EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (3)

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (3)

IL DOGMA CATTOLICO:

Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

CAPITOLO I.

Introduzione.

[Uno scrittore anonimo scrive contro fr. Müller a proposito della dottrina di Extra Eccesiam nulla salus]

Nel 1874 abbiamo scritto un piccolo volume dal titolo “Familar Explanation of Christian Doctrine”. La Nostra Madre, la santa Chiesa Cattolica, ha saggiamente decretato che nessun libro che tratti la fede e la morale sia stampato senza l’approvazione del Vescovo della diocesi, e che nessun Vescovo debba dare la sua approvazione prima che il manoscritto sia stato sottoposto al vaglio di un teologo istruito e devoto, in modo che il lettore del libro possa sapere che esso non contenga nulla di contrario alla fede e alla morale. (Vedi Terzo Concilio Plenario di Baltimora, p.100, n. 220.) La Regola dei Padri Redentoristi, inoltre, richiede che un libro scritto da uno di loro debba essere esaminato da due teologi istruiti, prima che sia dato alle stampe. Noi abbiamo sottoposto il nostro piccolo volume al parere del molto istruito Rev. A. Konings, C. SS. R., Professore di teologia morale e di diritto canonico al Collegio Redentorista, Ilchester, Maryland, al defunto Dottore Francis J. Freel, allora amato Pastore della Chiesa di San Carlo Borromeo; Brooklyn, LI, al defunto Rev. Padre M. Sheehan, un dotto prete d’Irlanda, e a James A. McMaster, l’ultimo erudito direttore del New York Freeman’s Journal. Poiché il piccolo libro fu valutato con molto favore, ricevette l’Imprimatur del Rev. J. Roosevelt Bailey, Arcivescovo di Baltimora, e del Reverendo Jos. Helmpraecht, Provinciale della Società Redentorista negli Stati Uniti, e fu pubblicato nel 1875. Il piccolo volume ha avuto un’ampia diffusione durante questi quindici anni. L’anno scorso abbiamo pubblicato, per i tipi della “Benziger Brothers”, una nuova edizione di questo piccolo volume, notevolmente migliorato ed ampliato. – Nel piccolo volume (prima edizione) abbiamo mostrato, da pagina 10 a pagina 86, che solo la Chiesa Cattolica Romana è la vera Chiesa di Cristo sulla terra, istituita per la salvezza dell’umanità, che Essa è l’unica interprete infallibile della Parola di Dio scritta e non scritta, e che di conseguenza tutti coloro che desiderano essere salvati devono morire uniti a questa Chiesa. – Da pagina 87 a pagina 104, (cap. XII) abbiamo dato diversi motivi popolari per cui la salvezza dalla Chiesa Cattolica Romana sia impossibile per coloro che vivono secondo i principi e lo spirito del protestantesimo. Nella seconda parte di questo breve trattato abbiamo parlato di quei protestanti che non sono colpevoli dello spirito del protestantesimo o del “peccato di eresia”. – Il giornale “The Catholic Union and Times of Buffalo”, pubblicato il 26 gennaio 1888, conteneva un articolo anonimo, intitolato “Una strana spiegazione della dottrina cristiana“. Lo scrittore dell’articolo si sforza di provare, estrapolando alcune domande e risposte dalla nostra “Familiar Explanation” che noi abbiamo travisato la Dottrina Cattolica: … “Non c’è salvezza che nella Chiesa Cattolica Romana “, « … dal modo in cui l’articolo è scritto, è evidente che non sia stato scritto da un prete irlandese educato in Irlanda; perché se l’intero articolo fosse posto sotto forma di domande, qualsiasi uomo o donna irlandese confonderebbe lo scrittore di quell’articolo nel modo di rispondere a quelle domande. Lo scrittore è probabilmente un convertito dalla cosiddetta Chiesa episcopaliana, che è stata accolta nella Chiesa, ma senza il dono della fede divina, e di conseguenza non ha compreso né lo spirito della Fede Cattolica né quello del protestantesimo. Se non è questo veramente un tale convertito, allora siatene sicuri: si tratta di un Sacerdote liberale. Egli non fornisce alcuna prova della veridicità delle proprie affermazioni fatte in virtù di una autorità, e questo appare chiaramente dal fatto che non abbia firmato l’articolo, per cui solo per questo, non merita più credito di un libro delle favole. Il fatto che il Rev. Editor della Buffalo Catholic Union and Times (B. U. &T) chiami lo scrittore dell’articolo “il più eminente Sacerdote degli Stati Uniti dimostra la sua mancanza di prudenza, perché nessun uomo ragionevole lo avrebbe definito così; avrebbe potuto dire, ad esempio, “un prete eminente degli Stati Uniti”! Ma ecco l’editoriale: « Il Sacerdote più eminente negli Stati Uniti questa settimana ha onorato le nostre colonne con un articolo su una questione molto importante. La riconosciuta capacità dello scrittore e la recente pubblicità data ai punti in discussione, meritano lo spazio editoriale riservato a questa comunicazione magistrale. Speriamo che i nostri lettori – ed in particolare i nostri stimati lettori protestanti – riservino a questo articolo un’attenta lettura. Noi approviamo ogni sua affermazione e ringraziamo vivamente l’autore per la sua polemica abile e tempestiva ».  – Sembra molto strano definire un prete: … il “Sacerdote più eminente degli Stati Uniti”, senza che se ne riveli al pubblico il suo nome. Il Cardinale Arcivescovo, e tutti gli altri Arcivescovi, i Vescovi e tutti i Sacerdoti, così come pure tutti i Cattolici degli Stati Uniti, lo avrebbero ringraziato per aver fatto loro sapere chi, a suo parere, non solo sia un personaggio importante, ma addirittura il PIU’ EMINENTE Sacerdote negli Stati Uniti. Per brevità, noi lo chiameremo “Signor Oracolo” (S. O.).

Il Rev. Editor e il suo fratello-sacerdote, lo scrittore dell’ “Una strana spiegazione … “, sono perentori e autoreferenziali nel proclamare le loro opinioni errate, come se non avessero nulla da imparare dalla Chiesa ed apprendere dai suoi santi Dottori. A loro si può applicare ciò che san Francesco Saverio scrisse un giorno ad uno dei padri Gesuiti; vale a dire: “Tu, come tanti altri che ti assomigliano, ti sbagli di grosso se pensi di poter seguire le tue opinioni e il tuo giudizio, per il semplice fatto che sei membro della Compagnia”. (Vita di S. Padre Fr. Xav.)  –

“Hai letto per caso nel Buffalo Union and Times, l’articolo “Una strana Spiegazione”? – ho chiesto a un Prete amico – Sì,  l’ho fatto “, egli mi ha risposto. – “E cosa ne pensi?” – “Ho pensato che lo scrittore fosse un propagatore di quanto il cardinale Manning definisce nella sua opera “Il Concilio Vaticano”: « Una scuola di errori sorta in Germania e in parte in Inghilterra, favorita dal contatto con il protestantesimo, nata dall’opinione di coloro che, essendo nati nel protestantesimo, sono entrati nella Chiesa Cattolica, ma non sono in realtà mai stati liberati da certe errate abitudini di pensiero ». – « Che cosa mi consiglia di fare, Reverendo, al proposito? Potrebbe essere bene per me riportare al Signor Oracolo “… gli elogi fatti all’autore di” Familiar Explanation of Christian Doctrine?” – « Sì, infatti – mi dice il Prete amico, non solo questo è un bene, ma penso anche che sia  un dovere per voi farlo a beneficio dei lettori della Buffalo U. & T., alcuni dei quali potrebbero aver acquisito false impressioni, e specialmente i Cattolici liberali, che non hanno mai imparato a sufficienza le ragioni della fede che essi hanno. Quindi, se voi rimanete in silenzio, e omettete di fornire prove forti ed evidenti a favore della dottrina cattolica in questione, i Cattolici, e persino i protestanti che hanno letto l’articolo “La strana Spiegazione… “, in effetti, inizierebbero a dubitare della dottrina da voi esposta, e quello scrittore potrebbe affermare trionfalmente che siete stato messo a tacere dalle asserzioni anonime da lui proposte e pubblicate dal Rev. Editor della “Buffalo U. & T.”, che egli ha condiviso completamente in quell’articolo, sostenendolo spensieratamente in ogni sua affermazione. Dovete quindi, esporre al pubblico la sua teologia contraffatta, contrapponendola ad una teologia solida, spiegata in modo talmente chiaro che anche il più ignorante possa capirla. »  – « Queste osservazioni, secondo voi, dovrebbero essere comunicate al medesimo giornale, al Buffalo U. & T.?” in modo tale che il Buffalo. U. & T. sia obbligato a presentarle a tutti i suoi lettori? ».- « Vedi, io penso che poiché le istruzioni trasmesse mediante un giornale sono facilmente dimenticate e finiscono spesso nel cestino dei rifiuti, vi consiglierei di farle stampare e pubblicare sotto forma di opuscolo, affidandone la diffusione ai ben noti editori della “Publishers, Benziger Brothers”. Se scriverete queste osservazioni e, come tutti i tuoi altri lavori, li farete pubblicare ad un prezzo economico, esse avranno un’ampia diffusione e migliaia di cattolici e di non cattolici li divoreranno e ne trarranno beneficio. Ne potrebbero trarre beneficio anche certi Sacerdoti che sono purtroppo molto spesso ignoranti in questioni di grande importanza, come ignoranti sono coloro che non hanno mai avuto l’opportunità di apprendere una solida teologia cattolica che riguardi certe verità dogmatiche ».  – « Che ci sia questa carenza anche nel clero tedesco è evidente dal fatto che, nel 1886, il Rev. A. Klug aveva pubblicato, in Germania, un nuovo catechismo, in cui asseriva che “i protestanti sono salvati per quelle verità che hanno con noi in comune. Il cardinale Manning dice, sempre nel suo lavoro, “il Concilio Vaticano”, che molti tra il clero sono stati educati a pericolosi errori tradizionali nel corso di duecento anni, fino al tempo del Concilio Vaticano, e che i loro errori erano dovuti al fatto che non avevano mai concepito un’idea chiara e precisa della Chiesa, proprio perché non avevano mai avuto una conoscenza chiara e precisa del potere supremo del suo Capo, per cui, finché ciò non sia chiaramente compreso, la dottrina della Chiesa sarà sempre proporzionalmente oscura; infatti: « … la dottrina della Chiesa non determina la dottrina del Primato, ma la dottrina del Primato determina precisamente la dottrina della Chiesa ».  – « Molti sono ancora impregnati da quegli errori e conservano opinioni errate su certe dottrine cattoliche: sapete, non è un compito facile sbarazzarsi degli errori dell’intelletto e delle opinioni spurie dello spirito. Se voi, quindi, mostrate chiaramente gli errori di questi uomini, otterrete i ringraziamenti della maggior parte del clero e dei laici americani, e anche di molti protestanti onesti, che sono desiderosi di conoscere la vera Religione ».  – « Queste osservazioni dell’amico Sacerdote devoto sono realmente molto corrette. – L’età attuale è completamente assorbita da speculazioni di ogni tipo: politiche, commerciali, letterarie, scientifiche e persino religiose; così che la fonte dalla quale le nuove generazioni dovrebbe trarre una maggiore conoscenza dei propri doveri morali e religiosi è contaminata da un orgoglio invincibile, dal lusso smodato, da una moda ridicola, dall’interesse personale e dall’ignoranza generale circa la dottrina della salvezza. Da qui la tendenza dominante della generazione attuale, che è quella di godere della vita materiale, indulgere alle passioni, gratificare i poteri sensibili e appetitivi e trascurare completamente la cultura religiosa dell’intelletto, del cuore e dell’anima. È, quindi, un dovere indispensabile dei Sacerdoti, dei genitori e di tutti coloro che hanno la direzione spirituale dei giovani e delle famiglie cristiane, comunicare a tutti la sana dottrina cattolica come il grande mezzo per opporsi e curare la lebbra morale dell’età nostra. Questo era l’unico obiettivo che avevamo in mente nel pubblicare i nostri catechismi e le altre opere più impegnative per ogni classe sociale. I dottori ciarlatani in tutte le scienze, i pedanti speculatori nella letteratura, i monopolisti di ogni tipo e gli ipocriti nella Religione e nella politica, sono stati sempre spregevoli in ogni epoca e in ogni nazione e meritano un biasimo universale. Questa linguaggio può solleticare e agitare alcune persone. L’esposizione della Dottrina Cattolica nelle nostre opere più piccole, così come nelle nostre opere più grandi, è “troppo” Cattolica per le coscienze di certi uomini, i quali, a questo proposito, non mancheranno di addossarci le loro critiche rancorose e vendicative con un linguaggio farisaico. Un giorno Sant’Alfonso disse che egli avrebbe potuto sopportare in silenzio ogni offesa fattagli, tranne una sola: quella di essere chiamato “eretico”! Anche noi siamo pronti a sopportare in silenzio tutti gli insulti personali, tranne uno: quello di aver travisato la Dottrina Cattolica in una qualsiasi delle nostre opere. Anche dalla nostra infanzia lo studio della nostra Religione è stato il nostro più grande piacere: lo abbiamo sempre molto amato per travisarne qualsiasi verità. Abbiamo sopportato dolori inenarrabili per renderla chiara ed attraente per tutte le classi sociali, ed anche per i più piccoli. Non abbiamo mai pubblicato una riga che non sia stata letta da eccellenti teologi prima che finisse nelle mani della tipografia. Ecco perché abbiamo sentito il nostro dovere di vendicare, con un linguaggio forte, l’insulto che ci è stato fatto pubblicamente nel “Buffalo U. & T. Ora abbiamo già un piede nella tomba e l’altro lo seguirà presto: Pertanto, non abbiamo alcun motivo per essere vigliacchi nel pubblicare le verità della Religione Cattolica e nell’opporci a princîpi errati. Sarebbe davvero una grande vergogna per noi restarcene in silenzio in una questione della massima importanza. Se ci sono Sacerdoti abbastanza audaci da fare delle affermazioni false e fallaci riguardo alla nostra santa Religione, senza il dovuto rispetto per i Prelati e i Preti colti e devoti, nonché per la stampa cattolica in generale, che, tutti, hanno elogiato le nostre opere, per i loro solidi insegnamenti ortodossi, noi non dobbiamo essere meno audaci nel mostrare al pubblico l’ignoranza di quei Sacerdoti in questioni in cui è in gioco la salvezza delle anime.  – Circa quanto abbiamo scritto sopra, ecco che abbiamo ricevuto anche un’altra copia del “Buffalo Catholic Union and Times”, edita il 22 marzo 1888, in cui è pubblicato un altro articolo intitolato “Have Protestants Divine Faith? (= hanno i protestanti la divina fede?)“. Lo scrittore, questa volta, è il reverendo Alfred Young, un padre paolista di New York. Il nuovo articolo è scritto per corroborare e sostenere almeno una parte di quell’altro scritto e pibblicato in predenza dal “Prete più eminente degli Stati Uniti”. Egli loda il Rev. Padre Cronin per aver pubblicato quell’articolo “La Strana spiegazione… “. Siamo molto dispiaciuti per i gravi errori che questi sacerdoti hanno insegnato al pubblico, non certo intenzionalmente, ma perché non sapevano quello che stavano facendo, esponendo la loro errata dottrina sulla Fede Cattolica e su quella protestante in Cristo, ecc.. Noi seguiremo principalmente la dottrina di San Tommaso d’Aquino e di altri dottori ed eminenti teologi della Chiesa.  – « Quel metodo di insegnamento – dice Papa Leone XIII – che si basa sull’autorità e sul giudizio dei singoli professori, ha una base mutevole, e quindi nascono opinioni diverse e conflittuali che non possono presentare la mente del santo Dottore (Tommaso d’Aquino) e favoriscono i dissidi e le polemiche che hanno agitato le scuole cattoliche per lungo tempo e non senza grave detrimento per la scienza cristiana ». (Breve, 19 giugno 1886). « San Tommaso, infatti, è un dottore saggio, che cammina entro i confini della verità, che non solo non disputa mai con Dio, il Capo e la fonte di ogni verità, ma è sempre strettamente in pieno accordo con Lui, ed è sempre docile a Lui quando svela i suoi segreti in qualsiasi modo; … chi non meno devotamente ascolta il Romano Pontefice quando parla, riverisce in lui l’autorità divina, e sostiene pienamente che la sottomissione al Romano Pontefice è necessaria per la salvezza. (Opusc. Contra errores Græcorum). Seguendo San Tommaso d’Aquino come nostro autore e maestro, insegniamo, senza alcun pericolo di oltrepassare i confini della verità. Ma il raccogliere e spargere opinioni secondo la nostra volontà e a nostro capriccio,   è reputato come la licenziosità più vile, scienza falsa e menzognera, disonore e schiavitù della mente. ” (Encyc., Dic. 21., 1887.)

CAPITOLO II.

L’unica ed infallibile vera guida al cielo.

[La fede esplicita nel Mistero della Santissima Trinità,e nell’Incarnazione del Figlio di Dio,è necessaria per la salvezza, secondol’opinione più comune e vera dei teologi.]

Molti anni fa un famoso architetto ha costruito un magnifico palazzo. Completato il magnifico edificio, lo ha dato ad alcuni amici come loro abitazione. Ma questi si sono presto comportati male e sono diventati uno scandalo per tutto il vicinato. La gente diceva spesso: “Come mai è stato eretto un palazzo così splendido per tali malvagi facinorosi?” Alla fine è arrivato il re che ha preso possesso del palazzo. Ha perdonato ai servi e ha cercato di renderli di nuovo buoni. Allora il popolo disse: “Ora capiamo perché sia stato costruito questo magnifico palazzo, esso era per il re”.  – L’architetto in questa parabola è Dio Padre. Ha costruito un magnifico palazzo: il mondo. Ha posto in esso i suoi amici: Adamo ed Eva. Ben presto questi si sono comportati male; e gli Angeli allora chiesero: “Perché un palazzo così splendido – il mondo – è stato creato per questa gente tanto malvagia?” Finalmente è arrivato il Re, Gesù Cristo. Egli ha perdonato ai servi e ha cercato di renderli di nuovo buoni, e gli Angeli hanno esclamato: “Ora capiamo perché questo grande palazzo – il mondo – sia stato fatto: esso era per Gesù Cristo, il Re del mondo”. Dio ha decretato fin dall’eternità la creazione il mondo come dimora per gli uomini, che, con una vita santa, dovrebbero ottenere una ricompensa eterna. Egli previde sin dall’eternità che gli uomini non sarebbero sopravvissuti fino alla fine della loro creazione. Dio allora sarebbe stato frustrato nel suo disegno, se non avesse decretato già dall’eternità l’Incarnazione per la Redenzione della razza umana. Pertanto, il mondo fu creato principalmente per il bene dell’Uomo-Dio che doveva venire per la giustificazione e la glorificazione dell’uomo.  – Ecco perché san Tommaso d’Aquino dice: Ordo naturæ creatus est et institutus propter ordinem gratiæ. Il fine principale della creazione dell’universo è, in primo luogo, Gesù Cristo, e, in secondo luogo, per gli eletti che possono ricevere così la grazia di Dio attraverso Cristo. Anche se è vero che il mondo esisteva già prima che il Figlio di Dio diventasse uomo, tuttavia, nel piano della creazione e della redenzione, Gesù Cristo era già prima del mondo. Su questo racconto san Paolo chiama Gesù Cristo: il principio, il primogenito dai morti, che, in tutte le cose tiene il primato: perché in Lui è piaciuto al Padre far abitare ogni cosa, e per mezzo di Lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. (Coloss, I. 18-20).  – Esiste quindi una certa unione intima tra la creazione del mondo e la natività di Cristo. Dio non ha voluto che Cristo fosse nato fuori da questo mondo; e ancora, Egli non desiderava che questo mondo dovesse esistere senza Gesù Cristo. No, è stato principalmente per Lui, come abbiamo detto, che Dio ha creato il mondo e per suo beneficio l’ha preservato e continuerà a preservarlo fino alla fine dei tempi. – Dio aveva decretato di istituire attraverso di Lui l’ordine della grazia, cioè l’ordine della giustificazione e della glorificazione degli eletti. Come l’artista produce la sua opera secondo la sua concezione e conoscenza, così, anche Dio ha creato l’uomo a sua immagine, poiché è il Figlio suo, la sua eterna Sapienza, il prototipo di tutte le cose. Ora, quando un’opera d’arte viene deteriorata dal tempo o da un incidente, essa viene riportata dalla mano abile dell’artista, al suo stato originale; così, allo stesso modo, sfigurata in Adamo l’immagine di Dio nell’uomo, la sua stessa fonte, il Figlio di Dio, si è fatto uomo per riparare la sua immagine. « … poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’Egli ne è divenuto partecipe, … perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. » (Ebrei II, 14, 17). – Così riceviamo la nostra figliolanza o adozione di figli di Dio da Colui che è il Figlio di Dio per sua natura. « … e se figli, siamo eredi anche di Dio e coeredi con Cristo ». (Rom. VIII 17) Quindi è sempre stato, sin dall’inizio, assolutamente necessario per la salvezza, riconoscere, mediante la fede divina, Dio come Creatore del cielo e della terra e come l’eterno Remuneratore del bene e del male, e l’Incarnazione del Figlio di Dio, di conseguenza: il mistero della Santissima Trinità; « Poiché Colui che viene a Dio – dice San Paolo – deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano ». (Ebr. XI, 6.) Su queste parole del grande Apostolo, Cornelius a Lapide commenta come segue:  « La conoscenza di Dio acquisita dalla contemplazione del mondo, insegna che Dio solo è l’Autore del mondo e di tutte le benedizioni naturali, e che questi beni naturali possano essere ottenuti e chiesti solo a Lui. Ma Dio vuole essere onorato e amato dagli uomini, non solo come l’Autore di beni naturali, ma anche come l’Autore dei beni soprannaturali ed eterni nel mondo a venire, e nessuno può, in nessun altro modo, venire a Lui e alla sua amicizia, piacere a Lui, ed essere a Lui accetto. Quindi è necessaria, la vera fede divina, perché è solo dalla luce della fede divina che noi conosciamo Dio. non solo come l’Autore della natura, ma anche come l’Autore della Grazia e della gloria eterna; pertanto l’Apostolo dice che per sapere che c’è un Dio che premia il bene e punisce i malvagi, bisogna conoscerlo come tale, non solo con la conoscenza e la fede naturali, ma anche con la conoscenza soprannaturale e mediante la fede divina.  – « Ma se San Paolo parla qui solo di queste due grandi verità, non ne segue affatto, che egli desideri insegnare che la conoscenza soprannaturale di queste due sole verità e la fede divina in esse, siano sufficienti per ottenere la giustificazione, cioè, per ottenere la grazia di diventare figli di Dio, ma è necessario, per essere fortemente animati dalla speranza, nel sopportare le dure fatiche e le lotte per la virtù ed ottenere quindi la grazia della giustificazione, credere anche ad altre verità soprannaturali, specialmente al mistero dell’Incarnazione di Cristo e a quello della Santissima Trinità. » (Comm. In Ep. Ad Heb., Ix. 6.)  – « Alcuni teologi – dice Sant’Alfonso – sostengono che il credere degli altri due articoli – l’Incarnazione del Figlio di Dio e la Trinità delle Persone – sia strettamente comandata ma non necessaria, come mezzo senza il quale la salvezza sia impossibile, in modo che una persona incolpevolmente ignorante di queste verità, possa essere salvata; ma secondo l’opinione più comune e più vera, è che la convinzione esplicita di questi articoli sia necessaria come mezzo senza il quale nessun adulto possa essere salvato ». (Primo comand., n. 8.) Secondo Sant’Agostino (De Prædest, Sanctorum C. 15) ed altri teologi, la predestinazione, l’elezione e l’Incarnazione di Cristo erano dovute non al merito previsto di qualcuno, nemmeno a quello di Cristo stesso, ma solo al buon piacere di Dio. Tuttavia, la predestinazione di tutti gli uomini in generale, o l’elezione di alcuni a preferenza degli altri, è dovuta ai meriti di Cristo, a causa del quale Dio ha chiamato tutti gli uomini alla vita eterna e dà loro la grazia sufficiente per ottenerla, se fanno un uso appropriato della sua grazia, e specialmente quella della preghiera.  « … Quella fede – dice lo stesso grande Dottore della Chiesa – solida, con la quale crediamo che né un adulto né un bambino possano essere liberati dal peccato e dalla morte dell’anima, se non da Gesù Cristo, l’unico Mediatore tra Dio e l’uomo. » (Ep. 190, ohm 157, parum a principio.). Quindi san Tommaso dice: « Dio Onnipotente decretò da tutta l’eternità il mistero dell’Incarnazione, affinché gli uomini potessero ottenere la salvezza attraverso Cristo. Era quindi necessario in ogni momento che questo mistero dell’Incarnazione dovesse, in qualche modo, essere esplicitamente creduto. Indubbiamente, questo significa necessariamente che è mediante una verità di fede che l’uomo ottenga la salvezza. Ora gli uomini ottengono la salvezza dal mistero dell’Incarnazione e dalla Passione di Cristo; poiché nella Sacra Scrittura si dice: “Non c’è nessun altro Nome sotto il cielo dato agli uomini per mezzo del quale dobbiamo essere salvati”. (Atti, IV, 10). Quindi era necessario in ogni momento che il mistero dell’Incarnazione di Cristo dovesse essere creduto da tutti gli uomini in qualche modo (aliqualiter, sia implicitamente che esplicitamente), tuttavia, in un modo diverso, secondo le circostanze dei tempi e delle persone. – Prima della caduta, l’uomo credeva esplicitamente all’Incarnazione di Cristo. Ante statum peccati homo habuit esplicitamente fidem de Christi incarnatione, secundum quod ordinabatur ad consummationem gloriæ, non autem secundum quod ordinabatur ad liberationem a peccato per passionem e resurrectionem, quia homo non fuit præscius peccati futuri. E che avesse la conoscenza dell’incarnazione di Cristo sembra derivare dalle sue parole: “Pertanto l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie”. (Gen. XI. 24) E san Paolo chiama questo un grande sacramento in Cristo e nella Chiesa; (Eph. V. 32.) e quindi non si può credere che il primo uomo ignorasse questo Sacramento.  Dopo la caduta dell’uomo, il mistero dell’Incarnazione di Cristo fu creduto esplicitamente, cioè non solo l’Incarnazione stessa, ma anche la Passione e la Risurrezione di Cristo, mediante la quale l’umanità è liberata dal peccato e dalla morte; perché altrimenti non avrebbero potuto prefigurare la Passione di Cristo mediante certi sacrifici offerti prima, così come anche dopo, la Legge Scritta, il cui significato era ben noto a coloro che avevano il dovere di insegnare la Religione di Dio; ma per quanto riguardava il resto del popolo, che credeva che quei sacrifici fossero stati ordinati da Dio per prefigurare Cristo a venire, essi avevano così una fede implicita in Cristo. Come il mistero dell’Incarnazione doveva essere creduto fin dal principio, così anche era necessario credere al mistero della Santissima Trinità; poiché il mistero dell’Incarnazione non può essere creduto esplicitamente senza la fede nella Santissima Trinità, in quanto il mistero dell’Incarnazione insegna che il Figlio di Dio ha preso per sé un corpo e un’anima umana mediante il potere dello Spirito Santo. Quindi, siccome il mistero dell’Incarnazione era esplicitamente creduto dagli insegnanti la Religione, ed implicitamente dal resto del popolo, così, anche, il mistero della Santissima Trinità era esplicitamente creduto dagli insegnanti la Religione e implicitamente dal resto delle persone. Ma nella Nuova Legge deve essere esplicitamente creduto da tutti. » (De Fide, Q II., Art. VII. E VIII.)  – Dio ha rivelato queste grandi verità della salvezza ai nostri progenitori subito dopo la caduta. Conservò la loro conoscenza attraverso i santi Patriarchi e Profeti che, con un linguaggio chiaro, predissero che sarebbe venuto il Redentore, e « sarebbe stato un sacerdote sul suo trono » (Zach. VI. 13), « un sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech » (Psal. XIV, 4), e che Lui stesso sarebbe stata la vittima offerta per i peccati dell’umanità. Da queste grandi verità fondamentali della Religione, comprendiamo facilmente perché San Paolo scrivesse agli Ebrei: « Gesù Cristo ieri, oggi, è lo stesso per sempre » (Ebrei XIII, 8), e « per mezzo di Lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. » (Coloss, I. 20).  Il grande Apostolo vuol dire: O Ebrei, Gesù Cristo, l’Uomo-Dio e i Sommi Sacerdoti, erano ieri, cioè, erano nel tempo, prima di voi, dall’inizio. Gesù era la vittima e il Sacerdote prima della Legge, non in persona, ma in figura. Egli era la vittima in figura nell’agnello e degli altri animali che sacerdoti e patriarchi offrivano nei sacrifici. I fedeli adoratori vedevano Cristo in quei sacrifici sia esplicitamente che implicitamente; ed hanno creduto in Lui. Credevano che sarebbe venuto e riscattare il mondo. Con questa conoscenza spirituale condussero le loro vite: così i loro peccati furono perdonati sia per la loro colpa sia per la loro punizione. Il sacrificio di Abele era gradito a Dio, perché nell’agnello che aveva sacrificato non vedeva solo l’agnello, ma invero una vittima migliore – cioè il Salvatore – e credeva in Lui, e quindi Dio aveva riguardo per Abele e la sua offerta; e « Dio Padre – dice sant’Agostino – riconcilia a se stesso, attraverso Cristo, le cose sulla terra e le cose nei cieli, offrendo il perdono a tutti gli uomini, a causa di Cristo, e dando a quelli che si rendono degni di Lui, le sedi di gloria che gli angeli caduti hanno perso ». (Vedi Cornel. A Lap., Epist. Ad Ephes., C. I, da v. 1-10.)  Impariamo anche da Cristo e dalla sua Chiesa, che, come mezzo necessario per la salvezza, è richiesta anche la fede esplicita nei misteri della Santa Trinità e dell’incarnazione del Figlio di Dio.  « Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Giovanni, XVII, 3), perché, dice, « Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me ». Giovanni, XIV, 6.). Ma se un uomo agisce secondo i dettami della sua coscienza e segue esattamente la luce della ragione che Dio ha impiantato in lui a sua guida, non è sufficiente questo a portarlo alla salvezza?  – « Questo è, invero, – dice il vescovo Hay – una proposta speciosa, ma sotto di esso si annida un errore: quando l’uomo fu creato, la sua ragione era una ragione illuminata, illuminata dalla grazia della rettitudine originale, con cui la sua anima era adornata, la ragione e la coscienza erano delle guide sicure per condurlo sulla via della salvezza, ma col peccato questa luce era stata miseramente oscurata e la sua ragione offuscata dall’ignoranza e dall’errore: non era, però, completamente estinta, egli infatti conosce chiaramente molte grandi verità, ma al momento è così influenzato dall’orgoglio, dalle passioni, dai pregiudizi e da altri motivi di corruzione, che in molti casi questo serve solo a confermarlo nell’errore, dando un’apparenza di ragione ai suggerimenti dell’amor proprio e delle passioni. Questo è molto comune anche nelle cose naturali, ma nel soprannaturale, nelle cose relative a Dio e all’eternità, la nostra ragione, se lasciata a se stessa, è miseramente cieca. Per rimediare a ciò, Dio ci ha dato la luce della fede come guida sicura e certa per condurci alla salvezza, nominando la sua santa Chiesa custode e depositaria di questa luce celeste; di conseguenza, sebbene un uomo possa credere di agire secondo ragione e coscienza, e anche illudere se stesso che lo faccia, tuttavia la ragione e la coscienza, se non illuminate e guidate dalla vera fede, non potranno mai portarlo alla salvezza. Nulla può essere più sorprendente delle parole della Sacra Scrittura su questo argomento. « C’è una via – dice l’uomo saggio – che sembra dritta a qualcuno, ma i suoi fini portano alla morte. ” (Prov. XIV. 12.). Nulla può essere più semplice di questo per dimostrare che un uomo possa agire secondo ciò che pensa alla luce della ragione e della coscienza, ben persuaso che stia facendo bene, e tuttavia, in realtà, sta correndo solo sulla via della perdizione! E non è così per tutti quelli che sono sedotti dai falsi profeti e da falsi maestri, pensando di essere nel giusto? Non sono essi sedotti forse con il pretesto di agire secondo coscienza? La bocca della verità stessa ha dichiarato che « … se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadranno nella fossa ». (Matteo XIV, 14). Per mostrarci a quale eccesso di malvagità l’uomo possa giungere con la pretesa di seguire la sua coscienza, la stessa Verità Eterna dice ai suoi apostoli: « Viene l’ora, in cui chiunque vi ucciderà penserà di servire Dio; » (Giovanni XXVI, 2), ma osserva ciò che aggiunge subito dopo: « E queste cose faranno perché non hanno conosciuto né il Padre né me ». (Ib. 3.). Questo dimostra che, se non si ha la vera conoscenza di Dio e di Gesù Cristo, che può essere ottenuta solo attraverso la vera fede nella Chiesa, non c’è enormità di cui non si sia capaci. pensando invece di agire secondo ragione e coscienza: se avessimo solo la luce della ragione a guidarci, saremmo giustificati nel seguirla, ma siccome Dio ci ha dato una guida esterna nella sua santa Chiesa, onde assistere e correggere la nostra ragione cieca alla luce di fede, la nostra sola ragione, non assistita da questa guida, non può mai essere mezzo sufficiente per la salvezza.  – « Niente lo renderà più chiaro di alcuni esempi: la coscienza dice a un pagano che non è solo lecito, ma è un dovere, adorare e offrire sacrifici agli idoli, lavoro delle mani degli uomini: potrà, questo agire secondo la sua coscienza, forse salvarlo? o questa serie di idolatrie saranno innocenti e gradevoli agli occhi di Dio, solo perché sono eseguite secondo coscienza? « … maledetto l’idolo opera di mani e chi lo ha fatto; questi perché lo ha lavorato, quello perché, corruttibile, è detto Dio. Perché sono ugualmente in odio a Dio l’empio e la sua empietà; l’opera e l’artefice saranno ugualmente puniti ». (Sapienza XIV, 8, 10). Inoltre, « … Colui che offre un sacrificio agli dei, oltre al solo Signore, sarà votato allo sterminio ». (Esodo XXII, 20). Allo stesso modo, la coscienza di un ebreo gli dice che può legittimamente e meritoriamente bestemmiare Gesù Cristo e approvare la condotta dei suoi antenati nel metterlo a morte su di un legno. Una simile bestemmia forse lo salverà, perché è secondo i dettami della sua coscienza? Lo Spirito Santo, per bocca di San Paolo, dice: « Se qualcuno non ama nostro Signore Gesù Cristo, sia anatema », cioè “maledetto”. (I. Cor. XVI, 22.) Un maomettano viene edotto dalla sua coscienza che sarebbe un crimine credere in Gesù Cristo e non credere in Maometto, … questa coscienza empia lo salverà? La Scrittura ci assicura che « non c’è nessun altro Nome dato agli uomini sotto il cielo per mezzo del quale possiamo essere salvati, ma solo il Nome di Gesù »; e « … colui che non crede al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimarrà su di lui. » Tutte le varie sette che sono state separate dalla vera Chiesa, in ogni epoca, l’hanno ugualmente calunniata e diffamata, parlando male della verità professata da Essa, credendo nella loro coscienza che questo non fosse solo lecito, ma altamente meritevole: le calunnie contro la Chiesa di Gesù Cristo li salvano a causa dell’approvazione della loro coscienza? La Parola di Dio dichiara: « Che la nazione e il regno che non la serviranno periranno; » e « … ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati e attirandosi una pronta rovina. Molti seguiranno le loro dissolutezze e per colpa loro la via della verità sarà coperta di improperi ». (II Pet. II. 1.) In tutti questi casi, e simili, la coscienza è per essi, il crimine più grande, e si dimostra a quale altezza di empietà ci possano condurre la coscienza e la ragione, quando sono sotto l’influenza dell’orgoglio, delle passioni, del pregiudizio e dell’amor proprio. La coscienza e la ragione, quindi, non possono mai essere delle guide sicure per la salvezza, a meno che non siano dirette dalla sacra luce della verità rivelata. » – « Un effetto – dice San Tommaso – non è mai più grande della sua causa, né alcun atto più efficace del potere attivo che lo produce, pertanto il godimento della beatitudine eterna non è nella potenza delle nostre facoltà naturali. Lasciate ai propri poteri, esse possono solo produrre atti conformi alla propria natura e alla propria esistenza, come acquisire l’arte e la scienza, lavorare in qualsiasi occupazione e godere della felicità privata e sociale, ma non possono mai giungere a Dio e possederlo senza l’assistenza soprannaturale: è inutile accordare le corde di un’arpa o di una cetra, esse restano mute fino a quando non vengano messe in movimento dalla mano di un musicista. Una nave viene allestita con i suoi alberi, i cavi e le vele, ed è pronta per navigare, ma necessita di una brezza giusta per poter navigare al largo. nelle profondità. Allo stesso modo le persone, per essere salvate, necessitano che la potente mano di Dio diriga il loro corso verso un altro mondo, onde essere assistite e illuminate nel loro pellegrinaggio. È evidente che il primo passo verso Dio e la salvezza è la conoscenza soprannaturale di Dio e la fede divina nelle quattro grandi verità della salvezza come mezzo preparatorio necessario per ottenere la Grazia della Giustificazione; che né l’ignoranza invincibile delle necessarie verità di salvezza, né la semplice conoscenza di queste verità possa essere un mezzo per trasmettere la Grazia Santificante all’anima: alla conoscenza di quelle verità deve essere unita la Fede Divina Soprannaturale, la speranza fiduciosa nel Redentore, e la Carità Perfetta, che include la perfetta contrizione del peccato ed il desiderio implicito di conformarsi alla volontà di Dio in tutto ciò che Egli richiede all’anima, per essere salvata. – Queste disposizioni dell’anima sono gli effetti della grazia di Dio e non di qualsiasi altra cosa; e l’infusione della grazia santificante nell’anima, che è così preparata, è il dono gratuito concesso dall’infinita misericordia di Dio a causa dei meriti del Redentore.  – San Tommaso pone la domanda: « Gesù Cristo, quando discese nel Limbo, liberò le anime dei bambini che morirono nel peccato originale? » Per capire questo, dobbiamo ricordare un certo principio ed una certa dottrina, vale a dire: non c’è salvezza possibile per nessuno senza essere uniti a Gesù Cristo crocifisso. Quindi il grande apostolo San Paolo dice: «… è Gesù Cristo che Dio ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue » (Rm III, 25.). Ora, quei bambini non erano uniti a Cristo dalla loro stessa fede perché non avevano l’uso della ragione, che è il fondamento della fede; né erano uniti a Cristo dalla fede dei loro genitori, perché la fede dei loro genitori non era sufficiente per la salvezza dei loro figli; né quei figli si unirono a Cristo per mezzo di un Sacramento, perché non c’era alcun Sacramento sotto l’antica legge che avesse di per sé la virtù di conferire o la grazia o la giustificazione. Inoltre, la vita eterna è concessa solo a coloro che sono in stato di grazia santificante. « La grazia di Dio è la vita eterna in Gesù Cristo nostro Signore ». (Rom, VI. 23.) Tutti coloro, dunque, che morirono a qualsiasi età senza Perfetta Carità e Fede nel Redentore venturo, così come coloro che muoiono senza il Sacramento della generazione spirituale dopo la Passione e la Morte di Gesù Cristo, non sono purificati dalla macchia mortale del peccato originale e sono, di conseguenza, esclusi dal regno della gloria eterna ». (De Incarn., Q. III., Art. VII.). Tutto questo è certo anche da ciò che il Concilio di Trento ha definito (Sess. VI, can. 3.) cioè che, senza la conoscenza e la fede soprannaturali, è impossibile adempiere alla Legge di Dio, essere giustificati e diventare accetti a Lui. (Vedi Cornel. A Lap., Comment. in Ep. Ad Rom., C. II.). Quindi la nota a pié pagina, trovata a pagina 230 di “fede cattolica” non è corretta, vale a dire: « Un credente in Dio che, senza alcuna colpa da parte sua, non sa e crede che in Dio ci siano tre Persone divine, è, ciò nonostante, in uno stato di salvezza, secondo l’opinione della maggior parte dei teologi cattolici ». Nessun buon teologo ha mai fatto una simile affermazione. Tutti i buoni teologi non attribuiscono la giustificazione né all’ignoranza incolpevole,  né alla conoscenza delle necessarie verità di salvezza; essi la attribuiscono all’infinita misericordia di Dio, che si unisce all’anima solo quando questa è preparata dagli atti soprannaturali della Fede, della Speranza e della Carità divina. Pertanto, solo un teologo come “Signor Oracolo” (S. O.) potrebbe facilmente appoggiare la suddetta affermazione. – « Le tre virtù teologali – dice san Tommaso – inclinano e preparano l’uomo alla felicità soprannaturale: la ragione riceve le luci soprannaturali mediante la fede, che ci dà una preveggenza della gloria eterna, la volontà tende verso la speranza possibile e raggiungibile; la carità ci unisce a Dio, l’eterna fonte di ogni gioia e felicità ». – « È impossibile – dice O. A. Brownson – fare in modo che Cattolici e non Cattolici capiscano questa grande verità e possano concepire una corretta idea dello spirito e dell’essenza della Religione, a meno che non sia chiaramente dimostrato che la nostra Religione si basi sulla rivelazione divina e sulla tutela di un corpo di uomini divinamente incaricati di insegnare al mondo, autorevolmente e infallibilmente, tutte le sue verità sacre ed immutabili, – verità che tutti gli uomini sono quindi vincolati in coscienza a ricevere senza esitazione. Questo è lo standard fisso della Fede Cattolica. È questa la base su cui poggiano tutti i dogmi. Se questa importantissima verità è ben compresa dai Cattolici, le insidie ​​per intrappolarli possono sì essere molto astutamente disposte, ma essi non saranno facilmente catturati nelle maglie della rete ».  – Né può essere di grande utilità una discussione dei punti dottrinali per chi non è completamente convinto dell’autorità divina della Chiesa: una volta accettata questa, tutto il resto segue logicamente, naturalmente. Quindi nessuno dovrebbe essere ammesso nell’unico ovile di Cristo se non sostenga fermamente e dichiari che la Chiesa Cattolica Romana, governata dai successori di San Pietro, sia l’integra ed unica maestra del Vangelo sulla terra. Per quanto familiari possano essere con le nostre dottrine, o per quanto possano credere ai nostri dogmi, senza professare nel complesso le fondamentali verità della Fede Cattolica, questi non dovrebbero essere autorizzati ad unirsi alla Chiesa. Poiché queste siano comprese e credute fermamente, c’è bisogno di un piccolo ritardo nell’abiura.  La stessa Chiesa ci insegna questa lezione nella sua professione di fede per i convertiti e nel suo rituale. Nella professione di fede che la Chiesa richiede che i convertiti facciano prima di essere ricevuti nella Chiesa, il primo articolo di fede recita come segue: « Io, N. N., avendo davanti ai miei occhi i santi Vangeli che tengo con la mia mano, e sapendo che nessuno possa essere salvato senza quella fede che la santa, cattolica, apostolica, romana Chiesa detiene, crede e insegna, contro cui mi rattristo di aver commesso un grave errore … , etc. » – Quando un bambino viene portato in chiesa per il Battesimo, la prima domanda rivolta al bambino è: “Che cosa chiedi della Chiesa di Dio? ” E la risposta è: “La Fede”. Ciò che dobbiamo credere, etc., è insegnato solo dalla Chiesa Cattolica. Quindi si è un Cattolico, ben istruito, quando alla domanda: « Perché ci credi? » si risponde: « Perché la Chiesa, nostra Madre, crede ed insegna questo ». E .. « da chi la madre tua ha imparato questo?» – « Da Dio. » La Chiesa, quindi, è non un corpo religioso tra i molti; bensì è l’unico corpo religioso, inerente all’ordine divino della creazione e che rappresenta ciò che abbiamo detto sopra. Ciò su cui qui si insiste particolarmente è che, trattando nella Chiesa, le ragioni per le quali la salvezza al di fuori di essa sia impossibile dovrebbero essere chiaramente affermate, specialmente nella nostra epoca, in cui le società segrete stanno facendo tutto il possibile per minare l’autorità divina dell’insegnamento della Chiesa. La lezione, quindi, sulla Chiesa deve essere chiara, solida e profondamente impressa in tutti coloro che desiderano essere salvati; tutti devono imparare e capire che solo la Chiesa Cattolica è Maestra di Dio, e comprendere le ragioni per cui la salvezza fuori da Essa sia impossibile.  – Questa dottrina è chiaramente espressa nelle seguenti parole del Credo atanasiano: « Perciò, chi vuole essere salvato, deve quindi professare la Trinità », cioè deve credere alla dottrina della Santissima Trinità come spiegato in questo Credo. « Inoltre è necessario per la salvezza eterna che si creda pure giustamente all’Incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo ». Quindi san Pietro dice: « Sia noto a te, che non c’è salvezza in nessun altro nome oltre a quello di Gesù Cristo; poiché non c’è nessun altro Nome sotto il cielo dato agli uomini per mezzo del quale dobbiamo essere salvati. » (Atti, IV, 10,). « Così, – dice S. Alfonso, – non c’è speranza di salvezza se non nei meriti di Gesù Cristo ». Quindi San Tommaso e tutti i teologi concludono che « … dalla promulgazione del Vangelo, ciò sia necessario non solo come materia di precetto, ma anche come mezzo di salvezza (necessitade medii, senza il quale nessun adulto può essere salvato), a credere esplicitamente che possiamo essere salvati solo attraverso il nostro Redentore. » (Riflessioni sulla Passione di Gesù Cristo, Cap. I, n. 19). L’esplicita fede nei misteri della Santa Trinità e dell’Incarnazione del Figlio di Dio è quindi della massima importanza: questa credenza insegna l’origine del mondo, la sua creazione da parte di Dio Padre, ci insegna il fine soprannaturale dell’uomo, la sua caduta e la redenzione dell’umanità da parte di Dio Figlio, insegna la santificazione delle anime per mezzo dei doni dello Spirito Santo. L’opera che il Redentore ha iniziato nella sua Incarnazione e completata nella sua Passione non è stata ancora stabilita e assicurata; il suo regno non doveva venire tutto in una volta, né il suo dominio stabilirsi immediatamente sulle rovine dell’impero del male. Il numero degli eletti deve essere raccolto da tutte le nazioni e generazioni degli uomini. I meriti della sua Passione devono essere applicati alle anime che Egli ha riscattato attraverso tutte le epoche successive. Questa grande missione è portata avanti attraverso la sua Chiesa, che a Pentecoste, è emersa nella potenza dello Spirito Santo. Attraverso di Essa, nostro Signore continua ad agire nel realizzare i suoi progetti. « La Chiesa, quindi, – come dice il dottor O. A. Brownson, – è inerente all’ordine divino della creazione e della grazia: Dio decretò la sua costituzione e la sua indefettibilità quando decretò l’ordine della creazione e della grazia. » Qualunque cosa sia incompatibile con il suo insegnamento, è incompatibile con il suo ordine divino, sì, con il Divino Essere Stesso. Come senza Dio non c’è nulla, così senza la Chiesa, o al di fuori di Essa, non c’è nessuna Religione, nessuna vita spirituale. Nel migliore dei casi le false religioni non hanno fondamento, non sostengono nulla e non sono nulla, e non possono dare né vita né sostegno all’anima, ma la lasciano fuori dall’ordine divino per farla cadere nell’inferno.  « I Cattolici hanno bisogno di sapere questo e devono essere armati di princîpi e argomentazioni che permettano loro di dimostrarlo contro tutti i detrattori, o, almeno, di consentire loro di difendersi, e di essere sempre in guardia contro le contaminazioni ed i sofismi dei protestanti. ”

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (2)

IL DOGMA CATTOLICO (2)

Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

PREFAZIONE

(di lettura indispensabile)

[Qualsiasi dogma non ammette interpretazioni contrarie a quelle che ha ricevuto fin dalle origini]

San Paolo, nella sua epistola a San Timoteo, esclama: “O Timoteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza”. (l. Tim. VI. 20.) – « Chi è attualmente questo Timoteo? – chiede S. Vincenzo di Lerino e risponde – … È il Corpo dei Pastori della Chiesa, e quindi ogni Pastore deve applicare a sé queste parole di San Paolo: O Timoteo, o Pastore, o Dottore, o Sacerdote, “custodisci il deposito” che è affidato alla tua fedeltà, “pura e incontaminata”, lotta sinceramente per la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte” (Giuda, v. 3); mai allontanarsi dalle sacre parole di Dio, « le parole che ti ho messo in bocca non si allontaneranno dalla tua bocca ». (Isai, LIX, 21). « Tu, dunque – dice il vescovo Hay – non devi mai intendere cosa significhi tergiversare nella Religione per compiacere gli uomini, né devi alterare nemmeno una virgola del Vangelo di Cristo. Devi dichiarare le sacre verità rivelate da Gesù Cristo nella loro originale semplicità, senza cercare di adornarle con parole persuasive di saggezza umana, e ancor meno devi mascherarle sotto un abito diverso dal loro: la verità, semplice e disadorna, è l’unica arma che devi impegnare contro i tuoi avversari, a prescindere dalla loro censura o dalla loro approvazione. “Questa è la verità – devi dire – rivelata da Dio, che devi abbracciare, o non potrai avere alcuna parte con Lui”. Se il mondo considera ciò che tu dici come follia, non devi sorprenderti, perché sai che « l’uomo sensuale non comprende le cose che sono dello spirito di Dio, perché è follia per lui e non può capire » (I. Cor. II. 14.); « ma che la follia di Dio è più saggia degli uomini; » e compatendo questa cecità devi pregare ardentemente Dio di illuminarli, « … sii dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità » (II Tim. II. 25). – « Se mai vi è stato un momento in cui era particolarmente necessario che ogni Pastore della Chiesa vigilasse sulla purezza della fede e della morale che la Chiesa gli ha affidato, è il tempo e la situazione attuale, in cui, a spese della purezza della fede e della morale cattolica, sono ammesse e concesse tante condiscendenze e complimenti, e la via stretta che conduce alla vita è convertita, secondo l’opinione degli uomini, nella strada larga che porta alla perdizione. »  – « Questa osservazione vale soprattutto per quel principio latitudinario così comune ai giorni nostri, secondo il quale un uomo può essere salvato in qualsiasi religione, purché viva una buona vita morale, secondo la luce che ha, perché, con questo, la fede di Cristo è resa vana, e il Vangelo è inservibile, inutile: un ebreo, un turco, un ateo, sono tutti compresi in questo schema, per cui se vivono una buona vita morale hanno, a buon diritto, la salvezza dei Cristiani!  – « Non è più necessario essere un membro della Chiesa di Cristo, poiché, se conduciamo una buona vita morale, siamo nello stato di salvezza, che apparteniamo o meno a lei! Oh passioni di uomini! Che libertà per tutti i capricci della mente umana! È quindi della massima urgenza affermare e mostrare chiaramente la verità cattolica rivelata che: «non c’è salvezza se non dalla Chiesa cattolica».  – Va ricordato che ogni dogma cattolico è una verità rivelata che è sempre stata tenuta dai Padri della Chiesa sin dalle origini, e deve quindi essere interpretata, non secondo le opinioni moderne e i principi latitudinaristi, ma secondo la fede del Padri e dei dottori della Chiesa; a proposito S. Vincenzo di Lerino dice: « Un vero Cattolico è colui che ama la verità rivelata da Dio, che ama la Chiesa, il Corpo di Cristo, che stima la Religione, la Fede Cattolica, che è superiore a qualsiasi autorità umana, al talento, all’eloquenza, e alla filosofia, cose tutte che tiene in disprezzo, e rimane fermo e incrollabile nella fede che sa essere sempre stata fin dall’inizio professata dalla Chiesa Cattolica, e se si accorge che qualcuno, chiunque esso sia, interpreti un dogma in modo diverso da quello dei Padri della Chiesa, comprende che Dio permette che tale interpretazione sia fatta, non per il bene della Religione, ma come una tentazione, secondo le parole di San Paolo: « … È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. » (I Corinzi XI. 19). « E infatti, non appena vengono proclamate nuove opinioni, diventa chiaro che tipo di Cattolico è un uomo: » (Commonit.) Quindi, come dice Sant’Agostino, « un teologo che è umile, non insegnerà mai nulla come vero dottrina cattolica, a meno che non sia perfettamente certo della verità che afferma, e lo provi con la Sacra Scrittura e con la Tradizione della Chiesa ». Coloro che hanno imparato bene la teologia, dice San Basilio, non permetteranno che si tradisca una virgola nei dogmi cattolici e, se necessario, subiranno volentieri qualsiasi tipo di morte per la loro difesa. »  – « Essi propongono ogni dogma, e in particolare il dogma fondamentale, “fuori dalla Chiesa non c’è salvezza, con le parole della Chiesa spiegandolo come Essa lo intende, sono molto attenti a non indebolire minimamente il significato di questo grande dogma, neanche a titolo di proposta o di spiegazione, perché non dice San Paolo che: « … se qualcuno ti predica un Vangelo contrario a quello che ti abbiamo predicato, sia anatema? – dice San Giovanni Crisostomo – è per mostrarci che è maledetto chi indebolisce anche indirettamente le verità minime del Vangelo ». (Cornelio a Lapide in Epist. Ad Gal. I. 8) – « Come, – dice Pio IX – vi è un solo Dio Padre, un solo Cristo Figlio di Lui, un solo Spirito Santo, così vi è una sola verità divinamente rivelata, una sola fede divina, principio d’umana salvezza, fondamento di ogni normativa per la quale il giusto vive, e senza la quale è impossibile piacere a Dio e pervenire alla comunione dei suoi figli (cf. Rm. I, 16-17; Eb. XI, 5); non vi è che una vera, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana Chiesa e una sola Cattedra fondata dalla voce del Signore su Pietro, e all’infuori di essa non si trova né la VERA FEDE né la SALUTE ETERNA, in quanto non può avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come madre e assurdamente confida di appartenere alla Chiesa colui che abbandona la Cattedra di Pietro sulla quale è fondata la Chiesa” (“Singulari quidem”, Lettera Enciclica, 17 marzo 1856.) – « Lo Spirito Santo – dice Sant’Agostino – è per il Corpo di Cristo, che è la Chiesa, ciò che l’anima umana è per il corpo umano: è per mezzo dell’anima che ogni membro del corpo vive ed agisce. Allo stesso modo, è per mezzo dello Spirito Santo che l’uomo giusto vive ed agisce; e poiché l’anima non segue un membro che sia tagliato fuori dal corpo, così, allo stesso modo, lo Spirito Santo non segue un membro che sia stato giustamente tagliato fuori dal Corpo di Cristo; colui, pertanto, che desidera ottenere la vita eterna, deve rimanere vivificato dallo Spirito Santo e, per rimanere vivificato dallo Spirito Santo, si deve conservare la carità, amare la verità e desiderare l’unità. » (Serm. 267). « Perciò nessuno può trovare la vita eterna tranne che nella Chiesa Cattolica”. (Serm. Ad Cæsarenses). – « Dove manca l’unità, non può esserci alcuna carità divina, e questo pertanto, è possibile solo nella Chiesa Cattolica ». (Contr. Lit. Petil., Lib. II, Cap. 77). Ora, siccome nessuno può ottenere la salvezza senza avere lo Spirito di Cristo, o la Carità divina, e siccome questo Spirito o virtù divina, che è chiamato l’Anima della Chiesa, è custodito solo nell’unità della Chiesa, è evidente che fuori dalla Chiesa non c’è positivamente alcuna salvezza.  – Va ricordato che ogni dogma è esclusivo e non ammette interpretazioni contrarie a quelle che ha ricevuto già sin dalle origini. Ad ogni dogma, quindi, si può aggiungere quello che Pio IX ha aggiunto nella definizione dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria [Ineffabilis Deus], vale a dire: « Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall’unità della Chiesa … ».  – « È chiaro, dunque – dice S. Vincenzo di Lerino – che non hanno imparato bene la teologia, la imparino meglio, che provino quindi a capire ogni dogma per quanto possono e credano ciò che non sono in grado di capire … ricordino le parole di San Paolo: « Se qualcuno ti insegnerà qualunque oltre a ciò che hai ricevuto, sia anatema ». (Gal., I. 9.) Dediscant bene quod didicerant non bene et ex toto Ecclesiæ dogmate quod intellectu capi potest capiant, quod non potest credant!  O Timotæ, depositum custodi, devitan prophanas vocum novitates Si quis vobis annuntiaverit.. præterquam quod Acceptistis, anathema sit. (Commonit.). – « È secondo questo spirito cattolico e apostolico che ci siamo sforzati di spiegare la nostra Religione, e specialmente il grande dogma « Fuori dalla Chiesa Cattolica non c’è positivamente salvezza ». Ma la nostra spiegazione, a quanto pare, è “troppo cattolica” per alcune persone, perché noi non avremmo inserita in essa, alcuna opinione moderna né alcun principio latitudinarista. Credendo, quindi, che « avrebbero fatto un servizio a Dio » … e ai loro simili, specialmente ai loro “fratelli separati”, hanno reso noto, attraverso la “Buffalo Catholic Union and Times”, che noi avremmo distorto il Credo Cattolico riguardo al dogma “Fuori della Chiesa non c’è salvezza”.  – Il reverendo George Hay, vescovo di Edimburgo, in Scozia che, quando era ancora protestante, fece il voto di fare tutto il possibile per estirpare il Papismo, scrisse un trattato intitolato “Un’inchiesta se la salvezza possa essere vissuta senza la vera fede e al di fuori della comunione della Chiesa di Cristo. In questo trattato, il pio e molto istruito Prelato della Chiesa, dimostra chiaramente che « fuori dalla vera Chiesa nessuno può essere salvato », e aggiunge « che è solo di recente che questo modo di pensare e di parlare in modo sciolto dalla necessità della vera fede e dalla comunione con la Chiesa di Cristo, è apparso tra i membri della Chiesa, e questo è uno dei motivi più decisi della sua condanna: trattasi pertanto di una novità: questa è una nuova dottrina, inaudita fin dalle origini, anzi direttamente opposta alla dottrina univoca di tutte i grandi “lumi” della Chiesa, di tutte le epoche passate, ed è quindi sorprendente che qualcuno rimetta in questione questo punto dottrinale; ciò può essere giustificato solo dallo spirito generale di dissipazione e dal disprezzo per tutta la Religione che così universalmente prevale al giorno d’oggi, tant’è che i primi autori della cosiddetta riforma, e alcuni dei loro più sinceri seguaci, vedendo le forti prove dalla Scrittura su questo punto, e non trovando il più piccolo fondamento nelle Sacre Scritture che ne sostenesse il contrario, lo hanno solennemente riconosciuto, per quanto sia contro se stessi; nella confessione di fede della Chiesa protestante di Scozia, concordata dai teologi di Westminister, approvata dall’Assemblea generale nell’anno 1646  e ratificata dall’atto del Parlamento nel 1649, nel capitolo sulla Chiesa si dichiara in questi termini che « La Chiesa visibile, che è anche cattolica o universale sotto il Vangelo (non limitata a una nazione, come una volta secondo la legge), consiste di tutti coloro che in tutto il mondo professano la vera religione, e dei loro figli, ed è il regno del Signore Gesù Cristo, la casa e la famiglia di Dio, fuori dalla quale non esiste alcuna possibilità ordinaria di salvezza ». (Confession of Faith cap. XXV.). – “Ed i loro predecessori del secolo precedente, quando la religione presbiteriana iniziava inizialmente a muovere i primi passi in Scozia, parlavano non meno chiaramente sullo stesso argomento, perché nella loro Confessione di fede, autorizzata dal Parlamento nell’anno 1560, come una dottrina fondata sull’infallibile Parola di Dio,  si esprimono così, nell’Articolo XVI: « Come noi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, così crediamo costantemente, che fin dall’inizio ci sia stata, ed ora ci sia, e fino alla fine del mondo ci sarà una sola Chiesa, cioè una compagnia ed una moltitudine di uomini, scelti da Dio, che lo adorano con giustizia e lo abbracciano con la vera fede in Gesù Cristo; … questa Chiesa è Cattolica – cioè, universale, perché contiene gli eletti di tutte le età, ecc., e fuori dalla quale Chiesa non c’è né vita né felicità eterna: e quindi aborriamo completamente la bestemmia di coloro che affermano che gli uomini che vivono secondo equità e giustizia possano essere salvati, senza aver mai professato la vera Religione ». Questa confessione originale della Chiesa di Scozia, fu ristampata e pubblicata a Glasgow nell’anno 1771, e da essa è tratto questo passaggio: « … lo stesso Calvino confessa la stessa verità, con queste parole, parlando della Chiesa visibile: “Fuori dal suo seno – egli dice – non è da sperare nessuna remissione dei peccati, nessuna salvezza, secondo Isaia, Gioele ed Ezechiele … così che è sempre altamente pernicioso allontanarsi dalla Chiesa … “; e questo afferma nelle sue stesse istituzioni, B. IV., c: 1, § 4. – Aggiungeremo in più ancora una testimonianza, che è particolarmente forte; è del Dr. Pearson, un vescovo della Chiesa d’Inghilterra, nella sua esposizione del Credo modificata del 1669, dove dice: « La necessità di credere nella Chiesa Cattolica è apparsa in primo luogo, in questo, che Cristo cioè l’abbia nominata come l’unica via per la vita eterna. Leggiamo innanzitutto in Atti II. 47: “… Che il Signore ha aggiunto alla Chiesa quotidianamente quelli che avrebbero dovuto essere salvati:” e ciò che veniva poi fatto quotidianamente è stato fatto poi per sempre. Cristo non ha mai nominato due vie per il Paradiso; né ha costituito una Chiesa per salvarne alcuni, e fatta un’altra istituzione per la salvezza di altri uomini (Atti IV. 10): “… Non c’è nessun altro Nome sotto il cielo dato agli uomini, per mezzo del quale possiamo essere salvati, se non il Nome di Gesù”; e quel nome non è altrimenti dato, sotto il cielo, se non nella Chiesa. Così nessuno fu salvato dal diluvio che non si trovasse nell’arca di Noè, per aver accolto il comando di Dio; così non visse nessuno dei primogeniti egiziani, che non si trovasse in quelle abitazioni i cui stipiti fossero stati cosparsi di sangue, secondo la parola di Dio, per la loro conservazione; nessuno degli abitanti di Gerico poté sfuggire al fuoco o alla spada, se non fosse stato nella casa di Raab, per la cui protezione era stata stipulata un’alleanza; – così NESSUNO sfuggirà mai all’ira eterna di Dio che non appartenga alla Chiesa di Dio ». Guarda fino a che punto la forza della verità prevalse tra i membri più eminenti della Riforma, prima che i princîpi latitudinaristi si insinuassero in mezzo a loro!  – « È vero, infatti, che, sebbene i fondatori di queste Chiese, convinti dalle ripetute ed evidenti testimonianze della Parola di Dio, professassero questa verità e la inserissero nelle costituzioni pubbliche della loro religione, tuttavia la loro posterità ora la disconosce accusando la Chiesa Cattolica di essere poco caritatevole nell’averla conservata, e questo dimostra solo la loro incoerenza, e mostra come essi siano privi di ogni certezza in tutto ciò in cui credono, perché se fosse una verità divina, quando queste religioni furono fondate, quella proposizione “ … fuori della vera Chiesa, e senza la Fede Cattolica, non c’è salvezza”, doveva essere immutabile: e se i loro primi fondatori si sbagliavano su questo punto, quale sicurezza possono avere i loro seguaci circa qualsiasi altro insegnamento? – La Chiesa, sempre coerente ed uniforme nella sua dottrina, sempre conservando le parole che un tempo le sono state messe sulle labbra dal suo Maestro divino, in ogni momento e in ogni tempo ha creduto ed insegnato la stessa identica dottrina come verità rivelata da Dio, e cioè che: « … fuori dalla vera Chiesa di Cristo, e senza la sua vera Fede, non c’è alcuna possibilità di salvezza; » e la testimonianza pubblica più autentica dei suoi nemici, dimostra che questa è la dottrina di Gesù e del suo santo Vangelo, qualunque cosa le persone private, mosse da motivi egoistici e interessati, possano dire in contrario. Qual rimprovero devono ricevere prima del giudizio di Dio, quei membri della Chiesa di Cristo che chiamano in causa o cercano di invalidare questa grande e fondamentale verità, la stessa barriera e il baluardo della vera Religione, verità che è così ripetutamente dichiarata da Dio nelle sue Sacre Scritture, professata dalla Chiesa di Cristo in tutte le epoche, attestata nei termini più forti dai più eminenti “lumi” del Cristianesimo, e candidamente riconosciuta pure dai più famosi scrittori e teologi della Riforma! Ogni tentativo di indebolire l’importanza di questa divina verità, non tradirà il Dio grande, la sua causa e gli interessi della sua santa Fede? … e chi lo farà sarà in grado poi di invocare la ignoranza invincibile, già chiamata prima a propria difesa?  ». (From Sincere Christian, American Edition.). – Ma ascoltiamo un’Autorità superiore che si esprime su questo argomento così importante. Nelle sue lettere encicliche, datate: 8 dicembre 1849; 8 Dic. 1864; e 10 agosto 1863, e nella sua Allocuzione del 9 dicembre 1854, Papa Pio IX. dice:   « Non è senza dolore che abbiamo costatato un altro errore non meno pernicioso, che è stato diffuso in diverse parti dei Paesi Cattolici, ed è stato fatto proprio da molti Cattolici, che sono dell’opinione che tutti coloro che non sono affatto membri della vera Chiesa di Cristo, possano essere salvati: quindi discutono spesso la questione riguardante il futuro destino e la condizione di coloro che muoiono senza aver professato la Fede Cattolica, e danno le ragioni più futili a sostegno della loro cattiva opinione … » – « È davvero di fede che nessuno possa essere salvato al di fuori della Chiesa Apostolica Romana, e che questa sia l’unica arca della salvezza, e colui che non è entrato in essa, perirà nel diluvio … » – « Dobbiamo menzionare e condannare ancora una volta l’errore più pernicioso, che sia stato fatto proprio da alcuni Cattolici, i quali sono dell’opinione che quelle persone che vivono nell’errore e non hanno la vera fede, e siano separati dall’unità cattolica, possano ottenere la vita eterna. Questa opinione in vero, è molto contraria alla fede cattolica, come è evidente dalle semplici parole di Nostro Signore, (Matteo XVIII, 17; Marco XVI, 16; Luca X, 16 – Giovanni III, 18) come anche dalle parole di San Paolo, (II Tim. III. 11) e di San Pietro (II Pietro 1) L’intrattenere opinioni contrarie a questa fede cattolica è essere un empio malvagio. »  – « Pertanto, ripubblichiamo, proscriviamo e condanniamo tutto e tutte queste opinioni e dottrine perverse, ed è nostra assoluta volontà e comando che tutti i figli della Chiesa Cattolica li ritengano come riprovati, proscritti e condannati. È nostro ufficio apostolico risvegliare il vostro zelo episcopale e la vostra vigilanza nel fare tutto ciò che è in vostro potere per bandire dalle menti del popolo opinioni così empie e perniciose, che portano all’indifferenza della Religione e, nel diffondersi sempre di più, alla rovina delle anime Opponete tutta la vostra energia ed il vostro zelo contro questi errori, ed impiegate zelanti Sacerdoti che li mettano in discussione e li annientino, ed imprimano molto profondamente nella mente e nel cuore dei fedeli il grande dogma della nostra santissima religione, che la salvezza si può avere solo nel Fede cattolica. Esortate spesso il clero e i fedeli a rendere grazie a Dio per il grande dono della Fede Cattolica ». – Ora, non è qualcosa di molto scioccante vedere tali errori condannati, e delle opinioni perverse proclamate come dottrina Cattolica da un giornale Cattolico, e da libri scritti e recentemente pubblicati da Cattolici? Abbiamo quindi ritenuto nostro dovere fare una presentazione forte, vigorosa ed intransigente della grande e fondamentale verità, vero recinto e baluardo della vera Religione: “FUORI DELLA CHIESA NON C’È POSITIVAMENTE NESSUNA SALVEZZA”, contro quei Cattolici mollicci, deboli, timidi, liberalizzanti, che lavorano per ammorbidire tutti i punti della Fede Cattolica che sembrano offensivi per i non Cattolici, e per far sembrare che non esistano problemi di vita e di morte, di Paradiso e d’Inferno, e differenze tra noi e i protestanti. – Liberare il prossimo dagli errori religiosi, dice Papa Leone, quando è in tuo potere farlo, è dimostrare a te stesso di non essere in errore, e « quindi – dice Papa Gregorio I – chi ha il dovere di correggere il suo vicino quando si trovi nella colpa, e tuttavia omette di operare tale correzione, si rende colpevole delle colpe del suo prossimo. » – « Effettivamente – dice Papa Innocenzo III di coloro che hanno il dovere di mantenere il deposito della fede puro e incontaminato – … non opporsi ad una dottrina errata è come approvarla, e non difendere per nulla la vera dottrina è come sopprimerla ».

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMININO SALVATUR (1)

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (1)

IL DOGMA CATTOLICO: Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

Questa piccola ma preziosissima opera del Sacerdote Redentorista tedesco, stabilito negli Stati Uniti, nasce da una controversia seguita alla pubblicazione su un giornale di Buffalo, di un articolo che pretendeva di dimostrare come l’opera del nostro Redentorista, il compendio catechistico: Explanation of Christian Doctrine, adapted for the family and more advanced students in catholic schools and colleges, No. III; (Spiegazione della Dottrina Cristiana, adattata per la famiglia e gli studenti avanzati delle scuole e collegi cattolici) – [Kreuzur Brothers, 30 North st., Baltimre, MD. – 1874], fosse difettosa e contenesse errori dottrinali, in particolare nei riguardi del dogma cattolico fondamentale: “Nessuno si salva assolutamente fuori dalla Chiesa Cattolica”. Il nostro buon Redentorista, teologo fine formato alla scuola di S. Alfonso M. De’ Liguori, consigliato da un amico sacerdote, difende la sua opera e soprattutto difende, con lume dottrinale rigoroso e coerente, il dogma cattolico che proprio in quegli anni la Santa Sede ribadiva con assoluta fermezza. Abbiamo così ricevuto in eredità uno scritto veramente illuminante, pieno di dottrina e citazioni di passi scritturali, della Tradizione, dei Padri della Chiesa, dell’immancabile San Tommaso, del Magistero della Chiesa. Oggi poi, questo scritto è utile non solo per confutare e persuadere i protestanti “storici”, che all’epoca già infestavano gli Stati Uniti, circa l’assoluta certezza della loro eterna riprovazione e dannazione, ma soprattutto per chiarire ai settari neoprotestanti della “chiesa dell’uomo”, nata dal conciliabolo c. d. Vaticano II, ove sono state ribaltate molte delle definizioni dogmatiche della Chiesa Cattolica, e poste le basi per un totale sovvertimento dottrinale e liturgico operato nel post-concilio dagli antipapi usurpanti la Cattedra di S. Pietro, succeduti fino ad oggi, nonché agli eretici fallibilisti pseudo-tradizionalisti e agli scismatici eretici sedevacantisti, che la loro posizione e sorte nella via eterna, è esattamente identica a quella di chi si trova fuori dalla Chiesa Cattolica (come lo erano allora pagani e protestanti), magari inconsapevolmente, ma in ogni caso colpevoli di ignoranza vincibile, per non avere mai voluto né apprendere, né approfondire la conoscenza della dottrina cristiana. Quindi, aggiungendo ai protestanti ritenuti storici della c. d. riforma, i protestanti della satanica riforma conciliare-montiniana, con gli pseudo-tradizionalisti, ci imbattiamo in un’opera ancor più preziosa ora, inizio del terzo millennio, di quanto lo fosse già all’epoca in cui essa fu concepita e pubblicata. – Lo scritto scorre con chiarezza dottrinale inconfutabile, sostenuta da citazioni opportune – al momento giusto e al posto giusto – fin poi ad arrivare ai toni patetici e quasi comici nei confronti dello scrittore anonimo dell’articolo pubblicato (indicato come “Signor Oracolo, il Prete più eminente degli Stati Uniti”), e del direttore del giornale di Buffalo, oltre che per certi protestanti dell’epoca, autori di scritti simili. Per essere però ancora più esaustivi, abbiamo pensato di iniziare la pubblicazione riportando il capitolo XII dell’“Esplanation…” (opera tra l’altro molto importante, seppur relativamente breve, fatta da domande e risposte, che pensiamo di pubblicare completo nel tempo perché chiarissima ed esaustiva della dottrina cattolica), il capitolo incriminato dal giornale di Buffalo e che ha poi armato la mano e la penna del Reverendo M. Muller nella stesura del “Dogma Cattolico: Extra Ecclesiam nullus omnino salvatur”.

MICHAEL MULLER:

Familiar Explanation of Christian Doctrine adapted for the family and more advanced students in catholic schools and colleges. No. III;

[Published by Kreuzer Brothers, 30 North st., Baltimore, Md., Catholic publication Society, 9 Watrren street, Nez York. Fr. PUSTET, 52 Barclay st. New York. 204 Vine st. Cincinnati. – 1875]

LEZIONE XII

NON C’È SALVEZZA AL DI FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA ROMANA.

D. Dal momento che la Chiesa Cattolica Romana è la sola vera Chiesa di Gesù Cristo, chi muore fuori della Chiesa può salvarsi?

R. No, non può.

D. Perché no?

R. Perché uno che non fa la volontà di Dio non può essere salvato.

D. È quindi per volontà di Dio che tutti gli uomini dovrebbero essere Cattolici?

R. Sì; perché è solo nella Chiesa Cattolica Romana che si può conoscere la volontà di Dio, cioè, la dottrina completa di Gesù Cristo, che sola può salvarli.

D. Gesù Cristo stesso ci ha assicurato nel modo più solenne e con parole semplici, che nessuno può essere salvato fuori dalla Chiesa Cattolica Romana?

R. Sì, lo fece quando disse ai suoi Apostoli:

“Andate ed ammaestrate tutte le nazioni, e insegnate loro ad osservare tutte le cose che Io ho comandato. Colui che non crede a tutte queste cose sarà condannato”.

D. Gesù Cristo ci ha assicurato, in altre parole, la dannazione di coloro che muoiono fuori dalla sua Chiesa?

R. Sì, lo ha fatto con queste parole: “Colui che non vuole ascoltare la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano. (Matt. XVIII, 17).

D. Puoi fornire ulteriori prove che dimostrino che nessuno possa essere salvato fuori dalla Chiesa Cattolica Romana?

R. Da queste parole di Gesù Cristo: « Vi sono altre pecore che non sono di questo gregge, Io devo portare anche loro, ed esse ascolteranno la mia voce e saranno un solo gregge ed un solo pastore. » (Giovanni X, 16).

D. Come puoi dimostrare da queste parole di nostro Signore, che tutti coloro che desiderano essere salvati devono essere Cattolici romani?

R. Perché in questo passo Egli dichiara chiaramente che tutte quelle pecore che non appartengono al suo gregge (cioè alla sua Chiesa) devono, come condizione necessaria alla loro salvezza, essere portate a quel gregge.

D. Cosa dicono i Padri della Chiesa circa la salvezza di coloro che muoiono fuori dalla Chiesa Cattolica romana?

R. Tutti, senza eccezioni, si pronunciano infallibilmente, che essi andranno persi per sempre.

D. Cosa fecero Sant’Agostino e gli altri Vescovi d’Africa, al Consiglio di Zirta, nel 412 d.C.? ci si parli di loro!

R. « Chiunque – essi dissero – è separato dalla Chiesa Cattolica, quantunque encomiabile possa essere la sua vita, per il fatto stesso di essere separato dall’unione con Cristo, non vedrà la vita, ma su di lui incomberà l’ira di Dio ». (Giovanni III).

D. Cosa ci dice san Cipriano sulla salvezza di quelli che muoiono fuori dalla Chiesa Cattolica?

R. Egli dice questo: « Colui che non ha la Chiesa per sua madre non può avere Dio per  suo Padre; » e con lui i Padri in generale dicono che « … come tutti coloro che non erano nell’arca di Noè sono periti nelle acque del diluvio, così periranno tutti coloro che sono fuori dalla vera Chiesa. »

D. Chi è fuori dall’ambito della Chiesa Cattolica Romana?

R. I non battezzati, i non credenti, gli apostati, gli scomunicati, e tutti gli eretici.

D. Come sappiamo che le persone non battezzate non saranno salvate?

R. Perché Gesù Cristo ha detto: « Se un uomo non rinasce dall’acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio. (Giovanni III, 5).

D. Come sappiamo che i non credenti non saranno salvi?

R. Perché si dice di loro, che essi non piacciono a Dio: « Senza fede è impossibile piacere a Dio. »

D. Come sappiamo che gli apostati non sono salvati?

A. Perché abbandonare la fede è un grande peccato, che fa perdere il regno del Paradiso.

D. Come sappiamo che le persone giustamente scomunicate, che non sono disposte a fare ciò che è richiesto loro prima di essere assolti, non sono salvati?

R. Perché il peccato di grande scandalo, per il quale erano come membri morti espulsi dalla comunione della Chiesa, li esclude dal regno dei cieli.

D. Qual è il significato della parola eretico?

R. Eretico è una parola greca e significa semplicemente un selezionatore, uno che sceglie.

D. Chi è dunque un eretico?

R. È un battezzato che sceglie tra le dottrine a lui proposte dalla Chiesa Cattolica Romana, quelle che gli sono più gradite, rifiutando le altre.

D. Come sappiamo che gli eretici non vengono salvati?

R. Perché ci assicura San Paolo Apostolo che un tale “selezionatore” o eretico è condannato: « Dopo una o due ammonizioni sta’ lontano da chi è eretico, ben sapendo che è gente ormai fuori strada e che continua a peccare condannandosi da se stessa. » (Tit III. 10, 11).

D. Ci sono ancora altri motivi che dimostrino che gli eretici o i protestanti che muoiono fuori dalla Chiesa cattolica Romana, non sono salvati?

R. Ce ne sono diversi, essi non possono essere salvati, perché:

1. Non hanno la fede divina.

2. Fanno di Gesù Cristo un bugiardo, così come pure dello Spirito Santo e degli Apostoli.

3. Non hanno fede in Cristo.

4. Hanno abbandonato la vera Chiesa di Cristo.

5. Sono troppo orgogliosi per sottomettersi al Papa, il Vicario di Cristo.

6. Non possono eseguire alcuna buona opera per cui possano ottenere il paradiso.

7. Non ricevono il Corpo ed il Sangue di Cristo.

8. Muoiono nei loro peccati.

9. Ridicolizzano e bestemmiano la Madre di Dio e dei suoi Santi.

10. Calunniano la sposa di Gesù Cristo, la Chiesa Cattolica.

D. Perché i protestanti non hanno la fede divina?

A. Perché non credono a Dio in coloro che ha Egli ha nominato per insegnare.

D. Chi è l’insegnante tra i protestanti?

A. Ciascuno di loro è insegnante, legislatore e giudice di se stesso in materia di religione.

D. C’è sempre stato un momento in cui Dio ha lasciato gli uomini a se stessi, per adattare a sé la propria religione, per inventare il loro credo personale e la stessa loro personale forma di culto?

A. No; fin dall’inizio del mondo Dio ha stabilito sulla terra per insegnamento, una autorità visibile, a cui era un dovere per ogni uomo sottomettersi.

D. Da questo cosa deriva?

A. Il protestante, rifiutando di prestare obbedienza a quella autorità istituita per l’insegnamento divino, non può avere la fede divina.

D. Qual è l’atto di fede di un protestante?

A. O mio Dio, io non credo a niente, tranne a quello che il mio giudizio privato mi dice di voler credere; quindi credo di poter interpretare la tua parola scritta: le Sacre Scritture; così come scelgo di credere che il Papa sia l’anticristo; che ogni uomo possa essere salvato, a condizione che sia un uomo onesto; credo che la sola fede sia sufficiente per la salvezza, mentre non siano necessarie le buone opere, né le pratiche di penitenza, né  la confessione dei peccati, ecc.

D. È questo un atto di fede divina?

R. È piuttosto una grande bestemmia contro Dio; è la lingua di Lutero, che, secondo la sua stessa confessione, l’ha appresa dal diavolo.

D. Ma se un protestante dovesse dire: “Io non ho niente a che fare con Lutero, o Calvino, o Enrico VIII, o John Knox, io attingo direttamente dalla Bibbia … » cosa gli si potrebbe rispondere?

R. In tal caso tu adotti e cadi nei principi e nello spirito di questi uomini, perché  cambiano la Parola di Dio scritta, nella parola d’uomo.

D. In che modo?

R. Perché ogni protestante interpreta la Sacra Scrittura a modo suo, dandole quel significato che ritiene opportuno darle, e quindi, invece di credere alla Parola di Dio, crede piuttosto alla interpretazione privata di essa, che è invece la parola d’uomo.

D. Ora, cos’è l’uomo senza la fede divina?

R. Un tale uomo è un profano e privo di tutta la Religione; e per aver rifiutato ogni obbedienza al suo Sovrano Signore, non godrà mai della sua presenza, né vedrà chiaramente ciò che non sia disposto a credere umilmente.

D. Come fanno i protestanti a fare di Gesù Cristo un bugiardo?

R. – Gesù Cristo dice: “Ascolta la Chiesa”.

No – dice Lutero e tutti i protestanti – Non ascoltare la Chiesa, ma protesta contro di Essa con tutta la tua forza.”

– Gesù Cristo dice: “Se qualcuno non vorrà ascoltare la Chiesa, consideralo come un pagano e un pubblicano.”

No – dice il protestantesimo – se qualcuno non ascolta la Chiesa, consideralo come un apostolo, come un ambasciatore di Dio “.

– Gesù Cristo dice: “Le porte dell’inferno non prevarranno contro la mia Chiesa” –

No – dice il Protestantesimo – Questo è falso, le porte dell’inferno hanno già prevalso contro la Chiesa già da mille anni e più!”

– Gesù Cristo ha dichiarato San Pietro e ogni successore di San Pietro – il Papa – essere il suo Vicario sulla terra. “

No – dice il protestantesimo – il papa è l’anti-Cristo”.

– Gesù Cristo dice: “Il mio giogo è dolce, e il mio carico leggero.” (Matt. XI. 30).”

No – dissero Lutero e Calvino – è impossibile osservare i comandamenti.”

– Gesù Cristo dice: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. (Matt. XIX, 17). “

No – dissero Lutero e Calvino – la fede da sola, senza le buone opere, è sufficiente per entrare nella vita eterna.”

– Gesù Cristo dice: “Se non fate penitenza, morirete tutti allo stesso modo”. (Luca III, 3).”

No – dissero Lutero e Calvino – i digiuni e le altre opere di penitenza, non sono necessarie come soddisfazione per il peccato. “

– Gesù Cristo dice: “Questo è il mio corpo”.

No – disse Calvino – questa è solo la figura del Corpo di Cristo, che diventerà il suo Corpo non appena lo si riceverà.”

– Gesù Cristo dice: “Io vi dico che chiunque ripudia la propria moglie, e ne sposa un’altra, commette adulterio; e colui che sposerà colei che è stata ripudiata, commette  adulterio. “Matt. XIX. 9.”

No – dicono Lutero e tutti i protestanti a un uomo sposato – puoi ripudiare tua moglie, divorziare, e sposarne un’altra.”

– Gesù Cristo dice ad ogni uomo: “Non rubare.” – “No – dice Lutero ai principi secolari – vi do il diritto di appropriarvi di tutte le proprietà della Chiesa Cattolica Romana.”

D. Come fanno i protestanti a fare dello Spirito Santo un bugiardo?

R. Lo Spirito Santo dice nella Sacra Scrittura: “L’uomo non conosce né l’amore né l’odio;” (Eccles, IX 1); – “Chi può dire: Ho purificato il cuore, sono mondo dal mio peccato?” (Prov. XX, 9); e ” … opera la tua salvezza con timore e tremore” (Filipp., II, 12). –

No – dissero Lutero e Calvino, – chiunque crede in Gesù Cristo, è nello stato di grazia.”

D. Come fanno i protestanti a fare dei bugiardi gli Apostoli?

R. San Paolo dice: “Se avessi la fede, in modo da poter smuovere le montagne e non avessi la carità, non sono nulla. “1 ​​Cor. XIII.”

No – dissero Lutero e Calvino, – la sola fede è sufficiente a salvarci.”

– San Pietro dice che nelle Epistole di San Paolo ci sono molte cose “… difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina.” (2 Piet. III, 16).”

No – dissero Lutero e Calvino – le Scritture sono molto semplici e facili da capire.”

– San Giacomo dice: “C’è qualche malato tra voi? Lasciate che lo si porti ai preti della Chiesa, e che preghino su di lui, ungendolo con olio, nel nome del Signore.” (Giac., V, 14). “

No – dissero Lutero e Calvino – questa è una cerimonia inutile.”

D. Ora, pensi che Dio Padre ammetterà in Cielo coloro che credono bugiardi suo Figlio Gesù Cristo, lo Spirito Santo e gli Apostoli?

R. No; Egli lascerà che essi abbiano la loro parte e la sorte di Lucifero, che per primo si ribellò contro Cristo, egli che è il padre dei menzogneri.

D. I protestanti hanno una qualche fede in Cristo?

R. No, non ne hanno mai avuta.

D. Perché no?

R. Perché non è mai vissuto un Cristo simile a quello che essi immaginano e credono.

D. E in qual tipo di Cristo credono?

R. In un “tale” che essi possono considerare impunemente un bugiardo, di cui possono interpretare la dottrina come meglio credono, perché, secondo loro, non importa ciò che un uomo crede, purché appaia un uomo onesto in pubblico.

D. Tale fede in questo tipo di Cristo, salverà i Protestanti?

R. Nessun uomo ragionevole asserirà mai una simile assurdità.

D. Cosa dirà loro Cristo nel giorno del giudizio?

R. Io non ti conosco, perché tu non mi hai mai conosciuto.

D. Potrà mai essere salvato colui che ha lasciato la vera Chiesa di Cristo, cioè la Santa Chiesa Cattolica?

R. No; perché la Chiesa di Cristo è il Regno di Dio sulla terra e colui che la lascia, si chiude da sé  il regno di Cristo in cielo.

D. I protestanti hanno lasciato la vera Chiesa di Cristo?

R. Essi hanno, tra i loro fondatori, chi se ne andò dalla Chiesa Cattolica per orgoglio o a causa di passioni come la lussuria e la cupidigia.

D. Chi furono i primi protestanti?

R. – 1. Martin Lutero, un cattivo prete tedesco, che lasciò il suo convento, infranse i voti solenni di povertà, castità ed obbedienza, che egli aveva fatto a Dio, sposò una suora, e divenne il fondatore dei luterani.

2. – Enrico VIII, un cattivo re cattolico di Inghilterra, che uccise le sue mogli fondando la chiesa episcopale o anglicana.

3. – Giovanni Calvino, un cattivo cattolico francese, fondatore dei calvinisti.

4. – John Knox, un cattivo prete scozzese, che è il fondatore dei Presbiteriani o puritani.

D. Che grande crimine hanno commesso tutti questi uomini malvagi?

R. Essi si sono ribellati alla Chiesa di Gesù Cristo, e hanno condotto  un gran numero di loro connazionali Cattolici a seguire il loro cattivo esempio.

D. Quale sarà la punizione di coloro che si ribellano volontariamente alla Santa Chiesa Cattolica?

R. Quella di lucifero e degli l’altri angeli ribelli, essi cioè saranno gettati per l’eternità nelle fiamme dell’inferno.

D. Chi ci ha assicurato questo?

R. Gesù Cristo stesso, il Figlio di Dio.

D. Quali sono le sue parole?

R. “Colui che non ascolterà la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano.” (Matt. XVIII, 17).

D. Cosa ci dice Gesù Cristo in queste parole?

R. Ci dice chiaramente che chi è fuori dalla sua Chiesa, e non obbedisce, è da Lui stesso considerato come un pagano e un pubblicano.

D. Cosa ne consegue da questo?

R. Ne consegue che, siccome i pagani sono dannati, saranno dannati pure tutti coloro  che muoiono fuori dalla Chiesa di Gesù Cristo.

D. Si può salvare un uomo che sia troppo orgoglioso per presentarsi al Capo della Chiesa di Cristo, disprezzando Gesù Cristo nel suo rappresentante, il Papa?

R. No non può; perché Gesù Cristo dice: “Colui che disprezza te (gli Apostoli e i loro successori) disprezza me!

D. I protestanti disprezzano Gesù Cristo nella persona di San Pietro e dei suoi successori?

R. Si, essi lo fanno; perché Lutero insegnò loro che chi non si oppone all’autorità del Papa, non può essere salvato. (1 Vol. Germ. Edit. f. 353).

D. Pensi tu che Cristo possa ammettere in Paradiso colui dal quale sia disprezzato?

R. No, questo è impossibile, e di questa verità parla infatti San Paolo quando dice: ” … poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. E quelli che vi si oppongono si attireranno addosso la condanna.” (Rom. XIII, 1, 2).

D. Qualcuno può entrare nel Regno del Paradiso senza buone opere?

R. No.

D. Come lo sappiamo?

R. Perché l’ultimo giorno del giudizio, Cristo dirà ai malvagi: « Partitevi da me, maledetti, nel fuoco eterno. Perché avevo fame e non mi avete dato da mangiare, avevo sete e non mi avete dato da bere. » (Matt, XXV, 41- 42).

D. I protestanti non fanno buone opere? 

R. Si,  molti di loro le fanno.

D. Saranno salvati per queste loro buone opere?

R. In nessun modo; perché le opere, seppur buone di per sé, ma eseguite al di fuori della Chiesa fondata da Gesù Cristo, non sono accompagnate e vivificate dalla fede divina, senza la quale è impossibile piacere a Dio, e, quindi, poiché non sono dentro di Essa, non possono meritare le gioie eterne del Cielo. Come la fede senza le opere è morta, così pure le opere senza la fede sono morte e non possono salvare dalla dannazione colui che le compie.

D. Cosa dice Gesù Cristo di coloro che non ricevono il suo Corpo e il suo Sangue?

 R. Se non mangi la carne del Figlio dell’uomo e non bevi il suo Sangue, non avrai la vita in te (Giovanni VI, 54).

D. I protestanti ricevono il Corpo e il Sangue di nostro Signore?

R. No, perché i loro ministri non sono sacerdoti e di conseguenza non hanno alcun potere da Gesù Cristo per dire Messa, nella quale, mediante le parole della Consacrazione, il pane ed il vino vengono cambiati in Corpo e Sangue di Cristo.

D. Cosa ne deriva da questo?

R. Che essi non entreranno nella vita eterna, e meritatamente, perché hanno abolito il santo Sacrificio della Messa.

D. Qual è stata la conseguenza dell’abolizione della Messa?

A. Abolendo la Messa, (come ha fatto l’eresiarca G. B. Montini nei tempi moderni, sostituendola con il rito sacrilego del N. O. – ndt. -), essi hanno rubato a Dio Padre l’infinito onore che Gesù Cristo gli rende in essa, e a se stessi tutte le benedizioni che Gesù Cristo conferisce a coloro che assistono a questo santo Sacrificio con fede e devozione. « … Così il peccato di quei giovani (i figli di Eli) era molto grande davanti al Signore perché avevano allontanato gli uomini dal sacrificio del Signore.” (1 Re II. 17).

Q. Credi che Dio Padre ammetterà in cielo questi rapinatori del Suo infinito onore?

R. No certamente; perché se sono dannati coloro che rubano i beni temporali del loro prossimo, quanto più saranno dannati quelli che privano Dio del suo infinito onore ed i loro simili delle infinite benedizioni spirituali della Messa.

D. Può essere salvato un uomo che muore in uno stato di peccato mortale?

R. No, non può; perché Dio non può unire se stesso ad un’anima in cielo che, per il peccato mortale, è un suo nemico.

D. I protestanti commettono inoltre altri peccati mortali oltre a quelli sopra menzionati?

A. Si, moltissimi, altri.

D. Come lo provi?

R. Se è un peccato mortale per un Cattolico Romano dubitare intenzionalmente anche di un solo suo articolo di fede, è anche e più sicuramente, un peccato mortale per i protestanti, negare volontariamente non solo una verità, ma quasi tutte le verità rivelate da Gesù Cristo.

D. Muoiono nei peccati di apostasia, di blasfemia, calunnia, ecc.?

R. Si è così, tutti loro muoiono in peccato mortale perché, avendo offeso gravemente l’Onnipotente Dio, non sono disposti a confessare i loro peccati.

D. Come lo sappiamo?

R. Perché Gesù Cristo ci assicura che quei peccati che non sono perdonati dai suoi Apostoli e dai loro successori, per mezzo della Confessione, non saranno perdonati. “Di chi riterrai i peccati, a questi sono ritenuti.” (Giovanni XX, 22, 23).

D. I protestanti sono disposti a confessare i loro peccati ad un Vescovo o ad un Sacerdote cattolico, che unicamente ha il potere da Cristo  di perdonare i peccati? “… a chi perdonerete i peccati, a questi saranno perdonati”.

R. No, perché generalmente essi hanno una totale avversione alla Confessione, e quindi i loro peccati non saranno perdonati per tutta l’eternità.

D. Cosa implica questo?

R. Che essi muoiono nei loro peccati, e pertanto sono dannati.

D. Se qualcuno ama Dio, amerà anche la Madre di Dio e tutti i suoi Santi?

R. Si, lo farà, senza dubbio.

D. I protestanti amano la Madre di Dio e i Santi?

R. No, essi non lo fanno, anzi ridicolizzano e bestemmiano la Madre di Dio e i Santi!

D. Da questo cosa ne scaturisce?

R. Che i protestanti non saranno mai ammessi alla compagnia dei Santi in cielo, che essi hanno ridicolizzato e bestemmiato in terra.

D. Un grande re di questo mondo punirebbe molto severamente qualcuno che calunni la regina?

A. Si, certo lo farebbe.

D. La Chiesa Cattolica è la sposa di Gesù Cristo, il Re del cielo e della terra?

A. Essa lo è, e San Paolo ci assicura che Gesù Cristo ama la sua Chiesa e che “ha dato se stesso per Essa, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.” (Ef. V. 25-27).

D. I protestanti hanno mai cessato di calunniarla?

R. No, mai!

D. Come essi calunniano lo Sposa di Gesù Cristo?

R. Il libro protestante episcopaliano delle omelie, ad esempio, dice: “Laici e clero, dotti ed ignoranti, tutte le età e i gradi degli uomini, donne e bambini di tutta la cristianità, erano annegati in un’abominevole idolatria.”

D. L’idolatria è un peccato grave?

R. È uno dei peccati più gravi che possano essere commessi.

D. I protestanti potrebbero mai dimostrare che  la Chiesa Cattolica, la Sposa di Cristo, sia divenuta colpevole di questo peccato?

R. No mai; al contrario, tutti sanno che la Chiesa Cattolica ha abolito l’idolatria e l’ha sempre tenuta in abominio.

D. Cosa ne deriva da ciò?

A. Che i protestanti commettono un grande peccato di calunnia contro le Sposa di Cristo.

D. Possono commettere questo grande peccato senza accusare Gesù Cristo e nello stesso tempo abbandonando quella gloriosa Sposa, che Egli ama così ardentemente?

R. No, non lo possono.

D. Cosa ne consegue?

R. Che Gesù Cristo farà vendetta  prima o poi sui protestanti per avere essi commesso questi peccati di orrenda bestemmia e di calunnia.

D. Ma non è questa una dottrina molto poco caritatevole, il dire cioè che nessuno possa essere salvato fuori dalla Chiesa?

R. Al contrario, affermare questa dottrina nel modo più enfatico, è anzi un grande atto di carità 

D. Perché mai?

R. Perché Gesù Cristo stesso e i suoi Apostoli l’hanno insegnata con un linguaggio molto semplice.

D. Non è una grande carità avvertire il prossimo quando è in pericolo di cadere in un profondo abisso?

R. Certo lo è, davvero.

D. Non lo è per tutti quelli che, fuori dalla Chiesa, sono in grande pericolo di cadere nell’abisso dell’inferno?

R. Si, lo è!

D. Non è, quindi, una grande carità avvertirli di questo pericolo?

R. Anzi, sarebbe una grande crudeltà non farlo.

D. Quelli che sono fuori dalla Chiesa sono tutti allo stesso modo colpevoli e condannabili davanti a Dio?

R. No; alcuni sono più colpevoli di altri.

D. Chi sono i meno colpevoli e condannabili?

A. Coloro che, senza alcuna loro colpa, non conoscono affatto Gesù Cristo o la sua dottrina.

D. Chi sono invece i più colpevoli e quindi condannati?

A. Coloro che riconoscono che la Chiesa Cattolica sia l’unica vera Chiesa, ma non ne hanno abbracciato la fede, così come pure coloro che, pur potendo riconoscerla se l’avessero ricercata con sincerità, a causa dell’indifferenza ed altri colpevoli motivi, hanno trascurando di farlo.

D. Cosa dobbiamo pensare della salvezza di quelli che sono fuori dall’ovile della Chiesa senza nessuna loro colpa e di chi non ha mai avuto alcuna opportunità di conoscerla meglio?

R. La loro ignoranza incolpevole non li salverà; ma se temono Dio e vivono secondo la loro coscienza, Dio, nella sua infinita misericordia, fornirà loro i mezzi necessari alla salvezza, anche inviando loro, se necessario, un Angelo per istruirli nella fede cattolica, piuttosto che lasciarli perire a causa della loro ignoranza invincibile.

D. È giusto per noi dire che chi non sia entrato nella Chiesa prima della sua morte, sia dannato?

R. No.

D. Perché no?

R. Perché noi non possiamo sapere per certo ciò che avviene tra Dio e l’anima nel terribile momento della morte.

D. Cosa intendi dire con questo?

A. Intendo dire che Dio, nella Sua infinita misericordia, può illuminare, nell’ora della morte, colui che non è ancora Cattolico, in modo che possa vedere la verità della fede cattolica, e sia veramente contrito per i suoi peccati, desiderando sinceramente morire da buon Cattolico.

D. Cosa diciamo di coloro che ricevono tale grazia straordinaria, e muoiono in questo modo?

R. Diciamo di loro che muoiono uniti, almeno all’anima della Chiesa Cattolica, e quindi sono salvati.

D. Cosa attende quindi, tutti quelli che sono fuori dalla Chiesa Cattolica, e muoiono senza aver ricevuto una grazia così straordinaria nell’ora della morte?

A. La dannazione eterna, è cosa certa, come è certo che c’è Dio.

D. Ma non ci sono molti che perderebbero gli affetti dei loro amici, le loro case confortevoli, i loro beni temporali, le prospettive negli affari, diventando Cattolici? Gesù-Cristo non li scuserebbe in queste circostanze del non diventare Cattolici?

A. Per quanto riguarda gli affetti degli amici, Gesù Cristo ha dichiarato solennemente: “Colui che ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; e colui che ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me” (Matt., X. 37); e per quanto riguarda la perdita di guadagni temporali, Egli ha risposto: “Che cosa servirà ad un uomo guadagnare il mondo intero se soffrirà la perdita della sua anima?” (Marco VIII. 36).

D. Ma non sarebbe sufficiente per una persona essere Cattolico solo nel cuore, senza professare la sua Religione pubblicamente?

R. No; perché Gesù Cristo ha dichiarato solennemente questo: “… Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli Angeli santi.” (Luca IX. 26).

D. Ma non si potrebbe rimandare in modo sicuro l’essere ricevuto nella Chiesa fino all’ora della morte?

R. Questo sarebbe abusare della misericordia di Dio.

D. Quale potrebbe essere la punizione per questo peccato?

R. Perdere la luce e la grazia della fede, e morire da riprovato.

D. Cos’altro impedisce a molti di diventare Cattolici?

R. Si tratta in verità di questo: essi sanno molto bene che, se diventano Cattolici, devono condurre una vita onesta e sobria, essere puri, evitare i loro peccati, dominare le passioni, e questo essi non lo vogliono fare. “Gli uomini amano le tenebre anziché la luce – dice Gesù Cristo – perché le loro azioni sono malvagie. E “… Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”.

D. Cosa consegue da ciò che è stato detto sulla salvezza che si ottiene solo nella Chiesa Cattolica Romana?

A. Che è molto empio pensare e dire che importa poco che un uomo creda, purché sia ​​un uomo onesto.

D. Quale risposta puoi dare a un uomo che parla così?

A. Gli chiederei se egli creda o no che la sua onestà e la sua giustizia siano più grandi di quelle degli scribi e dei farisei nel Vangelo!

D. In che cosa consisteva l’onestà e la giustizia che gli Scribi e Farisei praticavano?

R. Essi erano costanti nella preghiera, pagavano le decime secondo la legge, facevano grandi elemosine, digiunavano due volte a settimana, oltrepassavano mare e terra per fare un convertito e portarlo alla conoscenza del vero Dio.

D. Cosa disse Gesù Cristo di questa giustizia dei Farisei?

R. Egli disse: “Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli”. (Matt, V. 20).

Q. La giustizia dei Farisei era quindi, molto difettosa agli occhi di Dio?

R. In gran parte lo era, senza dubbio. La loro giustizia era tutta un’esibizione esteriore ed un’ostentazione. Facevano del bene solo per essere elogiati ed ammirati dagli uomini; ma dentro di loro, le anime erano piene di impurità e di cattiveria. Essi erano lascivi ipocriti, che nascondevano grandi vizi sotto la bella apparenza dell’amore per Dio, la carità verso i poveri e la severità verso se stessi. La loro devozione consisteva nelle apparenze esterne, e disprezzavano tutti quelli che non vivevano come loro; erano severi nelle osservanze religiose delle tradizioni umane, ma non scrupolosi nell’osservanza dei Comandamenti di Dio.

D. Cosa pensi allora di quegli uomini che dicono: “Poco importa quello che crede un uomo, a condizione che sia onesto”?

R. Che la loro onestà esteriore, come quella dei farisei, può essere sufficiente a tenerli fuori dal carcere, ma non dall’inferno.

D. Un non-Cattolico potrebbe dire: “Mi piacerebbe molto credere alla dottrina della Chiesa Cattolica, ma non posso”: come risponderesti?

A. Che, senza dubbio, è la volontà di Dio, che “… tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità.” (1 Tim. II 4); ma è, allo stesso tempo, volontà di Dio che si dovrebbero assumere seriamente tutto i mezzi adeguati per acquisirla. È perciò necessaria la conoscenza; altrimenti, si mostra chiaramente che non si desidera credere sinceramente.

D. Quali sono i mezzi di cui parli?

R. La sincerità di cuore che deve essere dimostrata:

1°. Con il desiderio più sincero di conoscere la vera Religione,

2°. Con una ricerca diligente e persistente di esse,

3°. Con la fervente e frequente preghiera a Dio per ottenere il dono della fede,

4°. E infine, con una risoluta decisione di eliminare ogni elemento che potrebbe costituire un ostacolo o un ritardo nell’abbracciare la verità conosciuta.

D. Ma non si perderà la propria libertà se si crede e si fa ciò che la Chiesa Cattolica Romana insegna?

R. No; al contrario, solo allora si godrà della vera libertà, perché è libero solo colui che la verità rende liberi.

D. Non può Dio fare tutte le cose che gli piacciono?

R. Si che lo può!

D. Perché?

R. Perché Egli è la stessa libertà suprema.

D. Ma Dio può peccare?

R. No, non può.

D. Non sono liberi gli Angeli e i Santi in paradiso?

R. Essi sono perfettamente liberi, perché prendono parte alla libertà di Dio.

D. Ma i Santi possono peccare?

R. No, non possono.

D. È quindi, è un segno di libertà essere sotto il potere del peccato, seguire le proprie passioni, e così via, andando alla perdizione?

R. Questo non è avere il potere o  l’inseguire di libertà per ogni cosa.

D. Cos’è, allora?

R. È piuttosto un segno di debolezza e di miseria.

D. Cosa implica il potere del peccato?

R. La possibilità di diventare schiavo del peccato e del diavolo.

D. Quelli che poi sono veramente liberi, sono forse coloro che si fanno grandi sotto il potere del peccato, e quindi vanno all’inferno?

R. Essi sono piuttosto gli schiavi miserabili del peccato e delle loro passioni.

D. Cosa diventano essi sicuramente se rimangono sotto questo potere del peccato e delle loro passioni?

R. Saranno gli schiavi del diavolo all’inferno per l’eternità.

D. Chi, quindi, può definirsi veramente libero?

R. Libero è colui che vuole e fa ciò che Dio desidera per lui: la sua eterna felicità!

D. Se Dio, quindi, come abbiamo visto, lo desidera, gli uomini possono essere salvati solo nella Chiesa santa Cattolica Romana, e un uomo perde o gode della libertà, quando crede e fa ciò che la Chiesa insegna?

A. Ecco come, in effetti, egli gode della vera libertà, e ne fa un corretto uso.

D. Cosa dici di un uomo il cui potere è molto grande e facilmente sperimenterà delle difficoltà nel seguire l’insegnamento della Chiesa?

R. Un tale uomo è veramente libero.

D. I Cattolici, quindi, che vivono fedelmente l’insegnamento della Chiesa, godono di una maggiore libertà rispetto ai protestanti e ai non credenti, che credono e fanno come vogliono?

R. Sì, essi la godono, perché sono figli della luce della verità, che li guida al cielo, mentre quelli che vivono fuori dalla Chiesa, sono i figli delle tenebre dell’errore, che li condurranno alfine nell’abisso dell’inferno.

D. Se nessuno può essere salvato tranne che nella Chiesa Cattolica Romana, tutti quelli che ne sono fuori, cosa sono destinati a fare?

A. Sono obbligati a diventare membri della Chiesa.

D. Il buon senso non lo dice a tutti i non Cattolici?

A. Sì, che lo dice.

D. In che modo?

A. Perché ogni non Cattolico crede che ogni membro praticante della Chiesa Cattolica sarà salvato.

D. Cosa segue da questo?

A. Ne consegue chiaramente che quando c’è il problema della salvezza eterna e dell’eterna dannazione, un uomo ragionevole prenderà la via più sicura per il Paradiso.

D. Tutti quelli che sono membri della Chiesa Cattolica si salveranno?

A. No; solo i membri praticanti saranno salvati; ma quelli che sono dei membri morti, cioè i cattivi Cattolici, saranno condannati all’inferno.

D. Chi è un membro praticante della Chiesa Cattolica?

R. Coloro che credono fermamente tutte le verità contenute nel Credo degli Apostoli, osservano i Comandamenti di Dio e i precetti della Chiesa, e usano i mezzi della grazia, che sono i Sacramenti e la preghiera.

D. Dove si impara tutto questo?

R. Nella dottrina cristiana.

D. Di chi è il dovere di insegnare la dottrina cristiana?

R. Questo è un dovere dei pastori della Chiesa Cattolica.

D. È molto gradito a Dio che si istruiscano gli uomini nella dottrina cristiana?

R. Sì; è una delle opere più sante e che più piacciono a Dio.

D. È dovere pure l’assistere alla spiegazione della dottrina cristiana?

R. Questo è il dovere di tutti, ma soprattutto di quelli che sono più o meno ignoranti della Religione Cristiana.

D. Dio è molto contento di coloro che con entusiasmo ascoltano la spiegazione della dottrina cristiana?

R. Dio è così contento di loro che spesso ha mostrato il suo piacere con miracoli.

D. Dio è anche molto scontento di coloro che non si interessano della dottrina cristiana?

R. Dio è così scontento di loro tanto che Egli spesso ha mostrato il suo dispiacere con spaventose punizioni.

D. Cosa dovremmo fare quando ascoltiamo un Cristiano spiegare la dottrina?

R. Dovremmo ascoltarlo con l’intenzione di profittarne.

D. Come si chiama il libro che contiene brevemente la dottrina cristiana sotto forma di domande e di risposte?

R. Il Catechismo!

D. Di che cosa tratta allora il Catechismo?

R. Il Catechismo tratta di ciò che dobbiamo conoscere e credere, di ciò che dobbiamo fare e dei mezzi della grazia che dobbiamo usare; cioè, i Sacramenti e la preghiera.

PERFEZIONE CRISTIANA (2)

PERFEZIONE CRISTIANA (2)

[G. B. Scaramelli S. J.: DIRETTORIO ASCETICO, vol. Primo, Tipogr. e libr. Speirani e Tortone – Torino, 1855

CAPO IV.

Acciocché i desiderii di perfezione conducano effettivamente il Cristiano alla bramata perfezione, è necessario ch’egli non si rallenti mai in essi, ma gli vada sempre distendendo all’acquisto di maggior perfezione.

60. Abbiamo già veduto che la pietra fondamentale, da cui ha da sorgere lo spirituale edificio della cristiana perfezione, sono i desideri di acquistarla, e abbiamo anche dato ai direttori il modo di muovere questa prima pietra e di gettarla nell’anima dei loro discepoli; voglio dire che gli abbiamo somministrato alcuni motivi atti a destare questi santi desideri! negli altrui cuori. Ora ci resta a vedere che questa pietra non forma buon fondamento abile a reggere la fabbrica della perfezione, se non sia sempre stabile, sempre ferma e sempre fissa nel cuor dell’uomo. E per parlare con tutta chiarezza dirò che ci rimane a dimostrare, che i detti desideri, acciocché ottengano il fine della perfezione a cui tendono coi loro ardori, bisogna che mai non cessino, mai non si rattiepidiscano, né si rallentino: ma acquistato un grado di perfezione, si distendano ad un altro grado di ulteriore perfezione; non facendosi questo, mina presto tutto il lavoro già fatto per l’acquisto della perfezione, e presto si ritorna a cadere nelle antiche freddezze.

61. Prima però di mostrare ciò con l’autorità voglio provarlo con la ragione, acciocché i detti dei santi padri e delle sacre scritture non sembrino al lettore esagerati. La perfezione del Cristiano non ha un certo termine che non si possa passare, né proceder più oltre; sicché solo quello possa dirsi perfetto che arrivi al detto termine, né possa dirsi tale chi non vi giunga. Hanno bensì questi limiti e questi confini le arti meccaniche e liberali: poiché il fabbro, l’architetto, il pittore, se arrivano a formare esattamente le loro manifatture secondo le regole che sono prescritte dalla loro facoltà, possono dirsi perfetti nella loro arte, e appena rimane loro altra perfezione ulteriore da conseguire. Ma non ha già questi confini la perfezione cristiana; mentre consistendo essa, come abbiamo di sopra mostrato, nella carità, può crescer tanto, quanto è il merito di quel gran Dio ch’ella ha per oggetto. E perché il merito, così dice l’Angelico, che ha Iddio di essere da noi amato, è infinito, così può sempre più in infinito dilatarsi la carità con le sue fiamme e coi suoi santi ardori (2, 2, quæst. 24, art. 7, in corp.). Ond’egli ne deduce ciò che noi andiamo dicendo, che in questa vita non può ella avere alcun termine. E conseguentemente né pure può aver termine la perfezione di nostra vita. Lo stesso dico della nostra perfezione istrumentale; perché o questa si consideri in quanto rimuove gl’impedimenti della carità, con le mortificazioni delle passioni e dei sensi; già né pur essa può aver termine, perché siccome non possono mai le nostre passioni pienamente estinguersi, così non deve cessarsi mai dal mortificarle e dal reprimerle; o si consideri in quanto una tal perfezione è positiva disposizione all’aumento della carità col perfetto esercizio delle virtù; e già non può aver fine, potendosi le virtù sempre più raffinare. Dunque se la nostra perfezione non può aver alcun limite, né può consumarsi in alcun termine, è necessario ch’ella stia in un continuo progresso di virtù morali e in un incessante accrescimento di carità. Onde non dovrà quello riputarsi perfetto, che giunto ad un certo grado di carità, ivi si fermi; ma quello bensì, che dopo aver superati bastevolmente gli ostacoli che fan guerra alla carità, sempre più si raffini in virtù e sempre più s’infiammi nel divino amore. Dunque, inferisco io, acciocché desideri di perfezione effettivamente ci portino alla perfezione, non devono mai illanguidirsi, ma dilatarsi sempre ed innalzarsi a maggior perfezione; poiché siccome non ha termine alcuno la perfezione a cui aneliamo, così non devono avere alcun limite le brame di conseguirla.

62. E a questo appunto volle alludere Salomone con quelle parole: la strada della perfezione, che è appunto la via per cui camminano i giusti, cresce sempre in splendore ed in lustro di maggiori virtù, finché giunga a quel giorno di perfetta chiarezza che solo in paradiso si gode (Prov. cap. IV, 18). Lo stesso dice il profeta reale: quello è beato che già ha risoluto nel suo cuore di andare sempre salendo in perfezione, finché dimora in questa valle di lagrime; giacché con la benedizione ed aiuto del divino legislatore andrà sollevandosi da una virtù in un’altra maggiore, finché giunga a vedere svelatamente la faccia di Dio nella beata Sionne del paradiso. (Ps. LXXXIII, 9). S’osservi in questo testo che il chiamarsi beato quello che con le brame del cuore aspira sempre a maggior perfezione, è lo stesso che dirlo perfetto; perché nella perfezione consiste la felicità terrena, e ne dipende l’eterna beatitudine. Chi è giusto, dice Iddio nell’Apocalisse, si faccia più giusto; e chi è santo, divenga santo ogni giorno più (Apoc. cap. XXII, 11). Tanto è vero che non ha termini la perfezione cristiana, e che quello è più perfettoche aspira a maggior perfezione.

63. Vediamo quanto ciò sia vero nel grande apostolo delle genti san Paolo. Non si può certamente rivocare in dubbio, ch’egli sia stato uno dei più gran santi e quasi una stella di prima grandezza nel cielo di s. Chiesa. Quante persecuzioni, quante pene, quanti travagli sofferti per Gesù Cristo! che carità accesa, che vampe d’amore, che zelo ardente del di lui onore! quante rivelazioni, quante visioni, quante estasi e rapimenti fino al terzo cielo! Eppure il santo apostolo, ricco di si grandi virtù e di eccelsi doni, non si reputa ancor perfetto, e se ne protesta (ad Philip, cap. III, 12). Confessa il santo d’essere stato lapidato, più volte flagellato, d’essere stato più volte naufrago in mezzo al mare, balzato notte e giorno dalle onde in questa parte e in quella (ad Corint. epist. 2, cap. 41). Confessa le sue molte vigilie, i suoi molti digiuni, la fame, la sete, la nudità ed i rigori del freddo tollerati per amor di Gesù. Palesa d’essere stato rapito in paradiso vivendo ancora in carne mortale. Arriva fino a dire, ch’egli non vive più in se stesso, ma vive solo in Gesù, trasformato in lui per amore. Ciò non ostante poi si dichiara che non gli pare d’essere ancora perfetto. Ma se tutte queste cose, o dottor delle genti, non vi bastano per essere perfetto, in qual cosa riponete voi l’acquisto della vostra perfezione? in qual cosa stabilite voi il colmo della vostra santità? Eccolo: Sequor autem, si comprehendam. L’andare avanti, quanto mi è più possibile nella via dell’istessa perfezione: distendermi sempre coi desideri e con le opere ad ulterior perfezione. Ed in fatti la glossa su queste parole così riflette al nostro proposito: nessun fedele ad esempio di questo gran santo, ancorché gli paia di aver fatto gran profitto nello spirito, dica mai: basta fin qui: perché parlando in questo modo esce dalla strada della perfezione, prima di giungere al fine della sua eterna beatitudine.

64. Né diversamente parla su questo punto s. Agostino: non è quello ottimo, cioè perfetto, che giunto a qualche grado di perfezione ivi si ferma, ma quello bensì è perfetto che sempre tende a Dio, nostra vita inalterabile, con le più fervide brame del suo cuore, e sempre più strettamente si unisce a lui (in lib. de doct. Christ.)  E più chiaramente s. Bernardo: una applicazione indefessa al proprio profitto e un conato continuo per conseguire la perfezione, si reputa essere l’istessa perfezione. Or se con lutte le forze del suo spirito l’attendere alla perfezione è lo stesso che essere perfetto, certamente il non volervisi seriamente applicare, sarà un mancare dalla perfezione. Dove sono ora quelli che dicono: ci basti il profitto ch’abbiamo finora fatto: non vogliamo già essere migliori dei nostri predecessori (epist. 253 ad Abat. Garivum)

65. il lettore forse mi taccerà d’incoerenza; perché avendo detto nel precedente articolo, che la perfezione cristiana consiste nella carità, par che ora mi ritratti riponendo con s. Paolo e coi precitati santi dottori tutti la sua sostanza in un progresso ed avanzamento continuo nelle virtù e in un desiderio indefesso del proprio profitto. Ma s’inganna egli certamente se ciò pensa; perché quello che ho detto prima, punto non discorda da ciò che vado presentemente dicendo. È vero che l’essenza della nostra perfezione è la carità, e gli instrumenti per conseguirla sono le virtù morali ed i consigli. Ma richiede ella, come condizione necessaria, senza cui non può lungamente sussistere, che la carità e tutte le altre virtù vadano sempre crescendo e si vadano ogni giorno più aumentando; perché non prendendo questo stato di consistenza, già tutta la perfezione va a terra, si distrugge e muore. E qui voglio alla ragione di sopra addotta aggiungerne un’altra che metta in chiaro la presente dottrina. Mostrai di sopra che per essere perfetto bisogna sempre distendere i desideri a maggior perfezione, perché la perfezione cristiana non ha termine; ora voglio persuadere con un’altra ragione lo stesso, ed è, che non solo la perfezione non ha limite che la ristringa, ma non può né pure avere stato di permanenza che la ritardi; acciocché perisca affatto, basta che si fermi e non vada più avanti.

66. Chi non sa, chi non prova la guerra atroce che abbiamo tutti entro noi stessi? Tanti sono i nemici interni che ci si ribellano contro, quante sono le passioni che si sollevano ne’ nostri animi, e coi loro moti sregolati ci spingono al peccato e ci portano all’eterna ruina. Né sapete decidere quali siano più veementi, quali siano più pericolose, se la limosina o l’avarizia; se l’amore o l’odio; se la presunzione o la disperazione; se l’ambizione o l’invidia. Questo solo è certo, che una sola tra tante passioni che ci predomini basta per trarci fuori dalla strada della perfezione e portarci per la via della perdizione al precipizio. Né men forti sono i nemici che abbiamo al di fuori in tanti demoni che per ogni parie ci circondano, in ogni luogo c’investono con le loro tentazioni e ad ogni passo ci tendono lacci al piede per farci cadere. Sicché siamo in una somma necessità di star sempre combattendo con le armi delle mortificazioni, delle virtù, e specialmente d’una fervente carità per reprimere gli assalti dei nemici che abbiamo dentro, e per rigettare gli attacchi dei nemici che abbiamo attorno. Or se mai accada che alcuno, parendogli d’aver fatto già gran profitto, voglia fermarsi in quel grado di perfezione in cui si trova, e però si rallenti nell’esercizio delle sante virtù e nel fervore della carità: chi non vede che rimarrà da tanti avversari in molte parti ferito e spinto fuori del sentiero della perfezione? Un esercito che vada generoso all’assedio d’una piazza risoluto d’impadronirsene, se incontri li nemici per istrada, può egli forse fermarsi senza andare avanti o senza tornare indietro? No certamente; perché ha a fronte chi lo respinge, chi l’urta; o bisogna che faccia forza al nemico, e con grande animo vada avanti all’impresa: o bisogna che si rivolga indietro e sidia bruttamente alla fuga. Così chi ha incominciato a salire il monte della perfezione non può fermarsi in mezzo alla strada, perché ha troppi nemici attorno che l’assaltano ed urlano in mille guise. E necessario che si vada sempre avanti, reso animoso dalla forza dei suoi desideri, o che illanguidito nelle sue brame, ceda ai nemici e torni indietro.

67. E però dice bene s. Bernardo: che il non procedere avanti nella perfezione è senza fallo un rivolgersi indietro; perciò niuno vi sia che dica: mi bastano i progressi che ho fatto, voglio rimanermene qui: sono contento di esser oggi qual fui ieri e nei giorni scorsi. (Ep. 342) E apporta in conferma di tal verità la scala di Giacobbe, vero simbolo della cristiana perfezione, mentre niuno v’era in quella che stesse fermo e fisso sullo stesso gradino; ma chiunque non saliva in alto, discendeva al basso. Quindi inferisce che volendo alcuno fermarsi in qualche grado di perfezione, tenta ciò che non è possibile ad ottenersi in questa mistica scala, onde gli converrà necessariamente cadere al basso. Ma più forzoso ed efficace è il discorso con cui il predetto mellifluo in un’altra sua lettera investe un monaco rattiepidito nei desideri di maggior perfezione; poiché venendo con esso lui a tu per tu, come suol dirsi, così gli parla: dunque, o monaco, tu non vuoi andare avanti, né brami maggior perfezione? dunque tu vuoi tornare indietro e perder ciò che hai acquistato. Oh questo no, non sia mai! Dunque che pretendi tu? Pretendo vivere così e restarmene in quello stato di perfezione a cui sono già arrivato; non voglio essere peggiore, né bramo divenir migliore. Dunque vuoi ciò che non può essere e non è stato giammai. E qual cosa v’è in questo mondo che stia sempre in uno stesso essere? E dell’uomo istesso non dice lo Spirito Santo che è fugace ed instabile come l’ombra, e che non rimane mai in un medesimo stalo? (Epist. 253 ad Abat. Garivum). E altrove assale il santo dottore queste persone tiepide e rimesse nei desideri della loro perfezione con la parità degli uomini mondani che mai non si saziano dei beni caduchi, a fine di farle in questo modo confondere e risvegliarle col loro esempio: quale ambizioso, dice loro, rinveniste mai che ottenuta una dignità non aspirasse ad un’altra maggiore (Ep. 341)? Che dirò degli avari che sempre sono avidi di maggiori ricchezze? che dei voluttuosi che non sono mai sazi dei loro piaceri? che dei vanagloriosi che vanno sempre in cerca di maggiori onori? Or se i desideri di questi verso i beni frali della terra sono insaziabili, che vergogna è la nostra, che siamo meno bramosi dei beni spirituali e meno avidi della nostra perfezione? Di queste forti ragioni e di questi giusti rimproveri si serva il direttore per risvegliare in sé e negli altri desideri di maggior perfezione, e per mantenerli sempre vivi; giacché raffreddandosi questi, la persona cessa dall’operare virtuosamente, non va avanti, si ferma nel cammino della perfezione, e fermandosi dà indietro, fino a cadere talvolta in precipizi, come abbiamo già chiaramente mostrato.

68. Confesso il vero, che mi hanno fatto sempre nell’animo grande impressione le industrie ammirabili che praticò Iddio per mantenere sempre accese nel cuore del celebre Pafnuzio le brame di maggiore e maggior perfezione, per cui aveva già stabilito di condurlo alle più alle cime della santità (Vitae PP., vita 16 s. Paphnutii). Viveva egli nei deserti della Tebaide, a niuno di quei santi solitari inferiore, e forse a tutti superiore nell’austerità della vita, nell’assiduità dell’ orare, nella illibatezza della coscienza e nello esercizio di tutte le virtù. Però vedendo Iddio che non v’era tra quei deserti chi potesse dargli con il suo esempio stimoli efficaci a maggior perfezione, si servì d’altri modi inusitati e strani per infiammarlo nei desideri di maggior profitto. Gli pose nel cuore una certa brama di sapere chi vi fosse nel mondo che lo pareggiasse in perfezione; quando poi stava già in atto di chiedere al Signore questa notizia, gli spedì un Angelo dal cielo con questa ambasciata: che andasse nella città vicina, ove avrebbe trovato un suonatore a lui eguale in meriti ed in santità. Rimase il santo attonito e stupefatto a queste parole, prese il suo bastone, corse veloce verso la città in cerca del suonatore, e ritrovatolo in una pubblica piazza in mezzo ad un circolo di gente sfaccendata, lo trasse in disparte e l’interrogò del tenore della sua vita. Io, gli rispose quello, sono un gran peccatore; già fui ladro di professione, ed ora col suono e col canto vado trattenendo il popolo, e in questo modo mi procaccio il vitto necessario per sostenere onestamente la vita. Con tutto ciò, esaminatolo il santo esattamente, trovò che nel progresso della sua vita aveva fatti vari atti di eroica virtù; posciachè, presa una volta dai ladroni suoi compagni una vergine consacrata a Dio, già stavano i scellerati per toglierle con la roba che seco aveva anche il prezioso tesoro della verginità; egli però, postosi di mezzo, la tolse a viva forza dalle loro mani e la ricondusse illibata ed intatta alla sua abitazione. Un’altra volta imbattutosi tra luoghi deserti in una donna di vago aspetto che riempiva di gemiti e di pianti tutta quella solitudine, interrogolla della cagione del suo dolore; quella rispose che si trovava disperata, perché eranle stati posti in prigione per debiti i figliuoli ed il marito, né aveva modo di ricuperare a quelli la libertà e di mantenere a se stessa la vita; egli in sentir questo non solo non fece alcun oltraggio alla di lei onestà, ma condottala nella sua grotta, ristorolla col cibo e poi donolle trecento scudi acciocché con essi liberasse i suoi congiunti dal carcere e se stessa da tante sciagure. Non è facile a dirsi quali desideri di perfezione accendesse nel cuore di Pafnuzio questo fatto; si vergognò di se stesso vedendo che in tanti anni di vita solitaria non era giunto ad eguagliare in santità un pubblico suonatore; si prefisse un esercizio più alto e più arduo di virtù; moltiplicò i digiuni, prolungò le vigilie, si diede ad uno studio più indefesso di orazioni, ad una mortificazione più esatta, ad una illibatezza di coscienza più fina, ed a procurare con maggior ardore di prima i suoi spirituali avanzamenti. Dopo alcuni anni d’una tal vita, tornò Iddio a risvegliargli nel cuore l’antica brama di sapere chi gli fosse simile in virtù, ed egli tornò a porgerne a Dio replicate preghiere. E questa volta parlandogli il Signore da se solo nell’intimo del cuore, gli disse che nella città vicina avrebbe trovato un ammogliato ne’ meriti simile a sé. Andò egli per chiarirsi del vero, e trovò un uomo secolare che da trent’anni indietro manteneva castità coniugale con la sua consorte, che era tutto dedito ad opere di carità verso i poveri e verso i pellegrini, e che praticava altre molte belle virtù. Questo esempio di rara bontà, come dice l’istoria, l’infiammò di maggiori desideri, e fece che tutto si consacrasse ad esercizi di perfezione maggiori di quelli che fin allora aveva praticati, nulla stimando le sue passate opere; mentre potevano stare al paragone delle virtù di chi viveva imbarazzato negli affari del secolo. Finalmente tornò dopo alcuni anni a fare a Dio la stessa domanda, e n’ebbe simile risposta, cioè che l’eguagliava nei meriti un certo mercatante, che già veniva verso la sua cella per visitarlo; e quindi seguirono desideri più accesi ed opere più eccellenti di perfezione. Finché consumato in tutte le virtù, tornò di nuovo a comparirgli l’Angelo del Signore in compagnia dei profeti ed altri spiriti beati, da cui accolto il di lui spirito fu portato alla celeste patria e collocato in alto posto, proporzionato alla sua gran santità. Insomma volendo Iddio innalzare Pafnuzio ad un sublimissimo grado di perfezione, altro non fece che risvegliare in lui con modi tanto più efficaci, quanto più insoliti, nuove brame e maggiori desideri di quella perfezione di cui volevalo arricchire. Dia dunque sempre il direttore ai suoi penitenti che vede disposti quel ricordo che s. Antonio andava sempre ripetendo alle orecchie dei suoi discepoli, come riferisce s. Atanasio: riputarsi sempre principiante e senza mai rattiepidirsi, andar sempre aspirando a maggiori progressi nello spirito (In vita s. Antonii) . Ma perché i mezzi praticati da Dio con s. Pafnuzio per accrescere in lui la brama di perfezione sono straordinari, né devono da noi praticarsi (non essendo lecito senza specialissima ispirazione fare a Dio quelle domande ch’egli replicate volte gli fece); perciò darò io ora mezzi ordinari, propri e connaturali per mantener sempre vivi e dilatare sempre più questi santi desiderii.

Capo V

Si propongono i mezzi per mantenere svegliati e per ampliarei desiderii della propria perfezione.

69. Primo mezzo sia l’uso frequente delle sante meditazioni. Nelle mie meditazioni, diceva il salmista, mi si accende nel cuore un santo ardore, che alla virtù mi stimola ed alla perfezione mi accende. E nella meditazione si ha da accendere anche ne’ nostri animi quel santo fuoco di desideri che ci svegli e ci sproni ad avvantaggiarci nel nostro spirituale profitto, perché nella meditazione si conosce il gran merito che ha Iddio di essere da noi amato; la grandezza dei suoi benefizi e del suo amore che ha tanta forza di provocare il nostro cuore alla corrispondenza d’un reciproco amore; l’obbligo d’imitar Gesù Cristo e renderci ogni giorno più perfetti con la di lui somiglianza. Nella meditazione si scorge il bello della virtù, e l’anima se ne invaghisce; si scopre l’orrido dei peccati, la deformità dei difetti, e l’anima ne concepisce orrore. Nella meditazione s’intende la grandezza dei beni che ci sono apparecchiati nella patria beata, e la grandezza dei mali che ci stanno preparati colaggiù negli abissi; onde l’anima per l’orrore di questi e per l’amore di quelli si accende in desiderio delle sante virtù. Insomma la meditazione è la fucina in cui il cuore umano depone ogni sua durezza s si ammollisce, si riscalda, s’infiamma di sante brame. Io non voglio trattenermi in questo punto, perché avrò in breve a parlare lungamente della meditazione in un intero articolo. Voglio solo raccontare un fatto in prova di tal verità, e sarà uno tra mille che a questo proposito potrei riferire (P. Greg. Rosig. not. memor. degli eserc. cap. 5, § 1). Si trovava ristretto nelle carceri di Castiglia un sacerdote, apostata da due religioni, profanatore dei sacramenti, oltraggiatore di cose sacre, reo di mille scelleratezze e degno di mille morti. Non isdegnò la divina misericordia di picchiare con le sue ispirazioni alle porte d’un cuore sì empio, e con battute sì forti, che quello venne a riscuotersi dal suo profondo letargo e vedere la sua perdizione. Chiamò subitamente un padre della mia compagnia, e palesandogli lo stato infelicissimo della sua anima, lo pregò di consiglio, di rimedio e di soccorso. Il padre vedendo le grandi e molte enormità in cui era colui precipitato, stimò che per ridurlo sulla strada della salute ed anche della perfezione, da cui aveva a poco a poco deviato, altro rimedio non vi fosse che porlo nella meditazione delle massime principali di nostra fede. E acciocché avessero queste forza maggiore di far breccia nel di lui cuore, volle proporgliene a meditare con quel bell’ordine con cui 1’espone s. Ignazio nei suoi esercizi. Né andò fallito il suo disegno, perché alle prime meditazioni che quello fece, diede subito in uno spirito di altissima penitenza; cominciò a digiunare frequentemente e tre volte la settimana in pane ed acqua; vestì sulle nude carni un orrido cilizio, e si cinse attorno al collo una ruvida fune; ogni notte per lo spazio d’una mezz’ora faceva con aspra disciplina un sanguinoso macello delle sue carni; nella confessione generale, che poi fece con gran profluvio di lagrime, si protestò che qualunque morte acerba e infame fossegli stata assegnata dalla giustizia umana, era inferiore alle sue scelleratezze, e che però non avrebbe adoperato alcun mezzo per ischivarla. Ma perché il fervore con lo studio del meditare si accendeva sempre più nel suo cuore, non contento del suo ravvedimento, si diede a predicare ai prigionieri; e sebbene ebbe sul principio a patire molti scherni ed irrisioni, contuttociò con la forza delle sue parole e con le elemosine che loro distribuiva di tutto ciò che gli era trasmesso per suo sostentamento e per suo uso, ottenne di convertirne molli, altri di migliorarli, e in altri d’introdurre con l’uso delle meditazioni, dei sacramenti e delle penitenze una qualche forma di perfezione. Sicché le carceri che prima sembravano un serraglio di fiere indomite, si videro cangiate in un oratorio di penitenti, in cui, invece di bestemmie, spergiuri e parole oscene, altro non si udiva risuonare che cantici spirituali, rosari, litanie e orazioni devote. Sparsa intanto la voce d’una conversione così ammirabile, e giunta alle orecchie dei giudici, pensarono questi di perdonargli la morte pur troppo da lui meritata. Ma egli porse tanti memoriali per esser trascinato al patibolo e condannato alla morte, quanti ne avrebbe dati ogni altro per isfuggirla. Quelli però contemperando la misericordia, non la giustizia, lo condannarono alla galera, acciocché forse risvegliasse in quelle navi la pietà che aveva sì felicemente introdotta nelle prigioni. La sentenza però non ebbe effetto, perché sorpreso da una cocentissima febbre, in breve si ridusse all’estremo; e tra’ sentimenti tenerissimi d’una gran contrizione e d’una viva confidenza in Dio spirò dolcemente l’anima, Or io su questo fatto la discorro così: se la meditazione delle verità cristiane ebbe forza di mutare un cuore il più perfido forse che allora fosse nel mondo, e da uno stato di vera dannazione ridurlo a perfezione di vita, non avranno poi simili meditazioni la virtù di tenere desto, svegliato, acceso un cuore ben disposto che già brama la sua perfezione, che già si esercita in quella, purché voglia però incessantemente praticarla? Non mi pare certamente che se ne possa dubitare. Questo dunque reputi il direttore il mezzo principale per mantener sempre vivi e per accrescere i desideri di perfezione nei suoi discepoli, l’esercizio stabile e frequente del meditare.

70. Secondo mezzo. Rinnovare sempre il proposito di tendere alla perfezione come se allora s’incominciasse. Queste risoluzioni e rinnovazioni di volontà tengono svegliata l’anima, acciocché non s’addormenti e non si stanchi di correre l’arringo della perfezione. Questo era il consiglio che dava l’Apostolo a quei novelli Cristiani della primitiva chiesa, che dal culto sacrilego de’ simulacri erano passati al vero culto di Gesù Cristo per mezzo del santo Battesimo: rinnovatevi con lo spirito della vostra mente (Renovamini spiritu mentis vestræ (ad Ephes. cap. IV, 45). E come si fa, direte voi, con la mente la rinnovazione dello spirito? Eccolo: replicare sempre con la sua mente e con la sua volontà la risoluzione di tendere alla perfezione, come se la persona non avesse mai incominciato, né mai posto mano ad un sì bel lavoro; e specialmente di scendere a quelle virtù e mortificazioni particolari di cui ciascuno si conosca bisognoso per il suo profitto, risolvendo frequentemente di volersi esercitare virilmente in quelle. Così faceva il santo David, come egli confessa di se stesso (Ps. LXXVI, 11). Quantunque il santo profeta camminasse già per le alle cime della perfezione, contuttociò, come se fosse un principiante imperfetto, diceva spesso seco stesso: oggi voglio incominciare a servire Iddio: oggi voglio dedicarmi interamente al divino servizio. Questo fu l’ultimo ricordo che s. Antonio diede ai suoi monaci, mentre gli facevano corona intorno al letto, stando egli vicino a morire, come racconta s. Atanasio: figliuoli miei, io già m’avvio per la strada che hanno battuta i miei predecessori: già Iddio mi chiama a sé, ed io stesso bramo già di trovarmi tra i celesti cori; ma ecco, viscere mie (così chiamava egli i suoi figliuoli spirituali), non vogliate perdere in un subito le fatiche che avete in tanti anni sofferte; e però figuratevi sempre, che ogni giorno della vostra vita religiosa sia il primo in cui intraprendiate la carriera della perfezione, acciocché con queste nuove risoluzioni cresca la fortezza delle vostre volontà in andare avanti e in profittare nelle sante virtù Questi ricordi applichi a sé e dia ai suoi discepoli il direttore, se vuol vederli avvantaggiati in perfezione, e soprattutto se non vuol vedere, come diceva quel gran santo ai suoi monaci, perdute prestamente le loro passate fatiche.

71. Terzo mezzo. Non pensar mai al bene che si è fatto, ma bensì al bene che resta da farsi ed alle virtù che rimangono da conseguirsi. Questo mezzo ce l’insegna s. Paolo e ci provoca a praticarlo col suo esempio: fratelli miei, io non istimo già di essere giunto al termine della mia perfezione e di essermene di già impossessato; dimenticandomi però di tutto il bene che ho fatto per il passato, mi distendo con tutte le forze del mio spirito al conseguimento di quel bene che mi resta da fare, e sieguo a correre con alacrità l’arringo della perfezione, per arrivare all’acquisto di quel pallio che Iddio chiamandomi a sé già mi ha destinato. E poi aggiunge queste parole: chiunque è perfetto, abbia questi stessi miei sentimenti (Phil. III, 13-14). S. Gio. Crisostomo spiega questo testo divinamente ed opportunamente al nostro proposito. Dic’egli che il ripensare al ben fatto partorisce due mali: primo, ingenera compiacenza vana e ci rende a poco a poco superbi ed arroganti; secondo, ci fa essere pigri al bene, perché rimirando con occhi di compiacenza il bene operato ne’ tempi scorsi, rimaniamo di noi stessi contenti e paghi, né aspiriamo più ad altro bene maggiore (hom. 11, in epist. ad Philippenses). Quindi deduce, che se l’Apostolo, dopo mille pericoli di perder la vita, a cui soggiacque; dopo tanti travagli e patimenti capaci di recargli mille volte la morte, si gettò il tutto dietro le spalle senza pensarci più; quanto più dobbiamo ciò fare anche noi che non siamo sì ricchi di meriti e di virtù.

72. Dopo esserci dimenticati del passato, seguita a dire il santo dottore, dobbiamo, ad esempio di s. Paolo, metter l’occhio nel futuro, come fanno quelli che corrono, che non guardano al viaggio che hanno fatto, ma a quello che loro resta da fare; e in questo modo prendono maggior lena. Tanto più che il pensare al ben fatto nulla giova, se questo non si rende compito e perfetto con l’aggiunta di ciò che resta a farsi

73. Né contento il Crisostomo di aver data una spiegazione tanto propria alle sopraccitate parole di s. Paolo, toma a farvi sopra nuove e più accurate riflessioni, acciocché ci s’imprima altamente nell’animo questo aforismo di spirito, che tanto giova ai progressi della nostra perfezione. Riflette dunque, che l’Apostolo non disse già: io non reputo degne di stima, io non faccio alcun conto, io non rammemoro le opere buone della mia vita passata; ma disse: io me ne sono affatto dimenticato, perché questa totale scordanza è appunto quella che ci rende diligenti e solleciti al bene, e aggiunge ai nostri animi una certa alacrità e prontezza all’esecuzione di quanto ci resta ad operare per l’acquisto della perfezione s . Inoltre riflette su quelle parole, extendens me ipsum, e dice che in quelle si esprime uno sforzo molto speciale che si faceva s. Paolo per giungere a gradi di più alta e più eminente perfezione. Perchè siccome un uomo che corre, per il desiderio che ha di arrivar presto al termine, si distende dalla parte anteriore con tutta la vita, e getta avanti i piedi, la fronte e le braccia per accelerare il suo corso; così il santo con uno sforzo continuo di desideri dilatava il suo spirito e lo distendeva ad opere di maggior perfezione; e in questo modo correva con grande alacrità e con gran fervore nella via del Signore. E cosi abbiamo a correre ancora noi, se davvero alla perfezione aspiriamo. Finalmente si rifletta, che questo dimenticarsi del bene operato, questo distendersi con tutto il vigore dello spirito al bene che ci resta da operare, non solo, secondo l’Apostolo, è mezzo per conseguire la perfezione, ma è la perfezione istessa (come notammo anche noi nel precedente capitolo), perché conclude dicendo: chiunque è perfetto procede in questo modo. E in questo senso appunto spiega tali parole s. Bernardo: chiunque brama dunque d’essere perfetto   cristiano, metta in totale dimenticanza quanto ha fatto di bene per lo passato; tenga sempre l’occhio della mente e tutto l’affetto del cuore fisso nel bene che gli rimane a fare nel tempo avvenire.

74. Quarto mezzo. Pensare spesso ai difetti presenti ed ai peccati passati. Ho detto nel numero precedente, che per mantener vivi i desideri di perfezione non bisogna andar considerando il bene fatto. Qui dico che è necessario pensare al male fatto e che giornalmente si va facendo, e insieme alle virtù di cui siam privi; perché tali pensieri ci riempiono di un santo interno rossore, ci destano nel cuore desideri della virtù di cui ci vediam privi, brame di mortificazione in tutto ciò in che ci conosciamo difettosi; e  però ci sono d’incitamento e di stimolo alla perfezione. Sentiamo ciò che dice s. Agostino su questo particolare: fratelli miei, se volete far gran profitto, esaminatevi spesso senza inganno, senza adulazione; giacché non v’è dentro di voi alcuno di cui abbiate a vergognarvi; in realtà vi è Dio, ma a lui piace l’umiltà e la bassa cognizione di te stesso; fa che sempre ti dispiaccia di essere quel che tu sei, se vuoi arrivare ad essere quel che non sei (de verbis Apost. Ser. 15); cioè, se tu vuoi conseguire la perfezione che non hai, è necessario che non sii mai di te contento, ma conosca i tuoi difetti, i tuoi peccati, i tuoi errori, la mancanza delle virtù, la ribellione delle tue passioni, e che te ne sti in una certa scontentezza di te stesso; ma però umile, quieta, pacifica e piena di confidenza in Dio: perché questa è quella che ti dà stimoli al cuore, che ti accende in desideri di migliorarti e di essere quel che ancora non sei E subito aggiunge: in alcuna cosa per mancanza di cognizione rimani soddisfatto di te stesso, è certo che ivi te ne rimarrai fermo, senza curarti di ascendere a maggior perfezione. Se poi mai t’inducessi a dire: mi basta la perfezione che ho acquistata, già sei perduto. E perché? perché non potrai rimanere (come ho di sopra provato) in quel grado di perfezione: ti converrà, voglia o non voglia, tornare indietro, e andare passo passo e senza avvedertene in perdizione. Dunque, conclude il santo, cammina sempre avanti, aggiungi sempre qualche cosa di più, fa sempre maggior profitto; non ti fermar mai nella via della perfezione, non voler deviare, né tornare indietro. E per ottener questo, altro modo non v’è che mantener sempre vivi, e distendere sempre i desiderii a maggior perfezione, per i mezzi che ho dati nel presente capo.

PERFEZIONE CRISTIANA (1)

PERFEZIONE CRISTIANA (1)

[G. B. Scaramelli S. J.: DIRETTORIO ASCETICO, vol. Primo, Tipogr. e libr. Speirani e Tortone – Torino, 1855

ARTICOLO II

Il primo mezzo per l’acquisto della perfezione cristiana deve essere il desiderarla, né mai rallentarsi in tali desideri, ma distenderli sempre a maggior perfezione. Si propongono i motivi con cui risvegliare ed accrescere tali desideri.

CAPO PRIMO.

Si mostra che il desiderio della perfezione cristiana è mezzo necessarissimo per acquistarla.

43. Dice s. Agostino, che la vita d’un buon Cristiano è un continuo desiderio della sua perfezione (Tract. 14 in 1 epis. Ioan.): perché s’egli non nutrisse sempre nel cuore queste sante brame, sarebbe bensì Cristiano, ma non già buon Cristiano. Conciossiachè i desiderii, come insegna l’Angelico, sono quelli che dispongono i nostri animi e gli rendono abili e apparecchiati a ricevere quel bene che è loro proporzionato (p. 4, qu. 42, art. 6 in corp.). E però siccome non vi fu mai uomo nel mondo che conseguisse la perfezione di alcun’arte, o sia meccanica, o liberale, se prima non bramò efficacemente di conseguirla, così non vi fu né vi sarà mai nella chiesa di Dio alcun fedele che arrivi a possedere la perfezione cristiana, se non brami con grande ardore di acquistarla.

44. Ma per penetrare al vivo una verità sì importante, ci fa d’uopo indagarne la ragione che ce la persuada. I desideri verso i beni spirituali, dice il dianzi citato dottore, in due luoghi hanno la loro sede e quasi vi fanno la loro residenza: nella parte razionale e superiore dell’ uomo in cui nascono, e nella parte brutale ed inferiore dell’istesso in cui talvolta per una certa ridondanza traboccano e l’accendono verso quei santi oggetti, acciocché anche il corpo si colleghi con lo spirito in promuovere i suoi spirituali avanzamenti (1, 2, qu. 30, art. 1 ad 1). I desideri santi quando si svegliano nella parte superiore e ragionevole, altro non sono che un moto affettuoso della volontà verso quei beni spirituali che ancora non si posseggono, ma si conoscono possibili a possedersi. Osservi bene il lettore queste parole, se vuole fare una esatta anatomia di tali desideri. Dissi che il desiderio riguarda sempre quei beni che non si possiedono; perché i beni già acquistati non cagionano brama nella nostra volontà, ma bensì allegrezza, contento e gaudio. Così un ambizioso quando giunga ad impossessarsi della dignità e degli onori non li desidera più, ma in essi giubila e gode. Dissi che il desiderio ha sempre per oggetto i beni possibili a possedersi; perché il bene impossibile ad aversi non muove al desiderio, ma alla disperazione. Così un viandante che è premuroso di arrivare prestamente alla sua patria, desidera di avere agilità ai piedi, ma non già ali alle spalle; perché quella è possibile, ma queste sono impossibili ad acquistarsi.

45. Fermiamoci ora un momento su questa dottrina, giacché è efficacissima a dimostrare la verità del nostro assunto. Abbiamo detto che il desiderio è un moto della volontà verso un bene possibile e convenevole per raggiungerlo ed impossessarsene. Se dunque il Cristiano non desidera la perfezione, è certo che la di lui volontà non si muove con alcun atto affettuoso verso di essa per abbracciarla e farla sua; ma sta ferma, sta pigra, sta lenta, sta immobile: come dunque è possibile che possa conseguirla? Può giungere alla meta un corridore che non si muove dalle mosse? Come dunque potrà giungere alla perfezione una volontà che verso lei non si muove con i suoi atti per arrivarvi? Tanto più che la perfezione cristiana è un bene arduo, e non si ottiene senonché per mezzi difficili, tutti liberi ed elettivi e dipendenti dall’arbitrio della volontà. Sicché non movendosi punto una volontà spogliata di desideri, né punto piegandosi verso l’acquisto della perfezione, come potrà superare quell’arduo? come potrà eleggere con fortezza e perseveranza quei mezzi tanto malagevoli?

46. Questi desideri poi quando dalla parte superiore traboccano nella parte inferiore, sono certi effetti sensibili, sono certe passioni sante, che tendono al possedimento di quegl’istessi beni spirituali, a cui già la volontà con i suoi atti aspira. Ed è incredibile quanto conferiscano ai progressi nella perfezione questi desideri sensibili: perché dilatano l’appetito sensitivo, animano la volontà, la confortano, la corroborano e quasi distendono i sensi dell’anima e la rendono capace di grandi beni. Spiega questo s. Agostino con una ben acconcia similitudine: che siccome dovendo alcuno ricevere gran quantità di roba, dilata i seni del sacco, o dell’otre, per renderli più capaci al ricevimento di tali cose; così i desideri dilatano ed amplificano i seni dello spirito e lo rendono abile ad accogliere in se stesso grandi beni spirituali. Ed arreca l’esempio di s. Paolo, il quale dice, che dimenticandosi del passato, distendeva se stesso con le sue brame, per rendersi capace a ricevere quella perfezione ulteriore che gli restava da acquistare (Tract. 4 in 4 epist. Ioan.). Quindi deduce il s. dottore che tutta la vita del Cristiano ha da essere un continuo esercizio di virtù per mezzo dei santi desideri Ma se tutto questo è vero, che progressi potranno sperarsi nella perfezione da chi non la desidera: mentre con la parte superiore dell’anima punto non si muove in verso essa e con la parte inferiore punto non si accende: nella volontà è lento e rimesso: nell’appetito sensitivo sta stretto e chiuso : in somma non la cura, non l’apprezza e ne vive affatto dimentico? Certamente è tanto impossibile ch’egli dia un passo nella via della perfezione, quanto è impossibile che cammini verso il termine chi non si muove. Veda dunque il direttore che questi desideri hanno da essere la prima pietra ch’egli ha da gettare nell’anima dei penitenti, in cui vuol ergere il bell’edifizio della cristiana perfezione. Questa ha da essere la semenza di quell’albero che ha da produrre frutti d’ogni virtù, e soprattutto il pomo d’oro della divina carità. Senza questa pietra fondamentale, senza questo seme fecondo, è stoltezza il pensare ch’egli possa conseguire il suo intento.

47. Mi sia testimonio di ciò quel giovane seguace del mondo e delle sue vanità, che ferito altamente da Dio nel cuore col dardo d’una veemente ispirazione, si accese tanto in desiderio della sua eterna salute e della sua perfezione, che tosto risolse di consacrarsi tutto a Dio in uno di quei monasteri, che allora tra luoghi ermi e solitari fiorivano in santità. L’impedimento maggiore che si attraversasse all’esecuzione dei suoi santi desideri, non furono le ricchezze, gli onori, i piaceri e le vanità mondane; giacché reso robusto dalla forza delle sue fervide brame, subito calpestò tutte queste cose con gran coraggio. L’ostacolo maggiore fu la madre con le sue lusinghe e con le sue preghiere. I primi assalti che questa gli diede furon le lagrime, e dopo le lagrime furono alcune parole interrotte dal pianto. Dunque, dicevagli, tu mi vuoi abbandonare in questa età cadente? vuoi che io muoia scontenta? No, ripigliava il giovane, io non voglio le vostre scontentezze, né la vostra morte; solamente volo salvare animam meam: voglio salvare quest’anima. E che? soggiungeva la madre: non puoi forse salvarla nel secolo? non puoi forse salvarla vivendo cristianamente nella tua casa? Si, rispondeva il figliuolo, ma io voglio salvarla con sicurezza, e però me ne voglio ire tra i deserti e tra le solitudini a menare vita perfetta e santa. Dunque, ripigliava l’afflitta genitrice, saranno per me perduti tanti stenti con cui ti ho condotto a questa età e a questo stato: perdute le sollecitudini, i patimenti, le cure, e me ne rimarrò qui sola a piangere la mia sventura? Non occorre altro, rispondeva il figliuolo: volo salvare animam meam. Datevi pace, mia madre, mi è entrato nel cuore un desiderio sì vivo della mia salute e della mia perfezione a cui non posso resistere: devo eseguirlo. Con questa massima sostenuta costantemente espugnò il cuore della madre, e pieno di grandi brame di perfezione se ne volò al monastero. Quivi giunto, si diede con gran fervore di spirito alle penitenze, alla mortificazione, all’orazione ed all’esercizio di tutte le virtù religiose. Ma che? non so come questi suoi gran desideri cominciarono a poco a poco a rallentarsi, poi a rattiepidirsi, e poi a cangiarsi in un vero raffreddamento. Sicché quello che prima spiccava su le ali dei suoi desideri voli sublimi fin su le porte del paradiso, oppresso poi ed abbattuto dalla sua gran freddezza, era già caduto fin su la porta dell’inferno, dentro cui sarebbe sicuramente precipitato, se la madre non veniva dal cielo a riaccendergli nel cuore le antiche brame. Posciachè trovandosi l’infelice monaco oppresso da grave infermità, fu portato in ispirito al tribunale di Dio, dove insieme con altri che vi dovevano essere giudicati, trovò anche la sua genitrice, hi vederlo, questa gli disse: e cosa è questa che io rimiro, o figliuolo? anche tu sei venuto in questo luogo reo di eterna condannazione? e dove sono quei santi desideri di salvar l’anima e di salvarla con sicurezza tra i rigori dei chiostri (in lib. doct. PP. lib. de comp., n. 5)? Questa riprensione della madre gli fece una sì grande impressione, che ritornato in sé e riavutosi della sua infermità, si chiuse in una piccolacella, e senza mai più partirne, altro non fece in tutto il residuo della sua vita che piangere li suoi passati errori; Si avverta in questo avvenimento la gran forza che hanno i desideri santi di distaccarci da tutto ciò che digradevole può darci il mondo, e di portarci alla cima della più alta perfezione; ed all’opposto quanto poco possiamo trovandoci privi di tali brame. La madre istessa di quel monaco traviato altro modo non trovò per ridurlo su la strada della perfezione, anzi della salute, che ravvivargli nel cuore i suoi antichi desideri, con rimetterglieli nuovamente alla mente. Dunque di qui incominci il direttore il suo lavoro spirituale nelle anime che vuol perfezionare, ricordandosi sempre delle parole di s. Agostino: che la vita d’un perfetto Cristiano altro non è, che con la spinta dei desiderii andare avanti nell’esercizio delle virtù.

CAPO II.

Primo motivo per risvegliare i detti desideri di perfezionesia l’obbligo che tutti hanno di procurarla.

48. Il motivo più potente di cui deve valersi il direttore per scuotere la tiepidezza di alcuni fedeli, che contenti di non commettere colpe gravi, nulla si curano di migliorare la propria vita, è certamente il rappresentare loro l’obbligo che Iddio impone a ciascuno di attendere alla perfezione del proprio stato. Gesù Cristo parla chiaro in questo particolare, e parla a tutti. C’impone il Redentore d’esser perfetti, e ci propone per idea della perfezione, a cui dobbiamo agognare, I’istessa perfezione del  suo eterno genitore (Estote ergo perfecti, sicut et Pater vester cœlestis perfectus est (Matth. cap. V, 48). S. Giacomo apostolo vuole che siamo interamente perfetti e in niuna cosa difettosi (Patientia opus perfectum habet, ut sitis perfecti, et inlegri, in nullo deficientes (Epist. c. I, 4). S. Paolo ci ordina a star sempre armati contro gli assalti dei nostri nemici e di essere in tutte le cose perfetti “Accipite armaturam Dei, ut possitis resistere in die malo, et in omnibus perfecti stare” (ad Ephes. cap. VI, 5 ). Lo stesso Apostolo non contento che siamo perfetti nella nostra volontà, vuole che tali siamo anche nell’intelletto, conformandolo agli altrui sentimenti con isfuggire la diversità dei pareri “Obsecro autem vos, per nomen Domini nostri Iesu Christi, ut idipsum dicatis omnes, et non sint in vobis schismata: sitis autem perfecti in eodem sensu, et in eadem sententia (I ad Cor. cap. I, 10). Sicché non si può dubitare che siamo tutti tenuti a procurare quella perfezione che è più confacevole alla nostra condizione.

49. Ma perché secondo il diverso stato delle persone, diversa è la perfezione che deve  da loro praticarsi, il direttore per procedere discretamente e con la debita rettitudine, bisogna che distingua tra i penitenti che sono religiosi, consacrati a Dio coi santi voti, e tra i penitenti che sono secolari, liberi e padroni di se stessi; onde non aggravi alcuno più del dovere, né esima alcuno dalle obbligazioni che sono loro proprie. Se sia religioso il suo penitente, deve spesso rammentargli quella dottrina dell’Angelico, ricevuta dal comune de’ teologi, che sebbene non è egli obbligato ad essere perfetto, è però tenuto con obbligo di peccato grave, di tendere e di aspirare alla perfezione. Deve significargli, che essendosi egli dedicato alla religione con la solenne professione, e a guisa di un garzoncello entrato nella bottega d’un legnaiolo o di un fabbro per apprendervi l’arte, perché siccome questo benché non sia tenuto ad operare perfettamente le manifatture o del legno o del ferro, è però obbligato a perfezionarsi nella sua arte, e quantunque non sia degno di riprensione per qualche sbaglio che commetta nei suoi lavori, sarebbe però di riprensione e di castigo se non andasse emendando e non gli andasse ogni giorno più migliorando; così esso non sarà avanti a Dio degno di riprensione. se non sarà perfetto; poiché la religione, in cui è entrato, non è un’adunanza di persone perfette, ma è scuola di perfezione; ma sarà gravemente reo e meritevole di castigo se non attenderà alla perfezione a cui con la professione religiosa si è obbligato, e non andrà correggendo e perfezionando la sua vita per quei mezzi che gli sono dalla sua religione prescritti (2, 2, quæst. 168, art. 2, in corp.). Qui vanno a ferire quelle pesantissime parole scrive ad Eliodoro, il quale, abbandonata la milizia, erasi fatto monaco e dedicato a Dio coi santi voti: Eliodoro, ricordati che hai promesso a Dio di esser perfetto. Quando tu, abbandonata la milizia terrena, giurasti nelmonastero perpetua castità, mosso dal desiderio della celeste patria, che altro facesti, che professare avanti Dio una vita perfetta? Ma avverti che un servo perfetto di Gesù Cristo altro non ha nel cuore che Cristo; o se altro vi ha, non è servo perfetto di Gesù Cristo. E se non è perfetto, avendo promesso d’esserlo, è egli appresso Iddio un mentitore, ed è già morto presso gli occhi suoi(in Epist. ad Eliod.). Si avverta però che Girolamo (come nota il Suarez su questa parola) non pretende di dire che Eliodoro dovesse esser già in pieno possesso di quella fina perfezione che egli gli esprime nella sua lettera, ma solo che fosse tenuto ad aspirarvi coi desideri ed a sforzarsi di conseguirla con le opere. Contuttociò sono parole molto significanti da mettere in grande apprensione qualunque religioso lento, tiepido e trascurato nel divino servizio.

50. Quindi si deduce in primo luogo, che ogni religioso è obbligato con grave obbligazione alla osservanza dei tre voti: povertà, castità ed obbedienza, che sono appunto quei consigli, che ci ha dati Gesù Cristo nel santo Vangelo, e che egli ha già abbracciati con solenne voto per giungere alla perfezione “Si vis perfectus esse, vade, et vende omnia quae habes et da pauperibus et sequere me“. In secondo luogo, che egli è gravemente tenuto all’osservanza delle sue regole, che sono i mezzi con cui nella professione, che ha fatto nella sua Religione, si è obbligato di tendere alla perfezione. Così insegna s. Tommaso: il religioso non è tenuto a tutte quelle pratiche ed esercizi spirituali, per cui si può andare alla perfezione, ma solo a quelli che gli sono tassati dalla regola in cui ha professato (2, 2, quæst. 186, art. 2 in corp.)..

51. E qui sentirà il direttore darsi subito quella risposta, da cui tanti religiosi pigliano ansa di vivere rilassatamene, cioè che la sua regola non obbliga ad alcun peccato. A questo replichi egli con s. Tommaso, che sebbene nella trasgressione di questa o quella regola, che non è di precetto, ma di mero consiglio, non si contenga colpa mortale, se ciò si faccia per condescendere a qualche sua passioncella, o per dar qualche pascolo all’amor proprio avido di libertà ed alieno da ogni strettezza e mortificazione (sebbene in tali casi il religioso inosservante non va esente da peccato veniale a cagione pone dei motivi non retti e irragionevoli da cui si muove a contravvenire alle sue regole); contuttociò se tali trasgressioni si facciano con disprezzo delle regole, si commette peccato grave: perché, come dice s. Gaetano, nel dispregio delle regole v’è un dispregio interpretativo di Dio, che in modo speciale le ispirò ai santi legislatori, da cui furono promulgate alle loro religiose famiglie. Questo disprezzo poi, dice il sopraccitato santo dottore, consiste in questo, che il religioso non voglia soggettarsi a qualche regola, e quindi passi avanti a trasgredirla con isfrenatezza e con baldanza (in resp. ad 3). Lo stesso dice s. Bonaventura (In Pharet. lib. 2, cap. 44). Lo stesso afferma S. Bernardo  (In lib. de praecept. et disp. et in costitut.), specialmente nelle sue costituzioni. E qui si osservi che l’Angelico, dopo aver detto che le particolari trasgressioni di certe regole non obbliganti, fatte senza formale dispregio, non racchiudono in se stesse peccato grave, soggiunse subito, che tali inosservanze se siano fatte frequentemente, portano a poco a poco il religioso ad un vero disprezzo delle sue regole ed alla colpa mortale, e per conseguenza anche alla eterna ruina. Si osservi ancora, che sebbene violando la persona religiosa or questa, or quella regola, per condiscendere alle sue imperfette inclinazioni, sia scusato da peccato mortale, qualunque volta l’inosservanza non passi in positivo dispregio; contuttociò è egli tenuto gravemente di avere, in generale almeno, animo e volontà risoluta di osservar le sue regole, perché essendosi nella sua professione obbligalo a procurare quella perfezione, che è propria del suo istituto, si è obbligato ancora a praticare quei mezzi che sono necessari per ottenerla; quali per lui altri certamente non sono che le sue regole. Quest’obbligo dunque di tendere alla perfezione, con l’osservanza dei voti e delle regole, intuoni spesso il direttore alle orecchie del suo penitente o della sua penitente religiosa; perché questo solo (se pure in essi è rimasto alcun vestigio di santo timore) basterà per destare loro nel cuore desideri di perfezione e premure di conseguirla; il che allora faccia più volentieri, quando gli veda tiepidi, rimessi e languidi nel divino servizio.

52. Ma se poi il penitente sarà secolare, qual obbligazione gli si avrà da imporre? Si assicuri il direttore che con questi avrà molto più da penare che con le persone religiose per rimuoverli dalla loro freddezza; poiché i secolari hanno una stolta persuasione, che la perfezione sia cosa propria di religiosi e di monache, e che ad essi punto non si appartenga; che ad essi basti osservare i precetti di Dio e di santa Chiesa alla grossa, in quanto alla loro sostanza, e con questo solo credono di aver adempiti i loro doveri. Anzi si avanzano taluni fino a dileggiare quei secolari devoti che frequentano Sacramenti, orazioni e chiese, che si esercitano in opere di carità verso il prossimo, che procedono con la debita ritiratezza e modestia, chiamandoli col titolo di collitorti, di bacchettoni, di beate, di sante, di pinzochere, e con altre simili parole di scherno indegne a proferirsi da una lingua cristiana che professa e venera la dottrina di Cristo. Or questi hanno bisogno d’essere istruiti e tolti da un inganno si pernicioso. A questo fine domandi loro cosa intendono per questa parola perfezione cristiana. – Se essi rispondono, che intendono significarsi quella perfezione più alta e più ardua che si racchiude nei tre consigli evangelici, povertà, castità ed obbedienza, essi hanno ragione di esimersi da una tal perfezione; perché non essendo da Dio chiamati alla Religione, non sono obbligati a spogliarsi delle loro facoltà, a rinunziare al matrimonio, a menar vita celibe e continente, ed a soggettarsi spontaneamente all’obbedienza d’alcun superiore che li regoli in tutte le loro azioni. Ma se poi per questo vocabolo di perfezione cristiana intendono altri consigli, e specialmente alcuni precetti circa materie leggiere che sono stati da Dio imposti a tutta l’universalità dei fedeli, per es., vivere distaccati dalla roba e da denari ancorché si possedano, e farne buon uso: impiegandone parte in elemosine o in coseche riguardano il divin culto; fuggire non solo i diletti illeciti, ma ancor le occasioni e gl’incentivi non solo prossimi, ma ancor remoti che lusingano e allettano gl’incauti a tali piaceri, con la debita ritiratezza, modestia e circospezione in conversare; soggettarsi ad un padre spirituale circa l’interno regolamento della scienza: dispregiare le vanità, le pompe, il fasto e la superbia mondana, e se il proprio stato esiga un decoroso trattamento, mantenere tra lo splendore del portamento esteriore la depressione interna del cuore e l’umiltà sì propria d’un seguace di Cristo; soffrire pazientemente le ingiurie, le avversità ed i travagli; amar gl’inimici, astenendosi non solo da ogni atto interno di risentimento, ma anche da ogni segno esterno di ostilità; mortificare le proprie passioni e non dar loro sfoghi irragionevoli; astenersi da peccati veniali, massime se siano deliberati; frequentare i Santissimi Sacramenti: orare spesso; andar riflettendo su le massime di nostra fede, che hanno tanta forza di raffrenarli, e di far si che procedano con cautela tra i tanti pericoli in cui vivono; e fare mille altre cose  che sono da Dio comandate, benché la loro trasgressione, a cagione della materia leggiera, non partorisca nelle anime colpa grave, o sono da Dio consigliate: perché sono cose, senza cui è moralmente impossibile vivere morigeratamente: se essi, dico, per questa voce perfezione cristiana, intendano tali cose, e poi dicano di non essere tenuti ad eseguirle, perché sono secolari che vivono in mezzo al mondo, s’ingannano grandemente; perché ad una tal perfezione sono obbligati tutti quelli che si vantano del nome cristiano. Sentano come parla su questo punto s. Tommaso, dopo averlo esaminalo con tutto il rigore della scuola: tutti, tanto i religiosi quanto i secolari, sono obbligati a fare in qualche modo, secondo le leggi della discrezione, tutto il bene che possono, perché a tutti ciò è imposto dall’Ecclesiastico; v’è però il modo di adempiere questo precetto e di sfuggire il peccato, cioè facendo ciascuno discretamente quel bene che può secondo la condizione del suo stato, e guardandosi di non dispregiare il ben maggiore che potrebbe farsi, acciocché l’anima non ponga ostacolo agli avanzamenti dello spirito (2, 2, quæst. 186, art. 2, ad 2). Notino i secolari in questo testo quei termini che usa il santo dottore, parlando della loro perfezione, obbligo, precetto, peccato; e poi dicano, se loro dà l’animo, che la perfezione è pei soli religiosi.

53. Sebbene, a dire il vero, neppure qui è necessaria l’autorità di sì gran dottore, mentre parlano chiaramente su questo proposito le sacre scritture. Domando quando s. Giacomo e l’Apostolo delle genti inculcavano tanto nelle loro epistole la perfezione, a chi parlavano? ai soli religiosi? oppure a tutto il mondo cristiano? Quando Gesù Cristo esclamava con tanta energia: siate perfetti, come è perfetto il mio eterno Padre; quando comandava il rinnegare se stesso, il portar volentieri la propria croce, l’essere umile, l’essere mansueto di cuore com’era Esso; a chi ragionava allora il Redentore? coi soli monaci? coi soli religiosi? con le sole vergini chiuse ne’ chiostri? oppure a tutta l’adunanza de’ fedeli che volevano essere suoi veri seguaci? A tutti, risponde s. Agostino: a tutti parlava Cristo allora. Questi insegnamenti di Cristo, dice il santo, non li hanno già da ascoltare le sole vergini e non le maritate; le sole vedove e non le spose; i soli monaci e non i coniugati; i soli chierici e non i laici: ma tutta la Chiesa universale, tutto il corpo dei fedeli distinto nei suoi gradi ha da seguitare il Redentore con la croce in ispalla, e tutto ha da eseguire i suoi santissimi documenti. (Serm. 47, de div., cap. 7). – S. Giovanni Crisostomo dopo aver riferite molte di quelle ammirabili dottrine con cui il Redentore ci esorta a vivere perfettamente, riflette opportunamente, che Cristo non fece già distinzione tra religiosi e laici, dicendo: questo insegnamento sia per i monaci, e questo per i secolari; ma parlò indistintamente a tutti (Nec monachi, nec sæcularis nomen adiecit). – E questo appunto, seguita a dire il santo, è la ruina del mondo tutto, il credere che i religiosi siano tenuti a mettere ogni diligenza per vivere perfettamente, e che i secolari possano vivere trascuratamente. Ma non è cosi, soggiunge subito; lo stesso tenor di vita si richiede da tutti. Io dico con tutta asseveranza: sebbene non sono io che lo dico, ma è Cristo giudice che lo dice di propria bocca. Finalmente dopo aver lungamente mostrata questa importantissima verità, termina il suo discorso così: credo che non vi sarà uomo sì litigioso e sfrontato, il quale voglia negarmi che in molte cose tanto il secolare quanto il monaco sia obbligato di tendere alla più alta cima della perfezione (adver. vitup. vitam monast., lib. 3). Un gran parlare è questo, a cui non si può certamente contraddire senza incorrere la taccia di una gran temerità. Quindi prenda il direttore stimoli acuti per risvegliare desideri di perfezione nei cuori dei secolari addormentati, mostrando loro l’obbligo preciso che ne hanno, conforme la dottrina dei santi padri e delle sacre scritture. Cancelli loro dalla mente quell’errore tanto dannoso, che la perfezione sia prescritta ai soli claustrali, che ad essi soli si appartenga menar vita devota, vita esatta e vita esemplare; e che ai secolari sia lecito, purché si guardino dal peccato mortale, condurre una vita molle, una vita libera, una vita rilassata. Falso, falso, ripeta spesso alle loro orecchie. Alla perfezione tutti i Cristiani sono obbligati, perché a tutti è stata imposta ed inculcata nelle sacre carte. Certo è che a persone che non siano di perduta coscienza, ma abbiano qualche timor di Dio, qualche premura della loro eterna salute, sarà questo un gran motivo per invogliarsene e per intraprendere un tenore di vita più regolata ed esatta.

54. Ma io già mi avveggo, che il direttore, presupposto l’obbligo di perfezione che hanno tutti i Cristiani, bramerebbe sapere in quale specie di peccato incorra un secolare, che contento di non cadere in colpa grave, non faccio pio conto dei peccati leggieri, non abbia alcuna volontà di far opere di carità e di supererogazione, insomma ponga in non cale ogni pensiero della sua perfezione. Rispondo, che se ciò egli faccia con disprezzo della perfezione, già cade nel peccato in cui non vorrebbe cadere: se poi succeda senza un tale dispregio, dico, essere il Gaetano di parere che un Cristiano sì trascurato commetta un peccato veniale (in textu soprac. d. Th.).  Dico inoltre, essere sentimento del padre della Reguera nella sua mistica teologia, non andare esente da grave peccato un Cristiano che non voglia attendere alla perfezione sua propria; sebbene limita egli poi in vari modi il suo detto e in varie guise lo ristringe. Con tutto ciò perché altri gravi autori non parlano con tanto rigore, io dirò (e lo mostrerò nel seguente capitolo) che quando ancora un secolare, che non vuole procurare la perfezione del suo stato, non pecchi per questa prava volontà e pessima disposizione in cui vive, incorrerà però in altri molti peccati mortali di altre specie, vivrà rilassatamente e starà in gran pericolo della sua eterna salute.

CAPO III.

Secondo motivo per risvegliare i desideri di perfezione sia la necessità che v’è di procurarla, non solo per esser perfetto, ma anche per esser salvo.

55. La ragione perché alcuni fedeli (o questi siano religiosi o secolari) non hanno alcuna premura di acquistare quella perfezione che si conviene alla loro condizione, è senza fallo il persuadersi, che guardandosi dal peccato mortale, vivranno in grazia di Dio; e così senza tante molestie e mortificazioni conseguiranno la loro eterna salute. Ma sono pur eglino mal avveduti in questa lor persuasione; perché quando ancora l’obbligo che, secondo la dottrina delle sacre scritture e dei santi padri, abbiamo tutti di attendere all’acquisto della perfezione confacevole al nostro stato, non fosse grave e non rendesse i trasgressori rei di colpa mortale; pur non volendovisi essi seriamente applicare, è certo che cadranno in molte altre colpe gravi, che vivranno con la coscienza macchiata e che saranno in gran pericolo di perdersi eternamente. Ognun sa che l’arciere bisogna che prenda la mira più alta se vuol cogliere nel segno con il suo strale. Così deve ognuno persuadersi che non si può cogliere nell’osservanza dei divini precetti, in quanto alla sostanza di non trasgredirli gravemente, se non si prende la mira più alta alla perfetta osservanza degl’istessi precetti, guardandosi dalle trasgressioni leggiere e colpe veniali per quanto comporta la debolezza delle nostre forze; anzi se non si alza la mira anche più in alto alle opere buone di supererogazione, che sebbene non son da Dio comandate, pur son da Lui volute per consiglio, e sono a noi sì vantaggiose a Lui sì grate. Vediamo quanto ciò sia vero incominciando da consigli, ma però brevemente.

56. Gersone francamente afferma, che è caso molto raro che un fedele osservi i precetti del decalogo e non faccia opere sante di supererogazione e non eseguisca i divini consigli, ora facendo orazioni, ora frequentando Sacramenti, ora mortificando il proprio corpo con digiuni o altre simili asprezze, ora compartendo elemosine, ora praticando atti di carità spirituali o  corporale verso il suo prossimo, ora esercitando atti di devozione e di ossequio verso i Santi e la loro Regina, oppure facendo altre simili cose che non ci sono imposte con rigoroso precetto, ma ci sono però raccomandate con soave consiglio. (Alphab. 68, part. 2, litt. 2). E il padre Suarez esaminando scolasticamente questa verità, decide che è impossibile, moralmente parlando, che un Cristiano, benché sia secolare, abbia volontà ferma, stabile e permanente di non peccar mortalmente, e che insieme non faccia molte opere virtuose di supererogazione e non abbia stabile proposito di perseverare in esse  (de Relig. tom. 4, lib. 1, c. 4, num. 12). – E lo dimostra con parità delle sostanze naturali, che senza l’accompagnamento e quasi il corteggio degli accidenti loro propri, non possono conservarsi nel loro essere, ma devono necessariamente perire. Così il fuoco senza calore si estingue; la neve senza la sua freddezza si strugge; l’aria senza il moto si guasta; l’acqua senza l’agitazione s’imputridisce; l’erbe, i pomi e tutte le altre cose senza le qualità loro connaturali si corrompono ed alla fine marciscono. Così, dic’egli, la grazia di Dio e la carità, senza le opere buone, che sono quelle qualità soprannaturali che la confortano, che la nutriscono, che la corroborano, che la difendono e che l’aumentano, alla fine perisce e muore. Sicché l’anima infelice, perduta la divina grazia per la sua infingardaggine in non volere operare il bene, si trova in grande pericolo della sua eterna perdizione.

57. Questa verità insegnò Iddio istesso di propria bocca al beato Errigo Susone in quella celebre visione delle nove rupi, che rappresentogli alla mente acciocché la pubblicasse al mondo tutto. Rapito in estasi il servo di Dio vide un monte sublime che arrivava con la sua cima a ferire le stelle. Pendevano per il dorso del monte nove rupi, una appoggiata alla sommità dell’altra, ed in ciascuna di dette rupi v’erano abitatori, dove in maggiore e dove in minor quantità. Significavano queste nove rupi i nove gradi di perfezione, a cui può ascendere un uomo in tutto il corso della sua vita mortale. Or mentre stava il santo mirando attonito la sublimità del monte e la disposizione di quelle rupi aspre e rovinose, all’improvviso si vede posto sulla cima della prima rupe, d’onde vide con una semplice occhiata la terra tutta, e tutta la vide ricoperta da una larghissima rete. Stupefatto il santo a quella vista, vollossi al Signore pregandolo a volergli palesare che significasse quella gran rete che involgeva tutta la terra, ma però non arrivava a ricoprire le rupi del monte. Gli rispose Gesù Cristo, che quella era la rete del diavolo, che significava i tanti lacci dei vizi e de’ peccati con cui il maligno teneva avvinto quasi tutto il mondo, e che la rete non arrivava a ricoprire le rupi del mistico monte, perché in quelle salivano solamente i Cristiani ch’erano liberi e sciolti dai legami della colpa mortale. Tornò l’uomo estatico a domandargli chi erano quelle persone che vedeva attorno a sé nella prima rupe. Gli rispose Gesù Cristo queste parole: questi sono uomini tiepidi, lenti, freddi, infingardi, che non sono inclinati, né dediti ad esercizi grandi; ma basta loro di vivere con proposito di non consentir mai a peccato enorme e mortale, e così stanno contenti fino alla morte (B. Enrico Susone, libro delle nove rupi, cap. 12.). Si osservi che questi appunto sono quei Cristiani, di cui presentemente io parlo. Di nuovo interrogò il Signore il servo di Dio, se quelle persone si sarebbero salvate o dannate, mentre vedeale poco lungi dalla rete e dai lacci. A questo rispose Cristo le seguenti parole: se moriranno senza coscienza di peccato mortale, si salveranno; ma stanno in maggior pericolo che non credono, perché si danno di poter egualmente servire a Dio ed alla natura, il che è difficile, e appena possibile, e il perseverare così in grazia di Dio è molto malagevole. Intanto vide il beato che molti precipitavano da quella prima rupe e andavano a nascondersi sotto la rete. Chiese subito al Signore che gi dichiarasse il significato di questo avvenimento. Gesù Cristo gli rispose così: questa rupe non può contenere quelli che consentono al peccato mortale; ma perché sono uomini tiepidi, facilmente cadono e ritornano ai lacci ed ai vizi. Tutta questa visione non ha bisogno di esposizione, perché in essa troppo chiaramente si protestò il Redentore: che i Cristiani tiepidi e freddi, che contenti di non commettere peccato mortale, non vogliono esercitarsi in opere sante di supererogazione, cadono di fatto in quelle gravi colpe gravi in cui non vorrebbero cadere, e vivono in gran pericolo della loro dannazione. Resta che il direttore sappia ciò rappresentare al vivo ai penitenti lenti e trascurati che a sorte gli capitassero ai piedi, perché questo solo basterà per riscuoterli dal loro gelo ed accenderli in desiderio di qualche perfezione.

58. Per un’altra ragione ancora non è loro possibile, moralmente parlando, osservare i precetti di Dio in quanto alla sostanza, e non curarsi della loro perfezione: perché operando essi in questo modo commetterebbero infiniti peccati veniali, i quali apriranno sicuramente la porta ai mortali ed alla trasgressione sostanziale degli stessi precetti, che pur essi non vorrebbero ammettere. Conciossiachè afferma l’Ecclesiastico: chi non fa conto delle cose piccole, cadrà nelle grandi (XIX, 1). D’onde s. Tommaso deduce: che chiunque pecca venialmente non fa conto delle cose minime (1, 2, quæst. 88, art. 5). Dunque si dispone a voltare affatto le spalle a Dio con la colpa grave, perché non soggettandosi l’anima incauta in cose piccole ai comandamenti di Dio, la volontà si va assuefacendo alle trasgressioni, va pigliandosi una dannosa libertà, finché giunge alla fine a scuotere affatto il giogo della divina legge. Ciò si può esemplificare in mille casi che tutto giorno accadono; ma di mille scegliamone alcuno. Comincia una fanciulla ad adornarsi soverchiamente, o per non parer deforme, o per comparir troppo vaga; dalla vanità nel vestire passa alla libertà di guardare qualunque oggetto; la licenza degli sguardi le desta nel cuore qualche affetto, nel principio forse non vizioso, ma troppo tenero e pericoloso; degenera a poco a poco l’affetto; s’attacca una tresca d’inferno; e finalmente si arriva a calpestare il fiore della verginità. Ecco come dai peccati leggieri quasi per tanti gradini si discende ai peccati più gravi, fino a cadere nel precipizio. A questo par che voglia alludere s. Ambrogio, parlando delle donne. Comincia alcuno a parlar liberamente degli altrui difetti; passa ad interpretare sinistramente le altrui azioni, a biasimarle apertamente. Alla fine trasportato da quel prurito di confutare, palesa qualche gran peccato del prossimo, che prima era occulto, e con grande mormorazione macchia l’altrui riputazione. Ecco come per la via de’ peccati veniali si va a poco a poco a cadere in colpe gravi.

59. Una tal verità ci viene espressa nell’Esodo con un memorabile avvenimento. Sale Mosè sulla cima del Sinai; entra dentro quelle sacre caligini che involgono la sommità del monte, e quivi si trattiene in lunghi e soavi colloqui con il suo Dio e riceve gli oracoli dalla sua bocca divina. E intanto il popolo che fa alle radici del monte? Dice il sacro testo: eccoli a sedere tutti oziosi; eccoli distesi sopra il terreno starsene neghittosi aspettando il ritorno del gran profeta (Es. XXXII, 6). Fin qui altro male non v’è che un poco d’oziosità, un poco di perdimento di tempo. Intanto trovandosi disoccupati, cominciano ad invitarsi a pranzo l’un l’altro. Parenti con parenti, amici con amici celebrano lieti e giocondi banchetti in mezzo al prato; non si mantiene la conveniente moderazione nel mangiare, né la conveniente misura nel bere; alquanto si eccede. E qui che male c’è? un po’ di crapula, un poco d’intemperanza. Trasportati intanto da una soverchia allegrezza, si danno al giuoco. Domini e donne, giovani e fanciulle, tutti ballano ad un circolo, tutti cantano ad un coro. Chi giuoca, chi ride, chi scherza; ma però senza verun pravo affetto. Ed in questo  che male c’è? un poco di scompostezza, un poco d’immodestia, un peccato veniale un poco più grosso. Avanti dunque, avanti, giacché non v’è male grave. Accecati dunque gli ebrei dalla crapula, resi ardimentosi dalla licenza di quei giuochi, cominciarono a parlamentare tra loro: Dio sa quando Mose farà ritorno a noi dalla sommità del monte! Dio sa quanto tempo ci converrà dimorare nel fondo di questa valle! Che serve più appettare? che serve indugiar più? Facciamoci anche noi un Dio visibile come si costuma in Egitto; Aronne, eccoli tutti i nostri orecchini, eccoti tutte le nostra anella d’oro: formane tu qualche nobile simulacro degno di collocarsi sopra gli altari. Condiscende Aronne. Si fonde un vitello d’oro; si espone alla pubblica venerazione del popolo; gli si porgono incensi sacrileghi e sacrifici nefandi. Avete veduto che mal v’è in un poco di oziosità, in un poco di crapula, in un poco di libertà in conversare? Questi furono i passi per cui a poco a poco arrivarono i miseri ad idolatrare un vitello. La riflessione non è mia, ma tutta di san Gregorio: il mangiare, il bere spinse il popolo a giuochi vani; i giuochi all’idolatria; perché se la persona non si raffrena nelle colpe subito va a cadere in grandi iniquità, attestandolo Salomone in quelle parole, che chi disprezza il poco cadrà nel molto. E però trascurandoci nelle cose piccole, sedotti insensibilmente dall’abito e dalla passione, commetteremo infallibilmente cose maggiori. Si lusinghi dunque chi vuole salvarsi senza la perfetta osservanza dei divini precetti, che ala fine conoscerà a prova nelle sue gravi cadute, quanto sia falsa questa sua idea: e Dio voglia che non l’abbia alla fine a conoscere nella sua dannazione.

CONFIDENZA NEI MEDICI E NELLE MEDICINE

Della Conformità alla volontà di DIO:

La confidenza nei medici e nelle medicine.

[S. A. Rodriguez: Esercizio di Perfezione, Vol. II, Tratt. VIII, cap. XVII. Marietti ed. Torino, 1917]

CAPO XVII.

Che non abbiamo da mettere la nostra confidenza nei medici né nelle medicine, ma in Dio; e che dobbiamo conformarci alla volontà sua non solo in ordine all’infermità, ma anche in ordine a tutte le altre cose che sogliono accadere in essa.

Quel che s’è detto dell’infermità si ha da intendere ancora delle altre cose che sogliono occorrere nel tempo di essa. S. Basilio dà una dottrina molto buona per quando siamo infermi (D. Basil. In reg. fusius disp. 55). Dice, che talmente abbiamo da valerci dei medici e delle medicine, che non mettiamo in ciò tutta la nostra fiducia; il che non avendo fatto il re Assa, per ciò la sacra Scrittura ne lo riprende: Nec in infìrmitate sua quæsivit Dominum, sed magis in medicorum arte confìsus est (II. Paralip. XVI, 18. 3). Non abbiamo d’attribuire a questo tutta la cagione del guarire, o non guarire dall’infermità; ma abbiamo da mettere tutta la nostra fiducia in Dio, il quale alcune volte vorrà darci la sanità col mezzo di queste medicine, ed altre volte no. E così quando ci mancherà il medico e la medicina, dice S. Basilio, che né anche abbiamo perciò da sconfidarci della sanità; perché, siccome leggiamo nel sacro Evangelio, che Cristo nostro Redentore alcune volte risanava con la sola volontà (nel qual modo risanò quel lebbroso che gli disse: Domine, si vis, potes me mundare (Matth. VIII,2.): Signore, se tu vuoi, mi puoi mondare; ed egli rispose: Volo: mundare (Ibid. 3: Voglio: sii mondo), altre volte risanava applicando qualche cosa [come quando fece il loto con lo sputo, ed unse gli occhi del cieco, e gli comandò che andasse a lavarsi nella natatoria, o fontana di Siloe (Giov. IX, 11)], ed altre volte lasciava gli infermi nelle loro infermità, e non voleva che guarissero, ancorché spendessero tutte le facoltà loro in medici e medicine (Marc, V, 26; Luc. VIII, 43); così anche adesso, alcune volte Dio da la sanità senza medici e senza medicine, per mezzo della sola volontà sua; alcune altre le dà col mezzo delle medicine; e alcune altre, benché uno chiami e consulti con molti medici, e gli siano applicati grandi rimedi, Dio non gli vuol dare la sanità; acciocché con questo impariamo a non metter la nostra fiducia ne’ mezzi umani, ma solamente in Dio. Siccome il re Ezechia non attribuì la sua guarigione a quella massa di fichi che Isaia pose sopra la sua piaga (IV. Reg. XX, 7), ma a Dio, così tu quando guarirai dall’infermità, non hai da attribuirlo ai medici né alle medicine, ma a Dio, che è quegli che risana tutte le nostre infermità. Etenim neque herba, neque malagma sanavit eos: sed tuus, Domine, sermo, qui sanat omnia (Sap. XVI, 12.): Che non sono le erbe né gl’impiastri quei che guariscono, ma Dio. E quando non guarirai, né anche ti hai da lamentare de’ medici né delle medicine; ma hai da attribuire ogni cosa a Dio, il quale non vuol darti la sanità, ma vuole che stia infermo. Similmente quando il medico non ha conosciuta l’infermità, ovvero ha fatto errore nel medicare (cosa che accade assai spesso anche a gran medici e in gran personaggi), hai da pigliar quell’errore per un effetto e adempimento della volontà di Dio, e così ancora la trascuraggine e negligenza e il mancamento dell’infermiere: onde non hai da dire, che per lo tal mancamento fatto teco ti sia tornata la febbre; ma ogni cosa hai da pigliare come venuta dalla mano di Dio, e dire: È piaciuto al Signore che mi sia cresciuta la febbre e che mi sia venuto il tale accidente. Perciocché è cosa certa, che quantunque relativamente a quei che ti governano questo sia stato errore;  nondimeno relativamente a Dio è stato effetto e adempimento della sua volontà, atteso che rispetto a Dio non succede cosa alcuna a caso. Pensi tu, che il passare delle rondinelle e l’acciecare col loro sterco il santo Tobia fosse a caso? non fu a caso, ma una molto particolare disposizione e volontà di Dio per darci in questo santo uomo un raro esempio di pazienza, come nel santo Giob: e cosi lo dice la divina Scrittura: Hanc autem tenlationem permisit Dominus evenire , ut posteris daretur exemplum patientice ejus, sicut et sancii Job (Tob. I, 12). E l’Angelo gli disse poi: Quia acceptus eras Deo, necesse fuit, ut tentatio probaret te (Ibid. XII, 13): Per provarti, Dio ti ha permessa questa tribolazione. Nelle Vite dei Padri si racconta dell’abbate Stefano (De abb. Steph refert etiam D. Dor. doctr.7), che essendo infermo volle il compagno fargli una frittatella, e pensandosi di farla con olio buono, la fece con olio di seme di lino, che è molto amaro, e gliela diede. Stefano, tosto che l’ebbe sentita, ne mangiò un poco, e tacque. Un’altra volta gliene fece un’altra nel medesimo modo, e gustandola e non volendola mangiare, il compagno gli disse: Mangia, Padre, che è molto buona: e fattosi ad assaggiarla egli stesso per indurlo a mangiare, sentita l’amarezza, cominciò ad affannarsi e a dire: Io sono omicida. Allora gli disse Stefano: Non ti turbare, figliuolo, che se Dio avesse voluto, che tu non errassi in pigliar un olio per un altro, non l’avresti fatto. E di molti altri Santi leggiamo, che pigliavano con grande conformità e pazienza i rimedi che si facevano loro, ancorché fossero contrari a quello che ricercava la loro infermità. Ora in questa maniera abbiamo noi altri da pigliar gli errori, le trascuraggini e le negligenze sì del medico, come dell’infermiere senza lamentarci dell’uno né incolpar l’altro. Questa è una cosa nella quale si scopre e si dimostra grandemente la virtù di un uomo: onde edifica grandemente un Religioso infermo il quale piglia con tranquillità d’animo e con allegrezza ogni cosa come venuta dalla mano di Dio, e si lascia guidare e governare dai Superiori e dagli infermieri, dimenticandosi, e deponendo totalmente ogni cura e sollecitudine di se stesso. Dice S. Basilio: Se hai confidata l’anima tua al Superiore, perché, non gli confidi ancora il tuo corpo? Se hai posta nelle mani di Lui la salute eterna, perché non v’hai da mettere ancora la temporale (D. Basil, in reg. fusius disp. reg. 48)? E poiché la Regola ci dà licenza di deporre allora ogni pensiero del nostro corpo, e ce lo comanda (3 p. Coost. c. 2, litt. a. 2); dovremmo stimar grandemente questa cosa e valerci di così giovevole licenza. Al contrario dà molto mala edificazione il Religioso infermo, quando ha gran cura di sé, e di quel che gli hanno da dare, e come glielo hanno da dare, e se lo servono a puntino; e quando no, sa molto ben lamentarsi, e ancora mormorare. Dice molto bene Cassiano: L’infermità del corpo non è impedimento alla purità del cuore, anzi le serve d’aiuto, se si sa pigliare come deve essere pigliata. Ma guardati, dice (CASS. lib. 5, de inst. renun. c.7), che l’infermità del corpo non passi all’anima: che se uno s’inferma in questa maniera, e piglia occasione dall’infermità di far la volontà sua, e di non essere ubbidiente e rassegnato; allora l’infermità passerà all’anima, e farà che l’infermità spirituale dia più da pensare al Superiore, che la corporale. Non per esser uno infermo deve lasciar di mostrarsi Religioso, né pensare, che non vi sia più Regola per esso, e che può mettere ogni sollecitudine per pensare alla sua sanità e al buon governo del suo corpo, e dimenticarsi di quel che concerne il suo profitto. L’infermo, dice il nostro S. Padre, dimostrando la sua umiltà e pazienza, non meno procuri di dare edificazione nel tempo dell’infermità a coloro che lo visiteranno, e seco converseranno e tratteranno, che quando era sano, per maggior gloria di Dio (Reg. 50 Summ.). S. Giovanni Crisostomo sopra quelle parole del Profeta, Domine, ut scuto bonæ voluntatis tuæ coronasti nos, trattando, come finché dura questa nostra vita, sempre v’è battaglia: Sempre, dice, abbiamo d’andar armati per essa; et ægroti, et sani: morbi enim tempore hujus maximæ pugnæ tempus est; quando dolores undique conturbant animam; quando tristitiæ obsident; quando adest diabolus incitans, ut acerbum aliquod verbum dicamus (D. Chrys. in Psal. V, 13): Il tempo dell’infermità è tempo molto proprio da star bene armati e ben preparati per combattere, quando da una banda i dolori ci turbano, la tristezza ci assedia, e il demonio, presa da ciò l’occasione, c’incita e stimola a parlare con impazienza e a lamentarci soverchiamente: e così allora è tempo di esercitare e mostrarla virtù. Per fin Seneca disse colà (Sen. Ep. 78), chel’uomo forte ha occasione di esercitare lasua fortezza non meno nel letto mentre patisce infermità, che nella guerra combattendo contro i nemici; perché la principal parte della fortezza consiste più nel soffrire che nell’assalire: e così il Savio disse, cheè migliore l’uomo paziente che il forte: Melior est patiens viro forti, et qui dominatur animo suo, expugnatore urbium (Prov. XVI, 32).

L’ECLISSE DELLA RELIGIONE

L’eclisse della religione

[Abate GIBIER: LE OBBIEZIONI CONTEMPORANEE CONTRO LA CHIESA; Serie Prima, Scuola Tipogr. Salesiana, FIRENZE, 1905]

CONFERENZA I

Signori,

Oggi inauguriamo il nostro undicesimo anno di Conferenze. Dopo avere confutate per ben due anni le obbiezioni rivolte contro la religione in generale, mi propongo in altri due anni di confutare le obbiezioni particolari rivolte contro la Chiesa Cattolica, contro il suo Fondatore, la sua fondazione e la sua storia. Ma, prima di tutto, la Chiesa Cattolica sta essa per morire o per rinascere? Mi sembra di dover rispondere a questa domanda: Presentemente assistiamo a un fenomeno che si potrebbe chiamare l’eclisse della idea religiosa. È bene guardare in faccia questo fenomeno, decomporlo, spiegarlo, per mettersi così in grado di non spaventarsene. – La Religione Cattolica subisce presso di noi un’eclisse. È misconosciuta dagli ignoranti, detestata dai corrotti, perseguitata dai rinnegati, abbandonata dai deboli.

È misconosciuta dagli ignoranti.

Se qualcuno pretendesse discutere di chimica perché  si serve di prodotti chimici come il sapone e la margarina, di fisica perché fa uso del gas e del petrolio, di procedura e di giurisprudenza perché di tanto in tanto ha qualche lite col vicino, col padrone di casa o con la serva, del mondo sidereo perché s’accorge che d’inverno il sole tramonta più presto che d’estate se qualcuno pretendesse di pronunziare degli oracoli a proposito di tutto ciò senza essersene occupato in modo speciale, senza averne perciò la dovuta competenza, si esporrebbe al rischio di farsi rider in faccia. Non sarebbe preso sul serio; sarebbe messo in ridicolo e se lo sarebbe meritato. Ma in fatto di Religione nessuno ha più scrupoli. Tutti ne parlano senza conoscerne neppur gli elementi. I più incompetenti la bistrattano, la giudicano, la condannano senza riflettere. A motivo dell’ignoranza, la Religione subisce, presso di noi, un’eclisse. Ma corre anche altri pericoli.

È detestata dai corrotti.

Dirsi seguace di Gesù Cristo, esser Cristiano, è un dichiararsi in favore della castità, della carità, dell’umiltà, del perdono delle offese, della giustizia riparatrice e senza compromessi, cose tutte che la natura umana paventa, e da cui istintivamente rifugge. C’è una quantità di gente che ha in orrore la Religione, che la respinge e la detesta, non per i suoi misteri, ma per i suoi precetti. “La vostra Religione è bella, buona, ed è migliore della nostra, ma bisogna riempirci il ventre, risponde al missionario l’Indiano goloso”. — “Come volete che faccia a esser contento di una sola donna? risponde il voluttuoso Asiatico”; — “ … come posso perdonare ai nemici miei e della mia tribù? dice il selvaggio feroce”; — “come posso stare senza far baldoria? grida l’Europeo corrotto”. « Lasciate le vostre passioni e crederete », dice Pascal. Ne dubitate? Guardate un po’. Quando lascia la fede il vostro cuore? Quando le passioni v’introducono il disordine. E quando vi ritorna? Quando la vecchiaia, o la morte vicina vi riconduce la calma. Non si assale quasi mai il Simbolo prima d’aver aperta una breccia nel Decalogo. Oggigiorno la sensualità dilaga da ogni parte; e il vizio è il padre dell’empietà. A motivo della corruzione invadente, la Religione subisce un’eclisse presso di noi. Essa è misconosciuta dagli ignoranti, è detestata dai corrotti.

È perseguitata dai rinnegati.

Il tempo nostro abbonda di falsi scettici, di falsi impassibili, di falsi indifferenti i quali avevano delle credenze e le hanno rinnegate, ma non le hanno dimenticate. Hanno abbandonata la Chiesa, sbattendone la porta e bestemmiando, ma l’immagine della casa paterna li segue dovunque e li invade. Dicono di non creder più, ma una volta credevano, e l’anima loro resta inquieta come se credessero ancora. La Religione, che hanno scacciata dalla loro vita, rimane allo stato di rimorso nella loro memoria, nella loro coscienza. Se ne sono liberati malamente. Essa li importuna, li tormenta, li rende aspri, risentiti, furibondi, battaglieri. – Gli ignoranti e i corrotti sono talvolta indifferenti; i rinnegati non lo sono mai. « Questo tempio lo importuna, e l’empietà sua vorrebbe annientare il Dio da esso abbandonato. » Sono invasi ed agitati da una continua invasione d’odio antireligioso, che li rende capaci di ogni audacia e di ogni provocazione. In nome del libero pensiero, sopprimono ogni più elementare e più essenziale libertà: in nome della ragione si slanciano fino al delirio nel fanatismo, e in nome dell’unità morale della patria, compromettono la pace dei cittadini e l’avvenire dellanazione. – Il tempo nostro, in cui l’incredulità è insieme una moda, una forma d’orgoglio, e un mezzo di salire in alto, formicola di questi falsi spiriti forti i quali non son altro che dei rinnegati. E a motivo dell’apostasia la Religione subisce presso di noi un’eclisse. Essa è misconosciuta dagli ignoranti, detestata dai corrotti, e perseguitata dai rinnegati.

È abbandonata dai deboli.

Questo è il fenomeno che ci deve dar più da pensare. Ignoranti, corrotti e rinnegati più o meno ce n’è sempre, ma oggi più che mai gl’ignoranti, i corrotti, i rinnegati hanno influenza sui deboli, e li trascinano negli abissi della irreligiosità. Abbiamo al fianco nostro una piaga schifosa che potrebbe diventare mortale, e che io chiamo: l’apostasia dei deboli, delle classi popolari. Non voglio andare nella esagerazione. Abbiamo già, e avremo sempre più ottimi operai e capisquadra cristiani, è innegabile, tuttavia, nel suo insieme, il popolo rimane indifferente quando non è ostile. Sta lontano dalla Religione, e se gli si domandasse il perché, non saprebbe dirlo. Al più risponderebbe: « Signore, non andiamo alla Messa perché non ci si va » oppure: « Signore, non si usa ». Così fa l’umanità presa in massa. Non è ostile, ma fa come le pecore. In generale, gli uomini pendono dalla parte del vento. Obbediscono più agli impulsi che ai convincimenti; in altri tempi, la Religione ne ha avuto vantaggio, oggi ne soffre. Essa è abbandonata dai deboli, perseguitata dai rinnegati, detestata dai corrotti, misconosciuta dagli ignoranti.

La Religione presso di noi subisce un’eclisse. C’è da stupirsene, spaventarsene, perderci di coraggio? Niente affatto. Abbiamo fiducia in Dio. Pratichiamo la nostra Religione, e per difenderla meglio, cerchiamo di conoscerla bene.

Abbiamo fiducia in Dio. Durante una tempesta, un ragazzetto di dodici anni se ne stava tranquillo. « Non ho paura di nulla, diceva; al timone c’è mio padre. »

Il nostro Dio, Signori, sta al timone del mondo.

« Chi mette un freno all’infuriar dei flutti

Sa pur frenare dei malvagi l’ire;

Temo Dio, caro Abner, altro non temo…»

Ma, dite voi, non siamo soltanto in mezzo alla tempesta, siamo in mezzo alla notte. La Religione subisce, intorno a noi, un’eclisse. E che importa ciò? I teologi turchi hanno un assioma che i Cristiani farebbero bene a meditare. Essi dicono: « Se nella notte più nera, una formica nera camminasse su di un marmo nero. Dio la vedrebbe e sentirebbe il rumore delle sue zampette. » O Cattolici, Dio ci prova, ma non ci dimentica. Egli ci vede, ci sente, ed è con noi fino alla consumazione dei secoli. La Chiesa da Lui fondata, e di cui siamo i figlioli, è immortale. Abbiamo fiducia in Dio.

Pratichiamo apertamente la Religione. Subisce una eclisse? È il momento di glorificarla col nostro risoluto atteggiamento, con la nostra fedeltà incrollabile, col nostro esempio valoroso. Non ci vogliono né dispute, né recriminazioni, né anatemi, ma semplicemente affermazione della verità, diffusione del bene, divulgazione pacifica del Vangelo… Renderci forti, purificare il nostro proprio giardino, esporre le nostre dottrine, vivere la vita cristiana, palesare con le azioni nostre che siamo una forza, una utilità, una necessità, il grande serbatoio dell’ideale e della dignità morale… ecco il dovere dei Cattolici, e il mezzo per essi d’imporre la stima e l’obbedienza… E coloro i quali stanno più in alto, e che son veduti da più lontano, siano i più premurosi a dar l’esempio d’una vita cristiana sincerissima e della Religione professata apertamente! Il generale de Sonis diceva: Non ho mai trovato funzioni religiose troppo lunghe, e son sempre venuto via di chiesa con dispiacere. Posso dire che il tempo che vi ho passato è il migliore della mia vita. » Che belle parole, o Signori! Facciamole nostre. Amiamo la Chiesa, e veniamoci regolarmente. È nostro dovere. Se noi dobbiamo sempre rendere testimonianza alla nostra fede, in certe circostanze, come al giorno d’oggi, quest’obbligo diventa imperioso in modo particolare. In questo caso, l’astensione è un tradimento. – Ma bisognerà per far questo disturbarsi, bisognerà scomodarsi, bisognerà forse compromettersi, bisognerà di certo andar contro la corrente generale. Che cosa importa? La vita è azione, e l’azione, qualunque sia la forma che può prendere, è lotta. Son passati i tempi del « dolce far niente. » Abbiamo fiducia in Dio, è necessario: pratichiamo apertamente la Religione, è necessario del pari. E finalmente, giacché la Religione presso di noi subisce un’eclisse, cerchiamo di farla risplendere ….

Studiamo la Religione per metterci in grado di meglio difenderla. È conosciuta la Religione? Ahimè! a dodici anni si conosce un po’, a quindici, a vent’anni, non si conosce quasi più punto; a quarant’anni non si conosce più affatto. Eppure si deve difendere contro i più perfidi assalti d’un ambiente scettico e sofista. Venite, o Signori, ad armarvi a pie’ dell’altare e a pie’ del pulpito. Venite a cercare ai pie’ del pulpitola luce di Dio, la quale vi indicherà la vostra strada; ai pie’ dell’altare la grazia di Dio, la quale vi aiuterà a camminare senza debolezza. Sentite; finisco lasciandovi l’eco di questi bei versi di Lamartine:

Per me, s’erga o soccomba il nome tuo,

O Dio della mia culla sarai pure

Il Dio della mia tomba! Più la notte

Oscura diverrà, più gli occhi miei

S’affisseran nel lume che nei cieli

Risplende! E quando lo sprezzato altare,

Che la folla abbandona, ricadesse

A me sul capo… o tempio tanto amato,

Tempio dov’ebbi tutto, e tutto appresi.

L’ultima tua colonna abbraccerei;

Dovessi pur sotto le tue ruine

Sacre rimaner vittima informe..

Amen!

CONFERENZA II

Il Rinascere della religione

Signori,

Noi studieremo per due anni le obbiezioni rivolte contro la Chiesa, il suo Fondatore, la sua fondazione e la sua storia. Ma prima di tutto rispondo a una domanda preliminare. La Chiesa sta per morire o per rinascere? Io sostengo che sta per rinascere. L’eclisse della Religione Cattolica è soltanto locale, momentanea e superficiale. Il suo rinascere è necessario, certo e già visibile. Lo sostengo e ve lo provo.

I. L’eclisse della religione Cattolica è:

1 Locale. Avviene soltanto da noi. Guardiamo un po’ all’estero, che cosa vediamo? In Germania noi vediamo la Religione Cattolica in piena efflorescenza. Uno dei mei Vicari ha assistito poco tempo fa al Congresso dei Cattolici tedeschi a Colonia, ed ha visto e toccato con mano il loro numero sempre crescente, il loro organismo, le loro opere sempre più floride, la loro incontestata potenza. Hanno vinto Bismarck, hanno costretto i protestanti e i socialisti a rispettarli, ed ora sono gli arbitri del Reichtag e i padroni dell’Impero. Negli Stati Uniti vediamo del pari la Religione Cattolica in piena efflorescenza. Il 30 aprile ultimo, il presidente Roosevelt assisteva a una discussione di tesi teologiche all’Università cattolica di San Luigi, e si congratulava pubblicamente col Cardinal Gibbons, e coi Padri Gesuiti. Nel 1900, nella grande repubblica americana, le suore autoctone avevano nelle loro scuole 516 000 alunni, e le suore di Ordini la cui casa madre è in Francia, ne avevano 235.000. Nel momento attuale i nostri religiosi e le nostre religiose cacciati dalla madre patria se ne vanno, a centinaia e centinaia, negli Stati Uniti, dove sono ricevuti a braccia aperte, dove svolgeranno l’azione cristiana e civilizzatrice che è loro impedito di svolgere in Francia [oggi non saprebbero più dove andare … -ndr.]. L’eclisse della Religione Cattolica non è dunque così spaventevole come sembra a prima vista. È soltanto locale. Essa è:

Momentanea. Guardate un po’ il chicco di grano che si getta in terra. Anch’esso sparisce, s’eclissa. Non si vede più, si crede sia perduto per sempre. Aspettate un poco; lasciate che la terra lo ricopra e lo nasconda agli sguardi; lasciate che i passeggieri lo calpestino senza nemmeno supporre che esista; lasciate che la pioggia, la neve, il vento, le brine cadano sopra di lui e si accaniscano per distruggerlo. Ben presto, dopo aver germinato in silenzio, spunterà timidamente dal suolo, verdeggerà sotto le prime carezze del sole, diventerà uno stelo, poi una spiga, poi una messe, e finalmente un pane saporito e sostanzioso. Così è della Religione. Ha delle ore di accasciamento, ore di disfatta che si crederebbe definitiva. S’eclissa. Sembra vinta, morta, annichilita. No; germina e si prepara a rinascere. Dopo un accesso di febbre calda, i popoli rinsaviscono. Alle brume della persecuzione succede il sole della bella libertà. L’eclisse è stata solo momentanea. Noi sappiamo, o Signori, che la Chiesa è paziente perché è immortale, e che l’eternità sta per noi. I trionfi dell’empietà sono soltanto vittorie senza domani. L’avvenire è un chicco di grano, l’avvenire è il frumento evangelico che nutre il mondo; l’avvenire è la Religione Cattolica. La sua eclisse è locale e momentanea. Essa è …

Superficiale. Quanta gente c’è in cui si crede sia morta la Religione, e che pure le resta attaccata dal fondo delle proprie viscere! Guardate quel giovane che posa da spirito forte. Sa benissimo che non può far senza Religione, e infatti non vuol farne senza. Una sera, vergognandosi di se stesso, va a versare lacrime di pentimento nel fondo d’un confessionale. Fidanzato, conduce all’altare colei che ha scelta a compagna della sua vita; padre, fa battezzare i suoi figli e versa lacrime di dolcezza sulla loro prima comunione. Quando la morte viene a battere al suo focolare, quando gli rapisce un padre venerato, una sposa diletta, un bambino adorato, esso chiede consolazione e speranza a Dio ed alla sua santa Religione. In pubblico forse esso parla male della Religione e non la pratica, ma in privato, nel cuor suo, nella sua casa, chiede a Dio di perdonargli, ed apre le sue labbra alla preghiera. Libero pensatore, e mangiatore di preti da vivo, in punto di morte repudia la sua incredulità la quale non si mostra che alla superficie. Signori, in molti l’irreligione è soltanto apparente e superficiale. Guardate, a chi vanno a confidare le pene della loro coscienza, le loro pene del cuore, e anche le loro pene di affari? A chi vanno a domandar consiglio nelle loro ansie di famiglia, per esempio quando si tratta di accasare i loro figli e le loro figlie? Vanno forse a consultare i grandi oratori o i politici di professione? Vanno forse a consultare i giornalisti, la cui prosa leggono ogni mattina? No, vanno a cercare la luce, il buon consiglio, l’affetto disinteressato, la devozione vera, là dove sanno che tutte queste cose si trovano, cioè, dal ministro della Religione. Si è empi perché ciò è più comodo per far baldoria, ma quando si vuol diventar seri, e quando l’anima è addolorata ci si ritrova Cristiani. – L’eclisse della Religione non è tanto reale quanto sembra. Essa è locale, momentanea, molto spesso superficiale e apparente.

II. Il rinascere della religione cattolica è:

Necessario. Vogliamo che la società si tenga in piedi e cammini?Il rinascere della Religione è necessario. Nel 1787 Washinghton e i suoi compagni — erano cinquantacinque— stavano deliberando sulla futura costituzionedegli Stati Uniti. A un tratto, il vecchio Franklin si alzae dice: « Signori, preghiamo. Ho vissuto molto, e piùvado avanti negli anni, più sono colpito da questa verità,che è Dio colui il Quale governa gli affari degli uomini. Seun passerotto non può cadere a terra senza il suo permesso,potrà innalzarsi un impero senza il suo aiuto? »Vogliamo esser forti? È necessario il rinascere della Religione. Soltanto le forti credenze fanno i popoli forti.Vincitore dell’Austria, della Prussia e della Russia, Napoleoneviene a urtare contro la Spagna credente, laquale rende nulla la scienza dei generali dell’Impero,e divora un esercito francese di più di 300 000 uomini.Un popolo che oggi non crede più, firma la sua sentenzadi morte per domani. Vogliamo vivere? E ‘ necessarioil rinascere della Religione. Poche settimane fa, il generaleHartschmidt rendendo gli estremi onori a un suofratello d’armi, il generale Giovanninelli esclamava:« Sì, o Signori, la Religione è necessaria. Senza la fede, senza la Religione, l’esercito è perduto, è perduta la società, è perduta la patria! » Ahimè! lo vediamo pur troppo. La guerra fatta alla Religione disgrega, demoralizza, esaurisce la nazione. È tanto vero che lo stesso Renan,in un momento di sincerità, scrisse: « lo non sono Cattolico,ma son ben contento che vi siano Cattolici, suore di carità, curati di campagna, carmelitani, e se il sopprimere tutto ciò dipendesse da me, non lo farei davvero ». E in un altro luogo aggiunge: « L’uomo vale in proporzione del sentimento religioso che porta seco dalla sua prima educazione e che profuma la sua vita. » Il rinascere della Religione è necessario. Esso è:

Certo. Cent’anni fa, dopo le inenarrabili rovine della rivoluzione, la Chiesa di Francia rialzava le sue tende atterrate dall’uragano, e ricominciava ad insegnare, a combattere, a soffrire, a perdonare ed amare. In questi cento ultimi anni, non le sono state certamente risparmiate le prove. Che cosa ha fatto? Al pari di un illustre sopravvissuto al Terrore, essa può rispondere : « Ho vissuto! » Può rispondere anche meglio : « Sono rimasta in piedi! » Ma non basta. In mezzo a tante cose che, ai tempi nostri, sono cadute e continuano più che mai a cadere intorno a noi, è giusto il dire non solo che essa è rimasta in piedi, ma che vi è rimasta essa sola. Dopo la guerra del 1870, durante la quale il clero di Francia s’era mostrato tanto ardentemente patriota e nazionale, Bismarck diceva: « Non abbiamo trovato in piedi che il clero. » Ebbene, dopo trent’anni noi non abbiamo ancora piegato, e nel momento attuale non siamo punto disposti a piegare. Ci potranno disconoscere e calunniare, ma noi seguiteremo lo stesso a fare del bene a tutti. Ci potranno maledire per la imperiosità delle nostre dottrine e per l’immensità dei nostri benefici, ma non uccideranno il Vangelo di cui siamo i depositari ed i custodi, non sopprimeranno Gesù Cristo che è la sorgente d’ogni civiltà. Si può tentare molte cose contro di noi?… mi non si farà nulla senza di noi; altro che rovine sopra rovine. L a Chiesa rivivrà perché la Francia non vuol morire. È necessario il rinascere della religione.

Esso è certo. Esso è:

3″ Già visibile. Lo spirito pubblico si va strappando al gelo dell’indifferentismo. Un succo religioso, latente, si agita nelle viscere nostre. Siamo ripresi da una viva passione di curiosità per i grandi problemi. Ogni nostra facoltà: spirito, immaginazione, cuore, anima fanno ritorno alle vecchie divine canzoni che hanno cullato i nostri antenati. Qualcuno molto bene informato mi diceva non è molto: « Oggi il pubblico non cerca e non compra che due specie di libri: i libri di Religione o i libri di pornografia ». Questo è un fenomeno rivelatore. Il mondo si divide. Da un lato, tutto ciò che è retto ed onesto s’orienta verso la Religione, dall’altro, tutto il resto va al fango. Il campo si divide: per gl’indifferenti non c’è quasi più posto. Voi sentite dire talvolta che tutti i grandi uomini del tempo nostro non hanno più Religione. Nulla di più sciocco, perché nulla di più falso. I migliori spiriti invece, i più elevati, i più disinteressati professano il Cristianesimo e s’incamminano verso di lui. L’Huysman s’è ricondotto alla fede dall’arte, e Francesco Coppe dal soffrire. Il Bourget si convertì studiando la psicologia delle passioni; e logico senza rivali, vinto dalla sua propria ragione, il Brunetière mette a servizio della causa cattolica una teologia di buona lega com’è la sua critica letteraria, e una metafìsica impeccabile com’è la sua erudizione. Sì, il rinascere della Religione è visibile. Si manifesta sulle cime, ma ben presto farà trasalire le vallate.

— Tocca a voi, uomini, tocca soprattutto a voi di affrettare questo rinnovellamento della vita cristiana, questa primavera riparatrice che il mondo aspetta con impazienza. Il figlio di Tarquinio il Superbo assediava la città di Gabio, e mandava ambasciatori al padre suo per domandargli consiglio. Tarquinio non rispose: si contentò di atterrare, col suo bastone, davanti agli ambasciatori, nel giardino, la testa ai papaveri più alti. Ciò voleva dire che per prender Gabio bisognava disfarsi prima di tutto dei cittadini più influenti, il che fu subito fatto e con buon resultato. Gabio privata de’ suoi capi, cadde sotto il giogo di Tarquinio. La testa della società è l’uomo, siete voi, o Signori. Tenetevi fermi nella fede: non vi lasciate corrompere dall’empietà. Lavorate anzi per la conservazione e la diffusione dell’idea religiosa, e salvando l’anima vostra, voi salvate al tempo stesso il vostro focolare domestico, i vostri fratelli, il vostro paese!

Amen!

QUARESIMALE XXXIII

[Padre Paolo SEGNERI S. J.:

Quaresimale

– Stamperia Eredi Franco,
Ivrea 1844 –

Cortassa Pro-Vic. Generale; Rist. Ivrea 10 agosto 1843,
Ferraris prof. Rev. Pe]

XXXIII.

NEL VENERDÌ DOPO LA DOMENICA DI PASSIONE

Expedit, ut unus
moriatur homo pro populo.
[Jo. XI, 50]

1. E sia dunque
spediente a Gerusalemme che Cristo muoia? Oh folli consigli! Oh frenetici consiglieri! Allora io voglio che torniate a parlarmi, quando, coperte tutte le vostre campagne d’arme e d’armati, vedrete l’Aquile romane far nido intorno
alle vostre mura; ed appena quivi posate, aguzzar gli artigli, ed avventarsi alla preda; quando udirete alto rimbombo di tamburi e di trombe, orrendi fischi di frombole e di saette, confuse grida di feriti e di moribondi, allora io voglio che sappiate rispondermi s’è spediente. Expedit!E oserete dir expeditallora quando voi mirerete correre il sangue a rivi, ed alzarsi la strage a monti? Quando rovinosi vi mancheranno sotto i piedi gli edifizi? Quando svenate vi languiranno innanzi agli occhi le spose? Quando, ovunque volgiate stupido il guardo, voi scorgerete imperversare la crudeltà,
signoreggiare il furore, regnar la morte? Ah! non diranno già expedit! quei bambini che saran
pascolo alle madri affamate; non diranno quei giovani che andranno a trenta per soldo venduti schiavi; non lo diranno quei vecchi che penderanno a cinquecento per giorno confitti in croce. Eh che non expedit, infelici, no che non expedit. – Non expedit né al santuario, che
rimarrà profanato da abominevoli laidezze; né al tempio, che cadrà divampato da formidabile incendio; né all’altare, dove uomini e donne si scanneranno, in cambio di agnellini e di tori. Non expedit alla Probatica, che si vuoterà di acqua per correr sangue. Non expedit all’Oliveto, che diserterassi di tronchi per apprestare patiboli. Non expedit al sacerdozio, che perderà l’autorità; non al regno, che perderà la giurisdizione; non agli oracoli, che perderanno la favella, non ai profeti , che perderanno le rivelazioni; non alla legge, che qual esangue cadavere rimarrà senza spirito, senza forza, senzaseguito, senza onore, senza comando, né
potràvantar più suoi riti, né potrà salvare i suoi professori: mercecchè Dio vive in cielo, a fine di scornare e confondere tutti quegli, i quali più credono aduna maliziosa ragion di Stato, che a tuttele ragioni sincere della giustizia; ed indi vuole con memorabile esempio far manifesto che non est sapientia, non est prudentia, non est consilium contra Dominum (Prov. XXI. 30). Ecco: fu risoluto di uccidere Cristo, perché i Romani non diventassero padroni di Gerosolima; e diventarono i Romani padroni di Gerosolima, perché fu risoluto di uccider Cristo. Tanto è
facile al Cielo di frastornare questi malvagi consigli, e di mostrare come quella politica, che si fonda non nei dettami dell’onestà, ma nelle suggestioni dell’interesse, è un’arte quanto
perversa, altrettanto inutile; e la quale anzi, in cambio di stabilire i principati, gli stermina; in cambio di arricchirle famiglie, le impoverisce; in cambio di felicitare l’uomo, il distrugge.
Questa rilevantissima verità voglio io pertanto questa mattina studiarmi di far palese perpubblico beneficio, provando che non è mai utile quello che non è onesto, onde nessuno si dia follemente a credere che per esser felice giovi esser empio.

II. Ma prima vi confesso, uditori, che mi dà quasi rossore il dovere agitare un tale argomento in questo teatro; quasi che presso ai Cristiani ancor sia dubbioso quello che fu sì chiaro presso ai Gentili. Con che furore non si scagliò Cicerone contro coloro i quali ardirono di seminare i primi nel mondo questa dottrina, che ciò che non è onesto possa esser utile? Non li chiamò perturbatori della quiete, discioglitori delle amicizie, distruggitori delle repubbliche, sterminatori delle virtù, sollevatori del mondo? Quindi a lor confusione narra un successo che molto può valere a confusion nostra, e fu questo ch’or io dirò. Parlando un giorno Temistocle nel senato di Atene, disse di avere un consiglio utilissimo alla repubblica; ma che siccome non voleva proporlo in pubblico, così gli fosse assegnato qualcuno, cui lo confidasse in privato. Fu destinato Aristide per ascoltarlo; e a lui Temistocle distintamente scoperse una certa frode, con cui si poteva maliziosamente dar fuoco ai legni spartani loro nemici, benché allora lor collegati. Udito questo, Aristide tornò
in senato con grandissima espettazione d’ognuno, e senza spiegare il caso in particolare, sol disse in genere, che il consiglio di Temistocle era utile sì, ma non era onesto: perutile est consilium Themistoclis reipublicæ, sed minime honestum. Come? ripigliarono allora
tutti, gridando senza distinzione e senz’ordine, ad una voce: questo è impossibile. Se il consiglio non è onesto, non può nemmeno esser utile: quod onestum non est, non potest esse utile. E cosi, senza neppur degnarsi di udirlo, lo ributtarono: tanto era radicata in quei consiglieri quest’opinione, come conchiuse Cicerone, e con lui Plutarco, ut quod justum
non erat, minime putaretur esse utile
. – Or se alle menti di persone Gentili pareva questa verità così manifesta, com’è possibile che non
vogliam persuadercela noi che pur ne abbiamo tante ampie testimonianze dall’istessa infallibile Verità? Finalmente quei miseri non sapevano, dipendere le sorti di tutti gli uomini dalle mani di un solo Dio. Ammettevano molti Dei, diversissimi e discordissimi, tra i quali però non era gran fatto, che se uno favoriva la virtù,
un altro prosperasse per onta la scelleraggine. Anzi quale scelleraggine si trovava, che non avesse in ciclo il suo protettore? Proteggeva Giove gli adulteri, Mercurio i ladri, Marte i sanguinolenti, Bacco gli ubbriachi, Venere i lussuriosi, Plutone gli avari. Sicché i loro adoratori sarebbero finalmente stati in parte scusabili, se avessero giudicato, poter esser talora il vizio felice, mentre ogni vizio aveva per protettore anche pubblico qualche dio. Ma noi Cristiani, i quali crediamo esserci un Dio unico al mondo, e questo, quanto parziale della virtù, tanto nemico dichiarato del vizio, com’è possibile che con arti malvage dobbiamo mai sperare di farcelo favorevole? – Non dipende forse dalla sua mano qualunque nostra prosperità, così piccola, come grande sicché senza suo volere né spira un fiato per l’aria, né biondeggia una spiga per le campagne? Questo è certissime» In manu Dei prosperitas hominis, così chiaramente protestane l’Ecclesiastico (X, 5). Bona et mala, vita et mors, paupertas et honestas a Deo sunt(Ib. XI, 14). Adunque che politica è questa: per acquistar felicità, maltrattare chi la dispensa, offendere chi la dona? Pare a voi dunque bell’arte, per ricevere grazie, arrecare affronti; per riportare favori, usar villanie?

III. Risponderete, che in Dio forse non vale quest’argomento; perocché disprezzando Egli i beni terreni, non è però gran fatto che li comparta ancora a chi non li merita. Lasciar Lui piuttosto la cura di tali beni alle cagioni da noi chiamate seconde, da cui senza tanti riguardi son dispensati più largamente a coloro, i quali per altro pongono mezzi di lor natura più validi a conseguirli. Ma piano di grazia, perché codesto è un discorso, quanto lusinghevole agli empi, tanto fallace; onde io mi stimo obbligato a scoprirne la falsità, per togliere l’inganno. Ditemi un poco però: Dio non ha sempre sprezzati questi beni terreni all’istesso modo? Dio non si è sempre valso delle cagioni seconde all’istessa forma? Di questo non si può dubitare. E nondimeno io ritrovo, che per conseguire felicità ancor temporale, a nessuno ha giovato l’esser empio, laddove a molti spesso ha giovato esser pio. Parvi forse strana, uditori, questa proposizione? Io mi conforterei di provarvela con l’induzione di tutti quegli uomini memorabili ch’han fiorito fin dai principi del mondo, se il tempo me lo permettesse; ma perché questa mi sarebbe un’impresa, se non troppo difficile, almeno troppo ampia,
ristringiamoci dentro alcuni confini. Ditemi adunque: se nel naufragio del mondo s’ebbe a salvare una famiglia fra tutte, quale fu scelta? quella dell’empio, o quella di un giusto? Se dall’incendio di Sodoma s’ebbe a sottrarre una famiglia fra tante, quale fu favorita, quella di un impudico, o quella di un casto? Chi  possedette ai giorni suoi maggiori ricchezze di un Abramo, di un Isacco, di un Giacobbe, di un Giuseppe,
patriarchi tutti santissimi? Ed a Giuseppe singolarmente qual arte giovò sì per salire al trono, la malvagità o l’innocenza? Quando egli con cuore intrepido resisteva alle violenze ed ai vezzi della padrona, credo io che alcuno di questi odierni politici non avrìa mancato di sussurrargli all’orecchio: Giuseppe, mirate bene a ciò che voi fate. Non so se vi torni conto di disgustar la padrona, e padrona sì ricca, e padrona sì amica, e padrona sì potente. Il
marito è lontano; la camera è segreta: chi lo saprà? Importa troppo la grazia di una donna la quale, impetuosa in qualunque affetto, non sa né amare, né odiare, se non in sommo. Eppure si sarìa trovato consiglio più pernicioso per la
prosperità di Giuseppe? È vero ch’egli, per non avere aderito a questo consiglio, si trovò in prigione ed in ceppi; ma la prigione non lo introdusse alla reggia? I ceppi non gli fabbricarono la corona? Passiamo avanti. Se Mosè, ancor fanciulletto, prezzava il diadema postogli da Faraone sul capo (come Filone racconta), se si rimaneva nella sua Corte, se seguitava i suoi riti, sarebbe mai divenuto quel condottiero di un tanto popolo, quel terrore di un tanto Re? Ricusò egli d’esser suo nipote, e fu constituito suo Dio: ecce constitue te Deum Pharaonis (Exod. VII. 1). Le felicità poi della terra lungamente promessa da chi furono conseguite? Dai sollevatori del popolo? Dagli adoratori del vitello? dai dispregiatori di Dio? Neppur uno di questi, che pur erano più di seicentomila, vi pose il piede. E chi espugnò tante piazze, chi fugò tanti eserciti, chi
riportò tante spoglie ai tempi dei Giudici, se non un Giosuè, un Calebbo, un Otoniello, un Gedeone, ed altri tali a lor somiglianti nella virtù, i quali tutti, come osservò l’Ecclesiastico (XLVI, 12), furono grandemente felici, ut viderent omnes, quìa bonum est, obsequi sancto Deo? E venendo a tempi dei Re, qual di loro
ritroverassi, a cui l’impietà fosse d’utile, e non di danno? Me ne rammenterete pur uno? Se un Saule conseguì lo scettro per la bontà, non lo perdette per la colpa? Se un Davide provò mai fortuna contraria, non fu sol quando trasgredì la
legge divina? E a Salomone quanto giovò l’aver preposta in quella sua famosa elezione alle ricchezze la sapienza! Buon per lui, che non chiamò prima a trattato su questo affare veruno di quegl’iniqui statisti, di cui parliamo; perché io credo fermamente che tutti gli avrebbero detto: sacra maestà, pensateci un poco bene,
non precipitate il giudizio, non avventurate l’elezione. Che rilieva a voi tanta scienza? Mancheranno nello stato vostro dottori, mancheranno legisti, quando si avranno a decidere le controversie, o a ventilare le liti? Non sono le lettere quelle che costituiscono un principe formidabile. A voi si conviene dilatare le possessioni, accrescere le entrate, riempir l’erario; altrimenti si rideranno i nemici vostri di voi, quando vi vedranno ricco di libri, ma povero di danari, liberale d’inchiostro, ma scarso d’oro. Questo senza dubbio sarebbe
stato il consiglio di tali politicastri. Ma quanto fu meglio per Salomone conformarsi ai dettami dell’onestà, che non alle suggestioni dell’interesse! Che se dopo un tempo cominciò a declinare la gran felicità del suo stato, qual
ne fu la cagione? Non fu perch’egli deviò dal sentiero de’ divini comandamenti? Scorrete poi pur con agio tutto il catalogo de’ re di Giuda, suoi successori; voi troverete che i più fortunati furono un Ezechia, un Gioatamo, un Giosafatte, e un Giosia, che furono parimenti i più giusti. Questi goderono lunga vita, questi fabbricarono nuove piazze, questi accumularono ricche entrate, questi acquistarono meravigliose vittorie. In alcuni poi variò il tenore della loro felicità, conforme il vario tener de’ loro costumi, come può vedersi in Asa, in Gioas, in Ozia ed in Manasse. Ma tutti gli altri, sì re di Giuda, come re di Samaria, i quali furono
costantemente malvagi, furono ancora costantemente infelici: che però loro furono le ribellioni, loro le sconfitte, loro i disertamenti, loro le prigionie, loro le stragi. Ma che più? Non è chiarissimo il testimonio registrato sopra di ciò dall’istesso Spirito Santo? Leggasi al capo quinto presso Giuditta (ver. 21). Usque dum non
peccarent in conspectu Dei
sui, erant cum illis bona. Ubicumque ingressi sunt sine arcu et sagitta, et absque scuto et gladio; Deus eorumpugnavit
prò eis vicit.
(ver. 16). Et non fuit (
ponete mente alle parole che seguono), et non fuit qui ìnsultaret populo isto, nisi quando recessit a cultu Domini sui (ver. 17). Ora io vorrei sapere un poco da voi, signori miei cari: Iddio governa oggi più il mondo in quella maniera medesima, con cui governa ai tempi di questi principi, o veramente ha Egli mutato stile? Dite: d’allora in qua ha Egli nella sua mente variate massime? ha Egli nel suo cuor cambiato volere? Forse finalmente s’è indotto ad amare il vizio, se allora lo abbominava? Ovvero non è ora più Egli quel che governa, ma ha cedute per avventura le briglie dell’universo a un Caso cieco, o a una Intelligenza maligna? O, se non altro, è sottentrato in suo luogo qualcuno di quegli dei menzogneri, i quali a gara prendevano il patrocinio delle persone malvagie? Che v’è di nuovo nella natura, che v’è? Ohimè, che solo il cadere in tali sospetti, non che l’esprimerli, è bestemmia troppo inaudita: Ego Dominus, et non mutor; cosi ci fa Dio sapere per Malachia (III, 6). Son quel di prima, son quel di prima. Ma s’è così, come dunque possiamo noi confidare, che per conseguir felicità ci debba mai giovar l’esser empio? Non è questa una presuntuosa baldanza,
quasi che Davide non intendesse di favellare per noi pure, quando egli disse che vultus Domini super facientes mala, non per arricchirli, non per esaltarli, non per accreditarli, ma ut perdat de terra memoriam eorum(Ps. XXXIII. 17), per mandarli tutti in malora?

IV. Ma perché non crediate che a favore mio vada io mendicando forse argomenti da un solo popolo, governato già dal Signore con un’assistenza più particolare, e più propria,
facciamo così: mettete un poco voi da una parte il malvagio Erode, quello il quale per l’antichità si chiama il Maggiore, ed io per confronto metterò frattanto dall’altra il piissimo Costantino, quello il quale per i meriti è
detto il Grande. Ad ambedue questi principi vien proposto un sanguinoso macello d’innocenti bambini: a quello per assicurarsi lo scettro, a questo per salvarsi la vita. Risponde Erode: si faccia questo macello, purché io non perda lo scettro. Risponde Costantino, perda io la vita, purché per me non si faccia questo macello. Ora date voi la sentenza. Che giovò più, ad Erode la sua empietà, o a Costantino la sua giustizia? Volete saperlo? Attendete. Costantino, il quale ricusò quella strage, guarì della sua insanabile
infermità, e godette inoltre tranquillamente lo scettro. Erode, il quale la eseguì, perdé tra poco lo scettro, cadendo in una più orribile infermità. E pur famosa la lagrimevole fine che fece Erode, quando vedendosi cascare a brano a brano le carni, verminose prima che morte, addolorato dalle frequenti punture de’ nervi attratti, annoiato dall’intollerabile fetore delle membra incadaverite, tentò di accelerarsi la morte con un coltello. Ma senza ciò. Se prima Costantino aveva travagliato fra spesse ribellioni, di poi provò una giocondissima pace. Se Erode aveva prima provato gioconda pace, di poi travagliò fra spessissime ribellioni: perciocché congiurandogli contro il medesimo Antipatro suo figliuolo, aveva già concertato di avvelenarlo. Onde laddove potette Costantino, ancora vivente, crear Cesari i suoi figliuoli, Erode fu costretto a farli prigioni. Ma che dico a farli prigioni? Non prevalse ai suoi giorni quel  motto celebre: Melius est Herodis porcum esse, quam filium? E con qual fondamento  prevalse, se non perché chi perdonava la vita a quegli animali, come Giudeo, a due figliuoli la tolse, quantunque padre. Che se gran parte dell’umana felicità si stima l’essere amato, siccome l’essere odiato si tiene gran parte dell’umana miseria, quanto pur furono differenti tra loro Costantino ed Erode per un tal capo! Chi può contare le statue, gli archi, i
trofei che furono a Costantino innalzati dall’amor pubblico? Non così invero
di Erode: perocché avendo egli eretta per sua memoria non so qual aquila d’oro, gli fu tratta a terra, e gli fu fatta in pezzi con pubblica sedizione. Che più? Racconta Gioseffo ebreo, scrittore diligente delle sue antichità, che niuna
cosa recava al malvagio principe tanta angoscia, quanto l’accorgersi dell’indicibile contento che dalle sue disavventure traevano i suoi vassalli, onde, prima di morire, avendo con certa fraude imprigionata nel circo tutta la nobiltà, die ordine che sul punto ch’egli spirava fosse mandata subito a fil di spada, perché così nella sua morte dovessero a forza piangere quei che non s’inducevano a piangere per amore. Ora ditemi dunque, signori miei: per titolo di acquistare felicità qual arte voi giudicate più, vantaggiosa: quella che tenne Erode
uccidendo tanti innocenti bambini, o quella che usò Costantino ricusando di ucciderli?
Conviene che o sia cieco chi non conosce, o protervo chi non si arrende a tal verità, tanto ella è palpabile.

V. Ma questo è poco. Tutte le istorie ecclesiastiche non ci dimostrano anch’esse concordemente quanto più vagliano a conseguire prosperità, ancora supreme, le arti sincere della innocenza, che le stravolte della malvagità? Mirate un poco tre celebratissimi
imperatori, Gioviano, Valentiniano, e Valente. Tutti e tre questi, per quali vie s’incamminarono al soglio, se non per quelle onde l’umana politica avrìa creduto che se ne dovessero dilungare? Ritiraronsi tutti e tre, mentre ancor erano capitani privati dal servigio dell’insolente Giuliano apostata, per non aderire ai suoi
folli comandamenti; e non passò molto che in quella Corte, donde uscirono esuli, rientrarono Imperatori. E qual prudenza mondana doveva all’imperator Onorio approvare quelle belle arti, con le quali egli governava il suo Stato?
Considerate di grazia. Qualora, cinto da mille spade nemiche, vedeva che i Barbari gli movevano guerra, che faceva egli? Prendeva subito a muover guerra agli Eretici; e con questa diversione di armi, con cui pareva che dovesse
indebolire lo Stato, il fortificava. Ma non avrìa creduto altrimenti? Come? (si doveva allora strepitare ne’ suoi Conigli) che prudenza è mai questa? Quasi i Goti e gli Unni inondando sopra di noi dalle Spagne, non siano bastanti a
desolarci lo Stato, irritarci ancora contro l’Africa i Donatisti? Anzi ci dovremmo studiare con tutti i mezzi di renderli a noi concordi e confederati, quando essi ci volessero inimicare in simili congiunture. Qual ragione vuol dunque che da noi medesimi li irritiamo, mentr’essi non ci dan noja? prendasi pur a cuore le ingiurie della Religione; ma quando sieno prima fermati gli interessi della repubblica: altrimenti
cadrà la repubblica e non sosterassi la Religione. Così dovevasi probabilmente discorrere in quei Consigli. Ma quanto fallacemente! perocché Dio con riuscite affatto contrarie dava a conoscere che allora più sicura trovavasi la repubblica, quando per la Religione esponevasi a più cimenti. E non combatté egli però con armi invisibili a favore di Onorio, uccidendo ben
duecento mila soldati fra Goti ed Unni, condotti da Radagaso? Anzi, come se ciò fosse poco, gli estinse ancora nel breve giro di un anno sette usurpatori tirannici dell’impero, un Alarico, un Costantino, un Costante, un Massimo, un Giovino, un Sebastiano, un Saro, e altri simili, i quali a guisa di tanti cani nibbio, se gli erano
avventati alla vita. Tanto che correva
allora nel mondo questo bel detto:
far quasi a gara tra loro Dio ed Onorio: Onorio per sterminare i nemici di Dio; Dio per sterminare i nemici d’Onorio. Che se finalmente una volta pur sotto lui prevalsero i Barbari, e saccheggiarono Roma, rispondetemi, quando fu? Non fu quando il misero si lasciò vincere dalle importune istanze dei suoi, e concedé per alcun tempo sì agli Etnici, sì agli Eretici il
libero uso delle loro religioni? Allora Roma diventò subito preda del furore goto, allora divamparono le sue case, allora rovinarono le sue torri, allor seguì quell’eccidio così famoso, su cui versò tante lagrime san Girolamo quando scrisse: peccatis nostris barbari fortes sunt (Ep. 2 ad Heliod.). E che ciò sia pur vero, si manifesta; perché tosto che Onorio, ravvedutosi dell’errore, annullò le leggi malvagie, ed si affaticò per la distruzione delle fedi false e per la dilatazione della vera; tosto, dico, le cose cambiarono faccia: morirono i suoi principali nemici, e diventarono difensori di Roma quei Goti stessi, i quali n’erano stati gli oppugnatori. Piacesse al Cielo che le strettezze del tempo mi permettessero di trascorrere ad uno ad uno gli annali degli altri principi, a me ben noti: io son certissimo che l’esempio di ognuno porgerebbe baldanza all’iniquità, mentre le vicende stesse
vedreste ne’ due Teodosj, in un Arcadio, in un Giustino e in un Giustiniano, in un Maurizio, in un Eraclio, e in tanti altri, allora miseri, quando fecero ubbidire la Religione all’interesse; allor felici, quando fecero servire l’interesse alla Religione. Se non che, a che vale stancarsi più lungamente in accattare testimonianze dagli uomini, dove abbiamo sì in pronto quelle di Dio?
Ditemi un poco: l’infelicità non fu introdotta nel mondo a cagion del peccato? Certo che sì, risponderà l’Ecclesiastico (XL, 9 et 10): mors, sanguis, contentio, oppressiones, fames, et contritio, et flagella super iniquos creata sunt, et propter illos factus est cataclysmus. Pel peccato hanno inondato nel mondo tante sciagure;
pel peccato le guerre, per il peccato la povertà, pel peccato le pestilenze, pel peccato le carestie, pel peccato l’infamie, pel peccato la morte. Adunque come possiamo mai credere che il peccato sia mezzo acconcio a sfuggir l’infelicità, e non piuttosto ad incorrerla, se egli ne fu la cagione? Falso, falso! Se un iniquo dalla sua iniquità ritrarrà qualche ventura, qualche gloria, qualche grandezza, tutto sarà per mero accidente: di primaria istituzione sarà che avvenga il contrario. E però chi non vede che molto più frequentemente avverrà quello ch’è
d’istituzione primaria, che non quello ch’è per mero accidente?

VI. Ripiglierete: somiglianti ragioni per avventura tutt’essere e belle e buone; nulladimeno non poter voi ribellarvi a ciò che il senso vi attesta, ed a ciò che dimostravi
l’esperienza: che il mondo ha sempre abbondato di empi felici; che questo ha fatto sempre aguzzar mille penne contro la Provvidenza, questo fremere mille lingue; e che a volerla ora negare, bisognerebbe bruciar gli annali dei popoli, le declamazioni degli oratori, le
satire dei poeti, e fino i lamenti de’ profeti medesimi, i quali esclamano: quare via impiorum prosperatur? (Jer. XII, 1). Piano, piano; che voi credete con cotesta replica vostra di avermi a un tratto conquiso, non che convinto: eppur voi nulla provate contra di me. Il mondo ha «sempre abbondato di felici? Questo è falsissimo, perché senza paragone sono stati più gli empi miseri, benché la felicità sia più osservata negli empi, che la miseria, come cosa più sconveniente. Con tutto ciò volete ch’io vel
conceda per cortesia? Su, sia così: che no inferite però contro il mio discorso? Dunque è giovevole il vizio, dunque è utile l’empietà, dunque ad esser felice giova esser empio, ch’è la proposizione ch’io vi contrasto? Nego la conseguenza. Sapete dove consiste l’inganno vostro? Consisto in questo: che voi credete tali uomini esser divenuti felici per la malvagità; ed io vi dico di no. Vi dico ch’essi divennero tali mercé qualche opera buona, o cristiana o naturale, o morale, da loro fatta. Seminanti justitiam merces fidelis; tal è l’assioma infallibile dei Proverbi (XI. 18). Però, non lasciando mai Dio di premiar fedelmente verun’azione virtuosa, qualunque siasi, come non lascia mai
di punirne alcuna malvagia, ha voluto con quella breve prosperità temporale rimunerare coloro ai quali per altro erano destinali tormenti eterni. – Furono crudeli i Goti, ma nemicissimi d’ogni carnalità; bestiali gli Unni, ma alieni
da ogni delizia; rapaci i Vandali ma zelantissimi ancora in sterminare il culto d’idolatria. I Romani per contrario quantunque superstiziosi, non è credibile quanto fossero retti, liberali, fedeli, sobri, magnanimi, ed amanti dei popoli lor aggetti. Ne’ Turchi è insigne l’ubbidienza ai loro Principi; negli Svechi è singolare la fede alle lor consorti; e quel ch’io dico di questi popoli in
genere, dite voi di più personaggi in particolare, come di un Jerone, d’un Pisistrato, d’un Dionisio, d’un Falaride, d’un Periandro, d’un Mario, d’un Gracco, d’un Silla, e di altri tali per alcun tempo felici nell’impietà. Furono tutti costoro malvagi sì; ma si scorse anche chiaro in ciascuno d’essi quanto sia quel dettato comune, che coi gran vizi, sogliono andare bene spesso
congiunte di gran virtù: epperò Iddio, che doveva poi dare a’ lor vizi una lunga pena, volle dar prima alle lor virtù un breve premio, guiderdonandole, siccome erano tutte virtù manchevoli con bastoni di comando, con diademi di principato, con vittorie, con trofei, con tesori, e con altre simili felicità temporali; ch’è quanto dire, coi bricioli della sua mensa, con la polvere dei suoi piedi, con la spazzatura che si getta dai balconi del suo palazzo. Chi non
vede però come questo medesimo non abbatte, ma conferma piuttosto l’intento mio, mentre ancor fra’ Gentili, se ben rimirasi, là si è trovata maggiore prosperità, come lungamente dimostra santo Agostino (De Civ. Dei), dove si sono trovate virtù maggiori, se non vere e
reali, almeno verisimili ed apparenti?

VII. E non è per tutto ciò ch’io non sappia, Cristiani miei, che Dio più d’una volta permette
che l’uomo arrivi con l’istesse malvagità ad acquistare or qualche carico illustre, ed ora qualche rendita copiosa: questo è verissimo. Ma io dico, che neppur in questo caso medesimo si deve chiamare utile quella malvagità; perché, regolarmente parlando, sempre sarà più il male, che il bene, il qual ne derivi. Prosperitas stultorum (come Salomone testifica) perdet illos(Prov. I. 32). Non dice perdit, ma perdet. E perché ciò? Perché non sempre una tale
prosperità produce immediatamente i suoi tristi effetti, ma a passo a passo. Eh aspettate un poco di grazia, aspettale un poco, e vedrete dove andrà a terminare quel carico conseguito con le oppressioni degl’innocenti, dove quell’oro
accumulato con l’estorsioni dei poveri. Non avete mai letto là presso Giobbe, che Dio talvolta con gli uomini si trastulla, e che però adducit consiliarios in stultum fìnem? (Job. XII. 17). Non in stultum principium, no; in stultum finem. La
scia che alzino la gran torre di Babele; ma di poi fa che per la confusione vadano dispersi. Lascia che alzino la bella torre di Siloe; ma di poi fa che
sotto le rovine vi restino seppelliti. Questo è l’inganno, per lo quale molti uomini giudicano talora fortunata l’iniquità, e che ha condotti anche i Profeti medesimi a querelarsi amorosamente di Dio, e quasi ad accusar la sua provvidenza. Hanno i meschini considerato il principio, ma non hanno con Davide atteso il fine: donec intelligam in novissimis eorum (Ps. LXXII, 17); ch’è quanto dire, si sono fissi a mirare il bel capo d’oro dell’eccelso colosso
babilonese, e quivi tutti attoniti, tutti assorti, non hanno subito calati gli occhi a osservare i piedi di fango. Udite, e si stabilisca la verità.

VIII. Se dopo il nascimento di Cristo fu serie d’uomini, i quali con arti inique si avanzassero
a grandi acquisti, furono senza dubbio gl’imperatori, o, se così vogliamo piuttosto chiamarli, tiranni greci. Ora ditemi: vi sono però stati altri ìmperi ch’abbiano dati, o più fortunosi, o più ferali argomenti alle scene tragiche? Niceforo il primo giunse alla fine co’ suoi tradimenti e con i suoi spergiuri ad usurparsi l’impero, scacciandone Irene, giusta posseditrice. Ma che? per le continue calamità divenne a sé medesimo sì obbrobrioso, che si chiamava nuovo Faraone indurato nelle disgrazie; ed alla fine sconfitto e ucciso da’ Bulgari, diede occasione a’ suoi nemici di fare del suo cranio una tazza, dove, non so
se per allegrezza o per onta, tutti beverono i principali del campo. Giunsero pur
Staurazio con illegittime nozze, e Leone Armeno con pubbliche ribellioni a
stabilirsi nel principato: ma quanto andò che per tal cagione morirono trucidati, l’uno in guerra, l’altro all’altare? Michele Balbo arrivò nella sua famosa congiura a passare dalla carcere al soglio, ed a farsi quivi adorare, mentre ancor era con le catene al collo e con i ceppi ai piedi; ma avendo ardire per tale prosperità di sposare una vergine sacra, subito gli si ribellò tutta la Schiavonia, subito gli fu sbaragliato tutto l’esercito; né per ciò ravvedendosi, fu consumato da una infermità stomachevole. Teofilo per le sue ragioni di Stato
arrivò quasi a spegnere affatto il culto delle immagini sacre; ma presto ancora
morì di affanno e di rabbia per una lagrimevole rotta ricevuta da’ Saracini. Michele III, riputato per le sue libidini e per le sue crudeltà novello Nerone, giunse a sterminar i tutori e sbandir la madre, per poter senza direttore regnare più
francamente; ma quanto fu però contro di esso l’odio del popolo, quante le ribellioni, dalle quali alla fine rimase estinto, mentre giaceva sopraffatto dal sonno ed ebbro dal vino! Riuscì ad Alessandro di spogliare gli altari sacri,
per trasportare, nel fisco l’oro de’ tempj; ma incontenente impazzì: né compì prima l’anno del principato, che vomitò col sangue insieme la vita. Che dirò di Romano I? Conseguì egli con astutissima frode di collocare nella sedia
patriarcale di Costantinopoli un suo figliuolo fanciullo con discacciarne il legittimo possessore; ma l’anno stesso da un altro dei suoi figliuoli fu discacciato egli ancor dal trono imperiale, e rilegato in un’isola solitaria. Così il
secondo Romano giunse ancor ei, per vaghezza di dominare, a togliere con veleno il padre dal mondo; ma fra brevissimo tempo fu tolto anch’egli dal mondo pur con veleno. Michele Paflagonio ottenne con arti inique d’intrudersi
nell’imperio; ma fu invasato subito dal diavolo, da cui né per esorcismi, né per limosine, si poté più liberare fino alla morte. Michele Calefate conseguì d’esiliare l’imperatrice per regnar solo; ma fu pigliato incontinente dal popolo, da cui lapidato e accecato, fu strascinato ancor vivo per la città. E l’istessa lagrimosa fine ancor fecero Diogene ed Andronico, saliti ambedue sul
soglio imperiale, l’uno col favore di amore impudico, l’altro col braccio di barbara fellonia. – Rispondetemi ora: pare a voi che si potessero chiamar punto felici le malvagità con cui questi si vantaggiarono? – Dite su: vi contentereste voi di godere dei loro acquisti, mentre dovreste parimente addossarvi le loro perdite? Chi v ‘è, chi v’è così sciocco, il quale stimi invidiabile la lor sorte? Or figuratevi che tal è stata universalmente la sorte di tutti quei che con arti inique anelarono ai lor vantaggi. Prosperitas  stultorum perdet illos; sì, miei signori, prosperitas stultorum perdet illos (Prov. I. 32). Eh che non accade affannarsi in tal verità!
Gridano tutti i libri, esclamano tutti i secoli, e tutti i regni unitamente sentenziano a favore della virtù: Justitia elevat gentes(Prov. XIV. 34); udite se può trovarsi un detto più favorevole al nostro intento, uscito dalla penna pur esso di Salomone: Justitia elevat gentes: la giustizia si è quella la quale sublima i popoli, li risuscita, li ravviva. Che quella che li fa miserabili? Il sol peccatro: miseros autem fàcit populos peccatum (Ibid.). Così pur altrove egli dice: non roborabitur
homo ex impietate
(Ib. XII. 3); ed altrove: in insidiis suis capientur iniqui(Ib. XI, 6); ed altrove: in impietate sua corruet impius(Ib. XI. 5); ed altrove: qui seminat iniquitatem, metet mala(Ib. XXII. 8). La Sapienza concorda in parlar così: malignitas evertet sedes potentium (Sap. V. 24), punto differente è il linguaggio dell’Ecclesiastico, il qual ci ha lasciato questo notabilissimo avvertimento, che i principati si veggono bene spesso andar vagabondi regnum a
gente in gentem transfertur
(Eccl. X, 8). Per qual cagione? per le ingiustizie, per le iniquità, per le fraudi, cui vennero amministrati: propter injustitias et injurias et contumelias et diversos dolos (Ibid.). Che dite dunque? Volete voi lasciarvi sì lusingare dalle fallaci promesse dell’impietà, che, ammirando le sue esaltazioni, non consideriate anche appressi i suoi precipizi? Eh rinunziatele pure, rinunziatele le sue arti,
ed assicuratevi (checché v’insegnino altri nei loro volumi pestilenziali e perversi),
assicuratevi, dico, che non vi sarà utile quello che non è onesto. Telas araneæ texuerunt, dice
Isaia di questi artefici scaltri d’iniquità: opera eorum opera inutilia; cogitationes eorum cogitationes inutiles (Is. LIX, 5, 6 et 7). Tengansi pur per sé il loro expedit maledetto questi
odierni sconsigliatissimi consiglieri; che noi piuttosto con le generose parole di Matatia, nobilissimo maccabeo, vogliamo conchiudere: propitius sit nobis Deus; non est nobis utile relinquere legem et justitias Dei (1 Mach. II. 21). Premettaci pure la malvagità ciò che vuole, non le crediamo. Mai non ci sarà utile lasciare la Religione per l’appetito, la Religione per l’interesse, la legge per l’affetto, Dio per
nessuno. Non est, non est nobis utile
relinquere leges et justitias Dei
.  Che cosa ci sarà utile? La pietà. Pietas omnia utilis,
dice l’Apostolo (1 ad Tim., IV, 8); mercecchè questa ha le promesse di essere favorita non solo nella vita futura, dove sta il vero premio dei Cristiani, ma ancora nella presente, Promissionem habens vitae, quæ nunc est, et futuræ.

SECONDA PARTE

IX. Io vi ho ragionato sinora come se non ci fosse altra vita, che questa sola, la qual da
noi si mena sopra la terra. Ma che? Ci è pur paradiso (o signori miei cari), ci e pur inferno. Se non siamo atei, lo dobbiamo confessare. Adunque, quando anche il vizio (ch’io non concedo) fosse nel mondo generalmente felice, basterebbe questo a poterlo chiamar giovevole? Eh miseri noi, che pensiamo al temporale, e
non consideriamo l’eterno! Quid prodest nomini, si mundum universum lucretur, animæ vero suoi detrimentum patiatur? (Matth. X. 26). Oh
sentimento degno di essere ripetuto a gran voce su tutti i pergami, anzi di essere inciso a caratteri grandi in tutte le sale, in tutte le stanze, a fine di non lo perdere mai di vista! E dove ancora, uditori cari, arrivassimo a
conseguire con i tentativi malvagi l’intento nostro, che avrem noi fatto? Quid prodest? Avremo acquistati alcuni anni di contentezza, ma ce ne saremo giuocata un’eternità. Oh potess’io questa mattina avanti ai vostri occhi spalancare tutto l’inferno, e farvi vedere quelle caverne di terrore, quelle carceri di tormenti! Che vorrei fare? Vorrei chiamare ad uno ad un tutti quegli, i quali vivendo non riconobbero su la terra altro Dio, che il loro interesse; e vorrei
con alti scongiuri violentarli a rispondere, come sian ora contenti delle loro passate felicità. Dove siete, olà, dove siete, voi Geroboami, voi Tiberj, voi Giuliani, voi Arrighi, voi tutti di questa scuola? Venite pure, benché vestiti di fiamme, benché cinti di serpi, benché carichi di catene, che per nostro profitto giova il vedervi. Che dite? Voi vivendo adempiste già tutto ciò che vi
suggerì il vostro perverso volere, con dir tra voi: sit fortitudo nostra lex justitiæ(Sap. II. 11). Non
è così? Non temeste mai uomini, non rispettaste mai Dio; e sol tutti intesi ai vostri interessi domestici, non dubitaste di procurarli con l’oppressione dei poveri, con le calunnie degl’innocenti, col tradimenti degli amici, con le rovine degli emoli, col sangue dei popoli, con lo sconvolgimento dell’universo. Ebbene, che
cavate ora voi dalla rimembranza dei vostri passati delitti? Sono per questo a voi men rigidi i ghiacci, o men voraci le fiamme? Vi ricordate, quanti già vi adoravano nelle reggi e quanti vi corteggiavano per le strade! quanti vi
applaudivano ne trionfi! Vi ritraevano altri su dotte tele, altri vi figuravano in duri marmi; e per la vostra felicità giornalmente sagrificavansi non so se più vite nelle battaglie, o più vittime in su gli altari. Or che vi giova una
tale felicità? rispondetemi, che vi giova? Quid
prodest
? Se voi poteste ritornare ora nel mondo a ripigliare i vostri cadaveri, a ritessere il vostro corso, qual tenore di fortuna vi eleggereste?
Rientrereste voi più nell’istesse regge? rimontereste voi più su gli stessi
troni? Oh Dio, che parmi di sentire che i miseri, bestemmiando, mandino urli per voci, e fremiti per parole. Che regge, gridano gl’infelici, che troni? Maledetta sia l’ora che vi salimmo; maledetti quei servi, che ci ubbidirono; maledetto quel cielo che ci esaltò. Selve, grotte, dirupi, orrori, sepolcri, là dentro correremmo
tutti a nasconderci, se noi potessimo più tornare or al mondo. Così mi pare che i miseri mi rispondano. Ed oh con quanta ragione! Vere mendacium possiderunt; vanitatem, quæ eis non profuit (mi giova qui di ripetere ad alta voce con Geremia – XVI. 19): vere mendacium possiderunt; vanitatem, quæ eis non profuit. Poverini che sono! quanto meglio sarebbe stato per tutti questi nascer servi, nascere schiavi, che nascer grandi! Ubi sunt principes gentium? Dove
sono più questi principi delle genti, dei quali abbiam ragionato? Qui dominantur super bestias, quæ sunt super terram; e per andare in cocchio nutriscono tanti cavalli: qui in avibus cæli ludunt;
e per andare a caccia nutriscono tanti cani: qui argentum thesaurizant et aurum, in quo confidunt homines,et non est finis acquisitionis eorum; e per arricchire le loro case privale non temono difar
gemere le città. Ubi sunt? ubi sunt? Dove sono? dove sono? Exterminati sunt, ripiglia il Profeta. Sono spariti, sono spariti. Spariti? Non sarìa nulla. Exterminati sunt, et ad inferos descenderunt, et alii loco eorum surrexerunt (Baruch. III, 16 et seq.). Lasciarono ai loro posteri gli ostri e gli ori, ed essi andarono a starsene tra le fiamme. Così è di tutti coloro, che non son vissuti secondo le buone leggi. Felici però noi se sapessimo approfittarci alle spese loro! Ma noi troppo insensati invidiamo la loro antica felicità, e non badiamo alla presente loro miseria. Quid prodest, quid prodest homini si mundum universum lucretur, animæ vero suæ
detrimentum patiatur
? Non è di fede, che tra quanti acquisti si facciano, di sogli, di clamidi, di corone, di scettri, di manti, di mitre o di pastorali,uniti ancora fuor d’ogni legge in un fascio,e la perdita che però s’incorra dell’anima, neppur v’è quella proporzione, la qual vi sarebbetra l’acquisto di un praticello selvatico,
e la perdita di una monarchia paria quella che godé Augusto? Adunque come stimeremo
mai felice quell’impietà che porta poi
seco annesso sì grave danno? Non
potest ulla compendii causa consistere
, io dirò, francamente con santo Eucherio (Epist. 1 ad Paræn.), si constet animæ intervenire dispendium.

X. Ma voi direte ch’io stamane non ho fatto altro che parlar sempre di principi e di principesse;
che i più di voi, che soli avete bisogno della mia predica, non siete in sì grande stato; e che però nemmeno siete soggetti a sì gran pericoli. Che le vostre politiche non si stendono se non il più a scavalcare un vostro emolo nella Corte, o a soppiantare un vostro corrispondente in qualche contratto; e che però non dovete forse temere tante infelicità né temporali, né eterne per tali colpe. Sì eh? Oh piacesse al cielo, che pur fosse vera una simile conseguenza! Ma questo
è il peggio, uditori miei, questo è il peggio, che per una cosa di niente offendiamo Dio, strapazziamo i suoi ordini, conculchiamo il suo sangue. Finalmente se per qualche acquisto assai grande lo conculcassimo, faremmo male,
chi ne può dubitare? Faremmo malissimo, ma quanto più conculcandolo per sì poco! E non è questo il lamento che Dio già fece per bocca di Ezechiele quando egli disse: violabant mepropter pugillum hordei, et fragmen panis? (Ezech. XIII, 19). Quasi che volesse egli dire in poche parole: ascoltate voi, cieli; ascoltala,  terra; e voi, cupi abissi, ascoltate. Quel  mio popolo, a me sì caro e diletto, che ha ricevuto da me sì eccelsi favori, che è stato liberato da me di sì misera schiavitudine, che da me è stato esaltato a sì gran potenza; questo mio popolo stesso mi ha strapazzato, sapete, mi ha strapazzato con ingratissime offese. E indovinate perché? Forse per appropriarsi le spoglie di un esercito debellato, come fece un Saule? Non me lo recherei a tanta ignominia. Forse per arrogarsi l’amministrazione di un principato vacante, come fece un’Atalia? Non me lo riputerei a tanto scorno. Forse per usurparsi la possessione d’alcun cittadino innocente, come fece un Acabbo? Mi daria  minor confusione. Forse per sfamare l’ingordigia dell’oro altrui, come
fece un Giezi? Ancor in ciò sentirei minor il rossore. E perché dunque egli mi ha offeso? Perché? Ve lo dirò io. Per un pugno d’orzo, per un frusto di pane; sì, torno a dire, per un pugno di orzo, per un frusto di pane: propter pugillum hordei, et fragmen panis. Per sì leggiero interesse
mi hanno gl’ingrati rivoltate le spalle, hanno dette enormi bugie, hanno inventate vituperose calunnie, hanno orditi bruttissimi tradimenti: ed io lo potrò tollerare? Così dolevasi Dio, signori miei cari, ne’ tempi andati. Sapete
voi come dolgasi nel presenti? Basterebbe, per saper ciò, girare un poco le piazze più popolose della città, entrare ne’ fondachi, visitar le botteghe, vedere i banchi, ed ivi considerare per qual piccioli emolumenti si commettano colpe
ancora mortali. Che menzogne, che contese non si odono colà dentro? che ingiustizie,
che frodi non vi si ascondono? E Dio, ch’ivi è presente, comporterà divedersi per così poco oltraggiato tanto? Come? s’Egli castigherà sì severamente chi, a ragion di esempio, spergiura per un tesoro, non punirà più aspramente chi spergiuri per un quattrino? Fino i Gentili medesimi conoscevano che un istesso peccato,
commesso per emolumento più rilevatile, pareva men grave; onde uno di loro ebbe
a dire: si violandum jus est, regnandi
causa violandum est
. Mai non è lecito di peccare; ma quando inoltre è minore l’allettamento, allora in parità d’altre circostanze sempre è
maggiore la colpa che si commette, perché Dio vien posposto ad un ben più minuto, ad un ben più vile, ad un bene più dispregevole. Conchiudiamo dunque così: se tanto fremeranno nell’inferno quei che vedranno di aver perduto Dio per una provincia o per un principato issai grande di questa terra, che sarà di quei miserabili che vedranno di aver fatta ancor essi una stessa perdita; ma perché? per una usura fecciosa di pochi soldi, per un cambio non sincero, per un censo non sussistente, o per alcun altro contratto di quei sì fini, che sono a voi meglio noti, che non a me? Non urleranno quei miseri di furore, molto più di un Esaù o di un Linneo, venditori sì sfortunati, quegli di una primogenitura, e questi d’un regno? E tali sono le perdite a cui conduco uno scellerato interesse, e conduce tutti, o grandi o piccoli, o governanti o plebei, ch’egli signoreggi. Considerate ora voi se vi è bene, il quale equivalga a perdite così
gravi, e poi sentenziate se mai per esser felice giovi esser empio.

LA COMUNIONE SPIRITUALE

[G. B. Scaramelli: DIRETTORIO ASCETICO, Trattato Primo

NAPOLI, LlBRERIA E TIPOGRAFIA SIMONIANA. Strada Quercia nº. 17. 1839.]

– CAPO VII.

Si parla brevemente della comunione spirituale, con cui devono le persone spirituali industriarsi di supplire alla mancanza delle comunioni sacramentali.

441. Giacché pochi son quelli, come ho già detto, a cui possa giustamente concedersi di ricever ogni giorno il Corpo Santissimo di Gesù Cristo sacramentalmente sotto le specie del pane; devono almeno tutti industriarsi di riceverlo spiritualmente con la comunione che chiamasi spirituale. Questa, dice S. Tommaso, consiste in un vivo desiderio di prendere il Santissimo Sacramento. Dicuntur baptizari, et communicari spiritualiter, et non sacramentaliter illi, qui desiderant hæc Sacramenta jam instituta sumere. (3 p. qu. 21, alias 8o, art. 1, ad 3.). E nell’articolo seguente: (in corp. Contingit spiritualiter manducare Christum, prout est sub speciebus hujus Sacramenti inquantum scilicet aliquis credit in Christum, cum desiderio sumendi hoc Sacramentum. Allora accade, dice l’Angelico, che alcuno mangi Spiritualmente Gesù Cristo ricoperto dalle specie sacramentali, quando crede in Cristo con desiderio di riceverlo in questo sacramento. E questo non solo è un ricevere spiritualmente Gesù Cristo, ma è un ricevere spiritualmente lo stesso Sacramento. Se queste brame siano molto fervide, e molto accese, la comunione fatta in spirito sarà tal volta più fruttuosa e più cara a Dio, che molte altre Comunioni reali fatte con tiepidezza, non per difetto del Sacramento, ma di chi freddamente lo riceve. S. Caterina da Siena, come si legge nella sua vita, bramava sì ardentemente di unirsi al suo Sposo sacramentato, e per la vivezza dei suoi desideri cadeva in dolci deliqui, e sollecitava il Beato Raimondo suo confessore a comunicarla per tempo su i primi albori del giorno, temendo di rimanere estinta dall’impeto delle sue brame. Gradiva tanto Gesù Cristo queste ansie amorose della devota Verginella, che una mattina, mentre il detto Raimondo celebrava la santa Messa, nell’atto di frangere l’Ostia sacra, ſe’ sì che gliene volasse dalle mani una parte; e andasse a posarsi su la lingua della santa, che si trovava presente al sacrifizio, e in questo modo appagò il signore i ferventi desideri della sua sposa. (S. Anton. 3 par. Chron. tit. 23, c. 14, S. 8.). Un simile avvenimento accadde in Venezia ad una Monaca avida della santa comunione. (Ber. Just. in ejus vita c. 8.). Non potendo questa comunicarsi nella solennità del Corpus Domini, mandò a significare al gran Patriarca S. Lorenzo Giustiniano il suo desiderio, ed a pregarlo, che almeno in tempo del santo sacrifizio la raccomandasse al Signore. Or mentre il santo celebrava a tutto il popolo la santa Messa in pubblica Chiesa, la detta Monaca se lo vide entrare nella sua cella con la santissima Eucarestia, e presentarle di propria mano il corpo santissimo del Redentore. Se poi questo accadesse replicandosi il santo in due luoghi o comparendo in ispirito dentro il monastero, non si sa. Due cose sole si sanno di certo: la prima che celebrando il santo non partì dall’altare; ma solo dopo l’elevazione dell’Ostia sacra fu veduto starsene lungamente estatico, ed alieno affatto da sensi: la seconda che interrogato su questo fatto, non lo negò, ma solo impose a chi n’era consapevole un rigoroso silenzio. Ho voluto tutto ciò riferire, acciocchè si veda quanto piacciono a Gesù Cristo queste comunioni spirituali: mentre opera talvolta miracoli, per unirsi realmente allo spirito di chi ardentemente la brama. – 442. Or queste comunioni spirituali possono farsi più volte, anzi cento volte in ciascun giorno con gran profitto: perché può l’anima devota spesso slanciarsi con l’affetto in Gesù sacramentato, e desiderare di riceverlo nel suo cuore, e d’incorporarsi col suo corpo santissimo. S. Ignazio Martire, scrivendo ai romani, dice loro così: Non voluptates hujus mundi desiderio; sed panem Dei, panem cœlestem, panem vitæ, qui est caro Jesu Christi Filii Dei vivi, et potum volo sanguinem eius, qui est dilectio incorruptibilis, et vita æterna. Io non bramo, diceva il santo martire, i piaceri vani, e caduchi di questo mondo: solo bramo il pane celeste, il pane divino, il pane di vita, che è la carne di Gesù Cristo, figliuolo di Dio vivo. Solo bramo quel sangue, che è un distillato di amore, ed un estratto di eterna vita. Nello stesso modo può la persona spirituale andar dicendo tra giorno, mentre le si presentano alla vista gli oggetti frali di questa terra, all’apparenza preziosi, deliziosi, e vaghi: Non voluptates hujus mundi desidero, sed panem Dei, panem coelestem, panem vitæ. Io non curo le delizie, le ricchezze, le bellezze, che dona il mondo ai suoi seguaci. Solo desidero ricevere il mio Gesù, che è le delizie degli angeli, che è un tesoro di ricchezze inesausto, che è un fiore di ogni bellezza. Solo bramo partecipare di quel corpo glorioso, che con la gloria del suo volto beato rallegra il Paradiso; di quel sangue, che fu tutto sparso per me; di quell’anima che per me spirò sulla croce; e di quella divinità, che è scaturigine di ogni bene. Cibus meus Christus est, et ego eius: come dice S. Bernardo: (Serm. 61 in Cant.). il mio cibo sia Gesù, ed io il suo: perché egli brama incorporarsi con me, ed io con Lui in questo divinissimo Sacramento. Con questi desideri aderà la persona rinnovando ad ogni ora comunioni spirituali, le quali tanto saranno più perfette, e tanto più profittevoli, quanto sanno più fervidi i suoi affetti verso Gesù Sacramentato.

443. Bisogna però almeno una volta al giorno fare questa comunione spirituale posatamente, a bell’agio, e con speciale apparecchio, acciocchè riesca con maggior divozione, e profitto, e in qualche modo compensi gli effetti della comunione sacramentale. Né per far questo v’è tempo più opportuno di quello, in cui si assiste al santo Sacrifizio della Messa; mentre può allora la persona unirsi col sacerdote a ricevere con l’affetto quel cibo divino, ch’egli riceve in effetto. Faccia dunque ella prima un atto di contrizione, e con esso ripulisca la stanza del suo cuore, dentro cui brama che venga a riposarsi il suo Signore. Poi avvivi la fede circa la presenza reale di Cristo nel santissimo Sacramento. Consideri (come abbiamo detto di sopra, parlando della comunione sacramentale) la grandezza, e la maestà di quel Dio, che sta nascosto sotto il velo di quegli accidenti eucaristici: ponderi quel grande amore, e quella somma bontà, per cui non solo non disdegna, ma brama di unirsi Seco: rifletta alla propria piccolezza, ed alle proprie miserie. Quindi seguano affetti misti di umiliazione, e di desiderio: di umiliazione in riguardo alla propria indegnità, di desiderio in riguardo alla infinita amabilità del suo Signore. Poi vedendo, che in quella mattina non è a lei permesso di unirsi realmente con esso Lui, per mezzo della comunione sacramentale; si abbandoni con l’affetto, e con Lui si unisca col vincolo d’un amore quieto, posato, e tranquillo; finalmente prorompa in affetti di ringraziamenti, e di lodi poiché se Gesù Cristo non è venuto effettivamente nel suo seno, non è rimasto da lui, giacché egli era pronto, anzi quanto è dal canto suo bramava questa congiunzione di amore con grande ardore di carità. Gli chieda quelle grazie, di cui si conosce necessitoso, e faccia quegli altri atti, che è solito di fare dopo le sue comunioni. Oltre l’utile, che di presente gli risulterà da tali comunioni di spirito, gliene proverrà anche questo vantaggio: che si troverà dispostissimo ad accendersi in divozione, qualunque volta avrà da accostarsi alla mensa Eucaristica, per cibarsi realmente delle carni santissime del Redentore. Poiché siccome un legno, che si conservi sempre caldo, e sempre disposto ad infiammarsi alla presenza del fuoco: così un cuore, che si mantenga sempre caldo di amore verso Gesù Cristo sacramentato, è facile a concepire fiamme di carità, avvicinandosi a quella fornace di amore, che arde sempre nel santissimo Sacramento.

444. Voglio aggiungere un fatto, in cui non solo vedrassi quanto siano accette al Redentore queste comunioni spirituali: ma an che il modo, con cui bisogna ad esse apparecchiarsi, acciocché gli riescano più gradite. Riferisce il padre maestro Giovanni Nider del l’ordine venerabile dei Predicatori, (in Formic. lib. 1, cap. 1) che nella città di Nuremberga v’era un uomo plebeo di nascita, ma di costumi illibato, di natura semplice, proclive alla pietà, dedito alla meditazione della passione del Redentore, alle opere di carità, ed alla macerazione del proprio corpo. Bramava questo ardentemente comunicarsi; ma non essendo nella sua patria in uso tra gli uomini la frequenza dei Sacramenti, non si arrischiava ad accostarsi alla sacra mensa, per non parer singolare, e per non essere dalla gente mostrato a dito.  Con tutto ciò sapendo, che Iddio gradisce non solo le opere buone, ma anche la buona volontà, procurava di supplire alle comunioni sacramentali con le comunioni fatte spiritualmente coi santi desideri. Avvicinandosi pertanto quei giorni, in cui avrebbe voluto comunicarsi, si preparava precedentemente con l’astinenza del cibo. La mattina poi se la passava in sante meditazioni, e in esse tutto s’infiammava in desideri del sacro cibo: ripuliva la coscienza con un’esatta confessione d’ogni suo mancamento, assistendo finalmente alla santa Messa si univa col sacerdote con tanto affetto, che nell’atto della comunione quasi che si avesse a comunicare anch’esso, si chinava profondamente, si percuoteva il petto, e apriva la bocca per ricevere la sacrosanta particola. Cosa veramente ammirabile! Nell’atto di aprire la bocca sentiva portarsi su le labbra l’Ostia sacra, e ad un tempo stesso diffondersi per tutto lo spirito una ineffabile soavità. Così Iddio premiava la viva fede: così saziava la santa fame di questo suo fedelissimo servo. Una mattina però quasi non credendo a se stesso, ed alle proprie esperienze, pose un dito nella bocca, per far prova col tatto della mano, s’era vero ciò, che pure esperimentava col tatto della lingua, e col sapore dello spirito; e in quel toccamento rimase al dito attaccata la sacra particola. Onde sempre più certificato del vero, la prese nuovamente con le labbra, e devotamente l’ingoiò.  – Non piacque però a Dio quell’atto non decente a persona secolare, e la poca fede, che in quell’atto aveva dimostrato: e perciò non tornò più il Signore a visitarlo, come aveva fatto per il passato con un sì prodigioso favore, quantunque per altro mantenesse sempre verso il santissimo Sacramento lo stesso sentimento di divozione, e di culto, e perseverasse sempre costante nello stesso tenore di vita santa. Apprenda dunque il lettore dagli altrui esempi ad affezionarsi a queste comunioni spirituali, ed a premetter loro, almeno una volta il giorno, qualche decente apparecchio, acciocchè riescano a Gesù Cristo più gradite, e ad esso più giovevoli. E apprendano i direttori ad insinuarle ai loro penitenti, e a consolare con essa la fame di queste anime buone, che vorrebbero accostarsi alla sacra mensa più spesso di quello che loro conviene.

MERCOLEDì DELLE CENERI

[Padre Paolo SEGNERI S. J.:

Quaresimale

– Stamperia Eredi Franco, Ivrea 1844 – Cortassa Pro-Vic. Generale; Rist. Ivrea 10 agosto 1843, Ferraris prof. Rev. Per la G. Cancell.]

NEL MERCOLEDI’ DELLE CENERI

“Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”

Un funestissimo annunzio son qui a recarvi, o miei riveriti uditori; e vi confesso, che non senza una estrema difficoltà mi ci sono addotto, troppo pesandomi di avervi a contristar sì altamente fin dalla prima mattina ch’io vegga voi, o che voi conosciate me. Solo in pensare a quello che dir vi devo, sento agghiacciarmisi per grande orror le vene. Ma che gioverebbe il tacere? il dissimular che varrebbe? ve lo dirò. Tutti, quanti qui siamo, o giovani o vecchi, o padroni o servi, o nobili o popolari; tutti dobbiamo finalmente morire: statutum est hominibus semel mori (ad Heb. IX, 27) . Ohimè! che veggo? non è tra voi chi si riscuota ad avviso sì formidabile? Nessuno cambiasi di colore? nessun si muta di volto? Anzi già mi accorgo benissimo che in cuor vostro voi cominciate alquanto a ridere di me, come di colui, che qui vengo a spacciar per nuovo un avviso sì ricantato. E chi è, mi dite, il quale oggimai non sappia che tutti abbiamo a morire? Quis est homo, qui vivet, et non videbit mortem? (Ps. LXXXVIII, 49 ) Questo sempre ascoltiamo da tanti pergami, questo sempre leggiamo su tante tombe, questo sempre ci gridano, benché muti, tanti cadaveri: lo sappiamo. Voi lo sapete? Com’è possibile? Dite: e non siete voi quelli, che jeri appunto scorrevate per la città così festeggiante, quali in sembianza di amante, qual di frenetico, e quale di parassito? Non siete voi che ballavate con tanta alacrità nei festini? Non siete voi che v’immergevate con tanta profondità nelle crapule? Non siete voi che vi abbandonavate con tanta rilassatezza à dietro ai costumi della folle Gentilità? Siete pur voi che alle commedie sedevate sì lieti. Siete pur voi che parlavate da’ palchi sì arditamente. Rispondete: e non siete voi che tutti allegri in questa notte medesima, precedente allo sacre Ceneri, ve la siete passata in giuochi, in trebbj, in bagordi, in chiacchiere, in canti, in serenate, in amori, e piaccia a Dio che non fors’anche in trastulli più sconvenevoli? E voi, mentre operate simili cose, sapete certo di avere ancora a morire? Oh cecità! oh stupidezza! oh delirio! oh perversità! Io mi pensava di aver meco recato un motivo invincibilissimo da indurvi tutti a penitenza ed a pianto con annunziarvi la morte: e però mi era, qual banditore divino, fin qui condotto per nebbie, per piogge, per venti, per pantani, per nevi, per torrenti, per ghiacci, alleggerendomi ogni travaglio con dire: non può fare che qualche anima io non guadagni, con ricordare ai peccatori la loro mortalità. Ma, povero me! troppo son rimaste deluse le mie speranze, mentre voi, non ostante sì gran motivo di ravvedervi, avete atteso piuttosto a prevaricare; non vergognandovi, quasi dissi, di far come tante pecore ingorde, indisciplinate, le quali allora si ajutano più che possono a darsi bel tempo, crapulando per ogni piaggia, carolando per ogni prato, quando antiveggono che già sovrasta procella. Che dovrò far io dunque dall’altro lato? dovrò cedere? dovrò ritirarmi? dovrò abbandonarvi in seno al peccato? Anzi così assista Dio favorevole a’ miei pensieri, come io tanto più mi confido di guadagnarvi. Ditemi dunque: mi concedete voi pure d’esser composti di fragilissima polvere; non è vero? lo conoscete? il capite? lo confessate, senza che altri stanchisi a replicarvi: Memento„ homo, memento quia pulvis es? Questo appunto è ciò ch’io voleva. Toccherà ora a me di provarvi quanto sia grande la presunzione di coloro che, ciò supposto, vivono un sol momento in colpa mortale. Benché presunzione diss’io? audacia, audacia, così doveva nominarla, se non anzi insensata temerità; che per tale appunto io prometto di dimostrarvela. Angeli, che sedete custodi a lato di questi a me sì onorevoli ascoltatori: Santi, che giacete sepolti sotto gli altari di questa a voi sì maestosa Basilica; voi da quest’ora io supplichevole invoco per ogni volta ch’io monterà in questo pergamo, affinché vogliate alle mie parole impetrare quel peso, e quella possanza, che non possono avere dalla mia lingua. E tu principalmente, o gran Vergine, che della divina parola puoi nominarti con verità Genitrice! tu che, di lei sitibonda, la concepisti per gran ventura nel seno; tu che, xli lei feconda, la partoristi per comun benefizio alla luce; tu che, di nascosta ch’ella era ed impercettibile, la rendesti nota e trattabile ancora a’ sensi; tu fa che io sappia maneggiarla ogni dì con tal riverenza, ch’io non la contamini con la profanità di formule vane, ch’io non l’adulteri con la ignominia di facezie giocose, ch’io non la perverta con la falsità di stravolte interpretazioni; ma che sì schietta io la trasfonda nel cuore dei miei uditori, qual ella uscì dai segreti delle tue viscere. Sprovveduto vengo io di ogni altro sostegno, fuor che d’una vivissima confidanza nel favor tuo. Però tu illustra la mente, tu guida la lingua, tu reggi il gesto, tu pesa tutto il mio dire di tal maniera, che riesca di lode e di gloria a Dio; sia di edificazione e di utile al prossimo; ed a me serva per acquisto di merito, non si converta in materia di dannazione.

II.  È l’uomo comunemente di sua natura più inclinato a temere nei gran pericoli, che disposto ad assicurarsi. Però voi vedete, che nella nave di Giona, profeta indocile, uno solo era quegli, che al fracasso de’ tuoni, e al furor de’ turbini dormiva tranquillamente. Gli altri tutti o gridavano, o gemevano, o consultavano, o si affaticavano, affine di liberarsi dall’imminente naufragio. Homo enim (così trovo io presupporsi da san Tommaso) magis inclinata» est ad timorem, quo mala fugit, quam ad audaciatn, qua mala invadit (Abulen. In Matt. cap. XVIII, q. 27 ex 2. 2. q. 16!, art. 29 ad 3 ). Ma questo principio è verissimo, quando si tratti de’ pericoli temporali, i quali sono meno terribili, e meno atroci; non però quando trattisi dell’eterno, che è tanto più irrimediabile e più tremendo. In questo solo (chi’1 crederebbe?) i mortali sono inclinati comunemente a fidarsi; né solamente nol temono, ma lo sprezzano; nol solamente nol fuggono, ma l’incontrano. E che vi pare, amatissimi peccatori, del vostro stato? Già voi sapete che in quell’istante medesimo nel qual voi, o col pensiero, o con la parola, o con l’opera, consumaste il vostro delitto, fu tosto contro a voi fulminata sentenza orribile di eterna condannazione. Né si deve durar gran fatica ad effettuarla. Ardon già inestinguibili quelle fiamme, che debbon essere il vostro letto per tutta l’eternità. Ignis succensus est in furore meo ( Jer. XV, 14); sì dice Dio, super ros ardebit. Già son preparati i tormenti, già stan pronti i tormentatori. Però, che manca? Manca che strappisi solamente quel filo che vi tien come pendenti sopra la bocca di un baratro sì profondo: Super putum abyssi (Apoc. IX. 2). E voi con tutto ciò non provate timore alcuno, ma potete la sera cenar con gusto, potete cicalare, potete conversare, potete andare a pigliar poi placidissimi i vostri sonni? se non è questa temerità intollerabile, rispondetemi, qual sarà? È vero che quel filo di vita che or vi sostiene potrebb’essere ancora forte e durevole; ma potrebbe anch’essere logoro e consumato. E perché dunque in una egual incertezza più volete attenervi a quella opinione che vi animi a confidare con tanto rischio, che non a quella che vi esorta a temere con tanto prò?

III. Benché troppo ho errato dicendo, in una egual incertezza. Qual cosa v’è che mai vi possa promettere di sicuro un sol momento di vita. Non i bezzuarri orientali, non le perle macinate, non gli ori potabili, non i gislebbi gemmati, che son piuttosto rimedi tutti inventati dall’ambizione, perché neppure il morire sia senza lusso. Dall’altra parte quante son quelle cose, le quali possono levarvela ogni momento! Si lusingavano comunemente gli antichi con darsi a credere, che le loro Parche non fossero più che tre. Ma non così si lusingava anche Seneca, il quale diceva, che a lui piuttosto parevano innumerabili: Eripere vitam nemo non homini potest (In Theb. act. 1). Mirate pur quante creature mai sono nell’universo, tutte, per dir così, tutte son tante Parche col ferro in mano, ch’è quanto dire, tutte applicate, tutte abili a darci morte. So non che, chi non sa che a fin di morire non ci fa nemmen di mestiere aspettarlo altronde? Dentro di noi sta quanto basta ad ucciderci. Come il ferro si genera la sua ruggine, come il legno il suo tarlo, come il panno la sua tignuola; così l’uomo si genera pur da sé la sua morte in seno, e non se ne accorge: a segno tale, che un celebre capitano del secolo precedente, detto il Caldoro (Poter. Detti memor. 1. 1), mentre arrivato, con sorte rara tra le battaglie, all’età di settantacinque anni, passeggiava lieto pel campo, e si gloriava di essere tuttavia sì disposto della persona, sì vivace, sì vegeto, qual ora di venticinque, finì in un punto e di vantarsi e di vivere; perché repentinamente percosso fu d’un accidente di furiosissima gocciola, la quale allora allora era in atto di sopraffarlo; e così, morendosi in poco d’ora, mostrò quanto ciascun uomo sia sempre mal informato di ciò che passi nell’intimo di se stesso. Ma se così è, come dunque in uno stato d’incertezza sì orribile, qual è questo, avete ardire, o ascoltatori, di vivere un sol momento in colpa mortale? Questa dunque è la cura che voi tenete della vostra anima? questa è la stima del vostro fine? questa è la sollecitudine della vostra felicità? saper di stare in mezzo a rischi sì gravi, e non vi riscuotere! Alcuni si stupiscono molto come un Elia, perseguitato da una potente Reina, potesse mettersi in una aperta campagna a dormir sì posatamente:projecitque se, et obdormivit (3 Reg. XIX, 5). Ma io non me no stupisco. Non è certissimo ch’egli finalmente era un Santo? Poteva dormire. II mio stupore è veder dormire un Saule, dormire un Oloferne, dormire un Sisara, quantunque dormano sotto de’ padiglioni. E che sia di loro, se restino quivi còlti da chi gli insidia? Eppure piacesse al Cielo, che i loro esempi non si vedessero tuttodì rinnovati tra i Cristiani. Sono innumerabili quelli che vanno a letto in peccato mortale, senza por mente a tanti orrendi pericoli, che del continuo lor possono sovrastare da una corrente impetuosa di sangue, da un soffocamento di catarro, da una soppressione di cuore, da un solo animaletto pestifero che li morda. E questi possono giungere a chiuder occhio, tuttoché per breve momento? Oh stupidezza infinita! oh stoltizia immensa! Si trovano là nell’Africa certi animali fierissimi detti orìgi, somiglianti ai tori selvatici, i quali tanto si fidano di sè stessi, che si addormentano dentro le medesime reti dei cacciatori; e benché già d’ogni intorno non altro sentasi che annitrire cavalli, che abbaiar cani, non però si scuotono punto per procurare di scappare in tempo da’ lacci. Or non è questa veramente un’audacia meravigliosa? Ma tale appunto pare amo che sia quella de’ peccatori. Che dissi, pare? È certo, è certo. Sentitelo da Isaia: dormierunt in capite omnium viarum, sicut oryx illa queatus, pleni indignatione Domini (Is. LI, 20). Poteva dirsi più eccelsamente?. Coloro i quali, già colmi d’iniquità, pieni indignatione Domini, si tengono sempre a Lato le male pratiche; coloro che non restituiscono quella roba; coloro che non rendono quella riputazione; coloro che covano quell’odio occulto nel cuore, sanno molto bene di star conseguentemente negli alti lacci infernali. Eppur che vi fanno? Si scuoton forse, si affannano, si affaticano, per poterne uscir prontamente? Pensate voi. Vi dormono spesso a guisa di tanti orìgi: dormierunt sicut oryx illaqueatus. Oh cosa orribile! Dormierunt sicut oryx illaqueatus. Ed è possibile che mai giungasi a tanto di sicurtà? Chi vi fa certi, o meschini, che a danno vostro non sia già bandita una caccia universalissima di tutte le creature? che non siano lasciati i cavalli? lasciati i cani? E voi dormite, e dormite in qualunque luogo senza sospetto, in capite omnium viarum e dormite (può dirsi più?), o dormite talvolta, come un Sansone, anche in  seno alle meretrici? dormitis in lectis eburntis, et lascivitis! ( Amos. VI, 4).

IV. E qui dovete considerare, uditori, che se nessuno di noi non può mai promettersi un sol momento di vita (tanta è la gelosia con lo qual Dio fra tutti gli altri domin ha voluto a sé riserbare quello del tempo, molto meno promettere se lo può chi vive in peccato. Il peccato ha introdotta al mondo la morte; chi non lo sa? per peccatium mors ( ad Rom. V, 12): e però il peccato ha sempre ancor ritenuta questa possanza, veramente terribilissima, di affrettarla, di accelerarla, di far che giunga assai prima del suo dovere. Sono infiniti nelle Scritture que’ luoghi, in cui questa verità ci vien confermata. Ne impie agas multum: (Eccl. VII, 18); così appunto si dice nell’Ecclesiaste: non ti voler dare in preda all’iniquità: non vivere come vivi con tanta libertà, con tanta licenza: non fare, come suol dirsi di ogni erba fascio: Ne impie agas multum. E per qual cagione? ne moriaris in tempore non tuo (Ibid); per non aver a morire innanzi al tuo tempo. Imputi, antequam dies ejus impleantur, peribit ( Job. XV, 32); così pure in Giob si ragiona. Iniqui sublati sunt ante tempus suum ( Job 22 ,16); così pure in Giobbe si replica. Qui odit correptionem, minuetur vita (Eccli. XIX,5); così pur viene affermato dall’Ecclesiastico. E Salomone nei suoi Proverbi si protestò apertamente, che gli anni dei malvagi verrebbono dimezzati: anni impiorum breviabuntur (Prov. X, 27 ): cadendo i più di loro quasi lambrusche, prima fracide, che mature; o quasi loglio, prima inaridito, che adulto. Udite ciò che accedette allo scellerato imperatore Anastasio. Dormiva egli una notte agitato dalle solite faci delle sue furie, le quali più importune nel sonno, lo molestavano or con ombre orribili, or con pensieri ferali: quando apparendogli un personaggio di aspetto terribilissimo, con la penna nella destra, con un libro nella sinistra: mira, gli disse, come io per la tua empietà quattordici anni cancello della tua vita: En oh perversitatem fìdei tua quatuordecim tibi vita: annos deleo ( Baron. in Annal. t. 6, an. 518). Si destò a queste voci il misero Principe attonito ed angoscioso, né sapeva s’egli ciò dovesse temere come visione, o deridere come sogno. Quando indi a pochi giorni cominciò il cielo, di sereno ch’egli era, a rannuvolarsi, indi a lampeggiare ed a fremere, e a fulminare. Si colmò Anastasio di profondissimo orrore; e, quasi presagisse nell’animo esser lui quello, per cui concitavasi in cielo sì gran tempesta, si diede a correre, qual novello Caino, pel suo palazzo ora fuggendo d’una in un’altra sala, or d’una in un’altra stanza; ma tutto indarno. Scoppiò all’improvviso una rovinosa saetta, che a dirittura l’andò a trovare in un gabinetto segreto, dov’egli stava qual coniglio appiattato nella sua buca, ed ivi l’uccise: dando così chiaro a vedere che non v’è lauro, non dirò regio, ma neppure imperiale, che salvar possa da’ fulmini un capo iniquo. Ma voi frattanto che dite? Non vi par vero che gli anni de’ malvagi hanno ad essere dimezzati? anni impiorum breviabuntur. Eh non vi fidate, uditori, non vi fidate; perché quantunque voi vediate la morte sopra un cavallo spossato, squallido, scarno, qual era quello, su cui comparve là ne’ deserti di Patmos; contutto ciò vi so dire, che quando ella ha seco lo sprone, lo sa far correre. Ma non sapete qual è lo sprone? il peccato: Stimulus autem mortis peccatum est, così grida Paolo, Stimulus autem morti peccatum est (1 ad Cor. XV, 56). Alcuni, ahi quanto ingannati! si danno a credere che questo sprone siano anzi le penitenze; e però non prima essi mirano un lor compagno ritirarsi, raccogliersi, darsi alquanto alla vita spirituale, che subito fanno mostra dì compatirlo. Ed oh semplicetto! gli dicono: non vedete che voi vi volete ammazzare? Che semplicetto, che semplicetto? scusatemi s’io vi sgrido: semplicissimi siete voi, i quali non avete ancora imparato a conoscere bene lo stimolo della morte. Non è il digiuno quello che fa venir la morte sì rapida. Piuttosto io trovo promesso dall’Ecclesiastico, che qui abstinens est, adjiciet vitam (Eccli. XXXVII, 34). Non sono le discipline, non sono i silenzii, non sono i salmeggiamenti, non sono i letti assai duri. Se dicessimo questo, si leverebbe tosto su dalla tomba il gran Romualdo, penitente austerissimo di cento anni, e irato ci smentirebbe; ci smentirebbe un Girolamo, ci smentirebbe un Antonio, ci smentirebbe un Arsenio, ci smentirebbe un’infinità di mortificatissimi anacoreti, vissuti più d’ogni effeminato Lucullo. Ah! che lo stimolo della morte è il peccato: conviene intenderla: Stimulus autem mortis peccatum est. Sono quelle atroci bestemmie, che si lasciano alcuni con somma audacia scappar tutt’ora di bocca, sono i furti, sono le fraudi, sono le oppressioni dei poveri angariati, sono le confessioni sacrileghe, sono le comunioni sacrileghe, sono le tante ingratitudini orrende, che da noi si usano a chi ci ha donata la vita: essendo conformissimo a tutte le buone leggi spogliar del feudo, spogliar del fìtto, chi neghi l’ossequio debito al suo Sovrano (De feudis 1. 3, c. 1).

V. Ed oh così le angustie del tempo me lo permettessero, come io vi mostrerei volentieri con l’induzione perpetua di tutti i secoli, quanto sia negli empj frequente il perir di morti, non solo anticipate, come or dicevasi, ma parimente le più improvvise, le più impensate, che possano mai trovarsi. Ma per restringerci alle divine Scritture, pigliatele quante sono, ed esaminatele, vedrete, che di quei giusti, la cui salute non può rivocarsi in dubbio, niuno s’io non erro, si sa che mancato mai sia di caso fortuito, fuorché i figliuoli del pazientissimo Giobbe, rimasti oppressi dalle impetuose rovine di quel palazzo, che si cambiò loro subito in sepoltura. Eppure a questi medesimi quando accadde una tal disgrazia? Quando sedevano ad un allegro banchetto, ch’era l’ora appunto, in cui sempre il lor savio padre aveva in essi temuto di alcuna macchia, ben intendendo che a’ giovani tra i conviti nessuna cosa è più facile, che lordarsi. Nel resto, se riguardate a quei personaggi, che furono di giustizia più segnalata, a un Abramo, a un Aronne, a un Isacco, a un Giacobbe, a un Giuseppe, a un Giosuè, a un Samuele, a un Mosè, a un Matatìa, a un Tobia, e ad altri lor simili, vedrete, ch’essi morirono agiatamente nei lor letti, lasciando salutevoli documenti, quali alle loro proli, e quali ai loro popoli. Ma se per contrario vorrete dare agli empj una sola occhiata, almen di passaggio, oh come voi li vedrete miseramente rapiti, chi dall’acque, chi dalle fiamme, chi dalle fiere, e chi da cent’altre stranie guise di morti, tanto più orribili, quanto meno aspettate! Qunmodo facti sunt in desolationem! (gridò il Salmista atterritosi in contemplarli) subito defecerunt; perierunt propter iniquitatem suam (Ps. LXXII, 19). All’improvviso morì Faraone il superbo con tutte le sue milizie, assorbito dai gorghi dell’Eritreo. All’improvviso morirono quegl’ingordi, che sospirarono i carnaggi di Egitto. All’improvviso morirono quegli audaci, che biasimarono la terra di promissione; e all’improvviso morirono altri oltre numero nelle divine Scritture, i quali tutti, se fecero un egual fine, subito defecerunt, tutti parimente vedrete, che furon rei di qualche somigliante delitto: perierunt propter iniquitatem suam. Or che vi voglio, uditori, inferir di ciò? che gli empj sieno soli a mancar di morte sì orribile, qual è questa che chiamasi subitanea? Non già, non già. Sarebbe questo un errore manifestissimo, volendo Dio che alle pene proprie degli empi soggiacciano qui talvolta gli stessi Santi, o sia per purificarli, o sia per provarli, o sia per non dare a credere che finalmente sulla terra si termini ogni mercede. Dico bensì che, se dobbiamo dar fede all’induzione evidente delle Scritture, assai più frequente è nei peccatori un tal esito repentino, che non nei giusti. Udite da Salomone parole orribili: Viro, qui corripientem dura cervice contemnit, repentinus ei superveniet interitus (Prov. XXIX,1). Nè mancanoragioni ancor naturali da confermarcelo. Perocché spesso i peccatori procacciansìuna tal morte con la voracità delle crapule,di cui si gravano il ventre; con lasfrenatezza delle disonestà, in cui diffondonogli spiriti; con la libertà delle maldicenzeper le quali si acquistano de’ nemici; conle risse de’ giuochi, con la rivalità degliamori, con le facilità degl’impegni, conle malinconie delle invidie, con gli affannidelle ambizioni, e con altri tali disordini,da cui vive assai più lontano ogni giusto,a cui ben si può dir con l’Apostolo, cheogni cosa si volga in bene: omnia cooperantur in bonum (ad Rom. VIII, 28): mentrel’istessa mortificazione gli vale più di unavolta a tener lontana la morte. Comunquesiasi, sapete voi come Dio proceda congli uomini in questo affare? come appunto sifa co’ legni del bosco. Quando si va per reciderequalche legno da porre in opera, dafabbricarne uno scrigno, da formarne unostudiolo, da farne una bella statua, si vacon cento riguardi, e mirasi che sia saldo,sia stagionato, sia soprattutto reciso al suotempo proprio, qual è quello di luna scema.Ma non così quando si va per troncar legna solamente da ardere: allor si va d’ogni tempo. Peccatori indurati che legna sono? Legna da gettar sul fuoco. Chi non sa? Excidentur, et in ignem mittentur (Luc. III, 9). Però si tagliano ad ogni ora senza rispetto. Che tante cautele? Che tante circospezioni? non est respectus morti corum (Ps. LXXII, 4); non ci si guarda.

VI. Or se tanto è ancor più probabile a tutti voi, dilettissimi peccatori, il perir di una fine sì miserabile, la quale allora che voi meno il pensate vi soppraggiunga, o nel più profondo del sonno, o nel più bello del giuoco, o nel più lieto di alcun altro vostro piacevole passatempo; deh! vi prego, tornatemi a confessare: non è un’insensata temerità vivere un sol momento in colpa mortale? Che pegno avete, che fermezza, che fedi, sicché non succeda ancor a voi, come a tanti, i quali ducunt in bonis dies suos, aggravando il peccato col disprezzarlo, et in puncto ad inferna, descendunt? (Job. XXI, 13) tanto poi li fa rovinar presto il gran poso che giù li tira Ha forse Dio con qualche privilegio speziale rivelata a voi l’ora di vostra morte? o vi ha promesso almen di mandarvela, non come ladro che muova tacito il passo per non destarvi, ma qual corriere che suoni lontano il corno, perché gli apriate? Che c’è, che c’è, che vi rende sì baldanzosi? Cur quasi de certo extollitur, io vi dirò sbigottito con san Gregorio, cujus vita sub pœna incertitudinis tenetur? I Niniviti non prima udirono che la loro città fra quaranta giorni avevasi a subissare, che incontanente plenum terroribus pœnitentiam egerunt (Conc. Tr. sess. 14, c. 4): subito si vestirono di cilicio, subito si sparser di cenere; né si curarono di aspettar sopra ciò gli editti del loro Principe, il quale, come accade, fu l’ultimo a saper nuove così funeste, o fosse perché dava poco ardire, o fosse perché dava poco adito, o fosse perché ognuno, già quasi stolido, non badava se non che alla propria salvezza. Or donde mai così gran fretta, uditori? Non sapevano costoro di certo che ancor avevano una quadragesima tutta intiera di tempo? adhuc quadraginta dies (Jon. III, 4). Perchè non dissero dunque: aspettiamo un poco? A placar Dio non si richieggono molte ore, basta un momento. Un atto di contrizione presso l’aurora del quarantesimo giorno ci salverà. Così potevano certamente dir essi; e seguitare a mangiare, se erano a tavola; e finire il giuoco, se stavano a solazzarsi. Ma fingete che avessero proceduto così: qual giudizio voi ne fareste? Non vi par che sarebbero stati audaci, presuntuosi, protervi, e indegni di quel perdono, che riceverono mercé la loro prontezza? Ma quanto peggio, uditori, è nel caso nostro? I Niniviti potevano almeno universalmente promettersi una quarantina di giorni, concessi loro per termine perentorio alla penitenza; e però, dov’era maggiore la sicurezza, sarebbe stata minore la temerità, se persistevano ancor qualche ora di più nei loro peccati. Ma voi nemmeno siete sicuri di tanto; no. Dice Cristo: nescitis, quando tempus sit (Marc. XIII, 33). L’eccidio del vostro corpo non sol potrebbe esser prossimo, ma imminente. Potrebbe avvenire in questa settimana medesima che ora corre, in questa mattina, in questo momento, perché la morte se ne va sempre armata di spada e d’arco: Gladium suum vibrabit, arcum suum tetendit (Ps. VII, 13). Con la spada colpisce i vecchi, che più non si possono riparare; colpisce i delicati; colpisce i deboli: con l’arco i giovani, che superbi confidano nella fuga. E come dunque potrete giustificare la vostra temerità, se lascerete inutilmente trascorrere tempo alcuno, per minimo ch’egli sia? Che dite? che rispondete? come scusate in così gran pericolo il vostro ardire? Il cacciatore mai non potrebbe tenere in pugno il falcone con tanta facilità e con tanta franchezza, se non gli avesse ben prima serrati gli occhi. E così ha fatto il demonio con esso voi: vi ha chiusi gli occhi, uditori, vi ha chiusi gli occhi; però ne fa ciò che vuole.

VII. Un solo scampo veggo io pertanto che a voi rimaner potrebbe; e sarebbe il dire: che veramente voi non potete sapore di avere a vivere ancora più lungamente, ma che potete nondimeno sperarlo; che non ostanti tanti pericoli, quanti n’abbiamo contati, molti anche deI peccatori e campano, e ingrassano, e invecchiano, e muojono pacificamente CoI loro sensi; e che però voi volete anzi sperare una simil sorte, che temer di contraria infelicità. Ma piano di grazia; perché, se parlaste così, mi dareste a credere d’esservi già dimenticati affatto del punto di cui trattiamo. Sapete pure che trattiamo dell’anima: non è vero? e di un’anima, la quale è vostra, anzi è voi; e di un’anima, la quale è unica; e di un’anima, la quale è immortale; e di un anima, la quale è irrecuperabile? E di quest’anima Ah! memento, memento, io vi dirò con san Giovanni Crisostomo, memento quod de anima loqueris. E vi par questa così poco apprezzabile, che si debba commettere in mano al caso? Vi potrebbe sortire felicemente, su, si conceda: ma se non sortisse, ditemi un poco, uditori, se non sortisse? Che non vogliate mettervi sempre al sicuro in altri interessi umani, io me ne contento. Vi perdono che arrischiate la roba, che avventuriate la riputazione, che cimentiate anche spesso la sanità, perché tutte questo sono a guisa di merci, che finalmente, per troppo precipitosa risoluzione gittate in acqua, si possono ripescare dopo il naufragio. Ma l’anima? Ahimè! non è questa da premere così poco; perché dove la perdita, che si faccia, non ha riparo, chi non vede essere una somma temerità il non procedere con una somma cautela?

VIII. Eppure, oh stupidità! qual è quell’interesse, nel quale la cautela non usisi assai maggiore, che nell’eterno? L’imperadore Adriano ( Eutrop. 1. 8 ), perché seppe esservi oracolo, che ai dominatori di Roma sarebbe stato esiziale passar l’Eufrate, rendé spontaneamente ai Persiani tutta l’Armenia, tutta l’Assiria, tutta la Mesopotamia, conquistate già da Trajano, sol per assicurarsi di non avere, per qualunque evento, a varcare quell’acque infauste; e alle ripe d’esse costituì i termini dell’Imperio. Ma che star qui a mendicare successi illustri? Non sapete voi di voi stessi con quanto sicure regole vi guidiate in tutti gli affarucci privati di casa vostra? Se voi cadete in letto, non dite: lasciam di chiamare il medico, perch’io forse me ne rileverò senza medicina. Se voi andate alla guerra, non dite: lasciam di far testamento, perch’io forse me ne ritornerò con salute. Quando voi prestate buona quantità di danaro ad un vostro amico, non vi fidate sì subito; ma che fate? Fate come Tobia, il qual, quantunque conoscesse Gabelo per uomo retto, timorato, fedele, non però lasciò di richiedere da lui pure scrittura autentica: argenti pondus dedit sub chirographo ( Tob. 1 , 17 ). A seminare scegliete i giorni più atti; a litigare cercate gli avvocati più pratici; a trafficare eleggete i corrispondenti più accreditali; e, in una parola, non v’è negozio, nel qual vogliate, come suol dirsi, commettervi alla ventura, mentre voi potete procedere con certezza.E perché dunque in mano al caso verrete a porre un negozio il maggior di tutti, qual è quel della eternità? e potendo ora pentirvi, direte: no perché forse ancora avrò tempo a farlo di poi? Ah, Cristiani, credetemi ch’io non posso capire come ciò avvenga; e sono costretto con san Giovanni Crisostomo ad esclamare, estatico e forsennato per lo stupore : Incertis ergo eventibus te ipsum committis? Incertis ergo eventibus te ipsum committis? (Homil. 23 in ep. 2 ad Cor.) Voi non fidereste all’incertezza del caso una vostra lite, un vostro deposito, un vostro quantunque minimo interessuccio; e poi gli confidate l’anima vostra? Stupite, o cieli, sbalordite, o celesti, all’udir che fate di tanta temerità, perch’io sono certo non potere al mondo trovarsene la maggiore. Quis audivit talia horribilia, qum fecit nimis virgo Israel? (Jer. XVIII, 13).

IX. E tuttavia chi non vede che questa temerità stessa sarebbe più comportabile, se per qualche notabile emolumento si commettesse? Fu principio ricevutissimo in tutti gli affari umani quello di Appiano, che summm dementim est ob res leves discrimen ingens subire (De bello Hispan.). Un pericolo grande mai non deve eleggersi per un guadagno leggiero, perché ciò sarebbe come appunto pescar con un amo d’oro, il qual, perduto, reca tanto discapito, che non è compensabile con la preda che ci promette. Però se un agricoltore arrischia molte moggia di grano nella sementa; e se un banchiere avventura qualche numero di danaro nei cambj; e se un litigante consuma buona parte di rendite nelle mance; ciascuno il fa, perché molto più è quello che spera, che non è quello che arrischia: né, per quanto si volgano antichi annali, si troverà mai pilota si temerario, il qual sia scorso sino all’Indie remote a lottare con gli austri, a pugnare con gli aquiloni, per riportare di colà sul suo legno, in vece di un vello d’oro, sabbione o stabbio. Ma voi, Cristiani, che fate? Per qual emolumento vivete in così gran risico di perdervi eternamente? Per qual guadagno? Pare a voi che, messo in bilancia, preponderi il bene che vivendo in peccato voi ritraete, al mal che vi verrebbe, se moriste in peccato? Se nello stato presente di peccatori voi non morite, vi riesce, il concedo, di goder quel trastullo libidinoso, di accumular quel danaro, di acquistar quelle dignità, di arrivare a quella vendetta. Ma se morite? Se morite, si tratta di andar giù subito nel profondo a scontar così breve riso con un lutto infinito di tutti i secoli. E parvi comparabile il bene, che vivendo godete, al male che morendovi incorrereste? Ah uomini ingiusti? ah uomini irragionevoli! Omendaces filii hominum in stateris (Ps.LXI, 10). Com’esser può che del continuo preponderi presso voi un bene temporale, fugace, frivolo, vano, ad un male eterno? Non si troveranno in casa a verun falsario stadere tali, che possano giammai dire bugìe sì grosse, se non si fa sì che le dicano a viva forza. Però non sono mendaces stateræ in filiis hominum, ma mendaces filli hominum in stateris, perché voi siete, che date agli intelletti vostri il tracollo, come a voi piace, con ribellarvi a qualunque lume chiarissimo di ragione. Ipsi fucrunt rebelles lumini (Job. XXIV, 13).

X. Per le viscere di Gesù, non vi vogliate più lungamente ingannare da voi medesimi: Nolite decipere animas vestras (Jer. XXXVII, 8): riscuotetevi, ravvedetevi; e, cominciando da quest’ora stessa a rientrare dentro il cuor vostro, considerate un poco qual frutto voi ritraete dal vostro stato. E, s’è maggior l’emolumento che i1 rischio’, abbiate pure per nullo quanto io vi ho detto: ma s’egli è senza paragone inferiore, pietà, vi prego, pietà dell’anime vostre. Volete dunque avere a piangere un giorno, e a dir voi pure con Geremia tutto afflitto: Venatione ceperunt me quasi avem inimici mei gratis! (Thr. III, 52). Oh che amarezza sarebbe questa! oh che cruccio! oh che crepacuore! Parla qui il Profeta divinamente in persona di un peccatore, e si confonde di essersi appunto portato come un uccello, il quale si lascia bruttamente adescar dagli uccellatori: perché? per nulla, per nulla, gratis, per un vil grano di miglio. Venatione ceperunt me quasi avem inimici mei gratis. E voi volete pur essere di costoro? Ah Cristiani! e che mai sono tutti i beni terreni, paragonati non solamente al minore, ma ancora al minimo de’ mali eterni, a cui vi esponete peccando? Un grano di miglio? No, neppur tanto. E per sì poco vi contentate di andarvene mai sempre trescando intorno a tanti vostri terribili insidiatori, con gravissimo rischio di restar presi per tutti i secoli, di perdervi, di perire? O præsumptio nequissima, unde creata es? (Eccli. XXXVII, 3). dirò dunque con l’Ecclesiastico. Io non ho sensi che bastino a detestare così strana temerità. Convien che a forza rimanga qui come stupido ad ammirarla.

SECONDA PARTE.

XI. Se in un uomo, il qual, come polvere, può facilmente disperdersi ad ogni soffio, è somma temerità, come abbiam veduto, vivere un sol momento in colpa mortale; che mi potrete questa mattina rispondere a favor vostro, voi, che in simil colpa vivete non i momenti, ma i giorni, ma le settimane, ma i mesi, ma gli anni interi, diebus innumeris? (Jer. II, 32) Operate voi con prudenza? procedete voi con saviezza? Qual probabilità vi rimane di non dannarvi? Nemo se tuto diu periculis offerre tam crebris potest, diceva Seneca (Herc. fur. act. 2, se. 2). E perchè? Quem sape transit casus, aliquando invenit. Passare una volta sul trabocchetto, e non rovinare; dare una volta nelle panie, e non invischiarsi; succhiare una volta il tossico, e non perire non è gran fatto. O sia protezione del Cielo, o sia condizione della sorte, talora accade. Ma che non perisca chi vuol saziarsi di tossico, come d’acqua; che non s’invischi chi si vuol abbandonar su le panie, come su’ fiori; che non rovini chi vuol andare a ballare su i trabocchetti, come sopra saldissimi pavimenti, dove mei troverete? Se dunque è tanto insensata temerità l’esporsi una volta sola a pericolo di dannarsi, e l’esporvisi un sol momento; che sarà il dimorarvi sì lungo tempo, che siano molto più nell’anno quei giorni, ne’ quali siete evidentemente soggetti a un simil pericolo, che non quegli altri, in cui ne siete probabilmente sicuri?

XII. È curiosità cognissima fra’ Cristiani il domandare se nella Chiesa più siano quei che morendo vadano a salvamento, o più quei che trabocchino in perdizione. A me non tocca ora entrare arbitro in sì gran lite; e quando toccasse a me, inclinerei più volentieri alla parte più favorevole, e direi maggior essere fra i Cattolici il numero degli eletti che dei dannati. Ma benché molti concorrano ancor essi in questa opinione, non so però, se pur uno ne rinverrete, o fra’ moderni Teologi o fra gli antichi, il quale vi dica, che la maggior parte dei peccatori abituali si salvi. Oh questo no. San Gregorio (L. 25 in Job., c. 2), sant’Agostino (De ver. et fal. pæn. c. 17), sant’Ambrogio (Adhort. ad pœn.), san Girolamo (Relat. ab Euseh. in Epist. ad Damas.), che sono i quattro principali Dottori di Santa Chiesa, senton tutti concordemente l’opposto, e le parole precise di san Girolamo, le quali a me son parute le più espressive, son le seguenti; Vix de centum millibus hominum , quorum mala fuit semper vita, meretur a Deo habere indulgentiam Unus. Né sia chi se ne stupisca; perché così l’uomo muore generalmente com’è vissuto. Quando si sega un albero, da qual parte viene a cadere? da quella dalla qual pende. Se pende a destra, cade a destra; se pende a sinistra, cade a sinistra. Quei malviventi pendono sempre a sinistra; e poi, segati, pretendono di cadere ancor essi a destra, com’è de’ buoni? Bisognerebbe che si levasse su quel punto a pro loro una grazia tale, che qual furiosissimo vento li rispingesse con impeto prodigioso alla parte opposta.  Ma chi è fatto mai meritevole di tal grazia? Vix de centum millibus unus; di cento mila, a gran fatica, uno solo. Come dunque, sapendo voi di trovarvi in un tale stato, da cui con molto maggior verissimilitudine può inferirsi che voi dobbiate appartenere ai dannati più che agli eletti, non commettete un’insana temerità, persistendovi ancora più lungamente? Quando anche dei peccatori simili a voi avessero i più a salvarsi, e i meno a perire, dovreste nondimeno temere senza intermissione di non essere a sorte fra questi miseri. Or che sarà, mentre i più avranno a perire, e i meno a salvarsi? Arnolfo conte di Fiandra era travagliato una volta da’ dolori acutissimi della pietra. Trattarono i suoi medici e i suoi cerusici di procedere al taglio: ma egli volle vederne prima la prova in qualche altro corpo. Furono però ricercati tutti coloro, i quali nel suo stato pativano del suo male, e ne furon trovati venti. Furono aperti dagli stessi cerusici, furon curati da’ medesimi medici, e tanto felicemente, che di venti morì non altri che un solo. Tornarono però tutti festosi al Conte rincorandolo al taglio: ma egli, quando udì che pur era fallito in uno, in cambio di animarsi, s’impallidì. E chi di voi mi assicura, rispose loro, che a me non tocchi la sorte di questo misero? E così più timido per la morte di uno, che speranzoso per la salute di diciannove, non sofferse mai di commettersi a tal cimento. Ora fingete voi che dei venti infermi tagliati, non dicianove fossero stati i guariti, ed un solo il morto, ma diciannove i morti, e un solo il guarito: che avrebbe allora risposto il prudente Principe? Come avrebbe scacciati lungi da sé quei cerusici arditi, quei medici temerarj? Avrebbe mai sopportato di esporsi al taglio, con la speranza di dover essere egli quell’uno sì fortunato? Ah! Cristiani miei cari, quella temerità, che nella cura del corpo parrebbe sì intollerabile, è quella appunto la quale voi commettete, ma nel governo dell’anima. San Girolamo afferma, che non di venti o di trenta, ma di centomila peccatori abituali appena uno è quel che si salvi: Vix de centum millibus unus. Ed è possibile che voi più siate animosi per la sorte di uno, che timorosi per l’infortunio di novantanovemila novecento novantanove? Dieci erano quei fratelli, i quali andarono a Giuseppe in Egitto per gli alimenti: eppure, quando udirono ch’uno d’essi doveva restare ivi in prigione, fu nei lor cuori universale l’affanno. Dodici quei discepoli, i quali furono convitati da Cristo in Gerusalemme innanzi al morire: eppure, quando ascoltarono ch’uno d’essi doveva convertirsegli in traditore, fu ne’ lor volti comune la pallidezza. Ed il sapere che i tanti più di quegli, che vivono come voi, dovranno dannarsi, non recavi alcun timore? Ecco dunque avverato del peccatore quello che leggesi in Giobbe: Dedit ei Deus locum pœnitentiæ, et ille abutitur eo in superbiam (Job XXIV, 23). Oh che superbia! oh che superbia! sperare di dover esser quell’uno fortunatissimo che si salvi fra tanta strage! quel sì privilegiato! quel sì protetto! quel che un dì possa da tutto il Paradiso venire mostrato a dito come un prodigio! Tamquam qui evaserit, e sono appunto parole dell’Ecclesiastico, tumquam qui evaserit in die belli (Eccli. XL, 7); da che? da un’alta rolla campale universalissima. Lasciate eh’ io corra a’ piedi di questo Cristo, e che qui mi sfoghi.

XIII. Gesù mio caro, e donde mai tanta audacia nei cuori umani? Chi gli ha resi sì stupidi? Chi gli ha fatti sì sconsigliati? Forse è così grande il diletto che hanno in offendervi, che niente ad essi rilevi ogni loro danno, purché disgustino voi? Oh s’io sapessi qual via dovessi almeno io qui praticare in questa Quaresima per umiliarli, per umanarli, per renderli tutti vostri! Volete ch’io li preghi in omni patientia? (2 ad Timoth. IV, 2) li pregherò. Volete ch’io gli ammonisca? gli ammonirò. Volete che io gli atterrisca? gli atterrirò. Volete ch’io severo ancor gli sgridi, et increpem illos dure? (ad Tit. 1,13) gli sgriderò. Son qui per voi. Comandate, ch’io farò tutto: Omnia, quæ præcipies mihi, ego loquar, omnia, omnia (Jer. 1, 17). Non chiedo acclamazioni, non chiedo applausi: chiedo di piacer solo a Voi. Chi sa che questa non abbia ad esser per me la Quaresima ultima di mia vita? Ecco però che con lo ceneri in capo voglio andare altamente per Voi gridando: penitenza, o mio popolo, penitenza. Non più si tardi a smorbar tante oscenità; non più si tardi a sradicare tanti odi; non più si tardi a piangerò amaramente ogni reo costume. Non vuoi tu farlo? A quelli ceneri adunque, a

quelle ceneri appello, che abbiamo in capo. Eccole qua, discopriamole, dimostriamole. Non lo veggio io questa mano egualmente sparse e su le chiome canute, e su i crini biondi? Adesso dunque io mi riporto, esse dicano, esse sentenzino, se vi può essere temerità pari a questa: confessarsi mortale in ogni momento, e pur fidarsi di vivere alcun momento in colpa mortale.