa è una proposizione altamente speciosa, e temo che, se non viene correttamente considerata, possa trarre molti in un pericoloso errore; faremo quindi il possibile per esaminarla a fondo. E qui dobbiamo innanzitutto osservare come comunemente siano mescolate insieme due questioni differenti quando si parla di ignoranza invincibile: la prima è, “può una persona che invincibilmente ignora la vera fede o la Chiesa di Cristo essere condannata proprio a causa di tale ignoranza? Cioè, gli sarà imputata l’ignoranza come un crimine? O sarà la sua ignoranza invincibile la scusante dalla colpa del non credere? A questo rispondo che: come nessun uomo può essere colpevole di un peccato che è assolutamente fuori del suo potere, una persona che invincibilmente ignora la vera Fede e la Chiesa di Cristo non sarà condannata a causa dell’ignoranza; tale ignoranza non gli sarà imputata come un crimine, ma senza dubbio lo scusa dalla colpa di incredulità: in questo tutti i teologi sono d’accordo, senza dubbi o esitazioni. Un pagano, per esempio, che non ha mai sentito parlare di Gesù Cristo, non sarà condannato come criminale proprio per mancanza di fede in Lui; un eretico che non ha mai avuto alcuna conoscenza della vera Chiesa di Cristo non sarà condannato come colpevole perché non si unisce in comunione con la Chiesa. Fino a questo punto, la prima domanda non ammette controversie. La seconda domanda è questa: “può una persona invincibilmente ignorante della vera fede o della Chiesa di Gesù, che vive e muore in quello stato, essere salvato?” – Questo è molto importante, ma è una questione molto diversa dalla prima, anche se troppo spesso viene confusa con essa. Ora, per rispondere a questa domanda in modo chiaro e preciso, dobbiamo considerare due casi diversi: in primo luogo, quello dei maomettani, degli ebrei, e dei pagani, che, non avendo mai sentito parlare di Gesù Cristo o della sua religione, sono invincibilmente ignoranti; e, in secondo luogo, di tutte le diverse sette di cristiani che sono separati dalla vera Chiesa di Cristo da eresie.

D. 8. Cosa c’è allora da dire per tutti quei maomettani, ebrei e pagani che, non avendo mai sentito parlare di Gesù Cristo o della sua Religione, sono quindi invincibilmente ignoranti rispetto ad entrambi? Possono essere salvati, se vivono e muoiono in quello stato?

R. La risposta molto semplice a questo quesito è: essi non possono essere salvati, ed essi non sono tra coloro che “possono entrare nel regno di Dio”. E’ vero, come abbiamo visto sopra, che non saranno condannati solo perché non hanno la fede di Cristo, di cui sono invincibilmente ignoranti. Ma la fede di Cristo, anche se è una condizione essenziale della salvezza, non è che una condizione, ma ne sono necessarie anche altre. – E anche se l’ignoranza invincibile certamente salva un uomo dal peccato nel non sapere ciò di cui egli è invincibilmente ignorante, non è impossibile supporre che questa ignoranza invincibile su di un punto provocherà la mancanza di tutte le altre condizioni richieste. Ora, tutti quelli di cui noi parliamo qui, sono in stato di peccato originale, “alieni da Dio, figli d’ira,” per non essere battezzati; ed è un articolo di fede cristiana che, se il Peccato Originale non viene lavato via dalla grazia del Battesimo, non c’è salvezza; per questo Cristo stesso dichiara espressamente: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce da acqua e Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio” [Giovanni III: 5]. E, in effetti, se anche i figli di genitori cristiani che muoiono senza Battesimo, non possono andare in Paradiso, quanto meno sarà possibile per coloro che, oltre a non essere battezzati, vivono e muoiono nella ignoranza del vero Dio, di Gesù Cristo e della sua fede! Per questo motivo, si può inoltre supporre che abbiano anche commesso molti peccati attuali. Anzi, immaginare che pagani, maomettani, o ebrei che vivono e muoiono in questo stato possano essere salvati, è supporre che l’ignoranza salverà gli adoratori di idoli, di Maometto, ed i bestemmiatori di Gesù Cristo, anche nelle colpe attuali e con il peccato originale, e questo li metterebbe ben al di sopra dei cristiani stessi e dei loro figli. Il destino di tutti questi, la Scrittura lo indica come segue: “… e a voi, che ora siete afflitti, sollievo insieme a noi, quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo con gli angeli della sua potenza in fuoco ardente, a far vendetta di quanti non conoscono Dio e non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza, quando Egli verrà per esser glorificato nei suoi santi ed esser riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto, perché è stata creduta la nostra testimonianza in mezzo a voi. Questo accadrà, in quel giorno.”[2 Ts. I: 7-10]. Questo è tremendamente preciso, è infatti una risposta chiara e decisiva all’attuale domanda.

D. 9 Che giudizio da’ la Scrittura di tutti quei cristiani che sono separati dalla Chiesa a causa dell’eresia? Possono questi essere salvati se sono nell’ignoranza invincibile, e vivono e muoiono nel loro stato di separazione dalla vera Chiesa di Cristo?

R. Questi sono in uno stato molto diverso da maomettani, ebrei e pagani, a condizione che abbiano ricevuto un vero Battesimo; però se: 1) non hanno il Battesimo, 2) o ne hanno modificato la forma che Cristo ha ordinata di dargli, allora non sono in condizioni migliori dei pagani per ciò che attiene alla possibilità della loro salvezza, anche se si presumono o assumono il nome di cristiani. Se hanno il Battesimo valido, allora per esso, sono veri membri della Chiesa di Cristo, e chi di loro muore in giovane età, nell’innocenza battesimale, senza dubbio sarà salvato. Ma, per quelli tra loro che giungono agli anni della discrezione, e vengono educati in una falsa fede, vivono e muoiono in uno stato di separazione dalla comunione della Chiesa di Cristo, dobbiamo distinguere due casi diversi. Il primo è quello di coloro che vivono tra i cattolici o vi sono cattolici che vivono nello loro stesso circondario, che sanno quindi che ci sono queste persone, e sentono spesso parlare di loro. Il secondo caso riguarda coloro che non hanno tale conoscenza, e che ascoltano raramente o mai i cattolici dei quali si parla se non in una luce falsa ed odiosa.

D. 10 Che cosa c’è da dire di coloro che vivono tra i cattolici? Se sono nell’ignoranza invincibile, e muoiono nel loro stato di separazione, possono essere salvati?

R. E’ quasi impossibile per coloro che appartengono a questa classe di persone, essere in uno stato di ignoranza invincibile; per essere invincibilmente ignorante sono richieste necessariamente tre condizioni: in primo luogo, che una persona abbia un vero e sincero desiderio di conoscere la verità; poiché: a) se egli è tiepido e indifferente ad un affare di tale importanza come la propria salvezza eterna; b) se egli è disattento nel considerare se sia esso nel giusto o no; c) se, asservito a questa vita presente, non si da alcuna preoccupazione della futura, è chiaro che l’ignoranza derivante da questa disposizione è una ignoranza volontaria, e quindi altamente colpevole agli occhi di Dio. Questo sarà ancora più grave se una persona è sì, positivamente disposta a cercare la verità, ma ha paura di un disagio mondano, e quindi evita ogni occasione di conoscerla. Di questi la Scrittura dice: “Finiscono nel benessere i loro giorni e scendono tranquilli negli inferi. Eppure dicevano a Dio: Allontanati da noi, non vogliamo conoscer le tue vie.” [Giobbe XXI: 13-14]. In secondo luogo, per definire invincibile l’ignoranza, è necessario che un individuo sia sinceramente deciso ad abbracciare la verità ovunque essa possa trovarsi, e qualunque cosa possa comportare e costare. Infatti, si deve essere completamente risoluti a seguire la volontà di Dio, ovunque essa appaia in tutte quelle cose necessarie alla salvezza; ma se, al contrario, non si è disposti a tralasciare quello che sembrerebbe una trascuranza del proprio dovere o un’offesa ai propri amici e parenti, o ad esporsi a qualche perdita temporale o a degli svantaggi sociali, l’ignoranza è allora colpevole, e il soggetto non può mai giustificarsi davanti al suo Creatore. Di questo il nostro Salvatore dice: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” [Matt. X: 37]. La terza cosa necessaria perché una persona sia in uno stato di ignoranza invincibile è che essa sinceramente voglia al meglio possibile conoscere il proprio dovere, ed in particolare, che raccomandi la questione seriamente a Dio Onnipotente, pregando per avere la sua luce e la sua guida. Infatti, qualunque possa essere il desiderio di conoscere la verità, se non si utilizzano i mezzi adeguati nel trovarla, l’ignoranza non è invincibile, bensì volontaria. L’ignoranza è invincibile solo quando una persona ha un sincero desiderio di conoscere la verità, con una risoluzione piena di abbracciarla, ma: o non ha i mezzi possibili di conoscenza, o dopo essersi ingegnato al meglio con tutti i possibili tentativi, non è in grado di acquisirla. Pertanto, se una persona è carente nel cercare di conoscere al meglio il proprio dovere, la sua ignoranza non è invincibile, ed è solo colpa sua il non sapere; e se la scarsa attenzione al problema, l’indifferenza, i motivi mondani, o gli ingiusti pregiudizi influenzano il suo giudizio, e lo inducono a cedere ad una formazione distorta, non ha né un’ignoranza invincibile, né il timore di Dio. Ora questo è incompatibile con la bontà e le promesse di Dio, come se una persona, cresciuta in una falsa religione, ma che ha soddisfatto a queste tre condizioni, e usa i suoi migliori sforzi per conoscere la verità, venisse lasciata nell’ignoranza invincibile; ma se, per il suo attaccamento al mondo, agli oggetti sensibili o a proponimenti egoistici, non si disponga o si abbandoni nel modo da usare i mezzi adeguati per giungere alla verità, la sua ignoranza è volontaria e colpevole, ma non è invincibile.

 D. 11 Ma cosa succede se non sorgono mai dei dubbi nella sua mente, e la persona va avanti in buona fede nella condizione in cui è stato allevato?

R. E’ un errore pensare che sia necessario un dubbio formale per rendere l’ignoranza del proprio dovere volontaria e colpevole; è sufficiente che ci sia una ragione sufficiente per dubitare, poiché i suoi ingiusti pregiudizi, l’ostinazione, l’orgoglio, od altre mal disposizioni del cuore, possono ostacolare queste ragioni affinché pongano un eccitante dubbio formale nella sua mente. Saul non aveva dubbi quando ha offerto il sacrificio prima che arrivasse il Profeta Samuele; al contrario, egli era convinto che avesse le ragioni più valide per farlo, ma è stato condannato proprio per questa azione, rifiutato da Dio Onnipotente egli stesso e la sua famiglia. Gli ebrei credevano che stavano agendo bene quando hanno messo il nostro Salvatore a morte; anzi, il loro sommo sacerdote ha dichiarato in pieno sinedrio che era opportuno per il bene e la sicurezza della nazione che dovessero farlo. Erano in preda ad un grossolano errore, anzi, e purtroppo erano ignari del loro dovere; ma la loro ignoranza era colpevole, e sono stati severamente condannati per quello che hanno fatto, anche se è stato fatto per ignoranza. E infatti tutti coloro che agiscono con una coscienza falsa ed erronea sono altamente biasimevoli per avere una tale coscienza, per il fatto che non hanno mai intrattenuto alcun dubbio formale. Anzi, non avendo essi un tale dubbio, anche in presenza di appena deboli elemeni per dubitare, questo li rende ancor più colpevoli, perché mostra una maggiore corruzione del cuore, ed una maggiore disposizione alla depravazione. Una persona che si è portata, nella falsa fede che la Scrittura chiama “sette di perdizione, dottrine diaboliche, cose perverse, bugie e ipocrisie” e che ha sentito parlare della vera Chiesa di Cristo, che condanna tutte queste sette, e vede le loro divisioni ed i dissensi, ha sempre davanti agli occhi una ragione forte per mettere in dubbio la sicurezza del proprio stato. – Se si fa un esame con una disposizione sincera di cuore, ella si convince di essere nel torto; e più si prende in esame, più chiaramente lo vede, ed è per questa ragione elementare, che è semplicemente impossibile trovarsi inconsapevolmente in una falsa dottrina, poiché anche l’ipocrisia deve sempre essere supportata da solidi argomenti sufficienti a soddisfare una persona ragionevole e che non cerca sinceramente la verità, non chiede la luce di Dio perché sia guidata a dirigersi alla ricerca di essa. Quindi, se una persona non dubita mai, ma va avanti, come si suppone, in buona fede, a modo suo, nonostante le forti motivazioni circa i dubbi che egli ha ogni giorno davanti agli occhi, ciò pure dimostra evidentemente che è supinamente negligente nelle preoccupazioni per la sua anima, o che il suo cuore è totalmente accecato dalla passione e dal pregiudizio. – Ci sono state molte di queste persone incredule tra gli ebrei e i pagani al tempo degli Apostoli, nonostante la splendida luce della verità che questi predicatori sacri esponevano e spandevano in tutto il mondo, e questa è stata la ragione più potente per la quale, pur portandosi a dubitare delle loro superstizioni, erano così lontane dall’avere dubbi, da pensare che uccidendo gli Apostoli avrebbero reso un servizio a Dio. Da dove è nata questa risoluzione? S. Paolo stesso ce ne informa: ” … al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio.”[2 Cor. IV: 2]. Ecco la vera causa della loro incredulità: essi sono così asserviti alle cose di questo mondo per la depravazione del loro cuore, che il diavolo li acceca in modo che non possano vedere la luce; ma l’ignoranza derivante da tali disposizioni depravate è colpevole, è una ignoranza volontaria e quindi essa non li può giustificare. [Continua]

schiaccia

Et Ipsa conteret caput tuum

AL DI FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA NON C’È SALVEZZA -1-

schiaccia

… et Ipsa conteret caput tuum

Proponiamo dei capitoli estratti da un testo molto preciso e chiaro sulla dottrina cattolica, dal quale si evince nitidamente come l’attuale “Novus Ordo” sia completamente fuori rotta nel seguire la dottrina cattolica, e con l’eresia manifesta dell’indifferentismo religioso, l’abominio liberal-massonico del “primato della libera coscienza” e della salvezza che si ottiene in ogni religione, abbia raggiunto un grado di apostasia tale da metterla ben al di fuori della “vera” Religione Cattolica, l’unica fondata dal Divin Salvatore Gesù Cristo e l’unica porta di accesso alla “Eterna Salvezza”. Il problema, per la verità, riguarda una quantità incalcolabile di anime, che seguendo tali aberrazioni dottrinali, ampiamente e ripetutamente condannate dal Magistero della Chiesa, sconfinando dalla Chiesa di Cristo, e cadendo nello stato di eresia, sono condannate all’eterna perdizione. Affinché si possa stimolare una riflessione profonda che faccia riconsiderare i fondamenti elementari della fede cattolica, e farli riconoscere come i soli fattori di salvezza, proponiamo, con spirito di carità fraterna, la lettura di questi capitoli. Possa il Signore nostro Gesù-Cristo illuminare la mente di tanti fratelli abbagliati dalla falsa luce degli angeli della perdizione e dei loro adepti travestiti con talari variopinte, occupanti il tempio del Dio “vero”, Uno e Trino, e del Figlio suo Gesù-Cristo, lupi rapaci, tutti impegnati nello sprofondare anime nel luogo preparato per i loro mandanti e per essi stessi che li servono. Ancora una volta vi proponiamo, affranti e con cuore avvilito, le parole dell’Apostolo: “… chi non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio” [2 Giov. 9]. Vi scongiuriamo, nel Nome di Dio l’Altissimo, e nel Nome del Figlio suo Gesù-Cristo: FRATELLI SALVATEVI! Non indugiate ancora, oggi avete tempo, domani chissà! Che il Cuore Immacolato della Vergine Maria schiacci quanto prima la testa del serpente primordiale, delle tante vipere velenose e dei rettili dalle orecchie tappate che avvelenano il mondo ed uccidono le anime redente da Cristo.

Al di fuori della Chiesa cattolica non c’è Salvezza!

georgehay

[del vescovo George Hay di Scozia [1729-1811], Estratti da “Il cristiano sincero”].

Prima domanda: Si può ottenere la salvezza in assenza della vera fede, e fuori della comunione della Chiesa di Cristo?

PARTE I

Introduzione e stato della questione

Non c’è nulla a cui il grande Apostolo delle genti sembra dedicarsi di più nella gloria del suo zelo ardente che alla salvezza delle anime, e nella sincerità del suo cuore, che a fornire al mondo le sacre verità eterne pure ed incorrotte. Egli non si vergognava di queste verità divine; si rallegrava invece quando veniva chiamato a soffrire per loro; egli non cercava la stima ed il favore degli uomini nella loro enunciazione; il suo unico obiettivo era quello di promuovere l’onore del suo santo Maestro, e guadagnare anime a Lui, per cui non aveva bisogno di usare parole lusinghiere, o di adattare la dottrina del Vangelo agli umori degli uomini. – Sapeva che le verità rivelate da Gesù Cristo sono inalterabili, e che: “Il cielo e la terra passeranno, ma le sue parole non passeranno mai”, e che, di conseguenza, corrompere queste sacre parole anche in un unico articolo, sarebbe “… pervertire il Vangelo di Cristo” [Gal. I: 7], un peccato così grave tanto che lo Spirito Santo, per propria bocca, minaccia una maledizione a chiunque, anche un Angelo dal cielo, che ne sia colpevole. Perciò egli descrive la propria condotta nella predicazione del Vangelo nel modo seguente: “Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia e per tutto questo tempo: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e tra le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei. Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case, “[Atti XX: 18-20]” – “Ma dopo avere prima sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il Vangelo di Dio in mezzo a molte lotte. E il nostro appello non è stato mosso da volontà di inganno, né da torbidi motivi, né abbiamo usato frode alcuna; ma come Dio ci ha trovati degni di affidarci il Vangelo così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete, né avuto pensieri di cupidigia: Dio ne è testimone. E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo”. [1 Ts. II: 2,4-6] “Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo”. [2 Cor. II: 17]. – “ … al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti ad ogni coscienza, al cospetto di Dio … Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù” [2 Cor. IV: 2, 5]. – “Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!” [Gal. I: 10]. – Ora, “Cristo mi ha mandato a predicare il Vangelo, non con sapienza di parola affinché la croce di Cristo avrebbe dovuto essere annullata; la parola della croce infatti per quelli che periscono è follia, ma per coloro che sono salvati, per noi, è potenza di Dio…. è piaciuto a Dio con la stoltezza della predicazione di salvare i credenti…. e la stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini… Dio ha scelto le cose folli del mondo, perché Egli possa confondere i sapienti; Dio ha scelto e le cose deboli del mondo, perché Egli possa confondere i forti, affinché nessuna carne si glori alla sua vista “…. – “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il Vangelo; non però con un discorso da sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio (….) Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. (….) Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, (….) perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. [1 Cor. I: 17-18, 21, 25, 27, 29]. “Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” [Rom. 1: 16]. – E quindi “… – “Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. (….) e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. [1 Cor. II: 1, 4, La Chiesa di Cristo, animata dallo stesso Spirito divino di verità che ha ispirato questo santo Apostolo, ha intutti i tempi regolato la sua condotta secondo il modello iniziale e nelle sue parole e nell’esempio. – Carissimi, avevo un gran desiderio di scrivervi riguardo alla nostra salvezza, ma sono stato costretto a farlo per esortarvi a combattere per la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte”.. [Giuda, I: 3]; – “ … custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza, [1 Tim. VI: 20]; e le sacre parole di Dio, “ … le parole che ti ho messo in bocca non si allontaneranno dalla tua bocca né dalla bocca della tua discendenza né dalla bocca dei discendenti dei discendenti, dice il Signore, ora e sempre”. [Isai. LIX: 21]. – Non sa quindi cosa vuol dire temporeggiare nella religione, per piacere agli uomini, non per adulterare il Vangelo di Cristo agli umori loro; dichiara le sacre verità rivelate da Gesù Cristo nella loro semplicità originaria, senza cercare di proporre loro discorsi persuasivi con la sapienza umana, e tanto meno mascherarli con un abito non loro. – La verità, semplice e disadorna, è l’unica arma che impiega contro i suoi avversari, a prescindere dalle loro censure o dalle loro approvazioni. “Questa è la verità”, dice, “rivelata da Dio; questo si deve abbracciare, o voi non potete avere parte con Lui.”-.” Se il mondo guardando a questo, dice che si tratta di una follia, non c’è da sorprendersi, perché “… L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito”. [1 Cor. II: 14]; ma che “la stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini; “e ha pietà di questa cecità, e prega ardentemente Dio perché li illumini, “… sii dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità” [2 Tim. II : 25]. Se mai c’è stato un momento in cui questa condotta della Chiesa sia stata necessaria, è senza dubbio questa età presente, che sembra particolarmente pretenderla. Allo stato attuale le porte dell’inferno sembrano aperte, e l’infedeltà di ogni genere si erge senza legge sulla terra; le verità sacre della religione sono insultate e negate, il Vangelo adulterato da innumerevoli interpretazioni contraddittorie; la sua semplicità originale sfigurata da altezzose parole e da discorsi persuasivi di sapienza umana. Si consentono migliaia di condiscendenze e difformità dalle dottrine immutabili della fede e delle massime pure della morale, e “la via stretta che conduce alla vita” viene trasformata in una “strada larga che conduce alla perdizione.” – Questa osservazione vale in particolare per quel parere latitudinario così comune al giorno d’oggi, secondo cui un uomo possa essere salvato in qualsiasi religione, a condizione di vivere una buona vita morale a seconda della luce che riceve; al presente la fede in Cristo è annullata ed il Vangelo reso inutile. Un Ebreo, un maomettano, un pagano, un deista, un ateo, sono allora tutti compresi in questo schema secondo il quale, se vivono una buona vita morale, hanno un uguale diritto alla salvezza così come un cristiano! Essere un membro della Chiesa di Cristo non è più necessario: se viviamo una buona vita morale, che apparteniamo o no ad Essa, siamo comunque sulla via della salvezza! Così si apre un ampio campo alle passioni umane! La mente umana può concedersi ogni licenza per qualsiasi capriccio! È quindi della massima importanza esaminare la fondatezza di questa opinione, per vedere se possiamo basare con sicurezza la nostra salvezza su di essa. E’ senza dubbio questo l’interesse degli atei e deisti: adottare questo parere, per esaltare con le più alte lodi la liberalità del sentimento e della carità; ma un cristiano che crede al Vangelo non lo recepirà certo così facilmente: egli sa che solo le Scritture contengono la verità di Dio, e che egli non è sicuro nell’accordare la fiducia da riporre in qualsiasi massima, benché speciosa, che non sia ben radicata nei loro oracoli sacri; e quindi, prima di adottare questa strana opinione, rigorosamente la si esaminerà attraverso il confronto con ciò che le Scritture insegnano. – Fare questo è lo scopo della seguente inchiesta: dimostrare al meglio, mediante le dichiarazioni precise contenute nella Parola di Dio, che il suddetto libero pensiero è un fatto diametralmente opposto alla luce della rivelazione; perché da essa si apprende che il Figlio di Dio si è fatto uomo ed è apparso tra gli uomini, al fine di istruirli nella conoscenza di quelle verità divine dalle quali dipende la loro salvezza; e quindi Egli richiede assolutamente “vera fede in Lui” e nelle sacre verità che Egli ha rivelato, come condizione necessaria alla salvezza. Apprendiamo pure che Egli ha istituito una Chiesa santa sulla terra, che deve essere il deposito di queste verità, e che Egli assolutamente richiede a tutti di essere uniti a quella Chiesa per essere salvati. Sulla convinzione di queste due verità le chiese “cristiane” in generale sono d’accordo. Le Chiese di Inghilterra e Scozia, non meno che la Chiesa Cattolica, le riconoscono solennemente, e sostengono che, senza la vera fede di Gesù Cristo, e senza essere un membro della sua vera Chiesa, non c’è salvezza. – Sono tutti d’accordo nella convinzione di queste verità, per quanto essi differiscano nella loro applicazione. In questa indagine, allora, viene difesa la causa comune della cristianità; a quale Chiesa poi l’autore appartenga, apparirà facilmente, e se egli applica queste verità generali alla sua Chiesa, è solo perché egli crede che Essa sia la vera Chiesa. Ma un membro di qualsiasi altra chiesa, deve fare lo stesso percorso e ragionare di conseguenza; perciò, senza ulteriori preamboli, procederemo appunto all’esame delle parole della confessione di fede della Chiesa di Scozia, secondo la quale: fuori della Chiesa di Cristo non c’è alcuna possibilità di salvezza ordinaria [Confessione di fede, cap. XXV]

[Nel procedere di questa indagine, il Vescovo Hay dimostra come la Chiesa cattolica romana sia l’unica vera Chiesa di Cristo, al di fuori della quale non c’è salvezza. Nel menzionare le Chiese di Inghilterra e Scozia, il Vescovo Hay vuole semplicemente dimostrare che la convinzione fondata sulla Sacra Scrittura, che c’è cioè una sola vera Chiesa, è comune alle Chiese di Inghilterra, Scozia e Roma.]

D. 1 Come si evince tutto questo dalle Sacre Scritture?

R. Le Sacre Scritture sono molto semplici su questo punto; ma siccome i vari testi propongono diversi punti di vista, noi, per una maggiore chiarezza, li consideriamo separatamente.

SEZIONE I

Prove dirette dalla Scrittura

1 – Il profeta Isaia, che predice la gloria della Chiesa di Cristo, dice: “Nessun’arma affilata contro di te avrà successo, farai condannare ogni lingua che si alzerà contro di te in giudizio”. [Isaia LIV: 17]. “Perché il popolo e il regno che non vorranno servirti periranno e le nazioni saranno tutte sterminate”.[Isaia LX: 12]. Qui vediamo dichiarato in termini espliciti che tutti coloro che si oppongono alla Chiesa di Cristo, e rifiutano di sottoporsi alla sua autorità, saranno condannati da Essa, e periranno.

2 – Il nostro Salvatore dichiara lo stesso concetto in termini ancora più forti, quando dice ai pastori della sua Chiesa, nella persona dei suoi Apostoli, nel mandarli a predicare il Vangelo: “Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città [Matt. X: 14, 15]. – Il nostro Salvatore, dopo averci istruito di ammonire il nostro fratello in privato, e poi con due o tre testimoni, dice: “… Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni”, così conclude: “Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano [Matt. XVIII: 17]. I pagani sono coloro che non conoscono il vero Dio e che adorano gli idoli e gli stessi demoni al posto di Dio. I pubblicani erano tra gli ebrei una classe di persone odiose per i loro crimini, e considerati da tutti come abbandonati da Dio, e perciò lasciati alla loro probità. Come tali, quindi, tutti quelli che resistono ostinatamente alla voce della Chiesa, sono classificati e condannati per bocca di Gesù-Cristo stesso come pagani e pubblicani.

3 – Il nostro Salvatore, parlando della sua Chiesa sotto la figura di un gregge, di cui Egli stesso è il buon pastore, dice: “Ed ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” [Giovanni X: 16]. Egli parla qui di coloro che non sono stati uniti in comunione con i suoi Apostoli e gli altri discepoli, e li chiama in quel momento “le sue pecore;” ma per mostrare che non c’era salvezza per loro nello stato in cui erano, non essendo uniti a loro, Egli ancora dice: “anche quelle io devo raccogliere”, il che dimostra che, sulla base della disposizione dei decreti divini, era assolutamente necessario che tutti coloro che appartengono a Gesù Cristo, tutti coloro che Egli riconosce come sue pecore, devono essere portati a Lui, ed uniti in comunione in un solo gregge, che è la sua Chiesa.

4 – In conseguenza di questo, siamo certi che, quando gli Apostoli hanno cominciato a pubblicare il Vangelo, “Il Signore ha aumentato i giorni, cosicché potessero essere salvati”. Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone”, o, come nella traduzione dei protestanti: “Il Signore in quel giorno li aggiunse alla Chiesa, per essere salvati,” [Atti II: 41]; questo sottolinea nel modo più forte, ciò che Dio ha fatto in realtà, e che l’essere aggiunti alla Chiesa è per Lui una condizione assolutamente necessaria per essere salvati; e se così doveva essere allora, deve essere così anche ora ed ancor più fino alla fine del mondo; le condizioni della salvezza, ordinate all’inizio e rivelate da Gesù Cristo, non possono essere modificate da nessun altro; ed Egli non ha mai fatto alcuna nuova rivelazione per modificarli.

5 – La Chiesa è il Corpo di Cristo, e tutti coloro che appartengono alla Chiesa sono membra del suo corpo ed uniti a Gesù Cristo, il Capo; ma coloro che sono fuori della Chiesa non sono membri del suo corpo, né sono uniti con Cristo capo. Ora, parlando della sua Chiesa e dei suoi membri sotto la figura di una vite con i suoi tralci, Egli dice: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e Io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano”. [Giovanni XV: 5, 6].; – Ciò che Cristo dice qui sotto la figura di una vite è altrettanto vero per i membri ed il corpo; nessun membro separato dal corpo può fare nulla; non ha né vita né sentimento, ma cade nella corruzione: il che dimostra espressamente che se non siamo uniti alla Chiesa di Cristo, se noi consideriamo questa Chiesa come un corpo composto dal capo e dalle membra, o come una vite con i suoi rami, se non siamo uniti a Cristo, siamo sulla via della perdizione!

SEZIONE II

Prove dalla necessità della Vera Fede

1 – Gesù Cristo, rivolgendosi al Padre eterno, dice: “Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo.” [S. Giovanni XVII: 3]. Quindi necessariamente tutti coloro che non conoscono Gesù Cristo non possono avere la vita eterna.; ora, questa conoscenza di Gesù Cristo non è la semplice conoscenza che sia esistita una tale persona, ma il credere che Lui significa riconoscere ciò che Egli è: il Figlio eterno di Dio, fatto uomo per la salvezza del genere umano; e, pertanto, ancora dice: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna.” [Giovanni III: 16] – ne consegue allora che il credere in Gesù Cristo è una condizione richiesta positivamente da Dio per la salvezza; e pertanto, senza questa convinzione non ci può essere la salvezza perché, come Egli stesso dichiara di nuovo: “Chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel Nome dell’unigenito Figlio di Dio”. [Giovanni III: 18] e “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui” [Giovanni III: 36]. E il discepolo prediletto, aggiunge: “Poiché molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo!” [2 Giovanni I: 7] con il che è evidente che coloro che non conoscono Gesù Cristo, e di conseguenza non credono in Lui, così come quelli che non sanno che sia esistita una tale Persona, ma si rifiutano di credere e confessare che Egli è il Figlio di Dio venuto nella carne, non possono essere salvati; ecco che quindi il riconoscere e il credere in Gesù Cristo è definito da Dio Onnipotente, come una “condizione assoluta” per la salvezza.

2 – Ma non basta credere nella Persona di Gesù Cristo; si è tenuti inoltre a credere alla sua dottrina, alle sue parole, a quelle verità divine che Egli ha rivelato; ed in effetti, come possiamo credere che Lui sia Dio, se ci rifiutiamo di credere a quello che dice? Quindi, quando Egli ha dato ai pastori della sua Chiesa, nella persona dei suoi Apostoli, l’incarico di predicare il Vangelo, ha ordinato loro di insegnare al mondo “di osservare tutte quelle cose che vi ho comandato” [Matt. XXVIII: 20]. E aggiunge subito, “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crede sarà condannato” [Mar. XVI: 16]. Qui è evidente che la convinzione circa la sua dottrina e l’osservanza di tutte quelle cose comandate ai suoi Apostoli affinché le insegnassero, sono una condizione necessaria alla salvezza. Anzi, aggiunge in altro luogo: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli Angeli santi”. [Marco VIII: 38] – Ora, se vergognarsi delle sue parole porta ad una tale condanna, quale sarà la sorte di coloro che le negano? E’ evidente, quindi, che la vera fede di Gesù Cristo comprende la fede sia nella sua Persona, che nelle sue parole, cioè nella sua dottrina; ed è questa fede che è stata stabilita da Dio Onnipotente essere condizione necessaria alla salvezza. –

3 – Come è impossibile che Gesù Cristo potesse rivelare delle contraddizioni, o dire ad uno che tutto ciò sia vero, e ad un altro che invece è falso? La vera fede di Gesù Cristo non può contenere contraddizioni, deve essere la stessa ovunque, e in nessun punto contraria a se stessa. Questo la Scrittura afferma esplicitamente, “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.” [Eph. IV: 5] Ora, S. Paolo dichiara espressamente che “senza fede è impossibile piacere a Dio…….” [Eb. XI: 6]; di conseguenza questa unica vera fede di Gesù Cristo è così assolutamente necessaria come condizione di salvezza, che senza di essa, qualunque altra cosa un uomo possa fare o volere, è impossibile piacere a Dio, e quindi essere salvati.

4 – La Scrittura dichiara che, quando gli Apostoli hanno manifestato le verità del Vangelo ” … abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna”. [Atti XIII: 48]. Di conseguenza, coloro che non credono, non sono stati destinati alla vita eterna; donde, evidentemente, consegue che la fede è una condizione assolutamente necessaria per ottenere da Dio la vita eterna.” S. Paolo afferma che: “Tuttavia il fondamento gettato da Dio sta saldo e porta questo sigillo: Il Signore conosce i suoi …] [2 Tim. II: 19]; vale a dire, che Dio, da tutta l’eternità, certamente sa chi sono i suoi, chi sono quelli che, obbedendo alla sua santa grazia, continueranno ad essere fedeli fino alla fine, per essere felici con Lui per sempre … e tutti questi Egli ordina alla vita eterna. Quando, dunque, la Scrittura afferma che “tutti quelli che erano destinati alla vita eterna, credettero,” dimostra chiaramente che la convinzione delle verità del Vangelo, o della vera fede, è definita da Dio come una condizione necessaria di salvezza, in quanto nessuno è destinata ad essa se non quelli che credono.

5 – Il nostro Beato Salvatore, parlando di coloro che appartengono a Lui, dice: “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me (….), le mie pecore ascoltano la mia voce e Io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. [Giovanni X: 14, 27, 28]. Quali eventuali parole esprimono più chiaramente che conoscere Gesù Cristo, sentire la sua voce, e seguirLo – il che è credere e obbedire a Lui – sono i segni distintivi delle sue pecore, alle quali Egli dona la vita eterna? Di conseguenza, coloro che non credono non sono affatto dei suoi, e, pertanto, non saranno salvati; Egli lo dice infatti espressamente agli ebrei: “Ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore.” [Giovanni X: 26]; “se infatti non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” [Giovanni VIII: 24]; questo è ugualmente una dimostrazione che la fede in Gesù Cristo è espressamente nominata da Dio Onnipotente come condizione di salvezza; “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati”. [Atti IV: 12].

6 – S. Paolo, esprimendo il pensiero del Salmista: “Oggi, se udite la sua voce”, ecc, (Ps. XCIV), dice, “E a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che non avevano creduto? In realtà vediamo che non vi poterono entrare a causa della loro mancanza di fede”. [Ebr. III, 18, 19]. Per questo li esorta: “Guardate perciò, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente” [Ebr. III, 12]; e ancora: “È dunque riservato ancora un riposo sabatico per il popolo di Dio. Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie. Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza.” [Eb. IV: 9, 11].; in tutto questo passaggio, lo scopo principale dell’Apostolo è quello di dimostrare che i non credenti non possono andare in Paradiso; e questa verità è confermata da Dio Onnipotente anche con un solenne giuramento.

7 – Le Sacre Scritture dichiarano che i non credenti, invece di andare in Paradiso, saranno condannati al fuoco dell’inferno, e tutti come il peggiore dei criminali. Così l’Onnipotente dichiara a San Giovanni Apostolo “… Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte”. [Ap. VIII 21: 8]. Se, dunque, Dio Onnipotente ha giurato che i non credenti non sono entrati nel suo riposo, e se dichiara che la loro parte sarà l’inferno, si deve chiudere gli occhi per non vedere che la vera fede, la vera fede in Gesù Cristo e la sua parole: – cioè la fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio – è assolutamente necessariamente posta da Dio Onnipotente come condizione di salvezza! [come fanno gli apostati modernisti –ndr. -]

8 – La Parola di Dio ci assicura che, antecedentemente alla fede in Cristo, tutta l’umanità era sotto il peccato, e che non è possibile essere giustificati dal peccato se non dalla fede in Gesù Cristo, ritenuta da Dio come il mezzo per ottenere la giustificazione. Così: “Abbiamo infatti dimostrato precedentemente che Giudei e Greci, tutti, sono sotto il dominio del peccato, come sta scritto: Non c’è nessun giusto, nemmeno uno…” [Rom. III: 9,10] – “… E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue …” [Rom. III: 22-25]. Inoltre, ” … la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché ai credenti la promessa venisse data in virtù della fede in Gesù Cristo. [Gal. 3: III: 22]

9 – Queste testimonianze sacre della Parola di Dio sono così chiare e convincenti, che la Chiesa d’Inghilterra ammette e abbraccia il Credo Atanasiano come contenente nient’altro che le verità divine, e ciò che può essere dimostrato mediante le prove più evidenti della Scrittura, come è dichiarata nell’ottavo dei trentanove articoli. Ora, il Credo di Atanasio inizia così “Chiunque vuole essere salvo, innanzitutto è necessario che egli possegga la fede cattolica, e che colui che non la conserva integra ed inviolata, senza dubbio perirà in eterno.” Poi, dopo aver spiegato i grandi ‘misteri della fede cattolica riguardante l’Unità e la Trinità di Dio, l’Incarnazione e la morte di Gesù Cristo, conclude con queste parole: “Questa è la fede cattolica, e non potrà essere salvo se non colui che l’abbraccia fedelmente e fermamente”.. Questo parla chiaramente, infatti, e non ha bisogno di spiegazioni. Ora, visto che la vera fede, o la convinzione di quelle verità che Gesù Cristo ha rivelato, è quindi assolutamente necessaria come condizione di salvezza, se ne deduce, come conseguenza naturale, che fuori della vera Chiesa di Cristo non c’è salvezza, perché questa vera fede può essere trovata soltanto nella vera Chiesa di Cristo; ad Essa è stato affidato il sacro compito delle verità eterne; le parole di Gesù Cristo le sono state messe in bocca, e con un patto esplicito fatto da Dio, esse non devono mai discostarsi dalla sua bocca. E’ quindi solo dai pastori della Chiesa che possiamo imparare la vera fede, dal momento che essi soli sono autorizzati a predicarla, ed in essi sentiamo Cristo stesso. Quindi S. Paolo dice: “Ora, come potranno invocarLo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che Lo annunzi? E come Lo annunzieranno, senza essere prima inviati? [Rom. X: 14, 15]. – Ora, i pastori della Chiesa sono stati ordinati e inviati da Gesù Cristo ad “insegnare a tutte le nazioni e a predicare il Vangelo ad ogni creatura”, di conseguenza, è solo da loro che le verità del Vangelo possono essere apprese.

J.-J. GAUME: IL SEGNO DELLA CROCE [lett. 15-17]

Gaume-282x300

[J.-J. Gaume: Il segno della croce, lett. 15-17]

LETTERA DECIMAQUINTA.

10 dicembre.

Se tu mostrerai l’ultima mia lettera ai tuoi compagni, è ben facile, mio caro, ch’eglino ti dicano : Se il segno della croce è si potente, come vi si scrive, perché non opera più quello che ha fatto? A siffatta questione v’hanno varie risposte. La è di S. Agostino la prima. Parlando de’ miracoli il santo fa una giustissima osservazione. I miracoli raccontati da libri santi hanno una grande pubblicità; tutti, che leggono le scritture, o le sentono, ne hanno contezza, e doveva essere a questo modo, perché sono le prove della fede. Al presente ancora v’hanno de’miracoli fatti in nome del Signore per lo mezzo de’ Sacramenti, e delle preghiere indirizzate a’ Santi, ma non hanno la stessa notorietà, si conoscono là solamente dove accadono, e se la città è grande, restano ancora ignoti ad un buon numero di abitanti, ed alle fiate, un piccolissimo numero di cittadini ne ha contezza. E quando questi miracoli sono raccontati ad altri, scemano nella certezza, non essendo tale l’autorità che li racconta, che li si ammettano senza difficoltà, tuttavolta siano dei cristiani, che ad altri cristiani li raccontino (De Civ. Dei, lib. XVII, c. 8). In prova di che il santo racconta varii miracoli, di che egli era stato testimone, de’ quali, qualcuno operato dal segno della croce. Il perché, dalla ignoranza che i tuoi compagni, o altri, possano avere de’ miracoli, che hanno luogo presentemente, non è da negare la esistenza di essi. – A questa prima risposta è da aggiungere un’altra. Dessa è di un gran dottore, il Papa S. Gregorio (Hom. XXIX in Evang. post init.).. Distinguendo egli gli antichi da’ moderni tempi, dice : “I miracoli al cominciar della Chiesa furono necessari; per essi la fede doveva stabilirsi. Quando affidiamo alla terra una pianta dobbiamo innaffiarla, perché prenda radici, e quando ne siamo certi noi desistiamo dal farlo, ed ecco ragione perché l’Apostolo dica: Il dono della lingua è vero segno non per i fedeli, ma per gl’infedeli » (Homil. XXIX in Evang). La coltura morale si assomiglia alla fisica. Di presente che il cristianesimo ha preso radici nelle viscere del mondo, nella coscienza umana, i miracoli non sono più necessari a quella maniera che lo erano al principio della divina piantagione. Da poi che il mondo crede, diceva S. Agostino, sono scorsi quindici secoli; colui, che per credere domandasse ancora miracoli, sarebbe egli stesso un prodigio, che nel mezzo di un mondo che crede, è solo a miscredere (S. Aug. ubi supra). – Ma dato ancora, ciò, che non ammettiamo, che il segno della croce non operi più miracoli, non mostra forse il suo potere sovraumano a ciascuna ora del giorno e della notte, ed in tutti i luoghi della terra? Se tu supponi cento milioni di tentazioni in un giorno, abbi per fermo, che tre quarti di esse sono dissipate dal segno della croce: chi non ne ha fatto l’esperimento? Sii di ciò sicuro; e, ricordando che quanto da te vien fatto, è ripetuto dagli altri, tu potrai valutare la potenza permanente, ed universale del segno liberatore. – Concedo ancora di più, ed ammetto che il segno della croce non riesca sempre a scacciare gì’ immondi pensieri, a dissipare gl’incanti seduttori, a ritener l’anima sul pendio della colpa ; ma di chi n’ è la colpa? Non n’è forse la poca fede dei cristiani? Non è forse da dire della inefficacia di questo segno, quanto a ragione dicesi della inutilità della comunione per un gran numero? Il difetto non è da porre in quel che si riceve, ma nelle disposizioni di chi lo mangia: defectus non in cibo est, sed in edentis dispositione? Per guarire una tale mancanza di fede, che impoverisce e rovina i «cristiani, ho intrapreso questa nostra corrispondenza, e continuando svolgerò un nuovo titolo , che il segno della croce ha alla fiducia de’ cristiani del secolo decimonono. – Soldati, il segno della croce è un’arma, che dissipa l’inimico! Sono già tremila anni che Giobbe definì la vita una lotta continua: “Militia est vita hominis super terram”. I secoli sono scorsi, le generazioni hanno succeduto ad altre generazioni, gl’imperi han dato luogo ad altri imperi; venti volte l’umanità s’è rinnovata, e la definizione di Giobbe è sempre vera. La vita è una lotta! Lotta continua per te, come per me, per i tuoi compagni, per tutti gli uomini. Lotta, il cui cominciamento è alla culla per finire alla tomba; lotta, che dura in lutti gl’istanti della notte e del giorno, sia che l’infermità ci appeni, o che la sanità ci conforti. Lotta decisiva, che dalla vittoria, o dalla disfatta dipende non la fortuna, o la sanità, non i temporali vantaggi sì grandemente da noi stimali, ma ben altro, che a dismisura tutte queste passeggere cose avanza; poiché, è da essa che una eternità felice, o una eternità di pene trae la origine sua! Ecco, mio caro amico, la condizione dell’uomo sulla terra: noi non possiamo mutarla. Chi sono i nemici dell’uomo? Ahimè! e chi può ignorarli di nome e per attacchi sofferti? Il demonio, la carne, il mondo; sono tre formidabili potenze, che agognano la nostra perdita. Non ho in pensiero farti un corso completo d’ascetismo, epperò parlerotti della sola prima. – Come è certo che v’ha un Dio, è certo che v’hanno dei demoni. « Se non v’è satana, non c’è Dio », diceva Voltaire; ed a ragione. Se non v’è satana, non v’è colpa; se non v’è colpa, non v’ha redenzione; se non redenzione, non esiste cristianesimo; se non v’ha cristianesimo, tutto è falso: il genere umano è pazzo, e Dio non esiste! – Ora i demoni sono degli angeli prevaricatori, i quali per intelligenza, forza, ed agilità sorpassano l’uomo, e sono per numero incalcolabili. Fino all’estremo giudizio soggiornano nell’inferno, e nell’atmosfera, che ci circonda, dove invidiosi dei figli di Adamo chiamati alla felicità da essi perduta, si studiano con ogni mezzo di arreticarci. Fomentano in noi le passioni; ci creano d’intorno de’ pericoli, oscurano in noi l’occhio della fede, travolgono il senso morale, soffocano i rimorsi, ci rendono complici di loro rivolta per averci compagni de’ loro supplizi. Tutte queste verità, lo ripeto, sono certe al pari della esistenza di Dio. Tiranni dell’uomo per lo peccato, i demonii lo sono di tutte le creature sottoposte all’uomo; vinto il re, il suo regno appartiene al vincitore. Sparsi in tutte le parti del creato, ed in ciascuna creatura, le penetrano con le loro maligne influenze. Tra i limiti del potere, che loro da Dio viene accordato, essi ne formano strumento a disfogare il loro odio contro l’uomo, contro la sua anima ed il corpo. È questo ancora un dogma di fede universale. Che cosa mai conosce chi ciò ignora? Niente. Chi ne dubita? meno che niente. Quegli che lo miscrede non merita d’essere fra gli uomini ragionevoli. – Esistendo la lotta, ed essendo l’uomo tale qual’egli è, potrai tu concepire che la saggezza divina abbia lasciato il genere umano senza difesa? Come non comprendere il contrario con la stessa evidenza, che due e due fanno quattro, che, per equilibrare la lotta, Dio ha dovuto dare all’uomo un’arma potente, universale, alla portata di tutti? Qual è quest’arma? Interroghiamo tutti i secoli, ed in principal modo i cristiani, questi con grido unanime risponderanno: È il segno della croce! L’uso costante da essi fattone ribadisce la loro risposta. Questo punto di vista illumina la storia di questo segno adorabile, ne mostra la ragione, giustifica altamente la condotta «de’ primi cristiani, e condanna parimenti la nostra. – Nulla è a pezza più certo dell’essere il segno della croce arma di precisione contro satana e suoi angeli. Dimmi: quando è da provare la forza di un cannone, di una carabina, o di qualsiasi arma nuovamente formata, in qual maniera si procede? Non si aggiusta mica alla cieca fede all’inventore, ma l’autorità forma una commissione, che alla presenza di giudici competenti fa saggio di essa, e dietro ripetute esperienze porta giudizio sul merito dello strumento guerresco al suo esame commesso. Non sia altrimenti per lo segno della croce. Ma ricorda solo, che questo segno divino non è testé formato; desso è di vecchia data, e vecchissima, ma non rugginosa, né indebolita, né fuori servizio. Il giuri poi dell’esame è formato da lungo tempo, e non lascia nulla a desiderare. Desso è composto di uomini competenti dell’Oriente e dell’Occidente; uomini della specialità, che da lungo tempo conoscono 1’arma in questione, ed il mestiere delle armi non solo in teoria, ma altresì praticamente. Ecco il tribunale, ascoltane il giudizio. – Crede egli alla potenza del segno della croce, ed alla forza di quest’arma divina contro i demoni, un giudice che siffattamente parla? « Non ti colga uscir da casa tua senza fare il segno della croce; desso sarà per te bastone ed armatura inespugnabile: né uomo, né demonio oserà attaccarti, al vederti ricoperto di siffatta armatura, ed essa insegnerà a te stesso dover essere un soldato sollecito alla pugna contro satana, e guerreggiare per la corona di giustizia. Ignori forse l’operato dalla croce? La morte è stata vinta, il peccato distrutto, satana detronizzato, l’universo tornato a nuova vita; e dubiterai tu della potenza sua? ». Vi crede questo secondo giudice, che in questi termini si esprime : « Il segno della croce è l’armatura invincibile de’ cristiani. Soldato di Cristo, una tale armatura non ti abbandoni giammai né di giorno, né di notte, in nessun tempo, ed in nessun luogo. Sia che tu dorma o vegli, che viaggi o riposi, che tu mangi o beva, che attraversi i mari od i fiumi, sii tu sempre coperto di questa corazza. Orna pure e proteggi le tue membra con questo segno vincitore, nulla ti potrà nuocere; non v’ha difesa simile ad esso per potere. A vista di questo segno le infernali potenze spaventate, tremano, e prendono la fuga » [“Armemur insuperabili bac christianorum armatura hac te lorica circumtege, membraque tua omnia salutari signo extorna atque circumsepi, et non accèdent ad te mala Sunt enim vehementer contraria talis inimici. Hoc signo conspecto adversariae potestates conterritae, trementesque recedunt”. (S. Epbrem, De Panoplia et de poenitentia, apud Gretzer. p. 580, 581, et 642)]. – Vi crede, questo terzo giudice, che indirizza a’cristiani, e a sé stesso il seguente discorso: Facciamo arditamente il segno della croce. Quando i demoni lo vedono, si ricordano del Crocifisso, prendono la fuga e ne lasciano tranquilli” [“Hoc signum ostendamus audacter: quando enim demone crucem viderint, recordantur Crucifixi effugat daemones, déclinant, recedunt”. -S Cyril. Hierosol. Cathec. XIII)]. E questo quarto? « Innalziamo sulle nostre fronti l’immortale stendardo; la sua vista fa tremare i demonii, che non temono i campidogli dorati, ed hanno paura della croce » [“Immortale vexillum portemus in frontibus nostris, quod, eum daemones viderint, contremiscent; qui aurata capitolia non timent, crucem timent.” ( Origen., homil. VII in divers. Evangel locis)].Così giudica l’Oriente per l’organo de’ suoi illustri uomini S. Grisostomo, S. Efrem, S. Cirillo di Gerusalemme, ed Origine, cui sarebbe facile aggiungere altri nomi meritevoli di eguale rispetto. – Ascoltiamo l’Occidente. S. Agostino diceva ai catecumeni: « Col simbolo, e con la croce è da muovere alla battaglia contro l’inimico. Il cristiano rivestito di queste armi trionferà senza pena alcuna del suo antico e superbo tiranno. La croce basta a fare svanire tutte le macchinazioni degli spiriti delle tenebre » [“Noverint cum symboli sacramento, et crucis vexillo ei debere occurri, ut lalibus armis indutus, facile vincat christianus, de cuius oppressione male antea triumpbarverat nequissimus.” ( S. August. Lib. de symbol., c. 1)]. – Ed il suo illustre contemporaneo S. Girolamo: « Il segno della croce è scudo, che ci difende contro le infiammate frecce di satana » [“Scutum fidei in quo ignitae diaboli extinguuntur sagittae”-S.Hieron. Ep. XVIII ad Eustoch.]. Ed altrove: « Fate frequentemente il segno della croce sulla vostra fronte, onde non lasciar alcuna presa allo sterminatore dell’Egitto » [“Crebro signáculo crucis munias frontem tuam, ne exterminator Aegypti in te locum reperiat” – (Idem, Ep.XCVII ad Demetriad.)]. E Lattanzio: « Perchè si conosca tutta la potenza del segno della croce, è da considerare quanto di esso s’impauri satana. Scongiurato nel nome di Cristo, questo segno lo scaccia dai posseduti da lui. Non v’ha da meravigliarne; quando il figlio di Dio era sulla terra, con una parola sola metteva in fuga satana, tornando il riposo e la sanità alle vittime di lui: ora i suoi discepoli scacciano gli stessi spiriti immondi in nome del loro Maestro, e col segno della sua passione » [“…Ita nunc si’ctatores eius ensdeni spirtus inquinatos, de hominibus et nomine magistri sui et signo passionis exciudunt”. – (Lactant. lib. IV, c. 27)]. – L’Oriente e l’Occidente hanno parlato. I giudici i più competenti, che immaginar si possa, hanno dichiarato il segno della croce arma, ed arma di precisione contro satana. Innumerevoli esperienze servono di base al loro giudizio, che ne’ primi secoli della Chiesa avevano luogo tutto giorno al cospetto de’ cristiani e pagani su tutta la terra. Ed erano sì convincenti, da dire, il grande Atanasio, testimone oculare, senza temere di essere smentito: « Per lo segno della croce tutti gli artifizii della magia sono impotenti, gl’idoli abbandonati. Per esso la voluttà per quanto sbrigliata sia e brutale, è moderata, le anime invilite ed infangate in essa sono rilevate dalla terra ed indirizzate al cielo. In altri tempi il demonio ad ingannare l’uomo prendeva diverse forme, e tenendosi sul margine de’ fiumi, ne’ boschi e sui monti sorprendeva con i suoi prestigi gli uomini insensati: ma, di poi la venuta del Verbo questi artifizii sono impotenti; avvignacene il segno della croce discopre tutte le sataniche furberie. Se alcuno volesse farne sperimento, basterebbe solo condursi nel mezzo de’ prestigi satanici, degli oracoli ingannatori, de’ miracoli della magia, e fatto quivi il segno della croce, invocando il nome del Signore, vedrebbe che per paura di questo sacro segno i demoni fuggono, gli oracoli si ammutoliscono, e le malefiche arti tornano impotenti » “. . . Signo crucis omnia magica compescuntur, veneficia inefficacia flunt, idola universa relinquuntur”. (S. Athan. Lib. de Incarnat. Verbi)]. – Io voglio citarti qualcuna di queste esperienze. Il precettore del figlio di Costantino, Lattanzio, che sapeva delle cose della corte imperiale più che ogni altro il potesse, raccontò: « Lungo il soggiorno di Oriente, l’imperatore Massimino, curiosissimo di sapere i segreti dell’avvenire, immolava un giorno delle vittime per sapere, per lo mezzo delle loro viscere, le cose future. Qualcuna delle sue guardie cristiane fece il segno immortale, immortale signum, e tosto i demoni si salvono, il sacrificio nulla predice ». Se, a vista di questo segno, satana è costretto abbandonare i proprii tempi, come potrà restare negli altri luoghi? Ascoltiamo uno de’ più gravi dottori dell’Oriente, ed illustre storico, S. Gregorio Nisseno, che scrivendo di S. Gregorio il Taumaturgo, chiamato il Mose dell’Armenia, cosi racconta: « Troade, diacono di Gregorio, arriva sul far della sera a Neocesarea stanco da un lungo viaggio, e per ristorare le sue forze crede utile bagnarsi, epperò egli si conduce ai bagni pubblici. Questo luogo era infestato da un demonio omicida, che ammazzava quanti ardissero entrarvi dopo il tramonto del sole, ed era questa la ragione, perché le porte si tenevano chiuse la notte. – Il diacono domanda che gli si disserrassero le porte; ma il custode a dissuaderlo diceva: In fede mia, chiunque ardisce entrare in quest’ora, non ne sorte sano, ma sì mal concio per battiture da non reggersi sui piedi. La notte il demonio scorazza in questo luogo, e ben molti hanno pagato la loro curiosità temeraria con grida di dolore, e con la morte. Il diacono sprezzava tutti questi racconti, ed insisteva per aver libera l’entrata. Più non reggendo a tante inchieste il custode, per salvare la propria vita, e soddisfare al volere del diacono, trovò questo mezzo: concede la chiave, e prende la fuga. Il diacono entra, e tosto che fu tutto solo, nella prima sala depone le vestimenta. Ad un tratto, d’ogni dove sorgono oggetti di spavento, ed orrore. Spettri d’ogni maniera, a metà fuoco e fumo, sotto forma or di bestie or di uomo, fischiano al suo orecchio, gli sbuffano in faccia il loro alito, e lo circondano come in un cerchio da non poter oltrepassare. Il diacono non si smarrisce; fa il segno della croce, invoca il nome di Dio, ed incolume traversa la prima sala. Entra quella del bagno: quivi spettacolo più orrendo gli si para dinanzi, a sorprenderlo, e mettergli paura. Trema la terra, le mura scricchiolano, il suolo si apre, e lascia vedere nel fondo una fornace, le cui faville ascendono sino al volto del diacono. Egli ricorre all’arma del segno della croce e del nome del Signore, e tutto dispare. Preso il bagno si affretta a sortire; ma un demonio gli sbarra il passaggio, e tiene la porta serrata. Le porte si disserrano da per sè, e la resistenza satanica è vinta dal segno della croce. Tosto che il diacono ebbe guadagnata l’uscita, un demonio con voce umana, humana voce, gli disse : Non voler punto attribuire a tuo potere lo aver scampata la morte, ma al potere di Colui, che invocasti. Il diacono Troade divenne oggetto di ammirazione non solo pel custode dei bagni, ma ancora per tutti, che seppero non avervi perduta la vita. [Vita di S. Greg. Inter opera Nysseni]. – Quanto leggi non è un fatto isolato, mio caro, ma è parte di un vasto insieme di fatti simili, confermali da mille testimoni, e che si riproducono oggidì presso i popoli idolatri. Lasciamo che parli Lattanzio. « Quando i pagani, egli scrive, sacrificano a’ loro dei, se qualcuno degli astanti fa il segno della croce, il sacrifizio non riesce, ed il consultato oracolo non dà responsi. Questa l’è una delle cause, che mossero gli imperatori a perseguitare i cristiani. Alcuni de’ nostri avi li accompagnavano ai sacrifizi, facevano il segno della croce ed i demoni messi in fuga non potevano produrre nelle viscere delle vittime i segni indicatori. Quando gli auspici si addavano di una tal cosa, aizzati da satana, cui erano venduti, non trasandavano di menar lamento, per la presenza di profani. I principi sdegnati perseguitarono a morte il cristianesimo, perché impediva loro d’insozzarsi con sacrilegi, di che si ebbero la meritata pena » [“Cum enim quidam nostrorum, sacrificantibus dominis assistèrent, imposito frontibus signo, deos eorum fugaverunt ne possent, in visceribus hostiarum futura depingere”. ( Lact. lib. X, c. 21)]. La mia prossima lettera ti conterà qualche altro fatto.

LETTERA DECIMASESTA.

11 dicembre.

La potenza del segno della croce deve estendersi al pari di quella di satana, mio caro Federico. L’usurpatore infernale si è impossessato di tutte le parti della creazione, ed il proprietario legittimo ha dovuto cacciarnelo, e dare a chi aveva il diritto di possederle un mezzo onde mettere in fuga un tale usurpatore. Epperò il segno della croce ha, non solamente il potere d’impedire a satana il parlare, ma l’obbliga ad abbandonare le cose ed i corpi che padroneggia. — In conferma di tale verità apportiamo qualche fatto scelto fra mille. – Regnava l’imperatore Antonino, e questo Cesare filosofo rompeva a crudelissima persecuzione contro i fedeli. Roma era gremita d’idoli, ed ai piedi di essi erano trascinati i nostri avi per forzarli ad offrire l’incenso. Una delle eroiche nostre sorelle Gligeria, è condotta alla presenza del governatore della imperiale città. « Vediamo, questi le dice, prendi questa fiaccola e sacrifica a Giove. – No, risponde la vergine cristiana, io sacrifico all’eterno Dio, e non m’è però mestieri avere il fumo delle fiaccole: fa’ che siano estinte, perché il mio sacrificio torni a lui più gradito. Il governatore il comanda, e le fiaccole sono spente. Allora la nobile e casta vergine eleva gli occhi al cielo, stende la mano verso il popolo, e cosi ella gli parla:”. Così detto fa il segno della croce ed esclama: Dio onnipossente, che siete onorato da’ vostri servi colla croce di G. C. mandate deh! in pezzi questo demonio fatto dalla mano dell’uomo. Tosto ch’ella ebbe così pregato Dio, un fulmine cade, e la statua di Giove è abbattuta ». [Baron. Tom. II]. – Simile cosa leggiamo nella persona di San Procopio. Condotto innanzi agli idoli, il glorioso atleta vi resta in piedi, e rivolgesi verso l’Oriente, e forma il segno venerando su tutto il suo corpo; quindi alzando gli occhi e le mani verso il cielo dice « Signor Gesù Cristo! » Nello stesso tempo fa contro la statua un segno di croce, che accompagna con queste parole « Simulacri immondi, io vi dico, temete il nome del mio Dio, fondetevi in acqua e spargetevi sul suolo di questo tempio ». Detto, fatto. [“Vobis, inquit, dico immundis simulacris, timete Dei mei nomen, et in aquam resoluta, in hoc tempio dispergimini : quod factum est” (Surius in die 8 octob.)]. – Costretto Satana, a vista del segno della croce, ad abbandonare i luoghi da lui abitati, per la virtù dello stesso segno è obbligato di lasciare i corpi degl’infelici di che erasi impossessato. Qui ancora i falli abbondano, confermati da testimoni degnissimi di fede. – Ed eccoti innanzi ogni altro S. Gregorio, uno de’ più gloriosi pontefici che abbiano governata la Chiesa cattolica, che ci racconta un fatto ch’ebbe luogo nella patria sua. « A tempo de’ Goti, scriv’egli, il re Totila venne in Narni, piccola città a poche miglia da Roma, essendone vescovo Cassio. Il santo Vescovo credette condursi all’incontro del principe. Il continuo piangere aveva arrossito gli occhi ed il volto del Santo di modo, che Totila, nulla sapendone, lo attribuì ad intemperante uso di vino, epperò mostrò profondo disprezzo per l’uomo di Dio. Ma l’Onnipossente volle mostrare quanto grande fosse colui, che veniva fatto segno al disprezzo del sovrano; epperò nella pianura di Marni alla presenza di tutta l’armata un demonio s’impossessa dello scudiere del re, e ne fa acerbissimo strazio. Lo conducono a Cassio alla presenza del re, ed il santo fatto il segno della croce, il demonio è scacciato. Da quel momento il disprezzo di Totila si rimutò in stima, conoscendo a fondo colui che uvea vilipeso giudicando dalle sole apparenze » (1). [“Vir Domini, oratione facta, signo Crucis expulit”. Dialog. lib. III, cap. 6]. – Ascolta questo altro fatto ammirato dalla patria tua. Nella Prussia in un certo luogo chiamato Velsenberg, viveva un uomo ricco e potente a nome Ethelbert, che era posseduto da un demonio; il perché era uopo assicurarsene con ferri e catene. Molti lo visitavano nei suoi dolori, ed un giorno in presenza di alquanti pagani, e de’ sacerdoti degl’idoli, il demonio gridò: “Se il servo di Dio vivo, Swirbert, vescovo de’cristiani non viene, io non partirò da questo corpo”. E perché il demonio non cessava dal ripetere la stessa cosa, gl’idolatri confusi si ritirarono, non sapendo che fare: ma dopo molte esitazioni, si decisero di andar pel Santo, e trovatolo lo pregarono con ogni instanza perché sì rendesse presso l’ossesso. Swirbert apostolo della Frisia, e di una parte dell’Alemagna, come devi sapere, consentì, e tosto che il santo mosse verso l’ossesso, questi digrignava i denti, e metteva grida orribili; ma come il Santo si avvicinava all’abitazione lo sventurato ammansiva, e restò in fine tranquillo nel suo letto, quasi fosse dolcemente addormentato. Il Santo guardatolo, dice a’ suoi compagni di mettersi a pregare, ed egli medesimo prega il Signore perché si degni scacciare il demonio dal corpo di quello infelice per la gloria del suo Nome, e per la conversione degl’increduli. Finita la preghiera, si alza e fa il segno della croce sull’ossesso, dicendo: « In nome di nostro Signore Gesù Cristo, ti comando, spirito immondo, di uscire da questa creatura di Dio, affinché essa conosca Colui ch’è vero suo Creatore. Lo spirito maligno al momento stesso sorte lasciando un fetore terribile » [“Signavit daemoniacum signo salutiferae crucis, dicens : In nomine Domini nostri Jesu Christi praecipio Ubi, immunde spiritus, ut exeas ab hao Dei creatura, ut agnoscat suum veruni Creatorem. Statimque cum foetore spiritus malignus exiit. (Marcellin. in vit. S. Sirirbert., c. XX)]. L’infermo gongolando di gioia, cade ai piedi del Santo e domanda il Battesimo, che gli fu accordato. – Ecco, caro Federico, quanto accadeva nella Prussia quando usciva dalla barbarie. Là come dappertutto, a colpi di miracoli il Vangelo s’è fatto accettare, ed il segno della croce n’è stato lo strumento ordinario. Qual è oggi la religione de’ Prussiani? È quella de’ loro primi Apostoli? Quella che insegna a fare il segno della croce? – I protestanti dicono che un uomo onesto non deve mutare religione, ed eglino affermano di amare quanti, che conservano la religione de’ padri loro; ma, per me, amo più ancora quelli che conservano la religione degli avi. – A questo proposito, tu conosci quanto raccontasi del celebre conte di Stolberg, di questo amabile e dotto uomo, una delle glorie della vostra Alemagna, che aveva abiurato il protestantesimo: Il re di Prussia ne rimase sì dolente da ritirargli la sua grazia, ma dopo alcuni anni, avendo bisogno di consiglio, mandò per lui. Come il conte fu alla presenza del re, questi gli disse: « Non posso dissimularvi, signor conte, che ho poca stima per un uomo, che muta religione. Ed il conte di rimando: Ecco perché, Sire, disprezzo profondamente Lutero ». – Che il segno della croce sia arma universale e potente a cacciar dal corpo degli ossessi satana, è chiaro per gli esorcismi della Chiesa. Se tu dai uno sguardo al Rituale romano, tu avrai la prova di quanto dico. Ora gli esorcismi con le loro insufflazioni ed il segno della croce rimontano alla culla del cristianesimo. Tutti i Padri dell’Oriente e dell’Occidente, che hanno parlato del Battesimo ne fanno menzione. In luogo di tutti ascolta S. Gregorio il Grande. « Quando il catecumeno si presenta per essere esorcizzato, il prete gli soffia in volto affinché, il demonio scacciato, sia libera l’entrata a Gesù Cristo nostro Dio. Dopo gli fa il segno della croce sulla fronte dicendo: Ti segno colla croce di Nostro Signore Gesù Cristo. E sul petto dicendo : Pongo nel tuo petto il segno della croce di Nostro Signore Gesù Cristo » [“Cum ad exoreizandum ducitur, prinio a Sacerdote exsuffletur in faciem ejus, ut, fugato diabolo, Christo Deo nostro pateat introitus. Et tunc in fronte crux Christi agatur, dicendo, etc.”. (S. Greg. Sacramentar.)]. Come qui li vedi descritti, gli esorcismi hanno traversato i secoli, e di presente, essi sono ancora in uso su tutti i punti del globo, ove trovasi un prete cattolico, ed una creatura umana da sottrarre all’impero di Satana. [Una parola su gli esorcismi non è fuori proposito, poiché la dottrina cattolica sul conto di essi è attaccata con la riproduzione de’ vecchi pregiudizi protestanti. Lo scongiura, latinamente exorcismus, è obbligare qualcuno per la divina autorità ad operare una qualche cosa, o a desistere da qualche azione, invocando all’uopo il divino Nome. Questa invocazione del divino Nome è esplicita, se Dio è nominato, o implicita se s’interpongono i santi, ed i loro meriti, o le cose sacre. Può essere pubblico o privato l’esorcismo, è pubblico se dal ministro della Chiesa, e secondo i riti da essa prescritti è eseguito; privato, se da semplici fedeli, e con quei mezzi che loro detta la divozione [Morini De Sacram. Poenit. lib. 6 , cap. 1]. – Secondo san Tommaso (Summa 2. 2. q. 30, art.) può eseguirsi pregando per modum deprecationis, o comandando per modum compulsioni: il primo con i superiori, eccetto satana, il secondo con gl’inferiori. Può farsi infine, come lo stesso dottore insegna, sopra le persone e le cose irragionevoli [S. Th. X, ibid. art. 3. I protestanti fra le altre superstizioni de’ romanisti annoverano gii esorcismi, affermando essere cosa ridicola esorcizzare le cose inanimate, che non possono né sentire né intendere gli esorcismi, e che non esiste l’ordine degli esorcisti. Quanto i nostri fratelli dissidenti asseriscono, in secondo luogo è perfettamente gratuito. La Chiesa cristiana non può essere da meno della Sinagoga. Questa aveva i suoi esorcisti, ed esorcismi, come si rileva da Giuseppe (Antichità etc. lib. 8, cap. ); da quanto disse Cristo: Matth. XII, 27. “Si ego in Belzebub ejicio daemonia, filii Vestri in quo ejiciunt”?; ed altresì dagli Atti apostolici, cap. XIII, 14. Perlocbè gli apostoli ricevevano da Cristo virtù e potere sopra i demoni, Luc. IX, 1, ben distinto dallo stesso potere che come grazia gratis data avevano e possono avere i fedeli: Marc. XVII, V. Gli Apostoli, o la Chiesa erede del loro potere, potevano stabilire che siffatta virtù ricevuta da Cristo contro satana, fosse esercitata da un ceto a ciò destinato perché meglio venisse eseguito. Che un tale ordine sia stato sempre nella Chiesa, possono i protestanti ricavarlo da Tertulliano ad Scapulam, cap. 4, e De praescript. cap. 41. Eusebio Histor. Uh. 6, cap. 43. Cipriano epist. 45. Che non sia ridicolo esorcizzare le cose inanimate, è chiaro dal non aver noi il pensiero di far sentire la nostra voce a chi non intende nè sente, come eglino credono. La Chiesa, cattolica crede alla provvidenza divina, ed all’azione di Dio, che mette in moto tutto il mondo materiale per premiare o punire l’uomo. Essa crede altresì che i demoni possono, secondo l’economia della stessa divina provvidenza, usare a nostro danno delle cose materiali. La Chiesa per questa credenza esorcizza le cose materiali con esorcismo deprecativo, indirizzando a Dio preghiera, che placatosi, queste cose materiali cessino dall’arrecar male all’uomo. Parimente pel potere ricevuto da Cristo contro satana, lo esorcizza obbligandolo ad abbandonare le cose materiali di che usa a nostro danno. La stranezza è in noi, o in chi pensa che v’abbiano 200 milioni di uomini che pensano parlare ai turbini, agl’insetti che divorano i campi? ] – Ma i demoni dimorano non solo ne’ tempi e nelle statue dove riscuotono onori divini, nè solamente nei corpi degli infelici, ch’eglino tormentano, ma sono dappertutto, e l’aria n’è piena. Nemici infaticabili ci attaccano di continuo direttamente, o indirettamente per lo mezzo delle creature. Diretti o indiretti, aperti o nascosti, i loro attacchi diventano inutili innanzi al segno della croce. Il Signore, dice Arnobio, ha formato le nostre dita alla pugna, affinché quando siamo attaccati dai nostri nemici visibili ed invisibili, noi ne usassimo a formare sulla nostra fronte il segno trionfale della croce [“Docuit dígitos nostras ad bellum, ut dum bellum sive visibilium, sive invisibilium senserimus hostium, nos digitis armemus frontem triumpho crucis” -Arnolb in Ps. CXVIII]. – Fra le mille eroine del cristianesimo, che, fior di beltà e di purezza, maneggiavano quest’arma, quando l’iniquità de’ persecutori le condannava a perdere il candore del giglio di che erano tenerissime, è da annoverare Giustina da Nicomedia. Questa, nata di nobilissima schiatta, quanto bellissima altrettanto ricca, sprezzatrice era del mondo e tipo di cristiana modestia. Queste virtù non la salvarono dall’inspirare ad un giovane pagano cocentissimo amore. L’idolatro giovane a nome Aglaida, per ottenere il cuore di Giustina usò offerte, promesse, preghiere, ma queste inutili tornavano; poiché lo sposo della vergine cristiana era il crocifisso Signore, e da esso non valevano argomenti umani a separarla. Aglaida disperato fa ricorso a Cipriano, venuto in gran fama di mago nella città; ma, questi acceso di eguale amore per Giustina, usò a proprio conto delle sue malie. Tutto l’inferno mosse al soccorso di lui. I demoni i più violenti furono sbrigliati contro la casta e pura vergine di Nicomedia; ma Giustina moltiplicava le preghiere, le mortificazioni, e tutta in Dio raccolta, vigilante, nel forte della battaglia si segnava col segno salutare, ed i demoni vinti e scornati prendevano la fuga. Con tale arma Giustina, non solo salvò la sua virtù, ma ebbe ancora la gloria di guadagnare Cipriano, che fu martire, e divenne una delle più gloriose conquiste del segno trionfatore [Vita 26 settembre]. – Antonio, il grande atleta del deserto, maneggiò parimenti quest’arma vittoriosa in tutta la sua vita, che fu continua pugna contro satana, e con essa vinceva il nemico, che, nel forte della pugna, prendeva tutte le forme. Lasciamo parlare il degno storico di un tal uomo. « Alcune vòlte, dice santo Atanasio, tale un fracasso orrendo facevasi sentire, che la caverna di Antonio tutta ne tremava, e dalle squarciate pareti si precipitavano in folla i demoni, che prendendo le forme di bestie la riempivano di serpenti, di leoni, di tori, di lupi, d’aspidi, di dragoni, scorpioni, orsi e leopardi, e ciascuno dava grida alla maniera della bestia di che aveva presa la figura. Il leone ruggiva, e mostravasi di volerlo addentare, il toro muggendo lo minacciava con le corna, il serpe faceva sentire il suo sibilo, il lupo mostrava le zanne, il leopardo colla variopinta pelle mostrava tutta l’astuzia dello spirito infernale; tutti presentavano figure spaventose a vedere, e mettevano voci orribili a sentire. « Antonio, or battuto or ferito, sentiva vivissimi dolori nel corpo, ma l’animo contemplativo restava imperturbabile. Tuttavolta le ferite gli strappassero delle grida di dolore, pure sempre ad un modo parlava a’ suoi nemici burlandosi di loro : « Se voi aveste della forza, diceva Antonio, uno solo di voi basterebbe ad uccidermi; ma, poiché la potenza del mio Dio vi snerva, voi venite in folla per farmi paura ». Ed aggiungeva: « Se voi avete qualche potere, se Dio m’ha abbandonalo a voi, eccomi, divoratemi; ma se nulla potete, perché tanti sforzi inutili? Il segno della croce e la confidenza in Dio sono per noi fortezza inespugnabile » [“Signum enim crucis et fides ad Dominum inexpugnabilis nobis murus est” – De vit. S. Anton.]. Allora i demoni digrignavano i denti, facevano mille minacce ad Antonio, ma vedendo che i loro attacchi a null’altro riuscivano che a farsi beffare, lo lasciavano per tornare a nuovi assalti. Il coraggioso parlare che Antonio, per la fede, faceva a’ demoni, lo ripeteva a’ filosofi pagani: « Quale utilità dal disputare? diceva il patriarca del deserto a questi eterni indagatori di verità. Noi pronunziamo il nome del Crocifisso, e tutti i demoni che voi adorate come dei arrossiscono. Al primo segno della croce, eglino abbandonano gli ossessi. Vedete: dove sono gli oracoli bugiardi? ove gl’ incanti degli Egiziani? Tutto è stato distrutto da che il nome di Gesù Crocifisso ha rimbombato nel mondo ». Quindi avendo fatto venire degli ossessi, continuando cosi diceva ai suoi interlocutori: « Coi vostri sillogismi, o con qualsiasi incanto liberate queste povere vittime da quelli, che voi chiamate dei; ma se non lo potete, confessatevi vinti. Ricorrete al segno della croce, e l’umiltà di vostra fede sarà seguita da un miracolo di potenza ». A queste parole, egli invoca il nome di Gesù, fa il segno della croce sulla fronte degli ossessi, ed i demoni fuggono alla presenza de’ filosofi confusi ». (Ibid.) – I fatti dello stesso genere sono numerosi quasi come le pagine dell’istoria. Tu li conosci, io passo oltre. – Agli attacchi diretti e palesi, i demoni aggiungono gl’indiretti e nascosti, non meno pericolosi de’ primi, e più frequenti. Ve n’hanno di due sorta: gli uni interiori, e gli altri esteriori. I primi sono le tentazioni propriamente dette. Ti ho già detto che la croce è l’arma vittoriosa, che le dissipa, e dicendolo mi rendo eco della tradizione universale, e della esperienza giornaliera. «Quando voi fate il segno della croce, ricordate quello che esso significa e voi ammansirete la collera, e tutti i movimenti disordinati dell’animo », diceva il Crisostomo [“Cum signaris, tibi in mentem veniat totum crucis argumentum, ac tum iram omnesque a ratione adversos animi impetus extinseris. (S. Joan Chrys. Ve adorat, pret. Crucis n. 3)]: ed Origene aggiunge: «È tale la potenza del segno della croce, che se la si tiene innanzi agli occhi, e nel cuore, non v’ha concupiscenza, né voluttà, né furore che le possa resistere: alla sua presenza tutto l’esercito della carne e del peccato è sconfitto » [“Est enim tanta vis crucis Christi, ut nulla concupiscentia, nulla libido, nnllus furor, nulla superare possit invidia. Sed continuo ad ejus praesentiam totus peccati et carnis fugatur exercitus”. (Origen. Comment, in Epint. ad Roman., lib. VI, n. 1]. – I secondi attacchi vengono dal di fuori. Nessuna creatura sfugge alle maligne influenze di Satana, e di tutte egli fa strumento della sua collera implacabile contro l’uomo. Te l’ho già mostrato, è un articolo della credenza del genere umano. Quale arma Dio ci ha dato, poiché Egli doveva darcene una, per liberarci da tali influenze, e liberandocene preservare la nostra anima ed il nostro corpo dalle funeste insidie di colui, ch’è chiamato, con ragione, il grande omicida, “Homicida ab initio”? Tutte le generazioni si levano dal fondo de’ sepolcri, per dirmi: È il segno della croce! Tutti i cattolici viventi nelle cinque parti del mondo, uniscono la loro voce a quella dei loro antenati e ripetono: È il segno della croce! Scudo impenetrabile, torre fortissima, arma speciale contro il demonio, arma universale del pari potente contro i nemici visibili ed invisibili, arma facile per i deboli, gratuita per i poveri: è questa la definizione, che i morti ed i vivi ci danno del segno adorabile. – Quindi due grandi verità: la soggezione di tutte le creature al demonio, e la potenza del segno liberatore a liberarle da essa, ed impedir loro di non nuocerci. Da queste due verità profondamente sentite, sempre antiche e sempre nuove, sortono due fatti logici. Il primo, l’uso degli esorcismi nella Chiesa cattolica; il secondo, l’uso incessante del segno della croce presso i primitivi cristiani. Che cosa in fatti significa l’esorcismo? La credenza, che ha la Chiesa intorno al dominio, che satana esercita sulla creatura. Qual è l’effetto degli esorcismi? Il liberare le creature da questa servitù. Ora, siccome non v’ha creatura che non sia esorcizzata dalla Chiesa, ne segue, che ai suoi occhi l’universo in tutte le sue parti è un gran schiavo, un grande ossesso [Questa espressione dell’autore potrà sembrare esagerata; però crediamo aggiungere qualche parola di S. Agostino, che le dà tutta la verosimiglianza. Il santo dottore per ispiegare come i maghi possano, per lo mezzo di Satana, operare delle cose straordinarie, afferma che a ciascuna cosa visibile presiede uno spirito, il quale agisce in esse come in parte disgiunta dall’universo ; cioè con azione particolare che non può alterare le leggi generali: e come in parte che entra nell’ordine cosmico, e sottosta all’azione universale, e forma parte delle leggi, che reggono l’universo fisico. Per quest’azione che ha Satana negli esseri particolari produce delle cose straordinarie, sottostando sempre all’azione della provvidenza divina, che regge tutto il cosmo. Unaquaeque res visibilis in hoc mundo habet potestatem angelicam sibi praepositam, sicut aliquot locis divina Scriptum testatur, de qua re cui praeposita est, aliter quasi privato agit, aliter tanquam publice agere cogitur. Potentior est enim parte universitas ; quoniam illud quodibi privatim agii, tantum agere sinitur quantum lex universitalis sinit. De diversis quaest. 83, quaest. LXXIX, n. 1. (Nota del Trad.)], una grande macchina da guerra continuamente contro noi elevata. Ed a sua volta che cosa era il continuo uso del segno della croce presso i cristiani? Un esorcismo continuato. Se, con la Chiesa cattolica e col genere umano, si ammette che il demonio agogna asservire tutte le creature, ed usare di tutte esse a veicolo delle sue maligne influenze; che a ciascun’ora, in ogni momento, e per ogni azione l’uomo può entrare in contatto con esse, qual cosa mai è più ragionevole dell’ uso costante di un’arma cotanto necessaria? Per le quali cose, il frequente uso di questo segno presso i nostri avi, mostra la loro profonda filosofia. Eglino conoscevano a fondo, ed in tutta la sua distesa la legge del mondo morale, il dualismo; comprendevano che, l’attacco essendo universale e continuo, era mestieri, per conservare l’equilibrio, che la difesa fosse universale e del pari continuata [Per intendere come Satana usi di tutti gli elementi della natura per apportar del male alla umana famiglia, e sfogare contro essa l’invidia di che è pieno, è da leggere l’eccellente opera, approvata dall’ accademia di Francia, e scritta da una delle sue principali glorie, Monsieur de Mirville. In essa si troverà svolta con scienza ed erudizione questa parte dell’arte satanica: l’opera ha per titolo: Des Esprits ctc. Esortiamo, ancora per lo stesso fine, alla lettura dell’altra eccellente opera di M.r de Mouseaux La Magie au XIX siede. (Nota del Trad.)]. Di nuovo, che di più logico? Eglino facevano il segno della croce sopra ciascuno de’ loro sensi. Vuoi intenderne il perchè? I sensi sono le porte dell’anima, servono da intermedi tra essa e le creature. Quando essi sono segnati della croce, le creature non possono entrare in comunicazione con l’animo, che per lo mezzo de’ mediatori santificati, dove perdono le loro funeste influenze. Ma questo non bastava per i nostri padri. Eglino facevano l’adorabile segno su tutti gli oggetti di loro uso, e per quanto loro fosse possibile, su tutte le parti della creazione. Le case, i mobili, le porte, le fontane, i limiti de’campi, le colonne degli edifici, le navi, i ponti, le medaglie, le bandiere, i cimieri, gli scudi, gli anelli: in tutto era impresso 1’adorando segno. Impediti dalle occupazioni e dalle distanze dei luoghi di ripeterlo continuamente ed in ogni dove, lo immobilizzavano scolpendolo e dipingendolo sul prospetto di tutte le creature, fra le quali passavano la loro vita. Parafulmine e monumento di vittoria, tale era allora il segno augusto. Parafulmine divino, atto ad allontanare i principi dell’aria con la loro incalcolabile malizia, ben altrimenti dalle barre di ferro, che sormontano i nostri edifici per scaricare le nubi pregne di elettricismo. Monumento di vittoria che accenna alla vittoria del Verbo incarnato riportata sul re di questo mondo, come le colonne dal vincitore elevate sul campo di battaglia servono da monumento commemorativo della sconfitta dal nemico sofferta. – Dalle alture di Costantinopoli contempliamo con san Giovanni Crisostomo il mondo smaltato di questi parafulmini, e da questi monumenti di vittorie, « Più preziosa dell’universo, dice l’eloquente patriarca, la croce brilla sul diadema degl’imperatori. Dappertutto dessa si presenta al mio sguardo, e la trovo presso i re, e presso i sudditi, presso le donne e gli uomini; con essa si ornano le vergini e quelle che menarono marito, gli schiavi ed i liberi. Tutti la segnano sulla miglior parte del loro corpo, la fronte, dov’essa risplende come una colonna di gloria. – Dessa è alla sacra mensa; nelle ordinazioni dei preti non manca, ed alla cena mistica del Salvatore io la rimiro: dessa è scolpita in tutti i punti dell’orizzonte, sormonta le case, si eleva nelle pubbliche piazze, nei luoghi abitati e nei diserti, lungo le strade, sulle montagne, nei boschi, sulle colline, sul mare al sommo delle navi, nelle isole; dessa è sulle finestre e su le porte, al collo de’cristiani, sui letti e gli abiti, sui libri e sulle armi; ne’ festini, sui vasi di oro e di argento, sulle pietre preziose, nelle pitture degli appartamenti. – La si forma sugli animali infermi, su gli ossessi, nella guerra e nella pace, il giorno e la notte, nelle riunioni da sollazzo e di penitenza. Appartiene a chiunque cerca essere protetto da questo segno adorabile. Che v’ha da recar meraviglia? Il segno della croce è il simbolo della nostra emancipazione dalla schiavitù, il monumento della libertà del mondo, ricordo della mansuetudine del Signore. Quando tu lo esegui ricorda il prezzo sborsato pel tuo riscatto, e tu non sarai schiavo di nessuno. Eseguilo, non solo col tuo dito, ma più ancora con la tua fede. Se tu in tal modo lo farai sulla tua fronte, nessuno spirito potrà resistere alla tua presenza; egli vede il coltello da che è stato piagato, e la spada che l’ha ferito a morte. Se alla vista de’ luoghi del patibolo noi siamo presi da orrore; immagina quel che debba soffrire Satana ed i suoi angeli, a vista dell’arme con che il Verbo eterno ha abbattuta la potenza, ed ha troncato il capo al dragone » [Quod Christus sit Deus opp. t. 1, p. 698, edit. Paris; et in Math., homil. 54, t. VII, p. 610, et in c. Ill ad Philip.]. Dimani le riflessioni che fa sorgere in mente questo spettacolo sublime, sì eloquentemente descritto.

LETTERA DECIMASETTIMA.

 12 dicembre.

Arma universale ed invincibile per l’uomo, parafulmine per le creature, simbolo di libertà pel mondo e monumento di vittoria pel Verbo Redentore: tale fu, mio caro Federico, il segno della croce agli occhi dei primi cristiani. Da questa convinzione procedeva l’uso ch’eglino ne facevano, i sentimenti, che loro inspirava, il magnifico e piacevole spettacolo, a cui testé assistemmo. – Conservammo noi la fede de’ padri nostri? Per i cristiani del secolo decimonono qual cosa mai è il segno della croce? come usano di esso a pro di sé stessi e delle creature? I sentimenti di fede, di confidenza, di rispetto, di fiducia e di amore, che loro inspira, sono vivi e reali? Il maggior numero di quelli, che fanno un tale segno non lo eseguono forse ignorando quel che operano, e senza attribuirgli valore alcuno, ed importanza? Quanti non lo eseguono affatto? Quanti credono ricevere onta dall’eseguirlo? Quanti ancora non son presi da sdegno al vederlo? E per fermo, eglino l’hanno tolto dalle loro case e da’ loro appartamenti, cassato dalla loro mobilia, ed inutilmente lo si cercherebbe nelle pubbliche piazze, nelle passeggiate delle città, lungo le vie e nei parchi; poiché l’han fatto disparire da tutti i luoghi, dove i padri nostri l’avevano innalzato. Eglino, nuovi iconoclasti del secolo XIX, hanno spezzate le croci! – Qual cosa mai è questa, ed a quale avvenire accennano siffatti sintomi? Vuoi saperlo? Rimonta al principio illuminatore della storia. Due principi oppositi si disputano il dominio del mondo, Io spirito del bene e lo spirito del male (1). Tutto che si opera è, o per inspirazione divina, o per inspirazione satanica. L’institu-zione del segno della croce, l’uso continuo di esso, la fiducia che inspira, la potente virtù attribuitagli, è una inspirazione divina o satanica ? È o l’una, o l’altra. – Se è una inspirazione satanica, il fiore della umanità, che sola fa questo segno, è da poi oltre diciotto secoli incurabilmente cieca, mentre che il rifiuto della umana compagnia, che sprezza la croce, avrebbe ogni lume: è un dire, che i miopi, i loschi e i ciechi del tutto vedano più di colui, che ha due buoni occhi. Credi possibile che l’orgoglio possa tanto impazzire da affermare simile paradosso, e che vi sia tale una incredulità, e di sì robusti polsi da sostenerlo? – Ma se il segno della croce praticato, ripetuto, caro, considerato come arma invincibile, universale, permanente, necessaria alla umanità contro satana, le sue tentazioni e i suoi angeli, è una inspirazione divina, che vuoi che io pensi di un mondo, che non comprende più un tal segno, che più non lo esegue, che si vergogna di esso, che più non lo saluta, che lo vuole scomparso dalla vista degli occhi suoi, e dal cospetto del sole? A meno che la natura umana non si sia del tutto immutata, e che il dualismo non sia che una chimera; a meno che satana non abbia abbandonata la pugna; a meno che le creature non abbiano cessato di essere i veicoli delle sue funeste influenze: il cristiano d’oggidì sprezzatore del segno della croce non è, che un rampollo degenere di una nobile razza. Desso è un razionalista insensato che non comprende più la lotta, né le condizioni di essa; il secolo decimonono è un soldato presuntuoso, che, spezzate le armi, e deposta ogni armatura, si getta alla cieca nel mezzo delle spade e delle lance nemiche, con braccia legate, e a petto nudo; la società moderna, una città, sommersa nel sensualismo de’ baccanali, smantellata, circondata d’innumerevoli inimici, che agognano a farne ruina e passare a fil di spada la guarnigione. – Farne una ruina Ma non è questa già fatta? Ruina di credenze, ruina di costumi, ruina dell’autorità, ruina della tradizione, ruina del timor di Dio e della coscienza, ruina della virtù, della probità, della mortificazione, dell’ubbidienza, dello spirito di sacrificio, di rassegnazione e di speranza: dappertutto, ruine cominciate, o ruine compite. Nella vita pubblica e nella privata, nelle città e nelle borgate, nei governanti e nei governati, nell’ordine delle idee e nel dominio de’ fatti, quanto di perfettamente cattolico resta incolume, ed intero? – Ma in tutto ciò nulla v’ha, caro Federico, che ci debba meravigliare. Togli il segno della croce e tutto si spiega. Meno v’ha di croci nel mondo, più v’ha di satana. La croce è il parafulmine del mondo; toglilo, e la folgore cade a schiacciare e bruciare. Il segno della croce accenna al dominio del vincitore, n’è trofeo: spezzarlo è un far rivivere l’antico tiranno, e preparargli il ritorno. – Ascolta quanto scriveva, or sono diciassette secoli, uno degli uomini, che abbiano intesa tutta la misteriosa potenza di questo segno, dico il martire, il più illustre fra i martiri, Ignazio di Antiochia. Contempla questo vescovo dai bianchi capelli, carico di catene, che attraversa seicento leghe per condursi a farsi dilaniare da’ leoni al cospetto della gran Roma. Vedilo; è calmo quasi fosse sull’altare, ilare, come se andasse ad una festa, e dà, lungo il cammino, istruzioni ed incoraggiamenti alle chiese dell’Asia accorse a salutarlo. Questi nella sua ammirabile lettera ai cristiani di Filippi, scrive: « II principe di questo mondo mena gran festa, quando qualcuno rinnega la croce. Esso conosce esser la croce, che gli apporta la morte, perché dessa è l’arma distruggitrice di sua potenza. La vista di essa gli mette orrore, il suo nome lo spaventa. Innanzi questa venisse fatta, nulla trasandò perché la si formasse, ed a siffatta opera egli spinse i figli della incredulità, Giuda, i Farisei, i Sadducei, i vecchi, i giovani, i sacerdoti: ma tosto che la vide sul punto d’essere compita si turba. Immette rimorsi nell’animo del traditore, gli presenta la corda, lo spinge a strangolarsi; spaventa con segni la moglie di Pilato, ed usa ogni sforzo ad impedire che venisse compiuta la croce, non perché avesse rimorso, che se ne avesse non sarebbe del tutto cattivo; ma perché presentiva la sua disfatta. Né s’ingannava: la croce è il principio della sua condanna, di sua morte, e della sua perdita ». [“Prìnceps mundi hujus gaudet, cum quis rrueem ipsius negavit, cognoscit enìm crucis confessionem, suum esse ipsius exitium. id enim trophaeum est contra ipsius potentiam; quod ubi vlderit, horret, et audiens timet, et ante’iuam fa-bricaretur crux, studebat ut fabriraretur, et operabatur in Juda…. cum autem paranda esset crux, tumultuabatur, etpoe-nitentiam immisit proditori…. Crux enim Cbristi prima fuit condemnationis, mortis et perditionis causa”. (Ignatius AI. Ep. ad Philip., ep. VIII (Nota del Trad.).] – Ecco due insegnamenti: orrore e timore di satana alla vista della croce e del segno di essa; gioia di lui nell’assenza dell’ una e dell’altro. Vede egli un’ anima, un paese senza la croce vi entra senza paura, e vi dimora tranquillo. Come inevitabilmente al cader del sole le tenebre succedono alla luce, cosi del pari desso ristabilisce il suo impero al disparir della croce. Il mondo attuale n’è sensibile prova. Non parlo del diluvio di negazioni, empietà, bestemmie inaudite che inondano il mondo, ma, che cosa mai sono, per chi non si soddisfa di sole parole, i milioni di tavole giranti e parlanti, gli spiriti battenti o familiari, le apparizioni, le evocazioni, questi oracoli e consultazioni medicali, le comunicazioni con i pretesi morti, che, ad un tratto, hanno invaso il vecchio ed il nuovo mondo (1 ). Son forse queste cose nuove? No: l’umanità le ha già viste. Ma quando? Quando il segno della croce non proteggeva il mondo, quando Satana era dio e Re delle società! Di presente siffatte cose col ricomparire con proporzioni ignote di poi il vecchio paganesimo, quale avvertenza ne danno? se non che il segno liberatore cessando di proteggere il mondo, Satana lo invade di nuovo. – Tu il vedi, caro amico, sono ben poco intelligenti quelli che abbandonano il segno della croce. Siano eglino oggetto di nostra compassione e non d’imitazione! Fra tutte le circostanze in cui è da separarsi da loro, ve n’ha una in che lo si deve inevitabilmente. Per noi, come per i nostri padri, il segno della croce avanti e dopo il pranzo dev’esser cosa sacra; poiché come tale lo comandano la ragione, l’onore, la libertà. – La ragione. Se interroghi i tuoi compagni dimandando loro perché non facciano il segno della croce innanzi prendano il cibo, ciascuno ti dirà: Non voglio singolarizzarmi operando altrimenti degli altri. Non voglio ch’io sia segnato a dito, e che altri si burli di me, per la osservanza di una pratica inutile, ed ormai fuori moda. – Non vogliono singolarizzarsi! Per loro onore, stimo credere, che non intendano la forza di siffatta espressione. Singolarizzarsi, è un dire, isolarsi, non operare come tutti gli altri. In siffatto senso si può ben essere singolare senza taccia di ridicolo; anzi, v’hanno delle circostanze ch’è mestieri esserlo ad isfuggire la colpa. – Nel mezzo di un manicomio, l’uomo ragionevole che opera assennatamente; in un paese di ladri, l’uomo onesto, che rispetta l’altrui, sono de’ singolari: son dessi ridicoli? – Nel senso in che è presa dai tuoi compagni, singolarizzarsi vuol dire isolarsi, operando con maniere, che, movendo al riso, si oppongono agli usi ammessi e ci rendono ridicoli. Resta però vedere se, fare siffatto segno innanzi e dopo il pranzo sia un singolarizzarsi in maniera ridicola. Per fermo, ti diranno, perché è un operare altrimenti dagli altri. Ma v’hanno altri ed altri. V’hanno alcuni, che fanno il segno della croce, e ve n’hanno altri ancora che non lo eseguono. Di siffatto modo facendolo o non facendolo noi non ci singolarizziamo, noi siamo sempre con altri. Siam noi ridicoli? Per rispondere a tale domanda è da osservare chi siano quelli, che fanno un tal segno, e chi quelli, che lo trasandano. – Quelli che lo praticano sono tu, io, la tua onorevole famiglia, la mia, né siam soli; prima di noi e con noi ve n’hanno ben altri ancora. V’hanno tutti i veri e coraggiosi cattolici dell’Oriente e dell’Occidente da poi diciotto secoli, i quali, come vedemmo, sono il fiore della umanità, e con siffatta compagnia si diviene si poco ridicolo, ch’è un esserlo al sommo, non appartenendo ad essa. Se ne eccettui quelli che vivono di parole, e che con esse vorrebbero tutto pagare, la proposizione è indegna di esser discussa. – Nulla v’ha di più certo dell’aver con tutto studio il fiore della umanità eseguito il segno della croce, avanti e dopo il pranzo. I Padri de’ quali, ho testé apportate le sublimi testimonianze, Tertulliano, S. Cirillo, S. Efrem, S. Crisostomo, non lasciano alcun dubbio sulla universalità di questa religiosa usanza, presso tutti i cristiani della primitiva Chiesa. Ma lascia che io ne aggiunga qualche altro. Quando si siede a mensa, dice il grande Atanasio, e si spezza il pane, lo si benedice per tre volte col segno della croce, e si rendono le grazie » [“Cum in mensa sederis, coeperisque frangere panem, ipso ter consignato signo crucis, gratias age”. – De Viginet., n. 13]. – La benedizione della mensa col segno della croce non era solamente in uso presso le famiglie nella vita civile, ma l’era altresì negli eserciti, nella vita del campo. S. Gregorio di Nazianzo racconta, a questo proposito, un fatto venuto in gran fama. – Giuliano, l’Apostata, gratificava l’esercito con istraordinaria distribuzione di viveri e di danaro. Dallato al principe v’era un braciere acceso, e tutti i soldati vi gettavano un granello d’incenso. I soldati cristiani imitarono i commilitoni pagani, nulla sapendo che in ciò vi fosse idolatria. Compiuta la distribuzione, tutti in uno raccolti desinavano in onore del principe. Sul cominciar della mensa, fu presentata la coppa ad un soldato cristiano, e questi, secondo l’usato, la benedisse. Tosto una voce si levò a dirgli: Quello che fai ripugna a quanto testé operasti. Che feci? Hai tu dimenticato l’incenso ed il braciere? Ignori che idolatrasti, che rinnegasti la tua fede? – Com’ebbe ciò inteso, levossi il guerriero e con lui i compagni d’arme, e tutti gemendo e strappandosi i capelli, a grandi grida, si dichiararono cristiani, e protestarono contro l’inganno loro fatto dall’imperatore, e domandarono nuove prove per confessare la propria credenza. L’apostata fattili arrestare e legare li condannò a morire, e dispose venissero condotti al luogo del supplizio: ma, a non far de’ martiri, accordò loro la vita rilegandoli nelle più lontane frontiere dell’impero [Orat. 1, contra Julian., Theodoret. Hist., lib. Ill, c. 16]. – Quando un prete trovavasi in un convito, a lui apparteneva l’onore di fare il segno della croce sugli alimenti [Ruinart. Actes du martyrs de saint Theodole]. – La benedizione della mensa era in tanta stima di cosa santa, che al nono secolo i Bulgari convertiti alla fede domandavano al Papa Nicolò I, se il semplice laico potesse supplire al prete in tale funzione. Per fermo, rispose il Pontefice; avvegnaché, a tutti è commesso preservare, col segno della croce, quanto gli appartiene, dalle insidie del demonio, e trionfare di tutti i suoi attacchi per lo nome di nostro Signore [“Nam omnibus datum est, ut et omnia nostra hoc signo debeamus ab insidiis munire diaboli, et ab ejus omnibus impugnationibus in Christi nomine triumphare. (Resp. ad consult. Bulgar.)]. – I tempi successivi han visto perpetuarsi presso tutti i veri cattolici dell’Oriente e dell’Occidente l’uso del segno della croce prima e dopo il pranzo, e tu sai come sussista ancora di presente. Noi conosciamo quelli che fanno il segno della croce, e gli altri che non lo fanno; è da vedere a chi i tuoi compagni diano la preferenza. I pagani non lo fanno, ed i giudei nemmeno, i maomettani neppure, gli atei e i cattivi cattolici neanche, i cattolici ignoranti o schiavi del rispetto umano parimente lo trasandano. Ecco quelli che non fanno il segno della croce, e che beffano quanti sono teneri di sì pia usanza. Da qual lato è la singolarità ridicola? Nella prossima lettera il resto della obbiezione.

J.-J. GAUME: IL SEGNO DELLA CROCE [lett. 12-14]

Gaume-282x300

LETTERA DECIMASECONDA.

7 dicembre.

Mio caro Federico

Il segno della croce nulla ha perduto della sua forza, e della sua necessità. È vero: i tiranni sono morti, e gli anfiteatri cadono in rovina, il segno della croce ha trionfato degli uni e degli altri; ma se i secondi non più si levano dalle loro ruine, i primi, di tanto in tanto, sortono dalle loro tombe. La razza de’ Neroni non sarà giammai estinta, e la più terribile deve ancora venire! – Con un furore antico, quelli, che sono apparsi di poi i Cesari, hanno decimato i cristiani; quest’altra razza parimente immortale, è razza consacrata alla morte, come dice Tertulliano, “expeditum morti genus”. Quanto hanno fatto ieri in occidente, e quello che fanno oggi in oriente, potranno farlo domani daportutto dove comandano. Avviso a’ combattenti: nessuno dimentichi ove trovasi la sorgente della forza! Attendendo, ricorda, caro amico, che la pace ancora ha i suoi martiri, “habet et pax martyres suos”. Qual è l’uomo che non ha uno, o più Neroni? V’ha un giorno della sua vita ragionevole, e ancora un’ora, in cui egli non debba vegliare, o combattere? Che dico? venti volte al giorno degli oggetti seducenti si presentano ai suoi sguardi, de’ pensieri non buoni importunano il suo spirito, i sensi in rivolta solleticano il suo cuore a vili tradimenti. Oh! che egli ha bisogno di forza! Dove la troverà? Nel segno della croce. – La testimonianza de’ secoli, l’esperienza de’ veterani e de’ coscritti della virtù, attestano oggi, come ieri, il sovrano potere del segno divino, per dissipare gl’incanti seduttori, scacciare i pravi pensieri e reprimere i movimenti della concupiscenza. Ascolta il poeta de’ martiri, Prudenzio, che conobbe ad un tempo i dettagli dei loro trionfi ed il segreto delle loro vittorie. « Quando all’invito del sonno tu cerchi il casto letto, segna della croce la tua fronte ed il tuo cuore. La croce ti preserverà d’ogni peccato: le potenze infernali fuggono al suo cospetto; l’anima santificata per essa, non sa vacillare »“…. Fac cum vocante somno Castum petis cubile, Frontem locumque cordis Crucis figura signet; Crux pellet omne crimen, Fugiunt crucem tenebra;. Tali dicata signo Mens fluctuare nescit”. Àpud S. Greg. Turón, lib. I Miracul c. 106. Ascolta ancora il capo della eterna battaglia. I grandi genii e gran santi peritissimi dell’arte della guerra spirituale, che si chiama ascetismo, tutti non hanno che una sola voce per esortare i soldati cristiani all’uso del segno della croce. « Senti il tuo cuore infiammarsi? dice san Giovanni Grisostomo: fa il segno della croce sul petto, e all’istante istesso la collera si dissiperà al pari del fumo» [“Si succendi cor tuum senseris, pectus continuo signaculo crucis signato, et ira illieo tamquam pulvis dissipabitur”. (S. Joan. Chris. Rom.il. 88 in Matth.]. – E sant’Agostino: « Amalec vostro nemico, cerca di sbarrarvi la strada e d’impedirvi l’Avanzare? Fate il segno della croce, sarà vinto » [“Si adversarius Amalecita iter intercludere atque impedire conabitur, pro reverentissima extensione brachiorum e-jusdem crucis indicio superetur.” (S. August. Homil, 20, lib. 50, Bomil.J. ]. Ed il gran servo di Dio, Marco, che predice all’imperatore Leone l’ora della morte. « Per propria esperienza conosco come siffatto segno dissipi le interne guerre, e produca la sanità dell’anima. Immediatamente dopo il segno della croce la grazia opera: tutto si calma » [“Statini post Signum crucis gratia sic operatur : sedat omnia membra pariter et ror.” (Biblioth. PP. toni. V.)]. – San Massimo di Torino: «Dal segno della croce noi dobbiamo attendere la guarigione delle nostre ferite. Se il veleno dell’avarizia si sparge nelle nostre vene, facciamo il segno della croce, ed il veleno sarà cacciato. Se lo scorpione della voluttà ci punge, facciamo ricorso allo stesso mezzo, e noi guariremo. Se gl’immondi pensieri della terra cercano insozzarci, facciamo il segno della croce, e noi vivremo vita divina » [Apud S. Ambros. Serm. 55]. -San Bernardo : « chi è l’uomo si padrone de’suoi pensieri da non averne d’impuri? Ma son da reprimere i loro attacchi, e tosto, per vincere l’inimico là dov’egli sperava 4rionfare. L’infallibile mezzo per riuscirvi è fare il segno della croce » [De passione Dom. c. XIX, ti. 65]. – San Pier Damiano : « Se per caso sperimentate che un pensiero non buono sorga nel vostro spirito, operate col pollice il segno della croce, e siate certi che tosto svanirà » [“Cum pravam tibimet cogitationem esse persenseris, e x – tento police protinus, cor tuum signare festines, certus etc (Institut. Monast.)]. – Il pio Teberlh: “Niente v’ha di più efficace, che il segno della croce, per dissipare le tentazioni per quanto siano disonorevoli” [“Signo crucis nihil efflcacius ad turpes effugandas tentationes”. (lib. viar. Domin. c. XXI)]. – Riassumiamo tutte queste testimonianze: « Qualsiasi la tentazione, che ci appéna, conchiude san Gregorio di Tours, noi dobbiamo respingerla. Epperò fate, non vigliaccamente ma con coraggio il segno della croce o sulla vostra fronte, o sul vostro petto » [“Viriliter et non tepide Signum vel fronti, vel pectori salutare superponas”. (S. Greg. Tur. ubi supra)]. – Se fosse mestieri confermare con la storia quanto tu leggi, mille fatti lo confermerebbero. Un solo basti. È la rivelazione di che fu favorito un santo monaco a nome Patroclo, con la quale Iddio gli manifestò la potenza sovrana di questo segno contro le tentazioni. – Un di il demonio trasformandosi in angelo di luce si mostrò al venerabile abate, e con parole d’ogni maniera di astuzia gli consigliava lasciare la solitudine e tornare al mondo. L’uomo di Dio sentendosi correre per le vene come un fuoco, si prostese sul suolo e pregò il Signore, perché eseguita fosse la sua volontà. La preghiera è accolta. Un angelo gli appare, e siffattamente gli parla: “Se tu vuoi conoscere il mondo, ascendi questa colonna e tu saprai quel che si sia. Rapito in estasi il pio solitario crede avere dinanzi a sé una colonna di prodigiosa altezza, e l’ascende. Dal sommo di essa vede omicidi, furti, massacri, fornifìcazioni e tutti i delitti del mondo. Ah! esclama, Signore non permettete che io torni in un luogo di tante abominazioni. E l’angelo a lui: Cessa adunque dal desiderare il mondo, per non perire con lui; invece corri nel tuo oratorio, prega il Signore che ti dia con che sostenerti nel mezzo delle prove del tuo pellegrinaggio. Detto, fatto: trovò un segno di croce scolpito in un mattone, e tosto comprese il dono di Dio, e che questo segno è inespugnabile fortezza contro le tentazioni [Greg. Turon, Vita Patr., c. 9]. – Un martire della guerra, o un martire della pace: ecco l’uomo lungo il corso della vita. Ed alla morte che cosa è egli? Vedi questo infermo in preda al dolore ed abbandonato dal mondo, circondato da’ soli parenti ed amici impotenti a soccorrerlo? Per lo passato il tempo che fugge; per l’avvenire, l’eternità che si avanza, in cui sentasi trascinato, senza che alcuna potenza umana possa ritardare il momento della partenza, e addolcire le agonie del viaggio. – Questo malato, sei tu, mio caro, sono io, è ogni uomo ricco o povero che sia, suddito o monarca. Se lungo le guerre della vita noi abbiamo bisogno di lume, di forza, di consolazione e di speranza, dimmi, se un tal bisogno non cresce di mille tanti nelle lotte decisive della morte? E bene, il segno della croce opera tutto ciò. Per questa nuova considerazione desso fu caro ai nostri avi, e dev’esserlo ancora a noi. Come i martiri andando all’ultima battaglia non mancavano di fortificarsi col segno della croce, cosi i veri cristiani de’ secoli passati facevano ricorso a questo medesimo segno, per addolcire i dolori e santificare la loro morte: citiamo qualche esempio. – Parlando della sua diletta sorella, santa Macrina, ch’egli stesso assisté negli estremi momenti della vita, san Gregorio Nisseno cosi si esprime: « Ella diceva: Signore, per mettere in fuga l’inimico, e proteggere la loro vita, voi avete dato a quelli, che vi temono, il segno della croce. E pronunziando tali parole ella formava il segno adorabile sopra i suoi occhi, le labbra ed il cuore » [Vita di santa Macrina]. – I primi cristiani alcune volte a vece di fare il segno della croce con la mano sul punto di morire, lo facevano distendendo le braccia, e ciò appellavano il sacrifizio della sera, “sacrifìcium vespertinum”. A questo modo di fare il segno della croce Arnobio applica le parole del Salmista: L’elevazione delle mani è il mio sacrifizio della sera. Egli dice, che tale sia il nostro sacrifizio della sera, voglio dire della sera della vita, quando tutta la nostra attenzione è da porre ad elevare le nostre mani in croce, per consolarci nel Signore, nel momento, che corriamo a lui [“Tunc enim in sacrificio vespertino sumus. Ibi est tota nostra cogitationis ponenda intentio, ut levantes manus nostras, in signo crucis, dum ad Dominum pergimus, gratulemur in Christo Jesu”. (In Ps. CXL)]. – In pari attitudine morì Paolo il patriarca del deserto, come lo trovò Antonio [“Introgressus speluncam, vidit gcnibus complicatis, e recta cervice, extensisque in altum manibus, corpus exanime” (S. Hieron. De Vita S. Pauli).] – Né altrimenti san Pacomio: « Essendo sul punto di morire, scrive lo scrittore della sua vita, egli si armò del segno della croce, vide con grande gioia un angelo di luce venire a lui, e rese la sua santa anima a Dio » [Vita di S. Pacomio. c. 53]. – Della stessa maniera morì santo Ambrogio. « L’ultimo giorno di sua vita, scrive il prete Paolino,’ da poi circa l’undecima ora, fino a che egli rese l’anima, pregò con le mani distese in croce » [“Eodem tempore quo migravit ad Dominum, ab hora circiter undecima diei, usque ad illam horam qua emisit spiritum expansis manibus in modum crucis, oravit. – Paulin. in Vit. S. Ambr.]. – Da Milano passiamo a Costantinopoli. Ecco un altro Vescovo che muore. Santo Eutichio, dice il suo istoriografo, fu preso da violenta febbre verso la metà della notte, e restò per ben sette giorni in tale stato, non cessando di pregare e di fortificarsi col segno della croce [“Vehementi febre circa mediam noctem correptus e s t: atque ita mansit septem dies, assidue precibus incumbens. Seque signo crucis muniens”. (Apud Sur. 2. Jul.)]. – Compiamo il nostro viaggio in Francia ed assistiamo alla morte di qualche nostro re. Arrestiamoci ad Aix-la-Chapelle per vedervi morire il grande imperatore: L’indomani giunto, dice un Vescovo testimone oculare, Carlo Magno sapendo quel che dovesse fare distese la destra e come poté, si segnò la fronte, il petto e tutto il corpo [“Incrastinum vero, luce adveniente, sciens quod facturus erat, extensa manu dextra, virtute, qua poterat, signum sánelas crucis fronti impressit, et super pectus et omne corpus consignavit”. (Thegan. De Gestis. Ludov. Imper.)]. Tale doveva essere la morte di questo grande uomo. E suo figlio Luigi il Pio, disposti gli affari, ordinò che si recitasse presso di lui l’uffizio della notte, e che sul suo petto si mettesse una reliquia della croce, e lungo questo tempo, come le forze glielo permettevano, egli faceva il segno della croce sulla fronte e sul petto, e quando era stanco pregava il fratello di continuare [“His peractis et dictis, præcepit ut ante se celebrarentur vigilia? nocturnas, et tigno sanctae crucis pectus munirete; et quamdiu manu propria tarn frontem quara pectus eodem si gnáculo insignibat. Si quando lassabatur per manus fratris sui natu id fieri poscebat”. (Apud Gretzer, lib. IV, c. 26, p. 618)]. – Veniamo ad uno de’ suoi più degni successori, il buon re Roberto. Negli ultimi giorni di sua vita, egli non rifiniva dall’implorare il soccorso de’ santi del cielo col gesto e con la voce; si fortificava col segno della croce sulla fronte, su gli occhi, sulle narici e le labbra, sulla gola e gli orecchi, in memoria della Incarnazione, della Natività, della Passione, Risurrezione, dell’Ascensione del Signore, e della venuta dello Spirito Santo. Una tale consuetudine era stata conservata da questo principe in tutta la sua vita, e giammai trasandò d’aver con lui dell’acqua benedetta [“Dei sanctis in auxilium suum venire, voce, signis inde sinenter orabat, muniens se semper in fronte et in oculis, naribus et labiis, gutture et auribus, per signum sanctæ crucis, memoria Dominica; incarnationis, nativitatis, passionis, resurrectionis et ascensionis et Spirltus Sancti. Habuit hoc ex more in vita; cui nunquam defuit volúntate aqua benedicta”. (Helgald. in Epitom. vit. Robert)]. – Citiamo ancora Luigi il Grosso. Vedendosi presso a morte, fece stendere un tappeto sulla terra, e sopra di esso spargere della cenere in forma di croce, e fattosi deporre da’ suoi uffiziali su di questo letto di morte, che gli ricordava quello del re del Calvario, il virtuoso monarca non cessò di fare il segno della croce fino all’ultimo respiro [“Elevata aliquantulum manu omnes benedixit, rogavitque adstantes episcopo! ut sanctissimis suis manibus cum crucis signo communirent”. Aipud Sur. 25 maii]. Per finire, morire come un Dio v’ha forse qualche cosa che disonori? Quel che disonora è morire senza comprendere la morte, morire con la insensibilità delle bestie. – Tu hai visto i martiri pregare i loro fratelli di segnarli del segno della croce innanzi morissero, se da per sé non lo potessero eseguire; ora i nostri avi facevano del pari morendo di morte naturale. Oltre l’esempio di Luigi Debonnaire che tu hai letto; voglio ricordartene qualche altro de’ primi secoli, dessi mostrano la continuazione della tradizione. – San Zenobio, amicissimo di santo Ambrogio, sul punto di terminar la sua vita con una morte preziosa, elevò le mani e fece il segno della croce su quanti Io circondavano; quindi pregò i vescovi di fare sopra di lui con le mani consacrate il segno della forza, della speranza e della salute [S. Elig. De rectitud. catech. etc. inter opp. S. August. tom. VI]. – Dal letto di un prete passiamo al talamo di un semplice fedele. Una giovane con rispettoso affetto assiste la tenera ed illustre madre. Oggi quasi tutti usano prestare a’ loro più cari infermi delle cure materiali, si farebbero coscienza di trasandare la minima prescrizione del medico, ma l’assistenza cristiana? Le prescrizioni del divin medico, e della Chiesa nostra madre? qual è la loro sollecitudine a compierle? I nostri avi più intelligenti e migliori di noi a queste cure univano quelle dell’anima. A Bethelemme l’illustre figlia de’ Fabii muore. Presso del letto è Eustachio, degna figlia di tal madre. Che cosa fa quest’angelo di tenerezza ? « Dessa non cessa, dice san Girolamo, dal fare il segno della croce sulle labbra e sul petto di sua madre, studiando di addolcire le sue sofferenze con l’impressione del segno consolatore » [“Eustochium Paulæ matris os stomachumque signabat, et matris dolorem crucis impressione nitebatur lenire”. – S. Hier. in Epitaph. Paulae]. – Tu il vedi: nella vita ed alla morte il segno della croce era presso i nostri avi il mezzo costantemente usato per ottenere a sé ed agli altri lume, forza, rassegnazione, coraggio e speranza. Il segno della croce è dunque gran cosa! esclamava un testimone di questi ammirabili effetti: “Magna res signum crucis” [Apud Sur. 10 Aug.]! Domani noi vedremo la sua efficacia in un nuovo ordine di cose.

LETTERA DECIMATERZA.

8 dicembre.

Povero nell’ordine spirituale l’uomo non l’è meno nell’ordine temporale : il suo corpo e l’anima non vivono che di accatto. Fra i beni necessarii al corpo ve n’hanno due, mio caro, che voglio ricordarti : la sanità, e la sicurezza. Il segno della croce ci procura con efficacia l’una e l’altra. – La sanità. Il Verbo eterno è la vita vivente e vivificante. L’evangelo parlandoci di Lui quando viveva nel mezzo degli uomini ci dice una parola quanto semplice, altrettanto sublime : Una virtù emanava da lui che guariva tutte le infermità; “virtus de illo exibat et sanabat omnes”. L’istoria c’insegna che questa parola può intendersi a cappello del segno della croce. – Che i primi cristiani si servissero del segno della croce a guarire le malattie, nulla v’ha di meglio dimostrato. San Cirillo e san Giovanni Crisostomo, uno patriarca di Gerusalemme e l’altro di Costantinopoli, affermano con ogni asseveranza, che il segno della croce continuava a guarire le infermità e i morsi delle bestie feroci al loro tempo, come all’epoca de’ loro maggiori [“Hoc Signum ad hodiernum diem curat morbos”. (Cateeh. XIII; S. Cris., hom. 54, in Math.]. – Veniamo alle prove: Tutti i sensi dell’uomo sono soggetti a delle infermità. Cominciamo dal più nobile, la vista. Se invece d’impallidire di continuo su gli autori pagani i giovani leggessero gli atti de’ martiri, troverebbero in quelli di san Lorenzo il gran miracolo, che ancora celebra la Chiesa, qui per signum crucis coecos illuminavit. L’illustre arcidiacono di Roma era entrato in una casa di un cristiano, dove trovavasi il cieco Crescenzio. Questi distruggendosi in lagrime si gettò ai suoi piedi dicendo: “Mettete la vostra mano sugli occhi miei, perché io veda”. Il beato Lorenzo profondamente commosso gli risponde: “Il nostro signore Gesù, che ha aperti gli occhi al cieco, ti doni la vista”. E si dicendo, fa il segno della croce su gli occhi di Crescenzio, che tosto vide la luce ed il beato Lorenzo [Vita del santo scritta da S. Oven vesc. di Raven, c. XXIX]. – Il dotto Teodoreto ci racconta quanto segue della propria madre: « Mia madre aveva tale una infermità negli occhi, che inutilmente la medicina aveva posto in uso tutti i suoi mezzi contro di essa. Tutti i vecchi volumi ed autori interrogati, nessuno dava mezzo a guarirne. In tale stato noi eravamo, quando un’amica venne a vedere mia madre, e le parlò d’un certo santo uomo per nome Pietro, e contolle d’un miracolo da esso operato. Ella diceva: La moglie del Governatore d’Oriente era affetta dallo stesso male: si diresse a Pietro dimorante a Pergamo, « questi la guarì pregando per lei, e facendo sopra di essa il segno della croce. Mia madre non perde un istante; corre per l’uomo di Dio, si getta ai suoi piedi e lo prega della guarigione. E questi a lei: “Io non sono che un povero peccatore, io non ho punto presso Dio il potere che voi credete”. Mia madre raddoppia le preghiere, e lagrimando protesta che non partirebbe se non guarita. Dio, riprese Pietro, è il medico di questi mali; egli esaudisce quelli che credono. Desso vi esaudirà non per i miei meriti, ma per la vostra fede. Se questa è in voi vera, sincera, pura e senza esitazione, trasandate medici e medicine, ed accettate il rimedio che Dio vi offre. Si dicendo, distese la mano su l’occhio, e fattovi il segno della croce il male disparve » [“Haec cum dixisset, manum imposuit oculo, et salutane crucis signo facto, morbum expuiit”. [Hist. ss. Patr. in Petr.]. – De’ fatti men lontani da noi ti mostreranno che questo segno attraversando i secoli non ha mai cessato di essere il migliore degli oculisti. S. Eloi vescovo di Noyon, passando uno de’ ponti di Parigi, guarì un cieco, che invece di chiedergli un soccorso, lo pregò che lo segnasse su gli occhi col segno della croce [Mabillon, Vita del santo, torn. 11]. – Uri simile miracolo leggesi nella vita di S. Frobert abate di un monastero presso Trojes nella Champagne. Era ancora fanciulletto, quando la madre cieca da più anni lo prese sulle sue ginocchia, e carezzatolo lo pregò di fare il segno della croce sopra i suoi occhi. Sulle prime il giovane santo si ricusò; ma, dietro le instanze materne, invocò il santo nome del Signore, fece il segno della croce richiesta, ed al momento la madre riebbe la vista [Atti di S. Seb.] – Il Mabillon nella vita di S. Bernardo cita oltre trenta ciechi di ogni età e condizione, che in Francia, Italia ed Alemagna furono guariti, alla presenza de’ re e de’ principi, col mezzo del segno della croce [Mabillon ubi supra]. – Dalla vista passiamo all’ udito. Come N. S. il segno della croce rende l’udito a’ sordi, e la loquela ai muti. Eccoci in Roma e nel palazzo del Prefetto: un giovane e brillante ufficiale è innanzi a noi, per nome Sebastiano. Questo nome illustre è ignoto nei collegi. Tu apprenderai ai tuoi compagni che S. Sebastiano comandava la prima coorte pretoriana al tempo di Diocleziano, che, alla moderna vuol dire, colonnello di un reggimento della guardia imperiale. Dotato di eloquenza pari al suo coraggio, egli usava i doni di Dio ad animare i martiri, che ogni giorno venivano tradotti al pretorio. In uno fra questi, Zoe femmina del prefetto ebbe la ventura di ascoltare uno di questi discorsi. Tuttavolta pagana, fu si commossa, che gittossi in ginocchio, e, comeché muta da poi sei anni, col gesto faceva intendere di voler essere cristiana. Fu intesa. Un segno di croce sulle labbra le diede la parola, di che, il primo uso che fece, fu in dimandare il battesimo [“Signavit eum Pater… et continuo dolor et omnisque tumor ascessi” (Mabillon vita lib. VI, c. 5, n. 17] – Tu dirai loro altresì, che con lo stesso mezzo l’immortale abate di Chiaravalle, san Bernardo, ha guarito un numero immenso di sordi e muti. A Cotogna una giovinetta sorda e muta; a Bourlemont un fanciullo sordo e muto dalla natività; a Bile un sordo; a Metz un sordo al cospetto di una folla immensa; a Costanza, a Spira, a Maastricht de’ sordi e de’ muti; a Troyes una giovinetta zoppa e muta alla presenza de’ vescovi Geoffrai di Langres, e di Enrico di Troyes. In fine, a Chiaravalle un fanciullo sordo-muto, che attendeva da quindici giorni il suo ritorno [“Ut signum sancte crucis expressit, confestim omnis vigor per membra diffunditur. (Vita cap. XLVI)].Mentre il Santo soggiornava a Spira, dove operava molte miracolose guarigioni, arrivò Anselmo vescovo di Havelsperg, cui una infermità di gola rendeva pressoché impossibile l’inghiottire ed il parlare. Voi dovreste guarirmi, disse questi a S. Bernardo. E S. Bernardo piacevolmente a lui: “Se voi aveste la fede di queste buone femmine, io potrei, può essere, operar su di voi in pari modo”. – “Se la mia fede non basta, riprese il Vescovo, mi guarisca la vostra”. Allora il Santo lo toccò facendo su di lui il segno della croce, ed all’instante istesso l’enfiagione ed il dolore sparirono [ Fleury, Hist. Eccl., lib. XXIV, n. 28.]. – II tatto è il senso sparso in tutto il corpo, epperò presenta agli attacchi delle infermità maggior presa. Come allontanare tutti i mali, gli uni più dolorosi degli altri, a cui è esposto? Per quanto numerosi siano, consola il pensiero che nessuno di essi sfugge alla potenza salutare del segno della croce, che, con la sua virtù, ricorda quella di colui, che guariva ogni maniera d’infermità ira gli uomini, “omnem languorem in populo”. – Uno de’ vescovi venuto in gran fama di santità, che abbia governato la diocesi di Parigi, è S. Germano. Questi conducevasi un giorno a render visita ad Ilario vescovo di Poitiers, suo degno collega. Sul suo passaggio due uomini gli presentarono, con pena, una donna muta e priva dell’uso delle gambe. Tosto che il Santo ebbe fatto il segno della croce sopra di essa, dessa ricuperò la favella e le gambe di modo, che dopo tre giorni si condusse a render grazie al suo benefattore [“Mox multa eius membra cruce consignât, et ille se sentit incolumis.” Vit., lib. IV]. – Un miracolo simile fu operato da S. Eutimio, il grande arcivescovo di Palestina. Terabone, figlio del governatore de’ Seraceni nell’Arabia, fin dalla fanciullezza aveva perduto per paralisi la metà del corpo; com’ebbe inteso parlare della virtù del santo Abate, si fece condurre presso di lui in compagnia del padre e della madre, con numeroso seguito di barbari. Il Santo lo segnò con la croce, e tosto guarì. Siffatta guarigione produsse la conversione de’ suoi genitori non solo, ma ancora de’ Saraceni compagni di viaggio, e spettatori del miracolo [Vit., lib. IV., c. 41, Vita, lib. II]. – Gran tempo dopo questo miracolo, che aveva rallegrato l’Oriente, un simile fu operato da San Vincenzo Ferreri a Nantes in Francia, nella persona di un uomo paralitico da 18 anni, che gli fu presentato perché lo benedicesse. Non ho oro, nè argento, disse il Santo all’infermo, ma pregherò il Signore perché ti conceda la sanità dell’anima, e del corpo. Come ebbe detto tali parole fece il segno della croce sulle membra dell’infermo. Il paralitico guarisce, si alza, e rende grazie a Dio ed al suo benefattore, torna a casa sua, senza più nulla risentire del passato malore! [Mabillon ubi supra, Lib. IV, c. 6, n. 33]. – È tale alcuna volta la forza del dolore da far perdere il bene dell’intelletto e la sanità dell’anima a’ poveri figli di Adamo; ma il segno della croce spinge la sua forza in queste nuove trincee del male. Edmer, istoriografo di S. Anselmo Arcivescovo di Cantorberi racconta, che questo Santo andando a Cluni, guarì col segno della croce una femmina affetta di follia, e furiosa. S. Bernardo operò lo stesso a Sechigen, e a Cologna. In quest’ultima città gli fu presentata una femmina frenetica per la morte del marito, che usava delle sue esaltate forze contro sé stessa di modo, da doverle assicurare le braccia con catene. Il Santo ebbe pietà di lei; fece il segno della croce sopra di essa, e tosto tranquilla rivenne all’uso della ragione. – Il Verbo Redentore, che il Vangelo mostra, come il medico di febbri ostinate, ha comunicato al segno della croce la virtù di operare simile prodigio. S. Prix Vescovo di Clermont nell’Alvernia, essendo venuto nel Monastero di Dorange, vi trovò l’abate Amarin infermo di pessima febbre, di maniera, ch’eragli impossibile camminare e prendere cibo. Il santo Vescovo ricorse all’arma sua ordinaria e pagò il suo scotto con un miracolo, risanando col segno della croce siffattamente l’infermo, che andò perfettamente guarito della infermità sua [“Cura vexilluiu crucis super ægrum fecisset, protinus, fugata febre, sanatus aeger surrexit” Vite de’ SS. 25 Jan.]. – Dello stesso potere è dotato contro una malattia più difficile a guarire ; l’epilessia. Nella vita di S. Malachia, Arcivescovo di Armagli, morto a Chiaravalle, S. Bernardo dice : « Inanzi partisse per Roma, dove si conduceva per ricevere il pallio da Eugenio III, il santo Arcivescovo guarì un epilettico col segno della croce». E S. Bernardo istesso operò simile prodigio nella persona di una giovinetta della Champagna a Troyes [“Signavit eam statimque locuta est”: Mabillon, ubi supra, c. XIV, n . 47. – Secondo l’esempio da me datovi, guarite i lebbrosi, aveva detto N. S. I Discepoli raccolsero questa parola, la cui virtù divina è passata nel segno della croce. La fama di Francesco Saverio era sparsa in tutte le Indie, e dessa faceva accorrere presso il Santo i lebbrosi da tutti i luoghi, per ottenere la guarigione tante volte inutilmente sperata. Uno fra questi, non osando di comparire in pubblico, pregò il Santo di condursi presso di lui. Il Saverio non poté soddisfarlo, ed in sua vece commise ad un compagno una tal visita, dicendogli di domandare per tre volte all’infermo se crederebbe al Vangelo, ove venisse guarito, e che dopo tale promessa lo segnasse per tre volte col segno della croce. Tutto fu eseguito come il Santo avea detto, ed il lebbroso guarì [Vita, lib. V, p. 347]. – Innanzi procedere più oltre, credo esser mestieri, mio caro, il ricordarti una osservazione di S. Giovanni Crisostomo, da aver presente ragionando dell’azione del segno della croce, sia nella guarigione delle malattie, che per l’allontanamento de’ tristi accidenti. Se alcuna volta i mali non sono guariti e le calamità allontanate, tutta volta il segno della croce convenevolmente sia eseguito, non è difetto di potere del segno, ma perché questi mali ci sono utili prove [“Morbis imperans terribile est hoc nomen, et si non abigerit morbum, non hinc est quod infirmimi sit hoc nomen, sed quod utilis est morbus”. Ad Coloss. II, homil IX]. – V’ha una infermità non meno crudele della lebbra, ma più comune: il cancro. Ma questa come tutte le altre infermità umane non resiste alla potente azione della croce. Ascolta quanto narra S. Agostino testimone oculare. « A Cartagine una nobilissima donna per nome Innocenza aveva nel petto un canchero stimato da’ medici incurabile. – Il medico nulla le aveva nascosto del suo stato, ed Innocenza, posta in Dio ogni sua fiducia, da lui solo attendeva la guarigione. Una notte, verso la Pasqua, è avvertita in sogno di condursi al battistero nel luogo delle donne, e di far fare dalla prima catecumena che trovasse, il segno della croce sul membro infermo, ubbidisce, ed è guarita. Il medico meravigliato trovandola risanata, volle saperne il come. La donna tutto gli narrò. Il medico con grande indifferenza, il che faceva temere alla donna dicesse qualche parola contro N. S., disse: Io mi attendeva qualche cosa straordinaria. E vedendola inquieta, soggiunse: “Che v’ha di meraviglioso che Gesù Cristo abbia guarito un cancro; Egli che ha dato la vita ad un morto dopo quattro interi giorni!” [“Quid grande fuit Christus sanare cancrum, qui quatriduannui mortuum suscitavit.” Aug. de Civ.Dei, lib. XXII, c. 8]. – A tutte queste infermità naturali spesso si congiungono gli attacchi delle bestie feroci e velenose, per togliere all’uomo la sanità e la vita. Contro esse gran rimedio è il segno della croce. Il santo anacoreta Tolasce, scrive Teodoreto, viaggiando fra le tenebre della notte, calpestò una vipera. Il rettile furioso lo morde nella pianta del piede. Il Santo s’inclina, porta la destra sulla ferita, e la vipera gliela morde, come altresì la sinistra accorsa al soccorso della destra. La bestia di tutto ciò non contenta, lo addentò per circa dieci volte, e poi si cacciò nella sua tana, lasciando la vittima in preda ad intollerabili dolori. In siffatto stato il servo di Dio crede non dover far ricorso a medicine. Per guarire le ferite si contentò impiegare i mezzi della fede: il segno della croce, la preghiera, e l’invocazione del santo nome di Dio ([“Sed neque tunc passus est uti arte medica, sed vulneribus adhibuit sola fidei medicamenta, crucisque signaculum, et orationem, et Dei invocationem.” (Tbecdoret. in Thalass).]. Padrone della vita, N. S. , lo è ancora della morte. – Questo impero sovrano si trova nel segno della croce. Ecco quanto leggesi nella vita di S. Domenico. Predicava il Santo in Roma: una dama, per nome Guttadona, devotissima di lui, per assistere al suo sermone, aveva lasciato a casa un figlio infermo, al suo ritorno lo trovò morto. Senza dar sfogo al materno dolore, assembra le sue donne e porta il fanciullo a S. Domenico. Lo incontra alla porta del convento di S. Sisto, depone il morto a’ suoi piedi, e disfacendosi in lacrime, gliene domanda la vita. Il Santo commosso s’inginocchia, e dopo breve preghiera fa il segno della croce, prende il fanciullo per la mano e lo rende in vita alla madre pregandola di profondo segreto. Ma che! la buona donna nell’eccesso della gioia pubblicò l’avvenuto miracolo in tutta Roma [Vita di S. Dom., lib. II, c. 3]. – Tu il vedi chiaro, mio caro Federico, io mi son contentato di citare uno o due fatti per ciascuna malattia, che se tutti rapportar si volessero, molti volumi non potrebbero neppure contenerli. S. Agostino, S. Crisostomo, S. Cirillo, S. Efrem, S. Gregorio Nisseno, S. Paolino e cento altri testimoni dell’Oriente e dell’Occidente di tutti i secoli mostrano, con migliaio di fatti, che il segno adorabile di Colui ch’è venuto per guarire ogni infermità, non ha mai cessato dal rendere la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, la sanità agl’infermi e la vita ai morti. – Ecco l’istoria. È mestieri accettarla come è, o farne in pezzi le pagine e cader nello scetticismo: o farne un’altra più sapiente, più coscienziosa e veridica. Domanda a’ tuoi compagni se hanno polsi da ciò, e quando dessa sarà’ compilata, noi vedremo. A domani.

LETTERA DECIMAQUARTA.

9 dicembre.

Il segno della croce potente a rendere la sanità e la vita, mostra ugual potere, mio caro Federico, contro quanto può comprometterla. Qui ancora i fatti abbondano, ma i limiti di una lettera non mi consentono altro che citarne alcuni. Di poi la rivolta originale, tutti gli elementi sono sottoposti all’influenza di satana, congiurano contro l’uomo, l’aria, il fuoco, l’acqua, e che so io! gli fanno una guerra continua, e soventi volte mortale. A nostra difesa l’arma universale stabilita è il segno della croce! – Il Signore, la cui voce comanda ai venti ed alle tempeste, loro parla per lo mezzo di questo segno. Leggiamo di Niceta Vescovo di Treviri, che viaggiando alla volta della sua diocesi si addormentò sulla nave, che aveva noleggiata. A mezzo del corso levasi furiosa tempesta, che squarciate le vele, messi in pezzi gli alberi, minacciava la nave di certo naufragio. I viaggiatori spaventati lo destano. Ed egli, tranquillo fa il segno della croce sulle onde in furore, e queste placatesi lasciano succedere la calma alla furiosa tempesta (1). (1) [“Excitatus quoque a suis fecit Signum crucis super aquas, et cessavit procella.” (S. Greg. Turon. Dt glor. confes. c. XVII.)]. – È fede cattolica espressa nel Pontificale Romano che satana sia l’autore di molte tempeste, e, nell’aria, dimora di lui e degli angeli suoi, esercita particolare e trista influenza. Soventi volte egli reca di tali uragani per disertare le campagne, e soprattutto per far guai agli uomini da bene, che si studiano distruggere il suo impero. Di questi fenomeni, di fatti, usava per rendere inutile la predicazione di Vincenzo Ferreri. Il Santo, atteso il numero della gente, che d’ogni dove si traeva ai suoi sermoni, non poteva predicare in chiese, che anguste tornavano a contenere tanto popolo, ma su per le piazze, e queste erano sempre gremite di fedeli, ebrei, e maomettani, che per i sermoni di Vincenzo si rendevano cattolici, o se lo erano, divenivano migliori. Satana a distorre tanto bene usava quest’arte. Raccoglieva venti e nubi, suscitava tempeste tali, che il popolo impaurito si cacciava nelle case, e solo restava Vincenzo. La più terribile di tutte le tempeste fu quella suscitata in una borgata di Cotogna. Il Santo, secondo il suo solito dopo la Messa, innanzi deponesse i sacri paramenti, col segno della croce e con l’acqua benedetta, fattosi alla porta della chiesa, costrinse satana a restar tranquillo tutto quel giorno [“Sparsit aquam sacratam, ed deinde crucis expressit Signum; illico tempestas dissipatur…. saepissime…. ortas tempestates crucis signo compescuit. (Vit. lib. III)]. – Come l’aria cosi il fuoco ubbidisce al segno della croce. S. Tiburzio, figlio del Prefetto di Roma, è condannato a bruciar l’incenso ai falsi numi e camminare sul letto di fuoco. Il giovane martire fa il segno della croce, e senza esitare si avanza nel mezzo delle braci, ed in piedi e nudo, « Rinunzia, dice egli al giudice, adesso ai tuoi errori, e riconosci che non v’ha altro vero Dio che il nostro. Metti, se te ne basta l’animo, la tua mano nell’acqua bollente in nome di Giove, e questo che chiami Dio le impedisca di recarti nocumento alcuno. Per me, mi sembra un letto di rose questo che calpesto » [Atti di S. Sebast.]. – Sulpizio Severo racconta, come saputolo da S. Martino istesso, che una notte il fuoco si appiccò alla stanza del santo taumaturgo delle Gallie. Egli si risveglia, e confuso si studia estinguere il fuoco; ma inutili tornarono gli sforzi! Rasserenatosi, non più pensa né a salvarsi, né ad estinguere il fuoco, ma, fiduciando in Dio, fa il segno della croce. Le fiamme si dividono, e piegandosi in arco sul capo di lui, gli lasciano continuare la preghiera [Ep. 1 ad Euseb. Praesbyt.: e Vita di S. Martino, lib. X]. – Lascia che io ti parli di un fatto personale del gran Vescovo. Inimico instancabile dell’idolatria, Martino, aveva abbattuto un tempio d’idoli quanto antico, altrettanto in gran fama, e restava solo un gran pino, che sorgeva d’allato al tempio. Egli volevalo distrutto, comeché oggetto di superstizione; ma i sacerdoti degli idoli ed i pagani vi si opponevano a tutt’uomo. In fine, questi dissero al coraggioso vescovo: “Poiché tu hai tanta fiducia nel tuo Dio, noi abbatteremo l’albero a patto, che tu resti sotto di esso quando cadrà. La condizione fu accettata. Un popolo immenso si assembra e gremisce lo spazio dove l’albero doveva essere abbattuto; alla presenza di esso S. Martino lasciasi legare e mettere su quel punto verso cui l’albero inclinava. Ai compagni del Santo un fremito correva per le vene, che l’albero a metà asciato pendeva su Martino, e fra pochi istanti ne sarebbe schiacciato: ma l’uomo di Dio era tutto tranquillo, ed elevata la mano, fa contro il cadente albero il segno della croce. A questo segno l’albero si erge, e come spinto da violentissimo vento cade dalla parte opposta. Un grido d’ammirazione si eleva, e non v’ha quasi alcuno che non domandi il battesimo! [Ubi supra.]. – Questo avvenimento accaduto nelle Gallie è ripetuto in Italia. Onorato, santo abate, e fondatore di un monastero di Fondi, che raccoglieva 200 monaci, vide minacciata l’opera sua di totale ruina. Un gran monte era a cavaliere del monastero, e dal sommo di esso staccasi tale un macigno, che rotolando giù per la china avrebbe schiacciato e monastero, e frati. Onorato accorre; invoca il santo Nome di Dio, distende la mano destra ed oppone al macigno il segno salvatore. L’enorme massa si arresta, ed immobile si tiene sul pendio del monte sino ai giorni nostri [ S. Greg. (Dial., lib. I. c. 1)]. – Dall’occidente passiamo all’oriente, e noi troveremo che la potenza sovrana di questo segno non è limitata per differenza di latitudine, né di longitudine. Ascolta S. Girolamo. Il terremoto che seguì la morte di Giuliano l’apostata portò il mare fuori i suoi limiti, e quasi Dio avesse minacciato il mondo di un nuovo diluvio, o che l’universo dovesse rientrare nel caos, le navi si trovarono su i monti spintevi dal furore de’ flutti. Gli abitanti d’Epidauro spaventati per le grandi masse di acqua, che cadevano su i monti, e temendo che la patria fosse trasportata da esse, si condussero presso il santo vecchio Ilarione, e presolo, lo condussero alla loro testa quasi ad una battaglia, contro le acque. Giunti alla riva, il santo fece per tre volte il segno della croce sull’arena. A questo segno le acque si gonfiano, ascendono ad una altezza incredibile come irritate dell’ostacolo, che loro opponeva Ilarione; ma, dopo poco tempo, abbonacciate, rientrano nel loro letto senza più sorpassare il sacrato limite. Epidauro e tutta la contrada pubblicano questo miracolo, e le madri lo raccontano a’ figli perché la posterità ne risapesse [“Qui cum tria crucis signa pinxisset in sábulo, manusque contra tenderet, incredibile dictu est in quantam altitudinem intumescens mare ante eum steterit, ac diu fremens et quasi ad obicem indignans, paulatim in scmetipsum relapsum est”. (Tif. S. Hilarión, vers. fin.]. – Eccoti un altro fatto analogo, ma più recente. Mezey istoriografo francese narra che le pioggie del 1106 avevano fatto straripare i fiumi ed i laghi di modo, che le innondazioni producevano un nuovo diluvio. Le sole preghiere e le processioni furono potente rimedio contro questo flagello, e , come fu fatto il segno della croce sulle acque, incontanente entrarono nel loro letto [Ist. di Francia, tom. II, p. 135]. – Se la verga mosaica, figura della croce, ha potuto dividere le acque del Mar Rosso, e tenerle sospese come monti, perché il segno istesso della croce non potrà rientrare le acque nel loro letto? Torniamo all’immortale Tebaide, e lascia che io dica una qualche meraviglia, di che i suoi angelici abitanti furono gli attori, ed il segno della croce strumento. Uno di essi, Giuliano, chiamato Sabas, o il vecchio da’ capelli bianchi, traversando l’arida solitudine, s’imbatte in un enorme dragone. Lo spaventoso animale getta sovra di lui uno sguardo sanguigno, apre l’affamata gola, e si slancia per divorarlo. Il venerabile senza scomporsi rallenta il passo, invoca il nome di Dio, fa il segno della croce: il mostro stramazza morto [“At ego Dei nomen appellans, digitoque trophaeum crucis ostendens, et omnem metum excussi, et belluam extemplo corruentem vidi”. (Theodoret. Relig. hist., c. 2]. – Più lontano, osserva Marciano, solitario della Siria, che rinnova lo stesso prodigio. Egli pregava alla porta della sua stanzuccia quando Eusebio, suo discepolo, gli grida di lontano per avvertirlo che un rettile mostruoso, poggiato sul muro dalla parte d’oriente, è per slanciarsi sopra lui e divorarlo, e però si desse alla fuga. Marciano riprende il discepolo di siffattamente impaurirsi; fa il segno della croce, e soffia contro la spaventevole bestia. Si vide allora l’effetto della parola primitiva: “Metterò una guerra a morte fra la tua razza e la sua”. Il fiato uscito dalla bocca del santo fu come un fuoco, che invase di modo il dragone, che cadde in pezzi come bruciata canna [“Digito crucis signum expressit, et ore insufflans, veteres inimicitias pate fecit ; mox enim draco, spiritu oris, veluti fiamma quadam correptns, exustae instar arundinis, in multas partes dissectus est”. (Ibid. c. 3]. – Sarebbe facile narrare i molteplici fatti che hanno avuto luogo in queste celebri contrade; ma per riunire le meraviglie dello stesso genere percorriamo l’Italia, serbandoci tornare in Oriente. S. Gregorio il grande racconta che S. Amanzio, prete di Tiferno, oggi città di Castello nell’Umbria, aveva tale impero su i serpenti i più temuti e terribili, che queste bestie non potevano restare in sua presenza. Un segno solo di croce faceva morire quanti ne incontrasse, e se per salvarsi si cacciavano in qualche buco, lo chiudeva con lo stesso segno, e la serpe n’ era estratta morta da una potenza invisibile. Era un vero compimento delle parole del Signore: “Uccideranno i serpenti”, [“serpentes tollent”] – [“In quolibet loco, quamvis immanissimae asperitalis ser-pentem repererit, mox ut eum signo crucis signaverit, estingui”. (S. Greg. Dialog., lib. IH, c. 35)]. – Tu sai che N. S. aggiunge immediatamente: « E se » eglino beveranno alcun che di avvelenato, non ne avranno nocumento alcuno, “Et si mortiferum quid biberint, non eis nocebit ». Qualche prova tra mille. La città di Bosra nell’Idumea aveva a vescovo S. Giuliano. Alcuni notabili, in odio della religione, stabilirono avvelenarlo; all’uopo corruppero il servo del vescovo perché apprestasse il veleno al padrone in una coppa. Lo sciagurato ubbidisce. Il santo divinamente sapendo quanto sul conto suo si facesse, depone la tazza, e dice al servo: Va da mia parte presso i principali abitanti, ed invitali a pranzar meco. Egli sapeva essere fra questi i rei. Tutti accettarono l’invito. Allora il santo, che non voleva diffamare nessuno, disse con estrema dolcezza: Poiché volete avvelenare il povero Giuliano, ecco il veleno, io lo beverò. Ciò detto, segnò per tre fiate la coppa, dicendo: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo io bevo questa tazza”. Egli la beve sino all’ultima gocciola, senza averne nocumento alcuno. A sì strano spettacolo gl’inimici gli caddero ai piedi implorando perdono [“Voce mitissima omnibus dixit: si arbitramini humilem Julianum vencno occidere, ecce coram vobis pestiferum calicem bibo: signansque ter digito suo calicem, et dicens: In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti bibo hunc calicem, bibit illuni coram omnibus tot uni, atque illaesus perstitit. Quod illi cum vidissent, prostrati veniam petiere. (Sophron. in Prat. Spirit.)]. – È mestieri essere bacelliere del secolo decimonono per ignorare il fatto seguente. Se v’ha una vita da esser nota a tutti, è per fermo, quella del patriarca de’ monaci di occidente, Benedetto. Nuovo Mosè, a lui ed ai suoi figli l’Europa deve l’esser stata sottratta alla barbarie. Mostrate una landa materiale o morale che dal Benedettino non sia stata dissodata? Un principio civilizzatore che non sia stato coltivato, insegnato e praticato? Dio sa a prezzo di quali sacrifìzii! Quel che sappiamo si è, che satana, vecchio Faraone, non rincula d’innanzi ad alcun mezzo per impedire l’opera liberatrice; epperò come Benedetto si raccoglie nella solitudine, gli si assembrano d’intorno alcuni monaci, indegni di tal nome, supplicando il santo di rendersene direttore. Questi loro impone una regola, e con la parola e 1’esempio cerca accostumarli al giogo della disciplina. Vani sforzi! Gli esempi feriscono l’orgoglio de’ frati, le parole ne provocano la collera e ne accendono l’odio. La risoluzione è presa; il superiore deve morir di veleno: pensato, fatto. Un bicchier di vino avvelenato gli è presentato, perché, secondo il costume, lo benedicesse. Benedetto lo benedice, ma il bicchiere va in mille schegge. Il santo comprese che una coppa di morte gli era presentata, che non poteva reggere al segno della vita [“Extensa manu Benedictas Signum crucis edidit, et vas quod longius tenebatur, eodem signo rupit, sieque confractum est, ac si in illo vase mortis pro cruce lapidem dedisset. Intellexit protinus vir Dei quia potum mortis habuerat, quod portare non potuit Signum vitae”. (S. Greg. Dialog., lib. II, c. 3)]. – Per questi esempi e per mille altri di simil fatta t’è facil cosa comprendere qual potente preghiera sia il segno della croce, quante grazie ne apporti, e come preservi questa nostra fragile esistenza da’ pericoli che la minacciano e circondano. – In Francia, nella Spagna e nell’Italia e credo nelle altre regioni, i cattolici costumano segnarsi al tuono della folgore, e quando lampeggia. Gl’indifferenti se ne burlano, come se i veri cattolici de’ secoli scorsi, che ci precedettero, fossero tutti spiriti da nulla e superstiziose femminucce. Ora ne’ casi indicati ed in tutti i pericoli noi vediamo il segno della croce in uso presso i cristiani dell’oriente e dell’occidente, sino da’ primi tempi della Chiesa. S. Efrem, S. Agostino, S. Gregorio di Tours, mille altri testimoni, l’han visto per noi e l’attestano. « Se il lampo squarcia le nubi, dice il santo Diacono di Edessa, se la folgore scoppia, l’uomo s’impaura, e tutti intimoriti c’inchiniamo verso la terra » [“Si repente fulgur aliquod, vel tonitruum clarius ac vastius contingat, omnem subito sui formidine perterrèt hominem, cunclique horrore perculsi in terram nos inclinamus”. (S. Ephrem. Serra, de Cruc). – Il Santo parla del segno della croce, e benché non lo nomini, è evidente che esso aveva luogo in questa circostanza, poiché non si mancava di farlo ad ogni istante e nelle azioni le più ordinarie]. – S. Angostino parlando di quelli, che usano mondane riunioni, aggiunge: « Se un qualche accidente loro mette paura, tosto formano il segno della croce » (2). (S) [“Si forte aliqua ex causa expavescunt, continuo se signant.” Aug.,lib. 50 homel.: homel. XXI]. – S. Gregorio racconta, come cosa nota a tutti, che sotto l’impressione di un timore ed a vista di qualsiasi pericolo, i cristiani facevano ricorso al segno protettore. Fra mille fatti il seguente ne sia prova [S. Greg. Turon., lib. Il miracul., S. Martini, c. 45]. – Due uomini si conducevano da Ginevra a Losanna. Un uragano violento li sorprende, accompagnato da spessi lampi e tuoni. Uno de’ viaggiatori, secondo l’uso cristiano, fa il segno della croce, e l’altro beffandosene gli dice: Che? scacci le mosche ? Lascia le superstizioni da femminette. Simili anticaglie disonorano la religione, e sono indegne di un uomo illuminato! Non ebbe detto ciò, che un fulmine lo stende morto a’ piedi del compagno. Questi continuò a difendersi col segno salutare; compì il suo viaggio prosperamente, e propalò da per tutto l’accaduto [Tilman.. Collec. de’ Santi, lil. VII, c 58]. – Avviso agli spiriti forti! – Il segno della croce non protegge solamente la umana vita, ma quanto gli appartiene: desso è pegno di sicurezza. Quindi l’uso universale di apporre siffatto segno sulle case, nei campi, su i frutti e gli animali. « I cattolici , dice il grave Stuckius, hanno delle preghiere accompagnate dal segno della croce per ciascuna creatura, per le acque, le foglie, i fiori, l’agnello pasquale, il latte, il miele, il formaggio, il pane, i legumi, le uova, il vino, l’olio ed i vasi a contenerlo. In ciascuna formula di benedizione eglino domandano espressamente che la malefica potenza di satana ne sia allontanata, e pregano Dio per ottenere la sanità dell’anima e del corpo ». II giorno della Risurrezione benedicono il latte, il miele, le vivande, le uova, il pane, quanto si conserva ed è considerato’ come salutare all’anima. Il giorno dell’Ascensione, le erbe, le piante, le radici per loro comunicare una virtù divina. Il giorno di S. Giovanni il vino, considerato, senza tale benedizione, come impuro e male. Il giorno di S. Giovanni i pascoli; ed in quello di S. Marco le messi. E con ciò eseguono il comando di S. Paolo, che impone a’ fedeli di benedire quanto serve alla vita, e renderne grazie a Dio; uso misterioso, di che i Teologi apportano eccellenti ragioni [“Cuius sane rei a theologis, et quidem optimae, gravissima que rationes afferuntur”. Stukius Àntiq convivivi, lib. II, C. 36, p. 430′]. – Queste creature liberate, mercé il segno della croce, dalla influenza di satana, diventano strumento della inesausta bontà del Creatore ». – Leggesi in S. Gregorio di Tours, che una malattia distruggeva siffattamente il bestiame da temerne fin la perdita [“Mox dicto citius, clandestina peste propulsa, pecora liberala sunt”. s. Grog. Turon., lib. Ili Mimati. S. Martin, c. XVIII]. – Nella loro costernazione, alcuni abitanti si condussero alla basilica di S. Martino, presero l’olio che bruciavasi nella lampada, e dell’acqua benedetta; portatisi nelle loro dimore, con essi segnarono le teste delle bestie non ancora affette, e ne diedero a bere a quelle, che non erano ancora perite: tutte furono salve.

[NOTA – Perché i fedeli possano intendere come per le benedizioni siano le cose sottratte all’azione di satana, vogliamo aggiungere a quanto dice l’autore, poche parole sulla “benedizione ecclesiastica”. Innanzi tutto è da avvertire, che benedire, da che è la voce benedizione, può avere un triplice significato. Il primo è dalla parola istessa che significa parlare vantaggiosamente di qualcuno, lodarlo, dirne del bene. Psal. XXXIII. Benedicami Augurare altresì prosperità è il secondo: Super populum tuum benedictio tua. Psal. III. Infine il terzo significa consacrare, santificare una qualche cosa, perché fosse o convenevole materia del sacrifizio o dei sacramenti, o che divenga strumento di salute sia per l’anima, che pel corpo. In quest’ultimo significato, dicesi benedizione ecclesiastica. Questo non è altro che una cerimonia ecclesiastica, con la quale la Chiesa dimanda a Dio del bene per le persone, o le cose. Distinguesi quindi dalla benedizione divina, che è conferire il bene dimandato, e dalla benedizione che ciascuno può dare, come quella de’ genitori e de’ superiori tutti. Questa benedizione ecclesiastica è di due specie, l’una invocativa, l’altra costitutiva. Per la prima si domanda a Dio il bene per la persona o la casa, senza che venga mutata la destinazione, o natura dell’oggetto per cui domandasi. Di siffatta natura è la benedizione episcopale o sacerdotale, ecc. Per la seconda le cose e le persone sono costituite in uno stato permanente di cosa sacra, religiosa, dedicata a Dio siffattamente, da non poter tornare ad uso profano. Gli oggetti e le persone siffattamente benedette possono avere un triplice fine e scopo. Sono dirette a significare e rappresentare qualche cosa di sacro come il cereo pasquale, le immagini, le palme, ecc., o ad esercitare gli uffici di religione, come i vescovi e i preti, i monaci; o a servire di mezzo a benedire, a santificare le cose e le persone, come l’acqua benedetta, gli oli, le vesti sacre. – Per la benedizione constitutiva le cose sono sottratte all’azione di satana; poiché la Chiesa per l’autorità ricevuta contro satana nella persona degli apostoli, impedisce a questo inimico esercitare le sue influenze su quanto da essa è deputato al culto divino; ed ancora perché in alcune benedizioni comincia dagli esorcismi, ed in tutte, usa sempre del segno della croce (l), che ha per suo scopo ed effetto scacciare satana, come santo Agostino: Tract. 118 in loan., et ser. de temp. 181, e san Giovanni Grisostomo, hom. 55 in Malli, insegnano. Istesso effetto è prodotto dalla benedizione invocativa. La preghiera della Chiesa è meritoria ed impetrativa, però il suo ministro pregando Dio in suo nome nella benedizione, affinché sottraesse le persone e le cose all’azione di satana, il Signore, se la sua bontà lo crede espediente per la salute de’ fedeli, ascolta la preghiera della sua sposa: Matth. VII, Luc. II. “Petite et accipietis; omnis qui petit accipit”].

Citiamo un ultimo esempio della potenza protettrice del segno della croce. S. Germano, vescovo di Parigi, si portava ad incontrare le reliquie di. S. Simforiano martire, quando gli abitanti di un villaggio, ch’egli traversava, lo pregarono di aver compassione di una povera vedova, il cui piccolo campo era divorato dagli orsi. “Vieni, gli dicevano, a vedere il povero campo, e le bestie distruggitrici fugiranno per la tua presenza”. Tuttavolta i compagni del santo si opponessero, egli si recò sul campo e lo benedisse col segno della croce. Tosto arrivarono due orsi, ma presi da furore cominciano a combattere fra loro; uno resta ucciso, l’altro gravemente ferito, che in seguito fu morto a colpi di piuoli, e la vedova nulla ebbe più a temere per la sua raccolta [Fortunati, In vita S. Germani.] – L’istoria e piena di simili fatti; ma basti per quest’oggi.

J.-J. GAUME: IL SEGNO DELLA CROCE [lett. 9-11]

Il segno della Croce:

gaume-282x300

LETTERA NONA.

4 dicembre.

Del segno della croce presso i pagani ti parlerò in questa mia lettera, e per tutto correre il filo tradizionale, che rannoda la Sinagoga alla Chiesa, desidero dirti una parola del segno della croce de’ primi cristiani. Tu già sai ch’eglino lo facessero di continuo, ma tu ignori, io credo, che per non interromperlo, pregando rendevano se stessi segno di croce. Per fermo che i tuoi compagni l’ignorano. – Quanto Mose, Sansone, David, gl’Israeliti facevano ad intervallo, i nostri padri facevano di continuo, e tu ne vedi la ragione. Amalec, i Filistei, Eliodoro erano de’ nemici che passavano, ma il Colosso romano non deponeva mai le armi, tra lui ed i padri nostri s’era ingaggiata una lotta sanguinolente, e senza tregua. In tali circostanze ciascun di loro era un Mosè sul monte, e non per un giorno solo, ma per tre secoli tennero le braccia distese verso il cielo, per ottenere la vittoria ai martiri discesi nell’arena, e la conversione dei loro persecutori. – Del loro pensiero e della maniera di loro preghiera, lasciamo che parli un testimone oculare. « Noi preghiamo, dice Tertulliano, con gli occhi rivolti al cielo, e con le mani distese, comeché innocenti; a capo nudo, non avendo di che arrossirci; senza ammonitore, perché preghiamo col cuore. In siffatto modo noi imploriamo per gl’imperatori lunga vita, regno felice, sicurtà nella regia, armate valorose, sudditi Virtuosi, il mondo tranquillo, un Senato fedele, a dir breve, quanto l’uomo e Cesare desidera » [ Apolog. c. XXX]. – Cosi pregavano in Oriente ed Occidente gli uomini e le donne, le vergini e le matrone, i giovani ed i vecchi, i senatori, i fedeli d’ogni condizione. Questo misterioso atteggiamento era da essi usato non solo nelle striassi, nel fondo delle catacombe, raccomandando gli altrui interessi; ma altresì quando erano trascinati negli antiteatri, dove dovevano combattere per se stessi al cospetto d’immenso popolo trattosi a vedere i grandi atleti del martirio. – Immagina, se il puoi, mio caro, uno spettacolo più tenero di quello che Eusebio ci racconta. La persecuzione diocleziana con violenza procedeva nella Bitinia, e conduce in un sol giorno nell’anfiteatro un gran numero di cristiani dannati alle bestie. Per quanto snaturati fossero gli spettatori, un fremito di compassione corse loro per le vene a vista della moltitudine di teneri fanciulli, di delicate avvenenti donzelle, di cadenti vegliardi, che, con gli occhi al cielo elevati, con le braccia distese, impavidi procedevano nel mezzo delle tigri, e degli affamati leoni. Il timore che posseder doveva i condannati, padroneggiava l’animo de’ giudici e degli spettatori! [Euseb. Hist. Eccl. lib. VIII, c. 5]. – Siffatta attitudine de’ martiri non era eccezionale. Lasciamo la parola allo stesso storiografo, che, come testimone oculare non v’ha altri, che meriti maggior fede. « Voi avreste veduto, cosi egli, un giovane non ancora giunto a’ venti anni, libero da’ ceppi, star tranquillo in piede nel mezzo dell’anfiteatro con le braccia distese in forma di croce, il suo cuore più che il suo sguardo levato e fisso al cielo, essere circondato da orsi e leopardi il cui furore spirava la morte. Ma che! Questi terribili animali sul punto di dilaniargli le carni, da una potenza sovrumana hanno le bocche serrate, e spaventati si danno alla fuga. » (Ibid. C VII]. – L’Occidente ti presenta uno spettacolo ancor più tenero per la delicatezza della vittima. Nel mezzo della gran Roma giammai una moltitudine uguale aveva gremito gli scalini del circo. L’eroina è una giovinetta sui tredici anni, la bella Agnese condannata al fuoco. « Vedila, è santo Ambrogio che il racconta, dessa monta coraggiosa il rogo, e distende le sue mani verso il Cristo, per elevare tra le fiamme istesse il vittorioso stendardo del Signore! Con le braccia distese attraverso le fiamme, cosi prega: O Signore, cui ogni adorazione, santo timore ed onore è dovuto, vi adoro! O Padre Eterno del nostro Signore Gesù Cristo, vi benedico! È per la grazia del Figliuol vostro, ch’io son libera dalle mani degli nomini impuri, e senza sozzura alcuna ho scansate le immondizie di satana. Benedetto siate deh! altresì, perché la rugiada dello Spirito Santo estingue le fiamme divoratrici che mi circondano: queste si dividono, e gli ardori del mio rogo minacciano quelli che lo attizzano » [Lib. 1, De Virginib. “Tendere Christo inter ignes manus, atque ipsis sacrilegis focis trophaeum Domini signare victoris”]. – Tal’era la forma eloquente del segno della croce in uso fra i cristiani della primitiva Chiesa, i Mosè della novella alleanza, e tu puoi ancora averne una prova nelle pitture delle catacombe. Questa forma del segno trionfale durò lungo tempo fra i cattolici, ed io l’ho vista, son trent’anni, presso qualche popolazione cattolica d’Alemagna. Ma se questa s’è perduta tra i fedeli, la Chiesa l’ha religiosamente conservata. I dugento mila preti che ciascun giorno ascendono all’altare, su tutti i punti del globo, sono gli anelli visibili della catena tradizionale, che da noi si estende sino alle catacombe, e da queste al Calvario, di dove arrivano al monte Rafidim, e di là si perdono nella notte de’ tempi. – Arriviamo a’ pagani. Questi ancora hanno fatto il segno della croce, nelle loro preghiere, ed a ragione l’hanno creduto di una forza misteriosa, di grande importanza. Domanda ai tuoi camerata l’etimologia della voce adorare. Eglino non avranno pena alcuna a dirtela, che, se questa voce fosse una creazione della Chiesa potresti dispensarti dal domandargliela; ma poiché è una voce del latino del secolo d’oro, secondo l’espressione di collegio, bacellieri, com’ eglino sono, devono saperlo. – Ora decomponendo la voce adorare, questa, secondo tutti gli etimologisti vuol dire, portar la mano alla bocca e baciarla “manum ad os admovere”. Tale era la maniera con che i pagani adoravano i loro dei. Le prove sono abbondanti. « Quando noi adoriamo, dice Plinio, noi portiamo la mano destra alla bocca e la baciamo; quindi descrivendo un cerchio giriamo intorno il nostro corpo » [Plin. Hist. nat. lib. XXVIII –In adorando dextram ad osculum referimus, totumque corpus circumagimus. — Noi ci rivolgiamo intorno a noi medesimi — Che significa questo genere di adorazione ? Colportare la mano alla bocca, l’uomo fa omaggio della sua persona alla divinità; col rivolgersi sopra se stesso, imita il movimento degli astri, e fa alla divinità omaggio del mondo intero, di cui i corpi celesti sono la più nobile porzione. – Questa maniera di adorare fa parte del sabeismo o dell’ adorazione degli astri, forma d’idolatria che risale alla più alta antichità. Per mezzo dei Pitagorici essa era venuta a Numa, che prescriveva questo rivolgimento : eircumage te cum Deos adoras. « Si dice, aggiunge Plutarco, che questa è una rappresentazione del giro che fa il cielo col suo movimento (Vita di Numa, capo XII). Questa pratica profondamente misteriosa e r a molto diffusa in America prima della scoperta; ed è ancora oggidì in uso presso i Dervis giratori dell’Oriente]. – E Minuzio Felice : « Cecilio com’ebbe visto la statua di Serapide portò la mano alla bocca e baciolla, secondo l’uso del volgo superstizioso » [“Caecilius simulacro Serapidis denotato, ut vulgus superstitiosus solet, manum ori admovens, osculum labiis pressit (Minut Felice in Octav.). – Apuleo dice : « Emiliano sino al presente non ha pregato alcun Dio, né ha usato a tempio alcuno. Se passa dinanzi un luogo sacro crede delitto portar la mano alla bocca per adorare » [“Nulli Deo ad hoc aevi supplicavit; nullum templum frequentavi!; si fanum aliquod praetereat, nefas habel adorandi gratia, manum labris admovere”. (Apul. Àpol.. I, vers. fin.)]. – Ma perchè mai questo gesto esprimeva il culto supremo, l’adorazione? Eccolo in due parole. L’uomo è l’immagine di Dio, e Dio è nel suo Verbo, per lo mezzo del Quale ha tutto fatto. Portar la mano sulla bocca è comprimere la parola,, è, in certa maniera, annientarsi. Farlo come i pagani per onorar satana, era dichiararsene suddito, vassallo e schiavo, riconoscerlo per Dio. Tu sai qual delitto enorme questo sia. – Per questo Giobbe facendo la sua difesa diceva: « Quando ho visto il sole brillare con tutti i suoi raggi, e la luna avanzarsi abbellita dalla luce, il mio cuore nel suo segreto ne gioiva, e mai ho baciata la mano, perchè sarebbe la maggiore delle iniquità, e la negazione dell’Altissimo: iniquitas maxima et negatio contro Deum altimmum » [Si vidi solem, cum ralgeret, etlunamincedentem dare; et laetatum est in abscondito cor meum, et osculatus sum manum meam ore meo ; quia est iniquitas maxima, et negatio contra Deum Altissimum”: Job, cap. XXXII, v. 86, e sequ.]. – Questo gesto misterioso era siffattamente un segno d’idolatria, che Dio parlando degl’Israeliti rimasti fedeli, diceva: « Conserverò in Israele sette mila uomini, che non hanno piegato il ginocchio dinanzi a Baal, ed ogni bocca, che non l’ha adorato, baciando la mano » [“Derelinquam mini in Israel septem millia virorum, quorum genua non sunt incurvata ante Baal, et omne os, quod non adoravit eum oseulans manus”:III Reg. cap. XIX, v. 18]. – Vedi questo pagano, col ginocchio a terra, ed il capo chino avanti i suoi idoli? Vedi ch’egli passa il pollice della destra sotto il dito indice e lo riposa sul medio in maniera da formarne una croce; quindi bacia questa croce mormorando qualche parola in onore de’ suoi cari dei? Fa tu stesso un tale gesto, e vedrai che il segno della croce non potrebbe meglio essere rappresentato. Che tale fosse il bacio di adorazione, fra molti altri pagani, Apuleone ne fa fede: “Una moltitudine di cittadini e stranieri, dic’egli, era accorsa per la fama dell’ eccelso spettacolo. Fuor di sé alla vista della incomparabile bellezza, baciavano la destra di cui il pollice riposava sul dito indice, e la onoravano con religiose preghiere quasi fosse la stessa divinità » [Metamorph. VI]. – Siffatta maniera del segno della croce è si reale ed espressiva, che presentemente è comune presso molli cristiani in tutti i paesi. Ma questa non era la sola maniera con che era eseguito presso i pagani, poiché, i più pii, lo facevano crociando le mani sul petto. Noi troviamo questa maniera usitata in una delle circostanze la più solenne, e nello stesso tempo la più misteriosa della loro vita pubblica. Lascio la tua curiosità nell’aspettativa sino a domani. 

LETTERA DECIMA

5 dicembre.

Uscendo di collegio dopo dieci anni di stadio di latino e di greco, non conosciamo neppure la prima parola dell’antichità pagana; l’educazione ci mostra la superficie delle corti, e mai il fondo. Quello che ha luogo in Francia si osserva presso tutti i nostri vicini, e n’ho ben ragione di dirlo. Di che segue, che il fatto di che devo parlarti sarà per molti una strana novella: eccolo. – Quando un’ armata romana assediava una qualche città, la prima operazione, che eseguiva il generale, fosse questi un Camillo, un Fabio, un Metello, un Cesare o Scipione, non era di scavar fossati, o di elevar linee di circonvallazione, ma d’invocare gli dei difensori della città, perché passassero nel proprio campo. La formula dell’invocazione è troppo lunga per una lettera, tu potrai leggerla in Macrobio. – Ora profferendola il generale faceva per ben due volte il segno della croce. La prima come Mosè, come i primi cristiani, come al presente il prete all’altare, con le mani distese verso il cielo invocava Giove. Quindi fiducioso per l’efficacia della sua preghiera, crociava devotamenle le mani sui petto [“Cum Jovem dicit, manus ad coelum tollit: cum votum recipere dicit, manibus pectus tangit.” (Macrob. Saturnal, lib. III, cap. 2]. – Ecco due forme della croce incontestabili, universali e perfettamente regolari. Se questo fatto degno di considerazione è generalmente ignorato, ecco un’altro che 1’è un poco meno. L’uso di pregare con le braccia in croce era comune fra i pagani dell’Occidente e dell’Oriente. Su questo punto non v’ha alcuna differenza fra noi ed i giudei. Rileggi i tuoi classici. Tito Livio ti dirà: In ginocchio elevavano le loro mani supplicanti verso il cielo, e verso gli dei [“Nixae genibus supinas manus ad coelum ac Déos tendentes, – lib. XXXVI] .– Dionigi d’AIicarnasso: Bruto conoscendo la sventura e la morte di Lucrezia, elevò le mani al cielo, invocò Giove con tutti gli dei [“Brutus, ut cognovit casum et necem Lucretiae, protensis ad coelum manibus: Jupiter, inquit, diique omnes etc”. – Antiquit, lib. IV]. E Virgilio: Il padre Anchise sulla riva invoca i grandi dei, con le mani distese [“At pater Anchises, passis de littore palmis, Numina magna vocat – AEneid. lib. III]. – Ed Ateneo: Dario avendo inteso come Alessandro trattasse le sue figlie prigioniere, protese le mani verso il sole, e pregò, che se egli regnare più non dovesse, il regno fosse dato ad Alessandro. Ed in fine, Apuleo dichiara formalmente che tale maniera di pregare non era eccezionale, o come qualche giovane potrebbe qualificarla, una eccentricità, ma un permanente costume è « L’attitudine di quelli che pregano, egli scrive, è di elevare le mani verso il cielo » [“Cum boc Darius cognovisset, manus ad Solem extendens precatus est, ut vel ipse imperaret, vel Alexander”: üb. XIII, C 87]. – Un istinto che appellerei tradizionale, altrimenti non avrebbe nome, loro insegnava il valore di questo ségno misterioso. Poterlo fare negli estremi momenti del viver loro, era per essi sicuro argomento di salute. Se la morte mi sorprende nel mezzo delle mie occupazioni, mi sarà sufficiente poter levare le mani al cielo, [“Habitus orantium sie est, ut manibus extensis ad coe-lum precemur”: Lib. de Mundo vers. for.], diceva Arieno. E qui è da osservare, ed attendi bene ch’egli non dice: Se posso piegare il mio ginocchio, o battere il petto, o prostrare nella polvere la fronte, ma: Se posso stendere le mie braccia, ed elevarle verso il cielo. Perché ciò? Domandalo a’ tuoi compagni. E domanda ancora perché gli Egiziani avevano la croce ne’ tempi, e pregavano dinanzi questo segno reputandolo nunzio di futura prosperità? Ai tempi di Teodosio, dicono gl’istorici greci Socrate e Sòzomeno, quando erano distrutti i tempi degli dei, quello di Serapide in Egitto si trovò pieno di pietre su cui era scolpita la croce. Il che faceva dire a’ neofiti che fra Cristo e Serapide v’era qualche cosa di simile. Questi storici aggiungono che presso di loro la croce simboleggiava il secolo futuro [“Theodosio magno regnante, eum fana gentilium diruerentur; inventae sunt in Serapidis templo hierogiyphicae litterae habentes crucis formam, quas videntes illi, qui ex Gentilibus Christo crediderant, alebant significare crucem, apud peritos hieroglyphicarum notarum, vitam venturam. (Socrat. lib. V, c. 11. — Sozom. lib VII, c. 15]. – Presso i Romani, questo istinto si era tradotto in fatto, di che dubiterei, se non avessi sott’occhio una medaglia, che me ne da una prova materiale. Conoscendo eglino la forza del segno della croce, di che parlo, né volendo restare come Mosè, ed i primi cristiani con le braccia distese lungo tutto il tempo di loro preghiere, che cosa fecero? Immaginarono una dea cui era commesso d’intercedere continuamente per la repubblica; e la rappresentarono nella postura di Mosè sul Monte, per la qual cosa in Roma, nel mezzo del Forum olitorium, dove sono al presente i ruderi del teatro Mercello, si elevò la statua della dea detta: Pietas Publica. Dessa era rappresentata in piedi con le braccia distese da far croce col corpo, come Mosè, o come i primi cristiani delle catacombe, avendo a sinistra un’altare su cui bruciava l’incenso simbolo della preghiera [GRETZER, De Cruce, p. 33. — Porcellini, art. Pietas etc.].Sul conio del valore impetratorio e latreutico del segno della croce, l’Oriente del Nord era d’accordo con l’Occidente, i Cinési co’ Romani. Il crederesti tu? L’imperatore Hien-Suen sì antico da essere pressoché favoloso, aveva come Platone presentito il mistero della croce. Per onorare l’Altissimo, questo antico imperatore congiungeva due pezzi di legno uno dritto e l’altro trasverso [Discours prelim. du CHOU-KING del P. PRIMARB. cap. ix,, p. xcii]. – Dalle quali cose seguita, che de’ sette modi onde la croce può esser fatta, i pagani ne conoscevano tre, da essi eseguiti religiosamente e nelle importanti contingenze. – Benissimo, mi dici, ma sapevano eglino quel che facessero? Non era un segno puramente arbitrario, di nessun significato, e da che nulla è da dedurre? – Che i pagani avessero inteso come noi il segno della croce, non è mia pretensione affermarlo; poiché presso di loro questo segno era come le figure presso gli Ebrei. – Presso questi le figure avevano un significato reale, un grande valore più o meno misterioso a seconda de’ tempi, de’ luoghi e delle persone. Tu devi conoscere le lettere scritte con inchiostro simpatico. Queste tuttoché siano reali, pure sono pressoché inapparenti, ma l’azione del fuoco le rende in un subito visibili. Così e non altrimenti è del segno della croce de’ pagani. Quando fu irradiato dalla luce evangelica questo segno chiaro oscuro, divenne intelligibile a tutti, si scoperse, parlò, come le figure dell’Antico Testamento. – Credere che il segno della croce presso i pagani fosse un segno arbitrario è tale una supposizione che di per sé svanisce, poiché tutto ciò ch’è universale non è arbitrario, ed il segno della croce è universale più che ogni altra cosa. Noi tocchiamo, mio caro Federico, uno de’ più profondi misteri dell’ordine morale. – Non dimenticare lo scopo che mi son proposto, devo dimostrare, che la croce è un tesoro che ci arricchisce. Per essere arricchito è mestieri che l’uomo dimandi; che Dio lo esaudisca, e che all’uopo l’uomo sia caro a Dio. Non v’ha di più caro a Dio che il suo Figlio e quelli, che a questo si assomigliano. Ora il Figlio di Dio è un segno di croce vivente, e vivendo eternamente segno di croce, di poi 1’origine del mondo, Agnus occisus ab origine mundi, è il gran Crocifisso, e questo gran Crocifisso è il nuovo Adamo, il tipo del genere umano. Per tornar caro a Dio è forza che l’uomo si assomigli al suo divino modello, è mestieri ch’egli sia un Crocifisso, un segno di croce vivente. È questo il suo destino sulla terra come quello del Verbo. Povero, in tale attitudine deve presentarsi a Dio dimandandogli soccorso. La Provvidenza non ha voluto lasciargli ignorare questa condizione necessaria pel successo della sua preghiera. Come l’uomo non ha perduto la memoria della sua caduta, e la speranza della redenzione, così egli non ha perduto la conoscenza dello strumento redentore. Quindi la esistenza della conoscenza e della pratica, sotto una od altra forma, del segno della croce nelle preghiere, di poi l’origine dei secoli sino a noi. – Dio non solo ha commesso nel cuore dell’ uomo l’istinto del Segno della croce, ma ha voluto che nel mondo materiale tutto fosse fatto secondo questo segno, per ricordare all’uomo ancora per Io mezzo degli occhi corporali la necessità di questo segno salutare, ed il ministero sovrano che esercita nel mondo morale. Difatti, tutto quaggiù ne riproduce l’immagine. Ascolta quelli che hanno occhi per vedere! È degno di grandissima considerazione, dice Gretzer, che di poi la origine del mondo Dio ha voluto la Croce fosse presente agli occhi umani, ed all’uopo ha di maniera disposte le cose, che l’uomo nulla potesse fare senza l’intervento del segno della croce » [“Illud consideratione dignissimum est, quod Deus figuram crucis ab initio semper in hominum oculis versari voluit, namque ita instituit, ut homo propemodum nihil agere posset; sine interveniente crucis specie. De Cruce, lib. 1]. Gretzer è il centesimo eco della filosofia tradizionale; ascoltane altri. « Quanto v’ ha nel mondo è messo in opera secondo questo segno. L’uccello che attraversa gli spazi del cielo, e l’uomo sia che egli nuoti, o preghi non può agire che secondo questo segno. Per tentare la fortuna, e cercare le ricchezze fino negli estremi confini del mondo, l’uomo ha bisogno di una nave. Questa non può solcare le onde senza alberi, e questi di braccia a croce, senza che, impossibile tornerebbe darle una direzione. L’agricoltore domanda alla terra il suo cibo, e quello de’ ricchi, e de’ re? ad ottenerlo adopera l’aratro, che col vomero rappresenta una croce » [S. Maxim. Taurin, ap. S. Ambr. t. III, ser. 56, etc.]. Se il segno della croce è mezzo all’uomo per agire sulla natura fisica, l’è altresì per comunicare con i suoi simili. Nelle battaglie non è la vista degli stendardi, che anima i combattenti? Che ci mostrino le cantabra e i sipario, de’ Romani, che non eran che degli stendardi a forma di croce. – Gli uni e gli, altri erano delle lance dorate sormontate da un legno orizzontale, di dove pendeva un velo d’oro, o di porpora. Le aquile colle ali distese al sommo delle lance e delle altre insegne militari ricordano invariabilmente il segno della croce; i monumenti delle vittorie, ed i trofei formano la croce. La religione de’ Romani tutta guerriera, adora gli stendardi, giura per essi, e li preferisce ai suoi dei, e questi stendardi sono delle croci: “omnes illi imaginum suggestas insignes monilia crucium sunt (2). [Tertull. Apolog. XVI]. Di modo che, quando Costantino volle perpetuare nel vessillo imperiale, la memoria della vittoria avuta per la croce, vi aggiunse solo il monogramma di Cristo [EUSEB. lib. IX. Histor. 9.]. – L’uomo si distingue dalla bestia perché cammina ritto su i piedi, e può distendere trasversalmente le braccia ; e l’uomo in piedi con le braccia distese è la croce. Per lo che c’è imposto pregare in tale attitudine, affinché le nostre membra proclamino la passione del Signore, e quando ciascuno a sua maniera con lo spirito e col corpo confessa Gesù in croce, è sicuro che la nostra preghiera è esaudita. Il cielo istesso ò disposto a questa forma. Qual cosa mai rappresentano i quattro punti cardinali, se non le quattro braccia della croce e la universalità di sua virtù salutare? La creazione tutta intera ha l’impronta della croce. Platone stesso non ha forse scrìtto che la potenza più vicina al primo Dio, s’è esteta tul mondo in forma di croce? [“Ideo elevatis manibus orare praeeipimur, ut ipso quoque membrorum gettu passionem Domini fate amor. Tum enim citius nostra esauditur oratio, cum Christum, quern mens loquitur, etiam corpus imitatur. (S. Maxim. Taurin. Apud S. Ambros. tom. Ill, Serm.36. — S. Hier, in Marc. XI. — Tertull. Apol XYI.— Origen. Hom. Till in divers.). – Dalle cose dette segue la risposta da Minuzio Felice indirizzata ai pagani, che rimproveravano a’ cristiani di fare il segno della croce. « E che, forse la croce non è da per tutto, diceva loro? Le vostre insegne, i vostri stendardi, le bandiere e i trofei, che cosa sono, se non la croce? Non pregate voi come noi a braccia distese? ed in tale attitudine non pronunziate voi delle formule che proclamano un solo Dio? Non vi assomigliate voi allora a’ cristiani adoratori di un Dio unico, e che hanno il coraggio di confessare la loro fede nel mezzo delle torture dispiegando le braccia in forma di croce? Tra noi ed il vostro popolo qual differenza vi corre, quando con le braccia distese esclama: Gran Dio, Dio vero, se Dio lo vuole? È questo il linguaggio naturale del pagano, o la preghiera del cristiano. Quindi o il segno della croce è il fondamento della ragione naturale, o desso serve di base alla vostra religione istessa! [“Ita signo crucis aut ratio naturalis innititur, aut vestra religio formatur”. Minut. Felix in Octavio.]. – Perché adunque, soggiungono altri apologisti, lo perseguitate voi? Ed io altresì, mio caro Federico, potrei domandare a’ moderni pagani: Perché lo perseguitate questo segno? Perché ne avete onta? Perché siete larghi in lanciar sarcasmi contro i coraggiosi che lo fanno? La risposta è a capello quella che veniva data in altri tempi. « satana che scimmia Dio in tutto, si era impossessato di questo segno, e lo faceva eseguire ai pagani per proprio conto. Il perfido! Egli era contento di vedere che gli uomini usano, per adorarlo e perdersi, il segno destinato alla adorazione del vero Dio, e salvare il genere umano. » – Riguardo ai cristiani era tutt’altra cosa. Per essi questo segno esercitava il suo vero ministero, comeché mezzo da onorare il vero Dio, e precipuamente il Verbo incarnato, oggetto dell’odio di satana cui il Cristo strappava l’uomo per salvarlo. E se pel cristiano siffatto segno diveniva oggetto di scherno, era per lui un delitto degno della morte. – D’onde procede che gl’iniqui di tutti i secoli mostrano de’ sentimenti contraddittori, d’amore e di odio, di rispetto e di scherno per questo segno adorabile? Da satana stesso, risponde Tertulliano. « Spirito di menzogna, agogna ad alterare la verità e le cose sante a profitto della idolatria. Cosi egli battezza i suoi adepti assicurandoli che quest’acqua li purificherà da ogni colpa, e di questa maniera inizia al culto di Mitra. Segna la fronte de’ suoi soldati, celebra l’oblazione del pane, promette la risurrezione, e la corona guadagnata con la spada. Che altro dirò? Egli ha un Sommo Pontefice cui interdice le seconde nozze, ha le sue vergini, e i suoi continenti. Se noi esaminassimo per minuto le superstizioni stabilite da Numa, gl’impieghi sacerdotali, le insegne, i privilegi, l’ordine e le parti de’ sacrifizi, gli utensili, i vasi da sacrificio, gli oggetti per le espiazioni e le preghiere, non troveremmo noi che il demonio, scimiando Mosè, ha tutto ciò stabilito? Dopo l’Evangelio la contraffazione si è continuata ». [“A diabolo scilicet, cujus sunt partes intervertendi veritatem, qui ipsas quoque res sacramentorum divinorum ad idolorum mysteria aemulatur etc.” (TERTULL. de praescript.)]. – satana s’è spinto più oltre! Conoscendo tutta la potenza della croce ha voluto appropriarsela interamente, e sostituirsi al Dio crocifisso per averne gli onori. « Questo implacabile nemico del genere umano risaputo, per lo mezzo degli oracoli profetici, dice Firmico Materno, ha reso strumento d’iniquità il segno che arrecar do-veva la salvezza al mondo. Che cosa sono le corna di che si gloria ? Strazio di quelle che l’inspirato profeta ha nominato, e che, o satana, credi adattare alla tua orribile figura. Come puoi tu trovarvi la tua gloria, ed il tuo ornamento? Queste corna non sono altro che il segno venerabile della croce » (2). [De error, prof. Relig. t. XXII]. Cosi la fronte armata di questo sacro segno lo fa fremere di bile, e non trova supplizio, per crudele che sia, per punirlo d’aver portato l’immagine del Verbo incarnato; epperò, mio caro, egli ha fatto pessimo strazio de’ nostri padri e delle madri nostre, de’ fratelli e sorelle martiri di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Ora ha fatto loro scuoiare la fronte, e sulle denudate ossa imprimere ignominiosi caratteri; ora pendere in forma di croce, e stirarli con corde e batterli con nervi di bue da far sconoscere in essi la figura umana (1). (1) [GRETZER De Cruce lib. IV, c. 32, pag. 688]. – Grande insegnamento! L’odio di Satana per la croce sia per noi norma della fiducia e dell’amore che dobbiamo a questo segno; domani vedrai che desso ha altri titoli ancora per questo duplice sentimento.

LETTERA UNDECIMA.

6 dicembre.

II segno della Croce è un tesoro che ci arricchisce: é questa una delle ragioni di sua esistenza. Ci arricchisce, perché desso è una eccellente preghiera. Ecco, mio caro amico, tu non l’hai dimenticato, il punto di dottrina che stabiliamo in questo momento. – La prova è a metà già svolta; che dessa toglie la sua evidenza dall’antichità, universalità, e perpetuità del segno adorando. Nel mezzo dell’universale naufragio in che il mondo, idolatrandosi, lascia perire tante rivelazioni primitive, si vede sfuggire alla devastazione quella del segno della Croce. Questo fatto ben chiaro e ragionevole per lo spirito cristiano, che riflette, ma forse per te e per gran numero di uomini incomprensibile, di quali verità è rivelatore? Desso afferma e rivela quanto sia utile all’uomo questo segno; avvegnaché ne mostra tutta la efficacia sul cuor di Dio. Dai ragionamenti passiamo ai fatti! Il segno della croce è una preghiera, una preghiera potente, una preghiera universale! – È una preghiera. Che cosa è l’uomo che prega? È un uomo che confessa dinanzi a Dio la sua indigenza, indigenza intellettuale, morale, materiale. È il povero alla porta del ricco. Ora il povero domanda con la voce, ma più eloquentemente col magro e smorto viso, con le infermità, i cenci e l’attitudine, come pregava sulla croce l’adorabile Povero del Calvario! In questo stato il Figlio di Dio, più che in altro mai era l’oggetto delle compiacenze infinite del Padre, ed Egli stesso ci dice, che questa preghiera più eloquente, per l’azione che per la parola, fu la leva che innalzò tutto a lui [“Cum exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum. Joan. XII, 32 Humiliavit semetipsum etc. propter quod et Deus exaltavit illum etc.” (Ad Philip. II, 8)]. – Che cosa fa l’uomo facendo il segno della croce, sia con la mano, che con le braccia? Egli imprime sovra se stesso l’immagine del divino Povero; s’identifica con Lui, è Giacobbe che si copre delle vestimenta di Esaù per ottenere la paterna benedizione. In questa attitudine, espressione di fede, di umiltà e di oblazione, che cosa dic’egli? Egli dice: Vedete in me il vostro Cristo, “respice in faciem Christi tui”. Preghiera è questa più eloquente di tutte le parole : dessa ascende, dice santo Agostino, ed il soccorso discende: ascendit deprecatiti et descendit Dei miseratio. [August. Serm. 226 De temp.]. – Tal’è il segno della Croce, non parla e dice tutto; eloquente silenzio della croce! È una preghiera potente. Quando l’agente dell’autorità, un delegato di polizia, un sindaco, un gendarme, mette la mano sul delinquente, gli dice: In nome della legge vi arresto. In questa parola “in nome”, il colpevole vede l’autorità della sua patria, la forza armata, i giudici, il re stesso, e preso da paura e riverenza, si lascia arrestare. Quando l’uomo trovasi in un pericolo, in preda alla sofferenza ed alle infermità, e pronunzia queste parole solenni, in nome del Padre etc, e, pronunziandole, fa il segno redentore del mondo, e trionfatore dell’inferno, il male non può opporre resistenza alcuna. L’uomo non ha forse eseguite tutte le condizioni necessarie al successo? Dio non è, in certo modo, obbligato d’intervenire, e di glorificare il suo nome e la potenza del suo Cristo? Ecco ragione che dell’efficacia particolare del segno della Croce, né la Chiesa, né i secoli cristiani hanno dubitato; e teologi venuti in gran fama di profondo sapere insegnano, che la croce opera per virtù propria indipendentemente dalle disposizioni di colui, che la esegue. Ne danno varie ragioni; io non ne citerò che due. La prima è l’uso incessantemente ripetuto del segno della croce. Se non producesse, dicono, i suoi effetti di per sé stesso, i cristiani non avrebbero ragione facendone si frequente uso. Perché usarne se un movimento dell’anima bastasse ad ottenere e realizzare quanto sperano ottenere e realizzare col segno della croce? [“Dicimus signum sanctissimae crucis producere suos effectus “ex opere operato”. (Gretzer loc. cit. lib. IV, c 6», p. 703) – Ita etiam doctissimi quique tbeologi sentiunt, ut Gregorius de Valentia, Franciscus Suarez, Bellarminus, Tyraeus,etalii. ibid. – “Et certe nisi ex opere operato crux effectus suos ederet, non esset cur iam sedulo a fidelibus usurparetur; quia bono animi motu et actu omne illud perflcere seque certo possent, quod adhibito crucis signáculo peragunt et sese peracturos sperant”. – Ibid.]. – La seconda riposa su de’ fatti celebri nella storia, e di tale una autenticità da non poter di essi in verun modo dubitare. Il primo è quello di Giuliano Apostata. Quando ruppe a Dio la sua fede, com’è inevitabile, divenne adoratore di satana. Per conoscere l’avvenire, mandò per tutti gli uomini, che in Grecia erano in rapporto con i cattivi spiriti. Un evocatore si presenta, e promettegli piena soddisfazione. Eccoli in un tempio d’idoli: si eseguono le evocazioni, e detto fatto, l’imperatore è circondato di demoni, il cui aspetto gli mette paura. Per sentimento di timore, e senza alcuna riflessione si segna, ed eccoti i demoni disparire. Il mago ne lo rimprovera, e ricomincia le sue evocazioni. Di nuovo le istesse apparizioni. Giuliano si segna nuovamente, e gli spiriti dispariscono. Questo fatto è riferito da San Gregorio di Nazianzo, da Teodoreto ed altri Padri [“Ad crucem confugit, eaque se adversus terrores consignat, eumque quem persequabatur in auxilium adsciscit. Valuit signaculum, caedunt doemones, pelluntur timores. Quid deinde? Reviviscit malum, rursus ad audaciam redit; rursus aggreditur; rursus iidem terrores urgent, sursus obiecto signáculo daemones conquiescunt, perplexusque haeret discipulus.” (S. Gregor. Nazianz. Orat. I contra Julian.)]. – Il secondo è più noto nell’Occidente. La conoscenza di esso noi la dobbiamo al Pontefice San Gregorio, che siffattamente ce ne parla. « Quanto narro non può essere che certo, avvegnaché quanti sono gli abitanti di Fondi ne sono testimoni » [“Nec res est dubia quam narro, quia paene tanti in ea testes sunt, quanti et eiusdem loci habitatores existant.” (S. Greg. Dial. lib. III, c. 72)]. Un Giudeo dalla Campania si conduceva a Roma per la via Appia. Annottatosi verso Fondi, né potendo trovare ove passar la notte, si cacciò in un diruto tempio di Apollo. Quest’antica dimora di demoni gl’inspirava paura; però, tuttavolta non fosse cristiano, si munì del segno della croce. Ma che! era già scorsa la metà della notte, ed il timore non gli consentiva dormire, quando una moltitudine di demoni entrò nel tempio, e pareva vi si recassero a rendere omaggio al loro capo, assiso nel fondo del tempio. Questi domandava a ciascun di loro quel tanto che avesse fatto per indurre le anime a peccare, e ciascuno gli discopriva le male arti all’uopo usate. Nel mezzo di tali racconti, uno si avanza per narrare come avesse saputo tentare il vescovo della città. Fino al presente, diceva, tutto a vuoto: ma ieri, verso sera ho potuto instigarlo a dare un piccolo colpo sulla spalla della santa donna, che ha in cura l’azienda di lui. Continua, gli rispose l’antico inimico del genere umano, continua e compisci l’opera cominciata; da sì grande vittoria ti verrà eccezionale compenso. – A siffatto spettacolo il Giudeo respirava a pena: a farlo morir di paura, il presidente dell’infernale convegno ordinò che si prendessero indagini sul temerario, che ardiva rifuggiarsi nel suo tempio. La folla degli spiriti si avvicina curiosa al Giudeo, e vedendolo segnato della croce esclama: Malore! malore! un vaso vuoto e segnato. “Vae, Vae! vas vacuum et signatum”. E cosi detto disparvero! Parimente il Giudeo si affrettò di sortire dal tempio, e si portò alla Chiesa, dimora del vescovo, e gli narrò come sapesse del colpo dato il giorno innanzi, e lo scopo che il demonio si proponesse. Il vescovo sorpreso il più che immaginar si possa, commiato la santa donna ed inibì ad ogni femmina entrare nella sua dimora; sacrò a Sant’Andrea il vecchio tempio di Apollo, ed il Giudeo si rese cristiano. [S. Ambr. Dial. lib. III, cap. 7]. – Citiamo un’altro fatto. Le storie di Niceforo ci raccontano come Maurizio Cosro, secondo re di Persia inviasse a Costantinopoli de’ Persiani in ambasciata, i quali avevano nella fronte il segno della croce. L’imperatore domandò loro perché portassero quel segno, cui non credevano. “Questo che vedi, risposero, è segno di un benefizio in altri tempi ricevuto; poiché la peste disertava il nostro paese, ed alcuni cristiani ci consigliarono di segnarci siffattamente come preservativo contro del male. E didatti noi lo credemmo, ed eccoci salvi nel mezzo di migliaia di famiglie distrutte dalla peste [Hist. lib. XVIII, c. 20]. – A questi fatti naturalmente si unisce la riflessione del gran vescovo d’Ippona, che pare decisiva in favore dell’insegnamento cattolico. « Non è da meravigliare, dice egli, se il segno della Croce abbia gran potere quando è eseguito dai buoni cristiani; poiché dessa è potente ancora quando è messa in uso da quelli che non credono, e ciò solo in onore del gran Re » [“Nec mirum quod haec signa valent, cum a bonis christianis adhibentur, quando etiam cum usurpantur extranei, qui omnino suum nomen ad istam militiam non dederunt, propter honorem tamen excellentissimi Imperatoris valent”. (S. August. Lib. 83. De quaest. 19]. – Ma per restare fra i limiti dell’ortodossia, è da aggiungere, che il segno della croce non opera da sé puramente e semplicemente, ma secondo che è utile alla, nostra salute, o a quella degli altri, come di altre pratiche ha luogo, a mo’ d’esempio, gli esorcismi, a cui nessuna promessa divina assicura un effetto infallibile, e senza condizione alcuna. Aggiungasi ancora che la pietà di colui che fa il segno della Croce contribuisce alla efficacia di esso. II segno della Croce è una invocazione tacita di Gesù crocifisso, epperò la efficacia si proporziona al fervore con cui è invocato. Di maniera, che la invocazione del cuore, o della bocca è tanto più propria ad ottenere il suo effetto, quanto il fedele è più virtuoso e caro a Dio [Gretzer, ubi supra]. – È una preghiera universale. In un senso il segno della croce può dire come il Salvatore istesso: “Ogni potere mi è stato dato nel Cielo e nella terra”. Qui ancora più che altrove è da ragionare con i fatti, i quali sono sì numerosi da tornar solo difficile la scelta di essi. Tutti e ciascuno di essi, a sua maniera, proclama, da una parte la fede de’ nostri avi, e dall’altra l’impero del segno della Croce sul mondo visibile ed invisibile, e come desso provveda a’ bisogni dell’anima e del corpo. – Per l’anima l’uomo ha bisogno di lumi, ed il segno della croce li ottiene. S. Porfirio, vescovo di Gaza, deve disputare con una femmina manichea. Per dissipare con la chiarezza del ragionamento le tenebre in che era inviluppata la infelice, fa il segno della croce, e la luce brilla in questa intelligenza traviata. – Giuliano, il sofista coronato provoca a disputa Cesario fratello di san Gregorio di Nazianzo. Il generoso atleta scende nell’arena munito del segno della Croce, ed appone ad un nemico peritissimo nell’arte della guerra, e della dialettica lo stendardo del Verbo, e lo spirito di menzogna si trovò arreticato nella propria rete [S. Greg. Nazianz. In laud. Caesar]. – San Cirillo di Gerusalemme, sì potente in opere ed in parole, comanda si ricorra a questo segno tutte le volte che si debbono combattere i pagani, ed egli afferma che saranno ridotti al silenzio [“Accipe arma contra adversarios hujus crucis; cum enim de Domino cruceque contra infideles quaestio tibi erit, prius statue manu tua Signum, et obmutescet contradicens”. (S. Cyrill. Hieros. Catech. IUI]. – Nell’ordine temporale non meno che nell’ordine spirituale i lumi divini sono necessari all’uomo: il segno della croce li ottiene. Per la qual cosa gi’imperatori di Oriente, successori di Costantino, costumarono, parlando al Senato di cominciare dal segno della croce [“…Ipse coronatus solium conscendit avitum, Àtque crucis faciens signum venerabile sedit. Erectaque manu, cuncto presente Senatu, Ore pio haec orans, ait .… (Coripp. de laud. Justin Junior.)]. – Come di già vedemmo, San Luigi innanzi discutesse in consiglio gli affari del regno, si conformava a questa religiosa ed antica pratica. – Se al pari de’ principi, i più grandi che abbiano governato il mondo, i re e gl’imperatori del secolo decimonono ricorressero a questo segno, pensi che gli affari anserebbero si male? Per me son convinto, come della mia esistenza, che andrebbero molto meglio. I governi nostri contemporanei hanno minor bisogno di lumi, che quelli d’altri tempi? Hanno essi la pretensione di trovarli altrove che in Colui che n’è la sorgente, “lux mundi”? Conoscono eglino un mezzo più efficace del segno della Croce per invocarlo con successo? Tutti i secoli non depongono per la sua efficacia con ogni maniera di testimonianze? La Chiesa, che dovrebbe essere loro oracolo non rifinisce dal proclamarlo. V’ha un concilio, un conclave, un’assemblea religiosa che non cominci dal segno della croce? Fedeli ereditieri della tradizione, i preti cattolici parlano essi dall’alto della cattedra senza armarsi di questo segno? Con ciò eseguiscono la prescrizione degli antichi Padri : « Fate il segno della croce, scrive san Cirillo di Gerusalemme e voi parlerete. “Fac hoc signum, et loqueris”Catech. illuminat. IV]. – Quanto dissi de’ re, è da dire di quelli cui è commesso l’insegnamento altrui. Il Verbo incarnato, non è forse il Signore di tutte le scienze, il professore de’ professori, il maestro de’ maestri? Se il segno della Croce presiedesse all’insegnamento moderno, a’ libri che si stampano, credi tu che sarebbero inondati di errori, di sofismi, d’idee false, di sistemi incoerenti, il cui effetto certo è di far discendere il mondo moderno nelle tenebre intellettuali, dalle quali il Cristianesimo l’aveva tratto? Per l’anima l’uomo ha bisogno di forza: il segno della Croce n’è sorgente feconda. Guarda i tuoi illustri avi, i martiri. A chi questi domandano il coraggio pel trionfo nelle loro battaglie? Alla croce! Generali, centurioni, soldati, magistrati, senatori, patrizi o plebei, giovani e vecchi, matrone e candide vergini, tutti domandano scendere nell’arena, muniti di questa invincibile armatura, “insuperabilis christianorum armatura”. – Vieni, te ne mostrerò qualcuno. A Cesarea il generoso martire che cammina al supplizio è il centurione Gordio. Lo vedi? calmo ed in sé raccolto, egli arma della croce la sua fronte [S. Basil. Orat, in S. Gord.). – Qual è questa città dell’Armenia assisa nel mezzo delle nevi, e sulle sponde del lago di ghiaccio? È Sebaste. Eccoti verso sera quaranta uomini fra i ceppi, e nudi trasportati nel mezzo del lago condannati a passarvi la notte. Chi sono? Quaranta veterani dell’armata di Licinio. Una forza sovraumana è loro altrettanto più necessaria per resistere, che sulla riva son disposti de’ bagni caldi per quelli che rinunziassero alla fede. Fanno il segno della croce, ed una morte eroica corona il loro coraggio [“Isti autem in uno crucifixi signáculo Christum in se quasi legis loco ómnibus praseripserunt… crucem signífera figura in mente gestabant.” (S. Ephrem, Encom. in 40 SS. Martyr.). – Abbiamo di già veduta Agnese segno di croce vivente nel mezzo delle fiamme. Ecco altre vergini nate all’epoca d’oro de’ martiri. La prima è Tecla d’illustre prosapia e più illustre ancora per la fede. I carnefici padroni di essa la conducono al rogo, e dessa coraggiosa l’ascende, e fatto il segno della Croce tranquilla resta nel mezzo delle fiamme, ma una pioggia caduta a torrenti estingue le fiamme senza che un capello solo della giovane eroina venisse bruciato [“Capta ab apparitoribus, ut in focuru jactaretur, sponte pyram ascendit, et signo crucis facto, virili animo inter medias flammas stetit, subitoque lauta inundatione pluviarum, ignis extinctus est, et beata virgo illaesa, virtute superna erigitur.” (Ado, in Martyrol. 23 Sept]. – La seconda è Eufemia non meno celebre della prima. Il giudice la condanna alla ruota ed in un batter d’occhio il fatale strumento è allestito, per ricevere le delicate membra della giovane vergine. Questa si segna, e tutta sola s’avanza contro la spaventevole macchina armata di punte di ferro, la guarda senza neppure impallidire, ed al suo sguardo lo strumento va in pezzi e schegge [“Postquam autem ipso; machina; dicto citius fuerunt construcue et martyr in eas erat conjicenda, validis continuo in se paratis armis, nempe divina crucis figura, et ea signata adversus rotas processit nullam quidem vultu ostendens tristitiam, etc.” (Apud Sur., t. v, et Baron. Martirol. 16 sept.]. – Guarda ancora: noi siamo in uno de’ pretori romani che spesso rosseggiò del sangue de’ nostri padri, e fu testimone delle sublimi loro risposte, e della eroica costanza di essi. La persecuzione di Decio è nel suo bollore, e tu conosci questo sanguinario imperatore, che Lattanzio chiama esecrabile animale, execrabile animal Decus. Una folla di cristiani è dinanzi al giudice incolpata dall’accusatore di mille delitti. I cristiani sono condannati avanti il giudizio, ed eglino sel sanno. Che cosa fanno? elevano gli occhi al cielo, fanno il segno della Croce e rivoltisi al proconsole, gli dicono: Vedrai non esser noi uomini timidi, e di nessun coraggio [“Oculis in coelum sublatis, cum se Coristi signáculo muniissent, dixerunt: scias te non incidisse in viros pusilli et abjecti animi”. ,’Apud Sur., 13 april.]. – Se volessi continuar siffatta storia dovrei fare defilare d’inanzi agli occhi tuoi tutta 1’armata de’ martiri non v’ha un solo valoroso soldato del Crocifisso, che non abbia innalzato lo stendardo del suo Re. Basti nominarne alcuni: san Giuliano, san Ponziano, i santi Costante e Crescenzio, santo Isidoro, san Nazario, san Celso, san Massimo, santo Alessandro, santa Sofia con le sue tre figlie, san Paolo e santa Giuliana, san Cipriano e san Giustino. Questi di tutti i paesi e di tutte le condizioni rendono testimonianza al costume de’ martiri di armarsi del segno della forza avanti entrassero in battaglia sia con gli uomini, che con le bestie e gli elementi. – V’ha ancor di più: temendo che il peso delle catene impedisse loro di formare il segno della croce, eglino pregavano i loro fratelli, i preti, loro padri spirituali di armarli del segno della vittoria. Corobo, convertito alla fede dal martire Eleuterio, corre nell’anfiteatro per ottenere la corona di martire: « Prega, per me, dice al suo padre in Gesù Cristo, ed armami col segno della Croce, con che armasti Felice il condottiere dell’ esercito » [“Ora pro me, et me arma bis armis nempe Christi signaculo, quibus ducem exercitus munivisti Felicem” Apud Sur. 18 aprile]. Gliceria, nobile figlia di un padre per tre volte console, è messa nel fondo di una oscura prigione. Vedendosi alle prese con l’inimico, la prima cosa che opera è di pregare il prete Filocrate onde le segni la fronte col segno della croce. Filocrate esegue i suoi desideri dicendole : “Il segno di Cristo compisca i tuoi voti” [“Signa me Christi signo. Ad haec Philocrates preabyter: Signum, inquit, Christi vota tua compleat. (Ibid., t . III, et Baron., t. II.) – Di fatti la giovane eroina discende nell’anfiteatro, e sul punto di raccogliere la palma della vittoria, rivolta a’ cristiani confusi tra la folla degli spettatori, cosi dice loro: Fratelli, sorelle, figli e padri, e voi che potete essermi madre, vedete, e considerate, quale sia l’imperatore, di cui abbiamo il carattere, e quale sia il segno che onora la nostra fronte! [“Fratres, sórores, filii, patres, et quaecumque matris loco mihi estis, videte et vobis cávete, ac diligenter animadvertite. qualis est Imperator ille, cujus characterem habemus, et cnuli forma i n fronte signati sumus. Ibid. – Tu lo vedi; tutti i martiri hanno cercata la loro forza nel segno della croce. Avrebbero eglino cercato un sostegno nel niente ? E questo grande Imperatore, per cui morivano, li avrebbe lasciati in siffatta incurabile illusione ? Se qualcuno lo crede, ne apporti le prove.

J.-J. GAUME: IL SEGNO DELLA CROCE [introd.; lett. 1-4]

PREFAZIONE DELL’AUTORE

Nel mese di novembre di questo anno (1862) un giovane cattolico di alto lignaggio veniva dalla cattolica Alemagna a Parigi, per compiere i suoi studi nel collegio di Francia. Tenerissimo delle pie tradizioni della patria sua, usava segnarsi del segno della croce prima e dopo il pranzo. Siffatta usanza, sulle prime meravigliò i suoi compagni, ed in seguito, per essa fu fatto segno alle beffe di loro. In una delle nostre visite ci domandava qual fosse il pender nostro sul conio del segno della croce in generale e della sua pratica di segnarsi prima e dopo il pranzo. Le seguenti lettere rispondono alle due questioni proposteci.

Gaume-282x300

LETTERA PRIMA.

Parigi, 25 novembre 1863.

Mio Caro Federico

Quindici giorni soltanto sono scorsi da che i giornali, ci annunziavano il naufragio del capitano Walker. Siffatta nuova, che leggevamo insieme, ci attristò grandemente, che per essa conoscemmo la morte di alquanti viaggiatori nostri amici. La nave aveva dato in uno scoglio, ed una larga vena di acqua si era aperta in essa, e tutti gli sforzi dell’equipaggio tornando inutili a chiuderla, la nave s’immergeva oltre la sua linea di flottazione. Si cercò scemarne il peso col getto delle mercanzie al mare; dopo queste, delle provvigioni da guerra, che furono seguite da una parte dei mobili e degli attrezzi, serbando solo due o tre botti di acqua, e qualche sacco di biscotti. Tutto fu inutile. La nave affondava, il naufragio diveniva imminente. Come, estremo mezzo di salute, Walker comandò che le scialuppe si mettessero in mare; ciascuno vi si precipitò. Sventura! La maggior parte dei viaggiatori a vece di trovarvi la vita, vi trovò la morte. – Questo racconto, trattane qualche circostanza, è la storia di lutti i grandi naufragi. Gl’infelici comandanti e la ciurma in questi estremi sono da scusare se gettano al mare tutto quello che si può. — La vita è da salvare innanzi tutto! – Il mondo attuale, questo mondo che dicesi ancora cristiano, cui per fermo appartengono i tuoi compagni, presenta più di un tratto di somiglianza con una nave che ha sofferto avarie, ed é sul punto di naufragare. Le furiose tempeste, che da poi lungo tempo battono il legno della Chiesa, vi hanno aperte delle grandi vene di acqua, e per lo mezzo di esse vi si sono introdotti de’ grandi fiotti di dottrine, di costumi, di usi, di tendenze anticristiane. Guai, non per la nave, che non può perire, ma pei viaggiatori! Qual cosa mai è stata fatta? Io non parlo del mondo disvelatamente pagano; il suo naufragio è compiuto: ma di quello che pretende ancora di essere cristiano. Che ha egli fatto, e fa continuamente delle provvigioni da guerra e da bocca, delle mercanzie, dei mobili e degli attrezzi, di che la Chiesa aveva provveduta la nave, per assicurare il successo della navigazione fino al porto della eternità a schermo degli scogli e delle bufere? Desso ha tutto, o quasi tutto, gettato al mare! – Dov’ è la domestica preghiera nelle famiglie? al mare. Le pie letture? al mare. La benedizione della mensa? al mare. L’assistenza frequente al santo sacrifizio, lo scapolare, la corona? al mare. La santificazione della domenica, assistendo alle sacre istruzioni ed agli uffizi divini, con le visite de’poveri, degli afflitti e de’malati? al mare. L’uso regolare de’ sacramenti, la osservanza delle leggi del digiuno e dell’ astinenza? al mare. Lo spirito di semplicità e di mortificazione nei panni, nella mobilia, nel cibo e nell’abitazione? Il Crocifisso, le sante immagini, l’acqua benedetta negli appartamenti? al mare, al mare! – La nave frattanto continua ad affondarsi. Lo spirito cristiano si scema, e Io spirito opposto cresce a vista. Si cerca riparare in qualche battello, voglio dire, in certe forme di religione che ciascuno stabilisce a seconda della propria età, condizione, temperamento e gusto, ed in esse si vive. – L’assistenza alla Messa bassa la domenica: e come? Alla Messa solenne un tre, quattro fiate nell’anno; a vespro, giammai. Usare frequentemente a spettacoli e balli; la lettura di quanto si presenta; nulla negarsi, eccetto quello che non può aversi: ecco i battelli ne’ quali si cerca la salvezza. — È mestieri meravigliarsi di tanti naufragi? Poveri viaggiatori, separati dalla nave, voi movete a compianto! Ma più ancora è da compiangere la generazione che cresce! – Fra le usanze del cattolicismo, imprudentemente abbandonate dal mondo moderno, ve n’ ha una più che altra mai rispettabile, che ad ogni costo vorrei salvare dal naufragare, ed è quella che i compagni tuoi disprezzano, senza sapere quello, che facciano; vo’ dire il segno della croce. — È tempo ormai di provvedere alla conservazione di esso; che altrimenti fra poco esso avrà la sorte di tante altre pratiche tradizionali, che noi dobbiamo alle materne cure della Chiesa, ed alla pietà de’ secoli cristiani trascorsi. – Vuoi tu sapere, mio caro Federico, quel che sia divenuto il segno della croce nel mezzo del mondo che si pretende cristiano? Un dì di domenica ti ferma alla porta di una delle grandi chiese, ed osserva la folla che entra nella casa di Dio. Un gran numero si avanza scioperatamente, o con fasto, il che è tutt’uno, nel luogo santo, senza neppure guardare il vaso dell’acqua benedetta, e senza fare il segno della croce. Altri, in numero ad un dipresso uguale, prendono o ricevono, o fanno mostra di prendere o di ricevere l’acqua benedetta e di segnarsi. Tu vedrai cacciar nell’acqua benedetta la punta di un dito ricoperto di guanto, il che non è liturgico, come non 1’è confessarsi e comunicarsi con i guanti. – Della maniera poi con che siffatto segno è eseguito, meglio sarebbe non far parola; poiché è tale, che il più abile geroglifichiere incontrerebbe della pena a spiegarla. Un movimento di mano senza riflessione, in fretta, a metà, macchinale, di che torna impossibile assegnare una forma, o darne un significato ; oltre che gli autori di esso credono di nessuna importanza quello, che fanno: ecco il loro segno di croce della domenica. – Nel mezzo di questa folla di battezzati ti sarà difficile trovare qualcuno che faccia seriamente, regolarmente e religiosamente il segno venerabile di nostra salute. Or se in pubblico ed in circostanze solenni, la maggior parte non fa, o fa male il segno della croce, stento a persuadermi che lo facciano bene nelle altre, in cui, secondo l’apparenza, v’hanno minori ragioni da farlo, e ben farlo. È dunque un fatto: i cristiani di oggidì non fanno il segno della croce, o lo fanno raramente, o male. Su questo punto, come su molti altri, noi siamo agli antipodi de’ nostri antenati, i cristiani della Chiesa primitiva. Quelli si segnavano, e si segnavano bene, e soventemente. – Nell’Oriente come nell’Occidente, a Gerusalemme, ad Atene, a Roma, gli uomini e le donne, i vecchi ed i giovani, i ricchi ed i poveri, i preti ed i semplici fedeli, tutte le classi della società osservavano religiosamente siffatto uso tradizionale. — La storia nulla ha di più certo; i padri testimoni oculari ne fanno fede; tutti gli storici Io accertano. Nulla mi sarebbe più facile del ripeterti le loro parole, ma tu le troverai presso il dotto tuo compatriota nella sua opera : De Cruce, Gretzer. Ma invece di tutti ascolta il solo Tertulliano: “A ciascun movimento e ad ogni passo, entrando e sortendo, prendendo gli abiti ed i calzari, al bagno, alla mensa, nel mettersi a letto, nei consigli, checché da noi si faccia, noi segniamo la nostra fronte del segno della croce .[“Ad omnem progressum atque promotum, ad omnem aditum et exitum, ad vestitum et calceatum, ad lavacra, ad mensas, ad lumina, ad cubilia, ad sedilia, quaecumque nos conversatio everret. frontera crucis signáculo ferimus”. (Tertull. De eoron. milit. e. 111) – “In frontibus, et in oculis, et in ore, et in pectore, et in ómnibus membris nostris”. (S. Ephrem, Serm. In pret. et vivif. Crucem.)]. – È chiaro: a ciascun momento i nostri antenati, odi un modo, o di un altro si segnavano, e non solamente sulla fronte, ma su gli occhi, sulla bocca e sul petto. Di che seguita, che se i cristiani primitivi comparissero sulle nostre piazze, o nelle nostre abitazioni, facendovi quanto eglino eseguivano, or sono diciannove secoli, noi saremmo sul punto da reputarli maniaci; tanto è vero che noi siamo a loro antipodi sul conto del segno della croce. Eglino aveano torto, e noi abbiamo ragione; o eglino ragione, e noi torto? È una delle due; non v’ha mezzo. Quale delle due? – Ecco la questione. l’essa è grave, gravissima, più che per fermo il pensino i tuoi compagni, e quelli, che ad essi si assomigliano. Spero rendertene convinto colle mie segnenti lettere.

LETTERA SECONDA.

27 novembre.

Mio Caro Amico

Ne’ giudizi ordinari le circostanze esteriori producono grande effetto. Soventi volte desse contribuiscono alla formazione della opinione de’ giudici, come le testimonianze dirette. Tu il sai, sono cosi detti gli antecedenti, la posizione, il carattere morale degl’interessati nella causa. Perché eliminarle noi dal processo che ci occupa? Innanzi però di apportare le ragioni de’ primi cristiani dedotte dalla natura stessa del segno della croce, esaminiamo insieme le presunzioni, che militano in favore della loro condotta. – Prima presunzione in favore de’ cristiani è la loro vicinanza agli Apostoli. Gli apostoli avevano conversato col Verbo incarnato, con la “Verità” stessa, e vistala con i propri occhi, toccata di loro mani. Eglino erano i depositari e gli organi infallibili della sua dottrina, con ordine d’insegnarla per intero e senza mutamento alcuno. I cristiani parimenti avevano visto gli Apostoli e gli uomini apostolici, li avevano intesi ed usato con loro frequentemente ricevendo la fede ed il Battesimo dalla bocca e dalla mano di essi. Bevvero la verità alla fonte istessa! – Di questa verità, cui tutto dovevano, si nutrivano, ne facevano la norma del loro operare, conservandola con inviolabile fedeltà, “perseverante in doctrìna apostolo rum”. E chiaro che nessuno mai trovossi in condizioni migliori per conoscere il pensiero degli Apostoli, e di Nostro Signore stesso. E mestieri però affermare che, se i cristiani primitivi facevano il segno della croce a ciascun instante, ubbidivano ciò facendo ad una raccomandazione apostolica; altrimenti gli Apostoli ed i loro primi successori, custodi infallibili del triplice deposito della fede, della morale e della disciplina si sarebbero ben dato la pena d’interdire un uso inutile, superstizioso e tale, da esporre i neofiti allo scherno del paganesimo ignorante. Sicché, lo ripeto, i cristiani della Chiesa primitiva, facendo soventemente il segno della croce, agivano’ con piena conoscenza di causa. — Prima presunzione in favore di loro condotta. – Seconda presunzione in favore de’ primi cristiani; la loro santità. I primi cristiani erano, non solo peritissimi della dottrina degli Apostoli, ma altresì fedelissimi nella pratica di essa. N’è prova la loro santità, e che questo fosse il carattere generale de’ primi cristiani, è facilissima cosa il vedere come sia evidentemente dimostrato.

1°- Eglino amavano piuttosto perdere tutto e la vita stessa nel mezzo di crudeli supplizi, anziché offendere il loro Dio. L’eroismo dell’animo loro durò quanto la persecuzione, tre secoli.

2°- Ferventissima n’era la carità. Il cielo e la terra di unita hanno fatto del loro fraterno amore un elogio unico negli annali del mondo. Eglino avevano un sol cuore ed un’anima sola, “cor unum et anima una”, ha detto di loro Dio stesso. Vedete come si amino, ed in qual maniera siano solleciti di morire gli uni per gli altri, “vide ut invicem ne diligant et ut prò alterutro morì sint parati”, esclamavano i pagani.

3°- Il cuore nutriva tale un rispetto, e tanta tenerezza per gli Apostoli da esser loro ubbidienti con filiale sommissione. San Paolo, che non era largo di elogi, scrive a’ cristiani di Roma, che la loro fede è in gran fama nel mondo intero; e a quelli dell’Asia: che l’amavano siffattamente, che gli occhi stessi gli avrebbero donato. Alla preghiera dell’apostolo tutte le Chiese gareggiano per correre al soccorso de’ fratelli di Gerusalemme, e Filemone riceve Onesimo.

4° I Padri della Chiesa testimoni oculari continuano siffatta testimonianza in favore della santità de’ primi cristiani. Tertulliano diceva a’ giudici, ai pretori, ai proconsoli dell’impero, sfidandoli: Ne appello alle vostre procedure, o magistrati, cui è commesso il ministero della giustizia. In tutta quella moltitudine di accusati che ciascun giorno è tradotta innanzi ai vostri tribunali, v’ha qualche avvelenatore, un sacrilego, un assassino, che sia cristiano? De’ vostri rigurgitano le prigioni, i vostri popolano le mine, i vostri ingrassano le belve dell’anfiteatro; de’ vostri è composto l’armento de’ gladiatori. Fra essi non v’ha un solo cristiano, e se v’ha, vi è pel solo delitto di essere cristiano [Apolog. c. 44]. – Gli storici pagani riconoscono la loro innocenza ed i persecutori stessi rendono omaggio alla loro virtù. Tacito, qnesto scrittore pur troppo prevenuto ed ingiusto contro i nostri padri, narra gli orrendi massacri di cristiani de’ tempi di Nerone. Una moltitudine enorme, “multitudo in gens”, moriva nel mezzo de’ più barbari supplizi. Dessa era innocente di quanto veniva accusata; ma dessa era colpevole dell’odio del genere umano “odio generis Humani”. Cosi egli. — E chi era mai questo genere umano? Tacito stesso lo dice: Il fango del popolo, la crudeltà vivente. — Perché tant’odio? Perché il male è un nemico irreconciliabile del bene. La santità de’ nostri padri era la condanna severa de’ mostruosi delitti commessi dai pagani; epperò le carneficine di Nerone, e le sue fiaccole viventi. Quaranta anni dopo Nerone, Plinio il giovane, governatore della Bitinia, riceve ordine da Traiano di procedere contro de’ cristiani. Cortigiano fedele esegue gli ordini del suo signore per filo ed a segno da dar la caccia dapertutto ai nostri padri e di persona interrogava i torturati. Ma da tutte le sanguinose inchieste qual fu il delitto scoperto? « Tutto il delitto de’ cristiani, scrive egli a Traiano, è di assembrarsi in alcuni giorni innanzi l’aurora per cantare ad onore di Cristo degli inni, come ad un Dio; obbligarsi con sacramento di non commettere alcun delitto, di guardarsi dal commettere furti, adulterio, spergiuro. Ne ho torturato ben molti, ma non li trovo colpevoli, che di una falsa ed eccessiva superstizione » [Epist. lib. x, ep. 97]. – Discorrendo della santità de’ nostri antenati mi son dilungato alquanto, perché dessa, a mio modo di credere, è la presunzione la più forte in favore del segno della croce. Quando uomini di questa tempra si mostrano al cospetto della morte tenerissimi di qualche uso, è mestieri affermarlo più importante di quello, che i tuoi nuovi compagni lo reputano. – Terza presunzione in favore dei cristiani primitivi, è la pratica de veri cristiani ne’ secoli successivi. — L’Oriente e l’Occidente hanno visto formarsi tosto delle comunità religiose di uomini e di femmine. In questi asili separati dal mondo lo spirito evangelico e le apostoliche tradizioni sono conservate, se non immobilmente, per lo meno con la maggior fedeltà e verità. Fra gli antichi usi conservati con particolare cura è il segno della croce. I nostri padri, scrive uno de’ loro storiografi, praticavano il segno della croce con grandissima frequenza e religione. Eglino si segnavano levandosi da letto ed avanti di collocarvisi, avanti il lavoro, sortendo di monastero e dalle celle, e quando vi entravano. A mensa segnavano di croce il pane, il vino, ciascuna vivanda [Marlene De antiq. monach. ritib. lib. 1, c. I, n. 35 etc.]. -Nel mondo, fuori di questi asili, il segno redentore cammina su di una linea parallela. Tutti quei grandi nomi che nel corso di cinque secoli si sono succeduti in Oriente ed Occidente, quei geni impareggiabili, che sono detti Padri della Chiesa: Tertulliano, Cipriano, Atanasio, Gregorio, Basilio, Agostino, Crisostomo, Girolamo, Ambrogio, e tutti gli altri, il cui catalogo spaventa l’orgoglio, e lo schiaccia col suo peso; tutte queste sublimi intelligenze facevano assiduamente il segno della croce, ed inculcavano a tutti i cristiani di eseguirlo in ogni occasione. – Ho detto i Padri della Chiesa essere grandi geni e grandi uomini. Se come tali li presenterai a’ tuoi compagni, attenditi un sorriso di compassione. Non voler loro portarne astio; i poveri giovani conoscono i Padri della Chiesa, come gli antipodi. Invece domanda loro quello ch’eglino intendano per grande uomo, ed in mancanza di loro risposta ecco la mia, di che potrai al bisogno far uso. – Chiama “grandi uomini” coloro, che con genio elevato, profondo, esteso abbracciano l’orizzonte del mondo della verità; che conoscono le scienze, gli uomini e le cose non superficialmente, ma ne’ loro principii, nel loro scopo ed intima natura; non la sola materia, ma anche lo spirito; non l’uomo solo, ma pur l’angelo; non la sola creatura, ma ancora il suo Creatore; non sol quanto è al di qua della tomba, ma eziandio quanto è oltr’essa. Di tutto non solo le singole parti, ma l’insieme, di che sanno far scaturire delle luminose ed inattese applicazioni al perfezionamento della umanità. – Ecco il genio, ed ecco il padre della Chiesa! Tu puoi ben sfidare i tuoi compagni di trovare fra gli antichi ed i moderni qualcuno, che abbia meglio, o così bene in sé attuata la definizione del grand’uomo. Per quanto siano salite in fama le specialità attuali in chimica, in fisica, in meccanica, in industria, non sono, né geni, né grandi uomini. L’uomo, il cui sguardo abbraccia una sola legge dell’armonia universale, non merita il nome di genio; come non si chiama gran musico chi non sa far sortire dal suo strumento che un suono solo, ma quello che fa vibrare armonicamente tutte le corde. – Il tempo non mi consente compiere la lettera questa sera, il seguito a domani.

LETTERA TERZA.

28 novembre.

Ora, mio caro amico, senza eccezione alcuna tutti questi grandi geni facevano il segno della Croce, come devote giovanette. Questi lo facevano continuamente e non rifinivano dall’inculcare i cristiani di eseguirlo in tutte le occasioni. Fare il segno della croce sopra di quelli che mettono in Gesù Cristo ogni loro speranza, dice uno di loro, è cosa fra noi notissima, e studiosamente eseguita, “Primum est et notissimum” [S. Basil. De S. S. c. xxvii]. – Un altro: La croce è dappertutto: presso i re ed i sudditi, gli uomini e le femmine, le vergini e le spose, gli schiavi ed i liberi, tutti segnano di esso il membro più nobile, la fronte…. Non vogliate sortire dalla vostra abitazione senza dire: “Rinunzio a satana, e sono seguace fedele di Cristo”, e senza accompagnare queste parole col segno della croce: “cum hoc verbo et crucem in fronte imprimas” [Grysost. Hom. xxi, ad pop. Antioch.]. – Ed un altro: Noi dobbiamo segnarci ad ogni operazione che ci occorre compiere nel corso del giorno; “omne diei opus in signo facere Salvatori” [S. Ambr. Serm. XLIII]. – E Gaudenzio, il gran vescovo: « Il segno della croce sia fatto constantemente sul cuore, sulle labbra, e sulla fronte, al pranzo, al bagno, al letto, entrando o sortendo da casa, nella gioia e nella tristezza, stando seduto ed in piedi, parlando, camminando, a dir corto, in ogni operazione: “verbo dicam, in omni negotio”. Facciamolo sul nostro petto e sopra tutte le membra, onde l’intero nostro corpo sia difeso da questa invincibile arma de’ cristiani : “armemur hac insuperabili christianorum armatura” [S. Gaud. Ep. Brix Traet. de leet. evang., S. Ciril. Hier. Cateen, iv, n. 14. – S. Ephrem. de Panoplia]. – Fino agli estremi di loro vita, confermando le parole coi loro esempi, noi vediamo questi geni morire, come l’illustre Crisostomo, questo re della eloquenza, segnandosi del santo segno redentore. Il fiore de’ cristiani formato a questa scuola ne imitava gli esempi. Girolamo parlando di Paola, di questa discendènte degli Scipioni, ci dice: Dessa, sul punto di rendere la. sua bell’anima, quando ci era già impossibile più intendere le sue parole, aveva il dito sulla bocca, e, fedele al pio uso, ella disegnava la croce sulle sue labbra [Ad Eustoch. De Epiph. Paulae. -; Vita cap. XV]. – Attraversiamo i secoli ed accenniamo qualche anello della catena tradizionale. Senza far parola degl’immortali imperatori, legislatori e guerrieri ad un tempo, Costantino, Teodosio, Carlomagno, fedeli al pio uso di segnarsi del santo segno della croce, arriviamo al migliore de’ re, che abbia avuto la Francia, S. Luigi. Il suo amico ed istoriografo “de Joinville” scrive di lui: « Il re cominciava dal segno della croce la tavola, il consiglio, la guerra, tutte le sue azioni »(Vita cap. XV). Del cavaliere senza paura e senza rimprovero, Baiardo, ferito a morte, ultimo gesto fu il segno della croce, ch’egli fece con la spada. – La potenza cattolica e la potenza musulmana si trovano di rincontro nel golfo di Lepanto, rappresentate da due flotte che sorpassavano il numero di quattrocento vele. Da questa guerra dipende il trionfo della civiltà, o quello della barbarie, i destini dell’Europa sono nelle mani di Don Giovanni d’Austria. L’eroe cristiano innanzi di dare il segno della battaglia si segna, ed i capitani lo imitano. L’islamismo non ancora può rifarsi della completa rotta, che ne riportò. Ma non pertanto un secolo più tardi voleva riparare le sue perdite. Le sue orde innumerevoli si avanzavano fin sotto le mura di Vienna. Sobieski accorre con forze che sono un nulla al confronto di quelle dell’inimico. Ma Sobieski è cristiano. Innanzi di discendere nel campo della battaglia fa segnare di croce la sua armata, e se stesso segua di una croce vivente, ascoltando la Messa con le braccia distese in forma di croce. “Per questo segno, dice un guerriero cristiano, il visir fu battuto”. – Non la finirei, mio caro, se volessi narrare tutti i fatti storici che confermano la frequenza e la perpetuità di questo segno, presso i veri cristiani di tutti i secoli e di tutte le condizioni, sì nel mondo, che ne’ chiostri dell’Oriente e dell’Occidente. Questa gloriosa tradizione non è una presunzione rispettabile in favore de’ nostri maggiori della Chiesa primitiva? Che cosa mai ne pensano i tuoi compagni? – Quarta presunzione in favore de’ primi cristiani è l’uso della Chiesa. I secoli, e con essi gli uomini cangiano leggi, abitudini, mode, linguaggio, maniera di vedere e di giudicare: tutto si modifica. Solo la Chiesa non cambia mai, immutabile come la verità di che è maestra, quanto essa insegnava e faceva ieri, insegna ed opera quest’oggi, insegnerà ed opererà domani e sempre [alcuni pagliacci, impostori bastardi della sinagoga di satana, introdottisi oggi nella Chiesa, sostengono senza vergognarsi, che la Chiesa deve cambiare … “dai loro frutti li giudichiamo” – ndr. -]. Qual è il suo pensiero e la sua condotta sul conto del segno della croce? Nulla v’ha, su di che meglio si mostri la sua divina immutabililà. Da più di 18 secoli si può dire, che la Chiesa vive del segno della croce: un istante solo non lascia di praticarlo. Comincia, continua, compie ogni operazione con questo segno. Di tutte le sue pratiche il segno della croce è la principale, la più comune e familiare, desso è l’anima de’ suoi esorcismi , delle sue preghiere e benedizioni. Quanto essa opera al presente nelle nostre basiliche sotto i nostri occhi, essa operava nelle catacombe al cospetto de’ nostri padri. Senza il segno della croce, dicono essi, nulla si fa tra noi legittimamente, niente è santo e perfetto [“Sine quo signo nihil est sanctum, neque alia consecratio meretur effectum”. S. Cypr. de bapt. chr. “Quod signum nisi adhibeatur, nihil recte perficitur”. S. Aug Tract. 188 in Joan. n. 5]. – Il potere della Chiesa, come quello del suo Fondatore, si esercita sulle persone e sulle cose, si estende sino al cielo e per tutta la terra : “Data est mini omnis potestas”. Come la esercita essa? Per lo mezzo del segno della croce. Quanto essa destina a’ suoi usi, l’acqua, il sale, il pane, il vino, il fuoco, le pietre, il legno, l’olio, il balsamo, il lino, la seta, il bronzo, i metalli preziosi, tutto segna di croce. Quanto appartiene ai suoi figli, le loro dimore, i campi, gli armenti, i loro strumenti da lavoro, le invenzioni di loro industria, di tutto prende possesso col segno della croce. Vuole dessa preparare al Signore del cielo un’abitazione sulla terra? Innanzi tutto la croce deve conservare lo spazio che occuperà l’edilizio. Niuno, dicono i Concili, si permetta innalzare una Chiesa, innanzi venga il Vescovo e vi faccia il segno della croce per scacciare satana [“Nemo Ecclesiam aedificet, antequam Episropus civitatis veniat et ibidem crucem figat: addit glossa, ad abigendas inde daemonum phantasias”. (Novella T, paragraph. I. Cap. Nem. consecrat. dist. 1]. – Il segno della croce è il primo mezzo, di che usa per benedire i materiali del tempio, e per ben venti volte lo esegue sul pavimento, sui pilastri, e l’altare, e per renderlo immobile fa sormontare il tempio da una croce di ferro. Quando i suoi figli verranno nella casa di Dio, che faranno eglino avanti che ne passino la soglia? Il segno della croce. Da qual cosa i capi della preghiera, i vescovi ed i preti cominceranno a celebrare le lodi dell’ Altissimo? Dal segno della croce. Quando al principio de’ santi uffizi noi facciamo il segno della croce accompagnandolo con le parole: “Signore venite in mio soccorso”; è come se dicessimo, scrive un’antico liturgista: “Signore, la vostra croce è il nostro aiuto”: la mano ve ne rappresenta il segno, e la lingua vi prega. satana è il condottiere di tutti i nostri nemici; egli governa il mondo, e solletica la nostra carne. Ma se voi, o Signore, verrete in nostro soccorso con la vostra croce, esso e tutti i nostri nemici verranno messi in fuga. – Ecco la sua condotta per 1’uomo tempio vivo della Trinità. Quello, che opera sopra di lui quando sorte dal seno materno, è il segno della croce; e quando l’uomo entra nel seno della terra, la Chiesa dello stesso segno l’adorna. Questo è il primo saluto e l’ultimo addio, ch’ella usa col figlio della sua tenerezza. E quanti segni di croce lungo il tempo interposto fra la tomba e la culla? Al Battesimo, quando egli diviene figlio di Dio, lo segna di croce; nella Confermazione, sul punto di divenire soldato della virtù, lo segna di questa croce; nella Eucaristia, quando riceve il pane degli angeli, lo segna parimente; alla Penitenza, dove l’uomo riacquista la vita divina, il segno redentore è eseguito sopra di lui; nella estrema Unzione, dalla quale trae forza per l’ultima battaglia, la croce lo segna; nell’Ordine e nel Matrimonio, in questa associazione alla paternità divinar la Chiesa onora l’uomo con questo segno. [“Si regenerari oportet, crux adest; si mystico cibo nutriri, si ordinari, et si quidvis aliud faciendum, ubique nobis adest hòc victoriae symbolum”. (S. loan. Chrysot. in Matth, homil. 54, n. 4). “Quod Signum nisi adbibeatur frontihus crederitium, sive ipsi aquae in qua regenerantur, sive oleo quo chrismate unguntur, sire sacrificio quo aluntur, nihil eorum recte perficitur. S. August, in Joan, iract. 128, n. 5]. – Ma v’ha di più. Quando la Chiesa nella persona del Sacerdote ascende l’altare armato della onnipotenza con che comanda, non più alla creatura ma al Creatore, non all’uomo ma a Dio, il cielo si apre alla sua voce, ed il Cristo rinnova tutti i misteri della sua vita, della sua morte, e della gloriosa risurrezione; v’ha alto alcuno da eseguire con maggiore solenne gravità, e da cui è da eliminare accuratamente quanto potrebbe essere straniero e superfluo? Ora nel corso di questa azione per eccellenza, che cosa fa la Chiesa? In essa più che in ogn’altra moltiplica il segno della croce; dessa si ravvolge nel segno della croce; cammina attraverso questo segno, lo ripete sì soventemente, che il numero di questo potrebbe sembrare esagerato, se non fosse profondamente misterioso. Sai tu quante volte il prete esegue il segno della croce lungo il tempo della Messa? Egli lo fa quarantotto volte. Dico male: per quanto dura il Sacrificio, il prete è un segno di croce vivente. – E la Chiesa Cattolica, la grave istitutrice delle nazioni, la grande maestra della verità, si compiacerebbe di ripetere in sì solenne azione, un segno inutile, superstizioso, o di nessuna importanza! Se i tuoi compagni lo credono, a torto sono increduli; non mancano di credulità. La condotta della Chiesa e de’ veri cristiani di tutti i secoli, è una presunzione vittoriosa in favore de’ nostri antenati. – La quinta presunzione in favore de’ primi cristiani sono “quelli che non fanno il segno della croce”. Sulla terra v’hanno sei categorie di esseri che non fanno il segno della croce. I pagani: Cinesi, Indiani, Tibetani, Ottentotti, i selvaggi dell’Oceania, gli adoratori d’idoli mostruosi, i popoli profondamente degradati, e non meno infelici; questi non fanno il segno della croce. I maomettani: simili agli immondi animali pel sensualismo, ed alle tigri per la ferocia, sono automi del fatalismo; questi, non si segnano. I giudei: incrostati di falde di profonda superstizione, sono una pietrificazione vivente di una razza scaduta; questi neanco si segnano. Gli eretici: settari orgogliosi a segno da voler riformare l’opera di Dio, e cui toccò in sorte perdere fin l’ultimo lembo di verità, “io posso, scriveva non ha guari uno de’ ministri prussiani, scrivere sull’unghia del mio pollice quanto v’ha di comune credenza fra i protestanti”: i protestanti non hanno il segno della croce. I cattivi cattolici: rinnegati del loro Battesimo, schiavi del rispetto umano, superbi ignoranti, che parlano di tutto del tutto, ignoranti, adoratori del dio ventre, del dio carne, del dio materia, e la cui vita è sozza al pari d’immondo limo: questi del pari non si segnano. Le bestie: bipedi e quadrupedi di tutte le specie; cani, gatti, asini, muli, cammelli, i barbagianni, i coccodrilli, le ostriche, gl’ippopotami, questi non si segnano. – Tali sono le sei categorie di esseri che non fanno il segno della croce. Se nei tribunali il carattere morale degli accusatori e dei difensori contribuisce grandemente, innanzi lo stesso esame della causa, a formare l’opinione de’ giudici; lascio a te stesso pensare se il carattere di quelli che non fanno il segno della croce sia una presunzione favorevolissima pei primi cristiani! – A dir breve, relativamente al segno della croce frequentemente eseguito, il mondo è diviso in due campi opposti. A favore: gli ammirevoli cristiani della primitiva Chiesa, gli uomini di gran santità, i più grandi geni dell’ Oriente e dell’ Occidente, i veri cristiani di tutti i secoli, la Chiesa cattolica istessa, maestra di verità. – Contro: i pagani, i maomettani, i giudei, gli eretici, i cattivi cattolici e le bestie. – Mi pare che tu possa di già pronunziarti. Ma meglio lo potrai quando saprai le ragioni, che condannano gli uni e giustificano gli altri. Te le dirò nelle seguenti lettere.

LETTERA QUARTA.

29 novembre.

« Per me, tu mi dici, mio caro Federico, la questione è giudicata. Giammai potrei credere che Iddio avesse dato la verità ed il buon senso a’ suoi nemici, condannando all’errore, ed alla superstizione i migliori amici suoi ». – Questa confessione mi consola, e non mi sorprende. Il tuo spirito cerca la verità, ed il tuo cuore non la rigetta. Se tutti fossero nella stessa disposizione, il compito d’apologista sarebbe facile, ma sventuratamente l’è tutto altrimenti! Nella maggior parte delle controversie, e principalmente nelle controversie religiose l’uomo discute non con la sua ragione, ma con le proprie passioni. Non per la verità, ma per la vittoria egli combatte. Triste vittoria, che conferma la sua schiavitù all’errore, ed al vizio. – Quello, che so de’ tuoi compagni e di altri pretesi cattolici del nostro tempo, mi fa temere ch’eglino agognino a siffatta vittoria. Io li amo, devo loro disputarla: e, per squarciare tutte le bende, in che si ravvolgono, e per illuminare la tua convinzione, voglio esporti le ragioni intrinseche, che giustificano l’inviolabile fedeltà de’ veri cristiani al frequente uso del segno della croce. Ma facciamo innanzi giustizia alla grande obiezione de’ moderni disprezzatori del segno adorabile. “Altri tempi, altri costumi”, eglino dicono. Quanto era utile ed ancora necessario ne’ primi secoli della Chiesa, non l’è più di presente. I tempi si cambiano: è da vivere col proprio secolo. – San Pietro risponde loro, che: “Gesù era ieri, egli è oggi, egli sarà lo stesso ne’ secoli de secoli”. Tertulliano aggiunge : “il Verbo incarnato si chiama verità, e non consuetudine”. Ora la verità non cambia. Quello, che gli Apostoli e i cristiani della primitiva Chiesa, i veri cristiani di tutti i secoli hanno creduto utile, e fino ad un certo punto necessario, non ha finito di esserlo. Io oso affermare, che di presente è più necessario che in altri tempi. Il che è reso manifesto da’ caratteri di somiglianza che esistono fra le posizioni de’ cristiani de’ primi secoli, e quella de’ cristiani del secolo decimonono. – Qual era la posizione de’ nostri padri della Chiesa primitiva? Dessi erano al cospetto di un mondo non cristiano, che non voleva divenirlo, che non voleva che altri lo fosse, che perseguitava a morte quanti si ostinavano ad esserlo. E noi, non siamo noi in faccia di un mondo, che cessa di essere cristiano, che non vuole divenirlo di nuovo, che non vuole che altri lo sia, che perseguita, or con scaltrite arti, ed or con la forza quelli che coraggiosi professano il Cristianesimo? Se, in una eguale posizione i primi cristiani, disciplinati alla scuola apostolica, hanno riconosciuto necessario l’uso frequente del segno della croce, quali ragioni avremmo di abbandonarlo? Siam noi forse più abili, o più forti? I pericoli sono meno grandi, i nemici in minor numero, o meno perfidi ? Il proporre simili questioni, è un averle risolute. Passiamo innanzi! – Fino al presente, mio caro Federico, ho fatto valere le circostanze esteriori della causa; ora è mestieri difenderla a fondo, deducendo le ragioni dalla natura del segno stesso della croce. Queste per te, per me, per tutti gli uomini siffattamente si riassumono: “Figli della polvere, il segno della croce è un segno divino che ci nobilita”; – “Ignoranti, il segno della croce è un libro che ci istruisce”; “Poveri, il segno della croce è un tesoro, che ci arricchisce”; “Soldati, il segno della croce è un’arma, che dissipa l’inimico; “Viaggiatori verso il cielo, il segno della croce è una guida che ci conduce. – Prendi la tua toga, siedi da giudice, ed ascolta!: “Figli della polvere, il segno della croce è un segno divino che ci nobilita”. Chi è, dimmi, questo essere che viene al mondo piangendo, soggetto come il più piccolo degli animali a tutte le infermità, incapace più di lui, e per maggior spazio di tempo, di soddisfare a’ suoi bisogni? Che l’uomo si chiami principe, re, imperatore; che la donna abbia titolo di contessa, duchessa, imperatrice, non ne vadano gonfi; poiché uno sguardo retrospettivo insegnerà loro, ch’eglino sono questo essere. Questo essere è 1’uomo, verme nel suo principio, e cibo de vermi nella tomba. [“Primam vocem similem omnibus emisi plorans. In involumentis sum, et curis magnis. Nemo enim ex regibus aliud habuit nativitatis initium”. (Sap. VII. 11)]. – Questo essere tanto infermo, sì nullo, e sì vergognosamente confuso con i deboli e vili animali lungo i primi anni di sua esistenza, è spinto d’altronde a rassomigliarlo pe’ suoi instinti. Nonpertanto, questo essere é l’immagine di Dio, il re della creazione, egli non deve degradarsi. Dio lo tocca alla fronte, v’imprime un segno divino, che la nobilita, e la nobiltà obbliga. Rispettato dagli altri, egli rispetterà se stesso. Queste lettere di nobiltà, questo segno divino, è il segno della croce. – È divino, che viene dal cielo e non dalla terra: l’è divino, ché il padrone può solo marcare i suoi prodotti. Desso viene dal cielo, perché la terra confessa di non essere suo trovato. Percorri tutti i paesi, e tutti i secoli, in nessun luogo tu troverai l’uomo che abbia immaginato il segno della croce, il santo che l’abbia insegnato, come proprio insegnamento; il Concilio, che l’abbia imposto come suo precetto. La tradizione lo insegna, la consuetudine lo conferma, la fede lo pratica » [“Harum et aliarum hujusmodi disciplinarum si legem expostules, scripturarum nullam invenies. Traditio te praetenditur autrix, consuetudo confirmatrix, et fides observatrix”. Ter. de Coron. c. III]. – Così Tertulliano: e per esso tu ascolti la voce della seconda metà del secondo secolo. S. Giustino [“Dextera manu in nomine Cbristi quos cruci« signo obsignandi sunt, obsignamus”. Quaest. 118] parla per la prima, e ti apprende non solo la esistenza, ma il modo con che tale segno era fatto, è con ciò noi siamo a’ tempi primitivi, tempi di memoria eterna, che gli eretici stessi chiamano l’età d’oro del Cristianesimo, sì per la purezza della dottrina, che per la santità de’ costumi. Ora, noi vi troviamo il segno della croce in piena pratica in Oriente, come in Occidente. – Diamo qualche passo, e daremo la mano a S. Giovanni, quello, che sopravvisse a tutti gli Apostoli. Vedi il venerabile vecchio, che fa il segno della croce su di una coppa avvelenata, e beve il micidiale liquore impavidamente [S. Simeon: Metaph. in Joan.]. Un po’ più lontano, ed ecco i suoi più illustri colleghi, Pietro e Paolo. Come Giovanni il discepolo amato dal divino Maestro, Pietro e Paolo, principi dell’apostolato, fanno religiosamente il segno della croce, e l’insegnano dall’oriente fino all’ occidente, a Gerusalemme, in Antiochia, ad Atene, a Roma, ai Greci ed ai barbari. Ascoltiamo un irrecusabile testimone della tradizione, « Paolo, dice santo Agostino, posto dappertutto il reale stendardo della croce, pescagli uomini, e Pietro segna le nazioni col segno della croce » [“Circumfert Paulus Dominicum in cruce vexillum. Et iste piscator hominum, et ille titulat signo crucis gentiles”. S. Joan Chrys. Ser. XXVIII]. – Né solamente eglino lo eseguono sugli uomini, ma sulle creature inanimate, e vogliono che altri ancora il facesse. Ogni creatura di Dio è buona, scrive il grande Apostolo, non è da rigettare alcuna cosa, che possa riceversi con rendimento di grazie; poiché dessa è santificata dalla parola di Dio, e dalla preghiera. Questa è la regola: quale n’é il senso? Nel diritto se v’ha un testo oscuro, come si chiarisce? Per chiarirlo, si consulta l’interprete il più autorizzato, ed il più vicino al legislatore: la sua parola è legge. Ascolta la parola la più autorizzata dall’Apostolo S. Paolo, S. Grisostomo « Paolo, egli scrive, ha stabilito qui due cose: la prima che nessuna creatura è immonda: la seconda, che se lo fosse, facile cosa sarebbe purificarla. Segnala del segno della croce, rendi grazia e gloria al Signore, e detto fatto, l’immondizia partirà » [“Duo capita ponit, unum quidem quod creatura nulla communis est. Secundo, quod etsi communis sit, medicamentum in promptu est. Signum Uli crucis imprime, gratias age, Deo gloriam refer, et protinus immunditia omnis abscessit”. In Tim. Bom. XII]. – Ecco l’insegnamento apostolico. I principi degli Apostoli non solamente facevano questo segno adorabile sulle cose inanimate, e sopra i popoli che accorrevano alla fede, ma sopra se stessi. Questo segno adunque esisteva prima di loro. Paolo il persecutore è rovesciato lungo il cammino di Damasco, perché divenga l’apostolo del Dio, ch’egli perseguita. Quale sarà il primo atto del Dio vincitore sul nobile vinto? Sarà segnarlo del segno della croce. “Va, dice Egli ad Anania, e segnalo del mio segno”. [“Vade ad eum, et signa eum charactere meo”. S. Aug. Ser. l et Ser. XXV, De Sanctis]. – Chi è dunque l’autore e institutore del segno della croce? Per trovarlo è da sormontare tutti i secoli, tutte le cose visibili, tutte le gerarchie angeliche, per venire fino al Verbo eterno, alla verità stessa. Ascolta un altro testimone, perfettamente in grado di saperlo, e che ha confermato la testimonianza col suo sangue. Ho nominato l’immortale vescovo di Cartagine, S. Cipriano. « Signore, egli esclama, sacerdote santo, voi ci avete legato tre cose che non periranno giammai : il calice del vostro sangue, il segno della croce e l’esempio de’ vostri dolori. » [“Tu Domine, sacerdos sáncte, constituisti nobis inconsumptibiliter potum vivificum, crucis Signum, et mortificationis exemplum”. Serm. de Pass. Christi.]. Santo Agostino aggiunge: Siete voi, o Signore, che avete voluto questo segno impresso sulla nostra fronte. [“Signum suum Christus in fronte nobis fligi voluit”. In psal. 130]. – Sarebbe facile citare venti altri testimoni; ma perché scrivo delle lettere, e non un libro, mi arresto. Il segno della croce è un segno divino: ecco un fatto constatato per la discussione. Ve n’ha un altro, di che sarà parola domani.